La diffusione della coltura era visibile in Italia.
E non parlo solo delle scienze esatte e naturali, dove i gesuiti si mostrarono valentissimi, seguendo anche loro la via aperta da Galileo, ma pur delle scienze storiche e sociali.
L'abbondanza dell'oro per la scoperta dell'America e la crisi monetaria die' occasione a' primi scritti di economia, il Discorso sopra le monete e la vera proporzione fra l'oro e l'argento di Gaspare Scaruffi, che propugnava, come Campanella, l'uniformità monetaria; e il trattato sulle Cause che possono fare abbondare i regni di oro e d'argento di Antonio Serra di Cosenza, scritto alla Vicaria, dove l'autore, come complice di Campanella, era tenuto prigione.
Moltiplicarono i trattati di giurisprudenza, massime nella seconda metà del secolo.
Alberico Centile nel suo libro De iure belli fa già presentire Grozio, e gli è vicino per forza speculativa Alessandro Turamini, che scrisse De Pandectis.
Tra gl'interpreti del dritto romano sono degni di nota l'Alciato, l'Averani, il Farinaccio, il Fabro. Fondatori della storia del dritto furono il «gran» Carlo Sigonio, come lo chiama Vico, e il Panciroli, maestro del Tasso.
Pubblicarono lavori non dispregevoli di cronologia l'Allacci,
il Riccioli, il Vecchietti. Comparivano storie venete, napolitane, piemontesi,
pisane, il Nani, il Garzoni, il Summonte, il Capecelatro, il Tesauro, il
Roncioni: cronache più che storie, volgari di sentimento e di stile.
In Roma
naturalmente si sviluppava l'archeologia.
Il Fabretti di Urbino scrivea degli
Acquidotti romani e della Colonna traiana, e pubblicava in otto
serie quattrocentotrenta iscrizioni dottamente illustrate.
Moltiplicavano le
compilazioni, le raccolte, come sussidio agli studiosi. Il Zilioli scrisse
l'Indice di tutt'i libri di dritto pontificio e cesareo, e il Ziletti in
ventotto volumi il trattato Iuris universi. Avevi già annali, giornali,
biblioteche, cataloghi, e simili mezzi di diffusione. Vittorio Siri aveva
pubblicato il Mercurio politico e le Memorie recondite, l'Avogadro
il Mercurio veridico. Il Nazzari cominciò a Roma nel 1668, il Giornale
de' letterati, e il Cinelli pubblicava la Biblioteca volante, una
specie di storia letteraria. Comparivano gli Annali del Baronio, le
Vite de' pàpi e cardinali del Ciacconio, la Storia generale de'
concili di monsignor Battaglini, la Storia delle eresie del Bernini,
la Napoli sacra di Cesare Caracciolo e la Sicilia sacra del Pirro,
liste e notizie di vescovi, la Miscellanea italica erudita del padre
Roberti, la Bibliotheca selecta e l'Apparatus sacer del gesuita
Possevino, il Mappamondo storico del padre Foresti, continuato da
Apostolo Zeno, un primo tentativo di storia universale. Aggiungi relazioni come
la Descrizione della Moscovia del Possevino, i viaggi del Carreri
napolitano, che nel 1698 compì a piedi il giro del mondo, la Relazione
dello Zani bolognese, che fu in Moscovia, le Lettere del Negri da
Ravenna, che giunse fino al capo Nord, la descrizione delle Indie del fiorentino
Sassetti, che primo die' notizia della lingua sanscrita. Si conoscea meglio il
mondo, e meglio i popoli stranieri. Pietro Maffei da Bergamo scrivea in elegante
latino delle Indie orientali, il Falletti ferrarese della Lega di
Smalcalda, il Bentivoglio in lingua artificiata e falsamente elegante delle
Guerre di Fiandra, il Davila con semplicità trascurata delle Guerre
civili di Francia, il padre Strada prolissamente delle cose belgiche.
A
questa coltura empirica e di mera erudizione partecipavano tutti, laici e
chierici, uomini nuovi e uomini vecchi, e i gesuiti vi si mostravano
operosissimi: si pensava poco, ma s'imparava molto e da molti. La coltura
guadagnava di estensione, ma perdeva di profondità.
Chi avesse allora guardata l'Italia con occhio plebeo, potea
dirla una terra felice. Rivoluzione e guerra aveano abbandonato le sue contrade:
piena pace, tranquilli gli spiriti, in riposo il cervello. Le piccole cose vi
erano avvenimenti: l'Inghilterra aveva Cromwell, ella avea Masaniello.
L'Europa
camminava senza di lei e fuori di lei, tra guerre e rivoluzioni nelle quali si
elaborava e si accelerava la nuova civiltà. Lei giaceva beata in quel dolce ozio
idillico, che era il sospiro e la musa de' suoi poeti. Dalle guerre di Alemagna
usciva la libertà di coscienza, dalle rivoluzioni inglesi usciva la libertà
politica, dalle guerre civili di Francia usciva la potente unità francese e il
secolo d'oro, la monarchia di Carlo quinto e di Filippo secondo si andava ad
infrangere contro la piccola nazionalità olandese. L'Italia assisteva a questi
grandi avvenimenti senza comprenderli.
Davila e Bentivoglio ci pescavano
intrighi e fattarelli curiosi, la parte teatrale. E sì che tra quegli
avvenimenti ci erano pure grandi attori italiani, Caterina de' Medici,
Mazzarino, Eugenio di Savoia, Montecuccoli, il cui trattato della guerra è una
delle opere più serie scritte a quel tempo. Si combatteva non solo con la spada,
ma con la penna: le quistioni più astratte interessavano ed infiammavano le
moltitudini; dall'attrito scintillavano nuovi problemi e nuove soluzioni; era
una generale fermentazione d'idee e di cose. Ciò che fermentava nel cervello
solitario di Bruno e di Campanella, fluttuante, contraddittorio, lì era
pensiero, stimolato dalla passione, affinato dalla lotta, pronto
all'applicazione, in un gran teatro, fra tanta eco, con una chiarezza e
precisione di contorni, come fosse già cosa. Questa chiarezza è già intera in
Bacone e in Cartesio, dove il mondo moderno si scioglie da tutti gli elementi
scolastici e mistici, da tutti i preconcetti, e si afferma in forme nette e
recise. Perciò Galileo, Bacone, Cartesio sono i veri padri del mondo moderno, la
coscienza della nuova scienza. Il metodo, che Galileo applicava alle scienze
naturali, diviene nelle mani di Bacone il metodo universale e assoluto, la via
della verità in tutte le sue applicazioni: l'induzione caccia via il sillogismo,
e l'esperienza mette in fuga il soprannaturale.
Cartesio col suo «de omnibus
dubitandum» riassume il lato negativo del nuovo movimento, togliendo ogni
valore all'autorità e alla tradizione - e col suo «cogito, ergo sum» pone
la prima pietra alla costruzione dell'edificio, inizia l'affermazione. Come la
Riforma, così Cartesio pone a fondamento della coscienza il senso individuale; e
come Galileo stabilisce il mondo naturale su' fatti, così egli stabilisce il
mondo metafisico su di un fatto, «io penso». All'esperienza esterna si aggiunge
l'esperienza interna, l'analisi psicologica. L'ente, ch'era il primo filosofico,
qui è un prodotto della coscienza, un «ergo». L'evidenza innanzi a' sensi
e innanzi alla coscienza, il senso interno, è il criterio della verità.
Cartesio, che era un matematico, introduce nella filosofia la forma geometrica,
credendo che in virtù della forma entrasse nel mondo metafisico quella evidenza
ch'era nel mondo matematico. Era un'illusione, il cui benefizio fu di cacciar
via definitivamente le forme scolastiche e aprire la strada a quella forma
naturale di discorso, di cui Machiavelli avea dato esempio, ed egli medesimo nel
suo ammirabile Metodo. Queste idee non erano nuove in Italia, anzi erano
volgari a tutti gli uomini nuovi; ma, naufragate in vaste sintesi immature e
senza eco, rimanevano sterili. Qui le vedi a posto, staccate, rilevate,
formulate con chiarezza ed energia, e parvero una rivelazione. D'altra parte
Cartesio ebbe cura di non rompere con la fede, e di accentuare la natura
spirituale dell'anima e la sua distinzione dal corpo, base della dottrina
cristiana, sì che dicea parergli meno sicura l'esistenza del corpo che quella
dello spirito; oltre a ciò, con le sue idee innate lasciava aperto un varco alla
teologia e al soprannaturale. Così egli ti dava la prima filosofia nuova che
sembrasse conciliabile con la religione, in un tempo che per l'infanzia della
critica e della coscienza non era facile pesare tutte le sue conseguenze.
Perciò, come la Riforma religiosa, la sua riforma filosofica ebbe un gran
successo; perchè le riforme efficaci son quelle che prendono una forma meno
lontana dal passato e dallo stato reale degli spiriti. Aggiungi la sua
superficialità, l'estrema chiarezza, la forma accessibile, quel presentar poche
idee e nette innanzi alle moltitudini: si rivelava già lo spirito francese
volgarizzatore e popolare. La conseguenza naturale della riforma era questa, che
l'uomo rientrava in grembo della natura, diveniva una parte della storia
naturale. Posto che la filosofia ha la sua base nella coscienza, lo studio della
coscienza o de' fatti psicologici diveniva la condizione preliminare di ogni
metafisica, come lo studio della natura diveniva l'antecedente di ogni
cosmologia. Il mondo usciva dalle astrazioni degli universali ed entrava in uno
studio serio dell'uomo e della natura, nello studio del reale. Per questa via
modesta e concludente si era messo Galileo; di là uscivano i grandi progressi
delle scienze positive. Cartesio applicava alla metafisica gli stessi
procedimenti della filosofia naturale, togliendola di mezzo al soprannaturale,
al fantastico, all'ipotetico, e dandole una base sicura nell'esperienza e
nell'osservazione. Ma i fatti psicologici erano ancora troppo scarsi e
superficiali, perchè ne potesse uscire una soluzione de' problemi metafisici, e
l'Europa era ancora troppo giovane, troppo impregnata di teologia e di
metafisica, di misteri e di forze occulte, perchè potesse aver la pazienza di
studiare i dati de' problemi prima di accingersi a risolverli. Le «idee innate»
e i «vortici» di Cartesio, la «visione di Dio» di Malebranche, la «sostanza
unica» di Spinosa, l'«armonia prestabilita» di Leibnizio erano teodicee
ipotetiche e provvisorie, che appagavano il pensiero moderno abbandonato a se
stesso, e attestavano il suo vigore speculativo. Ma l'impulso era dato, e fra
quelle immaginazioni progrediva la storia naturale dell'intelletto umano, la
scienza dell'uomo. Le meditazioni di Cartesio, i maravigliosi capitoli di
Malebranche sull'immaginazione e sulle passioni, i Pensieri di Pascal,
dove l'uomo in presenza di se stesso si sente ancora un enigma, preludevano al
Saggio sull'intelletto umano di Giovanni Locke, l'erede di Bacone, di una
grandezza eguale alla sua modestia. Ivi la riforma cartesiana aveva la sua
ultima espressione, il suo punto di fermata; ivi la filosofia trovava il suo
Galileo, realizzava l'ideale del suo risorgimento, al quale fra molti ostacoli
tendevano gli uomini nuovi, acquistava la sua base positiva, fondata
sull'esperienza e sull'osservazione, sulla «cosa effettuale», come dicea
Machiavelli, e col «lume naturale», come dicea Bruno, con la scorta dell'occhio
del corpo e della mente, come dicea Galileo, e leggendo nel libro della natura,
come dicea Campanella. Cadevano insieme forme scolastiche e forme geometriche;
la filosofia usciva dal suo tempo eroico ed entrava nella sua età umana; agli
oracoli dottrinali succedevano forme popolari, e vi si affinavano le moderne
lingue. La semplicità, la chiarezza, l'ordine, la naturalezza divenivano le
qualità essenziali della forma, e n'era un primo e stupendo esempio il
Saggio di Locke. Così la filosofia nella sua linea divergente dalla
teologia giungeva sino all'opposto, dal soprannaturale e dal soprasensibile
giungeva al puro naturale ed al puro sensibile, giungeva al motto: «Niente è
nell'intelletto che non sia stato prima nel senso». E non era già un concetto
astratto e solitario, era lo spirito nuovo, penetrato in tutto lo scibile, e che
ora, come ultimo risultato, faceva la sua apparizione in filosofia. Anche la
morale si emancipava dal precetto divino o ecclesiastico, e cercava la sua base
nella natura dell'uomo, e non dell'uomo quale l'avea formato la società, ma
nell'integrità e verginità del suo essere. Comparve un dritto naturale, come era
comparsa una filosofia naturale; ed entrano in iscena Grozio, Hobbes,
Puffendorfio. A quel modo che Campanella e Sarpi con tutti i riformati
vagheggiavano la Chiesa primitiva nella purità delle sue istituzioni, e in nome
di quella attaccavano come alterazione e falsificazione l'opera posteriore de'
papi, i filosofi vagheggiavano l'uomo primitivo, nello stato di natura, e
combattevano tutte le istituzioni sociali, che non erano di accordo con quello.
Il movimento religioso diveniva anche politico e sociale; l'idea era una, che si
sentiva ora abbastanza forte per dilatare le sue conseguenze anche negli ordini
politici. Sorge uno spirito di critica e d'investigazione, che non tien conto di
nessun'autorità e tradizione, e fa valere il suo scetticismo in tutti i fatti e
i princìpi tenuti fino a quel punto indiscutibili, come un assioma. Bayle è là,
con la sua ironia, col suo dubbio universale. Come Locke realizzava il
«cogito», egli realizzava il «de omnibus dubitandum». E chi
paragoni il suo Dizionario con le Raccolte italiane, può vedere
dov'era la vita e dov'era la morte. Che faceva l'Italia innanzi a quel colossale
movimento di cose e d'idee? L'Italia creava l'Arcadia. Era il vero prodotto
della sua esistenza individuale e morale. I suoi poeti rappresentavano l'età
dell'oro, e in quella nullità della vita presente fabbricavano temi astratti e
insipidi amori tra pastori e pastorelle. I suoi scienziati, lasciando correre il
mondo per la sua china, si occupavano del mondo antico e scrutavano in tutti i
versi le reliquie di Roma e di Atene; e poichè le idee erano date e non
discutibili, si occupavano de' fatti, e non potendo essere autori, erano
interpreti, comentatori ed eruditi. Letteratura e scienza erano Arcadia, centro
Cristina di Svezia, povera donna, che non comprendendo i grandi avvenimenti, de'
quali erano stati tanta parte i suoi Gustavo e Carlo, si era rifuggita a Roma
co' suoi tesori, e si sentiva tanto felice tra quegli arcadi, ch'ella
proteggeva, e che con dolce ricambio chiamavano lei «immortale e divina». Felice
Cristina! E felice Italia!
L'inferiorità intellettuale degli
italiani era già un fatto noto nella dotta Europa, e ne attribuivano la cagione
al mal governo papale.
Gli stessi italiani aveano oramai coscienza
della loro decadenza, e non avvezzi più a pensare col capo proprio, attendevano
con avidità le idee oltramontane, e mendicavano elogi da' forestieri.
Giovanni
Leclerc scriveva anno per anno la sua Biblioteca, una specie d'inventario
ragionato delle opere nuove. E come si tenea fortunato quell'italiano, che potea
averci là dentro un posticino!
La lingua francese era divenuta quasi comune, e
prendeva il posto della latina.
Un movimento d'importazione c'era, lento, e
impedito da molti ostacoli, e vivamente combattuto nelle accademie e nelle
scuole, dove regnava Suarez e Alvarez, tra interpreti e comentatori. La
Fisica di Cartesio penetrò in Napoli settanta anni dopo la sua morte, e
quando già era dimenticata in Francia, e non si aveva ancora notizia del suo
Metodo e delle sue Meditazioni. Grozio girava per le mani di
pochi. Di Spinosa e di Hobbes il solo nome faceva orrore. Di Giovanni Locke
appena qualche sentore. Un movimento si annunziava negli spiriti, quel non so
che di vago, quel bisogno di cose nuove che testimonia il ritorno della vita.
Pareva che il cervello, dopo lungo sonno, si svegliasse. I renatisti penetravano
nelle scuole co' loro «metodi strepitosi», come li chiamava Vico, promettitori
di scienza facile e sicura. Definizioni, assiomi, problemi, teoremi, scolii,
postulati cacciavano di sede sillogismi, entimemi e soriti.
Il «quod erat
demonstrandum» succedeva all'«ergo». Chiamavano «pedanti» i
peripatetici, e questi chiamavano loro «ciarlatani». Sempre così. Il vecchio è
detto «pedanteria», ed il nuovo «ciarlataneria».
E qualche cosa di vero c'è.
Perchè il vecchio nella sua decrepitezza e stagnazione ha del pedante, e il
nuovo nella sua giovanile esagerazione ha del ciarlatano. Ciascuno ha il suo
lato debole, che non può nascondere all'occhio acuto e appassionato
dell'avversario.
La riforma cartesiana in Italia non produsse alcun serio
progresso scientifico, com'è d'ogni scienza importata e non uscita da una lenta
elaborazione dello spirito nazionale. Fu utile come mezzo di diffusione delle
idee nuove. Le quali, cacciate d'Italia co' roghi, con gli esili, con le torture
e coi pugnali, vi rientrarono sotto la protezione delle idee cristiane. La
riforma era detta il «platonismo cartesiano», ed aveva aria di ribenedire la
religione in nome della filosofia. L'Inquisizione, in quel movimento rapidissimo
d'idee, preoccupata di Spinosa, aperto nemico, lasciava passare il nuovo
Platone, che almeno non toccava i dogmi. I peripatetici invocarono
l'Inquisizione contro i novatori, e i novatori rispondevano proclamando
Aristotile nemico della religione.
Così il movimento ricominciava in Italia, col
permesso o almeno la tolleranza di Roma. Ed era movimento arcadico, confinato
nelle astrattezze e rispettoso verso tutte le istituzioni. Il movimento rimaneva
superficiale; ma si diffondeva, guadagnava gli animi alle novità, sopraffaceva i
peripatetici, s'infiltrava nella nuova generazione, la metteva in comunione
coll'Europa, preparava la trasformazione dello spirito nazionale.
Il serio movimento scientifico usciva di là, dove s'era
arrestato, dal seno stesso dell'erudizione. Lo studio del passato era come una
ginnastica intellettuale, dove lo spirito ripigliava le sue forze. Alle raccolte
successero le illustrazioni. E vi si sviluppò uno spirito d'investigazione, di
osservazione, di comparazione, dal quale usciva naturalmente il dubbio e la
discussione.
Lo spirito nuovo inseguiva gli eruditi tra quegli antichi
monumenti. Già non erano più semplici eruditi, erano critici. In Europa la
critica usciva dal libero esame e dalla ribellione: era roba eretica.
In Italia
era parte di Arcadia, un esercizio intellettuale sul passato, e li lasciavano
fare. Il critico di Europa era Bayle; il critico d'Italia era Muratori. Le sue
vaste e diligenti raccolte, Rerum italicarum scriptores, Antiquitates medii
aevi, Annali d'Italia, Novus thesaurus inscriptionum, la Verona
illustrata e la Storia diplomatica di Scipione Maffei, le
Illustrazioni del Fabretti segnano già questo periodo, dove la scienza è
ancora erudizione, e nella erudizione si sviluppa la critica.
Non è ancora
filosofia, ma è già buon senso, fortificato dalla diligenza della ricerca, e
dalla pazienza dell'osservazione.
Muratori è assai vicino a Galileo per il suo
spirito positivo e modesto, e pel giusto criterio. E anche egli osò. Osò
combattere il potere temporale, osò porre in guardia gl'italiani contro gli
errori e le illusioni della fantasia. Se non gliene venne condanna, fu
tolleranza intelligente di Benedetto decimoquarto, il quale disse che «le opere
degli uomini grandi non si proibiscono», e che la quistione del potere temporale
«era materia non dogmatica nè di disciplina».
Anche il Maffei parve incredulo al Tartarotti, perchè negava la
magia, e parve eretico al padre Concina, perchè scrivea De' teatri antichi e
moderni; ma quel buon papa decretò «non doversi abolire i teatri, bensì
cercare che le rappresentazioni siano al più possibile oneste e probe». L'Italia
papale era più papista del papa.
Un arcade era pure Gian Vincenzo Gravina, tutto Grecia e Roma,
tutto papato e impero, fra testi e comenti, con le spalle vòlte all'Europa.
Dommatico e assoluto, sentenzia e poco discute, in istile monotono e plumbeo. È
ancora il pedante italiano, sepolto sotto il peso della sua dottrina, senza
ispirazione, nè originalità, e così vuoto di sentimento, come d'immaginazione.
Pure già senti che siamo verso la fine del secolo. Già non hai più innanzi
l'erudito che raccoglie e discute testi, ma il critico che si vale della storia
e della filosofia per illustrare la giurisprudenza, e si alza ad un concetto del
dritto, e ne cerca il principio generatore. Anche la sua Ragion poetica,
se non mostra gusto e sentimento dell'arte, colpa non sua, esce da' limiti
empirici della pura erudizione, e ti dà riflessioni d'un carattere generale.
Ecco un altro uomo d'ingegno, Francesco Bianchini, veronese. A
che pensa costui? Pensa agli assiri, a' medi e a' troiani. Non raccoglie, ma
pensa, cioè a dire scruta, paragona, giudica, congettura, arzigogola e
costruisce. I monumenti non rimangono più lettera morta: parlano, illustrano la
cronologia e la storia. Per mezzo di essi si stabiliscono le date, le epoche, i
costumi, i pensieri, i simboli, si rifà il mondo preistorico. In questa geologia
della storia i fatti e gli uomini vacillano, si assottigliano, diventano favole,
e le favole diventano idee. Comparve la sua Storia nel 1697, Vico aveva
ventinove anni.
L'erudizione generava dunque la critica. In Italia si svegliava
il senso storico e il senso filosofico. E si svegliava non sul vivo, ma sul
morto, nello studio del passato. Questo era il carattere del suo progresso
scientifico. Quelli che si occupavano del presente a loro rischio, erano
cervelli spostati. E tra questi cervelli balzani c'era il milanese Gregorio
Leti, che pose in luce la cronaca scandalosa dell'età in uno stile che vuol
essere europeo e non è italiano, e Ferrante Pallavicino nel suo Corriere
svaligiato, una specie di satira-omnibus, dove ce n'è per tutti. In quel
vacuo dell'esistenza sciupavano l'ingegno in argomenti grotteschi, e in forme
che parevano ingegnose ed erano freddure, un seicentismo arcadico. Il canonico
Garzoni scrivea il Teatro de' cervelli mondani, L'Ospedale de' pazzi
incurabili, la Sinagoga degl'ignoranti, il Serraglio degli stupori
del mondo. Sono discorsi accademici, infarciti d'erudizione indigesta, più
curiosa che soda. I quali erano la vera piaga d'Italia, e attestavano una
coltura verbosa e pedantesca senz'alcuna serietà di scopo e di mezzi. Il più
noto di questi dotti, e ce n'erano moltissimi, è Anton Maria Salvini, cervello
ingombro, cuore fiacco e immaginazione povera, vita vuota. E volle tradurre
Omero.
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Fra tanta erudizione cresceva Vico.
Studiò la filosofia in Suarez, la grammatica in Alvarez, il dritto in Vulteio.
Pedagogo in casa della Rocca in Vatolla, un paesello nel Cilento, si chiuse per
nove anni nella biblioteca del convento, e vi si formò come Campanella.
Quando,
compiuto il suo ufficio, tornò in Napoli, era già un uomo dotto, come poteva
essere un italiano, e ce n'erano parecchi anche tra' gesuiti.
Era il tempo del
Muratori, del Fontanini, dell'abate Conti, del Maffei, del Salvini.
«Dottissimo,
eruditissimo» era Lionardo da Capua, e Tommaso Cornelio «latinissimo».
Così li
qualifica Vico.
Il quale conosceva a fondo il mondo greco e latino, Aristotile e
Platone con tutta la serie degl'interpreti fino a quel tempo.
Ammirava nel
Cinquecento quello stesso mondo redivivo ne' Ficini, ne' Pico, ne' Mattei
Acquaviva, ne' Patrizi, ne' Piccolomini, ne' Mazzoni.
Di letteratura, di archeologia, di giurisprudenza peritissimo.
Il medio evo gli era giunto con la
scolastica e con Aristotile, il Cinquecento con Platone e Cicerone.
De' fatti
europei sapeva quanto era possibile in Italia.
Era un dotto del Rinnovamento,
che scoteva da sè la polvere del medio evo
e cercava la vita e la verità nel
mondo antico.
Il suo sapere era erudizione, la forma del suo pensiero era
latina, e il suo contenuto ordinario era il dritto romano.
Avvocato senza
clienti, fece il letterato e il maestro di scuola.
Passati erano i bei tempi di
Pietro Aretino.
La letteratura senza l'insegnamento era povera e nuda, come la
filosofia.
Andava per le case insegnando, facea canzoni, dissertazioni,
orazioni, vite, a occasione o a richiesta.
Lo conobbe don Giuseppe Lucina,
«uomo
di una immensa erudizione greca, latina e toscana in tutte le spezie del sapere
umano e divino», e lo fe' conoscere a don Niccolò Caravita, un avvocato primario
e «gran favoreggiatore de' letterati».
Vico, parte merito, parte protezione, fu
professore di rettorica all'università.
Vita semplice e ordinaria, dal 1668 al
1744.
Vita accademica, tranquilla, di erudito italiano, formatosi nelle
biblioteche e fuori del mondo, rimasto abbarbicato al suolo della patria.
Il
movimento europeo gli giunse a traverso la sua biblioteca, e gli giunse nella
forma più antipatica a' suoi studi e al suo genio.
Gli venne addosso la fisica
di Gassendi, e poi la fisica di Boyle, e poi la fisica di Cartesio. - La gran
novità - pensava il nostro erudito.
Ma l'hanno già detto, questo, Epicuro e
Lucrezio.
E per capire Gassendi si pose a
studiare Lucrezio.
Ma la novità
piacque.
Fisica, fisica vuol essere, - diceva la nuova generazione - macchine.
Non più logica scolastica, ma Euclide.
Sperimenti, matematiche; la metafisica bisogna lasciarla ai frati.
Che diveniva Vico con la sua erudizione e col suo
dritto romano?
Reagì, e cercò la fisica non con le macchine e con gli
sperimenti, ma ne' suoi studi di erudito.
Le scienze positive entravano appena
nel gran quadro della sua cultura, e di matematiche sapeva non oltre di Euclide,
stimando «alle menti già dalla metafisica fatte universali non... agevole quello
studio proprio degli ingegni minuti».
Cercò dunque la fisica fuori delle
matematiche e fuori delle scienze sperimentali, la cercò fra i tesori della sua
erudizione, e la trovò nei «numeri» di Pitagora, ne' «punti» di Zenone, nelle
«idee divine» di Platone, nell'antichissima sapienza italica.
L'Europa aveva
Newton e Leibnizio; e a Napoli si stampava De antiquissima italorum
sapientia.
Erano due colture, due mondi scientifici che si urtavano.
Da una
parte era il pensiero creatore, che faceva la storia moderna, dall'altra il
pensiero critico che meditava sulla storia passata.
Chiuso nella sua erudizione,
segregato nella sua biblioteca dal mondo de' vivi, quando Vico tornò in Napoli,
trovò nuova cagione di maraviglia.
L'aveva lasciata tutto fisica; la trovava
tutto metafisica.
Le Meditazioni e il Metodo di Cartesio avevano
prodotto la nuova mania.
Vico sentì disgusto per una città che cangiava opinione
da un dì all'altro «come moda di vesti».
E vi si sentì straniero, e vi stette
per alcun tempo straniero e sconosciuto.
Vedeva il movimento attraverso i suoi
studi e i suoi preconcetti.
Quelle fisiche atomistiche gli pareva non poter condurre che
all'ateismo e alla morale del piacere, e le accusava di falsa posizione, perchè
l'atomo, il loro principio, era corpo già formato, perciò era principiato e non
il principio, e andava cercando il principio al di là dell'atomo, ne' numeri e
ne' punti.
Soffiava in lui lo stesso spirito di Bruno e di Campanella.
Si
sentiva concittadino di Pitagora e discepolo dell'antica sapienza italica.
Quanto al metodo geometrico, rifiutava di ammetterlo come una panacea
universale.
Era buono in certi casi, e si potea usarlo senza quel lusso di forme esteriori, dove vedea ambizione, pretensione e ciarlataneria.
Il
«cogito»gli pareva così poco serio, come l'atomo.
Era anch'esso
principiato e non principio; dava fenomeni, non dava la scienza.
Giudicava
Cartesio uomo ambiziosissimo ed anche un po' impostore, e quel suo «metodo»,
dove, annullando la scienza con la bacchetta magica del suo «cogito», la
fa ricomparire a un tratto, gli pareva un artificio rettorico.
Quel suo de
omnibus dubitandum lo scandalizzava.
Quella tavola rasa di tutto il passato,
quel disprezzo di ogni tradizione, di ogni autorità, di ogni erudizione, lo
feriva nei suoi studi, nella sua credenza e nella sua vita intellettuale, e si
difendeva con vigore, come si difende dal masnadiero la roba e la vita.
La
diffusione della coltura, la moltiplicità dei libri, quei metodi strepitosi
abbreviativi, quella superficialità di studi con tanta audacia di giudizi,
fenomeni naturali di ogni transizione, quando un mondo se ne va e un altro
viene, movevano la sua collera.
Avvezzo ai severi e profondi studi, a pensare
co' sapienti ed a scrivere pei sapienti, gli spiacea quella tendenza a
vulgarizzare la scienza, quella rapida propagazione d'idee superficiali e
cattive. E se la pigliava con la stampa. Si gloriava di non appartenere a
nessuna setta. E lì era il suo punto debole. Posto tra due secoli, in quel
conflitto di due mondi che si davano le ultime battaglie, non era nè con gli
uni, nè con gli altri, e le cantava a tutti e due. Era troppo innanzi pe'
peripatetici, pe' gesuiti e per gli eruditi; era troppo indietro per gli altri.
Questi trovavano ridicoli i suoi «punti metafisici»; quelli trovavano avventate
le sue etimologie e sospetta la sua erudizione. Era da solo un terzo partito,
come si direbbe oggi, la ragione serena e superiore, che nota le lacune, le
contraddizioni e le esagerazioni, ma ragione ancora disarmata, solitaria, senza
seguaci, fuori degl'interessi e delle passioni, perciò in quel fervore della
lotta appena avvertita e di nessuna efficacia. Se dietro al critico ci fosse
stato l'uomo, un po' di quello spirito propagatore e apostolico di Bruno e
Campanella, sarebbe stato vittima degli uni e degli altri. Ma era un filosofo
inoffensivo, tutto cattedra, casa e studio, e guerreggiava contro i libri,
rispettosissimo verso gli uomini. Oltrechè le sue ubbie rimanevano nelle
altissime regioni della filosofia e della erudizione, dove pochi potevano
seguirlo, e fu lasciato vivere fra le nubi, stimato per la sua dottrina,
venerato per la sua pietà e bontà. Conscio e scontento della sua solitudine, vi
si ostinò, benedicendo «non aver lui avuto maestro nelle cui parole avesse
giurato», e ringraziando «quelle selve, fra le quali dal suo buon genio guidato,
aveva fatto il maggior corso de' suoi studi». Il latino veniva in fastidio, ed
egli pose da canto greco e toscano, e fu tutto latino. Veniva in moda il
francese: e' non volle apprendere il francese.
La letteratura tendeva al nuovo,
ed egli accusava questa letteratura
«non... animata dalla sapienza greca..., o
invigorita dalla grandezza romana».
Nella medicina era con Galeno contro i
moderni, divenuti scettici «per le spesse mutazioni de' sistemi di fisica». Nel
dritto biasimava gli eruditi moderni, e se ne stava con gli antichi interpreti.
Vantavano l'evidenza delle matematiche; ed egli se ne stava tra' misteri della
metafisica. Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la
tradizione, la voce del genere umano.
Gli uomini popolari, i progressisti di
quel tempo, erano Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano con
le idee nuove, con lo spirito del secolo.
Lui era un retrivo, con tanto di coda,
come si direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano
per la prima volta, l'una maestra, l'altra ancella.
Vico resisteva. Era vanità
di pedante? era fierezza di grande uomo? Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a
Pascal, i cui Pensieri erano «lumi sparsi», a Grozio, a Puffendorfio, a
Locke, il cui Saggio era la «metafisica del senso».
Resisteva, ma li
studiava più che non facessero i novatori. Resisteva come chi sente la sua forza
e non si lascia sopraffare. Accettava i problemi, combattea le soluzioni, e le
cercava per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. Era la resistenza
della coltura italiana, che non si lasciava assorbire, e stava chiusa nel suo
passato, ma resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo
moderno. Era il retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si
trova da ultimo in prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa
era la resistenza di Vico. Era un moderno, e si sentiva e si credeva antico, e
resistendo allo spirito nuovo, riceveva quello entro di sè.
Bacone gli aveva fatta una grande impressione. Era il suo uomo,
dopo Platone e Tacito. Quel suo libro, De augumentis scientiarum, gli
faceva dire:
Roma e Grecia non hanno avuto un Bacone. - Trovava in lui
congiunto il senso ideale di Platone, il senso pratico di Tacito, la «sapienza
riposta» dell'uno, la sapienza volgare dell'altro. E poi, gli apriva nuovi
orizzonti. Avea studiato tanto, e la sua scienza non era più un libro chiuso, ci
era tanto da aggiungere, tanto da riformare. Voleva egli pure conferire del suo
«nella somma che costituisce l'universal repubblica delle lettere». Non è più un
erudito immobilizzato nel passato, è un riformatore, un investigante. Critica,
dubita, esamina, approfondisce. Sente il morso dello spirito nuovo. Ne' suoi
studi dell'antica sapienza italica, vedi già il disdegno delle «etimologie
grammaticali», il dispregio dell'erudizione volgare, l'uomo che tenta nuove vie,
intravvede nuovi orizzonti, cerca tra i particolari le alte generalità.
Più tardi gli capitò Grozio. E divenne il suo «quarto autore».
Grozio gli completa Bacone. Costui vide «tutto il saper umano e divino doversi
supplire in ciò che non ha, ed emendare in ciò che ha; ma intorno alle leggi...,
non s'innalzò troppo all'universo delle città ed alla scorsa di tutt'i tempi, nè
alla distesa di tutte le nazioni». Grozio gli dà un dritto universale, in cui «è
sistemata tutta la filosofia e teologia». Il comentatore del dritto romano si
sente alzare a filosofo.
Cerca una filosofia del dritto con Grozio, e si fa il
suo annotatore: poi riflette che è un eretico, e lascia stare.
La materia della sua coltura è sempre quella, dritto romano,
storia romana, antichità. La sua fisica è pitagorica, la sua metafisica è
platonica, conciliata con la sua fede.
Base della sua filosofia e l'ente, l'uno,
Dio. Tutto viene da Dio, tutto torna a Dio, l'«unum simplicissimum» di
Ficino.
L'uomo e la natura sono le sue ombre, i suoi fenomeni. La scienza è
conoscere Dio, «perdere se stesso» in Dio.
E vien su il Dio di Campanella,
l'eterno lume, il senno eterno, con le sue primalità, «nosse, velle,
posse». Fin qui Vico è un luogo comune.
La sua erudizione e la sua filosofia
camminano in linea parallela, e non s'incontrano. Manca l'attrito. Ci è
l'ascetico, il teologo, il platonico, l'erudito, ci è l'italiano di quel tempo
nello stato ordinario delle sue credenze e della sua cultura.
Dentro a questa cultura e contro a queste credenze venne ad
urtare Cartesio. - La cultura non ha valore; del passato bisogna far tavola.
Datemi materia e moto, ed io farò il mondo. Il vero te lo dà la coscienza ed il
senso. - Cosa diveniva l'erudizione di Vico, la fisica di Vico, la metafisica di
Vico? Cosa divenivano le «idee divine» di Platone? E il «simplicissimum»
di Ficino cosa diveniva?
E il dritto romano, la storia, la tradizione, la
filologia, la poesia, la rettorica, non era più buona a nulla?
Nella violenta
contraddizione Vico sviluppò le sue forze. Uscì del vago e del comune, trovò un
terreno, un problema, un avversario. La sua erudizione si spiritualizzava. La
sua filosofia si concretava. E si compivano l'una nell'altra.
Già non si perde negli accessori;
vede e investe subito la dottrina avversaria nella sua base. Vuole atterrare
Cartesio, e con lo stesso colpo atterra tutta la nuova scienza, e non andando
indietro, ma andando più avanti. La sua confutazione di Cartesio è completa, è
l'ultima parola della critica. Ma la sua critica non è solo negativa: è
creatrice; la negazione si risolve in un'affermazione più vasta, che tirasi
appresso, come frammenti di verità, le nuove dottrine, e le alloga, le mette a
posto. La nuova scienza, la scienza degli uomini nuovi, trova nella Scienza
nuova il suo limite, e perciò la sua verità.
La nuova scienza, uscita da lotta religiosa e politica, è in
uno stato di guerra contro il passato, e lo combatte sotto tutte le sue forme.
La tradizione, l'autorità, la fede è il suo nemico, e cerca riparo nella forza e
nell'indipendenza della ragione individuale; gli «universali», gli «enti», le
«quiddità» lo infastidiscono della metafisica, e cerca la sua base nella
psicologia, nella coscienza; il soprannaturale, il sopramondano offende il suo
intelletto adulto, e vi oppone lo studio diretto della natura, la fisica nel suo
senso più generale, le scienze positive; al gergo scolastico cerca un antidoto
nella precisione delle matematiche, nel metodo geometrico; ai misteri, alle
cabale, alle scienze occulte, alle astrazioni oppone l'esperienza rischiarata
dall'osservazione, la percezione chiara e distinta, l'evidenza della coscienza e
del senso; alla società in quello stato di corruzione oppone l'uomo integro e
primitivo, la natura dell'uomo, dalla quale cava i princìpi della morale e del
dritto. Questo è lo spirito della nuova scienza: naturalismo e umanismo, fisica
e psicologia. Cartesio in maschera di Platone porta la bandiera.
Ma non inganna Vico, che gli strappa la maschera. - Tu non sei
che un epicureo. La tua fisica è atomistica, la tua metafisica è sensista, il
tuo trattato Delle passioni par fatto più per i medici che per i
filosofi; segui la morale del piacere. - Combattendo Cartesio, la quistione gli
si allarga, attinge nella sua essenza tutto il nuovo movimento. Anch'esso è
un'astrazione. È un'ideologia empirica, idea vuota, e vuoto fatto. L'importante
non è di dire «io penso» (la grande novità!), ma è di spiegare come il pensiero
si fa.
L'importante non è di osservare il fatto, ma di esaminare come il fatto
si fa.
Il vero non è nella sua immobilità, ma nel suo divenire, nel suo «farsi».
L'idea è vera, colta nel suo farsi.
Il pensiero è moto che va da un termine
all'altro, è idea che si fa, si realizza come natura, e ritorna idea, si
ripensa, si riconosce nel fatto.
Perciò «verum et factum», vero e fatto
sono convertibili, nel fatto vive il vero, il fatto è pensiero, è scienza.
La
storia è una scienza, e come ci è una logica per il moto delle idee, ci è anche
una logica per il moto de' fatti, una «storia ideale eterna, sulla quale corrono
le storie di tutte le nazioni».
Ecco ribenedetta tradizione, autorità e fede; ecco filologia,
storia, poesia, mitologia, tutta l'erudizione rientrata in grembo della scienza.
La storia è fatta dall'uomo, come le matematiche, e perciò è scienza non meno di
quelle. È il pensiero che fa quello che pensa, è la «metafisica della mente
umana», la sua «costanza», il suo processo di formazione secondo le leggi fisse
del pensiero umano. Perciò la sua base non è nella coscienza individuale, ma
nella coscienza del genere umano, nella ragione universale. I nuovi filosofi
vogliono rifare il mondo coi loro princìpi assoluti, co' loro dritti universali.
Ma non sono i filosofi che fanno la storia, e il mondo non si rifà con le
astrazioni. Per rifare la società non basta condannarla: bisogna studiarla e
comprenderla. E questo fa la «Scienza nuova».
A Vico non basta porre le basi; mette mano alla costruzione. Se
la storia ha la sua costanza scientifica, se è fatta dal pensiero, com'e fatta?
Qual è il suo processo di formazione? Che la storia sia una scienza, non era
cosa nuova nella filosofia italiana. Alla storia formata dall'arbitrio divino e
dal caso Machiavelli avea già contrapposta la «forza delle cose», lo spirito
della storia eterno e immutabile. L'«intelletto universale» di Bruno, la
«ragione che governa il mondo» di Campanella rientrano nella stessa idea.
Platone con le sue «idee divine» porgeva già il filo a Vico. L'importante era di
eseguire il problema, il cui dato era già posto, era il trovar le leggi di
questo spirito della storia, era il «probare per causas», il generare la
storia come l'uomo genera le matematiche, il fare la storia della storia, ciò
che era fare una scienza nuova. Di questa storia ideale egli «ritrova le guise
dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana», cerca la base nella
natura dell'uomo, doppio com'è, spirito e corpo. È una psicologia applicata alla
storia. Stabilisce alcuni canoni psicologici, ch'egli chiama «degnità», o
«princìpi». Il concetto è questo: che l'uomo, come essere naturale, opera per
istinti, sotto la pressura dei suoi bisogni, interessi e passioni; ma ivi
appunto si sviluppa come essere pensante, come Mente, sì che nelle sue opere più
grossolane e corpulente ce n'è come un'immagine velata, il sentore. La quale
immagine si fa più chiara, secondo che «la mente più si spiega», insino a che il
pensiero si manifesta nella sua propria forma, opera come riflessione o
filosofia. Questo, che è il corso naturale della vita individuale, è anche il
corso naturale e la storia di tutte le nazioni, quando non ci sia interruzione o
deviazione per violenza di casi estrinseca, come fu per Numanzia oppressa nel
suo fiorire da' romani. Perciò nelle nazioni ci è tre età, la divina, l'eroica e
la umana. Precede lo stato selvaggio o di mera barbarie, dove l'uomo è servo del
corpo, e come una «fiera vagante nella gran selva della terra». La libertà è il
«tenere in freno i moti della concupiscenza, che viene dal corpo, e dar loro
altra direzione, che viene dalla mente ed è propria dell'uomo». Secondo che la
mente si spiega, o si fa più intelligente, si sviluppa la libertà, prevale la
ragione o l'«umanità».
La prima età ragionevole o socievole, l'età divina, sorse
co' matrimoni e l'agricoltura, quando, «a' primi fulmini dopo l'universal
diluvio», gli uomini «si umiliarono ad una forza superiore che immaginarono
essere Giove, e tutte le umane utilità e tutti gli aiuti porti nelle loro
necessità immaginarono essere dei». Allora, rinunziando alla vaga venere, ebbero
certe mogli, certi figli e certe dimore, sorsero le famiglie governate da' padri
con «famigliari imperii ciclopici». In questi regni famigliari, divenuti sicuro
asilo contro i selvaggi o vaganti, riparavano i deboli e gli oppressi, che
furono ricevuti in protezione, come clienti o famoli. Così si ampliarono i regni
famigliari, e si spiegarono le «repubbliche erculee» sopra ordini naturalmente
migliori per virtù eroiche, la pietà verso gl'iddii, la prudenza, o il
consigliarsi co' divini auspìci, la temperanza, onde i concubiti umani e pudichi
co' divini auspìci, la fortezza, uccider fiere, domar terreni, la magnanimità,
il soccorrere a' deboli e a' pericolanti. In questi primi ordini naturali
comincia la libertà, e il primo spiegarsi della mente. Nacque la corruzione. I
padri, lasciati grandi per la religione e virtù de' loro maggiori e per le
fatiche de' clienti, tralignarono, uscirono dall'ordine naturale, che è quello
della giustizia, abusarono delle leggi di protezione e di tutela,
tiranneggiarono: indi la ribellione de' clienti. Allora padri delle famiglie si
unirono con le loro attinenze in ordini contro di quelli, e per pacificarli, con
la prima legge agraria concessero il «dominio bonitario», ritenendosi essi il
«dominio ottimo», o «sovrano famigliare»: onde nacquero le prime città sopra
«ordini regnanti di nobili», e l'«ordine civile». Finirono i regni divini:
cominciarono gli eroici. La religione fu custodita negli ordini eroici, e perciò
gli auspìci e i matrimoni, e per essa religione furono de' soli eroi tutt'i
diritti e tutte le ragioni civili. Ma «spiegandosi le umane menti», i plebei
intesero essere di egual natura umana co' nobili, e vollero entrare anch'essi
negli ordini civili delle città, essere sovrani nelle città. Finisce l'età
eroica, comincia l'età umana, l'età della eguaglianza, la «repubblica popolare»,
dove comandano gli ottimi non per nascita, ma per virtù. In questo stato della
mente agli uomini non è più necessario fare le azioni virtuose per «sensi di
religione», perchè la filosofia fa intendere le «virtù nella loro idea»; in
forza della quale riflessione, quando anche gli uomini non abbiano virtù, almeno
si vergognano de' vizi. Nasce la filosofia e l'eloquenza, insino a che l'una è
corrotta dagli scettici, l'altra da' sofisti. Allora, corrompendosi gli stati
popolari, viene l'anarchia, il totale disordine, la peggiore delle tirannidi,
che è la sfrenata libertà de' popoli liberi. I quali o cadono in servitù di un
monarca, che rechi in sua mano tutti gli ordini e tutte le leggi con la forza
delle armi; o diventano schiavi per «diritto natural delle genti», conquistati
con armi da nazioni migliori, essendo giusto che chi non sa governarsi da sè si
lasci governare da altri che il possa, e che nel mondo governino sempre i
migliori; o, abbandonati a sè, in quella folla di corpi vivendo in una
solitudine d'animi e di voleri, seguendo ognuno il suo piacere e capriccio, con
disperate guerre civili vanno a fare selve delle città, e delle selve covili
d'uomini, e in lunghi secoli di barbarie vanno ad «irrugginire le malnate
sottigliezze degl'ingegni maliziosi».
Con questa «barbarie della riflessione» si
ritorna allo stato selvaggio, alla «barbarie del senso», e ricomincia con lo
stess'ordine una nuova storia, si rifà lo stesso corso.
Questa è la «storia ideale eterna», la logica della storia,
applicabile a tutte le storie particolari. È in fondo la storia della mente nel
suo spiegarsi, come dice Vico, dallo stato di senso, in cui è come dispersa,
sino allo stato di riflessione, in cui si riconosce e si afferma. L'operazione
con la quale l'intelletto giunge alla verità è la stessa operazione con la quale
l'intelletto fa la storia. Locke aveva il suo complemento in Vico. La teoria
della conoscenza aveva il suo riscontro nella teoria della storia. Era una nuova
applicazione della psicologia. Gli uomini operano secondo i loro impulsi e fini
particolari; ma «i risultati sono superiori a' loro fini», sono risultati
mentali, il successivo progredire della mente nel suo spiegarsi. Perciò le
passioni, gl'interessi, gli accidenti, i fini particolari sono non la storia, ma
le occasioni, e gl'istrumenti della storia; perciò una scienza della storia è
possibile. Machiavelli e Hobbes ti dànno la storia occasionale, non la storia
finale e sostanziale. La loro storia è vera, ma non è intera, è frammento di
verità. La verità è nella totalità, nel vedere «cuncta ea, quae in re insunt,
ad rem sunt affecta», l'idea nella pienezza del suo contenuto e delle sue
attinenze. Machiavelli è non meno di Vico un profondo osservatore de' fatti
psicologici, è un ritrattista, ma non è un metafisico. La psicologia di Vico
entra già nelle regioni della metafisica, ti dà le prime linee della nuova
metafisica, fondata non sull'immobilità dell'ente guardato nei suoi attributi,
ma sul suo moto o divenire; perciò non descrizione o dimostrazione, come te la
dava Aristotile e Platone, ma vero dramma, la storia dello spirito nel mondo. In
questo dramma tutto ha la sua spiegazione, tutto è allogato, la guerra, la
conquista, la rivoluzione, la tirannide, l'errore, la passione, il male, il
dolore, fatti necessari e strumenti del progresso. Ciascuna età storica ha la
sua guisa di nascere e di vivere, la sua natura, onde procede la forza delle
cose, la sapienza volgare del genere umano, il senso comune delle genti, la
forza collettiva. Non è l'individuo, è questa forza collettiva, che fa la
storia; e spesso i più celebrati individui non sono che simboli e immagini,
«caratteri poetici» di quella forza, come Zoroastro, Ercole, Omero, Solone.
Cerchi un individuo, e trovi un popolo; cerchi un fatto, e trovi un'idea. Fabbro
della storia è «l'umano arbitrio regolato con la sapienza volgare».
Rimaneva a dare la dimostrazione di
questa storia ideale: dimostrare cioè che tutte le storie particolari sono,
secondo quella, regolate da uno stesso corso d'idee, ubbidienti a un solo tipo.
La prova poteva cercarla a priori nella logica stessa dello spirito nel
suo spiegarsi. Lo spirito si estrinseca in conformità della sua natura, in che è
la sua logica, la legge del suo divenire, e quel divenire è appunto la storia.
Ma Vico, appena adombrate le prime linee della nuova metafisica, si arresta
sulla soglia, e ritorna erudito, e cerca la prova a posteriori,
consultando tutte le storie, e cercando in tutte il suo corso, il suo sistema, e
non solo nelle grandi linee, ma ne' più minuti accidenti. Impresa titanica di
erudizione e critica italiana. E s'immerge tra' «rottami dell'antichità», e
raccoglie i minimi frammenti, e li anima: «intus legit», li fa corpi
interi, ricostituisce la storia reale a immagine della sua storia ideale. È il
mondo guardato da un nuovo orizzonte, ricreato dalla critica e dalla filosofia,
e con la sua originalità scolpita in quella potente forma, lapidaria e
metaforica, come una legge delle dodici tavole. Cerca tra quei rottami la prova
della «scienza nuova», e scopre per via nuove scienze. Lingua, mitologia,
poesia, giurisprudenza, religioni, culti, arti, costumi, industrie, commercio,
non sono fatti arbitrari, sono fatti dello spirito, le scienze della sua
Scienza. Cronologia, geografia, fisica, cosmografia, astronomia, tutto si
rinnova sotto questa nuova critica. Ad ogni passo senti il grido trionfale del
gran creatore: - Ecco una nuova scoperta! -
Alla metafisica della mente umana,
filosofia dell'umanità o delle idee umane, onde scaturisce una giurisprudenza,
una morale e una politica del genere umano, corrisponde la logica, «fas
gentium», una scienza dell'espressione di esse idee, la filologia.
Ecco
dunque una scienza delle lingue e de' miti e delle forme poetiche, una lingua
del genere umano, una teoria dell'espressione ne' miti, ne' versi, nel canto,
nelle arti.
E come teoria e scienza non è che «natura delle cose», e la natura
delle cose è nelle «guise di lor nascimenti»; l'uomo ardito, sgombro lo spirito
d'ogni idea anticipata e fidato al solo suo intendere; si addentra nelle origini
dell'umanità, guaste dalla doppia «boria» «delle nazioni e de' dotti», e tu
assisti alla prima formazione delle società, de' governi, delle leggi, de'
costumi, delle lingue, vedi nascere la storia di entro la mente umana, e
svilupparsi logicamente da' suoi elementi o princìpi, «religione, nozze,
sepolture», svilupparsi sotto tutte le forme, come governo, come legge, come
costume, come religione, come arte, come scienza, come fatto, come parola. La
sua grande erudizione gli porge infiniti materiali, che interpreta, spiega,
alloga, dispone, secondo i bisogni della sua costruzione, audace nelle
etimologie, acuto nelle interpretazioni e ne' confronti, sicurissimo ne' suoi
procedimenti e nelle sue conclusioni, e con l'aria di chi scopre ad ogni tratto
nuovi mondi, tenendo sotto i piedi le tradizioni e le storie volgari. Così è
nata questa prima storia dell'umanità, una specie di Divina Commedia, che
dalla «gran selva della terra» per l'inferno del puro sensibile si va
realizzando tra via sino all'età umana della riflessione o della filosofia; irta
di forme, di miti, di etimologie, di simboli, di allegorie, e non meno grande
che quella; pregna di presentimenti, di divinazioni, d'idee scientifiche, di
veri e di scoperte: opera di una fantasia concitata dall'ingegno filosofico e
fortificata dall'erudizione, che ha tutta l'aria di una grande rivelazione.
È la Divina Commedia della
scienza, la vasta sintesi, che riassume il passato e apre l'avvenire, tutta
ancora ingombra di vecchi frantumi dominati da uno spirito nuovo. Platonico e
cristiano, continuatore di Ficino e di Pico, uno di spirito con Torquato Tasso,
Vico non comprende la Riforma, e non i tempi nuovi, e vuol concordare la sua
filosofia con la teologia, e la sua erudizione con la filosofia, costruire
un'armonia sociale come un'armonia provvidenziale. La sua metafisica ha sotto i
pie il globo, e gli occhi estatici in su verso l'occhio della provvidenza, onde
le piovono i raggi delle divine idee. Vuole la ragione, ma vuole anche
l'autorità, e non certo degli «addottrinati», ma del genere umano; vuole la fede
e la tradizione; anzi fede e tradizione non sono che essa medesima la ragione,
«sapienza volgare». Tale era l'uomo formato nella biblioteca di un convento; ma,
entrando nel mondo de' viventi, lo spirito nuovo l'incalza, e combattendo
Cartesio, subisce l'influenza di Cartesio. Era impossibile che un uomo d'ingegno
non dovesse sentirsi trasformare al contatto dell'ingegno. Tutto dietro a
costruir la sua scienza, gli si affaccia il «de omnibus dubitandum» ed il
«cogito»:
... in meditando i princìpi di questa Scienza, dobbiamo...
ridurci in uno stato di una somma ignoranza di tutta l'umana e divina
erudizione, come se per questa ricerca non vi fussero mai stati per noi nè
filosofi, nè filologi, e chi si vuol profittare, egli in tale stato si dee
ridurre, perché nel meditarvi non ne sia egli turbato e distolto dalle comuni
invecchiate anticipazioni.
[Principi di una scinza nuova I, XI]
Parole auree, che sembrano tolte da una pagina del
Metodo. E in questa ignoranza cartesiana, qual è l'«unica verità», che
fra tante dubbiezze non si può mettere in dubbio, ed è perciò la «prima di
siffatta Scienza»? È il «cogito», è la mente umana.
Poiché... il mondo delle gentili nazioni... è stato... fatto
dagli uomini, i di lui princìpi si debbono ritruovare dentro la natura della
nostra mente umana e nella forza del nostro intendere.
[Ibidem]









La provvidenza e la metafisica, che guarda in lei, sono nel
gran quadro un semplice antecedente, o, com'egli dice, un'«anticipazione», un
convenuto e non dimostrato: il quadro è la mente umana nella natura e
nell'ordine della sua esplicazione, la mente umana delle nazioni, la storia
delle umane idee. La provvidenza regola il mondo, assistendo il libero arbitrio
con la sua grazia, ed oltrepassando ne' suoi risultati i fini particolari degli
uomini; ma questi risultati provvidenziali non sono più miracolo, sono scienza
umana, sono lo «schiarire delle idee», lo «spiegarsi della mente». Come Bruno,
Vico canta la provvidenza e narra l'uomo: non è più teologia, è psicologia.
Provvidenza e metafisica sono di lontano, come sole o cielo, nello sfondo del
quadro: il quadro è l'uomo, e la sua luce, la sua scienza è in lui stesso, nella
sua mente. La base di questa scienza è moderna, ci è Cartesio col suo
scetticismo e col suo «cogito». Ben talora, portato dall'alto ingegno
speculativo, spicca il volo verso la teologia e la metafisica, ma Cartesio è là
che lo richiama, e lo tiene stretto ne' fatti psicologici. Nel quale studio del
processo della mente negl'individui e ne' popoli fa osservazioni così profonde e
insieme così giuste, che ben si sente il contemporaneo di Malebranche, di
Pascal, di Locke, di Leibnizio, il più affine al suo spirito, e ch'egli chiama
«il primo ingegno del secolo». Nè solo è moderno nella base, ma nelle
conclusioni, mostrando nell'ultimo spiegarsi della mente vittoriosi i princìpi
de' nuovi filosofi. Perchè corona della sua epopea storica è lo spiritualizzarsi
delle forme, il trionfo della filosofia, o della mente nella sua «riflessione»,
la fine delle aristocrazie, e perciò de' feudi e della servitù, la libertà e
l'uguaglianza di tutte le classi, come stato delle società «ingentilite e
umane», come ultimo risultato della coltura. È la teocrazia e l'aristocrazia
conquise dalla democrazia per il naturale spiegarsi della mente, è
l'affermazione e la glorificazione dello spirito nuovo. Ma qui appunto Vico se
ne spicca e rimane solo in mezzo al suo secolo. Posto tra il mondo della sua
biblioteca, biblico-teologico-platonico, e il mondo naturale di Cartesio e di
Grozio, due assoluti, e impenetrabili come due solidi, e che si scomunicavano
l'un l'altro, cerca la conciliazione in un mondo superiore, l'idea mobilizzata o
storica, e in una scienza superiore, la critica, l'idea analizzata e
giustificata ne' momenti della sua esistenza, la scienza uscita dall'assolutezza
e rigidità del suo dommatismo, e mobilizzata come il suo contenuto. La critica è
rifare con la riflessione quello che la mente ha fatto nella sua spontaneità. È
la mente «spiegata e schiarita», che si riflette sulla sua opera e vi trova se
stessa nella sua identità e nella sua continuità; è la coscienza dell'umanità.
In questo mondo superiore tutto si move e tutto si riconcilia e si giustifica; i
princìpi, che i nuovi filosofi predicavano assoluti e perciò applicabili in ogni
tempo e in ogni luogo, e co' quali dannavano tutto il passato, si riferiscono a
stati sociali di certe epoche e di certi luoghi; ed i princìpi contrari, appunto
perchè in certi tempi hanno governato il mondo e sono stati «comportevoli», sono
veri anch'essi, come anticipazioni e vestigi de' princìpi nuovi. Perciò il
criterio della verità non è l'idea in sè, ma l'idea come si fa o si manifesta
nella storia della mente, il senso comune del genere umano, ciò ch'egli chiama
la «filosofia dell'autorità». Qui Vico avea contro di sè Platone e Grozio, il
passato e il presente. La malattia del secolo era appunto la condanna del
passato in nome di princìpi astratti, come il passato condannava esso in nome di
altri princìpi astratti. Vico era come chi, vivuto solitario nel suo gabinetto,
scenda in piazza d'improvviso, e vegga gli uomini concitati, co' pugni tesi,
pronti a venire alle mani. A lui quegli uomini debbono sembrare de' pazzi da
catena. - A che tanto furore contro il passato? Il quale, appunto perchè è
stato, ha avuto la sua ragion d'essere. E poniamo pure sia tutto cattivo,
credete di poter distruggere con la forza l'opera di molti secoli? I vostri
princìpi! Ma credete voi che la storia si fa da' filosofi e co' princìpi? La
vostra ragione! Ma ci è anche la ragione degli altri, uomini come voi, e che
sanno ragionare al pari di voi. E poi, un po' di rispetto, io credo, si dee pure
all'autorità. E non parlo di tanti dottori, ne' quali non avete fede: parlo
dell'autorità del genere umano, al quale, se uomini siete non potete negar fede.
Un po' meno di ragione, e un po' più di senso comune. - Un discorso simile
sarebbe parsa una stranezza a quegli uomini pieni di odio e di fede. E qualcuno
poteva rispondergli: - Fàtti in là, e sta' fra le tue nuvole, e non venire fra
gli uomini, chè non te ne intendi. Il passato tu lo hai studiato su' libri: è la
tua erudizione. Ma il passato è per noi cosa reale, di cui sentiamo le punture
ad ogni nostro passo. Il fuoco ci scotta, e tu ci vuoi provare che, perchè è, ha
la sua ragion di essere. Lascia prima che noi lo spengiamo, e poi ci parla della
sua natura. Quando ci avremo tolto di dosso codesto passato, nostro martirio e
de' padri nostri, forse allora potremo essere giusti anche noi e gustar la tua
critica. - Vico rimase solo nel secolo battagliero; e quando la lotta ebbe fine
si alzò come iride di pace la sua immagine su' combattenti, e comunicò la parola
del nuovo secolo: «critica». Non più dommatismo, non più scetticismo: critica.
Nè altro è la storia di Vico che una critica dell'umanità: l'idea vivente fatta
storia e, nel suo eterno peregrinaggio seguita, compresa, giustificata in tutt'i
momenti della sua vita. I princìpi, come gl'individui e come la società,
nascono, crescono e muoiono, o piuttosto, poichè niente muore, si trasformano,
pigliando forme sempre più ragionevoli, più conformi alla mente, più ideali.
Indi la necessità del progresso, insita nella stessa natura della mente, la sua
fatalità. La teoria del progresso è per Vico come la terra promessa. La vede, la
formula, stabilisce la sua base, traccia il suo cammino, diresti che l'indica
col dito, e quando non gli resta a fare che un passo per giungervi, la gli fugge
dinanzi, e riman chiuso nel suo cerchio e non sa uscirne. Poneva le premesse e
gli fuggiva la conseguenza. Gli è perchè, profondo conoscitore del mondo
greco-romano, non seppe spiegarsi il medio evo, e non comprese i tempi suoi,
parendogli indizio di decadenza e di dissoluzione quella vasta agitazione
religiosa e politica, in cui era la crisi e la salute. D'altra parte lui, che
negava l'esistenza di Omero, non osò sottoporre alla sua critica il mito di
Adamo e le tradizioni bibliche e il dogma della provvidenza e la missione del
cristianesimo, lasciando grandi ombre nelle sue pitture. Vedi la coscienza
moderna rilucere nel mondo pagano, ardita nelle sue negazioni e nelle sue
spiegazioni, e, quando sta per entrare nel mondo inquieto e appassionato de'
vivi, chiudere gli occhi per non vedere. Ciò che è proprio de' grandi pensatori;
aprire le grandi vie, stabilire le grandi premesse, e lasciare a' discepoli le
facili conseguenze. Come Cartesio, Vico non indovinò i formidabili effetti che
doveano uscire dalle sue speculazioni. Cartesio avrebbe rinnegati per suoi
Spinosa e Locke, e Vico Condorcet, Herder ed Hegel. Poichè si occupa più degli
antichi che de' moderni, più de' morti che de' vivi, i vivi lo dimenticarono. La
sua Scienza parve più una curiosa stranezza di erudito, che una profonda
meditazione di filosofo, e non fu presa sul serio.



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