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Friday, December 13, 2024

Trabalza

 zione ecc. « Nel dire il frutto del ciliegio posto iti tal luogo piace 

molto  al  figlio  di  Cajo,  s'io  avessi  due  parole  o  segni  proprii  ed 
esclusivi,  p.  es.,  A  pel  soggetto  tutto,  e  B,  per  l'attributo  intero 
(poiché  non  si  hanno  da  comparare,  che  due  sole  idee),  come 
diverrebbe  comodo  il  dire  soltanto  A-D!  Ma  che  spaventoso 
numero  di  segni  ci  abbisognerebbe!  »  (p.   117). 

Qui  sorge  la  teoria  dei  rapporti  grammaticali  (  il  rapporto 
vero  è  uno  solo,  il  logico,  quello  con  cui  si  comparano  le  due 
sole  idee  che  entrano  nella  proposizione),  con  la  quale  si  spie- 
gano, olte  le  categorie,  tutte  le  innumerevoli  accidentalità  gram- 
maticali, ossia  le  modificazioni  delle  parole  utili  a  sempre  più 
circoscrivere  e  individuare  i  nostri  giudizi,  pe'  quali,  al  solito, 
mancano  gli  unici  termini  propri  che  li  significherebbero  alla 
spiccia  con  somma  nostra  gioia  e  comodità.  La  preposizione  e 
l'avverbio  sono  riduzioni  di  qualità  accessorie:  le  congiunzioni 
sono  le  preposizioni  delle  congiunzioni,  anch'esse  dunque  ridu- 
zioni di  attributi. 

Quanto  abbiamo  fin  qui  esposto,  ci  sembra  sufficiente  a  ca- 
ratterizzare la  dottrina  di  questa  Grammatica  ideologica  senza 
entrare  nelle  particolari  trattazioni  delle  singole  categorie  gram- 
maticali e  sintattiche.  Quanto  sia  povera  e  insufficiente  a  spie- 
gare il  superbo  miracolo  del  linguaggio,  ognun  vede  facilmente 
senza  che  noi  commentiamo  di  più.  Non  è  nostro  scopo  far  la 
critica  dei  sistemi  filosofici  su  cui  si  costruirono  le  varie  gram- 
matiche: ci  basta  solo  mostrare  la  relazione  di  questi  con  quelli. 
Ma  non  possiamo  non  meravigliarci  della  simpatia  che  il  sensismo 
condillachiano  ha  goduto  tra  noi  per  tanto  tempo  specie  come 
fondamento  alle  teorie  sul  linguaggio  e  alle  arti  del  pensare,  del 
dire,  alle  grammatiche,  che  l'abbia  goduta  ancora  dopo  che  Gu- 
glielmo di  Humboldt  ebbe  speculato  sul  linguaggio  con  tanto 
acume  e  genialità,  n'ebbe  finalmente  fissata,  pur  tra  incertezze 
e  confusioni  che  ne  dovevano  mantener  insoluto  il  problema, 
la  natura  tutta  e  solamente  spirituale  nella  sua  infinita  ricchezza. 
Col  sensismo  della  nostra  Grammatica  ideologica  quest'alta  fun- 
zione del  nostro  spirito,  anzi  la  vita  stessa  del  nostro  spirito  si 
ridurrebbe  a  un  semplice  meccanismo,  straordinariamente  ricco 
di  nomi  ma  poverissimo  di  movimenti,  che  la  natura  esteriore 
manderebbe,  a  suo  bene  placito,  fornito  solo  di  piacere  e  di  do- 
lore, «  i  due  grandi  custodi  del  nostro  essere  »  (p.  13).  E  dire 
che  l'autore,   fra  i  nomi  di  Condillac,  Tracy,  Court  de  Gebelin, 


462  Storia  della  Grammatica 

Cousin  e  simili,  cita  parecchie  volte  quello  di  Giambattista  Vico! 
Il  che  conferma  quello  che  osservò  già  l'autore  del  Rapporto  del 
1809  da  noi  citato,  che  cioè  la  dottrina  del  Vico  compresa  e  ac- 
cettata in  alcune  particolari  applicazioni  rimase  oscura  nella  sua 
essenza  ('),  e  conferma  ancora  una  volta  lo  strano  miscuglio  che 
ne  fecero  col  sensismo  i  nostri  enciclopedisti.  Quali  utilità  al- 
l'apprendimento della  lingua  poteva  venire  da  siffatte  gramma- 
tiche, dove,  pure  in  tanto  analizzare,  l'osservazione  del  lettore 
non  è  mai  richiamata  neppure  sulle  particolari  funzioni  logiche 
dei  fatti  grammaticali,  come  invece  vedemmo  fare  egregiamente 
al  Du  Marsais  ? 

Col  quale  si  rannoda  per  la  parte  teorica,  e  non  per  queste 
felici  applicazioni,  l'ab.  Francesco  Corradini,  che  nel  1852  volle 
darci,  quasi  a  chiuder  la  serie  non  ingloriosamente,  un  Com- 
pendio  della  grammatica  generale  filosofica  ('). 

Questo  Compendio  ha  il  pregio  della  chiarezza  assoluta,  ac- 
coppiata con  la  più  scrupolosa  coerenza  nella  più  rapida  e  con- 
cisa brevità  (52  pagine).  Gli  autori  di  cui  l'A.  dichiara  d'essersi 
giovato  sono:  Sanctio,  Minerva,  Burnouf,  Methode pour  étudier  la 
langve  greque,  id.  latine,  Prompsault,  G ramni,  rais.  d.  la  langne 
latine,  Régnier,  Le  jardin  de  racines  greques,  Gaspare  Selvaggi, 
Grammatica  generale  filosofica,  la  Grammatica  di  Portoreale, 
Beauzée,  Gramm.  gén.,  gli  articoli  relativi  dell'Enciclopedia  fran- 
cese (cioè  Du  Marsais,  e  i  suoi  successori). 

Definisce  la  teoria  della  grammatica  generale  la  «  scienza 
delle  forme  integrali  d'ogni  lingua  ».  Ne  definisce  il  carattere, 
la  possibilità,  l'oggetto,  il  fine,  l'utilità.  Una  delle  prove  della 
possibilità  la  deduce  dalle  traduzioni,  che  dimostrano  un  comune 
procedimento  del  pensiero  umano,  l'uniformità  de'  nostri  pen- 
sieri. Gli  elementi  son  due:  il  materiale  e  il  rappresentativo: 
in  mater,  m  r  l,   ma,  ter,    l'accento  sull'a,  sono  il  materiale,  la 


(')  Gentile,  op.  cit.,  p.  136. 

(2)  Padova,  coi  tipi  del  Seminario.  —  Non  dico  che  questa  sia 
assolutamente  l'ultima,  né  che  gli  effetti  delle  grammatiche  generali  si 
spegnessero  nell'insegnamento  dopo  la  prima  metà  del  sec.  XIX. 
Grammatiche  filosofiche  si  scrivono  anche  oggi,  e  noi  nelle  scuole 
facemmo  tutti,  chi  più  chi  meno,  parecchie  indigestioni  di  analisi 
logica  e  grammaticale  ! 


Capitolo  quattordicesimo  463 


nozione  di  madre  è  il  rappresentativo.  La  grammatica  generale 
filosofica  si  appoggia  bensì  alla  logica  pura,  ma  è  propriamente 
una  parte  della  logica  applicata.  La  logica  applicata  considera 
il  pensiero  nelle  sue  condizioni  empiriche  :  la  condizione  empi- 
rica universale  del  pensiero  è  la  cognizione  ;  si  ha  cognizione 
d'un  oggetto,  quando  è  determinato;  la  determinazione  si  compie 
nelle  quattro  supreme  classi  o  categorie,  quantità,  qualità,  re- 
lazione, modalità.  Il  discorso  deve  dunque  soddisfare  anche  a 
queste  esigenze  del  pensiero:  esse  costituiscono  le  varie  modi- 
ficazioni dei  termini  e  delle  parti  del  discorso  ;  esse  pure  devon 
esser  oggetto  d'una  grammatica  generale  filosofica.  Tien  conto 
anche  delle  condizioni  empiriche  dell'uomo  parlante:  lo  stato 
della  società,  l'affetto  e  la  passione  che  lo  domina,  l'impeto  istin- 
tivo di  uguagliar  col  discorso  la  celerità  del  pensiero,  le  cre- 
denze religiose  ecc.  In  conclusione:  nella  parola  sono  da  con- 
siderare due  elementi,  il  materiale  e  il  rappresentativo;  il  primo 
si  appoggia  alla  natura  dell'organo  vocale,  il  secondo  alla  natura 
del  pensiero.  L'elemento  materiale  comprende  i  suoni  vocali  e 
consonanti,  l'aggruppamento  de'  suoni  cioè  le  sillabe  e  le  pa- 
role, e  le  modificazioni  derivate  da  questo  aggruppamento  cioè 
l'accento  e  la  quantità.  L'elemento  rappresentativo  appoggiato 
alla  natura  del  pensiero  deve  somministrare  i  mezzi  tanto  per  espri- 
mere le  tre  funzioni  concetti,  giudizio,  raziocinio ,  quanto  per  deter- 
minare ciascheduna  di  queste  tre  nelle  quattro  categorie  di  qua- 
lità, quantità,  relazione,  modalità.  I  nomi  sostantivi  ed  aggettivi 
esprimono  i  concetti,  i  verbi,  i  giudizi,  la  sintassi,  le  congiun- 
zioni e  la  costruzione  esprimono  il  raziocinio  in  quanto  consta 
di  più  giudizi  legati  fra  loro.  I  numeri  ne'  sostantivi  e  gli  ag- 
gettivi di  estensione  determinano  la  quantità,  i  generi  ne'  so- 
stantivi, gli  aggettivi  di  comprensione  e  gli  avverbi  determi- 
nano la  qualità,  le  preposizioni  o  i  casi  ed  i  verbi  le  relazioni, 
i  modi,  le  modalità  (§  50).  È  insomma  la  logica  distillata  pel 
filtro  grammaticale:  di  linguaggio  effettivo  qui  non  si  ha  più 
traccia  :  s'è  sistemato  tutto  lo  schemario  delle  categorie  logico- 
grammaticali,  ma  il  contenuto  è  caduto  per  la  strada.  Dal  Du 
Marsais  al  Corradini,  a  traverso  interpretazioni  varie  più  o  meno 
elevate,  a  rimaneggiamenti  e  riduzioni  elementari,  la  grammatica 
generale,  oltre  a  perdere,  in  Italia,  tono  e  carattere  filosofico 
in  una  elaborazione  quasi  sempre  meschina  e  grossolana,  veniva 
sempre  più  separando  il  linguaggio  effettivo  dagli  schemi  gram- 


464 


Storia  della  Grammatica 


maticali  che  si  erano  ottenuti  studiandolo  sia  direttamente,  sia  dal 
punto  di  vista  esclusivamente  intellettuale,  e  a  questi  assegnando 
valore  di  formula  e  di  legge,  ma  privandola  d'un  oggetto  con- 
creto a  cui  applicarsi.  Un  processo  di  degenerazione.  La  scienza 
del  linguaggio  progrediva,  ma  seguendo  altre  correnti  e  bat- 
tendo altre  vie. 


CAPITOLO   XV 


La  crisi  della  grammatica  logica. 

Il  ritorno  alla  grammatica  empirica  e  storica. 

La  moderna  critica  della  grammatica. 

(F.  De  Sanctis  -  11  Cesari  e  il  Puoti  -  A.  Manzoni). 

I. 

La  crisi  della  grammatica  ragionata  in  Italia  non  poteva 
mancare  :  e  fu  veramente  risolutiva  :  di  grammatica  ragionata  si 
finì,  dopo  una  colluvie  di  aride  o  elementari  produzioni  di  epi- 
goni ritardatari,  col  non  parlarne  più,  e  di  essa  non  restarono 
tracce  che  nelle  esercitazioni  scolastiche  di  analisi  logiche  e  gram- 
maticali ancora  in  uso  nelle  nostre  scuole  e  sulle  quali  talvolta 
rispunta  come  fungo  qualche  compendio  di  grammatica  logica  ri- 
vestito di  pompa  scientifica.  La  crisi  fu  determinata  da  un  du- 
plice ordine  di  fatti,  tra  i  quali  non  so  se  veramente  corra  un'in- 
tima relazione  :  l'uno  che  riguarda  direttamente  il  corpo,  dirò 
così,  della  grammatica  ragionata,  e  fu  il  non  difficile  né  tardivo 
avvertire  in  esso  un  vuoto  sostanziale  e  perciò  tutta  la  sua  in- 
fecondità sotto  ogni  rispetto,  scientifico  e  didattico  (')  ;  l'altro 
che  si  riferisce  allo  stato  in  che  venne  a  trovarsi  la  lingua  ita- 
liana sotto  la  bufera  dell'enciclopedismo,  e  fu  la  naturale  quanto 
però  antifilosofica  reazione    al    francesismo,  che    doveva    richia- 


(')  Matteo  Borsa,  nella  Dissertazione  del  presente  decadimento 
della  lingua  in  Italia,  Mantova,  1785  (l'anno  in  cui  fu  pubbl.  il  Saggio 
del  Cesarotti)  già  incolpava  appunto  di  quel  decadimento  il  neologismo 
francese  e  il  filosofismo  enciclopedico. 


C.  Trabalza. 


466  Storia  della  Grammatica 

mare,  come  facile  conseguenza  di  una  premessa  sbagliata,  alla 
religiosa  osservanza,  alla  maniaca  adorazione  degli  antichi  i  pu- 
risti inorriditi  al  novissimo  strazio  d'Italia. 

Le  vicende  di  questa  crisi  si  possono  molto  chiaramente  os- 
servare, da  una  parte,  in  quel  che  accadde  al  De  Sanctis  sco- 
laro e  cooperatore  del  Puoti,  e  che  egli  narra  non  senza  il  lume 
d'una  critica  sempre  nuova  e  originale  e  acuta,  anche  se,  come 
in  questo  caso,  non  definitivamente  superatrice  :  dall'altra,  nella 
critica  e  nella  pratica  di  Alessandro  Manzoni,  che  con  stringenti 
argomenti  colpi  a  morte  la  grammatica  ragionata,  sebbene  non 
movesse  da  un  punto  di  vista  estetico. 

Francesco  De  Sanctis  (1817-1883),  quando  accorse  alla  scuola 
di  Basilio  Puoti  ('),  aveva  già  compiuto  gli  studi  di  grammatica, 
rettorica  e  filosofia,  che  oggi  corrispondono  al  ginnasio  e  al  liceo, 
e  avea  diciassette  anni,  i  primi  (ginnasio,  cinque  anni)  sotto  suo 
zio  Carlo,  i  secondi  (liceo,  tre  anni)  sotto  l'ab.  Fazzini,  non  aven- 
dolo voluto  ricevere  i  Gesuiti  per  la  sua  impreparazione.  «  Un 
grand 'esercizio  di  memoria  era  in  quella  scuola  [dello  zio,  1826- 
1830],  dovendo  ficcarci  in  mente  i  versetti  del  Portoreale  [che 
s'imparava  in  certi  suoi  manoscritti,  come  le  antichità  e  la  cro- 
nologia], la  grammatica  del  Soave,  la  rettorica  del  Falconieri, 
le  storie  del  Goldsmith,  la  Gerusalemme  del  Tasso,  le  ariette 
del  Metastasio  »  (').  Alla  fine  del  corso  «scrivevo  l'italiano  con 
uno  stile  pomposo  e  rettorico,  un  italiano  corrente,  mezzo  fran- 
cese, a  modo  del  Beccaria  e  del  Cesarotti,  ch'erano  i  miei  fa- 
voriti »(')•  «  La  scuola  dell'abate  Lorenzo  Fazzini  era  quello  che 
oggi  direbbesi  un  liceo.  Vi  s' insegnava  filosofia,  fisica  e  mate- 
matica. Il  Corso  durava  tre  anni,  e  si  poteva  anche  fare  in  due. 
Quell'era  l'età  dell'oro  del  libero  insegnamento.  Un  uomo  di 
qualche  dottrina  cominciava  la  sua  carriera  aprendo  una  scuola. 


(')  La  scuola  del  Puoti,  su  cui  è  stata  scritta  recentemente  una 
degna  monografia  da  un  discepolo  di  Giulio  Salvadori  (Dott.  N.  Ca- 
raffa, Basilio  Puoti  e  la  sua  scuola,  Girgenti,  1906),  si  svolse  in  tre 
periodi:  il  primo  dal  1825  al  '30;  il  secondo  dal  '30  al  '36;  il  terzo, 
dopo  due  anni  d'interruzione  causata  dalla  pestilenza  scoppiata  a  Na- 
poli nel  '37,  dal  '39  in  poi. 

(?)  La  giovinezza  di  Francesco  de  Sanctis  -  Frammento  autobio- 
grafico pubblicato  «fo  Pasquale  Villari  ;  Napoli,  1899,  p.  7. 

(8)  Op.  cit.,  p.  14 


Capitolo  quindicesimo  467 


I  seminari  erano  scuole  di  latino  e  di  filosofia,  le  scuole  del  go- 
verno erano  affidate  a  frati,  la  forma  dell'  insegnamento  era  an- 
cora scolastica.  Rettorica  e  filosofia  erano  scritte  in  quel  latino 
convenzionale  ch'era  proprio  degli  scolastici.  Le  scienze  vi  erano 
trascurate,  e  anche  la  lingua  nazionale.  Nondimeno  un  po'  di 
secolo  decimottavo  era  pur  penetrato  fra  quelle  tenebre  teolo- 
giche, e  con  curioso  innesto,  vedevi  andare  a  braccetto  il  sen- 
sismo e  lo  scolasticismo.  Nelle  scuole  della  capitale  v'era  maggior 
progresso  negli  studi.  Il  latino  passava  di  moda  ;  si  scriveva  di 
cose  scolastiche  in  un  italiano  scorretto,  ma  chiaro  e  facile.  Gli 
autori  erano  quasi  tutti  abati,  come  l'abate  Genovesi,  il  padre 
Soave,  l'abate  Troise.  Allora  era  in  molta  voga  l'abate  Fazzini. 
Questo  prete  elegante,  che  aveva  smesso  sottana  e  collare,  ve- 
stiva in  abito  e  cravatta  nera,  era  un  sensista  del  secolo  passato  ; 
ma  pretendeva  conciliare  quelle  dottrine  coi  principii  religiosi  »('). 
Accanto  alla  scuola,  per  chi  aveva  voglia  d' imparare,  c'era  na- 
turalmente la  biblioteca.  «  Corsi  alla  biblioteca  e  mi  ci  seppellii. 
Passavano  dinanzi  a  me  come  una  fantasmagoria  Locke,  Con- 
dillac,  Tracy,  Elvezio,  Bonnet,  La  Mettrie...  Mi  ricordo  ancora 
quella  statua  di  Bonnet,  che  a  poco  a  poco,  per  mezzo  dei  sensi 
acquistava  tutte  le  conoscenze Il  professore  diceva  che  il  sen- 
sismo era  una  cosa  buona  sino  a  Condillac,  ma  non  bisognava 
andare  sino  a  La  Mettrie  e  ad  Elvezio.  Ragione  per  cui  ci  an- 
davo io  con  l'amara  voluttà  della  cosa  proibita »(").  Compiuti 
così  gli  studi  letterari  e  filosofici,  «  avvezzo  a  una  vita  interiore, 
avevo  pochissimo  gusto  per  i  fatti  materiali,  e  badavo  più  alle 
relazioni  tra  le  cose,  che  alla  conoscenza  delle  cose.  La  scuola 
ci  aveva  non  piccola  parte,  perchè  era  scuola  di  forme  e  non  di 
cose,  e  si  attendeva  più  ad  imparare  le  parole  e  le  argomenta- 
zioni, che  le  cose  a  cui  si  riferivano  »(3).   Ma  «si  avvicinava  il 


(')  Op.  cit.,  pp.  28-9. 

(2)  Op.  cit.,  p.  30  e  31. 

(3)  Op.  cit.,  p.  37.  —  Aveva  già  conosciuti  altri  filosofi,  natural- 
mente. «Il  professore  fece  una  brillante  lezione  sull'armonia  presta- 
bilita di  Leibnizio.   E  questo    Leibnizio  divenne    il    mio    filosofo E 

come  l'una  cosa  tira  l'altra,  Leibnizio  mi  fu  occasione  a  leggere  Car- 
tesio, Spinoza,  Malebranche,  Pascal,  libri  divorati  tutti  e  poco  digeriti. 
Questo  era  il  mio  corredo  di  erudizione  filosofica  verso  la  fine  del- 
l'anno scolastico,  quando  zio  ci  diceva:  Ora  bisogna  cercarvi  un 
maestro  di  legge.  Si  batteva  già  alle  porte  dell'Università».  Op. 
cit.,  p.  40. 


468  Storia  delia  Grammatica 


tempo  in  cui  il  sensismo,  male  accordato  col  movimento  reli- 
gioso del  secolo,  doveva  cedere  il  passo  a  nuova  filosofia Si 

annunziava  al  mio  spirito  un  nuovo  orizzonte  filosofico  ;  mi  bol- 
livano in  capo  nuovi  libri  e  nuovi  studi.  Si  apparecchiavano  i 
tempi  di  Pasquale  Galluppi  e  dall'abate  Ottavio  Colecchi,  de' 
quali  l'uno  volgarizzava  David  Hume  e  Adamo  Smith,  e  l'altro, 
ch'era  per  giunta  un  gran  matematico,  volgarizzava  Emanuele 
Kant.   Lorenzo  Fazzini  era  caduto  di  moda  »  ('). 

Per  questi  insegnamenti  e  in  queste  condizioni  intellettuali 
il  De  Sanctis,  invano  iniziati  gli  studi  di  legge,  passava  alla 
scuola  del  marchese  (secondo  periodo). 

Fu  proprio  di  questi  tempi  che  la  grammatica  del  sensismo 
condillachiano,  che  vedemmo  trionfare  concentrata  in  estratti 
per  gli  stomachi  degli  scolaretti  italiani,  si  veniva  a  trovare  a 
fronte  di  due  ben  forti  e  agguerriti  avversari,  il  kantismo  e  il 
purismo. 

Questo,  dalla  restaurazione  linguistica  del  padre  Cesari,  ini- 
ziata con  la  famosa  dissertazione  del  1809  coronata  dall'Acca- 
demia livornese,  era  venuto  sempre  più  guadagnando  terreno 
nelle  forme  in  cui  l'aveva  circoscritto  il  Cesari,  nonostante  gli 
attacchi  della  Proposta  monti-perticariana  e  dell'  Antipurismo  tor- 
tiano('),  e  nonostante  l'esempio  pratico  del  romanzo  manzoniano 
in  cui  fin  dalla  prima  sua  edizione  s'  era  voluta  incarnare  tut- 
t'un'altra  dottrina  linguistica  (3).  La  reazione  al  francesismo  fu 
tanto  più  vasta  e  tenace  della  tesi  temperata  del  classicista  Monti 
e  del  modernismo  del  romantico  Manzoni,  quanto  più  compro- 
messa sembrava  la  gloria  d'Italia  nella  dilagante  corruzione  del- 
l'aurea favella  un  dì  sì  onorata.  Ne  furono  rocche  meno  facil- 
mente espugnabili  la  Romagna  e  Napoli  e  organi  di  gran  voce 
alcuni  giornali,  come  la  Biblioteca  di  Milano,  il  Giornale  Arca- 
dico di   Roma  e  la  Rivista  enciclopedica  di  Napoli. 

Ma  tra  i  puristi,  non  per  sola  virtù  di  dottrina,  sì  bene 
anche  per  le  qualità  della  persona  e  i  modi  dell'insegnamento, 
il  più  autorevole,  quegli  che  veramente  esercitò  una  più  vasta 
e  duratura    efficacia   sulle    menti,  sulle   scuole,    sui    metodi,    sui 


(')  Op.  cit.,  pp.  51-2. 

("}  V.  Tkahai.za,  Della  vita  e  delle  opere  di  /•'.  Torti  cit.,  p.  79  sgg. 
L'ha  dimostrato  il  Morandi  ne'  suoi  noti  saggi  sull'unità  della 
liaeua. 


Capitolo  quindicesimo  469 


libri,  fu  il  marchese  Puoti,  maestro,  autore  di  grammatiche  e  di 
arti  del  dire,  annotatore  di  testi  di  lingua,   pedagogista. 

Alla  scuola  del  Puoti,  dice  il  De  Sanctis,  «  lasciai  studi  di 
filosofia  e  di  legge,  e  letture  di  commedie,  di  tragedie  e  di  ro- 
manzi e  di  poesie,  e  mi  gittai  perdutamente  tra  gli  scrittori  del- 
l' aureo  Trecento»^).  «M'era  venuta  la  frenesia  degli  studi  grani- 
maticali.  Avevo  spesso  tra  mano  il  Corticelli,  il  Buonmattei,  il 
Cinonio,  il  Salviati,  il  Bartoli,  il  Salvini,  il  Sanzio,  e  non  so 
quanti  altri  dei  più  ignorati.  M'ero  gittato  anche  sui  Cinque- 
centisti, sempre  avendo  l'occhio  alla  lingua »('). 

Si  trovò  in  quel  tempo  a  dover  sostener  sulle  proprie  spalle 
il  peso  della  scuola  dello  zio.  «  La  sera  andavo  sempre  alla  scuola 
del  Puoti  ;  ma  tutta  la  giornata  era  spesa  a  spiegar  grammati- 
che e  rettoriche  e  autori  latini  e  greci,  a  dettar  temi,  a  correg- 
gere errori  ».  Ma  «  quei  cari  studi  dei  miei  primi  anni  mi  riusci- 
vano acerbi,  non  solo  per  la  fatica,  ma  perche  non  erano  più 
d'accordo  con  la  mia  coscienza.  Quel  Soave,  quel  Falconieri  mi 
facevano  pietà  »(3).  Nelle  classi  superiori  poteva  elevarsi  un  po' 
più.  «  Cominciai  a  fare  osservazioni  sopra  i  sensi  delle  parole, 
sul  nesso  logico  delle  idee,  sulla  espressione  del  sentimento,  sulle 
intenzioni  e  sulle  malizie  dello  scrittore  »(4).  Momenti  più  deli- 
ziosi passava  alla  scuola  del  marchese,  dove  egli  ben  presto  si 
distinse  specie  nelle  cose  della  grammatica,  tanto  da  meritarsi 
l'appellativo  di  grammatico,  e  fu  sollevato  all'onore  di  coadiu- 
vare il  maestro  nell'insegnamento,  quando,  dopo  l'interruzione 
cagionata  dal  colera  (1837),  il  Puoti,  cominciatosi  a  stancare  dei 
novizi,  ne  lasciò  tutta  la  cura  al  De  Sanctis  (').  «Il  marchese 
che  lavorava  a  una  grammatica,  attendeva  pure  alla  pubblica- 
zione di  alcuni  testi  di  lingua  più  a  lui  cari,  come  i  Fatti  d' Enea, 
i  Fioretti  di  S.  Fra?icesco,   le    Vite  dei  Santi  Padri.   Questi  studi 


(')  Op.  cit.,  p.  57. 
f2)  Op.  cit.,  pp.  62-3. 

n  op.  cit,,  p.  75. 

(*)  Op.  cit.,  p.  76. 

(5)  Sulla  scuola  del  De  Sanctis,  v.  le  belle  pagine  del  Cenno  bio- 
grafico di  Nicola  Gaetani-Tamburini  in  De-Sanctis,  Scritti  vari, 
li,  ed.  Croce,  già  cit.  nell' Introduz.,  p.  270  sgg.  —  Di  quella  che  è 
stata  chiamata  la  seconda  scuola  del  De  Sanctis  si  sono  occupati  de- 
gnamente, come  è  noto,  il  Torraca  e  il  Mandalari. 


47°  Storia  della  Grammatica 

di  lingua  s' erano  già  divulgati  nelle  scuole,  e  si  sentiva  il  bi- 
sogno di  grammatica  e  di  libri  di  lettura  pei  giovanetti  »  ('). 
Anche  in  questi  lavori  l'allievo  aiutava  il  maestro.  Di  questo 
tempo  fece  intima  amicizia  con  Enrico  Amante,  che  era  un  in- 
fatuato del  Vico  :  in  una  visita  onde  il  Leopardi  onorò  la  scuola 
del  Puoti,  —  «che  citava  spesso  con  lodi  l'abate  Greco,  autore  di 
una  grammatica,  il  marchese  di  Montrone,  il  Gargallo,  il  padre 
Cesari  e  sopra  tutti  essi  Pietro  Giordani  »  (;)  —  si  sentì  dire  dal 
Poeta  che  «  aveva  molta  disposizione  alla  critica  »  (3).  In  quel- 
l'occasione il  Leopardi,  cui  non  poteva  sfuggire  la  rigidezza  del 
Puoti,  disse  che  «  nelle  cose  della  lingua  si  vuole  andare  molto 
a  rilento,  e  citava  in  prova  il  Torto  e  il  Diritto  del  padre  Bar- 
toli»(4).  Il  Leopardi  disse  anche  che  «l'onde  coli' infinito  non 
gli  pareva  un  peccato  mortale,  a  gran  maraviglia  o  scandalo  di 
tutti  noi.  Il  Marchese  era  affermativo,  imperatorio,  non  pativa 
contraddizioni.  Se  alcuno  di  noi  giovani  si  fosse  arrischiato  a  dir 
cosa  simile,  sarebbe  andato  in  tempesta  ;  ma  il  Conte  parlava 
così  dolce  e  modesto,  ch'egli  non  disse  verbo  »(')•  Gli  è  anche 
che  ormai  quel  rigido,  implacabile  purismo  cominciava  a  dover 
piegare  o  almeno  ad  ammollirsi .  Alla  ripresa  della  scuola 
dopo  il  colera  il  marchese  «  se  n'era  venuto  di  Arienzo,  con 
certi  grossi  quaderni  scritti  di  suo  pugno.  Era  una  specie  di 
nuova  rettorica  immaginata  da  lui,  e  che  egli  battezzò  Arte  dello 
scrivere.  C'era  una  divisione  dei  generi  dello  scrivere,  accom- 
pagnata da  regole  e  da  precetti.  Aristotile,  Cicerone,  Quinti- 
liano, Seneca  erano  la  decorazione.  O  mi  metteranno  alla  ber- 
lina, o  questo  è  assolutamente  un  capolavoro,  così  diceva,  nar- 
rando per  quali  vie  era  giunto  alla  grande  scoperta.  A  quel  tempo 
erano  in  gran  voga  gli  studi  filosofici,  e  il  Marchese,  seguendo 
la  moda,  volle  filosofare  anche  lui,  e  dava  alle  sue  ricerche  un 
aspetto  e  un  rigore  di  logica,  ch'era  veste  e  non  sostanza.  E 
non  gli  sarebbe  mancata  la  berlina  ;  ma  lo  salvò  un  certo  suo 
naturai  buon  senso  »  (")•   Ma  chi  dai  bassi  fondi    della  gramma- 


(■*)  Op. 

cit., 

PP-  94-5 

H  oP. 

cit. 

p.  99. 

(3)  Op. 

cit. 

p.     IDI. 

O  oP. 

cit., 

p.    IOI. 

fr  oP. 

cit. 

p.    IOI. 

n  oP. 

cit. 

p.     131. 

Capitolo  quindicesimo  471 


tica  prendeva  il  volo  filosofico,  fu  il  De  Sanctis,  specie  quando, 
trovandosi  al  sicuro  dallo  sguardo  del  marchese  nella  scuola  pre- 
paratoria, poteva  lasciarsi  trascinar  dal  suo  genio  a  quell'onda  di 
ribellione,  che  avrebbe  fatto  naufragare  il  senno  del  Maestro.  E 
sia  nella  scuola  preparatoria,  che  nelle  lezioni  private  o  nell'in- 
segnamento del  Collegio  militare,  al  quale  nel  1837  fu  assunto 
per  la  stima  che  godeva  presso  il  Puoti,  che  n'era  ispettore,  il 
giovine  Maestro  intese  soprattutto  a  rinnovare  l'insegnamento 
grammaticale  :  ne  uscirono,  con  la  liquidazione  della  grammatica 
ragionata,  un  abbozzo  di  nuova  grammatica  storica  e  filosofica  e 
un  saggio  di  una  storia  dei  grammatici.  «  Quelle  maledette  re- 
gole grammaticali  io  le  ridussi  in  poche,  moltiplicando  le  appli- 
cazioni e  gli  esempi,  e  sempre  lì  sulla  lavagna —  Mi  persuasi 
che  quello  resta  chiaro  e  saldo  nella  memoria,  che  è  ordinato 
sotto  categorie  e  schemi,  logicamente.  Così  nacquero  i  miei 
quadri  grammaticali....  In  pochi  mesi  mi  sbrigai  della  gramma- 
tica, e  capii  che  lo  studio  della  grammatica  così  come  si  suol 
fare,  per  regole,  per  eccezioni  e  per  casi  singoli,  è  una  bestia- 
lità piena  di  fastidio Posi  da  banda  le  analisi  grammaticali  e 

l'analisi  logica,  noiosissime,  e  feci  l'analisi  delle  cose,  a  loro  gu- 
stosissime» (').  Questo  al  Collegio.  Nella  scola  al  Vico  Bisi,  il 
lunedì  e  il  venerdì,  quand'era  solo,  l'insegnamento  grammati- 
cale si  elevava  ancora  di  più.  «  Parecchi  anni  ero  stato  a  leggic- 
chiar grammatiche,  lavorando  intorno  a  quella  di  Basilio  Puoti... 
Così  mi  messi  in  corpo  i  Dialoghi  della  volgar  lingua  di  Pietro 
Bembo...  m'inghiottii  il  Varchi,  il  Fortunio  e  i  sottili  avverti- 
menti del  Salviati  e  la  prosa  dottorale  del  Castelvetro  e  il  Bar- 
toli  e  il  Cinonio  e  l'Amenta  e  il  Sanzio  e  non  so  quanti  altri 
autori,  con  approvazione  del  marchese  Puoti,  il  quale  mi  van- 
tava sopra  tutti  gli  altri  il  Corticelli  e  il  Buonmattei»  (:).  Sec- 
catosi presto  della  parte  riguardante  le  origini  della  lingua  e 
delle  forme  grammaticali,  perchè  non  aveva,  fondamento  sodo,  in- 
fastidito di  quel  pullular  perpetuo  di  regole  e  d' eccezioni,  stordito 
da  tutte  quelle  dissertazioni  sottili  e  cavillose  sulle  parti  del  di- 
scorso e  sulle  forme  grammaticali,  ritornò  ai  suoi  antichi  studi 
di  filosofia  :  «  quei  Salviati  e  quei  Castelvetri   mi    parevano  ad- 


(',  Op.  cit.,  pp.  141-3- 
C)  Op.  cit.,  pp.  157-8. 


472  Storia  della  Grammatica 

dirittura  pigmei  dirimpetto  a  quei  grandi,  mia  delizia  un  giorno 
e  mio  amore.  Perciò  mi  gettai  con  avidità  sopra  i  retori  e  i 
grammatici  del  secolo  decimottavo,  con  un  segreto  che  mi  cre- 
sceva l'appetito,  vedendomi  sempre  addosso  gli  occhi  del  mar- 
chese. Lessi  tutto  il  corso  che  Condillac  aveva  compilato  a  uso 
di  non  so  qual  principe  ereditario.  Studiai  molto  Tracy  e  Du 
Marsais.  //  Marchese,  sapido  dei  miei  studi  MI  perdonò,  a  patto 
che  non  valicassi  i  confini  della  gra?nmatica,  e  m'indicò  un  tale, 
che  ora  non  ricordo,  come  un  buon  scrittore  di  grammatica  ge- 
nerale »(')•  Il  buon  Marchese  fece  anche  di  più:  rivide  le  pro- 
lusioni del  giovine  professore  mettendoci  quello  stampo  tutto  suo 
di  classicità  ideale  C).  «  Le  prime  lezioni  furono  una  storia  della 
grammatica.  In  quei  discorsi  prendo  1'  aria  di  un  novatore, 
e  trovo  che  tutto  va  male,  che  tutto  è  a  rifare.  Ecco  qui  un 
ritratto,  come  mi  venne  in  quei  giorni  sotto  la  penna.  Niuna 
pratica  dell'arte  dello  scrivere;  niuna  cognizione  de'  nobili  scrit- 
tori ;  malvagio  gusto  ;  pensieri  non  italiani  ;  un  predicar  continuo 
purità,  correzione  ;  esempli  contrari  di  barbarismi  ed  errori. 
[Così  la  grammatica  moderna  ricca  di  stranieri  trovati  splendidi 
in  astratto,  ma  nella  pratica  o  falsi  o  di  poco  profitto,  per  di- 
fetto della  parte  storica  molto  è  discapitata  di  quella  perfezione 
in  che  fu  al  cinquecento].  In  malvagio  stato  trovasi  la  sintassi  ; 
squallida  e  incerta  è  l'ortografia  ;  le  regole  del  ben  pronunziare 
dubbiose  e  mal  ferme  ;  niente  di  certo,  niente  di  determinato  in- 
torno alla  dipendenza  de'  tempi,  al  reggimento  delle  congiun- 
zioni; principii  opposti;  opinioni  contrarie  »(')•  Nelle  lezioni  vo- 
leva fare  una  storia  delle  forme  grammaticali  ;  «  ma  al  pensiero 
gigantesco  mal  rispondeva  la  cultura,  attesa  la  mia  scarsa  gre- 
cità e  l'ignoranza  delle  cose  orientali —  Perciò  quella  ideata 
storia  delle  forme  grammaticali,  dopo  vani  tentativi  appresso  a 
Vico  ed  a  Schlegel,  si  ridusse  nei  modesti  confini  di  una  storia 
dei  grammatici  da  me  letti....  Parlai  dei  grammatici  che  tutto 
derivavano  dal  latino.   Poi  venni  a  quelli  che  erano  studiosi  della 


(')  Op.  cit,,  pp.   15S-160. 

(2)  Alcuni  brani  di  essi  furono  pubblicati  ne'  Nuovi  saggi  critici, 
col  titolo  Frammenti  discuoia,  p.  321-37  dell'ed.  di  Napoli,  1903. 

(3)  Op.  cit.,  pp.  161-62.  —  Il  periodo  tra  parentesi  quadre,  che 
qui  è  sostituito  dai  puntini,  l'ho  tratto  da  un  brano  integro  de'  Nuovi 
saggi  critici,  pp.  335. 


Capitolo  quindicesimo  473 


lingua,  copiosi  di  regole  e  d'esempli,  che  moltiplicavano  in  in- 
finito.  Molto  m' intrattenni  snl  Corticelli,  sul  Buonmattei,  sul 
Salviati  e  sul  Bartoli...  Censuravo  quel  moltiplicare  infinito  di 
casi  e  di  regole  che  si  riducevano  in  pochi  principii  ;  quella  tanta 
varietà  di  forme  e  di  significati  (massime  nel  Cinonio),  che  era 
facile  ricondurre  ad  unità.  Facevo  ridere,  pigliando  ad  esempio 
Va,  il  per-,  il  da,  irti  di  sensi  e  che  pur  non  avevano  che  un  senso 
solo.  La  mia  attenzione  andava  dalle  forme  al  contenuto,  dalle 
parole  alle  idee;  sicché,  sotto  a  quelle  apparenze  grammaticali, 
variabili  e  contraddittorie,  io  vedeva  una  logica  animata,  e  tutto 
metteva  a  posto,  in  tutto  discerneva  il  regolare  e  il  ragionevole, 
non  ammettendo  eccezioni  e  non  ripieni  e  non  casi  arbitrari.  Con 
questa  tendenza  filosofica,  corroborata  da  studi  vecchi  e  nuovi, 
io  conciavo  pel  di  delle  feste  i  Cinquecentisti,  e  facevo  lucere 
innanzi  alla  gioventù  uno  schema  di  grammatica  filosofica  e  me- 
todica, quale  appariva  negli  scrittori  francesi.  Dicevo  che  co- 
storo erano  eccellenti  nell'analisi  delle  forme  grammaticali,  ri- 
salendo alle  forme  semplici  e  primitive  :  così  amo  vuol  dire  io 
sono  amante.  La  ellissi  era  posta  da  loro  come  base  di  tutte  le 
forme  di  una  grammatica  generale.  Questo  non  mi  contentava 
che  a  mezzo.  Io  sosteneva  che  quella  decomposizione  di  amo 
in  sono  amante  m'incadaveriva  la  parola,  le  sottraeva  tutto  quel 
moto  che  veniva  dalla  volontà  in  atto.  I  giovani  sentivano  quei 
giudizi  acuti  con  raccoglimento,  e  mi  credevano  in  tutta  buona 
fede  quell'uno  che  doveva  oscurare  i  francesi  e  irradiare  l' Italia 
di  una  scienza  nuova.  E  in  verità  io  sosteneva  che  la  gramma- 
tica non  era  solo  un'arte,  ma  ch'era  principalmente  una  scienza: 
era  e  doveva  essere.  Questa  scienza  della  grammatica,  malgrado 
le  tante  grammatiche  ragionate  e  filosofiche,  era  per  me  ancora 
un  di  là  da  venire.  Quel  ragionato  appiccicato  alle  grammatiche 
era  una  protesta  contro  la  pedanteria  passata,  e  voleva  dire  che 
non  bastava  dare  le  regole  ma  che  di  ciascuna  regola  bisognava 
dare  i  motivi  e  le  ragioni.  Paragonavo  i  grammatici  o  accoz- 
zatori  di  regole  agli  articolisti,  che  credevano  di  sapere  il  Co- 
dice, perchè  si  ficcavano  in  capo  gli  articoli,  parola  per  parola, 
e  numero  per  numero.  Ma  quel  ragionare  la  grammatica  non 
era  ancora  la  scienza  »  ('). 


;')  Op.  cit.,  pp.   163-6. 


474  Storia  della   Grammatica 

Così  il  De  Sanctis,  erudito  primamente  sul  Soave  in  un'at- 
mosfera filosofica,  passato  poi  per  il  purismo  del  Puoti,  ritor- 
nato con  maggior  maturità  alla  scienza,  veniva  a  una  generale 
liquidazione  di  tutti  i  grajnmatici  antichi  e  moderni,  cioè  della 
grammatica  ragionata  in  ispecie,  e  della  grammatica  precettiva 
in  genere,  ma  non  della  grammatica  come  scienza. 

Che  nella  sua  critica  negativa  superasse  la  grammatica  ra- 
gionata e  creasse  veramente  la  scienza  non  si  può  dire:  intera- 
mente, come  s'è  visto,  non  si  appagò  dei  migliori  grammatici 
filosofici  di  Francia,  come  il  Du  Marsais  ;  ma  egli,  almeno  nel 
periodo  del  suo  primo  insegnamento,  secondo  quanto  narra  lui 
stesso,  rimase  sempre  sotto  la  loro  influenza.  Anche  nella  parte 
pratica,  nel  metodo,  egli  arieggia  molto  davvicino  il  Du  Mar- 
sais ('),  superandolo  nella  abilità  di  trasformar  la  grammatica  in 
critica  concreta  dell'opera  d'arte.  La  sua  concezione  della  gram- 
matica, o  meglio  del  linguaggio,  pur  avendo  egli  concepito  una 
grammatica  scientifica  o  estetica,  è  la  medesima.  Va  però  subito 
detto  a  lode  del  De  Sanctis,  che  egli  stesso  ebbe  coscienza,  negli 
anni  maturi,  della  manchevolezza  del  sistema.  Racconta  infatti  : 
«  così  trovavo  nella  logica  il  fondamento  scientifico  della  gramma- 
tica ;  e  finché  mi  tenevo  nei  termini  generalissimi  di  una  gramma- 
tica unica,  come  la  concepiva  Leibnitz,  il  mio  favorito,  la  mia  corsa 
andava  bene.  Ma  mi  cascava  l'asino,  quando  veniva  alle  differenze 
tra  le  grammatiche,  spesso  in  urto  con  la  logica,  e  originate  da 
una  storia  naturale  o  sociale,  piena  di  varietà  e  poco  riducibile 
a  principi  fissi.  Per  trovare  in  quella  storia  la  scienza,  si  richie- 
deva altra  cultura  e  altra  preparazione.  Nella  mia  ricerca  del- 
l'assoluto, avrei  voluto  ridurre  tutto  a  fil  di  logica,  e  concor- 
dare insieme  derivazioni,  scrittori  e  popolo;  ma,  non  potendo 
sopprimere  le  differenze  e  guastare  la  storia,  ponevo  1'  ingegno 
a  dimostrare  la  conformità  del  fatto  grammaticale  con  la  logica, 
della  storia  con  la  scienza»  (2).  Quell'avvertita  irrudicibilità  delle 
differenze  tra  le  varie  grammatiche  e  principi  fissi  dimostra  chia- 
ramente che  il  De  Sanctis  intuiva  dov'era  la  soluzione  del  pro- 
blema :  e  a  lui  non  filosofo  di  professione  ciò  non  è  scarso  titolo 
d'onore;   il  dissidio  egli  lo  compose,  e  in  grado  eccellente,   in- 


(')  V.   particolarmente  le  pp.    167-169. 
(2)  Op.  cit.,  pp.   166-7. 


Capitolo  quindicesimo  475 


superato,  nella  critica,  nella  quale  la  parola  viva,  la  grammatica 
parlata  dall'arte,  fu  da  lui  illustrata  in  tutta  la  sua  forza  espres- 
siva :  scientificamente  toccò,  in  quegli  stessi  anni,  il  risolverlo  a 
Guglielmo  di  Humboldt,  col  quale  e  col  suo  seguace  e  corret- 
tore Steinthal  si  può  veramente  affermare  che  la  grammatica 
sia  esclusa  dall'orbita  della  filosofìa,  sebbene  non  avvenisse  an- 
cora l' identificazione  della  linguistica  generale  con  l'estetica,  che 
è  stata  fatta  solo  recentemente. 

Nelle  difficoltà  in  cui  si  dibattè  il  De  Sanctis  di  conciliare 
la  grammatica  generale  con  le  grammatiche  particolari,  si  tro- 
varono impigliati  quanti,  anche  per  impulso  della  Critica  della 
ragioyi  ptira  del  Kant,  intesero  «  alla  ricerca  delle  relazioni  fra 
pensiero  e  parola,  fra  V unicità  logica  e  la  molteplicità  dei  lin- 
guaggi »  (l)j  ricerca  che,  per  altro,  non  era  nuova,  ma  che  aveva 
già  dato  origine  in  Francia  alla  grammatica  generale.  Il  primo 
tentativo  «  di  applicare  le  categorie  kantiane,  dell'  intuizione 
(spazio  e  tempo)  e  dell'intelletto»  al  linguaggio  (")  (riassumo, 
non  potendolo  qui  integralmente  riferire,  dal  paragrafo  XII  della 
parte  storica  de\V Estetica  del  Croce),  fu  compiuto  dal  Roth  (1815), 
mentre  sullo  stesso  argomento,  verso  il  primo  decennio  del  se- 
colo, avevano  speculato  il  Vater,  il  Bernhardi,  il  Reinbeck,  il 
Koch  :  pensiero  dominante  de'  quali  era  la  differenza  «  tra  lingua 
e  lingue,  tra  la  lingua  universale,  corrispondente  alla  logica,  e 
le  lingue  storiche  ed  effettive,  che  son  turbate  dal  sentimento, 
dalla  fantasia,  o  come  altro  si  chiami  l'elemento  psicologico  della 
differenziazione  ».  Si  distingueva  una  linguistica  generale  da  una 
linguistica  comparata  (Vater)  ;  la  lingua,  allegoria  dell'intelletto, 
•si  considerava  organo  della  poesia  o  organo  della  scienza  (Bern- 
hardi) ;  si  ammetteva  una.  grammatica  estetica  e  una  gramma- 
tica logica  (Reinbeck)  ;  si  proclamò  persino  che  l' indole  della 
lingua  si  deve  desumere  dalla  psicologia,  non  dalla  logica  (Koch). 

Residui  intellettualistici  s'avvertono  ancora  nell'Humboldt 
pel  quale  logica  e  linguaggio  sembrerebbero  identificarsi  sostan- 
zialmente e  diversificare  solo  storicamente,  e  il  linguaggio  stesso 


(')  Croce,  Estetica,  p.  342. 

(:')  Recentemente  G.  Piazza  ha  tentato  dimostrare  che  La  teoria 
kantiana  del  giudizio  era  stata  già  intuita  e  fissata  nella  sintassi  de' 
Greci  (Roma.  1907);  ma  è  stato  confutato  dal  Cróce,  in  La  Critica, 
V,  396. 


476  Storia  della   Grammatica 

parrebbe  un  qualcosa  fuori  dell'uomo  che  l'uomo  fa  rivivere  con 
l'uso.  Ma  il  grande  filosofo  trovò  il  vero  concetto  del  linguag- 
gio. La  lingua  —  egli  pensò  —  nella  sua  realtà  è  un  prodursi 
e  un  divenire,  non  un  prodotto  ;  è  un'attività  (èvegyeia),  non 
un'opera  (ègyov).  «  La  lingua  propria  consiste  nell'atto  stesso 
del  produrla  nel  discorso  legato:  questo  soltanto  bisogna  pen- 
sare come  primo  e  vero  nelle  ricerche  che  vogliono  penetrare 
l'essenza  vivente  della  lingua.  Lo  spezzettamento  in  parole  e 
regole  è  il  morto  artificio  dell'analisi  scientifica»^).  Il  lin- 
guaggio nasce  spontaneo  da  un  bisogno  interno.  Esiste  perciò 
—  ed  ecco  la  vera  scoperta  dell'Humboldt  di  fronte  ai  gram- 
matici logici  universali  —  una  forma  interna  del  linguaggio  («in- 
nere Sprachform»),  che  non  è  il  concetto  logico,  né  il  suono  fisico, 
ma  la  veduta  soggettiva  che  l'ìiomo  si  fa  delle  cose.  Questa  forma 
interna  «  è  il  principio  di  diversità  proprio  del  linguaggio,  oltre 
il  suono  fisico:  è  l'opera  della  fantasia  e  del  sentimento,  è  l'in- 
dividualizzazione del  concetto.  Congiunger  la  forma  interna  del 
linguaggio  col  suono  fisico,  è  l'opera  di  una  sintesi  interna  : 
"  e  qui,  più  che  in  altro,  la  lingua  ricorda,  nelle  più  profonde 
ed  inesplicabili  parti  del  suo  procedere,  l'arte.  Anche  lo  scul- 
tore e  il  pittore  sposano  l'idea  alla  materia,  e  anche  la  loro 
opera  si  giudica  secondo  che  quest'unione,  quest'  intima  com- 
penetrazione sia  opera  del  genio  vero,  o  che  l' idea  separata  sia 
stata  penosamente  e  stentamente  trascritta  nella  materia  con  lo 
scalpello  e  col  pennello  "»  (')•  Ma  linguaggio  ed  arte  nell'Hum- 
boldt non  s'  identificano  :  e  questo  è  il  difetto  della  sua  dottrina, 
che  tirò  seco  non  tenui  contraddizioni,  come  quella  circa  il  ca- 
rattere differenziale  della  poesia  e  della  prosa.  L'Humboldt  non 
vide  esattamente  «  che  il  linguaggio  è  sempre  poesia,  e  che  la 
prosa  (scienza)  non  è  distinzione  di  forma  estetica,  ma  di  con- 
tenuto »  ('),  sebbene  intorno  a  questi  due  concetti,  compresi  in 
senso  filosofico,  abbia  manifestato  profonde  vedute. 

La  teoria    linguistica    dell'Humboldt   fu    integrata    dal  suo 
maggior  seguace,  lo  Steinthal  il  quale,  nella  polemica  sostenuta 


(M  Ueb.  d.  Verschiendenheit  d.  menschl.  Sprachbaucs  (1836),  opera 
postuma  (2M  ed.  a  cura  di  A.  F.  Pott,  Berlino,  1880,  pp.  54-6),  in 
Croce,  op.  cit.,  pp.  346-7. 

(2)  Croce,  op.  cit.,  p.  347. 

(8)  Croce,  op.  cit.,  p.  349. 


Capito/o  quindicesimo  477 


coll'hegeliano  Becker,  «autore  degli  Organismi  del  linguaggio, 
uno  degli  ultimi  logici  della  grammatica  »,  dimostrò,  pur  tra  af- 
fermazioni talvolta  eccessive,  «  che  concetto  e  parola,  giudizio 
logico  e  proposizione  sono  incomparabili.  La  proposizione  non 
è  il  giudizio;  ma  è  la  rappresentazione  ( Darstellung)  di  un  giu- 
dizio: e  non  tutte  le  proposizioni  rappresentano  giudizi  logici. 
Parecchi  giudizi  possono  esprimersi  in  una  proposizione  unica. 
Le  divisioni  logiche  dei  giudizi  (i  rapporti  dai  concetti  1  non 
hanno  corrispondenza  nella  divisione  grammaticale  delle  propo- 
sizioni. "  Parlar  di  una  forma  logica  della  proposizione  è  una 
contraddizione  non  minore  che  se  si  parlasse  àttW angolo  di  un 
cerchio  o  della  periferìa  di  un  tria?igolo  ".  Chi  parla,  in  quanto 
parla,   non  ha  pensieri,  ma  linguaggio»!1). 

Senza  entrar  ora  nel  merito  degli  altri  problemi  trattati 
dallo  Steinthal,  come  quello  circa  l'identità  deWorigine  e  della 
natura  del  linguaggio  che  esattamente  risolvette,  e  l'altro  delle 
relazioni  tra  poetica,  rettorica  e  linguistica,  cioè  tra  linguaggio 
e  arte  che  interessa  propriamente  l'estetica,  e  che  purtroppo  lo 
Steinthal  lasciò  insoluto,  perchè  non  arrivò  mai  ad  affermare 
che  «parlare  è  parlar  bene  e  bellamente,  o  non  è  punto  par- 
lare», a  noi  basterà  l'osservar,  qui,  conchiudendo,  il  nostro  di- 
scorso che  coli' Humboldt  e  con  lo  Steinthal,  in  quanto  l'uno 
integra  l'altro  e  lo  rende  coerente  nella  parte  linguistica,  si  ha 
un  primo  notevole  superamento  della  grammatica,  non  essendo 
questa  soluzione  pregiudicata  dalla  mancata  identificazione  di 
arte  e  linguaggio  :  la  liberazione  del  linguaggio  dalla  logica,  la 
riconosciuta  completa  autonomia  del  linguaggio  da  categorie  di 
qualsiasi  altra  specie  che  non  siano  la  sua  forma  interna  essen- 
ziale, rappresentano  la  prima  vera  vittoria  della  critica  nega- 
tiva della  grammatica.  La  dissoluzione  della  quale  viene  così  a 
coincidere  perfettamente  con  l'avvento  della  scienza. 

IL 

La  ribellione  e  la  reazione  alla  grammatica  ragionata  quale 
si  era  venuta  sistemando  in  Italia,  se  non  assunsero  dovunque 
quel  grado  e  quel   tono  che  ebbero  nel  De  Sanctis,  seguirono, 


(')  Croce,  op.  cit.,  pp.  349-50. 


478  Storia  della  Grammatica 

però,  su  per  giù,  il  medesimo  sviluppo  e  i  medesimi  motivi:  da 
una  parte  riusciva  difficile  specie  a  letterati  di  più  largo  ingegno, 
come  vedremo  accadere,  p.  es.,  al  Giordani  (il  Puoti  stesso  ab- 
biamo visto  concedere  al  De  Sanctis  uno  studio  discreto  di 
quella  grammatica),  il  chiuder  gli  occhi  a  quelle  elevate  e  scin- 
tillanti investigazioni  logiche  che  sulle  lingue  avevan  condotto 
i  Francesi,  incomparabilmente  più  geniali  e  profondi  dei  loro 
epigoni  italiani;  l'aria  era  impregnata  di  logicismo,  tutto  suo- 
nava filosofia,  il  secolo  era  chiamato  dei  lumi:  chi  può  sottrarsi 
alla  forza  delle  cose  e  del  tempo?  dall'altra,  la  vacuità  di  quel 
nuovo  formalismo,  pel  fine  pedagogico  che  ora  s'imponeva,  non 
richiedeva  tanto  un  troppo  elevato  spirito  filosofico  per  essere 
avvertita,  quanto  il  fatto  stesso  dell'esperienza  dello  studio  lin- 
guistico: si  poteva  credere,  ancora,  nella  grammatica  generale, 
raccomandarne  l'utilità  (e  come  si  potesse  fare  anco  per  ispirito 
d' imitazione  e  per  servilismo  verso  la  moda  corrente,  non  oc- 
corre dire);  ma,  già,  anche  a  tacer  d'altro,  con  la  grammatica 
generale  eravamo  già  fuori  del  campo  de'  bisogni  pratici  :  la 
grammatica  generale  è  come  un'estetica  logica  della  lingua, 
quindi  filosofia,  e  noi  sappiamo  che  la  scienza  non  è  espediente 
didattico,  mentre  il  motivo  principale  dell'interesse  linguistico 
era  ora  in  Italia  più  pratico  che  teorico.  L'assoluta  inefficacia 
inoltre  della  grammatica  logica  a  dirigere  l'apprendimento  della 
lingua  e  l'esercizio  dello  scrivere  doveva  essere  tanto  più  forte- 
mente sentita,  quanto  più  dilagava  il  francesismo  nella  lingua 
e  nello  stile  :  il  ritorno  alla  vecchia  pratica  grammaticale  e  al- 
l' osservazione  dei  lodati  scrittori,  doveva  apparire  come  una 
urgente  necessità  ;  e  vi  si  ritornò  infatti  con  fede  rinnovellata  e 
sotto  la  bandiera  del  più  rigoroso  purismo  inalberata  dal  Bembo 
dell'Ottocento,  Antonio  Cesari,  coronato  alfiere  dall'Accademia 
livornese,  qual  s'era  mostrato  degno  d'essere  con  la  nota  Dis- 
sertazione del  1809  sopra  lo  stato  presente  della  lingua  ita- 
liana^}; e,  in  ogni  modo,  con  o  contro  il  Cesari,  pel  Trecento 
o  pel  Cinquecento,  per  gli  scrittori  o  pel  popolo,  la  pratica  do- 
veva prevalere  sulla  teoria  astratta  ;  perfin  nella  grammatica  em- 


(')  In  Opuscoli  linguistici  e  letterari  di  Antonio  Cesari,  raccolti, 
ordinati  e  illustra/i  ora  la  prima  rolla  da  Giuseppe  Guidetti,  Reggio 
d'Emilia,  Collezione  storico-letteraria  presso  il  compilatore,  [1907]. 


Capitolo  qui  udii  r  si  ino  479 


pirica,   normativa,  tradizionale,  presso  non  gli  scapigliati  ma    i 
pedanti,  la  vecchia  fede  se  non  scossa,  certo  fu  illanguidita. 

La  tradizione  puristica,  peraltro,  non  era  stata  interrotta 
nella  seconda  metà  del  Settecento,  neppur  quando  più  imperversò 
la  bufera  del  filosofismo  francese.  Già  prima  che  il  rappresen- 
tante più  autorevole  di  esso  in  Italia,  il  Cesarotti,  fosse  stato, 
appunto  in  nome  della  vecchia  grammatica,  contraddetto  —  ri- 
cordammo già,  tra  gli  altri,  l'ab.  Velo  —  «  con  uno  stile  forbito 
e  piccante  »,  come  dicono  i  suoi  editori  del  1824,  si  sforzava 
Girolamo  Rosasco  (1722-1795)  «  di  rivendicare  ai  Fiorentini  il 
tanto  contrastato  primato  intorno  all'origine  ed  al  governo  della 
favella  »,  introducendo  nei  suoi  Dialoghi  sette  della  Lingua  to- 
scana a  pontificare  il  Corticelli  su  lesecolari  questioni,  sull'au- 
torità dei  grammatici,  sulla  necessità  imprescindibile  dello  studio 
della  grammatica,  di  contrastare  al  nuovo  sistema  de'  letterati 
propugnanti  l'uso  d'un'altra  lingua  diversa  dalla  fiorentina,  con 
tutto  il  bagaglio  de'  vecchi  argomenti  grammaticali  e  rettorici 
in  favore  della  purità,  della  armonia  e  dolcezza  della  pronunzia 
fiorentina,  dell'elegante  stile,  e  con  le  vecchissime  distinzioni  di 
discorso  impensato  e  di  discorso  pensato.  «  Eh  via,  la  legge 
che  ne  obbliga  a  studiare  la  grammatica,  è  giustissima,  e  chiun- 
que brama  riportar  gloria  dal  materiale  della  scrittura,  dovrà  o 
bere  o  affogare,  siesi  chi  egli  si  vuole  ».  E  cita  in  sostegno  il 
Salviati,  Quintiliano  e  altri  (').  Va  notato  peraltro  che  il  Rosasco 
non  solo  propugna  la  necessità  di  uniformarsi  anche  all'uso 
moderno,  ma  giudica  ancora,  sebbene  coi  soliti  argomenti  estrin- 
seci, che  «  non  dobbiamo  per  conto  alcuno  desiderare  la  per- 
fezione delle  grammatiche,  si  perchè  non  si  può  questo  desiderio 
avere,  senza  desiderare  insieme  la  estinzione  della  lingua  ;  sì 
perchè  quando  siamo  obbligati  a  scriver  solo  secondo  le  regole 
e'  precetti  dell'arte  prescritti,  non  è  mai  possibile  rendere  le 
nostre  scritture  eccellenti  »(')  :  residui,  come  ognun  vede,  delle 
dottrine  estetiche  prevalenti  nel  senso  che  volevano  conciliare 
il  rigore  grammaticale  col  criterio  della  libertà  individuale  :  tem- 
perato purismo,  che,   mentre  per  un  lato  moveva  dall'antica  tra- 


(')  Ed.  della  Bibl.  scelta,  Milano,  Silvestri,  1824,  voi.  II,  pag.  218 
e  segg. 

(2)  Op.  cit.,  pp.  67-8. 


480  Storia   della   Grammatica 

dizione  grammaticale  del  classicismo,  per  l'altro  era  reso  possi- 
bile dal  non  essersi  ancora  la  lingua  italiana  inoltrata  pel  de- 
clivio della  cosiddetta  corruzione  francesistica. 

Quando  questa  si  accentuò  maggiormente,  era  naturale  che 
l'iniziativa  del  riparo  partisse  dalla  Crusca  custode  gelosa  del 
patrimonio  linguistico:  e  già  il  ricordato  Borsa  nel  1785  prote- 
stava contro  il  decadimento  della  lingua,  e  nel  1798  da  Losanna 
un  suo  Accademico,  Federico  Haupt,  scriveva  la  Lettera  dun 
tedesco  stili' infranciosamento  dello  stile,  com'è  naturale  che  la 
rifioritura  linguistica  fosse  più  di  vocabolario  che  di  gramma- 
tica ;  lo  stesso  lavorìo  grammaticale,  il  più  notevole  dei  primordi 
del  secolo  XIX,  s'aggirò,  come  vedemmo,  intorno  a  quella 
parte  della  grammatica  che  è  più  intimamente  connessa  col  vo- 
cabolario, i  verbi,  di  cui  sorsero  parecchi  prospetti  e  teoriche. 
E  a  studi  di  lingua,  ossia  di  vocabolario,  si  era  volto  nel  1806 
l'Istituto  lombardo,  fondato  dal  Bonaparte  nel  1797  e  convocato 
a  Bologna  nel  1803,  di  cui  era  segretario  quel  Luigi  Muzzi  che  già 
incontrammo  quale  autore  del  curioso  libro  sulle  Permutazioni 
dell'  italiana  orazione,  e  che,  dopo  essersi  divertito  e  gingillato 
intorno  a  problemi  filosofici  secondo  la  moda  d'allora  pe'  quali 
non  era  affatto  portato,  si  immerse  talmente  negli  studi  gram- 
maticali e  lessicali  e  con  si  vero  spirito  di  devozione  alla  Crusca, 
che  il  Monti  doveva  titolarlo  più  tardi  «  il  più  fatuo  pedantuzzo 
che  mai  facesse  imbratti  d'inchiostro  »  (l).  Partecipò  nel  1809 
al  concorso  dell'Accademia  livornese  con  un  lavoro  Dello  siato 
e  del  bisogno  di  nostra  lingua,  ma  il  manoscritto,  per  ragioni 
regolamentari,   non  fu   accettato. 

Come  sappiamo,  di  quel  concorso  il  trionfatore  fu  Antonio 
Cesari,  odiatore  quanto  il  Giordani,  delle  dottrine  del  Cesarotti, 
che,  se  avevano  ancora  seguaci  dal  Romani  al  Nardo,  andavano 
però  perdendo  terreno  sempre  più  :  quegli  stessi  che  le  propu- 
gnavano —  si  avverta  inoltre  —  erano  assai  più  temperati  del 
maestro  e  si  guardarono  meglio  di  lui  dall'esser  accusati  di  gal- 
lofilia :  verso  l' italianità  era  un  desiderio  e  un  moto  generale, 
cui  favoriva  la  ridesta  coscienza  nazionale:  cesariani  e  pertica- 
riani  o  mondani,  neopuristi  della  prima  maniera  (cioè  anteriore  al 
1815)  e  della  seconda,    tutti    concordavano    non    solamente    nel- 


(')  In  Mazzoni,  L'Otl.,  p.  315. 


Capitolo  quindicesimo  481 


l'avversare  i  criteri  troppo  licenziosi  de'  cesarottiani,  ma  ne! 
volere  —  auspice  la  Crusca  per  la  quinta  volta  rimessosi  nel  1813 
alla  ricompilazione  del  Vocabolario  —  che  alle  sottili  fantasti- 
cherie sulle  ragioni  delle  lingue  si  sostituisse  il  lavoro  concreto 
e  modesto  del  raccogliere  e  del  vagliare  voci  e  locuzioni  del 
buon  uso  e  a  riprendere  l'osservazione  grammaticale  secondo  le 
migliori  tradizioni  del  Cinquecento.  Il  Balbo  nel  181 1  scriveva 
al  Vidua  una  lettera  sulla  lingua  italiana  per  muover  lamenti 
intorno  le  tante  esagerazioni  e  confusioni  pratiche  e  teoriche  del 
filosofismo  che  non  giovavano  punto  alla  causa  della  lingua  :  e 
il  Vidua  raccomandava  nel  1815  a  un  compatriotta  che,  an- 
dando a  Firenze  come  avevan  fatto  già  l'Alfieri  e  il  Goldoni,  e 
avrebbe  fatto  il  Manzoni  e  avrebbero  consigliato  al  Cavour,  non 
trascurasse  di  recarsi  la  mattina  in  Mercato  Vecchio  ad  ascoltar 
il  pizzicagnolo  e  le  contadine.  E  alla  Crusca  stendeva  la  mano 
l'Istituto  lombardo  per  proseguire  concordi  all'opera  d'amplia- 
mento del  Vocabolario:  né  le  ripulse  dell'Accademia  orgogliosa 
e  gelosa  delle  sue  secolari  tradizioni  né  i  risentimenti  e  le  irri- 
tazioni, causa  di  tante  guerre  anche  personali,  che  esse  provo- 
carono nel  Monti,  poterono  mai  dividere  gli  animi  concordi  nella 
comune  avversione  al  logicismo,  alle  metafisicherie  di  provenienza 
franco-cesarottiana,  nonostante  che,  per  quanto  riguarda  i  criteri 
particolari  dell'uso  linguistico  italiano  (pratica,  dunque,  non 
scienza),  facilmente  potessero  incontrarsi  col  Cesarotti  in  un 
vivo  desiderio  di  libertà,  e  spesso  inconsciamente  (come  sarà  av- 
venuto al  Leopardi)  ('  ),  non  soltanto  gli  antipuristi  come  il  ce- 
sarottiano  Torti  di  Bevagna,  ma  letterati  meno  bollenti  nella  se- 
colare battaglia. 

N'è  prova  l'atteggiamento  assunto  dal  capo  riconosciuto 
de'  classicisti,  il  Giordani,  nelle  contese  tra  il  Cesari  e  il  Monti 
e  il  Perticari  :  «  richiesto  del  vero  valore  di  alcune  voci  tolte 
dal  greco,  rispose  [al  Monti]  e  colse  quell'occasione  per  lodare 
l'opera  e  il  suocero  e  il  genero,  ma  anche  per  addimostrare  al- 
cune sviste  di  essi  due  correttori  degli  altri,  e  per  augurare  che 
gli  avversari  si  riconoscessero  invece  compagni,  come  quelli  che 
insomma  avevan  un  fine  medesimo  e  uno  stesso  desiderio  »  ('). 


(')  Cfr.  F.  Colagrosso,  La  teoria  leopardiana  della  lingua,  Na- 
poli, 1905  (Estr.  d.  Rend.  Accad.  Arch.  Lett.  e  B.  A.  in  Napoli,  XIX), 
P-  55  sgg. 

(2)  Mazzoni,  op.  cit..  p.  315. 

C.  Trabalza.  31 


482  Storia  della  Grammatica 

Pure,  il  Giordani  è  appunto  uno  di  quei  puristi  che  racco- 
mandavano ai  giovanetti  il  Du  Marsais  e  il  Beauzée.  «  I  volumi 
della  Enciclopedia  Metodica  ne'  quali  è  trattata  la  grammatica 
e  l' eloquenza  ti  possono  essere  utili.  Gli  articoli  rettorici  di 
Marmontel  non  mi  paiono  più  che  mediocri  ;  quelli  di  Jancourt 
assai  meno  che  mediocri.  Ma  bellissimi  i  grammatici  di  Du 
Marsais,  e  di  La-Beauzée.  E  il  conoscere  e  adoperare  filosofi- 
camente la  lingua  è  gran  virtù  di  eccellente  scrittore.  E  pron- 
tamente si  applica  alla  nostra  quel  che  è  notato  della  francese  »(1). 
Ma  che  cosa  significa  adoperare  filosoficamente  mia  lingua  ? 
specie  quando  la  si  consideri,  come  fa  il  Giordani,  cosa  diversa 
dallo  stile?  Interrompi,  consiglia,  con  la  lettura  di  quegli  arti- 
coli, «  lo  studio  che  devi  far  della  lingua,  e  preparati  a  quello 
che  poi  farai  dello  stile.  Perchè  io  giudico  che  quello  della 
lingua  debba  precedere.  Non  si  dee  prima  sapere  qual  sia  la 
materia  de'  colori  ;  poi  imparare  ad  impastarli  e  mescolarli  ; 
poi  esercitarsi  a  collocarli,  e  accordarli  ?  »  (io).  «  Tutto  lo  scrivere 
sta  nella  lingua  e  nello  stile;  due  cose  diversissime  egualmente 
necessarie....  I  vocaboli  e  le  frasi  sono  i  colori  di  questa  pittura; 
lo  stile  è  il  colorito.  —  Ora  persuaditi,  caro  Eugenio,  che  l'ac- 
quisto de'  colori  sia  fatica  della  memoria  :  l'uso  del  colorito  sia 
esercizio  d'ingegno,  disciplina  di  buoni  esempi,  di  pochi  pre- 
cetti, di  moltissima  osservazione,  di  molta  pratica  »  (p.  152). 
«  Ho  letto  molti  antichi  e  moderni  che  vollero  esser  maestri  : 
ho  perduto  tempo  e  acquistato  noia,  senza  profitto.  Veri  maestri 
ho  trovato  gli  esempi  de'  grandi  scrittori  »  (p.  153).  Tra  i  mo- 
derni consiglia,  tuttavia  «  il  breve  trattato  del  Condillac,  Art 
d'écrire.  Di  tutto  quel  libro  abbastanza  buono,  m'  è  rimasto  in 
mente  questo  solo  principio,  molto  raccomandato  da  lui  =  de 
la  plus  grande  liaison  des  idées  ....  Vero  è  che  quel  legame 
delle  idee  non  deve  esser  sempre  logico  ;  ma  secondo  la  materia 
che  si  tratta,  dev'esser  pittorico  o  affettuoso;  di  che  i  moderni 
intendon  pochissimo  :  gli  antichi  vi  furono  meravigliosi  »  (pa- 
gine 153-4).  In  questo  guazzabuglio  di  vedute,  d'idee  e  di  prin- 
cipi, c'è  tutto,  meno  lo  spirito  filosofico  :  dal  che  si  vede  quanto 


(')  A  un  giovane  italiano  -  Istruzione  per  l'arte  di  scrivere  (XV 
Agosto  MDCCCXX),  in  Scritti  di  Pietro  Giordani,  ed.  Chiarini,  in 
Firenze,   1890,  p.    154. 


Capitolo  quindicesimo  483 


poco  fosse  compresa  e  con  quanto  poca  convinzione  raccoman- 
data la  grammatica  generale  del  Du  Marsais  e  del  Beauzée.  Il 
nume  che  agitava  interiormente  il  Giordani  e  i  degni  suoi  com- 
pagni d'arme  non  era  la  filosofia,  ma  lo  spirito  italiano  che  si 
rinnovava,  rinnovamento  che  alla  coscienza  di  molti  si  presen- 
tava come  un  problema  di  lingua  :  donde  il  calore  con  cui  si 
davano  a  questi  studi.  Il  Giordani,  mosso  dall'invito  dell'  Acca- 
demia italiana,  «  non  per  rispondere  »  ad  essa,  per  ciò  che 
«  questa  materia  non  sia  d'ozio  letterario  ....  ma  importi  non 
poco  all'onore  d'Italia  »,  si  dà  ad  abbozzare  una  Storia  dello 
spirito  pubblico  d' Italia  per  600  considerato  nelle  vicende  della 
lingua  (1811)  (')  e  alcuni  anni  più  tardi  (1825),  discorrendo  in 
una  lunga  lettera  al  Capponi  di  una  raccolta  in  trenta  volumi 
che  intendeva  fare  delle  migliori  e  men  note  prose  della  nostra 
letteratura,  allargando  e  colorendo  le  linee  di  quel  primitivo  ab- 
bozzo, esprimeva  l'opinione  che  l'ordine  escogitato  lo  menerebbe 
«  quasi  per  una  storia  della  nazione  e  della  lingua  »  ("),  e  che 
dalla  somma  dei  particolari  discorsi  introduttivi  ne  sarebbe  de- 
rivato «  quasi  un  ritratto  filosofico  delle  menti  italiane  per  quat- 
tro secoli  ».  «  Perciocché  io  considerando  la  lingua  come  uno 
specchio,  nel  quale  cadano  tutti  i  concetti  da  tutti  i  pensanti 
della  nazione,  e  dal  quale  nella  mente  di  ciascuno  si  riflettano 
i  pensieri  di  tutti  ;  volli  con  diligenza  di  storico  e  sagacità  di 
filosofo  esaminare  il  vario  corso  del  pensare  italiano  per  le  ve- 
stigia che  di  mano  in  mano  lasciò  impresse  nel  variare  delle 
lingua;  della  quale  i  vocaboli  e  le  frasi,  o  nuovamente  intro- 
dotte, o  dall'antico  mutate,  fanno  certissimo  testimonio  (a  chi  '1 
sa  interrogare)  d'ogni  mutamento  nella  vita  intellettiva  del  po- 
polo »  (p.   181).    Così  il  Giordani  si  riallaccia  al  Napione. 

Tra  il  Napione  e  il   Giordani   spicca   anche   per  questo   ri- 
guardo il  Foscolo,  (3)  che  nella  celebre  orazione,  recitata  a  Pavia 


(')  Opere,  t.  IX:  «  Scritti  editi  e  postumi  pubbl.  da  Antonio  Gus- 
salli  »,   Milano,   1856,   voi.   II,  pp.  405-10. 

f;)  Scritti,   ed.  Chiarini,  già  cit.,  p.  179. 

(3)  Per  l'eccellente  posizione  che  occupa  il  Foscolo  nella  storia 
della  critica,  oltre  che  le  note  pagine  del  De  Sanctis,  vedi  Croce, 
Per  la  storia  della  critica  ecc.,  già  cit.,  p.  9  e  27,  Trabalza,  Studi 
sul  Boccaccio  cit.,  p.  79  sgg.  e  108  sgg.,  e  Borgese,  Storia  della 
critica  romantica  cit.   (p.    184  sgg.),  libro  —  è  superfluo   avvertirlo  — 


484  Storia  della   Grammatica 

nel  1809  per  l'inaugurazione  degli  studi,  Dell'  origine  e  dell'uf- 
ficio della  letteratura  e  nelle  Lezioni  di  eloquenza  che  le  tennero 
dietro,  e  particolarmente  in  quella  del  3  febbraio  1809  su  la 
Lingua  italiana  considerata  storicamente  e  letterariamente ,  (l)  e 
ne'  sei  Discorsi  sulla  lingua  (")  italiana  parlava  della  nostra  lingua 
coi  medesimi  spiriti  e  intendimenti  d'italianità,  in  modo  vera- 
mente vivace.  «  Nella  sua  Prolusione  »,  ripeteremo  col  De  San- 
ctis,  «  tenta  una  storia  della  parola  sulle  orme  del  Vico,  censu- 
rata da  parecchi  in  questo  o  quel  particolare,  ma  da'  più  am- 
mirata, come  nuova  e  profonda  speculazione.  Il  suo  valore,  anzi 
che  nelle  sue  idee,  è  nel  suo  spirito,  perchè  non  è  infine  che 
una  calda  requisitoria  contro  quella  letteratura  arcadica  e  acca- 
demica, combattuta  da  tutte  le  parti  e  resistente  ancora,  contro 
quella  prosa  vuota  e  parolaia,  e  contro  quella  poesia  che  suona 
e  che  non  crea  »  (3).  «  Nessuno  ha  considerato,  »  scriveva  il  Fo- 
scolo, «  filosoficamente  le  origini,  le  epoche  e  la  formazione  di 
essa  [lingua  italiana],  affine  di  conoscere  per  via  d'analogia  i 
principi,  i  progressi  oscurissimi  delle  formazioni  e  trasformazioni 
di  tante  altre  lingue  »  (4).  «  La  storia  d'una  lingua,  »  ecco  il  suo 
preciso  punto  di  vista  —  «  non  può  tracciarsi  se  non  nella  storia 
letteraria  della  nazione  ;  né  la  storia  può  somministrare  fatti 
certi  e  fondamentali  a  trovare  in  materie  intricatissime  il  vero, 
se  non  per  mezzo  di  epoche  distinte,  in  guisa  che  le  cause  non 
diventino    effetti,    e  gli  effetti  non  sieno  pigliati  per  cause  »('). 


che  dev'esser  tenuto  sempre  presente  per  tutto  questo  periodo,  perchè, 
se  le  idee  sulla  lingua  de'  vari  critici  che  vi  sono  criticati  poca  luce 
diffondono  sulle  loro  teorie  poetiche,  utilissimo  è  invece  conoscere  la 
portata  critica  di  esse  per  chi  fa  la  storia  della  lingua. 

(')  In  Opere  edite  e  postume  di  Ugo  Foscolo,  Firenze,  Le  Mon- 
nier,   1850,   voi.    II. 

(0  Ed.  cit.,  voi.   IV. 

(3)  In  Trabalza,  op.  cit.,  p.  80. 

(')  Voi.   IV  cit.,  pag.   109. 

(5)  Voi.  cit.,  pag.  112.  —  È  evidente  l'affinità  tra  il  metodo  del 
Foscolo  e  quello  del  Napione;  ma  com'è  più  profonda  la  visione  del  Fo- 
scolo, così  essa  in  certo  senso  precorre  ancor  meglio  il  principio  moderno 
onde  si  vorrebbe  indagata  la  storia  della  cultura  nella  lingua,  special- 
mente in  quanto  si  serve  del  metodo  monografico  per  periodi  di  af- 
finità spirituali.  Notevolissima  sotto  questo  rispetto  è  una  pagina  della 
Lez.  II  di  Eoa.  (è  la  82  del  voi.  II)  dove  illustra  il  principio:  La  let- 
teratura  è  annessa  alla  lingua. 


Capitolo  quindicesimo  485 


Nel  fatto,  il  Foscolo  intravvede  così  in  confuso  l'identità  di 
lingua  e  pensiero,  e  nell'evoluzione  linguistica  uno  svolgimento 
spirituale,  mostra  cioè  una  vaga  coscienza  del  problema  lingui- 
stico, e  il  suo  sforzo  di  risolverlo,  anche  se  non  felice,  è  già 
un  progresso.  Particolarmente  notevoli,  anche  per  la  ragione 
pedagogica,  in  cui  però,  come  sappiamo,  ben  si  riflette  la  scienza 
teorica,  son  le  pagine  che  scrive  sulla  dottrina  dantesca  del 
Volgare  illustre.  Ne  riferiamo  volentieri  un  brano  che  ci  tocca 
davvicino.  «  Su  ciò  che  Dante  previde  con  occhio  sicuro  egli 
fondava  pochi  principi  generali  intorno  alla  legislazione  gram- 
maticale. Erano  inerenti  alla  condizione  e  alla  natura  della 
lingua,  onde  operarono  sempre  e  quando  vennero  applicati  da 
parecchi  scrittori,  e  quando  vennero  trascurati  da  altri,  o  negati 
ostinatamente  da  molti  ;  ed  operarono  fin  anche  negli  scritti  di 

chi  li  negava ed  oggimai  l'esperienza  ha  convinto  la  più  gran 

parte  degl'Italiani,  che  la  loro  lingua  letteraria  non  può  pro- 
sperare senza  l'applicazione  dei  principj  di  Dante»:  principi 
metafisici,  dice  il  Foscolo,  «  annunziati  in  tempi  ne'  quali  la  filo- 
sofia, l'arte  dialettica,  e  la  teologia  erano  tutt' uno  »,  e  tali  da 
intricarsi  a  vicenda,  e  perciò  un  po'  oscuri  forse  allo  stesso 
Dante.  Al  qual  punto  il  pensiero  del  Foscolo  corre  al  «  Locke 
che  facilitò  lo  studio  delle  analisi  delle  idee,  e  quindi  della  na- 
tura delle  lingue,  e  al  Condillac  che  illustrò  questa  difficilissima 
parte  della  metafisica  »  (l). 

Ma  il  fine  supremo  di  tali  studi  era  per  tutti  questi  spiriti 
italiani  «  raggiungere  le  nazioni  che  appresso  a  noi  surte  ci  sor- 
passarono »  ('),  e  poiché  il  mezzo  non  sembrava  potesse  esser  la 


(')  Voi.  cit.,  pp.   188-190. 

(*)  Giordani,  Scritti. cit.,  ed.  Chiarini,  p.  182.  Si  richiamino  a  tal 
proposito  —  e  si  tengano  presenti  in  questo  capitolo  anche  peraltro  — ■ 
le  relazioni  d'amicizia  personale  che  corsero  tra  maggiori  e  minori 
rappresentanti  di  questo  movimento  d'italianità  che  s'agitava  nelle 
questioni  linguistiche.  V.  specialmente  G.  Guidetti,  La  questione 
linguistica  e  l'amicizia  del  padre  Antonio  Cesari  con  Vincenzo  Monti, 
Francesco  Villardi  ed  Alessandro  Manzoni  narrata  con  l'aiuto  di  docu- 
menti inediti,  Reggio  d'Emilia,  1901  ;  —  dello  stesso,  Antonio  Cesari 
giudicato  e  onorato  dagl'italiani  e  sue  re/azioni  coi  contemporanei  con 
documenti  inediti,  Reggio  d'Emilia,  1903;  e  Alfonso  Bertoldi,  Pietro 
Giordani  e  altri  personaggi  del  tempo  in  Prose  critiche  di  storia  e  d'arte, 
Firenze,   1900. 


486  Storia  della  Grammatica 

filosofia,  lo  studio  cioè  dei  problemi  della  natura  del  linguaggio, 
ma  lo  studio  pratico  della  lingua  che  non  si  doveva  lasciare 
adulterare,  da  più  parti,  non  i  soli  fiorentini,  ma  tutti  gl'italiani 
si  diedero  e  intesero  con  viva  fede  e  non  tenue  sentimento  d'ita- 
lianità all'opera  di  restaurazione,  che  un  diffuso  lavorìo,  specie 
nell'Italia  centrale  e  particolarmente  nell'Emilia,  nelle  Romagne, 
nelle  Marche,  nell'Umbria,  a  Roma,  di  traduzioni  dai  classici 
latini  e  greci,  condotto  con  superficiale  ma  sincero  sentimento 
e  gusto  di  bellezza  formale,   favorì  grandemente. 

Il  mondano,  e  avversario  della  Crusca,  Lamberti  nel  1809 
pubblicava  con  aggiunte  e  correzioni  Le  Osservazioni  del  Ci- 
nonio,  rimanendo  però  a  metà  in  causa  della  sua  morte.  Nel  1813 
riusciva  alla  luce  la  vecchia  raccolta  del  Pistoiesi,  Prospetto  dei 
verbi  toscani  tanto  regolari  che  irregolari  (l)  e  il  Casarotti,  tor- 
nava a  discorrere  Sopra  la  natura  e  l'uso  dei  dittonghi  italiani 
—  trattato  —  (").  Nel  14  il  Mastrofini  pubblicava  Teoria  e  prospetto 
ossia  Dizionario  critico  de  verbi  italiani  coniugati  specialmente 
degli  anomali  e  mal  noti  nelle  cadenze  (:i).  E  un  compilatore 
nel  1820,  in  Milano,  riassumeva  tutto  questo  lavorìo  intorno  ai 
verbi  :  Teorica  dei  Verbi  italiani  cotnpilata  sulle  opere  del  Ci- 
nonio,  del  Pistoiesi,  del  Mastrofini  e  di  altri,  e  cinque  anni  dopo 
a  una  compilazione  ancor  più  ricca  attendeva  il  Roster. 

Questo  gruppo  di  lavori  —  com'è  facile  avvertire  —  si  ran- 
noda a  quella  tradizione  grammaticale  che  appunto  col  Cinonio 
iniziava  nella  prima  metà  del  Secento  la  trattazione  di  categorie 
particolari  della  grammatica  giunta  allora  al  suo  completo  sviluppo 
nel  suo  schema  generale  per  opera  del  Buonmattei  ;  ma  non  è 
certamente  estraneo  a  quell'esigenze  di  osservazione  diretta  sul 
materiale  della  lingua  a  cui  si  sforzava  di  soddisfare  il  purismo 
che  appunto  in  quegli  anni  si  affermava  solennemente  con  la  vit- 
toria del  Cesari.  Il  punto  di  vista  è  infatti  ancora  il  retorico, 
come  precettivo  è  l'intendimento,  anche  se  uno  di  quei  quattro 
autori,  il  Casarotti,  si  abbella  nella  sua  esposizione  del  culto 
professato  alla  dottrina  del  Vico  che  cita  in  più  luoghi ('):  mentre, 


(')  Pisa,  Capurro,  nuova  ed.  riv.  e  corr.  —  La  prima  ed.  aveva 
visto  la  luce  a  Roma,  nel  1761. 
(s)  Padova,  nel  Seminario. 
(*)  Roma,  De  Romanis. 
(4)  Anche  l'ab.  Greco,  il  grammatico  consigliere  del  Puoti,  aveva 


Capitolo  quindicesimo  487 


d'altra  parte,  non  è  identificabile  con  quello  delle  grammatiche 
ragionate,  anche  se  un  altro,  il  Mastrofini,  segue  l'autorità  del 
Varano,  di  Ossian,  del  Cesarotti.  I  tempi  non  potevano  non  eser- 
citar la  loro  influenza  :  il  Vico  ormai  cominciava  a  non  esser  più 
una  sfinge,  e  ciascuno  degli  altri  scrittori  godeva  il  favor  po- 
polare. Vedasi  come  il  Casarotti,  che  indubbiamente  non  va  con- 
fuso coi  grammatici  di  bassa  lega,  citi  il  Vico.  Egli,  mosso  alla 
sua  trattazione  dalla  necessità  di  sistemare  una  notevole  serie 
di  fatti,  che  inosservati  danno  luogo  a  molti  inconvenienti,  con- 
stata che  «  i  dittonghi  mobili  non  sono  il  centesimo  permalosi 
dei  fermi,  e  senza  sdegno  stanno  in  bando  da  parecchie  voci, 
alle  quali  avrebbero  diritto  di  entrare.  Priemo,  truovo,  pruova, 
ed  altre  già  l'hanno  quasi  dimenticato.  In  questa  parte  verificasi 
la  sentenza  del  profondissimo  e  oscurissimo  Vico  (Pr.  di  Se.  N. 
Della  Sapienza  Poetica  lib.  II,  Corollarj  d'intorno  alle  origini 
della  locuzione  ecc.),  che  i  Dittonghi  ne'  principj  delle  lingue 
sono  in  assai  più  numero,  e  che  a  poco  a  poco  si  scemano  »  ('). 
E  sul  Vico  stesso  si  appoggia  per  mostrare  l'obbligo  degli  Ita- 
liani a  non  bandirli  «  nella  lingua  che  riceve  da  essi  pienezza  e 
varietà  di  suono,  due  qualità  carissime  all'armonia,  ed  al  canto. 
Di  fatti  i  Dittongi,  se  hanno  valore  i  pensamenti  del  citato  filo- 
sofo napoletano,  del  primo  canto  de popoli  faìino  gran  pruova»: 
e  specialmente  non  dovrebbero  bandirli  i  poeti,  poiché  «  l'espres- 
sione poetica  è  tanto  vaga  d'indipendenza  da  ogni  fastidiosaggine 
grammaticale,  che  talvolta  per  lo  disprezzo  di  certe  rigide  leggi 
acquista  forza  e  bellezza.  E  la  poesia,  come  colui  disse  della 
Pittura,  divien  grande  coli 'industrioso  maneggio  delle  cose  mi- 
nime.  Una   consonante,    una  vocale,   un    Dittongo,    un   accento, 


letto,  se  non  compreso,  il  Vico.  N.  Caraffa  (op.  cit.,  p.  32)  fa  de- 
rivare il  Greco  dal  Vico  e  lascia  credere  che  un'infusione  di  spirito 
vichiano  il  Greco  comunicasse  al  Puoti  stesso. 

(')  Pp.  19-20,  dove  anche  osserva  :  «  Tanto  è  rispetto  a  noi  della 
Lingua  Latina,  che  abbondantissima  nella  scrittura  di  sillabe  bifocali, 
come  Terenziano  Mauro  chiamò  i  dittongi,  rarissimi  ne  conserva  nella 
pronunzia.  E  tanto  è  della  Lingua  Francese,  che  compendia  in  una 
sola  vocale  molti  Dittongi,  de'  quali  sul  labbro  degli  antichi  Francesi 
si  sarà  probabilmente  lasciato  sentire  il  duplice  suono.  Sul  labbro  ita- 
liano poi  questo  duplice  suono  si  fa  sentir  sempre:  e  in  ciò  siamo  più 
ragionevoli  de'  Francesi,  in  quanto  l' Italiana  scrittura,  si  ritengano  o 
si  sbandiscano  i  Dittongi,  rimane  sempre  d'accordo  colla  pronunzia  ». 


488  Storia  della  Grammatica 

tutto  essa  fa  servire  a'  suoi  sublimi  disegni  »  (p.  21).  Così  la 
filologia  filosofica  del  Vico  diventa  nel  Casarotti  rettorica  gram- 
maticale, ma  assai  migliore  di  quell'altra  della  tradizione. 

Nella  parte  storica  e  empirica  il  libro  del  Casarotti  non 
manca  di  utilità.  Passa  in  rassegna  le  esposizioni  precedenti  del 
Mazzoni  che  nega  alla  lingua  italiana  il  vero  e  proprio  dittongo, 
del  Salviati  che  ne  ammise  49,  del  Buonmattei  che  ne  giusti- 
ficò tanti  quanti  sono  i  gruppi  di  due  vocali.  Si  ride  del  Gigli 
che  rimanda  al  Mazzoni  chi  vuol  aver  cognizione  piena  dei  nostri 
dittonghi,  avendo  il  Mazzoni  non  scritto  un  trattato,  ma  un  sem- 
plice discorso,  e  non  sui  soli  dittonghi  italiani,  ma  sui  dittonghi 
in  genere:  rettifica  non  del  tutto  giusta,  come  s'è  visto.  Vero 
trattatista  è  certo  egli  il  Casarotti,  che  dà  del  dittongo  questa 
definizione  :  «  la  comprensione  di  due  vocali  diverse  in  una  sillaba 
sola  e  indissolubile,  di  suono  misto,  come  sarebbe  au.  eu,  io, 
le  (aura,  euro,  piovere,  ciel)  (').  Critica  gli  strafalcioni  dei  ri- 
mari (Folchi,  Fioretti,  Ruscelli,  Baruffaldi)  non  escluso  quello 
del  Rosasco,  e,  naturalmente,  discorre  a  lungo  di  metrica,  con 
molte  esemplificazioni,  essendo  compilato  il  suo  trattato  prin- 
cipalmente in  servizio  della  poesia.  Riassume  la  storia  di  tutti  i 
capricci  ortografici,  dichiarandosi  contro  l'uso  della  dieresi. 

Il  Pistoiesi  aveva  creduto  colmare  una  lacuna  dei  gramma- 
tici che  diedero  sui  verbi  ammaestramenti  e  prospetti  troppo 
scarsi  ai  bisogni.  E  ora  se  ne  ristampava  l'opera  per  il  bisogno 
che  se  ne  sentiva.  Delle  voci  verbali  vi  si  fanno  quattro  classi 
—  classificazione  che  è  un'altra  prova  del  carattere  empirico  e 
retorico  del  trattato:  —  1.  buone  e  corrette  (regolari);  2.  an- 
tiche ;  3.  poetiche  ;  4.  idiotismi  e  errori.  Si  rimprovera  il  Buon- 
mattei di  non  aver  avvertito  che  di  contro  al  leggemmo  si  scrisse 
l'errato  lessamo.  Si  registra  per  es.  il  savamo  (=  eravamo)  che 
incontrammo  nella  grammatica  vaticana  ricordata,  ma,  a  sua 
volta,  dimentica  il  tro  e  il  tretti  da  trarre,  che  quella  gramma- 
tica diligentemente  raccoglie.  Per  questa  parte  storica  special- 
mente il  libro  del  Pistoiesi  conserva  qualche  interesse.  Lo  stesso 


(')  Ricorda  qui  le  12  definizioni  dei  dittonghi  date  dal  Riccioli 
in  De  recia  diphthongorum  promintiationc.  —  Dice  che  nel  Giornale 
di  Padova  si  affermò  che  il  p.  Evangeli  avesse  scritto  un  trattato  sui 
dittonghi  italiani,  ma  egli  dubita  dell'asserzione.  Non  deriva  dal  latino 
questa  definizione  del  dittongo. 


Capitolo  quindicesimo  489 


dicasi  di  quello  del  Mastrolilli,  che,  peraltro,  adopera  un  metodo 
assai  diverso  di  trattazione  sia  nella  parte  introduttiva,  dove 
porge,  come  meglio  poteva,  delle  nozioni  archeologiche  sulle 
trasforma/ioni  latine,  sia  nella  sistematica,  dove  registra  di  ogni 
singolo  verbo  tutte  le  voci,  confinando  nelle  note  gli  usi  antichi 
e  dialettali,  costruendo  così  una  gran  mole  in  due  grossi  volumi 
di  quattrocento   pagine  l'uno. 

Un'altra  miniera  di  tutte  le  forme  storiche  del  nome  e  del 
verbo  sono  le  Osservazioni  grammaticali  di  Giacomo  Roster  (l). 
Il  quale,  più  che  a  trattar  sistematicamente  la  grammatica,  intende 
soprattutto  a  radunare  intorno  a  ogni  persona,  come  a  ogni 
nome,  tutte  le  varianti  che  gli  scrittori  adoperarono,  dando  così 
un  utile  vocabolario  metodico  delle  declinazioni  e  delle  coniu- 
gazioni nel  loro  uso  storico. 

Qualche  decennio  più  tardi,  su  questo  argomento  avemmo 
un  lavoro  assai  migliore  e  di  una  maggior  portata,  che  è  quasi 
anello  di  congiunzione  tra  i  precedenti  prospetti  più  o  meno 
empirici  e  i  più  recenti  trattati  di  analisi  rigorosamente  filolo- 
gica :  la  Analisi  critica  dei  verbi  italiani  investigati  nella  loro 
primitiva  orìgine  dal  prof .  l 'incenzo  Nannucci  (1844),  a  cui  seguì 
nel  1853  il  Saggiò  del  prospetto  generale  di  tutti  i  verbi  anomali 
e  diffettivi,  sì  semplici  che  composti,  e  di  tutte  le  varie  confi- 
gurazioni, dall'origine  della  li?igua  in  poi.  Derivata  da'  mede- 
simi principi  e  condotta  con  l' istesso  metodo  è  la  Teoria  de' 
nomi  della  lingua  italiana  (1858),  che,  come  X Analisi,  si  rac- 
comanda sia  adoperata  con  cautela.   Al  Nannucci  dobbiamo  an- 


(')  Osservazioni  grammaticali  intorno  alla  lingua  italiana  compi- 
late da  Giacomo  Roster  professore  delle  lingue  italiana,  tedesca  ed 
mg  le  se  ecc.  in  Firenze,  mediante  le  quali  si  procura  di  fissar  le  regole 
sinora  incerte  e  vacillanti,  fondate  sull'uso  generale  de'  classici  antichi 
e  moderni,  e  col  parer  de'  primi  letterati  d'Italia:  opera  necessaria 
per  intendere  gli  scrittori  antichi  e  moderni,  e  per  parlare  e  scrivere 
correttametite.  Dedicata  alla  eulta  nazione  italiana.  Firenze,  nella 
stamperia  Ronchi  e  C,  MDCCCXXVI,  (160  gr.  di  pp.  vm-328).  Dopo 
un  Ristretto  di  termini  grammaticali  (1-5)  e  un  Ristretto  delle  decli- 
nazioni '6-9)  tratta  a  lungo  (10-64;  della  Dee lina zio?ie,  ossia  delle  varie 
terminazioni  di  nomi  sost.  e  agg.  Nella  p.  II  165-313)  dà  le  Regole 
per  le  formazioni  di  modi,  tempi  e  persone  delle  tre  coniug.  de'  verbi 
reg.  e  irr.  Seguono  alcune  pagine  di  note.  (Il  raro  libro  mi  fu  fatto 
conoscere  dal  prof.  Teza,  che  ne  possiede  un  esemplare). 


490  Storia  della  Grammatica 

cora  Voci  e  locuzioni  italiane  derivate  dalla  lingua  provenzale 
(1840).  Son  tutte  parti  codeste  &  uri  opera  vasta  alla  quale  s'era 
dato  l'esimio  filologo  e  in  cui  si  proponeva  di  ricercare  minuta- 
mente «  la  natura,  l'indole  e  la  storia  della  nostra  lingua,  segui- 
tandola secolo  per  secolo  ne'  suoi  movimenti  e  nelle  sue  tra- 
sformazioni, ed  investigando  la  ragione  de'  costrutti  e  delle 
forme  grammaticali  (Ai  lettori)  »:  un  miscuglio,  come  ben  s'in- 
tende, d'empirismo,  di  storia  e  di  filosofia  del  linguaggio  in  cui 
sarebbero  state  riassunte  e  conciliate  le  tre  tendenze  degli  studi 
linguistici  prevalenti  al  suo  tempo.  Fu  bene  che  il  Nannucci  si 
limitasse  alla  parte  storica  usando,  come  le  forze  gli  permette- 
vano, discretamente,  del  metodo  comparativo  ignoto  ai  suoi  pre- 
decessori specialisti  :  ne  uscirono  giustificate  nella  loro  origine 
e  nella  loro  analogia  con  le  neolatine,  voci  e  frasi  ritenute  errori 
e  idiotismi  dagli  altri  ;  altre  furono  ridotte  alla  loro  vera  lezione. 
Quelle  che  per  altri  erano  minutezze,  cioè  tutte  le  uscite  varie 
di  una  stessa  voce,  egli  raccolse  e  sistemò,  svolgendo  la  sua  trat- 
tazione, se  non  con  metodo,  con  ordine,  chiarezza,  cioè  tempo 
per  tempo,  persona  per  persona.  Faccio  la  riserva  sul  metodo, 
appunto  perchè  qui  è  il  lato  debole,  filologicamente  parlando, 
dell'opera  del  Nannucci:  la  sua  è  una  classificazione  empirica, 
storica  nel  senso  che  parte  dalle  forme  più  antiche  per  giungere 
alle  moderne  :  non  è,  e  non  poteva  ancora  essere  a  base  fonetica, 
come  oggi  si  esigerebbe.  Se  non  che  anche  in  questo  rispetto 
supera  i  precedenti  trattatisti,  de' quali  egli  stesso  vorrebbe  eccet- 
tuato il  Mastrofini,  se  «  oltre  all'aver  egli  lasciato  addietro  tutte 
le  anomalie  più  riposte,  che  sono  sparse  per  entro  agli  scritti 
de'  nostri  vecchi,  anche  nelle  più  ovvie  da  lui  riprodotte  »,  non 
avesse  per  lo  più  errata  la  vera  origine  (p.  425). 

L'opera  del  Nannucci,  come  anche  risulta  da  un  utilissimo 
indice,  è  ricca  di  osservazioni  grammaticali  spicciole  che  servono 
a  lumeggiare  la  posizione  sua  di  grammatico  diligente  e  osser- 
vatore, raccoglitore  di  prima  mano  de'  fatti  grammaticali,  che 
sa  ordinare  nella  loro  serie  storica,  non  nella  loro  genesi  ed 
evoluzione  interiore,  intese  —  è  superfluo  dirlo  —  nel  loro  signi- 
ficato fittizio.  È  insomma,  per  l'Italia,  a  prescindere  dai  nostri 
filologi  migliori  del  Cinquecento,  l'anello  di  congiunzione  tra  la 
pura  precettistica  e  l' indagine  storica. 

Un  contenuto  grammaticale  hanno  egualmente,  chi  più  chi 
meno,  tutti  i  nostri  retori  ed  eruditi  e  lessicografi  —  filologi  nel 


Capitolo  quindicesimo  491 


senso  ristretto  che  a  questa  parola  dal  Diez  in  poi  viene  an- 
nesso, non  li  potremo  chiamare  —  della  prima  metà  del  sec.  XIX, 
dell'indirizzo  puristico-classico  dal  Cesari  al  Fornaciari.  Di  essi, 
quando  non  furono  anche  produttori  di  grammatiche  vere  e 
proprie,  onde  particolarmente  vogliamo  desumere  i  caratteri  della 
grammatica  di  questo  periodo,  basterà  che  noi  ricordiamo  poco 
più  che  i  nomi  per  complemento  di  disegno,  rientrando  essi  in 
quanto  tali  —  alcuni  furono  grandissimi  poeti  come  il  Foscolo,  il 
Monti,  il  Leopardi  —  più  direttamente  nella  storia  dell'erudi- 
zione linguistica  o  della  rettorica  o  della  coltura  o  della  critica 
letteraria  o  della  cosiddetta  questione  della  lingua,  secondo  i  sin- 
goli casi.  Nel  loro  complesso,  per  quanto  ha  rapporto  diretto  con  la 
grammatica,  essi  seguono  e  costituiscono  il  medesimo  moto  onde 
derivarono  le  varie  grammatiche  che  esamineremo  con  quella 
brevità  che  l'interesse  ormai  scarso  della  materia  e  la  qualità 
possono  consentire  in  una  storia  come  la  presente. 

Di  quei  tre  grandissimi,  benché  non  siano  stati,  stretta- 
tamente  parlando,  né  grammatici  né  critici  del  concetto  di  gram- 
matica e  neppure  rinnovatori,  saremmo  tentati  a  far  qui  un 
meno  breve  cenno  di  quel  che  s'è  fatto,  avendo  essi  dato  allo 
studio  della  lingua  una  parte  non  piccola  della  loro  attività,  se, 
considerando,  a  tacer  d'altro,  che  le  loro  particolari  vedute  non 
sono  in  sostanza  se  non  antecedenti  della  dottrina  manzoniana 
sulla  lingua,  che  è  poi  la  dottrina  linguistica  del  romanticismo, 
di  questa  non  dovessimo  trattenerci  più  lungamente  e  per  il 
nuovo  indirizzo  grammaticale  che  ne  derivò  e  per  la  connessione 
che  ha  particolarmente  con  la  critica  della  grammatica  generale, 
che  a  noi  sopratutto  interessa.  Ma  del  Leopardi  mi  giova  met- 
tere in  rilievo  un  curioso  pensiero  circa  i  rapporti  tra  gramma- 
tica e  lingua,  che  si  può  riassumere  così  :  la  varietà,  ricchezza, 
onnipotenza  d'una  lingua  sono  in  ragione  inversa  del  do- 
minio regolatore  della  grammatica,  e  che  egli  illustra  con  gli 
esempi  della  lingua  greca  che  ebbe  «  inesauribile  ricchezza  e 
assoluta  potenza  »  avanti  il  sorgere  della  sua  grammatica,  della 
latina  che,  per  antica,  avendo  avuto  avanti  la  grammatica  greca, 
studiata  per  principi  e  nelle  scuole,  «  riuscì  meno  libera  e  meno 
varia  d'ogni  altra  »,  dell'italiana  che,  «  scritta  primieramente  da 
tanti  che  nulla  sapevano  dell'analisi  del  linguaggio  (poco  o  nulla 
studiando  altra  lingua  e  grammatica,  come  sarebbe  stata  la  la- 
tina), venne,  per  lingua  moderna,  similissima  di  ricchezza  e  di 


492  Storia  della  Grammatica 

onnipotenza  alla  greca  »,  della  tedesca,  che,  avendo  grammatica 
e  non  forse  rispettandola  e  non  avendo  vocabolario  ricono- 
sciuto per  autorevole,  è  nelle  migliori  condizione  per  pervenire 
«alla  ricchezza,  potenza,  libertà  »(').  Giudizio  quant'altro  mai 
ostile  alla  grammatica,  ma  il  più  servile  verso  la  sua  immagi- 
naria strapotenza. 

Su  di  un  altro  grande  italiano,  invece,  che  citeremo  tra 
poco,  Nicolò  Tommaseo,  linguista  di  professione,  non  possiamo 
non  fermarci  un  po'  più,  il  che  faremo  con  la  scorta  del  Bor- 
gese,  il  quale  ci  sembra  averlo  caratterizzato  con  mirabile  pre- 
cisione. «Il  Cesari  del  romanticismo»,  lo  chiama  il  Borgese(2), 
«  e  del  Cesari  non  fu  così  spietato  censore  come  molti  non  ro- 
mantici ».  Ebbe  quel  che  al  Cesari  mancò  per  divenire  scrittore 
più  che  comune,  la  fede  nel  grande  principio  della  rivoluzione 
letteraria.  Di  singolare  nelle  teoriche  sulla  lingua  del  Tomma- 
seo, è  l'analogia  con  le  opinioni  letterarie  che  si  professavano 
ornai  da  una  ventina  d'anni.  «  Egli  stimava  doversi  i  significati 
delle  parole  distinguere  secondo  l'uso  più  generale  e  ragione- 
vole, proprio  come  gli  evangelisti  del  romanticismo  volevano 
ligie  le  lettere  alle  passioni  e  ai  desideri  del  tempo,  perchè  fos- 
sero secondo  ragione  e  morale  ».  Nel  linguaggio  vedeva  tre  pregi 
essenziali  di  bellezza:  l'etimologia  più  prossima  e  d'evidenza 
irrecusabile,  l'analogia  filosofica  e  la  grammaticale,  l'armonia 
musicale  e  l'onomatopeica  :  pregi  che  meglio  d'ogni  altro  idioma 
riteneva  possedere  il  toscano.  Non  rinnovò  i  concetti  fondamen- 
tali della  linguistica  ;  applicò  come  il  Berchet  e  il  Manzoni  in 
modo  nuovo  principi  vecchi,  e  sostenne  l'imitazione  del  vero  e 
l'uso  di  parole  intelligibili  al  popolo.  Ed  ecco  l'intento  morale 
della  riforma.  «  Giova  osservare  »,  scriveva,  «che  la  straordina- 
rietà del  linguaggio,  la  quale  dà  talvolta  allo  stile  una  cert'aria 
di  dignità,  è  pregio  tutto  posticcio  che  non  compensa  il  difetto 
di  pregi  più  intrinseci.  Molti  si  credono  d'essere  scrittori  non 
comuni,  allorché  rivolgono  un'idea  comune  in  abito  straordi- 
nario, ma  converrebbe,  in  quella  vece,  sotto  forme  comuni,  ren- 


(;)  Pensieri  di  varia  filosofia  e  dì  bella  letteratura,  Firenze,  1S99, 
voi.  IV,  pp.  323-4.  Del  resto  sul  Leopardi  filologo,  v.  i  noti  lavori 
recentemente  condotti  sullo  Zibaldone,  il  voi.  del  Rorgese,  specialm. 
pp.  69-70,  e  il  citato  studio  del  Colagrosso. 

(*)  Op.  cit.,  p.   146  sgg. 


Capitolo  quindicesimo  493 


dere  accessibile  e,  quasi  dirti,  perdonabile  la  straordinarietà 
dell'idea  »(').  Nella  pratica  «pesava  con  scrupolo  da  farmacista 
parole  e  sillabe  e  della  grammatica  fu  cavalier  senza  macchia  »(2). 
Il  numero  maggiore  degli  eruditi  e  letterati  che  si  occuparono 
in  questo  tempo  di  lingua  è  dato  dai  vocabolaristi  in  genere:  ac- 
cademici della  Crusca,  dell'  Istituto  lombardo,  Cesari,  Galiani, 
Tommaseo,  compresi  i  compilatori  di  dizionari  di  sinonimi  (Grassi, 
Tommaseo),  metodici  (Carena)  e  dialettali,  e  in  particolare, 
dagli  avversari  più  o  meno  accaniti  della  Crusca  (Monti,  Perti- 
cari,  Compagnoni)  coi  loro  rispettivi  contradittori  nelle  polemiche 
che  seguirono  alla  Proposta  (:ì  )  del  Monti  (Biamonti,  Galvani  (4), 
Niccolini,  Tommaseo),  e  ancor  più  particolarmente  dagli  anno- 
tatori e  correttori  della  Crusca  (Parenti)  (  ).  Astrazion  fatta  dal- 
l'utilità pratica  di  queste  raccolte  di  voci  e  locuzioni,  sono  ormai 
ben  noti  il  nocciolo,  le  vicende  e  l'importanza  della  questione 
agitatasi  con  tanto  fervore  e  accanimento  :  sostenitori  e  avver- 
sari della  Crusca,  nel  propugnare  secondo  il  loro  partito  un  uso 
più  o  meno  esteso  nel  tempo  e  nello  spazio,  quale  si  fosse  il  loro 
ideale  d'un'italianità  più  o  meno  pura  di  pensiero,  di  sentimento 
e  di  lingua  (entrano  naturalmente  nelle  questioni  sentimentalismi 
patriottici  più  o  meno  caldi  e  sinceri),  movevano  dalla  ormai 
stravecchia  concezione  meccanica  del  linguaggio  abbuiata  ancora 
non  poco  dalla  ignoranza  dell'origine  dell'italiano,  o  meglio,  de' 


11)  In  Borgese,  op.  cit.,  p.   148. 

(2)  Borgese,  op.  cit.,  ib.  —  Tra  i  molti  scritti  del  Tommaseo  che 
in  qualche  modo  si  riferiscono  al  nostro  argomento,  merita  d'essere 
ricordato  qui  particolarmente  V  Aiuto  air  unità  della  lingua  —  saggio 
di  ìuodi  con  formi  all'uso  vivo  italiano  che  corrispondono  ad  altri  d'uso 
meno  comune  e  meno  legittimo  —  Proposte — ,  Firenze,  Le  Monnier,  1874. 

(3)  Proposta  di  alcune  correzioni  ed  aggiunte  al  Voc.  d.  Cr.,  Mi- 
lano, R.  Stamperia,  1817-26  Cvi  collaboravano  segnatamente  il  Perti- 
cari,  il  Gherardini,  il  Grassi,  il  Peyron  ecc.).  —  Devesi  ricordare  qui 
il  Capitolo  CHI  di  un'Opera  cominciata  a  scrivere  dall'  autore  prima 
della  Proposta  del  cav.  Monti  e  da  non  pubblicarsi  se  non  l'anno  cin- 
quantesimo del  sec.  XIX  (Estr.  d.  Quad.  XV  del  Nuovo  ricoglitore  con 
un'aggiunta,  Milano,  1826)  del  Compagnoni,  che  pretese,  come  il  conte 
Fr.  Amalteo  di  Oderzo  {Stilla  libertà  concessa  alla  locuzione  italiana 
degli  Accademici  della  Crusca)  di  aver  precorso  il  Monti. 

(")  Il  Galvani,  tra  tutti  costoro,  si  distingue  per  i  suoi  notevoli 
contributi  alla  storia  della  letteratura  occitanica. 

(s)  Ricordiamo  qui  particolarmente  di  lui  il  discorso  Del  sover- 
chio rigor  de'  grammatici. 


494  Storia  della  Grammatica 

vari  dialetti  italiani  ;  e  si  tormentavano  tutti  egualmente  intorno 
a  un  problema  antifìlosofico.  Lo  stesso  dicasi  dell'altra  categoria, 
non  meno  numerosa,  dei  panegiristi  della  lingua  italiana  e  cal- 
deggiatori  del  ritorno  all'antica  purezza  e  semplicità  trecentesca, 
trattatisti  in  genere  dell'origine  e  delle  doti  dell'elocuzione,  dis- 
sertatori di  combattimento  o  no,  tutti  quali  con  più  quali  con 
meno  di  destrezza  armeggiami  pel  feticcio  col  vecchio  bagaglio 
d'argomenti  formali:  il  Cesari,  alla  testa,  Amadi,  Amicarelli, 
Bressan,  Mazzoni,  Biondelli,  Betti,  Ranalli,  Paravia,  Fornaciari('), 
Montanari,  Mestica,  Costa,  Pagliese,  Farini,  Colombo,  Marchetti, 
Parenti,  Giordani,  a  tacer  del  Puoti  e  della  sua  scuola.  Una 
terza  schiera,  infine,  è  costituita  da  molti  di  questi  stessi,  metto 
in  prima  linea  il  Colombo,  e  altri  moltissimi  —  tra  questi  ricor- 
deremo honoris  causa  il  Leopardi  e  il  Foscolo  —  che  o  cura- 
rono l'edizione  de'  testi  antichi  o  li  annotarono  o  fecero  l'una 
cosa  e  l'altra.  L'opera  di  costoro  ha  un  carattere  più  specifica- 
tamente linguistico-retorico  ;  ma,  oltre  che  qui  non  se  ne  potrebbe 
molto  agevolmente  tener  conto,  poiché  sarebbe  da  ridurre  a 
corpo  sistematico,  in  fondo  la  ritroveremo  nelle  singole  gramma- 
tiche che  accompagnarono  questa  produzione  esegetica,  di  cui 
a  priori  s'intendono  i  valori  e  i  caratteri,  sol  che  siano  annun- 
ziati i  nomi  dei  produttori  (2). 

Ma  qui  dobbiamo  fermarci  per  registrare  un  fatto  di  qualche 
importanza. 

Pensando  a  questa  schiera  di  puristi  e  di  retori,  general- 
mente ce  li  figuriamo  anzitutto  grandi  credenti  nella  gramma- 
tica, come  nell'ultima  panacea  di  sicura  efficacia  per  il  retto  eser- 
cizio dello  scrivere  e  del  parlare,  del  comporre  e  dell'intendere 


(')  Un  più  recente  correttore  della  Crusca  fu  Alfonso  Cerquetti, 
il  cui  nome  è  mescolato  in  nuove  e  non  meno  vivaci  polemiche.  Pub- 
blicò parecchi  volumi  di  «Correzioni  e  giunte  al  vocabolario  degli  Ac- 
cademici della  Crusca»,  il  primo  de'  quali  vide  la  luce  in  Forlì,  1869. 
—  Sul  Cerquetti,  Trabalza,  A.  Cerouellt  in  Studi  e  profili  cit.,  p.  260 
e  seguenti. 

(■)  Ricorderò  qui,  come  segno  del  fervore  puristico  specialmente 
contro  le  insidie  del  dialetto,  quella  Tavola  e  correzione  d'un  migliaio 
d'errori  di  grammatica  e  di  lingua  ecc.,  per  Michele  Ponza,  sac, 
Torino.  1843,  dove  il  Manzoni  spigolò  esempi  per  la  sua  tesi  dell'u- 
nità linguistica  (voi.  IV  delle  Opere  inedite  o  rare  cit.  più  innanzi, 
pag.   1901. 


Capitolo  quindicesimo  495 


gli  scrittori.  A  mostrar  l' inesattezza  di  tale  opinione,  senza  che  io 
mi  stenda  in  soverchie  parole,  riferirò  qui  proprio  un  brano  della 
dissertazione  del  Cesari,  la  cui  testimonianza  tronca  la  testa  al 
toro.  Dopo  aver  indicato  —  il  che  fa  in  modo  che  tutti  possiamo 
accettare  —  come  s'abbiano  a  legger  gli  scrittori,  dice  che  «  nel 
principio,  la  Grammatica  è  necessaria  per  li  nomi  e  coniugazioni 
de'  verbi,  e  per  parecchi  de'  più  notabili  usi  de'  verbi  singolari. 
Io  credo  che  i  fanciulli  non  siano  da  stancare  con  molte  re- 
gole ('):  al  maestro  sta  venirle  toccando,  secondo  che  negli  au- 
tori si  abbatte  a  cose  che  richiegge  spiegazione  come  che  sia. 
La  Grammatica  del  Corticelli  crederei  molto  ben  acconcia  per 
quell'  età  ;  quantunque  assai  vi  manchi  di  quelle  cose  che  al 
maestro  s'appartiene  d'  aggiungere  a  luogo  a  luogo...  Ma  per 
la  grammatica  e  i  primi  elementi  di  lingua...  io  ardirei  di  mo- 
strare un  cotal  mio  trovato,  che  assai  felicemente  mi  riuscì.  Io 
credo  che  grande  agevolezza  ad  apprender  la  lingua  debba  por- 
tare a'  fanciulli  l'aiuto  d'un'altra  lingua,  loro  già  nota,  la  cosa 
parla  da  sé.  ora  eglino  nessun'altra  ne  sanno  che  il  proprio  dia- 
letto. Essi,  nel  loro  dialetto  parlando,  sanno  il  valor  delle  voci 
che  usano,  e  le  parti  dell'orazione,  nomi,  pronomi,  verbi,  av- 
verbi, eccetera,  le  usano  tutte.  Ora  io  questa  loro  scienza  vorrei 
recarla  ad  essi  a  profitto  ;  facendo  che  tutto  il  loro  studiar  nella 
lingua  fosse  un  tradurre  dal  dialetto  lor  naturale  »  (2).  E  nella 
pratica  dell'  insegnamento  privato  fece  fare  esercizi  di  retrover- 
sione di  novelle  da  lui  tradotte  «in  volgar  veronese  »(3)  e  compilò 
un  Catalogo  d' Alcune  voci  di  dialetto  Veronese  col  corrispon- 
dente Toscano  a  fronte  (').  Non  era  stato  il  primo  a  servirsi  del 


(')  «  Precetti  pochi  di  qualsivoglia  autore»,  torna  a  predicare  nello 
scritto  Del  metodo  d' insegnare  lettere  latine  e  italiane,  in  Opuscoli  cit., 
ed.   Guidetti,  p.  493. 

(')  Ed.  Guidetti,  pp.  227-9. 

(!)-(4)  Guidetti,  op.  cit.,  p.  229  »,  1.  —  Il  Guidetti,  a  questo 
proposito,  riferisce  un  brano  di  lettera  scrittagli  dall'Ascoli,  il  29 
agosto  1897  :  «  È  anche  vero  che  il  Cesari  e  \\  Manzoni  ebbero  in 
qualche  modo  lo  stesso  pensiero,  sostenendo  entrambi  che  l'Italia 
doveva  attingere  o  riattingere  l'unità  del  proprio  linguaggio  dalla 
Toscana  o  meglio  da  Firenze,  e  n'è  venuto  assai  naturalmente  che 
in  entrambi  sorgesse  il  desiderio  di  raccolte  lessicali  o  di  frasarj,  dove 
ai  modi  di  ciascun  dialetto  si  contrapponessero  gli  equavalenti  della 
pura  e  schietta  fiorentinità  ». 


496  Storia  della  Grammatica 


dialetto  per  apprendimento  e  l'insegnamento  della  lingua,  come 
sappiamo  ;  ma  possiamo  ben  figurarci  di  quale  e  quanta  efficacia 
riuscissero  e  la  dichiarazione  di  scarsa  fede  nella  grammatica 
per  sé  stessa  e  il  consiglio  di  ricorrere  al  dialetto  per  appren- 
derne naturalmente  con  gli  schemi  le  parti  dell'orazione  italiana, 
esposti  come  si  trovavano  in  una  Dissertazione  che,  e  per  il  nome 
dell'Autore  e  per  il  premio  ond'era  stata  coronata,  si  divulgò  ed 
ebbe  grandissima  presa  in  ItaliaC).  Infatti,  a  prescindere  dalla  ricca 
serie  di  vocabolari  dialettali  (anche  il  Puoti,  oltre  quello  àé\  fran- 
cesismi, 1843,  ne  fece  compilar  uno  domestico  napoletano-italiano , 
1841),  che  non  è  nostro  compito  illustrare  (''),  da  questo  impulso 
del  Cesari,  indubitatamente,  oltre  che  dalle  cause  generali  che  sul 
Cesari  stesso  agirono,  derivarono  in  ogni  parte  d'Italia  gram- 
matiche italiano-dialettali,  dove  appunto  si  faceva  servire  il  dia- 
letto, anche  più  ufficialmente  dirò  cosi  che  non  si  facesse  con  le 
versioni  dialettali  e  con  lo  studio  e  la  compilazione  del  dizio- 
nario dialettale,  all'apprendimento  della  grammatica  italiana.  Ne 
ricorderò  due  :  la  Bergomense-italiana  (3),  dove  1'  influenza  del 
Cesari  si  vede  non  solo  dall'innesto  degli  esercizi  di  retrover- 
sioni alle  regole  grammaticali  e  ai  paradigmi,  ma  anche  dal- 
l'aver  proposto    tra   i   temi  vernacoli  una  novella  del  Cesari  :  e 


(')  Nel  concorso  alla  cattedra  di  letteratura  italiana  dell'  Univer- 
sità di  Napoli,  del  1818,  a  cui  partecipò  anche  il  Puoti,  fu  dato  per 
la  dissertazione  latina  il  seguente  tema,  che  è  la  traduzione  del  tema 
dell'Accademia  livornese:  «  Italici  sermonis  a  Dante  ac  Petrarca  prae- 
cipue  exculti  elegantia,  quibus  de  causis,  quibusve  scriptoribus  defe- 
cerit,  quibusve  de  causis  ac  scriptoribus  ad  pristinum  redeat  splen- 
dorem  ».   In  Caraffa,  op.  cit.,  pp.  20-1. 

(")  Per  la  storia  de'  Vocabolari  dialettali  e  quanto  li  concerne 
ne'  rispetti  dell'aiuto  che  posson  recare  a  chi  vuol  imparar  la  lingua 
e  a  scrivere,  cfr.  A.  Manzoni,  Dell'  unità  della  lingua  in  Prose  minori, 
ed.  Bertoldi,  p.  256  sgg.,  il  Concorso  bandito  dal  Ministero  nel  1890 
e  relativa  Relazione  e  C.  Trabalza,  L'insegnamento  dell'italiano  nelle 
scuole  secondarie  —  Esposizione  teorico-pratica  con  esempi,  Milano, 
1903,  cap.  VII,  ?  1,  pag.  133  sgg.;  per  la  necessità  che  se  ne  afferma 
anche  ogs^i,  né  più  né  meno  che  con  le  idee  del  Cesari  e  del  Man- 
zoni, mi  sia  permesso  citare  la  prefazione  al  mio  Saggio  di  vocabo- 
lario umbro-fiorentino  e  viceversa,  Foligno,   1905. 

(3)  Esperimento  di  una  Grammatica  bergomense-italiana  compi- 
lato a  comodo  ed  utilità  de'  Giovanetti  suoi  connazionali  dal  sa  e.  G. 
A.  M.,  Milano,  Tip.  Arciv.,  Ditta  Boniardi-Pogliani  di  E.  Besozzi, 
MDCCCLIV  (Bibl.  Teza). 


Capitolo  quindicesimo  497 

la  già  ricordata  Glottopedia  italo-sicula  del  Pulci  ('),  notevole  per 
l'opinione  tacita  dell'A.  che  il  siciliano  ben  ripulito  possa  coinci- 
dere con  la  lingua  letteraria,  ma  più  importante  per  le  tracce 
che  la  grammatica  filosofica  anche  in  questo  campo  ha  lasciato. 
Protesta  l'autore  contro  le  grammatiche  del  Biagioli  e  del  Ce- 
rutti  «  impiastricciate  d'ideologia  Trasiana  »,  afferma  che  le  menti 
dei  giovinetti  sono  immature  a  intendere  la  filosofia  mentre  per 
intender  questa  occorre  la  grammatica,  ma  la  filosofia  cacciata 
dalla  finestra  delle  regole  l'ha  fatta  rientrar  per  la  porta  delle 
note. 

E  finalmente  osservo  qui  che  quel  calore  che  quei  nostri  pu- 
risti sentivano  per  la  bella  lingua  giovava  a  ravvivar  la  gramma- 
tica, in  modo  che  questa  non  fosse  neppure  quel  che  è  oggi  per 
molti  una  cosa  parecchio  insopportabile. 

Venuti  così  alla  rassegna  delle  vere  e  proprie  grammatiche 
compilate  nel  periodo  di  cui  abbiam  cercato  determinare  i  carat- 
teri, ci  risparmieremo  dall'esame  così  dei  trattati  particolari  come 
de'  compendi  e  delle  compilazioni  di  seconda  e  terza  mano  (2), 


(')  Glottopedia  italo-sicula  e  Grammatica  italiana  dialettica,  in  cui 
t  onfrontasi  il  dialetto  siciliano  colla  lingua  italiana  in  ciò  che  discon- 
vengono, a  buon  indirizzo  de'  giovani  siciliani  per  evitare  i  sicilianismi 
gratnmaticali  ridotta  in  tavole  sinottiche  corrispondenti  ad  ogni  trattato 
per  lo  can."  seconda  della  cattedrale  di  Catania  Doti.  Innocenzo  Fulci 
pubblico  professore  di  lingua  italiana  nella  Regia  Università  ecc.  Ca- 
tania,  1836.  Dalla  Tip.  della  R.  Università  per  Carmelo  Pastore. 

(2)  Diamo  qui.  in  nota,  come  abbiam  fatto  per  molti  continuatori 
del  Soave  e  del  Cesarotti,  una  breve  serie  dei  moltissimi  che  — 
escluso  che  si  possan  far  tagli  netti  —  si  possono  riallacciare  alla  tra- 
dizione del  Cesari  e  del  Puoti.  —  Regole  ed  osservazioni  della  lingua 
toscana.  In  Genova  per  lo  Caflarelli,  1800  (cit.  dal  Casarotti).  —  A. 
M.  Romola,  Delle  dieci  parti  del  nostro  discorso,  Carmagnola,  1815. 
—  G.  Agrati,  //  maestro  italiano  con  appendice  delle  voci  dubbie  com- 
pilate e  ridotte  informa  di  dizionario  ad  uso  delle  scuole  e  di  chi  ama 
a  parlare  e  leggere  e  scrivere  bene  e  correttamente,  Brescia,  Bettoni, 
1819  [grammatica  e  vocabolario  trattati  alfabeticamente.  Ricorda  il 
Pergamini].  De  Filippi,  Studio  di  lingua  del  fanciullo  italiano,  Milano, 
1820.  —  Osservazioni  sull'uso  variante  dei  Dittonghi  fatte  dai  padri 
della  poesia  italiana,  Milano,  1821.  —  Fr.  Antolini,  di  Macerata, 
Saggio  di  parallelo  di  voci  italiane  ;  trattato  della  lettera  J  e  del  doppio  I, 
Milano,  1821  [È  una  prima  parte  d'un'opera  di  cui  aveva  annunziato 
il  programma  nel  1819.  Attribuisce  ai  dialetti  la  colpa  dei  doppioni. 
Doppioni?  Sono  parole  di  forma  e  senso  chiaramente  diverse:  Abbatte, 
Abate  ;  Accadde,  Accade,  e  che  nessuno  confonde.  Negli  altri  trattati 

C.  Trabalza.  32 


498  Storia  della  Grammatica 


per  fermarci  ai  quattro  principali  autori  che  sono  il  Gherardini, 
il  Puoti,  l'Ambrosoli  e  il  Rodino,  tacendo  anche  qui  interamente 
delle  grammatiche  italiane  in  lingua  straniera  per  uso  degli  stra- 
nieri. 

Il    milanese  Giovanni    Gherardini    (1782  -  1761)   è    più   noto 
specialmente  per  la    sua    riforma    ortografica  da    pochi    seguita 


avrebbe  parlato  dei  nomi  d'unica  pronunzia  e  varia  ortografia  (II),  di 
voci  medesime  di  varia  pronunzia  (III),  voci  di  doppia  vocalizzazione 
(IV),  dell'/  e  ii  (Vj,  del  Z  (VI),  di  monosillabi  di  vario  significato  (VIIj. 
Difende  l'j  lungo,  e  dà  un  elenco  alfabetico  di  voci  parallele:  Ab- 
bomini,  Abbominj  ;  Accusatori,  Accusatori  (da  accusatorio);  Acquai 
(perf.  da  acquare,  Acquai  ecc.;  dividendoli  in  tre  classi:  I.  Voci  che 
richieggono  la  finale  j;  II.  Il  doppio  ii  (Abbondi,  Abbondii;  Accoppi 
da  accoppare,  ecc.,  Accoppii,  da  accoppiare);  III.  Le  due  termina- 
zioni (Incendj  pi.  da  incendio,-  Incendii,  da  incendiare).  —  Gaetano 
Greco  (un  precursore  del  Puoti  e  degli  altri  classicisti  meridionali), 
Avvertimenti  del  parlare  e  scrivere  correttamente  la  lingua  italiana, 
Napoli,  1820  (cfr.  De  Sanctis,  La  giovinezza,  p.  99).  —  Amadi,  Dia- 
logo della  lingua  italiana,  Venezia,  1821  (Trovansi  ms.  nel  Cod.  Marc. 
CIX).  —  Ugolino  Biagio,  Istruzione  grammaticali  da  lui  dettate,  Cod. 
Marc.  CLXXVIII  (non  so  se  vennero  mai  alla  luce).  —  Regole  ed  os- 
servazioni intorno  alla  lingua  italiana,  Imola,  182 1  ;  2  volumetti.  — 
A.  Lissoni,  Risposta  al  libercolo  «Aiuto  contro  l'aiuto  del  Lissoni, 
ossia  difesa  di  molte  voci  italiane  a  torto  proscrìtte  » ,  Milano,  1831  (che 
cito  per  ricordare  questa  polemichetta  e  accennare  che  anche  di  questo 
tempo  si  ebbe  una  colluvie  di  scritti  ortografici).  —  T.  Azzocchi 
(1791-1863,  insegnò  italiano  e  latino  al  Collegio  Romano  e  al  Semina- 
rio ;  scrisse  un  Elogio  del  Cesari,  che  si  compiace  di  lui  come  di  suo 
nuovo  seguace,  cfr.  Cesari,  Opuscoli,  ed.  Guidetti,  p.  613),  Avverti- 
menti a  chi  scrive  in  italiano  («  Fra  noi,  dice,  è  questo  difetto  gran- 
dissimo di  educazione,  che  non  curiamo  punto  la  lingua  che  di  bel- 
lezza gareggia  eziandio  con  la  greca,  mentrechè  alle  lingue  morte 
attendiamo  e  alle  straniere».  A  proposito  dell'Azzecchi  e  de'  suoi 
pari  nel  culto  della  lingua,  il  Mazzoni  {V Ottocento  p.  467)  osserva 
giustamente:  «  Il  nome  d'Italia  è  da  per  tutto,  anche  nelle  grammati- 
chette  e  ne'  lessici  per  i  ragazzi,  rivendicato  contro  il  forestierume  e 
la  barbarie  ».  11  Falchi  (/ puristi  del  sec.  XIX;  1.  //  classicismo  de' 
puristi,  Roma,  1899)  ha  voluto  fare  delle  riserve  e  mettere  le  cose  a 
posto  sul  patriottismo  de'  puristi,  e  ha  trovato  una  frase  felice  per 
illustrare  il  suo  pensiero,  dove  dice  (p.  76)  che  questi  «facevano  ser- 
vire il  concetto  di  patria  alla  causa  del  purismo:  non  viceversa». 
Verissimo.  Pure  è  innegabile,  e  la  cosa  si  spiega  facilmente,  che,  no- 
nostante che  il  Puoti,  prendiamo  un  esempio  perspicuo,  si  dolesse 
profondamente  di  «  non  poter  diventare  il  pedagogo  del  Rampollo  del 
Borbone  »,  né  s'accorgesse  quali    spiriti    svegliasse  nella   scolaresca  il 


Capitolo  quindicesimo  499 


—  un  di  codesti  fu  il  Cattaneo  (')  —  onde  voleva  ricondurre  tutte 
le  forme  alla  grafia  che  l'etimologia  esigerebbe:  vana  ed  illogica 
pretesa,  ma,  filosoficamente,  non  meno  ingiustificata  di  quant'altre 
mirano  a  costringere  l'arte  entro  determinati  schemi  grafici  più 
o  meno  moderni,  per  quanto,  naturalmente,  più  di  esse  ripu- 
gnante alla  coscienza  moderna  cui  è  meno  estraneo  quel  certo 
consenso  formatosi  intorno  al  cosiddetto  uso  vivo.  Ma  l'attività 
del  Gherardini  si  svolse  largamente  e  per  lunghi  anni  anche  nel 
campo  stesso  della  grammatica,  concretandosi  in  opere  di  gran 
lena  e  di  grossa  mole.  Aveva  cominciato  nel  181 2  con  studi  les- 
sicografici pubblicando  un  Elenco  di  alante  parole  oggidì  fre- 
quentemente in  uso,  le  quali  non  sono  ?ie'  Vocabolari  italiani. 
Nel  1825  diede  alla  luce  una  Introdìizione  alla  Grammatica  ita- 
liana per  ìiso  della  classe  seconda  delle  scuole  elementari:  facile 
ma  elementarissima  esposizione  accompagnata  da  tavole  sinot- 
tiche e  da  un  Modello  d'interrogazione  per  uso  de'  maestri  che 


suo  insegnamento,  resta  sempre  vero  quel  che  il  De  Sanctis  ebbe  ad 
osservare  e  altri  a  ripetere,  che  il  Puoti  «  con  l'amore  e  la  cura  della 
lingua  destava  il  sentimento  nazionale  in  tutta  la  gioventù  che  fece  poi 
il  '48,  il  '49,  il  '60»  Saggi  critici,  Napoli,  1881,  p.  511.  Il  viceversa 
era  vero  per  i  discepoli,  se  non  pei  maestri).  —  L.  Brenna,  Elementi 
di  ortografia,  Treviso,  1833.  —  L.  Guastaveglie,  Compendio  di  gram- 
matica italiana,  Perugia,  1840  (È,  per  dichiarazione  stessa  dell'a.,  un 
rimaneggiamento  del  Compendio  del  Chinassi  di  poco  anteriore).  — 
A.    Fecia,  Aiittarello  a  parlare  faìnigliarmente   italiano,  Biella,   1843. 

—  G.   D.  Camandona,  Saggio  di  grammatica  italiana,  Torino,   1845. 

—  L.  Gravanati,   Grammatica  della   lingua  italiana,  Cremona,   1850. 

—  E.  Mannucci,  Grammatica,  Città  di  Castello,  1865.  —  M.  Melga, 
Nuova  grammatica  italiana  compilata  su  le  opere  de'  migliori  filologi 
antichi  e  moderni,  Napoli,  1863  e  1890.  (Cfr.  Il  Borghini,  I,  4,  p.  253  sg., 
e  L.  Rodino,  Osservazioni  sulle  prime  pagine  della  grammatica  del 
Melga,  in  forma  di  lettera  all'a.,  del  25  giugno  '60,  in  Opuscoli,  Na- 
poli, 1870,  di  cui  fan  parte  anche  le  Osservazioni  sopra  il  Vocabolario 
dell'  Ugolini  delle  parole  e  modi  errati).  —  Una  lodata  e  più  volte  ri- 
stampata Grammatichetta  compilò  sulle  tracce  di  quella  del  Puoti  l'ora 
nonagenario  Crescentino  Giannini,  sul  quale  v.  C.  Trabalza,  C.  G. 
in  La  Favilla,  fase.   IV-V,  agosto  1903  (Estr.,  Perugia,   1903). 

La  Riforma  dell'Ortografia  in  Alcuni  scritti,  voi.  I,  Milano, 
1846.  —  Il  Cattaneo  era  naturalmente  disposto  a  seguire  il  sistema 
grafico  etimologico  del  Gherardini  dalla  propria  dottrina  filosofica  sul 
linguaggio,  intorno  a  cui  è  da  vedere  ora  un'acuta  pagina  del  Gen- 
tile, La  filosofia,  in  Ltalia  dopo  il  1850,  III.  I  positivisti,  1.  Le  origini: 
Carlo  Cattaneo  (1801-69),   in  La   Critica,  VI,  pp.   115-6. 


500  Storia  della  Grammatica 

vogliano  assicurarsi  che  i  giovani  abbiano  ben  capito.  Nel  47  uscì  a 
Milano  la  più  importante  delle  tre  òpere  principali,  cioèl'  Appendice 
alle  Grammatiche  italiane,  immensa  raccolta,  nella  sua  parte  non 
apologetica  e  polemistica,  di  singole,  innumerevoli  osservazioni 
grammaticali,  che  o  correggono  o  accrescono    il   vecchio   patri- 
monio della  nostra  grammatica.  Dopo  1'  avvertenza,  in  cui  trova 
modo  di  pigliarsela  con  un  Don  Basilio  Puoti  autore  d'un  Di- 
zionario de'  francesismi,  consacra  la   prima  parte   (pp.   1-92)   al- 
l'apologia del  suo  sistema  lessigranco  con   gli  argomenti  che  i 
lettori  ben  conoscono  (')  ;  nella  seconda,  la  più  lunga  (pp.  92-444) 
svolge  l'appendice  (che  appendice!)  alla  grammatica;  nel   resto 
chiarisce  alcuni  Dubj  (p.  537  sgg.)  proposti  al  compilatore  e  dà 
altri  Avvertimenti  lessigrafici  (p.  621  sgg.)  con  Aggiunte.   Son 
tutti  problemi  che  riguardano  l'uso  e  la  forma  di  particolari  voci 
o  il  giro  d'un  costrutto.  Nessun  principio  nuovo,  s'intende;  anzi 
i  vecchi  principi   sono   rimessi  a  nuovo  con  qualche   velleità  di 
arguzia  e  di  eleganza  :  p.  es.,  paragona  l'ellissi,  la  famosa  ellissi, 
«  a  Poppea,  la  quale,  andando  velata,  facéa  sì  che  la  sua  beltà 
fosse   aggrandita    dalla    incitata    imaginativa    de'    riguardanti  » 
(p,  327):  né  sempre  dà  la  spiegazione  giusta.  Il  passo  boccaccesco 
(IX,  1)  che  vedemmo  male  spianato  anche  dal  Cinonio,  —  non 
ne  dovess'io  dì  certo  morire,  che  io  non  me  ne  metta  a  fare  ciò  che 
promesso  V ho,  —  è  così  dichiarato  dal  Gherardini  :  Non  rimarrà 
che  io  mi  metta  a  fare  ciò  che  le  ho  promesso,  se  anche  dì  certo 
io    ne  dovessi  morire:  che  non    è  vero.   Questi    sforzi,    peraltro, 
di  tutti  i  grammatici  ed  esegeti  per  sostituire  la  locuzione  o  co- 
struzione rigorosamente  grammaticale  a  certe  irregolari   espres- 
sioni,  anche  quando   sembrino  aver  ottenuto  lo  scopo,  cozzano 
irremissibilmente  contro  la  muraglia  cinese  dell'impossibilità  della 
sostituzione,   e  confermano  sempre  meglio  l'insostenibilità  della 
precettistica  grammaticale.   Da   che,  se  non  da  questo  carattere 
della  grammatica,  derivano  tutte  le  secolari  diatribe  circa  l'in- 
terpretazione di  singoli  passi,  di  singoli  costrutti,  di  singoli  signi- 
ficati, circa  il  riconoscimento  di  determinate  grafie,  che  abbiam 
visto  rinnovarsi  di  età  in  età?  Nel  corpo  della  nostra  gramma- 
tica ci  sono  parecchi   temi   che  sono  ripresi  in  discussione  con- 
tinuamente, in  modo  che  noi  vediamo,  p.es.,  un  ottocentista  ancora 


(';  Cfr.  Zambaldi,  op.  cit.,  p.  25  sgg. 


Capitolo  quindicesimo  501 

rimproverare  al  Bembo  o  al  Buonmattei  una  certa  formula.  Mi- 
Mirando  ognuno  la  frammentaria  espressione  non  col  resto  del- 
l'opera d'arte  di  cui  è  una  molecola,  ma  coll'archetipo  gramma- 
ticale che  si  contempla  nella  nostra  mente,  è  naturale  che  l'accordo 
il  più  spesso  manchi  e  che  le  discussioni  grammaticali  si  rinno- 
vino di  continuo  anche  da  persone  colte,  da  artisti  provetti  che 
non  sieno  riusciti  a  liberarsi  completamente  dall'ereditario  quanto 
servile  ossequio  all'impotente  ma  riveritissima  dea.  Ma  il  mol- 
tiplicarsi di  tali  discussioni  è  anche  un  mezzo  potentissimo  alla 
dissoluzione  della  grammatica:  e  il  Gherardini  con  un  gigan- 
tesco volume  di  Appendice  alla  Grammatica  italiana,  dimostrando 
col  fatto  la  dilatabilità  del  corpo  della  grammatica,  ne  affretta 
del  pari  la  morte.  Egli  è  il  Salviati  dell'Ottocento:  minuto,  ana- 
lizzatore come  lui,  come  lui  riassuntore  d'un  lungo  lavorìo  gram- 
maticale e  esegetico,  sviluppa  come  lui  all'infinito  le  particolarità 
lessicografiche,  ortografiche  e  sintattiche  della  lingua,  capovol- 
gendo cosi  i  cardini  della  grammatica,  che  sono  le  regole,  e 
sostituendoli  con  l'eccezioni.  Di  modo  che  l'opera  sua  finale 
piuttosto  che  una  grammatica  è  un  immenso  materiale  da  costru- 
zione, ma  per  costruirvi  un  edificio  bizzarro  dove  tutti  i  pezzi 
meccanici  adoperati  dai  singoli  scrittori  o  da  gruppi  di  scrittori 
sono  ammucchiati  e  che  non  può  aver  mai  né  fine  né  unità. 

All' 'Appendice  seguirono,  nel  1849,  la  Lessigrafia  italiana 
che  rappresenta  la  forma  definitiva  del  suo  sistema  ortografico, 
e  negli  anni  1852-7  le  Voci  e  Maniere  di  dire  additate  ai  futuri 
Vocabolaristi . 

Proprio  l'opposto  dell'  Appendice  gherardiniana  per  condotta 
e  architettura,  benché  ispirate  ai  medesimi  principi,  sono  le  Re- 
gole eleì7ientari  della  lingua  italiana  che  il  napoletano  Basilio 
Puoti  (1782-1847)  pubblicò  la  prima  volta  nel  1S33  :  la  più  dif- 
fusa e  nota  e  fors' anche  efficace  delle  molte  sue  opere  con  le 
quali  intese  a  integrare  il  suo  altrettanto  ben  noto  e  efficace  in- 
segnamento, che  impartì  in  modo  così  simpatico  in  Napoli  a  sco- 
laresche entusiaste  e  intelligenti  a  cui  furono  ascritti  uomini 
quali  il  De   Sanctis,   il  De  Meis,  ed  altri  famosi. 

Oratore  nelle  esequie  di  Giordano  de'  Bianchi,  marchese  di 
Montrone  (presso  Bari,  1775-1846),  che  a  lui  consegnò  i  suoi 
scritti  da  stampare,  disse  «  che  lo  piangeva  come  maestro,  e 
ben  rammentò  come  egli,  discepolo,  andasse  cercando  che  frut- 
tasse nel  Mezzogiorno  d'  Italia  quella  nobile  confederazione,  come 


502  Storia  della  Grammatica 

la  chiamò,  che  in  Bologna  aveva  stretta  il  De  Bianchi  col  Sa- 
violi  ;  di  cui  aveva  cantato  nel  Peplo,  col  Marchetti,  col  Costa, 
con  lo  Schiassi,  con  G.  B.  Giusti,  con  lo  Strocchi,  col  Gior- 
dani :  preziosa  testimonianza  per  la  storia  del  Classicismo  e  del 
Purismo  sceso  dall'  Italia  centrale  nel  Mezzogiorno  »  (l).  Dei  ca- 
ratteri del  purismo  del  Puoti  e  del  suo  insegnamento  non  oc- 
corre che  qui  ripetiamo  quanto  ormai  è  ben  noto.  Basta  che  di- 
ciamo qualcosa  della  sua  Grammatica  (:),  alla  quale,  come  di- 
chiarò egli  stesso  nella  prefazione  all'ottava  edizione  napoletana, 
collaborarono  de'  suoi  allievi  principalmente  il  De  Sanctis  e  il 
Rodino,  Melga  e  Fabbricatore  e  che  bastò  a  parecchie  genera- 
zioni non  del  solo  Mezzogiorno  come  lo  provano  i  dodicimila 
esemplari  che  gli  editori  della  ristampa  della  dodicesima  edizione 
livornese  (1850)  dicevano  essersi  esauriti  in  diverse  edizioni  fatte 
in  Toscana,  in  Parma  e  in  Napoli  :  grammatica  che  il  Puoti  cir- 
condò delle  cure  più  amorevoli  e  venne  correggendo  e  miglio- 
rando via  via  in  tutte  le  edizioni  che  egli  stesso  curò. 

A  lode  del  buon  senso  didattico  del  Puoti  dobbiamo  subito 
ricordare  che  a  lui  non  sfuggirono  le  due  principali  condizioni 
che  sole  giustificano  nel  campo  della  pratica  e  rendono  utile  la 
grammatica  :  1"  che  essa  sia,  non  maestra  dell'arte,  ma  semplice 
strumento  per  lo  studio  e  l'apprendimento  delle  lingue;  20  che 
i  suoi  precetti,  perchè  riescano  veramente  utili,  siano  ravvisati 
nelle  scritture  (e  additava  tra  queste  come  meglio  accomodate 
il  Governo  della  famìglia,  V Antologia  di  prose  italiane,  i  Fatti 
d"  Enea).  Come  disegno,  la  grammatica  del  Puoti  è  mirabile  di 
sobrietà  e  di  armonia,  dati  non  affatto  spregevoli  in  un  libro 
scolastico.  La  distribuzione  è  l'antica  (etimologia,  sintassi,  or- 
toepia e  ortografia),  e  riflette  bene,  quasi  quanto  il  contenuto, 
lo  stato  della  linguistica  d'allora  e  dell'  importanza  che  si  dava 
a  certi  problemi.  Il  prevalere  dell'etimologia  (o,  meglio,  mor- 
fologia) e  della  sintassi,  sull'ortoepia  e  sull'ortografia  e  il  quasi 
nessun  conto  fatto  della  fonetica  dimostrano  che  non  si  aveva 
alcuna  coscienza  del  problema  storico  della  lingua  e  che  tutto 
l'interesse  era  ancora  il  puramente  formale  orettorico:  mentre 
il  persistere  di  questo  interesse  per  la  forma  e   l'uso  delle  pa- 


'1  Mazzoni,  L'Otl.,  p.  383. 
('•')  Napoli,  1841. 


Capitolo  quindicesimo  503 


role  quali  si  possono  riconoscere  negli  scrittori  pei  rispetti  della 
purità  e  della  correttezza  fa  fede  dopo  tanto  lavorìo  grammati- 
cale, dopo  la  crisi  filosofica  della  grammatica,  che  sopravvisse  sol- 
tanto la  parte  puramente  empirica,  cessando  ogni  interesse  per 
quella  filologicamente  storica,  sopravvisse  cioè  la  grammatica 
spogliata  d'ogni  elemento  filosofico  e  conoscitivo.  A  che  si  do- 
veva logicamente  venire,  e  il  fine  e  la  funzione  della  gramma- 
tica non  potevan  non  esser  quelli  che  abbiam  visto  aver  rico- 
nosciuto il  Puoti.  Oggi  essa  non  si  studia  diversamente  ne  con 
diverso  fine  :  ed  è  presumibile  che  nel  futuro  si  seguiterà  a  fare 
altrettanto.  E  se  alcuni  resultati  della  grammatica  storica  si 
sono  incorporati  nella  moderna  grammatica  normativa  ed  altri 
ancora  vi  si  includeranno,  ciò  potrà  forse  migliorare  il  metodo 
di  esse  e  aiutare  l'apprendimento,  ma  come  conoscenza,  come 
contenuto  conoscitivo,  storico,  rimarrà  sempre  estraneo  al  fine 
della  grammatica,  che  è  quello  di  condurre  all'acquisto  della 
lingua  da  adoperare  per  i  bisogni  pratici,  tant'è  vero  che  delle 
grammatiche  per  gli  stranieri  questo  elemento  conoscitivo  è  as- 
solutamente escluso. 

Pure  è  facile  avvertire  nel  contenuto  specifico  della  gram- 
matica del  Puoti  l' influenza  tanto  dei  precedenti  accertamenti 
della  filologia  quanto  delle  tendenze  della  grammatica  filosofica  ; 
com'è  naturale  che  vi  sia  tenuto  conto  delle  formule  trovate  dai 
migliori  precedenti  grammatici,  dal  Bembo  al  Salviati  al  Citta- 
dini, dal  Buonmattei  e  dal  Cinonio  al  Corticelli  :  sicché  il  Puoti 
ci  appare  come  un  diligente  vagliatore  di  quanto  era  stato  esco- 
gitato dai  grammatici  dei  vari  tempi  e  indirizzi,  un  disegnatore 
sobrio  e  corretto,  un  espositore  chiaro  e  temperato  che  sa  bene 
il  suo  fine  e  che  ha  coscienza  de'  suoi  mezzi  e  del  proprio  me- 
todo, e  perciò  esibitore  d'una  materia  che  passi  immediatamente 
nel  cervello  de'  discepoli,  osservabile  negli  scrittori  e  applica- 
bile nelle  scritture  e  nella  parola  viva,  scartata  ogni  superfluità, 
ogni  suppellettile  che  rivesta  carattere  scientifico  o  conoscitivo. 
Vedasi,  p.  es.,  quanto  è  rimasto  nel  Puoti  dei  trattati  cittadi- 
neschi dellV  e  dell'<?  su  cui  tanto  si  travagliarono  per  sistemarli 
didascalicamente  i  grammatici  posteriori  ;  quanto,  nella  sintassi, 
di  tutte  le  categorie  della  grammatica  filosofica  ;  quanto,  per  la 
morfologia,  di  tante  forme  di  nomi  e  di  verbi  e  d'altre  categorie 
scovate  dai  più  minuti  ricercatori  ;  quanto,  per  l'ortografia,  delle 
smisurate  trattazioni  precedenti. 


504  Storia  della   Grammatica 


Su  tutto  sta  come  principio  dominatore  infrangibile  il  più 
rigoroso  criterio  puristico.  Valga  d'esempio  l'osservazione  che 
il  Puoti  oppone  alla  regola  del  luì,  del  lei  e  del  loro,  che  «  non 
si  possono  usare  nel  caso  retto  »,  sebbene  <<  non  manchino  esempi 
in  contrario  anche  del  buon  secolo  della  favella  »  :  «  Ma  ora  che 
la  grammatica  della  lingua  è  ben  fermata,  questi  esempi  vo- 
glionsi  tenere  come  errori,  e  punto  non  debbonsi  imitare  »  (p.  135). 
Avvertiva  il  marchese  che,  «  se  l' ingegno  de'  discepoli  il  poteva 
comportare  »,  s'incominciasse  «  per  bel  modo  a  far  loro  compren- 
dere le  ragioni  delle  cose  »,  e,  come  già  vedemmo,  tollerò  che 
il  suo  prediletto  discepolo  e  assistente  studiasse  la  grammatica 
generale,  concessioni  strappategli  dalla  riverenza  in  che  ancora 
era  questa  tenuta,  ma  nelle  sue  Regole  fu  soppresso  ogni  perchè, 
e  tutto  dato  come  fatto  e  come  legge. 

Concludendo,  diremo  che  la  grammatica  del  Puoti  è  l'e- 
spressione più  caratteristica  che  presero  le  dottrine  grammati- 
cali ornai  trionfanti  di  questo  periodo. 

Francesco  Ambrosoli,  comasco  (1797- 1868),  grande  ammi- 
ratore del  Giordani  e  del  Leopardi,  più  noto  per  il  suo  Ma- 
nuale (edito  nel  31  e  rifatto  nel  60),  fu  meno  restio  del  Puoti 
all'ammettere  un  po'  di  elemento  filosofico  :  si  vuol  render  conto, 
infatti,  del  come  sorsero  le  categorie  e  le  forme  grammaticali  ; 
ma  in  questo,  lungi  dall'ispirarsi  agli  enciclopedisti  francesi,  egli 
tornava  al  Buonmattei  ;  come  pure  adottava  il  metodo  lessicale 
del  Cinonio  per  la  dimostrazione  dell'ufficio  e  dell'uso  pratico 
delle  voci.  La  sintassi  appar  fondata  sul  principio  della  gram- 
matica generale  e  particolare  nella  sua  divisione  di  regolare  e 
irregolare  e  nell'accettazione  della  dottrina  dell  'ellissi:  ma  nella 
sua  fisonomia  generale  come  anche  nella  maggior  parte  della 
trattazione  questa  grammatica  dell'Ambrosoli  è  ormai  la  gram- 
matica di  stampo  moderno  ;  tant'è  vero  che  è  stata  ristampata, 
con  le  debite  modificazioni,  anche  qualche  decennio  fa('). 

Un  vero  ritorno  alla  grammatica  filosofica  sembra  avverarsi 
con  quella  novissima    della    lingua    italiana  (')   del    palermitano 


(')  Milano,   1S85. 

(2)  Grammatica  nuovissima  della  lingua  italiana  "  ricomposta  da 
Leopoldo  Rodino  per  uso  del  Liceo  arcivescovile  e  de'Seminari  di 
Napoli,  sopra  quella  compilata  nello  studio  di  Basilio  Puoti.  Prima 
edizione  fiorentina  rivista  da  un  Maestro  toscano",  Firenze,  Barbèra 
Bianchi  u  Comp.,    1858. 


Capitolo  quindicesimo  505 


Leopoldo  Rodino  (1810-1882),  che  anche  si  è  ristampata  non  è 
molto(')  e  vien  citata  come  autorevole  (*),  meritando  forse  l'e- 
logio che  il  Betti  le  tributò  di  «  lavoro  filosofico,  magistrale, 
compiuto»,  sebbene  non  le  siano  mancati  critici  acerbi  come 
Michele  Giannini  (3).  Col  Rodino  si  dimostra,  quello  che  era 
naturale  che  accadesse,  che  la  grammatica  empirica  aveva  do- 
vuto venire  a  patti  con  la  ragionata,  la  quale,  spregiata  dopo 
tanti  onori  ricevuti,  non  se  ne  poteva  andare  senza  lasciar  tracce: 
e  le  tracce  ne  son  rimaste  nelle  grammatiche  moderne  special- 
mente con  la  famosa  analisi  logica  della  proposizione  e  del  pe- 
riodo. Nella  Grammatica  popolare  della  lingita  italiana  tratta 
dalla  grammatica  novissima  ('),  manifestava  A  chi  legge  questa 
sua  veduta:  «  La  grammatica  si  può  insegnare  per  tre  differenti 
modi.  L'uno  è  il  filosofico,  e  sta  nel  porre  alcuni  principi  di 
logica,  da'  quali  si  facciano  discendere  come  conseguenze  le  re- 
gole grammaticali.  Questa  io  chiamerei  la  scienza  della  Gram- 
matica ;  ed  è  lavoro,  eh'  io  mi  propongo  di  pubblicare  di  qui 
a  qualche  anno.  L'altro  è  positivo  e  pratico,  ed  è  quando  si 
raccolgono  tutti  i  precetti  di  quest'arte  applicati  alla  lingua,  e 
derivati  dalla  logica,  ma  esposti  per  modo,  che  nulla  apparisca 
della  loro  origine  filosofica  alla  mente  de'  giovanetti  non  ancora 
capaci  di  lunghi  e  severi  ragionamenti.  Questo  secondo  modo 
ho  io  tenuto  nella  mia  Grammatica  nuovissima.  Ma  non  tutti 
possono  imparare  tutti  i  precetti  di  questa  Grammatica....»: 
quindi  Grammatica  popolare,  circa  al  qual  modo  «  a  due,  si  dee 
por  mente.  La  prima  è  che  i  precetti  non  siano  mai  né  contro 
alla  ragione  logica  né  contro  alla  verità  positiva  della  lingua. 
L'altra  è  che  si  scelga  giudiziosamente  quella  parte  de'  precetti 
che  è  più  necessaria  a  sapere,  e  contro  alla  quale  si  falla  più 
generalmente  dal  popolo  ».  Che  la  esecuzione  tanto  della  nuovis- 
sima quanto  della  popolare  sia  riuscita  opera  secondo  il  fine  pra- 
tico veramente  magistrale  per  l'agilità  e    la    chiarezza,   nessuno 


(')   Napoli.   1880. 

(")  Cfr.   ftass.  crii.  d.  I.  it.,   XI,  3-4. 

(a)  La  Grammatica  antica  e  le  moderne.  Osservazioni,  Viareggio, 
Malfatti,  opusc.  recensito  in  II  Borghini,  I,  9,  574-7.  Il  Giannini  vi 
prende  posizione  contro  i  riformatori  della  grammatica,  difendendo 
l'antica    nomenclatura  e  gli  antichi  metodi. 

i4j  Firenze,  Barbèra,  Bianchi  e  Comp.,  1859. 


5o6 


Storia  della  Gr animai ica 


vorrà  negare  che  s' intenda  di  cose  didattiche,  e  il  favore  goduto 
da  entrambe  l'attesta  (1);  ma  questo  stesso  tentativo  di  adattare, 
anzi  specializzare  la  grammatica  alla  varia  mentalità  degli  ap- 
prenditori,  stabilendo  de'  gradi  non  pur  nell'ampiezza  maggiore 
o  minore  della  materia,  ma  nella  maggiore  o  minore  infusione 
dello  spirito  filosofico,  come  se  ci  sia  un  vero  grammaticale  più 
o  meno  potenziato  di  virtù  illuminatrice,  non  solo,  ma  affer- 
mando il  principio  che  questo  vero  ci  abbia  a  essere  anche  nel 
grado  inferiore,  ma  senza  mostrarcisi,  se  può  riuscire  in  lode 
del  maestro  che  s' industria  e  s'affanna  nell'escogitazione  di  espe- 
dienti sempre  meglio  e  specialmente  efficaci,  è  indizio  però  assai 
grave  contro  la  stessa  grammatica,  scienza  che  si  stira  e  s' im- 
polpetta a  piacere  altrui.  Infine,  questo  scolaro  del  Puoti  che 
sorride  alla  grammatica  filosofica,  ma  si  regola  nel  compilarne 
una  su  per  giù  come  si  regolava  il  maestro,  e  ne  escogita  un'altra 
in  cui  la  filosofia  a  braccetto  dell'empirismo  sia  posta  in  servizio 
del  popolo,  è,  grammaticalmente  parlando,  l' incarnazione  di 
quel  periodo  di  crisi  e  di  transizione  e  della  filosofia  e  dell'em- 
pirismo, in  cui  il  popolo  -appunto  affermava  il  suo  diritto  di  par- 
tecipare al  banchetto  della  letteratura,  asserendolo  per  bocca 
del   Manzoni. 


(')  Verità,  necessità,  chiarezza  delle  regole  sono  pel  Rodino  i  re- 
quisiti che  deve  avere  una  grammatica.  La  verità  è  nella  logicità,  es- 
sendo la  grammatica  figlinola  piimogcnita  della  logica.  «  Ma  non  si 
aspetti  per  questo  alcuno  di  vedere  in  questa  Grammatica  quelle  teo- 
riche di  filosofia,  che  si  vorrebbero  da  certi  in  questo  secolo,  che  di- 
cesi filosofico.  Che,  lasciando  stare  tutte  le  altre  ragioni,  questo  non 
sarebbe  acconcio  a  quelle  tenere  menti  che  non  potrebbero  sostenere 
difficili  principi  ideologici,  e  poco  utile  riuscirebbe  all'uso  della  parola, 
la  quale  se  ha  la  sua  ragione  nella  ideologia,  ha  la  sua  forma  dalla 
maniera  propria  di  ciascuna  lingua.  Adunque  lasciando  star  questa  ma- 
niera che  sarebbe  conveniente  ad  una  Grammatica  generale  o  meglio 
alla  Ragion  della  grammatica,  bisogna  star  contenti  a  questo,  che  i 
principi  cioè,  che  per  necessità  si  hanno  a  porre  nelle  regole  gram- 
maticali, sieno  secondo  la  logica».  Prefaz.,  pp.  IX-X.  E  si  noti,  in- 
tanto, che  Y 'e tuttologia  vien  chiamata  l'analogia.  Così  che  la  sintassi 
conserva  le  tre  parti  della  grammatica  generale:  collocazione,  concor- 
danza, reggimento.  Naturalmente  la  proposizione  è  il  complesso  di  pa- 
role con  cui  si  esprime  quell'operazione  della  mente  che  si  chiama 
giudizio. 


Capitolo  quindicesimo  507 


III. 

Tra  il  fragor  d'armi  che  la  Proposta  montiana  aveva  de- 
stato, il  Manzoni  era  venuto  componendo  il  suo  romanzo,  non 
senza  esser  condotto  naturalmente  a  meditare  il  problema  della 
lingua  sia  dalle  vivaci  discussioni  che  intorno  ad  esso  si  agitavano, 
sia  dagli  ostacoli  che  si  figurava  aver  incontrati  nell'opera  sua 
per  non  possedere  tutta  la  lingua  che  gli  sarebbe  occorsa  a 
raggiungere  almeno  la  forma  approssimativa  del  suo  pensiero. 
Sicché,  quando  negli  anni  1840-2  diede  fuori  la  seconda  edizione 
de'  Promessi  sposi  nella  nuova  veste  fiorentina  che  si  era  per- 
suaso dover  ad  essi  indossare,  mostrando  un  esempio  pratico 
della  necessità  e  bontà  della  tesi  di  cui  s'era  venuto  sempre 
meglio  convincendo,  era  naturale  che  si  aprisse  un  nuovo  pe- 
riodo di  ardenti  polemiche  intorno  a  quel  problema  dell'unità 
della  lingua,  di  cui  in  quel  libro  aveva  praticamente  dimo- 
strato qual  potesse  e  dovesse  secondo  lui  esser  la  soluzione. 
La  storia  di  quest'ultima  fase  della  secolare  controversia  è  ben 
nota  anche  nei  minuti  particolari  e  quel  problema  per  fortuna 
è  stato  ormai  risoluto  nella  pratica  con  la  vittoria  della  dottrina 
manzoniana,  vittoria  immancabile  non  solo  per  merito  di  questa 
e  dei  sostegni  che  ebbe,  ma  anche  per  cause  sociali  che  non 
importa  dichiarare  ;  nella  teoria  con  il  riconoscimento  della  sua 
natura  non  filosofica.  Poiché  quella  del  Manzoni  non  fu  neppur 
nella  sua  mente  e  non  poteva  essere  una  tesi  estetica  ;  ma 
semplicemente  un  vivace  lavorìo  di  pensiero  per  trovare  la  via 
di  soddisfare  a  un'imprescindibile  esigenza  pratica  del  momento 
non  pur  nei  rispetti  dell'artifizio  stantìo  della  vecchia  prosa,  ma 
in  quelli  della  lingua  futura  d' Italia  intesa  anche  come  mezzo 
d'integrazione  della  constituenda  unità  nazionale  ('). 


(')  «  Colla  lingua  è  che  noi  formiamo  le  idee,  e  perfezione  di 
lingua  è  perfezione  di  pensiero.  —  Tutto  poi  quello  che  è  ordinato, 
decente,  quello  che  giova  a  pensare  con  facilità  e  con  rettezza  pro- 
duce nelle  anime  nostre  delle  disposizioni  preziosissime  alla  morale 
virtù.  —  Finalmente  qual  vantaggio  a  questa  bella  parte  del  mondo, 
se  l'Italia  divenisse  tutta  d'una  sola  favella!  Che  maggior  fratellanza 
non  crescerebbe  tra  noi  !  Che  aumento  alla  carità  della  patria  co- 
mune! ».   Così  pensava  anche   il    Rosmini  i  Opere   edite    e    inedite,  vo- 


5o8 


Storia  della  Grammatica 


O,  meglio,  la  tesi  pratica  sorse  imperiosa  dal  suo  stesso 
spirito  artistico,  ma  cercò  nella  speculazione  la  sua  base  critica, 
tramutandosi  necessariamente  in  pedagogica:  resultato  triplice 
dell'elaborazione,  la  correzione  del  romanzo,  la  negazione  teorica 
della  grammatica  generale,  le  proposte  di  mezzi  d' unificazione 
linguistica;  criterio  dominante,  anzi  assoluto,  l'Uso,  particolar- 
mente il  fiorentino,  quale  l'aveva  formato  l'evoluzione  storica 
dell'italiano  ed  in  cui  era  il  maggior  consenso  di  tutti  i  parlanti 
d'Italia  0). 

Il  punto  di  partenza  della  dimostrazione  teorica  del  Manzoni 
è  il  concetto  di  lingua.  «  Le  lingue  sono  :  complesso  di  vocaboli 
soggetti  a  regole  ;  »  (")  ma  ciò  che  le  fa  essere  quel  che  sono, 
non  è  V analogìa  (intendi  :  le  leggi  immutabili  e  universali  della 
grammatica  generale),  sì  bene  X1  uso  («  le  regole  grammaticali,  in 


lume  XVIII,  Pedagogia  e  Metodologia,  I,  p.  127),  che,  come  ha  ben 
detto  il  Borgese  (op.  cit.  p.  152)  fu  maestro  in  filosofia  e  scolaro  in 
letteratura  del  Manzoni.  E  per  non  tornarci  sopra  altrove,  aggiungerò 
qui  che  il  Rosmini  distingueva  nella  lingua  la  materia  e  la  farina. 
«Quanto  alla  forma  della  lingua»,  avvertiva  ai  maestri,  il  fanciullo 
«non  è  ancora  da  ciò;  perocché  la  forma  della  lingua,  cioè  la  gram- 
matica, esige  delle  intellezioni  d'un  ordine  molto  superiore  al  secondo  » 
(op.  cit.,  p.   128). 

(J)  Gli  scritti  manzoniani  sui  quali  fermiamo  più  specialmente  la 
nostra  attenzione  sono  le  due  minute  dell'opera  non  condotta  a  ter- 
mine Della  lingua  italiana  costituenti  il  IV  volume  delle  Opere  ine- 
dite o  rare  pubbl.  dal  Bonghi,  Milano,  1891  ;  ma  teniamo  presenti  tutti 
gli  altri  Scritti  linguistici  raccolti  e  egregiamente  illustrati  dal  Ber- 
toldi nelle  cit.  Prose  minori,  col  corredo  d'un'abbondante  quanto 
scelta  bibliografia. 

('-)  Minuta  prima,  p.  49.  Nella  seconda,  la  definizione  è  corretta 
così:  «  materia  propria  d'ogni  lingua  sono  de'  vocaboli,  e  delle  forme 
grammaticali  applicate  ad  essi,  e  che  sono  comunemente  chiamate 
regole»,  p.  217.  Il  mutamento  è  stato  suggerito  dalla  necessità  di 
tener  ben  distinti  tra  loro  nella  trattazione  il  vocabolario  e  la  gram- 
matica, «  mezzi  che  s'adoprano  per  rappresentare  qualunque  lingua 
nel  suo  complesso». 

Abbiam  preso  qui  le  mosse  dalla  prima  minuta,  tanto  per  dare 
subito  una  prova  di  quel  che  sia  la  seconda,  che  la  supera  special- 
mente di  rigore  metodico  e  maggior  precisione  dialettica  ;  e  noi  questa 
terremo  a  nostro  fondamento,  benché  nella  prima  qua  e  là  nell'incer- 
tezza dell'espressione  par  che  si  scopra  meglio  il  pensiero  dell'autore, 
il  quale  nella  seconda  ha  cura  di  mostrarne  di  mano  in  mano  e  se- 
guirne il  progresso,  perchè  alla  fine  balzi  più  vivo:  è  l'arte  sua. 


Capitolo  quindicesimo  509 


ogni  Lingua,  dipendono  in  tutto  dall'Uso,  come  i  vocaboli  »)  ('). 
Così  la  dimostrazione  viene  a  constare  di  due  parti,  non  sempre 
nettamente  distinte,  ma  rispondenti  alle  due  parti  fondamentali 
che  ci  restano  dell'opera,  dopo  la  prima  che  serve  d'introdu- 
zione (Lib.  I,  Cap.  I  :  «  Dello  stato  della  lingua  in  Italia,  e 
degli  effetti  essenziali  delle  lingue  »),  e  che  trattano,  la  prima: 
«  Quale  sia  la  causa  efficiente  delle  lingue,  »  suddivisa  in  a)  ri- 
spetto ai  vocaboli  (Cap.  II»,  fi)  rispetto  alle  regole  grammaticali 
(Cap.  Ili)  ;  la  seconda  :  «  Se  V  analogia  produca  degli  effetti  neces- 
sari nelle  lingue,  riguardo  alla  parte  grammaticale  »  (Cap.  IV)  (2). 

Quest'ultimo  capitolo,  che  è  quello  che  più  ci  riguarda  qui, 
contiene  la  critica  negativa  della  grammatica  generale,  cioè  la 
parte  veramente  nuova  del  sistema  del   Manzoni. 

E  dall'esame  d'esso  ci  vien  messa  in  rilievo  la  profonda 
differenza  che  intercede  tra  il  Manzoni  e  il  De  Sanctis  nella  loro 
comune  critica  grammaticale. 

Il  De  Sanctis,  mente  speculativa,  moveva  dalla  grammatica  per 
andare  verso  la  scienza,  verso  l'estetica,  e  riuscì  a  vedere  tanto 
quanto  bastava  per  esser  libero  nella  sua  critica,  cioè  nella  manife- 
stazione della  sua  vera  personalità  da  pregiudizi  teorici  ;  il  Manzoni, 
anima  d'artista,  andava  dalla  teoria  verso  la  pratica,  verso  la  tec- 
nica, alla  ricerca  de'  mezzi  dell'espressione,  o  meglio  combatteva 
per  vincere  quegli  ostacoli  che  ai  grandi  suoi  pari  (3  )  spesso  op- 


(')  Minuta  prima,   p.   68. 

(2)  Ecco  tutta  la  materia  dell'opera  che  sarebbe  stata  in  tre  libri: 
«  Principi  generali,  riconoscimento  del  fatto  particolare  ;  confutazioni 
delle  obiezioni;  esame  de'  sistemi;  tale  è  l'assunto,  e  tale  sarà  l'or- 
dine di  questo  primo  libro.  Nel  secondo  s'  esamineranno  i  diversi  si- 
stemi. Nel  terzo  si  tratterà  de'  mezzi  atti  a  propagar  le  lingue,  e  da 
impiegarsi,  per  conseguenza,  a  rendere,  per  quanto  sia  possibile,  co- 
mune di  fatto  in  tutta  Italia  quella  che  avremo  dimostrato  esser  la 
lingua  italiana».  P.  215.  Chi  abbia  presenti  tutti  gli  altri  scritti  lin- 
guistici del  Manzoni,  s'accorge  che  il  libro  in  quel  che  ci  manca  non 
sarebbe  stato  che  una  rielaborazione  e  sistemazione  di  quel  che  in 
essi  è  contenuto.  Ma  è  sempre  a  dolere  grandemente  che  l'opera  ri- 
manesse incompiuta. 

(3)  Soccorrono  facilmente  alla  memoria  i  nomi  dell'Alfieri  e  del 
Leopardi.  Delle  fatiche  del  primo  per  conquistar  la  lingua  italiana, 
dell'elaborazione  tormentosa  dell'espressione  formale  delle  sue  tra- 
gedie, è  superfluo  dire.  Ci  piace  invece  riferire  un  pensiero  che  egli 
esprime  a  proposito  dei  francesismi  da  lui  avvertiti  (  Voci  e  modi  toscani 


5 io  Storia  delta  Grammatica 

pone  la  lingua  come  passività,  come  cosa  morta,  voleva  insomma 
parlare.  Il  Volgare  illustre  di  Dante,  le  varie  grammatiche  cin- 
quecentesche e  la  correzione  dell'  Orlando  Furioso,  l'Uso  e  la 
correzione  de'  Promessi  Sposi  del  Manzoni,  sono  aspetti  diversi 
d'un  medesimo  problema  spirituale,  il  bisogno  d'esprimersi  in 
tutta  la  pienezza,  di  creare  la  propria  espressione  ;  nuove  teorie, 
nuove  grammatiche,  rifacimenti,  polemiche,  tormenti  teorici 
d'ogni  genere  accompagnano  fatalmente  quello  sforzo  inevitabile, 
specie  ne'  momenti  di  grandi  rivoluzioni  dello  spirito.  Grandi  e 
piccoli  partecipano  calorosamente  a  tali  dibattiti  :  i  primi  sciol- 
gono il  problema,  se  sono  artisti,  non  con  le  teorie  che  costrui- 
scono, ma  creando  capolavori,  se  sono  filosofi  creando  sistemi, 
i  secondi  imitando  gli  uni  e  gli  altri,,  ripetendo,  ma  pur  dando 
nel  loro  lavoro  complessivo  un  riflesso  teorico  di  quella  che  è 
stata  chiamata  la  creazione  collettiva  della  lingua,  perchè  tutti 
che  abbiano  in  sé  una  sola  favilla  di  vita  interiore  collaborano 
allo  svolgimento  del  linguaggio,  e  tutti  vogliono  rendersi  ra- 
gione e  asserire  un  piccolo  dritto  sul  capitale  comune. 

Così  si  può  intendere,  meglio  che  non  si  faccia  comune- 
mente, il  valore  che  la  parola  Uso,  tanto  frequente  sulla  bocca 
del  Manzoni,  abbia  nel  suo  discorso:    l'Uso  è  il  parlar  vivo,  il 


con  la  corrisp.  in  lingua  francese  e  in  dialetto  piemontese,  ed.  Cibrario, 
Torino,  Alliana,  1827)  nel  Boccaccio:  «le  regole  o  inezie  grammaticali 
debbono  per  l'appunto  essere  dai  sommi  scrittori  più  rispettate,  perchè 
più  grandezza  d'animo  si  richiede  per  sottomettervisi  che  per  disprez- 
zarle »  (in  G.  A.  Fabris,  I  primi  scritti  in  prosa  di  Vittorio  Alfieri, 
Firenze,  1899,  p.  24),  e  che,  lungi  dall'essere  una  banalità  o  un  pa- 
radosso, rivela  quale  importanza  avesse  nella  coscienza  del  grande 
artista  annunziatore  della  terza  Italia  l' italianità  della  sua  lingua. 
Quell'omaggio  alla  grammatica  è  un  omaggio  reso  al  nume  agitatore 
del  suo  spirito  poetico. 

Il  Leopardi  anch'egli  volle  andare  ad  abbeverarsi  al  fonte  lingui- 
stico di  Firenze,  e  al  Giordani  che  l'ammoniva  non  esser  «  paese  che 
parli  meno  italiano  di  Firenze»,  rispondeva  piacergli  «  imparare  quel- 
l'infinità di  modi  volgari  che  spesso  stan  tanto  bene  nelle  scritture, 
e  quella  proprietà  ed  efficacia  che  la  plebe  per  natura  sua  conserva 
tanto  mirabilmente  nelle  parole»;  e  se  pur  allora  di  quell'andata  non 
ne  fu  nulla,  risciacquò  però  anch'egli  più  tardi  le  sue  prose  nell'Arno, 
sebbene  in  modi  diversi  da  quello  tenuto  dal  Manzoni  (Mazzoni,  L'Ot- 
tocento, pp.  542-3).  Giudicavano  rettoricamente  di  lingua  sì  il  Gior- 
dani che  il  Leopardi,  ma,  chi  guardi,  con  perfetta  concordia  col  pro- 
prio temperamento  spirituale. 


Capitolo  quindicesimo  511 


parlare,  il  solo  parlare  :  e  quand'  egli  sostiene  che  la  vera  causa 
efficiente  delle  lingue,  l'unica  è  l'Uso,  in  fondo  non  dice  altro 
che  questo,  che  il  parlare  è  il.  parlare  :  di  codesta  causa  efficiente 
egli  dovrebbe  pur  sapere  che  v'  è  un'  altra  causa  più  intimamente 
efficiente,  che  è  lo  spirito:  su  questo  non  si  sofferma,  e  qui  è 
la  parte  manchevole  del  suo  sistema  ;  il  che  vuol  dire  che  egli 
non  ha  un'estetica,  una  filosofia  sua  del  linguaggio  vera  e  propria. 
Ma  chi  metta  questa  sua  parola  Uso  o  Parlar  effettivo  in  rap- 
porto col  suo  spirito  artistico,  vedrà  che  in  esso  l'Uso  s' iden- 
tifica con  la  causa  generatrice  dell'espressione.  E  in  questo  è 
la  superiorità  della  sua  dottrina.  V  ha  di  più.  Questo  propu- 
gnare l'Uso  vivo  del  popolo,  e  del  popolo  fiorentino  che  certo 
fu  il  grande  collaboratore  della  lingua  nazionale,  che  altro  rivela, 
in  sostanza,  se  non  una  viva  coscienza  che  il  Manzoni  avesse 
dell'attività  spirituale  collettiva  onde  il  linguaggio  si  altera,  si 
crea  ogni  momento  ?  «  Perchè  altri  facevano  della  questione  della 
lingua  una  questione  storica,  dimenticavate  sempre  più  che 
è  una  questione  atttiale  di  sua  natura  »  (p.  209),  dice  in  un 
punto  ai  suoi  supposti  avversari,  e,  a  suo  modo,  diceva  una 
verità.  Sicché  si  può  dire  che  egli,  pur  facendo  una  questione 
pratica,  rasenta  sempre  il  vero  problema  scientifico  della  lingua  ('). 
E  se  n'  ha  una  conferma  magnifica  nella  critica  eh'  ei  fa 
delle  leggi  immutabili  della  grammatica  generale,  dove  egli 
riesce  ancor  più  nuovo  e  originale  e  limpido  negatore  che  non 
fosse  il  De  Sanctis  medesimo  ("). 


(')  Potrei  citare  moltissimi  luoghi  che  dimostrano  eh' egli  intuiva 
la  vita  spiritunle  del  linguaggio,  tanto  come  creazione  collettiva  quanto 
come  creazione  individuale.  V.  specialmente  le  pagine  dove  afferma 
che  la  causa  della  lingua  non  può  esser  che  una,  e  l'esempio  addotto 
d'una  parola  del  Malherbe  che  diviene  francese  dopo  solamente  che 
è  accettata  dall'Uso.  Sono  le  220-22.  Ma  un  luogo  singolarmente  ca- 
ratteristico è  il  seguente:  «  La  grande  operazione  dell'Uso,  l'operazione 
essenziale,  permanente  e  omogenea,  quella  che  fa  viver  le  lingue,  è, 
al  contrario,  quella  di  mantenere,  e  di  mantenere  incomparabilmente 
più  di  quello  che,  in  ogni  momento,  possa  andarsi  mutando,  com'è 
s'è  accennato  dianzi».  P.  231. 

(2)  Unico,  tra  tutti  i  letterati  italiani,  il  Manzoni  ha  comune  col 
De  Sanctis  la  conoscenza  intima  de'  grammatici  sì  antichi  che  mo- 
derni, in  particolare,  s'intende,  dei  francesi  del  sec.  XVIII.  Una  cor- 
rezione notevole  di  storia  della  questione  della  lingua  è  l'aver  detto 
nella  seconda  minuta  (p.   145)  che  della    lingua   italiana  si    va  dispu- 


512  Storia  della  Grammatica 

Di  negazione  in  senso  assoluto,  veramente,  non  si  potrebbe 
parlare,  in  quanto  che  il  Manzoni  non  nega  l'esistenza  delle 
regole,  cioè  d'un  fondamento  logico  del  linguaggio;  ma  sostiene 
che  queste  regole  si  trasformano  via  via  sotto  l'imperio  dell'uso, 
in  modo  che  esse  non  sono  universali  né  immutabili  :  il  che 
equivale  a  non  ammenterle,  tanto  più  quando  si  affermino  con- 
tinuamente i  capricci  e  gli  arbitri  dell'Uso.  Negazione  è,  e  in- 
confutabile, quando  il  Manzoni  dimostra  con  ragioni  ed  esempi 
l'arbitrarietà  delle  categorie  grammaticali  e  delle  loro  funzioni. 

Dopo  dimostrato,  rispetto  alla  causa  efficiente  de'  vocaboli, 
«  che  ciò  che  fa  essere  nelle  lingue  i  rispettivi  vocaboli,  sia  col 
significato  che  si  chiama  proprio,  sia  con  uno  traslato,  sia  con- 
siderati ognuno  da  se,  sia  aggregati  in  locuzioni  speciali,  non 
è  altro  che  l'Uso;  »  (p.  240)  e,  rispetto  alle  regole  gramma- 
ticali, «  che  ogni  effetto  grammaticale  può  essere  ottenuto  con 
mezzi  diversi;  e  che,  per  conseguenza,  l'applicazione  d'uno  piut- 
tosto che  d'un  altro  di  essi  dipende  da  un  arbitrio,  »  (p.  247)  (') 
il  Manzoni  si  fa  a  confutare  «  l'opinione  che  l'Analogia  (2),  per 
una  sua  virtù  propria,  produca  nelle  lingue  degli  effetti  neces- 
sari, e  quindi  indipendenti  da  qualunque  arbitrio  »  (p.  247), 
ossia  ad  abbattere  tutto  il  fondamento  della  grammatica  generale. 


tando  da  cinquecent'anni,  mentre  nella  prima  aveva  detto  da  trecento. 
Vi  volle  evidentemente  comprendere  anche  Dante.  Aggiungo  qui  a  suo 
titolo  esclusivo  di  lode,  che  il  Manzoni  nelle  innumerevoli  esem- 
plificazioni e  analisi  particolari  fa  anche  (e  in  che  modo!)  la  gram- 
matica normativa! 

(')  Questo  canone  —  salva  la  forma  non  filosofica  —  potrebbe 
esser  propugnato  anche  dalla  nostra  estetica,  se  per  arbitrio  s'inten- 
desse la  libertà  dello  spirito.  E  quest'  identità,  occorre  avvertirlo,  il 
Manzoni  non  pone  affatto;  né  tanto  meno  sospetta  egli  l'identità 
tra  linguaggio  e  attività  fantastica  :  il  linguaggio  resta  sempre  per 
lui  qualcosa  di  estraneo  allo  spirito,  una  materia  fonica  a  cui  si 
dia  un  significato.  L'eufonia,  p.  es.,  per  cui  si  appella  all'autorità  di 
Donato,  è  per  lui  «  un  motivo  affatto  materiale  e  estraneo  agi'  intenti 
razionali  del  linguaggio  »  (p.  251)  :  laddove  per  l'estetica  moderna  ogni 
minima  sfumatura  fonetica  deve  riportarsi  a  un  movimento  spirituale. 
Il  Manzoni  riman  sempre  in  fondo  sotto  la  veduta  del  logicismo  e  del 
dinamismo  meccanico  del  sec.  XVII I. 

(2)  Per  analogia  il  M.  intende  «l'applicazione  de'  medesimi  mezzi 
esteriori  e,  dirò  così,  materiali  del  linguaggio  a  de'  medesimi  intenti 
del  pensiero  ».   P.   249. 


Capitolo  quindicesimo  513 


Per  il  Manzoni  l'Analogia  è  impotente  a  dare  alle  lingue 
legge  veruna,  né  circa  i  vocaboli,  né  circa  i  mezzi  gramma- 
tica/i, cioè  l'Inflessioni,  i  Vocaboli  che  fanno  un  ufizio  gramma- 
ticale, la  Costruzione,  in  altre  parole  le  Categorie  grammaticali 
e  sintattiche.  Alla  confutazione  generale  serve  di  discussione  la 
definizione  data  dal  Beauzée  nell' Encyclopédie  Mcthodìque  (art. 
Analogia).  In  una  Nota  al  Cap.  IV  si  fa  poi  ad  esporre  la 
critica  delle  parti  del  discorso  o  categorie,  passando  in  rassegna 
i  vari  grammatici  antichi,  poi  «  quel  Giulio  Bordoni,  che  amò 
meglio  usurpare  il  nome  di  Scaligero  che  render  celebre  il 
suo  »  (p.  288),  il  Sanzio,  lo  Sdoppio  e  il  Vossio  ('),  i  Portorea- 
listi  Arnauld  e  Lancelot,  il  Buffier  (1709)  e  il  Girard  (1747),  il 
Beauzée,  determinando  con  molta  acutezza  la  posizione  d'ognuno 
e  il  modificarsi  del  problema  delle  categorie  ne'  vari  periodi, 
con  la  conclusione  della  sua  insolubilità.  In  un'Appendice  al 
Cap.  Ili  discute  «  Se  ci  siano  de'  vocaboli  necessariamente  i?ide- 
clinabili  »,  concludendo  anche  qui  per  l'insolubilità  di  tali  que- 
stioni, «  perchè  derivate  da  una  supposizione  affatto  arbitraria, 
cioè  che  tutti  i  vocaboli  di  tutte  le  lingue  siano  naturalmente  e 
necessariamente  divisi  e  scompartiti  in  tante  classi  diverse,  o 
parti  dell'orazione,  ciascheduna  delle  quali  sia  esclusivamente 
propria  a  significare  una  data  modalità  degli  oggetti  del  pen- 
siero, o,  come  dicono,  a  fare  una  funzione  speciale  e  distinta  » 
(p.  305J,  e  esamina  con  opportuni  esempi  comparativi  tolti  da 
lingue  diverse  le  questioni  particolari  della  pretesa  essenziale 
indeclinabilità  della  preposizione,  dell'  avverbio ,  della  congiun- 
zione e  dell'  interiezione .  Infine,  dopo  toccato  «  d' una  restrizione 
e  d'una  necessità  imposte  arbitrariamente  alla  Decliiiazione  », 
viene  alla  Conclusione ,  sulla  scorta  della  quale  abbiam  creduto, 
per  ragioni  di  brevità,  di  fare  il  riassunto  del  pensiero  man- 
zoniano. 

Gli  errori  particolari  di  alcuni  grammatici  circa  le  categorie 
grammaticali  dimostra  che  hanno  un'origine  comune,  la  so- 
praddetta supposizione,  che  è  quella  medesima  su  cui  si  fonda 
la  così  detta  Grammatica  generale  (p.  330). 

«  Ma  il  nome  di  Parti  dell'orazione  non  era  forse  solenne  da 
secoli?  Non  erano    esse  state,  già  nell'antichità    greca,  oggetto 


Cj  Di  questo  cita  V  Aristarchus,  sive  De  Arte  Grammatica,  1636. 

C.  Trabalza.  33 


514  Storia  della  Grammatica 


delle  ricerche  di  diversi  filosofi?  e  non  furono  poi,  senza  inter- 
ruzione, la  base,  o  dirò  cosi,  l'ordito  delle  grammatiche  po- 
sitive e  speciali  di  tutte  le  lingue  europee,  antiche  e  moderne, 
e  dell'altre  lingue  più  note  in  Europa?  Quale  fu  dunque  la  sco- 
perta per  cui  la  Grammatica  di  Porto  Reale  acquistò  e  conserva, 
la  reputazione  d' aver  fondata,  o  almeno  iniziata,  una  nova 
scienza?  »  (p.  330). 

E. qui  il  Manzoni  spiega  come  poteron  sorgere  le  categorie 
e  il  loro  variare  dai  filosofi  greci  ai  latini,  il  cui  carattere  è 
«  la  mancanza  d'ogni  intento  sistematico.  Ci  si  vede  bensì  un 
progresso,  o  piuttosto  un  aumento  successivo,  ma  occasionale  e, 
si  può  dire,  empirico  ;  un'analisi  continua,  ma  che  non  è  né  lo 
svolgimento,  né  la  ricerca  d'una  sintesi  »  (p.  434).  «  Se  a  qual- 
cheduno  de'  filosofi  di  quel  tempo,  che  parlarono,  in  qualunque 
modo,  di  parti  dell'orazione,  fosse  potuto  venir  in  mente  di  ordi- 
narle in  un  complesso  scientifico,  pare  che  Aristotele  avrebbe 
dovuto  esser  quello.  Ma,  dagli  scritti  che  rimangon  di  lui, 
appare  tutt'  altro  «  (p.  335)-  Continua  poi  fino  a  Prisciano,  che 
ne  enumera  quattordici,  «  lo  stesso  suddividere,  e  per  motivi 
d'egual  valore  »  (ib.).  L'intento  de'  grammatici  fu  sempre  pra- 
tico: «  indicare  le  regole  positive  dei  vocaboli...  E  in  questo... 
si  trovavano  d'accordo  senza  fatica,  perchè  seguivano  tutti  una 
medesima  guida,  l'Uso:  sfido  a  prenderne  un'altra  per  comporre 
delle  grammatiche  positive  »  (p.  336).  Anche  «  quel  novo  e  ar- 
tifizioso  edilìzio  filosofico  »  che  è  la  Grammatica  speculativa  di 
Duns  Scoto,  «  è  fondato  sull'autorità  sottintesa  e  costrutto  sul 
metodo  arbitrario  d'un  grammatico  »  (pp.  339-40).  E  l'arbitrio  fu 
proseguito  dal  Valla  al  Buonmattei.  «  Novo  e  notabile /w  in  questo 
l'assunto  de'  due  celebri  scrittori  francesi  »,  che  lo  fondarono 
su  questo  principio:  «  La  maggior  distinzione...  di  ciò  che  ac- 
cade nel  nostro  spirito  è  che  ci  si  può  considerare  e  l'oggetto 
del  nostro  pensiero,  e  la  forma  o  la  maniera  del  pensiero  me- 
desimo »  :  che,  applicato  al  linguaggio,  li  conduceva  alla  dedu- 
zione «  che,  avendo  gli  uomini  bisogno  di  segni  per  indicar  ciò 
che  accade  nel  loro  spirito,  la  distinzione  più  generale  de'  vo- 
caboli dev'  essere  che  gli  uni  significano  gli  oggetti  de'  pensieri, 
e  gli  altri  la  forma,  o  il  modo  de'  pensieri  medesimi  »  (p.  342). 
Qui  il  Manzoni  trova  acutamente  che  una  supposizione  è  stata 
sostituita  da  una  ricerca;  mentre  «i  fondamenti  dell'arte  di 
parlare    dovevano   esser    cercati  altrove   che  in  una    distinzione 


Capitolo  quindicesimo  515 


de'  vocabili  in  due  categorie  »  (pp.  342-3).  Ciò  che  dette  origine 
a  tutte  le  arbitrarietà  della  grammatica  generale.  «  E  sarebbe 
una  storia  lunga  e  superflua  quella  di  tant'  altre  questioni  dello 
stesso  genere  [di  quella  della  preposizione  non  preposizione  o 
participio  non  participio  Excepté]  ;  vai  a  dire  se  tali  o  tali  altri 
vocaboli  s'avessero  a  collocare  tra  gli  avverbi,  o  tra  le  prepo- 
sizioni, o  tre  le  congiunzioni,  o  tra'  nomi,  o  tra'  pronomi,  o 
tra'  verbi.  Questioni  non  mai  sciolte,  e,  oso  dire,  insolubili, 
perchè  con  esse  si  cercava  ne'  vocaboli  una  qualità  supposta 
arbitrariamente,  qual'è  l'attitudine  esclusiva  a  fare  un  ufizio  gram- 
maticale. Quindi  ognuna  delle  parti  poteva  avere  una  ragione  ; 
nessuna  poteva  aver  ragione  »  (pp.  346-7). 

Dalla  qual  conclusione  è  facile  concludere,  come  già  accen- 
nammo, che  il  Manzoni  colpiva  a  morte  la  grammatica  generale, 
ma  non  la  grammatica  ('). 

Come  tesi  pratica,  lungi  dall'  esser  una  reazione  e  oppo- 
sizione al  purismo  trionfante  del  Cesari  come  quello  che  offriva 
un'unità  linguistica  da  seguire  di  contro  alla  nuova  barbarie  del 
francesismo  e  alla  babele  della  lingua  universale,  la  teoria  man- 
zoniana ne  fu,  non  dico  la  continuazione,  ma  una  trasformazione  : 
il  purismo  affermava  i  diritti  della  lingua  letteraria  del  Trecento 
e  degli  scrittori  posteriori  che  l'avessero  mantenuta  viva,  ossia 
dell'unità  fiorentina  quale  si  era  stabilita  nelle  scritture;  il  Man- 
zoni affermò  i  diritti  dell'unità  fiorentina  viva  e  parlata  in  quanto, 
non  discordando  da  quel  tanto  di  fiorentino  che  era  rimasto  vivo 
e  che  era  perciò  adoperabile  e  rappresentava  il  nucleo  che  gl'Ita- 
liani avevano  in  comune,  poteva  essere  comunicata  a  tutti  e  ba- 
stare ai  bisogni  di  tutti,  cioè  diventare  con  la  maggior  facilità 
e  precisione  la  lingua  comune,  universale  della  nuova  letteratura 
e  perciò  della  nuova  Italia  ("). 


(')  Sul  Manzoni  grammatico,  seguendo  il  voi.  IV  delle  opere  ine- 
dite o  rare  da  noi  esaminate,  scrisse  una  memoria  G.  B.  Zoppi  (nella 
Miscellanea  per  le  Nozze  Biadego- Bernardinelli ,  Verona,  1896,  pa- 
gine  1 24-141  ),  di  cui  avremo  occasione  di  occuparci  tra  poco. 

(2)  Il  che  viene  a  concordanza  con  quanto  osserva  il  Borgese 
circa  le  relazioni  tra  il  purismo  classico  e  il  romanticismo  :  «  I  clas- 
sicisti puristi  avevano  quasi  troncato  tutte  le  dispute  sulla  natura  sto- 
rica della  nostra  lingua,  stabilendo  ch'ella  dovesse  modellarsi  sulla 
toscana,  o  meglio,  sulla  fiorentina;  se  non  che,  per  la  medesima  ra- 
gione che  la  poesia  esprimeva  sentimenti,  passioni,  opinioni  di  tempi 


516  Storia  della   Grammatica 

Le  opposizioni  di  genere  teorico  non  potevano  mancare  alla 
tesi  del  Manzoni,  e  non  mancarono,  come  non  mancarono  le 
calorose  difese  ('):  intervennero  nella  disputa  anche  filologi  e  glot- 
tologi eminenti,  con  gli  argomenti  a  favore  e  contro  che  la  gram- 
matica storica  poteva  loro  offrire  (");  ma  dubitiamo  che  la  parte- 
cipazione di  essi  al  dibattito  sia  stato  il  deus  ex  machina  che 
sia  riuscito  a  risolverlo  ;  poiché,  se  essi  poterono  ben  chiarire 
col  metodo  positivo  come  sia  sorta  e  siasi  sviluppata  la  lingua 
italiana  intesa  come  evoluzione,  non  è  vero  che  con  questo 
chiarissero  ancora  che  cosa  una  lingua  effettivamente  sia  :  il 
problema  insomma  non  è  filologico,  è  filosofico:  e  noi  sap- 
piamo con  che  la  filosofia  identifichi  la  lingua.  Nel  fatto  in- 
vece il  problema  del  Manzoni  in  quanto  ha  di  pratico  fu  ri- 
soluto nel  senso  da  lui  voluto.  Che  cosa  aveva  voluto?  Quello 
che  ottenne,  e  che  dirò  con  parole  del  De  Sanctis,  di  uno  cioè 
che  non  prese  e  non  poteva  prender  parte  a  una  controversia 
che  non  aveva  per  lui  alcuna  portata  né  critica  né  filosofica.  «  Il 
Manzoni  ha  rinnovato  la  forma,  rendendola  popolare,  perchè  ha 
combattuto  a  morte  la  forma  convenzionale,  ha  distrutto  l'at- 
mosfera classica,  ha  vinto  la  rettorica,  producendo  una  forma 
semplice,  vera,  reale,  forma  cercata  nelle  viscere  stesse  del  po- 
polo, forma  ingentilita  con  tali  colori  accessibili   al  popolo  »(3). 

Su  questo  nuovo  fatto,  che  non  fu  naturalmente  tutt' opera 
del  Manzoni  e  de'  suoi  valorosi  seguaci  (son  troppi  per  citarli 
tutti,  ma  qui  è  doveroso  ricordare  il  Bonghi,  il  Morandi  e, 
benché  sia  manzoniano  temperato,  il  D'Ovidio),  sorse  la  nuova 
grammatica  italiana  oggi  adottata  nelle  scuole,    cioè   la    gram- 


andati,  parlava  anche  con  le  parole  morte,  quasi  fosse  latina.  I  ro- 
mantici mostrarono  che,  se  la  poesia  vuole  imitare  il  vero,  per  vero 
deve  intendere  quello  a  cui  noi  crediamo,  e  che,  se  ha  da  parlare 
ai  contemporanei  e  non  ai  defunti,  deve  usar  di  quelle  parole  che 
possono  nell'età  nostra  intendersi  anche  dai  non  dotti.  »  Op.  cit.,  p.  147. 
(')  Sulla  dibattuta  questione  fu  pubblicato  perfino  uno  speciale 
periodico:  L'Unità  della  lingua,  per  cura  di  P.  Fanfani,  A.  Gelli 
e  R.  Vescovi.  Firenze,  1869-1873. 

(2)  A  titolo  d'onore  dobbiamo  qui  registrare  il  Proemio  dell'Ascoli 
i\\Y  Archivio  glottologico,  che  degnamente  combattuto  dagli  avversari, 
sollevò  la  controversia  alla  maggiore  elevatezza  di  discussione  pos- 
sibile. 

(3)  In  Vivaldi,  op.  cit..   Ili,  p.  314. 


Capitolo  quindicesimo  517 


matica  dell'uso  moderno,  o  della  lingua  parlata  e  dell'uso  vivo, 
di  cui  avemmo  tipi  invero  in  qualche  parte  diversi.  Il  che  chia- 
rendo avremo  assolto  anche  il  compito  che  qui  ci  era  riservato, 
di  dar  conto  complessivamente  di  un  gruppo  di  grammatiche, 
troppo  numerose  per  essere  singolarmente  esaminate,  e  troppo 
uniformi  non  solo  nel  principio  che  lor  serve  di  base  ma  anche 
nella  configurazione  loro,  non  gran  che,  s'aggiunga,  differente 
da  quella  che  ebbe  la  grammatica  del  purismo,  per  meritare 
un'analisi  minuta  del  loro  speciale  contenuto,  considerato  sopra- 
tutto che  non  scaturendo  esse,  come  invece  avvenne  nel  Cinque- 
cento, dal  bisogno  di  rendersi  conto  di  una  letteratura  nuova 
—  bisogno  che  assume  aspetto  di  problema  filosofico  —  né 
connettendosi,  come  nel  Sei  e  Settecento  si  avverò,  agli  sforzi 
compiuti  dai  filosofi  del  linguaggio  per  intenderne  la  natura  e 
insieme  le  tradizionali  categorie,  ma  solo  rappresentando  un  in- 
dirizzo pratico,  come  quelle  del  purismo  cesariano  della  prima 
metà  del  secolo,  vengono  a  perdere  individualmente  gran  parte 
del  loro  interesse  in  una  storia  come  la  presente. 

Trascurando  non  senza  ragione  gli  ultimi  epigoni  della  gram- 
matica del  purismo,  non  esclusi  quelli  che  sotto  veste  di  novità 
in  sostanza  esponevano  la  medesima  materia  (Melgaj,  e  tacendo 
anche  per  amor  di  brevità  di  trattazioni  particolari,  che  per 
certi  rispetti  si  ricongiungono  alla  grammatica  storica  (Buscaino- 
Campo,  Regole  per  la  pronunzia  italiana,  (')  e  per  altri  che 
vertono  più  specialmente  sulla  sintassi  tradizionale  (Bulgarini 
A.  e  P.  E.  Castagnola,  La  struttura  del  periodo)  ("),  e  delle 
solite  disquisizioni  sullo  studio  o  sull'importanza  o  sulla  por- 
tata filosofica  della  grammatica  generalmente  prive  di  senso 
scientifico,  noteremo  che,  se  ben  presto,  dopo  cessate  comple- 
tamente le  polemiche  rinnovatesi  più  vivacemente  con  la  Rela- 
zione del  Manzoni  e  quando  ormai  i  fatti  cominciavano  a  parlar 
da  sé,  cioè  sui  primi  dell'ultimo  ventennio  del  secolo  scorso, 
sorsero  e  pullularono  le  grammatiche  del  nuovo  principio  dell'uso 
moderno,  invero  quella  che  applicasse  rigorosamente,  cioè  nel  suo 
preteso  esclusivismo  ma  in  tutta  la  sua  larghezza  e  in  tutte  le 
sue  contemperanze,  il  concetto  fondamentale  del  Manzoni,   uscì 


(')  Trapani,  1S85. 
(2)  Torino,  1879. 


5i 8  Storia  della  Grammatica 

relativamente  tardi,  e  precisamente  nel  1894  :  e  fu  la  Gramma- 
tica italiana  del  Morandi  e  del  Cappuccini,  non  essendoci  lecito 
dubitare,  anche  se  non  ce  ne  fossimo  convinti  col  nostro  studio, 
di  quanto  essi  affermavano  nell'  introduzione.  «  Più  di  ven- 
tanni fa,  uno  di  noi  [il  Morandi,  in  due  scritti  pubblicati 
nel  1873-4  e  incorporati  in  Le  correzioni  ai  Pr.  Sp.  (')],  so- 
steneva come  fosse  ormai  tempo  di  rinnovare  la  Grammatica 
italiana  sul  concetto  fondamentale  del  Manzoni  :  concetto  che 
le  indagini  e  gli  studi  filologici  hanno  sempre  meglio  illustrato 
e  confermato.  Ma  questo  voto  rimase  quasi  del  tutto  inesau- 
dito, come  potrà  vedere  chiunque  confronti  accuratamente  il 
nostro  lavoro  con  le  grammatiche  che  si  pubblicarono  da  al- 
lora ad  oggi»  (pp.  VII-VIII).  Dell'82  è  la  Grammatica  italiana 
dell'uso  moderno  del  Fornaciari  e  la  Grammatica  italiana  dello 
Zambaldi,  dell '83  la  Grammatica  della  Ungila  parlata  con  gli 
esempi  cavati  dal  Manzoni  del  Boni,  dell' 87  la  Grammatica  della 
lingua  italiana  del  Petrocchi  ;  son  tutte  pregevoli,  come  ga- 
rantiscono i  nomi  degli  autori  chiari  e  autorevoli  quanto  bene- 
meriti e  infaticabili  cultori  del  nostro  idioma  ;  ma  il  principio 
dell'uso  moderno  v'è  stato  applicato  diremo  così  un  po'  all'in- 
grosso, con  maggior  simpatia  verso  l'uso  letterario  in  quelle  del 
Fornaciari  e  dello  Zambaldi,  con  più  libertà  manzoniana,  dirò 
così,  nelle  altre  due.  Scendere  a  particolari  qui  non  possiamo, 
né  ne  metterebbe  il  conto.  È  un  giudizio  che  i  lettori  ci  possono 
menar  buono  anche  senza  prove,  purché  pensino  ai  nomi  di  co- 
desti autori  e  alla  diffusione  che  le  opere  loro  hanno  ancora  nelle 
scuole  :  il  nome  dello  Zambaldi  e  più  ancora  del  Fornaciari  as- 
sicurano, per  es.,  di  un  certo  freno,  quasi  di  una  remora  pru- 
dente e  ragionevole  alla  scapestrataggine  grammaticale  :  infatti 
le  loro  grammatiche  si  ristampano  coi  dovuti  miglioramenti  anche 
oggi,  e  sono  meglio  accette  ai  maestri  che  vogliono  sì  l'uso  mo- 
derno ma  con  le  debite  cautele  e  restrizioni  :  gente  che  ha  na- 
turalmente molta  fede  nella  grammatica  come  ausiliatrice  della 
rettorica  per  gli  effetti  del  corretto  e  bello  scrivere  degli  alunni. 
Invece  interamente  manzoniana  nel  senso  largo  che  abbiamo  de- 
terminato, ma  non  esclusivamente  manzoniana,  perchè  vi  si  tien 
conto  nella  fonetica  dei  più  notevoli  e  certi  resultati  della  gram- 


(')  Parma,  1S79,  3'1  ediz. 


Capitolo  quindicesimo  519 


matica  storica,  è  quella  del  Morandi  e  del  Cappuccini.  I  quali 
l'hanno  caratterizzata  meglio  di  quel  che  potremmo  far  noi. 
«  Posto  come  norma  fondamentale  l'uso  civile  fiorentino,  senza 
punto  occultarne,  ma  anzi  mettendone  in  rilievo  i  rari  e  leggieri 
dissensi  con  l'uso  vivo  generale  italiano,  noi  facciamo  poi  largo 
luogo  anche  all'uso  letterario,  distinguendo  il  comune  del  poe- 
tico, o  dell'antiquato,  o  dal  pedantesco,  ecc.,  e  notando  spesso 
ciò  che  di  quest'uso  sopravvive  tuttora  nel  volgare,  ossia  plebeo, 
di  Firenze,  o  ne'  vari  dialetti.  Sicché,  quella  parte  storica  della 
lingua,  che  anche  quando  sia  addirittura  morta,  può  alle  volte 
essere  riadoperata  nello  stile  poetico,  ovvero  per  ironia,  o  per 
ischerzo,  o  per  altro,  qui  non  solo  non  manca,  ma  ce  n'è  di  più 
che  in  molte  altre  grammatiche,  con  la  differenza  però  che  ci  si 
trova  nettamente  distinta.  E  a  proposito  di  lingua,  dobbiamo 
pur  dire  che  dell'usata  e  usabile  abbiam  procurato,  negli  esempi 
e  nel  resto,  di  darne  con  la  maggiore  possibile  varietà  e  ric- 
chezza, senza  però  invadere  il  campo  proprio  del  Vocabolario, 
se  non  quando  i  Vocabolari  erano  discordi  tra  loro,  o  addirit- 
tura in  errore.  Se  spesso  poi,  specialmente  rispetto  all'uso  vivo, 
noi  ricorriamo  ai  forse,  ai  più  o  meno,  ai  d 'ordinario ,  e  simili, 
anche  di  questo  la  colpa  non  è  nostra.  Gli  è  che  noi  non  vo- 
gliamo dar  per  certo  ciò  che  è  dubbio,  ne  sostituire  il  nostro 
gusto  alla  realtà  de'  fatti.  E  i  fatti,  in  ogni  lingua  viva,  son  di 
tre  specie:  ben  determinati,  e  di  questi  noi  diamo  regole  fisse; 
che  si  vanno  determinando,  e  qui  noi  diciamo  la  tendenza,  il 
più  comune;  ancora  incerti,  e  noi  notiamo  l'incertezza».  Non 
vi  par  questa  una  pagina  sinteticamente  illustrativa  della  dot- 
trina manzoniana  nella  sua  parte  più  essenziale  e  praticamente 
attuabile?  e,  nel  tempo  stesso,  non  vedete  qui  disegnato  l'ideale 
della  moderna  grammatica  normativa?  della  grammatica  che, 
conscia  del  suo  modesto  compito,  vi  spiana  la  via  all'apprendi- 
mento della  lingua  che  vi  occorre  o  vi  può  occorrere  senza  met- 
tervi né  la  catena  a'  piedi  né  le  manette  ?  La  grammatica  Mo- 
randi-Cappuccini  chiude  l'ultimo  momento  storico  dello  svolgi- 
mento di  questo  prodotto  di  cui  siam  venuti  descrivendo  le 
vicende,  riflettendo  in  sé  esattamente  l'ambiente  linguistico  in 
cui  si  maturò.  Delle  moltissime  altre  che  le  si  sono  succedute 
con  la  rapidità  e  frequenza  onde  le  imitazioni  sogliono  accom- 
pagnare l'opera  originale,  è  superfluo  qui  spender  parole,  anche 
se  in  qualcuna  di   esse  avessimo   da  segnalare   particolari  espe- 


Storia  della   Gran/matita 


dienti  didattici,  non  essendo  stato  nostro  assunto  il  far  la  storia 
delle  istituzioni  scolastiche  e  dei  metodi  d' insegnamento  ('). 


IV. 

Ma  lasceremmo  una  lacuna,  se  non  facessimo  un  cenno  dello 
sviluppo  della  grammatica  storica  nel  secolo  passato,  non  perchè 
l'argomento  rientri  nel  nostro  tema,  specie  quando  si  consideri 
che  la  grammatica  storica  si  svolse  in  quest'ultimo  suo  vera- 
mente glorioso  periodo  affatto  indipendentemente,  come  il  suo 
metodo  e  i  suoi  intenti  esigevano,  dalla  mera  grammatica  nor- 
mativa —  il  che  non  accadde,  p.  es.,  nel  Cinquecento,  quando  il 
problema  apparve  unico  e  intimamente  connesso  con  quello  della 
rifiorita  letteratura  nazionale  —  ma  perchè,  come  già  abbiamo 
accennato,  la  grammatica  storica  s' immischiò  nelle  discussioni 
intorno  alla  lingua,  o  meglio  alla  tesi  manzoniana  e,  fuori  di 
queste  relazioni,  volle  esser  rappresentata  non  senza  ragione  nella 
antica  sezione  della  pronunzia  e  dell'ortografia,  costituendovi  un 
riassunto  dei  principali  accertamenti  della  fonologia. 

Bianco  Bianchi  in  quella  sua  lodata  Storia  della  preposizione 
A  e  de'  suoi  composti  nella  lingua  italiana  (1S77)  dichiarava  d'es- 
sersi giovato  del  Nannucci,  «  che  da  noi  segna  il  passaggio  del- 
l'antica alla  nuova  scuola,  e  che  ancora  egli  stimava  assai  più 
di  certi  arrembati,  i  quali  montati  a  cavalluccio  sopra  i  Bopp, 
i  Grimm  e  i  Diez,  si  danno  il  facile  vanto  di  far  passar  da  ciuchi 
tutti  i  loro  predecessori  »  (prefaz.).  Prima  ancora  del  Nannucci, 
non  era  mancato  un  certo  interesse  per  lo  studio  storico  della 
lingua.  Il  Ciampi  nel  suo  libro  De  uste  linguae  italicae  saltem  a 
saeculo  quinto  R.  S.  (1817)  ripigliava  la  vecchia  tesi  Bruni-Citta- 
dini con  molta  dottrina  ed  erudizione,  ma  così,  mi  pare,  peggio- 
randola: «  linguam  italicam  extitisse  apud  vetus  italum  vulgus,  in 
multo  ante,  nec  equidem  repugnabo,  saltem  a  saeculo  R.  S.  quinto  ; 
eamque  ortam  non  tantum  ab  reliquis  latinae  linguae  cultioris, 
sed  ab  universis  vetustissimis  Italicis  dialectis,  dein,  varie,  variis 


(')  Una  Grammatica  italiana  recentissima  a  cui  sottostà  la  co- 
scienza della  sua  inconsistenza  filosofica  e  che  cerca  di  attenuare  i 
danni  dell'eccessivo  schematismo  tradizionale  è  quella  di  G.  Lombardo- 
Radice  (seguace  dell'Estetica  del  Croce),  Catania,  1908. 


Capitolo  quindicesimo  521 


temporibus,  adauctam  latino  maxime,  et  graeco  sermone:  tum 
edam  quibusdam  Externorum  vocibus.  Post  saeculum  vero  R.  S. 
alterimi  supra  decimum,  e  triviis  in  aedes  hominum  elegantiorum 
successiti  hinc  et  ad  normam,  libellumque  redacta,  scriptorum 
statu  et  praeceptis  grammatices  polita  est  »  (pp.  39-40).  È  il  tono 
degli  eruditi  del  700,  Muratori,  Tiraboschi,  Maffei,  del  quale  in- 
fatti il  Ciampi  ripubblicava  Yitalica  ehtaibratio  hi  idem  argu- 
mentum,  riassumendo  e  criticando  tutt'e  tre  i  nominati,  che, 
nello  sfogliare  le  cartapecore  antiche,  vedendo  tante  voci  e  modi 
della  nostra  lingua  adoperati  in  tempi  ne'  quali  si  credeva  non 
fossero  mai  sonati  sulle  bocche  de'  parlanti,  erano  stati  condotti 
a  veder  chiaro  nel  problema  lasciato  insoluto  dai  precedenti 
trattatisti:  il  primo  —  riferisco  il  Ciampi,  s'intende  — -  aveva 
concluso  che  la  lingua  italiana  era  derivata  dalle  rovine  del  la- 
tino, e  che  ingrossata  dai  barbari  nel  sec.  Vili  già  era  parlata 
dal  volgo;  il  secondo  ridotto  l'antichità  dell'origine  al  periodo 
longobardico  e  riconnessala  alle  genti  barbare  più  che  alle  latine  ; 
il  terzo  negato  ogni  straniera  e  particolarmente  tedesca  deriva- 
zione, mettendosi  così  sulla  buona  via  di  dimostrarla  in  tutto 
d'origine  latina  sebbene  con  molte  alterazioni  della  lingua  dotta. 
Anche  questa  del  Ciampi  era  un'esercitazione  erudita,  sebbene 
scendesse  a  particolari  de  usu  verborum  quae  vocant  auxiliaria  e 
di  voci  e  costrutti  volgari  rintracciati  nel  latino  antico  e  di  vo- 
caboli derivati  dal  greco  ;  né  poteva  far  fare  un  passo  al  vecchio 
problema  ;  ma  intanto  lo  manteneva  vivo  ed  era  già  un  pro- 
gresso e  lasciava  visibile  l'orizzonte  verso  cui  avrebbero  i  po- 
steri spinto  così  profondamente  lo  sguardo. 

Anche  il  Manno  col  suo  fortunato  libro  Della  fortuna  delle 
parole  contribuiva  a  tener  vivo  1'  interesse  per  gli  studi  storici 
intorno  alla  lingua  ;  e  le  stesse  polemiche  destate  dalla  Proposta 
e  particolarmente  le  dissertazioni  del  Perticari  e  de'  suoi  con- 
tradittori  non  possono  non  considerarsi,  con  tutti  i  loro  errori 
e  traviamenti  più  o  meno  spontanei,  non  possono  non  conside- 
rarsi almeno  come  caratteristici  episodi  nella  storia  della  gram- 
matica storica  ('). 


(')  Tra  le  ricerche  d'indole  storica,  ricorderò:  O.  Toselli,  Ori- 
gine della  lingua  italiana,  Bologna,  1831-33;  B.  Biondelli,  Origine  e 
sviluppo  della  lingua  italiana,  Milano,  1840;  Sicher,  Elementi  e  stati 
della  lingua  italiana,  Trento,  1853. 


522  Storia  della  Grammatica 

La  quale  si  mise  finalmente  sulla  strada  regia  dell'indagine  me- 
todica storico-comparativa,  quando,  cessate  le  vane  logomachie, 
le  ricerche  complessive  che  si  contentavano  di  raggiungere  un'idea 
approssimativa  delle  parentele  delle  lingue  e  del  loro  stato  in 
determinati  periodi  storici,  pose  sulla  pietra  anatomica  il  vario 
materiale  linguistico  dei  gruppi  affini  monogenetici  criticamente 
vagliato,  e,  coi  potenti  aiuti  della  comparazione  e  delle  leggi 
dell'analogia  e  de'  suoni,  potè  stabilire  con  matematica  sicu- 
rezza le  derivazioni  delle  lingue  romanze  dal  latino  popolare, 
fissarne  le  fasi  e  le  condizioni  e  costituirsi  così  in  corpo  orga- 
nico di  dottrina  capace  di  ulteriori  modificazioni  ne'  suoi  aspetti 
particolari,  ma  stabilmente  fondato  su  basi  incrollabili,  s'intende 
nel  senso  che  diamo  noi  a  queste  parole. 

Ricordare  i  nomi  e  le  date  più  notevoli  di  questo  serio  e 
fecondo  lavorìo  che  rappresenta  uno  de'  caratteri  più  spiccati 
e  più  seri  dell'erudizione  della  seconda  metà  del  secolo  passato, 
ci  sarebbe  molto  facile.  Ci  sia  permesso  solo  accennare  qui  che, 
di  fronte  ai  celebri  nomi  dei  fondatori  della  scienza  positiva  del 
linguaggio  e  della  grammatica  storica  particolarmente  romanza 
(Bopp,  Diez)  (*)  e  degli  ammirati  maestri  stranieri,  che  ci  diedero 
la  grammatica  storica  dell'  italiano  (Meyer-Lùbke)  e  alle  loro 
importanti  riviste  e  enciclopedie  (Romania,  Zeitschrift,  Grun- 
driss,  ecc.),  l'Italia  può  vantare  una  schiera  di  valorosi  filologi, 
dai  compianti  Caix,  Canello  e  Mussafia  al  Rajna,  al  Crescini,  al 
Parodi,  al  Gorra,  al  Salvioni,  al  De  Lollis,  al  Biadene,  al  Goi- 
danich,  allo  Zingarelli,  al  Savi  Lopez,  al  De  Bartholomaeis,  al 
Bertoni,  a  molti  altri  giovanissimi,  al  Renier  e  al  Novati,  bene- 
meriti della  filologia  anche  pel  Giornale  storico,  al  D'Ovidio, 
sempre  ricercato  anche  dai  colleghi  d'Oltralpe  a  collaborare  in 
libri  e  periodici,  a  Emilio  Teza,  cui,  come  disse  recentemente 
un  nostro  poderoso  glottologo,  Luigi  Ceci,  nessun  territorio 
linguistico  è  sconosciuto,  a  Ernesto  Monaci  che  fondò  riviste 
che  gareggiarono  felicemente  con  le  straniere  migliori  e  ora  è 
anima  d'una  fiorentissima  e  attivissima  Società  filologica,  stretti 
già  quasi  tutti  intorno  a  Graziadio  Ascoli,  il  glorioso  fondatore 
dell  'Archivio  glottologico . 


(')  Tra  i  primi  divulgatori  della  grammatica  storica  dell'italiano 
sono  degni  tra  noi  di  menzione  il  Fornaciari  e  il  De  Mattio,  che  erano 
stati  preceduti  fuori  dal  Blanc,  la  cui  Gratnmatik  der  italienischen 
Sprachen  (1864)  ha  ancora  un  certo  valore  per  la  dottrina  delle  forme. 


Capitolo  quindicesimo  523 


V. 

Se  la  grammatica  generale,  non  mai  del  tutto  rassegnata  a 
morire  ('),  giacque  sotto  i  colpi  e  i  sarcasmi  della  scienza  del 
linguaggio  ("),  non  mancarono  tra  noi  tentativi  di  una  filosofia 
della  grammatica,  e  notevole  è  quello  dello  Zoppi,  un  rosmi- 
niano  acuto  quanto  dotto  e  diligente  e  anche  garbato  esposi- 
tore. Il  quale  credette  appunto  di  costruire  una  scienza  della 
grammatica  col  connubio  della  grammatica  generale  e  della 
scienza    positiva    del    linguaggio  (:ì),    inconsapevolmente  (')   ese- 


(')  Ricorderò  l'opera  di  Ed.  L.  Starck,  Grommar  and  Language, 
Boston,  1887,  fondata  sulla  credenza  che  almeno  i  tre  gruppi  attuali 
e  più  importanti  delle  lingue  indo-europee  sieno  retti  da  comuni  prin- 
cipi generali  ;  e  i  numerosi  lavori  di  Raoul  de  la  Grasserie  e  par- 
ticolarmente V Essai  de  Syntaxe  generale,  Louvain,  1896,  che  parimenti 
mi  sembrano  ispirarsi  alla  medesima  fede  nelle  leggi  generali.  —  Per 
curiosità  ricorderò  anche  una  recente  ristampa  della  grammatica  ra- 
gionata di  S.  Compagnoni,  Grammatica  scientifica,  ossia  la  teoria  della 
lingua  italiana  secondo  i  principi  naturali  del  linguaggio,  Milano,  1892, 
e  C.  Michelin-Bert,  Nouvelle  grammaire  rationelle  et  pratique  de  la 
langue  italienne,  Paris,  1894;  inoltre:  Em.  Donatelli,  Appunti  di  lo- 
gica e  grammatica,  Venezia,  1897;  A.  Fink,  Logisches  und  Gramma- 
tisches,  Progr.,  Ploen,  1897;  L.  Peine,  Notes  sur  Vanalyse  gramm.  et 
logique,  Montemorency,  1898  (Extr.  d.  Bull.  d.  la  Societé  amicale  des 
proff.  elèni,  de  Paris  et  de  départ.  —  Breve  contributo  agli  studi  logico- 
sintattici  (e  nel  testo,  a  p.  30,  «  modesto  contributo  a  una  futura 
sintassi  filosofica  della  meravigliosa  lingua  di  quel  popolo  (il  greco), 
a  cui  nessuna  intuizione  mancò»)  è  il  sottotitolo  della  cit.  memoria 
su  La  teoria  Kantiana  del  giudizio  già  intuita  e  fissata  nella  sintassi 
de'  Greci  di  G.  Piazza,  il  quale  non  so  quanto  si  sia  confortato  a 
proseguire  nell'ardua  impresa  dalla  recensione  parimente  citata  che 
gliene  ha  fatto  il  Croce. 

(-1  II  vero  fondatore  della  scienza  del  linguaggio  intesa  in  senso 
idealistico  è  l'Humboldt,  e  sotto  i  colpi  de'  principi  di  questa  cade 
effettivamente  la  grammatica  generale  ;  ma  si  sa  che  il  punto  di  vista 
humboldtiano  fu  spesso  smarrito  dagli  indagatori  della  parola  col  me- 
todo positivo:  e  questi  non  sappiamo  quanto  possano  aver  da  ridire 
sulla  grammatica  generale,  che  in  fondo  è  un  tentativo  di  filosofia  del 
linguaggio. 

(ò)  Dico  qui  per  chiarezza  positiva  in  ordine  a  quanto  osservo 
nella  nota  precedente. 

1')  Perchè  la  pubblicazione  del  frammento  manzoniano  è  poste- 
riore al  suo  tentativo  che  risale  agli  anni  1884-55-86,  ne'  quali  lo  pub- 
blicò nella  Rivista  «  La  Sapienza  ». 


524  Storia  della  Grammatica 

guendo  un  disegno  abbozzato  già  dal  Manzoni  stesso.  «  Il  miglior 
mezzo  di  farle  cessare  [le  controversie  sulla  distribuzione  delle 
parole  nelle  arbitrarie  classi  grammaticali]  sarà  una  Grammatica 
veramente  filosofica  »,  aveva  detto  il  Manzoni,  «  la  quale,  in 
vece  di  supporre  nel  fatto  delle  lingue  una  simmetria  arbitraria, 
cerchi,  nella  natura  dell'oggetto  della  mente,  e  nella  condi- 
zione imperfetta  e  necessariamente  limitata  del  linguaggio,  la 
spiegazione  del  fatto  qual'  è,  vale  a  dire  di  quella  molteplice 
attitudine  di  diversi  vocaboli.  Il  campo  della  quale  ricerca  deve 
naturalmente  essersi  allargato  con  la  cognizione  più  diffusa  e 
più  intima  di  lingue  altre  volte  o  ignorate  in  Europa,  o  stu- 
diate da  pochissimi,  e  con  intenti  più  pratici  che  filosofici.  Si 
veda,  per  un  esempio,  ciò  che  dice  d'una  di  queste  il  celebre 
sinologo  già  citato  [Abel-Rémusat]:  «  Molti  vocaboli  chinesi 
possono  essere  adoperati  successivamente  come  sostantivi,  come 
aggettivi,  come  verbi,  e  qualche  volta  anche  come  particelle  »  (/). 
«  La  filosofia  della  grammatica  »,  dice  lo  Zoppi,  (diversamente 
dalla  grammatica  generale,  «  che  pretende  che  certe  ferme  o 
espedienti  grammaticali  siano  cosi  necessari  ed  inerenti  a  certe 
specie  di  vocaboli  da  costituire  una  teorica  grammaticale,  asso- 
luta, a  cui  devono  conformarsi  tutti  i  linguaggi  »),  «  confron- 
tando i  risultati  della  filosofia  colle  leggi  psicologiche  del  pen- 
siero cerca  le  origini,  studia  ed  espone  il  perche  di  quelle  torme 
grammaticali  che  si  trovano  di  fatto  diversamente  svolte  ed  at- 
tuate nelle  diverse  lingue  »  ('"').  Essa  «  per  una  parte  è  l'appli- 
cazione della  logica  alla  lingua,  ed  è  quindi  per  questo  rispetto 
scienza  a. priori,  ma  dall'altra  è  fondata  sulla  più  diligente  e 
minuta  osservazione  dei  fatti  che  nelle  sue  molteplici  varietà 
presenta  il  linguaggio,  ed  è  perciò  anche  scienza  induttiva  ed 
a  posteriori.  Laonde  la  filosofia  della  grammatica  deve  essere  il 
frutto  dell'  accordo  di  questi  due  metodi.  La  sola  logica  in  ef- 
fetto ci  darebbe  delle  generalità  troppo  astratte  e  spesso  con- 
tradette dai  fatti,  come  è  avvenuto  delle  grammatiche  generali: 
la  sola  linguistica,  poi,  ossia,  la  critica  delle  lingue  si  starebbe 
paga  a  raccogliere  e  ad  ordinare  dei  vocaboli  o  ad  accertare 
alcune    leggi   di    questo  o  di  quell'idioma,  ed  a  formarne  delle 


(')  Opere  inedite  o  varie,   voi.   IV  cit.,  p.  306. 
(;)  //  Manzoni  grammatico  cit.,  p.   135. 


Capitolo  quindicesimo 


famiglie  e  dei  gruppi,  senza  però  levarsi  mai  alla  sommità  di 
principi  universali,  in  cui  deve  trovarsi  la  ragione  ultima  di 
tutte  le  varie  forme,  onde  il  pensiero  si  attua  e  si  plasma  nella 
parola  »  ('). 

Ma  noi  dubitiamo  assai  che  lo  Zoppi  con  tutto  il  suo  buon 
volere  sia  riuscito  a  far  di  meglio  che  un  lavoro  di  natura  egual- 
mente arbitraria,  vorremmo  dire  doppiamente  arbitraria,  com'è 
quello  in  cui  si  uniscono,  anzi  si  confondono  due  sistemi,  l'uno 
de'  quali  il  logico,  è  falso  e  arbitrario,  1'  altro,  il  positivo,  è 
semplicemente  metodologico  e  non  gnoseologico  e  che  si  giova 
di  schemi  e  di  categorie  per  pura  comodità  pratica,  senza  dare 
ad  essi  alcun  valore.  Due  punti  di  vista  sono  troppi  per  com- 
prendere un  unico  fatto  ;  congiunti  in  un  terzo  non  possono 
dare  che  un  nuovo  punto  di  vista  falso,  tanto  più  falso  in  quanto 
tra  gli  altri  due  non  vi  è  intimità  di  rapporti  e  l'uno  è  più  in- 
sufficiente dell'altro  a  spiegar  da  solo  quell'unico  fatto  (').  E  il 
vero  linguaggio,  il  linguaggio  come  creazione  resta  fuori  d'ogni 
considerazione  sia  storica  (storia  letteraria)  che  teorica  (estetica). 

Il  superamento  della  concezione  grammaticale  del  linguaggio 
e  il  concetto  della  vera  natura  spirituale  e  intuitiva  di  esso  si 
sono  ottenuti  in  modo  pieno  e  definitivo  solamente  ai  nostri 
giorni  coli 'opera  capitale  di  Benedetto  Croce,  1'  Estetica  come 
scienza  dell'espressione  e  linguistica  generale,  che,  riannodandosi 
al  Vico,  all'  Hegel,  all'Humboldt  nella  correzione  integrativa 
dello  Steinthal,  scioglie  il  problema  identificando  parola  e  intui- 
zione e  riferendo  arte  e  linguaggio  alla  medesima  attività  teo- 
retica dello  spirito,  V  intuitiva  o  fantastica.  Qui  la  grammatica 
ha  finalmente  la  sua  critica  completa. 

Se  il  linguaggio  è  espressione  e  non  esistono  classi  di  espres- 
sioni, la  linguistica  in  quanto  ha  di  riducibile  a  scienza  è  tutt'uno 
con  V estetica,  e  non  può  davvero  costruirsi  sulle  particolari  teo- 
riche che  furono  escogitate   dell'  interiezione,    dell'  associazione 


(';  A  questo  punto  lo  Zoppi  cita  la  p.  62  del  cit.  voi.  del  Man- 
zoni, e  tutto  il  brano  è  riportato  nello  studio  //  Manzoni  grammatico 
<PP-  T35-6)  dalla  seconda  edizione  de  La  filosofia  della  grammatica, 
fatta  in  Verona,  nel  1891. 

(')  Lo  Zoppi  alla  fine  del  suo  voi.  (parlo  ora  della  ia  ed.,  p.  204) 
dà  due  Tavole  dimostrative ,  l'una  della  genesi  psicologica  delle  parti 
del  discorso,  l'altra  di  quella  glottologica. 


526  Storia  della  Grammatica 

o  convenzione  e  dell'onomatopea,  mescolate  insieme  :  e  poi  che, 
se  il  linguaggio  è  creazione  spirituale,  dev'  esser  sempre  crea- 
zione (onde  resta  senza  significato  la  distinzione  del  problema 
in  origine  e  svolgimento),  V  altra  considerazione  che  può  farsi 
sul  linguaggio  non  può  esser  che  storico-artistica,  ogni  espres- 
sione essendo  un  individuo  artistico  da  studiare  in  sé  stesso  e 
da  rivedere  e  ricreare  in  noi  col  ricollocarci  nelle  condizioni 
storiche  in  cui  si  produsse.  Una  terza  Considerazione  del  lin- 
guaggio, la  logica,  che  consiste  nell'elaborare  logicamente  il  fatto 
estetico,  che  è  di  natura  sua  indivisibile,  dividendolo  in  con- 
cetti e  ricavando  le  categorie  grammaticali  del  moto  o  dell'a- 
zione (verbo),  dell'ente  o  materia  (nome)  eccr,  se  è  lecita,  è  in- 
feconda per  la  comprensione  del  fatto  estetico,  perchè  in  quella 
elaborazione  esso  è  stato  distrutto  :  e  quelle  categorie  non  pos-^ 
sono  valere  come  modi  imitabili  d'espressione,  come  formule  e 
precetti  per  la  creazione  artificiale  del  linguaggio:  una  tecnica 
dell' 'espressione  è  un  termine  erroneo,  contradittorio  :  e  appunto 
tale  è  la  grammatica  normativa,  il  cui  valore  è  semplicemente 
didattico. 

Una  forte  risonanza  de\V Estetica  del  Croce,  per  quanto  ri- 
guarda la  lingua,  si  è  avuta  recentemente  in  Germania  nel- 
l'opera di  Karl  Vossler,  Positivismo  e  Idealismo  nella  scienza 
del  linguaggio  ('),  dove  si  conducono  argute  polemiche  contro 
recenti  teorici  del  linguaggio  e  in  bellissime  particolari  analisi 
è  mostrata  tutta  la  fecondità  e  la  verità  del  principio  idealistico 
propugnato  dal  Croce  e  si  traggono  deduzioni  importantissime 
per  il  metodo  e  il  fine  dell'indagine  linguistica. 

Il  Vossler  trova  nella  lingua  due  aspetti  distinti  sotto  cui 
dev'essere  conformemente  considerato  :  1'  uno  del  progresso  as- 
soluto, cioè  dalla  libera  creazione  individuale  e  teorica,  1'  altro 
del  progresso  relativo,  cioè  dello  sviluppo  regolare  e  della  crea- 
zione teorico-pratica  collettiva  condizionantisi  a  vicenda.  Nel 
primo  caso  la  considerazione  è  estetica  o  stilistica  (cioè  di  storia 
artistica,  o  critica  letteraria,  o  storia,  semplicemente),  nel  se- 
condo è  storica  o  evoluzionistica    (cioè    di    storia  della  coltura, 


11)  Con  questo  titolo  è  uscita  quest'anno,  per  i  tipi  del  Laterza 
di  Bari,  e  per  merito  del  dott.  Tommaso  Gnoli,  la  traduzione  italiana 
delle  due  parti  originali    dell'opera  tedesca   citate    nell'Introduzione. 


Capitelo  quindicesimo  527 


grammatica  storica).  «  Un  terzo  modo  di  considerar  la  lingua, 
puramente  positivistico  o  descrittivo  senza  valutazione  estetica 
o  spiegazione  evoluzionistica,  non  esiste  ;  è  teoricamente  impos- 
sibile »  (p.  121).  Ossia  quel  terzo  modo  è  la  grammatica  empi- 
rica e  normativa,  sussidio  didattico. 

Ma  il  sistema  idealistico  vige  pienamente  in  entrambe  le 
prime  considerazioni,  poiché  anche  nel  momento  del  progresso 
relativo  della  lingua  opera  un'attività  spirituale. 

La  grammatica,  quando  è  conoscitiva,  è  così  sciolta  o  nella 
storia  letteraria  o  nella  storia  della  cultura,  sempre  cioè  nella 
storia  ;  quando  vuol  esser  normativa,  e  non  più  empirica  ma 
filosofica  e  rigorosa,  si  annulla  nell'estetica. 

Col  presente  saggio  noi  speriamo  d'esser  riusciti  a  confer- 
mare la  verità  di  tale  sistema,  applicandone  i  principi  alla  con- 
siderazione d'un  prodotto  caratteristico  dello  spirito  teorico  ita- 
liano studiato  nelle  condizioni  storiche  del  suo  svolgimento,  nei 
suoi  rapporti  cioè  con  l'arte  e  con  la  scienza. 


APPENDICE 


«  REGOLE  DELLA  LINGUA  FIORENTINA  » 


C     ["kabalza. 


PREFAZIONE 


A  quanto  dico  nel  cap.  I  (p.  13  sgg.)  del  notevolissimo  do- 
cumento che  qui  esce  per  la  prima  volta  alla  luce,  sono  in  grado, 
per  speciale  favore  usatomi  dal  mio  illustre  maestro  ed  amico 
senatore  Luigi  Morandi,  di  aggiungere  alcune  notizie  di  grande 
importanza  storica,  anticipando  le  conclusioni  a  cui  egli  è  giunto, 
com'è  suo  costume,  dopo  largo  e  profondo  studio,  e  che  illustra 
col  noto  suo  magistero  di  dottrina  e  di  stile  in  un  saporitissimo 
saggio  d'imminente  pubblicazione. 

Nella  Nuova  Antologia  del  iu  agosto  1905,  il  Morandi  se- 
gnalava l'importanza  della  Grammatichetta  Vaticana,  narrando 
le  vicende  del  manoscritto;  e  poiché  egli  stesso  m'aveva  esor- 
tato a  pubblicarlo  per  intero,  annunziava  fin  d'allora  ch'io  l'a- 
vrei messo  come  appendice  al  presente  lavoro. 

Continuando  però  le  sue  indagini  con  rigore  di  metodo  in- 
torno ai  primi  vocabolari  e  alle  prime  grammatiche  della  nostra 
lingua,  il  Morandi  ha  potuto  tra  le  altre  cose  provare  che  la 
nostra  Grammatichetta  fu  molto  probabilmente  opera  di  Lorenzo 
il  Magnifico,  non  certamente  di  Leon  Battista  Alberti,  com'era 
stato  supposto  ;  e  che  anche  Leonardo  da  Vinci  abbozzò  una 
grammatica  italiana,  dimettendone  forse  il  pensiero,  quando  ebbe 
notizia,  come  apparisce  da  due  suoi  ricordi,  della  Grammati- 
chetta del  Magnifico. 

Lo  studio  del  Morandi  si  occupa  poi  distesamente  dei  ma- 
teriali raccolti  da  Leonardo  per  fare  il  Vocabolario  italiano,  il 
latino-italiano    e  una    specie    di   Dizionario  illustrato    delle  armi 


5  3  2  Prefazione 

antiche,  pel  quale  seppe  attingere  da  una  fonte  classica  sfuggita 
ai  lessicografi  latini  suoi  contemporanei.  Per  tutto  questo  il  Mo- 
randi  adduce  fatti  fin  qui  ignorati  o  fraintesi;  ed  attorno  alla 
Grammatichetta  Vaticana  e  all'opera  filologica  di  Leonardo  trat- 
teggia e  documenta  i  traviamenti  degli  altri  primi  come  de'po- 
steriori  grammatici  e  vocabolaristi,  italiani  e  latini,  e  ha  occa- 
sione di  riparlare,  sotto  nuovi  aspetti,  de'punti  più  capitali  della 
questione  della  lingua,  dimostrando,  in  concordia  e  in  conferma 
del  principio  che  egli  viene  sostenendo  da  tanti  anni,  come  il 
Magnifico,  il  Vinci  e  il  Machiavelli  avessero  criteri  linguistici 
assai  più  giusti  di  altri  loro  contemporanei  e  di  molti  moderni. 
Sicché  il  suo  nuovo  libro,  mentre,  integrando  le  sue  ben 
note  trattazioni  precedenti,  va  a  prendere  un  cospicuo  posto 
nella  secolare  letteratura  della  questione  dell'unità  della  lingua, 
viene  a  colmare,  sotto  il  rispetto  storico,  una  vera  lacuna. 


II 


Ed  ora  poche  parole  sull'edizione  della  Grammatichetta; 
poche,  perchè  i  criteri  da  noi  tenuti  appariranno  ben  chiari  dal 
testo  che  qui  segue. 

S'è  cercato  di  conservarlo  in  tutta  la  sua  integrità  anche 
sotto  il  rispetto  puramente  materiale:  quindi  nessuna  sostanziale 
modificazione  nel  sistema  ortografico  e  di  punteggiatura,  che  qui 
poi  ha  un  maggior  valore,  mancando  nella  Grammatichetta  qua- 
lunque principio  d'interpunzione  e  d'ortografìa(');  nessuna  sosti- 
tuzione di  corsivo,  anche  là  dove  forse  per  la  chiarezza  del  testo 
sarebbe  stato  di  qualche  utilità.  Anche  l'incertezza  nell'uso  delle 
maiuscole  e  delle  minuscole  s'è  lasciata.  Per  Yu  e  il  v,  benché 
sempre  rappresentati  dall' A.  coll'?^,  s'è  adottata  la  distinzione  gra- 
fica dell'  Ordine  delle  lettere.  Si  sono  conservati  i  più  e  i  cosi  e 
simili,  senz'accento,  di  contro  all'a,  preposizione,  accentata.  S'è 
mantenuta  anche  la  disposizione  dei  titoli  de'capitoli.  Si  sono 
invece  sciolti  i  pochi  nessi,  anche  perchè  si  son  trovati  di  non 


i1  In  536,36  dopo  e,  537,8  dopo  O,  537,38  dopo  come,  540,10 
dopo  o,  543.2  dopo  amiamo  e  amiate,  545,10-  dopo  compositione, 
546,22  avanti  a  che  il  punto  o  la  virgola  sono  stati  cancellati, 


Prefazione  533 

incerto  intendimento;  i  dubbi  sono  stati  accennati  in  nota.  Ma 
le  comuni  abbreviature  grammaticali,  come  di  pir.  per  plurale, 

dov'erano,  si  son  mantenute,  senza  per  altro  tener  conto  di 
qualche  /.'per  plr.,  che  è  il  più  frequentemente  adoperato. 
Frantendimenti  e  lacune  del  copista,  che  certo  non  mancano, 
sono  stati  corretti  e  colmati  nel  testo  con  le  parentesi  quadre 
o  nelle  note.  All'evidente  (l)  spostamento  subito  nella  rile- 
gatura dal  foglio  11  (si  ricordi  che  la  Grammatichetta  e  il 
«  De  Vulgari  Eloquentia  »  hanno  scambiato  nel  nostro  codice 
le  guardie:  v.  qui,  pp.  13-14  u)  s'è  provveduto  col  dare  questo 
foglio  risolutamente  nel  luogo  dove  deve  stare,  ma  lasciandogli 
la  numerazione  che  ha  nel  codice.  Qualche  altra  particolarità  è 
stata  descritta  in  nota. 

Poiché,  infine,  i  segni  delle  lettere  e  degli  accenti  ortogra- 
fici adoperati  nell'  Ordine  delle  lettere  e  nello  specchietto  delle 
Vochali  non  erano  riproducibili  coi  tipi  comuni,  abbiam  creduto 
opportuno,  benché  solo  pochissimi  siano  adoperati  poi  nel  testo, 
dare  un  facsimile  delle  due  pagine  in  cui  si  trovano  :  alle  quali 
rimandiamo  i  lettori  per  ogni  altra  cosa  che  ad  esse  si  riferisca. 
Uno  di  quei  pochissimi  segni  è  Ve  articolo  e  pronome  che  il  no- 
stro A.  scrive  con  un  apostrofo  non  a  destra,  ma  postogli  sopra 
perpendicolarmente.  Non  valendo  la  spesa  il  farlo  fondere  apposi- 
tamente, potevamo  renderlo  coll'apostrofo  laterale;  ma  abbiam 
preferito  di  renderlo  coll'accento  acuto,  che  pur  è  meno  esatto, 
perchè  quell'<?  ricorre  anche  in  casi,  come  in  elio,  dove  l'apo- 
strofo non  si  sarebbe  potuto  più  mantenere  ("). 


Evidente  non  solo  per  l'ordine  che  richiede  la  trattazione,  ma 
anche  per  il  segno  del  fine  (una  croce  tratteggiata  negli  angoli)  posto 
all'ultima  parola  della  e.   11   B. 

(;)  Dobbiamo  qui  esprimere  i  nostri  più  vivi  ringraziamenti  al- 
l'egregio amico  nostro  prof.  Giuseppe  Zucchetti  che  ha  compiuto  per 
noi  la  diligente  fatica  di  collazionare  la  nostra  copia  e  le  prime  bozze 
sull'originale  vaticano. 


urJM 


/ 


SV  et '  tfftmtme  U  ImmniAftm  tvn  efitrr 
fktn  cvtwmt'  ti  '  tum  ?»t?w  ijtfini  y  mti  st*  < 

brtpriA,  di' c<rh   datti  yoUjbet ',  cerne '?*tP  wuwdmo 

/"  /     f  ff  '       '    f 

m  irteli  ;  erta*  d?t*rrt*n*  Mttìl*  crtvrr  :  nette** 

aiu/h  tufJhf  tyu(t»ou>  in  (tinaie  ut  racwi  [ufi  id 
[a  unntA  rwjVto  tn  unnwmc-  (lunata-turni  ;  omì  cof* 
#mU'  -futre  otiti*  1W  (r<*n4'   t'  ) ìtuA0S%    frvfs*  t* 

vrect  prima ,  e'  fa  «rifa  <tc   ì-lMimi:  Crchtflnifiif 
*      i  t     i    \    ,  «^_ 

tfnejfc' sunti*  ammanitimi  .wtr* i  jerù/erc' V  fonai** 
atre/  scnzA   ecmmeia.    $uc  nmc  urwti.ihes  nur' 
jm  Afte'  anale' e >U  S{&   rn  ia  .tnoiiA  y^Avi    Ufticr 
ttm  e'  intende  mv.fr  ' 

Ovài  ne    ae'.ie  it*Hrc' . 


i 

r 

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d        b 

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Tav.   I. 


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CónmniTte       vermi* 

Arftculns 

c't  <nro 

tir/ 

fiUw     ci  -zembe 

H-  iirolfr'  fora   a  perei  aneti*   cyr  f  piiUfdtc'. 

QlSl    bnmU  e    dilhvnc'  Tcfiiwii    fini/ce  ' 

(  '       f      f  (    '        '  f  (>    ( ,"    ' 
w  KoCfi*c  .-  scis    fiixyhM   ArHchoa    acromi 

L  C  c\)c(c  '  iti  molH  pnrtt'  \)WHq   in    mmis.  tifimi, 

4%c'  mzwhni    nomi  ,  v/m  Utmo  - 
tfen^tuj   e-tvjmujrci  e  rum    attrfi  cf  majiuliiict 

c'i&mwitut;    t  nSHtri  Ufim  fi  -fmo  wdcww. 
f  iflfa/l 'in  orni  nmf  ' (rtino   l*  Mnm*  shmltret 

ffitfto  /tifi  iti  cgr>    cdf   S^^<:  «fi."?!»*4 


Tav.  II. 


Regole  della  lingua  fiorentina  535 


[«REGOLE  DELLA  LINGUA  FIORENTINA»] 

DELLA  THOSCANA  SENZA  AUTORE  Guardia 

(Dal  Cod.  Vat.   Reg.   1370  ce.   1-161 


[QjVe  che  affermano  la  lingua  latina  non  essere  stata  comune  a  e.  1  A 
tutti  é  populi  latini,  ma  solo  propria  di  certi  docti  scolastici,  come 
hoggi  la  vediamo  in  pochi;  credo  deporanno  quello  errore:  vedendo 
questo  nostro  opuscholo  in  quale  io  racolsi  l'uso  della  lingua  nostra 
in  brevissime  annotationi:  qual  cosa  simile  fecero  gl'ingegni  grandi  e 
studiosi  presso  a  Grseci  prima,  e  pò  presso  de  é  latinj  :  et  chiamorno 
queste  simili  ammonitioni  apte  a  scrivere  e  favellare,  senza  corruptela, 
suo  nome  Grammatica.  Questa  arte  quale  élla  sia  in  la  lingua  nostra 
leggietemi  e  intenderetela. 

Ordine  delle  lettere 
i         r         t  d         b         v 


e        e         o 
1         s         f 


è         e         e         Coniunctio 
el  giro  girò  aldo  el  zembo 
et  volse  pòrci  à  porci  quello  che  è  pélla  pelle. 


p      q 

a         x 

Z 

e        eh 

g 

I)            ó 

u 

e 

e 

Verbum 

Articulus 

YOCHALI  e.    I   B 


io.  Cod.  d'tlle.  V.  facsimile  (Tav.  I).  11.  L'z  nel  cod.  è  senza  puntino.  14. 
Quest'ultima  lettera  sarebbe  una  g  gutturale  da  distinguere  dalla  g  della  linea  12  che  ne 
rappresenterebbe  il  suono  palatale?  Nel  testo,  in  ogni  modo,  il  g  non  ricorre  in  nessuna 
di  queste  due  forme,  ma  nell'altra  che  si  può  com'esse  vedere  nel  facsimile  (Tav.  I). 
16.  LV  e  Vó  chiusi  nel  cod.  sono  distinti  da^eo  aperti,  il  primo  con  un  apostrofo  so- 
prastante e  il  secondo  con  un  circonflesso.  17-18.  L'è  congiunzione  è  distinto  con  due 
puntini  ;  I*  verbo  con  tre  puntini  a  triangolo  preceduti  da  un'asta  perpendicolare  su  cui 
ne  cade  perpendicolarmente  un'altra;  Ve  articolo  e  pronome  \ei,  i)  con  tre  puntini  l'uno 
sull'altro  obliquamente  posti,  preceduti  dal  segno  dell'angolo  o  di  un  sette.  Ma  vedi 
meglio  nel  facsimile    Tav.  II). 


Regole  della  lingua  fiorentina 


[OJgni  parola  e  dictione  Toscana  finisce  in  vocale:  solo  alenimi 
articholi  de  nomi  in  .1.  et  alchune  prepositioni  finiscono  in  .d.  .n.  .r. 
Le  chose  in  molta  parte  hanno  in  lingua  toscana  que  medesimi  nomi, 
che  in  latino. 

Non  hanno  é  toscani  fra  é  nomi  altro  che  masculino,  e,  feminino.      5 
é  neutri  latini  si  fanno  masculini. 

Pigliasi  in  ogni  nome  latino  lo  ablativo  singulare,  e  questo  s'usa 
e.  2  A    in  ogni  caso  singulare;  cosi  al  majsculino  come  al  femminino. 

A  é  nomi  masculini  l'ultima  vocale  si  converte  in  .1.  e  questo 
s'usa  in  tutti  é  casi  plurali.  io 

A  é  nomi  femminini  l'ultima  vocale  si  converte  in  .E.  e  questo 
s'usa  in  ogni  caso  plurale  per  é  femminini. 

Alchuni  nomi  femminini  in  plurale  non  fanno  in  .E.  come  la 
mano,   fa  le  mani. 

Et  ogni  nome  feminino  quale  in  singulare  finisca  in  .e.  fa  in  più-    15 
rale  in  .1.  come  la  oratione,  le  orationi,  stagione,  stagioni,  confusioni 
e  simili. 

É  casi  de  nomi  si  notano  co  suoi  articoli:  de  i  quali  sono  varii 
é  masculini  da  é  feminini. 

Item  é  masculini,  che  cominciano  da  consonante  hanno  certi  ar-    20 
ticoli  non  fatti  come  quando  é  cominciano  da  vocale. 

Item  é  nomi  proprij  sono  varij  da  gli  appellativi. 

Masculini  che  cominciano  da  consonante  hanno  articoli  simili  a 
questo. 

SlNGI'LARE  25 

c-  2  B         EL  cielo     DEL  cielo     AL  cielo     EL  cielo     Ó  cielo     DAL  cielo 

Plurale 

É  cieli     DE  cieli     A  cieli     É  cieli     Ó  cieli     DA  cieli 
Masculini  che  cominciano   da    vocale:  fanno  in    singulare    simile 
a  questo.  30 

LO  òrizonte  DELLO  òrizonte  ALLO  órizonte  LO  órizonte 
.O.  òrizonte  Dallo  òrizonte. 

Plurale 

Gli  orizonti  Degli  orizonti  Agli  orizonti  Gli  orizonti  Dagli  orizonti. 

É  nomi  masculini  che  cominciano    da  .s.  prceposta  a  una  conso-    ^ 
nante  hanno  articoli  simili  a  quei  che  cominciano  da  vocale,  e  dicesi 
Lo  spedo,  Lo  stocco,  Gli  spedi,  e  simile. 


Regole  della  lingua  fiorentina  537 

Questi  vedesti  die  sono  vani  da  quei  di  sopra  nel  singulare  él 
primo  articolo  et  anque  él  quarto;  ma  nel  plurale  variorono  tutti  gii 
articoli. 

Nomi  proprii  masculini   non  hanno  él   primo  articolo,  ne  anque  él 
5    quarto;  e  fanno  simili  a  questi. 

Proprii     masculini    che    cominciano    da    consonante    in    singulare    e.  3  A 
fanno  cosi. 

Cesare   DI   Cesare  A  Cesare  Cesare  .O  Cesare   Da  Cesare. 
Nomi   proprii   che  cominciano  da  vocale  nulla  variano  da   conso- 
lo   nanti,  excetto  che  al  terzo  vi  si  aggiugne  .D.  e  dìcesi. 
Agrippa  DI   Agrippa  AD  Agrippa  etc. 
In  plurale  non  s'adoperano  é  nomi  proprii,   e  se  pur  s'adoperas- 
sero; tutti  fanno  come  appellativi. 

E  nomi  feminini  ó   proprij  o  appellativi  o  in   vocale,  o  in  conso- 
•5    nante  che  é  cominciano;   tutti  fanno  simile  à  questo. 

Singulare 

La  stella  Della  stella   Alla  stella  La   stella  Ó    stella    Dalla   stella. 
La  aura  Della  aura  Alla  aura  La  aura  O  aura  Dalla  aura. 

Plurale 

20    Le  stelle  Delle  stelle  Alle   stelle    Le   stelle  O     stelle  Dalle  stelle,    e.  3  B 

Le  aure  Delle  aure  Alle  aure  Le  aure  Ó  aure  Dalle  aure. 
E  nomi  delle  Terre  s'usano  come  proprij  e  dicesi.  Roma  superò 
Cartilagine. 

Et   similj    a   nomi    proprii   s'usano   é   nomi   de   numeri  uno,  due, 
25    tre  e  cento    e  mille    e    simili  e    dicesi  Tre    persone,   Vno    dio,   Nove 
cieli  e  simili. 

Et  quei  nomi  che  si  riferiscono  a  numeri  non  determinati  come, 

OGNI,  CIASCVNO,  QUALVNQUE,  N1VNO  e  simili;    e  COme    TVTTI,  PARECCHI, 

pochi,  molti,  e  similj  tutti  si  pronuntiano  simili  à  é  nomi  proprij  senza 
30    primo  e  quarto  articolo. 

E  nomi  che  importano  seco  interrogatione,  come  chi,  e  che  e 
ovale  e  qvanto  e  simili,  quej  nomi  che  si  rifferiscono  a  questi  in- 
terrogatorij  come  tale  e  tanto  e  cotale  e  cotanto,  si  pronuntiano 


-.  La  C  di  Cesare  nei  casi  obliqui  è  incerto  se  sia  maiuscola  o  minuscola. 
11.  Cod.  DA  con  un'/  sopra  VA,  preceduta  da  crocetta.  '  26.  Dopo  similj  il  cod.  teca 
un  att  coti  un'abbreviatura,  e  cosi  a  541,22,  dopo  /ussero. 


538  Regole  della  lìngua  fiorentina 

e.  4  A    simili  à  é  propri;  nomi,  pur  senzajprimo  e    quarto  articolo,  e  dicesi: 
Io  sono  tale,  quale  voresti  esser  tu:  et,  amai  tale,  che  odiava  me. 

chi  s'usa  circa  alle  persone  e  dicesi,  chi  scrisse  ? 

che,  significa  quanto  presso  a  é    latini   qui  et  quid;   significando 
quid,    s'usa    circa    a   le   cose    e    dicesi,    che    leggi?    significando    qui     5 
s'usa  circa  alle  persone  e  dicesi:   Io  sono  cholui,   che  scrissi. 

chi.  di  sua  natura  serve  al  masculino  ma  aggiunto  à  questo  verbo 
sono  e  sei,  é  serve  al  masculino  e  al  feminino  e  dicesi  chi  sarà  tua 
sposa:  chi  fu  el  maestro? 

Chi  sempre  si  prepone  al  verbo:  che.  si  prepone,  e  postpone.        10 

Che,  preposto  al  verbo  significa  quanto  presso  a  é  latini  quid  et 
quantum,  e  quale,  come  che  dice?   che   leggi?   che   huomo   ti   paio? 
che  ti  costa  ? 
e.  4  B  Che  postposto    al    verbo   significa  quanto   àpresso  é  la|tini  VT.  et 

Quod.   come  dicendo  i  voglio  che  tu  mi  legga:  scio  che  tu  me  amerai.     15 

É  nomi  quando  é  dimostrano  cosa  non  certa  e  determinata  si  pro- 
nuntiano  senza  primo  e  quarto  articolo,  come  dicendo,  Io  sono  stu- 
dioso. Invidia  lo  move.  Tu  mi  porti  amore.  Ma  quando  egli  impor- 
tano dimostratione  certa  e  determinata  allhora  si  pronuntiano  coll'ar- 
ticolo,  come  qui.   Io  sono  lo  studioso  e  tu  el  docto.  20 

É  nomi  simili  a  questo  Primo,  secondo,  vigesimo.  posti  dietro  à 
questo  verbo  sono,  sei,  è  non  raro  si  pronuntiano  senza  el  primo  arti- 
colo, e  dicesi.  Tu  fusti  terzo  et  io  secondo,  e  anchora  si  dice  chostui 
fu  el  quarto  el  primo  el  secondo  etc. 

Vno,  due,  tre,  e  simili  quando  é  significano  ordine;  vi  si  pone  l'ar-    25 
ticolo:  e  dicesi  tu  fusti  el  tre,  et  io  l'uno.  Il  due  è  numero  paro  etc. 
e.  5  A  Fra  tutti  gli  altri  nomi  appellativi,  questo   nome|Dio  s'usa  come 

proprio:  e  dicesi  lodato  dio.   Io  adoro  Dio. 

Gli  articoli  hanno  molta  convenientia   co  pronomi  :    e  anchora   é 
pronomi  hanno  grande  similitudin,  coni  questi  nomi    relativi    qui   re-    30 
citati  :    Adunque  suggiungeremogli 

De  pronomi:  é  primitivi  sono  questi. 

Io  Tu  Esso,  questo,  quello,  chostui  lui  cholui.  Mutasi  l'ultima 
vocale  in  .A.  e  fassi  il  femminino  e  dicesi  questa,  quella,  essa:  solo  io 
et  tu  in  una  voce  serve  al  masculino  e  al  feminino.  35 


B.   Il  cod.  avanti  il  serve  legge  e,  che  evidentemente  qui  è  pronome.         10-20.  Cod. 
coli   articolo.  24.  El   secondo   è   abbreviato   con  un  do  soprastante  a  una  lettera  che 

forse  è  un  2.         30.  Il  cod.  legge  similitudin,  come  altrove  esser,  favellar  con  un  apostrofo 
o  accento  sopra  l'ultima  consonante. 


Regole  della  lìngua  fiorentina  539 

É  plurali  di  questi  primitivi  pronomi  sono  vani,  e,  anque,  é  sin- 
gulari,   Declinansi  cosi. 

Io  et  i.  di  me  A  me  e  mi:   Me  e  mi.  Da  me.   Noi,  di  noi.  Anoi 
et  ci.   noi  et  ci  da  noi. 
5  Tu  di   te  e  ti.   Te  e  Ti.  O  tu.    da   Te.  Voi  di  voi,  a    voi  e   vi,   ó 

voi,   da  voi. 

Esso  et  é,  di  se  e  si,  se  e  si,  da  se,  et  egli. 

Non  troverrai  in  tutta  la  lingua  toscana  casi   mutati  in  voce,   al-    c-  5  B 
trove  che  in  questi  tre  pronomi.   Io.  Tu.  esso. 
10  Gli  altri  primitivi  se  declinano  cosi. 

Questo,  di  questo,  a  questo,  questo,  da  questo. 

Quello,   di  quello,   à  quello,  quello,   da  quello. 

Muta  .0.   in  .i.  e  barai    el    plurale:   e  dirai.    Questi,    di    questi,   a 
questi,  questi  da  questi,  e  il  somigliante  fa   quelli. 
15  Et  cosi  sarà  costui,  e  lui,  e  cholui   simili  a  quegli   in   singulare: 

ma  in  plurale  chostui  fa  costoro,  lui  fa  loro,  colui  fa  coloro,  di  coloro, 
a  choloro.  coloro,  da  choloro. 

Questo  e  quello  mutano  .0.  in  .a.  e  fassi  él  femminino  singulare  e 
dicesi  questa  e  quella,  et  fassi  il  suo  plurale  queste,  di  quelle,  a  quelle. 
20  Lui  chostui.  cholui.  mutano  .v.  in  .e.  e  fassi  él  singulare  femmi- 

nino, e  dicesi  Costei.  Lei.  cholei.  di  colei  etc. 

In  plurale  hanno  quella  voce  che  é  masculini.  cioè.  Loro,  coloro, 
costoro,   di  costoro,   a  costoro  etc.| 

Vedesti  come  simile  à  nomi  propri  questi  pronomi  primitivi  non    e.  6  A 
25    hanno  el    primo  articolo,  né  anque  él  quarto.    A    questa    similitudine 
fanno  é  pronomi  derivativi  ;  quando  é  sono  subiuncti  a  é  proprij  nomi  ; 
Ma  quando  si  giungono  a  gli  appellativi  si  pronuntiano  co  suoi  articoli. 

Derivativi  pronomi  sono  questi  e  declinansi  cosi. 

El  mio.  del  mio  etc.  et  plr.  é  miei,  de  miei  etc. 
30  El  nostro  del  nostro  etc.  et  plr.  é  nostri  de  nostri  etc. 

El  tuo  .   plr.  é  tuoi.   El  vostro  plr.   é  vostri. 

El  suo  .  et  pluraliter  é  suoi   etc. 

Mutasi  come  à  é  nomi    l'ultima  in    .A.   e  fassi  el  singulare  fem- 
minino: qual  .a.  converso  in  .e.  fassi  el  plurale  e  dicesi  mia  e  mie: 
35    vostra  vostre,  sua  e  sue. 

In  uso  s'adoprano  questi  pronomi  non  tutti  a  un  modo. 


8.  Cod.  troverai.         33.  Cod.    /  ultima.  Di  qualche  altro  apostrofo  tralasciato  non 
s'è  tenuto  qui  conto. 


540  Regole  della  lingua  fiorentina 

É  derivativi  giunti    à   questi    nomi,  padre    madre    fratello,  zio,  e 
simili  se  pronuntiano  senza  articolo:  e  dicesi  mio  padre:  vostra  madre, 
e  tuo  zio  etc.j 
e.  6  B  Mi  e  me,  ti  e  te,  ci  e  noi,  Vi  e  voi,  si  e  se,  sono  dativi  insieme 

et  accusativi  come  di  sopra  gli  vedesti  notati:  ma  hanno  questo  uso,      5 
che  preposti  al  verbo  si  dice  mi.  ti,  ci,  etc.  come  qui  é  mi    chiama, 
é  ti  vuole  ;  que  vi  chiegono:  io  mi  sto:  é  si  crede. 

Postposti  al  verbo,  se  a  quel  verbo   saia  inanzi  altro   pronome,  o 
nome  si  dira,  come  qui,   Io  amo  te,  e  voglio  voi. 

Se    al    verbo    non   sarà   aggiunto    inanzi    altro   nome,    o    pronome    io 
si  dirà  .1.   come  qui  aspettoci,   restaci,  scrivetemi. 

Lui  e  cholui  dimostrano  persone  come    dicendo  lui  andò:  cholei 
venne. 

Questo  e  quello  serve  a  ogni  dimostratione,  e  dicesi,  questo  exer- 
cito  predò  quella  provincia:  e  questo  Scipione  suppero  quello  Hannibale.    15 

É  et  él,  lo  e  la,  le  e  gli,  quali  giunti  a  nomi,  sono  articoli:  quando 
e.  7  A    si  giungono  à  verbi  diventano  |  pronomi    e    significano  quello,  quella, 
quelle  etc.  et  dicesi  .  Io  la  amai  .  tu  le  biasimi  .  chi  gli  vuole? 

Ma  di  questi  egli  et  é  hanno  significato  singulare  e  plurale,  e  pre- 
posti à  la  consonante  diremo  é,  come    qui  :    e'  fa    bene,    e'  corsono:    20 
e  preposti    alla    vocale  si    giugne    e    et    gli    e  dicesi,  egli  andò:    egli 
udivano. 

Et  quando  [segue]  loro   .s.    preposta   ;i    una    consonante,    ancora 
diremo,  egli  spiega:   egli  stavano. 

Potrei  in    questi    pronomi    esser    prolixo    investigando  più    chose    25 
quali  s'osservano  simili  à  queste. 

Vi  preposto  à  presenti  singulari  indicativi  d'una  syllaba,  si  scrive 
in  la  prima  e  terza  persona  per  due  v-v.  e  simile  in  la  seconda  per- 
sona presente  imperativa,  come  stavvi  e  vavvi.  e  ne  verbi  d'una  e 
di  più  syllabe,  la  prima  singulare  indicativa  al  futuro  come-  amerovvi,  30 
leggerovvi,  darotti,  adoperrocci  e  simile.  Ma  forse  di  queste  cose  più 
particulari  diremo  altrove. | 

c  _  B  Sequitano  k  verbi. 

Non  ha  la  lingua    Toscana  verbi    passivi  in    voce,  ma   per   expri- 
mere  él  passivo  compone  co  questo  verbo,   sono  sei,  è  .  él  participio    35 
preterito  passivo  tolto  da  é  latini  in  questo  modo.  Io  sono  amato.  Tu 
sei  pregiato,  cholei  è  odiata,  e    simile  .  si  giugni  a  tutti  é    numeri  et 
tempi  é  modi  di  questo  verbo:  adonqut-  lo  poremo  qui  distinto. 

26.  Cod.   quasi. 


Regole  della  lingua  fiorentina  541 


Indicativo 

Sono,  sei.   è.   plurale,  siamo,  sete,  sono 

Ero,  eri,  era,  plr.  eravamo  e  savamo.  eravate  e  sa  va  te,  erano 

Fui,   fusti  .  fu  .  plr.   fumo,   fusti,   furono 

Ero  .  eri  .  era  stato  .  plr.  eravamo  e  savamo,  eravate  et  savate, 
erano  stati 

Sarò  .  sarai  .  sarà  .  plr.  saremo   .   sarete   .  saranno. 

Hanno  é  Toscani  in  voce  uno  preterito  quasi  testé,  quale  in  questo 
verbo  si  dice  rosi 

Sono  sei  è  stato  plr.  siamo,  sete,  sono  stati 
e  dicesi  hieri  fui  ad  Hostia  .  hoggi  .sono  stato  a  Tibuli. 

Imperativo 

Sie  tu  .  sia  lui  .  plurale  siamo,  siate,  siano. 
Sarai  tu   .   sarà  lui   .   plr.  saremo  etc. 

Optativo 

Dio  chio  fussi  .  tu  fussi  .  lui  fusse  .  plr.  fussimo  .  fussi  .  fussero 
Dio  chio  sia.  .  sij  .  sia  stato  .  plr.  siamo,  siate,  siano  stati 
Dio  chio  fussi  .  fussi  .  fusse  stato  .  plr.  fussimo,   fussi  fussero  stati 
Dio  chio  sia  .   sij   .   sia  .   plr  siamo  .  siate   .  siano. 

SVBIENCTIVO 

Benchio  .  tu   .   lui  sia  .   plr.   siamo  .  siate  .  siano 

Benchio  fussi   .   tu   fussi   .   lui   fusse  .   plr.   fussimo,  fussi  .  fussero 

Benchio  sia  .  sij   .  sia  stato  .  plr.  siamo,  siate,  siano  stati 

Benchio  fussi  .  fussi  .  fusse  stato  .  plr.  fussimo  .  fussi  .  fussero  stati. 

Benchio  sarò  .  sarai  .  sarà  stato  .  plr.  saremo,  sarete,  sareste  stati. 

Et  usasi  tutto  l'indicativo  di  questo  e  d'ogni  altro  verbo,  quasi 
come  subienctivo  prepostovi  qualche  una  di  queste  dictioni  .  se  . 
quando  .  benché  e  simili  .  e  dicesi  .  benchio  fui  .  se  é  sono  .  quando 
é  saranno. 

Infinito 

Essere   .   essere  stato 

Gervndio  .  Essendo  .  Participio  .  Essente 

Dirassi  adonque  per  dimostrare  él  passivo.  Io  sono  stato  amato  . 
fui  pregiato  .  e  sarò  lodato  .  tu  sei  reverito. 

Hanno  é  Toscani  certo  modo  subienctivo  in  voce,  non  notato  da 
é  Latini   .   e  panni   da  nominarlo  .   asseverativo  come  questo. 


542  Regole  della  lingua  fiorentina 


Sarei  .  saresti  .  sarebbe  .  plr.  saremo  .  saresti  .  sarebbero  .  e  di- 
rassi  cosi  .  stu  fussi  docto,  saresti  pregiato:  se  fussero  amatori  de  la 
patria;  e'  sarebbero  più  felici.  Seqvitano  é  verbi  activi 

Le  congiugationi  de'  verbi  activi  in    lingua   Toscana   si    formano 
*c.  9  A    dal  Gerundio  latino,  levatone  le  tre  ultime | lettere  n.d.o.e  quel  che     5 
resta  si  fa  terza  persona  singulare  indicativa  e  presente:  ecco  l'exemplo 
.  amando  .  levare  n.d.o.  resta  ama  .  scrivendo  resta  scrive. 

Sono  adonque  due  congiugationi,  una  che  finisce  in  .A.  l'altra 
finisce  in  .  E . 

Alla  congiugatione  in  .  a  .  quello  .  a  .  si  muta  in  .  o  .  et  fassi  la    io 
prima  persona  singulare  indicativa  e  presente,  et  mutasi  in  .  I  .  e  fassi 
la  seconda:  e  cosi,  si  forma  tutto    il  verbo,  come  vedrai    la    similitu- 
dine qui   in  questo  exposto. 

Indicativo 

Amo   .   ami   .   ama  .   plr.   amiamo  .   amate   .   amanu  15 

Amavo  .  amavi  .   amava  plr.  amavamo  .  amavate  .  amavano 
Ho  .  hai  .  ha  amato  .  plr.  habbiamo,  havete,  hanno  amato. 
Amerò  .  amerai  .  amerà  :  plr.  ameremo  amerete  ameranno. 
In  questa  lingua  ogni  verbo  finisce  in  .0.  la  prima  indicativa  pre- 
c.  9  B    sente:    et    in  questa    coniugatione  prima,    fijnisce    anchora   in  .0.    la    20 

terza  singulare  indicativa  del  preterito. 

Ma  ecci  differentia,  che  quella  del  preterito  fa    él  suo  .0.  longo  : 

e  quella  del  presente  lo  fa  .<".  brieve. 

Imperativo 

Ama  tu  .  ami  luj   .  plr.  amiamo,  amate,  amino  ss 

Amerai  tu  .  amerà  cholui  .  plr.  ameremo  etc. 

Optativo 

Dio  ch'io  amassi  .  tu  amassi  .  lui  amasse  .  plr.  dio  che  noi  amas- 
simo .   voi  amassi  .   loro  amassero. 

Dio  ch'io  habbia  .   tu  babbi   .   lui  habbia  amato  .   plr.   dio  che  noi    30 
habbiamo  .  habbiate  .  habbino  amato. 

Dio  ch'io  havessi  .  tu  havessi  lui  havesse  amato  .  plr.  dio  che  noi 
havessimo,  havessi  .  riavessero  amato. 

Dio  ch'io  ami,  tu,   lui  ami   .   plr.   amiamo,   amiate,   amino. 


2.  Cod.  brieve  col  puntino  sotto  1'/. 


Regole  della  lino  uà  fiorentina  543 


SVBIENCTIVO 

Bench'io,  tu,  lui  ami  .  plr.  amiamo   amiate   amino 
Bench'io,  tu  amassi,  lui  amasse;  plr.  amassimo,  amassi,  -ro. 
Bench'io  habbia,  habbi,    habbia   amato  .  plr.    habbiamo    habbiate    e.  io  A 
5    habbino  amato . 

Bench'io  havessi,  tu  havessi,  lui  havesse  amato  .  plr.  havessimo, 
havessi,  havessero  amato. 

Bench'io  harò,   harai,   harà  amato  .  plr.  haremo,   harete  haranno 
amato, 
io  Assertivo  Amerei,  ameresti,  amerebbe  .  plr.  ameremo,  ameresti, 

amerebbero         Infinito 

Amare,  havere  amato.  Gekvndio. 

Amando.         Participio         Amante. 

Vedi  come  à  é  tempi  testé    perfetti    et   al  futuro  del  subienctivo, 
J5    manchano  sue  proprie  voci  :  e  per  questo  si  composero  simile  à  verbi 
passivi:   él  suo  participio  cho  tempi  e  voci  di  questo  verbo  ho,  hai,  ha. 
Qual  verbo  benché  é  sia  della  coniugatone  in  .A.  pur  non  sequita 
la    regola    e    similitudine  de  gli    altri:    pero    che  egli  è  verbo   d'una 
sillaba  e  cosi   tutti  gli  altri  monosyllabi  sono  anormali. 
20  Ne  troverrai   in   tutta  la    lingua  Toscana  verbi   monosyllabi,    altri    c.  ioB 

che  questi  sei  .  Do  .   Fo  .  Ho  .  Vo  .  Sto  .  Tro. 
Porremogli  adonque  qui  sotto  distincti. 

.Ma  per  esser  breve,  notamo  che  é  sono  insieme  dissimili  né  é  pre- 
teriti perfecti  indicativi,  et  né  singulari  degli  imperativi:  e  nel  singular 
25    del  futuro  optativo  .  Né  quali  é  fanno  cosi  .  Do  .  diedi  .  desti  .  dette  . 
plr.   Demo  .  desti   .   dettero. 

Fo  .  feci  .  facesti   .  fecie  .  plr.  facemo  .  facesti  .  fecero. 
Ho  .  hebbi  .  havesti  .  hebbe  .  plr.  havemo  .  havesti  .  hebbero. 
Yo  .   andai  .  andasti  .   andò  .   plr.  andamo  .   andasti   .  andarono. 
3°  Sto  .  stetti  .  stesti  .  stette  .  plr.  stemo  .  stesti  .  stettero. 

Tro  .   tretti  .   traesti  .  trette  .  plr.  traémo   .  traesti   .   trettero. 
In  tutti  é  verbi  come  fa  la  seconda  persona  singulare  del   prete- 
rito, cosi  fa  la  seconda  sua  plurale  come  amasti  .  desti  .  legesti. 
Do,  da  tu,  dia  luj. 
35  Fo.  fa  tu.  faccia  luj 


io.  Cod.   Amerai.         27.   Cod.  fecie  col  puntino  sotto  l'i. 


544  Regole  della  lingua  fiorentina 

e.  12  A  Ho  .   habbi  tu   .   habbia  luj. 

\"o  .   va  tu   .   vada  lui. 

Sto  .  sta  tu  .  stia  lui. 

Tro  .   tra  tu   .   tria  lui. 

Do,  dio  eh'  io  dia,  tu  dia,  lui  dia.  5 

Fo  .  faccia  .  facci  .   faccia. 

Ho   .   habbia  .   habbi   .   habbia. 

Vo  .  vada  .  vadi  .  vada. 

Sto  .  stia  .  stij   .  stia. 

Tro  .  tragga  .  traggi  .  tragga.  io 

Sequita  la  coniugatione  in   .E. 

Questa  si  forma  simile  alla  coniugatione  in  .A.  mutasi  quello  .e. 
in  .o.  e  fassi  la  prima  presente  indicativa:  mutasi  in  .1.  e  fassi  la 
seconda  come  qui  legente  et  scrivente  .  levatone  n.t.e.  resta  legge, 
scrive:  onde  si  fa  leggo,  leggi,  leggeva,  legerò  .  etc.  Solo  varia  dalla  15 
coniugatione  in  .A.  in  que  luogi  dove  variano  i  monosyllabi.  Ma  questa 
e  12  B  coniugatione  in  .e.i  varia  in  più  modi,  benché  comune  faccia  é  preteriti 
perfetti  indicativi  in  .ssi.  per  due  .ss.  come  leggo  lessi  .  scrivo  scrissi  . 
ma  que  verbi  che  finischono  in  sco,  fanno  é  preteriti  in  .ij.  per  due 
.ii.  come  esco  usci)  :  ardisco  ardij  .  anigittisco  anigittij.  Ma  per  più  20 
suavità  nella  lingua  toscana  non  si  pronuntiano  due  iuncte  vocali. 
Da  questi  verbi  si  exceptuano  cresco  e  é  suoi  compositi  Rincresco, 
accresco,  e  simili,  quali  finiscono  a  preteriti  perfetti  in  .bbi.  come 
crebbi,  rincrebbi. 

Item  nasco  fa  nacqui,  e  conosco  fa  conobbi.  Et  que  verbi  che  fini-  25 
scono  in  mo,  fanno  é  preteriti  in  .etti,  come  premo  .  premetti  .  e  quei 
che  finiscono  in  .do.  fanno  é  preteriti  in  .si.  per  uno  .s.  come  ardo  . 
arsi  .  spargo  .  sparsi  .  excetto  vedo  fa  vidi,  odo,  udì,  cado,  caddi, 
godo  godei  e  godetti.  Et  quegli  che  finiscono  in  N.D.O.  fanno  prete- 
riti .si.  per  uno  .s.  prendo  presi,  rispondo  risposi,  excetto  vendo  fa  30 
e  13  A  vendei  e  vendetti.  Sonci  di  queste  regole  forsi  altre  excettioni  .  ma 
per  bora  basti  questo  principio  di  tanta  cosa  chi  che  sia  .  a  cui  di- 
letterà ornare  la  patria  nostra  aggiugnera  qui  quello  che  ci  manchi. 
Dicemo  de'   preteriti,   resta  a  dire  de  gli  altri.  Imperativo 

Leggi  tu  .   legga  ebollii  Optativo  35 

Futuro  singulare  Dio  chio  scriva   .   tu  scriva  .   lui  scriva  .  e  chosi 
fanno  tutti. 


1.  Per  la  trasposizione  di  e.  11  A  e  e.  1 1  B,  v.  prefazione.  17.  Dopo  seconda  forse 

si  ha  una  lacuna:    dovevasi   indicare   come   dal  part.  pres.  si  fornii  la  3a  ps.  dell'ind. 


Regoli    della  lingua  fiorentina  545 

Verbi  impersonali  si   formano  della  terza  persona  del  verbo  activo 

in  tutti  é  modi  e  tempi  giuntovi   .si.   come  amasi   .  leggevasi  .  scrivasi. 

Ma  questo  si  suole  transporlo  in  anzi  al  verbo,  giuntovi  .e.  e  dicesi. 

5    é  si  legge,  é  si  corre:   et  maxime  ne  l'optativo  e  subienctivo  sempre 

si  prepone,  e  dicesi.  Dio  che  é  s'ami  .  quando  é  si  leggerà,  e  simile. 

Seguitano  le  Prepositioni 

Di  queste  alchune  non  caggiono  in  compositione  e  sono  queste: 
oltre,  sine  .  dietro  .  doppo  .  presso  .  verso    .  nanzi,  fuori,    circa.         e.  13 B 

Prepositioni    che  caggiono    in    compositione    et  anchora  s'adope- 
rano seiuncte  sono  di  una  syllaba  o  di  più. 

D'una  syllaba  sono  queste. 

De  .   De  nostri  .  Detractori. 

Ad   .   ad  altri   .  Admiratori. 
15  Con  .  con  certi  .  Conservatori 

Per  .   per  tutti  .   Pertinace. 

Di   .   di  tanti   .   Diminuti. 

In   .   in  casa  .   Importanti. 

Di  preposto  allo  infinito  ha  significato  quasi  come  a  Latini  .Vt.  e 
20    dicono  Io  mi  sforzo  d'esser  amato. 

Quelle  de  più  syllabe  sono  queste. 

Sotto  .  Sottoposto. 

Sopra  e  dicesi  Sopraposto. 

Entro  .  Entromesso. 
25  Contro  .   Contraposto. 

Prepositioni  quale  s'adoperano  solo  in  compositione. | 

Re,  sub,  ob,  se,  am,  tras,  ab,  dis,  ex,pre,  circum,  onde  si  dice    e.  14  A 
trasposi  e  circumspetto. 

Sequitano  gli  Adverbii 

30  Per  é  tempi  si  dice  hoggi,  testé,   hora,   hieri,   crai,  tardi,   nomai, 

già,   alhora,  prima,  poi,  mai,  sempre,   presto,  subito. 

Per  é  luoghi  si  dice  costi,  cola,  altrove,  indi,  entro,  fuori,  circa, 
quinci,   costinci,  e  qui  e  ci  e  ivi  e  vi   .   onde  si  dice  io  voglio  starci, 
io  ci  starò,  prò  qui  et  verrovi  e  io  vi  starò  prò  ivi. 
35  Pelle  chose  si  dice     assai,  molto,  poco,  più,  meno. 

Negando  si  dice,     nulla,   no,   niente,  ne. 


5.  Cod.  ne  loptativo.         6.  Cod.  è  s.imi. 
C.  Trabalza. 


546  Regole  della  lingua  fiorentina 

Affirmando,  si  dice,     si,  anzi,  certo,  alla  fé. 

Domandando  si  dice,     perche,  onde,  quando,  come,  quanto. 

Dubitando  .   forse. 

Narrando  si  dice,  insieme,  pari,  come,  quasi,  cosi,  bene,  male, 
peggio,  meglio,  optime,  pexime,  tale,  tanto).  5 

e.  14  B  Usa  la  lingua  Toscana  questi  adverbij  in  luogo  di  nomi  giuntovi 

l'articolo,  e  dice  él  bene  .  del  bene  etc.  qual  cosa  ella  anchora  fa 
degli  imfiniti  e  dicono  él  legere  del  legere.  . 

Ma  a  più  nomi,  pronomi  e  infiniti  giunti  insieme  solo  in  principio 
della  loro  coniunctione  usa  preporre  non  più  che  uno  articolo,  e  dicesi    io 
él  tuo  buono  amare,   mi  piace. 

Item  a  similitudine  della  lingua  Gallica  piglia  el  Toscano  é  nomi 
singulari  feminini  adiectivi  et  agiungevi  .  mente  .  e  usagli  per  ad- 
verbij .  come  saviamente  bellamente  magramente. 

Interiectioni  I5 

Sono  .  queste  .  heu  .   hei  .  ha  .  o  .  bau   .  ma  .  do. 

CONIVNCTIONI 

Sono    queste  .  Mentre,    perche,    senza,    sé,    però,  benché,  certo, 
adonque,  anchora,  ma,  come,  et,  ne,  osegi  [sic]. 
e  15A  Et    congiunge:    Ne    disiunge  .  O  divide  .  senza  si    lega|    solo  à    20 

nomi  et  a  gli  imfiniti,  e  dicesi  senza  più  scrivere  .  tu  et  io  studieremo  : 
che  ne  lui  ne  lei  siano  indocti:  ó  piaccia  ó  dispiaccia  questa  mia 
inventione. 

Et  questo  Ne  ha  vario  significato  e  vario  uso  .  se  si  prepone  sim- 
plice  à  nomi  a  verbi  a  pronomi  significa  negatione,  come  qui,  ne  tu  «5 
ne  io  meritiamo  invidia.  Et  significa  .  in  .  ma  agiuntovi  .  1  .  serve  à 
singulari  masculini  e  femminini,  e  senza  .  1  .  serve  a  plurali,  quali 
comincino  da  consonante,  à  tutti  gli  altri  pluralj  masculini  e  femminini 
si  dice  .  nel  .  et  quando  .  s  .  sarà  preposta  alla  consonante  pur  si  dice  . 
nello  spazio  .  nelle  camere,  ne  letti  .  nel  lo  exercito  di  Dario  .  negli  30 
horti. 

Et   questo   Ne  se  sarà  subiuncto  a  nome  o  al  pronome  significa  . 
di  qui  .  di  questo  .  di  quello  .  secondo   che  l'altre    dictioni   vi  si  adat- 
teranno come  chi  dice  Cesare  ne  va  .   Pompeio  ne    viene. 
e.  iSB  Et  questo   Ne   preposto  al    verbo  sarà  o   doppo   à   mono|syl1abi  o    35 


30.  Cod.  camemere.         33.  Cod.  làltre. 


Regole  della  lingua  fiorentina  547 


doppo  a  quei  di  più  syllabe,  et  più  i>  significa  interrogatione,  o  af- 
firmatione,  0  precepto.  Adonque  doppo  l'indicativo  monosyllabo,  la  in- 
terrogatione si  scrive  in  la  prima  e  terza  persona  per  due  n.n  .  la  se- 
conda per  uno  .11.  come  interrogando  si  dice  .  Vonne  io  .  vane  tu? 
5  Vanne  colui?  Nello  Imperativo  si  scrive  la  seconda  per  due  .n.n.  e 
dicesi  .  Vanne  .  danne.  La  terza  si  scrive  per  uno,  e  dicesi  .  siane 
lui,  traggane.  Et  questi  monosyllabi  la  prima  indicativa  presente 
affirmando  si  scrive  per  due  .n.n.  e  dicono  .  fonne  .  vonne  .  nonne. 
Se  sarà  el  verbo  di   più   syllabe,  la   interrogatione-  et  affirmatione 

io  si  scrive  per  uno  .11.  in  tutti  e  tempi,  excetto  la  affirmatione  in  lo  futuro, 
quale  si  scrive  per  due  .n.n.  come  dicendo  .  porterane  tu?  porteronne  .  e 
questo  sino  qui  detto  s'intenda  per  é  singulari  però  che  plurali  si 
scrive  quello   .   ne   .   sempre  per  uno   .  n  .   come  andiamone. 

Non  mi  stendo  ne  gli  altri    simili  usi  a  questi:    basti    quinci    in-    e.  n  A 

15    tendere  é  principij   d'investigar  lo  avanzo. 

E  vitij  del  favellar  in  ogni  lingua  sono  o  quando  s'introducono 
alle  cose  nuovi  nomi:  o,  quando  gli  usitati  si  adoperano  male  .  ado- 
peranosi  male  discordando  persone  e  tempi,  come  chi  dicesse  .  tu  hieri 
andaremo  alla  mercati  .  et  adoperanosi  male  usandogli  in  altro  signi- 

20    ficato  alieno  come  chi  dice  processione  prò  possessione.  Introduconsi 
nuovi  nomi  o  in  tutto  alieni  et  incogniti  o  in  qualunque  parte  mutati. 
Alieni  sono  in  Toscana  più  nomi  barberi,  lasciativi  da  gente  Ger- 
mana, quale  più  tempo  milito  in  Italia,  come  helm  .  vulase  .  faceman  . 
bandier  .  e  simili.  In  qualche  parte  mutati,  saranno  quando  alle  dictioni 

25    s'agiugnera  o  minuira  qualche  lettera,    come  chi    dicesse,    paire,  prò 
patre,   e  maire  prò  matre.    Et  mutati  saranno  come   chi    dicesse    Rej 
plubica  prò  Republica,  et   occusfato    prò   offuscato  .  e  quando    si  pò-    e.  12  b 
nesse  una  lettera  per  un'altra  .  come  chi  dicesse,  aldisco  prò  ardisco, 
inimisi  prò  inimici. 

30  Molto  studia  la  lingua  Toscana  d'essere  breve  et  expedita  ;  e  per 

questo  scorre  non  raro  in  qualche  nuova  figura,  qual  sente  di  vitio, 
ma  questi  vitij  in  alcune  ditioni  e  prolationi  rendono  la  lingua  più 
apta  :  come  chi  diminuendo  dice,  spirto  prò  spinto,  e  maxime  l'ultima 
vocale,  e  dice  papi  et  .  Zanobi  prò  Zanobio  ;  credon  far  quel  breve  onde 

35    s'usa  che  a  tutti  gl'imfiniti  quando  loro  segue  alchuno  pronome  in  .i. 
allhora  si  getta  l'ultima  vocale,   e  dicesi  farti,   amarvi  .  starci  .  etc. 
E  mutando  lettere  dicono  .  mie  prò  mio  e  mia:  chieggo  prò  chiedo, 


34.  Breve:  cod.  bv,  opp.  bu. 


548  Regole  della  lingua  fiorentina 


paio  prò  paro  .  inchiuso  prò  incluso  .  chiave  prò  clave  .  e  aggiugnendo 
dice  .  Vuole  prò  vole,  schuola  prò  scola,  cielo  prò  celo,  e,  in  tutto 
troncando  le  dictioni  dice  vi  prò  quivi  e  similiter  stievi  prò  stia  ivi.  =)|= 

Se  questo  nostro   opuscolo    sarà   tanto    grato   a    chi    mi    leggerà, 
quanto  fu  laborioso  a  me  el  congettarlo,  certo  mi  dilecterà  averlo  prò-     5 
mulgato,  tanto  quanto  mi  dilettava  investigare  e  raccorre  queste  cose 
a  mio  iuditio  degne  e  da  pregiarle. 

Laudo  Dio  che  in  la  nostra  lingua  habbiamo  nomai  é  primi  prin- 
cipij  ;  di  quello  ch'io  al  tutto  mi  disfidava  potere  assequire. 

Cittadini  miei,  pregovi,  se  presso  di   voj  hanno  luogo   le   mie  fa-    10 
tighe,  habbiate  a  grado   questo   animo    mio,  cupido    di    honorare    la 
patria  nostra:  Et  insieme  piacciavi  emendarmi  più  che  biasimarmi  se 
in  parte  alchuna  ci  vedete    errore. 

Finis 

Sumptum  ex  Bibliotheca  .L.  medices  .  Romée  anno  humanatj  Dei    15 
1508.  Decembris  ultima  exactum. 


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