a arte ve n'ha tantequanto in chimica, in me dicina, in astrologia.>>> Metempsicosi. Dottrina religio sa la quale suppone che le anime u mane dopo la morte passano in altri corpi. Par che i più antichi credenti nella metempsicosi siano stati gl'indiani (V. BRAMANISMO, BUDDISMO). Tuttavia lo ammisero anche molti filosofi greci, tali che Empedocle. Plutarco , Platone; e Beausobre sostiene che anchemolti pa dri della Chiesa, come Origene e Sine sio ebbero una simile opinione. Non occorre dire chequasitutte le religioni dell'antichità ebbero una tale credenza, la quale principalmente trova il suo appoggio nei sogni. Quando, infatti, l'i gnorante ricorda in sogno qualche per sona defunta, è naturalmente condotto acredere che quella persona esista ve ramente in qualche luogo. La filosofia poi, che per far muovere il corpo ave va inventato un'anima, composta di leggerissima materia, non poteva darle una occupazione conveniente durante la infinità dei secoli, che facendola tras migrare dall'uno in altro corpo, per richiamarla sempre a nuove vite, affine di premiarla e di punirla dei suoi me riti o de' trascorsi mancamenti. Platone nel Timeo, nel secondo li bro della Repubblica e nel Fedro cost spiega l'ordine della trasmigrazione delle anime. In primo luogo se l'anima ebbe molte perfezioni in Dio, e abbia scoperte molte verità, entra nel corpo di un filosofo o di un savio. Quelle men perfette entrano nel corpo di altri uomini meno illustri, secondo l'ordine seguente: 2. L'anima entra nel corpo di un re o di ungranprincipe. 3. Essa passa nel corpo di un magistrato o di uncapo diuna potente famiglia. 4. En tra nel corpo di un medico. 5. Entra nel corpo di un uomo che abbia l' in carico di provvedere al culto degli Dei. 6. Passa nel corpo di unpoeta. 7. Nel corpo di un operaio.8. Nel corpo di un sofista, e infine nelcorpo diun tiranno. Gl'indiani ammettevano anch'essi una successione poco dissimile attraverso alle loro caste, e i buddisti credono an cora che le anime possono passare nel corpo degli animali più immondi, opi nione che fu pur divisa da Pitagora e da Empedocle. I più accaniti nemici della trasmi grazione delle anime nella Grecia erano gli epicurei, i quali dicevano che se noi fossimo entrati nel corpo di altri uomini avremmo conservata la memo ria delle nostre azioni. Quanto al pas saggio delle anime umane nel corpo degli animali, essi dicevano che questa opinione non si appoggiava ai fatti; se ciò avvenisse l'anima dovrebbe im primere all'animale il suo proprio ca rattere, mentre invece vediamo che i leoni sono sempre coraggiosi, e 1 cervi sempre timidi. Tutti, o quasi tutti ipopoli selvaggi credono a una sorta di metempsicosi, ma questa credenza è andata scompa rendo dalle religioni e dalle filosofie dei popoli civili, ed ormai essa non ha fra noi altri settatori che gli spiritisti. (v. SPIRITISMO). Metodisti. Così son chiamati i membri di una delle più cospicue sette ond'è divisa la religione anglicana. Ne fu fondatore John Wesley nel 1730, il quale deplorando la depravazione dei costumi e la corruzione della Chiesa, volle con una nuova predicazione in trodurre nella riforma una nuova ri forma. Nei suoi viaggi nell'America, nell'Olanda e nella Germania strinse co noscenza con molti entusiasti luterani, e visitando le loro communità presto apprese quanto facil cosa sia il cre dersi inspirati e il farlo credere altrui. Alcuni anni dopo, il fratel suo Carlo, si unì a quella missione, insegnando che Dio, dopo avere colpito colla di sperazione i suoi prediletti,improvvisa mente apre i loro occhi alla luce e li vivifica col suo spirito. Così fu illumi nato S. Paolo sulla via di Damasco, e così fu Wesley chiamato alla scienza METODO della rivelazione. Se non che non fu egli tocco dalla luceceleste, per quanto egli stesso afferma, che qualche anno dopo, cioè a Londra, nella via Alder role: 63 Passai un'ora nella scuola di Kingwood. Ma singolare stranezza! Che ne avvenne delle opere mirabili della grazia che il Signore operava nei fan gate il 29 maggio 1739 a ore otto e tre quarti. Sul qual proposito unoscrit tore cattolico argutamente osserva come sia assai difficile a capire com'egli, es sendo inpreda acommozioni così vio lente potè dar retta al batterdelle ore, o cavarsi di tasca l'oriuolo per osser vare con tanta precisione l'ora e il mi nuto. Lo spirito di Dio che avevavisitato il maestro, non poteva restarmuto pei discepoli. Whitefield, socio di Wesley, nella nuova Chiesa ebbe anch'egli i suoi moti convulsi e le suecrisi divire, e mentr'egli con impetuosa eloquenza su per le piazze parlava ai suoi ascol tatori, era bene spesso soprappreso da crisi nervose e da stranivaneggiamenti. Tali erano i segni esteriori della gra zia, colla quale i nuovi profeti, a so miglianza dei fanatici delle Çevennes, (v. CAMISARDI) invitavano i fedeli alla penitenza. E che si tentassedirinnovare allora l'invasione dei piccoli profeti, ri levasi da Soutey, il quale narracome i maestri di Kingwood tormentassero senza posa i fanciulli dell'età di sette ad otto anni finchè avessero dato se gno della loro giustificazione ». Si cer cava di gettarli in preda al terrore e alla disperazione spingendoli fino alla follia; e dappoi colla calma e la sicu rezza procuravasi di fugarne lo spa vento. Wesley, presente a simili ecces si , li approvava e li promoveva, ma sperò indarno di trarne partito per le predicazioni profetiche. O vuoi che le scuole di profezia non fossero così du ramente avviate al misticismo come quelle dei calvinisti, o che l'esempio mancasse a generare il contagio men tale, o che, infine, i maestri non per severassero nell'esaltare l'immaginazio ne dei giovanetti, fatto è che risultati soddisfacenti non si ottennero allora, e Wesley stesso lo attesta conqueste pa ciulli nello scorso settembre? Tutto di sparve come un sogno! >> La novella riformawesleiana fudun que fondata sulla sola predicazione de gli adulti,e fu questa così attiva e in defessa, che non pochi chiamò al suo partito. Le molte e lunghe preghiere i digiuni, la lettura dellaBibbia, le fre quenti comunioni , ai seguaci di quel nuovo quietismo, meritarono per ischer no il titolo di metodisti. Uniti sulprin cipio alla Chiesa anglicana, se ne se pararono poi per ordinare 1 loro sacer doti, ma non tardarono a dividersi fra loro stessi per le vive controversie su alcuni punti dottrinali, avvenute fra Wesley e Whitefield; perocchè mentre il primo riteneva che le opere erano essenziali alla salute, l'altro le teneva come meno importanti. Fondato sul suo principio, parve a Wesley che le migliori opere fossero quelle che po tessero indirizzare l'uomo a quella co tale perfezione cristiana che gli toglie ogni lecito godimento terreno per in dirizzare la sua mente al cielo. E per ciò proibi ai suoi seguaci 'le carte, i teatri, i balli, le corse dei cavalli, i ma nichini, le trine, i liquori spiritosi ed il tabacco. La verginità non impose, ma molto encomiò coloro che nel loro cuore fossero riusciti a totalmente e stinguere la concupiscenza. I metodisti sono anche oggi molto numerosi nell'Inghilterra e negli Stati Uniti, e possedono ricchi stabilimenti nelle Indie, a Calcutta, nell'isola di Ceylan e fin nell'Oceania. Essi hanno molti predicatori ambulanti, e parecchi ne mandano all'estero per diffondere le loro dottrine. Metodo. L'artedi disporre le pro prie idee ordinatamente acciò s' inten dano con maggior facilità. Il metodo è perciò necessario tanto a chi studia, quanto a chi insegna, e tutti sanno 64 METODO quanta maggior fatica si abbia ad ap prendere le cose esposte disordinata mente, che non abbiano, cioè, fra loro alcuna relazione. Il metodo è analitico o sintetico, secondo cheincomincia dalle cose par ticolari per passare alle generali, o vi ceversa. Era massima degli antichi che il metodo analitico forse adatto soltanto a ricercare e scoprire la verità, mache il sintetico meglio convenisse per inse gnarla e dimostrarla. Questa massima perdurò assai tempo nell' opinione dei filosofi, e si può ben dire che perdura tuttora nell' opinione di molti pedago gisti. Non si ha molta difficoltà a am mettere che l'analisi sola conduce alla verità (vedi ANALISI ); ma si pretende che quando gia si sia inpossesso della verità meglio si riesca afarla intendere altrui col metodo sintetico. Di qui i termini, le formole, le difinizioni di cui sono irti tutti i libri elementari. Ma questo ragionamento non è tutto vero. Le proposizioni generali non s'intendono se prima non siano spiegate coi fatti particolari, e non si mostri in modo certo in base a quali elementi si siano pronunciate tali proposizioni. Le idee non sono innate innoicome credevano certi antichi, ma si acquistano lenta mente coi processi sperimentali o con la continuata osservazione di fatti si mili; osservazione per la quale astra endo dai fatti particolari si stabilirono le regole generali, e principii le leggi. Nulla, infatti, pare a noi più evidente di questo teorema: se due rette si ta gliano in qualche punto, gli angoli ver ticali sono eguali tra loro; oppure in ogni triangolo la somma dei tre an goli equivale a due angoli retti. Eppu re avrebbe mai potuto lageometria ac certare queste così semplici verità, sen za che una precedente osservazione le avesse dimostrate? Certo che no. Solo dopo essersi accertato che in tuttii casi accennati sempre si verificava la me desima condizione, il geometra ha po tuto fare astrazione di tutti i casi par ticolari, e stabilire la regola generale. Ma l' osservazione precedente è stata essenzialmente analitica; la regola sol tanto è sintetica, siccome quella che riunisce in un solo principio tutte le osservazioni particolari. Ma così debole è l' evidenza di questa sintesi per co loro che manchino di tutte le cogni zioni analitiche da essa implicitamente supposte, che in ogni libro di geometria elementare si vede sempre che ogni teorema è immediatamente seguito dalla sua dimostrazione. È vero dunque che in questi casi si suole incominciare dal porre la sintesi per poi scendere col l'analisi, alla dimostrazione, ma direi the sarebbe assai più ovvio e naturale che prima si ponessero le dimostrazioni analitiche e dopo si facessero seguire dalla verità sintetica che ne è come la conclusione e la conseguenza. Certo è che in cotesti casi la sintesi che affer ma e l'analisi che dimostra l'afferma zione, si seguono così davvicino, che la precedenza momentanea dell' una sul l'altra non può avere inconveniente al cuno, fuor che quello di lasciare per pochi istanti sospesa la convinzione dello studioso, finchè la dimostrazione sia compiuta. Masuppongasiche untale imbizzarendo sulla pretesa precedenza della sintesi sull'analisi applicasse cote sto metodo a modo. Egli certamente incomincerebbe in un trattato ad es porre tutte le verità sintetiche della geometria, d' onde una sequela di as siomi e di teoremi tutti immediatamen te consecutivi, e tutti egualmente non comprensibili. Il teorema precenente suppone bensì il susseguente, e questo quello che gli è posto innanzi, ma sic come nessuno di essi è dimostrato, così éevidente che tutti riesciranno incom prensibili. È vero che anche seguendo il metodo sintetico, si dovrà pure in fine venire all' analisi e dare le dimo strazioni; ma quanta confusione, quale sforzo di memoria, quanto tempo per duto nello studio arido e puramente meccanico delle verita sintetiche o ge METODO nerali ! E dato pure che lo studioso rie sca a superare questa improba fatica, quale quantafaticanon durerà ancora perapplicare ad ogni principio generale 65 dessed'incominciare l'insegnamento di quella legge, senza aver prima dimostrate le verità speciali su cui essa si fonda e per le quali soltanto fu trovata, sarebbe la suadimostrazione e venire via viari schiarando nella sua mente tutte le for mole, e d'ognuna acquistarne l'evidenza? Ora, se si vorrà essere sinceri, si dovrà convenire che quello che succede per la geometria, avviene pure per le altre scienze. È un error gravissimo quello di credere che siccome tutte le verità particolari si trovarono come contenute nei principi generali che le rappresentano, da queste si deve inco minciare l'insegnamento e non da quelle; avvegnachè le verità generali per se sole non siano che una astrazione dei fatti particolari, alla conseguenza dei quali, infin dei conti, sono dirette tutte le scienze umane; ed è ben strano che per farci conoscere le leggi che rego lano i singoli fenomeni, si incominci dal trasportarci lontani da essi, e direi quasi fuor del campo della loro osser vazione. Dopo la geometriapongasi la fisica. Una delle leggi del pendolo è, che in diversi luoghi della terra, la durata delle oscillazioni, per pendoli di diver sa lunghezza, è in ragione inversa della radice quadrata della intensità della gravità. Non si può negare che questo principio generale non sia essenzial mente sintetico, e come tale non con tenga unaquantitàdiveritàparticolari. Maposto cosi solo,senza la cognizione analitica deiprecedenti esperimenti, che cosa esprime esso mai per lo studioso? Bisognerebbe innanzi tutto ch' egli co noscesse, che per i pendoli della mede sima lunghezza la durata delle oscilla zioni è eguale, qualunque sia la sostan za della quale sono formati; poi che conoscesse le leggidella gravità, l'azione suadallaperiferia al centro della terra, e tante altre cognizioni speciali, senza cui il principio generale non può acquistare la necessaria evidenza. Non v'è dubbio che unprofessoredi fisica ilqualepreten altrettanto biasimevole del maestro e lementare che pretendesse d' insegnare a'suoi alunni l'addizione delle centinaia prima di aver loro insegnata l'addizione delle decine e delle unità. Or non so davvero perchè un metodo che si è cosi concordemente disposti a biasimare nelle scienze positive, lo si voglia, non chè tollerare, anche preferire nelle di scipline filosofiche. In verità, la ragione di questa preferenza non si potrebbe attribuire ad altro che alla tendenza che hanno certi filosofi di stabilire con somma facilità le così dette leggi del pensiero, seguendo gl' impulsi del loro sentimento e della loro fantasia, piutto sto che quelli della ragione. Si capisce facilmente com' essi si troverebbero in un grande impiccio se fossero costretti a dare una ragionata analisi di quelle loro affermazioni, e come con molta co modità si tirino d'impaccio proclamando l'eccellenza della sintesi, siccome quella che si presta tanto facilmente a porre certi principii generali che sono molto opportuni per toccare il sentimento, mentre poi si sottraggono, per la stessa loro generalitá, all'analisi della ragione. Certo, si obbietterà che uomini di molto ingegno, come Euclide e Wolf, adottarono esclusivamente il metodo sin tetico ; ma uomini non meno illustri, quali Bacone, Locke, Condillacmostra rono quante ragioni dovessero far pre ferire il metodo analitico. É questa, in fatti, la via che segue naturalmente l'u mano intelletto nella scoperta della ve rità. Imperocchè l'uomo non incomincia già dalla conoscenza delle cose univer sali, ma sì dalle particolari: e dai feno meni più immediati che cadono sotto i sensi, grado a grado, s'innalza ai più complessi; dalle cose semplici passa alle composte, e per questa via scopre le leggi che regolano i più grandi feno meni della natura. Laonde, il metodo 5 66 MIRABEAUD analitico, per confession stessa de' suoi avversari, è detto essenzialmente d' in venzione; e non so proprio intendere perchè quello stesso metodo per ilquale siamo condotti a scoprire laverità, deb ba poi reputarsi disadatto quando si tratti d'insegnarla. Soave dice che ilmetodo analitico serba un ordine quasi del tutto opposto al sintetico. Imperocchè dove questo in comincia dal premettere i principii ge nerali, da cui intende cavar poscia le conseguenze particolari; quello all' in contro incomincia dall'esame delle cose particolari per farsistradadimano in ma no allegenerali: edovenel sintetico tutto è definito, e diviso, edistribuito in teo remi e problemi e corollari ecc, nell'a nalitico per lo contrario quasi niuna de finizione o divisione si adopera, eniuna menzione ci si fa nè di teoremi, nè di problemi, nè di corollari; ma tutto è seguito e continuato, e tutto nasce, e si sviluppa di mano in mano dall' analisi delle idee che prendonsi aconsiderare > (Istituz. di logica P.II). Questo apprez zamento non è però esatto, poichè non è vero che le divisioni e le definizioni manchino affatto al metodo analitico. Esso anzi divide assai bene le varie parti dello scibile, e certe classi di no zioni particolari in una stessa scienza divide e raggruppa secondo le conse guenze generali a cui conducono. Esso definisce ancora queste conseguenze e le riduce a leggi generali includenti tutti za; se cioè si debba incominciare dal dimostrare o dall' affermare. E mi par che la logica insegni doversi innanzi tutto dare la dimostrazione delle cose ha bisogno di prendere le mosse da certe verità già note. Ma queste prime affermazioni saranno assiomi enon teo remi; attingeranno, cioè, la loro evi donzadall'esperienza immediatadei sensi enondal ragionamento, ed è per que sto che io ho detto altrove (V. ASSIOMA) e ripeto ora, che le verità assiomatiche sono essenzialmente analitiche. Metrodoro di Lampsaco. Uno dei più celebri discepoli, e l'amico più affezionato di Epicuro.Diogene Laerzio ce lo rappresenta come uomo d'inconcussi principii, onestissimo, intrepido contro la stessa morte. Morì nel 50° anno della sua vita, sett'anni prima del maestro di cui professò le dottrine.Epicuro mo rendo legò nel suo testamento agli a mici il compito di allevare e di aver cura dei figli lasciati dal discepolo che lo aveva preceduto nella tomba. Microcosmo e Macrocosmo. ( da micros piccolo, macros grande e κοσμοςmondo)Letteralmente queste pa role significano piccolo mondo e gran mondo, e furono primamente adoperate dai filosofi mistici ed ermetici per-desi gnare la perfetta corrispondenza che supponevano esistere fra l'uomo e ilmon do; fra l'essere piccolo e quello gran dissimo, che credevano anch'esso dotato di anima. Nella filosofia moderna si adoperano, ma raramente, queste voci per indicare il mondo delle molecole, degli infusori e di tutto ciò che per essere veduto ha bisogno dell' ingran e l'universalità dei mondi e degli astri che compongono il MACROCOSMO. i fatti particolari che si sono osservati | dimento del microscopio (Microcosmo), in quel gruppo. Si diràche quest'ultima operazione è essenzialmente sintetica ; e sia pure. Non si tratta giàdi escludere la sintesi, madi sapere quale tra lasin- | Nacque in Provenza nel 1674 e fu se tesi e l'analisi debba averela preceden- gretario dell' Accademia francese. A mico della libertà del pensiero, egli parteggiò per la filosofia liberale che allora appunto, nell'Inghilterra special mente, incominciava a dare qualche barlume di libertà. Il Sistema della natura d' Holbach fu pubblicato dap prima sotto il nome di Mirabeaud, ma niuno fuperciò indotto in inganno, etutti Mirabeaud. ( Giovanni Battista.) che si andranno in seguito affermando. Certo, anche l'analisi è pur d'uopo che che incominci dall' affermazione, poichè | ogni ragionamento, per sempliceche sia, 1 MIRANDOLA 67 sanno che l'ardire del filosofo tedesco restarne sorpresi. A ventiquattro anni mal conveniva alla peritosa incredulità egli pubblicò novecento tesi per un e che mostrò il segretario dell'accademia same scolastico de omni re scibili, ses nei suoi scritti pubblici.AMirabeaud si santaduedellequali,a sentirlo, dovevano attribuisce unadissertazione sull'origine enunciare dei dommi nuovi. Il vanto di del mondo; una lettera per provare che essere in possesso ditutteleumane co il disprezzo pergli ebrei è anteriore alla noscenze era in quei tempi assai comu maledizione di Gesù Cristo, e final- ne, imperocchè facilmente la dialettica, mente le opinioni dei filosofi sulla na- aproposito od a sproposito, discorreva tura dell'anima. Queste attribuzioni però d' ogni cosa, e facilmente ostentava una hanno la solatestimonianzadiNaigeon. | grande erudizione per coloroche in luo Due scritti lasciò che furono poi pubblicati dal marchese d' Argens, e sono: Sentimento dei filosofi sulla na tura dell'anima, e Il mondo, sua cri gine e sua antichità. Nell'uno e nell'al tro Mirabeaud dimostra che la spiri tualità dell'anima non fu conosciutadai filosofi dell' antichità; che essi consi derarono il mondo siccome eterno, non solo nella sostanza, ma eziandio nella forma, salvo un piccol numero, taliche Platone e Anassagora, i quali ne ave vano fatto risalire l'origine a un essere intelligente. Che, del resto, il domma della creazione ex nikilo è stato affatto ignorato dell'antichità, come fu sempre ignorato l'altro domma filosofico della finale distruzione della materia. Nella Fenicia e nella Persia, diceva Mirabeaud, si credeva bensì ad una fine del mondo, maquesto concettonon rappresentava altro che una rivoluzione astronomica. In tal maniera Mirabeaud, colla storia alla mano, distruggeva i dommi fondamentali dello spiritualismo edel cristianesimo insieme. Mirandola. (Giovanni Picoconte della Mirandola e principe della Con cordia ). Nacque nel 1463 a Mirandola, piccola terra dell' Emilia. Studid il di ritto canonico a Bologna e parve sulle prime che le sue tendenze lo chiamas go dei fatti si appagavano delle parole. Invece dei sessanta dommi nuovi pro messi, lacuria romana trovò che tredici delle900tesi date meritavano censura, e le altre proibil che fossero difese.Era colà spiaciuta l' arroganza di Pico, e aPico spiacque lacensura romana,sicchè partl d'Italia e si recò a Parigi, ov' ebbe buona accoglienza da Carlo VIII, colla discesa del quale in Italia, ritornò an ch'egli a Firenze. Pico della Mirandola aveva vana mente cercato di conciliare le dispute degli scolastici, dimostrando che Pla tone e Aristotile potevano benissimo stare insieme, e tutt' e due non servi vano che di commento a Mosè. Più che filosofo, ne' suoi scritti fu teologo: commentò la Genesi con sette diverse significazioni, poichè tante appunto egli trovava in ogni versetto; e si perdette nelle fantasticherie della cabala e della scuola mistica Alessandrina, e perfino in quelle di Raimondo Lullo. Con una memoria potentissima, e studi così mal digeriti, é facile immaginarsi qual sorta di filosofia fosse quella del nostro mi randolese. Una vacua ambizione lo spingeva a voler parere grande in tutte le scienze, e per questo forse gli par vero più apprezzabili le meno chiare alla intelligenza volgare. Aformarsi cotesta sero allo stato ecclesiastico. Ma dopo- | fama si poco meritata, egli riuscì cost chè Marsilio Ficino, maestro suo, ebbe gli infuso il proprio entusiasmo per la filosofia greca,si applicò allo studio delle lingue orientali e incominciò ben presto acredersi pieno di un così profondo e vasto sapere, che i dotti tutti dovessero bene, chedopo di lui ilnipote suo (Fran cesco Pico della Mirandola) scrivendo la biografia dello zio, narra che una fiam ma orbicolare venne per un istante ad illuminare la madre di Giovanni della Mirandola, per annunciare ch'ellastava 1 68 MISTERO perdare alla luce un figliodel quale la forma orbicolare indicava la perfezione del sapere. Mistero. Cosa secreta non possi bile a comprendersi. Tutte le teologie antiche hanno avuto i loro misteri, ed erano questi ciò che il paganesimo a veva di più augusto e di più sacro. I misteri erano cerimonie religiose alle quali i soli iniziati potevono assistere, ele cose che vi si vedevano e vi si u divano erano rivelate sotto il suggello del più rigoroso segreto: una legge col piva di morte i violatori. Tutte le prin cipali divinità avevano i loro misteri, laonde si celebravano in Egitto in onore di Iside ed Osiride; nella Fenicia e nel l' Isola di Cipro in memoria di Venere e di Adone; nella Frigia ad onore di Cibele ed Ari; nella Grecia e in Sicilia si commemorava Cerere e Bacco. Tutti i misteri avevano laloro par te pubblica, nella quale al popolo si la sciava intravedere ciò che si reputava necessario a conoscersi. Erano d' ordi nario la commemorazione di tutte le avventure degli Dei, iloro combattimenti e i loro trionfi; e vi si mostrava che tutti i loro sforzi erano stati rivolti a soccorrere il genere umano, a conso larlo de' suoi mali, a colmarlo di bene fizi. Tali erano i piccoli misteri, a cui seguivano i grandi. Isoli iniziati assiste vano a questi,e guai aiprofani che aves sero osato introdursi nel sacro recinto durante la celebrazione.Per lungo tem po il segreto di questi misteri fu im penetrabile. Coloro che furono sospetti di averlo tradito dovettero fuggire per sottrarsi alla morte. Esdulo corse gra vi pericoli per aver dette poche parole dei misteri di Cerere che si celebrava no in Eleusi, e Alcibiade fu condannato a morte per averli riprodotti nella sua casa, schernendoli. Gran numero bri gavano l'onore di esservi iniziati, ma molti dotti, tali come Socrate, non vol lero mai esservi ammessi. Diogene, in vitato a farvisi iniziare, rispondeva: Pa tecione, quel famoso ladro, ottenne l'i niziazione; Epamimonda e Agesilao non la chiesero mai. Nella parte pubblica dei misteri e rano rappresentati allegoricamente ide stini umani nell' altro mondo. Vi si mo stravano degli spettri erranti nelle te nebre, il dolore, la povertà, la morte, e si faceva in seguito apparire il Tar taro con le furie tormentatrici dei col pevoli, e i Campi Elisi con le loro de lizie. In ultimo gli iniziati erano intro dotti nel luogo santo ove si vedeva la statua del Dio risplendente di luce, e lá si udivano cose che a nessuno era permesso di rivelare. Quel secreto era infatti molto essenziale per la maestà della religione, imperocchè spesso si in segnassero cose che poco si accorda vano con le pratiche del culto. Non solo si revocd in dubbio l'apoteosi degli eroi, ma si dubitò perfino della divinità degli Dei superiori. Tali erano le concessioni che la Chiesa si vedeva costretta a fare all' incredulità della fi losofia dominante! Per questo Dionigi d' Alicarnasso diceva lore, ma abborrenti i piaceri dei sensi, condannanti il matrimonio. Colla loro vita incomune e colla contemplazione delle cose spirituali alle quali sempre rivolgevano la mente, essi furono i pre Ascoltiamo ora i precetti di Visnhu per ottenere l'estasi beatifica con mezzi molto adatti a produrre unbuona con gestione cerebrale. Il ragionamento non può spingersi al di là delle nostre percezioni. Questa è una verità così ovvia che fa meravi glia il vederla così spesso dimenticata. Leibnitz può bene innoltrarsi oltre i confini della sensazione, ma a patto però che fra la premessa e la conse guenza del suo ragionamento, o non vi sia rapporto alcuno necessario, o l'una sia la negazione dell'altra. Infatti quand'egli dice: vi sono esseri compo sti, dunque vi sono esseri semplici, ar gomenta nello stesso modo come sedi cesse: vi sono corpi, dunque non vi so no corpi. E veramente, se i composti costituiscono i corpi, i semplici sono la negazione dei corpi: l'una è l'affer verità generale che la filosofia può de- | mazione, l'altra la negazione. Ma an durre dall' eternità delle funzioni: ( v. MORTE); e l'eternitàdella materia trova un corrispondente nella eternità delle Monadi. Ma il tortodi Leibnitz è quello di giungere a questi risultamenti per via di astrazioni, e di trasportare gra che i bimbi che vanno a scuola sanno che nel sillogismo la conseguenza de ve essere sempre contenuta nella pre messa. Ora nell'idea di corpo è conte nuta l'estensione; la logica dunque mi tuitamente le qualità dei corpi in certi principii che non hanno alcuna delle qualità che sono supposti di produrre. Il difetto capitale del Monadismo, come lo ha ben rilevato il prof. Justus, è quellodi supporre che degli esseri ine stesi possano generare l' estensione , che dalla esistenzadei corpi composti di parti possa logicamente dedursi quella di cose semplici. Considerando con attenzione la spiegazione del com posto, dic'egli, non si trova alcun dato che ci possa condurre all'idea di essere semplice. Gli esseri composti hanno delle parti. Dunque la prima conclu sione che si potrebbe fareper taleprin cipio è questa: che dove esistono dei composti, vi sono anche delle parti. Or l'idea di parte non ci conduce anco ra a quella di essere semplice, poi chè gli esseri semplici son quelli che non hanno parti: dunque per spin gersi più innanzi coll'induzione, non si potrebbe dir altro, se non che, laddove vieta di dedurre per conseguenza l'e sistenza di corpi inestesi. Posso bensl dire: il corpo è compostodiparti, dun que esistono le parti; ma queste parti partecipano alla natura del tutto d'on de emanano, e se io attribuisco loro qualità diverse da quelle che aveva il tutto, faccio una induzione difettosa. Mail sillogismo è per lalogicaciò che per l'analisi è la chimica: i risultati di questi due processi se vengono riuniti devono ricomporre il corpo, o il ragio namento decomposto. Ma se dalla riu nione di cose inestese non potrò mai avere l'ideadel corpo esteso, dovrò con cludere che la conseguenza contiene una nozione che non si trovava nella premessa (V. DEDUZIONE E SILLOGISMO). Tutto il Monadismo si fonda dun que sopra un artificio simile a quello su cui si basa il Dinamismo (V. CAT TANEO) vale a dire che alle parole note sostituisce parolenuove, che son la ne gazione di quelle; poi scambia le pa role nuove per cosevere, e queste con MONDO sidera come esistenti, mentre quelle che esistono nega. Mondo. Quali fossero le opinioni degli antichi sulla eternitàdel mondo si può vedere in questo Dizionario all'art. CREAZIONE. Il maggior numero dei fi losofi pagani credette che la materia fosse eterna; e tuttavia parecchi fra essi negando l'intervento della divinità 79 role: Platone rigetto mai sempre l'in finità dei mondi, e dubito del numero di essi determinato e preciso. Concedendo che poteva ben esistere, come volevano alcuni, cinque mondi in ciascun elemen to, egli s'attenne però ad un solo. Un altro filosofo diceva che il numero dei mondi non era infinito, nè che ve n'era un solo o cinque, ma cento ottantatrè nella produzione della sostanza, ammi sero però che un ente divino avesse atteso a dar forma acotale materia e terna secondo le attuali disposizioni del mondo. Prima d'allora, credeva Anassagora, tutto eraconfusione, ma lo spiritovenne ed ogni cosa fu ordinata (Laerz. lib. Il, Sez, VI). Questa opinione è pienamente con forme a quella della Bibbia, dove si legge che nel principio era il caos, dal quale Iddio formò (non cred,secondo il testooriginale) il cieloe la terra. Perchè fin Platone ammetteva che Iddio ave va, non creata, ma ordinata la materia tal quale noi la vediamo ( Laerz. lib. III seg. LXX): e gli stoici, ei plato nici professavano tutti eguale opinione. Anzi, Platone e parecchi altri andaro no ancora più oltre, e attribuirono al mondo un' anima, distinguendo con ciò il principio motore dalla materia mos sa, e raffigurandosi il mondo quale un immenso animale dotato di un princi pio individuo e di una vita propria. Per i teologi, scriveva Macrobio, Jupiter è l'anima del mondo; donde il detto di Virgilio: Muse, cominciamo da Jupiter poichè ogni cosa è piena di lui ( Virg. Sogno di Scipione c. 17). Lo spirito a limenta la vita e l'anima sparsa nelle vaste membra del mondo ne agita la massa, e forma così un solo immenso corpo (Saturn.) La teoria della pluralità dei mondi che alcuni credono affatto moderna, già aveva trovato un eco fragli antichi, e molti dei filosofi greci l'hanno ammessa. Plutarco nel suo libro degli Oracoli mette in boccaaCleombroto questepa i quali erano regolati in forma di trian golo, ciascun lato del quale conteneva 60 mondi e che altri tre mondi erano aciascun angolo ». I Talmudisti cre devano che Dio avesse creati diciotto mondi, e Maometto nel principio del l'Alcorano invoca il Signore dei mondi. Quanto all'età del mondo sul quale viviamo, le teologie ci hanno dati dei numeri molto singolari e così diversi danon sapersi proprio a quale aggiu star fede. Anche la Bibbia presen ta tre età differenti nell'antico Te stamento. Infatti, coll'anno 1876 ilmon do conterebbe: Secondo le versione dei settanta, anni 7345 Secondo il testo samaritano > 6180 > 5879 Secondo la vulgata La teologia indiana ci offre dei cal coli assai diversi. Secondo il Riga-Veda il mondo deve durare 12,000 anni, ma un' altra versione fa durare il giorno di Brama corrispondente a quello del mondo 4,320,000 anni, divisi in quat tro età, l'ultima della quale, quella in cui viviamo, dura da oltre 432,000 an ni, e dovrà finire quando l'ultimo quar to di virtù, che ancora esiste sulla ter ra, sarà finito. Il cristianesimo fa correre più ra pidamente il mondo allasua fine. Gesú aveva promessodivenire nella gloria del padre suo, co' suoi angeli a giudicare i vivi ed i morti. E que' mille anni fu rono variamente valutati, finchè verso la metà del decimosecolo,Bernardo da Turingia, predicò che la finale catastrofe sarebbe avvenuta al cominciare dell'an no 1000. E i ricchi donativi fatti alla Pochi anni dopo, nel 1198, si sparse di nuovo la voce della prossima fine del mondo, non già col mezzo dei fe nonemi celesti, ma per la nascita del l'Anticristo in Babilonia alla quale do vera seguire la distruzione del genere umano. Nel principio del secolo decimo quarto, l'alchimista Arnaldo da Villano, annunciò l'avvenimento per l'anno 1335; e nel suo trattato De sigillis applicò l'influenza degli astri all' alchimia, e sponendo tutte le formole misteriose che dovevano essere atte a scongiurare i demoni. San Vincenzo Ferreri, da fa moso predicatore spagnuolo quale egli era, fissò al mondo tanti anni di esi chiesa in quel torno di tempo, e i te stamenti fatti colla formola appropi quante fine mundi, provano il grande impegno che mettevano i ricchi per ri conciliarsi con Dio, e per presentarsi con qualche merito al di lui giudizio. ❘ strutta in quell'anno stesso. Sul qual stenza, quanti sono i versetti che si contano nel Salterio, cioè 2537. Il secolodecimosesto produsse il mag gior numero di predizioni su la diştru zione del genere umano. Nel 1584 il famoso astrologo Leo vizio predisse che la terra sarebbé di Ma passò l'anno mille senzacataclismi, ela fine del mondo fu rimessa all' an no 1033, perciochè fu detto allora che i mille anni non dovevano contarsi dal l'anno primo dell' era volgare, ma da quello della morte del Salvatore, che aveva incatenato > ricchiti a buon mercato. La disdetta toccata aqueste profezie, non sgomen tò il loro autore, chè anzi lo Stoffler, insieme al famoso Regiomontano, pre disse di nuovo la fine del mondo per l'anno 1588, senza che il mondo mo strasse di darsi alcunpensierodi quella | recchie, così riassunte da E. Diamilla predizione. Ma lasciamo queste sciocche predi zioni, tristi avanzi dei tempi d'ignoran za, e vediamo ciò che nel campo della scienza può, in via d'ipotesi, logicamente argomentarsi sul fine ultimo del nostro mondo. Le ipotesi finora fatte sono pa Però una stella sconosciuta erasi accesa improvvisamente nel 1572 nella costellazione di Cassiope, sfolgorante di tanta luce da rendersi visibile in pien meriggio. E gli astrologhi divulgarono essere dessa la famosa Stella dei Magi, ritornata ad annunciare l'ultima venuta di Cristo, che non si lasciò vedere. Nuove predizioni sulla fine del mon dofurono fatte nei secoli XVII e XVIII, e, ciò che non parrà credibile, anche nel secolo nostro le predizioni conti nuarono. Ènota all'universale la predizione di Salmard Montfort pubblicata nel 1826, laquale concedeva alla terra soli dieci anni di esistenza. La signora di Krüdner; la donna mistica della Santa alleanza, l' amica dell' imperatore Alessandro, profetizzò laruina del nostro pianeta pel giorno 13 gennaio 1819; e sette anni dopo Sal mard Montfort prediceva la distruzione della terra per l'anno 1836. Nel 1840, un prete francese, Pierre Louis, dedicò a Gregorio XVI un com mentario dell' Apocalisse, che stabiliva la fine dei secoli per l'anno 1900. E la ragione era questa: Muller. Buffon aveva calcolato che la terra per raffreddarsi e ridursi alla sua tem peratura attuale, aveva dovuto impie gare 74,831 anni, e che l'umanitá po trebbe vivere ancora 93,291 anni prima che la temperatura della superficie ter restre si rendesse tanto freddadaestin guere la vita. Ma quando si conobbe che il calorico interno del globo non ha nessuna influenza alla superficie, e che la vita terrestre dipende esclusiva mente dal sole, il calcolo di Buffon fu trascurato. Una seconda ipotesi, fondata eziandio sul raffreddamento della terra, suppone che quando la sua temperatura sarà divenuta eguale a quelladel ghiaccio, il suolo si spaccherà come quello della luna, e l'ultimo avanzo d'aria e d'acс qua si fisserà in quelle caverne, ove gli uomini potranno trovare un rifugio, fin chè l'aria e l'acquanonsiperderanno in modo definitivo. Ma poichè la terra èquarantanove volte più grossa della luna, dovrà vivere 49 volte di più. Un' altra ipotesi, la più antica fra tutte, è quella che prevede la fine del mondocolfuoco. Questa teoria risale ai tempi di Zoroastro, degli Ebrei, e dei padri della Chiesa. La superficie del nessuna delle quali ha ottenuta l'universalità. MONTESQUIEU 89 nella calma delle passioni egli potè con servare quella moderazione nei desideri Famaraviglia che opinioni si poco ortodosse abbiano potuto stamparsi e diffondersi in un secolo in cui la tor- | che rendono la vita piacevole a se, e tura e l'inquisizione erano le forme or dinarie del procedimento giudiziario ; manondimentichiamo che Montaigne, come disse Rousseau, dormiva fra due guanciali: quello del dubbio da una parte, e dall'altra quello del domma che riposa sopra l' autorità infallibile della Chiesa. agli altri gioconda. Nel 1721 egli mandò alle stampe sotto il segreto dell'anonimo le Lettere Persiane, romanzo che a' suoi tempi ottenne grandissima voga, e me ritò molta rinomanza al suo autore. Parlando di queste lettere, il celebre d' Alembert scriveva: « La pittura dei costumi orientali, reali o supposti che siano, non è che la minima parte di questo scritto. Per così dire, l' Oriente non è altro che il pretestoperfare una sottilissima satira dei costumi nostri. » E in realtà, per quei tempi, le lettere persiane potevano parere arditissime, inquantochè Montesquieu chiaramente scriveva che il papa è unvecchio idolo Montano Eretico nato in Ardban nella Frigia. Con le convulsioni e i con torcimenti soliti nei profeti, pretese di essere inviato da Gesù Cristo per puri ficare i costumi e riformare la morale. Negava la potestà della Chiesa nell'as solvere i grandi delitti; voleva che, non una, ma tre quaresime si osservassero con digiuni straordinari e due settimane | che s'incensa perabitudine (lettera 29); di Xerofagia, nelle quali sidoveva aste nersi, oltre dallecarni, da ogni cosa che avesse succo; le seconde nozzeconsiderò siccome adultere ; e il sottrarsi alla per secuzione dichiarò delitto. Due donne, Priscilla e Massimilla, lo seguirono e profetarono con lui. O maligni o matti ch'essi fossero, non mancarono però di seguaci ; aCostantinopoli stabilirono una setta, e si spinsero fin nell'Affrica, ove acquistarono al loro partito uno dei più famosi padri della Chiesa, Tertulliano. Se tutti praticassero le austerità imposte da Montano è lecito dubitare: tutti lo avevano in grande venerazione, lo cre devano inspirato dalParacleto e perciò dicevano che le sentenze di lui supe ravano in sapienza le stesse massime che allorquando Iddio mise Adamo nel paradiso terrestre col divieto di man giare un certo frutto, gli impose un precetto che era assurdo per un essere che conosceva la futura determinazione delle anime (lettera 59); eche il papa al postutto è un mago ilquale vuol far credere che tre nonsonoche uno, e che il pane non è pane. » Fu in grazia di questo libro che la elezione di Monte squieu all'Accademia francese fu viva mente combattuta dal cardinale Fleury, il quale in nome del renon vi consenti infine senza molte sollecitazioni. Dopo unlungo viaggio nei varipaesi d'Europa, tornato inFranciasi accinse ascrivere lo Spirito delle leggi, libro profondo di di Gesù. Montesquieu ( Carlo di Secon dat barone di) Nacque a Bordeaux nel l'anno 1689 da ricca e nobile famiglia, Nel 1716 fu nominato presidente per scienza e pregevolissimoper le congni zioni storiche, sebbene non tutti i principi propugnati possanodirsi egualmenteveri. Egli vi riconosce le leggi di Dio e quelle della natura, e confutando Hob bes pretende che i selvaggi, anzichè petuo delparlamento di Bordeaux e poi | combattersi, si uniscono in prima per eletto membro dell'Accademia poco pri ma fondata in quella città. Per suapro pria confessione, Montesquieu fu uno degli uomini più felici che mai siano e sistiti: nè invidia, nè gelosia vennero mai a tormentare la sua ambizione, e adempiere alla legge naturale della so ciabilità. Ma avrebbe detto più giusta mente che i selvaggi si uniscono e si combattono al tempo stesso , poichè quest'unione ha per movente il solo in teresse momentaneo e si risolve in 90 MORO aperta guerra tosto che cessa questo intero in ogni parte del corpo, poichè interesse (v. MORALE). In fatto di reli- cid varrebbe adire che la parte è e gione lo Spirito delle leggi, pubblicato | guale al tutto; pure occorreva aMorus da Montesquieu in età avanzata assai, non è tale che possa far credere che l'autore avesse modificate notevolmente le sue idee. Crede che il cristianesimo di stabilire che lo spirito esisteva in qualche luogo, e per ciò fare invento due estensioni, l'una materiale ed este riore, l'altra spirituale, interiore; la pri ma, come direbbe Kant, estensiva, la seconda intensiva. Create le parole , non sia religione adatta all'Asia, e di sapprova lo zelo dei missionari che vanno predicando lafede nell'Oriente, e nella Cina per costringere i popoli a cambiare lareligione. Combattendo l'in tolleranza del suo tempo, egli scriveva questa massima memorabile, la quale | speculativi di credere che le parole da parve aMore di aver creata la cosa, e poichè le parole eran diverse, credette anche che diverso dovesse esserne il significato, poichè è abito de' filosofi fu una delle accuse che la facoltà di teologia mosse contro al suo libro: Con viene onorar Dio e non vendicarlo mai. Nonostante queste disposizioni della sua mente, dicesi che Montesquieu sia morto riconciliato colla Chiesa. Tanto almeno affermò il padre Routh, gesuita, in una lettera al nunzio del papa a Parigi, nella quale afferma che l'incredulo si è a lui confessato abiurando tutti i suoi errori. Ma di queste ed altre abiura zioni è sempre lecito dubitare, non a vendo esse altrotestimonio che la troppo interessata coscienza dei signori con fessori. More (Enrico) in latino Morus. Nacque a Gutham nel Lincolnshire il 12 ottobre 1614 efu unodei propugna tori della scuola platonica in Inghilter ra. Ammetteva che la ragione potesse introdursi anche nella teologia, poichè, aparer suo, nulla vi era nel cristiane simo, chele fosse contrario. Combat teva l'entusiasmo delle turbe, conside randolo giustamente come una malattia contagiosa, mentre d'altro canto am metteva come cose vere tutti i racconti popolari che potessero provare l' esi stenza di un mondo spirituale. Bello è vedere in qual modo egli stabilisca l'e sistenza dello spirito entro il corpo, in tutte le parti del quale diceva che non si può credere che lo spirito sia dif fuso , senza ammettere che come il corpo risulti composto di parti. Nem meno si può credere che lo spirito sia essi inventate esprimano veramente le cose come sono. Moro (Tommaso) Nacque aLondra nel 1480, studio all'università d' Oxford e fu presto elevato alla dignità di Gran Cancelliere da Enrico VIII, carica nella quale durò due annisoltanto,dopo iquali si ritirò in una sua villa e Chelsea. Ma sopraggiunta la rivoluzione religiosa in seguito all' affare del divorzio, rifiuto di giurare per la supremazia religiosa del príncipe, che sottraevasi così alla Corte di Roma, fu rinchiuso nella Tor re e il 6 luglio 1535, persistendo nelle sue convinzioni cattoliche, fu mandato al patibolo. È strano che un uomo di convin zioni così fermamente cattoliche abbia scritta ' Utopia; ma ricordiamo che questo libro, fatto nella sua gioventú, comparve nel 1516 aLovanio in latino, col titolo: Del migliore degli stati pos sibili, e dell'isola d'Utopia nuovamente scoperta (De optimo reipublicæ statu, deque nova insula Utopia). In questo libro che fu tradotto in tutte le lingue d'Europa, Moro descrive un'isola imagi naria, nella quale la comunità dei beni coesiste col matrimonio e colla famiglia. Il principe è eletto avita; il divorzio con cesso solo neicasi di adulterio; le città hanno ciascuna una religione di propria scielta, e la tolleranza è generale. Il governo d'Utopia riposa su queste tre basi: assoluta divisione dei beni edei mali fra i cittadini amore fermo e MORALE 91 universale della pace- disprezzo del- | riti sono cost differenti e d'altronde le l'oro e dell'argento. Ho vergogna di ceva Moro, di non poter dire con pre cisione in qual mare sia situata l'isola di cui parlo ». E nel 1517 Budée scri veva: Aforza d'informazioni, ho scoperto che l'Utopia è situata al di là dei li miti del mondo conosciuto ». Morale. Lamorale è ilfondamento dell'etica. Essa è la regola dei costumi e per essa si stabilisce l'ordine mediante ✓il quale gli uomini viventi in società sono condotti a godere, senza contrasti religioni stesse cost ben st accordano nel condannarsi vicendevolmente, che non si ha bisogno inquesto caso,d'altra testi monianza che di quella che esse mede sime spontaneamente ci forniscono le une contro le altre. Ma anche trala sciando la parte cerimoniale, eoccupan doci di quelle sole massime le quali sono date come regola dei costumi, le contrarietà che si notano fra i vari co mandamenti ofraessie le prescrizioni del laciviltànostra, sono tali e tante, damet morale, in un gran brutto impiccio. Po e senza lotte, la maggior felicità possiter l'uomo che va intracciadi una sana bile. Determinare i doveri ed i diritti, acciocchè gli atti nocivi agli individui o alla società siano impediti, eincorag giati invece quelli che ridondano a van taggio dell' umano consorzio, è dunque ufficio della morale. Sotto questo rap porto si può dire che la morale di un chi esempi basteranno aconvincerci. Prendasi il Codice di Manou, se non il più antico, certo uno de' più antichi codici sacriche siconoscono. Ivi si legge popolo è la più esattamisura della sua civiltá. Intorno aquesti principii che sem brano tanto ovvii, non tutti però si ac cordano; e perdurano ancoracerte scuole filosofiche le quali si ostinano a dare alla morale ben altro fondamento. II maggior numero si accorda ancora con la teologia, e ammette tra la religione 1 che il bramano venendo al mondo è collocato innanzi a tutti sopra la terra, sovrano signore di tutti gli esseri..... Tutto quanto il mondo racchiude è, in certaguisa, sua proprietà. » (Lib. 1. versetti 99-100). Questo santo uomo ha tutti i diritti ed assai pochi doveri, fuori di quelli religiosi. 11 Kchatrya lo difen de, il Vaicya lavora per lui. Se la sua donna gli è infedelé, il re la faccia di vorare dai cani sopra una piazza pub blica assai frequentata. (Lib. VIII, ver setto 37) Egli condanni l'adultera ed il suo complice ad essere bruciati sopra un letto di ferro arroventato (L ib. VIII verso 372) In ricambio convien essere pieni d' indulgenza per le sue piccole imperfezioni, dappoichè per essere bra ela morale una così intima unione, da non permettere che questa si separi da quella senza distruggerla; epperò le a zioni degli uomini vuole che siano o non siano morali in quanto si confor mano aiprecetti religiosi. Hanno costoro lapretesa, comune del resto a tutti gli altri, che la morale è unica ed univer- | mani non si cessadi esseruomini. « Se sale, propria, cioè, di tutti gli uomini e di tutti i tempi, e non si accorgono che così affermando pronunciano lapro pria condanna. Imperocché i principii morali d'ogni religione son cosi diversi fra di loro, e bene spesso così opposti, che il volerli conciliare insieme è im presa, nonchè da tentarsi, neppur da (Lib. XI vers. 130 o 131). Conmaggior ragione ilbramano ha il diritto di obbligare il soudra, « che > (Lib. VIII vers. 13). Se meglio gli ag grada può derubarlo con tutta pace di coscienza, così dice il codice (Lib. VIII verso 417). Che se il Soudra, que sto essere infame, prodotto dalla parte inferiore di Brama,ha poi l'audacia di dare dei consigli al bramano, un terri bile castigo gli è riservato. « Il re gli faccia versare dell' olio bollente nella bocca e nelle orecchie. (Lib. VIII. verso 299). Se egli ha l' audacia di prendere costituire agli occhi di Manou lagra vezza del delitto e che solo espone alla punizione. « Il Dawdja, dice il codice, ❘ posto allato ai gloriosi bramani, deve > (Ecclesiaste, XXXIII, 28, 29, XLII, 1,5,) Il divieto di colpire il figlio per lecolpe del padre. (Deut , XXIV, 16) è degno di nota; ma è però singolare che lo stesso Pentateuco in altri passi contra sti il merito di questa disposizione le gislativa, rappresentando la divinità co me disposta acolpire l'iniquitàdei padri sui figli sino alla decima generazione, e imponga una pena,allora infamante, ai bastardi. (Deut., XXX, 2) Fragli altri popoli dell' antichitànon sarebbe difficile trovare esempi nume rosi di morale depravata, secondo le nostre idee. Di eid che pensassero gli antichi intorno alla continenza e alla lussuria si è lungamente discorso in questo Dizionario all' articolo AMORE, dove si vedranno donne offerenti nel dei, ed uomini deliranti , che si re cidono le parti genitaliperguadagnarsi il paradiso. Di sacrifici umani per pla care la collera degli Dei son piene le cronache antiche, e non si può affer mare con sicurezza che ancor non si rinnovino tuttodi in qualche lontana parte della terra. Per lo meno, il signor de Varigny ci assicura che nelle isole Sandwich lamemoriadi queste ecatom be di vittime umane immolate sull'altare degli Dei, è viva ancora nelle tradi zioni di quei popoli, fortunatamente or mai incamminate sulla via della civiltà (Viaggio alle isole Sandwich) Tali sono i risultati della universa lità della morale religiosa. Ma vi è una certa classe di filosofi, i quali non vo lendo assumere la responsabilità delle contraddizioni teologiche, e riconoscendo che una separazione tra i dommi reli giosi ed i morali è necessaria, respin gono l'appoggio che spontaneamente offre a loro la Chiesa, e fondano ad drittura l'ordine morale o sopra Dio, come facevavano i deisti del secolo pas sato, o sopra certi principii metafisici nei quali l' oscurità è un carattere pre dominante. Gli uni e gli altri press' a poco ragionano all' istensamaniera, poi chè suppongono che, non già nella re ligione, ma nella stessa natura umana siano i caratteri ingeniti, indelebili della morale. Se non che i primi ammettono che questo carattere, o questa intuizio nemorale, sianostati impressı da Dio al l'uomo siccome facoltà innata; gli al tri l'origine non curano e, come fa cevano gli scrittori della Morale Indi pendente, si occupano del fatto che tro vano, senza cercare, del come sia av venuto. « La nozione del dovere, dice De Gerando, è una nozione semplice, primitiva, che non può definirsi, colla decomposizione in altri elementi, ma si affaccia alla riflessione quando interroga i fatti intimi della coscienza ... La legge morale è obbligatoriaper se stes sa, è riconosciuta e applicata dalla ra T 96 MORALE gione; e riscontra nella coscienza una facoltà, un senso speciale, che può, a buon diritto, essere chiamato il senso morale». In tal manieracome giàBaum garten ebbe l' infelice idea di trovare un senso speciale per l' estetica, De Gerando ne trova un' altro per la mo rale. Ma sappiamo oramai quanto val gono questi sensi speciali con cui alcu ni filosofi troppo corrivi sogliono in realtà occultare le loro nebulose teorie, non possibili a concepirsi coi sensi veri. Confesso che creando sensi nuovi, facile fondamento si dà a qualsivoglia teoria, per strana ch' ella sia; ma il vantaggio èdi poco momento, poichè la vera dif immagin AC ficoltà non consiste nel creare cotesti sensi, ma sì nel provare che essi esisto no veramente. Ma quando coi cinque sensi che possediomo, e che la fisiolo logia solo riconosce; quando colle no stre passioni possiamo spiegare i feno meni che sembrano più ribelli agli ar gomenti della scuola spiritualistica, non vedo proprio qual necessità ci siadi in ventare o di supporre nuovi sensi o nuove facoltà, che sempre mancano di banditi delle caverne e fra le associa zioni dei più grandi scellerati; dimodo chè coloro che sembrano avere rinun ciato ad ogni carattere d'uomo, sono fedeli gli uni agli altri e osservano fra loro le regole della giustizia. lo am metto che i banditi usino così fra di loro, ma nego che ciò avvenga incon siderazione delle regole di giustizia e pei principii innati che sono impressi nella loro anima. Essi osservano que sti principii soltanto come una regola di convenienza assolutamente necessa ria per conservare la loro associazione. La giustizia e la verità sono i vincoli necessari d'ogni associazione d' uomini, ed è per questo che i banditi e i ladri sono obbligati di osservare la fedeltà, e qualche regola di giustizia fra di loro; senza di che essi nonpotrebbero vivere insieme. Si dirà forse che la con dotta dei briganti é contraria alle loro cognizioni, e che essi approvano tacita mente nella loro anima, ciò che smen tiscono colle azioni. Rispondo prima mente che ho sempre credutochenonsi potesse meglioconoscereil pensiero degli dimostrazione. Or, De Gerando non si è curato di ciò cha prima di lui con tanta evidenza aveva detto la scuola sensualistica. Im perocchè Locke avesse già discussa e sciolta quest'ardua questione. Ecco cosa scriveva il filosofo inglese. Per sape re se vi sia qualche principio dimorale nel quale tutti gli uomini convengono, io mi richiamo a tutti coloro ch'hanno qualche conoscenza della storia del ge nere umano, e che hanno, percosì dire, perduto di vistailcampaniledel lorovil laggio.Mi dicanoessi ove si trovi questa verità pratica che sia universalmente riconosciuta, come dovrebbe essere se fosse innata? (e sarebbe innata se un senso speciale fosse stato dato all'uomo per percepirla). La giustizia e l'osser vanza dei contratti par che siail punto sul quale gli uomini si accordano per dare il loro consenso. É un principio, per quanto si dice, accolto perfino dai uomini che dalle loro azioni. .. Sela natura si è data la pena di imprimere nell'anima nostra dei principii pratici, certo dev'essere stato affinchè essi siano messi in opera; e per conseguenza de vono produrre delle azioni conformi, e non già un semplice consenso che li faccia ricevere siccome veri. Confesso che la natura ha dato a noi tutti il desiderio di esser felici e una grande avversione per la miseria. Son questi dei principii pratici veramente innati, i quali secondo la destinazione di ogni principio pratico, hanno una continua influenza sulle nostre azioni. .. L'os servanza dei contratti è certamenteuno dei più incontestabili principii di mo rale. Ma se voi domandate a un cri stiano che crede alle ricompense e alle pene future , per qual ragione devesi tenere laparola, vi risponderà: Perchè Dio, arbitro supremo della felicità e della infelicità eterna, ce lo comanda. MORALE Un discepolo di Hobbes dirà: che il pubblico vuole che così si faccia, e che Leviathan punirà i trasgressori. Infine un filosofo pagano avrebbe risposto che il violare lapromessa è cosadisonesta, indegna dell'eccellenza dell'uomo, econ traria alla virtù, la quale inalza la 97 se ne troveràuno solo il quale abbia sufficiente forza per sopportare il bia simo e il disprezzo continuo della so cietà in cui vive. «Si dirà forse che poichè la co scienza ci rimprovera l'infrazione delle regole morali, devesi inferirne che noi natura umana al più alto grado diper fezione possibile. Da questi differenti principii deriva naturalmente lagrande diversità d'opinioni che siincontrano fra gli uomini intorno a certe regole di morale, secondo le differenti specie di felicità a cui tendono. Oltre le leg gi religiose e civili, v'è ancora lalegge di opinione o di riputazione, che ci fa essere morali. È chiaro che i nomi di virtù e di vizio considerati nelle loro applicazioni particolari sono costante mente attribuiti a tali o tali altre a zioni, che in ciascun paese e in ogni società sono reputate onorevoli o ver gognose. Or chiunque si immagina che l'approvazione e il biasimo non siano dei motivi sufficienti per obbligare gli uomini a conformarsi alle opinioni e alle massime di coloro fra i quali vi vono,non parrebbe molto instruitonella storia del genere umano, la maggior parte del quale si governa principal mente, colle leggi della pubblica co stumanza. D'onde risulta che essi pen sano sopra ogni cosa a conservare la stima di coloro che frequentano, senza darsi molta pena per le leggi di Dio o per quelle dei magistrati. Alle pene che sono attribuite all'infrazione delle leggi di Dio, alcuni, e forse il maggior numero, non pensano seriamente; efra coloro che vi pensano, molti sperano di mano inmano che violano queste leggi, che un giorno si riconcilieranno | col loro autore! E quanto alle pene in- | flitte dallo Stato, sperano sempre nel l'impunità. Ma non vi è uomo il quale violando le consuetudini e le opinioni di coloro che frequenta, ed ai quali vuol rendersi accetto, possa evitare la penadella loro censura e del loro dis degno. Sopradieci mila uomini, non ne riconosciamo la giustizia e l'ob bligazione. Rispondo che queste regole ci sono insegnate dall'educazione, dalla compagnia che frequentiamo e dai co stumi del paese: e una volta stabilita la persuasione della morale, lacoscien zanon diventa altro che l'opinione che noi abbiamo della rettitudine morale e della perversità delle nostre azioni, secondo i principii appresi. Or se la coscienza fosse una prova dell'esistenza di principii innati, questi principii po trebbero essere opposti gli uni aglial tri, poichè certe persone fanno per principio di coscienza, ciò che altre e vitano di fare per lo stesso motivo. «Si trovano nella Mingrelia, scri veva Charpin citato da Buffon (Op. T. 10 р. 399), delle femmine bellissime, che hanno un'aria maestosa e il porta mento ammirabile, e che spirano dagli occhi una dolcezza che innamora. Por tano un abito simile a quello dellePer siane, sono civili e affettuose, ma per fidissime, e non vi è ribalderia di cui non facciano uso per farsidegli amanti, per conservarli o perderli. Gli uomini hanno similmente molte cattive qualità. Vengono educati al ladrocinio, e in MORALE 99 questo esercizio fanno consistere il loro | favore d'essere sepolti vivi, i figli più impiego, il loro piacere e la loro glo ria. Raccontano con estrema soddisfa zione i loro furti, e vengono perciò lo dati universalmente. L'assassinio, il fur to, la menzogna sono per essi azioni assai belle. Il concubinato, la bigamia, e l'incesto vengono considerati come abitudini virtuose. Gli uni rapiscono le mogli degli altri, prendono senza scru polo la zia, la nipote, e la zia della propria moglie; sposano due o tre don ne in una sola volta, e mantengono quante concubine vogliono. Imariti mo strano pochissima gelosia per le loro mogli; e quando le trovano sul fatto con qualche galante, hanno diritto di obbligarlo a pagare un porco; e nonsi pigliano d'ordinario altra vendetta, e mangiano fra loro tre l'animale. Pre tendonoche siaun costume assai buono elodevolissimo quello di avere molte femmine e concubine, mentre per tal modo si procreano molti figliuoli, che si vendono a denaro contante, o si cam biano con vestimenti e viveri. > L'abbandono dei malati, quello dei parenti troppo vecchi od infermi, è una regoladella maggior partedei selvaggi. Gli Esquimesi si prendono la cura di costruire una tana di ghiaccio nella quale li richiudono ancor viventi; ma i Neo-Caledoni non si danno poi tanta fatica. Scavare unafossa e gettarvi den tro ancor vivi i genitori decrepiti, od i malati tediosi, è un procedere più spe dito e che la morale neo-caledone non condanna. Il paziente d' altronde trova questo trattamento affatto naturale; tal volta anche si prende la briga di sca vare da se stesso la sua fossa, e solo domanda ai suoi parenti il lieve servi zio di un colpo di mazza. (De Rochas Nouvelle Caledonie.) AViti (Lubbock- Les Sauvages modernes d'apres Williams et le capi taine Wilkes ) se accade che i vecchi genitori, sia per dimenticanza, sia per un amore smoderato ed inconveniente della vita, ritardino un po' troppo il o meno dolcemente insinuano loro come sia veramente tempo di farla finita; dopo di che il seppellimento si compie alla piena luce del sole, non senza so lenizzare lacerimoniaconunbanchetto, al quale sono convitati i membri della famiglia ed i genitori stessi. I mede simi Vitiani, allorquando muore un personaggio di qualche importanza, han no l'abitudine di seppellire con lui le sue donne predilette e qualche schiava, che hanno però la cura di sgozzare. Ghiotti oltre ogni diredellacarne umana, questi isolani ingrassano gli schiavi per mangiarli. Talvolta li arrostiscono vivi per divorarli tosto; tal altra aspettano agustare il cadavere fin che abbia rag giunto un certo grado di putrefazione. A Viti ogni pasto officiale deve avere un piatto d'uomo nella sualista, e mol to disdirebbe se ciò non fosse. Tenero come l'uomo morto, è il più grande elogio che si possa fare d'una vivanda qualunque; e perciò la carne umana ha un nome significativo: puabba balava, ossia lungo porco. OgniVitiano chesia ben allevato, fino dalla sua infanzia ha appreso abasto nare la madre sua, e la sua maggiore ambizione è d' arrivare fino ad essere un grande assassino, ad acquistare, per esempio, la meritata considerazione di cui godeva Ra Undre-Undre capo dei Raki-Raki, che potevagloriarsi di aver mangiate novecento persone da solo, senza permettere a chi si fosse di pren dere la sua parte. I Vitiani d' altronde sono intelligenti, assai cerimoniosi, indu striosi e d'una squisita politezza. Nella NuovaCaledonia troviamo dei gusti e dei costumi analoghi. I quaranta o cinquanta mila individui che abitano questa fertile isola, trascorrono la loro vita nello scannarsi reciprocamente, so vente, senza altro motivo che il deside rio d'aggiungere un pezzo d'uomo agli ignami ed alle radici che costituisco no il loro abituale nutrimento. Di so lito è una tribù vicina che fornisce 100 MORALE il miglior piatto delbanchetto, ma tut tavolta non è raro di vedere un capo invitare gli amici a mangiare qualche duno de'suoi servi. All' infuori del pa ziente, tutti trovano che è questa una pratica assai semplice,legittima, ed an che gloriosa per il principe. Un capo della tribù di Heinguène chiamato Bou rano messi a morte dai loro genitori. Bougainville nel suo Viaggio intorno al mondo, così parla della sua perma nenza all'isola di Taiti. Ogni giorno, > Acciajo > Piombo> 12 Carta 13 Cartone> 14 14 Crine 15 Vermiglio Paglia 16 15 Biondo . ecc . Bronzo . > Nove Dieci 11 Fante 12 Dama Re . ecc Leone 12 Anna . ecc PAESI OGGETTI Italia Alfonso Fazzoletto Spagna Temperino Svizzera Camillo Inghilterra Francia Berta Moneta Elisa Ciondolo Ventaglio Alberto Occhiali Anello Adriana Chiave 11 Suggello Catena . ecc Germania Prussia Russia Turchia Belgio . ecc MAGNETISMO 135 ecc ecc 136 MAGNETISMO ANIMALE Per meglio intendere la cosa, fac ciamo un breve esperimento. Noi siamo in una brigata di parecchie per sone delle quali conosciamo perfetta-- mente il nome, ed a cui abbiamo già fatto riferire un numero per distinguer le. Dopo brevi passi magnetici, la no stra sonnambola sbadiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci fa la grazia di addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga. Ma essi agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non vocali, come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi. Dopo aver reclamato dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato di completa lucidità? R. Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio, tuttochè mi senta abdiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci fa la grazia di addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga. Ma essi agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non vocali, come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi. Dopo aver reclamato dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato di completa lucidità? R. Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio, tuttochè mi senta abbattuta. Vi prego perciò di non affati carmi troppo. D. Terrò conto della vostra racco mandazione. Intanto VEDIAMO se sapreste dirmi il colore di questo oggetto ? R. È bianco. D. GUARDATE qual' è la sua forma. R. Quadrata. R. Elisa. D. ORA ditemi qual mano vi ha mo strato R. La sinistra. D. GUARDATE quante dita ella alza. R. Quattro. D. E ADESSO quante ? R. Soltanto due. D. VEDIAMO che forma ha l' oggetto che tiene in mano Camillo. R. Rotondo. D. POTRESTE voi dirmi che cosa sia? R. Una moneta. D. INDICATENE il metallo. R. D' argento. D GUARDATE bene in qual paese fu coniata. R. In Inghilterra. D. POTRESTE dirmi a qualmano Elisa ha posto l' anello che poc' anzi vi ha mostrato? R. Alla sinistra. D. VEDETE a qual dito. R. Al pollice. D. ADESSO ditemi a qual falangedel pollice. R. Alla seconda. D. DESIGNATE la persona che mi ha dato un libro. R.Alberto. D. VEDIAMO- ORA- PER FAVORE a qual pagina io apro il libro. R. Alla pagina 190. D. GUARDATE-ADESSO quest' altra pa D. ORA ditemi quale oggetto ha in gina. mano Camillo. R. Un anello. R. Ad Elisa. R. É la pagina 42. D. Vi sentite abbastanza lucida per D. INDICATE a chi appartiene l'anello. leggere? R. Ohimè! vi ho già detto ch' era D. PROCURATE di sapermidire a chi abbattuta. Di grazia, non vogliate dun Camillo lo ha consegnato. R. A Giorgetta. D. ADESSO ditemi con qual mano Giorgetta lo ha preso. R. Colla destra. que stancarmi troppo. D. Eppure bisogna che questi si gnori abbiano un saggio della vostra chiaroveggenza ... Lo voglio! R. Concedete almeno che legga una sola lettera per volta D. VEDETE ADESSO di che cosaè l'og getto sul quale essa pone quell'anello ? | questo esperimento mi affatica. ... R. Lo vedo è di carta. D. INDICATE lapersonache vi mostra una delle sue mani. sapete che D. Sia. NOMINATE la prima lettera di questa parola. R. (Dopo alquanto spasimo) è un C. MAGNETISMO ANIMALE D. VEDIAMO la seconda. R. È un A. D. VEDIAMO PROCURATE di dirmi la 137 Unbravo magnetizzatore ha bisogno di comunicare il pensiero senz'uopo di ri petere sempre le domande sopra una terza. R. È unR. chiave troppo limitata e che a lungo andare potrebbe essere avvertita; e D. VEDIAMO ancora, GUARDATE I' ul- prestigiatori Castagnola e Sisti che si tima. R. È un O. D. Benissimo. Tutti possono vedere che qui è scritta la parola Caro. Ma basta per la lettura. Passiamo ad altro esperimento. PROCURATE di dirmi quante carte ho in mano. R. Sette. D. VEDETE chi me ne prende una? R. ÉAlfonso. D. NOMINATE questa carta. R. É il tre. D. BENE. E quale? R. Il tre di picche. D. (agli spettatori). Ora io debbo incaricarono di sbugiardare il magneti smo, produssero con un semplice giuoco di memnotica, fenomeni tali di trasmis sione di pensiero, da rendere attoniti e increduli gli stessi spettatori. Il lato mirabile del giuoco, è quello di indovinare il nome e l'uso e la for madi quei piccoli oggetti chegli spet tatori, d'ordinario, presentano in simili circostanze, e di indovinare sopratutto senza uopo, per parte del magnetizza tore, di dovere ad ogni volta variare la domanda. Al caso si può provvedere in due modi: coi segni, o colla voce; ma me chiamare l' attenzione sopra un esperi- glio ancora con gli uni e con gli altri mento difficile e che non potrebbe rin novarsi spesso senza molto affaticare il soggetto. La mia sonnambola leggerà un numero in cifre ... Chi avrebbe la compiacenza di scriverlo sopra que sta carta? ... la signora Benis simo ( alla sonnambola ) VEDIAMO, PO ... TRESTE- ORA PER FAVORE INDICARE la cifra che la signora ha scritto su questa carta? R.(Dopoqualche sforzo) sono stanca, non lo posso. D. Eppure lo voglio! R. È il numero 15,906. Come ognunvede, il giuoco si riduce aben poca cosa, ad un artificio sem plice, ed è davvero gran motivo di me raviglia che a cose tante dozzinali pre stino ancor fede gran parte degli uo mini. Egli è pur forzaconvincersi, dopo un certo numero di esperimenti, che tutti i fenomeni di magnetismo si ridu cono a questo segreto. Veramente, la tavola memnotica può essere cambiata all'infinito. Quella che io ho dataè, co medissi, elementare, e l'esperimento con essa non potrebbe impunemente ripe tersi senza pericolo d' essere scoperti. insieme. Tutto l'arcano sta sempre nel creare nuovi segni, o vocali o mimici, che sieno abbastanza impercettibili per sfuggire al più attento osservatore, e questi poi non sono tanto difficili a for marsi, come può parere aprimagiunta. Una vocale accentuata, una consonante raddoppiata, un articolo premesso alla domanda, bastano per dare un nuovo numero. Un prestigiatore trasmetteva alla consorte il nome di un oggetto, senza che apparentemente mai cangiasse il genere della domanda. All' altro oggetto!- Tali erano le sole parole che invariabilmente accompagnavano la sua interrogazione. Ma quanti modi e quante forme non ha la voce per pro nunciare una stessa parola? Infatti, per il solo artificio della lingua, voi potete dare a questa semplice domanda dieci diversi significati, rappresentauti le disci cifre, dalla cui combinazione possono nascere tutti i numeri possibili. Ν. Ι. L'altro oggetto Dell' altro oggetto All' altro oggetto O l'altro oggetto «2. «3. «4. 1 138 MAGNETISMO ANIMALE Ed eccovi già, con unasemplice de clinazione, quasi quattro numeri. Non occorre dire che gli articoli premessi, si pronunciano rapidamente, quasi fossero errori di lingua. Il quintonumero lo si può comporre, per esempio, pronun ciando la rdella parola altro, col suono francese, e per gli altri cinque, neces sari a comporre la decina, si raddoppia la voce e si accentuano le sillabe. Con questo mezzo voi trasmettete una sola cifra, ma la combinazione dellaseconda cifra può farsi con un altro alfabeto tutto mimico. L'essere voltato a destra piuttosto che asinistra, l'alzata dell'una piuttosto che dell'altra mano, son tutti segui che sfuggono all'osservazione de gli spettatori, ma che servono assai bene alla sonnambula. Questa, infatti, ha già studiato amemoria unaspeciale nomen clatura per la quale, al nome di ciascun oggetto corrisponde un numero. E per chè il linguaggio dei segni non riesca di soverchio intralciato per dover ri correre alla composizione di più nume ri, giova assai che i numeri siano di visi in parecchie tavole. Sicchè, il nu mero che, acagiond'esempio,viendato colla voce si intenderà corrispondere, poniamo, alla tavolaA, e quel che vien dato col segno s'intenderà riferirsi al numero speciale di quella tavola, equindi al nomeche aquelposto vi si trova in scritto. Del resto, molti sono i mezzi per comunicare il pensiero, ed è sem pre utile il comporre alfabeti di due o tre sorta, pernon lasciarsi cogliere alla sprovvista. Un magnetizzatore comuni cava il pensiero senza parola e senza gesti: si poneva dietro alla sonnambola ecolle braccia tese le inviavailpotente suo fluido, sbuffando come un-mantice. Chi avrebbe mai sospettato che egli aveva composto un alfabeto sul sem plice modo della sua respirazione? Per chi dunque voglia sinceramente che l'osservatore siadotato diuna certa penetrazione delle cose,diuna provata esperienza e che sopratutto si trovi li bero da quegli impacci sociali,daquelle deferenze, che d' ordinario in una riu nione di persone impediscono di dubi tare di tutto e di tutti, di non accredi tar fede all' altrui parola, di voler ve dere e toccare con mano ogni cosa, di variare l'ordine degli esperimenti e di volerli riprodotti in diverse circostanze. Le arti dei magnetizzatori sonomolte e varie e perciò la regolasicuraper isco prirle deveemergere, asecondadei casi, dalla prontezza ed accortezza dell'osser vatore. Importanotareche ifenomenidel sonno, della catalessi, dell' insensibilità periferica dell' epidermide, del rallenta mento del polso e simili, non debbono mai considerarsi come prove valide nella questione. L'esercizio può produrre una tensione de'nervi superiore all' ordina naria, e la semplice volontà di tendere con forza i muscoli del braccio, può rallentare la circolazione di quel mem bro. Talora anche si ricorre ad un cinto di gomma elastica che circonda il brac cio sotto l'ascella, il quale con un semplice movimento stringe le vene e toglie il libero corso alla circolazione. Io stesso sono riuscito con una gran tensione dei muscoli e rallentando, per quanto è possibile il respiro, a modifi care, se non a sopprimere del tutto, la pulsazione di un braccio. Fra-i fenomeni prodottidai magne tizzatori ve n'è uno che maggiormente impone al pubblico, e che i magnetiz zatori tengono in serbo siccome l'espe rimento più adatto aridurre al silenzio l'incredulità. Sanno tutti che voglio parlare della perforazione del braccio. I magnetizza tori sogliono in codesto caso trapassare il braccio del supposto magnetizzato con un lungo spillo d'oro, senza che il paziente dia pur segno d' avvedersene, e, cosa ammirabile, quand'eglino estrag gono dal foro quello spillo, non una e senza idee preconcette esaminare i così detti fenomeni del magnetismo a nimale, la buona volontà, se ne accer tino pure i lettori, non basta. Bisogna | goccia di sangue escedalla ferita. MAGNETISMO ANIMALE Il pubblico che d'ordinario non sa come si faccia quell' esperimento, ne resta fortemente impressionato; le si gnore si coprono gli occhi per non ve derlo,e semai vigettanodi sbieco qual che occhiata, ne sono sì commosse, e così leggiadramente atterrite, che guai al malcapitato che in quel momento 139 mentre la gomma tende a distendersi circolarmente intorno alla periferia, l'ago comprime bensì la parte rotonda dek braccio, manon può piegarsi per ab bracciarne tutta lacirconferenza; d'onde quel leggero stiramento della gomma ches'increspa sui puntiestremi d'immer tentasse di disilluderle intorno al ma gnetismo. Comepotranno esse persuadersi che quell' esperimento che riesce sempre, e sempre impone, non è gran fatto dolo roso, come generalmente si crede, eche non occorre poi di essere magnetizzati, nètampoco catalettici per sostenerlode gnamente? Madacchè sono sull'argomento, vo glio pur persuadare i miei lettori, che in tutto cotesto apparato d'insensibilità non vi è cosa alcuna che veramente meriti la loro sorpresa, dacchè il foro non trapassa guari il muscolo del brac cio. Il magnetizzatore prende destre mente tra l'indice e il pollice la pelle dell' avambraccio, latira a sè, in guisa che quel tessuto sommamente elastico corre facilmente dai punti estremi della periferia, al luogo dove ledita lo strin gono, e al tempostesso formando come una piega l' allontanano dal muscolo. Ed èlàdove le dita tengono quel ri piegamento della pelle, il quale non è più grosso di un mezzo centimetro,che il magnetizzatore immerge l'ago da sione e d' emersione. E appunto questo leggero increspamento, che sempre si osserva sulle persone così operate dai magnetizzatori, come purelostudio che questi pongono di volgersi in maniera da non essere veduti dal pubblico nel brevissimo momento in cui fanno de stramente quella operazione, mi con dussero nel convincimento che lo spillo si immerge soltanto nella pelle, corre tra il muscolo e il derma, e se n'esce ancora dalla pelle senza avere offesa alcuna parte sensibile. Cosi spiegata la cosa si capisce subito la ragione per cui da queste ferite, per solito, non e see mai sangue, o una goccia al più. Salvo quei pochi e sottilissimi vasi san guignichesononelderma,nessuna vena resta offesa, e la tensione del braccio che viene alzato e tenuto immobile in una finta calessi, lo spillo lasciato im merso per alcun tempo onde tutti gli spettatori lo vedano e il sangue leg germente e internamente si raggrumi, sono motivi che dovrebbero farci mara vigliare che dalla ferita sortisse sangue, piuttosto che del casoopposto. Non ab biamoforsepiùdi unavoltaincertipaesi veduto ai giovani vitelli e agli agnelli, vivi ancora,tagliare la pelledelle gambe posteriori presso l' unghia, estrarne i tendini e con quelli attaccarli vivi col parte aparte. Quindi, abbandonata la pelle, quella ritorna al suo posto, la piega si distende sopra l' ago e lo co pre quasi interamente,dimanierachè, ad operazione finita, par che l'ago sia pas- | capo abbasso, acciocchè dalla ferita che sato attraverso al braccio. Egli è come se si stringesse fra le dita la manicadi un vestito di gomma elastica. La gom macede, si allontana dal braccio e in quel sottilissimo strato che resta fra le dita si può immergere unospillo. Quindi se la gomma vieneabbandonata, si di stende, comprime lo spillo contro il braccio e là dove sono ifori forma due lor si farà al collo più facilmente ne sgorghi il sangue? Ebbene, spesso ho veduto che da questi tagh, sempre ab bastanza ampi per poterne estrarre i tendini, nonusciva goccia di sangue, o tutt' al più rosseggiavano i margini della ferita; e nel laboratorio fisiologico del prof. Schiff, ho poi provato più di unavolta aforare la pelle di un cane vivo eterizzato senza che laferita, fatta Ita piccole crespe, cagionate dal fatto, che 140 MAGNETISMO ANIMALE nel modo che si èdetto, accennasse pur anche a rosseggiare. In conclusione, se si pensa che i tessuti vivi trapassati dallo spillo non presentano in com plesso un diametro maggiore di tre o quattro millimetri, si capirà facilmente che il dolore cagionato da quella ope razione deve essere ancora inferiore a quello che si prova nell'innesto del va iuolo; e che perciò non occorre proprio di essere magnetizzati per poterla so stenere senza presentare tracce visibili di esteriore sensazione. Orcotestoesperimento,fatto e rifatto in privato, mi capitò appunto l' occa sione di ripetere in pubblico nell'estate dell'anno 1875, quando una sfida vera mente singolare era stata bandita a Firenze dal magnetizzatore Zanardelli. In quella occasione ho pubblicamente eseguita la perforazione del braccio senza bisogno di ricorrere al magne tismo. Lo spillo d'oro adoperato era lungo bennove centimetri; la distanza fra il puntod'immersione e quello d'on deusciva dalla pelle eradi sei centi metri, sicchè sembrava che il braccio fosse interamente perforato poco al di sopra del suo diametro. Il dolore della ferita, per quanto mi assicurò il prof. Golfarelli, che gentilmente si prestò come paziente , non fu maggiore di quello che potrebbe recare una sem plice puntura cutanea, è dopo l' opera zione, nè nei giorni successivi, ebbe a soffrire il più leggero incomodo. Ben si vede dunque che una operazione fatta in queste condizioni non può gran che spaventare le nostre finte sonnambole, e che se l'amore per laverità può spingere gli uomini onesti a sopportare ben di buon grado il leggero incomodo di quella puntura, l'avidità dell'interesse può renderlo sopportabilissimo a coloro che si fanno credere magnetizzati. Quando isignorimagnetizzatori siano posti in condizioni che escludano ogni possibilità di simulazione o di allucina zione, tosto tutte le meraviglie magne tiche scompajono, e il preteso fluido, nonchè essere inetto a generare lachia roveggenza, è eziandio impotente apro durre qualsiasi apprezzabile effetto. Fu questa conviuzioneche indusse la Società dei Razionalisti di Firenze a pubblicare il seguente concorso ma gnetico: «La Società dei Razionalisti di Fi (Wolf. Ontologia § 57 e 101.) Io convengo pienamente con Wolf che l'impossibile è nulla; ma sostengo ancora che è nulla anche il possibile, perciocchè ogni possibile che non sia in atto, non esiste ancora, e ciò che non esiste è nulla. Io ho un bel dire che fra una mezz'ora possc sperare di avere riempita questa pagina di fitta scrittura; ma finchè quella scrittura non sia com parsa sulla carta, potrò io dire che qualche cosa esiste? Il possibile è una idea di pura relazione, e si riferisce al fatti anteriori già osservati, che ci in ducono nella possibilità che fatti simili si ripetano ; questa relazione non può dun que esistere senza la cosa a cui si rife risce. È la stessa distinzione che con vien fare per le funzioni in atto e quelle in potenza. Finchè la funzione non si estrinseca e diviene un fatto, non può esistere. Io non posso dire che esista il movimento di una locomotiva ferma, sebbene sia possibile che si muova. So bene che in potenza essa ha questa fa coltà di moto, ma finchè la facoltà non si fa azione, moto non esiste. Concludo che la nozione del possi bile, è nulta anch' essa, come quella dell' impossibile. L'una e l'altra sono dei puri concetti, e come tali esistono subbiettivamente, solamente in quanto ci rappresentano cose o fenomeni che i sensi hanno percepito (possibile) o non hanno mai percepito, e che perciò ri tengono impossibili. Mi pare che Dumarsais definisca i limiti del quesito nel seguente passo del suo Trattato dei Tropi: « Gli og getti reali non sono sempre nella stessa situazione: essi cambiano di luogo, spa riscono, e noi sentiamo realmente que sto cambiamento e questa assenza. Al lora accade in noi un' affezione reale, per la quale sentiamo che non ricevia mo al un'impressione da un oggetto, la cui presenza eccitava in noi effetti sen sibili: da ciò deriva l'idea di assenza, di privazione, di nulla; di modo che, sebbene il nulla sia in se stesso nulla, questo vocabolo denota un' affezione reale dell'intelletto ; cioè un'idea astratta che noi acquistiamo coll'uso della vita, nell'occasione dell'assenza degli oggetti e di tante privazioni che ci recano pia cere o ci affliggono ». Nullismo o Nihilismo. Dot trina dei buddisti, per la quale credono essi che la suprema felicitá sia l'annien tamento del corpo e dello spirito; sorte riservata ai soli beati, i quali cessando di trasmigrare di corpo in corpo per OCELLO-LUCANO dono lacoscienza di se stessi e si con fondono in Dio (v. BUDDHISMO). 175 rità oggidi perdute ; ma questa opinione non ha altro fondamento che la ten Numero. Ciò che fu detto all'ar ticolo MATEMATICA, deve aver chiarita la ragione per cui facilmente gli uomini siano trascinati ad attribuire ai numeri un valore simbolico che ad essi manca assolutamente. Le operazioni che, gra zie all'aiuto dell' insegnamento tradizio nale, si compiono con grande facilità mediante i numeri, e poi si riconoscono esattamente corrispondenti alla realtà, hanno fatto credere a molti che i nu meri non solamente fossero i simboli dellecose, ma l'essenza delle cose stesse. Di tal novero furono Pittagora e Pla tone, i quali introdussero nella filosofia i simboli numerici, come se fossero per se stessi dei principii propri a spiegare le cose. Dei pregiudizi dei Pittagorici intorno a questo argomento, così parla Aristotile: > (Matt. V 29,30). Nel suo vivo entu siasmo, Origene, interpretando alla let tera questo precetto, si recise le parti genitali. La quale mutilazione fu ap provata da Demetrio suo vescovo. Ma quando il nome e lafamadi Origene lo fecero chiamare a Cesarea per inse gnarvi la scrittura nelle assemblee dei fedeli, Demetrio cominciò ad essergli contrario; e quando i vescovi di Cesa rea edi Alessandria lo ordinaronoprete, Origene nel suo libro contro Celso combattè le accuse che questo filosofo epicureo moveva contro i cristiani; ma il trattato di Celso essendo perduto, nonci resta alcun mezzo per giudicare il fondamento delle accuse, che dalla confutazione dalle citazioni di Ori gene; il quale se abbia sempre citato fedelmente è lecito dubitare vedendo com' egli descriva Celso, così accanito nemico dei cristiani, e al tempo stesso credente nei miracoli di Gesù. Origene mort nel 263 in età di 69 egli disapprovò vivamente quella ordi- anni. Di lui così scrisse S. Gerolamo : nazione, e disse essere Origene irrego lare, avendo commesso un omicidio so pra se stesso. Adund anche un concilio contro Origene a cui fu intimato di « Dopo gli Apostoli 10 considero Ori gene come il grande maestro delle Chiese; l' ignoranza sola potrebbe ne gare tale verità. Io mi caricherei volen uscire d' Alessandria . L' ordinazione vivamente combattuta da una parte e con altrettanto calore sostenuta dai ve scovi di Alessandria e di Cesarea, ca giond molte turbolenze nella Chiesa, e porse occasione a Demetrio di dimo strare gli errori dommatici che quel dottore della Chiesa aveva introdotto nel suo insegnamento. Il Trattato dei principii contiene l'e sposizione delle sue opinioni religiose. Secondo ogni evidenza Origene fu neo platonico. (v. NEOPLATONISMO). Platone è il filosofo antico che ottiene le sue maggiori simpatie, e nella sua filosofia egli trova chiaramente annunciata la Trinità. Le anime senza corpo egli non concepisce; fuor di Dio egli non vede che esseri in relazione colla materia, dotati di corpo. Questo carattere della teologia origenista ci rivela che l' idea tieri delle calunnie di che gravato venne il suo nome, purchè a tale prezzo io potessi avere la sua scienza profonda delle scritture ». Quantunque fatta da un santo e da un padre della Chiesa, non si può dire che questa dichiara zione sia molto ortodossa. Origenisti. Coloro che fondan dosi sugli scritti di Origene, sostene vano che Gesù Cristo è figliuol di Dio soltanto per adozione; che le anime e sistono prima di essere congiunte ai corpi; che i supplizi deidannati avranno unfine, eche i demoni stessi saranno li beratidallepene dell'inferno. Alcuni mo nacid'Egitto e di Palestina professarono queste opinioni, le propugnarono con pertinacia e furono cagione di gravi scompigli nella Chiesa: ma vennero con dannati dal quinto concilio generale te nuto in Costantinopoli l'anno 553, e in OTTIMISMO quellacondanna rimase avvolto lo stesso Origene. Erano allora gli origenisti divisi in due sêtte; ma nell'una e nell'altra pro fessavano tutte le sentenze de'librid'Ori gene. I sostenitori della figliuolanza so 193 della grazia ha stabilito ilprincipio che Dio non può operare che per la sua gloria; d' onde conclude che Dio nel creare il mondo lo ha fatto secondo quell'ordine di cose che era più adatto lamente adottiva di Gesù Cristo asseri vano altresì che nel giorno della risur rezione generale gli Apostoli sarebbero fatti eguali aGesù Cristo; perciò furono denominati isoscristi. Quelli che inse gnavano essere le anime umane esistite innanzi all'unione coicorpi, furono detti protocristi, voce indicante l'opinione che sostenevano. Ignorasi donde sia venuto aquesti il nome di tetraditi o infatuati del numero quattro. Non deesi confondere questo orige nismo con gli errori di un' altra sêtta i cui partigiani vennero chiamati anch'essi origenisti od origeniani da un Origene loro capo, uomo affatto oscuro. Condan navano costoro il matrimonio ed asse rivano che qualunque più enorme atto disonesto non è peccaminoso. I Santi Epifanio ed Agostino che ricordano que sto sozzo origenismo confessano che nessun motivo vi diede il celebre Ori gene, padre della Chiesa, ilquale, come si sa, si tolse da se stesso le parti ge nitali per non cadere in tentazione (v. EUNUCHI). Osservazione.VediEsperimento. Ottimismo. Sistema di chi af ferma che il mondo in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili; che Dio stesso, sebbene sia onnipotente, non po trebbe farlo migliore di quel che è, perocchè all'atto della creazione egli ha appunto dovuto dispiegare tutta la sua possanza per produrre opera degna della sua perfezione. Malebranche e Leibnitz furono i principali sostenitori di questo sistema tutto teologico, col quale essi intesero di confutare le obiezioni di Bayle contro la provvidenza e l'unità di Dio, dedotte dall'esistenza del male (v. DUALISMO). Malebranche nei suoi Dialoghi me tafisici e nel trattato Della natura e amettere in evidenza le sue perfezioni. Egli fonda quel suo principio, confron tando il sesto dei Proverbi, (XVI, 4) con le parole di S. Paolo ai Colossesi (I, 16) e ne deduce che Iddio, creando il mondo,nonsolamente ebbe per scopo l'ordine fisico e la bellezza dell' opera, ma l' ordine morale e sovranaturale di cui Gesù Cristo è, per così dire, l'anima ed il principio, e che dispiega ai nostri occhi i divini attributi assai meglio che l'ordine fisico dell' universo: perciò a voler comprendere l' eccellenza dell' o pera di Dio, non bisognaseparare l'una dall' altra queste due considerazioni. > (Ici, N.º 10). (N.° 10). Éfacile vedersi che qui si ritorna sempre alla solita petizione di principio. Non si esamina se ' imperfezione del mondo non derivi da ciò: che nessuna intelligenza creatrice presiedette alla sua formazione; sibbene si ammette già a priori questa intelligenza, per con cludere che se essa ha scelto il mondo comesi trova, è segno che questo mondo è il miglioredei mondi possibili. Eppure non sarebbe difficile concepire un mondo migliore, ( v. ORDINE E PERFEZIONE ) e alla onnipotenza di Dio non doveva es sere impossibile di farlo. Secondo l'opi nione di Leibnitz, è falso che sul nostro globo la somma dei mali superi quella dei beni. « Il difetto d'attenzione, dice egli, è quello che diminuisce i nostri beni, e bisogna che questa attenzione venga in noi destata da una mescolanza di mali. > egli sostitui quest' altra più precisa e più conforme ai nostri bisogni: > Dalla Grecia il panteismo passò nella filosofia dei romani. Varrone, Plinio il naturalista, i poeti Manilio, Lucano e perfin Virgilio furono accusati di aver partecipato a questa scuola. Virgilio, di cono, ci parla di Giove come padre di tutti gli uomini e di tutti gli Dei; e Cicerone facendosi storico delle dottrine sparse nella sua patria, ci narra che secondo queste dottrine « l' Essere ani mato, ricco di prudenza, e d'intelletto, è stato generato (non creato) inmaniera ineffabile dal Dio supremo ». Alquanto più tardi gli stoici romani abbandonan do il panteismo per generazione, ab bracciarono quello per animazione. Lu cullo e Balbo, secondo Cicerone, eransi dichiarati per il mondo animale ed ani La scuola eleatica è più esplicita. ❘ mato; e per il Dio anima del mondo. Senofane considera Dio come Uno e La quale opinione Cicerone confutava 200 PANTEISMO mettendo in bocca all' epicureo Vellejo | sospetti di averlo appoggiato. La sola queste parole: « Il nostro Dio è per lo meno felicissimo; mentre il vostro è so prafatto dalle occupazioni e sfinito. Im perocchè o Dio è il mondo medesimo, e alloraniuna cosa avvi meno tranquilla di questo Dio, obbligato continuamente a rivolgersi intorno all' asse del cielo: questo Dio non potrebbe essere felice, perchè felice non è chi non ètranquillo: ovvero Dio è mescolato al mondo per animarlo e reggerlo, per vegliare al cor so degli astri, coll' occhio sempre vigi lante su tutte le terre e su tutti mari perprocurare il bene e conservare la vita degli uomini, ed allora voi conver rete che questo Dio è schiacciato sotto il peso di tante sollecitudini e di tante no iose cure » (De nat. deor) Nè pure il panteismo pittagorico ap pagava Cicerone, il quale meravigliava che Pittagora ammettendo le anime u mane come tante particelle della divi nità, supponesse implicitamente un Dio capace di soffrire e di essere lacerato abrani. È opinione accreditata che il pan teismo delle scuole greche sia passato anche nella filosofia neoplatonica degli alessandrini. Ma anche di questo pas saggio si hanno pochi indizi; e mag giori induzioni che citazioni. Bayle nel suo Dizionario critico accusa Plotino di essere panteista, perch' egli diceva che ogni cosa pareva non essere infine che una sola sostanza, la quale non ha di visioni, nè differenze che nei nostri con cetti. Noi non ne percepiamo che qual che parte solamente, le quali non po tendo abbracciare nel loro insieme tras formiamo in esseri reali. (Ennead. VI. 2, 3). Anche B. Constant crede che mal grado la professione di fede deista dei neoplatonici, quell' essere uno, esistente realmente, quell' anima universale con tenente tutte le anime, quella materia creata dalla forma e tutte le altre sot tigliezze di quei filosofi si avvicinano troppo al panteismo perchè non siano differenza, secondo Constant, era nello spirito dell' epoca. Il panteismo che a veva condotto Senofane all' incredulità, conduceva invece i neoplatonici all'en tusiasmo. Anche parecchie sette del cristiane simo furono convinte di professare un panteismo mistico. Sotto il dualismo di Manete, alcuni hanno trovato una ten denza unitaria, per la quale i manichei insegnavano che il mondo è una sola anima che si comunica atutti gli esseri animati; non tutta a tutti come si co munica la voce, ma dividendosi come un' acqua distribuita in diversi canali. Marcione e Carpocrate sebbene unitari, anzi appunto perchè unitari, furono co involti nella stessa accusa; e dei gno stici fu detto che ammettevano un solo principio eterno, dalquale emanava ogni essere spirituale e materiale. Queste ac cuse hanno forse per fondamento una soverchia generalizzazione. Ciò nono stante, bisogna credere che il panteismo, o aperto o latente, fosse assai divul gato anche nei primi secoli del cristia nesimo, perchè i padri mettessero tanto impegno nel combatterlo. Lattanzio lo confuta nel libro De vita beatu (lib. VII); e S. Agostino nel libro II De Genesi (Cap. VIII) combatte imanichei, e nella Città di Dio (lib. IV cap. XII) coloro che dicevano che ogni cosa era parte della divinità. Anche S. Crisostomo e dopo di lui Teodoreto nelle loro spie gazioni sulla Genesi confutarono l'opi nione di coloro che sostenevano essere l'anima una parte della divinità. Écosa singolare che il panteismo, oggetto di tante censure da parte dei padri, risorgesse poi nel seno stesso della filosofia scolastica, essenzialmente cattolica, e trovasse maestri e propu gnatori in Davide de Dinant, Almarico e generalmente in tuttiirealisti (v. Sco LASTICA). Non è però soverchio avver tire che questi, più che filosofi, teologi, nonfurono scientemente condotti alpan teismo, e che questo sistema filosofico PANTEISMO s' induce come necessaria conseguenza de' loro principii, piuttosto che essere stato dichiarato da essi come profes 201 veramente non dice S. Giovanni che nel principio era il Verbo e il Verbo era Dio, che ogni cosa è stata fattaper esso sione di fede. Maggior fondamento ha l'accusa fatta a Giordano Bruno, del quale così parla il padre Ventura. >> Hegel vuol invece che l'unità esista nella sostanza; e la sostanza che sola esiste, che sola pensa siaDio, il quale si manifesta nel mondo finito. Io ho appena accennatoleultime fasi del panteismo. Ricaduto neltrascenden tale esso riproduce le solite antinomie degli scolastici; senza averne la chiarez zae la potente dialettica, si aggira in un circolo vizioso di parole mal defini te, e di continue equivocazioni. Èdunque stretta giustizia il dire che Spinoza fu l'ultimo vero panteista che abbia fondato una scuola. Papa. Il nome di papa, che signi fica padre, anticamente era dato dai fedeli a tutti i sacerdoti; divenne in seguito un titolo di dignitàpei vescovi, efu in fine riservato al solo vescovo di Roma, quando questi pretese il pri mato. Per i cattolici è articolo di fede che San Pietro è stato capo del colle gio apostolico e pastore della Chiesa universale; che il romano pontefice è il successore di quel principe degli apostoli » ed ha come lui potestà e giurisdizione su tuttalaChiesa. Il Con cilio di Trento (Sess. VI de réform. C. I. Sess. XI c. 7) ha espressamente de finito che il sommo pontefice è il vi cario di Dio sulla terra, ed ha la su (XVI, 18) ove è scritto che Gesù disse aPietro: > Dunque a Costanti nopoli piuttosto che a Roma i padri del concilio riconoscono la giurisdi zione in grado di appello. Anche i padri del Concilio generale di Affrica, fra i quali si trovava S. Agostino, si PAPA 209 lagnarono col papa Celestino, perchè come alle altre Chiese d' occidente, e aveva ammesso Appiario alla sua co- mandò lettere a Innocenzo, vescovo di munione, mentre era stato escluso da| Roma, nello stesso tempo che scrisse quella delle Chiese d' Affrica. una serie di considerazioni tendenti a rimettere in dubbio l'esistenza di questo Dio ; delle quali considerazioni ecco la sostanza. Delle cose pensate noi dobbiamo co noscere la sostanza, la forma e il luo go, poichè nessuno potrebbe concepire, p. e , un cavallo senza sapere chefi gura abbia, se sia corporeo o incorpo reo ecc. Ma intorno aDio i dommatici non si accordano nè sulla sostanza, nè sulla figura, nè sul luogo, giacché al cuni lofanno incorporeo, altri gli danno corpo; chi lo pone fuori e chi dentro il mondo: chi gli dà sembianze umane, echi no. Ma dicono: e tupensa un che di incorruttibilee beato, e argomen terai questo essere Dio. Ma alla guisa chenonconoscendo Dio altri non può pensare gli accidenti di lui; così poichè ignoriamo la sostanza di Dio, non po tremo immaginare gli accidenti a lui propri. Ma quando pure Dio fosse im maginabile, non potrebbe tuttavia di mostrarsi. Poichè la dimostrazione chiara od oscura. Ma se la dimostra zione di Dio fosse chiara, tutti l'ammet terebbero, poichè in tal caso la cosa dimostrata si concepisce insieme alla dimostrazione, e perciò anche si intende con essa : se la dimostrazione è o scura, ha bisogno di altra dimostra zione per essere dimostrata, la quale non può essere chiara, perchè in tal caso non sarebbe più oscura, ma chiara l'esistenza di Dio: nemmeno può essere oscura perchè una dimostrazione oscura non può chiarirne un' altra oscura. Infine si adduce l'obbiezione più formi dabilenella esistenzadel male,obbiezione che fu poi sostenuta dai manichei e da Bayle. Chi afferma esistere Dio, o dirà ch'ei provveda alle cose del mon do, o che non provvede: e se provvede, sarà o a tutte o a talune. Masedi tutte e' pigliasse cura, non sarebbe nelmondo verunmale, nè alcuna cattiveria: ma di cono che tutto sia pienodi male, dun que non si avrà a sostenere che Dio abbia cura di ogni cosa. Che se ei ne cura alcuna soltanto, perchè a queste provvede, a quelle no? In fatti, o egli vuole può atutte provvedere ; o vuole e non può; o può e non vuole: o non può e non vuole. Se volesse e potesse, avrebbe cura di tutte; ora ei non prov vedeatutto (secondo che dicemmoinnan zi), dunque nonvuole e non può a tutto provvedere. Se ei vuole, e non può, desso è più debole della cagione per cui non può provvedere alle cose di cui non si cura; ma è contro il concetto di Dio che ei sia più debole di altro. Se può curarsi di ogni cosa e non vuole, è da reputarsi invidioso. Se non vuole yè può, è invidioso e anche debole; e il dire ciò intorno a Dio è proprio degli empii. Alle cose del mondo non provvede dunque Iddio: e se egli non ha cura veruna e non esiste opera di lui, nè effetto: nessuno può dire inquale modo comprenda l'esistenza di Dio, poscia ch'ei non appare da sè e non si com prende per alcuno effetto. Anche perciò è dunque incomprensibile se Dio esista. Concludiamo, da siffatte avvertenze, che coloro i quali dicono asseverantemente che Dio è, sono costretti ad empietà; che se lo dicono provvidente ad ogni cosa, portano Dio ad essere cagione dei mali; selo dicono curante di alcune cose o di nessuna, sono costretti am mettere un Dio o invidioso o debole ; tali sentenze si conoscono proprie degli empii. Così del pari il pirronismo rima ne indifferente fra il bene e il male, nè afferma o nega che causaci sia, o movimento o quiete ecc. Che alcune volte non introducanei suoi giudizi dei PITTAGORA veri sofismi, non può negarsi; ma nè manco è giusto affermare, come alcuni hanno fatto, che il pirronista abbia ap preso dai sofisti tutta la scienza del dubbio. La maggior parte degli argo menti dei pirronisti convengono piena mente agli scettici d'oggidì, e se tutto lo scetticismo consistesse nel negare che intuizione vi sia dell'assoluto, si apporrebbe al vero. Ma dalle cose as 267 il nulla. Più che diversità di principii, tra lo scettismo dell'Accademia e quello di Pirrone, vi è diversità nelle conseguen ze; giacchè gli accademici se sospende vano il loro giudizio intorno a molte cose, non erano per questo indifferenti solute alle relative ci è grande diffe renza, come non si può argomentare, dalla differenza dei gusti e delle aspi razioni alla felicità, che cosa buona non vi sia. Buona per tutti forse no; mada coloro a cui piace o a cui reca sollievo perchè non si dirà buona? E perchè i sensi talora ingannano, nè tutti perce piscono le cose nel modo stesso, si do vrà negare ad essi ogni fiducia? Non pronunciamo mai sentenze assolute, ma relative solamente al nostro giudizio, ai nostri sensi; non pretendiamo di intuire le essenze, nè di comprendere l'infinito eallora saremo nel vero. La relatività delle nostre conoscenze e dei nostri giudizi bastano per la vita pratica e per la nostra felicità Prendiamoqueste cognizioni relative come se fossero as solute e regoliamoci con esse, nè pre tendiamo di tenere ognora e per tutto sospeso il nostro giudizio, poichè una sospensione siffatta non è nella natura nostra, nè possibile ad applicarsi nella vita pratica. È una contraddizione del pirronismo quella di presentare il dub bio come uno stato fermo, costante, che rappresenta il perfetto equilibrio, il ri poso della volontà e il supremo bene. Questa condizione non può condurre che all'indifferenza perle cose del mon do; e lapersuasione dell'impotenza no stra a spiegare checchessia, deve as sopire la nostra intelligenza in un mor tale letargo. Questo stato dell'animo è la morte e non la vita; e la indifferenza di Pirrone per i dolori fisici così come per i morali, non è certol'idealedella vita, nè la vera felicità. L'assenza del dolore, e del piacere non è la felicità, è alle cose del mondo, ma stimavano con veniente fra le controversie appigliarsi alle più probabili, quali erano percepite dai sensi ( v. PROBABILITÀ). Pittagora. Lavita di questo fi losofo si perde nella favola, tanta è l' incertezza dei documenti che l'anti chità ci ha trasmessi intorno a lui. L'anno della sua nascita è molto con troverso: Lloyd la poneva nel 585 a. G. C.; Dodwell nel 568, o nel 567; Freret nel 580. Non si sadel pari con certezza il luogo ove nacque; ma i più ritengono che l'isola di Samo gli abbia dato i natali. Suo padre eratrafficante, l'associò per tempo ai suoi viaggi e gli procurò una educazione distinta. Cre sciuto in età, secondo le abitudini del suo tempo, prese a fare alcuni viaggi di studio, a solo fine di abboccarsi co gli uomini più illustri e visitare i luo ghi che la fama indicava come quelli che erano più innanzi nella civiltà. Abitò lungamente l'Egitto e l'Asia Mi nore, e vi fu chi lo mandò fino nell'In dia e nella Persia, sicchè dicesi che vi apprendesse l'astronomia, la medicina e la geometria, la quale scienza egli in segnò appena tornato in patria. Da Samo passò quindi nellaMagna Grecia; ma Porfirio e Giamblico lo fanno prima successivamente immigrare in tutte le isole della Grecia per propagarvi la scienza misteriosa che essi suppongono che abbia appreso dai sacerdoti egizi. Finalmente verso l' anno 410 a, G. C. formò stanza a Crotone, città del golfo di Taranto, nella Calabria che allora, per le Colonie greche che l' abitavano, veniva detta Magna Grecia. Di costumi austeri, frugalissimo e amante della so litudine, non tardò a suscitare quella viva curiosità che è foriera della fama. In breve e giovani e vecchi accorsero 268 PITTAGORA a sentire la sua parola, e tanto fu l'au torità che acquistò anche tra i primati, che più e più volte fu richiesto di con siglio intorno alla cosa pubblica. Ai giovani, a' vecchi alle donne insegnava le virtù private, parlando in pubblico e più specialmente nei templi, come per dare ai suoi precetti il carattere sacro della religione. Ma le passioni non tardarono a scatenarsi contro di Jui, e la persecuzione che accanì contro la sua scuola pare che facesse anche il filosofo sua vittima verso l'anno 500. Da chi e perchè quella persecuzione fu suscitata ? Niuno sa dirlo. Si citano la vendetta e l' invidia per spiegarla, ma qual sarebbe stato il movente di queste passioni? Diogene Laerzio così raccon ta: Era entrato nella casa di Milone co'suoi compagni, quando uno di coloro che egli non volle accettare fra i suoi, bruciò la casa. Altri dicono che i Cro tonesi per sospetto e per paura di do ver soffrire la sua tirannia lo piglia rono mentre fuggiva l'incendio e l'uc cisero con alcuni de'suoi discepoli. Di cearco narra che Pittagora fuggì nel tempio delle Muse a Metaponto, ed es sendovi rimasto per quaranta dì senza nutrimento però d' inedia. Eraclide nel compendio delle vite del Satiro rac conta che Pittagora dopo avere inual zato un monumento in Delo sulla tom ba di Terecide suo maestro, ritornò in Italia, pervenne al Metaponto ed ivi, stanco di vivere, si lasciò morire di fame. Ermippo dice che essendo in guerra quei di Agrigento con i Siraçu sani, venne Pittagora con i compagni d'Agrigento a dare aiuti ; ma essendosi volti a fuga i suoi, egli ricoverò in un campo di fave, le quali volendo schi vare, siccome sacre, fu preso dai Sira cusani e fatto morire ». La famadi Pittagoracome filosofo, è certamente superiore ai suoi meriti. Inclinato alla contemplazione mistica, egli ama il mistero, e si compiace di creare una dottrina arcana, l' immenso successo della quale e certamente do vuta alle molte difficoltà che gli uo mini avevanod'intenderla. A somiglianza dei sacerdoti del paganesimo, instituì un doppio insegnamento: quello che egli indirizzava alla generalità degli ascol tatori, e quello riservato ai pochi eletti. Aveva fondato un istituto col quale i conventi del cristianesimo hanno moita analogia. Gli allievi vi erano assogget tati a lunghe prove, e passavano per gradi successivi proporzionati al loro ingegno e alla loro virtù. Era una sorta di iniziazione sacerdotale, una vita mistica, la quale si è sorpresi di vedere lodata anche da molti moderni, pedis sequi copiatori delle glorie pittagoriche. Gli allievi dell'Omachoion, nome dato all' istituto pittagorico, e che vale udi torio comune, mettevano in comune i loro beni e coabitavano insieme con le loro tamiglie, tutti restando sottoposti alla stessa regola. Vestivano una to naca bianca e alternavano le occupa zioni fra lo studio, la lettura dei poeti, la ginnastica, i sacrifizi e le cerimonie religiose. Dai loro pasti era bandita o gni specie di carne: le uova, il vino, e ognispecie di bevanda alcoolica era loro interdetta . Anco le fave dicesi che avessero in orrore perchè rappre sentano le parti sessuali della fem mina; ma altri lo negano e tengono ciò per una favola. Fatto è che Pitta gora raccomandava a tutti l'uso dei cibi vegetali, escludendo le carni e il pesce, come sacri agli Dei, non essendo conve niente, diceva, che la stessa imbandigione comparisse sulla mensadivina e su quella degli uomini. Voleva ancora in tal ma niera abituare gli uomini alla sobrietà e al facile vivere; acciò sempre avessero apparecchiati i cibi senza bisogno di cuocerli. Ma più che altro, mi par che questa prescrizione sia stata tolta dal l'India (se è vero che Pittagora vi sia andato) dove in grazia della metempsi cosi i bramini hanno orrore del cibo preparato con ogni cosa che viva. In fatti, Laerzio nella fine della sua vita di Pittagora, così l'apostrofa: « Non tu PITTAGORA solo ti sei astenuto dagli animati. Dim mi, o Pittagora, chi è che mangi ani mali animati. Ma ben io mangio arro sto, o lesso, o salume, dai quali ormai l'anima è sfuggita. Così era savio Pit tagora chè ei non voleva gustare le carni, perchè diceva ciò esser peccato: io lodo, ch'egli, astenendosi, ai compa 260 (ossia nella proporzione di otto a sei) : o secondo la quinta perfetta (diapente) o di una volta e mezza tanto (ossia nella proporzione di nove a sei); o giusta il suono d'ottava (diapason) o del doppio (ossia nella proporzione di do dici a sei). tanto contagioso; e chi nell' Italia Comte ha molto giustamente fon data la nuova scienza sui tre diversi modi dell' arte di osservare; vale a dire l'osservazione pura, lo sperimento e il metodo comparativo. Ma non è già nel metod o ch'io trovo manchevole la sociologia ; sì nei mezzi stessi d'investi gazione. Il maggior numero delle vere cagioni delle cose ci sfugge inosserva to: noi vediamo le cause apparenti e immediate dei fenomeni sociali, e spesso anche su queste ci inganniamo. Con elementi così scarsi e così poco sicuri come mai si può pretendere di costi tuire una vera scienza, una scienza sin tetica che sia, per così dire, il com plesso di tutte le altre? Come preten dere di rivelare le varie cagioni dei fenomeni sociali, quando noi stessi ci inganniamo sui veri motivi per cui ta lora siamo determinati nei nostri atti, e se dubitiamo perfino se siamo liberi o necessitati? L'esperimento non è mezzo che possa applicarsi alla produzione dei fenomeni sociali, e il metodo com parativo fra fenomeni prodotti in tempi diversi, sotto l'impero di diverse circo stanze e da uomini diversi è un rime dio tutt'altro che adatto a correggere i nostri giudizi. Diciamo dunque ad drittura che la sociologia, come scienza sintetica ed esatta, è impossibile, avve gnachè suppone la conoscenza di cause infinite, ciò che implicherebbe la pos sibilità di conoscere il passato e il fu turo data la conoscenza di un solo punto della storia (v. CASO). Ma poichè tutte le nostre cognizioni attuali e 1 288 POSITIVISMO probabilmente anche tutte quelle che potremo acquistare nell' avvenire, non sono tali da lasciarci prevedere le sorti di una battaglia, l' esito di una intra presa, o l'abbondanza dei raccolti di una contrada, non è temerità il dire che la sociologia già fin d'ora è con dannata a non essere altro che una raccolta di fatti storici, una scienza numismatica piuttostochè una scienza sperimentale e di previsione. Ed è, in fatti, entro questi soli limiti giàdetermi nati e precorsi dalla filosofia della sto ria che finora è rimasta compresa la Sociologia positiva. Essa si è limitata ad esporre ed a considerare come un semplice fatto dipendente dalle condi zioni stesse del nostro organismo e del mondo in cui viviamo, la successiva trasformazione dello scetticismo in po liteismo e monoteismo, per giungere al presente stato metafisico: tutto ciò era stato detto, e la sociologia con questa esposizione storica nulladi nuovo ci ha finora rivelato , salvo il coro namento dello stato moderno o meta fisico, mediante l'avvenimento della fi losofia positiva. La sociologia costituisce la prima parte della filosofia morale. La seconda parte è costituita dalla morale positiva propriamente detta, o religione positi va, detta altrimenti religione dell'uma nità. È il secondo periodo della filosofia di Comte e quello che segna anche la- sua, decadenza. Dopo avere gettate le fondamenta di una filosofia, alla quale, se non altro, non si poteva negare il nome di veramente positiva, Comte si è compiaciuto di rifare il suo lavoro per dargli una apparenza teologica, a busando in manierafin qui non mai ve duta del senso delle parole. Bichat, Cabanis , Giorgio Leroy ed infine Gall, a parere dei positivisti hanno gettatole fondamenta della teoria dell'anima. L'anima esiste ; è dotata di diciotto facoltà elementari, o, per meglio dire, sidecompone in queste di ciotto facoltà, la cui enumerazione af fatto inutile ed arbitraria non giova riprodurre. Basti dire che l'anima, com posta di cuore e spirito, si suddivide poi in quattro facoltà: nel cuore pro priamente detto, nel carattere, nell' e spressione e nelconcetto.Del resto, tutte queste facoltà, anche quella del cuore, sono, con molta disinvoltura, collocate nel cervello ; dimodochè non si sa poi bene se lo spirito stia nel cervello o se ne sia solamente la funzione. Il padre del positivismo ha avuto anche il torto di localizzare nel cervello le facoltà no stre e le nostre tendenze, ed è così ca duto nei soliti errori dei frenologi ( v. FRENOLOGIA). Il fondamento della morale positivi sta è l'altruismo, che essa costantemente contrappone ai così detti istinti del no stro egoismo. Vivere per gli altri è la sua divisa, come è regola fondamentale della sua morale personale: non fare cosa alcuna che non si possa confes sare. Il positivismo dichiara che una religione è necessaria, non già nel co mune senso che si suol dare a questa necessità, per dirigere le masse, le donne ed i fanciulli; ma una religione per tutti, per gl'ignoranti come per i dotti, da tutti ammessa, da tutti volontariamente riconosciuta perchè fondata sulla verità. Ma ogni religione ha bisogno di un culto, e la religione positiva deve pure avere il suo. Quale sarà il soggetto dell'adorazione di questa religione non rivelata? La rivoluzione francese aveva adorata la ragione, cosa buona in'sè, dicono i positivisti, mapericolosa, per chè conduce all'orgoglio e all'egoismo; meglio dunque vale adorare il cuore, e mantenere il culto di tutte le affezioni, il culto dell'avvenire; ecco il culto del l' Umanità, non inventato, dicono, ma scoperto dai positivisti. « L' Umanità, dice Longchamp nel suo Saggio sulla preghiera positivista, l' Umanità non è già la specie umana e non comprende l'universalità degli uomini. L' Umanità è la memoria dei mortiche inspirano e guidano i viventi, è l'insieme di tutti i POLITEISMO grandi pensieri, di tutti i nobili senti menti e di tutti grandi sforzi, riferiti a un solo e medesimo essere, l'animadel quale è costituita daquesti grandi pen sieri e il corpo dal complesso di tutti i viventi ». Solamente coloro i quali hanno lavorato per il benessere dell'u manità possono sperare di essere im mortali e di vivere per sempre nella. 289 le sue preghiere. La preghiera non é una domanda, ma una preparazione ed una eccitazione all'affetto, la rimembran za rinnovata dei benefici ricevuti. Non si può chiedere al Grande Essere che un nobile progresso morale, senza ac crescimento di ricchezza materiale. Oltre al Grande Essere il positivi smo riconosce gli Angeli e gli Angeli memoria dei viventi. Il positivisimo professa dunque una sorta di panteismo simbolico. Il Grande Essere, che è il Dio positivista, si risolve nel concetto universale deli' umanità, mentre ogni benefattore dell' umanità dopo la morte entra a costituire una parte di questo Grande Essere ed a godere gli onori della divinità. « Ogni vero adoratore del Grande Essere, dice il dottor Robinet, uno dei tre esecutori testamentari di A. Comte ( Notice sur l'oevre et la vie de Comte),presenta due esistenze successive ; l'una che costitui sce la vita propriamente detta, è tem poraria ma diretta; l'altra che comincia dopo la morte è permanente ma indi retta ». Il Grande Essere ringiovanisce ad ogni generazione e le creature u mane diventano i suoi organi passeg custodi nella personificazione dei nobili concetti, quali l'idea del bene, del vero, del bello. 1 tre angeli custodi del no stro cuore, sono l'attaccamento. la ve nerazione ela bontd. I santi sono gli uomini che illustrarono l'Umanità colle loro opere. Il loro nome è consegnato in un Calendario positivista, nel quale l'anno è diviso intredici mesi eguali di 28 giorni ciascuno, i quali non lasciano che un giorno complementetare negli an ni ordinari e due negli anni bisestili. I mesi sono divisi in 4 settimane precise, ed ogni giorno dellasettimanaconserva il nome che ha attualmente. I mesi si chiamano: Mosè, Omero, Aristotile, Ar chimede, Cesare ecc.; e la stessa scelta di nomi si trova nei santi votivi della settimana, dove si leggono quelli di Confucio, Buddha, Maometto, Platone, Alessandro, Innocenzio III, S. Bernardo, gieri; ma i grandi pensieri e le grandi azioni possono elevare l'uomo al grado | Bossuet, Tasso, Milton ecc. Questastrana di organo permanente, o persistente. Nulla del resto puòquesto Essere sim bolico, per cambiare le cose del mon do. Se la fede teologica, dice Robinet, spiega sempre il mondo e l'uomo col l'intervento divino, la fede positiva in segna invece che tutti gli avvenimenti del mondo e dell'uomo si producono in forza di influenze invariabili , dette leggi ». Non è giàDio,dicono i positivisti, che ha creato l'uomo, ma è l'uomo che si é formato il suo Dio. E, come si vede in questo articolo, essi si sono valsi largamente di tale massirua, per ciocchè non solamente si sono creati un Dio e una religione, ma eziandio un culto. Il culto del Grande Essere, ossia dell'Umanità, deve avere le sue feste, e associazione di uomini che ebbero pen sieri e operarono con finibendiversi e talora opposti, si trova d'altronde d'ac cordo con la filosofia positiva, la quale considera tutti i fattisociali come una materiale esplicazione di leggi immuta bili. Ilconcetto del calendario positivista in surrogazione del calendario cristiano è uno di quelli che appartengono alla seconda fase dell' attività del signor . Comte. Il positivismo aveva completa mente cambiato il suo carattere: dopo essere stato una filosofia scientifica, era divenuto una religione dell' umanità. Così dice il signor Wirouboff (Remar ques sur le calendrier de M. Comte; Reuve de la Phil. Pos. an. 1876 p. 48) il quale mette in evidenza i difetti in gran numero che sono nel calendario 19 290 POSITIVISMO positivista, fra cui l'ommissione dimolti nomi notissimi nella scienza, mentre al loro posto si trovano molti altri o mi tologici o appena noti. Il culto dell' umanità, avrà i suoi sacramenti. Essi, dice il signor de Bli gnière, legano ciascuno a tutti: consa crando in nome della utilità sociale tutte le fasi e tutte le modificazioni generali e importanti della vitaprivata, essi por gono l'occasione di richiamare i doveri che incombono a ciascuno nelle circo stanze nuove della sua vita ». Le feste saranno, infine, la celebrazione dellame moria dei grandi uomini; lo studio della loro vita e dei loro servizi, sarà l'espres sione verso di essi della pubblica ri conoscenza. Ma la religione positivista morl pri madi nascere. Il solo tempio che ab bia avuto fu quello creato da Comte nella sua propria casa, nella quale, dopo di lui, si riunirono regolarmente i membri della società positivista che rimasero fedeli alle tendenze mistiche del maestro. Mauna eresia scoppiò ben presto nel seno stesso dei positivisti, e quelli i quali erano insofferentidei sim boh si unirono al signor E. Littrè, che è attualmente il più illustre rappresen tante del positivismo. La nuova filoso fia spogliata da ogni misticismo, è ri masta una filosofia materialista nella sostanza, sebbene nella forma accenni a velleità di far credere ad un sistema tutto proprio. Nel fatto però la sola Questo è il culto positivista ; ma differenza che esiste fra il positivismo quali ne saranno i sacerdoti ? Tutte le e il materialismo è, che il primo non funzioni che spettano normalmente ai | crede che l'uomo possa mai spiegare preti, sono ora divise fra i medici, i preti attuali, ed i dotti,professori e fi losofi di tutti i gradi. I positivisti tro vano che non è possibile di studiare separatamente l'uomo nel cuore, nel corpo e nello spirito, e perciò vogliono che i ministri della nuova religione le causeprime ed assolute, e che quan d'anche spiegate le avesse, queste spie gazioni non potrebbero influire sulla vita pratica. Io mi accordo, fino ad un certo punto, con questa conseguenza; ma si tratta di sapere sedopo aver di chiarato di non volersi occupare delle siano ad un tempo medici, filosofi e preti. Così il nuovo culto sarà comple to ; potrà sfidare i suoi nemici ed avere i suoi martiri. L'avvenire gli è assi curato. Al pari dei sacerdoti pagani, i quali sotto i simboli del politeismo, preten devano di onorare le leggi della natura (v. MISTERI ) Così i positivisti, creando una religione materialista, credevano di essere coerenti con la verità. E non pensavano nemmeno che col volgere degli anni questi simboli,per ladimen ticata origine, sarebbero stati posti su gli altari e adorati per se stessi, e non già per i principii che avranno rappre cause prime, la curiosità, che è figlia del sapere, non ci proporrà perpetua mente queste domande: Chi siamo ? d'onde veniamo? Il materialismo, che non rinnega alcuno dei mezzi di inve stigazione suggeriti dal positivismo, e chi li ha anzi applicati prima ancora che il positivismo fosse nato, non ha temuto di pronunciare i suoi giudizi, i quali, intorno allecause prime, nondevono in tendersi in un senso assoluto, ma come la conseguenza probabilissima che de riva dalle nostre attuali cognizioni. Il positivismo, più pudico, vuole riservare il suo giudizio, anzi nè pure consente adiscutere le origini dell' universo e il fine ultimo dell' umanità. La quale astenzione, se rende più facile la sua missione e gli risparmia le accuse di sentati. L'interesse dei sacerdoti li avreb be spinti a sollecitare questo felice mo mento, in cui essi soli, fatti padroni del vero senso dei simboli, avrebbero potuto | molti nemici, non rende perciò il suo dominare il popolo con le potenze mi steriose che avevano poste sugli altari. sistema più filosofico, e non toglie che ogni positivista individualmente non si PRASSEA trovi, tutti i giorni dinanzi agli eterni 201 dere a tale richiesta col Dato ma non einevitabili problemi della nostra ori gine e della nostra fine. Ammessopure chequesti problemi siano indifferenti per lavitapratica, nederiverà per questo che noi potremo evitarli? Quante altre que stioni hanno assorbita tutta l'attività di grandi pensatori ? Che cosaè ilmagneti smo, l'elettricità, l'attrazione? Che cosaso concesso » vale a dire « ammetto pel momento, ma non credo ». Kant chiama postulato della ragione pura l'immortalità dell'anima, essendo essa un domma dalla filosofia nondimo strabile, e non pertanto necessario ad ammettersi,aparer suo,comeconseguen. za dell' ordine universale. Il postulato é nole comete, il sole i pianetietutti gli | dunque unaipotesi chein seguito potrà essere dimostrata direttamente, od an che indirettamente con le conseguenze astri del firmamento? Quantopesano, di quali materie sono composti? Tutte que ste domande hanno unvalor puramente scientifico, senza alcuna pratica conse guenza. Ne deriverà per questo che i dotti devano trascurarle? Il positivismo se ne è occupato, e ha pure su molti argomenti, inutili per la pratica, fatte le sue ipotesi. E perchè troverà esso che per la vita pratica importi più il conoscere se la luna abbia o non abbia una atmosfera, di quel che sapere se esiste un Dio creatore, un'anima immor tale e una vita avvenire? Gli attuali e retici del positivismo, iquali non hanno creduto di accettare la religione inven tata daA. Comte,avranno forse ragione di dire cheprudenza è l'astenersi di sen stesse che deriveranno dall'insieme della discussione. Poveri cattolici. Nomi di certi religiosi, i quali erano un ramo di Val desi o Poveri di Lione che si converti rono nel 1207. Formarono una Congre gazione, che si diffuse nelle provincie meridionali della Francia e che s' ac crebbe per la successiva conversione di altri Valdesi, fondendosi poi, l'anno 1256, in quella degli eremitidi Sant'Ago stino. Heliot, storia degli ordini mona stici t. III. pag. 21 . Prassea. Eretico del secondo se colo e discepolo di Montano, che poi abbandonò per farsi capo setta. Fon tenziare in codeste materie; ma hanno | dandosi sopra i passi evengelici ove si torto di proclamare che codesta asten dice: zione sia veramente scientifica. Perfino lo scetticismo che non sentenzia, ha loro insegnato che anche per giungere al dubbio è necessario esaminare le ra gioni favorevoli e le contrarie al dom il Padre ed io siamo un solo; quello che mi vede, vedepuremio Pa dre; io sono nel Padre e il Padre è in me > concluseche Gesù, o ilFiglio, non era distinto dal Padre, che entrambi co stituivano una sola persona divina; che il Padre era disceso nel ventre della Ver gine si eraincarnato, avevapatito edera matismo. D'altronde, questa astensione non è sincera, e non vi è positivista il quale nell' intimo foro della coscienza | morto sulla Croce. Eresia non dissimile non abbia esaminato le ragioni dei cre denti e degli increduli, e non abbia pronunciato il suo giudizio. La stessa religione positivista, sotto i suoi simboli, non faceva altro che insegnare l'incre dulità. Postulato (dapostulatum, cosado mandata). Aristotile così chiama una proposizione non ancora dimostrata, ma che si richiede di ammettere intanto gratuitamente per il bisogno della di scussione. Dagli italiani si suol rispon da quella di Noeto edi Sabellio, per cui i settatori di questi tre eretici s' ebbero il nome di Monarchici, perchè ricono scevano soltanto il Padre qual signore di tutte le cose; e quello di Patripassia ni, perchè lo supponevano capace di patire. Il Beausobre (Storia del Mani cheismo, lib. III Cap. 6 § 7) citando un passo di Tertulliano ilqualdice che l'e resia di Prassea fu confermata da Vit torino, aggiunge che questi è, per co munconsentimento, il papa Vittore. 292 PREDESTINAZIONE Predestinazione.Vocabolo che letteralmente significa una destinazione anteriore : nel linguaggio teologico e sprime il disegno formato da Dio ab eterno, di condurre, mercè la sua gra zia, taluni all'eterna salute. Alcuni Padri della Chiesa adopera rono talvolta il vocabolo di predestina zione in generale, così per la destina zione degli eletti alla grazia ed alla gloria, che per quella de'riprovati alla dannazione; ma siffatta espressione par ve troppocrudele; oggidì pigliasi questa voce in buona parte soltanto ; signifi cando la elezione alla grazia od alla gloria, e chiamandosi riprovazione il decreto contrario; sebbene, in sostanza, e l'uno e l'altro decreto costituiscano la predestinazione , in quanto sono stati pronunciati da Dio prima ancora che gli uomini predestinati al paradiso o all'inferno fossero nati; anzi prima ancora del cominciamento dei tempi. Sant' Agostino nel suo libro de dono perseverantiæ (cap. 7 n. 15. e cap. 14n. 35)definiscelapredestinazione: Præscien tia et præparatio beneficiorum quibus certissime liberantur quicumque libe runtur. Aggiunge poi al cap.(17, n. 41.), Dio dispone egli stesso ciò che fard, secondo la infallibile sua prescienza : questo, e niente di più, essere prede stinare. Secondo San Tommaso (part. 1. Q. 23. art. 1.) la predestinazione è il modo, col quale guida Iddio la creatura ragionevole al suo fine, che è la vita eterna. I principii su cui si fondalaprede stinazione presso i cattolici sono così riassunti dal Bergier: 1.º Vi è in Dio un decreto di pre destinazione, ossia una volontà assoluta ed efficace di dare il regno de' cieli a tutti quelli che effettivamente vi giun geranno. 2.º Iddio, nel predestinarli alla glo ria eterna, ha loro altresì destinato i mezzi e le grazie, mercè le quali ve li conduce infallibilmente. (San Fulgenzio, de Verit. Prædestin. 1. 13.) 3.° Questo decreto è inDio ab eterno eloha egli formato, come dice San Paolo, (Ephes. I. 3. 5.) prima della creazione del mondo. 4.° Il medesimo è un effetto della pura bontà di lui: epperò questo decreto è perfettamente libero da parte di Dio ed esente da ogni necessità(San Paolo, Ibidem. 6 e 11.) 5.º Tal decreto di predestinazione è certo ed infallibile, deve immancabil mente sortire il suo effetto, il quale al cuno ostacolo nonpotrà mai impedire; così dichiara Gesù Cristo (Joan. c. 10, 27, 29.) 6.º Ameno di una esplicita rivela ❘zione, nessuno può andar certo d'essere nel novero de'predestinati o degli elet ti, lo che provasi con SanPaolo (Filip. 11. 12. 5. Cor. IV, 4) e fu definito dal Tridentino (Sess. 6, c. 9, 12, 16. e can. 15.) 7.º Il numero dei predestinati è fisso ed immutabile, sicchè non può essere aumentato nè diminuito ; avendolo Iddio fissato ab eterno e non potendo la sua prescienza ingannarsi (Joan. IX. 27, Sant'Agostino, I, De corrept. et gratia XIII, 8). Non impone il decreto di pre destinazione, nè per sè, nè pei mezzi, onde giovasi Iddio per mandarlo ad ef fetto, veruna necessità negli eletti di praticare il bene. Dessi operano sempre liberissimamente e conservano sempre, allora pure che ottemperano alla Leg ge, la facoltà di non osservarla (San Prospero, Respons, ad object. Gallor). Quante contraddizioni in questi punti della fede cattolica! Il numero dei pre destinati è fisso e immutabile; essi sono scielti da Dio ab eterno e persemplice bontà di lui; e ciò nonostante essi sono liberissimi di salvarsi, o di dannarsi. Quale sciocchezza! La libertà suppone la facoltà di fare o di non fare una cosa: or come potrei io non dannarmi se giàperdecreto pronunciato ab eterno sono stato escluso dagli eletti? Si ri sponde che questo decreto indica la semplice prescienza di Dio, il quale sa PREDESTINAZIONE le cose future, manon suppone l'azione diretta di Lui sull' uomo per indurlo 293 psari; altri insegnarono avere Iddio fatto un tal decreto di condanna sol alla salute o alla dannazione. Codesta è una distinzione gesuitica che non ha fondamento. Ilfuturo si conosce per la successione delle cause edegli effetti, e Diocheè infinito, conosce cause infinite. Ma acciocchè il futuro possa essere preveduto, conviene che le cause indu cano la necessità dei loro effetti, e que sti siuno cause necessarie di effe tti sus seguenti. Senza questa necessità il caso e l'arbitrio sarebbero nell'universo, e la prescienza divina sarebbe un assurdo, poichè prescienza vale predetermina zione, conoscenza anticipata della suc cessione delle cause e degli effetti. Dove è il caso là non vi è prescienza possi bile, avvegnachè il caso sia appunto la negazione d'ogni predeterminazione. (V. Caso edEFFETTO). Se adunque Iddio non agisce direttamente sull'uomo, egli però vi agisce necessariamente colla succes sione di cause che ha create e prede stinate in maniera di conoscere antici patamente il loro risultato ultimo. Lutero e Calvino piú brutali, ma più sinceri, avevano evitata la contraddi zione dei cattolici, ammettendo questa conseguenza. Secondo la loro dottrina Dio aveva, ab eterno, con immutabile decreto separato il genere umano in due parti, l'una di eletti favoriti a cui volle assolutamente assicurata l'eterna beati tudine, ai quali largisce le grazie effi caci, la cui mercè operano necessaria mente il bene; l'altra di oggetti della sua collera, da lui destinati al fuoco eter no, e di cui dirige per modo le azioni che devono di necessità commettere il male, perseverare e morire in questo stato. La quale orribile dottrina so stennero Beza ed altri riformatori. Me lantone, più moderato, n'ebbe orrore e procurò raddolcirla. Parecchi de' setta tori di Calvino perseverarono, come il maestro, a sostenere che pur anterior mente alpeccato di Adamo, Dio hapre destinato la maggior parte degli uomini tanto consecutivamente alla previsione della colpa de' nostri progenitori, e a costoro venne dato il nome d' infrala psari. Non affermavano come i prece denti che Iddio avesse per si fatto modo determinata la caduta del primo uomo e che Adamo non potesse fare a meno di peccare, ma pretendevano che dopo questa caduta quelli che peccano non possano rimanersene dal farlo. Quantunque una tal dottrina, come dice ipocritamente il cattolico Bergier, sia orrenda, tuttavia essa regnò tra i calvinisti fin quasi a'nostri giorni.Eglino persistettero nell'affermare che tale è la pura dottrina della Santa Scrittura e che Sant' Agostino la propugnò a tut t'uomo contro aipelagiani. Sullo scorcio del secolo decimosettimo,Bayle asseriva come nessun maestro osasse insegnare il contrario, che se alcuni pareva che se ne fossero scostati, ciò era solo ap parentemente, non avendo cangiato che alcune espressioni dei predestinaziani. Nel 1601, Giacobbe Van-Hermine, conosciuto sotto il nome di Arminio, professore nell' Olanda, attacco aperta mente la predestinazione assoluta; so stenne che Iddio vuol sinceramente sal vare tutti gli uomini, che a tutti, sen z'eccezione di sorta, dà sufficienti mezzi di salute, e che riprova coloro soltanto, i quali abusarono di questi mezzi o vi hanno resistito. Arminio ebbe ben pre sto un gran numero di seguaci: ma Gomar, altro professore, sostenne perti nacemente la dottrina rigorosa de'pri mi riformatori e seppe conservarsi un partito potente. In tal maniera il cal vinismo resto diviso in due fazioni, l'una degli arminiani o rimostranti, l'altra dei gomaristi o contro rimostranti. A defi nire questa contesa gli stati generali d'Olanda convocarono nel 1615, a Dor drecht, un sinodo nazionale; vi preval. sero i gomaristi, i quali condannarono gli arminiani, della cui dottrina venne alla dannazione e furon detti soprala- I proibito l'insegnamento. 201 PREESISTENTE Ma questa decisione lungi dall' ac quetare gli animi, non fece che au mentare la discordia: non trovò essa alcun partigiano in Inghilterra, e fu re spinta in più paesi dell' Olanda e della Germania, e nemmeno in Ginevra le si ebbe rispetto. N'assicura il Mosemio che d'allora in poi la dottrina della predestinazione assoluta andò dall'un di coll'altro declinando, e che gli arminia ni ripresero poco per volta il sopraven to. (Hist. eccles. secolo XVII, Lez. II, part. II c. 2. n. 12). Pregiudizio (da præ, prima, e judicare, giudizio, giudicar prima). Voce primamente usata nella giurisprudenza per indicare il giudizio di quelle cause le cui conseguenze erano così evidenti, che la sentenza veniva preveduta prima ancora del processo. Nella filosofia in dicò poi il giudizio pronunciato od ac cettato senza esame in forza dei princi pii ricevuti dalla tradizione. Questo si gnificato non esprime però interamente il concetto di pregiudizio, tale come le s'intende oggidi. Vi sono dei giudizi accettati senza esame che nondimeno sono verissimi, tali, ad esempio, tutte le leggi stabilite nelle scienze, le quali, in grazia del metodo sintetico, s' inse gnano nelle scuole prima della dimo strazione, o primache l'intelligenza ab bia acquistato il necessario sviluppo per poterle intendere. Aformare il vero pregiudizio ec corre che il giudizio, non solo sia pro nunciato senza esame, ma ehe ezian dio sia falso. Un pregiudizio vero non può esistere : non sarebbe più pregiu dizio, nel senso in cui intendiamo oggi questa voce, ma una verità. Sono pregiudizi gli errori a cui sia mo condotti nell'applicazione di princi pii tradizionali ricevuti senza esame ; se però questi errori riguardano la reli gione, meglio si chiamano superstizioni. Éuna superstizione il credere alla esi stenza delle streghe, all'invasamento del demonio, all'influenza degli spiriti ; ma èun pregiudizio il credere,come comu nemente si fa, alla chiaroveggenza ma gnetica, all'influenza delle comete sugli avvenimenti umani ; all'influenza di certi numeri piuttosto che di certi altri, e cosìvia. Vi sono pregiudizi politici e pre giudizi scientifici che dipendono unica mente dal nostro amor proprio. Fra i primi si conta la singolare pretesa d'o gni nazione di essere la prima del mon do; fra i secondi ' ostinata adorazione delle proprie idee, e la pretesa di tutti i cultori di qualche scienza speciale, i quali nelle loro prolusioni nonmancano mai di proclamare che la loro scienza è fra le più necessarie al consorzio u mano. Ho detto che non tutti igiudizi pro nunciati a priori sono pregiudizi ; e che non to sono precisamente quelli che sono fondati sulla verità. Del pari non tutti i giudizi falsi sonopregiudizi, ma lo sono solamente quelli i quali si pro nunciano senza esame, in forza di prin cipii già ricevuti. L'uomo il quale,dopo maturo esame, disgraziatamente affermacosanonvera, non cade in un pregiudizio, ma sem plicemente in un errore. Presbiteri. Due sorta di Chiese presbiteriane si trovano in Inghilterra. Quella così detta Chiesa stabilita o na zionale, e la Chiesa libera o Indipendente che si separò dall' altra per non voler conformarsi alla liturgia che fu stabilit a per la Chiesa ufficiale. (V. ANGLICA NISMO) Preesistente. Cosa che esiste anteriormente ad un' altra. Gli antichi filosofi, non ammettendo la sua azione, stimarono che Iddio avesse fatte le cose tutte d'una maniera preesistente ed al pari di lui eterna. Alcuni dissero Iddio avere fatto ogni cosa da ciò che non esisteva, ex non extantibus; espressione che a prima vistapare voler significare ch'egli ha fatto il tutto dal nulla, quindi tutto creato; ma i critici moderni di mostrano che per non extanita inten devasi la materia, e che tal frase si PRESENZA REALE gnificava soltanto aver Iddio data una forma a ciò che non ne aveva alcuna. Del resto, una materia preesistente, e terna e senza forma, è per lo meno egualmente difficile a concepirsi che la 295 tazione le parole di Gesù: lo sono la vite, io sono la porta,per mostrare che se doveva intendersi nel senso letterale creazione: poté forse la materia esistere senza dimensioni; non sono elleno una forma? I pittagorici ed iplatonici credettero nella preesistenza delle anime umane, ossia che le anime avessero esistito in un' altra vita prima d' essere mandate ne' corpi per animarli; soggiungevano che l'unione delle anime ai corpi che sono per esse una sorta di prigione, era una punizione de' peccati da lor commessi in una vita anteriore. Simove accusa a Origene di averpartecipato a tale opinione e talvolta veramente par la sostenga; ma Uezio osservò che Ori gene, e così sant' Agostino, si tennero entro i confini del dubbio intorno alla vera origine dell' anima. (Origenian., I. II c. VI, N. 1). Presenza reale. Dommaper il quale i fedeli credono che sotto le ma terie dell'Eucarestia esiste veramente il corpo ed il sangue diGesù Cristo. Que sto domma differisce da quello della transubstanziazione in ciò, che questo ultimo suppone che le stesse materie del Sacramento si trasformano nel corpo enel sangue di Gesù,mentre ilprimo ammette che il corpo e il sangue stanno sotto alle materie del Sacramento senza che però questecambino la loro natura. Il domma della presenza reale era generalmente ricevuto dalle Chiese ri formate, quando Carlostadiomandò per le stampe alcune scritture per combat terlo. A lui si unirono Zuinglio ed Eco lampadio, i quali convennero che le parole dette da Gesù nella Cena men tre spezzava il pane: questo è il mio corpo, dovessero intendersi in senso fi gurato. La parolaè devesi intendere in senso significativo , diceva Zuinglio : Corpo, cioè il segno del Corpo, aggiun geva Ecolampadio. L'uno e ' altro ad ducevano in prova della loro interpre che il pane era il corpo di Gesù, do veva pure intendersi che Gesù fosse la vite e la porta. Il segretario della città che disputava sostenendo la dottrina opposta, ben adduceva che questi esem pi non erano della stessa sorte, poichè quando Gesù disse: questo è ilmio cor po, questo è il mio sangue, non propo neva una parabola, nè spiegava una allegoria. Alla quale obbiezione Zuinglio cercava una soluzione. E dopo dodici dì ebbe un sogno in cui dice, che imma ginandosi di disputare ancora col se gretario della città, vide comparirsi ad un tratto un fantasma bianco o nero, che gli disse queste parole: vile, perché non rispondi tu ciò che è scritto nel l'Esodo, l'agnello è la Pasqua, per dir che n'è il segno? (Esod. XXII, 11). Frattanto non erano i soli cattolici quelli che osteggiavano l'interpretazione figurata. Lutero stesso, il qual vedeva di mal occhio le innovazioni degli altri riformatori, sosteneva che volgendo al figurato le parole del Vangelo, era a prire una porta, per la quale tutti i misteri sarebbero sfuggiti in figure. Elagnandosi di coloro che opponevan gli essere la presenza reale un domma inconcepibile, diceva: « Allorchè Gesù Cristo è stato concepito per opera dello Spirito Santo nel seno d' una Vergine, questo miracolo maggiore di tutti, a chi è stato sensibile? Quandola Divinità è corporalmente abitata in Gesù Cristo, chi lo ha veduto e chi l'ha compre so? Chi lo vede alla destra del Padre di dove esercita la sua onnipotenza su tutto l'universo ? É questo ciò che li costringe a torcere, a mettere in pezzi le parole del maestro ? Noi non com prendiamo, dicono essi, come egli le possa eseguire alla lettera. Mi provan bene con questa ragione che il seuso umano non si accorda colla sapienza di Dio: io ne convengo; ma non sapeva per anche essermi necessario il credere 296 PRESENZA REALE solamente quel che scorgesi aprendo gli occhi, o quello che può adattarsi al l'umana ragione » (Sermo de corp. et sang. Christ ) Rispondendo a Lutero i Zuingliani non mancaronodi provargli che quando si dovessero intendere alla lettera le parole di Gesù, non la sola presenza reale, ma la transubstanzazione dei cat tolici diventerebbe necessaria. Osserva rono essi che Gesù Cristo non aveva dell'Eucarestia è il vero corpo naturale del nostro Signore, la quale dottrina contenuta nella ultima sua confessione di fede fu approvata da Melantone e da tutta la Sassonia. Contro a' Zuingliani scagliavasi furioso. α Mi hanno fatto piacere, scriveva in una lettera, chia mandomi infelice. Io dunque il più in felice di tutti gli uomini , mi sti detto : il mio corpo è qui; ovvero : il mio corpo è sotto questa cosa ; oppure: questo contiene il mio corpo. Così cid ch'ei voleva dare ai suoi fedeli, non era, una sostanzachecontenesse il suo corpo, ochelo accompagnasse, ma il suo corpo senz'altra sostanza straniera. Nonhadetto nemmeno: questo pane è il mio corpo, che è l'altra spiegazione di Lutero, ma disse: questo è il mio corpo, con un termine indefinito, per mostrare che la sostanza da esso data non è più pane, ma il suo corpo. Perciò Zuinglio nella confessione di fede che mandò ad Au gusta e che fu approvata da tutti gli Svizzeri, dichiarava espressamente « che il corpo di Gesù Cristo dopo la sua ascensione non era in altro luogo che in Cielo; e non poteva esistere in altra parte: che per veritá era come presente nella Cena per la contemplazione della fede, e non realmente, nè colla sua es senza » (Bossuet Storia delle variaz. lib. III, 14). E in una lettera indirizzata a Francesco I, dice che quanto al man giare che fanno gli Ebrei come i Pa pisti, deve cagionare lo stesso orrore che avrebbe un padre cui si desse da mangiare il suo figliuolo; che la fede ha orrore della presenza visibile e cor porale, e che non si deve mangiare Gesù Cristo in una maniera carnale e materiale: un'anima religiosa mangia il suo corpo sacramentalmente, cioè in segno, spiritualmente, cioè per la con templazione della fede. Contuttociò Lutero fu ben lontano di piegarsi alla opinione dei sacramenta ri; egli sostenne maisempre che il pane mo per una sola cosa felice, e non voglio che la beatitudine del Salmi sta: beato l'uomo che non è stato nel concilio dei sacramentari, e non hamai camminato per le vie dei Zuingliani, nè si è posto a sedere nella cattedra di quei di Zurigo ». Lutero moriva al 25 gennaio 1546, e nell'anno 1561 un'adunanza dei teclogi di Vittemberga e di Lipsia tenuta in Dresda per ordine dell'Elettore, ne mo dificava sensibilmente la dottrina. Di chiararono « che il vero corpo sostan ziale è veramente e sostanzialmente dato nella Cena, senza che tuttavia di venti necessario il dire che il pane sia il corpo essenziale o il proprio corpo di Gesù Cristo, nè che si riceva corpo ralmente e carnalmente colla bocca del corpo; che l' ubiquità loro faceva or rore ; che vi era argomentoa stupirsi che vi fosse tanto attaccamento al dire che il corpo sia presente nel pane, perché era molto meglio considerare ciò che si fa nell'uomo, per il quale, e non pel pane, Gesù Cristo si rendeva presente ». Questa attenuazione eracontraddito ria, giacchè, mentre voleva che il corpo fosse veramente dato nell'Eucarestia, si avvicinava poi all'interpretazione simbo lica dei sacramentari, in quanto non ammetteva che il corpo eucaristico fosse il proprio corpo di Gesù. Non si pote va in così poche parole annunciare due principii più contrari! Nonostante la sua poca conseguenza questa confes sione fu il principio di una serie di transizioni fra i due partiti. Calvino ammette una presenza quasi miracolosa e divina; non cessa dal ripetere che il mistero dell Eucaristia supera i sensi, PREVOST che èun'opera incomprensibile della di vina potenza, e nel suo catechismo si sforza di spiegare come sia possibile ma lo vollero addrit tura infinito ». Già s'intende che questa infinità contiene una impossibi lità implicita, imperocchè essa suppone nell' ingegno umano una potenza di svolgimento infinito. Or noi sappiamo bene che le facoltà percettive del no stro intendimento sono limitate a un maggiore o minor numero di cognizio ni, e che quando nuove idee vengono a imprimersi nella nostra memoria, di mentichiamo una seriedi altre idee, sic chè le une cancellano le altre, e non vi è nel nostro intelletto aggiunzione di idee nuove, ma semplice successione (V. MEMORIA). Vié dunque un limite intellettivo, oltre il quale l'uomo, così come è ora organizzato, non può spin gersi. Anche la divisione di una mede sima scienza i vari rami coltivati dagli specialisti, già indica che un nomonon può approfondire le sue cognizioni , se non si dedica esclusivamenle a un de terminato e ristretto numero di fatti. Ma il pragresso infinito malpuò conte ciclopedia delle scienze, e conoscere tutti i particolari dellastoria, per quanto grande sia il numero dei secoli che conta la vita del mondo.Epoichè pro gresso infinito vale tempo infinito, cosa infinita, così bisognerà credere che possa venire un tempo incuil'uomo conoscerà tutti i fenomeni dell' universo infinito, nel qualel'eternitànel tempo e nello spazio non saranno più una incognita per lui. Siffatta esagerazione nonhabisogno di essere confutata. Il mondo nè peg giora, nè progredisce infinitamente. II nostro miglioramento è semplicemente indefinito, vale a dire che se noi pos siamo accertare il costante progresso dellasocietà, manchiamo peròdi qualsiasi dato per stabilire il punto in cui que stoprogresso dovrà arrestarsi.Sappiamo però che una legge di trasformazione è immanente in tutta la natura; che la specie nostra e la nostra vita non rap presentano che un punto e un minuto nella vita dell' universo; e che nati su questa terra allorchè le condizioni di calore furono propizie allo sviluppodella vita organica, noi cesseremo di esistere tostochè il successivo raffreddamento di essa più non permetterà agli attuali organismi di trovarsi nelle condizioni necessarie alla loro esistenza (v. Mondo). Proposizione. La più semplice forma logica con laqualeesponiamo un giudizio. Ogni proposizione, infatti, per semplice che essa sia, contiene sempre un giudizio, avvegnachè, ancor che sia ridotta ai suoi minimi termini, essa e sprime sempre l'oggetto e l'attributo, e spesso la relazione tra l' uno e l'altro. Quando io dico la forza è eterna, il verbo é indica la relazione che corre fra il soggetto forza e l'attributo di eternità di cui è o la suppongo dotata. Questa sarebbe una proposizione affermativa perché il verbo afferma l'attributo; sa rebbe negativa se lo negasse, come per esempio in quest' altra: l'anima non è immortale. 312 PROTAGORA Platone nel Sofista riduce a due soli i segni vocali della proposizione: > Morto Francesco I, il suo succes sore restitul aRamus la libertà di par lare e di scrivere, e cred anche per lui una nuova cattedra al Collegio di Fran cia: ma la protezione reale non valse ad impedire l'odio di quelli che mal tolleravano i suoi tentativi di riforma in ciascuna delle arti liberali, dalla gram matica alle matematiche. Qui vuol es sere ricordata la questione, divenuta famosa, dei quisquis e dei quanquam. I teologi della Sorbona pronunciavano quelle parole alla francese, e cioè come se fossero scritte Kiskis e Kankam: i lettori del re invece respingevano come barbarismo quel modo dipronuncia. Un beneficiario che aveva adottata la pro nuncia di questi ultimi, fu perciò solo citato in giudizio davanti al Parlamento di Parigi, ed egli correva gran rischio di pagare la sua grammaticale eresia colla perdita del beneficio, se non lo avessero caldamente difeso i professori del Collegio di Francia e Ramus con essi, i quali a gravissimo stento riesci rono a persuadere i giudici che le re gole dell' ortoepia non erano soggette alla loro giurisdizione. Giudichisi da questo fatto quale fosse allora la forza delle vecchie consuetudini, e del princi pio di autorità, e quanto coraggio do vessepossedere chi in qualsiasi guisa vo lesse sfatare questo o quelle.Pure Ramus RAZIONALISMO non si lasciò spaventare da ostacoli di tale natura ; riprese le sue lezioni di 329 le dottrine di Platone e di Aristotile logica ad onta dei clamori e dei tumulti con cui si tento ripetutamente di inter romperle; anzi adottò per testo appunto quelle considerazioni sulla logica di Aristotile » per cui erasi scatenata su lui tanta tempesta. Nello stesso tempo osò pubblicamentesostenere(ed era al lora esecranda eresia) che anche Cice rone e gli altri autori antichi avevano i loro difetti, e che « se furono ottimi in qualche cosa non erabuona ragione per adorarli in ginocchio e per procla marli perfetti in tutto ». Avendo Ramus abbracciata in quel l'epocala religione protestante,dapprima segretamente e pubblicamente dopo l'e ditto di tolleranza del gennaio 1562, offri ai numerosi nemici che si era procurati colla sua audacia una poten tissima arma per perderlo. Egli divenne l' oggetto delle calunnie più odiose, e per due volte fu costretto ad abbando nare la cattedra ed a correre la via dell'esiglio. Finalmente, come già dissi, fu barbaramente trucidato la sera della strage di San Bartolomeo, dopo che a veva già convenuto e pagato ai suoi as sassini il prezzo del suo riscatto. Tra le sue opere ricordo le « dia lectuæ partitiones ad Academiam Pari siensem, e gli arithmeticae libri tres ». Rapin (Renato). Nacque in Tours nel 1621; morìl in Parigi il 27 Ottobre 1687: entrò nel 1639 nella compagniadi Gesù, dove fu destinato all'insegnamento. Scrisse molte opere filosofiche, nes suna però di qualche merito. Come un infecondo tentativo di filosofia teologica va ricordato il suo « confronto tra Pla tone ed Aristotile coi giudizi dei padri sulle loro dottrine. Con esso l'autore si propose di dimostrare che fu irra gionevole il disprezzo ostentato da De scartes per le tradizioni filosofiche che erano in auge prima di lui, ed erroneo ed incompleto il sistema da lui seguito e le conseguenze che ne dedusse. Pre messa unasuperficiale esposizione del (tra cui fa un confronto non meno su perficiale) come dei padri della chiesa, Rapin giunge alla conclusione che mal grado la loro ignoranza delle leggi fi siche tutti costoro furono eccellenti filo sofi appunto per aver saputo meglio di Descartes apprezzare l'importanzadella metafisica e per averne riconosciuta la preminenza sopra le scienze fisiche. Del resto, anche non tenendoconto della va cuitàdelle opere delRapin, i suoi stessi fautori riconoscono non aver egli saputo senonchè esporre conuna forma molto infelice le idee su Platone di un cano nico di poca fama, di cui egli in tal guisa non sarebbe stato che un impe rito plagiario. Razionalismo. Così si chiama quel sistema di filosofia il quale pro fessa di non riconoscere altre verità che quelle dimostrate dalla ragione. Data questa definizione,che è la piùgenerale, si capisce facilmente che le credenze dei Razionalisti possono essere tanto diverse quanto sono diversi icervelli degli uo mini. Se la ragione fosse eguale in tutti gli uomini, certo sarebbe unico anche il criterio dei razionalisti per scoprire la verità; ma disgraziatamente non è così; e poichè ogni uomo crede di se guire i dettati della sua ragione, anche quando non rettamente argomenta, da questa varietà doveva necessariamente derivare, come infatti n'è derivata, una grandissima diversità nelle conclusioni dei razionalisti, i quali vanno divisi in tante scuole, che a tutte nettamente determinare è ardua impresa. Dirò per tanto di alcune di esse e delle più note. La prima scuola,la quale interpreta il razionalismo nel modo più ristretto e, dirò anche in un senso affatto im proprio, è quella del razionalismo teo logico. Questa scuola, per la maggior parte compostadi veri teologi, professa sibbene di accettare la ragione come criterio di verità, ma riconosce poi che ci sono dei veri i quali eccedono la ca pacitànaturaledell'umana ragione, quali 330 RAZIONALISMO sonoadesempio i misteridella religione,❘ primitivo ha potuto colsolo aiuto della iquali non possono dimostrarsi, ma devono di necessità essere creduti per fede. Tutti di leggeri intendono che impropriamente cotesti tali presero il nomedi razionalisti, imperocchè dalmo mento che l'uomo sottrae al giudizio della sua ragione una opinione od un principio, perde per ciò stesso il diritto di dirsi razionalista; altrimenti bisogna rebbe che tal nome fosse dato a tutti gli uomini; inquantochè tutti inqualche cosa si sottomettono ai dettati della ragione. Fra questi stessi teologi il nome di razionalisti fu disputato; ma infine ge neralmente convennero di applicare tale appellativo a quelli fra di loro i quali si sforzano didimostrare laverità della fede collaragione. Si sa che ilmaggior numero conviene che molti dommi te ologici sono superiori al nostro inten dimento, e che impresa vana è il ten tarne la dimostrazione. Non pochi però furono di contrario avviso, e appog giandosi al detto di S. Paolo « la cre denza sia ragionevole » hanno concluso che ognidommapuò edeve esserespie gatodallaragione, permezzodella quale si sono accinti a dimostrare, a parer loro razionalmente, le così dette verità della fede. Non e a dirsi la meschina figura che certi tali hanno fatto in co tale improba intrapresa, giacchè, messi alle strette tra la fede e la ragione, nonhanno fatto questa giudice di quella, ina piuttosto un' umile ancella, i cui servigi sono stati assai poco apprezzati e ancor peggio rimunerati. Molti teologi hanno severamente biasimataquesta ten denzadi introdurre laragione nelcampo dei misteri; e non avevano torto, poichè la ragione nulla possa in quelle cose che la Chiesa stessa ex cattedra ha de finite superiori all'umano intendimento. Appenapochi lustri or sono eraviva in Francia la disputateologica tra i ra zionalisti ed i tradizionalisti; i primi cercavano di dimostrare con esempi at tinti alla natura e alla storia che l'uomo sua ragione man mano sollevarsi dallo stato selvaggio alla presente civiltà. So stenevano invece i tradizionalisti che senza il soccorso della tradizione, per la quale venne trasmessa la rivelazione fatta da Dio al primo uomo, non solo il genere umano sarebbe andato dege nerando, ma non sarebbe mai riuscito neppure a crearsi un linguaggio. Era, per verità, da partedei teologi razionalisti, un'ardua impresa quella di sostenere arditamente la potenza civi lizzatrice della ragione, e di opporla al potere della rivelazione. Manon dimen tichiamo che quei singolari razionalisti nonsostenevano la ragione che per ado perarla poi a beneficio della fede. Essi non escludevano il sovranaturale, tut t'altro; partivano anzi da un principio poco diverso dalle idee archetipe di Pla tone, pel quale sostenevano che l'intel letto nostro contiene in germe tutte le verità così religiose come naturali; che queste verità, dono gratuitodi Dio, van no manmano svolgendosicol progresso storico dell' umangenere. Tutte le loro dispute si struggevano intorno aquesto solo principio: la rivelazione è un fatto vero ma non necessario. Se Dio non avesse data la rivelazione, gli uomini col solo aiuto dei germi che Dio ha posti nell'intelletto umano, si sarebbero innalzati alla civiltà, avrebbero acqui stata la conoscenza di Dio e della sua legge morale. Non si può negare che per dei filo sofi teologi questo era un passo assai ardito. Ma stretti com' erano dai vincoli della fede, alla quale non potevano sot trarsi, come avrebbero potuto non mal trattare la logica a beneficio della re ligione? Perciò vittoriosamente oppo nevano i loro avversari che laragione umana essendo limitata, non potrebbe da se solaelevarsi fino alla chiara idea diDio. Quindi conchiudevano con l'ar gomento di S. Tomaso (Contr. Gen. c.4) che tre inconvenienti sarebbero venuti ove Dio avesse abbandonato alle ricer RAZIONALISMO che di ciascun uomo l'opera di for marsi le nozioni riguardanti Dio, la cre azione, la legge morale e la vita avve nire. E cioè: 1.º che pochi uomini ar riverebbero fino alla cognizione di Dio, essendo il maggior numero impedito o da inettitudine o da estranee occupa zioni, o dall' inerzia; 2.º che anche que sti pochi i quali hanno capacità, tempo e volontà, a stento vi potrebbero per venire dopo anni assai, e ad età inol trata; 3.º che essendo limitata laragione e soggetta ad errare, non potrebbero quindi avere mai la piena e formale 331 sulle forme del culto, divien scettico sui dommi fondamentali della vita av venire; non afferma nè nega, ma s'a stiene, come il positivismo. Ciò, pertan to, che fudetto perl'uno valeanche per l'altro. Dirò ancora che, a parer mio, questa astensione non èmolto ragione vole, poichè in tutte le cose l'uomo certezza di avere colto nel vero. I razionalisti teologi sono molti dif fusi inGermania dove, per razionalismo, non s'intende già una filosofia incredula, ma una filosofia, la quale, benchè sia contraria ai dommi della religione, è pur sempre sottomessa ai dommi fonda mentali dell' esistenza di Dio, della spi ritualità e dell' immortalità dell'anima. Ai nostri giorni nell' Italia e nella Francia è sorto il razionalismo filosofico, il quale, assai più ardito del suo confra tello, ha scosso tutti i dommidella fede pronunzia il suo giudizio seguendo le regole della probabilità. Nel Fedone, parlando Socrate della immortalità del l'anima, dice: « lachiara cognizione di tali cose in questa vita è impossibile, od almenodifficilissima ... Il savio deve dunque tenersi a ciò che sembra più probabile quando non abbia dei lumi più sicuri, o una rivelazione che lo gui di ». Or i razionalisti questa rivelazione non l'hanno, nè ammettono per vere quelle a cui credono gli altri uomini; perchè dunque non si atterranno al co mun modo di determinarsi nei casi dubbi? Dicono che questequestioni ec cedono lacapacitànostra e che i motivi addotti pro e contro non hanno alcun valore. Ragione di più anzi per deter mivarci alla negazione, perciocchè se alcuno ci venisse innanzi affermando l'e equelli ancora della filosofia spiritua lista. Questo razionalismo, proclamando l' assoluta indipendenzadella ragione, e la sua esclusiva competenza a scoprire ❘ prensibili, certo non si pretenderebbe cheda noi si adducessero argomenti sistenza dicosa impossibilee pretendesse dimostrarcela con argomenti incom il vero, nega recisamente ogni culto e sterno ed eziandio ogni religione. Si arresta, per altro, dinanzi ai dommi fon damentali dell'esistenza di Dio e dell'a nima immortale, non giá perché esso li ammetta siccome veri; ma perchè li di chiara impossibili a concepirsi e a di mostrarsi col nostro intendimento. Par rebbe ovvio che dopo taldichiarazione il razionalismo dovesse negarli; pure non è così, giacchè esso aggiunge inol tre, che come quei dommi non possono concepirsi nè dimostrarsi, così neppure possono confutarsi e negarsi; che tanto le prove affermative quanto lenegative non hanno valore quando si applicano ad argomenti che eccedono i limiti del l'umana ragione. Mentre adunque il positivi per negarla. Finchè una cosa non sia dimostrata, per noi non esiste ancora, e per negare ciò che non esiste occorrono forse argomenti positivi? Ma dimostrato non è ciò che si ammette eccedere i limiti delnostro intendimento, perciocchè la dimostrazione vuol essere compresa, o non è dimostrazione. Se non è dimostrazione, dunque la cosa rimane indimostrata; e se la dimostra zione non è conpresa, dunque la cosa non resta nè compresa ne dimostrata, come non lo sono tutti i sogni della nostra immaginazione, ad annullare i quali bastala semplice attestazione dei sensi. L' astensione del razionalismo sui razionalismo filosofico è affatto incredulo | dommi fondamentali della religione non 332 RAZZA può dunquefondarsi, come si pretende, sulla incompetenza della ragione. Un certo ritegno, consigliato piuttosto dalla opportunità, per non spingerela nega zione a tutta oltranza e per non cre arsi troppi nemici, è il vero motivo di questa astensione. Ma molti hanno già superato anche le ultime barriere e spingono il razionalismo filosofico alle sue ultime conseguenze, quali quelle di emancipare la ragione umana da ogni incomprensibile sovranaturale e di ren derla suprema giudicatrice d' ogni con troversia. Razza, Specie. I naturalisti divi dono gli esseri vivi che popolano il mon do in vari generi, ogni genere sidivide in varie specie, e le specie in razze. La specie dunque comprende la razza; e se si ammette che le razze comprese in una medesima specie derivano tutte da un'unica fonte, non così sono tutti disposti ad ammettere che le specie possono essere derivate le une dalle altre. Darwin è stato uno fra i primi che hanno dimostrata la trasformozionedelle specie e il loro possibile passaggio dal l'una in altra ( v. DARWINISMO ). Rima ne tuttavia il dubbio sul valore delle varie razze umane, rimane, cioè, a co noscersi se le varietà che si notano nel fisico umano, derivano dalladegradazio ne o dal miglioramento di individui e guali, oppure se queste varietà sussi stettero in ogni tempoe fin dall'origine dei vari tipi, i quali sarebbero perciò distinti con caratteri specifici e costi tuirebbero altrettante specie. Già fin dal secolo scorso i naturalisti erano discordi intorno a questo punto. Buffon ammetteva una sola specieuma na, fondandosi sul fatto che da un clima all' altro le singole razze di uomini sono insieme collegate; che a lungo andare ogni uomo risente la influenza del clima, che una medesima latitudine, allorchè contiene climi diversi, presenta pure razze differenti; finalmente che le varie razze d'uomini possono associarsi vicen devolmente e generare individui fecondi. Quest'ultimo carattere fu però negato da molti naturalisti, specialmente dopo le infeconde unioni sperimentate sui negri d' Affrica trasportati in America (V. DARWINISMO ). D'altra parte si è pure giustamente obbiettato che la fe condità delle unioni fra individui di differente razza non proverebbe che essi appartengono alla medesima specie,poi chè, come osserva il prof. Adelon, è certo che molti animali di specie evi dentemente diversapossono accoppiarsi e procreare individui fecondi. A molti parve poi impossibile di attribuire al l'influenza del clima le differenze che si riscontrano fra le varie razze umane. Nella storia naturale, dicono essi, le specie si fondano sopra diversità im portanti, dipendenti dall' organizzazione primitiva, le quali resistendo ad ogni esterna influenza, si trasmettono immu tabili attraverso alle generazioni. Essi dicono che le differenze che si notano fra le razze umane in certi casi hanno questo carattere specifico. Si incontrano uomini neri vicino ai poli e uomini bianchi sotto ai tropici; gli uni e gli altri si mantengono tali in climi opposti quando non si uniscono con altre razze; ed in tal modo ibianchi rimangono bianchi sotto ai tropici ed imori restano mori nella terra di Diemen, paese fred do, come pure nell' America settentrio nale. Quante nazioni conservano il pri mitivo loro tipo a malgrado dei secoli e dei climi, quando non contraggono estranee alleanze, come, per esempio, la nazione ebrea! D'altronde il moro non ha mica la sola pelle nera; sono pure neri ilsuo sangue, i suoi organi interni, e se pretendesi che la prima sia stata annerita dal calore del clima si vorrà forse che egualmente abbia anneriti gli altri? D'altronde non fu forse osservato avere il negro un pidocchio particolare ad esso, e diverso da quello che affligge la razza bianca? Intorno a questo argomento così si spiega il Dott. Bertillon in un notevole scritto sull' antropologia: «Uno dei cri RAYNAL 333 teri di coloro che sogliono attenersi al ❘ di principio per sviluppare la confusa. gruppo specifico è l'origine. Sono di chiarati della stessa specie coloro che sortono dalla medesima coppia. Compre sa in questa generalità la tesi è incon testabile, perchè si suppone che la discen denza è unfatto osservato, maquando la comunanza d'origine non è stata scien tificamente accertata, e in conseguenza tutte le volte che essa risale a tempi lontanissimi, come nel caso dell' uomo, bisogna relegare questo preteso criterio fra le più detestabili inspirazioni di cui i miti religiosi hanno infettate le fonti della scienza. Quand' anche gli uomini non fossero che delle scimmie antropo morfe perfezionate da una lunga selezio ne, non costituirebbero perciò meno un gruppo generico ben distinto; e se an che gli astronomi, che oggi ci mostrano l'esistenza del ferro, del rame, dell'i drogeno ecc. nelsole, riuscissero a farci vedere degli uomini nel pianeta Marte, Od altrimenti, il raziociniosi fa quando, con dei principii luminosi ben applicati alle cose oscure e ignote, si dimostra quel che era occulto. Raynal ( Tommaso Guglielmo ) nato a Saint-Genis il 12 Aprile 1713, morto a Chaillot il 6 Maggio 1796. Fudapprima ascritto alla compagnia dei Gesuiti, mase ne allontand ben pre sto e, recatosi a Parigi, vi abbandonò apertamente il sacerdozio. Alcuni lavori di diversa natura, sto rici in gran parte, incominciarono ad acquistargli rinomanza, e lo fecero ac cettare quale uno dei redattori del Mer curio. Avendo poi stretta amicizia con Holbach ed Helvetius difese con ar dire e convinzione i principi da essi professati. Ebbe fama luminosaper lasua ope ra maggiore intitolata « storiafilosofica e politica degli stabilimenti e del com mercio degli Europei nelle due Indie ». qualunque fosse la loro eguaglianza or ganica con noi,dovrebbero forse costi-❘ Con quel libro Raynal tradusse in atto tuire una specie aparte, sotto pretesto che non discendono dagli stessi ante un concetto di difficile esecuzione e va nati ? Il solo proporsi queste questioni vale risolverle. La formazione dei gruppi specifici deve riposare, o sulla fecondità scientificamente accertata e duratura fra gli individui che li compongono, oppure sul complesso dei rapporti di rassomi glianza e d'intimità i quali possano condurci ad ammettere come attualmen te possibile la riproduzione durevole dello stesso tipo ». Con ciò si conclude che se in nessuna scienza si possono fare delle divisioni assolute, meno poi èlecito farle nella storia naturale, nella quale queste divisioni sono affatto con venzionali enon meritano proprio, come ben dice il dott. Bertillon, le lunghe discussioni che hanno generato. Raziocinio. L'atto del commet tere insieme giudizi per induzione o per dimostrazione. Il raziocinio, diceRo magnosi, discorso,argomento, prova, non è che lo sviluppo di una idea chiaro confusa, nellaquale laparte chiara serve stissimo, quale era quello diriunire in un quadro metodico e ben fattola sto ria di tutte le imprese degli Europei nell' India e nel nuovo mondo. Come egli sia riescito in questa impresa si ardua, lo mostra la splendida celebrità che al suo primo apparire l'opera gua dagnava all'autore. Della Storia filoso fica, furono fatte nella sola Francia venti edizioni, e più che cinquanta altrove. E fu un successo ben meritato, perchè se in qualche punto si sarebbe potuto usare una critica storica più severa, tale menda però scompare di fronte ai pre valenti pregi reali dell'opera, nella quale l'autore, alla esatta esposizione dei fatti, seppe accoppiare profondi insegnamenti, ed interessantissime considerazioni, qua li sono quelle sulla tratta deinegri, e sul la libertà del commercio, cherimangono adimostrare il suo profondo affetto per l'umanità, e per il civile progresso. L'opera, per la sua indole storica, più che filosofica, mal si prestava ad una 334 REDENZIONE completa ed ordinata esposizione di dot trine. Tuttavia Raynal non lascid sfug gire occasione veruna per battere in breccia l'assolutismo e lasuperstizione, eper ridurre al loro giusto valore le teorie dell'assoluto. Così egli rifiuta ogni fede all'esi stenza di Dio, ed anzichè supporre un ordine morale eguale in ogni tempo ed in ogni luogo ed indipendente dalla diversità dei fatti e delle forme sociali, dimostra essere la morale una creazione e della società, diversa nei diversi tempi nei diversi luoghi, ed intieramente subordinata ai climi, alle consuetudini, ed alle forme di governo. e «la storia del Parlamento d'Inghilterra». Realismo. Vedi NOMINALISMO. Redenzione. Nell' antico Testa mento redentore è detto chi redimeva od aveva diritto di redimere l'eredità venduta da alcuno dei suoiparenti, o il parente stesso, dalla schiavitù, e chi ri scattava una vittima destinata al sacri ficio. Redentore del sangue era colui che aveva diritto di vendicare l'uccisione di qualche suo parente, ammazzando l'uccisore. Nel nuovo Testamento Gesù è detto il Redentore, colui che diede la sua vita per la redenzione degli uomini (Matt. XX, 12). Ivi s' insegna che noi resero molti onori. RELAZIONE, RELATIVO siamo stati riscattati a gran prezzo (I Cor. VI, 20), che il nostro riscatto non fu fatto a prezzo d'argento,macol 335 uomini ed a concedere loro la vita e sangue dell' agnello immacolato, il quale è Gesù Cristo. (I Piet. I, 11). Gli scrit terna. La quale opinione, che fadi Gesù Cristoil nostro redentore per in tercessione e non per soddisfazione, è avversata dalla maggior parte dei cri tori sacri partendo dal concetto del| stiani, i quali siconfortanocolleparole peccato originale, giungevano fino a supporre che tutti gli uomini fossero dannati e fatti preda del demonio, e che Gesù solamente col versare il suo cato e la nostra liberazione. Conviene di Gesù: « Questo è il sangue mio del nuovo testamento, il quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati ». Essi dicono ancora chenell'anticalegge la redenzione o il riscatto dei primo sangue, offrendolo in olocausto al Pa drè suo, ottenne laremissione del pec-❘ geniti consisteva nel pagare il prezzo per ricuperarli; la redenzione dunque del genere umano consistere nell'avere ricordare che sotto l'anticalegge il sa Gesù pagato il prezzo per salvare gli uomini colpevoli e degui della morte eterna. Ma fu risposto che se quello di Gesù Cristo fosse stato un riscatto ve crificio costituiva il fondamento di tutto il culto. Il popolo d'Israele, simile in questo a tutto il paganesimo, non im petrava la clemenza di Dio in altro modo che coll' offrirgli de' sacrifizi. I migliori animali e i più immacolati e rano immolati sull'altare della divinità, e su quella vittima innocente ciascuno scagliava la sua maledizione come per rovesciare su di lei le colpe di tutti. Ammesso dunque il peccato originale, ai primi cristiani doveva parer cosagiu- muoia per alcuni colpevoli, nè offrendo sta che il sangue di unuomo fosse dato come corrispettivo del riscatto di tutta ro, egli avrebbe dovutopagarne il prezzo al demonio da cui li riscattava, e che questa idea era troppo orribile per es ser vera. D'altra parte fu detto che la redenzione per soddisfazione, sarebbe contraria alla giustizia divina, non es sendo giusto che un innocente patisca e l'umanità. Ai sociniani però non parve conve nevole per la divinità ch'ella vendesse, fosse pure a prezzo di sangue, la re denzione degli uomini; laonde cercarono di mitigare quanto ha in se stesso di brutale questo domma, insegnando che, non già per lamortedi Gesù,Dio aveva perdonato agli uomini, ma per le sue. preghiere. Quanto ai pelagiani che ne gavano la propagazione delpeccato ori ginale, dovevano necessariamente inten dere la redenzione in un senso simbo lico. Dissero perciò che Gesù è reden tore degli uomini perchè li ha istruiti con laparola e con l'esempio, riscat tandoli dalle tenebre dell' ignoranza, e ponendoli in condizione di acquistarsi il cielo. Anche Le Clerc nella sua Sto ria Ecclesiastica si avvicina a questa dottrina, dicendo che Gesù pregò il questa sostituzione soddisfazione alcuna pel delitto. Che, infine, sarebbe stata cosa più degna della bontà infinita il perdonare senz' altro a rei pentiti che l'esigere una rigorosa soddisfazione. Aqueste ed altre obbiezioni, i cre denti nella soddisfazione hanno risposto essere una veratemeritàil crederedi sa pere meglio di Dio ciò checonvenisse ad una bontà infinita. In questa maniera eludendo la domandaconvennero che il domma della redenzione non è spiega bile dalla ragione umana, e che costi tuisce perciò un mistero imperscruta bile. V. GESÙ, CRISTO, MESSIA, INCARNA ZIONE. Relazione, relativo.L'atto col quale l'intelletto consideradue cose di verse, ideali o reali, per indurne conse guenze sulla loro convenienzaosconve nienza si chiama paragone; le conse guenze indotte le quali indicano ciòche una cosa è rispetto all'altra, sono la Padre suo a perdonare i falli degli | relazione . Le relazioni che le cose 336 RELIGIONE hanno fra di loro sono innumerevoli, e la loro conoscenza costituisce il nerbo delle nostre cognizioni. Sono cose o ideerelative quelle che hanno dipendenza da altre cose o idee. L'effetto è relativo alla causa da cui dipende; il colore è relativo al corpo in cui si manifesta od all'organo da cui è percepito. Adoperasi perciò nella filoso fia la voce relativo per indicare uno stato o una condizione differente dal l'assoluto. Ogni nostra idea è relativa a noi,manon è assoluta; il concetto che io mi formo del suono, deicolori, della luce, è affatto relativo al mio modo di percepirli; ma chi sa in quale altra maniera sono percepiti da altri esseri ? e chi sa che cosa questi fenomeni sono in realtà? Di cose assolute non può e sisterne che una, ed è la sostanza, la quale essendo indipendente da ogni al tro essere, ed unica, non ha relazione conaltre cose, poichè tutte le cose sono parte di essa . Tolta questa unica eduniversale sostanza, tutti i feno meni percepiti sono relativi o al no stro modo di percepirli, o alla causa d'onde emanano, o alle condizioni di e sistenza che essi trovano. Tutte le idee che noi abbiamo sono relative. Invano noi cerchiamo di avere la nozione assoluta delle cose; tutto ciò che noi impariamo, lo impariamo in grazia dei nostri sensi e perciò la ve rità di tutte le nostre cognizioni è pu ramente relativa a questi sensi. (v. PIR RONISMO). Religione. Sentimento dell'animo verso Dio, il quale non deve confon dersi con gli atti di divozione, che costituiscono più propriamente il culto. Vi sono alcuni chehannouna religione enon uncultoesterno; ma l'elevazione della mente verso Dio è in ogni caso carattere essenziale della religione. Han no torto quegli increduli i quali affet tano di professare la « religione della scienza » la « religione dell'umanità >> ola « religione del vero ». Queste ed aitre tali espressioni o non esprimono giustamente il loro pensiero, oppure non servono che ad occultare la loro incredulità. Si possono professare delle opinioni filosofiche intorno alla scienza o all'umanità; ma acostituire una reli gione, ossia un sentimento di relazione fra l'uomo e un supposto essere sovra naturale, non bastano leideepuramente relative a cose naturali. Questo per ciò che riguarda la de finizione. Se poi si'considera la reli gione nella sua essenza, si vede che quel il quale si suppone innato in tutti gli uomini, non è altro che l' espressione di quel l'occulto timore che l'uomo prova din nanzi agli agenti naturali più potenti di lui. Feuerbachha detto giustamente che il sentimento di dipendenza è la sorgente di tutte le religioni; or il primo motivo di questa dipendenza de riva dalla natura, e perciò essa è stata l'oggetto del primo culto. « I filosofi speculativi rai hanno canzonato, scri veva Feuerbach, perchè ioho detto che il sentimento di dipendenza è la sor gente del sentimento religioso, defini zione che parve a loro faceta, dopo che Hegel disse a Schleiemacher, che se il sentimento di dipendenza è la sorgente della religione, il canedovrebbe averne una; avvegnachè esso si sente sotto la dipendenza del suo padrone ». AFeuerbach parve così poco seria ' obbiezione di Hegel, che dopo averla accennata non credette di spendere parole per confutarla. D'altronde gli sarebbe stato facile il dimostrare che, se il cane, col suo corto raziocinio, sentisse il bisogno di credere in un es- sere superiore, certo l'uomo sarebbe it' suo Dio, con la differenza che esso ha pel suo padrone un' affezione assai più vera di quella che l'uomoprova per la Divinità. ; ma ai filosofi moderni, siffatta credenza par troppo ridicola. Ben altrimenti che tor nare in polvere, il corpo umano per la massima parte si volatizza in gaz, i gaz sono assorbiti dalle piante, le piante si trasformano in frutti, i frutti sono man giati dall'uomo e si assimilano alla sua carne (v. MORTE). Questo esempio rac chiude così all' ingrosso tutto il con cetto della trasformazione della mate ria; ma uno studio accurato della spe cialità dimostra, che sì nell' uno che nell' altro modo, per un circolo di tra sformazione più o meno lungo, la ma teria torna quasi sempre al punto di partenza e compie una rotazione non dissimile da quella che subisce l'acqua nei suoi fenomeni apparenti: svapora, cioé, dal mare, si trasforma in nube, quindi si condensa in acqua o neve, penetra nei fianchi dei monti, scaturi sce in sorgenti e quindi le sorgenti fanno i ruscelli, i torrenti, i fiumi, che finalmente ritornano al mare. Così del pari la materia di che è composto il nostro corpo, sarà a poco a poco assi milata da altri corpi; formerà vegetali, animali e uomini, di guisa che, in ulti ma analisi, può dirsi con matematica esattezza, che tutti gli uomini son fatti dall'istessa sostanza. Ora se la materia di che é composto ilmio corpo è quella stessa che formò il corpo di altri uo mini che vissero prima di me, avremo un corpo solo ognidieci, ogni cinquanta ocento uomini, di guisa che molti sa ranno impossibilitati a risorgere. Lo statuario che modellando la sua creta forma una figura, e cessato il bisogno l'infrange per formare con essa nuovi modelli, potrebb'egli mai coll' istessa creta pretendere di ricostruire tutti i modelli che con essa egli ha prodotti? S. Paolo così rispondea questa diffi tempi gli opponevano i Corinti: « Ma, dirà alcuno, come risuscitano i morti e con qual corpo verranno? Pazzo che sei ! Quel che tu semininon èvivificato, se prima non muore. Tu non semini it corpo che deve nascere,maun granello ignudo; ed aciascunseme Iddiodà il suo proprio corpo. Non ognicarne è la stessa carne, anzi altra è la carne degli uo mini, altra quella delle bestie. Vi sono ancora dei corpi celesti e dei corpi ter restri , ma altra è la gloria dei celesti, altra quella dei terrestri. Cosi ancora sará la risurrezione dei morti: il corpo è seminato in corruzione e risusciterà incorruttibile Egli è seminato in diso nore e risusciterà in gloria: egli è se minato in debolezza, e risusciterà in forza: egli è seminato corpo animale e risusciterà corpo spirituale. (I Cor. XV, 35 eseg). Certo, qui San Paolo non spiega l' impossibilità fisica di formare due o più corpi con lamedesima mate ria contemporaneamente. Il corpo dei risorti dev'essere spirituale; e intendasi pure che in queitempi neiquali lo spi ritualismo moderno non eranato, con la voce spirituale intendesse di indicare una sostanza più leggera della materia (v. ANIMA), una sostanza incorruttibile, cioè non soggetta a trasformarsi Sarà pur sempre vero che, secondo S. Paolo, non saranno già i nostri propri corpi che dovranno risorgere, ma altri corpi fatti di una sostanza diversa. Perchè non è piaciuto ai teologi di restar fe deli a questo insegnamento ? Volendo lusingare la vanità dei vulgari essi hanno forse capito che se il domma della risurrezione giovava al cristiane simo, ciò era apatto che il nostro pro prio corpo fosse chiamato alla risurre zione; cioè quel corpo al quale siamo tanto attaccati, e che costituisce per noi tutta la nostra personalità. Perciò amolti teologi èpiaciuto di sbizzarrirsi descrivendo le condizioni della nostra risurrezione.A sentirli, tutti i corpi do vranno essere perfetti; quindi gli storpi 352 RIVELAZIONE si raddrizzeranno, i ciechi avranno la vista e i sordi l'udito; i grassi diver ranno un po'magri e i magri ingrasse ranno; i vecchi dovranno diventar gio vani e igiovani dovranno farsi adulti, in modoche tutti abbiano la perfetta età di 33 anni. Non hanno detto però se per amore di questa tanto invidiabile ugua glianza e di questa sublime perfezione, le vergini dovranno cessare di essere tali, o se le donne maritate dovranno tornare vergini. Quest'ultima opinione è però assai più probabile, attesochèGesù Cristo, rispondendo ad una interpellanza chegliavevanofatta iSadducei, dichiarò che quando gli uomini saranno risu scitati dai morti, non prenderanno nè daranno mogli, ma faranno come gli angeli che son ne'cieli » (Marco XII, 25). Quindi gli uomini avranno la bocca ma nonmangeranno; il ventricolo ma non digeriranno; gli organidellagene razione ma nongenereranno. In termini assoluti si può dunque dire, che tutti questi organi saranno superflui : or è molto dubbio che le cose superflue sian perfette. Perciò, guidati da questa ob biezione, molti teologi supposero che nella risurrezione non si farà più di stinzione di sesso. Questa opinione ha fondamento in un passo dell' Evangelo apocrifo degli Egiziani, nel quale si leggevano queste parole: « Il Signore fu interrogato daSalome quando verreb be il suo regno? Ed egli disse: quando voi calcherete sotto i piedi gli abiti della vostra nudità, quando due saranno una, e ciò che è di fuori sarà come cid che è di dentro e non vi sarà più nè maschio nè femmina » . Giustamente osservò BianchiGiovini,che con questa anfibologia pare si voglia dire, che la trasformazione del mondo presente deb ba produrre anche una trasformazione dell'essere umano, il quale sarà vestito di un corpo diafano, liscio, senza sesso, senza membri o visceri, di cui non vi sarà più bisogno; come non vi sarà bi sogno di vestimenta essendo cessati i riguardi del pudore e le esigenze delle stagioni. In tutti i casi le prime fonti cristiane insegnerebbero che la risurre zione si farà con corpi diversi dai no stri, e se i teologi vi avessero attinto fedelmente e senza esagerazioni, avreb bero almeno evitata la impossibilità fi sica di cui si è parlato. Rivelazione. Nelsenso dei dom matici è l'atto col quale Dio ha inse gnato agli uomini, a viva voce, o per mezzo dei suoi inviati, lecosì dette ve rità della religione. Tutte le religioni positive ammettono una rivelazione fatta daDioall'uomo,siadirettamente all'atte della creazione, sia indirettamente col mezzo di mandatari che consegnarono le regole della religionenei codici sacri, i quali perciò si considerano dai credenti come inspiratidalla divinità. I principali libri sacri sono: i Veddas, il CodicediMa nou e i Purana degli Indiani; il Zend Avesta dei Persiani; laBibbia degli ebrei (V. BIBBIA) l'Edda degli Scandinavi e il Korano dei mussulmani.IGreci ediRo mani avevano ingrande venerazione al cuni scritti dei poeti, tali che Omero ed Esiodo, certe raccolte degli oracoli ed i libri Sibillini, evidentemente apocrifi. Allora la poesia dettava le sue leggi ai popoli, dei quali i poeti erano i natu rali legislatori. Nei primordi della ci viltà gli uomini non ebbero altra re gola di condotta all'infuori di questa : ecoloro fra essi che per il loro inge gno, per il coraggio o per l'entusiasmo si distinsero dagli altri, furono creduti inspirati dagli enti superiori. L' uomo aveva vicino i suoi Dei, e tutti i giorni ne udiva la voce, iconsigli e icomandi in tutti i fenomeni della natura, nei tuoni e nei lampi, nel volo degli uc celli, nelle interiora degli animali, nei vapori delle caverne, nel canto dei poe ti, e perfino negli incoerenti propositi dei pazzi (v. ORACOLI). Chi per le doti del suo ingegno si sentiva chiamato a dirigere i destini della società, si cre deva o fingeva di credersi inspirato da Dio; dettava le sue leggi, e i suoi scritti andavano bene spesso ad aumen RIVELAZIONE tare il codice dei libri sacri. Il sorgere di un profeta, di un rivelatore era cosa assai comune tra gli orientali; come tra i Greci ed i Romani comunissima era la scoperta di nuovi oracoli. Dio parlava all'umanità in tutte le guise, sotto tutte le forme. Dal serpente del l'Eden che predice all' uomo la reden zione, dall'asino di Balaam all'umile fa legname di Nazareth, la storia degli ebrei non è che una continua succes 1 353 serie dei profeti. Pietro de Bruys, Eon della Stella, Epifane, gl'Illuminati, i Ca misardi, i Giansenisti, e gli Svedenbor gisti, ci provano quanto in ogni tempo sia stato facile il farsi credere in comu nicazione con la divinità. Ancora ai giorni nostri la rivelazione non è ces sata. Brigham Young non ha egli pro nunciati i suoi oracoli fra i mormoni? e tutti i giorni i medium spiritisti non rivelano ai credenti le cose dell' al sione di profeti e di entusiasti, del mag gior numero dei quali la tradizione forse ci ha taciuto il nome. Così divul gata era allora la credenza della par tecipazione degli Dei nei consigli uma ni, che molti filosofi non la posero in dubbio, e quando pure dubitarono di questo o quell'oracolo, non dubitarono di tutti. Pittagora si diceva egli stesso in comunicazione colla divinità. Platone nel quarto libro delle leggi insegnava doversi ricorrere a qualche Nume, o at tendere dal cielo una guida, un mae stro che ci istruisca. Nel Fedone par lando Socrate dell'immortalità dell'ani ma diceva, dovere il sapiente tenersi al probabile, quando non ha dei lumi più sicuri, o la parola di Dio stesso che gli serva di guida. Tutta la scuola pitta gorica e neoplatonica, come quella di tutti i mistici ha professato lacredenza nella facile comunicazione con ladi vinità. Il gran numero degli evangeli apo crifici ( v. APOCRIFI ) dimostra quanto fosse facile il compilare dei libri rive lati anche nei primi secoli del cristia nesimo. Solamente dopo che la Chiesa ebbe stabilito il suo poteree fu custode gelosa della sua autorità, tacque la voce dei profeti,e gli oracoli con leggi violenti furono costretti al silenzio. Ma non cessò per questo il popolo di con sultare i suoi genii; e nel medio evoebbe per profeti le streghe e gli stregoni e il demonio per rivelatore. Di tempo in tempo sorgevano nuovi inspirati, iquali, sempre condannati dalla Chiesa, ma sem pre creduti dalle turbe,continuarono la tro mondo? (V. MORMONISMO E SPIRI TISMO). I deisti, i quali non ammettono reli gione positiva, negano che vi sia stata una vera rivelazione, poichè a quanto dicono, l'uomo non ha che a seguire i dettami dellasua ragione e il lume della sua coscienza per conformarsi alle leggi divine. Una rivelazione, continuano essi, fatta ad un popolo o ad una schiatta, sarebbe ingiusta, poichè essa conter rebbe delle regole di condotta che sa rebbero ignorate dai popoli ai quali la rivelazione non venne data. Se ciò fosse vero, rispondono i cat tolici, bisognerebbe conchiudere essere interdetto il porgere agli uomini istru zione ed educazione di sorta; un im pertinente essere stato qualunque filosofo tentò farsi maestro ai propri simili, ed insegnare a pochi uominiquello ch'egli era in dovere di insegnare all'universo intero. Ma questa risposta non giova proprio ai cattolici, i quali sanno pure che Dio non è un filosofo, la cui azione è limitata necessariamente al ristretto numero di coloro che aspettano i suoi insegnamenti. Ma se il filosofo non può istruire tutti gli uomini, Dio poteva farlo, nè ciò gli sarebbe costata mag giore fatica di quellacheglisia costata l'istruzione di pochi eletti. Una religione rivelata,dicono ancora i deisti, non può essere destinata da Dio a tutti gli uomini, poichè non ve n'è alcuna che abbia tali prove, che comprendere si possano da ogni uomo; altrimenti Dio esigerebbe l'impossibile ; quanto poi alla rivelazione cristiana in 23 354 ROBINET particolare, non si può dire che essa eccelle in perfezione, imperocchè errori di fisica, di astronomia, di morale e per fino di cronologia si trovano nei libri nei quali questa pretesa rivelazione è stata consegnata (V. BIBBIA). Robinet ( Giovanni-Battista-Re nato) nacque a Rennes nel 1735, morì il 24 febbraio 1820. ed il riposo e la sicurezza di cui cia scuno gode. E la compensazione deriva da ciò, che immutabili sono soltanto Dio ed il nulla: l'essere finito cambia ad ogni istante ma nonpossiede senon chè laminima parte possibile di esi stenza, così che in ogni istante perde altrettanta esistenza, quanto ne riceve : e siccome esistere è il bene e non esi Entrò nella società dei Gesuiti, ma stere il male, ecco stabilitaper sè stessa si stancò ben presto di un genere di la compensazione. La quale è inoltre vita pel quale non era inclinato. Usci manifestata da tutti i grandi fenomeni quindi da quel sodalizio per dedicarsi della natura come da quelli dell'ordine interamente alla filosofia. Stampò in sociale: la nutrizione non può ristorare Olanda (dove recavasi a questo scopo) senza distruggere, l'attività distrugge il suo libro della Natura, la cui pub- quanto produce, la sensibilità accoppia blicazione non sarebbe stata permessa al piacere la pena; ogni stato ha le sue in Francia dall' autorità. L'opera fece gioie e le sue miserie, ogni condizione tanto rumore che fu attribuita agli i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti. scrittori più celebri dell' epoca, quali Ma gli esseri, oltre avere la stessa som Helvetius, Diderot, Voltaire, ma Robinet ma di beni e di mali, hanno anche la non tardo a rivendicare in termini fermi stessa origine. Tutti sono varietà del emodesti la paternità come la respon- tipo animale, hanno organi con cui ri sabilità del lavoro. Se però il suo nome prodursi, ed i minerali e gli astri sono fu più conosciuto, non migliorò per que- soggetti alle leggi della generazione, sto la sua condizione economica, tanto come gli animali e le piante. Ora legge che fu costretto a mettersi agli stipendi universale della natura animale è l'i de'librai, ed a tradurre dall'inglese per stinto: l' istinto è adunque la Legge su essi de' romanzi. Nel 1778 ritornò in cui si fondano la società, i costumi e Parigi, e qualunque fosse stata l'impres- la legge della specie umana; la stessa sione prodotta dal suo libro, la mede- | morale non è che un istinto più per sima era già così cancellata, che l'au tore fu nominato censore reale e con servò l'impiego fino al momento in cui quella carica fu soppressa. Robinet du rante la rivoluzione si ritrasse a sua Rennes, ove fint i suoi giorni. Concetto fondamentale dell' opera la Natura è che i benied i mali si e quilibrano perfettamente nel mondo. Il dolore ed il piacere, il vizio e la virtù corrispondono a monete il cui corso è regolato ed il cui valore si eleva e si abbassa in proporzioni costanti. Gli es seri più perfetti dopo Dio, i più ricchi, quelli che hanno ricevuto le facoltà più potenti sono anche quelli che trovansi più esposti alla corruzione e quindi alla maggiore infelicità. Vi è adunque com pensazione tra il benessere di ciascuno, fetto di quello degli altri animali. Quanto all' anima, Robinet suppone che dall'istante della creazione abbiano esistito insieme i germi di tutte le ani me e quelle di tutte le organizzazioni. Ledue nature non derivano l'una dal l'altra, ma non possono esistere l'una senza dell'altra. Ad ogni funzione dello spirito, alle sensazioni, alle idee, alle vo lontà corrispondono certi organi interni e certe fibre del cervello, così che se corpo. il corpo è animato dallo spirito, l'anima non pensa ed agisce che per mezzo del 1 Robinet riconosce che l'idea comune di Dio non è che l'idea stessa dell'uomo elevata a proporzioni chimeriche, o ri dotte, il che è lo stesso, ad un concetto negativo. Pure, anzichè concluderne che ROSCELINO con ciò stesso si distrugge la teoria del l'ideainnatadiDio, ed insieme uno degli argomentipiùfavoriti deideisti,egli siper deneltentativo di togliere dalla nozione dell'essere supremo ogni legadiantropo morfismo, ammettendo come indiscuti 355 da lui seguito nelle conferenze pubbli che che teneva in Parigi tutti i merco ledì. Egli incominciava col porre alcune generali proposizioni tratte dall' espe rienza e ne deduceva laspiegazione dei fenomeni: ciò dava origine a discus bile l'esistenza dell'essere stesso. « Noi sappiamo, egli dice, che Dio esiste, elo riconosciamo come creatore, poichè l'ef fetto ci attesta la causa e il finito l'in finito; ma nessuna analogia è possibile tra questi due ordini di esistenze. La causa prima abita una gloria inaccessi bile, e noi, non potendo che distinguerla da ciò che essa noné, dobbiamo rasse gnarci alla conclusione che la natura divina è per noi assolutamente incom prensibile ». Edal creatore venendo alla creazione, Robinet crede che Dio da tutta l'eternità dia alla natura una esi stenza temporanea, e cioè che se la creazione è eterna non lo sieno ilmondo e gli oggetti creati; con questa propo sizione egli addottò una opinionemedia tra quelli che considerano ilmondo co me eterno, e quelli che lo suppongono creato dopo una eternità, e non si av vide che l'idea di Dio creatore è tanto assurda che con essa nessuna teoria regge alla critica. Così che delle tre idee suaccennate nessuna è conciliabile coll' idea di Dio creatore: non la sua perchè suppone unDio che crea e non crea, o che vuol creare e non crea nel medesimo tempo; non la seconda che facendo il mondo coeterno a Dio lo so stituisce a lui, come fece Spinoza ; non la terza che suppone un' eternità limi tata, od un mondo che esiste senz' es sere stato ancora crea to, mentre non potrebbe d'altronde esistere che per la creazione. Rohault(Giacomo)nato in Amiens nel 1620, morto nel 1675. Fu uno dei sioni di ogni sorta sui diversi argomen ti, discussioni che egli poi riassumeva, esponendo il suo avviso, cui corrobo rava colla esperienza. Con siffatte le zioni Rohault compose il migliore trat tato di fisica che fosse stato stampato fino allora, cosi che fino a Newton ven ne considerato come opera classica in Francia ed in Inghilterra. Rohault fu autore anche di una o pera di metafisica intitolata cade talora in contraddizione, giacchè tra due pareri contrari egli non prende par tito senza avvilupparsi in un dedalo di distinzioni spesso inutili e sempre poco chiare. Perciò molti hanno detto scri vere il Romagnosi per sè A non per gli altri, e un suo apologista confessa che gli accadde sentire da qualcuno che a vendo letto per intero il suo libro della Mente sana, era giunto alla fine senza intender niente. ( Prof. Celso Mazzuc chi, sull' economia dell' umano sapere). Rosmini (Antonio)nato nel 1797 a Roveredo presso Trento. Studid all'u niversità di Padova e fino da allora diede segni di spiegata tendenza al mi sticismo. Nel 1821 fu ordinato frate. Si segnale per qualche tempo per fanati smo ed intolleranza, ma si mitigò poscia sensibilmente e tanto da dedicare il re sto della sua vita al trionfo del cosi detto cattolicismo liberale ed alla indi pendenza politica d' Italia. Con questi scopi fondò egli stesso un ordine reli gioso destinato a riunire in sodalizio preti istruiti e tolleranti, e pubblicò gran numero di opere che fecero di lui un capo-scuola. Per quanto la sincerità della sua fede religiosa e la sua opposizione alla teocrazia gli avessero guadagnata gran de rinomanza e numerosi seguaci, pure dovette convincersi asue spese che tenta un'opera impossibile chi aspira a con ciliare tra loro i due principi affatto incompatibili del cattolicismo e della libertà. I suoi progetti di riforma eccle siastica e le sue opinioni teologichesu scitarougli contre l'odio dei gesuiti. Speditoda re Carlo Alberto in missione presso il papa, lo segul a Gaeta all'e poca della fuga famosa, ma essendosi poi reso sospetto al papa e trovandosi sotto la minaccia del carcere della po lizia borbonica, dovette partire e rifu giarsi aTresa sul lagoMaggiore dove morì nel 1855, dopo avere (con un atto di sommissione inesplicabile di fronte alla energia del suo carattere) ricono sciutoil giudizio con cui la Chiesa met teva all'indice le sue opere, anzi dopo aver distrutti quanti più potè dei libri che avevano cagionata la condanna. Le fondamenta del nuovo ordine fu rono da lui gettate al Calvario di Do modossola nell'alto Novarese, dove con alcuni pochi compagni si era ritirato nel febbraio dell'anno 1828. Il voto era perpetuo, ma non privava imembridel diritto di possedere beni propri; sola mente li sottometteva ad una ammini strazione comune e li privava del diritto di applicarli per volontà propria in fac ROSMINI cia alla coscienza, non già in faccia alle leggi civili , per le quali possedevano come ogni privato. L'Istituto, come cor po,nonpossedendo nulla, i suoi membri dovevanoesser provveduti diuna rendita 359 se questi filosofi si fossero data la briga di uscire dalla ristretta cerchia del loro per la loro sussistenza personale, la quale per i nullatenenti è supplita dal superfluo dei loro fratelli. L' Istituto era diffuso nel Piemonte, dove aveva case a Stresa, a Domodossola e a S. Ambrogio di Susa. Qualche casa di ro veretani fu pure fondata nell'Inghilterra, mase abbiano prosperato o no, ignoro. Tutto il sistema della filosofia rosmi niana si fonda sopra unprimo errore, un errore fondamentale, distrutto il quale, l'intero sistema resta scomposto. Questo errore è l'intuizione dell' ente univer sale, la quale daRosmini cosi si dimo stra: « Io so d'esistere, io so che esi stono altri esseri simili a me; so ch'e sistono de' corpi estesi, larghi, lunghi eprofondi. Noncerco ora se questo mio sapere m'inganni o no; io intanto so tutto questo e cerco disapere come lo so. Ora io veggo che non saprei che esiste un solo ente, se io non dicessi, se non avessi mai detto a me stesso che quell'ente esiste. Sapere dunque che osiste un ente e dire e pronunciare meco stesso che esiste, é il medesimo. Lamia cognizione adunque degli entireali non è che un' affermazione interna, un giu dizio. Conosciuto questo, non mi rimane che ad analizzare un tale giudizio, ad osservarne l'intima costituzione. Quando io dico meco stesso che esiste un dato ente qualunque particolare e reale, non intenderei ciò che dico, se non sapessi che cosa è ente, che cosa è entità. La notizia dunque dell'entità in universale debb'essere in me, e precedere tutti quei giudizi, coi quali dico che qualche ente particolare e reale esiste ». Il frate roveretano supponeva dunque che noi abbiamo la conoscenzadegli u niversali, prima ancora di avere quella dei particolari, errore, che, d'altronde , bisogna perdonargli di buon grado, poi chè è stato comune a molti filosofi. Ma subbiettivismo, per esaminare ciò che accade nella realtà, si sarebbero presto accorti, che prima noi conosciamo le cose particolari, e poi ci facciamo l'idea değli universali, i quali non sono altro che l'astrazione o la generalizzazione dei particolari. I selvaggi australiani, per quanto ne riferisce il padre Salva do, hanno voci per dinotare ogni specie di albero, ma non hanno una voce per esprimere l'idea d'albero in generale; hanno voci per indicare i vari animali daessi conosciuti, manon per esprimere l'animale in genere, ossia la riunione dei caratteri comuni a tutti gli animali, astrazion fatta delle loro qualità par ticolari. Chi vede per la prima volta un og getto, ha l'idea particolare di quell'og getto e non altro; i particolari che gli sono propri lo colpiscono per i primi; ne apprezza il colore, l'odore, il sapo re o la forma, che sono i fenomeni, nè pensa in alcuna maniera all'essenza che assume la forma di quei fenomeni, e che costituisce l'idea dell' ente uni versale, tale come Rosmini l' intende. Solamente dopo una serie continua di percezioni la mente umana si eleverà dal particolare all' universale, ossia a quel carattere comune atutti gli esseri, che per astrazione si attribuisce ad un essere unico non percepito. Ma l'idea dell' ente privato delle sue realità feno menali èuna pura negazione. Percepisco il colore , e penso poi a uncorpo senza colore; questo secondo concetto non è altro che una negazione del primo, e quand' anche gli si volesse dare un ca rattere positivo, sarebbe sucessivo e non precedente alla percezione della cosa particolare. Pertanto ' affermazione ro sminiana,che noi abbiamo l'intuizione dell'ente in universale, astrazione fatta degli enti particolari, vale quanto dire che noi abbiamo la conoscenza di nes suna cosa prima che qualche cosa sia stata da noi percepita. 360 ROUSSEAU Posto questo primo errore comeuna verità fondamentale del suo sistema, Rosmini ha bel giuoco nel confondere gli scettici. Data la cognizione della prima verità, cioè quella dell' ente in astratto, egli risponde all'obbiezione di coloro che gli dicevano « a voi pare di sapere che cosa sia essere, ma forse nol sapete ». E dice: « Il sapere, sem plicemente che cosa è essere, senza aggiungervi alcuna determinazione, e il credere di saperlo, è la medesima cosa: credere di sapere che cosa è es sere, e sapere che cosa è essere è sa pere la verità, perchè l'essere essen zialmente è... Si consideri bene che sapere che cosa è essere, è la semplice concezione dell' essere, non è afferma zione di alcuna cosa sussistente; l' illu sione adunque che si obbietta non è possibile, giacchè non si può favellare della illusione della concezione dell'es sere senza ammettere già questa con cezione di cui si disputa ». Così dunque per Rosmini un' affer mazione che non riguarda alcuna cosa sussistente, provache un enteveramente esiste; e il credere che un ente vera mente esiste, provache esisteveramente. Anche volendo passar sopra a queste incongruenze, la prova rosminiana si ridurrebbe a dire: penso che penso, dunquepenso veramente. Può darsi ch'e gli abbiapensato dipensare; quello che per certo non ha pensato, è che ilpen siero non nasce in noi senza unacausa occasionale estérna, e che la percezione di questa causa, tale quale ci si mani festa nelle sue accidentalità, è il primo pensiero che noi abbiamo. Se vedo un oggetto verde, penso al verde; e se a questo pensiero tolgo il concetto di verde, che è l' accidentalità, non ho l'i dea dell' essenza dell'ente, ma sopprimo addrittura il pensiero, perocchè il pen siero non può stare senza l'oggetto pensato. Quanto alla teologia naturale rosmi miana nonsi può dire che abbia almeno il merito d' esser chiara. Rosmini vuole che il principio di causa conduca alla conoscenza di Dio; quanto all' esistenza dell' anima non cura di dimostrarla, parendogli di averne fin troppo bene dimostrati i carattari di semplicità e di immortalità . Questa dimostrazione è davvero così singolare che merita ne sia dato un saggio: « La semplicità si prova da questo appunto che l'anima èun principio unico e immune dallo spazio, perchè l'identico principio che sente è anche quello che intende: per chè l'atto del sentire in opposizione all'esteso sentito esclude l'estensione per lamedesima opposizione; finalmente perchè il principio intelligente riceve la forma dell'idea, cosa immune affatto dallo spazio e dal tempo ». Questa serie di pretese dimostrazioni, non sono che affermazioni pure e semplici, le quali supponendo cio che è inquestione, piut tosto che servire di dimostrazione a vrebbero anzi bisogno di essere dimo strate. Dello stesso genere sono le altre prove date nella teologia naturale ro sminiana, sicché inutile sarrebbe qui l'accennarle, e più inutile ancora il con futarle. Rubov (Rubovius) nato a Luchow nel 1703, morto ad Hannovernel 1774. Fu professore di teologia nell'università di Gottinga. Divise le opinioni filosofiche di Wolf, anzi imprese a mostrare che le medesime erano in perfetto accordo coi dommi del cristianesimo. Lasciò due opere Sviluppo delle idee razionali di Wolf su Dio-Dissertatio de anima brutorum. Rousseau(GianGiacomo).Nacque a Ginevra il 28giugno 1712daun oro logiaio. I primi anni della sua giovinezza trascorsero in una vita avventurosa e assai poco edificante. Fu dapprima po sto in pensione presso un ministro a Bossey, dove imparò il latino, quindi collocato come scrivano presso il can celliere di Ginevra, fu poco appresso ri mandato siccome inetto. Fece poi il suo tirocinio presso un incisore, i cattivi ROUSSEAU trattamenti del quale instillarono nel l'animo di Rousseau, per quanto ne dice egli stesso, l'infingardaggine, la menzogna e la tendenza al furto. Con fessa egli stesso ; ammirava il carat tere della divinità dell' Evangelo; poi aggiungeva >> menò in moglie la signorina de Camp grand dalla quale si separò poi con atto di divorzio. Confessa egli stesso che vo leva usare del matrimonio come di un mezzoper studiareiscienziati, e che per migliorare l'organizzazione del sistema scientifico, gli occorreva di conoscere >> e la trasforma con uno slancio trascen dentale nel solo assoluto universale! Scho penhauer scrive: l'universo e volontà! Egli procura anche didimostrare laverità di questo sofisma con degli argomenti empi rici, e passando attraverso ai regni della natura, cerca di persuadere che il vege tale ha già degli istinti, i quali si tra sformano in volontà negli animali; che gli animali delle classi inferiori, quan tunque non abbiano ancor la coscienza della loro propria volontà, pure per la tendenza che hanno a soddisfare i loro bisogni accennano già alla volontà di vivere, la quale si va viavia sviluppan do nelle classi superiori. Nella sua sma nia di scoprire la volontà germogliante in ogni dove, il filosofo di Dantzig non teme di trovare una nuova formola della teoria delle cause finali, poiché egli dice che l'organismo si conforma alla volontà, che il leone p. e., ha le zanne perché vuol lacerare la preda, e che l'uccello ha le ali perché vuol vo lare. S'egli si fosse limitato a dire che l'uccello vola perché ha ie ali e che il leone squarta la preda perchè ha le zanne, sarebbe rimasto nel vero. Avreb be allora designata una legge e non una volontà, giacchè il senso che egli attri buisce a questa voce è assolutamente nuovo, per non dire addrittura contra rio a quello che essa ha veramente nella lingua. Questa pretesa volontà se parata dai corpi volenti, non è che una generalizzazione, è l'astrazione delle vo lontà particolari, e tanto varrebbe dire che esiste una persona generale, indi pendente da ogni individuo e da ogni forma, perchè esistono delle persone particolari. Qui Schopenhauer cade nello stesso errore dei realisti (v. SCOLASTICA) dal quale avrebbe tanto più dovuto guardarsi, in quanto egli non si perita di accusare Spinoza di usare le parole in un senso affatto nuovo, e di chiamar Dio l'universo, diritto la forza, volontá la determinazione. Io ho detto poc'anzi che la filosofia di Schopenhauer è un puroidealismo sub biettivo. Il suo sistema della volontà non mi pare fatto per togliermi da questa convinzione. Se il mondo non è che l' obbiettivazione della volontà, e se « la volontà è tutto ciò che costitui sce il mondo al di fuoridella immagine rappresentativa » a parte la poca coe renza di queste due idee, mi pare che niun dubbio possa esistere su questo punto. Pure è Schopenhauer stesso quello che nega questa conseguenza, e dopo aver detto che « il sole ha bisogno di occhio che lo veda per illuminare », si rappresenta il sole delle epoche geolo giche, quando la terra era coperta da «uno strato uniforme di granito >> e così lo fa interrogare : « Perché ti dai tu tanta pena di comparire così? Non vi è occhio che ti veda nè intel SCHOPENHAUER letto che ti comprenda! E il sole ri sponde: Ma io sono il sole, e appaio perchè io sono: coloro che lo possono mi vedano ». Dunque anche il sole esi ste e illumina senza che occhio vi sia per vederlo, senza intelletto ove riflettere la sua immagine rappresentativa ! Non ten terò di conciliare Schopenhauer con se 393 a dire che essa non può formarsi spon taneamente, nè aver fine; il quantum di sostanza che si trova nel mondo non stesso. Nessuno, per quanto io sappia, l'ha fatto. Vi sono de filosofi tedeschi che bisogna ammirare ma non discute re, e i più fanno così solo perchè ciò fa comodo al loro pigro intelletto. Se si riduce al suo vero valore la contraddizionediSchopenhauer,interpre tandola nel modo il più benigno, biso gnerebbe credere ch' egli abbia voluto stabilire, che senza intelletto non vi può essere immagine rappresentativa e che per noi l' immagine rappresentativa è tutto quanto conosciamo del mondo. Ma codesta è una verità così banale che nessun filosofo ha creduto di stabi lırla, appunto perché la sua evidenza è tale che anessuno é mai venuto in mente di negarla. Schopenhauer, volente o nolente, idea lista, combatte acerbamente Fichte, per ché le conseguenze del suo sistema con ducono a negare la realtà dell' ob biettivo; con la stessa coerenza com batte i materialisti, ch'egli accusa di fondarsi sopra una enorme petizione di principio, prendendo l'oggetto dellafilo sofia per base di essa,mentre senza laco noscenza che il materialismo fa derivare dalla materia, noi non avremmo alcuna cognizione, neppur quella della materia, che è il puntodi partenzadelmateriali smo. Così lanciata, come il solito, la sua accusa, forse per avere l'aria di costruire una filosofia tutt'affatto indipendente, egli prende senza scrupolo iprincipii fonda mentali del materialismo, al quale natu ralmente si crede dispensato di dirigere qualsiasi ringraziamento. In conseguenza egli dichiara che la materia è imperi tura, e contro Hegel dice che « negare questo fatto vale rinunciare al buon senso. La sostanza persiste sempre, vale può dunque nè aumentare nè diminui re ». Più innanzi Schopenhauer designa la materia come assoluta, la dice su scettibile di pensare, « se la materia può cadere perla gravitazione, essa può anche pensare ». Come poiqueste affer mazioni si accordino col suo sistemafi losofico, egli non cura di dircelo. Nelle scienze positive tanti e tanti sonogli errori di Schopenhauer, che rie sce difficile accreditar fede al suo si stema, vedendo quanto poco sia adden tro nell'arte di osservare. La storia della terra per lui non è altro che una ob biettivazione sensibilmente ascendente della volontà; suppone che l'uomo fu dalla natura creato erbivoro; tira in campo come cosa positiva quella forsa vitale, che fu oramai abbandonata da tutti i fisiologi. Tutte le favole più inve rosimili spacciate dai ciarlatani sul ma gnetismo animale, sulla chiaroveggenza, sulla apparizione degli spiriti trovano in lui uno strenuo difensore; egli le inquadra nel suo sistema come tante prove empiriche della, obbiettivazione della volontà. Egli considera natural mente tutti i contradditori del magne tismo animale come tanti ignoranti, e dice che la scienza mesmerica è la più istruttiva di tutte le scoperte. Dicesi che il suo entusiasmo per imagnetizza tori, ha dato luogo a delle scene co miche, nell'occasione in cui i medici di Francoforte si erano incaricati di sma scherare il famoso Regazzoni, magne tizzatore italiano. Nel 1836 Schopenhauer pubblicò uno scritto sulla Volontà nella natura, nel quale procurò di dimostrare che le ul time scoperte della scienza hanno pie namente confermata la sua filosofia. Non occorre dire che la maggior parte delle scoperte a cui egli allude, o non hanno alcun rapporto colle sue idee, o appartengono al novero di quelle ora accennate. 394 SCIENZA Scienza. Conoscenza ordinata e metodica delle cose e dei fenomeni. Tutte le scienze degli antichi erano comprese nella filosofia, sicchè filosofo suonava allora amico della scienza, co Jui che la insegnava e che la faceva avanzare colle sue scoperte. Erano i filosofi greci che insegnavano l' astro nomia, la geologia, la musica, e la ma tematica, e per lungo tempo tutta la medicina fu campo aperto alle dispute filosofiche, per le quali l'arte di gua rire si deduceva da principii generali e astratti, piuttosto che dalla osserva zione e dalla esperienza. sotto quei reali rapporti d' unità che a noi è dato conoscere, si può dire sa piente. I sapienti sono assai più rari di quello che nella comune si crede; in vece la scienza appartiene a molti ». Questa distinzione é così poco chiara, che Tommaseo nella stessa pagina, con assai poca coerenza, lacontraddice « La scienza conosce; la sapienza conosce, contempla, opera ed ama. La sapienza comprende la teoria e la pratica; la scienza la sola teoria ». Dunque la sa pienza comprende la scienza e qualche cosa più. Ma poco dopo lo stesso au tore aggiunge: « Senza molta scienza La scienza si distingue dall'arte per può l'uomo essere sapiente. C'è una questo solo, che la prima conosce e sapienza pratica che fa a meno della scopre, la seconda eseguisce. La pittu- scienza e n' ha gli ultimi frutti ». Non ra, la scultura e lamusica sono arti in è questa la sola volta che Tommaseo quanto traducono in atto la rappresen- si contraddice nel suo dizionario. Cote tazione delle forme e dei suoni. Per lo sta smania di sottili distinzioni, utile stesso motivo è arte la poesia, lo stu- forse ai grammatici, è perniciosissima dio delle lingue e la rettorica ; ma lo ai filosofi, i quali piú che all'apparenza studio teorico della combinazione dei devono badare alla sostanza delle cose. colori e della produzione dei suoni, co- E finchè i grammatici non si saranno stituiscono l'ottica e l'acustica, che sono ben intesi per dare un chiaro senso scienze, com' è scienza la filologia, che alle parole, i filosofi che correranno si occupa della origine e della deriva-| sulle tracce delle loro affettate distin zione delle lingue. La scienza dunque 1 studia, scopre e stabilisce le regole che sono applicate dall'arte. La necessità di ordinare la varietà delle nostre cognizioni, ha resa neces saria la divisione della scienza in vari rami, a ciascuno dei quali venne pure dato il nome di scienza. Le principali di queste divisioni costituiscono lescien ze astratte o speculative, come la filo sofia, la logica e la matematica;le scienze sperimentali tali che la fisica, la chimica, la medicina; le scienze d'os servazione, come l'astronomia e la sto ria naturale; e le scienze morali e po litiche, come l' economia pubblica, la politica, la giurisprudenza ecc. Niccolò Tommaseosull'esempiodalBal dini, nel Dizionario dei sinonimi, di stingue la scienza dalla sapienza, qua sichè vi possa essere sapere senza scien za eviceversa.« Chi, dice, vede il creato zioni crederanno di discutere sulla na tura di cose differenti, laddove in fondo non vi sarà che distinzione di parole. Nei passi ora citati, N. Tommaseo pone la sapienza umanacome conoscen za sinteticadel creato ; rari perciò sono i sapienti, e molti i scienziati. Non solo dice che la sapienza comprende la teo ria, ma anche la pratica; e giunge in fine alla conclusione che senza molta scienza si può essere sapienti! Non era meglio dire che cotesta sorta di sa pienza non è che una affettazione, una vana ostentazione? Si dicevano sapienti coloro che dettavano facili sentenze e luoghi comuni ; e i proverbi diconsi an cora la sapienza delle nazioni. Ma essa è la sapienza dei pregiudizi correnti ; e a questa conoscenza veramente con poca scienza, si adatta così bene il nome di sapienza quanto quello di me dico conviene al ciarlatano che corre i villaggi e le città. SCOLASTICA Scisma. Voce greca che vale di stacco, separazione. Indica la separa zione dalla Chiesa cattolicadi una parte dei suoi membri, per costituirsi in una comunione separata. La Chiesa cattolica commina la 395 sofia. La scolastica è filosofia religiosa; qualche volta un po'eretica, ma non mai incredula. Tutte le questioni teologiche sono state da essa discusse, e però non dobbiamo meravigliarci se tra coloro che la coltivarono noi troviamo dei teo scomunica contro i scismatici; ma le comunioni riformate, costrettevi dalla stessa libertá di interpretazione della Bibbia, che esse accordano ai fedeli, sono obbligate a proclamare che ladi versità delle opinioni non costituisce un peccato, e che le molte comunioni sistenti nella religione riformata, sono una conseguenza della libertà che ha ogni uomo d' intendere a suo modo la parola di Dio. e Io non voglio qui esaminare la stra nezza di questa dottrina, la quale sup pone che Dio si sia rivelato al mondo in tal maniera da farsi intendere da tutti gli uomini diversamente. Accettia mo questa libertà d'interpretazione per i benefizi che essa ha portato alla libertà del pensiero, senza preoccuparci del poco logico fondamento su cui si fonda. Ma i cattolici che hanno un grande in teresse nel conservare l'unità della Chiesa, hanno ben trovato nella Scrit tura molti passi che fanno al caso loro. Essi hanno citato S. Paolo, il quale biasima qualunque sorta di divisioni, e sostiene che le eresie sono necessarie per mostrare quali sono di buona lega (I. Cor. 10, 11, 12, XI, 16, 19). L'uomo eretico, dice ancora S. Paolo, dopo la prima e la seconda correzione sia sfug gito ( Tito III, 10). Giovanni, vuole che gli si ricusi perfino il saluto (II Giov. V. 10). Scolastica. Cousin, nel Corso della storia della filosofia dell'anno 1827, definiva la Scolastica l'applicazione della filosofia, come semplice forma, a servizio della fede. Questa definizione non è sempre vera, sebbene sia vero che tutti gli scolastici appartenessero alla filosofia cattolica e si allontanas sero qualche volta dall' ortodossia solo per certe accidentalità della loro filo logi, dei monaci e dei vescovi, e non mai de'veri filosofi. La scolastica è una lotta intestina combattuta nel seno stesso della Chiesa, da uomini profon damente credenti, tuttochè qualche volta nel calore della disputa i loro argo menti sembrino piuttosto adatti a dar ragione agli increduli. Di questa lotta nella quale combatterono vari teologi il cui nome è taciuto in questo dizio nario, mi par conveniente dare un sag gio alquanto diffuso, al quale scopo mi giova qui compendiare le varie notizie su questo argomento raccolte e pubbli cate da Bartolomeo Haureau. Egli esor disce col dire che la definizione di Cousin non è nè chiara nè esatta. Quanti, di fatto, tra i filosofi detti sco lastici furono dall' autorità richiamati al dovere! E se qualche paziente e sa gace inquisitore volesse di presente to gliere a censurare, dal lato della dot trina, tra questi filosofi, quelli il cui nome fu onorato e santificato anche dalla Chiesa, quanti troverebbe non e senti da sospetto d' eresia! La defini zione di Cousin potrebbe pertanto es sere così modificata: La scolastica è l'applicazione della filosofia alla discus sione dei dommi della fede. Maanche così emendata la definizione non troppo soddisfa il sig. Haureau: pe rocchè, dic'egli, lascolastica ha principio aduncerto tempo, e sebbene non siano concordi le opinioni degli storici intorno a questo tempo, tuttavia ne sono ormai convenuti i limiti, e questi non permet tono di accettare la definizione di Cou sin, neppure così emendata. Pare a lui che i padri e gli scolastici abbiano tutti fatta entrare la filosofia nell' analisi e nella discussione della fede . Conse guenza per verità un po'esagerata, im perocchè laddove la fede è sovrana e 306 SCOLASTICA impone ossequio alla ragione, la filoso fia vanamente dibattesi tra le distrette di principii già accettati e dichiarati inviolabili. Per essere giusti si dovrà dunque dire che la definizione di Cou sin, se non è sempre vera, è però in gran parte vera. Secondo il sig. Haureau, la scola stica non può essere definita, poichè essa non è una scienza distinta dalle altre scienze, e nemmeno è, a parlare esattamente, una forma particolare della filosofia, ma propriamente la filosofia di una cert'epoca, che ha e deve avere il carattere tutto teologico di quel tem po. Che se nondimeno vuolsi che, at tenendoci a quanto il rigore del metodo richiede, non passiamo oltre senza aver prima determinato l'oggetto di questo articolo, diremo, la storia della Scola stica essere quella delle diverse dot trine professate nelle scuole del medio evo, dall' istituzione di queste fino a quando fu ad esse tolta l' istruzione prima e la direzione delle menti. Ma quando furono le scuole insti tuite? Tutti gli storici monumenti ne attribuiscono a Carlo Magno l' onore, epperò il signor Haureau fa da lui in comincirre il primo periodo della sco lastica, il qual finisce col secolo XI, cioè da Alcuino a Berengario. Comin cia con questi due il secondo periodo. Il più illustre campione di questo pe riodo è Giovanni Scoto. Egli conosceva il greco e l'ebraico, corresse la Volga ta, e tradusse il libro dei Nomi divini, attribuito a San Dionigi areopagita, sopra un manoscritto mandato da Mi chele Balbo a Luigi il Pio. Era inol tre, se crediamo al signor Haureau, li bero pensatore, tanto che nel principio della sua opera principale così si espri me aproposito della Tradizione: « L'au Prende ad esempio il battesi mo. Nelle cerimonie di esso il tatto, la vista ed il gusto dandosi mano a vicen da accertano la presenza dell'acqua: la ragione va più oltre, ed arriva a cono scere le naturali proprietà e l'essenza della medesima, non che le parti che la compongono; ma non è dal battesi mo sollevata fino a comprendere il mi stero della salvazione ; la ragione è in feriore alla fede, come ad essa sono inferiori i sensi. Aldemanno non fu il solo oppositore; ma ebbe anche Beren gario i suoi discepoli, tra cui Ildeberto di Lavardino , arcivescovo di Tours. Egli vorrebbe rilevare la ragione; ma come farlo senza offendere la fede? Que sta difficoltà non fu punto da Ildeberto risoluta. Berengario, distinguendo varie maniere di certezza, ammetteva tanto le credenze della fede, quanto quelle della ragione ; ma non voleva che ve 398 SCOLASTICA nissero confuse, siccome insegnava la Chiesa. Ildeberto ammette sì le distin zioni del maestro, ma dimostreremo che il pio arcivescovo di Tours, chiamato dai contemporanei colonna della Chiesa, s'accosta all'eresia più che non si crede. Apriamo il Trattato di teologia, e vi troveremo sul bel principio questa defi nizione per lo meno ardita: « La fede è la certezza volontaria delle cose as senti ; essa è superiore all' opinione ed inferiore alla scienza ». egli dice « deve sotto > Fin quì il filosofo è unicamente idealista, mava più innanzi loro dice >> Questi due frammenti contengono intera la dottrina nominalistica. Rosce lino ne trasse alcune conseguenze teo logiche, ed a malgrado del rispetto che la fede imponeva pei misteri, osò, con iscandalo della Chiesa, sottomettere il Mistero della Trinità al criterio della ragione, argomentando in questo modo: Giusta le premesse, la cosa, come « cosa, non è altro che una e non ha parte; soltanto l'unità è reale. In pari modo, Dio, come Dio, non è altro che Dio, non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo ». Faceva pertanto questo dilem ma: O la Chiesa, d'accordo con Sa bellio, deve nella Trinità ammettere tre Dei separati, distinti, individui, come sono tre angeli, tre spiriti; o non po trà attribuire la realtà e la sostanza che a un solo Dio, chiamato con tre nomi, ma senzadistinzione di persone ». Contro Roscelino si elevò Guglielmo di Champeaux il quale insegnava a Parigi, nella scuola del chiostro. Bayle accusa di spinozismo la dottrina di lui; nè priva di fondamento è quest' accusa, la quale, del resto, è diretta contro tutta la scuola realistica. Insegnava egli che il genere è essenzialmente, integral mente e simultaneamente identico in tutti gl'individui, e che gl' individui sono fralorodistintinon peraltro che persem plici accidenti, ed argomentava in cosi fattomodo: « L'umanità è unacosa essen zialmente una, che non possiede daper sè, ma riceve d' altronde certe forme che fanno Socrate. Questa cosa, re stando essenzialmente la medesima ri ceve del pari altre forme che fanno Platone e gli altri individui dell'umana specie; ed eccettuate le forme che si 400 SCOLASTICA applicano a questa materia per pro durre Socrate, nulla è in Socrate che non sia ad un tempo in Platone, ma sotto le forme di Platone ». Questo teologo apparteneva, come si vede, alla scuola del più aperto reali smo. Egli non riconosceva altra esistenza che gli universali: le cose particolari sono accidenti o fenomeni. In questo modo il realismo volendo da una parte evitare lo scetticismo dei nominalisti, ri cadeva dall'altra nel panteismo. Gugliel mo di Champeaux doveva trovare un terribile oppositore nel giovane Abe l' universale esista, ma che la mente chiama universale ciò che esiste di si milare inciascunindividuo (v. ABELARDO). Così si ebbe il concettualismo, scuola che in sostanza non mipare diversa da quella dei nominalisti. Tra le scuole a cui ha dato origine il concettualismo di Abelardo, vuol es sere ricordata quella dei Cornificiani, di cui Giovanni di Salisbury lasciò un qua dro sì poco favorevole. I Cornificiani, partecipando ad un tempo dei realisti e dei nominalisti, riducevano tutte le dot trine e tutte le idee a semplici formole: queste formole, ne cercavano le con traddizioni. Questo metodo doveva age volmente guidare al più universale scet ticismo ; e Giovanni di Salisbury rac lardo (di Palais nella Bretagna), il più ❘ quindi ponendo a confronto tra loro illustre discepolo di Roscelino. All' ar gomentazione realistica egli risponde va: « Se così è, chi potrà negare che Socrate sia ad un tempo stesso in Roma ed in Atene? Difatto dove è Socrate, trovasi altresì l'uomo universale che ha vestito nella sua intierezza la forma della sua socratità. Perocche tutto ciò che comprende l' universale, lo ritiene nella sua totalità. Se pertanto l'univer sale, che è affetto per intiero della so cratità, trovasi in Roma nel tempo stesso tutt' intiero in Platone, egli è impossi bile che nel tempo stesso e nel mede simo luogo non si trovi la socratità che è nell'uomo; là è Socrate, poichè Socrate è l' uomo socratico. Chiunque ragioni, conta che la più parte dei Cornificiani ne diedero non dubbia prova, rinun ciando per disperazione allo studio della filosofia, quali per chiudersi nei chio stri, quali per darsi alla medicina. Dopo Abelardo la scolastica ricade in un aperto misticismo. San Vittore e Ugone mostrano pari disprezzo per la ragione, e l'uno vanta i meriti dell'intui zione, ' altro quelli della contempla zione. Alano Magno delle Isole (Yssel o Rupel) dimostrò con vigoroso raziocinio nonhacome rispondere a ciò ». Ache tende Abelardo? A provare che l'universale è, non una cosa, ma un'idea, una parola; che se l'universale fosse alcuna cosa, questa siccome uni versale od assoluta sarebbe necessaria mente contenuta per intero in ciascun individuo, il che è assurdo. Aggiunge : > dicono gli autori del Compendio ad uso del collegio di Juilly una naturale inclinazione, che è come « un' incoazione di questa virtù, la qual ; che « Iddio è una sfera impassibile ». Diogene Laerzio gli fa dire che « l'essenza di Dio è sferica>>> e Teodoreto che « il tutto è uno; è sferico » . Lo stesso dice Aristotile quando assicura che secondo Senofonte > convennero che in certi animali infe riori la sede della sensibilitàrisiede nel midollo allungato,laquale,secondo Loriy, Desmoulins, Gerdy, J. Muller ecc. è anche la « sorgente del movimento ». Gerdy appoggiandosi ai suoi propri e sperimenti riconosce che l'ablazione del cervello pone l'animale in uno stato di sonnolenza, senza però distruggere ogni manifestazione della percezione e della volontà, giacchè se l'animale è viva mente irritato fa degli sforzi per sfug gire al dolore. Poichè la facoltà di per cepire e la volontà sono rese ottuse per l'asportazione dei lobi cerebrali, il cervello, dice questo autore, serve dun que a tali funzioni: ma poiché esse con tinuano ancora dopo la recisione, biso gna dire che non sia solo a produrle. Il suo completamento non sarebbe già il cervelletto, l'ablazione del quale par che ecciti l' animale piuttosto che stor dirlo, ma a giudizio di Gerdy, la per cezione e la volontà avrebbero sede nel cervello e nella protuberanza. Aquesta supposizione F. A. Longet presta tutto l'appoggio della sua espe rienza. Allorchè, dic'egli, viene mutilata la massa encefalica di un coniglio o di un giovane cane, fino al punto di non lasciare nella cavità del cranio altro che la protuberanza e il bulbo, questi ani mali, quantunque sembrino immersi in un coma profondo, sotto l' influenza di vive irritazioni esterne, potranno ancora mandare dei gemiti, ed agitarsi violen temente; ma quando vien lesa abba stanza profondamente la protuberanza anulare, subito i gemiti e l' agitazione cessano, e più non resta che un ani male nel quale la circolazione, la re spirazione e le altre funzioni nutritive continuano momentaneamente. Fu domandato se senza la parteci pazione dei lobi cerebrali può realmente esistere sensazione di dolore. lo chiamo l' attenzione del lettore sulla risposta che il signor Longet, fisiologo certo 410 SENSAZIONE non materialista, e per conseguenza non sospetto di parzialità per la nostra filosofia, ha creduto di dover dare a questa domanda. ( Anatomie descriptive t . I ). Savart avendo osservato che la sabbia posta | degli ossicini! Chi pretendeva che il sopra una membrana vibrante saltava tanto più alto quanto meno la membrana era tesa, ha concluso, contrariamente a Bichat, che è la tensione e non già il solo martello picchiasse, chi tutti insie rilassamento della membrana che di minuisce la sua facoltà conduttrice. Que sta opinione, non è generalmente accet tata; e Longet, p. e, crede che l'a zione del muscolo sia quella di OV viare semplicemente alle variazioni di tensione che può presentare la mem brana, impedendo specialmenteche essa si rilassi completemente. La cavità del timpano è attraversata da una catena di ossicini articolati fra loro in guisa da formare una leva an golare, una estremità della quale è at taccata alla membrana del timpano, e l'altra a quella della finestra ovale. Questi ossicini sono in numero di quat tro: il martello, l'incudine, l'orbicolare e la staffa. Non si è ancora ben potuto spiegare quale utilità essi rechino nella funzione dell'udito. Certo essi trasmet tono le vibrazioni dell'orecchio medio al me, e chi voleva non avessero azione sulla trasmissione del suono. Del pari, cosa non si è detto della tromba di Eustachio , canale che mette in co municazione la fossa nasale colla pa rete interna della cassa del timpano! Non si accontentarono della supposi zione probabile ch' essa fosse data per la rinnovazione dell'aria contenuta nella cassa, ma vollero alcuni ch'essa servisse anche all'animale per udire la sua pro pria voce ! Dalle finestre ovale e rotonda, chiuse , da membrane vibratili le vibrazioni sonore sono trasmesse all' orecchio in terno, al vestibula, e alla linfa del co tugno, che riempie tutto il labirinto ; il quale nella parte anteriore è occupato dalla chiocciola e nella posteriore dai ' orecchio interno attraverso alla fine stra ovale ; male vibrazioni della cassa timpanica non avrebbero forse egual mente potuto trasmettersi col mezzo dell' aria contenuta nella cassa, come. ciò avviene per la viadella finestra ro tonda? Il meccanismo dell' orecchio in contra ad ogni passo serie difficoltà, e i fautori delle cause finali non man carono di ricercare in ogni organo uno scopo dato dal creatore alla sua fun zione. Boërhaave non ha forsedetto che il padiglione esterno dell' orecchio pre senta delle curve disposte geometrica mente ed in modo da riflettere nel con canali semicircolari. Ma queste tre parti, vestibolo, canali semicircolari e chioc ciola, non sono la porzione essenziale dell'organo, solo costituiscono la cavità ossea nella quale risiedeuna membrana, alla quale fanno capo gli ultimi filetti del nervo acustico, incaricato di por tare le sensazioni sonore all' encefalo. Il signor Adelon ha giustamente os servato che tutto questo apparecchio non serve infine che a trasmettere le vibrazioni sonore al nervo conduttore naturale del suono, e che in conse guenza il suono può pervenirci altri menti che per questa trafila, cioè col l' intermedio delle ossa del cranio, ma soltanto quando il corpo sonoro è posto a contatto immediato con esse. Il ru more di un orologio é inteso, benchè gli orecchi siano turati, quando ' oro SENSAZIONE 421 logio è tenuto fra i denti. Ingrassias | più debole,sia tale, non perchè lontano, cita l'osservazione di uno spagnuolo, il quale, divenuto sordo per l'ostruzione del condotto uditivo esterno, sentiva il suono di una chitarra ponendone il manico fra'denti, oppure mettendo nella ma perchè più debole veramente. Pos- siamo noi dire qual sia la distanza del rombo del cannone, se non sappiamo innanzi tutto da qual sorta di cannoni nasce quel rumore. Possono darsi can sua bocca l'estremità d'una bacchetta mentre coll' altra estremità toccava lo strumento. Questi fatti non ci avver tono, come ben diceva Blainville, che I udito non è altro, infine, che una specie di tatto? Molti animali che sono privi di quel senso, distinguono nondi meno le vibrazioni dei corpi sonori per la sola impressione che esse producono sulla loro pelle. Noi stessi riusciamo a sentire queste impressioni nei forti ru mori; cosa la quale può farcicompren dere facilmente, che quel fenomeno il quale è suono nel nervo acustico, fuori di esso non è che movimento. Berkeley e la scuola sensualista hanno perciò avuto ragione di dire che le sensazioni sono dentro di noi piuttosto che fuori di noi, tanto poca relazione ha il movi mento con l' idea che noi abbiamo del suono, che forza è concludere essere il suono una pura modificazione del nervo acustico al quale si comunicano le vi brazioni. Fu detto che il senso dell'udito po teva esso solo farci conoscere le di stanze, poichè noi sappiamo giudicare se un corpo sonoro è più o meno vi cino a noi. Ma questa è una induzione erronea, poichè noi riesciamo a giudi care la distanza della sorgente da cui partono i suoni solamente quando trat tasi di suoni noti. In questi casi noi abbiamo già veduto l'istrumento o il corpo da cui parte il suono, e l' espe rienza ci ha già avvertiti di quanto di minuiscono questi suoni per rapporto alla lontananza. E poichè sappiamo che tutti i suoni diminuiscono colla lonta nanza noi crediamo lontani tutti i suoni deboli, col qual giudizio cadiamo molte volte in errore. Ad esempio, dall'inten sità del tuono molti ne giudicano la lon tananza; pure può avvenire che un tuono noni di gran portata il cui rombo si faccia sentire distintamente a distanza maggiore di quella che basterebbe a rendere impercettibile la scarica di can noni di portata minore. Dunque la va lutazione delle distanze col mezzo degli orecchi suppone una esperienza combi nata con un altro senso. Senza questa esperienza, noi non avremmo alcuna ragione di dire che i suoni deboli sono più lontani dei suoni forti, giacchè vi sono dei suoni forti che succedono a distanza maggiore di quelli che ci sem brano deboli. Nè meglio riescirebbe l'orecchio solo a giudicare la direzione delle onde sonore. É vero che portando l'orecchio nella direzione delle onde so nore la sensazione si accresce , ma perchè mai l'orecchio giudicherebbe che quell' accrescimento sia lo stesso suono percepito più distintamente, an zichè un altro suono più forte ? Se gli occhi od il tatto non ci avessero mai avvertiti che lo stesso suono si indebo lisce o si rinforza secondo che l'orec chio è più o men bene posto nella di rezione della sorgente da cui partono le onde sonore, certo l'udito solo non ci avrebbe mai potuto istruire di que sto fatto. Il senso dell' odorato non è più di stinto di quello dell'udito, sebbene per cepisca delle impressioni che sono im percettibili a tutti gli altri sensi. In torno alla natura degli odori, fisici e fisiologi sono ancora divisi in due o pinioni; quella dell'emanazione, e quella della vibrazione. Coloro i quali adot tano la prima opinione suppongono che dai corpi odorosi emanino delle parti celle tenuissime ed imponderabili le quali penetrando nel nostro organo produ cono, mediante il contatto, la sensa zione dell' odorato. L'altra opinione 422 SENSAZIONE applica eziandio agli odori quella legge di vibrazione che abbiamo attri buita alla luce e al suono. Secondo questa ipotesi i corpi odorosi, come i luminosi ed i sonori, avrebbero una spe ciale maniera di vibrazione, la quale comunicandosi al mezzo ambientę, ir raggerebbe tutt'intorno trasmettendo le onde odorose fino a noi. Gli emanatisti sostengono la loro opinione mostrando che i corpi più odorosi sono quelli che più facilmente si volatizzano; ma ri spondono gli avversari che questa vo latizzazione, se getta nell'atmosfera una parte del corpo odoroso, deve natural mente rendere anche più facile la per cezione dell' odore, in grazia dei molti centri di vibrazione che si stabiliscono intorno a noi; che per questa ragione 1 molte essenze diventano più odorose quando si volatizzano, mentre se si fiu tano nelle boccette producono una assai minore impressione sull'organo olfatto rio . Aggiungono che certe sostanze, come il muschio e l'ambra grigia, dopo avere eccitate per parecchi anni le no stre impressioni olfattive, se sono pesate anche colle più perfette bilancie, non si trova che abbiano diminuito di peso. Ma contro queste dimostrazioni si ri sponde che i nostri sensi sono assai più sensibili delle nostre bilancie e che l'ipotesi di un movimento vibratorio non si accorda nè col trasporto degli odori a distanze sovente enormi, nè con certe condizioni della sensazione olfattiva , come sarebbe la necessità di una cor rente d'aria per mettere l'apparecchio dell'olfatto in rapporto col suo eccitante naturale. Comunque sia, o corpuscoli o vibra zioni, il contatto o il movimento, per essere percepito, deve essere comunicato alla membrana olfattiva o pituitaria onde sono rivestite le fosse nasali ; cavità ossea che si trova sotto alla fronte e che corrisponde alla parte superioredel naso. Questamembrana del genere delle mucose, nella partesuperiore e media è intersecata da una quarantina di filetti nervosi, i quali, dopo avere attraversato i fori che crivellano la lamina dell'osso etmoidale, riunisconsinel nervo olfattorio incaricato di portare le sensazioni odo rose al cervello. I soliti fisiologi teleologi non hanno mancato di ricercare nell'organo dell'o dorato quella perfezione che essi tro vano sempre in tutte lecose (v. CAUSE FINALI). Dissero in prima che l' organo dell'odorato, per la sua stretta relazione coll'organo del gusto, ci era stato dato per avvertirci della bontà delle materie che ci prepariamo ad ingestire. Ma fu osservato che nell' uomo l'odorato è il senso meno perfetto di tutti gli altri, e che sotto questo rapporto egli è meno favorito di molti animali. Il nervo ol fattorio dell' uomo è, in proporzione, molto piccolo; il ganglio olfattorio è molto gracile, e il signor de Blanville lo dice addrittura rudimentario. Poco estese sono le fosse nasali, ed il naso esterno non è così ben disposto per ri cevere gli odori come il muso del cane, il grugno del porco o la proboscide dell'elefante. I nervi che lo dovrebbero muovere sono poco sviluppati, quasi come quelli delle orecchie, che sono nell' uomo affatto immobili ; e la mem brana olfattoria presenta poca superfi cie in confronto di quei giri doppi e tripli che offrono i cornetti del cane. Perciò nell' uomo gli avvertimenti del l'odorato sono poco sicuri; non gli sve lano la presenza di molti gas la cui respirazione è funesta, e gli fanno in vece incontrare un odore spiacevole nei buoni alimenti e un gradevole odore in molti veleni. La speciale disposizione dell' organo è quella che determina la natura degli odori, che ce li rende grati o sgrade voli indipendentemente dalla loro qua lità intrinseca. Ciò che è odoroso per un animale può essere inodoro per un altro e ciò che piace ad una specie può spiacere ad un'altra. Certe persone, dice il signor Adelon, amano gli odori che altri sfuggono; Luigi XIV, per esempio, SENSAZIONE gradiva gli odori virosi ; i Persiani qua lificavano col titolo di cibo degli Dei l'assa-fetida, che noi indichiamo col vo cabolo di stercus diaboli. 423 scellare superiore e dal ganglio sfeno Si è detto che gli odori gradevoli hanno una diretta influenza sugli or gani genitali, ed è un fatto ch'essi c'in nebbriano e ci dispongono all'amore. Ma èpur vero, come osserva il professore Longet, che vi sono degli uomini i quali nell'influenza esercitata dall'odore della vulva sulla pituitaria, trovano lo sti molo a disposizioni erotiche; come l'o dore dell' uomo eccita in alcune donne ardenti il bisogno del piacere. L'imma ginazione coopera certamente a pro durre in alcuni questo singolare feno meno. Manegli animali questa influenza delle impressioni olfattive è ancor più pronunciata, poichè gli organi sessuali delle femmine di molte specie,all'epoca del rut sviluppano un odore forte e speciale, le cui esalazioni sembrano at tirare i maschi sulle loro peste. Per la natura dell'organo che loper cepisce, il gusto è il senso che piú di tutti gli altri si avvicina al tatto. Per svilupparsi esso ha bisogno del contatto di un corpo estraneo, e questo contatto deve operarsi in una maniera perfetta, cioè colla dissoluzione delle parti sapide entro gli umori secretati dalla bocca. La sensazione del gusto, per comune consenso, si esercita dalle papille che si trovano sulla membrana mucosa della lingua, principalmente formate dalle fi nali estremità dei nervi, la cui tenuità però è tale, che difficile è il vedere com'essi vi si dispongano. Per la stessa ragione difficile è il sapere quale dei nervi che mettono alla lingua sia quello chepresiede allaloro formazione e quale meriti perciò di essere detto il nervo del gusto. Vi sono state e vi sono tut tavia delle controversie su questo pro posito, giacchè molti nervi distribui sconsi nella lingua, e sono: il nervo lin guale, del quinto paio, il nervo grande ipoglosso ed il grosso faringeo, come pure alcuni filetti provenienti dal ma palatino. Ma se uno o se diversi di questi nervi cooperano atrasportare la sensazione del gusto al cervello è que stione indifferente per la filosofia. Servendosi di una piccola spugna at taccata all'estremità di un osso di balena, Antonio Vernièr ha cercato di esplorare quali parti della bocca fossero sensibili alle impressioni sapide. Egli affermò di avere costantemente trovate insensibili all'azione dei sapori la membrana mu cosa della volta palatina, delle gengive, delle gote, delle labbra, della [regione media e dorsale della lingua; mentre la sensibilità gustativa fu da lui trovata nella mucosa che copre le glande sub linguali, la superficie inferiore, la punta, i contorni e la base della lingua, le due faccie del velo del palato e la fa ringe. I signori Gussot e Admyrauld rinnovando le esperienze in altre con dizioni confermarono le conclusioni di Vernière, colla sola differenza ch' essi trovarono traccie di sensibilità sopra una piccola parte della volta del palato situata al centro della sua superficie anteriore. I medesimi fisiologi si sono eziandio proposti di conoscere se tutte le superficie sensibili percepissero il gusto alla stessa maniera, e i loro e sperimenti li hanno condotti a conchiu dere che molti corpi, e specialmente i sali, producono sensazioni differenti se condo che sono gustati dalla parte an teriore della lingua oppure dalla poste riore. Per esempio, dicono essi, lace tato di potassa solido, d' una acidità bruciante alla parte anteriore della bocca, è amaro, insipido e nauseoso alla parte posteriore. L' idroclorato di po tassa semplicemente fresco e salato da vanti, diviene dolciastro vicino alla gola. Il nitrato di potassa fresco e piccante sul davanti, nella parte posteriore della bocca diviene leggermente amaro e in sipido. L' alunno solido, poco sapido, fresco, acido e molto stitico sul davanti, nella parte posteriore dà un sapore dolciastro senza alcuna acidità. Il sol 424 SENSAZIONE fato di soda molto salato sul davanti, è amaro sul fondo della bocca ecc. Questi esperimenti sono adatti a ren dere assai dubbioso il nostro giudizio sulla vera natura dei sapori, e se poi teniamo conto della diversità grandissima di gu sti che si notano fra le diverse specie animali e fra gli stessi uomini, potremo facilmente essere condotti ad affermare che i sapori non esistono fuori di noi, ma che sono solamente in noi, o piut tosto sono unafunzionedipendente dal l'intima natura dei nostri organi. Il gusto non somministra all'intelli genza alcuna nozione estrinseca, salvo la qualità sapida dei corpi gustati; esso è assolutamente inetto ad obbiettivare la sensazione, nè vi è alcun dubbio che questo solo senso non basterebbe a darci alcuna cognizione dei corpi esteriori. Fu perciò detto che il gusto non è un senso della intelligenza, madella nutri zione. Se non che i teleologi hanno trovato che la sua destinazione provvi denziale era quella di farci scegliere, fra le diverse sostanze che la natura ci presenta, quelle che sono proprie a ser virci d'alimenti. Questa proprietà non è però rigorosamente vera. Vi sono delle sostanze velenose o nocive all'ingestione delle quali non proviamo alcuna nausea, se pure tal fiata non hanno sapore gra devole, mentre altre sostanze che sareb bero eminentemente plastiche e nutri enti ci ripugnano. Inoltre, se lo scopo del gusto fosse stato quello di avver tirci dei bisogni dello stomaco, pare na turale che certi farmachi , che pure gio vano adeccitare, a mantenere od ari stabilire le funzioni dell' organo dige stivo, avrebbero dovuto parere meno ingrati all'organo del gusto. In qual maniera i corpi agiscono sull' organo del gusto per generare la sensazione che gli è propria? Molte i potesi furono fatte a questo riguardo, ma tutte insufficenti. Alcuni hanno at tribuito questa facoltà alla forma delle molecole, ed in conseguenza hanno ri ferita ladiversità dei sapori alla differen te figuradelle molecole integranti; altri alla natura chimica dei corpi; altri alla vibrazione speciale delle molecole dei vari corpi; ma tutto questo non ci a vanza nella spiegazione del fenomeno, come non ne erano avvantaggiati gli antichi pei loro principii salino, acido, o igneo che supponevano risiedere nei corpi come causa dei sapori. Noi dobbiamo confessare che tutte le spiegazioni date su questo e sugli altri sensi non ci spingono più in là dell' idea di contatto (v. CAUSA) e che nel resto siamo affatto all' oscuro sul come questo contatto, secondo la di versa natura dei nervi su cui si opera, si trasforma in sensazioni diverse. Que sta oscurità impenetrabile non ha però in se stessa nulla di misterioso, e non è in alcuna maniera l'indizio che sotto il nostro involucro materiale si nascon da uno spirito. Questa conseguenza sa rebbe tanto fondata quanto quella di quel selvaggio, il quale vedendo un o rologio che si muoveva da sè, lo repu tava un Dio. Il nostro corpo è una macchina chiusa, i cui ordegni non co nosciamo interamente. Noi nonpossiamo aprire questa macchina senza scompor la, senza guastarla e senza sospenderne il movimento; noi non abbiamo mai potuto seguire i movimenti del cervello nelle sue intime fibre, nè percorrere insieme alla sensazione i nervi condut tori. L' anatomia spiega la forma e la disposizione dei congegnidi questa mac china, ma non la funzione; la fisiologia colle sue vivisezioni si è inoltrata al cunpoco nello studio dei movimenti in azione, ma tosto che essa si spinge al centro del movimento, le lesioni che produce sconvolgono tutta la macchina, e il movimento scompare. Qual maravi glia, dunque, se la causa dell'azione ci sfugge tuttora e se il nostro stesso corpo resta per noi come una scatola chiusa? Forsechè il solo pensiero può bastare a darci l' idea di quel che siamo? Ma il nostro io è la funzione, il risultato di questa macchina che diciamo uomo, SENSISMO O SENSUALISMO non può trovare in sè che gli elementi della funzione e non quelli della cau sa. Se non fosse così, perchè mai gli spiritualisti non intendono meglio lo spirito di quello che noi intendiamo il 425 intesa da Cartesio, il quale sul pro posito delt' idea di Dio così si cor reggeva: « Quando dissi che l'esistenza di Dio è naturalmente in noi, volli in corpo? E perchè gli stessi materialisti rientrando col pensiero in se stessi non scoprono questa stupenda e misteriosa causaspirituale, laquale, tuttochè non sia altro che l'essenza di noi stessi, si ostinaa restare per noi nel più profondo mistero? Sensismo o Sensualismo. Dottrina colla quale si dimostra che tutte le nostre idee derivano dalla sen sazione. Dopochè Platone aveva inse gnato che le idee sono innate in noi, (v. IDEE INNATE) Aristotile sorse a com batterlo e a dimostrare il doppio prin cipio : 1º nulla trovarsi nell' intelletto che prima non esista nei sensi; 2º l'a nima umana essere in principio una tavola rasa sulla quale nulla è scritto. Queste due opposte teorie subirono na turalmente le fasi di favore e disfavore acui soggiacquero successivamente i si stemi di quei due filosofi; ma il pre dominio era rimasto a Platone e le sue idee innate, più o meno modificate, e rano state accolte dai più rinomati fi losofi del secolo XVII. Mentre Platone considerava le idee come enti sostan zialmente esistenti in noi, Cartesio le aveva ammesse solamente come esistenti per una certa disposizione dello spirito, in potenza ; mentre Leibnitz credeva che le idee stanno nello spirito come una statua si trova in un masso di marmo prima che ne sia tratta dallo scalpello dell'artista. Per verità, il modo che usavano questi due filosofi per con cepire leidee innate differiva sostanzial mente da quello di Platone, perciocchè una disposizione dello spirito a produrre una idea, non può dirsi ancora che sia una idea, come la proprietà che hanno i corpi di muoversi non può dirsi che sia movimento. Una cosa non può es sere e non essere al tempo stesso, e ciò che è possibile non è ancora un fatto. Questa sostanziale differenza fu pure tendere soltanto che la natura ha po sto in noi una facoltà mediante la quale noi possiamo conoscere Dio; ma non ho mai scritto nè pensato che questa idea fosse attuale ». Bacone fu il primo che intravvide lamodernateoriadei sensisti, insegnan do che le idee civengono trasmesse dai sensi, i quali ne formano degli idoli (idola) o delle immagini, grazie a certe particelle materiali, le quali, come a veva supposto Democrito, si staccauo dagli oggetti, e per mezzo dei sensi si introducono nel cervello. Questa teoria, per quanto possa parer singolare, non è poi affatto strana, se si considera che l'ultima parola della fisiologia e della fi sica, se non è favorevole ad una vera epropria traslazione della materia, am mette però una continuità di vibrazione che, per la via dei nervi sensori, dagli oggetti percepiti giunge al centro della percezione (v. SENSAZIONE). Il problema della filosofia sulla ori gine delle nostre idee ha cominciato ad essere metodicamente sottoposto ad una accurata analisi delle nostre sen sazioni nel 1694, nel quale comparve il Saggio di Locke sull' umano intendi mento. Questo celebre filosofo ha rigo rosamente impugnata la dottrina carte siana sulle idee preesistenti alla sensa zione, ed ha dimostrato la verità dell'a forismo aristotelico (v. IDEE INNATE). Egli costruì arditamente una nuova teoria, e dimostrò che tutte le nostre idee, così le più semplici, come le più complesse, derivano dalla sensazione e dalla riflessione. Divise perciò l' espe rienza in esteriore ed interiore e le idee in due specie: quelle che vengono dal l'esperienza esteriore, cioè dalle sensa zioni, e quelle che derivano dall' espe rienza interna, cioè dalla coscienza. Le prime si riferiscono alle cose materiali ; le altre alle morali. 426 SENSISMO O SENSUALISMO Condillac ha rassodata la teoria di Locke e l'ha anche perfezionata. Giu stamente egli ha osservato che la di stinzione del filosofo inglese, il quale fa procedere le idee dai sensi e dalla ri flessione è superflua. Sarebbe stato più esatto, dic'egli, di non riconoscere che una sola sorgente, sia perchè la ri flessione non è essenzialmente diversa dalla stessa sensazione; sia perchè essa non è tanto lasorgente delle idee quanto il canale per il quale esse derivano dai sensi. Questa inesattezza, continua Con dillac, quantunque sembri di poco mo mento, rende molto oscuro il sistema di Locke, giacchè lo mette nell' impossibi lità di svilupparne i principii; ragione per cui egli si accontenta di ricono scere che l' anima comprende, pen sa, dubita, crede, ragiona, vuole, riflet te; che noi siamo convintidell'esistenza di queste operazioni perchè le troviamo in noi stessi e vediamo che contribui scono al progresso delle nostre cogni zioni. Nel 1746 Condillac tentò didare un nuovo saggio delle nostre facoltà senza però riuscire più chiaro di Locke. Egli stesso lo confessa, e ne ha poi fatta larga ammenda, allorchènel 1754, pubblicando il Trattato delle sensazioni, intraprese vittoriosamente a ridurre nei loro primi elementi le idee complesse che noi ab biamo dei corpi. E fuin questo libro che ritrattò il parere contrario a quello che Locke aveva dato sul problema da Molineaux proposto in questi termi ni: >>> (cop. cit. p. 3. с. 2). L' autore segue a spiegarci come il tatto istruisce gli occhi a vedere al di fuori: « L'occhio, egli dice, è un or gano che si limita unicamente a modi ficar l'animo, e le sensazioni ch'esso le trasmette nonhanno, come il sentimento di solidità, quel doppio rapporto ilquale fa che noi ci sentiamo, e che sentiamo insieme qualche cosa esteriore a noi. Esso non ha dunque per sè stesso la facoltà di vedere gli oggetti colorati ; SENSISMO O SENSUALISMO gli abbisognano de'soccorsi per acqui 429 denza stessa é la cosa più difficile ad starla. > A questedomande Diderot aveva cer cato di rispondere prima di Condillac, nelle sue Lettere sui sordo-muti stara pate nel 1751, quando appunto Condil lac, com'egli stesso afferma, stava lavo rando intorno al suo Trattato delle sen sazioni « La mia idea, dice l'autore delle lettere citate, sarebbe, per così dire, di decomporre un uomo e di con siderare ciò ch'egli tiene da ciascun sen so. .. Sarebbe, a parer mio, una sin golare società quella di cinque persone, ciascuna delle quali non avesse che un senso. Per la facoltà ch'esse avrebbero di astrarre, tutte potrebbero essere geo metri, intendersi a meraviglia e non in tendersi che in geometria ». Leibnitz che già dalungo tempo non teneva più alcuna sentenza di Newton, si risentì giustamente di questa defini zione dello spazio come il sensorio della divinità, e sostenne l'opinione cartesia na, che lo spazio altro non è che la relazione che noi concepiamo tra gli enti coesistenti; non altro che l'ordine dei corpi, la loro disposizione, le loro distanze. ANewton mancò il coraggio di ri spondere direttamente al suo avversario, e lasciò al suodiscepolo,il dottor Clarke, la cura di difenderlo. Costui vi si ac cinse infatti con ardore e comincid col giustificare il maestro pel paragone preso dal sensorio, attesa l'impossibilità d'esprimersi chiaramente, diceva, in cui uno si trova inqualunque lingua quan do ardisce parlare di Dio. Quindi ri battendo l'opinione di Leibnitz sullo spazio, sostenne che se questo nor fos se reale ne deriverebbe un assurdo ; poichè se Dio avesse posta la terra, la Luna e il Solenel luogo in cui sono le stelle fisse, purchè la Terra, la Luna e il Sole fossero fra di loro nel mede simo ordine, in cui sono attualmente, ne seguirebbe che la Terra la Luna 29 450 SPAZIO •il Solesarebbero nel medesimo luogo | gli avversari di Descartes, non vi sa in cui ora sono; lo che, diceva, è una rebbe vuoto, e lamancanza delvuoto to-- contraddizione nei termini. glierebbe nell'universo la possibilità di ALeibnitz non fu difficile di rispon dere che se tutti i corpi dell' universo fossero trasferiti in altro luogo, sarebbe precisamente come se si trovassero nel luogo stesso, poichè ciò che determina il luogo è la relazione che esiste fra essi corpi, e una volta che questa re lazione rimane inalterata, non si può dire che vi sia, nè i nostri sensi lo po trebbero percepire, un cambiamento di luogo; poichè cambiamento di luogo importacambiamento di rapporti, e rap porti possono bensì esistere tra i corpi, ma non tra i corpi e il nulla. Lo spazio e laduratasonoquantità, ribatteva Clarke, dunque sono qualche cosa di veramente positivo. Ma qui il discepolo di Newton non rifletteva che nè lo spazio nè la durata sono quan tità, ma che le quantità sono propria--mente i corpi che occupano lo spazio onei quali si manifestano ifenomeni di successione che rappresentano la dura •ta. Egli aggiungeva quest' antico argo mento: Stenda un uomo il suo braccio ai confini dell'universo; questo braccio deve essere nello spazio puro, poichè esso non è nel nulla ; e se si risponde che esso è ancora nella materia, il mondo in questo caso è dunque infini to, il mondo è dunque Dio. Leibnitz che era deista, nonostante la sua teoria delle monadi, doveva trovarsi non poco im barazzato per rispondere a questa do *manda. Come mai un deista avrebbe potuto ammettere la materia infinita ? Newton si appoggiava forte a questo argomento, che oggidì non ha piú alcun valore, giacchè esso ha anzi condotto direttamente al panteismo ed al mate rialismo. Di tutti gli argomenti addotti con tro la negazione dello spazio come re altà uno solo è adoperato dai filosofi dei nostri giorni, i quali lo adducono ancora come una prova inconfutabile. Se tutto il mondo è pieno, opponevano qualsiasi movimento, giacchè l'impene trabilità della materia non permette rebbe che un corpo entrasse al posto occupato da un altro corpo. Ho veduto molte volte addurre que st' argomento ne' tempi nostri, da uo mini eruditissimi, tra cui anche Tyn dall, i quali mi parvero che neppur sospettassero che Descartes vi aveva già sufficientemente risposto. Ecco, infatti, in qual maniera un autore anonimo suo contemporaneo riassume la dimostra zione della possibilità del movimento nel pieno. > Per assai tempo, continua l' amico mio Miron, io ho frequentato un cena colo spiritista nel quale le comunica zioni si fanno con un cestello munito di una matita, sul quale un frequenta tore delle sedute e la padrona della casa pongono le loro dita. Codesta ultima signora è uno dei medium più famosi, avvegnachè dicesi che ella abbia otte nuto un libro che in certo qual módo serve di vangelo a una delle chiese spi sitiste. Alle sue serate s' incontravano spesso le sommitàdel magnetismo e dello spiritismo, prova evidente che quello era uno dei centri più importanti di rivela zione. Là ogni spettatore può a suo ta lento evocare lo spirito col quale vuol essere in comunicazione. E tosto fatta l'evocazione un signore, chepuò riguar darsi come co-medium, prova una vio lente scossa e annuncia che lo spirito evocato è presente. L'evocatore fa poi tutte le domande che crede, e il cestello, mettendosi in movimento sotto le dita del medium principale, traccia le risposte. Parecchie fiate alcuni evocarono de gli esseri immaginari, oppure dicendo di voler fare l'evocazione mentale, nulla invocarono. Il co-medium non perciò cessava di provare le sue scosse, e at testava con piena sicurezza la presenza degli spiriti evocati. Malgrado poi la diversità di questi spiriti, le loro ri sposte sono di un carattere uniforme e di una povertàveramente umiliante. Si evochi Cicerone o Cadet Roussel, lo stile ei pensieri sono sempre identici, edenotano la stessa ignoranza. Eccone un saggio. L'illustre astronomo Arago essendo evocato, dichiara che la scienza terre stre èun nulla in confronto della scienza celeste che egli possiede attualmente. Or è possibile che così sia; ma siccome non si possono revocare in dubbio le matematiche, bisogna credere che quanto aquesto ramo delle umane conoscenze 'gono di esercizi presso a poco eguali a 464 SPIRITISMO lascienza celeste non può essere diffe rente dalla nostra. Arago, divenuto più sapiente, non può dunque aver disim parate le matematiche. Lo si interroga su questo proposito, e si vede che il cestello, nè comprende la domanda, nè pure il valore delle parole di cui si serve. Lo si interroga allorasul sistema del mondo, e il cestello risponde che la terra non gira intorno al sole più che il sole giri intorno alla terra, ma che la terra oscilla (se balance ) intorno al sole. Si domanda allora di quanti gradi sia l'ampiezza dell'oscillazione, lo spirito risponde : quattro miliardi di gradi. L'interrogatore manifestando allora qual chestupore per una tal risposta, il co medium, iniziato certamente ai misteri del cestello spiritico, si affretta a sog giungere che questi gradi sono di 25 leghe ciascuno. I devoti sono incantati di tal risposta ed hanno pietà della scienza terrestre che non avrebbe mai scoperte sì belle cose! Gli evocatori ingeneralenon hanno alcun dubbio sulla identità degli spiriti che si manifestano. Però talvolta alcuni vogliono accertarsene, ed invitano lo spirito a fornirequalche prova indicando peresempio il suo nome, o il tempo della sua nascita o della morte. Lo spirito allora risponde: scrivete dieci nomi fra i quali io indicherò quello dello spirito domandato. Per altro, cotesta prova non riesce quasi mai.Unasignora di mia co noscenza la quale avevaevocatoilmarito, evoleva che egli indicasse il suo pre nome, scrisse come gli fu prescritto, i dieci nomi, fra cui era quello che si doveva scoprire. Il cestello si mise in movimento e percorse lentamente la lista, e di tempo in tempo lapunta della matita si avvicinava a un nome, mentrechè il medium, cogli occhi fissi sull' evocatrice, cercava di leggere sul suo viso qualche traccia che gli accen nasse aver egli ben indovinato. Non trovandosi l'espressione cercata, il ce stello fint col segnare a caso un nome: scoraggiarsi, indicò unsecondo, poi un terzo e fino a sette nomi senza coglier nel segno! Cotali svarioni nonnocquero minimamente al medium. Si sa bene che gli spiriti liberati dai legami ter restri obliano spesso le particolarità della loro vita passata. Grande è la lezione che ci dà oggi lo spiritismo sull'attitudine dell'uomo a credere e a creare il maraviglioso. Se la scienza non fosse giunta ad una so luzione abbastanza negativa, e non ci garantisse oramai da ogni durevole traviamento, lo spiritismo sarebbe di ventato religione elegislatori inappella bili i suoi sacerdoti. Il lato temibile di questa nuova su perstizione, destinata fra noi a morire col secolo che le diede vita, non tanto sarebbe statala sua stravaganza, quanto l' l'apparente sua connessionecolla scienza, alla quale i suoi sacerdoti tentano rian nodarla. Approfittandosi essi della u mana credulità e delle superstizioni cor renti, cercano di provare l'esistenza di spiriti incorporei che col mezzo di tra smigrazioni, vengono sulla terra ad a nimare gli uomini, e ritornano nello spazio dotati di una personalità e di una volontà propria. Essi hanno inoltre una forma, sono limitati, si trasportano negli altri mondi a piacimento, e fra loro si distinguono in più o meno puri, cosicchè, come si è creato una scala saliente e progressiva per gli esseri viventi del nostro globo, lo spiritismo la crea per gli spiriti. Possono essere più o meno buoni, secondo il grado di perfezione a cui sono giunti; ipiù im perfetti sono anche quelli che tengono ancora alla materia, dalla quale vanno allontanandosi gradatamente, per avvi cinarsi a Dio. Del resto, l'uomo, come gli spiriti, sono destinati a progredire e aperfezionarsi, sino aqual punto poi, lo spiritismo non lo dice. Essi si incar nano, siaper compiere unamissione, sia per espiazione, e in tal caso diventano ciò che volgarmente chiamasi l' anima. Come nel mondo materiale, vi sono esso si eraingannato Ricominciò senza SPIRITISMO nel mondo spiritico sensazioni e piaceri, libero arbitrio, gerarchia, e tutta la sequela dei mali, che,sebben diversi dai nostri, non cessano però di esser mali. Il fine ultimo della perfezione ci è rap presentato dagli spiriti superiori, i quali non potendo più oltre perfezionarsi, sono interamente occupati aricevere diretta mente gli ordini di Dio, a trasportarli in tutto l'universo ed a vegliare diret tamente alla loro esecuzione (Le livre des Esprits, par Allan Kardec). Evi dentemente lo spiritismo, che mostrasi 465 nel secolo nostro, nemmen fa d' uopo dirlo, una religione o filosofia che pre tende insegnare il modo di evocar gli spiriti , che con mille illusioni tenta di traviar le menti dei creduli ; che dichiara il sonnambulismo l'effetto di tanto avverso al suo mortal nemico il materialismo, pare che non abbia sa puto inventare di meglio che il tra sporto della gerarchia sociale nello spazio! Il sistema, bisogna confessarlo, è in gegnosissimo; esso però ha un difetto solo, quello di mancar di prove. Infatti, qual'è la base dello spiritismo? Il si gnor Allan Kardec, che si può ritenere sia stato il maestro di questa nuova superstizione in Francia, lo dichiarava in modo esplicito: la rivelazione, i mi racoli, il sovrannaturale sono, secondo lui, il fine ultimo della dottrina spiriti ca, ed a questo fine pare che egli miri sopra ogni altra cosa, procurando di conformarvi la rivelazione degli spiriti (L'Evangile selon le spiritisme). « Essi non riflettono, dice egli, parlando degli avversari, che facendo il processo al meraviglioso, fanno anche quello della religione che è fondata sulla rivelazione esui miracoli ; ora, che è mai la rive lazione se non una comunicazione extra umana? 1. I fratelliPettyhannopresentato parecchi dei fenomeni che essi avevano annunciati, allorchè non venne presa alcuna precauzione, tale da prevenire lapossibilità di inganno, oallorchè que ste precauzioni erano indicate dai te stimoni e non escludevano perciò la possibilità di questo inganno. > 2. I fenomeni promessi o non si sono prodotti, oppure la frode dei fra accolto questa proposta. Alla seconda | telli Petty è stata svelata ogni volta che seduta della Commissione essi hanno enumerato i generi di fenomeni che co noscevano ed hanno raccomandato di studiare quelli che avvengono in pre senza dei medium, cioè delle persone coll'intermediario delle quali i fenomeni si manifestano con maggior intensità e precisione. Il signor A. Axakof ha pro messo di presentare dei medium alla Commissione. Questa, da parte sua, ac cogliendo con riconoscenza il concorso che le era in questa guisa offerto pel compimento del suo mandato,hadeciso di ammettere ai suoi esperimenti tre testimoni designati dai medium, ha pro posto di limitare le ricerche ai più sem plici fra i fatti dello spiritismo, ed ha dai membri della Commissione furono prese lepiù elementari precauzioni per confondere l'impostura. >3. I testimoni, riferendosi ad una lunga pratica dello spiritismo, ed ime dium stessi, hanno posto alle sedute delle condizioni, le quali escludevano la possibilità di una osservazione esatta, quali l'oscurità, la mezzaluce o l'allon tanamento dei membri della Commis sione ad una certa distanza dai medium. >4. I testimoni adiverse ripresehanno determinato molto diversamente le con dizioni che essi pretendevano favorevoli alla manifestazione dei fenomeni spi ritici. > 5. Alla sedutadel 20 novembre, si fissato il termine di un anno per la du- | constato la rottura di una cortina po rata dei suoi lavori. Nel mese di ottobre 1875, due me dium, i fratelli Petty, di Newcastle, che il sig. A. Axakof aveva invitati a re carsi a Pietroburgo, sono stati presen tati alla Commissione. La loro qualità di medium era attestata dauna dichia razione scritta del signor A. Axakof e danumerose testimonianze stampate che provenivano dagli spiriti. «La Commissione tenne sedute coi fratelli Petty; i testimoni erano i si gnori Axakof e Boutlerof. Secondo il desiderio dei testimoni, le due prime sedute furono occupate dai medium nel far conoscenza coll' ambiente nel quale erano chiamati ad agire. Le quattro se dute successive sono state consacrate allo scopo della Commissione ed ebbero luogo nel mese di novembre. I loro ri sultati furono i seguenti: sta vicina al medium per isolarli dal campanello, il cui tintinnio doveva co stituire un fenomeno annunziato. > Dopoquesti fatti il sig. A. Axakof ha allontanato i medium dalla Commis sione. I testimoni dichiarano oggi che i fratelli Petty sono dei medium assai deboli. > In quanto alla Commissione, essa ha, nella sua seconda seduta, dichiarato che i fratelli Petty erano due impo stori. > Nelmese di gennaio 1876, il signor A. Axakof avendo annunziato l'arrivo dall'Inghilterra di madama Clayre, me dium dilettante, la Commissione si èdi nuovo radunata in seduta. I testimoni hanno certificato alla Commissione che la signora Clayre era un medium po tente e che il professore Crooks aveva fatto con lei inInghilterraparecchi de SPIRITISMO gli esperimenti che sonopresentati co 469 >3. I sollevamentideitavolini ordinari me prove in favore dello spiritismo. La Commissione decise di procedere imme diatamente all'esame dei fenomeni spi ritici manifestati in presenza della si gnora Clayre, adoperando degli appa recchi a questo effetto preparati, affine di sostituire alle ossrrvazioni dirette, che sono incomode e non lasciano trac cia di sè, l'osservazione più probativa delleindicazionidiapparecchi, la testimo nianza dei quali è irrecusabile. Il sig. A. Axakof ha riconosciuto l'uso degli apparecchi possibile in questa circo stanza, vista la potenza singolare del medium e le esperienze di questo ge nere che erano già state fatte con quella persona. > La Commissione tenne nelmesedi gennaio quattro sedute colla signora Clayre come medium e coi signori Axakof, Boutlerof e Wagner come te stimoni. I risultati furono i seguenti: > 1. I testimoni hanno insistito sulla necessità, per lo sviluppo dei fenomeni, di tenere le sedute intorno ad una ta vola,ordinaria ; alcuni membri della Commissione non furono ammessi nella sala delle sedute; fu loro persino im pedito di fare delle osservazioni dalla stanza vicina. Le sedute stesse attorno ad una tavola ordinaria ebbero luogo, grazie ai testimoni, in condizioni che escludonolafacilitàd'osservare,lasciando al medium piena libertà d'azione, senza sindacato. É stato pure richiesto, per esempio, che tutte le persone presenti stessero contro la tavola, quando si u diva il moto di questa, ciò che facili tava la possibilità di farla muovere col che si osservarono nelle sedute colla signora Clayre, erano, per desiderio dei testimoni e del medium, circondati da condizioni tali, che il medium stesso poteva scuotere il tavolino, avanzare i piedi sotto il mobile e sollevare anche questo . I membri della Commissione hanno più volte osservato dei tentativi di questo genere, ed hanno veduto il piede del medium sotto quello del tavolino. > 4. Itestimoni nonhanno acconsen tito che una volta all' uso d'una tavola manometrica, provveduta d' apparecchi destinati a misurare lo sforzo delle mani apposte su quella tavola. Non avvenne oscillazione, nè movimento, nè sollevazione di quella tavola. I testimoni hanno poscia respinto a più riprese l'invito della Commissione di procedere adelle osservazioni mediante apparec chi misuratori. > 5. Un tavolino apiedi curvi, che in grazia della sua costruzione non era facile a farsi oscillare colla semplice pressione delle mani sulla tavoletta, e che allontanava la possibilità di porre un piede sotto il piede del mobile, non si mosse una volta sola, sebbene si fosse adoperato quando dei movimenti erano avvenuti con una tavola ordi naria. > 6. Tutti i fenomeni chesiprodus sero in presenza della signora Clayre possono esser prodotti da qualsiasi per sona che si trovasse nelle condizioni favorevoli alla frode in cui, per deside rio dei testimoni, questo medium era collocato durante le sedute della Com missione; i membri della Commissione lo hanno provato da se stessi. > Nelle ultime sedute colla signora Clayre, la Commissione ha richiesto ca piede senza esser veduti. > 2. I movimenti e le oscillazioni di una tavola ordinaria che ebbero luogo nelle sedute, mentre le persone pre senti tenevano sulla tavolale loro mani, ❘ tegoricamente che non si fossero più sono stati incontrastabilmente prodotti coll'aiuto delle mani del medium, come impiegate delle tavole ordinarie, e che I' osservazione dei fenomeni non a si potè indurlodallaloro tensione e dai loro cambiamenti di posto che prece devano le mutazioni della tavola. vesse luogo che col sussidio dei mezzi proposti da essa. I testimoni vi hanno aderito (il 27 • 470 SPIRITISMO gennaio),ma esprimendo ildesiderio che questi apparecchi fossero loro portati a domicilio per essere anticipatamente e sperimentati. Dopo aver ricevuto (il 28 gennaio) due di questi apparecchi, i te stimoni hanno sospeso le sedute (il 2 febbraio) e in seguito (il 4 marzo) vi hanno definitivamente posto termine. Nelle dichiarazioni che essi hanno allora presentato, i testimoni hanno rinnovato l' assicurazione delle potenti facoltà me dianiche di madama Clayre, e hanno mo tivato il loro rifiuto principalmente sulla prevenzione della Commissione contro lo spiritismo, e sul desiderio di questa di non fare l'osservazione dei fenomeni dello spiritismo che con l'aiuto d'appa recchi. > La Commissione ha considerato al lora come raggiunto il suo scopo, per chè essa si era accertata che fra i fe nomeni prodotti dal piùpotente medium, in tutte le condizioni più favorevoli, non ve ne era stato un solo che potesse in dicare la esistenza di un ordine parti colare di fenomeni costituenti lo spiri tismo. >> Nelle quattro sedute che essa ha te nuto nel mese di marzo, la Commissione ha discusso: > 1. Dei dati stampati sui fenomeni spiritici e sullo spiritismo in generale; >> Delle prove ed osservazioni fatte dai suoi membri, fuori del suo seno, sopra dei fenomeni attribuiti allo spiri tismo e prodotti con o senza la presenza dei medium.. > 3. I suoi processi verbali e lestampe ricevute alle sedute che essa tenne coi medium Petty e Clayre, in presenza dei signori Axakof, Boutlerof e Wagner, testimoni. > 4. Ledichiarazioniscritte da questi testimoni alla Commissione. contrastabilmentedeterminati dall'effetto della pressione esercitata, intenzional mente o no, dalle persone presenti; si riferiscono cioè a dei movimenti mu scolari consci e incosci; per spiegarli non è necessario ammettere la esistenza della forza o della causa nuova, accet ta dagli spiritisti. > 2.Dei fenomeni, qualelasollevazione delle tavole o il movimento di diversi oggetti dietro una cortina o neila oscu rità, portano il carattere irrecusabile di atti di frode commessi scientemente dai medium. Allorchè delle misure efficaci sono prese contro la possibilità dell'im postura, questi fenomeni non avvengono, oppure l'inganno è svelato. > 3. I rumori e i suoninei quali gli spiritisti vedono dei fenomeni aventi un senso, e che possono servire a comuni care cogli spiriti, stanno negli atti per sonali dei medium ed hanno la stessa importanzae lo stesso carattere dell'acci dentalità o della frode, dei vaticini e dei presagi di buona fortuna. > 4. I fenomeni attribuiti all'influsso dei medium chiamati medium plastiques dagli spiritisti, come la materializzazione delle varie partidegli spiriti e l' appari zione di figure umane, sono incontra stabilmente falsi; si deve infatti così conchiudere, non solo per l'assenza di qualsiasi prova precisa, ma ancora: a) Dall' assenza di attitudine all'os servazione scientifica nelle persone che credono alla autenticità di questi-feno meni, le quali descrivono ciò che hanno veduto; b) Dalle precauzioni che gli spiri tisti e i medium chiedono ordinaria mente alle persone davanti alle quali devono compiersi questi fenomeni; c) Finalmente, dai casi numerosi nei quali i medium furono direttamente >> Da quest' esame la Commissioneha convinti d'avere prodotto coll' impostura tratto le seguenti conclusioni: simili manifestazioni, sia da sè stessi, > 1. Quelli fra i fenomeni attribuiti allo spiritismo, che avvengono coll' im posizione delle mani, come, per esem pio, i movimenti delle tavole, sono in sia col sussidio di terzi. > 5. Nelle loro manifestazioni, le per sone simili ai medium mettono a pro fitto, da unaparte imovimenti inconsci SPIRITUALISMO einvolontari delle persone presenti, e dall' altra parte la credulità dellagente onesta, ma superficiale, che non sospetta la frode e non prende precauzioni per prevenirla. > 6. Lamaggior parte degli aderenti allo spiritismo non danno prova nè di tolleranza per l'opinione delle persone che nulla di scientifico scorgono nello spiritismo, nè di critica per l'oggetto della loro credenza, nè di desiderio di 471 partecipazione di persone umane alla produzione di quei fatti; quando si os servarono i principii razionali delle ri cerche scientifiche, come consiglianoGay Lussac, Arago, Chevreuil, Faraday, Tyn dal, Carpentier e altri, è stato provato che i fenomeni attribuiti ai medium so no il risultato, o di movimenti involon tari, che provengono da particolarità naturali dell' organismo, o dalla furbe ria, o dall' inganno di persone che por studiare i fenomeni spiritici coll' aiuto dei mezzi d' investigazione ordinari della scienza. Però gli spiritisti diffondono con ostinazione le loro idee mistiche, dandole per nuove verità scientifiche. Queste idee sono accettate da molti perchè rispondono a vecchie supersti zioni contro le quali la scienza e la verità da gran tempo combattono. Gli uomini di scienza che sono trascinati dallo spiritismo, si comportano verso di questo come dei dilettanti passivi di spettacoli e non come dei cercatori di fenomeni della natura. > 7. Lepoche esperienze con apparec chi atti a misurare, che si citano quali prove in favore dello spiritismo, sono state eseguite in condizioni, le quali permettono giudizi precisi, e mostrano che gli sperimentatori non conoscono sufficientemente i metodi adatti allo studio scientifico dei fatti nuovi e dub biosi. Questi sono, per esempio, gli e sperimenti eseguiti dagli spiritisti con una membrana o con delle bilancie. > 8. Ogni volta che degli spiritisti fu rono invitati, o che si sono offerti a provare coll' esperienza ciò che essi af fermavano nei circoli delle persone che conoscono le scienze esatte, esse si sono volentieri messi all' opera, maognivolta hanno interrotte le prove, hanno allonta nato i medium e si sono lagnati delle prevenzioni degli esperimentatori, appe na trovarono che i fatti osservati erano sottomessi ad un esame critico. > 9. Allorquando lo studio dei feno meni spiritici è stato circondato da pre cauzioni atte a mettere in luce la tano denominazioni analoghe a quelle dei medium. E ciò è quanto la Commissione ha pure constatato nelle sue osservazioni sui tre medium inglesi, che le furono presentati dai nostri spiritisti. Fondandosi sul complesso di ciò che essi hanno appreso e veduto, i membri della Commissione sono unanimi nel for mulare la seguente conclusione: ifeno meni spiritici provengono damovimeuti involontari e da una impostura consa pevole, e la dottrina spiritica è una su perstizione. Firmati: i membri della Commis sione: Bo Bylef, aggregato di fisica al l'Università di Pietroburgo.- Borgman, preparatore al gabinetto di fisica del l' Università di Pietroburgo Bouly guine- Hezehus, licenziato in fisica Elenef preparatore al laboratorio di chimica dell'Università di Pietroburgo-Krajëvitch, maestro di fisica all' isti tuto delle miniere e alla scuola degli ingegneri-Latchinof, maestro di fisica all' istituto agronomico di Pietroburgo Mendèleief, professore di chimica al l' Università di Pietroburgo- Perrat, professore dimeccanica-Pétrouschevski, professore di fisica all' Università di Pie-- troburgo- Khmolowsly, maestro di fi sica Van der Vliet, aggregato di fi sica all' università di Pietroburgo. Pietroburgo, 21 marzo 1876. Spiritualismo. Dottrina di co loro i quali credono all'esistenza dello spirito. La filosofia spiritualista è essen zialmente cristiana, nè vi è esempio tra i filosofici pagani, il qualeprovi che gli 472 SENSO COMUNE antichi concepissero l' anima secondo l'astrazione dei moderni spiritualisti. Anzi, alcuni tra gli stessi padri della Chiesa concepirono l'animain un senso affatto materiale, come una sostanza sottilissima, ma tuttavia molto diversa daquella dello spirito. (Vedi ANIMA, SPIRITO). Tra i filosofi cristiani, non mancarono coloro che, come Priestley, riconobbero non essere necessario am mettere l'esistenza di uno spirito per spiegare i fenomeni del pensiero, giac chè Dio ha benissimo potuto dare alla materia la facoltà di pensare, come le ha dato quella di muoversi e di agire. Anche Voltaire, che era Deista, aveva sposato questa opinione V. SPIRITISMO. Sensibilità. Suolsi definire la sensibilità la facoltà di sentire; poi la si considera come un fatto reale in se stesso ben distinto dalla sensazione. Ma se i metafisici facessero attenzione più alla sostanza delle cose di cui trattano, che alle parole colle quali le definisco no, si accorgerebbero che la sensazione contiene già in se stessa la sensibilità, giacchè non vi può essere sensazione che non sia sentita. Anzi, a propria mente parlare, la sensazione non è al tro che l'atto col quale sentiamo che una modificazione si è prodotta in noi. Or che cosa è la sensibilità? L'astra zione appunto di questo atto, e non per altro questo vocabolo entra nella cate gioria dei nomi astratti. Sensibilità è la possibilità di sentire. Ma questa possi blità é qualche cosa od è niente? Per essere qualche cosa bisognerebbe rap presentarcela in azione; ma nel mo mento in cui la sensibilità é, per così dire, in atto, essa diventa sensazione. Se poi si considera la sensibilità non in atto, essa non ha niente di reale in se, e indica solamente la facoltà che hanno gli esseri vivi di provare sen sazioni. Questo così elementare ragionamento basta a mostrare la vacuità di tutte le disquisizioni che i metafisici si credono in dovere di fare sulla sensibilità e mi limito a rimandare il lettore all' arti colo SENSAZIONE, per quella stessa ragione che un professore di meccanica, do po avere lungamente parlato del movi mento, troverebbe affatto inutile didilun garsi sulla mobilità, la quale non è unacosa in se, ma una semplice parola creata per indicare che icorpi possono entrare in movimento. Cionondimeno un filosofo contemporaneo, il signor A. Franck membro dell' Istituto, ha tro vato il modo di scrivere molte pagine intorno a questa voce, sulla quale ci dà delle notizie veramente peregrine, come, per esempio, questa che non mi sarei certamente immaginato di dover leggere nei nostri tempi: « La sensibilità, se si eccettuano le passioni, che sono l'opera dell' uomo, é un movimento che emana da Dio, una azione immediata della sua potenza, che ci inclina senza costrizione verso il nostro fine, e ci penetra senza assorbirci ». Io capisco bene che col l'intervento del Deus ex machina, i metafisici spiegano facilmente ogni cosa, ma sarebbe pur tempo che siffatti me schini espedienti fossero lasciati ai te ologi. Senso comune. (Dottrina del) Da tempo immemorabile teologi e filo sofi cattolici hanno combattuto lo scet ticismo coll' autorità della rivelazione e col senso comune, o consentimento u niversale. L'esistenza di Dio, la verità della fede, la stessa autorità della rive lazione, dicevano certissimamente con fermate dall' universale consentimentodi tutti gli uomini, i quali in tutti itempi ein tutti i paesi hanno creduto e cre dono in un Ente creatore e conserva tore del mondo. Finché le cognizioni antropologiche ed etnologighe furono limitate a poche relazioni di missionari, che d'altronde non erano divulgate, questa dottrina sembrò fare buonapro SI e va; ma quando le comunicazioni stesero e numerosi viaggiatori intrapre sero lo studio dei costumi de' popoli lontani, appari chiaramente che questa supposta unanimità di credenza erame SENSO COMUNE ramente effimera; che vi sono popoli increduli o credenti in esseri che non possono in alcuna maniera riferirsi al Dio metafisico immaginato dai cristiani. (ν. ΑTEL, DIO, IMMORTALITÀ, SPIRITO). Nemmeno come principio la dottrina del senso comune potrebbe addursi in prova di checchessia, giacché l' ade sione unanime di tutti gli uomini non 173 Fra gli autori cattolici favorevoli alla dottrina del senso comune, vuol es sere ricordato Lamennais. Egli ha detto che i nostri sensi c' ingannano, che la ragione individuale è impotente a sco prire la verità, e che l'uomo ridotto alle sue sole risorse, non potendo cre proverebbe che le cose sulle quali vi ė unanime accordo siano vere; essa pro verebbe solamente che gli uomini si accordano a ritenerle tali; ogni di più eccederebbe i limiti del sillogismo e costituirebbe una conseguenza i princi pii della quale non sarebbero contenuti nella premessa. Infatti, perché la conseguenza fosse corretta, il sillogismo dovrebbe costru irsi così: dere, nè a Dio, nè all' universo, nè a se stesso, cadrebbenel più assoluto scet ticismo. Solo rimedio efficace contro il dubbio egli credeva che fosse l' univer sale consentimento, fondato sulla tradi zione costante dell' umanilà alla quale é stato rivelato quel vero ch' essa stes sa è impotente a scoprire. Ma come si potrebbe consultare questo senso co mune? Lamennais trovava che il mezzo era molto semplice. LaChiesa cattolica, legittima depositariadella tradizione, era anche l'organo per mezzo del quale la Ciò che tutti gli uomini credono sic- tradizione parlava; e il papa che é il come vero, é vero realmente. Tutti gli uomini credono in Dio. Dunque Dio esiste realmente. Ma, domando io, esiste un solo filo sofo il quale sia disposto ad ammettere la maggiore di queste premesse? Io non lo credo, giacché non vi é alcuno che non veda a quali stolti giudizi esso ci condurrebbe. Se ciò che tutti gli uomini credono é realmente vero; tutti hanno creduto che il sole si muovesse intorno alla terra; dunque sarebbe vero che il sole si muove! Con questo principio non vi sa rebbe errore santificato dai secoli e dal l'ignoranza che non potrebbe essere di mostrato per vero; e allascienza non re sterebbe altro che raccogliere le antiche credenze, siccome le più attendibili e le più universalmente credute. (v. CERTEZZA •REID). Nella stessa religione il principiodel senso comune potrebbe essere rivolto contro la verità di molti dommi; e per fino il cristianesimo dovrebbe essere con siderato come una falsa rivelazione , quando fosse confrontato colla gran maggioranza dei settatori di altre reli gioni (V. RELIGIONI). capo visibile di questa Chiesa ne era il legittimo interprete (Essai sur l'indif ference). Grazie e questo consentimento uni versale, Lamennais conferiva alla ragione umana collettivamente, ciò che singolar mente rifiutava ad ogni ragione parti colare, e concretava poi in un solo uo mo la collezione di tutte queste ragioni. Finché Lamennais si attenne a questa si poco liberale applicazione della dot trina del senso comune, la Chiesanulla trovò a ridire; ma venticinque anni ap presso, quand' egli, piegandosi al movi mento generale del pensiero, dettò l'E squisse d' une philosophie, nella quale, pur sempre restando prete, cessò di in carnare nella Chiesa cattolica la rap presentazione della ragione collettiva dell'umanità, papa Gregorio XVI trovò che quella dottrina era vana, futile e incerta, e solennemente la riprovò nel modo che segue: « Egli é assai deplo revole il vedere in quale eccesso di de lirio si precipiti l' umana ragione, al lorché l'uomo si lasciapigliare all'esca. della novità, e sforzandosi, malgrado l'avvertimento dell' apostolo, a riescire piu saggio di quel che abbisogni, trop. 474 SENTIMENTO po fidente di se, reputa che la verità possa cercarsi fuori della cerchia della Chiesa cattolica ..... stupenda definizione che ha solamente il difetto di non esser chiara; manon si può volergli male per que sto: il miglior professore di sentimen talismo non potrebbe dircene di più. Servet (Michele) Nacque nel 1509 a Villanova nell' Aragona. A 19 anni si recò a Tolosa per studiarvi il diritto, che abbandonò poi per dedicarsi inte ramente alla teologia. Fra tutti i dommi religiosi quello della trinità gli parve il più strano, e il mendegno dellapub blica fede, sicchè cercò di renderlo, se non altro, più intelligibile, considerando le tre persone divine come la semplice manifestazione di un solo Dio. Trovata questa spiegazione per lui soddisfacente; sperò che i capi della riforma in Ger mania sarebbero stati del suo avviso; ne scrisse perciò ad Ecolampadio, ed egli stesso si trasferì a Strasburgo per conferire con Bucero. Ma ildabben uo mo non aveva pensato che i capi della riforma erano per lo meno tanto intol leranti quanto i papisti: egli fu detto un bestemmiatore ed un messo del diavolo » e Zuinglio trascorse fino a maledire il maledetto e scellerato Spa gnuolo. Nonostante questa opposizione pubblicò nel 1532 il libro sugli Errori della Trinità e l'anno seguente i Dia loghi sulla Trinita. Lo scandalo destato da questi due scritti fu tale, ch'egli si vide costretto a cambiar di nome e a rifugiarsi a Lione, ove visse parecchio 476 SERVET tempo in una tipografia, correggendo | lo calunnia, lo insulta, nè si sta pago, bozze di stampa. Fatto che ebbe qual finchè la sentenza di morte è pronun che risparmio, si trasferì a Parigi, ove stu diò le matematiche e la medicina,scienze nella quale fu addottorato. Dopo avere professato nel collegio dei Lombardi, Pietro Paumier, suo discepolo nominato vescovo a Vienna nel Delfinato, lo chia mò presso di senellaqualitàdimedico. Servet visse così tranquillamente dodici anni, nel qual tempo alternò i suoi studi di medicina con quelli di teologia, e venne compilando un libro col titolo Restitutio Cristianismi, nel quale in tendeva di proporre una nuovariforma della religione. Prima di pubblicarlo egli entrò in corrispondenza con Calvino, sperando forse di poterlo trarre alle sue idee. Ma dopo parecchie lettere, il capo della riforma di Ginevra, irritato forse dall' ostinazione e dalle arguzie di Ser vet, ruppe ogni commercio con lui. Intanto il Servet mandò alla stampe il suo libro, e poichè trovavasi in paese cattolico, lo fece imprimere con tutta segretezza, ma non tanto che Calvino non ne avesse sentore. Il furore teolo gico allora invase costui a tal punto, ch'egli, capo della riforma, non temette di far denunciare il suo avversario al l' inquisizione cattolica. In quell' occa sione, dice Gabriel, Calvino si mostra talmente acciecato dal fanatismo, che perde perfino le nozioni distinte del bene e del male » (Hist. de l' Eglise de Genève T. 2). ciata contro di lui e il 27 ottobre 1553, mandata ad esecuzione mediante il rogo. Benchè oltre ogni dire abbattuto, Ser vet rifiutò mai sempre di ritrattare le sue opinioni, anche allora che gli fu promesso di convertire la penadimorte mediante il rogo,conquellaper la spada. Egli perì tra le fiamme dopo mezz' ora di inauditi tormenti. Tra i capi d'accusa della sentenza si leggono questi, i quali possono mettere in luce quali fossero le eresie che cat tolici e protestanti imputavano a Servet. « Item. Ha spontaneamente confes sato che nel libro Christianismi resti tutio egli chiama trinitari edatei coloro che credono nella Trinità. io, con è fatto arrestare dall' inquisizione e sot- tinua Calvino, essendo corrucciato di toposto a processo. Un giorno però gli una assurdità si grossa, replicai di ri vien fatto di fuggirsene; egli pensa di scontro: come, povero uomo, se qualcuno recarsi a Napoli per esercitarvi la me- battesse col piede questo pavimento, e dicina, e per la via delle Alpi scende a dicesse che calpesta il suo Dio non i Ginevra all' osteria della Rosa. Appena norridiresti di aver assoggettata lamae Calvino ha sentore dell' arrivo a Gine- stà di Dio ad un tale obbrobrio? Allora vra del suo avversario, tostolo denun- egli rispose: io non dubito menoma cia all' autorità criminale, e mette in mente che questo banco e questa cre cauzione il suo stesso segretario accioc- denza e tutto ciò che si potrà mostrare chè, secondo le leggi d'allora, avesse non sia la sostanza di Dio. Nuovamente egli la parte di accusatore. Egli assale gli fu opposto che, a parer suo, dun il suo avversariod' innanzi al Consiglio, | que il diavolo sarebbe sostanzialmente SESTO EMPIRICO 477 Dio. Ridendo, egli arditamente rispose: | dallo affermare qualcosa,così senza mal ne dubitate voi? Quanto ame tengo per massima generale che tutte le cose sono una parte e porzione di Dio, e che ogni natura è il suo spirito sostanziale ». animo contro altri, eglino espongono le proprie dubitazioni sopra ogni ma niera di discipline; dacchè non rinven Sesto Empirico. Il luogo e il tempo preciso della nascita di questo filosofo si ignora. Sulla fe le di Diogene Laerzio che lo annovera tra i discepoli di Erodoto di Tarso, si crede general mente ch' egli sia fiorito verso il prin cipio del terzo secolo, e che sia origina rio d' Africa. Ch' egli fosse medico ed esercitasse l'arte salutare non è dub nero in nessuna la verità che cercavano con gli studi. « Nega, anzi tutto, l' esi stenza della disciplina, argomentandone e dalla indeterminata controversia dei filosofi circa la essenza sua e dal non potersi affermare quale si è la cosa in segnata, chi l'istruttore, chi l' ammae strato, e quale il modo dello appren bio, poichè egli stesso lo afferma; e che fra i medici egli appartenesse alla setta degli empirici pare altrettanto certo, per quanto dice Diogene, e per lo stes so nome di Empirico che gliene è de rivato. Null' altro si sa della sua vita, nè pure delle sue opinioni in medicina, giacchè le sue Memorie di medicina❘le, nè la istorica, né quella che con andarono perdute. dere. E come i principii e il metodo generale della asserita disciplina si por gono della grammatica; chiamandola unalusingatrice sirena, entra sottilmente amostrarla arbitraria ne' propri ele menti, nelle leggi stabilite per le sil labe, pei nomi, per lametrica, per l'or tografia, per la etimologia; e ne deduce non esistente nè la parte sua artificia cerne i poeti e gli scrittori (L. 7) e tanto meno quella chehaper iscopo di rizzata la filosofia di Pirrone. Nel suo libro Contro i matematici, egli confuta i dommatici inqualsiasi scienza, i gram matici dapprima, quindi i rettorici, i geometri, gli aritmetici, gli astrologi, e i musici. Più conosciute sono le sue Ipotiposi pirroniane, che furono tra dotte in francese prima da un tal Huart col titolo: Les Hipotiposes ou Institu tions pirroniennes (Amsterdam 1725) e poi da Samuele Sorbière. L'autore riproducendo le obbiezioni di Pirrone contro i dommatici si di chiara apertamente in favoredegliscet Sesto Empirico é invece conosciu tissimo nella filosofia per avere volga- persuadere, ossia la rettorica (L. II). > Passa ai Geometri; e subito toglie concludenza alle loro argomentazioni chiarendo inefficace ogni discorso che non abbia base dimostrata, come sono i loro; costruiti sopra ipotesi, e con principii egualmente indimostrabili (qua li il punto e la linea), e da cui nessu no può mai nulla togliere nè tagliare (L. III ) Conlo stesso argomento della impossibilità di aggiungere o sottrarre qualcosa, confuta le teorie degli arit metici massime pitagorici (L. IV). >> Ingegnosi ed afforzati da giusta erudizione, sono gli argomenti contro gli Astrologi Caldei i quali, dice, in vario modo fanno onta alla vita, fab bricandoci una grande superstizione, nè consentendoci operare nulla confor. me a ragione (L. V.) tici. Le parti principali di questo libro vôlto in italiano da Stefano Bissolati, essendostate riprodotte all'articolo PIR RONISMO, gioverà qui citare il sunto che lo stesso antore dà del libro contro i matematici. > Siccome i pirroniani accostatisi alla filosofia per desiderio di incontrarsi al vero, e non lo avendo trovato in nessuna parte, per l' eguale peso di ra gioni che stanno in tutte, si astennero > Pur accordando che dalle armo nie si sia potuto trarre bene, e dol cezza, e conforti; incalza i musici col mettere in aperto la nonesistenza delle modulazioni e de' ritmi (L. VI). > Spiegata la forma generale della 478 SOCINIANISMO scettica, viene alla particolare, ossia a quella che parzialmente combatte la filosofia divisa in razionale, naturale, morale. Nel primo libro (L. VII) contro i logici diffusamente espone e sottil mente oppugnaquanto erasidetto, circa il criterio della verità, dai filosofi che ne negavano la esistenza e da chi la ammetteva; bene avvertendo essere que sta la suprema delle indagini. Giac ché o non si trova la regola per cui conoscere la vera esistenza delle cose, ebisognerà finirla coi grandiosi vanta menti dei dommatici; o scorgerassi qual cosa che valga acondurci allacompren sione della verità, e meriteranno censura di audaci gli scettici che sanno andare contro alla comune credenza. « Nel se condo (L. VIII) discorre in particolare del vero, del segno, degli oscuri, della dimostrazione, della materia della di mostrazione e se la dimostrazione esi sta. E poiché ha concluso che tutto è incomprensibile e indimostrabile; e con tro l' obbiezione che, quando non ci abbia possibilità di dimostrazione, an che il discorso dello scettico non vale ed egli non può trarre arma che ab batta il dommatico, risposto con l'ar gomento dato nel Libro I. c. 8 delle Istituzioni; entra in lotta (L. IX) coi Fisici. E la critica è intorno i principii naturali, gli dei, la causa e l'effetto, circa il tutto e la parte e sopra il cor po; e appresso dice contro del luogo, del moto, del tempo, del numero,della generazione e del corrompimento. Chiu de la serie dei combattimenti opponen do ai filosofi moralisti sopra i sette punti fondamentali dell' etica: quale sia il bene, e il male, e l'indifferente; se per natura ci sieno il bene e il male; se pure ammessa la esistenza del bene e del male in natura, sia possibile il vi ver felice; se chi astiensi dallo ammet tere o dal negare l'esistenza del bene e del male, incontri ed essere felice, se una qualche arte si trovi per con durre la vita; e se quella possa venire insegnata ». Socinianismo. Dottrina inse gnata da Lelio e Fausto Socino, con traria alla Trinità. Nel 1546 dopochè le dispute di Lutero ebbero fatto ri sorgere il gusto per le controversie re ligiose, alcuni nobili stabilirono in Vi cenza una Accademia collo scopo di discorrere di siffatte materie. Lelio So cino era nel numero di costoro, i quali interpretando le scritture, dommatizza rono che vi è un sommo Iddio che hacreato tutte le cose pel ministero del suo Verbo, che il Verbo è Figlio di Dio; che il Figlio di Dio è Gesù di Nazareth; e che Gesù di Nazareth è un uomo. Questadottrinanon faceva molto onore alla logica dei novelli Accade mici; e tutto ciò che vi era in essa di chiaro era la riproduzione della eresia di Ario ( Vedi ARIO) che negava la divinità di Gesù, e la sua consustan zialità col Padre. Ma di pensare inque sta guisa in quei tempi, nemmeno ai nobili era cosa lecita,laonde, saputasi la cosa, il governo ne fece arrestare alcuni che mandò amorte; mentre altri, tracui il Socino , si rifugiarono nella Polonia dove l' unitarismo aveva fatto de' sen sibili progressi. Lelio Socino fu ospi tato dai nobili Polacchi, ma morì a Zurigo il 17 Marzo 1562 senza aver fatto molti proseliti. Alcuni anni dopo Fausto Socino nipote di Lelio, dopo aver brillato alla Corte ducale di To scana, divisò d' intraprendere la car riera teologica dello zio; fu a Basilea, quindi nella Transilvania, e finalmente l'anno 1579 giunse in Polonia. Quivi, posto al sicuro dalle persecuzioni cat toliche, non men che da quelle dei nuovi protestanti pure tremendi nelle loro vendette, armeggiò contro Lutero e Calvino e ottenne di riunire in una sol comunione le trenta e più Chiese an titrinitarie che esistevano nella Polonia. Morì nella villa di Luclavia l'anno 1604 e sul suo sepolcro fu posto un epitafio latino che diceva così: Lutero distrusse il tetto di Babilonia, Calvino ne ro- vesciò le muraglie, ma Socino ne strap SOFISMA pò le fondamenta. Dopo la morte di Socino non si spense l'eresia sua. Molti nobili erano venuti al suo partito, e questi in sì buon numero che nella Dieta riuscirono ad avere il sopravvento e a far proclamare la libertà di coscienza. 479 Nome dato da Augusto Comte alla fi losofia della storia. Nel sistema positi vista essa costituisce la prima parte della filosofia morale, e si propone di scoprire le leggi costanti che reggono la successione degli avvenimenti sociali. Ma non andò molto che Cattolici e Protestanti insieme intolleranti che si negasse la divinità di Gesù, unirono i loro suffragi e riuscirono a far décre tare che i Sociniani, o rientrassero in una delle chiese tollerate, o uscissero dai confini dello stato; il qual decreto fu il segnale della persecuzione gene rale di tutti gli stati contro i Sociniani che riparavano entro i lor confini. Dal catechismo di Cracovia compilato da Socino si deducono i seguenti prin cipii fondamentali della sua dottrina. 1. La sacra Scrittura è la sola regola di fede, ed è interpretata dalla ragione. 2. Conseguenza di questo principio è che i dommi della Trinità, della Incar nazione, della Divinità di Gesù Cristo, del Peccato originale, i quali non sono chiaramente annunciati nella Scrittura, non hanno diritto alla nostra fede. 3. Del pari la creazione dal nulla non è domma comprensibile nè credibile, poi chè Dio non chiaramente lo palesò nella Scrittura, dov' egli forma il mondo da una materia preesistente ( Vedi "CREA ZIONE). 4. Gesù è il divin verbo, figliuol di Dio; Dio manifestatosi in carne, ma questi simboli usati dai Sociniani non hanno per loro che un senso puramente metaforico. 5. Il battesimo e la cena, come credono i protestanti, sono i due soli sacramenti istituiti da Gesù, ma non hanno altra virtù che quella di eccitare la fede. 6. La risurrezione della carne è impossibile, le pene eterne in giuste: le anime dei malvagi saranno (V. POSITIVISMO). Sofisma. Chiamasi cosi ogni sil logismo il quale, sebbene lasci intendere di condurre a conseguenze assurde, pure presentasi con certe forme sotto le quali si è imbarazzati a scoprirlo, o almeno si è imbrogliati a dire in qual parte il ragionamento sia falso e capzioso. Varie classi di sofismi si distinguono nelle scuole, e a ciascuna classe l'antica filosofia ha applicato uno special nome. Prima classe. Grammatica fallace o amfibologia; sorta di sofismi che deri vano o dall' ambiguità dei termini o dall' equivoco. Esempio: Dio è dovunque; dovunque è un avverbio, dunque Dio è un avverbio. Seconda classe. Ignoratio elenchi ; consiste nell' ignoranza del soggetto in questione. Terza classe. Petizione di principio. Succede quando si vuol spiegare lacosa che è in questione, con un' altra cosa che essa stessa dev' essere provata, per cui si torna ancora alla questione di principio. Esempio: La Bibbia è infal libile perchè lo afferma la Chiesa; la Chiesa è infallibile perchè lo afferma la Bibbia; dunque la Bibbia e la Chiesa sono infallibili. Si capisce facilmente che i libri dei teologi sono pieni di petizioni di principio. Quarta classe. Del falso supponente. Supporre vero il falso è vizio più co mune di quel che si pensa, ond'è che in questa classe di sofismi cadono facil mente i credenti, i quali deducono lo annichilate. 7. A niuno è lecito guereg- giche conseguenze da falsi principii. giare nè reclamare in giudizio la ripa razione di una ingiuria, essendo queste cose chiaramente divietate dal Vangelo, equesto principio fu comune ai Qua CHERI e agli ANABATTISTI. Sociologia, o Scienza sociale. Quinta classe. Non causa pro causa. Prendere per causa ciò che non è causa. In quest' anno è succeduta una guerra; ma la guerra è stata preceduta dalla comparsa di una cometa; dunque la co meta è stata la causa della guerra. 480 SONNO E SOGNI Sesta classe. Consequentis. Sofisma | tative, e sopprime solamente ifenomeni che si fa quando si reciproca dove non della coscienza, della volontà, i movi si può, perchè il soggetto della propo- menti muscolari e l' attitudine dei nervi sizione non contiene tutto il suo predi- a trasmettere le sensazioni. La respira cato. Ogni cubo è una figura, dunque zione e la circolazione deifluidi durante ogni figura è un cubo. Settima classe. Fallacia dicti non simpliciter. Si fa quando da quel che è vero in parte si conchiude che è vero in tutto. Esempio: Pietro è buono; ma Pietro è pittore; dunque Pietro è buon pittore. Sonno e Sogni. Il sonno e i sogni sono stati argomento di non po che controversie tra i psicologi, e hanno fornito a Dugald-Stevart l' occasione di un serio studio, per determinare quale sia lo stato dell'anima nel sonno. I fisiologi poi si sono occupatidello stesso argomento per stabilire di qual natura sia la funzione fisiologica del sonno, e inqual maniera essa succeda. Comin cerò da quest'ultimo argomento, dal quale principalmente dipende la solu zione del problema che si sono propo sti i psicologi. Cabanis ha definito il sonno uno stato che non è puramente passivo, ma che è una funzione particolare del cer vello, la quale succede quando si sta bilisce in quest' organo una serie di movimenti particolari, la cessazione dei quali conduce il risveglio » (Rapport du physique et du moral § XV). Que sta proposizione avrebbe bisogno di es sere provata, né alcuno ha ancor po tuto determinare quali siano i movi menti intracerebrali che producono e mantengono il sonno. Buffon ha detto più genericamente, ma perciò appunto con maggior verità, che il sonno é un modo di esistere altrettanto reale e più generale che ogni altro; che tutti gli esseri organizzati i quali mancano di sensi esistono in questa maniera > (Hist. nat. t. IV). Questa definizione mi pare preferibile a quelle più o meno ampollose, date da vari fisiologi. In ef fetto, il sonno lascia intatte tutte le funzioniche, sarei tentato di dire, vege il sonno continua regolarmente, ma i nervi riposano, e coi nervi il cervello. Tuttavia questo riposo non succede immediatamente e in un sol tratto per tutti gli organi. Generalmente laprima azione che si sospende è lamuscolare; le membra si rilassano e cadonopel pro prio peso restando immobili nella posi zione che si sono scielta e secondo la disposizione delle articolazioni. Dumeril ha dimostrato che nessuna azione vo lontaria nè alcun sforzo muscolare de vono esercitare gli uccelli per mante nersi dritti sui rami durante il sonno. Egli sostiene che uno dei tendini del crurale passa sulla rotella per unirsi ai tendini motori dei pollici , cosicchè quando lagamba degli uccelli è pie gata, i pollici si trovano mantenuti nella flessione in una maniera fissa, perma nente e solida, quantunque passiva. Durante il sonno tutti isensi dimo rano in uno stato di riposo. Non biso gna però confondere questo stato colla soppressione assoluta della sensazione, poichè se ciò fosse si correrebbe peri colo di non svegliarsi più. Il sonno ot tunde i sensi, ma non li sopprime, e numerosi esempi ci dimostrano che la semplice eccitazione di un senso basta a svegliarci. Spesso però accade che quando l'eccitazione non è sufficente mente forte e che il sonno è profondo, la sensazione avvenga senza essere per cepita. L'uomo addormentato spesso si toglie da una posizione incomoda, ed eseguisce dei movimenti muscolari. La luce, dice il Prof. Longet, può manife stare durante il sonno la sua azione sulla retina senza che visia percezione. Infatti le pupille dell' uomo che dorme in un luogo oscuro sono dilatate, men tre quelle di chi si addormenta alsole cogli occhi rivolti verso quest' astro sono contratte, come si contraggono SONNO E SOGNI eziandio quelle di chi, senza svegliarsi, sia fatto passare dall' oscurità alla luce. Il Prof. Longet attribuisce quest' azione a un movimento riflesso dell' asse ce 187 Gli spiritualisti si sono proposti il problema: Quale è lo stato delio spirito rebro spinale. É certo però che alcune volte l'impressione luminosa giunge fino all' encefalo ed è da noi percepita sebbene spesso non sia così forte per svegliarci. L'udito è l'ultimo senso che si ad dormenta. Già i muscoli sono nel riposo, e l'occhio più non percepisce la luce, quando encora persiste l' udito. La vi sta trova nelle palpebre un riposo con tro le moleste impressioni esteriori, ma I'udito non ha mezzo alcuno per sot trarsi naturalmente all' azione dei suoni, Quest' organo, dice Longet, che è il più ribelle alle influenze del suono, è ezian dio quello che più resiste agli attacchi della morte: si ode ancora dopo che tutti gli altri sensi hanno cessato di vivere, nella stessa maniera che si ode ancora quando tutti gli altri sensi dor mono. É per l' organo dell' udito, con tinua Longet, che penetrano sovente le influenze soporifere, ed è per il suo in termediario che gli altri sensi dormono mentre esso veglia ancora. Però que sta osservazione non mi pare esatta, giacchè se è vero che certi rumori mo notoni sembrano conciliare il sonno, è pur vero che questo fatto non può at tribuirsi ad altro che ad una nostra illusione. Infatti, niuno può negare che il silenzio sopratutto sia favorevole al riposo, e che chi si addormenta nel si lenzio è senz' altro svegliato da ogni piccolo rumore. Che se noi riusciamo ad addormentarci nonostante certi ru mori regolari e continuati, ciò si deve attribuire al fatto che tutte le impres sioni eguali e continuate, divenendo, do po un certo tempo, abituali, l'organo finisce per adattarvisi e a restarvi pres sochè indifferente. É in questa maniera durante il sonno? E tutti si sono ac cordati nella sentenza, che durante il sonno lo spirito non è come il corpo in uno stato speciale, ma ch'esso ve glia sempre. Essi erano condotti neces sariamente a questa affermazione, dalle conseguenze imperiose del loro sistema, imperocchè ammessa che sia una so stanza semplice, indivisibile, immutabile ed essenzialmente pensante, com'è lo lo spirito, la cessazione del pensiero non avrebbe potuto a meno di condurre la cessazione o la modificazione della sostanza. Ma nè lo spirito può cessare di essere senza diventare mortale, nè può trasformarsi, perchè essendo sem plice e indivisibile ogni trasformazione cambierebbe essenzialmente la sua na tura. Gli spiritualisti hanno perciò as serito che nel sonno del corpo la vo lontà esiste pur sempre, tuttochè perda la sua influenza sui membri del corpo. «Io consento che il corpo del Si gnor Voltaire sia trasportato senza ce rimonia, rinunziando a questo riguardo a tutti i diritti curiali che mi competono». > «Attesto e dichiaro che io sono stato chiamato per confessare Voltaire, che ho trovato, permancanza di sentimenti, incapace di essere ascoltato in confes sione Non tocca a noi parlare delle opere semplicemente letterarie di Voltaire ed esporne i pregi ed i difetti. Non accen neremo quindi che i suoi lavori filosofici e quelli che hanno una qualche re lazione colla filosofia. Presentasi prima il saggio sui co stumi e lo spirito delle nazioni, che è forse l'opera più ragguardevole usci ta dalla sua penna. Con tutt'altro scopo continua il lavoro omonimo di Bossuet, rire in pace! Il curato di S. Sulpicio | incominciando ove questi fini,dalla fon ciò udendo, rivolto ai circostanti: voi dazione, cioè, dell'Impero diCarlomagno. VOLTAIRE Ma mentre Bossuet proponevasi di ser vire alla gloria ed al consolidamento della religione cattolica, Voltaire invece combatte arditamente per avvilirla, anzi per distruggerla. Bossuet riferisce alla istituzione del cristianesimo come al loro unico fine tutti gli avvenimenti: Voltaire gli attribuisce come a vera causa di quasi tutti i delitti e dei mali che desolarono l'universo dalla fondazione dell'Impero d'occidente in avanti. Implacabile nella ricerca del vero, distrugge, nella sua rapida corsa attraverso i secoli, la fa 527 di Voltaire vogliono essere menzionati le Questioni sull'enclopedia, pubblicate in seguito col titolo, per vero poco me ritato, di Dizionario filosofico; il Filo sofo ignorante; La bibbia infine spie gata; Esame importante di milord Bo linbroke; Commentario su Malebranche, Trattato della tolleranza; Storia dello ma di civilizzatore usurpata dal cristia nesimo, lacera il velo che copriva le infinite infamie commesse dal clero e dai suoi seguaci in nome della religione, ne palesa le debolezze, i vizi e i de litti, imprimendo al papismo ed ai suoi ministri un marchio disonorante che non potrà più venir cancellato. Così l'opera spetta meglio alla filosofia che allastoria, perché gli avvenimenti vi sono riferiti non tanto per sè stessi, quanto come argomento alle riflessioni che vi fanno seguito. Fedele al suotitolo attende principalmente a far conoscere i costu mi e lo spirito delle nazioni, e nulla conveniva meglio al suo ingegno tanto abile nel cogliere i tratti caratteristici dei costumi, degli usi, delle opinioni e dei pregiudizi. Poche letture poi sono dilettevoli quanto i romanzi di Voltaire, e quasi tutti hanno uno scope filosofico. Cosi Candido, quadro giocoso delle miserie della vita umana è una confutazione del sistema ottimista, che già l'autore aveva combattuto in modo più serio manon più efficace nelpoema: il Disa stro di Lisbona. Mennone tende a pro vare che il proporsi di essere perfetta mente ragionevole è pretta pazzia, tanto gli avvenimenti trascinano l'uomo con maggior forza de' suoi propositi. I Viag gi di Scarmentado, la visione di Babuc, Micromegas ecc; celano sotto finzioni d'ordine naturale qualche principio di filosofia speculativa o qualche verità di morale pratica. Tra i libri di filosofia stabilimento del cristianesimo; e molti scritti minori. La maggior parte di queste opere comparve sotto una quantità di pseudonimi, ch'egli per la necessità di nascondersi, cambiava ad ogni tratto. Senonchè quando alcune volesse de terminare in che precisamente consista la filosofia di Voltaire, arrischierebbe di trovarsi gravemente imbarazzato. La sua, più che altro, è una dottrina nega tiva: sottrarre l'umanità al predominio di quell'ammasso informe di assurdi e di pregiudizi che costituiscono le reli gioni rivelate, ecco l'unico concetto che predomina nelle numerosissime opere di Voltaire. Le altre questioni filosofiche lo preoccupano generalmente benpoco: talora con quell'acutezza onde il suo genio getta così spesso splendidi lampi, d'una sola frase incisiva affronta e ri solve i problemi più difficili: talora in vece si lascia trascinare daidee precon cette, cade in inesplicabili contraddi zioni, e assale con indegni improperi i materialisti più illustri, tali che Hol bach e La-Mettrie ch'egli combatte, non già argomenti, ma col sarcasmo. Leggendo gli scritti di Voltaire più volte accade di trovarlo in contraddizione con sè stesso, sì perchè sovente egli stesso si compiaceva di occultare il suo pensiero, sì perchè talora le sue idee stesse si vennero modificando. Ad esem pio, mentre nel 1839 in una lettera ad Helvetius egli sostiene il libero arbitrio, nel Filosofo ignorante, partendo dal principio che nessun effetto vi è senza causa, conclude che se noi siamo liberi di seguire gl'impulsi dellanostravolontà, questa volontà è però necessariamente determinata da cause. Voltaire si dichiarò più volte puro sensista ; la teoria delle idee innate sembrava a lui come già a Locke il nec plus ultra dell'assurdo. A convin cersene basta leggere in Micromega il brano in cui adopera la sua sottile ironia contro quel paradosso: » Il car tesiano prese la parola e disse: l'anima è uno spirito che nel ventre della ma dre ricevette tutte le idee metafisiche, e che uscendone è obbligato di andare alla scuola per imparare tutto ciò che sapeva così bene e che non saprà più. Non valeva adunque la pena, rispose l'animale di otto leghe, che la tua ani ma fosse così sapientenel ventre di tua madre, perchè poi tu avessi a finire cosl ignorante, quantunque abbi già il barbuto mento. ..... Un piccolo seguace di Lo cke. io non so, disse,come penso; so che non ho pensato che all'occasio ne de' miei sensi. La bestia di Si rio sorrise, non trovando costui ilmeno saggio, e l'avrebbe abbracciato senza l'estrema sproporzione » (Micromega. cap. VII) Eppure ad affermazioni così recise, invano si ricercano conseguenze egualmente risolute. Voltaire non sa indursi a negare nè l'esistenza di una legge morale, né Dio, nè la libertà e nemmeno la vita futura. Dirò di più: egli anzi, quanto al meno alla legge morale, a Dio, alla li bertà, le ammette in guisa da escludere ogni equivoco. Perlaprimaveggasi ad esempio quan to esso scrive in Cu-Su et Kou: » Kου La setta di Laokium dice che non vi ènè giusto, nè ingiusto, nè vizio, nè virtù. Cu-Su. La setta di Laokium dice forse anche che non vi è nè salute nè malattia ?» Enel filosofo ignorante: «Vi sono mille differenze, in mille circostanze, nella interpretazione della legge morale: ma il fondo rimane sempre eguale, ed è l'idea del giusto e dell'ingiusto » . Voltaire era deista e per sessan t'anni lotto in tutti i modi a difesa di questa idea: negò la generazione spon tanea che era un argomento in favore dell'ateismo, e fece ogni sforzo per com battere lecause finali,mentre poi, senza pur avvedersene, deducela maggior co pia delle sue prove dell'esistenza di Dio dalla perfezione del creato. Il pensiero di Voltaire non è così esplicito intorno alla natura dell'anima, ch'egli ammette possa anche essere ma teriale. » Le voci materia e spirito, scriveva nel Filosofo ignorante, non so no che parole; noi non abbiamo alcuna nozione completa di queste due cose. In sostanza, vi è tanta temerità a dire che un corpo organizzato da Dio stesso, non può ricevere il pensiero da Dio me desimo, quanto sarebbe ridicolo di dire che lo spirito non può pensare ». Diffatti Voltaire non ammetteva che la ragione fosse privilegio esclusivo del l'uomo, e su questo argomento com battendo l' opinione contraria dei car tesiani, diceva: <<<Quelli che non ebbero il tempo di osservare la condotta degli animali, leg gano nell' Enciclopedia l'eccellente ar ticolo ISTINTO: saranno convinti dell'e sistenza di questa facoltà, che è la ra gione delle bestie, ragione tanto infe riore alla nostra quanto lo è uno spiedo all'orologio di Strasburgo: ragione limi tata ma reale: intelligenza grossolana, ma intelligenza dipendente dai sensi COME LA NOSTRA ecc. » (Dialogo XXIX Gli adoratori e le lodi di Dio). In sostanza, giovaripeterlo, Voltaire nè segui, nè creò alcun vero sistema filosofico positivo: indipendente da tutti, bene spesso anche dasè medesimo, non esaminò con attenzione delle dottrine filosofiche che quelle le quali servivan gli per il grande scopo della sua vita: la lotta contro la superstizione; le altre non approfondi, ma accetto o respinse, ZENONE meno per convinzione ragionata che per inclinazione. Cionondimeno egli resterà sempre uno delle più splendide figure del suo secolo, ed il suo nome sarà sempre onorato, perchè indissolu bilmente congiunto alla storia della 529 lotta, iniziatasi prima di lui ma da lui capitanata per tanto tempo; lotta del buon senso contro lasuperstizione, della tolleranza religiosa e politica contro l'assolutismo del progresso,contro l' im mobilità e l'oscurantismo. Z Zenone. Nacquea Cizianell' isola di Cipro verso l'anno 358 a. G., e morl adAtene verso l'anno 260. Figlio di un ricco mercante d' origine greca, si esercitò per tempo nello studio della filosofia coi libri che il padre gli por restano i titoli, tali che quelli dei libri sull' Etica di Crate, Sull' istinto, Sulle passioni, Sull' Essere, Sui segni, e l'Arte dell' Amore. Ciò che si sa della dottrina di Zenone, grazie agli scritti dei filosofi e deicommentatori antichi, è abbastanza confuso; nè è facile a distinguersi cid tava, ritornando dai suoi viaggi nella Grecia. Venuto ad Atene si fece disce- | che gli appartiene in proprio da quello polo di Crate il cinico e dalui apprese a disprezzare i bisogni del corpo e a dominare coll'impero della volontà le che alle sue opinioni fu aggiunto dai discepoli. Dicesi che fosse il primo ad intro durre il dilemma nelle dispute filosofi che, e ch'egli usasse una dialettica ro busta e incalzante che distruggeva le argomentazioni piùsicure de' dommatici. passioni, i desideri e il dolore. Ma se adottò le massime della scuola cinica, non così ne approvò le forme esterne, e l'ostentazione che i cinici ponevano nel mostrarsi in pubblico noncuranti nel | Par che ammettesse un'unitàdetta Dio, vestire. Si aggregò in seguito alla scuola e che questa unità confondesse col mon megarica ed all' accademica, e, se cre diamo aDiogene Laerzio, vent' anni più tardi, prese egli medesimo ad insegnare filosofia in Atene. Scelse a luogo dei suoi convegni coi discepoli il portico (Stoa) dell' Azora, d'onde derivò il no me alla scuola stoica da lui fondata. (V. STOICISMO). Presto egli salı in tanta fama, che Antigone Gonata, re di Ma cedonia, si ascrisse ad onore di mettersi fra i suoi discepoli; Tolomeo Filadelfo lo chiamò, sebbene invano, nell' Egitto, e Atene gli conferì il diritto di citta dinanza. Resistendo alle splendide offerte che gli venivano fatte, Zenone preferì re stare in Atene, ov' egli condusse vita frugale, e mantenne ne' suoi costumi una purità che nessuno gli contesta. Gli scritti di Zenone andarono tutti perduti, e d'alcuni di essi soltanto ci do che diceva eterno. La creazione ne gava pel noto principio che dal nulla si fa nulla, e che ciò cheesiste da tutta l'eternità non può produrre cosa di versa da se. Più unità, ossia più Dei non poteva ammettere, conciossiachè se essi anche avessero perfezioni eguali, non potrebbero esser Dei, non essendo ciascun di loro, preso isolatamente, nè il più grande, ne il più potente, nè il più perfetto. Zenone sosteneva con Se nofane, che se Dio è uno, deve avere forma sferica, giacchè la Divinità per essere perfetta deve essere in ogni parte simile a se stessa; e la sfera non può essere nè infinita nè circoscritta, giac chè circoscritte sono le cose finite, e infinito è il solo nulla, il quale nonha principio, nè mezzo, nè fine. L'unità non può essere neppuremutabile o im mutabile, non essendovi d'immutabile 530 ZUINGLIO che il solo nulla, il quale non può cam biarsi nè unirsi con le cose esistenti; nè pure potrebbe mutarsi, poichè ogni cambiamento importa movimento, e per chè col cambiamento la sostanza unica cesserebbe di esser tale. La divinità di Zenone è dunque un essere unico, sfe rico, sempre eguale a se stesso; nè fi nito, nè infinito; nè mutabile, nè in mo vimento. Sulla pluralità delle cose Zenone cadeva nello scetticismo, giacchè egli si sforzava a dimostrare che il ragio namento è impotente a provare che e sista qualche cosa o che esista nulla. Essere o non essere eran per lui forme di dire, e il nulla a suo credere esisteva tanto bene quanto l'esisteate. Le prove empiriche respingeva siccome inefficaci acondurci alla ricerca dellaverità; per chè secondo lui contro il ragionamento che dimostra non potere esistere che un essere unico, l'esperienza a nulla giova. Quanto all'essere unico, egli argomentava che fosse prova, non ne gazione del nulla, poichè, diceva, se e siste un essere unico, quest'uno è in divisibile; ma ciò che non è divisibile non è qualche cosa, perchè non si può porre nel numero degli esseri ciò che per sua natura, se è aggiunto ad un altro, non arreca aumento, distaccato non vi produce diminuzione: dunque I'essere unico è nulla, e non esiste pro priamente un essere. Le sottigliezze di Zenone per negare il movimento e l'empirismo l'hanno fatto considerare da alcuni come un sofista. Certo è che l'unitá del suo es sere sferico lo dimostra fedele alle ten denze panteistiche degli eleatici e che i cavilli da lui adoperati per negare la realtà obbiettiva delle cose, ci ri cordano le vane disquisizioni degli i dealisti. Aveva molti discepoli, che al cuni sommano fino a ottantamila, nu mero per certo esagerato, ma che ad ogni modo prova sempre il facile di vulgarsi della sua dottrina. Questo fi losofo, che fu riguardato siccome un Dio, presso amorire confessò ai suoi seguaci che aveva loro sempre taciuta la verità, e che essendo venuto il momento di togliere le metafore ond' egli usava, li ammoniva che nessuna ricercapuò farsi con speranza di conseguire la cono scenza delle essenze, giacchè il nulla ed il vuoto sono il principio di tutte cose. Zuinglio (Ulrico). Capo della setta protestante che da lui s' intitola. Nacque nella Svizzera e fu curato della primaria parocchia nella città di Zu rigo. Disputano iprotestanti per sapere se prima o contemporaneamente a Lu tero predicasse la riforma. Certo è che, o prima o poi, questi due riformatori, senza nemmeno affiatarsi nèconoscersi, predicarono quasi insieme li stessi prin cipii. Per altro, Zuinglio dissentiva dal la riforma luterana intorno a due punti, il primo dei quali è la rigida prede stinazione predicata da Lutero, in forza della quale niuno può salvarsi se non è daDio predestinato. Zuinglio sperava di addolcire quest' empio domma sup ponendo che eziandio i pagani potes sero salvarsi colle loro virtù e per una certa qual grazia giustificante che, al postutto, diventava ancora predestinante, poichè proveniva dall' alto e non dal l'uomo. Il secondo punto dottrinale sul quale Zuinglio differiva da Lutero, era la cena, od eucaristia intorno allaquale, mentre Lutero sosteneva il domma della presenza reale di Gesù Cristo, quan tunque negasse la transubstanziazione , Zuinglio invece non voleva riconoscere che una semplice commemorazione. On de diceva che nelle parole di Gesù: questo è il mio corpo ecc. il verbo è e quivale a significa, nello stesso modo che nella Bibbia è detto: L'agnello è la Pasqua, per indicare che è il segno 0 la rappresentazione della Pasqua (Esodo XII. 27). WICLEFF W Wicleff. Nacque a Wicleff nella provincia di Yorck nell' anno 1329; fu professore di teologia e capo della setta dei Wicleffisti. Egli accusò il papad'es sere simoniaco ed eretico; il potere dei vescovi negò, gli ordini monastici chia md sette, l'eucaristia una falsità, le preghiere per i morti inutili pratiche. D'onde si vede che Wicleff fu uno dei più arditi precursori della riforma inglese. Molti seguaci egli ebbe, e come lui arditi, ma il papa ancor troppo do minava nella Chiesa inglese perchè po 531 tessero i loro sforzi sortire allora piena efficacia. Wicleff mori paralitico il 28 Dicembre del 1384, non prima di aver sentita l' Università di Oxford condan nare 278 proposizioni estratte dai suoi libri. Il clero scomunicò poi i suoi pro seliti e ottenne dal re vari editti, in grazia dei quali alcuni eretici furono mandati al rogo. I libri di Wicleff por tati nella Germania furono stimolo e fondamento alla nuova eresia di Gio vanni Huss. FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
Monday, December 16, 2024
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