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Monday, August 11, 2025

Grice e Bruno

 Bruno, Salvatore 

Naturale  o  storica  la 
scienza  del  linguaggio 


NATURALE  0  STORICA 


GIENZA  DEL  LINGUAGGIO',' 


DISSERTA  ZIOISTE] 

D  E  I.      P  R  0  F.     S  A  I,  V  A  T  0  RE     B  R  l   X  0 

letta  nella    R.   l'iiiversità,  di   ('ctraaia 
IL  31  Gennaro  ifii»:, 


:::-^£^-0 


llATANlA 

tipografia   ZAMMATAKU 

189U 


PURCHASED    POR  THE 

UNIVERSITY  OF  TORONTO  LIBRARY 


FROM  THE 

CANADA  COUNCIL  SPECIAL  GRANT 

POR 

LINGUISTI CS 


NATURALE  0  STORICA 


'  SCIENZA  DEL  LINGUAGGIO? 


DISSERTAZIONE 

DEL    Prof.    Salvatore   Bruno 

letta  nella    R.  Università  di  Catania 
IL  31  Gennaro  1890 


Cr^^A^O 


CATANIA 

TIPOGRAFIA   ZAMMATARO 

1890 


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111 


MTU{|ALE  0  STORICA 

LA   SCIENZA  DEL  LINGUAGGIO  ? 


Le  developpement  du  langage  est  re- 
gie par  des  lois,  qu''  une  observation 
nttentive  peut  decouvrir  et  (aire  re- 
monter  enfin  a  des  lois  d'  un''  ordre 
sttperieiir,  qui  gouvernent  les  organes 
de  la  pensée  et  de  la  voix  humaine. 
Max  Miiller. 


Lo  studio  delle  lingue,  e  quello  delle  classiche  specialmen- 
te, comincia  ad  avere  la  sua  storia  in  Italia  dal  secolo  deci- 
mo quinto,  epoca  nella  quale  gli  ultimi  rappresentanti  della 
scuola  alessandrina;  costretti  ad  abbandonare  Costantinopoli 
già  caduta  neUe  mani  dei  Turchi,  importarono  da  noi  la  clas- 
sica Letteratura  Greca,  la  quale  cominciò  a  divulgarsi  nella 
penisola,  per  opera  di  quegli  umanisti,  che  ebbero  tanta  par- 
te nel  suscitare  quel  rinascimento,  al  quale  ora  1'  arte  già  de- 
viata tenta  far  ritorno. 


—    4    — 

Lo  studio  del  greco  classico  cominciò  a  fare  assaporare  ai 
letterati  d'  Italia,  e  specialmente  ai  Toscani,  le  bellezze  dei 
capolavori  della  sapienza  e  dell'  arte  gi-eca,  ed  Omero  ebbe  un 
fedele  interprete  nel  Marsupini,  e  Platone  nel  Ficino.  Né  ciò 
è  tutto.  Il  Poliziano,  che  sopra  tutti  come  aquila  vola,  osò 
sinancbe  tentare  la  greca  lira,  ed  alle  due  glorie  di  vero  e 
grande  poeta  artista  italiano  e  latino,  aggiunse  quella  d'  aver 
saputo  bene  incarnare  nella  lingua  di  Pindaro  i  concetti  del 
suo  tempo. 

Questi  illustri  letterati  del  quattrocento,  nei  classici  monu- 
menti letterarii  dell'  antico  genio  greco,  altro  non  cercarono 
che  il  pensiero  e  1'  arte  di  esporlo,  vale  a  dii'e,  filosofia  che 
allora  comprendeva  tutto  lo  scibile,  e  letteratura  che  tutte 
abbracciava  le  forme  della  esposizione  del  pensiero  umano. 
Cosi  della  lingua  si  giovarono  come  di  mezzo  per  compren- 
dere le  opere  della  cultura  greca,  che  trovarono  sempre  gran- 
di ed  ammirevoli,  sia  che  se  ne  consideri  la  sostanza,  sia  che 
se  ne  studi  la  forma. 

Nacqvie  da  ciò  il  conato  dell'  imitazione,  e  la  letteratura 
nostra,  che  contava  appena  un  secolo  di  vita,  abbandonato  in 
parte  il  suo  originale  indirizzo,  si  studiò  ad  assumere  fisono- 
mia  classica,  e  per  la  imitazione  greca,  e  per  la  latina  che 
con  essa  si  legava;  non  avendo  fatto  altro  in  massima  parte 
gli  scrittori  latini,  che  transfoudere  nelle  loro  opere  filosofiche 
e  letterarie,  i  portati  dell'  originale  genio  greco. 

Sin  qui  non  abbiamo  alcuno  accenno  né  a  linguistica  in  gene- 
rale, né  a  comparazione  di  lingue,  e  molto  meno  a  lontana  intui- 
zione della  scienza  del  linguaggio  preso  come  un  prodotto  o 
delle  spontanee  forze  della  natura,  o  di  quelle  della  persona- 
le o  collettiva  attività  umana.  Il  greco  ed  il  latino  classico, 
per  gli  umanisti,  non  furono  che  obbietti  di  studii  puramen- 
te letterarii.  Di  scienza  di  linguaggio  in  essi  non    si  affacciò 


—    5   — 

nemmeno  l' idea,  e  d'  un  accenno  che  a  taluni  sembra  potreb- 
besi  attribuire  al  Petrarca,  ci  è  troppo  poco  a  dire. 

Doveva  ancora  scorrere  molto  tempo,  dovevano  schiudersi 
le  comunicazioni  sino  allora  assai  difficili  e  quasi  impossibili, 
perché  fosse  tentato  il  primo  paragone  linguistico.  Il  fortu- 
nato pensiero  si  affacciò  alla  vasta  mente  del  Leibntz,  fu  be- 
nignamente accolto  e  protetto  da  Catarina  di  Russia,  e  per 
lodevole  incarico  di  essa,  i  missiouarii  cominciarono  ad  offri- 
re i  primi  materiali  agli  scienziati  europei  avidi  di  ricerche 
etnologiche,  che  speravano  recare  a  fortunato  fine  per  mezzo 
della  linguistica. 

L'  incipiente  e  nuovo  studio  entrò  nelle  grazie  dei  primi 
cultori,  che  con  somma  pazienza  e  pari  assiduità  lo  coltiva- 
rono, e  quando  poi  per  opera  specialmente  dell'Inghilterra  fu- 
rono schiuse  le  Indie  alle  comunicazioni  europee,  si  venne 
alla  scoperta  della  più  antica  delle  lingue  conosciute  che  è  la 
sanscrita,  la  quale  era  destinata  a  schiudere  un  orizzonte  as- 
sai vasto  a  quegli  studi,  i  quali  hanno  reso  possibile  la  nuo- 
va scienza  del  linguaggio,  tanto  esattamente  battezzata  col 
nome  di  Glottologia  dall'Ascoli,  che  in  questo  genere  di  studii 
è  ora  una  vera  gloria  italiana,  la  quale  non  ci  fa  invidiare  i 
più  grandi  glottologi  della  Francia,  dell'  Inghilterra,  della 
Germania  e  della  America. 

Primo  per  ordine  di  tenapo,  principe  per  ragion  di  merito, 
e  padre  per  intuitiva  potenza  creativa,  in  questi  studi  vera- 
mente nuovi,  fu  senza  dubbio  Max-Mùller,  il  quale  colle  famose 
ed  immortali  sue  Letture  sulla  scienza  del  linguaggio,  riusci  a 
svelare  ai  grandi  pensatori  del  suo  tempo  un  campo  immen- 
so anzi  immensurabile,  nel  quale  dovevano  poi  raccogliere 
tante  e  tanto  gloriose  palme,  il  Bopp,  lo  Sclegel,  l'Humbold,  il 
Pott,  il  Grimm  ed  il  Boumouf,  nel  lungo,  paziente  e  laborioso  pe- 
riodo   della  comparazione  linguistica  ,   che  servi  di  opportuno 


6 


materiale  ai  grandi  glottologi  posteriori  sino  ai  giorni  no- 
stri. 

Quindi  ora  al  cosi  detto  albero  enciclopedico  è  spuntato 
un  nuovo  ramo,  e  di  tale  e  tanta  importanza,  che  a  coltivar- 
lo si  sono  dati  con  felicissimi  successi  le  menti  più  elevate 
del  nostro  secolo,  che  lasciando  ai  letterati  1'  arte  che  nelle 
lingue  classiche  trovano  incarnata,  agli  archeologi  e  agli  an- 
tiquari, le  notizie  relative  ai  più  vetusti  monumenti,  e  alla 
vita  classica  del  monio  antico,  in  gran  parte  d'  Europa  e  di 
Asia,  han  fatto  oggetto  singolo  dei  loro  studi  il  linguaggio 
scientificamente  studiato  nella  sua  origine,  nel  suo  graduale 
sviluppo,  e  in  tutte  le  fasi  che  1'  accompagnano. 

Avidi,  come  ora  sono  tutti  gli  uomini  di  grande  ingegno, 
di  risalire,  per  quanto  è  dato  alla  umana  indagine,  alle  più  re- 
mote origini  delle  cose,  e  positivi  per  bene  intesa  ragion  di 
metodo,  eliminando  tutte  le  utopie  metafisiche  e  tutte  le  crea- 
zioni speculative,  si  sono  slanciati  nell'  oscuro  seno  della  più 
remota  storia,  hanno  interrogato  i  più  antichi  parlanti  e  ne 
han  tratto  tale  costrutto,  che,  se  non  svela  pienamente  la  pri- 
ma origine  del  linguaggio,  si  avvicina  molto  alla  soluzione 
dell'  arduo  problema  che  ha  tormentato  la  mente  umana 
tanto  da  farle  assolutamente  perdere  la  speranza  di  risolver- 
lo, e  1'  ha  costretto  a  ricorrere  ad  un  gratuito  intervento  dello 
stesso  Dio  che  nulla  spiega,  e  che  come  ogni  altra  fede,  ad 
altro  non  vale,  se  non  a  disarmare  l'audacia  dei  figli  di  Pro- 
meteo, che  corrono  per  il  vetitum  nefas. 

Nessuno  ora  ignora  di  quanta  importanza  sia  in  questo  ge- 
nere di  ricerche  la  esattezza  del  metodo,  e  come,  sinché  fu- 
rono fatte  con  metodo  sbagliato,  non  approdarono  ad  altro, 
che  ad  ipotesi  più  o  meno  insussistenti  e  sempre  erronee. 
Dacché  però  la  scienza  del  linguaggio  fu  trattata  con  me- 
todo veramente  positivo,  vale  a  dire,  dacché  si  cominciò  ad  am- 


mettere  come  vero  tutto  ciò  che  scientificamente  è  dimostrato  , 
la  nuova  scienza  prese  un  maraviglioso  incremento,  e  i  risultati 
che  se  ne  sono  ottenuti  sono  ora  tanto  sicuri,  che  possono 
stare  come  inconcusse  basi  sulle  quali  si  può  francamente  pro- 
seguire quella  parte  di  edificio  scientifico,  che  ancora  resta 
a  farsi. 

Non  sono  ancora  molti  anni  scorsi,  da  che  la  glottolo.^ia, 
sulle  venerate  orme  del  Miiller,  fu  sempre  trattata  alla  stre- 
gua delle  scienze  naturali,  avendo  il  dotto  filologo  dimostra- 
to, ed  i  suoi  seguaci  costantemente  creduto,  che  il  linguag- 
gio sia  un  organismo  vivente,  il  quale  nella  sua  progressiva 
formazione  abbia  in  massima  parte  ubbidito  a  leggi  fatali  della 
natura,  e  che  poca  o  nessuna  parte  vi  abbia  preso  la  volontà 
dell'  uomo,  nel  quale  caso,  non  alla  branca  delle  scienze  na- 
turali avrebbe  dovuto  ascriversi,  ma  a  quella  delle  storiche, 
e  con  tutt'  altro  metodo  che  quello  del  Miiller  avrebbe  do- 
vuto essere  trattato. 

A  sostenere  questa  diversa  natura  ed  indole  del  linguaggio, 
e  quindi  ad  attaccare  le  dottrine  glottologiche  del  MùUer, 
surse  in  questi  ultimi  anni  1'  americano  filologo  Withnei,  il 
quale,  nel  suo  libro  dal  titolo  Vita  e  sviluppo  del  Linguaggio, 
con  tanto  poca  riverenza  da  muovere  la  suscettibilità  dello 
stesso  Mùller,  venne  ad  una  conchiusione  opposta  a  diametro 
a  quella  del  fondatore  della  scienza,  e  proclamò  recisamente 
la  glottologia  scienza  storica. 

L'  audace  novità  della  cosa,  e  in  parte  i  modi  pc.co  rive- 
renti dell'  Withnei  contro  il  Miiller,  e  il  vibrato  risentimen- 
to di  costui  all'indirizzo  dell'avversario,  avvivarono  la  que- 
stione. Le  dottrine  dell'  uno,  che  si  avevano  per  inconcusse, 
diventarono  discutibili,  e  quelle  dell'  altro,  sia  per  la  novità, 
sia  perchè  il  progresso  del  tempo  aveva  già  reso  possibili  al- 
quante modificazioni  da  arrecarsi  alle  teorie  sino  allora  domi- 


nanti,  trovarono  dei  seguaci,  e  cosi  da  alquanto  tempo  si 
discute,  per  dare  una  soddisfacente  risposta  alla  domanda,  che 
forma  il  titolo  della  presente  lettura:  Naturale  o  Storica  la 
scienza  del  linguaggio  ? 

Le  scienze  naturali  hanno  per  oggetto  tutte  quelle  opere 
della  natura,  nelle  quali  non  ha  preso  parte  alcuna  1'  attività 
umana.  Tutte  quelle  invece,  nelle  quali  1'  uomo,  giovandosi 
dei  materiali  che  la  natura  gli  appresta,  applica  la  sua  atti- 
vità, e  riduce  a  modo  suo  agli  scopi  che  volontariamente  si 
propone,  entrano  nel  patrimonio  delle  scienze  che  si  dicono 
storiche. 

11  Miiller,  essendosi  convinto,  dopo  le  sue  profonde  medita- 
zioni sul  linguaggio,  che  la  creazione  di  esso  sia  tutta  ope- 
ra della  natura,  e  che  in  essa  non  abbia  avuto  parte  alcuna 
r  attività,  o  per  dir  meglio  la  volontà  umana,  si  credette  au- 
torizzato a  proclamare  dalla  sua  cattedra  di  Oxford,  alla  pre- 
senza d'  un  uditorio  molto  dotto  il  quale  applaudi,  che  la 
scienza  del  linguaggio  è  una  vera  scienza  naturale,  e  che 
quindi  non  con  metodo  storico,  ma  deve  più  tosto  essere  trat- 
tata con  metodo  naturale. 

Fu  indotto  a  questa  conchiusione  dal  paragone  che  egli  volle 
istituire  tra  il  metodo  seguito  dai  linguisti,  e  quello  che  si  è 
utilmente  adoperato  nello  studio  delle  scienze  della  natura,  delle 
quali  passa  a  rassegna  alquante,  e  specialmente  1'  astronomia; 
e  dall'  avere  osservato,  che  come  in  questa,  la  glottologia  ha 
avuto  il  suo  periodo  empirico,  quello  delle  comparazioni,  e  fi- 
nalmente lo  scientifico,  trasse  la  sua  conclusione,  e  fece  della 
glottologia  una  scienza  naturale. 

Però,  per  potersi  bene  apprezzare  il  valore  scientifico  di 
questa  sua  conclusione,  é  utile  riflettere,  che  non  dal  metodo 
con  cui  si  tratta  una  scienza,  ma  dall'  obietto  che  in  essa  si 
studia,  può  venire    ad    essa  bene    assegnato   il  posto    che   le 


compete  nella  classificazione  delle  diverse  branche  del  sapere 
umano. 

Nessuno  infatti  direbbe  che  la  Sociologia,  per  esempio,  la 
quale  per  raggiungere  lo  stato  in  cui  ora  si  trova  lia  avuto 
bisogno  di  un  lungo  corso  di  particolari  osservazioni,  di  nu- 
merosi paragoni  di  fatti  umani,  per  potere  meritare  il  nome 
di  scienza  che  ora  ha,  sia  una  scienza  naturale  nel  senso  del- 
l' Astronomia,  della  Fisica  e  della  Chimica,  per  la  sola  ragio- 
ne di  aver  seguito  lo  stesso  metodo,  nel  lungo  periodo  della 
sua  formazione. 

Una  scienza,  e  il  modo  della  sua  progressiva  formazione, 
sono  cose  ben  diverse,  per  potersi  ragionevolmente  confonde- 
re. La  scienza  trae  1'  esatto  suo  nome  dall'  obietto  che  in  essa 
si  studia,  e  non  dalla  storia  della  sua  formazione. 

Per  potersi  dunque  scientificamente  dimostrare,  che  la  glot- 
tologia sia  una  vera  scienza  naturale,  bisogna  prima  di  tutto 
vedere,  se  il  linguaggio  che  è  il  suo  obbietto,  sia  un  pro- 
dotto delle  sole  forze  della  natura,  o  delle  sole  forze  dell'  at- 
tività umana,  oppure  un  prodotto  della  azione  mista  e  con- 
temporanea dei  due  fattori,  i  quali  uniti  nella  personalità  u- 
mana,  diano  per  ultimo  prodotto  quel  mirabile  congegno  col 
quale  1'  uomo  riesce  a  manifestare  se  stesso  e  tutte  le  sue 
modificazioni. 

Il  linguaggio,  come  noi  1'  abbiamo,  è  un  complesso  di  se- 
gni fonetici,  e  non  di  quelli  che  per  essere  necessarie  ma- 
nifestazioni delle  qualità  delle  cose  diconsi  naturali,  ma  di 
quelli,  che  non  essendo  opera  necessaria  della  natura,  non 
possano  essere  che  prodotti  dell'  arte,  non  essendovi  nell'  u- 
niverso  da  noi  conosciuto  altre  forze  capaci  di  potere  in  qua- 
lunque maniera  modificare  le  opere  della  natura  stessa. 

Ma  r  arte  non  è  della  natura,  è  dell'  uomo,  e  solo  in  senzo 
assolutamente  largo,  e  che  non  dà  più  luogo  a  classificazione 


—  10  — 

alcuna,  potrebbe  dirsi,  che  essa  sia  un  prodotto  naturale  per- 
chè agisce  neir  uomo,  che  è  un  prodotto  della  natura  stessa. 
Ma,  conservandosi  la  giusta  distinzione  tra  natura  ed  arte, 
nessuno,  per  quanto  sin  qui  è  stato  detto,  potrebbe  annovera- 
re il  linguaggio  tra  le  opere  della  natura,  e  confonderlo  per 
ciò  colle  altre  scienze  naturali. 

■  Basterebbe  questa  sola  osservazione  fondamentale,  per  e- 
scludere  assolutamente  la  glottologia  dal  numero  delle  scien- 
ze naturali,  e  quindi  dichiarare  perduta  la  causa  del  Miiller, 
il  quale  mise  avanti  tanto  apparato  di  scienza  per  sostenerla. 

Se  non  che,  non  sarà  inutile  studiare  meglio  le  opere  del- 
l' arte  per  vedere,  se,  e  in  quali  proporzioni  possa  entrare  in 
esse  anche  la  natura. 

Noi  diciamo  opera  o  prodotto  di  arte,  tutto  ciò  che  la  fan- 
tasia 0  la  mente  crea,  e  1'  attività  umana,  spinta  dalla  libe- 
ra volontà,  reca  ad  effetto  e  rende  sensibile  agli  altri.  Quin- 
di, se  il  linguaggio  è  opera  della  mente  o  della  fantasia,  se  è 
un  prodotto  volontario  dell'  umana  attività,  e  so  rende  sen- 
sibili agli  altri  i  prodotti  della  mente  o  della  fantasia  stessa, 
non  potrà  negarsi ,  che  esso  faccia  parte  del  ramo  delle 
scienze  storiche,  e  che  nulla  abbia  di  comune  colle  scienze 
naturali. 

Il  linguaggio,  ed  in  ciò  sono  consenzienti  tutti,  è  un  siste- 
ma di  segni  usati  dall'  uomo,  quando  è  spinto  dal  bisogno 
di  comunicare  coi  suoi  simili.  I  segni  che  esso  adopera  sono 
suoni  orali,  e  con  essi  soddisfa  al  bisogno  della  comunicazio- 
ne. L'  uso  di  questi  suoni,  secondo  il  Miiller,  è  un  fatto  na- 
turale, in  questo  senso,  che  1'  uomo,  non  di  propria  volontà 
ma  per  spontaneo  impulso  della  natura ,  è  spinto  a  gio- 
varsi del  ministero  della  voce  per  la  manifestazione  delle  sue 
idee,  e  in  questo  fatto  dell'  uso  della  voce,  senipre   secondo  i 


—  11  — 

Muller,  la  volontà  non  entra  affatto,  è  cosa  all'  uomo  imposta 
dalla  natura. 

Conferma  il  Muller  la  sua  asserzione,  coli'  esempio  degli  al- 
tri animali,  che  nella  sfera  della  loro  possibilità  si  giovano 
tutti  della  voce,  per  la  manifestazione  dei  loro  bisogni. 

L'  Withnei  invece,  considerando  che  1'  uomo  avrebbe  po- 
tuto, invece  dei  suoni,  impiegare  moti,  vale  a  dire,  avrebbe 
potuto  giovarsi  del  linguaggio  dei  gesti,  nella  preferenza  data 
alla  voce  vede  non  1'  opera  dell'  istinto  o  della  natura  che 
voglia  dirsi,  ma  un  deliberato  atto  di  volontà,  il  quale  reca- 
to ad  effetto  la  prima  volta,  fu  poi  confermato  e  reso  costan- 
te dall'  uso,  il  qviale  per  la  sua  antichità  ha  finito  per  ren- 
derlo inavvertito,  non  essendo  ora  alcuno  più  cosciente  della 
scelta,  molto  più  che,  creato  una  volta  il  linguaggio,  1'  uomo 
non  ha  più  il  bisogno  di  ricrearselo. 

Ecco  come  al  dare  il  primo  passo  nella  ricerca,  non  dicia- 
mo dell'  origine,  ma  della  formazione  del  linguaggio,  incon- 
triamo il  primo  intoppo,  che  per  andare  avanti,  bisogna  as- 
solutamente togliere. 

Se  il  rigore  del  metodo  precisamente  scientifico  non  mi 
vietasse  di  vedere  quella  che  ora  dicesi  teleologia  nelle  ope- 
re della  natura,  e  per  dirla  col  Biichner,  se  il  coniglio  non 
corresse  perchè  ha  le  gambe  lunghe,  ma  invece  avesse  1& 
gambe  lunghe  per  correre,  io  me  la  caverei  facilmente,  dicen- 
do che  1'  uomo  ha  la  voce  per  parlare,  come  ha  le  mani  per 
prendere,  i  piedi  per  camminare,  gli  occhi  per  vedere,  e  cosi 
del  resto.  Ma  il  richiesto  rigore  del  metodo  scientifico,  e  la  ne- 
gazione alla  Natura  che  per  il  libero  concorso  degli  atomi 
di  Democrito  si  vuole  stupida,  di  qualunque  teleologia  o  fina- 
lità, accresce  nella  quistione  1'  imbarazzo,  e  la  cosa  da  trop- 
po facile  che  pare,  diventa  assai  difl&cile  a  risolversi.  Io  qui 
non  posso  ne  voglio  affrontare  la  questione  teleologica,  mi  li- 


—  12  — 

mito  pertanto  ad  invitare  i  miei  uditori  a  pensare  seriamen- 
te al  fatto  analogo  negli  animali,  i  quali,  abbenché  usino  dei 
movimenti  del  corpo,  come  fa  qualche  volta  r.nclie  1'  uomo, 
per  esprimere  i  loro  sentimenti,  nulla  di  meno,  uell'  uso  ge- 
nerale, si  giovano  a  preferenza  della  voce.  Ed  ora  una  delle 
due,  o  r  uso  della  voce  è  un  fatto  imposto  dalla  natura,  e 
allora  il  primo  passo  nella  filosofia  del  linguaggio  è  favore- 
vole al  Miiller,  o  è  una  libera  scelta  della  volontà  dell'  uomo, 
e  allora  nella  prima  e  fondamentale  ricerca  relativa  ali'  ori- 
gine o  meglio  alla  formazione  del  linguaggio,  avrà  vinto  lo 
Withnei. 

Ma  px'ocedendo  ancora  a  studiare  le  opere  dell'  arti ,  biso- 
gna riflettere,  che  corre  differenza  tra  le  opere  di  queste:  che 
in  tutte  la  natura,  dove  più  e  dove  meno,  entra  sempre:  e 
che  se  non  altro,  appresta  all'  ai'tista  la  materia  del  suo  la- 
voro. Nelle  arti  beile  la  natura  entra  sempre  da  qualche  lato. 
La  potenza  artistica  dell'  artista  è  opera  della  natui-a,  e  dalla 
diversa  indole  naturale  di  questa  potenza  dipende  molto  l'o- 
pera deli'  arte.  Nelle  arti  meccaniche  entra  anche  la  natura, 
la  quale  si  impone  all'  artista  colla  diversa  capacità  che  ha 
la  materia,  di  lasciarsi  modificare  dalla  potenza  dell'  arte,  e 
pe^re  a  me,  che  in  tutte  le  opere  della  libera  attività  dell'uo- 
mo, non  si  possa  assolatamente  escludei'e  la  natura,  se  non 
per  altro,  per  questo,  eh'  essa  si  impone  all'  artista,  il  quale 
non  ha  mai  facoltà  di  uscire  fuori  della  natura  e  non  può  che 
soltanto  ijiodificarla  a  piacere  suo  colla  potenza  dell'  arte. 

Ora,  per  venire  all'  applicazione  di  questi  principj,  sulla 
verità  dei  quali  non  può  essere  dubbio  alcuno,  passiamo  a 
vedere,  qual'  è  il  contributo  che  nella  creazione  della  parola 
mette  la  natura,  e  quale  quello  col  quale  vi  concorre  1'  arte. 

La  natura  ha  leggi  irremissibilmente  fatali,  colle  quali  as- 
.solutamente  si  impone,  né  permette  che  possano  essere    mai 


—  13  — 

violate,  e  nel  caso  nostro,  è  legge  di  natura,  che  l'uomo  sen- 
ta il  bisogno  di  comunicai-e  agli  altri,  che  costretto  o  spinto 
a  comunicare  debba  per  naturale  impulso  servirsi  a  prefe- 
renza della  voce,  che  giovandosi  di  questa,  debba  formare 
un  sistema  o  meccanismo  di  suoni,  il  quale  ubbidisca  al  corri- 
spondente sistema  del  pensiero  umano,  che  per  mezzo  dei 
suoni  si  vuole  esprimere.  Tutti  altri  mezzi,  che  alla  fine  dei 
conti  non  possono  essere  altro  che  i  gesti,  non  sono  che  au- 
siliarj,  e  dei  quali  la  manifestazione  del  pensiero  non  é  fun- 
zione propria,  ma  comune. 

Mi  si  permetta  di  giovarmi  d'  un  esempio,  che  credo  utile 
a  rendere  più  chiaro  il  mio  pensiero  L'  uomo  può  conoscere 
la  distanza  degli  oggetti  che  lo  circondano,  colla  vista  e  eoi 
tatto.  E  secondo  1'  Withnei,  esso  avrebbe  potuto  preferire  il 
tatto  alla  vista,  e  ha  dato  la  preferenza  a  questa  per  un  at- 
to deliberato  della  volontà,  come  ha  fatto  nella  scelta  della 
voce  a  preferenza  del  gesto  nella  creazione  del  linguaggio. 
Ma  considerando  bene  i  fatti,  nessuno  direbbe  volontaria  la 
preferenza  data  all'  occhio  nel  vedere,  come  quella  che  è  da- 
ta alla  voce  per  parlare.  È  opera  della  natura  l'uso  della  lin- 
gua per  parlare,  come  l'uso  dell'  occhio  per  vedere;  e  dal  non 
avere  distinto  negli  oi-gani  del  corpo  umano  la  funzione  pro- 
pria e  specifica  dalla  comune  ed  ausiliaria,  è  nata  nella  men- 
te dell'  Withnei  1'  idea,  che  1'  uomo  avrebbe  potuto  a  volon- 
tà preferire  il  gesto  alla  voce  nella  formazione  del  linguaggio. 

Ma  passiamo  ad  altro.  Secondo  il  glottologo  americano,  il 
linguaggio  è  una  istituzione  tutta  volontaria,  e  puramente 
storica,  perchè,  chi  bene  lo  studj,  non  vi  vedrà  altro,  che  la 
opera  dell'  umana  attività,  libera  da  qualunque  azione  ester- 
na che  possa  obbligarla  a  fare  d'  un  modo  anzicchè  d'  uno 
altro. 

Quanto  ci  sia  di  vero  o  di  falso  in  questa  dottrina  dell'With- 


—  14  — 

nej,  potrà  vedersi,  dopo  che  a /remo  esaminato  Li  connessione 
che  passa  tra  il  linguaggio  come  sistema  o  meccanismo  di 
segni  fonetici,  e  l'umano  discorso,  che  esso  è  destiaato  a  ren- 
dere sensibile  agli  altri. 

L'umano  discorso  è  lavoro  interno  della  mente,  ed  è  obbli- 
gato, por  essere  veramente  discorso,  ad  ubbidire  alle  leggi 
fatali  dell'  umana  intelligenza,  le  quali  impongono  le  inviola- 
bili forme  del  giudizio  e  del  raziocinio.  Chiunque  pretende 
ragionare  con  altre  forme,  può  senza  dubbio  partire  per  il  ma- 
nicomio, dove  cesserà  di  essere  animale  ragionevole,  e  sarà 
messo  fuori  della  nostra  questione.  Il  linguaggio  destinato 
dall'uomo  alla  manifestazione  degli  elaborati  della  mente,  per 
potere  bene  funzionare  allo  scopo  che  si  prefigge,  deve  fedel- 
mente rappresentarli,  né  ciò  potrebbe  fare  senza  ritrarre  fe- 
delmente le  diverse  forme  del  pensiero.  Questa  somiglianza 
quindi  tra  la  forma  interna  del  pensiero  e  la  esterna  del  lin- 
guaggio, non  è  niente  libera,  ci  viene  imposta,  né  si  può  vio- 
lare senza  distruggere  1'  armonia  tra  le  parti  del  pensiero  e 
quelle  del  discorso. 

Le  diverse  funzioni  che  le  idee  hanno  nel  ragionamento,  e 
le  relazioni  per  le  quali  si  connettono  tra  loro,  sono  cose  che 
il  linguaggio  deve  necessariamente  poter  rappresentare,  per- 
chè altrimenti  sarebbe  ritratto  veramente  infedele.  Né  queste 
diverse  forme  interne  del  pensiero  possono  bene  rappresen- 
tarsi col  linguaggio,  senza  che  questo  varj  opportuuatamente 
le  forme  delle  parole  che  lo  compongono.  Da  qui  nelle  lin- 
gue la  necessità  della  morfologia,  qualunque  sia  il  modo  col 
quale  si  attua,  da  qui  nelle  lingue  piìi  progredite  le  flessioni 
e  tutt' altro,  che  colla  diversità  della  forma  nella  parola  va- 
le a  significare  la  diversa  funzione  e  le  varie  relazioni  delle 
idee  nel  lavoro  della  mente.  Della  morfologia  non  si  può  far 
senza  nel  linguaggio,  in  qualunque  periodo    della  sua  forma- 


—  15  — 

zione  esso  si  trovi,  sia  pure  il  monosillabico:  è  impossibile 
che  an  suono  possa  essere  segno  di  due  idee  o  cose,  rima- 
nendo immutato.  La  morfologia  dunque  nella  formazione  del 
linguaggio  ci  è  imposta  dalla  natura  ed  è  cosa  assolutamen- 
te indipendente  dalla  volontà  umana. 

E  sin  qui  abbiamo  detto  di  ciò  che  la  natura  impone  al- 
l' uomo  nella  formazione  del  linguaggio.  Essa  imperiosamen- 
te vuole:  1.  che  1'  uomo  pel  ministero  della  lingua  parli  suo- 
ni fonetici:  2.  che  dia  a  questi  suoni  le  modalità  analoghe  a 
quelle  del  pensiero  che  rappresentano.  Sino  a  questo  punto 
perciò  le  due  scuole  del  Miiller  e  del  Withnej  sono  di  accor- 
do nella  necessità  della  morfologia  che  ambidue  credono  as- 
solutamente indispensabile,  discordono  poi  in  ciò  che  riguarda 
r  uso  della  voce,  che  l'uno  dice  imposto  dalla  natura,  e  l'al- 
tro scelto  dalla  libera  volontà  dell'  uomo. 

Ora  seguiamo  i  due  valorosi  avversar],  dal  momento  che 
1'  uomo  spinto  dal  naturale  impulso,  comincia  ad  emettere 
il  primo  suono  orale  come  segno  di  una  sua  idea,  o  senti- 
mento, 0  bisogno. 

Donde  trasse  1'  uomo  il  primo  suono  che  per  la  prima  vol- 
ta impiegò  come  segno  per  comunicare  ad  altri  una  sua  idea  ? 
Lo  trasse  incosciamente  dai  suoi  organi  fonetici,  risponde  il 
Miiller,  e  creò  la  prima  parola  che  fu  una  interiezione.  Lo 
trasse  da  altri  animali,  che  naturalmente  senti  gridare,  ripi- 
glia r  Withnej,  e  creò  la  prima  onomatopea,  e  da  queste  sem- 
plicissime materie  pi'ime  e  rudimentali,  fatalmente  secondo 
1'  uno,  volontariamente  secondo  I'  altro,  col  tempo  venne  a 
formarsi  quell'  ammirevole  meccanismo  che  chiamasi  lin- 
guaggio. 

Però,  per  obbligo  di  giustizia  e  d'  imparzialità,  nell'  esame 
delle  dottrine  dei  due  grandi  glottologi  quali  sono  i  nostri, 
bisogna  dire,  che  ne  le  sole  ed  isolate  interiezioni,  ne  le  ono- 


—  16  — 

matopee  costituiscono,  ne  per  1'  uno  né  per  1'  altro,  un  lin- 
guaggio propriamente  detto:  anzi  a  parere  di  amendue,  il 
vero  linguaggio  comincia  là  dove  finiscono  queste  due  cose, 
vale  a  dire ,  quando  1'  uomo  comincia  a  chiamare  con  suoni 
le  cose,  O  meglio,  ad  incarnare  le  idee  nelle  parole.  E  qui 
■nn'  altra  differenza  ancora,  ed  è  questa:  clie  1'  uno  crede  che 
i  primi  monosillabi,  o  radici  che  vogliano  dirsi,  significarono 
idee  generali,  e  1'  altro  al  contrario  pensa,  che  non  furono 
che  segni  d' idee  particolari. 

Noi,  sorvolando  su  tutto  questo,  e  tornando  alla  ricerca  di 
ciò  che  nella  formazione  del  linguaggio  ha  messo  la  natura 
e  1'  arte,  cerchiamo  di  risolvere  la  quistione  dell'  interiezioni 
e  delle  onomatopee,  con  un  esempio  di  fatto  vivente,  che  ac- 
cade ogni  giorno  sotto  i  nostri  occhi,  ed  è  qtiesto. 

Apre  1'  uomo  infelice  allor  che  nasce  in  questa  vita  di  mi- 
serie piana,  pria  che  al  sol  gli  occhi  al  pianto,  e  questo  è 
sempre  accompagnato  da  un  vagito,  che  è  manifestazione  di 
un  bisogno.  Ecco  la  interiezione  del  Miiller.  Ma  appena  il 
bambino  comincia  a  svilupparsi,  e  quando  già  sente  il  biso- 
gno di  dare  un  nome  alle  cose,  è  ordinario  il  sentirgli  chia- 
mare Me  la  pecorella  Mu  il  Bove  e  cosi  di  seguito.  Ecco  l'o- 
nomatopea  del  Withnei.  Cosi  in  due  diversi  momenti  della  in- 
cipiente vita  del  bambino,  uno  veramente  spontaneo,  e  1'  al- 
tro posteriore  ed  alquanto  riflesso,  noi  sentiamo  ,  per  opera 
della  natura,  uscire  dalla  bocca  dell'  uomo  le  prime  parole, 
che  in  senso  abbastanza   largo    possono   dirsi  segni  d'  idee. 

Questo  fatto  che  è  oggetto  di  grave  osservazione  nei  bam- 
bini, acquista  una  maggiore  importanza  col  considerare,  che  la 
vita  dell'uomo  individuo  è  assai  analoga  a  quella  dell'  uomo 
collettivo,  e  ciò  in  certo  senso  ci  autorizza  ad  ammettere,  che 
l'umanità  nella  formazione  del  linguaggio  ha  seguito  la  stes- 


—  1' 


8a  via  del  bambino,  nei  due  fatti  che  abbiamo  teste  accen- 
nato. 

Poste  una  volta  come  creazioni  fatte  per  •solo  naturale  i- 
stinto  le  interiezioni  e  le  onomatopee,  il  complesso  delle  quali 
costituisce  ciò  noi  ora  chiamiamo  radici,  passiamo  a  vedere 
come  da  queste  germogliò  e  si  arricchì  di  tanto  lusso  di  ve- 
getazione il  linguaggio,  che  arrivò  a  dare  i  più  grandi  pro- 
digi del  genio  umano,  quali  sono  per  esempio  1'  Iliade  e  la 
divina  Comedia.  Sino  a  questo  puntu  della  creazione  delle  ra- 
dici, noi  non  abbiamo  ve  luto  clie  la  natura,  la  quale  ha  im- 
posto all'  uomo  il  bisogno  della  comunicazione,  l'  uso  della 
voce,  la  necessità  della  morfologia,  e  la  creazione  delle  radi- 
ci, e'  che  r  uomo  in  tutto  ciò  non  è  che  puro  e  semplice  stru- 
mento che  passivamente  funziona  per  impulso  esterno  e  sot- 
to r  impero  di  leggi  inviolabili;  e  sin  qai  non  sarebbe  erro- 
neo il  dire  che  la  glottologia  sia  una  scienza  naturale. 

Però  le  sole  radici,  quantunque  siano  gli  elementi  rudimen- 
tali del  linguaggio,  non  sono  ancora  veramente  il  linguaggio 
stesso,  e  perchè  arrivino  a  formarlo,  bisogna  che  ricevano  tali 
e  tante  modificazioni,  che  alle  comuni  intelligenze  sembre- 
ranno sparute,  ma  che  una  profonda  conoscenza  della  storia 
delle  lingue  rivela  soltanto  alla  paziente  analisi  dei  laboriosi 
cultori  di  questi  studi. 

Il  linguaggio,  alla  perfezione  in  cui  lo  vediamo  nelle  lin- 
gue classiche,  ha  mostrato  agli  studiosi  di  esso,  che  ai  mo- 
nosillabi radicali  col  tempo  furono  aggiunti  i  suffissi,  e  che 
dopo  questi,  le  desinenze  ridussero  a  vero  compimento  le  pa- 
role, e  ciò  ha  fatto  distinguere  i  tre  oramai  troppo  noti  pe- 
riodi, quali  sono  il  monosillabbico,  1'  agglutinante  ed  il  flet- 
tente. Ora ,  in  questo  lavoro  che  direbbesi  complementare 
delle  parole,  qual  parte  ha  preso  la  natura,  e  quale    l' arte  ? 

La  natura  in  questo  non  ha  fatto  quasi  niente,  ha  prestato 


—  18  — 

aolaiuente  all'  uomo  la  materia  che  sai'ebbe  il  suono,  ha  im- 
posto la  necessità  di  adattar©  la  morfologia  del  linguaggio 
alle  leggi  della  intelligenza  che  rappresenta,  nel  resto  ha  la- 
sciato libero  1'  uomo,  che  ha  modificato  a  tutto  suo  piacimen- 
to le  primitive  radici,  per  formax'ue  parole  propriamente  dette . 

É  noto  da  ciò,  che  il  linguaggio,  specialmente  nelle  lingue 
più  progredite  quali  sono  le  classiche,  ha  preso  la  forma  di 
un  meccanismo  tanto  ben  disposto  ,  che  taluni  non  hanno  a- 
vuto  difficoltà  di  crederlo  e  di  chiamarlo  un  organismo  vi- 
vente. 

Or,  che  il  linguaggio,  in  senso  assai  largo,  si  dica  un  orga- 
nismo, in  certo  modo  si  può  lasciar  correre,  considerando  la 
ammirevole  armonia  delle  parti  che  lo  compongono;  ciò  che 
sicuramente  è  inesatto,  é  il  dirlo  vivente.  Organismo  viven- 
te è  per  esempio  un  albero,  nel  quale  una  forza  intima  che 
è  la  vita  ,  produce  spontaneamente  un  tutto  vivo  ,  di  cui  le 
parti  hanno  funzioni  capaci  di  prodarre  determinati  effetti 
che  lo  rendono  capace  a  nutrirsi  per  vivere  ,  e  a  riprodursi 
per  moltiplicarsi. 

In  questo  senso  veramente  scientifico,  il  linguaggio  non  è, 
né  può  dirsi  organismo  vivente. 

Manca  in  esso  1'  alito  della  vita  ,  e  le  parti  che  lo  com- 
pongono, nemmeno  esse  hanno  vere  funzioni  viventi  ,  capaci 
di  conservarne  la  vita  e  riprodurlo. 

Nulla  di  meno  non  sarà  inutile  considerare,  quali  apparen- 
ze abbiano  potuto  far  dire  organismo  il  linguaggio. 

In  esso  le  parole  hanno  singole  funzioni  che  producono 
sentenze,  le  quali  anche  esse  hanno  funzioni  che  producono 
periodi,  e  cosi  di  seguito.  Di  modo  che,  come  quando  per  la 
formazione  dell'albero  le  radici  passano  a  dare  il  tronco,  e 
questo  i  rami,  e  questi  le  foglie,  i  fiori  ed  i  frutti,  cosi  le  ra- 
dici delle  parole  danno  le  parole,  queste  le  sentenze  ,  e  que- 


—   IO  — 

ste   i  periodi,  e  così  <li  seguito,   sinché  ne  venga  nn  poema. 

Ed  ora,  sebbene  il  linguaggio  non  possa  dirsi  organismo 
che  per  similitudine,  e  vivente  a  nessun  patto,  pure  io  az- 
zarderei dirlo  un  meccanismo  a  parti  giacenti,  in  questo  sen- 
so, elle  le  parti  destinate  a  comporlo,  ossia  le  parole  ,  giac- 
ciono inerti  nella  memoria  delTaomo,  e  conservate  nei  voca- 
bolari, e  che  quando  il  meccanismo  voglia  montarsi  ,  basta 
riniiirne  i  pezzi,  suscitare  in  esso  la  forza  motrice  che  è  la 
mente  dell'  uomo,  e  cosi  si  avrà  un  organismo  giacente  nel- 
le sue  parti,  che  si  può  a  volontà  montare  ,  e  mettere  in  a- 
zione  per  produrre  il  suo  lavoro. 

In  questo  senso  il  linguaggio  si  può  ben  rassomigliare  ad 
un  orologio,  nel  quale  la  materia  delle  ruote  e  delle  leve  che 
lo  compongono  è  data  dalla  natura  ,  la  loro  forma  è  opera 
dell'uomo,  il  congegno  di  tutta  la  macchina  è  anch'esso  o- 
pera  dell'uomo,  ma  fatalmente  ubbidiente  alle  leggi  della 
meccanica,  la  forza  motrice  nella  molla,  e  1*  uso  di  questa  in 
potere  dell'  uomo. 

Nell'orologio  perciò  é  l'uomo  che  cosi  disponendolo  e  u- 
sando  a  volontà  della  forza  che  non  è  sua,  parla  a  se  stesso. 
Cosi  nel  linguaggio,  l'uomo  mosso  dall'istinto  fatale,  modi- 
fica opportunamente  gli  organi  dell'  apparecchio  fonetico  , 
produce  il  suono  della  parola  e  parla  a  se  stesso  e  agli  altri. 
Che  cosa  è  un'orologio  non  carico  ?  E  forse  un  organismo  vi- 
vente ?  Nò.  Somiglia  ad  un'organismo  vivente  quando  è  mon- 
tato? Si.  Può  dirsi  un'organismo  vivente?  Nò.  Può  chiamar- 
si un  meccanismo  giacente,  quando  ancora  le  sue  parti  non 
sono  montate,  o  è  scarico  ?  Si. 

Ora,  chi  ben  consideri  una  macchina  da  orologio,  potrà  fa- 
cilmente discernere  ciò  che  in  esso  ha  posto  la  natura  ,  da 
ciò  che  modificando  la  natura  istessa  vi  ha  aggiunto  l'arte. 
La  natura  ha  dato  la  materia  di  cui  1'  orologio  è  formato ,  e 


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ha  imposto  le  leggi  meccaniche  alle  quali  le  parti  del  mec- 
canismo sono  fatalmente  obbligate  ad  ubbidire,  né  1' uomo 
che  l'ha  formato  oserà  affermare  di  averne  creato  la  mate- 
ria, o  modificato  le  leggi  che  a  questa  necessariamente  im- 
perano. 

Dello  stesso  modo  l'uomo,  e  nel  caso  nostro  l'Withnei,  po- 
trà affermare  che  l' uomo  siasi  da  se  stesso  e  volontariamen- 
te creato  il  meccanismo  del  linguaggio,  ma  non  potrà  osar 
mai  di  dire,  d'aver  volontariamente  creato  il  suono,  le  leggi 
che  lo  governano,  né  molto  meno  quelle  dell'  umana  intelli- 
genza, alle  norme  inviolabili  della  quale  esso  deve  essere  ne- 
cessariamente conformato. 

Da  ciò  che  sin  qui  si  é  ragionato,  siamo  autorizzati  a  dire, 
che  nel  linguaggio  ci  è  tanto  di  naturale  e  di  artificiale  o  vo-  . 
lontario,  quanto  ci  é  nel  meccanismo  di  un  orologio  ,  ed  in- 
sistendo sul  medesimo  esempio,  osserviamo,  che  la  macchina 
dell'orologio  non  nacque  sin  da  principio  quale  essa  é  ora, 
ma  che  coli'  andar  del  tempo,  per  successive  aggiunzioni  ,  è 
stata  modificata  e  migliorata  in  modo,  che  ora  essa  é  ridot- 
ta a  darci  ad  un  tempo  l'ora  del  giorno,  il  giorno  del  mese, 
l'anno  dell'era,  e  qualche  altra  cosa  ancora.  Della  stessa  ma- 
niera, le  primitive  radici  del  nascente  linguaggio  ,  che  nel- 
l'antico periodo  monosillabico  non  valevano  a  darci  che  idee 
poco  e  male  determinate,  ora  per  la  successiva  aggiunzione 
dei  suffissi  e  delle  desinenze,  ci  danno  un  mezzo  assai  più  ac- 
concio a  soddisfare  il  naturale  bisogno  della  comunicazione 
tra  uomo  ed  uomo,  e  sono  g  à  ridotte  a  poter  prestarsi  alla 
più  alta  manifestazione  delle  lettere,  dello  scienze  e  delle  arti. 
Questa  lunga  elaborazione  del  linguaggio  è  avvenuta  certa- 
mente nel  tempo,  e  per  opera  dell'  uomo,  ed  é  manifestazio- 
ne della  vita  e  dello  sviluppo  del  linguaggio  stesso. 

Questa  vita  e  sviluppo  sono  una  continua  evoluzione    della 


—  21  — 

cosidetta  corruzione  fonetica  che  guasta,  e  del  rinnovamento 
dialettale  che  ricostituisce,  di  modo  che  può  dirsi  che  il  lin- 
guaggio non  è  mai  inerte,  e  che  una  specie  di  forza  interna  lo 
agita,  per  trasformai-lo  continuamente.  Ora  questa  forza  che 
sarebbe  la  vita  del  linguaggio,  è  individuale  o  collettiva  ?  è 
coscia  o  iucoscia  '?  ubbidisce  a  leggi  di  necessità  o  è  libera  ? 
è  naturale  o  accidentale  ? 

Ecco  delle  domande,  alle  quali  bisogna  rispondere  ,  prima 
di  poter  dichiarare  col  MùUer  naturale,  e  col  Withnei  stori- 
ca, la  scienza  del  linguaggio. 

Sappiamo  tutti,  che  uno  scrittore  può  introdurre  nella  lin- 
gua un  vocabolo  che  le  manca,  ma  sappiamo  nello  stesso  tem- 
po, che  il  nuovo  vocabolo  non  è  mai  una  nuova  creazione, 
esso  è  sempre  una  importazione  di  cosa  già  esistente,  o  com- 
posta di  elementi  preosistenni.  Mancava  all'  italiano  il  uomo 
del  fior  di  arancio,  lo  supplì  il  Prati  prendendolo  dal  dialetto 
siciliano  che  Io  aveva:  si  inventaroao  le  strade  ferrate,  e  fu 
composto  il  nome  di  ferrovie;  ma  ne  nell'  uno  né  nell'  altro 
caso  fu  fatta  creazione  di  cosa  che  prima  non  esisteva  ,  ed 
io  credo,  che  dacché  il  linguaggio  fu  formato  ,  nessun  uomo 
possa  dire  di  aver  coscientemente  ,  e  per  deliberato  atto  di 
sua  volontà,  creato  una  parola  veramente  nuova  ,  nel  senso 
che  non  sia  stata  una  modificazione  di  parola  o  di  radice 
preesistente. 

Se  l' indole  di  questo  mio  discorso  il  comportasse  ,  io  po- 
trei confermare  con  esempi  ciò  che  asserisco  ;  ma  la  cultura 
del  mio  uditorio  me  ne  dispensa,  e  vado  avanti. 

Ora  in  questo  lungo  lavoro  di  corruzione  fonetica  e  di  rin- 
novamento dialettale,  quanto  ci  é  di  volontario  ,  perchè  pos- 
sa veramente  dirsi  un  fatto  storico  ?  Poco,  anzi  nulla. 

Ci  sono  delle  cose,  nelle  quali  la  natura  non  entra  ,  o  en- 
tra poco,  possono  dirsi  e  veramente  sono  prodotte  dall'  urna- 


na  attività,  ed  entrano  veramente  nel  patrimr.nio  della  storia, 
ma  per  tutt'  altro  titolo,  meno  qnello  di  essere  state  fatte 
per  cosciente  e  deliberata  volontà  dell'  uomo,  e  di  questo  ge- 
nere é  tutto  ciò  che  nel  linguaggio  accade  per  corruzione 
fonetica  e  per  rinnovamento  dialettale. 

Dove  è  dunque  ora  domando  io  la  libera  volontà  dell'  uo- 
mo in  tutto  questo  lavoro  trasformatore  del  linguaggio?  In 
tutto,  mi  risponde  I' Witlinei:  in  nulla  il  Miiller.  Ed  io  riflet- 
to. Conosce  la  storia  il  nome  ed  il  cognome  ,  o  di  quel  pri- 
mo troglodita  che  deliberatamente  scavò  la  prima  abitazio- 
ne sotterranea,  o  di  quel  primo  ciclope  ,  che  fabbricò  sopra 
terra  la  prima  casa  con  blocchi  senza  cemento  ?  Nò.  E  per 
questo  deve  negarsi,  che  o  le  caverne  trogloditiche,  o  le  co- 
struzioni ciclopiche,  siano  opere  della  libera  attività  e  volontà 
dell'  uomo  ?  Nò. 

Della  stessa  maniera,  qualunque  fatto  di  corruzione  foneti- 
ca o  di  rinnovamento  dialettale  può  essere  stato  un  prodot- 
to di  libera  volontà  umana,  del  quale  la  storia  non  ha  me- 
moria, e  che  poi  imitato  macchinalmente  ,  sia  diventato  un 
fatto  incosciente. 

Se  tutto  ciò  di  che  ignoriamo  1'  origine  e  lo  sviluppo  ,  si 
dovesse  negare  alla  libera  attività  dell'  uomo  ed  attribuire 
alle  fatali  forze  della  natura,  finirebbe  ad  un  tratto  la  storia, 
e  tutto  entrerebbe  nel  patrimonio  di  mal  concepite  scienze 
naturali. 

Ed  ora,  riavvicinandoci  allo  scopo  della  nostra  ricerca,  che 
è  quello  di  poter  dare  una  soddisfacente  risposta  alla  doman- 
da, se  mai  sia  naturale  o  storica  Li  scienza  del  linguaggio, 
non  sarà  inutile  rifarci  sopra  i  nostri  passi,  e  richiamare  alla 
nostra  mente  le  conclusioni  alle  quali  siamo  venuti  ragionando. 

Abbiam  veduto,  che  nella  creazione  del  linguaggio  ,  é  na- 
turale l'istinto  alla  comunicazione;  naturale  l'uso  della    vo- 


—  23  — 

ce  ;  naturale  la  creazione  delle  radici  ;  storica  la  corruzione 
fonetica,  e  storico  il  rinnovamento  dialettale  ;  e  finalmente 
incoscienti  le  modificazioni  che  ora  si  fanno  agli  elementi 
del  linguaggio  già  esistenti. 

Queste  conclusioni,  a  dire  il  vero,  danno  ancora  poca  luce, 
per  poter  ben  rischiarare  tanto  l' una  quanto  1'  altra  delle 
due  opposte  dottrine,  e  al  più  non  fanno  vedere  altro,  che  ci 
è  del  vero  e  del  falso  in  ambedue,  e  fan  sospettare  ,  che  la 
scienza  del  linguaggio  non  debba  dirsi,  ne  veramente  sia,  né 
naturale,  ne  storica,  ma  forse  tutte  due  cose  insieme. 

Sono  sulla  faccia  della  terra  alquante  istituzioni  ed  opere, 
le  quali,  chi  ben  considei'i,  mostrano  che  alla  loro  creazione 
sono  concorse  insieme  la  natura  e  1'  arte,  e  senza  la  combi- 
nata azione  dei  due  fattori,  non  potrebbero  esistere.  Entrate 
in  un  gabinetto  di  fisica,  passate  a  rassegna  tutti  gli  appa- 
recchi nei  quali  è  applicata  come  forza  la  elettricità  ,  o  iu 
un  osservatoi'io  astronomico  ,  ed  osservate  gli  apparecchi  ot- 
tici nei  quali  funziona  la*luce,  e  voi  nell'uno  e  nell  altro  ca- 
so, troverete  che  ciascuno  di  quei  congegni  é  opera  della 
mano  dell'  uomo,  il  quale,  giovandosi  della  proprietà  del  flui- 
do elettrico,  ha  saputo  trovar  modo  di  mettersi  in  corrispon- 
denza colla  natura  muta  ,  obbligandola  colle  osservazioni  e 
cogli  esperimenti,  a  rispondere  alle  sue  domande,  e  a  tenere 
con  esso  una  specie  di  conversazione  ,  la  quale  è  simile  a 
quella  che  si  tiene  tra  uomo  ed  uomo  col  linguaggio  per 
mezzo  dello  apparecchio  fonetico. 

La  differenza  che  corre  tra  questo  genere  di  discorsi  dei 
fisici  e  degli  astronomi  colla  natura,  e  quella  che  un  uomo 
tiene  con  un  altro  ,  sta  in  questo  ,  che  discorrendo  1'  uomo 
colla  natura  ,  usa  d' un  apparecchio  che  non  é  il  suo  corpo, 
né  qualche  parte  di  esso,  ma  invece  quando  un  uomo  discor- 
re con  un  altro,  ha  per  strumento  il  proprio  corpo  ,  o    quel- 


—  24  — 

la  parte  di  esso  clie  bene  si  presta  allo  scopo  ,  ed  è  1'  orga- 
no complesso  della  fonazione. 

Questa  differenza  fa,  che  le  due  specie  di  fatti  non  posso- 
no confondersi,  perchè  nei  primi,  tanto  l'apparecchio  quanto 
la  forza  che  in  esso  funziona,  sono  cose  esterne  all'  uomo, 
mentre  nella  funzione  del  linguaggio  ,  e  1'  apparecchio  fone- 
tico e  la  mente  che  esso  ritrae  ,  è  nell'uomo  stesso 

Stando  cosi  le  cose  ,  noi  siamo  atitorrizzati  a  dire  ,  che  il 
linguaggio  è  e  funziona  nell'uomo  con  le  le;?gL  cho  lo  go- 
vernano, tanto  da  parte  dell'  organo  ,  quanto  da  parte  del 
pensiero.  Nasce  da  ciò  ,  che  chiunque  vuole  trovare  la  na- 
scita, la  vita  e  lo  sviluppo  di  esso,  non  deve  uscire  dall'  uo- 
mo, ma  lo  deve  seguire  passo  a  passo  nella  sua  vita,  comin- 
ciando dal  più  lontano  momento  in  cui  lo  sorprende  sulla 
faccia  della  terra. 

La  storia  di  questo  misterioso  bipede  parlante  ,  che  è  un 
apparecchio  organico,  in  cui  la  forza  materia  trasformandosi 
in  Psiche,  rivela  se  stessa  e  le  sue  modificazioni  per  mezzo 
della  parola,  è  ora  1'  obbietto  di  un*  studio  speciale  ,  che  ha 
formato  ima  particolare  scienza    che  è    l' Antropologia. 

Questa  scienza  nuova,  che  ha  per  oggetto  lo  studio  dell'  uo- 
mo, vale  a  dire,  che  cerca  d' indagarne  1'  origine  e  lo  svilup- 
po sin  dai  tempi  da  noi  conosciuti,  deve  vedere  a  preferenza 
di  qualunque  altra  ,  se  ,  come  ,  e  quando  1'  uomo  cominciò  a 
parlare.  Le  verranno  in  aiuto  le  scienze  affini  ,  1'  anatomia, 
la  fisiologia,  la  paleontologia,  e  quella  che  sopra  tutte  può  il- 
luminare i  suoi  passi,  la  glottologia. 

La  recondita  storia  dell'  origine  dell'  uomo,  se  pure  esiste, 
più  che  nei  fossili  sepolti  nel  seno  della  terra,  deve  cercarsi 
nei  preziosi  avanzi  delle  parole  delle  epoche  più  remote  che 
ci  sono  rimaste,  ed  è  per  questo,  che  noi  ora  ,  per  risolvere 
la  quistione  propostaci,  ci  accingiamo  ad  esaminare,  come  la 


glottologia,  anziché  una  scienza  naturale  ,  come  pretende  il 
Miiller,  o  uua  scienza  stoiùca,  come  vuole  1'  Withnei,  parte- 
cipando dell'una  e  dell'altra,  sia  e  debba  esser  detta  una 
scienza  antropologica. 

L'  uomo  primitivo,  la  storia  della  sua  origine,  i  monumen- 
ti clie  restano  della  sua  remotissima  antichità,  e  che  stanno  a 
testimoniare  il  suo  stato  fisico  e  la  sua  incipiente  cultura: 
le  sue  arti,  le  sue  istituzioni,  gli  sviluppi  nel  corpo  ,  i  pro- 
gressi nella  sua  incipiente  civiltà  ,  sono  tutti  obbietti  che  la 
nuova  scienza  prende  a  studiare,  e  il  metodo  che  siegue  in 
questi  studi ,  sebbene  sia  molto  simile  a  quello  che  secondo 
il  Miiller  è  stato  seguito  nello  studio  del  linguaggio,  non  la- 
scia nulladimeno  di  essere  puramento  storico  ,  come  a  tali 
scienze  bene  si  addice;  osservazione  di  singoli  fatti  ed  ogget- 
ti, e  comparazioni  rigorosamente  fatte,  hanno  condotto  1'  an- 
tropologia alla  dignità  di  scienza,  della  quale,  attesa  la  gran- 
de importanza,  si  occupano  ora  le  menti  più  elette,  e  gli  uo- 
mini di  vasta  istruzione. 

Nessuno  potrà  mettere  in  dubbio,  che  tra  i  monumenti  che 
possono  spargere  qualche  luce  sulla  storia  naturale  dell'uo- 
mo in  epoche  di  si  remota  antichità,  il  più  importante  deb- 
ba reputarsi  il  linguaggio,  il  quale  non  solo  può  farci  in  gran 
parte  conoscere  la  cultura  mentale  dei  nostri  protoparenti, 
ma  può  altresì  rivelarcene  le  condizioni  organiche,  e  special- 
mente dell' apparecchio  fonetico  nel  magistero  della  voce 
usata  come  strumento  del  pensiero. 

Chi  sa  se  1'  uomo  non  cominciò  a  parlare  col  monosillabo, 
come  tuttora  fa  il  bambino,  perchè  il  suo  organo  fonetico  non 
era  capace  di  far  di  più  ?  Io  non  oso  affermarlo  ma  tutto  ci 
induce  a  sospettarlo. 

Chi  sa,  se  tra  le  consonanti,  usò  prima  delle  gutturali,  che 
il  bambino  ora  ci  fa  sentire  nel  primo  vagito,  o  delle  labiali, 


clie  pare  abbia  sempre  adoperato  per  cominciare  a  chiamare 
il  pà  e  la  ma,   ossia  il  padre  e  la  madre  ? 

Chi  sa  se  tra  i  snoni  che  primitivamente  cominciò  ad  usa- 
re, ed  i  bisogni  o  sentimenti  che  volle  esprimere,  ci  sia  sta- 
ta qualche  connessione  a  noi  ignota  ? 

Questi  e  simili  problemi  tuttora  irresoluti  non  possono  es- 
sere sciolti  dalla  pura  e  semplice  glottologia,  sia  che  si  stu- 
dj  come  una  vera  scienza  naturale  secondo  il  Miiller,  o  co- 
me una  scienza  storica  secondo    1'  Withnei. 

Bisogna  che  in  questo  mirabile  lavoro  del  linguaggio  l'uo- 
mo si  prenda  tutto,  non  come  solo  corpo  per  far  di  lui  e  dei 
suoi  prodotti  come  di  una  foglia  di  albero  conservatala  un  or- 
to secco,  ne  come  solo  libero  e  capriccioso  vivente,  le  opere 
del  quale  non  abbiano  per  norma  che  il  talento  e  la  volontà . 
Il  linguaggio  che  esso  si  è  formato  si  deve  considerare  come 
la  maggiore  e  più  nobile  produzione,  nella  formazione  della 
quale  è  ad  un  tempo  intervenuto  1'  uomo  materia  col  suo  or- 
gano, e  l'uomo  spirito  colla  sua  intelligenza. 

Ora  questo  compito  non  è,  né  delle  sole  scienze  natui-ali, 
né  delle  sole  storiche,  ma  di  una  speciale  scienza,  che  con- 
sideri neir  uomo  la  natura  e  la  storia,  e  questa  non  può  es- 
sere che  r  Antropologia. 

Chiunque  consideri  come  si  è  venuta  formando  la  glottolo- 
gia, progredendo  nei  suoi  tre  periodi,  empirico,  comparativo 
e  scientifico,  potrà  facilmente  notare  la  grande  rassomiglian- 
za che  questo  procedimento  ha,  con  quello  che  ha  tenuto  la 
antropologia;  e  come  veri  musei  possono  infatti  considerarsi 
le  collezioni  dell'  Hervas,  dell'  Adelung,  e  degli  altri  minori. 
E  vera  archeologia  e  paleontologia  comparata,  possono  chia- 
marsi i  lavori  del  Bopp,  dello  Sclegel,  del  Pott,  e  del  Bour- 
nouf,  dei  quali  ora  segfuono  1'  esempio  e  la  gloriosa  carriera 
i  viventi  che  tacciamo. 


—  27  — 

E  diciamo  i  viventi,  perchè  di  questi  veri  creatori  della  scienza 
glottologica,  l'Humbold  che  è  il  più  antico,  mori  l'anno  1835, 
lo  Sclegel  al  45,  il  Bournouf  al  52,  dei  due  Grimm  uno  al  59, 
e  r  altro  al  03,  e  il  Bopp,  famoso  autore  della  grande  gram- 
matica comparata,  al  1867. 

Lavorando  sulle  opere  di  questi  grandi  raccoglitori  e  com- 
pararori,  il  Mùller  potè  dare  nel  1861,  nelle  sale  del  Reale  I- 
stituto  di  Oxford,  le  sue  famose  lezioni  sulla  scienza  del  lin- 
guaggio, e  dichiarare  scienza  naturale  la  glottologia,  e  circa 
dieci  anni  dopo  lo  Withuei,  rivangando  il  terreno  già  disso- 
dato, si  credette  autorizzato  a  con  tradirgli,  proclamando  la 
glottologia  una  scienza  storica. 

Noi,  dopo  aver  veduto,  che  alla  creazione  e  formazione  del 
linguaggio  concorrono  simultaneamente  la  natura  e  l'uomo, 
specialmente  ora  ohe  la  nuora  antropologia  ha  fatto  oggetto  dei 
suoi  studj  non  solo  l'  uomo  ma  i  suoi  monumenti  manufatti 
e  le  sue  naturali  istituzioni,  considerando  quanto  ci  è  di  ve- 
ro nei  lavori  dei  due  grandi  glottologi,  pensiamo,  che  ne  na- 
turale, né  storica,  ma  antropologica  debba  dirsi  ora  la  scien- 
za del  linguaggio,  alla  quale  è  stato  dato  dall'  Ascoli  nostro- 
il  nome  di   Glottologia. 

Tutto  questo  grande  progresso  negli  studj  linguistici,  chi 
ben  ne  consideri  la  breve  storia,  si  deve  in  massima  parte 
alla  scoperta  del  sanscritto,  ma  questo  solo  non  .sarebbe  ba- 
state», se  non  ne  fossero  conosciuti  i  rappo^-ti  colle  lingue 
classiche,  e  specialmente  colla  greca;  ed  è  senza  dublM||^per 
questa  ragione,  che  in  questi  ultimi  tempi  nostri,  i  più  gran- 
di letterati  e  glottologi,  specialmente  della  Germania,  si  sono 
dati  allo  studio  del  greco  con  tale  ardore,  che  ha  reso  pos- 
sibile il  veramente  prodigioso  progresso,  che  in  esso  si  è  fat- 
to. Una  specie  di  apocalisse,  o  rivelazione  è  accaduta  nello 
studio  della  lingua  greca,  specialmente  per  quel    genio    som- 


28 


mo  che  fu  il  Curtius,  il  quale  schiuse  un  campo   immenso  ai 
suoi  ammiratori  e  seguaci. 

Non  più  col  solo  intendimento  di  penetrare  nei  misteri  del- 
l' arte  e  della  sapienza  greca,  incarnate  nelle  immortali  pro- 
se e  poesie  degli  aiitichi,  ma  con  scopi  molto  più  elevati,  si 
studia  ora  la  lingua  di  Omero  e  di  Pindaro.  Quella  divina 
favella,  già  formata  fu  capace  di  svelarci  tutte  le  bellezze 
della  natura,  ma  lo  studio  della  sua  formazione  ci  ha  già 
fatto  prendere  un  generoso  volo  pei  campi  dell'antichità.  Un 
mondo  sinora  muto  ha  cominciato  a  parlare,  e  le  fitte  tene- 
bre del  tempo  sono  ora  alquanto  dii adate.  Per  gli  studj  elle- 
nici la  civiltà  presente  si  è  riattaccata  colla  greca,  e  questa 
con  quella  dell'  Asia,  culla  dell'  umanità.  Chi  sa,  se  non  deb- 
ba venire  un  tempo,  nel  quale  l'audace  figlio  di  Giapeto,  do- 
do aver  portato  il  fuoco  dal  cielo,  ora  che  si  è  ficcato  nel 
le  intime  viscere  della  terra,  non  arriverà  a  trovare  le  sor- 
genti doUa  vita,  aiutato  dalla  Geologia,  dalla  Paleontologia, 
e  specialmente  dalla  Glottologia  ?  Non  mi  noccia  ripeterlo 
col  nostro  Miiller:  più  che  tutte  le  ossa  fossili  e  le  città  lu- 
custri,  a  rintracciare  l'origine  dell'uomo,  è  utile  un  mono- 
sillabbo,  che  poti-ebLe  essere  capace  di  condurci,  come  la  stel- 
la dei  magi,  in  quella  caverna,  nella  quale  1'  uomo  la  prima 
volta  diede  lo  spettacolo  della  parola. 

Audace,  anzi  folle  speranza  !  è  vero.  Ma  al  pensare  ,  che 
1'  uomo,  colla  potenza  del  suo  genio  ha  cominciato  passo  a 
paa^ad  alzare  il  misterioso  velo  del  quale  la  natura  gelo- 
sa volle  coprirsi,  e  che  l'ha  obbligato  a  rivelargli  una  gran 
parte  dei  suoi  più  ardui  misteri,  io  non  mi  scoro,  e  si  accre- 
sce la  mia  fede. alla  fatidiche  parole  del  poeta.  Coelum  ipsum 
petimus,  stultia  diceva  egli,  sapientia  dico  io  !  E  la  mia  spe- 
ranza è  confortata  dall'indomato  zelo  dei  laboriosi  cultori 
della  moderna  glottologia,  ai  qimli  forse    sarà    data  1'  ultima 


—  29  — 

parola,  nelle  ardue  ricerche  delle  origini  dell'uomo  e  dell» 
sua  civiltà. 

Ed  ora  a  voi,  giovani  italiani,  che  avete  intelletto  di  amo- 
re per  la  patria.  Io  non  saprei  chiudere  questo  povero  mio 
discorso,  senza  ricordarvi  1'  obbligo  che  voi  avete  ,  di  spin- 
gere avanti  il  trionfale  carro  del  progresso,  anche  muoven- 
done questa  principale  ruota  che  è  lo  studio  della  glottolo- 
gia. Credete  forse  di  essere  coudannati  a  scavare  in  un  mondo 
antico  assolutamente  inutile  alla  vostra  vita  moderna ,  e  vi 
ingannate. 

La  vita  moderna  è  ancora  molta  viziata  e  travagliata  da 
errori  e  superstizioni  che  la  deviano  dal  suo  retto  cammino. 
Per  vedere  chi  voi  siete,  donde  venite,  e  dove  andate,  biso- 
gna spingervi  per  quanto  si  può  verso  le  sorgenti  della  vo- 
s  tra  origine,  e  a  queste  possono  condurvi  le  scienze  antropo- 
logiche, e  tra  queste  a  preferenza  la  glottologia.  I  gloriosi 
padri  nostri  hanno  lottato  tanto  per  la  emancipazione  della 
vita  e  sono  riusciti:  ora  tocca  a  noi  1'  altra  metà  del  lavoro, 
l'emancipazione  della  mente  e  riusciremo.  La  barbarie 
del  medio  evo  ritrasse,  egli  è  vero,  l'Italia  nostra  dalle  glo- 
riose lotte  del  pensiero  che  fu  trionfalmente  incatenato  al 
carro  d'una  fede  ambiziosa  e  furba.  Ma  quando,  ridestato  il 
genio  italiano,  rinacquero  le  lettere,  allora  un  glorioso  italia- 
no scopri  l' America,  allora  la  polvere  e  la  stampa.  A  ride- 
stare negli  animi  degli  Umanisti  del  quattro  cento  il  sopito 
genio  italiano,  e  a  rimettere  nella  giusta  via  le  scienze  e  le 
lettere,  più  che  ogni  altra  cosa  valse  l'antico  pensiero  gre- 
co, che  si  trasfuse  nelle  anime  italiane:  e  che  l'Europa  potè 
succhiare  il  latte  della  scienza  e  dell'arte  greca,  è  gloria 
nostra. 

Nessuno,  è  vero  ,  può  ignorare  che  ora  l' Italia,  una  volta 
madre  del  sapere,  aspetta  spesso  il  verbo  del  dottore  stranie- 


30 


ro,  spucialmente  in  fatto  di  studj  lirguistici  e  glottologici. 
Ma  tatti  abbiamo  il  dritto  di  mostrare  che  si  è  lavorato  e  si 
lavora  sopra  materiali  italiani.  Le  male  Signorie  die  prima 
d'  ora  fecero  di  noi  empio  strazio,  e  che  ebbero  la  vigliacche- 
ria di  schierarsi  difensori  di  vin  domma  che  ci  faceva  parla- 
re per  virtù  divina,  ci  ritrassero  dal  glorioso  cammino  che 
ci  avevano  segnato  i  padri  nostri.  Cosi  in  abbandonato  il 
eampo  ed  assalito  da  stranieri  che  raccolsero  le  palme  da 
noi  seminate. 

Ora  però  che  l' Italia  è  rinata  a  vita  veramente  civile  ,  o- 
ra,  giovani  Italiani,  é  vostro  dovere  tornare  alla  lotta,  e  co- 
me un  Italiano  regalò  l'America  al  mondo,  ed  un  altro  sep- 
pe trovarne  1'  anima  e  1'  obbligò  a  camminare  sopra  prodi- 
giosi fili  di  ferro,  così  ora  tocca  a  Voi  ,  giovani  Italiani  ,  il 
continnare  le  glorie  dei  vostri  maggiori. 

L' Italia  é  ricca  di  una  lin;j,ua  che  fu  del  più  grande  popo- 
lo del  mondo ,  e  che  deve  ancora  in  parte  rispondere  all'  in- 
chiesta della  scienza:  è  ricca  di  dialetti  poco  o  niente  esplo- 
rati: ha  in  questa  isola  nostra  le  reliquie  della  civiltà  greca 
che  vi  dominò  per  cinque  secoli,  e  della  punica  che  con  quella 
aspramente  lottò.  Oh  quanta  messe  da  raccogliere  !  Oh  che 
campo   vasto  da  esplorale. 

Signori,  io  sono  oramai  vecchio,  e  nel  corso  della  mia  vi- 
ta ho  dovuto  esperimentare  un  fatto   che  mi  dà    da    sperare. 

Studiai,  sotto  un  prete,  un  poco  di  Greco  sulla  grammati- 
ca aS  usum  Seminarii  Patavini  ,  ed  ora  siamo  col  Curtius, 
che  è  tutto  dire. 

Ed  ora,  colla  guida  d'  eccellenti  professori,  che  non  potete 
fare  voi,  giovani  Italiani  ? 

Aspettate  forse,  che  le  grandi  scoperte  linguistiche  vi  ven- 
gano sempre  dall'  estero  per  applaudirle  ? 


31 


Animo  giovani,  ora  siete  in  molti  che  vi  consacrate  a  que- 
sti studj.  Una  volta,  cari,  in  questa  Ateneo  di  Sicilia  ,  chi 
leggeva  l'alfa  e  l'omega  non  era  che  un  caso  raro  come  un 
corvo  bianco. 


Q,^^ 


/ 

P  Bruno,  Salvatore 

121  Naturale  o  storica  la 

B73  scienza  del  linguaggio 


UNIVERSITY  OF  TORONTO  LIBRARY 

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