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Monday, December 16, 2024

Grice e Stefanoni

a arte  ve n'ha tantequanto in chimica, in me dicina, in astrologia.>>>  Metempsicosi. Dottrina religio sa la quale suppone che le anime u mane dopo la morte passano in altri  corpi. Par che i più antichi credenti  nella metempsicosi siano stati gl'indiani  (V. BRAMANISMO, BUDDISMO). Tuttavia lo  ammisero anche molti filosofi greci, tali  che Empedocle. Plutarco , Platone; e  Beausobre sostiene che anchemolti pa dri della Chiesa, come Origene e Sine sio ebbero una simile opinione. Non  occorre dire chequasitutte le religioni  dell'antichità ebbero una tale credenza,  la quale principalmente trova il suo  appoggio nei sogni. Quando, infatti, l'i gnorante ricorda in sogno qualche per  sona defunta, è naturalmente condotto  acredere che quella persona esista ve ramente in qualche luogo. La filosofia  poi, che per far muovere il corpo ave va inventato un'anima, composta di  leggerissima materia, non poteva darle  una occupazione conveniente durante la  infinità dei secoli, che facendola tras migrare dall'uno in altro corpo, per  richiamarla sempre a nuove vite, affine  di premiarla e di punirla dei suoi me riti o de' trascorsi mancamenti.  Platone nel Timeo, nel secondo li bro della Repubblica e nel Fedro cost  spiega l'ordine della trasmigrazione  delle anime. In primo luogo se l'anima  ebbe molte perfezioni in Dio, e abbia  scoperte molte verità, entra nel corpo  di un filosofo o di un savio. Quelle  men perfette entrano nel corpo di altri  uomini meno illustri, secondo l'ordine  seguente: 2. L'anima entra nel corpo  di un re o di ungranprincipe. 3. Essa  passa nel corpo di un magistrato o di  uncapo diuna potente famiglia. 4. En tra nel corpo di un medico. 5. Entra  nel corpo di un uomo che abbia l' in carico di provvedere al culto degli Dei.  6. Passa nel corpo di unpoeta. 7. Nel  corpo di un operaio.8. Nel corpo di un  sofista, e infine nelcorpo diun tiranno.  Gl'indiani ammettevano anch'essi una  successione poco dissimile attraverso  alle loro caste, e i buddisti credono an cora che le anime possono passare nel  corpo degli animali più immondi, opi nione che fu pur divisa da Pitagora e  da Empedocle.  I più accaniti nemici della trasmi grazione delle anime nella Grecia erano  gli epicurei, i quali dicevano che se  noi fossimo entrati nel corpo di altri  uomini avremmo conservata la memo ria delle nostre azioni. Quanto al pas saggio delle anime umane nel corpo  degli animali, essi dicevano che questa  opinione non si appoggiava ai fatti;  se ciò avvenisse l'anima dovrebbe im primere all'animale il suo proprio ca rattere, mentre invece vediamo che i  leoni sono sempre coraggiosi, e 1 cervi  sempre timidi.  Tutti, o quasi tutti ipopoli selvaggi  credono a una sorta di metempsicosi,  ma questa credenza è andata scompa rendo dalle religioni e dalle filosofie  dei popoli civili, ed ormai essa non ha  fra noi altri settatori che gli spiritisti.  (v. SPIRITISMO).  Metodisti. Così son chiamati i  membri di una delle più cospicue sette  ond'è divisa la religione anglicana. Ne  fu fondatore John Wesley nel 1730, il  quale deplorando la depravazione dei  costumi e la corruzione della Chiesa,  volle con una nuova predicazione in trodurre nella riforma una nuova ri forma. Nei suoi viaggi nell'America,  nell'Olanda e nella Germania strinse co noscenza con molti entusiasti luterani,  e visitando le loro communità presto  apprese quanto facil cosa sia il cre dersi inspirati e il farlo credere altrui.  Alcuni anni dopo, il fratel suo Carlo,  si unì a quella missione, insegnando  che Dio, dopo avere colpito colla di sperazione i suoi prediletti,improvvisa mente apre i loro occhi alla luce e li  vivifica col suo spirito. Così fu illumi nato S. Paolo sulla via di Damasco, e  così fu Wesley chiamato alla scienza METODO  della rivelazione. Se non che non fu  egli tocco dalla luceceleste, per quanto  egli stesso afferma, che qualche anno  dopo, cioè a Londra, nella via Alder role:  63  Passai un'ora nella scuola di  Kingwood. Ma singolare stranezza! Che  ne avvenne delle opere mirabili della  grazia che il Signore operava nei fan gate il 29 maggio 1739 a ore otto e  tre quarti. Sul qual proposito unoscrit tore cattolico argutamente osserva come  sia assai difficile a capire com'egli, es sendo inpreda acommozioni così vio lente potè dar retta al batterdelle ore,  o cavarsi di tasca l'oriuolo per osser vare con tanta precisione l'ora e il mi nuto.  Lo spirito di Dio che avevavisitato  il maestro, non poteva restarmuto pei  discepoli. Whitefield, socio di Wesley,  nella nuova Chiesa ebbe anch'egli i  suoi moti convulsi e le suecrisi divire,  e mentr'egli con impetuosa eloquenza  su per le piazze parlava ai suoi ascol tatori, era bene spesso soprappreso da  crisi nervose e da stranivaneggiamenti.  Tali erano i segni esteriori della gra zia, colla quale i nuovi profeti, a so miglianza dei fanatici delle Çevennes,  (v. CAMISARDI) invitavano i fedeli alla  penitenza. E che si tentassedirinnovare  allora l'invasione dei piccoli profeti, ri levasi da Soutey, il quale narracome i  maestri di Kingwood tormentassero  senza posa i fanciulli dell'età di sette  ad otto anni finchè avessero dato se gno della loro giustificazione ». Si cer cava di gettarli in preda al terrore e  alla disperazione spingendoli fino alla  follia; e dappoi colla calma e la sicu rezza procuravasi di fugarne lo spa vento. Wesley, presente a simili ecces si , li approvava e li promoveva, ma  sperò indarno di trarne partito per le  predicazioni profetiche. O vuoi che le  scuole di profezia non fossero così du ramente avviate al misticismo come  quelle dei calvinisti, o che l'esempio  mancasse a generare il contagio men tale, o che, infine, i maestri non per severassero nell'esaltare l'immaginazio ne dei giovanetti, fatto è che risultati  soddisfacenti non si ottennero allora, e  Wesley stesso lo attesta conqueste pa ciulli nello scorso settembre? Tutto di sparve come un sogno! >>  La novella riformawesleiana fudun que fondata sulla sola predicazione de gli adulti,e fu questa così attiva e in defessa, che non pochi chiamò al suo  partito. Le molte e lunghe preghiere  i digiuni, la lettura dellaBibbia, le fre quenti comunioni , ai seguaci di quel  nuovo quietismo, meritarono per ischer no il titolo di metodisti. Uniti sulprin cipio alla Chiesa anglicana, se ne se pararono poi per ordinare 1 loro sacer doti, ma non tardarono a dividersi fra  loro stessi per le vive controversie su  alcuni punti dottrinali, avvenute fra  Wesley e Whitefield; perocchè mentre  il primo riteneva che le opere erano  essenziali alla salute, l'altro le teneva  come meno importanti. Fondato sul  suo principio, parve a Wesley che le  migliori opere fossero quelle che po tessero indirizzare l'uomo a quella co tale perfezione cristiana che gli toglie  ogni lecito godimento terreno per in dirizzare la sua mente al cielo. E per ciò proibi ai suoi seguaci 'le carte, i  teatri, i balli, le corse dei cavalli, i ma nichini, le trine, i liquori spiritosi ed  il tabacco. La verginità non impose,  ma molto encomiò coloro che nel loro  cuore fossero riusciti a totalmente e stinguere la concupiscenza.  I metodisti sono anche oggi molto  numerosi nell'Inghilterra e negli Stati  Uniti, e possedono ricchi stabilimenti  nelle Indie, a Calcutta, nell'isola di  Ceylan e fin nell'Oceania. Essi hanno  molti predicatori ambulanti, e parecchi  ne mandano all'estero per diffondere le  loro dottrine.  Metodo. L'artedi disporre le pro prie idee ordinatamente acciò s' inten dano con maggior facilità. Il metodo è  perciò necessario tanto a chi studia,  quanto a chi insegna, e tutti sanno 64  METODO  quanta maggior fatica si abbia ad ap prendere le cose esposte disordinata mente, che non abbiano, cioè, fra loro  alcuna relazione.  Il metodo è analitico o sintetico,  secondo cheincomincia dalle cose par ticolari per passare alle generali, o vi ceversa. Era massima degli antichi che  il metodo analitico forse adatto soltanto  a ricercare e scoprire la verità, mache  il sintetico meglio convenisse per inse gnarla e dimostrarla. Questa massima  perdurò assai tempo nell' opinione dei  filosofi, e si può ben dire che perdura  tuttora nell' opinione di molti pedago gisti. Non si ha molta difficoltà a am mettere che l'analisi sola conduce alla  verità (vedi ANALISI ); ma si pretende  che quando gia si sia inpossesso della  verità meglio si riesca afarla intendere  altrui col metodo sintetico. Di qui i  termini, le formole, le difinizioni di cui  sono irti tutti i libri elementari. Ma  questo ragionamento non è tutto vero.  Le proposizioni generali non s'intendono  se prima non siano spiegate coi fatti  particolari, e non si mostri in modo  certo in base a quali elementi si siano  pronunciate tali proposizioni. Le idee  non sono innate innoicome credevano  certi antichi, ma si acquistano lenta mente coi processi sperimentali o con  la continuata osservazione di fatti si mili; osservazione per la quale astra endo dai fatti particolari si stabilirono  le regole generali, e principii le leggi.  Nulla, infatti, pare a noi più evidente  di questo teorema: se due rette si ta gliano in qualche punto, gli angoli ver ticali sono eguali tra loro; oppure in  ogni triangolo la somma dei tre an goli equivale a due angoli retti. Eppu re avrebbe mai potuto lageometria ac certare queste così semplici verità, sen za che una precedente osservazione le  avesse dimostrate? Certo che no. Solo  dopo essersi accertato che in tuttii casi  accennati sempre si verificava la me desima condizione, il geometra ha po tuto fare astrazione di tutti i casi par ticolari, e stabilire la regola generale.  Ma l' osservazione precedente è stata  essenzialmente analitica; la regola sol tanto è sintetica, siccome quella che  riunisce in un solo principio tutte le  osservazioni particolari. Ma così debole  è l' evidenza di questa sintesi per co loro che manchino di tutte le cogni zioni analitiche da essa implicitamente  supposte, che in ogni libro di geometria  elementare si vede sempre che ogni  teorema è immediatamente seguito dalla  sua dimostrazione. È vero dunque che  in questi casi si suole incominciare dal  porre la sintesi per poi scendere col l'analisi, alla dimostrazione, ma direi  the sarebbe assai più ovvio e naturale  che prima si ponessero le dimostrazioni  analitiche e dopo si facessero seguire  dalla verità sintetica che ne è come la  conclusione e la conseguenza. Certo è  che in cotesti casi la sintesi che affer ma e l'analisi che dimostra l'afferma zione, si seguono così davvicino, che la  precedenza momentanea dell' una sul l'altra non può avere inconveniente al cuno, fuor che quello di lasciare per  pochi istanti sospesa la convinzione  dello studioso, finchè la dimostrazione  sia compiuta. Masuppongasiche untale  imbizzarendo sulla pretesa precedenza  della sintesi sull'analisi applicasse cote sto metodo a modo. Egli certamente  incomincerebbe in un trattato ad es porre tutte le verità sintetiche della  geometria, d' onde una sequela di as siomi e di teoremi tutti immediatamen te consecutivi, e tutti egualmente non  comprensibili. Il teorema precenente  suppone bensì il susseguente, e questo  quello che gli è posto innanzi, ma sic come nessuno di essi è dimostrato, così  éevidente che tutti riesciranno incom prensibili. È vero che anche seguendo  il metodo sintetico, si dovrà pure in  fine venire all' analisi e dare le dimo strazioni; ma quanta confusione, quale  sforzo di memoria, quanto tempo per duto nello studio arido e puramente  meccanico delle verita sintetiche o ge METODO  nerali ! E dato pure che lo studioso rie sca a superare questa improba fatica,  quale quantafaticanon durerà ancora  perapplicare ad ogni principio generale  65  dessed'incominciare l'insegnamento di  quella legge, senza aver prima dimostrate  le verità speciali su cui essa si fonda e  per le quali soltanto fu trovata, sarebbe  la suadimostrazione e venire via viari schiarando nella sua mente tutte le for mole, e d'ognuna acquistarne l'evidenza?  Ora, se si vorrà essere sinceri, si  dovrà convenire che quello che succede  per la geometria, avviene pure per le  altre scienze. È un error gravissimo  quello di credere che siccome tutte le  verità particolari si trovarono come  contenute nei principi generali che le  rappresentano, da queste si deve inco minciare l'insegnamento e non da quelle;  avvegnachè le verità generali per se  sole non siano che una astrazione dei  fatti particolari, alla conseguenza dei  quali, infin dei conti, sono dirette tutte  le scienze umane; ed è ben strano che  per farci conoscere le leggi che rego lano i singoli fenomeni, si incominci  dal trasportarci lontani da essi, e direi  quasi fuor del campo della loro osser vazione.  Dopo la geometriapongasi la fisica.  Una delle leggi del pendolo è, che in  diversi luoghi della terra, la durata  delle oscillazioni, per pendoli di diver sa lunghezza, è in ragione inversa della  radice quadrata della intensità della  gravità. Non si può negare che questo  principio generale non sia essenzial mente sintetico, e come tale non con tenga unaquantitàdiveritàparticolari.  Maposto cosi solo,senza la cognizione  analitica deiprecedenti esperimenti, che  cosa esprime esso mai per lo studioso?  Bisognerebbe innanzi tutto ch' egli co noscesse, che per i pendoli della mede sima lunghezza la durata delle oscilla zioni è eguale, qualunque sia la sostan za della quale sono formati; poi che  conoscesse le leggidella gravità, l'azione  suadallaperiferia al centro della terra, e  tante altre cognizioni speciali, senza cui  il principio generale non può acquistare  la necessaria evidenza. Non v'è dubbio  che unprofessoredi fisica ilqualepreten altrettanto biasimevole del maestro e lementare che pretendesse d' insegnare  a'suoi alunni l'addizione delle centinaia  prima di aver loro insegnata l'addizione  delle decine e delle unità. Or non  so davvero perchè un metodo che si è  cosi concordemente disposti a biasimare  nelle scienze positive, lo si voglia, non chè tollerare, anche preferire nelle di scipline filosofiche. In verità, la ragione  di questa preferenza non si potrebbe  attribuire ad altro che alla tendenza  che hanno certi filosofi di stabilire con  somma facilità le così dette leggi del  pensiero, seguendo gl' impulsi del loro  sentimento e della loro fantasia, piutto sto che quelli della ragione. Si capisce  facilmente com' essi si troverebbero in  un grande impiccio se fossero costretti  a dare una ragionata analisi di quelle  loro affermazioni, e come con molta co modità si tirino d'impaccio proclamando  l'eccellenza della sintesi, siccome quella  che si presta tanto facilmente a porre  certi principii generali che sono molto  opportuni per toccare il sentimento,  mentre poi si sottraggono, per la stessa  loro generalitá, all'analisi della ragione.  Certo, si obbietterà che uomini di  molto ingegno, come Euclide e Wolf,  adottarono esclusivamente il metodo sin tetico ; ma uomini non meno illustri,  quali Bacone, Locke, Condillacmostra rono quante ragioni dovessero far pre ferire il metodo analitico. É questa, in fatti, la via che segue naturalmente l'u mano intelletto nella scoperta della ve rità. Imperocchè l'uomo non incomincia  già dalla conoscenza delle cose univer sali, ma sì dalle particolari: e dai feno meni più immediati che cadono sotto i  sensi, grado a grado, s'innalza ai più  complessi; dalle cose semplici passa alle  composte, e per questa via scopre le  leggi che regolano i più grandi feno meni della natura. Laonde, il metodo  5 66  MIRABEAUD  analitico, per confession stessa de' suoi  avversari, è detto essenzialmente d' in venzione; e non so proprio intendere  perchè quello stesso metodo per ilquale  siamo condotti a scoprire laverità, deb ba poi reputarsi disadatto quando si  tratti d'insegnarla.  Soave dice che ilmetodo analitico  serba un ordine quasi del tutto opposto  al sintetico. Imperocchè dove questo in comincia dal premettere i principii ge nerali, da cui intende cavar poscia le  conseguenze particolari; quello all' in contro incomincia dall'esame delle cose  particolari per farsistradadimano in ma no allegenerali: edovenel sintetico tutto  è definito, e diviso, edistribuito in teo remi e problemi e corollari ecc, nell'a nalitico per lo contrario quasi niuna de finizione o divisione si adopera, eniuna  menzione ci si fa nè di teoremi, nè di  problemi, nè di corollari; ma tutto è  seguito e continuato, e tutto nasce, e si  sviluppa di mano in mano dall' analisi  delle idee che prendonsi aconsiderare >  (Istituz. di logica P.II). Questo apprez zamento non è però esatto, poichè non  è vero che le divisioni e le definizioni  manchino affatto al metodo analitico.  Esso anzi divide assai bene le varie  parti dello scibile, e certe classi di no zioni particolari in una stessa scienza  divide e raggruppa secondo le conse guenze generali a cui conducono. Esso  definisce ancora queste conseguenze e le  riduce a leggi generali includenti tutti  za; se cioè si debba incominciare dal  dimostrare o dall' affermare. E mi par  che la logica insegni doversi innanzi  tutto dare la dimostrazione delle cose  ha bisogno di prendere le mosse da  certe verità già note. Ma queste prime  affermazioni saranno assiomi enon teo remi; attingeranno, cioè, la loro evi donzadall'esperienza immediatadei sensi  enondal ragionamento, ed è per que sto che io ho detto altrove (V. ASSIOMA)  e ripeto ora, che le verità assiomatiche  sono essenzialmente analitiche.  Metrodoro di Lampsaco. Uno  dei più celebri discepoli, e l'amico più  affezionato di Epicuro.Diogene Laerzio ce  lo rappresenta come uomo d'inconcussi  principii, onestissimo, intrepido contro  la stessa morte. Morì nel 50° anno della  sua vita, sett'anni prima del maestro  di cui professò le dottrine.Epicuro mo rendo legò nel suo testamento agli a mici il compito di allevare e di aver  cura dei figli lasciati dal discepolo che  lo aveva preceduto nella tomba.  Microcosmo e Macrocosmo.  ( da micros piccolo, macros grande e  κοσμοςmondo)Letteralmente queste pa role significano piccolo mondo e gran  mondo, e furono primamente adoperate  dai filosofi mistici ed ermetici per-desi gnare la perfetta corrispondenza che  supponevano esistere fra l'uomo e ilmon do; fra l'essere piccolo e quello gran dissimo, che credevano anch'esso dotato  di anima. Nella filosofia moderna si  adoperano, ma raramente, queste voci  per indicare il mondo delle molecole,  degli infusori e di tutto ciò che per  essere veduto ha bisogno dell' ingran e l'universalità dei mondi e degli astri  che compongono il MACROCOSMO.  i fatti particolari che si sono osservati | dimento del microscopio (Microcosmo),  in quel gruppo. Si diràche quest'ultima  operazione è essenzialmente sintetica ; e  sia pure. Non si tratta giàdi escludere  la sintesi, madi sapere quale tra lasin- | Nacque in Provenza nel 1674 e fu se tesi e l'analisi debba averela preceden- gretario dell' Accademia francese. A mico della libertà del pensiero, egli  parteggiò per la filosofia liberale che  allora appunto, nell'Inghilterra special mente, incominciava a dare qualche  barlume di libertà. Il Sistema della  natura d' Holbach fu pubblicato dap prima sotto il nome di Mirabeaud, ma  niuno fuperciò indotto in inganno, etutti  Mirabeaud. ( Giovanni Battista.)  che si andranno in seguito affermando.  Certo, anche l'analisi è pur d'uopo che  che incominci dall' affermazione, poichè |  ogni ragionamento, per sempliceche sia, 1 MIRANDOLA  67  sanno che l'ardire del filosofo tedesco restarne sorpresi. A ventiquattro anni  mal conveniva alla peritosa incredulità egli pubblicò novecento tesi per un e che mostrò il segretario dell'accademia same scolastico de omni re scibili, ses nei suoi scritti pubblici.AMirabeaud si santaduedellequali,a sentirlo, dovevano  attribuisce unadissertazione sull'origine enunciare dei dommi nuovi. Il vanto di  del mondo; una lettera per provare che essere in possesso ditutteleumane co il disprezzo pergli ebrei è anteriore alla noscenze era in quei tempi assai comu maledizione di Gesù Cristo, e final- ne, imperocchè facilmente la dialettica,  mente le opinioni dei filosofi sulla na- aproposito od a sproposito, discorreva  tura dell'anima. Queste attribuzioni però d' ogni cosa, e facilmente ostentava una  hanno la solatestimonianzadiNaigeon. | grande erudizione per coloroche in luo Due scritti lasciò che furono poi  pubblicati dal marchese d' Argens, e  sono: Sentimento dei filosofi sulla na tura dell'anima, e Il mondo, sua cri gine e sua antichità. Nell'uno e nell'al tro Mirabeaud dimostra che la spiri tualità dell'anima non fu conosciutadai  filosofi dell' antichità; che essi consi derarono il mondo siccome eterno, non  solo nella sostanza, ma eziandio nella  forma, salvo un piccol numero, taliche  Platone e Anassagora, i quali ne ave vano fatto risalire l'origine a un essere  intelligente. Che, del resto, il domma  della creazione ex nikilo è stato affatto  ignorato dell'antichità, come fu sempre  ignorato l'altro domma filosofico della  finale distruzione della materia.  Nella Fenicia e nella Persia, diceva  Mirabeaud, si credeva bensì ad una  fine del mondo, maquesto concettonon  rappresentava altro che una rivoluzione  astronomica. In tal maniera Mirabeaud,  colla storia alla mano, distruggeva i  dommi fondamentali dello spiritualismo  edel cristianesimo insieme.  Mirandola. (Giovanni Picoconte  della Mirandola e principe della Con cordia ). Nacque nel 1463 a Mirandola,  piccola terra dell' Emilia. Studid il di ritto canonico a Bologna e parve sulle  prime che le sue tendenze lo chiamas go dei fatti si appagavano delle parole.  Invece dei sessanta dommi nuovi pro messi, lacuria romana trovò che tredici  delle900tesi date meritavano censura, e  le altre proibil che fossero difese.Era colà  spiaciuta l' arroganza di Pico, e aPico  spiacque lacensura romana,sicchè partl  d'Italia e si recò a Parigi, ov' ebbe  buona accoglienza da Carlo VIII, colla  discesa del quale in Italia, ritornò an ch'egli a Firenze.  Pico della Mirandola aveva vana mente cercato di conciliare le dispute  degli scolastici, dimostrando che Pla tone e Aristotile potevano benissimo  stare insieme, e tutt' e due non servi vano che di commento a Mosè. Più  che filosofo, ne' suoi scritti fu teologo:  commentò la Genesi con sette diverse  significazioni, poichè tante appunto egli  trovava in ogni versetto; e si perdette  nelle fantasticherie della cabala e della  scuola mistica Alessandrina, e perfino  in quelle di Raimondo Lullo. Con una  memoria potentissima, e studi così mal  digeriti, é facile immaginarsi qual sorta  di filosofia fosse quella del nostro mi randolese. Una vacua ambizione lo  spingeva a voler parere grande in tutte  le scienze, e per questo forse gli par vero più apprezzabili le meno chiare alla  intelligenza volgare. Aformarsi cotesta  sero allo stato ecclesiastico. Ma dopo- | fama si poco meritata, egli riuscì cost  chè Marsilio Ficino, maestro suo, ebbe gli infuso il proprio entusiasmo per la  filosofia greca,si applicò allo studio delle  lingue orientali e incominciò ben presto  acredersi pieno di un così profondo e  vasto sapere, che i dotti tutti dovessero  bene, chedopo di lui ilnipote suo (Fran cesco Pico della Mirandola) scrivendo  la biografia dello zio, narra che una fiam ma orbicolare venne per un istante ad  illuminare la madre di Giovanni della  Mirandola, per annunciare ch'ellastava  1 68  MISTERO  perdare alla luce un figliodel quale la  forma orbicolare indicava la perfezione  del sapere.  Mistero. Cosa secreta non possi bile a comprendersi. Tutte le teologie  antiche hanno avuto i loro misteri, ed  erano questi ciò che il paganesimo a veva di più augusto e di più sacro. I  misteri erano cerimonie religiose alle  quali i soli iniziati potevono assistere,  ele cose che vi si vedevano e vi si u divano erano rivelate sotto il suggello  del più rigoroso segreto: una legge col piva di morte i violatori. Tutte le prin cipali divinità avevano i loro misteri,  laonde si celebravano in Egitto in onore  di Iside ed Osiride; nella Fenicia e nel l' Isola di Cipro in memoria di Venere  e di Adone; nella Frigia ad onore di  Cibele ed Ari; nella Grecia e in Sicilia  si commemorava Cerere e Bacco.  Tutti i misteri avevano laloro par te pubblica, nella quale al popolo si la sciava intravedere ciò che si reputava  necessario a conoscersi. Erano d' ordi nario la commemorazione di tutte le  avventure degli Dei, iloro combattimenti  e i loro trionfi; e vi si mostrava che  tutti i loro sforzi erano stati rivolti a  soccorrere il genere umano, a conso larlo de' suoi mali, a colmarlo di bene fizi. Tali erano i piccoli misteri, a cui  seguivano i grandi. Isoli iniziati assiste vano a questi,e guai aiprofani che aves sero osato introdursi nel sacro recinto  durante la celebrazione.Per lungo tem po il segreto di questi misteri fu im penetrabile. Coloro che furono sospetti  di averlo tradito dovettero fuggire per  sottrarsi alla morte. Esdulo corse gra vi pericoli per aver dette poche parole  dei misteri di Cerere che si celebrava no in Eleusi, e Alcibiade fu condannato  a morte per averli riprodotti nella sua  casa, schernendoli. Gran numero bri gavano l'onore di esservi iniziati, ma  molti dotti, tali come Socrate, non vol lero mai esservi ammessi. Diogene, in vitato a farvisi iniziare, rispondeva: Pa tecione, quel famoso ladro, ottenne l'i niziazione; Epamimonda e Agesilao non  la chiesero mai.  Nella parte pubblica dei misteri e rano rappresentati allegoricamente ide stini umani nell' altro mondo. Vi si mo stravano degli spettri erranti nelle te nebre, il dolore, la povertà, la morte,  e si faceva in seguito apparire il Tar taro con le furie tormentatrici dei col pevoli, e i Campi Elisi con le loro de lizie. In ultimo gli iniziati erano intro dotti nel luogo santo ove si vedeva la  statua del Dio risplendente di luce, e  lá si udivano cose che a nessuno era  permesso di rivelare. Quel secreto era  infatti molto essenziale per la maestà  della religione, imperocchè spesso si in segnassero cose che poco si accorda vano con le pratiche del culto. Non  solo si revocd in dubbio l'apoteosi  degli eroi, ma si dubitò perfino della  divinità degli Dei superiori. Tali erano  le concessioni che la Chiesa si vedeva  costretta a fare all' incredulità della fi losofia dominante! Per questo Dionigi  d' Alicarnasso diceva   lore, ma abborrenti i piaceri dei sensi,  condannanti il matrimonio. Colla loro  vita incomune e colla contemplazione  delle cose spirituali alle quali sempre  rivolgevano la mente, essi furono i pre Ascoltiamo ora i precetti di Visnhu  per ottenere l'estasi beatifica con mezzi  molto adatti a produrre unbuona con gestione cerebrale.    Il ragionamento non può spingersi  al di là delle nostre percezioni. Questa  è una verità così ovvia che fa meravi glia il vederla così spesso dimenticata.  Leibnitz può bene innoltrarsi oltre i  confini della sensazione, ma a patto  però che fra la premessa e la conse guenza del suo ragionamento, o non  vi sia rapporto alcuno necessario, o  l'una sia la negazione dell'altra. Infatti  quand'egli dice: vi sono esseri compo sti, dunque vi sono esseri semplici, ar gomenta nello stesso modo come sedi cesse: vi sono corpi, dunque non vi so no corpi. E veramente, se i composti  costituiscono i corpi, i semplici sono  la negazione dei corpi: l'una è l'affer verità generale che la filosofia può de- | mazione, l'altra la negazione. Ma an durre dall' eternità delle funzioni: ( v.  MORTE); e l'eternitàdella materia trova  un corrispondente nella eternità delle  Monadi. Ma il tortodi Leibnitz è quello  di giungere a questi risultamenti per  via di astrazioni, e di trasportare gra che i bimbi che vanno a scuola sanno  che nel sillogismo la conseguenza de ve essere sempre contenuta nella pre messa. Ora nell'idea di corpo è conte nuta l'estensione; la logica dunque mi  tuitamente le qualità dei corpi in certi  principii che non hanno alcuna delle  qualità che sono supposti di produrre.  Il difetto capitale del Monadismo, come  lo ha ben rilevato il prof. Justus, è  quellodi supporre che degli esseri ine stesi possano generare l' estensione ,  che dalla esistenzadei corpi composti  di parti possa logicamente dedursi  quella di cose semplici. Considerando  con attenzione la spiegazione del com posto, dic'egli, non si trova alcun dato  che ci possa condurre all'idea di essere  semplice. Gli esseri composti hanno  delle parti. Dunque la prima conclu sione che si potrebbe fareper taleprin cipio è questa: che dove esistono dei  composti, vi sono anche delle parti. Or  l'idea di parte non ci conduce anco ra a quella di essere semplice, poi chè gli esseri semplici son quelli che  non hanno parti: dunque per spin gersi più innanzi coll'induzione, non si  potrebbe dir altro, se non che, laddove  vieta di dedurre per conseguenza l'e sistenza di corpi inestesi. Posso bensl  dire: il corpo è compostodiparti, dun que esistono le parti; ma queste parti  partecipano alla natura del tutto d'on de emanano, e se io attribuisco loro  qualità diverse da quelle che aveva il  tutto, faccio una induzione difettosa.  Mail sillogismo è per lalogicaciò che  per l'analisi è la chimica: i risultati di  questi due processi se vengono riuniti  devono ricomporre il corpo, o il ragio namento decomposto. Ma se dalla riu nione di cose inestese non potrò mai  avere l'ideadel corpo esteso, dovrò con cludere che la conseguenza contiene  una nozione che non si trovava nella  premessa (V. DEDUZIONE E SILLOGISMO).  Tutto il Monadismo si fonda dun que sopra un artificio simile a quello  su cui si basa il Dinamismo (V. CAT TANEO) vale a dire che alle parole note  sostituisce parolenuove, che son la ne gazione di quelle; poi scambia le pa role nuove per cosevere, e queste con MONDO  sidera come esistenti, mentre quelle  che esistono nega.  Mondo. Quali fossero le opinioni  degli antichi sulla eternitàdel mondo si  può vedere in questo Dizionario all'art.  CREAZIONE. Il maggior numero dei fi losofi pagani credette che la materia  fosse eterna; e tuttavia parecchi fra  essi negando l'intervento della divinità  79  role: Platone rigetto mai sempre l'in finità dei mondi, e dubito del numero di  essi determinato e preciso. Concedendo  che poteva ben esistere, come volevano  alcuni, cinque mondi in ciascun elemen to, egli s'attenne però ad un solo. Un  altro filosofo diceva che il numero dei  mondi non era infinito, nè che ve n'era  un solo o cinque, ma cento ottantatrè  nella produzione della sostanza, ammi sero però che un ente divino avesse  atteso a dar forma acotale materia e terna secondo le attuali disposizioni del  mondo.  Prima d'allora, credeva Anassagora,  tutto eraconfusione, ma lo spiritovenne  ed ogni cosa fu ordinata (Laerz. lib. Il,  Sez, VI).  Questa opinione è pienamente con forme a quella della Bibbia, dove si  legge che nel principio era il caos, dal  quale Iddio formò (non cred,secondo il  testooriginale) il cieloe la terra. Perchè  fin Platone ammetteva che Iddio ave va, non creata, ma ordinata la materia  tal quale noi la vediamo ( Laerz. lib.  III seg. LXX): e gli stoici, ei plato nici professavano tutti eguale opinione.  Anzi, Platone e parecchi altri andaro no ancora più oltre, e attribuirono al  mondo un' anima, distinguendo con ciò  il principio motore dalla materia mos sa, e raffigurandosi il mondo quale un  immenso animale dotato di un princi pio individuo e di una vita propria. Per  i teologi, scriveva Macrobio, Jupiter è  l'anima del mondo; donde il detto di  Virgilio: Muse, cominciamo da Jupiter  poichè ogni cosa è piena di lui ( Virg.  Sogno di Scipione c. 17). Lo spirito a limenta la vita e l'anima sparsa nelle  vaste membra del mondo ne agita la  massa, e forma così un solo immenso  corpo (Saturn.)  La teoria della pluralità dei mondi  che alcuni credono affatto moderna, già  aveva trovato un eco fragli antichi, e  molti dei filosofi greci l'hanno ammessa.  Plutarco nel suo libro degli Oracoli  mette in boccaaCleombroto questepa i quali erano regolati in forma di trian golo, ciascun lato del quale conteneva  60 mondi e che altri tre mondi erano  aciascun angolo ». I Talmudisti cre devano che Dio avesse creati diciotto  mondi, e Maometto nel principio del l'Alcorano invoca il Signore dei mondi.  Quanto all'età del mondo sul quale  viviamo, le teologie ci hanno dati dei  numeri molto singolari e così diversi  danon sapersi proprio a quale aggiu star fede. Anche la Bibbia presen ta tre età differenti nell'antico Te stamento. Infatti, coll'anno 1876 ilmon do conterebbe:  Secondo le versione dei settanta,  anni 7345  Secondo il testo samaritano > 6180  > 5879  Secondo la vulgata  La teologia indiana ci offre dei cal coli assai diversi. Secondo il Riga-Veda  il mondo deve durare 12,000 anni, ma  un' altra versione fa durare il giorno  di Brama corrispondente a quello del  mondo 4,320,000 anni, divisi in quat tro età, l'ultima della quale, quella in  cui viviamo, dura da oltre 432,000 an ni, e dovrà finire quando l'ultimo quar to di virtù, che ancora esiste sulla ter ra, sarà finito.  Il cristianesimo fa correre più ra pidamente il mondo allasua fine. Gesú  aveva promessodivenire nella gloria del  padre suo, co' suoi angeli a giudicare  i vivi ed i morti.  E que' mille anni fu rono variamente valutati, finchè verso  la metà del decimosecolo,Bernardo da  Turingia, predicò che la finale catastrofe  sarebbe avvenuta al cominciare dell'an no 1000. E i ricchi donativi fatti alla  Pochi anni dopo, nel 1198, si sparse  di nuovo la voce della prossima fine  del mondo, non già col mezzo dei fe nonemi celesti, ma per la nascita del l'Anticristo in Babilonia alla quale do vera seguire la distruzione del genere  umano.  Nel principio del secolo decimo quarto, l'alchimista Arnaldo da Villano,  annunciò l'avvenimento per l'anno 1335;  e nel suo trattato De sigillis applicò  l'influenza degli astri all' alchimia, e sponendo tutte le formole misteriose  che dovevano essere atte a scongiurare  i demoni. San Vincenzo Ferreri, da fa moso predicatore spagnuolo quale egli  era, fissò al mondo tanti anni di esi chiesa in quel torno di tempo, e i te stamenti fatti colla formola appropi quante fine mundi, provano il grande  impegno che mettevano i ricchi per ri conciliarsi con Dio, e per presentarsi  con qualche merito al di lui giudizio. ❘ strutta in quell'anno stesso. Sul qual  stenza, quanti sono i versetti che si  contano nel Salterio, cioè 2537.  Il secolodecimosesto produsse il mag gior numero di predizioni su la diştru zione del genere umano.  Nel 1584 il famoso astrologo Leo vizio predisse che la terra sarebbé di Ma passò l'anno mille senzacataclismi,  ela fine del mondo fu rimessa all' an no 1033, perciochè fu detto allora che  i mille anni non dovevano contarsi dal  l'anno primo dell' era volgare, ma da  quello della morte del Salvatore, che  aveva incatenato >  ricchiti a buon mercato. La disdetta  toccata aqueste profezie, non sgomen tò il loro autore, chè anzi lo Stoffler,  insieme al famoso Regiomontano, pre disse di nuovo la fine del mondo per  l'anno 1588, senza che il mondo mo strasse di darsi alcunpensierodi quella | recchie, così riassunte da E. Diamilla  predizione.  Ma lasciamo queste sciocche predi zioni, tristi avanzi dei tempi d'ignoran za, e vediamo ciò che nel campo della  scienza può, in via d'ipotesi, logicamente  argomentarsi sul fine ultimo del nostro  mondo. Le ipotesi finora fatte sono pa Però una stella sconosciuta erasi  accesa improvvisamente nel 1572 nella  costellazione di Cassiope, sfolgorante di  tanta luce da rendersi visibile in pien  meriggio. E gli astrologhi divulgarono  essere dessa la famosa Stella dei Magi,  ritornata ad annunciare l'ultima venuta  di Cristo, che non si lasciò vedere.  Nuove predizioni sulla fine del mon dofurono fatte nei secoli XVII e XVIII,  e, ciò che non parrà credibile, anche  nel secolo nostro le predizioni conti nuarono.  Ènota all'universale la predizione di  Salmard Montfort pubblicata nel 1826,  laquale concedeva alla terra soli dieci  anni di esistenza.  La signora di Krüdner; la donna  mistica della Santa alleanza, l' amica  dell' imperatore Alessandro, profetizzò  laruina del nostro pianeta pel giorno  13 gennaio 1819; e sette anni dopo Sal mard Montfort prediceva la distruzione  della terra per l'anno 1836.  Nel 1840, un prete francese, Pierre  Louis, dedicò a Gregorio XVI un com mentario dell' Apocalisse, che stabiliva  la fine dei secoli per l'anno 1900. E la  ragione era questa:  Muller.  Buffon aveva calcolato che la terra  per raffreddarsi e ridursi alla sua tem peratura attuale, aveva dovuto impie gare 74,831 anni, e che l'umanitá po trebbe vivere ancora 93,291 anni prima  che la temperatura della superficie ter restre si rendesse tanto freddadaestin guere la vita. Ma quando si conobbe  che il calorico interno del globo non  ha nessuna influenza alla superficie, e  che la vita terrestre dipende esclusiva mente dal sole, il calcolo di Buffon fu  trascurato.  Una seconda ipotesi, fondata eziandio  sul raffreddamento della terra, suppone  che quando la sua temperatura sarà  divenuta eguale a quelladel ghiaccio, il  suolo si spaccherà come quello della  luna, e l'ultimo avanzo d'aria e d'acс qua si fisserà in quelle caverne, ove gli  uomini potranno trovare un rifugio, fin chè l'aria e l'acquanonsiperderanno  in modo definitivo. Ma poichè la terra  èquarantanove volte più grossa della  luna, dovrà vivere 49 volte di più.  Un' altra ipotesi, la più antica fra  tutte, è quella che prevede la fine del  mondocolfuoco. Questa teoria risale ai  tempi di Zoroastro, degli Ebrei, e dei  padri della Chiesa. La superficie del   nessuna delle quali  ha ottenuta l'universalità. MONTESQUIEU  89  nella calma delle passioni egli potè con servare quella moderazione nei desideri  Famaraviglia che opinioni si poco  ortodosse abbiano potuto stamparsi e  diffondersi in un secolo in cui la tor- | che rendono la vita piacevole a se, e  tura e l'inquisizione erano le forme or dinarie del procedimento giudiziario ;  manondimentichiamo che Montaigne,  come disse Rousseau, dormiva fra due  guanciali: quello del dubbio da una  parte, e dall'altra quello del domma  che riposa sopra l' autorità infallibile  della Chiesa.  agli altri gioconda. Nel 1721 egli mandò  alle stampe sotto il segreto dell'anonimo  le Lettere Persiane, romanzo che a' suoi  tempi ottenne grandissima voga, e me ritò molta rinomanza al suo autore.  Parlando di queste lettere, il celebre  d' Alembert scriveva: « La pittura dei  costumi orientali, reali o supposti che  siano, non è che la minima parte di  questo scritto. Per così dire, l' Oriente  non è altro che il pretestoperfare una  sottilissima satira dei costumi nostri. »  E in realtà, per quei tempi, le lettere  persiane potevano parere arditissime,  inquantochè Montesquieu chiaramente  scriveva che il papa è unvecchio idolo  Montano Eretico nato in Ardban  nella Frigia. Con le convulsioni e i con torcimenti soliti nei profeti, pretese di  essere inviato da Gesù Cristo per puri ficare i costumi e riformare la morale.  Negava la potestà della Chiesa nell'as solvere i grandi delitti; voleva che, non  una, ma tre quaresime si osservassero  con digiuni straordinari e due settimane | che s'incensa perabitudine (lettera 29);  di Xerofagia, nelle quali sidoveva aste nersi, oltre dallecarni, da ogni cosa che  avesse succo; le seconde nozzeconsiderò  siccome adultere ; e il sottrarsi alla per secuzione dichiarò delitto. Due donne,  Priscilla e Massimilla, lo seguirono e  profetarono con lui. O maligni o matti  ch'essi fossero, non mancarono però di  seguaci ; aCostantinopoli stabilirono una  setta, e si spinsero fin nell'Affrica, ove  acquistarono al loro partito uno dei più  famosi padri della Chiesa, Tertulliano.  Se tutti praticassero le austerità imposte  da Montano è lecito dubitare: tutti lo  avevano in grande venerazione, lo cre devano inspirato dalParacleto e perciò  dicevano che le sentenze di lui supe ravano in sapienza le stesse massime  che allorquando Iddio mise Adamo nel  paradiso terrestre col divieto di man giare un certo frutto, gli impose un  precetto che era assurdo per un essere  che conosceva la futura determinazione  delle anime (lettera 59); eche il papa  al postutto è un mago ilquale vuol far  credere che tre nonsonoche uno, e che  il pane non è pane. » Fu in grazia di  questo libro che la elezione di Monte squieu all'Accademia francese fu viva mente combattuta dal cardinale Fleury,  il quale in nome del renon vi consenti  infine senza molte sollecitazioni. Dopo  unlungo viaggio nei varipaesi d'Europa,  tornato inFranciasi accinse ascrivere lo  Spirito delle leggi, libro profondo di  di Gesù.  Montesquieu ( Carlo di Secon dat barone di) Nacque a Bordeaux nel l'anno 1689 da ricca e nobile famiglia,  Nel 1716 fu nominato presidente per scienza e pregevolissimoper le congni zioni storiche, sebbene non tutti i principi  propugnati possanodirsi egualmenteveri.  Egli vi riconosce le leggi di Dio e  quelle della natura, e confutando Hob bes pretende che i selvaggi, anzichè  petuo delparlamento di Bordeaux e poi | combattersi, si uniscono in prima per  eletto membro dell'Accademia poco pri ma fondata in quella città. Per suapro pria confessione, Montesquieu fu uno  degli uomini più felici che mai siano e sistiti: nè invidia, nè gelosia vennero  mai a tormentare la sua ambizione, e  adempiere alla legge naturale della so ciabilità. Ma avrebbe detto più giusta mente che i selvaggi si uniscono e si  combattono al tempo stesso , poichè  quest'unione ha per movente il solo in teresse momentaneo e si risolve in 90  MORO  aperta guerra tosto che cessa questo intero in ogni parte del corpo, poichè  interesse (v. MORALE). In fatto di reli- cid varrebbe adire che la parte è e gione lo Spirito delle leggi, pubblicato | guale al tutto; pure occorreva aMorus  da Montesquieu in età avanzata assai,  non è tale che possa far credere che  l'autore avesse modificate notevolmente  le sue idee. Crede che il cristianesimo  di stabilire che lo spirito esisteva in  qualche luogo, e per ciò fare invento  due estensioni, l'una materiale ed este riore, l'altra spirituale, interiore; la pri ma, come direbbe Kant, estensiva, la  seconda intensiva. Create le parole ,  non sia religione adatta all'Asia, e di sapprova lo zelo dei missionari che  vanno predicando lafede nell'Oriente, e  nella Cina per costringere i popoli a  cambiare lareligione. Combattendo l'in tolleranza del suo tempo, egli scriveva  questa massima memorabile, la quale | speculativi di credere che le parole da  parve aMore di aver creata la cosa, e  poichè le parole eran diverse, credette  anche che diverso dovesse esserne il  significato, poichè è abito de' filosofi  fu una delle accuse che la facoltà di  teologia mosse contro al suo libro: Con viene onorar Dio e non vendicarlo mai.  Nonostante queste disposizioni della sua  mente, dicesi che Montesquieu sia morto  riconciliato colla Chiesa. Tanto almeno  affermò il padre Routh, gesuita, in una  lettera al nunzio del papa a Parigi,  nella quale afferma che l'incredulo si è  a lui confessato abiurando tutti i suoi  errori. Ma di queste ed altre abiura zioni è sempre lecito dubitare, non a vendo esse altrotestimonio che la troppo  interessata coscienza dei signori con fessori.  More (Enrico) in latino Morus.  Nacque a Gutham nel Lincolnshire il  12 ottobre 1614 efu unodei propugna tori della scuola platonica in Inghilter ra. Ammetteva che la ragione potesse  introdursi anche nella teologia, poichè,  aparer suo, nulla vi era nel cristiane simo, chele fosse contrario. Combat  teva l'entusiasmo delle turbe, conside randolo giustamente come una malattia  contagiosa, mentre d'altro canto am metteva come cose vere tutti i racconti  popolari che potessero provare l' esi stenza di un mondo spirituale. Bello è  vedere in qual modo egli stabilisca l'e sistenza dello spirito entro il corpo, in  tutte le parti del quale diceva che non  si può credere che lo spirito sia dif fuso , senza ammettere che come il  corpo risulti composto di parti. Nem meno si può credere che lo spirito sia  essi inventate esprimano veramente le  cose come sono.  Moro (Tommaso) Nacque aLondra  nel 1480, studio all'università d' Oxford  e fu presto elevato alla dignità di Gran  Cancelliere da Enrico VIII, carica nella  quale durò due annisoltanto,dopo iquali  si ritirò in una sua villa e Chelsea. Ma  sopraggiunta la rivoluzione religiosa in  seguito all' affare del divorzio, rifiuto  di giurare per la supremazia religiosa  del príncipe, che sottraevasi così alla  Corte di Roma, fu rinchiuso nella Tor re e il 6 luglio 1535, persistendo nelle  sue convinzioni cattoliche, fu mandato  al patibolo.  È strano che un uomo di convin zioni così fermamente cattoliche abbia  scritta ' Utopia; ma ricordiamo che  questo libro, fatto nella sua gioventú,  comparve nel 1516 aLovanio in latino,  col titolo: Del migliore degli stati pos sibili, e dell'isola d'Utopia nuovamente  scoperta (De optimo reipublicæ statu,  deque nova insula Utopia). In questo  libro che fu tradotto in tutte le lingue  d'Europa, Moro descrive un'isola imagi naria, nella quale la comunità dei beni  coesiste col matrimonio e colla famiglia.  Il principe è eletto avita; il divorzio con cesso solo neicasi di adulterio; le città  hanno ciascuna una religione di propria  scielta, e la tolleranza è generale. Il  governo d'Utopia riposa su queste tre  basi: assoluta divisione dei beni edei  mali fra i cittadini amore fermo e MORALE  91  universale della pace- disprezzo del- | riti sono cost differenti e d'altronde le  l'oro e dell'argento.  Ho vergogna di ceva Moro, di non poter dire con pre cisione in qual mare sia situata l'isola  di cui parlo ». E nel 1517 Budée scri veva: Aforza d'informazioni, ho scoperto  che l'Utopia è situata al di là dei li miti del mondo conosciuto ».  Morale. Lamorale è ilfondamento  dell'etica. Essa è la regola dei costumi  e per essa si stabilisce l'ordine mediante  ✓il quale gli uomini viventi in società  sono condotti a godere, senza contrasti  religioni stesse cost ben st accordano nel  condannarsi vicendevolmente, che non si  ha bisogno inquesto caso,d'altra testi monianza che di quella che esse mede sime spontaneamente ci forniscono le  une contro le altre. Ma anche trala sciando la parte cerimoniale, eoccupan doci di quelle sole massime le quali  sono date come regola dei costumi, le  contrarietà che si notano fra i vari co mandamenti ofraessie le prescrizioni del laciviltànostra, sono tali e tante, damet morale, in un gran brutto impiccio. Po e senza lotte, la maggior felicità possiter l'uomo che va intracciadi una sana  bile. Determinare i doveri ed i diritti,  acciocchè gli atti nocivi agli individui  o alla società siano impediti, eincorag giati invece quelli che ridondano a van taggio dell' umano consorzio, è dunque  ufficio della morale. Sotto questo rap porto si può dire che la morale di un  chi esempi basteranno aconvincerci.  Prendasi il Codice di Manou, se non  il più antico, certo uno de' più antichi  codici sacriche siconoscono. Ivi si legge  popolo è la più esattamisura della sua  civiltá.  Intorno aquesti principii che sem brano tanto ovvii, non tutti però si ac cordano; e perdurano ancoracerte scuole  filosofiche le quali si ostinano a dare  alla morale ben altro fondamento. II  maggior numero si accorda ancora con  la teologia, e ammette tra la religione  1  che il bramano venendo al mondo è  collocato innanzi a tutti sopra la terra,  sovrano signore di tutti gli esseri.....  Tutto quanto il mondo racchiude è,  in certaguisa, sua proprietà. » (Lib. 1.  versetti 99-100). Questo santo uomo ha  tutti i diritti ed assai pochi doveri, fuori  di quelli religiosi. 11 Kchatrya lo difen de, il Vaicya lavora per lui. Se la sua  donna gli è infedelé, il re la faccia di vorare dai cani sopra una piazza pub blica assai frequentata. (Lib. VIII, ver setto 37) Egli condanni l'adultera ed il  suo complice ad essere bruciati sopra  un letto di ferro arroventato (L ib. VIII  verso 372) In ricambio convien essere  pieni d' indulgenza per le sue piccole  imperfezioni, dappoichè per essere bra ela morale una così intima unione, da  non permettere che questa si separi da  quella senza distruggerla; epperò le a zioni degli uomini vuole che siano o  non siano morali in quanto si confor mano aiprecetti religiosi. Hanno costoro  lapretesa, comune del resto a tutti gli  altri, che la morale è unica ed univer- | mani non si cessadi esseruomini. « Se  sale, propria, cioè, di tutti gli uomini  e di tutti i tempi, e non si accorgono  che così affermando pronunciano lapro pria condanna. Imperocché i principii  morali d'ogni religione son cosi diversi  fra di loro, e bene spesso così opposti,  che il volerli conciliare insieme è im presa, nonchè da tentarsi, neppur da    (Lib. XI vers. 130 o 131).  Conmaggior ragione ilbramano ha  il diritto di obbligare il soudra, « che  >  (Lib. VIII vers. 13). Se meglio gli ag grada può derubarlo con tutta pace  di coscienza, così dice il codice (Lib.  VIII verso 417). Che se il Soudra, que sto essere infame, prodotto dalla parte  inferiore di Brama,ha poi l'audacia di  dare dei consigli al bramano, un terri bile castigo gli è riservato. « Il re gli  faccia versare dell' olio bollente nella  bocca e nelle orecchie. (Lib. VIII. verso  299). Se egli ha l' audacia di prendere  costituire agli occhi di Manou lagra vezza del delitto e che solo espone alla  punizione. « Il Dawdja, dice il codice, ❘ posto allato ai gloriosi bramani, deve  >  (Ecclesiaste, XXXIII, 28, 29, XLII, 1,5,)  Il divieto di colpire il figlio per lecolpe  del padre. (Deut , XXIV, 16) è degno  di nota; ma è però singolare che lo  stesso Pentateuco in altri passi contra sti il merito di questa disposizione le gislativa, rappresentando la divinità co me disposta acolpire l'iniquitàdei padri  sui figli sino alla decima generazione, e  imponga una pena,allora infamante, ai  bastardi. (Deut., XXX, 2)  Fragli altri popoli dell' antichitànon  sarebbe difficile trovare esempi nume rosi di morale depravata, secondo le  nostre idee. Di eid che pensassero gli  antichi intorno alla continenza e alla  lussuria si è lungamente discorso in  questo Dizionario all' articolo AMORE,  dove si vedranno donne offerenti nel  dei, ed uomini deliranti , che si re cidono le parti genitaliperguadagnarsi  il paradiso. Di sacrifici umani per pla care la collera degli Dei son piene le  cronache antiche, e non si può affer mare con sicurezza che ancor non si  rinnovino tuttodi in qualche lontana  parte della terra. Per lo meno, il signor  de Varigny ci assicura che nelle isole  Sandwich lamemoriadi queste ecatom be di vittime umane immolate sull'altare  degli Dei, è viva ancora nelle tradi zioni di quei popoli, fortunatamente or mai incamminate sulla via della civiltà  (Viaggio alle isole Sandwich)  Tali sono i risultati della universa lità della morale religiosa. Ma vi è una  certa classe di filosofi, i quali non vo lendo assumere la responsabilità delle  contraddizioni teologiche, e riconoscendo  che una separazione tra i dommi reli giosi ed i morali è necessaria, respin gono l'appoggio che spontaneamente  offre a loro la Chiesa, e fondano ad drittura l'ordine morale o sopra Dio,  come facevavano i deisti del secolo pas sato, o sopra certi principii metafisici  nei quali l' oscurità è un carattere pre dominante. Gli uni e gli altri press' a poco ragionano all' istensamaniera, poi chè suppongono che, non già nella re ligione, ma nella stessa natura umana  siano i caratteri ingeniti, indelebili della  morale. Se non che i primi ammettono  che questo carattere, o questa intuizio nemorale, sianostati impressı da Dio al l'uomo siccome facoltà innata; gli al tri l'origine non curano e, come fa cevano gli scrittori della Morale Indi pendente, si occupano del fatto che tro vano, senza cercare, del come sia av venuto. « La nozione del dovere, dice  De Gerando, è una nozione semplice,  primitiva, che non può definirsi, colla  decomposizione in altri elementi, ma si  affaccia alla riflessione quando interroga  i fatti intimi della coscienza  ...  La  legge morale è obbligatoriaper se stes sa, è riconosciuta e applicata dalla ra T 96  MORALE  gione; e riscontra nella coscienza una  facoltà, un senso speciale, che può, a  buon diritto, essere chiamato il senso  morale». In tal manieracome giàBaum garten ebbe l' infelice idea di trovare  un senso speciale per l' estetica, De  Gerando ne trova un' altro per la mo rale. Ma sappiamo oramai quanto val gono questi sensi speciali con cui alcu ni filosofi troppo corrivi sogliono in  realtà occultare le loro nebulose teorie,  non possibili a concepirsi coi sensi veri.  Confesso che creando sensi nuovi, facile  fondamento si dà a qualsivoglia teoria,  per strana ch' ella sia; ma il vantaggio  èdi poco momento, poichè la vera dif immagin AC  ficoltà non consiste nel creare cotesti  sensi, ma sì nel provare che essi esisto no veramente. Ma quando coi cinque  sensi che possediomo, e che la fisiolo logia solo riconosce; quando colle no stre passioni possiamo spiegare i feno meni che sembrano più ribelli agli ar gomenti della scuola spiritualistica, non  vedo proprio qual necessità ci siadi in ventare o di supporre nuovi sensi o  nuove facoltà, che sempre mancano di  banditi delle caverne e fra le associa zioni dei più grandi scellerati; dimodo chè coloro che sembrano avere rinun ciato ad ogni carattere d'uomo, sono  fedeli gli uni agli altri e osservano fra  loro le regole della giustizia. lo am metto che i banditi usino così fra di  loro, ma nego che ciò avvenga incon siderazione delle regole di giustizia e  pei principii innati che sono impressi  nella loro anima. Essi osservano que sti principii soltanto come una regola  di convenienza assolutamente necessa ria per conservare la loro associazione.  La giustizia e la verità sono i vincoli  necessari d'ogni associazione d' uomini,  ed è per questo che i banditi e i ladri  sono obbligati di osservare la fedeltà, e  qualche regola di giustizia fra di loro;  senza di che essi nonpotrebbero vivere  insieme.  Si dirà forse che la con dotta dei briganti é contraria alle loro  cognizioni, e che essi approvano tacita mente nella loro anima, ciò che smen tiscono colle azioni. Rispondo prima mente che ho sempre credutochenonsi  potesse meglioconoscereil pensiero degli  dimostrazione.  Or, De Gerando non si è curato di  ciò cha prima di lui con tanta evidenza  aveva detto la scuola sensualistica. Im perocchè Locke avesse già discussa e  sciolta quest'ardua questione. Ecco cosa  scriveva il filosofo inglese. Per sape re se vi sia qualche principio dimorale  nel quale tutti gli uomini convengono,  io mi richiamo a tutti coloro ch'hanno  qualche conoscenza della storia del ge nere umano, e che hanno, percosì dire,  perduto di vistailcampaniledel lorovil laggio.Mi dicanoessi ove si trovi questa  verità pratica che sia universalmente  riconosciuta, come dovrebbe essere se  fosse innata? (e sarebbe innata se un  senso speciale fosse stato dato all'uomo  per percepirla). La giustizia e l'osser vanza dei contratti par che siail punto  sul quale gli uomini si accordano per  dare il loro consenso. É un principio,  per quanto si dice, accolto perfino dai  uomini che dalle loro azioni.  ..  Sela  natura si è data la pena di imprimere  nell'anima nostra dei principii pratici,  certo dev'essere stato affinchè essi siano  messi in opera; e per conseguenza de vono produrre delle azioni conformi, e  non già un semplice consenso che li  faccia ricevere siccome veri. Confesso  che la natura ha dato a noi tutti il  desiderio di esser felici e una grande  avversione per la miseria. Son questi  dei principii pratici veramente innati, i  quali secondo la destinazione di ogni  principio pratico, hanno una continua  influenza sulle nostre azioni.  ..  L'os servanza dei contratti è certamenteuno  dei più incontestabili principii di mo rale. Ma se voi domandate a un cri stiano che crede alle ricompense e alle  pene future , per qual ragione devesi  tenere laparola, vi risponderà: Perchè  Dio, arbitro supremo della felicità e  della infelicità eterna, ce lo comanda. MORALE  Un discepolo di Hobbes dirà: che il  pubblico vuole che così si faccia, e che  Leviathan punirà i trasgressori. Infine  un filosofo pagano avrebbe risposto che  il violare lapromessa è cosadisonesta,  indegna dell'eccellenza dell'uomo, econ traria alla virtù, la quale inalza la  97  se ne troveràuno solo il quale abbia  sufficiente forza per sopportare il bia simo e il disprezzo continuo della so cietà in cui vive.  «Si dirà forse che poichè la co scienza ci rimprovera l'infrazione delle  regole morali, devesi inferirne che noi  natura umana al più alto grado diper fezione possibile. Da questi differenti  principii deriva naturalmente lagrande  diversità d'opinioni che siincontrano fra  gli uomini intorno a certe regole di  morale, secondo le differenti specie di  felicità a cui tendono.  Oltre le leg gi religiose e civili, v'è ancora lalegge  di opinione o di riputazione, che ci fa  essere morali. È chiaro che i nomi di  virtù e di vizio considerati nelle loro  applicazioni particolari sono costante mente attribuiti a tali o tali altre a zioni, che in ciascun paese e in ogni  società sono reputate onorevoli o ver gognose. Or chiunque si immagina che  l'approvazione e il biasimo non siano  dei motivi sufficienti per obbligare gli  uomini a conformarsi alle opinioni e  alle massime di coloro fra i quali vi vono,non parrebbe molto instruitonella  storia del genere umano, la maggior  parte del quale si governa principal mente, colle leggi della pubblica co stumanza. D'onde risulta che essi pen sano sopra ogni cosa a conservare la  stima di coloro che frequentano, senza  darsi molta pena per le leggi di Dio o  per quelle dei magistrati. Alle pene  che sono attribuite all'infrazione delle  leggi di Dio, alcuni, e forse il maggior  numero, non pensano seriamente; efra  coloro che vi pensano, molti sperano  di mano inmano che violano queste  leggi, che un giorno si riconcilieranno |  col loro autore! E quanto alle pene in- |  flitte dallo Stato, sperano sempre nel l'impunità. Ma non vi è uomo il quale  violando le consuetudini e le opinioni  di coloro che frequenta, ed ai quali  vuol rendersi accetto, possa evitare la  penadella loro censura e del loro dis degno. Sopradieci mila uomini, non  ne riconosciamo la giustizia e l'ob bligazione. Rispondo che queste regole  ci sono insegnate dall'educazione, dalla  compagnia che frequentiamo e dai co stumi del paese: e una volta stabilita  la persuasione della morale, lacoscien zanon diventa altro che l'opinione che  noi abbiamo della rettitudine morale  e della perversità delle nostre azioni,  secondo i principii appresi. Or se la  coscienza fosse una prova dell'esistenza  di principii innati, questi principii po trebbero essere opposti gli uni aglial tri, poichè certe persone fanno per  principio di coscienza, ciò che altre e vitano di fare per lo stesso motivo.    «Si trovano nella Mingrelia, scri veva Charpin citato da Buffon (Op. T.  10 р. 399), delle femmine bellissime,  che hanno un'aria maestosa e il porta mento ammirabile, e che spirano dagli  occhi una dolcezza che innamora. Por tano un abito simile a quello dellePer siane, sono civili e affettuose, ma per fidissime, e non vi è ribalderia di cui  non facciano uso per farsidegli amanti,  per conservarli o perderli. Gli uomini  hanno similmente molte cattive qualità.  Vengono educati al ladrocinio, e in MORALE  99  questo esercizio fanno consistere il loro | favore d'essere sepolti vivi, i figli più  impiego, il loro piacere e la loro glo ria. Raccontano con estrema soddisfa zione i loro furti, e vengono perciò lo dati universalmente. L'assassinio, il fur to, la menzogna sono per essi azioni  assai belle. Il concubinato, la bigamia,  e l'incesto vengono considerati come  abitudini virtuose. Gli uni rapiscono le  mogli degli altri, prendono senza scru polo la zia, la nipote, e la zia della  propria moglie; sposano due o tre don ne in una sola volta, e mantengono  quante concubine vogliono. Imariti mo strano pochissima gelosia per le loro  mogli; e quando le trovano sul fatto  con qualche galante, hanno diritto di  obbligarlo a pagare un porco; e nonsi  pigliano d'ordinario altra vendetta, e  mangiano fra loro tre l'animale. Pre tendonoche siaun costume assai buono  elodevolissimo quello di avere molte  femmine e concubine, mentre per tal  modo si procreano molti figliuoli, che  si vendono a denaro contante, o si cam biano con vestimenti e viveri. >  L'abbandono dei malati, quello dei  parenti troppo vecchi od infermi, è una  regoladella maggior partedei selvaggi.  Gli Esquimesi si prendono la cura di  costruire una tana di ghiaccio nella  quale li richiudono ancor viventi; ma  i Neo-Caledoni non si danno poi tanta  fatica. Scavare unafossa e gettarvi den tro ancor vivi i genitori decrepiti, od i  malati tediosi, è un procedere più spe dito e che la morale neo-caledone non  condanna. Il paziente d' altronde trova  questo trattamento affatto naturale; tal volta anche si prende la briga di sca vare da se stesso la sua fossa, e solo  domanda ai suoi parenti il lieve servi zio di un colpo di mazza. (De Rochas Nouvelle Caledonie.)  AViti (Lubbock- Les Sauvages  modernes d'apres Williams et le capi taine Wilkes ) se accade che i vecchi  genitori, sia per dimenticanza, sia per  un amore smoderato ed inconveniente  della vita, ritardino un po' troppo il  o meno dolcemente insinuano loro come  sia veramente tempo di farla finita;  dopo di che il seppellimento si compie  alla piena luce del sole, non senza so lenizzare lacerimoniaconunbanchetto,  al quale sono convitati i membri della  famiglia ed i genitori stessi. I mede simi Vitiani, allorquando muore un  personaggio di qualche importanza, han no l'abitudine di seppellire con lui le  sue donne predilette e qualche schiava,  che hanno però la cura di sgozzare.  Ghiotti oltre ogni diredellacarne umana,  questi isolani ingrassano gli schiavi per  mangiarli. Talvolta li arrostiscono vivi  per divorarli tosto; tal altra aspettano  agustare il cadavere fin che abbia rag giunto un certo grado di putrefazione.  A Viti ogni pasto officiale deve avere  un piatto d'uomo nella sualista, e mol to disdirebbe se ciò non fosse. Tenero  come l'uomo morto, è il più grande  elogio che si possa fare d'una vivanda  qualunque; e perciò la carne umana ha  un nome significativo: puabba balava,  ossia lungo porco.  OgniVitiano chesia ben allevato, fino  dalla sua infanzia ha appreso abasto nare la madre sua, e la sua maggiore  ambizione è d' arrivare fino ad essere  un grande assassino, ad acquistare, per  esempio, la meritata considerazione di  cui godeva Ra Undre-Undre capo dei  Raki-Raki, che potevagloriarsi di aver  mangiate novecento persone da solo,  senza permettere a chi si fosse di pren dere la sua parte. I Vitiani d' altronde  sono intelligenti, assai cerimoniosi, indu striosi e d'una squisita politezza.  Nella NuovaCaledonia troviamo dei  gusti e dei costumi analoghi. I quaranta  o cinquanta mila individui che abitano  questa fertile isola, trascorrono la loro  vita nello scannarsi reciprocamente, so vente, senza altro motivo che il deside rio d'aggiungere un pezzo d'uomo agli  ignami ed alle radici che costituisco no il loro abituale nutrimento. Di so lito è una tribù vicina che fornisce 100  MORALE  il miglior piatto delbanchetto, ma tut tavolta non è raro di vedere un capo  invitare gli amici a mangiare qualche  duno de'suoi servi. All' infuori del pa ziente, tutti trovano che è questa una  pratica assai semplice,legittima, ed an che gloriosa per il principe. Un capo  della tribù di Heinguène chiamato Bou rano messi a morte dai loro genitori.  Bougainville nel suo Viaggio intorno  al mondo, così parla della sua perma nenza all'isola di Taiti.  Ogni giorno,  >    Acciajo  >  Piombo>  12  Carta  13  Cartone>  14  14  Crine  15  Vermiglio  Paglia  16  15  Biondo  .  ecc  .  Bronzo  .  >  Nove  Dieci  11  Fante  12  Dama  Re  .  ecc  Leone  12  Anna  .  ecc  PAESI  OGGETTI  Italia  Alfonso  Fazzoletto  Spagna  Temperino  Svizzera  Camillo  Inghilterra  Francia  Berta  Moneta  Elisa  Ciondolo  Ventaglio  Alberto  Occhiali  Anello  Adriana  Chiave  11  Suggello  Catena  .  ecc  Germania  Prussia  Russia  Turchia  Belgio  .  ecc  MAGNETISMO  135  ecc  ecc 136  MAGNETISMO ANIMALE  Per meglio intendere la cosa, fac ciamo un breve esperimento.  Noi  siamo in una brigata di parecchie per sone delle quali conosciamo perfetta--  mente il nome, ed a cui abbiamo già  fatto riferire un numero per distinguer le. Dopo brevi passi magnetici, la no stra sonnambola sbadiglia alcun poco,  socchiude gli occhi e ci fa la grazia di  addormentarsi. In questo esperimento  si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga.  Ma essi agiscono con una chiave più  complicata, anche con segni non vocali,  come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi.  Dopo aver reclamato dall' adunanza il  silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo  l'azione.  D. Vi sentite in istato di completa  lucidità?  R. Mi pare di poter soddisfare al  vostro desiderio, tuttochè mi senta abdiglia alcun poco,  socchiude gli occhi e ci fa la grazia di  addormentarsi. In questo esperimento  si può bendare gli occhi alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga.  Ma essi agiscono con una chiave più  complicata, anche con segni non vocali,  come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi.  Dopo aver reclamato dall' adunanza il  silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo  l'azione.  D. Vi sentite in istato di completa  lucidità?  R. Mi pare di poter soddisfare al  vostro desiderio, tuttochè mi senta abbattuta. Vi prego perciò di non affati carmi troppo.  D. Terrò conto della vostra racco mandazione.  Intanto VEDIAMO se sapreste dirmi il  colore di questo oggetto ?  R. È bianco.  D. GUARDATE qual' è la sua forma.  R. Quadrata.  R. Elisa.  D. ORA ditemi qual mano vi ha mo strato  R. La sinistra.  D. GUARDATE quante dita ella alza.  R. Quattro.  D. E ADESSO quante ?  R. Soltanto due.  D. VEDIAMO che forma ha l' oggetto  che tiene in mano Camillo.  R. Rotondo.  D. POTRESTE voi dirmi che cosa sia?  R. Una moneta.  D. INDICATENE il metallo.  R. D' argento.  D GUARDATE bene in qual paese fu  coniata.  R. In Inghilterra.  D. POTRESTE dirmi a qualmano Elisa  ha posto l' anello che poc' anzi vi ha  mostrato?  R. Alla sinistra.  D. VEDETE a qual dito.  R. Al pollice.  D. ADESSO ditemi a qual falangedel  pollice.  R. Alla seconda.  D. DESIGNATE la persona che mi ha  dato un libro.  R.Alberto.  D. VEDIAMO- ORA- PER FAVORE a  qual pagina io apro il libro.  R. Alla pagina 190.  D. GUARDATE-ADESSO quest' altra pa D. ORA ditemi quale oggetto ha in gina.  mano Camillo.  R. Un anello.  R. Ad Elisa.  R. É la pagina 42.  D. Vi sentite abbastanza lucida per  D. INDICATE a chi appartiene l'anello. leggere?  R. Ohimè! vi ho già detto ch' era  D. PROCURATE di sapermidire a chi abbattuta. Di grazia, non vogliate dun Camillo lo ha consegnato.  R. A Giorgetta.  D. ADESSO ditemi con qual mano  Giorgetta lo ha preso.  R. Colla destra.  que stancarmi troppo.  D. Eppure bisogna che questi si gnori abbiano un saggio della vostra  chiaroveggenza  ...  Lo voglio!  R. Concedete almeno che legga una  sola lettera per volta  D. VEDETE ADESSO di che cosaè l'og getto sul quale essa pone quell'anello ? | questo esperimento mi affatica.  ...  R. Lo vedo è di carta.  D. INDICATE lapersonache vi mostra  una delle sue mani.  sapete che  D. Sia. NOMINATE la prima lettera di  questa parola.  R. (Dopo alquanto spasimo) è un C. MAGNETISMO ANIMALE  D. VEDIAMO la seconda.  R. È un A.  D. VEDIAMO PROCURATE di dirmi la  137  Unbravo magnetizzatore ha bisogno di  comunicare il pensiero senz'uopo di ri petere sempre le domande sopra una  terza.  R. È unR.  chiave troppo limitata e che a lungo  andare potrebbe essere avvertita; e  D. VEDIAMO ancora, GUARDATE I' ul- prestigiatori Castagnola e Sisti che si  tima.  R. È un O.  D. Benissimo. Tutti possono vedere  che qui è scritta la parola Caro. Ma  basta per la lettura. Passiamo ad altro  esperimento. PROCURATE di dirmi quante  carte ho in mano.  R. Sette.  D. VEDETE chi me ne prende una?  R. ÉAlfonso.  D. NOMINATE questa carta.  R. É il tre.  D. BENE. E quale?  R. Il tre di picche.  D. (agli spettatori). Ora io debbo  incaricarono di sbugiardare il magneti smo, produssero con un semplice giuoco  di memnotica, fenomeni tali di trasmis sione di pensiero, da rendere attoniti e  increduli gli stessi spettatori.  Il lato mirabile del giuoco, è quello  di indovinare il nome e l'uso e la for madi quei piccoli oggetti chegli spet tatori, d'ordinario, presentano in simili  circostanze, e di indovinare sopratutto  senza uopo, per parte del magnetizza tore, di dovere ad ogni volta variare la  domanda.  Al caso si può provvedere in due  modi: coi segni, o colla voce; ma me chiamare l' attenzione sopra un esperi- glio ancora con gli uni e con gli altri  mento difficile e che non potrebbe rin novarsi spesso senza molto affaticare il  soggetto. La mia sonnambola leggerà  un numero in cifre  ...  Chi avrebbe  la compiacenza di scriverlo sopra que sta carta?  ...  la signora  Benis simo ( alla sonnambola ) VEDIAMO, PO ...  TRESTE- ORA  PER FAVORE INDICARE  la cifra che la signora ha scritto su  questa carta?  R.(Dopoqualche sforzo) sono stanca,  non lo posso.  D. Eppure lo voglio!  R. È il numero 15,906.  Come ognunvede, il giuoco si riduce  aben poca cosa, ad un artificio sem plice, ed è davvero gran motivo di me raviglia che a cose tante dozzinali pre  stino ancor fede gran parte degli uo mini. Egli è pur forzaconvincersi, dopo  un certo numero di esperimenti, che  tutti i fenomeni di magnetismo si ridu cono a questo segreto. Veramente, la  tavola memnotica può essere cambiata  all'infinito. Quella che io ho dataè, co medissi, elementare, e l'esperimento con  essa non potrebbe impunemente ripe tersi senza pericolo d' essere scoperti.  insieme. Tutto l'arcano sta sempre nel  creare nuovi segni, o vocali o mimici,  che sieno abbastanza impercettibili per  sfuggire al più attento osservatore, e  questi poi non sono tanto difficili a for marsi, come può parere aprimagiunta.  Una vocale accentuata, una consonante  raddoppiata, un articolo premesso alla  domanda, bastano per dare un nuovo  numero. Un prestigiatore trasmetteva  alla consorte il nome di un oggetto,  senza che apparentemente mai cangiasse  il genere della domanda. All' altro  oggetto!- Tali erano le sole parole  che invariabilmente accompagnavano la  sua interrogazione. Ma quanti modi e  quante forme non ha la voce per pro nunciare una stessa parola? Infatti, per  il solo artificio della lingua, voi potete  dare a questa semplice domanda dieci  diversi significati, rappresentauti le disci  cifre, dalla cui combinazione possono  nascere tutti i numeri possibili.  Ν. Ι. L'altro oggetto  Dell' altro oggetto  All' altro oggetto  O l'altro oggetto  «2.  «3.  «4.  1 138  MAGNETISMO ANIMALE  Ed eccovi già, con unasemplice de clinazione, quasi quattro numeri. Non  occorre dire che gli articoli premessi, si  pronunciano rapidamente, quasi fossero  errori di lingua. Il quintonumero lo si  può comporre, per esempio, pronun ciando la rdella parola altro, col suono  francese, e per gli altri cinque, neces sari a comporre la decina, si raddoppia  la voce e si accentuano le sillabe. Con  questo mezzo voi trasmettete una sola  cifra, ma la combinazione dellaseconda  cifra può farsi con un altro alfabeto  tutto mimico. L'essere voltato a destra  piuttosto che asinistra, l'alzata dell'una  piuttosto che dell'altra mano, son tutti  segui che sfuggono all'osservazione de gli spettatori, ma che servono assai bene  alla sonnambula. Questa, infatti, ha già  studiato amemoria unaspeciale nomen clatura per la quale, al nome di ciascun  oggetto corrisponde un numero. E per chè il linguaggio dei segni non riesca  di soverchio intralciato per dover ri correre alla composizione di più nume ri, giova assai che i numeri siano di visi in parecchie tavole. Sicchè, il nu mero che, acagiond'esempio,viendato  colla voce si intenderà corrispondere,  poniamo, alla tavolaA, e quel che vien  dato col segno s'intenderà riferirsi al  numero speciale di quella tavola, equindi  al nomeche aquelposto vi si trova in scritto. Del resto, molti sono i mezzi  per comunicare il pensiero, ed è sem pre utile il comporre alfabeti di due o  tre sorta, pernon lasciarsi cogliere alla  sprovvista. Un magnetizzatore comuni cava il pensiero senza parola e senza  gesti: si poneva dietro alla sonnambola  ecolle braccia tese le inviavailpotente  suo fluido, sbuffando come un-mantice.  Chi avrebbe mai sospettato che egli  aveva composto un alfabeto sul sem plice modo della sua respirazione?  Per chi dunque voglia sinceramente  che l'osservatore siadotato diuna certa  penetrazione delle cose,diuna provata  esperienza e che sopratutto si trovi li bero da quegli impacci sociali,daquelle  deferenze, che d' ordinario in una riu nione di persone impediscono di dubi tare di tutto e di tutti, di non accredi tar fede all' altrui parola, di voler ve dere e toccare con mano ogni cosa, di  variare l'ordine degli esperimenti e di  volerli riprodotti in diverse circostanze.  Le arti dei magnetizzatori sonomolte e  varie e perciò la regolasicuraper isco prirle deveemergere, asecondadei casi,  dalla prontezza ed accortezza dell'osser vatore. Importanotareche ifenomenidel  sonno, della catalessi, dell' insensibilità  periferica dell' epidermide, del rallenta mento del polso e simili, non debbono  mai considerarsi come prove valide nella  questione. L'esercizio può produrre una  tensione de'nervi superiore all' ordina naria, e la semplice volontà di tendere  con forza i muscoli del braccio, può  rallentare la circolazione di quel mem bro. Talora anche si ricorre ad un cinto  di gomma elastica che circonda il brac cio sotto l'ascella, il quale con un  semplice movimento stringe le vene e  toglie il libero corso alla circolazione.  Io stesso sono riuscito con una gran  tensione dei muscoli e rallentando, per  quanto è possibile il respiro, a modifi care, se non a sopprimere del tutto, la  pulsazione di un braccio.  Fra-i fenomeni prodottidai magne tizzatori ve n'è uno che maggiormente  impone al pubblico, e che i magnetiz zatori tengono in serbo siccome l'espe rimento più adatto aridurre al silenzio  l'incredulità.  Sanno tutti che voglio parlare della  perforazione del braccio. I magnetizza tori sogliono in codesto caso trapassare  il braccio del supposto magnetizzato  con un lungo spillo d'oro, senza che il  paziente dia pur segno d' avvedersene,  e, cosa ammirabile, quand'eglino estrag gono dal foro quello spillo, non una  e senza idee preconcette esaminare i  così detti fenomeni del magnetismo a nimale, la buona volontà, se ne accer tino pure i lettori, non basta. Bisogna | goccia di sangue escedalla ferita. MAGNETISMO ANIMALE  Il pubblico che d'ordinario non sa  come si faccia quell' esperimento, ne  resta fortemente impressionato; le si gnore si coprono gli occhi per non ve derlo,e semai vigettanodi sbieco qual che occhiata, ne sono sì commosse, e  così leggiadramente atterrite, che guai  al malcapitato che in quel momento  139  mentre la gomma tende a distendersi  circolarmente intorno alla periferia, l'ago comprime bensì la parte rotonda dek  braccio, manon può piegarsi per ab bracciarne tutta lacirconferenza; d'onde  quel leggero stiramento della gomma  ches'increspa sui puntiestremi d'immer tentasse di disilluderle intorno al ma gnetismo.  Comepotranno esse persuadersi che  quell' esperimento che riesce sempre, e  sempre impone, non è gran fatto dolo roso, come generalmente si crede, eche  non occorre poi di essere magnetizzati,  nètampoco catalettici per sostenerlode gnamente?  Madacchè sono sull'argomento, vo glio pur persuadare i miei lettori, che  in tutto cotesto apparato d'insensibilità  non vi è cosa alcuna che veramente  meriti la loro sorpresa, dacchè il foro  non trapassa guari il muscolo del brac cio. Il magnetizzatore prende destre mente tra l'indice e il pollice la pelle  dell' avambraccio, latira a sè, in guisa  che quel tessuto sommamente elastico  corre facilmente dai punti estremi della  periferia, al luogo dove ledita lo strin gono, e al tempostesso formando come  una piega l' allontanano dal muscolo.  Ed èlàdove le dita tengono quel ri piegamento della pelle, il quale non è  più grosso di un mezzo centimetro,che  il magnetizzatore immerge l'ago da  sione e d' emersione. E appunto questo  leggero increspamento, che sempre si  osserva sulle persone così operate dai  magnetizzatori, come purelostudio che  questi pongono di volgersi in maniera  da non essere veduti dal pubblico nel  brevissimo momento in cui fanno de stramente quella operazione, mi con dussero nel convincimento che lo spillo  si immerge soltanto nella pelle, corre  tra il muscolo e il derma, e se n'esce  ancora dalla pelle senza avere offesa  alcuna parte sensibile. Cosi spiegata la  cosa si capisce subito la ragione per  cui da queste ferite, per solito, non e see mai sangue, o una goccia al più.  Salvo quei pochi e sottilissimi vasi san guignichesononelderma,nessuna vena  resta offesa, e la tensione del braccio  che viene alzato e tenuto immobile in  una finta calessi, lo spillo lasciato im merso per alcun tempo onde tutti gli  spettatori lo vedano e il sangue leg germente e internamente si raggrumi,  sono motivi che dovrebbero farci mara vigliare che dalla ferita sortisse sangue,  piuttosto che del casoopposto. Non ab biamoforsepiùdi unavoltaincertipaesi  veduto ai giovani vitelli e agli agnelli,  vivi ancora,tagliare la pelledelle gambe  posteriori presso l' unghia, estrarne i  tendini e con quelli attaccarli vivi col  parte aparte. Quindi, abbandonata la  pelle, quella ritorna al suo posto, la  piega si distende sopra l' ago e lo co pre quasi interamente,dimanierachè, ad  operazione finita, par che l'ago sia pas- | capo abbasso, acciocchè dalla ferita che  sato attraverso al braccio. Egli è come  se si stringesse fra le dita la manicadi  un vestito di gomma elastica. La gom macede, si allontana dal braccio e in  quel sottilissimo strato che resta fra le  dita si può immergere unospillo. Quindi  se la gomma vieneabbandonata, si di stende, comprime lo spillo contro il  braccio e là dove sono ifori forma due  lor si farà al collo più facilmente ne  sgorghi il sangue? Ebbene, spesso ho  veduto che da questi tagh, sempre ab bastanza ampi per poterne estrarre i  tendini, nonusciva goccia di sangue, o  tutt' al più rosseggiavano i margini  della ferita; e nel laboratorio fisiologico  del prof. Schiff, ho poi provato più di  unavolta aforare la pelle di un cane  vivo eterizzato senza che laferita, fatta  Ita  piccole crespe, cagionate dal fatto, che 140  MAGNETISMO ANIMALE  nel modo che si èdetto, accennasse pur  anche a rosseggiare. In conclusione, se  si pensa che i tessuti vivi trapassati  dallo spillo non presentano in com plesso un diametro maggiore di tre o  quattro millimetri, si capirà facilmente  che il dolore cagionato da quella ope razione deve essere ancora inferiore a  quello che si prova nell'innesto del va iuolo; e che perciò non occorre proprio  di essere magnetizzati per poterla so stenere senza presentare tracce visibili  di esteriore sensazione.  Orcotestoesperimento,fatto e rifatto  in privato, mi capitò appunto l' occa sione di ripetere in pubblico nell'estate  dell'anno 1875, quando una sfida vera mente singolare era stata bandita a  Firenze dal magnetizzatore Zanardelli.  In quella occasione ho pubblicamente  eseguita la perforazione del braccio  senza bisogno di ricorrere al magne tismo. Lo spillo d'oro adoperato era  lungo bennove centimetri; la distanza  fra il puntod'immersione e quello d'on deusciva dalla pelle eradi sei centi metri, sicchè sembrava che il braccio  fosse interamente perforato poco al di  sopra del suo diametro. Il dolore della  ferita, per quanto mi assicurò il prof.  Golfarelli, che gentilmente si prestò  come paziente , non fu maggiore di  quello che potrebbe recare una sem plice puntura cutanea, è dopo l' opera zione, nè nei giorni successivi, ebbe a  soffrire il più leggero incomodo. Ben si  vede dunque che una operazione fatta  in queste condizioni non può gran che  spaventare le nostre finte sonnambole,  e che se l'amore per laverità può  spingere gli uomini onesti a sopportare  ben di buon grado il leggero incomodo  di quella puntura, l'avidità dell'interesse  può renderlo sopportabilissimo a coloro  che si fanno credere magnetizzati.  Quando isignorimagnetizzatori siano  posti in condizioni che escludano ogni  possibilità di simulazione o di allucina zione, tosto tutte le meraviglie magne tiche scompajono, e il preteso fluido,  nonchè essere inetto a generare lachia roveggenza, è eziandio impotente apro durre qualsiasi apprezzabile effetto.  Fu questa conviuzioneche indusse la  Società dei Razionalisti di Firenze a  pubblicare il seguente concorso ma gnetico:  «La Società dei Razionalisti di Fi   (Wolf. Ontologia § 57 e 101.)  Io convengo pienamente con Wolf  che l'impossibile è nulla; ma sostengo  ancora che è nulla anche il possibile,  perciocchè ogni possibile che non sia in  atto, non esiste ancora, e ciò che non  esiste è nulla. Io ho un bel dire che  fra una mezz'ora possc sperare di avere  riempita questa pagina di fitta scrittura;  ma finchè quella scrittura non sia com parsa sulla carta, potrò io dire che  qualche cosa esiste? Il possibile è una  idea di pura relazione, e si riferisce al  fatti anteriori già osservati, che ci in ducono nella possibilità che fatti simili si  ripetano ; questa relazione non può dun que esistere senza la cosa a cui si rife risce. È la stessa distinzione che con vien fare per le funzioni in atto e quelle  in potenza. Finchè la funzione non si  estrinseca e diviene un fatto, non può  esistere. Io non posso dire che esista il  movimento di una locomotiva ferma,  sebbene sia possibile che si muova. So  bene che in potenza essa ha questa fa coltà di moto, ma finchè la facoltà non  si fa azione, moto non esiste.  Concludo che la nozione del possi bile, è nulta anch' essa, come quella  dell' impossibile. L'una e l'altra sono  dei puri concetti, e come tali esistono  subbiettivamente, solamente in quanto  ci rappresentano cose o fenomeni che i  sensi hanno percepito (possibile) o non  hanno mai percepito, e che perciò ri tengono impossibili.  Mi pare che Dumarsais definisca i  limiti del quesito nel seguente passo  del suo Trattato dei Tropi: « Gli og getti reali non sono sempre nella stessa  situazione: essi cambiano di luogo, spa riscono, e noi sentiamo realmente que sto cambiamento e questa assenza. Al lora accade in noi un' affezione reale,  per la quale sentiamo che non ricevia mo al un'impressione da un oggetto, la  cui presenza eccitava in noi effetti sen sibili: da ciò deriva l'idea di assenza,  di privazione, di nulla; di modo che,  sebbene il nulla sia in se stesso nulla,  questo vocabolo denota un' affezione  reale dell'intelletto ; cioè un'idea astratta  che noi acquistiamo coll'uso della vita,  nell'occasione dell'assenza degli oggetti  e di tante privazioni che ci recano pia cere o ci affliggono ».  Nullismo o Nihilismo. Dot trina dei buddisti, per la quale credono  essi che la suprema felicitá sia l'annien tamento del corpo e dello spirito; sorte  riservata ai soli beati, i quali cessando  di trasmigrare di corpo in corpo per OCELLO-LUCANO  dono lacoscienza di se stessi e si con fondono in Dio (v. BUDDHISMO).  175  rità oggidi perdute ; ma questa opinione  non ha altro fondamento che la ten Numero. Ciò che fu detto all'ar ticolo MATEMATICA, deve aver chiarita  la ragione per cui facilmente gli uomini  siano trascinati ad attribuire ai numeri  un valore simbolico che ad essi manca  assolutamente. Le operazioni che, gra zie all'aiuto dell' insegnamento tradizio nale, si compiono con grande facilità  mediante i numeri, e poi si riconoscono  esattamente corrispondenti alla realtà,  hanno fatto credere a molti che i nu meri non solamente fossero i simboli  dellecose, ma l'essenza delle cose stesse.  Di tal novero furono Pittagora e Pla tone, i quali introdussero nella filosofia  i simboli numerici, come se fossero per  se stessi dei principii propri a spiegare  le cose. Dei pregiudizi dei Pittagorici  intorno a questo argomento, così parla  Aristotile: >  (Matt. V 29,30). Nel suo vivo entu siasmo, Origene, interpretando alla let tera questo precetto, si recise le parti  genitali. La quale mutilazione fu ap provata da Demetrio suo vescovo. Ma  quando il nome e lafamadi Origene  lo fecero chiamare a Cesarea per inse gnarvi la scrittura nelle assemblee dei  fedeli, Demetrio cominciò ad essergli  contrario; e quando i vescovi di Cesa rea edi Alessandria lo ordinaronoprete,  Origene nel suo libro contro Celso  combattè le accuse che questo filosofo  epicureo moveva contro i cristiani; ma  il trattato di Celso essendo perduto,  nonci resta alcun mezzo per giudicare  il fondamento delle accuse, che dalla  confutazione  dalle citazioni di Ori gene; il quale se abbia sempre citato  fedelmente è lecito dubitare vedendo  com' egli descriva Celso, così accanito  nemico dei cristiani, e al tempo stesso  credente nei miracoli di Gesù.  Origene mort nel 263 in età di 69  egli disapprovò vivamente quella ordi- anni. Di lui così scrisse S. Gerolamo :  nazione, e disse essere Origene irrego lare, avendo commesso un omicidio so pra se stesso. Adund anche un concilio  contro Origene a cui fu intimato di  « Dopo gli Apostoli 10 considero Ori gene come il grande maestro delle  Chiese; l' ignoranza sola potrebbe ne gare tale verità. Io mi caricherei volen uscire d' Alessandria . L' ordinazione  vivamente combattuta da una parte e  con altrettanto calore sostenuta dai ve scovi di Alessandria e di Cesarea, ca giond molte turbolenze nella Chiesa, e  porse occasione a Demetrio di dimo strare gli errori dommatici che quel  dottore della Chiesa aveva introdotto  nel suo insegnamento.  Il Trattato dei principii contiene l'e sposizione delle sue opinioni religiose.  Secondo ogni evidenza Origene fu neo platonico. (v. NEOPLATONISMO). Platone  è il filosofo antico che ottiene le sue  maggiori simpatie, e nella sua filosofia  egli trova chiaramente annunciata la  Trinità. Le anime senza corpo egli non  concepisce; fuor di Dio egli non vede  che esseri in relazione colla materia,  dotati di corpo. Questo carattere della  teologia origenista ci rivela che l' idea  tieri delle calunnie di che gravato venne  il suo nome, purchè a tale prezzo io  potessi avere la sua scienza profonda  delle scritture ». Quantunque fatta da  un santo e da un padre della Chiesa,  non si può dire che questa dichiara zione sia molto ortodossa.  Origenisti. Coloro che fondan dosi sugli scritti di Origene, sostene vano che Gesù Cristo è figliuol di Dio  soltanto per adozione; che le anime e sistono prima di essere congiunte ai  corpi; che i supplizi deidannati avranno  unfine, eche i demoni stessi saranno li beratidallepene dell'inferno. Alcuni mo nacid'Egitto e di Palestina professarono  queste opinioni, le propugnarono con  pertinacia e furono cagione di gravi  scompigli nella Chiesa: ma vennero con dannati dal quinto concilio generale te nuto in Costantinopoli l'anno 553, e in OTTIMISMO  quellacondanna rimase avvolto lo stesso  Origene.  Erano allora gli origenisti divisi in  due sêtte; ma nell'una e nell'altra pro fessavano tutte le sentenze de'librid'Ori gene. I sostenitori della figliuolanza so 193  della grazia ha stabilito ilprincipio che  Dio non può operare che per la sua  gloria; d' onde conclude che Dio nel  creare il mondo lo ha fatto secondo  quell'ordine di cose che era più adatto  lamente adottiva di Gesù Cristo asseri vano altresì che nel giorno della risur rezione generale gli Apostoli sarebbero  fatti eguali aGesù Cristo; perciò furono  denominati isoscristi. Quelli che inse gnavano essere le anime umane esistite  innanzi all'unione coicorpi, furono detti  protocristi, voce indicante l'opinione che  sostenevano. Ignorasi donde sia venuto  aquesti il nome di tetraditi o infatuati  del numero quattro.  Non deesi confondere questo orige nismo con gli errori di un' altra sêtta i  cui partigiani vennero chiamati anch'essi  origenisti od origeniani da un Origene  loro capo, uomo affatto oscuro. Condan navano costoro il matrimonio ed asse rivano che qualunque più enorme atto  disonesto non è peccaminoso. I Santi  Epifanio ed Agostino che ricordano que sto sozzo origenismo confessano che  nessun motivo vi diede il celebre Ori gene, padre della Chiesa, ilquale, come  si sa, si tolse da se stesso le parti ge nitali per non cadere in tentazione (v.  EUNUCHI).  Osservazione.VediEsperimento.  Ottimismo. Sistema di chi af ferma che il mondo in cui viviamo è il  migliore dei mondi possibili; che Dio  stesso, sebbene sia onnipotente, non po trebbe farlo migliore di quel che è,  perocchè all'atto della creazione egli ha  appunto dovuto dispiegare tutta la sua  possanza per produrre opera degna della  sua perfezione. Malebranche e Leibnitz  furono i principali sostenitori di questo  sistema tutto teologico, col quale essi  intesero di confutare le obiezioni di  Bayle contro la provvidenza e l'unità di  Dio, dedotte dall'esistenza del male (v.  DUALISMO).  Malebranche nei suoi Dialoghi me tafisici e nel trattato Della natura e  amettere in evidenza le sue perfezioni.  Egli fonda quel suo principio, confron tando il sesto dei Proverbi, (XVI, 4)  con le parole di S. Paolo ai Colossesi  (I, 16) e ne deduce che Iddio, creando  il mondo,nonsolamente ebbe per scopo  l'ordine fisico e la bellezza dell' opera,  ma l' ordine morale e sovranaturale di  cui Gesù Cristo è, per così dire, l'anima  ed il principio, e che dispiega ai nostri  occhi i divini attributi assai meglio che  l'ordine fisico dell' universo: perciò a  voler comprendere l' eccellenza dell' o pera di Dio, non bisognaseparare l'una  dall' altra queste due considerazioni.  >  (Ici, N.º 10).   (N.° 10).  Éfacile vedersi che qui si ritorna  sempre alla solita petizione di principio.  Non si esamina se ' imperfezione del  mondo non derivi da ciò: che nessuna  intelligenza creatrice presiedette alla  sua formazione; sibbene si ammette già  a priori questa intelligenza, per con cludere che se essa ha scelto il mondo  comesi trova, è segno che questo mondo  è il miglioredei mondi possibili. Eppure  non sarebbe difficile concepire un mondo  migliore, ( v. ORDINE E PERFEZIONE ) e  alla onnipotenza di Dio non doveva es sere impossibile di farlo. Secondo l'opi nione di Leibnitz, è falso che sul nostro  globo la somma dei mali superi quella  dei beni. « Il difetto d'attenzione, dice  egli, è quello che diminuisce i nostri  beni, e bisogna che questa attenzione  venga in noi destata da una mescolanza  di mali.  >  egli sostitui quest' altra più precisa e  più conforme ai nostri bisogni: >  Dalla Grecia il panteismo passò nella  filosofia dei romani. Varrone, Plinio il  naturalista, i poeti Manilio, Lucano e  perfin Virgilio furono accusati di aver  partecipato a questa scuola. Virgilio, di cono, ci parla di Giove come padre di  tutti gli uomini e di tutti gli Dei; e  Cicerone facendosi storico delle dottrine  sparse nella sua patria, ci narra che  secondo queste dottrine « l' Essere ani mato, ricco di prudenza, e d'intelletto,  è stato generato (non creato) inmaniera  ineffabile dal Dio supremo ». Alquanto  più tardi gli stoici romani abbandonan do il panteismo per generazione, ab bracciarono quello per animazione. Lu cullo e Balbo, secondo Cicerone, eransi  dichiarati per il mondo animale ed ani La scuola eleatica è più esplicita. ❘ mato; e per il Dio anima del mondo.  Senofane considera Dio come Uno e La quale opinione Cicerone confutava 200  PANTEISMO  mettendo in bocca all' epicureo Vellejo | sospetti di averlo appoggiato. La sola  queste parole: « Il nostro Dio è per lo  meno felicissimo; mentre il vostro è so prafatto dalle occupazioni e sfinito. Im perocchè o Dio è il mondo medesimo,  e alloraniuna cosa avvi meno tranquilla  di questo Dio, obbligato continuamente  a rivolgersi intorno all' asse del cielo:  questo Dio non potrebbe essere felice,  perchè felice non è chi non ètranquillo:  ovvero Dio è mescolato al mondo per  animarlo e reggerlo, per vegliare al cor so degli astri, coll' occhio sempre vigi lante su tutte le terre e su tutti mari  perprocurare il bene e conservare la  vita degli uomini, ed allora voi conver rete che questo Dio è schiacciato sotto il  peso di tante sollecitudini e di tante no iose cure » (De nat. deor)  Nè pure il panteismo pittagorico ap pagava Cicerone, il quale meravigliava  che Pittagora ammettendo le anime u mane come tante particelle della divi nità, supponesse implicitamente un Dio  capace di soffrire e di essere lacerato  abrani.  È opinione accreditata che il pan teismo delle scuole greche sia passato  anche nella filosofia neoplatonica degli  alessandrini. Ma anche di questo pas saggio si hanno pochi indizi; e mag giori induzioni che citazioni. Bayle nel  suo Dizionario critico accusa Plotino di  essere panteista, perch' egli diceva che  ogni cosa pareva non essere infine che  una sola sostanza, la quale non ha di visioni, nè differenze che nei nostri con cetti. Noi non ne percepiamo che qual che parte solamente, le quali non po tendo abbracciare nel loro insieme tras formiamo in esseri reali. (Ennead. VI.  2, 3).  Anche B. Constant crede che mal grado la professione di fede deista dei  neoplatonici, quell' essere uno, esistente  realmente, quell' anima universale con tenente tutte le anime, quella materia  creata dalla forma e tutte le altre sot tigliezze di quei filosofi si avvicinano  troppo al panteismo perchè non siano  differenza, secondo Constant, era nello  spirito dell' epoca. Il panteismo che a veva condotto Senofane all' incredulità,  conduceva invece i neoplatonici all'en tusiasmo.  Anche parecchie sette del cristiane simo furono convinte di professare un  panteismo mistico. Sotto il dualismo di  Manete, alcuni hanno trovato una ten denza unitaria, per la quale i manichei  insegnavano che il mondo è una sola  anima che si comunica atutti gli esseri  animati; non tutta a tutti come si co munica la voce, ma dividendosi come  un' acqua distribuita in diversi canali.  Marcione e Carpocrate sebbene unitari,  anzi appunto perchè unitari, furono co involti nella stessa accusa; e dei gno stici fu detto che ammettevano un solo  principio eterno, dalquale emanava ogni  essere spirituale e materiale. Queste ac cuse hanno forse per fondamento una  soverchia generalizzazione. Ciò nono stante, bisogna credere che il panteismo,  o aperto o latente, fosse assai divul gato anche nei primi secoli del cristia nesimo, perchè i padri mettessero tanto  impegno nel combatterlo. Lattanzio lo  confuta nel libro De vita beatu (lib. VII);  e S. Agostino nel libro II De Genesi  (Cap. VIII) combatte imanichei, e nella  Città di Dio (lib. IV cap. XII) coloro  che dicevano che ogni cosa era parte  della divinità. Anche S. Crisostomo  e  dopo di lui Teodoreto nelle loro spie gazioni sulla Genesi confutarono l'opi nione di coloro che sostenevano essere  l'anima una parte della divinità.  Écosa singolare che il panteismo,  oggetto di tante censure da parte dei  padri, risorgesse poi nel seno stesso  della filosofia scolastica, essenzialmente  cattolica, e trovasse maestri e propu gnatori in Davide de Dinant, Almarico  e generalmente in tuttiirealisti (v. Sco LASTICA). Non è però soverchio avver tire che questi, più che filosofi, teologi,  nonfurono scientemente condotti alpan teismo, e che questo sistema filosofico PANTEISMO  s' induce come necessaria conseguenza  de' loro principii, piuttosto che essere  stato dichiarato da essi come profes 201  veramente non dice S. Giovanni che nel  principio era il Verbo e il Verbo era  Dio, che ogni cosa è stata fattaper esso  sione di fede.  Maggior fondamento ha l'accusa  fatta a Giordano Bruno, del quale così  parla il padre Ventura. >>  Hegel vuol invece che l'unità esista  nella sostanza; e la sostanza che sola  esiste, che sola pensa siaDio, il quale si  manifesta nel mondo finito.  Io ho appena accennatoleultime fasi  del panteismo. Ricaduto neltrascenden tale esso riproduce le solite antinomie  degli scolastici; senza averne la chiarez zae la potente dialettica, si aggira in  un circolo vizioso di parole mal defini te, e di continue equivocazioni.  Èdunque stretta giustizia il dire che  Spinoza fu l'ultimo vero panteista che  abbia fondato una scuola.  Papa. Il nome di papa, che signi fica padre, anticamente era dato dai  fedeli a tutti i sacerdoti; divenne in  seguito un titolo di dignitàpei vescovi,  efu in fine riservato al solo vescovo  di Roma, quando questi pretese il pri mato. Per i cattolici è articolo di fede  che San Pietro è stato capo del colle gio apostolico e pastore della Chiesa  universale; che il romano pontefice è  il successore di quel principe degli  apostoli » ed ha come lui potestà e  giurisdizione su tuttalaChiesa. Il Con cilio di Trento (Sess. VI de réform. C.  I. Sess. XI c. 7) ha espressamente de finito che il sommo pontefice è il vi cario di Dio sulla terra, ed ha la su (XVI, 18) ove è scritto che Gesù disse  aPietro: >   Dunque a Costanti nopoli piuttosto che a Roma i padri  del concilio riconoscono la giurisdi zione in grado di appello. Anche i  padri del Concilio generale di Affrica,  fra i quali si trovava S. Agostino, si PAPA  209  lagnarono col papa Celestino, perchè come alle altre Chiese d' occidente, e  aveva ammesso Appiario alla sua co- mandò lettere a Innocenzo, vescovo di  munione, mentre era stato escluso da| Roma, nello stesso tempo che scrisse  quella delle Chiese d' Affrica.  una serie di  considerazioni tendenti a rimettere in  dubbio l'esistenza di questo Dio ; delle  quali considerazioni ecco la sostanza.  Delle cose pensate noi dobbiamo co noscere la sostanza, la forma e il luo go, poichè nessuno potrebbe concepire,  p. e , un cavallo senza sapere chefi gura abbia, se sia corporeo o incorpo reo ecc. Ma intorno aDio i dommatici  non si accordano nè sulla sostanza, nè  sulla figura, nè sul luogo, giacché al cuni lofanno incorporeo, altri gli danno  corpo; chi lo pone fuori e chi dentro  il mondo: chi gli dà sembianze umane,  echi no. Ma dicono: e tupensa un che  di incorruttibilee beato, e argomen terai questo essere Dio. Ma alla guisa  chenonconoscendo Dio altri non può  pensare gli accidenti di lui; così poichè  ignoriamo la sostanza di Dio, non po tremo immaginare gli accidenti a lui  propri. Ma quando pure Dio fosse im maginabile, non potrebbe tuttavia di mostrarsi. Poichè la dimostrazione  chiara od oscura. Ma se la dimostra zione di Dio fosse chiara, tutti l'ammet terebbero, poichè in tal caso la cosa  dimostrata si concepisce insieme alla  dimostrazione, e perciò anche si intende  con essa : se la dimostrazione è o scura, ha bisogno di altra dimostra zione per essere dimostrata, la quale  non può essere chiara, perchè in tal  caso non sarebbe più oscura, ma chiara  l'esistenza di Dio: nemmeno può essere  oscura perchè una dimostrazione oscura  non può chiarirne un' altra oscura.  Infine si adduce l'obbiezione più formi dabilenella esistenzadel male,obbiezione  che fu poi sostenuta dai manichei e  da Bayle. Chi afferma esistere Dio, o  dirà ch'ei provveda alle cose del mon do, o che non provvede: e se provvede,  sarà o a tutte o a talune. Masedi tutte  e' pigliasse cura, non sarebbe nelmondo  verunmale, nè alcuna cattiveria: ma di cono che tutto sia pienodi male, dun que non si avrà a sostenere che Dio  abbia cura di ogni cosa. Che se ei ne  cura alcuna soltanto, perchè a queste  provvede, a quelle no? In fatti, o egli  vuole può atutte provvedere ; o vuole  e non può; o può e non vuole: o non  può e non vuole. Se volesse e potesse,  avrebbe cura di tutte; ora ei non prov vedeatutto (secondo che dicemmoinnan zi), dunque nonvuole e non può a tutto  provvedere. Se ei vuole, e non può, desso  è più debole della cagione per cui non  può provvedere alle cose di cui non si  cura; ma è contro il concetto di Dio  che ei sia più debole di altro. Se può  curarsi di ogni cosa e non vuole, è da  reputarsi invidioso. Se non vuole yè  può, è invidioso e anche debole; e il  dire ciò intorno a Dio è proprio degli  empii.  Alle cose del mondo non provvede  dunque Iddio: e se egli non ha cura  veruna e non esiste opera di lui, nè  effetto: nessuno può dire inquale modo  comprenda l'esistenza di Dio, poscia  ch'ei non appare da sè e non si com prende per alcuno effetto. Anche perciò  è dunque incomprensibile se Dio esista.  Concludiamo, da siffatte avvertenze, che  coloro i quali dicono asseverantemente  che Dio è, sono costretti ad empietà;  che se lo dicono provvidente ad ogni  cosa, portano Dio ad essere cagione dei  mali; selo dicono curante di alcune  cose o di nessuna, sono costretti am mettere un Dio o invidioso o debole ;  tali sentenze si conoscono proprie degli  empii.  Così del pari il pirronismo rima ne indifferente fra il bene e il male,  nè afferma o nega che causaci sia, o  movimento o quiete ecc. Che alcune  volte non introducanei suoi giudizi dei PITTAGORA  veri sofismi, non può negarsi; ma nè  manco è giusto affermare, come alcuni  hanno fatto, che il pirronista abbia ap preso dai sofisti tutta la scienza del  dubbio. La maggior parte degli argo menti dei pirronisti convengono piena mente agli scettici d'oggidì, e se tutto  lo scetticismo consistesse nel negare  che intuizione vi sia dell'assoluto, si  apporrebbe al vero. Ma dalle cose as 267  il nulla. Più che diversità di principii, tra  lo scettismo dell'Accademia e quello di  Pirrone, vi è diversità nelle conseguen ze; giacchè gli accademici se sospende vano il loro giudizio intorno a molte  cose, non erano per questo indifferenti  solute alle relative ci è grande diffe renza, come non si può argomentare,  dalla differenza dei gusti e delle aspi razioni alla felicità, che cosa buona non  vi sia. Buona per tutti forse no; mada  coloro a cui piace o a cui reca sollievo  perchè non si dirà buona? E perchè i  sensi talora ingannano, nè tutti perce piscono le cose nel modo stesso, si do vrà negare ad essi ogni fiducia? Non  pronunciamo mai sentenze assolute, ma  relative solamente al nostro giudizio, ai  nostri sensi; non pretendiamo di intuire  le essenze, nè di comprendere l'infinito  eallora saremo nel vero. La relatività  delle nostre conoscenze e dei nostri  giudizi bastano per la vita pratica e  per la nostra felicità Prendiamoqueste  cognizioni relative come se fossero as solute e regoliamoci con esse, nè pre tendiamo di tenere ognora e per tutto  sospeso il nostro giudizio, poichè una  sospensione siffatta non è nella natura  nostra, nè possibile ad applicarsi nella  vita pratica. È una contraddizione del  pirronismo quella di presentare il dub bio come uno stato fermo, costante, che  rappresenta il perfetto equilibrio, il ri poso della volontà e il supremo bene.  Questa condizione non può condurre  che all'indifferenza perle cose del mon do; e lapersuasione dell'impotenza no stra a spiegare checchessia, deve as sopire la nostra intelligenza in un mor tale letargo. Questo stato dell'animo è  la morte e non la vita; e la indifferenza  di Pirrone per i dolori fisici così come  per i morali, non è certol'idealedella  vita, nè la vera felicità. L'assenza del  dolore, e del piacere non è la felicità, è  alle cose del mondo, ma stimavano con veniente fra le controversie appigliarsi  alle più probabili, quali erano percepite  dai sensi ( v. PROBABILITÀ).  Pittagora. Lavita di questo fi losofo si perde nella favola, tanta è  l' incertezza dei documenti che l'anti chità ci ha trasmessi intorno a lui.  L'anno della sua nascita è molto con troverso: Lloyd la poneva nel 585 a.  G. C.; Dodwell nel 568, o nel 567;  Freret nel 580. Non si sadel pari con  certezza il luogo ove nacque; ma i più  ritengono che l'isola di Samo gli abbia  dato i natali. Suo padre eratrafficante,  l'associò per tempo ai suoi viaggi e gli  procurò una educazione distinta. Cre sciuto in età, secondo le abitudini del  suo tempo, prese a fare alcuni viaggi  di studio, a solo fine di abboccarsi co gli uomini più illustri e visitare i luo ghi che la fama indicava come quelli  che erano più innanzi nella civiltà.  Abitò lungamente l'Egitto e l'Asia Mi nore, e vi fu chi lo mandò fino nell'In dia e nella Persia, sicchè dicesi che vi  apprendesse l'astronomia, la medicina e  la geometria, la quale scienza egli in segnò appena tornato in patria. Da  Samo passò quindi nellaMagna Grecia;  ma Porfirio e Giamblico lo fanno prima  successivamente immigrare in tutte le  isole della Grecia per propagarvi la  scienza misteriosa che essi suppongono  che abbia appreso dai sacerdoti egizi.  Finalmente verso l' anno 410 a, G. C.  formò stanza a Crotone, città del golfo  di Taranto, nella Calabria che allora,  per le Colonie greche che l' abitavano,  veniva detta Magna Grecia. Di costumi  austeri, frugalissimo e amante della so litudine, non tardò a suscitare quella  viva curiosità che è foriera della fama.  In breve e giovani e vecchi accorsero 268  PITTAGORA  a sentire la sua parola, e tanto fu l'au torità che acquistò anche tra i primati,  che più e più volte fu richiesto di con siglio intorno alla cosa pubblica. Ai  giovani, a' vecchi alle donne insegnava  le virtù private, parlando in pubblico  e più specialmente nei templi, come  per dare ai suoi precetti il carattere  sacro della religione. Ma le passioni  non tardarono a scatenarsi contro di  Jui, e la persecuzione che accanì contro  la sua scuola pare che facesse anche il  filosofo sua vittima verso l'anno 500.  Da chi e perchè quella persecuzione fu  suscitata ? Niuno sa dirlo. Si citano la  vendetta e l' invidia per spiegarla, ma  qual sarebbe stato il movente di queste  passioni? Diogene Laerzio così raccon ta:  Era entrato nella casa di Milone  co'suoi compagni, quando uno di coloro  che egli non volle accettare fra i suoi,  bruciò la casa. Altri dicono che i Cro tonesi per sospetto e per paura di do ver soffrire la sua tirannia lo piglia rono mentre fuggiva l'incendio e l'uc cisero con alcuni de'suoi discepoli. Di cearco narra che Pittagora fuggì nel  tempio delle Muse a Metaponto, ed es sendovi rimasto per quaranta dì senza  nutrimento però d' inedia. Eraclide nel  compendio delle vite del Satiro rac conta che Pittagora dopo avere inual zato un monumento in Delo sulla tom ba di Terecide suo maestro, ritornò in  Italia, pervenne al Metaponto ed ivi,  stanco di vivere, si lasciò morire di  fame. Ermippo dice che essendo in  guerra quei di Agrigento con i Siraçu sani, venne Pittagora con i compagni  d'Agrigento a dare aiuti ; ma essendosi  volti a fuga i suoi, egli ricoverò in un  campo di fave, le quali volendo schi vare, siccome sacre, fu preso dai Sira cusani e fatto morire ».  La famadi Pittagoracome filosofo,  è certamente superiore ai suoi meriti.  Inclinato alla contemplazione mistica,  egli ama il mistero, e si compiace di  creare una dottrina arcana, l' immenso  successo della quale e certamente do vuta alle molte difficoltà che gli uo mini avevanod'intenderla. A somiglianza  dei sacerdoti del paganesimo, instituì  un doppio insegnamento: quello che egli  indirizzava alla generalità degli ascol tatori, e quello riservato ai pochi eletti.  Aveva fondato un istituto col quale i  conventi del cristianesimo hanno moita  analogia. Gli allievi vi erano assogget tati a lunghe prove, e passavano per  gradi successivi proporzionati al loro  ingegno e alla loro virtù. Era una  sorta di iniziazione sacerdotale, una vita  mistica, la quale si è sorpresi di vedere  lodata anche da molti moderni, pedis sequi copiatori delle glorie pittagoriche.  Gli allievi dell'Omachoion, nome dato  all' istituto pittagorico, e che vale udi torio comune, mettevano in comune i  loro beni e coabitavano insieme con le  loro tamiglie, tutti restando sottoposti  alla stessa regola. Vestivano una to naca bianca e alternavano le occupa zioni fra lo studio, la lettura dei poeti,  la ginnastica, i sacrifizi e le cerimonie  religiose. Dai loro pasti era bandita o gni specie di carne: le uova, il vino,  e ognispecie di bevanda alcoolica era  loro interdetta . Anco le fave dicesi  che avessero in orrore perchè rappre sentano le parti sessuali della fem mina; ma altri lo negano e tengono  ciò per una favola. Fatto è che Pitta gora raccomandava a tutti l'uso dei cibi  vegetali, escludendo le carni e il pesce,  come sacri agli Dei, non essendo conve niente, diceva, che la stessa imbandigione  comparisse sulla mensadivina e su quella  degli uomini. Voleva ancora in tal ma niera abituare gli uomini alla sobrietà  e al facile vivere; acciò sempre avessero  apparecchiati i cibi senza bisogno di  cuocerli. Ma più che altro, mi par che  questa prescrizione sia stata tolta dal l'India (se è vero che Pittagora vi sia  andato) dove in grazia della metempsi cosi i bramini hanno orrore del cibo  preparato con ogni cosa che viva. In fatti, Laerzio nella fine della sua vita  di Pittagora, così l'apostrofa: « Non tu PITTAGORA  solo ti sei astenuto dagli animati. Dim mi, o Pittagora, chi è che mangi ani mali animati. Ma ben io mangio arro sto, o lesso, o salume, dai quali ormai  l'anima è sfuggita. Così era savio Pit tagora chè ei non voleva gustare le  carni, perchè diceva ciò esser peccato:  io lodo, ch'egli, astenendosi, ai compa 260  (ossia nella proporzione di otto a sei) :  o secondo la quinta perfetta (diapente)  o di una volta e mezza tanto (ossia  nella proporzione di nove a sei); o  giusta il suono d'ottava (diapason) o del  doppio (ossia nella proporzione di do dici a sei).   tanto contagioso; e chi nell' Italia  Comte ha molto giustamente fon data la nuova scienza sui tre diversi  modi dell' arte di osservare; vale a  dire l'osservazione pura, lo sperimento  e il metodo comparativo. Ma non è già  nel metod  o ch'io trovo manchevole la  sociologia ; sì nei mezzi stessi d'investi gazione. Il maggior numero delle vere  cagioni delle cose ci sfugge inosserva to: noi vediamo le cause apparenti e  immediate dei fenomeni sociali, e spesso  anche su queste ci inganniamo. Con  elementi così scarsi e così poco sicuri  come mai si può pretendere di costi tuire una vera scienza, una scienza sin tetica che sia, per così dire, il com plesso di tutte le altre? Come preten dere di rivelare le varie cagioni dei  fenomeni sociali, quando noi stessi ci  inganniamo sui veri motivi per cui ta lora siamo determinati nei nostri atti, e  se dubitiamo perfino se siamo liberi o  necessitati? L'esperimento non è mezzo  che possa applicarsi alla produzione  dei fenomeni sociali, e il metodo com parativo fra fenomeni prodotti in tempi  diversi, sotto l'impero di diverse circo stanze e da uomini diversi è un rime dio tutt'altro che adatto a correggere  i nostri giudizi. Diciamo dunque ad drittura che la sociologia, come scienza  sintetica ed esatta, è impossibile, avve gnachè suppone la conoscenza di cause  infinite, ciò che implicherebbe la pos sibilità di conoscere il passato e il fu turo data la conoscenza di un solo  punto della storia (v. CASO). Ma poichè  tutte le nostre cognizioni attuali e 1  288  POSITIVISMO  probabilmente anche tutte quelle che  potremo acquistare nell' avvenire, non  sono tali da lasciarci prevedere le sorti  di una battaglia, l' esito di una intra presa, o l'abbondanza dei raccolti di  una contrada, non è temerità il dire  che la sociologia già fin d'ora è con dannata a non essere altro che una  raccolta di fatti storici, una scienza  numismatica piuttostochè una scienza  sperimentale e di previsione. Ed è, in fatti, entro questi soli limiti giàdetermi nati e precorsi dalla filosofia della sto ria che finora è rimasta compresa la  Sociologia positiva. Essa si è limitata  ad esporre ed a considerare come un  semplice fatto dipendente dalle condi zioni stesse del nostro organismo e del  mondo in cui viviamo, la successiva  trasformazione dello scetticismo in po liteismo e monoteismo, per giungere  al presente stato metafisico: tutto ciò  era stato detto, e la sociologia con  questa esposizione storica nulladi nuovo  ci ha finora rivelato , salvo il coro namento dello stato moderno o meta fisico, mediante l'avvenimento della fi losofia positiva.  La sociologia costituisce la prima  parte della filosofia morale. La seconda  parte è costituita dalla morale positiva  propriamente detta, o religione positi va, detta altrimenti religione dell'uma nità. È il secondo periodo della filosofia  di Comte e quello che segna anche la- sua, decadenza. Dopo avere gettate le  fondamenta di una filosofia, alla quale,  se non altro, non si poteva negare il  nome di veramente positiva, Comte si  è compiaciuto di rifare il suo lavoro  per dargli una apparenza teologica, a busando in manierafin qui non mai ve duta del senso delle parole.  Bichat, Cabanis , Giorgio Leroy ed  infine Gall, a parere dei positivisti  hanno gettatole fondamenta della teoria  dell'anima. L'anima esiste ; è dotata  di diciotto facoltà elementari, o, per  meglio dire, sidecompone in queste di ciotto facoltà, la cui enumerazione af fatto inutile ed arbitraria non giova  riprodurre. Basti dire che l'anima, com posta di cuore e spirito, si suddivide  poi in quattro facoltà: nel cuore pro priamente detto, nel carattere, nell' e spressione e nelconcetto.Del resto, tutte  queste facoltà, anche quella del cuore,  sono, con molta disinvoltura, collocate  nel cervello ; dimodochè non si sa poi  bene se lo spirito stia nel cervello o se  ne sia solamente la funzione. Il padre  del positivismo ha avuto anche il torto  di localizzare nel cervello le facoltà no stre e le nostre tendenze, ed è così ca duto nei soliti errori dei frenologi ( v.  FRENOLOGIA).  Il fondamento della morale positivi sta è l'altruismo, che essa costantemente  contrappone ai così detti istinti del no stro egoismo. Vivere per gli altri è la  sua divisa, come è regola fondamentale  della sua morale personale: non fare  cosa alcuna che non si possa confes sare. Il positivismo dichiara che una  religione è necessaria, non già nel co mune senso che si suol dare a questa  necessità, per dirigere le masse, le donne  ed i fanciulli; ma una religione per tutti,  per gl'ignoranti come per i dotti, da  tutti ammessa, da tutti volontariamente  riconosciuta perchè fondata sulla verità.  Ma ogni religione ha bisogno di un  culto, e la religione positiva deve pure  avere il suo. Quale sarà il soggetto  dell'adorazione di questa religione non  rivelata? La rivoluzione francese aveva  adorata la ragione, cosa buona in'sè,  dicono i positivisti, mapericolosa, per chè conduce all'orgoglio e all'egoismo;  meglio dunque vale adorare il cuore, e  mantenere il culto di tutte le affezioni,  il culto dell'avvenire; ecco il culto del l' Umanità, non inventato, dicono, ma  scoperto dai positivisti. « L' Umanità,  dice Longchamp nel suo Saggio sulla  preghiera positivista, l' Umanità non è  già la specie umana e non comprende  l'universalità degli uomini. L' Umanità  è la memoria dei mortiche inspirano e  guidano i viventi, è l'insieme di tutti i POLITEISMO  grandi pensieri, di tutti i nobili senti menti e di tutti grandi sforzi, riferiti a  un solo e medesimo essere, l'animadel  quale è costituita daquesti grandi pen sieri e il corpo dal complesso di tutti  i viventi ». Solamente coloro i quali  hanno lavorato per il benessere dell'u manità possono sperare di essere im mortali e di vivere per sempre nella.  289  le sue preghiere. La preghiera non é  una domanda, ma una preparazione ed  una eccitazione all'affetto, la rimembran za rinnovata dei benefici ricevuti. Non  si può chiedere al Grande Essere che  un nobile progresso morale, senza ac crescimento di ricchezza materiale.  Oltre al Grande Essere il positivi smo riconosce gli Angeli e gli Angeli  memoria dei viventi.  Il positivisimo professa dunque una  sorta di panteismo simbolico. Il Grande  Essere, che è il Dio positivista, si risolve  nel concetto universale deli' umanità,  mentre ogni benefattore dell' umanità  dopo la morte entra a costituire una  parte di questo Grande Essere ed a  godere gli onori della divinità. « Ogni  vero adoratore del Grande Essere, dice  il dottor Robinet, uno dei tre esecutori  testamentari di A. Comte ( Notice sur  l'oevre et la vie de Comte),presenta due  esistenze successive ; l'una che costitui sce la vita propriamente detta, è tem poraria ma diretta; l'altra che comincia  dopo la morte è permanente ma indi retta ». Il Grande Essere ringiovanisce  ad ogni generazione e le creature u mane diventano i suoi organi passeg custodi nella personificazione dei nobili  concetti, quali l'idea del bene, del vero,  del bello. 1 tre angeli custodi del no stro cuore, sono l'attaccamento. la ve nerazione ela bontd. I santi sono gli  uomini che illustrarono l'Umanità colle  loro opere. Il loro nome è consegnato  in un Calendario positivista, nel quale  l'anno è diviso intredici mesi eguali di 28  giorni ciascuno, i quali non lasciano  che un giorno complementetare negli an ni ordinari e due negli anni bisestili. I  mesi sono divisi in 4 settimane precise,  ed ogni giorno dellasettimanaconserva  il nome che ha attualmente. I mesi si  chiamano: Mosè, Omero, Aristotile, Ar chimede, Cesare ecc.; e la stessa scelta  di nomi si trova nei santi votivi della  settimana, dove si leggono quelli di  Confucio, Buddha, Maometto, Platone,  Alessandro, Innocenzio III, S. Bernardo,  gieri; ma i grandi pensieri e le grandi  azioni possono elevare l'uomo al grado | Bossuet, Tasso, Milton ecc. Questastrana  di organo permanente, o persistente.  Nulla del resto puòquesto Essere sim bolico, per cambiare le cose del mon do.  Se la fede teologica, dice Robinet,  spiega sempre il mondo e l'uomo col l'intervento divino, la fede positiva in segna invece che tutti gli avvenimenti  del mondo e dell'uomo si producono in  forza di influenze invariabili , dette  leggi ».  Non è giàDio,dicono i positivisti,  che ha creato l'uomo, ma è l'uomo che  si é formato il suo Dio. E, come si  vede in questo articolo, essi si sono  valsi largamente di tale massirua, per ciocchè non solamente si sono creati un  Dio e una religione, ma eziandio un  culto. Il culto del Grande Essere, ossia  dell'Umanità, deve avere le sue feste, e  associazione di uomini che ebbero pen sieri e operarono con finibendiversi e  talora opposti, si trova d'altronde d'ac cordo con la filosofia positiva, la quale  considera tutti i fattisociali come una  materiale esplicazione di leggi immuta bili. Ilconcetto del calendario positivista  in surrogazione del calendario cristiano  è uno di quelli che appartengono alla  seconda fase dell' attività del signor .  Comte. Il positivismo aveva completa mente cambiato il suo carattere: dopo  essere stato una filosofia scientifica, era  divenuto una religione dell' umanità.  Così dice il signor Wirouboff (Remar ques sur le calendrier de M. Comte;  Reuve de la Phil. Pos. an. 1876 p. 48)  il quale mette in evidenza i difetti in  gran numero che sono nel calendario  19 290  POSITIVISMO  positivista, fra cui l'ommissione dimolti  nomi notissimi nella scienza, mentre al  loro posto si trovano molti altri o mi tologici o appena noti.  Il culto dell' umanità, avrà i suoi  sacramenti. Essi, dice il signor de Bli gnière, legano ciascuno a tutti: consa crando in nome della utilità sociale tutte  le fasi e tutte le modificazioni generali  e importanti della vitaprivata, essi por gono l'occasione di richiamare i doveri  che incombono a ciascuno nelle circo stanze nuove della sua vita ». Le feste  saranno, infine, la celebrazione dellame moria dei grandi uomini; lo studio della  loro vita e dei loro servizi, sarà l'espres sione verso di essi della pubblica ri conoscenza.  Ma la religione positivista morl pri madi nascere. Il solo tempio che ab bia avuto fu quello creato da Comte  nella sua propria casa, nella quale,  dopo di lui, si riunirono regolarmente  i membri della società positivista che  rimasero fedeli alle tendenze mistiche  del maestro. Mauna eresia scoppiò ben  presto nel seno stesso dei positivisti, e  quelli i quali erano insofferentidei sim boh si unirono al signor E. Littrè, che  è attualmente il più illustre rappresen tante del positivismo. La nuova filoso fia spogliata da ogni misticismo, è ri masta una filosofia materialista nella  sostanza, sebbene nella forma accenni  a velleità di far credere ad un sistema  tutto proprio. Nel fatto però la sola  Questo è il culto positivista ; ma differenza che esiste fra il positivismo  quali ne saranno i sacerdoti ? Tutte le e il materialismo è, che il primo non  funzioni che spettano normalmente ai | crede che l'uomo possa mai spiegare  preti, sono ora divise fra i medici, i  preti attuali, ed i dotti,professori e fi losofi di tutti i gradi. I positivisti tro vano che non è possibile di studiare  separatamente l'uomo nel cuore, nel  corpo e nello spirito, e perciò vogliono  che i ministri della nuova religione  le causeprime ed assolute, e che quan d'anche spiegate le avesse, queste spie gazioni non potrebbero influire sulla  vita pratica. Io mi accordo, fino ad un  certo punto, con questa conseguenza;  ma si tratta di sapere sedopo aver di chiarato di non volersi occupare delle  siano ad un tempo medici, filosofi e  preti. Così il nuovo culto sarà comple to ; potrà sfidare i suoi nemici ed avere  i suoi martiri. L'avvenire gli è assi curato.  Al pari dei sacerdoti pagani, i quali  sotto i simboli del politeismo, preten devano di onorare le leggi della natura  (v. MISTERI ) Così i positivisti, creando  una religione materialista, credevano di  essere coerenti con la verità. E non  pensavano nemmeno che col volgere  degli anni questi simboli,per ladimen ticata origine, sarebbero stati posti su gli altari e adorati per se stessi, e non  già per i principii che avranno rappre cause prime, la curiosità, che è figlia  del sapere, non ci proporrà perpetua mente queste domande: Chi siamo ?  d'onde veniamo? Il materialismo, che  non rinnega alcuno dei mezzi di inve stigazione suggeriti dal positivismo, e  chi li ha anzi applicati prima ancora che  il positivismo fosse nato, non ha temuto  di pronunciare i suoi giudizi, i quali,  intorno allecause prime, nondevono in tendersi in un senso assoluto, ma come  la conseguenza probabilissima che de riva dalle nostre attuali cognizioni. Il  positivismo, più pudico, vuole riservare  il suo giudizio, anzi nè pure consente  adiscutere le origini dell' universo e  il fine ultimo dell' umanità. La quale  astenzione, se rende più facile la sua  missione e gli risparmia le accuse di  sentati. L'interesse dei sacerdoti li avreb be spinti a sollecitare questo felice mo mento, in cui essi soli, fatti padroni del  vero senso dei simboli, avrebbero potuto | molti nemici, non rende perciò il suo  dominare il popolo con le potenze mi steriose che avevano poste sugli altari.  sistema più filosofico, e non toglie che  ogni positivista individualmente non si PRASSEA  trovi, tutti i giorni dinanzi agli eterni  201  dere a tale richiesta col Dato ma non  einevitabili problemi della nostra ori gine e della nostra fine. Ammessopure  chequesti problemi siano indifferenti per  lavitapratica, nederiverà per questo che  noi potremo evitarli? Quante altre que stioni hanno assorbita tutta l'attività di  grandi pensatori ? Che cosaè ilmagneti smo, l'elettricità, l'attrazione? Che cosaso concesso » vale a dire « ammetto pel  momento, ma non credo ».  Kant chiama postulato della ragione  pura l'immortalità dell'anima, essendo  essa un domma dalla filosofia nondimo strabile, e non pertanto necessario ad  ammettersi,aparer suo,comeconseguen.  za dell' ordine universale. Il postulato é  nole comete, il sole i pianetietutti gli | dunque unaipotesi chein seguito potrà  essere dimostrata direttamente, od an che indirettamente con le conseguenze  astri del firmamento? Quantopesano, di  quali materie sono composti? Tutte que ste domande hanno unvalor puramente  scientifico, senza alcuna pratica conse guenza. Ne deriverà per questo che i  dotti devano trascurarle? Il positivismo  se ne è occupato, e ha pure su molti  argomenti, inutili per la pratica, fatte  le sue ipotesi. E perchè troverà esso  che per la vita pratica importi più il  conoscere se la luna abbia o non abbia  una atmosfera, di quel che sapere se  esiste un Dio creatore, un'anima immor tale e una vita avvenire? Gli attuali e retici del positivismo, iquali non hanno  creduto di accettare la religione inven tata daA. Comte,avranno forse ragione  di dire cheprudenza è l'astenersi di sen stesse che deriveranno dall'insieme della  discussione.  Poveri cattolici. Nomi di certi  religiosi, i quali erano un ramo di Val desi o Poveri di Lione che si converti rono nel 1207. Formarono una Congre gazione, che si diffuse nelle provincie  meridionali della Francia e che s' ac crebbe per la successiva conversione di  altri Valdesi, fondendosi poi, l'anno  1256, in quella degli eremitidi Sant'Ago stino. Heliot, storia degli ordini mona stici t. III. pag. 21 .  Prassea. Eretico del secondo se colo e discepolo di Montano, che poi  abbandonò per farsi capo setta. Fon tenziare in codeste materie; ma hanno | dandosi sopra i passi evengelici ove si  torto di proclamare che codesta asten dice:  zione sia veramente scientifica. Perfino  lo scetticismo che non sentenzia, ha loro  insegnato che anche per giungere al  dubbio è necessario esaminare le ra gioni favorevoli e le contrarie al dom il Padre ed io siamo un solo;  quello che mi vede, vedepuremio Pa dre; io sono nel Padre e il Padre è in  me > concluseche Gesù, o ilFiglio, non  era distinto dal Padre, che entrambi co stituivano una sola persona divina; che  il Padre era disceso nel ventre della Ver gine si eraincarnato, avevapatito edera  matismo. D'altronde, questa astensione  non è sincera, e non vi è positivista il  quale nell' intimo foro della coscienza | morto sulla Croce. Eresia non dissimile  non abbia esaminato le ragioni dei cre denti e degli increduli, e non abbia  pronunciato il suo giudizio. La stessa  religione positivista, sotto i suoi simboli,  non faceva altro che insegnare l'incre dulità.  Postulato (dapostulatum, cosado mandata). Aristotile così chiama una  proposizione non ancora dimostrata,  ma che si richiede di ammettere intanto  gratuitamente per il bisogno della di scussione. Dagli italiani si suol rispon da quella di Noeto edi Sabellio, per cui i  settatori di questi tre eretici s' ebbero  il nome di Monarchici, perchè ricono scevano soltanto il Padre qual signore  di tutte le cose; e quello di Patripassia ni, perchè lo supponevano capace di  patire. Il Beausobre (Storia del Mani cheismo, lib. III Cap. 6 § 7) citando un  passo di Tertulliano ilqualdice che l'e resia di Prassea fu confermata da Vit torino, aggiunge che questi è, per co munconsentimento, il papa Vittore. 292  PREDESTINAZIONE  Predestinazione.Vocabolo che  letteralmente significa una destinazione  anteriore : nel linguaggio teologico e sprime il disegno formato da Dio ab  eterno, di condurre, mercè la sua gra zia, taluni all'eterna salute.  Alcuni Padri della Chiesa adopera rono talvolta il vocabolo di predestina zione in generale, così per la destina zione degli eletti alla grazia ed alla  gloria, che per quella de'riprovati alla  dannazione; ma siffatta espressione par ve troppocrudele; oggidì pigliasi questa  voce in buona parte soltanto ; signifi cando la elezione alla grazia od alla  gloria, e chiamandosi riprovazione il  decreto contrario; sebbene, in sostanza,  e l'uno e l'altro decreto costituiscano  la predestinazione , in quanto sono  stati pronunciati da Dio prima ancora  che gli uomini predestinati al paradiso  o all'inferno fossero nati; anzi prima  ancora del cominciamento dei tempi.  Sant' Agostino nel suo libro de dono  perseverantiæ (cap. 7 n. 15. e cap. 14n.  35)definiscelapredestinazione: Præscien tia et præparatio beneficiorum quibus  certissime liberantur quicumque libe runtur. Aggiunge poi al cap.(17, n. 41.),  Dio dispone egli stesso ciò che fard,  secondo la infallibile sua prescienza :  questo, e niente di più, essere prede stinare. Secondo San Tommaso (part. 1.  Q. 23. art. 1.) la predestinazione è il  modo, col quale guida Iddio la creatura  ragionevole al suo fine, che è la vita  eterna.  I principii su cui si fondalaprede stinazione presso i cattolici sono così  riassunti dal Bergier:  1.º Vi è in Dio un decreto di pre destinazione, ossia una volontà assoluta  ed efficace di dare il regno de' cieli a  tutti quelli che effettivamente vi giun geranno.  2.º Iddio, nel predestinarli alla glo ria eterna, ha loro altresì destinato i  mezzi e le grazie, mercè le quali ve li  conduce infallibilmente. (San Fulgenzio,  de Verit. Prædestin. 1. 13.)  3.° Questo decreto è inDio ab eterno  eloha egli formato, come dice San  Paolo, (Ephes. I. 3. 5.) prima della  creazione del mondo.  4.° Il medesimo è un effetto della  pura bontà di lui: epperò questo decreto  è perfettamente libero da parte di Dio  ed esente da ogni necessità(San Paolo,  Ibidem. 6 e 11.)  5.º Tal decreto di predestinazione  è certo ed infallibile, deve immancabil mente sortire il suo effetto, il quale al cuno ostacolo nonpotrà mai impedire;  così dichiara Gesù Cristo (Joan. c. 10,  27, 29.)  6.º Ameno di una esplicita rivela ❘zione, nessuno può andar certo d'essere  nel novero de'predestinati o degli elet ti, lo che provasi con SanPaolo (Filip.  11. 12. 5. Cor. IV, 4) e fu definito dal  Tridentino (Sess. 6, c. 9, 12, 16. e  can. 15.)  7.º Il numero dei predestinati è fisso  ed immutabile, sicchè non può essere  aumentato nè diminuito ; avendolo Iddio  fissato ab eterno e non potendo la sua  prescienza ingannarsi (Joan. IX. 27,  Sant'Agostino, I, De corrept. et gratia  XIII, 8). Non impone il decreto di pre destinazione, nè per sè, nè pei mezzi,  onde giovasi Iddio per mandarlo ad ef fetto, veruna necessità negli eletti di  praticare il bene. Dessi operano sempre  liberissimamente e conservano sempre,  allora pure che ottemperano alla Leg ge, la facoltà di non osservarla (San  Prospero, Respons, ad object. Gallor).  Quante contraddizioni in questi punti  della fede cattolica! Il numero dei pre destinati è fisso e immutabile; essi sono  scielti da Dio ab eterno e persemplice  bontà di lui; e ciò nonostante essi sono  liberissimi di salvarsi, o di dannarsi.  Quale sciocchezza! La libertà suppone  la facoltà di fare o di non fare una  cosa: or come potrei io non dannarmi  se giàperdecreto pronunciato ab eterno  sono stato escluso dagli eletti? Si ri sponde che questo decreto indica la  semplice prescienza di Dio, il quale sa PREDESTINAZIONE  le cose future, manon suppone l'azione  diretta di Lui sull' uomo per indurlo  293  psari; altri insegnarono avere Iddio  fatto un tal decreto di condanna sol alla salute o alla dannazione. Codesta è  una distinzione gesuitica che non ha  fondamento. Ilfuturo si conosce per la  successione delle cause edegli effetti, e  Diocheè infinito, conosce cause infinite.  Ma acciocchè il futuro possa essere  preveduto, conviene che le cause indu cano la necessità dei loro effetti, e que sti siuno cause necessarie di effe tti sus seguenti. Senza questa necessità il caso  e l'arbitrio sarebbero nell'universo, e la  prescienza divina sarebbe un assurdo,  poichè prescienza vale predetermina zione, conoscenza anticipata della suc cessione delle cause e degli effetti. Dove  è il caso là non vi è prescienza possi bile, avvegnachè il caso sia appunto la  negazione d'ogni predeterminazione. (V.  Caso edEFFETTO). Se adunque Iddio non  agisce direttamente sull'uomo, egli però  vi agisce necessariamente colla succes sione di cause che ha create e prede stinate in maniera di conoscere antici patamente il loro risultato ultimo.  Lutero e Calvino piú brutali, ma più  sinceri, avevano evitata la contraddi zione dei cattolici, ammettendo questa  conseguenza. Secondo la loro dottrina  Dio aveva, ab eterno, con immutabile  decreto separato il genere umano in due  parti, l'una di eletti favoriti a cui volle  assolutamente assicurata l'eterna beati tudine, ai quali largisce le grazie effi caci, la cui mercè operano necessaria mente il bene; l'altra di oggetti della sua  collera, da lui destinati al fuoco eter no, e di cui dirige per modo le azioni  che devono di necessità commettere il  male, perseverare e morire in questo  stato. La quale orribile dottrina so stennero Beza ed altri riformatori. Me lantone, più moderato, n'ebbe orrore e  procurò raddolcirla. Parecchi de' setta tori di Calvino perseverarono, come il  maestro, a sostenere che pur anterior mente alpeccato di Adamo, Dio hapre destinato la maggior parte degli uomini  tanto consecutivamente alla previsione  della colpa de' nostri progenitori, e a  costoro venne dato il nome d' infrala psari. Non affermavano come i prece denti che Iddio avesse per si fatto modo  determinata la caduta del primo uomo  e che Adamo non potesse fare a meno  di peccare, ma pretendevano che dopo  questa caduta quelli che peccano non  possano rimanersene dal farlo.  Quantunque una tal dottrina, come  dice ipocritamente il cattolico Bergier,  sia orrenda, tuttavia essa regnò tra i  calvinisti fin quasi a'nostri giorni.Eglino  persistettero nell'affermare che tale è la  pura dottrina della Santa Scrittura e  che Sant' Agostino la propugnò a tut t'uomo contro aipelagiani. Sullo scorcio  del secolo decimosettimo,Bayle asseriva  come nessun maestro osasse insegnare  il contrario, che se alcuni pareva che  se ne fossero scostati, ciò era solo ap parentemente, non avendo cangiato che  alcune espressioni dei predestinaziani.  Nel 1601, Giacobbe Van-Hermine,  conosciuto sotto il nome di Arminio,  professore nell' Olanda, attacco aperta mente la predestinazione assoluta; so stenne che Iddio vuol sinceramente sal vare tutti gli uomini, che a tutti, sen z'eccezione di sorta, dà sufficienti mezzi  di salute, e che riprova coloro soltanto,  i quali abusarono di questi mezzi o vi  hanno resistito. Arminio ebbe ben pre sto un gran numero di seguaci: ma  Gomar, altro professore, sostenne perti nacemente la dottrina rigorosa de'pri mi riformatori e seppe conservarsi un  partito potente. In tal maniera il cal vinismo resto diviso in due fazioni, l'una  degli arminiani o rimostranti, l'altra dei  gomaristi o contro rimostranti. A defi nire questa contesa gli stati generali  d'Olanda convocarono nel 1615, a Dor drecht, un sinodo nazionale; vi preval.  sero i gomaristi, i quali condannarono  gli arminiani, della cui dottrina venne  alla dannazione e furon detti soprala- I proibito l'insegnamento. 201  PREESISTENTE  Ma questa decisione lungi dall' ac quetare gli animi, non fece che au mentare la discordia: non trovò essa  alcun partigiano in Inghilterra, e fu re spinta in più paesi dell' Olanda e della  Germania, e nemmeno in Ginevra le si  ebbe rispetto. N'assicura il Mosemio  che d'allora in poi la dottrina della  predestinazione assoluta andò dall'un di  coll'altro declinando, e che gli arminia ni ripresero poco per volta il sopraven to. (Hist. eccles. secolo XVII, Lez. II,  part. II c. 2. n. 12).  Pregiudizio (da præ, prima, e  judicare, giudizio, giudicar prima). Voce  primamente usata nella giurisprudenza  per indicare il giudizio di quelle cause  le cui conseguenze erano così evidenti,  che la sentenza veniva preveduta prima  ancora del processo. Nella filosofia in dicò poi il giudizio pronunciato od ac cettato senza esame in forza dei princi pii ricevuti dalla tradizione. Questo si gnificato non esprime però interamente  il concetto di pregiudizio, tale come le  s'intende oggidi. Vi sono dei giudizi  accettati senza esame che nondimeno  sono verissimi, tali, ad esempio, tutte  le leggi stabilite nelle scienze, le quali,  in grazia del metodo sintetico, s' inse gnano nelle scuole prima della dimo strazione, o primache l'intelligenza ab bia acquistato il necessario sviluppo  per poterle intendere.  Aformare il vero pregiudizio ec corre che il giudizio, non solo sia pro nunciato senza esame, ma ehe ezian dio sia falso. Un pregiudizio vero non  può esistere : non sarebbe più pregiu dizio, nel senso in cui intendiamo oggi  questa voce, ma una verità.  Sono pregiudizi gli errori a cui sia mo condotti nell'applicazione di princi pii tradizionali ricevuti senza esame ; se  però questi errori riguardano la reli gione, meglio si chiamano superstizioni.  Éuna superstizione il credere alla esi stenza delle streghe, all'invasamento del  demonio, all'influenza degli spiriti ; ma  èun pregiudizio il credere,come comu nemente si fa, alla chiaroveggenza ma gnetica, all'influenza delle comete sugli  avvenimenti umani ; all'influenza di certi  numeri piuttosto che di certi altri, e  cosìvia.  Vi sono pregiudizi politici e pre giudizi scientifici che dipendono unica mente dal nostro amor proprio. Fra i  primi si conta la singolare pretesa d'o gni nazione di essere la prima del mon do; fra i secondi ' ostinata adorazione  delle proprie idee, e la pretesa di tutti  i cultori di qualche scienza speciale, i  quali nelle loro prolusioni nonmancano  mai di proclamare che la loro scienza  è fra le più necessarie al consorzio u mano.  Ho detto che non tutti igiudizi pro nunciati a priori sono pregiudizi ; e che  non to sono precisamente quelli che  sono fondati sulla verità. Del pari non  tutti i giudizi falsi sonopregiudizi, ma  lo sono solamente quelli i quali si pro nunciano senza esame, in forza di prin cipii già ricevuti.  L'uomo il quale,dopo maturo esame,  disgraziatamente affermacosanonvera,  non cade in un pregiudizio, ma sem plicemente in un errore.  Presbiteri. Due sorta di Chiese  presbiteriane si trovano in Inghilterra.  Quella così detta Chiesa stabilita o na zionale, e la Chiesa libera o Indipendente  che si separò dall' altra per non voler  conformarsi alla liturgia che fu stabilit a  per la Chiesa ufficiale. (V. ANGLICA NISMO)  Preesistente. Cosa che esiste  anteriormente ad un' altra. Gli antichi  filosofi, non ammettendo la sua azione,  stimarono che Iddio avesse fatte le cose  tutte d'una maniera preesistente ed al  pari di lui eterna. Alcuni dissero Iddio  avere fatto ogni cosa da ciò che non  esisteva, ex non extantibus; espressione  che a prima vistapare voler significare  ch'egli ha fatto il tutto dal nulla, quindi  tutto creato; ma i critici moderni di mostrano che per non extanita inten devasi la materia, e che tal frase si PRESENZA REALE  gnificava soltanto aver Iddio data una  forma a ciò che non ne aveva alcuna.  Del resto, una materia preesistente, e terna e senza forma, è per lo meno  egualmente difficile a concepirsi che la  295  tazione le parole di Gesù: lo sono la  vite, io sono la porta,per mostrare che  se doveva intendersi nel senso letterale  creazione: poté forse la materia esistere  senza dimensioni; non sono elleno una  forma?  I pittagorici ed iplatonici credettero  nella preesistenza delle anime umane,  ossia che le anime avessero esistito in  un' altra vita prima d' essere mandate  ne' corpi per animarli; soggiungevano  che l'unione delle anime ai corpi che  sono per esse una sorta di prigione,  era una punizione de' peccati da lor  commessi in una vita anteriore. Simove  accusa a Origene di averpartecipato a  tale opinione e talvolta veramente par  la sostenga; ma Uezio osservò che Ori gene, e così sant' Agostino, si tennero  entro i confini del dubbio intorno alla  vera origine dell' anima. (Origenian., I.  II c. VI, N. 1).  Presenza reale. Dommaper il  quale i fedeli credono che sotto le ma terie dell'Eucarestia esiste veramente il  corpo ed il sangue diGesù Cristo. Que sto domma differisce da quello della  transubstanziazione in ciò, che questo  ultimo suppone che le stesse materie  del Sacramento si trasformano nel corpo  enel sangue di Gesù,mentre ilprimo  ammette che il corpo e il sangue stanno  sotto alle materie del Sacramento senza  che però questecambino la loro natura.  Il domma della presenza reale era  generalmente ricevuto dalle Chiese ri formate, quando Carlostadiomandò per  le stampe alcune scritture per combat terlo. A lui si unirono Zuinglio ed Eco lampadio, i quali convennero che le  parole dette da Gesù nella Cena men tre spezzava il pane: questo è il mio  corpo, dovessero intendersi in senso fi gurato. La parolaè devesi intendere in  senso significativo , diceva Zuinglio :  Corpo, cioè il segno del Corpo, aggiun geva Ecolampadio. L'uno e ' altro ad ducevano in prova della loro interpre che il pane era il corpo di Gesù, do veva pure intendersi che Gesù fosse la  vite e la porta. Il segretario della città  che disputava sostenendo la dottrina  opposta, ben adduceva che questi esem pi non erano della stessa sorte, poichè  quando Gesù disse: questo è ilmio cor po, questo è il mio sangue, non propo neva una parabola, nè spiegava una  allegoria. Alla quale obbiezione Zuinglio  cercava una soluzione. E dopo dodici dì  ebbe un sogno in cui dice, che imma ginandosi di disputare ancora col se gretario della città, vide comparirsi ad  un tratto un fantasma bianco o nero,  che gli disse queste parole: vile, perché  non rispondi tu ciò che è scritto nel l'Esodo, l'agnello è la Pasqua, per dir  che n'è il segno? (Esod. XXII, 11).  Frattanto non erano i soli cattolici  quelli che osteggiavano l'interpretazione  figurata. Lutero stesso, il qual vedeva  di mal occhio le innovazioni degli altri  riformatori, sosteneva che volgendo al  figurato le parole del Vangelo, era a prire una porta, per la quale tutti i  misteri sarebbero sfuggiti in figure.  Elagnandosi di coloro che opponevan gli essere la presenza reale un domma  inconcepibile, diceva: « Allorchè Gesù  Cristo è stato concepito per opera dello  Spirito Santo nel seno d' una Vergine,  questo miracolo maggiore di tutti, a  chi è stato sensibile? Quandola Divinità è  corporalmente abitata in Gesù Cristo,  chi lo ha veduto e chi l'ha compre so? Chi lo vede alla destra del Padre  di dove esercita la sua onnipotenza su  tutto l'universo ? É questo ciò che li  costringe a torcere, a mettere in pezzi  le parole del maestro ? Noi non com prendiamo, dicono essi, come egli le  possa eseguire alla lettera. Mi provan  bene con questa ragione che il seuso  umano non si accorda colla sapienza di  Dio: io ne convengo; ma non sapeva  per anche essermi necessario il credere 296  PRESENZA REALE  solamente quel che scorgesi aprendo gli  occhi, o quello che può adattarsi al l'umana ragione » (Sermo de corp. et  sang. Christ )  Rispondendo a Lutero i Zuingliani  non mancaronodi provargli che quando  si dovessero intendere alla lettera le  parole di Gesù, non la sola presenza  reale, ma la transubstanzazione dei cat tolici diventerebbe necessaria. Osserva rono essi che Gesù Cristo non aveva  dell'Eucarestia è il vero corpo naturale  del nostro Signore, la quale dottrina  contenuta nella ultima sua confessione  di fede fu approvata da Melantone e da  tutta la Sassonia. Contro a' Zuingliani  scagliavasi furioso.  α  Mi hanno fatto  piacere, scriveva in una lettera, chia mandomi infelice. Io dunque il più in felice di tutti gli uomini , mi sti detto : il mio corpo è qui; ovvero : il  mio corpo è sotto questa cosa ; oppure:  questo contiene il mio corpo. Così cid  ch'ei voleva dare ai suoi fedeli, non era,  una sostanzachecontenesse il suo corpo,  ochelo accompagnasse, ma il suo corpo  senz'altra sostanza straniera. Nonhadetto  nemmeno: questo pane è il mio corpo,  che è l'altra spiegazione di Lutero, ma  disse: questo è il mio corpo, con un  termine indefinito, per mostrare che la  sostanza da esso data non è più pane,  ma il suo corpo. Perciò Zuinglio nella  confessione di fede che mandò ad Au gusta e che fu approvata da tutti gli  Svizzeri, dichiarava espressamente « che  il corpo di Gesù Cristo dopo la sua  ascensione non era in altro luogo che  in Cielo; e non poteva esistere in altra  parte: che per veritá era come presente  nella Cena per la contemplazione della  fede, e non realmente, nè colla sua es senza » (Bossuet Storia delle variaz.  lib. III, 14). E in una lettera indirizzata  a Francesco I, dice che quanto al man giare che fanno gli Ebrei come i Pa pisti, deve cagionare lo stesso orrore  che avrebbe un padre cui si desse da  mangiare il suo figliuolo; che la fede  ha orrore della presenza visibile e cor porale, e che non si deve mangiare  Gesù Cristo in una maniera carnale  e materiale: un'anima religiosa mangia  il suo corpo sacramentalmente, cioè in  segno, spiritualmente, cioè per la con templazione della fede.  Contuttociò Lutero fu ben lontano  di piegarsi alla opinione dei sacramenta ri; egli sostenne maisempre che il pane  mo per una sola cosa felice, e non  voglio che la beatitudine del Salmi sta: beato l'uomo che non è stato nel  concilio dei sacramentari, e non hamai  camminato per le vie dei Zuingliani, nè  si è posto a sedere nella cattedra di  quei di Zurigo ».  Lutero moriva al 25 gennaio 1546, e  nell'anno 1561 un'adunanza dei teclogi  di Vittemberga e di Lipsia tenuta in  Dresda per ordine dell'Elettore, ne mo dificava sensibilmente la dottrina. Di chiararono « che il vero corpo sostan ziale è veramente e sostanzialmente  dato nella Cena, senza che tuttavia di venti necessario il dire che il pane sia  il corpo essenziale o il proprio corpo  di Gesù Cristo, nè che si riceva corpo ralmente e carnalmente colla bocca del  corpo; che l' ubiquità loro faceva or rore ; che vi era argomentoa stupirsi che  vi fosse tanto attaccamento al dire che  il corpo sia presente nel pane, perché  era molto meglio considerare ciò che  si fa nell'uomo, per il quale, e non pel  pane, Gesù Cristo si rendeva presente ».  Questa attenuazione eracontraddito ria, giacchè, mentre voleva che il corpo  fosse veramente dato nell'Eucarestia, si  avvicinava poi all'interpretazione simbo lica dei sacramentari, in quanto non  ammetteva che il corpo eucaristico fosse  il proprio corpo di Gesù. Non si pote va in così poche parole annunciare  due principii più contrari! Nonostante  la sua poca conseguenza questa confes sione fu il principio di una serie di  transizioni fra i due partiti. Calvino  ammette una presenza quasi miracolosa  e divina; non cessa dal ripetere che il  mistero dell Eucaristia supera i sensi, PREVOST  che èun'opera incomprensibile della di vina potenza, e nel suo catechismo si  sforza di spiegare come sia possibile   ma lo vollero addrit tura infinito ». Già s'intende che  questa infinità contiene una impossibi lità implicita, imperocchè essa suppone  nell' ingegno umano una potenza di  svolgimento infinito. Or noi sappiamo  bene che le facoltà percettive del no stro intendimento sono limitate a un  maggiore o minor numero di cognizio ni, e che quando nuove idee vengono a  imprimersi nella nostra memoria, di mentichiamo una seriedi altre idee, sic chè le une cancellano le altre, e non  vi è nel nostro intelletto aggiunzione  di idee nuove, ma semplice successione  (V. MEMORIA). Vié dunque un limite  intellettivo, oltre il quale l'uomo, così  come è ora organizzato, non può spin gersi. Anche la divisione di una mede sima scienza i vari rami coltivati dagli  specialisti, già indica che un nomonon  può approfondire le sue cognizioni , se  non si dedica esclusivamenle a un de terminato e ristretto numero di fatti.  Ma il pragresso infinito malpuò conte ciclopedia delle scienze, e conoscere  tutti i particolari dellastoria, per quanto  grande sia il numero dei secoli che  conta la vita del mondo.Epoichè pro gresso infinito vale tempo infinito, cosa  infinita, così bisognerà credere che possa  venire un tempo incuil'uomo conoscerà  tutti i fenomeni dell' universo infinito, nel  qualel'eternitànel tempo e nello spazio  non saranno più una incognita per lui.  Siffatta esagerazione nonhabisogno  di essere confutata. Il mondo nè peg giora, nè progredisce infinitamente. II  nostro miglioramento è semplicemente  indefinito, vale a dire che se noi pos siamo accertare il costante progresso  dellasocietà, manchiamo peròdi qualsiasi  dato per stabilire il punto in cui que stoprogresso dovrà arrestarsi.Sappiamo  però che una legge di trasformazione è  immanente in tutta la natura; che la  specie nostra e la nostra vita non rap presentano che un punto e un minuto  nella vita dell' universo; e che nati su  questa terra allorchè le condizioni di  calore furono propizie allo sviluppodella  vita organica, noi cesseremo di esistere  tostochè il successivo raffreddamento di  essa più non permetterà agli attuali  organismi di trovarsi nelle condizioni  necessarie alla loro esistenza (v. Mondo).  Proposizione. La più semplice  forma logica con laqualeesponiamo un  giudizio. Ogni proposizione, infatti, per  semplice che essa sia, contiene sempre  un giudizio, avvegnachè, ancor che sia  ridotta ai suoi minimi termini, essa e sprime sempre l'oggetto e l'attributo, e  spesso la relazione tra l' uno e l'altro.  Quando io dico la forza è eterna, il  verbo é indica la relazione che corre fra  il soggetto forza e l'attributo di eternità  di cui è o la suppongo dotata. Questa  sarebbe una proposizione affermativa  perché il verbo afferma l'attributo; sa rebbe negativa se lo negasse, come per  esempio in quest' altra: l'anima non è  immortale. 312  PROTAGORA  Platone nel Sofista riduce a due soli  i segni vocali della proposizione: >  Morto Francesco I, il suo succes sore restitul aRamus la libertà di par lare e di scrivere, e cred anche per lui  una nuova cattedra al Collegio di Fran cia: ma la protezione reale non valse  ad impedire l'odio di quelli che mal  tolleravano i suoi tentativi di riforma in  ciascuna delle arti liberali, dalla gram matica alle matematiche. Qui vuol es sere ricordata la questione, divenuta  famosa, dei quisquis e dei quanquam.  I teologi della Sorbona pronunciavano  quelle parole alla francese, e cioè come  se fossero scritte Kiskis e Kankam: i  lettori del re invece respingevano come  barbarismo quel modo dipronuncia. Un  beneficiario che aveva adottata la pro nuncia di questi ultimi, fu perciò solo  citato in giudizio davanti al Parlamento  di Parigi, ed egli correva gran rischio  di pagare la sua grammaticale eresia  colla perdita del beneficio, se non lo  avessero caldamente difeso i professori  del Collegio di Francia e Ramus con  essi, i quali a gravissimo stento riesci rono a persuadere i giudici che le re gole dell' ortoepia non erano soggette  alla loro giurisdizione. Giudichisi da  questo fatto quale fosse allora la forza  delle vecchie consuetudini, e del princi pio di autorità, e quanto coraggio do vessepossedere chi in qualsiasi guisa vo lesse sfatare questo o quelle.Pure Ramus RAZIONALISMO  non si lasciò spaventare da ostacoli di  tale natura ; riprese le sue lezioni di  329  le dottrine di Platone e di Aristotile  logica ad onta dei clamori e dei tumulti  con cui si tento ripetutamente di inter romperle; anzi adottò per testo appunto  quelle  considerazioni sulla logica di  Aristotile » per cui erasi scatenata su  lui tanta tempesta. Nello stesso tempo  osò pubblicamentesostenere(ed era al lora esecranda eresia) che anche Cice rone e gli altri autori antichi avevano  i loro difetti, e che « se furono ottimi  in qualche cosa non erabuona ragione  per adorarli in ginocchio e per procla marli perfetti in tutto ».  Avendo Ramus abbracciata in quel l'epocala religione protestante,dapprima  segretamente e pubblicamente dopo l'e ditto di tolleranza del gennaio 1562,  offri ai numerosi nemici che si era  procurati colla sua audacia una poten tissima arma per perderlo. Egli divenne  l' oggetto delle calunnie più odiose, e  per due volte fu costretto ad abbando nare la cattedra ed a correre la via  dell'esiglio. Finalmente, come già dissi,  fu barbaramente trucidato la sera della  strage di San Bartolomeo, dopo che a veva già convenuto e pagato ai suoi as sassini il prezzo del suo riscatto.  Tra le sue opere ricordo le « dia lectuæ partitiones ad Academiam Pari siensem, e gli arithmeticae libri tres ».  Rapin (Renato). Nacque in Tours  nel 1621; morìl in Parigi il 27 Ottobre  1687: entrò nel 1639 nella compagniadi  Gesù, dove fu destinato all'insegnamento.  Scrisse molte opere filosofiche, nes suna però di qualche merito. Come un  infecondo tentativo di filosofia teologica  va ricordato il suo « confronto tra Pla tone ed Aristotile coi giudizi dei padri  sulle loro dottrine. Con esso l'autore  si propose di dimostrare che fu irra gionevole il disprezzo ostentato da De scartes per le tradizioni filosofiche che  erano in auge prima di lui, ed erroneo  ed incompleto il sistema da lui seguito  e le conseguenze che ne dedusse. Pre messa unasuperficiale esposizione del (tra cui fa un confronto non meno su perficiale) come dei padri della chiesa,  Rapin giunge alla conclusione che mal grado la loro ignoranza delle leggi fi siche tutti costoro furono eccellenti filo sofi appunto per aver saputo meglio di  Descartes apprezzare l'importanzadella  metafisica e per averne riconosciuta la  preminenza sopra le scienze fisiche. Del  resto, anche non tenendoconto della va cuitàdelle opere delRapin, i suoi stessi  fautori riconoscono non aver egli saputo  senonchè esporre conuna forma molto  infelice le idee su Platone di un cano nico di poca fama, di cui egli in tal  guisa non sarebbe stato che un impe rito plagiario.  Razionalismo. Così si chiama  quel sistema di filosofia il quale pro fessa di non riconoscere altre verità che  quelle dimostrate dalla ragione. Data  questa definizione,che è la piùgenerale,  si capisce facilmente che le credenze dei  Razionalisti possono essere tanto diverse  quanto sono diversi icervelli degli uo mini. Se la ragione fosse eguale in tutti  gli uomini, certo sarebbe unico anche  il criterio dei razionalisti per scoprire  la verità; ma disgraziatamente non è  così; e poichè ogni uomo crede di se guire i dettati della sua ragione, anche  quando non rettamente argomenta, da  questa varietà doveva necessariamente  derivare, come infatti n'è derivata, una  grandissima diversità nelle conclusioni  dei razionalisti, i quali vanno divisi in  tante scuole, che a tutte nettamente  determinare è ardua impresa. Dirò per tanto di alcune di esse e delle più note.  La prima scuola,la quale interpreta  il razionalismo nel modo più ristretto  e, dirò anche in un senso affatto im proprio, è quella del razionalismo teo logico. Questa scuola, per la maggior  parte compostadi veri teologi, professa  sibbene di accettare la ragione come  criterio di verità, ma riconosce poi che  ci sono dei veri i quali eccedono la ca pacitànaturaledell'umana ragione, quali 330  RAZIONALISMO  sonoadesempio i misteridella religione,❘ primitivo ha potuto colsolo aiuto della  iquali non possono dimostrarsi, ma  devono di necessità essere creduti per  fede. Tutti di leggeri intendono che  impropriamente cotesti tali presero il  nomedi razionalisti, imperocchè dalmo mento che l'uomo sottrae al giudizio  della sua ragione una opinione od un  principio, perde per ciò stesso il diritto  di dirsi razionalista; altrimenti bisogna rebbe che tal nome fosse dato a tutti  gli uomini; inquantochè tutti inqualche  cosa si sottomettono ai dettati della  ragione.  Fra questi stessi teologi il nome di  razionalisti fu disputato; ma infine ge neralmente convennero di applicare tale  appellativo a quelli fra di loro i quali  si sforzano didimostrare laverità della  fede collaragione. Si sa che ilmaggior  numero conviene che molti dommi te ologici sono superiori al nostro inten dimento, e che impresa vana è il ten tarne la dimostrazione. Non pochi però  furono di contrario avviso, e appog giandosi al detto di S. Paolo « la cre denza sia ragionevole » hanno concluso  che ognidommapuò edeve esserespie gatodallaragione, permezzodella quale  si sono accinti a dimostrare, a parer  loro razionalmente, le così dette verità  della fede. Non e a dirsi la meschina  figura che certi tali hanno fatto in co tale improba intrapresa, giacchè, messi  alle strette tra la fede e la ragione,  nonhanno fatto questa giudice di quella,  ina piuttosto un' umile ancella, i cui  servigi sono stati assai poco apprezzati  e ancor peggio rimunerati. Molti teologi  hanno severamente biasimataquesta ten denzadi introdurre laragione nelcampo  dei misteri; e non avevano torto, poichè  la ragione nulla possa in quelle cose  che la Chiesa stessa ex cattedra ha de finite superiori all'umano intendimento.  Appenapochi lustri or sono eraviva  in Francia la disputateologica tra i ra zionalisti ed i tradizionalisti; i primi  cercavano di dimostrare con esempi at tinti alla natura e alla storia che l'uomo  sua ragione man mano sollevarsi dallo  stato selvaggio alla presente civiltà. So stenevano invece i tradizionalisti che  senza il soccorso della tradizione, per  la quale venne trasmessa la rivelazione  fatta da Dio al primo uomo, non solo  il genere umano sarebbe andato dege nerando, ma non sarebbe mai riuscito  neppure  a crearsi un linguaggio.  Era, per verità, da partedei teologi  razionalisti, un'ardua impresa quella di  sostenere arditamente la potenza civi lizzatrice della ragione, e di opporla al  potere della rivelazione. Manon dimen tichiamo che quei singolari razionalisti  nonsostenevano la ragione che per ado perarla poi a beneficio della fede. Essi  non escludevano il sovranaturale, tut t'altro; partivano anzi da un principio  poco diverso dalle idee archetipe di Pla tone, pel quale sostenevano che l'intel letto nostro contiene in germe tutte le  verità così religiose come naturali; che  queste verità, dono gratuitodi Dio, van no manmano svolgendosicol progresso  storico dell' umangenere. Tutte le loro  dispute si struggevano intorno aquesto  solo principio: la rivelazione è un fatto  vero ma non necessario. Se Dio non  avesse data la rivelazione, gli uomini  col solo aiuto dei germi che Dio ha  posti nell'intelletto umano, si sarebbero  innalzati alla civiltà, avrebbero acqui stata la conoscenza di Dio e della sua  legge morale.  Non si può negare che per dei filo sofi teologi questo era un passo assai  ardito. Ma stretti com' erano dai vincoli  della fede, alla quale non potevano sot trarsi, come avrebbero potuto non mal trattare la logica a beneficio della re ligione? Perciò vittoriosamente oppo nevano i loro avversari che laragione  umana essendo limitata, non potrebbe  da se solaelevarsi fino alla chiara idea  diDio. Quindi conchiudevano con l'ar gomento di S. Tomaso (Contr. Gen. c.4)  che tre inconvenienti sarebbero venuti  ove Dio avesse abbandonato alle ricer RAZIONALISMO  che di ciascun uomo l'opera di for marsi le nozioni riguardanti Dio, la cre azione, la legge morale e la vita avve nire. E cioè: 1.º che pochi uomini ar riverebbero fino alla cognizione di Dio,  essendo il maggior numero impedito o  da inettitudine o da estranee occupa zioni, o dall' inerzia; 2.º che anche que  sti pochi i quali hanno capacità, tempo  e volontà, a stento vi potrebbero per venire dopo anni assai, e ad età inol trata; 3.º che essendo limitata laragione  e soggetta ad errare, non potrebbero  quindi avere mai la piena e formale  331  sulle forme del culto, divien scettico  sui dommi fondamentali della vita av venire; non afferma nè nega, ma s'a stiene, come il positivismo. Ciò, pertan to, che fudetto perl'uno valeanche per  l'altro. Dirò ancora che, a parer mio,  questa astensione non èmolto ragione vole, poichè in tutte le cose l'uomo  certezza di avere colto nel vero.  I razionalisti teologi sono molti dif fusi inGermania dove, per razionalismo,  non s'intende già una filosofia incredula,  ma una filosofia, la quale, benchè sia  contraria ai dommi della religione, è  pur sempre sottomessa ai dommi fonda mentali dell' esistenza di Dio, della spi ritualità e dell' immortalità dell'anima.  Ai nostri giorni nell' Italia e nella  Francia è sorto il razionalismo filosofico,  il quale, assai più ardito del suo confra tello, ha scosso tutti i dommidella fede  pronunzia il suo giudizio seguendo le  regole della probabilità. Nel Fedone,  parlando Socrate della immortalità del l'anima, dice: « lachiara cognizione di  tali cose in questa vita è impossibile,  od almenodifficilissima ... Il savio deve  dunque tenersi a ciò che sembra più  probabile quando non abbia dei lumi  più sicuri, o una rivelazione che lo gui di ». Or i razionalisti questa rivelazione  non l'hanno, nè ammettono per vere  quelle a cui credono gli altri uomini;  perchè dunque non si atterranno al co mun modo di determinarsi nei casi  dubbi? Dicono che questequestioni ec cedono lacapacitànostra e che i motivi  addotti pro e contro non hanno alcun  valore. Ragione di più anzi per deter mivarci alla negazione, perciocchè se  alcuno ci venisse innanzi affermando l'e equelli ancora della filosofia spiritua lista. Questo razionalismo, proclamando  l' assoluta indipendenzadella ragione, e  la sua esclusiva competenza a scoprire ❘ prensibili, certo non si pretenderebbe  cheda noi si adducessero argomenti  sistenza dicosa impossibilee pretendesse  dimostrarcela con argomenti incom il vero, nega recisamente ogni culto e sterno ed eziandio ogni religione. Si  arresta, per altro, dinanzi ai dommi fon damentali dell'esistenza di Dio e dell'a nima immortale, non giá perché esso  li ammetta siccome veri; ma perchè li di chiara impossibili a concepirsi e a di mostrarsi col nostro intendimento. Par rebbe ovvio che dopo taldichiarazione  il razionalismo dovesse negarli; pure  non è così, giacchè esso aggiunge inol tre, che come quei dommi non possono  concepirsi nè dimostrarsi, così neppure  possono confutarsi e negarsi; che tanto  le prove affermative quanto lenegative  non hanno valore quando si applicano  ad argomenti che eccedono i limiti del l'umana ragione. Mentre adunque il  positivi per negarla. Finchè una cosa  non sia dimostrata, per noi non esiste  ancora, e per negare ciò che non esiste  occorrono forse argomenti positivi? Ma  dimostrato non è ciò che si ammette  eccedere i limiti delnostro intendimento,  perciocchè la dimostrazione vuol essere  compresa, o non è dimostrazione. Se  non è dimostrazione, dunque la cosa  rimane indimostrata; e se la dimostra zione non è conpresa, dunque la cosa  non resta nè compresa ne dimostrata,  come non lo sono tutti i sogni della  nostra immaginazione, ad annullare i  quali bastala semplice attestazione dei  sensi.  L' astensione del razionalismo sui  razionalismo filosofico è affatto incredulo | dommi fondamentali della religione non 332  RAZZA  può dunquefondarsi, come si pretende,  sulla incompetenza della ragione. Un  certo ritegno, consigliato piuttosto dalla  opportunità, per non spingerela nega zione a tutta oltranza e per non cre arsi troppi nemici, è il vero motivo di  questa astensione. Ma molti hanno già  superato anche le ultime barriere e  spingono il razionalismo filosofico alle  sue ultime conseguenze, quali quelle di  emancipare la ragione umana da ogni  incomprensibile sovranaturale e di ren derla suprema giudicatrice d' ogni con troversia.  Razza, Specie. I naturalisti divi dono gli esseri vivi che popolano il mon do in vari generi, ogni genere sidivide  in varie specie, e le specie in razze. La  specie dunque comprende la razza; e  se si ammette che le razze comprese  in una medesima specie derivano tutte  da un'unica fonte, non così sono tutti  disposti ad ammettere che le specie  possono essere derivate le une dalle altre.  Darwin è stato uno fra i primi che  hanno dimostrata la trasformozionedelle  specie e il loro possibile passaggio dal l'una in altra ( v. DARWINISMO ). Rima ne tuttavia il dubbio sul valore delle  varie razze umane, rimane, cioè, a co noscersi se le varietà che si notano nel  fisico umano, derivano dalladegradazio ne o dal miglioramento di individui e guali, oppure se queste varietà sussi stettero in ogni tempoe fin dall'origine  dei vari tipi, i quali sarebbero perciò  distinti con caratteri specifici e costi tuirebbero altrettante specie.  Già fin dal secolo scorso i naturalisti  erano discordi intorno a questo punto.  Buffon ammetteva una sola specieuma na, fondandosi sul fatto che da un clima  all' altro le singole razze di uomini sono  insieme collegate; che a lungo andare  ogni uomo risente la influenza del clima,  che una medesima latitudine, allorchè  contiene climi diversi, presenta pure  razze differenti; finalmente che le varie  razze d'uomini possono associarsi vicen devolmente e generare individui fecondi.  Quest'ultimo carattere fu però negato  da molti naturalisti, specialmente dopo  le infeconde unioni sperimentate sui  negri d' Affrica trasportati in America  (V. DARWINISMO ). D'altra parte si è  pure giustamente obbiettato che la fe condità delle unioni fra individui di  differente razza non proverebbe che essi  appartengono alla medesima specie,poi chè, come osserva il prof. Adelon, è  certo che molti animali di specie evi dentemente diversapossono accoppiarsi  e procreare individui fecondi. A molti  parve poi impossibile di attribuire al l'influenza del clima le differenze che  si riscontrano fra le varie razze umane.  Nella storia naturale, dicono essi, le  specie si fondano sopra diversità im portanti, dipendenti dall' organizzazione  primitiva, le quali resistendo ad ogni  esterna influenza, si trasmettono immu tabili attraverso alle generazioni. Essi  dicono che le differenze che si notano  fra le razze umane in certi casi hanno  questo carattere specifico. Si incontrano  uomini neri vicino ai poli e uomini  bianchi sotto ai tropici; gli uni e gli  altri si mantengono tali in climi opposti  quando non si uniscono con altre razze;  ed in tal modo ibianchi rimangono  bianchi sotto ai tropici ed imori restano  mori nella terra di Diemen, paese fred do, come pure nell' America settentrio nale. Quante nazioni conservano il pri mitivo loro tipo a malgrado dei secoli  e dei climi, quando non contraggono  estranee alleanze, come, per esempio, la  nazione ebrea! D'altronde il moro non  ha mica la sola pelle nera; sono pure  neri ilsuo sangue, i suoi organi interni,  e se pretendesi che la prima sia stata  annerita dal calore del clima si vorrà  forse che egualmente abbia anneriti gli  altri? D'altronde non fu forse osservato  avere il negro un pidocchio particolare  ad esso, e diverso da quello che affligge  la razza bianca?  Intorno a questo argomento così si  spiega il Dott. Bertillon in un notevole  scritto sull' antropologia: «Uno dei cri RAYNAL  333  teri di coloro che sogliono attenersi al ❘ di principio per sviluppare la confusa.  gruppo specifico è l'origine. Sono di chiarati della stessa specie coloro che  sortono dalla medesima coppia. Compre sa in questa generalità la tesi è incon testabile, perchè si suppone che la discen denza è unfatto osservato, maquando la  comunanza d'origine non è stata scien tificamente accertata, e in conseguenza  tutte le volte che essa risale a tempi  lontanissimi, come nel caso dell' uomo,  bisogna relegare questo preteso criterio  fra le più detestabili inspirazioni di cui  i miti religiosi hanno infettate le fonti  della scienza. Quand' anche gli uomini  non fossero che delle scimmie antropo morfe perfezionate da una lunga selezio ne, non costituirebbero perciò meno un  gruppo generico ben distinto; e se an che gli astronomi, che oggi ci mostrano  l'esistenza del ferro, del rame, dell'i drogeno ecc. nelsole, riuscissero a farci  vedere degli uomini nel pianeta Marte,  Od altrimenti, il raziociniosi fa quando,  con dei principii luminosi ben applicati  alle cose oscure e ignote, si dimostra  quel che era occulto.  Raynal ( Tommaso Guglielmo )  nato a Saint-Genis il 12 Aprile 1713,  morto a Chaillot il 6 Maggio 1796.  Fudapprima ascritto alla compagnia  dei Gesuiti, mase ne allontand ben pre sto e, recatosi a Parigi, vi abbandonò  apertamente il sacerdozio.  Alcuni lavori di diversa natura, sto rici in gran parte, incominciarono ad  acquistargli rinomanza, e lo fecero ac cettare quale uno dei redattori del Mer curio. Avendo poi stretta amicizia con  Holbach ed Helvetius difese con ar dire e convinzione i principi da essi  professati.  Ebbe fama luminosaper lasua ope ra maggiore intitolata « storiafilosofica  e politica degli stabilimenti e del com mercio degli Europei nelle due Indie ».  qualunque fosse la loro eguaglianza or ganica con noi,dovrebbero forse costi-❘ Con quel libro Raynal tradusse in atto  tuire una specie aparte, sotto pretesto  che non discendono dagli stessi ante un concetto di difficile esecuzione e va nati ? Il solo proporsi queste questioni  vale risolverle. La formazione dei gruppi  specifici deve riposare, o sulla fecondità  scientificamente accertata e duratura fra  gli individui che li compongono, oppure  sul complesso dei rapporti di rassomi glianza e d'intimità i quali possano  condurci ad ammettere come attualmen te possibile la riproduzione durevole  dello stesso tipo ». Con ciò si conclude  che se in nessuna scienza si possono  fare delle divisioni assolute, meno poi  èlecito farle nella storia naturale, nella  quale queste divisioni sono affatto con venzionali enon meritano proprio, come  ben dice il dott. Bertillon, le lunghe  discussioni che hanno generato.  Raziocinio. L'atto del commet tere insieme giudizi per induzione o  per dimostrazione. Il raziocinio, diceRo magnosi, discorso,argomento, prova, non  è che lo sviluppo di una idea chiaro confusa, nellaquale laparte chiara serve  stissimo, quale era quello diriunire in  un quadro metodico e ben fattola sto ria di tutte le imprese degli Europei  nell' India e nel nuovo mondo. Come  egli sia riescito in questa impresa si  ardua, lo mostra la splendida celebrità  che al suo primo apparire l'opera gua dagnava all'autore. Della Storia filoso fica, furono fatte nella sola Francia venti  edizioni, e più che cinquanta altrove.  E fu un successo ben meritato, perchè  se in qualche punto si sarebbe potuto  usare una critica storica più severa, tale  menda però scompare di fronte ai pre valenti pregi reali dell'opera, nella quale  l'autore, alla esatta esposizione dei fatti,  seppe accoppiare profondi insegnamenti,  ed interessantissime considerazioni, qua li sono quelle sulla tratta deinegri, e sul la libertà del commercio, cherimangono  adimostrare il suo profondo affetto per  l'umanità, e per il civile progresso.  L'opera, per la sua indole storica,  più che filosofica, mal si prestava ad una 334  REDENZIONE  completa ed ordinata esposizione di dot trine. Tuttavia Raynal non lascid sfug gire occasione veruna per battere in  breccia l'assolutismo e lasuperstizione,  eper ridurre al loro giusto valore le  teorie dell'assoluto.  Così egli rifiuta ogni fede all'esi stenza di Dio, ed anzichè supporre un  ordine morale eguale in ogni tempo  ed in ogni luogo ed indipendente dalla  diversità dei fatti e delle forme sociali,  dimostra essere la morale una creazione  e  della società, diversa nei diversi tempi  nei diversi luoghi, ed intieramente  subordinata ai climi, alle consuetudini,  ed alle forme di governo.   e  «la storia del Parlamento d'Inghilterra».  Realismo. Vedi NOMINALISMO.  Redenzione. Nell' antico Testa mento redentore è detto chi redimeva  od aveva diritto di redimere l'eredità  venduta da alcuno dei suoiparenti, o il  parente stesso, dalla schiavitù, e chi ri scattava una vittima destinata al sacri ficio. Redentore del sangue era colui  che aveva diritto di vendicare l'uccisione  di qualche suo parente, ammazzando  l'uccisore.  Nel nuovo Testamento Gesù è detto  il Redentore, colui che diede la sua  vita per la redenzione degli uomini  (Matt. XX, 12). Ivi s' insegna che noi  resero molti onori. RELAZIONE, RELATIVO  siamo stati riscattati a gran prezzo (I  Cor. VI, 20), che il nostro riscatto  non fu fatto a prezzo d'argento,macol  335  uomini ed a concedere loro la vita e sangue dell' agnello immacolato, il quale  è Gesù Cristo. (I Piet. I, 11). Gli scrit terna. La quale opinione, che fadi  Gesù Cristoil nostro redentore per in tercessione e non per soddisfazione, è  avversata dalla maggior parte dei cri tori sacri partendo dal concetto del| stiani, i quali siconfortanocolleparole  peccato originale, giungevano fino a  supporre che tutti gli uomini fossero  dannati e fatti preda del demonio, e  che Gesù solamente col versare il suo  cato e la nostra liberazione. Conviene  di Gesù: « Questo è il sangue mio del  nuovo testamento, il quale sarà sparso  per molti in remissione dei peccati ».  Essi dicono ancora chenell'anticalegge  la redenzione o il riscatto dei primo sangue, offrendolo in olocausto al Pa drè suo, ottenne laremissione del pec-❘ geniti consisteva nel pagare il prezzo  per ricuperarli; la redenzione dunque  del genere umano consistere nell'avere  ricordare che sotto l'anticalegge il sa Gesù pagato il prezzo per salvare gli  uomini colpevoli e degui della morte  eterna. Ma fu risposto che se quello di  Gesù Cristo fosse stato un riscatto ve crificio costituiva il fondamento di tutto  il culto. Il popolo d'Israele, simile in  questo a tutto il paganesimo, non im petrava la clemenza di Dio in altro  modo che coll' offrirgli de' sacrifizi. I  migliori animali e i più immacolati e rano immolati sull'altare della divinità,  e su quella vittima innocente ciascuno  scagliava la sua maledizione come per  rovesciare su di lei le colpe di tutti.  Ammesso dunque il peccato originale,  ai primi cristiani doveva parer cosagiu- muoia per alcuni colpevoli, nè offrendo  sta che il sangue di unuomo fosse dato  come corrispettivo del riscatto di tutta  ro, egli avrebbe dovutopagarne il prezzo  al demonio da cui li riscattava, e che  questa idea era troppo orribile per es ser vera. D'altra parte fu detto che la  redenzione per soddisfazione, sarebbe  contraria alla giustizia divina, non es sendo giusto che un innocente patisca e  l'umanità.  Ai sociniani però non parve conve nevole per la divinità ch'ella vendesse,  fosse pure a prezzo di sangue, la re denzione degli uomini; laonde cercarono  di mitigare quanto ha in se stesso di  brutale questo domma, insegnando che,  non già per lamortedi Gesù,Dio aveva  perdonato agli uomini, ma per le sue.  preghiere. Quanto ai pelagiani che ne gavano la propagazione delpeccato ori ginale, dovevano necessariamente inten dere la redenzione in un senso simbo lico. Dissero perciò che Gesù è reden tore degli uomini perchè li ha istruiti  con laparola e con l'esempio, riscat tandoli dalle tenebre dell' ignoranza, e  ponendoli in condizione di acquistarsi  il cielo. Anche Le Clerc nella sua Sto ria Ecclesiastica si avvicina a questa  dottrina, dicendo che Gesù pregò il  questa sostituzione soddisfazione alcuna  pel delitto. Che, infine, sarebbe stata  cosa più degna della bontà infinita il  perdonare senz' altro a rei pentiti che  l'esigere una rigorosa soddisfazione.  Aqueste ed altre obbiezioni, i cre denti nella soddisfazione hanno risposto  essere una veratemeritàil crederedi sa pere meglio di Dio ciò checonvenisse ad  una bontà infinita. In questa maniera  eludendo la domandaconvennero che il  domma della redenzione non è spiega bile dalla ragione umana, e che costi tuisce perciò un mistero imperscruta bile. V. GESÙ, CRISTO, MESSIA, INCARNA ZIONE.  Relazione, relativo.L'atto col  quale l'intelletto consideradue cose di verse, ideali o reali, per indurne conse guenze sulla loro convenienzaosconve nienza si chiama paragone; le conse guenze indotte le quali indicano ciòche  una cosa è rispetto all'altra, sono la  Padre suo a perdonare i falli degli | relazione . Le relazioni che le cose 336  RELIGIONE  hanno fra di loro sono innumerevoli, e  la loro conoscenza costituisce il nerbo  delle nostre cognizioni.  Sono cose o ideerelative quelle che  hanno dipendenza da altre cose o idee.  L'effetto è relativo alla causa da cui  dipende; il colore è relativo al corpo in  cui si manifesta od all'organo da cui è  percepito. Adoperasi perciò nella filoso fia la voce relativo per indicare uno  stato o una condizione differente dal l'assoluto. Ogni nostra idea è relativa a  noi,manon è assoluta; il concetto che  io mi formo del suono, deicolori, della  luce, è affatto relativo al mio modo di  percepirli; ma chi sa in quale altra  maniera sono percepiti da altri esseri ?  e chi sa che cosa questi fenomeni sono  in realtà? Di cose assolute non può e sisterne che una, ed è la sostanza, la  quale essendo indipendente da ogni al tro essere, ed unica, non ha relazione  conaltre cose, poichè tutte le cose sono  parte di essa . Tolta questa unica  eduniversale sostanza, tutti i feno meni percepiti sono relativi o al no stro modo di percepirli, o alla causa  d'onde emanano, o alle condizioni di e sistenza che essi trovano.  Tutte le idee che noi abbiamo sono  relative. Invano noi cerchiamo di avere  la nozione assoluta delle cose; tutto ciò  che noi impariamo, lo impariamo in  grazia dei nostri sensi e perciò la ve rità di tutte le nostre cognizioni è pu ramente relativa a questi sensi. (v. PIR RONISMO).  Religione. Sentimento dell'animo  verso Dio, il quale non deve confon dersi con gli atti di divozione, che  costituiscono più propriamente il culto.  Vi sono alcuni chehannouna religione  enon uncultoesterno; ma l'elevazione  della mente verso Dio è in ogni caso  carattere essenziale della religione. Han no torto quegli increduli i quali affet tano di professare la « religione della  scienza » la « religione dell'umanità >>  ola « religione del vero ». Queste ed  aitre tali espressioni o non esprimono  giustamente il loro pensiero, oppure  non servono che ad occultare la loro  incredulità. Si possono professare delle  opinioni filosofiche intorno alla scienza  o all'umanità; ma acostituire una reli gione, ossia un sentimento di relazione  fra l'uomo e un supposto essere sovra naturale, non bastano leideepuramente  relative a cose naturali.  Questo per ciò che riguarda la de finizione. Se poi si'considera la reli gione nella sua essenza, si vede che  quel  il quale  si suppone innato in tutti gli uomini,  non è altro che l' espressione di quel l'occulto timore che l'uomo prova din nanzi agli agenti naturali più potenti  di lui. Feuerbachha detto giustamente  che il sentimento di dipendenza è la  sorgente di tutte le religioni; or il  primo motivo di questa dipendenza de riva dalla natura, e perciò essa è stata  l'oggetto del primo culto. « I filosofi  speculativi rai hanno canzonato, scri veva Feuerbach, perchè ioho detto che  il sentimento di dipendenza è la sor gente del sentimento religioso, defini zione che parve a loro faceta, dopo che  Hegel disse a Schleiemacher, che se il  sentimento di dipendenza è la sorgente  della religione, il canedovrebbe averne  una; avvegnachè esso si sente sotto la  dipendenza del suo padrone ».  AFeuerbach parve così poco seria  ' obbiezione di Hegel, che dopo averla  accennata non credette di spendere  parole per confutarla. D'altronde gli  sarebbe stato facile il dimostrare che,  se il cane, col suo corto raziocinio,  sentisse il bisogno di credere in un es- sere superiore, certo l'uomo sarebbe it'  suo Dio, con la differenza che esso ha  pel suo padrone un' affezione assai più  vera di quella che l'uomoprova per la  Divinità.   ; ma  ai filosofi moderni, siffatta credenza par  troppo ridicola. Ben altrimenti che tor nare in polvere, il corpo umano per la  massima parte si volatizza in gaz, i gaz  sono assorbiti dalle piante, le piante si  trasformano in frutti, i frutti sono man giati dall'uomo e si assimilano alla sua  carne (v. MORTE). Questo esempio rac chiude così all' ingrosso tutto il con cetto della trasformazione della mate ria; ma uno studio accurato della spe cialità dimostra, che sì nell' uno che  nell' altro modo, per un circolo di tra sformazione più o meno lungo, la ma teria torna quasi sempre al punto di  partenza e compie una rotazione non  dissimile da quella che subisce l'acqua  nei suoi fenomeni apparenti: svapora,  cioé, dal mare, si trasforma in nube,  quindi si condensa in acqua o neve,  penetra nei fianchi dei monti, scaturi sce in sorgenti e quindi le sorgenti  fanno i ruscelli, i torrenti, i fiumi, che  finalmente ritornano al mare. Così del  pari la materia di che è composto il  nostro corpo, sarà a poco a poco assi milata da altri corpi; formerà vegetali,  animali e uomini, di guisa che, in ulti ma analisi, può dirsi con matematica  esattezza, che tutti gli uomini son fatti  dall'istessa sostanza. Ora se la materia  di che é composto ilmio corpo è quella  stessa che formò il corpo di altri uo mini che vissero prima di me, avremo  un corpo solo ognidieci, ogni cinquanta  ocento uomini, di guisa che molti sa ranno impossibilitati a risorgere. Lo  statuario che modellando la sua creta  forma una figura, e cessato il bisogno  l'infrange per formare con essa nuovi  modelli, potrebb'egli mai coll' istessa  creta pretendere di ricostruire tutti i  modelli che con essa egli ha prodotti?  S. Paolo così rispondea questa diffi tempi gli opponevano i Corinti: « Ma,  dirà alcuno, come risuscitano i morti  e con qual corpo verranno? Pazzo che  sei ! Quel che tu semininon èvivificato,  se prima non muore. Tu non semini it  corpo che deve nascere,maun granello  ignudo; ed aciascunseme Iddiodà il suo  proprio corpo. Non ognicarne è la stessa  carne, anzi altra è la carne degli uo mini, altra quella delle bestie. Vi sono  ancora dei corpi celesti e dei corpi ter restri , ma altra è la gloria dei celesti,  altra quella dei terrestri. Cosi ancora  sará la risurrezione dei morti: il corpo  è seminato in corruzione e risusciterà  incorruttibile Egli è seminato in diso nore e risusciterà in gloria: egli è se minato in debolezza, e risusciterà in  forza: egli è seminato corpo animale e  risusciterà corpo spirituale. (I Cor. XV,  35 eseg). Certo, qui San Paolo non  spiega l' impossibilità fisica di formare  due o più corpi con lamedesima mate ria contemporaneamente. Il corpo dei  risorti dev'essere spirituale; e intendasi  pure che in queitempi neiquali lo spi ritualismo moderno non eranato, con  la voce spirituale intendesse di indicare  una sostanza più leggera della materia  (v. ANIMA), una sostanza incorruttibile,  cioè non soggetta a trasformarsi Sarà  pur sempre vero che, secondo S. Paolo,  non saranno già i nostri propri corpi  che dovranno risorgere, ma altri corpi  fatti di una sostanza diversa. Perchè  non è piaciuto ai teologi di restar fe deli a questo insegnamento ? Volendo  lusingare la vanità dei vulgari essi  hanno forse capito che se il domma  della risurrezione giovava al cristiane simo, ciò era apatto che il nostro pro prio corpo fosse chiamato alla risurre zione; cioè quel corpo al quale siamo  tanto attaccati, e che costituisce per  noi tutta la nostra personalità. Perciò  amolti teologi èpiaciuto di sbizzarrirsi  descrivendo le condizioni della nostra  risurrezione.A sentirli, tutti i corpi do vranno essere perfetti; quindi gli storpi 352  RIVELAZIONE  si raddrizzeranno, i ciechi avranno la  vista e i sordi l'udito; i grassi diver ranno un po'magri e i magri ingrasse ranno; i vecchi dovranno diventar gio vani e igiovani dovranno farsi adulti, in  modoche tutti abbiano la perfetta età di  33 anni. Non hanno detto però se per  amore di questa tanto invidiabile ugua glianza e di questa sublime perfezione,  le vergini dovranno cessare di essere  tali, o se le donne maritate dovranno  tornare vergini. Quest'ultima opinione è  però assai più probabile, attesochèGesù  Cristo, rispondendo ad una interpellanza  chegliavevanofatta iSadducei, dichiarò  che quando gli uomini saranno risu scitati dai morti, non prenderanno nè  daranno mogli, ma faranno come gli  angeli che son ne'cieli » (Marco XII,  25). Quindi gli uomini avranno la bocca  ma nonmangeranno; il ventricolo ma  non digeriranno; gli organidellagene razione ma nongenereranno. In termini  assoluti si può dunque dire, che tutti  questi organi saranno superflui : or è  molto dubbio che le cose superflue sian  perfette. Perciò, guidati da questa ob biezione, molti teologi supposero che  nella risurrezione non si farà più di stinzione di sesso. Questa opinione ha  fondamento in un passo dell' Evangelo  apocrifo degli Egiziani, nel quale si  leggevano queste parole: « Il Signore  fu interrogato daSalome quando verreb be il suo regno? Ed egli disse: quando  voi calcherete sotto i piedi gli abiti  della vostra nudità, quando due saranno  una, e ciò che è di fuori sarà come cid  che è di dentro e non vi sarà più nè  maschio nè femmina » . Giustamente  osservò BianchiGiovini,che con questa  anfibologia pare si voglia dire, che la  trasformazione del mondo presente deb ba produrre anche una trasformazione  dell'essere umano, il quale sarà vestito  di un corpo diafano, liscio, senza sesso,  senza membri o visceri, di cui non vi  sarà più bisogno; come non vi sarà bi sogno di vestimenta essendo cessati i  riguardi del pudore e le esigenze delle  stagioni. In tutti i casi le prime fonti  cristiane insegnerebbero che la risurre zione si farà con corpi diversi dai no stri, e se i teologi vi avessero attinto  fedelmente e senza esagerazioni, avreb bero almeno evitata la impossibilità fi sica di cui si è parlato.  Rivelazione. Nelsenso dei dom matici è l'atto col quale Dio ha inse gnato agli uomini, a viva voce, o per  mezzo dei suoi inviati, lecosì dette ve rità della religione. Tutte le religioni  positive ammettono una rivelazione fatta  daDioall'uomo,siadirettamente all'atte  della creazione, sia indirettamente col  mezzo di mandatari che consegnarono le  regole della religionenei codici sacri, i  quali perciò si considerano dai credenti  come inspiratidalla divinità. I principali  libri sacri sono: i Veddas, il CodicediMa nou e i Purana degli Indiani; il Zend Avesta dei Persiani; laBibbia degli ebrei  (V. BIBBIA) l'Edda degli Scandinavi e il  Korano dei mussulmani.IGreci ediRo mani avevano ingrande venerazione al cuni scritti dei poeti, tali che Omero ed  Esiodo, certe raccolte degli oracoli ed  i libri Sibillini, evidentemente apocrifi.  Allora la poesia dettava le sue leggi ai  popoli, dei quali i poeti erano i natu rali legislatori. Nei primordi della ci viltà gli uomini non ebbero altra re gola di condotta all'infuori di questa :  ecoloro fra essi che per il loro inge gno, per il coraggio o per l'entusiasmo  si distinsero dagli altri, furono creduti  inspirati dagli enti superiori. L' uomo  aveva vicino i suoi Dei, e tutti i giorni  ne udiva la voce, iconsigli e icomandi  in tutti i fenomeni della natura, nei  tuoni e nei lampi, nel volo degli uc celli, nelle interiora degli animali, nei  vapori delle caverne, nel canto dei poe ti, e perfino negli incoerenti propositi  dei pazzi (v. ORACOLI). Chi per le doti  del suo ingegno si sentiva chiamato a  dirigere i destini della società, si cre deva o fingeva di credersi inspirato da  Dio; dettava le sue leggi, e i suoi  scritti andavano bene spesso ad aumen RIVELAZIONE  tare il codice dei libri sacri. Il sorgere  di un profeta, di un rivelatore era cosa  assai comune tra gli orientali; come  tra i Greci ed i Romani comunissima  era la scoperta di nuovi oracoli. Dio  parlava all'umanità in tutte le guise,  sotto tutte le forme. Dal serpente del  l'Eden che predice all' uomo la reden zione, dall'asino di Balaam all'umile fa legname di Nazareth, la storia degli  ebrei non è che una continua succes 1  353  serie dei profeti. Pietro de Bruys, Eon  della Stella, Epifane, gl'Illuminati, i Ca misardi, i Giansenisti, e gli Svedenbor gisti, ci provano quanto in ogni tempo  sia stato facile il farsi credere in comu nicazione con la divinità. Ancora ai  giorni nostri la rivelazione non è ces sata. Brigham Young non ha egli pro nunciati i suoi oracoli fra i mormoni?  e tutti i giorni i medium spiritisti non  rivelano ai credenti le cose dell' al sione di profeti e di entusiasti, del mag gior numero dei quali la tradizione  forse ci ha taciuto il nome. Così divul gata era allora la credenza della par tecipazione degli Dei nei consigli uma ni, che molti filosofi non la posero in  dubbio, e quando pure dubitarono di  questo o quell'oracolo, non dubitarono  di tutti. Pittagora si diceva egli stesso  in comunicazione colla divinità. Platone  nel quarto libro delle leggi insegnava  doversi ricorrere a qualche Nume, o at tendere dal cielo una guida, un mae stro che ci istruisca. Nel Fedone par lando Socrate dell'immortalità dell'ani ma diceva, dovere il sapiente tenersi al  probabile, quando non ha dei lumi più  sicuri, o la parola di Dio stesso che gli  serva di guida. Tutta la scuola pitta gorica e neoplatonica, come quella di  tutti i mistici ha professato lacredenza  nella facile comunicazione con ladi vinità.  Il gran numero degli evangeli apo crifici ( v. APOCRIFI ) dimostra quanto  fosse facile il compilare dei libri rive lati anche nei primi secoli del cristia nesimo. Solamente dopo che la Chiesa  ebbe stabilito il suo poteree fu custode  gelosa della sua autorità, tacque la  voce dei profeti,e gli oracoli con leggi  violenti furono costretti al silenzio. Ma  non cessò per questo il popolo di con sultare i suoi genii; e nel medio evoebbe  per profeti le streghe e gli stregoni e  il demonio per rivelatore. Di tempo in  tempo sorgevano nuovi inspirati, iquali,  sempre condannati dalla Chiesa, ma sem pre creduti dalle turbe,continuarono la  tro mondo? (V. MORMONISMO E SPIRI TISMO).  I deisti, i quali non ammettono reli gione positiva, negano che vi sia stata  una vera rivelazione, poichè a quanto  dicono, l'uomo non ha che a seguire i  dettami dellasua ragione e il lume della  sua coscienza per conformarsi alle leggi  divine. Una rivelazione, continuano essi,  fatta ad un popolo o ad una schiatta,  sarebbe ingiusta, poichè essa conter rebbe delle regole di condotta che sa rebbero ignorate dai popoli ai quali la  rivelazione non venne data.  Se ciò fosse vero, rispondono i cat tolici, bisognerebbe conchiudere essere  interdetto il porgere agli uomini istru zione ed educazione di sorta; un im pertinente essere stato qualunque filosofo  tentò farsi maestro ai propri simili, ed  insegnare a pochi uominiquello ch'egli  era in dovere di insegnare all'universo  intero. Ma questa risposta non giova  proprio ai cattolici, i quali sanno pure  che Dio non è un filosofo, la cui azione  è limitata necessariamente al ristretto  numero di coloro che aspettano i suoi  insegnamenti. Ma se il filosofo non può  istruire tutti gli uomini, Dio poteva  farlo, nè ciò gli sarebbe costata mag giore fatica di quellacheglisia costata  l'istruzione di pochi eletti.  Una religione rivelata,dicono ancora  i deisti, non può essere destinata da  Dio a tutti gli uomini, poichè non ve  n'è alcuna che abbia tali prove, che  comprendere si possano da ogni uomo;  altrimenti Dio esigerebbe l'impossibile ;  quanto poi alla rivelazione cristiana in  23 354  ROBINET  particolare, non si può dire che essa  eccelle in perfezione, imperocchè errori  di fisica, di astronomia, di morale e per fino di cronologia si trovano nei libri  nei quali questa pretesa rivelazione è  stata consegnata (V. BIBBIA).  Robinet ( Giovanni-Battista-Re nato) nacque a Rennes nel 1735, morì  il 24 febbraio 1820.  ed il riposo e la sicurezza di cui cia scuno gode. E la compensazione deriva  da ciò, che immutabili sono soltanto  Dio ed il nulla: l'essere finito cambia  ad ogni istante ma nonpossiede senon chè laminima parte possibile di esi stenza, così che in ogni istante perde  altrettanta esistenza, quanto ne riceve :  e siccome esistere è il bene e non esi Entrò nella società dei Gesuiti, ma stere il male, ecco stabilitaper sè stessa  si stancò ben presto di un genere di la compensazione. La quale è inoltre  vita pel quale non era inclinato. Usci manifestata da tutti i grandi fenomeni  quindi da quel sodalizio per dedicarsi della natura come da quelli dell'ordine  interamente alla filosofia. Stampò in sociale: la nutrizione non può ristorare  Olanda (dove recavasi a questo scopo) senza distruggere, l'attività distrugge  il suo libro della Natura, la cui pub- quanto produce, la sensibilità accoppia  blicazione non sarebbe stata permessa al piacere la pena; ogni stato ha le sue  in Francia dall' autorità. L'opera fece gioie e le sue miserie, ogni condizione  tanto rumore che fu attribuita agli i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti.  scrittori più celebri dell' epoca, quali Ma gli esseri, oltre avere la stessa som Helvetius, Diderot, Voltaire, ma Robinet ma di beni e di mali, hanno anche la  non tardo a rivendicare in termini fermi stessa origine. Tutti sono varietà del  emodesti la paternità come la respon- tipo animale, hanno organi con cui ri sabilità del lavoro. Se però il suo nome prodursi, ed i minerali e gli astri sono  fu più conosciuto, non migliorò per que- soggetti alle leggi della generazione,  sto la sua condizione economica, tanto come gli animali e le piante. Ora legge  che fu costretto a mettersi agli stipendi universale della natura animale è l'i de'librai, ed a tradurre dall'inglese per stinto: l' istinto è adunque la Legge su  essi de' romanzi. Nel 1778 ritornò in cui si fondano la società, i costumi e  Parigi, e qualunque fosse stata l'impres- la legge della specie umana; la stessa  sione prodotta dal suo libro, la mede- | morale non è che un istinto più per sima era già così cancellata, che l'au tore fu nominato censore reale e con servò l'impiego fino al momento in cui  quella carica fu soppressa. Robinet du rante la rivoluzione si ritrasse a sua  Rennes, ove fint i suoi giorni.  Concetto fondamentale dell' opera  la Natura è che i benied i mali si e quilibrano perfettamente nel mondo. Il  dolore ed il piacere, il vizio e la virtù  corrispondono a monete il cui corso è  regolato ed il cui valore si eleva e si  abbassa in proporzioni costanti. Gli es seri più perfetti dopo Dio, i più ricchi,  quelli che hanno ricevuto le facoltà più  potenti sono anche quelli che trovansi  più esposti alla corruzione e quindi alla  maggiore infelicità. Vi è adunque com pensazione tra il benessere di ciascuno,  fetto di quello degli altri animali.  Quanto all' anima, Robinet suppone  che dall'istante della creazione abbiano  esistito insieme i germi di tutte le ani me e quelle di tutte le organizzazioni.  Ledue nature non derivano l'una dal l'altra, ma non possono esistere l'una  senza dell'altra. Ad ogni funzione dello  spirito, alle sensazioni, alle idee, alle vo lontà corrispondono certi organi interni  e certe fibre del cervello, così che se  corpo.  il corpo è animato dallo spirito, l'anima non pensa ed agisce che per mezzo del  1  Robinet riconosce che l'idea comune  di Dio non è che l'idea stessa dell'uomo  elevata a proporzioni chimeriche, o ri dotte, il che è lo stesso, ad un concetto  negativo. Pure, anzichè concluderne che ROSCELINO  con ciò stesso si distrugge la teoria del l'ideainnatadiDio, ed insieme uno degli  argomentipiùfavoriti deideisti,egli siper deneltentativo di togliere dalla nozione  dell'essere supremo ogni legadiantropo morfismo, ammettendo come indiscuti 355  da lui seguito nelle conferenze pubbli che che teneva in Parigi tutti i merco ledì. Egli incominciava col porre alcune  generali proposizioni tratte dall' espe rienza e ne deduceva laspiegazione dei  fenomeni: ciò dava origine a discus bile l'esistenza dell'essere stesso. « Noi  sappiamo, egli dice, che Dio esiste, elo  riconosciamo come creatore, poichè l'ef fetto ci attesta la causa e il finito l'in finito; ma nessuna analogia è possibile  tra questi due ordini di esistenze. La  causa prima abita una gloria inaccessi bile, e noi, non potendo che distinguerla  da ciò che essa noné, dobbiamo rasse gnarci alla conclusione che la natura  divina è per noi assolutamente incom prensibile ». Edal creatore venendo alla  creazione, Robinet crede che Dio da  tutta l'eternità dia alla natura una esi stenza temporanea, e cioè che se la  creazione è eterna non lo sieno ilmondo  e gli oggetti creati; con questa propo sizione egli addottò una opinionemedia  tra quelli che considerano ilmondo co me eterno, e quelli che lo suppongono  creato dopo una eternità, e non si av vide che l'idea di Dio creatore è tanto  assurda che con essa nessuna teoria  regge alla critica. Così che delle tre  idee suaccennate nessuna è conciliabile  coll' idea di Dio creatore: non la sua  perchè suppone unDio che crea e non  crea, o che vuol creare e non crea nel  medesimo tempo; non la seconda che  facendo il mondo coeterno a Dio lo so stituisce a lui, come fece Spinoza ; non  la terza che suppone un' eternità limi tata, od un mondo che esiste senz' es sere stato ancora crea to, mentre non  potrebbe d'altronde esistere che per la  creazione.  Rohault(Giacomo)nato in Amiens  nel 1620, morto nel 1675. Fu uno dei  sioni di ogni sorta sui diversi argomen ti, discussioni che egli poi riassumeva,  esponendo il suo avviso, cui corrobo rava colla esperienza. Con siffatte le zioni Rohault compose il migliore trat tato di fisica che fosse stato stampato  fino allora, cosi che fino a Newton ven ne considerato come opera classica in  Francia ed in Inghilterra.  Rohault fu autore anche di una o pera di metafisica intitolata  cade  talora in contraddizione, giacchè tra  due pareri contrari egli non prende par tito senza avvilupparsi in un dedalo di  distinzioni spesso inutili e sempre poco  chiare. Perciò molti hanno detto scri vere il Romagnosi per sè A non per gli  altri, e un suo apologista confessa che  gli accadde sentire da qualcuno che a vendo letto per intero il suo libro della  Mente sana, era giunto alla fine senza  intender niente. ( Prof. Celso Mazzuc chi, sull' economia dell' umano sapere).  Rosmini (Antonio)nato nel 1797  a Roveredo presso Trento. Studid all'u niversità di Padova e fino da allora  diede segni di spiegata tendenza al mi sticismo. Nel 1821 fu ordinato frate. Si  segnale per qualche tempo per fanati smo ed intolleranza, ma si mitigò poscia  sensibilmente e tanto da dedicare il re sto della sua vita al trionfo del cosi detto cattolicismo liberale ed alla indi pendenza politica d' Italia. Con questi  scopi fondò egli stesso un ordine reli gioso destinato a riunire in sodalizio  preti istruiti e tolleranti, e pubblicò  gran numero di opere che fecero di lui  un capo-scuola.  Per quanto la sincerità della sua  fede religiosa e la sua opposizione alla  teocrazia gli avessero guadagnata gran de rinomanza e numerosi seguaci, pure  dovette convincersi asue spese che tenta  un'opera impossibile chi aspira a con ciliare tra loro i due principi affatto  incompatibili del cattolicismo e della  libertà. I suoi progetti di riforma eccle siastica e le sue opinioni teologichesu scitarougli contre l'odio dei gesuiti.  Speditoda re Carlo Alberto in missione  presso il papa, lo segul a Gaeta all'e poca della fuga famosa, ma essendosi  poi reso sospetto al papa e trovandosi  sotto la minaccia del carcere della po lizia borbonica, dovette partire e rifu giarsi aTresa sul lagoMaggiore dove  morì nel 1855, dopo avere (con un atto  di sommissione inesplicabile di fronte  alla energia del suo carattere) ricono sciutoil giudizio con cui la Chiesa met teva all'indice le sue opere, anzi dopo  aver distrutti quanti più potè dei libri  che avevano cagionata la condanna.  Le fondamenta del nuovo ordine fu rono da lui gettate al Calvario di Do modossola nell'alto Novarese, dove con  alcuni pochi compagni si era ritirato  nel febbraio dell'anno 1828. Il voto era  perpetuo, ma non privava imembridel  diritto di possedere beni propri; sola mente li sottometteva ad una ammini strazione comune e li privava del diritto  di applicarli per volontà propria in fac ROSMINI  cia alla coscienza, non già in faccia alle  leggi civili , per le quali possedevano  come ogni privato. L'Istituto, come cor po,nonpossedendo nulla, i suoi membri  dovevanoesser provveduti diuna rendita  359  se questi filosofi si fossero data la briga  di uscire dalla ristretta cerchia del loro  per la loro sussistenza personale, la  quale per i nullatenenti è supplita dal  superfluo dei loro fratelli. L' Istituto  era diffuso nel Piemonte, dove aveva  case a Stresa, a Domodossola e a S.  Ambrogio di Susa. Qualche casa di ro veretani fu pure fondata nell'Inghilterra,  mase abbiano prosperato o no, ignoro.  Tutto il sistema della filosofia rosmi niana si fonda sopra unprimo errore, un  errore fondamentale, distrutto il quale,  l'intero sistema resta scomposto. Questo  errore è l'intuizione dell' ente univer sale, la quale daRosmini cosi si dimo stra: « Io so d'esistere, io so che esi stono altri esseri simili a me; so ch'e sistono de' corpi estesi, larghi, lunghi  eprofondi. Noncerco ora se questo mio  sapere m'inganni o no; io intanto so  tutto questo e cerco disapere come lo  so. Ora io veggo che non saprei che  esiste un solo ente, se io non dicessi,  se non avessi mai detto a me stesso  che quell'ente esiste. Sapere dunque che  osiste un ente e dire e pronunciare meco  stesso che esiste, é il medesimo. Lamia  cognizione adunque degli entireali non  è che un' affermazione interna, un giu dizio. Conosciuto questo, non mi rimane  che ad analizzare un tale giudizio, ad  osservarne l'intima costituzione. Quando  io dico meco stesso che esiste un dato  ente qualunque particolare e reale, non  intenderei ciò che dico, se non sapessi  che cosa è ente, che cosa è entità. La  notizia dunque dell'entità in universale  debb'essere in me, e precedere tutti quei  giudizi, coi quali dico che qualche ente  particolare e reale esiste ».  Il frate roveretano supponeva dunque  che noi abbiamo la conoscenzadegli u niversali, prima ancora di avere quella  dei particolari, errore, che, d'altronde ,  bisogna perdonargli di buon grado, poi chè è stato comune a molti filosofi. Ma  subbiettivismo, per esaminare ciò che  accade nella realtà, si sarebbero presto  accorti, che prima noi conosciamo le  cose particolari, e poi ci facciamo l'idea  değli universali, i quali non sono altro  che l'astrazione o la generalizzazione  dei particolari. I selvaggi australiani,  per quanto ne riferisce il padre Salva do, hanno voci per dinotare ogni specie  di albero, ma non hanno una voce per  esprimere l'idea d'albero in generale;  hanno voci per indicare i vari animali  daessi conosciuti, manon per esprimere  l'animale in genere, ossia la riunione  dei caratteri comuni a tutti gli animali,  astrazion fatta delle loro qualità par ticolari.  Chi vede per la prima volta un og getto, ha l'idea particolare di quell'og getto e non altro; i particolari che gli  sono propri lo colpiscono per i primi;  ne apprezza il colore, l'odore, il sapo re o la forma, che sono i fenomeni,  nè pensa in alcuna maniera all'essenza  che assume la forma di quei fenomeni,  e che costituisce l'idea dell' ente uni versale, tale come Rosmini l' intende.  Solamente dopo una serie continua di  percezioni la mente umana si eleverà  dal particolare all' universale, ossia a  quel carattere comune atutti gli esseri,  che per astrazione si attribuisce ad un  essere unico non percepito. Ma l'idea  dell' ente privato delle sue realità feno menali èuna pura negazione. Percepisco  il colore , e penso poi a uncorpo senza  colore; questo secondo concetto non è  altro che una negazione del primo, e  quand' anche gli si volesse dare un ca rattere positivo, sarebbe sucessivo e non  precedente alla percezione della cosa  particolare. Pertanto ' affermazione ro sminiana,che noi abbiamo l'intuizione  dell'ente in universale, astrazione fatta  degli enti particolari, vale quanto dire  che noi abbiamo la conoscenza di nes suna cosa prima che qualche cosa sia  stata da noi percepita. 360  ROUSSEAU  Posto questo primo errore comeuna  verità fondamentale del suo sistema,  Rosmini ha bel giuoco nel confondere  gli scettici. Data la cognizione della  prima verità, cioè quella dell' ente in  astratto, egli risponde all'obbiezione di  coloro che gli dicevano « a voi pare di  sapere che cosa sia essere, ma forse  nol sapete ». E dice: « Il sapere, sem plicemente che cosa è essere, senza  aggiungervi alcuna determinazione, e  il credere di saperlo, è la medesima  cosa: credere di sapere che cosa è es sere, e sapere che cosa è essere è sa pere la verità, perchè l'essere essen zialmente è... Si consideri bene che  sapere che cosa è essere, è la semplice  concezione dell' essere, non è afferma zione di alcuna cosa sussistente; l' illu sione adunque che si obbietta non è  possibile, giacchè non si può favellare  della illusione della concezione dell'es sere senza ammettere già questa con cezione di cui si disputa ».  Così dunque per Rosmini un' affer mazione che non riguarda alcuna cosa  sussistente, provache un enteveramente  esiste; e il credere che un ente vera mente esiste, provache esisteveramente.  Anche volendo passar sopra a queste  incongruenze, la prova rosminiana si  ridurrebbe a dire: penso che penso,  dunquepenso veramente. Può darsi ch'e gli abbiapensato dipensare; quello che  per certo non ha pensato, è che ilpen siero non nasce in noi senza unacausa  occasionale estérna, e che la percezione  di questa causa, tale quale ci si mani festa nelle sue accidentalità, è il primo  pensiero che noi abbiamo. Se vedo un  oggetto verde, penso al verde; e se a  questo pensiero tolgo il concetto di  verde, che è l' accidentalità, non ho l'i dea dell' essenza dell'ente, ma sopprimo  addrittura il pensiero, perocchè il pen siero non può stare senza l'oggetto  pensato.  Quanto alla teologia naturale rosmi miana nonsi può dire che abbia almeno  il merito d' esser chiara. Rosmini vuole  che il principio di causa conduca alla  conoscenza di Dio; quanto all' esistenza  dell' anima non cura di dimostrarla,  parendogli di averne fin troppo bene  dimostrati i carattari di semplicità e di  immortalità . Questa dimostrazione è  davvero così singolare che merita ne  sia dato un saggio: « La semplicità si  prova da questo appunto che l'anima  èun principio unico e immune dallo  spazio, perchè l'identico principio che  sente è anche quello che intende: per chè l'atto del sentire in opposizione  all'esteso sentito esclude l'estensione  per lamedesima opposizione; finalmente  perchè il principio intelligente riceve  la forma dell'idea, cosa immune affatto  dallo spazio e dal tempo ». Questa serie  di pretese dimostrazioni, non sono che  affermazioni pure e semplici, le quali  supponendo cio che è inquestione, piut tosto che servire di dimostrazione a vrebbero anzi bisogno di essere dimo strate.  Dello stesso genere sono le altre  prove date nella teologia naturale ro sminiana, sicché inutile sarrebbe qui  l'accennarle, e più inutile ancora il con futarle.  Rubov (Rubovius) nato a Luchow  nel 1703, morto ad Hannovernel 1774.  Fu professore di teologia nell'università  di Gottinga. Divise le opinioni filosofiche  di Wolf, anzi imprese a mostrare che  le medesime erano in perfetto accordo  coi dommi del cristianesimo. Lasciò due  opere  Sviluppo delle idee razionali  di Wolf su Dio-Dissertatio de anima  brutorum.  Rousseau(GianGiacomo).Nacque  a Ginevra il 28giugno 1712daun oro logiaio. I primi anni della sua giovinezza  trascorsero in una vita avventurosa e  assai poco edificante. Fu dapprima po sto in pensione presso un ministro a  Bossey, dove imparò il latino, quindi  collocato come scrivano presso il can celliere di Ginevra, fu poco appresso ri mandato siccome inetto. Fece poi il suo  tirocinio presso un incisore, i cattivi ROUSSEAU  trattamenti del quale instillarono nel l'animo di Rousseau, per quanto ne  dice egli stesso, l'infingardaggine, la  menzogna e la tendenza al furto. Con fessa egli stesso ; ammirava il carat tere della divinità dell' Evangelo; poi  aggiungeva >>  menò in moglie la signorina de Camp grand dalla quale si separò poi con atto  di divorzio. Confessa egli stesso che vo leva usare del matrimonio come di un  mezzoper studiareiscienziati, e che per  migliorare l'organizzazione del sistema  scientifico, gli occorreva di conoscere  >>  e la trasforma con uno slancio trascen dentale nel solo assoluto universale!  Scho penhauer scrive: l'universo e volontà! Egli  procura anche didimostrare laverità di  questo sofisma con degli argomenti empi rici, e passando attraverso ai regni della  natura, cerca di persuadere che il vege tale ha già degli istinti, i quali si tra sformano in volontà negli animali; che  gli animali delle classi inferiori, quan tunque non abbiano ancor la coscienza  della loro propria volontà, pure per la  tendenza che hanno a soddisfare i loro  bisogni accennano già alla volontà di  vivere, la quale si va viavia sviluppan do nelle classi superiori. Nella sua sma nia di scoprire la volontà germogliante  in ogni dove, il filosofo di Dantzig non  teme di trovare una nuova formola  della teoria delle cause finali, poiché  egli dice che l'organismo si conforma  alla volontà, che il leone p. e., ha le  zanne perché vuol lacerare la preda, e  che l'uccello ha le ali perché vuol vo lare. S'egli si fosse limitato a dire che  l'uccello vola perché ha ie ali e che il  leone squarta la preda perchè ha le  zanne, sarebbe rimasto nel vero. Avreb be allora designata una legge e non una  volontà, giacchè il senso che egli attri buisce a questa voce è assolutamente  nuovo, per non dire addrittura contra rio a quello che essa ha veramente  nella lingua. Questa pretesa volontà se parata dai corpi volenti, non è che una  generalizzazione, è l'astrazione delle vo lontà particolari, e tanto varrebbe dire  che esiste una persona generale, indi pendente da ogni individuo e da ogni  forma, perchè esistono delle persone  particolari. Qui Schopenhauer cade nello  stesso errore dei realisti (v. SCOLASTICA)  dal quale avrebbe tanto più dovuto  guardarsi, in quanto egli non si perita di  accusare Spinoza di usare le parole in  un senso affatto nuovo, e di chiamar  Dio l'universo, diritto la forza, volontá  la determinazione.  Io ho detto poc'anzi che la filosofia  di Schopenhauer è un puroidealismo sub biettivo. Il suo sistema della volontà  non mi pare fatto per togliermi da  questa convinzione. Se il mondo non è  che l' obbiettivazione della volontà, e  se « la volontà è tutto ciò che costitui sce il mondo al di fuoridella immagine  rappresentativa » a parte la poca coe renza di queste due idee, mi pare che  niun dubbio possa esistere su questo  punto. Pure è Schopenhauer stesso quello  che nega questa conseguenza, e dopo  aver detto che « il sole ha bisogno di  occhio che lo veda per illuminare », si  rappresenta il sole delle epoche geolo giche, quando la terra era coperta  da «uno strato uniforme di granito >>  e così lo fa interrogare : « Perché ti  dai tu tanta pena di comparire così?  Non vi è occhio che ti veda nè intel SCHOPENHAUER  letto che ti comprenda! E il sole ri sponde: Ma io sono il sole, e appaio  perchè io sono: coloro che lo possono  mi vedano ». Dunque anche il sole esi ste e illumina senza che occhio vi sia per  vederlo, senza intelletto ove riflettere la  sua immagine rappresentativa ! Non ten terò di conciliare Schopenhauer con se  393  a dire che essa non può formarsi spon taneamente, nè aver fine; il quantum  di sostanza che si trova nel mondo non  stesso. Nessuno, per quanto io sappia,  l'ha fatto. Vi sono de filosofi tedeschi  che bisogna ammirare ma non discute re, e i più fanno così solo perchè ciò  fa comodo al loro pigro intelletto.  Se si riduce al suo vero valore la  contraddizionediSchopenhauer,interpre tandola nel modo il più benigno, biso gnerebbe credere ch' egli abbia voluto  stabilire, che senza intelletto non vi può  essere immagine rappresentativa e che  per noi l' immagine rappresentativa è  tutto quanto conosciamo del mondo. Ma  codesta è una verità così banale che  nessun filosofo ha creduto di stabi lırla, appunto perché la sua evidenza è  tale che anessuno é mai venuto in mente  di negarla.  Schopenhauer, volente o nolente, idea lista, combatte acerbamente Fichte, per ché le conseguenze del suo sistema con ducono a negare la realtà dell' ob biettivo; con la stessa coerenza com batte i materialisti, ch'egli accusa di  fondarsi sopra una enorme petizione di  principio, prendendo l'oggetto dellafilo sofia per base di essa,mentre senza laco noscenza che il materialismo fa derivare  dalla materia, noi non avremmo alcuna  cognizione, neppur quella della materia,  che è il puntodi partenzadelmateriali smo. Così lanciata, come il solito, la sua  accusa, forse per avere l'aria di costruire  una filosofia tutt'affatto indipendente, egli  prende senza scrupolo iprincipii fonda mentali del materialismo, al quale natu ralmente si crede dispensato di dirigere  qualsiasi ringraziamento. In conseguenza  egli dichiara che la materia è imperi tura, e contro Hegel dice che « negare  questo fatto vale rinunciare al buon  senso. La sostanza persiste sempre, vale  può dunque nè aumentare nè diminui re ». Più innanzi Schopenhauer designa  la materia come assoluta, la dice su scettibile di pensare, « se la materia  può cadere perla gravitazione, essa può  anche pensare ». Come poiqueste affer mazioni si accordino col suo sistemafi losofico, egli non cura di dircelo.  Nelle scienze positive tanti e tanti  sonogli errori di Schopenhauer, che rie sce difficile accreditar fede al suo si stema, vedendo quanto poco sia adden tro nell'arte di osservare. La storia della  terra per lui non è altro che una ob biettivazione sensibilmente ascendente  della volontà; suppone che l'uomo fu  dalla natura creato erbivoro; tira in  campo come cosa positiva quella forsa  vitale, che fu oramai abbandonata da  tutti i fisiologi. Tutte le favole più inve rosimili spacciate dai ciarlatani sul ma gnetismo animale, sulla chiaroveggenza,  sulla apparizione degli spiriti trovano  in lui uno strenuo difensore; egli le  inquadra nel suo sistema come tante  prove empiriche della, obbiettivazione  della volontà. Egli considera natural mente tutti i contradditori del magne tismo animale come tanti ignoranti, e  dice che la scienza mesmerica è la più  istruttiva di tutte le scoperte. Dicesi  che il suo entusiasmo per imagnetizza tori, ha dato luogo a delle scene co miche, nell'occasione in cui i medici di  Francoforte si erano incaricati di sma scherare il famoso Regazzoni, magne tizzatore italiano.  Nel 1836 Schopenhauer pubblicò uno  scritto sulla Volontà nella natura, nel  quale procurò di dimostrare che le ul time scoperte della scienza hanno pie namente confermata la sua filosofia.  Non occorre dire che la maggior parte  delle scoperte a cui egli allude, o non  hanno alcun rapporto colle sue idee, o  appartengono al novero di quelle ora  accennate. 394  SCIENZA  Scienza. Conoscenza ordinata e  metodica delle cose e dei fenomeni.  Tutte le scienze degli antichi erano  comprese nella filosofia, sicchè filosofo  suonava allora amico della scienza, co Jui che la insegnava e che la faceva  avanzare colle sue scoperte. Erano i  filosofi greci che insegnavano l' astro nomia, la geologia, la musica, e la ma tematica, e per lungo tempo tutta la  medicina fu campo aperto alle dispute  filosofiche, per le quali l'arte di gua rire si deduceva da principii generali  e astratti, piuttosto che dalla osserva zione e dalla esperienza.  sotto quei reali rapporti d' unità che a  noi è dato conoscere, si può dire sa piente. I sapienti sono assai più rari di  quello che nella comune si crede; in vece la scienza appartiene a molti ».  Questa distinzione é così poco chiara,  che Tommaseo nella stessa pagina, con  assai poca coerenza, lacontraddice « La  scienza conosce; la sapienza conosce,  contempla, opera ed ama. La sapienza  comprende la teoria e la pratica; la  scienza la sola teoria ». Dunque la sa pienza comprende la scienza e qualche  cosa più. Ma poco dopo lo stesso au tore aggiunge: « Senza molta scienza  La scienza si distingue dall'arte per può l'uomo essere sapiente. C'è una  questo solo, che la prima conosce e sapienza pratica che fa a meno della  scopre, la seconda eseguisce. La pittu- scienza e n' ha gli ultimi frutti ». Non  ra, la scultura e lamusica sono arti in è questa la sola volta che Tommaseo  quanto traducono in atto la rappresen- si contraddice nel suo dizionario. Cote tazione delle forme e dei suoni. Per lo sta smania di sottili distinzioni, utile  stesso motivo è arte la poesia, lo stu- forse ai grammatici, è perniciosissima  dio delle lingue e la rettorica ; ma lo ai filosofi, i quali piú che all'apparenza  studio teorico della combinazione dei devono badare alla sostanza delle cose.  colori e della produzione dei suoni, co- E finchè i grammatici non si saranno  stituiscono l'ottica e l'acustica, che sono ben intesi per dare un chiaro senso  scienze, com' è scienza la filologia, che alle parole, i filosofi che correranno  si occupa della origine e della deriva-| sulle tracce delle loro affettate distin zione delle lingue. La scienza dunque  1  studia, scopre e stabilisce le regole che  sono applicate dall'arte.  La necessità di ordinare la varietà  delle nostre cognizioni, ha resa neces saria la divisione della scienza in vari  rami, a ciascuno dei quali venne pure  dato il nome di scienza. Le principali  di queste divisioni costituiscono lescien ze astratte o speculative, come la filo sofia, la logica e la matematica;le  scienze sperimentali tali che la fisica,  la chimica, la medicina; le scienze d'os servazione, come l'astronomia e la sto ria naturale; e le scienze morali e po litiche, come l' economia pubblica, la  politica, la giurisprudenza ecc.  Niccolò Tommaseosull'esempiodalBal dini, nel Dizionario dei sinonimi, di stingue la scienza dalla sapienza, qua sichè vi possa essere sapere senza scien za eviceversa.« Chi, dice, vede il creato  zioni crederanno di discutere sulla na tura di cose differenti, laddove in fondo  non vi sarà che distinzione di parole.  Nei passi ora citati, N. Tommaseo  pone la sapienza umanacome conoscen za sinteticadel creato ; rari perciò sono i  sapienti, e molti i scienziati. Non solo  dice che la sapienza comprende la teo ria, ma anche la pratica; e giunge in fine alla conclusione che senza molta  scienza si può essere sapienti! Non era  meglio dire che cotesta sorta di sa pienza non è che una affettazione, una  vana ostentazione? Si dicevano sapienti  coloro che dettavano facili sentenze e  luoghi comuni ; e i proverbi diconsi an cora la sapienza delle nazioni. Ma essa  è la sapienza dei pregiudizi correnti ; e  a questa conoscenza veramente con  poca scienza, si adatta così bene il  nome di sapienza quanto quello di me dico conviene al ciarlatano che corre i  villaggi e le città. SCOLASTICA  Scisma. Voce greca che vale di stacco, separazione. Indica la separa zione dalla Chiesa cattolicadi una parte  dei suoi membri, per costituirsi in una  comunione separata.  La Chiesa cattolica commina la  395  sofia. La scolastica è filosofia religiosa;  qualche volta un po'eretica, ma non mai  incredula. Tutte le questioni teologiche  sono state da essa discusse, e però non  dobbiamo meravigliarci se tra coloro  che la coltivarono noi troviamo dei teo scomunica contro i scismatici; ma le  comunioni riformate, costrettevi dalla  stessa libertá di interpretazione della  Bibbia, che esse accordano ai fedeli,  sono obbligate a proclamare che ladi versità delle opinioni non costituisce un  peccato, e che le molte comunioni  sistenti nella religione riformata, sono  una conseguenza della libertà che ha  ogni uomo d' intendere a suo modo la  parola di Dio.  e Io non voglio qui esaminare la stra nezza di questa dottrina, la quale sup pone che Dio si sia rivelato al mondo  in tal maniera da farsi intendere da  tutti gli uomini diversamente. Accettia mo questa libertà d'interpretazione per i  benefizi che essa ha portato alla libertà  del pensiero, senza preoccuparci del  poco logico fondamento su cui si fonda.  Ma i cattolici che hanno un grande in teresse nel conservare l'unità della  Chiesa, hanno ben trovato nella Scrit tura molti passi che fanno al caso loro.  Essi hanno citato S. Paolo, il quale  biasima qualunque sorta di divisioni, e  sostiene che le eresie sono necessarie  per mostrare quali sono di buona lega  (I. Cor. 10, 11, 12, XI, 16, 19). L'uomo  eretico, dice ancora S. Paolo, dopo la  prima e la seconda correzione sia sfug gito ( Tito III, 10). Giovanni, vuole che  gli si ricusi perfino il saluto (II Giov.  V. 10).  Scolastica. Cousin, nel Corso  della storia della filosofia dell'anno 1827,  definiva la Scolastica l'applicazione  della filosofia, come semplice forma, a  servizio della fede. Questa definizione  non è sempre vera, sebbene sia vero  che tutti gli scolastici appartenessero  alla filosofia cattolica e si allontanas sero qualche volta dall' ortodossia solo  per certe accidentalità della loro filo logi, dei monaci e dei vescovi, e non  mai de'veri filosofi. La scolastica è una  lotta intestina combattuta nel seno  stesso della Chiesa, da uomini profon damente credenti, tuttochè qualche volta  nel calore della disputa i loro argo menti sembrino piuttosto adatti a dar  ragione agli increduli. Di questa lotta  nella quale combatterono vari teologi  il cui nome è taciuto in questo dizio nario, mi par conveniente dare un sag gio alquanto diffuso, al quale scopo mi  giova qui compendiare le varie notizie  su questo argomento raccolte e pubbli cate da Bartolomeo Haureau. Egli esor disce col dire che la definizione di  Cousin non è nè chiara nè esatta.  Quanti, di fatto, tra i filosofi detti sco lastici furono dall' autorità richiamati  al dovere! E se qualche paziente e sa gace inquisitore volesse di presente to gliere a censurare, dal lato della dot trina, tra questi filosofi, quelli il cui  nome fu onorato e santificato anche  dalla Chiesa, quanti troverebbe non e senti da sospetto d' eresia! La defini zione di Cousin potrebbe pertanto es sere così modificata: La scolastica è  l'applicazione della filosofia alla discus sione dei dommi della fede.  Maanche così emendata la definizione  non troppo soddisfa il sig. Haureau: pe rocchè, dic'egli, lascolastica ha principio  aduncerto tempo, e sebbene non siano  concordi le opinioni degli storici intorno  a questo tempo, tuttavia ne sono ormai  convenuti i limiti, e questi non permet tono di accettare la definizione di Cou sin, neppure così emendata. Pare a lui  che i padri e gli scolastici abbiano tutti  fatta entrare la filosofia nell' analisi e  nella discussione della fede . Conse guenza per verità un po'esagerata, im perocchè laddove la fede è sovrana e 306  SCOLASTICA  impone ossequio alla ragione, la filoso fia vanamente dibattesi tra le distrette  di principii già accettati e dichiarati  inviolabili. Per essere giusti si dovrà  dunque dire che la definizione di Cou sin, se non è sempre vera, è però in  gran parte vera.  Secondo il sig. Haureau, la scola stica non può essere definita, poichè  essa non è una scienza distinta dalle  altre scienze, e nemmeno è, a parlare  esattamente, una forma particolare della  filosofia, ma propriamente la filosofia  di una cert'epoca, che ha e deve avere  il carattere tutto teologico di quel tem po. Che se nondimeno vuolsi che, at tenendoci a quanto il rigore del metodo  richiede, non passiamo oltre senza aver  prima determinato l'oggetto di questo  articolo, diremo, la storia della Scola stica essere quella delle diverse dot trine professate nelle scuole del medio  evo, dall' istituzione di queste fino a  quando fu ad esse tolta l' istruzione  prima e la direzione delle menti.  Ma quando furono le scuole insti tuite? Tutti gli storici monumenti ne  attribuiscono a Carlo Magno l' onore,  epperò il signor Haureau fa da lui in comincirre il primo periodo della sco lastica, il qual finisce col secolo XI,  cioè da Alcuino a Berengario. Comin cia con questi due il secondo periodo.  Il più illustre campione di questo pe riodo è Giovanni Scoto. Egli conosceva  il greco e l'ebraico, corresse la Volga ta, e tradusse il libro dei Nomi divini,  attribuito a San Dionigi areopagita,  sopra un manoscritto mandato da Mi chele Balbo a Luigi il Pio. Era inol tre, se crediamo al signor Haureau, li bero pensatore, tanto che nel principio  della sua opera principale così si espri me aproposito della Tradizione: « L'au  Prende ad esempio il battesi mo. Nelle cerimonie di esso il tatto, la  vista ed il gusto dandosi mano a vicen da accertano la presenza dell'acqua: la  ragione va più oltre, ed arriva a cono scere le naturali proprietà e l'essenza  della medesima, non che le parti che  la compongono; ma non è dal battesi mo sollevata fino a comprendere il mi stero della salvazione ; la ragione è in feriore alla fede, come ad essa sono  inferiori i sensi. Aldemanno non fu il  solo oppositore; ma ebbe anche Beren gario i suoi discepoli, tra cui Ildeberto  di Lavardino , arcivescovo di Tours.  Egli vorrebbe rilevare la ragione; ma  come farlo senza offendere la fede? Que sta difficoltà non fu punto da Ildeberto  risoluta. Berengario, distinguendo varie  maniere di certezza, ammetteva tanto  le credenze della fede, quanto quelle  della ragione ; ma non voleva che ve 398  SCOLASTICA  nissero confuse, siccome insegnava la  Chiesa. Ildeberto ammette sì le distin zioni del maestro, ma dimostreremo che  il pio arcivescovo di Tours, chiamato  dai contemporanei colonna della Chiesa,  s'accosta all'eresia più che non si crede.  Apriamo il Trattato di teologia, e vi  troveremo sul bel principio questa defi nizione per lo meno ardita: « La fede  è la certezza volontaria delle cose as senti ; essa è superiore all' opinione ed  inferiore alla scienza ».   egli dice « deve sotto > Fin quì il filosofo  è unicamente idealista, mava più innanzi   loro dice  >>  Questi due frammenti contengono  intera la dottrina nominalistica. Rosce lino ne trasse alcune conseguenze teo logiche, ed a malgrado del rispetto che  la fede imponeva pei misteri, osò, con  iscandalo della Chiesa, sottomettere il  Mistero della Trinità al criterio della  ragione, argomentando in questo modo:  Giusta le premesse, la cosa, come  «  cosa, non è altro che una e non ha  parte; soltanto l'unità è reale. In pari  modo, Dio, come Dio, non è altro che  Dio, non il Padre, il Figlio e lo Spirito  Santo ». Faceva pertanto questo dilem ma:  O la Chiesa, d'accordo con Sa bellio, deve nella Trinità ammettere tre  Dei separati, distinti, individui, come  sono tre angeli, tre spiriti; o non po trà attribuire la realtà e la sostanza  che a un solo Dio, chiamato con tre  nomi, ma senzadistinzione di persone ».  Contro Roscelino si elevò Guglielmo di  Champeaux il quale insegnava a Parigi,  nella scuola del chiostro. Bayle accusa  di spinozismo la dottrina di lui; nè  priva di fondamento è quest' accusa, la  quale, del resto, è diretta contro tutta  la scuola realistica. Insegnava egli che  il genere è essenzialmente, integral mente e simultaneamente identico in  tutti gl'individui, e che gl' individui sono  fralorodistintinon peraltro che persem plici accidenti, ed argomentava in cosi  fattomodo: « L'umanità è unacosa essen zialmente una, che non possiede daper  sè, ma riceve d' altronde certe forme  che fanno Socrate. Questa cosa, re stando essenzialmente la medesima ri ceve del pari altre forme che fanno  Platone e gli altri individui dell'umana  specie; ed eccettuate le forme che si 400  SCOLASTICA  applicano a questa materia per pro durre Socrate, nulla è in Socrate che  non sia ad un tempo in Platone, ma  sotto le forme di Platone ».  Questo teologo apparteneva, come si  vede, alla scuola del più aperto reali smo. Egli non riconosceva altra esistenza  che gli universali: le cose particolari  sono accidenti o fenomeni. In questo  modo il realismo volendo da una parte  evitare lo scetticismo dei nominalisti, ri cadeva dall'altra nel panteismo. Gugliel mo di Champeaux doveva trovare un  terribile oppositore nel giovane Abe l' universale esista, ma che la mente  chiama universale ciò che esiste di si milare inciascunindividuo (v. ABELARDO).  Così si ebbe il concettualismo, scuola  che in sostanza non mipare diversa da  quella dei nominalisti.  Tra le scuole a cui ha dato origine  il concettualismo di Abelardo, vuol es sere ricordata quella dei Cornificiani, di  cui Giovanni di Salisbury lasciò un qua dro sì poco favorevole. I Cornificiani,  partecipando ad un tempo dei realisti e  dei nominalisti, riducevano tutte le dot trine e tutte le idee a semplici formole:  queste formole, ne cercavano le con traddizioni. Questo metodo doveva age volmente guidare al più universale scet ticismo ; e Giovanni di Salisbury rac lardo (di Palais nella Bretagna), il più ❘ quindi ponendo a confronto tra loro  illustre discepolo di Roscelino. All' ar gomentazione realistica egli risponde va: « Se così è, chi potrà negare che  Socrate sia ad un tempo stesso in Roma  ed in Atene? Difatto dove è Socrate,  trovasi altresì l'uomo universale che ha  vestito nella sua intierezza la forma  della sua socratità. Perocche tutto ciò  che comprende l' universale, lo ritiene  nella sua totalità. Se pertanto l'univer sale, che è affetto per intiero della so cratità, trovasi in Roma nel tempo stesso  tutt' intiero in Platone, egli è impossi bile che nel tempo stesso e nel mede simo luogo non si trovi la socratità che  è nell'uomo; là è Socrate, poichè Socrate  è l' uomo socratico. Chiunque ragioni,  conta che la più parte dei Cornificiani  ne diedero non dubbia prova, rinun ciando per disperazione allo studio della  filosofia, quali per chiudersi nei chio stri, quali per darsi alla medicina.  Dopo Abelardo la scolastica ricade  in un aperto misticismo. San Vittore e  Ugone mostrano pari disprezzo per la  ragione, e l'uno vanta i meriti dell'intui zione, ' altro quelli della contempla zione.  Alano Magno delle Isole (Yssel o  Rupel) dimostrò con vigoroso raziocinio  nonhacome rispondere a ciò ».  Ache tende Abelardo? A provare  che l'universale è, non una cosa, ma  un'idea, una parola; che se l'universale  fosse alcuna cosa, questa siccome uni versale od assoluta sarebbe necessaria mente contenuta per intero in ciascun  individuo, il che è assurdo. Aggiunge :  >  dicono gli autori del Compendio ad uso  del collegio di Juilly  una naturale inclinazione, che è come  « un' incoazione di questa virtù, la qual  ; che « Iddio è una  sfera impassibile ». Diogene Laerzio gli  fa dire che « l'essenza di Dio è sferica>>>  e Teodoreto che « il tutto è uno; è  sferico » . Lo stesso dice Aristotile  quando assicura che secondo Senofonte  >  convennero che in certi animali infe riori la sede della sensibilitàrisiede nel  midollo allungato,laquale,secondo Loriy,  Desmoulins, Gerdy, J. Muller ecc. è  anche la « sorgente del movimento ».  Gerdy appoggiandosi ai suoi propri e sperimenti riconosce che l'ablazione del  cervello pone l'animale in uno stato di  sonnolenza, senza però distruggere ogni  manifestazione della percezione e della  volontà, giacchè se l'animale è viva mente irritato fa degli sforzi per sfug gire al dolore. Poichè la facoltà di per cepire e la volontà sono rese ottuse  per l'asportazione dei lobi cerebrali, il  cervello, dice questo autore, serve dun que a tali funzioni: ma poiché esse con tinuano ancora dopo la recisione, biso gna dire che non sia solo a produrle.  Il suo completamento non sarebbe già  il cervelletto, l'ablazione del quale par  che ecciti l' animale piuttosto che stor dirlo, ma a giudizio di Gerdy, la per cezione e la volontà avrebbero sede nel  cervello e nella protuberanza.  Aquesta supposizione F. A. Longet  presta tutto l'appoggio della sua espe rienza. Allorchè, dic'egli, viene mutilata  la massa encefalica di un coniglio o di  un giovane cane, fino al punto di non  lasciare nella cavità del cranio altro che  la protuberanza e il bulbo, questi ani mali, quantunque sembrino immersi in  un coma profondo, sotto l' influenza di  vive irritazioni esterne, potranno ancora  mandare dei gemiti, ed agitarsi violen temente; ma quando vien lesa abba stanza profondamente la protuberanza  anulare, subito i gemiti e l' agitazione  cessano, e più non resta che un ani male nel quale la circolazione, la re spirazione e le altre funzioni nutritive  continuano momentaneamente.  Fu domandato se senza la parteci pazione dei lobi cerebrali può realmente  esistere sensazione di dolore. lo chiamo  l' attenzione del lettore sulla risposta  che il signor Longet, fisiologo certo 410  SENSAZIONE  non materialista, e per conseguenza  non sospetto di parzialità per la nostra  filosofia, ha creduto di dover dare a  questa domanda.   ( Anatomie descriptive t . I ). Savart  avendo osservato che la sabbia posta | degli ossicini! Chi pretendeva che il  sopra una membrana vibrante saltava  tanto più alto quanto meno la membrana  era tesa, ha concluso, contrariamente a  Bichat, che è la tensione e non già il  solo martello picchiasse, chi tutti insie rilassamento della membrana che di minuisce la sua facoltà conduttrice. Que sta opinione, non è generalmente accet tata; e Longet, p. e, crede che l'a zione del muscolo sia quella di OV viare semplicemente alle variazioni di  tensione che può presentare la mem brana, impedendo specialmenteche essa  si rilassi completemente.  La cavità del timpano è attraversata  da una catena di ossicini articolati fra  loro in guisa da formare una leva an golare, una estremità della quale è at taccata alla membrana del timpano, e  l'altra a quella della finestra ovale.  Questi ossicini sono in numero di quat tro: il martello, l'incudine, l'orbicolare  e la staffa. Non si è ancora ben potuto  spiegare quale utilità essi rechino nella  funzione dell'udito. Certo essi trasmet tono le vibrazioni dell'orecchio medio al me, e chi voleva non avessero azione  sulla trasmissione del suono. Del pari,  cosa non si è detto della tromba di  Eustachio , canale che mette in co municazione la fossa nasale colla pa rete interna della cassa del timpano!  Non si accontentarono della supposi zione probabile ch' essa fosse data per  la rinnovazione dell'aria contenuta nella  cassa, ma vollero alcuni ch'essa servisse  anche all'animale per udire la sua pro pria voce !  Dalle finestre ovale e rotonda, chiuse  ,  da membrane vibratili le vibrazioni  sonore sono trasmesse all' orecchio in terno, al vestibula, e alla linfa del co tugno, che riempie tutto il labirinto ; il  quale nella parte anteriore è occupato  dalla chiocciola e nella posteriore dai  ' orecchio interno attraverso alla fine stra ovale ; male vibrazioni della cassa  timpanica non avrebbero forse egual mente potuto trasmettersi col mezzo  dell' aria contenuta nella cassa, come.  ciò avviene per la viadella finestra ro tonda? Il meccanismo dell' orecchio in contra ad ogni passo serie difficoltà, e  i fautori delle cause finali non man carono di ricercare in ogni organo uno  scopo dato dal creatore alla sua fun zione. Boërhaave non ha forsedetto che  il padiglione esterno dell' orecchio pre senta delle curve disposte geometrica mente ed in modo da riflettere nel con canali semicircolari. Ma queste tre parti,  vestibolo, canali semicircolari e chioc ciola, non sono la porzione essenziale  dell'organo, solo costituiscono la cavità  ossea nella quale risiedeuna membrana,  alla quale fanno capo gli ultimi filetti  del nervo acustico, incaricato di por tare le sensazioni sonore all' encefalo.  Il signor Adelon ha giustamente os servato che tutto questo apparecchio  non serve infine che a trasmettere le  vibrazioni sonore al nervo conduttore  naturale del suono, e che in conse guenza il suono può pervenirci altri menti che per questa trafila, cioè col l' intermedio delle ossa del cranio, ma  soltanto quando il corpo sonoro è posto  a contatto immediato con esse. Il ru more di un orologio é inteso, benchè  gli orecchi siano turati, quando ' oro SENSAZIONE  421  logio è tenuto fra i denti. Ingrassias | più debole,sia tale, non perchè lontano,  cita l'osservazione di uno spagnuolo, il  quale, divenuto sordo per l'ostruzione  del condotto uditivo esterno, sentiva il  suono di una chitarra ponendone il  manico fra'denti, oppure mettendo nella  ma perchè più debole veramente. Pos- siamo noi dire qual sia la distanza del  rombo del cannone, se non sappiamo  innanzi tutto da qual sorta di cannoni  nasce quel rumore. Possono darsi can sua bocca l'estremità d'una bacchetta  mentre coll' altra estremità toccava lo  strumento. Questi fatti non ci avver tono, come ben diceva Blainville, che  I udito non è altro, infine, che una  specie di tatto? Molti animali che sono  privi di quel senso, distinguono nondi meno le vibrazioni dei corpi sonori per  la sola impressione che esse producono  sulla loro pelle. Noi stessi riusciamo a  sentire queste impressioni nei forti ru mori; cosa la quale può farcicompren dere facilmente, che quel fenomeno il  quale è suono nel nervo acustico, fuori  di esso non è che movimento. Berkeley  e la scuola sensualista hanno perciò  avuto ragione di dire che le sensazioni  sono dentro di noi piuttosto che fuori  di noi, tanto poca relazione ha il movi mento con l' idea che noi abbiamo del  suono, che forza è concludere essere il  suono una pura modificazione del nervo  acustico al quale si comunicano le vi brazioni.  Fu detto che il senso dell'udito po teva esso solo farci conoscere le di stanze, poichè noi sappiamo giudicare  se un corpo sonoro è più o meno vi cino a noi. Ma questa è una induzione  erronea, poichè noi riesciamo a giudi care la distanza della sorgente da cui  partono i suoni solamente quando trat tasi di suoni noti. In questi casi noi  abbiamo già veduto l'istrumento o il  corpo da cui parte il suono, e l' espe rienza ci ha già avvertiti di quanto di minuiscono questi suoni per rapporto  alla lontananza. E poichè sappiamo che  tutti i suoni diminuiscono colla lonta nanza noi crediamo lontani tutti i suoni  deboli, col qual giudizio cadiamo molte  volte in errore. Ad esempio, dall'inten sità del tuono molti ne giudicano la lon tananza; pure può avvenire che un tuono  noni di gran portata il cui rombo si  faccia sentire distintamente a distanza  maggiore di quella che basterebbe a  rendere impercettibile la scarica di can noni di portata minore. Dunque la va lutazione delle distanze col mezzo degli  orecchi suppone una esperienza combi nata con un altro senso. Senza questa  esperienza, noi non avremmo alcuna  ragione di dire che i suoni deboli sono  più lontani dei suoni forti, giacchè vi  sono dei suoni forti che succedono a  distanza maggiore di quelli che ci sem brano deboli. Nè meglio riescirebbe  l'orecchio solo a giudicare la direzione  delle onde sonore. É vero che portando  l'orecchio nella direzione delle onde so nore la sensazione si accresce , ma  perchè mai l'orecchio giudicherebbe  che quell' accrescimento sia lo stesso  suono percepito più distintamente, an zichè un altro suono più forte ? Se gli  occhi od il tatto non ci avessero mai  avvertiti che lo stesso suono si indebo lisce o si rinforza secondo che l'orec chio è più o men bene posto nella di rezione della sorgente da cui partono  le onde sonore, certo l'udito solo non  ci avrebbe mai potuto istruire di que sto fatto.  Il senso dell' odorato non è più di stinto di quello dell'udito, sebbene per cepisca delle impressioni che sono im percettibili a tutti gli altri sensi. In torno alla natura degli odori, fisici e  fisiologi sono ancora divisi in due o pinioni; quella dell'emanazione, e quella  della vibrazione. Coloro i quali adot tano la prima opinione suppongono che  dai corpi odorosi emanino delle parti celle tenuissime ed imponderabili le quali  penetrando nel nostro organo produ cono, mediante il contatto, la sensa zione dell' odorato. L'altra opinione 422  SENSAZIONE  applica eziandio agli odori quella  legge di vibrazione che abbiamo attri buita alla luce e al suono. Secondo  questa ipotesi i corpi odorosi, come i  luminosi ed i sonori, avrebbero una spe ciale maniera di vibrazione, la quale  comunicandosi al mezzo ambientę, ir raggerebbe tutt'intorno trasmettendo le  onde odorose fino a noi. Gli emanatisti  sostengono la loro opinione mostrando  che i corpi più odorosi sono quelli che  più facilmente si volatizzano; ma ri spondono gli avversari che questa vo latizzazione, se getta nell'atmosfera una  parte del corpo odoroso, deve natural mente rendere anche più facile la per cezione dell' odore, in grazia dei molti  centri di vibrazione che si stabiliscono  intorno a noi; che per questa ragione  1  molte essenze diventano più odorose  quando si volatizzano, mentre se si fiu tano nelle boccette producono una assai  minore impressione sull'organo olfatto rio . Aggiungono che certe sostanze,  come il muschio e l'ambra grigia, dopo  avere eccitate per parecchi anni le no stre impressioni olfattive, se sono pesate  anche colle più perfette bilancie, non si  trova che abbiano diminuito di peso.  Ma contro queste dimostrazioni si ri sponde che i nostri sensi sono assai  più sensibili delle nostre bilancie e che  l'ipotesi di un movimento vibratorio non  si accorda nè col trasporto degli odori  a distanze sovente enormi, nè con certe  condizioni della sensazione olfattiva ,  come sarebbe la necessità di una cor rente d'aria per mettere l'apparecchio  dell'olfatto in rapporto col suo eccitante  naturale.  Comunque sia, o corpuscoli o vibra zioni, il contatto o il movimento, per  essere percepito, deve essere comunicato  alla membrana olfattiva o pituitaria  onde sono rivestite le fosse nasali ;  cavità ossea che si trova sotto alla fronte  e che corrisponde alla parte superioredel  naso. Questamembrana del genere delle  mucose, nella partesuperiore e media è  intersecata da una quarantina di filetti  nervosi, i quali, dopo avere attraversato  i fori che crivellano la lamina dell'osso  etmoidale, riunisconsinel nervo olfattorio  incaricato di portare le sensazioni odo rose al cervello.  I soliti fisiologi teleologi non hanno  mancato di ricercare nell'organo dell'o dorato quella perfezione che essi tro vano sempre in tutte lecose (v. CAUSE  FINALI). Dissero in prima che l' organo  dell'odorato, per la sua stretta relazione  coll'organo del gusto, ci era stato dato  per avvertirci della bontà delle materie  che ci prepariamo ad ingestire. Ma fu  osservato che nell' uomo l'odorato è il  senso meno perfetto di tutti gli altri, e  che sotto questo rapporto egli è meno  favorito di molti animali. Il nervo ol fattorio dell' uomo è, in proporzione,  molto piccolo; il ganglio olfattorio è  molto gracile, e il signor de Blanville  lo dice addrittura rudimentario. Poco  estese sono le fosse nasali, ed il naso  esterno non è così ben disposto per ri cevere gli odori come il muso del cane,  il grugno del porco o la proboscide  dell'elefante. I nervi che lo dovrebbero  muovere sono poco sviluppati, quasi  come quelli delle orecchie, che sono  nell' uomo affatto immobili ; e la mem brana olfattoria presenta poca superfi cie in confronto di quei giri doppi e  tripli che offrono i cornetti del cane.  Perciò nell' uomo gli avvertimenti del l'odorato sono poco sicuri; non gli sve lano la presenza di molti gas la cui  respirazione è funesta, e gli fanno in vece incontrare un odore spiacevole nei  buoni alimenti e un gradevole odore in  molti veleni.  La speciale disposizione dell' organo  è quella che determina la natura degli  odori, che ce li rende grati o sgrade voli indipendentemente dalla loro qua lità intrinseca. Ciò che è odoroso per  un animale può essere inodoro per un  altro e ciò che piace ad una specie può  spiacere ad un'altra. Certe persone, dice  il signor Adelon, amano gli odori che  altri sfuggono; Luigi XIV, per esempio, SENSAZIONE  gradiva gli odori virosi ; i Persiani qua lificavano col titolo di cibo degli Dei  l'assa-fetida, che noi indichiamo col vo cabolo di stercus diaboli.  423  scellare superiore e dal ganglio sfeno Si è detto che gli odori gradevoli  hanno una diretta influenza sugli or gani genitali, ed è un fatto ch'essi c'in nebbriano e ci dispongono all'amore. Ma  èpur vero, come osserva il professore  Longet, che vi sono degli uomini i quali  nell'influenza esercitata dall'odore della  vulva sulla pituitaria, trovano lo sti molo a disposizioni erotiche; come l'o dore dell' uomo eccita in alcune donne  ardenti il bisogno del piacere. L'imma ginazione coopera certamente a pro durre in alcuni questo singolare feno meno. Manegli animali questa influenza  delle impressioni olfattive è ancor più  pronunciata, poichè gli organi sessuali  delle femmine di molte specie,all'epoca  del rut sviluppano un odore forte e  speciale, le cui esalazioni sembrano at tirare i maschi sulle loro peste.  Per la natura dell'organo che loper cepisce, il gusto è il senso che piú di  tutti gli altri si avvicina al tatto. Per  svilupparsi esso ha bisogno del contatto  di un corpo estraneo, e questo contatto  deve operarsi in una maniera perfetta,  cioè colla dissoluzione delle parti sapide  entro gli umori secretati dalla bocca.  La sensazione del gusto, per comune  consenso, si esercita dalle papille che  si trovano sulla membrana mucosa della  lingua, principalmente formate dalle fi nali estremità dei nervi, la cui tenuità  però è tale, che difficile è il vedere  com'essi vi si dispongano. Per la stessa  ragione difficile è il sapere quale dei  nervi che mettono alla lingua sia quello  chepresiede allaloro formazione e quale  meriti perciò di essere detto il nervo  del gusto. Vi sono state e vi sono tut tavia delle controversie su questo pro posito, giacchè molti nervi distribui sconsi nella lingua, e sono: il nervo lin guale, del quinto paio, il nervo grande  ipoglosso ed il grosso faringeo, come  pure alcuni filetti provenienti dal ma palatino. Ma se uno o se diversi di  questi nervi cooperano atrasportare la  sensazione del gusto al cervello è que stione indifferente per la filosofia.  Servendosi di una piccola spugna at taccata all'estremità di un osso di balena,  Antonio Vernièr ha cercato di esplorare  quali parti della bocca fossero sensibili  alle impressioni sapide. Egli affermò di  avere costantemente trovate insensibili  all'azione dei sapori la membrana mu cosa della volta palatina, delle gengive,  delle gote, delle labbra, della [regione  media e dorsale della lingua; mentre la  sensibilità gustativa fu da lui trovata  nella mucosa che copre le glande sub linguali, la superficie inferiore, la punta,  i contorni e la base della lingua, le  due faccie del velo del palato e la fa ringe. I signori Gussot e Admyrauld  rinnovando le esperienze in altre con dizioni confermarono le conclusioni di  Vernière, colla sola differenza ch' essi  trovarono traccie di sensibilità sopra  una piccola parte della volta del palato  situata al centro della sua superficie  anteriore. I medesimi fisiologi si sono  eziandio proposti di conoscere se tutte  le superficie sensibili percepissero il  gusto alla stessa maniera, e i loro e sperimenti li hanno condotti a conchiu dere che molti corpi, e specialmente i  sali, producono sensazioni differenti se condo che sono gustati dalla parte an teriore della lingua oppure dalla poste riore. Per esempio, dicono essi, lace tato di potassa solido, d' una acidità  bruciante alla parte anteriore della  bocca, è amaro, insipido e nauseoso alla  parte posteriore. L' idroclorato di po tassa semplicemente fresco e salato da vanti, diviene dolciastro vicino alla gola.  Il nitrato di potassa fresco e piccante  sul davanti, nella parte posteriore della  bocca diviene leggermente amaro e in sipido. L' alunno solido, poco sapido,  fresco, acido e molto stitico sul davanti,  nella parte posteriore dà un sapore  dolciastro senza alcuna acidità. Il sol 424  SENSAZIONE  fato di soda molto salato sul davanti, è  amaro sul fondo della bocca ecc.  Questi esperimenti sono adatti a ren dere assai dubbioso il nostro giudizio sulla  vera natura dei sapori, e se poi teniamo  conto della diversità grandissima di gu sti che si notano fra le diverse specie  animali e fra gli stessi uomini, potremo  facilmente essere condotti ad affermare  che i sapori non esistono fuori di noi,  ma che sono solamente in noi, o piut tosto sono unafunzionedipendente dal l'intima natura dei nostri organi.  Il gusto non somministra all'intelli genza alcuna nozione estrinseca, salvo  la qualità sapida dei corpi gustati; esso  è assolutamente inetto ad obbiettivare  la sensazione, nè vi è alcun dubbio che  questo solo senso non basterebbe a darci  alcuna cognizione dei corpi esteriori.  Fu perciò detto che il gusto non è un  senso della intelligenza, madella nutri zione. Se non che i teleologi hanno  trovato che la sua destinazione provvi denziale era quella di farci scegliere,  fra le diverse sostanze che la natura ci  presenta, quelle che sono proprie a ser virci d'alimenti. Questa proprietà non è  però rigorosamente vera. Vi sono delle  sostanze velenose o nocive all'ingestione  delle quali non proviamo alcuna nausea,  se pure tal fiata non hanno sapore gra devole, mentre altre sostanze che sareb bero eminentemente plastiche e nutri enti ci ripugnano. Inoltre, se lo scopo  del gusto fosse stato quello di avver tirci dei bisogni dello stomaco, pare na turale che certi farmachi , che pure gio vano adeccitare, a mantenere od ari stabilire le funzioni dell' organo dige stivo, avrebbero dovuto parere meno  ingrati all'organo del gusto.  In qual maniera i corpi agiscono  sull' organo del gusto per generare la  sensazione che gli è propria? Molte i potesi furono fatte a questo riguardo,  ma tutte insufficenti. Alcuni hanno at tribuito questa facoltà alla forma delle  molecole, ed in conseguenza hanno ri ferita ladiversità dei sapori alla differen te figuradelle molecole integranti; altri  alla natura chimica dei corpi; altri alla  vibrazione speciale delle molecole dei  vari corpi; ma tutto questo non ci a vanza nella spiegazione del fenomeno,  come non ne erano avvantaggiati gli  antichi pei loro principii salino, acido,  o igneo che supponevano risiedere nei  corpi come causa dei sapori.  Noi dobbiamo confessare che tutte  le spiegazioni date su questo e sugli  altri sensi non ci spingono più in là  dell' idea di contatto (v. CAUSA) e che  nel resto siamo affatto all' oscuro sul  come questo contatto, secondo la di versa natura dei nervi su cui si opera,  si trasforma in sensazioni diverse. Que sta oscurità impenetrabile non ha però  in se stessa nulla di misterioso, e non  è in alcuna maniera l'indizio che sotto  il nostro involucro materiale si nascon da uno spirito. Questa conseguenza sa rebbe tanto fondata quanto quella di  quel selvaggio, il quale vedendo un o rologio che si muoveva da sè, lo repu tava un Dio. Il nostro corpo è una  macchina chiusa, i cui ordegni non co nosciamo interamente. Noi nonpossiamo  aprire questa macchina senza scompor la, senza guastarla e senza sospenderne  il movimento; noi non abbiamo mai  potuto seguire i movimenti del cervello  nelle sue intime fibre, nè percorrere  insieme alla sensazione i nervi condut tori. L' anatomia spiega la forma e la  disposizione dei congegnidi questa mac china, ma non la funzione; la fisiologia  colle sue vivisezioni si è inoltrata al cunpoco nello studio dei movimenti in  azione, ma tosto che essa si spinge al  centro del movimento, le lesioni che  produce sconvolgono tutta la macchina,  e il movimento scompare. Qual maravi glia, dunque, se la causa dell'azione ci  sfugge tuttora e se il nostro stesso corpo  resta per noi come una scatola chiusa?  Forsechè il solo pensiero può bastare a  darci l' idea di quel che siamo? Ma il  nostro io è la funzione, il risultato di  questa macchina che diciamo uomo, SENSISMO O SENSUALISMO  non può trovare in sè che gli elementi  della funzione e non quelli della cau sa. Se non fosse così, perchè mai gli  spiritualisti non intendono meglio lo  spirito di quello che noi intendiamo il  425  intesa da Cartesio, il quale sul pro posito delt' idea di Dio così si cor reggeva: « Quando dissi che l'esistenza  di Dio è naturalmente in noi, volli in corpo? E perchè gli stessi materialisti  rientrando col pensiero in se stessi non  scoprono questa stupenda e misteriosa  causaspirituale, laquale, tuttochè non sia  altro che l'essenza di noi stessi, si ostinaa  restare per noi nel più profondo mistero?  Sensismo o Sensualismo.  Dottrina colla quale si dimostra che  tutte le nostre idee derivano dalla sen sazione. Dopochè Platone aveva inse gnato che le idee sono innate in noi,  (v. IDEE INNATE) Aristotile sorse a com batterlo e a dimostrare il doppio prin cipio : 1º nulla trovarsi nell' intelletto  che prima non esista nei sensi; 2º l'a nima umana essere in principio una  tavola rasa sulla quale nulla è scritto.  Queste due opposte teorie subirono na turalmente le fasi di favore e disfavore  acui soggiacquero successivamente i si stemi di quei due filosofi; ma il pre dominio era rimasto a Platone e le sue  idee innate, più o meno modificate, e rano state accolte dai più rinomati fi losofi del secolo XVII. Mentre Platone  considerava le idee come enti sostan zialmente esistenti in noi, Cartesio le  aveva ammesse solamente come esistenti  per una certa disposizione dello spirito,  in potenza ; mentre Leibnitz credeva  che le idee stanno nello spirito come  una statua si trova in un masso di  marmo prima che ne sia tratta dallo  scalpello dell'artista. Per verità, il modo  che usavano questi due filosofi per con cepire leidee innate differiva sostanzial mente da quello di Platone, perciocchè  una disposizione dello spirito a produrre  una idea, non può dirsi ancora che sia  una idea, come la proprietà che hanno  i corpi di muoversi non può dirsi che  sia movimento. Una cosa non può es sere e non essere al tempo stesso, e ciò  che è possibile non è ancora un fatto.  Questa sostanziale differenza fu pure  tendere soltanto che la natura ha po sto in noi una facoltà mediante la quale  noi possiamo conoscere Dio; ma non ho  mai scritto nè pensato che questa idea  fosse attuale ».  Bacone fu il primo che intravvide  lamodernateoriadei sensisti, insegnan do che le idee civengono trasmesse dai  sensi, i quali ne formano degli idoli  (idola) o delle immagini, grazie a certe  particelle materiali, le quali, come a veva supposto Democrito, si staccauo  dagli oggetti, e per mezzo dei sensi si  introducono nel cervello. Questa teoria,  per quanto possa parer singolare, non  è poi affatto strana, se si considera che  l'ultima parola della fisiologia e della fi sica, se non è favorevole ad una vera  epropria traslazione della materia, am mette però una continuità di vibrazione  che, per la via dei nervi sensori, dagli  oggetti percepiti giunge al centro della  percezione (v. SENSAZIONE).  Il problema della filosofia sulla ori gine delle nostre idee ha cominciato  ad essere metodicamente sottoposto ad  una accurata analisi delle nostre sen sazioni nel 1694, nel quale comparve il  Saggio di Locke sull' umano intendi mento. Questo celebre filosofo ha rigo rosamente impugnata la dottrina carte siana sulle idee preesistenti alla sensa zione, ed ha dimostrato la verità dell'a forismo aristotelico (v. IDEE INNATE).  Egli costruì arditamente una nuova  teoria, e dimostrò che tutte le nostre  idee, così le più semplici, come le più  complesse, derivano dalla sensazione e  dalla riflessione. Divise perciò l' espe rienza in esteriore ed interiore e le idee  in due specie: quelle che vengono dal l'esperienza esteriore, cioè dalle sensa zioni, e quelle che derivano dall' espe rienza interna, cioè dalla coscienza. Le  prime si riferiscono alle cose materiali ;  le altre alle morali. 426  SENSISMO O SENSUALISMO  Condillac ha rassodata la teoria di  Locke e l'ha anche perfezionata. Giu stamente egli ha osservato che la di stinzione del filosofo inglese, il quale fa  procedere le idee dai sensi e dalla ri flessione è superflua. Sarebbe stato più  esatto, dic'egli, di non riconoscere che  una sola sorgente, sia perchè la ri flessione non è essenzialmente diversa  dalla stessa sensazione; sia perchè essa  non è tanto lasorgente delle idee quanto  il canale per il quale esse derivano dai  sensi. Questa inesattezza, continua Con dillac, quantunque sembri di poco mo mento, rende molto oscuro il sistema di  Locke, giacchè lo mette nell' impossibi lità di svilupparne i principii; ragione  per cui egli si accontenta di ricono  scere che l' anima comprende, pen sa, dubita, crede, ragiona, vuole, riflet te; che noi siamo convintidell'esistenza  di queste operazioni perchè le troviamo  in noi stessi e vediamo che contribui scono al progresso delle nostre cogni zioni.  Nel 1746 Condillac tentò didare un  nuovo saggio delle nostre facoltà senza  però riuscire più chiaro di Locke. Egli  stesso lo confessa, e ne ha poi fatta larga  ammenda, allorchènel 1754, pubblicando  il Trattato delle sensazioni, intraprese  vittoriosamente a ridurre nei loro primi  elementi le idee complesse che noi ab biamo dei corpi. E fuin questo libro  che ritrattò il parere contrario a quello  che Locke aveva dato sul problema da  Molineaux proposto in questi termi ni: >>>  (cop. cit. p. 3. с. 2).  L' autore segue a spiegarci come il  tatto istruisce gli occhi a vedere al di  fuori: « L'occhio, egli dice, è un or gano che si limita unicamente a modi ficar l'animo, e le sensazioni ch'esso le  trasmette nonhanno, come il sentimento  di solidità, quel doppio rapporto ilquale  fa che noi ci sentiamo, e che sentiamo  insieme qualche cosa esteriore a noi.  Esso non ha dunque per sè stesso la  facoltà di vedere gli oggetti colorati ; SENSISMO O SENSUALISMO  gli abbisognano de'soccorsi per acqui 429  denza stessa é la cosa più difficile ad  starla.  >  A questedomande Diderot aveva cer cato di rispondere prima di Condillac,  nelle sue Lettere sui sordo-muti stara pate nel 1751, quando appunto Condil lac, com'egli stesso afferma, stava lavo rando intorno al suo Trattato delle sen sazioni « La mia idea, dice l'autore  delle lettere citate, sarebbe, per così  dire, di decomporre un uomo e di con siderare ciò ch'egli tiene da ciascun sen so.  ..  Sarebbe, a parer mio, una sin golare società quella di cinque persone,  ciascuna delle quali non avesse che un  senso. Per la facoltà ch'esse avrebbero  di astrarre, tutte potrebbero essere geo metri, intendersi a meraviglia e non in tendersi che in geometria ».    Leibnitz che già dalungo tempo non  teneva più alcuna sentenza di Newton,  si risentì giustamente di questa defini zione dello spazio come il sensorio della  divinità, e sostenne l'opinione cartesia na, che lo spazio altro non è che la  relazione che noi concepiamo tra gli  enti coesistenti; non altro che l'ordine  dei corpi, la loro disposizione, le loro  distanze.  ANewton mancò il coraggio di ri spondere direttamente al suo avversario,  e lasciò al suodiscepolo,il dottor Clarke,  la cura di difenderlo. Costui vi si ac cinse infatti con ardore e comincid col  giustificare il maestro pel paragone  preso dal sensorio, attesa l'impossibilità  d'esprimersi chiaramente, diceva, in cui  uno si trova inqualunque lingua quan do ardisce parlare di Dio. Quindi ri battendo l'opinione di Leibnitz sullo  spazio, sostenne che se questo nor fos se reale ne deriverebbe un assurdo ;  poichè se Dio avesse posta la terra,  la Luna e il Solenel luogo in cui sono  le stelle fisse, purchè la Terra, la Luna  e il Sole fossero fra di loro nel mede simo ordine, in cui sono attualmente,  ne seguirebbe che la Terra la Luna  29 450  SPAZIO  •il Solesarebbero nel medesimo luogo | gli avversari di Descartes, non vi sa in cui ora sono; lo che, diceva, è una rebbe vuoto, e lamancanza delvuoto to-- contraddizione nei termini.  glierebbe nell'universo la possibilità di  ALeibnitz non fu difficile di rispon dere che se tutti i corpi dell' universo  fossero trasferiti in altro luogo, sarebbe  precisamente come se si trovassero nel  luogo stesso, poichè ciò che determina  il luogo è la relazione che esiste fra  essi corpi, e una volta che questa re lazione rimane inalterata, non si può  dire che vi sia, nè i nostri sensi lo po trebbero percepire, un cambiamento di  luogo; poichè cambiamento di luogo  importacambiamento di rapporti, e rap porti possono bensì esistere tra i corpi,  ma non tra i corpi e il nulla.  Lo spazio e laduratasonoquantità,  ribatteva Clarke, dunque sono qualche  cosa di veramente positivo. Ma qui il  discepolo di Newton non rifletteva che  nè lo spazio nè la durata sono quan tità, ma che le quantità sono propria--mente i corpi che occupano lo spazio  onei quali si manifestano ifenomeni di  successione che rappresentano la dura •ta. Egli aggiungeva quest' antico argo mento: Stenda un uomo il suo braccio  ai confini dell'universo; questo braccio  deve essere nello spazio puro, poichè  esso non è nel nulla ; e se si risponde  che esso è ancora nella materia, il  mondo in questo caso è dunque infini to, il mondo è dunque Dio. Leibnitz che  era deista, nonostante la sua teoria delle  monadi, doveva trovarsi non poco im barazzato per rispondere a questa do *manda. Come mai un deista avrebbe  potuto ammettere la materia infinita ?  Newton si appoggiava forte a questo  argomento, che oggidì non ha piú alcun  valore, giacchè esso ha anzi condotto  direttamente al panteismo ed al mate rialismo.  Di tutti gli argomenti addotti con tro la negazione dello spazio come re altà uno solo è adoperato dai filosofi  dei nostri giorni, i quali lo adducono  ancora come una prova inconfutabile.  Se tutto il mondo è pieno, opponevano  qualsiasi movimento, giacchè l'impene trabilità della materia non permette rebbe che un corpo entrasse al posto  occupato da un altro corpo.  Ho veduto molte volte addurre que st' argomento ne' tempi nostri, da uo mini eruditissimi, tra cui anche Tyn dall, i quali mi parvero che neppur  sospettassero che Descartes vi aveva già  sufficientemente risposto. Ecco, infatti, in  qual maniera un autore anonimo suo  contemporaneo riassume la dimostra zione della possibilità del movimento  nel pieno.  >  Per assai tempo, continua l' amico  mio Miron, io ho frequentato un cena colo spiritista nel quale le comunica zioni si fanno con un cestello munito  di una matita, sul quale un frequenta tore delle sedute e la padrona della casa  pongono le loro dita. Codesta ultima  signora è uno dei medium più famosi,  avvegnachè dicesi che ella abbia otte nuto un libro che in certo qual módo  serve di vangelo a una delle chiese spi sitiste. Alle sue serate s' incontravano  spesso le sommitàdel magnetismo e dello  spiritismo, prova evidente che quello era  uno dei centri più importanti di rivela zione. Là ogni spettatore può a suo ta lento evocare lo spirito col quale vuol  essere in comunicazione. E tosto fatta  l'evocazione un signore, chepuò riguar darsi come co-medium, prova una vio lente scossa e annuncia che lo spirito  evocato è presente. L'evocatore fa poi  tutte le domande che crede, e il cestello,  mettendosi in movimento sotto le dita del  medium principale, traccia le risposte.  Parecchie fiate alcuni evocarono de gli esseri immaginari, oppure dicendo  di voler fare l'evocazione mentale, nulla  invocarono. Il co-medium non perciò  cessava di provare le sue scosse, e at testava con piena sicurezza la presenza  degli spiriti evocati. Malgrado poi la  diversità di questi spiriti, le loro ri sposte sono di un carattere uniforme e  di una povertàveramente umiliante. Si  evochi Cicerone o Cadet Roussel, lo  stile ei pensieri sono sempre identici,  edenotano la stessa ignoranza. Eccone  un saggio.  L'illustre astronomo Arago essendo  evocato, dichiara che la scienza terre stre èun nulla in confronto della scienza  celeste che egli possiede attualmente. Or  è possibile che così sia; ma siccome  non si possono revocare in dubbio le  matematiche, bisogna credere che quanto  aquesto ramo delle umane conoscenze  'gono di esercizi presso a poco eguali a 464  SPIRITISMO  lascienza celeste non può essere diffe rente dalla nostra. Arago, divenuto più  sapiente, non può dunque aver disim parate le matematiche. Lo si interroga  su questo proposito, e si vede che il  cestello, nè comprende la domanda, nè  pure il valore delle parole di cui si  serve. Lo si interroga allorasul sistema  del mondo, e il cestello risponde che la  terra non gira intorno al sole più che  il sole giri intorno alla terra, ma che  la terra oscilla (se balance ) intorno al  sole. Si domanda allora di quanti gradi  sia l'ampiezza dell'oscillazione, lo spirito  risponde : quattro miliardi di gradi.  L'interrogatore manifestando allora qual chestupore per una tal risposta, il co medium, iniziato certamente ai misteri  del cestello spiritico, si affretta a sog giungere che questi gradi sono di 25  leghe ciascuno. I devoti sono incantati  di tal risposta ed hanno pietà della  scienza terrestre che non avrebbe mai  scoperte sì belle cose!  Gli evocatori ingeneralenon hanno  alcun dubbio sulla identità degli spiriti  che si manifestano. Però talvolta alcuni  vogliono accertarsene, ed invitano lo  spirito a fornirequalche prova indicando  peresempio il suo nome, o il tempo della  sua nascita o della morte. Lo spirito  allora risponde: scrivete dieci nomi fra  i quali io indicherò quello dello spirito  domandato. Per altro, cotesta prova non  riesce quasi mai.Unasignora di mia co noscenza la quale avevaevocatoilmarito,  evoleva che egli indicasse il suo pre nome, scrisse come gli fu prescritto, i  dieci nomi, fra cui era quello che si  doveva scoprire. Il cestello si mise in  movimento e percorse lentamente la  lista, e di tempo in tempo lapunta  della matita si avvicinava a un nome,  mentrechè il medium, cogli occhi fissi  sull' evocatrice, cercava di leggere sul  suo viso qualche traccia che gli accen nasse aver egli ben indovinato. Non  trovandosi l'espressione cercata, il ce stello fint col segnare a caso un nome:  scoraggiarsi, indicò unsecondo, poi un  terzo e fino a sette nomi senza coglier  nel segno! Cotali svarioni nonnocquero  minimamente al medium. Si sa bene  che gli spiriti liberati dai legami ter restri obliano spesso le particolarità  della loro vita passata.  Grande è la lezione che ci dà oggi  lo spiritismo sull'attitudine dell'uomo a  credere e a creare il maraviglioso. Se  la scienza non fosse giunta ad una so luzione abbastanza negativa, e non ci  garantisse oramai da ogni durevole  traviamento, lo spiritismo sarebbe di ventato religione elegislatori inappella bili i suoi sacerdoti.  Il lato temibile di questa nuova su perstizione, destinata fra noi a morire  col secolo che le diede vita, non tanto  sarebbe statala sua stravaganza, quanto  l'  l'apparente sua connessionecolla scienza,  alla quale i suoi sacerdoti tentano rian nodarla. Approfittandosi essi della u mana credulità e delle superstizioni cor renti, cercano di provare l'esistenza di  spiriti incorporei che col mezzo di tra smigrazioni, vengono sulla terra ad a nimare gli uomini, e ritornano nello  spazio dotati di una personalità e di  una volontà propria. Essi hanno inoltre  una forma, sono limitati, si trasportano  negli altri mondi a piacimento, e fra  loro si distinguono in più o meno puri,  cosicchè, come si è creato una scala  saliente e progressiva per gli esseri  viventi del nostro globo, lo spiritismo  la crea per gli spiriti. Possono essere  più o meno buoni, secondo il grado di  perfezione a cui sono giunti; ipiù im perfetti sono anche quelli che tengono  ancora alla materia, dalla quale vanno  allontanandosi gradatamente, per avvi cinarsi a Dio. Del resto, l'uomo, come  gli spiriti, sono destinati a progredire  e aperfezionarsi, sino aqual punto poi,  lo spiritismo non lo dice. Essi si incar nano, siaper compiere unamissione, sia  per espiazione, e in tal caso diventano  ciò che volgarmente chiamasi l' anima.  Come nel mondo materiale, vi sono  esso si eraingannato Ricominciò senza SPIRITISMO  nel mondo spiritico sensazioni e piaceri,  libero arbitrio, gerarchia, e tutta la  sequela dei mali, che,sebben diversi dai  nostri, non cessano però di esser mali.  Il fine ultimo della perfezione ci è rap presentato dagli spiriti superiori, i quali  non potendo più oltre perfezionarsi, sono  interamente occupati aricevere diretta mente gli ordini di Dio, a trasportarli  in tutto l'universo ed a vegliare diret tamente alla loro esecuzione (Le livre  des Esprits, par Allan Kardec). Evi dentemente lo spiritismo, che mostrasi  465  nel secolo nostro, nemmen fa d' uopo  dirlo, una religione o filosofia che pre tende insegnare il modo di evocar gli  spiriti , che con mille illusioni tenta  di traviar le menti dei creduli ; che  dichiara il sonnambulismo l'effetto di  tanto avverso al suo mortal nemico il  materialismo, pare che non abbia sa puto inventare di meglio che il tra sporto della gerarchia sociale nello  spazio!  Il sistema, bisogna confessarlo, è in gegnosissimo; esso però ha un difetto  solo, quello di mancar di prove. Infatti,  qual'è la base dello spiritismo? Il si gnor Allan Kardec, che si può ritenere  sia stato il maestro di questa nuova  superstizione in Francia, lo dichiarava  in modo esplicito: la rivelazione, i mi racoli, il sovrannaturale sono, secondo  lui, il fine ultimo della dottrina spiriti ca, ed a questo fine pare che egli miri  sopra ogni altra cosa, procurando di  conformarvi la rivelazione degli spiriti  (L'Evangile selon le spiritisme). « Essi  non riflettono, dice egli, parlando degli  avversari, che facendo il processo al  meraviglioso, fanno anche quello della  religione che è fondata sulla rivelazione  esui miracoli ; ora, che è mai la rive lazione se non una comunicazione extra  umana?   1. I fratelliPettyhannopresentato  parecchi dei fenomeni che essi avevano  annunciati, allorchè non venne presa  alcuna precauzione, tale da prevenire  lapossibilità di inganno, oallorchè que ste precauzioni erano indicate dai te stimoni e non escludevano perciò la  possibilità di questo inganno.  > 2. I fenomeni promessi o non si  sono prodotti, oppure la frode dei fra accolto questa proposta. Alla seconda | telli Petty è stata svelata ogni volta che  seduta della Commissione essi hanno  enumerato i generi di fenomeni che co noscevano ed hanno raccomandato di  studiare quelli che avvengono in pre senza dei medium, cioè delle persone  coll'intermediario delle quali i fenomeni  si manifestano con maggior intensità e  precisione. Il signor A. Axakof ha pro messo di presentare dei medium alla  Commissione. Questa, da parte sua, ac cogliendo con riconoscenza il concorso  che le era in questa guisa offerto pel  compimento del suo mandato,hadeciso  di ammettere ai suoi esperimenti tre  testimoni designati dai medium, ha pro posto di limitare le ricerche ai più sem plici fra i fatti dello spiritismo, ed ha  dai membri della Commissione furono  prese lepiù elementari precauzioni per  confondere l'impostura.  >3. I testimoni, riferendosi ad una  lunga pratica dello spiritismo, ed ime dium stessi, hanno posto alle sedute  delle condizioni, le quali escludevano la  possibilità di una osservazione esatta,  quali l'oscurità, la mezzaluce o l'allon tanamento dei membri della Commis sione ad una certa distanza dai medium.  >4. I testimoni adiverse ripresehanno  determinato molto diversamente le con dizioni che essi pretendevano favorevoli  alla manifestazione dei fenomeni spi ritici.  > 5. Alla sedutadel 20 novembre, si  fissato il termine di un anno per la du- | constato la rottura di una cortina po rata dei suoi lavori.  Nel mese di ottobre 1875, due me dium, i fratelli Petty, di Newcastle, che  il sig. A. Axakof aveva invitati a re carsi a Pietroburgo, sono stati presen tati alla Commissione. La loro qualità  di medium era attestata dauna dichia razione scritta del signor A. Axakof e  danumerose testimonianze stampate che  provenivano dagli spiriti.  «La Commissione tenne sedute coi  fratelli Petty; i testimoni erano i si  gnori Axakof e Boutlerof. Secondo il  desiderio dei testimoni, le due prime  sedute furono occupate dai medium nel  far conoscenza coll' ambiente nel quale  erano chiamati ad agire. Le quattro se dute successive sono state consacrate  allo scopo della Commissione ed ebbero  luogo nel mese di novembre. I loro ri sultati furono i seguenti:  sta vicina al medium per isolarli dal  campanello, il cui tintinnio doveva co stituire un fenomeno annunziato.  > Dopoquesti fatti il sig. A. Axakof  ha allontanato i medium dalla Commis sione. I testimoni dichiarano oggi che i  fratelli Petty sono dei medium assai  deboli.  > In quanto alla Commissione, essa  ha, nella sua seconda seduta, dichiarato  che i fratelli Petty erano due impo stori.  > Nelmese di gennaio 1876, il signor  A. Axakof avendo annunziato l'arrivo  dall'Inghilterra di madama Clayre, me dium dilettante, la Commissione si èdi  nuovo radunata in seduta. I testimoni  hanno certificato alla Commissione che  la signora Clayre era un medium po tente e che il professore Crooks aveva  fatto con lei inInghilterraparecchi de SPIRITISMO  gli esperimenti che sonopresentati co 469  >3. I sollevamentideitavolini ordinari  me prove in favore dello spiritismo. La  Commissione decise di procedere imme diatamente all'esame dei fenomeni spi ritici manifestati in presenza della si gnora Clayre, adoperando degli appa recchi a questo effetto preparati, affine  di sostituire alle ossrrvazioni dirette,  che sono incomode e non lasciano trac cia di sè, l'osservazione più probativa  delleindicazionidiapparecchi, la testimo nianza dei quali è irrecusabile. Il sig.  A. Axakof ha riconosciuto l'uso degli  apparecchi possibile in questa circo stanza, vista la potenza singolare del  medium e le esperienze di questo ge nere che erano già state fatte con  quella persona.  > La Commissione tenne nelmesedi  gennaio quattro sedute colla signora  Clayre come medium e coi signori  Axakof, Boutlerof e Wagner come te stimoni. I risultati furono i seguenti:  > 1. I testimoni hanno insistito sulla  necessità, per lo sviluppo dei fenomeni,  di tenere le sedute intorno ad una ta vola,ordinaria ; alcuni membri della  Commissione non furono ammessi nella  sala delle sedute; fu loro persino im pedito di fare delle osservazioni dalla  stanza vicina. Le sedute stesse attorno  ad una tavola ordinaria ebbero luogo,  grazie ai testimoni, in condizioni che  escludonolafacilitàd'osservare,lasciando  al medium piena libertà d'azione, senza  sindacato. É stato pure richiesto, per  esempio, che tutte le persone presenti  stessero contro la tavola, quando si u diva il moto di questa, ciò che facili tava la possibilità di farla muovere col  che si osservarono nelle sedute colla  signora Clayre, erano, per desiderio dei  testimoni e del medium, circondati da  condizioni tali, che il medium stesso  poteva scuotere il tavolino, avanzare i  piedi sotto il mobile e sollevare anche  questo . I membri della Commissione  hanno più volte osservato dei tentativi  di questo genere, ed hanno veduto il  piede del medium sotto quello del  tavolino.  > 4. Itestimoni nonhanno acconsen tito che una volta all' uso d'una tavola  manometrica, provveduta d' apparecchi  destinati a misurare lo sforzo delle  mani apposte su quella tavola. Non  avvenne oscillazione, nè movimento, nè  sollevazione di quella tavola. I testimoni  hanno poscia respinto a più riprese  l'invito della Commissione di procedere  adelle osservazioni mediante apparec  chi misuratori.  > 5. Un tavolino apiedi curvi, che in  grazia della sua costruzione non era  facile a farsi oscillare colla semplice  pressione delle mani sulla tavoletta, e  che allontanava la possibilità di porre  un piede sotto il piede del mobile, non  si mosse una volta sola, sebbene si  fosse adoperato quando dei movimenti  erano avvenuti con una tavola ordi naria.  > 6. Tutti i fenomeni chesiprodus sero in presenza della signora Clayre  possono esser prodotti da qualsiasi per sona che si trovasse nelle condizioni  favorevoli alla frode in cui, per deside rio dei testimoni, questo medium era  collocato durante le sedute della Com missione; i membri della Commissione  lo hanno provato da se stessi.  > Nelle ultime sedute colla signora  Clayre, la Commissione ha richiesto ca piede senza esser veduti.  > 2. I movimenti e le oscillazioni di  una tavola ordinaria che ebbero luogo  nelle sedute, mentre le persone pre senti tenevano sulla tavolale loro mani, ❘ tegoricamente che non si fossero più  sono stati incontrastabilmente prodotti  coll'aiuto delle mani del medium, come  impiegate delle tavole ordinarie, e che  I' osservazione dei fenomeni non a si potè indurlodallaloro tensione e dai  loro cambiamenti di posto che prece devano le mutazioni della tavola.  vesse luogo che col sussidio dei mezzi  proposti da essa.  I testimoni vi hanno aderito (il 27 • 470  SPIRITISMO  gennaio),ma esprimendo ildesiderio che  questi apparecchi fossero loro portati a  domicilio per essere anticipatamente e sperimentati. Dopo aver ricevuto (il 28  gennaio) due di questi apparecchi, i te stimoni hanno sospeso le sedute (il 2  febbraio) e in seguito (il 4 marzo) vi  hanno definitivamente posto termine.  Nelle dichiarazioni che essi hanno allora  presentato, i testimoni hanno rinnovato  l' assicurazione delle potenti facoltà me dianiche di madama Clayre, e hanno mo tivato il loro rifiuto principalmente sulla  prevenzione della Commissione contro  lo spiritismo, e sul desiderio di questa  di non fare l'osservazione dei fenomeni  dello spiritismo che con l'aiuto d'appa recchi.  > La Commissione ha considerato al lora come raggiunto il suo scopo, per chè essa si era accertata che fra i fe nomeni prodotti dal piùpotente medium,  in tutte le condizioni più favorevoli, non  ve ne era stato un solo che potesse in dicare la esistenza di un ordine parti colare di fenomeni costituenti lo spiri tismo.  >> Nelle quattro sedute che essa ha te nuto nel mese di marzo, la Commissione  ha discusso:  > 1. Dei dati stampati sui fenomeni  spiritici e sullo spiritismo in generale;  >> Delle prove ed osservazioni fatte  dai suoi membri, fuori del suo seno,  sopra dei fenomeni attribuiti allo spiri tismo e prodotti con o senza la presenza  dei medium..  > 3. I suoi processi verbali e lestampe  ricevute alle sedute che essa tenne coi  medium Petty e Clayre, in presenza dei  signori Axakof, Boutlerof e Wagner,  testimoni.  > 4. Ledichiarazioniscritte da questi  testimoni alla Commissione.  contrastabilmentedeterminati dall'effetto  della pressione esercitata, intenzional mente o no, dalle persone presenti; si  riferiscono cioè a dei movimenti mu scolari consci e incosci; per spiegarli  non è necessario ammettere la esistenza  della forza o della causa nuova, accet ta dagli spiritisti.  > 2.Dei fenomeni, qualelasollevazione  delle tavole o il movimento di diversi  oggetti dietro una cortina o neila oscu rità, portano il carattere irrecusabile di  atti di frode commessi scientemente dai  medium. Allorchè delle misure efficaci  sono prese contro la possibilità dell'im postura, questi fenomeni non avvengono,  oppure l'inganno è svelato.  > 3. I rumori e i suoninei quali gli  spiritisti vedono dei fenomeni aventi un  senso, e che possono servire a comuni care cogli spiriti, stanno negli atti per sonali dei medium ed hanno la stessa  importanzae lo stesso carattere dell'acci dentalità o della frode, dei vaticini e dei  presagi di buona fortuna.  > 4. I fenomeni attribuiti all'influsso  dei medium chiamati medium plastiques  dagli spiritisti, come la materializzazione  delle varie partidegli spiriti e l' appari zione di figure umane, sono incontra stabilmente falsi; si deve infatti così  conchiudere, non solo per l'assenza di  qualsiasi prova precisa, ma ancora:  a) Dall' assenza di attitudine all'os servazione scientifica nelle persone che  credono alla autenticità di questi-feno meni, le quali descrivono ciò che hanno  veduto;  b) Dalle precauzioni che gli spiri tisti e i medium chiedono ordinaria mente alle persone davanti alle quali  devono compiersi questi fenomeni;  c) Finalmente, dai casi numerosi  nei quali i medium furono direttamente  >> Da quest' esame la Commissioneha convinti d'avere prodotto coll' impostura  tratto le seguenti conclusioni:  simili manifestazioni, sia da sè stessi,  > 1. Quelli fra i fenomeni attribuiti  allo spiritismo, che avvengono coll' im posizione delle mani, come, per esem pio, i movimenti delle tavole, sono in sia col sussidio di terzi.  > 5. Nelle loro manifestazioni, le per sone simili ai medium mettono a pro fitto, da unaparte imovimenti inconsci SPIRITUALISMO  einvolontari delle persone presenti, e  dall' altra parte la credulità dellagente  onesta, ma superficiale, che non sospetta  la frode e non prende precauzioni per  prevenirla.  > 6. Lamaggior parte degli aderenti  allo spiritismo non danno prova nè di  tolleranza per l'opinione delle persone  che nulla di scientifico scorgono nello  spiritismo, nè di critica per l'oggetto  della loro credenza, nè di desiderio di  471  partecipazione di persone umane alla  produzione di quei fatti; quando si os servarono i principii razionali delle ri cerche scientifiche, come consiglianoGay  Lussac, Arago, Chevreuil, Faraday, Tyn dal, Carpentier e altri, è stato provato  che i fenomeni attribuiti ai medium so no il risultato, o di movimenti involon tari, che provengono da particolarità  naturali dell' organismo, o dalla furbe ria, o dall' inganno di persone che por studiare i fenomeni spiritici coll' aiuto  dei mezzi d' investigazione ordinari della  scienza. Però gli spiritisti diffondono  con ostinazione le loro idee mistiche,  dandole per nuove verità scientifiche.  Queste idee sono accettate da molti  perchè rispondono a vecchie supersti zioni contro le quali la scienza e la  verità da gran tempo combattono. Gli  uomini di scienza che sono trascinati  dallo spiritismo, si comportano verso di  questo come dei dilettanti passivi di  spettacoli e non come dei cercatori di  fenomeni della natura.  > 7. Lepoche esperienze con apparec chi atti a misurare, che si citano quali  prove in favore dello spiritismo, sono  state eseguite in condizioni, le quali  permettono giudizi precisi, e mostrano  che gli sperimentatori non conoscono  sufficientemente i metodi adatti allo  studio scientifico dei fatti nuovi e dub biosi. Questi sono, per esempio, gli e sperimenti eseguiti dagli spiritisti con  una membrana o con delle bilancie.  > 8. Ogni volta che degli spiritisti fu rono invitati, o che si sono offerti a  provare coll' esperienza ciò che essi af fermavano nei circoli delle persone che  conoscono le scienze esatte, esse si sono  volentieri messi all' opera, maognivolta  hanno interrotte le prove, hanno allonta nato i medium e si sono lagnati delle  prevenzioni degli esperimentatori, appe na trovarono che i fatti osservati erano  sottomessi ad un esame critico.  > 9. Allorquando lo studio dei feno meni spiritici è stato circondato da pre cauzioni atte a mettere in luce la  tano denominazioni analoghe a quelle  dei medium.  E ciò è quanto la Commissione ha  pure constatato nelle sue osservazioni  sui tre medium inglesi, che le furono  presentati dai nostri spiritisti.  Fondandosi sul complesso di ciò che  essi hanno appreso e veduto, i membri  della Commissione sono unanimi nel for mulare la seguente conclusione: ifeno meni spiritici provengono damovimeuti  involontari e da una impostura consa pevole, e la dottrina spiritica è una su perstizione.  Firmati: i membri della Commis sione: Bo Bylef, aggregato di fisica al l'Università di Pietroburgo.- Borgman,  preparatore al gabinetto di fisica del l' Università di Pietroburgo Bouly guine- Hezehus, licenziato in fisica Elenef preparatore al laboratorio di  chimica dell'Università di Pietroburgo-Krajëvitch, maestro di fisica all' isti tuto delle miniere e alla scuola degli  ingegneri-Latchinof, maestro di fisica  all' istituto agronomico di Pietroburgo  Mendèleief, professore di chimica al l' Università di Pietroburgo- Perrat,  professore dimeccanica-Pétrouschevski,  professore di fisica all' Università di Pie--  troburgo- Khmolowsly, maestro di fi  sica  Van der Vliet, aggregato di fi sica all' università di Pietroburgo.  Pietroburgo, 21 marzo 1876.  Spiritualismo. Dottrina di co loro i quali credono all'esistenza dello  spirito. La filosofia spiritualista è essen zialmente cristiana, nè vi è esempio tra  i filosofici pagani, il qualeprovi che gli 472  SENSO COMUNE  antichi concepissero l' anima secondo  l'astrazione dei moderni spiritualisti.  Anzi, alcuni tra gli stessi padri della  Chiesa concepirono l'animain un senso  affatto materiale, come una sostanza  sottilissima, ma tuttavia molto diversa  daquella dello spirito. (Vedi ANIMA,  SPIRITO). Tra i filosofi cristiani, non  mancarono coloro che, come Priestley,  riconobbero non essere necessario am mettere l'esistenza di uno spirito per  spiegare i fenomeni del pensiero, giac chè Dio ha benissimo potuto dare alla  materia la facoltà di pensare, come le  ha dato quella di muoversi e di agire.  Anche Voltaire, che era Deista, aveva  sposato questa opinione V. SPIRITISMO.  Sensibilità. Suolsi definire la  sensibilità la facoltà di sentire; poi la  si considera come un fatto reale in se  stesso ben distinto dalla sensazione. Ma  se i metafisici facessero attenzione più  alla sostanza delle cose di cui trattano,  che alle parole colle quali le definisco no, si accorgerebbero che la sensazione  contiene già in se stessa la sensibilità,  giacchè non vi può essere sensazione  che non sia sentita. Anzi, a propria mente parlare, la sensazione non è al tro che l'atto col quale sentiamo che  una modificazione si è prodotta in noi.  Or che cosa è la sensibilità? L'astra zione appunto di questo atto, e non per  altro questo vocabolo entra nella cate gioria dei nomi astratti. Sensibilità è la  possibilità di sentire. Ma questa possi blità é qualche cosa od è niente? Per  essere qualche cosa bisognerebbe rap presentarcela in azione; ma nel mo mento in cui la sensibilità é, per così  dire, in atto, essa diventa sensazione.  Se poi si considera la sensibilità non  in atto, essa non ha niente di reale in  se, e indica solamente la facoltà che  hanno gli esseri vivi di provare sen sazioni.  Questo così elementare ragionamento  basta a mostrare la vacuità di tutte le  disquisizioni che i metafisici si credono  in dovere di fare sulla sensibilità e mi  limito a rimandare il lettore all' arti colo SENSAZIONE, per quella stessa ragione  che un professore di meccanica, do po avere lungamente parlato del movi mento, troverebbe affatto inutile didilun garsi sulla mobilità, la quale non è  unacosa in se, ma una semplice parola  creata per indicare che icorpi possono  entrare in movimento. Cionondimeno  un filosofo contemporaneo, il signor  A. Franck membro dell' Istituto, ha tro vato il modo di scrivere molte pagine  intorno a questa voce, sulla quale ci dà  delle notizie veramente peregrine, come,  per esempio, questa che non mi sarei  certamente immaginato di dover leggere  nei nostri tempi: « La sensibilità, se si  eccettuano le passioni, che sono l'opera  dell' uomo, é un movimento che emana  da Dio, una azione immediata della sua  potenza, che ci inclina senza costrizione  verso il nostro fine, e ci penetra senza  assorbirci ». Io capisco bene che col l'intervento del Deus ex machina, i  metafisici spiegano facilmente ogni cosa,  ma sarebbe pur tempo che siffatti me schini espedienti fossero lasciati ai te ologi.  Senso comune. (Dottrina del)  Da tempo immemorabile teologi e filo sofi cattolici hanno combattuto lo scet ticismo coll' autorità della rivelazione e  col senso comune, o consentimento u niversale. L'esistenza di Dio, la verità  della fede, la stessa autorità della rive lazione, dicevano certissimamente con fermate dall' universale consentimentodi  tutti gli uomini, i quali in tutti itempi  ein tutti i paesi hanno creduto e cre dono in un Ente creatore e conserva tore del mondo. Finché le cognizioni  antropologiche ed etnologighe furono  limitate a poche relazioni di missionari,  che d'altronde non erano divulgate,  questa dottrina sembrò fare buonapro SI e va; ma quando le comunicazioni  stesero e numerosi viaggiatori intrapre sero lo studio dei costumi de' popoli  lontani, appari chiaramente che questa  supposta unanimità di credenza erame SENSO COMUNE  ramente effimera; che vi sono popoli  increduli o credenti in esseri che non  possono in alcuna maniera riferirsi al  Dio metafisico immaginato dai cristiani.  (ν. ΑTEL, DIO, IMMORTALITÀ, SPIRITO).  Nemmeno come principio la dottrina  del senso comune potrebbe addursi in  prova di checchessia, giacché l' ade sione unanime di tutti gli uomini non  173  Fra gli autori cattolici favorevoli  alla dottrina del senso comune, vuol es sere ricordato Lamennais. Egli ha detto  che i nostri sensi c' ingannano, che la  ragione individuale è impotente a sco prire la verità, e che l'uomo ridotto  alle sue sole risorse, non potendo cre proverebbe che le cose sulle quali vi ė  unanime accordo siano vere; essa pro verebbe solamente che gli uomini si  accordano a ritenerle tali; ogni di più  eccederebbe i limiti del sillogismo e  costituirebbe una conseguenza i princi pii della quale non sarebbero contenuti  nella premessa.  Infatti, perché la conseguenza fosse  corretta, il sillogismo dovrebbe costru irsi così:  dere, nè a Dio, nè all' universo, nè a  se stesso, cadrebbenel più assoluto scet ticismo. Solo rimedio efficace contro il  dubbio egli credeva che fosse l' univer sale consentimento, fondato sulla tradi zione costante dell' umanilà alla quale  é stato rivelato quel vero ch' essa stes sa è impotente a scoprire. Ma come  si potrebbe consultare questo senso co mune? Lamennais trovava che il mezzo  era molto semplice. LaChiesa cattolica,  legittima depositariadella tradizione, era  anche l'organo per mezzo del quale la  Ciò che tutti gli uomini credono sic- tradizione parlava; e il papa che é il  come vero, é vero realmente.  Tutti gli uomini credono in Dio.  Dunque Dio esiste realmente.  Ma, domando io, esiste un solo filo sofo il quale sia disposto ad ammettere  la maggiore di queste premesse? Io non  lo credo, giacché non vi é alcuno che  non veda a quali stolti giudizi esso ci  condurrebbe.  Se ciò che tutti gli uomini credono  é realmente vero; tutti hanno creduto  che il sole si muovesse intorno alla  terra; dunque sarebbe vero che il sole si  muove! Con questo principio non vi sa rebbe errore santificato dai secoli e dal l'ignoranza che non potrebbe essere di mostrato per vero; e allascienza non re sterebbe altro che raccogliere le antiche  credenze, siccome le più attendibili e le  più universalmente credute. (v. CERTEZZA  •REID).  Nella stessa religione il principiodel  senso comune potrebbe essere rivolto  contro la verità di molti dommi; e per fino il cristianesimo dovrebbe essere con siderato come una falsa rivelazione ,  quando fosse confrontato colla gran  maggioranza dei settatori di altre reli gioni (V. RELIGIONI).  capo visibile di questa Chiesa ne era il  legittimo interprete (Essai sur l'indif ference).  Grazie e questo consentimento uni versale, Lamennais conferiva alla ragione  umana collettivamente, ciò che singolar mente rifiutava ad ogni ragione parti colare, e concretava poi in un solo uo mo la collezione di tutte queste ragioni.  Finché Lamennais si attenne a questa  si poco liberale applicazione della dot trina del senso comune, la Chiesanulla  trovò a ridire; ma venticinque anni ap presso, quand' egli, piegandosi al movi mento generale del pensiero, dettò l'E squisse d' une philosophie, nella quale,  pur sempre restando prete, cessò di in carnare nella Chiesa cattolica la rap presentazione della ragione collettiva  dell'umanità, papa Gregorio XVI trovò  che quella dottrina era vana, futile e  incerta, e solennemente la riprovò nel  modo che segue: « Egli é assai deplo revole il vedere in quale eccesso di de lirio si precipiti l' umana ragione, al lorché l'uomo si lasciapigliare all'esca.  della novità, e sforzandosi, malgrado  l'avvertimento dell' apostolo, a riescire  piu saggio di quel che abbisogni, trop. 474  SENTIMENTO  po fidente di se, reputa che la verità  possa cercarsi fuori della cerchia della  Chiesa cattolica .....   stupenda definizione che ha  solamente il difetto di non esser chiara;  manon si può volergli male per que sto: il miglior professore di sentimen talismo non potrebbe dircene di più.  Servet (Michele) Nacque nel 1509  a Villanova nell' Aragona. A 19 anni si  recò a Tolosa per studiarvi il diritto,  che abbandonò poi per dedicarsi inte ramente alla teologia. Fra tutti i dommi  religiosi quello della trinità gli parve  il più strano, e il mendegno dellapub blica fede, sicchè cercò di renderlo, se  non altro, più intelligibile, considerando  le tre persone divine come la semplice  manifestazione di un solo Dio. Trovata  questa spiegazione per lui soddisfacente;  sperò che i capi della riforma in Ger mania sarebbero stati del suo avviso;  ne scrisse perciò ad Ecolampadio, ed  egli stesso si trasferì a Strasburgo per  conferire con Bucero. Ma ildabben uo mo non aveva pensato che i capi della  riforma erano per lo meno tanto intol leranti quanto i papisti: egli fu detto  un bestemmiatore ed un messo del  diavolo » e Zuinglio trascorse fino a  maledire il maledetto e scellerato Spa gnuolo. Nonostante questa opposizione  pubblicò nel 1532 il libro sugli Errori  della Trinità e l'anno seguente i Dia loghi sulla Trinita. Lo scandalo destato  da questi due scritti fu tale, ch'egli si  vide costretto a cambiar di nome e a  rifugiarsi a Lione, ove visse parecchio 476  SERVET  tempo in una tipografia, correggendo | lo calunnia, lo insulta, nè si sta pago,  bozze di stampa. Fatto che ebbe qual finchè la sentenza di morte è pronun che risparmio, si trasferì a Parigi, ove stu diò le matematiche e la medicina,scienze  nella quale fu addottorato. Dopo avere  professato nel collegio dei Lombardi,  Pietro Paumier, suo discepolo nominato  vescovo a Vienna nel Delfinato, lo chia mò presso di senellaqualitàdimedico.  Servet visse così tranquillamente dodici  anni, nel qual tempo alternò i suoi studi  di medicina con quelli di teologia, e  venne compilando un libro col titolo  Restitutio Cristianismi, nel quale in tendeva di proporre una nuovariforma  della religione. Prima di pubblicarlo  egli entrò in corrispondenza con Calvino,  sperando forse di poterlo trarre alle sue  idee. Ma dopo parecchie lettere, il capo  della riforma di Ginevra, irritato forse  dall' ostinazione e dalle arguzie di Ser vet, ruppe ogni commercio con lui.  Intanto il Servet mandò alla stampe  il suo libro, e poichè trovavasi in paese  cattolico, lo fece imprimere con tutta  segretezza, ma non tanto che Calvino  non ne avesse sentore. Il furore teolo gico allora invase costui a tal punto,  ch'egli, capo della riforma, non temette  di far denunciare il suo avversario al l' inquisizione cattolica. In quell' occa sione, dice Gabriel, Calvino si mostra  talmente acciecato dal fanatismo, che  perde perfino le nozioni distinte del  bene e del male » (Hist. de l' Eglise de  Genève T. 2).  ciata contro di lui e il 27 ottobre 1553,  mandata ad esecuzione mediante il rogo.  Benchè oltre ogni dire abbattuto, Ser vet rifiutò mai sempre di ritrattare le  sue opinioni, anche allora che gli fu  promesso di convertire la penadimorte  mediante il rogo,conquellaper la spada.  Egli perì tra le fiamme dopo mezz' ora  di inauditi tormenti.  Tra i capi d'accusa della sentenza  si leggono questi, i quali possono mettere  in luce quali fossero le eresie che cat tolici e protestanti imputavano a Servet.  « Item. Ha spontaneamente confes sato che nel libro Christianismi resti tutio egli chiama trinitari edatei coloro  che credono nella Trinità.   io, con è fatto arrestare dall' inquisizione e sot- tinua Calvino, essendo corrucciato di  toposto a processo. Un giorno però gli una assurdità si grossa, replicai di ri vien fatto di fuggirsene; egli pensa di scontro: come, povero uomo, se qualcuno  recarsi a Napoli per esercitarvi la me- battesse col piede questo pavimento, e  dicina, e per la via delle Alpi scende a dicesse che calpesta il suo Dio non i Ginevra all' osteria della Rosa. Appena norridiresti di aver assoggettata lamae Calvino ha sentore dell' arrivo a Gine- stà di Dio ad un tale obbrobrio? Allora  vra del suo avversario, tostolo denun- egli rispose: io non dubito menoma cia all' autorità criminale, e mette in mente che questo banco e questa cre cauzione il suo stesso segretario accioc- denza e tutto ciò che si potrà mostrare  chè, secondo le leggi d'allora, avesse non sia la sostanza di Dio. Nuovamente  egli la parte di accusatore. Egli assale gli fu opposto che, a parer suo, dun il suo avversariod' innanzi al Consiglio, | que il diavolo sarebbe sostanzialmente SESTO EMPIRICO  477  Dio. Ridendo, egli arditamente rispose: | dallo affermare qualcosa,così senza mal  ne dubitate voi? Quanto ame tengo per  massima generale che tutte le cose sono  una parte e porzione di Dio, e che ogni  natura è il suo spirito sostanziale ».  animo contro altri, eglino espongono  le proprie dubitazioni sopra ogni ma niera di discipline; dacchè non rinven Sesto Empirico. Il luogo e il  tempo preciso della nascita di questo  filosofo si ignora. Sulla fe le di Diogene  Laerzio che lo annovera tra i discepoli  di Erodoto di Tarso, si crede general mente ch' egli sia fiorito verso il prin cipio del terzo secolo, e che sia origina rio d' Africa. Ch' egli fosse medico ed  esercitasse l'arte salutare non è dub nero in nessuna la verità che cercavano  con gli studi. « Nega, anzi tutto, l' esi stenza della disciplina, argomentandone  e dalla indeterminata controversia dei  filosofi circa la essenza sua e dal non  potersi affermare quale si è la cosa in segnata, chi l'istruttore, chi l' ammae strato, e quale il modo dello appren bio, poichè egli stesso lo afferma; e che  fra i medici egli appartenesse alla setta  degli empirici pare altrettanto certo,  per quanto dice Diogene, e per lo stes so nome di Empirico che gliene è de rivato. Null' altro si sa della sua vita,  nè pure delle sue opinioni in medicina,  giacchè le sue Memorie di medicina❘le, nè la istorica, né quella che con andarono perdute.  dere. E come i principii e il metodo  generale della asserita disciplina si por gono della grammatica; chiamandola  unalusingatrice sirena, entra sottilmente  amostrarla arbitraria ne' propri ele menti, nelle leggi stabilite per le sil labe, pei nomi, per lametrica, per l'or tografia, per la etimologia; e ne deduce  non esistente nè la parte sua artificia cerne i poeti e gli scrittori (L. 7) e  tanto meno quella chehaper iscopo di  rizzata la filosofia di Pirrone. Nel suo  libro Contro i matematici, egli confuta  i dommatici inqualsiasi scienza, i gram matici dapprima, quindi i rettorici, i  geometri, gli aritmetici, gli astrologi,  e i musici. Più conosciute sono le sue  Ipotiposi pirroniane, che furono tra dotte in francese prima da un tal Huart  col titolo: Les Hipotiposes ou Institu tions pirroniennes (Amsterdam 1725) e  poi da Samuele Sorbière.  L'autore riproducendo le obbiezioni  di Pirrone contro i dommatici si di chiara apertamente in favoredegliscet Sesto Empirico é invece conosciu tissimo nella filosofia per avere volga- persuadere, ossia la rettorica (L. II).  > Passa ai Geometri; e subito toglie  concludenza alle loro argomentazioni  chiarendo inefficace ogni discorso che  non abbia base dimostrata, come sono  i loro; costruiti sopra ipotesi, e con  principii egualmente indimostrabili (qua li il punto e la linea), e da cui nessu no può mai nulla togliere nè tagliare  (L. III ) Conlo stesso argomento della  impossibilità di aggiungere o sottrarre  qualcosa, confuta le teorie degli arit metici massime pitagorici (L. IV).  >> Ingegnosi ed afforzati da giusta  erudizione, sono gli argomenti contro  gli Astrologi Caldei i quali, dice, in  vario modo fanno onta alla vita, fab bricandoci una grande superstizione,  nè consentendoci operare nulla confor.  me a ragione (L. V.)  tici. Le parti principali di questo libro  vôlto in italiano da Stefano Bissolati,  essendostate riprodotte all'articolo PIR RONISMO, gioverà qui citare il sunto che  lo stesso antore dà del libro contro i  matematici.  > Siccome i pirroniani accostatisi  alla filosofia per desiderio di incontrarsi  al vero, e non lo avendo trovato in  nessuna parte, per l' eguale peso di ra gioni che stanno in tutte, si astennero  > Pur accordando che dalle armo nie si sia potuto trarre bene, e dol cezza, e conforti; incalza i musici col  mettere in aperto la nonesistenza delle  modulazioni e de' ritmi (L. VI).  > Spiegata la forma generale della 478  SOCINIANISMO  scettica, viene alla particolare, ossia a  quella che parzialmente combatte la  filosofia divisa in razionale, naturale,  morale. Nel primo libro (L. VII) contro  i logici diffusamente espone e sottil mente oppugnaquanto erasidetto, circa  il criterio della verità, dai filosofi che  ne negavano la esistenza e da chi la  ammetteva; bene avvertendo essere que sta la suprema delle indagini. Giac ché o non si trova la regola per cui  conoscere la vera esistenza delle cose,  ebisognerà finirla coi grandiosi vanta menti dei dommatici; o scorgerassi qual cosa che valga acondurci allacompren sione della verità, e meriteranno censura  di audaci gli scettici che sanno andare  contro alla comune credenza. « Nel se condo (L. VIII) discorre in particolare  del vero, del segno, degli oscuri, della  dimostrazione, della materia della di mostrazione e se la dimostrazione esi sta. E poiché ha concluso che tutto è  incomprensibile e indimostrabile; e con tro l' obbiezione che, quando non ci  abbia possibilità di dimostrazione, an che il discorso dello scettico non vale  ed egli non può trarre arma che ab batta il dommatico, risposto con l'ar gomento dato nel Libro I. c. 8 delle  Istituzioni; entra in lotta (L. IX) coi  Fisici. E la critica è intorno i principii  naturali, gli dei, la causa e l'effetto,  circa il tutto e la parte e sopra il cor po; e appresso dice contro del luogo,  del moto, del tempo, del numero,della  generazione e del corrompimento. Chiu de la serie dei combattimenti opponen do ai filosofi moralisti sopra i sette  punti fondamentali dell' etica: quale sia  il bene, e il male, e l'indifferente; se  per natura ci sieno il bene e il male; se  pure ammessa la esistenza del bene e  del male in natura, sia possibile il vi ver felice; se chi astiensi dallo ammet tere o dal negare l'esistenza del bene  e del male, incontri ed essere felice,  se una qualche arte si trovi per con durre la vita; e se quella possa venire  insegnata ».  Socinianismo. Dottrina inse gnata da Lelio e Fausto Socino, con traria alla Trinità. Nel 1546 dopochè  le dispute di Lutero ebbero fatto ri sorgere il gusto per le controversie re ligiose, alcuni nobili stabilirono in Vi cenza una Accademia collo scopo di  discorrere di siffatte materie. Lelio So cino era nel numero di costoro, i quali  interpretando le scritture, dommatizza rono che vi è un sommo Iddio che  hacreato tutte le cose pel ministero  del suo Verbo, che il Verbo è Figlio  di Dio; che il Figlio di Dio è Gesù di  Nazareth; e che Gesù di Nazareth è un  uomo. Questadottrinanon faceva molto  onore alla logica dei novelli Accade mici; e tutto ciò che vi era in essa di  chiaro era la riproduzione della eresia  di Ario ( Vedi ARIO) che negava la  divinità di Gesù, e la sua consustan zialità col Padre. Ma di pensare inque sta guisa in quei tempi, nemmeno ai  nobili era cosa lecita,laonde, saputasi la  cosa, il governo ne fece arrestare alcuni  che mandò amorte; mentre altri, tracui  il Socino , si rifugiarono nella Polonia  dove l' unitarismo aveva fatto de' sen sibili progressi. Lelio Socino fu ospi tato dai nobili Polacchi, ma morì a  Zurigo il 17 Marzo 1562 senza aver  fatto molti proseliti. Alcuni anni dopo  Fausto Socino nipote di Lelio, dopo  aver brillato alla Corte ducale di To scana, divisò d' intraprendere la car riera teologica dello zio; fu a Basilea,  quindi nella Transilvania, e finalmente  l'anno 1579 giunse in Polonia. Quivi,  posto al sicuro dalle persecuzioni cat toliche, non men che da quelle dei nuovi  protestanti pure tremendi nelle loro  vendette, armeggiò contro Lutero e  Calvino e ottenne di riunire in una sol  comunione le trenta e più Chiese an titrinitarie che esistevano nella Polonia.  Morì nella villa di Luclavia l'anno 1604  e sul suo sepolcro fu posto un epitafio  latino che diceva così: Lutero distrusse  il tetto di Babilonia, Calvino ne ro- vesciò le muraglie, ma Socino ne strap SOFISMA  pò le fondamenta. Dopo la morte di  Socino non si spense l'eresia sua. Molti  nobili erano venuti al suo partito, e  questi in sì buon numero che nella Dieta  riuscirono ad avere il sopravvento e a  far proclamare la libertà di coscienza.  479  Nome dato da Augusto Comte alla fi losofia della storia. Nel sistema positi vista essa costituisce la prima parte  della filosofia morale, e si propone di  scoprire le leggi costanti che reggono  la successione degli avvenimenti sociali.  Ma non andò molto che Cattolici e  Protestanti insieme intolleranti che si  negasse la divinità di Gesù, unirono i  loro suffragi e riuscirono a far décre tare che i Sociniani, o rientrassero in  una delle chiese tollerate, o uscissero  dai confini dello stato; il qual decreto  fu il segnale della persecuzione gene rale di tutti gli stati contro i Sociniani  che riparavano entro i lor confini.  Dal catechismo di Cracovia compilato  da Socino si deducono i seguenti prin cipii fondamentali della sua dottrina.  1. La sacra Scrittura è la sola regola  di fede, ed è interpretata dalla ragione.  2. Conseguenza di questo principio è  che i dommi della Trinità, della Incar nazione, della Divinità di Gesù Cristo,  del Peccato originale, i quali non sono  chiaramente annunciati nella Scrittura,  non hanno diritto alla nostra fede. 3.  Del pari la creazione dal nulla non è  domma comprensibile nè credibile, poi  chè Dio non chiaramente lo palesò nella  Scrittura, dov' egli forma il mondo da  una materia preesistente ( Vedi "CREA ZIONE). 4. Gesù è il divin verbo, figliuol  di Dio; Dio manifestatosi in carne, ma  questi simboli usati dai Sociniani non  hanno per loro che un senso puramente  metaforico. 5. Il battesimo e la cena,  come credono i protestanti, sono i due  soli sacramenti istituiti da Gesù, ma  non hanno altra virtù che quella di  eccitare la fede. 6. La risurrezione della  carne è impossibile, le pene eterne in giuste: le anime dei malvagi saranno  (V. POSITIVISMO).  Sofisma. Chiamasi cosi ogni sil logismo il quale, sebbene lasci intendere  di condurre a conseguenze assurde, pure  presentasi con certe forme sotto le quali  si è imbarazzati a scoprirlo, o almeno si  è imbrogliati a dire in qual parte il  ragionamento sia falso e capzioso.  Varie classi di sofismi si distinguono  nelle scuole, e a ciascuna classe l'antica  filosofia ha applicato uno special nome.  Prima classe. Grammatica fallace o  amfibologia; sorta di sofismi che deri vano o dall' ambiguità dei termini o  dall' equivoco. Esempio: Dio è dovunque;  dovunque è un avverbio, dunque Dio è  un avverbio.  Seconda classe. Ignoratio elenchi ;  consiste nell' ignoranza del soggetto in  questione.  Terza classe. Petizione di principio.  Succede quando si vuol spiegare lacosa  che è in questione, con un' altra cosa  che essa stessa dev' essere provata, per  cui si torna ancora alla questione di  principio. Esempio: La Bibbia è infal libile perchè lo afferma la Chiesa; la  Chiesa è infallibile perchè lo afferma la  Bibbia; dunque la Bibbia e la Chiesa  sono infallibili. Si capisce facilmente  che i libri dei teologi sono pieni di  petizioni di principio.  Quarta classe. Del falso supponente.  Supporre vero il falso è vizio più co mune di quel che si pensa, ond'è che  in questa classe di sofismi cadono facil mente i credenti, i quali deducono lo annichilate. 7. A niuno è lecito guereg- giche conseguenze da falsi principii.  giare nè reclamare in giudizio la ripa razione di una ingiuria, essendo queste  cose chiaramente divietate dal Vangelo,  equesto principio fu comune ai Qua CHERI e agli ANABATTISTI.  Sociologia, o Scienza sociale.  Quinta classe. Non causa pro causa.  Prendere per causa ciò che non è causa.  In quest' anno è succeduta una guerra;  ma la guerra è stata preceduta dalla  comparsa di una cometa; dunque la co  meta è stata la causa della guerra. 480  SONNO E SOGNI  Sesta classe. Consequentis. Sofisma | tative, e sopprime solamente ifenomeni  che si fa quando si reciproca dove non della coscienza, della volontà, i movi si può, perchè il soggetto della propo- menti muscolari e l' attitudine dei nervi  sizione non contiene tutto il suo predi- a trasmettere le sensazioni. La respira cato. Ogni cubo è una figura, dunque zione e la circolazione deifluidi durante  ogni figura è un cubo.  Settima classe. Fallacia dicti non  simpliciter. Si fa quando da quel che è  vero in parte si conchiude che è vero  in tutto. Esempio: Pietro è buono; ma  Pietro è pittore; dunque Pietro è buon  pittore.  Sonno e Sogni. Il sonno e i  sogni sono stati argomento di non po che controversie tra i psicologi, e hanno  fornito a Dugald-Stevart l' occasione di  un serio studio, per determinare quale  sia lo stato dell'anima nel sonno. I  fisiologi poi si sono occupatidello stesso  argomento per stabilire di qual natura  sia la funzione fisiologica del sonno, e  inqual maniera essa succeda. Comin cerò da quest'ultimo argomento, dal  quale principalmente dipende la solu zione del problema che si sono propo sti i psicologi.  Cabanis ha definito il sonno  uno  stato che non è puramente passivo, ma  che è una funzione particolare del cer vello, la quale succede quando si sta bilisce in quest' organo una serie di  movimenti particolari, la cessazione dei  quali conduce il risveglio » (Rapport  du physique et du moral § XV). Que sta proposizione avrebbe bisogno di es sere provata, né alcuno ha ancor po tuto determinare quali siano i movi menti intracerebrali che producono e  mantengono il sonno. Buffon ha detto  più genericamente, ma perciò appunto  con maggior verità, che  il sonno é  un modo di esistere altrettanto reale e  più generale che ogni altro; che tutti  gli esseri organizzati i quali mancano  di sensi esistono in questa maniera >  (Hist. nat. t. IV). Questa definizione mi  pare preferibile a quelle più o meno  ampollose, date da vari fisiologi. In ef fetto, il sonno lascia intatte tutte le  funzioniche, sarei tentato di dire, vege il sonno continua regolarmente, ma i  nervi riposano, e coi nervi il cervello.  Tuttavia questo riposo non succede  immediatamente e in un sol tratto per  tutti gli organi. Generalmente laprima  azione che si sospende è lamuscolare; le  membra si rilassano e cadonopel pro prio peso restando immobili nella posi zione che si sono scielta e secondo la  disposizione delle articolazioni. Dumeril  ha dimostrato che nessuna azione vo lontaria nè alcun sforzo muscolare de vono esercitare gli uccelli per mante nersi dritti sui rami durante il sonno.  Egli sostiene che uno dei tendini del  crurale passa sulla rotella per unirsi ai  tendini motori dei pollici , cosicchè  quando lagamba degli uccelli è pie gata, i pollici si trovano mantenuti nella  flessione in una maniera fissa, perma nente e solida, quantunque passiva.  Durante il sonno tutti isensi dimo rano in uno stato di riposo. Non biso gna però confondere questo stato colla  soppressione assoluta della sensazione,  poichè se ciò fosse si correrebbe peri colo di non svegliarsi più. Il sonno ot  tunde i sensi, ma non li sopprime, e  numerosi esempi ci dimostrano che la  semplice eccitazione di un senso basta  a svegliarci. Spesso però accade che  quando l'eccitazione non è sufficente mente forte e che il sonno è profondo,  la sensazione avvenga senza essere per cepita. L'uomo addormentato spesso si  toglie da una posizione incomoda, ed  eseguisce dei movimenti muscolari. La  luce, dice il Prof. Longet, può manife stare durante il sonno la sua azione  sulla retina senza che visia percezione.  Infatti le pupille dell' uomo che dorme  in un luogo oscuro sono dilatate, men tre quelle di chi si addormenta alsole  cogli occhi rivolti verso quest' astro  sono contratte, come si contraggono SONNO E SOGNI  eziandio quelle di chi, senza svegliarsi,  sia fatto passare dall' oscurità alla luce.  Il Prof. Longet attribuisce quest' azione  a un movimento riflesso dell' asse ce 187  Gli spiritualisti si sono proposti il  problema: Quale è lo stato delio spirito  rebro spinale. É certo però che alcune  volte l'impressione luminosa giunge  fino all' encefalo ed è da noi percepita  sebbene spesso non sia così forte per  svegliarci.  L'udito è l'ultimo senso che si ad dormenta. Già i muscoli sono nel riposo,  e l'occhio più non percepisce la luce,  quando encora persiste l' udito. La vi sta trova nelle palpebre un riposo con tro le moleste impressioni esteriori, ma  I'udito non ha mezzo alcuno per sot trarsi naturalmente all' azione dei suoni,  Quest' organo, dice Longet, che è il più  ribelle alle influenze del suono, è ezian dio quello che più resiste agli attacchi  della morte: si ode ancora dopo che  tutti gli altri sensi hanno cessato di  vivere, nella stessa maniera che si ode  ancora quando tutti gli altri sensi dor mono. É per l' organo dell' udito, con tinua Longet, che penetrano sovente le  influenze soporifere, ed è per il suo in termediario che gli altri sensi dormono  mentre esso veglia ancora. Però que sta osservazione non mi pare esatta,  giacchè se è vero che certi rumori mo notoni sembrano conciliare il sonno, è  pur vero che questo fatto non può at tribuirsi ad altro che ad una nostra  illusione. Infatti, niuno può negare che  il silenzio sopratutto sia favorevole al  riposo, e che chi si addormenta nel si lenzio è senz' altro svegliato da ogni  piccolo rumore. Che se noi riusciamo  ad addormentarci nonostante certi ru mori regolari e continuati, ciò si deve  attribuire al fatto che tutte le impres sioni eguali e continuate, divenendo, do po un certo tempo, abituali, l'organo  finisce per adattarvisi e a restarvi pres sochè indifferente. É in questa maniera  durante il sonno? E tutti si sono ac cordati nella sentenza, che durante il  sonno lo spirito non è come il corpo  in uno stato speciale, ma ch'esso ve glia sempre. Essi erano condotti neces sariamente a questa affermazione, dalle  conseguenze imperiose del loro sistema,  imperocchè ammessa che sia una so stanza semplice, indivisibile, immutabile  ed essenzialmente pensante, com'è lo  lo spirito, la cessazione del pensiero  non avrebbe potuto a meno di condurre  la cessazione o la modificazione della  sostanza. Ma nè lo spirito può cessare  di essere senza diventare mortale, nè  può trasformarsi, perchè essendo sem plice e indivisibile ogni trasformazione  cambierebbe essenzialmente la sua na tura. Gli spiritualisti hanno perciò as serito che nel sonno del corpo la vo lontà esiste pur sempre, tuttochè perda  la sua influenza sui membri del corpo.    «Io consento che il corpo del Si gnor Voltaire sia trasportato senza ce rimonia, rinunziando a questo riguardo  a tutti i diritti curiali che mi competono».  >  «Attesto e dichiaro che io sono stato  chiamato per confessare Voltaire, che  ho trovato, permancanza di sentimenti,  incapace di essere ascoltato in confes sione  Non tocca a noi parlare delle opere  semplicemente letterarie di Voltaire ed  esporne i pregi ed i difetti. Non accen neremo quindi che i suoi lavori filosofici  e quelli che hanno una qualche re lazione colla filosofia.  Presentasi prima il saggio sui co stumi e lo spirito delle nazioni, che  è forse l'opera più ragguardevole usci ta dalla sua penna. Con tutt'altro scopo  continua il lavoro omonimo di Bossuet,  rire in pace! Il curato di S. Sulpicio | incominciando ove questi fini,dalla fon ciò udendo, rivolto ai circostanti: voi dazione, cioè, dell'Impero diCarlomagno. VOLTAIRE  Ma mentre Bossuet proponevasi di ser vire alla gloria ed al consolidamento  della religione cattolica, Voltaire invece  combatte arditamente per avvilirla, anzi  per distruggerla. Bossuet riferisce alla  istituzione del cristianesimo come al loro  unico fine tutti gli avvenimenti: Voltaire  gli attribuisce come a vera causa di quasi  tutti i delitti e dei mali che desolarono  l'universo dalla fondazione dell'Impero  d'occidente in avanti. Implacabile nella  ricerca del vero, distrugge, nella sua  rapida corsa attraverso i secoli, la fa 527  di Voltaire vogliono essere menzionati  le Questioni sull'enclopedia, pubblicate  in seguito col titolo, per vero poco me ritato, di Dizionario filosofico; il Filo sofo ignorante; La bibbia infine spie gata; Esame importante di milord Bo linbroke; Commentario su Malebranche,  Trattato della tolleranza; Storia dello  ma di civilizzatore usurpata dal cristia nesimo, lacera il velo che copriva le  infinite infamie commesse dal clero e  dai suoi seguaci in nome della religione,  ne palesa le debolezze, i vizi e i de litti, imprimendo al papismo ed ai suoi  ministri un marchio disonorante che  non potrà più venir cancellato. Così  l'opera spetta meglio alla filosofia che  allastoria, perché gli avvenimenti vi sono  riferiti non tanto per sè stessi, quanto  come argomento alle riflessioni che vi  fanno seguito. Fedele al suotitolo attende  principalmente a far conoscere i costu mi e lo spirito delle nazioni, e nulla  conveniva meglio al suo ingegno tanto  abile nel cogliere i tratti caratteristici  dei costumi, degli usi, delle opinioni e  dei pregiudizi.  Poche letture poi sono dilettevoli  quanto i romanzi di Voltaire, e quasi  tutti hanno uno scope filosofico. Cosi  Candido, quadro giocoso delle miserie  della vita umana è una confutazione  del sistema ottimista, che già l'autore  aveva combattuto in modo più serio  manon più efficace nelpoema: il Disa stro di Lisbona. Mennone tende a pro vare che il proporsi di essere perfetta mente ragionevole è pretta pazzia, tanto  gli avvenimenti trascinano l'uomo con  maggior forza de' suoi propositi. I Viag gi di Scarmentado, la visione di Babuc,  Micromegas ecc; celano sotto finzioni  d'ordine naturale qualche principio di  filosofia speculativa o qualche verità di  morale pratica. Tra i libri di filosofia  stabilimento del cristianesimo; e molti  scritti minori. La maggior parte di queste  opere comparve sotto una quantità di  pseudonimi, ch'egli per la necessità di  nascondersi, cambiava ad ogni tratto.  Senonchè quando alcune volesse de terminare in che precisamente consista  la filosofia di Voltaire, arrischierebbe  di trovarsi gravemente imbarazzato. La  sua, più che altro, è una dottrina nega tiva: sottrarre l'umanità al predominio  di quell'ammasso informe di assurdi e  di pregiudizi che costituiscono le reli gioni rivelate, ecco l'unico concetto che  predomina nelle numerosissime opere di  Voltaire. Le altre questioni filosofiche  lo preoccupano generalmente benpoco:  talora con quell'acutezza onde il suo  genio getta così spesso splendidi lampi,  d'una sola frase incisiva affronta e ri solve i problemi più difficili: talora in vece si lascia trascinare daidee precon cette, cade in inesplicabili contraddi zioni, e assale con indegni improperi i  materialisti più illustri, tali che Hol bach e La-Mettrie ch'egli combatte,  non già argomenti, ma col sarcasmo.  Leggendo gli scritti di Voltaire più  volte accade di trovarlo in contraddizione  con sè stesso, sì perchè sovente egli  stesso si compiaceva di occultare il suo  pensiero, sì perchè talora le sue idee  stesse si vennero modificando. Ad esem pio, mentre nel 1839 in una lettera ad  Helvetius egli sostiene il libero arbitrio,  nel Filosofo ignorante, partendo dal  principio che nessun effetto vi è senza  causa, conclude che se noi siamo liberi  di seguire gl'impulsi dellanostravolontà,  questa volontà è però necessariamente  determinata da cause.   Voltaire si dichiarò più volte puro  sensista ; la teoria delle idee innate  sembrava a lui come già a Locke il  nec plus ultra dell'assurdo. A convin cersene basta leggere in Micromega  il brano in cui adopera la sua sottile  ironia contro quel paradosso: » Il car tesiano prese la parola e disse: l'anima  è uno spirito che nel ventre della ma dre ricevette tutte le idee metafisiche,  e che uscendone è obbligato di andare  alla scuola per imparare tutto ciò che  sapeva così bene e che non saprà più.  Non valeva adunque la pena, rispose  l'animale di otto leghe, che la tua ani ma fosse così sapientenel ventre di tua  madre, perchè poi tu avessi a finire  cosl ignorante, quantunque abbi già il  barbuto mento.  ..... Un piccolo seguace di Lo cke.  io non so, disse,come penso;  so che non ho pensato che all'occasio ne de' miei sensi.  La bestia di Si rio sorrise, non trovando costui ilmeno  saggio, e l'avrebbe abbracciato senza  l'estrema sproporzione » (Micromega.  cap. VII) Eppure ad affermazioni così  recise, invano si ricercano conseguenze  egualmente risolute. Voltaire non sa  indursi a negare nè l'esistenza di una  legge morale, né Dio, nè la libertà e  nemmeno la vita futura.  Dirò di più: egli anzi, quanto al meno alla legge morale, a Dio, alla li bertà, le ammette in guisa da escludere  ogni equivoco.  Perlaprimaveggasi ad esempio quan to esso scrive in Cu-Su et Kou: » Kου  La setta di Laokium dice che non vi  ènè giusto, nè ingiusto, nè vizio, nè  virtù.  Cu-Su. La setta di Laokium dice  forse anche che non vi è nè salute nè  malattia ?»  Enel filosofo ignorante: «Vi sono  mille differenze, in mille circostanze,  nella interpretazione della legge morale:  ma il fondo rimane sempre eguale, ed  è l'idea del giusto e dell'ingiusto » .  Voltaire era deista e per sessan t'anni lotto in tutti i modi a difesa di  questa idea: negò la generazione spon tanea che era un argomento in favore  dell'ateismo, e fece ogni sforzo per com battere lecause finali,mentre poi, senza  pur avvedersene, deducela maggior co pia delle sue prove dell'esistenza di Dio  dalla perfezione del creato.  Il pensiero di Voltaire non è così  esplicito intorno alla natura dell'anima,  ch'egli ammette possa anche essere ma teriale. » Le voci materia e spirito,  scriveva nel Filosofo ignorante, non so no che parole; noi non abbiamo alcuna  nozione completa di queste due cose.  In sostanza, vi è tanta temerità a dire  che un corpo organizzato da Dio stesso,  non può ricevere il pensiero da Dio me desimo, quanto sarebbe ridicolo di dire  che lo spirito non può pensare ».  Diffatti Voltaire non ammetteva che  la ragione fosse privilegio esclusivo del l'uomo, e su questo argomento com battendo l' opinione contraria dei car tesiani, diceva:  <<<Quelli che non ebbero il tempo di  osservare la condotta degli animali, leg gano nell' Enciclopedia l'eccellente ar ticolo ISTINTO: saranno convinti dell'e sistenza di questa facoltà, che è la ra gione delle bestie, ragione tanto infe riore alla nostra quanto lo è uno spiedo  all'orologio di Strasburgo: ragione limi tata ma reale: intelligenza grossolana,  ma intelligenza dipendente dai sensi  COME LA NOSTRA ecc. » (Dialogo XXIX  Gli adoratori e le lodi di Dio).  In sostanza, giovaripeterlo, Voltaire  nè segui, nè creò alcun vero sistema  filosofico positivo: indipendente da tutti,  bene spesso anche dasè medesimo, non  esaminò con attenzione delle dottrine  filosofiche che quelle le quali servivan gli per il grande scopo della sua vita:  la lotta contro la superstizione; le altre  non approfondi, ma accetto o respinse, ZENONE  meno per convinzione ragionata che  per inclinazione. Cionondimeno egli  resterà sempre uno delle più splendide  figure del suo secolo, ed il suo nome  sarà sempre onorato, perchè indissolu bilmente congiunto alla storia della  529  lotta, iniziatasi prima di lui ma da lui  capitanata per tanto tempo; lotta del  buon senso contro lasuperstizione, della  tolleranza religiosa e politica contro  l'assolutismo del progresso,contro l' im mobilità e l'oscurantismo.  Z  Zenone. Nacquea Cizianell' isola  di Cipro verso l'anno 358 a. G., e morl  adAtene verso l'anno 260. Figlio di  un ricco mercante d' origine greca, si  esercitò per tempo nello studio della  filosofia coi libri che il padre gli por restano i titoli, tali che quelli dei libri  sull' Etica di Crate, Sull' istinto, Sulle  passioni, Sull' Essere, Sui segni, e l'Arte  dell' Amore. Ciò che si sa della dottrina  di Zenone, grazie agli scritti dei filosofi  e deicommentatori antichi, è abbastanza  confuso; nè è facile a distinguersi cid  tava, ritornando dai suoi viaggi nella  Grecia. Venuto ad Atene si fece disce- | che gli appartiene in proprio da quello  polo di Crate il cinico e dalui apprese  a disprezzare i bisogni del corpo e a  dominare coll'impero della volontà le  che alle sue opinioni fu aggiunto dai  discepoli.  Dicesi che fosse il primo ad intro durre il dilemma nelle dispute filosofi che, e ch'egli usasse una dialettica ro busta e incalzante che distruggeva le  argomentazioni piùsicure de' dommatici.  passioni, i desideri e il dolore. Ma se  adottò le massime della scuola cinica,  non così ne approvò le forme esterne,  e l'ostentazione che i cinici ponevano  nel mostrarsi in pubblico noncuranti nel | Par che ammettesse un'unitàdetta Dio,  vestire. Si aggregò in seguito alla scuola  e che questa unità confondesse col mon megarica ed all' accademica, e, se cre diamo aDiogene Laerzio, vent' anni più  tardi, prese egli medesimo ad insegnare  filosofia in Atene. Scelse a luogo dei  suoi convegni coi discepoli il portico  (Stoa) dell' Azora, d'onde derivò il no me alla scuola stoica da lui fondata.  (V. STOICISMO). Presto egli salı in tanta  fama, che Antigone Gonata, re di Ma cedonia, si ascrisse ad onore di mettersi  fra i suoi discepoli; Tolomeo Filadelfo  lo chiamò, sebbene invano, nell' Egitto,  e Atene gli conferì il diritto di citta dinanza.  Resistendo alle splendide offerte che  gli venivano fatte, Zenone preferì re stare in Atene, ov' egli condusse vita  frugale, e mantenne ne' suoi costumi  una purità che nessuno gli contesta.  Gli scritti di Zenone andarono tutti  perduti, e d'alcuni di essi soltanto ci  do che diceva eterno. La creazione ne gava pel noto principio che dal nulla  si fa nulla, e che ciò cheesiste da tutta  l'eternità non può produrre cosa di versa da se. Più unità, ossia più Dei  non poteva ammettere, conciossiachè se  essi anche avessero perfezioni eguali,  non potrebbero esser Dei, non essendo  ciascun di loro, preso isolatamente, nè  il più grande, ne il più potente, nè il  più perfetto. Zenone sosteneva con Se nofane, che se Dio è uno, deve avere  forma sferica, giacchè la Divinità per  essere perfetta deve essere in ogni parte  simile a se stessa; e la sfera non può  essere nè infinita nè circoscritta, giac chè circoscritte sono le cose finite, e  infinito è il solo nulla, il quale nonha  principio, nè mezzo, nè fine. L'unità  non può essere neppuremutabile o im mutabile, non essendovi d'immutabile 530  ZUINGLIO  che il solo nulla, il quale non può cam biarsi nè unirsi con le cose esistenti;  nè pure potrebbe mutarsi, poichè ogni  cambiamento importa movimento, e per chè col cambiamento la sostanza unica  cesserebbe di esser tale. La divinità di  Zenone è dunque un essere unico, sfe rico, sempre eguale a se stesso; nè fi nito, nè infinito; nè mutabile, nè in mo vimento.  Sulla pluralità delle cose Zenone  cadeva nello scetticismo, giacchè egli  si sforzava a dimostrare che il ragio namento è impotente a provare che e sista qualche cosa o che esista nulla.  Essere o non essere eran per lui forme  di dire, e il nulla a suo credere esisteva  tanto bene quanto l'esisteate. Le prove  empiriche respingeva siccome inefficaci  acondurci alla ricerca dellaverità; per chè secondo lui contro il ragionamento  che dimostra non potere esistere che  un essere unico, l'esperienza a nulla  giova. Quanto all'essere unico, egli  argomentava che fosse prova, non ne gazione del nulla, poichè, diceva, se e siste un essere unico, quest'uno è in divisibile; ma ciò che non è divisibile  non è qualche cosa, perchè non si può  porre nel numero degli esseri ciò che  per sua natura, se è aggiunto ad un  altro, non arreca aumento, distaccato  non vi produce diminuzione: dunque  I'essere unico è nulla, e non esiste pro priamente un essere.  Le sottigliezze di Zenone per negare  il movimento e l'empirismo l'hanno  fatto considerare da alcuni come un  sofista. Certo è che l'unitá del suo es sere sferico lo dimostra fedele alle ten denze panteistiche degli eleatici e che  i cavilli da lui adoperati per negare  la realtà obbiettiva delle cose, ci ri cordano le vane disquisizioni degli i dealisti. Aveva molti discepoli, che al cuni sommano fino a ottantamila, nu mero per certo esagerato, ma che ad  ogni modo prova sempre il facile di vulgarsi della sua dottrina. Questo fi losofo, che fu riguardato siccome un Dio,  presso amorire confessò ai suoi seguaci  che aveva loro sempre taciuta la verità,  e che essendo venuto il momento di  togliere le metafore ond' egli usava, li  ammoniva che nessuna ricercapuò farsi  con speranza di conseguire la cono scenza delle essenze, giacchè il nulla  ed il vuoto sono il principio di tutte  cose.  Zuinglio (Ulrico). Capo della  setta protestante che da lui s' intitola.  Nacque nella Svizzera e fu curato della  primaria parocchia nella città di Zu rigo. Disputano iprotestanti per sapere  se prima o contemporaneamente a Lu tero predicasse la riforma. Certo è che,  o prima o poi, questi due riformatori,  senza nemmeno affiatarsi nèconoscersi,  predicarono quasi insieme li stessi prin cipii. Per altro, Zuinglio dissentiva dal la riforma luterana intorno a due punti,  il primo dei quali è la rigida prede stinazione predicata da Lutero, in forza  della quale niuno può salvarsi se non  è daDio predestinato. Zuinglio sperava  di addolcire quest' empio domma sup ponendo che eziandio i pagani potes sero salvarsi colle loro virtù e per una  certa qual grazia giustificante che, al  postutto, diventava ancora predestinante,  poichè proveniva dall' alto e non dal l'uomo. Il secondo punto dottrinale sul  quale Zuinglio differiva da Lutero, era  la cena, od eucaristia intorno allaquale,  mentre Lutero sosteneva il domma della  presenza reale di Gesù Cristo, quan tunque negasse la transubstanziazione ,  Zuinglio invece non voleva riconoscere  che una semplice commemorazione. On de diceva che nelle parole di Gesù:  questo è il mio corpo ecc. il verbo è e quivale a significa, nello stesso modo  che nella Bibbia è detto: L'agnello è  la Pasqua, per indicare che è il segno  0  la rappresentazione della Pasqua  (Esodo XII. 27). WICLEFF  W  Wicleff. Nacque a Wicleff nella  provincia di Yorck nell' anno 1329; fu  professore di teologia e capo della setta  dei Wicleffisti. Egli accusò il papad'es sere simoniaco ed eretico; il potere dei  vescovi negò, gli ordini monastici chia md sette, l'eucaristia una falsità, le  preghiere per i morti inutili pratiche.  D'onde si vede che Wicleff fu uno  dei più arditi precursori della riforma  inglese. Molti seguaci egli ebbe, e come  lui arditi, ma il papa ancor troppo do minava nella Chiesa inglese perchè po 531  tessero i loro sforzi sortire allora piena  efficacia. Wicleff mori paralitico il 28  Dicembre del 1384, non prima di aver  sentita l' Università di Oxford condan nare 278 proposizioni estratte dai suoi  libri. Il clero scomunicò poi i suoi pro seliti e ottenne dal re vari editti, in  grazia dei quali alcuni eretici furono  mandati al rogo. I libri di Wicleff por tati nella Germania furono stimolo e  fondamento alla nuova eresia di Gio vanni Huss.  FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

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