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Monday, December 16, 2024

GRICE E STEFANONI

 DIZIONARIO

 FILOSOFICO

 DI

 STEFANONI LUIGI

 CONTENENTE

 L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA

 BIOGRAFIA DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI

 E DELLE E LA DEFIRESIE,NIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI

 ALLA FILOSOFIA ECC. ECC.

 Volume 11.

 MILANO

 NATALE BATTEZZATI, EDITORE

 Via S. Giovanni alla Conca, 7.

 1877.

5-6-729

DIZIONARIO FILOSOFICO

 :


DIZIONARIO

 FILOSOFICO

 DI

 STEFANONI LUIGI

 CONTENENTE

 L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA BIOGRAFIA

 DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELLE ERESIE, LA

 DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC.

 MILANO

 NATALE BATTEZZATI, EDITORE

 Via S. Giovanni alla Conca, 7.

 1875.

Parma, Tipografia della Società fra gli Operai-tipograf.

MALE

 M

 Macedonio Vescovo arianodiCo

stantinopoli incompetenza di Paolo stato

 eletto a quella sede dai cattolici. Dopo

 5

 ste, ciò vuoldire, che Dio o è autore del

 male, o non ha potuto impedire che il

 molte turbolenze eccitate tra i fedeli di

 Costantinopoli che parteggiavano per

 ' uno o per ' altro partito, riuscì ad

 occupare la sede contrastata, non senza

 però aver fatto perire in una sedizione

 ben tre mila dissidenti. Poichè Ario a

veva negata la divinità delFiglio, nulla

 di strano che alcun altro negasse la di

vinità dello Spirito Santo.E così feceMa

cedonio, il quale per una stranissima

 incongruenza, se da una parte trovava

 che le ragioni degli ariani non avevano

 valore contro la divinità di Gesù, le av

male entrasse nel mondo. La prima i

potesi contrasta con labontà e lagiu

stizia, attributi che tutte le religioni ri

conoscono nel loro Dio; laseconda ren

de Dio impotente a combattere il male,

 e il principio d'onde il male emana fa

 superiore a Dio e Dio esso stesso.

 Due metodi tentarono leteologie per

 evitare siffatte conseguenze; e il primo

 già rece le sue prove, e grandiose, nel

 dualismo (v. questavoce), ilquale attri

buiva l'origine del mondo al concorso

 e alla lotta di due opposti principii ,

 l' uno buono e l'altro malvagio, che

 vi avevano impresse le tracce della lo

ro potenza e della loro natura. Que

sto sistema già molto diffuso nell'Asia,

 valorava però quando trattavasi dello

 Spirito Santo. Il quale, diceva Macedo

nio, in nessun luogo della Scrittura è

 detto che sia Dio, chè anzi vi è sempre

 rappresentato come subordinato alPadre

 ed al Figliuolo: per essi esiste, per essi

 è istruito, e per la loro inspirazione | buon principio una superioritàmorale,

 parla (Giov. 16. Paolo ai Corinti I cap.

 2.); egli è il consolatore dei cristiani e

 penetrò anche nell' Europa, e si divulgò

 nel cristianesimo col manicheismo : ma

 per quanto cercasse di attribuire al

 per essi prega (Rom. 8) il che non fa

rebbe s'egli stesso fosse Dio, poichè in

 tal caso egli pregherebbe se stesso.

 D'altronde, o lo Spirito Santo è gene

rato o non è generato. Se non è gene

rato in che differisce dal Padre ? se è

 generato in che differisce cal Figlio? E

 se è generato dal Figlio, allora biso

gnerà credere che esso è soltanto il ni

pote del Padre.

 Male. Teologi e filosofi cercarono

 in ogni tempo di spiegare l'origine del

 male. Imperocchè se Iddio è l'autore

 del mondo e se il male nel mondo esi

non potè togliere la conseguenza, che

 l'origine del mondo dovendo attribuirsi

 adue principii, questi diventassero due

 Dei competitori, perpetuamente lottanti

 per disputarsi il dominio dell' universo.

 Le religioni monoteiste cercarono

 perciò nuove spiegazioni, e andarono im

maginando che Dio avendo creato un

 mondo perfetto, il male vi penetrò poi

 non per volontà sua, ma pel peccato

 dell' uomo che trasgredi i suoi coman

damenti. E non pensarono che se l'uo

mo potèpeccare, è segno ch'egli perfetto

 non era, e che, il germe del male già

 esisteva in lui fin dal momento della

 creazione. Imperocchè anche la facoltà ,

6

 MALE

 di volere il male è un male essa stessa.

 E l' obbiezione parve a tutti così seria,

 che nel secolo scorso filosofi e teologi,

 per confutare ilBayleche la riproduceva,

 andarono in tracciadi altre spiegazioni.

 Il padre Malebranche sperò di aver tolta

 la contradizione sviluppando un certo

 suo sistema, nel quale Dio veniva mo

strato come l'essere sovranamente egoi

sta, curante soltanto di sè e della glo

ria sua, alla quale essendo necessaria

 l'Incarnazione, il peccato dell'uomo di

veniva altrettanto necessario acciocchè

 portato adare l'esistenza alle creature, e

 che oggetto della suabontànon possono

 essere che le creature intelligenti, cost

 possiamo dire, ragionando a misura dei

 lumi che ci ha datoperconoscerlo, che

 si è proposto di creare il maggior

 numero di creature intelligenti, e di dar

 loro tutte le cognizioni, tutta la felicità,

 tutta la bellezza, di cui l' Universo era

 suscettibile, e condurle a tale stato fe

lice nel modo più conveniente alla loro

 natura, e più conforme all'ordine.

 « Il mondo attuale per essere il mi

Dio potesse esercitare la suainfinita migliore de' mondi possibili debb' essere

 sericordia.

 Leibnitz credetteche perdissiparegli

 scrupoli, che facevano nascere le diffi

coltà di Bayle, si dovesse più positiva

mente conciliare lapermissione del male

 colla bontà di Dio. Tutti i metodi te

nutisi per giungere a tal fine, gli par

vero imperfetti, e conducenti a moleste

 conseguenze, laonde prese un'altrastrada

 per giustificare la Provvidenza. Credet

te, che tutto quello che succede nel

 mondo, essendo una conseguenza della

 scelta che Iddio hafattodel mondo at

tuale, conveniva elevarsi a quel primo

 | istante, nelqualeIddioformò il decreto

 1

 di produrre il mondo. Un' infinità di

 mondi possibili erano presenti all'Intel

ligenza divina e la sua potenza poteva

 egualmente produrli tutti: giacchè dun

que ha creato il mondo attuale, con

vien dire che l'abbia scelto.

 «Iddio non hadunque potuto creare

 il mondo presente, senza preferirlo a

 tutti gli altri: ora è contradditorio, che

 Iddio avendo dato l'essere ad uno di

 cotali mondi, non abbia preferito il più

 conforme a' suoi attributi, il più degno

 di lui, il migliore: un mondo insomma,

 quello, che corrisponda più esattamente

 atale oggetto magnifico del creatore,

 dimodochè tutte le sue parti, senza ec

cettuarne alcuna, con tutte le loro mu

tazioni, e riordinamenti cospirano colla

 maggior esattezza alla vista generale.

 Poichè questo mondo è un tutto, le

 parti ne sono talmente concatenate, che

 niuna parte potrebbe togliersi, senza che

 tutto il resto non fosse interamente mu

tato. Il miglior mondo, conteneva dun

que le leggi attuali del moto, le leggi

 dell'unione dell' anima col corpo, stabi

lite dall'autor della natura, l' imperfe

zione delle creature attuali e le leggi,

 anorma delle quali Iddio scomparte

 le grazie, che accorda alle medesime.

 Il male metafisico, il male morale, ed

 il mal fisico dovevano dunque entra

re nel piano del migliore de' mondi.

 Tuttavia non si può dire, che Iddio ab

bia voluto il peccato, ma bensì il mondo,

 nel quale può entrare il peccato. Quindi

 Iddio ha solamente permesso il peccato,

 e la sua volontà non è in questo punto

 che permissiva, per dir così; poichè la

 permissione non è altro, che una so

spensione, o sia negazione d'un potere,

 il quale messo in opera impedirebbe

 l'azione di cui si parła, ed il permet

tere è l'ammettere una cosa legata ad

 che nella sua creazione sia l'oggetto

 maggiore, ed il più eccellente, che si

 sia potutoprefiggere quell' essere per

fettissimo. Noi nonpossiamo assolutamen- | altre, senza proporla direttamente, ben

te deciderequale siastato un tale fine del

 Creatore, poichè siamo troppo limitati

 per conoscere la sua natura: tuttavia

 siccome sappiamo che la sua bontà l'ha

 chè sia in poter nostro l'impedirla.

 

 ( Corano IV, 155, 156)..

 Questi passi, se dimostrano cheMao

metto attribuiva a Gesù una missione

 profetica, provano eziandio che ai suoi

 tempi era accreditata e diffusa la voce

 che Maria aveva concepito Gesù nell'a

Il profeta d'altronde lasciava il Cora- dulterio, e che molti dubbi sussisteva

no fatto raccogliere parecchi anni dopo no ancora intorno alla risurrezione. E

 daAbubeker successore di lui. Inque- la intima persuasione del profeta che

 sto libro, il cui titolo significa lettura gli ebrei si fossero contaminati atten

per eccellenza,Maometto non parlamai| tando alla vita del Messia, fu forse

 in prima persona: è Dio stesso che

 parla per mezzo di lui, e questa cre

denza è così radicata nei mussulmani,

 cagione del solo atto iniquo da lui

 commesso dopo la vittoria. Imperocchè

 non accordò quartiere ainumerosissima

12

 MAOMETTO

 ebrei dimoranti nell'Arabia, ma li per- siete in viaggio, o ammalati; se avete

 segul, quanti potè uccise,saccheggið le fatti i vostri bisogni naturali, o se a

loro case e tutti costrinse a rifugiarsi vete avuto commercio con donna, fre

in paese non soggetto al suo dominio. gatevi il viso ele mani confina polvere,

 Di sè poi Maometto parla nel Co- se vi manca l'acqua. Dio è indulgente

 rano come di profeta predetto dalle e misericordioso. » ( Corano IV, 46 ).

 stesse scritture degli ebrei. Alla sua

 2.º La preghiera che si fa cinque

 missione trova allusioni nel Pentateuco❘ volte al giorno in casa o al tempio, ma

 ( Corano VII, 156 ); e Gesù stesso è

 suo precursore e rivelatore.« Gesù, fi

glio di Maria, diceva al suo popolo: O

 figli di Israele ! io sono l'apostolo di

 Dio a voi inviato per confermare il

 Pentateuco che vi è stato dato prima

 di me, e per annunciarvi la venuta di

 un apostolo che verrà dopo di me, il

 cui nome sarà Ahmed. E quando Gesù

 faceva loro vedere dei segni evidenti,

 essi dicevano : è magia manifesta >>(Co

rano LXI, 6). Ahmed, (il glorioso)

 è un dei nomidi Mohammed, e i Mao

mettani pretendono che Gesù n' abbia

 predetta la venuta nel Paracleto di

 cui parla S. Giovanni ( XVI, 17), cor

ruzione dicono essi, di Periclytos, che

 in lingua greca suona, come Ahmed, il

 glorioso. Così, aggiungono, l' alterazio

ne della voce e la sua applicazione alla

 discesa dello Spirito Santo, non è altro

 che una prova della mala fede dei cri

stiani.

 11 Corano è la continuazione della

 rivelazione antica. « Prima del Corano

 esisteva il libro di Mosè, dato a guida

 degli uomini ed in prova della bontà

 di Dio; or quello conferma questo in

 lingua araba, affinchè i cattivi siano av

vertiti, e i buoni sentano la buona no

vella » ( Corano XLVI, 11 ).

 I principali precetti dell' islamismo

 sono:

 1.º La purificazione, la qual si ot

tiene colle abluzioni molto raccoman

sempre cogli occhi rivolti alla Mecca.

 Solo la preghiera solenne del venerdi

 dev'esser fatta in comune nella moschea,

 imperocchè il venerdì presso i mussul

mani è giorno sacro a Dio.

 3.º Il digiuno del mese di ramazan,

 nel quale il fedele non può durante il

 giorno cibarsi di checchessia.

 4.° L' elemosina molto raccomandata

 dal Corano. Dio dice ai credenti: >>

 (Corano XI, 109 ).

 Il fatalismo e lapredestinazione son

 dommi pienamente confermati in molti

 passi del Corano, il quale accenna che

 il bene e il male son già da Dio pre

determinati in modo invariabile. L'isla

mismo ha, del resto, le sue dispute

 dottrinali, i suoi casisti e la sua teo

logia. Poco dopo la morte del profeta

 imussulmani si divisero in una molti

tudine di sette, le prime delle quali,

 quelle dei sciti ed i sunniti, disputano

 ancora intorno alla successione dei ca

liffi; imperocchè i primi riconoscono in

 Ali il solo successore del profeta, e gli

 altri vogliono che Abubeker soltanto

 avesse il diritto di succedergli. E poi

chè i dottori dell' uno e dell' altro par

a salvamento.

 Marcione. Discepolo di Cerdone.

 Credesi che insegnasse il suo sistema

 nella Persia verso la metà del secondo

 secolo. Adottando i principii del duali

smo orientale e volendoli applicare al

 cristianesimo, credette di trovare nella

 opposizione che presentavano fra loro

 l'Antico e il Nuovo Testamento il segno

 manifesto dellaloro intrinseca differenza.

 Opera del principio malvagio era l'An

tico Testamento, e del buon principio

 il Nuovo. Tant' erano i Marcioniti con

vinti di questo dualismo che nutrivano

 un grandissimo disprezzo pel Dio di

 Mosè, e Teodoreto narra che un mar

cionita di novant'anni, era penetrato

 dal più vivo dolore ognivolta che il

 bisogno di nutrirsi l'obbligava ad usare i

 prodotti del Dio creatore. I discepoli di

 Marcione penetrati dalla nobiltà della

 loro anima che supponevano essere una

 emanazione diretta del buono principio,

 correvano valorosamente incontro al

 martirio e alla morte, ond' essere li

berati dalle catene materiali fatte dal

 Dio creatore. Eusebio cita l'esempio di

 un marcionita, il quale essendo stato

 attaccato vivo ad un palo col capo in

 giù, e con i chiodi conficcati nelle carni,

 fu abbruciato a fuoco lento, senza che

 ritrattasse alcuna cosa delle sue cre

denze.

 Marechal(PietroSilvano).Nacque

 nel 1750 a Parigi, ove esercitò l'avvo

14

 MARIA VERGINE

 catura. Fu poi chiamato a coprire un

 posto nella biblioteca Mazarina, ma lo

 perdette nel 1783 peraverpubblicato le

 Litanie della provvidenza, libro che fu

 giudicato sommamente irreligioso. L'an

no appresso pubblicò il Libro sfuggito

 al diluvio, o salmi nuovamente scoper

ti. L' almanacco degli onesti stampato

 nel 1788, fu abbruciato per mano del

 boia e l'autore venne condannato a tre

 mesi di prigionia. Nel 1790 pubblicò :

 Dio e i preti, frammento di un poema

 filosofico; ott'annidopo il Lucrezio fran

cese e il Culto degli uomini senza Dio,

 col quale egli intendeva fin d'allora di

 gettare le fondamentadi unasocietà di

 uomini onesti che praticassero il bene,

 ela morale osservassero senza coazione

 religiosa,

 Nell'anno 1800 mandò alle stampe il

 Dizionario degli atei antichi e moderni,

 lavoro dinongran mole, alla compila

retto specialmente aintrodurre l'indiffe

renza in materia di religione, come gli

 Incas furono volti a rendere odioso il

 fanatismo.

 Nel 1797 eletto membro del Corpo

 legislativo, egli compose un discorso sul

 libero esercizio dei culti, che non fu

 letto nell'assemblea, e si trova stampato

 infine alle sue memorie. «Questo scritto,

 dice l' autore della storia ecclesiastica,

 parla della religione con assai rispetto,

 come ne parla nella sua Metafisica e

 nella Morale, libri che entrambi vera

mente non sono di unuomo irreligioso,

 tuttochè qua e là vi si trovino iprinci

pii del Belisario. »

 Maria Vergine. Dei quattro e

vangeli canonici, due negano implicita

mente la verginità di Maria, e sono

 quelli di Marco e di Giovanni; e due

 l'affermano, ma in maniera così scon

clusionata e contradditoria, che la loro

 testimonianza non può essere di alcun

 zione del quale fu aiutato da Lalande

 che ' arrichi poi di due supplementi.❘ peso nemmeno per concludere che, vi

L'autore affermava che il deista non

 differisce gran che dal cattolico romano,

 esi lagnava chemoltimembri dell'Isti

tutoancora andassero allamessa,emolti

 atei portassero la corona e recitassero

 il rosario. Fra gli atei più fermi Mare

chal contaval'economistaBandeau, l'ab

bateArmand, Bourdin tesoriere di Fran

cia morto nel 1752, Fieville, Naigeon e

 d' Holbach.

 Tutti gli scritti di Marechal ap

partengononecessariamente aquel perio

dofilosofico del secolo XVIII, che lavoro

 assai, e assai coraggiosamente, non tanto

 per fondare una filosofia nuova, quanto

 per distruggere quelle secolari supersti

zioni contro le quali la sola rivoluzione

 preparata dagli enciclopedisti potè com

battere vittoriosamente.

 Marmontel(Giovanni).Nacquenel

 Limosino nel 1723. Chiamato aParigida

 Voltaire, frequentò le sale de' filosofidei

 suoi tempi,con alcundei quali contrasse

 amicizia. Sottogli auspici di Voltaire in

venti ancora i loro autori, questo dom

ma cattolico fosse già formato. È vero

 che Matteo e Luca parlando di Maria

 insegnano ch'ella aveva concepito Gesù

 per opera dello Spirito Santo, ma è pur

 vero che il primo di questi evangelisti

 aggiunge che Giuseppe non conobbe

 Maria finch' ella ebbe partorito il suo

 figliuol primogenito cui pose nomeGesù.

 Ed è chiaro che un primogenito sup

pone per lo meno un secondogenito, e

 che seMaria fu vergine prima non lo

 potè essere poi. D'altra parte, se Giu

seppe non conobbe Maria prima ch'ella

 avesse partorito Gesù, per illazione si

 deve conchiudere che la conobbe dopo,

 e che l'evangelista abbia voluto sol

tanto indicare che la continenza degli

 sposi durd fino alla nascita del reden

tore. Che questo fosse il suo vero pen

siero, si può desumere dallo stesso e

vangelista, il quale più innanzi narra,

 che mentre Gesù parlava ancora alle

 turbe >>

 o il sostegno dell' estensione, bisogne

rebbe che essa avesse in se stessa un'al

tra estensione che la rendesse propria

 ad essere substratum o sostegno, e così

 di seguito all'infinito. Ora io vi doman

do se non è questauna cosa assurda in

 sè, e nel medesimo tempo contraddito

ria a ciò che mi avete testè accordato,

 che il substratum, o il sostegno dell'e

stensione debba essere qualche cosa di

stinta dall' estensione ed ancora che

 1

 l' escluda ? »

 Chi non vede che cotesto sofisma si

 risolve infine in una pura questione di

 parole ? Tutto l'errore dell' argomen

tazione sta nel supporre che il substrato

 o sostegno, come si voglia chiamare,

 sta sotto all'estensione. La confutazione

 poteva correre per la vecchia scuola, la

 qual supponeva che sotto all'estensione,

 alla forza e agli altri fenomeni della

 sostanza esisteva un substrato sostan

ziale. Oggidì nè sotto nè sopra alla

 materia si ammette che esista cosa al

cuna. L'estensione e la forza non stanno

 nella materia, ma sono la materia, od

 altrimenti sono un modo di essere della

 materia. Sotto all' estensione non sta

 dunque cosa alcuna novellamente estesa,

 poichè l'estensione non è cosa, ma mo

do di essere delle cose.

 Il Genovesi ha ben dimostrata tal

 trinsecamente da una cosa di cui è

 estensione; e perciò è, o modo o attri

( Metaf. par. V).

 L'argomentazione del Genovesi mi

 par così precisa che nulla rimanga da

 opporgli . Se non che, ponendo egli

 nella prima parte la questione della

 semplicità della sostanza, cade in una

 delle sconfinate astrazioni di Leibnitz

 che son, del resto, comuni a tutti i

 metafisici dei tempi andati. Ciò che sia

 semplice noi non sappiamo, e questa

 vocenonesprime pernoi cheunadi quel

le tante idee di negazione che sì spesso

 si vennero confutando in questo dizio

nario. Noi conosciamo una materia com

posta di parti ed estesa; e per opposi

zione imetafisici hanno voluto concepirne

 un' altra, che denominarono sostanza,

 la quale essendo semplice non è com

posta di parti. Mail negare le proprietá

 della materia non è creare una sostan

za nuova, e gl' antichi atomisti ( v. A

TOMISMO ) che avevan concepito l'atomo

 indivisibile e inesteso, erano pur stati

 alle prese colla medesima contraddizio

ne, di ammettere, cioè, una materia di

 cui negavano in ultimo gli attributi.

 Nel fatto lamateria, che in conclusione

 è tutto quanto esiste di sostanza, non

 la percepiamo altrimenti che sotto le

 parvenze di questi stessi attributi , e

 tutte le volte che noi cerchiamo col

 pensiero di sopprimerli, cadiamo in una

MATERIALISMO

 vuota astrazione. Imperocchè la sem

plicità, nel senso inteso da' metafisici,

 non sappiamo nemmeno approssimati

vamente che cosa sia, e il significato

 di quella voce per noi rimane allo stato

 di una perfetta incognita.

 Tutte le dispute adunque che si son

 fatte e che si posson fare sulla sempli

cità della sostanza, si risolvono infine

 27

 argomentazioni delle scuole, si deve con

cludere che alcunchè veramente esi

ste e compone l' universo, e questo che

 essere la materia, l'essenza della quale

 noi ignoriamo, si piuttosto conosciamo

 sol per i fenomeni ond' ella a noi si fa

 palese e pei quali soltanto ai nostri

 sensi è dato di percepirla. Codesta ma

in meri giuochi di parole, imperocchè

 la sostanza non si può concepire altri

menti che estesa, e una sostanza estesa

 non la si può concepire altrimenti che

 divisibile. Voler spingere il nostro pen

siero oltre questi limiti segnati dalla

 sensazione è follia, è un ricadere nella

 teoria delle idee innate (v. questa voce)

 èun pretendere di avere idee metafisi

che anteriori alla sensazione.

 Tal fu invero l'eccesso in cui cadde

 Leibnitz quando espose quel suo sistema

 delle monadi vuote, o sostanze senza

 estensione di che voleva composti tutti

 i corpi, le quali nessuno è mai riescito

 aconcepire, nè concepirà mai.

 Non è a dirsi in quanti errori e in

 quante cisquiglie la supposta e non mai

 compresa semplicità della sostanza abbia

 tratto i metafisici d'altri tempi. Wolf,

 per esempio, chiama la materia un fe

nomeno sostanziato. La materia, dic'egli,

 è l'esteso dotato della forza d' inerzia,

 elamateria si mostra a noi come un

 soggetto che dura e che è modificabile,

 e perciò come unasostanza; ma essendo

 la sostanza semplice, l'estensione è un

 fenomeno, e perciò non può dirsi che

 la materia sia una sostanza, e per tal

 ragione puòchiamarsi fenomeno sostan

ziato ( Cosmol. § 300).

 In questa maniera, grazie alle in

venzioni de' metafisici, tanto larghi di

 parole nuoveper supplire al difetto delle

 loro idee, non avremo la sola sostanza

 oil solo fenomeno, ma anche il feno

meno sostanziato, ossia qualche cosache

 non essendo nè sostanza, nè fenomeno,

 dovrà naturalmente relegarsi nel regno

 delle chimere.

 Ripeto: a ben stringere tutte le

 teria, comunque si voglia chiamare e

 intendere,è poi identica a quella che i

 metafisici dicono sostanza, sol ch' essa,

 nel concettonostro, mai non si disgiun

ge, nè può disgiungersi, dai fenomeni

 con cui ci si palesa. Tostochè noi fac

ciamo astrazione di questi fenomeni,

 vale a dire la vogliamo concepire se

paratamente dalla forza dall' estensio

ne, da! movimento, dal colore, dal sa

pore, dal suono e così via, essa scom

pare per noi, diviene una idea priva di

 senso, inconcepibile e assurda, impe

rocchè sia appunto ilcomplesso di questi

 fenomeni che per noi costituisce tutto

 quanto ci è dato d' intendere della ma

teria.

 All' articolo CREAZIONE fu già dimo

strata l'impossibilità della creazione

 della materia dal nulla, e la quasi u

nanimità degli antichi filosofi nell' atte

stare questo principio. Del dinamismo

 poi che nega alla materia l'esistenza e

 riconosce i soli centri di movimento senza

 sostanza che si muova, fu detto negli

 articoli DINAMISMO E CATTANEO.

 Materialismo. Sistemafilosofico

 il quale considera la materia come fon-'

 damento e substrato d'ogni esistenza.

 Non credo che del materialismo possa

 darsi definizione più esatta di questa,

 avvegnachè cotesta filosofia sia per se

 stessa così chiara e palese da non ri

chiedere molte parole per essere defi

nita, sendo le cose chiare da tutti su

bito e chiaramente intese. Invero, tutto

 il domma materialista si compendia in

 queste sole parole: affermare che esiste la

 materia, e che lamateria è tutto quanto

 esiste di sostanziale. Tutto il resto nella

 dottrinamaterialista non è che accessorio;

 si hanno negazioni ma non altre affer

28

 MATERIALISMO

 mazioni. Le negazioni scendono natu

ralmente dalla affermazione fondamen

tale, ne sono, per così dire, la diretta

 conseguenza, ma non tutti, per essere

 materialisti sono obbligati ad intenderle

 ad un modo.

 Vedremo in seguito quali siano

 queste negazioni. Occupiamoci innanzi

 tutto dell' affermazione.

 Che cosa sia la materia e che in

tenda il materialismo di esprimere con

 questa voce, fu già detto al precedente

 articolo Materia e a quello Forza, che

 non si possono dispensare di leggere

 coloro che ben vogliono intendere la

 teoria materialista. Materia e forza e

sprimono pel materialista tutto quanto

 esiste di sostanziale e di fenomenico;

 sol ch' egli intende la forza quale un

 fenomeno e non una sostanza, unmodo

 di essere proprio della materiacome la

 forma, l'estensione, il colore ecc.

 di è che nemmeno Dio potrebbe esi

stere fuorchè materiale, stando cioè en

tro la cerchia di quell' elemento che

 solo possiede l'esistenza. Questa con

seguenza l' avevano già preveduta gli

 antichi, e Descartes stesso l'annuncia

 tuttochè s' ingegni di respingerla. Al

lorchè noi concepiamo la sostanza, dice

 egli, concepiamo solamente una cosa che

 esiste inunamaniera, in cuinon habiso

gno se non di se stessaper esistere. Vi

 può essere dell' oscurità riguardo al

l'espressione: non aver bisogno che di

 se stessa per esistere; poichè propria

mente parlando non vi è se non il solo

 Dio che sia tale, e non vi è alcuna co

sa creata, la quale possa esistere un

 solo momento senza la sua potenza ».

 Cosi, dopo avere sentita la necessità di

 porre per base dell' esistenza della ma

teria la sua indipendenza daogni altro

 ente, Descartes, non vinto dal ragiona

Da questa premessa fondamentale | mento, ma pieghevole ai pregiudizi co

scendono tutte le negazioni del mate

rialismo, le quali quà e là furono giá

 dimostrate nei vari articoli di questo

 muni, s'inchina al sofisma con che que

sti gli dimostrano che la materia esi

ste perchè Dio la sostiene.

 Dizionario. E primieramente, se la ma

teria, di tutto quanto esista è il sub

strato e il fondamento, l'anima e lo

 spirito (v. ANIMA) non possono esistere

 se non materiali; ma un'anima o uno

 spirito materiali non sarebbero più nè

 anima nè spirito, ma materia, d'onde

 si vede che l' ammissione dellamateria

 come fondamento unico dell' esistenza,

 ripugna coll'ammissione di una esisten

za immateriale. Quest'esistenza sarebbe,

 in sostanza, nè più nè meno che l'atoто

 vuoto, ossia quella sostanza semplice,

 indivisibile che la metafisica è andata

 vanamente imaginando senza mai riu

scire a concepirla. (v. MATERIA).

 Se la materia è il fondamento d'ogni

 esistenza, nessuna esistenza può essere

 anteriore ad essa e fuori di essa. Nem

meno può essere stata creata, poichè

 fuori di essa nessuna cosa potendo esi

stere, ' immateriale, ossia il nulla non

 poteva creare la materia e darle una

 qualità che esso stesso non aveva. Quin

Ma la definizione era data e revo

carsi non poteva; e Spinozache intravi

de tutto il profitto che ne poteva trarre,

 l' usò largamente. Di maniera che, po

sto il principio che per risolvere il pro

blema generatore degli esseri bisogna

 risalire all'origine stessa delle cose e

 partire da alcune prime nozioni chiare

 chenon ne suppongono altre, egli pose

 come nozione primitiva quelladella so

stanza. E come Descartes aveva detto,

 così Spinoza ripetè che la sostanza per

 esistere non aveva bisogno che di se

 stessa. E dappoichè ciò che esiste per

 se stesso non ripete da altri la sua e

sistenza, così conchiuse che la sostanza

 èeterna e come nessuna molecola nuova

 nasce nell' universo, così nessuna si di

strugge. La materia si trasforma per le

 sole forze che le sono proprie, nè mai

 se ne stà in riposo. (v. MATERIA).

 Che il concetto dell' eternità della

 materia escluda l'esistenza e l'eternità

 di Dio, non pare che tutti l'intendes

MATERIALISMO

 sero. Per lo meno l'antico dualismo

 ammetteva la coternità di due principii

 (V. DUALISMO), e molti anche ne' tempi

 moderni si mantennero in tali idee. Tal

 fu Voltaire, il quale ammettendo la ve

rità dell' antico assioma de nihilo nihil

 fit, riconosceva ancora l'esistenza di

 Dio, non creatore, ma regolatore della

 materia. Tale credenza, del resto, fu

 anche degli ebrei, i quali ammettevano

 che Dio aveva ordinata, ma nou creata

 la materia ( v. CREAZIONE). Si osservi

 bene però che nel solo concetto dell'e

ternità della materia non è contenuta

 l'esclusione dell' esistenza di Dio. Que

st' esclusione invece appare evidente

 nel principio fondamentale del materia

lismo moderno: se la materia è fonda

mento d' ogni esistenza, Dio non po

29

 di esprimere il concetto che se una e

ternità esiste, questa conviene perfetta

mente allamateria la quale, colle stes

se leggi del pensiero, ci si dimostra

 essere eterna e per l' infinita divisibilità

 e per l'infinita estensione. (v. INFINITO

 E DIVISIBILITA').

 AncheDioper esistere dovrebbe essere

 sostanziale, sarebbe dunqueunasostanza.

 Da qui il panteismo di Spinoza il quale

 non differisce dal materialismo che per

 una mera questione di parole. L' uno e

 l'altro sono, infatti, disposti ad ammettere

 che un' unica sostanza è diffusa nell'u

trebbe esistere senz' essere materiale o

 senz' essere una funzione; ora l'una e

 l'altra di queste idee ripugnano col

 concetto che noi abbiamo dell'esisten

za di Dio.

 Dicendo che la materia è eterna il

 materialismo però non insegna un dom

ma assoluto, nè pur pretende di

 a

vere risolto il problema dell' eternità.

 Esso riconosce anzi e sostiene che noi non

 abbiamo, nè possiamo avereil concetto di

 ciò ch'è eterno, echel'eternitàper l'uomo

 rappresenta una idea negativa piuttosto

 che positiva ( v. ETERNITA' E IDEE IN

NATE). Ma in un modo o nell' altro,

 tutte le volte che noi pensiamo ai cor

pi mutabili e perituri possiamo eziandio

 pensare alla negazione di questi carat

teri transitori, e immaginarci un corpo,

 una sostanza che non perisce. Questa è

 la condizione di eternità che lo spiri

tualismo afferma nello spirito senza in

tenderla, e che il materialismo rimet

te nella materia senza pretendere per

 questo d' intenderla meglio del suo av

versario. Ma non fraintendiamo que

sta sua affermazione come molti affet

tatamente sogliono fare: affermando l'e

ternità della materiail materialismo non

 intende menomamente di eccedere i li

niverso, e che ogni cosa che abbia esi

stenza è parte di questa immensa e u

niversale unità di sostanza. Che il primo

 poi chiami Dio questa sostanza e il

 secondo materia, la filosofianon ciha che

 veder nulla, ma sì la fisiologia, la quale

 dirà se aun essere così composto di parti,

 omeglio a quest' universalità degli es

seri esistenti a cui mal si può attribuire

 un pensiero e una individualitàpropria,

 convenga il nome di Dio. Premiando 0

 castigando le sue creature questo Dio

 premierebbe o punirebbe se stesso.

 Io confesso che non ho mai saputo

 concepire il panteismo altrimenti che

 come un materialismo svisato, sotto il

 quale ad ogni tratto fan capolino tutte

 le premessedi questo sistema. Fra l'una

 e l'altra dottrina vi è differenza di voci,

 non d'idee, e qual de' due applichi le

 parole nel senso proprio o nel traslato

 è facile a vedersi.

 Dalla premessa fondamentale del ma

terialismo, che la materia è base e fon

damento d' ogni esistenza, scende na

naturalmente la conseguenza ch' essa è

 increata. Imperocchè ciò che è fonda

mento dell' esistenza ha già in se stesso

 la sua ragion d'essere, nè può riceverla

 da altri. La materia è dunque eterna.

 Riconoscendo che la materia è de

terminata da leggi, che gli effetti suc

cedono ognora in forza di cause prece

denti, il materialismo è stato condotto

 anegare illibero arbitrio, che moltissimi

 miti della nostra intelligenza, ma solo í d'altrondehannonegato senz'esseremate

30

 MATRIMONIO

 rialisti (vedi LIBERO ARBITRIO). Anche in

 questa negazione il materialismo non

 ha creato un domma nuovo; ha sem

plicemente accettate le premesse che

 già erano state poste da altri sistemi

 perfin teologici ( Vedi PREDESTINAZIONE

 e GRAZIA) ed ha obbedito ad un rigo

roso bisogno della logica, impotente a

 spiegare la possibilità di effetti anco vo

litivi che potessero verificarsi senza cau.

 se determinanti, senza la ragione del

 loro proprio essere.

 Togliendo alla morale ogni carattere

 assoluto, la filosofia materialista non

 poneva una semplice negazione al posto

 dell' affermazione de' suoi avversari, ma

 faceva ragione ai risultati dell' antro

pologia, alle relazioni dei viaggiatori,

 alla storia stessa dello spirito umano,

 che concordemente ci dimostrano essere

 la morale un risultato variabile del cli

ma, del tempo, dei costumi edei varibi

sogni della societá secondo il suo grado

 di coltura e la fisica costituzione del

l'uomo. (Vedi MORALE).

 Ma, come gia dissi, tutte queste ne

gazioni costituiscono la parte accessoria

 del materialismo scientifico, e le dissi

denze sull' uno o sull' altro punto pos

sono stare nel suo seno, secondo le va

rie maniere che ai filosofi di questa

 scuola piaccia d' interpretare i fenomeni

 e di dedurne le conseguenze.

 Il vero e fondamentale carattere

 che distingue la filosofia materialista

 dalle altre, è sempre l'affermazione di

 1

 una sostanza unica esistente veramente

 nell' universo. E parrà strano che su

 questo punto sul quale tutte le scuole,

 eccezion fatta per l'idealista, conven

gono, possano nascere tante controver

sie e tante recriminazioni. Imperocchè,

 aben considerare le cose, se tutti am

mettono che alcun che esiste veramente

 ed é sempre esistito, tutti dovrebbero

 del pari riconoscere che il chiamare

 questa entità col nome di spirite, Dio,

 sostanza, quiddità, atomo o materia, può

 essere questione filologica ma non filo

sofica, e purchè si convenga intorno

 agli attributi di questo quid, tutto il

 resto si riduce ad una mera disputa di

 parole.

 Il materialismo, più modesto degli

 altri sistemi, ha trovato il nome di ma

teria bell' e fatto, e credette inutile van

to il creare apposta voci nuove per e

sprimere idee vecchie.

 Matrimonio. Uno dei sette sa

cramenti della Chiesa cattolica. Sotto

 la legge di Mosè la poligamia non solo

 era permessa, ma poteva anche consi

derarsi come di divina instituzione. La

 Genesi ci mostra Dio stesso sanzionante

 la poligamia dei santi patriarchi. Il ma

trimonio indissolubile e contratto tra

 un solo uomo e una sol donna fu sta

bilito da Gesù. Il quale insegnò ch' egli

 era venuto, non per annullare, ma per

 confermare l'antica legge; ed infatti

 nulla mutò degli ordinamenti religiosi

 del giudaismo; ma nel matrimonio in

trodusse una vera innovazione. Ciò che

 Dio ha congiunto, diss' egli alludendo

 all' inviolabilità matrimoniale, l'uomo

 non separi.

 Certo è che introducendo la mono

gamia, Gesù ha seguito un desiderio già

 sanzionato dalla morale del suo tempo.

 Ed'aver tolti li abusi della poligamia

 la filosofia modernanon può che saper

gli grado. Ma fu errore grave quello

 d'aver tolto il divorzio, rimedio rara

mente funesto, e sempre vantaggioso

 quando proscioglie da vincoli, che spes

so la stessa loro indissolubilità rende

 insoffribili.

 Se lo stato matrimoniale sia prefe

ribile alla verginità Gesù non disse, ed

 ebbe torto. Ma il cristianesimo non do

veva rimanere entro i modesti confini

 che gli aveva tracciati il maestro. Uo

mini zelanti e apostoli esaltati dovevano

 ben presto eccedere nell' insegnamento

 le dottrine stesse di Gesù. Giacchè s'e

gli aveva corretta la poligamia e ordi

nata la monogamia ond' attutire i sensi

 e rintuzzare la voluttà, perchè non

 sarebbe stata util cosa il vietare ad

drittura ogni unione carnale e proclamare

MATRIMOΝΙΟ

 31

 la verginita siccome uno stato di per- getta all' uomo ! E l'uomo ebbe il do

fezione ?

 Primo apronunciarsi in questo senso

 è s. Paolo; e dopo di lui tutti o quasi

 tutti i padri trovarono nel loro santo

 delirio parole di amaro rimprovero

 contro l'amore che invade e penetra

 tutta la natura (v. AMORE).

 Gli stessi eretici de' primi secoli

 partecipano a cotesto sdegnoso diprezzo

 de'vincoli imposti dalla natura. Trattasi

 di soffocare la concupiscenza della car

ne, di allontanare l'uomo dalla donna

 per la quale, come scriveva Lattanzio,

 il peccato era entrato nel mondo. Simon

 Mago, Basilide, Saturnino, Cerdone, Car

pocrate, i gnostici, gli encratiti, Tazia

no , i Marcioniti, i Manichei, alcuni

 Origenisti, gli Adamiti e i Valesiani

 riprovarono il matrimonio, non già per

chè ammettessero siccome superfluo il

 minio sulla donna. La nascita di Gesù

 bastò almeno ariabilitare la donna per

 cui opera era stato concepito il redento

re ? Ma no, poichè il cristianesimo ,

 fedele alla maledizione, non vuole l'u

nione dei sessi; fa concepire Maria fuori

 del matrimonio, per opera dello Spirito

 Santo: la sua maternità è una violazione

 della natura.

 Il cattolicesimo va ancora più in

nanzi: esso insegna ormai che lastessa

 nascita di Maria fa eccezione a tutte

 le leggidi natura, imperocchè ella non

 nacque come nascono le altre femmine:

 ella fu immacolata.

 Disputano i cattolici e gli accatolici

 intorno al matrimonio, al quale gli ul

timi negano l'efficacia del sacramento.

 Tutti però hanno la benedizione nuziale,

 obbligatoria pei primi, volontaria per gli

 vincolo religioso per l'unione dei sessi,❘ altri. Ondechè se ai protestanti può

 ma perchè considéravano quest' unione

 come sostanzialmente malvagia. Invero

 nel dualismo prevalente in quasi tutte

 le eresie dei primi secoli, il malvagio

 principio accagionavasi di tutti i mali,

 eposciachè la vita stessa consideravasi

 comeunmale, a lui attribuivasi la pro

creazione dei corpi. Onde asserivasiche

 la generazione dei figliuoli avvenivaper

 suggestione del cattivo principio, ed

 altro non giovava se non che ad esten

dere il suo dominio. Combattere la ge

nerazione valeva dunque quanto com

battere l'impero del male, e Origene

 che da se stesso recidesi le parti geni

tali, e i Valesiani più feroci ancora, che

 sè e gli altri forzatamente rendevano

 eunuchi facevano opera, nel senso loro,

 sovranamente benefica.

 Questo delirio durò lungamente; ma

 come ogni cosa contro natura, dovette

 pure avere il suo fine. L'unione dei

 sessi, bestemmiata dapprima, riconosciu

ta o tollerata poi nel matrimonio, ri

ceveva però nel cristianesimo la con

danna originale. Eva era caduta per la

 concupiscenza, e la maledizione era stata

 seagliata contro di lei: Tu sarai sog

parer cosa lecita il matrimonio anche

 puramente civile, pei cattolici quest' u

nione divien concubinato, ed ove non

 intervengano il ministro e la materia

 del sacramento, unione dei sessi per

 loro, lecitamente non si può dare. E

 l'unione non è comunanza di sentimenti

 fondata sui principii della dignità per

sonale e della civile eguaglianza, poichè

 laChiesa, secondo la maledizione scaglia

tada Dio sul capo di Eva, vuol ladonna

 sottomessa all'uomo, e col matrimonio

 non ledauncompagno, maun padrone.

 Perciò essa dichiara, per la bocca di

 uno de' suoi più eminenti casisti, che

 nemmeno i mali trattamenti possono

 essere causa del divorzio. « Le batti

ture, dice S. Alfonso de Liguori, sono

 una causa di divorzio ? Gli uni affer

mano, gli altri negano. Il maggior nu

mero insegna esser permesso al marito

 di battere la moglie, purchè nol faccia

 frequentemente, per cagion leggera e

 con collera, ma raramente e mediocre

mente (mediocriter). D'onde l' opinione

 probabile di Sanchez che insegna la

 donnanon poter abbandonare il marito

 che la batte, se i colpi son leggeri,

 ..

32

 MATRIMONIO

 quand' anche fosse colpita senza motivo,

 a meno che, secondo altri, non sia di

 condizione nobile ».

 Enondimeno gl' imperatori pagani

 avevano notevolmente migliorata la con

dizione della donna, e il primo Anto

nino aveva tolto al marito il diritto di

 accusare la moglie d'adulterio quand'e

gli stesso non fosse stato irriprovevole.

 Dopo dieciotto secoli, la legislazione cri

stiana non è ancor giunta a questo

 punto!

 Non già, dice uno scrittore moder

no, che la donna manchi d'ogni diritto

 sul padrone che la batte. Essa, per e

sempio, può involargli i cattivi libri, o

 un po' di danaro per fare l' elemosina;

 può abbandonarlo se cessa di essere

 cattolico, o se la sollecita nell'eresia, e

 la carità stessa neppur l'obbliga a ri

prenderlo quand'egli si converte; ma

 essa deve lasciarsi battere se è buon

 credente, e cedere ai suoi desideri quan

d' anche sia lebbroso, e il figlio ch'essa

 potrebbe concepire corresse pericolo di

 morte. ( Liguori Teologia morale 'T.

 VII ).

 Il diritto canonico condanna esplici

tamente il matrimonio tra i cattolici e

 gli eretici, imperocchè l' eresia, per

 comun consenso dei teologi, è uno degli

 impedimenti a ben ricevere il sacramen

to. La legge civile in Francia, ancora

 nel secolo XVII , sanzionava siffatto

 principio, come ne fa prova un editto

 di Luigi XIV del mese di novembre

 1680, così concepito : « Luigi ecc., I

 canoni dei concili avendo condannato il

 matrimonio fra gli eretici e i cattolici

 come un pubblico scandalo, e una pro

fanazione del sacramento, noi abbiamo

 creduto tanto più necessario d'impedirli

 in avvenire, in quanto abbiamo ricono

sciuto che la tolleranza di questi ma

trimoni espone i cattolicia una tentazione

 continua per la loro perversione ecc.

 Laonde vogliamo che per l'avvenire i

 nostri sudditi cattolici non possano ,

 sotto qualsiasi pretesto, contrarre ma

trimonio con quelli della religione pre

tesa riformata, dichiarando tali matri

moni invalidi , e i figli nascituri ille

gittimi ».

 Un decreto del 20 dicembre 1599

 pubblicato nella Franca Contea dall'Ar

ciducaAlbertoe dalla sua sposa Isabella,

 avea anche prima d' allora vietati i

 matrimoni tra cattolici ed eretici, pena

 la confisca del corpo e dei beni (An

ciennes ordonnances de la Franche

Comte lib. V. tit. XVIII).

 Per lo meno prima del 1724 era

 lecito ai protestanti francesi di maritarsi

 fra di loro; ma colla dichiarazione del

 14 maggio 1724 minutata dal Cardinal

 di Fleury, siffatta concessione parve li

cenza, e a tutti fu ordinato coll'art. 15

 di tal legge che le « forme prescritte

 dai canoni fossero osservate nei matri

moni, tanto dei nuovi convert.ti quanto

 di tutti gli altri sudditi del re ». E

 perchè quest' ultima frase comprendeva

 e cattolici e protestanti, non solo i

 giudici civili si rifiutarono di presiedere

 ai matrimoni fra i protestanti, ma an

cora furono dichiarati invalidi quelli

 contratti sotto leconcessioni precedenti

 eche non fossero rivestiti delle forme

 canoniche.

 La rivoluzione francese tolse siffatte

 brutture colla instituzione del matrimo

nio civile. E fu allora che la Chiesa,

 congiurando contro le nuove libertà, e

 non volendo riconoscere la potestà civile,

 nė pure quella dei preti che avevano

 giurato fedeltà alla costituzione, dichia

rò validi i matrimoni dei cattolici fatti

 fuori della legge civile e senza il mini

stero dei preti giurati, purchè contratti

 alla presenza di due testimoni. « Questa

 sorta di matrimoni, scriveva il cardinale

 di Zelada al vescovo di Luçon (Vatica

no 28 maggio 1793) quantunque con

tratti senza la presenza del curato, non

 saranno perciò men validi e leciti, come

 fu più volte dichiarato dalla Congrega

zione interprete del Conciliodi Trento.>>>

 Più tardi se gli sposi troveranno l'oc

casione di farsi benedire da un prete

 non giurato, faranuo cosa buona, ma

MAUPERTUIS

 rare cha la benedizione non tocca in

 nulla la validità del matrimonio ». (Ri

sposta della Congregazione incaricata

 degli affari di Francia 22 aprile1795).

 33

 questo sacerdote avrà cura di dichia- cattolica agli eretici, fu riconosciuto nella

 riforma dalla Chiesa anglicana e dal

 luteranismo (v. ANGLICANISMO e LUTERO).

 Perciò che riguarda il matrimonio dei

 preti, concesso nei primi secoli e nega

to poi, si consulti l' articolo CELIBATO

 La Chiesa cattolica non soffre l'in

tervento della potestà civile nel matri

monio, nè concede che gli eretici con

traggano matrimonio coi cattolici, ma

 autorizza il divorzio degli sposi eretici

 tutte le volte che un d'essi si converta

 al cattolicismo. Così essa divide per

 regnare, e molti esempi lo provano irre

cusabilmente. Ne cito uno fra i molti,

 attestato dal seguente documento:

 «Emmanuele, per la misericordia

 di Dio e la grazia dalla Santa sede

 apostolica, vescovo di S. Sebastiano, o

 Rio-Janeiro.

 !

 Al papa profugo concedeva con un ap

posito articolo della costituzione tutte

 le guarentigie necessarie, ove fosse tor

nato in Roma, per esercitarvi il potere

 L'8 settembre 1847,poco dopo l'ele

zione di Pio IX, Mazzini mandavagli da

 Londra una lettera pereccitarlo, come

 già aveva fatto con Carlo Alberto, a

 lasciar libera la circolazione delle idee

 eapropugnare il principio dell' unitá

 nazionale. « Noi, scriveva Mazzini, vi

 faremo sorgere una nazione intorno,

 al cui sviluppo libero, popolare, voi,

 vivendo,presiederete. Noi fonderemo un

 governo unico in Europa che distrug

gerá l'assurdo divorzio fra il temporale

 e lo spirituale; e nel quale voi sarete

 scelto a rappresentare il principio del

 quale gli uomini scelti a rappresentare

 la nazione faranno le applicazioni.... »

 La separazione fra il temporale e

 lo spirituale era dunque daMazzini di

chiarata assurda. Fedele al suo motto

 La parte più spiccata della figura

 di Mazzini, emerge appunto per la

 missione religiosa ch'egli si era impo

sta (della quale soltanto dobbiamo qui

 occuparci); e i principii suoi, fedel

mente applicati, più presto ci avrebbero

 condotti alla teocrazia che alla libertà.

 Eccone alcuni saggi.

 Riti e Simboli « Cristo venne e can

 cozzo tra loro, e che pur sono e sa

>

 Forse sfiduciato ne suoi arditi, quan

tunque generosi, tentativi tendenti ad un

 fine che era per lui fonte perenne di

 vita e stimolo fortissimo all'azione, egli

 sentiva ne'momenti di scoramento, ilbi

sogno di sfogare il cordoglio e d'impu

tare la colpa dell'insuccesso ad unpar

tito già troppo inoltrato nella lotta

 contro i pregiudizi dominanti, e troppo

 nemico di quanti idealismi e misticismi

 offuscarono l'intelletto umano, perchè ai

 più non paresse opera buona e azion

 di merito il condannarlo comechessia,

 anche nelle cose ov' esso meno poteva

 per l' incapacità stessa di cui l' aveva

 accusato. Il materialismo fu la vittima

 espiatoria da lui scelta, e come giàgli

 antichi pagani su di essa scagliavano

 le loro maledizioni, per farle portare

 sotto il coltello del sacrificatore tutto

 il peso delle colpe dagli uomini com

messe, ma da essa soltanto espiate;

 così egli sul capo del materialismo a

veva rinversato la colpa d' ogni insu

cesso de' tentativi da lui fatti per l'e

mancipazione politica.

 Fin dal giorno in cuipubblicando i

 cenni storici della sua vita, iogli espo

neva con franchezza eguale a quella

 d'oggi, i motivi che mi avevano consi

40

 MAZZINI

 gliato a sopprimere la sua formola

 «Dio e Popolo > laqualeposta a san

zione di governo, io considerava e con

sidero come contraria ai principii della

 separazione della Chiesa dallo Stato e

 alla libertà di coscienza, fra l'altre

 cose egli mi scriveva: >

 Egli credeva nel continuo rivelarsi di

 Dio attraverso la Vita collettiva dell' U

manità. Dio, diceva, s' incarica peren

nementenei grandifatti che manifestano

 la vita universale (Dal Conc. a Dio pag.

 22). Quidunquelarivelazione èpermanen

te e progressiva, ma nulla infatti rivela

 fuordiquanto nel sistema de' materialisti

 ègiàconcesso e preveduto. L'opposizio

ne fra ledue scuole non cambianatura:

 noi dicevamo chelalegge morale, nata

 nel senso dell'umanità per la necessità

 stessa de' suoi bisogni progressivi, si

 va svolgendo in ragione dei tempi, dei

 costumi e della civiltà; egli traspor

tava il principio di questo progresso

 fuori di noi, in un punto incognito

 dello spazio, d'onde esso emana peren

nemente ma con varia efficacia, e s'in

carna in noi per mezzo di un processo

 che nè l'analisi, nè la sintesi non ci

 hanno mai scoverto. Ma come nel no

stro sistema vogliamo riservato all'uo

mo il merito dellesue opere, così su di

 lui ricade la responsabilità delle colpe

 e degli errori che momentaneamente

 fermarono o fecero retrocedere il pro

gresso dell'umanità. Invece la perenne

 rivelazione di Mazzini, la quale in so

stanza non è altro che una copia adul

terata del progresso,storico,ha questo

 do

 di maggiormente assurdo ogni altra,

 ch'essa toglie alsuo Dio ogni carattere

 assoluto, lo fa procedere per le sue vie

 emanifestarsi per fassi irregolari, con

 modo di filosofarenon cape nella testa.

 Noi procediamo col metodo per scoprire ❘ incarnazioni talora progressive, tal fiata

 il fine, non possiamo ammettere un fine

 apriori, anteriore ad ogni esperienza,

 regredienti; ci additainfineun Ente incer

to di sè che va esplorando i tempi e

 erivelatoci non si saprebbe come eda ❘ le idee, nè sa raggiungereil fine senza

 chi. In conclusione, idue sistemi dista

evitare le dubbiezze e le contraddizioni

 no di poco; l' essenziale differenza sta

 nel modo di stabilire e condurre l'esa

me, sta nel sapere se s' incomincerà a

 costruire l'edificio dal tetto o dalla

 base!

 Mabasti per il materialismo. Vediamo

 ora se questo intimo sentimento, questa

 sintesi dell'anima ha almeno a Mazzini

 del Dio mosaico. Questo Dio imperfetto

 e capriccioso, harivelato la barbarie in

 Australia, la civiltà inEuropa, la scienza

 all' antico Egitto, la superstizione e l'in

famia ai cattolici del medio evo. Tutti

 quosti momenti storici che, nel sistema

 mazziniano, sono manifestazioni di Dio,

 non possono tutti ad un modo essere

MAZZINI

 43

 progredienti; nè tutti possono derivare | lutava e gli sorrideva dalungi: esso at

 dalla incarnazione nell' umanità di quel

 medesimo essere che esso dice necessa

riamente identico al Vero e al Giusto.

 Ecco dunque Mazzini di fronte al dua

lismo che rimproverava a'vescovi catto

lici del concilio, ma che fatalmente la

 logica doveva consigliare a lui, come

 già consigliò a Zoroastro, a Manete, a

 Saturnino. Questi erano i primi effetti

 della sublime sintesi chevuole emanci

parsidall'analisi. Astraendo da'fatti par

ticolari e dalle leggi di natura che ge

nerano edirigono il morale svolgimento

 dell'umanità, e che a seconda de' casi,

 delle circostanze, del clima, della ferti

lità del suolo la sospingono per questa

 o quella via, essa vuole riassumere in

 unprincipio solo fuor dell'universo tutti

 i fenomeni speciali che qui fra noi e

 dentro di noi si producono, ed incar

nare la collettività degli esseri umani

 in un individuo solo, causa prima e u

nica d'ogni fenomeno morale

 sorta

d' antropomorfismo che volendo fog

giarsi un Dio impersonale, non giunge

 amiglior parto che di darci una ima

gine sbiadita di quanto è, opera o pensa

 l' Umanità! Veramente non ci voleva

 tanto per convincere i materialisti che

 la sintesi non crea idee nuove, ma co

pia, congiunge, armonizza o deforma i

 fenomeni speciali rivelati dall' analisi,

 secondo che più o men bene su questa

 si appoggia. Ondechè allontanandosi

 dall' analisi Mazzini aveva creduto di

 foggiarsi un Dio nuovo, ma in verità

 non aveva raggiunto altro scopo che

 quello di trasportare tutti li attributi

 dell'umanità nella parola Dio. E sicco

me questi attributi sono buoni e cat

tivi, così egli non aveva evitato l'eter

no scogliodi tutti i rivelatori: o di am

mettere il Bene e il Male derivanti dallo

 stesso principio (quindi l' imperfezione

 in Dio stesso) o di creare un altro prin

cipio d'onde emani ogniMale, come da

 Dio neviene ogni Bene.

 Mazzini aveva voluto respingere il

 Diavolo, ma lo spirito del Male lo sa

tende il posto che gli spetta nell'incom

pleto sistema mazziniano, e vivrà si

curo di sè e fidente nel suo trionfo,

 fino a quando vi saranno religioni o

 filosofie, che vorranno far derivare il

 Bene o il Male da uno stesso eassoluto

 principio.

 Rispondendo a queste obbiezioni un

 anno dopo (1870)Mazzini inuno scritto

 sulla intolleranza e l'indifferenza, cost

 spiegava il suo concetto della rivela

zione di Dio nell'umanità: « Noi non

 crediamo nella rivelazione diretta, imme

diata, in un tempodeterminato, da Dio

 all'uomo. Crediamo nella rivelazione

 continua dai primi giorni dell'umanità

 fino a noi, per opera delle tendenze e

 delle facoltà ingenite in noi quando si

 sostanziano in armonia nell'intelletto e

 nella virtù ». Con queste parole non

 negava egli implicitamente l'esistenza

 di unDio immutabile? Non toglieva alla

 morale il carattere dell' immutabilitá,

 solo imperativo morale, per cui tutti i

 deisti che vissero finora credettero ne

cessaria la credenza in Dio? Non ab

bandonava cost la morale in balla del

 progresso, che è quanto dire dell' uma

nita? Alla rivelazione non sostituiva la

 storia, il fatto, pietra angolare del me

todo materialista; e al posto di Dionon

 metteva l' umanità? Quella che egli di

ceva rivelazione continua, non è forse

 il pensiero dell'umanitá che perpetua

mente lavora e si svolge, e conquista

 nuovi veri ? Or quest' è teoria affatto

 materialista, e checchè dicano in con

trario i mazziniani, civuol poco a ca

pire che Iddio compie una funzione af

fatto inutile nel loro sistema teosofico;

 non è come nei miti religiosi il rivela

tore di verità assolute, eterne ed im

mutabili, chè anzi nasce, cresce e si svi

luppa coll'umanitá e ha tante leggi e

 tanti comandamenti quante sono le ne

cessità e i bisogni che si manifestano

 nelle varie età del mondo.

 Mazzini credeva nella continuitd

 della vita negli angeli: che sono l'ani

44

 MAZZINI

 ma dei giusti che vissero nella fede e re misticismi nuovi, quando la dimenti

morirono nella speranza, nell' angelo cata origine li fa porre sugli altari.

 custode, anima della creatura che piú | Certo, questa conseguenza non sgomen

santamente ci amò, nella serie infinita

 di reincarnazioni dell' anima di vita in

 vita, di mondo in mondo, e finalmente

 nella trasformazione del corpo, che era

 per lui lo strumento dato al lavoro da

 compiersi (Dal Conc. a Dio pag. 24-25).

 Ora tutte queste idee cardinali della

  No; non invitate a concordia me:

 rivolgetevi altrove ».

 Mazzini diceva di non aver tesori,

 eserciti, carceri, ordinamento governati

vo per far che la sua formola trionfas

se e anche se li avesse avuti credeva di

 non aver dato in tutto il suo passato

 diritto ad alcuno di sospettarlo capace

 d' usarne. Nonpertanto bisognapur con

fessare che quel sospetto non era poi

 affatto infondato. Da ben dieci anni si

 insisteva presso di lui, o con lettere o

 «

 con la stampa, affine di indurlo a fare

 una consimiledichiarazione, e pochi me

si innanzi io gli scriveva queste parole:

 Non si tratta di render grazia ma

 giustizia; e il far chiaramente intendere

 ai vostri amici che la formola Dio e

 Popolo, è regola di coscienza che vuol

 essere accettata liberamente, non im

posta come principio di governo, nè

 consegnata nella costituzione, è dovere

 a,cui, se siete tollerante, non potete

 sottrarvi. »

 Allora Mazzini non rispose, e secon

do il suo costume , rispose indiretta

mente poi con le parole or riferite. Ma

 se almeno dopo tanto ritardo la sua

 dichiarazione avesse soddisfatte tutte le

 esigenze della libertà, me ne sarei con

a

 solato. Ma no; egli ritoglieva da una

 parte quello che dall' altra concedeva.

 Non voleva imporre colla forza la sua

 formola, ma lasciava però chiaramente

 intendere ch'egli la voleva inalzata

 principio di governo. Ora, una afferma

zione ufficiale, checcè si dica in contra

rio, implica obbligazione. Credo che

 Mazzini fosse tale da tenere la parola e

 >>

 E veramente l'oblazione sola, oltre l'e

levazione, era stata levata, perchè, di

cevasi, la Chiesa cattolica le attribuisce

 il merito di rimettere i peccati per la

 semplice offerta, senza esservi bisogno

 nè di recarvi la fede, nè alcun movi

mento buono del cuore. Poco differisce

 anche la messa anglicana, la quale se

 ne togli il nome cambiato , la transu

stanziazione negata, e le orazioni pei

 morti soppresse, ha conservato nella

 comunione, il prefazio, la consacrazione

 e altre parti fondamentali del canone

 cattolico.

 Metafisica. La scienza che tratta

 dei primi principi, delle idee universali,

 e delle operazioni dello spirito. È defi

nizione cotesta generalmente accettata,

 e della poca stabilità di essa si può

 argomentare della pochissima solidità e

 delle immense pretese di questa scien

za. Gl'idealisti moderni ricorrono spesso

 alla metafisica per spiegare in qualche

 maniera i fantasmi della loro immagi

nazione; e Gioberti che tanto si com

piaceva di correre i campi del pensiero

 per scoprirvi nuove forme, creare pa

role nuove e definirle , assimila ad

drittura la metafisica al soprannaturale.

 Non pare però che nei tempi anti

1

 chi la metafisica fosse scienza così in

determinata, e se guardiamo alle origini

 di questa voce, dobbiamo anzi conclu

dere ch'essa esprimeva meno assai di

 quanto vogliono ch'esprima certi filosofi

 moderni. Aristotile aveva scritti molti

 trattati su quasi tutti i rami dello sci

METAFISICA

 bile, ma nonavevapensato a riunirli in

 classi e a dare un titolo a queste classi,

 che abbracciasse la generalità delle cose

 dimostrate. Fu questo un lavoro che

 fecero i suoi commentatori, eprincipal

menteAlessandroAfrodisio,il quale delle

 opere aristoteliche fece due grandi di

visioni: alla prima riferi le fisiche; ma

 dovendo poi dare un nome all' altra

 parte, non trovò di meglio che intito

larla metafisica, cioè dopo la fisica.

 61

 nessuno intende. D'altronde una scienza

 che si occupa delle cose sopranaturali

 non è scienza, mateologia, e i suoi cul

tori meglio chefilosofi sidirebbero teo

logi.

 Dall' inutilità della metafisica sono

 insigne monumento la vanità de' suoi

 Altri, per verità, voglion dare a

 questa voce una diversa etimologia, e

 il prof. Martini così ragiona: Μετα' è

 una proposizione che ha vari signifi

cati: ora esprime dopo, come si è testé

 avvertito; ma altre volte esprime oltre

 ossia indica passaggio da uno stato ad

 un altro, o da un luogoad un altro. Ri

ferirò due esempi. Gravina, allettato dal

 raro ingegno poetico di Pietro Trapas

si, povero fanciullo, se lo adottò a fi

gliuolo , ed amante com'era della greca

 favella, grecizzò quel cognome, e l'ap

pello Metastasio

 ,

 che veramente e

prime Trapassi. Se alcuni l'interpreta

rono Metà dell'anima mia, certo erano

 affatto stranieri ad ogni ellenismo. Ovi

dio intitolò il suo poema le Metamorfosi

 in cui rappresenta le trasformazioni, o

 converzioni di persone in costellazioni ,

 in pianeti, in animali. Dunque metà fi

sica vorrebbe dire trasfisica, o trasna

turale, o sopranaturale.Ma se noi dob

biamo accettare in tal senso questa

 voce, e non v'é ragioneper cui non la

 si accetti, dopochè così è prevalso nel

l'uso comune, qual concetto dovremo

 noi aver d'una scienza che si occupa di

 cose non naturali? Dove è il campo dei

 suoi studi ? Dove i soggetti delle sue

 sperienze? Che ne sa essamai delle cose

 che stanno fuori dell'ordine della na

tura; anzi ancora vi son cose che non

 siano naturali, e delle quali la scienza

 possa seriamente occuparsi? A'metafisici

 credo che saràmolto difficile rispondere

 aqueste domande; ciò che non impe

dirà loro di continuare a scrivere dei

 volumi per spiegare a tutti cose che

 sistemi. Quali scoperte ha esse fatte ?

 Cercando vanamente di spingersi fuor

 della natura, oltre i confini del mondo

 sperimentale, essa vagò sempremai nel

 regno delle ombre. In mancanza di fatti

 nuovi, di nuovi enti, inventò altre entità

 evocate dal nulla e chiamate trop

po facilmente all' esistenza sostanziale.

 Niuno mai le vide nè le senti. (V.

 ENTITÀ)

 Ben disse Romagnosi, che il primo

 abuso, che non di rado fassi delle pa

role e del loro accozzamento, è quello

 di adoperarle, con certe idee, che gli

 autori medesimi non saprebbero dirsi

 che si fossero. « Quando i peripatetici,

 per cagion d' esempio,spiegavano molti

 fenomeni della natura con due parole

 Simpatia e Antipatia, io non so se essi

 capissero niente di quel che voleva dir

si. Interviene il medesimo, a coloro,

 i quali credono esservi, oltre i feno

meni di attrazione, una vera forza at

tratrice tra i corpi: questa forza non si

 capendo meccanicamente, divenuta un

 mistero, rende la lingua fisica arcana.

 Si trovano diqueste parolee frasi spesso

 negli autori antichi, e in tutti quelli i

 quali parlano di cose che non inten

dono; ma in nessuna scienza v'è n' ha

 più quanto nelle metafisiche. Un meta

fisico, ch'è sempre uno che si presume

 molto, nonpotrebbe coprire la sua igno

ranza che con una lingua che impone.

 La lingua metafisicadi Omero e di tutti

 gli antichi poeti teologi, è piena di

 queste parole e frasi significanti un non

 so che, nelle quali si trovano da' nostri

 eruditi tanti misteri ignoti agli autori.

 Alcune volte sono parole tecniche, cioé

 d'arte, e servono a coprire l'ignoranza

 delle professioni le più triviali. Tutti

 gli artisti ne hanno, e sono arme da

62

 METODISTI

 offesa e da difesa; ma in nessuna arte

 ve n'ha tantequanto in chimica, in me

dicina, in astrologia.>>>

 Metempsicosi. Dottrina religio

sa la quale suppone che le anime u

mane dopo la morte passano in altri

 corpi. Par che i più antichi credenti

 nella metempsicosi siano stati gl'indiani

 (V. BRAMANISMO, BUDDISMO). Tuttavia lo

 ammisero anche molti filosofi greci, tali

 che Empedocle. Plutarco , Platone; e

 Beausobre sostiene che anchemolti pa

dri della Chiesa, come Origene e Sine

sio ebbero una simile opinione. Non

 occorre dire chequasitutte le religioni

 dell'antichità ebbero una tale credenza,

 la quale principalmente trova il suo

 appoggio nei sogni. Quando, infatti, l'i

gnorante ricorda in sogno qualche per

 sona defunta, è naturalmente condotto

 acredere che quella persona esista ve

ramente in qualche luogo. La filosofia

 poi, che per far muovere il corpo ave

va inventato un'anima, composta di

 leggerissima materia, non poteva darle

 una occupazione conveniente durante la

 infinità dei secoli, che facendola tras

migrare dall'uno in altro corpo, per

 richiamarla sempre a nuove vite, affine

 di premiarla e di punirla dei suoi me

riti o de' trascorsi mancamenti.

 Platone nel Timeo, nel secondo li

bro della Repubblica e nel Fedro cost

 spiega l'ordine della trasmigrazione

 delle anime. In primo luogo se l'anima

 ebbe molte perfezioni in Dio, e abbia

 scoperte molte verità, entra nel corpo

 di un filosofo o di un savio. Quelle

 men perfette entrano nel corpo di altri

 uomini meno illustri, secondo l'ordine

 seguente: 2. L'anima entra nel corpo

 di un re o di ungranprincipe. 3. Essa

 passa nel corpo di un magistrato o di

 uncapo diuna potente famiglia. 4. En

tra nel corpo di un medico. 5. Entra

 nel corpo di un uomo che abbia l' in

carico di provvedere al culto degli Dei.

 6. Passa nel corpo di unpoeta. 7. Nel

 corpo di un operaio.8. Nel corpo di un

 sofista, e infine nelcorpo diun tiranno.

 Gl'indiani ammettevano anch'essi una

 successione poco dissimile attraverso

 alle loro caste, e i buddisti credono an

cora che le anime possono passare nel

 corpo degli animali più immondi, opi

nione che fu pur divisa da Pitagora e

 da Empedocle.

 I più accaniti nemici della trasmi

grazione delle anime nella Grecia erano

 gli epicurei, i quali dicevano che se

 noi fossimo entrati nel corpo di altri

 uomini avremmo conservata la memo

ria delle nostre azioni. Quanto al pas

saggio delle anime umane nel corpo

 degli animali, essi dicevano che questa

 opinione non si appoggiava ai fatti;

 se ciò avvenisse l'anima dovrebbe im

primere all'animale il suo proprio ca

rattere, mentre invece vediamo che i

 leoni sono sempre coraggiosi, e 1 cervi

 sempre timidi.

 Tutti, o quasi tutti ipopoli selvaggi

 credono a una sorta di metempsicosi,

 ma questa credenza è andata scompa

rendo dalle religioni e dalle filosofie

 dei popoli civili, ed ormai essa non ha

 fra noi altri settatori che gli spiritisti.

 (v. SPIRITISMO).

 Metodisti. Così son chiamati i

 membri di una delle più cospicue sette

 ond'è divisa la religione anglicana. Ne

 fu fondatore John Wesley nel 1730, il

 quale deplorando la depravazione dei

 costumi e la corruzione della Chiesa,

 volle con una nuova predicazione in

trodurre nella riforma una nuova ri

forma. Nei suoi viaggi nell'America,

 nell'Olanda e nella Germania strinse co

noscenza con molti entusiasti luterani,

 e visitando le loro communità presto

 apprese quanto facil cosa sia il cre

dersi inspirati e il farlo credere altrui.

 Alcuni anni dopo, il fratel suo Carlo,

 si unì a quella missione, insegnando

 che Dio, dopo avere colpito colla di

sperazione i suoi prediletti,improvvisa

mente apre i loro occhi alla luce e li

 vivifica col suo spirito. Così fu illumi

nato S. Paolo sulla via di Damasco, e

 così fu Wesley chiamato alla scienza

METODO

 della rivelazione. Se non che non fu

 egli tocco dalla luceceleste, per quanto

 egli stesso afferma, che qualche anno

 dopo, cioè a Londra, nella via Alder

role:

 63

 Passai un'ora nella scuola di

 Kingwood. Ma singolare stranezza! Che

 ne avvenne delle opere mirabili della

 grazia che il Signore operava nei fan

gate il 29 maggio 1739 a ore otto e

 tre quarti. Sul qual proposito unoscrit

tore cattolico argutamente osserva come

 sia assai difficile a capire com'egli, es

sendo inpreda acommozioni così vio

lente potè dar retta al batterdelle ore,

 o cavarsi di tasca l'oriuolo per osser

vare con tanta precisione l'ora e il mi

nuto.

 Lo spirito di Dio che avevavisitato

 il maestro, non poteva restarmuto pei

 discepoli. Whitefield, socio di Wesley,

 nella nuova Chiesa ebbe anch'egli i

 suoi moti convulsi e le suecrisi divire,

 e mentr'egli con impetuosa eloquenza

 su per le piazze parlava ai suoi ascol

tatori, era bene spesso soprappreso da

 crisi nervose e da stranivaneggiamenti.

 Tali erano i segni esteriori della gra

zia, colla quale i nuovi profeti, a so

miglianza dei fanatici delle Çevennes,

 (v. CAMISARDI) invitavano i fedeli alla

 penitenza. E che si tentassedirinnovare

 allora l'invasione dei piccoli profeti, ri

levasi da Soutey, il quale narracome i

 maestri di Kingwood tormentassero

 senza posa i fanciulli dell'età di sette

 ad otto anni finchè avessero dato se

gno della loro giustificazione ». Si cer

cava di gettarli in preda al terrore e

 alla disperazione spingendoli fino alla

 follia; e dappoi colla calma e la sicu

rezza procuravasi di fugarne lo spa

vento. Wesley, presente a simili ecces

si , li approvava e li promoveva, ma

 sperò indarno di trarne partito per le

 predicazioni profetiche. O vuoi che le

 scuole di profezia non fossero così du

ramente avviate al misticismo come

 quelle dei calvinisti, o che l'esempio

 mancasse a generare il contagio men

tale, o che, infine, i maestri non per

severassero nell'esaltare l'immaginazio

ne dei giovanetti, fatto è che risultati

 soddisfacenti non si ottennero allora, e

 Wesley stesso lo attesta conqueste pa

ciulli nello scorso settembre? Tutto di

sparve come un sogno! >>

 La novella riformawesleiana fudun

que fondata sulla sola predicazione de

gli adulti,e fu questa così attiva e in

defessa, che non pochi chiamò al suo

 partito. Le molte e lunghe preghiere

 i digiuni, la lettura dellaBibbia, le fre

quenti comunioni , ai seguaci di quel

 nuovo quietismo, meritarono per ischer

no il titolo di metodisti. Uniti sulprin

cipio alla Chiesa anglicana, se ne se

pararono poi per ordinare 1 loro sacer

doti, ma non tardarono a dividersi fra

 loro stessi per le vive controversie su

 alcuni punti dottrinali, avvenute fra

 Wesley e Whitefield; perocchè mentre

 il primo riteneva che le opere erano

 essenziali alla salute, l'altro le teneva

 come meno importanti. Fondato sul

 suo principio, parve a Wesley che le

 migliori opere fossero quelle che po

tessero indirizzare l'uomo a quella co

tale perfezione cristiana che gli toglie

 ogni lecito godimento terreno per in

dirizzare la sua mente al cielo. E per

ciò proibi ai suoi seguaci 'le carte, i

 teatri, i balli, le corse dei cavalli, i ma

nichini, le trine, i liquori spiritosi ed

 il tabacco. La verginità non impose,

 ma molto encomiò coloro che nel loro

 cuore fossero riusciti a totalmente e

stinguere la concupiscenza.

 I metodisti sono anche oggi molto

 numerosi nell'Inghilterra e negli Stati

 Uniti, e possedono ricchi stabilimenti

 nelle Indie, a Calcutta, nell'isola di

 Ceylan e fin nell'Oceania. Essi hanno

 molti predicatori ambulanti, e parecchi

 ne mandano all'estero per diffondere le

 loro dottrine.

 Metodo. L'artedi disporre le pro

prie idee ordinatamente acciò s' inten

dano con maggior facilità. Il metodo è

 perciò necessario tanto a chi studia,

 quanto a chi insegna, e tutti sanno

64

 METODO

 quanta maggior fatica si abbia ad ap

prendere le cose esposte disordinata

mente, che non abbiano, cioè, fra loro

 alcuna relazione.

 Il metodo è analitico o sintetico,

 secondo cheincomincia dalle cose par

ticolari per passare alle generali, o vi

ceversa. Era massima degli antichi che

 il metodo analitico forse adatto soltanto

 a ricercare e scoprire la verità, mache

 il sintetico meglio convenisse per inse

gnarla e dimostrarla. Questa massima

 perdurò assai tempo nell' opinione dei

 filosofi, e si può ben dire che perdura

 tuttora nell' opinione di molti pedago

gisti. Non si ha molta difficoltà a am

mettere che l'analisi sola conduce alla

 verità (vedi ANALISI ); ma si pretende

 che quando gia si sia inpossesso della

 verità meglio si riesca afarla intendere

 altrui col metodo sintetico. Di qui i

 termini, le formole, le difinizioni di cui

 sono irti tutti i libri elementari. Ma

 questo ragionamento non è tutto vero.

 Le proposizioni generali non s'intendono

 se prima non siano spiegate coi fatti

 particolari, e non si mostri in modo

 certo in base a quali elementi si siano

 pronunciate tali proposizioni. Le idee

 non sono innate innoicome credevano

 certi antichi, ma si acquistano lenta

mente coi processi sperimentali o con

 la continuata osservazione di fatti si

mili; osservazione per la quale astra

endo dai fatti particolari si stabilirono

 le regole generali, e principii le leggi.

 Nulla, infatti, pare a noi più evidente

 di questo teorema: se due rette si ta

gliano in qualche punto, gli angoli ver

ticali sono eguali tra loro; oppure in

 ogni triangolo la somma dei tre an

goli equivale a due angoli retti. Eppu

re avrebbe mai potuto lageometria ac

certare queste così semplici verità, sen

za che una precedente osservazione le

 avesse dimostrate? Certo che no. Solo

 dopo essersi accertato che in tuttii casi

 accennati sempre si verificava la me

desima condizione, il geometra ha po

tuto fare astrazione di tutti i casi par

ticolari, e stabilire la regola generale.

 Ma l' osservazione precedente è stata

 essenzialmente analitica; la regola sol

tanto è sintetica, siccome quella che

 riunisce in un solo principio tutte le

 osservazioni particolari. Ma così debole

 è l' evidenza di questa sintesi per co

loro che manchino di tutte le cogni

zioni analitiche da essa implicitamente

 supposte, che in ogni libro di geometria

 elementare si vede sempre che ogni

 teorema è immediatamente seguito dalla

 sua dimostrazione. È vero dunque che

 in questi casi si suole incominciare dal

 porre la sintesi per poi scendere col

l'analisi, alla dimostrazione, ma direi

 the sarebbe assai più ovvio e naturale

 che prima si ponessero le dimostrazioni

 analitiche e dopo si facessero seguire

 dalla verità sintetica che ne è come la

 conclusione e la conseguenza. Certo è

 che in cotesti casi la sintesi che affer

ma e l'analisi che dimostra l'afferma

zione, si seguono così davvicino, che la

 precedenza momentanea dell' una sul

l'altra non può avere inconveniente al

cuno, fuor che quello di lasciare per

 pochi istanti sospesa la convinzione

 dello studioso, finchè la dimostrazione

 sia compiuta. Masuppongasiche untale

 imbizzarendo sulla pretesa precedenza

 della sintesi sull'analisi applicasse cote

sto metodo a modo. Egli certamente

 incomincerebbe in un trattato ad es

porre tutte le verità sintetiche della

 geometria, d' onde una sequela di as

siomi e di teoremi tutti immediatamen

te consecutivi, e tutti egualmente non

 comprensibili. Il teorema precenente

 suppone bensì il susseguente, e questo

 quello che gli è posto innanzi, ma sic

come nessuno di essi è dimostrato, così

 éevidente che tutti riesciranno incom

prensibili. È vero che anche seguendo

 il metodo sintetico, si dovrà pure in

 fine venire all' analisi e dare le dimo

strazioni; ma quanta confusione, quale

 sforzo di memoria, quanto tempo per

duto nello studio arido e puramente

 meccanico delle verita sintetiche o ge

METODO

 nerali ! E dato pure che lo studioso rie

sca a superare questa improba fatica,

 quale quantafaticanon durerà ancora

 perapplicare ad ogni principio generale

 65

 dessed'incominciare l'insegnamento di

 quella legge, senza aver prima dimostrate

 le verità speciali su cui essa si fonda e

 per le quali soltanto fu trovata, sarebbe

 la suadimostrazione e venire via viari

schiarando nella sua mente tutte le for

mole, e d'ognuna acquistarne l'evidenza?

 Ora, se si vorrà essere sinceri, si

 dovrà convenire che quello che succede

 per la geometria, avviene pure per le

 altre scienze. È un error gravissimo

 quello di credere che siccome tutte le

 verità particolari si trovarono come

 contenute nei principi generali che le

 rappresentano, da queste si deve inco

minciare l'insegnamento e non da quelle;

 avvegnachè le verità generali per se

 sole non siano che una astrazione dei

 fatti particolari, alla conseguenza dei

 quali, infin dei conti, sono dirette tutte

 le scienze umane; ed è ben strano che

 per farci conoscere le leggi che rego

lano i singoli fenomeni, si incominci

 dal trasportarci lontani da essi, e direi

 quasi fuor del campo della loro osser

vazione.

 Dopo la geometriapongasi la fisica.

 Una delle leggi del pendolo è, che in

 diversi luoghi della terra, la durata

 delle oscillazioni, per pendoli di diver

sa lunghezza, è in ragione inversa della

 radice quadrata della intensità della

 gravità. Non si può negare che questo

 principio generale non sia essenzial

mente sintetico, e come tale non con

tenga unaquantitàdiveritàparticolari.

 Maposto cosi solo,senza la cognizione

 analitica deiprecedenti esperimenti, che

 cosa esprime esso mai per lo studioso?

 Bisognerebbe innanzi tutto ch' egli co

noscesse, che per i pendoli della mede

sima lunghezza la durata delle oscilla

zioni è eguale, qualunque sia la sostan

za della quale sono formati; poi che

 conoscesse le leggidella gravità, l'azione

 suadallaperiferia al centro della terra, e

 tante altre cognizioni speciali, senza cui

 il principio generale non può acquistare

 la necessaria evidenza. Non v'è dubbio

 che unprofessoredi fisica ilqualepreten

altrettanto biasimevole del maestro e

lementare che pretendesse d' insegnare

 a'suoi alunni l'addizione delle centinaia

 prima di aver loro insegnata l'addizione

 delle decine e delle unità. Or non

 so davvero perchè un metodo che si è

 cosi concordemente disposti a biasimare

 nelle scienze positive, lo si voglia, non

chè tollerare, anche preferire nelle di

scipline filosofiche. In verità, la ragione

 di questa preferenza non si potrebbe

 attribuire ad altro che alla tendenza

 che hanno certi filosofi di stabilire con

 somma facilità le così dette leggi del

 pensiero, seguendo gl' impulsi del loro

 sentimento e della loro fantasia, piutto

sto che quelli della ragione. Si capisce

 facilmente com' essi si troverebbero in

 un grande impiccio se fossero costretti

 a dare una ragionata analisi di quelle

 loro affermazioni, e come con molta co

modità si tirino d'impaccio proclamando

 l'eccellenza della sintesi, siccome quella

 che si presta tanto facilmente a porre

 certi principii generali che sono molto

 opportuni per toccare il sentimento,

 mentre poi si sottraggono, per la stessa

 loro generalitá, all'analisi della ragione.

 Certo, si obbietterà che uomini di

 molto ingegno, come Euclide e Wolf,

 adottarono esclusivamente il metodo sin

tetico ; ma uomini non meno illustri,

 quali Bacone, Locke, Condillacmostra

rono quante ragioni dovessero far pre

ferire il metodo analitico. É questa, in

fatti, la via che segue naturalmente l'u

mano intelletto nella scoperta della ve

rità. Imperocchè l'uomo non incomincia

 già dalla conoscenza delle cose univer

sali, ma sì dalle particolari: e dai feno

meni più immediati che cadono sotto i

 sensi, grado a grado, s'innalza ai più

 complessi; dalle cose semplici passa alle

 composte, e per questa via scopre le

 leggi che regolano i più grandi feno

meni della natura. Laonde, il metodo

 5

66

 MIRABEAUD

 analitico, per confession stessa de' suoi

 avversari, è detto essenzialmente d' in

venzione; e non so proprio intendere

 perchè quello stesso metodo per ilquale

 siamo condotti a scoprire laverità, deb

ba poi reputarsi disadatto quando si

 tratti d'insegnarla.

 Soave dice che ilmetodo analitico

 serba un ordine quasi del tutto opposto

 al sintetico. Imperocchè dove questo in

comincia dal premettere i principii ge

nerali, da cui intende cavar poscia le

 conseguenze particolari; quello all' in

contro incomincia dall'esame delle cose

 particolari per farsistradadimano in ma

no allegenerali: edovenel sintetico tutto

 è definito, e diviso, edistribuito in teo

remi e problemi e corollari ecc, nell'a

nalitico per lo contrario quasi niuna de

finizione o divisione si adopera, eniuna

 menzione ci si fa nè di teoremi, nè di

 problemi, nè di corollari; ma tutto è

 seguito e continuato, e tutto nasce, e si

 sviluppa di mano in mano dall' analisi

 delle idee che prendonsi aconsiderare >

 (Istituz. di logica P.II). Questo apprez

zamento non è però esatto, poichè non

 è vero che le divisioni e le definizioni

 manchino affatto al metodo analitico.

 Esso anzi divide assai bene le varie

 parti dello scibile, e certe classi di no

zioni particolari in una stessa scienza

 divide e raggruppa secondo le conse

guenze generali a cui conducono. Esso

 definisce ancora queste conseguenze e le

 riduce a leggi generali includenti tutti

 za; se cioè si debba incominciare dal

 dimostrare o dall' affermare. E mi par

 che la logica insegni doversi innanzi

 tutto dare la dimostrazione delle cose

 ha bisogno di prendere le mosse da

 certe verità già note. Ma queste prime

 affermazioni saranno assiomi enon teo

remi; attingeranno, cioè, la loro evi

donzadall'esperienza immediatadei sensi

 enondal ragionamento, ed è per que

sto che io ho detto altrove (V. ASSIOMA)

 e ripeto ora, che le verità assiomatiche

 sono essenzialmente analitiche.

 Metrodoro di Lampsaco. Uno

 dei più celebri discepoli, e l'amico più

 affezionato di Epicuro.Diogene Laerzio ce

 lo rappresenta come uomo d'inconcussi

 principii, onestissimo, intrepido contro

 la stessa morte. Morì nel 50° anno della

 sua vita, sett'anni prima del maestro

 di cui professò le dottrine.Epicuro mo

rendo legò nel suo testamento agli a

mici il compito di allevare e di aver

 cura dei figli lasciati dal discepolo che

 lo aveva preceduto nella tomba.

 Microcosmo e Macrocosmo.

 ( da micros piccolo, macros grande e

 κοσμοςmondo)Letteralmente queste pa

role significano piccolo mondo e gran

 mondo, e furono primamente adoperate

 dai filosofi mistici ed ermetici per-desi

gnare la perfetta corrispondenza che

 supponevano esistere fra l'uomo e ilmon

do; fra l'essere piccolo e quello gran

dissimo, che credevano anch'esso dotato

 di anima. Nella filosofia moderna si

 adoperano, ma raramente, queste voci

 per indicare il mondo delle molecole,

 degli infusori e di tutto ciò che per

 essere veduto ha bisogno dell' ingran

e l'universalità dei mondi e degli astri

 che compongono il MACROCOSMO.

 i fatti particolari che si sono osservati | dimento del microscopio (Microcosmo),

 in quel gruppo. Si diràche quest'ultima

 operazione è essenzialmente sintetica ; e

 sia pure. Non si tratta giàdi escludere

 la sintesi, madi sapere quale tra lasin- | Nacque in Provenza nel 1674 e fu se

tesi e l'analisi debba averela preceden- gretario dell' Accademia francese. A

mico della libertà del pensiero, egli

 parteggiò per la filosofia liberale che

 allora appunto, nell'Inghilterra special

mente, incominciava a dare qualche

 barlume di libertà. Il Sistema della

 natura d' Holbach fu pubblicato dap

prima sotto il nome di Mirabeaud, ma

 niuno fuperciò indotto in inganno, etutti

 Mirabeaud. ( Giovanni Battista.)

 che si andranno in seguito affermando.

 Certo, anche l'analisi è pur d'uopo che

 che incominci dall' affermazione, poichè |

 ogni ragionamento, per sempliceche sia, 1

MIRANDOLA

 67

 sanno che l'ardire del filosofo tedesco restarne sorpresi. A ventiquattro anni

 mal conveniva alla peritosa incredulità egli pubblicò novecento tesi per un e

che mostrò il segretario dell'accademia same scolastico de omni re scibili, ses

nei suoi scritti pubblici.AMirabeaud si santaduedellequali,a sentirlo, dovevano

 attribuisce unadissertazione sull'origine enunciare dei dommi nuovi. Il vanto di

 del mondo; una lettera per provare che essere in possesso ditutteleumane co

il disprezzo pergli ebrei è anteriore alla noscenze era in quei tempi assai comu

maledizione di Gesù Cristo, e final- ne, imperocchè facilmente la dialettica,

 mente le opinioni dei filosofi sulla na- aproposito od a sproposito, discorreva

 tura dell'anima. Queste attribuzioni però d' ogni cosa, e facilmente ostentava una

 hanno la solatestimonianzadiNaigeon. | grande erudizione per coloroche in luo

Due scritti lasciò che furono poi

 pubblicati dal marchese d' Argens, e

 sono: Sentimento dei filosofi sulla na

tura dell'anima, e Il mondo, sua cri

gine e sua antichità. Nell'uno e nell'al

tro Mirabeaud dimostra che la spiri

tualità dell'anima non fu conosciutadai

 filosofi dell' antichità; che essi consi

derarono il mondo siccome eterno, non

 solo nella sostanza, ma eziandio nella

 forma, salvo un piccol numero, taliche

 Platone e Anassagora, i quali ne ave

vano fatto risalire l'origine a un essere

 intelligente. Che, del resto, il domma

 della creazione ex nikilo è stato affatto

 ignorato dell'antichità, come fu sempre

 ignorato l'altro domma filosofico della

 finale distruzione della materia.

 Nella Fenicia e nella Persia, diceva

 Mirabeaud, si credeva bensì ad una

 fine del mondo, maquesto concettonon

 rappresentava altro che una rivoluzione

 astronomica. In tal maniera Mirabeaud,

 colla storia alla mano, distruggeva i

 dommi fondamentali dello spiritualismo

 edel cristianesimo insieme.

 Mirandola. (Giovanni Picoconte

 della Mirandola e principe della Con

cordia ). Nacque nel 1463 a Mirandola,

 piccola terra dell' Emilia. Studid il di

ritto canonico a Bologna e parve sulle

 prime che le sue tendenze lo chiamas

go dei fatti si appagavano delle parole.

 Invece dei sessanta dommi nuovi pro

messi, lacuria romana trovò che tredici

 delle900tesi date meritavano censura, e

 le altre proibil che fossero difese.Era colà

 spiaciuta l' arroganza di Pico, e aPico

 spiacque lacensura romana,sicchè partl

 d'Italia e si recò a Parigi, ov' ebbe

 buona accoglienza da Carlo VIII, colla

 discesa del quale in Italia, ritornò an

ch'egli a Firenze.

 Pico della Mirandola aveva vana

mente cercato di conciliare le dispute

 degli scolastici, dimostrando che Pla

tone e Aristotile potevano benissimo

 stare insieme, e tutt' e due non servi

vano che di commento a Mosè. Più

 che filosofo, ne' suoi scritti fu teologo:

 commentò la Genesi con sette diverse

 significazioni, poichè tante appunto egli

 trovava in ogni versetto; e si perdette

 nelle fantasticherie della cabala e della

 scuola mistica Alessandrina, e perfino

 in quelle di Raimondo Lullo. Con una

 memoria potentissima, e studi così mal

 digeriti, é facile immaginarsi qual sorta

 di filosofia fosse quella del nostro mi

randolese. Una vacua ambizione lo

 spingeva a voler parere grande in tutte

 le scienze, e per questo forse gli par

vero più apprezzabili le meno chiare alla

 intelligenza volgare. Aformarsi cotesta

 sero allo stato ecclesiastico. Ma dopo- | fama si poco meritata, egli riuscì cost

 chè Marsilio Ficino, maestro suo, ebbe

gli infuso il proprio entusiasmo per la

 filosofia greca,si applicò allo studio delle

 lingue orientali e incominciò ben presto

 acredersi pieno di un così profondo e

 vasto sapere, che i dotti tutti dovessero

 bene, chedopo di lui ilnipote suo (Fran

cesco Pico della Mirandola) scrivendo

 la biografia dello zio, narra che una fiam

ma orbicolare venne per un istante ad

 illuminare la madre di Giovanni della

 Mirandola, per annunciare ch'ellastava

 1

68

 MISTERO

 perdare alla luce un figliodel quale la

 forma orbicolare indicava la perfezione

 del sapere.

 Mistero. Cosa secreta non possi

bile a comprendersi. Tutte le teologie

 antiche hanno avuto i loro misteri, ed

 erano questi ciò che il paganesimo a

veva di più augusto e di più sacro. I

 misteri erano cerimonie religiose alle

 quali i soli iniziati potevono assistere,

 ele cose che vi si vedevano e vi si u

divano erano rivelate sotto il suggello

 del più rigoroso segreto: una legge col

piva di morte i violatori. Tutte le prin

cipali divinità avevano i loro misteri,

 laonde si celebravano in Egitto in onore

 di Iside ed Osiride; nella Fenicia e nel

l' Isola di Cipro in memoria di Venere

 e di Adone; nella Frigia ad onore di

 Cibele ed Ari; nella Grecia e in Sicilia

 si commemorava Cerere e Bacco.

 Tutti i misteri avevano laloro par

te pubblica, nella quale al popolo si la

sciava intravedere ciò che si reputava

 necessario a conoscersi. Erano d' ordi

nario la commemorazione di tutte le

 avventure degli Dei, iloro combattimenti

 e i loro trionfi; e vi si mostrava che

 tutti i loro sforzi erano stati rivolti a

 soccorrere il genere umano, a conso

larlo de' suoi mali, a colmarlo di bene

fizi. Tali erano i piccoli misteri, a cui

 seguivano i grandi. Isoli iniziati assiste

vano a questi,e guai aiprofani che aves

sero osato introdursi nel sacro recinto

 durante la celebrazione.Per lungo tem

po il segreto di questi misteri fu im

penetrabile. Coloro che furono sospetti

 di averlo tradito dovettero fuggire per

 sottrarsi alla morte. Esdulo corse gra

vi pericoli per aver dette poche parole

 dei misteri di Cerere che si celebrava

no in Eleusi, e Alcibiade fu condannato

 a morte per averli riprodotti nella sua

 casa, schernendoli. Gran numero bri

gavano l'onore di esservi iniziati, ma

 molti dotti, tali come Socrate, non vol

lero mai esservi ammessi. Diogene, in

vitato a farvisi iniziare, rispondeva: Pa

tecione, quel famoso ladro, ottenne l'i

niziazione; Epamimonda e Agesilao non

 la chiesero mai.

 Nella parte pubblica dei misteri e

rano rappresentati allegoricamente ide

stini umani nell' altro mondo. Vi si mo

stravano degli spettri erranti nelle te

nebre, il dolore, la povertà, la morte,

 e si faceva in seguito apparire il Tar

taro con le furie tormentatrici dei col

pevoli, e i Campi Elisi con le loro de

lizie. In ultimo gli iniziati erano intro

dotti nel luogo santo ove si vedeva la

 statua del Dio risplendente di luce, e

 lá si udivano cose che a nessuno era

 permesso di rivelare. Quel secreto era

 infatti molto essenziale per la maestà

 della religione, imperocchè spesso si in

segnassero cose che poco si accorda

vano con le pratiche del culto. Non

 solo si revocd in dubbio l'apoteosi

 degli eroi, ma si dubitò perfino della

 divinità degli Dei superiori. Tali erano

 le concessioni che la Chiesa si vedeva

 costretta a fare all' incredulità della fi

losofia dominante! Per questo Dionigi

 d' Alicarnasso diceva 

 lore, ma abborrenti i piaceri dei sensi,

 condannanti il matrimonio. Colla loro

 vita incomune e colla contemplazione

 delle cose spirituali alle quali sempre

 rivolgevano la mente, essi furono i pre

Ascoltiamo ora i precetti di Visnhu

 per ottenere l'estasi beatifica con mezzi

 molto adatti a produrre unbuona con

gestione cerebrale.

 

 Il ragionamento non può spingersi

 al di là delle nostre percezioni. Questa

 è una verità così ovvia che fa meravi

glia il vederla così spesso dimenticata.

 Leibnitz può bene innoltrarsi oltre i

 confini della sensazione, ma a patto

 però che fra la premessa e la conse

guenza del suo ragionamento, o non

 vi sia rapporto alcuno necessario, o

 l'una sia la negazione dell'altra. Infatti

 quand'egli dice: vi sono esseri compo

sti, dunque vi sono esseri semplici, ar

gomenta nello stesso modo come sedi

cesse: vi sono corpi, dunque non vi so

no corpi. E veramente, se i composti

 costituiscono i corpi, i semplici sono

 la negazione dei corpi: l'una è l'affer

verità generale che la filosofia può de- | mazione, l'altra la negazione. Ma an

durre dall' eternità delle funzioni: ( v.

 MORTE); e l'eternitàdella materia trova

 un corrispondente nella eternità delle

 Monadi. Ma il tortodi Leibnitz è quello

 di giungere a questi risultamenti per

 via di astrazioni, e di trasportare gra

che i bimbi che vanno a scuola sanno

 che nel sillogismo la conseguenza de

ve essere sempre contenuta nella pre

messa. Ora nell'idea di corpo è conte

nuta l'estensione; la logica dunque mi

 tuitamente le qualità dei corpi in certi

 principii che non hanno alcuna delle

 qualità che sono supposti di produrre.

 Il difetto capitale del Monadismo, come

 lo ha ben rilevato il prof. Justus, è

 quellodi supporre che degli esseri ine

stesi possano generare l' estensione ,

 che dalla esistenzadei corpi composti

 di parti possa logicamente dedursi

 quella di cose semplici. Considerando

 con attenzione la spiegazione del com

posto, dic'egli, non si trova alcun dato

 che ci possa condurre all'idea di essere

 semplice. Gli esseri composti hanno

 delle parti. Dunque la prima conclu

sione che si potrebbe fareper taleprin

cipio è questa: che dove esistono dei

 composti, vi sono anche delle parti. Or

 l'idea di parte non ci conduce anco

ra a quella di essere semplice, poi

chè gli esseri semplici son quelli che

 non hanno parti: dunque per spin

gersi più innanzi coll'induzione, non si

 potrebbe dir altro, se non che, laddove

 vieta di dedurre per conseguenza l'e

sistenza di corpi inestesi. Posso bensl

 dire: il corpo è compostodiparti, dun

que esistono le parti; ma queste parti

 partecipano alla natura del tutto d'on

de emanano, e se io attribuisco loro

 qualità diverse da quelle che aveva il

 tutto, faccio una induzione difettosa.

 Mail sillogismo è per lalogicaciò che

 per l'analisi è la chimica: i risultati di

 questi due processi se vengono riuniti

 devono ricomporre il corpo, o il ragio

namento decomposto. Ma se dalla riu

nione di cose inestese non potrò mai

 avere l'ideadel corpo esteso, dovrò con

cludere che la conseguenza contiene

 una nozione che non si trovava nella

 premessa (V. DEDUZIONE E SILLOGISMO).

 Tutto il Monadismo si fonda dun

que sopra un artificio simile a quello

 su cui si basa il Dinamismo (V. CAT

TANEO) vale a dire che alle parole note

 sostituisce parolenuove, che son la ne

gazione di quelle; poi scambia le pa

role nuove per cosevere, e queste con

MONDO

 sidera come esistenti, mentre quelle

 che esistono nega.

 Mondo. Quali fossero le opinioni

 degli antichi sulla eternitàdel mondo si

 può vedere in questo Dizionario all'art.

 CREAZIONE. Il maggior numero dei fi

losofi pagani credette che la materia

 fosse eterna; e tuttavia parecchi fra

 essi negando l'intervento della divinità

 79

 role: Platone rigetto mai sempre l'in

finità dei mondi, e dubito del numero di

 essi determinato e preciso. Concedendo

 che poteva ben esistere, come volevano

 alcuni, cinque mondi in ciascun elemen

to, egli s'attenne però ad un solo. Un

 altro filosofo diceva che il numero dei

 mondi non era infinito, nè che ve n'era

 un solo o cinque, ma cento ottantatrè

 nella produzione della sostanza, ammi

sero però che un ente divino avesse

 atteso a dar forma acotale materia e

terna secondo le attuali disposizioni del

 mondo.

 Prima d'allora, credeva Anassagora,

 tutto eraconfusione, ma lo spiritovenne

 ed ogni cosa fu ordinata (Laerz. lib. Il,

 Sez, VI).

 Questa opinione è pienamente con

forme a quella della Bibbia, dove si

 legge che nel principio era il caos, dal

 quale Iddio formò (non cred,secondo il

 testooriginale) il cieloe la terra. Perchè

 fin Platone ammetteva che Iddio ave

va, non creata, ma ordinata la materia

 tal quale noi la vediamo ( Laerz. lib.

 III seg. LXX): e gli stoici, ei plato

nici professavano tutti eguale opinione.

 Anzi, Platone e parecchi altri andaro

no ancora più oltre, e attribuirono al

 mondo un' anima, distinguendo con ciò

 il principio motore dalla materia mos

sa, e raffigurandosi il mondo quale un

 immenso animale dotato di un princi

pio individuo e di una vita propria. Per

 i teologi, scriveva Macrobio, Jupiter è

 l'anima del mondo; donde il detto di

 Virgilio: Muse, cominciamo da Jupiter

 poichè ogni cosa è piena di lui ( Virg.

 Sogno di Scipione c. 17). Lo spirito a

limenta la vita e l'anima sparsa nelle

 vaste membra del mondo ne agita la

 massa, e forma così un solo immenso

 corpo (Saturn.)

 La teoria della pluralità dei mondi

 che alcuni credono affatto moderna, già

 aveva trovato un eco fragli antichi, e

 molti dei filosofi greci l'hanno ammessa.

 Plutarco nel suo libro degli Oracoli

 mette in boccaaCleombroto questepa

i quali erano regolati in forma di trian

golo, ciascun lato del quale conteneva

 60 mondi e che altri tre mondi erano

 aciascun angolo ». I Talmudisti cre

devano che Dio avesse creati diciotto

 mondi, e Maometto nel principio del

l'Alcorano invoca il Signore dei mondi.

 Quanto all'età del mondo sul quale

 viviamo, le teologie ci hanno dati dei

 numeri molto singolari e così diversi

 danon sapersi proprio a quale aggiu

star fede. Anche la Bibbia presen

ta tre età differenti nell'antico Te

stamento. Infatti, coll'anno 1876 ilmon

do conterebbe:

 Secondo le versione dei settanta,

 anni 7345

 Secondo il testo samaritano > 6180

 > 5879

 Secondo la vulgata

 La teologia indiana ci offre dei cal

coli assai diversi. Secondo il Riga-Veda

 il mondo deve durare 12,000 anni, ma

 un' altra versione fa durare il giorno

 di Brama corrispondente a quello del

 mondo 4,320,000 anni, divisi in quat

tro età, l'ultima della quale, quella in

 cui viviamo, dura da oltre 432,000 an

ni, e dovrà finire quando l'ultimo quar

to di virtù, che ancora esiste sulla ter

ra, sarà finito.

 Il cristianesimo fa correre più ra

pidamente il mondo allasua fine. Gesú

 aveva promessodivenire nella gloria del

 padre suo, co' suoi angeli a giudicare

 i vivi ed i morti.  E que' mille anni fu

rono variamente valutati, finchè verso

 la metà del decimosecolo,Bernardo da

 Turingia, predicò che la finale catastrofe

 sarebbe avvenuta al cominciare dell'an

no 1000. E i ricchi donativi fatti alla

 Pochi anni dopo, nel 1198, si sparse

 di nuovo la voce della prossima fine

 del mondo, non già col mezzo dei fe

nonemi celesti, ma per la nascita del

l'Anticristo in Babilonia alla quale do

vera seguire la distruzione del genere

 umano.

 Nel principio del secolo decimo

quarto, l'alchimista Arnaldo da Villano,

 annunciò l'avvenimento per l'anno 1335;

 e nel suo trattato De sigillis applicò

 l'influenza degli astri all' alchimia, e

sponendo tutte le formole misteriose

 che dovevano essere atte a scongiurare

 i demoni. San Vincenzo Ferreri, da fa

moso predicatore spagnuolo quale egli

 era, fissò al mondo tanti anni di esi

chiesa in quel torno di tempo, e i te

stamenti fatti colla formola appropi

quante fine mundi, provano il grande

 impegno che mettevano i ricchi per ri

conciliarsi con Dio, e per presentarsi

 con qualche merito al di lui giudizio. ❘ strutta in quell'anno stesso. Sul qual

 stenza, quanti sono i versetti che si

 contano nel Salterio, cioè 2537.

 Il secolodecimosesto produsse il mag

gior numero di predizioni su la diştru

zione del genere umano.

 Nel 1584 il famoso astrologo Leo

vizio predisse che la terra sarebbé di

Ma passò l'anno mille senzacataclismi,

 ela fine del mondo fu rimessa all' an

no 1033, perciochè fu detto allora che

 i mille anni non dovevano contarsi dal

 l'anno primo dell' era volgare, ma da

 quello della morte del Salvatore, che

 aveva incatenato >

 ricchiti a buon mercato. La disdetta

 toccata aqueste profezie, non sgomen

tò il loro autore, chè anzi lo Stoffler,

 insieme al famoso Regiomontano, pre

disse di nuovo la fine del mondo per

 l'anno 1588, senza che il mondo mo

strasse di darsi alcunpensierodi quella | recchie, così riassunte da E. Diamilla

 predizione.

 Ma lasciamo queste sciocche predi

zioni, tristi avanzi dei tempi d'ignoran

za, e vediamo ciò che nel campo della

 scienza può, in via d'ipotesi, logicamente

 argomentarsi sul fine ultimo del nostro

 mondo. Le ipotesi finora fatte sono pa

Però una stella sconosciuta erasi

 accesa improvvisamente nel 1572 nella

 costellazione di Cassiope, sfolgorante di

 tanta luce da rendersi visibile in pien

 meriggio. E gli astrologhi divulgarono

 essere dessa la famosa Stella dei Magi,

 ritornata ad annunciare l'ultima venuta

 di Cristo, che non si lasciò vedere.

 Nuove predizioni sulla fine del mon

dofurono fatte nei secoli XVII e XVIII,

 e, ciò che non parrà credibile, anche

 nel secolo nostro le predizioni conti

nuarono.

 Ènota all'universale la predizione di

 Salmard Montfort pubblicata nel 1826,

 laquale concedeva alla terra soli dieci

 anni di esistenza.

 La signora di Krüdner; la donna

 mistica della Santa alleanza, l' amica

 dell' imperatore Alessandro, profetizzò

 laruina del nostro pianeta pel giorno

 13 gennaio 1819; e sette anni dopo Sal

mard Montfort prediceva la distruzione

 della terra per l'anno 1836.

 Nel 1840, un prete francese, Pierre

 Louis, dedicò a Gregorio XVI un com

mentario dell' Apocalisse, che stabiliva

 la fine dei secoli per l'anno 1900. E la

 ragione era questa:

 Muller.

 Buffon aveva calcolato che la terra

 per raffreddarsi e ridursi alla sua tem

peratura attuale, aveva dovuto impie

gare 74,831 anni, e che l'umanitá po

trebbe vivere ancora 93,291 anni prima

 che la temperatura della superficie ter

restre si rendesse tanto freddadaestin

guere la vita. Ma quando si conobbe

 che il calorico interno del globo non

 ha nessuna influenza alla superficie, e

 che la vita terrestre dipende esclusiva

mente dal sole, il calcolo di Buffon fu

 trascurato.

 Una seconda ipotesi, fondata eziandio

 sul raffreddamento della terra, suppone

 che quando la sua temperatura sarà

 divenuta eguale a quelladel ghiaccio, il

 suolo si spaccherà come quello della

 luna, e l'ultimo avanzo d'aria e d'acс

qua si fisserà in quelle caverne, ove gli

 uomini potranno trovare un rifugio, fin

chè l'aria e l'acquanonsiperderanno

 in modo definitivo. Ma poichè la terra

 èquarantanove volte più grossa della

 luna, dovrà vivere 49 volte di più.

 Un' altra ipotesi, la più antica fra

 tutte, è quella che prevede la fine del

 mondocolfuoco. Questa teoria risale ai

 tempi di Zoroastro, degli Ebrei, e dei

 padri della Chiesa. La superficie del

  nessuna delle quali

 ha ottenuta l'universalità.

MONTESQUIEU

 89

 nella calma delle passioni egli potè con

servare quella moderazione nei desideri

 Famaraviglia che opinioni si poco

 ortodosse abbiano potuto stamparsi e

 diffondersi in un secolo in cui la tor- | che rendono la vita piacevole a se, e

 tura e l'inquisizione erano le forme or

dinarie del procedimento giudiziario ;

 manondimentichiamo che Montaigne,

 come disse Rousseau, dormiva fra due

 guanciali: quello del dubbio da una

 parte, e dall'altra quello del domma

 che riposa sopra l' autorità infallibile

 della Chiesa.

 agli altri gioconda. Nel 1721 egli mandò

 alle stampe sotto il segreto dell'anonimo

 le Lettere Persiane, romanzo che a' suoi

 tempi ottenne grandissima voga, e me

ritò molta rinomanza al suo autore.

 Parlando di queste lettere, il celebre

 d' Alembert scriveva: « La pittura dei

 costumi orientali, reali o supposti che

 siano, non è che la minima parte di

 questo scritto. Per così dire, l' Oriente

 non è altro che il pretestoperfare una

 sottilissima satira dei costumi nostri. »

 E in realtà, per quei tempi, le lettere

 persiane potevano parere arditissime,

 inquantochè Montesquieu chiaramente

 scriveva che il papa è unvecchio idolo

 Montano Eretico nato in Ardban

 nella Frigia. Con le convulsioni e i con

torcimenti soliti nei profeti, pretese di

 essere inviato da Gesù Cristo per puri

ficare i costumi e riformare la morale.

 Negava la potestà della Chiesa nell'as

solvere i grandi delitti; voleva che, non

 una, ma tre quaresime si osservassero

 con digiuni straordinari e due settimane | che s'incensa perabitudine (lettera 29);

 di Xerofagia, nelle quali sidoveva aste

nersi, oltre dallecarni, da ogni cosa che

 avesse succo; le seconde nozzeconsiderò

 siccome adultere ; e il sottrarsi alla per

secuzione dichiarò delitto. Due donne,

 Priscilla e Massimilla, lo seguirono e

 profetarono con lui. O maligni o matti

 ch'essi fossero, non mancarono però di

 seguaci ; aCostantinopoli stabilirono una

 setta, e si spinsero fin nell'Affrica, ove

 acquistarono al loro partito uno dei più

 famosi padri della Chiesa, Tertulliano.

 Se tutti praticassero le austerità imposte

 da Montano è lecito dubitare: tutti lo

 avevano in grande venerazione, lo cre

devano inspirato dalParacleto e perciò

 dicevano che le sentenze di lui supe

ravano in sapienza le stesse massime

 che allorquando Iddio mise Adamo nel

 paradiso terrestre col divieto di man

giare un certo frutto, gli impose un

 precetto che era assurdo per un essere

 che conosceva la futura determinazione

 delle anime (lettera 59); eche il papa

 al postutto è un mago ilquale vuol far

 credere che tre nonsonoche uno, e che

 il pane non è pane. » Fu in grazia di

 questo libro che la elezione di Monte

squieu all'Accademia francese fu viva

mente combattuta dal cardinale Fleury,

 il quale in nome del renon vi consenti

 infine senza molte sollecitazioni. Dopo

 unlungo viaggio nei varipaesi d'Europa,

 tornato inFranciasi accinse ascrivere lo

 Spirito delle leggi, libro profondo di

 di Gesù.

 Montesquieu ( Carlo di Secon

dat barone di) Nacque a Bordeaux nel

l'anno 1689 da ricca e nobile famiglia,

 Nel 1716 fu nominato presidente per

scienza e pregevolissimoper le congni

zioni storiche, sebbene non tutti i principi

 propugnati possanodirsi egualmenteveri.

 Egli vi riconosce le leggi di Dio e

 quelle della natura, e confutando Hob

bes pretende che i selvaggi, anzichè

 petuo delparlamento di Bordeaux e poi | combattersi, si uniscono in prima per

 eletto membro dell'Accademia poco pri

ma fondata in quella città. Per suapro

pria confessione, Montesquieu fu uno

 degli uomini più felici che mai siano e

sistiti: nè invidia, nè gelosia vennero

 mai a tormentare la sua ambizione, e

 adempiere alla legge naturale della so

ciabilità. Ma avrebbe detto più giusta

mente che i selvaggi si uniscono e si

 combattono al tempo stesso , poichè

 quest'unione ha per movente il solo in

teresse momentaneo e si risolve in

90

 MORO

 aperta guerra tosto che cessa questo intero in ogni parte del corpo, poichè

 interesse (v. MORALE). In fatto di reli- cid varrebbe adire che la parte è e

gione lo Spirito delle leggi, pubblicato | guale al tutto; pure occorreva aMorus

 da Montesquieu in età avanzata assai,

 non è tale che possa far credere che

 l'autore avesse modificate notevolmente

 le sue idee. Crede che il cristianesimo

 di stabilire che lo spirito esisteva in

 qualche luogo, e per ciò fare invento

 due estensioni, l'una materiale ed este

riore, l'altra spirituale, interiore; la pri

ma, come direbbe Kant, estensiva, la

 seconda intensiva. Create le parole ,

 non sia religione adatta all'Asia, e di

sapprova lo zelo dei missionari che

 vanno predicando lafede nell'Oriente, e

 nella Cina per costringere i popoli a

 cambiare lareligione. Combattendo l'in

tolleranza del suo tempo, egli scriveva

 questa massima memorabile, la quale | speculativi di credere che le parole da

 parve aMore di aver creata la cosa, e

 poichè le parole eran diverse, credette

 anche che diverso dovesse esserne il

 significato, poichè è abito de' filosofi

 fu una delle accuse che la facoltà di

 teologia mosse contro al suo libro: Con

viene onorar Dio e non vendicarlo mai.

 Nonostante queste disposizioni della sua

 mente, dicesi che Montesquieu sia morto

 riconciliato colla Chiesa. Tanto almeno

 affermò il padre Routh, gesuita, in una

 lettera al nunzio del papa a Parigi,

 nella quale afferma che l'incredulo si è

 a lui confessato abiurando tutti i suoi

 errori. Ma di queste ed altre abiura

zioni è sempre lecito dubitare, non a

vendo esse altrotestimonio che la troppo

 interessata coscienza dei signori con

fessori.

 More (Enrico) in latino Morus.

 Nacque a Gutham nel Lincolnshire il

 12 ottobre 1614 efu unodei propugna

tori della scuola platonica in Inghilter

ra. Ammetteva che la ragione potesse

 introdursi anche nella teologia, poichè,

 aparer suo, nulla vi era nel cristiane

simo, che le fosse contrario. Combat

 teva l'entusiasmo delle turbe, conside

randolo giustamente come una malattia

 contagiosa, mentre d'altro canto am

metteva come cose vere tutti i racconti

 popolari che potessero provare l' esi

stenza di un mondo spirituale. Bello è

 vedere in qual modo egli stabilisca l'e

sistenza dello spirito entro il corpo, in

 tutte le parti del quale diceva che non

 si può credere che lo spirito sia dif

fuso , senza ammettere che come il

 corpo risulti composto di parti. Nem

meno si può credere che lo spirito sia

 essi inventate esprimano veramente le

 cose come sono.

 Moro (Tommaso) Nacque aLondra

 nel 1480, studio all'università d' Oxford

 e fu presto elevato alla dignità di Gran

 Cancelliere da Enrico VIII, carica nella

 quale durò due annisoltanto,dopo iquali

 si ritirò in una sua villa e Chelsea. Ma

 sopraggiunta la rivoluzione religiosa in

 seguito all' affare del divorzio, rifiuto

 di giurare per la supremazia religiosa

 del príncipe, che sottraevasi così alla

 Corte di Roma, fu rinchiuso nella Tor

re e il 6 luglio 1535, persistendo nelle

 sue convinzioni cattoliche, fu mandato

 al patibolo.

 È strano che un uomo di convin

zioni così fermamente cattoliche abbia

 scritta ' Utopia; ma ricordiamo che

 questo libro, fatto nella sua gioventú,

 comparve nel 1516 aLovanio in latino,

 col titolo: Del migliore degli stati pos

sibili, e dell'isola d'Utopia nuovamente

 scoperta (De optimo reipublicæ statu,

 deque nova insula Utopia). In questo

 libro che fu tradotto in tutte le lingue

 d'Europa, Moro descrive un'isola imagi

naria, nella quale la comunità dei beni

 coesiste col matrimonio e colla famiglia.

 Il principe è eletto avita; il divorzio con

cesso solo neicasi di adulterio; le città

 hanno ciascuna una religione di propria

 scielta, e la tolleranza è generale. Il

 governo d'Utopia riposa su queste tre

 basi: assoluta divisione dei beni edei

 mali fra i cittadini

amore fermo e

MORALE

 91

 universale della pace- disprezzo del- | riti sono cost differenti e d'altronde le

 l'oro e dell'argento.

 Ho vergogna di

ceva Moro, di non poter dire con pre

cisione in qual mare sia situata l'isola

 di cui parlo ». E nel 1517 Budée scri

veva: Aforza d'informazioni, ho scoperto

 che l'Utopia è situata al di là dei li

miti del mondo conosciuto ».

 Morale. Lamorale è ilfondamento

 dell'etica. Essa è la regola dei costumi

 e per essa si stabilisce l'ordine mediante

 ✓il quale gli uomini viventi in società

 sono condotti a godere, senza contrasti

 religioni stesse cost ben st accordano nel

 condannarsi vicendevolmente, che non si

 ha bisogno inquesto caso,d'altra testi

monianza che di quella che esse mede

sime spontaneamente ci forniscono le

 une contro le altre. Ma anche trala

sciando la parte cerimoniale, eoccupan

doci di quelle sole massime le quali

 sono date come regola dei costumi, le

 contrarietà che si notano fra i vari co

mandamenti ofraessie le prescrizioni del

laciviltànostra, sono tali e tante, damet

morale, in un gran brutto impiccio. Po

e senza lotte, la maggior felicità possiter l'uomo che va intracciadi una sana

 bile. Determinare i doveri ed i diritti,

 acciocchè gli atti nocivi agli individui

 o alla società siano impediti, eincorag

giati invece quelli che ridondano a van

taggio dell' umano consorzio, è dunque

 ufficio della morale. Sotto questo rap

porto si può dire che la morale di un

 chi esempi basteranno aconvincerci.

 Prendasi il Codice di Manou, se non

 il più antico, certo uno de' più antichi

 codici sacriche siconoscono. Ivi si legge

 popolo è la più esattamisura della sua

 civiltá.

 Intorno aquesti principii che sem

brano tanto ovvii, non tutti però si ac

cordano; e perdurano ancoracerte scuole

 filosofiche le quali si ostinano a dare

 alla morale ben altro fondamento. II

 maggior numero si accorda ancora con

 la teologia, e ammette tra la religione

 1

 che il bramano venendo al mondo è

 collocato innanzi a tutti sopra la terra,

 sovrano signore di tutti gli esseri.....

 Tutto quanto il mondo racchiude è,

 in certaguisa, sua proprietà. » (Lib. 1.

 versetti 99-100). Questo santo uomo ha

 tutti i diritti ed assai pochi doveri, fuori

 di quelli religiosi. 11 Kchatrya lo difen

de, il Vaicya lavora per lui. Se la sua

 donna gli è infedelé, il re la faccia di

vorare dai cani sopra una piazza pub

blica assai frequentata. (Lib. VIII, ver

setto 37) Egli condanni l'adultera ed il

 suo complice ad essere bruciati sopra

 un letto di ferro arroventato (Lib. VIII

 verso 372) In ricambio convien essere

 pieni d' indulgenza per le sue piccole

 imperfezioni, dappoichè per essere bra

ela morale una così intima unione, da

 non permettere che questa si separi da

 quella senza distruggerla; epperò le a

zioni degli uomini vuole che siano o

 non siano morali in quanto si confor

mano aiprecetti religiosi. Hanno costoro

 lapretesa, comune del resto a tutti gli

 altri, che la morale è unica ed univer- | mani non si cessadi esseruomini. « Se

 sale, propria, cioè, di tutti gli uomini

 e di tutti i tempi, e non si accorgono

 che così affermando pronunciano lapro

pria condanna. Imperocché i principii

 morali d'ogni religione son cosi diversi

 fra di loro, e bene spesso così opposti,

 che il volerli conciliare insieme è im

presa, nonchè da tentarsi, neppur da

 

 (Lib. XI vers. 130 o 131).

 Conmaggior ragione ilbramano ha

 il diritto di obbligare il soudra, « che

 >

 (Lib. VIII vers. 13). Se meglio gli ag

grada può derubarlo con tutta pace

 di coscienza, così dice il codice (Lib.

 VIII verso 417). Che se il Soudra, que

sto essere infame, prodotto dalla parte

 inferiore di Brama,ha poi l'audacia di

 dare dei consigli al bramano, un terri

bile castigo gli è riservato. « Il re gli

 faccia versare dell' olio bollente nella

 bocca e nelle orecchie. (Lib. VIII. verso

 299). Se egli ha l' audacia di prendere

 costituire agli occhi di Manou lagra

vezza del delitto e che solo espone alla

 punizione. « Il Dawdja, dice il codice, ❘ posto allato ai gloriosi bramani, deve

 >

 (Ecclesiaste, XXXIII, 28, 29, XLII, 1,5,)

 Il divieto di colpire il figlio per lecolpe

 del padre. (Deut , XXIV, 16) è degno

 di nota; ma è però singolare che lo

 stesso Pentateuco in altri passi contra

sti il merito di questa disposizione le

gislativa, rappresentando la divinità co

me disposta acolpire l'iniquitàdei padri

 sui figli sino alla decima generazione, e

 imponga una pena,allora infamante, ai

 bastardi. (Deut., XXX, 2)

 Fragli altri popoli dell' antichitànon

 sarebbe difficile trovare esempi nume

rosi di morale depravata, secondo le

 nostre idee. Di eid che pensassero gli

 antichi intorno alla continenza e alla

 lussuria si è lungamente discorso in

 questo Dizionario all' articolo AMORE,

 dove si vedranno donne offerenti nel

 dei, ed uomini deliranti , che si re

cidono le parti genitaliperguadagnarsi

 il paradiso. Di sacrifici umani per pla

care la collera degli Dei son piene le

 cronache antiche, e non si può affer

mare con sicurezza che ancor non si

 rinnovino tuttodi in qualche lontana

 parte della terra. Per lo meno, il signor

 de Varigny ci assicura che nelle isole

 Sandwich lamemoriadi queste ecatom

be di vittime umane immolate sull'altare

 degli Dei, è viva ancora nelle tradi

zioni di quei popoli, fortunatamente or

mai incamminate sulla via della civiltà

 (Viaggio alle isole Sandwich)

 Tali sono i risultati della universa

lità della morale religiosa. Ma vi è una

 certa classe di filosofi, i quali non vo

lendo assumere la responsabilità delle

 contraddizioni teologiche, e riconoscendo

 che una separazione tra i dommi reli

giosi ed i morali è necessaria, respin

gono l'appoggio che spontaneamente

 offre a loro la Chiesa, e fondano ad

drittura l'ordine morale o sopra Dio,

 come facevavano i deisti del secolo pas

sato, o sopra certi principii metafisici

 nei quali l' oscurità è un carattere pre

dominante. Gli uni e gli altri press' a

poco ragionano all' istensamaniera, poi

chè suppongono che, non già nella re

ligione, ma nella stessa natura umana

 siano i caratteri ingeniti, indelebili della

 morale. Se non che i primi ammettono

 che questo carattere, o questa intuizio

nemorale, sianostati impressı da Dio al

l'uomo siccome facoltà innata; gli al

tri l'origine non curano e, come fa

cevano gli scrittori della Morale Indi

pendente, si occupano del fatto che tro

vano, senza cercare, del come sia av

venuto. « La nozione del dovere, dice

 De Gerando, è una nozione semplice,

 primitiva, che non può definirsi, colla

 decomposizione in altri elementi, ma si

 affaccia alla riflessione quando interroga

 i fatti intimi della coscienza

 ...

 La

 legge morale è obbligatoriaper se stes

sa, è riconosciuta e applicata dalla ra

T

96

 MORALE

 gione; e riscontra nella coscienza una

 facoltà, un senso speciale, che può, a

 buon diritto, essere chiamato il senso

 morale». In tal manieracome giàBaum

garten ebbe l' infelice idea di trovare

 un senso speciale per l' estetica, De

 Gerando ne trova un' altro per la mo

rale. Ma sappiamo oramai quanto val

gono questi sensi speciali con cui alcu

ni filosofi troppo corrivi sogliono in

 realtà occultare le loro nebulose teorie,

 non possibili a concepirsi coi sensi veri.

 Confesso che creando sensi nuovi, facile

 fondamento si dà a qualsivoglia teoria,

 per strana ch' ella sia; ma il vantaggio

 èdi poco momento, poichè la vera dif

immagin AC

 ficoltà non consiste nel creare cotesti

 sensi, ma sì nel provare che essi esisto

no veramente. Ma quando coi cinque

 sensi che possediomo, e che la fisiolo

logia solo riconosce; quando colle no

stre passioni possiamo spiegare i feno

meni che sembrano più ribelli agli ar

gomenti della scuola spiritualistica, non

 vedo proprio qual necessità ci siadi in

ventare o di supporre nuovi sensi o

 nuove facoltà, che sempre mancano di

 banditi delle caverne e fra le associa

zioni dei più grandi scellerati; dimodo

chè coloro che sembrano avere rinun

ciato ad ogni carattere d'uomo, sono

 fedeli gli uni agli altri e osservano fra

 loro le regole della giustizia. lo am

metto che i banditi usino così fra di

 loro, ma nego che ciò avvenga incon

siderazione delle regole di giustizia e

 pei principii innati che sono impressi

 nella loro anima. Essi osservano que

sti principii soltanto come una regola

 di convenienza assolutamente necessa

ria per conservare la loro associazione.

 La giustizia e la verità sono i vincoli

 necessari d'ogni associazione d' uomini,

 ed è per questo che i banditi e i ladri

 sono obbligati di osservare la fedeltà, e

 qualche regola di giustizia fra di loro;

 senza di che essi nonpotrebbero vivere

 insieme.

 Si dirà forse che la con

dotta dei briganti é contraria alle loro

 cognizioni, e che essi approvano tacita

mente nella loro anima, ciò che smen

tiscono colle azioni. Rispondo prima

mente che ho sempre credutochenonsi

 potesse meglioconoscereil pensiero degli

 dimostrazione.

 Or, De Gerando non si è curato di

 ciò cha prima di lui con tanta evidenza

 aveva detto la scuola sensualistica. Im

perocchè Locke avesse già discussa e

 sciolta quest'ardua questione. Ecco cosa

 scriveva il filosofo inglese. Per sape

re se vi sia qualche principio dimorale

 nel quale tutti gli uomini convengono,

 io mi richiamo a tutti coloro ch'hanno

 qualche conoscenza della storia del ge

nere umano, e che hanno, percosì dire,

 perduto di vistailcampaniledel lorovil

laggio.Mi dicanoessi ove si trovi questa

 verità pratica che sia universalmente

 riconosciuta, come dovrebbe essere se

 fosse innata? (e sarebbe innata se un

 senso speciale fosse stato dato all'uomo

 per percepirla). La giustizia e l'osser

vanza dei contratti par che siail punto

 sul quale gli uomini si accordano per

 dare il loro consenso. É un principio,

 per quanto si dice, accolto perfino dai

 uomini che dalle loro azioni.

 ..

 Sela

 natura si è data la pena di imprimere

 nell'anima nostra dei principii pratici,

 certo dev'essere stato affinchè essi siano

 messi in opera; e per conseguenza de

vono produrre delle azioni conformi, e

 non già un semplice consenso che li

 faccia ricevere siccome veri. Confesso

 che la natura ha dato a noi tutti il

 desiderio di esser felici e una grande

 avversione per la miseria. Son questi

 dei principii pratici veramente innati, i

 quali secondo la destinazione di ogni

 principio pratico, hanno una continua

 influenza sulle nostre azioni.

 ..

 L'os

servanza dei contratti è certamenteuno

 dei più incontestabili principii di mo

rale. Ma se voi domandate a un cri

stiano che crede alle ricompense e alle

 pene future , per qual ragione devesi

 tenere laparola, vi risponderà: Perchè

 Dio, arbitro supremo della felicità e

 della infelicità eterna, ce lo comanda.

MORALE

 Un discepolo di Hobbes dirà: che il

 pubblico vuole che così si faccia, e che

 Leviathan punirà i trasgressori. Infine

 un filosofo pagano avrebbe risposto che

 il violare lapromessa è cosadisonesta,

 indegna dell'eccellenza dell'uomo, econ

traria alla virtù, la quale inalza la

 97

 se ne troveràuno solo il quale abbia

 sufficiente forza per sopportare il bia

simo e il disprezzo continuo della so

cietà in cui vive.

 «Si dirà forse che poichè la co

scienza ci rimprovera l'infrazione delle

 regole morali, devesi inferirne che noi

 natura umana al più alto grado diper

fezione possibile. Da questi differenti

 principii deriva naturalmente lagrande

 diversità d'opinioni che siincontrano fra

 gli uomini intorno a certe regole di

 morale, secondo le differenti specie di

 felicità a cui tendono.

 Oltre le leg

gi religiose e civili, v'è ancora lalegge

 di opinione o di riputazione, che ci fa

 essere morali. È chiaro che i nomi di

 virtù e di vizio considerati nelle loro

 applicazioni particolari sono costante

mente attribuiti a tali o tali altre a

zioni, che in ciascun paese e in ogni

 società sono reputate onorevoli o ver

gognose. Or chiunque si immagina che

 l'approvazione e il biasimo non siano

 dei motivi sufficienti per obbligare gli

 uomini a conformarsi alle opinioni e

 alle massime di coloro fra i quali vi

vono,non parrebbe molto instruitonella

 storia del genere umano, la maggior

 parte del quale si governa principal

mente, colle leggi della pubblica co

stumanza. D'onde risulta che essi pen

sano sopra ogni cosa a conservare la

 stima di coloro che frequentano, senza

 darsi molta pena per le leggi di Dio o

 per quelle dei magistrati. Alle pene

 che sono attribuite all'infrazione delle

 leggi di Dio, alcuni, e forse il maggior

 numero, non pensano seriamente; efra

 coloro che vi pensano, molti sperano

 di mano inmano che violano queste

 leggi, che un giorno si riconcilieranno |

 col loro autore! E quanto alle pene in- |

 flitte dallo Stato, sperano sempre nel

l'impunità. Ma non vi è uomo il quale

 violando le consuetudini e le opinioni

 di coloro che frequenta, ed ai quali

 vuol rendersi accetto, possa evitare la

 penadella loro censura e del loro dis

degno. Sopradieci mila uomini, non

 ne riconosciamo la giustizia e l'ob

bligazione. Rispondo che queste regole

 ci sono insegnate dall'educazione, dalla

 compagnia che frequentiamo e dai co

stumi del paese: e una volta stabilita

 la persuasione della morale, lacoscien

zanon diventa altro che l'opinione che

 noi abbiamo della rettitudine morale

 e della perversità delle nostre azioni,

 secondo i principii appresi. Or se la

 coscienza fosse una prova dell'esistenza

 di principii innati, questi principii po

trebbero essere opposti gli uni aglial

tri, poichè certe persone fanno per

 principio di coscienza, ciò che altre e

vitano di fare per lo stesso motivo.

 

 «Si trovano nella Mingrelia, scri

veva Charpin citato da Buffon (Op. T.

 10 р. 399), delle femmine bellissime,

 che hanno un'aria maestosa e il porta

mento ammirabile, e che spirano dagli

 occhi una dolcezza che innamora. Por

tano un abito simile a quello dellePer

siane, sono civili e affettuose, ma per

fidissime, e non vi è ribalderia di cui

 non facciano uso per farsidegli amanti,

 per conservarli o perderli. Gli uomini

 hanno similmente molte cattive qualità.

 Vengono educati al ladrocinio, e in

MORALE

 99

 questo esercizio fanno consistere il loro | favore d'essere sepolti vivi, i figli più

 impiego, il loro piacere e la loro glo

ria. Raccontano con estrema soddisfa

zione i loro furti, e vengono perciò lo

dati universalmente. L'assassinio, il fur

to, la menzogna sono per essi azioni

 assai belle. Il concubinato, la bigamia,

 e l'incesto vengono considerati come

 abitudini virtuose. Gli uni rapiscono le

 mogli degli altri, prendono senza scru

polo la zia, la nipote, e la zia della

 propria moglie; sposano due o tre don

ne in una sola volta, e mantengono

 quante concubine vogliono. Imariti mo

strano pochissima gelosia per le loro

 mogli; e quando le trovano sul fatto

 con qualche galante, hanno diritto di

 obbligarlo a pagare un porco; e nonsi

 pigliano d'ordinario altra vendetta, e

 mangiano fra loro tre l'animale. Pre

tendonoche siaun costume assai buono

 elodevolissimo quello di avere molte

 femmine e concubine, mentre per tal

 modo si procreano molti figliuoli, che

 si vendono a denaro contante, o si cam

biano con vestimenti e viveri. >

 L'abbandono dei malati, quello dei

 parenti troppo vecchi od infermi, è una

 regoladella maggior partedei selvaggi.

 Gli Esquimesi si prendono la cura di

 costruire una tana di ghiaccio nella

 quale li richiudono ancor viventi; ma

 i Neo-Caledoni non si danno poi tanta

 fatica. Scavare unafossa e gettarvi den

tro ancor vivi i genitori decrepiti, od i

 malati tediosi, è un procedere più spe

dito e che la morale neo-caledone non

 condanna. Il paziente d' altronde trova

 questo trattamento affatto naturale; tal

volta anche si prende la briga di sca

vare da se stesso la sua fossa, e solo

 domanda ai suoi parenti il lieve servi

zio di un colpo di mazza. (De Rochas

Nouvelle Caledonie.)

 AViti (Lubbock- Les Sauvages

 modernes d'apres Williams et le capi

taine Wilkes ) se accade che i vecchi

 genitori, sia per dimenticanza, sia per

 un amore smoderato ed inconveniente

 della vita, ritardino un po' troppo il

 o meno dolcemente insinuano loro come

 sia veramente tempo di farla finita;

 dopo di che il seppellimento si compie

 alla piena luce del sole, non senza so

lenizzare lacerimoniaconunbanchetto,

 al quale sono convitati i membri della

 famiglia ed i genitori stessi. I mede

simi Vitiani, allorquando muore un

 personaggio di qualche importanza, han

no l'abitudine di seppellire con lui le

 sue donne predilette e qualche schiava,

 che hanno però la cura di sgozzare.

 Ghiotti oltre ogni diredellacarne umana,

 questi isolani ingrassano gli schiavi per

 mangiarli. Talvolta li arrostiscono vivi

 per divorarli tosto; tal altra aspettano

 agustare il cadavere fin che abbia rag

giunto un certo grado di putrefazione.

 A Viti ogni pasto officiale deve avere

 un piatto d'uomo nella sualista, e mol

to disdirebbe se ciò non fosse. Tenero

 come l'uomo morto, è il più grande

 elogio che si possa fare d'una vivanda

 qualunque; e perciò la carne umana ha

 un nome significativo: puabba balava,

 ossia lungo porco.

 OgniVitiano chesia ben allevato, fino

 dalla sua infanzia ha appreso abasto

nare la madre sua, e la sua maggiore

 ambizione è d' arrivare fino ad essere

 un grande assassino, ad acquistare, per

 esempio, la meritata considerazione di

 cui godeva Ra Undre-Undre capo dei

 Raki-Raki, che potevagloriarsi di aver

 mangiate novecento persone da solo,

 senza permettere a chi si fosse di pren

dere la sua parte. I Vitiani d' altronde

 sono intelligenti, assai cerimoniosi, indu

striosi e d'una squisita politezza.

 Nella NuovaCaledonia troviamo dei

 gusti e dei costumi analoghi. I quaranta

 o cinquanta mila individui che abitano

 questa fertile isola, trascorrono la loro

 vita nello scannarsi reciprocamente, so

vente, senza altro motivo che il deside

rio d'aggiungere un pezzo d'uomo agli

 ignami ed alle radici che costituisco

no il loro abituale nutrimento. Di so

lito è una tribù vicina che fornisce

100

 MORALE

 il miglior piatto delbanchetto, ma tut

tavolta non è raro di vedere un capo

 invitare gli amici a mangiare qualche

 duno de'suoi servi. All' infuori del pa

ziente, tutti trovano che è questa una

 pratica assai semplice,legittima, ed an

che gloriosa per il principe. Un capo

 della tribù di Heinguène chiamato Bou

rano messi a morte dai loro genitori.

 Bougainville nel suo Viaggio intorno

 al mondo, così parla della sua perma

nenza all'isola di Taiti.

 Ogni giorno,

 >

 

 Acciajo

 >

 Piombo>

 12

 Carta

 13

 Cartone>

 14

 14

 Crine

 15

 Vermiglio

 Paglia

 16

 15

 Biondo

 .

 ecc

 .

 Bronzo

 .

 >

 Nove

 Dieci

 11

 Fante

 12

 Dama

 Re

 .

 ecc

 Leone

 12

 Anna

 .

 ecc

 PAESI

 OGGETTI

 Italia

 Alfonso

 Fazzoletto

 Spagna

 Temperino

 Svizzera

 Camillo

 Inghilterra

 Francia

 Berta

 Moneta

 Elisa

 Ciondolo

 Ventaglio

 Alberto

 Occhiali

 Anello

 Adriana

 Chiave

 11

 Suggello

 Catena

 .

 ecc

 Germania

 Prussia

 Russia

 Turchia

 Belgio

 .

 ecc

 MAGNETISMO

 135

 ecc

 ecc

136

 MAGNETISMO ANIMALE

 Per meglio intendere la cosa, fac

ciamo un breve esperimento.

 Noi

 siamo in una brigata di parecchie per

sone delle quali conosciamo perfetta--

 mente il nome, ed a cui abbiamo già

 fatto riferire un numero per distinguer

le. Dopo brevi passi magnetici, la no

stra sonnambola sbadiglia alcun poco,

 socchiude gli occhi e ci fa la grazia di

 addormentarsi. In questo esperimento

 si può bendare gli occhi alla sonnam

bola, sebbene d' ordinario i magnetiz

zatori non si prendano questa briga.

 Ma essi agiscono con una chiave più

 complicata, anche con segni non vocali,

 come più innanzi vedremo, e la son

nambola ha allora bisogno degli occhi.

 Dopo aver reclamato dall' adunanza il

 silenzio e la fede, perchè non sia stur

bata l'efficaciadel fluido, incominciamo

 l'azione.

 D. Vi sentite in istato di completa

 lucidità?

 R. Mi pare di poter soddisfare al

 vostro desiderio, tuttochè mi senta ab

battuta. Vi prego perciò di non affati

carmi troppo.

 D. Terrò conto della vostra racco

mandazione.

 Intanto VEDIAMO se sapreste dirmi il

 colore di questo oggetto ?

 R. È bianco.

 D. GUARDATE qual' è la sua forma.

 R. Quadrata.

 R. Elisa.

 D. ORA ditemi qual mano vi ha mo

strato

 R. La sinistra.

 D. GUARDATE quante dita ella alza.

 R. Quattro.

 D. E ADESSO quante ?

 R. Soltanto due.

 D. VEDIAMO che forma ha l' oggetto

 che tiene in mano Camillo.

 R. Rotondo.

 D. POTRESTE voi dirmi che cosa sia?

 R. Una moneta.

 D. INDICATENE il metallo.

 R. D' argento.

 D GUARDATE bene in qual paese fu

 coniata.

 R. In Inghilterra.

 D. POTRESTE dirmi a qualmano Elisa

 ha posto l' anello che poc' anzi vi ha

 mostrato?

 R. Alla sinistra.

 D. VEDETE a qual dito.

 R. Al pollice.

 D. ADESSO ditemi a qual falangedel

 pollice.

 R. Alla seconda.

 D. DESIGNATE la persona che mi ha

 dato un libro.

 R.Alberto.

 D. VEDIAMO- ORA- PER FAVORE a

 qual pagina io apro il libro.

 R. Alla pagina 190.

 D. GUARDATE-ADESSO quest' altra pa

D. ORA ditemi quale oggetto ha in gina.

 mano Camillo.

 R. Un anello.

 R. Ad Elisa.

 R. É la pagina 42.

 D. Vi sentite abbastanza lucida per

 D. INDICATE a chi appartiene l'anello. leggere?

 R. Ohimè! vi ho già detto ch' era

 D. PROCURATE di sapermidire a chi abbattuta. Di grazia, non vogliate dun

Camillo lo ha consegnato.

 R. A Giorgetta.

 D. ADESSO ditemi con qual mano

 Giorgetta lo ha preso.

 R. Colla destra.

 que stancarmi troppo.

 D. Eppure bisogna che questi si

gnori abbiano un saggio della vostra

 chiaroveggenza

 ...

 Lo voglio!

 R. Concedete almeno che legga una

 sola lettera per volta

 D. VEDETE ADESSO di che cosaè l'og

getto sul quale essa pone quell'anello ? | questo esperimento mi affatica.

 ...

 R. Lo vedo è di carta.

 D. INDICATE lapersonache vi mostra

 una delle sue mani.

 sapete che

 D. Sia. NOMINATE la prima lettera di

 questa parola.

 R. (Dopo alquanto spasimo) è un C.

MAGNETISMO ANIMALE

 D. VEDIAMO la seconda.

 R. È un A.

 D. VEDIAMO PROCURATE di dirmi la

 137

 Unbravo magnetizzatore ha bisogno di

 comunicare il pensiero senz'uopo di ri

petere sempre le domande sopra una

 terza.

 R. È unR.

 chiave troppo limitata e che a lungo

 andare potrebbe essere avvertita; e

 D. VEDIAMO ancora, GUARDATE I' ul- prestigiatori Castagnola e Sisti che si

 tima.

 R. È un O.

 D. Benissimo. Tutti possono vedere

 che qui è scritta la parola Caro. Ma

 basta per la lettura. Passiamo ad altro

 esperimento. PROCURATE di dirmi quante

 carte ho in mano.

 R. Sette.

 D. VEDETE chi me ne prende una?

 R. ÉAlfonso.

 D. NOMINATE questa carta.

 R. É il tre.

 D. BENE. E quale?

 R. Il tre di picche.

 D. (agli spettatori). Ora io debbo

 incaricarono di sbugiardare il magneti

smo, produssero con un semplice giuoco

 di memnotica, fenomeni tali di trasmis

sione di pensiero, da rendere attoniti e

 increduli gli stessi spettatori.

 Il lato mirabile del giuoco, è quello

 di indovinare il nome e l'uso e la for

madi quei piccoli oggetti chegli spet

tatori, d'ordinario, presentano in simili

 circostanze, e di indovinare sopratutto

 senza uopo, per parte del magnetizza

tore, di dovere ad ogni volta variare la

 domanda.

 Al caso si può provvedere in due

 modi: coi segni, o colla voce; ma me

chiamare l' attenzione sopra un esperi- glio ancora con gli uni e con gli altri

 mento difficile e che non potrebbe rin

novarsi spesso senza molto affaticare il

 soggetto. La mia sonnambola leggerà

 un numero in cifre

 ...

 Chi avrebbe

 la compiacenza di scriverlo sopra que

sta carta?

 ...

 la signora

 Benis

simo ( alla sonnambola ) VEDIAMO, PO

...

 TRESTE- ORA

 PER FAVORE INDICARE

 la cifra che la signora ha scritto su

 questa carta?

 R.(Dopoqualche sforzo) sono stanca,

 non lo posso.

 D. Eppure lo voglio!

 R. È il numero 15,906.

 Come ognunvede, il giuoco si riduce

 aben poca cosa, ad un artificio sem

plice, ed è davvero gran motivo di me

raviglia che a cose tante dozzinali pre

 stino ancor fede gran parte degli uo

mini. Egli è pur forzaconvincersi, dopo

 un certo numero di esperimenti, che

 tutti i fenomeni di magnetismo si ridu

cono a questo segreto. Veramente, la

 tavola memnotica può essere cambiata

 all'infinito. Quella che io ho dataè, co

medissi, elementare, e l'esperimento con

 essa non potrebbe impunemente ripe

tersi senza pericolo d' essere scoperti.

 insieme. Tutto l'arcano sta sempre nel

 creare nuovi segni, o vocali o mimici,

 che sieno abbastanza impercettibili per

 sfuggire al più attento osservatore, e

 questi poi non sono tanto difficili a for

marsi, come può parere aprimagiunta.

 Una vocale accentuata, una consonante

 raddoppiata, un articolo premesso alla

 domanda, bastano per dare un nuovo

 numero. Un prestigiatore trasmetteva

 alla consorte il nome di un oggetto,

 senza che apparentemente mai cangiasse

 il genere della domanda.

All' altro

 oggetto!- Tali erano le sole parole

 che invariabilmente accompagnavano la

 sua interrogazione. Ma quanti modi e

 quante forme non ha la voce per pro

nunciare una stessa parola? Infatti, per

 il solo artificio della lingua, voi potete

 dare a questa semplice domanda dieci

 diversi significati, rappresentauti le disci

 cifre, dalla cui combinazione possono

 nascere tutti i numeri possibili.

 Ν. Ι.

L'altro oggetto

 Dell' altro oggetto

 All' altro oggetto

 O l'altro oggetto

 «2.

 «3.

 «4.

 1

138

 MAGNETISMO ANIMALE

 Ed eccovi già, con unasemplice de

clinazione, quasi quattro numeri. Non

 occorre dire che gli articoli premessi, si

 pronunciano rapidamente, quasi fossero

 errori di lingua. Il quintonumero lo si

 può comporre, per esempio, pronun

ciando la rdella parola altro, col suono

 francese, e per gli altri cinque, neces

sari a comporre la decina, si raddoppia

 la voce e si accentuano le sillabe. Con

 questo mezzo voi trasmettete una sola

 cifra, ma la combinazione dellaseconda

 cifra può farsi con un altro alfabeto

 tutto mimico. L'essere voltato a destra

 piuttosto che asinistra, l'alzata dell'una

 piuttosto che dell'altra mano, son tutti

 segui che sfuggono all'osservazione de

gli spettatori, ma che servono assai bene

 alla sonnambula. Questa, infatti, ha già

 studiato amemoria unaspeciale nomen

clatura per la quale, al nome di ciascun

 oggetto corrisponde un numero. E per

chè il linguaggio dei segni non riesca

 di soverchio intralciato per dover ri

correre alla composizione di più nume

ri, giova assai che i numeri siano di

visi in parecchie tavole. Sicchè, il nu

mero che, acagiond'esempio,viendato

 colla voce si intenderà corrispondere,

 poniamo, alla tavolaA, e quel che vien

 dato col segno s'intenderà riferirsi al

 numero speciale di quella tavola, equindi

 al nomeche aquelposto vi si trova in

scritto. Del resto, molti sono i mezzi

 per comunicare il pensiero, ed è sem

pre utile il comporre alfabeti di due o

 tre sorta, pernon lasciarsi cogliere alla

 sprovvista. Un magnetizzatore comuni

cava il pensiero senza parola e senza

 gesti: si poneva dietro alla sonnambola

 ecolle braccia tese le inviavailpotente

 suo fluido, sbuffando come un-mantice.

 Chi avrebbe mai sospettato che egli

 aveva composto un alfabeto sul sem

plice modo della sua respirazione?

 Per chi dunque voglia sinceramente

 che l'osservatore siadotato diuna certa

 penetrazione delle cose,diuna provata

 esperienza e che sopratutto si trovi li

bero da quegli impacci sociali,daquelle

 deferenze, che d' ordinario in una riu

nione di persone impediscono di dubi

tare di tutto e di tutti, di non accredi

tar fede all' altrui parola, di voler ve

dere e toccare con mano ogni cosa, di

 variare l'ordine degli esperimenti e di

 volerli riprodotti in diverse circostanze.

 Le arti dei magnetizzatori sonomolte e

 varie e perciò la regolasicuraper isco

prirle deveemergere, asecondadei casi,

 dalla prontezza ed accortezza dell'osser

vatore. Importanotareche ifenomenidel

 sonno, della catalessi, dell' insensibilità

 periferica dell' epidermide, del rallenta

mento del polso e simili, non debbono

 mai considerarsi come prove valide nella

 questione. L'esercizio può produrre una

 tensione de'nervi superiore all' ordina

naria, e la semplice volontà di tendere

 con forza i muscoli del braccio, può

 rallentare la circolazione di quel mem

bro. Talora anche si ricorre ad un cinto

 di gomma elastica che circonda il brac

cio sotto l'ascella, il quale con un

 semplice movimento stringe le vene e

 toglie il libero corso alla circolazione.

 Io stesso sono riuscito con una gran

 tensione dei muscoli e rallentando, per

 quanto è possibile il respiro, a modifi

care, se non a sopprimere del tutto, la

 pulsazione di un braccio.

 Fra-i fenomeni prodottidai magne

tizzatori ve n'è uno che maggiormente

 impone al pubblico, e che i magnetiz

zatori tengono in serbo siccome l'espe

rimento più adatto aridurre al silenzio

 l'incredulità.

 Sanno tutti che voglio parlare della

 perforazione del braccio. I magnetizza

tori sogliono in codesto caso trapassare

 il braccio del supposto magnetizzato

 con un lungo spillo d'oro, senza che il

 paziente dia pur segno d' avvedersene,

 e, cosa ammirabile, quand'eglino estrag

gono dal foro quello spillo, non una

 e senza idee preconcette esaminare i

 così detti fenomeni del magnetismo a

nimale, la buona volontà, se ne accer

tino pure i lettori, non basta. Bisogna | goccia di sangue escedalla ferita.

MAGNETISMO ANIMALE

 Il pubblico che d'ordinario non sa

 come si faccia quell' esperimento, ne

 resta fortemente impressionato; le si

gnore si coprono gli occhi per non ve

derlo,e semai vigettanodi sbieco qual

che occhiata, ne sono sì commosse, e

 così leggiadramente atterrite, che guai

 al malcapitato che in quel momento

 139

 mentre la gomma tende a distendersi

 circolarmente intorno alla periferia, l'ago

comprime bensì la parte rotonda dek

 braccio, manon può piegarsi per ab

bracciarne tutta lacirconferenza; d'onde

 quel leggero stiramento della gomma

 ches'increspa sui puntiestremi d'immer

tentasse di disilluderle intorno al ma

gnetismo.

 Comepotranno esse persuadersi che

 quell' esperimento che riesce sempre, e

 sempre impone, non è gran fatto dolo

roso, come generalmente si crede, eche

 non occorre poi di essere magnetizzati,

 nètampoco catalettici per sostenerlode

gnamente?

 Madacchè sono sull'argomento, vo

glio pur persuadare i miei lettori, che

 in tutto cotesto apparato d'insensibilità

 non vi è cosa alcuna che veramente

 meriti la loro sorpresa, dacchè il foro

 non trapassa guari il muscolo del brac

cio. Il magnetizzatore prende destre

mente tra l'indice e il pollice la pelle

 dell' avambraccio, latira a sè, in guisa

 che quel tessuto sommamente elastico

 corre facilmente dai punti estremi della

 periferia, al luogo dove ledita lo strin

gono, e al tempostesso formando come

 una piega l' allontanano dal muscolo.

 Ed èlàdove le dita tengono quel ri

piegamento della pelle, il quale non è

 più grosso di un mezzo centimetro,che

 il magnetizzatore immerge l'ago da

 sione e d' emersione. E appunto questo

 leggero increspamento, che sempre si

 osserva sulle persone così operate dai

 magnetizzatori, come purelostudio che

 questi pongono di volgersi in maniera

 da non essere veduti dal pubblico nel

 brevissimo momento in cui fanno de

stramente quella operazione, mi con

dussero nel convincimento che lo spillo

 si immerge soltanto nella pelle, corre

 tra il muscolo e il derma, e se n'esce

 ancora dalla pelle senza avere offesa

 alcuna parte sensibile. Cosi spiegata la

 cosa si capisce subito la ragione per

 cui da queste ferite, per solito, non e

see mai sangue, o una goccia al più.

 Salvo quei pochi e sottilissimi vasi san

guignichesononelderma,nessuna vena

 resta offesa, e la tensione del braccio

 che viene alzato e tenuto immobile in

 una finta calessi, lo spillo lasciato im

merso per alcun tempo onde tutti gli

 spettatori lo vedano e il sangue leg

germente e internamente si raggrumi,

 sono motivi che dovrebbero farci mara

vigliare che dalla ferita sortisse sangue,

 piuttosto che del casoopposto. Non ab

biamoforsepiùdi unavoltaincertipaesi

 veduto ai giovani vitelli e agli agnelli,

 vivi ancora,tagliare la pelledelle gambe

 posteriori presso l' unghia, estrarne i

 tendini e con quelli attaccarli vivi col

 parte aparte. Quindi, abbandonata la

 pelle, quella ritorna al suo posto, la

 piega si distende sopra l' ago e lo co

pre quasi interamente,dimanierachè, ad

 operazione finita, par che l'ago sia pas- | capo abbasso, acciocchè dalla ferita che

 sato attraverso al braccio. Egli è come

 se si stringesse fra le dita la manicadi

 un vestito di gomma elastica. La gom

macede, si allontana dal braccio e in

 quel sottilissimo strato che resta fra le

 dita si può immergere unospillo. Quindi

 se la gomma vieneabbandonata, si di

stende, comprime lo spillo contro il

 braccio e là dove sono ifori forma due

 lor si farà al collo più facilmente ne

 sgorghi il sangue? Ebbene, spesso ho

 veduto che da questi tagh, sempre ab

bastanza ampi per poterne estrarre i

 tendini, nonusciva goccia di sangue, o

 tutt' al più rosseggiavano i margini

 della ferita; e nel laboratorio fisiologico

 del prof. Schiff, ho poi provato più di

 unavolta aforare la pelle di un cane

 vivo eterizzato senza che laferita, fatta

 Ita

 piccole crespe, cagionate dal fatto, che

140

 MAGNETISMO ANIMALE

 nel modo che si èdetto, accennasse pur

 anche a rosseggiare. In conclusione, se

 si pensa che i tessuti vivi trapassati

 dallo spillo non presentano in com

plesso un diametro maggiore di tre o

 quattro millimetri, si capirà facilmente

 che il dolore cagionato da quella ope

razione deve essere ancora inferiore a

 quello che si prova nell'innesto del va

iuolo; e che perciò non occorre proprio

 di essere magnetizzati per poterla so

stenere senza presentare tracce visibili

 di esteriore sensazione.

 Orcotestoesperimento,fatto e rifatto

 in privato, mi capitò appunto l' occa

sione di ripetere in pubblico nell'estate

 dell'anno 1875, quando una sfida vera

mente singolare era stata bandita a

 Firenze dal magnetizzatore Zanardelli.

 In quella occasione ho pubblicamente

 eseguita la perforazione del braccio

 senza bisogno di ricorrere al magne

tismo. Lo spillo d'oro adoperato era

 lungo bennove centimetri; la distanza

 fra il puntod'immersione e quello d'on

deusciva dalla pelle eradi sei centi

metri, sicchè sembrava che il braccio

 fosse interamente perforato poco al di

 sopra del suo diametro. Il dolore della

 ferita, per quanto mi assicurò il prof.

 Golfarelli, che gentilmente si prestò

 come paziente , non fu maggiore di

 quello che potrebbe recare una sem

plice puntura cutanea, è dopo l' opera

zione, nè nei giorni successivi, ebbe a

 soffrire il più leggero incomodo. Ben si

 vede dunque che una operazione fatta

 in queste condizioni non può gran che

 spaventare le nostre finte sonnambole,

 e che se l'amore per laverità può

 spingere gli uomini onesti a sopportare

 ben di buon grado il leggero incomodo

 di quella puntura, l'avidità dell'interesse

 può renderlo sopportabilissimo a coloro

 che si fanno credere magnetizzati.

 Quando isignorimagnetizzatori siano

 posti in condizioni che escludano ogni

 possibilità di simulazione o di allucina

zione, tosto tutte le meraviglie magne

tiche scompajono, e il preteso fluido,

 nonchè essere inetto a generare lachia

roveggenza, è eziandio impotente apro

durre qualsiasi apprezzabile effetto.

 Fu questa conviuzioneche indusse la

 Società dei Razionalisti di Firenze a

 pubblicare il seguente concorso ma

gnetico:

 «La Società dei Razionalisti di Fi


 (Wolf. Ontologia § 57 e 101.)

 Io convengo pienamente con Wolf

 che l'impossibile è nulla; ma sostengo

 ancora che è nulla anche il possibile,

 perciocchè ogni possibile che non sia in

 atto, non esiste ancora, e ciò che non

 esiste è nulla. Io ho un bel dire che

 fra una mezz'ora possc sperare di avere

 riempita questa pagina di fitta scrittura;

 ma finchè quella scrittura non sia com

parsa sulla carta, potrò io dire che

 qualche cosa esiste? Il possibile è una

 idea di pura relazione, e si riferisce al

 fatti anteriori già osservati, che ci in

ducono nella possibilità che fatti simili si

 ripetano ; questa relazione non può dun

que esistere senza la cosa a cui si rife

risce. È la stessa distinzione che con

vien fare per le funzioni in atto e quelle

 in potenza. Finchè la funzione non si

 estrinseca e diviene un fatto, non può

 esistere. Io non posso dire che esista il

 movimento di una locomotiva ferma,

 sebbene sia possibile che si muova. So

 bene che in potenza essa ha questa fa

coltà di moto, ma finchè la facoltà non

 si fa azione, moto non esiste.

 Concludo che la nozione del possi

bile, è nulta anch' essa, come quella

 dell' impossibile. L'una e l'altra sono

 dei puri concetti, e come tali esistono

 subbiettivamente, solamente in quanto

 ci rappresentano cose o fenomeni che i

 sensi hanno percepito (possibile) o non

 hanno mai percepito, e che perciò ri

tengono impossibili.

 Mi pare che Dumarsais definisca i

 limiti del quesito nel seguente passo

 del suo Trattato dei Tropi: « Gli og

getti reali non sono sempre nella stessa

 situazione: essi cambiano di luogo, spa

riscono, e noi sentiamo realmente que

sto cambiamento e questa assenza. Al

lora accade in noi un' affezione reale,

 per la quale sentiamo che non ricevia

mo al un'impressione da un oggetto, la

 cui presenza eccitava in noi effetti sen

sibili: da ciò deriva l'idea di assenza,

 di privazione, di nulla; di modo che,

 sebbene il nulla sia in se stesso nulla,

 questo vocabolo denota un' affezione

 reale dell'intelletto ; cioè un'idea astratta

 che noi acquistiamo coll'uso della vita,

 nell'occasione dell'assenza degli oggetti

 e di tante privazioni che ci recano pia

cere o ci affliggono ».

 Nullismo o Nihilismo. Dot

trina dei buddisti, per la quale credono

 essi che la suprema felicitá sia l'annien

tamento del corpo e dello spirito; sorte

 riservata ai soli beati, i quali cessando

 di trasmigrare di corpo in corpo per

OCELLO-LUCANO

 dono lacoscienza di se stessi e si con

fondono in Dio (v. BUDDHISMO).

 175

 rità oggidi perdute ; ma questa opinione

 non ha altro fondamento che la ten

Numero. Ciò che fu detto all'ar

ticolo MATEMATICA, deve aver chiarita

 la ragione per cui facilmente gli uomini

 siano trascinati ad attribuire ai numeri

 un valore simbolico che ad essi manca

 assolutamente. Le operazioni che, gra

zie all'aiuto dell' insegnamento tradizio

nale, si compiono con grande facilità

 mediante i numeri, e poi si riconoscono

 esattamente corrispondenti alla realtà,

 hanno fatto credere a molti che i nu

meri non solamente fossero i simboli

 dellecose, ma l'essenza delle cose stesse.

 Di tal novero furono Pittagora e Pla

tone, i quali introdussero nella filosofia

 i simboli numerici, come se fossero per

 se stessi dei principii propri a spiegare

 le cose. Dei pregiudizi dei Pittagorici

 intorno a questo argomento, così parla

 Aristotile: >

 (Matt. V 29,30). Nel suo vivo entu

siasmo, Origene, interpretando alla let

tera questo precetto, si recise le parti

 genitali. La quale mutilazione fu ap

provata da Demetrio suo vescovo. Ma

 quando il nome e lafamadi Origene

 lo fecero chiamare a Cesarea per inse

gnarvi la scrittura nelle assemblee dei

 fedeli, Demetrio cominciò ad essergli

 contrario; e quando i vescovi di Cesa

rea edi Alessandria lo ordinaronoprete,

 Origene nel suo libro contro Celso

 combattè le accuse che questo filosofo

 epicureo moveva contro i cristiani; ma

 il trattato di Celso essendo perduto,

 nonci resta alcun mezzo per giudicare

 il fondamento delle accuse, che dalla

 confutazione

 dalle citazioni di Ori

gene; il quale se abbia sempre citato

 fedelmente è lecito dubitare vedendo

 com' egli descriva Celso, così accanito

 nemico dei cristiani, e al tempo stesso

 credente nei miracoli di Gesù.

 Origene mort nel 263 in età di 69

 egli disapprovò vivamente quella ordi- anni. Di lui così scrisse S. Gerolamo :

 nazione, e disse essere Origene irrego

lare, avendo commesso un omicidio so

pra se stesso. Adund anche un concilio

 contro Origene a cui fu intimato di

 « Dopo gli Apostoli 10 considero Ori

gene come il grande maestro delle

 Chiese; l' ignoranza sola potrebbe ne

gare tale verità. Io mi caricherei volen

uscire d' Alessandria . L' ordinazione

 vivamente combattuta da una parte e

 con altrettanto calore sostenuta dai ve

scovi di Alessandria e di Cesarea, ca

giond molte turbolenze nella Chiesa, e

 porse occasione a Demetrio di dimo

strare gli errori dommatici che quel

 dottore della Chiesa aveva introdotto

 nel suo insegnamento.

 Il Trattato dei principii contiene l'e

sposizione delle sue opinioni religiose.

 Secondo ogni evidenza Origene fu neo

platonico. (v. NEOPLATONISMO). Platone

 è il filosofo antico che ottiene le sue

 maggiori simpatie, e nella sua filosofia

 egli trova chiaramente annunciata la

 Trinità. Le anime senza corpo egli non

 concepisce; fuor di Dio egli non vede

 che esseri in relazione colla materia,

 dotati di corpo. Questo carattere della

 teologia origenista ci rivela che l' idea

 tieri delle calunnie di che gravato venne

 il suo nome, purchè a tale prezzo io

 potessi avere la sua scienza profonda

 delle scritture ». Quantunque fatta da

 un santo e da un padre della Chiesa,

 non si può dire che questa dichiara

zione sia molto ortodossa.

 Origenisti. Coloro che fondan

dosi sugli scritti di Origene, sostene

vano che Gesù Cristo è figliuol di Dio

 soltanto per adozione; che le anime e

sistono prima di essere congiunte ai

 corpi; che i supplizi deidannati avranno

 unfine, eche i demoni stessi saranno li

beratidallepene dell'inferno. Alcuni mo

nacid'Egitto e di Palestina professarono

 queste opinioni, le propugnarono con

 pertinacia e furono cagione di gravi

 scompigli nella Chiesa: ma vennero con

dannati dal quinto concilio generale te

nuto in Costantinopoli l'anno 553, e in

OTTIMISMO

 quellacondanna rimase avvolto lo stesso

 Origene.

 Erano allora gli origenisti divisi in

 due sêtte; ma nell'una e nell'altra pro

fessavano tutte le sentenze de'librid'Ori

gene. I sostenitori della figliuolanza so

193

 della grazia ha stabilito ilprincipio che

 Dio non può operare che per la sua

 gloria; d' onde conclude che Dio nel

 creare il mondo lo ha fatto secondo

 quell'ordine di cose che era più adatto

 lamente adottiva di Gesù Cristo asseri

vano altresì che nel giorno della risur

rezione generale gli Apostoli sarebbero

 fatti eguali aGesù Cristo; perciò furono

 denominati isoscristi. Quelli che inse

gnavano essere le anime umane esistite

 innanzi all'unione coicorpi, furono detti

 protocristi, voce indicante l'opinione che

 sostenevano. Ignorasi donde sia venuto

 aquesti il nome di tetraditi o infatuati

 del numero quattro.

 Non deesi confondere questo orige

nismo con gli errori di un' altra sêtta i

 cui partigiani vennero chiamati anch'essi

 origenisti od origeniani da un Origene

 loro capo, uomo affatto oscuro. Condan

navano costoro il matrimonio ed asse

rivano che qualunque più enorme atto

 disonesto non è peccaminoso. I Santi

 Epifanio ed Agostino che ricordano que

sto sozzo origenismo confessano che

 nessun motivo vi diede il celebre Ori

gene, padre della Chiesa, ilquale, come

 si sa, si tolse da se stesso le parti ge

nitali per non cadere in tentazione (v.

 EUNUCHI).

 Osservazione.VediEsperimento.

 Ottimismo. Sistema di chi af

ferma che il mondo in cui viviamo è il

 migliore dei mondi possibili; che Dio

 stesso, sebbene sia onnipotente, non po

trebbe farlo migliore di quel che è,

 perocchè all'atto della creazione egli ha

 appunto dovuto dispiegare tutta la sua

 possanza per produrre opera degna della

 sua perfezione. Malebranche e Leibnitz

 furono i principali sostenitori di questo

 sistema tutto teologico, col quale essi

 intesero di confutare le obiezioni di

 Bayle contro la provvidenza e l'unità di

 Dio, dedotte dall'esistenza del male (v.

 DUALISMO).

 Malebranche nei suoi Dialoghi me

tafisici e nel trattato Della natura e

 amettere in evidenza le sue perfezioni.

 Egli fonda quel suo principio, confron

tando il sesto dei Proverbi, (XVI, 4)

 con le parole di S. Paolo ai Colossesi

 (I, 16) e ne deduce che Iddio, creando

 il mondo,nonsolamente ebbe per scopo

 l'ordine fisico e la bellezza dell' opera,

 ma l' ordine morale e sovranaturale di

 cui Gesù Cristo è, per così dire, l'anima

 ed il principio, e che dispiega ai nostri

 occhi i divini attributi assai meglio che

 l'ordine fisico dell' universo: perciò a

 voler comprendere l' eccellenza dell' o

pera di Dio, non bisognaseparare l'una

 dall' altra queste due considerazioni.

 >

 (Ici, N.º 10).

  (N.° 10).

 Éfacile vedersi che qui si ritorna

 sempre alla solita petizione di principio.

 Non si esamina se ' imperfezione del

 mondo non derivi da ciò: che nessuna

 intelligenza creatrice presiedette alla

 sua formazione; sibbene si ammette già

 a priori questa intelligenza, per con

cludere che se essa ha scelto il mondo

 comesi trova, è segno che questo mondo

 è il miglioredei mondi possibili. Eppure

 non sarebbe difficile concepire un mondo

 migliore, ( v. ORDINE E PERFEZIONE ) e

 alla onnipotenza di Dio non doveva es

sere impossibile di farlo. Secondo l'opi

nione di Leibnitz, è falso che sul nostro

 globo la somma dei mali superi quella

 dei beni. « Il difetto d'attenzione, dice

 egli, è quello che diminuisce i nostri

 beni, e bisogna che questa attenzione

 venga in noi destata da una mescolanza

 di mali.

 >

 egli sostitui quest' altra più precisa e

 più conforme ai nostri bisogni: >

 Dalla Grecia il panteismo passò nella

 filosofia dei romani. Varrone, Plinio il

 naturalista, i poeti Manilio, Lucano e

 perfin Virgilio furono accusati di aver

 partecipato a questa scuola. Virgilio, di

cono, ci parla di Giove come padre di

 tutti gli uomini e di tutti gli Dei; e

 Cicerone facendosi storico delle dottrine

 sparse nella sua patria, ci narra che

 secondo queste dottrine « l' Essere ani

mato, ricco di prudenza, e d'intelletto,

 è stato generato (non creato) inmaniera

 ineffabile dal Dio supremo ». Alquanto

 più tardi gli stoici romani abbandonan

do il panteismo per generazione, ab

bracciarono quello per animazione. Lu

cullo e Balbo, secondo Cicerone, eransi

 dichiarati per il mondo animale ed ani

La scuola eleatica è più esplicita. ❘ mato; e per il Dio anima del mondo.

 Senofane considera Dio come Uno e La quale opinione Cicerone confutava

200

 PANTEISMO

 mettendo in bocca all' epicureo Vellejo | sospetti di averlo appoggiato. La sola

 queste parole: « Il nostro Dio è per lo

 meno felicissimo; mentre il vostro è so

prafatto dalle occupazioni e sfinito. Im

perocchè o Dio è il mondo medesimo,

 e alloraniuna cosa avvi meno tranquilla

 di questo Dio, obbligato continuamente

 a rivolgersi intorno all' asse del cielo:

 questo Dio non potrebbe essere felice,

 perchè felice non è chi non ètranquillo:

 ovvero Dio è mescolato al mondo per

 animarlo e reggerlo, per vegliare al cor

so degli astri, coll' occhio sempre vigi

lante su tutte le terre e su tutti mari

 perprocurare il bene e conservare la

 vita degli uomini, ed allora voi conver

rete che questo Dio è schiacciato sotto il

 peso di tante sollecitudini e di tante no

iose cure » (De nat. deor)

 Nè pure il panteismo pittagorico ap

pagava Cicerone, il quale meravigliava

 che Pittagora ammettendo le anime u

mane come tante particelle della divi

nità, supponesse implicitamente un Dio

 capace di soffrire e di essere lacerato

 abrani.

 È opinione accreditata che il pan

teismo delle scuole greche sia passato

 anche nella filosofia neoplatonica degli

 alessandrini. Ma anche di questo pas

saggio si hanno pochi indizi; e mag

giori induzioni che citazioni. Bayle nel

 suo Dizionario critico accusa Plotino di

 essere panteista, perch' egli diceva che

 ogni cosa pareva non essere infine che

 una sola sostanza, la quale non ha di

visioni, nè differenze che nei nostri con

cetti. Noi non ne percepiamo che qual

che parte solamente, le quali non po

tendo abbracciare nel loro insieme tras

formiamo in esseri reali. (Ennead. VI.

 2, 3).

 Anche B. Constant crede che mal

grado la professione di fede deista dei

 neoplatonici, quell' essere uno, esistente

 realmente, quell' anima universale con

tenente tutte le anime, quella materia

 creata dalla forma e tutte le altre sot

tigliezze di quei filosofi si avvicinano

 troppo al panteismo perchè non siano

 differenza, secondo Constant, era nello

 spirito dell' epoca. Il panteismo che a

veva condotto Senofane all' incredulità,

 conduceva invece i neoplatonici all'en

tusiasmo.

 Anche parecchie sette del cristiane

simo furono convinte di professare un

 panteismo mistico. Sotto il dualismo di

 Manete, alcuni hanno trovato una ten

denza unitaria, per la quale i manichei

 insegnavano che il mondo è una sola

 anima che si comunica atutti gli esseri

 animati; non tutta a tutti come si co

munica la voce, ma dividendosi come

 un' acqua distribuita in diversi canali.

 Marcione e Carpocrate sebbene unitari,

 anzi appunto perchè unitari, furono co

involti nella stessa accusa; e dei gno

stici fu detto che ammettevano un solo

 principio eterno, dalquale emanava ogni

 essere spirituale e materiale. Queste ac

cuse hanno forse per fondamento una

 soverchia generalizzazione. Ciò nono

stante, bisogna credere che il panteismo,

 o aperto o latente, fosse assai divul

gato anche nei primi secoli del cristia

nesimo, perchè i padri mettessero tanto

 impegno nel combatterlo. Lattanzio lo

 confuta nel libro De vita beatu (lib. VII);

 e S. Agostino nel libro II De Genesi

 (Cap. VIII) combatte imanichei, e nella

 Città di Dio (lib. IV cap. XII) coloro

 che dicevano che ogni cosa era parte

 della divinità. Anche S. Crisostomo

 e

 dopo di lui Teodoreto nelle loro spie

gazioni sulla Genesi confutarono l'opi

nione di coloro che sostenevano essere

 l'anima una parte della divinità.

 Écosa singolare che il panteismo,

 oggetto di tante censure da parte dei

 padri, risorgesse poi nel seno stesso

 della filosofia scolastica, essenzialmente

 cattolica, e trovasse maestri e propu

gnatori in Davide de Dinant, Almarico

 e generalmente in tuttiirealisti (v. Sco

LASTICA). Non è però soverchio avver

tire che questi, più che filosofi, teologi,

 nonfurono scientemente condotti alpan

teismo, e che questo sistema filosofico

PANTEISMO

 s' induce come necessaria conseguenza

 de' loro principii, piuttosto che essere

 stato dichiarato da essi come profes

201

 veramente non dice S. Giovanni che nel

 principio era il Verbo e il Verbo era

 Dio, che ogni cosa è stata fattaper esso

 sione di fede.

 Maggior fondamento ha l'accusa

 fatta a Giordano Bruno, del quale così

 parla il padre Ventura. >>

 Hegel vuol invece che l'unità esista

 nella sostanza; e la sostanza che sola

 esiste, che sola pensa siaDio, il quale si

 manifesta nel mondo finito.

 Io ho appena accennatoleultime fasi

 del panteismo. Ricaduto neltrascenden

tale esso riproduce le solite antinomie

 degli scolastici; senza averne la chiarez

zae la potente dialettica, si aggira in

 un circolo vizioso di parole mal defini

te, e di continue equivocazioni.

 Èdunque stretta giustizia il dire che

 Spinoza fu l'ultimo vero panteista che

 abbia fondato una scuola.

 Papa. Il nome di papa, che signi

fica padre, anticamente era dato dai

 fedeli a tutti i sacerdoti; divenne in

 seguito un titolo di dignitàpei vescovi,

 efu in fine riservato al solo vescovo

 di Roma, quando questi pretese il pri

mato. Per i cattolici è articolo di fede

 che San Pietro è stato capo del colle

gio apostolico e pastore della Chiesa

 universale; che il romano pontefice è

 il successore di quel principe degli

 apostoli » ed ha come lui potestà e

 giurisdizione su tuttalaChiesa. Il Con

cilio di Trento (Sess. VI de réform. C.

 I. Sess. XI c. 7) ha espressamente de

finito che il sommo pontefice è il vi

cario di Dio sulla terra, ed ha la su

(XVI, 18) ove è scritto che Gesù disse

 aPietro: >

  Dunque a Costanti

nopoli piuttosto che a Roma i padri

 del concilio riconoscono la giurisdi

zione in grado di appello. Anche i

 padri del Concilio generale di Affrica,

 fra i quali si trovava S. Agostino, si

PAPA

 209

 lagnarono col papa Celestino, perchè come alle altre Chiese d' occidente, e

 aveva ammesso Appiario alla sua co- mandò lettere a Innocenzo, vescovo di

 munione, mentre era stato escluso da| Roma, nello stesso tempo che scrisse

 quella delle Chiese d' Affrica.  una serie di

 considerazioni tendenti a rimettere in

 dubbio l'esistenza di questo Dio ; delle

 quali considerazioni ecco la sostanza.

 Delle cose pensate noi dobbiamo co

noscere la sostanza, la forma e il luo

go, poichè nessuno potrebbe concepire,

 p. e , un cavallo senza sapere chefi

gura abbia, se sia corporeo o incorpo

reo ecc. Ma intorno aDio i dommatici

 non si accordano nè sulla sostanza, nè

 sulla figura, nè sul luogo, giacché al

cuni lofanno incorporeo, altri gli danno

 corpo; chi lo pone fuori e chi dentro

 il mondo: chi gli dà sembianze umane,

 echi no. Ma dicono: e tupensa un che

 di incorruttibilee beato, e argomen

terai questo essere Dio. Ma alla guisa

 chenonconoscendo Dio altri non può

 pensare gli accidenti di lui; così poichè

 ignoriamo la sostanza di Dio, non po

tremo immaginare gli accidenti a lui

 propri. Ma quando pure Dio fosse im

maginabile, non potrebbe tuttavia di

mostrarsi. Poichè la dimostrazione

 chiara od oscura. Ma se la dimostra

zione di Dio fosse chiara, tutti l'ammet

terebbero, poichè in tal caso la cosa

 dimostrata si concepisce insieme alla

 dimostrazione, e perciò anche si intende

 con essa : se la dimostrazione è o

scura, ha bisogno di altra dimostra

zione per essere dimostrata, la quale

 non può essere chiara, perchè in tal

 caso non sarebbe più oscura, ma chiara

 l'esistenza di Dio: nemmeno può essere

 oscura perchè una dimostrazione oscura

 non può chiarirne un' altra oscura.

 Infine si adduce l'obbiezione più formi

dabilenella esistenzadel male,obbiezione

 che fu poi sostenuta dai manichei e

 da Bayle. Chi afferma esistere Dio, o

 dirà ch'ei provveda alle cose del mon

do, o che non provvede: e se provvede,

 sarà o a tutte o a talune. Masedi tutte

 e' pigliasse cura, non sarebbe nelmondo

 verunmale, nè alcuna cattiveria: ma di

cono che tutto sia pienodi male, dun

que non si avrà a sostenere che Dio

 abbia cura di ogni cosa. Che se ei ne

 cura alcuna soltanto, perchè a queste

 provvede, a quelle no? In fatti, o egli

 vuole può atutte provvedere ; o vuole

 e non può; o può e non vuole: o non

 può e non vuole. Se volesse e potesse,

 avrebbe cura di tutte; ora ei non prov

vedeatutto (secondo che dicemmoinnan

zi), dunque nonvuole e non può a tutto

 provvedere. Se ei vuole, e non può, desso

 è più debole della cagione per cui non

 può provvedere alle cose di cui non si

 cura; ma è contro il concetto di Dio

 che ei sia più debole di altro. Se può

 curarsi di ogni cosa e non vuole, è da

 reputarsi invidioso. Se non vuole yè

 può, è invidioso e anche debole; e il

 dire ciò intorno a Dio è proprio degli

 empii.

 Alle cose del mondo non provvede

 dunque Iddio: e se egli non ha cura

 veruna e non esiste opera di lui, nè

 effetto: nessuno può dire inquale modo

 comprenda l'esistenza di Dio, poscia

 ch'ei non appare da sè e non si com

prende per alcuno effetto. Anche perciò

 è dunque incomprensibile se Dio esista.

 Concludiamo, da siffatte avvertenze, che

 coloro i quali dicono asseverantemente

 che Dio è, sono costretti ad empietà;

 che se lo dicono provvidente ad ogni

 cosa, portano Dio ad essere cagione dei

 mali; selo dicono curante di alcune

 cose o di nessuna, sono costretti am

mettere un Dio o invidioso o debole ;

 tali sentenze si conoscono proprie degli

 empii.

 Così del pari il pirronismo rima

ne indifferente fra il bene e il male,

 nè afferma o nega che causaci sia, o

 movimento o quiete ecc. Che alcune

 volte non introducanei suoi giudizi dei

PITTAGORA

 veri sofismi, non può negarsi; ma nè

 manco è giusto affermare, come alcuni

 hanno fatto, che il pirronista abbia ap

preso dai sofisti tutta la scienza del

 dubbio. La maggior parte degli argo

menti dei pirronisti convengono piena

mente agli scettici d'oggidì, e se tutto

 lo scetticismo consistesse nel negare

 che intuizione vi sia dell'assoluto, si

 apporrebbe al vero. Ma dalle cose as

267

 il nulla. Più che diversità di principii, tra

 lo scettismo dell'Accademia e quello di

 Pirrone, vi è diversità nelle conseguen

ze; giacchè gli accademici se sospende

vano il loro giudizio intorno a molte

 cose, non erano per questo indifferenti

 solute alle relative ci è grande diffe

renza, come non si può argomentare,

 dalla differenza dei gusti e delle aspi

razioni alla felicità, che cosa buona non

 vi sia. Buona per tutti forse no; mada

 coloro a cui piace o a cui reca sollievo

 perchè non si dirà buona? E perchè i

 sensi talora ingannano, nè tutti perce

piscono le cose nel modo stesso, si do

vrà negare ad essi ogni fiducia? Non

 pronunciamo mai sentenze assolute, ma

 relative solamente al nostro giudizio, ai

 nostri sensi; non pretendiamo di intuire

 le essenze, nè di comprendere l'infinito

 eallora saremo nel vero. La relatività

 delle nostre conoscenze e dei nostri

 giudizi bastano per la vita pratica e

 per la nostra felicità Prendiamoqueste

 cognizioni relative come se fossero as

solute e regoliamoci con esse, nè pre

tendiamo di tenere ognora e per tutto

 sospeso il nostro giudizio, poichè una

 sospensione siffatta non è nella natura

 nostra, nè possibile ad applicarsi nella

 vita pratica. È una contraddizione del

 pirronismo quella di presentare il dub

bio come uno stato fermo, costante, che

 rappresenta il perfetto equilibrio, il ri

poso della volontà e il supremo bene.

 Questa condizione non può condurre

 che all'indifferenza perle cose del mon

do; e lapersuasione dell'impotenza no

stra a spiegare checchessia, deve as

sopire la nostra intelligenza in un mor

tale letargo. Questo stato dell'animo è

 la morte e non la vita; e la indifferenza

 di Pirrone per i dolori fisici così come

 per i morali, non è certol'idealedella

 vita, nè la vera felicità. L'assenza del

 dolore, e del piacere non è la felicità, è

 alle cose del mondo, ma stimavano con

veniente fra le controversie appigliarsi

 alle più probabili, quali erano percepite

 dai sensi ( v. PROBABILITÀ).

 Pittagora. Lavita di questo fi

losofo si perde nella favola, tanta è

 l' incertezza dei documenti che l'anti

chità ci ha trasmessi intorno a lui.

 L'anno della sua nascita è molto con

troverso: Lloyd la poneva nel 585 a.

 G. C.; Dodwell nel 568, o nel 567;

 Freret nel 580. Non si sadel pari con

 certezza il luogo ove nacque; ma i più

 ritengono che l'isola di Samo gli abbia

 dato i natali. Suo padre eratrafficante,

 l'associò per tempo ai suoi viaggi e gli

 procurò una educazione distinta. Cre

sciuto in età, secondo le abitudini del

 suo tempo, prese a fare alcuni viaggi

 di studio, a solo fine di abboccarsi co

gli uomini più illustri e visitare i luo

ghi che la fama indicava come quelli

 che erano più innanzi nella civiltà.

 Abitò lungamente l'Egitto e l'Asia Mi

nore, e vi fu chi lo mandò fino nell'In

dia e nella Persia, sicchè dicesi che vi

 apprendesse l'astronomia, la medicina e

 la geometria, la quale scienza egli in

segnò appena tornato in patria. Da

 Samo passò quindi nellaMagna Grecia;

 ma Porfirio e Giamblico lo fanno prima

 successivamente immigrare in tutte le

 isole della Grecia per propagarvi la

 scienza misteriosa che essi suppongono

 che abbia appreso dai sacerdoti egizi.

 Finalmente verso l' anno 410 a, G. C.

 formò stanza a Crotone, città del golfo

 di Taranto, nella Calabria che allora,

 per le Colonie greche che l' abitavano,

 veniva detta Magna Grecia. Di costumi

 austeri, frugalissimo e amante della so

litudine, non tardò a suscitare quella

 viva curiosità che è foriera della fama.

 In breve e giovani e vecchi accorsero

268

 PITTAGORA

 a sentire la sua parola, e tanto fu l'au

torità che acquistò anche tra i primati,

 che più e più volte fu richiesto di con

siglio intorno alla cosa pubblica. Ai

 giovani, a' vecchi alle donne insegnava

 le virtù private, parlando in pubblico

 e più specialmente nei templi, come

 per dare ai suoi precetti il carattere

 sacro della religione. Ma le passioni

 non tardarono a scatenarsi contro di

 Jui, e la persecuzione che accanì contro

 la sua scuola pare che facesse anche il

 filosofo sua vittima verso l'anno 500.

 Da chi e perchè quella persecuzione fu

 suscitata ? Niuno sa dirlo. Si citano la

 vendetta e l' invidia per spiegarla, ma

 qual sarebbe stato il movente di queste

 passioni? Diogene Laerzio così raccon

ta:

 Era entrato nella casa di Milone

 co'suoi compagni, quando uno di coloro

 che egli non volle accettare fra i suoi,

 bruciò la casa. Altri dicono che i Cro

tonesi per sospetto e per paura di do

ver soffrire la sua tirannia lo piglia

rono mentre fuggiva l'incendio e l'uc

cisero con alcuni de'suoi discepoli. Di

cearco narra che Pittagora fuggì nel

 tempio delle Muse a Metaponto, ed es

sendovi rimasto per quaranta dì senza

 nutrimento però d' inedia. Eraclide nel

 compendio delle vite del Satiro rac

conta che Pittagora dopo avere inual

zato un monumento in Delo sulla tom

ba di Terecide suo maestro, ritornò in

 Italia, pervenne al Metaponto ed ivi,

 stanco di vivere, si lasciò morire di

 fame. Ermippo dice che essendo in

 guerra quei di Agrigento con i Siraçu

sani, venne Pittagora con i compagni

 d'Agrigento a dare aiuti ; ma essendosi

 volti a fuga i suoi, egli ricoverò in un

 campo di fave, le quali volendo schi

vare, siccome sacre, fu preso dai Sira

cusani e fatto morire ».

 La famadi Pittagoracome filosofo,

 è certamente superiore ai suoi meriti.

 Inclinato alla contemplazione mistica,

 egli ama il mistero, e si compiace di

 creare una dottrina arcana, l' immenso

 successo della quale e certamente do

vuta alle molte difficoltà che gli uo

mini avevanod'intenderla. A somiglianza

 dei sacerdoti del paganesimo, instituì

 un doppio insegnamento: quello che egli

 indirizzava alla generalità degli ascol

tatori, e quello riservato ai pochi eletti.

 Aveva fondato un istituto col quale i

 conventi del cristianesimo hanno moita

 analogia. Gli allievi vi erano assogget

tati a lunghe prove, e passavano per

 gradi successivi proporzionati al loro

 ingegno e alla loro virtù. Era una

 sorta di iniziazione sacerdotale, una vita

 mistica, la quale si è sorpresi di vedere

 lodata anche da molti moderni, pedis

sequi copiatori delle glorie pittagoriche.

 Gli allievi dell'Omachoion, nome dato

 all' istituto pittagorico, e che vale udi

torio comune, mettevano in comune i

 loro beni e coabitavano insieme con le

 loro tamiglie, tutti restando sottoposti

 alla stessa regola. Vestivano una to

naca bianca e alternavano le occupa

zioni fra lo studio, la lettura dei poeti,

 la ginnastica, i sacrifizi e le cerimonie

 religiose. Dai loro pasti era bandita o

gni specie di carne: le uova, il vino,

 e ognispecie di bevanda alcoolica era

 loro interdetta . Anco le fave dicesi

 che avessero in orrore perchè rappre

sentano le parti sessuali della fem

mina; ma altri lo negano e tengono

 ciò per una favola. Fatto è che Pitta

gora raccomandava a tutti l'uso dei cibi

 vegetali, escludendo le carni e il pesce,

 come sacri agli Dei, non essendo conve

niente, diceva, che la stessa imbandigione

 comparisse sulla mensadivina e su quella

 degli uomini. Voleva ancora in tal ma

niera abituare gli uomini alla sobrietà

 e al facile vivere; acciò sempre avessero

 apparecchiati i cibi senza bisogno di

 cuocerli. Ma più che altro, mi par che

 questa prescrizione sia stata tolta dal

l'India (se è vero che Pittagora vi sia

 andato) dove in grazia della metempsi

cosi i bramini hanno orrore del cibo

 preparato con ogni cosa che viva. In

fatti, Laerzio nella fine della sua vita

 di Pittagora, così l'apostrofa: « Non tu

PITTAGORA

 solo ti sei astenuto dagli animati. Dim

mi, o Pittagora, chi è che mangi ani

mali animati. Ma ben io mangio arro

sto, o lesso, o salume, dai quali ormai

 l'anima è sfuggita. Così era savio Pit

tagora chè ei non voleva gustare le

 carni, perchè diceva ciò esser peccato:

 io lodo, ch'egli, astenendosi, ai compa

260

 (ossia nella proporzione di otto a sei) :

 o secondo la quinta perfetta (diapente)

 o di una volta e mezza tanto (ossia

 nella proporzione di nove a sei); o

 giusta il suono d'ottava (diapason) o del

 doppio (ossia nella proporzione di do

dici a sei).

  tanto contagioso; e chi nell' Italia

 Comte ha molto giustamente fon

data la nuova scienza sui tre diversi

 modi dell' arte di osservare; vale a

 dire l'osservazione pura, lo sperimento

 e il metodo comparativo. Ma non è già

 nel metodo ch'io trovo manchevole la

 sociologia ; sì nei mezzi stessi d'investi

gazione. Il maggior numero delle vere

 cagioni delle cose ci sfugge inosserva

to: noi vediamo le cause apparenti e

 immediate dei fenomeni sociali, e spesso

 anche su queste ci inganniamo. Con

 elementi così scarsi e così poco sicuri

 come mai si può pretendere di costi

tuire una vera scienza, una scienza sin

tetica che sia, per così dire, il com

plesso di tutte le altre? Come preten

dere di rivelare le varie cagioni dei

 fenomeni sociali, quando noi stessi ci

 inganniamo sui veri motivi per cui ta

lora siamo determinati nei nostri atti, e

 se dubitiamo perfino se siamo liberi o

 necessitati? L'esperimento non è mezzo

 che possa applicarsi alla produzione

 dei fenomeni sociali, e il metodo com

parativo fra fenomeni prodotti in tempi

 diversi, sotto l'impero di diverse circo

stanze e da uomini diversi è un rime

dio tutt'altro che adatto a correggere

 i nostri giudizi. Diciamo dunque ad

drittura che la sociologia, come scienza

 sintetica ed esatta, è impossibile, avve

gnachè suppone la conoscenza di cause

 infinite, ciò che implicherebbe la pos

sibilità di conoscere il passato e il fu

turo data la conoscenza di un solo

 punto della storia (v. CASO). Ma poichè

 tutte le nostre cognizioni attuali e

1

 288

 POSITIVISMO

 probabilmente anche tutte quelle che

 potremo acquistare nell' avvenire, non

 sono tali da lasciarci prevedere le sorti

 di una battaglia, l' esito di una intra

presa, o l'abbondanza dei raccolti di

 una contrada, non è temerità il dire

 che la sociologia già fin d'ora è con

dannata a non essere altro che una

 raccolta di fatti storici, una scienza

 numismatica piuttostochè una scienza

 sperimentale e di previsione. Ed è, in

fatti, entro questi soli limiti giàdetermi

nati e precorsi dalla filosofia della sto

ria che finora è rimasta compresa la

 Sociologia positiva. Essa si è limitata

 ad esporre ed a considerare come un

 semplice fatto dipendente dalle condi

zioni stesse del nostro organismo e del

 mondo in cui viviamo, la successiva

 trasformazione dello scetticismo in po

liteismo e monoteismo, per giungere

 al presente stato metafisico: tutto ciò

 era stato detto, e la sociologia con

 questa esposizione storica nulladi nuovo

 ci ha finora rivelato , salvo il coro

namento dello stato moderno o meta

fisico, mediante l'avvenimento della fi

losofia positiva.

 La sociologia costituisce la prima

 parte della filosofia morale. La seconda

 parte è costituita dalla morale positiva

 propriamente detta, o religione positi

va, detta altrimenti religione dell'uma

nità. È il secondo periodo della filosofia

 di Comte e quello che segna anche la- sua, decadenza. Dopo avere gettate le

 fondamenta di una filosofia, alla quale,

 se non altro, non si poteva negare il

 nome di veramente positiva, Comte si

 è compiaciuto di rifare il suo lavoro

 per dargli una apparenza teologica, a

busando in manierafin qui non mai ve

duta del senso delle parole.

 Bichat, Cabanis , Giorgio Leroy ed

 infine Gall, a parere dei positivisti

 hanno gettatole fondamenta della teoria

 dell'anima. L'anima esiste ; è dotata

 di diciotto facoltà elementari, o, per

 meglio dire, sidecompone in queste di

ciotto facoltà, la cui enumerazione af

fatto inutile ed arbitraria non giova

 riprodurre. Basti dire che l'anima, com

posta di cuore e spirito, si suddivide

 poi in quattro facoltà: nel cuore pro

priamente detto, nel carattere, nell' e

spressione e nelconcetto.Del resto, tutte

 queste facoltà, anche quella del cuore,

 sono, con molta disinvoltura, collocate

 nel cervello ; dimodochè non si sa poi

 bene se lo spirito stia nel cervello o se

 ne sia solamente la funzione. Il padre

 del positivismo ha avuto anche il torto

 di localizzare nel cervello le facoltà no

stre e le nostre tendenze, ed è così ca

duto nei soliti errori dei frenologi ( v.

 FRENOLOGIA).

 Il fondamento della morale positivi

sta è l'altruismo, che essa costantemente

 contrappone ai così detti istinti del no

stro egoismo. Vivere per gli altri è la

 sua divisa, come è regola fondamentale

 della sua morale personale: non fare

 cosa alcuna che non si possa confes

sare. Il positivismo dichiara che una

 religione è necessaria, non già nel co

mune senso che si suol dare a questa

 necessità, per dirigere le masse, le donne

 ed i fanciulli; ma una religione per tutti,

 per gl'ignoranti come per i dotti, da

 tutti ammessa, da tutti volontariamente

 riconosciuta perchè fondata sulla verità.

 Ma ogni religione ha bisogno di un

 culto, e la religione positiva deve pure

 avere il suo. Quale sarà il soggetto

 dell'adorazione di questa religione non

 rivelata? La rivoluzione francese aveva

 adorata la ragione, cosa buona in'sè,

 dicono i positivisti, ma pericolosa, per

chè conduce all'orgoglio e all'egoismo;

 meglio dunque vale adorare il cuore, e

 mantenere il culto di tutte le affezioni,

 il culto dell'avvenire; ecco il culto del

l' Umanità, non inventato, dicono, ma

 scoperto dai positivisti. « L' Umanità,

 dice Longchamp nel suo Saggio sulla

 preghiera positivista, l' Umanità non è

 già la specie umana e non comprende

 l'universalità degli uomini. L' Umanità

 è la memoria dei mortiche inspirano e

 guidano i viventi, è l'insieme di tutti i

POLITEISMO

 grandi pensieri, di tutti i nobili senti

menti e di tutti grandi sforzi, riferiti a

 un solo e medesimo essere, l'animadel

 quale è costituita daquesti grandi pen

sieri e il corpo dal complesso di tutti

 i viventi ». Solamente coloro i quali

 hanno lavorato per il benessere dell'u

manità possono sperare di essere im

mortali e di vivere per sempre nella.

 289

 le sue preghiere. La preghiera non é

 una domanda, ma una preparazione ed

 una eccitazione all'affetto, la rimembran

za rinnovata dei benefici ricevuti. Non

 si può chiedere al Grande Essere che

 un nobile progresso morale, senza ac

crescimento di ricchezza materiale.

 Oltre al Grande Essere il positivi

smo riconosce gli Angeli e gli Angeli

 memoria dei viventi.

 Il positivisimo professa dunque una

 sorta di panteismo simbolico. Il Grande

 Essere, che è il Dio positivista, si risolve

 nel concetto universale deli' umanità,

 mentre ogni benefattore dell' umanità

 dopo la morte entra a costituire una

 parte di questo Grande Essere ed a

 godere gli onori della divinità. « Ogni

 vero adoratore del Grande Essere, dice

 il dottor Robinet, uno dei tre esecutori

 testamentari di A. Comte ( Notice sur

 l'oevre et la vie de Comte),presenta due

 esistenze successive ; l'una che costitui

sce la vita propriamente detta, è tem

poraria ma diretta; l'altra che comincia

 dopo la morte è permanente ma indi

retta ». Il Grande Essere ringiovanisce

 ad ogni generazione e le creature u

mane diventano i suoi organi passeg

custodi nella personificazione dei nobili

 concetti, quali l'idea del bene, del vero,

 del bello. 1 tre angeli custodi del no

stro cuore, sono l'attaccamento. la ve

nerazione ela bontd. I santi sono gli

 uomini che illustrarono l'Umanità colle

 loro opere. Il loro nome è consegnato

 in un Calendario positivista, nel quale

 l'anno è diviso intredici mesi eguali di 28

 giorni ciascuno, i quali non lasciano

 che un giorno complementetare negli an

ni ordinari e due negli anni bisestili. I

 mesi sono divisi in 4 settimane precise,

 ed ogni giorno dellasettimanaconserva

 il nome che ha attualmente. I mesi si

 chiamano: Mosè, Omero, Aristotile, Ar

chimede, Cesare ecc.; e la stessa scelta

 di nomi si trova nei santi votivi della

 settimana, dove si leggono quelli di

 Confucio, Buddha, Maometto, Platone,

 Alessandro, Innocenzio III, S. Bernardo,

 gieri; ma i grandi pensieri e le grandi

 azioni possono elevare l'uomo al grado | Bossuet, Tasso, Milton ecc. Questastrana

 di organo permanente, o persistente.

 Nulla del resto puòquesto Essere sim

bolico, per cambiare le cose del mon

do.

 Se la fede teologica, dice Robinet,

 spiega sempre il mondo e l'uomo col

l'intervento divino, la fede positiva in

segna invece che tutti gli avvenimenti

 del mondo e dell'uomo si producono in

 forza di influenze invariabili , dette

 leggi ».

 Non è giàDio,dicono i positivisti,

 che ha creato l'uomo, ma è l'uomo che

 si é formato il suo Dio. E, come si

 vede in questo articolo, essi si sono

 valsi largamente di tale massirua, per

ciocchè non solamente si sono creati un

 Dio e una religione, ma eziandio un

 culto. Il culto del Grande Essere, ossia

 dell'Umanità, deve avere le sue feste, e

 associazione di uomini che ebbero pen

sieri e operarono con finibendiversi e

 talora opposti, si trova d'altronde d'ac

cordo con la filosofia positiva, la quale

 considera tutti i fattisociali come una

 materiale esplicazione di leggi immuta

bili. Ilconcetto del calendario positivista

 in surrogazione del calendario cristiano

 è uno di quelli che appartengono alla

 seconda fase dell' attività del signor .

 Comte. Il positivismo aveva completa

mente cambiato il suo carattere: dopo

 essere stato una filosofia scientifica, era

 divenuto una religione dell' umanità.

 Così dice il signor Wirouboff (Remar

ques sur le calendrier de M. Comte;

 Reuve de la Phil. Pos. an. 1876 p. 48)

 il quale mette in evidenza i difetti in

 gran numero che sono nel calendario

 19

290

 POSITIVISMO

 positivista, fra cui l'ommissione dimolti

 nomi notissimi nella scienza, mentre al

 loro posto si trovano molti altri o mi

tologici o appena noti.

 Il culto dell' umanità, avrà i suoi

 sacramenti. Essi, dice il signor de Bli

gnière, legano ciascuno a tutti: consa

crando in nome della utilità sociale tutte

 le fasi e tutte le modificazioni generali

 e importanti della vitaprivata, essi por

gono l'occasione di richiamare i doveri

 che incombono a ciascuno nelle circo

stanze nuove della sua vita ». Le feste

 saranno, infine, la celebrazione dellame

moria dei grandi uomini; lo studio della

 loro vita e dei loro servizi, sarà l'espres

sione verso di essi della pubblica ri

conoscenza.

 Ma la religione positivista morl pri

madi nascere. Il solo tempio che ab

bia avuto fu quello creato da Comte

 nella sua propria casa, nella quale,

 dopo di lui, si riunirono regolarmente

 i membri della società positivista che

 rimasero fedeli alle tendenze mistiche

 del maestro. Mauna eresia scoppiò ben

 presto nel seno stesso dei positivisti, e

 quelli i quali erano insofferentidei sim

boh si unirono al signor E. Littrè, che

 è attualmente il più illustre rappresen

tante del positivismo. La nuova filoso

fia spogliata da ogni misticismo, è ri

masta una filosofia materialista nella

 sostanza, sebbene nella forma accenni

 a velleità di far credere ad un sistema

 tutto proprio. Nel fatto però la sola

 Questo è il culto positivista ; ma differenza che esiste fra il positivismo

 quali ne saranno i sacerdoti ? Tutte le e il materialismo è, che il primo non

 funzioni che spettano normalmente ai | crede che l'uomo possa mai spiegare

 preti, sono ora divise fra i medici, i

 preti attuali, ed i dotti,professori e fi

losofi di tutti i gradi. I positivisti tro

vano che non è possibile di studiare

 separatamente l'uomo nel cuore, nel

 corpo e nello spirito, e perciò vogliono

 che i ministri della nuova religione

 le causeprime ed assolute, e che quan

d'anche spiegate le avesse, queste spie

gazioni non potrebbero influire sulla

 vita pratica. Io mi accordo, fino ad un

 certo punto, con questa conseguenza;

 ma si tratta di sapere sedopo aver di

chiarato di non volersi occupare delle

 siano ad un tempo medici, filosofi e

 preti. Così il nuovo culto sarà comple

to ; potrà sfidare i suoi nemici ed avere

 i suoi martiri. L'avvenire gli è assi

curato.

 Al pari dei sacerdoti pagani, i quali

 sotto i simboli del politeismo, preten

devano di onorare le leggi della natura

 (v. MISTERI ) Così i positivisti, creando

 una religione materialista, credevano di

 essere coerenti con la verità. E non

 pensavano nemmeno che col volgere

 degli anni questi simboli,per ladimen

ticata origine, sarebbero stati posti su

gli altari e adorati per se stessi, e non

 già per i principii che avranno rappre

cause prime, la curiosità, che è figlia

 del sapere, non ci proporrà perpetua

mente queste domande: Chi siamo ?

 d'onde veniamo? Il materialismo, che

 non rinnega alcuno dei mezzi di inve

stigazione suggeriti dal positivismo, e

 chi li ha anzi applicati prima ancora che

 il positivismo fosse nato, non ha temuto

 di pronunciare i suoi giudizi, i quali,

 intorno allecause prime, nondevono in

tendersi in un senso assoluto, ma come

 la conseguenza probabilissima che de

riva dalle nostre attuali cognizioni. Il

 positivismo, più pudico, vuole riservare

 il suo giudizio, anzi nè pure consente

 adiscutere le origini dell' universo e

 il fine ultimo dell' umanità. La quale

 astenzione, se rende più facile la sua

 missione e gli risparmia le accuse di

 sentati. L'interesse dei sacerdoti li avreb

be spinti a sollecitare questo felice mo

mento, in cui essi soli, fatti padroni del

 vero senso dei simboli, avrebbero potuto | molti nemici, non rende perciò il suo

 dominare il popolo con le potenze mi

steriose che avevano poste sugli altari.

 sistema più filosofico, e non toglie che

 ogni positivista individualmente non si

PRASSEA

 trovi, tutti i giorni dinanzi agli eterni

 201

 dere a tale richiesta col Dato ma non

 einevitabili problemi della nostra ori

gine e della nostra fine. Ammessopure

 chequesti problemi siano indifferenti per

 lavitapratica, nederiverà per questo che

 noi potremo evitarli? Quante altre que

stioni hanno assorbita tutta l'attività di

 grandi pensatori ? Che cosaè ilmagneti

smo, l'elettricità, l'attrazione? Che cosaso

concesso » vale a dire « ammetto pel

 momento, ma non credo ».

 Kant chiama postulato della ragione

 pura l'immortalità dell'anima, essendo

 essa un domma dalla filosofia nondimo

strabile, e non pertanto necessario ad

 ammettersi,aparer suo,comeconseguen.

 za dell' ordine universale. Il postulato é

 nole comete, il sole i pianetietutti gli | dunque unaipotesi chein seguito potrà

 essere dimostrata direttamente, od an

che indirettamente con le conseguenze

 astri del firmamento? Quantopesano, di

 quali materie sono composti? Tutte que

ste domande hanno unvalor puramente

 scientifico, senza alcuna pratica conse

guenza. Ne deriverà per questo che i

 dotti devano trascurarle? Il positivismo

 se ne è occupato, e ha pure su molti

 argomenti, inutili per la pratica, fatte

 le sue ipotesi. E perchè troverà esso

 che per la vita pratica importi più il

 conoscere se la luna abbia o non abbia

 una atmosfera, di quel che sapere se

 esiste un Dio creatore, un'anima immor

tale e una vita avvenire? Gli attuali e

retici del positivismo, iquali non hanno

 creduto di accettare la religione inven

tata daA. Comte,avranno forse ragione

 di dire cheprudenza è l'astenersi di sen

stesse che deriveranno dall'insieme della

 discussione.

 Poveri cattolici. Nomi di certi

 religiosi, i quali erano un ramo di Val

desi o Poveri di Lione che si converti

rono nel 1207. Formarono una Congre

gazione, che si diffuse nelle provincie

 meridionali della Francia e che s' ac

crebbe per la successiva conversione di

 altri Valdesi, fondendosi poi, l'anno

 1256, in quella degli eremitidi Sant'Ago

stino. Heliot, storia degli ordini mona

stici t. III. pag. 21 .

 Prassea. Eretico del secondo se

colo e discepolo di Montano, che poi

 abbandonò per farsi capo setta. Fon

tenziare in codeste materie; ma hanno | dandosi sopra i passi evengelici ove si

 torto di proclamare che codesta asten

dice:

 zione sia veramente scientifica. Perfino

 lo scetticismo che non sentenzia, ha loro

 insegnato che anche per giungere al

 dubbio è necessario esaminare le ra

gioni favorevoli e le contrarie al dom

il Padre ed io siamo un solo;

 quello che mi vede, vedepuremio Pa

dre; io sono nel Padre e il Padre è in

 me > concluseche Gesù, o ilFiglio, non

 era distinto dal Padre, che entrambi co

stituivano una sola persona divina; che

 il Padre era disceso nel ventre della Ver

gine si eraincarnato, avevapatito edera

 matismo. D'altronde, questa astensione

 non è sincera, e non vi è positivista il

 quale nell' intimo foro della coscienza | morto sulla Croce. Eresia non dissimile

 non abbia esaminato le ragioni dei cre

denti e degli increduli, e non abbia

 pronunciato il suo giudizio. La stessa

 religione positivista, sotto i suoi simboli,

 non faceva altro che insegnare l'incre

dulità.

 Postulato (dapostulatum, cosado

mandata). Aristotile così chiama una

 proposizione non ancora dimostrata,

 ma che si richiede di ammettere intanto

 gratuitamente per il bisogno della di

scussione. Dagli italiani si suol rispon

da quella di Noeto edi Sabellio, per cui i

 settatori di questi tre eretici s' ebbero

 il nome di Monarchici, perchè ricono

scevano soltanto il Padre qual signore

 di tutte le cose; e quello di Patripassia

ni, perchè lo supponevano capace di

 patire. Il Beausobre (Storia del Mani

cheismo, lib. III Cap. 6 § 7) citando un

 passo di Tertulliano ilqualdice che l'e

resia di Prassea fu confermata da Vit

torino, aggiunge che questi è, per co

munconsentimento, il papa Vittore.

292

 PREDESTINAZIONE

 Predestinazione.Vocabolo che

 letteralmente significa una destinazione

 anteriore : nel linguaggio teologico e

sprime il disegno formato da Dio ab

 eterno, di condurre, mercè la sua gra

zia, taluni all'eterna salute.

 Alcuni Padri della Chiesa adopera

rono talvolta il vocabolo di predestina

zione in generale, così per la destina

zione degli eletti alla grazia ed alla

 gloria, che per quella de'riprovati alla

 dannazione; ma siffatta espressione par

ve troppocrudele; oggidì pigliasi questa

 voce in buona parte soltanto ; signifi

cando la elezione alla grazia od alla

 gloria, e chiamandosi riprovazione il

 decreto contrario; sebbene, in sostanza,

 e l'uno e l'altro decreto costituiscano

 la predestinazione , in quanto sono

 stati pronunciati da Dio prima ancora

 che gli uomini predestinati al paradiso

 o all'inferno fossero nati; anzi prima

 ancora del cominciamento dei tempi.

 Sant' Agostino nel suo libro de dono

 perseverantiæ (cap. 7 n. 15. e cap. 14n.

 35)definiscelapredestinazione: Præscien

tia et præparatio beneficiorum quibus

 certissime liberantur quicumque libe

runtur. Aggiunge poi al cap.(17, n. 41.),

 Dio dispone egli stesso ciò che fard,

 secondo la infallibile sua prescienza :

 questo, e niente di più, essere prede

stinare. Secondo San Tommaso (part. 1.

 Q. 23. art. 1.) la predestinazione è il

 modo, col quale guida Iddio la creatura

 ragionevole al suo fine, che è la vita

 eterna.

 I principii su cui si fondalaprede

stinazione presso i cattolici sono così

 riassunti dal Bergier:

 1.º Vi è in Dio un decreto di pre

destinazione, ossia una volontà assoluta

 ed efficace di dare il regno de' cieli a

 tutti quelli che effettivamente vi giun

geranno.

 2.º Iddio, nel predestinarli alla glo

ria eterna, ha loro altresì destinato i

 mezzi e le grazie, mercè le quali ve li

 conduce infallibilmente. (San Fulgenzio,

 de Verit. Prædestin. 1. 13.)

 3.° Questo decreto è inDio ab eterno

 eloha egli formato, come dice San

 Paolo, (Ephes. I. 3. 5.) prima della

 creazione del mondo.

 4.° Il medesimo è un effetto della

 pura bontà di lui: epperò questo decreto

 è perfettamente libero da parte di Dio

 ed esente da ogni necessità(San Paolo,

 Ibidem. 6 e 11.)

 5.º Tal decreto di predestinazione

 è certo ed infallibile, deve immancabil

mente sortire il suo effetto, il quale al

cuno ostacolo nonpotrà mai impedire;

 così dichiara Gesù Cristo (Joan. c. 10,

 27, 29.)

 6.º Ameno di una esplicita rivela

❘zione, nessuno può andar certo d'essere

 nel novero de'predestinati o degli elet

ti, lo che provasi con SanPaolo (Filip.

 11. 12. 5. Cor. IV, 4) e fu definito dal

 Tridentino (Sess. 6, c. 9, 12, 16. e

 can. 15.)

 7.º Il numero dei predestinati è fisso

 ed immutabile, sicchè non può essere

 aumentato nè diminuito ; avendolo Iddio

 fissato ab eterno e non potendo la sua

 prescienza ingannarsi (Joan. IX. 27,

 Sant'Agostino, I, De corrept. et gratia

 XIII, 8). Non impone il decreto di pre

destinazione, nè per sè, nè pei mezzi,

 onde giovasi Iddio per mandarlo ad ef

fetto, veruna necessità negli eletti di

 praticare il bene. Dessi operano sempre

 liberissimamente e conservano sempre,

 allora pure che ottemperano alla Leg

ge, la facoltà di non osservarla (San

 Prospero, Respons, ad object. Gallor).

 Quante contraddizioni in questi punti

 della fede cattolica! Il numero dei pre

destinati è fisso e immutabile; essi sono

 scielti da Dio ab eterno e persemplice

 bontà di lui; e ciò nonostante essi sono

 liberissimi di salvarsi, o di dannarsi.

 Quale sciocchezza! La libertà suppone

 la facoltà di fare o di non fare una

 cosa: or come potrei io non dannarmi

 se giàperdecreto pronunciato ab eterno

 sono stato escluso dagli eletti? Si ri

sponde che questo decreto indica la

 semplice prescienza di Dio, il quale sa

PREDESTINAZIONE

 le cose future, manon suppone l'azione

 diretta di Lui sull' uomo per indurlo

 293

 psari; altri insegnarono avere Iddio

 fatto un tal decreto di condanna sol

alla salute o alla dannazione. Codesta è

 una distinzione gesuitica che non ha

 fondamento. Ilfuturo si conosce per la

 successione delle cause edegli effetti, e

 Diocheè infinito, conosce cause infinite.

 Ma acciocchè il futuro possa essere

 preveduto, conviene che le cause indu

cano la necessità dei loro effetti, e que

sti siuno cause necessarie di effe tti sus

seguenti. Senza questa necessità il caso

 e l'arbitrio sarebbero nell'universo, e la

 prescienza divina sarebbe un assurdo,

 poichè prescienza vale predetermina

zione, conoscenza anticipata della suc

cessione delle cause e degli effetti. Dove

 è il caso là non vi è prescienza possi

bile, avvegnachè il caso sia appunto la

 negazione d'ogni predeterminazione. (V.

 Caso edEFFETTO). Se adunque Iddio non

 agisce direttamente sull'uomo, egli però

 vi agisce necessariamente colla succes

sione di cause che ha create e prede

stinate in maniera di conoscere antici

patamente il loro risultato ultimo.

 Lutero e Calvino piú brutali, ma più

 sinceri, avevano evitata la contraddi

zione dei cattolici, ammettendo questa

 conseguenza. Secondo la loro dottrina

 Dio aveva, ab eterno, con immutabile

 decreto separato il genere umano in due

 parti, l'una di eletti favoriti a cui volle

 assolutamente assicurata l'eterna beati

tudine, ai quali largisce le grazie effi

caci, la cui mercè operano necessaria

mente il bene; l'altra di oggetti della sua

 collera, da lui destinati al fuoco eter

no, e di cui dirige per modo le azioni

 che devono di necessità commettere il

 male, perseverare e morire in questo

 stato. La quale orribile dottrina so

stennero Beza ed altri riformatori. Me

lantone, più moderato, n'ebbe orrore e

 procurò raddolcirla. Parecchi de' setta

tori di Calvino perseverarono, come il

 maestro, a sostenere che pur anterior

mente alpeccato di Adamo, Dio hapre

destinato la maggior parte degli uomini

 tanto consecutivamente alla previsione

 della colpa de' nostri progenitori, e a

 costoro venne dato il nome d' infrala

psari. Non affermavano come i prece

denti che Iddio avesse per si fatto modo

 determinata la caduta del primo uomo

 e che Adamo non potesse fare a meno

 di peccare, ma pretendevano che dopo

 questa caduta quelli che peccano non

 possano rimanersene dal farlo.

 Quantunque una tal dottrina, come

 dice ipocritamente il cattolico Bergier,

 sia orrenda, tuttavia essa regnò tra i

 calvinisti fin quasi a'nostri giorni.Eglino

 persistettero nell'affermare che tale è la

 pura dottrina della Santa Scrittura e

 che Sant' Agostino la propugnò a tut

t'uomo contro aipelagiani. Sullo scorcio

 del secolo decimosettimo,Bayle asseriva

 come nessun maestro osasse insegnare

 il contrario, che se alcuni pareva che

 se ne fossero scostati, ciò era solo ap

parentemente, non avendo cangiato che

 alcune espressioni dei predestinaziani.

 Nel 1601, Giacobbe Van-Hermine,

 conosciuto sotto il nome di Arminio,

 professore nell' Olanda, attacco aperta

mente la predestinazione assoluta; so

stenne che Iddio vuol sinceramente sal

vare tutti gli uomini, che a tutti, sen

z'eccezione di sorta, dà sufficienti mezzi

 di salute, e che riprova coloro soltanto,

 i quali abusarono di questi mezzi o vi

 hanno resistito. Arminio ebbe ben pre

sto un gran numero di seguaci: ma

 Gomar, altro professore, sostenne perti

nacemente la dottrina rigorosa de'pri

mi riformatori e seppe conservarsi un

 partito potente. In tal maniera il cal

vinismo resto diviso in due fazioni, l'una

 degli arminiani o rimostranti, l'altra dei

 gomaristi o contro rimostranti. A defi

nire questa contesa gli stati generali

 d'Olanda convocarono nel 1615, a Dor

drecht, un sinodo nazionale; vi preval.

 sero i gomaristi, i quali condannarono

 gli arminiani, della cui dottrina venne

 alla dannazione e furon detti soprala- I proibito l'insegnamento.

201

 PREESISTENTE

 Ma questa decisione lungi dall' ac

quetare gli animi, non fece che au

mentare la discordia: non trovò essa

 alcun partigiano in Inghilterra, e fu re

spinta in più paesi dell' Olanda e della

 Germania, e nemmeno in Ginevra le si

 ebbe rispetto. N'assicura il Mosemio

 che d'allora in poi la dottrina della

 predestinazione assoluta andò dall'un di

 coll'altro declinando, e che gli arminia

ni ripresero poco per volta il sopraven

to. (Hist. eccles. secolo XVII, Lez. II,

 part. II c. 2. n. 12).

 Pregiudizio (da præ, prima, e

 judicare, giudizio, giudicar prima). Voce

 primamente usata nella giurisprudenza

 per indicare il giudizio di quelle cause

 le cui conseguenze erano così evidenti,

 che la sentenza veniva preveduta prima

 ancora del processo. Nella filosofia in

dicò poi il giudizio pronunciato od ac

cettato senza esame in forza dei princi

pii ricevuti dalla tradizione. Questo si

gnificato non esprime però interamente

 il concetto di pregiudizio, tale come le

 s'intende oggidi. Vi sono dei giudizi

 accettati senza esame che nondimeno

 sono verissimi, tali, ad esempio, tutte

 le leggi stabilite nelle scienze, le quali,

 in grazia del metodo sintetico, s' inse

gnano nelle scuole prima della dimo

strazione, o primache l'intelligenza ab

bia acquistato il necessario sviluppo

 per poterle intendere.

 Aformare il vero pregiudizio ec

corre che il giudizio, non solo sia pro

nunciato senza esame, ma ehe ezian

dio sia falso. Un pregiudizio vero non

 può esistere : non sarebbe più pregiu

dizio, nel senso in cui intendiamo oggi

 questa voce, ma una verità.

 Sono pregiudizi gli errori a cui sia

mo condotti nell'applicazione di princi

pii tradizionali ricevuti senza esame ; se

 però questi errori riguardano la reli

gione, meglio si chiamano superstizioni.

 Éuna superstizione il credere alla esi

stenza delle streghe, all'invasamento del

 demonio, all'influenza degli spiriti ; ma

 èun pregiudizio il credere,come comu

nemente si fa, alla chiaroveggenza ma

gnetica, all'influenza delle comete sugli

 avvenimenti umani ; all'influenza di certi

 numeri piuttosto che di certi altri, e

 cosìvia.

 Vi sono pregiudizi politici e pre

giudizi scientifici che dipendono unica

mente dal nostro amor proprio. Fra i

 primi si conta la singolare pretesa d'o

gni nazione di essere la prima del mon

do; fra i secondi ' ostinata adorazione

 delle proprie idee, e la pretesa di tutti

 i cultori di qualche scienza speciale, i

 quali nelle loro prolusioni nonmancano

 mai di proclamare che la loro scienza

 è fra le più necessarie al consorzio u

mano.

 Ho detto che non tutti igiudizi pro

nunciati a priori sono pregiudizi ; e che

 non to sono precisamente quelli che

 sono fondati sulla verità. Del pari non

 tutti i giudizi falsi sonopregiudizi, ma

 lo sono solamente quelli i quali si pro

nunciano senza esame, in forza di prin

cipii già ricevuti.

 L'uomo il quale,dopo maturo esame,

 disgraziatamente affermacosanonvera,

 non cade in un pregiudizio, ma sem

plicemente in un errore.

 Presbiteri. Due sorta di Chiese

 presbiteriane si trovano in Inghilterra.

 Quella così detta Chiesa stabilita o na

zionale, e la Chiesa libera o Indipendente

 che si separò dall' altra per non voler

 conformarsi alla liturgia che fu stabilit a

 per la Chiesa ufficiale. (V. ANGLICA

NISMO)

 Preesistente. Cosa che esiste

 anteriormente ad un' altra. Gli antichi

 filosofi, non ammettendo la sua azione,

 stimarono che Iddio avesse fatte le cose

 tutte d'una maniera preesistente ed al

 pari di lui eterna. Alcuni dissero Iddio

 avere fatto ogni cosa da ciò che non

 esisteva, ex non extantibus; espressione

 che a prima vistapare voler significare

 ch'egli ha fatto il tutto dal nulla, quindi

 tutto creato; ma i critici moderni di

mostrano che per non extanita inten

devasi la materia, e che tal frase si

PRESENZA REALE

 gnificava soltanto aver Iddio data una

 forma a ciò che non ne aveva alcuna.

 Del resto, una materia preesistente, e

terna e senza forma, è per lo meno

 egualmente difficile a concepirsi che la

 295

 tazione le parole di Gesù: lo sono la

 vite, io sono la porta,per mostrare che

 se doveva intendersi nel senso letterale

 creazione: poté forse la materia esistere

 senza dimensioni; non sono elleno una

 forma?

 I pittagorici ed iplatonici credettero

 nella preesistenza delle anime umane,

 ossia che le anime avessero esistito in

 un' altra vita prima d' essere mandate

 ne' corpi per animarli; soggiungevano

 che l'unione delle anime ai corpi che

 sono per esse una sorta di prigione,

 era una punizione de' peccati da lor

 commessi in una vita anteriore. Simove

 accusa a Origene di averpartecipato a

 tale opinione e talvolta veramente par

 la sostenga; ma Uezio osservò che Ori

gene, e così sant' Agostino, si tennero

 entro i confini del dubbio intorno alla

 vera origine dell' anima. (Origenian., I.

 II c. VI, N. 1).

 Presenza reale. Dommaper il

 quale i fedeli credono che sotto le ma

terie dell'Eucarestia esiste veramente il

 corpo ed il sangue diGesù Cristo. Que

sto domma differisce da quello della

 transubstanziazione in ciò, che questo

 ultimo suppone che le stesse materie

 del Sacramento si trasformano nel corpo

 enel sangue di Gesù,mentre ilprimo

 ammette che il corpo e il sangue stanno

 sotto alle materie del Sacramento senza

 che però questecambino la loro natura.

 Il domma della presenza reale era

 generalmente ricevuto dalle Chiese ri

formate, quando Carlostadiomandò per

 le stampe alcune scritture per combat

terlo. A lui si unirono Zuinglio ed Eco

lampadio, i quali convennero che le

 parole dette da Gesù nella Cena men

tre spezzava il pane: questo è il mio

 corpo, dovessero intendersi in senso fi

gurato. La parolaè devesi intendere in

 senso significativo , diceva Zuinglio :

 Corpo, cioè il segno del Corpo, aggiun

geva Ecolampadio. L'uno e ' altro ad

ducevano in prova della loro interpre

che il pane era il corpo di Gesù, do

veva pure intendersi che Gesù fosse la

 vite e la porta. Il segretario della città

 che disputava sostenendo la dottrina

 opposta, ben adduceva che questi esem

pi non erano della stessa sorte, poichè

 quando Gesù disse: questo è ilmio cor

po, questo è il mio sangue, non propo

neva una parabola, nè spiegava una

 allegoria. Alla quale obbiezione Zuinglio

 cercava una soluzione. E dopo dodici dì

 ebbe un sogno in cui dice, che imma

ginandosi di disputare ancora col se

gretario della città, vide comparirsi ad

 un tratto un fantasma bianco o nero,

 che gli disse queste parole: vile, perché

 non rispondi tu ciò che è scritto nel

l'Esodo, l'agnello è la Pasqua, per dir

 che n'è il segno? (Esod. XXII, 11).

 Frattanto non erano i soli cattolici

 quelli che osteggiavano l'interpretazione

 figurata. Lutero stesso, il qual vedeva

 di mal occhio le innovazioni degli altri

 riformatori, sosteneva che volgendo al

 figurato le parole del Vangelo, era a

prire una porta, per la quale tutti i

 misteri sarebbero sfuggiti in figure.

 Elagnandosi di coloro che opponevan

gli essere la presenza reale un domma

 inconcepibile, diceva: « Allorchè Gesù

 Cristo è stato concepito per opera dello

 Spirito Santo nel seno d' una Vergine,

 questo miracolo maggiore di tutti, a

 chi è stato sensibile? Quandola Divinità è

 corporalmente abitata in Gesù Cristo,

 chi lo ha veduto e chi l'ha compre

so? Chi lo vede alla destra del Padre

 di dove esercita la sua onnipotenza su

 tutto l'universo ? É questo ciò che li

 costringe a torcere, a mettere in pezzi

 le parole del maestro ? Noi non com

prendiamo, dicono essi, come egli le

 possa eseguire alla lettera. Mi provan

 bene con questa ragione che il seuso

 umano non si accorda colla sapienza di

 Dio: io ne convengo; ma non sapeva

 per anche essermi necessario il credere

296

 PRESENZA REALE

 solamente quel che scorgesi aprendo gli

 occhi, o quello che può adattarsi al

l'umana ragione » (Sermo de corp. et

 sang. Christ )

 Rispondendo a Lutero i Zuingliani

 non mancaronodi provargli che quando

 si dovessero intendere alla lettera le

 parole di Gesù, non la sola presenza

 reale, ma la transubstanzazione dei cat

tolici diventerebbe necessaria. Osserva

rono essi che Gesù Cristo non aveva

 dell'Eucarestia è il vero corpo naturale

 del nostro Signore, la quale dottrina

 contenuta nella ultima sua confessione

 di fede fu approvata da Melantone e da

 tutta la Sassonia. Contro a' Zuingliani

 scagliavasi furioso.

 α

 Mi hanno fatto

 piacere, scriveva in una lettera, chia

mandomi infelice. Io dunque il più in

felice di tutti gli uomini , mi sti

detto : il mio corpo è qui; ovvero : il

 mio corpo è sotto questa cosa ; oppure:

 questo contiene il mio corpo. Così cid

 ch'ei voleva dare ai suoi fedeli, non era,

 una sostanzachecontenesse il suo corpo,

 ochelo accompagnasse, ma il suo corpo

 senz'altra sostanza straniera. Nonhadetto

 nemmeno: questo pane è il mio corpo,

 che è l'altra spiegazione di Lutero, ma

 disse: questo è il mio corpo, con un

 termine indefinito, per mostrare che la

 sostanza da esso data non è più pane,

 ma il suo corpo. Perciò Zuinglio nella

 confessione di fede che mandò ad Au

gusta e che fu approvata da tutti gli

 Svizzeri, dichiarava espressamente « che

 il corpo di Gesù Cristo dopo la sua

 ascensione non era in altro luogo che

 in Cielo; e non poteva esistere in altra

 parte: che per veritá era come presente

 nella Cena per la contemplazione della

 fede, e non realmente, nè colla sua es

senza » (Bossuet Storia delle variaz.

 lib. III, 14). E in una lettera indirizzata

 a Francesco I, dice che quanto al man

giare che fanno gli Ebrei come i Pa

pisti, deve cagionare lo stesso orrore

 che avrebbe un padre cui si desse da

 mangiare il suo figliuolo; che la fede

 ha orrore della presenza visibile e cor

porale, e che non si deve mangiare

 Gesù Cristo in una maniera carnale

 e materiale: un'anima religiosa mangia

 il suo corpo sacramentalmente, cioè in

 segno, spiritualmente, cioè per la con

templazione della fede.

 Contuttociò Lutero fu ben lontano

 di piegarsi alla opinione dei sacramenta

ri; egli sostenne maisempre che il pane

 mo per una sola cosa felice, e non

 voglio che la beatitudine del Salmi

sta: beato l'uomo che non è stato nel

 concilio dei sacramentari, e non hamai

 camminato per le vie dei Zuingliani, nè

 si è posto a sedere nella cattedra di

 quei di Zurigo ».

 Lutero moriva al 25 gennaio 1546, e

 nell'anno 1561 un'adunanza dei teclogi

 di Vittemberga e di Lipsia tenuta in

 Dresda per ordine dell'Elettore, ne mo

dificava sensibilmente la dottrina. Di

chiararono « che il vero corpo sostan

ziale è veramente e sostanzialmente

 dato nella Cena, senza che tuttavia di

venti necessario il dire che il pane sia

 il corpo essenziale o il proprio corpo

 di Gesù Cristo, nè che si riceva corpo

ralmente e carnalmente colla bocca del

 corpo; che l' ubiquità loro faceva or

rore ; che vi era argomentoa stupirsi che

 vi fosse tanto attaccamento al dire che

 il corpo sia presente nel pane, perché

 era molto meglio considerare ciò che

 si fa nell'uomo, per il quale, e non pel

 pane, Gesù Cristo si rendeva presente ».

 Questa attenuazione eracontraddito

ria, giacchè, mentre voleva che il corpo

 fosse veramente dato nell'Eucarestia, si

 avvicinava poi all'interpretazione simbo

lica dei sacramentari, in quanto non

 ammetteva che il corpo eucaristico fosse

 il proprio corpo di Gesù. Non si pote

va in così poche parole annunciare

 due principii più contrari! Nonostante

 la sua poca conseguenza questa confes

sione fu il principio di una serie di

 transizioni fra i due partiti. Calvino

 ammette una presenza quasi miracolosa

 e divina; non cessa dal ripetere che il

 mistero dell Eucaristia supera i sensi,

PREVOST

 che èun'opera incomprensibile della di

vina potenza, e nel suo catechismo si

 sforza di spiegare come sia possibile

  ma lo vollero addrit

tura infinito ». Già s'intende che

 questa infinità contiene una impossibi

lità implicita, imperocchè essa suppone

 nell' ingegno umano una potenza di

 svolgimento infinito. Or noi sappiamo

 bene che le facoltà percettive del no

stro intendimento sono limitate a un

 maggiore o minor numero di cognizio

ni, e che quando nuove idee vengono a

 imprimersi nella nostra memoria, di

mentichiamo una seriedi altre idee, sic

chè le une cancellano le altre, e non

 vi è nel nostro intelletto aggiunzione

 di idee nuove, ma semplice successione

 (V. MEMORIA). Vié dunque un limite

 intellettivo, oltre il quale l'uomo, così

 come è ora organizzato, non può spin

gersi. Anche la divisione di una mede

sima scienza i vari rami coltivati dagli

 specialisti, già indica che un nomonon

 può approfondire le sue cognizioni , se

 non si dedica esclusivamenle a un de

terminato e ristretto numero di fatti.

 Ma il pragresso infinito malpuò conte

ciclopedia delle scienze, e conoscere

 tutti i particolari dellastoria, per quanto

 grande sia il numero dei secoli che

 conta la vita del mondo.Epoichè pro

gresso infinito vale tempo infinito, cosa

 infinita, così bisognerà credere che possa

 venire un tempo incuil'uomo conoscerà

 tutti i fenomeni dell' universo infinito, nel

 qualel'eternitànel tempo e nello spazio

 non saranno più una incognita per lui.

 Siffatta esagerazione nonhabisogno

 di essere confutata. Il mondo nè peg

giora, nè progredisce infinitamente. II

 nostro miglioramento è semplicemente

 indefinito, vale a dire che se noi pos

siamo accertare il costante progresso

 dellasocietà, manchiamo peròdi qualsiasi

 dato per stabilire il punto in cui que

stoprogresso dovrà arrestarsi.Sappiamo

 però che una legge di trasformazione è

 immanente in tutta la natura; che la

 specie nostra e la nostra vita non rap

presentano che un punto e un minuto

 nella vita dell' universo; e che nati su

 questa terra allorchè le condizioni di

 calore furono propizie allo sviluppodella

 vita organica, noi cesseremo di esistere

 tostochè il successivo raffreddamento di

 essa più non permetterà agli attuali

 organismi di trovarsi nelle condizioni

 necessarie alla loro esistenza (v. Mondo).

 Proposizione. La più semplice

 forma logica con laqualeesponiamo un

 giudizio. Ogni proposizione, infatti, per

 semplice che essa sia, contiene sempre

 un giudizio, avvegnachè, ancor che sia

 ridotta ai suoi minimi termini, essa e

sprime sempre l'oggetto e l'attributo, e

 spesso la relazione tra l' uno e l'altro.

 Quando io dico la forza è eterna, il

 verbo é indica la relazione che corre fra

 il soggetto forza e l'attributo di eternità

 di cui è o la suppongo dotata. Questa

 sarebbe una proposizione affermativa

 perché il verbo afferma l'attributo; sa

rebbe negativa se lo negasse, come per

 esempio in quest' altra: l'anima non è

 immortale.

312

 PROTAGORA

 Platone nel Sofista riduce a due soli

 i segni vocali della proposizione: >

 Morto Francesco I, il suo succes

sore restitul aRamus la libertà di par

lare e di scrivere, e cred anche per lui

 una nuova cattedra al Collegio di Fran

cia: ma la protezione reale non valse

 ad impedire l'odio di quelli che mal

 tolleravano i suoi tentativi di riforma in

 ciascuna delle arti liberali, dalla gram

matica alle matematiche. Qui vuol es

sere ricordata la questione, divenuta

 famosa, dei quisquis e dei quanquam.

 I teologi della Sorbona pronunciavano

 quelle parole alla francese, e cioè come

 se fossero scritte Kiskis e Kankam: i

 lettori del re invece respingevano come

 barbarismo quel modo dipronuncia. Un

 beneficiario che aveva adottata la pro

nuncia di questi ultimi, fu perciò solo

 citato in giudizio davanti al Parlamento

 di Parigi, ed egli correva gran rischio

 di pagare la sua grammaticale eresia

 colla perdita del beneficio, se non lo

 avessero caldamente difeso i professori

 del Collegio di Francia e Ramus con

 essi, i quali a gravissimo stento riesci

rono a persuadere i giudici che le re

gole dell' ortoepia non erano soggette

 alla loro giurisdizione. Giudichisi da

 questo fatto quale fosse allora la forza

 delle vecchie consuetudini, e del princi

pio di autorità, e quanto coraggio do

vessepossedere chi in qualsiasi guisa vo

lesse sfatare questo o quelle.Pure Ramus

RAZIONALISMO

 non si lasciò spaventare da ostacoli di

 tale natura ; riprese le sue lezioni di

 329

 le dottrine di Platone e di Aristotile

 logica ad onta dei clamori e dei tumulti

 con cui si tento ripetutamente di inter

romperle; anzi adottò per testo appunto

 quelle

 considerazioni sulla logica di

 Aristotile » per cui erasi scatenata su

 lui tanta tempesta. Nello stesso tempo

 osò pubblicamentesostenere(ed era al

lora esecranda eresia) che anche Cice

rone e gli altri autori antichi avevano

 i loro difetti, e che « se furono ottimi

 in qualche cosa non erabuona ragione

 per adorarli in ginocchio e per procla

marli perfetti in tutto ».

 Avendo Ramus abbracciata in quel

l'epocala religione protestante,dapprima

 segretamente e pubblicamente dopo l'e

ditto di tolleranza del gennaio 1562,

 offri ai numerosi nemici che si era

 procurati colla sua audacia una poten

tissima arma per perderlo. Egli divenne

 l' oggetto delle calunnie più odiose, e

 per due volte fu costretto ad abbando

nare la cattedra ed a correre la via

 dell'esiglio. Finalmente, come già dissi,

 fu barbaramente trucidato la sera della

 strage di San Bartolomeo, dopo che a

veva già convenuto e pagato ai suoi as

sassini il prezzo del suo riscatto.

 Tra le sue opere ricordo le « dia

lectuæ partitiones ad Academiam Pari

siensem, e gli arithmeticae libri tres ».

 Rapin (Renato). Nacque in Tours

 nel 1621; morìl in Parigi il 27 Ottobre

 1687: entrò nel 1639 nella compagniadi

 Gesù, dove fu destinato all'insegnamento.

 Scrisse molte opere filosofiche, nes

suna però di qualche merito. Come un

 infecondo tentativo di filosofia teologica

 va ricordato il suo « confronto tra Pla

tone ed Aristotile coi giudizi dei padri

 sulle loro dottrine. Con esso l'autore

 si propose di dimostrare che fu irra

gionevole il disprezzo ostentato da De

scartes per le tradizioni filosofiche che

 erano in auge prima di lui, ed erroneo

 ed incompleto il sistema da lui seguito

 e le conseguenze che ne dedusse. Pre

messa unasuperficiale esposizione del

(tra cui fa un confronto non meno su

perficiale) come dei padri della chiesa,

 Rapin giunge alla conclusione che mal

grado la loro ignoranza delle leggi fi

siche tutti costoro furono eccellenti filo

sofi appunto per aver saputo meglio di

 Descartes apprezzare l'importanzadella

 metafisica e per averne riconosciuta la

 preminenza sopra le scienze fisiche. Del

 resto, anche non tenendoconto della va

cuitàdelle opere delRapin, i suoi stessi

 fautori riconoscono non aver egli saputo

 senonchè esporre conuna forma molto

 infelice le idee su Platone di un cano

nico di poca fama, di cui egli in tal

 guisa non sarebbe stato che un impe

rito plagiario.

 Razionalismo. Così si chiama

 quel sistema di filosofia il quale pro

fessa di non riconoscere altre verità che

 quelle dimostrate dalla ragione. Data

 questa definizione,che è la piùgenerale,

 si capisce facilmente che le credenze dei

 Razionalisti possono essere tanto diverse

 quanto sono diversi icervelli degli uo

mini. Se la ragione fosse eguale in tutti

 gli uomini, certo sarebbe unico anche

 il criterio dei razionalisti per scoprire

 la verità; ma disgraziatamente non è

 così; e poichè ogni uomo crede di se

guire i dettati della sua ragione, anche

 quando non rettamente argomenta, da

 questa varietà doveva necessariamente

 derivare, come infatti n'è derivata, una

 grandissima diversità nelle conclusioni

 dei razionalisti, i quali vanno divisi in

 tante scuole, che a tutte nettamente

 determinare è ardua impresa. Dirò per

tanto di alcune di esse e delle più note.

 La prima scuola,la quale interpreta

 il razionalismo nel modo più ristretto

 e, dirò anche in un senso affatto im

proprio, è quella del razionalismo teo

logico. Questa scuola, per la maggior

 parte compostadi veri teologi, professa

 sibbene di accettare la ragione come

 criterio di verità, ma riconosce poi che

 ci sono dei veri i quali eccedono la ca

pacitànaturaledell'umana ragione, quali

330

 RAZIONALISMO

 sonoadesempio i misteridella religione,❘ primitivo ha potuto colsolo aiuto della

 iquali non possono dimostrarsi, ma

 devono di necessità essere creduti per

 fede. Tutti di leggeri intendono che

 impropriamente cotesti tali presero il

 nomedi razionalisti, imperocchè dalmo

mento che l'uomo sottrae al giudizio

 della sua ragione una opinione od un

 principio, perde per ciò stesso il diritto

 di dirsi razionalista; altrimenti bisogna

rebbe che tal nome fosse dato a tutti

 gli uomini; inquantochè tutti inqualche

 cosa si sottomettono ai dettati della

 ragione.

 Fra questi stessi teologi il nome di

 razionalisti fu disputato; ma infine ge

neralmente convennero di applicare tale

 appellativo a quelli fra di loro i quali

 si sforzano didimostrare laverità della

 fede collaragione. Si sa che ilmaggior

 numero conviene che molti dommi te

ologici sono superiori al nostro inten

dimento, e che impresa vana è il ten

tarne la dimostrazione. Non pochi però

 furono di contrario avviso, e appog

giandosi al detto di S. Paolo « la cre

denza sia ragionevole » hanno concluso

 che ognidommapuò edeve esserespie

gatodallaragione, permezzodella quale

 si sono accinti a dimostrare, a parer

 loro razionalmente, le così dette verità

 della fede. Non e a dirsi la meschina

 figura che certi tali hanno fatto in co

tale improba intrapresa, giacchè, messi

 alle strette tra la fede e la ragione,

 nonhanno fatto questa giudice di quella,

 ina piuttosto un' umile ancella, i cui

 servigi sono stati assai poco apprezzati

 e ancor peggio rimunerati. Molti teologi

 hanno severamente biasimataquesta ten

denzadi introdurre laragione nelcampo

 dei misteri; e non avevano torto, poichè

 la ragione nulla possa in quelle cose

 che la Chiesa stessa ex cattedra ha de

finite superiori all'umano intendimento.

 Appenapochi lustri or sono eraviva

 in Francia la disputateologica tra i ra

zionalisti ed i tradizionalisti; i primi

 cercavano di dimostrare con esempi at

tinti alla natura e alla storia che l'uomo

 sua ragione man mano sollevarsi dallo

 stato selvaggio alla presente civiltà. So

stenevano invece i tradizionalisti che

 senza il soccorso della tradizione, per

 la quale venne trasmessa la rivelazione

 fatta da Dio al primo uomo, non solo

 il genere umano sarebbe andato dege

nerando, ma non sarebbe mai riuscito

 neppure a crearsi un linguaggio.

 Era, per verità, da partedei teologi

 razionalisti, un'ardua impresa quella di

 sostenere arditamente la potenza civi

lizzatrice della ragione, e di opporla al

 potere della rivelazione. Manon dimen

tichiamo che quei singolari razionalisti

 nonsostenevano la ragione che per ado

perarla poi a beneficio della fede. Essi

 non escludevano il sovranaturale, tut

t'altro; partivano anzi da un principio

 poco diverso dalle idee archetipe di Pla

tone, pel quale sostenevano che l'intel

letto nostro contiene in germe tutte le

 verità così religiose come naturali; che

 queste verità, dono gratuitodi Dio, van

no manmano svolgendosicol progresso

 storico dell' umangenere. Tutte le loro

 dispute si struggevano intorno aquesto

 solo principio: la rivelazione è un fatto

 vero ma non necessario. Se Dio non

 avesse data la rivelazione, gli uomini

 col solo aiuto dei germi che Dio ha

 posti nell'intelletto umano, si sarebbero

 innalzati alla civiltà, avrebbero acqui

stata la conoscenza di Dio e della sua

 legge morale.

 Non si può negare che per dei filo

sofi teologi questo era un passo assai

 ardito. Ma stretti com' erano dai vincoli

 della fede, alla quale non potevano sot

trarsi, come avrebbero potuto non mal

trattare la logica a beneficio della re

ligione? Perciò vittoriosamente oppo

nevano i loro avversari che laragione

 umana essendo limitata, non potrebbe

 da se solaelevarsi fino alla chiara idea

 diDio. Quindi conchiudevano con l'ar

gomento di S. Tomaso (Contr. Gen. c.4)

 che tre inconvenienti sarebbero venuti

 ove Dio avesse abbandonato alle ricer

RAZIONALISMO

 che di ciascun uomo l'opera di for

marsi le nozioni riguardanti Dio, la cre

azione, la legge morale e la vita avve

nire. E cioè: 1.º che pochi uomini ar

riverebbero fino alla cognizione di Dio,

 essendo il maggior numero impedito o

 da inettitudine o da estranee occupa

zioni, o dall' inerzia; 2.º che anche que

 sti pochi i quali hanno capacità, tempo

 e volontà, a stento vi potrebbero per

venire dopo anni assai, e ad età inol

trata; 3.º che essendo limitata laragione

 e soggetta ad errare, non potrebbero

 quindi avere mai la piena e formale

 331

 sulle forme del culto, divien scettico

 sui dommi fondamentali della vita av

venire; non afferma nè nega, ma s'a

stiene, come il positivismo. Ciò, pertan

to, che fudetto perl'uno valeanche per

 l'altro. Dirò ancora che, a parer mio,

 questa astensione non èmolto ragione

vole, poichè in tutte le cose l'uomo

 certezza di avere colto nel vero.

 I razionalisti teologi sono molti dif

fusi inGermania dove, per razionalismo,

 non s'intende già una filosofia incredula,

 ma una filosofia, la quale, benchè sia

 contraria ai dommi della religione, è

 pur sempre sottomessa ai dommi fonda

mentali dell' esistenza di Dio, della spi

ritualità e dell' immortalità dell'anima.

 Ai nostri giorni nell' Italia e nella

 Francia è sorto il razionalismo filosofico,

 il quale, assai più ardito del suo confra

tello, ha scosso tutti i dommidella fede

 pronunzia il suo giudizio seguendo le

 regole della probabilità. Nel Fedone,

 parlando Socrate della immortalità del

l'anima, dice: « lachiara cognizione di

 tali cose in questa vita è impossibile,

 od almenodifficilissima ... Il savio deve

 dunque tenersi a ciò che sembra più

 probabile quando non abbia dei lumi

 più sicuri, o una rivelazione che lo gui

di ». Or i razionalisti questa rivelazione

 non l'hanno, nè ammettono per vere

 quelle a cui credono gli altri uomini;

 perchè dunque non si atterranno al co

mun modo di determinarsi nei casi

 dubbi? Dicono che questequestioni ec

cedono lacapacitànostra e che i motivi

 addotti pro e contro non hanno alcun

 valore. Ragione di più anzi per deter

mivarci alla negazione, perciocchè se

 alcuno ci venisse innanzi affermando l'e

equelli ancora della filosofia spiritua

lista. Questo razionalismo, proclamando

 l' assoluta indipendenzadella ragione, e

 la sua esclusiva competenza a scoprire ❘ prensibili, certo non si pretenderebbe

 cheda noi si adducessero argomenti

 sistenza dicosa impossibilee pretendesse

 dimostrarcela con argomenti incom

il vero, nega recisamente ogni culto e

sterno ed eziandio ogni religione. Si

 arresta, per altro, dinanzi ai dommi fon

damentali dell'esistenza di Dio e dell'a

nima immortale, non giá perché esso

 li ammetta siccome veri; ma perchè li di

chiara impossibili a concepirsi e a di

mostrarsi col nostro intendimento. Par

rebbe ovvio che dopo taldichiarazione

 il razionalismo dovesse negarli; pure

 non è così, giacchè esso aggiunge inol

tre, che come quei dommi non possono

 concepirsi nè dimostrarsi, così neppure

 possono confutarsi e negarsi; che tanto

 le prove affermative quanto lenegative

 non hanno valore quando si applicano

 ad argomenti che eccedono i limiti del

l'umana ragione. Mentre adunque il

 positivi per negarla. Finchè una cosa

 non sia dimostrata, per noi non esiste

 ancora, e per negare ciò che non esiste

 occorrono forse argomenti positivi? Ma

 dimostrato non è ciò che si ammette

 eccedere i limiti delnostro intendimento,

 perciocchè la dimostrazione vuol essere

 compresa, o non è dimostrazione. Se

 non è dimostrazione, dunque la cosa

 rimane indimostrata; e se la dimostra

zione non è conpresa, dunque la cosa

 non resta nè compresa ne dimostrata,

 come non lo sono tutti i sogni della

 nostra immaginazione, ad annullare i

 quali bastala semplice attestazione dei

 sensi.

 L' astensione del razionalismo sui

 razionalismo filosofico è affatto incredulo | dommi fondamentali della religione non

332

 RAZZA

 può dunquefondarsi, come si pretende,

 sulla incompetenza della ragione. Un

 certo ritegno, consigliato piuttosto dalla

 opportunità, per non spingerela nega

zione a tutta oltranza e per non cre

arsi troppi nemici, è il vero motivo di

 questa astensione. Ma molti hanno già

 superato anche le ultime barriere e

 spingono il razionalismo filosofico alle

 sue ultime conseguenze, quali quelle di

 emancipare la ragione umana da ogni

 incomprensibile sovranaturale e di ren

derla suprema giudicatrice d' ogni con

troversia.

 Razza, Specie. I naturalisti divi

dono gli esseri vivi che popolano il mon

do in vari generi, ogni genere sidivide

 in varie specie, e le specie in razze. La

 specie dunque comprende la razza; e

 se si ammette che le razze comprese

 in una medesima specie derivano tutte

 da un'unica fonte, non così sono tutti

 disposti ad ammettere che le specie

 possono essere derivate le une dalle altre.

 Darwin è stato uno fra i primi che

 hanno dimostrata la trasformozionedelle

 specie e il loro possibile passaggio dal

l'una in altra ( v. DARWINISMO ). Rima

ne tuttavia il dubbio sul valore delle

 varie razze umane, rimane, cioè, a co

noscersi se le varietà che si notano nel

 fisico umano, derivano dalladegradazio

ne o dal miglioramento di individui e

guali, oppure se queste varietà sussi

stettero in ogni tempoe fin dall'origine

 dei vari tipi, i quali sarebbero perciò

 distinti con caratteri specifici e costi

tuirebbero altrettante specie.

 Già fin dal secolo scorso i naturalisti

 erano discordi intorno a questo punto.

 Buffon ammetteva una sola specieuma

na, fondandosi sul fatto che da un clima

 all' altro le singole razze di uomini sono

 insieme collegate; che a lungo andare

 ogni uomo risente la influenza del clima,

 che una medesima latitudine, allorchè

 contiene climi diversi, presenta pure

 razze differenti; finalmente che le varie

 razze d'uomini possono associarsi vicen

devolmente e generare individui fecondi.

 Quest'ultimo carattere fu però negato

 da molti naturalisti, specialmente dopo

 le infeconde unioni sperimentate sui

 negri d' Affrica trasportati in America

 (V. DARWINISMO ). D'altra parte si è

 pure giustamente obbiettato che la fe

condità delle unioni fra individui di

 differente razza non proverebbe che essi

 appartengono alla medesima specie,poi

chè, come osserva il prof. Adelon, è

 certo che molti animali di specie evi

dentemente diversapossono accoppiarsi

 e procreare individui fecondi. A molti

 parve poi impossibile di attribuire al

l'influenza del clima le differenze che

 si riscontrano fra le varie razze umane.

 Nella storia naturale, dicono essi, le

 specie si fondano sopra diversità im

portanti, dipendenti dall' organizzazione

 primitiva, le quali resistendo ad ogni

 esterna influenza, si trasmettono immu

tabili attraverso alle generazioni. Essi

 dicono che le differenze che si notano

 fra le razze umane in certi casi hanno

 questo carattere specifico. Si incontrano

 uomini neri vicino ai poli e uomini

 bianchi sotto ai tropici; gli uni e gli

 altri si mantengono tali in climi opposti

 quando non si uniscono con altre razze;

 ed in tal modo ibianchi rimangono

 bianchi sotto ai tropici ed imori restano

 mori nella terra di Diemen, paese fred

do, come pure nell' America settentrio

nale. Quante nazioni conservano il pri

mitivo loro tipo a malgrado dei secoli

 e dei climi, quando non contraggono

 estranee alleanze, come, per esempio, la

 nazione ebrea! D'altronde il moro non

 ha mica la sola pelle nera; sono pure

 neri ilsuo sangue, i suoi organi interni,

 e se pretendesi che la prima sia stata

 annerita dal calore del clima si vorrà

 forse che egualmente abbia anneriti gli

 altri? D'altronde non fu forse osservato

 avere il negro un pidocchio particolare

 ad esso, e diverso da quello che affligge

 la razza bianca?

 Intorno a questo argomento così si

 spiega il Dott. Bertillon in un notevole

 scritto sull' antropologia: «Uno dei cri

RAYNAL

 333

 teri di coloro che sogliono attenersi al ❘ di principio per sviluppare la confusa.

 gruppo specifico è l'origine. Sono di

chiarati della stessa specie coloro che

 sortono dalla medesima coppia. Compre

sa in questa generalità la tesi è incon

testabile, perchè si suppone che la discen

denza è unfatto osservato, maquando la

 comunanza d'origine non è stata scien

tificamente accertata, e in conseguenza

 tutte le volte che essa risale a tempi

 lontanissimi, come nel caso dell' uomo,

 bisogna relegare questo preteso criterio

 fra le più detestabili inspirazioni di cui

 i miti religiosi hanno infettate le fonti

 della scienza. Quand' anche gli uomini

 non fossero che delle scimmie antropo

morfe perfezionate da una lunga selezio

ne, non costituirebbero perciò meno un

 gruppo generico ben distinto; e se an

che gli astronomi, che oggi ci mostrano

 l'esistenza del ferro, del rame, dell'i

drogeno ecc. nelsole, riuscissero a farci

 vedere degli uomini nel pianeta Marte,

 Od altrimenti, il raziociniosi fa quando,

 con dei principii luminosi ben applicati

 alle cose oscure e ignote, si dimostra

 quel che era occulto.

 Raynal ( Tommaso Guglielmo )

 nato a Saint-Genis il 12 Aprile 1713,

 morto a Chaillot il 6 Maggio 1796.

 Fudapprima ascritto alla compagnia

 dei Gesuiti, mase ne allontand ben pre

sto e, recatosi a Parigi, vi abbandonò

 apertamente il sacerdozio.

 Alcuni lavori di diversa natura, sto

rici in gran parte, incominciarono ad

 acquistargli rinomanza, e lo fecero ac

cettare quale uno dei redattori del Mer

curio. Avendo poi stretta amicizia con

 Holbach ed Helvetius difese con ar

dire e convinzione i principi da essi

 professati.

 Ebbe fama luminosaper lasua ope

ra maggiore intitolata « storiafilosofica

 e politica degli stabilimenti e del com

mercio degli Europei nelle due Indie ».

 qualunque fosse la loro eguaglianza or

ganica con noi,dovrebbero forse costi-❘ Con quel libro Raynal tradusse in atto

 tuire una specie aparte, sotto pretesto

 che non discendono dagli stessi ante

un concetto di difficile esecuzione e va

nati ? Il solo proporsi queste questioni

 vale risolverle. La formazione dei gruppi

 specifici deve riposare, o sulla fecondità

 scientificamente accertata e duratura fra

 gli individui che li compongono, oppure

 sul complesso dei rapporti di rassomi

glianza e d'intimità i quali possano

 condurci ad ammettere come attualmen

te possibile la riproduzione durevole

 dello stesso tipo ». Con ciò si conclude

 che se in nessuna scienza si possono

 fare delle divisioni assolute, meno poi

 èlecito farle nella storia naturale, nella

 quale queste divisioni sono affatto con

venzionali enon meritano proprio, come

 ben dice il dott. Bertillon, le lunghe

 discussioni che hanno generato.

 Raziocinio. L'atto del commet

tere insieme giudizi per induzione o

 per dimostrazione. Il raziocinio, diceRo

magnosi, discorso,argomento, prova, non

 è che lo sviluppo di una idea chiaro

confusa, nellaquale laparte chiara serve

 stissimo, quale era quello di riunire in

 un quadro metodico e ben fattola sto

ria di tutte le imprese degli Europei

 nell' India e nel nuovo mondo. Come

 egli sia riescito in questa impresa si

 ardua, lo mostra la splendida celebrità

 che al suo primo apparire l'opera gua

dagnava all'autore. Della Storia filoso

fica, furono fatte nella sola Francia venti

 edizioni, e più che cinquanta altrove.

 E fu un successo ben meritato, perchè

 se in qualche punto si sarebbe potuto

 usare una critica storica più severa, tale

 menda però scompare di fronte ai pre

valenti pregi reali dell'opera, nella quale

 l'autore, alla esatta esposizione dei fatti,

 seppe accoppiare profondi insegnamenti,

 ed interessantissime considerazioni, qua

li sono quelle sulla tratta deinegri, e sul

la libertà del commercio, cherimangono

 adimostrare il suo profondo affetto per

 l'umanità, e per il civile progresso.

 L'opera, per la sua indole storica,

 più che filosofica, mal si prestava ad una

334

 REDENZIONE

 completa ed ordinata esposizione di dot

trine. Tuttavia Raynal non lascid sfug

gire occasione veruna per battere in

 breccia l'assolutismo e lasuperstizione,

 eper ridurre al loro giusto valore le

 teorie dell'assoluto.

 Così egli rifiuta ogni fede all'esi

stenza di Dio, ed anzichè supporre un

 ordine morale eguale in ogni tempo

 ed in ogni luogo ed indipendente dalla

 diversità dei fatti e delle forme sociali,

 dimostra essere la morale una creazione

 e

 della società, diversa nei diversi tempi

 nei diversi luoghi, ed intieramente

 subordinata ai climi, alle consuetudini,

 ed alle forme di governo.

  e

 «la storia del Parlamento d'Inghilterra».

 Realismo. Vedi NOMINALISMO.

 Redenzione. Nell' antico Testa

mento redentore è detto chi redimeva

 od aveva diritto di redimere l'eredità

 venduta da alcuno dei suoiparenti, o il

 parente stesso, dalla schiavitù, e chi ri

scattava una vittima destinata al sacri

ficio. Redentore del sangue era colui

 che aveva diritto di vendicare l'uccisione

 di qualche suo parente, ammazzando

 l'uccisore.

 Nel nuovo Testamento Gesù è detto

 il Redentore, colui che diede la sua

 vita per la redenzione degli uomini

 (Matt. XX, 12). Ivi s' insegna che noi

 resero molti onori.

RELAZIONE, RELATIVO

 siamo stati riscattati a gran prezzo (I

 Cor. VI, 20), che il nostro riscatto

 non fu fatto a prezzo d'argento,macol

 335

 uomini ed a concedere loro la vita e

sangue dell' agnello immacolato, il quale

 è Gesù Cristo. (I Piet. I, 11). Gli scrit

terna. La quale opinione, che fadi

 Gesù Cristoil nostro redentore per in

tercessione e non per soddisfazione, è

 avversata dalla maggior parte dei cri

tori sacri partendo dal concetto del| stiani, i quali siconfortanocolleparole

 peccato originale, giungevano fino a

 supporre che tutti gli uomini fossero

 dannati e fatti preda del demonio, e

 che Gesù solamente col versare il suo

 cato e la nostra liberazione. Conviene

 di Gesù: « Questo è il sangue mio del

 nuovo testamento, il quale sarà sparso

 per molti in remissione dei peccati ».

 Essi dicono ancora chenell'anticalegge

 la redenzione o il riscatto dei primo

sangue, offrendolo in olocausto al Pa

drè suo, ottenne laremissione del pec-❘ geniti consisteva nel pagare il prezzo

 per ricuperarli; la redenzione dunque

 del genere umano consistere nell'avere

 ricordare che sotto l'anticalegge il sa

Gesù pagato il prezzo per salvare gli

 uomini colpevoli e degui della morte

 eterna. Ma fu risposto che se quello di

 Gesù Cristo fosse stato un riscatto ve

crificio costituiva il fondamento di tutto

 il culto. Il popolo d'Israele, simile in

 questo a tutto il paganesimo, non im

petrava la clemenza di Dio in altro

 modo che coll' offrirgli de' sacrifizi. I

 migliori animali e i più immacolati e

rano immolati sull'altare della divinità,

 e su quella vittima innocente ciascuno

 scagliava la sua maledizione come per

 rovesciare su di lei le colpe di tutti.

 Ammesso dunque il peccato originale,

 ai primi cristiani doveva parer cosagiu- muoia per alcuni colpevoli, nè offrendo

 sta che il sangue di unuomo fosse dato

 come corrispettivo del riscatto di tutta

 ro, egli avrebbe dovutopagarne il prezzo

 al demonio da cui li riscattava, e che

 questa idea era troppo orribile per es

ser vera. D'altra parte fu detto che la

 redenzione per soddisfazione, sarebbe

 contraria alla giustizia divina, non es

sendo giusto che un innocente patisca e

 l'umanità.

 Ai sociniani però non parve conve

nevole per la divinità ch'ella vendesse,

 fosse pure a prezzo di sangue, la re

denzione degli uomini; laonde cercarono

 di mitigare quanto ha in se stesso di

 brutale questo domma, insegnando che,

 non già per lamortedi Gesù,Dio aveva

 perdonato agli uomini, ma per le sue.

 preghiere. Quanto ai pelagiani che ne

gavano la propagazione delpeccato ori

ginale, dovevano necessariamente inten

dere la redenzione in un senso simbo

lico. Dissero perciò che Gesù è reden

tore degli uomini perchè li ha istruiti

 con laparola e con l'esempio, riscat

tandoli dalle tenebre dell' ignoranza, e

 ponendoli in condizione di acquistarsi

 il cielo. Anche Le Clerc nella sua Sto

ria Ecclesiastica si avvicina a questa

 dottrina, dicendo che Gesù pregò il

 questa sostituzione soddisfazione alcuna

 pel delitto. Che, infine, sarebbe stata

 cosa più degna della bontà infinita il

 perdonare senz' altro a rei pentiti che

 l'esigere una rigorosa soddisfazione.

 Aqueste ed altre obbiezioni, i cre

denti nella soddisfazione hanno risposto

 essere una veratemeritàil crederedi sa

pere meglio di Dio ciò checonvenisse ad

 una bontà infinita. In questa maniera

 eludendo la domandaconvennero che il

 domma della redenzione non è spiega

bile dalla ragione umana, e che costi

tuisce perciò un mistero imperscruta

bile. V. GESÙ, CRISTO, MESSIA, INCARNA

ZIONE.

 Relazione, relativo.L'atto col

 quale l'intelletto consideradue cose di

verse, ideali o reali, per indurne conse

guenze sulla loro convenienzaosconve

nienza si chiama paragone; le conse

guenze indotte le quali indicano ciòche

 una cosa è rispetto all'altra, sono la

 Padre suo a perdonare i falli degli | relazione . Le relazioni che le cose

336

 RELIGIONE

 hanno fra di loro sono innumerevoli, e

 la loro conoscenza costituisce il nerbo

 delle nostre cognizioni.

 Sono cose o ideerelative quelle che

 hanno dipendenza da altre cose o idee.

 L'effetto è relativo alla causa da cui

 dipende; il colore è relativo al corpo in

 cui si manifesta od all'organo da cui è

 percepito. Adoperasi perciò nella filoso

fia la voce relativo per indicare uno

 stato o una condizione differente dal

l'assoluto. Ogni nostra idea è relativa a

 noi,manon è assoluta; il concetto che

 io mi formo del suono, deicolori, della

 luce, è affatto relativo al mio modo di

 percepirli; ma chi sa in quale altra

 maniera sono percepiti da altri esseri ?

 e chi sa che cosa questi fenomeni sono

 in realtà? Di cose assolute non può e

sisterne che una, ed è la sostanza, la

 quale essendo indipendente da ogni al

tro essere, ed unica, non ha relazione

 conaltre cose, poichè tutte le cose sono

 parte di essa . Tolta questa unica

 eduniversale sostanza, tutti i feno

meni percepiti sono relativi o al no

stro modo di percepirli, o alla causa

 d'onde emanano, o alle condizioni di e

sistenza che essi trovano.

 Tutte le idee che noi abbiamo sono

 relative. Invano noi cerchiamo di avere

 la nozione assoluta delle cose; tutto ciò

 che noi impariamo, lo impariamo in

 grazia dei nostri sensi e perciò la ve

rità di tutte le nostre cognizioni è pu

ramente relativa a questi sensi. (v. PIR

RONISMO).

 Religione. Sentimento dell'animo

 verso Dio, il quale non deve confon

dersi con gli atti di divozione, che

 costituiscono più propriamente il culto.

 Vi sono alcuni chehannouna religione

 enon uncultoesterno; ma l'elevazione

 della mente verso Dio è in ogni caso

 carattere essenziale della religione. Han

no torto quegli increduli i quali affet

tano di professare la « religione della

 scienza » la « religione dell'umanità >>

 ola « religione del vero ». Queste ed

 aitre tali espressioni o non esprimono

 giustamente il loro pensiero, oppure

 non servono che ad occultare la loro

 incredulità. Si possono professare delle

 opinioni filosofiche intorno alla scienza

 o all'umanità; ma acostituire una reli

gione, ossia un sentimento di relazione

 fra l'uomo e un supposto essere sovra

naturale, non bastano leideepuramente

 relative a cose naturali.

 Questo per ciò che riguarda la de

finizione. Se poi si'considera la reli

gione nella sua essenza, si vede che

 quel  il quale

 si suppone innato in tutti gli uomini,

 non è altro che l' espressione di quel

l'occulto timore che l'uomo prova din

nanzi agli agenti naturali più potenti

 di lui. Feuerbachha detto giustamente

 che il sentimento di dipendenza è la

 sorgente di tutte le religioni; or il

 primo motivo di questa dipendenza de

riva dalla natura, e perciò essa è stata

 l'oggetto del primo culto. « I filosofi

 speculativi rai hanno canzonato, scri

veva Feuerbach, perchè ioho detto che

 il sentimento di dipendenza è la sor

gente del sentimento religioso, defini

zione che parve a loro faceta, dopo che

 Hegel disse a Schleiemacher, che se il

 sentimento di dipendenza è la sorgente

 della religione, il canedovrebbe averne

 una; avvegnachè esso si sente sotto la

 dipendenza del suo padrone ».

 AFeuerbach parve così poco seria

 ' obbiezione di Hegel, che dopo averla

 accennata non credette di spendere

 parole per confutarla. D'altronde gli

 sarebbe stato facile il dimostrare che,

 se il cane, col suo corto raziocinio,

 sentisse il bisogno di credere in un es-

sere superiore, certo l'uomo sarebbe it'

 suo Dio, con la differenza che esso ha

 pel suo padrone un' affezione assai più

 vera di quella che l'uomoprova per la

 Divinità.

  ; ma

 ai filosofi moderni, siffatta credenza par

 troppo ridicola. Ben altrimenti che tor

nare in polvere, il corpo umano per la

 massima parte si volatizza in gaz, i gaz

 sono assorbiti dalle piante, le piante si

 trasformano in frutti, i frutti sono man

giati dall'uomo e si assimilano alla sua

 carne (v. MORTE). Questo esempio rac

chiude così all' ingrosso tutto il con

cetto della trasformazione della mate

ria; ma uno studio accurato della spe

cialità dimostra, che sì nell' uno che

 nell' altro modo, per un circolo di tra

sformazione più o meno lungo, la ma

teria torna quasi sempre al punto di

 partenza e compie una rotazione non

 dissimile da quella che subisce l'acqua

 nei suoi fenomeni apparenti: svapora,

 cioé, dal mare, si trasforma in nube,

 quindi si condensa in acqua o neve,

 penetra nei fianchi dei monti, scaturi

sce in sorgenti e quindi le sorgenti

 fanno i ruscelli, i torrenti, i fiumi, che

 finalmente ritornano al mare. Così del

 pari la materia di che è composto il

 nostro corpo, sarà a poco a poco assi

milata da altri corpi; formerà vegetali,

 animali e uomini, di guisa che, in ulti

ma analisi, può dirsi con matematica

 esattezza, che tutti gli uomini son fatti

 dall'istessa sostanza. Ora se la materia

 di che é composto ilmio corpo è quella

 stessa che formò il corpo di altri uo

mini che vissero prima di me, avremo

 un corpo solo ognidieci, ogni cinquanta

 ocento uomini, di guisa che molti sa

ranno impossibilitati a risorgere. Lo

 statuario che modellando la sua creta

 forma una figura, e cessato il bisogno

 l'infrange per formare con essa nuovi

 modelli, potrebb'egli mai coll' istessa

 creta pretendere di ricostruire tutti i

 modelli che con essa egli ha prodotti?

 S. Paolo così rispondea questa diffi

tempi gli opponevano i Corinti: « Ma,

 dirà alcuno, come risuscitano i morti

 e con qual corpo verranno? Pazzo che

 sei ! Quel che tu semininon èvivificato,

 se prima non muore. Tu non semini it

 corpo che deve nascere,maun granello

 ignudo; ed aciascunseme Iddiodà il suo

 proprio corpo. Non ognicarne è la stessa

 carne, anzi altra è la carne degli uo

mini, altra quella delle bestie. Vi sono

 ancora dei corpi celesti e dei corpi ter

restri , ma altra è la gloria dei celesti,

 altra quella dei terrestri. Cosi ancora

 sará la risurrezione dei morti: il corpo

 è seminato in corruzione e risusciterà

 incorruttibile Egli è seminato in diso

nore e risusciterà in gloria: egli è se

minato in debolezza, e risusciterà in

 forza: egli è seminato corpo animale e

 risusciterà corpo spirituale. (I Cor. XV,

 35 eseg). Certo, qui San Paolo non

 spiega l' impossibilità fisica di formare

 due o più corpi con lamedesima mate

ria contemporaneamente. Il corpo dei

 risorti dev'essere spirituale; e intendasi

 pure che in queitempi neiquali lo spi

ritualismo moderno non eranato, con

 la voce spirituale intendesse di indicare

 una sostanza più leggera della materia

 (v. ANIMA), una sostanza incorruttibile,

 cioè non soggetta a trasformarsi Sarà

 pur sempre vero che, secondo S. Paolo,

 non saranno già i nostri propri corpi

 che dovranno risorgere, ma altri corpi

 fatti di una sostanza diversa. Perchè

 non è piaciuto ai teologi di restar fe

deli a questo insegnamento ? Volendo

 lusingare la vanità dei vulgari essi

 hanno forse capito che se il domma

 della risurrezione giovava al cristiane

simo, ciò era apatto che il nostro pro

prio corpo fosse chiamato alla risurre

zione; cioè quel corpo al quale siamo

 tanto attaccati, e che costituisce per

 noi tutta la nostra personalità. Perciò

 amolti teologi èpiaciuto di sbizzarrirsi

 descrivendo le condizioni della nostra

 risurrezione.A sentirli, tutti i corpi do

vranno essere perfetti; quindi gli storpi

352

 RIVELAZIONE

 si raddrizzeranno, i ciechi avranno la

 vista e i sordi l'udito; i grassi diver

ranno un po'magri e i magri ingrasse

ranno; i vecchi dovranno diventar gio

vani e igiovani dovranno farsi adulti, in

 modoche tutti abbiano la perfetta età di

 33 anni. Non hanno detto però se per

 amore di questa tanto invidiabile ugua

glianza e di questa sublime perfezione,

 le vergini dovranno cessare di essere

 tali, o se le donne maritate dovranno

 tornare vergini. Quest'ultima opinione è

 però assai più probabile, attesochèGesù

 Cristo, rispondendo ad una interpellanza

 chegliavevanofatta iSadducei, dichiarò

 che quando gli uomini saranno risu

scitati dai morti, non prenderanno nè

 daranno mogli, ma faranno come gli

 angeli che son ne'cieli » (Marco XII,

 25). Quindi gli uomini avranno la bocca

 ma nonmangeranno; il ventricolo ma

 non digeriranno; gli organidellagene

razione ma nongenereranno. In termini

 assoluti si può dunque dire, che tutti

 questi organi saranno superflui : or è

 molto dubbio che le cose superflue sian

 perfette. Perciò, guidati da questa ob

biezione, molti teologi supposero che

 nella risurrezione non si farà più di

stinzione di sesso. Questa opinione ha

 fondamento in un passo dell' Evangelo

 apocrifo degli Egiziani, nel quale si

 leggevano queste parole: « Il Signore

 fu interrogato daSalome quando verreb

be il suo regno? Ed egli disse: quando

 voi calcherete sotto i piedi gli abiti

 della vostra nudità, quando due saranno

 una, e ciò che è di fuori sarà come cid

 che è di dentro e non vi sarà più nè

 maschio nè femmina » . Giustamente

 osservò BianchiGiovini,che con questa

 anfibologia pare si voglia dire, che la

 trasformazione del mondo presente deb

ba produrre anche una trasformazione

 dell'essere umano, il quale sarà vestito

 di un corpo diafano, liscio, senza sesso,

 senza membri o visceri, di cui non vi

 sarà più bisogno; come non vi sarà bi

sogno di vestimenta essendo cessati i

 riguardi del pudore e le esigenze delle

 stagioni. In tutti i casi le prime fonti

 cristiane insegnerebbero che la risurre

zione si farà con corpi diversi dai no

stri, e se i teologi vi avessero attinto

 fedelmente e senza esagerazioni, avreb

bero almeno evitata la impossibilità fi

sica di cui si è parlato.

 Rivelazione. Nelsenso dei dom

matici è l'atto col quale Dio ha inse

gnato agli uomini, a viva voce, o per

 mezzo dei suoi inviati, lecosì dette ve

rità della religione. Tutte le religioni

 positive ammettono una rivelazione fatta

 daDioall'uomo,siadirettamente all'atte

 della creazione, sia indirettamente col

 mezzo di mandatari che consegnarono le

 regole della religionenei codici sacri, i

 quali perciò si considerano dai credenti

 come inspiratidalla divinità. I principali

 libri sacri sono: i Veddas, il CodicediMa

nou e i Purana degli Indiani; il Zend

Avesta dei Persiani; laBibbia degli ebrei

 (V. BIBBIA) l'Edda degli Scandinavi e il

 Korano dei mussulmani.IGreci ediRo

mani avevano ingrande venerazione al

cuni scritti dei poeti, tali che Omero ed

 Esiodo, certe raccolte degli oracoli ed

 i libri Sibillini, evidentemente apocrifi.

 Allora la poesia dettava le sue leggi ai

 popoli, dei quali i poeti erano i natu

rali legislatori. Nei primordi della ci

viltà gli uomini non ebbero altra re

gola di condotta all'infuori di questa :

 ecoloro fra essi che per il loro inge

gno, per il coraggio o per l'entusiasmo

 si distinsero dagli altri, furono creduti

 inspirati dagli enti superiori. L' uomo

 aveva vicino i suoi Dei, e tutti i giorni

 ne udiva la voce, iconsigli e icomandi

 in tutti i fenomeni della natura, nei

 tuoni e nei lampi, nel volo degli uc

celli, nelle interiora degli animali, nei

 vapori delle caverne, nel canto dei poe

ti, e perfino negli incoerenti propositi

 dei pazzi (v. ORACOLI). Chi per le doti

 del suo ingegno si sentiva chiamato a

 dirigere i destini della società, si cre

deva o fingeva di credersi inspirato da

 Dio; dettava le sue leggi, e i suoi

 scritti andavano bene spesso ad aumen

RIVELAZIONE

 tare il codice dei libri sacri. Il sorgere

 di un profeta, di un rivelatore era cosa

 assai comune tra gli orientali; come

 tra i Greci ed i Romani comunissima

 era la scoperta di nuovi oracoli. Dio

 parlava all'umanità in tutte le guise,

 sotto tutte le forme. Dal serpente del

 l'Eden che predice all' uomo la reden

zione, dall'asino di Balaam all'umile fa

legname di Nazareth, la storia degli

 ebrei non è che una continua succes

1

 353

 serie dei profeti. Pietro de Bruys, Eon

 della Stella, Epifane, gl'Illuminati, i Ca

misardi, i Giansenisti, e gli Svedenbor

gisti, ci provano quanto in ogni tempo

 sia stato facile il farsi credere in comu

nicazione con la divinità. Ancora ai

 giorni nostri la rivelazione non è ces

sata. Brigham Young non ha egli pro

nunciati i suoi oracoli fra i mormoni?

 e tutti i giorni i medium spiritisti non

 rivelano ai credenti le cose dell' al

sione di profeti e di entusiasti, del mag

gior numero dei quali la tradizione

 forse ci ha taciuto il nome. Così divul

gata era allora la credenza della par

tecipazione degli Dei nei consigli uma

ni, che molti filosofi non la posero in

 dubbio, e quando pure dubitarono di

 questo o quell'oracolo, non dubitarono

 di tutti. Pittagora si diceva egli stesso

 in comunicazione colla divinità. Platone

 nel quarto libro delle leggi insegnava

 doversi ricorrere a qualche Nume, o at

tendere dal cielo una guida, un mae

stro che ci istruisca. Nel Fedone par

lando Socrate dell'immortalità dell'ani

ma diceva, dovere il sapiente tenersi al

 probabile, quando non ha dei lumi più

 sicuri, o la parola di Dio stesso che gli

 serva di guida. Tutta la scuola pitta

gorica e neoplatonica, come quella di

 tutti i mistici ha professato lacredenza

 nella facile comunicazione con ladi

vinità.

 Il gran numero degli evangeli apo

crifici ( v. APOCRIFI ) dimostra quanto

 fosse facile il compilare dei libri rive

lati anche nei primi secoli del cristia

nesimo. Solamente dopo che la Chiesa

 ebbe stabilito il suo poteree fu custode

 gelosa della sua autorità, tacque la

 voce dei profeti,e gli oracoli con leggi

 violenti furono costretti al silenzio. Ma

 non cessò per questo il popolo di con

sultare i suoi genii; e nel medio evoebbe

 per profeti le streghe e gli stregoni e

 il demonio per rivelatore. Di tempo in

 tempo sorgevano nuovi inspirati, iquali,

 sempre condannati dalla Chiesa, ma sem

pre creduti dalle turbe,continuarono la

 tro mondo? (V. MORMONISMO E SPIRI

TISMO).

 I deisti, i quali non ammettono reli

gione positiva, negano che vi sia stata

 una vera rivelazione, poichè a quanto

 dicono, l'uomo non ha che a seguire i

 dettami dellasua ragione e il lume della

 sua coscienza per conformarsi alle leggi

 divine. Una rivelazione, continuano essi,

 fatta ad un popolo o ad una schiatta,

 sarebbe ingiusta, poichè essa conter

rebbe delle regole di condotta che sa

rebbero ignorate dai popoli ai quali la

 rivelazione non venne data.

 Se ciò fosse vero, rispondono i cat

tolici, bisognerebbe conchiudere essere

 interdetto il porgere agli uomini istru

zione ed educazione di sorta; un im

pertinente essere stato qualunque filosofo

 tentò farsi maestro ai propri simili, ed

 insegnare a pochi uominiquello ch'egli

 era in dovere di insegnare all'universo

 intero. Ma questa risposta non giova

 proprio ai cattolici, i quali sanno pure

 che Dio non è un filosofo, la cui azione

 è limitata necessariamente al ristretto

 numero di coloro che aspettano i suoi

 insegnamenti. Ma se il filosofo non può

 istruire tutti gli uomini, Dio poteva

 farlo, nè ciò gli sarebbe costata mag

giore fatica di quellacheglisia costata

 l'istruzione di pochi eletti.

 Una religione rivelata,dicono ancora

 i deisti, non può essere destinata da

 Dio a tutti gli uomini, poichè non ve

 n'è alcuna che abbia tali prove, che

 comprendere si possano da ogni uomo;

 altrimenti Dio esigerebbe l'impossibile ;

 quanto poi alla rivelazione cristiana in

 23

354

 ROBINET

 particolare, non si può dire che essa

 eccelle in perfezione, imperocchè errori

 di fisica, di astronomia, di morale e per

fino di cronologia si trovano nei libri

 nei quali questa pretesa rivelazione è

 stata consegnata (V. BIBBIA).

 Robinet ( Giovanni-Battista-Re

nato) nacque a Rennes nel 1735, morì

 il 24 febbraio 1820.

 ed il riposo e la sicurezza di cui cia

scuno gode. E la compensazione deriva

 da ciò, che immutabili sono soltanto

 Dio ed il nulla: l'essere finito cambia

 ad ogni istante ma nonpossiede senon

chè laminima parte possibile di esi

stenza, così che in ogni istante perde

 altrettanta esistenza, quanto ne riceve :

 e siccome esistere è il bene e non esi

Entrò nella società dei Gesuiti, ma stere il male, ecco stabilitaper sè stessa

 si stancò ben presto di un genere di la compensazione. La quale è inoltre

 vita pel quale non era inclinato. Usci manifestata da tutti i grandi fenomeni

 quindi da quel sodalizio per dedicarsi della natura come da quelli dell'ordine

 interamente alla filosofia. Stampò in sociale: la nutrizione non può ristorare

 Olanda (dove recavasi a questo scopo) senza distruggere, l'attività distrugge

 il suo libro della Natura, la cui pub- quanto produce, la sensibilità accoppia

 blicazione non sarebbe stata permessa al piacere la pena; ogni stato ha le sue

 in Francia dall' autorità. L'opera fece gioie e le sue miserie, ogni condizione

 tanto rumore che fu attribuita agli i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti.

 scrittori più celebri dell' epoca, quali Ma gli esseri, oltre avere la stessa som

Helvetius, Diderot, Voltaire, ma Robinet ma di beni e di mali, hanno anche la

 non tardo a rivendicare in termini fermi stessa origine. Tutti sono varietà del

 emodesti la paternità come la respon- tipo animale, hanno organi con cui ri

sabilità del lavoro. Se però il suo nome prodursi, ed i minerali e gli astri sono

 fu più conosciuto, non migliorò per que- soggetti alle leggi della generazione,

 sto la sua condizione economica, tanto come gli animali e le piante. Ora legge

 che fu costretto a mettersi agli stipendi universale della natura animale è l'i

de'librai, ed a tradurre dall'inglese per stinto: l' istinto è adunque la Legge su

 essi de' romanzi. Nel 1778 ritornò in cui si fondano la società, i costumi e

 Parigi, e qualunque fosse stata l'impres- la legge della specie umana; la stessa

 sione prodotta dal suo libro, la mede- | morale non è che un istinto più per

sima era già così cancellata, che l'au

tore fu nominato censore reale e con

servò l'impiego fino al momento in cui

 quella carica fu soppressa. Robinet du

rante la rivoluzione si ritrasse a sua

 Rennes, ove fint i suoi giorni.

 Concetto fondamentale dell' opera

 la Natura è che i benied i mali si e

quilibrano perfettamente nel mondo. Il

 dolore ed il piacere, il vizio e la virtù

 corrispondono a monete il cui corso è

 regolato ed il cui valore si eleva e si

 abbassa in proporzioni costanti. Gli es

seri più perfetti dopo Dio, i più ricchi,

 quelli che hanno ricevuto le facoltà più

 potenti sono anche quelli che trovansi

 più esposti alla corruzione e quindi alla

 maggiore infelicità. Vi è adunque com

pensazione tra il benessere di ciascuno,

 fetto di quello degli altri animali.

 Quanto all' anima, Robinet suppone

 che dall'istante della creazione abbiano

 esistito insieme i germi di tutte le ani

me e quelle di tutte le organizzazioni.

 Ledue nature non derivano l'una dal

l'altra, ma non possono esistere l'una

 senza dell'altra. Ad ogni funzione dello

 spirito, alle sensazioni, alle idee, alle vo

lontà corrispondono certi organi interni

 e certe fibre del cervello, così che se

 corpo.

 il corpo è animato dallo spirito, l'anima

non pensa ed agisce che per mezzo del

 1

 Robinet riconosce che l'idea comune

 di Dio non è che l'idea stessa dell'uomo

 elevata a proporzioni chimeriche, o ri

dotte, il che è lo stesso, ad un concetto

 negativo. Pure, anzichè concluderne che

ROSCELINO

 con ciò stesso si distrugge la teoria del

l'ideainnatadiDio, ed insieme uno degli

 argomentipiùfavoriti deideisti,egli siper

deneltentativo di togliere dalla nozione

 dell'essere supremo ogni legadiantropo

morfismo, ammettendo come indiscuti

355

 da lui seguito nelle conferenze pubbli

che che teneva in Parigi tutti i merco

ledì. Egli incominciava col porre alcune

 generali proposizioni tratte dall' espe

rienza e ne deduceva laspiegazione dei

 fenomeni: ciò dava origine a discus

bile l'esistenza dell'essere stesso. « Noi

 sappiamo, egli dice, che Dio esiste, elo

 riconosciamo come creatore, poichè l'ef

fetto ci attesta la causa e il finito l'in

finito; ma nessuna analogia è possibile

 tra questi due ordini di esistenze. La

 causa prima abita una gloria inaccessi

bile, e noi, non potendo che distinguerla

 da ciò che essa noné, dobbiamo rasse

gnarci alla conclusione che la natura

 divina è per noi assolutamente incom

prensibile ». Edal creatore venendo alla

 creazione, Robinet crede che Dio da

 tutta l'eternità dia alla natura una esi

stenza temporanea, e cioè che se la

 creazione è eterna non lo sieno ilmondo

 e gli oggetti creati; con questa propo

sizione egli addottò una opinionemedia

 tra quelli che considerano ilmondo co

me eterno, e quelli che lo suppongono

 creato dopo una eternità, e non si av

vide che l'idea di Dio creatore è tanto

 assurda che con essa nessuna teoria

 regge alla critica. Così che delle tre

 idee suaccennate nessuna è conciliabile

 coll' idea di Dio creatore: non la sua

 perchè suppone unDio che crea e non

 crea, o che vuol creare e non crea nel

 medesimo tempo; non la seconda che

 facendo il mondo coeterno a Dio lo so

stituisce a lui, come fece Spinoza ; non

 la terza che suppone un' eternità limi

tata, od un mondo che esiste senz' es

sere stato ancora creato, mentre non

 potrebbe d'altronde esistere che per la

 creazione.

 Rohault(Giacomo)nato in Amiens

 nel 1620, morto nel 1675. Fu uno dei

 sioni di ogni sorta sui diversi argomen

ti, discussioni che egli poi riassumeva,

 esponendo il suo avviso, cui corrobo

rava colla esperienza. Con siffatte le

zioni Rohault compose il migliore trat

tato di fisica che fosse stato stampato

 fino allora, cosi che fino a Newton ven

ne considerato come opera classica in

 Francia ed in Inghilterra.

 Rohault fu autore anche di una o

pera di metafisica intitolata  cade

 talora in contraddizione, giacchè tra

 due pareri contrari egli non prende par

tito senza avvilupparsi in un dedalo di

 distinzioni spesso inutili e sempre poco

 chiare. Perciò molti hanno detto scri

vere il Romagnosi per sè A non per gli

 altri, e un suo apologista confessa che

 gli accadde sentire da qualcuno che a

vendo letto per intero il suo libro della

 Mente sana, era giunto alla fine senza

 intender niente. ( Prof. Celso Mazzuc

chi, sull' economia dell' umano sapere).

 Rosmini (Antonio)nato nel 1797

 a Roveredo presso Trento. Studid all'u

niversità di Padova e fino da allora

 diede segni di spiegata tendenza al mi

sticismo. Nel 1821 fu ordinato frate. Si

 segnale per qualche tempo per fanati

smo ed intolleranza, ma si mitigò poscia

 sensibilmente e tanto da dedicare il re

sto della sua vita al trionfo del cosi

detto cattolicismo liberale ed alla indi

pendenza politica d' Italia. Con questi

 scopi fondò egli stesso un ordine reli

gioso destinato a riunire in sodalizio

 preti istruiti e tolleranti, e pubblicò

 gran numero di opere che fecero di lui

 un capo-scuola.

 Per quanto la sincerità della sua

 fede religiosa e la sua opposizione alla

 teocrazia gli avessero guadagnata gran

de rinomanza e numerosi seguaci, pure

 dovette convincersi asue spese che tenta

 un'opera impossibile chi aspira a con

ciliare tra loro i due principi affatto

 incompatibili del cattolicismo e della

 libertà. I suoi progetti di riforma eccle

siastica e le sue opinioni teologichesu

scitarougli contre l'odio dei gesuiti.

 Speditoda re Carlo Alberto in missione

 presso il papa, lo segul a Gaeta all'e

poca della fuga famosa, ma essendosi

 poi reso sospetto al papa e trovandosi

 sotto la minaccia del carcere della po

lizia borbonica, dovette partire e rifu

giarsi aTresa sul lagoMaggiore dove

 morì nel 1855, dopo avere (con un atto

 di sommissione inesplicabile di fronte

 alla energia del suo carattere) ricono

sciutoil giudizio con cui la Chiesa met

teva all'indice le sue opere, anzi dopo

 aver distrutti quanti più potè dei libri

 che avevano cagionata la condanna.

 Le fondamenta del nuovo ordine fu

rono da lui gettate al Calvario di Do

modossola nell'alto Novarese, dove con

 alcuni pochi compagni si era ritirato

 nel febbraio dell'anno 1828. Il voto era

 perpetuo, ma non privava imembridel

 diritto di possedere beni propri; sola

mente li sottometteva ad una ammini

strazione comune e li privava del diritto

 di applicarli per volontà propria in fac

ROSMINI

 cia alla coscienza, non già in faccia alle

 leggi civili , per le quali possedevano

 come ogni privato. L'Istituto, come cor

po,nonpossedendo nulla, i suoi membri

 dovevanoesser provveduti diuna rendita

 359

 se questi filosofi si fossero data la briga

 di uscire dalla ristretta cerchia del loro

 per la loro sussistenza personale, la

 quale per i nullatenenti è supplita dal

 superfluo dei loro fratelli. L' Istituto

 era diffuso nel Piemonte, dove aveva

 case a Stresa, a Domodossola e a S.

 Ambrogio di Susa. Qualche casa di ro

veretani fu pure fondata nell'Inghilterra,

 mase abbiano prosperato o no, ignoro.

 Tutto il sistema della filosofia rosmi

niana si fonda sopra unprimo errore, un

 errore fondamentale, distrutto il quale,

 l'intero sistema resta scomposto. Questo

 errore è l'intuizione dell' ente univer

sale, la quale daRosmini cosi si dimo

stra: « Io so d'esistere, io so che esi

stono altri esseri simili a me; so ch'e

sistono de' corpi estesi, larghi, lunghi

 eprofondi. Noncerco ora se questo mio

 sapere m'inganni o no; io intanto so

 tutto questo e cerco disapere come lo

 so. Ora io veggo che non saprei che

 esiste un solo ente, se io non dicessi,

 se non avessi mai detto a me stesso

 che quell'ente esiste. Sapere dunque che

 osiste un ente e dire e pronunciare meco

 stesso che esiste, é il medesimo. Lamia

 cognizione adunque degli entireali non

 è che un' affermazione interna, un giu

dizio. Conosciuto questo, non mi rimane

 che ad analizzare un tale giudizio, ad

 osservarne l'intima costituzione. Quando

 io dico meco stesso che esiste un dato

 ente qualunque particolare e reale, non

 intenderei ciò che dico, se non sapessi

 che cosa è ente, che cosa è entità. La

 notizia dunque dell'entità in universale

 debb'essere in me, e precedere tutti quei

 giudizi, coi quali dico che qualche ente

 particolare e reale esiste ».

 Il frate roveretano supponeva dunque

 che noi abbiamo la conoscenzadegli u

niversali, prima ancora di avere quella

 dei particolari, errore, che, d'altronde ,

 bisogna perdonargli di buon grado, poi

chè è stato comune a molti filosofi. Ma

 subbiettivismo, per esaminare ciò che

 accade nella realtà, si sarebbero presto

 accorti, che prima noi conosciamo le

 cose particolari, e poi ci facciamo l'idea

 değli universali, i quali non sono altro

 che l'astrazione o la generalizzazione

 dei particolari. I selvaggi australiani,

 per quanto ne riferisce il padre Salva

do, hanno voci per dinotare ogni specie

 di albero, ma non hanno una voce per

 esprimere l'idea d'albero in generale;

 hanno voci per indicare i vari animali

 daessi conosciuti, manon per esprimere

 l'animale in genere, ossia la riunione

 dei caratteri comuni a tutti gli animali,

 astrazion fatta delle loro qualità par

ticolari.

 Chi vede per la prima volta un og

getto, ha l'idea particolare di quell'og

getto e non altro; i particolari che gli

 sono propri lo colpiscono per i primi;

 ne apprezza il colore, l'odore, il sapo

re o la forma, che sono i fenomeni,

 nè pensa in alcuna maniera all'essenza

 che assume la forma di quei fenomeni,

 e che costituisce l'idea dell' ente uni

versale, tale come Rosmini l' intende.

 Solamente dopo una serie continua di

 percezioni la mente umana si eleverà

 dal particolare all' universale, ossia a

 quel carattere comune atutti gli esseri,

 che per astrazione si attribuisce ad un

 essere unico non percepito. Ma l'idea

 dell' ente privato delle sue realità feno

menali èuna pura negazione. Percepisco

 il colore , e penso poi a uncorpo senza

 colore; questo secondo concetto non è

 altro che una negazione del primo, e

 quand' anche gli si volesse dare un ca

rattere positivo, sarebbe sucessivo e non

 precedente alla percezione della cosa

 particolare. Pertanto ' affermazione ro

sminiana,che noi abbiamo l'intuizione

 dell'ente in universale, astrazione fatta

 degli enti particolari, vale quanto dire

 che noi abbiamo la conoscenza di nes

suna cosa prima che qualche cosa sia

 stata da noi percepita.

360

 ROUSSEAU

 Posto questo primo errore comeuna

 verità fondamentale del suo sistema,

 Rosmini ha bel giuoco nel confondere

 gli scettici. Data la cognizione della

 prima verità, cioè quella dell' ente in

 astratto, egli risponde all'obbiezione di

 coloro che gli dicevano « a voi pare di

 sapere che cosa sia essere, ma forse

 nol sapete ». E dice: « Il sapere, sem

plicemente che cosa è essere, senza

 aggiungervi alcuna determinazione, e

 il credere di saperlo, è la medesima

 cosa: credere di sapere che cosa è es

sere, e sapere che cosa è essere è sa

pere la verità, perchè l'essere essen

zialmente è... Si consideri bene che

 sapere che cosa è essere, è la semplice

 concezione dell' essere, non è afferma

zione di alcuna cosa sussistente; l' illu

sione adunque che si obbietta non è

 possibile, giacchè non si può favellare

 della illusione della concezione dell'es

sere senza ammettere già questa con

cezione di cui si disputa ».

 Così dunque per Rosmini un' affer

mazione che non riguarda alcuna cosa

 sussistente, provache un enteveramente

 esiste; e il credere che un ente vera

mente esiste, provache esisteveramente.

 Anche volendo passar sopra a queste

 incongruenze, la prova rosminiana si

 ridurrebbe a dire: penso che penso,

 dunquepenso veramente. Può darsi ch'e

gli abbiapensato dipensare; quello che

 per certo non ha pensato, è che ilpen

siero non nasce in noi senza unacausa

 occasionale estérna, e che la percezione

 di questa causa, tale quale ci si mani

festa nelle sue accidentalità, è il primo

 pensiero che noi abbiamo. Se vedo un

 oggetto verde, penso al verde; e se a

 questo pensiero tolgo il concetto di

 verde, che è l' accidentalità, non ho l'i

dea dell' essenza dell'ente, ma sopprimo

 addrittura il pensiero, perocchè il pen

siero non può stare senza l'oggetto

 pensato.

 Quanto alla teologia naturale rosmi

miana nonsi può dire che abbia almeno

 il merito d' esser chiara. Rosmini vuole

 che il principio di causa conduca alla

 conoscenza di Dio; quanto all' esistenza

 dell' anima non cura di dimostrarla,

 parendogli di averne fin troppo bene

 dimostrati i carattari di semplicità e di

 immortalità . Questa dimostrazione è

 davvero così singolare che merita ne

 sia dato un saggio: « La semplicità si

 prova da questo appunto che l'anima

 èun principio unico e immune dallo

 spazio, perchè l'identico principio che

 sente è anche quello che intende: per

chè l'atto del sentire in opposizione

 all'esteso sentito esclude l'estensione

 per lamedesima opposizione; finalmente

 perchè il principio intelligente riceve

 la forma dell'idea, cosa immune affatto

 dallo spazio e dal tempo ». Questa serie

 di pretese dimostrazioni, non sono che

 affermazioni pure e semplici, le quali

 supponendo cio che è inquestione, piut

tosto che servire di dimostrazione a

vrebbero anzi bisogno di essere dimo

strate.

 Dello stesso genere sono le altre

 prove date nella teologia naturale ro

sminiana, sicché inutile sarrebbe qui

 l'accennarle, e più inutile ancora il con

futarle.

 Rubov (Rubovius) nato a Luchow

 nel 1703, morto ad Hannovernel 1774.

 Fu professore di teologia nell'università

 di Gottinga. Divise le opinioni filosofiche

 di Wolf, anzi imprese a mostrare che

 le medesime erano in perfetto accordo

 coi dommi del cristianesimo. Lasciò due

 opere

 Sviluppo delle idee razionali

 di Wolf su Dio-Dissertatio de anima

 brutorum.

 Rousseau(GianGiacomo).Nacque

 a Ginevra il 28giugno 1712daun oro

logiaio. I primi anni della sua giovinezza

 trascorsero in una vita avventurosa e

 assai poco edificante. Fu dapprima po

sto in pensione presso un ministro a

 Bossey, dove imparò il latino, quindi

 collocato come scrivano presso il can

celliere di Ginevra, fu poco appresso ri

mandato siccome inetto. Fece poi il suo

 tirocinio presso un incisore, i cattivi

ROUSSEAU

 trattamenti del quale instillarono nel

l'animo di Rousseau, per quanto ne

 dice egli stesso, l'infingardaggine, la

 menzogna e la tendenza al furto. Con

fessa egli stesso ; ammirava il carat

tere della divinità dell' Evangelo; poi

 aggiungeva >>

 menò in moglie la signorina de Camp

grand dalla quale si separò poi con atto

 di divorzio. Confessa egli stesso che vo

leva usare del matrimonio come di un

 mezzoper studiareiscienziati, e che per

 migliorare l'organizzazione del sistema

 scientifico, gli occorreva di conoscere

 >>

 e la trasforma con uno slancio trascen

dentale nel solo assoluto universale!  Scho

penhauer scrive: l'universo e volontà! Egli

 procura anche didimostrare laverità di

 questo sofisma con degli argomenti empi

rici, e passando attraverso ai regni della

 natura, cerca di persuadere che il vege

tale ha già degli istinti, i quali si tra

sformano in volontà negli animali; che

 gli animali delle classi inferiori, quan

tunque non abbiano ancor la coscienza

 della loro propria volontà, pure per la

 tendenza che hanno a soddisfare i loro

 bisogni accennano già alla volontà di

 vivere, la quale si va viavia sviluppan

do nelle classi superiori. Nella sua sma

nia di scoprire la volontà germogliante

 in ogni dove, il filosofo di Dantzig non

 teme di trovare una nuova formola

 della teoria delle cause finali, poiché

 egli dice che l'organismo si conforma

 alla volontà, che il leone p. e., ha le

 zanne perché vuol lacerare la preda, e

 che l'uccello ha le ali perché vuol vo

lare. S'egli si fosse limitato a dire che

 l'uccello vola perché ha ie ali e che il

 leone squarta la preda perchè ha le

 zanne, sarebbe rimasto nel vero. Avreb

be allora designata una legge e non una

 volontà, giacchè il senso che egli attri

buisce a questa voce è assolutamente

 nuovo, per non dire addrittura contra

rio a quello che essa ha veramente

 nella lingua. Questa pretesa volontà se

parata dai corpi volenti, non è che una

 generalizzazione, è l'astrazione delle vo

lontà particolari, e tanto varrebbe dire

 che esiste una persona generale, indi

pendente da ogni individuo e da ogni

 forma, perchè esistono delle persone

 particolari. Qui Schopenhauer cade nello

 stesso errore dei realisti (v. SCOLASTICA)

 dal quale avrebbe tanto più dovuto

 guardarsi, in quanto egli non si perita di

 accusare Spinoza di usare le parole in

 un senso affatto nuovo, e di chiamar

 Dio l'universo, diritto la forza, volontá

 la determinazione.

 Io ho detto poc'anzi che la filosofia

 di Schopenhauer è un puroidealismo sub

biettivo. Il suo sistema della volontà

 non mi pare fatto per togliermi da

 questa convinzione. Se il mondo non è

 che l' obbiettivazione della volontà, e

 se « la volontà è tutto ciò che costitui

sce il mondo al di fuoridella immagine

 rappresentativa » a parte la poca coe

renza di queste due idee, mi pare che

 niun dubbio possa esistere su questo

 punto. Pure è Schopenhauer stesso quello

 che nega questa conseguenza, e dopo

 aver detto che « il sole ha bisogno di

 occhio che lo veda per illuminare », si

 rappresenta il sole delle epoche geolo

giche, quando la terra era coperta

 da «uno strato uniforme di granito >>

 e così lo fa interrogare : « Perché ti

 dai tu tanta pena di comparire così?

 Non vi è occhio che ti veda nè intel

SCHOPENHAUER

 letto che ti comprenda! E il sole ri

sponde: Ma io sono il sole, e appaio

 perchè io sono: coloro che lo possono

 mi vedano ». Dunque anche il sole esi

ste e illumina senza che occhio vi sia per

 vederlo, senza intelletto ove riflettere la

 sua immagine rappresentativa ! Non ten

terò di conciliare Schopenhauer con se

 393

 a dire che essa non può formarsi spon

taneamente, nè aver fine; il quantum

 di sostanza che si trova nel mondo non

 stesso. Nessuno, per quanto io sappia,

 l'ha fatto. Vi sono de filosofi tedeschi

 che bisogna ammirare ma non discute

re, e i più fanno così solo perchè ciò

 fa comodo al loro pigro intelletto.

 Se si riduce al suo vero valore la

 contraddizionediSchopenhauer,interpre

tandola nel modo il più benigno, biso

gnerebbe credere ch' egli abbia voluto

 stabilire, che senza intelletto non vi può

 essere immagine rappresentativa e che

 per noi l' immagine rappresentativa è

 tutto quanto conosciamo del mondo. Ma

 codesta è una verità così banale che

 nessun filosofo ha creduto di stabi

lırla, appunto perché la sua evidenza è

 tale che anessuno é mai venuto in mente

 di negarla.

 Schopenhauer, volente o nolente, idea

lista, combatte acerbamente Fichte, per

ché le conseguenze del suo sistema con

ducono a negare la realtà dell' ob

biettivo; con la stessa coerenza com

batte i materialisti, ch'egli accusa di

 fondarsi sopra una enorme petizione di

 principio, prendendo l'oggetto dellafilo

sofia per base di essa,mentre senza laco

noscenza che il materialismo fa derivare

 dalla materia, noi non avremmo alcuna

 cognizione, neppur quella della materia,

 che è il puntodi partenzadelmateriali

smo. Così lanciata, come il solito, la sua

 accusa, forse per avere l'aria di costruire

 una filosofia tutt'affatto indipendente, egli

 prende senza scrupolo iprincipii fonda

mentali del materialismo, al quale natu

ralmente si crede dispensato di dirigere

 qualsiasi ringraziamento. In conseguenza

 egli dichiara che la materia è imperi

tura, e contro Hegel dice che « negare

 questo fatto vale rinunciare al buon

 senso. La sostanza persiste sempre, vale

 può dunque nè aumentare nè diminui

re ». Più innanzi Schopenhauer designa

 la materia come assoluta, la dice su

scettibile di pensare, « se la materia

 può cadere perla gravitazione, essa può

 anche pensare ». Come poiqueste affer

mazioni si accordino col suo sistemafi

losofico, egli non cura di dircelo.

 Nelle scienze positive tanti e tanti

 sonogli errori di Schopenhauer, che rie

sce difficile accreditar fede al suo si

stema, vedendo quanto poco sia adden

tro nell'arte di osservare. La storia della

 terra per lui non è altro che una ob

biettivazione sensibilmente ascendente

 della volontà; suppone che l'uomo fu

 dalla natura creato erbivoro; tira in

 campo come cosa positiva quella forsa

 vitale, che fu oramai abbandonata da

 tutti i fisiologi. Tutte le favole più inve

rosimili spacciate dai ciarlatani sul ma

gnetismo animale, sulla chiaroveggenza,

 sulla apparizione degli spiriti trovano

 in lui uno strenuo difensore; egli le

 inquadra nel suo sistema come tante

 prove empiriche della, obbiettivazione

 della volontà. Egli considera natural

mente tutti i contradditori del magne

tismo animale come tanti ignoranti, e

 dice che la scienza mesmerica è la più

 istruttiva di tutte le scoperte. Dicesi

 che il suo entusiasmo per imagnetizza

tori, ha dato luogo a delle scene co

miche, nell'occasione in cui i medici di

 Francoforte si erano incaricati di sma

scherare il famoso Regazzoni, magne

tizzatore italiano.

 Nel 1836 Schopenhauer pubblicò uno

 scritto sulla Volontà nella natura, nel

 quale procurò di dimostrare che le ul

time scoperte della scienza hanno pie

namente confermata la sua filosofia.

 Non occorre dire che la maggior parte

 delle scoperte a cui egli allude, o non

 hanno alcun rapporto colle sue idee, o

 appartengono al novero di quelle ora

 accennate.

394

 SCIENZA

 Scienza. Conoscenza ordinata e

 metodica delle cose e dei fenomeni.

 Tutte le scienze degli antichi erano

 comprese nella filosofia, sicchè filosofo

 suonava allora amico della scienza, co

Jui che la insegnava e che la faceva

 avanzare colle sue scoperte. Erano i

 filosofi greci che insegnavano l' astro

nomia, la geologia, la musica, e la ma

tematica, e per lungo tempo tutta la

 medicina fu campo aperto alle dispute

 filosofiche, per le quali l'arte di gua

rire si deduceva da principii generali

 e astratti, piuttosto che dalla osserva

zione e dalla esperienza.

 sotto quei reali rapporti d' unità che a

 noi è dato conoscere, si può dire sa

piente. I sapienti sono assai più rari di

 quello che nella comune si crede; in

vece la scienza appartiene a molti ».

 Questa distinzione é così poco chiara,

 che Tommaseo nella stessa pagina, con

 assai poca coerenza, lacontraddice « La

 scienza conosce; la sapienza conosce,

 contempla, opera ed ama. La sapienza

 comprende la teoria e la pratica; la

 scienza la sola teoria ». Dunque la sa

pienza comprende la scienza e qualche

 cosa più. Ma poco dopo lo stesso au

tore aggiunge: « Senza molta scienza

 La scienza si distingue dall'arte per può l'uomo essere sapiente. C'è una

 questo solo, che la prima conosce e sapienza pratica che fa a meno della

 scopre, la seconda eseguisce. La pittu- scienza e n' ha gli ultimi frutti ». Non

 ra, la scultura e lamusica sono arti in è questa la sola volta che Tommaseo

 quanto traducono in atto la rappresen- si contraddice nel suo dizionario. Cote

tazione delle forme e dei suoni. Per lo sta smania di sottili distinzioni, utile

 stesso motivo è arte la poesia, lo stu- forse ai grammatici, è perniciosissima

 dio delle lingue e la rettorica ; ma lo ai filosofi, i quali piú che all'apparenza

 studio teorico della combinazione dei devono badare alla sostanza delle cose.

 colori e della produzione dei suoni, co- E finchè i grammatici non si saranno

 stituiscono l'ottica e l'acustica, che sono ben intesi per dare un chiaro senso

 scienze, com' è scienza la filologia, che alle parole, i filosofi che correranno

 si occupa della origine e della deriva-| sulle tracce delle loro affettate distin

zione delle lingue. La scienza dunque

 1

 studia, scopre e stabilisce le regole che

 sono applicate dall'arte.

 La necessità di ordinare la varietà

 delle nostre cognizioni, ha resa neces

saria la divisione della scienza in vari

 rami, a ciascuno dei quali venne pure

 dato il nome di scienza. Le principali

 di queste divisioni costituiscono lescien

ze astratte o speculative, come la filo

sofia, la logica e la matematica;le

 scienze sperimentali tali che la fisica,

 la chimica, la medicina; le scienze d'os

servazione, come l'astronomia e la sto

ria naturale; e le scienze morali e po

litiche, come l' economia pubblica, la

 politica, la giurisprudenza ecc.

 Niccolò Tommaseosull'esempiodalBal

dini, nel Dizionario dei sinonimi, di

stingue la scienza dalla sapienza, qua

sichè vi possa essere sapere senza scien

za eviceversa.« Chi, dice, vede il creato

 zioni crederanno di discutere sulla na

tura di cose differenti, laddove in fondo

 non vi sarà che distinzione di parole.

 Nei passi ora citati, N. Tommaseo

 pone la sapienza umanacome conoscen

za sinteticadel creato ; rari perciò sono i

 sapienti, e molti i scienziati. Non solo

 dice che la sapienza comprende la teo

ria, ma anche la pratica; e giunge in

fine alla conclusione che senza molta

 scienza si può essere sapienti! Non era

 meglio dire che cotesta sorta di sa

pienza non è che una affettazione, una

 vana ostentazione? Si dicevano sapienti

 coloro che dettavano facili sentenze e

 luoghi comuni ; e i proverbi diconsi an

cora la sapienza delle nazioni. Ma essa

 è la sapienza dei pregiudizi correnti ; e

 a questa conoscenza veramente con

 poca scienza, si adatta così bene il

 nome di sapienza quanto quello di me

dico conviene al ciarlatano che corre i

 villaggi e le città.

SCOLASTICA

 Scisma. Voce greca che vale di

stacco, separazione. Indica la separa

zione dalla Chiesa cattolicadi una parte

 dei suoi membri, per costituirsi in una

 comunione separata.

 La Chiesa cattolica commina la

 395

 sofia. La scolastica è filosofia religiosa;

 qualche volta un po'eretica, ma non mai

 incredula. Tutte le questioni teologiche

 sono state da essa discusse, e però non

 dobbiamo meravigliarci se tra coloro

 che la coltivarono noi troviamo dei teo

scomunica contro i scismatici; ma le

 comunioni riformate, costrettevi dalla

 stessa libertá di interpretazione della

 Bibbia, che esse accordano ai fedeli,

 sono obbligate a proclamare che ladi

versità delle opinioni non costituisce un

 peccato, e che le molte comunioni

 sistenti nella religione riformata, sono

 una conseguenza della libertà che ha

 ogni uomo d' intendere a suo modo la

 parola di Dio.

 e

Io non voglio qui esaminare la stra

nezza di questa dottrina, la quale sup

pone che Dio si sia rivelato al mondo

 in tal maniera da farsi intendere da

 tutti gli uomini diversamente. Accettia

mo questa libertà d'interpretazione per i

 benefizi che essa ha portato alla libertà

 del pensiero, senza preoccuparci del

 poco logico fondamento su cui si fonda.

 Ma i cattolici che hanno un grande in

teresse nel conservare l'unità della

 Chiesa, hanno ben trovato nella Scrit

tura molti passi che fanno al caso loro.

 Essi hanno citato S. Paolo, il quale

 biasima qualunque sorta di divisioni, e

 sostiene che le eresie sono necessarie

 per mostrare quali sono di buona lega

 (I. Cor. 10, 11, 12, XI, 16, 19). L'uomo

 eretico, dice ancora S. Paolo, dopo la

 prima e la seconda correzione sia sfug

gito ( Tito III, 10). Giovanni, vuole che

 gli si ricusi perfino il saluto (II Giov.

 V. 10).

 Scolastica. Cousin, nel Corso

 della storia della filosofia dell'anno 1827,

 definiva la Scolastica l'applicazione

 della filosofia, come semplice forma, a

 servizio della fede. Questa definizione

 non è sempre vera, sebbene sia vero

 che tutti gli scolastici appartenessero

 alla filosofia cattolica e si allontanas

sero qualche volta dall' ortodossia solo

 per certe accidentalità della loro filo

logi, dei monaci e dei vescovi, e non

 mai de'veri filosofi. La scolastica è una

 lotta intestina combattuta nel seno

 stesso della Chiesa, da uomini profon

damente credenti, tuttochè qualche volta

 nel calore della disputa i loro argo

menti sembrino piuttosto adatti a dar

 ragione agli increduli. Di questa lotta

 nella quale combatterono vari teologi

 il cui nome è taciuto in questo dizio

nario, mi par conveniente dare un sag

gio alquanto diffuso, al quale scopo mi

 giova qui compendiare le varie notizie

 su questo argomento raccolte e pubbli

cate da Bartolomeo Haureau. Egli esor

disce col dire che la definizione di

 Cousin non è nè chiara nè esatta.

 Quanti, di fatto, tra i filosofi detti sco

lastici furono dall' autorità richiamati

 al dovere! E se qualche paziente e sa

gace inquisitore volesse di presente to

gliere a censurare, dal lato della dot

trina, tra questi filosofi, quelli il cui

 nome fu onorato e santificato anche

 dalla Chiesa, quanti troverebbe non e

senti da sospetto d' eresia! La defini

zione di Cousin potrebbe pertanto es

sere così modificata: La scolastica è

 l'applicazione della filosofia alla discus

sione dei dommi della fede.

 Maanche così emendata la definizione

 non troppo soddisfa il sig. Haureau: pe

rocchè, dic'egli, lascolastica ha principio

 aduncerto tempo, e sebbene non siano

 concordi le opinioni degli storici intorno

 a questo tempo, tuttavia ne sono ormai

 convenuti i limiti, e questi non permet

tono di accettare la definizione di Cou

sin, neppure così emendata. Pare a lui

 che i padri e gli scolastici abbiano tutti

 fatta entrare la filosofia nell' analisi e

 nella discussione della fede . Conse

guenza per verità un po'esagerata, im

perocchè laddove la fede è sovrana e

306

 SCOLASTICA

 impone ossequio alla ragione, la filoso

fia vanamente dibattesi tra le distrette

 di principii già accettati e dichiarati

 inviolabili. Per essere giusti si dovrà

 dunque dire che la definizione di Cou

sin, se non è sempre vera, è però in

 gran parte vera.

 Secondo il sig. Haureau, la scola

stica non può essere definita, poichè

 essa non è una scienza distinta dalle

 altre scienze, e nemmeno è, a parlare

 esattamente, una forma particolare della

 filosofia, ma propriamente la filosofia

 di una cert'epoca, che ha e deve avere

 il carattere tutto teologico di quel tem

po. Che se nondimeno vuolsi che, at

tenendoci a quanto il rigore del metodo

 richiede, non passiamo oltre senza aver

 prima determinato l'oggetto di questo

 articolo, diremo, la storia della Scola

stica essere quella delle diverse dot

trine professate nelle scuole del medio

 evo, dall' istituzione di queste fino a

 quando fu ad esse tolta l' istruzione

 prima e la direzione delle menti.

 Ma quando furono le scuole insti

tuite? Tutti gli storici monumenti ne

 attribuiscono a Carlo Magno l' onore,

 epperò il signor Haureau fa da lui in

comincirre il primo periodo della sco

lastica, il qual finisce col secolo XI,

 cioè da Alcuino a Berengario. Comin

cia con questi due il secondo periodo.

 Il più illustre campione di questo pe

riodo è Giovanni Scoto. Egli conosceva

 il greco e l'ebraico, corresse la Volga

ta, e tradusse il libro dei Nomi divini,

 attribuito a San Dionigi areopagita,

 sopra un manoscritto mandato da Mi

chele Balbo a Luigi il Pio. Era inol

tre, se crediamo al signor Haureau, li

bero pensatore, tanto che nel principio

 della sua opera principale così si espri

me aproposito della Tradizione: « L'au

 Prende ad esempio il battesi

mo. Nelle cerimonie di esso il tatto, la

 vista ed il gusto dandosi mano a vicen

da accertano la presenza dell'acqua: la

 ragione va più oltre, ed arriva a cono

scere le naturali proprietà e l'essenza

 della medesima, non che le parti che

 la compongono; ma non è dal battesi

mo sollevata fino a comprendere il mi

stero della salvazione ; la ragione è in

feriore alla fede, come ad essa sono

 inferiori i sensi. Aldemanno non fu il

 solo oppositore; ma ebbe anche Beren

gario i suoi discepoli, tra cui Ildeberto

 di Lavardino , arcivescovo di Tours.

 Egli vorrebbe rilevare la ragione; ma

 come farlo senza offendere la fede? Que

sta difficoltà non fu punto da Ildeberto

 risoluta. Berengario, distinguendo varie

 maniere di certezza, ammetteva tanto

 le credenze della fede, quanto quelle

 della ragione ; ma non voleva che ve

398

 SCOLASTICA

 nissero confuse, siccome insegnava la

 Chiesa. Ildeberto ammette sì le distin

zioni del maestro, ma dimostreremo che

 il pio arcivescovo di Tours, chiamato

 dai contemporanei colonna della Chiesa,

 s'accosta all'eresia più che non si crede.

 Apriamo il Trattato di teologia, e vi

 troveremo sul bel principio questa defi

nizione per lo meno ardita: « La fede

 è la certezza volontaria delle cose as

senti ; essa è superiore all' opinione ed

 inferiore alla scienza ».

  egli dice « deve sotto

> Fin quì il filosofo

 è unicamente idealista, mava più innanzi

  loro dice

 >>

 Questi due frammenti contengono

 intera la dottrina nominalistica. Rosce

lino ne trasse alcune conseguenze teo

logiche, ed a malgrado del rispetto che

 la fede imponeva pei misteri, osò, con

 iscandalo della Chiesa, sottomettere il

 Mistero della Trinità al criterio della

 ragione, argomentando in questo modo:

 Giusta le premesse, la cosa, come

 «

 cosa, non è altro che una e non ha

 parte; soltanto l'unità è reale. In pari

 modo, Dio, come Dio, non è altro che

 Dio, non il Padre, il Figlio e lo Spirito

 Santo ». Faceva pertanto questo dilem

ma:

 O la Chiesa, d'accordo con Sa

bellio, deve nella Trinità ammettere tre

 Dei separati, distinti, individui, come

 sono tre angeli, tre spiriti; o non po

trà attribuire la realtà e la sostanza

 che a un solo Dio, chiamato con tre

 nomi, ma senzadistinzione di persone ».

 Contro Roscelino si elevò Guglielmo di

 Champeaux il quale insegnava a Parigi,

 nella scuola del chiostro. Bayle accusa

 di spinozismo la dottrina di lui; nè

 priva di fondamento è quest' accusa, la

 quale, del resto, è diretta contro tutta

 la scuola realistica. Insegnava egli che

 il genere è essenzialmente, integral

mente e simultaneamente identico in

 tutti gl'individui, e che gl' individui sono

 fralorodistintinon peraltro che persem

plici accidenti, ed argomentava in cosi

 fattomodo: « L'umanità è unacosa essen

zialmente una, che non possiede daper

 sè, ma riceve d' altronde certe forme

 che fanno Socrate. Questa cosa, re

stando essenzialmente la medesima ri

ceve del pari altre forme che fanno

 Platone e gli altri individui dell'umana

 specie; ed eccettuate le forme che si

400

 SCOLASTICA

 applicano a questa materia per pro

durre Socrate, nulla è in Socrate che

 non sia ad un tempo in Platone, ma

 sotto le forme di Platone ».

 Questo teologo apparteneva, come si

 vede, alla scuola del più aperto reali

smo. Egli non riconosceva altra esistenza

 che gli universali: le cose particolari

 sono accidenti o fenomeni. In questo

 modo il realismo volendo da una parte

 evitare lo scetticismo dei nominalisti, ri

cadeva dall'altra nel panteismo. Gugliel

mo di Champeaux doveva trovare un

 terribile oppositore nel giovane Abe

l' universale esista, ma che la mente

 chiama universale ciò che esiste di si

milare inciascunindividuo (v. ABELARDO).

 Così si ebbe il concettualismo, scuola

 che in sostanza non mipare diversa da

 quella dei nominalisti.

 Tra le scuole a cui ha dato origine

 il concettualismo di Abelardo, vuol es

sere ricordata quella dei Cornificiani, di

 cui Giovanni di Salisbury lasciò un qua

dro sì poco favorevole. I Cornificiani,

 partecipando ad un tempo dei realisti e

 dei nominalisti, riducevano tutte le dot

trine e tutte le idee a semplici formole:

 queste formole, ne cercavano le con

traddizioni. Questo metodo doveva age

volmente guidare al più universale scet

ticismo ; e Giovanni di Salisbury rac

lardo (di Palais nella Bretagna), il più ❘ quindi ponendo a confronto tra loro

 illustre discepolo di Roscelino. All' ar

gomentazione realistica egli risponde

va: « Se così è, chi potrà negare che

 Socrate sia ad un tempo stesso in Roma

 ed in Atene? Difatto dove è Socrate,

 trovasi altresì l'uomo universale che ha

 vestito nella sua intierezza la forma

 della sua socratità. Perocche tutto ciò

 che comprende l' universale, lo ritiene

 nella sua totalità. Se pertanto l'univer

sale, che è affetto per intiero della so

cratità, trovasi in Roma nel tempo stesso

 tutt' intiero in Platone, egli è impossi

bile che nel tempo stesso e nel mede

simo luogo non si trovi la socratità che

 è nell'uomo; là è Socrate, poichè Socrate

 è l' uomo socratico. Chiunque ragioni,

 conta che la più parte dei Cornificiani

 ne diedero non dubbia prova, rinun

ciando per disperazione allo studio della

 filosofia, quali per chiudersi nei chio

stri, quali per darsi alla medicina.

 Dopo Abelardo la scolastica ricade

 in un aperto misticismo. San Vittore e

 Ugone mostrano pari disprezzo per la

 ragione, e l'uno vanta i meriti dell'intui

zione, ' altro quelli della contempla

zione.

 Alano Magno delle Isole (Yssel o

 Rupel) dimostrò con vigoroso raziocinio

 nonhacome rispondere a ciò ».

 Ache tende Abelardo? A provare

 che l'universale è, non una cosa, ma

 un'idea, una parola; che se l'universale

 fosse alcuna cosa, questa siccome uni

versale od assoluta sarebbe necessaria

mente contenuta per intero in ciascun

 individuo, il che è assurdo. Aggiunge :

 >

 dicono gli autori del Compendio ad uso

 del collegio di Juilly  una naturale inclinazione, che è come

 « un' incoazione di questa virtù, la qual

 ; che « Iddio è una

 sfera impassibile ». Diogene Laerzio gli

 fa dire che « l'essenza di Dio è sferica>>>

 e Teodoreto che « il tutto è uno; è

 sferico » . Lo stesso dice Aristotile

 quando assicura che secondo Senofonte

 >

 convennero che in certi animali infe

riori la sede della sensibilitàrisiede nel

 midollo allungato,laquale,secondo Loriy,

 Desmoulins, Gerdy, J. Muller ecc. è

 anche la « sorgente del movimento ».

 Gerdy appoggiandosi ai suoi propri e

sperimenti riconosce che l'ablazione del

 cervello pone l'animale in uno stato di

 sonnolenza, senza però distruggere ogni

 manifestazione della percezione e della

 volontà, giacchè se l'animale è viva

mente irritato fa degli sforzi per sfug

gire al dolore. Poichè la facoltà di per

cepire e la volontà sono rese ottuse

 per l'asportazione dei lobi cerebrali, il

 cervello, dice questo autore, serve dun

que a tali funzioni: ma poiché esse con

tinuano ancora dopo la recisione, biso

gna dire che non sia solo a produrle.

 Il suo completamento non sarebbe già

 il cervelletto, l'ablazione del quale par

 che ecciti l' animale piuttosto che stor

dirlo, ma a giudizio di Gerdy, la per

cezione e la volontà avrebbero sede nel

 cervello e nella protuberanza.

 Aquesta supposizione F. A. Longet

 presta tutto l'appoggio della sua espe

rienza. Allorchè, dic'egli, viene mutilata

 la massa encefalica di un coniglio o di

 un giovane cane, fino al punto di non

 lasciare nella cavità del cranio altro che

 la protuberanza e il bulbo, questi ani

mali, quantunque sembrino immersi in

 un coma profondo, sotto l' influenza di

 vive irritazioni esterne, potranno ancora

 mandare dei gemiti, ed agitarsi violen

temente; ma quando vien lesa abba

stanza profondamente la protuberanza

 anulare, subito i gemiti e l' agitazione

 cessano, e più non resta che un ani

male nel quale la circolazione, la re

spirazione e le altre funzioni nutritive

 continuano momentaneamente.

 Fu domandato se senza la parteci

pazione dei lobi cerebrali può realmente

 esistere sensazione di dolore. lo chiamo

 l' attenzione del lettore sulla risposta

 che il signor Longet, fisiologo certo

410

 SENSAZIONE

 non materialista, e per conseguenza

 non sospetto di parzialità per la nostra

 filosofia, ha creduto di dover dare a

 questa domanda. 

 ( Anatomie descriptive t . I ). Savart

 avendo osservato che la sabbia posta | degli ossicini! Chi pretendeva che il

 sopra una membrana vibrante saltava

 tanto più alto quanto meno la membrana

 era tesa, ha concluso, contrariamente a

 Bichat, che è la tensione e non già il

 solo martello picchiasse, chi tutti insie

rilassamento della membrana che di

minuisce la sua facoltà conduttrice. Que

sta opinione, non è generalmente accet

tata; e Longet, p. e, crede che l'a

zione del muscolo sia quella di OV

viare semplicemente alle variazioni di

 tensione che può presentare la mem

brana, impedendo specialmenteche essa

 si rilassi completemente.

 La cavità del timpano è attraversata

 da una catena di ossicini articolati fra

 loro in guisa da formare una leva an

golare, una estremità della quale è at

taccata alla membrana del timpano, e

 l'altra a quella della finestra ovale.

 Questi ossicini sono in numero di quat

tro: il martello, l'incudine, l'orbicolare

 e la staffa. Non si è ancora ben potuto

 spiegare quale utilità essi rechino nella

 funzione dell'udito. Certo essi trasmet

tono le vibrazioni dell'orecchio medio al

me, e chi voleva non avessero azione

 sulla trasmissione del suono. Del pari,

 cosa non si è detto della tromba di

 Eustachio , canale che mette in co

municazione la fossa nasale colla pa

rete interna della cassa del timpano!

 Non si accontentarono della supposi

zione probabile ch' essa fosse data per

 la rinnovazione dell'aria contenuta nella

 cassa, ma vollero alcuni ch'essa servisse

 anche all'animale per udire la sua pro

pria voce !

 Dalle finestre ovale e rotonda, chiuse

 ,

 da membrane vibratili le vibrazioni

 sonore sono trasmesse all' orecchio in

terno, al vestibula, e alla linfa del co

tugno, che riempie tutto il labirinto ; il

 quale nella parte anteriore è occupato

 dalla chiocciola e nella posteriore dai

 ' orecchio interno attraverso alla fine

stra ovale ; male vibrazioni della cassa

 timpanica non avrebbero forse egual

mente potuto trasmettersi col mezzo

 dell' aria contenuta nella cassa, come.

 ciò avviene per la viadella finestra ro

tonda? Il meccanismo dell' orecchio in

contra ad ogni passo serie difficoltà, e

 i fautori delle cause finali non man

carono di ricercare in ogni organo uno

 scopo dato dal creatore alla sua fun

zione. Boërhaave non ha forsedetto che

 il padiglione esterno dell' orecchio pre

senta delle curve disposte geometrica

mente ed in modo da riflettere nel con

canali semicircolari. Ma queste tre parti,

 vestibolo, canali semicircolari e chioc

ciola, non sono la porzione essenziale

 dell'organo, solo costituiscono la cavità

 ossea nella quale risiedeuna membrana,

 alla quale fanno capo gli ultimi filetti

 del nervo acustico, incaricato di por

tare le sensazioni sonore all' encefalo.

 Il signor Adelon ha giustamente os

servato che tutto questo apparecchio

 non serve infine che a trasmettere le

 vibrazioni sonore al nervo conduttore

 naturale del suono, e che in conse

guenza il suono può pervenirci altri

menti che per questa trafila, cioè col

l' intermedio delle ossa del cranio, ma

 soltanto quando il corpo sonoro è posto

 a contatto immediato con esse. Il ru

more di un orologio é inteso, benchè

 gli orecchi siano turati, quando ' oro

SENSAZIONE

 421

 logio è tenuto fra i denti. Ingrassias | più debole,sia tale, non perchè lontano,

 cita l'osservazione di uno spagnuolo, il

 quale, divenuto sordo per l'ostruzione

 del condotto uditivo esterno, sentiva il

 suono di una chitarra ponendone il

 manico fra'denti, oppure mettendo nella

 ma perchè più debole veramente. Pos-

siamo noi dire qual sia la distanza del

 rombo del cannone, se non sappiamo

 innanzi tutto da qual sorta di cannoni

 nasce quel rumore. Possono darsi can

sua bocca l'estremità d'una bacchetta

 mentre coll' altra estremità toccava lo

 strumento. Questi fatti non ci avver

tono, come ben diceva Blainville, che

 I udito non è altro, infine, che una

 specie di tatto? Molti animali che sono

 privi di quel senso, distinguono nondi

meno le vibrazioni dei corpi sonori per

 la sola impressione che esse producono

 sulla loro pelle. Noi stessi riusciamo a

 sentire queste impressioni nei forti ru

mori; cosa la quale può farcicompren

dere facilmente, che quel fenomeno il

 quale è suono nel nervo acustico, fuori

 di esso non è che movimento. Berkeley

 e la scuola sensualista hanno perciò

 avuto ragione di dire che le sensazioni

 sono dentro di noi piuttosto che fuori

 di noi, tanto poca relazione ha il movi

mento con l' idea che noi abbiamo del

 suono, che forza è concludere essere il

 suono una pura modificazione del nervo

 acustico al quale si comunicano le vi

brazioni.

 Fu detto che il senso dell'udito po

teva esso solo farci conoscere le di

stanze, poichè noi sappiamo giudicare

 se un corpo sonoro è più o meno vi

cino a noi. Ma questa è una induzione

 erronea, poichè noi riesciamo a giudi

care la distanza della sorgente da cui

 partono i suoni solamente quando trat

tasi di suoni noti. In questi casi noi

 abbiamo già veduto l'istrumento o il

 corpo da cui parte il suono, e l' espe

rienza ci ha già avvertiti di quanto di

minuiscono questi suoni per rapporto

 alla lontananza. E poichè sappiamo che

 tutti i suoni diminuiscono colla lonta

nanza noi crediamo lontani tutti i suoni

 deboli, col qual giudizio cadiamo molte

 volte in errore. Ad esempio, dall'inten

sità del tuono molti ne giudicano la lon

tananza; pure può avvenire che un tuono

 noni di gran portata il cui rombo si

 faccia sentire distintamente a distanza

 maggiore di quella che basterebbe a

 rendere impercettibile la scarica di can

noni di portata minore. Dunque la va

lutazione delle distanze col mezzo degli

 orecchi suppone una esperienza combi

nata con un altro senso. Senza questa

 esperienza, noi non avremmo alcuna

 ragione di dire che i suoni deboli sono

 più lontani dei suoni forti, giacchè vi

 sono dei suoni forti che succedono a

 distanza maggiore di quelli che ci sem

brano deboli. Nè meglio riescirebbe

 l'orecchio solo a giudicare la direzione

 delle onde sonore. É vero che portando

 l'orecchio nella direzione delle onde so

nore la sensazione si accresce , ma

 perchè mai l'orecchio giudicherebbe

 che quell' accrescimento sia lo stesso

 suono percepito più distintamente, an

zichè un altro suono più forte ? Se gli

 occhi od il tatto non ci avessero mai

 avvertiti che lo stesso suono si indebo

lisce o si rinforza secondo che l'orec

chio è più o men bene posto nella di

rezione della sorgente da cui partono

 le onde sonore, certo l'udito solo non

 ci avrebbe mai potuto istruire di que

sto fatto.

 Il senso dell' odorato non è più di

stinto di quello dell'udito, sebbene per

cepisca delle impressioni che sono im

percettibili a tutti gli altri sensi. In

torno alla natura degli odori, fisici e

 fisiologi sono ancora divisi in due o

pinioni; quella dell'emanazione, e quella

 della vibrazione. Coloro i quali adot

tano la prima opinione suppongono che

 dai corpi odorosi emanino delle parti

celle tenuissime ed imponderabili le quali

 penetrando nel nostro organo produ

cono, mediante il contatto, la sensa

zione dell' odorato. L'altra opinione

422

 SENSAZIONE

 applica eziandio agli odori quella

 legge di vibrazione che abbiamo attri

buita alla luce e al suono. Secondo

 questa ipotesi i corpi odorosi, come i

 luminosi ed i sonori, avrebbero una spe

ciale maniera di vibrazione, la quale

 comunicandosi al mezzo ambientę, ir

raggerebbe tutt'intorno trasmettendo le

 onde odorose fino a noi. Gli emanatisti

 sostengono la loro opinione mostrando

 che i corpi più odorosi sono quelli che

 più facilmente si volatizzano; ma ri

spondono gli avversari che questa vo

latizzazione, se getta nell'atmosfera una

 parte del corpo odoroso, deve natural

mente rendere anche più facile la per

cezione dell' odore, in grazia dei molti

 centri di vibrazione che si stabiliscono

 intorno a noi; che per questa ragione

 1

 molte essenze diventano più odorose

 quando si volatizzano, mentre se si fiu

tano nelle boccette producono una assai

 minore impressione sull'organo olfatto

rio . Aggiungono che certe sostanze,

 come il muschio e l'ambra grigia, dopo

 avere eccitate per parecchi anni le no

stre impressioni olfattive, se sono pesate

 anche colle più perfette bilancie, non si

 trova che abbiano diminuito di peso.

 Ma contro queste dimostrazioni si ri

sponde che i nostri sensi sono assai

 più sensibili delle nostre bilancie e che

 l'ipotesi di un movimento vibratorio non

 si accorda nè col trasporto degli odori

 a distanze sovente enormi, nè con certe

 condizioni della sensazione olfattiva ,

 come sarebbe la necessità di una cor

rente d'aria per mettere l'apparecchio

 dell'olfatto in rapporto col suo eccitante

 naturale.

 Comunque sia, o corpuscoli o vibra

zioni, il contatto o il movimento, per

 essere percepito, deve essere comunicato

 alla membrana olfattiva o pituitaria

 onde sono rivestite le fosse nasali ;

 cavità ossea che si trova sotto alla fronte

 e che corrisponde alla parte superioredel

 naso. Questamembrana del genere delle

 mucose, nella partesuperiore e media è

 intersecata da una quarantina di filetti

 nervosi, i quali, dopo avere attraversato

 i fori che crivellano la lamina dell'osso

 etmoidale, riunisconsinel nervo olfattorio

 incaricato di portare le sensazioni odo

rose al cervello.

 I soliti fisiologi teleologi non hanno

 mancato di ricercare nell'organo dell'o

dorato quella perfezione che essi tro

vano sempre in tutte lecose (v. CAUSE

 FINALI). Dissero in prima che l' organo

 dell'odorato, per la sua stretta relazione

 coll'organo del gusto, ci era stato dato

 per avvertirci della bontà delle materie

 che ci prepariamo ad ingestire. Ma fu

 osservato che nell' uomo l'odorato è il

 senso meno perfetto di tutti gli altri, e

 che sotto questo rapporto egli è meno

 favorito di molti animali. Il nervo ol

fattorio dell' uomo è, in proporzione,

 molto piccolo; il ganglio olfattorio è

 molto gracile, e il signor de Blanville

 lo dice addrittura rudimentario. Poco

 estese sono le fosse nasali, ed il naso

 esterno non è così ben disposto per ri

cevere gli odori come il muso del cane,

 il grugno del porco o la proboscide

 dell'elefante. I nervi che lo dovrebbero

 muovere sono poco sviluppati, quasi

 come quelli delle orecchie, che sono

 nell' uomo affatto immobili ; e la mem

brana olfattoria presenta poca superfi

cie in confronto di quei giri doppi e

 tripli che offrono i cornetti del cane.

 Perciò nell' uomo gli avvertimenti del

l'odorato sono poco sicuri; non gli sve

lano la presenza di molti gas la cui

 respirazione è funesta, e gli fanno in

vece incontrare un odore spiacevole nei

 buoni alimenti e un gradevole odore in

 molti veleni.

 La speciale disposizione dell' organo

 è quella che determina la natura degli

 odori, che ce li rende grati o sgrade

voli indipendentemente dalla loro qua

lità intrinseca. Ciò che è odoroso per

 un animale può essere inodoro per un

 altro e ciò che piace ad una specie può

 spiacere ad un'altra. Certe persone, dice

 il signor Adelon, amano gli odori che

 altri sfuggono; Luigi XIV, per esempio,

SENSAZIONE

 gradiva gli odori virosi ; i Persiani qua

lificavano col titolo di cibo degli Dei

 l'assa-fetida, che noi indichiamo col vo

cabolo di stercus diaboli.

 423

 scellare superiore e dal ganglio sfeno

Si è detto che gli odori gradevoli

 hanno una diretta influenza sugli or

gani genitali, ed è un fatto ch'essi c'in

nebbriano e ci dispongono all'amore. Ma

 èpur vero, come osserva il professore

 Longet, che vi sono degli uomini i quali

 nell'influenza esercitata dall'odore della

 vulva sulla pituitaria, trovano lo sti

molo a disposizioni erotiche; come l'o

dore dell' uomo eccita in alcune donne

 ardenti il bisogno del piacere. L'imma

ginazione coopera certamente a pro

durre in alcuni questo singolare feno

meno. Manegli animali questa influenza

 delle impressioni olfattive è ancor più

 pronunciata, poichè gli organi sessuali

 delle femmine di molte specie,all'epoca

 del rut sviluppano un odore forte e

 speciale, le cui esalazioni sembrano at

tirare i maschi sulle loro peste.

 Per la natura dell'organo che loper

cepisce, il gusto è il senso che piú di

 tutti gli altri si avvicina al tatto. Per

 svilupparsi esso ha bisogno del contatto

 di un corpo estraneo, e questo contatto

 deve operarsi in una maniera perfetta,

 cioè colla dissoluzione delle parti sapide

 entro gli umori secretati dalla bocca.

 La sensazione del gusto, per comune

 consenso, si esercita dalle papille che

 si trovano sulla membrana mucosa della

 lingua, principalmente formate dalle fi

nali estremità dei nervi, la cui tenuità

 però è tale, che difficile è il vedere

 com'essi vi si dispongano. Per la stessa

 ragione difficile è il sapere quale dei

 nervi che mettono alla lingua sia quello

 chepresiede allaloro formazione e quale

 meriti perciò di essere detto il nervo

 del gusto. Vi sono state e vi sono tut

tavia delle controversie su questo pro

posito, giacchè molti nervi distribui

sconsi nella lingua, e sono: il nervo lin

guale, del quinto paio, il nervo grande

 ipoglosso ed il grosso faringeo, come

 pure alcuni filetti provenienti dal ma

palatino. Ma se uno o se diversi di

 questi nervi cooperano atrasportare la

 sensazione del gusto al cervello è que

stione indifferente per la filosofia.

 Servendosi di una piccola spugna at

taccata all'estremità di un osso di balena,

 Antonio Vernièr ha cercato di esplorare

 quali parti della bocca fossero sensibili

 alle impressioni sapide. Egli affermò di

 avere costantemente trovate insensibili

 all'azione dei sapori la membrana mu

cosa della volta palatina, delle gengive,

 delle gote, delle labbra, della [regione

 media e dorsale della lingua; mentre la

 sensibilità gustativa fu da lui trovata

 nella mucosa che copre le glande sub

linguali, la superficie inferiore, la punta,

 i contorni e la base della lingua, le

 due faccie del velo del palato e la fa

ringe. I signori Gussot e Admyrauld

 rinnovando le esperienze in altre con

dizioni confermarono le conclusioni di

 Vernière, colla sola differenza ch' essi

 trovarono traccie di sensibilità sopra

 una piccola parte della volta del palato

 situata al centro della sua superficie

 anteriore. I medesimi fisiologi si sono

 eziandio proposti di conoscere se tutte

 le superficie sensibili percepissero il

 gusto alla stessa maniera, e i loro e

sperimenti li hanno condotti a conchiu

dere che molti corpi, e specialmente i

 sali, producono sensazioni differenti se

condo che sono gustati dalla parte an

teriore della lingua oppure dalla poste

riore. Per esempio, dicono essi, lace

tato di potassa solido, d' una acidità

 bruciante alla parte anteriore della

 bocca, è amaro, insipido e nauseoso alla

 parte posteriore. L' idroclorato di po

tassa semplicemente fresco e salato da

vanti, diviene dolciastro vicino alla gola.

 Il nitrato di potassa fresco e piccante

 sul davanti, nella parte posteriore della

 bocca diviene leggermente amaro e in

sipido. L' alunno solido, poco sapido,

 fresco, acido e molto stitico sul davanti,

 nella parte posteriore dà un sapore

 dolciastro senza alcuna acidità. Il sol

424

 SENSAZIONE

 fato di soda molto salato sul davanti, è

 amaro sul fondo della bocca ecc.

 Questi esperimenti sono adatti a ren

dere assai dubbioso il nostro giudizio sulla

 vera natura dei sapori, e se poi teniamo

 conto della diversità grandissima di gu

sti che si notano fra le diverse specie

 animali e fra gli stessi uomini, potremo

 facilmente essere condotti ad affermare

 che i sapori non esistono fuori di noi,

 ma che sono solamente in noi, o piut

tosto sono unafunzionedipendente dal

l'intima natura dei nostri organi.

 Il gusto non somministra all'intelli

genza alcuna nozione estrinseca, salvo

 la qualità sapida dei corpi gustati; esso

 è assolutamente inetto ad obbiettivare

 la sensazione, nè vi è alcun dubbio che

 questo solo senso non basterebbe a darci

 alcuna cognizione dei corpi esteriori.

 Fu perciò detto che il gusto non è un

 senso della intelligenza, madella nutri

zione. Se non che i teleologi hanno

 trovato che la sua destinazione provvi

denziale era quella di farci scegliere,

 fra le diverse sostanze che la natura ci

 presenta, quelle che sono proprie a ser

virci d'alimenti. Questa proprietà non è

 però rigorosamente vera. Vi sono delle

 sostanze velenose o nocive all'ingestione

 delle quali non proviamo alcuna nausea,

 se pure tal fiata non hanno sapore gra

devole, mentre altre sostanze che sareb

bero eminentemente plastiche e nutri

enti ci ripugnano. Inoltre, se lo scopo

 del gusto fosse stato quello di avver

tirci dei bisogni dello stomaco, pare na

turale che certi farmachi , che pure gio

vano adeccitare, a mantenere od ari

stabilire le funzioni dell' organo dige

stivo, avrebbero dovuto parere meno

 ingrati all'organo del gusto.

 In qual maniera i corpi agiscono

 sull' organo del gusto per generare la

 sensazione che gli è propria? Molte i

potesi furono fatte a questo riguardo,

 ma tutte insufficenti. Alcuni hanno at

tribuito questa facoltà alla forma delle

 molecole, ed in conseguenza hanno ri

ferita ladiversità dei sapori alla differen

te figuradelle molecole integranti; altri

 alla natura chimica dei corpi; altri alla

 vibrazione speciale delle molecole dei

 vari corpi; ma tutto questo non ci a

vanza nella spiegazione del fenomeno,

 come non ne erano avvantaggiati gli

 antichi pei loro principii salino, acido,

 o igneo che supponevano risiedere nei

 corpi come causa dei sapori.

 Noi dobbiamo confessare che tutte

 le spiegazioni date su questo e sugli

 altri sensi non ci spingono più in là

 dell' idea di contatto (v. CAUSA) e che

 nel resto siamo affatto all' oscuro sul

 come questo contatto, secondo la di

versa natura dei nervi su cui si opera,

 si trasforma in sensazioni diverse. Que

sta oscurità impenetrabile non ha però

 in se stessa nulla di misterioso, e non

 è in alcuna maniera l'indizio che sotto

 il nostro involucro materiale si nascon

da uno spirito. Questa conseguenza sa

rebbe tanto fondata quanto quella di

 quel selvaggio, il quale vedendo un o

rologio che si muoveva da sè, lo repu

tava un Dio. Il nostro corpo è una

 macchina chiusa, i cui ordegni non co

nosciamo interamente. Noi nonpossiamo

 aprire questa macchina senza scompor

la, senza guastarla e senza sospenderne

 il movimento; noi non abbiamo mai

 potuto seguire i movimenti del cervello

 nelle sue intime fibre, nè percorrere

 insieme alla sensazione i nervi condut

tori. L' anatomia spiega la forma e la

 disposizione dei congegnidi questa mac

china, ma non la funzione; la fisiologia

 colle sue vivisezioni si è inoltrata al

cunpoco nello studio dei movimenti in

 azione, ma tosto che essa si spinge al

 centro del movimento, le lesioni che

 produce sconvolgono tutta la macchina,

 e il movimento scompare. Qual maravi

glia, dunque, se la causa dell'azione ci

 sfugge tuttora e se il nostro stesso corpo

 resta per noi come una scatola chiusa?

 Forsechè il solo pensiero può bastare a

 darci l' idea di quel che siamo? Ma il

 nostro io è la funzione, il risultato di

 questa macchina che diciamo uomo,

SENSISMO O SENSUALISMO

 non può trovare in sè che gli elementi

 della funzione e non quelli della cau

sa. Se non fosse così, perchè mai gli

 spiritualisti non intendono meglio lo

 spirito di quello che noi intendiamo il

 425

 intesa da Cartesio, il quale sul pro

posito delt' idea di Dio così si cor

reggeva: « Quando dissi che l'esistenza

 di Dio è naturalmente in noi, volli in

corpo? E perchè gli stessi materialisti

 rientrando col pensiero in se stessi non

 scoprono questa stupenda e misteriosa

 causaspirituale, laquale, tuttochè non sia

 altro che l'essenza di noi stessi, si ostinaa

 restare per noi nel più profondo mistero?

 Sensismo o Sensualismo.

 Dottrina colla quale si dimostra che

 tutte le nostre idee derivano dalla sen

sazione. Dopochè Platone aveva inse

gnato che le idee sono innate in noi,

 (v. IDEE INNATE) Aristotile sorse a com

batterlo e a dimostrare il doppio prin

cipio : 1º nulla trovarsi nell' intelletto

 che prima non esista nei sensi; 2º l'a

nima umana essere in principio una

 tavola rasa sulla quale nulla è scritto.

 Queste due opposte teorie subirono na

turalmente le fasi di favore e disfavore

 acui soggiacquero successivamente i si

stemi di quei due filosofi; ma il pre

dominio era rimasto a Platone e le sue

 idee innate, più o meno modificate, e

rano state accolte dai più rinomati fi

losofi del secolo XVII. Mentre Platone

 considerava le idee come enti sostan

zialmente esistenti in noi, Cartesio le

 aveva ammesse solamente come esistenti

 per una certa disposizione dello spirito,

 in potenza ; mentre Leibnitz credeva

 che le idee stanno nello spirito come

 una statua si trova in un masso di

 marmo prima che ne sia tratta dallo

 scalpello dell'artista. Per verità, il modo

 che usavano questi due filosofi per con

cepire leidee innate differiva sostanzial

mente da quello di Platone, perciocchè

 una disposizione dello spirito a produrre

 una idea, non può dirsi ancora che sia

 una idea, come la proprietà che hanno

 i corpi di muoversi non può dirsi che

 sia movimento. Una cosa non può es

sere e non essere al tempo stesso, e ciò

 che è possibile non è ancora un fatto.

 Questa sostanziale differenza fu pure

 tendere soltanto che la natura ha po

sto in noi una facoltà mediante la quale

 noi possiamo conoscere Dio; ma non ho

 mai scritto nè pensato che questa idea

 fosse attuale ».

 Bacone fu il primo che intravvide

 lamodernateoriadei sensisti, insegnan

do che le idee civengono trasmesse dai

 sensi, i quali ne formano degli idoli

 (idola) o delle immagini, grazie a certe

 particelle materiali, le quali, come a

veva supposto Democrito, si staccauo

 dagli oggetti, e per mezzo dei sensi si

 introducono nel cervello. Questa teoria,

 per quanto possa parer singolare, non

 è poi affatto strana, se si considera che

 l'ultima parola della fisiologia e della fi

sica, se non è favorevole ad una vera

 epropria traslazione della materia, am

mette però una continuità di vibrazione

 che, per la via dei nervi sensori, dagli

 oggetti percepiti giunge al centro della

 percezione (v. SENSAZIONE).

 Il problema della filosofia sulla ori

gine delle nostre idee ha cominciato

 ad essere metodicamente sottoposto ad

 una accurata analisi delle nostre sen

sazioni nel 1694, nel quale comparve il

 Saggio di Locke sull' umano intendi

mento. Questo celebre filosofo ha rigo

rosamente impugnata la dottrina carte

siana sulle idee preesistenti alla sensa

zione, ed ha dimostrato la verità dell'a

forismo aristotelico (v. IDEE INNATE).

 Egli costruì arditamente una nuova

 teoria, e dimostrò che tutte le nostre

 idee, così le più semplici, come le più

 complesse, derivano dalla sensazione e

 dalla riflessione. Divise perciò l' espe

rienza in esteriore ed interiore e le idee

 in due specie: quelle che vengono dal

l'esperienza esteriore, cioè dalle sensa

zioni, e quelle che derivano dall' espe

rienza interna, cioè dalla coscienza. Le

 prime si riferiscono alle cose materiali ;

 le altre alle morali.

426

 SENSISMO O SENSUALISMO

 Condillac ha rassodata la teoria di

 Locke e l'ha anche perfezionata. Giu

stamente egli ha osservato che la di

stinzione del filosofo inglese, il quale fa

 procedere le idee dai sensi e dalla ri

flessione è superflua. Sarebbe stato più

 esatto, dic'egli, di non riconoscere che

 una sola sorgente, sia perchè la ri

flessione non è essenzialmente diversa

 dalla stessa sensazione; sia perchè essa

 non è tanto lasorgente delle idee quanto

 il canale per il quale esse derivano dai

 sensi. Questa inesattezza, continua Con

dillac, quantunque sembri di poco mo

mento, rende molto oscuro il sistema di

 Locke, giacchè lo mette nell' impossibi

lità di svilupparne i principii; ragione

 per cui egli si accontenta di ricono

 scere che l' anima comprende, pen

sa, dubita, crede, ragiona, vuole, riflet

te; che noi siamo convintidell'esistenza

 di queste operazioni perchè le troviamo

 in noi stessi e vediamo che contribui

scono al progresso delle nostre cogni

zioni.

 Nel 1746 Condillac tentò didare un

 nuovo saggio delle nostre facoltà senza

 però riuscire più chiaro di Locke. Egli

 stesso lo confessa, e ne ha poi fatta larga

 ammenda, allorchènel 1754, pubblicando

 il Trattato delle sensazioni, intraprese

 vittoriosamente a ridurre nei loro primi

 elementi le idee complesse che noi ab

biamo dei corpi. E fu in questo libro

 che ritrattò il parere contrario a quello

 che Locke aveva dato sul problema da

 Molineaux proposto in questi termi

ni: >>>

 (cop. cit. p. 3. с. 2).

 L' autore segue a spiegarci come il

 tatto istruisce gli occhi a vedere al di

 fuori: « L'occhio, egli dice, è un or

gano che si limita unicamente a modi

ficar l'animo, e le sensazioni ch'esso le

 trasmette nonhanno, come il sentimento

 di solidità, quel doppio rapporto ilquale

 fa che noi ci sentiamo, e che sentiamo

 insieme qualche cosa esteriore a noi.

 Esso non ha dunque per sè stesso la

 facoltà di vedere gli oggetti colorati ;

SENSISMO O SENSUALISMO

 gli abbisognano de'soccorsi per acqui

429

 denza stessa é la cosa più difficile ad

 starla.

 >

 A questedomande Diderot aveva cer

cato di rispondere prima di Condillac,

 nelle sue Lettere sui sordo-muti stara

pate nel 1751, quando appunto Condil

lac, com'egli stesso afferma, stava lavo

rando intorno al suo Trattato delle sen

sazioni « La mia idea, dice l'autore

 delle lettere citate, sarebbe, per così

 dire, di decomporre un uomo e di con

siderare ciò ch'egli tiene da ciascun sen

so.

 ..

 Sarebbe, a parer mio, una sin

golare società quella di cinque persone,

 ciascuna delle quali non avesse che un

 senso. Per la facoltà ch'esse avrebbero

 di astrarre, tutte potrebbero essere geo

metri, intendersi a meraviglia e non in

tendersi che in geometria ».

 

 Leibnitz che già dalungo tempo non

 teneva più alcuna sentenza di Newton,

 si risentì giustamente di questa defini

zione dello spazio come il sensorio della

 divinità, e sostenne l'opinione cartesia

na, che lo spazio altro non è che la

 relazione che noi concepiamo tra gli

 enti coesistenti; non altro che l'ordine

 dei corpi, la loro disposizione, le loro

 distanze.

 ANewton mancò il coraggio di ri

spondere direttamente al suo avversario,

 e lasciò al suodiscepolo,il dottor Clarke,

 la cura di difenderlo. Costui vi si ac

cinse infatti con ardore e comincid col

 giustificare il maestro pel paragone

 preso dal sensorio, attesa l'impossibilità

 d'esprimersi chiaramente, diceva, in cui

 uno si trova inqualunque lingua quan

do ardisce parlare di Dio. Quindi ri

battendo l'opinione di Leibnitz sullo

 spazio, sostenne che se questo nor fos

se reale ne deriverebbe un assurdo ;

 poichè se Dio avesse posta la terra,

 la Luna e il Solenel luogo in cui sono

 le stelle fisse, purchè la Terra, la Luna

 e il Sole fossero fra di loro nel mede

simo ordine, in cui sono attualmente,

 ne seguirebbe che la Terra la Luna

 29

450

 SPAZIO

 •il Solesarebbero nel medesimo luogo | gli avversari di Descartes, non vi sa

in cui ora sono; lo che, diceva, è una rebbe vuoto, e lamancanza delvuoto to-- contraddizione nei termini.

 glierebbe nell'universo la possibilità di

 ALeibnitz non fu difficile di rispon

dere che se tutti i corpi dell' universo

 fossero trasferiti in altro luogo, sarebbe

 precisamente come se si trovassero nel

 luogo stesso, poichè ciò che determina

 il luogo è la relazione che esiste fra

 essi corpi, e una volta che questa re

lazione rimane inalterata, non si può

 dire che vi sia, nè i nostri sensi lo po

trebbero percepire, un cambiamento di

 luogo; poichè cambiamento di luogo

 importacambiamento di rapporti, e rap

porti possono bensì esistere tra i corpi,

 ma non tra i corpi e il nulla.

 Lo spazio e laduratasonoquantità,

 ribatteva Clarke, dunque sono qualche

 cosa di veramente positivo. Ma qui il

 discepolo di Newton non rifletteva che

 nè lo spazio nè la durata sono quan

tità, ma che le quantità sono propria--mente i corpi che occupano lo spazio

 onei quali si manifestano ifenomeni di

 successione che rappresentano la dura

•ta. Egli aggiungeva quest' antico argo

mento: Stenda un uomo il suo braccio

 ai confini dell'universo; questo braccio

 deve essere nello spazio puro, poichè

 esso non è nel nulla ; e se si risponde

 che esso è ancora nella materia, il

 mondo in questo caso è dunque infini

to, il mondo è dunque Dio. Leibnitz che

 era deista, nonostante la sua teoria delle

 monadi, doveva trovarsi non poco im

barazzato per rispondere a questa do

*manda. Come mai un deista avrebbe

 potuto ammettere la materia infinita ?

 Newton si appoggiava forte a questo

 argomento, che oggidì non ha piú alcun

 valore, giacchè esso ha anzi condotto

 direttamente al panteismo ed al mate

rialismo.

 Di tutti gli argomenti addotti con

tro la negazione dello spazio come re

altà uno solo è adoperato dai filosofi

 dei nostri giorni, i quali lo adducono

 ancora come una prova inconfutabile.

 Se tutto il mondo è pieno, opponevano

 qualsiasi movimento, giacchè l'impene

trabilità della materia non permette

rebbe che un corpo entrasse al posto

 occupato da un altro corpo.

 Ho veduto molte volte addurre que

st' argomento ne' tempi nostri, da uo

mini eruditissimi, tra cui anche Tyn

dall, i quali mi parvero che neppur

 sospettassero che Descartes vi aveva già

 sufficientemente risposto. Ecco, infatti, in

 qual maniera un autore anonimo suo

 contemporaneo riassume la dimostra

zione della possibilità del movimento

 nel pieno.

 >

 Per assai tempo, continua l' amico

 mio Miron, io ho frequentato un cena

colo spiritista nel quale le comunica

zioni si fanno con un cestello munito

 di una matita, sul quale un frequenta

tore delle sedute e la padrona della casa

 pongono le loro dita. Codesta ultima

 signora è uno dei medium più famosi,

 avvegnachè dicesi che ella abbia otte

nuto un libro che in certo qual módo

 serve di vangelo a una delle chiese spi

sitiste. Alle sue serate s' incontravano

 spesso le sommitàdel magnetismo e dello

 spiritismo, prova evidente che quello era

 uno dei centri più importanti di rivela

zione. Là ogni spettatore può a suo ta

lento evocare lo spirito col quale vuol

 essere in comunicazione. E tosto fatta

 l'evocazione un signore, chepuò riguar

darsi come co-medium, prova una vio

lente scossa e annuncia che lo spirito

 evocato è presente. L'evocatore fa poi

 tutte le domande che crede, e il cestello,

 mettendosi in movimento sotto le dita del

 medium principale, traccia le risposte.

 Parecchie fiate alcuni evocarono de

gli esseri immaginari, oppure dicendo

 di voler fare l'evocazione mentale, nulla

 invocarono. Il co-medium non perciò

 cessava di provare le sue scosse, e at

testava con piena sicurezza la presenza

 degli spiriti evocati. Malgrado poi la

 diversità di questi spiriti, le loro ri

sposte sono di un carattere uniforme e

 di una povertàveramente umiliante. Si

 evochi Cicerone o Cadet Roussel, lo

 stile ei pensieri sono sempre identici,

 edenotano la stessa ignoranza. Eccone

 un saggio.

 L'illustre astronomo Arago essendo

 evocato, dichiara che la scienza terre

stre èun nulla in confronto della scienza

 celeste che egli possiede attualmente. Or

 è possibile che così sia; ma siccome

 non si possono revocare in dubbio le

 matematiche, bisogna credere che quanto

 aquesto ramo delle umane conoscenze

 'gono di esercizi presso a poco eguali a

464

 SPIRITISMO

 lascienza celeste non può essere diffe

rente dalla nostra. Arago, divenuto più

 sapiente, non può dunque aver disim

parate le matematiche. Lo si interroga

 su questo proposito, e si vede che il

 cestello, nè comprende la domanda, nè

 pure il valore delle parole di cui si

 serve. Lo si interroga allorasul sistema

 del mondo, e il cestello risponde che la

 terra non gira intorno al sole più che

 il sole giri intorno alla terra, ma che

 la terra oscilla (se balance ) intorno al

 sole. Si domanda allora di quanti gradi

 sia l'ampiezza dell'oscillazione, lo spirito

 risponde : quattro miliardi di gradi.

 L'interrogatore manifestando allora qual

chestupore per una tal risposta, il co

medium, iniziato certamente ai misteri

 del cestello spiritico, si affretta a sog

giungere che questi gradi sono di 25

 leghe ciascuno. I devoti sono incantati

 di tal risposta ed hanno pietà della

 scienza terrestre che non avrebbe mai

 scoperte sì belle cose!

 Gli evocatori ingeneralenon hanno

 alcun dubbio sulla identità degli spiriti

 che si manifestano. Però talvolta alcuni

 vogliono accertarsene, ed invitano lo

 spirito a fornirequalche prova indicando

 peresempio il suo nome, o il tempo della

 sua nascita o della morte. Lo spirito

 allora risponde: scrivete dieci nomi fra

 i quali io indicherò quello dello spirito

 domandato. Per altro, cotesta prova non

 riesce quasi mai.Unasignora di mia co

noscenza la quale avevaevocatoilmarito,

 evoleva che egli indicasse il suo pre

nome, scrisse come gli fu prescritto, i

 dieci nomi, fra cui era quello che si

 doveva scoprire. Il cestello si mise in

 movimento e percorse lentamente la

 lista, e di tempo in tempo lapunta

 della matita si avvicinava a un nome,

 mentrechè il medium, cogli occhi fissi

 sull' evocatrice, cercava di leggere sul

 suo viso qualche traccia che gli accen

nasse aver egli ben indovinato. Non

 trovandosi l'espressione cercata, il ce

stello fint col segnare a caso un nome:

 scoraggiarsi, indicò unsecondo, poi un

 terzo e fino a sette nomi senza coglier

 nel segno! Cotali svarioni nonnocquero

 minimamente al medium. Si sa bene

 che gli spiriti liberati dai legami ter

restri obliano spesso le particolarità

 della loro vita passata.

 Grande è la lezione che ci dà oggi

 lo spiritismo sull'attitudine dell'uomo a

 credere e a creare il maraviglioso. Se

 la scienza non fosse giunta ad una so

luzione abbastanza negativa, e non ci

 garantisse oramai da ogni durevole

 traviamento, lo spiritismo sarebbe di

ventato religione elegislatori inappella

bili i suoi sacerdoti.

 Il lato temibile di questa nuova su

perstizione, destinata fra noi a morire

 col secolo che le diede vita, non tanto

 sarebbe statala sua stravaganza, quanto

 l'

 l'apparente sua connessionecolla scienza,

 alla quale i suoi sacerdoti tentano rian

nodarla. Approfittandosi essi della u

mana credulità e delle superstizioni cor

renti, cercano di provare l'esistenza di

 spiriti incorporei che col mezzo di tra

smigrazioni, vengono sulla terra ad a

nimare gli uomini, e ritornano nello

 spazio dotati di una personalità e di

 una volontà propria. Essi hanno inoltre

 una forma, sono limitati, si trasportano

 negli altri mondi a piacimento, e fra

 loro si distinguono in più o meno puri,

 cosicchè, come si è creato una scala

 saliente e progressiva per gli esseri

 viventi del nostro globo, lo spiritismo

 la crea per gli spiriti. Possono essere

 più o meno buoni, secondo il grado di

 perfezione a cui sono giunti; ipiù im

perfetti sono anche quelli che tengono

 ancora alla materia, dalla quale vanno

 allontanandosi gradatamente, per avvi

cinarsi a Dio. Del resto, l'uomo, come

 gli spiriti, sono destinati a progredire

 e aperfezionarsi, sino aqual punto poi,

 lo spiritismo non lo dice. Essi si incar

nano, siaper compiere unamissione, sia

 per espiazione, e in tal caso diventano

 ciò che volgarmente chiamasi l' anima.

 Come nel mondo materiale, vi sono

 esso si eraingannato Ricominciò senza

SPIRITISMO

 nel mondo spiritico sensazioni e piaceri,

 libero arbitrio, gerarchia, e tutta la

 sequela dei mali, che,sebben diversi dai

 nostri, non cessano però di esser mali.

 Il fine ultimo della perfezione ci è rap

presentato dagli spiriti superiori, i quali

 non potendo più oltre perfezionarsi, sono

 interamente occupati aricevere diretta

mente gli ordini di Dio, a trasportarli

 in tutto l'universo ed a vegliare diret

tamente alla loro esecuzione (Le livre

 des Esprits, par Allan Kardec). Evi

dentemente lo spiritismo, che mostrasi

 465

 nel secolo nostro, nemmen fa d' uopo

 dirlo, una religione o filosofia che pre

tende insegnare il modo di evocar gli

 spiriti , che con mille illusioni tenta

 di traviar le menti dei creduli ; che

 dichiara il sonnambulismo l'effetto di

 tanto avverso al suo mortal nemico il

 materialismo, pare che non abbia sa

puto inventare di meglio che il tra

sporto della gerarchia sociale nello

 spazio!

 Il sistema, bisogna confessarlo, è in

gegnosissimo; esso però ha un difetto

 solo, quello di mancar di prove. Infatti,

 qual'è la base dello spiritismo? Il si

gnor Allan Kardec, che si può ritenere

 sia stato il maestro di questa nuova

 superstizione in Francia, lo dichiarava

 in modo esplicito: la rivelazione, i mi

racoli, il sovrannaturale sono, secondo

 lui, il fine ultimo della dottrina spiriti

ca, ed a questo fine pare che egli miri

 sopra ogni altra cosa, procurando di

 conformarvi la rivelazione degli spiriti

 (L'Evangile selon le spiritisme). « Essi

 non riflettono, dice egli, parlando degli

 avversari, che facendo il processo al

 meraviglioso, fanno anche quello della

 religione che è fondata sulla rivelazione

 esui miracoli ; ora, che è mai la rive

lazione se non una comunicazione extra

 umana?

  1. I fratelliPettyhannopresentato

 parecchi dei fenomeni che essi avevano

 annunciati, allorchè non venne presa

 alcuna precauzione, tale da prevenire

 lapossibilità di inganno, oallorchè que

ste precauzioni erano indicate dai te

stimoni e non escludevano perciò la

 possibilità di questo inganno.

 > 2. I fenomeni promessi o non si

 sono prodotti, oppure la frode dei fra

accolto questa proposta. Alla seconda | telli Petty è stata svelata ogni volta che

 seduta della Commissione essi hanno

 enumerato i generi di fenomeni che co

noscevano ed hanno raccomandato di

 studiare quelli che avvengono in pre

senza dei medium, cioè delle persone

 coll'intermediario delle quali i fenomeni

 si manifestano con maggior intensità e

 precisione. Il signor A. Axakof ha pro

messo di presentare dei medium alla

 Commissione. Questa, da parte sua, ac

cogliendo con riconoscenza il concorso

 che le era in questa guisa offerto pel

 compimento del suo mandato,hadeciso

 di ammettere ai suoi esperimenti tre

 testimoni designati dai medium, ha pro

posto di limitare le ricerche ai più sem

plici fra i fatti dello spiritismo, ed ha

 dai membri della Commissione furono

 prese lepiù elementari precauzioni per

 confondere l'impostura.

 >3. I testimoni, riferendosi ad una

 lunga pratica dello spiritismo, ed ime

dium stessi, hanno posto alle sedute

 delle condizioni, le quali escludevano la

 possibilità di una osservazione esatta,

 quali l'oscurità, la mezzaluce o l'allon

tanamento dei membri della Commis

sione ad una certa distanza dai medium.

 >4. I testimoni adiverse ripresehanno

 determinato molto diversamente le con

dizioni che essi pretendevano favorevoli

 alla manifestazione dei fenomeni spi

ritici.

 > 5. Alla sedutadel 20 novembre, si

 fissato il termine di un anno per la du- | constato la rottura di una cortina po

rata dei suoi lavori.

 Nel mese di ottobre 1875, due me

dium, i fratelli Petty, di Newcastle, che

 il sig. A. Axakof aveva invitati a re

carsi a Pietroburgo, sono stati presen

tati alla Commissione. La loro qualità

 di medium era attestata dauna dichia

razione scritta del signor A. Axakof e

 danumerose testimonianze stampate che

 provenivano dagli spiriti.

 «La Commissione tenne sedute coi

 fratelli Petty; i testimoni erano i si

 gnori Axakof e Boutlerof. Secondo il

 desiderio dei testimoni, le due prime

 sedute furono occupate dai medium nel

 far conoscenza coll' ambiente nel quale

 erano chiamati ad agire. Le quattro se

dute successive sono state consacrate

 allo scopo della Commissione ed ebbero

 luogo nel mese di novembre. I loro ri

sultati furono i seguenti:

 sta vicina al medium per isolarli dal

 campanello, il cui tintinnio doveva co

stituire un fenomeno annunziato.

 > Dopoquesti fatti il sig. A. Axakof

 ha allontanato i medium dalla Commis

sione. I testimoni dichiarano oggi che i

 fratelli Petty sono dei medium assai

 deboli.

 > In quanto alla Commissione, essa

 ha, nella sua seconda seduta, dichiarato

 che i fratelli Petty erano due impo

stori.

 > Nelmese di gennaio 1876, il signor

 A. Axakof avendo annunziato l'arrivo

 dall'Inghilterra di madama Clayre, me

dium dilettante, la Commissione si èdi

 nuovo radunata in seduta. I testimoni

 hanno certificato alla Commissione che

 la signora Clayre era un medium po

tente e che il professore Crooks aveva

 fatto con lei inInghilterraparecchi de

SPIRITISMO

 gli esperimenti che sonopresentati co

469

 >3. I sollevamentideitavolini ordinari

 me prove in favore dello spiritismo. La

 Commissione decise di procedere imme

diatamente all'esame dei fenomeni spi

ritici manifestati in presenza della si

gnora Clayre, adoperando degli appa

recchi a questo effetto preparati, affine

 di sostituire alle ossrrvazioni dirette,

 che sono incomode e non lasciano trac

cia di sè, l'osservazione più probativa

 delleindicazionidiapparecchi, la testimo

nianza dei quali è irrecusabile. Il sig.

 A. Axakof ha riconosciuto l'uso degli

 apparecchi possibile in questa circo

stanza, vista la potenza singolare del

 medium e le esperienze di questo ge

nere che erano già state fatte con

 quella persona.

 > La Commissione tenne nelmesedi

 gennaio quattro sedute colla signora

 Clayre come medium e coi signori

 Axakof, Boutlerof e Wagner come te

stimoni. I risultati furono i seguenti:

 > 1. I testimoni hanno insistito sulla

 necessità, per lo sviluppo dei fenomeni,

 di tenere le sedute intorno ad una ta

vola,ordinaria ; alcuni membri della

 Commissione non furono ammessi nella

 sala delle sedute; fu loro persino im

pedito di fare delle osservazioni dalla

 stanza vicina. Le sedute stesse attorno

 ad una tavola ordinaria ebbero luogo,

 grazie ai testimoni, in condizioni che

 escludonolafacilitàd'osservare,lasciando

 al medium piena libertà d'azione, senza

 sindacato. É stato pure richiesto, per

 esempio, che tutte le persone presenti

 stessero contro la tavola, quando si u

diva il moto di questa, ciò che facili

tava la possibilità di farla muovere col

 che si osservarono nelle sedute colla

 signora Clayre, erano, per desiderio dei

 testimoni e del medium, circondati da

 condizioni tali, che il medium stesso

 poteva scuotere il tavolino, avanzare i

 piedi sotto il mobile e sollevare anche

 questo . I membri della Commissione

 hanno più volte osservato dei tentativi

 di questo genere, ed hanno veduto il

 piede del medium sotto quello del

 tavolino.

 > 4. Itestimoni nonhanno acconsen

tito che una volta all' uso d'una tavola

 manometrica, provveduta d' apparecchi

 destinati a misurare lo sforzo delle

 mani apposte su quella tavola. Non

 avvenne oscillazione, nè movimento, nè

 sollevazione di quella tavola. I testimoni

 hanno poscia respinto a più riprese

 l'invito della Commissione di procedere

 adelle osservazioni mediante apparec

 chi misuratori.

 > 5. Un tavolino apiedi curvi, che in

 grazia della sua costruzione non era

 facile a farsi oscillare colla semplice

 pressione delle mani sulla tavoletta, e

 che allontanava la possibilità di porre

 un piede sotto il piede del mobile, non

 si mosse una volta sola, sebbene si

 fosse adoperato quando dei movimenti

 erano avvenuti con una tavola ordi

naria.

 > 6. Tutti i fenomeni chesiprodus

sero in presenza della signora Clayre

 possono esser prodotti da qualsiasi per

sona che si trovasse nelle condizioni

 favorevoli alla frode in cui, per deside

rio dei testimoni, questo medium era

 collocato durante le sedute della Com

missione; i membri della Commissione

 lo hanno provato da se stessi.

 > Nelle ultime sedute colla signora

 Clayre, la Commissione ha richiesto ca

piede senza esser veduti.

 > 2. I movimenti e le oscillazioni di

 una tavola ordinaria che ebbero luogo

 nelle sedute, mentre le persone pre

senti tenevano sulla tavolale loro mani, ❘ tegoricamente che non si fossero più

 sono stati incontrastabilmente prodotti

 coll'aiuto delle mani del medium, come

 impiegate delle tavole ordinarie, e che

 I' osservazione dei fenomeni non a

si potè indurlodallaloro tensione e dai

 loro cambiamenti di posto che prece

devano le mutazioni della tavola.

 vesse luogo che col sussidio dei mezzi

 proposti da essa.

 I testimoni vi hanno aderito (il 27 •

470

 SPIRITISMO

 gennaio),ma esprimendo ildesiderio che

 questi apparecchi fossero loro portati a

 domicilio per essere anticipatamente e

sperimentati. Dopo aver ricevuto (il 28

 gennaio) due di questi apparecchi, i te

stimoni hanno sospeso le sedute (il 2

 febbraio) e in seguito (il 4 marzo) vi

 hanno definitivamente posto termine.

 Nelle dichiarazioni che essi hanno allora

 presentato, i testimoni hanno rinnovato

 l' assicurazione delle potenti facoltà me

dianiche di madama Clayre, e hanno mo

tivato il loro rifiuto principalmente sulla

 prevenzione della Commissione contro

 lo spiritismo, e sul desiderio di questa

 di non fare l'osservazione dei fenomeni

 dello spiritismo che con l'aiuto d'appa

recchi.

 > La Commissione ha considerato al

lora come raggiunto il suo scopo, per

chè essa si era accertata che fra i fe

nomeni prodotti dal piùpotente medium,

 in tutte le condizioni più favorevoli, non

 ve ne era stato un solo che potesse in

dicare la esistenza di un ordine parti

colare di fenomeni costituenti lo spiri

tismo.

 >> Nelle quattro sedute che essa ha te

nuto nel mese di marzo, la Commissione

 ha discusso:

 > 1. Dei dati stampati sui fenomeni

 spiritici e sullo spiritismo in generale;

 >> Delle prove ed osservazioni fatte

 dai suoi membri, fuori del suo seno,

 sopra dei fenomeni attribuiti allo spiri

tismo e prodotti con o senza la presenza

 dei medium..

 > 3. I suoi processi verbali e lestampe

 ricevute alle sedute che essa tenne coi

 medium Petty e Clayre, in presenza dei

 signori Axakof, Boutlerof e Wagner,

 testimoni.

 > 4. Ledichiarazioniscritte da questi

 testimoni alla Commissione.

 contrastabilmentedeterminati dall'effetto

 della pressione esercitata, intenzional

mente o no, dalle persone presenti; si

 riferiscono cioè a dei movimenti mu

scolari consci e incosci; per spiegarli

 non è necessario ammettere la esistenza

 della forza o della causa nuova, accet

ta dagli spiritisti.

 > 2.Dei fenomeni, qualelasollevazione

 delle tavole o il movimento di diversi

 oggetti dietro una cortina o neila oscu

rità, portano il carattere irrecusabile di

 atti di frode commessi scientemente dai

 medium. Allorchè delle misure efficaci

 sono prese contro la possibilità dell'im

postura, questi fenomeni non avvengono,

 oppure l'inganno è svelato.

 > 3. I rumori e i suoninei quali gli

 spiritisti vedono dei fenomeni aventi un

 senso, e che possono servire a comuni

care cogli spiriti, stanno negli atti per

sonali dei medium ed hanno la stessa

 importanzae lo stesso carattere dell'acci

dentalità o della frode, dei vaticini e dei

 presagi di buona fortuna.

 > 4. I fenomeni attribuiti all'influsso

 dei medium chiamati medium plastiques

 dagli spiritisti, come la materializzazione

 delle varie partidegli spiriti e l' appari

zione di figure umane, sono incontra

stabilmente falsi; si deve infatti così

 conchiudere, non solo per l'assenza di

 qualsiasi prova precisa, ma ancora:

 a) Dall' assenza di attitudine all'os

servazione scientifica nelle persone che

 credono alla autenticità di questi-feno

meni, le quali descrivono ciò che hanno

 veduto;

 b) Dalle precauzioni che gli spiri

tisti e i medium chiedono ordinaria

mente alle persone davanti alle quali

 devono compiersi questi fenomeni;

 c) Finalmente, dai casi numerosi

 nei quali i medium furono direttamente

 >> Da quest' esame la Commissioneha convinti d'avere prodotto coll' impostura

 tratto le seguenti conclusioni:

 simili manifestazioni, sia da sè stessi,

 > 1. Quelli fra i fenomeni attribuiti

 allo spiritismo, che avvengono coll' im

posizione delle mani, come, per esem

pio, i movimenti delle tavole, sono in

sia col sussidio di terzi.

 > 5. Nelle loro manifestazioni, le per

sone simili ai medium mettono a pro

fitto, da unaparte imovimenti inconsci

SPIRITUALISMO

 einvolontari delle persone presenti, e

 dall' altra parte la credulità dellagente

 onesta, ma superficiale, che non sospetta

 la frode e non prende precauzioni per

 prevenirla.

 > 6. Lamaggior parte degli aderenti

 allo spiritismo non danno prova nè di

 tolleranza per l'opinione delle persone

 che nulla di scientifico scorgono nello

 spiritismo, nè di critica per l'oggetto

 della loro credenza, nè di desiderio di

 471

 partecipazione di persone umane alla

 produzione di quei fatti; quando si os

servarono i principii razionali delle ri

cerche scientifiche, come consiglianoGay

 Lussac, Arago, Chevreuil, Faraday, Tyn

dal, Carpentier e altri, è stato provato

 che i fenomeni attribuiti ai medium so

no il risultato, o di movimenti involon

tari, che provengono da particolarità

 naturali dell' organismo, o dalla furbe

ria, o dall' inganno di persone che por

studiare i fenomeni spiritici coll' aiuto

 dei mezzi d' investigazione ordinari della

 scienza. Però gli spiritisti diffondono

 con ostinazione le loro idee mistiche,

 dandole per nuove verità scientifiche.

 Queste idee sono accettate da molti

 perchè rispondono a vecchie supersti

zioni contro le quali la scienza e la

 verità da gran tempo combattono. Gli

 uomini di scienza che sono trascinati

 dallo spiritismo, si comportano verso di

 questo come dei dilettanti passivi di

 spettacoli e non come dei cercatori di

 fenomeni della natura.

 > 7. Lepoche esperienze con apparec

chi atti a misurare, che si citano quali

 prove in favore dello spiritismo, sono

 state eseguite in condizioni, le quali

 permettono giudizi precisi, e mostrano

 che gli sperimentatori non conoscono

 sufficientemente i metodi adatti allo

 studio scientifico dei fatti nuovi e dub

biosi. Questi sono, per esempio, gli e

sperimenti eseguiti dagli spiritisti con

 una membrana o con delle bilancie.

 > 8. Ogni volta che degli spiritisti fu

rono invitati, o che si sono offerti a

 provare coll' esperienza ciò che essi af

fermavano nei circoli delle persone che

 conoscono le scienze esatte, esse si sono

 volentieri messi all' opera, maognivolta

 hanno interrotte le prove, hanno allonta

nato i medium e si sono lagnati delle

 prevenzioni degli esperimentatori, appe

na trovarono che i fatti osservati erano

 sottomessi ad un esame critico.

 > 9. Allorquando lo studio dei feno

meni spiritici è stato circondato da pre

cauzioni atte a mettere in luce la

 tano denominazioni analoghe a quelle

 dei medium.

 E ciò è quanto la Commissione ha

 pure constatato nelle sue osservazioni

 sui tre medium inglesi, che le furono

 presentati dai nostri spiritisti.

 Fondandosi sul complesso di ciò che

 essi hanno appreso e veduto, i membri

 della Commissione sono unanimi nel for

mulare la seguente conclusione: ifeno

meni spiritici provengono damovimeuti

 involontari e da una impostura consa

pevole, e la dottrina spiritica è una su

perstizione.

 Firmati: i membri della Commis

sione: Bo Bylef, aggregato di fisica al

l'Università di Pietroburgo.- Borgman,

 preparatore al gabinetto di fisica del

l' Università di Pietroburgo

Bouly

guine- Hezehus, licenziato in fisica

Elenef preparatore al laboratorio di

 chimica dell'Università di Pietroburgo-Krajëvitch, maestro di fisica all' isti

tuto delle miniere e alla scuola degli

 ingegneri-Latchinof, maestro di fisica

 all' istituto agronomico di Pietroburgo

 Mendèleief, professore di chimica al

l' Università di Pietroburgo- Perrat,

 professore dimeccanica-Pétrouschevski,

 professore di fisica all' Università di Pie--

 troburgo- Khmolowsly, maestro di fi

 sica

 Van der Vliet, aggregato di fi

sica all' università di Pietroburgo.

 Pietroburgo, 21 marzo 1876.

 Spiritualismo. Dottrina di co

loro i quali credono all'esistenza dello

 spirito. La filosofia spiritualista è essen

zialmente cristiana, nè vi è esempio tra

 i filosofici pagani, il qualeprovi che gli

472

 SENSO COMUNE

 antichi concepissero l' anima secondo

 l'astrazione dei moderni spiritualisti.

 Anzi, alcuni tra gli stessi padri della

 Chiesa concepirono l'animain un senso

 affatto materiale, come una sostanza

 sottilissima, ma tuttavia molto diversa

 daquella dello spirito. (Vedi ANIMA,

 SPIRITO). Tra i filosofi cristiani, non

 mancarono coloro che, come Priestley,

 riconobbero non essere necessario am

mettere l'esistenza di uno spirito per

 spiegare i fenomeni del pensiero, giac

chè Dio ha benissimo potuto dare alla

 materia la facoltà di pensare, come le

 ha dato quella di muoversi e di agire.

 Anche Voltaire, che era Deista, aveva

 sposato questa opinione V. SPIRITISMO.

 Sensibilità. Suolsi definire la

 sensibilità la facoltà di sentire; poi la

 si considera come un fatto reale in se

 stesso ben distinto dalla sensazione. Ma

 se i metafisici facessero attenzione più

 alla sostanza delle cose di cui trattano,

 che alle parole colle quali le definisco

no, si accorgerebbero che la sensazione

 contiene già in se stessa la sensibilità,

 giacchè non vi può essere sensazione

 che non sia sentita. Anzi, a propria

mente parlare, la sensazione non è al

tro che l'atto col quale sentiamo che

 una modificazione si è prodotta in noi.

 Or che cosa è la sensibilità? L'astra

zione appunto di questo atto, e non per

 altro questo vocabolo entra nella cate

gioria dei nomi astratti. Sensibilità è la

 possibilità di sentire. Ma questa possi

blità é qualche cosa od è niente? Per

 essere qualche cosa bisognerebbe rap

presentarcela in azione; ma nel mo

mento in cui la sensibilità é, per così

 dire, in atto, essa diventa sensazione.

 Se poi si considera la sensibilità non

 in atto, essa non ha niente di reale in

 se, e indica solamente la facoltà che

 hanno gli esseri vivi di provare sen

sazioni.

 Questo così elementare ragionamento

 basta a mostrare la vacuità di tutte le

 disquisizioni che i metafisici si credono

 in dovere di fare sulla sensibilità e mi

 limito a rimandare il lettore all' arti

colo SENSAZIONE, per quella stessa ragione

 che un professore di meccanica, do

po avere lungamente parlato del movi

mento, troverebbe affatto inutile didilun

garsi sulla mobilità, la quale non è

 unacosa in se, ma una semplice parola

 creata per indicare che icorpi possono

 entrare in movimento. Cionondimeno

 un filosofo contemporaneo, il signor

 A. Franck membro dell' Istituto, ha tro

vato il modo di scrivere molte pagine

 intorno a questa voce, sulla quale ci dà

 delle notizie veramente peregrine, come,

 per esempio, questa che non mi sarei

 certamente immaginato di dover leggere

 nei nostri tempi: « La sensibilità, se si

 eccettuano le passioni, che sono l'opera

 dell' uomo, é un movimento che emana

 da Dio, una azione immediata della sua

 potenza, che ci inclina senza costrizione

 verso il nostro fine, e ci penetra senza

 assorbirci ». Io capisco bene che col

l'intervento del Deus ex machina, i

 metafisici spiegano facilmente ogni cosa,

 ma sarebbe pur tempo che siffatti me

schini espedienti fossero lasciati ai te

ologi.

 Senso comune. (Dottrina del)

 Da tempo immemorabile teologi e filo

sofi cattolici hanno combattuto lo scet

ticismo coll' autorità della rivelazione e

 col senso comune, o consentimento u

niversale. L'esistenza di Dio, la verità

 della fede, la stessa autorità della rive

lazione, dicevano certissimamente con

fermate dall' universale consentimentodi

 tutti gli uomini, i quali in tutti itempi

 ein tutti i paesi hanno creduto e cre

dono in un Ente creatore e conserva

tore del mondo. Finché le cognizioni

 antropologiche ed etnologighe furono

 limitate a poche relazioni di missionari,

 che d'altronde non erano divulgate,

 questa dottrina sembrò fare buonapro

SI e

va; ma quando le comunicazioni

 stesero e numerosi viaggiatori intrapre

sero lo studio dei costumi de' popoli

 lontani, appari chiaramente che questa

 supposta unanimità di credenza erame

SENSO COMUNE

 ramente effimera; che vi sono popoli

 increduli o credenti in esseri che non

 possono in alcuna maniera riferirsi al

 Dio metafisico immaginato dai cristiani.

 (ν. ΑTEL, DIO, IMMORTALITÀ, SPIRITO).

 Nemmeno come principio la dottrina

 del senso comune potrebbe addursi in

 prova di checchessia, giacché l' ade

sione unanime di tutti gli uomini non

 173

 Fra gli autori cattolici favorevoli

 alla dottrina del senso comune, vuol es

sere ricordato Lamennais. Egli ha detto

 che i nostri sensi c' ingannano, che la

 ragione individuale è impotente a sco

prire la verità, e che l'uomo ridotto

 alle sue sole risorse, non potendo cre

proverebbe che le cose sulle quali vi ė

 unanime accordo siano vere; essa pro

verebbe solamente che gli uomini si

 accordano a ritenerle tali; ogni di più

 eccederebbe i limiti del sillogismo e

 costituirebbe una conseguenza i princi

pii della quale non sarebbero contenuti

 nella premessa.

 Infatti, perché la conseguenza fosse

 corretta, il sillogismo dovrebbe costru

irsi così:

 dere, nè a Dio, nè all' universo, nè a

 se stesso, cadrebbenel più assoluto scet

ticismo. Solo rimedio efficace contro il

 dubbio egli credeva che fosse l' univer

sale consentimento, fondato sulla tradi

zione costante dell' umanilà alla quale

 é stato rivelato quel vero ch' essa stes

sa è impotente a scoprire. Ma come

 si potrebbe consultare questo senso co

mune? Lamennais trovava che il mezzo

 era molto semplice. LaChiesa cattolica,

 legittima depositariadella tradizione, era

 anche l'organo per mezzo del quale la

 Ciò che tutti gli uomini credono sic- tradizione parlava; e il papa che é il

 come vero, é vero realmente.

 Tutti gli uomini credono in Dio.

 Dunque Dio esiste realmente.

 Ma, domando io, esiste un solo filo

sofo il quale sia disposto ad ammettere

 la maggiore di queste premesse? Io non

 lo credo, giacché non vi é alcuno che

 non veda a quali stolti giudizi esso ci

 condurrebbe.

 Se ciò che tutti gli uomini credono

 é realmente vero; tutti hanno creduto

 che il sole si muovesse intorno alla

 terra; dunque sarebbe vero che il sole si

 muove! Con questo principio non vi sa

rebbe errore santificato dai secoli e dal

l'ignoranza che non potrebbe essere di

mostrato per vero; e allascienza non re

sterebbe altro che raccogliere le antiche

 credenze, siccome le più attendibili e le

 più universalmente credute. (v. CERTEZZA

 •REID).

 Nella stessa religione il principiodel

 senso comune potrebbe essere rivolto

 contro la verità di molti dommi; e per

fino il cristianesimo dovrebbe essere con

siderato come una falsa rivelazione ,

 quando fosse confrontato colla gran

 maggioranza dei settatori di altre reli

gioni (V. RELIGIONI).

 capo visibile di questa Chiesa ne era il

 legittimo interprete (Essai sur l'indif

ference).

 Grazie e questo consentimento uni

versale, Lamennais conferiva alla ragione

 umana collettivamente, ciò che singolar

mente rifiutava ad ogni ragione parti

colare, e concretava poi in un solo uo

mo la collezione di tutte queste ragioni.

 Finché Lamennais si attenne a questa

 si poco liberale applicazione della dot

trina del senso comune, la Chiesanulla

 trovò a ridire; ma venticinque anni ap

presso, quand' egli, piegandosi al movi

mento generale del pensiero, dettò l'E

squisse d' une philosophie, nella quale,

 pur sempre restando prete, cessò di in

carnare nella Chiesa cattolica la rap

presentazione della ragione collettiva

 dell'umanità, papa Gregorio XVI trovò

 che quella dottrina era vana, futile e

 incerta, e solennemente la riprovò nel

 modo che segue: « Egli é assai deplo

revole il vedere in quale eccesso di de

lirio si precipiti l' umana ragione, al

lorché l'uomo si lasciapigliare all'esca.

 della novità, e sforzandosi, malgrado

 l'avvertimento dell' apostolo, a riescire

 piu saggio di quel che abbisogni, trop.

474

 SENTIMENTO

 po fidente di se, reputa che la verità

 possa cercarsi fuori della cerchia della

 Chiesa cattolica .....

  stupenda definizione che ha

 solamente il difetto di non esser chiara;

 manon si può volergli male per que

sto: il miglior professore di sentimen

talismo non potrebbe dircene di più.

 Servet (Michele) Nacque nel 1509

 a Villanova nell' Aragona. A 19 anni si

 recò a Tolosa per studiarvi il diritto,

 che abbandonò poi per dedicarsi inte

ramente alla teologia. Fra tutti i dommi

 religiosi quello della trinità gli parve

 il più strano, e il mendegno dellapub

blica fede, sicchè cercò di renderlo, se

 non altro, più intelligibile, considerando

 le tre persone divine come la semplice

 manifestazione di un solo Dio. Trovata

 questa spiegazione per lui soddisfacente;

 sperò che i capi della riforma in Ger

mania sarebbero stati del suo avviso;

 ne scrisse perciò ad Ecolampadio, ed

 egli stesso si trasferì a Strasburgo per

 conferire con Bucero. Ma ildabben uo

mo non aveva pensato che i capi della

 riforma erano per lo meno tanto intol

leranti quanto i papisti: egli fu detto

 un bestemmiatore ed un messo del

 diavolo » e Zuinglio trascorse fino a

 maledire il maledetto e scellerato Spa

gnuolo. Nonostante questa opposizione

 pubblicò nel 1532 il libro sugli Errori

 della Trinità e l'anno seguente i Dia

loghi sulla Trinita. Lo scandalo destato

 da questi due scritti fu tale, ch'egli si

 vide costretto a cambiar di nome e a

 rifugiarsi a Lione, ove visse parecchio

476

 SERVET

 tempo in una tipografia, correggendo | lo calunnia, lo insulta, nè si sta pago,

 bozze di stampa. Fatto che ebbe qual

finchè la sentenza di morte è pronun

che risparmio, si trasferì a Parigi, ove stu

diò le matematiche e la medicina,scienze

 nella quale fu addottorato. Dopo avere

 professato nel collegio dei Lombardi,

 Pietro Paumier, suo discepolo nominato

 vescovo a Vienna nel Delfinato, lo chia

mò presso di senellaqualitàdimedico.

 Servet visse così tranquillamente dodici

 anni, nel qual tempo alternò i suoi studi

 di medicina con quelli di teologia, e

 venne compilando un libro col titolo

 Restitutio Cristianismi, nel quale in

tendeva di proporre una nuovariforma

 della religione. Prima di pubblicarlo

 egli entrò in corrispondenza con Calvino,

 sperando forse di poterlo trarre alle sue

 idee. Ma dopo parecchie lettere, il capo

 della riforma di Ginevra, irritato forse

 dall' ostinazione e dalle arguzie di Ser

vet, ruppe ogni commercio con lui.

 Intanto il Servet mandò alla stampe

 il suo libro, e poichè trovavasi in paese

 cattolico, lo fece imprimere con tutta

 segretezza, ma non tanto che Calvino

 non ne avesse sentore. Il furore teolo

gico allora invase costui a tal punto,

 ch'egli, capo della riforma, non temette

 di far denunciare il suo avversario al

l' inquisizione cattolica. In quell' occa

sione, dice Gabriel, Calvino si mostra

 talmente acciecato dal fanatismo, che

 perde perfino le nozioni distinte del

 bene e del male » (Hist. de l' Eglise de

 Genève T. 2).

 ciata contro di lui e il 27 ottobre 1553,

 mandata ad esecuzione mediante il rogo.

 Benchè oltre ogni dire abbattuto, Ser

vet rifiutò mai sempre di ritrattare le

 sue opinioni, anche allora che gli fu

 promesso di convertire la penadimorte

 mediante il rogo,conquellaper la spada.

 Egli perì tra le fiamme dopo mezz' ora

 di inauditi tormenti.

 Tra i capi d'accusa della sentenza

 si leggono questi, i quali possono mettere

 in luce quali fossero le eresie che cat

tolici e protestanti imputavano a Servet.

 « Item. Ha spontaneamente confes

sato che nel libro Christianismi resti

tutio egli chiama trinitari edatei coloro

 che credono nella Trinità.

  io, con

è fatto arrestare dall' inquisizione e sot- tinua Calvino, essendo corrucciato di

 toposto a processo. Un giorno però gli una assurdità si grossa, replicai di ri

vien fatto di fuggirsene; egli pensa di scontro: come, povero uomo, se qualcuno

 recarsi a Napoli per esercitarvi la me- battesse col piede questo pavimento, e

 dicina, e per la via delle Alpi scende a dicesse che calpesta il suo Dio non i

Ginevra all' osteria della Rosa. Appena norridiresti di aver assoggettata lamae

Calvino ha sentore dell' arrivo a Gine- stà di Dio ad un tale obbrobrio? Allora

 vra del suo avversario, tostolo denun- egli rispose: io non dubito menoma

cia all' autorità criminale, e mette in mente che questo banco e questa cre

cauzione il suo stesso segretario accioc- denza e tutto ciò che si potrà mostrare

 chè, secondo le leggi d'allora, avesse non sia la sostanza di Dio. Nuovamente

 egli la parte di accusatore. Egli assale gli fu opposto che, a parer suo, dun

il suo avversariod' innanzi al Consiglio, | que il diavolo sarebbe sostanzialmente

SESTO EMPIRICO

 477

 Dio. Ridendo, egli arditamente rispose: | dallo affermare qualcosa,così senza mal

 ne dubitate voi? Quanto ame tengo per

 massima generale che tutte le cose sono

 una parte e porzione di Dio, e che ogni

 natura è il suo spirito sostanziale ».

 animo contro altri, eglino espongono

 le proprie dubitazioni sopra ogni ma

niera di discipline; dacchè non rinven

Sesto Empirico. Il luogo e il

 tempo preciso della nascita di questo

 filosofo si ignora. Sulla fe le di Diogene

 Laerzio che lo annovera tra i discepoli

 di Erodoto di Tarso, si crede general

mente ch' egli sia fiorito verso il prin

cipio del terzo secolo, e che sia origina

rio d' Africa. Ch' egli fosse medico ed

 esercitasse l'arte salutare non è dub

nero in nessuna la verità che cercavano

 con gli studi. « Nega, anzi tutto, l' esi

stenza della disciplina, argomentandone

 e dalla indeterminata controversia dei

 filosofi circa la essenza sua e dal non

 potersi affermare quale si è la cosa in

segnata, chi l'istruttore, chi l' ammae

strato, e quale il modo dello appren

bio, poichè egli stesso lo afferma; e che

 fra i medici egli appartenesse alla setta

 degli empirici pare altrettanto certo,

 per quanto dice Diogene, e per lo stes

so nome di Empirico che gliene è de

rivato. Null' altro si sa della sua vita,

 nè pure delle sue opinioni in medicina,

 giacchè le sue Memorie di medicina❘le, nè la istorica, né quella che con

andarono perdute.

 dere. E come i principii e il metodo

 generale della asserita disciplina si por

gono della grammatica; chiamandola

 unalusingatrice sirena, entra sottilmente

 amostrarla arbitraria ne' propri ele

menti, nelle leggi stabilite per le sil

labe, pei nomi, per lametrica, per l'or

tografia, per la etimologia; e ne deduce

 non esistente nè la parte sua artificia

cerne i poeti e gli scrittori (L. 7) e

 tanto meno quella chehaper iscopo di

 rizzata la filosofia di Pirrone. Nel suo

 libro Contro i matematici, egli confuta

 i dommatici inqualsiasi scienza, i gram

matici dapprima, quindi i rettorici, i

 geometri, gli aritmetici, gli astrologi,

 e i musici. Più conosciute sono le sue

 Ipotiposi pirroniane, che furono tra

dotte in francese prima da un tal Huart

 col titolo: Les Hipotiposes ou Institu

tions pirroniennes (Amsterdam 1725) e

 poi da Samuele Sorbière.

 L'autore riproducendo le obbiezioni

 di Pirrone contro i dommatici si di

chiara apertamente in favoredegliscet

Sesto Empirico é invece conosciu

tissimo nella filosofia per avere volga- persuadere, ossia la rettorica (L. II).

 > Passa ai Geometri; e subito toglie

 concludenza alle loro argomentazioni

 chiarendo inefficace ogni discorso che

 non abbia base dimostrata, come sono

 i loro; costruiti sopra ipotesi, e con

 principii egualmente indimostrabili (qua

li il punto e la linea), e da cui nessu

no può mai nulla togliere nè tagliare

 (L. III ) Conlo stesso argomento della

 impossibilità di aggiungere o sottrarre

 qualcosa, confuta le teorie degli arit

metici massime pitagorici (L. IV).

 >> Ingegnosi ed afforzati da giusta

 erudizione, sono gli argomenti contro

 gli Astrologi Caldei i quali, dice, in

 vario modo fanno onta alla vita, fab

bricandoci una grande superstizione,

 nè consentendoci operare nulla confor.

 me a ragione (L. V.)

 tici. Le parti principali di questo libro

 vôlto in italiano da Stefano Bissolati,

 essendostate riprodotte all'articolo PIR

RONISMO, gioverà qui citare il sunto che

 lo stesso antore dà del libro contro i

 matematici.

 > Siccome i pirroniani accostatisi

 alla filosofia per desiderio di incontrarsi

 al vero, e non lo avendo trovato in

 nessuna parte, per l' eguale peso di ra

gioni che stanno in tutte, si astennero

 > Pur accordando che dalle armo

nie si sia potuto trarre bene, e dol

cezza, e conforti; incalza i musici col

 mettere in aperto la nonesistenza delle

 modulazioni e de' ritmi (L. VI).

 > Spiegata la forma generale della

478

 SOCINIANISMO

 scettica, viene alla particolare, ossia a

 quella che parzialmente combatte la

 filosofia divisa in razionale, naturale,

 morale. Nel primo libro (L. VII) contro

 i logici diffusamente espone e sottil

mente oppugnaquanto erasidetto, circa

 il criterio della verità, dai filosofi che

 ne negavano la esistenza e da chi la

 ammetteva; bene avvertendo essere que

sta la suprema delle indagini. Giac

ché o non si trova la regola per cui

 conoscere la vera esistenza delle cose,

 ebisognerà finirla coi grandiosi vanta

menti dei dommatici; o scorgerassi qual

cosa che valga acondurci allacompren

sione della verità, e meriteranno censura

 di audaci gli scettici che sanno andare

 contro alla comune credenza. « Nel se

condo (L. VIII) discorre in particolare

 del vero, del segno, degli oscuri, della

 dimostrazione, della materia della di

mostrazione e se la dimostrazione esi

sta. E poiché ha concluso che tutto è

 incomprensibile e indimostrabile; e con

tro l' obbiezione che, quando non ci

 abbia possibilità di dimostrazione, an

che il discorso dello scettico non vale

 ed egli non può trarre arma che ab

batta il dommatico, risposto con l'ar

gomento dato nel Libro I. c. 8 delle

 Istituzioni; entra in lotta (L. IX) coi

 Fisici. E la critica è intorno i principii

 naturali, gli dei, la causa e l'effetto,

 circa il tutto e la parte e sopra il cor

po; e appresso dice contro del luogo,

 del moto, del tempo, del numero,della

 generazione e del corrompimento. Chiu

de la serie dei combattimenti opponen

do ai filosofi moralisti sopra i sette

 punti fondamentali dell' etica: quale sia

 il bene, e il male, e l'indifferente; se

 per natura ci sieno il bene e il male; se

 pure ammessa la esistenza del bene e

 del male in natura, sia possibile il vi

ver felice; se chi astiensi dallo ammet

tere o dal negare l'esistenza del bene

 e del male, incontri ed essere felice,

 se una qualche arte si trovi per con

durre la vita; e se quella possa venire

 insegnata ».

 Socinianismo. Dottrina inse

gnata da Lelio e Fausto Socino, con

traria alla Trinità. Nel 1546 dopochè

 le dispute di Lutero ebbero fatto ri

sorgere il gusto per le controversie re

ligiose, alcuni nobili stabilirono in Vi

cenza una Accademia collo scopo di

 discorrere di siffatte materie. Lelio So

cino era nel numero di costoro, i quali

 interpretando le scritture, dommatizza

rono che vi è un sommo Iddio che

 hacreato tutte le cose pel ministero

 del suo Verbo, che il Verbo è Figlio

 di Dio; che il Figlio di Dio è Gesù di

 Nazareth; e che Gesù di Nazareth è un

 uomo. Questadottrinanon faceva molto

 onore alla logica dei novelli Accade

mici; e tutto ciò che vi era in essa di

 chiaro era la riproduzione della eresia

 di Ario ( Vedi ARIO) che negava la

 divinità di Gesù, e la sua consustan

zialità col Padre. Ma di pensare inque

sta guisa in quei tempi, nemmeno ai

 nobili era cosa lecita,laonde, saputasi la

 cosa, il governo ne fece arrestare alcuni

 che mandò amorte; mentre altri, tracui

 il Socino , si rifugiarono nella Polonia

 dove l' unitarismo aveva fatto de' sen

sibili progressi. Lelio Socino fu ospi

tato dai nobili Polacchi, ma morì a

 Zurigo il 17 Marzo 1562 senza aver

 fatto molti proseliti. Alcuni anni dopo

 Fausto Socino nipote di Lelio, dopo

 aver brillato alla Corte ducale di To

scana, divisò d' intraprendere la car

riera teologica dello zio; fu a Basilea,

 quindi nella Transilvania, e finalmente

 l'anno 1579 giunse in Polonia. Quivi,

 posto al sicuro dalle persecuzioni cat

toliche, non men che da quelle dei nuovi

 protestanti pure tremendi nelle loro

 vendette, armeggiò contro Lutero e

 Calvino e ottenne di riunire in una sol

 comunione le trenta e più Chiese an

titrinitarie che esistevano nella Polonia.

 Morì nella villa di Luclavia l'anno 1604

 e sul suo sepolcro fu posto un epitafio

 latino che diceva così: Lutero distrusse

 il tetto di Babilonia, Calvino ne ro-

vesciò le muraglie, ma Socino ne strap

SOFISMA

 pò le fondamenta. Dopo la morte di

 Socino non si spense l'eresia sua. Molti

 nobili erano venuti al suo partito, e

 questi in sì buon numero che nella Dieta

 riuscirono ad avere il sopravvento e a

 far proclamare la libertà di coscienza.

 479

 Nome dato da Augusto Comte alla fi

losofia della storia. Nel sistema positi

vista essa costituisce la prima parte

 della filosofia morale, e si propone di

 scoprire le leggi costanti che reggono

 la successione degli avvenimenti sociali.

 Ma non andò molto che Cattolici e

 Protestanti insieme intolleranti che si

 negasse la divinità di Gesù, unirono i

 loro suffragi e riuscirono a far décre

tare che i Sociniani, o rientrassero in

 una delle chiese tollerate, o uscissero

 dai confini dello stato; il qual decreto

 fu il segnale della persecuzione gene

rale di tutti gli stati contro i Sociniani

 che riparavano entro i lor confini.

 Dal catechismo di Cracovia compilato

 da Socino si deducono i seguenti prin

cipii fondamentali della sua dottrina.

 1. La sacra Scrittura è la sola regola

 di fede, ed è interpretata dalla ragione.

 2. Conseguenza di questo principio è

 che i dommi della Trinità, della Incar

nazione, della Divinità di Gesù Cristo,

 del Peccato originale, i quali non sono

 chiaramente annunciati nella Scrittura,

 non hanno diritto alla nostra fede. 3.

 Del pari la creazione dal nulla non è

 domma comprensibile nè credibile, poi

 chè Dio non chiaramente lo palesò nella

 Scrittura, dov' egli forma il mondo da

 una materia preesistente ( Vedi "CREA

ZIONE). 4. Gesù è il divin verbo, figliuol

 di Dio; Dio manifestatosi in carne, ma

 questi simboli usati dai Sociniani non

 hanno per loro che un senso puramente

 metaforico. 5. Il battesimo e la cena,

 come credono i protestanti, sono i due

 soli sacramenti istituiti da Gesù, ma

 non hanno altra virtù che quella di

 eccitare la fede. 6. La risurrezione della

 carne è impossibile, le pene eterne in

giuste: le anime dei malvagi saranno

 (V. POSITIVISMO).

 Sofisma. Chiamasi cosi ogni sil

logismo il quale, sebbene lasci intendere

 di condurre a conseguenze assurde, pure

 presentasi con certe forme sotto le quali

 si è imbarazzati a scoprirlo, o almeno si

 è imbrogliati a dire in qual parte il

 ragionamento sia falso e capzioso.

 Varie classi di sofismi si distinguono

 nelle scuole, e a ciascuna classe l'antica

 filosofia ha applicato uno special nome.

 Prima classe. Grammatica fallace o

 amfibologia; sorta di sofismi che deri

vano o dall' ambiguità dei termini o

 dall' equivoco. Esempio: Dio è dovunque;

 dovunque è un avverbio, dunque Dio è

 un avverbio.

 Seconda classe. Ignoratio elenchi ;

 consiste nell' ignoranza del soggetto in

 questione.

 Terza classe. Petizione di principio.

 Succede quando si vuol spiegare lacosa

 che è in questione, con un' altra cosa

 che essa stessa dev' essere provata, per

 cui si torna ancora alla questione di

 principio. Esempio: La Bibbia è infal

libile perchè lo afferma la Chiesa; la

 Chiesa è infallibile perchè lo afferma la

 Bibbia; dunque la Bibbia e la Chiesa

 sono infallibili. Si capisce facilmente

 che i libri dei teologi sono pieni di

 petizioni di principio.

 Quarta classe. Del falso supponente.

 Supporre vero il falso è vizio più co

mune di quel che si pensa, ond'è che

 in questa classe di sofismi cadono facil

mente i credenti, i quali deducono lo

annichilate. 7. A niuno è lecito guereg- giche conseguenze da falsi principii.

 giare nè reclamare in giudizio la ripa

razione di una ingiuria, essendo queste

 cose chiaramente divietate dal Vangelo,

 equesto principio fu comune ai Qua

CHERI e agli ANABATTISTI.

 Sociologia, o Scienza sociale.

 Quinta classe. Non causa pro causa.

 Prendere per causa ciò che non è causa.

 In quest' anno è succeduta una guerra;

 ma la guerra è stata preceduta dalla

 comparsa di una cometa; dunque la co

 meta è stata la causa della guerra.

480

 SONNO E SOGNI

 Sesta classe. Consequentis. Sofisma | tative, e sopprime solamente ifenomeni

 che si fa quando si reciproca dove non della coscienza, della volontà, i movi

si può, perchè il soggetto della propo- menti muscolari e l' attitudine dei nervi

 sizione non contiene tutto il suo predi- a trasmettere le sensazioni. La respira

cato. Ogni cubo è una figura, dunque zione e la circolazione deifluidi durante

 ogni figura è un cubo.

 Settima classe. Fallacia dicti non

 simpliciter. Si fa quando da quel che è

 vero in parte si conchiude che è vero

 in tutto. Esempio: Pietro è buono; ma

 Pietro è pittore; dunque Pietro è buon

 pittore.

 Sonno e Sogni. Il sonno e i

 sogni sono stati argomento di non po

che controversie tra i psicologi, e hanno

 fornito a Dugald-Stevart l' occasione di

 un serio studio, per determinare quale

 sia lo stato dell'anima nel sonno. I

 fisiologi poi si sono occupatidello stesso

 argomento per stabilire di qual natura

 sia la funzione fisiologica del sonno, e

 inqual maniera essa succeda. Comin

cerò da quest'ultimo argomento, dal

 quale principalmente dipende la solu

zione del problema che si sono propo

sti i psicologi.

 Cabanis ha definito il sonno

 uno

 stato che non è puramente passivo, ma

 che è una funzione particolare del cer

vello, la quale succede quando si sta

bilisce in quest' organo una serie di

 movimenti particolari, la cessazione dei

 quali conduce il risveglio » (Rapport

 du physique et du moral § XV). Que

sta proposizione avrebbe bisogno di es

sere provata, né alcuno ha ancor po

tuto determinare quali siano i movi

menti intracerebrali che producono e

 mantengono il sonno. Buffon ha detto

 più genericamente, ma perciò appunto

 con maggior verità, che

 il sonno é

 un modo di esistere altrettanto reale e

 più generale che ogni altro; che tutti

 gli esseri organizzati i quali mancano

 di sensi esistono in questa maniera >

 (Hist. nat. t. IV). Questa definizione mi

 pare preferibile a quelle più o meno

 ampollose, date da vari fisiologi. In ef

fetto, il sonno lascia intatte tutte le

 funzioniche, sarei tentato di dire, vege

il sonno continua regolarmente, ma i

 nervi riposano, e coi nervi il cervello.

 Tuttavia questo riposo non succede

 immediatamente e in un sol tratto per

 tutti gli organi. Generalmente laprima

 azione che si sospende è lamuscolare; le

 membra si rilassano e cadonopel pro

prio peso restando immobili nella posi

zione che si sono scielta e secondo la

 disposizione delle articolazioni. Dumeril

 ha dimostrato che nessuna azione vo

lontaria nè alcun sforzo muscolare de

vono esercitare gli uccelli per mante

nersi dritti sui rami durante il sonno.

 Egli sostiene che uno dei tendini del

 crurale passa sulla rotella per unirsi ai

 tendini motori dei pollici , cosicchè

 quando lagamba degli uccelli è pie

gata, i pollici si trovano mantenuti nella

 flessione in una maniera fissa, perma

nente e solida, quantunque passiva.

 Durante il sonno tutti isensi dimo

rano in uno stato di riposo. Non biso

gna però confondere questo stato colla

 soppressione assoluta della sensazione,

 poichè se ciò fosse si correrebbe peri

colo di non svegliarsi più. Il sonno ot

 tunde i sensi, ma non li sopprime, e

 numerosi esempi ci dimostrano che la

 semplice eccitazione di un senso basta

 a svegliarci. Spesso però accade che

 quando l'eccitazione non è sufficente

mente forte e che il sonno è profondo,

 la sensazione avvenga senza essere per

cepita. L'uomo addormentato spesso si

 toglie da una posizione incomoda, ed

 eseguisce dei movimenti muscolari. La

 luce, dice il Prof. Longet, può manife

stare durante il sonno la sua azione

 sulla retina senza che visia percezione.

 Infatti le pupille dell' uomo che dorme

 in un luogo oscuro sono dilatate, men

tre quelle di chi si addormenta alsole

 cogli occhi rivolti verso quest' astro

 sono contratte, come si contraggono

SONNO E SOGNI

 eziandio quelle di chi, senza svegliarsi,

 sia fatto passare dall' oscurità alla luce.

 Il Prof. Longet attribuisce quest' azione

 a un movimento riflesso dell' asse ce

187

 Gli spiritualisti si sono proposti il

 problema: Quale è lo stato delio spirito

 rebro spinale. É certo però che alcune

 volte l'impressione luminosa giunge

 fino all' encefalo ed è da noi percepita

 sebbene spesso non sia così forte per

 svegliarci.

 L'udito è l'ultimo senso che si ad

dormenta. Già i muscoli sono nel riposo,

 e l'occhio più non percepisce la luce,

 quando encora persiste l' udito. La vi

sta trova nelle palpebre un riposo con

tro le moleste impressioni esteriori, ma

 I'udito non ha mezzo alcuno per sot

trarsi naturalmente all' azione dei suoni,

 Quest' organo, dice Longet, che è il più

 ribelle alle influenze del suono, è ezian

dio quello che più resiste agli attacchi

 della morte: si ode ancora dopo che

 tutti gli altri sensi hanno cessato di

 vivere, nella stessa maniera che si ode

 ancora quando tutti gli altri sensi dor

mono. É per l' organo dell' udito, con

tinua Longet, che penetrano sovente le

 influenze soporifere, ed è per il suo in

termediario che gli altri sensi dormono

 mentre esso veglia ancora. Però que

sta osservazione non mi pare esatta,

 giacchè se è vero che certi rumori mo

notoni sembrano conciliare il sonno, è

 pur vero che questo fatto non può at

tribuirsi ad altro che ad una nostra

 illusione. Infatti, niuno può negare che

 il silenzio sopratutto sia favorevole al

 riposo, e che chi si addormenta nel si

lenzio è senz' altro svegliato da ogni

 piccolo rumore. Che se noi riusciamo

 ad addormentarci nonostante certi ru

mori regolari e continuati, ciò si deve

 attribuire al fatto che tutte le impres

sioni eguali e continuate, divenendo, do

po un certo tempo, abituali, l'organo

 finisce per adattarvisi e a restarvi pres

sochè indifferente. É in questa maniera

 durante il sonno? E tutti si sono ac

cordati nella sentenza, che durante il

 sonno lo spirito non è come il corpo

 in uno stato speciale, ma ch'esso ve

glia sempre. Essi erano condotti neces

sariamente a questa affermazione, dalle

 conseguenze imperiose del loro sistema,

 imperocchè ammessa che sia una so

stanza semplice, indivisibile, immutabile

 ed essenzialmente pensante, com'è lo

 lo spirito, la cessazione del pensiero

 non avrebbe potuto a meno di condurre

 la cessazione o la modificazione della

 sostanza. Ma nè lo spirito può cessare

 di essere senza diventare mortale, nè

 può trasformarsi, perchè essendo sem

plice e indivisibile ogni trasformazione

 cambierebbe essenzialmente la sua na

tura. Gli spiritualisti hanno perciò as

serito che nel sonno del corpo la vo

lontà esiste pur sempre, tuttochè perda

 la sua influenza sui membri del corpo.

 

 «Io consento che il corpo del Si

gnor Voltaire sia trasportato senza ce

rimonia, rinunziando a questo riguardo

 a tutti i diritti curiali che mi competono».

 >

 «Attesto e dichiaro che io sono stato

 chiamato per confessare Voltaire, che

 ho trovato, permancanza di sentimenti,

 incapace di essere ascoltato in confes

sione

 Non tocca a noi parlare delle opere

 semplicemente letterarie di Voltaire ed

 esporne i pregi ed i difetti. Non accen

neremo quindi che i suoi lavori filosofici

 e quelli che hanno una qualche re

lazione colla filosofia.

 Presentasi prima il saggio sui co

stumi e lo spirito delle nazioni, che

 è forse l'opera più ragguardevole usci

ta dalla sua penna. Con tutt'altro scopo

 continua il lavoro omonimo di Bossuet,

 rire in pace! Il curato di S. Sulpicio | incominciando ove questi fini,dalla fon

ciò udendo, rivolto ai circostanti: voi dazione, cioè, dell'Impero diCarlomagno.

VOLTAIRE

 Ma mentre Bossuet proponevasi di ser

vire alla gloria ed al consolidamento

 della religione cattolica, Voltaire invece

 combatte arditamente per avvilirla, anzi

 per distruggerla. Bossuet riferisce alla

 istituzione del cristianesimo come al loro

 unico fine tutti gli avvenimenti: Voltaire

 gli attribuisce come a vera causa di quasi

 tutti i delitti e dei mali che desolarono

 l'universo dalla fondazione dell'Impero

 d'occidente in avanti. Implacabile nella

 ricerca del vero, distrugge, nella sua

 rapida corsa attraverso i secoli, la fa

527

 di Voltaire vogliono essere menzionati

 le Questioni sull'enclopedia, pubblicate

 in seguito col titolo, per vero poco me

ritato, di Dizionario filosofico; il Filo

sofo ignorante; La bibbia infine spie

gata; Esame importante di milord Bo

linbroke; Commentario su Malebranche,

 Trattato della tolleranza; Storia dello

 ma di civilizzatore usurpata dal cristia

nesimo, lacera il velo che copriva le

 infinite infamie commesse dal clero e

 dai suoi seguaci in nome della religione,

 ne palesa le debolezze, i vizi e i de

litti, imprimendo al papismo ed ai suoi

 ministri un marchio disonorante che

 non potrà più venir cancellato. Così

 l'opera spetta meglio alla filosofia che

 allastoria, perché gli avvenimenti vi sono

 riferiti non tanto per sè stessi, quanto

 come argomento alle riflessioni che vi

 fanno seguito. Fedele al suotitolo attende

 principalmente a far conoscere i costu

mi e lo spirito delle nazioni, e nulla

 conveniva meglio al suo ingegno tanto

 abile nel cogliere i tratti caratteristici

 dei costumi, degli usi, delle opinioni e

 dei pregiudizi.

 Poche letture poi sono dilettevoli

 quanto i romanzi di Voltaire, e quasi

 tutti hanno uno scope filosofico. Cosi

 Candido, quadro giocoso delle miserie

 della vita umana è una confutazione

 del sistema ottimista, che già l'autore

 aveva combattuto in modo più serio

 manon più efficace nelpoema: il Disa

stro di Lisbona. Mennone tende a pro

vare che il proporsi di essere perfetta

mente ragionevole è pretta pazzia, tanto

 gli avvenimenti trascinano l'uomo con

 maggior forza de' suoi propositi. I Viag

gi di Scarmentado, la visione di Babuc,

 Micromegas ecc; celano sotto finzioni

 d'ordine naturale qualche principio di

 filosofia speculativa o qualche verità di

 morale pratica. Tra i libri di filosofia

 stabilimento del cristianesimo; e molti

 scritti minori. La maggior parte di queste

 opere comparve sotto una quantità di

 pseudonimi, ch'egli per la necessità di

 nascondersi, cambiava ad ogni tratto.

 Senonchè quando alcune volesse de

terminare in che precisamente consista

 la filosofia di Voltaire, arrischierebbe

 di trovarsi gravemente imbarazzato. La

 sua, più che altro, è una dottrina nega

tiva: sottrarre l'umanità al predominio

 di quell'ammasso informe di assurdi e

 di pregiudizi che costituiscono le reli

gioni rivelate, ecco l'unico concetto che

 predomina nelle numerosissime opere di

 Voltaire. Le altre questioni filosofiche

 lo preoccupano generalmente benpoco:

 talora con quell'acutezza onde il suo

 genio getta così spesso splendidi lampi,

 d'una sola frase incisiva affronta e ri

solve i problemi più difficili: talora in

vece si lascia trascinare daidee precon

cette, cade in inesplicabili contraddi

zioni, e assale con indegni improperi i

 materialisti più illustri, tali che Hol

bach e La-Mettrie ch'egli combatte,

 non già argomenti, ma col sarcasmo.

 Leggendo gli scritti di Voltaire più

 volte accade di trovarlo in contraddizione

 con sè stesso, sì perchè sovente egli

 stesso si compiaceva di occultare il suo

 pensiero, sì perchè talora le sue idee

 stesse si vennero modificando. Ad esem

pio, mentre nel 1839 in una lettera ad

 Helvetius egli sostiene il libero arbitrio,

 nel Filosofo ignorante, partendo dal

 principio che nessun effetto vi è senza

 causa, conclude che se noi siamo liberi

 di seguire gl'impulsi dellanostravolontà,

 questa volontà è però necessariamente

 determinata da cause. 

 Voltaire si dichiarò più volte puro

 sensista ; la teoria delle idee innate

 sembrava a lui come già a Locke il

 nec plus ultra dell'assurdo. A convin

cersene basta leggere in Micromega

 il brano in cui adopera la sua sottile

 ironia contro quel paradosso: » Il car

tesiano prese la parola e disse: l'anima

 è uno spirito che nel ventre della ma

dre ricevette tutte le idee metafisiche,

 e che uscendone è obbligato di andare

 alla scuola per imparare tutto ciò che

 sapeva così bene e che non saprà più.

 Non valeva adunque la pena, rispose

 l'animale di otto leghe, che la tua ani

ma fosse così sapientenel ventre di tua

 madre, perchè poi tu avessi a finire

 cosl ignorante, quantunque abbi già il

 barbuto mento.

 ..... Un piccolo seguace di Lo

cke.

 io non so, disse,come penso;

 so che non ho pensato che all'occasio

ne de' miei sensi.

 La bestia di Si

rio sorrise, non trovando costui ilmeno

 saggio, e l'avrebbe abbracciato senza

 l'estrema sproporzione » (Micromega.

 cap. VII) Eppure ad affermazioni così

 recise, invano si ricercano conseguenze

 egualmente risolute. Voltaire non sa

 indursi a negare nè l'esistenza di una

 legge morale, né Dio, nè la libertà e

 nemmeno la vita futura.

 Dirò di più: egli anzi, quanto al

meno alla legge morale, a Dio, alla li

bertà, le ammette in guisa da escludere

 ogni equivoco.

 Perlaprimaveggasi ad esempio quan

to esso scrive in Cu-Su et Kou: » Kου

 La setta di Laokium dice che non vi

 ènè giusto, nè ingiusto, nè vizio, nè

 virtù.

 Cu-Su. La setta di Laokium dice

 forse anche che non vi è nè salute nè

 malattia ?»

 Enel filosofo ignorante: «Vi sono

 mille differenze, in mille circostanze,

 nella interpretazione della legge morale:

 ma il fondo rimane sempre eguale, ed

 è l'idea del giusto e dell'ingiusto » .

 Voltaire era deista e per sessan

t'anni lotto in tutti i modi a difesa di

 questa idea: negò la generazione spon

tanea che era un argomento in favore

 dell'ateismo, e fece ogni sforzo per com

battere lecause finali,mentre poi, senza

 pur avvedersene, deducela maggior co

pia delle sue prove dell'esistenza di Dio

 dalla perfezione del creato.

 Il pensiero di Voltaire non è così

 esplicito intorno alla natura dell'anima,

 ch'egli ammette possa anche essere ma

teriale. » Le voci materia e spirito,

 scriveva nel Filosofo ignorante, non so

no che parole; noi non abbiamo alcuna

 nozione completa di queste due cose.

 In sostanza, vi è tanta temerità a dire

 che un corpo organizzato da Dio stesso,

 non può ricevere il pensiero da Dio me

desimo, quanto sarebbe ridicolo di dire

 che lo spirito non può pensare ».

 Diffatti Voltaire non ammetteva che

 la ragione fosse privilegio esclusivo del

l'uomo, e su questo argomento com

battendo l' opinione contraria dei car

tesiani, diceva:

 <<<Quelli che non ebbero il tempo di

 osservare la condotta degli animali, leg

gano nell' Enciclopedia l'eccellente ar

ticolo ISTINTO: saranno convinti dell'e

sistenza di questa facoltà, che è la ra

gione delle bestie, ragione tanto infe

riore alla nostra quanto lo è uno spiedo

 all'orologio di Strasburgo: ragione limi

tata ma reale: intelligenza grossolana,

 ma intelligenza dipendente dai sensi

 COME LA NOSTRA ecc. » (Dialogo XXIX

 Gli adoratori e le lodi di Dio).

 In sostanza, giovaripeterlo, Voltaire

 nè segui, nè creò alcun vero sistema

 filosofico positivo: indipendente da tutti,

 bene spesso anche dasè medesimo, non

 esaminò con attenzione delle dottrine

 filosofiche che quelle le quali servivan

gli per il grande scopo della sua vita:

 la lotta contro la superstizione; le altre

 non approfondi, ma accetto o respinse,

ZENONE

 meno per convinzione ragionata che

 per inclinazione. Cionondimeno egli

 resterà sempre uno delle più splendide

 figure del suo secolo, ed il suo nome

 sarà sempre onorato, perchè indissolu

bilmente congiunto alla storia della

 529

 lotta, iniziatasi prima di lui ma da lui

 capitanata per tanto tempo; lotta del

 buon senso contro lasuperstizione, della

 tolleranza religiosa e politica contro

 l'assolutismo del progresso,contro l' im

mobilità e l'oscurantismo.

 Z

 Zenone. Nacquea Cizianell' isola

 di Cipro verso l'anno 358 a. G., e morl

 adAtene verso l'anno 260. Figlio di

 un ricco mercante d' origine greca, si

 esercitò per tempo nello studio della

 filosofia coi libri che il padre gli por

restano i titoli, tali che quelli dei libri

 sull' Etica di Crate, Sull' istinto, Sulle

 passioni, Sull' Essere, Sui segni, e l'Arte

 dell' Amore. Ciò che si sa della dottrina

 di Zenone, grazie agli scritti dei filosofi

 e deicommentatori antichi, è abbastanza

 confuso; nè è facile a distinguersi cid

 tava, ritornando dai suoi viaggi nella

 Grecia. Venuto ad Atene si fece disce- | che gli appartiene in proprio da quello

 polo di Crate il cinico e dalui apprese

 a disprezzare i bisogni del corpo e a

 dominare coll'impero della volontà le

 che alle sue opinioni fu aggiunto dai

 discepoli.

 Dicesi che fosse il primo ad intro

durre il dilemma nelle dispute filosofi

che, e ch'egli usasse una dialettica ro

busta e incalzante che distruggeva le

 argomentazioni piùsicure de' dommatici.

 passioni, i desideri e il dolore. Ma se

 adottò le massime della scuola cinica,

 non così ne approvò le forme esterne,

 e l'ostentazione che i cinici ponevano

 nel mostrarsi in pubblico noncuranti nel | Par che ammettesse un'unitàdetta Dio,

 vestire. Si aggregò in seguito alla scuola

 e che questa unità confondesse col mon

megarica ed all' accademica, e, se cre

diamo aDiogene Laerzio, vent' anni più

 tardi, prese egli medesimo ad insegnare

 filosofia in Atene. Scelse a luogo dei

 suoi convegni coi discepoli il portico

 (Stoa) dell' Azora, d'onde derivò il no

me alla scuola stoica da lui fondata.

 (V. STOICISMO). Presto egli salı in tanta

 fama, che Antigone Gonata, re di Ma

cedonia, si ascrisse ad onore di mettersi

 fra i suoi discepoli; Tolomeo Filadelfo

 lo chiamò, sebbene invano, nell' Egitto,

 e Atene gli conferì il diritto di citta

dinanza.

 Resistendo alle splendide offerte che

 gli venivano fatte, Zenone preferì re

stare in Atene, ov' egli condusse vita

 frugale, e mantenne ne' suoi costumi

 una purità che nessuno gli contesta.

 Gli scritti di Zenone andarono tutti

 perduti, e d'alcuni di essi soltanto ci

 do che diceva eterno. La creazione ne

gava pel noto principio che dal nulla

 si fa nulla, e che ciò cheesiste da tutta

 l'eternità non può produrre cosa di

versa da se. Più unità, ossia più Dei

 non poteva ammettere, conciossiachè se

 essi anche avessero perfezioni eguali,

 non potrebbero esser Dei, non essendo

 ciascun di loro, preso isolatamente, nè

 il più grande, ne il più potente, nè il

 più perfetto. Zenone sosteneva con Se

nofane, che se Dio è uno, deve avere

 forma sferica, giacchè la Divinità per

 essere perfetta deve essere in ogni parte

 simile a se stessa; e la sfera non può

 essere nè infinita nè circoscritta, giac

chè circoscritte sono le cose finite, e

 infinito è il solo nulla, il quale nonha

 principio, nè mezzo, nè fine. L'unità

 non può essere neppuremutabile o im

mutabile, non essendovi d'immutabile

530

 ZUINGLIO

 che il solo nulla, il quale non può cam

biarsi nè unirsi con le cose esistenti;

 nè pure potrebbe mutarsi, poichè ogni

 cambiamento importa movimento, e per

chè col cambiamento la sostanza unica

 cesserebbe di esser tale. La divinità di

 Zenone è dunque un essere unico, sfe

rico, sempre eguale a se stesso; nè fi

nito, nè infinito; nè mutabile, nè in mo

vimento.

 Sulla pluralità delle cose Zenone

 cadeva nello scetticismo, giacchè egli

 si sforzava a dimostrare che il ragio

namento è impotente a provare che e

sista qualche cosa o che esista nulla.

 Essere o non essere eran per lui forme

 di dire, e il nulla a suo credere esisteva

 tanto bene quanto l'esisteate. Le prove

 empiriche respingeva siccome inefficaci

 acondurci alla ricerca dellaverità; per

chè secondo lui contro il ragionamento

 che dimostra non potere esistere che

 un essere unico, l'esperienza a nulla

 giova. Quanto all'essere unico, egli

 argomentava che fosse prova, non ne

gazione del nulla, poichè, diceva, se e

siste un essere unico, quest'uno è in

divisibile; ma ciò che non è divisibile

 non è qualche cosa, perchè non si può

 porre nel numero degli esseri ciò che

 per sua natura, se è aggiunto ad un

 altro, non arreca aumento, distaccato

 non vi produce diminuzione: dunque

 I'essere unico è nulla, e non esiste pro

priamente un essere.

 Le sottigliezze di Zenone per negare

 il movimento e l'empirismo l'hanno

 fatto considerare da alcuni come un

 sofista. Certo è che l'unitá del suo es

sere sferico lo dimostra fedele alle ten

denze panteistiche degli eleatici e che

 i cavilli da lui adoperati per negare

 la realtà obbiettiva delle cose, ci ri

cordano le vane disquisizioni degli i

dealisti. Aveva molti discepoli, che al

cuni sommano fino a ottantamila, nu

mero per certo esagerato, ma che ad

 ogni modo prova sempre il facile di

vulgarsi della sua dottrina. Questo fi

losofo, che fu riguardato siccome un Dio,

 presso amorire confessò ai suoi seguaci

 che aveva loro sempre taciuta la verità,

 e che essendo venuto il momento di

 togliere le metafore ond' egli usava, li

 ammoniva che nessuna ricercapuò farsi

 con speranza di conseguire la cono

scenza delle essenze, giacchè il nulla

 ed il vuoto sono il principio di tutte

 cose.

 Zuinglio (Ulrico). Capo della

 setta protestante che da lui s' intitola.

 Nacque nella Svizzera e fu curato della

 primaria parocchia nella città di Zu

rigo. Disputano iprotestanti per sapere

 se prima o contemporaneamente a Lu

tero predicasse la riforma. Certo è che,

 o prima o poi, questi due riformatori,

 senza nemmeno affiatarsi nèconoscersi,

 predicarono quasi insieme li stessi prin

cipii. Per altro, Zuinglio dissentiva dal

la riforma luterana intorno a due punti,

 il primo dei quali è la rigida prede

stinazione predicata da Lutero, in forza

 della quale niuno può salvarsi se non

 è daDio predestinato. Zuinglio sperava

 di addolcire quest' empio domma sup

ponendo che eziandio i pagani potes

sero salvarsi colle loro virtù e per una

 certa qual grazia giustificante che, al

 postutto, diventava ancora predestinante,

 poichè proveniva dall' alto e non dal

l'uomo. Il secondo punto dottrinale sul

 quale Zuinglio differiva da Lutero, era

 la cena, od eucaristia intorno allaquale,

 mentre Lutero sosteneva il domma della

 presenza reale di Gesù Cristo, quan

tunque negasse la transubstanziazione ,

 Zuinglio invece non voleva riconoscere

 che una semplice commemorazione. On

de diceva che nelle parole di Gesù:

 questo è il mio corpo ecc. il verbo è e

quivale a significa, nello stesso modo

 che nella Bibbia è detto: L'agnello è

 la Pasqua, per indicare che è il segno

 0

 la rappresentazione della Pasqua

 (Esodo XII. 27).

WICLEFF

 W

 Wicleff. Nacque a Wicleff nella

 provincia di Yorck nell' anno 1329; fu

 professore di teologia e capo della setta

 dei Wicleffisti. Egli accusò il papad'es

sere simoniaco ed eretico; il potere dei

 vescovi negò, gli ordini monastici chia

md sette, l'eucaristia una falsità, le

 preghiere per i morti inutili pratiche.

 D'onde si vede che Wicleff fu uno

 dei più arditi precursori della riforma

 inglese. Molti seguaci egli ebbe, e come

 lui arditi, ma il papa ancor troppo do

minava nella Chiesa inglese perchè po

531

 tessero i loro sforzi sortire allora piena

 efficacia. Wicleff mori paralitico il 28

 Dicembre del 1384, non prima di aver

 sentita l' Università di Oxford condan

nare 278 proposizioni estratte dai suoi

 libri. Il clero scomunicò poi i suoi pro

seliti e ottenne dal re vari editti, in

 grazia dei quali alcuni eretici furono

 mandati al rogo. I libri di Wicleff por

tati nella Germania furono stimolo e

 fondamento alla nuova eresia di Gio

vanni Huss.

 FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

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