Grice
e Calais: la setta di Reggio – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano.
Giamblico di Calcide, a Pythagorean.
Grice e Calboli: l’implicatura
conversazionale della langue e la parole – Grice e Gardiner -- de parabola –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo Italiano.
Grice: “I like Calboli – he philosophised on much the same subjects I did –
colour words (‘that tie seems/is light blue’) – the philosophy of perception,
and parabola, i.e. expression. If I use ‘utterance’ broadly so does Calboli
with his ‘parabola.’ One big difference is that he is a nobleman, who owned a
castle that he ceded to Firenze – I did not!” Altre opere: “Exercitatio philosophica” (Romae, Giovanni Zempel). Étymol.
et Hist.I. Faculté d'exprimer la pensée par le langage articulé -- «expression
verbale de la pensée» (Roland, éd. J. Bédier: De sa parole ne fut mie hastifs,
Sa custume est qu'il parolet a leisir); spéc. ling. distingué de langue (Sauss.).
action de parler» metre a parole «faire parler» (Wace, Conception N.-D., éd.
Ashford). C. Le langage oral considéré par rapport à l'élocution, au ton de la
voix cde sa pleine parole «à haute voix» (Pèlerinage de Charlemagne, éd. G.
Favati); parole basse (Benoît de Ste-Maure, Troie, ds T.-L.);(Wace, Rou, éd. Holden: Sa voiz e
sa parole mue). D. ca «faculté
d'exprimer sa pensée par le langage articulé» (Guillaume d'Angleterre, éd. M.
Wilmotte, De joie li faut la parole). «art de parler, éloquence» employer sa
parole à gagner argent (Nicot); (Boileau, Art poétique, chant IV ds OEuvre, éd.
F. Escal); avoir le don de la parole (Ac.). F.
«droit de parler» (Bruyère, Caractères, De la Cour, OEuvre, éd. J.
Benda: Ils ont la parole, président au cercle). II. Son articulé exprimant la
pensée A. Suite de mots, message, discours, propos exprimant une pensée
(Roland: De cez paroles que vous avez ci dit...;: Bon sunt li cunte e lur
paroles haltes); (Wace, Rou: [Li evesque] Ne fist pas grant parole ne ne fist
grant sermon). B. spéc. 1155 «discussion, dispute» (Wace, Brut, éd. I. Arnold);
avoir des paroles ensemble (Perceforest) «promesse» doner parole (Benoît de Ste-Maure);
prisonniers pour la parole (E. Pasquier, lettre 21 août, ds Lettres hist., éd.
D. Thickett); (croire) sur vostre parole (Guez de Balzac, lettre 11 déc. ds
OEuvres); homme de parole (Id., lettre).
«expression verbale d'une pensée remarquable» (Thomas, Tristan, éd.
Wind, fragm. Douce: Oïstes uncs la parole).
«belle, vague promesse» (Proverbe au vilain, T.-L.: De bele parole [var.
promesse] se fait fous tout lié); paroles sourdes «paroles en l'air, mensonges»
(Gace de La Buigne, Deduis.);«phrase creuse, vide» paroles pleines de vent
(Georges Chastellain, Chron., éd. Kervyn de Lettenhove). «enseignement» (Aimon
de Varennes, Florimont, ds T.-L.); spéc. 1ertiers xiiies. (Vie de St Jean
l'Évangéliste, 567, ibid.: avint ke li ewangelistes en une chité vint, Où il
dist la parole [Luc]) la parole de Dieu «l'Écriture sainte» (Pascal, Pensées, OEuvres,
éd. J. Chevalier: Quand la parole de Dieu... est fausse littéralement, elle est
vraie spirituellement); 2. fin xiies. la parole «le Verbe, la Parole faite
chair» (Sermons de St Bernard, éd. W. Foerster,: cil [li troi roi el staule]
reconurent la parole de deu lai ou il estoit enfes). Issu du lat. chrét.
parabola (devenu *paraula par chute de la constrictive bilabiale issue de -b-
devant voy. homorgane) «comparaison, similitude», terme de rhét. (Sénèque,
Quintillien); puis, chez les aut. chrét.: 1. «parabole» (Tertullien, St
Jérôme); 2. «discours grave, inspiré; parole», ce double sens étant dû à
l'hébreu pārehāl (Job, 1: assumens parabolam suam«reprenant son discours»;
Num.: assumptaque parabola sua, dixit; par la suite: Gloss. Remigianae: in
rustica parabola «en lang. vulg.»), v. Ern.-Meillet, Blaise, Vaan., Löfstedt,
Late Latin, pp.81 sqq. Le lat. est empr. au gr. παραβολη «comparaison [par juxtaposition],
illustration» empl. dans les Septante au sens de «parabole» (Marc). Parabola a
supplanté verbum dans l'ensemble des lang. rom. (sauf le roum.) grâce à la
fréq. de son empl. dans la lang. relig., verbum étant spéc. utilisé dans cette
même lang. pour traduire le gr. λογος , v. verbe. Marchese.
De Calboli. Paulucci. Paolucci. Francesco Giuseppe Paulucci di Calboli.
Francesco Paulucci di Calboli. Keywords: de parabola, parabola, parola,
parlare, hyperbola, cyclo, ellipsis. exercitatio philosophica. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Calboli” – The Swimming-Pool Library.
Grice
e Calcidio: la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. (Roma). Filosofo
italiano. Commenta il "Timeo" di Platone. Per impulso di un OSIO
al quale con una lettera CALCIDIO dedica l’opera sua, è un platonico con
forti tendenze eclettiche o dilettanti.Secondo la tradizione manoscritta, C. si
dove identificare il dedicatorio del lavoro a quell’Osius o Hosius di Cordova
che prende parte ai concili di Nicea e di Sardica.Nella stessa epoca e vissuto
C., che viene detto diacono o arcidiacono della stessa diocesi. In ogni
modo, nel Commento del Timeo, C. mostra di conoscere bene il Testameno ebreo,
che ritiene ispirata da Dio, cita Origene e accenna a credenze dei galilei.Il
Commento al Timeo di C. deriva in ultimo da quello di Posidonio, mediato però
da uno del liceale Adrasto d’Afrodisia per la parte matematica, astronomica e
musicale e da uno di seguace del Platonismo dal quale sembra provenire anche lo
pseudo-plutarcheo "De fato."Non è escluso, anzi, che il secondo
commento sia stato l’unica fonte di C.. C. sopra tutti i filosofi
ammira Platone, di cui cita passi di diversi dialoghi.Inoltre, C. menziona
molti altri autori (stoici, neo-pitagorici, Filone d'Alessandria, Numenio), che
probabilmente conosce soltanto indirettamente. Queste citazioni svariate
sono l’espressione estrema del suo eclettismo o dilettantesimo a base
platonica. Con Platone, C. parla di tre principi delle cose, Dio, il
modello (cioè la idea) e la materia.In ciò si accorda con Albino, col quale
riduce la idea a un pensiero divino.Con lo Stoicismo, C. identifica il divino
al principio attivo, la materia al principio passivo. Però, mentre fa
della materia un principio originario e sostiene che il mondo non è stato
creato nel tempo, C. si sforza di affermare che in questi argomenti l'origine
di cui si parla non ha carattere cronologico, ma designa una dipendenza. C.
si esprime quindi in modo improprio quando ammette l'eternità dell’origine
delle cose e della materia. Dalla materia, in cui Dio impone le immagini
dell'idea, e provenuto il corpo. Mentre in questa parte, in complesso,
predomina il pensiero di Platone, nello studio delle potenze divine si presentano
dottrine del Platonismo, che preparano quelle neo-platoniche, ma in alcuni
punti essenziali ne differiscono fortemente. Al vertice sta il divino
supremo o il sommo bene, che, con Platone, è posto sopra ogni sostanza e
dichiarato superiore all’intelletto e ineffabile. Al disotto di esso sta
un secondo divino, la provvidenza, identificata al vobis, che è la volontà e
insieme l'eterno atto della mente divina. Le cose divine
intelligibili e quelle prossime ad esse, sottostanno soltanto alla provvidenza,
le naturali e corporee sono soggette al fato, o serie delle cause, che deriva
dalla prima ed è una legge divina promulgata per reggere ogni cosa. Di
questa legge è custode un terzo divinito, l'anima cosmica, che C. chiama la
seconda mente o il secondo intelletto. Questa tri-partizione del divino
riprende uno schema di Albino e si allontana dal neo-Platonismo perchè non
denomina Uno il primo principio, gli attribuisce la volontà che Plotino gli
nega e non parla della derivazione della materia nei termini caratteristici di
quel sistema. La teoria della provvidenza e del fato (affine a quella
dell’opera pseudo-plutarchea) sembra pure attinta a una fonte
platonica. Le teorie sui demoni e sul destino delle anime dopo la morte
concordano con quelle della scuola platonica e di Posidonio. In complesso
C. giustappone teorie svariate senza ri-organizzarle.La filosofia di C., però,
sebbene priva di ogni originalità, e l’unica via di accesso alla filosofia
platonica di cui potè disporre la civilizazione occidentale e costituì per esso
una delle fonti maggiori della storia del pensiero romano
antico. Calcidio Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Manoscritto medievale del Timeo di Platone, tradotto da C. Filosofo romano.
Della vita di C. sappiamo pochissimo. C. traduce il Timeo di Platone in LATINO,
corredandola di un ampio Commento. La datazione della traduzione è dibattuta.
Tra gli elementi più importanti utilizzati per collocare C. nel tempo e nello
spazio c'è la lettera introduttiva all'opera, dedicata ad OSIO, al quale egli
fa riferimento più volte nel suo Commento. Nella lettera C. racconta come OSIO
gli abbia affidato un incarico tanto arduo come la traduzione e il commento del
Timeo al LATINO, impresa, secondo C., mai tentata fino a quel momento (operis
intemptati ad hoc tempus). Una subscriptio trovata in alcuni manoscritti fa
luce sul problema della datazione dell'opera: "Osio Calcidius ".
Dalla subscriptio si evince, quindi, che Ca. era l'arcidiacono di un vescovo
Osio. Nel periodo tardo imperiale è noto un Osio, diocesi di Cordova, figura
importante del cristianesimo occidentale. Nei Concili di Nicea e Sardica, Osio
giocò un ruolo decisivo nella difesa dell'ortodossia contro l'arianesimo. Se si
tratta di questo Osio, Calcidio avrebbe realizzato la sua traduzione del Timeo.
Waszink, l'editore di C. si oppone a questa ipotesi, che è sempre stata quella
tradizionalmente più accettata, e ritiene che C. debba essere collocato intorno
alla fine del IV secolo o all'inizio del V. Secondo Waszink, l'ambiente in cui
sarebbe stato redatto questo trattato neoplatonico e cristiano sarebbe quello
della Milano della fine del IV secolo, quando la città italiana era un fiorente
centro di platonismo sia pagano che cristiano, e l'Osio cui si fa riferimento
nella lettera introduttiva potrebbe essere un alto funzionario imperiale attivo
a MILANO. Tuttavia non esistono prove dell'esistenza dell'Osio ipotizzato da
Waszink. La teoria di Waszink è stata respinta da Dillon, che ha ripreso la
datazione tradizionale dell'opera, ed è oggi generalmente abbandonata dagli
studiosi. Il “Timeo” era già stato tradotto in latino da CICERONE. La
traduzione di C. differisce notevolmente da quella di CICERONE, che forse C.
non conosce. Il Commento – L’UNICO COMMENTARIO LATINO ad un'opera di Platone
pervenutoci - riguarda solo il testo da 31c4 a 53c3. Per il suo commentario C.
fa abbondante uso di fonti greche antiche. Si basa probabilmente sul Commento
al Timeo di Adrasto e sulle opere di Albino, Numenio, Porfirio e Filone. Il suo
Commento riporta gran parte del capitolo sull'Astronomia della Matematica utile
per comprendere Platone di Teone di Smirne. C. vi espone le conoscenze
astronomiche del primo secolo e, accanto ai modelli di Eudosso e Ipparco,
descrive anche il modello attribuito a Eraclide Pontico, che sostiene che
Venere e Mercurio ruotano intorno al Sole. C. concepisce la materia come
sostanza pura e vuota, o anche come l'essenza priva di qualità (in greco:
apoios ousìa) del PORTICO, che con l'Ápeiron di Anassimadro condivide l'essere
infinita e illimitata, priva delle determinazioni qualitative e quantitative
che invece caratterizzano gli enti che si muovono al suo interno. Tale materia
primordiale è necessaria per spiegare il molteplice colto dai sensi, che è
mobile e divisibile, ma essa in sé e per sé non può essere oggetto di
percezione sensibile; al contrario, gli organi di senso possono percepire
soltanto la materia unita a una qualche forma intellegibile, ed è poi compito
dell'analisi delle mente astrarre la materia pura dalle forme che sono
congiunte ad essa dal Demiurgo artefice del mondo. La sintesi della mente
umana giunge così a identificare i tre principi primi: Dio assimilato al
Demiurgo platonico, l'idea (exemplum) e la materia (in latino: silva,che rende
il greco antico ulē), da non confondersi con i quattro elementi, che sono
qualitativamente determinati[6] e nemmeno con la loro unità primitiva, come
Diogene Laerzio aveva inteso la materia prima. Il Timeo nella traduzione
di C. è l'*unica* opera di Platone nota agli studiosi dell'Occidente latino
fino a quando Aristippo traduce in latino il “Menone” e il “Fedone”. Traduzione
e Commento furono molto diffusi durante tutto il Medioevo, al punto che se ne
sono conservate più di cento copie manoscritte. Furono realizzati vari commenti
alla traduzione di C. tra i quali quello di Isdoso e quelli dei teologi della
scuola di Chartres, come Bernardo di Chartres e Guglielmo di Conches. I maestri
di Chartres danno al fatto della creazione un'interpretazione filosofica.
Partendo dagli assunti di base del platonismo, cercano di dimostrare
l'esistenza di una corrispondenza tra la visione del mondo espressa nel Timeo e
quella descritta nel racconto biblico della creazione. Bernardo è considerato
l'autore delle Glosae super Platonem, un anonimo commentario al Timeo nella
versione di C. sotto forma di glosse.[10] Il filosofo e poeta Bernardo
Silvestre fu una delle personalità di questo periodo che furono maggiormente
influenzate dalla filosofia platonica. La sua cosmologia e antropologia
rivelano la profonda influenza del pensiero di Calcidio. Anche il poema De planctu
Naturae di Alano di Lilla contiene idee tratte dal Timeo e dal commentario
calcidiano. L'opera di C. fu molto apprezzata anche nel periodo
rinascimentale, iniziato in Italia alla fine del XIV secolo. L'interesse per C.
è testimoniato dalle numerose copie manoscritte dell'opera risalenti a
quest'epoca - almeno 40, 28 delle quali provengono dall'Italia. Una parte dei
manoscritti contiene solo la traduzione del Timeo, una parte solo il commento,
una parte traduzione e commento insieme. La maggior parte delle principali
biblioteche pubbliche e principesche d'Italia e numerosi umanisti ne avevano
una copia. PETRARCA (si veda) annota la
sua copia dell'opera, oggi conservata presso la Bibliothèque Nationale a Parigi.
L'umanista FICINO (si veda), più tardi divenuto famoso come traduttore e
interprete dei dialoghi platonici, fa una copia manoscritta del commento,
corredandola di un gran numero di note sulla lingua, sui contenuti e sulle
fonti. Più tardi, quando realizzò una nuova traduzione latina del Timeo, fece
solo occasionalmente ricorso a Calcidio, perché il suo latino non soddisfaceva
gli elevati standard degli umanisti. Anche l'amico di Ficino PICO (si veda) ha una
copia dell'opera di C., annotata di suo pugno. L'editio princeps della
traduzione e del commento del Timeo fu pubblicata a cura dell'umanista
GIUSTINIANI, vescovo di Nebbio. Nella lettera di dedica, Giustiniani esprime il
suo entusiasmo per la cultura e l'imparzialità di C.. Secondo Giustiniani,
infatti, C. scrive in un modo così oggettivo che dalle sue parole non si poteva
evincere nemmeno se fosse attamente romano pagano. Più tardi, alcuni studiosi
considerarono C. ebreo, altri - come il filosofo Cudworth e il filologo
Fabricius - lo ritennero, al contrario,
cristiano. Un'altra ipotesi fu avanzata dallo storico Mosheim che giunse alla
conclusione che C. non è né un cristiano né un ebreo, né un platonico puro, MA
UN ROMANO pagano che ha arricchito la sua filosofia platonica con altri concetti.
Fabricius pubblicò una nuova edizione della traduzione e del commento del Timeo
ad Amburgo. La filosofia antica, Adorno, Feltrinelli; Moreschini
(ed.): C.: Commentario al “Timeo” di Platone, Milano; Bakhouche (ed.):
Calcidius: Commentaire au Timée de Platon, Parigi; Dupuis : Préface à la
traduction de Théon de Smyrne, Exposition des connaissances mathématiques
utiles pour la lecture de Platon, Hachette, 1892. ^ Pierre Duhem, Le
système du monde; Moro, Francesca Menegoni e Giovanni Catapano, Il concetto di
materia nei commentari alla Genesi di Agostino; Università di Padova-FISSPA; Caiazzo,
La materia nei commenti al Timeo, in Quaestio. Annuario di storia della
metafisica; Grant, Science and Religion, Greenwood; Waszink, (ed), Timaeus, a
Calcidio translatus commentarioque instructus; Warburg Institute & Brill,
Londres-Leiden, 1962: Secondo Waszink, il periodo in cui l'opera fu
maggiormente copiata fu tra il XII e il XV secolo. Secondo Raymond Klibansky: This dialogue [Timaeus], or rather its first
part, was studied and quoted throughout the Middle Ages, and there was hardly a
mediaeval library of any standing which had not a copy of Chalcidius’ version
and sometimes also a copy of the fragment translated by Cicero. ^ Terence Irwin;
Classical philosophy: collected papers, Taylor & Francis. Sulla questione
della paternità si veda Béatrice Bakhouche (ed.): Calcidius: Commentaire au
Timée de Platon, Vol. 1, Parigi; Dronke: The Spell of C., Firenze; L'adorabile
vescovo di Ippona": atti del Convegno di Paola, Franca Ela Consolino,
Rubbettino; Hankins: The Study of the Timaeus in Early Renaissance Italy. In Hankins:
Humanism and Platonism in the Italian Renaissance, Bd. 2, Rom; Hankins: Plato
in the Italian Renaissance, Leiden; Wrobel: Platonis Timaeus interprete
Chalcidio, Frankfurt (Ristampa dell'edizione Leipzig); Bronislaus W. Switalski:
Des Chalcidius Kommentar zu Plato’s Timaeus, Münster; Wrobel: Platonis Timaeus
interprete Chalcidio, Frankfurt
(Leipzig); Bronislaus W. Switalski: Des C. Kommentar zu Plato’s Timaeus,
Münster; Vgl. Jan Hendrik Waszink: Calcidius. In: Reallexikon für Antike und
Christentum, Supplement-Lieferung, Stuttgart; Vedi Eginhard P. Meijering:
Mosheim on the Difference between Christianity and Platonism. In:
Vigiliae Christianae; Commentario al «Timeo» di Platone, a cura di Moreschini,
con la collaborazione di Bertolini, Nicolini,
Ramelli, Bompiani, Il Pensiero Occidentale, Milano; Commentaire au Timée
de Platon, Parigi, Traducción y Comentario del Timeo de Platón, Zaragoza; Magee
(ed.), Calcidius. On Plato's' Timaeus, Cambridge (Mass.) - London,
Harvard; Studi BOEFT, J. DEN, Calcidius on fate. His doctrine and sources,
Leiden, 1970. BOEFT, J. DEN, Calcidius on demons (Commentarius), Leiden,
CICERÓN, Sobre la adivinación, Sobre el destino, Timeo, introd., trad. y notas
de Ángel Escobar, Biblioteca Clásica Gredos, nº 271, Madrid, GERSH, Stephen,
Middle Platonism and Neoplatonism: The Latin Tradition, Publications in
Medieval Studies, vol. 23. University of Notre Dame Press, 1986. MACÍAS
VILLALOBOS, C., "La influencia de C. en la obra y el pensamiento de
Ficino", Crítica Hispánica; WASZINK, J. H., Studien zum Timaioskommentar
des Calcidius, I. Die erste Hälfte des Kommentars (mit Ausnahme der Kapitel
über die Weltseele), Leiden, Brill, WINDEN, Calcidius on Matter. His doctrine
and sources. A chapter in the history of Platonism, Leiden, Brill, Donato
Tamilia, De C. aetate, in Studi italiani di filologia classica, Bronislaus
Wladislaus Switalski, Des C. Kommentar
Zu Plato's Timaeus, Münster, Steinheimer, Untersuchungen über die Quellen des C.,
Aschaffenburg 1912. C., su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana; Calogero, C., in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, C., in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, C., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. C., su ALCUIN, Università di Ratisbona. Modifica su Wikidata
(LA) Opere di Calcidio, su Musisque Deoque. Opere di C., su PHI Latin Texts,
Packard Humanities Institute. Opere di C., su digilibLT, Università degli Studi
del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Opere di C., su open MLOL, Horizons
Unlimited srl. Opere di C., su Open Library, Internet Archive. su V · D · M Platonici Portale Biografie
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cristiani Neoplatonici Traduttori dal greco al latino Commentatori di Platone [altre]
Calcidio or Chalcidius translated the Timeo, and produced a commentary on it
that still survies. In his understanding of matter and form, he appears to
have borrowed substantially from Aristotle. His commentary is also a valuable
source of information on the Porch physics as he makes several references to
what Zeno of Citium, Crisippo di Soli and Cleante thought about such issues as
fate and substance. He may also have been familiar with the works of Giamblico
and Porfirio. Calcidio.
Keywords: Cicerone. Calcidio.
Grice e Calderoni: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del bene comune, bene summon –
Remigio di Gerolami e il bono comune (koinon agathon) di Aristotele—scuola di
Ferrara – filosofia ferrarese – filosofia emiliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Ferrara). Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Ferrara, Emilia-Romagna. Grice:”Calderoni knew everything – he corresponded with Lady Viola, as I
didn’t – and he pleased the lady, because the lady knew that Calderoni was
using all the right words – none of the heathen ‘mean,’ but all about ‘segno’
and ‘segnare’ and ‘intenso,’ – It is drawing from the Calderoni tradition that
I arrive at the meaning-as-intention paradigm I’m identified with! And note
that sous-entendue is Millian for implicatura!” -- Grice: “Calderoni is a
genius; he is, like me, a verificationist – I mean, read my ‘Negation’: the two
examples I give relate to sense data: “I’m not hearing a noise,’ and ‘That is
not red.’ Calderoni tries the SAME! He founded a verificationist (or
‘pragmatist’ club at Firenze), and he corresponded with Peirce when I only
decades later, tutored my tutees on
him!” -- Grice: “Calderoni is serious
about truth-conditivions having to be understaood as ‘assertability’ conditions
– and these assertability conditions providing much of the ‘sense;’ admittedly,
he uses ‘sense’ more loosely than I do – but on the good side, he uses
‘nonsense’ in a tigher way than I do!” Teorico del diritto italiano
(pragmatismo analitico italiano). Studia a Firenze e si laurea a Pisa,
con “I postulati della scienza positiva ed il diritto penale”. Collabora alle
riviste Il Regno e Leonardo, su cui scrive una serie di saggi, in autonomia o
in collaborazione col maestro Vailati. Presenta comunicazioni in diversi
Congressi internazionali: Monaco, Parigi,
e Ginevra. Mantiene contatti e scambi con Halévy, Boutroux, Russell,
Couturat, Brentano, Ferrari, Pikler, Mosca, Pareto, Croce, Juvalta, Peirce e
molti altri. Il saggio “Disarmonie economiche e disarmonie morali”.
Successivamente ottiene una libera docenza a Bologna, dove tiene un corso sul pragmatismo dal titolo “L’assiologia,
ossia, la Teoria Generale dei valori”. Scrive in collaborazione con Vailati “Il
Pragmatismo” raccolta di tre articoli introdotti nella Rivista di Psicologia
applicata (“Le origini e l'idea fondamentale del Pragmatismo”; “Il Pragmatismo
ed i vari modi di non dir niente” – “L'arbitrario nel funzionamento della vita
psichica”. Trascorsa l'estate a Rimini a curare i sintomi d'una bruttissima
depressione, ritorna a Firenze, dove inizia nuovamente il corso universitario
su Teoria Generale dei valori all'Istituto di Studi Superiori, senza riuscire a
terminarlo, dal momento che, a causa di un aggravamento repentino
dell'esaurimento mentale, abbandona la docenza. Muore in una casa di salute ad
Imola. Mette sotto analisi e in correlazione senso comune e scienza attraverso
lo strumento meta-discorsivo della filosofia, intendendo costruire conoscenza e
scienza coi mattoni della teoria della mente, e usando come riferimenti
culturali analisi brentaniana di stati mentali e teoria dinamico-funzionale della
mente di James e di Pikler. Saggi di riferimento sono due: è con “La Previsione
nella teoria della conoscenza” che intende analizzare condizioni di verità e
condizioni di validità della conoscenza, sia discernendo enunciazioni sensate
da non-sensi sia indicando un metodo di verificazione, nell'istanza
verificazionista di illustrare a fondo i meccanismi della conoscenza
(verificazione e verità), oltre all'obiettivocome accade anche nel Peirce di
avvicinare teoria della conoscenza e semantica dei discorsi (verità e senso);
ed è col successivo saggio, “L'arbitrario nel funzionamento della vita
psichica” che, accettata l'eredità vailatiana, intende mostrare l'esistenza di
una stretta connessione tra attività conoscitive dell'uomo comune ed attività
conoscitive dello scienziato, accostando tale saggio teoria della mente e
teoria della scienza. La lettura sinottica dei due testi conduce a riconoscere la
tendenza a costruire una teoria dell’animo caratterizzata da riferimenti
costanti alla teoria della conoscenza e alla teoria della scienza.
Precorrendo semiotica moderna e verificazionismo schlickiano, costuisulla scia
di una certa tradizione continentale e americana indicata dal maestro Vailati-
riconosce nei discorsi umani un trait d'union irresistibile tra senso e verità,
e ri-definisce la norma di Peirce come norma di senso e norma di verificazione
[articoli di riferimento sono due: col breve Il senso dei non sensi, intende esaminare cosa sia senso di una
enunciazione e se esista un unico criterio idoneo a differenziare enunciazioni
sensate da non-sensi o a costruire un concreto metodo di verificazione, unendo
all'istanza semantica di attribuire un senso ai vari modelli di mezzo
comunicativo inter-individuale (intersoggetivo) il sincero desiderio analitico
di rinvenire rimedi sicuri contro l'indeterminatezza naturale di termini,
enunciazioni e discorsi e la conversazione umana, ed essendo cassa di risonanza
all'obiezione contestualistica vailatiana contro l'atomismo semiotico
dominante. Nel successivo saggio Il Pragmatismo e i vari modi di non dir niente
totalmente debitore alla prolusione vailatiana al corso di Storia della
meccanica “Alcune osservazioni sulle questioni di parole nella storia della
scienza e della cultura”, mostra di essere abile concretizzatore dell'eredità
vailatiana tentando di mettere in stretta combinazione intuizione dell'artificialità
della conversazione umana e nozione di analisi semantica come rimedio all'indeterminatezza
dei mezzi di comunicazione. La lettura sinottica dei due saggi conduce a
riconoscere in Calderoni tendenze a costruire una teoria della conversazione
umana caratterizzata da riferimenti a convenzionalismo e contestualismo, a
rifiutare derive essenzialistiche nell'uso di termini ed enunciazioni e a
sottolineare la valenza farmaceutica o terapeutica dell'analisi
semantica. Nella posizione giusfilosofica, l'etica, nella sua dimensione
totale, è tematica centrale nella sua filosofia, introducendo costui una
modalità rivoluzionaria di considerare tale materia; In lui e in altri autori
d'ambiente simile come Juvalta e Limentanila tradizionale distinzione tra etica
normativa o prescrittiva ed etica descrittiva o meta-etica è considerata
insufficiente. Si mostra sostenitore di un orientamento innovativo in merito al
discorso sullo statuto dell'etica. Se l'etica normativa o materiale domina
l'intero corso della storia dell'etica umana, il riconoscimento della valenza
descrittiva o metaetica o formale dell'etica è ricorrenza teoretica dell'intero
ottocento, avendo effetto sulla cultura ottocentesca la tendenza rinascimentale
a considerare l'etica come una scienza o un calcolo more geometrico.
L'Ottocento concretizza antecedenti tendenze ad estendere all'ambito dell'etica
i metodi delle scienze naturali e delle scienze sociali. Questa intuizione e il
riconoscimento della centralità dell'analisi lo conducono ad introdurre e
sostenere un nuovo modello di statuto dell'etica: etica è una scienza
costituita dai tre rami della meta-etica, dell'etica descrittiva e dell'etica
normativa. Più che al discorso meta-etico, si orienta verso l'etica descrittiva
e normative. In merito alla meta-etica non esiste un discorso diretto dei
nostri due autori, laddove invece etica descrittiva e etica normativa sono
esaminate coàn riferimenti diretti ed attraverso articoli mirati. Saggi a cui
si rinviasenza tener conto della tesi di laurea I Postulati della Scienza
Positiva ed il Diritto Penale dove è comunicata una visione immatura e non
ancora coerente dell'etica- sono: con Du role de l'évidence en morale, del Calderoni
introduce una coerente critica dell'etica normativa tradizionale mettendo sotto
esame utilitarismo e kantismo etici, e con il saggio successivo “De l'utilité
“marginale” dans les questions d'etìque, introduce un tentativo di indicare
un'etica descrittiva che si serva dello strumentario dell'economia; tali
tentativi si concretizzano nel saggio “Disarmonie economiche e disarmonie
morali” contenente estesi accenni a tutti i rami della nuova scienza e mirando
ad estendere in maniera definitiva all'etica lo strumentario della recente
scienza economica;. In “L'imperativo categorico” c'è la reazione al neokantismo
etico e ad un saggio di Croce in cui si recensiva, con molte riserve,
Disarmonie; con i brevi La filosofia dei valori ed Il filosofo di fronte alla
vita morale, ci si limita a riassumere tematiche e discussioni antecedenti,
introducendo chiarimenti ed attuando delucidazioni. La lettura sinottica dei
testi di Calderoni e Vailati conduce ad indicare l'esistenza di tre aree
tematiche essenziali: un discorso sulle funzioni e sullo statuto dell'etica
(meta-teoria etica); un dibattito sul
senso di termini, enunciazioni e discorsi morali e; una discussione su
funzionamento effettivo ed ideale di un sistema morale (etica descrittiva e
normativa). Ssi chiede cosa sia l'etica, che senso abbiano i suoi discorsi e
che modello di normatività essa abbia, e si domanda come descrivere in maniera
esauriente i cosiddetti mercati etici o come massimizzare l'incidenza dello
scienziato della morale nella modificazione delle scelte sociali. Più che
Vailati, è lui ad estrinsecare l'«atteggiamento» giuridico del Pragmatismo
italiano, nella sua riflessione ius-criminalistica sulle nozioni di volizione,
libertà e responsabilità. La discussione in merito alle relazioni tra volizione
e diritto è fervente all'interno della cultura italiana dell'Ottocento. Secondo
Scuola Classica del diritto criminale, volizione umana è base del momento
d'attribuzione della sanzione, in connessione al libero arbitrio. Secondo la Scuola
Positiva del diritto criminale è necessario sconnettere tale nozione dal
concetto di libero arbitrio, non esistendo azioni incausate (scevre da co-azione)
e cadendo volizione insieme a libero arbitrio. Affronta il dilemma della
volizione (distinzione tra atto volontario e involontario) all'interno del suo
cammino di chiarimento e ridiscussione dei termini di discorso ordinario e
discorsi tecnici, stimolato da alcune antecedenti intuizioni di Vailati; e
analizza tale dilemma in due diversi momenti della vita, in I Postulati della
Scienza Positiva ed il Diritto Penale, e sia nel saggio leonardiano Credenza e
volontà. Intorno alla distinzione fra atti volontari ed involontari, sia in un
successivo contributo su altra rivista La volontarietà degli atti e la sua
importanza sociale. Il saggio introduce un'analisi culturale ricchissima di
riferimenti al diritto e immersa nello scenario storico del conflitto
ottocentesco tra determinismi ed indeterminismi. Il dibattito tra scuola
classica italiana (classici) e Positivisti sulle condizioni teoretiche del
diritto criminale evidenzia il suo tentativo conciliazionista di mediare tra
due diversi modi di intendere libertà, sanzione e metodo scientifico,
ricorrendo ad un uso attento della ri-definizione tanto caro a Vailati e
all'intera analitica novecentesca. Pescando dalla metodica analitica lo
strumento della ri-definizionemutuato dal maestro Vailati e riassunto con
estrema abilità nella recensione al volume I presupposti filosofici della
nazione del diritto di Del Vecchio -, avvia un tentativo di «conciliazione» tra
scuola classica e positivisti, in cui, la riflessione sul libero arbitrio e il
diritto di punire costituisce la premessa per affrontare con un chiaro apparato
concettuale l'ulteriore questione dei metodi di studio del diritto penale, attraverso
un'esaustiva ridiscussione dei binomi libertà/ causazione (momento di
attribuzione del delitto), tutela/ difesa (momento di esecuzione della
sanzione) e metodo astratto/ concreto (momento di determinazione del delitto).
Rconosce due sono i punti teorici fondamentali nei quali la scuola positiva si
pone come avversaria alla classica. L'uno è rappresentato dalla questione del
libero arbitrio, l'esistenza del quale la scuola classica postula come
fondamento della imputabilità, mentre è dall'altra scuola negata. L'altro punto
è la gius-tificazione del diritto di punire, che l'una pone nella giustizia,
l'altra nell'utilità, nella necessità in cui si trova la società di difendersi
dai suoi nemici. Per misurare la nozione di responsabilità introdotta
nell'orizzonte culturale italiano d'inizio secolo scorso da lui è necessario
muoversi tra i sue due contribute scarsamente esaminati dalla dottrina moderna
(I Postulati della Scienza Positiva ed il Diritto Penale e Forme e criteri di
responsabilità, senza trascurare come tale concetto mai si distacchi dalla
distinzione vailatiana tra atto volontario e atto involontario o dal binomio
libertà/causazione, tanto cari al dibattito ottocentesco tra Positivisti e
scuola classica italiana del diritto criminale. Gli accenni vailatiani e calderoniani
ai temi della volizione, causazione, libertà confluiscono alla luce di suo attento
ed autonomo esame in un'assai moderna
definizione del concetto di responsabilità, in cui il negatore del libero
arbitrio che non sia vittima di equivoci sul valore di tal negazione, sarà
portato invece a vedere nella libertà e responsabilità, qualità esistenti
nell'uomo, ma analoghe alle altre, atte cioè ad essere studiate nella loro
genesi e nella loro evoluzione, suscettibili di gradazioni infinite, e subordinate
alla presenza di certe condizioni e concomitanti, a concepire in altri termini
la responsabilità piuttosto dinamicamente ed evoluzionisticamente, che
staticamente. Pur se tale concetto sottenda contaminazioni etiche
d'inaudita modernità e benché in Forme e criteri di responsabilità sia
delineata l'idea dell'esistenza di un confine sottile tra morale e diritto, nascendo
come teorico del diritto- si mantiene saldo nel declinare come il termine
“responsabilità” si usi all'interno dell'universo di diritto criminale e
diritto civile; nella trattazione calderoniana «responsabilità» si immettecome
in Hegel/Weber nel contesto della vita statale o sociale e si smarcacome nel
«marxismo occidentale» moderno e in Lévinasdai risvolti individualistici
dell'etica antica. C. nell'incipit di Forme e criteri di responsabilità-
scrive: Pochi termini trovano, in ogni campo della vita sociale, così
larga applicazione come il termine responsabilità. L'andar soggetto a
responsabilità è la sorte, spiacevole o piacevole, di chiunque vive nella
compagnia dei propri simili e si trovi in una data compagnia di dati suoi
simili. Nulla potrebbe meglio servire a distinguere l'uomo vivente in società
da un ipotetico uomo vivente in stato di natura” che l'essere il primo avvolto
in una fitta rete di responsabilità. Responsabilità se ne trovano dovunque gli
uomini vengano in urto o in conflitto fra di loro. La riflessione calderoniana
incentrata sulla strada della critica sia nei confronti del nazionalismo
corradiniano sia nei confronti del socialismo rivoluzionario si innesta su un
contesto storico e culturale come l'Italia di Giolitti d'inizio Novecento caratterizzato
dalla intensa dialettica civile tra nazionalismi e socialismi, e, all'interno
di essa, tra visioni moderate (nazionalismo liberale e socialismo riformista) e
concezioni estreme (nazionalismo estremo e socialismo rivoluzionario). Gli auoi
interventi di pubblicati sulla rivista di Corradini scrive M. Toraldo di
Francia- possono distinguersi dal punto di vista dei contenuti e cronologicamente
in due gruppi. Del primo fanno parte gli articoli polemici nei confronti del
nazionalismo propagandato dalla rivista, nel secondo invece si collocano gli
ultimi due scritti, di impronta nettamente “anti-socialista”. La via
dell'analisi sul nazionalismo moderato (liberale e liberista) sondata nelle
recensioni vailatiane a Pareto, Dumont, Trivero, Tombesi, Pierson, Einaudi, Rignano
e Landryè battuta da lui in maniera minuziosa alla luce dei due saggi “Nazionalismo
antiprotezionista? e Nazionalismo borghese e protezionista” nella direzione
d'una estesa accusa al nazionalismo di Corradinia. Moderati dall'interesse
vailatiano verso il socialismo riformista, internazionalista, e non
materialista di darwinismo sociale kiddiano e anti-materialismo effertziano, I
suoi moniti critici nei confronti del socialismo rivoluzionario si estrinsecano
invece con consueta chiarezza nei due contribute, “La questione degli scioperi
ferroviari” “e La necessità del capitale”. Dalle colonne della rivista
corradiniana Il Regno, isulla scia del moderatismo del maestro Vailatitenta di
maturare una concezione intermedia tra estremismi di destra e di sinistra,
idonea a sacrificare valori e ideali della borghesia italiana alla tutela del
bene comune dell'intera nazione e stato italiano, in nome della necessaria
vitalità di un'industria e di un'economia in inarrestabile ascesa internazionale;
a dettacontra Prezzolini- si deve sacrificare il “bene comune” dei ceti sociali
abbienti sull'altare del bene nazionale: Per me personalmente, che mi
sento anzitutto italiano e poi borghese, mi auguro che l'Italia sappia
sbarazzarsi di tutti gli elementi dannosi ed infecondi che la dissanguano e la
opprimono. Dovesse anche, in questo processo di eliminazione, andar sacrificata
buona parte della borghesia attuale, per essere sostituita (attraverso il
meccanismo democratico) da elementi più vitali e più utili che sono veramente
gli interessi della Patria. Scritti, Firenze, La Voce. voll. I e II M. Toraldo di Francia, Pragmatismo
e disarmonie sociali. Scritti sul Pragmatismo (Roma) Pragmatismo analitico. Dizionario
biografico degli italiani. Il riferimento esordiale alle tragiche
contingenze politiche è per il G. ponte logico ai fondamenti filosofici del
trattato: in Firenze sprovvista di giustizia e onestà, i cittadini sono come
oggetti inanimati esteriormente simili, ma la cui essenza, isolata nella
propria individualità, non stabilisce tra loro alcun legame sostanziale. Essi
sono semplici simulacri di cittadini, poiché non sono in grado di percepire
l'altro e percepirsi collettivamente, dunque di amare il bene comune più del
proprio. Quest'ultimo tema ("bonum commune preferendum est bono
particulari et bonum multitudinis"), motivo fondamentale del trattato
remigiano, e argomento comunissimo nelle coeve trattazioni di filosofia morale
e politica, discende dall'Ethica Nicomachea aristotelica. Il tema ha in
Aristotele, come nel G. e nei filosofi medievali che da Aristotele dipendono,
una dimensione ontologica - l'intero ha più essere della parte, la quale esiste
solo in subordine a esso - che è stata sviluppata in direzioni alquanto
diverse: la realizzazione d'una potenzialità intellettiva comune a tutto il
genere umano, che sembra asservire all'argomento politico l'interpretazione
monopsichistica dell'intelletto attivo, è per esempio la via percorsa d’ALIGHIERI
(si veda) in Monarchia. Nel G. quest'idea ha una decisa impronta dionisiana -
l'amore del singolo verso il tutto è mezzo di superamento dei limiti
dell'individualità, uscita da sé (extasis) e congiungimento con Dio (Dionigi,
De divinis nominibus) - e agostiniana - la congruenza della parte col tutto
coincide con la bellezza dell'universo (Agostino, Confessiones) -. Tuttavia,
come è merito del Panella aver chiarito, questo organon filosofico, applicato
alla realtà comunale, determina nell'opera il passaggio dal concetto di bene
comune alla concreta formulazione del bene del Comune, ch'è il tratto più
originale del pensiero politico remigiano.Totalitas Ante Partes ovvero sul Bene
Comune: spunti aristotelici, tomistici, marxiani, senesi e
dal secondo emendamento della Costituzione americana Materiali di
studio per Master Class Morigi Guercino, AQUINO (si veda) scrive
assistito dagli angeli, Basilica S. Domenico, Bologna, Aristotele, Politica:
sulla naturalità della famiglia: «La comunità che si costituisce
per la vita quotidiana secondo natura è la famiglia, icui membri Caronda
chiama «compagni di tavola», Epimenide cretese «compagni di mensa», mentre
la prima comunità che risulta da più famiglie in vista di bisogni non
quotidiani è il villaggio. Nella forma più naturale il villaggio
par che sia una colonia della famiglia, formato da quelli che alcuni
chiamano «fratelli di latte», «figli» e «figli di figli». Per questo gli
stati in un primo tempo erano retti da re, come ancor oggi i popoli
barbari: in realtà erano formati da individui posti sotto il governo
regale - e, infatti, ogni famiglia è posta sotto il potere regale del più anziano,
e lo stesso, quindi, le colonie per l’affinità d’origine.»: pp. 2-3 di
Aristotele, Politica, documento caricato per Master Class su
Internet Archive agli URL archive.org/ details/ politica-aristotele-
file-creato-da-massimo-morigi-per-master-class-13-f1 e //ia601403 Aristotele,
Politica: Lo stato è un dato di natura, ma un dato di natura generato
dall’aggregarsi di altre subunità sociali, la famiglia e poi il
villaggio, anch’esse naturali e che lo precedono. Inoltre, lo stato, come
queste subunità, esiste non solo per rendere possibile la vita ma una
vita felice, intendendo per felice non dal punto di vista meramente
edonistico ma per realizzare in ogni uomo la sua entelechia che è il
vivere associati e in armonia, cioè di realizzare la propria
totalità umana nella totalità sociale: «La comunità che risulta di
più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il
limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile
la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi
ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime
comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine,: per esempio quel
che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua
natura, sia d’un uomo, d’un cavallo, d’una casa. Inoltre, ciò per cui una
cosa esiste, il fine, è il meglio e l'autosufficienza è il fine e il
meglio. Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto
naturale e che l'uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori
della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o
è superiore all'uomo, proprio come quello biasimato da Omero «privo di
fratria, di leggi, di focolare»: tale è per natura costui e, insieme,
anche bramoso di guerra, giacché è isolato, come una pedina al gioco dei dadi:
p. 3 di Aristotele, Politica, Aristotele, Politica: La chiusura di quanto
sopra affermato con un assai attuale insegnamento intorno alla retorica
dei diritti (individuali, politici e/o sociali). Per Aristotele è
evidente che quanti cercano di far prevalere i propri diritti a
discapito dell’interesse comune, dell’interesse cioè della totalità
sociale (che lo stagirita definisce come bene assoluto) sono pervasi
da spirito di dispotismo, vogliono fare di sé stessi despota che
comanda e/o ignora ogni altra istanza e necessità sociale. In realtà, ci
dice Aristotele, il despota politico, altro non è che un despota privato
che ha avuto maggior successo degli altri. Un grande ed attualissimo
insegnamento riguardo a coloro che si piegano o praticano l’attuale
retorica su una democrazia basata sulla dirittoidolatria a discapito
della totalità sociale. Tutto ciò altro non fa che a pavimentare le strade
del dispotismo e della morte, prima solo morale e poi anche ocrazia.
Il bene comune è sempre in antitesi a tutte le forme di demagogia:
«È evidente quindi che quante costituzioni mirano all'interesse
comune sono giuste in rapporto al giusto in assoluto, quante, invece,
mirano solo all'interesse personale dei capi sono sbagliate tutte
e rappresentano una deviazione dalle rette costituzioni: sono pervase da
spirito di despotismo, mentre lo stato è comunità di liberi: p. 33
di Aristotele, Politica, documento caricato per Aristotele, Politica. Qui si
ribadisce che lo stato è un fatto totale che presuppone dei dati
fisico-geografici e/o economico- militari (scambi commerciali e difesa
comune) ma che in questi non si esaurisce perché esso esprime una
totalità sociale il cui fine è vivere felici, non però attraverso una
felicità egoistica ed edonistica ma una felicità che solo si può
realizzare realizzando sia a livello individuale che sociale attraverso
una vita libera e una vita dedita alla realizzazione di opere buone e
della amicizia fra tutti i membri della società. Siamo distanti milioni
di anni luce dall’homo homini lupus di hobbessiana memoria e
dall’individualismo metodologico e dalla socievole insocievolezza (Smith,
Locke, Kant) di liberalistica memoria: «È chiaro perciò che lo stato non
è comunanza di luogo né esiste per evitare eventuali aggressioni e
in vista di scambi: tutto questo necessariamente c’è, se deve esserci uno
stato, però non basta perché ci sia uno stato: lo stato è comunanza di
famiglie e di stirpi nel viver bene: il suo oggetto è una esistenza pienamente
realizzata e indipendente. Certo non si giungerà a tanto senza abitare lo
stesso e unico luogo e godere il diritto di connubio. Per questo sorsero
nelle città rapporti di parentela e fratrie e sacrifici e passatempi
della vita comune. Questo è opera dell’amicizia, perché l’amicizia è
scelta deliberata di vita comune. Dunque, fine dello stato è il vivere
bene e tutte queste cose sono in vista del fine. Lo stato è comunanza di
stirpi e di villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente: è
questo, come diciamo, il vivere in modo felice e bello. E proprio in grazia
delle opere belle e non della vita associata si deve ammettere l'esistenza
della comunità politica. Perciò uanti giovano sommamente a siffatta
comunità hanno nello stato una parte più grande di coloro che sono ad
essi uguali o superiori per la libertà e per la nascita ma non uguali per
la virtù politica, e di coloro che li superano in ricchezza e ne
sono superati in virtù.»: Aristotele, Politica, documento caricato per Master
Class su Internet E che Aristotele fosse agli antipodi della concezione
liberale dell’individualismo metodologico lo vediamo dal seguente
passa della Politica dove il concetto di economia, che nella semantica
dei moderni ha solo l’accezione del metodo su come accrescere la
ricchezza, viene scisso fra oikonomé techné e kremastiché techné, la
prima dedita a procurare alla casa e alla propria famiglia tutte le
risorse per vivere bene ed in armonia col resto della società mentre la
seconda, la kremastiché techné, è animata dal desiderio smodato
dell’arricchimento personale e senza limiti. Per Aristotele, concludendo,
la oikonomé techné è naturale e contribuisce al miglioramento della
società contribuendo al miglioramento del suo telos olistico e volto al
bene mentre la seconda è innaturale configurandosi piuttosto come un
vizio che corrode le basi olistiche del vivere associato. Nulla di più
distante dalla visione liberale e smithiana dove il macellaio non mi
fornisce la carne per benevolenza nei miei confronti ma solo ed
unicamente per averne un tornaconto personale: «Per ciò cercano una
ricchezza e una crematistica che sia qualcosa di diverso, ed è
ricerca giusta: in realtà la crematistica e la ricchezza, naturale sono
diverse perché l'una rientra nell’amministrazione della casa, l’altra nel
commercio e produce ricchezza, ma non comunque, bensì mediante lo scambio di
beni: ed è questa che, come sembra, ha da fare col denaro perché il denaro
è principio e fine dello scambio. Ora, questa ricchezza, derivante da
tale forma di crematistica, non ha limiti e, invero, come la medicina è
senza limiti nel guarire, e le singole arti sono senza limiti nel
produrre il loro fine, (perché è proprio questo che vogliono raggiungere
soprattutto) mentre non sono senza limiti riguardo ai mezzi per
raggiungerlo (perché il fine costituisce per tutte il limite), allo
stesso modo questa forma di crematistica non ha limiti rispetto al fine e il
fine è precisamente la ricchezza di tal genere e l’acquisto dei beni. Ma
della crematistica che rientra nell’amministrazione della casa, si da un
limite giacché non è compito dell’amministrazione della casa quel genere
di ricchezze. Sicché da questo punto di vista appare necessario che ci
sia un limite a ogni ricchezza, mentre vediamo che nella realtà avviene il
contrario: infatti tutti quelli che esercitano la crematistica
accrescono illimitatamente il denaro. Il motivo di questo è la stretta
affinità tra le due forme di crematistica: e infatti l’uso che esse fanno
della stessa cosa le confonde l’una con l’altra. In entrambe si fa uso
degli stessi beni, ma non allo stesso modo, che l’una tende a un altro
fine, l’altra all'accrescimento. Di conseguenza taluni suppongono che
proprio questa sia la funzione dell’amministrazione domestica _e_vivono
continuamente nell’idea di dovere o mantenere o accrescere la loro sostanza in
denaro all'infinito. Causa di questo stato mentale è che si preoccupano
di vivere, ma non di vivere bene e siccome i loro desideri si stendono
all’infinito, pure all'infinito bramano mezzi per appagarli. Quanti poi
tendono a vivere bene, cercano quel che contribuisce ai godimenti del corpo e
poiché anche questo pare che dipenda dal possesso di proprietà, tutta la
loro energia si spende nel procurarsi ricchezze, ed è per tale motivo che
è sorta la seconda forma di crematistica. Ora, siccome per loro il
godimento consiste nell’eccesso, essi cercano l’arte che produce
quell’eccesso di godimento e se non riescono a procurarselo con la
crematistica ci provano per altra via, sfruttando ciascuna facoltà in
maniera non naturale. Così non s’addice al coraggio produrre
ricchezze ma ispirare fiducia, e neppure s’addice all'arte dello stratego o del
medico, che proprio della prima è procurare la vittoria, dell’altra la
salute. Eppure essi fanno di tutte queste facoltà mezzi per procurarsi
ricchezze, nella convinzione che sia questo il fine e che a questo fine
deve convergere ogni cosa.»: pp. 8-9 di Aristotele, Politica, documento
caricato per Master Class su Internet Archive agli URL
https://archive.org/details/politica-aristotele-file- creato-da-massimo. Passiamo
ora ad AQUINO (si veda), dove sulla scorta dell’insegnamento aristotelico
la legge deve essere gerarchicamente sottoposta al concetto di bene
comune, bene comune che cristianamente (ed olisticamente secondo
l’insegnamento di Aristotele) si deve risolvere nella ricerca del bene
della società e non nella soddisfazione degli egoismi individuali:
«Lex est quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui
curam communitatis habet promulgata»: Summa Theologica, Prima Secundae, q.
90, art. 4 [La legge è un ordinamento di ragione volto al bene comune,
promulgata da chi abbia la cura della comunità]. Citazione riassuntiva
da: http://www.unife.it/giurisprudenza/giurisprudenza-
magistrale-rovigo/studiare/storia-del-diritto-medievale-e-moderno/materiale-
didattico/sovranita-moderna, Wayback nza-magistrale-rovigo/ studiare/storia-del-diritto-
medievale-e-moderno/materiale-didattico/sovranita-moderna ma che con citazione
completa: «Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, lex imponitur aliis
per modum regulae et mensurae. Regula autem et mensura imponitur per hoc
quod applicatur his quae regulantur et mensurantur. Unde ad hoc quod lex
virtutem obligandi obtineat, quod est proprium legis, oportet quod
applicetur hominibus qui secundum eam regulari debent. Talis autem
applicatio fit per hoc quod in notitiam eorum deducitur ex ipsa promulgatione.
Unde promulgatio necessaria est ad hoc quod lex habeat suam virtutem. Et
sic ex quatuor praedictis potest colligi definitio legis, quae nihil est
aliud quam quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui curam
communitatis habet, promulgata.»: CORPUS THOMISTICUM AQUINO (si veda) Opera
Omnia, opera omnia dell’Aquinata on line all’URL E che AQUINO (si veda)
fosse totalmente compreso nell’olismo di stampo aristotelico non lo
dobbiamo certo noi scoprire ma giova forse leggere il seguente passo, dal
Dionysii De divinis nominibus expositio, Caput II, Lectio I, dove
Tommaso arrischiando una definizione di Dio, arriva a definirlo
“Totalitas ante partes ?: «Totum autem hic non accipitur secundum quod
ex partibus componitur, sic enim deitati congruere non posset, utpote
eius simplicitati repugnans, sed prout secundum Platonicos totalitas
quaedam dicitur ante partes, quae est ante totalitatem quae est ex
partibus; utpote si dicamus quod domus, quae est in materia, est totum ex
partibus et quae praeexistit in arte aedificatoris, est totum ante partes».
Alla stessa stregua di Dio come “Totalitas ante partes”, per
Tommaso anche la società deve essere considerata come “Totalitas ante
partes” (Summa Thologiae), una Totalitas che non deve schiacciare
l’individuo ma che lo precede consentendogli, appunto, alla fine del processo
dialettico della sua paideia culturale e sociale che si svolge e si deve
svolgere sempre in società, di essere un individuo libero e non
soggiacente ai più bassi istinti egoistici e distruggenti il bene
comune. Tema da sviluppare: Tommaso erede di Aristotele sia
nelle categorie più prettamente teologico-filosofico-teoretiche sia
nelle categorie sociali, economiche e politiche, categorie in entrambi i
casi dominate dal primato della Totalità sulfinitiitane atomistico
avverso al bene comune e rifiutante questo individualismo sul piano
filosofico-teologico il concetto di totalità-Dio (e quindi di Dio tout
court) e su quello socio-economico il concetto, altrettanto totale — o se
ci fa paura il totalitario lemma ‘totale’, impieghiamo il termine
‘olistico’ — di bene comune che deve soggiacere all’atomismo filosofico e
socio-economico (individualismo metodologico. Campioni di questa
Weltanschauung: Adam Smith Hobbes, Locke, Kant). Altro tema: Marx e i suo
libro primo del Capitale come controcanto materialistico-dialettico (ma in
realtà alla fine di un assai ingenuo materialismo e assai poco
dialettico, facendo Marx la stessa fine e epi ingenui materialisti
illuministi che egli tanto giustamente critica) sul piano filosofico
all’olismo idealistico della Du hegeliana e sul piano
socio-economico alla Politica di Aristotele, nel senso della
sottolineatura marxiana della società vista come una totalità e
nell’adozione della critica aristotelica alla crematistica (Denaro
Merce Denaro della società capitalistica mentre lo schema economico
della Politica aristotelica era Merce Denaro Merce, cioè lo
sviluppo ed il rafforzamento della oikonomé techné). Fallimento del marxismo
perché ’ricaduto proprio nell’atomismo filosofico e socioeconomico degli
economisti classici che voleva criticare (Marx, cioè, alla ricerca di
una totalità che viene trovata nell’economia ma siccome l'economia
marxiana dal punto di vista analitico si riduce sempre e solo nella
critica alla crematistica, cioè alla critica agli economisti classici (Smith,
Ricardo, Malthus), cioè alla critica della moderna Kremastiché techné e
non sviluppa sufficientemente (o meglio per niente) dal punto di vista
teorico la portata olistica e volta al bene comune della oikonomé techné
tutto il suo progetto frana miseramente. Ora tema iconologico: Gli affreschi
allegorici diLorenzetti del Buon Governo, conservati nel Palazzo Pubblico
di Siena. In realtà gli affreschi originariamente erano intitolati al
Bene comune od anche della Pace e della guerra e solo in seguito all’illuminismo
presero il nome di Affreschi del buon governo: Riflettere non solo
sull’allegoria in questione ma anche sugli slittamenti semantici delle
varie epoche. Infine sul Secondo emendamento della
Costituzione degli Stati uniti, un saggio che compie una traslazione del
concetto di bene comune dai “buoni” dei mass media nazionali ed
internazionali che situano i desiderosi del rafforzamento dei
vincoli comunitari in coloro che combattono in quel paese il libero
possesso delle armi (in realtà secondo l’ autore questi non fanno altro
che voler accelerare i processi di globalizzazione e di disintegrazione
dei vincoli comunitari) ai “cattivi” che vogliono mantenere la vigenza
del secondo emendamento che garantisce tale diritto, dove però il
portare le armi non rappresenta un diritto ad uccidere ma è il
simbolo del diritto di opporsi ad uno stato dispotico e che vuole
eliminare i vincoli comunitari, uno stato, quindi, che va contro il bene
comune, se per bene comune intendiamo il mantenimento di un concetto
olistico del vivere associato. Il saggio in questione è Campa, Verso la
guera civile. Il tramonto dell’impero USA, e rinviamo infine alla
riflessione del secondo emendamento recita come segue. A well regulated Militia, being necessary to the security of a free
State, the right of the people to keep and bear Arms shall not be
infringed.» (Esortazione
certamente non applicabile alla situazione italiana ed anche europea,
tutte nazioni-stato che, comunque, nella loro travagliata mai videro il
sorgere di un federalismo conflittuale, molto conflittuale, come negli
Stati uniti, ma ricordiamo che AQUINO (si veda), proprio perché
intriso dell’aristotelico concetto di bene comune e di prevalenza
della totalità sull’individuo egoista affermava che il tiranno
che andava contro le leggi di Dio poteva anche essere ucciso. Colui che
allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato
quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere
dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto
ciò, quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore,
costituisce una lode per colui che uccide il tiranno»: AQUINO, Commento
alle sentenze E, il tiranno per Aristotele come per Tommaso
era colui che aveva fatto prevalere la legge del suo egoismo particolare
sulle leggi naturali che regolano la vita della comunità (quando
“non è possibile il ricorso ad un’istanza superiore”: cioè quando il
tiranno non rispetta la legge degli uomini che è stata data ed ispirata
da Dio). Il tiranno quindi non come un mostro che non ha nulla in comune
con noi, ma come un egoista che ha avuto maggiore successo degli altri
nella pratica della kantiana socievole insocievolezza. Il tirranno
pubblico o privato che sia, quindi, nella nostra situazione originata non
dalla nascita violenta di una federazione come negli Stati uniti ma da un
passato poco glorioso di altrettanto sanguinari totalitarismi politici,
non certo un nemico da abbattere fisicamente (coloro che vogliono
compiere violenza in realtà altro non mirano che a sostituirsi,
peggiorandolo, all’abbattuto, lo si vede nella grande storia delle
rivoluzioni moderne e contemporanee ed anche nella piccola,
piccolissima storia o cronaca politica di questi giorni, per farla breve
dalle stelle alle stalle...) ma un modello psicologico prima ancora
che sociale dal quale affermare interiormente e pubblicamente la siderale
distanza.) Quelibet enim pars id quod est totius est, cum extra totum non
sit pars nisi equivoce, sicut diffusius ostenidums in tractatu DE BONO COMUNII.
Quilibet autem homo particularis est PARS COMUNITATIS. Unde in hoc quod se
ipsum interficit iuniuriam comunitati facit ut Pptet per Philosophum in V
Ethicorum qui dubdit, ‘Propter quod CIVITAS dampnificat scilicet sicut potest
et quedam inhonoratio adest se ipsum corrumpenti ut civitati iniustum faciendi’
idest quasi ipse faciat iniuriam civitati puta quia fact trahi cadaver eius vel
iubet quod non sepeliatur vel aliquid tale. Citato da Alighieri C cc 278r-b
–va. Il comune di Firenze – studeat ergo civis quantumcumque sit miser in se ut
comune suum FLOREAT quia ex hopc ipso et ipse FLOREBIT – l’impiego di FLOREO
allude al gioco etimologico FLOS FLORENTIA di guittoniana memoria. Dal bene
comune al bene del comune – del bono comune al bono del comune – Qualem enim
delectationem poterit haberet CIVIS FLORENTINUS videns status civitatis sue
trisabilet et summon plenum merore? Nam plate sun explatiiate idest evacuate
domus exdomificate, casata sun cassata … poderia videntus expoderat quia ARBORE
EVOLUSE vine precise palatia destructa et non est iam poderne, idest posse ut
in eis habietus vel eatur ad ea nisi cum timore et tremore. Firenze e come un
albero fiorito – aria di tenore con interpolazione di o mio babbino caro -- Incerta
è la data della fondazione della colonia di Florentia che nel tempo è stata
variamente attribuita, a parte riferimenti mitologici, a Silla, a Gaio Giulio
Cesare o a Ottaviano. Gli storici sono concordi nel datare la fondazione della
colonia romana di Florentia. Il Liber Coloniarum attribuisce ad una lex Iulia
agris limitandis metiundis, voluta da Gaio Giulio Cesare, la volontà di far
nascere un nuovo impianto urbano in questo tratto della valle dell'Arno, là
dove traversava il fiume all'altezza di Ponte Vecchio. Al secondo
triumvirato risale invece l'effettivo impianto della città e la centuriazione
del suo territorio, per poter sistemare i veterani per mezzo dell'assegnazione
di terreni. Come consueto nella fondazione di nuovi insediamenti, la
città ed i suoi dintorni vennero definiti secondo un preciso piano che
coinvolgeva l'impianto urbano ed in territorio agricolo. Per la città fu seguita
la regola ideale dell'orientamento secondo gli assi cardinali, mentre il
territorio circostante fu sistemato tenendo conto della conformazione
idraulica, ruotando gli assi secondo quanto conveniente. Dalle foto aeree,
ancora oggi, si possono distinguere il cardo massimoorientato Nord-Sud (da Via
Roma all'Arno), e il decumano massimo orientato Est-Ovest (l'attuale percorso
di Via Strozzi e Via del Corso) che si incrociavano all'altezza dell'attuale
Piazza della Repubblica sede del Foro della città e del Campidoglio, circondati
dai principali edifici pubblici e templi. Durante i secoli dell'Impero infatti,
la città si arricchi di tutti quegli edifici ed infrastrutture che
caratterizzano le città romane: un acquedotto (dal Monte Morello), due terme,
un teatro e un anfiteatro, sorto fuori dalle mura, come era consueto.Mario
Calderoni. Keywords: fascismo, politica italiana, stato italiano, comunita,
bene comune, bene, bene superiore, bene summo, summum bonum, superior bonum, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Calderoni” –
The Swimming-Pool Library. Calderoni.
Grice
e Callescro: gl’accademici di Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Accademia. He was the unclde of Tito
Flavio Glauco. Tito
Flavio Callescro. Callescro.
Grice
e Callia: la setta di Velia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia).
Filosofo italiano. Callia was a pupil of Zenone di VELIA (si veda) – another
Velino (si veda). Callia.
Grice
e Callicratida: la setta di Girgenti. Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Girgenti). Filosofo italiano. The brother of Empedocle di GIRGENTI (si veda). His name is attached to some fragments of Pythagorean writings preserved
by Stobeo. Callicratida.
Grice
e Callifonte: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone).
Filosofi italiano. A pupil of Pythagoras. Callifonte.


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