Capitolo quattordicesimo 461 zione ecc. « Nel dire il frutto del ciliegio posto iti tal luogo piace molto al figlio di Cajo, s'io avessi due parole o segni proprii ed esclusivi, p. es., A pel soggetto tutto, e B, per l'attributo intero (poiché non si hanno da comparare, che due sole idee), come diverrebbe comodo il dire soltanto A-D! Ma che spaventoso numero di segni ci abbisognerebbe! » (p. 117). Qui sorge la teoria dei rapporti grammaticali ( il rapporto vero è uno solo, il logico, quello con cui si comparano le due sole idee che entrano nella proposizione), con la quale si spie- gano, olte le categorie, tutte le innumerevoli accidentalità gram- maticali, ossia le modificazioni delle parole utili a sempre più circoscrivere e individuare i nostri giudizi, pe' quali, al solito, mancano gli unici termini propri che li significherebbero alla spiccia con somma nostra gioia e comodità. La preposizione e l'avverbio sono riduzioni di qualità accessorie: le congiunzioni sono le preposizioni delle congiunzioni, anch'esse dunque ridu- zioni di attributi. Quanto abbiamo fin qui esposto, ci sembra sufficiente a ca- ratterizzare la dottrina di questa Grammatica ideologica senza entrare nelle particolari trattazioni delle singole categorie gram- maticali e sintattiche. Quanto sia povera e insufficiente a spie- gare il superbo miracolo del linguaggio, ognun vede facilmente senza che noi commentiamo di più. Non è nostro scopo far la critica dei sistemi filosofici su cui si costruirono le varie gram- matiche: ci basta Ma non solo mostrare la relazione di questi con quelli. possiamo non meravigliarci della simpatia che il sensismo condillachiano ha goduto tra noi per tanto tempo specie come fondamento alle teorie sul linguaggio e alle arti del pensare, del dire, alle grammatiche, che l'abbia goduta ancora dopo che Gu- glielmo di Humboldt ebbe speculato sul linguaggio con tanto acume e genialità, n'ebbe finalmente fissata, pur tra incertezze e confusioni che ne dovevano mantener insoluto il problema, la natura tutta e solamente spirituale nella sua infinita ricchezza. Col sensismo della nostra Grammatica ideologica quest'alta fun- zione del nostro spirito, anzi la vita stessa del nostro spirito si ridurrebbe a un semplice meccanismo, straordinariamente ricco di nomi ma poverissimo di movimenti, che la natura esteriore manderebbe, a suo bene placito, fornito solo di piacere e di do- lore, « i due grandi custodi del nostro essere » (p. 13). E dire che l'autore, fra i nomi di Condillac, Tracy, Court de Gebelin, 462 Storia della Grammatica Cousin e simili, cita parecchie volte quello di Giambattista Vico! Il che conferma quello che osservò già l'autore del Rapporto del 1809 da noi citato, che cioè la dottrina del Vico compresa e ac- cettata in alcune particolari applicazioni rimase oscura nella sua essenza ('), e conferma ancora una volta lo strano miscuglio che ne fecero col sensismo i nostri enciclopedisti. Quali utilità al- l'apprendimento della lingua tiche, dove, pure in poteva venire da siffatte gramma- tanto analizzare, l'osservazione del lettore Du non è mai richiamata neppure sulle particolari funzioni logiche dei fatti grammaticali, come invece vedemmo fare egregiamente al Marsais ? Col quale si rannoda per la parte teorica, e non per queste felici applicazioni, l'ab. Francesco Corradini, che nel 1852 volle darci, quasi a chiuder la serie non ingloriosamente, un Com- pendio della grammatica generale filosofica ('). Questo Compendio ha il pregio della chiarezza assoluta, ac- coppiata con la più scrupolosa coerenza nella più rapida e con- cisa brevità (52 pagine). Gli autori di cui l'A. dichiara d'essersi giovato sono: Sanctio, Minerva, Burnouf, Methode pour étudier la langve greque, id. latine, Prompsault, G ramni, rais. d. la langne latine, Régnier, Le jardin de racines greques, Gaspare Selvaggi, Grammatica generale filosofica, la Grammatica di Portoreale, Beauzée, Gramm. gén., gli articoli relativi dell'Enciclopedia fran- cese (cioè Du Marsais, e i suoi successori). Definisce la teoria della grammatica generale la « scienza delle forme integrali d'ogni lingua ». Ne definisce il carattere, la possibilità, l'oggetto, il fine, l'utilità. Una delle prove della possibilità la deduce dalle traduzioni, che dimostrano un comune procedimento del pensiero umano, l'uniformità de' nostri pen- sieri. Gli elementi in son due: il materiale e il rappresentativo: mater, m r l, ma, ter, l'accento sull'a, sono il materiale, la (') Gentile, op. cit., p. 136. (2) Padova, coi tipi del Seminario. — Non dico che questa sia assolutamente l'ultima, né che gli effetti delle grammatiche generali si spegnessero nell'insegnamento dopo la prima metà del sec. XIX. Grammatiche filosofiche si scrivono anche oggi, e noi nelle scuole facemmo tutti, chi più chi meno, parecchie indigestioni di analisi logica e grammaticale ! Capitolo quattordicesimo 463 nozione di madre è il rappresentativo. La grammatica generale filosofica si appoggia bensì alla logica pura, ma è propriamente una parte della logica applicata. La logica applicata considera il pensiero nelle sue condizioni empiriche : la condizione empi- rica universale del pensiero è la cognizione ; si ha cognizione d'un oggetto, quando è determinato; la determinazione si compie nelle quattro supreme classi o categorie, quantità, qualità, re- lazione, modalità. Il discorso deve dunque soddisfare anche a queste esigenze del pensiero: esse costituiscono le varie modi- ficazioni dei termini e delle parti del discorso ; esse pure devon esser oggetto d'una grammatica generale filosofica. Tien conto anche delle condizioni empiriche dell'uomo parlante: lo stato della società, l'affetto e la passione che lo domina, l'impeto istin- tivo di uguagliar col discorso la celerità del pensiero, le cre- denze religiose ecc. In conclusione: nella parola sono da con- siderare due elementi, il materiale e il rappresentativo; il primo si appoggia alla natura dell'organo vocale, il secondo alla natura del pensiero. L'elemento materiale comprende i suoni vocali e consonanti, l'aggruppamento de' suoni cioè le sillabe e le pa- role, e le modificazioni derivate da questo aggruppamento cioè l'accento e la quantità. L'elemento rappresentativo appoggiato alla natura del pensiero deve somministrare i mezzi tanto per espri- mere le tre funzioni concetti, giudizio, raziocinio , quanto per deter- minare ciascheduna di queste tre nelle quattro categorie di qua- lità, quantità, relazione, modalità. I nomi sostantivi ed aggettivi esprimono i concetti, i verbi, i giudizi, la sintassi, le congiun- zioni e la di costruzione esprimono il raziocinio in quanto consta più giudizi legati fra loro. I numeri ne' sostantivi e gli ag- gettivi di estensione determinano la quantità, i generi ne' so- stantivi, gli aggettivi di comprensione e gli avverbi determi- nano la qualità, le preposizioni o i casi ed i verbi le relazioni, i modi, le modalità (§ 50). È insomma la logica distillata pel filtro grammaticale: di linguaggio effettivo qui non si ha più traccia : s'è sistemato tutto lo schemario delle categorie logico- grammaticali, ma il contenuto è caduto per la strada. Dal Du Marsais al Corradini, a traverso interpretazioni varie più o meno elevate, a rimaneggiamenti e riduzioni elementari, la grammatica generale, oltre a perdere, in Italia, tono e carattere filosofico in una elaborazione quasi sempre meschina e grossolana, veniva sempre più separando il linguaggio effettivo dagli schemi gram- 464 Storia della Grammatica maticali che si erano ottenuti studiandolo sia direttamente, sia dal punto di vista esclusivamente intellettuale, e a questi assegnando valore di formula e di legge, ma privandola d'un oggetto con- creto a cui applicarsi. Un processo di degenerazione. La scienza del linguaggio progrediva, ma seguendo altre correnti e bat- tendo altre vie. CAPITOLO La XV crisi della grammatica logica. Il ritorno alla grammatica empirica e storica. La moderna critica della grammatica. (F. De Sanctis - 11 Cesari e il Puoti - A. Manzoni). I. La crisi della grammatica ragionata in Italia non poteva mancare : e fu veramente risolutiva : di grammatica ragionata si finì, dopo una colluvie di aride o elementari produzioni di epi- goni ritardatari, col non parlarne più, e di essa non restarono tracce che nelle esercitazioni scolastiche di analisi logiche e gram- maticali ancora in uso nelle nostre scuole e sulle quali talvolta rispunta come fungo qualche compendio di grammatica logica ri- vestito di pompa scientifica. La crisi fu determinata da un du- plice ordine di fatti, tra i quali non so se veramente corra un'in- tima relazione : l'uno che riguarda direttamente il corpo, dirò così, della grammatica ragionata, e fu il non difficile né tardivo avvertire in esso un vuoto sostanziale e perciò tutta la sua in- fecondità sotto ogni rispetto, scientifico e didattico (') ; l'altro che si riferisce allo stato in che venne a trovarsi la lingua ita- liana sotto la bufera dell'enciclopedismo, e fu la naturale quanto però antifilosofica reazione al francesismo, che doveva richia- (') Matteo Borsa, nella Dissertazione del presente decadimento della lingua in Italia, Mantova, 1785 (l'anno in cui fu pubbl. il Saggio del Cesarotti) già incolpava appunto di quel decadimento il neologismo francese e il filosofismo enciclopedico. C. Trabalza. 466 Storia della Grammatica mare, come facile conseguenza di una premessa sbagliata, alla religiosa osservanza, alla maniaca adorazione degli antichi i pu- risti inorriditi al novissimo strazio d'Italia. Le vicende di questa crisi si possono molto chiaramente os- servare, da una parte, in quel che accadde al De Sanctis sco- laro e cooperatore del Puoti, e che egli narra non senza il lume d'una critica sempre nuova e originale e acuta, anche se, come in questo caso, non definitivamente superatrice : dall'altra, nella critica e nella pratica di Alessandro Manzoni, che con stringenti argomenti colpi a morte la grammatica ragionata, sebbene non movesse da un punto di vista estetico. Francesco De Sanctis (1817-1883), quando accorse alla scuola di Basilio Puoti ('), aveva già compiuto gli studi di grammatica, rettorica e filosofia, che oggi corrispondono al ginnasio e al liceo, e avea diciassette anni, i primi (ginnasio, cinque anni) sotto suo zio Carlo, i secondi (liceo, tre anni) sotto l'ab. Fazzini, non aven- dolo voluto ricevere i Gesuiti per la sua impreparazione. « Un grand 'esercizio di memoria era in quella scuola [dello zio, 1826- 1830], dovendo ficcarci in mente i versetti del Portoreale [che s'imparava in certi suoi manoscritti, come le antichità e la cro- nologia], la grammatica le del Soave, la rettorica del Falconieri, storie del Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette del Metastasio » ('). Alla fine del corso «scrivevo l'italiano con uno stile pomposo e rettorico, un italiano corrente, mezzo fran- cese, a modo del Beccaria e del Cesarotti, ch'erano i miei fa- voriti »(')• « La scuola dell'abate Lorenzo Fazzini era quello che oggi direbbesi un liceo. Vi s' insegnava filosofia, fisica e mate- matica. Il Corso durava tre anni, e si poteva anche fare in due. Quell'era l'età dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina cominciava la sua carriera aprendo una scuola. (') La scuola del Puoti, su cui è stata scritta recentemente una degna monografia da un discepolo di Giulio Salvadori (Dott. N. Ca- raffa, Basilio Puoti e la sua scuola, Girgenti, 1906), si svolse in tre periodi: il primo dal 1825 al '30; il secondo dal '30 al '36; il terzo, dopo due anni d'interruzione causata dalla pestilenza scoppiata a Na- poli nel '37, dal '39 in poi. (?) La giovinezza di Francesco de Sanctis - Frammento autobio- grafico pubblicato «fo Pasquale (8) Op. cit., p. 14 Villari ; Napoli, 1899, p. 7. Capitolo quindicesimo I 467 seminari erano scuole di latino e di filosofia, le scuole del go- verno erano affidate a frati, la forma dell' insegnamento era an- cora scolastica. Rettorica e filosofia erano scritte in quel latino convenzionale ch'era proprio degli scolastici. Le scienze vi erano trascurate, e anche la lingua nazionale. Nondimeno un po' di secolo decimottavo era pur penetrato fra quelle tenebre teolo- giche, e con sismo e lo curioso innesto, vedevi andare a braccetto il sen- scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'era maggior progresso negli studi. Il latino passava di moda ; si scriveva di cose scolastiche in un italiano scorretto, ma chiaro e facile. Gli autori erano quasi tutti abati, come l'abate Genovesi, il padre Soave, l'abate Troise. Allora era in molta voga l'abate Fazzini. Questo prete elegante, che aveva smesso sottana e collare, ve- stiva in abito ma e cravatta nera, era un sensista del secolo passato ; pretendeva conciliare quelle dottrine coi principii religiosi »('). Accanto alla scuola, per chi aveva voglia d' imparare, c'era na- turalmente la biblioteca. « Corsi alla biblioteca e mi ci seppellii. Passavano dinanzi a me come una fantasmagoria Locke, Con- dillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, La Mettrie... Mi ricordo ancora quella statua di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi acquistava tutte le conoscenze Il professore diceva che il sen- sismo era una cosa buona sino a Condillac, ma non bisognava andare sino a La Mettrie e ad Elvezio. Ragione per cui ci an- davo io con l'amara voluttà della cosa proibita »("). Compiuti così gli studi letterari e filosofici, « avvezzo a una vita interiore, avevo pochissimo gusto per i fatti materiali, e badavo più alle relazioni tra le cose, che alla conoscenza delle cose. La scuola ci aveva non piccola parte, perchè era scuola di forme e non di cose, e si attendeva più ad imparare le parole e le argomenta- zioni, che le cose a cui si riferivano »(3). Ma «si avvicinava il (') Op. cit., pp. 28-9. (2) Op. cit., p. 30 e 31. (3) Op. cit., p. 37. — Aveva già conosciuti altri filosofi, natural- mente. «Il professore bilita di Leibnizio. E fece una brillante lezione sull'armonia presta- questo Leibnizio divenne il mio E come l'una cosa tira l'altra, Leibnizio mi fu occasione a leggere Car- filosofo tesio, Spinoza, Malebranche, Pascal, libri divorati tutti e poco digeriti. Questo era il mio corredo di erudizione filosofica verso la fine del- l'anno scolastico, quando zio ci diceva: Ora bisogna cercarvi un maestro di legge. Si batteva già alle porte dell'Università». Op. cit., p. 40. 468 Storia delia Grammatica tempo in cui il sensismo, male accordato col movimento reli- gioso del secolo, doveva cedere il passo a nuova filosofia Si annunziava al mio spirito un nuovo orizzonte filosofico ; mi bol- livano in capo nuovi libri e nuovi studi. Si apparecchiavano i tempi di Pasquale Galluppi e dall'abate Ottavio Colecchi, de' quali l'uno volgarizzava David Hume e Adamo Smith, e l'altro, ch'era per giunta un gran matematico, volgarizzava Emanuele Kant. Lorenzo Fazzini era caduto di moda » ('). Per questi insegnamenti e in queste condizioni intellettuali il De Sanctis, invano iniziati gli studi di legge, passava alla scuola del marchese (secondo periodo). Fu proprio di questi tempi che la grammatica del sensismo condillachiano, che vedemmo trionfare concentrata in estratti per gli stomachi degli scolaretti italiani, si veniva a trovare a fronte di due ben forti e agguerriti avversari, il kantismo e il purismo. Questo, dalla restaurazione linguistica del padre Cesari, ini- ziata con la famosa dissertazione del 1809 coronata dall'Acca- demia livornese, era venuto sempre più guadagnando terreno nelle forme in cui l'aveva circoscritto il Cesari, nonostante gli attacchi della Proposta monti-perticariana e dell' Antipurismo tor- tiano('), e nonostante l'esempio pratico del romanzo manzoniano in cui fin dalla prima sua edizione s' era voluta incarnare tut- t'un'altra dottrina linguistica (3). La reazione al francesismo fu tanto più vasta e tenace della tesi temperata del classicista Monti e del modernismo del romantico Manzoni, quanto più compro- messa sembrava la gloria d'Italia nella dilagante corruzione del- l'aurea favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno facil- mente espugnabili la Romagna e Napoli e organi di gran voce e alcuni giornali, come la Biblioteca di Milano, il Giornale Arca- dico di Roma la Ma Rivista enciclopedica di Napoli. tra i puristi, non per sola virtù di dottrina, sì bene anche per le qualità della persona e i modi dell'insegnamento, duratura efficacia il più autorevole, quegli che veramente esercitò una più vasta e sulle menti, sulle scuole, sui metodi, sui (') Op. cit., pp. 51-2. ("} V. Tkahai.za, Della vita e delle opere di /•'. Torti cit., p. 79 sgg. liaeua. L'ha dimostrato il Morandi ne' suoi noti saggi sull'unità della Capitolo quindicesimo 469 libri, fu il marchese Puoti, maestro, autore di grammatiche e di arti del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista. Alla scuola del Puoti, dice il De Sanctis, « lasciai studi di filosofia e di legge, e letture di commedie, di tragedie e di ro- manzi e di poesie, e mi gittai perdutamente tra gli scrittori del- l' aureo Trecento»^). «M'era venuta la frenesia degli studi grani- maticali. Avevo spesso tra mano il Corticelli, il Buonmattei, il Cinonio, il Salviati, il Bartoli, il Salvini, il Sanzio, e non so quanti altri dei più ignorati. M'ero gittato anche sui Cinque- centisti, sempre avendo Si l'occhio alla lingua »('). trovò in quel tempo a dover sostener sulle proprie spalle il peso della scuola dello zio. « La sera andavo sempre alla scuola del Puoti ; ma tutta la giornata era spesa a spiegar grammati- che e rettoriche e autori latini e greci, a dettar temi, a correg- gere errori ». Ma « vano acerbi, non quei cari studi dei miei primi anni mi riusci- solo per la fatica, ma perche non erano più d'accordo con la mia coscienza. Quel Soave, quel Falconieri mi facevano pietà »(3). Nelle classi superiori poteva elevarsi un po' più. « Cominciai a fare osservazioni sopra i sensi delle parole, sul nesso logico delle idee, sulla espressione del sentimento, sulle intenzioni e sulle malizie dello scrittore »(4). Momenti più deli- ziosi passava alla scuola del marchese, dove egli ben presto si distinse specie nelle cose della grammatica, tanto da meritarsi l'appellativo di grammatico, e fu sollevato all'onore di coadiu- vare il maestro nell'insegnamento, quando, dopo l'interruzione cagionata dal colera (1837), il Puoti, cominciatosi a stancare dei novizi, ne lasciò tutta la cura al De Sanctis ('). «Il marchese che lavorava a una grammatica, attendeva pure alla pubblica- i zione di alcuni testi di lingua più a lui cari, come i Fatti d' Enea, Fioretti di S. Fra?icesco, (') Op. cit., p. 57. f2) Op. cit., pp. 62-3. n le Vite dei Santi Padri. Questi studi op. cit,, p. 75. (*) Op. cit., p. 76. (5) Sulla scuola del De Sanctis, v. le belle pagine del Cenno bio- grafico di Nicola Gaetani-Tamburini in De-Sanctis, Scritti vari, li, ed. Croce, già cit. nell' Introduz., p. 270 sgg. — Di quella che è stata chiamata la seconda scuola del De Sanctis si sono occupati de- gnamente, come è noto, il Torraca e il Mandalari. 47° Storia della Grammatica di lingua s' erano già divulgati nelle scuole, e si sentiva il bi- sogno di grammatica e di libri di lettura pei giovanetti » ('). Anche in questi lavori l'allievo aiutava il maestro. Di questo tempo fece intima amicizia con Enrico Amante, che era un in- fatuato del Vico : in una visita onde il Leopardi onorò la scuola del Puoti, — «che citava spesso con lodi l'abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari e sopra tutti essi Pietro Giordani » (;) — si sentì dire dal Poeta che « aveva molta disposizione alla critica » (3). In quel- l'occasione il Leopardi, cui non poteva sfuggire la rigidezza del Puoti, disse che « nelle cose della lingua si vuole andare molto a rilento, e citava in prova il Torto e il Diritto del padre Bar- toli»(4). Il Leopardi disse anche che «l'onde coli' infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi. Il Marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta ; ma il Conte parlava così dolce e modesto, ch'egli non disse verbo »(')• Gli è anche che ormai quel rigido, implacabile purismo cominciava a dover piegare o almeno ad ammollirsi . Alla ripresa della scuola dopo il colera il marchese « se n'era venuto di Arienzo, con certi grossi quaderni scritti di suo pugno. Era una specie di nuova rettorica immaginata da lui, e che egli battezzò Arte dello scrivere. C'era una divisione dei generi dello scrivere, accom- pagnata da regole e da precetti. Aristotile, Cicerone, Quinti- liano, Seneca erano la decorazione. O mi metteranno alla ber- lina, o questo è assolutamente un capolavoro, così diceva, nar- rando per quali vie era giunto alla grande scoperta. A quel tempo erano in gran voga gli studi filosofici, e il Marchese, seguendo la moda, volle filosofare anche lui, e dava alle sue ricerche un aspetto e un rigore di logica, ch'era veste e non sostanza. E non gli sarebbe mancata la berlina ; ma lo salvò un certo suo naturai buon senso » (")• Ma chi dai bassi fondi della gramma- cit., (■*) Op. H oP. cit. p. 99. (3) Op. cit. cit., O oP. fr oP. cit. n PP- 94-5 p. p. oP. cit. p. p. IDI. IOI. IOI. 131. Capitolo quindicesimo 471 tica prendeva il volo filosofico, fu il De Sanctis, specie quando, trovandosi al sicuro dallo sguardo del marchese nella scuola pre- paratoria, poteva lasciarsi trascinar dal suo genio a quell'onda di ribellione, che avrebbe fatto naufragare il senno del Maestro. E sia nella scuola preparatoria, che nelle lezioni private o nell'in- segnamento del Collegio militare, al quale nel 1837 fu assunto per la stima che godeva presso il Puoti, che n'era ispettore, il giovine Maestro intese soprattutto a rinnovare l'insegnamento grammaticale : ne uscirono, con la liquidazione della grammatica ragionata, un abbozzo di nuova grammatica storica e filosofica e un saggio di una storia dei grammatici. « Quelle maledette re- gole grammaticali io le ridussi in poche, moltiplicando le appli- cazioni e gli esempi, e sempre lì sulla lavagna — Mi persuasi che quello resta chiaro e saldo nella memoria, che è ordinato sotto categorie e schemi, logicamente. Così nacquero i miei quadri grammaticali.... In pochi mesi mi sbrigai della gramma- tica, e capii che lo studio della grammatica così come si suol fare, per regole, per eccezioni e per casi singoli, è una bestia- lità piena di fastidio Posi da banda le analisi grammaticali e l'analisi logica, noiosissime, e feci l'analisi delle cose, a loro gu- stosissime» ('). Questo al Collegio. Nella scola al Vico Bisi, il lunedì e il venerdì, quand'era solo, l'insegnamento grammati- cale si elevava ancora di più. « Parecchi anni ero stato a leggic- chiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Basilio Puoti... Così mi messi in corpo i Dialoghi della volgar lingua di Pietro Bembo... m'inghiottii il Varchi, il Fortunio e i sottili avverti- menti del Salviati e la prosa dottorale del Castelvetro e il Bar- toli e il Cinonio e l'Amenta e il Sanzio e non so quanti altri autori, con approvazione del marchese Puoti, il quale mi van- tava sopra tutti gli altri il Corticelli e il Buonmattei» (:). Sec- catosi presto della parte riguardante le origini della lingua e delle forme grammaticali, perchè non aveva, fondamento sodo, in- fastidito di quel da pullular perpetuo di regole e d' eccezioni, stordito tutte quelle dissertazioni sottili e cavillose sulle parti del di- scorso e sulle di forme grammaticali, ritornò ai suoi antichi studi filosofia : « quei Salviati e quei Castelvetri (', Op. cit., pp. 141-3- C) Op. cit., pp. 157-8. mi parevano ad- 472 Storia della Grammatica dirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, mia delizia un giorno e mio amore. Perciò mi gettai con avidità sopra i retori e i grammatici del secolo decimottavo, con un segreto che mi cre- sceva l'appetito, vedendomi sempre addosso gli occhi del mar- chese. Lessi tutto di non so il corso che Condillac aveva compilato a uso qual principe ereditario. Studiai molto Tracy e Du Marsais. // Marchese, sapido dei miei studi MI perdonò, a patto che non valicassi i confini della gra?nmatica, e m'indicò un tale, che ora non ricordo, come un buon scrittore di grammatica ge- nerale »(')• Il buon lusioni del giovine di Marchese fece anche di più: rivide le pro- professore mettendoci quello stampo tutto suo classicità ideale C). « Le prime lezioni furono una storia della grammatica. In quei discorsi prendo 1' aria di un novatore, e trovo che tutto va male, che tutto è a rifare. Ecco qui un ritratto, come mi venne in quei giorni sotto la penna. Niuna pratica dell'arte dello scrivere; niuna cognizione de' nobili scrit- tori ; malvagio gusto ; pensieri non italiani ; un predicar continuo purità, correzione ; esempli contrari di barbarismi ed errori. [Così la grammatica moderna ricca di stranieri trovati splendidi in in astratto, ma nella pratica o falsi o di poco profitto, per di- fetto della parte storica molto è discapitata di quella perfezione che fu al cinquecento]. In malvagio stato trovasi la sintassi ; squallida e incerta è l'ortografia ; le regole del ben pronunziare dubbiose e mal ferme ; niente di certo, niente di determinato in- torno alla dipendenza de' tempi, al reggimento delle congiun- zioni; principii opposti; opinioni contrarie »(')• Nelle lezioni vo- leva fare una storia delle forme grammaticali ; « ma al pensiero gigantesco mal rispondeva la cultura, attesa la mia scarsa gre- cità e l'ignoranza delle cose orientali — Perciò quella ideata storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a Vico ed a Schlegel, si ridusse nei modesti confini di una storia dei grammatici da me letti.... Parlai dei grammatici che tutto derivavano dal latino. Poi venni a quelli che erano studiosi della (') Op. cit,, pp. 15S-160. (2) Alcuni brani di essi furono pubblicati ne' Nuovi saggi critici, col titolo Frammenti discuoia, p. 321-37 dell'ed. di Napoli, 1903. (3) Op. cit., pp. 161-62. — Il periodo tra parentesi quadre, che qui è sostituito dai puntini, l'ho tratto da un brano integro de' Nuovi saggi critici, pp. 335. Capitolo quindicesimo 473 lingua, copiosi di regole e d'esempli, che moltiplicavano in in- finito. Molto m' intrattenni snl Corticelli, sul Buonmattei, sul Salviati e sul Bartoli... Censuravo quel moltiplicare infinito di casi e di regole che si riducevano in pochi principii ; quella tanta varietà di forme e di significati (massime nel Cinonio), che era facile ricondurre ad unità. Facevo ridere, pigliando ad esempio Va, il per-, il da, irti di sensi e che pur non avevano che un senso solo. La mia attenzione andava dalle forme al contenuto, dalle parole alle idee; sicché, sotto a quelle apparenze grammaticali, variabili e contraddittorie, io vedeva una logica animata, e tutto metteva a posto, in tutto discerneva il regolare e il ragionevole, non ammettendo eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari. Con questa tendenza filosofica, corroborata da studi vecchi e nuovi, io conciavo pel di delle feste i Cinquecentisti, e facevo lucere innanzi alla gioventù uno schema di grammatica filosofica e me- todica, quale appariva negli scrittori francesi. Dicevo che co- storo erano eccellenti nell'analisi delle forme grammaticali, ri- salendo alle forme semplici e primitive : così amo vuol dire io sono amante. La ellissi era posta da loro come base di tutte le forme di una grammatica generale. Questo non mi contentava che a mezzo. Io sosteneva che quella decomposizione di amo in sono amante m'incadaveriva la parola, le sottraeva tutto quel una moto che veniva dalla volontà in atto. I giovani sentivano quei giudizi acuti con raccoglimento, e mi credevano in tutta buona fede quell'uno che doveva oscurare i francesi e irradiare l' Italia di scienza nuova. E in verità io sosteneva che la gramma- tica non era era e di solo un'arte, ma ch'era principalmente una scienza: doveva essere. Questa scienza della grammatica, malgrado le tante grammatiche ragionate e filosofiche, era per me ancora un là da venire. Quel ragionato appiccicato alle grammatiche era una protesta contro la pedanteria passata, e voleva dire che non bastava dare le regole ma che di ciascuna regola bisognava dare i motivi e le ragioni. Paragonavo i grammatici o accoz- zatori di regole agli articolisti, che credevano di sapere il Co- dice, perchè si ficcavano in capo gli articoli, parola per parola, e numero per numero. Ma quel ragionare la grammatica non era ancora la scienza » ('). ;') Op. cit., pp. 163-6. 474 Storia della Grammatica Così il De Sanctis, erudito primamente sul Soave in un'at- mosfera filosofica, passato nato con maggior poi per il purismo del Puoti, ritor- maturità alla scienza, veniva a una generale liquidazione di tutti i grajnmatici antichi e moderni, cioè della grammatica ragionata in ispecie, e della grammatica precettiva in genere, ma non della grammatica come scienza. Che nella sua critica negativa superasse la grammatica ra- gionata e creasse veramente la scienza non si può dire: intera- mente, come s'è visto, non si appagò dei migliori grammatici filosofici di Francia, come il Du Marsais ; ma egli, almeno nel periodo del suo primo insegnamento, secondo quanto narra lui stesso, rimase sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte pratica, nel metodo, egli arieggia molto davvicino il Du Mar- sais ('), superandolo nella abilità di trasformar la grammatica in critica concreta dell'opera d'arte. La sua concezione della gram- matica, o meglio del linguaggio, pur avendo egli concepito una grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito detto a lode del De Sanctis, che egli stesso ebbe coscienza, negli anni maturi, della manchevolezza del sistema. Racconta infatti : « così trovavo nella logica il fondamento scientifico della gramma- tica ; e finché mi tenevo nei termini generalissimi di una gramma- tica unica, come la concepiva Leibnitz, il mio favorito, la mia corsa andava bene. Ma mi cascava l'asino, quando veniva alle differenze tra le grammatiche, spesso in urto con la logica, e originate da una storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile a principi fissi. Per trovare in quella storia la scienza, si richie- deva altra cultura e altra preparazione. Nella mia ricerca del- l'assoluto, avrei voluto ridurre tutto a fil di logica, e concor- dare insieme derivazioni, scrittori e popolo; ma, non potendo sopprimere le differenze e guastare la storia, ponevo 1' ingegno a dimostrare la conformità del fatto grammaticale con la logica, della storia con la scienza» (2). Quell'avvertita irrudicibilità delle differenze tra le varie grammatiche e principi fissi dimostra chia- ramente che il De blema : e a Sanctis intuiva dov'era la soluzione del pro- lui non filosofo di professione ciò non è scarso titolo d'onore; (') V. il dissidio egli lo compose, e in grado eccellente, in- particolarmente le pp. (2) Op. cit., pp. 166-7. 167-169. Capitolo quindicesimo 475 superato, nella critica, nella quale la parola viva, la grammatica parlata dall'arte, fu da lui illustrata in tutta la sua forza espres- siva : scientificamente toccò, in quegli stessi anni, il risolverlo a Guglielmo di Humboldt, col quale e col suo seguace e corret- tore Steinthal si può veramente affermare che la grammatica sia esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene non avvenisse an- cora l' identificazione della linguistica generale con l'estetica, che è la stata fatta solo recentemente. Nelle difficoltà in cui si dibattè il De Sanctis di conciliare grammatica generale con le grammatiche particolari, si tro- varono impigliati quanti, anche per impulso della Critica della ragioyi ptira del Kant, intesero « alla ricerca delle relazioni fra pensiero e parola, fra V unicità logica e la molteplicità dei lin- guaggi » (l)j ricerca che, per altro, non era nuova, ma che aveva già dato origine in Francia alla grammatica generale. Il primo tentativo « di applicare le categorie kantiane, dell' intuizione (spazio e tempo) e dell'intelletto» al linguaggio (") (riassumo, non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo XII della parte storica de\V Estetica del Croce), fu compiuto dal Roth (1815), mentre sullo stesso argomento, verso il primo decennio del se- colo, avevano speculato il Vater, il Bernhardi, il Reinbeck, il Koch : pensiero dominante de' quali era la differenza « tra lingua e lingue, tra la lingua universale, corrispondente alla logica, e le lingue storiche ed effettive, che son turbate dal sentimento, dalla fantasia, o come altro si chiami l'elemento psicologico della differenziazione ». Si distingueva una linguistica generale da una linguistica comparata (Vater) ; la lingua, allegoria dell'intelletto, •si considerava organo della poesia o organo della scienza (Bern- hardi) ; si ammetteva una. grammatica estetica e una gramma- tica logica (Reinbeck) ; si proclamò persino che l' indole della lingua si deve desumere dalla psicologia, non dalla logica (Koch). Residui intellettualistici s'avvertono ancora nell'Humboldt pel quale logica e linguaggio sembrerebbero identificarsi sostan- zialmente e diversificare solo storicamente, e il linguaggio stesso (') Croce, Estetica, p. 342. (:') Recentemente G. Piazza ha tentato dimostrare che La teoria kantiana del giudizio era stata già intuita e fissata nella sintassi de' 396. Greci (Roma. 1907); ma è stato confutato dal Cróce, in La Critica, V, 476 Storia della Grammatica parrebbe un qualcosa fuori dell'uomo che l'uomo fa rivivere con l'uso. Ma il grande filosofo trovò il vero concetto del linguag- gio. La lingua — egli pensò — nella sua realtà è un prodursi e un divenire, non un prodotto ; è un'attività (èvegyeia), non un'opera (ègyov). « La lingua propria consiste nell'atto stesso del produrla nel discorso legato: questo soltanto bisogna pen- sare come primo e vero nelle ricerche che vogliono penetrare l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e regole è il morto artificio dell'analisi scientifica»^). Il lin- guaggio nasce spontaneo — ed da un bisogno interno. Esiste perciò ecco la vera scoperta dell'Humboldt di fronte ai gram- matici logici universali — una forma interna del linguaggio («in- nere Sprachform»), che non è il concetto logico, né il suono fisico, ma la veduta soggettiva che l'ìiomo si fa delle cose. Questa forma interna « è il principio di diversità proprio del linguaggio, oltre il suono fisico: è l'opera della fantasia e del sentimento, è l'in- dividualizzazione del concetto. e Congiunger la forma interna del linguaggio col suono fisico, è l'opera di una sintesi interna : " qui, più che in altro, la lingua ricorda, nelle più profonde ed inesplicabili parti del suo procedere, l'arte. Anche lo scul- tore e il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro opera si giudica secondo che quest'unione, quest' intima com- penetrazione sia opera del genio vero, o che l' idea separata sia stata penosamente e stentamente trascritta nella materia con lo scalpello e col pennello "» (')• Ma linguaggio ed arte nell'Hum- boldt non s' identificano : e questo è il difetto della sua dottrina, che tirò seco non tenui contraddizioni, come quella circa il ca- rattere differenziale della poesia e della prosa. L'Humboldt non vide esattamente « che il linguaggio è sempre poesia, e che la prosa (scienza) non è distinzione di forma estetica, ma di con- tenuto » ('), sebbene intorno a questi due concetti, compresi in senso filosofico, abbia manifestato profonde vedute. La teoria linguistica dell'Humboldt fu integrata dal suo maggior seguace, lo Steinthal il quale, nella polemica sostenuta (M Ueb. d. Verschiendenheit d. menschl. Sprachbaucs (1836), opera postuma (2M ed. a cura di A. F. Pott, Berlino, 1880, pp. 54-6), in Croce, op. cit., pp. 346-7. (2) Croce, op. cit., p. 347. (8) Croce, op. cit., p. 349. Capito/o quindicesimo 477 coll'hegeliano Becker, «autore degli Organismi del linguaggio, uno degli ultimi logici della grammatica », dimostrò, pur tra af- fermazioni talvolta eccessive, « che concetto e parola, giudizio logico e proposizione sono incomparabili. La proposizione non è il giudizio; ma è la rappresentazione ( Darstellung) di un giu- dizio: e non tutte le proposizioni rappresentano giudizi logici. Parecchi giudizi possono esprimersi in una proposizione unica. Le divisioni logiche dei giudizi (i rapporti dai concetti 1 non hanno corrispondenza nella divisione grammaticale delle propo- sizioni. " Parlar di una forma logica della proposizione è una contraddizione non minore che se si parlasse àttW angolo di un cerchio o della periferìa di un tria?igolo ". Chi parla, in quanto parla, non ha pensieri, ma linguaggio»!1). Senza entrar ora nel merito degli altri problemi trattati dallo Steinthal, come quello circa l'identità deWorigine e della natura del linguaggio che esattamente risolvette, e l'altro delle relazioni tra poetica, rettorica e linguistica, cioè tra linguaggio e arte che interessa propriamente l'estetica, e che purtroppo lo Steinthal lasciò insoluto, perchè non arrivò mai ad affermare che «parlare è parlar bene e bellamente, o non è punto par- lare», a noi basterà l'osservar, qui, conchiudendo, il nostro di- scorso che coli' Humboldt e con lo Steinthal, in quanto l'uno integra l'altro e lo rende coerente nella parte linguistica, si ha un primo notevole superamento della grammatica, non essendo questa soluzione pregiudicata dalla mancata identificazione di arte e linguaggio : la liberazione del linguaggio dalla logica, la riconosciuta completa autonomia del linguaggio da categorie di qualsiasi altra specie che non siano la sua forma interna essen- ziale, rappresentano la prima vera vittoria della critica nega- tiva della grammatica. La dissoluzione della quale viene così a coincidere perfettamente con l'avvento della scienza. IL La ribellione e la reazione alla grammatica ragionata quale si era venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque quel grado e quel tono che ebbero nel De Sanctis, seguirono, (') Croce, op. cit., pp. 349-50. 478 Storia della Grammatica però, su per giù, il medesimo sviluppo e i medesimi motivi: da una parte riusciva difficile specie a letterati di più largo ingegno, come vedremo accadere, p. es., al Giordani (il Puoti stesso ab- biamo visto concedere al De Sanctis uno studio discreto di quella grammatica), il chiuder gli occhi a quelle elevate e scin- tillanti investigazioni logiche che sulle lingue avevan condotto i Francesi, incomparabilmente più geniali e profondi dei loro epigoni italiani; l'aria era impregnata di logicismo, tutto suo- nava filosofia, il secolo era chiamato dei lumi: chi può sottrarsi alla forza delle cose e del tempo? dall'altra, la vacuità di quel nuovo formalismo, pel fine pedagogico che ora s'imponeva, non richiedeva tanto un troppo elevato spirito filosofico per essere avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello studio lin- guistico: si poteva credere, ancora, nella grammatica generale, raccomandarne l'utilità (e come si potesse fare anco per ispirito d' imitazione e per servilismo verso la moda corrente, non oc- corre dire); ma, già, anche a tacer d'altro, con la grammatica generale eravamo già fuori del campo de' bisogni pratici : la grammatica generale è come un'estetica logica della lingua, quindi filosofia, e noi sappiamo che la scienza non è espediente didattico, mentre il motivo principale dell'interesse linguistico era ora in Italia più pratico che teorico. L'assoluta inefficacia inoltre della grammatica logica a dirigere l'apprendimento della lingua e l'esercizio dello scrivere doveva essere tanto più forte- mente sentita, quanto più dilagava il francesismo nella lingua e nello stile : il ritorno alla vecchia pratica grammaticale e al- l' osservazione dei lodati scrittori, doveva apparire come una urgente necessità ; e vi si ritornò infatti con fede rinnovellata e sotto la bandiera del più rigoroso purismo inalberata dal Bembo dell'Ottocento, Antonio Cesari, coronato alfiere dall'Accademia livornese, qual s'era mostrato degno d'essere con la nota Dis- sertazione del 1809 liana^}; e, in sopra lo stato presente della lingua ita- ogni modo, con o contro il Cesari, pel Trecento o pel Cinquecento, per gli scrittori o pel popolo, la pratica do- veva prevalere sulla teoria astratta ; perfin nella grammatica em- (') In Opuscoli linguistici e letterari di Antonio Cesari, raccolti, ordinati e illustra/i ora la prima rolla da Giuseppe Guidetti, Reggio d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso il compilatore, [1907]. Capitolo qui udii r si ino pirica, normativa, tradizionale, presso non gli scapigliati ma pedanti, la vecchia fede se non scossa, certo fu illanguidita. La 479 tradizione puristica, peraltro, non era stata interrotta nella seconda metà del Settecento, neppur quando più imperversò la i bufera del filosofismo francese. Già prima che il rappresen- tante più autorevole di esso in Italia, il Cesarotti, fosse stato, appunto in nome della vecchia grammatica, contraddetto — ri- cordammo già, tra e gli altri, l'ab. Velo — « con uno stile forbito piccante », come dicono i suoi editori del 1824, si sforzava Girolamo Rosasco (1722-1795) « di rivendicare ai Fiorentini il tanto contrastato primato intorno all'origine ed al governo della favella », introducendo nei suoi Dialoghi sette della Lingua to- scana a pontificare il Corticelli su lesecolari questioni, sull'au- torità dei grammatici, sulla necessità imprescindibile dello studio della grammatica, di contrastare al nuovo sistema de' letterati propugnanti l'uso d'un'altra lingua diversa dalla fiorentina, con tutto il bagaglio de' vecchi argomenti grammaticali e rettorici in favore della purità, della armonia e dolcezza della pronunzia fiorentina, dell'elegante stile, e con le vecchissime distinzioni di discorso impensato e di discorso pensato. « Eh via, la legge che ne obbliga a studiare la grammatica, è giustissima, e chiun- que brama riportar gloria dal materiale della scrittura, dovrà o bere o affogare, siesi chi egli si vuole ». E cita in sostegno il Salviati, Quintiliano e altri ('). Va notato peraltro che il Rosasco non solo propugna la necessità di uniformarsi anche all'uso moderno, ma giudica ancora, sebbene coi soliti argomenti estrin- seci, che « non dobbiamo per conto alcuno desiderare la per- fezione delle grammatiche, si perchè non si può questo desiderio avere, senza desiderare insieme la estinzione della lingua ; sì perchè quando siamo obbligati a scriver solo secondo le regole e' precetti dell'arte prescritti, non è mai possibile rendere le nostre scritture eccellenti »(') : residui, come ognun vede, delle dottrine estetiche prevalenti nel senso che volevano conciliare il rigore grammaticale col criterio della libertà individuale : tem- perato purismo, che, e mentre per un lato moveva dall'antica tra- (') Ed. della Bibl. scelta, Milano, Silvestri, 1824, voi. II, pag. 218 segg. (2) Op. cit., pp. 67-8. 480 Storia della Grammatica dizione grammaticale del classicismo, per l'altro era reso possi- bile dal non essersi ancora la lingua italiana inoltrata pel de- clivio della cosiddetta corruzione francesistica. Quando questa si accentuò maggiormente, era naturale che l'iniziativa del riparo partisse dalla Crusca custode gelosa del patrimonio linguistico: e già il ricordato Borsa nel 1785 prote- stava contro il decadimento della lingua, e nel 1798 da Losanna un suo Accademico, Federico Haupt, scriveva la Lettera dun tedesco stili' infranciosamento dello stile, com'è naturale che la rifioritura linguistica fosse più di vocabolario che di gramma- tica ; lo stesso lavorìo grammaticale, il più notevole dei primordi del secolo XIX, s'aggirò, come vedemmo, intorno a quella parte della grammatica che è più intimamente connessa col vo- cabolario, i verbi, di cui sorsero parecchi prospetti e teoriche. E a studi di lingua, ossia di vocabolario, si era volto nel 1806 l'Istituto lombardo, fondato dal Bonaparte nel 1797 e convocato a Bologna nel 1803, di cui era segretario quel Luigi Muzzi che già incontrammo quale autore del curioso libro sulle Permutazioni dell' italiana orazione, e che, dopo essersi divertito e gingillato intorno a problemi filosofici secondo la moda d'allora pe' quali non era affatto portato, si immerse talmente negli studi gram- maticali e lessicali e con si vero spirito di devozione alla Crusca, che il Monti doveva titolarlo più tardi « il più fatuo pedantuzzo che mai facesse imbratti d'inchiostro » (l). Partecipò nel 1809 al concorso dell'Accademia livornese con un lavoro Dello siato e del bisogno di nostra lingua, ma il manoscritto, per ragioni regolamentari, non fu accettato. Come sappiamo, di quel concorso il trionfatore fu Antonio Cesari, odiatore quanto il Giordani, delle dottrine del Cesarotti, che, se avevano ancora seguaci dal Romani al Nardo, andavano però perdendo terreno sempre più : quegli stessi che le propu- gnavano — si avverta inoltre — erano assai più temperati del maestro e si guardarono meglio di lui dall'esser accusati di gal- lofilia : verso l' italianità era un desiderio e un moto generale, cui favoriva la ridesta coscienza nazionale: cesariani e pertica- riani o mondani, neopuristi della prima maniera (cioè anteriore al 1815) e della seconda, tutti concordavano (') In Mazzoni, L'Otl., p. 315. non solamente nel- Capitolo quindicesimo 481 l'avversare i criteri troppo licenziosi de' cesarottiani, ma ne! volere — auspice la Crusca per la quinta volta rimessosi nel 1813 alla ricompilazione del Vocabolario — che alle sottili fantasti- cherie sulle ragioni delle lingue si sostituisse il lavoro concreto e modesto del raccogliere e del vagliare voci e locuzioni del buon uso e a riprendere l'osservazione grammaticale secondo le migliori tradizioni del Cinquecento. Il Balbo nel 181 1 scriveva al Vidua una lettera sulla lingua italiana per muover lamenti intorno le tante esagerazioni e confusioni pratiche e teoriche del filosofismo che non giovavano punto alla causa della lingua : e il Vidua raccomandava nel 1815 a un compatriotta che, an- dando a Firenze come avevan fatto già l'Alfieri e il Goldoni, e avrebbe fatto il Manzoni e avrebbero consigliato al Cavour, non trascurasse di recarsi la mattina in Mercato Vecchio ad ascoltar il pizzicagnolo e le contadine. E alla Crusca stendeva la mano l'Istituto lombardo per proseguire concordi all'opera d'amplia- mento del Vocabolario: né e le ripulse dell'Accademia orgogliosa gelosa delle sue secolari tradizioni né i risentimenti e le irri- tazioni, causa di carono nel Monti, tante guerre anche personali, che esse provo- poterono mai dividere gli animi concordi nella comune avversione al logicismo, alle metafisicherie di provenienza franco-cesarottiana, nonostante che, per quanto riguarda i criteri particolari dell'uso linguistico italiano (pratica, dunque, non scienza), facilmente potessero incontrarsi col Cesarotti in un vivo desiderio di libertà, e spesso inconsciamente (come sarà av- venuto al Leopardi) (' ), non soltanto gli antipuristi come il ce- sarottiano Torti di Bevagna, ma letterati meno bollenti nella se- colare battaglia. N'è prova l'atteggiamento assunto dal capo riconosciuto de' classicisti, il Giordani, nelle contese tra il Cesari e il Monti e il Perticari : « richiesto del vero valore di alcune voci tolte dal greco, rispose [al Monti] e colse quell'occasione per lodare l'opera e il suocero e il genero, ma anche per addimostrare al- cune sviste di essi due correttori degli altri, e per augurare che gli avversari si riconoscessero invece compagni, come quelli che insomma avevan un fine medesimo e uno stesso desiderio » ('). (') Cfr. F. Colagrosso, La teoria leopardiana della lingua, Na- poli, 1905 (Estr. d. Rend. Accad. Arch. Lett. e B. A. in Napoli, XIX), P- 55 sgg. (2) Mazzoni, op. cit.. p. 315. C. Trabalza. 31 482 Storia della Grammatica Pure, il Giordani è appunto uno di quei puristi che racco- mandavano ai giovanetti il Du Marsais e il Beauzée. « I volumi della Enciclopedia Metodica ne' quali è trattata la grammatica e l' eloquenza ti possono essere utili. Gli articoli rettorici di Marmontel non mi paiono più che mediocri ; quelli di Jancourt assai meno che mediocri. Ma bellissimi i grammatici di Du Marsais, e di La-Beauzée. E il conoscere e adoperare filosofi- camente la lingua tamente si applica Ma è gran virtù di eccellente scrittore. E pron- alla nostra quel che è notato della francese »(1). che cosa significa adoperare filosoficamente mia lingua ? specie quando la si consideri, come fa il Giordani, cosa diversa dallo stile? Interrompi, consiglia, con la lettura di quegli arti- coli, « lo studio che devi far della lingua, e preparati a quello che poi farai dello stile. Perchè io giudico che quello della lingua debba precedere. Non si dee prima sapere qual sia la materia de' colori ; poi imparare ad impastarli e mescolarli ; poi esercitarsi a collocarli, e accordarli ? » (io). « Tutto lo scrivere sta nella lingua e nello stile; due cose diversissime egualmente necessarie.... I vocaboli e le frasi sono i colori di questa pittura; lo stile è il colorito. — quisto de' colori Ora persuaditi, caro Eugenio, che l'ac- sia fatica della memoria : l'uso del colorito sia esercizio d'ingegno, disciplina di buoni esempi, di pochi pre- cetti, di moltissima « Ho osservazione, di molta pratica » (p. 152). letto molti antichi e moderni che vollero esser maestri : ho ho perduto tempo e acquistato noia, senza profitto. Veri maestri trovato gli esempi de' grandi scrittori » (p. 153). Tra i mo- derni consiglia, tuttavia « il breve trattato del Condillac, Art d'écrire. Di tutto quel libro abbastanza buono, m' è rimasto in mente questo solo principio, molto raccomandato da lui = de la plus grande liaison des idées .... Vero è che quel legame delle idee non deve esser sempre logico ; ma secondo la materia che si tratta, dev'esser pittorico o affettuoso; di che i moderni intendon pochissimo : gli antichi vi furono meravigliosi » (pa- gine 153-4). In questo guazzabuglio di vedute, d'idee e di prin- cipi, c'è tutto, meno lo spirito filosofico : dal che si vede quanto (') A un giovane italiano - Istruzione per l'arte di scrivere (XV Agosto MDCCCXX), in Scritti di Pietro Giordani, ed. Chiarini, in Firenze, 1890, p. 154. Capitolo quindicesimo 483 poco fosse compresa e con quanto poca convinzione raccoman- data la grammatica generale del Du Marsais e del Beauzée. Il nume che agitava interiormente il Giordani e i degni suoi com- pagni d'arme non era la filosofia, ma lo spirito italiano che si rinnovava, rinnovamento che alla coscienza di molti si presen- tava come un problema di lingua : donde il calore con cui si davano a questi studi. Il Giordani, mosso dall'invito dell' Acca- demia italiana, « non « per rispondere » ad essa, per ciò che questa materia non sia d'ozio letterario .... ma importi non poco all'onore d'Italia », si dà ad abbozzare una Storia dello spirito pubblico d' Italia per 600 considerato nelle vicende della lingua (1811) (') e alcuni anni più tardi (1825), discorrendo in una lunga lettera al Capponi di una raccolta in trenta volumi che intendeva fare delle migliori e men note prose della nostra letteratura, allargando e colorendo le linee di quel primitivo ab- bozzo, esprimeva l'opinione che l'ordine escogitato lo menerebbe « quasi per una storia della nazione e della lingua » ("), e che dalla somma dei particolari discorsi introduttivi ne sarebbe de- rivato « quasi un ritratto filosofico delle menti italiane per quat- tro secoli ». « Perciocché io considerando la lingua come uno specchio, nel quale cadano tutti i concetti da tutti i pensanti della nazione, e dal quale nella mente di ciascuno si riflettano i pensieri di tutti ; volli con diligenza di storico e sagacità di filosofo esaminare il vario corso del pensare italiano per le ve- stigia che di mano in mano lasciò impresse nel variare delle lingua; della quale i vocaboli e le frasi, o nuovamente intro- dotte, o dall'antico mutate, fanno certissimo testimonio (a chi '1 sa interrogare) d'ogni mutamento nella vita intellettiva del po- polo » (p. 181). Così il Giordani si riallaccia al Napione. Tra il Napione e il Giordani spicca guardo il Foscolo, anche per questo ri- (3) che nella celebre orazione, recitata a Pavia (') Opere, t. IX: « Scritti editi e postumi pubbl. da Antonio Gus- salli », Milano, f;) Scritti, 1856, voi. II, pp. 405-10. ed. Chiarini, già cit., p. 179. (3) Per l'eccellente posizione che occupa il Foscolo nella storia della critica, oltre che le note pagine del De Sanctis, vedi Croce, Per la storia della critica ecc., già cit., p. 9 e 27, Trabalza, Studi sul Boccaccio cit., p. 79 sgg. e 108 sgg., e Borgese, Storia della critica romantica cit. (p. 184 sgg.), libro — è superfluo avvertirlo — 484 Storia della Grammatica nel 1809 per l'inaugurazione degli studi, Dell' origine e dell'uf- ficio della letteratura e nelle Lezioni di eloquenza che le tennero dietro, e particolarmente in quella del 3 febbraio 1809 su la Lingua italiana considerata storicamente e letterariamente , (l) e ne' sei Discorsi sulla lingua (") italiana parlava della nostra lingua coi medesimi spiriti e intendimenti d'italianità, in modo vera- mente vivace. « Nella sua Prolusione », ripeteremo col De San- ctis, « tenta una storia della parola sulle orme del Vico, censu- rata da parecchi in questo o quel particolare, ma da' più am- mirata, come nuova e profonda speculazione. Il suo valore, anzi che nelle sue idee, è nel suo spirito, perchè non è infine che una calda requisitoria contro quella letteratura arcadica e acca- demica, combattuta da tutte le parti e resistente ancora, contro quella prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona e che non crea » (3). « Nessuno ha considerato, » scrivev a il Fo- scolo, « filosoficamente le origini, le epoche e la formazione di essa [lingua italiana], affine di conoscere per via d'analogia i principi, i progressi oscurissimi delle formazioni e trasformazioni di tante altre lingue » (4). « La storia d'una lingua, » ecco il suo preciso punto di vista — « non può tracciarsi se non nella storia non letteraria della nazione ; né la storia può somministrare fatti certi e fondamentali a trovare in materie intricatissime il vero, se per mezzo di epoche distinte, in guisa che le cause non diventino le effetti, e gli effetti non sieno pigliati per cause »('). che dev'esser tenuto sempre presente per tutto questo periodo, perchè, se idee sulla lingua de' vari critici che vi sono criticati poca luce diffondono sulle loro teorie poetiche, utilissimo è invece conoscere la portata critica di esse per chi fa la storia della lingua. (') In Opere edite e postume di Ugo Foscolo, Firenze, Le Mon- nier, 1850, voi. II. (0 Ed. cit., voi. IV. (3) In Trabalza, op. cit., p. 80. (') Voi. IV cit., pag. 109. (5) Voi. cit., pag. 112. — È evidente l'affinità tra il metodo del Foscolo e quello del Napione; ma com'è più profonda la visione del Fo- scolo, così essa in certo senso precorre ancor meglio il principio moderno onde si vorrebbe indagata la storia della cultura nella lingua, special- mente in quanto si serve del metodo monografico per periodi di af- finità spirituali. Notevolissima sotto questo rispetto è una pagina della Lez. II di Eoa. (è la 82 del voi. II) dove illustra il principio: La let- teratura è annessa alla lingua. Capitolo quindicesimo 485 Nel fatto, il Foscolo intravvede così in confuso l'identità di lingua e pensiero, e nell'evoluzione linguistica uno svolgimento spirituale, mostra cioè una vaga coscienza del problema lingui- stico, e il un suo sforzo di risolverlo, anche se non felice, è già progresso. Particolarmente notevoli, anche per la ragione pedagogica, in cui però, come sappiamo, ben si riflette la scienza teorica, son le pagine che scrive sulla dottrina dantesca del Volgare illustre. Ne riferiamo volentieri un brano che ci tocca davvicino. « Su ciò che Dante previde con occhio sicuro egli fondava pochi principi generali intorno alla legislazione gram- maticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura della lingua, onde operarono sempre e quando vennero applicati da parecchi scrittori, e quando vennero trascurati da altri, o negati ostinatamente da molti ; ed operarono fin anche negli scritti di chi li negava ed oggimai l'esperienza ha convinto la più gran parte degl'Italiani, che la loro lingua letteraria non può pro- sperare senza l'applicazione dei principj di Dante»: principi metafisici, dice il Foscolo, « annunziati in tempi ne' quali la filo- sofia, l'arte dialettica, e la teologia erano tutt' uno », e tali da intricarsi a vicenda, e perciò un po' oscuri forse allo stesso Dante. Al qual punto il pensiero del Foscolo corre al « Locke che facilitò lo studio delle analisi delle idee, e quindi della na- tura delle lingue, e al Condillac che illustrò questa difficilissima parte della metafisica » (l). Ma il fine supremo di tali studi era per tutti questi spiriti italiani « raggiungere le nazioni che appresso a noi surte ci sor- passarono » ('), e poiché il mezzo non sembrava potesse esser la (') Voi. cit., pp. 188-190. (*) Giordani, Scritti. cit., ed. Chiarini, p. 182. Si richiamino a tal proposito — e si tengano presenti in questo capitolo anche peraltro — ■ le relazioni d'amicizia personale che corsero tra maggiori e minori rappresentanti di questo movimento d'italianità che s'agitava nelle questioni linguistiche. V. specialmente G. Guidetti, La questione linguistica e l'amicizia del padre Antonio Cesari con Vincenzo Monti, Francesco Villardi ed Alessandro Manzoni narrata con l'aiuto di docu- menti inediti, Reggio d'Emilia, 1901 ; — dello stesso, Antonio Cesari giudicato e onorato dagl'italiani e sue re/azioni coi contemporanei con documenti inediti, Reggio d'Emilia, 1903; e Alfonso Bertoldi, Pietro Giordani e altri personaggi del tempo in Prose critiche di storia e d'arte, Firenze, 1900. 486 Storia della Grammatica filosofia, lo studio cioè dei problemi della natura del linguaggio, ma lo studio pratico della lingua che non si doveva lasciare adulterare, da più parti, non i soli fiorentini, ma tutti gl'italiani si diedero e intesero con viva fede e non tenue sentimento d'ita- lianità all'opera di restaurazione, che un diffuso lavorìo, specie nell'Italia centrale e particolarmente nell'Emilia, nelle Romagne, nelle Marche, nell'Umbria, a Roma, di traduzioni dai classici latini e greci, condotto con superficiale ma sincero sentimento e gusto di bellezza formale, favorì grandemente. Il mondano, e avversario della Crusca, Lamberti nel 1809 pubblicava con aggiunte e correzioni Le Osservazioni del Ci- nonio, rimanendo però a metà in causa della sua morte. Nel 1813 riusciva alla luce la vecchia raccolta del Pistoiesi, Prospetto dei verbi toscani tanto regolari che irregolari (l) e il Casarotti, tor- nava a discorrere Sopra la natura e l'uso dei dittonghi italiani — trattato — ("). Nel 14 il Mastrofini pubblicava Teoria e prospetto ossia Dizionario critico de verbi italiani coniugati specialmente degli anomali e mal noti nelle cadenze (:i). E un compilatore una nel 1820, in Milano, riassumeva tutto questo lavorìo intorno ai verbi : Teorica dei Verbi italiani cotnpilata sulle opere del Ci- nonio, del Pistoiesi, del Mastrofini e di altri, e cinque anni dopo a compilazione ancor più ricca attendeva il Roster. Questo gruppo di lavori — com'è facile avvertire — si ran- noda a quella tradizione grammaticale che appunto col Cinonio iniziava nella prima metà del Secento la trattazione di categorie particolari della grammatica giunta allora al suo completo sviluppo nel suo schema generale per opera del Buonmattei ; ma non è certamente estraneo a quell'esigenze di osservazione diretta sul materiale della lingua a cui si sforzava di soddisfare il purismo che appunto in quegli anni si affermava solennemente con la vit- toria del Cesari. Il punto di vista è infatti ancora il retorico, come precettivo è l'intendimento, anche se uno di quei quattro autori, il Casarotti, si abbella nella sua esposizione del culto professato alla dottrina del Vico che cita in più luoghi ('): mentre, (') Pisa, Capurro, nuova ed. riv. e corr. — La prima ed. aveva visto la luce a Roma, nel 1761. (s) Padova, nel Seminario. (*) Roma, De Romanis. (4) Anche l'ab. Greco, il grammatico consigliere del Puoti, aveva Capitolo quindicesimo 487 d'altra parte, non è identificabile con quello delle grammatiche ragionate, anche se un altro, il Mastrofini, segue l'autorità del Varano, di Ossian, del Cesarotti. I tempi non potevano non eser- citar la loro una influenza : il Vico ormai cominciava a non esser più sfinge, e ciascuno degli altri scrittori godeva il favor po- polare. Vedasi come il Casarotti, che indubbiamente non va con- fuso coi grammatici di bassa lega, citi il Vico. Egli, mosso alla sua di trattazione dalla necessità di sistemare una notevole serie fatti, che inosservati danno luogo a molti inconvenienti, con- stata che « i dittonghi mobili non sono il centesimo permalosi dei fermi, e senza sdegno stanno in bando da parecchie voci, alle quali avrebbero diritto di entrare. Priemo, truovo, pruova, ed altre già l'hanno quasi dimenticato. In questa parte verificasi la sentenza del profondissimo e oscurissimo Vico (Pr. di Se. N. Della Sapienza Poetica lib. II, Corollarj d'intorno alle origini della locuzione ecc.), che i Dittonghi ne' principj delle lingue sono in assai più numero, e che a poco a poco si scemano » ('). E sul Vico stesso si appoggia per mostrare l'obbligo degli Ita- liani a non bandirli « nella lingua che riceve da essi pienezza e varietà di suono, due qualità carissime all'armonia, ed al canto. Di fatti i Dittongi, se hanno valore i pensamenti del citato filo- sofo napoletano, del primo canto de popoli faìino gran pruova»: e specialmente non dovrebbero bandirli i poeti, poiché « l'espres- sione poetica è tanto vaga d'indipendenza da ogni fastidiosaggine grammaticale, che talvolta per lo disprezzo di certe rigide leggi acquista forza e bellezza. E la poesia, come colui disse della Pittura, divien grande coli 'industrioso maneggio delle cose mi- nime. Una consonante, una vocale, un Dittongo, un accento, letto, se non compreso, il Vico. N. Caraffa (op. cit., p. 32) fa de- rivare il Greco dal Vico e lascia credere che un'infusione di spirito vichiano il Greco comunicasse al Puoti stesso. (') Pp. 19-20, dove anche osserva : « Tanto è rispetto a noi della Lingua Latina, che abbondantissima nella scrittura di sillabe bifocali, come Terenziano Mauro chiamò i dittongi, rarissimi ne conserva nella pronunzia. E tanto è della Lingua Francese, che compendia in una sola vocale molti Dittongi, de' quali sul labbro degli antichi Francesi si sarà probabilmente lasciato sentire il duplice suono. Sul labbro ita- liano poi questo duplice suono si fa sentir sempre: e in ciò siamo più ragionevoli de' Francesi, in quanto l' Italiana scrittura, si ritengano o si sbandiscano i Dittongi, rimane sempre d'accordo colla pronunzia ». 488 Storia della Grammatica tutto essa fa servire a' suoi sublimi disegni » (p. 21). Così la filologia filosofica del Vico diventa nel Casarotti rettorica gram- maticale, ma assai migliore di quell'altra della tradizione. Nella parte storica e empirica il libro del Casarotti non manca di utilità. Passa in rassegna le esposizioni precedenti del Mazzoni che nega alla lingua italiana il vero e proprio dittongo, del Salviati che ne ammise 49, del Buonmattei che ne giusti- ficò tanti quanti sono i gruppi di due vocali. Si ride del Gigli che rimanda al Mazzoni chi vuol aver cognizione piena dei nostri dittonghi, avendo il Mazzoni non scritto un trattato, ma un sem- plice discorso, e non sui soli dittonghi italiani, ma sui dittonghi in genere: rettifica non del tutto giusta, come s'è visto. Vero trattatista è certo egli il Casarotti, che dà del dittongo questa definizione : « la comprensione di due vocali diverse in una sillaba sola e indissolubile, di suono misto, come sarebbe au. eu, io, le (aura, euro, piovere, ciel) ('). Critica gli strafalcioni dei ri- mari (Folchi, Fioretti, Ruscelli, Baruffaldi) non escluso quello del Rosasco, e, naturalmente, discorre a lungo di metrica, con molte esemplificazioni, essendo compilato il suo trattato prin- cipalmente in servizio della poesia. Riassume la storia di tutti i capricci ortografici, dichiarandosi contro l'uso della dieresi. Il Pistoiesi aveva creduto colmare una lacuna dei gramma- tici che diedero sui verbi ammaestramenti e prospetti troppo scarsi ai bisogni. E ora se ne ristampava l'opera per il bisogno che se ne sentiva. Delle voci verbali vi si fanno quattro classi — classificazione che è un'altra prova del carattere empirico e retorico del trattato: — 1. buone e corrette (regolari); 2. an- tiche ; 3. poetiche ; 4. idiotismi e errori. Si rimprovera il Buon- mattei di non aver avvertito che di contro al leggemmo si scrisse l'errato lessamo. Si registra per es. il savamo (= eravamo) che incontrammo nella grammatica vaticana ricordata, ma, a sua volta, dimentica il tro e il tretti da trarre, che quella gramma- tica diligentemente raccoglie. Per questa parte storica special- mente il libro del Pistoiesi conserva qualche interesse. Lo stesso (') Ricorda qui le 12 definizioni dei dittonghi date dal Riccioli in di De recia diphthongorum promintiationc. — Dice che nel Giornale Padova si affermò che il p. Evangeli avesse scritto un trattato sui dittonghi italiani, ma egli dubita dell'asserzione. Non deriva dal latino questa definizione del dittongo. Capitolo quindicesimo 489 dicasi di quello del Mastrolilli, che, peraltro, adopera un metodo assai diverso di trattazione sia nella parte introduttiva, dove porge, come meglio poteva, delle nozioni archeologiche sulle trasforma/ioni latine, sia nella sistematica, dove registra di ogni singolo verbo tutte le voci, confinando nelle note gli usi antichi e di dialettali, costruendo così una gran mole in due grossi volumi quattrocento pagine l'uno. Un'altra miniera di tutte le forme storiche del nome e del verbo sono le Osservazioni grammaticali di Giacomo Roster (l). Il quale, più che a trattar sistematicamente la grammatica, intende soprattutto a radunare intorno a ogni persona, come a ogni nome, tutte le varianti che gli scrittori adoperarono, dando così un utile vocabolario metodico delle declinazioni e delle coniu- gazioni nel loro uso storico. Qualche decennio più tardi, su questo argomento avemmo un lavoro assai migliore e di una maggior portata, che è quasi anello di congiunzione tra i precedenti prospetti più o meno empirici e i più recenti trattati di analisi rigorosamente filolo- gica : la Analisi critica dei verbi italiani investigati nella loro primitiva orìgine dal prof . l 'incenzo Nannucci (1844), a cui seguì nel 1853 il Saggiò del prospetto generale di tutti i verbi anomali e diffettivi, sì semplici che composti, e di tutte le varie confi- gurazioni, dall'origine della li?igua in poi. Derivata da' mede- simi principi e condotta con l' istesso metodo è la Teoria de' nomi della lingua italiana (1858), che, come X Analisi, si rac- comanda sia adoperata con cautela. Al Nannucci dobbiamo an- (') Osservazioni grammaticali intorno alla lingua italiana compi- late da Giacomo Roster professore delle lingue italiana, tedesca ed mg le se ecc. in Firenze, mediante le quali si procura di fissar le regole sinora incerte e vacillanti, fondate sull'uso generale de' classici antichi e moderni, e col parer de' primi letterati d'Italia: opera necessaria per intendere gli scrittori antichi e moderni, e per parlare e scrivere correttametite. Dedicata alla eulta nazione italiana. Firenze, nella stamperia Ronchi e C, MDCCCXXVI, (160 gr. di pp. vm-328). Dopo un Ristretto di termini grammaticali (1-5) e un Ristretto delle decli- nazioni '6-9) tratta a lungo (10-64; della Dee lina zio?ie, ossia delle varie terminazioni di nomi sost. e agg. Nella p. II 165-313) dà le Regole per le formazioni di modi, tempi e persone delle tre coniug. de' verbi reg. e irr. Seguono alcune pagine di note. (Il raro libro mi fu fatto conoscere dal prof. Teza, che ne possiede un esemplare). 490 Storia della Grammatica cora Voci e locuzioni italiane derivate dalla lingua provenzale (1840). Son tutte parti codeste & uri opera vasta alla quale s'era dato l'esimio filologo e in cui si proponeva di ricercare minuta- mente « la natura, l'indole e la storia della nostra lingua, segui- tandola secolo per secolo ne' suoi movimenti e nelle sue tra- sformazioni, ed investigando la ragione de' costrutti e delle forme grammaticali (Ai lettori) »: un miscuglio, come ben s'in- tende, d'empirismo, di storia e di filosofia del linguaggio in cui sarebbero state riassunte e conciliate le tre tendenze degli studi linguistici prevalenti al suo tempo. Fu bene che il Nannucci si limitasse alla parte storica usando, come le forze gli permette- vano, discretamente, del metodo comparativo ignoto ai suoi pre- decessori specialisti : ne e uscirono giustificate nella loro origine nella loro analogia con le neolatine, voci e frasi ritenute errori e idiotismi dagli altri ; altre furono ridotte alla loro vera lezione. Quelle che per altri erano minutezze, cioè tutte le uscite varie di una stessa voce, egli raccolse e sistemò, svolgendo la sua trat- tazione, se non con metodo, con ordine, chiarezza, cioè tempo per tempo, persona per persona. Faccio la riserva sul metodo, appunto perchè qui è il lato debole, filologicamente parlando, dell'opera del Nannucci: la sua è una classificazione empirica, storica nel senso che parte dalle forme più antiche per giungere alle moderne : non è, e non poteva ancora essere a base fonetica, come oggi si esigerebbe. Se non che anche in questo rispetto supera i precedenti trattatisti, de' quali egli stesso vorrebbe eccet- tuato il Mastrofini, se « oltre all'aver egli lasciato addietro tutte le anomalie più riposte, che sono sparse per entro agli scritti de' nostri vecchi, anche nelle più ovvie da lui riprodotte », non avesse per lo più errata la vera origine (p. 425). L'opera del Nannucci, come anche risulta da un utilissimo indice, è ricca di osservazioni grammaticali spicciole che servono a sa lumeggiare la posizione sua di grammatico diligente e osser- vatore, raccoglitore di prima mano de' fatti grammaticali, che ordinare nella loro serie storica, non nella loro genesi ed evoluzione interiore, intese — è superfluo dirlo — nel loro signi- ficato fittizio. È insomma, per l'Italia, a prescindere dai nostri filologi migliori del Cinquecento, l'anello di congiunzione tra la pura precettistica e l' indagine storica. Un contenuto grammaticale hanno egualmente, chi più chi meno, tutti i nostri retori ed eruditi e lessicografi — filologi nel Capitolo quindicesimo 491 senso ristretto che a questa parola dal Diez in poi viene an- nesso, non li potremo chiamare — della prima metà del sec. XIX, dell'indirizzo puristico-classico dal Cesari al Fornaciari. Di essi, quando non furono anche produttori di grammatiche vere e proprie, onde particolarmente vogliamo desumere i caratteri della grammatica di questo periodo, basterà che noi ricordiamo poco più che i nomi per complemento di disegno, rientrando essi in quanto tali — alcuni furono grandissimi poeti come il Foscolo, il Monti, il Leopardi — più direttamente nella storia dell'erudi- zione linguistica o della rettorica o della coltura o della critica letteraria o della cosiddetta questione della lingua, secondo i sin- goli casi. Nel loro complesso, per quanto ha rapporto diretto con la grammatica, essi seguono e costituiscono il medesimo moto onde derivarono le varie grammatiche che esamineremo con quella brevità che l'interesse ormai scarso della materia e la qualità possono consentire in una storia come la presente. Di quei tre grandissimi, benché non siano stati, stretta- tamente parlando, né grammatici né critici del concetto di gram- matica e neppure rinnovatori, saremmo tentati a far qui un meno breve cenno di quel che s'è fatto, avendo essi dato allo studio della lingua una parte non piccola della loro attività, se, considerando, a tacer d'altro, che le loro particolari vedute non sono in sostanza se non antecedenti della dottrina manzoniana sulla lingua, che è poi la dottrina linguistica del romanticismo, di questa non dovessimo trattenerci più lungamente e per il nuovo indirizzo grammaticale che ne derivò e per la connessione che ha particolarmente con la critica della grammatica generale, che a noi sopratutto interessa. Ma del Leopardi mi giova met- tere in rilievo tica e lingua, un curioso pensiero circa i rapporti tra gramma- che si può riassumere così : la varietà, ricchezza, onnipotenza d'una lingua sono in ragione inversa del do- minio regolatore della grammatica, e che egli illustra con gli esempi della lingua greca che ebbe « inesauribile ricchezza e assoluta potenza » avanti il sorgere della sua grammatica, della latina che, per antica, avendo avuto avanti la grammatica greca, studiata per principi e nelle scuole, « riuscì meno libera e meno varia d'ogni altra », dell'italiana che, « scritta primieramente da tanti che nulla sapevano dell'analisi del linguaggio (poco o nulla studiando altra lingua e grammatica, come sarebbe stata la la- tina), venne, per lingua moderna, similissima di ricchezza e di 492 Storia della Grammatica onnipotenza alla greca », della tedesca, che, avendo grammatica e non forse rispettandola e non avendo vocabolario ricono- sciuto per autorevole, è nelle migliori condizione per pervenire «alla ricchezza, potenza, libertà »('). Giudizio quant'altro mai ostile alla grammatica, ma il più servile verso la sua immagi- naria strapotenza. Su di un altro grande italiano, invece, che citeremo tra poco, Nicolò Tommaseo, linguista di professione, non possiamo non fermarci un po' più, il che faremo con la scorta del Bor- gese, il quale ci sembra averlo caratterizzato con mirabile pre- cisione. «Il Cesari « e del romanticismo», lo chiama il Borgese(2), del Cesari non fu così spietato censore come molti non ro- mantici ». Ebbe quel che al Cesari mancò per divenire scrittore più che comune, la fede nel grande principio della rivoluzione letteraria. Di singolare nelle teoriche sulla lingua del Tomma- seo, è l'analogia con le opinioni letterarie che si professavano ornai da una ventina d'anni. « Egli stimava doversi i significati delle parole distinguere secondo l'uso più generale e ragione- vole, proprio come gli evangelisti del romanticismo volevano ligie le lettere alle passioni e ai desideri del tempo, perchè fos- sero secondo ragione e morale ». Nel linguaggio vedeva tre pregi essenziali di bellezza: l'etimologia più prossima e d'evidenza irrecusabile, l'analogia filosofica e la grammaticale, l'armonia musicale e l'onomatopeica : pregi che meglio d'ogni altro idioma riteneva possedere il toscano. Non rinnovò i concetti fondamen- tali della linguistica ; applicò come il Berchet e il Manzoni in modo nuovo principi vecchi, e sostenne l'imitazione del vero e l'uso di parole intelligibili al popolo. Ed ecco l'intento morale della riforma. « Giova osservare », scriveva, «che la straordina- rietà del linguaggio, la quale dà talvolta allo stile una cert'aria di di dignità, è pregio tutto posticcio che non compensa il difetto pregi più intrinseci. Molti si credono d'essere scrittori non comuni, allorché rivolgono un'idea comune in abito straordi- nario, ma converrebbe, in quella vece, sotto forme comuni, ren- (;) Pensieri di varia filosofia e dì bella letteratura, Firenze, 1S99, voi. IV, pp. 323-4. Del resto sul Leopardi filologo, v. i noti lavori recentemente condotti sullo Zibaldone, il voi. del Rorgese, specialm. pp. 69-70, e il citato studio del Colagrosso. (*) Op. cit., p. 146 sgg. Capitolo quindicesimo 493 dere accessibile e, quasi dirti, perdonabile la straordinarietà dell'idea »('). Nella pratica «pesava con scrupolo da farmacista parole e sillabe e della grammatica fu cavalier senza macchia »(2). Il numero maggiore degli eruditi e letterati che si occuparono in questo tempo di lingua è dato dai vocabolaristi in genere: ac- cademici della Crusca, dell' Istituto lombardo, Cesari, Galiani, Tommaseo, compresi i compilatori di dizionari di sinonimi (Grassi, Tommaseo), metodici (Carena) e dialettali, e in particolare, dagli avversari più o meno accaniti della Crusca (Monti, Perti- cari, Compagnoni) coi loro rispettivi contradittori nelle polemiche che seguirono alla Proposta (:ì ) del Monti (Biamonti, Galvani (4), Niccolini, Tommaseo), e ancor più particolarmente dagli anno- tatori e correttori della Crusca (Parenti) ( ). Astrazion fatta dal- l'utilità pratica di queste raccolte di voci e locuzioni, sono ormai ben noti il nocciolo, le vicende e l'importanza della questione agitatasi con tanto fervore e accanimento : sostenitori e avver- sari della Crusca, nel propugnare secondo il loro partito un uso più o meno esteso nel tempo e nello spazio, quale si fosse il loro ideale d'un'italianità più o meno pura di pensiero, di sentimento e di lingua (entrano naturalmente nelle questioni sentimentalismi patriottici più o meno caldi e sinceri), movevano dalla ormai stravecchia concezione meccanica del linguaggio abbuiata ancora non in poco dalla ignoranza dell'origine dell'italiano, o meglio, de' 11) In Borgese, op. cit., p. 148. (2) Borgese, op. cit., ib. — Tra i molti scritti del Tommaseo che qualche modo si riferiscono al nostro argomento, merita d'essere ricordato qui particolarmente V Aiuto air unità della lingua — saggio di ìuodi con formi all'uso vivo italiano che corrispondono ad altri d'uso meno comune e meno legittimo — Proposte — , Firenze, Le Monnier, 1874. (3) Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Voc. d. Cr., Mi- lano, R. Stamperia, 1817-26 Cvi collaboravano segnatamente il Perti- cari, il Gherardini, il Grassi, il Peyron ecc.). — Devesi ricordare qui il Capitolo CHI di un'Opera cominciata a scrivere dall' autore prima della Proposta del cav. Monti e da non pubblicarsi se non l'anno cin- quantesimo del sec. XIX (Estr. d. Quad. XV del Nuovo ricoglitore con un'aggiunta, Milano, 1826) del Compagnoni, che pretese, come il conte Fr. Amalteo di Oderzo {Stilla libertà concessa alla locuzione italiana degli Accademici della Crusca) di aver precorso il Monti. (") Il Galvani, tra tutti costoro, si distingue per i suoi notevoli contributi alla storia della letteratura occitanica. (s) Ricordiamo qui particolarmente di lui il discorso Del sover- chio rigor de' grammatici. 494 Storia della Grammatica vari dialetti italiani ; e si tormentavano tutti egualmente intorno a un non problema antifìlosofico. Lo stesso dicasi dell'altra categoria, meno numerosa, dei panegiristi della lingua italiana e cal- deggiatori del ritorno all'antica purezza e semplicità trecentesca, trattatisti in genere dell'origine e delle doti dell'elocuzione, dis- sertatori di combattimento o no, tutti quali con più quali con meno di destrezza armeggiami pel feticcio col vecchio bagaglio d'argomenti formali: il Cesari, alla testa, Amadi, Amicarelli, Bressan, Mazzoni, Biondelli, Betti, Ranalli, Paravia, Fornaciari('), Montanari, Mestica, Costa, Pagliese, Farini, Colombo, Marchetti, Parenti, Giordani, a tacer del Puoti e della sua scuola. Una terza schiera, infine, è costituita da molti di questi stessi, metto in prima linea il Colombo, e altri moltissimi — tra questi ricor- deremo honoris causa il Leopardi e il Foscolo — che o cura- rono l'edizione de' testi antichi o li annotarono o fecero l'una cosa e l'altra. L'opera di costoro ha un carattere più specifica- tamente linguistico-retorico ; ma, oltre che qui non se ne potrebbe molto agevolmente tener conto, poiché sarebbe da ridurre a corpo sistematico, in fondo la ritroveremo nelle singole gramma- tiche che accompagnarono questa produzione esegetica, di cui a priori s'intendono i valori e i caratteri, sol che siano annun- ziati i nomi dei produttori (2). Ma qui dobbiamo fermarci per registrare un fatto di qualche importanza. Pensando a questa schiera di puristi e di retori, general- mente ce li figuriamo anzitutto grandi credenti nella gramma- tica, come nell'ultima panacea di sicura efficacia per il retto eser- cizio dello scrivere e del parlare, del comporre e dell'intendere (') Un più recente correttore della Crusca fu Alfonso Cerquetti, il cui nome è mescolato in nuove e non meno vivaci polemiche. Pub- blicò parecchi volumi di «Correzioni e giunte al vocabolario degli Ac- cademici della Crusca», — e il primo de' quali vide la luce in Forlì, 1869. Sul Cerquetti, Trabalza, A. Cerouellt in Studi e profili cit., p. 260 seguenti. (■) Ricorderò qui, come segno del fervore puristico specialmente contro le insidie del dialetto, quella Tavola e correzione d'un migliaio d'errori di grammatica e di lingua ecc., per Michele Ponza, sac, Torino. 1843, dove il Manzoni spigolò esempi per la sua tesi dell'u- nità linguistica (voi. IV delle Opere inedite o rare cit. più innanzi, pag. 1901. Capitolo quindicesimo 495 gli scrittori. A mostrar l' inesattezza di tale opinione, senza che io mi stenda in soverchie parole, riferirò qui proprio un brano della dissertazione del Cesari, la cui testimonianza tronca la testa al toro. Dopo aver indicato — il che fa in modo che tutti possiamo accettare — come s'abbiano a legger gli scrittori, dice che « nel principio, la Grammatica è necessaria per li nomi e coniugazioni de' verbi, e per parecchi de' più notabili usi de' verbi singolari. Io La credo che i fanciulli non siano da stancare con molte re- gole ('): al maestro sta venirle toccando, secondo che negli au- tori si abbatte a cose che richiegge spiegazione come che sia. Grammatica del Corticelli crederei molto ben acconcia per quell' età ; quantunque assai vi manchi di quelle cose che al maestro s'appartiene d' aggiungere a luogo a luogo... Ma per la grammatica e i primi elementi di lingua... io ardirei di mo- strare un cotal mio trovato, che assai felicemente mi riuscì. Io credo che grande agevolezza ad apprender la lingua debba por- tare a' fanciulli l'aiuto d'un'altra lingua, loro già nota, la cosa parla da sé. ora eglino nessun'altra ne sanno che il proprio dia- letto. Essi, nel loro dialetto parlando, sanno il valor delle voci che usano, e le parti dell'orazione, nomi, pronomi, verbi, av- verbi, eccetera, le usano tutte. Ora io questa loro scienza vorrei recarla ad essi a profitto ; facendo che tutto il loro studiar nella lingua fosse un tradurre dal dialetto lor naturale » (2). E nella pratica dell' insegnamento privato fece fare esercizi di retrover- sione di novelle da un lui tradotte «in volgar veronese »(3) e compilò Catalogo d' Alcune voci di dialetto Veronese col corrispon- dente Toscano a fronte ('). Non era stato il primo a servirsi del (') « Precetti pochi di qualsivoglia autore», torna a predicare nello scritto Del metodo d' insegnare lettere latine e italiane, in Opuscoli cit., ed. Guidetti, p. 493. (') Ed. Guidetti, pp. 227-9. (!)-(4) Guidetti, op. cit., p. 229 », 1. — Il Guidetti, a questo proposito, riferisce un brano di lettera scrittagli dall'Ascoli, il 29 agosto 1897 : « È anche vero che il Cesari e \\ Manzoni ebbero in qualche modo lo stesso pensiero, sostenendo entrambi che l'Italia doveva attingere o riattingere l'unità del proprio linguaggio dalla Toscana o meglio da Firenze, e n'è venuto assai naturalmente che in ai entrambi sorgesse il desiderio di raccolte lessicali o di frasarj, dove modi di ciascun dialetto si contrapponessero gli equavalenti della pura e schietta fiorentinità ». 496 Storia della Grammatica dialetto per apprendimento e l'insegnamento della lingua, come sappiamo ; ma possiamo ben figurarci di quale e quanta efficacia riuscissero e la dichiarazione di scarsa fede nella grammatica per sé stessa e il consiglio di ricorrere al dialetto per appren- derne naturalmente con gli schemi le parti dell'orazione italiana, esposti come si trovavano in una Dissertazione che, e per il nome dell'Autore e per il premio ond'era stata coronata, si divulgò ed ebbe grandissima presa in ItaliaC). Infatti, a prescindere dalla ricca serie di vocabolari dialettali (anche il Puoti, oltre quello àé\ fran- cesismi, 1843, ne fece compilar uno domestico napoletano-italiano , 1841), che non è nostro compito illustrare (''), da questo impulso del Cesari, indubitatamente, oltre che dalle cause generali che sul Cesari stesso agirono, derivarono in ogni parte d'Italia gram- matiche italiano-dialettali, dove appunto si faceva servire il dia- letto, anche più ufficialmente dirò cosi che non si facesse con le versioni dialettali e con lo studio e la compilazione del dizio- nario dialettale, all'apprendimento della grammatica italiana. Ne ricorderò due : la Bergomense-italiana (3), dove 1' influenza del Cesari si vede non solo dall'innesto degli esercizi di retrover- sioni alle regole grammaticali e ai paradigmi, ma anche dal- l'aver proposto tra i temi vernacoli una novella del Cesari : e (') Nel concorso alla cattedra di letteratura italiana dell' Univer- sità di Napoli, la a del 1818, a cui partecipò anche il Puoti, fu dato per dissertazione latina il seguente tema, che è la traduzione del tema dell'Accademia livornese: « Italici sermonis a Dante ac Petrarca prae- cipue exculti elegantia, quibus de causis, quibusve scriptoribus defe- cerit, quibusve de causis ac scriptoribus ad pristinum redeat splen- dorem ». In Caraffa, op. cit., pp. 20-1. (") Per la storia de' Vocabolari dialettali e quanto li concerne ne' rispetti dell'aiuto che posson recare a chi vuol imparar la lingua e scrivere, cfr. A. Manzoni, Dell' unità della lingua in Prose minori, ed. Bertoldi, p. 256 sgg., il Concorso bandito dal Ministero nel 1890 e relativa Relazione e C. Trabalza, L'insegnamento dell'italiano nelle scuole secondarie — Esposizione teorico-pratica con esempi, Milano, 1903, cap. VII, ? 1, pag. 133 sgg.; per la necessità che se ne afferma anche ogs^i, né più né meno che con le idee del Cesari e del Man- zoni, mi sia permesso citare la prefazione al mio Saggio di vocabo- lario umbro-fiorentino e viceversa, Foligno, 1905. (3) Esperimento di una Grammatica bergomense-italiana compi- lato a comodo A. ed utilità de' Giovanetti suoi connazionali dal sa e. G. M., Milano, Tip. Arciv., Ditta Boniardi-Pogliani di E. Besozzi, MDCCCLIV (Bibl. Teza). Capitolo quindicesimo 497 la già ricordata Glottopedia italo-sicula del Pulci ('), notevole per l'opinione tacita dell'A. che il siciliano ben ripulito possa coinci- dere con la lingua letteraria, ma più importante per le tracce che la grammatica filosofica anche in questo campo ha lasciato. Protesta l'autore contro le grammatiche del Biagioli e del Ce- rutti « impiastricciate d'ideologia Trasiana », afferma che le menti dei giovinetti sono immature a intendere la filosofia mentre per intender questa occorre la grammatica, ma la filosofia cacciata dalla finestra delle regole l'ha fatta rientrar per la porta delle note. E finalmente osservo qui che quel calore che quei nostri pu- risti sentivano per la bella lingua giovava a ravvivar la gramma- tica, in modo che questa non fosse neppure quel che è oggi per molti una cosa parecchio insopportabile. Venuti così alla rassegna delle vere e proprie grammatiche compilate nel periodo di cui abbiam cercato determinare i carat- teri, ci risparmieremo dall'esame così dei trattati particolari come de' compendi e delle compilazioni di seconda e terza mano (2), (') Glottopedia italo-sicula e Grammatica italiana dialettica, in cui t onfrontasi il dialetto siciliano colla lingua italiana in ciò che discon- vengono, a buon indirizzo de' giovani siciliani per evitare i sicilianismi gratnmaticali ridotta in tavole sinottiche corrispondenti ad ogni trattato per lo can." seconda della cattedrale di Catania Doti. Innocenzo Fulci pubblico professore di lingua italiana nella Regia Università ecc. Ca- tania, 1836. Dalla Tip. della R. Università per Carmelo Pastore. (2) Diamo qui. in nota, come abbiam fatto per molti continuatori del Soave e del Cesarotti, una breve serie dei moltissimi che — escluso che si possan far tagli netti — si possono riallacciare alla tra- dizione del Cesari e del Puoti. — Regole ed osservazioni della lingua toscana. In Genova per lo Caflarelli, 1800 (cit. dal Casarotti). — A. M. — a Romola, Delle dieci parti del nostro discorso, Carmagnola, 1815. G. Agrati, // maestro italiano con appendice delle voci dubbie com- pilate e ridotte informa di dizionario ad uso delle scuole e di chi ama parlare e leggere e scrivere bene e correttamente, Brescia, Bettoni, 1819 [grammatica e vocabolario trattati alfabeticamente. Ricorda il Pergamini]. De Filippi, Studio di lingua del fanciullo italiano, Milano, 1820. — Osservazioni sull'uso variante dei Dittonghi fatte dai padri della poesia italiana, Milano, 1821. — Fr. Antolini, di Macerata, Saggio di parallelo di voci italiane ; trattato della lettera J e del doppio I, Milano, 1821 [È una prima parte d'un'opera di cui aveva annunziato il programma nel 1819. Attribuisce ai dialetti la colpa dei doppioni. Doppioni? Sono parole di forma e senso chiaramente diverse: Abbatte, Abate ; Accadde, Accade, e che nessuno confonde. Negli altri trattati C. Trabalza. 32 498 Storia della Grammatica per fermarci ai quattro principali autori che sono il Gherardini, il Puoti, l'Ambrosoli e il Rodino, tacendo anche qui interamente delle grammatiche italiane in lingua straniera per uso degli stra- nieri. Il milanese Giovanni specialmente per la sua Gherardini riforma (1782 - 1761) ortografica da è pochi più noto seguita avrebbe parlato dei nomi d'unica pronunzia e varia ortografia (II), di voci medesime di varia pronunzia (III), voci di doppia vocalizzazione (IV), dell'/ e ii (Vj, del Z (VI), di monosillabi di vario significato (VIIj. Difende l'j lungo, e dà un elenco alfabetico di voci parallele: Ab- bomini, Abbominj ; Accusatori, Accusatori (da accusatorio); Acquai (perf. da acquare, Acquai ecc.; dividendoli in tre classi: I. Voci che richieggono la finale j; II. Il doppio ii (Abbondi, Abbondii; Accoppi da accoppare, ecc., Accoppii, da accoppiare); III. Le due termina- zioni (Incendj pi. da incendio,- Incendii, da incendiare). — Gaetano Greco (un precursore del Puoti e degli altri classicisti meridionali), Avvertimenti del parlare e scrivere correttamente la lingua italiana, Napoli, 1820 (cfr. De Sanctis, La giovinezza, p. 99). — Amadi, Dia- logo della lingua italiana, Venezia, 1821 (Trovansi ms. nel Cod. Marc. CIX). — Ugolino Biagio, Istruzione grammaticali da lui dettate, Cod. Marc. CLXXVIII (non so se vennero mai alla luce). — Regole ed os- servazioni intorno alla A. lingua italiana, Imola, 182 1 ; 2 volumetti. — Lissoni, Risposta al libercolo «Aiuto contro l'aiuto del Lissoni, ossia difesa di molte voci italiane a torto proscrìtte » , Milano, 1831 (che cito per ricordare questa polemichetta e accennare che anche di questo tempo si ebbe una colluvie di scritti ortografici). — T. Azzocchi (1791-1863, insegnò italiano e latino al Collegio Romano e al Semina- rio ; scrisse un Elogio del Cesari, che si compiace di lui come di suo nuovo seguace, cfr. Cesari, Opuscoli, ed. Guidetti, p. 613), Avverti- menti a chi scrive in italiano (« Fra noi, dice, è questo difetto gran- dissimo di educazione, che non curiamo punto la lingua che di bel- lezza gareggia eziandio con la greca, mentrechè alle lingue morte attendiamo e alle straniere». A proposito dell'Azzecchi e de' suoi pari nel culto della lingua, il Mazzoni {V Ottocento p. 467) osserva giustamente: « Il nome d'Italia è da per tutto, anche nelle grammati- chette e ne' lessici per i ragazzi, rivendicato contro il forestierume e la barbarie ». 11 Falchi (/ puristi del sec. XIX; 1. // classicismo de' puristi, Roma, 1899) ha voluto fare delle riserve e mettere le cose a posto sul patriottismo de' puristi, e ha trovato una frase felice per di illustrare il suo pensiero, dove dice (p. 76) che questi «facevano ser- vire il concetto patria alla causa del purismo: non viceversa». Verissimo. Pure è innegabile, e la cosa si spiega facilmente, che, no- nostante che il Puoti, prendiamo un esempio perspicuo, si dolesse profondamente di « non poter diventare il pedagogo del Rampollo del Borbone », né s'accorgesse quali spiriti svegliasse nella scolaresca il Capitolo quindicesimo — un 499 di codesti fu il Cattaneo (') — onde voleva ricondurre tutte le forme alla grafia che l'etimologia esigerebbe: vana ed illogica pretesa, ma, filosoficamente, non meno ingiustificata di quant'altre mirano a costringere l'arte entro determinati schemi grafici più o meno moderni, per quanto, naturalmente, più di esse ripu- gnante alla coscienza moderna cui è meno estraneo quel certo consenso formatosi intorno al cosiddetto uso vivo. Ma l'attività del Gherardini si svolse largamente e per lunghi anni anche nel campo stesso della grammatica, concretandosi in opere di gran lena e di grossa mole. Aveva cominciato nel 181 2 con studi les- sicografici pubblicando un quentemente in uso, le Elenco di alante parole oggidì fre- quali non sono ?ie' Vocabolari italiani. Nel 1825 diede alla luce una Introdìizione alla Grammatica ita- liana per ìiso della classe seconda delle scuole elementari: facile ma elementarissima esposizione accompagnata da tavole sinot- tiche e da un Modello d'interrogazione per uso de' maestri che suo insegnamento, resta sempre vero quel che il De Sanctis ebbe ad osservare e altri a ripetere, che il Puoti « con l'amore e la cura della lingua destava il sentimento nazionale in tutta la gioventù che fece poi il '48, il '49, il '60» Saggi critici, Napoli, 1881, p. 511. Il viceversa era vero per i discepoli, se non pei maestri). — L. Brenna, Elementi di ortografia, Treviso, 1833. — L. Guastaveglie, Compendio di gram- matica italiana, Perugia, 1840 (È, per dichiarazione stessa dell'a., un rimaneggiamento del Compendio del Chinassi di poco anteriore). — A. — — — Fecia, Aiittarello a parlare faìnigliarmente G. D. italiano, Biella, 1843. Camandona, Saggio di grammatica italiana, Torino, 1845. L. E. L. Gravanati, Grammatica della lingua italiana, Cremona, 1850. Mannucci, Grammatica, Città di Castello, 1865. — M. Melga, Nuova grammatica italiana compilata su le opere de' migliori filologi antichi e moderni, Napoli, 1863 e 1890. (Cfr. Il Borghini, I, 4, p. 253 sg., e Rodino, Osservazioni sulle prime pagine della grammatica del Melga, in forma di lettera all'a., del 25 giugno '60, in Opuscoli, Na- poli, 1870, di cui fan parte anche le Osservazioni sopra il Vocabolario dell' Ugolini delle parole e modi errati). — Una lodata e più volte ri- stampata Grammatichetta compilò sulle tracce di quella del Puoti l'ora nonagenario Crescentino Giannini, sul quale v. C. Trabalza, C. G. in La Favilla, fase. IV-V, agosto 1903 (Estr., Perugia, 1903). La Riforma dell'Ortografia in Alcuni scritti, voi. I, Milano, 1846. — Il Cattaneo era naturalmente disposto a seguire il sistema grafico etimologico del Gherardini dalla propria dottrina filosofica sul linguaggio, intorno a cui è da vedere ora un'acuta pagina del Gen- tile, La filosofia, in Ltalia dopo il 1850, III. I positivisti, 1. Le origini: Carlo Cattaneo (1801-69), in La Critica, VI, pp. 115-6. 500 Storia della Grammatica vogliano assicurarsi che i giovani abbiano ben capito. Nel 47 uscì a Milano la più importante delle tre òpere principali, cioèl' Appendice alle Grammatiche italiane, immensa raccolta, nella sua parte non apologetica e polemistica, di singole, innumerevoli osservazioni grammaticali, che o correggono o accrescono il monio della nostra vecchio patri- grammatica. Dopo 1' avvertenza, in cui trova modo di pigliarsela con un Don Basilio Puoti autore d'un Di- zionario de' francesismi, consacra la prima parte (pp. 1-92) al- l'apologia del suo sistema lessigranco con gli argomenti che i lettori ben conoscono (') ; nella seconda, la più lunga (pp. 92-444) svolge l'appendice (che appendice!) alla grammatica; nel resto chiarisce alcuni Dubj (p. 537 sgg.) proposti al compilatore e dà altri Avvertimenti lessigrafici (p. 621 sgg.) con Aggiunte. Son tutti problemi che riguardano l'uso e la forma di particolari voci o i il giro d'un costrutto. Nessun principio nuovo, s'intende; anzi vecchi principi a sono rimessi a nuovo con qualche velleità di arguzia e di eleganza : p. es., paragona l'ellissi, la famosa ellissi, « Poppea, la quale, andando velata, facéa sì che la sua beltà fosse aggrandita dalla incitata imaginativa de' riguardanti » (p, 327): né sempre dà la spiegazione giusta. Il passo boccaccesco (IX, 1) che vedemmo male spianato anche dal Cinonio, — non ne dovess'io dì certo morire, che io non me ne metta a fare ciò che promesso V ho, — è così dichiarato dal Gherardini : Non rimarrà che io mi metta a fare ciò che le ho promesso, se anche dì certo io ne dovessi morire: che non è vero. Questi sforzi, peraltro, di tutti i grammatici ed esegeti per sostituire la locuzione o co- struzione rigorosamente grammaticale a certe irregolari espres- sioni, anche quando e sembrino aver ottenuto lo scopo, cozzano irremissibilmente contro la muraglia cinese dell'impossibilità della sostituzione, confermano sempre meglio l'insostenibilità della precettistica grammaticale. Da che, se non da questo carattere della grammatica, derivano tutte le secolari diatribe circa l'in- terpretazione di singoli passi, di singoli costrutti, di singoli signi- ficati, circa il riconoscimento di determinate grafie, che abbiam visto rinnovarsi di età in età? Nel corpo della nostra gramma- tica ci sono parecchi tinuamente, in modo temi che sono ripresi in discussione con- che noi vediamo, p.es., un ottocentista ancora ('; Cfr. Zambaldi, op. cit., p. 25 sgg. Capitolo quindicesimo 501 rimproverare al Bembo o al Buonmattei una certa formula. Mi- Mirando ognuno la frammentaria espressione non col resto del- l'opera d'arte di cui è una ticale che si contempla molecola, ma coll'archetipo gramma- nella nostra mente, è naturale che l'accordo il più spesso manchi e che le discussioni grammaticali si rinno- vino di continuo anche da persone colte, da artisti provetti che non sieno riusciti a liberarsi completamente dall'ereditario quanto servile ossequio all'impotente ma riveritissima dea. Ma il mol- tiplicarsi di tali discussioni è anche un mezzo potentissimo alla dissoluzione della grammatica: e il Gherardini con un gigan- tesco volume di Appendice alla Grammatica italiana, dimostrando col fatto la dilatabilità del corpo della grammatica, ne affretta del pari la morte. Egli è il Salviati dell'Ottocento: minuto, ana- lizzatore come lui, come maticale e esegetico, lui riassuntore d'un lungo lavorìo gram- sviluppa come lui all'infinito le particolarità lessicografiche, ortografiche e sintattiche della lingua, capovol- gendo cosi i cardini della grammatica, che sono le regole, e sostituendoli con l'eccezioni. Di modo che l'opera sua finale piuttosto che una grammatica è un immenso materiale da costru- zione, ma per costruirvi un edificio bizzarro dove tutti i pezzi meccanici adoperati dai singoli scrittori o da gruppi di scrittori sono ammucchiati e che non può aver mai né fine né unità. All' 'Appendice seguirono, nel 1849, la Lessigrafia italiana che rappresenta la forma definitiva del suo sistema ortografico, e negli anni 1852-7 le Voci e Maniere di dire additate ai futuri Vocabolaristi . Proprio l'opposto dell' Appendice gherardiniana per condotta e architettura, benché ispirate ai medesimi principi, sono le Re- gole eleì7ientari della lingua italiana che il napoletano Basilio Puoti (1782-1847) pubblicò la prima volta nel 1S33 : la più dif- fusa e nota e fors' anche efficace delle molte sue opere con le quali intese a integrare il suo altrettanto ben noto e efficace in- segnamento, che impartì laresche entusiaste e in modo così simpatico in Napoli a sco- intelligenti a cui furono ascritti uomini quali il De Sanctis, il De Meis, ed altri famosi. Oratore nelle esequie di Giordano de' Bianchi, marchese di Montrone (presso Bari, 1775-1846), che a lui consegnò i suoi scritti da stampare, disse « che lo piangeva come maestro, e ben rammentò come egli, discepolo, andasse cercando che frut- tasse nel Mezzogiorno d' Italia quella nobile confederazione, come 502 Storia della Grammatica la chiamò, che in Bologna aveva stretta il De Bianchi col Sa- violi ; di cui aveva cantato nel Peplo, col Marchetti, col Costa, con lo Schiassi, con G. B. Giusti, con lo Strocchi, col Gior- dani : preziosa testimonianza per la storia del Classicismo e del Purismo sceso dall' Italia centrale nel Mezzogiorno » (l). Dei ca- ratteri del purismo corre che qui del Puoti e del suo insegnamento non oc- ripetiamo quanto ormai è ben noto. Basta che di- ciamo qualcosa della sua Grammatica (:), alla quale, come di- chiarò egli stesso nella prefazione all'ottava edizione napoletana, collaborarono de' suoi allievi principalmente il De Sanctis e il Rodino, Melga e Fabbricatore e che bastò a parecchie genera- zioni non del solo Mezzogiorno come lo provano i dodicimila esemplari che gli editori della ristampa della dodicesima edizione livornese (1850) dicevano essersi esauriti in diverse edizioni fatte in Toscana, in Parma e in Napoli : grammatica che il Puoti cir- condò delle cure rando via via più amorevoli e venne correggendo e miglio- in tutte le edizioni che egli stesso curò. A lode del buon senso didattico del Puoti dobbiamo subito ricordare che a lui non sfuggirono le due principali condizioni che sole giustificano nel campo della pratica e rendono utile la grammatica : 1" che essa sia, non maestra dell'arte, ma semplice strumento per lo studio e l'apprendimento delle lingue; 20 che i suoi precetti, perchè riescano veramente utili, siano ravvisati nelle scritture (e additava tra queste come meglio accomodate il Governo della famìglia, V Antologia di prose italiane, i Fatti d" Enea). Come disegno, la grammatica del Puoti è mirabile di sobrietà e di armonia, dati non affatto spregevoli in un libro scolastico. La distribuzione è l'antica (etimologia, sintassi, or- toepia e ortografia), e riflette bene, quasi quanto il contenuto, lo a stato della linguistica d'allora e dell' importanza che si dava certi problemi. Il prevalere dell'etimologia (o, meglio, mor- fologia) e della sintassi, sull'ortoepia e sull'ortografia e il quasi nessun conto fatto della fonetica dimostrano che non si aveva alcuna coscienza del problema storico della lingua e che tutto l'interesse era ancora il puramente formale orettorico: mentre il persistere di questo interesse per la forma e l'uso delle pa- '1 Mazzoni, L'Otl., p. 383. ('•') Napoli, 1841. Capitolo quindicesimo 503 role quali si possono riconoscere negli scrittori pei rispetti della purità e della correttezza fa fede dopo tanto lavorìo grammati- cale, dopo la crisi filosofica della grammatica, che sopravvisse sol- tanto la parte puramente empirica, cessando ogni interesse per quella filologicamente storica, sopravvisse cioè la grammatica spogliata d'ogni elemento filosofico e conoscitivo. A che si do- veva logicamente venire, e il fine e la funzione della gramma- tica non potevan non esser quelli che abbiam visto aver rico- nosciuto il Puoti. Oggi essa non si studia diversamente ne con diverso fine : ed è presumibile che nel futuro si seguiterà a fare altrettanto. E se alcuni resultati della grammatica storica si sono incorporati nella moderna grammatica normativa ed altri ancora vi si includeranno, ciò potrà forse migliorare il metodo di esse e aiutare l'apprendimento, ma come conoscenza, come contenuto conoscitivo, storico, rimarrà sempre estraneo al fine della grammatica, che è quello di condurre all'acquisto della lingua da adoperare per i bisogni pratici, tant'è vero che delle grammatiche per gli stranieri questo elemento conoscitivo è as- solutamente escluso. Pure è facile avvertire nel contenuto specifico della gram- matica del Puoti l' influenza tanto dei precedenti accertamenti della filologia quanto delle tendenze della grammatica filosofica ; com'è naturale che vi sia tenuto conto delle formule trovate dai migliori precedenti grammatici, dal Bembo al Salviati al Citta- dini, dal Buonmattei e dal Cinonio al Corticelli : sicché il Puoti ci appare come un diligente vagliatore di quanto era stato esco- gitato dai grammatici dei vari tempi e indirizzi, un disegnatore sobrio e corretto, un espositore chiaro e temperato che sa bene il suo fine e che ha coscienza de' suoi mezzi e del proprio me- todo, e perciò esibitore d'una materia che passi immediatamente nel cervello de' discepoli, osservabile negli scrittori e applica- bile nelle scritture e nella parola viva, scartata ogni superfluità, ogni suppellettile che rivesta carattere scientifico o conoscitivo. Vedasi, p. es., quanto è rimasto nel Puoti dei trattati cittadi- neschi dellV e dell' in (tinaie ut racwi [ufi id [a unntA rwjVto tn unnwmc- (lunata-turni ; omì cof* #mU' -futre otiti* 1W (rU S{& rn ia .tnoiiA y^Avi ttm e' intende mv.fr ' Ovài ne i n e r L r H > /V 0 t m / ae'.ie it*Hrc' . r* d & C Tav. b fini/ce ' ( ," acromi mmis. tifimi, 4%c' mzwhni tfen^tuj nomi , v/m Utmo - e-tvjmujrci e rum c'i&mwitut; t attrfi cf majiuliiict nSHtri Ufim fi -fmo wdcww. f ' iflfa/l 'in orni nmf ' (rtino l* Mnm* shmltret ffitfto /tifi iti cgr> cdf S^^ significa interrogatione, o af- firmatione, 0 precepto. Adonque doppo l'indicativo monosyllabo, la in- terrogatione si scrive conda per uno in .11. come 5 la prima e terza persona per due n.n . la se- interrogando si dice . Vonne io . vane tu? Vanne colui? Nello Imperativo si scrive la seconda per due .n.n. e dicesi . Vanne . danne. La terza si scrive per uno, e dicesi . siane lui, traggane. Et questi monosyllabi la prima indicativa presente affirmando si scrive per due .n.n. e dicono . fonne . vonne . nonne. Se io 15 sarà el verbo di più syllabe, la interrogatione- et affirmatione si scrive per uno .11. in tutti e tempi, excetto la affirmatione in lo futuro, quale si scrive per due .n.n. come dicendo . porterane tu? porteronne . e questo sino qui detto s'intenda per é singulari però che plurali si scrive quello Non mi . ne . sempre per uno stendo ne gli altri . n . come andiamone. simili usi a questi: tendere é principij d'investigar lo avanzo. E basti quinci in- vitij del favellar in ogni lingua sono o quando s'introducono alle cose nuovi nomi: o, quando gli usitati si adoperano male . ado- peranosi male discordando persone e tempi, come chi dicesse . tu hieri 20 25 andaremo alla mercati . et adoperanosi male usandogli in altro signi- ficato alieno come chi dice processione prò possessione. Introduconsi nuovi nomi o in tutto alieni et incogniti o in qualunque parte mutati. Alieni sono in Toscana più nomi barberi, lasciativi da gente Ger- mana, quale più tempo milito in Italia, come helm . vulase . faceman . bandier . e simili. In qualche parte mutati, saranno quando alle dictioni s'agiugnera o minuira qualche lettera, come chi patre, e maire prò matre. Et dicesse, mutati saranno come plubica prò Republica, et occusfato prò chi paire, prò dicesse offuscato . e quando Rej si pò- nesse una lettera per un'altra . come chi dicesse, aldisco prò ardisco, inimisi prò inimici. 30 Molto studia la lingua Toscana d'essere breve et expedita ; e per questo scorre non raro in qualche nuova figura, qual sente di vitio, ma questi vitij in alcune ditioni e prolationi rendono la lingua più apta : come chi diminuendo dice, spirto prò spinto, e maxime l'ultima vocale, e dice papi et . Zanobi prò Zanobio ; credon far quel breve onde 35 s'usa che a tutti gl'imfiniti quando loro segue alchuno pronome in .i. allhora si getta l'ultima vocale, e dicesi farti, amarvi . starci . etc. E mutando lettere dicono . mie prò mio e mia: chieggo prò chiedo, 34. Breve: cod. bv, opp. bu. e. n A e. 12 b 548 Regole della lingua fiorentina paio prò paro . inchiuso prò incluso . chiave prò clave . e aggiugnendo dice . Vuole prò vole, schuola prò scola, cielo prò celo, e, in tutto troncando le dictioni dice vi prò quivi e similiter stievi prò stia ivi. =)|= Se questo nostro opuscolo sarà tanto grato a chi mi leggerà, quanto fu laborioso a me el congettarlo, certo mi dilecterà averlo prò- mulgato, tanto quanto mi dilettava investigare e raccorre queste cose a 5 mio iuditio degne e da pregiarle. Laudo Dio che in la nostra lingua habbiamo nomai é primi prin- cipij ; di quello ch'io al tutto mi disfidava potere assequire. Cittadini miei, pregovi, se presso di voj hanno luogo le mie fa- 10 tighe, habbiate a grado questo animo mio, cupido di la patria nostra: Et insieme piacciavi emendarmi più che biasimarmi se in honorare parte alchuna ci vedete errore. Finis Sumptum ex Bibliotheca .L. medices . Romée anno humanatj Dei 1508. Decembris ultima exactum.
Friday, December 13, 2024
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