DIZIONARIO
FILOSOFICO
DI
STEFANONI LUIGI
CONTENENTE
L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA
BIOGRAFIA DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI
E DELLE E LA DEFIRESIE,NIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI
ALLA FILOSOFIA ECC. ECC.
Volume 11.
MILANO
NATALE BATTEZZATI, EDITORE
Via S. Giovanni alla Conca, 7.
1877.
5-6-729
DIZIONARIO FILOSOFICO
:
DIZIONARIO
FILOSOFICO
DI
STEFANONI LUIGI
CONTENENTE
L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA BIOGRAFIA
DEI FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELLE ERESIE, LA
DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC.
MILANO
NATALE BATTEZZATI, EDITORE
Via S. Giovanni alla Conca, 7.
1875.
Parma, Tipografia della Società fra gli Operai-tipograf.
MALE
M
Macedonio Vescovo arianodiCo
stantinopoli incompetenza di Paolo stato
eletto a quella sede dai cattolici. Dopo
5
ste, ciò vuoldire, che Dio o è autore del
male, o non ha potuto impedire che il
molte turbolenze eccitate tra i fedeli di
Costantinopoli che parteggiavano per
' uno o per ' altro partito, riuscì ad
occupare la sede contrastata, non senza
però aver fatto perire in una sedizione
ben tre mila dissidenti. Poichè Ario a
veva negata la divinità delFiglio, nulla
di strano che alcun altro negasse la di
vinità dello Spirito Santo.E così feceMa
cedonio, il quale per una stranissima
incongruenza, se da una parte trovava
che le ragioni degli ariani non avevano
valore contro la divinità di Gesù, le av
male entrasse nel mondo. La prima i
potesi contrasta con labontà e lagiu
stizia, attributi che tutte le religioni ri
conoscono nel loro Dio; laseconda ren
de Dio impotente a combattere il male,
e il principio d'onde il male emana fa
superiore a Dio e Dio esso stesso.
Due metodi tentarono leteologie per
evitare siffatte conseguenze; e il primo
già rece le sue prove, e grandiose, nel
dualismo (v. questavoce), ilquale attri
buiva l'origine del mondo al concorso
e alla lotta di due opposti principii ,
l' uno buono e l'altro malvagio, che
vi avevano impresse le tracce della lo
ro potenza e della loro natura. Que
sto sistema già molto diffuso nell'Asia,
valorava però quando trattavasi dello
Spirito Santo. Il quale, diceva Macedo
nio, in nessun luogo della Scrittura è
detto che sia Dio, chè anzi vi è sempre
rappresentato come subordinato alPadre
ed al Figliuolo: per essi esiste, per essi
è istruito, e per la loro inspirazione | buon principio una superioritàmorale,
parla (Giov. 16. Paolo ai Corinti I cap.
2.); egli è il consolatore dei cristiani e
penetrò anche nell' Europa, e si divulgò
nel cristianesimo col manicheismo : ma
per quanto cercasse di attribuire al
per essi prega (Rom. 8) il che non fa
rebbe s'egli stesso fosse Dio, poichè in
tal caso egli pregherebbe se stesso.
D'altronde, o lo Spirito Santo è gene
rato o non è generato. Se non è gene
rato in che differisce dal Padre ? se è
generato in che differisce cal Figlio? E
se è generato dal Figlio, allora biso
gnerà credere che esso è soltanto il ni
pote del Padre.
Male. Teologi e filosofi cercarono
in ogni tempo di spiegare l'origine del
male. Imperocchè se Iddio è l'autore
del mondo e se il male nel mondo esi
non potè togliere la conseguenza, che
l'origine del mondo dovendo attribuirsi
adue principii, questi diventassero due
Dei competitori, perpetuamente lottanti
per disputarsi il dominio dell' universo.
Le religioni monoteiste cercarono
perciò nuove spiegazioni, e andarono im
maginando che Dio avendo creato un
mondo perfetto, il male vi penetrò poi
non per volontà sua, ma pel peccato
dell' uomo che trasgredi i suoi coman
damenti. E non pensarono che se l'uo
mo potèpeccare, è segno ch'egli perfetto
non era, e che, il germe del male già
esisteva in lui fin dal momento della
creazione. Imperocchè anche la facoltà ,
6
MALE
di volere il male è un male essa stessa.
E l' obbiezione parve a tutti così seria,
che nel secolo scorso filosofi e teologi,
per confutare ilBayleche la riproduceva,
andarono in tracciadi altre spiegazioni.
Il padre Malebranche sperò di aver tolta
la contradizione sviluppando un certo
suo sistema, nel quale Dio veniva mo
strato come l'essere sovranamente egoi
sta, curante soltanto di sè e della glo
ria sua, alla quale essendo necessaria
l'Incarnazione, il peccato dell'uomo di
veniva altrettanto necessario acciocchè
portato adare l'esistenza alle creature, e
che oggetto della suabontànon possono
essere che le creature intelligenti, cost
possiamo dire, ragionando a misura dei
lumi che ci ha datoperconoscerlo, che
si è proposto di creare il maggior
numero di creature intelligenti, e di dar
loro tutte le cognizioni, tutta la felicità,
tutta la bellezza, di cui l' Universo era
suscettibile, e condurle a tale stato fe
lice nel modo più conveniente alla loro
natura, e più conforme all'ordine.
« Il mondo attuale per essere il mi
Dio potesse esercitare la suainfinita migliore de' mondi possibili debb' essere
sericordia.
Leibnitz credetteche perdissiparegli
scrupoli, che facevano nascere le diffi
coltà di Bayle, si dovesse più positiva
mente conciliare lapermissione del male
colla bontà di Dio. Tutti i metodi te
nutisi per giungere a tal fine, gli par
vero imperfetti, e conducenti a moleste
conseguenze, laonde prese un'altrastrada
per giustificare la Provvidenza. Credet
te, che tutto quello che succede nel
mondo, essendo una conseguenza della
scelta che Iddio hafattodel mondo at
tuale, conveniva elevarsi a quel primo
| istante, nelqualeIddioformò il decreto
1
di produrre il mondo. Un' infinità di
mondi possibili erano presenti all'Intel
ligenza divina e la sua potenza poteva
egualmente produrli tutti: giacchè dun
que ha creato il mondo attuale, con
vien dire che l'abbia scelto.
«Iddio non hadunque potuto creare
il mondo presente, senza preferirlo a
tutti gli altri: ora è contradditorio, che
Iddio avendo dato l'essere ad uno di
cotali mondi, non abbia preferito il più
conforme a' suoi attributi, il più degno
di lui, il migliore: un mondo insomma,
quello, che corrisponda più esattamente
atale oggetto magnifico del creatore,
dimodochè tutte le sue parti, senza ec
cettuarne alcuna, con tutte le loro mu
tazioni, e riordinamenti cospirano colla
maggior esattezza alla vista generale.
Poichè questo mondo è un tutto, le
parti ne sono talmente concatenate, che
niuna parte potrebbe togliersi, senza che
tutto il resto non fosse interamente mu
tato. Il miglior mondo, conteneva dun
que le leggi attuali del moto, le leggi
dell'unione dell' anima col corpo, stabi
lite dall'autor della natura, l' imperfe
zione delle creature attuali e le leggi,
anorma delle quali Iddio scomparte
le grazie, che accorda alle medesime.
Il male metafisico, il male morale, ed
il mal fisico dovevano dunque entra
re nel piano del migliore de' mondi.
Tuttavia non si può dire, che Iddio ab
bia voluto il peccato, ma bensì il mondo,
nel quale può entrare il peccato. Quindi
Iddio ha solamente permesso il peccato,
e la sua volontà non è in questo punto
che permissiva, per dir così; poichè la
permissione non è altro, che una so
spensione, o sia negazione d'un potere,
il quale messo in opera impedirebbe
l'azione di cui si parła, ed il permet
tere è l'ammettere una cosa legata ad
che nella sua creazione sia l'oggetto
maggiore, ed il più eccellente, che si
sia potutoprefiggere quell' essere per
fettissimo. Noi nonpossiamo assolutamen- | altre, senza proporla direttamente, ben
te deciderequale siastato un tale fine del
Creatore, poichè siamo troppo limitati
per conoscere la sua natura: tuttavia
siccome sappiamo che la sua bontà l'ha
chè sia in poter nostro l'impedirla.
( Corano IV, 155, 156)..
Questi passi, se dimostrano cheMao
metto attribuiva a Gesù una missione
profetica, provano eziandio che ai suoi
tempi era accreditata e diffusa la voce
che Maria aveva concepito Gesù nell'a
Il profeta d'altronde lasciava il Cora- dulterio, e che molti dubbi sussisteva
no fatto raccogliere parecchi anni dopo no ancora intorno alla risurrezione. E
daAbubeker successore di lui. Inque- la intima persuasione del profeta che
sto libro, il cui titolo significa lettura gli ebrei si fossero contaminati atten
per eccellenza,Maometto non parlamai| tando alla vita del Messia, fu forse
in prima persona: è Dio stesso che
parla per mezzo di lui, e questa cre
denza è così radicata nei mussulmani,
cagione del solo atto iniquo da lui
commesso dopo la vittoria. Imperocchè
non accordò quartiere ainumerosissima
12
MAOMETTO
ebrei dimoranti nell'Arabia, ma li per- siete in viaggio, o ammalati; se avete
segul, quanti potè uccise,saccheggið le fatti i vostri bisogni naturali, o se a
loro case e tutti costrinse a rifugiarsi vete avuto commercio con donna, fre
in paese non soggetto al suo dominio. gatevi il viso ele mani confina polvere,
Di sè poi Maometto parla nel Co- se vi manca l'acqua. Dio è indulgente
rano come di profeta predetto dalle e misericordioso. » ( Corano IV, 46 ).
stesse scritture degli ebrei. Alla sua
2.º La preghiera che si fa cinque
missione trova allusioni nel Pentateuco❘ volte al giorno in casa o al tempio, ma
( Corano VII, 156 ); e Gesù stesso è
suo precursore e rivelatore.« Gesù, fi
glio di Maria, diceva al suo popolo: O
figli di Israele ! io sono l'apostolo di
Dio a voi inviato per confermare il
Pentateuco che vi è stato dato prima
di me, e per annunciarvi la venuta di
un apostolo che verrà dopo di me, il
cui nome sarà Ahmed. E quando Gesù
faceva loro vedere dei segni evidenti,
essi dicevano : è magia manifesta >>(Co
rano LXI, 6). Ahmed, (il glorioso)
è un dei nomidi Mohammed, e i Mao
mettani pretendono che Gesù n' abbia
predetta la venuta nel Paracleto di
cui parla S. Giovanni ( XVI, 17), cor
ruzione dicono essi, di Periclytos, che
in lingua greca suona, come Ahmed, il
glorioso. Così, aggiungono, l' alterazio
ne della voce e la sua applicazione alla
discesa dello Spirito Santo, non è altro
che una prova della mala fede dei cri
stiani.
11 Corano è la continuazione della
rivelazione antica. « Prima del Corano
esisteva il libro di Mosè, dato a guida
degli uomini ed in prova della bontà
di Dio; or quello conferma questo in
lingua araba, affinchè i cattivi siano av
vertiti, e i buoni sentano la buona no
vella » ( Corano XLVI, 11 ).
I principali precetti dell' islamismo
sono:
1.º La purificazione, la qual si ot
tiene colle abluzioni molto raccoman
sempre cogli occhi rivolti alla Mecca.
Solo la preghiera solenne del venerdi
dev'esser fatta in comune nella moschea,
imperocchè il venerdì presso i mussul
mani è giorno sacro a Dio.
3.º Il digiuno del mese di ramazan,
nel quale il fedele non può durante il
giorno cibarsi di checchessia.
4.° L' elemosina molto raccomandata
dal Corano. Dio dice ai credenti: >>
(Corano XI, 109 ).
Il fatalismo e lapredestinazione son
dommi pienamente confermati in molti
passi del Corano, il quale accenna che
il bene e il male son già da Dio pre
determinati in modo invariabile. L'isla
mismo ha, del resto, le sue dispute
dottrinali, i suoi casisti e la sua teo
logia. Poco dopo la morte del profeta
imussulmani si divisero in una molti
tudine di sette, le prime delle quali,
quelle dei sciti ed i sunniti, disputano
ancora intorno alla successione dei ca
liffi; imperocchè i primi riconoscono in
Ali il solo successore del profeta, e gli
altri vogliono che Abubeker soltanto
avesse il diritto di succedergli. E poi
chè i dottori dell' uno e dell' altro par
a salvamento.
Marcione. Discepolo di Cerdone.
Credesi che insegnasse il suo sistema
nella Persia verso la metà del secondo
secolo. Adottando i principii del duali
smo orientale e volendoli applicare al
cristianesimo, credette di trovare nella
opposizione che presentavano fra loro
l'Antico e il Nuovo Testamento il segno
manifesto dellaloro intrinseca differenza.
Opera del principio malvagio era l'An
tico Testamento, e del buon principio
il Nuovo. Tant' erano i Marcioniti con
vinti di questo dualismo che nutrivano
un grandissimo disprezzo pel Dio di
Mosè, e Teodoreto narra che un mar
cionita di novant'anni, era penetrato
dal più vivo dolore ognivolta che il
bisogno di nutrirsi l'obbligava ad usare i
prodotti del Dio creatore. I discepoli di
Marcione penetrati dalla nobiltà della
loro anima che supponevano essere una
emanazione diretta del buono principio,
correvano valorosamente incontro al
martirio e alla morte, ond' essere li
berati dalle catene materiali fatte dal
Dio creatore. Eusebio cita l'esempio di
un marcionita, il quale essendo stato
attaccato vivo ad un palo col capo in
giù, e con i chiodi conficcati nelle carni,
fu abbruciato a fuoco lento, senza che
ritrattasse alcuna cosa delle sue cre
denze.
Marechal(PietroSilvano).Nacque
nel 1750 a Parigi, ove esercitò l'avvo
14
MARIA VERGINE
catura. Fu poi chiamato a coprire un
posto nella biblioteca Mazarina, ma lo
perdette nel 1783 peraverpubblicato le
Litanie della provvidenza, libro che fu
giudicato sommamente irreligioso. L'an
no appresso pubblicò il Libro sfuggito
al diluvio, o salmi nuovamente scoper
ti. L' almanacco degli onesti stampato
nel 1788, fu abbruciato per mano del
boia e l'autore venne condannato a tre
mesi di prigionia. Nel 1790 pubblicò :
Dio e i preti, frammento di un poema
filosofico; ott'annidopo il Lucrezio fran
cese e il Culto degli uomini senza Dio,
col quale egli intendeva fin d'allora di
gettare le fondamentadi unasocietà di
uomini onesti che praticassero il bene,
ela morale osservassero senza coazione
religiosa,
Nell'anno 1800 mandò alle stampe il
Dizionario degli atei antichi e moderni,
lavoro dinongran mole, alla compila
retto specialmente aintrodurre l'indiffe
renza in materia di religione, come gli
Incas furono volti a rendere odioso il
fanatismo.
Nel 1797 eletto membro del Corpo
legislativo, egli compose un discorso sul
libero esercizio dei culti, che non fu
letto nell'assemblea, e si trova stampato
infine alle sue memorie. «Questo scritto,
dice l' autore della storia ecclesiastica,
parla della religione con assai rispetto,
come ne parla nella sua Metafisica e
nella Morale, libri che entrambi vera
mente non sono di unuomo irreligioso,
tuttochè qua e là vi si trovino iprinci
pii del Belisario. »
Maria Vergine. Dei quattro e
vangeli canonici, due negano implicita
mente la verginità di Maria, e sono
quelli di Marco e di Giovanni; e due
l'affermano, ma in maniera così scon
clusionata e contradditoria, che la loro
testimonianza non può essere di alcun
zione del quale fu aiutato da Lalande
che ' arrichi poi di due supplementi.❘ peso nemmeno per concludere che, vi
L'autore affermava che il deista non
differisce gran che dal cattolico romano,
esi lagnava chemoltimembri dell'Isti
tutoancora andassero allamessa,emolti
atei portassero la corona e recitassero
il rosario. Fra gli atei più fermi Mare
chal contaval'economistaBandeau, l'ab
bateArmand, Bourdin tesoriere di Fran
cia morto nel 1752, Fieville, Naigeon e
d' Holbach.
Tutti gli scritti di Marechal ap
partengononecessariamente aquel perio
dofilosofico del secolo XVIII, che lavoro
assai, e assai coraggiosamente, non tanto
per fondare una filosofia nuova, quanto
per distruggere quelle secolari supersti
zioni contro le quali la sola rivoluzione
preparata dagli enciclopedisti potè com
battere vittoriosamente.
Marmontel(Giovanni).Nacquenel
Limosino nel 1723. Chiamato aParigida
Voltaire, frequentò le sale de' filosofidei
suoi tempi,con alcundei quali contrasse
amicizia. Sottogli auspici di Voltaire in
venti ancora i loro autori, questo dom
ma cattolico fosse già formato. È vero
che Matteo e Luca parlando di Maria
insegnano ch'ella aveva concepito Gesù
per opera dello Spirito Santo, ma è pur
vero che il primo di questi evangelisti
aggiunge che Giuseppe non conobbe
Maria finch' ella ebbe partorito il suo
figliuol primogenito cui pose nomeGesù.
Ed è chiaro che un primogenito sup
pone per lo meno un secondogenito, e
che seMaria fu vergine prima non lo
potè essere poi. D'altra parte, se Giu
seppe non conobbe Maria prima ch'ella
avesse partorito Gesù, per illazione si
deve conchiudere che la conobbe dopo,
e che l'evangelista abbia voluto sol
tanto indicare che la continenza degli
sposi durd fino alla nascita del reden
tore. Che questo fosse il suo vero pen
siero, si può desumere dallo stesso e
vangelista, il quale più innanzi narra,
che mentre Gesù parlava ancora alle
turbe >>
o il sostegno dell' estensione, bisogne
rebbe che essa avesse in se stessa un'al
tra estensione che la rendesse propria
ad essere substratum o sostegno, e così
di seguito all'infinito. Ora io vi doman
do se non è questauna cosa assurda in
sè, e nel medesimo tempo contraddito
ria a ciò che mi avete testè accordato,
che il substratum, o il sostegno dell'e
stensione debba essere qualche cosa di
stinta dall' estensione ed ancora che
1
l' escluda ? »
Chi non vede che cotesto sofisma si
risolve infine in una pura questione di
parole ? Tutto l'errore dell' argomen
tazione sta nel supporre che il substrato
o sostegno, come si voglia chiamare,
sta sotto all'estensione. La confutazione
poteva correre per la vecchia scuola, la
qual supponeva che sotto all'estensione,
alla forza e agli altri fenomeni della
sostanza esisteva un substrato sostan
ziale. Oggidì nè sotto nè sopra alla
materia si ammette che esista cosa al
cuna. L'estensione e la forza non stanno
nella materia, ma sono la materia, od
altrimenti sono un modo di essere della
materia. Sotto all' estensione non sta
dunque cosa alcuna novellamente estesa,
poichè l'estensione non è cosa, ma mo
do di essere delle cose.
Il Genovesi ha ben dimostrata tal
trinsecamente da una cosa di cui è
estensione; e perciò è, o modo o attri
( Metaf. par. V).
L'argomentazione del Genovesi mi
par così precisa che nulla rimanga da
opporgli . Se non che, ponendo egli
nella prima parte la questione della
semplicità della sostanza, cade in una
delle sconfinate astrazioni di Leibnitz
che son, del resto, comuni a tutti i
metafisici dei tempi andati. Ciò che sia
semplice noi non sappiamo, e questa
vocenonesprime pernoi cheunadi quel
le tante idee di negazione che sì spesso
si vennero confutando in questo dizio
nario. Noi conosciamo una materia com
posta di parti ed estesa; e per opposi
zione imetafisici hanno voluto concepirne
un' altra, che denominarono sostanza,
la quale essendo semplice non è com
posta di parti. Mail negare le proprietá
della materia non è creare una sostan
za nuova, e gl' antichi atomisti ( v. A
TOMISMO ) che avevan concepito l'atomo
indivisibile e inesteso, erano pur stati
alle prese colla medesima contraddizio
ne, di ammettere, cioè, una materia di
cui negavano in ultimo gli attributi.
Nel fatto lamateria, che in conclusione
è tutto quanto esiste di sostanza, non
la percepiamo altrimenti che sotto le
parvenze di questi stessi attributi , e
tutte le volte che noi cerchiamo col
pensiero di sopprimerli, cadiamo in una
MATERIALISMO
vuota astrazione. Imperocchè la sem
plicità, nel senso inteso da' metafisici,
non sappiamo nemmeno approssimati
vamente che cosa sia, e il significato
di quella voce per noi rimane allo stato
di una perfetta incognita.
Tutte le dispute adunque che si son
fatte e che si posson fare sulla sempli
cità della sostanza, si risolvono infine
27
argomentazioni delle scuole, si deve con
cludere che alcunchè veramente esi
ste e compone l' universo, e questo che
essere la materia, l'essenza della quale
noi ignoriamo, si piuttosto conosciamo
sol per i fenomeni ond' ella a noi si fa
palese e pei quali soltanto ai nostri
sensi è dato di percepirla. Codesta ma
in meri giuochi di parole, imperocchè
la sostanza non si può concepire altri
menti che estesa, e una sostanza estesa
non la si può concepire altrimenti che
divisibile. Voler spingere il nostro pen
siero oltre questi limiti segnati dalla
sensazione è follia, è un ricadere nella
teoria delle idee innate (v. questa voce)
èun pretendere di avere idee metafisi
che anteriori alla sensazione.
Tal fu invero l'eccesso in cui cadde
Leibnitz quando espose quel suo sistema
delle monadi vuote, o sostanze senza
estensione di che voleva composti tutti
i corpi, le quali nessuno è mai riescito
aconcepire, nè concepirà mai.
Non è a dirsi in quanti errori e in
quante cisquiglie la supposta e non mai
compresa semplicità della sostanza abbia
tratto i metafisici d'altri tempi. Wolf,
per esempio, chiama la materia un fe
nomeno sostanziato. La materia, dic'egli,
è l'esteso dotato della forza d' inerzia,
elamateria si mostra a noi come un
soggetto che dura e che è modificabile,
e perciò come unasostanza; ma essendo
la sostanza semplice, l'estensione è un
fenomeno, e perciò non può dirsi che
la materia sia una sostanza, e per tal
ragione puòchiamarsi fenomeno sostan
ziato ( Cosmol. § 300).
In questa maniera, grazie alle in
venzioni de' metafisici, tanto larghi di
parole nuoveper supplire al difetto delle
loro idee, non avremo la sola sostanza
oil solo fenomeno, ma anche il feno
meno sostanziato, ossia qualche cosache
non essendo nè sostanza, nè fenomeno,
dovrà naturalmente relegarsi nel regno
delle chimere.
Ripeto: a ben stringere tutte le
teria, comunque si voglia chiamare e
intendere,è poi identica a quella che i
metafisici dicono sostanza, sol ch' essa,
nel concettonostro, mai non si disgiun
ge, nè può disgiungersi, dai fenomeni
con cui ci si palesa. Tostochè noi fac
ciamo astrazione di questi fenomeni,
vale a dire la vogliamo concepire se
paratamente dalla forza dall' estensio
ne, da! movimento, dal colore, dal sa
pore, dal suono e così via, essa scom
pare per noi, diviene una idea priva di
senso, inconcepibile e assurda, impe
rocchè sia appunto ilcomplesso di questi
fenomeni che per noi costituisce tutto
quanto ci è dato d' intendere della ma
teria.
All' articolo CREAZIONE fu già dimo
strata l'impossibilità della creazione
della materia dal nulla, e la quasi u
nanimità degli antichi filosofi nell' atte
stare questo principio. Del dinamismo
poi che nega alla materia l'esistenza e
riconosce i soli centri di movimento senza
sostanza che si muova, fu detto negli
articoli DINAMISMO E CATTANEO.
Materialismo. Sistemafilosofico
il quale considera la materia come fon-'
damento e substrato d'ogni esistenza.
Non credo che del materialismo possa
darsi definizione più esatta di questa,
avvegnachè cotesta filosofia sia per se
stessa così chiara e palese da non ri
chiedere molte parole per essere defi
nita, sendo le cose chiare da tutti su
bito e chiaramente intese. Invero, tutto
il domma materialista si compendia in
queste sole parole: affermare che esiste la
materia, e che lamateria è tutto quanto
esiste di sostanziale. Tutto il resto nella
dottrinamaterialista non è che accessorio;
si hanno negazioni ma non altre affer
28
MATERIALISMO
mazioni. Le negazioni scendono natu
ralmente dalla affermazione fondamen
tale, ne sono, per così dire, la diretta
conseguenza, ma non tutti, per essere
materialisti sono obbligati ad intenderle
ad un modo.
Vedremo in seguito quali siano
queste negazioni. Occupiamoci innanzi
tutto dell' affermazione.
Che cosa sia la materia e che in
tenda il materialismo di esprimere con
questa voce, fu già detto al precedente
articolo Materia e a quello Forza, che
non si possono dispensare di leggere
coloro che ben vogliono intendere la
teoria materialista. Materia e forza e
sprimono pel materialista tutto quanto
esiste di sostanziale e di fenomenico;
sol ch' egli intende la forza quale un
fenomeno e non una sostanza, unmodo
di essere proprio della materiacome la
forma, l'estensione, il colore ecc.
di è che nemmeno Dio potrebbe esi
stere fuorchè materiale, stando cioè en
tro la cerchia di quell' elemento che
solo possiede l'esistenza. Questa con
seguenza l' avevano già preveduta gli
antichi, e Descartes stesso l'annuncia
tuttochè s' ingegni di respingerla. Al
lorchè noi concepiamo la sostanza, dice
egli, concepiamo solamente una cosa che
esiste inunamaniera, in cuinon habiso
gno se non di se stessaper esistere. Vi
può essere dell' oscurità riguardo al
l'espressione: non aver bisogno che di
se stessa per esistere; poichè propria
mente parlando non vi è se non il solo
Dio che sia tale, e non vi è alcuna co
sa creata, la quale possa esistere un
solo momento senza la sua potenza ».
Cosi, dopo avere sentita la necessità di
porre per base dell' esistenza della ma
teria la sua indipendenza daogni altro
ente, Descartes, non vinto dal ragiona
Da questa premessa fondamentale | mento, ma pieghevole ai pregiudizi co
scendono tutte le negazioni del mate
rialismo, le quali quà e là furono giá
dimostrate nei vari articoli di questo
muni, s'inchina al sofisma con che que
sti gli dimostrano che la materia esi
ste perchè Dio la sostiene.
Dizionario. E primieramente, se la ma
teria, di tutto quanto esista è il sub
strato e il fondamento, l'anima e lo
spirito (v. ANIMA) non possono esistere
se non materiali; ma un'anima o uno
spirito materiali non sarebbero più nè
anima nè spirito, ma materia, d'onde
si vede che l' ammissione dellamateria
come fondamento unico dell' esistenza,
ripugna coll'ammissione di una esisten
za immateriale. Quest'esistenza sarebbe,
in sostanza, nè più nè meno che l'atoто
vuoto, ossia quella sostanza semplice,
indivisibile che la metafisica è andata
vanamente imaginando senza mai riu
scire a concepirla. (v. MATERIA).
Se la materia è il fondamento d'ogni
esistenza, nessuna esistenza può essere
anteriore ad essa e fuori di essa. Nem
meno può essere stata creata, poichè
fuori di essa nessuna cosa potendo esi
stere, ' immateriale, ossia il nulla non
poteva creare la materia e darle una
qualità che esso stesso non aveva. Quin
Ma la definizione era data e revo
carsi non poteva; e Spinozache intravi
de tutto il profitto che ne poteva trarre,
l' usò largamente. Di maniera che, po
sto il principio che per risolvere il pro
blema generatore degli esseri bisogna
risalire all'origine stessa delle cose e
partire da alcune prime nozioni chiare
chenon ne suppongono altre, egli pose
come nozione primitiva quelladella so
stanza. E come Descartes aveva detto,
così Spinoza ripetè che la sostanza per
esistere non aveva bisogno che di se
stessa. E dappoichè ciò che esiste per
se stesso non ripete da altri la sua e
sistenza, così conchiuse che la sostanza
èeterna e come nessuna molecola nuova
nasce nell' universo, così nessuna si di
strugge. La materia si trasforma per le
sole forze che le sono proprie, nè mai
se ne stà in riposo. (v. MATERIA).
Che il concetto dell' eternità della
materia escluda l'esistenza e l'eternità
di Dio, non pare che tutti l'intendes
MATERIALISMO
sero. Per lo meno l'antico dualismo
ammetteva la coternità di due principii
(V. DUALISMO), e molti anche ne' tempi
moderni si mantennero in tali idee. Tal
fu Voltaire, il quale ammettendo la ve
rità dell' antico assioma de nihilo nihil
fit, riconosceva ancora l'esistenza di
Dio, non creatore, ma regolatore della
materia. Tale credenza, del resto, fu
anche degli ebrei, i quali ammettevano
che Dio aveva ordinata, ma nou creata
la materia ( v. CREAZIONE). Si osservi
bene però che nel solo concetto dell'e
ternità della materia non è contenuta
l'esclusione dell' esistenza di Dio. Que
st' esclusione invece appare evidente
nel principio fondamentale del materia
lismo moderno: se la materia è fonda
mento d' ogni esistenza, Dio non po
29
di esprimere il concetto che se una e
ternità esiste, questa conviene perfetta
mente allamateria la quale, colle stes
se leggi del pensiero, ci si dimostra
essere eterna e per l' infinita divisibilità
e per l'infinita estensione. (v. INFINITO
E DIVISIBILITA').
AncheDioper esistere dovrebbe essere
sostanziale, sarebbe dunqueunasostanza.
Da qui il panteismo di Spinoza il quale
non differisce dal materialismo che per
una mera questione di parole. L' uno e
l'altro sono, infatti, disposti ad ammettere
che un' unica sostanza è diffusa nell'u
trebbe esistere senz' essere materiale o
senz' essere una funzione; ora l'una e
l'altra di queste idee ripugnano col
concetto che noi abbiamo dell'esisten
za di Dio.
Dicendo che la materia è eterna il
materialismo però non insegna un dom
ma assoluto, nè pur pretende di
a
vere risolto il problema dell' eternità.
Esso riconosce anzi e sostiene che noi non
abbiamo, nè possiamo avereil concetto di
ciò ch'è eterno, echel'eternitàper l'uomo
rappresenta una idea negativa piuttosto
che positiva ( v. ETERNITA' E IDEE IN
NATE). Ma in un modo o nell' altro,
tutte le volte che noi pensiamo ai cor
pi mutabili e perituri possiamo eziandio
pensare alla negazione di questi carat
teri transitori, e immaginarci un corpo,
una sostanza che non perisce. Questa è
la condizione di eternità che lo spiri
tualismo afferma nello spirito senza in
tenderla, e che il materialismo rimet
te nella materia senza pretendere per
questo d' intenderla meglio del suo av
versario. Ma non fraintendiamo que
sta sua affermazione come molti affet
tatamente sogliono fare: affermando l'e
ternità della materiail materialismo non
intende menomamente di eccedere i li
niverso, e che ogni cosa che abbia esi
stenza è parte di questa immensa e u
niversale unità di sostanza. Che il primo
poi chiami Dio questa sostanza e il
secondo materia, la filosofianon ciha che
veder nulla, ma sì la fisiologia, la quale
dirà se aun essere così composto di parti,
omeglio a quest' universalità degli es
seri esistenti a cui mal si può attribuire
un pensiero e una individualitàpropria,
convenga il nome di Dio. Premiando 0
castigando le sue creature questo Dio
premierebbe o punirebbe se stesso.
Io confesso che non ho mai saputo
concepire il panteismo altrimenti che
come un materialismo svisato, sotto il
quale ad ogni tratto fan capolino tutte
le premessedi questo sistema. Fra l'una
e l'altra dottrina vi è differenza di voci,
non d'idee, e qual de' due applichi le
parole nel senso proprio o nel traslato
è facile a vedersi.
Dalla premessa fondamentale del ma
terialismo, che la materia è base e fon
damento d' ogni esistenza, scende na
naturalmente la conseguenza ch' essa è
increata. Imperocchè ciò che è fonda
mento dell' esistenza ha già in se stesso
la sua ragion d'essere, nè può riceverla
da altri. La materia è dunque eterna.
Riconoscendo che la materia è de
terminata da leggi, che gli effetti suc
cedono ognora in forza di cause prece
denti, il materialismo è stato condotto
anegare illibero arbitrio, che moltissimi
miti della nostra intelligenza, ma solo í d'altrondehannonegato senz'esseremate
30
MATRIMONIO
rialisti (vedi LIBERO ARBITRIO). Anche in
questa negazione il materialismo non
ha creato un domma nuovo; ha sem
plicemente accettate le premesse che
già erano state poste da altri sistemi
perfin teologici ( Vedi PREDESTINAZIONE
e GRAZIA) ed ha obbedito ad un rigo
roso bisogno della logica, impotente a
spiegare la possibilità di effetti anco vo
litivi che potessero verificarsi senza cau.
se determinanti, senza la ragione del
loro proprio essere.
Togliendo alla morale ogni carattere
assoluto, la filosofia materialista non
poneva una semplice negazione al posto
dell' affermazione de' suoi avversari, ma
faceva ragione ai risultati dell' antro
pologia, alle relazioni dei viaggiatori,
alla storia stessa dello spirito umano,
che concordemente ci dimostrano essere
la morale un risultato variabile del cli
ma, del tempo, dei costumi edei varibi
sogni della societá secondo il suo grado
di coltura e la fisica costituzione del
l'uomo. (Vedi MORALE).
Ma, come gia dissi, tutte queste ne
gazioni costituiscono la parte accessoria
del materialismo scientifico, e le dissi
denze sull' uno o sull' altro punto pos
sono stare nel suo seno, secondo le va
rie maniere che ai filosofi di questa
scuola piaccia d' interpretare i fenomeni
e di dedurne le conseguenze.
Il vero e fondamentale carattere
che distingue la filosofia materialista
dalle altre, è sempre l'affermazione di
1
una sostanza unica esistente veramente
nell' universo. E parrà strano che su
questo punto sul quale tutte le scuole,
eccezion fatta per l'idealista, conven
gono, possano nascere tante controver
sie e tante recriminazioni. Imperocchè,
aben considerare le cose, se tutti am
mettono che alcun che esiste veramente
ed é sempre esistito, tutti dovrebbero
del pari riconoscere che il chiamare
questa entità col nome di spirite, Dio,
sostanza, quiddità, atomo o materia, può
essere questione filologica ma non filo
sofica, e purchè si convenga intorno
agli attributi di questo quid, tutto il
resto si riduce ad una mera disputa di
parole.
Il materialismo, più modesto degli
altri sistemi, ha trovato il nome di ma
teria bell' e fatto, e credette inutile van
to il creare apposta voci nuove per e
sprimere idee vecchie.
Matrimonio. Uno dei sette sa
cramenti della Chiesa cattolica. Sotto
la legge di Mosè la poligamia non solo
era permessa, ma poteva anche consi
derarsi come di divina instituzione. La
Genesi ci mostra Dio stesso sanzionante
la poligamia dei santi patriarchi. Il ma
trimonio indissolubile e contratto tra
un solo uomo e una sol donna fu sta
bilito da Gesù. Il quale insegnò ch' egli
era venuto, non per annullare, ma per
confermare l'antica legge; ed infatti
nulla mutò degli ordinamenti religiosi
del giudaismo; ma nel matrimonio in
trodusse una vera innovazione. Ciò che
Dio ha congiunto, diss' egli alludendo
all' inviolabilità matrimoniale, l'uomo
non separi.
Certo è che introducendo la mono
gamia, Gesù ha seguito un desiderio già
sanzionato dalla morale del suo tempo.
Ed'aver tolti li abusi della poligamia
la filosofia modernanon può che saper
gli grado. Ma fu errore grave quello
d'aver tolto il divorzio, rimedio rara
mente funesto, e sempre vantaggioso
quando proscioglie da vincoli, che spes
so la stessa loro indissolubilità rende
insoffribili.
Se lo stato matrimoniale sia prefe
ribile alla verginità Gesù non disse, ed
ebbe torto. Ma il cristianesimo non do
veva rimanere entro i modesti confini
che gli aveva tracciati il maestro. Uo
mini zelanti e apostoli esaltati dovevano
ben presto eccedere nell' insegnamento
le dottrine stesse di Gesù. Giacchè s'e
gli aveva corretta la poligamia e ordi
nata la monogamia ond' attutire i sensi
e rintuzzare la voluttà, perchè non
sarebbe stata util cosa il vietare ad
drittura ogni unione carnale e proclamare
MATRIMOΝΙΟ
31
la verginita siccome uno stato di per- getta all' uomo ! E l'uomo ebbe il do
fezione ?
Primo apronunciarsi in questo senso
è s. Paolo; e dopo di lui tutti o quasi
tutti i padri trovarono nel loro santo
delirio parole di amaro rimprovero
contro l'amore che invade e penetra
tutta la natura (v. AMORE).
Gli stessi eretici de' primi secoli
partecipano a cotesto sdegnoso diprezzo
de'vincoli imposti dalla natura. Trattasi
di soffocare la concupiscenza della car
ne, di allontanare l'uomo dalla donna
per la quale, come scriveva Lattanzio,
il peccato era entrato nel mondo. Simon
Mago, Basilide, Saturnino, Cerdone, Car
pocrate, i gnostici, gli encratiti, Tazia
no , i Marcioniti, i Manichei, alcuni
Origenisti, gli Adamiti e i Valesiani
riprovarono il matrimonio, non già per
chè ammettessero siccome superfluo il
minio sulla donna. La nascita di Gesù
bastò almeno ariabilitare la donna per
cui opera era stato concepito il redento
re ? Ma no, poichè il cristianesimo ,
fedele alla maledizione, non vuole l'u
nione dei sessi; fa concepire Maria fuori
del matrimonio, per opera dello Spirito
Santo: la sua maternità è una violazione
della natura.
Il cattolicesimo va ancora più in
nanzi: esso insegna ormai che lastessa
nascita di Maria fa eccezione a tutte
le leggidi natura, imperocchè ella non
nacque come nascono le altre femmine:
ella fu immacolata.
Disputano i cattolici e gli accatolici
intorno al matrimonio, al quale gli ul
timi negano l'efficacia del sacramento.
Tutti però hanno la benedizione nuziale,
obbligatoria pei primi, volontaria per gli
vincolo religioso per l'unione dei sessi,❘ altri. Ondechè se ai protestanti può
ma perchè considéravano quest' unione
come sostanzialmente malvagia. Invero
nel dualismo prevalente in quasi tutte
le eresie dei primi secoli, il malvagio
principio accagionavasi di tutti i mali,
eposciachè la vita stessa consideravasi
comeunmale, a lui attribuivasi la pro
creazione dei corpi. Onde asserivasiche
la generazione dei figliuoli avvenivaper
suggestione del cattivo principio, ed
altro non giovava se non che ad esten
dere il suo dominio. Combattere la ge
nerazione valeva dunque quanto com
battere l'impero del male, e Origene
che da se stesso recidesi le parti geni
tali, e i Valesiani più feroci ancora, che
sè e gli altri forzatamente rendevano
eunuchi facevano opera, nel senso loro,
sovranamente benefica.
Questo delirio durò lungamente; ma
come ogni cosa contro natura, dovette
pure avere il suo fine. L'unione dei
sessi, bestemmiata dapprima, riconosciu
ta o tollerata poi nel matrimonio, ri
ceveva però nel cristianesimo la con
danna originale. Eva era caduta per la
concupiscenza, e la maledizione era stata
seagliata contro di lei: Tu sarai sog
parer cosa lecita il matrimonio anche
puramente civile, pei cattolici quest' u
nione divien concubinato, ed ove non
intervengano il ministro e la materia
del sacramento, unione dei sessi per
loro, lecitamente non si può dare. E
l'unione non è comunanza di sentimenti
fondata sui principii della dignità per
sonale e della civile eguaglianza, poichè
laChiesa, secondo la maledizione scaglia
tada Dio sul capo di Eva, vuol ladonna
sottomessa all'uomo, e col matrimonio
non ledauncompagno, maun padrone.
Perciò essa dichiara, per la bocca di
uno de' suoi più eminenti casisti, che
nemmeno i mali trattamenti possono
essere causa del divorzio. « Le batti
ture, dice S. Alfonso de Liguori, sono
una causa di divorzio ? Gli uni affer
mano, gli altri negano. Il maggior nu
mero insegna esser permesso al marito
di battere la moglie, purchè nol faccia
frequentemente, per cagion leggera e
con collera, ma raramente e mediocre
mente (mediocriter). D'onde l' opinione
probabile di Sanchez che insegna la
donnanon poter abbandonare il marito
che la batte, se i colpi son leggeri,
..
32
MATRIMONIO
quand' anche fosse colpita senza motivo,
a meno che, secondo altri, non sia di
condizione nobile ».
Enondimeno gl' imperatori pagani
avevano notevolmente migliorata la con
dizione della donna, e il primo Anto
nino aveva tolto al marito il diritto di
accusare la moglie d'adulterio quand'e
gli stesso non fosse stato irriprovevole.
Dopo dieciotto secoli, la legislazione cri
stiana non è ancor giunta a questo
punto!
Non già, dice uno scrittore moder
no, che la donna manchi d'ogni diritto
sul padrone che la batte. Essa, per e
sempio, può involargli i cattivi libri, o
un po' di danaro per fare l' elemosina;
può abbandonarlo se cessa di essere
cattolico, o se la sollecita nell'eresia, e
la carità stessa neppur l'obbliga a ri
prenderlo quand'egli si converte; ma
essa deve lasciarsi battere se è buon
credente, e cedere ai suoi desideri quan
d' anche sia lebbroso, e il figlio ch'essa
potrebbe concepire corresse pericolo di
morte. ( Liguori Teologia morale 'T.
VII ).
Il diritto canonico condanna esplici
tamente il matrimonio tra i cattolici e
gli eretici, imperocchè l' eresia, per
comun consenso dei teologi, è uno degli
impedimenti a ben ricevere il sacramen
to. La legge civile in Francia, ancora
nel secolo XVII , sanzionava siffatto
principio, come ne fa prova un editto
di Luigi XIV del mese di novembre
1680, così concepito : « Luigi ecc., I
canoni dei concili avendo condannato il
matrimonio fra gli eretici e i cattolici
come un pubblico scandalo, e una pro
fanazione del sacramento, noi abbiamo
creduto tanto più necessario d'impedirli
in avvenire, in quanto abbiamo ricono
sciuto che la tolleranza di questi ma
trimoni espone i cattolicia una tentazione
continua per la loro perversione ecc.
Laonde vogliamo che per l'avvenire i
nostri sudditi cattolici non possano ,
sotto qualsiasi pretesto, contrarre ma
trimonio con quelli della religione pre
tesa riformata, dichiarando tali matri
moni invalidi , e i figli nascituri ille
gittimi ».
Un decreto del 20 dicembre 1599
pubblicato nella Franca Contea dall'Ar
ciducaAlbertoe dalla sua sposa Isabella,
avea anche prima d' allora vietati i
matrimoni tra cattolici ed eretici, pena
la confisca del corpo e dei beni (An
ciennes ordonnances de la Franche
Comte lib. V. tit. XVIII).
Per lo meno prima del 1724 era
lecito ai protestanti francesi di maritarsi
fra di loro; ma colla dichiarazione del
14 maggio 1724 minutata dal Cardinal
di Fleury, siffatta concessione parve li
cenza, e a tutti fu ordinato coll'art. 15
di tal legge che le « forme prescritte
dai canoni fossero osservate nei matri
moni, tanto dei nuovi convert.ti quanto
di tutti gli altri sudditi del re ». E
perchè quest' ultima frase comprendeva
e cattolici e protestanti, non solo i
giudici civili si rifiutarono di presiedere
ai matrimoni fra i protestanti, ma an
cora furono dichiarati invalidi quelli
contratti sotto leconcessioni precedenti
eche non fossero rivestiti delle forme
canoniche.
La rivoluzione francese tolse siffatte
brutture colla instituzione del matrimo
nio civile. E fu allora che la Chiesa,
congiurando contro le nuove libertà, e
non volendo riconoscere la potestà civile,
nė pure quella dei preti che avevano
giurato fedeltà alla costituzione, dichia
rò validi i matrimoni dei cattolici fatti
fuori della legge civile e senza il mini
stero dei preti giurati, purchè contratti
alla presenza di due testimoni. « Questa
sorta di matrimoni, scriveva il cardinale
di Zelada al vescovo di Luçon (Vatica
no 28 maggio 1793) quantunque con
tratti senza la presenza del curato, non
saranno perciò men validi e leciti, come
fu più volte dichiarato dalla Congrega
zione interprete del Conciliodi Trento.>>>
Più tardi se gli sposi troveranno l'oc
casione di farsi benedire da un prete
non giurato, faranuo cosa buona, ma
MAUPERTUIS
rare cha la benedizione non tocca in
nulla la validità del matrimonio ». (Ri
sposta della Congregazione incaricata
degli affari di Francia 22 aprile1795).
33
questo sacerdote avrà cura di dichia- cattolica agli eretici, fu riconosciuto nella
riforma dalla Chiesa anglicana e dal
luteranismo (v. ANGLICANISMO e LUTERO).
Perciò che riguarda il matrimonio dei
preti, concesso nei primi secoli e nega
to poi, si consulti l' articolo CELIBATO
La Chiesa cattolica non soffre l'in
tervento della potestà civile nel matri
monio, nè concede che gli eretici con
traggano matrimonio coi cattolici, ma
autorizza il divorzio degli sposi eretici
tutte le volte che un d'essi si converta
al cattolicismo. Così essa divide per
regnare, e molti esempi lo provano irre
cusabilmente. Ne cito uno fra i molti,
attestato dal seguente documento:
«Emmanuele, per la misericordia
di Dio e la grazia dalla Santa sede
apostolica, vescovo di S. Sebastiano, o
Rio-Janeiro.
!
Al papa profugo concedeva con un ap
posito articolo della costituzione tutte
le guarentigie necessarie, ove fosse tor
nato in Roma, per esercitarvi il potere
L'8 settembre 1847,poco dopo l'ele
zione di Pio IX, Mazzini mandavagli da
Londra una lettera pereccitarlo, come
già aveva fatto con Carlo Alberto, a
lasciar libera la circolazione delle idee
eapropugnare il principio dell' unitá
nazionale. « Noi, scriveva Mazzini, vi
faremo sorgere una nazione intorno,
al cui sviluppo libero, popolare, voi,
vivendo,presiederete. Noi fonderemo un
governo unico in Europa che distrug
gerá l'assurdo divorzio fra il temporale
e lo spirituale; e nel quale voi sarete
scelto a rappresentare il principio del
quale gli uomini scelti a rappresentare
la nazione faranno le applicazioni.... »
La separazione fra il temporale e
lo spirituale era dunque daMazzini di
chiarata assurda. Fedele al suo motto
La parte più spiccata della figura
di Mazzini, emerge appunto per la
missione religiosa ch'egli si era impo
sta (della quale soltanto dobbiamo qui
occuparci); e i principii suoi, fedel
mente applicati, più presto ci avrebbero
condotti alla teocrazia che alla libertà.
Eccone alcuni saggi.
Riti e Simboli « Cristo venne e can
cozzo tra loro, e che pur sono e sa
>
Forse sfiduciato ne suoi arditi, quan
tunque generosi, tentativi tendenti ad un
fine che era per lui fonte perenne di
vita e stimolo fortissimo all'azione, egli
sentiva ne'momenti di scoramento, ilbi
sogno di sfogare il cordoglio e d'impu
tare la colpa dell'insuccesso ad unpar
tito già troppo inoltrato nella lotta
contro i pregiudizi dominanti, e troppo
nemico di quanti idealismi e misticismi
offuscarono l'intelletto umano, perchè ai
più non paresse opera buona e azion
di merito il condannarlo comechessia,
anche nelle cose ov' esso meno poteva
per l' incapacità stessa di cui l' aveva
accusato. Il materialismo fu la vittima
espiatoria da lui scelta, e come giàgli
antichi pagani su di essa scagliavano
le loro maledizioni, per farle portare
sotto il coltello del sacrificatore tutto
il peso delle colpe dagli uomini com
messe, ma da essa soltanto espiate;
così egli sul capo del materialismo a
veva rinversato la colpa d' ogni insu
cesso de' tentativi da lui fatti per l'e
mancipazione politica.
Fin dal giorno in cuipubblicando i
cenni storici della sua vita, iogli espo
neva con franchezza eguale a quella
d'oggi, i motivi che mi avevano consi
40
MAZZINI
gliato a sopprimere la sua formola
«Dio e Popolo > laqualeposta a san
zione di governo, io considerava e con
sidero come contraria ai principii della
separazione della Chiesa dallo Stato e
alla libertà di coscienza, fra l'altre
cose egli mi scriveva: >
Egli credeva nel continuo rivelarsi di
Dio attraverso la Vita collettiva dell' U
manità. Dio, diceva, s' incarica peren
nementenei grandifatti che manifestano
la vita universale (Dal Conc. a Dio pag.
22). Quidunquelarivelazione èpermanen
te e progressiva, ma nulla infatti rivela
fuordiquanto nel sistema de' materialisti
ègiàconcesso e preveduto. L'opposizio
ne fra ledue scuole non cambianatura:
noi dicevamo chelalegge morale, nata
nel senso dell'umanità per la necessità
stessa de' suoi bisogni progressivi, si
va svolgendo in ragione dei tempi, dei
costumi e della civiltà; egli traspor
tava il principio di questo progresso
fuori di noi, in un punto incognito
dello spazio, d'onde esso emana peren
nemente ma con varia efficacia, e s'in
carna in noi per mezzo di un processo
che nè l'analisi, nè la sintesi non ci
hanno mai scoverto. Ma come nel no
stro sistema vogliamo riservato all'uo
mo il merito dellesue opere, così su di
lui ricade la responsabilità delle colpe
e degli errori che momentaneamente
fermarono o fecero retrocedere il pro
gresso dell'umanità. Invece la perenne
rivelazione di Mazzini, la quale in so
stanza non è altro che una copia adul
terata del progresso,storico,ha questo
do
di maggiormente assurdo ogni altra,
ch'essa toglie alsuo Dio ogni carattere
assoluto, lo fa procedere per le sue vie
emanifestarsi per fassi irregolari, con
modo di filosofarenon cape nella testa.
Noi procediamo col metodo per scoprire ❘ incarnazioni talora progressive, tal fiata
il fine, non possiamo ammettere un fine
apriori, anteriore ad ogni esperienza,
regredienti; ci additainfineun Ente incer
to di sè che va esplorando i tempi e
erivelatoci non si saprebbe come eda ❘ le idee, nè sa raggiungereil fine senza
chi. In conclusione, idue sistemi dista
evitare le dubbiezze e le contraddizioni
no di poco; l' essenziale differenza sta
nel modo di stabilire e condurre l'esa
me, sta nel sapere se s' incomincerà a
costruire l'edificio dal tetto o dalla
base!
Mabasti per il materialismo. Vediamo
ora se questo intimo sentimento, questa
sintesi dell'anima ha almeno a Mazzini
del Dio mosaico. Questo Dio imperfetto
e capriccioso, harivelato la barbarie in
Australia, la civiltà inEuropa, la scienza
all' antico Egitto, la superstizione e l'in
famia ai cattolici del medio evo. Tutti
quosti momenti storici che, nel sistema
mazziniano, sono manifestazioni di Dio,
non possono tutti ad un modo essere
MAZZINI
43
progredienti; nè tutti possono derivare | lutava e gli sorrideva dalungi: esso at
dalla incarnazione nell' umanità di quel
medesimo essere che esso dice necessa
riamente identico al Vero e al Giusto.
Ecco dunque Mazzini di fronte al dua
lismo che rimproverava a'vescovi catto
lici del concilio, ma che fatalmente la
logica doveva consigliare a lui, come
già consigliò a Zoroastro, a Manete, a
Saturnino. Questi erano i primi effetti
della sublime sintesi chevuole emanci
parsidall'analisi. Astraendo da'fatti par
ticolari e dalle leggi di natura che ge
nerano edirigono il morale svolgimento
dell'umanità, e che a seconda de' casi,
delle circostanze, del clima, della ferti
lità del suolo la sospingono per questa
o quella via, essa vuole riassumere in
unprincipio solo fuor dell'universo tutti
i fenomeni speciali che qui fra noi e
dentro di noi si producono, ed incar
nare la collettività degli esseri umani
in un individuo solo, causa prima e u
nica d'ogni fenomeno morale
sorta
d' antropomorfismo che volendo fog
giarsi un Dio impersonale, non giunge
amiglior parto che di darci una ima
gine sbiadita di quanto è, opera o pensa
l' Umanità! Veramente non ci voleva
tanto per convincere i materialisti che
la sintesi non crea idee nuove, ma co
pia, congiunge, armonizza o deforma i
fenomeni speciali rivelati dall' analisi,
secondo che più o men bene su questa
si appoggia. Ondechè allontanandosi
dall' analisi Mazzini aveva creduto di
foggiarsi un Dio nuovo, ma in verità
non aveva raggiunto altro scopo che
quello di trasportare tutti li attributi
dell'umanità nella parola Dio. E sicco
me questi attributi sono buoni e cat
tivi, così egli non aveva evitato l'eter
no scogliodi tutti i rivelatori: o di am
mettere il Bene e il Male derivanti dallo
stesso principio (quindi l' imperfezione
in Dio stesso) o di creare un altro prin
cipio d'onde emani ogniMale, come da
Dio neviene ogni Bene.
Mazzini aveva voluto respingere il
Diavolo, ma lo spirito del Male lo sa
tende il posto che gli spetta nell'incom
pleto sistema mazziniano, e vivrà si
curo di sè e fidente nel suo trionfo,
fino a quando vi saranno religioni o
filosofie, che vorranno far derivare il
Bene o il Male da uno stesso eassoluto
principio.
Rispondendo a queste obbiezioni un
anno dopo (1870)Mazzini inuno scritto
sulla intolleranza e l'indifferenza, cost
spiegava il suo concetto della rivela
zione di Dio nell'umanità: « Noi non
crediamo nella rivelazione diretta, imme
diata, in un tempodeterminato, da Dio
all'uomo. Crediamo nella rivelazione
continua dai primi giorni dell'umanità
fino a noi, per opera delle tendenze e
delle facoltà ingenite in noi quando si
sostanziano in armonia nell'intelletto e
nella virtù ». Con queste parole non
negava egli implicitamente l'esistenza
di unDio immutabile? Non toglieva alla
morale il carattere dell' immutabilitá,
solo imperativo morale, per cui tutti i
deisti che vissero finora credettero ne
cessaria la credenza in Dio? Non ab
bandonava cost la morale in balla del
progresso, che è quanto dire dell' uma
nita? Alla rivelazione non sostituiva la
storia, il fatto, pietra angolare del me
todo materialista; e al posto di Dionon
metteva l' umanità? Quella che egli di
ceva rivelazione continua, non è forse
il pensiero dell'umanitá che perpetua
mente lavora e si svolge, e conquista
nuovi veri ? Or quest' è teoria affatto
materialista, e checchè dicano in con
trario i mazziniani, civuol poco a ca
pire che Iddio compie una funzione af
fatto inutile nel loro sistema teosofico;
non è come nei miti religiosi il rivela
tore di verità assolute, eterne ed im
mutabili, chè anzi nasce, cresce e si svi
luppa coll'umanitá e ha tante leggi e
tanti comandamenti quante sono le ne
cessità e i bisogni che si manifestano
nelle varie età del mondo.
Mazzini credeva nella continuitd
della vita negli angeli: che sono l'ani
44
MAZZINI
ma dei giusti che vissero nella fede e re misticismi nuovi, quando la dimenti
morirono nella speranza, nell' angelo cata origine li fa porre sugli altari.
custode, anima della creatura che piú | Certo, questa conseguenza non sgomen
santamente ci amò, nella serie infinita
di reincarnazioni dell' anima di vita in
vita, di mondo in mondo, e finalmente
nella trasformazione del corpo, che era
per lui lo strumento dato al lavoro da
compiersi (Dal Conc. a Dio pag. 24-25).
Ora tutte queste idee cardinali della
No; non invitate a concordia me:
rivolgetevi altrove ».
Mazzini diceva di non aver tesori,
eserciti, carceri, ordinamento governati
vo per far che la sua formola trionfas
se e anche se li avesse avuti credeva di
non aver dato in tutto il suo passato
diritto ad alcuno di sospettarlo capace
d' usarne. Nonpertanto bisognapur con
fessare che quel sospetto non era poi
affatto infondato. Da ben dieci anni si
insisteva presso di lui, o con lettere o
«
con la stampa, affine di indurlo a fare
una consimiledichiarazione, e pochi me
si innanzi io gli scriveva queste parole:
Non si tratta di render grazia ma
giustizia; e il far chiaramente intendere
ai vostri amici che la formola Dio e
Popolo, è regola di coscienza che vuol
essere accettata liberamente, non im
posta come principio di governo, nè
consegnata nella costituzione, è dovere
a,cui, se siete tollerante, non potete
sottrarvi. »
Allora Mazzini non rispose, e secon
do il suo costume , rispose indiretta
mente poi con le parole or riferite. Ma
se almeno dopo tanto ritardo la sua
dichiarazione avesse soddisfatte tutte le
esigenze della libertà, me ne sarei con
a
solato. Ma no; egli ritoglieva da una
parte quello che dall' altra concedeva.
Non voleva imporre colla forza la sua
formola, ma lasciava però chiaramente
intendere ch'egli la voleva inalzata
principio di governo. Ora, una afferma
zione ufficiale, checcè si dica in contra
rio, implica obbligazione. Credo che
Mazzini fosse tale da tenere la parola e
>>
E veramente l'oblazione sola, oltre l'e
levazione, era stata levata, perchè, di
cevasi, la Chiesa cattolica le attribuisce
il merito di rimettere i peccati per la
semplice offerta, senza esservi bisogno
nè di recarvi la fede, nè alcun movi
mento buono del cuore. Poco differisce
anche la messa anglicana, la quale se
ne togli il nome cambiato , la transu
stanziazione negata, e le orazioni pei
morti soppresse, ha conservato nella
comunione, il prefazio, la consacrazione
e altre parti fondamentali del canone
cattolico.
Metafisica. La scienza che tratta
dei primi principi, delle idee universali,
e delle operazioni dello spirito. È defi
nizione cotesta generalmente accettata,
e della poca stabilità di essa si può
argomentare della pochissima solidità e
delle immense pretese di questa scien
za. Gl'idealisti moderni ricorrono spesso
alla metafisica per spiegare in qualche
maniera i fantasmi della loro immagi
nazione; e Gioberti che tanto si com
piaceva di correre i campi del pensiero
per scoprirvi nuove forme, creare pa
role nuove e definirle , assimila ad
drittura la metafisica al soprannaturale.
Non pare però che nei tempi anti
1
chi la metafisica fosse scienza così in
determinata, e se guardiamo alle origini
di questa voce, dobbiamo anzi conclu
dere ch'essa esprimeva meno assai di
quanto vogliono ch'esprima certi filosofi
moderni. Aristotile aveva scritti molti
trattati su quasi tutti i rami dello sci
METAFISICA
bile, ma nonavevapensato a riunirli in
classi e a dare un titolo a queste classi,
che abbracciasse la generalità delle cose
dimostrate. Fu questo un lavoro che
fecero i suoi commentatori, eprincipal
menteAlessandroAfrodisio,il quale delle
opere aristoteliche fece due grandi di
visioni: alla prima riferi le fisiche; ma
dovendo poi dare un nome all' altra
parte, non trovò di meglio che intito
larla metafisica, cioè dopo la fisica.
61
nessuno intende. D'altronde una scienza
che si occupa delle cose sopranaturali
non è scienza, mateologia, e i suoi cul
tori meglio chefilosofi sidirebbero teo
logi.
Dall' inutilità della metafisica sono
insigne monumento la vanità de' suoi
Altri, per verità, voglion dare a
questa voce una diversa etimologia, e
il prof. Martini così ragiona: Μετα' è
una proposizione che ha vari signifi
cati: ora esprime dopo, come si è testé
avvertito; ma altre volte esprime oltre
ossia indica passaggio da uno stato ad
un altro, o da un luogoad un altro. Ri
ferirò due esempi. Gravina, allettato dal
raro ingegno poetico di Pietro Trapas
si, povero fanciullo, se lo adottò a fi
gliuolo , ed amante com'era della greca
favella, grecizzò quel cognome, e l'ap
pello Metastasio
,
che veramente e
prime Trapassi. Se alcuni l'interpreta
rono Metà dell'anima mia, certo erano
affatto stranieri ad ogni ellenismo. Ovi
dio intitolò il suo poema le Metamorfosi
in cui rappresenta le trasformazioni, o
converzioni di persone in costellazioni ,
in pianeti, in animali. Dunque metà fi
sica vorrebbe dire trasfisica, o trasna
turale, o sopranaturale.Ma se noi dob
biamo accettare in tal senso questa
voce, e non v'é ragioneper cui non la
si accetti, dopochè così è prevalso nel
l'uso comune, qual concetto dovremo
noi aver d'una scienza che si occupa di
cose non naturali? Dove è il campo dei
suoi studi ? Dove i soggetti delle sue
sperienze? Che ne sa essamai delle cose
che stanno fuori dell'ordine della na
tura; anzi ancora vi son cose che non
siano naturali, e delle quali la scienza
possa seriamente occuparsi? A'metafisici
credo che saràmolto difficile rispondere
aqueste domande; ciò che non impe
dirà loro di continuare a scrivere dei
volumi per spiegare a tutti cose che
sistemi. Quali scoperte ha esse fatte ?
Cercando vanamente di spingersi fuor
della natura, oltre i confini del mondo
sperimentale, essa vagò sempremai nel
regno delle ombre. In mancanza di fatti
nuovi, di nuovi enti, inventò altre entità
evocate dal nulla e chiamate trop
po facilmente all' esistenza sostanziale.
Niuno mai le vide nè le senti. (V.
ENTITÀ)
Ben disse Romagnosi, che il primo
abuso, che non di rado fassi delle pa
role e del loro accozzamento, è quello
di adoperarle, con certe idee, che gli
autori medesimi non saprebbero dirsi
che si fossero. « Quando i peripatetici,
per cagion d' esempio,spiegavano molti
fenomeni della natura con due parole
Simpatia e Antipatia, io non so se essi
capissero niente di quel che voleva dir
si. Interviene il medesimo, a coloro,
i quali credono esservi, oltre i feno
meni di attrazione, una vera forza at
tratrice tra i corpi: questa forza non si
capendo meccanicamente, divenuta un
mistero, rende la lingua fisica arcana.
Si trovano diqueste parolee frasi spesso
negli autori antichi, e in tutti quelli i
quali parlano di cose che non inten
dono; ma in nessuna scienza v'è n' ha
più quanto nelle metafisiche. Un meta
fisico, ch'è sempre uno che si presume
molto, nonpotrebbe coprire la sua igno
ranza che con una lingua che impone.
La lingua metafisicadi Omero e di tutti
gli antichi poeti teologi, è piena di
queste parole e frasi significanti un non
so che, nelle quali si trovano da' nostri
eruditi tanti misteri ignoti agli autori.
Alcune volte sono parole tecniche, cioé
d'arte, e servono a coprire l'ignoranza
delle professioni le più triviali. Tutti
gli artisti ne hanno, e sono arme da
62
METODISTI
offesa e da difesa; ma in nessuna arte
ve n'ha tantequanto in chimica, in me
dicina, in astrologia.>>>
Metempsicosi. Dottrina religio
sa la quale suppone che le anime u
mane dopo la morte passano in altri
corpi. Par che i più antichi credenti
nella metempsicosi siano stati gl'indiani
(V. BRAMANISMO, BUDDISMO). Tuttavia lo
ammisero anche molti filosofi greci, tali
che Empedocle. Plutarco , Platone; e
Beausobre sostiene che anchemolti pa
dri della Chiesa, come Origene e Sine
sio ebbero una simile opinione. Non
occorre dire chequasitutte le religioni
dell'antichità ebbero una tale credenza,
la quale principalmente trova il suo
appoggio nei sogni. Quando, infatti, l'i
gnorante ricorda in sogno qualche per
sona defunta, è naturalmente condotto
acredere che quella persona esista ve
ramente in qualche luogo. La filosofia
poi, che per far muovere il corpo ave
va inventato un'anima, composta di
leggerissima materia, non poteva darle
una occupazione conveniente durante la
infinità dei secoli, che facendola tras
migrare dall'uno in altro corpo, per
richiamarla sempre a nuove vite, affine
di premiarla e di punirla dei suoi me
riti o de' trascorsi mancamenti.
Platone nel Timeo, nel secondo li
bro della Repubblica e nel Fedro cost
spiega l'ordine della trasmigrazione
delle anime. In primo luogo se l'anima
ebbe molte perfezioni in Dio, e abbia
scoperte molte verità, entra nel corpo
di un filosofo o di un savio. Quelle
men perfette entrano nel corpo di altri
uomini meno illustri, secondo l'ordine
seguente: 2. L'anima entra nel corpo
di un re o di ungranprincipe. 3. Essa
passa nel corpo di un magistrato o di
uncapo diuna potente famiglia. 4. En
tra nel corpo di un medico. 5. Entra
nel corpo di un uomo che abbia l' in
carico di provvedere al culto degli Dei.
6. Passa nel corpo di unpoeta. 7. Nel
corpo di un operaio.8. Nel corpo di un
sofista, e infine nelcorpo diun tiranno.
Gl'indiani ammettevano anch'essi una
successione poco dissimile attraverso
alle loro caste, e i buddisti credono an
cora che le anime possono passare nel
corpo degli animali più immondi, opi
nione che fu pur divisa da Pitagora e
da Empedocle.
I più accaniti nemici della trasmi
grazione delle anime nella Grecia erano
gli epicurei, i quali dicevano che se
noi fossimo entrati nel corpo di altri
uomini avremmo conservata la memo
ria delle nostre azioni. Quanto al pas
saggio delle anime umane nel corpo
degli animali, essi dicevano che questa
opinione non si appoggiava ai fatti;
se ciò avvenisse l'anima dovrebbe im
primere all'animale il suo proprio ca
rattere, mentre invece vediamo che i
leoni sono sempre coraggiosi, e 1 cervi
sempre timidi.
Tutti, o quasi tutti ipopoli selvaggi
credono a una sorta di metempsicosi,
ma questa credenza è andata scompa
rendo dalle religioni e dalle filosofie
dei popoli civili, ed ormai essa non ha
fra noi altri settatori che gli spiritisti.
(v. SPIRITISMO).
Metodisti. Così son chiamati i
membri di una delle più cospicue sette
ond'è divisa la religione anglicana. Ne
fu fondatore John Wesley nel 1730, il
quale deplorando la depravazione dei
costumi e la corruzione della Chiesa,
volle con una nuova predicazione in
trodurre nella riforma una nuova ri
forma. Nei suoi viaggi nell'America,
nell'Olanda e nella Germania strinse co
noscenza con molti entusiasti luterani,
e visitando le loro communità presto
apprese quanto facil cosa sia il cre
dersi inspirati e il farlo credere altrui.
Alcuni anni dopo, il fratel suo Carlo,
si unì a quella missione, insegnando
che Dio, dopo avere colpito colla di
sperazione i suoi prediletti,improvvisa
mente apre i loro occhi alla luce e li
vivifica col suo spirito. Così fu illumi
nato S. Paolo sulla via di Damasco, e
così fu Wesley chiamato alla scienza
METODO
della rivelazione. Se non che non fu
egli tocco dalla luceceleste, per quanto
egli stesso afferma, che qualche anno
dopo, cioè a Londra, nella via Alder
role:
63
Passai un'ora nella scuola di
Kingwood. Ma singolare stranezza! Che
ne avvenne delle opere mirabili della
grazia che il Signore operava nei fan
gate il 29 maggio 1739 a ore otto e
tre quarti. Sul qual proposito unoscrit
tore cattolico argutamente osserva come
sia assai difficile a capire com'egli, es
sendo inpreda acommozioni così vio
lente potè dar retta al batterdelle ore,
o cavarsi di tasca l'oriuolo per osser
vare con tanta precisione l'ora e il mi
nuto.
Lo spirito di Dio che avevavisitato
il maestro, non poteva restarmuto pei
discepoli. Whitefield, socio di Wesley,
nella nuova Chiesa ebbe anch'egli i
suoi moti convulsi e le suecrisi divire,
e mentr'egli con impetuosa eloquenza
su per le piazze parlava ai suoi ascol
tatori, era bene spesso soprappreso da
crisi nervose e da stranivaneggiamenti.
Tali erano i segni esteriori della gra
zia, colla quale i nuovi profeti, a so
miglianza dei fanatici delle Çevennes,
(v. CAMISARDI) invitavano i fedeli alla
penitenza. E che si tentassedirinnovare
allora l'invasione dei piccoli profeti, ri
levasi da Soutey, il quale narracome i
maestri di Kingwood tormentassero
senza posa i fanciulli dell'età di sette
ad otto anni finchè avessero dato se
gno della loro giustificazione ». Si cer
cava di gettarli in preda al terrore e
alla disperazione spingendoli fino alla
follia; e dappoi colla calma e la sicu
rezza procuravasi di fugarne lo spa
vento. Wesley, presente a simili ecces
si , li approvava e li promoveva, ma
sperò indarno di trarne partito per le
predicazioni profetiche. O vuoi che le
scuole di profezia non fossero così du
ramente avviate al misticismo come
quelle dei calvinisti, o che l'esempio
mancasse a generare il contagio men
tale, o che, infine, i maestri non per
severassero nell'esaltare l'immaginazio
ne dei giovanetti, fatto è che risultati
soddisfacenti non si ottennero allora, e
Wesley stesso lo attesta conqueste pa
ciulli nello scorso settembre? Tutto di
sparve come un sogno! >>
La novella riformawesleiana fudun
que fondata sulla sola predicazione de
gli adulti,e fu questa così attiva e in
defessa, che non pochi chiamò al suo
partito. Le molte e lunghe preghiere
i digiuni, la lettura dellaBibbia, le fre
quenti comunioni , ai seguaci di quel
nuovo quietismo, meritarono per ischer
no il titolo di metodisti. Uniti sulprin
cipio alla Chiesa anglicana, se ne se
pararono poi per ordinare 1 loro sacer
doti, ma non tardarono a dividersi fra
loro stessi per le vive controversie su
alcuni punti dottrinali, avvenute fra
Wesley e Whitefield; perocchè mentre
il primo riteneva che le opere erano
essenziali alla salute, l'altro le teneva
come meno importanti. Fondato sul
suo principio, parve a Wesley che le
migliori opere fossero quelle che po
tessero indirizzare l'uomo a quella co
tale perfezione cristiana che gli toglie
ogni lecito godimento terreno per in
dirizzare la sua mente al cielo. E per
ciò proibi ai suoi seguaci 'le carte, i
teatri, i balli, le corse dei cavalli, i ma
nichini, le trine, i liquori spiritosi ed
il tabacco. La verginità non impose,
ma molto encomiò coloro che nel loro
cuore fossero riusciti a totalmente e
stinguere la concupiscenza.
I metodisti sono anche oggi molto
numerosi nell'Inghilterra e negli Stati
Uniti, e possedono ricchi stabilimenti
nelle Indie, a Calcutta, nell'isola di
Ceylan e fin nell'Oceania. Essi hanno
molti predicatori ambulanti, e parecchi
ne mandano all'estero per diffondere le
loro dottrine.
Metodo. L'artedi disporre le pro
prie idee ordinatamente acciò s' inten
dano con maggior facilità. Il metodo è
perciò necessario tanto a chi studia,
quanto a chi insegna, e tutti sanno
64
METODO
quanta maggior fatica si abbia ad ap
prendere le cose esposte disordinata
mente, che non abbiano, cioè, fra loro
alcuna relazione.
Il metodo è analitico o sintetico,
secondo cheincomincia dalle cose par
ticolari per passare alle generali, o vi
ceversa. Era massima degli antichi che
il metodo analitico forse adatto soltanto
a ricercare e scoprire la verità, mache
il sintetico meglio convenisse per inse
gnarla e dimostrarla. Questa massima
perdurò assai tempo nell' opinione dei
filosofi, e si può ben dire che perdura
tuttora nell' opinione di molti pedago
gisti. Non si ha molta difficoltà a am
mettere che l'analisi sola conduce alla
verità (vedi ANALISI ); ma si pretende
che quando gia si sia inpossesso della
verità meglio si riesca afarla intendere
altrui col metodo sintetico. Di qui i
termini, le formole, le difinizioni di cui
sono irti tutti i libri elementari. Ma
questo ragionamento non è tutto vero.
Le proposizioni generali non s'intendono
se prima non siano spiegate coi fatti
particolari, e non si mostri in modo
certo in base a quali elementi si siano
pronunciate tali proposizioni. Le idee
non sono innate innoicome credevano
certi antichi, ma si acquistano lenta
mente coi processi sperimentali o con
la continuata osservazione di fatti si
mili; osservazione per la quale astra
endo dai fatti particolari si stabilirono
le regole generali, e principii le leggi.
Nulla, infatti, pare a noi più evidente
di questo teorema: se due rette si ta
gliano in qualche punto, gli angoli ver
ticali sono eguali tra loro; oppure in
ogni triangolo la somma dei tre an
goli equivale a due angoli retti. Eppu
re avrebbe mai potuto lageometria ac
certare queste così semplici verità, sen
za che una precedente osservazione le
avesse dimostrate? Certo che no. Solo
dopo essersi accertato che in tuttii casi
accennati sempre si verificava la me
desima condizione, il geometra ha po
tuto fare astrazione di tutti i casi par
ticolari, e stabilire la regola generale.
Ma l' osservazione precedente è stata
essenzialmente analitica; la regola sol
tanto è sintetica, siccome quella che
riunisce in un solo principio tutte le
osservazioni particolari. Ma così debole
è l' evidenza di questa sintesi per co
loro che manchino di tutte le cogni
zioni analitiche da essa implicitamente
supposte, che in ogni libro di geometria
elementare si vede sempre che ogni
teorema è immediatamente seguito dalla
sua dimostrazione. È vero dunque che
in questi casi si suole incominciare dal
porre la sintesi per poi scendere col
l'analisi, alla dimostrazione, ma direi
the sarebbe assai più ovvio e naturale
che prima si ponessero le dimostrazioni
analitiche e dopo si facessero seguire
dalla verità sintetica che ne è come la
conclusione e la conseguenza. Certo è
che in cotesti casi la sintesi che affer
ma e l'analisi che dimostra l'afferma
zione, si seguono così davvicino, che la
precedenza momentanea dell' una sul
l'altra non può avere inconveniente al
cuno, fuor che quello di lasciare per
pochi istanti sospesa la convinzione
dello studioso, finchè la dimostrazione
sia compiuta. Masuppongasiche untale
imbizzarendo sulla pretesa precedenza
della sintesi sull'analisi applicasse cote
sto metodo a modo. Egli certamente
incomincerebbe in un trattato ad es
porre tutte le verità sintetiche della
geometria, d' onde una sequela di as
siomi e di teoremi tutti immediatamen
te consecutivi, e tutti egualmente non
comprensibili. Il teorema precenente
suppone bensì il susseguente, e questo
quello che gli è posto innanzi, ma sic
come nessuno di essi è dimostrato, così
éevidente che tutti riesciranno incom
prensibili. È vero che anche seguendo
il metodo sintetico, si dovrà pure in
fine venire all' analisi e dare le dimo
strazioni; ma quanta confusione, quale
sforzo di memoria, quanto tempo per
duto nello studio arido e puramente
meccanico delle verita sintetiche o ge
METODO
nerali ! E dato pure che lo studioso rie
sca a superare questa improba fatica,
quale quantafaticanon durerà ancora
perapplicare ad ogni principio generale
65
dessed'incominciare l'insegnamento di
quella legge, senza aver prima dimostrate
le verità speciali su cui essa si fonda e
per le quali soltanto fu trovata, sarebbe
la suadimostrazione e venire via viari
schiarando nella sua mente tutte le for
mole, e d'ognuna acquistarne l'evidenza?
Ora, se si vorrà essere sinceri, si
dovrà convenire che quello che succede
per la geometria, avviene pure per le
altre scienze. È un error gravissimo
quello di credere che siccome tutte le
verità particolari si trovarono come
contenute nei principi generali che le
rappresentano, da queste si deve inco
minciare l'insegnamento e non da quelle;
avvegnachè le verità generali per se
sole non siano che una astrazione dei
fatti particolari, alla conseguenza dei
quali, infin dei conti, sono dirette tutte
le scienze umane; ed è ben strano che
per farci conoscere le leggi che rego
lano i singoli fenomeni, si incominci
dal trasportarci lontani da essi, e direi
quasi fuor del campo della loro osser
vazione.
Dopo la geometriapongasi la fisica.
Una delle leggi del pendolo è, che in
diversi luoghi della terra, la durata
delle oscillazioni, per pendoli di diver
sa lunghezza, è in ragione inversa della
radice quadrata della intensità della
gravità. Non si può negare che questo
principio generale non sia essenzial
mente sintetico, e come tale non con
tenga unaquantitàdiveritàparticolari.
Maposto cosi solo,senza la cognizione
analitica deiprecedenti esperimenti, che
cosa esprime esso mai per lo studioso?
Bisognerebbe innanzi tutto ch' egli co
noscesse, che per i pendoli della mede
sima lunghezza la durata delle oscilla
zioni è eguale, qualunque sia la sostan
za della quale sono formati; poi che
conoscesse le leggidella gravità, l'azione
suadallaperiferia al centro della terra, e
tante altre cognizioni speciali, senza cui
il principio generale non può acquistare
la necessaria evidenza. Non v'è dubbio
che unprofessoredi fisica ilqualepreten
altrettanto biasimevole del maestro e
lementare che pretendesse d' insegnare
a'suoi alunni l'addizione delle centinaia
prima di aver loro insegnata l'addizione
delle decine e delle unità. Or non
so davvero perchè un metodo che si è
cosi concordemente disposti a biasimare
nelle scienze positive, lo si voglia, non
chè tollerare, anche preferire nelle di
scipline filosofiche. In verità, la ragione
di questa preferenza non si potrebbe
attribuire ad altro che alla tendenza
che hanno certi filosofi di stabilire con
somma facilità le così dette leggi del
pensiero, seguendo gl' impulsi del loro
sentimento e della loro fantasia, piutto
sto che quelli della ragione. Si capisce
facilmente com' essi si troverebbero in
un grande impiccio se fossero costretti
a dare una ragionata analisi di quelle
loro affermazioni, e come con molta co
modità si tirino d'impaccio proclamando
l'eccellenza della sintesi, siccome quella
che si presta tanto facilmente a porre
certi principii generali che sono molto
opportuni per toccare il sentimento,
mentre poi si sottraggono, per la stessa
loro generalitá, all'analisi della ragione.
Certo, si obbietterà che uomini di
molto ingegno, come Euclide e Wolf,
adottarono esclusivamente il metodo sin
tetico ; ma uomini non meno illustri,
quali Bacone, Locke, Condillacmostra
rono quante ragioni dovessero far pre
ferire il metodo analitico. É questa, in
fatti, la via che segue naturalmente l'u
mano intelletto nella scoperta della ve
rità. Imperocchè l'uomo non incomincia
già dalla conoscenza delle cose univer
sali, ma sì dalle particolari: e dai feno
meni più immediati che cadono sotto i
sensi, grado a grado, s'innalza ai più
complessi; dalle cose semplici passa alle
composte, e per questa via scopre le
leggi che regolano i più grandi feno
meni della natura. Laonde, il metodo
5
66
MIRABEAUD
analitico, per confession stessa de' suoi
avversari, è detto essenzialmente d' in
venzione; e non so proprio intendere
perchè quello stesso metodo per ilquale
siamo condotti a scoprire laverità, deb
ba poi reputarsi disadatto quando si
tratti d'insegnarla.
Soave dice che ilmetodo analitico
serba un ordine quasi del tutto opposto
al sintetico. Imperocchè dove questo in
comincia dal premettere i principii ge
nerali, da cui intende cavar poscia le
conseguenze particolari; quello all' in
contro incomincia dall'esame delle cose
particolari per farsistradadimano in ma
no allegenerali: edovenel sintetico tutto
è definito, e diviso, edistribuito in teo
remi e problemi e corollari ecc, nell'a
nalitico per lo contrario quasi niuna de
finizione o divisione si adopera, eniuna
menzione ci si fa nè di teoremi, nè di
problemi, nè di corollari; ma tutto è
seguito e continuato, e tutto nasce, e si
sviluppa di mano in mano dall' analisi
delle idee che prendonsi aconsiderare >
(Istituz. di logica P.II). Questo apprez
zamento non è però esatto, poichè non
è vero che le divisioni e le definizioni
manchino affatto al metodo analitico.
Esso anzi divide assai bene le varie
parti dello scibile, e certe classi di no
zioni particolari in una stessa scienza
divide e raggruppa secondo le conse
guenze generali a cui conducono. Esso
definisce ancora queste conseguenze e le
riduce a leggi generali includenti tutti
za; se cioè si debba incominciare dal
dimostrare o dall' affermare. E mi par
che la logica insegni doversi innanzi
tutto dare la dimostrazione delle cose
ha bisogno di prendere le mosse da
certe verità già note. Ma queste prime
affermazioni saranno assiomi enon teo
remi; attingeranno, cioè, la loro evi
donzadall'esperienza immediatadei sensi
enondal ragionamento, ed è per que
sto che io ho detto altrove (V. ASSIOMA)
e ripeto ora, che le verità assiomatiche
sono essenzialmente analitiche.
Metrodoro di Lampsaco. Uno
dei più celebri discepoli, e l'amico più
affezionato di Epicuro.Diogene Laerzio ce
lo rappresenta come uomo d'inconcussi
principii, onestissimo, intrepido contro
la stessa morte. Morì nel 50° anno della
sua vita, sett'anni prima del maestro
di cui professò le dottrine.Epicuro mo
rendo legò nel suo testamento agli a
mici il compito di allevare e di aver
cura dei figli lasciati dal discepolo che
lo aveva preceduto nella tomba.
Microcosmo e Macrocosmo.
( da micros piccolo, macros grande e
κοσμοςmondo)Letteralmente queste pa
role significano piccolo mondo e gran
mondo, e furono primamente adoperate
dai filosofi mistici ed ermetici per-desi
gnare la perfetta corrispondenza che
supponevano esistere fra l'uomo e ilmon
do; fra l'essere piccolo e quello gran
dissimo, che credevano anch'esso dotato
di anima. Nella filosofia moderna si
adoperano, ma raramente, queste voci
per indicare il mondo delle molecole,
degli infusori e di tutto ciò che per
essere veduto ha bisogno dell' ingran
e l'universalità dei mondi e degli astri
che compongono il MACROCOSMO.
i fatti particolari che si sono osservati | dimento del microscopio (Microcosmo),
in quel gruppo. Si diràche quest'ultima
operazione è essenzialmente sintetica ; e
sia pure. Non si tratta giàdi escludere
la sintesi, madi sapere quale tra lasin- | Nacque in Provenza nel 1674 e fu se
tesi e l'analisi debba averela preceden- gretario dell' Accademia francese. A
mico della libertà del pensiero, egli
parteggiò per la filosofia liberale che
allora appunto, nell'Inghilterra special
mente, incominciava a dare qualche
barlume di libertà. Il Sistema della
natura d' Holbach fu pubblicato dap
prima sotto il nome di Mirabeaud, ma
niuno fuperciò indotto in inganno, etutti
Mirabeaud. ( Giovanni Battista.)
che si andranno in seguito affermando.
Certo, anche l'analisi è pur d'uopo che
che incominci dall' affermazione, poichè |
ogni ragionamento, per sempliceche sia, 1
MIRANDOLA
67
sanno che l'ardire del filosofo tedesco restarne sorpresi. A ventiquattro anni
mal conveniva alla peritosa incredulità egli pubblicò novecento tesi per un e
che mostrò il segretario dell'accademia same scolastico de omni re scibili, ses
nei suoi scritti pubblici.AMirabeaud si santaduedellequali,a sentirlo, dovevano
attribuisce unadissertazione sull'origine enunciare dei dommi nuovi. Il vanto di
del mondo; una lettera per provare che essere in possesso ditutteleumane co
il disprezzo pergli ebrei è anteriore alla noscenze era in quei tempi assai comu
maledizione di Gesù Cristo, e final- ne, imperocchè facilmente la dialettica,
mente le opinioni dei filosofi sulla na- aproposito od a sproposito, discorreva
tura dell'anima. Queste attribuzioni però d' ogni cosa, e facilmente ostentava una
hanno la solatestimonianzadiNaigeon. | grande erudizione per coloroche in luo
Due scritti lasciò che furono poi
pubblicati dal marchese d' Argens, e
sono: Sentimento dei filosofi sulla na
tura dell'anima, e Il mondo, sua cri
gine e sua antichità. Nell'uno e nell'al
tro Mirabeaud dimostra che la spiri
tualità dell'anima non fu conosciutadai
filosofi dell' antichità; che essi consi
derarono il mondo siccome eterno, non
solo nella sostanza, ma eziandio nella
forma, salvo un piccol numero, taliche
Platone e Anassagora, i quali ne ave
vano fatto risalire l'origine a un essere
intelligente. Che, del resto, il domma
della creazione ex nikilo è stato affatto
ignorato dell'antichità, come fu sempre
ignorato l'altro domma filosofico della
finale distruzione della materia.
Nella Fenicia e nella Persia, diceva
Mirabeaud, si credeva bensì ad una
fine del mondo, maquesto concettonon
rappresentava altro che una rivoluzione
astronomica. In tal maniera Mirabeaud,
colla storia alla mano, distruggeva i
dommi fondamentali dello spiritualismo
edel cristianesimo insieme.
Mirandola. (Giovanni Picoconte
della Mirandola e principe della Con
cordia ). Nacque nel 1463 a Mirandola,
piccola terra dell' Emilia. Studid il di
ritto canonico a Bologna e parve sulle
prime che le sue tendenze lo chiamas
go dei fatti si appagavano delle parole.
Invece dei sessanta dommi nuovi pro
messi, lacuria romana trovò che tredici
delle900tesi date meritavano censura, e
le altre proibil che fossero difese.Era colà
spiaciuta l' arroganza di Pico, e aPico
spiacque lacensura romana,sicchè partl
d'Italia e si recò a Parigi, ov' ebbe
buona accoglienza da Carlo VIII, colla
discesa del quale in Italia, ritornò an
ch'egli a Firenze.
Pico della Mirandola aveva vana
mente cercato di conciliare le dispute
degli scolastici, dimostrando che Pla
tone e Aristotile potevano benissimo
stare insieme, e tutt' e due non servi
vano che di commento a Mosè. Più
che filosofo, ne' suoi scritti fu teologo:
commentò la Genesi con sette diverse
significazioni, poichè tante appunto egli
trovava in ogni versetto; e si perdette
nelle fantasticherie della cabala e della
scuola mistica Alessandrina, e perfino
in quelle di Raimondo Lullo. Con una
memoria potentissima, e studi così mal
digeriti, é facile immaginarsi qual sorta
di filosofia fosse quella del nostro mi
randolese. Una vacua ambizione lo
spingeva a voler parere grande in tutte
le scienze, e per questo forse gli par
vero più apprezzabili le meno chiare alla
intelligenza volgare. Aformarsi cotesta
sero allo stato ecclesiastico. Ma dopo- | fama si poco meritata, egli riuscì cost
chè Marsilio Ficino, maestro suo, ebbe
gli infuso il proprio entusiasmo per la
filosofia greca,si applicò allo studio delle
lingue orientali e incominciò ben presto
acredersi pieno di un così profondo e
vasto sapere, che i dotti tutti dovessero
bene, chedopo di lui ilnipote suo (Fran
cesco Pico della Mirandola) scrivendo
la biografia dello zio, narra che una fiam
ma orbicolare venne per un istante ad
illuminare la madre di Giovanni della
Mirandola, per annunciare ch'ellastava
1
68
MISTERO
perdare alla luce un figliodel quale la
forma orbicolare indicava la perfezione
del sapere.
Mistero. Cosa secreta non possi
bile a comprendersi. Tutte le teologie
antiche hanno avuto i loro misteri, ed
erano questi ciò che il paganesimo a
veva di più augusto e di più sacro. I
misteri erano cerimonie religiose alle
quali i soli iniziati potevono assistere,
ele cose che vi si vedevano e vi si u
divano erano rivelate sotto il suggello
del più rigoroso segreto: una legge col
piva di morte i violatori. Tutte le prin
cipali divinità avevano i loro misteri,
laonde si celebravano in Egitto in onore
di Iside ed Osiride; nella Fenicia e nel
l' Isola di Cipro in memoria di Venere
e di Adone; nella Frigia ad onore di
Cibele ed Ari; nella Grecia e in Sicilia
si commemorava Cerere e Bacco.
Tutti i misteri avevano laloro par
te pubblica, nella quale al popolo si la
sciava intravedere ciò che si reputava
necessario a conoscersi. Erano d' ordi
nario la commemorazione di tutte le
avventure degli Dei, iloro combattimenti
e i loro trionfi; e vi si mostrava che
tutti i loro sforzi erano stati rivolti a
soccorrere il genere umano, a conso
larlo de' suoi mali, a colmarlo di bene
fizi. Tali erano i piccoli misteri, a cui
seguivano i grandi. Isoli iniziati assiste
vano a questi,e guai aiprofani che aves
sero osato introdursi nel sacro recinto
durante la celebrazione.Per lungo tem
po il segreto di questi misteri fu im
penetrabile. Coloro che furono sospetti
di averlo tradito dovettero fuggire per
sottrarsi alla morte. Esdulo corse gra
vi pericoli per aver dette poche parole
dei misteri di Cerere che si celebrava
no in Eleusi, e Alcibiade fu condannato
a morte per averli riprodotti nella sua
casa, schernendoli. Gran numero bri
gavano l'onore di esservi iniziati, ma
molti dotti, tali come Socrate, non vol
lero mai esservi ammessi. Diogene, in
vitato a farvisi iniziare, rispondeva: Pa
tecione, quel famoso ladro, ottenne l'i
niziazione; Epamimonda e Agesilao non
la chiesero mai.
Nella parte pubblica dei misteri e
rano rappresentati allegoricamente ide
stini umani nell' altro mondo. Vi si mo
stravano degli spettri erranti nelle te
nebre, il dolore, la povertà, la morte,
e si faceva in seguito apparire il Tar
taro con le furie tormentatrici dei col
pevoli, e i Campi Elisi con le loro de
lizie. In ultimo gli iniziati erano intro
dotti nel luogo santo ove si vedeva la
statua del Dio risplendente di luce, e
lá si udivano cose che a nessuno era
permesso di rivelare. Quel secreto era
infatti molto essenziale per la maestà
della religione, imperocchè spesso si in
segnassero cose che poco si accorda
vano con le pratiche del culto. Non
solo si revocd in dubbio l'apoteosi
degli eroi, ma si dubitò perfino della
divinità degli Dei superiori. Tali erano
le concessioni che la Chiesa si vedeva
costretta a fare all' incredulità della fi
losofia dominante! Per questo Dionigi
d' Alicarnasso diceva
lore, ma abborrenti i piaceri dei sensi,
condannanti il matrimonio. Colla loro
vita incomune e colla contemplazione
delle cose spirituali alle quali sempre
rivolgevano la mente, essi furono i pre
Ascoltiamo ora i precetti di Visnhu
per ottenere l'estasi beatifica con mezzi
molto adatti a produrre unbuona con
gestione cerebrale.
Il ragionamento non può spingersi
al di là delle nostre percezioni. Questa
è una verità così ovvia che fa meravi
glia il vederla così spesso dimenticata.
Leibnitz può bene innoltrarsi oltre i
confini della sensazione, ma a patto
però che fra la premessa e la conse
guenza del suo ragionamento, o non
vi sia rapporto alcuno necessario, o
l'una sia la negazione dell'altra. Infatti
quand'egli dice: vi sono esseri compo
sti, dunque vi sono esseri semplici, ar
gomenta nello stesso modo come sedi
cesse: vi sono corpi, dunque non vi so
no corpi. E veramente, se i composti
costituiscono i corpi, i semplici sono
la negazione dei corpi: l'una è l'affer
verità generale che la filosofia può de- | mazione, l'altra la negazione. Ma an
durre dall' eternità delle funzioni: ( v.
MORTE); e l'eternitàdella materia trova
un corrispondente nella eternità delle
Monadi. Ma il tortodi Leibnitz è quello
di giungere a questi risultamenti per
via di astrazioni, e di trasportare gra
che i bimbi che vanno a scuola sanno
che nel sillogismo la conseguenza de
ve essere sempre contenuta nella pre
messa. Ora nell'idea di corpo è conte
nuta l'estensione; la logica dunque mi
tuitamente le qualità dei corpi in certi
principii che non hanno alcuna delle
qualità che sono supposti di produrre.
Il difetto capitale del Monadismo, come
lo ha ben rilevato il prof. Justus, è
quellodi supporre che degli esseri ine
stesi possano generare l' estensione ,
che dalla esistenzadei corpi composti
di parti possa logicamente dedursi
quella di cose semplici. Considerando
con attenzione la spiegazione del com
posto, dic'egli, non si trova alcun dato
che ci possa condurre all'idea di essere
semplice. Gli esseri composti hanno
delle parti. Dunque la prima conclu
sione che si potrebbe fareper taleprin
cipio è questa: che dove esistono dei
composti, vi sono anche delle parti. Or
l'idea di parte non ci conduce anco
ra a quella di essere semplice, poi
chè gli esseri semplici son quelli che
non hanno parti: dunque per spin
gersi più innanzi coll'induzione, non si
potrebbe dir altro, se non che, laddove
vieta di dedurre per conseguenza l'e
sistenza di corpi inestesi. Posso bensl
dire: il corpo è compostodiparti, dun
que esistono le parti; ma queste parti
partecipano alla natura del tutto d'on
de emanano, e se io attribuisco loro
qualità diverse da quelle che aveva il
tutto, faccio una induzione difettosa.
Mail sillogismo è per lalogicaciò che
per l'analisi è la chimica: i risultati di
questi due processi se vengono riuniti
devono ricomporre il corpo, o il ragio
namento decomposto. Ma se dalla riu
nione di cose inestese non potrò mai
avere l'ideadel corpo esteso, dovrò con
cludere che la conseguenza contiene
una nozione che non si trovava nella
premessa (V. DEDUZIONE E SILLOGISMO).
Tutto il Monadismo si fonda dun
que sopra un artificio simile a quello
su cui si basa il Dinamismo (V. CAT
TANEO) vale a dire che alle parole note
sostituisce parolenuove, che son la ne
gazione di quelle; poi scambia le pa
role nuove per cosevere, e queste con
MONDO
sidera come esistenti, mentre quelle
che esistono nega.
Mondo. Quali fossero le opinioni
degli antichi sulla eternitàdel mondo si
può vedere in questo Dizionario all'art.
CREAZIONE. Il maggior numero dei fi
losofi pagani credette che la materia
fosse eterna; e tuttavia parecchi fra
essi negando l'intervento della divinità
79
role: Platone rigetto mai sempre l'in
finità dei mondi, e dubito del numero di
essi determinato e preciso. Concedendo
che poteva ben esistere, come volevano
alcuni, cinque mondi in ciascun elemen
to, egli s'attenne però ad un solo. Un
altro filosofo diceva che il numero dei
mondi non era infinito, nè che ve n'era
un solo o cinque, ma cento ottantatrè
nella produzione della sostanza, ammi
sero però che un ente divino avesse
atteso a dar forma acotale materia e
terna secondo le attuali disposizioni del
mondo.
Prima d'allora, credeva Anassagora,
tutto eraconfusione, ma lo spiritovenne
ed ogni cosa fu ordinata (Laerz. lib. Il,
Sez, VI).
Questa opinione è pienamente con
forme a quella della Bibbia, dove si
legge che nel principio era il caos, dal
quale Iddio formò (non cred,secondo il
testooriginale) il cieloe la terra. Perchè
fin Platone ammetteva che Iddio ave
va, non creata, ma ordinata la materia
tal quale noi la vediamo ( Laerz. lib.
III seg. LXX): e gli stoici, ei plato
nici professavano tutti eguale opinione.
Anzi, Platone e parecchi altri andaro
no ancora più oltre, e attribuirono al
mondo un' anima, distinguendo con ciò
il principio motore dalla materia mos
sa, e raffigurandosi il mondo quale un
immenso animale dotato di un princi
pio individuo e di una vita propria. Per
i teologi, scriveva Macrobio, Jupiter è
l'anima del mondo; donde il detto di
Virgilio: Muse, cominciamo da Jupiter
poichè ogni cosa è piena di lui ( Virg.
Sogno di Scipione c. 17). Lo spirito a
limenta la vita e l'anima sparsa nelle
vaste membra del mondo ne agita la
massa, e forma così un solo immenso
corpo (Saturn.)
La teoria della pluralità dei mondi
che alcuni credono affatto moderna, già
aveva trovato un eco fragli antichi, e
molti dei filosofi greci l'hanno ammessa.
Plutarco nel suo libro degli Oracoli
mette in boccaaCleombroto questepa
i quali erano regolati in forma di trian
golo, ciascun lato del quale conteneva
60 mondi e che altri tre mondi erano
aciascun angolo ». I Talmudisti cre
devano che Dio avesse creati diciotto
mondi, e Maometto nel principio del
l'Alcorano invoca il Signore dei mondi.
Quanto all'età del mondo sul quale
viviamo, le teologie ci hanno dati dei
numeri molto singolari e così diversi
danon sapersi proprio a quale aggiu
star fede. Anche la Bibbia presen
ta tre età differenti nell'antico Te
stamento. Infatti, coll'anno 1876 ilmon
do conterebbe:
Secondo le versione dei settanta,
anni 7345
Secondo il testo samaritano > 6180
> 5879
Secondo la vulgata
La teologia indiana ci offre dei cal
coli assai diversi. Secondo il Riga-Veda
il mondo deve durare 12,000 anni, ma
un' altra versione fa durare il giorno
di Brama corrispondente a quello del
mondo 4,320,000 anni, divisi in quat
tro età, l'ultima della quale, quella in
cui viviamo, dura da oltre 432,000 an
ni, e dovrà finire quando l'ultimo quar
to di virtù, che ancora esiste sulla ter
ra, sarà finito.
Il cristianesimo fa correre più ra
pidamente il mondo allasua fine. Gesú
aveva promessodivenire nella gloria del
padre suo, co' suoi angeli a giudicare
i vivi ed i morti. E que' mille anni fu
rono variamente valutati, finchè verso
la metà del decimosecolo,Bernardo da
Turingia, predicò che la finale catastrofe
sarebbe avvenuta al cominciare dell'an
no 1000. E i ricchi donativi fatti alla
Pochi anni dopo, nel 1198, si sparse
di nuovo la voce della prossima fine
del mondo, non già col mezzo dei fe
nonemi celesti, ma per la nascita del
l'Anticristo in Babilonia alla quale do
vera seguire la distruzione del genere
umano.
Nel principio del secolo decimo
quarto, l'alchimista Arnaldo da Villano,
annunciò l'avvenimento per l'anno 1335;
e nel suo trattato De sigillis applicò
l'influenza degli astri all' alchimia, e
sponendo tutte le formole misteriose
che dovevano essere atte a scongiurare
i demoni. San Vincenzo Ferreri, da fa
moso predicatore spagnuolo quale egli
era, fissò al mondo tanti anni di esi
chiesa in quel torno di tempo, e i te
stamenti fatti colla formola appropi
quante fine mundi, provano il grande
impegno che mettevano i ricchi per ri
conciliarsi con Dio, e per presentarsi
con qualche merito al di lui giudizio. ❘ strutta in quell'anno stesso. Sul qual
stenza, quanti sono i versetti che si
contano nel Salterio, cioè 2537.
Il secolodecimosesto produsse il mag
gior numero di predizioni su la diştru
zione del genere umano.
Nel 1584 il famoso astrologo Leo
vizio predisse che la terra sarebbé di
Ma passò l'anno mille senzacataclismi,
ela fine del mondo fu rimessa all' an
no 1033, perciochè fu detto allora che
i mille anni non dovevano contarsi dal
l'anno primo dell' era volgare, ma da
quello della morte del Salvatore, che
aveva incatenato >
ricchiti a buon mercato. La disdetta
toccata aqueste profezie, non sgomen
tò il loro autore, chè anzi lo Stoffler,
insieme al famoso Regiomontano, pre
disse di nuovo la fine del mondo per
l'anno 1588, senza che il mondo mo
strasse di darsi alcunpensierodi quella | recchie, così riassunte da E. Diamilla
predizione.
Ma lasciamo queste sciocche predi
zioni, tristi avanzi dei tempi d'ignoran
za, e vediamo ciò che nel campo della
scienza può, in via d'ipotesi, logicamente
argomentarsi sul fine ultimo del nostro
mondo. Le ipotesi finora fatte sono pa
Però una stella sconosciuta erasi
accesa improvvisamente nel 1572 nella
costellazione di Cassiope, sfolgorante di
tanta luce da rendersi visibile in pien
meriggio. E gli astrologhi divulgarono
essere dessa la famosa Stella dei Magi,
ritornata ad annunciare l'ultima venuta
di Cristo, che non si lasciò vedere.
Nuove predizioni sulla fine del mon
dofurono fatte nei secoli XVII e XVIII,
e, ciò che non parrà credibile, anche
nel secolo nostro le predizioni conti
nuarono.
Ènota all'universale la predizione di
Salmard Montfort pubblicata nel 1826,
laquale concedeva alla terra soli dieci
anni di esistenza.
La signora di Krüdner; la donna
mistica della Santa alleanza, l' amica
dell' imperatore Alessandro, profetizzò
laruina del nostro pianeta pel giorno
13 gennaio 1819; e sette anni dopo Sal
mard Montfort prediceva la distruzione
della terra per l'anno 1836.
Nel 1840, un prete francese, Pierre
Louis, dedicò a Gregorio XVI un com
mentario dell' Apocalisse, che stabiliva
la fine dei secoli per l'anno 1900. E la
ragione era questa:
Muller.
Buffon aveva calcolato che la terra
per raffreddarsi e ridursi alla sua tem
peratura attuale, aveva dovuto impie
gare 74,831 anni, e che l'umanitá po
trebbe vivere ancora 93,291 anni prima
che la temperatura della superficie ter
restre si rendesse tanto freddadaestin
guere la vita. Ma quando si conobbe
che il calorico interno del globo non
ha nessuna influenza alla superficie, e
che la vita terrestre dipende esclusiva
mente dal sole, il calcolo di Buffon fu
trascurato.
Una seconda ipotesi, fondata eziandio
sul raffreddamento della terra, suppone
che quando la sua temperatura sarà
divenuta eguale a quelladel ghiaccio, il
suolo si spaccherà come quello della
luna, e l'ultimo avanzo d'aria e d'acс
qua si fisserà in quelle caverne, ove gli
uomini potranno trovare un rifugio, fin
chè l'aria e l'acquanonsiperderanno
in modo definitivo. Ma poichè la terra
èquarantanove volte più grossa della
luna, dovrà vivere 49 volte di più.
Un' altra ipotesi, la più antica fra
tutte, è quella che prevede la fine del
mondocolfuoco. Questa teoria risale ai
tempi di Zoroastro, degli Ebrei, e dei
padri della Chiesa. La superficie del
nessuna delle quali
ha ottenuta l'universalità.
MONTESQUIEU
89
nella calma delle passioni egli potè con
servare quella moderazione nei desideri
Famaraviglia che opinioni si poco
ortodosse abbiano potuto stamparsi e
diffondersi in un secolo in cui la tor- | che rendono la vita piacevole a se, e
tura e l'inquisizione erano le forme or
dinarie del procedimento giudiziario ;
manondimentichiamo che Montaigne,
come disse Rousseau, dormiva fra due
guanciali: quello del dubbio da una
parte, e dall'altra quello del domma
che riposa sopra l' autorità infallibile
della Chiesa.
agli altri gioconda. Nel 1721 egli mandò
alle stampe sotto il segreto dell'anonimo
le Lettere Persiane, romanzo che a' suoi
tempi ottenne grandissima voga, e me
ritò molta rinomanza al suo autore.
Parlando di queste lettere, il celebre
d' Alembert scriveva: « La pittura dei
costumi orientali, reali o supposti che
siano, non è che la minima parte di
questo scritto. Per così dire, l' Oriente
non è altro che il pretestoperfare una
sottilissima satira dei costumi nostri. »
E in realtà, per quei tempi, le lettere
persiane potevano parere arditissime,
inquantochè Montesquieu chiaramente
scriveva che il papa è unvecchio idolo
Montano Eretico nato in Ardban
nella Frigia. Con le convulsioni e i con
torcimenti soliti nei profeti, pretese di
essere inviato da Gesù Cristo per puri
ficare i costumi e riformare la morale.
Negava la potestà della Chiesa nell'as
solvere i grandi delitti; voleva che, non
una, ma tre quaresime si osservassero
con digiuni straordinari e due settimane | che s'incensa perabitudine (lettera 29);
di Xerofagia, nelle quali sidoveva aste
nersi, oltre dallecarni, da ogni cosa che
avesse succo; le seconde nozzeconsiderò
siccome adultere ; e il sottrarsi alla per
secuzione dichiarò delitto. Due donne,
Priscilla e Massimilla, lo seguirono e
profetarono con lui. O maligni o matti
ch'essi fossero, non mancarono però di
seguaci ; aCostantinopoli stabilirono una
setta, e si spinsero fin nell'Affrica, ove
acquistarono al loro partito uno dei più
famosi padri della Chiesa, Tertulliano.
Se tutti praticassero le austerità imposte
da Montano è lecito dubitare: tutti lo
avevano in grande venerazione, lo cre
devano inspirato dalParacleto e perciò
dicevano che le sentenze di lui supe
ravano in sapienza le stesse massime
che allorquando Iddio mise Adamo nel
paradiso terrestre col divieto di man
giare un certo frutto, gli impose un
precetto che era assurdo per un essere
che conosceva la futura determinazione
delle anime (lettera 59); eche il papa
al postutto è un mago ilquale vuol far
credere che tre nonsonoche uno, e che
il pane non è pane. » Fu in grazia di
questo libro che la elezione di Monte
squieu all'Accademia francese fu viva
mente combattuta dal cardinale Fleury,
il quale in nome del renon vi consenti
infine senza molte sollecitazioni. Dopo
unlungo viaggio nei varipaesi d'Europa,
tornato inFranciasi accinse ascrivere lo
Spirito delle leggi, libro profondo di
di Gesù.
Montesquieu ( Carlo di Secon
dat barone di) Nacque a Bordeaux nel
l'anno 1689 da ricca e nobile famiglia,
Nel 1716 fu nominato presidente per
scienza e pregevolissimoper le congni
zioni storiche, sebbene non tutti i principi
propugnati possanodirsi egualmenteveri.
Egli vi riconosce le leggi di Dio e
quelle della natura, e confutando Hob
bes pretende che i selvaggi, anzichè
petuo delparlamento di Bordeaux e poi | combattersi, si uniscono in prima per
eletto membro dell'Accademia poco pri
ma fondata in quella città. Per suapro
pria confessione, Montesquieu fu uno
degli uomini più felici che mai siano e
sistiti: nè invidia, nè gelosia vennero
mai a tormentare la sua ambizione, e
adempiere alla legge naturale della so
ciabilità. Ma avrebbe detto più giusta
mente che i selvaggi si uniscono e si
combattono al tempo stesso , poichè
quest'unione ha per movente il solo in
teresse momentaneo e si risolve in
90
MORO
aperta guerra tosto che cessa questo intero in ogni parte del corpo, poichè
interesse (v. MORALE). In fatto di reli- cid varrebbe adire che la parte è e
gione lo Spirito delle leggi, pubblicato | guale al tutto; pure occorreva aMorus
da Montesquieu in età avanzata assai,
non è tale che possa far credere che
l'autore avesse modificate notevolmente
le sue idee. Crede che il cristianesimo
di stabilire che lo spirito esisteva in
qualche luogo, e per ciò fare invento
due estensioni, l'una materiale ed este
riore, l'altra spirituale, interiore; la pri
ma, come direbbe Kant, estensiva, la
seconda intensiva. Create le parole ,
non sia religione adatta all'Asia, e di
sapprova lo zelo dei missionari che
vanno predicando lafede nell'Oriente, e
nella Cina per costringere i popoli a
cambiare lareligione. Combattendo l'in
tolleranza del suo tempo, egli scriveva
questa massima memorabile, la quale | speculativi di credere che le parole da
parve aMore di aver creata la cosa, e
poichè le parole eran diverse, credette
anche che diverso dovesse esserne il
significato, poichè è abito de' filosofi
fu una delle accuse che la facoltà di
teologia mosse contro al suo libro: Con
viene onorar Dio e non vendicarlo mai.
Nonostante queste disposizioni della sua
mente, dicesi che Montesquieu sia morto
riconciliato colla Chiesa. Tanto almeno
affermò il padre Routh, gesuita, in una
lettera al nunzio del papa a Parigi,
nella quale afferma che l'incredulo si è
a lui confessato abiurando tutti i suoi
errori. Ma di queste ed altre abiura
zioni è sempre lecito dubitare, non a
vendo esse altrotestimonio che la troppo
interessata coscienza dei signori con
fessori.
More (Enrico) in latino Morus.
Nacque a Gutham nel Lincolnshire il
12 ottobre 1614 efu unodei propugna
tori della scuola platonica in Inghilter
ra. Ammetteva che la ragione potesse
introdursi anche nella teologia, poichè,
aparer suo, nulla vi era nel cristiane
simo, che le fosse contrario. Combat
teva l'entusiasmo delle turbe, conside
randolo giustamente come una malattia
contagiosa, mentre d'altro canto am
metteva come cose vere tutti i racconti
popolari che potessero provare l' esi
stenza di un mondo spirituale. Bello è
vedere in qual modo egli stabilisca l'e
sistenza dello spirito entro il corpo, in
tutte le parti del quale diceva che non
si può credere che lo spirito sia dif
fuso , senza ammettere che come il
corpo risulti composto di parti. Nem
meno si può credere che lo spirito sia
essi inventate esprimano veramente le
cose come sono.
Moro (Tommaso) Nacque aLondra
nel 1480, studio all'università d' Oxford
e fu presto elevato alla dignità di Gran
Cancelliere da Enrico VIII, carica nella
quale durò due annisoltanto,dopo iquali
si ritirò in una sua villa e Chelsea. Ma
sopraggiunta la rivoluzione religiosa in
seguito all' affare del divorzio, rifiuto
di giurare per la supremazia religiosa
del príncipe, che sottraevasi così alla
Corte di Roma, fu rinchiuso nella Tor
re e il 6 luglio 1535, persistendo nelle
sue convinzioni cattoliche, fu mandato
al patibolo.
È strano che un uomo di convin
zioni così fermamente cattoliche abbia
scritta ' Utopia; ma ricordiamo che
questo libro, fatto nella sua gioventú,
comparve nel 1516 aLovanio in latino,
col titolo: Del migliore degli stati pos
sibili, e dell'isola d'Utopia nuovamente
scoperta (De optimo reipublicæ statu,
deque nova insula Utopia). In questo
libro che fu tradotto in tutte le lingue
d'Europa, Moro descrive un'isola imagi
naria, nella quale la comunità dei beni
coesiste col matrimonio e colla famiglia.
Il principe è eletto avita; il divorzio con
cesso solo neicasi di adulterio; le città
hanno ciascuna una religione di propria
scielta, e la tolleranza è generale. Il
governo d'Utopia riposa su queste tre
basi: assoluta divisione dei beni edei
mali fra i cittadini
amore fermo e
MORALE
91
universale della pace- disprezzo del- | riti sono cost differenti e d'altronde le
l'oro e dell'argento.
Ho vergogna di
ceva Moro, di non poter dire con pre
cisione in qual mare sia situata l'isola
di cui parlo ». E nel 1517 Budée scri
veva: Aforza d'informazioni, ho scoperto
che l'Utopia è situata al di là dei li
miti del mondo conosciuto ».
Morale. Lamorale è ilfondamento
dell'etica. Essa è la regola dei costumi
e per essa si stabilisce l'ordine mediante
✓il quale gli uomini viventi in società
sono condotti a godere, senza contrasti
religioni stesse cost ben st accordano nel
condannarsi vicendevolmente, che non si
ha bisogno inquesto caso,d'altra testi
monianza che di quella che esse mede
sime spontaneamente ci forniscono le
une contro le altre. Ma anche trala
sciando la parte cerimoniale, eoccupan
doci di quelle sole massime le quali
sono date come regola dei costumi, le
contrarietà che si notano fra i vari co
mandamenti ofraessie le prescrizioni del
laciviltànostra, sono tali e tante, damet
morale, in un gran brutto impiccio. Po
e senza lotte, la maggior felicità possiter l'uomo che va intracciadi una sana
bile. Determinare i doveri ed i diritti,
acciocchè gli atti nocivi agli individui
o alla società siano impediti, eincorag
giati invece quelli che ridondano a van
taggio dell' umano consorzio, è dunque
ufficio della morale. Sotto questo rap
porto si può dire che la morale di un
chi esempi basteranno aconvincerci.
Prendasi il Codice di Manou, se non
il più antico, certo uno de' più antichi
codici sacriche siconoscono. Ivi si legge
popolo è la più esattamisura della sua
civiltá.
Intorno aquesti principii che sem
brano tanto ovvii, non tutti però si ac
cordano; e perdurano ancoracerte scuole
filosofiche le quali si ostinano a dare
alla morale ben altro fondamento. II
maggior numero si accorda ancora con
la teologia, e ammette tra la religione
1
che il bramano venendo al mondo è
collocato innanzi a tutti sopra la terra,
sovrano signore di tutti gli esseri.....
Tutto quanto il mondo racchiude è,
in certaguisa, sua proprietà. » (Lib. 1.
versetti 99-100). Questo santo uomo ha
tutti i diritti ed assai pochi doveri, fuori
di quelli religiosi. 11 Kchatrya lo difen
de, il Vaicya lavora per lui. Se la sua
donna gli è infedelé, il re la faccia di
vorare dai cani sopra una piazza pub
blica assai frequentata. (Lib. VIII, ver
setto 37) Egli condanni l'adultera ed il
suo complice ad essere bruciati sopra
un letto di ferro arroventato (Lib. VIII
verso 372) In ricambio convien essere
pieni d' indulgenza per le sue piccole
imperfezioni, dappoichè per essere bra
ela morale una così intima unione, da
non permettere che questa si separi da
quella senza distruggerla; epperò le a
zioni degli uomini vuole che siano o
non siano morali in quanto si confor
mano aiprecetti religiosi. Hanno costoro
lapretesa, comune del resto a tutti gli
altri, che la morale è unica ed univer- | mani non si cessadi esseruomini. « Se
sale, propria, cioè, di tutti gli uomini
e di tutti i tempi, e non si accorgono
che così affermando pronunciano lapro
pria condanna. Imperocché i principii
morali d'ogni religione son cosi diversi
fra di loro, e bene spesso così opposti,
che il volerli conciliare insieme è im
presa, nonchè da tentarsi, neppur da
(Lib. XI vers. 130 o 131).
Conmaggior ragione ilbramano ha
il diritto di obbligare il soudra, « che
>
(Lib. VIII vers. 13). Se meglio gli ag
grada può derubarlo con tutta pace
di coscienza, così dice il codice (Lib.
VIII verso 417). Che se il Soudra, que
sto essere infame, prodotto dalla parte
inferiore di Brama,ha poi l'audacia di
dare dei consigli al bramano, un terri
bile castigo gli è riservato. « Il re gli
faccia versare dell' olio bollente nella
bocca e nelle orecchie. (Lib. VIII. verso
299). Se egli ha l' audacia di prendere
costituire agli occhi di Manou lagra
vezza del delitto e che solo espone alla
punizione. « Il Dawdja, dice il codice, ❘ posto allato ai gloriosi bramani, deve
>
(Ecclesiaste, XXXIII, 28, 29, XLII, 1,5,)
Il divieto di colpire il figlio per lecolpe
del padre. (Deut , XXIV, 16) è degno
di nota; ma è però singolare che lo
stesso Pentateuco in altri passi contra
sti il merito di questa disposizione le
gislativa, rappresentando la divinità co
me disposta acolpire l'iniquitàdei padri
sui figli sino alla decima generazione, e
imponga una pena,allora infamante, ai
bastardi. (Deut., XXX, 2)
Fragli altri popoli dell' antichitànon
sarebbe difficile trovare esempi nume
rosi di morale depravata, secondo le
nostre idee. Di eid che pensassero gli
antichi intorno alla continenza e alla
lussuria si è lungamente discorso in
questo Dizionario all' articolo AMORE,
dove si vedranno donne offerenti nel
dei, ed uomini deliranti , che si re
cidono le parti genitaliperguadagnarsi
il paradiso. Di sacrifici umani per pla
care la collera degli Dei son piene le
cronache antiche, e non si può affer
mare con sicurezza che ancor non si
rinnovino tuttodi in qualche lontana
parte della terra. Per lo meno, il signor
de Varigny ci assicura che nelle isole
Sandwich lamemoriadi queste ecatom
be di vittime umane immolate sull'altare
degli Dei, è viva ancora nelle tradi
zioni di quei popoli, fortunatamente or
mai incamminate sulla via della civiltà
(Viaggio alle isole Sandwich)
Tali sono i risultati della universa
lità della morale religiosa. Ma vi è una
certa classe di filosofi, i quali non vo
lendo assumere la responsabilità delle
contraddizioni teologiche, e riconoscendo
che una separazione tra i dommi reli
giosi ed i morali è necessaria, respin
gono l'appoggio che spontaneamente
offre a loro la Chiesa, e fondano ad
drittura l'ordine morale o sopra Dio,
come facevavano i deisti del secolo pas
sato, o sopra certi principii metafisici
nei quali l' oscurità è un carattere pre
dominante. Gli uni e gli altri press' a
poco ragionano all' istensamaniera, poi
chè suppongono che, non già nella re
ligione, ma nella stessa natura umana
siano i caratteri ingeniti, indelebili della
morale. Se non che i primi ammettono
che questo carattere, o questa intuizio
nemorale, sianostati impressı da Dio al
l'uomo siccome facoltà innata; gli al
tri l'origine non curano e, come fa
cevano gli scrittori della Morale Indi
pendente, si occupano del fatto che tro
vano, senza cercare, del come sia av
venuto. « La nozione del dovere, dice
De Gerando, è una nozione semplice,
primitiva, che non può definirsi, colla
decomposizione in altri elementi, ma si
affaccia alla riflessione quando interroga
i fatti intimi della coscienza
...
La
legge morale è obbligatoriaper se stes
sa, è riconosciuta e applicata dalla ra
T
96
MORALE
gione; e riscontra nella coscienza una
facoltà, un senso speciale, che può, a
buon diritto, essere chiamato il senso
morale». In tal manieracome giàBaum
garten ebbe l' infelice idea di trovare
un senso speciale per l' estetica, De
Gerando ne trova un' altro per la mo
rale. Ma sappiamo oramai quanto val
gono questi sensi speciali con cui alcu
ni filosofi troppo corrivi sogliono in
realtà occultare le loro nebulose teorie,
non possibili a concepirsi coi sensi veri.
Confesso che creando sensi nuovi, facile
fondamento si dà a qualsivoglia teoria,
per strana ch' ella sia; ma il vantaggio
èdi poco momento, poichè la vera dif
immagin AC
ficoltà non consiste nel creare cotesti
sensi, ma sì nel provare che essi esisto
no veramente. Ma quando coi cinque
sensi che possediomo, e che la fisiolo
logia solo riconosce; quando colle no
stre passioni possiamo spiegare i feno
meni che sembrano più ribelli agli ar
gomenti della scuola spiritualistica, non
vedo proprio qual necessità ci siadi in
ventare o di supporre nuovi sensi o
nuove facoltà, che sempre mancano di
banditi delle caverne e fra le associa
zioni dei più grandi scellerati; dimodo
chè coloro che sembrano avere rinun
ciato ad ogni carattere d'uomo, sono
fedeli gli uni agli altri e osservano fra
loro le regole della giustizia. lo am
metto che i banditi usino così fra di
loro, ma nego che ciò avvenga incon
siderazione delle regole di giustizia e
pei principii innati che sono impressi
nella loro anima. Essi osservano que
sti principii soltanto come una regola
di convenienza assolutamente necessa
ria per conservare la loro associazione.
La giustizia e la verità sono i vincoli
necessari d'ogni associazione d' uomini,
ed è per questo che i banditi e i ladri
sono obbligati di osservare la fedeltà, e
qualche regola di giustizia fra di loro;
senza di che essi nonpotrebbero vivere
insieme.
Si dirà forse che la con
dotta dei briganti é contraria alle loro
cognizioni, e che essi approvano tacita
mente nella loro anima, ciò che smen
tiscono colle azioni. Rispondo prima
mente che ho sempre credutochenonsi
potesse meglioconoscereil pensiero degli
dimostrazione.
Or, De Gerando non si è curato di
ciò cha prima di lui con tanta evidenza
aveva detto la scuola sensualistica. Im
perocchè Locke avesse già discussa e
sciolta quest'ardua questione. Ecco cosa
scriveva il filosofo inglese. Per sape
re se vi sia qualche principio dimorale
nel quale tutti gli uomini convengono,
io mi richiamo a tutti coloro ch'hanno
qualche conoscenza della storia del ge
nere umano, e che hanno, percosì dire,
perduto di vistailcampaniledel lorovil
laggio.Mi dicanoessi ove si trovi questa
verità pratica che sia universalmente
riconosciuta, come dovrebbe essere se
fosse innata? (e sarebbe innata se un
senso speciale fosse stato dato all'uomo
per percepirla). La giustizia e l'osser
vanza dei contratti par che siail punto
sul quale gli uomini si accordano per
dare il loro consenso. É un principio,
per quanto si dice, accolto perfino dai
uomini che dalle loro azioni.
..
Sela
natura si è data la pena di imprimere
nell'anima nostra dei principii pratici,
certo dev'essere stato affinchè essi siano
messi in opera; e per conseguenza de
vono produrre delle azioni conformi, e
non già un semplice consenso che li
faccia ricevere siccome veri. Confesso
che la natura ha dato a noi tutti il
desiderio di esser felici e una grande
avversione per la miseria. Son questi
dei principii pratici veramente innati, i
quali secondo la destinazione di ogni
principio pratico, hanno una continua
influenza sulle nostre azioni.
..
L'os
servanza dei contratti è certamenteuno
dei più incontestabili principii di mo
rale. Ma se voi domandate a un cri
stiano che crede alle ricompense e alle
pene future , per qual ragione devesi
tenere laparola, vi risponderà: Perchè
Dio, arbitro supremo della felicità e
della infelicità eterna, ce lo comanda.
MORALE
Un discepolo di Hobbes dirà: che il
pubblico vuole che così si faccia, e che
Leviathan punirà i trasgressori. Infine
un filosofo pagano avrebbe risposto che
il violare lapromessa è cosadisonesta,
indegna dell'eccellenza dell'uomo, econ
traria alla virtù, la quale inalza la
97
se ne troveràuno solo il quale abbia
sufficiente forza per sopportare il bia
simo e il disprezzo continuo della so
cietà in cui vive.
«Si dirà forse che poichè la co
scienza ci rimprovera l'infrazione delle
regole morali, devesi inferirne che noi
natura umana al più alto grado diper
fezione possibile. Da questi differenti
principii deriva naturalmente lagrande
diversità d'opinioni che siincontrano fra
gli uomini intorno a certe regole di
morale, secondo le differenti specie di
felicità a cui tendono.
Oltre le leg
gi religiose e civili, v'è ancora lalegge
di opinione o di riputazione, che ci fa
essere morali. È chiaro che i nomi di
virtù e di vizio considerati nelle loro
applicazioni particolari sono costante
mente attribuiti a tali o tali altre a
zioni, che in ciascun paese e in ogni
società sono reputate onorevoli o ver
gognose. Or chiunque si immagina che
l'approvazione e il biasimo non siano
dei motivi sufficienti per obbligare gli
uomini a conformarsi alle opinioni e
alle massime di coloro fra i quali vi
vono,non parrebbe molto instruitonella
storia del genere umano, la maggior
parte del quale si governa principal
mente, colle leggi della pubblica co
stumanza. D'onde risulta che essi pen
sano sopra ogni cosa a conservare la
stima di coloro che frequentano, senza
darsi molta pena per le leggi di Dio o
per quelle dei magistrati. Alle pene
che sono attribuite all'infrazione delle
leggi di Dio, alcuni, e forse il maggior
numero, non pensano seriamente; efra
coloro che vi pensano, molti sperano
di mano inmano che violano queste
leggi, che un giorno si riconcilieranno |
col loro autore! E quanto alle pene in- |
flitte dallo Stato, sperano sempre nel
l'impunità. Ma non vi è uomo il quale
violando le consuetudini e le opinioni
di coloro che frequenta, ed ai quali
vuol rendersi accetto, possa evitare la
penadella loro censura e del loro dis
degno. Sopradieci mila uomini, non
ne riconosciamo la giustizia e l'ob
bligazione. Rispondo che queste regole
ci sono insegnate dall'educazione, dalla
compagnia che frequentiamo e dai co
stumi del paese: e una volta stabilita
la persuasione della morale, lacoscien
zanon diventa altro che l'opinione che
noi abbiamo della rettitudine morale
e della perversità delle nostre azioni,
secondo i principii appresi. Or se la
coscienza fosse una prova dell'esistenza
di principii innati, questi principii po
trebbero essere opposti gli uni aglial
tri, poichè certe persone fanno per
principio di coscienza, ciò che altre e
vitano di fare per lo stesso motivo.
«Si trovano nella Mingrelia, scri
veva Charpin citato da Buffon (Op. T.
10 р. 399), delle femmine bellissime,
che hanno un'aria maestosa e il porta
mento ammirabile, e che spirano dagli
occhi una dolcezza che innamora. Por
tano un abito simile a quello dellePer
siane, sono civili e affettuose, ma per
fidissime, e non vi è ribalderia di cui
non facciano uso per farsidegli amanti,
per conservarli o perderli. Gli uomini
hanno similmente molte cattive qualità.
Vengono educati al ladrocinio, e in
MORALE
99
questo esercizio fanno consistere il loro | favore d'essere sepolti vivi, i figli più
impiego, il loro piacere e la loro glo
ria. Raccontano con estrema soddisfa
zione i loro furti, e vengono perciò lo
dati universalmente. L'assassinio, il fur
to, la menzogna sono per essi azioni
assai belle. Il concubinato, la bigamia,
e l'incesto vengono considerati come
abitudini virtuose. Gli uni rapiscono le
mogli degli altri, prendono senza scru
polo la zia, la nipote, e la zia della
propria moglie; sposano due o tre don
ne in una sola volta, e mantengono
quante concubine vogliono. Imariti mo
strano pochissima gelosia per le loro
mogli; e quando le trovano sul fatto
con qualche galante, hanno diritto di
obbligarlo a pagare un porco; e nonsi
pigliano d'ordinario altra vendetta, e
mangiano fra loro tre l'animale. Pre
tendonoche siaun costume assai buono
elodevolissimo quello di avere molte
femmine e concubine, mentre per tal
modo si procreano molti figliuoli, che
si vendono a denaro contante, o si cam
biano con vestimenti e viveri. >
L'abbandono dei malati, quello dei
parenti troppo vecchi od infermi, è una
regoladella maggior partedei selvaggi.
Gli Esquimesi si prendono la cura di
costruire una tana di ghiaccio nella
quale li richiudono ancor viventi; ma
i Neo-Caledoni non si danno poi tanta
fatica. Scavare unafossa e gettarvi den
tro ancor vivi i genitori decrepiti, od i
malati tediosi, è un procedere più spe
dito e che la morale neo-caledone non
condanna. Il paziente d' altronde trova
questo trattamento affatto naturale; tal
volta anche si prende la briga di sca
vare da se stesso la sua fossa, e solo
domanda ai suoi parenti il lieve servi
zio di un colpo di mazza. (De Rochas
Nouvelle Caledonie.)
AViti (Lubbock- Les Sauvages
modernes d'apres Williams et le capi
taine Wilkes ) se accade che i vecchi
genitori, sia per dimenticanza, sia per
un amore smoderato ed inconveniente
della vita, ritardino un po' troppo il
o meno dolcemente insinuano loro come
sia veramente tempo di farla finita;
dopo di che il seppellimento si compie
alla piena luce del sole, non senza so
lenizzare lacerimoniaconunbanchetto,
al quale sono convitati i membri della
famiglia ed i genitori stessi. I mede
simi Vitiani, allorquando muore un
personaggio di qualche importanza, han
no l'abitudine di seppellire con lui le
sue donne predilette e qualche schiava,
che hanno però la cura di sgozzare.
Ghiotti oltre ogni diredellacarne umana,
questi isolani ingrassano gli schiavi per
mangiarli. Talvolta li arrostiscono vivi
per divorarli tosto; tal altra aspettano
agustare il cadavere fin che abbia rag
giunto un certo grado di putrefazione.
A Viti ogni pasto officiale deve avere
un piatto d'uomo nella sualista, e mol
to disdirebbe se ciò non fosse. Tenero
come l'uomo morto, è il più grande
elogio che si possa fare d'una vivanda
qualunque; e perciò la carne umana ha
un nome significativo: puabba balava,
ossia lungo porco.
OgniVitiano chesia ben allevato, fino
dalla sua infanzia ha appreso abasto
nare la madre sua, e la sua maggiore
ambizione è d' arrivare fino ad essere
un grande assassino, ad acquistare, per
esempio, la meritata considerazione di
cui godeva Ra Undre-Undre capo dei
Raki-Raki, che potevagloriarsi di aver
mangiate novecento persone da solo,
senza permettere a chi si fosse di pren
dere la sua parte. I Vitiani d' altronde
sono intelligenti, assai cerimoniosi, indu
striosi e d'una squisita politezza.
Nella NuovaCaledonia troviamo dei
gusti e dei costumi analoghi. I quaranta
o cinquanta mila individui che abitano
questa fertile isola, trascorrono la loro
vita nello scannarsi reciprocamente, so
vente, senza altro motivo che il deside
rio d'aggiungere un pezzo d'uomo agli
ignami ed alle radici che costituisco
no il loro abituale nutrimento. Di so
lito è una tribù vicina che fornisce
100
MORALE
il miglior piatto delbanchetto, ma tut
tavolta non è raro di vedere un capo
invitare gli amici a mangiare qualche
duno de'suoi servi. All' infuori del pa
ziente, tutti trovano che è questa una
pratica assai semplice,legittima, ed an
che gloriosa per il principe. Un capo
della tribù di Heinguène chiamato Bou
rano messi a morte dai loro genitori.
Bougainville nel suo Viaggio intorno
al mondo, così parla della sua perma
nenza all'isola di Taiti.
Ogni giorno,
>
Acciajo
>
Piombo>
12
Carta
13
Cartone>
14
14
Crine
15
Vermiglio
Paglia
16
15
Biondo
.
ecc
.
Bronzo
.
>
Nove
Dieci
11
Fante
12
Dama
Re
.
ecc
Leone
12
Anna
.
ecc
PAESI
OGGETTI
Italia
Alfonso
Fazzoletto
Spagna
Temperino
Svizzera
Camillo
Inghilterra
Francia
Berta
Moneta
Elisa
Ciondolo
Ventaglio
Alberto
Occhiali
Anello
Adriana
Chiave
11
Suggello
Catena
.
ecc
Germania
Prussia
Russia
Turchia
Belgio
.
ecc
MAGNETISMO
135
ecc
ecc
136
MAGNETISMO ANIMALE
Per meglio intendere la cosa, fac
ciamo un breve esperimento.
Noi
siamo in una brigata di parecchie per
sone delle quali conosciamo perfetta--
mente il nome, ed a cui abbiamo già
fatto riferire un numero per distinguer
le. Dopo brevi passi magnetici, la no
stra sonnambola sbadiglia alcun poco,
socchiude gli occhi e ci fa la grazia di
addormentarsi. In questo esperimento
si può bendare gli occhi alla sonnam
bola, sebbene d' ordinario i magnetiz
zatori non si prendano questa briga.
Ma essi agiscono con una chiave più
complicata, anche con segni non vocali,
come più innanzi vedremo, e la son
nambola ha allora bisogno degli occhi.
Dopo aver reclamato dall' adunanza il
silenzio e la fede, perchè non sia stur
bata l'efficaciadel fluido, incominciamo
l'azione.
D. Vi sentite in istato di completa
lucidità?
R. Mi pare di poter soddisfare al
vostro desiderio, tuttochè mi senta ab
battuta. Vi prego perciò di non affati
carmi troppo.
D. Terrò conto della vostra racco
mandazione.
Intanto VEDIAMO se sapreste dirmi il
colore di questo oggetto ?
R. È bianco.
D. GUARDATE qual' è la sua forma.
R. Quadrata.
R. Elisa.
D. ORA ditemi qual mano vi ha mo
strato
R. La sinistra.
D. GUARDATE quante dita ella alza.
R. Quattro.
D. E ADESSO quante ?
R. Soltanto due.
D. VEDIAMO che forma ha l' oggetto
che tiene in mano Camillo.
R. Rotondo.
D. POTRESTE voi dirmi che cosa sia?
R. Una moneta.
D. INDICATENE il metallo.
R. D' argento.
D GUARDATE bene in qual paese fu
coniata.
R. In Inghilterra.
D. POTRESTE dirmi a qualmano Elisa
ha posto l' anello che poc' anzi vi ha
mostrato?
R. Alla sinistra.
D. VEDETE a qual dito.
R. Al pollice.
D. ADESSO ditemi a qual falangedel
pollice.
R. Alla seconda.
D. DESIGNATE la persona che mi ha
dato un libro.
R.Alberto.
D. VEDIAMO- ORA- PER FAVORE a
qual pagina io apro il libro.
R. Alla pagina 190.
D. GUARDATE-ADESSO quest' altra pa
D. ORA ditemi quale oggetto ha in gina.
mano Camillo.
R. Un anello.
R. Ad Elisa.
R. É la pagina 42.
D. Vi sentite abbastanza lucida per
D. INDICATE a chi appartiene l'anello. leggere?
R. Ohimè! vi ho già detto ch' era
D. PROCURATE di sapermidire a chi abbattuta. Di grazia, non vogliate dun
Camillo lo ha consegnato.
R. A Giorgetta.
D. ADESSO ditemi con qual mano
Giorgetta lo ha preso.
R. Colla destra.
que stancarmi troppo.
D. Eppure bisogna che questi si
gnori abbiano un saggio della vostra
chiaroveggenza
...
Lo voglio!
R. Concedete almeno che legga una
sola lettera per volta
D. VEDETE ADESSO di che cosaè l'og
getto sul quale essa pone quell'anello ? | questo esperimento mi affatica.
...
R. Lo vedo è di carta.
D. INDICATE lapersonache vi mostra
una delle sue mani.
sapete che
D. Sia. NOMINATE la prima lettera di
questa parola.
R. (Dopo alquanto spasimo) è un C.
MAGNETISMO ANIMALE
D. VEDIAMO la seconda.
R. È un A.
D. VEDIAMO PROCURATE di dirmi la
137
Unbravo magnetizzatore ha bisogno di
comunicare il pensiero senz'uopo di ri
petere sempre le domande sopra una
terza.
R. È unR.
chiave troppo limitata e che a lungo
andare potrebbe essere avvertita; e
D. VEDIAMO ancora, GUARDATE I' ul- prestigiatori Castagnola e Sisti che si
tima.
R. È un O.
D. Benissimo. Tutti possono vedere
che qui è scritta la parola Caro. Ma
basta per la lettura. Passiamo ad altro
esperimento. PROCURATE di dirmi quante
carte ho in mano.
R. Sette.
D. VEDETE chi me ne prende una?
R. ÉAlfonso.
D. NOMINATE questa carta.
R. É il tre.
D. BENE. E quale?
R. Il tre di picche.
D. (agli spettatori). Ora io debbo
incaricarono di sbugiardare il magneti
smo, produssero con un semplice giuoco
di memnotica, fenomeni tali di trasmis
sione di pensiero, da rendere attoniti e
increduli gli stessi spettatori.
Il lato mirabile del giuoco, è quello
di indovinare il nome e l'uso e la for
madi quei piccoli oggetti chegli spet
tatori, d'ordinario, presentano in simili
circostanze, e di indovinare sopratutto
senza uopo, per parte del magnetizza
tore, di dovere ad ogni volta variare la
domanda.
Al caso si può provvedere in due
modi: coi segni, o colla voce; ma me
chiamare l' attenzione sopra un esperi- glio ancora con gli uni e con gli altri
mento difficile e che non potrebbe rin
novarsi spesso senza molto affaticare il
soggetto. La mia sonnambola leggerà
un numero in cifre
...
Chi avrebbe
la compiacenza di scriverlo sopra que
sta carta?
...
la signora
Benis
simo ( alla sonnambola ) VEDIAMO, PO
...
TRESTE- ORA
PER FAVORE INDICARE
la cifra che la signora ha scritto su
questa carta?
R.(Dopoqualche sforzo) sono stanca,
non lo posso.
D. Eppure lo voglio!
R. È il numero 15,906.
Come ognunvede, il giuoco si riduce
aben poca cosa, ad un artificio sem
plice, ed è davvero gran motivo di me
raviglia che a cose tante dozzinali pre
stino ancor fede gran parte degli uo
mini. Egli è pur forzaconvincersi, dopo
un certo numero di esperimenti, che
tutti i fenomeni di magnetismo si ridu
cono a questo segreto. Veramente, la
tavola memnotica può essere cambiata
all'infinito. Quella che io ho dataè, co
medissi, elementare, e l'esperimento con
essa non potrebbe impunemente ripe
tersi senza pericolo d' essere scoperti.
insieme. Tutto l'arcano sta sempre nel
creare nuovi segni, o vocali o mimici,
che sieno abbastanza impercettibili per
sfuggire al più attento osservatore, e
questi poi non sono tanto difficili a for
marsi, come può parere aprimagiunta.
Una vocale accentuata, una consonante
raddoppiata, un articolo premesso alla
domanda, bastano per dare un nuovo
numero. Un prestigiatore trasmetteva
alla consorte il nome di un oggetto,
senza che apparentemente mai cangiasse
il genere della domanda.
All' altro
oggetto!- Tali erano le sole parole
che invariabilmente accompagnavano la
sua interrogazione. Ma quanti modi e
quante forme non ha la voce per pro
nunciare una stessa parola? Infatti, per
il solo artificio della lingua, voi potete
dare a questa semplice domanda dieci
diversi significati, rappresentauti le disci
cifre, dalla cui combinazione possono
nascere tutti i numeri possibili.
Ν. Ι.
L'altro oggetto
Dell' altro oggetto
All' altro oggetto
O l'altro oggetto
«2.
«3.
«4.
1
138
MAGNETISMO ANIMALE
Ed eccovi già, con unasemplice de
clinazione, quasi quattro numeri. Non
occorre dire che gli articoli premessi, si
pronunciano rapidamente, quasi fossero
errori di lingua. Il quintonumero lo si
può comporre, per esempio, pronun
ciando la rdella parola altro, col suono
francese, e per gli altri cinque, neces
sari a comporre la decina, si raddoppia
la voce e si accentuano le sillabe. Con
questo mezzo voi trasmettete una sola
cifra, ma la combinazione dellaseconda
cifra può farsi con un altro alfabeto
tutto mimico. L'essere voltato a destra
piuttosto che asinistra, l'alzata dell'una
piuttosto che dell'altra mano, son tutti
segui che sfuggono all'osservazione de
gli spettatori, ma che servono assai bene
alla sonnambula. Questa, infatti, ha già
studiato amemoria unaspeciale nomen
clatura per la quale, al nome di ciascun
oggetto corrisponde un numero. E per
chè il linguaggio dei segni non riesca
di soverchio intralciato per dover ri
correre alla composizione di più nume
ri, giova assai che i numeri siano di
visi in parecchie tavole. Sicchè, il nu
mero che, acagiond'esempio,viendato
colla voce si intenderà corrispondere,
poniamo, alla tavolaA, e quel che vien
dato col segno s'intenderà riferirsi al
numero speciale di quella tavola, equindi
al nomeche aquelposto vi si trova in
scritto. Del resto, molti sono i mezzi
per comunicare il pensiero, ed è sem
pre utile il comporre alfabeti di due o
tre sorta, pernon lasciarsi cogliere alla
sprovvista. Un magnetizzatore comuni
cava il pensiero senza parola e senza
gesti: si poneva dietro alla sonnambola
ecolle braccia tese le inviavailpotente
suo fluido, sbuffando come un-mantice.
Chi avrebbe mai sospettato che egli
aveva composto un alfabeto sul sem
plice modo della sua respirazione?
Per chi dunque voglia sinceramente
che l'osservatore siadotato diuna certa
penetrazione delle cose,diuna provata
esperienza e che sopratutto si trovi li
bero da quegli impacci sociali,daquelle
deferenze, che d' ordinario in una riu
nione di persone impediscono di dubi
tare di tutto e di tutti, di non accredi
tar fede all' altrui parola, di voler ve
dere e toccare con mano ogni cosa, di
variare l'ordine degli esperimenti e di
volerli riprodotti in diverse circostanze.
Le arti dei magnetizzatori sonomolte e
varie e perciò la regolasicuraper isco
prirle deveemergere, asecondadei casi,
dalla prontezza ed accortezza dell'osser
vatore. Importanotareche ifenomenidel
sonno, della catalessi, dell' insensibilità
periferica dell' epidermide, del rallenta
mento del polso e simili, non debbono
mai considerarsi come prove valide nella
questione. L'esercizio può produrre una
tensione de'nervi superiore all' ordina
naria, e la semplice volontà di tendere
con forza i muscoli del braccio, può
rallentare la circolazione di quel mem
bro. Talora anche si ricorre ad un cinto
di gomma elastica che circonda il brac
cio sotto l'ascella, il quale con un
semplice movimento stringe le vene e
toglie il libero corso alla circolazione.
Io stesso sono riuscito con una gran
tensione dei muscoli e rallentando, per
quanto è possibile il respiro, a modifi
care, se non a sopprimere del tutto, la
pulsazione di un braccio.
Fra-i fenomeni prodottidai magne
tizzatori ve n'è uno che maggiormente
impone al pubblico, e che i magnetiz
zatori tengono in serbo siccome l'espe
rimento più adatto aridurre al silenzio
l'incredulità.
Sanno tutti che voglio parlare della
perforazione del braccio. I magnetizza
tori sogliono in codesto caso trapassare
il braccio del supposto magnetizzato
con un lungo spillo d'oro, senza che il
paziente dia pur segno d' avvedersene,
e, cosa ammirabile, quand'eglino estrag
gono dal foro quello spillo, non una
e senza idee preconcette esaminare i
così detti fenomeni del magnetismo a
nimale, la buona volontà, se ne accer
tino pure i lettori, non basta. Bisogna | goccia di sangue escedalla ferita.
MAGNETISMO ANIMALE
Il pubblico che d'ordinario non sa
come si faccia quell' esperimento, ne
resta fortemente impressionato; le si
gnore si coprono gli occhi per non ve
derlo,e semai vigettanodi sbieco qual
che occhiata, ne sono sì commosse, e
così leggiadramente atterrite, che guai
al malcapitato che in quel momento
139
mentre la gomma tende a distendersi
circolarmente intorno alla periferia, l'ago
comprime bensì la parte rotonda dek
braccio, manon può piegarsi per ab
bracciarne tutta lacirconferenza; d'onde
quel leggero stiramento della gomma
ches'increspa sui puntiestremi d'immer
tentasse di disilluderle intorno al ma
gnetismo.
Comepotranno esse persuadersi che
quell' esperimento che riesce sempre, e
sempre impone, non è gran fatto dolo
roso, come generalmente si crede, eche
non occorre poi di essere magnetizzati,
nètampoco catalettici per sostenerlode
gnamente?
Madacchè sono sull'argomento, vo
glio pur persuadare i miei lettori, che
in tutto cotesto apparato d'insensibilità
non vi è cosa alcuna che veramente
meriti la loro sorpresa, dacchè il foro
non trapassa guari il muscolo del brac
cio. Il magnetizzatore prende destre
mente tra l'indice e il pollice la pelle
dell' avambraccio, latira a sè, in guisa
che quel tessuto sommamente elastico
corre facilmente dai punti estremi della
periferia, al luogo dove ledita lo strin
gono, e al tempostesso formando come
una piega l' allontanano dal muscolo.
Ed èlàdove le dita tengono quel ri
piegamento della pelle, il quale non è
più grosso di un mezzo centimetro,che
il magnetizzatore immerge l'ago da
sione e d' emersione. E appunto questo
leggero increspamento, che sempre si
osserva sulle persone così operate dai
magnetizzatori, come purelostudio che
questi pongono di volgersi in maniera
da non essere veduti dal pubblico nel
brevissimo momento in cui fanno de
stramente quella operazione, mi con
dussero nel convincimento che lo spillo
si immerge soltanto nella pelle, corre
tra il muscolo e il derma, e se n'esce
ancora dalla pelle senza avere offesa
alcuna parte sensibile. Cosi spiegata la
cosa si capisce subito la ragione per
cui da queste ferite, per solito, non e
see mai sangue, o una goccia al più.
Salvo quei pochi e sottilissimi vasi san
guignichesononelderma,nessuna vena
resta offesa, e la tensione del braccio
che viene alzato e tenuto immobile in
una finta calessi, lo spillo lasciato im
merso per alcun tempo onde tutti gli
spettatori lo vedano e il sangue leg
germente e internamente si raggrumi,
sono motivi che dovrebbero farci mara
vigliare che dalla ferita sortisse sangue,
piuttosto che del casoopposto. Non ab
biamoforsepiùdi unavoltaincertipaesi
veduto ai giovani vitelli e agli agnelli,
vivi ancora,tagliare la pelledelle gambe
posteriori presso l' unghia, estrarne i
tendini e con quelli attaccarli vivi col
parte aparte. Quindi, abbandonata la
pelle, quella ritorna al suo posto, la
piega si distende sopra l' ago e lo co
pre quasi interamente,dimanierachè, ad
operazione finita, par che l'ago sia pas- | capo abbasso, acciocchè dalla ferita che
sato attraverso al braccio. Egli è come
se si stringesse fra le dita la manicadi
un vestito di gomma elastica. La gom
macede, si allontana dal braccio e in
quel sottilissimo strato che resta fra le
dita si può immergere unospillo. Quindi
se la gomma vieneabbandonata, si di
stende, comprime lo spillo contro il
braccio e là dove sono ifori forma due
lor si farà al collo più facilmente ne
sgorghi il sangue? Ebbene, spesso ho
veduto che da questi tagh, sempre ab
bastanza ampi per poterne estrarre i
tendini, nonusciva goccia di sangue, o
tutt' al più rosseggiavano i margini
della ferita; e nel laboratorio fisiologico
del prof. Schiff, ho poi provato più di
unavolta aforare la pelle di un cane
vivo eterizzato senza che laferita, fatta
Ita
piccole crespe, cagionate dal fatto, che
140
MAGNETISMO ANIMALE
nel modo che si èdetto, accennasse pur
anche a rosseggiare. In conclusione, se
si pensa che i tessuti vivi trapassati
dallo spillo non presentano in com
plesso un diametro maggiore di tre o
quattro millimetri, si capirà facilmente
che il dolore cagionato da quella ope
razione deve essere ancora inferiore a
quello che si prova nell'innesto del va
iuolo; e che perciò non occorre proprio
di essere magnetizzati per poterla so
stenere senza presentare tracce visibili
di esteriore sensazione.
Orcotestoesperimento,fatto e rifatto
in privato, mi capitò appunto l' occa
sione di ripetere in pubblico nell'estate
dell'anno 1875, quando una sfida vera
mente singolare era stata bandita a
Firenze dal magnetizzatore Zanardelli.
In quella occasione ho pubblicamente
eseguita la perforazione del braccio
senza bisogno di ricorrere al magne
tismo. Lo spillo d'oro adoperato era
lungo bennove centimetri; la distanza
fra il puntod'immersione e quello d'on
deusciva dalla pelle eradi sei centi
metri, sicchè sembrava che il braccio
fosse interamente perforato poco al di
sopra del suo diametro. Il dolore della
ferita, per quanto mi assicurò il prof.
Golfarelli, che gentilmente si prestò
come paziente , non fu maggiore di
quello che potrebbe recare una sem
plice puntura cutanea, è dopo l' opera
zione, nè nei giorni successivi, ebbe a
soffrire il più leggero incomodo. Ben si
vede dunque che una operazione fatta
in queste condizioni non può gran che
spaventare le nostre finte sonnambole,
e che se l'amore per laverità può
spingere gli uomini onesti a sopportare
ben di buon grado il leggero incomodo
di quella puntura, l'avidità dell'interesse
può renderlo sopportabilissimo a coloro
che si fanno credere magnetizzati.
Quando isignorimagnetizzatori siano
posti in condizioni che escludano ogni
possibilità di simulazione o di allucina
zione, tosto tutte le meraviglie magne
tiche scompajono, e il preteso fluido,
nonchè essere inetto a generare lachia
roveggenza, è eziandio impotente apro
durre qualsiasi apprezzabile effetto.
Fu questa conviuzioneche indusse la
Società dei Razionalisti di Firenze a
pubblicare il seguente concorso ma
gnetico:
«La Società dei Razionalisti di Fi
(Wolf. Ontologia § 57 e 101.)
Io convengo pienamente con Wolf
che l'impossibile è nulla; ma sostengo
ancora che è nulla anche il possibile,
perciocchè ogni possibile che non sia in
atto, non esiste ancora, e ciò che non
esiste è nulla. Io ho un bel dire che
fra una mezz'ora possc sperare di avere
riempita questa pagina di fitta scrittura;
ma finchè quella scrittura non sia com
parsa sulla carta, potrò io dire che
qualche cosa esiste? Il possibile è una
idea di pura relazione, e si riferisce al
fatti anteriori già osservati, che ci in
ducono nella possibilità che fatti simili si
ripetano ; questa relazione non può dun
que esistere senza la cosa a cui si rife
risce. È la stessa distinzione che con
vien fare per le funzioni in atto e quelle
in potenza. Finchè la funzione non si
estrinseca e diviene un fatto, non può
esistere. Io non posso dire che esista il
movimento di una locomotiva ferma,
sebbene sia possibile che si muova. So
bene che in potenza essa ha questa fa
coltà di moto, ma finchè la facoltà non
si fa azione, moto non esiste.
Concludo che la nozione del possi
bile, è nulta anch' essa, come quella
dell' impossibile. L'una e l'altra sono
dei puri concetti, e come tali esistono
subbiettivamente, solamente in quanto
ci rappresentano cose o fenomeni che i
sensi hanno percepito (possibile) o non
hanno mai percepito, e che perciò ri
tengono impossibili.
Mi pare che Dumarsais definisca i
limiti del quesito nel seguente passo
del suo Trattato dei Tropi: « Gli og
getti reali non sono sempre nella stessa
situazione: essi cambiano di luogo, spa
riscono, e noi sentiamo realmente que
sto cambiamento e questa assenza. Al
lora accade in noi un' affezione reale,
per la quale sentiamo che non ricevia
mo al un'impressione da un oggetto, la
cui presenza eccitava in noi effetti sen
sibili: da ciò deriva l'idea di assenza,
di privazione, di nulla; di modo che,
sebbene il nulla sia in se stesso nulla,
questo vocabolo denota un' affezione
reale dell'intelletto ; cioè un'idea astratta
che noi acquistiamo coll'uso della vita,
nell'occasione dell'assenza degli oggetti
e di tante privazioni che ci recano pia
cere o ci affliggono ».
Nullismo o Nihilismo. Dot
trina dei buddisti, per la quale credono
essi che la suprema felicitá sia l'annien
tamento del corpo e dello spirito; sorte
riservata ai soli beati, i quali cessando
di trasmigrare di corpo in corpo per
OCELLO-LUCANO
dono lacoscienza di se stessi e si con
fondono in Dio (v. BUDDHISMO).
175
rità oggidi perdute ; ma questa opinione
non ha altro fondamento che la ten
Numero. Ciò che fu detto all'ar
ticolo MATEMATICA, deve aver chiarita
la ragione per cui facilmente gli uomini
siano trascinati ad attribuire ai numeri
un valore simbolico che ad essi manca
assolutamente. Le operazioni che, gra
zie all'aiuto dell' insegnamento tradizio
nale, si compiono con grande facilità
mediante i numeri, e poi si riconoscono
esattamente corrispondenti alla realtà,
hanno fatto credere a molti che i nu
meri non solamente fossero i simboli
dellecose, ma l'essenza delle cose stesse.
Di tal novero furono Pittagora e Pla
tone, i quali introdussero nella filosofia
i simboli numerici, come se fossero per
se stessi dei principii propri a spiegare
le cose. Dei pregiudizi dei Pittagorici
intorno a questo argomento, così parla
Aristotile: >
(Matt. V 29,30). Nel suo vivo entu
siasmo, Origene, interpretando alla let
tera questo precetto, si recise le parti
genitali. La quale mutilazione fu ap
provata da Demetrio suo vescovo. Ma
quando il nome e lafamadi Origene
lo fecero chiamare a Cesarea per inse
gnarvi la scrittura nelle assemblee dei
fedeli, Demetrio cominciò ad essergli
contrario; e quando i vescovi di Cesa
rea edi Alessandria lo ordinaronoprete,
Origene nel suo libro contro Celso
combattè le accuse che questo filosofo
epicureo moveva contro i cristiani; ma
il trattato di Celso essendo perduto,
nonci resta alcun mezzo per giudicare
il fondamento delle accuse, che dalla
confutazione
dalle citazioni di Ori
gene; il quale se abbia sempre citato
fedelmente è lecito dubitare vedendo
com' egli descriva Celso, così accanito
nemico dei cristiani, e al tempo stesso
credente nei miracoli di Gesù.
Origene mort nel 263 in età di 69
egli disapprovò vivamente quella ordi- anni. Di lui così scrisse S. Gerolamo :
nazione, e disse essere Origene irrego
lare, avendo commesso un omicidio so
pra se stesso. Adund anche un concilio
contro Origene a cui fu intimato di
« Dopo gli Apostoli 10 considero Ori
gene come il grande maestro delle
Chiese; l' ignoranza sola potrebbe ne
gare tale verità. Io mi caricherei volen
uscire d' Alessandria . L' ordinazione
vivamente combattuta da una parte e
con altrettanto calore sostenuta dai ve
scovi di Alessandria e di Cesarea, ca
giond molte turbolenze nella Chiesa, e
porse occasione a Demetrio di dimo
strare gli errori dommatici che quel
dottore della Chiesa aveva introdotto
nel suo insegnamento.
Il Trattato dei principii contiene l'e
sposizione delle sue opinioni religiose.
Secondo ogni evidenza Origene fu neo
platonico. (v. NEOPLATONISMO). Platone
è il filosofo antico che ottiene le sue
maggiori simpatie, e nella sua filosofia
egli trova chiaramente annunciata la
Trinità. Le anime senza corpo egli non
concepisce; fuor di Dio egli non vede
che esseri in relazione colla materia,
dotati di corpo. Questo carattere della
teologia origenista ci rivela che l' idea
tieri delle calunnie di che gravato venne
il suo nome, purchè a tale prezzo io
potessi avere la sua scienza profonda
delle scritture ». Quantunque fatta da
un santo e da un padre della Chiesa,
non si può dire che questa dichiara
zione sia molto ortodossa.
Origenisti. Coloro che fondan
dosi sugli scritti di Origene, sostene
vano che Gesù Cristo è figliuol di Dio
soltanto per adozione; che le anime e
sistono prima di essere congiunte ai
corpi; che i supplizi deidannati avranno
unfine, eche i demoni stessi saranno li
beratidallepene dell'inferno. Alcuni mo
nacid'Egitto e di Palestina professarono
queste opinioni, le propugnarono con
pertinacia e furono cagione di gravi
scompigli nella Chiesa: ma vennero con
dannati dal quinto concilio generale te
nuto in Costantinopoli l'anno 553, e in
OTTIMISMO
quellacondanna rimase avvolto lo stesso
Origene.
Erano allora gli origenisti divisi in
due sêtte; ma nell'una e nell'altra pro
fessavano tutte le sentenze de'librid'Ori
gene. I sostenitori della figliuolanza so
193
della grazia ha stabilito ilprincipio che
Dio non può operare che per la sua
gloria; d' onde conclude che Dio nel
creare il mondo lo ha fatto secondo
quell'ordine di cose che era più adatto
lamente adottiva di Gesù Cristo asseri
vano altresì che nel giorno della risur
rezione generale gli Apostoli sarebbero
fatti eguali aGesù Cristo; perciò furono
denominati isoscristi. Quelli che inse
gnavano essere le anime umane esistite
innanzi all'unione coicorpi, furono detti
protocristi, voce indicante l'opinione che
sostenevano. Ignorasi donde sia venuto
aquesti il nome di tetraditi o infatuati
del numero quattro.
Non deesi confondere questo orige
nismo con gli errori di un' altra sêtta i
cui partigiani vennero chiamati anch'essi
origenisti od origeniani da un Origene
loro capo, uomo affatto oscuro. Condan
navano costoro il matrimonio ed asse
rivano che qualunque più enorme atto
disonesto non è peccaminoso. I Santi
Epifanio ed Agostino che ricordano que
sto sozzo origenismo confessano che
nessun motivo vi diede il celebre Ori
gene, padre della Chiesa, ilquale, come
si sa, si tolse da se stesso le parti ge
nitali per non cadere in tentazione (v.
EUNUCHI).
Osservazione.VediEsperimento.
Ottimismo. Sistema di chi af
ferma che il mondo in cui viviamo è il
migliore dei mondi possibili; che Dio
stesso, sebbene sia onnipotente, non po
trebbe farlo migliore di quel che è,
perocchè all'atto della creazione egli ha
appunto dovuto dispiegare tutta la sua
possanza per produrre opera degna della
sua perfezione. Malebranche e Leibnitz
furono i principali sostenitori di questo
sistema tutto teologico, col quale essi
intesero di confutare le obiezioni di
Bayle contro la provvidenza e l'unità di
Dio, dedotte dall'esistenza del male (v.
DUALISMO).
Malebranche nei suoi Dialoghi me
tafisici e nel trattato Della natura e
amettere in evidenza le sue perfezioni.
Egli fonda quel suo principio, confron
tando il sesto dei Proverbi, (XVI, 4)
con le parole di S. Paolo ai Colossesi
(I, 16) e ne deduce che Iddio, creando
il mondo,nonsolamente ebbe per scopo
l'ordine fisico e la bellezza dell' opera,
ma l' ordine morale e sovranaturale di
cui Gesù Cristo è, per così dire, l'anima
ed il principio, e che dispiega ai nostri
occhi i divini attributi assai meglio che
l'ordine fisico dell' universo: perciò a
voler comprendere l' eccellenza dell' o
pera di Dio, non bisognaseparare l'una
dall' altra queste due considerazioni.
>
(Ici, N.º 10).
(N.° 10).
Éfacile vedersi che qui si ritorna
sempre alla solita petizione di principio.
Non si esamina se ' imperfezione del
mondo non derivi da ciò: che nessuna
intelligenza creatrice presiedette alla
sua formazione; sibbene si ammette già
a priori questa intelligenza, per con
cludere che se essa ha scelto il mondo
comesi trova, è segno che questo mondo
è il miglioredei mondi possibili. Eppure
non sarebbe difficile concepire un mondo
migliore, ( v. ORDINE E PERFEZIONE ) e
alla onnipotenza di Dio non doveva es
sere impossibile di farlo. Secondo l'opi
nione di Leibnitz, è falso che sul nostro
globo la somma dei mali superi quella
dei beni. « Il difetto d'attenzione, dice
egli, è quello che diminuisce i nostri
beni, e bisogna che questa attenzione
venga in noi destata da una mescolanza
di mali.
>
egli sostitui quest' altra più precisa e
più conforme ai nostri bisogni: >
Dalla Grecia il panteismo passò nella
filosofia dei romani. Varrone, Plinio il
naturalista, i poeti Manilio, Lucano e
perfin Virgilio furono accusati di aver
partecipato a questa scuola. Virgilio, di
cono, ci parla di Giove come padre di
tutti gli uomini e di tutti gli Dei; e
Cicerone facendosi storico delle dottrine
sparse nella sua patria, ci narra che
secondo queste dottrine « l' Essere ani
mato, ricco di prudenza, e d'intelletto,
è stato generato (non creato) inmaniera
ineffabile dal Dio supremo ». Alquanto
più tardi gli stoici romani abbandonan
do il panteismo per generazione, ab
bracciarono quello per animazione. Lu
cullo e Balbo, secondo Cicerone, eransi
dichiarati per il mondo animale ed ani
La scuola eleatica è più esplicita. ❘ mato; e per il Dio anima del mondo.
Senofane considera Dio come Uno e La quale opinione Cicerone confutava
200
PANTEISMO
mettendo in bocca all' epicureo Vellejo | sospetti di averlo appoggiato. La sola
queste parole: « Il nostro Dio è per lo
meno felicissimo; mentre il vostro è so
prafatto dalle occupazioni e sfinito. Im
perocchè o Dio è il mondo medesimo,
e alloraniuna cosa avvi meno tranquilla
di questo Dio, obbligato continuamente
a rivolgersi intorno all' asse del cielo:
questo Dio non potrebbe essere felice,
perchè felice non è chi non ètranquillo:
ovvero Dio è mescolato al mondo per
animarlo e reggerlo, per vegliare al cor
so degli astri, coll' occhio sempre vigi
lante su tutte le terre e su tutti mari
perprocurare il bene e conservare la
vita degli uomini, ed allora voi conver
rete che questo Dio è schiacciato sotto il
peso di tante sollecitudini e di tante no
iose cure » (De nat. deor)
Nè pure il panteismo pittagorico ap
pagava Cicerone, il quale meravigliava
che Pittagora ammettendo le anime u
mane come tante particelle della divi
nità, supponesse implicitamente un Dio
capace di soffrire e di essere lacerato
abrani.
È opinione accreditata che il pan
teismo delle scuole greche sia passato
anche nella filosofia neoplatonica degli
alessandrini. Ma anche di questo pas
saggio si hanno pochi indizi; e mag
giori induzioni che citazioni. Bayle nel
suo Dizionario critico accusa Plotino di
essere panteista, perch' egli diceva che
ogni cosa pareva non essere infine che
una sola sostanza, la quale non ha di
visioni, nè differenze che nei nostri con
cetti. Noi non ne percepiamo che qual
che parte solamente, le quali non po
tendo abbracciare nel loro insieme tras
formiamo in esseri reali. (Ennead. VI.
2, 3).
Anche B. Constant crede che mal
grado la professione di fede deista dei
neoplatonici, quell' essere uno, esistente
realmente, quell' anima universale con
tenente tutte le anime, quella materia
creata dalla forma e tutte le altre sot
tigliezze di quei filosofi si avvicinano
troppo al panteismo perchè non siano
differenza, secondo Constant, era nello
spirito dell' epoca. Il panteismo che a
veva condotto Senofane all' incredulità,
conduceva invece i neoplatonici all'en
tusiasmo.
Anche parecchie sette del cristiane
simo furono convinte di professare un
panteismo mistico. Sotto il dualismo di
Manete, alcuni hanno trovato una ten
denza unitaria, per la quale i manichei
insegnavano che il mondo è una sola
anima che si comunica atutti gli esseri
animati; non tutta a tutti come si co
munica la voce, ma dividendosi come
un' acqua distribuita in diversi canali.
Marcione e Carpocrate sebbene unitari,
anzi appunto perchè unitari, furono co
involti nella stessa accusa; e dei gno
stici fu detto che ammettevano un solo
principio eterno, dalquale emanava ogni
essere spirituale e materiale. Queste ac
cuse hanno forse per fondamento una
soverchia generalizzazione. Ciò nono
stante, bisogna credere che il panteismo,
o aperto o latente, fosse assai divul
gato anche nei primi secoli del cristia
nesimo, perchè i padri mettessero tanto
impegno nel combatterlo. Lattanzio lo
confuta nel libro De vita beatu (lib. VII);
e S. Agostino nel libro II De Genesi
(Cap. VIII) combatte imanichei, e nella
Città di Dio (lib. IV cap. XII) coloro
che dicevano che ogni cosa era parte
della divinità. Anche S. Crisostomo
e
dopo di lui Teodoreto nelle loro spie
gazioni sulla Genesi confutarono l'opi
nione di coloro che sostenevano essere
l'anima una parte della divinità.
Écosa singolare che il panteismo,
oggetto di tante censure da parte dei
padri, risorgesse poi nel seno stesso
della filosofia scolastica, essenzialmente
cattolica, e trovasse maestri e propu
gnatori in Davide de Dinant, Almarico
e generalmente in tuttiirealisti (v. Sco
LASTICA). Non è però soverchio avver
tire che questi, più che filosofi, teologi,
nonfurono scientemente condotti alpan
teismo, e che questo sistema filosofico
PANTEISMO
s' induce come necessaria conseguenza
de' loro principii, piuttosto che essere
stato dichiarato da essi come profes
201
veramente non dice S. Giovanni che nel
principio era il Verbo e il Verbo era
Dio, che ogni cosa è stata fattaper esso
sione di fede.
Maggior fondamento ha l'accusa
fatta a Giordano Bruno, del quale così
parla il padre Ventura. >>
Hegel vuol invece che l'unità esista
nella sostanza; e la sostanza che sola
esiste, che sola pensa siaDio, il quale si
manifesta nel mondo finito.
Io ho appena accennatoleultime fasi
del panteismo. Ricaduto neltrascenden
tale esso riproduce le solite antinomie
degli scolastici; senza averne la chiarez
zae la potente dialettica, si aggira in
un circolo vizioso di parole mal defini
te, e di continue equivocazioni.
Èdunque stretta giustizia il dire che
Spinoza fu l'ultimo vero panteista che
abbia fondato una scuola.
Papa. Il nome di papa, che signi
fica padre, anticamente era dato dai
fedeli a tutti i sacerdoti; divenne in
seguito un titolo di dignitàpei vescovi,
efu in fine riservato al solo vescovo
di Roma, quando questi pretese il pri
mato. Per i cattolici è articolo di fede
che San Pietro è stato capo del colle
gio apostolico e pastore della Chiesa
universale; che il romano pontefice è
il successore di quel principe degli
apostoli » ed ha come lui potestà e
giurisdizione su tuttalaChiesa. Il Con
cilio di Trento (Sess. VI de réform. C.
I. Sess. XI c. 7) ha espressamente de
finito che il sommo pontefice è il vi
cario di Dio sulla terra, ed ha la su
(XVI, 18) ove è scritto che Gesù disse
aPietro: >
Dunque a Costanti
nopoli piuttosto che a Roma i padri
del concilio riconoscono la giurisdi
zione in grado di appello. Anche i
padri del Concilio generale di Affrica,
fra i quali si trovava S. Agostino, si
PAPA
209
lagnarono col papa Celestino, perchè come alle altre Chiese d' occidente, e
aveva ammesso Appiario alla sua co- mandò lettere a Innocenzo, vescovo di
munione, mentre era stato escluso da| Roma, nello stesso tempo che scrisse
quella delle Chiese d' Affrica. una serie di
considerazioni tendenti a rimettere in
dubbio l'esistenza di questo Dio ; delle
quali considerazioni ecco la sostanza.
Delle cose pensate noi dobbiamo co
noscere la sostanza, la forma e il luo
go, poichè nessuno potrebbe concepire,
p. e , un cavallo senza sapere chefi
gura abbia, se sia corporeo o incorpo
reo ecc. Ma intorno aDio i dommatici
non si accordano nè sulla sostanza, nè
sulla figura, nè sul luogo, giacché al
cuni lofanno incorporeo, altri gli danno
corpo; chi lo pone fuori e chi dentro
il mondo: chi gli dà sembianze umane,
echi no. Ma dicono: e tupensa un che
di incorruttibilee beato, e argomen
terai questo essere Dio. Ma alla guisa
chenonconoscendo Dio altri non può
pensare gli accidenti di lui; così poichè
ignoriamo la sostanza di Dio, non po
tremo immaginare gli accidenti a lui
propri. Ma quando pure Dio fosse im
maginabile, non potrebbe tuttavia di
mostrarsi. Poichè la dimostrazione
chiara od oscura. Ma se la dimostra
zione di Dio fosse chiara, tutti l'ammet
terebbero, poichè in tal caso la cosa
dimostrata si concepisce insieme alla
dimostrazione, e perciò anche si intende
con essa : se la dimostrazione è o
scura, ha bisogno di altra dimostra
zione per essere dimostrata, la quale
non può essere chiara, perchè in tal
caso non sarebbe più oscura, ma chiara
l'esistenza di Dio: nemmeno può essere
oscura perchè una dimostrazione oscura
non può chiarirne un' altra oscura.
Infine si adduce l'obbiezione più formi
dabilenella esistenzadel male,obbiezione
che fu poi sostenuta dai manichei e
da Bayle. Chi afferma esistere Dio, o
dirà ch'ei provveda alle cose del mon
do, o che non provvede: e se provvede,
sarà o a tutte o a talune. Masedi tutte
e' pigliasse cura, non sarebbe nelmondo
verunmale, nè alcuna cattiveria: ma di
cono che tutto sia pienodi male, dun
que non si avrà a sostenere che Dio
abbia cura di ogni cosa. Che se ei ne
cura alcuna soltanto, perchè a queste
provvede, a quelle no? In fatti, o egli
vuole può atutte provvedere ; o vuole
e non può; o può e non vuole: o non
può e non vuole. Se volesse e potesse,
avrebbe cura di tutte; ora ei non prov
vedeatutto (secondo che dicemmoinnan
zi), dunque nonvuole e non può a tutto
provvedere. Se ei vuole, e non può, desso
è più debole della cagione per cui non
può provvedere alle cose di cui non si
cura; ma è contro il concetto di Dio
che ei sia più debole di altro. Se può
curarsi di ogni cosa e non vuole, è da
reputarsi invidioso. Se non vuole yè
può, è invidioso e anche debole; e il
dire ciò intorno a Dio è proprio degli
empii.
Alle cose del mondo non provvede
dunque Iddio: e se egli non ha cura
veruna e non esiste opera di lui, nè
effetto: nessuno può dire inquale modo
comprenda l'esistenza di Dio, poscia
ch'ei non appare da sè e non si com
prende per alcuno effetto. Anche perciò
è dunque incomprensibile se Dio esista.
Concludiamo, da siffatte avvertenze, che
coloro i quali dicono asseverantemente
che Dio è, sono costretti ad empietà;
che se lo dicono provvidente ad ogni
cosa, portano Dio ad essere cagione dei
mali; selo dicono curante di alcune
cose o di nessuna, sono costretti am
mettere un Dio o invidioso o debole ;
tali sentenze si conoscono proprie degli
empii.
Così del pari il pirronismo rima
ne indifferente fra il bene e il male,
nè afferma o nega che causaci sia, o
movimento o quiete ecc. Che alcune
volte non introducanei suoi giudizi dei
PITTAGORA
veri sofismi, non può negarsi; ma nè
manco è giusto affermare, come alcuni
hanno fatto, che il pirronista abbia ap
preso dai sofisti tutta la scienza del
dubbio. La maggior parte degli argo
menti dei pirronisti convengono piena
mente agli scettici d'oggidì, e se tutto
lo scetticismo consistesse nel negare
che intuizione vi sia dell'assoluto, si
apporrebbe al vero. Ma dalle cose as
267
il nulla. Più che diversità di principii, tra
lo scettismo dell'Accademia e quello di
Pirrone, vi è diversità nelle conseguen
ze; giacchè gli accademici se sospende
vano il loro giudizio intorno a molte
cose, non erano per questo indifferenti
solute alle relative ci è grande diffe
renza, come non si può argomentare,
dalla differenza dei gusti e delle aspi
razioni alla felicità, che cosa buona non
vi sia. Buona per tutti forse no; mada
coloro a cui piace o a cui reca sollievo
perchè non si dirà buona? E perchè i
sensi talora ingannano, nè tutti perce
piscono le cose nel modo stesso, si do
vrà negare ad essi ogni fiducia? Non
pronunciamo mai sentenze assolute, ma
relative solamente al nostro giudizio, ai
nostri sensi; non pretendiamo di intuire
le essenze, nè di comprendere l'infinito
eallora saremo nel vero. La relatività
delle nostre conoscenze e dei nostri
giudizi bastano per la vita pratica e
per la nostra felicità Prendiamoqueste
cognizioni relative come se fossero as
solute e regoliamoci con esse, nè pre
tendiamo di tenere ognora e per tutto
sospeso il nostro giudizio, poichè una
sospensione siffatta non è nella natura
nostra, nè possibile ad applicarsi nella
vita pratica. È una contraddizione del
pirronismo quella di presentare il dub
bio come uno stato fermo, costante, che
rappresenta il perfetto equilibrio, il ri
poso della volontà e il supremo bene.
Questa condizione non può condurre
che all'indifferenza perle cose del mon
do; e lapersuasione dell'impotenza no
stra a spiegare checchessia, deve as
sopire la nostra intelligenza in un mor
tale letargo. Questo stato dell'animo è
la morte e non la vita; e la indifferenza
di Pirrone per i dolori fisici così come
per i morali, non è certol'idealedella
vita, nè la vera felicità. L'assenza del
dolore, e del piacere non è la felicità, è
alle cose del mondo, ma stimavano con
veniente fra le controversie appigliarsi
alle più probabili, quali erano percepite
dai sensi ( v. PROBABILITÀ).
Pittagora. Lavita di questo fi
losofo si perde nella favola, tanta è
l' incertezza dei documenti che l'anti
chità ci ha trasmessi intorno a lui.
L'anno della sua nascita è molto con
troverso: Lloyd la poneva nel 585 a.
G. C.; Dodwell nel 568, o nel 567;
Freret nel 580. Non si sadel pari con
certezza il luogo ove nacque; ma i più
ritengono che l'isola di Samo gli abbia
dato i natali. Suo padre eratrafficante,
l'associò per tempo ai suoi viaggi e gli
procurò una educazione distinta. Cre
sciuto in età, secondo le abitudini del
suo tempo, prese a fare alcuni viaggi
di studio, a solo fine di abboccarsi co
gli uomini più illustri e visitare i luo
ghi che la fama indicava come quelli
che erano più innanzi nella civiltà.
Abitò lungamente l'Egitto e l'Asia Mi
nore, e vi fu chi lo mandò fino nell'In
dia e nella Persia, sicchè dicesi che vi
apprendesse l'astronomia, la medicina e
la geometria, la quale scienza egli in
segnò appena tornato in patria. Da
Samo passò quindi nellaMagna Grecia;
ma Porfirio e Giamblico lo fanno prima
successivamente immigrare in tutte le
isole della Grecia per propagarvi la
scienza misteriosa che essi suppongono
che abbia appreso dai sacerdoti egizi.
Finalmente verso l' anno 410 a, G. C.
formò stanza a Crotone, città del golfo
di Taranto, nella Calabria che allora,
per le Colonie greche che l' abitavano,
veniva detta Magna Grecia. Di costumi
austeri, frugalissimo e amante della so
litudine, non tardò a suscitare quella
viva curiosità che è foriera della fama.
In breve e giovani e vecchi accorsero
268
PITTAGORA
a sentire la sua parola, e tanto fu l'au
torità che acquistò anche tra i primati,
che più e più volte fu richiesto di con
siglio intorno alla cosa pubblica. Ai
giovani, a' vecchi alle donne insegnava
le virtù private, parlando in pubblico
e più specialmente nei templi, come
per dare ai suoi precetti il carattere
sacro della religione. Ma le passioni
non tardarono a scatenarsi contro di
Jui, e la persecuzione che accanì contro
la sua scuola pare che facesse anche il
filosofo sua vittima verso l'anno 500.
Da chi e perchè quella persecuzione fu
suscitata ? Niuno sa dirlo. Si citano la
vendetta e l' invidia per spiegarla, ma
qual sarebbe stato il movente di queste
passioni? Diogene Laerzio così raccon
ta:
Era entrato nella casa di Milone
co'suoi compagni, quando uno di coloro
che egli non volle accettare fra i suoi,
bruciò la casa. Altri dicono che i Cro
tonesi per sospetto e per paura di do
ver soffrire la sua tirannia lo piglia
rono mentre fuggiva l'incendio e l'uc
cisero con alcuni de'suoi discepoli. Di
cearco narra che Pittagora fuggì nel
tempio delle Muse a Metaponto, ed es
sendovi rimasto per quaranta dì senza
nutrimento però d' inedia. Eraclide nel
compendio delle vite del Satiro rac
conta che Pittagora dopo avere inual
zato un monumento in Delo sulla tom
ba di Terecide suo maestro, ritornò in
Italia, pervenne al Metaponto ed ivi,
stanco di vivere, si lasciò morire di
fame. Ermippo dice che essendo in
guerra quei di Agrigento con i Siraçu
sani, venne Pittagora con i compagni
d'Agrigento a dare aiuti ; ma essendosi
volti a fuga i suoi, egli ricoverò in un
campo di fave, le quali volendo schi
vare, siccome sacre, fu preso dai Sira
cusani e fatto morire ».
La famadi Pittagoracome filosofo,
è certamente superiore ai suoi meriti.
Inclinato alla contemplazione mistica,
egli ama il mistero, e si compiace di
creare una dottrina arcana, l' immenso
successo della quale e certamente do
vuta alle molte difficoltà che gli uo
mini avevanod'intenderla. A somiglianza
dei sacerdoti del paganesimo, instituì
un doppio insegnamento: quello che egli
indirizzava alla generalità degli ascol
tatori, e quello riservato ai pochi eletti.
Aveva fondato un istituto col quale i
conventi del cristianesimo hanno moita
analogia. Gli allievi vi erano assogget
tati a lunghe prove, e passavano per
gradi successivi proporzionati al loro
ingegno e alla loro virtù. Era una
sorta di iniziazione sacerdotale, una vita
mistica, la quale si è sorpresi di vedere
lodata anche da molti moderni, pedis
sequi copiatori delle glorie pittagoriche.
Gli allievi dell'Omachoion, nome dato
all' istituto pittagorico, e che vale udi
torio comune, mettevano in comune i
loro beni e coabitavano insieme con le
loro tamiglie, tutti restando sottoposti
alla stessa regola. Vestivano una to
naca bianca e alternavano le occupa
zioni fra lo studio, la lettura dei poeti,
la ginnastica, i sacrifizi e le cerimonie
religiose. Dai loro pasti era bandita o
gni specie di carne: le uova, il vino,
e ognispecie di bevanda alcoolica era
loro interdetta . Anco le fave dicesi
che avessero in orrore perchè rappre
sentano le parti sessuali della fem
mina; ma altri lo negano e tengono
ciò per una favola. Fatto è che Pitta
gora raccomandava a tutti l'uso dei cibi
vegetali, escludendo le carni e il pesce,
come sacri agli Dei, non essendo conve
niente, diceva, che la stessa imbandigione
comparisse sulla mensadivina e su quella
degli uomini. Voleva ancora in tal ma
niera abituare gli uomini alla sobrietà
e al facile vivere; acciò sempre avessero
apparecchiati i cibi senza bisogno di
cuocerli. Ma più che altro, mi par che
questa prescrizione sia stata tolta dal
l'India (se è vero che Pittagora vi sia
andato) dove in grazia della metempsi
cosi i bramini hanno orrore del cibo
preparato con ogni cosa che viva. In
fatti, Laerzio nella fine della sua vita
di Pittagora, così l'apostrofa: « Non tu
PITTAGORA
solo ti sei astenuto dagli animati. Dim
mi, o Pittagora, chi è che mangi ani
mali animati. Ma ben io mangio arro
sto, o lesso, o salume, dai quali ormai
l'anima è sfuggita. Così era savio Pit
tagora chè ei non voleva gustare le
carni, perchè diceva ciò esser peccato:
io lodo, ch'egli, astenendosi, ai compa
260
(ossia nella proporzione di otto a sei) :
o secondo la quinta perfetta (diapente)
o di una volta e mezza tanto (ossia
nella proporzione di nove a sei); o
giusta il suono d'ottava (diapason) o del
doppio (ossia nella proporzione di do
dici a sei).
tanto contagioso; e chi nell' Italia
Comte ha molto giustamente fon
data la nuova scienza sui tre diversi
modi dell' arte di osservare; vale a
dire l'osservazione pura, lo sperimento
e il metodo comparativo. Ma non è già
nel metodo ch'io trovo manchevole la
sociologia ; sì nei mezzi stessi d'investi
gazione. Il maggior numero delle vere
cagioni delle cose ci sfugge inosserva
to: noi vediamo le cause apparenti e
immediate dei fenomeni sociali, e spesso
anche su queste ci inganniamo. Con
elementi così scarsi e così poco sicuri
come mai si può pretendere di costi
tuire una vera scienza, una scienza sin
tetica che sia, per così dire, il com
plesso di tutte le altre? Come preten
dere di rivelare le varie cagioni dei
fenomeni sociali, quando noi stessi ci
inganniamo sui veri motivi per cui ta
lora siamo determinati nei nostri atti, e
se dubitiamo perfino se siamo liberi o
necessitati? L'esperimento non è mezzo
che possa applicarsi alla produzione
dei fenomeni sociali, e il metodo com
parativo fra fenomeni prodotti in tempi
diversi, sotto l'impero di diverse circo
stanze e da uomini diversi è un rime
dio tutt'altro che adatto a correggere
i nostri giudizi. Diciamo dunque ad
drittura che la sociologia, come scienza
sintetica ed esatta, è impossibile, avve
gnachè suppone la conoscenza di cause
infinite, ciò che implicherebbe la pos
sibilità di conoscere il passato e il fu
turo data la conoscenza di un solo
punto della storia (v. CASO). Ma poichè
tutte le nostre cognizioni attuali e
1
288
POSITIVISMO
probabilmente anche tutte quelle che
potremo acquistare nell' avvenire, non
sono tali da lasciarci prevedere le sorti
di una battaglia, l' esito di una intra
presa, o l'abbondanza dei raccolti di
una contrada, non è temerità il dire
che la sociologia già fin d'ora è con
dannata a non essere altro che una
raccolta di fatti storici, una scienza
numismatica piuttostochè una scienza
sperimentale e di previsione. Ed è, in
fatti, entro questi soli limiti giàdetermi
nati e precorsi dalla filosofia della sto
ria che finora è rimasta compresa la
Sociologia positiva. Essa si è limitata
ad esporre ed a considerare come un
semplice fatto dipendente dalle condi
zioni stesse del nostro organismo e del
mondo in cui viviamo, la successiva
trasformazione dello scetticismo in po
liteismo e monoteismo, per giungere
al presente stato metafisico: tutto ciò
era stato detto, e la sociologia con
questa esposizione storica nulladi nuovo
ci ha finora rivelato , salvo il coro
namento dello stato moderno o meta
fisico, mediante l'avvenimento della fi
losofia positiva.
La sociologia costituisce la prima
parte della filosofia morale. La seconda
parte è costituita dalla morale positiva
propriamente detta, o religione positi
va, detta altrimenti religione dell'uma
nità. È il secondo periodo della filosofia
di Comte e quello che segna anche la- sua, decadenza. Dopo avere gettate le
fondamenta di una filosofia, alla quale,
se non altro, non si poteva negare il
nome di veramente positiva, Comte si
è compiaciuto di rifare il suo lavoro
per dargli una apparenza teologica, a
busando in manierafin qui non mai ve
duta del senso delle parole.
Bichat, Cabanis , Giorgio Leroy ed
infine Gall, a parere dei positivisti
hanno gettatole fondamenta della teoria
dell'anima. L'anima esiste ; è dotata
di diciotto facoltà elementari, o, per
meglio dire, sidecompone in queste di
ciotto facoltà, la cui enumerazione af
fatto inutile ed arbitraria non giova
riprodurre. Basti dire che l'anima, com
posta di cuore e spirito, si suddivide
poi in quattro facoltà: nel cuore pro
priamente detto, nel carattere, nell' e
spressione e nelconcetto.Del resto, tutte
queste facoltà, anche quella del cuore,
sono, con molta disinvoltura, collocate
nel cervello ; dimodochè non si sa poi
bene se lo spirito stia nel cervello o se
ne sia solamente la funzione. Il padre
del positivismo ha avuto anche il torto
di localizzare nel cervello le facoltà no
stre e le nostre tendenze, ed è così ca
duto nei soliti errori dei frenologi ( v.
FRENOLOGIA).
Il fondamento della morale positivi
sta è l'altruismo, che essa costantemente
contrappone ai così detti istinti del no
stro egoismo. Vivere per gli altri è la
sua divisa, come è regola fondamentale
della sua morale personale: non fare
cosa alcuna che non si possa confes
sare. Il positivismo dichiara che una
religione è necessaria, non già nel co
mune senso che si suol dare a questa
necessità, per dirigere le masse, le donne
ed i fanciulli; ma una religione per tutti,
per gl'ignoranti come per i dotti, da
tutti ammessa, da tutti volontariamente
riconosciuta perchè fondata sulla verità.
Ma ogni religione ha bisogno di un
culto, e la religione positiva deve pure
avere il suo. Quale sarà il soggetto
dell'adorazione di questa religione non
rivelata? La rivoluzione francese aveva
adorata la ragione, cosa buona in'sè,
dicono i positivisti, ma pericolosa, per
chè conduce all'orgoglio e all'egoismo;
meglio dunque vale adorare il cuore, e
mantenere il culto di tutte le affezioni,
il culto dell'avvenire; ecco il culto del
l' Umanità, non inventato, dicono, ma
scoperto dai positivisti. « L' Umanità,
dice Longchamp nel suo Saggio sulla
preghiera positivista, l' Umanità non è
già la specie umana e non comprende
l'universalità degli uomini. L' Umanità
è la memoria dei mortiche inspirano e
guidano i viventi, è l'insieme di tutti i
POLITEISMO
grandi pensieri, di tutti i nobili senti
menti e di tutti grandi sforzi, riferiti a
un solo e medesimo essere, l'animadel
quale è costituita daquesti grandi pen
sieri e il corpo dal complesso di tutti
i viventi ». Solamente coloro i quali
hanno lavorato per il benessere dell'u
manità possono sperare di essere im
mortali e di vivere per sempre nella.
289
le sue preghiere. La preghiera non é
una domanda, ma una preparazione ed
una eccitazione all'affetto, la rimembran
za rinnovata dei benefici ricevuti. Non
si può chiedere al Grande Essere che
un nobile progresso morale, senza ac
crescimento di ricchezza materiale.
Oltre al Grande Essere il positivi
smo riconosce gli Angeli e gli Angeli
memoria dei viventi.
Il positivisimo professa dunque una
sorta di panteismo simbolico. Il Grande
Essere, che è il Dio positivista, si risolve
nel concetto universale deli' umanità,
mentre ogni benefattore dell' umanità
dopo la morte entra a costituire una
parte di questo Grande Essere ed a
godere gli onori della divinità. « Ogni
vero adoratore del Grande Essere, dice
il dottor Robinet, uno dei tre esecutori
testamentari di A. Comte ( Notice sur
l'oevre et la vie de Comte),presenta due
esistenze successive ; l'una che costitui
sce la vita propriamente detta, è tem
poraria ma diretta; l'altra che comincia
dopo la morte è permanente ma indi
retta ». Il Grande Essere ringiovanisce
ad ogni generazione e le creature u
mane diventano i suoi organi passeg
custodi nella personificazione dei nobili
concetti, quali l'idea del bene, del vero,
del bello. 1 tre angeli custodi del no
stro cuore, sono l'attaccamento. la ve
nerazione ela bontd. I santi sono gli
uomini che illustrarono l'Umanità colle
loro opere. Il loro nome è consegnato
in un Calendario positivista, nel quale
l'anno è diviso intredici mesi eguali di 28
giorni ciascuno, i quali non lasciano
che un giorno complementetare negli an
ni ordinari e due negli anni bisestili. I
mesi sono divisi in 4 settimane precise,
ed ogni giorno dellasettimanaconserva
il nome che ha attualmente. I mesi si
chiamano: Mosè, Omero, Aristotile, Ar
chimede, Cesare ecc.; e la stessa scelta
di nomi si trova nei santi votivi della
settimana, dove si leggono quelli di
Confucio, Buddha, Maometto, Platone,
Alessandro, Innocenzio III, S. Bernardo,
gieri; ma i grandi pensieri e le grandi
azioni possono elevare l'uomo al grado | Bossuet, Tasso, Milton ecc. Questastrana
di organo permanente, o persistente.
Nulla del resto puòquesto Essere sim
bolico, per cambiare le cose del mon
do.
Se la fede teologica, dice Robinet,
spiega sempre il mondo e l'uomo col
l'intervento divino, la fede positiva in
segna invece che tutti gli avvenimenti
del mondo e dell'uomo si producono in
forza di influenze invariabili , dette
leggi ».
Non è giàDio,dicono i positivisti,
che ha creato l'uomo, ma è l'uomo che
si é formato il suo Dio. E, come si
vede in questo articolo, essi si sono
valsi largamente di tale massirua, per
ciocchè non solamente si sono creati un
Dio e una religione, ma eziandio un
culto. Il culto del Grande Essere, ossia
dell'Umanità, deve avere le sue feste, e
associazione di uomini che ebbero pen
sieri e operarono con finibendiversi e
talora opposti, si trova d'altronde d'ac
cordo con la filosofia positiva, la quale
considera tutti i fattisociali come una
materiale esplicazione di leggi immuta
bili. Ilconcetto del calendario positivista
in surrogazione del calendario cristiano
è uno di quelli che appartengono alla
seconda fase dell' attività del signor .
Comte. Il positivismo aveva completa
mente cambiato il suo carattere: dopo
essere stato una filosofia scientifica, era
divenuto una religione dell' umanità.
Così dice il signor Wirouboff (Remar
ques sur le calendrier de M. Comte;
Reuve de la Phil. Pos. an. 1876 p. 48)
il quale mette in evidenza i difetti in
gran numero che sono nel calendario
19
290
POSITIVISMO
positivista, fra cui l'ommissione dimolti
nomi notissimi nella scienza, mentre al
loro posto si trovano molti altri o mi
tologici o appena noti.
Il culto dell' umanità, avrà i suoi
sacramenti. Essi, dice il signor de Bli
gnière, legano ciascuno a tutti: consa
crando in nome della utilità sociale tutte
le fasi e tutte le modificazioni generali
e importanti della vitaprivata, essi por
gono l'occasione di richiamare i doveri
che incombono a ciascuno nelle circo
stanze nuove della sua vita ». Le feste
saranno, infine, la celebrazione dellame
moria dei grandi uomini; lo studio della
loro vita e dei loro servizi, sarà l'espres
sione verso di essi della pubblica ri
conoscenza.
Ma la religione positivista morl pri
madi nascere. Il solo tempio che ab
bia avuto fu quello creato da Comte
nella sua propria casa, nella quale,
dopo di lui, si riunirono regolarmente
i membri della società positivista che
rimasero fedeli alle tendenze mistiche
del maestro. Mauna eresia scoppiò ben
presto nel seno stesso dei positivisti, e
quelli i quali erano insofferentidei sim
boh si unirono al signor E. Littrè, che
è attualmente il più illustre rappresen
tante del positivismo. La nuova filoso
fia spogliata da ogni misticismo, è ri
masta una filosofia materialista nella
sostanza, sebbene nella forma accenni
a velleità di far credere ad un sistema
tutto proprio. Nel fatto però la sola
Questo è il culto positivista ; ma differenza che esiste fra il positivismo
quali ne saranno i sacerdoti ? Tutte le e il materialismo è, che il primo non
funzioni che spettano normalmente ai | crede che l'uomo possa mai spiegare
preti, sono ora divise fra i medici, i
preti attuali, ed i dotti,professori e fi
losofi di tutti i gradi. I positivisti tro
vano che non è possibile di studiare
separatamente l'uomo nel cuore, nel
corpo e nello spirito, e perciò vogliono
che i ministri della nuova religione
le causeprime ed assolute, e che quan
d'anche spiegate le avesse, queste spie
gazioni non potrebbero influire sulla
vita pratica. Io mi accordo, fino ad un
certo punto, con questa conseguenza;
ma si tratta di sapere sedopo aver di
chiarato di non volersi occupare delle
siano ad un tempo medici, filosofi e
preti. Così il nuovo culto sarà comple
to ; potrà sfidare i suoi nemici ed avere
i suoi martiri. L'avvenire gli è assi
curato.
Al pari dei sacerdoti pagani, i quali
sotto i simboli del politeismo, preten
devano di onorare le leggi della natura
(v. MISTERI ) Così i positivisti, creando
una religione materialista, credevano di
essere coerenti con la verità. E non
pensavano nemmeno che col volgere
degli anni questi simboli,per ladimen
ticata origine, sarebbero stati posti su
gli altari e adorati per se stessi, e non
già per i principii che avranno rappre
cause prime, la curiosità, che è figlia
del sapere, non ci proporrà perpetua
mente queste domande: Chi siamo ?
d'onde veniamo? Il materialismo, che
non rinnega alcuno dei mezzi di inve
stigazione suggeriti dal positivismo, e
chi li ha anzi applicati prima ancora che
il positivismo fosse nato, non ha temuto
di pronunciare i suoi giudizi, i quali,
intorno allecause prime, nondevono in
tendersi in un senso assoluto, ma come
la conseguenza probabilissima che de
riva dalle nostre attuali cognizioni. Il
positivismo, più pudico, vuole riservare
il suo giudizio, anzi nè pure consente
adiscutere le origini dell' universo e
il fine ultimo dell' umanità. La quale
astenzione, se rende più facile la sua
missione e gli risparmia le accuse di
sentati. L'interesse dei sacerdoti li avreb
be spinti a sollecitare questo felice mo
mento, in cui essi soli, fatti padroni del
vero senso dei simboli, avrebbero potuto | molti nemici, non rende perciò il suo
dominare il popolo con le potenze mi
steriose che avevano poste sugli altari.
sistema più filosofico, e non toglie che
ogni positivista individualmente non si
PRASSEA
trovi, tutti i giorni dinanzi agli eterni
201
dere a tale richiesta col Dato ma non
einevitabili problemi della nostra ori
gine e della nostra fine. Ammessopure
chequesti problemi siano indifferenti per
lavitapratica, nederiverà per questo che
noi potremo evitarli? Quante altre que
stioni hanno assorbita tutta l'attività di
grandi pensatori ? Che cosaè ilmagneti
smo, l'elettricità, l'attrazione? Che cosaso
concesso » vale a dire « ammetto pel
momento, ma non credo ».
Kant chiama postulato della ragione
pura l'immortalità dell'anima, essendo
essa un domma dalla filosofia nondimo
strabile, e non pertanto necessario ad
ammettersi,aparer suo,comeconseguen.
za dell' ordine universale. Il postulato é
nole comete, il sole i pianetietutti gli | dunque unaipotesi chein seguito potrà
essere dimostrata direttamente, od an
che indirettamente con le conseguenze
astri del firmamento? Quantopesano, di
quali materie sono composti? Tutte que
ste domande hanno unvalor puramente
scientifico, senza alcuna pratica conse
guenza. Ne deriverà per questo che i
dotti devano trascurarle? Il positivismo
se ne è occupato, e ha pure su molti
argomenti, inutili per la pratica, fatte
le sue ipotesi. E perchè troverà esso
che per la vita pratica importi più il
conoscere se la luna abbia o non abbia
una atmosfera, di quel che sapere se
esiste un Dio creatore, un'anima immor
tale e una vita avvenire? Gli attuali e
retici del positivismo, iquali non hanno
creduto di accettare la religione inven
tata daA. Comte,avranno forse ragione
di dire cheprudenza è l'astenersi di sen
stesse che deriveranno dall'insieme della
discussione.
Poveri cattolici. Nomi di certi
religiosi, i quali erano un ramo di Val
desi o Poveri di Lione che si converti
rono nel 1207. Formarono una Congre
gazione, che si diffuse nelle provincie
meridionali della Francia e che s' ac
crebbe per la successiva conversione di
altri Valdesi, fondendosi poi, l'anno
1256, in quella degli eremitidi Sant'Ago
stino. Heliot, storia degli ordini mona
stici t. III. pag. 21 .
Prassea. Eretico del secondo se
colo e discepolo di Montano, che poi
abbandonò per farsi capo setta. Fon
tenziare in codeste materie; ma hanno | dandosi sopra i passi evengelici ove si
torto di proclamare che codesta asten
dice:
zione sia veramente scientifica. Perfino
lo scetticismo che non sentenzia, ha loro
insegnato che anche per giungere al
dubbio è necessario esaminare le ra
gioni favorevoli e le contrarie al dom
il Padre ed io siamo un solo;
quello che mi vede, vedepuremio Pa
dre; io sono nel Padre e il Padre è in
me > concluseche Gesù, o ilFiglio, non
era distinto dal Padre, che entrambi co
stituivano una sola persona divina; che
il Padre era disceso nel ventre della Ver
gine si eraincarnato, avevapatito edera
matismo. D'altronde, questa astensione
non è sincera, e non vi è positivista il
quale nell' intimo foro della coscienza | morto sulla Croce. Eresia non dissimile
non abbia esaminato le ragioni dei cre
denti e degli increduli, e non abbia
pronunciato il suo giudizio. La stessa
religione positivista, sotto i suoi simboli,
non faceva altro che insegnare l'incre
dulità.
Postulato (dapostulatum, cosado
mandata). Aristotile così chiama una
proposizione non ancora dimostrata,
ma che si richiede di ammettere intanto
gratuitamente per il bisogno della di
scussione. Dagli italiani si suol rispon
da quella di Noeto edi Sabellio, per cui i
settatori di questi tre eretici s' ebbero
il nome di Monarchici, perchè ricono
scevano soltanto il Padre qual signore
di tutte le cose; e quello di Patripassia
ni, perchè lo supponevano capace di
patire. Il Beausobre (Storia del Mani
cheismo, lib. III Cap. 6 § 7) citando un
passo di Tertulliano ilqualdice che l'e
resia di Prassea fu confermata da Vit
torino, aggiunge che questi è, per co
munconsentimento, il papa Vittore.
292
PREDESTINAZIONE
Predestinazione.Vocabolo che
letteralmente significa una destinazione
anteriore : nel linguaggio teologico e
sprime il disegno formato da Dio ab
eterno, di condurre, mercè la sua gra
zia, taluni all'eterna salute.
Alcuni Padri della Chiesa adopera
rono talvolta il vocabolo di predestina
zione in generale, così per la destina
zione degli eletti alla grazia ed alla
gloria, che per quella de'riprovati alla
dannazione; ma siffatta espressione par
ve troppocrudele; oggidì pigliasi questa
voce in buona parte soltanto ; signifi
cando la elezione alla grazia od alla
gloria, e chiamandosi riprovazione il
decreto contrario; sebbene, in sostanza,
e l'uno e l'altro decreto costituiscano
la predestinazione , in quanto sono
stati pronunciati da Dio prima ancora
che gli uomini predestinati al paradiso
o all'inferno fossero nati; anzi prima
ancora del cominciamento dei tempi.
Sant' Agostino nel suo libro de dono
perseverantiæ (cap. 7 n. 15. e cap. 14n.
35)definiscelapredestinazione: Præscien
tia et præparatio beneficiorum quibus
certissime liberantur quicumque libe
runtur. Aggiunge poi al cap.(17, n. 41.),
Dio dispone egli stesso ciò che fard,
secondo la infallibile sua prescienza :
questo, e niente di più, essere prede
stinare. Secondo San Tommaso (part. 1.
Q. 23. art. 1.) la predestinazione è il
modo, col quale guida Iddio la creatura
ragionevole al suo fine, che è la vita
eterna.
I principii su cui si fondalaprede
stinazione presso i cattolici sono così
riassunti dal Bergier:
1.º Vi è in Dio un decreto di pre
destinazione, ossia una volontà assoluta
ed efficace di dare il regno de' cieli a
tutti quelli che effettivamente vi giun
geranno.
2.º Iddio, nel predestinarli alla glo
ria eterna, ha loro altresì destinato i
mezzi e le grazie, mercè le quali ve li
conduce infallibilmente. (San Fulgenzio,
de Verit. Prædestin. 1. 13.)
3.° Questo decreto è inDio ab eterno
eloha egli formato, come dice San
Paolo, (Ephes. I. 3. 5.) prima della
creazione del mondo.
4.° Il medesimo è un effetto della
pura bontà di lui: epperò questo decreto
è perfettamente libero da parte di Dio
ed esente da ogni necessità(San Paolo,
Ibidem. 6 e 11.)
5.º Tal decreto di predestinazione
è certo ed infallibile, deve immancabil
mente sortire il suo effetto, il quale al
cuno ostacolo nonpotrà mai impedire;
così dichiara Gesù Cristo (Joan. c. 10,
27, 29.)
6.º Ameno di una esplicita rivela
❘zione, nessuno può andar certo d'essere
nel novero de'predestinati o degli elet
ti, lo che provasi con SanPaolo (Filip.
11. 12. 5. Cor. IV, 4) e fu definito dal
Tridentino (Sess. 6, c. 9, 12, 16. e
can. 15.)
7.º Il numero dei predestinati è fisso
ed immutabile, sicchè non può essere
aumentato nè diminuito ; avendolo Iddio
fissato ab eterno e non potendo la sua
prescienza ingannarsi (Joan. IX. 27,
Sant'Agostino, I, De corrept. et gratia
XIII, 8). Non impone il decreto di pre
destinazione, nè per sè, nè pei mezzi,
onde giovasi Iddio per mandarlo ad ef
fetto, veruna necessità negli eletti di
praticare il bene. Dessi operano sempre
liberissimamente e conservano sempre,
allora pure che ottemperano alla Leg
ge, la facoltà di non osservarla (San
Prospero, Respons, ad object. Gallor).
Quante contraddizioni in questi punti
della fede cattolica! Il numero dei pre
destinati è fisso e immutabile; essi sono
scielti da Dio ab eterno e persemplice
bontà di lui; e ciò nonostante essi sono
liberissimi di salvarsi, o di dannarsi.
Quale sciocchezza! La libertà suppone
la facoltà di fare o di non fare una
cosa: or come potrei io non dannarmi
se giàperdecreto pronunciato ab eterno
sono stato escluso dagli eletti? Si ri
sponde che questo decreto indica la
semplice prescienza di Dio, il quale sa
PREDESTINAZIONE
le cose future, manon suppone l'azione
diretta di Lui sull' uomo per indurlo
293
psari; altri insegnarono avere Iddio
fatto un tal decreto di condanna sol
alla salute o alla dannazione. Codesta è
una distinzione gesuitica che non ha
fondamento. Ilfuturo si conosce per la
successione delle cause edegli effetti, e
Diocheè infinito, conosce cause infinite.
Ma acciocchè il futuro possa essere
preveduto, conviene che le cause indu
cano la necessità dei loro effetti, e que
sti siuno cause necessarie di effe tti sus
seguenti. Senza questa necessità il caso
e l'arbitrio sarebbero nell'universo, e la
prescienza divina sarebbe un assurdo,
poichè prescienza vale predetermina
zione, conoscenza anticipata della suc
cessione delle cause e degli effetti. Dove
è il caso là non vi è prescienza possi
bile, avvegnachè il caso sia appunto la
negazione d'ogni predeterminazione. (V.
Caso edEFFETTO). Se adunque Iddio non
agisce direttamente sull'uomo, egli però
vi agisce necessariamente colla succes
sione di cause che ha create e prede
stinate in maniera di conoscere antici
patamente il loro risultato ultimo.
Lutero e Calvino piú brutali, ma più
sinceri, avevano evitata la contraddi
zione dei cattolici, ammettendo questa
conseguenza. Secondo la loro dottrina
Dio aveva, ab eterno, con immutabile
decreto separato il genere umano in due
parti, l'una di eletti favoriti a cui volle
assolutamente assicurata l'eterna beati
tudine, ai quali largisce le grazie effi
caci, la cui mercè operano necessaria
mente il bene; l'altra di oggetti della sua
collera, da lui destinati al fuoco eter
no, e di cui dirige per modo le azioni
che devono di necessità commettere il
male, perseverare e morire in questo
stato. La quale orribile dottrina so
stennero Beza ed altri riformatori. Me
lantone, più moderato, n'ebbe orrore e
procurò raddolcirla. Parecchi de' setta
tori di Calvino perseverarono, come il
maestro, a sostenere che pur anterior
mente alpeccato di Adamo, Dio hapre
destinato la maggior parte degli uomini
tanto consecutivamente alla previsione
della colpa de' nostri progenitori, e a
costoro venne dato il nome d' infrala
psari. Non affermavano come i prece
denti che Iddio avesse per si fatto modo
determinata la caduta del primo uomo
e che Adamo non potesse fare a meno
di peccare, ma pretendevano che dopo
questa caduta quelli che peccano non
possano rimanersene dal farlo.
Quantunque una tal dottrina, come
dice ipocritamente il cattolico Bergier,
sia orrenda, tuttavia essa regnò tra i
calvinisti fin quasi a'nostri giorni.Eglino
persistettero nell'affermare che tale è la
pura dottrina della Santa Scrittura e
che Sant' Agostino la propugnò a tut
t'uomo contro aipelagiani. Sullo scorcio
del secolo decimosettimo,Bayle asseriva
come nessun maestro osasse insegnare
il contrario, che se alcuni pareva che
se ne fossero scostati, ciò era solo ap
parentemente, non avendo cangiato che
alcune espressioni dei predestinaziani.
Nel 1601, Giacobbe Van-Hermine,
conosciuto sotto il nome di Arminio,
professore nell' Olanda, attacco aperta
mente la predestinazione assoluta; so
stenne che Iddio vuol sinceramente sal
vare tutti gli uomini, che a tutti, sen
z'eccezione di sorta, dà sufficienti mezzi
di salute, e che riprova coloro soltanto,
i quali abusarono di questi mezzi o vi
hanno resistito. Arminio ebbe ben pre
sto un gran numero di seguaci: ma
Gomar, altro professore, sostenne perti
nacemente la dottrina rigorosa de'pri
mi riformatori e seppe conservarsi un
partito potente. In tal maniera il cal
vinismo resto diviso in due fazioni, l'una
degli arminiani o rimostranti, l'altra dei
gomaristi o contro rimostranti. A defi
nire questa contesa gli stati generali
d'Olanda convocarono nel 1615, a Dor
drecht, un sinodo nazionale; vi preval.
sero i gomaristi, i quali condannarono
gli arminiani, della cui dottrina venne
alla dannazione e furon detti soprala- I proibito l'insegnamento.
201
PREESISTENTE
Ma questa decisione lungi dall' ac
quetare gli animi, non fece che au
mentare la discordia: non trovò essa
alcun partigiano in Inghilterra, e fu re
spinta in più paesi dell' Olanda e della
Germania, e nemmeno in Ginevra le si
ebbe rispetto. N'assicura il Mosemio
che d'allora in poi la dottrina della
predestinazione assoluta andò dall'un di
coll'altro declinando, e che gli arminia
ni ripresero poco per volta il sopraven
to. (Hist. eccles. secolo XVII, Lez. II,
part. II c. 2. n. 12).
Pregiudizio (da præ, prima, e
judicare, giudizio, giudicar prima). Voce
primamente usata nella giurisprudenza
per indicare il giudizio di quelle cause
le cui conseguenze erano così evidenti,
che la sentenza veniva preveduta prima
ancora del processo. Nella filosofia in
dicò poi il giudizio pronunciato od ac
cettato senza esame in forza dei princi
pii ricevuti dalla tradizione. Questo si
gnificato non esprime però interamente
il concetto di pregiudizio, tale come le
s'intende oggidi. Vi sono dei giudizi
accettati senza esame che nondimeno
sono verissimi, tali, ad esempio, tutte
le leggi stabilite nelle scienze, le quali,
in grazia del metodo sintetico, s' inse
gnano nelle scuole prima della dimo
strazione, o primache l'intelligenza ab
bia acquistato il necessario sviluppo
per poterle intendere.
Aformare il vero pregiudizio ec
corre che il giudizio, non solo sia pro
nunciato senza esame, ma ehe ezian
dio sia falso. Un pregiudizio vero non
può esistere : non sarebbe più pregiu
dizio, nel senso in cui intendiamo oggi
questa voce, ma una verità.
Sono pregiudizi gli errori a cui sia
mo condotti nell'applicazione di princi
pii tradizionali ricevuti senza esame ; se
però questi errori riguardano la reli
gione, meglio si chiamano superstizioni.
Éuna superstizione il credere alla esi
stenza delle streghe, all'invasamento del
demonio, all'influenza degli spiriti ; ma
èun pregiudizio il credere,come comu
nemente si fa, alla chiaroveggenza ma
gnetica, all'influenza delle comete sugli
avvenimenti umani ; all'influenza di certi
numeri piuttosto che di certi altri, e
cosìvia.
Vi sono pregiudizi politici e pre
giudizi scientifici che dipendono unica
mente dal nostro amor proprio. Fra i
primi si conta la singolare pretesa d'o
gni nazione di essere la prima del mon
do; fra i secondi ' ostinata adorazione
delle proprie idee, e la pretesa di tutti
i cultori di qualche scienza speciale, i
quali nelle loro prolusioni nonmancano
mai di proclamare che la loro scienza
è fra le più necessarie al consorzio u
mano.
Ho detto che non tutti igiudizi pro
nunciati a priori sono pregiudizi ; e che
non to sono precisamente quelli che
sono fondati sulla verità. Del pari non
tutti i giudizi falsi sonopregiudizi, ma
lo sono solamente quelli i quali si pro
nunciano senza esame, in forza di prin
cipii già ricevuti.
L'uomo il quale,dopo maturo esame,
disgraziatamente affermacosanonvera,
non cade in un pregiudizio, ma sem
plicemente in un errore.
Presbiteri. Due sorta di Chiese
presbiteriane si trovano in Inghilterra.
Quella così detta Chiesa stabilita o na
zionale, e la Chiesa libera o Indipendente
che si separò dall' altra per non voler
conformarsi alla liturgia che fu stabilit a
per la Chiesa ufficiale. (V. ANGLICA
NISMO)
Preesistente. Cosa che esiste
anteriormente ad un' altra. Gli antichi
filosofi, non ammettendo la sua azione,
stimarono che Iddio avesse fatte le cose
tutte d'una maniera preesistente ed al
pari di lui eterna. Alcuni dissero Iddio
avere fatto ogni cosa da ciò che non
esisteva, ex non extantibus; espressione
che a prima vistapare voler significare
ch'egli ha fatto il tutto dal nulla, quindi
tutto creato; ma i critici moderni di
mostrano che per non extanita inten
devasi la materia, e che tal frase si
PRESENZA REALE
gnificava soltanto aver Iddio data una
forma a ciò che non ne aveva alcuna.
Del resto, una materia preesistente, e
terna e senza forma, è per lo meno
egualmente difficile a concepirsi che la
295
tazione le parole di Gesù: lo sono la
vite, io sono la porta,per mostrare che
se doveva intendersi nel senso letterale
creazione: poté forse la materia esistere
senza dimensioni; non sono elleno una
forma?
I pittagorici ed iplatonici credettero
nella preesistenza delle anime umane,
ossia che le anime avessero esistito in
un' altra vita prima d' essere mandate
ne' corpi per animarli; soggiungevano
che l'unione delle anime ai corpi che
sono per esse una sorta di prigione,
era una punizione de' peccati da lor
commessi in una vita anteriore. Simove
accusa a Origene di averpartecipato a
tale opinione e talvolta veramente par
la sostenga; ma Uezio osservò che Ori
gene, e così sant' Agostino, si tennero
entro i confini del dubbio intorno alla
vera origine dell' anima. (Origenian., I.
II c. VI, N. 1).
Presenza reale. Dommaper il
quale i fedeli credono che sotto le ma
terie dell'Eucarestia esiste veramente il
corpo ed il sangue diGesù Cristo. Que
sto domma differisce da quello della
transubstanziazione in ciò, che questo
ultimo suppone che le stesse materie
del Sacramento si trasformano nel corpo
enel sangue di Gesù,mentre ilprimo
ammette che il corpo e il sangue stanno
sotto alle materie del Sacramento senza
che però questecambino la loro natura.
Il domma della presenza reale era
generalmente ricevuto dalle Chiese ri
formate, quando Carlostadiomandò per
le stampe alcune scritture per combat
terlo. A lui si unirono Zuinglio ed Eco
lampadio, i quali convennero che le
parole dette da Gesù nella Cena men
tre spezzava il pane: questo è il mio
corpo, dovessero intendersi in senso fi
gurato. La parolaè devesi intendere in
senso significativo , diceva Zuinglio :
Corpo, cioè il segno del Corpo, aggiun
geva Ecolampadio. L'uno e ' altro ad
ducevano in prova della loro interpre
che il pane era il corpo di Gesù, do
veva pure intendersi che Gesù fosse la
vite e la porta. Il segretario della città
che disputava sostenendo la dottrina
opposta, ben adduceva che questi esem
pi non erano della stessa sorte, poichè
quando Gesù disse: questo è ilmio cor
po, questo è il mio sangue, non propo
neva una parabola, nè spiegava una
allegoria. Alla quale obbiezione Zuinglio
cercava una soluzione. E dopo dodici dì
ebbe un sogno in cui dice, che imma
ginandosi di disputare ancora col se
gretario della città, vide comparirsi ad
un tratto un fantasma bianco o nero,
che gli disse queste parole: vile, perché
non rispondi tu ciò che è scritto nel
l'Esodo, l'agnello è la Pasqua, per dir
che n'è il segno? (Esod. XXII, 11).
Frattanto non erano i soli cattolici
quelli che osteggiavano l'interpretazione
figurata. Lutero stesso, il qual vedeva
di mal occhio le innovazioni degli altri
riformatori, sosteneva che volgendo al
figurato le parole del Vangelo, era a
prire una porta, per la quale tutti i
misteri sarebbero sfuggiti in figure.
Elagnandosi di coloro che opponevan
gli essere la presenza reale un domma
inconcepibile, diceva: « Allorchè Gesù
Cristo è stato concepito per opera dello
Spirito Santo nel seno d' una Vergine,
questo miracolo maggiore di tutti, a
chi è stato sensibile? Quandola Divinità è
corporalmente abitata in Gesù Cristo,
chi lo ha veduto e chi l'ha compre
so? Chi lo vede alla destra del Padre
di dove esercita la sua onnipotenza su
tutto l'universo ? É questo ciò che li
costringe a torcere, a mettere in pezzi
le parole del maestro ? Noi non com
prendiamo, dicono essi, come egli le
possa eseguire alla lettera. Mi provan
bene con questa ragione che il seuso
umano non si accorda colla sapienza di
Dio: io ne convengo; ma non sapeva
per anche essermi necessario il credere
296
PRESENZA REALE
solamente quel che scorgesi aprendo gli
occhi, o quello che può adattarsi al
l'umana ragione » (Sermo de corp. et
sang. Christ )
Rispondendo a Lutero i Zuingliani
non mancaronodi provargli che quando
si dovessero intendere alla lettera le
parole di Gesù, non la sola presenza
reale, ma la transubstanzazione dei cat
tolici diventerebbe necessaria. Osserva
rono essi che Gesù Cristo non aveva
dell'Eucarestia è il vero corpo naturale
del nostro Signore, la quale dottrina
contenuta nella ultima sua confessione
di fede fu approvata da Melantone e da
tutta la Sassonia. Contro a' Zuingliani
scagliavasi furioso.
α
Mi hanno fatto
piacere, scriveva in una lettera, chia
mandomi infelice. Io dunque il più in
felice di tutti gli uomini , mi sti
detto : il mio corpo è qui; ovvero : il
mio corpo è sotto questa cosa ; oppure:
questo contiene il mio corpo. Così cid
ch'ei voleva dare ai suoi fedeli, non era,
una sostanzachecontenesse il suo corpo,
ochelo accompagnasse, ma il suo corpo
senz'altra sostanza straniera. Nonhadetto
nemmeno: questo pane è il mio corpo,
che è l'altra spiegazione di Lutero, ma
disse: questo è il mio corpo, con un
termine indefinito, per mostrare che la
sostanza da esso data non è più pane,
ma il suo corpo. Perciò Zuinglio nella
confessione di fede che mandò ad Au
gusta e che fu approvata da tutti gli
Svizzeri, dichiarava espressamente « che
il corpo di Gesù Cristo dopo la sua
ascensione non era in altro luogo che
in Cielo; e non poteva esistere in altra
parte: che per veritá era come presente
nella Cena per la contemplazione della
fede, e non realmente, nè colla sua es
senza » (Bossuet Storia delle variaz.
lib. III, 14). E in una lettera indirizzata
a Francesco I, dice che quanto al man
giare che fanno gli Ebrei come i Pa
pisti, deve cagionare lo stesso orrore
che avrebbe un padre cui si desse da
mangiare il suo figliuolo; che la fede
ha orrore della presenza visibile e cor
porale, e che non si deve mangiare
Gesù Cristo in una maniera carnale
e materiale: un'anima religiosa mangia
il suo corpo sacramentalmente, cioè in
segno, spiritualmente, cioè per la con
templazione della fede.
Contuttociò Lutero fu ben lontano
di piegarsi alla opinione dei sacramenta
ri; egli sostenne maisempre che il pane
mo per una sola cosa felice, e non
voglio che la beatitudine del Salmi
sta: beato l'uomo che non è stato nel
concilio dei sacramentari, e non hamai
camminato per le vie dei Zuingliani, nè
si è posto a sedere nella cattedra di
quei di Zurigo ».
Lutero moriva al 25 gennaio 1546, e
nell'anno 1561 un'adunanza dei teclogi
di Vittemberga e di Lipsia tenuta in
Dresda per ordine dell'Elettore, ne mo
dificava sensibilmente la dottrina. Di
chiararono « che il vero corpo sostan
ziale è veramente e sostanzialmente
dato nella Cena, senza che tuttavia di
venti necessario il dire che il pane sia
il corpo essenziale o il proprio corpo
di Gesù Cristo, nè che si riceva corpo
ralmente e carnalmente colla bocca del
corpo; che l' ubiquità loro faceva or
rore ; che vi era argomentoa stupirsi che
vi fosse tanto attaccamento al dire che
il corpo sia presente nel pane, perché
era molto meglio considerare ciò che
si fa nell'uomo, per il quale, e non pel
pane, Gesù Cristo si rendeva presente ».
Questa attenuazione eracontraddito
ria, giacchè, mentre voleva che il corpo
fosse veramente dato nell'Eucarestia, si
avvicinava poi all'interpretazione simbo
lica dei sacramentari, in quanto non
ammetteva che il corpo eucaristico fosse
il proprio corpo di Gesù. Non si pote
va in così poche parole annunciare
due principii più contrari! Nonostante
la sua poca conseguenza questa confes
sione fu il principio di una serie di
transizioni fra i due partiti. Calvino
ammette una presenza quasi miracolosa
e divina; non cessa dal ripetere che il
mistero dell Eucaristia supera i sensi,
PREVOST
che èun'opera incomprensibile della di
vina potenza, e nel suo catechismo si
sforza di spiegare come sia possibile
ma lo vollero addrit
tura infinito ». Già s'intende che
questa infinità contiene una impossibi
lità implicita, imperocchè essa suppone
nell' ingegno umano una potenza di
svolgimento infinito. Or noi sappiamo
bene che le facoltà percettive del no
stro intendimento sono limitate a un
maggiore o minor numero di cognizio
ni, e che quando nuove idee vengono a
imprimersi nella nostra memoria, di
mentichiamo una seriedi altre idee, sic
chè le une cancellano le altre, e non
vi è nel nostro intelletto aggiunzione
di idee nuove, ma semplice successione
(V. MEMORIA). Vié dunque un limite
intellettivo, oltre il quale l'uomo, così
come è ora organizzato, non può spin
gersi. Anche la divisione di una mede
sima scienza i vari rami coltivati dagli
specialisti, già indica che un nomonon
può approfondire le sue cognizioni , se
non si dedica esclusivamenle a un de
terminato e ristretto numero di fatti.
Ma il pragresso infinito malpuò conte
ciclopedia delle scienze, e conoscere
tutti i particolari dellastoria, per quanto
grande sia il numero dei secoli che
conta la vita del mondo.Epoichè pro
gresso infinito vale tempo infinito, cosa
infinita, così bisognerà credere che possa
venire un tempo incuil'uomo conoscerà
tutti i fenomeni dell' universo infinito, nel
qualel'eternitànel tempo e nello spazio
non saranno più una incognita per lui.
Siffatta esagerazione nonhabisogno
di essere confutata. Il mondo nè peg
giora, nè progredisce infinitamente. II
nostro miglioramento è semplicemente
indefinito, vale a dire che se noi pos
siamo accertare il costante progresso
dellasocietà, manchiamo peròdi qualsiasi
dato per stabilire il punto in cui que
stoprogresso dovrà arrestarsi.Sappiamo
però che una legge di trasformazione è
immanente in tutta la natura; che la
specie nostra e la nostra vita non rap
presentano che un punto e un minuto
nella vita dell' universo; e che nati su
questa terra allorchè le condizioni di
calore furono propizie allo sviluppodella
vita organica, noi cesseremo di esistere
tostochè il successivo raffreddamento di
essa più non permetterà agli attuali
organismi di trovarsi nelle condizioni
necessarie alla loro esistenza (v. Mondo).
Proposizione. La più semplice
forma logica con laqualeesponiamo un
giudizio. Ogni proposizione, infatti, per
semplice che essa sia, contiene sempre
un giudizio, avvegnachè, ancor che sia
ridotta ai suoi minimi termini, essa e
sprime sempre l'oggetto e l'attributo, e
spesso la relazione tra l' uno e l'altro.
Quando io dico la forza è eterna, il
verbo é indica la relazione che corre fra
il soggetto forza e l'attributo di eternità
di cui è o la suppongo dotata. Questa
sarebbe una proposizione affermativa
perché il verbo afferma l'attributo; sa
rebbe negativa se lo negasse, come per
esempio in quest' altra: l'anima non è
immortale.
312
PROTAGORA
Platone nel Sofista riduce a due soli
i segni vocali della proposizione: >
Morto Francesco I, il suo succes
sore restitul aRamus la libertà di par
lare e di scrivere, e cred anche per lui
una nuova cattedra al Collegio di Fran
cia: ma la protezione reale non valse
ad impedire l'odio di quelli che mal
tolleravano i suoi tentativi di riforma in
ciascuna delle arti liberali, dalla gram
matica alle matematiche. Qui vuol es
sere ricordata la questione, divenuta
famosa, dei quisquis e dei quanquam.
I teologi della Sorbona pronunciavano
quelle parole alla francese, e cioè come
se fossero scritte Kiskis e Kankam: i
lettori del re invece respingevano come
barbarismo quel modo dipronuncia. Un
beneficiario che aveva adottata la pro
nuncia di questi ultimi, fu perciò solo
citato in giudizio davanti al Parlamento
di Parigi, ed egli correva gran rischio
di pagare la sua grammaticale eresia
colla perdita del beneficio, se non lo
avessero caldamente difeso i professori
del Collegio di Francia e Ramus con
essi, i quali a gravissimo stento riesci
rono a persuadere i giudici che le re
gole dell' ortoepia non erano soggette
alla loro giurisdizione. Giudichisi da
questo fatto quale fosse allora la forza
delle vecchie consuetudini, e del princi
pio di autorità, e quanto coraggio do
vessepossedere chi in qualsiasi guisa vo
lesse sfatare questo o quelle.Pure Ramus
RAZIONALISMO
non si lasciò spaventare da ostacoli di
tale natura ; riprese le sue lezioni di
329
le dottrine di Platone e di Aristotile
logica ad onta dei clamori e dei tumulti
con cui si tento ripetutamente di inter
romperle; anzi adottò per testo appunto
quelle
considerazioni sulla logica di
Aristotile » per cui erasi scatenata su
lui tanta tempesta. Nello stesso tempo
osò pubblicamentesostenere(ed era al
lora esecranda eresia) che anche Cice
rone e gli altri autori antichi avevano
i loro difetti, e che « se furono ottimi
in qualche cosa non erabuona ragione
per adorarli in ginocchio e per procla
marli perfetti in tutto ».
Avendo Ramus abbracciata in quel
l'epocala religione protestante,dapprima
segretamente e pubblicamente dopo l'e
ditto di tolleranza del gennaio 1562,
offri ai numerosi nemici che si era
procurati colla sua audacia una poten
tissima arma per perderlo. Egli divenne
l' oggetto delle calunnie più odiose, e
per due volte fu costretto ad abbando
nare la cattedra ed a correre la via
dell'esiglio. Finalmente, come già dissi,
fu barbaramente trucidato la sera della
strage di San Bartolomeo, dopo che a
veva già convenuto e pagato ai suoi as
sassini il prezzo del suo riscatto.
Tra le sue opere ricordo le « dia
lectuæ partitiones ad Academiam Pari
siensem, e gli arithmeticae libri tres ».
Rapin (Renato). Nacque in Tours
nel 1621; morìl in Parigi il 27 Ottobre
1687: entrò nel 1639 nella compagniadi
Gesù, dove fu destinato all'insegnamento.
Scrisse molte opere filosofiche, nes
suna però di qualche merito. Come un
infecondo tentativo di filosofia teologica
va ricordato il suo « confronto tra Pla
tone ed Aristotile coi giudizi dei padri
sulle loro dottrine. Con esso l'autore
si propose di dimostrare che fu irra
gionevole il disprezzo ostentato da De
scartes per le tradizioni filosofiche che
erano in auge prima di lui, ed erroneo
ed incompleto il sistema da lui seguito
e le conseguenze che ne dedusse. Pre
messa unasuperficiale esposizione del
(tra cui fa un confronto non meno su
perficiale) come dei padri della chiesa,
Rapin giunge alla conclusione che mal
grado la loro ignoranza delle leggi fi
siche tutti costoro furono eccellenti filo
sofi appunto per aver saputo meglio di
Descartes apprezzare l'importanzadella
metafisica e per averne riconosciuta la
preminenza sopra le scienze fisiche. Del
resto, anche non tenendoconto della va
cuitàdelle opere delRapin, i suoi stessi
fautori riconoscono non aver egli saputo
senonchè esporre conuna forma molto
infelice le idee su Platone di un cano
nico di poca fama, di cui egli in tal
guisa non sarebbe stato che un impe
rito plagiario.
Razionalismo. Così si chiama
quel sistema di filosofia il quale pro
fessa di non riconoscere altre verità che
quelle dimostrate dalla ragione. Data
questa definizione,che è la piùgenerale,
si capisce facilmente che le credenze dei
Razionalisti possono essere tanto diverse
quanto sono diversi icervelli degli uo
mini. Se la ragione fosse eguale in tutti
gli uomini, certo sarebbe unico anche
il criterio dei razionalisti per scoprire
la verità; ma disgraziatamente non è
così; e poichè ogni uomo crede di se
guire i dettati della sua ragione, anche
quando non rettamente argomenta, da
questa varietà doveva necessariamente
derivare, come infatti n'è derivata, una
grandissima diversità nelle conclusioni
dei razionalisti, i quali vanno divisi in
tante scuole, che a tutte nettamente
determinare è ardua impresa. Dirò per
tanto di alcune di esse e delle più note.
La prima scuola,la quale interpreta
il razionalismo nel modo più ristretto
e, dirò anche in un senso affatto im
proprio, è quella del razionalismo teo
logico. Questa scuola, per la maggior
parte compostadi veri teologi, professa
sibbene di accettare la ragione come
criterio di verità, ma riconosce poi che
ci sono dei veri i quali eccedono la ca
pacitànaturaledell'umana ragione, quali
330
RAZIONALISMO
sonoadesempio i misteridella religione,❘ primitivo ha potuto colsolo aiuto della
iquali non possono dimostrarsi, ma
devono di necessità essere creduti per
fede. Tutti di leggeri intendono che
impropriamente cotesti tali presero il
nomedi razionalisti, imperocchè dalmo
mento che l'uomo sottrae al giudizio
della sua ragione una opinione od un
principio, perde per ciò stesso il diritto
di dirsi razionalista; altrimenti bisogna
rebbe che tal nome fosse dato a tutti
gli uomini; inquantochè tutti inqualche
cosa si sottomettono ai dettati della
ragione.
Fra questi stessi teologi il nome di
razionalisti fu disputato; ma infine ge
neralmente convennero di applicare tale
appellativo a quelli fra di loro i quali
si sforzano didimostrare laverità della
fede collaragione. Si sa che ilmaggior
numero conviene che molti dommi te
ologici sono superiori al nostro inten
dimento, e che impresa vana è il ten
tarne la dimostrazione. Non pochi però
furono di contrario avviso, e appog
giandosi al detto di S. Paolo « la cre
denza sia ragionevole » hanno concluso
che ognidommapuò edeve esserespie
gatodallaragione, permezzodella quale
si sono accinti a dimostrare, a parer
loro razionalmente, le così dette verità
della fede. Non e a dirsi la meschina
figura che certi tali hanno fatto in co
tale improba intrapresa, giacchè, messi
alle strette tra la fede e la ragione,
nonhanno fatto questa giudice di quella,
ina piuttosto un' umile ancella, i cui
servigi sono stati assai poco apprezzati
e ancor peggio rimunerati. Molti teologi
hanno severamente biasimataquesta ten
denzadi introdurre laragione nelcampo
dei misteri; e non avevano torto, poichè
la ragione nulla possa in quelle cose
che la Chiesa stessa ex cattedra ha de
finite superiori all'umano intendimento.
Appenapochi lustri or sono eraviva
in Francia la disputateologica tra i ra
zionalisti ed i tradizionalisti; i primi
cercavano di dimostrare con esempi at
tinti alla natura e alla storia che l'uomo
sua ragione man mano sollevarsi dallo
stato selvaggio alla presente civiltà. So
stenevano invece i tradizionalisti che
senza il soccorso della tradizione, per
la quale venne trasmessa la rivelazione
fatta da Dio al primo uomo, non solo
il genere umano sarebbe andato dege
nerando, ma non sarebbe mai riuscito
neppure a crearsi un linguaggio.
Era, per verità, da partedei teologi
razionalisti, un'ardua impresa quella di
sostenere arditamente la potenza civi
lizzatrice della ragione, e di opporla al
potere della rivelazione. Manon dimen
tichiamo che quei singolari razionalisti
nonsostenevano la ragione che per ado
perarla poi a beneficio della fede. Essi
non escludevano il sovranaturale, tut
t'altro; partivano anzi da un principio
poco diverso dalle idee archetipe di Pla
tone, pel quale sostenevano che l'intel
letto nostro contiene in germe tutte le
verità così religiose come naturali; che
queste verità, dono gratuitodi Dio, van
no manmano svolgendosicol progresso
storico dell' umangenere. Tutte le loro
dispute si struggevano intorno aquesto
solo principio: la rivelazione è un fatto
vero ma non necessario. Se Dio non
avesse data la rivelazione, gli uomini
col solo aiuto dei germi che Dio ha
posti nell'intelletto umano, si sarebbero
innalzati alla civiltà, avrebbero acqui
stata la conoscenza di Dio e della sua
legge morale.
Non si può negare che per dei filo
sofi teologi questo era un passo assai
ardito. Ma stretti com' erano dai vincoli
della fede, alla quale non potevano sot
trarsi, come avrebbero potuto non mal
trattare la logica a beneficio della re
ligione? Perciò vittoriosamente oppo
nevano i loro avversari che laragione
umana essendo limitata, non potrebbe
da se solaelevarsi fino alla chiara idea
diDio. Quindi conchiudevano con l'ar
gomento di S. Tomaso (Contr. Gen. c.4)
che tre inconvenienti sarebbero venuti
ove Dio avesse abbandonato alle ricer
RAZIONALISMO
che di ciascun uomo l'opera di for
marsi le nozioni riguardanti Dio, la cre
azione, la legge morale e la vita avve
nire. E cioè: 1.º che pochi uomini ar
riverebbero fino alla cognizione di Dio,
essendo il maggior numero impedito o
da inettitudine o da estranee occupa
zioni, o dall' inerzia; 2.º che anche que
sti pochi i quali hanno capacità, tempo
e volontà, a stento vi potrebbero per
venire dopo anni assai, e ad età inol
trata; 3.º che essendo limitata laragione
e soggetta ad errare, non potrebbero
quindi avere mai la piena e formale
331
sulle forme del culto, divien scettico
sui dommi fondamentali della vita av
venire; non afferma nè nega, ma s'a
stiene, come il positivismo. Ciò, pertan
to, che fudetto perl'uno valeanche per
l'altro. Dirò ancora che, a parer mio,
questa astensione non èmolto ragione
vole, poichè in tutte le cose l'uomo
certezza di avere colto nel vero.
I razionalisti teologi sono molti dif
fusi inGermania dove, per razionalismo,
non s'intende già una filosofia incredula,
ma una filosofia, la quale, benchè sia
contraria ai dommi della religione, è
pur sempre sottomessa ai dommi fonda
mentali dell' esistenza di Dio, della spi
ritualità e dell' immortalità dell'anima.
Ai nostri giorni nell' Italia e nella
Francia è sorto il razionalismo filosofico,
il quale, assai più ardito del suo confra
tello, ha scosso tutti i dommidella fede
pronunzia il suo giudizio seguendo le
regole della probabilità. Nel Fedone,
parlando Socrate della immortalità del
l'anima, dice: « lachiara cognizione di
tali cose in questa vita è impossibile,
od almenodifficilissima ... Il savio deve
dunque tenersi a ciò che sembra più
probabile quando non abbia dei lumi
più sicuri, o una rivelazione che lo gui
di ». Or i razionalisti questa rivelazione
non l'hanno, nè ammettono per vere
quelle a cui credono gli altri uomini;
perchè dunque non si atterranno al co
mun modo di determinarsi nei casi
dubbi? Dicono che questequestioni ec
cedono lacapacitànostra e che i motivi
addotti pro e contro non hanno alcun
valore. Ragione di più anzi per deter
mivarci alla negazione, perciocchè se
alcuno ci venisse innanzi affermando l'e
equelli ancora della filosofia spiritua
lista. Questo razionalismo, proclamando
l' assoluta indipendenzadella ragione, e
la sua esclusiva competenza a scoprire ❘ prensibili, certo non si pretenderebbe
cheda noi si adducessero argomenti
sistenza dicosa impossibilee pretendesse
dimostrarcela con argomenti incom
il vero, nega recisamente ogni culto e
sterno ed eziandio ogni religione. Si
arresta, per altro, dinanzi ai dommi fon
damentali dell'esistenza di Dio e dell'a
nima immortale, non giá perché esso
li ammetta siccome veri; ma perchè li di
chiara impossibili a concepirsi e a di
mostrarsi col nostro intendimento. Par
rebbe ovvio che dopo taldichiarazione
il razionalismo dovesse negarli; pure
non è così, giacchè esso aggiunge inol
tre, che come quei dommi non possono
concepirsi nè dimostrarsi, così neppure
possono confutarsi e negarsi; che tanto
le prove affermative quanto lenegative
non hanno valore quando si applicano
ad argomenti che eccedono i limiti del
l'umana ragione. Mentre adunque il
positivi per negarla. Finchè una cosa
non sia dimostrata, per noi non esiste
ancora, e per negare ciò che non esiste
occorrono forse argomenti positivi? Ma
dimostrato non è ciò che si ammette
eccedere i limiti delnostro intendimento,
perciocchè la dimostrazione vuol essere
compresa, o non è dimostrazione. Se
non è dimostrazione, dunque la cosa
rimane indimostrata; e se la dimostra
zione non è conpresa, dunque la cosa
non resta nè compresa ne dimostrata,
come non lo sono tutti i sogni della
nostra immaginazione, ad annullare i
quali bastala semplice attestazione dei
sensi.
L' astensione del razionalismo sui
razionalismo filosofico è affatto incredulo | dommi fondamentali della religione non
332
RAZZA
può dunquefondarsi, come si pretende,
sulla incompetenza della ragione. Un
certo ritegno, consigliato piuttosto dalla
opportunità, per non spingerela nega
zione a tutta oltranza e per non cre
arsi troppi nemici, è il vero motivo di
questa astensione. Ma molti hanno già
superato anche le ultime barriere e
spingono il razionalismo filosofico alle
sue ultime conseguenze, quali quelle di
emancipare la ragione umana da ogni
incomprensibile sovranaturale e di ren
derla suprema giudicatrice d' ogni con
troversia.
Razza, Specie. I naturalisti divi
dono gli esseri vivi che popolano il mon
do in vari generi, ogni genere sidivide
in varie specie, e le specie in razze. La
specie dunque comprende la razza; e
se si ammette che le razze comprese
in una medesima specie derivano tutte
da un'unica fonte, non così sono tutti
disposti ad ammettere che le specie
possono essere derivate le une dalle altre.
Darwin è stato uno fra i primi che
hanno dimostrata la trasformozionedelle
specie e il loro possibile passaggio dal
l'una in altra ( v. DARWINISMO ). Rima
ne tuttavia il dubbio sul valore delle
varie razze umane, rimane, cioè, a co
noscersi se le varietà che si notano nel
fisico umano, derivano dalladegradazio
ne o dal miglioramento di individui e
guali, oppure se queste varietà sussi
stettero in ogni tempoe fin dall'origine
dei vari tipi, i quali sarebbero perciò
distinti con caratteri specifici e costi
tuirebbero altrettante specie.
Già fin dal secolo scorso i naturalisti
erano discordi intorno a questo punto.
Buffon ammetteva una sola specieuma
na, fondandosi sul fatto che da un clima
all' altro le singole razze di uomini sono
insieme collegate; che a lungo andare
ogni uomo risente la influenza del clima,
che una medesima latitudine, allorchè
contiene climi diversi, presenta pure
razze differenti; finalmente che le varie
razze d'uomini possono associarsi vicen
devolmente e generare individui fecondi.
Quest'ultimo carattere fu però negato
da molti naturalisti, specialmente dopo
le infeconde unioni sperimentate sui
negri d' Affrica trasportati in America
(V. DARWINISMO ). D'altra parte si è
pure giustamente obbiettato che la fe
condità delle unioni fra individui di
differente razza non proverebbe che essi
appartengono alla medesima specie,poi
chè, come osserva il prof. Adelon, è
certo che molti animali di specie evi
dentemente diversapossono accoppiarsi
e procreare individui fecondi. A molti
parve poi impossibile di attribuire al
l'influenza del clima le differenze che
si riscontrano fra le varie razze umane.
Nella storia naturale, dicono essi, le
specie si fondano sopra diversità im
portanti, dipendenti dall' organizzazione
primitiva, le quali resistendo ad ogni
esterna influenza, si trasmettono immu
tabili attraverso alle generazioni. Essi
dicono che le differenze che si notano
fra le razze umane in certi casi hanno
questo carattere specifico. Si incontrano
uomini neri vicino ai poli e uomini
bianchi sotto ai tropici; gli uni e gli
altri si mantengono tali in climi opposti
quando non si uniscono con altre razze;
ed in tal modo ibianchi rimangono
bianchi sotto ai tropici ed imori restano
mori nella terra di Diemen, paese fred
do, come pure nell' America settentrio
nale. Quante nazioni conservano il pri
mitivo loro tipo a malgrado dei secoli
e dei climi, quando non contraggono
estranee alleanze, come, per esempio, la
nazione ebrea! D'altronde il moro non
ha mica la sola pelle nera; sono pure
neri ilsuo sangue, i suoi organi interni,
e se pretendesi che la prima sia stata
annerita dal calore del clima si vorrà
forse che egualmente abbia anneriti gli
altri? D'altronde non fu forse osservato
avere il negro un pidocchio particolare
ad esso, e diverso da quello che affligge
la razza bianca?
Intorno a questo argomento così si
spiega il Dott. Bertillon in un notevole
scritto sull' antropologia: «Uno dei cri
RAYNAL
333
teri di coloro che sogliono attenersi al ❘ di principio per sviluppare la confusa.
gruppo specifico è l'origine. Sono di
chiarati della stessa specie coloro che
sortono dalla medesima coppia. Compre
sa in questa generalità la tesi è incon
testabile, perchè si suppone che la discen
denza è unfatto osservato, maquando la
comunanza d'origine non è stata scien
tificamente accertata, e in conseguenza
tutte le volte che essa risale a tempi
lontanissimi, come nel caso dell' uomo,
bisogna relegare questo preteso criterio
fra le più detestabili inspirazioni di cui
i miti religiosi hanno infettate le fonti
della scienza. Quand' anche gli uomini
non fossero che delle scimmie antropo
morfe perfezionate da una lunga selezio
ne, non costituirebbero perciò meno un
gruppo generico ben distinto; e se an
che gli astronomi, che oggi ci mostrano
l'esistenza del ferro, del rame, dell'i
drogeno ecc. nelsole, riuscissero a farci
vedere degli uomini nel pianeta Marte,
Od altrimenti, il raziociniosi fa quando,
con dei principii luminosi ben applicati
alle cose oscure e ignote, si dimostra
quel che era occulto.
Raynal ( Tommaso Guglielmo )
nato a Saint-Genis il 12 Aprile 1713,
morto a Chaillot il 6 Maggio 1796.
Fudapprima ascritto alla compagnia
dei Gesuiti, mase ne allontand ben pre
sto e, recatosi a Parigi, vi abbandonò
apertamente il sacerdozio.
Alcuni lavori di diversa natura, sto
rici in gran parte, incominciarono ad
acquistargli rinomanza, e lo fecero ac
cettare quale uno dei redattori del Mer
curio. Avendo poi stretta amicizia con
Holbach ed Helvetius difese con ar
dire e convinzione i principi da essi
professati.
Ebbe fama luminosaper lasua ope
ra maggiore intitolata « storiafilosofica
e politica degli stabilimenti e del com
mercio degli Europei nelle due Indie ».
qualunque fosse la loro eguaglianza or
ganica con noi,dovrebbero forse costi-❘ Con quel libro Raynal tradusse in atto
tuire una specie aparte, sotto pretesto
che non discendono dagli stessi ante
un concetto di difficile esecuzione e va
nati ? Il solo proporsi queste questioni
vale risolverle. La formazione dei gruppi
specifici deve riposare, o sulla fecondità
scientificamente accertata e duratura fra
gli individui che li compongono, oppure
sul complesso dei rapporti di rassomi
glianza e d'intimità i quali possano
condurci ad ammettere come attualmen
te possibile la riproduzione durevole
dello stesso tipo ». Con ciò si conclude
che se in nessuna scienza si possono
fare delle divisioni assolute, meno poi
èlecito farle nella storia naturale, nella
quale queste divisioni sono affatto con
venzionali enon meritano proprio, come
ben dice il dott. Bertillon, le lunghe
discussioni che hanno generato.
Raziocinio. L'atto del commet
tere insieme giudizi per induzione o
per dimostrazione. Il raziocinio, diceRo
magnosi, discorso,argomento, prova, non
è che lo sviluppo di una idea chiaro
confusa, nellaquale laparte chiara serve
stissimo, quale era quello di riunire in
un quadro metodico e ben fattola sto
ria di tutte le imprese degli Europei
nell' India e nel nuovo mondo. Come
egli sia riescito in questa impresa si
ardua, lo mostra la splendida celebrità
che al suo primo apparire l'opera gua
dagnava all'autore. Della Storia filoso
fica, furono fatte nella sola Francia venti
edizioni, e più che cinquanta altrove.
E fu un successo ben meritato, perchè
se in qualche punto si sarebbe potuto
usare una critica storica più severa, tale
menda però scompare di fronte ai pre
valenti pregi reali dell'opera, nella quale
l'autore, alla esatta esposizione dei fatti,
seppe accoppiare profondi insegnamenti,
ed interessantissime considerazioni, qua
li sono quelle sulla tratta deinegri, e sul
la libertà del commercio, cherimangono
adimostrare il suo profondo affetto per
l'umanità, e per il civile progresso.
L'opera, per la sua indole storica,
più che filosofica, mal si prestava ad una
334
REDENZIONE
completa ed ordinata esposizione di dot
trine. Tuttavia Raynal non lascid sfug
gire occasione veruna per battere in
breccia l'assolutismo e lasuperstizione,
eper ridurre al loro giusto valore le
teorie dell'assoluto.
Così egli rifiuta ogni fede all'esi
stenza di Dio, ed anzichè supporre un
ordine morale eguale in ogni tempo
ed in ogni luogo ed indipendente dalla
diversità dei fatti e delle forme sociali,
dimostra essere la morale una creazione
e
della società, diversa nei diversi tempi
nei diversi luoghi, ed intieramente
subordinata ai climi, alle consuetudini,
ed alle forme di governo.
e
«la storia del Parlamento d'Inghilterra».
Realismo. Vedi NOMINALISMO.
Redenzione. Nell' antico Testa
mento redentore è detto chi redimeva
od aveva diritto di redimere l'eredità
venduta da alcuno dei suoiparenti, o il
parente stesso, dalla schiavitù, e chi ri
scattava una vittima destinata al sacri
ficio. Redentore del sangue era colui
che aveva diritto di vendicare l'uccisione
di qualche suo parente, ammazzando
l'uccisore.
Nel nuovo Testamento Gesù è detto
il Redentore, colui che diede la sua
vita per la redenzione degli uomini
(Matt. XX, 12). Ivi s' insegna che noi
resero molti onori.
RELAZIONE, RELATIVO
siamo stati riscattati a gran prezzo (I
Cor. VI, 20), che il nostro riscatto
non fu fatto a prezzo d'argento,macol
335
uomini ed a concedere loro la vita e
sangue dell' agnello immacolato, il quale
è Gesù Cristo. (I Piet. I, 11). Gli scrit
terna. La quale opinione, che fadi
Gesù Cristoil nostro redentore per in
tercessione e non per soddisfazione, è
avversata dalla maggior parte dei cri
tori sacri partendo dal concetto del| stiani, i quali siconfortanocolleparole
peccato originale, giungevano fino a
supporre che tutti gli uomini fossero
dannati e fatti preda del demonio, e
che Gesù solamente col versare il suo
cato e la nostra liberazione. Conviene
di Gesù: « Questo è il sangue mio del
nuovo testamento, il quale sarà sparso
per molti in remissione dei peccati ».
Essi dicono ancora chenell'anticalegge
la redenzione o il riscatto dei primo
sangue, offrendolo in olocausto al Pa
drè suo, ottenne laremissione del pec-❘ geniti consisteva nel pagare il prezzo
per ricuperarli; la redenzione dunque
del genere umano consistere nell'avere
ricordare che sotto l'anticalegge il sa
Gesù pagato il prezzo per salvare gli
uomini colpevoli e degui della morte
eterna. Ma fu risposto che se quello di
Gesù Cristo fosse stato un riscatto ve
crificio costituiva il fondamento di tutto
il culto. Il popolo d'Israele, simile in
questo a tutto il paganesimo, non im
petrava la clemenza di Dio in altro
modo che coll' offrirgli de' sacrifizi. I
migliori animali e i più immacolati e
rano immolati sull'altare della divinità,
e su quella vittima innocente ciascuno
scagliava la sua maledizione come per
rovesciare su di lei le colpe di tutti.
Ammesso dunque il peccato originale,
ai primi cristiani doveva parer cosagiu- muoia per alcuni colpevoli, nè offrendo
sta che il sangue di unuomo fosse dato
come corrispettivo del riscatto di tutta
ro, egli avrebbe dovutopagarne il prezzo
al demonio da cui li riscattava, e che
questa idea era troppo orribile per es
ser vera. D'altra parte fu detto che la
redenzione per soddisfazione, sarebbe
contraria alla giustizia divina, non es
sendo giusto che un innocente patisca e
l'umanità.
Ai sociniani però non parve conve
nevole per la divinità ch'ella vendesse,
fosse pure a prezzo di sangue, la re
denzione degli uomini; laonde cercarono
di mitigare quanto ha in se stesso di
brutale questo domma, insegnando che,
non già per lamortedi Gesù,Dio aveva
perdonato agli uomini, ma per le sue.
preghiere. Quanto ai pelagiani che ne
gavano la propagazione delpeccato ori
ginale, dovevano necessariamente inten
dere la redenzione in un senso simbo
lico. Dissero perciò che Gesù è reden
tore degli uomini perchè li ha istruiti
con laparola e con l'esempio, riscat
tandoli dalle tenebre dell' ignoranza, e
ponendoli in condizione di acquistarsi
il cielo. Anche Le Clerc nella sua Sto
ria Ecclesiastica si avvicina a questa
dottrina, dicendo che Gesù pregò il
questa sostituzione soddisfazione alcuna
pel delitto. Che, infine, sarebbe stata
cosa più degna della bontà infinita il
perdonare senz' altro a rei pentiti che
l'esigere una rigorosa soddisfazione.
Aqueste ed altre obbiezioni, i cre
denti nella soddisfazione hanno risposto
essere una veratemeritàil crederedi sa
pere meglio di Dio ciò checonvenisse ad
una bontà infinita. In questa maniera
eludendo la domandaconvennero che il
domma della redenzione non è spiega
bile dalla ragione umana, e che costi
tuisce perciò un mistero imperscruta
bile. V. GESÙ, CRISTO, MESSIA, INCARNA
ZIONE.
Relazione, relativo.L'atto col
quale l'intelletto consideradue cose di
verse, ideali o reali, per indurne conse
guenze sulla loro convenienzaosconve
nienza si chiama paragone; le conse
guenze indotte le quali indicano ciòche
una cosa è rispetto all'altra, sono la
Padre suo a perdonare i falli degli | relazione . Le relazioni che le cose
336
RELIGIONE
hanno fra di loro sono innumerevoli, e
la loro conoscenza costituisce il nerbo
delle nostre cognizioni.
Sono cose o ideerelative quelle che
hanno dipendenza da altre cose o idee.
L'effetto è relativo alla causa da cui
dipende; il colore è relativo al corpo in
cui si manifesta od all'organo da cui è
percepito. Adoperasi perciò nella filoso
fia la voce relativo per indicare uno
stato o una condizione differente dal
l'assoluto. Ogni nostra idea è relativa a
noi,manon è assoluta; il concetto che
io mi formo del suono, deicolori, della
luce, è affatto relativo al mio modo di
percepirli; ma chi sa in quale altra
maniera sono percepiti da altri esseri ?
e chi sa che cosa questi fenomeni sono
in realtà? Di cose assolute non può e
sisterne che una, ed è la sostanza, la
quale essendo indipendente da ogni al
tro essere, ed unica, non ha relazione
conaltre cose, poichè tutte le cose sono
parte di essa . Tolta questa unica
eduniversale sostanza, tutti i feno
meni percepiti sono relativi o al no
stro modo di percepirli, o alla causa
d'onde emanano, o alle condizioni di e
sistenza che essi trovano.
Tutte le idee che noi abbiamo sono
relative. Invano noi cerchiamo di avere
la nozione assoluta delle cose; tutto ciò
che noi impariamo, lo impariamo in
grazia dei nostri sensi e perciò la ve
rità di tutte le nostre cognizioni è pu
ramente relativa a questi sensi. (v. PIR
RONISMO).
Religione. Sentimento dell'animo
verso Dio, il quale non deve confon
dersi con gli atti di divozione, che
costituiscono più propriamente il culto.
Vi sono alcuni chehannouna religione
enon uncultoesterno; ma l'elevazione
della mente verso Dio è in ogni caso
carattere essenziale della religione. Han
no torto quegli increduli i quali affet
tano di professare la « religione della
scienza » la « religione dell'umanità >>
ola « religione del vero ». Queste ed
aitre tali espressioni o non esprimono
giustamente il loro pensiero, oppure
non servono che ad occultare la loro
incredulità. Si possono professare delle
opinioni filosofiche intorno alla scienza
o all'umanità; ma acostituire una reli
gione, ossia un sentimento di relazione
fra l'uomo e un supposto essere sovra
naturale, non bastano leideepuramente
relative a cose naturali.
Questo per ciò che riguarda la de
finizione. Se poi si'considera la reli
gione nella sua essenza, si vede che
quel il quale
si suppone innato in tutti gli uomini,
non è altro che l' espressione di quel
l'occulto timore che l'uomo prova din
nanzi agli agenti naturali più potenti
di lui. Feuerbachha detto giustamente
che il sentimento di dipendenza è la
sorgente di tutte le religioni; or il
primo motivo di questa dipendenza de
riva dalla natura, e perciò essa è stata
l'oggetto del primo culto. « I filosofi
speculativi rai hanno canzonato, scri
veva Feuerbach, perchè ioho detto che
il sentimento di dipendenza è la sor
gente del sentimento religioso, defini
zione che parve a loro faceta, dopo che
Hegel disse a Schleiemacher, che se il
sentimento di dipendenza è la sorgente
della religione, il canedovrebbe averne
una; avvegnachè esso si sente sotto la
dipendenza del suo padrone ».
AFeuerbach parve così poco seria
' obbiezione di Hegel, che dopo averla
accennata non credette di spendere
parole per confutarla. D'altronde gli
sarebbe stato facile il dimostrare che,
se il cane, col suo corto raziocinio,
sentisse il bisogno di credere in un es-
sere superiore, certo l'uomo sarebbe it'
suo Dio, con la differenza che esso ha
pel suo padrone un' affezione assai più
vera di quella che l'uomoprova per la
Divinità.
; ma
ai filosofi moderni, siffatta credenza par
troppo ridicola. Ben altrimenti che tor
nare in polvere, il corpo umano per la
massima parte si volatizza in gaz, i gaz
sono assorbiti dalle piante, le piante si
trasformano in frutti, i frutti sono man
giati dall'uomo e si assimilano alla sua
carne (v. MORTE). Questo esempio rac
chiude così all' ingrosso tutto il con
cetto della trasformazione della mate
ria; ma uno studio accurato della spe
cialità dimostra, che sì nell' uno che
nell' altro modo, per un circolo di tra
sformazione più o meno lungo, la ma
teria torna quasi sempre al punto di
partenza e compie una rotazione non
dissimile da quella che subisce l'acqua
nei suoi fenomeni apparenti: svapora,
cioé, dal mare, si trasforma in nube,
quindi si condensa in acqua o neve,
penetra nei fianchi dei monti, scaturi
sce in sorgenti e quindi le sorgenti
fanno i ruscelli, i torrenti, i fiumi, che
finalmente ritornano al mare. Così del
pari la materia di che è composto il
nostro corpo, sarà a poco a poco assi
milata da altri corpi; formerà vegetali,
animali e uomini, di guisa che, in ulti
ma analisi, può dirsi con matematica
esattezza, che tutti gli uomini son fatti
dall'istessa sostanza. Ora se la materia
di che é composto ilmio corpo è quella
stessa che formò il corpo di altri uo
mini che vissero prima di me, avremo
un corpo solo ognidieci, ogni cinquanta
ocento uomini, di guisa che molti sa
ranno impossibilitati a risorgere. Lo
statuario che modellando la sua creta
forma una figura, e cessato il bisogno
l'infrange per formare con essa nuovi
modelli, potrebb'egli mai coll' istessa
creta pretendere di ricostruire tutti i
modelli che con essa egli ha prodotti?
S. Paolo così rispondea questa diffi
tempi gli opponevano i Corinti: « Ma,
dirà alcuno, come risuscitano i morti
e con qual corpo verranno? Pazzo che
sei ! Quel che tu semininon èvivificato,
se prima non muore. Tu non semini it
corpo che deve nascere,maun granello
ignudo; ed aciascunseme Iddiodà il suo
proprio corpo. Non ognicarne è la stessa
carne, anzi altra è la carne degli uo
mini, altra quella delle bestie. Vi sono
ancora dei corpi celesti e dei corpi ter
restri , ma altra è la gloria dei celesti,
altra quella dei terrestri. Cosi ancora
sará la risurrezione dei morti: il corpo
è seminato in corruzione e risusciterà
incorruttibile Egli è seminato in diso
nore e risusciterà in gloria: egli è se
minato in debolezza, e risusciterà in
forza: egli è seminato corpo animale e
risusciterà corpo spirituale. (I Cor. XV,
35 eseg). Certo, qui San Paolo non
spiega l' impossibilità fisica di formare
due o più corpi con lamedesima mate
ria contemporaneamente. Il corpo dei
risorti dev'essere spirituale; e intendasi
pure che in queitempi neiquali lo spi
ritualismo moderno non eranato, con
la voce spirituale intendesse di indicare
una sostanza più leggera della materia
(v. ANIMA), una sostanza incorruttibile,
cioè non soggetta a trasformarsi Sarà
pur sempre vero che, secondo S. Paolo,
non saranno già i nostri propri corpi
che dovranno risorgere, ma altri corpi
fatti di una sostanza diversa. Perchè
non è piaciuto ai teologi di restar fe
deli a questo insegnamento ? Volendo
lusingare la vanità dei vulgari essi
hanno forse capito che se il domma
della risurrezione giovava al cristiane
simo, ciò era apatto che il nostro pro
prio corpo fosse chiamato alla risurre
zione; cioè quel corpo al quale siamo
tanto attaccati, e che costituisce per
noi tutta la nostra personalità. Perciò
amolti teologi èpiaciuto di sbizzarrirsi
descrivendo le condizioni della nostra
risurrezione.A sentirli, tutti i corpi do
vranno essere perfetti; quindi gli storpi
352
RIVELAZIONE
si raddrizzeranno, i ciechi avranno la
vista e i sordi l'udito; i grassi diver
ranno un po'magri e i magri ingrasse
ranno; i vecchi dovranno diventar gio
vani e igiovani dovranno farsi adulti, in
modoche tutti abbiano la perfetta età di
33 anni. Non hanno detto però se per
amore di questa tanto invidiabile ugua
glianza e di questa sublime perfezione,
le vergini dovranno cessare di essere
tali, o se le donne maritate dovranno
tornare vergini. Quest'ultima opinione è
però assai più probabile, attesochèGesù
Cristo, rispondendo ad una interpellanza
chegliavevanofatta iSadducei, dichiarò
che quando gli uomini saranno risu
scitati dai morti, non prenderanno nè
daranno mogli, ma faranno come gli
angeli che son ne'cieli » (Marco XII,
25). Quindi gli uomini avranno la bocca
ma nonmangeranno; il ventricolo ma
non digeriranno; gli organidellagene
razione ma nongenereranno. In termini
assoluti si può dunque dire, che tutti
questi organi saranno superflui : or è
molto dubbio che le cose superflue sian
perfette. Perciò, guidati da questa ob
biezione, molti teologi supposero che
nella risurrezione non si farà più di
stinzione di sesso. Questa opinione ha
fondamento in un passo dell' Evangelo
apocrifo degli Egiziani, nel quale si
leggevano queste parole: « Il Signore
fu interrogato daSalome quando verreb
be il suo regno? Ed egli disse: quando
voi calcherete sotto i piedi gli abiti
della vostra nudità, quando due saranno
una, e ciò che è di fuori sarà come cid
che è di dentro e non vi sarà più nè
maschio nè femmina » . Giustamente
osservò BianchiGiovini,che con questa
anfibologia pare si voglia dire, che la
trasformazione del mondo presente deb
ba produrre anche una trasformazione
dell'essere umano, il quale sarà vestito
di un corpo diafano, liscio, senza sesso,
senza membri o visceri, di cui non vi
sarà più bisogno; come non vi sarà bi
sogno di vestimenta essendo cessati i
riguardi del pudore e le esigenze delle
stagioni. In tutti i casi le prime fonti
cristiane insegnerebbero che la risurre
zione si farà con corpi diversi dai no
stri, e se i teologi vi avessero attinto
fedelmente e senza esagerazioni, avreb
bero almeno evitata la impossibilità fi
sica di cui si è parlato.
Rivelazione. Nelsenso dei dom
matici è l'atto col quale Dio ha inse
gnato agli uomini, a viva voce, o per
mezzo dei suoi inviati, lecosì dette ve
rità della religione. Tutte le religioni
positive ammettono una rivelazione fatta
daDioall'uomo,siadirettamente all'atte
della creazione, sia indirettamente col
mezzo di mandatari che consegnarono le
regole della religionenei codici sacri, i
quali perciò si considerano dai credenti
come inspiratidalla divinità. I principali
libri sacri sono: i Veddas, il CodicediMa
nou e i Purana degli Indiani; il Zend
Avesta dei Persiani; laBibbia degli ebrei
(V. BIBBIA) l'Edda degli Scandinavi e il
Korano dei mussulmani.IGreci ediRo
mani avevano ingrande venerazione al
cuni scritti dei poeti, tali che Omero ed
Esiodo, certe raccolte degli oracoli ed
i libri Sibillini, evidentemente apocrifi.
Allora la poesia dettava le sue leggi ai
popoli, dei quali i poeti erano i natu
rali legislatori. Nei primordi della ci
viltà gli uomini non ebbero altra re
gola di condotta all'infuori di questa :
ecoloro fra essi che per il loro inge
gno, per il coraggio o per l'entusiasmo
si distinsero dagli altri, furono creduti
inspirati dagli enti superiori. L' uomo
aveva vicino i suoi Dei, e tutti i giorni
ne udiva la voce, iconsigli e icomandi
in tutti i fenomeni della natura, nei
tuoni e nei lampi, nel volo degli uc
celli, nelle interiora degli animali, nei
vapori delle caverne, nel canto dei poe
ti, e perfino negli incoerenti propositi
dei pazzi (v. ORACOLI). Chi per le doti
del suo ingegno si sentiva chiamato a
dirigere i destini della società, si cre
deva o fingeva di credersi inspirato da
Dio; dettava le sue leggi, e i suoi
scritti andavano bene spesso ad aumen
RIVELAZIONE
tare il codice dei libri sacri. Il sorgere
di un profeta, di un rivelatore era cosa
assai comune tra gli orientali; come
tra i Greci ed i Romani comunissima
era la scoperta di nuovi oracoli. Dio
parlava all'umanità in tutte le guise,
sotto tutte le forme. Dal serpente del
l'Eden che predice all' uomo la reden
zione, dall'asino di Balaam all'umile fa
legname di Nazareth, la storia degli
ebrei non è che una continua succes
1
353
serie dei profeti. Pietro de Bruys, Eon
della Stella, Epifane, gl'Illuminati, i Ca
misardi, i Giansenisti, e gli Svedenbor
gisti, ci provano quanto in ogni tempo
sia stato facile il farsi credere in comu
nicazione con la divinità. Ancora ai
giorni nostri la rivelazione non è ces
sata. Brigham Young non ha egli pro
nunciati i suoi oracoli fra i mormoni?
e tutti i giorni i medium spiritisti non
rivelano ai credenti le cose dell' al
sione di profeti e di entusiasti, del mag
gior numero dei quali la tradizione
forse ci ha taciuto il nome. Così divul
gata era allora la credenza della par
tecipazione degli Dei nei consigli uma
ni, che molti filosofi non la posero in
dubbio, e quando pure dubitarono di
questo o quell'oracolo, non dubitarono
di tutti. Pittagora si diceva egli stesso
in comunicazione colla divinità. Platone
nel quarto libro delle leggi insegnava
doversi ricorrere a qualche Nume, o at
tendere dal cielo una guida, un mae
stro che ci istruisca. Nel Fedone par
lando Socrate dell'immortalità dell'ani
ma diceva, dovere il sapiente tenersi al
probabile, quando non ha dei lumi più
sicuri, o la parola di Dio stesso che gli
serva di guida. Tutta la scuola pitta
gorica e neoplatonica, come quella di
tutti i mistici ha professato lacredenza
nella facile comunicazione con ladi
vinità.
Il gran numero degli evangeli apo
crifici ( v. APOCRIFI ) dimostra quanto
fosse facile il compilare dei libri rive
lati anche nei primi secoli del cristia
nesimo. Solamente dopo che la Chiesa
ebbe stabilito il suo poteree fu custode
gelosa della sua autorità, tacque la
voce dei profeti,e gli oracoli con leggi
violenti furono costretti al silenzio. Ma
non cessò per questo il popolo di con
sultare i suoi genii; e nel medio evoebbe
per profeti le streghe e gli stregoni e
il demonio per rivelatore. Di tempo in
tempo sorgevano nuovi inspirati, iquali,
sempre condannati dalla Chiesa, ma sem
pre creduti dalle turbe,continuarono la
tro mondo? (V. MORMONISMO E SPIRI
TISMO).
I deisti, i quali non ammettono reli
gione positiva, negano che vi sia stata
una vera rivelazione, poichè a quanto
dicono, l'uomo non ha che a seguire i
dettami dellasua ragione e il lume della
sua coscienza per conformarsi alle leggi
divine. Una rivelazione, continuano essi,
fatta ad un popolo o ad una schiatta,
sarebbe ingiusta, poichè essa conter
rebbe delle regole di condotta che sa
rebbero ignorate dai popoli ai quali la
rivelazione non venne data.
Se ciò fosse vero, rispondono i cat
tolici, bisognerebbe conchiudere essere
interdetto il porgere agli uomini istru
zione ed educazione di sorta; un im
pertinente essere stato qualunque filosofo
tentò farsi maestro ai propri simili, ed
insegnare a pochi uominiquello ch'egli
era in dovere di insegnare all'universo
intero. Ma questa risposta non giova
proprio ai cattolici, i quali sanno pure
che Dio non è un filosofo, la cui azione
è limitata necessariamente al ristretto
numero di coloro che aspettano i suoi
insegnamenti. Ma se il filosofo non può
istruire tutti gli uomini, Dio poteva
farlo, nè ciò gli sarebbe costata mag
giore fatica di quellacheglisia costata
l'istruzione di pochi eletti.
Una religione rivelata,dicono ancora
i deisti, non può essere destinata da
Dio a tutti gli uomini, poichè non ve
n'è alcuna che abbia tali prove, che
comprendere si possano da ogni uomo;
altrimenti Dio esigerebbe l'impossibile ;
quanto poi alla rivelazione cristiana in
23
354
ROBINET
particolare, non si può dire che essa
eccelle in perfezione, imperocchè errori
di fisica, di astronomia, di morale e per
fino di cronologia si trovano nei libri
nei quali questa pretesa rivelazione è
stata consegnata (V. BIBBIA).
Robinet ( Giovanni-Battista-Re
nato) nacque a Rennes nel 1735, morì
il 24 febbraio 1820.
ed il riposo e la sicurezza di cui cia
scuno gode. E la compensazione deriva
da ciò, che immutabili sono soltanto
Dio ed il nulla: l'essere finito cambia
ad ogni istante ma nonpossiede senon
chè laminima parte possibile di esi
stenza, così che in ogni istante perde
altrettanta esistenza, quanto ne riceve :
e siccome esistere è il bene e non esi
Entrò nella società dei Gesuiti, ma stere il male, ecco stabilitaper sè stessa
si stancò ben presto di un genere di la compensazione. La quale è inoltre
vita pel quale non era inclinato. Usci manifestata da tutti i grandi fenomeni
quindi da quel sodalizio per dedicarsi della natura come da quelli dell'ordine
interamente alla filosofia. Stampò in sociale: la nutrizione non può ristorare
Olanda (dove recavasi a questo scopo) senza distruggere, l'attività distrugge
il suo libro della Natura, la cui pub- quanto produce, la sensibilità accoppia
blicazione non sarebbe stata permessa al piacere la pena; ogni stato ha le sue
in Francia dall' autorità. L'opera fece gioie e le sue miserie, ogni condizione
tanto rumore che fu attribuita agli i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti.
scrittori più celebri dell' epoca, quali Ma gli esseri, oltre avere la stessa som
Helvetius, Diderot, Voltaire, ma Robinet ma di beni e di mali, hanno anche la
non tardo a rivendicare in termini fermi stessa origine. Tutti sono varietà del
emodesti la paternità come la respon- tipo animale, hanno organi con cui ri
sabilità del lavoro. Se però il suo nome prodursi, ed i minerali e gli astri sono
fu più conosciuto, non migliorò per que- soggetti alle leggi della generazione,
sto la sua condizione economica, tanto come gli animali e le piante. Ora legge
che fu costretto a mettersi agli stipendi universale della natura animale è l'i
de'librai, ed a tradurre dall'inglese per stinto: l' istinto è adunque la Legge su
essi de' romanzi. Nel 1778 ritornò in cui si fondano la società, i costumi e
Parigi, e qualunque fosse stata l'impres- la legge della specie umana; la stessa
sione prodotta dal suo libro, la mede- | morale non è che un istinto più per
sima era già così cancellata, che l'au
tore fu nominato censore reale e con
servò l'impiego fino al momento in cui
quella carica fu soppressa. Robinet du
rante la rivoluzione si ritrasse a sua
Rennes, ove fint i suoi giorni.
Concetto fondamentale dell' opera
la Natura è che i benied i mali si e
quilibrano perfettamente nel mondo. Il
dolore ed il piacere, il vizio e la virtù
corrispondono a monete il cui corso è
regolato ed il cui valore si eleva e si
abbassa in proporzioni costanti. Gli es
seri più perfetti dopo Dio, i più ricchi,
quelli che hanno ricevuto le facoltà più
potenti sono anche quelli che trovansi
più esposti alla corruzione e quindi alla
maggiore infelicità. Vi è adunque com
pensazione tra il benessere di ciascuno,
fetto di quello degli altri animali.
Quanto all' anima, Robinet suppone
che dall'istante della creazione abbiano
esistito insieme i germi di tutte le ani
me e quelle di tutte le organizzazioni.
Ledue nature non derivano l'una dal
l'altra, ma non possono esistere l'una
senza dell'altra. Ad ogni funzione dello
spirito, alle sensazioni, alle idee, alle vo
lontà corrispondono certi organi interni
e certe fibre del cervello, così che se
corpo.
il corpo è animato dallo spirito, l'anima
non pensa ed agisce che per mezzo del
1
Robinet riconosce che l'idea comune
di Dio non è che l'idea stessa dell'uomo
elevata a proporzioni chimeriche, o ri
dotte, il che è lo stesso, ad un concetto
negativo. Pure, anzichè concluderne che
ROSCELINO
con ciò stesso si distrugge la teoria del
l'ideainnatadiDio, ed insieme uno degli
argomentipiùfavoriti deideisti,egli siper
deneltentativo di togliere dalla nozione
dell'essere supremo ogni legadiantropo
morfismo, ammettendo come indiscuti
355
da lui seguito nelle conferenze pubbli
che che teneva in Parigi tutti i merco
ledì. Egli incominciava col porre alcune
generali proposizioni tratte dall' espe
rienza e ne deduceva laspiegazione dei
fenomeni: ciò dava origine a discus
bile l'esistenza dell'essere stesso. « Noi
sappiamo, egli dice, che Dio esiste, elo
riconosciamo come creatore, poichè l'ef
fetto ci attesta la causa e il finito l'in
finito; ma nessuna analogia è possibile
tra questi due ordini di esistenze. La
causa prima abita una gloria inaccessi
bile, e noi, non potendo che distinguerla
da ciò che essa noné, dobbiamo rasse
gnarci alla conclusione che la natura
divina è per noi assolutamente incom
prensibile ». Edal creatore venendo alla
creazione, Robinet crede che Dio da
tutta l'eternità dia alla natura una esi
stenza temporanea, e cioè che se la
creazione è eterna non lo sieno ilmondo
e gli oggetti creati; con questa propo
sizione egli addottò una opinionemedia
tra quelli che considerano ilmondo co
me eterno, e quelli che lo suppongono
creato dopo una eternità, e non si av
vide che l'idea di Dio creatore è tanto
assurda che con essa nessuna teoria
regge alla critica. Così che delle tre
idee suaccennate nessuna è conciliabile
coll' idea di Dio creatore: non la sua
perchè suppone unDio che crea e non
crea, o che vuol creare e non crea nel
medesimo tempo; non la seconda che
facendo il mondo coeterno a Dio lo so
stituisce a lui, come fece Spinoza ; non
la terza che suppone un' eternità limi
tata, od un mondo che esiste senz' es
sere stato ancora creato, mentre non
potrebbe d'altronde esistere che per la
creazione.
Rohault(Giacomo)nato in Amiens
nel 1620, morto nel 1675. Fu uno dei
sioni di ogni sorta sui diversi argomen
ti, discussioni che egli poi riassumeva,
esponendo il suo avviso, cui corrobo
rava colla esperienza. Con siffatte le
zioni Rohault compose il migliore trat
tato di fisica che fosse stato stampato
fino allora, cosi che fino a Newton ven
ne considerato come opera classica in
Francia ed in Inghilterra.
Rohault fu autore anche di una o
pera di metafisica intitolata cade
talora in contraddizione, giacchè tra
due pareri contrari egli non prende par
tito senza avvilupparsi in un dedalo di
distinzioni spesso inutili e sempre poco
chiare. Perciò molti hanno detto scri
vere il Romagnosi per sè A non per gli
altri, e un suo apologista confessa che
gli accadde sentire da qualcuno che a
vendo letto per intero il suo libro della
Mente sana, era giunto alla fine senza
intender niente. ( Prof. Celso Mazzuc
chi, sull' economia dell' umano sapere).
Rosmini (Antonio)nato nel 1797
a Roveredo presso Trento. Studid all'u
niversità di Padova e fino da allora
diede segni di spiegata tendenza al mi
sticismo. Nel 1821 fu ordinato frate. Si
segnale per qualche tempo per fanati
smo ed intolleranza, ma si mitigò poscia
sensibilmente e tanto da dedicare il re
sto della sua vita al trionfo del cosi
detto cattolicismo liberale ed alla indi
pendenza politica d' Italia. Con questi
scopi fondò egli stesso un ordine reli
gioso destinato a riunire in sodalizio
preti istruiti e tolleranti, e pubblicò
gran numero di opere che fecero di lui
un capo-scuola.
Per quanto la sincerità della sua
fede religiosa e la sua opposizione alla
teocrazia gli avessero guadagnata gran
de rinomanza e numerosi seguaci, pure
dovette convincersi asue spese che tenta
un'opera impossibile chi aspira a con
ciliare tra loro i due principi affatto
incompatibili del cattolicismo e della
libertà. I suoi progetti di riforma eccle
siastica e le sue opinioni teologichesu
scitarougli contre l'odio dei gesuiti.
Speditoda re Carlo Alberto in missione
presso il papa, lo segul a Gaeta all'e
poca della fuga famosa, ma essendosi
poi reso sospetto al papa e trovandosi
sotto la minaccia del carcere della po
lizia borbonica, dovette partire e rifu
giarsi aTresa sul lagoMaggiore dove
morì nel 1855, dopo avere (con un atto
di sommissione inesplicabile di fronte
alla energia del suo carattere) ricono
sciutoil giudizio con cui la Chiesa met
teva all'indice le sue opere, anzi dopo
aver distrutti quanti più potè dei libri
che avevano cagionata la condanna.
Le fondamenta del nuovo ordine fu
rono da lui gettate al Calvario di Do
modossola nell'alto Novarese, dove con
alcuni pochi compagni si era ritirato
nel febbraio dell'anno 1828. Il voto era
perpetuo, ma non privava imembridel
diritto di possedere beni propri; sola
mente li sottometteva ad una ammini
strazione comune e li privava del diritto
di applicarli per volontà propria in fac
ROSMINI
cia alla coscienza, non già in faccia alle
leggi civili , per le quali possedevano
come ogni privato. L'Istituto, come cor
po,nonpossedendo nulla, i suoi membri
dovevanoesser provveduti diuna rendita
359
se questi filosofi si fossero data la briga
di uscire dalla ristretta cerchia del loro
per la loro sussistenza personale, la
quale per i nullatenenti è supplita dal
superfluo dei loro fratelli. L' Istituto
era diffuso nel Piemonte, dove aveva
case a Stresa, a Domodossola e a S.
Ambrogio di Susa. Qualche casa di ro
veretani fu pure fondata nell'Inghilterra,
mase abbiano prosperato o no, ignoro.
Tutto il sistema della filosofia rosmi
niana si fonda sopra unprimo errore, un
errore fondamentale, distrutto il quale,
l'intero sistema resta scomposto. Questo
errore è l'intuizione dell' ente univer
sale, la quale daRosmini cosi si dimo
stra: « Io so d'esistere, io so che esi
stono altri esseri simili a me; so ch'e
sistono de' corpi estesi, larghi, lunghi
eprofondi. Noncerco ora se questo mio
sapere m'inganni o no; io intanto so
tutto questo e cerco disapere come lo
so. Ora io veggo che non saprei che
esiste un solo ente, se io non dicessi,
se non avessi mai detto a me stesso
che quell'ente esiste. Sapere dunque che
osiste un ente e dire e pronunciare meco
stesso che esiste, é il medesimo. Lamia
cognizione adunque degli entireali non
è che un' affermazione interna, un giu
dizio. Conosciuto questo, non mi rimane
che ad analizzare un tale giudizio, ad
osservarne l'intima costituzione. Quando
io dico meco stesso che esiste un dato
ente qualunque particolare e reale, non
intenderei ciò che dico, se non sapessi
che cosa è ente, che cosa è entità. La
notizia dunque dell'entità in universale
debb'essere in me, e precedere tutti quei
giudizi, coi quali dico che qualche ente
particolare e reale esiste ».
Il frate roveretano supponeva dunque
che noi abbiamo la conoscenzadegli u
niversali, prima ancora di avere quella
dei particolari, errore, che, d'altronde ,
bisogna perdonargli di buon grado, poi
chè è stato comune a molti filosofi. Ma
subbiettivismo, per esaminare ciò che
accade nella realtà, si sarebbero presto
accorti, che prima noi conosciamo le
cose particolari, e poi ci facciamo l'idea
değli universali, i quali non sono altro
che l'astrazione o la generalizzazione
dei particolari. I selvaggi australiani,
per quanto ne riferisce il padre Salva
do, hanno voci per dinotare ogni specie
di albero, ma non hanno una voce per
esprimere l'idea d'albero in generale;
hanno voci per indicare i vari animali
daessi conosciuti, manon per esprimere
l'animale in genere, ossia la riunione
dei caratteri comuni a tutti gli animali,
astrazion fatta delle loro qualità par
ticolari.
Chi vede per la prima volta un og
getto, ha l'idea particolare di quell'og
getto e non altro; i particolari che gli
sono propri lo colpiscono per i primi;
ne apprezza il colore, l'odore, il sapo
re o la forma, che sono i fenomeni,
nè pensa in alcuna maniera all'essenza
che assume la forma di quei fenomeni,
e che costituisce l'idea dell' ente uni
versale, tale come Rosmini l' intende.
Solamente dopo una serie continua di
percezioni la mente umana si eleverà
dal particolare all' universale, ossia a
quel carattere comune atutti gli esseri,
che per astrazione si attribuisce ad un
essere unico non percepito. Ma l'idea
dell' ente privato delle sue realità feno
menali èuna pura negazione. Percepisco
il colore , e penso poi a uncorpo senza
colore; questo secondo concetto non è
altro che una negazione del primo, e
quand' anche gli si volesse dare un ca
rattere positivo, sarebbe sucessivo e non
precedente alla percezione della cosa
particolare. Pertanto ' affermazione ro
sminiana,che noi abbiamo l'intuizione
dell'ente in universale, astrazione fatta
degli enti particolari, vale quanto dire
che noi abbiamo la conoscenza di nes
suna cosa prima che qualche cosa sia
stata da noi percepita.
360
ROUSSEAU
Posto questo primo errore comeuna
verità fondamentale del suo sistema,
Rosmini ha bel giuoco nel confondere
gli scettici. Data la cognizione della
prima verità, cioè quella dell' ente in
astratto, egli risponde all'obbiezione di
coloro che gli dicevano « a voi pare di
sapere che cosa sia essere, ma forse
nol sapete ». E dice: « Il sapere, sem
plicemente che cosa è essere, senza
aggiungervi alcuna determinazione, e
il credere di saperlo, è la medesima
cosa: credere di sapere che cosa è es
sere, e sapere che cosa è essere è sa
pere la verità, perchè l'essere essen
zialmente è... Si consideri bene che
sapere che cosa è essere, è la semplice
concezione dell' essere, non è afferma
zione di alcuna cosa sussistente; l' illu
sione adunque che si obbietta non è
possibile, giacchè non si può favellare
della illusione della concezione dell'es
sere senza ammettere già questa con
cezione di cui si disputa ».
Così dunque per Rosmini un' affer
mazione che non riguarda alcuna cosa
sussistente, provache un enteveramente
esiste; e il credere che un ente vera
mente esiste, provache esisteveramente.
Anche volendo passar sopra a queste
incongruenze, la prova rosminiana si
ridurrebbe a dire: penso che penso,
dunquepenso veramente. Può darsi ch'e
gli abbiapensato dipensare; quello che
per certo non ha pensato, è che ilpen
siero non nasce in noi senza unacausa
occasionale estérna, e che la percezione
di questa causa, tale quale ci si mani
festa nelle sue accidentalità, è il primo
pensiero che noi abbiamo. Se vedo un
oggetto verde, penso al verde; e se a
questo pensiero tolgo il concetto di
verde, che è l' accidentalità, non ho l'i
dea dell' essenza dell'ente, ma sopprimo
addrittura il pensiero, perocchè il pen
siero non può stare senza l'oggetto
pensato.
Quanto alla teologia naturale rosmi
miana nonsi può dire che abbia almeno
il merito d' esser chiara. Rosmini vuole
che il principio di causa conduca alla
conoscenza di Dio; quanto all' esistenza
dell' anima non cura di dimostrarla,
parendogli di averne fin troppo bene
dimostrati i carattari di semplicità e di
immortalità . Questa dimostrazione è
davvero così singolare che merita ne
sia dato un saggio: « La semplicità si
prova da questo appunto che l'anima
èun principio unico e immune dallo
spazio, perchè l'identico principio che
sente è anche quello che intende: per
chè l'atto del sentire in opposizione
all'esteso sentito esclude l'estensione
per lamedesima opposizione; finalmente
perchè il principio intelligente riceve
la forma dell'idea, cosa immune affatto
dallo spazio e dal tempo ». Questa serie
di pretese dimostrazioni, non sono che
affermazioni pure e semplici, le quali
supponendo cio che è inquestione, piut
tosto che servire di dimostrazione a
vrebbero anzi bisogno di essere dimo
strate.
Dello stesso genere sono le altre
prove date nella teologia naturale ro
sminiana, sicché inutile sarrebbe qui
l'accennarle, e più inutile ancora il con
futarle.
Rubov (Rubovius) nato a Luchow
nel 1703, morto ad Hannovernel 1774.
Fu professore di teologia nell'università
di Gottinga. Divise le opinioni filosofiche
di Wolf, anzi imprese a mostrare che
le medesime erano in perfetto accordo
coi dommi del cristianesimo. Lasciò due
opere
Sviluppo delle idee razionali
di Wolf su Dio-Dissertatio de anima
brutorum.
Rousseau(GianGiacomo).Nacque
a Ginevra il 28giugno 1712daun oro
logiaio. I primi anni della sua giovinezza
trascorsero in una vita avventurosa e
assai poco edificante. Fu dapprima po
sto in pensione presso un ministro a
Bossey, dove imparò il latino, quindi
collocato come scrivano presso il can
celliere di Ginevra, fu poco appresso ri
mandato siccome inetto. Fece poi il suo
tirocinio presso un incisore, i cattivi
ROUSSEAU
trattamenti del quale instillarono nel
l'animo di Rousseau, per quanto ne
dice egli stesso, l'infingardaggine, la
menzogna e la tendenza al furto. Con
fessa egli stesso ; ammirava il carat
tere della divinità dell' Evangelo; poi
aggiungeva >>
menò in moglie la signorina de Camp
grand dalla quale si separò poi con atto
di divorzio. Confessa egli stesso che vo
leva usare del matrimonio come di un
mezzoper studiareiscienziati, e che per
migliorare l'organizzazione del sistema
scientifico, gli occorreva di conoscere
>>
e la trasforma con uno slancio trascen
dentale nel solo assoluto universale! Scho
penhauer scrive: l'universo e volontà! Egli
procura anche didimostrare laverità di
questo sofisma con degli argomenti empi
rici, e passando attraverso ai regni della
natura, cerca di persuadere che il vege
tale ha già degli istinti, i quali si tra
sformano in volontà negli animali; che
gli animali delle classi inferiori, quan
tunque non abbiano ancor la coscienza
della loro propria volontà, pure per la
tendenza che hanno a soddisfare i loro
bisogni accennano già alla volontà di
vivere, la quale si va viavia sviluppan
do nelle classi superiori. Nella sua sma
nia di scoprire la volontà germogliante
in ogni dove, il filosofo di Dantzig non
teme di trovare una nuova formola
della teoria delle cause finali, poiché
egli dice che l'organismo si conforma
alla volontà, che il leone p. e., ha le
zanne perché vuol lacerare la preda, e
che l'uccello ha le ali perché vuol vo
lare. S'egli si fosse limitato a dire che
l'uccello vola perché ha ie ali e che il
leone squarta la preda perchè ha le
zanne, sarebbe rimasto nel vero. Avreb
be allora designata una legge e non una
volontà, giacchè il senso che egli attri
buisce a questa voce è assolutamente
nuovo, per non dire addrittura contra
rio a quello che essa ha veramente
nella lingua. Questa pretesa volontà se
parata dai corpi volenti, non è che una
generalizzazione, è l'astrazione delle vo
lontà particolari, e tanto varrebbe dire
che esiste una persona generale, indi
pendente da ogni individuo e da ogni
forma, perchè esistono delle persone
particolari. Qui Schopenhauer cade nello
stesso errore dei realisti (v. SCOLASTICA)
dal quale avrebbe tanto più dovuto
guardarsi, in quanto egli non si perita di
accusare Spinoza di usare le parole in
un senso affatto nuovo, e di chiamar
Dio l'universo, diritto la forza, volontá
la determinazione.
Io ho detto poc'anzi che la filosofia
di Schopenhauer è un puroidealismo sub
biettivo. Il suo sistema della volontà
non mi pare fatto per togliermi da
questa convinzione. Se il mondo non è
che l' obbiettivazione della volontà, e
se « la volontà è tutto ciò che costitui
sce il mondo al di fuoridella immagine
rappresentativa » a parte la poca coe
renza di queste due idee, mi pare che
niun dubbio possa esistere su questo
punto. Pure è Schopenhauer stesso quello
che nega questa conseguenza, e dopo
aver detto che « il sole ha bisogno di
occhio che lo veda per illuminare », si
rappresenta il sole delle epoche geolo
giche, quando la terra era coperta
da «uno strato uniforme di granito >>
e così lo fa interrogare : « Perché ti
dai tu tanta pena di comparire così?
Non vi è occhio che ti veda nè intel
SCHOPENHAUER
letto che ti comprenda! E il sole ri
sponde: Ma io sono il sole, e appaio
perchè io sono: coloro che lo possono
mi vedano ». Dunque anche il sole esi
ste e illumina senza che occhio vi sia per
vederlo, senza intelletto ove riflettere la
sua immagine rappresentativa ! Non ten
terò di conciliare Schopenhauer con se
393
a dire che essa non può formarsi spon
taneamente, nè aver fine; il quantum
di sostanza che si trova nel mondo non
stesso. Nessuno, per quanto io sappia,
l'ha fatto. Vi sono de filosofi tedeschi
che bisogna ammirare ma non discute
re, e i più fanno così solo perchè ciò
fa comodo al loro pigro intelletto.
Se si riduce al suo vero valore la
contraddizionediSchopenhauer,interpre
tandola nel modo il più benigno, biso
gnerebbe credere ch' egli abbia voluto
stabilire, che senza intelletto non vi può
essere immagine rappresentativa e che
per noi l' immagine rappresentativa è
tutto quanto conosciamo del mondo. Ma
codesta è una verità così banale che
nessun filosofo ha creduto di stabi
lırla, appunto perché la sua evidenza è
tale che anessuno é mai venuto in mente
di negarla.
Schopenhauer, volente o nolente, idea
lista, combatte acerbamente Fichte, per
ché le conseguenze del suo sistema con
ducono a negare la realtà dell' ob
biettivo; con la stessa coerenza com
batte i materialisti, ch'egli accusa di
fondarsi sopra una enorme petizione di
principio, prendendo l'oggetto dellafilo
sofia per base di essa,mentre senza laco
noscenza che il materialismo fa derivare
dalla materia, noi non avremmo alcuna
cognizione, neppur quella della materia,
che è il puntodi partenzadelmateriali
smo. Così lanciata, come il solito, la sua
accusa, forse per avere l'aria di costruire
una filosofia tutt'affatto indipendente, egli
prende senza scrupolo iprincipii fonda
mentali del materialismo, al quale natu
ralmente si crede dispensato di dirigere
qualsiasi ringraziamento. In conseguenza
egli dichiara che la materia è imperi
tura, e contro Hegel dice che « negare
questo fatto vale rinunciare al buon
senso. La sostanza persiste sempre, vale
può dunque nè aumentare nè diminui
re ». Più innanzi Schopenhauer designa
la materia come assoluta, la dice su
scettibile di pensare, « se la materia
può cadere perla gravitazione, essa può
anche pensare ». Come poiqueste affer
mazioni si accordino col suo sistemafi
losofico, egli non cura di dircelo.
Nelle scienze positive tanti e tanti
sonogli errori di Schopenhauer, che rie
sce difficile accreditar fede al suo si
stema, vedendo quanto poco sia adden
tro nell'arte di osservare. La storia della
terra per lui non è altro che una ob
biettivazione sensibilmente ascendente
della volontà; suppone che l'uomo fu
dalla natura creato erbivoro; tira in
campo come cosa positiva quella forsa
vitale, che fu oramai abbandonata da
tutti i fisiologi. Tutte le favole più inve
rosimili spacciate dai ciarlatani sul ma
gnetismo animale, sulla chiaroveggenza,
sulla apparizione degli spiriti trovano
in lui uno strenuo difensore; egli le
inquadra nel suo sistema come tante
prove empiriche della, obbiettivazione
della volontà. Egli considera natural
mente tutti i contradditori del magne
tismo animale come tanti ignoranti, e
dice che la scienza mesmerica è la più
istruttiva di tutte le scoperte. Dicesi
che il suo entusiasmo per imagnetizza
tori, ha dato luogo a delle scene co
miche, nell'occasione in cui i medici di
Francoforte si erano incaricati di sma
scherare il famoso Regazzoni, magne
tizzatore italiano.
Nel 1836 Schopenhauer pubblicò uno
scritto sulla Volontà nella natura, nel
quale procurò di dimostrare che le ul
time scoperte della scienza hanno pie
namente confermata la sua filosofia.
Non occorre dire che la maggior parte
delle scoperte a cui egli allude, o non
hanno alcun rapporto colle sue idee, o
appartengono al novero di quelle ora
accennate.
394
SCIENZA
Scienza. Conoscenza ordinata e
metodica delle cose e dei fenomeni.
Tutte le scienze degli antichi erano
comprese nella filosofia, sicchè filosofo
suonava allora amico della scienza, co
Jui che la insegnava e che la faceva
avanzare colle sue scoperte. Erano i
filosofi greci che insegnavano l' astro
nomia, la geologia, la musica, e la ma
tematica, e per lungo tempo tutta la
medicina fu campo aperto alle dispute
filosofiche, per le quali l'arte di gua
rire si deduceva da principii generali
e astratti, piuttosto che dalla osserva
zione e dalla esperienza.
sotto quei reali rapporti d' unità che a
noi è dato conoscere, si può dire sa
piente. I sapienti sono assai più rari di
quello che nella comune si crede; in
vece la scienza appartiene a molti ».
Questa distinzione é così poco chiara,
che Tommaseo nella stessa pagina, con
assai poca coerenza, lacontraddice « La
scienza conosce; la sapienza conosce,
contempla, opera ed ama. La sapienza
comprende la teoria e la pratica; la
scienza la sola teoria ». Dunque la sa
pienza comprende la scienza e qualche
cosa più. Ma poco dopo lo stesso au
tore aggiunge: « Senza molta scienza
La scienza si distingue dall'arte per può l'uomo essere sapiente. C'è una
questo solo, che la prima conosce e sapienza pratica che fa a meno della
scopre, la seconda eseguisce. La pittu- scienza e n' ha gli ultimi frutti ». Non
ra, la scultura e lamusica sono arti in è questa la sola volta che Tommaseo
quanto traducono in atto la rappresen- si contraddice nel suo dizionario. Cote
tazione delle forme e dei suoni. Per lo sta smania di sottili distinzioni, utile
stesso motivo è arte la poesia, lo stu- forse ai grammatici, è perniciosissima
dio delle lingue e la rettorica ; ma lo ai filosofi, i quali piú che all'apparenza
studio teorico della combinazione dei devono badare alla sostanza delle cose.
colori e della produzione dei suoni, co- E finchè i grammatici non si saranno
stituiscono l'ottica e l'acustica, che sono ben intesi per dare un chiaro senso
scienze, com' è scienza la filologia, che alle parole, i filosofi che correranno
si occupa della origine e della deriva-| sulle tracce delle loro affettate distin
zione delle lingue. La scienza dunque
1
studia, scopre e stabilisce le regole che
sono applicate dall'arte.
La necessità di ordinare la varietà
delle nostre cognizioni, ha resa neces
saria la divisione della scienza in vari
rami, a ciascuno dei quali venne pure
dato il nome di scienza. Le principali
di queste divisioni costituiscono lescien
ze astratte o speculative, come la filo
sofia, la logica e la matematica;le
scienze sperimentali tali che la fisica,
la chimica, la medicina; le scienze d'os
servazione, come l'astronomia e la sto
ria naturale; e le scienze morali e po
litiche, come l' economia pubblica, la
politica, la giurisprudenza ecc.
Niccolò Tommaseosull'esempiodalBal
dini, nel Dizionario dei sinonimi, di
stingue la scienza dalla sapienza, qua
sichè vi possa essere sapere senza scien
za eviceversa.« Chi, dice, vede il creato
zioni crederanno di discutere sulla na
tura di cose differenti, laddove in fondo
non vi sarà che distinzione di parole.
Nei passi ora citati, N. Tommaseo
pone la sapienza umanacome conoscen
za sinteticadel creato ; rari perciò sono i
sapienti, e molti i scienziati. Non solo
dice che la sapienza comprende la teo
ria, ma anche la pratica; e giunge in
fine alla conclusione che senza molta
scienza si può essere sapienti! Non era
meglio dire che cotesta sorta di sa
pienza non è che una affettazione, una
vana ostentazione? Si dicevano sapienti
coloro che dettavano facili sentenze e
luoghi comuni ; e i proverbi diconsi an
cora la sapienza delle nazioni. Ma essa
è la sapienza dei pregiudizi correnti ; e
a questa conoscenza veramente con
poca scienza, si adatta così bene il
nome di sapienza quanto quello di me
dico conviene al ciarlatano che corre i
villaggi e le città.
SCOLASTICA
Scisma. Voce greca che vale di
stacco, separazione. Indica la separa
zione dalla Chiesa cattolicadi una parte
dei suoi membri, per costituirsi in una
comunione separata.
La Chiesa cattolica commina la
395
sofia. La scolastica è filosofia religiosa;
qualche volta un po'eretica, ma non mai
incredula. Tutte le questioni teologiche
sono state da essa discusse, e però non
dobbiamo meravigliarci se tra coloro
che la coltivarono noi troviamo dei teo
scomunica contro i scismatici; ma le
comunioni riformate, costrettevi dalla
stessa libertá di interpretazione della
Bibbia, che esse accordano ai fedeli,
sono obbligate a proclamare che ladi
versità delle opinioni non costituisce un
peccato, e che le molte comunioni
sistenti nella religione riformata, sono
una conseguenza della libertà che ha
ogni uomo d' intendere a suo modo la
parola di Dio.
e
Io non voglio qui esaminare la stra
nezza di questa dottrina, la quale sup
pone che Dio si sia rivelato al mondo
in tal maniera da farsi intendere da
tutti gli uomini diversamente. Accettia
mo questa libertà d'interpretazione per i
benefizi che essa ha portato alla libertà
del pensiero, senza preoccuparci del
poco logico fondamento su cui si fonda.
Ma i cattolici che hanno un grande in
teresse nel conservare l'unità della
Chiesa, hanno ben trovato nella Scrit
tura molti passi che fanno al caso loro.
Essi hanno citato S. Paolo, il quale
biasima qualunque sorta di divisioni, e
sostiene che le eresie sono necessarie
per mostrare quali sono di buona lega
(I. Cor. 10, 11, 12, XI, 16, 19). L'uomo
eretico, dice ancora S. Paolo, dopo la
prima e la seconda correzione sia sfug
gito ( Tito III, 10). Giovanni, vuole che
gli si ricusi perfino il saluto (II Giov.
V. 10).
Scolastica. Cousin, nel Corso
della storia della filosofia dell'anno 1827,
definiva la Scolastica l'applicazione
della filosofia, come semplice forma, a
servizio della fede. Questa definizione
non è sempre vera, sebbene sia vero
che tutti gli scolastici appartenessero
alla filosofia cattolica e si allontanas
sero qualche volta dall' ortodossia solo
per certe accidentalità della loro filo
logi, dei monaci e dei vescovi, e non
mai de'veri filosofi. La scolastica è una
lotta intestina combattuta nel seno
stesso della Chiesa, da uomini profon
damente credenti, tuttochè qualche volta
nel calore della disputa i loro argo
menti sembrino piuttosto adatti a dar
ragione agli increduli. Di questa lotta
nella quale combatterono vari teologi
il cui nome è taciuto in questo dizio
nario, mi par conveniente dare un sag
gio alquanto diffuso, al quale scopo mi
giova qui compendiare le varie notizie
su questo argomento raccolte e pubbli
cate da Bartolomeo Haureau. Egli esor
disce col dire che la definizione di
Cousin non è nè chiara nè esatta.
Quanti, di fatto, tra i filosofi detti sco
lastici furono dall' autorità richiamati
al dovere! E se qualche paziente e sa
gace inquisitore volesse di presente to
gliere a censurare, dal lato della dot
trina, tra questi filosofi, quelli il cui
nome fu onorato e santificato anche
dalla Chiesa, quanti troverebbe non e
senti da sospetto d' eresia! La defini
zione di Cousin potrebbe pertanto es
sere così modificata: La scolastica è
l'applicazione della filosofia alla discus
sione dei dommi della fede.
Maanche così emendata la definizione
non troppo soddisfa il sig. Haureau: pe
rocchè, dic'egli, lascolastica ha principio
aduncerto tempo, e sebbene non siano
concordi le opinioni degli storici intorno
a questo tempo, tuttavia ne sono ormai
convenuti i limiti, e questi non permet
tono di accettare la definizione di Cou
sin, neppure così emendata. Pare a lui
che i padri e gli scolastici abbiano tutti
fatta entrare la filosofia nell' analisi e
nella discussione della fede . Conse
guenza per verità un po'esagerata, im
perocchè laddove la fede è sovrana e
306
SCOLASTICA
impone ossequio alla ragione, la filoso
fia vanamente dibattesi tra le distrette
di principii già accettati e dichiarati
inviolabili. Per essere giusti si dovrà
dunque dire che la definizione di Cou
sin, se non è sempre vera, è però in
gran parte vera.
Secondo il sig. Haureau, la scola
stica non può essere definita, poichè
essa non è una scienza distinta dalle
altre scienze, e nemmeno è, a parlare
esattamente, una forma particolare della
filosofia, ma propriamente la filosofia
di una cert'epoca, che ha e deve avere
il carattere tutto teologico di quel tem
po. Che se nondimeno vuolsi che, at
tenendoci a quanto il rigore del metodo
richiede, non passiamo oltre senza aver
prima determinato l'oggetto di questo
articolo, diremo, la storia della Scola
stica essere quella delle diverse dot
trine professate nelle scuole del medio
evo, dall' istituzione di queste fino a
quando fu ad esse tolta l' istruzione
prima e la direzione delle menti.
Ma quando furono le scuole insti
tuite? Tutti gli storici monumenti ne
attribuiscono a Carlo Magno l' onore,
epperò il signor Haureau fa da lui in
comincirre il primo periodo della sco
lastica, il qual finisce col secolo XI,
cioè da Alcuino a Berengario. Comin
cia con questi due il secondo periodo.
Il più illustre campione di questo pe
riodo è Giovanni Scoto. Egli conosceva
il greco e l'ebraico, corresse la Volga
ta, e tradusse il libro dei Nomi divini,
attribuito a San Dionigi areopagita,
sopra un manoscritto mandato da Mi
chele Balbo a Luigi il Pio. Era inol
tre, se crediamo al signor Haureau, li
bero pensatore, tanto che nel principio
della sua opera principale così si espri
me aproposito della Tradizione: « L'au
Prende ad esempio il battesi
mo. Nelle cerimonie di esso il tatto, la
vista ed il gusto dandosi mano a vicen
da accertano la presenza dell'acqua: la
ragione va più oltre, ed arriva a cono
scere le naturali proprietà e l'essenza
della medesima, non che le parti che
la compongono; ma non è dal battesi
mo sollevata fino a comprendere il mi
stero della salvazione ; la ragione è in
feriore alla fede, come ad essa sono
inferiori i sensi. Aldemanno non fu il
solo oppositore; ma ebbe anche Beren
gario i suoi discepoli, tra cui Ildeberto
di Lavardino , arcivescovo di Tours.
Egli vorrebbe rilevare la ragione; ma
come farlo senza offendere la fede? Que
sta difficoltà non fu punto da Ildeberto
risoluta. Berengario, distinguendo varie
maniere di certezza, ammetteva tanto
le credenze della fede, quanto quelle
della ragione ; ma non voleva che ve
398
SCOLASTICA
nissero confuse, siccome insegnava la
Chiesa. Ildeberto ammette sì le distin
zioni del maestro, ma dimostreremo che
il pio arcivescovo di Tours, chiamato
dai contemporanei colonna della Chiesa,
s'accosta all'eresia più che non si crede.
Apriamo il Trattato di teologia, e vi
troveremo sul bel principio questa defi
nizione per lo meno ardita: « La fede
è la certezza volontaria delle cose as
senti ; essa è superiore all' opinione ed
inferiore alla scienza ».
egli dice « deve sotto
> Fin quì il filosofo
è unicamente idealista, mava più innanzi
loro dice
>>
Questi due frammenti contengono
intera la dottrina nominalistica. Rosce
lino ne trasse alcune conseguenze teo
logiche, ed a malgrado del rispetto che
la fede imponeva pei misteri, osò, con
iscandalo della Chiesa, sottomettere il
Mistero della Trinità al criterio della
ragione, argomentando in questo modo:
Giusta le premesse, la cosa, come
«
cosa, non è altro che una e non ha
parte; soltanto l'unità è reale. In pari
modo, Dio, come Dio, non è altro che
Dio, non il Padre, il Figlio e lo Spirito
Santo ». Faceva pertanto questo dilem
ma:
O la Chiesa, d'accordo con Sa
bellio, deve nella Trinità ammettere tre
Dei separati, distinti, individui, come
sono tre angeli, tre spiriti; o non po
trà attribuire la realtà e la sostanza
che a un solo Dio, chiamato con tre
nomi, ma senzadistinzione di persone ».
Contro Roscelino si elevò Guglielmo di
Champeaux il quale insegnava a Parigi,
nella scuola del chiostro. Bayle accusa
di spinozismo la dottrina di lui; nè
priva di fondamento è quest' accusa, la
quale, del resto, è diretta contro tutta
la scuola realistica. Insegnava egli che
il genere è essenzialmente, integral
mente e simultaneamente identico in
tutti gl'individui, e che gl' individui sono
fralorodistintinon peraltro che persem
plici accidenti, ed argomentava in cosi
fattomodo: « L'umanità è unacosa essen
zialmente una, che non possiede daper
sè, ma riceve d' altronde certe forme
che fanno Socrate. Questa cosa, re
stando essenzialmente la medesima ri
ceve del pari altre forme che fanno
Platone e gli altri individui dell'umana
specie; ed eccettuate le forme che si
400
SCOLASTICA
applicano a questa materia per pro
durre Socrate, nulla è in Socrate che
non sia ad un tempo in Platone, ma
sotto le forme di Platone ».
Questo teologo apparteneva, come si
vede, alla scuola del più aperto reali
smo. Egli non riconosceva altra esistenza
che gli universali: le cose particolari
sono accidenti o fenomeni. In questo
modo il realismo volendo da una parte
evitare lo scetticismo dei nominalisti, ri
cadeva dall'altra nel panteismo. Gugliel
mo di Champeaux doveva trovare un
terribile oppositore nel giovane Abe
l' universale esista, ma che la mente
chiama universale ciò che esiste di si
milare inciascunindividuo (v. ABELARDO).
Così si ebbe il concettualismo, scuola
che in sostanza non mipare diversa da
quella dei nominalisti.
Tra le scuole a cui ha dato origine
il concettualismo di Abelardo, vuol es
sere ricordata quella dei Cornificiani, di
cui Giovanni di Salisbury lasciò un qua
dro sì poco favorevole. I Cornificiani,
partecipando ad un tempo dei realisti e
dei nominalisti, riducevano tutte le dot
trine e tutte le idee a semplici formole:
queste formole, ne cercavano le con
traddizioni. Questo metodo doveva age
volmente guidare al più universale scet
ticismo ; e Giovanni di Salisbury rac
lardo (di Palais nella Bretagna), il più ❘ quindi ponendo a confronto tra loro
illustre discepolo di Roscelino. All' ar
gomentazione realistica egli risponde
va: « Se così è, chi potrà negare che
Socrate sia ad un tempo stesso in Roma
ed in Atene? Difatto dove è Socrate,
trovasi altresì l'uomo universale che ha
vestito nella sua intierezza la forma
della sua socratità. Perocche tutto ciò
che comprende l' universale, lo ritiene
nella sua totalità. Se pertanto l'univer
sale, che è affetto per intiero della so
cratità, trovasi in Roma nel tempo stesso
tutt' intiero in Platone, egli è impossi
bile che nel tempo stesso e nel mede
simo luogo non si trovi la socratità che
è nell'uomo; là è Socrate, poichè Socrate
è l' uomo socratico. Chiunque ragioni,
conta che la più parte dei Cornificiani
ne diedero non dubbia prova, rinun
ciando per disperazione allo studio della
filosofia, quali per chiudersi nei chio
stri, quali per darsi alla medicina.
Dopo Abelardo la scolastica ricade
in un aperto misticismo. San Vittore e
Ugone mostrano pari disprezzo per la
ragione, e l'uno vanta i meriti dell'intui
zione, ' altro quelli della contempla
zione.
Alano Magno delle Isole (Yssel o
Rupel) dimostrò con vigoroso raziocinio
nonhacome rispondere a ciò ».
Ache tende Abelardo? A provare
che l'universale è, non una cosa, ma
un'idea, una parola; che se l'universale
fosse alcuna cosa, questa siccome uni
versale od assoluta sarebbe necessaria
mente contenuta per intero in ciascun
individuo, il che è assurdo. Aggiunge :
>
dicono gli autori del Compendio ad uso
del collegio di Juilly una naturale inclinazione, che è come
« un' incoazione di questa virtù, la qual
; che « Iddio è una
sfera impassibile ». Diogene Laerzio gli
fa dire che « l'essenza di Dio è sferica>>>
e Teodoreto che « il tutto è uno; è
sferico » . Lo stesso dice Aristotile
quando assicura che secondo Senofonte
>
convennero che in certi animali infe
riori la sede della sensibilitàrisiede nel
midollo allungato,laquale,secondo Loriy,
Desmoulins, Gerdy, J. Muller ecc. è
anche la « sorgente del movimento ».
Gerdy appoggiandosi ai suoi propri e
sperimenti riconosce che l'ablazione del
cervello pone l'animale in uno stato di
sonnolenza, senza però distruggere ogni
manifestazione della percezione e della
volontà, giacchè se l'animale è viva
mente irritato fa degli sforzi per sfug
gire al dolore. Poichè la facoltà di per
cepire e la volontà sono rese ottuse
per l'asportazione dei lobi cerebrali, il
cervello, dice questo autore, serve dun
que a tali funzioni: ma poiché esse con
tinuano ancora dopo la recisione, biso
gna dire che non sia solo a produrle.
Il suo completamento non sarebbe già
il cervelletto, l'ablazione del quale par
che ecciti l' animale piuttosto che stor
dirlo, ma a giudizio di Gerdy, la per
cezione e la volontà avrebbero sede nel
cervello e nella protuberanza.
Aquesta supposizione F. A. Longet
presta tutto l'appoggio della sua espe
rienza. Allorchè, dic'egli, viene mutilata
la massa encefalica di un coniglio o di
un giovane cane, fino al punto di non
lasciare nella cavità del cranio altro che
la protuberanza e il bulbo, questi ani
mali, quantunque sembrino immersi in
un coma profondo, sotto l' influenza di
vive irritazioni esterne, potranno ancora
mandare dei gemiti, ed agitarsi violen
temente; ma quando vien lesa abba
stanza profondamente la protuberanza
anulare, subito i gemiti e l' agitazione
cessano, e più non resta che un ani
male nel quale la circolazione, la re
spirazione e le altre funzioni nutritive
continuano momentaneamente.
Fu domandato se senza la parteci
pazione dei lobi cerebrali può realmente
esistere sensazione di dolore. lo chiamo
l' attenzione del lettore sulla risposta
che il signor Longet, fisiologo certo
410
SENSAZIONE
non materialista, e per conseguenza
non sospetto di parzialità per la nostra
filosofia, ha creduto di dover dare a
questa domanda.
( Anatomie descriptive t . I ). Savart
avendo osservato che la sabbia posta | degli ossicini! Chi pretendeva che il
sopra una membrana vibrante saltava
tanto più alto quanto meno la membrana
era tesa, ha concluso, contrariamente a
Bichat, che è la tensione e non già il
solo martello picchiasse, chi tutti insie
rilassamento della membrana che di
minuisce la sua facoltà conduttrice. Que
sta opinione, non è generalmente accet
tata; e Longet, p. e, crede che l'a
zione del muscolo sia quella di OV
viare semplicemente alle variazioni di
tensione che può presentare la mem
brana, impedendo specialmenteche essa
si rilassi completemente.
La cavità del timpano è attraversata
da una catena di ossicini articolati fra
loro in guisa da formare una leva an
golare, una estremità della quale è at
taccata alla membrana del timpano, e
l'altra a quella della finestra ovale.
Questi ossicini sono in numero di quat
tro: il martello, l'incudine, l'orbicolare
e la staffa. Non si è ancora ben potuto
spiegare quale utilità essi rechino nella
funzione dell'udito. Certo essi trasmet
tono le vibrazioni dell'orecchio medio al
me, e chi voleva non avessero azione
sulla trasmissione del suono. Del pari,
cosa non si è detto della tromba di
Eustachio , canale che mette in co
municazione la fossa nasale colla pa
rete interna della cassa del timpano!
Non si accontentarono della supposi
zione probabile ch' essa fosse data per
la rinnovazione dell'aria contenuta nella
cassa, ma vollero alcuni ch'essa servisse
anche all'animale per udire la sua pro
pria voce !
Dalle finestre ovale e rotonda, chiuse
,
da membrane vibratili le vibrazioni
sonore sono trasmesse all' orecchio in
terno, al vestibula, e alla linfa del co
tugno, che riempie tutto il labirinto ; il
quale nella parte anteriore è occupato
dalla chiocciola e nella posteriore dai
' orecchio interno attraverso alla fine
stra ovale ; male vibrazioni della cassa
timpanica non avrebbero forse egual
mente potuto trasmettersi col mezzo
dell' aria contenuta nella cassa, come.
ciò avviene per la viadella finestra ro
tonda? Il meccanismo dell' orecchio in
contra ad ogni passo serie difficoltà, e
i fautori delle cause finali non man
carono di ricercare in ogni organo uno
scopo dato dal creatore alla sua fun
zione. Boërhaave non ha forsedetto che
il padiglione esterno dell' orecchio pre
senta delle curve disposte geometrica
mente ed in modo da riflettere nel con
canali semicircolari. Ma queste tre parti,
vestibolo, canali semicircolari e chioc
ciola, non sono la porzione essenziale
dell'organo, solo costituiscono la cavità
ossea nella quale risiedeuna membrana,
alla quale fanno capo gli ultimi filetti
del nervo acustico, incaricato di por
tare le sensazioni sonore all' encefalo.
Il signor Adelon ha giustamente os
servato che tutto questo apparecchio
non serve infine che a trasmettere le
vibrazioni sonore al nervo conduttore
naturale del suono, e che in conse
guenza il suono può pervenirci altri
menti che per questa trafila, cioè col
l' intermedio delle ossa del cranio, ma
soltanto quando il corpo sonoro è posto
a contatto immediato con esse. Il ru
more di un orologio é inteso, benchè
gli orecchi siano turati, quando ' oro
SENSAZIONE
421
logio è tenuto fra i denti. Ingrassias | più debole,sia tale, non perchè lontano,
cita l'osservazione di uno spagnuolo, il
quale, divenuto sordo per l'ostruzione
del condotto uditivo esterno, sentiva il
suono di una chitarra ponendone il
manico fra'denti, oppure mettendo nella
ma perchè più debole veramente. Pos-
siamo noi dire qual sia la distanza del
rombo del cannone, se non sappiamo
innanzi tutto da qual sorta di cannoni
nasce quel rumore. Possono darsi can
sua bocca l'estremità d'una bacchetta
mentre coll' altra estremità toccava lo
strumento. Questi fatti non ci avver
tono, come ben diceva Blainville, che
I udito non è altro, infine, che una
specie di tatto? Molti animali che sono
privi di quel senso, distinguono nondi
meno le vibrazioni dei corpi sonori per
la sola impressione che esse producono
sulla loro pelle. Noi stessi riusciamo a
sentire queste impressioni nei forti ru
mori; cosa la quale può farcicompren
dere facilmente, che quel fenomeno il
quale è suono nel nervo acustico, fuori
di esso non è che movimento. Berkeley
e la scuola sensualista hanno perciò
avuto ragione di dire che le sensazioni
sono dentro di noi piuttosto che fuori
di noi, tanto poca relazione ha il movi
mento con l' idea che noi abbiamo del
suono, che forza è concludere essere il
suono una pura modificazione del nervo
acustico al quale si comunicano le vi
brazioni.
Fu detto che il senso dell'udito po
teva esso solo farci conoscere le di
stanze, poichè noi sappiamo giudicare
se un corpo sonoro è più o meno vi
cino a noi. Ma questa è una induzione
erronea, poichè noi riesciamo a giudi
care la distanza della sorgente da cui
partono i suoni solamente quando trat
tasi di suoni noti. In questi casi noi
abbiamo già veduto l'istrumento o il
corpo da cui parte il suono, e l' espe
rienza ci ha già avvertiti di quanto di
minuiscono questi suoni per rapporto
alla lontananza. E poichè sappiamo che
tutti i suoni diminuiscono colla lonta
nanza noi crediamo lontani tutti i suoni
deboli, col qual giudizio cadiamo molte
volte in errore. Ad esempio, dall'inten
sità del tuono molti ne giudicano la lon
tananza; pure può avvenire che un tuono
noni di gran portata il cui rombo si
faccia sentire distintamente a distanza
maggiore di quella che basterebbe a
rendere impercettibile la scarica di can
noni di portata minore. Dunque la va
lutazione delle distanze col mezzo degli
orecchi suppone una esperienza combi
nata con un altro senso. Senza questa
esperienza, noi non avremmo alcuna
ragione di dire che i suoni deboli sono
più lontani dei suoni forti, giacchè vi
sono dei suoni forti che succedono a
distanza maggiore di quelli che ci sem
brano deboli. Nè meglio riescirebbe
l'orecchio solo a giudicare la direzione
delle onde sonore. É vero che portando
l'orecchio nella direzione delle onde so
nore la sensazione si accresce , ma
perchè mai l'orecchio giudicherebbe
che quell' accrescimento sia lo stesso
suono percepito più distintamente, an
zichè un altro suono più forte ? Se gli
occhi od il tatto non ci avessero mai
avvertiti che lo stesso suono si indebo
lisce o si rinforza secondo che l'orec
chio è più o men bene posto nella di
rezione della sorgente da cui partono
le onde sonore, certo l'udito solo non
ci avrebbe mai potuto istruire di que
sto fatto.
Il senso dell' odorato non è più di
stinto di quello dell'udito, sebbene per
cepisca delle impressioni che sono im
percettibili a tutti gli altri sensi. In
torno alla natura degli odori, fisici e
fisiologi sono ancora divisi in due o
pinioni; quella dell'emanazione, e quella
della vibrazione. Coloro i quali adot
tano la prima opinione suppongono che
dai corpi odorosi emanino delle parti
celle tenuissime ed imponderabili le quali
penetrando nel nostro organo produ
cono, mediante il contatto, la sensa
zione dell' odorato. L'altra opinione
422
SENSAZIONE
applica eziandio agli odori quella
legge di vibrazione che abbiamo attri
buita alla luce e al suono. Secondo
questa ipotesi i corpi odorosi, come i
luminosi ed i sonori, avrebbero una spe
ciale maniera di vibrazione, la quale
comunicandosi al mezzo ambientę, ir
raggerebbe tutt'intorno trasmettendo le
onde odorose fino a noi. Gli emanatisti
sostengono la loro opinione mostrando
che i corpi più odorosi sono quelli che
più facilmente si volatizzano; ma ri
spondono gli avversari che questa vo
latizzazione, se getta nell'atmosfera una
parte del corpo odoroso, deve natural
mente rendere anche più facile la per
cezione dell' odore, in grazia dei molti
centri di vibrazione che si stabiliscono
intorno a noi; che per questa ragione
1
molte essenze diventano più odorose
quando si volatizzano, mentre se si fiu
tano nelle boccette producono una assai
minore impressione sull'organo olfatto
rio . Aggiungono che certe sostanze,
come il muschio e l'ambra grigia, dopo
avere eccitate per parecchi anni le no
stre impressioni olfattive, se sono pesate
anche colle più perfette bilancie, non si
trova che abbiano diminuito di peso.
Ma contro queste dimostrazioni si ri
sponde che i nostri sensi sono assai
più sensibili delle nostre bilancie e che
l'ipotesi di un movimento vibratorio non
si accorda nè col trasporto degli odori
a distanze sovente enormi, nè con certe
condizioni della sensazione olfattiva ,
come sarebbe la necessità di una cor
rente d'aria per mettere l'apparecchio
dell'olfatto in rapporto col suo eccitante
naturale.
Comunque sia, o corpuscoli o vibra
zioni, il contatto o il movimento, per
essere percepito, deve essere comunicato
alla membrana olfattiva o pituitaria
onde sono rivestite le fosse nasali ;
cavità ossea che si trova sotto alla fronte
e che corrisponde alla parte superioredel
naso. Questamembrana del genere delle
mucose, nella partesuperiore e media è
intersecata da una quarantina di filetti
nervosi, i quali, dopo avere attraversato
i fori che crivellano la lamina dell'osso
etmoidale, riunisconsinel nervo olfattorio
incaricato di portare le sensazioni odo
rose al cervello.
I soliti fisiologi teleologi non hanno
mancato di ricercare nell'organo dell'o
dorato quella perfezione che essi tro
vano sempre in tutte lecose (v. CAUSE
FINALI). Dissero in prima che l' organo
dell'odorato, per la sua stretta relazione
coll'organo del gusto, ci era stato dato
per avvertirci della bontà delle materie
che ci prepariamo ad ingestire. Ma fu
osservato che nell' uomo l'odorato è il
senso meno perfetto di tutti gli altri, e
che sotto questo rapporto egli è meno
favorito di molti animali. Il nervo ol
fattorio dell' uomo è, in proporzione,
molto piccolo; il ganglio olfattorio è
molto gracile, e il signor de Blanville
lo dice addrittura rudimentario. Poco
estese sono le fosse nasali, ed il naso
esterno non è così ben disposto per ri
cevere gli odori come il muso del cane,
il grugno del porco o la proboscide
dell'elefante. I nervi che lo dovrebbero
muovere sono poco sviluppati, quasi
come quelli delle orecchie, che sono
nell' uomo affatto immobili ; e la mem
brana olfattoria presenta poca superfi
cie in confronto di quei giri doppi e
tripli che offrono i cornetti del cane.
Perciò nell' uomo gli avvertimenti del
l'odorato sono poco sicuri; non gli sve
lano la presenza di molti gas la cui
respirazione è funesta, e gli fanno in
vece incontrare un odore spiacevole nei
buoni alimenti e un gradevole odore in
molti veleni.
La speciale disposizione dell' organo
è quella che determina la natura degli
odori, che ce li rende grati o sgrade
voli indipendentemente dalla loro qua
lità intrinseca. Ciò che è odoroso per
un animale può essere inodoro per un
altro e ciò che piace ad una specie può
spiacere ad un'altra. Certe persone, dice
il signor Adelon, amano gli odori che
altri sfuggono; Luigi XIV, per esempio,
SENSAZIONE
gradiva gli odori virosi ; i Persiani qua
lificavano col titolo di cibo degli Dei
l'assa-fetida, che noi indichiamo col vo
cabolo di stercus diaboli.
423
scellare superiore e dal ganglio sfeno
Si è detto che gli odori gradevoli
hanno una diretta influenza sugli or
gani genitali, ed è un fatto ch'essi c'in
nebbriano e ci dispongono all'amore. Ma
èpur vero, come osserva il professore
Longet, che vi sono degli uomini i quali
nell'influenza esercitata dall'odore della
vulva sulla pituitaria, trovano lo sti
molo a disposizioni erotiche; come l'o
dore dell' uomo eccita in alcune donne
ardenti il bisogno del piacere. L'imma
ginazione coopera certamente a pro
durre in alcuni questo singolare feno
meno. Manegli animali questa influenza
delle impressioni olfattive è ancor più
pronunciata, poichè gli organi sessuali
delle femmine di molte specie,all'epoca
del rut sviluppano un odore forte e
speciale, le cui esalazioni sembrano at
tirare i maschi sulle loro peste.
Per la natura dell'organo che loper
cepisce, il gusto è il senso che piú di
tutti gli altri si avvicina al tatto. Per
svilupparsi esso ha bisogno del contatto
di un corpo estraneo, e questo contatto
deve operarsi in una maniera perfetta,
cioè colla dissoluzione delle parti sapide
entro gli umori secretati dalla bocca.
La sensazione del gusto, per comune
consenso, si esercita dalle papille che
si trovano sulla membrana mucosa della
lingua, principalmente formate dalle fi
nali estremità dei nervi, la cui tenuità
però è tale, che difficile è il vedere
com'essi vi si dispongano. Per la stessa
ragione difficile è il sapere quale dei
nervi che mettono alla lingua sia quello
chepresiede allaloro formazione e quale
meriti perciò di essere detto il nervo
del gusto. Vi sono state e vi sono tut
tavia delle controversie su questo pro
posito, giacchè molti nervi distribui
sconsi nella lingua, e sono: il nervo lin
guale, del quinto paio, il nervo grande
ipoglosso ed il grosso faringeo, come
pure alcuni filetti provenienti dal ma
palatino. Ma se uno o se diversi di
questi nervi cooperano atrasportare la
sensazione del gusto al cervello è que
stione indifferente per la filosofia.
Servendosi di una piccola spugna at
taccata all'estremità di un osso di balena,
Antonio Vernièr ha cercato di esplorare
quali parti della bocca fossero sensibili
alle impressioni sapide. Egli affermò di
avere costantemente trovate insensibili
all'azione dei sapori la membrana mu
cosa della volta palatina, delle gengive,
delle gote, delle labbra, della [regione
media e dorsale della lingua; mentre la
sensibilità gustativa fu da lui trovata
nella mucosa che copre le glande sub
linguali, la superficie inferiore, la punta,
i contorni e la base della lingua, le
due faccie del velo del palato e la fa
ringe. I signori Gussot e Admyrauld
rinnovando le esperienze in altre con
dizioni confermarono le conclusioni di
Vernière, colla sola differenza ch' essi
trovarono traccie di sensibilità sopra
una piccola parte della volta del palato
situata al centro della sua superficie
anteriore. I medesimi fisiologi si sono
eziandio proposti di conoscere se tutte
le superficie sensibili percepissero il
gusto alla stessa maniera, e i loro e
sperimenti li hanno condotti a conchiu
dere che molti corpi, e specialmente i
sali, producono sensazioni differenti se
condo che sono gustati dalla parte an
teriore della lingua oppure dalla poste
riore. Per esempio, dicono essi, lace
tato di potassa solido, d' una acidità
bruciante alla parte anteriore della
bocca, è amaro, insipido e nauseoso alla
parte posteriore. L' idroclorato di po
tassa semplicemente fresco e salato da
vanti, diviene dolciastro vicino alla gola.
Il nitrato di potassa fresco e piccante
sul davanti, nella parte posteriore della
bocca diviene leggermente amaro e in
sipido. L' alunno solido, poco sapido,
fresco, acido e molto stitico sul davanti,
nella parte posteriore dà un sapore
dolciastro senza alcuna acidità. Il sol
424
SENSAZIONE
fato di soda molto salato sul davanti, è
amaro sul fondo della bocca ecc.
Questi esperimenti sono adatti a ren
dere assai dubbioso il nostro giudizio sulla
vera natura dei sapori, e se poi teniamo
conto della diversità grandissima di gu
sti che si notano fra le diverse specie
animali e fra gli stessi uomini, potremo
facilmente essere condotti ad affermare
che i sapori non esistono fuori di noi,
ma che sono solamente in noi, o piut
tosto sono unafunzionedipendente dal
l'intima natura dei nostri organi.
Il gusto non somministra all'intelli
genza alcuna nozione estrinseca, salvo
la qualità sapida dei corpi gustati; esso
è assolutamente inetto ad obbiettivare
la sensazione, nè vi è alcun dubbio che
questo solo senso non basterebbe a darci
alcuna cognizione dei corpi esteriori.
Fu perciò detto che il gusto non è un
senso della intelligenza, madella nutri
zione. Se non che i teleologi hanno
trovato che la sua destinazione provvi
denziale era quella di farci scegliere,
fra le diverse sostanze che la natura ci
presenta, quelle che sono proprie a ser
virci d'alimenti. Questa proprietà non è
però rigorosamente vera. Vi sono delle
sostanze velenose o nocive all'ingestione
delle quali non proviamo alcuna nausea,
se pure tal fiata non hanno sapore gra
devole, mentre altre sostanze che sareb
bero eminentemente plastiche e nutri
enti ci ripugnano. Inoltre, se lo scopo
del gusto fosse stato quello di avver
tirci dei bisogni dello stomaco, pare na
turale che certi farmachi , che pure gio
vano adeccitare, a mantenere od ari
stabilire le funzioni dell' organo dige
stivo, avrebbero dovuto parere meno
ingrati all'organo del gusto.
In qual maniera i corpi agiscono
sull' organo del gusto per generare la
sensazione che gli è propria? Molte i
potesi furono fatte a questo riguardo,
ma tutte insufficenti. Alcuni hanno at
tribuito questa facoltà alla forma delle
molecole, ed in conseguenza hanno ri
ferita ladiversità dei sapori alla differen
te figuradelle molecole integranti; altri
alla natura chimica dei corpi; altri alla
vibrazione speciale delle molecole dei
vari corpi; ma tutto questo non ci a
vanza nella spiegazione del fenomeno,
come non ne erano avvantaggiati gli
antichi pei loro principii salino, acido,
o igneo che supponevano risiedere nei
corpi come causa dei sapori.
Noi dobbiamo confessare che tutte
le spiegazioni date su questo e sugli
altri sensi non ci spingono più in là
dell' idea di contatto (v. CAUSA) e che
nel resto siamo affatto all' oscuro sul
come questo contatto, secondo la di
versa natura dei nervi su cui si opera,
si trasforma in sensazioni diverse. Que
sta oscurità impenetrabile non ha però
in se stessa nulla di misterioso, e non
è in alcuna maniera l'indizio che sotto
il nostro involucro materiale si nascon
da uno spirito. Questa conseguenza sa
rebbe tanto fondata quanto quella di
quel selvaggio, il quale vedendo un o
rologio che si muoveva da sè, lo repu
tava un Dio. Il nostro corpo è una
macchina chiusa, i cui ordegni non co
nosciamo interamente. Noi nonpossiamo
aprire questa macchina senza scompor
la, senza guastarla e senza sospenderne
il movimento; noi non abbiamo mai
potuto seguire i movimenti del cervello
nelle sue intime fibre, nè percorrere
insieme alla sensazione i nervi condut
tori. L' anatomia spiega la forma e la
disposizione dei congegnidi questa mac
china, ma non la funzione; la fisiologia
colle sue vivisezioni si è inoltrata al
cunpoco nello studio dei movimenti in
azione, ma tosto che essa si spinge al
centro del movimento, le lesioni che
produce sconvolgono tutta la macchina,
e il movimento scompare. Qual maravi
glia, dunque, se la causa dell'azione ci
sfugge tuttora e se il nostro stesso corpo
resta per noi come una scatola chiusa?
Forsechè il solo pensiero può bastare a
darci l' idea di quel che siamo? Ma il
nostro io è la funzione, il risultato di
questa macchina che diciamo uomo,
SENSISMO O SENSUALISMO
non può trovare in sè che gli elementi
della funzione e non quelli della cau
sa. Se non fosse così, perchè mai gli
spiritualisti non intendono meglio lo
spirito di quello che noi intendiamo il
425
intesa da Cartesio, il quale sul pro
posito delt' idea di Dio così si cor
reggeva: « Quando dissi che l'esistenza
di Dio è naturalmente in noi, volli in
corpo? E perchè gli stessi materialisti
rientrando col pensiero in se stessi non
scoprono questa stupenda e misteriosa
causaspirituale, laquale, tuttochè non sia
altro che l'essenza di noi stessi, si ostinaa
restare per noi nel più profondo mistero?
Sensismo o Sensualismo.
Dottrina colla quale si dimostra che
tutte le nostre idee derivano dalla sen
sazione. Dopochè Platone aveva inse
gnato che le idee sono innate in noi,
(v. IDEE INNATE) Aristotile sorse a com
batterlo e a dimostrare il doppio prin
cipio : 1º nulla trovarsi nell' intelletto
che prima non esista nei sensi; 2º l'a
nima umana essere in principio una
tavola rasa sulla quale nulla è scritto.
Queste due opposte teorie subirono na
turalmente le fasi di favore e disfavore
acui soggiacquero successivamente i si
stemi di quei due filosofi; ma il pre
dominio era rimasto a Platone e le sue
idee innate, più o meno modificate, e
rano state accolte dai più rinomati fi
losofi del secolo XVII. Mentre Platone
considerava le idee come enti sostan
zialmente esistenti in noi, Cartesio le
aveva ammesse solamente come esistenti
per una certa disposizione dello spirito,
in potenza ; mentre Leibnitz credeva
che le idee stanno nello spirito come
una statua si trova in un masso di
marmo prima che ne sia tratta dallo
scalpello dell'artista. Per verità, il modo
che usavano questi due filosofi per con
cepire leidee innate differiva sostanzial
mente da quello di Platone, perciocchè
una disposizione dello spirito a produrre
una idea, non può dirsi ancora che sia
una idea, come la proprietà che hanno
i corpi di muoversi non può dirsi che
sia movimento. Una cosa non può es
sere e non essere al tempo stesso, e ciò
che è possibile non è ancora un fatto.
Questa sostanziale differenza fu pure
tendere soltanto che la natura ha po
sto in noi una facoltà mediante la quale
noi possiamo conoscere Dio; ma non ho
mai scritto nè pensato che questa idea
fosse attuale ».
Bacone fu il primo che intravvide
lamodernateoriadei sensisti, insegnan
do che le idee civengono trasmesse dai
sensi, i quali ne formano degli idoli
(idola) o delle immagini, grazie a certe
particelle materiali, le quali, come a
veva supposto Democrito, si staccauo
dagli oggetti, e per mezzo dei sensi si
introducono nel cervello. Questa teoria,
per quanto possa parer singolare, non
è poi affatto strana, se si considera che
l'ultima parola della fisiologia e della fi
sica, se non è favorevole ad una vera
epropria traslazione della materia, am
mette però una continuità di vibrazione
che, per la via dei nervi sensori, dagli
oggetti percepiti giunge al centro della
percezione (v. SENSAZIONE).
Il problema della filosofia sulla ori
gine delle nostre idee ha cominciato
ad essere metodicamente sottoposto ad
una accurata analisi delle nostre sen
sazioni nel 1694, nel quale comparve il
Saggio di Locke sull' umano intendi
mento. Questo celebre filosofo ha rigo
rosamente impugnata la dottrina carte
siana sulle idee preesistenti alla sensa
zione, ed ha dimostrato la verità dell'a
forismo aristotelico (v. IDEE INNATE).
Egli costruì arditamente una nuova
teoria, e dimostrò che tutte le nostre
idee, così le più semplici, come le più
complesse, derivano dalla sensazione e
dalla riflessione. Divise perciò l' espe
rienza in esteriore ed interiore e le idee
in due specie: quelle che vengono dal
l'esperienza esteriore, cioè dalle sensa
zioni, e quelle che derivano dall' espe
rienza interna, cioè dalla coscienza. Le
prime si riferiscono alle cose materiali ;
le altre alle morali.
426
SENSISMO O SENSUALISMO
Condillac ha rassodata la teoria di
Locke e l'ha anche perfezionata. Giu
stamente egli ha osservato che la di
stinzione del filosofo inglese, il quale fa
procedere le idee dai sensi e dalla ri
flessione è superflua. Sarebbe stato più
esatto, dic'egli, di non riconoscere che
una sola sorgente, sia perchè la ri
flessione non è essenzialmente diversa
dalla stessa sensazione; sia perchè essa
non è tanto lasorgente delle idee quanto
il canale per il quale esse derivano dai
sensi. Questa inesattezza, continua Con
dillac, quantunque sembri di poco mo
mento, rende molto oscuro il sistema di
Locke, giacchè lo mette nell' impossibi
lità di svilupparne i principii; ragione
per cui egli si accontenta di ricono
scere che l' anima comprende, pen
sa, dubita, crede, ragiona, vuole, riflet
te; che noi siamo convintidell'esistenza
di queste operazioni perchè le troviamo
in noi stessi e vediamo che contribui
scono al progresso delle nostre cogni
zioni.
Nel 1746 Condillac tentò didare un
nuovo saggio delle nostre facoltà senza
però riuscire più chiaro di Locke. Egli
stesso lo confessa, e ne ha poi fatta larga
ammenda, allorchènel 1754, pubblicando
il Trattato delle sensazioni, intraprese
vittoriosamente a ridurre nei loro primi
elementi le idee complesse che noi ab
biamo dei corpi. E fu in questo libro
che ritrattò il parere contrario a quello
che Locke aveva dato sul problema da
Molineaux proposto in questi termi
ni: >>>
(cop. cit. p. 3. с. 2).
L' autore segue a spiegarci come il
tatto istruisce gli occhi a vedere al di
fuori: « L'occhio, egli dice, è un or
gano che si limita unicamente a modi
ficar l'animo, e le sensazioni ch'esso le
trasmette nonhanno, come il sentimento
di solidità, quel doppio rapporto ilquale
fa che noi ci sentiamo, e che sentiamo
insieme qualche cosa esteriore a noi.
Esso non ha dunque per sè stesso la
facoltà di vedere gli oggetti colorati ;
SENSISMO O SENSUALISMO
gli abbisognano de'soccorsi per acqui
429
denza stessa é la cosa più difficile ad
starla.
>
A questedomande Diderot aveva cer
cato di rispondere prima di Condillac,
nelle sue Lettere sui sordo-muti stara
pate nel 1751, quando appunto Condil
lac, com'egli stesso afferma, stava lavo
rando intorno al suo Trattato delle sen
sazioni « La mia idea, dice l'autore
delle lettere citate, sarebbe, per così
dire, di decomporre un uomo e di con
siderare ciò ch'egli tiene da ciascun sen
so.
..
Sarebbe, a parer mio, una sin
golare società quella di cinque persone,
ciascuna delle quali non avesse che un
senso. Per la facoltà ch'esse avrebbero
di astrarre, tutte potrebbero essere geo
metri, intendersi a meraviglia e non in
tendersi che in geometria ».
Leibnitz che già dalungo tempo non
teneva più alcuna sentenza di Newton,
si risentì giustamente di questa defini
zione dello spazio come il sensorio della
divinità, e sostenne l'opinione cartesia
na, che lo spazio altro non è che la
relazione che noi concepiamo tra gli
enti coesistenti; non altro che l'ordine
dei corpi, la loro disposizione, le loro
distanze.
ANewton mancò il coraggio di ri
spondere direttamente al suo avversario,
e lasciò al suodiscepolo,il dottor Clarke,
la cura di difenderlo. Costui vi si ac
cinse infatti con ardore e comincid col
giustificare il maestro pel paragone
preso dal sensorio, attesa l'impossibilità
d'esprimersi chiaramente, diceva, in cui
uno si trova inqualunque lingua quan
do ardisce parlare di Dio. Quindi ri
battendo l'opinione di Leibnitz sullo
spazio, sostenne che se questo nor fos
se reale ne deriverebbe un assurdo ;
poichè se Dio avesse posta la terra,
la Luna e il Solenel luogo in cui sono
le stelle fisse, purchè la Terra, la Luna
e il Sole fossero fra di loro nel mede
simo ordine, in cui sono attualmente,
ne seguirebbe che la Terra la Luna
29
450
SPAZIO
•il Solesarebbero nel medesimo luogo | gli avversari di Descartes, non vi sa
in cui ora sono; lo che, diceva, è una rebbe vuoto, e lamancanza delvuoto to-- contraddizione nei termini.
glierebbe nell'universo la possibilità di
ALeibnitz non fu difficile di rispon
dere che se tutti i corpi dell' universo
fossero trasferiti in altro luogo, sarebbe
precisamente come se si trovassero nel
luogo stesso, poichè ciò che determina
il luogo è la relazione che esiste fra
essi corpi, e una volta che questa re
lazione rimane inalterata, non si può
dire che vi sia, nè i nostri sensi lo po
trebbero percepire, un cambiamento di
luogo; poichè cambiamento di luogo
importacambiamento di rapporti, e rap
porti possono bensì esistere tra i corpi,
ma non tra i corpi e il nulla.
Lo spazio e laduratasonoquantità,
ribatteva Clarke, dunque sono qualche
cosa di veramente positivo. Ma qui il
discepolo di Newton non rifletteva che
nè lo spazio nè la durata sono quan
tità, ma che le quantità sono propria--mente i corpi che occupano lo spazio
onei quali si manifestano ifenomeni di
successione che rappresentano la dura
•ta. Egli aggiungeva quest' antico argo
mento: Stenda un uomo il suo braccio
ai confini dell'universo; questo braccio
deve essere nello spazio puro, poichè
esso non è nel nulla ; e se si risponde
che esso è ancora nella materia, il
mondo in questo caso è dunque infini
to, il mondo è dunque Dio. Leibnitz che
era deista, nonostante la sua teoria delle
monadi, doveva trovarsi non poco im
barazzato per rispondere a questa do
*manda. Come mai un deista avrebbe
potuto ammettere la materia infinita ?
Newton si appoggiava forte a questo
argomento, che oggidì non ha piú alcun
valore, giacchè esso ha anzi condotto
direttamente al panteismo ed al mate
rialismo.
Di tutti gli argomenti addotti con
tro la negazione dello spazio come re
altà uno solo è adoperato dai filosofi
dei nostri giorni, i quali lo adducono
ancora come una prova inconfutabile.
Se tutto il mondo è pieno, opponevano
qualsiasi movimento, giacchè l'impene
trabilità della materia non permette
rebbe che un corpo entrasse al posto
occupato da un altro corpo.
Ho veduto molte volte addurre que
st' argomento ne' tempi nostri, da uo
mini eruditissimi, tra cui anche Tyn
dall, i quali mi parvero che neppur
sospettassero che Descartes vi aveva già
sufficientemente risposto. Ecco, infatti, in
qual maniera un autore anonimo suo
contemporaneo riassume la dimostra
zione della possibilità del movimento
nel pieno.
>
Per assai tempo, continua l' amico
mio Miron, io ho frequentato un cena
colo spiritista nel quale le comunica
zioni si fanno con un cestello munito
di una matita, sul quale un frequenta
tore delle sedute e la padrona della casa
pongono le loro dita. Codesta ultima
signora è uno dei medium più famosi,
avvegnachè dicesi che ella abbia otte
nuto un libro che in certo qual módo
serve di vangelo a una delle chiese spi
sitiste. Alle sue serate s' incontravano
spesso le sommitàdel magnetismo e dello
spiritismo, prova evidente che quello era
uno dei centri più importanti di rivela
zione. Là ogni spettatore può a suo ta
lento evocare lo spirito col quale vuol
essere in comunicazione. E tosto fatta
l'evocazione un signore, chepuò riguar
darsi come co-medium, prova una vio
lente scossa e annuncia che lo spirito
evocato è presente. L'evocatore fa poi
tutte le domande che crede, e il cestello,
mettendosi in movimento sotto le dita del
medium principale, traccia le risposte.
Parecchie fiate alcuni evocarono de
gli esseri immaginari, oppure dicendo
di voler fare l'evocazione mentale, nulla
invocarono. Il co-medium non perciò
cessava di provare le sue scosse, e at
testava con piena sicurezza la presenza
degli spiriti evocati. Malgrado poi la
diversità di questi spiriti, le loro ri
sposte sono di un carattere uniforme e
di una povertàveramente umiliante. Si
evochi Cicerone o Cadet Roussel, lo
stile ei pensieri sono sempre identici,
edenotano la stessa ignoranza. Eccone
un saggio.
L'illustre astronomo Arago essendo
evocato, dichiara che la scienza terre
stre èun nulla in confronto della scienza
celeste che egli possiede attualmente. Or
è possibile che così sia; ma siccome
non si possono revocare in dubbio le
matematiche, bisogna credere che quanto
aquesto ramo delle umane conoscenze
'gono di esercizi presso a poco eguali a
464
SPIRITISMO
lascienza celeste non può essere diffe
rente dalla nostra. Arago, divenuto più
sapiente, non può dunque aver disim
parate le matematiche. Lo si interroga
su questo proposito, e si vede che il
cestello, nè comprende la domanda, nè
pure il valore delle parole di cui si
serve. Lo si interroga allorasul sistema
del mondo, e il cestello risponde che la
terra non gira intorno al sole più che
il sole giri intorno alla terra, ma che
la terra oscilla (se balance ) intorno al
sole. Si domanda allora di quanti gradi
sia l'ampiezza dell'oscillazione, lo spirito
risponde : quattro miliardi di gradi.
L'interrogatore manifestando allora qual
chestupore per una tal risposta, il co
medium, iniziato certamente ai misteri
del cestello spiritico, si affretta a sog
giungere che questi gradi sono di 25
leghe ciascuno. I devoti sono incantati
di tal risposta ed hanno pietà della
scienza terrestre che non avrebbe mai
scoperte sì belle cose!
Gli evocatori ingeneralenon hanno
alcun dubbio sulla identità degli spiriti
che si manifestano. Però talvolta alcuni
vogliono accertarsene, ed invitano lo
spirito a fornirequalche prova indicando
peresempio il suo nome, o il tempo della
sua nascita o della morte. Lo spirito
allora risponde: scrivete dieci nomi fra
i quali io indicherò quello dello spirito
domandato. Per altro, cotesta prova non
riesce quasi mai.Unasignora di mia co
noscenza la quale avevaevocatoilmarito,
evoleva che egli indicasse il suo pre
nome, scrisse come gli fu prescritto, i
dieci nomi, fra cui era quello che si
doveva scoprire. Il cestello si mise in
movimento e percorse lentamente la
lista, e di tempo in tempo lapunta
della matita si avvicinava a un nome,
mentrechè il medium, cogli occhi fissi
sull' evocatrice, cercava di leggere sul
suo viso qualche traccia che gli accen
nasse aver egli ben indovinato. Non
trovandosi l'espressione cercata, il ce
stello fint col segnare a caso un nome:
scoraggiarsi, indicò unsecondo, poi un
terzo e fino a sette nomi senza coglier
nel segno! Cotali svarioni nonnocquero
minimamente al medium. Si sa bene
che gli spiriti liberati dai legami ter
restri obliano spesso le particolarità
della loro vita passata.
Grande è la lezione che ci dà oggi
lo spiritismo sull'attitudine dell'uomo a
credere e a creare il maraviglioso. Se
la scienza non fosse giunta ad una so
luzione abbastanza negativa, e non ci
garantisse oramai da ogni durevole
traviamento, lo spiritismo sarebbe di
ventato religione elegislatori inappella
bili i suoi sacerdoti.
Il lato temibile di questa nuova su
perstizione, destinata fra noi a morire
col secolo che le diede vita, non tanto
sarebbe statala sua stravaganza, quanto
l'
l'apparente sua connessionecolla scienza,
alla quale i suoi sacerdoti tentano rian
nodarla. Approfittandosi essi della u
mana credulità e delle superstizioni cor
renti, cercano di provare l'esistenza di
spiriti incorporei che col mezzo di tra
smigrazioni, vengono sulla terra ad a
nimare gli uomini, e ritornano nello
spazio dotati di una personalità e di
una volontà propria. Essi hanno inoltre
una forma, sono limitati, si trasportano
negli altri mondi a piacimento, e fra
loro si distinguono in più o meno puri,
cosicchè, come si è creato una scala
saliente e progressiva per gli esseri
viventi del nostro globo, lo spiritismo
la crea per gli spiriti. Possono essere
più o meno buoni, secondo il grado di
perfezione a cui sono giunti; ipiù im
perfetti sono anche quelli che tengono
ancora alla materia, dalla quale vanno
allontanandosi gradatamente, per avvi
cinarsi a Dio. Del resto, l'uomo, come
gli spiriti, sono destinati a progredire
e aperfezionarsi, sino aqual punto poi,
lo spiritismo non lo dice. Essi si incar
nano, siaper compiere unamissione, sia
per espiazione, e in tal caso diventano
ciò che volgarmente chiamasi l' anima.
Come nel mondo materiale, vi sono
esso si eraingannato Ricominciò senza
SPIRITISMO
nel mondo spiritico sensazioni e piaceri,
libero arbitrio, gerarchia, e tutta la
sequela dei mali, che,sebben diversi dai
nostri, non cessano però di esser mali.
Il fine ultimo della perfezione ci è rap
presentato dagli spiriti superiori, i quali
non potendo più oltre perfezionarsi, sono
interamente occupati aricevere diretta
mente gli ordini di Dio, a trasportarli
in tutto l'universo ed a vegliare diret
tamente alla loro esecuzione (Le livre
des Esprits, par Allan Kardec). Evi
dentemente lo spiritismo, che mostrasi
465
nel secolo nostro, nemmen fa d' uopo
dirlo, una religione o filosofia che pre
tende insegnare il modo di evocar gli
spiriti , che con mille illusioni tenta
di traviar le menti dei creduli ; che
dichiara il sonnambulismo l'effetto di
tanto avverso al suo mortal nemico il
materialismo, pare che non abbia sa
puto inventare di meglio che il tra
sporto della gerarchia sociale nello
spazio!
Il sistema, bisogna confessarlo, è in
gegnosissimo; esso però ha un difetto
solo, quello di mancar di prove. Infatti,
qual'è la base dello spiritismo? Il si
gnor Allan Kardec, che si può ritenere
sia stato il maestro di questa nuova
superstizione in Francia, lo dichiarava
in modo esplicito: la rivelazione, i mi
racoli, il sovrannaturale sono, secondo
lui, il fine ultimo della dottrina spiriti
ca, ed a questo fine pare che egli miri
sopra ogni altra cosa, procurando di
conformarvi la rivelazione degli spiriti
(L'Evangile selon le spiritisme). « Essi
non riflettono, dice egli, parlando degli
avversari, che facendo il processo al
meraviglioso, fanno anche quello della
religione che è fondata sulla rivelazione
esui miracoli ; ora, che è mai la rive
lazione se non una comunicazione extra
umana?
1. I fratelliPettyhannopresentato
parecchi dei fenomeni che essi avevano
annunciati, allorchè non venne presa
alcuna precauzione, tale da prevenire
lapossibilità di inganno, oallorchè que
ste precauzioni erano indicate dai te
stimoni e non escludevano perciò la
possibilità di questo inganno.
> 2. I fenomeni promessi o non si
sono prodotti, oppure la frode dei fra
accolto questa proposta. Alla seconda | telli Petty è stata svelata ogni volta che
seduta della Commissione essi hanno
enumerato i generi di fenomeni che co
noscevano ed hanno raccomandato di
studiare quelli che avvengono in pre
senza dei medium, cioè delle persone
coll'intermediario delle quali i fenomeni
si manifestano con maggior intensità e
precisione. Il signor A. Axakof ha pro
messo di presentare dei medium alla
Commissione. Questa, da parte sua, ac
cogliendo con riconoscenza il concorso
che le era in questa guisa offerto pel
compimento del suo mandato,hadeciso
di ammettere ai suoi esperimenti tre
testimoni designati dai medium, ha pro
posto di limitare le ricerche ai più sem
plici fra i fatti dello spiritismo, ed ha
dai membri della Commissione furono
prese lepiù elementari precauzioni per
confondere l'impostura.
>3. I testimoni, riferendosi ad una
lunga pratica dello spiritismo, ed ime
dium stessi, hanno posto alle sedute
delle condizioni, le quali escludevano la
possibilità di una osservazione esatta,
quali l'oscurità, la mezzaluce o l'allon
tanamento dei membri della Commis
sione ad una certa distanza dai medium.
>4. I testimoni adiverse ripresehanno
determinato molto diversamente le con
dizioni che essi pretendevano favorevoli
alla manifestazione dei fenomeni spi
ritici.
> 5. Alla sedutadel 20 novembre, si
fissato il termine di un anno per la du- | constato la rottura di una cortina po
rata dei suoi lavori.
Nel mese di ottobre 1875, due me
dium, i fratelli Petty, di Newcastle, che
il sig. A. Axakof aveva invitati a re
carsi a Pietroburgo, sono stati presen
tati alla Commissione. La loro qualità
di medium era attestata dauna dichia
razione scritta del signor A. Axakof e
danumerose testimonianze stampate che
provenivano dagli spiriti.
«La Commissione tenne sedute coi
fratelli Petty; i testimoni erano i si
gnori Axakof e Boutlerof. Secondo il
desiderio dei testimoni, le due prime
sedute furono occupate dai medium nel
far conoscenza coll' ambiente nel quale
erano chiamati ad agire. Le quattro se
dute successive sono state consacrate
allo scopo della Commissione ed ebbero
luogo nel mese di novembre. I loro ri
sultati furono i seguenti:
sta vicina al medium per isolarli dal
campanello, il cui tintinnio doveva co
stituire un fenomeno annunziato.
> Dopoquesti fatti il sig. A. Axakof
ha allontanato i medium dalla Commis
sione. I testimoni dichiarano oggi che i
fratelli Petty sono dei medium assai
deboli.
> In quanto alla Commissione, essa
ha, nella sua seconda seduta, dichiarato
che i fratelli Petty erano due impo
stori.
> Nelmese di gennaio 1876, il signor
A. Axakof avendo annunziato l'arrivo
dall'Inghilterra di madama Clayre, me
dium dilettante, la Commissione si èdi
nuovo radunata in seduta. I testimoni
hanno certificato alla Commissione che
la signora Clayre era un medium po
tente e che il professore Crooks aveva
fatto con lei inInghilterraparecchi de
SPIRITISMO
gli esperimenti che sonopresentati co
469
>3. I sollevamentideitavolini ordinari
me prove in favore dello spiritismo. La
Commissione decise di procedere imme
diatamente all'esame dei fenomeni spi
ritici manifestati in presenza della si
gnora Clayre, adoperando degli appa
recchi a questo effetto preparati, affine
di sostituire alle ossrrvazioni dirette,
che sono incomode e non lasciano trac
cia di sè, l'osservazione più probativa
delleindicazionidiapparecchi, la testimo
nianza dei quali è irrecusabile. Il sig.
A. Axakof ha riconosciuto l'uso degli
apparecchi possibile in questa circo
stanza, vista la potenza singolare del
medium e le esperienze di questo ge
nere che erano già state fatte con
quella persona.
> La Commissione tenne nelmesedi
gennaio quattro sedute colla signora
Clayre come medium e coi signori
Axakof, Boutlerof e Wagner come te
stimoni. I risultati furono i seguenti:
> 1. I testimoni hanno insistito sulla
necessità, per lo sviluppo dei fenomeni,
di tenere le sedute intorno ad una ta
vola,ordinaria ; alcuni membri della
Commissione non furono ammessi nella
sala delle sedute; fu loro persino im
pedito di fare delle osservazioni dalla
stanza vicina. Le sedute stesse attorno
ad una tavola ordinaria ebbero luogo,
grazie ai testimoni, in condizioni che
escludonolafacilitàd'osservare,lasciando
al medium piena libertà d'azione, senza
sindacato. É stato pure richiesto, per
esempio, che tutte le persone presenti
stessero contro la tavola, quando si u
diva il moto di questa, ciò che facili
tava la possibilità di farla muovere col
che si osservarono nelle sedute colla
signora Clayre, erano, per desiderio dei
testimoni e del medium, circondati da
condizioni tali, che il medium stesso
poteva scuotere il tavolino, avanzare i
piedi sotto il mobile e sollevare anche
questo . I membri della Commissione
hanno più volte osservato dei tentativi
di questo genere, ed hanno veduto il
piede del medium sotto quello del
tavolino.
> 4. Itestimoni nonhanno acconsen
tito che una volta all' uso d'una tavola
manometrica, provveduta d' apparecchi
destinati a misurare lo sforzo delle
mani apposte su quella tavola. Non
avvenne oscillazione, nè movimento, nè
sollevazione di quella tavola. I testimoni
hanno poscia respinto a più riprese
l'invito della Commissione di procedere
adelle osservazioni mediante apparec
chi misuratori.
> 5. Un tavolino apiedi curvi, che in
grazia della sua costruzione non era
facile a farsi oscillare colla semplice
pressione delle mani sulla tavoletta, e
che allontanava la possibilità di porre
un piede sotto il piede del mobile, non
si mosse una volta sola, sebbene si
fosse adoperato quando dei movimenti
erano avvenuti con una tavola ordi
naria.
> 6. Tutti i fenomeni chesiprodus
sero in presenza della signora Clayre
possono esser prodotti da qualsiasi per
sona che si trovasse nelle condizioni
favorevoli alla frode in cui, per deside
rio dei testimoni, questo medium era
collocato durante le sedute della Com
missione; i membri della Commissione
lo hanno provato da se stessi.
> Nelle ultime sedute colla signora
Clayre, la Commissione ha richiesto ca
piede senza esser veduti.
> 2. I movimenti e le oscillazioni di
una tavola ordinaria che ebbero luogo
nelle sedute, mentre le persone pre
senti tenevano sulla tavolale loro mani, ❘ tegoricamente che non si fossero più
sono stati incontrastabilmente prodotti
coll'aiuto delle mani del medium, come
impiegate delle tavole ordinarie, e che
I' osservazione dei fenomeni non a
si potè indurlodallaloro tensione e dai
loro cambiamenti di posto che prece
devano le mutazioni della tavola.
vesse luogo che col sussidio dei mezzi
proposti da essa.
I testimoni vi hanno aderito (il 27 •
470
SPIRITISMO
gennaio),ma esprimendo ildesiderio che
questi apparecchi fossero loro portati a
domicilio per essere anticipatamente e
sperimentati. Dopo aver ricevuto (il 28
gennaio) due di questi apparecchi, i te
stimoni hanno sospeso le sedute (il 2
febbraio) e in seguito (il 4 marzo) vi
hanno definitivamente posto termine.
Nelle dichiarazioni che essi hanno allora
presentato, i testimoni hanno rinnovato
l' assicurazione delle potenti facoltà me
dianiche di madama Clayre, e hanno mo
tivato il loro rifiuto principalmente sulla
prevenzione della Commissione contro
lo spiritismo, e sul desiderio di questa
di non fare l'osservazione dei fenomeni
dello spiritismo che con l'aiuto d'appa
recchi.
> La Commissione ha considerato al
lora come raggiunto il suo scopo, per
chè essa si era accertata che fra i fe
nomeni prodotti dal piùpotente medium,
in tutte le condizioni più favorevoli, non
ve ne era stato un solo che potesse in
dicare la esistenza di un ordine parti
colare di fenomeni costituenti lo spiri
tismo.
>> Nelle quattro sedute che essa ha te
nuto nel mese di marzo, la Commissione
ha discusso:
> 1. Dei dati stampati sui fenomeni
spiritici e sullo spiritismo in generale;
>> Delle prove ed osservazioni fatte
dai suoi membri, fuori del suo seno,
sopra dei fenomeni attribuiti allo spiri
tismo e prodotti con o senza la presenza
dei medium..
> 3. I suoi processi verbali e lestampe
ricevute alle sedute che essa tenne coi
medium Petty e Clayre, in presenza dei
signori Axakof, Boutlerof e Wagner,
testimoni.
> 4. Ledichiarazioniscritte da questi
testimoni alla Commissione.
contrastabilmentedeterminati dall'effetto
della pressione esercitata, intenzional
mente o no, dalle persone presenti; si
riferiscono cioè a dei movimenti mu
scolari consci e incosci; per spiegarli
non è necessario ammettere la esistenza
della forza o della causa nuova, accet
ta dagli spiritisti.
> 2.Dei fenomeni, qualelasollevazione
delle tavole o il movimento di diversi
oggetti dietro una cortina o neila oscu
rità, portano il carattere irrecusabile di
atti di frode commessi scientemente dai
medium. Allorchè delle misure efficaci
sono prese contro la possibilità dell'im
postura, questi fenomeni non avvengono,
oppure l'inganno è svelato.
> 3. I rumori e i suoninei quali gli
spiritisti vedono dei fenomeni aventi un
senso, e che possono servire a comuni
care cogli spiriti, stanno negli atti per
sonali dei medium ed hanno la stessa
importanzae lo stesso carattere dell'acci
dentalità o della frode, dei vaticini e dei
presagi di buona fortuna.
> 4. I fenomeni attribuiti all'influsso
dei medium chiamati medium plastiques
dagli spiritisti, come la materializzazione
delle varie partidegli spiriti e l' appari
zione di figure umane, sono incontra
stabilmente falsi; si deve infatti così
conchiudere, non solo per l'assenza di
qualsiasi prova precisa, ma ancora:
a) Dall' assenza di attitudine all'os
servazione scientifica nelle persone che
credono alla autenticità di questi-feno
meni, le quali descrivono ciò che hanno
veduto;
b) Dalle precauzioni che gli spiri
tisti e i medium chiedono ordinaria
mente alle persone davanti alle quali
devono compiersi questi fenomeni;
c) Finalmente, dai casi numerosi
nei quali i medium furono direttamente
>> Da quest' esame la Commissioneha convinti d'avere prodotto coll' impostura
tratto le seguenti conclusioni:
simili manifestazioni, sia da sè stessi,
> 1. Quelli fra i fenomeni attribuiti
allo spiritismo, che avvengono coll' im
posizione delle mani, come, per esem
pio, i movimenti delle tavole, sono in
sia col sussidio di terzi.
> 5. Nelle loro manifestazioni, le per
sone simili ai medium mettono a pro
fitto, da unaparte imovimenti inconsci
SPIRITUALISMO
einvolontari delle persone presenti, e
dall' altra parte la credulità dellagente
onesta, ma superficiale, che non sospetta
la frode e non prende precauzioni per
prevenirla.
> 6. Lamaggior parte degli aderenti
allo spiritismo non danno prova nè di
tolleranza per l'opinione delle persone
che nulla di scientifico scorgono nello
spiritismo, nè di critica per l'oggetto
della loro credenza, nè di desiderio di
471
partecipazione di persone umane alla
produzione di quei fatti; quando si os
servarono i principii razionali delle ri
cerche scientifiche, come consiglianoGay
Lussac, Arago, Chevreuil, Faraday, Tyn
dal, Carpentier e altri, è stato provato
che i fenomeni attribuiti ai medium so
no il risultato, o di movimenti involon
tari, che provengono da particolarità
naturali dell' organismo, o dalla furbe
ria, o dall' inganno di persone che por
studiare i fenomeni spiritici coll' aiuto
dei mezzi d' investigazione ordinari della
scienza. Però gli spiritisti diffondono
con ostinazione le loro idee mistiche,
dandole per nuove verità scientifiche.
Queste idee sono accettate da molti
perchè rispondono a vecchie supersti
zioni contro le quali la scienza e la
verità da gran tempo combattono. Gli
uomini di scienza che sono trascinati
dallo spiritismo, si comportano verso di
questo come dei dilettanti passivi di
spettacoli e non come dei cercatori di
fenomeni della natura.
> 7. Lepoche esperienze con apparec
chi atti a misurare, che si citano quali
prove in favore dello spiritismo, sono
state eseguite in condizioni, le quali
permettono giudizi precisi, e mostrano
che gli sperimentatori non conoscono
sufficientemente i metodi adatti allo
studio scientifico dei fatti nuovi e dub
biosi. Questi sono, per esempio, gli e
sperimenti eseguiti dagli spiritisti con
una membrana o con delle bilancie.
> 8. Ogni volta che degli spiritisti fu
rono invitati, o che si sono offerti a
provare coll' esperienza ciò che essi af
fermavano nei circoli delle persone che
conoscono le scienze esatte, esse si sono
volentieri messi all' opera, maognivolta
hanno interrotte le prove, hanno allonta
nato i medium e si sono lagnati delle
prevenzioni degli esperimentatori, appe
na trovarono che i fatti osservati erano
sottomessi ad un esame critico.
> 9. Allorquando lo studio dei feno
meni spiritici è stato circondato da pre
cauzioni atte a mettere in luce la
tano denominazioni analoghe a quelle
dei medium.
E ciò è quanto la Commissione ha
pure constatato nelle sue osservazioni
sui tre medium inglesi, che le furono
presentati dai nostri spiritisti.
Fondandosi sul complesso di ciò che
essi hanno appreso e veduto, i membri
della Commissione sono unanimi nel for
mulare la seguente conclusione: ifeno
meni spiritici provengono damovimeuti
involontari e da una impostura consa
pevole, e la dottrina spiritica è una su
perstizione.
Firmati: i membri della Commis
sione: Bo Bylef, aggregato di fisica al
l'Università di Pietroburgo.- Borgman,
preparatore al gabinetto di fisica del
l' Università di Pietroburgo
Bouly
guine- Hezehus, licenziato in fisica
Elenef preparatore al laboratorio di
chimica dell'Università di Pietroburgo-Krajëvitch, maestro di fisica all' isti
tuto delle miniere e alla scuola degli
ingegneri-Latchinof, maestro di fisica
all' istituto agronomico di Pietroburgo
Mendèleief, professore di chimica al
l' Università di Pietroburgo- Perrat,
professore dimeccanica-Pétrouschevski,
professore di fisica all' Università di Pie--
troburgo- Khmolowsly, maestro di fi
sica
Van der Vliet, aggregato di fi
sica all' università di Pietroburgo.
Pietroburgo, 21 marzo 1876.
Spiritualismo. Dottrina di co
loro i quali credono all'esistenza dello
spirito. La filosofia spiritualista è essen
zialmente cristiana, nè vi è esempio tra
i filosofici pagani, il qualeprovi che gli
472
SENSO COMUNE
antichi concepissero l' anima secondo
l'astrazione dei moderni spiritualisti.
Anzi, alcuni tra gli stessi padri della
Chiesa concepirono l'animain un senso
affatto materiale, come una sostanza
sottilissima, ma tuttavia molto diversa
daquella dello spirito. (Vedi ANIMA,
SPIRITO). Tra i filosofi cristiani, non
mancarono coloro che, come Priestley,
riconobbero non essere necessario am
mettere l'esistenza di uno spirito per
spiegare i fenomeni del pensiero, giac
chè Dio ha benissimo potuto dare alla
materia la facoltà di pensare, come le
ha dato quella di muoversi e di agire.
Anche Voltaire, che era Deista, aveva
sposato questa opinione V. SPIRITISMO.
Sensibilità. Suolsi definire la
sensibilità la facoltà di sentire; poi la
si considera come un fatto reale in se
stesso ben distinto dalla sensazione. Ma
se i metafisici facessero attenzione più
alla sostanza delle cose di cui trattano,
che alle parole colle quali le definisco
no, si accorgerebbero che la sensazione
contiene già in se stessa la sensibilità,
giacchè non vi può essere sensazione
che non sia sentita. Anzi, a propria
mente parlare, la sensazione non è al
tro che l'atto col quale sentiamo che
una modificazione si è prodotta in noi.
Or che cosa è la sensibilità? L'astra
zione appunto di questo atto, e non per
altro questo vocabolo entra nella cate
gioria dei nomi astratti. Sensibilità è la
possibilità di sentire. Ma questa possi
blità é qualche cosa od è niente? Per
essere qualche cosa bisognerebbe rap
presentarcela in azione; ma nel mo
mento in cui la sensibilità é, per così
dire, in atto, essa diventa sensazione.
Se poi si considera la sensibilità non
in atto, essa non ha niente di reale in
se, e indica solamente la facoltà che
hanno gli esseri vivi di provare sen
sazioni.
Questo così elementare ragionamento
basta a mostrare la vacuità di tutte le
disquisizioni che i metafisici si credono
in dovere di fare sulla sensibilità e mi
limito a rimandare il lettore all' arti
colo SENSAZIONE, per quella stessa ragione
che un professore di meccanica, do
po avere lungamente parlato del movi
mento, troverebbe affatto inutile didilun
garsi sulla mobilità, la quale non è
unacosa in se, ma una semplice parola
creata per indicare che icorpi possono
entrare in movimento. Cionondimeno
un filosofo contemporaneo, il signor
A. Franck membro dell' Istituto, ha tro
vato il modo di scrivere molte pagine
intorno a questa voce, sulla quale ci dà
delle notizie veramente peregrine, come,
per esempio, questa che non mi sarei
certamente immaginato di dover leggere
nei nostri tempi: « La sensibilità, se si
eccettuano le passioni, che sono l'opera
dell' uomo, é un movimento che emana
da Dio, una azione immediata della sua
potenza, che ci inclina senza costrizione
verso il nostro fine, e ci penetra senza
assorbirci ». Io capisco bene che col
l'intervento del Deus ex machina, i
metafisici spiegano facilmente ogni cosa,
ma sarebbe pur tempo che siffatti me
schini espedienti fossero lasciati ai te
ologi.
Senso comune. (Dottrina del)
Da tempo immemorabile teologi e filo
sofi cattolici hanno combattuto lo scet
ticismo coll' autorità della rivelazione e
col senso comune, o consentimento u
niversale. L'esistenza di Dio, la verità
della fede, la stessa autorità della rive
lazione, dicevano certissimamente con
fermate dall' universale consentimentodi
tutti gli uomini, i quali in tutti itempi
ein tutti i paesi hanno creduto e cre
dono in un Ente creatore e conserva
tore del mondo. Finché le cognizioni
antropologiche ed etnologighe furono
limitate a poche relazioni di missionari,
che d'altronde non erano divulgate,
questa dottrina sembrò fare buonapro
SI e
va; ma quando le comunicazioni
stesero e numerosi viaggiatori intrapre
sero lo studio dei costumi de' popoli
lontani, appari chiaramente che questa
supposta unanimità di credenza erame
SENSO COMUNE
ramente effimera; che vi sono popoli
increduli o credenti in esseri che non
possono in alcuna maniera riferirsi al
Dio metafisico immaginato dai cristiani.
(ν. ΑTEL, DIO, IMMORTALITÀ, SPIRITO).
Nemmeno come principio la dottrina
del senso comune potrebbe addursi in
prova di checchessia, giacché l' ade
sione unanime di tutti gli uomini non
173
Fra gli autori cattolici favorevoli
alla dottrina del senso comune, vuol es
sere ricordato Lamennais. Egli ha detto
che i nostri sensi c' ingannano, che la
ragione individuale è impotente a sco
prire la verità, e che l'uomo ridotto
alle sue sole risorse, non potendo cre
proverebbe che le cose sulle quali vi ė
unanime accordo siano vere; essa pro
verebbe solamente che gli uomini si
accordano a ritenerle tali; ogni di più
eccederebbe i limiti del sillogismo e
costituirebbe una conseguenza i princi
pii della quale non sarebbero contenuti
nella premessa.
Infatti, perché la conseguenza fosse
corretta, il sillogismo dovrebbe costru
irsi così:
dere, nè a Dio, nè all' universo, nè a
se stesso, cadrebbenel più assoluto scet
ticismo. Solo rimedio efficace contro il
dubbio egli credeva che fosse l' univer
sale consentimento, fondato sulla tradi
zione costante dell' umanilà alla quale
é stato rivelato quel vero ch' essa stes
sa è impotente a scoprire. Ma come
si potrebbe consultare questo senso co
mune? Lamennais trovava che il mezzo
era molto semplice. LaChiesa cattolica,
legittima depositariadella tradizione, era
anche l'organo per mezzo del quale la
Ciò che tutti gli uomini credono sic- tradizione parlava; e il papa che é il
come vero, é vero realmente.
Tutti gli uomini credono in Dio.
Dunque Dio esiste realmente.
Ma, domando io, esiste un solo filo
sofo il quale sia disposto ad ammettere
la maggiore di queste premesse? Io non
lo credo, giacché non vi é alcuno che
non veda a quali stolti giudizi esso ci
condurrebbe.
Se ciò che tutti gli uomini credono
é realmente vero; tutti hanno creduto
che il sole si muovesse intorno alla
terra; dunque sarebbe vero che il sole si
muove! Con questo principio non vi sa
rebbe errore santificato dai secoli e dal
l'ignoranza che non potrebbe essere di
mostrato per vero; e allascienza non re
sterebbe altro che raccogliere le antiche
credenze, siccome le più attendibili e le
più universalmente credute. (v. CERTEZZA
•REID).
Nella stessa religione il principiodel
senso comune potrebbe essere rivolto
contro la verità di molti dommi; e per
fino il cristianesimo dovrebbe essere con
siderato come una falsa rivelazione ,
quando fosse confrontato colla gran
maggioranza dei settatori di altre reli
gioni (V. RELIGIONI).
capo visibile di questa Chiesa ne era il
legittimo interprete (Essai sur l'indif
ference).
Grazie e questo consentimento uni
versale, Lamennais conferiva alla ragione
umana collettivamente, ciò che singolar
mente rifiutava ad ogni ragione parti
colare, e concretava poi in un solo uo
mo la collezione di tutte queste ragioni.
Finché Lamennais si attenne a questa
si poco liberale applicazione della dot
trina del senso comune, la Chiesanulla
trovò a ridire; ma venticinque anni ap
presso, quand' egli, piegandosi al movi
mento generale del pensiero, dettò l'E
squisse d' une philosophie, nella quale,
pur sempre restando prete, cessò di in
carnare nella Chiesa cattolica la rap
presentazione della ragione collettiva
dell'umanità, papa Gregorio XVI trovò
che quella dottrina era vana, futile e
incerta, e solennemente la riprovò nel
modo che segue: « Egli é assai deplo
revole il vedere in quale eccesso di de
lirio si precipiti l' umana ragione, al
lorché l'uomo si lasciapigliare all'esca.
della novità, e sforzandosi, malgrado
l'avvertimento dell' apostolo, a riescire
piu saggio di quel che abbisogni, trop.
474
SENTIMENTO
po fidente di se, reputa che la verità
possa cercarsi fuori della cerchia della
Chiesa cattolica .....
stupenda definizione che ha
solamente il difetto di non esser chiara;
manon si può volergli male per que
sto: il miglior professore di sentimen
talismo non potrebbe dircene di più.
Servet (Michele) Nacque nel 1509
a Villanova nell' Aragona. A 19 anni si
recò a Tolosa per studiarvi il diritto,
che abbandonò poi per dedicarsi inte
ramente alla teologia. Fra tutti i dommi
religiosi quello della trinità gli parve
il più strano, e il mendegno dellapub
blica fede, sicchè cercò di renderlo, se
non altro, più intelligibile, considerando
le tre persone divine come la semplice
manifestazione di un solo Dio. Trovata
questa spiegazione per lui soddisfacente;
sperò che i capi della riforma in Ger
mania sarebbero stati del suo avviso;
ne scrisse perciò ad Ecolampadio, ed
egli stesso si trasferì a Strasburgo per
conferire con Bucero. Ma ildabben uo
mo non aveva pensato che i capi della
riforma erano per lo meno tanto intol
leranti quanto i papisti: egli fu detto
un bestemmiatore ed un messo del
diavolo » e Zuinglio trascorse fino a
maledire il maledetto e scellerato Spa
gnuolo. Nonostante questa opposizione
pubblicò nel 1532 il libro sugli Errori
della Trinità e l'anno seguente i Dia
loghi sulla Trinita. Lo scandalo destato
da questi due scritti fu tale, ch'egli si
vide costretto a cambiar di nome e a
rifugiarsi a Lione, ove visse parecchio
476
SERVET
tempo in una tipografia, correggendo | lo calunnia, lo insulta, nè si sta pago,
bozze di stampa. Fatto che ebbe qual
finchè la sentenza di morte è pronun
che risparmio, si trasferì a Parigi, ove stu
diò le matematiche e la medicina,scienze
nella quale fu addottorato. Dopo avere
professato nel collegio dei Lombardi,
Pietro Paumier, suo discepolo nominato
vescovo a Vienna nel Delfinato, lo chia
mò presso di senellaqualitàdimedico.
Servet visse così tranquillamente dodici
anni, nel qual tempo alternò i suoi studi
di medicina con quelli di teologia, e
venne compilando un libro col titolo
Restitutio Cristianismi, nel quale in
tendeva di proporre una nuovariforma
della religione. Prima di pubblicarlo
egli entrò in corrispondenza con Calvino,
sperando forse di poterlo trarre alle sue
idee. Ma dopo parecchie lettere, il capo
della riforma di Ginevra, irritato forse
dall' ostinazione e dalle arguzie di Ser
vet, ruppe ogni commercio con lui.
Intanto il Servet mandò alla stampe
il suo libro, e poichè trovavasi in paese
cattolico, lo fece imprimere con tutta
segretezza, ma non tanto che Calvino
non ne avesse sentore. Il furore teolo
gico allora invase costui a tal punto,
ch'egli, capo della riforma, non temette
di far denunciare il suo avversario al
l' inquisizione cattolica. In quell' occa
sione, dice Gabriel, Calvino si mostra
talmente acciecato dal fanatismo, che
perde perfino le nozioni distinte del
bene e del male » (Hist. de l' Eglise de
Genève T. 2).
ciata contro di lui e il 27 ottobre 1553,
mandata ad esecuzione mediante il rogo.
Benchè oltre ogni dire abbattuto, Ser
vet rifiutò mai sempre di ritrattare le
sue opinioni, anche allora che gli fu
promesso di convertire la penadimorte
mediante il rogo,conquellaper la spada.
Egli perì tra le fiamme dopo mezz' ora
di inauditi tormenti.
Tra i capi d'accusa della sentenza
si leggono questi, i quali possono mettere
in luce quali fossero le eresie che cat
tolici e protestanti imputavano a Servet.
« Item. Ha spontaneamente confes
sato che nel libro Christianismi resti
tutio egli chiama trinitari edatei coloro
che credono nella Trinità.
io, con
è fatto arrestare dall' inquisizione e sot- tinua Calvino, essendo corrucciato di
toposto a processo. Un giorno però gli una assurdità si grossa, replicai di ri
vien fatto di fuggirsene; egli pensa di scontro: come, povero uomo, se qualcuno
recarsi a Napoli per esercitarvi la me- battesse col piede questo pavimento, e
dicina, e per la via delle Alpi scende a dicesse che calpesta il suo Dio non i
Ginevra all' osteria della Rosa. Appena norridiresti di aver assoggettata lamae
Calvino ha sentore dell' arrivo a Gine- stà di Dio ad un tale obbrobrio? Allora
vra del suo avversario, tostolo denun- egli rispose: io non dubito menoma
cia all' autorità criminale, e mette in mente che questo banco e questa cre
cauzione il suo stesso segretario accioc- denza e tutto ciò che si potrà mostrare
chè, secondo le leggi d'allora, avesse non sia la sostanza di Dio. Nuovamente
egli la parte di accusatore. Egli assale gli fu opposto che, a parer suo, dun
il suo avversariod' innanzi al Consiglio, | que il diavolo sarebbe sostanzialmente
SESTO EMPIRICO
477
Dio. Ridendo, egli arditamente rispose: | dallo affermare qualcosa,così senza mal
ne dubitate voi? Quanto ame tengo per
massima generale che tutte le cose sono
una parte e porzione di Dio, e che ogni
natura è il suo spirito sostanziale ».
animo contro altri, eglino espongono
le proprie dubitazioni sopra ogni ma
niera di discipline; dacchè non rinven
Sesto Empirico. Il luogo e il
tempo preciso della nascita di questo
filosofo si ignora. Sulla fe le di Diogene
Laerzio che lo annovera tra i discepoli
di Erodoto di Tarso, si crede general
mente ch' egli sia fiorito verso il prin
cipio del terzo secolo, e che sia origina
rio d' Africa. Ch' egli fosse medico ed
esercitasse l'arte salutare non è dub
nero in nessuna la verità che cercavano
con gli studi. « Nega, anzi tutto, l' esi
stenza della disciplina, argomentandone
e dalla indeterminata controversia dei
filosofi circa la essenza sua e dal non
potersi affermare quale si è la cosa in
segnata, chi l'istruttore, chi l' ammae
strato, e quale il modo dello appren
bio, poichè egli stesso lo afferma; e che
fra i medici egli appartenesse alla setta
degli empirici pare altrettanto certo,
per quanto dice Diogene, e per lo stes
so nome di Empirico che gliene è de
rivato. Null' altro si sa della sua vita,
nè pure delle sue opinioni in medicina,
giacchè le sue Memorie di medicina❘le, nè la istorica, né quella che con
andarono perdute.
dere. E come i principii e il metodo
generale della asserita disciplina si por
gono della grammatica; chiamandola
unalusingatrice sirena, entra sottilmente
amostrarla arbitraria ne' propri ele
menti, nelle leggi stabilite per le sil
labe, pei nomi, per lametrica, per l'or
tografia, per la etimologia; e ne deduce
non esistente nè la parte sua artificia
cerne i poeti e gli scrittori (L. 7) e
tanto meno quella chehaper iscopo di
rizzata la filosofia di Pirrone. Nel suo
libro Contro i matematici, egli confuta
i dommatici inqualsiasi scienza, i gram
matici dapprima, quindi i rettorici, i
geometri, gli aritmetici, gli astrologi,
e i musici. Più conosciute sono le sue
Ipotiposi pirroniane, che furono tra
dotte in francese prima da un tal Huart
col titolo: Les Hipotiposes ou Institu
tions pirroniennes (Amsterdam 1725) e
poi da Samuele Sorbière.
L'autore riproducendo le obbiezioni
di Pirrone contro i dommatici si di
chiara apertamente in favoredegliscet
Sesto Empirico é invece conosciu
tissimo nella filosofia per avere volga- persuadere, ossia la rettorica (L. II).
> Passa ai Geometri; e subito toglie
concludenza alle loro argomentazioni
chiarendo inefficace ogni discorso che
non abbia base dimostrata, come sono
i loro; costruiti sopra ipotesi, e con
principii egualmente indimostrabili (qua
li il punto e la linea), e da cui nessu
no può mai nulla togliere nè tagliare
(L. III ) Conlo stesso argomento della
impossibilità di aggiungere o sottrarre
qualcosa, confuta le teorie degli arit
metici massime pitagorici (L. IV).
>> Ingegnosi ed afforzati da giusta
erudizione, sono gli argomenti contro
gli Astrologi Caldei i quali, dice, in
vario modo fanno onta alla vita, fab
bricandoci una grande superstizione,
nè consentendoci operare nulla confor.
me a ragione (L. V.)
tici. Le parti principali di questo libro
vôlto in italiano da Stefano Bissolati,
essendostate riprodotte all'articolo PIR
RONISMO, gioverà qui citare il sunto che
lo stesso antore dà del libro contro i
matematici.
> Siccome i pirroniani accostatisi
alla filosofia per desiderio di incontrarsi
al vero, e non lo avendo trovato in
nessuna parte, per l' eguale peso di ra
gioni che stanno in tutte, si astennero
> Pur accordando che dalle armo
nie si sia potuto trarre bene, e dol
cezza, e conforti; incalza i musici col
mettere in aperto la nonesistenza delle
modulazioni e de' ritmi (L. VI).
> Spiegata la forma generale della
478
SOCINIANISMO
scettica, viene alla particolare, ossia a
quella che parzialmente combatte la
filosofia divisa in razionale, naturale,
morale. Nel primo libro (L. VII) contro
i logici diffusamente espone e sottil
mente oppugnaquanto erasidetto, circa
il criterio della verità, dai filosofi che
ne negavano la esistenza e da chi la
ammetteva; bene avvertendo essere que
sta la suprema delle indagini. Giac
ché o non si trova la regola per cui
conoscere la vera esistenza delle cose,
ebisognerà finirla coi grandiosi vanta
menti dei dommatici; o scorgerassi qual
cosa che valga acondurci allacompren
sione della verità, e meriteranno censura
di audaci gli scettici che sanno andare
contro alla comune credenza. « Nel se
condo (L. VIII) discorre in particolare
del vero, del segno, degli oscuri, della
dimostrazione, della materia della di
mostrazione e se la dimostrazione esi
sta. E poiché ha concluso che tutto è
incomprensibile e indimostrabile; e con
tro l' obbiezione che, quando non ci
abbia possibilità di dimostrazione, an
che il discorso dello scettico non vale
ed egli non può trarre arma che ab
batta il dommatico, risposto con l'ar
gomento dato nel Libro I. c. 8 delle
Istituzioni; entra in lotta (L. IX) coi
Fisici. E la critica è intorno i principii
naturali, gli dei, la causa e l'effetto,
circa il tutto e la parte e sopra il cor
po; e appresso dice contro del luogo,
del moto, del tempo, del numero,della
generazione e del corrompimento. Chiu
de la serie dei combattimenti opponen
do ai filosofi moralisti sopra i sette
punti fondamentali dell' etica: quale sia
il bene, e il male, e l'indifferente; se
per natura ci sieno il bene e il male; se
pure ammessa la esistenza del bene e
del male in natura, sia possibile il vi
ver felice; se chi astiensi dallo ammet
tere o dal negare l'esistenza del bene
e del male, incontri ed essere felice,
se una qualche arte si trovi per con
durre la vita; e se quella possa venire
insegnata ».
Socinianismo. Dottrina inse
gnata da Lelio e Fausto Socino, con
traria alla Trinità. Nel 1546 dopochè
le dispute di Lutero ebbero fatto ri
sorgere il gusto per le controversie re
ligiose, alcuni nobili stabilirono in Vi
cenza una Accademia collo scopo di
discorrere di siffatte materie. Lelio So
cino era nel numero di costoro, i quali
interpretando le scritture, dommatizza
rono che vi è un sommo Iddio che
hacreato tutte le cose pel ministero
del suo Verbo, che il Verbo è Figlio
di Dio; che il Figlio di Dio è Gesù di
Nazareth; e che Gesù di Nazareth è un
uomo. Questadottrinanon faceva molto
onore alla logica dei novelli Accade
mici; e tutto ciò che vi era in essa di
chiaro era la riproduzione della eresia
di Ario ( Vedi ARIO) che negava la
divinità di Gesù, e la sua consustan
zialità col Padre. Ma di pensare inque
sta guisa in quei tempi, nemmeno ai
nobili era cosa lecita,laonde, saputasi la
cosa, il governo ne fece arrestare alcuni
che mandò amorte; mentre altri, tracui
il Socino , si rifugiarono nella Polonia
dove l' unitarismo aveva fatto de' sen
sibili progressi. Lelio Socino fu ospi
tato dai nobili Polacchi, ma morì a
Zurigo il 17 Marzo 1562 senza aver
fatto molti proseliti. Alcuni anni dopo
Fausto Socino nipote di Lelio, dopo
aver brillato alla Corte ducale di To
scana, divisò d' intraprendere la car
riera teologica dello zio; fu a Basilea,
quindi nella Transilvania, e finalmente
l'anno 1579 giunse in Polonia. Quivi,
posto al sicuro dalle persecuzioni cat
toliche, non men che da quelle dei nuovi
protestanti pure tremendi nelle loro
vendette, armeggiò contro Lutero e
Calvino e ottenne di riunire in una sol
comunione le trenta e più Chiese an
titrinitarie che esistevano nella Polonia.
Morì nella villa di Luclavia l'anno 1604
e sul suo sepolcro fu posto un epitafio
latino che diceva così: Lutero distrusse
il tetto di Babilonia, Calvino ne ro-
vesciò le muraglie, ma Socino ne strap
SOFISMA
pò le fondamenta. Dopo la morte di
Socino non si spense l'eresia sua. Molti
nobili erano venuti al suo partito, e
questi in sì buon numero che nella Dieta
riuscirono ad avere il sopravvento e a
far proclamare la libertà di coscienza.
479
Nome dato da Augusto Comte alla fi
losofia della storia. Nel sistema positi
vista essa costituisce la prima parte
della filosofia morale, e si propone di
scoprire le leggi costanti che reggono
la successione degli avvenimenti sociali.
Ma non andò molto che Cattolici e
Protestanti insieme intolleranti che si
negasse la divinità di Gesù, unirono i
loro suffragi e riuscirono a far décre
tare che i Sociniani, o rientrassero in
una delle chiese tollerate, o uscissero
dai confini dello stato; il qual decreto
fu il segnale della persecuzione gene
rale di tutti gli stati contro i Sociniani
che riparavano entro i lor confini.
Dal catechismo di Cracovia compilato
da Socino si deducono i seguenti prin
cipii fondamentali della sua dottrina.
1. La sacra Scrittura è la sola regola
di fede, ed è interpretata dalla ragione.
2. Conseguenza di questo principio è
che i dommi della Trinità, della Incar
nazione, della Divinità di Gesù Cristo,
del Peccato originale, i quali non sono
chiaramente annunciati nella Scrittura,
non hanno diritto alla nostra fede. 3.
Del pari la creazione dal nulla non è
domma comprensibile nè credibile, poi
chè Dio non chiaramente lo palesò nella
Scrittura, dov' egli forma il mondo da
una materia preesistente ( Vedi "CREA
ZIONE). 4. Gesù è il divin verbo, figliuol
di Dio; Dio manifestatosi in carne, ma
questi simboli usati dai Sociniani non
hanno per loro che un senso puramente
metaforico. 5. Il battesimo e la cena,
come credono i protestanti, sono i due
soli sacramenti istituiti da Gesù, ma
non hanno altra virtù che quella di
eccitare la fede. 6. La risurrezione della
carne è impossibile, le pene eterne in
giuste: le anime dei malvagi saranno
(V. POSITIVISMO).
Sofisma. Chiamasi cosi ogni sil
logismo il quale, sebbene lasci intendere
di condurre a conseguenze assurde, pure
presentasi con certe forme sotto le quali
si è imbarazzati a scoprirlo, o almeno si
è imbrogliati a dire in qual parte il
ragionamento sia falso e capzioso.
Varie classi di sofismi si distinguono
nelle scuole, e a ciascuna classe l'antica
filosofia ha applicato uno special nome.
Prima classe. Grammatica fallace o
amfibologia; sorta di sofismi che deri
vano o dall' ambiguità dei termini o
dall' equivoco. Esempio: Dio è dovunque;
dovunque è un avverbio, dunque Dio è
un avverbio.
Seconda classe. Ignoratio elenchi ;
consiste nell' ignoranza del soggetto in
questione.
Terza classe. Petizione di principio.
Succede quando si vuol spiegare lacosa
che è in questione, con un' altra cosa
che essa stessa dev' essere provata, per
cui si torna ancora alla questione di
principio. Esempio: La Bibbia è infal
libile perchè lo afferma la Chiesa; la
Chiesa è infallibile perchè lo afferma la
Bibbia; dunque la Bibbia e la Chiesa
sono infallibili. Si capisce facilmente
che i libri dei teologi sono pieni di
petizioni di principio.
Quarta classe. Del falso supponente.
Supporre vero il falso è vizio più co
mune di quel che si pensa, ond'è che
in questa classe di sofismi cadono facil
mente i credenti, i quali deducono lo
annichilate. 7. A niuno è lecito guereg- giche conseguenze da falsi principii.
giare nè reclamare in giudizio la ripa
razione di una ingiuria, essendo queste
cose chiaramente divietate dal Vangelo,
equesto principio fu comune ai Qua
CHERI e agli ANABATTISTI.
Sociologia, o Scienza sociale.
Quinta classe. Non causa pro causa.
Prendere per causa ciò che non è causa.
In quest' anno è succeduta una guerra;
ma la guerra è stata preceduta dalla
comparsa di una cometa; dunque la co
meta è stata la causa della guerra.
480
SONNO E SOGNI
Sesta classe. Consequentis. Sofisma | tative, e sopprime solamente ifenomeni
che si fa quando si reciproca dove non della coscienza, della volontà, i movi
si può, perchè il soggetto della propo- menti muscolari e l' attitudine dei nervi
sizione non contiene tutto il suo predi- a trasmettere le sensazioni. La respira
cato. Ogni cubo è una figura, dunque zione e la circolazione deifluidi durante
ogni figura è un cubo.
Settima classe. Fallacia dicti non
simpliciter. Si fa quando da quel che è
vero in parte si conchiude che è vero
in tutto. Esempio: Pietro è buono; ma
Pietro è pittore; dunque Pietro è buon
pittore.
Sonno e Sogni. Il sonno e i
sogni sono stati argomento di non po
che controversie tra i psicologi, e hanno
fornito a Dugald-Stevart l' occasione di
un serio studio, per determinare quale
sia lo stato dell'anima nel sonno. I
fisiologi poi si sono occupatidello stesso
argomento per stabilire di qual natura
sia la funzione fisiologica del sonno, e
inqual maniera essa succeda. Comin
cerò da quest'ultimo argomento, dal
quale principalmente dipende la solu
zione del problema che si sono propo
sti i psicologi.
Cabanis ha definito il sonno
uno
stato che non è puramente passivo, ma
che è una funzione particolare del cer
vello, la quale succede quando si sta
bilisce in quest' organo una serie di
movimenti particolari, la cessazione dei
quali conduce il risveglio » (Rapport
du physique et du moral § XV). Que
sta proposizione avrebbe bisogno di es
sere provata, né alcuno ha ancor po
tuto determinare quali siano i movi
menti intracerebrali che producono e
mantengono il sonno. Buffon ha detto
più genericamente, ma perciò appunto
con maggior verità, che
il sonno é
un modo di esistere altrettanto reale e
più generale che ogni altro; che tutti
gli esseri organizzati i quali mancano
di sensi esistono in questa maniera >
(Hist. nat. t. IV). Questa definizione mi
pare preferibile a quelle più o meno
ampollose, date da vari fisiologi. In ef
fetto, il sonno lascia intatte tutte le
funzioniche, sarei tentato di dire, vege
il sonno continua regolarmente, ma i
nervi riposano, e coi nervi il cervello.
Tuttavia questo riposo non succede
immediatamente e in un sol tratto per
tutti gli organi. Generalmente laprima
azione che si sospende è lamuscolare; le
membra si rilassano e cadonopel pro
prio peso restando immobili nella posi
zione che si sono scielta e secondo la
disposizione delle articolazioni. Dumeril
ha dimostrato che nessuna azione vo
lontaria nè alcun sforzo muscolare de
vono esercitare gli uccelli per mante
nersi dritti sui rami durante il sonno.
Egli sostiene che uno dei tendini del
crurale passa sulla rotella per unirsi ai
tendini motori dei pollici , cosicchè
quando lagamba degli uccelli è pie
gata, i pollici si trovano mantenuti nella
flessione in una maniera fissa, perma
nente e solida, quantunque passiva.
Durante il sonno tutti isensi dimo
rano in uno stato di riposo. Non biso
gna però confondere questo stato colla
soppressione assoluta della sensazione,
poichè se ciò fosse si correrebbe peri
colo di non svegliarsi più. Il sonno ot
tunde i sensi, ma non li sopprime, e
numerosi esempi ci dimostrano che la
semplice eccitazione di un senso basta
a svegliarci. Spesso però accade che
quando l'eccitazione non è sufficente
mente forte e che il sonno è profondo,
la sensazione avvenga senza essere per
cepita. L'uomo addormentato spesso si
toglie da una posizione incomoda, ed
eseguisce dei movimenti muscolari. La
luce, dice il Prof. Longet, può manife
stare durante il sonno la sua azione
sulla retina senza che visia percezione.
Infatti le pupille dell' uomo che dorme
in un luogo oscuro sono dilatate, men
tre quelle di chi si addormenta alsole
cogli occhi rivolti verso quest' astro
sono contratte, come si contraggono
SONNO E SOGNI
eziandio quelle di chi, senza svegliarsi,
sia fatto passare dall' oscurità alla luce.
Il Prof. Longet attribuisce quest' azione
a un movimento riflesso dell' asse ce
187
Gli spiritualisti si sono proposti il
problema: Quale è lo stato delio spirito
rebro spinale. É certo però che alcune
volte l'impressione luminosa giunge
fino all' encefalo ed è da noi percepita
sebbene spesso non sia così forte per
svegliarci.
L'udito è l'ultimo senso che si ad
dormenta. Già i muscoli sono nel riposo,
e l'occhio più non percepisce la luce,
quando encora persiste l' udito. La vi
sta trova nelle palpebre un riposo con
tro le moleste impressioni esteriori, ma
I'udito non ha mezzo alcuno per sot
trarsi naturalmente all' azione dei suoni,
Quest' organo, dice Longet, che è il più
ribelle alle influenze del suono, è ezian
dio quello che più resiste agli attacchi
della morte: si ode ancora dopo che
tutti gli altri sensi hanno cessato di
vivere, nella stessa maniera che si ode
ancora quando tutti gli altri sensi dor
mono. É per l' organo dell' udito, con
tinua Longet, che penetrano sovente le
influenze soporifere, ed è per il suo in
termediario che gli altri sensi dormono
mentre esso veglia ancora. Però que
sta osservazione non mi pare esatta,
giacchè se è vero che certi rumori mo
notoni sembrano conciliare il sonno, è
pur vero che questo fatto non può at
tribuirsi ad altro che ad una nostra
illusione. Infatti, niuno può negare che
il silenzio sopratutto sia favorevole al
riposo, e che chi si addormenta nel si
lenzio è senz' altro svegliato da ogni
piccolo rumore. Che se noi riusciamo
ad addormentarci nonostante certi ru
mori regolari e continuati, ciò si deve
attribuire al fatto che tutte le impres
sioni eguali e continuate, divenendo, do
po un certo tempo, abituali, l'organo
finisce per adattarvisi e a restarvi pres
sochè indifferente. É in questa maniera
durante il sonno? E tutti si sono ac
cordati nella sentenza, che durante il
sonno lo spirito non è come il corpo
in uno stato speciale, ma ch'esso ve
glia sempre. Essi erano condotti neces
sariamente a questa affermazione, dalle
conseguenze imperiose del loro sistema,
imperocchè ammessa che sia una so
stanza semplice, indivisibile, immutabile
ed essenzialmente pensante, com'è lo
lo spirito, la cessazione del pensiero
non avrebbe potuto a meno di condurre
la cessazione o la modificazione della
sostanza. Ma nè lo spirito può cessare
di essere senza diventare mortale, nè
può trasformarsi, perchè essendo sem
plice e indivisibile ogni trasformazione
cambierebbe essenzialmente la sua na
tura. Gli spiritualisti hanno perciò as
serito che nel sonno del corpo la vo
lontà esiste pur sempre, tuttochè perda
la sua influenza sui membri del corpo.
«Io consento che il corpo del Si
gnor Voltaire sia trasportato senza ce
rimonia, rinunziando a questo riguardo
a tutti i diritti curiali che mi competono».
>
«Attesto e dichiaro che io sono stato
chiamato per confessare Voltaire, che
ho trovato, permancanza di sentimenti,
incapace di essere ascoltato in confes
sione
Non tocca a noi parlare delle opere
semplicemente letterarie di Voltaire ed
esporne i pregi ed i difetti. Non accen
neremo quindi che i suoi lavori filosofici
e quelli che hanno una qualche re
lazione colla filosofia.
Presentasi prima il saggio sui co
stumi e lo spirito delle nazioni, che
è forse l'opera più ragguardevole usci
ta dalla sua penna. Con tutt'altro scopo
continua il lavoro omonimo di Bossuet,
rire in pace! Il curato di S. Sulpicio | incominciando ove questi fini,dalla fon
ciò udendo, rivolto ai circostanti: voi dazione, cioè, dell'Impero diCarlomagno.
VOLTAIRE
Ma mentre Bossuet proponevasi di ser
vire alla gloria ed al consolidamento
della religione cattolica, Voltaire invece
combatte arditamente per avvilirla, anzi
per distruggerla. Bossuet riferisce alla
istituzione del cristianesimo come al loro
unico fine tutti gli avvenimenti: Voltaire
gli attribuisce come a vera causa di quasi
tutti i delitti e dei mali che desolarono
l'universo dalla fondazione dell'Impero
d'occidente in avanti. Implacabile nella
ricerca del vero, distrugge, nella sua
rapida corsa attraverso i secoli, la fa
527
di Voltaire vogliono essere menzionati
le Questioni sull'enclopedia, pubblicate
in seguito col titolo, per vero poco me
ritato, di Dizionario filosofico; il Filo
sofo ignorante; La bibbia infine spie
gata; Esame importante di milord Bo
linbroke; Commentario su Malebranche,
Trattato della tolleranza; Storia dello
ma di civilizzatore usurpata dal cristia
nesimo, lacera il velo che copriva le
infinite infamie commesse dal clero e
dai suoi seguaci in nome della religione,
ne palesa le debolezze, i vizi e i de
litti, imprimendo al papismo ed ai suoi
ministri un marchio disonorante che
non potrà più venir cancellato. Così
l'opera spetta meglio alla filosofia che
allastoria, perché gli avvenimenti vi sono
riferiti non tanto per sè stessi, quanto
come argomento alle riflessioni che vi
fanno seguito. Fedele al suotitolo attende
principalmente a far conoscere i costu
mi e lo spirito delle nazioni, e nulla
conveniva meglio al suo ingegno tanto
abile nel cogliere i tratti caratteristici
dei costumi, degli usi, delle opinioni e
dei pregiudizi.
Poche letture poi sono dilettevoli
quanto i romanzi di Voltaire, e quasi
tutti hanno uno scope filosofico. Cosi
Candido, quadro giocoso delle miserie
della vita umana è una confutazione
del sistema ottimista, che già l'autore
aveva combattuto in modo più serio
manon più efficace nelpoema: il Disa
stro di Lisbona. Mennone tende a pro
vare che il proporsi di essere perfetta
mente ragionevole è pretta pazzia, tanto
gli avvenimenti trascinano l'uomo con
maggior forza de' suoi propositi. I Viag
gi di Scarmentado, la visione di Babuc,
Micromegas ecc; celano sotto finzioni
d'ordine naturale qualche principio di
filosofia speculativa o qualche verità di
morale pratica. Tra i libri di filosofia
stabilimento del cristianesimo; e molti
scritti minori. La maggior parte di queste
opere comparve sotto una quantità di
pseudonimi, ch'egli per la necessità di
nascondersi, cambiava ad ogni tratto.
Senonchè quando alcune volesse de
terminare in che precisamente consista
la filosofia di Voltaire, arrischierebbe
di trovarsi gravemente imbarazzato. La
sua, più che altro, è una dottrina nega
tiva: sottrarre l'umanità al predominio
di quell'ammasso informe di assurdi e
di pregiudizi che costituiscono le reli
gioni rivelate, ecco l'unico concetto che
predomina nelle numerosissime opere di
Voltaire. Le altre questioni filosofiche
lo preoccupano generalmente benpoco:
talora con quell'acutezza onde il suo
genio getta così spesso splendidi lampi,
d'una sola frase incisiva affronta e ri
solve i problemi più difficili: talora in
vece si lascia trascinare daidee precon
cette, cade in inesplicabili contraddi
zioni, e assale con indegni improperi i
materialisti più illustri, tali che Hol
bach e La-Mettrie ch'egli combatte,
non già argomenti, ma col sarcasmo.
Leggendo gli scritti di Voltaire più
volte accade di trovarlo in contraddizione
con sè stesso, sì perchè sovente egli
stesso si compiaceva di occultare il suo
pensiero, sì perchè talora le sue idee
stesse si vennero modificando. Ad esem
pio, mentre nel 1839 in una lettera ad
Helvetius egli sostiene il libero arbitrio,
nel Filosofo ignorante, partendo dal
principio che nessun effetto vi è senza
causa, conclude che se noi siamo liberi
di seguire gl'impulsi dellanostravolontà,
questa volontà è però necessariamente
determinata da cause.
Voltaire si dichiarò più volte puro
sensista ; la teoria delle idee innate
sembrava a lui come già a Locke il
nec plus ultra dell'assurdo. A convin
cersene basta leggere in Micromega
il brano in cui adopera la sua sottile
ironia contro quel paradosso: » Il car
tesiano prese la parola e disse: l'anima
è uno spirito che nel ventre della ma
dre ricevette tutte le idee metafisiche,
e che uscendone è obbligato di andare
alla scuola per imparare tutto ciò che
sapeva così bene e che non saprà più.
Non valeva adunque la pena, rispose
l'animale di otto leghe, che la tua ani
ma fosse così sapientenel ventre di tua
madre, perchè poi tu avessi a finire
cosl ignorante, quantunque abbi già il
barbuto mento.
..... Un piccolo seguace di Lo
cke.
io non so, disse,come penso;
so che non ho pensato che all'occasio
ne de' miei sensi.
La bestia di Si
rio sorrise, non trovando costui ilmeno
saggio, e l'avrebbe abbracciato senza
l'estrema sproporzione » (Micromega.
cap. VII) Eppure ad affermazioni così
recise, invano si ricercano conseguenze
egualmente risolute. Voltaire non sa
indursi a negare nè l'esistenza di una
legge morale, né Dio, nè la libertà e
nemmeno la vita futura.
Dirò di più: egli anzi, quanto al
meno alla legge morale, a Dio, alla li
bertà, le ammette in guisa da escludere
ogni equivoco.
Perlaprimaveggasi ad esempio quan
to esso scrive in Cu-Su et Kou: » Kου
La setta di Laokium dice che non vi
ènè giusto, nè ingiusto, nè vizio, nè
virtù.
Cu-Su. La setta di Laokium dice
forse anche che non vi è nè salute nè
malattia ?»
Enel filosofo ignorante: «Vi sono
mille differenze, in mille circostanze,
nella interpretazione della legge morale:
ma il fondo rimane sempre eguale, ed
è l'idea del giusto e dell'ingiusto » .
Voltaire era deista e per sessan
t'anni lotto in tutti i modi a difesa di
questa idea: negò la generazione spon
tanea che era un argomento in favore
dell'ateismo, e fece ogni sforzo per com
battere lecause finali,mentre poi, senza
pur avvedersene, deducela maggior co
pia delle sue prove dell'esistenza di Dio
dalla perfezione del creato.
Il pensiero di Voltaire non è così
esplicito intorno alla natura dell'anima,
ch'egli ammette possa anche essere ma
teriale. » Le voci materia e spirito,
scriveva nel Filosofo ignorante, non so
no che parole; noi non abbiamo alcuna
nozione completa di queste due cose.
In sostanza, vi è tanta temerità a dire
che un corpo organizzato da Dio stesso,
non può ricevere il pensiero da Dio me
desimo, quanto sarebbe ridicolo di dire
che lo spirito non può pensare ».
Diffatti Voltaire non ammetteva che
la ragione fosse privilegio esclusivo del
l'uomo, e su questo argomento com
battendo l' opinione contraria dei car
tesiani, diceva:
<<<Quelli che non ebbero il tempo di
osservare la condotta degli animali, leg
gano nell' Enciclopedia l'eccellente ar
ticolo ISTINTO: saranno convinti dell'e
sistenza di questa facoltà, che è la ra
gione delle bestie, ragione tanto infe
riore alla nostra quanto lo è uno spiedo
all'orologio di Strasburgo: ragione limi
tata ma reale: intelligenza grossolana,
ma intelligenza dipendente dai sensi
COME LA NOSTRA ecc. » (Dialogo XXIX
Gli adoratori e le lodi di Dio).
In sostanza, giovaripeterlo, Voltaire
nè segui, nè creò alcun vero sistema
filosofico positivo: indipendente da tutti,
bene spesso anche dasè medesimo, non
esaminò con attenzione delle dottrine
filosofiche che quelle le quali servivan
gli per il grande scopo della sua vita:
la lotta contro la superstizione; le altre
non approfondi, ma accetto o respinse,
ZENONE
meno per convinzione ragionata che
per inclinazione. Cionondimeno egli
resterà sempre uno delle più splendide
figure del suo secolo, ed il suo nome
sarà sempre onorato, perchè indissolu
bilmente congiunto alla storia della
529
lotta, iniziatasi prima di lui ma da lui
capitanata per tanto tempo; lotta del
buon senso contro lasuperstizione, della
tolleranza religiosa e politica contro
l'assolutismo del progresso,contro l' im
mobilità e l'oscurantismo.
Z
Zenone. Nacquea Cizianell' isola
di Cipro verso l'anno 358 a. G., e morl
adAtene verso l'anno 260. Figlio di
un ricco mercante d' origine greca, si
esercitò per tempo nello studio della
filosofia coi libri che il padre gli por
restano i titoli, tali che quelli dei libri
sull' Etica di Crate, Sull' istinto, Sulle
passioni, Sull' Essere, Sui segni, e l'Arte
dell' Amore. Ciò che si sa della dottrina
di Zenone, grazie agli scritti dei filosofi
e deicommentatori antichi, è abbastanza
confuso; nè è facile a distinguersi cid
tava, ritornando dai suoi viaggi nella
Grecia. Venuto ad Atene si fece disce- | che gli appartiene in proprio da quello
polo di Crate il cinico e dalui apprese
a disprezzare i bisogni del corpo e a
dominare coll'impero della volontà le
che alle sue opinioni fu aggiunto dai
discepoli.
Dicesi che fosse il primo ad intro
durre il dilemma nelle dispute filosofi
che, e ch'egli usasse una dialettica ro
busta e incalzante che distruggeva le
argomentazioni piùsicure de' dommatici.
passioni, i desideri e il dolore. Ma se
adottò le massime della scuola cinica,
non così ne approvò le forme esterne,
e l'ostentazione che i cinici ponevano
nel mostrarsi in pubblico noncuranti nel | Par che ammettesse un'unitàdetta Dio,
vestire. Si aggregò in seguito alla scuola
e che questa unità confondesse col mon
megarica ed all' accademica, e, se cre
diamo aDiogene Laerzio, vent' anni più
tardi, prese egli medesimo ad insegnare
filosofia in Atene. Scelse a luogo dei
suoi convegni coi discepoli il portico
(Stoa) dell' Azora, d'onde derivò il no
me alla scuola stoica da lui fondata.
(V. STOICISMO). Presto egli salı in tanta
fama, che Antigone Gonata, re di Ma
cedonia, si ascrisse ad onore di mettersi
fra i suoi discepoli; Tolomeo Filadelfo
lo chiamò, sebbene invano, nell' Egitto,
e Atene gli conferì il diritto di citta
dinanza.
Resistendo alle splendide offerte che
gli venivano fatte, Zenone preferì re
stare in Atene, ov' egli condusse vita
frugale, e mantenne ne' suoi costumi
una purità che nessuno gli contesta.
Gli scritti di Zenone andarono tutti
perduti, e d'alcuni di essi soltanto ci
do che diceva eterno. La creazione ne
gava pel noto principio che dal nulla
si fa nulla, e che ciò cheesiste da tutta
l'eternità non può produrre cosa di
versa da se. Più unità, ossia più Dei
non poteva ammettere, conciossiachè se
essi anche avessero perfezioni eguali,
non potrebbero esser Dei, non essendo
ciascun di loro, preso isolatamente, nè
il più grande, ne il più potente, nè il
più perfetto. Zenone sosteneva con Se
nofane, che se Dio è uno, deve avere
forma sferica, giacchè la Divinità per
essere perfetta deve essere in ogni parte
simile a se stessa; e la sfera non può
essere nè infinita nè circoscritta, giac
chè circoscritte sono le cose finite, e
infinito è il solo nulla, il quale nonha
principio, nè mezzo, nè fine. L'unità
non può essere neppuremutabile o im
mutabile, non essendovi d'immutabile
530
ZUINGLIO
che il solo nulla, il quale non può cam
biarsi nè unirsi con le cose esistenti;
nè pure potrebbe mutarsi, poichè ogni
cambiamento importa movimento, e per
chè col cambiamento la sostanza unica
cesserebbe di esser tale. La divinità di
Zenone è dunque un essere unico, sfe
rico, sempre eguale a se stesso; nè fi
nito, nè infinito; nè mutabile, nè in mo
vimento.
Sulla pluralità delle cose Zenone
cadeva nello scetticismo, giacchè egli
si sforzava a dimostrare che il ragio
namento è impotente a provare che e
sista qualche cosa o che esista nulla.
Essere o non essere eran per lui forme
di dire, e il nulla a suo credere esisteva
tanto bene quanto l'esisteate. Le prove
empiriche respingeva siccome inefficaci
acondurci alla ricerca dellaverità; per
chè secondo lui contro il ragionamento
che dimostra non potere esistere che
un essere unico, l'esperienza a nulla
giova. Quanto all'essere unico, egli
argomentava che fosse prova, non ne
gazione del nulla, poichè, diceva, se e
siste un essere unico, quest'uno è in
divisibile; ma ciò che non è divisibile
non è qualche cosa, perchè non si può
porre nel numero degli esseri ciò che
per sua natura, se è aggiunto ad un
altro, non arreca aumento, distaccato
non vi produce diminuzione: dunque
I'essere unico è nulla, e non esiste pro
priamente un essere.
Le sottigliezze di Zenone per negare
il movimento e l'empirismo l'hanno
fatto considerare da alcuni come un
sofista. Certo è che l'unitá del suo es
sere sferico lo dimostra fedele alle ten
denze panteistiche degli eleatici e che
i cavilli da lui adoperati per negare
la realtà obbiettiva delle cose, ci ri
cordano le vane disquisizioni degli i
dealisti. Aveva molti discepoli, che al
cuni sommano fino a ottantamila, nu
mero per certo esagerato, ma che ad
ogni modo prova sempre il facile di
vulgarsi della sua dottrina. Questo fi
losofo, che fu riguardato siccome un Dio,
presso amorire confessò ai suoi seguaci
che aveva loro sempre taciuta la verità,
e che essendo venuto il momento di
togliere le metafore ond' egli usava, li
ammoniva che nessuna ricercapuò farsi
con speranza di conseguire la cono
scenza delle essenze, giacchè il nulla
ed il vuoto sono il principio di tutte
cose.
Zuinglio (Ulrico). Capo della
setta protestante che da lui s' intitola.
Nacque nella Svizzera e fu curato della
primaria parocchia nella città di Zu
rigo. Disputano iprotestanti per sapere
se prima o contemporaneamente a Lu
tero predicasse la riforma. Certo è che,
o prima o poi, questi due riformatori,
senza nemmeno affiatarsi nèconoscersi,
predicarono quasi insieme li stessi prin
cipii. Per altro, Zuinglio dissentiva dal
la riforma luterana intorno a due punti,
il primo dei quali è la rigida prede
stinazione predicata da Lutero, in forza
della quale niuno può salvarsi se non
è daDio predestinato. Zuinglio sperava
di addolcire quest' empio domma sup
ponendo che eziandio i pagani potes
sero salvarsi colle loro virtù e per una
certa qual grazia giustificante che, al
postutto, diventava ancora predestinante,
poichè proveniva dall' alto e non dal
l'uomo. Il secondo punto dottrinale sul
quale Zuinglio differiva da Lutero, era
la cena, od eucaristia intorno allaquale,
mentre Lutero sosteneva il domma della
presenza reale di Gesù Cristo, quan
tunque negasse la transubstanziazione ,
Zuinglio invece non voleva riconoscere
che una semplice commemorazione. On
de diceva che nelle parole di Gesù:
questo è il mio corpo ecc. il verbo è e
quivale a significa, nello stesso modo
che nella Bibbia è detto: L'agnello è
la Pasqua, per indicare che è il segno
0
la rappresentazione della Pasqua
(Esodo XII. 27).
WICLEFF
W
Wicleff. Nacque a Wicleff nella
provincia di Yorck nell' anno 1329; fu
professore di teologia e capo della setta
dei Wicleffisti. Egli accusò il papad'es
sere simoniaco ed eretico; il potere dei
vescovi negò, gli ordini monastici chia
md sette, l'eucaristia una falsità, le
preghiere per i morti inutili pratiche.
D'onde si vede che Wicleff fu uno
dei più arditi precursori della riforma
inglese. Molti seguaci egli ebbe, e come
lui arditi, ma il papa ancor troppo do
minava nella Chiesa inglese perchè po
531
tessero i loro sforzi sortire allora piena
efficacia. Wicleff mori paralitico il 28
Dicembre del 1384, non prima di aver
sentita l' Università di Oxford condan
nare 278 proposizioni estratte dai suoi
libri. Il clero scomunicò poi i suoi pro
seliti e ottenne dal re vari editti, in
grazia dei quali alcuni eretici furono
mandati al rogo. I libri di Wicleff por
tati nella Germania furono stimolo e
fondamento alla nuova eresia di Gio
vanni Huss.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.


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