zione ecc. « Nel dire il frutto del ciliegio posto iti tal luogo piace
molto al figlio di Cajo, s'io avessi due parole o segni proprii ed
esclusivi, p. es., A pel soggetto tutto, e B, per l'attributo intero
(poiché non si hanno da comparare, che due sole idee), come
diverrebbe comodo il dire soltanto A-D! Ma che spaventoso
numero di segni ci abbisognerebbe! » (p. 117).
Qui sorge la teoria dei rapporti grammaticali ( il rapporto
vero è uno solo, il logico, quello con cui si comparano le due
sole idee che entrano nella proposizione), con la quale si spie-
gano, olte le categorie, tutte le innumerevoli accidentalità gram-
maticali, ossia le modificazioni delle parole utili a sempre più
circoscrivere e individuare i nostri giudizi, pe' quali, al solito,
mancano gli unici termini propri che li significherebbero alla
spiccia con somma nostra gioia e comodità. La preposizione e
l'avverbio sono riduzioni di qualità accessorie: le congiunzioni
sono le preposizioni delle congiunzioni, anch'esse dunque ridu-
zioni di attributi.
Quanto abbiamo fin qui esposto, ci sembra sufficiente a ca-
ratterizzare la dottrina di questa Grammatica ideologica senza
entrare nelle particolari trattazioni delle singole categorie gram-
maticali e sintattiche. Quanto sia povera e insufficiente a spie-
gare il superbo miracolo del linguaggio, ognun vede facilmente
senza che noi commentiamo di più. Non è nostro scopo far la
critica dei sistemi filosofici su cui si costruirono le varie gram-
matiche: ci basta solo mostrare la relazione di questi con quelli.
Ma non possiamo non meravigliarci della simpatia che il sensismo
condillachiano ha goduto tra noi per tanto tempo specie come
fondamento alle teorie sul linguaggio e alle arti del pensare, del
dire, alle grammatiche, che l'abbia goduta ancora dopo che Gu-
glielmo di Humboldt ebbe speculato sul linguaggio con tanto
acume e genialità, n'ebbe finalmente fissata, pur tra incertezze
e confusioni che ne dovevano mantener insoluto il problema,
la natura tutta e solamente spirituale nella sua infinita ricchezza.
Col sensismo della nostra Grammatica ideologica quest'alta fun-
zione del nostro spirito, anzi la vita stessa del nostro spirito si
ridurrebbe a un semplice meccanismo, straordinariamente ricco
di nomi ma poverissimo di movimenti, che la natura esteriore
manderebbe, a suo bene placito, fornito solo di piacere e di do-
lore, « i due grandi custodi del nostro essere » (p. 13). E dire
che l'autore, fra i nomi di Condillac, Tracy, Court de Gebelin,
462 Storia della Grammatica
Cousin e simili, cita parecchie volte quello di Giambattista Vico!
Il che conferma quello che osservò già l'autore del Rapporto del
1809 da noi citato, che cioè la dottrina del Vico compresa e ac-
cettata in alcune particolari applicazioni rimase oscura nella sua
essenza ('), e conferma ancora una volta lo strano miscuglio che
ne fecero col sensismo i nostri enciclopedisti. Quali utilità al-
l'apprendimento della lingua poteva venire da siffatte gramma-
tiche, dove, pure in tanto analizzare, l'osservazione del lettore
non è mai richiamata neppure sulle particolari funzioni logiche
dei fatti grammaticali, come invece vedemmo fare egregiamente
al Du Marsais ?
Col quale si rannoda per la parte teorica, e non per queste
felici applicazioni, l'ab. Francesco Corradini, che nel 1852 volle
darci, quasi a chiuder la serie non ingloriosamente, un Com-
pendio della grammatica generale filosofica (').
Questo Compendio ha il pregio della chiarezza assoluta, ac-
coppiata con la più scrupolosa coerenza nella più rapida e con-
cisa brevità (52 pagine). Gli autori di cui l'A. dichiara d'essersi
giovato sono: Sanctio, Minerva, Burnouf, Methode pour étudier la
langve greque, id. latine, Prompsault, G ramni, rais. d. la langne
latine, Régnier, Le jardin de racines greques, Gaspare Selvaggi,
Grammatica generale filosofica, la Grammatica di Portoreale,
Beauzée, Gramm. gén., gli articoli relativi dell'Enciclopedia fran-
cese (cioè Du Marsais, e i suoi successori).
Definisce la teoria della grammatica generale la « scienza
delle forme integrali d'ogni lingua ». Ne definisce il carattere,
la possibilità, l'oggetto, il fine, l'utilità. Una delle prove della
possibilità la deduce dalle traduzioni, che dimostrano un comune
procedimento del pensiero umano, l'uniformità de' nostri pen-
sieri. Gli elementi son due: il materiale e il rappresentativo:
in mater, m r l, ma, ter, l'accento sull'a, sono il materiale, la
(') Gentile, op. cit., p. 136.
(2) Padova, coi tipi del Seminario. — Non dico che questa sia
assolutamente l'ultima, né che gli effetti delle grammatiche generali si
spegnessero nell'insegnamento dopo la prima metà del sec. XIX.
Grammatiche filosofiche si scrivono anche oggi, e noi nelle scuole
facemmo tutti, chi più chi meno, parecchie indigestioni di analisi
logica e grammaticale !
Capitolo quattordicesimo 463
nozione di madre è il rappresentativo. La grammatica generale
filosofica si appoggia bensì alla logica pura, ma è propriamente
una parte della logica applicata. La logica applicata considera
il pensiero nelle sue condizioni empiriche : la condizione empi-
rica universale del pensiero è la cognizione ; si ha cognizione
d'un oggetto, quando è determinato; la determinazione si compie
nelle quattro supreme classi o categorie, quantità, qualità, re-
lazione, modalità. Il discorso deve dunque soddisfare anche a
queste esigenze del pensiero: esse costituiscono le varie modi-
ficazioni dei termini e delle parti del discorso ; esse pure devon
esser oggetto d'una grammatica generale filosofica. Tien conto
anche delle condizioni empiriche dell'uomo parlante: lo stato
della società, l'affetto e la passione che lo domina, l'impeto istin-
tivo di uguagliar col discorso la celerità del pensiero, le cre-
denze religiose ecc. In conclusione: nella parola sono da con-
siderare due elementi, il materiale e il rappresentativo; il primo
si appoggia alla natura dell'organo vocale, il secondo alla natura
del pensiero. L'elemento materiale comprende i suoni vocali e
consonanti, l'aggruppamento de' suoni cioè le sillabe e le pa-
role, e le modificazioni derivate da questo aggruppamento cioè
l'accento e la quantità. L'elemento rappresentativo appoggiato
alla natura del pensiero deve somministrare i mezzi tanto per espri-
mere le tre funzioni concetti, giudizio, raziocinio , quanto per deter-
minare ciascheduna di queste tre nelle quattro categorie di qua-
lità, quantità, relazione, modalità. I nomi sostantivi ed aggettivi
esprimono i concetti, i verbi, i giudizi, la sintassi, le congiun-
zioni e la costruzione esprimono il raziocinio in quanto consta
di più giudizi legati fra loro. I numeri ne' sostantivi e gli ag-
gettivi di estensione determinano la quantità, i generi ne' so-
stantivi, gli aggettivi di comprensione e gli avverbi determi-
nano la qualità, le preposizioni o i casi ed i verbi le relazioni,
i modi, le modalità (§ 50). È insomma la logica distillata pel
filtro grammaticale: di linguaggio effettivo qui non si ha più
traccia : s'è sistemato tutto lo schemario delle categorie logico-
grammaticali, ma il contenuto è caduto per la strada. Dal Du
Marsais al Corradini, a traverso interpretazioni varie più o meno
elevate, a rimaneggiamenti e riduzioni elementari, la grammatica
generale, oltre a perdere, in Italia, tono e carattere filosofico
in una elaborazione quasi sempre meschina e grossolana, veniva
sempre più separando il linguaggio effettivo dagli schemi gram-
464
Storia della Grammatica
maticali che si erano ottenuti studiandolo sia direttamente, sia dal
punto di vista esclusivamente intellettuale, e a questi assegnando
valore di formula e di legge, ma privandola d'un oggetto con-
creto a cui applicarsi. Un processo di degenerazione. La scienza
del linguaggio progrediva, ma seguendo altre correnti e bat-
tendo altre vie.
CAPITOLO XV
La crisi della grammatica logica.
Il ritorno alla grammatica empirica e storica.
La moderna critica della grammatica.
(F. De Sanctis - 11 Cesari e il Puoti - A. Manzoni).
I.
La crisi della grammatica ragionata in Italia non poteva
mancare : e fu veramente risolutiva : di grammatica ragionata si
finì, dopo una colluvie di aride o elementari produzioni di epi-
goni ritardatari, col non parlarne più, e di essa non restarono
tracce che nelle esercitazioni scolastiche di analisi logiche e gram-
maticali ancora in uso nelle nostre scuole e sulle quali talvolta
rispunta come fungo qualche compendio di grammatica logica ri-
vestito di pompa scientifica. La crisi fu determinata da un du-
plice ordine di fatti, tra i quali non so se veramente corra un'in-
tima relazione : l'uno che riguarda direttamente il corpo, dirò
così, della grammatica ragionata, e fu il non difficile né tardivo
avvertire in esso un vuoto sostanziale e perciò tutta la sua in-
fecondità sotto ogni rispetto, scientifico e didattico (') ; l'altro
che si riferisce allo stato in che venne a trovarsi la lingua ita-
liana sotto la bufera dell'enciclopedismo, e fu la naturale quanto
però antifilosofica reazione al francesismo, che doveva richia-
(') Matteo Borsa, nella Dissertazione del presente decadimento
della lingua in Italia, Mantova, 1785 (l'anno in cui fu pubbl. il Saggio
del Cesarotti) già incolpava appunto di quel decadimento il neologismo
francese e il filosofismo enciclopedico.
C. Trabalza.
466 Storia della Grammatica
mare, come facile conseguenza di una premessa sbagliata, alla
religiosa osservanza, alla maniaca adorazione degli antichi i pu-
risti inorriditi al novissimo strazio d'Italia.
Le vicende di questa crisi si possono molto chiaramente os-
servare, da una parte, in quel che accadde al De Sanctis sco-
laro e cooperatore del Puoti, e che egli narra non senza il lume
d'una critica sempre nuova e originale e acuta, anche se, come
in questo caso, non definitivamente superatrice : dall'altra, nella
critica e nella pratica di Alessandro Manzoni, che con stringenti
argomenti colpi a morte la grammatica ragionata, sebbene non
movesse da un punto di vista estetico.
Francesco De Sanctis (1817-1883), quando accorse alla scuola
di Basilio Puoti ('), aveva già compiuto gli studi di grammatica,
rettorica e filosofia, che oggi corrispondono al ginnasio e al liceo,
e avea diciassette anni, i primi (ginnasio, cinque anni) sotto suo
zio Carlo, i secondi (liceo, tre anni) sotto l'ab. Fazzini, non aven-
dolo voluto ricevere i Gesuiti per la sua impreparazione. « Un
grand 'esercizio di memoria era in quella scuola [dello zio, 1826-
1830], dovendo ficcarci in mente i versetti del Portoreale [che
s'imparava in certi suoi manoscritti, come le antichità e la cro-
nologia], la grammatica del Soave, la rettorica del Falconieri,
le storie del Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette
del Metastasio » ('). Alla fine del corso «scrivevo l'italiano con
uno stile pomposo e rettorico, un italiano corrente, mezzo fran-
cese, a modo del Beccaria e del Cesarotti, ch'erano i miei fa-
voriti »(')• « La scuola dell'abate Lorenzo Fazzini era quello che
oggi direbbesi un liceo. Vi s' insegnava filosofia, fisica e mate-
matica. Il Corso durava tre anni, e si poteva anche fare in due.
Quell'era l'età dell'oro del libero insegnamento. Un uomo di
qualche dottrina cominciava la sua carriera aprendo una scuola.
(') La scuola del Puoti, su cui è stata scritta recentemente una
degna monografia da un discepolo di Giulio Salvadori (Dott. N. Ca-
raffa, Basilio Puoti e la sua scuola, Girgenti, 1906), si svolse in tre
periodi: il primo dal 1825 al '30; il secondo dal '30 al '36; il terzo,
dopo due anni d'interruzione causata dalla pestilenza scoppiata a Na-
poli nel '37, dal '39 in poi.
(?) La giovinezza di Francesco de Sanctis - Frammento autobio-
grafico pubblicato «fo Pasquale Villari ; Napoli, 1899, p. 7.
(8) Op. cit., p. 14
Capitolo quindicesimo 467
I seminari erano scuole di latino e di filosofia, le scuole del go-
verno erano affidate a frati, la forma dell' insegnamento era an-
cora scolastica. Rettorica e filosofia erano scritte in quel latino
convenzionale ch'era proprio degli scolastici. Le scienze vi erano
trascurate, e anche la lingua nazionale. Nondimeno un po' di
secolo decimottavo era pur penetrato fra quelle tenebre teolo-
giche, e con curioso innesto, vedevi andare a braccetto il sen-
sismo e lo scolasticismo. Nelle scuole della capitale v'era maggior
progresso negli studi. Il latino passava di moda ; si scriveva di
cose scolastiche in un italiano scorretto, ma chiaro e facile. Gli
autori erano quasi tutti abati, come l'abate Genovesi, il padre
Soave, l'abate Troise. Allora era in molta voga l'abate Fazzini.
Questo prete elegante, che aveva smesso sottana e collare, ve-
stiva in abito e cravatta nera, era un sensista del secolo passato ;
ma pretendeva conciliare quelle dottrine coi principii religiosi »(').
Accanto alla scuola, per chi aveva voglia d' imparare, c'era na-
turalmente la biblioteca. « Corsi alla biblioteca e mi ci seppellii.
Passavano dinanzi a me come una fantasmagoria Locke, Con-
dillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, La Mettrie... Mi ricordo ancora
quella statua di Bonnet, che a poco a poco, per mezzo dei sensi
acquistava tutte le conoscenze Il professore diceva che il sen-
sismo era una cosa buona sino a Condillac, ma non bisognava
andare sino a La Mettrie e ad Elvezio. Ragione per cui ci an-
davo io con l'amara voluttà della cosa proibita »("). Compiuti
così gli studi letterari e filosofici, « avvezzo a una vita interiore,
avevo pochissimo gusto per i fatti materiali, e badavo più alle
relazioni tra le cose, che alla conoscenza delle cose. La scuola
ci aveva non piccola parte, perchè era scuola di forme e non di
cose, e si attendeva più ad imparare le parole e le argomenta-
zioni, che le cose a cui si riferivano »(3). Ma «si avvicinava il
(') Op. cit., pp. 28-9.
(2) Op. cit., p. 30 e 31.
(3) Op. cit., p. 37. — Aveva già conosciuti altri filosofi, natural-
mente. «Il professore fece una brillante lezione sull'armonia presta-
bilita di Leibnizio. E questo Leibnizio divenne il mio filosofo E
come l'una cosa tira l'altra, Leibnizio mi fu occasione a leggere Car-
tesio, Spinoza, Malebranche, Pascal, libri divorati tutti e poco digeriti.
Questo era il mio corredo di erudizione filosofica verso la fine del-
l'anno scolastico, quando zio ci diceva: Ora bisogna cercarvi un
maestro di legge. Si batteva già alle porte dell'Università». Op.
cit., p. 40.
468 Storia delia Grammatica
tempo in cui il sensismo, male accordato col movimento reli-
gioso del secolo, doveva cedere il passo a nuova filosofia Si
annunziava al mio spirito un nuovo orizzonte filosofico ; mi bol-
livano in capo nuovi libri e nuovi studi. Si apparecchiavano i
tempi di Pasquale Galluppi e dall'abate Ottavio Colecchi, de'
quali l'uno volgarizzava David Hume e Adamo Smith, e l'altro,
ch'era per giunta un gran matematico, volgarizzava Emanuele
Kant. Lorenzo Fazzini era caduto di moda » (').
Per questi insegnamenti e in queste condizioni intellettuali
il De Sanctis, invano iniziati gli studi di legge, passava alla
scuola del marchese (secondo periodo).
Fu proprio di questi tempi che la grammatica del sensismo
condillachiano, che vedemmo trionfare concentrata in estratti
per gli stomachi degli scolaretti italiani, si veniva a trovare a
fronte di due ben forti e agguerriti avversari, il kantismo e il
purismo.
Questo, dalla restaurazione linguistica del padre Cesari, ini-
ziata con la famosa dissertazione del 1809 coronata dall'Acca-
demia livornese, era venuto sempre più guadagnando terreno
nelle forme in cui l'aveva circoscritto il Cesari, nonostante gli
attacchi della Proposta monti-perticariana e dell' Antipurismo tor-
tiano('), e nonostante l'esempio pratico del romanzo manzoniano
in cui fin dalla prima sua edizione s' era voluta incarnare tut-
t'un'altra dottrina linguistica (3). La reazione al francesismo fu
tanto più vasta e tenace della tesi temperata del classicista Monti
e del modernismo del romantico Manzoni, quanto più compro-
messa sembrava la gloria d'Italia nella dilagante corruzione del-
l'aurea favella un dì sì onorata. Ne furono rocche meno facil-
mente espugnabili la Romagna e Napoli e organi di gran voce
alcuni giornali, come la Biblioteca di Milano, il Giornale Arca-
dico di Roma e la Rivista enciclopedica di Napoli.
Ma tra i puristi, non per sola virtù di dottrina, sì bene
anche per le qualità della persona e i modi dell'insegnamento,
il più autorevole, quegli che veramente esercitò una più vasta
e duratura efficacia sulle menti, sulle scuole, sui metodi, sui
(') Op. cit., pp. 51-2.
("} V. Tkahai.za, Della vita e delle opere di /•'. Torti cit., p. 79 sgg.
L'ha dimostrato il Morandi ne' suoi noti saggi sull'unità della
liaeua.
Capitolo quindicesimo 469
libri, fu il marchese Puoti, maestro, autore di grammatiche e di
arti del dire, annotatore di testi di lingua, pedagogista.
Alla scuola del Puoti, dice il De Sanctis, « lasciai studi di
filosofia e di legge, e letture di commedie, di tragedie e di ro-
manzi e di poesie, e mi gittai perdutamente tra gli scrittori del-
l' aureo Trecento»^). «M'era venuta la frenesia degli studi grani-
maticali. Avevo spesso tra mano il Corticelli, il Buonmattei, il
Cinonio, il Salviati, il Bartoli, il Salvini, il Sanzio, e non so
quanti altri dei più ignorati. M'ero gittato anche sui Cinque-
centisti, sempre avendo l'occhio alla lingua »(').
Si trovò in quel tempo a dover sostener sulle proprie spalle
il peso della scuola dello zio. « La sera andavo sempre alla scuola
del Puoti ; ma tutta la giornata era spesa a spiegar grammati-
che e rettoriche e autori latini e greci, a dettar temi, a correg-
gere errori ». Ma « quei cari studi dei miei primi anni mi riusci-
vano acerbi, non solo per la fatica, ma perche non erano più
d'accordo con la mia coscienza. Quel Soave, quel Falconieri mi
facevano pietà »(3). Nelle classi superiori poteva elevarsi un po'
più. « Cominciai a fare osservazioni sopra i sensi delle parole,
sul nesso logico delle idee, sulla espressione del sentimento, sulle
intenzioni e sulle malizie dello scrittore »(4). Momenti più deli-
ziosi passava alla scuola del marchese, dove egli ben presto si
distinse specie nelle cose della grammatica, tanto da meritarsi
l'appellativo di grammatico, e fu sollevato all'onore di coadiu-
vare il maestro nell'insegnamento, quando, dopo l'interruzione
cagionata dal colera (1837), il Puoti, cominciatosi a stancare dei
novizi, ne lasciò tutta la cura al De Sanctis ('). «Il marchese
che lavorava a una grammatica, attendeva pure alla pubblica-
zione di alcuni testi di lingua più a lui cari, come i Fatti d' Enea,
i Fioretti di S. Fra?icesco, le Vite dei Santi Padri. Questi studi
(') Op. cit., p. 57.
f2) Op. cit., pp. 62-3.
n op. cit,, p. 75.
(*) Op. cit., p. 76.
(5) Sulla scuola del De Sanctis, v. le belle pagine del Cenno bio-
grafico di Nicola Gaetani-Tamburini in De-Sanctis, Scritti vari,
li, ed. Croce, già cit. nell' Introduz., p. 270 sgg. — Di quella che è
stata chiamata la seconda scuola del De Sanctis si sono occupati de-
gnamente, come è noto, il Torraca e il Mandalari.
47° Storia della Grammatica
di lingua s' erano già divulgati nelle scuole, e si sentiva il bi-
sogno di grammatica e di libri di lettura pei giovanetti » (').
Anche in questi lavori l'allievo aiutava il maestro. Di questo
tempo fece intima amicizia con Enrico Amante, che era un in-
fatuato del Vico : in una visita onde il Leopardi onorò la scuola
del Puoti, — «che citava spesso con lodi l'abate Greco, autore di
una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre
Cesari e sopra tutti essi Pietro Giordani » (;) — si sentì dire dal
Poeta che « aveva molta disposizione alla critica » (3). In quel-
l'occasione il Leopardi, cui non poteva sfuggire la rigidezza del
Puoti, disse che « nelle cose della lingua si vuole andare molto
a rilento, e citava in prova il Torto e il Diritto del padre Bar-
toli»(4). Il Leopardi disse anche che «l'onde coli' infinito non
gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di
tutti noi. Il Marchese era affermativo, imperatorio, non pativa
contraddizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir
cosa simile, sarebbe andato in tempesta ; ma il Conte parlava
così dolce e modesto, ch'egli non disse verbo »(')• Gli è anche
che ormai quel rigido, implacabile purismo cominciava a dover
piegare o almeno ad ammollirsi . Alla ripresa della scuola
dopo il colera il marchese « se n'era venuto di Arienzo, con
certi grossi quaderni scritti di suo pugno. Era una specie di
nuova rettorica immaginata da lui, e che egli battezzò Arte dello
scrivere. C'era una divisione dei generi dello scrivere, accom-
pagnata da regole e da precetti. Aristotile, Cicerone, Quinti-
liano, Seneca erano la decorazione. O mi metteranno alla ber-
lina, o questo è assolutamente un capolavoro, così diceva, nar-
rando per quali vie era giunto alla grande scoperta. A quel tempo
erano in gran voga gli studi filosofici, e il Marchese, seguendo
la moda, volle filosofare anche lui, e dava alle sue ricerche un
aspetto e un rigore di logica, ch'era veste e non sostanza. E
non gli sarebbe mancata la berlina ; ma lo salvò un certo suo
naturai buon senso » (")• Ma chi dai bassi fondi della gramma-
(■*) Op.
cit.,
PP- 94-5
H oP.
cit.
p. 99.
(3) Op.
cit.
p. IDI.
O oP.
cit.,
p. IOI.
fr oP.
cit.
p. IOI.
n oP.
cit.
p. 131.
Capitolo quindicesimo 471
tica prendeva il volo filosofico, fu il De Sanctis, specie quando,
trovandosi al sicuro dallo sguardo del marchese nella scuola pre-
paratoria, poteva lasciarsi trascinar dal suo genio a quell'onda di
ribellione, che avrebbe fatto naufragare il senno del Maestro. E
sia nella scuola preparatoria, che nelle lezioni private o nell'in-
segnamento del Collegio militare, al quale nel 1837 fu assunto
per la stima che godeva presso il Puoti, che n'era ispettore, il
giovine Maestro intese soprattutto a rinnovare l'insegnamento
grammaticale : ne uscirono, con la liquidazione della grammatica
ragionata, un abbozzo di nuova grammatica storica e filosofica e
un saggio di una storia dei grammatici. « Quelle maledette re-
gole grammaticali io le ridussi in poche, moltiplicando le appli-
cazioni e gli esempi, e sempre lì sulla lavagna — Mi persuasi
che quello resta chiaro e saldo nella memoria, che è ordinato
sotto categorie e schemi, logicamente. Così nacquero i miei
quadri grammaticali.... In pochi mesi mi sbrigai della gramma-
tica, e capii che lo studio della grammatica così come si suol
fare, per regole, per eccezioni e per casi singoli, è una bestia-
lità piena di fastidio Posi da banda le analisi grammaticali e
l'analisi logica, noiosissime, e feci l'analisi delle cose, a loro gu-
stosissime» ('). Questo al Collegio. Nella scola al Vico Bisi, il
lunedì e il venerdì, quand'era solo, l'insegnamento grammati-
cale si elevava ancora di più. « Parecchi anni ero stato a leggic-
chiar grammatiche, lavorando intorno a quella di Basilio Puoti...
Così mi messi in corpo i Dialoghi della volgar lingua di Pietro
Bembo... m'inghiottii il Varchi, il Fortunio e i sottili avverti-
menti del Salviati e la prosa dottorale del Castelvetro e il Bar-
toli e il Cinonio e l'Amenta e il Sanzio e non so quanti altri
autori, con approvazione del marchese Puoti, il quale mi van-
tava sopra tutti gli altri il Corticelli e il Buonmattei» (:). Sec-
catosi presto della parte riguardante le origini della lingua e
delle forme grammaticali, perchè non aveva, fondamento sodo, in-
fastidito di quel pullular perpetuo di regole e d' eccezioni, stordito
da tutte quelle dissertazioni sottili e cavillose sulle parti del di-
scorso e sulle forme grammaticali, ritornò ai suoi antichi studi
di filosofia : « quei Salviati e quei Castelvetri mi parevano ad-
(', Op. cit., pp. 141-3-
C) Op. cit., pp. 157-8.
472 Storia della Grammatica
dirittura pigmei dirimpetto a quei grandi, mia delizia un giorno
e mio amore. Perciò mi gettai con avidità sopra i retori e i
grammatici del secolo decimottavo, con un segreto che mi cre-
sceva l'appetito, vedendomi sempre addosso gli occhi del mar-
chese. Lessi tutto il corso che Condillac aveva compilato a uso
di non so qual principe ereditario. Studiai molto Tracy e Du
Marsais. // Marchese, sapido dei miei studi MI perdonò, a patto
che non valicassi i confini della gra?nmatica, e m'indicò un tale,
che ora non ricordo, come un buon scrittore di grammatica ge-
nerale »(')• Il buon Marchese fece anche di più: rivide le pro-
lusioni del giovine professore mettendoci quello stampo tutto suo
di classicità ideale C). « Le prime lezioni furono una storia della
grammatica. In quei discorsi prendo 1' aria di un novatore,
e trovo che tutto va male, che tutto è a rifare. Ecco qui un
ritratto, come mi venne in quei giorni sotto la penna. Niuna
pratica dell'arte dello scrivere; niuna cognizione de' nobili scrit-
tori ; malvagio gusto ; pensieri non italiani ; un predicar continuo
purità, correzione ; esempli contrari di barbarismi ed errori.
[Così la grammatica moderna ricca di stranieri trovati splendidi
in astratto, ma nella pratica o falsi o di poco profitto, per di-
fetto della parte storica molto è discapitata di quella perfezione
in che fu al cinquecento]. In malvagio stato trovasi la sintassi ;
squallida e incerta è l'ortografia ; le regole del ben pronunziare
dubbiose e mal ferme ; niente di certo, niente di determinato in-
torno alla dipendenza de' tempi, al reggimento delle congiun-
zioni; principii opposti; opinioni contrarie »(')• Nelle lezioni vo-
leva fare una storia delle forme grammaticali ; « ma al pensiero
gigantesco mal rispondeva la cultura, attesa la mia scarsa gre-
cità e l'ignoranza delle cose orientali — Perciò quella ideata
storia delle forme grammaticali, dopo vani tentativi appresso a
Vico ed a Schlegel, si ridusse nei modesti confini di una storia
dei grammatici da me letti.... Parlai dei grammatici che tutto
derivavano dal latino. Poi venni a quelli che erano studiosi della
(') Op. cit,, pp. 15S-160.
(2) Alcuni brani di essi furono pubblicati ne' Nuovi saggi critici,
col titolo Frammenti discuoia, p. 321-37 dell'ed. di Napoli, 1903.
(3) Op. cit., pp. 161-62. — Il periodo tra parentesi quadre, che
qui è sostituito dai puntini, l'ho tratto da un brano integro de' Nuovi
saggi critici, pp. 335.
Capitolo quindicesimo 473
lingua, copiosi di regole e d'esempli, che moltiplicavano in in-
finito. Molto m' intrattenni snl Corticelli, sul Buonmattei, sul
Salviati e sul Bartoli... Censuravo quel moltiplicare infinito di
casi e di regole che si riducevano in pochi principii ; quella tanta
varietà di forme e di significati (massime nel Cinonio), che era
facile ricondurre ad unità. Facevo ridere, pigliando ad esempio
Va, il per-, il da, irti di sensi e che pur non avevano che un senso
solo. La mia attenzione andava dalle forme al contenuto, dalle
parole alle idee; sicché, sotto a quelle apparenze grammaticali,
variabili e contraddittorie, io vedeva una logica animata, e tutto
metteva a posto, in tutto discerneva il regolare e il ragionevole,
non ammettendo eccezioni e non ripieni e non casi arbitrari. Con
questa tendenza filosofica, corroborata da studi vecchi e nuovi,
io conciavo pel di delle feste i Cinquecentisti, e facevo lucere
innanzi alla gioventù uno schema di grammatica filosofica e me-
todica, quale appariva negli scrittori francesi. Dicevo che co-
storo erano eccellenti nell'analisi delle forme grammaticali, ri-
salendo alle forme semplici e primitive : così amo vuol dire io
sono amante. La ellissi era posta da loro come base di tutte le
forme di una grammatica generale. Questo non mi contentava
che a mezzo. Io sosteneva che quella decomposizione di amo
in sono amante m'incadaveriva la parola, le sottraeva tutto quel
moto che veniva dalla volontà in atto. I giovani sentivano quei
giudizi acuti con raccoglimento, e mi credevano in tutta buona
fede quell'uno che doveva oscurare i francesi e irradiare l' Italia
di una scienza nuova. E in verità io sosteneva che la gramma-
tica non era solo un'arte, ma ch'era principalmente una scienza:
era e doveva essere. Questa scienza della grammatica, malgrado
le tante grammatiche ragionate e filosofiche, era per me ancora
un di là da venire. Quel ragionato appiccicato alle grammatiche
era una protesta contro la pedanteria passata, e voleva dire che
non bastava dare le regole ma che di ciascuna regola bisognava
dare i motivi e le ragioni. Paragonavo i grammatici o accoz-
zatori di regole agli articolisti, che credevano di sapere il Co-
dice, perchè si ficcavano in capo gli articoli, parola per parola,
e numero per numero. Ma quel ragionare la grammatica non
era ancora la scienza » (').
;') Op. cit., pp. 163-6.
474 Storia della Grammatica
Così il De Sanctis, erudito primamente sul Soave in un'at-
mosfera filosofica, passato poi per il purismo del Puoti, ritor-
nato con maggior maturità alla scienza, veniva a una generale
liquidazione di tutti i grajnmatici antichi e moderni, cioè della
grammatica ragionata in ispecie, e della grammatica precettiva
in genere, ma non della grammatica come scienza.
Che nella sua critica negativa superasse la grammatica ra-
gionata e creasse veramente la scienza non si può dire: intera-
mente, come s'è visto, non si appagò dei migliori grammatici
filosofici di Francia, come il Du Marsais ; ma egli, almeno nel
periodo del suo primo insegnamento, secondo quanto narra lui
stesso, rimase sempre sotto la loro influenza. Anche nella parte
pratica, nel metodo, egli arieggia molto davvicino il Du Mar-
sais ('), superandolo nella abilità di trasformar la grammatica in
critica concreta dell'opera d'arte. La sua concezione della gram-
matica, o meglio del linguaggio, pur avendo egli concepito una
grammatica scientifica o estetica, è la medesima. Va però subito
detto a lode del De Sanctis, che egli stesso ebbe coscienza, negli
anni maturi, della manchevolezza del sistema. Racconta infatti :
« così trovavo nella logica il fondamento scientifico della gramma-
tica ; e finché mi tenevo nei termini generalissimi di una gramma-
tica unica, come la concepiva Leibnitz, il mio favorito, la mia corsa
andava bene. Ma mi cascava l'asino, quando veniva alle differenze
tra le grammatiche, spesso in urto con la logica, e originate da
una storia naturale o sociale, piena di varietà e poco riducibile
a principi fissi. Per trovare in quella storia la scienza, si richie-
deva altra cultura e altra preparazione. Nella mia ricerca del-
l'assoluto, avrei voluto ridurre tutto a fil di logica, e concor-
dare insieme derivazioni, scrittori e popolo; ma, non potendo
sopprimere le differenze e guastare la storia, ponevo 1' ingegno
a dimostrare la conformità del fatto grammaticale con la logica,
della storia con la scienza» (2). Quell'avvertita irrudicibilità delle
differenze tra le varie grammatiche e principi fissi dimostra chia-
ramente che il De Sanctis intuiva dov'era la soluzione del pro-
blema : e a lui non filosofo di professione ciò non è scarso titolo
d'onore; il dissidio egli lo compose, e in grado eccellente, in-
(') V. particolarmente le pp. 167-169.
(2) Op. cit., pp. 166-7.
Capitolo quindicesimo 475
superato, nella critica, nella quale la parola viva, la grammatica
parlata dall'arte, fu da lui illustrata in tutta la sua forza espres-
siva : scientificamente toccò, in quegli stessi anni, il risolverlo a
Guglielmo di Humboldt, col quale e col suo seguace e corret-
tore Steinthal si può veramente affermare che la grammatica
sia esclusa dall'orbita della filosofìa, sebbene non avvenisse an-
cora l' identificazione della linguistica generale con l'estetica, che
è stata fatta solo recentemente.
Nelle difficoltà in cui si dibattè il De Sanctis di conciliare
la grammatica generale con le grammatiche particolari, si tro-
varono impigliati quanti, anche per impulso della Critica della
ragioyi ptira del Kant, intesero « alla ricerca delle relazioni fra
pensiero e parola, fra V unicità logica e la molteplicità dei lin-
guaggi » (l)j ricerca che, per altro, non era nuova, ma che aveva
già dato origine in Francia alla grammatica generale. Il primo
tentativo « di applicare le categorie kantiane, dell' intuizione
(spazio e tempo) e dell'intelletto» al linguaggio (") (riassumo,
non potendolo qui integralmente riferire, dal paragrafo XII della
parte storica de\V Estetica del Croce), fu compiuto dal Roth (1815),
mentre sullo stesso argomento, verso il primo decennio del se-
colo, avevano speculato il Vater, il Bernhardi, il Reinbeck, il
Koch : pensiero dominante de' quali era la differenza « tra lingua
e lingue, tra la lingua universale, corrispondente alla logica, e
le lingue storiche ed effettive, che son turbate dal sentimento,
dalla fantasia, o come altro si chiami l'elemento psicologico della
differenziazione ». Si distingueva una linguistica generale da una
linguistica comparata (Vater) ; la lingua, allegoria dell'intelletto,
•si considerava organo della poesia o organo della scienza (Bern-
hardi) ; si ammetteva una. grammatica estetica e una gramma-
tica logica (Reinbeck) ; si proclamò persino che l' indole della
lingua si deve desumere dalla psicologia, non dalla logica (Koch).
Residui intellettualistici s'avvertono ancora nell'Humboldt
pel quale logica e linguaggio sembrerebbero identificarsi sostan-
zialmente e diversificare solo storicamente, e il linguaggio stesso
(') Croce, Estetica, p. 342.
(:') Recentemente G. Piazza ha tentato dimostrare che La teoria
kantiana del giudizio era stata già intuita e fissata nella sintassi de'
Greci (Roma. 1907); ma è stato confutato dal Cróce, in La Critica,
V, 396.
476 Storia della Grammatica
parrebbe un qualcosa fuori dell'uomo che l'uomo fa rivivere con
l'uso. Ma il grande filosofo trovò il vero concetto del linguag-
gio. La lingua — egli pensò — nella sua realtà è un prodursi
e un divenire, non un prodotto ; è un'attività (èvegyeia), non
un'opera (ègyov). « La lingua propria consiste nell'atto stesso
del produrla nel discorso legato: questo soltanto bisogna pen-
sare come primo e vero nelle ricerche che vogliono penetrare
l'essenza vivente della lingua. Lo spezzettamento in parole e
regole è il morto artificio dell'analisi scientifica»^). Il lin-
guaggio nasce spontaneo da un bisogno interno. Esiste perciò
— ed ecco la vera scoperta dell'Humboldt di fronte ai gram-
matici logici universali — una forma interna del linguaggio («in-
nere Sprachform»), che non è il concetto logico, né il suono fisico,
ma la veduta soggettiva che l'ìiomo si fa delle cose. Questa forma
interna « è il principio di diversità proprio del linguaggio, oltre
il suono fisico: è l'opera della fantasia e del sentimento, è l'in-
dividualizzazione del concetto. Congiunger la forma interna del
linguaggio col suono fisico, è l'opera di una sintesi interna :
" e qui, più che in altro, la lingua ricorda, nelle più profonde
ed inesplicabili parti del suo procedere, l'arte. Anche lo scul-
tore e il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro
opera si giudica secondo che quest'unione, quest' intima com-
penetrazione sia opera del genio vero, o che l' idea separata sia
stata penosamente e stentamente trascritta nella materia con lo
scalpello e col pennello "» (')• Ma linguaggio ed arte nell'Hum-
boldt non s' identificano : e questo è il difetto della sua dottrina,
che tirò seco non tenui contraddizioni, come quella circa il ca-
rattere differenziale della poesia e della prosa. L'Humboldt non
vide esattamente « che il linguaggio è sempre poesia, e che la
prosa (scienza) non è distinzione di forma estetica, ma di con-
tenuto » ('), sebbene intorno a questi due concetti, compresi in
senso filosofico, abbia manifestato profonde vedute.
La teoria linguistica dell'Humboldt fu integrata dal suo
maggior seguace, lo Steinthal il quale, nella polemica sostenuta
(M Ueb. d. Verschiendenheit d. menschl. Sprachbaucs (1836), opera
postuma (2M ed. a cura di A. F. Pott, Berlino, 1880, pp. 54-6), in
Croce, op. cit., pp. 346-7.
(2) Croce, op. cit., p. 347.
(8) Croce, op. cit., p. 349.
Capito/o quindicesimo 477
coll'hegeliano Becker, «autore degli Organismi del linguaggio,
uno degli ultimi logici della grammatica », dimostrò, pur tra af-
fermazioni talvolta eccessive, « che concetto e parola, giudizio
logico e proposizione sono incomparabili. La proposizione non
è il giudizio; ma è la rappresentazione ( Darstellung) di un giu-
dizio: e non tutte le proposizioni rappresentano giudizi logici.
Parecchi giudizi possono esprimersi in una proposizione unica.
Le divisioni logiche dei giudizi (i rapporti dai concetti 1 non
hanno corrispondenza nella divisione grammaticale delle propo-
sizioni. " Parlar di una forma logica della proposizione è una
contraddizione non minore che se si parlasse àttW angolo di un
cerchio o della periferìa di un tria?igolo ". Chi parla, in quanto
parla, non ha pensieri, ma linguaggio»!1).
Senza entrar ora nel merito degli altri problemi trattati
dallo Steinthal, come quello circa l'identità deWorigine e della
natura del linguaggio che esattamente risolvette, e l'altro delle
relazioni tra poetica, rettorica e linguistica, cioè tra linguaggio
e arte che interessa propriamente l'estetica, e che purtroppo lo
Steinthal lasciò insoluto, perchè non arrivò mai ad affermare
che «parlare è parlar bene e bellamente, o non è punto par-
lare», a noi basterà l'osservar, qui, conchiudendo, il nostro di-
scorso che coli' Humboldt e con lo Steinthal, in quanto l'uno
integra l'altro e lo rende coerente nella parte linguistica, si ha
un primo notevole superamento della grammatica, non essendo
questa soluzione pregiudicata dalla mancata identificazione di
arte e linguaggio : la liberazione del linguaggio dalla logica, la
riconosciuta completa autonomia del linguaggio da categorie di
qualsiasi altra specie che non siano la sua forma interna essen-
ziale, rappresentano la prima vera vittoria della critica nega-
tiva della grammatica. La dissoluzione della quale viene così a
coincidere perfettamente con l'avvento della scienza.
IL
La ribellione e la reazione alla grammatica ragionata quale
si era venuta sistemando in Italia, se non assunsero dovunque
quel grado e quel tono che ebbero nel De Sanctis, seguirono,
(') Croce, op. cit., pp. 349-50.
478 Storia della Grammatica
però, su per giù, il medesimo sviluppo e i medesimi motivi: da
una parte riusciva difficile specie a letterati di più largo ingegno,
come vedremo accadere, p. es., al Giordani (il Puoti stesso ab-
biamo visto concedere al De Sanctis uno studio discreto di
quella grammatica), il chiuder gli occhi a quelle elevate e scin-
tillanti investigazioni logiche che sulle lingue avevan condotto
i Francesi, incomparabilmente più geniali e profondi dei loro
epigoni italiani; l'aria era impregnata di logicismo, tutto suo-
nava filosofia, il secolo era chiamato dei lumi: chi può sottrarsi
alla forza delle cose e del tempo? dall'altra, la vacuità di quel
nuovo formalismo, pel fine pedagogico che ora s'imponeva, non
richiedeva tanto un troppo elevato spirito filosofico per essere
avvertita, quanto il fatto stesso dell'esperienza dello studio lin-
guistico: si poteva credere, ancora, nella grammatica generale,
raccomandarne l'utilità (e come si potesse fare anco per ispirito
d' imitazione e per servilismo verso la moda corrente, non oc-
corre dire); ma, già, anche a tacer d'altro, con la grammatica
generale eravamo già fuori del campo de' bisogni pratici : la
grammatica generale è come un'estetica logica della lingua,
quindi filosofia, e noi sappiamo che la scienza non è espediente
didattico, mentre il motivo principale dell'interesse linguistico
era ora in Italia più pratico che teorico. L'assoluta inefficacia
inoltre della grammatica logica a dirigere l'apprendimento della
lingua e l'esercizio dello scrivere doveva essere tanto più forte-
mente sentita, quanto più dilagava il francesismo nella lingua
e nello stile : il ritorno alla vecchia pratica grammaticale e al-
l' osservazione dei lodati scrittori, doveva apparire come una
urgente necessità ; e vi si ritornò infatti con fede rinnovellata e
sotto la bandiera del più rigoroso purismo inalberata dal Bembo
dell'Ottocento, Antonio Cesari, coronato alfiere dall'Accademia
livornese, qual s'era mostrato degno d'essere con la nota Dis-
sertazione del 1809 sopra lo stato presente della lingua ita-
liana^}; e, in ogni modo, con o contro il Cesari, pel Trecento
o pel Cinquecento, per gli scrittori o pel popolo, la pratica do-
veva prevalere sulla teoria astratta ; perfin nella grammatica em-
(') In Opuscoli linguistici e letterari di Antonio Cesari, raccolti,
ordinati e illustra/i ora la prima rolla da Giuseppe Guidetti, Reggio
d'Emilia, Collezione storico-letteraria presso il compilatore, [1907].
Capitolo qui udii r si ino 479
pirica, normativa, tradizionale, presso non gli scapigliati ma i
pedanti, la vecchia fede se non scossa, certo fu illanguidita.
La tradizione puristica, peraltro, non era stata interrotta
nella seconda metà del Settecento, neppur quando più imperversò
la bufera del filosofismo francese. Già prima che il rappresen-
tante più autorevole di esso in Italia, il Cesarotti, fosse stato,
appunto in nome della vecchia grammatica, contraddetto — ri-
cordammo già, tra gli altri, l'ab. Velo — « con uno stile forbito
e piccante », come dicono i suoi editori del 1824, si sforzava
Girolamo Rosasco (1722-1795) « di rivendicare ai Fiorentini il
tanto contrastato primato intorno all'origine ed al governo della
favella », introducendo nei suoi Dialoghi sette della Lingua to-
scana a pontificare il Corticelli su lesecolari questioni, sull'au-
torità dei grammatici, sulla necessità imprescindibile dello studio
della grammatica, di contrastare al nuovo sistema de' letterati
propugnanti l'uso d'un'altra lingua diversa dalla fiorentina, con
tutto il bagaglio de' vecchi argomenti grammaticali e rettorici
in favore della purità, della armonia e dolcezza della pronunzia
fiorentina, dell'elegante stile, e con le vecchissime distinzioni di
discorso impensato e di discorso pensato. « Eh via, la legge
che ne obbliga a studiare la grammatica, è giustissima, e chiun-
que brama riportar gloria dal materiale della scrittura, dovrà o
bere o affogare, siesi chi egli si vuole ». E cita in sostegno il
Salviati, Quintiliano e altri ('). Va notato peraltro che il Rosasco
non solo propugna la necessità di uniformarsi anche all'uso
moderno, ma giudica ancora, sebbene coi soliti argomenti estrin-
seci, che « non dobbiamo per conto alcuno desiderare la per-
fezione delle grammatiche, si perchè non si può questo desiderio
avere, senza desiderare insieme la estinzione della lingua ; sì
perchè quando siamo obbligati a scriver solo secondo le regole
e' precetti dell'arte prescritti, non è mai possibile rendere le
nostre scritture eccellenti »(') : residui, come ognun vede, delle
dottrine estetiche prevalenti nel senso che volevano conciliare
il rigore grammaticale col criterio della libertà individuale : tem-
perato purismo, che, mentre per un lato moveva dall'antica tra-
(') Ed. della Bibl. scelta, Milano, Silvestri, 1824, voi. II, pag. 218
e segg.
(2) Op. cit., pp. 67-8.
480 Storia della Grammatica
dizione grammaticale del classicismo, per l'altro era reso possi-
bile dal non essersi ancora la lingua italiana inoltrata pel de-
clivio della cosiddetta corruzione francesistica.
Quando questa si accentuò maggiormente, era naturale che
l'iniziativa del riparo partisse dalla Crusca custode gelosa del
patrimonio linguistico: e già il ricordato Borsa nel 1785 prote-
stava contro il decadimento della lingua, e nel 1798 da Losanna
un suo Accademico, Federico Haupt, scriveva la Lettera dun
tedesco stili' infranciosamento dello stile, com'è naturale che la
rifioritura linguistica fosse più di vocabolario che di gramma-
tica ; lo stesso lavorìo grammaticale, il più notevole dei primordi
del secolo XIX, s'aggirò, come vedemmo, intorno a quella
parte della grammatica che è più intimamente connessa col vo-
cabolario, i verbi, di cui sorsero parecchi prospetti e teoriche.
E a studi di lingua, ossia di vocabolario, si era volto nel 1806
l'Istituto lombardo, fondato dal Bonaparte nel 1797 e convocato
a Bologna nel 1803, di cui era segretario quel Luigi Muzzi che già
incontrammo quale autore del curioso libro sulle Permutazioni
dell' italiana orazione, e che, dopo essersi divertito e gingillato
intorno a problemi filosofici secondo la moda d'allora pe' quali
non era affatto portato, si immerse talmente negli studi gram-
maticali e lessicali e con si vero spirito di devozione alla Crusca,
che il Monti doveva titolarlo più tardi « il più fatuo pedantuzzo
che mai facesse imbratti d'inchiostro » (l). Partecipò nel 1809
al concorso dell'Accademia livornese con un lavoro Dello siato
e del bisogno di nostra lingua, ma il manoscritto, per ragioni
regolamentari, non fu accettato.
Come sappiamo, di quel concorso il trionfatore fu Antonio
Cesari, odiatore quanto il Giordani, delle dottrine del Cesarotti,
che, se avevano ancora seguaci dal Romani al Nardo, andavano
però perdendo terreno sempre più : quegli stessi che le propu-
gnavano — si avverta inoltre — erano assai più temperati del
maestro e si guardarono meglio di lui dall'esser accusati di gal-
lofilia : verso l' italianità era un desiderio e un moto generale,
cui favoriva la ridesta coscienza nazionale: cesariani e pertica-
riani o mondani, neopuristi della prima maniera (cioè anteriore al
1815) e della seconda, tutti concordavano non solamente nel-
(') In Mazzoni, L'Otl., p. 315.
Capitolo quindicesimo 481
l'avversare i criteri troppo licenziosi de' cesarottiani, ma ne!
volere — auspice la Crusca per la quinta volta rimessosi nel 1813
alla ricompilazione del Vocabolario — che alle sottili fantasti-
cherie sulle ragioni delle lingue si sostituisse il lavoro concreto
e modesto del raccogliere e del vagliare voci e locuzioni del
buon uso e a riprendere l'osservazione grammaticale secondo le
migliori tradizioni del Cinquecento. Il Balbo nel 181 1 scriveva
al Vidua una lettera sulla lingua italiana per muover lamenti
intorno le tante esagerazioni e confusioni pratiche e teoriche del
filosofismo che non giovavano punto alla causa della lingua : e
il Vidua raccomandava nel 1815 a un compatriotta che, an-
dando a Firenze come avevan fatto già l'Alfieri e il Goldoni, e
avrebbe fatto il Manzoni e avrebbero consigliato al Cavour, non
trascurasse di recarsi la mattina in Mercato Vecchio ad ascoltar
il pizzicagnolo e le contadine. E alla Crusca stendeva la mano
l'Istituto lombardo per proseguire concordi all'opera d'amplia-
mento del Vocabolario: né le ripulse dell'Accademia orgogliosa
e gelosa delle sue secolari tradizioni né i risentimenti e le irri-
tazioni, causa di tante guerre anche personali, che esse provo-
carono nel Monti, poterono mai dividere gli animi concordi nella
comune avversione al logicismo, alle metafisicherie di provenienza
franco-cesarottiana, nonostante che, per quanto riguarda i criteri
particolari dell'uso linguistico italiano (pratica, dunque, non
scienza), facilmente potessero incontrarsi col Cesarotti in un
vivo desiderio di libertà, e spesso inconsciamente (come sarà av-
venuto al Leopardi) (' ), non soltanto gli antipuristi come il ce-
sarottiano Torti di Bevagna, ma letterati meno bollenti nella se-
colare battaglia.
N'è prova l'atteggiamento assunto dal capo riconosciuto
de' classicisti, il Giordani, nelle contese tra il Cesari e il Monti
e il Perticari : « richiesto del vero valore di alcune voci tolte
dal greco, rispose [al Monti] e colse quell'occasione per lodare
l'opera e il suocero e il genero, ma anche per addimostrare al-
cune sviste di essi due correttori degli altri, e per augurare che
gli avversari si riconoscessero invece compagni, come quelli che
insomma avevan un fine medesimo e uno stesso desiderio » (').
(') Cfr. F. Colagrosso, La teoria leopardiana della lingua, Na-
poli, 1905 (Estr. d. Rend. Accad. Arch. Lett. e B. A. in Napoli, XIX),
P- 55 sgg.
(2) Mazzoni, op. cit.. p. 315.
C. Trabalza. 31
482 Storia della Grammatica
Pure, il Giordani è appunto uno di quei puristi che racco-
mandavano ai giovanetti il Du Marsais e il Beauzée. « I volumi
della Enciclopedia Metodica ne' quali è trattata la grammatica
e l' eloquenza ti possono essere utili. Gli articoli rettorici di
Marmontel non mi paiono più che mediocri ; quelli di Jancourt
assai meno che mediocri. Ma bellissimi i grammatici di Du
Marsais, e di La-Beauzée. E il conoscere e adoperare filosofi-
camente la lingua è gran virtù di eccellente scrittore. E pron-
tamente si applica alla nostra quel che è notato della francese »(1).
Ma che cosa significa adoperare filosoficamente mia lingua ?
specie quando la si consideri, come fa il Giordani, cosa diversa
dallo stile? Interrompi, consiglia, con la lettura di quegli arti-
coli, « lo studio che devi far della lingua, e preparati a quello
che poi farai dello stile. Perchè io giudico che quello della
lingua debba precedere. Non si dee prima sapere qual sia la
materia de' colori ; poi imparare ad impastarli e mescolarli ;
poi esercitarsi a collocarli, e accordarli ? » (io). « Tutto lo scrivere
sta nella lingua e nello stile; due cose diversissime egualmente
necessarie.... I vocaboli e le frasi sono i colori di questa pittura;
lo stile è il colorito. — Ora persuaditi, caro Eugenio, che l'ac-
quisto de' colori sia fatica della memoria : l'uso del colorito sia
esercizio d'ingegno, disciplina di buoni esempi, di pochi pre-
cetti, di moltissima osservazione, di molta pratica » (p. 152).
« Ho letto molti antichi e moderni che vollero esser maestri :
ho perduto tempo e acquistato noia, senza profitto. Veri maestri
ho trovato gli esempi de' grandi scrittori » (p. 153). Tra i mo-
derni consiglia, tuttavia « il breve trattato del Condillac, Art
d'écrire. Di tutto quel libro abbastanza buono, m' è rimasto in
mente questo solo principio, molto raccomandato da lui = de
la plus grande liaison des idées .... Vero è che quel legame
delle idee non deve esser sempre logico ; ma secondo la materia
che si tratta, dev'esser pittorico o affettuoso; di che i moderni
intendon pochissimo : gli antichi vi furono meravigliosi » (pa-
gine 153-4). In questo guazzabuglio di vedute, d'idee e di prin-
cipi, c'è tutto, meno lo spirito filosofico : dal che si vede quanto
(') A un giovane italiano - Istruzione per l'arte di scrivere (XV
Agosto MDCCCXX), in Scritti di Pietro Giordani, ed. Chiarini, in
Firenze, 1890, p. 154.
Capitolo quindicesimo 483
poco fosse compresa e con quanto poca convinzione raccoman-
data la grammatica generale del Du Marsais e del Beauzée. Il
nume che agitava interiormente il Giordani e i degni suoi com-
pagni d'arme non era la filosofia, ma lo spirito italiano che si
rinnovava, rinnovamento che alla coscienza di molti si presen-
tava come un problema di lingua : donde il calore con cui si
davano a questi studi. Il Giordani, mosso dall'invito dell' Acca-
demia italiana, « non per rispondere » ad essa, per ciò che
« questa materia non sia d'ozio letterario .... ma importi non
poco all'onore d'Italia », si dà ad abbozzare una Storia dello
spirito pubblico d' Italia per 600 considerato nelle vicende della
lingua (1811) (') e alcuni anni più tardi (1825), discorrendo in
una lunga lettera al Capponi di una raccolta in trenta volumi
che intendeva fare delle migliori e men note prose della nostra
letteratura, allargando e colorendo le linee di quel primitivo ab-
bozzo, esprimeva l'opinione che l'ordine escogitato lo menerebbe
« quasi per una storia della nazione e della lingua » ("), e che
dalla somma dei particolari discorsi introduttivi ne sarebbe de-
rivato « quasi un ritratto filosofico delle menti italiane per quat-
tro secoli ». « Perciocché io considerando la lingua come uno
specchio, nel quale cadano tutti i concetti da tutti i pensanti
della nazione, e dal quale nella mente di ciascuno si riflettano
i pensieri di tutti ; volli con diligenza di storico e sagacità di
filosofo esaminare il vario corso del pensare italiano per le ve-
stigia che di mano in mano lasciò impresse nel variare delle
lingua; della quale i vocaboli e le frasi, o nuovamente intro-
dotte, o dall'antico mutate, fanno certissimo testimonio (a chi '1
sa interrogare) d'ogni mutamento nella vita intellettiva del po-
polo » (p. 181). Così il Giordani si riallaccia al Napione.
Tra il Napione e il Giordani spicca anche per questo ri-
guardo il Foscolo, (3) che nella celebre orazione, recitata a Pavia
(') Opere, t. IX: « Scritti editi e postumi pubbl. da Antonio Gus-
salli », Milano, 1856, voi. II, pp. 405-10.
f;) Scritti, ed. Chiarini, già cit., p. 179.
(3) Per l'eccellente posizione che occupa il Foscolo nella storia
della critica, oltre che le note pagine del De Sanctis, vedi Croce,
Per la storia della critica ecc., già cit., p. 9 e 27, Trabalza, Studi
sul Boccaccio cit., p. 79 sgg. e 108 sgg., e Borgese, Storia della
critica romantica cit. (p. 184 sgg.), libro — è superfluo avvertirlo —
484 Storia della Grammatica
nel 1809 per l'inaugurazione degli studi, Dell' origine e dell'uf-
ficio della letteratura e nelle Lezioni di eloquenza che le tennero
dietro, e particolarmente in quella del 3 febbraio 1809 su la
Lingua italiana considerata storicamente e letterariamente , (l) e
ne' sei Discorsi sulla lingua (") italiana parlava della nostra lingua
coi medesimi spiriti e intendimenti d'italianità, in modo vera-
mente vivace. « Nella sua Prolusione », ripeteremo col De San-
ctis, « tenta una storia della parola sulle orme del Vico, censu-
rata da parecchi in questo o quel particolare, ma da' più am-
mirata, come nuova e profonda speculazione. Il suo valore, anzi
che nelle sue idee, è nel suo spirito, perchè non è infine che
una calda requisitoria contro quella letteratura arcadica e acca-
demica, combattuta da tutte le parti e resistente ancora, contro
quella prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona
e che non crea » (3). « Nessuno ha considerato, » scriveva il Fo-
scolo, « filosoficamente le origini, le epoche e la formazione di
essa [lingua italiana], affine di conoscere per via d'analogia i
principi, i progressi oscurissimi delle formazioni e trasformazioni
di tante altre lingue » (4). « La storia d'una lingua, » ecco il suo
preciso punto di vista — « non può tracciarsi se non nella storia
letteraria della nazione ; né la storia può somministrare fatti
certi e fondamentali a trovare in materie intricatissime il vero,
se non per mezzo di epoche distinte, in guisa che le cause non
diventino effetti, e gli effetti non sieno pigliati per cause »(').
che dev'esser tenuto sempre presente per tutto questo periodo, perchè,
se le idee sulla lingua de' vari critici che vi sono criticati poca luce
diffondono sulle loro teorie poetiche, utilissimo è invece conoscere la
portata critica di esse per chi fa la storia della lingua.
(') In Opere edite e postume di Ugo Foscolo, Firenze, Le Mon-
nier, 1850, voi. II.
(0 Ed. cit., voi. IV.
(3) In Trabalza, op. cit., p. 80.
(') Voi. IV cit., pag. 109.
(5) Voi. cit., pag. 112. — È evidente l'affinità tra il metodo del
Foscolo e quello del Napione; ma com'è più profonda la visione del Fo-
scolo, così essa in certo senso precorre ancor meglio il principio moderno
onde si vorrebbe indagata la storia della cultura nella lingua, special-
mente in quanto si serve del metodo monografico per periodi di af-
finità spirituali. Notevolissima sotto questo rispetto è una pagina della
Lez. II di Eoa. (è la 82 del voi. II) dove illustra il principio: La let-
teratura è annessa alla lingua.
Capitolo quindicesimo 485
Nel fatto, il Foscolo intravvede così in confuso l'identità di
lingua e pensiero, e nell'evoluzione linguistica uno svolgimento
spirituale, mostra cioè una vaga coscienza del problema lingui-
stico, e il suo sforzo di risolverlo, anche se non felice, è già
un progresso. Particolarmente notevoli, anche per la ragione
pedagogica, in cui però, come sappiamo, ben si riflette la scienza
teorica, son le pagine che scrive sulla dottrina dantesca del
Volgare illustre. Ne riferiamo volentieri un brano che ci tocca
davvicino. « Su ciò che Dante previde con occhio sicuro egli
fondava pochi principi generali intorno alla legislazione gram-
maticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura della
lingua, onde operarono sempre e quando vennero applicati da
parecchi scrittori, e quando vennero trascurati da altri, o negati
ostinatamente da molti ; ed operarono fin anche negli scritti di
chi li negava ed oggimai l'esperienza ha convinto la più gran
parte degl'Italiani, che la loro lingua letteraria non può pro-
sperare senza l'applicazione dei principj di Dante»: principi
metafisici, dice il Foscolo, « annunziati in tempi ne' quali la filo-
sofia, l'arte dialettica, e la teologia erano tutt' uno », e tali da
intricarsi a vicenda, e perciò un po' oscuri forse allo stesso
Dante. Al qual punto il pensiero del Foscolo corre al « Locke
che facilitò lo studio delle analisi delle idee, e quindi della na-
tura delle lingue, e al Condillac che illustrò questa difficilissima
parte della metafisica » (l).
Ma il fine supremo di tali studi era per tutti questi spiriti
italiani « raggiungere le nazioni che appresso a noi surte ci sor-
passarono » ('), e poiché il mezzo non sembrava potesse esser la
(') Voi. cit., pp. 188-190.
(*) Giordani, Scritti. cit., ed. Chiarini, p. 182. Si richiamino a tal
proposito — e si tengano presenti in questo capitolo anche peraltro — ■
le relazioni d'amicizia personale che corsero tra maggiori e minori
rappresentanti di questo movimento d'italianità che s'agitava nelle
questioni linguistiche. V. specialmente G. Guidetti, La questione
linguistica e l'amicizia del padre Antonio Cesari con Vincenzo Monti,
Francesco Villardi ed Alessandro Manzoni narrata con l'aiuto di docu-
menti inediti, Reggio d'Emilia, 1901 ; — dello stesso, Antonio Cesari
giudicato e onorato dagl'italiani e sue re/azioni coi contemporanei con
documenti inediti, Reggio d'Emilia, 1903; e Alfonso Bertoldi, Pietro
Giordani e altri personaggi del tempo in Prose critiche di storia e d'arte,
Firenze, 1900.
486 Storia della Grammatica
filosofia, lo studio cioè dei problemi della natura del linguaggio,
ma lo studio pratico della lingua che non si doveva lasciare
adulterare, da più parti, non i soli fiorentini, ma tutti gl'italiani
si diedero e intesero con viva fede e non tenue sentimento d'ita-
lianità all'opera di restaurazione, che un diffuso lavorìo, specie
nell'Italia centrale e particolarmente nell'Emilia, nelle Romagne,
nelle Marche, nell'Umbria, a Roma, di traduzioni dai classici
latini e greci, condotto con superficiale ma sincero sentimento
e gusto di bellezza formale, favorì grandemente.
Il mondano, e avversario della Crusca, Lamberti nel 1809
pubblicava con aggiunte e correzioni Le Osservazioni del Ci-
nonio, rimanendo però a metà in causa della sua morte. Nel 1813
riusciva alla luce la vecchia raccolta del Pistoiesi, Prospetto dei
verbi toscani tanto regolari che irregolari (l) e il Casarotti, tor-
nava a discorrere Sopra la natura e l'uso dei dittonghi italiani
— trattato — ("). Nel 14 il Mastrofini pubblicava Teoria e prospetto
ossia Dizionario critico de verbi italiani coniugati specialmente
degli anomali e mal noti nelle cadenze (:i). E un compilatore
nel 1820, in Milano, riassumeva tutto questo lavorìo intorno ai
verbi : Teorica dei Verbi italiani cotnpilata sulle opere del Ci-
nonio, del Pistoiesi, del Mastrofini e di altri, e cinque anni dopo
a una compilazione ancor più ricca attendeva il Roster.
Questo gruppo di lavori — com'è facile avvertire — si ran-
noda a quella tradizione grammaticale che appunto col Cinonio
iniziava nella prima metà del Secento la trattazione di categorie
particolari della grammatica giunta allora al suo completo sviluppo
nel suo schema generale per opera del Buonmattei ; ma non è
certamente estraneo a quell'esigenze di osservazione diretta sul
materiale della lingua a cui si sforzava di soddisfare il purismo
che appunto in quegli anni si affermava solennemente con la vit-
toria del Cesari. Il punto di vista è infatti ancora il retorico,
come precettivo è l'intendimento, anche se uno di quei quattro
autori, il Casarotti, si abbella nella sua esposizione del culto
professato alla dottrina del Vico che cita in più luoghi ('): mentre,
(') Pisa, Capurro, nuova ed. riv. e corr. — La prima ed. aveva
visto la luce a Roma, nel 1761.
(s) Padova, nel Seminario.
(*) Roma, De Romanis.
(4) Anche l'ab. Greco, il grammatico consigliere del Puoti, aveva
Capitolo quindicesimo 487
d'altra parte, non è identificabile con quello delle grammatiche
ragionate, anche se un altro, il Mastrofini, segue l'autorità del
Varano, di Ossian, del Cesarotti. I tempi non potevano non eser-
citar la loro influenza : il Vico ormai cominciava a non esser più
una sfinge, e ciascuno degli altri scrittori godeva il favor po-
polare. Vedasi come il Casarotti, che indubbiamente non va con-
fuso coi grammatici di bassa lega, citi il Vico. Egli, mosso alla
sua trattazione dalla necessità di sistemare una notevole serie
di fatti, che inosservati danno luogo a molti inconvenienti, con-
stata che « i dittonghi mobili non sono il centesimo permalosi
dei fermi, e senza sdegno stanno in bando da parecchie voci,
alle quali avrebbero diritto di entrare. Priemo, truovo, pruova,
ed altre già l'hanno quasi dimenticato. In questa parte verificasi
la sentenza del profondissimo e oscurissimo Vico (Pr. di Se. N.
Della Sapienza Poetica lib. II, Corollarj d'intorno alle origini
della locuzione ecc.), che i Dittonghi ne' principj delle lingue
sono in assai più numero, e che a poco a poco si scemano » (').
E sul Vico stesso si appoggia per mostrare l'obbligo degli Ita-
liani a non bandirli « nella lingua che riceve da essi pienezza e
varietà di suono, due qualità carissime all'armonia, ed al canto.
Di fatti i Dittongi, se hanno valore i pensamenti del citato filo-
sofo napoletano, del primo canto de popoli faìino gran pruova»:
e specialmente non dovrebbero bandirli i poeti, poiché « l'espres-
sione poetica è tanto vaga d'indipendenza da ogni fastidiosaggine
grammaticale, che talvolta per lo disprezzo di certe rigide leggi
acquista forza e bellezza. E la poesia, come colui disse della
Pittura, divien grande coli 'industrioso maneggio delle cose mi-
nime. Una consonante, una vocale, un Dittongo, un accento,
letto, se non compreso, il Vico. N. Caraffa (op. cit., p. 32) fa de-
rivare il Greco dal Vico e lascia credere che un'infusione di spirito
vichiano il Greco comunicasse al Puoti stesso.
(') Pp. 19-20, dove anche osserva : « Tanto è rispetto a noi della
Lingua Latina, che abbondantissima nella scrittura di sillabe bifocali,
come Terenziano Mauro chiamò i dittongi, rarissimi ne conserva nella
pronunzia. E tanto è della Lingua Francese, che compendia in una
sola vocale molti Dittongi, de' quali sul labbro degli antichi Francesi
si sarà probabilmente lasciato sentire il duplice suono. Sul labbro ita-
liano poi questo duplice suono si fa sentir sempre: e in ciò siamo più
ragionevoli de' Francesi, in quanto l' Italiana scrittura, si ritengano o
si sbandiscano i Dittongi, rimane sempre d'accordo colla pronunzia ».
488 Storia della Grammatica
tutto essa fa servire a' suoi sublimi disegni » (p. 21). Così la
filologia filosofica del Vico diventa nel Casarotti rettorica gram-
maticale, ma assai migliore di quell'altra della tradizione.
Nella parte storica e empirica il libro del Casarotti non
manca di utilità. Passa in rassegna le esposizioni precedenti del
Mazzoni che nega alla lingua italiana il vero e proprio dittongo,
del Salviati che ne ammise 49, del Buonmattei che ne giusti-
ficò tanti quanti sono i gruppi di due vocali. Si ride del Gigli
che rimanda al Mazzoni chi vuol aver cognizione piena dei nostri
dittonghi, avendo il Mazzoni non scritto un trattato, ma un sem-
plice discorso, e non sui soli dittonghi italiani, ma sui dittonghi
in genere: rettifica non del tutto giusta, come s'è visto. Vero
trattatista è certo egli il Casarotti, che dà del dittongo questa
definizione : « la comprensione di due vocali diverse in una sillaba
sola e indissolubile, di suono misto, come sarebbe au. eu, io,
le (aura, euro, piovere, ciel) ('). Critica gli strafalcioni dei ri-
mari (Folchi, Fioretti, Ruscelli, Baruffaldi) non escluso quello
del Rosasco, e, naturalmente, discorre a lungo di metrica, con
molte esemplificazioni, essendo compilato il suo trattato prin-
cipalmente in servizio della poesia. Riassume la storia di tutti i
capricci ortografici, dichiarandosi contro l'uso della dieresi.
Il Pistoiesi aveva creduto colmare una lacuna dei gramma-
tici che diedero sui verbi ammaestramenti e prospetti troppo
scarsi ai bisogni. E ora se ne ristampava l'opera per il bisogno
che se ne sentiva. Delle voci verbali vi si fanno quattro classi
— classificazione che è un'altra prova del carattere empirico e
retorico del trattato: — 1. buone e corrette (regolari); 2. an-
tiche ; 3. poetiche ; 4. idiotismi e errori. Si rimprovera il Buon-
mattei di non aver avvertito che di contro al leggemmo si scrisse
l'errato lessamo. Si registra per es. il savamo (= eravamo) che
incontrammo nella grammatica vaticana ricordata, ma, a sua
volta, dimentica il tro e il tretti da trarre, che quella gramma-
tica diligentemente raccoglie. Per questa parte storica special-
mente il libro del Pistoiesi conserva qualche interesse. Lo stesso
(') Ricorda qui le 12 definizioni dei dittonghi date dal Riccioli
in De recia diphthongorum promintiationc. — Dice che nel Giornale
di Padova si affermò che il p. Evangeli avesse scritto un trattato sui
dittonghi italiani, ma egli dubita dell'asserzione. Non deriva dal latino
questa definizione del dittongo.
Capitolo quindicesimo 489
dicasi di quello del Mastrolilli, che, peraltro, adopera un metodo
assai diverso di trattazione sia nella parte introduttiva, dove
porge, come meglio poteva, delle nozioni archeologiche sulle
trasforma/ioni latine, sia nella sistematica, dove registra di ogni
singolo verbo tutte le voci, confinando nelle note gli usi antichi
e dialettali, costruendo così una gran mole in due grossi volumi
di quattrocento pagine l'uno.
Un'altra miniera di tutte le forme storiche del nome e del
verbo sono le Osservazioni grammaticali di Giacomo Roster (l).
Il quale, più che a trattar sistematicamente la grammatica, intende
soprattutto a radunare intorno a ogni persona, come a ogni
nome, tutte le varianti che gli scrittori adoperarono, dando così
un utile vocabolario metodico delle declinazioni e delle coniu-
gazioni nel loro uso storico.
Qualche decennio più tardi, su questo argomento avemmo
un lavoro assai migliore e di una maggior portata, che è quasi
anello di congiunzione tra i precedenti prospetti più o meno
empirici e i più recenti trattati di analisi rigorosamente filolo-
gica : la Analisi critica dei verbi italiani investigati nella loro
primitiva orìgine dal prof . l 'incenzo Nannucci (1844), a cui seguì
nel 1853 il Saggiò del prospetto generale di tutti i verbi anomali
e diffettivi, sì semplici che composti, e di tutte le varie confi-
gurazioni, dall'origine della li?igua in poi. Derivata da' mede-
simi principi e condotta con l' istesso metodo è la Teoria de'
nomi della lingua italiana (1858), che, come X Analisi, si rac-
comanda sia adoperata con cautela. Al Nannucci dobbiamo an-
(') Osservazioni grammaticali intorno alla lingua italiana compi-
late da Giacomo Roster professore delle lingue italiana, tedesca ed
mg le se ecc. in Firenze, mediante le quali si procura di fissar le regole
sinora incerte e vacillanti, fondate sull'uso generale de' classici antichi
e moderni, e col parer de' primi letterati d'Italia: opera necessaria
per intendere gli scrittori antichi e moderni, e per parlare e scrivere
correttametite. Dedicata alla eulta nazione italiana. Firenze, nella
stamperia Ronchi e C, MDCCCXXVI, (160 gr. di pp. vm-328). Dopo
un Ristretto di termini grammaticali (1-5) e un Ristretto delle decli-
nazioni '6-9) tratta a lungo (10-64; della Dee lina zio?ie, ossia delle varie
terminazioni di nomi sost. e agg. Nella p. II 165-313) dà le Regole
per le formazioni di modi, tempi e persone delle tre coniug. de' verbi
reg. e irr. Seguono alcune pagine di note. (Il raro libro mi fu fatto
conoscere dal prof. Teza, che ne possiede un esemplare).
490 Storia della Grammatica
cora Voci e locuzioni italiane derivate dalla lingua provenzale
(1840). Son tutte parti codeste & uri opera vasta alla quale s'era
dato l'esimio filologo e in cui si proponeva di ricercare minuta-
mente « la natura, l'indole e la storia della nostra lingua, segui-
tandola secolo per secolo ne' suoi movimenti e nelle sue tra-
sformazioni, ed investigando la ragione de' costrutti e delle
forme grammaticali (Ai lettori) »: un miscuglio, come ben s'in-
tende, d'empirismo, di storia e di filosofia del linguaggio in cui
sarebbero state riassunte e conciliate le tre tendenze degli studi
linguistici prevalenti al suo tempo. Fu bene che il Nannucci si
limitasse alla parte storica usando, come le forze gli permette-
vano, discretamente, del metodo comparativo ignoto ai suoi pre-
decessori specialisti : ne uscirono giustificate nella loro origine
e nella loro analogia con le neolatine, voci e frasi ritenute errori
e idiotismi dagli altri ; altre furono ridotte alla loro vera lezione.
Quelle che per altri erano minutezze, cioè tutte le uscite varie
di una stessa voce, egli raccolse e sistemò, svolgendo la sua trat-
tazione, se non con metodo, con ordine, chiarezza, cioè tempo
per tempo, persona per persona. Faccio la riserva sul metodo,
appunto perchè qui è il lato debole, filologicamente parlando,
dell'opera del Nannucci: la sua è una classificazione empirica,
storica nel senso che parte dalle forme più antiche per giungere
alle moderne : non è, e non poteva ancora essere a base fonetica,
come oggi si esigerebbe. Se non che anche in questo rispetto
supera i precedenti trattatisti, de' quali egli stesso vorrebbe eccet-
tuato il Mastrofini, se « oltre all'aver egli lasciato addietro tutte
le anomalie più riposte, che sono sparse per entro agli scritti
de' nostri vecchi, anche nelle più ovvie da lui riprodotte », non
avesse per lo più errata la vera origine (p. 425).
L'opera del Nannucci, come anche risulta da un utilissimo
indice, è ricca di osservazioni grammaticali spicciole che servono
a lumeggiare la posizione sua di grammatico diligente e osser-
vatore, raccoglitore di prima mano de' fatti grammaticali, che
sa ordinare nella loro serie storica, non nella loro genesi ed
evoluzione interiore, intese — è superfluo dirlo — nel loro signi-
ficato fittizio. È insomma, per l'Italia, a prescindere dai nostri
filologi migliori del Cinquecento, l'anello di congiunzione tra la
pura precettistica e l' indagine storica.
Un contenuto grammaticale hanno egualmente, chi più chi
meno, tutti i nostri retori ed eruditi e lessicografi — filologi nel
Capitolo quindicesimo 491
senso ristretto che a questa parola dal Diez in poi viene an-
nesso, non li potremo chiamare — della prima metà del sec. XIX,
dell'indirizzo puristico-classico dal Cesari al Fornaciari. Di essi,
quando non furono anche produttori di grammatiche vere e
proprie, onde particolarmente vogliamo desumere i caratteri della
grammatica di questo periodo, basterà che noi ricordiamo poco
più che i nomi per complemento di disegno, rientrando essi in
quanto tali — alcuni furono grandissimi poeti come il Foscolo, il
Monti, il Leopardi — più direttamente nella storia dell'erudi-
zione linguistica o della rettorica o della coltura o della critica
letteraria o della cosiddetta questione della lingua, secondo i sin-
goli casi. Nel loro complesso, per quanto ha rapporto diretto con la
grammatica, essi seguono e costituiscono il medesimo moto onde
derivarono le varie grammatiche che esamineremo con quella
brevità che l'interesse ormai scarso della materia e la qualità
possono consentire in una storia come la presente.
Di quei tre grandissimi, benché non siano stati, stretta-
tamente parlando, né grammatici né critici del concetto di gram-
matica e neppure rinnovatori, saremmo tentati a far qui un
meno breve cenno di quel che s'è fatto, avendo essi dato allo
studio della lingua una parte non piccola della loro attività, se,
considerando, a tacer d'altro, che le loro particolari vedute non
sono in sostanza se non antecedenti della dottrina manzoniana
sulla lingua, che è poi la dottrina linguistica del romanticismo,
di questa non dovessimo trattenerci più lungamente e per il
nuovo indirizzo grammaticale che ne derivò e per la connessione
che ha particolarmente con la critica della grammatica generale,
che a noi sopratutto interessa. Ma del Leopardi mi giova met-
tere in rilievo un curioso pensiero circa i rapporti tra gramma-
tica e lingua, che si può riassumere così : la varietà, ricchezza,
onnipotenza d'una lingua sono in ragione inversa del do-
minio regolatore della grammatica, e che egli illustra con gli
esempi della lingua greca che ebbe « inesauribile ricchezza e
assoluta potenza » avanti il sorgere della sua grammatica, della
latina che, per antica, avendo avuto avanti la grammatica greca,
studiata per principi e nelle scuole, « riuscì meno libera e meno
varia d'ogni altra », dell'italiana che, « scritta primieramente da
tanti che nulla sapevano dell'analisi del linguaggio (poco o nulla
studiando altra lingua e grammatica, come sarebbe stata la la-
tina), venne, per lingua moderna, similissima di ricchezza e di
492 Storia della Grammatica
onnipotenza alla greca », della tedesca, che, avendo grammatica
e non forse rispettandola e non avendo vocabolario ricono-
sciuto per autorevole, è nelle migliori condizione per pervenire
«alla ricchezza, potenza, libertà »('). Giudizio quant'altro mai
ostile alla grammatica, ma il più servile verso la sua immagi-
naria strapotenza.
Su di un altro grande italiano, invece, che citeremo tra
poco, Nicolò Tommaseo, linguista di professione, non possiamo
non fermarci un po' più, il che faremo con la scorta del Bor-
gese, il quale ci sembra averlo caratterizzato con mirabile pre-
cisione. «Il Cesari del romanticismo», lo chiama il Borgese(2),
« e del Cesari non fu così spietato censore come molti non ro-
mantici ». Ebbe quel che al Cesari mancò per divenire scrittore
più che comune, la fede nel grande principio della rivoluzione
letteraria. Di singolare nelle teoriche sulla lingua del Tomma-
seo, è l'analogia con le opinioni letterarie che si professavano
ornai da una ventina d'anni. « Egli stimava doversi i significati
delle parole distinguere secondo l'uso più generale e ragione-
vole, proprio come gli evangelisti del romanticismo volevano
ligie le lettere alle passioni e ai desideri del tempo, perchè fos-
sero secondo ragione e morale ». Nel linguaggio vedeva tre pregi
essenziali di bellezza: l'etimologia più prossima e d'evidenza
irrecusabile, l'analogia filosofica e la grammaticale, l'armonia
musicale e l'onomatopeica : pregi che meglio d'ogni altro idioma
riteneva possedere il toscano. Non rinnovò i concetti fondamen-
tali della linguistica ; applicò come il Berchet e il Manzoni in
modo nuovo principi vecchi, e sostenne l'imitazione del vero e
l'uso di parole intelligibili al popolo. Ed ecco l'intento morale
della riforma. « Giova osservare », scriveva, «che la straordina-
rietà del linguaggio, la quale dà talvolta allo stile una cert'aria
di dignità, è pregio tutto posticcio che non compensa il difetto
di pregi più intrinseci. Molti si credono d'essere scrittori non
comuni, allorché rivolgono un'idea comune in abito straordi-
nario, ma converrebbe, in quella vece, sotto forme comuni, ren-
(;) Pensieri di varia filosofia e dì bella letteratura, Firenze, 1S99,
voi. IV, pp. 323-4. Del resto sul Leopardi filologo, v. i noti lavori
recentemente condotti sullo Zibaldone, il voi. del Rorgese, specialm.
pp. 69-70, e il citato studio del Colagrosso.
(*) Op. cit., p. 146 sgg.
Capitolo quindicesimo 493
dere accessibile e, quasi dirti, perdonabile la straordinarietà
dell'idea »('). Nella pratica «pesava con scrupolo da farmacista
parole e sillabe e della grammatica fu cavalier senza macchia »(2).
Il numero maggiore degli eruditi e letterati che si occuparono
in questo tempo di lingua è dato dai vocabolaristi in genere: ac-
cademici della Crusca, dell' Istituto lombardo, Cesari, Galiani,
Tommaseo, compresi i compilatori di dizionari di sinonimi (Grassi,
Tommaseo), metodici (Carena) e dialettali, e in particolare,
dagli avversari più o meno accaniti della Crusca (Monti, Perti-
cari, Compagnoni) coi loro rispettivi contradittori nelle polemiche
che seguirono alla Proposta (:ì ) del Monti (Biamonti, Galvani (4),
Niccolini, Tommaseo), e ancor più particolarmente dagli anno-
tatori e correttori della Crusca (Parenti) ( ). Astrazion fatta dal-
l'utilità pratica di queste raccolte di voci e locuzioni, sono ormai
ben noti il nocciolo, le vicende e l'importanza della questione
agitatasi con tanto fervore e accanimento : sostenitori e avver-
sari della Crusca, nel propugnare secondo il loro partito un uso
più o meno esteso nel tempo e nello spazio, quale si fosse il loro
ideale d'un'italianità più o meno pura di pensiero, di sentimento
e di lingua (entrano naturalmente nelle questioni sentimentalismi
patriottici più o meno caldi e sinceri), movevano dalla ormai
stravecchia concezione meccanica del linguaggio abbuiata ancora
non poco dalla ignoranza dell'origine dell'italiano, o meglio, de'
11) In Borgese, op. cit., p. 148.
(2) Borgese, op. cit., ib. — Tra i molti scritti del Tommaseo che
in qualche modo si riferiscono al nostro argomento, merita d'essere
ricordato qui particolarmente V Aiuto air unità della lingua — saggio
di ìuodi con formi all'uso vivo italiano che corrispondono ad altri d'uso
meno comune e meno legittimo — Proposte — , Firenze, Le Monnier, 1874.
(3) Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Voc. d. Cr., Mi-
lano, R. Stamperia, 1817-26 Cvi collaboravano segnatamente il Perti-
cari, il Gherardini, il Grassi, il Peyron ecc.). — Devesi ricordare qui
il Capitolo CHI di un'Opera cominciata a scrivere dall' autore prima
della Proposta del cav. Monti e da non pubblicarsi se non l'anno cin-
quantesimo del sec. XIX (Estr. d. Quad. XV del Nuovo ricoglitore con
un'aggiunta, Milano, 1826) del Compagnoni, che pretese, come il conte
Fr. Amalteo di Oderzo {Stilla libertà concessa alla locuzione italiana
degli Accademici della Crusca) di aver precorso il Monti.
(") Il Galvani, tra tutti costoro, si distingue per i suoi notevoli
contributi alla storia della letteratura occitanica.
(s) Ricordiamo qui particolarmente di lui il discorso Del sover-
chio rigor de' grammatici.
494 Storia della Grammatica
vari dialetti italiani ; e si tormentavano tutti egualmente intorno
a un problema antifìlosofico. Lo stesso dicasi dell'altra categoria,
non meno numerosa, dei panegiristi della lingua italiana e cal-
deggiatori del ritorno all'antica purezza e semplicità trecentesca,
trattatisti in genere dell'origine e delle doti dell'elocuzione, dis-
sertatori di combattimento o no, tutti quali con più quali con
meno di destrezza armeggiami pel feticcio col vecchio bagaglio
d'argomenti formali: il Cesari, alla testa, Amadi, Amicarelli,
Bressan, Mazzoni, Biondelli, Betti, Ranalli, Paravia, Fornaciari('),
Montanari, Mestica, Costa, Pagliese, Farini, Colombo, Marchetti,
Parenti, Giordani, a tacer del Puoti e della sua scuola. Una
terza schiera, infine, è costituita da molti di questi stessi, metto
in prima linea il Colombo, e altri moltissimi — tra questi ricor-
deremo honoris causa il Leopardi e il Foscolo — che o cura-
rono l'edizione de' testi antichi o li annotarono o fecero l'una
cosa e l'altra. L'opera di costoro ha un carattere più specifica-
tamente linguistico-retorico ; ma, oltre che qui non se ne potrebbe
molto agevolmente tener conto, poiché sarebbe da ridurre a
corpo sistematico, in fondo la ritroveremo nelle singole gramma-
tiche che accompagnarono questa produzione esegetica, di cui
a priori s'intendono i valori e i caratteri, sol che siano annun-
ziati i nomi dei produttori (2).
Ma qui dobbiamo fermarci per registrare un fatto di qualche
importanza.
Pensando a questa schiera di puristi e di retori, general-
mente ce li figuriamo anzitutto grandi credenti nella gramma-
tica, come nell'ultima panacea di sicura efficacia per il retto eser-
cizio dello scrivere e del parlare, del comporre e dell'intendere
(') Un più recente correttore della Crusca fu Alfonso Cerquetti,
il cui nome è mescolato in nuove e non meno vivaci polemiche. Pub-
blicò parecchi volumi di «Correzioni e giunte al vocabolario degli Ac-
cademici della Crusca», il primo de' quali vide la luce in Forlì, 1869.
— Sul Cerquetti, Trabalza, A. Cerouellt in Studi e profili cit., p. 260
e seguenti.
(■) Ricorderò qui, come segno del fervore puristico specialmente
contro le insidie del dialetto, quella Tavola e correzione d'un migliaio
d'errori di grammatica e di lingua ecc., per Michele Ponza, sac,
Torino. 1843, dove il Manzoni spigolò esempi per la sua tesi dell'u-
nità linguistica (voi. IV delle Opere inedite o rare cit. più innanzi,
pag. 1901.
Capitolo quindicesimo 495
gli scrittori. A mostrar l' inesattezza di tale opinione, senza che io
mi stenda in soverchie parole, riferirò qui proprio un brano della
dissertazione del Cesari, la cui testimonianza tronca la testa al
toro. Dopo aver indicato — il che fa in modo che tutti possiamo
accettare — come s'abbiano a legger gli scrittori, dice che « nel
principio, la Grammatica è necessaria per li nomi e coniugazioni
de' verbi, e per parecchi de' più notabili usi de' verbi singolari.
Io credo che i fanciulli non siano da stancare con molte re-
gole ('): al maestro sta venirle toccando, secondo che negli au-
tori si abbatte a cose che richiegge spiegazione come che sia.
La Grammatica del Corticelli crederei molto ben acconcia per
quell' età ; quantunque assai vi manchi di quelle cose che al
maestro s'appartiene d' aggiungere a luogo a luogo... Ma per
la grammatica e i primi elementi di lingua... io ardirei di mo-
strare un cotal mio trovato, che assai felicemente mi riuscì. Io
credo che grande agevolezza ad apprender la lingua debba por-
tare a' fanciulli l'aiuto d'un'altra lingua, loro già nota, la cosa
parla da sé. ora eglino nessun'altra ne sanno che il proprio dia-
letto. Essi, nel loro dialetto parlando, sanno il valor delle voci
che usano, e le parti dell'orazione, nomi, pronomi, verbi, av-
verbi, eccetera, le usano tutte. Ora io questa loro scienza vorrei
recarla ad essi a profitto ; facendo che tutto il loro studiar nella
lingua fosse un tradurre dal dialetto lor naturale » (2). E nella
pratica dell' insegnamento privato fece fare esercizi di retrover-
sione di novelle da lui tradotte «in volgar veronese »(3) e compilò
un Catalogo d' Alcune voci di dialetto Veronese col corrispon-
dente Toscano a fronte ('). Non era stato il primo a servirsi del
(') « Precetti pochi di qualsivoglia autore», torna a predicare nello
scritto Del metodo d' insegnare lettere latine e italiane, in Opuscoli cit.,
ed. Guidetti, p. 493.
(') Ed. Guidetti, pp. 227-9.
(!)-(4) Guidetti, op. cit., p. 229 », 1. — Il Guidetti, a questo
proposito, riferisce un brano di lettera scrittagli dall'Ascoli, il 29
agosto 1897 : « È anche vero che il Cesari e \\ Manzoni ebbero in
qualche modo lo stesso pensiero, sostenendo entrambi che l'Italia
doveva attingere o riattingere l'unità del proprio linguaggio dalla
Toscana o meglio da Firenze, e n'è venuto assai naturalmente che
in entrambi sorgesse il desiderio di raccolte lessicali o di frasarj, dove
ai modi di ciascun dialetto si contrapponessero gli equavalenti della
pura e schietta fiorentinità ».
496 Storia della Grammatica
dialetto per apprendimento e l'insegnamento della lingua, come
sappiamo ; ma possiamo ben figurarci di quale e quanta efficacia
riuscissero e la dichiarazione di scarsa fede nella grammatica
per sé stessa e il consiglio di ricorrere al dialetto per appren-
derne naturalmente con gli schemi le parti dell'orazione italiana,
esposti come si trovavano in una Dissertazione che, e per il nome
dell'Autore e per il premio ond'era stata coronata, si divulgò ed
ebbe grandissima presa in ItaliaC). Infatti, a prescindere dalla ricca
serie di vocabolari dialettali (anche il Puoti, oltre quello àé\ fran-
cesismi, 1843, ne fece compilar uno domestico napoletano-italiano ,
1841), che non è nostro compito illustrare (''), da questo impulso
del Cesari, indubitatamente, oltre che dalle cause generali che sul
Cesari stesso agirono, derivarono in ogni parte d'Italia gram-
matiche italiano-dialettali, dove appunto si faceva servire il dia-
letto, anche più ufficialmente dirò cosi che non si facesse con le
versioni dialettali e con lo studio e la compilazione del dizio-
nario dialettale, all'apprendimento della grammatica italiana. Ne
ricorderò due : la Bergomense-italiana (3), dove 1' influenza del
Cesari si vede non solo dall'innesto degli esercizi di retrover-
sioni alle regole grammaticali e ai paradigmi, ma anche dal-
l'aver proposto tra i temi vernacoli una novella del Cesari : e
(') Nel concorso alla cattedra di letteratura italiana dell' Univer-
sità di Napoli, del 1818, a cui partecipò anche il Puoti, fu dato per
la dissertazione latina il seguente tema, che è la traduzione del tema
dell'Accademia livornese: « Italici sermonis a Dante ac Petrarca prae-
cipue exculti elegantia, quibus de causis, quibusve scriptoribus defe-
cerit, quibusve de causis ac scriptoribus ad pristinum redeat splen-
dorem ». In Caraffa, op. cit., pp. 20-1.
(") Per la storia de' Vocabolari dialettali e quanto li concerne
ne' rispetti dell'aiuto che posson recare a chi vuol imparar la lingua
e a scrivere, cfr. A. Manzoni, Dell' unità della lingua in Prose minori,
ed. Bertoldi, p. 256 sgg., il Concorso bandito dal Ministero nel 1890
e relativa Relazione e C. Trabalza, L'insegnamento dell'italiano nelle
scuole secondarie — Esposizione teorico-pratica con esempi, Milano,
1903, cap. VII, ? 1, pag. 133 sgg.; per la necessità che se ne afferma
anche ogs^i, né più né meno che con le idee del Cesari e del Man-
zoni, mi sia permesso citare la prefazione al mio Saggio di vocabo-
lario umbro-fiorentino e viceversa, Foligno, 1905.
(3) Esperimento di una Grammatica bergomense-italiana compi-
lato a comodo ed utilità de' Giovanetti suoi connazionali dal sa e. G.
A. M., Milano, Tip. Arciv., Ditta Boniardi-Pogliani di E. Besozzi,
MDCCCLIV (Bibl. Teza).
Capitolo quindicesimo 497
la già ricordata Glottopedia italo-sicula del Pulci ('), notevole per
l'opinione tacita dell'A. che il siciliano ben ripulito possa coinci-
dere con la lingua letteraria, ma più importante per le tracce
che la grammatica filosofica anche in questo campo ha lasciato.
Protesta l'autore contro le grammatiche del Biagioli e del Ce-
rutti « impiastricciate d'ideologia Trasiana », afferma che le menti
dei giovinetti sono immature a intendere la filosofia mentre per
intender questa occorre la grammatica, ma la filosofia cacciata
dalla finestra delle regole l'ha fatta rientrar per la porta delle
note.
E finalmente osservo qui che quel calore che quei nostri pu-
risti sentivano per la bella lingua giovava a ravvivar la gramma-
tica, in modo che questa non fosse neppure quel che è oggi per
molti una cosa parecchio insopportabile.
Venuti così alla rassegna delle vere e proprie grammatiche
compilate nel periodo di cui abbiam cercato determinare i carat-
teri, ci risparmieremo dall'esame così dei trattati particolari come
de' compendi e delle compilazioni di seconda e terza mano (2),
(') Glottopedia italo-sicula e Grammatica italiana dialettica, in cui
t onfrontasi il dialetto siciliano colla lingua italiana in ciò che discon-
vengono, a buon indirizzo de' giovani siciliani per evitare i sicilianismi
gratnmaticali ridotta in tavole sinottiche corrispondenti ad ogni trattato
per lo can." seconda della cattedrale di Catania Doti. Innocenzo Fulci
pubblico professore di lingua italiana nella Regia Università ecc. Ca-
tania, 1836. Dalla Tip. della R. Università per Carmelo Pastore.
(2) Diamo qui. in nota, come abbiam fatto per molti continuatori
del Soave e del Cesarotti, una breve serie dei moltissimi che —
escluso che si possan far tagli netti — si possono riallacciare alla tra-
dizione del Cesari e del Puoti. — Regole ed osservazioni della lingua
toscana. In Genova per lo Caflarelli, 1800 (cit. dal Casarotti). — A.
M. Romola, Delle dieci parti del nostro discorso, Carmagnola, 1815.
— G. Agrati, // maestro italiano con appendice delle voci dubbie com-
pilate e ridotte informa di dizionario ad uso delle scuole e di chi ama
a parlare e leggere e scrivere bene e correttamente, Brescia, Bettoni,
1819 [grammatica e vocabolario trattati alfabeticamente. Ricorda il
Pergamini]. De Filippi, Studio di lingua del fanciullo italiano, Milano,
1820. — Osservazioni sull'uso variante dei Dittonghi fatte dai padri
della poesia italiana, Milano, 1821. — Fr. Antolini, di Macerata,
Saggio di parallelo di voci italiane ; trattato della lettera J e del doppio I,
Milano, 1821 [È una prima parte d'un'opera di cui aveva annunziato
il programma nel 1819. Attribuisce ai dialetti la colpa dei doppioni.
Doppioni? Sono parole di forma e senso chiaramente diverse: Abbatte,
Abate ; Accadde, Accade, e che nessuno confonde. Negli altri trattati
C. Trabalza. 32
498 Storia della Grammatica
per fermarci ai quattro principali autori che sono il Gherardini,
il Puoti, l'Ambrosoli e il Rodino, tacendo anche qui interamente
delle grammatiche italiane in lingua straniera per uso degli stra-
nieri.
Il milanese Giovanni Gherardini (1782 - 1761) è più noto
specialmente per la sua riforma ortografica da pochi seguita
avrebbe parlato dei nomi d'unica pronunzia e varia ortografia (II), di
voci medesime di varia pronunzia (III), voci di doppia vocalizzazione
(IV), dell'/ e ii (Vj, del Z (VI), di monosillabi di vario significato (VIIj.
Difende l'j lungo, e dà un elenco alfabetico di voci parallele: Ab-
bomini, Abbominj ; Accusatori, Accusatori (da accusatorio); Acquai
(perf. da acquare, Acquai ecc.; dividendoli in tre classi: I. Voci che
richieggono la finale j; II. Il doppio ii (Abbondi, Abbondii; Accoppi
da accoppare, ecc., Accoppii, da accoppiare); III. Le due termina-
zioni (Incendj pi. da incendio,- Incendii, da incendiare). — Gaetano
Greco (un precursore del Puoti e degli altri classicisti meridionali),
Avvertimenti del parlare e scrivere correttamente la lingua italiana,
Napoli, 1820 (cfr. De Sanctis, La giovinezza, p. 99). — Amadi, Dia-
logo della lingua italiana, Venezia, 1821 (Trovansi ms. nel Cod. Marc.
CIX). — Ugolino Biagio, Istruzione grammaticali da lui dettate, Cod.
Marc. CLXXVIII (non so se vennero mai alla luce). — Regole ed os-
servazioni intorno alla lingua italiana, Imola, 182 1 ; 2 volumetti. —
A. Lissoni, Risposta al libercolo «Aiuto contro l'aiuto del Lissoni,
ossia difesa di molte voci italiane a torto proscrìtte » , Milano, 1831 (che
cito per ricordare questa polemichetta e accennare che anche di questo
tempo si ebbe una colluvie di scritti ortografici). — T. Azzocchi
(1791-1863, insegnò italiano e latino al Collegio Romano e al Semina-
rio ; scrisse un Elogio del Cesari, che si compiace di lui come di suo
nuovo seguace, cfr. Cesari, Opuscoli, ed. Guidetti, p. 613), Avverti-
menti a chi scrive in italiano (« Fra noi, dice, è questo difetto gran-
dissimo di educazione, che non curiamo punto la lingua che di bel-
lezza gareggia eziandio con la greca, mentrechè alle lingue morte
attendiamo e alle straniere». A proposito dell'Azzecchi e de' suoi
pari nel culto della lingua, il Mazzoni {V Ottocento p. 467) osserva
giustamente: « Il nome d'Italia è da per tutto, anche nelle grammati-
chette e ne' lessici per i ragazzi, rivendicato contro il forestierume e
la barbarie ». 11 Falchi (/ puristi del sec. XIX; 1. // classicismo de'
puristi, Roma, 1899) ha voluto fare delle riserve e mettere le cose a
posto sul patriottismo de' puristi, e ha trovato una frase felice per
illustrare il suo pensiero, dove dice (p. 76) che questi «facevano ser-
vire il concetto di patria alla causa del purismo: non viceversa».
Verissimo. Pure è innegabile, e la cosa si spiega facilmente, che, no-
nostante che il Puoti, prendiamo un esempio perspicuo, si dolesse
profondamente di « non poter diventare il pedagogo del Rampollo del
Borbone », né s'accorgesse quali spiriti svegliasse nella scolaresca il
Capitolo quindicesimo 499
— un di codesti fu il Cattaneo (') — onde voleva ricondurre tutte
le forme alla grafia che l'etimologia esigerebbe: vana ed illogica
pretesa, ma, filosoficamente, non meno ingiustificata di quant'altre
mirano a costringere l'arte entro determinati schemi grafici più
o meno moderni, per quanto, naturalmente, più di esse ripu-
gnante alla coscienza moderna cui è meno estraneo quel certo
consenso formatosi intorno al cosiddetto uso vivo. Ma l'attività
del Gherardini si svolse largamente e per lunghi anni anche nel
campo stesso della grammatica, concretandosi in opere di gran
lena e di grossa mole. Aveva cominciato nel 181 2 con studi les-
sicografici pubblicando un Elenco di alante parole oggidì fre-
quentemente in uso, le quali non sono ?ie' Vocabolari italiani.
Nel 1825 diede alla luce una Introdìizione alla Grammatica ita-
liana per ìiso della classe seconda delle scuole elementari: facile
ma elementarissima esposizione accompagnata da tavole sinot-
tiche e da un Modello d'interrogazione per uso de' maestri che
suo insegnamento, resta sempre vero quel che il De Sanctis ebbe ad
osservare e altri a ripetere, che il Puoti « con l'amore e la cura della
lingua destava il sentimento nazionale in tutta la gioventù che fece poi
il '48, il '49, il '60» Saggi critici, Napoli, 1881, p. 511. Il viceversa
era vero per i discepoli, se non pei maestri). — L. Brenna, Elementi
di ortografia, Treviso, 1833. — L. Guastaveglie, Compendio di gram-
matica italiana, Perugia, 1840 (È, per dichiarazione stessa dell'a., un
rimaneggiamento del Compendio del Chinassi di poco anteriore). —
A. Fecia, Aiittarello a parlare faìnigliarmente italiano, Biella, 1843.
— G. D. Camandona, Saggio di grammatica italiana, Torino, 1845.
— L. Gravanati, Grammatica della lingua italiana, Cremona, 1850.
— E. Mannucci, Grammatica, Città di Castello, 1865. — M. Melga,
Nuova grammatica italiana compilata su le opere de' migliori filologi
antichi e moderni, Napoli, 1863 e 1890. (Cfr. Il Borghini, I, 4, p. 253 sg.,
e L. Rodino, Osservazioni sulle prime pagine della grammatica del
Melga, in forma di lettera all'a., del 25 giugno '60, in Opuscoli, Na-
poli, 1870, di cui fan parte anche le Osservazioni sopra il Vocabolario
dell' Ugolini delle parole e modi errati). — Una lodata e più volte ri-
stampata Grammatichetta compilò sulle tracce di quella del Puoti l'ora
nonagenario Crescentino Giannini, sul quale v. C. Trabalza, C. G.
in La Favilla, fase. IV-V, agosto 1903 (Estr., Perugia, 1903).
La Riforma dell'Ortografia in Alcuni scritti, voi. I, Milano,
1846. — Il Cattaneo era naturalmente disposto a seguire il sistema
grafico etimologico del Gherardini dalla propria dottrina filosofica sul
linguaggio, intorno a cui è da vedere ora un'acuta pagina del Gen-
tile, La filosofia, in Ltalia dopo il 1850, III. I positivisti, 1. Le origini:
Carlo Cattaneo (1801-69), in La Critica, VI, pp. 115-6.
500 Storia della Grammatica
vogliano assicurarsi che i giovani abbiano ben capito. Nel 47 uscì a
Milano la più importante delle tre òpere principali, cioèl' Appendice
alle Grammatiche italiane, immensa raccolta, nella sua parte non
apologetica e polemistica, di singole, innumerevoli osservazioni
grammaticali, che o correggono o accrescono il vecchio patri-
monio della nostra grammatica. Dopo 1' avvertenza, in cui trova
modo di pigliarsela con un Don Basilio Puoti autore d'un Di-
zionario de' francesismi, consacra la prima parte (pp. 1-92) al-
l'apologia del suo sistema lessigranco con gli argomenti che i
lettori ben conoscono (') ; nella seconda, la più lunga (pp. 92-444)
svolge l'appendice (che appendice!) alla grammatica; nel resto
chiarisce alcuni Dubj (p. 537 sgg.) proposti al compilatore e dà
altri Avvertimenti lessigrafici (p. 621 sgg.) con Aggiunte. Son
tutti problemi che riguardano l'uso e la forma di particolari voci
o il giro d'un costrutto. Nessun principio nuovo, s'intende; anzi
i vecchi principi sono rimessi a nuovo con qualche velleità di
arguzia e di eleganza : p. es., paragona l'ellissi, la famosa ellissi,
« a Poppea, la quale, andando velata, facéa sì che la sua beltà
fosse aggrandita dalla incitata imaginativa de' riguardanti »
(p, 327): né sempre dà la spiegazione giusta. Il passo boccaccesco
(IX, 1) che vedemmo male spianato anche dal Cinonio, — non
ne dovess'io dì certo morire, che io non me ne metta a fare ciò che
promesso V ho, — è così dichiarato dal Gherardini : Non rimarrà
che io mi metta a fare ciò che le ho promesso, se anche dì certo
io ne dovessi morire: che non è vero. Questi sforzi, peraltro,
di tutti i grammatici ed esegeti per sostituire la locuzione o co-
struzione rigorosamente grammaticale a certe irregolari espres-
sioni, anche quando sembrino aver ottenuto lo scopo, cozzano
irremissibilmente contro la muraglia cinese dell'impossibilità della
sostituzione, e confermano sempre meglio l'insostenibilità della
precettistica grammaticale. Da che, se non da questo carattere
della grammatica, derivano tutte le secolari diatribe circa l'in-
terpretazione di singoli passi, di singoli costrutti, di singoli signi-
ficati, circa il riconoscimento di determinate grafie, che abbiam
visto rinnovarsi di età in età? Nel corpo della nostra gramma-
tica ci sono parecchi temi che sono ripresi in discussione con-
tinuamente, in modo che noi vediamo, p.es., un ottocentista ancora
('; Cfr. Zambaldi, op. cit., p. 25 sgg.
Capitolo quindicesimo 501
rimproverare al Bembo o al Buonmattei una certa formula. Mi-
Mirando ognuno la frammentaria espressione non col resto del-
l'opera d'arte di cui è una molecola, ma coll'archetipo gramma-
ticale che si contempla nella nostra mente, è naturale che l'accordo
il più spesso manchi e che le discussioni grammaticali si rinno-
vino di continuo anche da persone colte, da artisti provetti che
non sieno riusciti a liberarsi completamente dall'ereditario quanto
servile ossequio all'impotente ma riveritissima dea. Ma il mol-
tiplicarsi di tali discussioni è anche un mezzo potentissimo alla
dissoluzione della grammatica: e il Gherardini con un gigan-
tesco volume di Appendice alla Grammatica italiana, dimostrando
col fatto la dilatabilità del corpo della grammatica, ne affretta
del pari la morte. Egli è il Salviati dell'Ottocento: minuto, ana-
lizzatore come lui, come lui riassuntore d'un lungo lavorìo gram-
maticale e esegetico, sviluppa come lui all'infinito le particolarità
lessicografiche, ortografiche e sintattiche della lingua, capovol-
gendo cosi i cardini della grammatica, che sono le regole, e
sostituendoli con l'eccezioni. Di modo che l'opera sua finale
piuttosto che una grammatica è un immenso materiale da costru-
zione, ma per costruirvi un edificio bizzarro dove tutti i pezzi
meccanici adoperati dai singoli scrittori o da gruppi di scrittori
sono ammucchiati e che non può aver mai né fine né unità.
All' 'Appendice seguirono, nel 1849, la Lessigrafia italiana
che rappresenta la forma definitiva del suo sistema ortografico,
e negli anni 1852-7 le Voci e Maniere di dire additate ai futuri
Vocabolaristi .
Proprio l'opposto dell' Appendice gherardiniana per condotta
e architettura, benché ispirate ai medesimi principi, sono le Re-
gole eleì7ientari della lingua italiana che il napoletano Basilio
Puoti (1782-1847) pubblicò la prima volta nel 1S33 : la più dif-
fusa e nota e fors' anche efficace delle molte sue opere con le
quali intese a integrare il suo altrettanto ben noto e efficace in-
segnamento, che impartì in modo così simpatico in Napoli a sco-
laresche entusiaste e intelligenti a cui furono ascritti uomini
quali il De Sanctis, il De Meis, ed altri famosi.
Oratore nelle esequie di Giordano de' Bianchi, marchese di
Montrone (presso Bari, 1775-1846), che a lui consegnò i suoi
scritti da stampare, disse « che lo piangeva come maestro, e
ben rammentò come egli, discepolo, andasse cercando che frut-
tasse nel Mezzogiorno d' Italia quella nobile confederazione, come
502 Storia della Grammatica
la chiamò, che in Bologna aveva stretta il De Bianchi col Sa-
violi ; di cui aveva cantato nel Peplo, col Marchetti, col Costa,
con lo Schiassi, con G. B. Giusti, con lo Strocchi, col Gior-
dani : preziosa testimonianza per la storia del Classicismo e del
Purismo sceso dall' Italia centrale nel Mezzogiorno » (l). Dei ca-
ratteri del purismo del Puoti e del suo insegnamento non oc-
corre che qui ripetiamo quanto ormai è ben noto. Basta che di-
ciamo qualcosa della sua Grammatica (:), alla quale, come di-
chiarò egli stesso nella prefazione all'ottava edizione napoletana,
collaborarono de' suoi allievi principalmente il De Sanctis e il
Rodino, Melga e Fabbricatore e che bastò a parecchie genera-
zioni non del solo Mezzogiorno come lo provano i dodicimila
esemplari che gli editori della ristampa della dodicesima edizione
livornese (1850) dicevano essersi esauriti in diverse edizioni fatte
in Toscana, in Parma e in Napoli : grammatica che il Puoti cir-
condò delle cure più amorevoli e venne correggendo e miglio-
rando via via in tutte le edizioni che egli stesso curò.
A lode del buon senso didattico del Puoti dobbiamo subito
ricordare che a lui non sfuggirono le due principali condizioni
che sole giustificano nel campo della pratica e rendono utile la
grammatica : 1" che essa sia, non maestra dell'arte, ma semplice
strumento per lo studio e l'apprendimento delle lingue; 20 che
i suoi precetti, perchè riescano veramente utili, siano ravvisati
nelle scritture (e additava tra queste come meglio accomodate
il Governo della famìglia, V Antologia di prose italiane, i Fatti
d" Enea). Come disegno, la grammatica del Puoti è mirabile di
sobrietà e di armonia, dati non affatto spregevoli in un libro
scolastico. La distribuzione è l'antica (etimologia, sintassi, or-
toepia e ortografia), e riflette bene, quasi quanto il contenuto,
lo stato della linguistica d'allora e dell' importanza che si dava
a certi problemi. Il prevalere dell'etimologia (o, meglio, mor-
fologia) e della sintassi, sull'ortoepia e sull'ortografia e il quasi
nessun conto fatto della fonetica dimostrano che non si aveva
alcuna coscienza del problema storico della lingua e che tutto
l'interesse era ancora il puramente formale orettorico: mentre
il persistere di questo interesse per la forma e l'uso delle pa-
'1 Mazzoni, L'Otl., p. 383.
('•') Napoli, 1841.
Capitolo quindicesimo 503
role quali si possono riconoscere negli scrittori pei rispetti della
purità e della correttezza fa fede dopo tanto lavorìo grammati-
cale, dopo la crisi filosofica della grammatica, che sopravvisse sol-
tanto la parte puramente empirica, cessando ogni interesse per
quella filologicamente storica, sopravvisse cioè la grammatica
spogliata d'ogni elemento filosofico e conoscitivo. A che si do-
veva logicamente venire, e il fine e la funzione della gramma-
tica non potevan non esser quelli che abbiam visto aver rico-
nosciuto il Puoti. Oggi essa non si studia diversamente ne con
diverso fine : ed è presumibile che nel futuro si seguiterà a fare
altrettanto. E se alcuni resultati della grammatica storica si
sono incorporati nella moderna grammatica normativa ed altri
ancora vi si includeranno, ciò potrà forse migliorare il metodo
di esse e aiutare l'apprendimento, ma come conoscenza, come
contenuto conoscitivo, storico, rimarrà sempre estraneo al fine
della grammatica, che è quello di condurre all'acquisto della
lingua da adoperare per i bisogni pratici, tant'è vero che delle
grammatiche per gli stranieri questo elemento conoscitivo è as-
solutamente escluso.
Pure è facile avvertire nel contenuto specifico della gram-
matica del Puoti l' influenza tanto dei precedenti accertamenti
della filologia quanto delle tendenze della grammatica filosofica ;
com'è naturale che vi sia tenuto conto delle formule trovate dai
migliori precedenti grammatici, dal Bembo al Salviati al Citta-
dini, dal Buonmattei e dal Cinonio al Corticelli : sicché il Puoti
ci appare come un diligente vagliatore di quanto era stato esco-
gitato dai grammatici dei vari tempi e indirizzi, un disegnatore
sobrio e corretto, un espositore chiaro e temperato che sa bene
il suo fine e che ha coscienza de' suoi mezzi e del proprio me-
todo, e perciò esibitore d'una materia che passi immediatamente
nel cervello de' discepoli, osservabile negli scrittori e applica-
bile nelle scritture e nella parola viva, scartata ogni superfluità,
ogni suppellettile che rivesta carattere scientifico o conoscitivo.
Vedasi, p. es., quanto è rimasto nel Puoti dei trattati cittadi-
neschi dellV e dell'<? su cui tanto si travagliarono per sistemarli
didascalicamente i grammatici posteriori ; quanto, nella sintassi,
di tutte le categorie della grammatica filosofica ; quanto, per la
morfologia, di tante forme di nomi e di verbi e d'altre categorie
scovate dai più minuti ricercatori ; quanto, per l'ortografia, delle
smisurate trattazioni precedenti.
504 Storia della Grammatica
Su tutto sta come principio dominatore infrangibile il più
rigoroso criterio puristico. Valga d'esempio l'osservazione che
il Puoti oppone alla regola del luì, del lei e del loro, che « non
si possono usare nel caso retto », sebbene << non manchino esempi
in contrario anche del buon secolo della favella » : « Ma ora che
la grammatica della lingua è ben fermata, questi esempi vo-
glionsi tenere come errori, e punto non debbonsi imitare » (p. 135).
Avvertiva il marchese che, « se l' ingegno de' discepoli il poteva
comportare », s'incominciasse « per bel modo a far loro compren-
dere le ragioni delle cose », e, come già vedemmo, tollerò che
il suo prediletto discepolo e assistente studiasse la grammatica
generale, concessioni strappategli dalla riverenza in che ancora
era questa tenuta, ma nelle sue Regole fu soppresso ogni perchè,
e tutto dato come fatto e come legge.
Concludendo, diremo che la grammatica del Puoti è l'e-
spressione più caratteristica che presero le dottrine grammati-
cali ornai trionfanti di questo periodo.
Francesco Ambrosoli, comasco (1797- 1868), grande ammi-
ratore del Giordani e del Leopardi, più noto per il suo Ma-
nuale (edito nel 31 e rifatto nel 60), fu meno restio del Puoti
all'ammettere un po' di elemento filosofico : si vuol render conto,
infatti, del come sorsero le categorie e le forme grammaticali ;
ma in questo, lungi dall'ispirarsi agli enciclopedisti francesi, egli
tornava al Buonmattei ; come pure adottava il metodo lessicale
del Cinonio per la dimostrazione dell'ufficio e dell'uso pratico
delle voci. La sintassi appar fondata sul principio della gram-
matica generale e particolare nella sua divisione di regolare e
irregolare e nell'accettazione della dottrina dell 'ellissi: ma nella
sua fisonomia generale come anche nella maggior parte della
trattazione questa grammatica dell'Ambrosoli è ormai la gram-
matica di stampo moderno ; tant'è vero che è stata ristampata,
con le debite modificazioni, anche qualche decennio fa(').
Un vero ritorno alla grammatica filosofica sembra avverarsi
con quella novissima della lingua italiana (') del palermitano
(') Milano, 1S85.
(2) Grammatica nuovissima della lingua italiana " ricomposta da
Leopoldo Rodino per uso del Liceo arcivescovile e de'Seminari di
Napoli, sopra quella compilata nello studio di Basilio Puoti. Prima
edizione fiorentina rivista da un Maestro toscano", Firenze, Barbèra
Bianchi u Comp., 1858.
Capitolo quindicesimo 505
Leopoldo Rodino (1810-1882), che anche si è ristampata non è
molto(') e vien citata come autorevole (*), meritando forse l'e-
logio che il Betti le tributò di « lavoro filosofico, magistrale,
compiuto», sebbene non le siano mancati critici acerbi come
Michele Giannini (3). Col Rodino si dimostra, quello che era
naturale che accadesse, che la grammatica empirica aveva do-
vuto venire a patti con la ragionata, la quale, spregiata dopo
tanti onori ricevuti, non se ne poteva andare senza lasciar tracce:
e le tracce ne son rimaste nelle grammatiche moderne special-
mente con la famosa analisi logica della proposizione e del pe-
riodo. Nella Grammatica popolare della lingita italiana tratta
dalla grammatica novissima ('), manifestava A chi legge questa
sua veduta: « La grammatica si può insegnare per tre differenti
modi. L'uno è il filosofico, e sta nel porre alcuni principi di
logica, da' quali si facciano discendere come conseguenze le re-
gole grammaticali. Questa io chiamerei la scienza della Gram-
matica ; ed è lavoro, eh' io mi propongo di pubblicare di qui
a qualche anno. L'altro è positivo e pratico, ed è quando si
raccolgono tutti i precetti di quest'arte applicati alla lingua, e
derivati dalla logica, ma esposti per modo, che nulla apparisca
della loro origine filosofica alla mente de' giovanetti non ancora
capaci di lunghi e severi ragionamenti. Questo secondo modo
ho io tenuto nella mia Grammatica nuovissima. Ma non tutti
possono imparare tutti i precetti di questa Grammatica....»:
quindi Grammatica popolare, circa al qual modo « a due, si dee
por mente. La prima è che i precetti non siano mai né contro
alla ragione logica né contro alla verità positiva della lingua.
L'altra è che si scelga giudiziosamente quella parte de' precetti
che è più necessaria a sapere, e contro alla quale si falla più
generalmente dal popolo ». Che la esecuzione tanto della nuovis-
sima quanto della popolare sia riuscita opera secondo il fine pra-
tico veramente magistrale per l'agilità e la chiarezza, nessuno
(') Napoli. 1880.
(") Cfr. ftass. crii. d. I. it., XI, 3-4.
(a) La Grammatica antica e le moderne. Osservazioni, Viareggio,
Malfatti, opusc. recensito in II Borghini, I, 9, 574-7. Il Giannini vi
prende posizione contro i riformatori della grammatica, difendendo
l'antica nomenclatura e gli antichi metodi.
i4j Firenze, Barbèra, Bianchi e Comp., 1859.
5o6
Storia della Gr animai ica
vorrà negare che s' intenda di cose didattiche, e il favore goduto
da entrambe l'attesta (1); ma questo stesso tentativo di adattare,
anzi specializzare la grammatica alla varia mentalità degli ap-
prenditori, stabilendo de' gradi non pur nell'ampiezza maggiore
o minore della materia, ma nella maggiore o minore infusione
dello spirito filosofico, come se ci sia un vero grammaticale più
o meno potenziato di virtù illuminatrice, non solo, ma affer-
mando il principio che questo vero ci abbia a essere anche nel
grado inferiore, ma senza mostrarcisi, se può riuscire in lode
del maestro che s' industria e s'affanna nell'escogitazione di espe-
dienti sempre meglio e specialmente efficaci, è indizio però assai
grave contro la stessa grammatica, scienza che si stira e s' im-
polpetta a piacere altrui. Infine, questo scolaro del Puoti che
sorride alla grammatica filosofica, ma si regola nel compilarne
una su per giù come si regolava il maestro, e ne escogita un'altra
in cui la filosofia a braccetto dell'empirismo sia posta in servizio
del popolo, è, grammaticalmente parlando, l' incarnazione di
quel periodo di crisi e di transizione e della filosofia e dell'em-
pirismo, in cui il popolo -appunto affermava il suo diritto di par-
tecipare al banchetto della letteratura, asserendolo per bocca
del Manzoni.
(') Verità, necessità, chiarezza delle regole sono pel Rodino i re-
quisiti che deve avere una grammatica. La verità è nella logicità, es-
sendo la grammatica figlinola piimogcnita della logica. « Ma non si
aspetti per questo alcuno di vedere in questa Grammatica quelle teo-
riche di filosofia, che si vorrebbero da certi in questo secolo, che di-
cesi filosofico. Che, lasciando stare tutte le altre ragioni, questo non
sarebbe acconcio a quelle tenere menti che non potrebbero sostenere
difficili principi ideologici, e poco utile riuscirebbe all'uso della parola,
la quale se ha la sua ragione nella ideologia, ha la sua forma dalla
maniera propria di ciascuna lingua. Adunque lasciando star questa ma-
niera che sarebbe conveniente ad una Grammatica generale o meglio
alla Ragion della grammatica, bisogna star contenti a questo, che i
principi cioè, che per necessità si hanno a porre nelle regole gram-
maticali, sieno secondo la logica». Prefaz., pp. IX-X. E si noti, in-
tanto, che Y 'e tuttologia vien chiamata l'analogia. Così che la sintassi
conserva le tre parti della grammatica generale: collocazione, concor-
danza, reggimento. Naturalmente la proposizione è il complesso di pa-
role con cui si esprime quell'operazione della mente che si chiama
giudizio.
Capitolo quindicesimo 507
III.
Tra il fragor d'armi che la Proposta montiana aveva de-
stato, il Manzoni era venuto componendo il suo romanzo, non
senza esser condotto naturalmente a meditare il problema della
lingua sia dalle vivaci discussioni che intorno ad esso si agitavano,
sia dagli ostacoli che si figurava aver incontrati nell'opera sua
per non possedere tutta la lingua che gli sarebbe occorsa a
raggiungere almeno la forma approssimativa del suo pensiero.
Sicché, quando negli anni 1840-2 diede fuori la seconda edizione
de' Promessi sposi nella nuova veste fiorentina che si era per-
suaso dover ad essi indossare, mostrando un esempio pratico
della necessità e bontà della tesi di cui s'era venuto sempre
meglio convincendo, era naturale che si aprisse un nuovo pe-
riodo di ardenti polemiche intorno a quel problema dell'unità
della lingua, di cui in quel libro aveva praticamente dimo-
strato qual potesse e dovesse secondo lui esser la soluzione.
La storia di quest'ultima fase della secolare controversia è ben
nota anche nei minuti particolari e quel problema per fortuna
è stato ormai risoluto nella pratica con la vittoria della dottrina
manzoniana, vittoria immancabile non solo per merito di questa
e dei sostegni che ebbe, ma anche per cause sociali che non
importa dichiarare ; nella teoria con il riconoscimento della sua
natura non filosofica. Poiché quella del Manzoni non fu neppur
nella sua mente e non poteva essere una tesi estetica ; ma
semplicemente un vivace lavorìo di pensiero per trovare la via
di soddisfare a un'imprescindibile esigenza pratica del momento
non pur nei rispetti dell'artifizio stantìo della vecchia prosa, ma
in quelli della lingua futura d' Italia intesa anche come mezzo
d'integrazione della constituenda unità nazionale (').
(') « Colla lingua è che noi formiamo le idee, e perfezione di
lingua è perfezione di pensiero. — Tutto poi quello che è ordinato,
decente, quello che giova a pensare con facilità e con rettezza pro-
duce nelle anime nostre delle disposizioni preziosissime alla morale
virtù. — Finalmente qual vantaggio a questa bella parte del mondo,
se l'Italia divenisse tutta d'una sola favella! Che maggior fratellanza
non crescerebbe tra noi ! Che aumento alla carità della patria co-
mune! ». Così pensava anche il Rosmini i Opere edite e inedite, vo-
5o8
Storia della Grammatica
O, meglio, la tesi pratica sorse imperiosa dal suo stesso
spirito artistico, ma cercò nella speculazione la sua base critica,
tramutandosi necessariamente in pedagogica: resultato triplice
dell'elaborazione, la correzione del romanzo, la negazione teorica
della grammatica generale, le proposte di mezzi d' unificazione
linguistica; criterio dominante, anzi assoluto, l'Uso, particolar-
mente il fiorentino, quale l'aveva formato l'evoluzione storica
dell'italiano ed in cui era il maggior consenso di tutti i parlanti
d'Italia 0).
Il punto di partenza della dimostrazione teorica del Manzoni
è il concetto di lingua. « Le lingue sono : complesso di vocaboli
soggetti a regole ; » (") ma ciò che le fa essere quel che sono,
non è V analogìa (intendi : le leggi immutabili e universali della
grammatica generale), sì bene X1 uso (« le regole grammaticali, in
lume XVIII, Pedagogia e Metodologia, I, p. 127), che, come ha ben
detto il Borgese (op. cit. p. 152) fu maestro in filosofia e scolaro in
letteratura del Manzoni. E per non tornarci sopra altrove, aggiungerò
qui che il Rosmini distingueva nella lingua la materia e la farina.
«Quanto alla forma della lingua», avvertiva ai maestri, il fanciullo
«non è ancora da ciò; perocché la forma della lingua, cioè la gram-
matica, esige delle intellezioni d'un ordine molto superiore al secondo »
(op. cit., p. 128).
(J) Gli scritti manzoniani sui quali fermiamo più specialmente la
nostra attenzione sono le due minute dell'opera non condotta a ter-
mine Della lingua italiana costituenti il IV volume delle Opere ine-
dite o rare pubbl. dal Bonghi, Milano, 1891 ; ma teniamo presenti tutti
gli altri Scritti linguistici raccolti e egregiamente illustrati dal Ber-
toldi nelle cit. Prose minori, col corredo d'un'abbondante quanto
scelta bibliografia.
('-) Minuta prima, p. 49. Nella seconda, la definizione è corretta
così: « materia propria d'ogni lingua sono de' vocaboli, e delle forme
grammaticali applicate ad essi, e che sono comunemente chiamate
regole», p. 217. Il mutamento è stato suggerito dalla necessità di
tener ben distinti tra loro nella trattazione il vocabolario e la gram-
matica, « mezzi che s'adoprano per rappresentare qualunque lingua
nel suo complesso».
Abbiam preso qui le mosse dalla prima minuta, tanto per dare
subito una prova di quel che sia la seconda, che la supera special-
mente di rigore metodico e maggior precisione dialettica ; e noi questa
terremo a nostro fondamento, benché nella prima qua e là nell'incer-
tezza dell'espressione par che si scopra meglio il pensiero dell'autore,
il quale nella seconda ha cura di mostrarne di mano in mano e se-
guirne il progresso, perchè alla fine balzi più vivo: è l'arte sua.
Capitolo quindicesimo 509
ogni Lingua, dipendono in tutto dall'Uso, come i vocaboli ») (').
Così la dimostrazione viene a constare di due parti, non sempre
nettamente distinte, ma rispondenti alle due parti fondamentali
che ci restano dell'opera, dopo la prima che serve d'introdu-
zione (Lib. I, Cap. I : « Dello stato della lingua in Italia, e
degli effetti essenziali delle lingue »), e che trattano, la prima:
« Quale sia la causa efficiente delle lingue, » suddivisa in a) ri-
spetto ai vocaboli (Cap. II», fi) rispetto alle regole grammaticali
(Cap. Ili) ; la seconda : « Se V analogia produca degli effetti neces-
sari nelle lingue, riguardo alla parte grammaticale » (Cap. IV) (2).
Quest'ultimo capitolo, che è quello che più ci riguarda qui,
contiene la critica negativa della grammatica generale, cioè la
parte veramente nuova del sistema del Manzoni.
E dall'esame d'esso ci vien messa in rilievo la profonda
differenza che intercede tra il Manzoni e il De Sanctis nella loro
comune critica grammaticale.
Il De Sanctis, mente speculativa, moveva dalla grammatica per
andare verso la scienza, verso l'estetica, e riuscì a vedere tanto
quanto bastava per esser libero nella sua critica, cioè nella manife-
stazione della sua vera personalità da pregiudizi teorici ; il Manzoni,
anima d'artista, andava dalla teoria verso la pratica, verso la tec-
nica, alla ricerca de' mezzi dell'espressione, o meglio combatteva
per vincere quegli ostacoli che ai grandi suoi pari (3 ) spesso op-
(') Minuta prima, p. 68.
(2) Ecco tutta la materia dell'opera che sarebbe stata in tre libri:
« Principi generali, riconoscimento del fatto particolare ; confutazioni
delle obiezioni; esame de' sistemi; tale è l'assunto, e tale sarà l'or-
dine di questo primo libro. Nel secondo s' esamineranno i diversi si-
stemi. Nel terzo si tratterà de' mezzi atti a propagar le lingue, e da
impiegarsi, per conseguenza, a rendere, per quanto sia possibile, co-
mune di fatto in tutta Italia quella che avremo dimostrato esser la
lingua italiana». P. 215. Chi abbia presenti tutti gli altri scritti lin-
guistici del Manzoni, s'accorge che il libro in quel che ci manca non
sarebbe stato che una rielaborazione e sistemazione di quel che in
essi è contenuto. Ma è sempre a dolere grandemente che l'opera ri-
manesse incompiuta.
(3) Soccorrono facilmente alla memoria i nomi dell'Alfieri e del
Leopardi. Delle fatiche del primo per conquistar la lingua italiana,
dell'elaborazione tormentosa dell'espressione formale delle sue tra-
gedie, è superfluo dire. Ci piace invece riferire un pensiero che egli
esprime a proposito dei francesismi da lui avvertiti ( Voci e modi toscani
5 io Storia delta Grammatica
pone la lingua come passività, come cosa morta, voleva insomma
parlare. Il Volgare illustre di Dante, le varie grammatiche cin-
quecentesche e la correzione dell' Orlando Furioso, l'Uso e la
correzione de' Promessi Sposi del Manzoni, sono aspetti diversi
d'un medesimo problema spirituale, il bisogno d'esprimersi in
tutta la pienezza, di creare la propria espressione ; nuove teorie,
nuove grammatiche, rifacimenti, polemiche, tormenti teorici
d'ogni genere accompagnano fatalmente quello sforzo inevitabile,
specie ne' momenti di grandi rivoluzioni dello spirito. Grandi e
piccoli partecipano calorosamente a tali dibattiti : i primi sciol-
gono il problema, se sono artisti, non con le teorie che costrui-
scono, ma creando capolavori, se sono filosofi creando sistemi,
i secondi imitando gli uni e gli altri,, ripetendo, ma pur dando
nel loro lavoro complessivo un riflesso teorico di quella che è
stata chiamata la creazione collettiva della lingua, perchè tutti
che abbiano in sé una sola favilla di vita interiore collaborano
allo svolgimento del linguaggio, e tutti vogliono rendersi ra-
gione e asserire un piccolo dritto sul capitale comune.
Così si può intendere, meglio che non si faccia comune-
mente, il valore che la parola Uso, tanto frequente sulla bocca
del Manzoni, abbia nel suo discorso: l'Uso è il parlar vivo, il
con la corrisp. in lingua francese e in dialetto piemontese, ed. Cibrario,
Torino, Alliana, 1827) nel Boccaccio: «le regole o inezie grammaticali
debbono per l'appunto essere dai sommi scrittori più rispettate, perchè
più grandezza d'animo si richiede per sottomettervisi che per disprez-
zarle » (in G. A. Fabris, I primi scritti in prosa di Vittorio Alfieri,
Firenze, 1899, p. 24), e che, lungi dall'essere una banalità o un pa-
radosso, rivela quale importanza avesse nella coscienza del grande
artista annunziatore della terza Italia l' italianità della sua lingua.
Quell'omaggio alla grammatica è un omaggio reso al nume agitatore
del suo spirito poetico.
Il Leopardi anch'egli volle andare ad abbeverarsi al fonte lingui-
stico di Firenze, e al Giordani che l'ammoniva non esser « paese che
parli meno italiano di Firenze», rispondeva piacergli « imparare quel-
l'infinità di modi volgari che spesso stan tanto bene nelle scritture,
e quella proprietà ed efficacia che la plebe per natura sua conserva
tanto mirabilmente nelle parole»; e se pur allora di quell'andata non
ne fu nulla, risciacquò però anch'egli più tardi le sue prose nell'Arno,
sebbene in modi diversi da quello tenuto dal Manzoni (Mazzoni, L'Ot-
tocento, pp. 542-3). Giudicavano rettoricamente di lingua sì il Gior-
dani che il Leopardi, ma, chi guardi, con perfetta concordia col pro-
prio temperamento spirituale.
Capitolo quindicesimo 511
parlare, il solo parlare : e quand' egli sostiene che la vera causa
efficiente delle lingue, l'unica è l'Uso, in fondo non dice altro
che questo, che il parlare è il. parlare : di codesta causa efficiente
egli dovrebbe pur sapere che v' è un' altra causa più intimamente
efficiente, che è lo spirito: su questo non si sofferma, e qui è
la parte manchevole del suo sistema ; il che vuol dire che egli
non ha un'estetica, una filosofia sua del linguaggio vera e propria.
Ma chi metta questa sua parola Uso o Parlar effettivo in rap-
porto col suo spirito artistico, vedrà che in esso l'Uso s' iden-
tifica con la causa generatrice dell'espressione. E in questo è
la superiorità della sua dottrina. V ha di più. Questo propu-
gnare l'Uso vivo del popolo, e del popolo fiorentino che certo
fu il grande collaboratore della lingua nazionale, che altro rivela,
in sostanza, se non una viva coscienza che il Manzoni avesse
dell'attività spirituale collettiva onde il linguaggio si altera, si
crea ogni momento ? « Perchè altri facevano della questione della
lingua una questione storica, dimenticavate sempre più che
è una questione atttiale di sua natura » (p. 209), dice in un
punto ai suoi supposti avversari, e, a suo modo, diceva una
verità. Sicché si può dire che egli, pur facendo una questione
pratica, rasenta sempre il vero problema scientifico della lingua (').
E se n' ha una conferma magnifica nella critica eh' ei fa
delle leggi immutabili della grammatica generale, dove egli
riesce ancor più nuovo e originale e limpido negatore che non
fosse il De Sanctis medesimo (").
(') Potrei citare moltissimi luoghi che dimostrano eh' egli intuiva
la vita spiritunle del linguaggio, tanto come creazione collettiva quanto
come creazione individuale. V. specialmente le pagine dove afferma
che la causa della lingua non può esser che una, e l'esempio addotto
d'una parola del Malherbe che diviene francese dopo solamente che
è accettata dall'Uso. Sono le 220-22. Ma un luogo singolarmente ca-
ratteristico è il seguente: « La grande operazione dell'Uso, l'operazione
essenziale, permanente e omogenea, quella che fa viver le lingue, è,
al contrario, quella di mantenere, e di mantenere incomparabilmente
più di quello che, in ogni momento, possa andarsi mutando, com'è
s'è accennato dianzi». P. 231.
(2) Unico, tra tutti i letterati italiani, il Manzoni ha comune col
De Sanctis la conoscenza intima de' grammatici sì antichi che mo-
derni, in particolare, s'intende, dei francesi del sec. XVIII. Una cor-
rezione notevole di storia della questione della lingua è l'aver detto
nella seconda minuta (p. 145) che della lingua italiana si va dispu-
512 Storia della Grammatica
Di negazione in senso assoluto, veramente, non si potrebbe
parlare, in quanto che il Manzoni non nega l'esistenza delle
regole, cioè d'un fondamento logico del linguaggio; ma sostiene
che queste regole si trasformano via via sotto l'imperio dell'uso,
in modo che esse non sono universali né immutabili : il che
equivale a non ammenterle, tanto più quando si affermino con-
tinuamente i capricci e gli arbitri dell'Uso. Negazione è, e in-
confutabile, quando il Manzoni dimostra con ragioni ed esempi
l'arbitrarietà delle categorie grammaticali e delle loro funzioni.
Dopo dimostrato, rispetto alla causa efficiente de' vocaboli,
« che ciò che fa essere nelle lingue i rispettivi vocaboli, sia col
significato che si chiama proprio, sia con uno traslato, sia con-
siderati ognuno da se, sia aggregati in locuzioni speciali, non
è altro che l'Uso; » (p. 240) e, rispetto alle regole gramma-
ticali, « che ogni effetto grammaticale può essere ottenuto con
mezzi diversi; e che, per conseguenza, l'applicazione d'uno piut-
tosto che d'un altro di essi dipende da un arbitrio, » (p. 247) (')
il Manzoni si fa a confutare « l'opinione che l'Analogia (2), per
una sua virtù propria, produca nelle lingue degli effetti neces-
sari, e quindi indipendenti da qualunque arbitrio » (p. 247),
ossia ad abbattere tutto il fondamento della grammatica generale.
tando da cinquecent'anni, mentre nella prima aveva detto da trecento.
Vi volle evidentemente comprendere anche Dante. Aggiungo qui a suo
titolo esclusivo di lode, che il Manzoni nelle innumerevoli esem-
plificazioni e analisi particolari fa anche (e in che modo!) la gram-
matica normativa!
(') Questo canone — salva la forma non filosofica — potrebbe
esser propugnato anche dalla nostra estetica, se per arbitrio s'inten-
desse la libertà dello spirito. E quest' identità, occorre avvertirlo, il
Manzoni non pone affatto; né tanto meno sospetta egli l'identità
tra linguaggio e attività fantastica : il linguaggio resta sempre per
lui qualcosa di estraneo allo spirito, una materia fonica a cui si
dia un significato. L'eufonia, p. es., per cui si appella all'autorità di
Donato, è per lui « un motivo affatto materiale e estraneo agi' intenti
razionali del linguaggio » (p. 251) : laddove per l'estetica moderna ogni
minima sfumatura fonetica deve riportarsi a un movimento spirituale.
Il Manzoni riman sempre in fondo sotto la veduta del logicismo e del
dinamismo meccanico del sec. XVII I.
(2) Per analogia il M. intende «l'applicazione de' medesimi mezzi
esteriori e, dirò così, materiali del linguaggio a de' medesimi intenti
del pensiero ». P. 249.
Capitolo quindicesimo 513
Per il Manzoni l'Analogia è impotente a dare alle lingue
legge veruna, né circa i vocaboli, né circa i mezzi gramma-
tica/i, cioè l'Inflessioni, i Vocaboli che fanno un ufizio gramma-
ticale, la Costruzione, in altre parole le Categorie grammaticali
e sintattiche. Alla confutazione generale serve di discussione la
definizione data dal Beauzée nell' Encyclopédie Mcthodìque (art.
Analogia). In una Nota al Cap. IV si fa poi ad esporre la
critica delle parti del discorso o categorie, passando in rassegna
i vari grammatici antichi, poi « quel Giulio Bordoni, che amò
meglio usurpare il nome di Scaligero che render celebre il
suo » (p. 288), il Sanzio, lo Sdoppio e il Vossio ('), i Portorea-
listi Arnauld e Lancelot, il Buffier (1709) e il Girard (1747), il
Beauzée, determinando con molta acutezza la posizione d'ognuno
e il modificarsi del problema delle categorie ne' vari periodi,
con la conclusione della sua insolubilità. In un'Appendice al
Cap. Ili discute « Se ci siano de' vocaboli necessariamente i?ide-
clinabili », concludendo anche qui per l'insolubilità di tali que-
stioni, « perchè derivate da una supposizione affatto arbitraria,
cioè che tutti i vocaboli di tutte le lingue siano naturalmente e
necessariamente divisi e scompartiti in tante classi diverse, o
parti dell'orazione, ciascheduna delle quali sia esclusivamente
propria a significare una data modalità degli oggetti del pen-
siero, o, come dicono, a fare una funzione speciale e distinta »
(p. 305J, e esamina con opportuni esempi comparativi tolti da
lingue diverse le questioni particolari della pretesa essenziale
indeclinabilità della preposizione, dell' avverbio , della congiun-
zione e dell' interiezione . Infine, dopo toccato « d' una restrizione
e d'una necessità imposte arbitrariamente alla Decliiiazione »,
viene alla Conclusione , sulla scorta della quale abbiam creduto,
per ragioni di brevità, di fare il riassunto del pensiero man-
zoniano.
Gli errori particolari di alcuni grammatici circa le categorie
grammaticali dimostra che hanno un'origine comune, la so-
praddetta supposizione, che è quella medesima su cui si fonda
la così detta Grammatica generale (p. 330).
« Ma il nome di Parti dell'orazione non era forse solenne da
secoli? Non erano esse state, già nell'antichità greca, oggetto
Cj Di questo cita V Aristarchus, sive De Arte Grammatica, 1636.
C. Trabalza. 33
514 Storia della Grammatica
delle ricerche di diversi filosofi? e non furono poi, senza inter-
ruzione, la base, o dirò cosi, l'ordito delle grammatiche po-
sitive e speciali di tutte le lingue europee, antiche e moderne,
e dell'altre lingue più note in Europa? Quale fu dunque la sco-
perta per cui la Grammatica di Porto Reale acquistò e conserva,
la reputazione d' aver fondata, o almeno iniziata, una nova
scienza? » (p. 330).
E. qui il Manzoni spiega come poteron sorgere le categorie
e il loro variare dai filosofi greci ai latini, il cui carattere è
« la mancanza d'ogni intento sistematico. Ci si vede bensì un
progresso, o piuttosto un aumento successivo, ma occasionale e,
si può dire, empirico ; un'analisi continua, ma che non è né lo
svolgimento, né la ricerca d'una sintesi » (p. 434). « Se a qual-
cheduno de' filosofi di quel tempo, che parlarono, in qualunque
modo, di parti dell'orazione, fosse potuto venir in mente di ordi-
narle in un complesso scientifico, pare che Aristotele avrebbe
dovuto esser quello. Ma, dagli scritti che rimangon di lui,
appare tutt' altro « (p. 335)- Continua poi fino a Prisciano, che
ne enumera quattordici, « lo stesso suddividere, e per motivi
d'egual valore » (ib.). L'intento de' grammatici fu sempre pra-
tico: « indicare le regole positive dei vocaboli... E in questo...
si trovavano d'accordo senza fatica, perchè seguivano tutti una
medesima guida, l'Uso: sfido a prenderne un'altra per comporre
delle grammatiche positive » (p. 336). Anche « quel novo e ar-
tifizioso edilìzio filosofico » che è la Grammatica speculativa di
Duns Scoto, « è fondato sull'autorità sottintesa e costrutto sul
metodo arbitrario d'un grammatico » (pp. 339-40). E l'arbitrio fu
proseguito dal Valla al Buonmattei. « Novo e notabile /w in questo
l'assunto de' due celebri scrittori francesi », che lo fondarono
su questo principio: « La maggior distinzione... di ciò che ac-
cade nel nostro spirito è che ci si può considerare e l'oggetto
del nostro pensiero, e la forma o la maniera del pensiero me-
desimo » : che, applicato al linguaggio, li conduceva alla dedu-
zione « che, avendo gli uomini bisogno di segni per indicar ciò
che accade nel loro spirito, la distinzione più generale de' vo-
caboli dev' essere che gli uni significano gli oggetti de' pensieri,
e gli altri la forma, o il modo de' pensieri medesimi » (p. 342).
Qui il Manzoni trova acutamente che una supposizione è stata
sostituita da una ricerca; mentre «i fondamenti dell'arte di
parlare dovevano esser cercati altrove che in una distinzione
Capitolo quindicesimo 515
de' vocabili in due categorie » (pp. 342-3). Ciò che dette origine
a tutte le arbitrarietà della grammatica generale. « E sarebbe
una storia lunga e superflua quella di tant' altre questioni dello
stesso genere [di quella della preposizione non preposizione o
participio non participio Excepté] ; vai a dire se tali o tali altri
vocaboli s'avessero a collocare tra gli avverbi, o tra le prepo-
sizioni, o tre le congiunzioni, o tra' nomi, o tra' pronomi, o
tra' verbi. Questioni non mai sciolte, e, oso dire, insolubili,
perchè con esse si cercava ne' vocaboli una qualità supposta
arbitrariamente, qual'è l'attitudine esclusiva a fare un ufizio gram-
maticale. Quindi ognuna delle parti poteva avere una ragione ;
nessuna poteva aver ragione » (pp. 346-7).
Dalla qual conclusione è facile concludere, come già accen-
nammo, che il Manzoni colpiva a morte la grammatica generale,
ma non la grammatica (').
Come tesi pratica, lungi dall' esser una reazione e oppo-
sizione al purismo trionfante del Cesari come quello che offriva
un'unità linguistica da seguire di contro alla nuova barbarie del
francesismo e alla babele della lingua universale, la teoria man-
zoniana ne fu, non dico la continuazione, ma una trasformazione :
il purismo affermava i diritti della lingua letteraria del Trecento
e degli scrittori posteriori che l'avessero mantenuta viva, ossia
dell'unità fiorentina quale si era stabilita nelle scritture; il Man-
zoni affermò i diritti dell'unità fiorentina viva e parlata in quanto,
non discordando da quel tanto di fiorentino che era rimasto vivo
e che era perciò adoperabile e rappresentava il nucleo che gl'Ita-
liani avevano in comune, poteva essere comunicata a tutti e ba-
stare ai bisogni di tutti, cioè diventare con la maggior facilità
e precisione la lingua comune, universale della nuova letteratura
e perciò della nuova Italia (").
(') Sul Manzoni grammatico, seguendo il voi. IV delle opere ine-
dite o rare da noi esaminate, scrisse una memoria G. B. Zoppi (nella
Miscellanea per le Nozze Biadego- Bernardinelli , Verona, 1896, pa-
gine 1 24-141 ), di cui avremo occasione di occuparci tra poco.
(2) Il che viene a concordanza con quanto osserva il Borgese
circa le relazioni tra il purismo classico e il romanticismo : « I clas-
sicisti puristi avevano quasi troncato tutte le dispute sulla natura sto-
rica della nostra lingua, stabilendo ch'ella dovesse modellarsi sulla
toscana, o meglio, sulla fiorentina; se non che, per la medesima ra-
gione che la poesia esprimeva sentimenti, passioni, opinioni di tempi
516 Storia della Grammatica
Le opposizioni di genere teorico non potevano mancare alla
tesi del Manzoni, e non mancarono, come non mancarono le
calorose difese ('): intervennero nella disputa anche filologi e glot-
tologi eminenti, con gli argomenti a favore e contro che la gram-
matica storica poteva loro offrire ("); ma dubitiamo che la parte-
cipazione di essi al dibattito sia stato il deus ex machina che
sia riuscito a risolverlo ; poiché, se essi poterono ben chiarire
col metodo positivo come sia sorta e siasi sviluppata la lingua
italiana intesa come evoluzione, non è vero che con questo
chiarissero ancora che cosa una lingua effettivamente sia : il
problema insomma non è filologico, è filosofico: e noi sap-
piamo con che la filosofia identifichi la lingua. Nel fatto in-
vece il problema del Manzoni in quanto ha di pratico fu ri-
soluto nel senso da lui voluto. Che cosa aveva voluto? Quello
che ottenne, e che dirò con parole del De Sanctis, di uno cioè
che non prese e non poteva prender parte a una controversia
che non aveva per lui alcuna portata né critica né filosofica. « Il
Manzoni ha rinnovato la forma, rendendola popolare, perchè ha
combattuto a morte la forma convenzionale, ha distrutto l'at-
mosfera classica, ha vinto la rettorica, producendo una forma
semplice, vera, reale, forma cercata nelle viscere stesse del po-
polo, forma ingentilita con tali colori accessibili al popolo »(3).
Su questo nuovo fatto, che non fu naturalmente tutt' opera
del Manzoni e de' suoi valorosi seguaci (son troppi per citarli
tutti, ma qui è doveroso ricordare il Bonghi, il Morandi e,
benché sia manzoniano temperato, il D'Ovidio), sorse la nuova
grammatica italiana oggi adottata nelle scuole, cioè la gram-
andati, parlava anche con le parole morte, quasi fosse latina. I ro-
mantici mostrarono che, se la poesia vuole imitare il vero, per vero
deve intendere quello a cui noi crediamo, e che, se ha da parlare
ai contemporanei e non ai defunti, deve usar di quelle parole che
possono nell'età nostra intendersi anche dai non dotti. » Op. cit., p. 147.
(') Sulla dibattuta questione fu pubblicato perfino uno speciale
periodico: L'Unità della lingua, per cura di P. Fanfani, A. Gelli
e R. Vescovi. Firenze, 1869-1873.
(2) A titolo d'onore dobbiamo qui registrare il Proemio dell'Ascoli
i\\Y Archivio glottologico, che degnamente combattuto dagli avversari,
sollevò la controversia alla maggiore elevatezza di discussione pos-
sibile.
(3) In Vivaldi, op. cit.. Ili, p. 314.
Capitolo quindicesimo 517
matica dell'uso moderno, o della lingua parlata e dell'uso vivo,
di cui avemmo tipi invero in qualche parte diversi. Il che chia-
rendo avremo assolto anche il compito che qui ci era riservato,
di dar conto complessivamente di un gruppo di grammatiche,
troppo numerose per essere singolarmente esaminate, e troppo
uniformi non solo nel principio che lor serve di base ma anche
nella configurazione loro, non gran che, s'aggiunga, differente
da quella che ebbe la grammatica del purismo, per meritare
un'analisi minuta del loro speciale contenuto, considerato sopra-
tutto che non scaturendo esse, come invece avvenne nel Cinque-
cento, dal bisogno di rendersi conto di una letteratura nuova
— bisogno che assume aspetto di problema filosofico — né
connettendosi, come nel Sei e Settecento si avverò, agli sforzi
compiuti dai filosofi del linguaggio per intenderne la natura e
insieme le tradizionali categorie, ma solo rappresentando un in-
dirizzo pratico, come quelle del purismo cesariano della prima
metà del secolo, vengono a perdere individualmente gran parte
del loro interesse in una storia come la presente.
Trascurando non senza ragione gli ultimi epigoni della gram-
matica del purismo, non esclusi quelli che sotto veste di novità
in sostanza esponevano la medesima materia (Melgaj, e tacendo
anche per amor di brevità di trattazioni particolari, che per
certi rispetti si ricongiungono alla grammatica storica (Buscaino-
Campo, Regole per la pronunzia italiana, (') e per altri che
vertono più specialmente sulla sintassi tradizionale (Bulgarini
A. e P. E. Castagnola, La struttura del periodo) ("), e delle
solite disquisizioni sullo studio o sull'importanza o sulla por-
tata filosofica della grammatica generalmente prive di senso
scientifico, noteremo che, se ben presto, dopo cessate comple-
tamente le polemiche rinnovatesi più vivacemente con la Rela-
zione del Manzoni e quando ormai i fatti cominciavano a parlar
da sé, cioè sui primi dell'ultimo ventennio del secolo scorso,
sorsero e pullularono le grammatiche del nuovo principio dell'uso
moderno, invero quella che applicasse rigorosamente, cioè nel suo
preteso esclusivismo ma in tutta la sua larghezza e in tutte le
sue contemperanze, il concetto fondamentale del Manzoni, uscì
(') Trapani, 1S85.
(2) Torino, 1879.
5i 8 Storia della Grammatica
relativamente tardi, e precisamente nel 1894 : e fu la Gramma-
tica italiana del Morandi e del Cappuccini, non essendoci lecito
dubitare, anche se non ce ne fossimo convinti col nostro studio,
di quanto essi affermavano nell' introduzione. « Più di ven-
tanni fa, uno di noi [il Morandi, in due scritti pubblicati
nel 1873-4 e incorporati in Le correzioni ai Pr. Sp. (')], so-
steneva come fosse ormai tempo di rinnovare la Grammatica
italiana sul concetto fondamentale del Manzoni : concetto che
le indagini e gli studi filologici hanno sempre meglio illustrato
e confermato. Ma questo voto rimase quasi del tutto inesau-
dito, come potrà vedere chiunque confronti accuratamente il
nostro lavoro con le grammatiche che si pubblicarono da al-
lora ad oggi» (pp. VII-VIII). Dell'82 è la Grammatica italiana
dell'uso moderno del Fornaciari e la Grammatica italiana dello
Zambaldi, dell '83 la Grammatica della Ungila parlata con gli
esempi cavati dal Manzoni del Boni, dell' 87 la Grammatica della
lingua italiana del Petrocchi ; son tutte pregevoli, come ga-
rantiscono i nomi degli autori chiari e autorevoli quanto bene-
meriti e infaticabili cultori del nostro idioma ; ma il principio
dell'uso moderno v'è stato applicato diremo così un po' all'in-
grosso, con maggior simpatia verso l'uso letterario in quelle del
Fornaciari e dello Zambaldi, con più libertà manzoniana, dirò
così, nelle altre due. Scendere a particolari qui non possiamo,
né ne metterebbe il conto. È un giudizio che i lettori ci possono
menar buono anche senza prove, purché pensino ai nomi di co-
desti autori e alla diffusione che le opere loro hanno ancora nelle
scuole : il nome dello Zambaldi e più ancora del Fornaciari as-
sicurano, per es., di un certo freno, quasi di una remora pru-
dente e ragionevole alla scapestrataggine grammaticale : infatti
le loro grammatiche si ristampano coi dovuti miglioramenti anche
oggi, e sono meglio accette ai maestri che vogliono sì l'uso mo-
derno ma con le debite cautele e restrizioni : gente che ha na-
turalmente molta fede nella grammatica come ausiliatrice della
rettorica per gli effetti del corretto e bello scrivere degli alunni.
Invece interamente manzoniana nel senso largo che abbiamo de-
terminato, ma non esclusivamente manzoniana, perchè vi si tien
conto nella fonetica dei più notevoli e certi resultati della gram-
(') Parma, 1S79, 3'1 ediz.
Capitolo quindicesimo 519
matica storica, è quella del Morandi e del Cappuccini. I quali
l'hanno caratterizzata meglio di quel che potremmo far noi.
« Posto come norma fondamentale l'uso civile fiorentino, senza
punto occultarne, ma anzi mettendone in rilievo i rari e leggieri
dissensi con l'uso vivo generale italiano, noi facciamo poi largo
luogo anche all'uso letterario, distinguendo il comune del poe-
tico, o dell'antiquato, o dal pedantesco, ecc., e notando spesso
ciò che di quest'uso sopravvive tuttora nel volgare, ossia plebeo,
di Firenze, o ne' vari dialetti. Sicché, quella parte storica della
lingua, che anche quando sia addirittura morta, può alle volte
essere riadoperata nello stile poetico, ovvero per ironia, o per
ischerzo, o per altro, qui non solo non manca, ma ce n'è di più
che in molte altre grammatiche, con la differenza però che ci si
trova nettamente distinta. E a proposito di lingua, dobbiamo
pur dire che dell'usata e usabile abbiam procurato, negli esempi
e nel resto, di darne con la maggiore possibile varietà e ric-
chezza, senza però invadere il campo proprio del Vocabolario,
se non quando i Vocabolari erano discordi tra loro, o addirit-
tura in errore. Se spesso poi, specialmente rispetto all'uso vivo,
noi ricorriamo ai forse, ai più o meno, ai d 'ordinario , e simili,
anche di questo la colpa non è nostra. Gli è che noi non vo-
gliamo dar per certo ciò che è dubbio, ne sostituire il nostro
gusto alla realtà de' fatti. E i fatti, in ogni lingua viva, son di
tre specie: ben determinati, e di questi noi diamo regole fisse;
che si vanno determinando, e qui noi diciamo la tendenza, il
più comune; ancora incerti, e noi notiamo l'incertezza». Non
vi par questa una pagina sinteticamente illustrativa della dot-
trina manzoniana nella sua parte più essenziale e praticamente
attuabile? e, nel tempo stesso, non vedete qui disegnato l'ideale
della moderna grammatica normativa? della grammatica che,
conscia del suo modesto compito, vi spiana la via all'apprendi-
mento della lingua che vi occorre o vi può occorrere senza met-
tervi né la catena a' piedi né le manette ? La grammatica Mo-
randi-Cappuccini chiude l'ultimo momento storico dello svolgi-
mento di questo prodotto di cui siam venuti descrivendo le
vicende, riflettendo in sé esattamente l'ambiente linguistico in
cui si maturò. Delle moltissime altre che le si sono succedute
con la rapidità e frequenza onde le imitazioni sogliono accom-
pagnare l'opera originale, è superfluo qui spender parole, anche
se in qualcuna di esse avessimo da segnalare particolari espe-
Storia della Gran/matita
dienti didattici, non essendo stato nostro assunto il far la storia
delle istituzioni scolastiche e dei metodi d' insegnamento (').
IV.
Ma lasceremmo una lacuna, se non facessimo un cenno dello
sviluppo della grammatica storica nel secolo passato, non perchè
l'argomento rientri nel nostro tema, specie quando si consideri
che la grammatica storica si svolse in quest'ultimo suo vera-
mente glorioso periodo affatto indipendentemente, come il suo
metodo e i suoi intenti esigevano, dalla mera grammatica nor-
mativa — il che non accadde, p. es., nel Cinquecento, quando il
problema apparve unico e intimamente connesso con quello della
rifiorita letteratura nazionale — ma perchè, come già abbiamo
accennato, la grammatica storica s' immischiò nelle discussioni
intorno alla lingua, o meglio alla tesi manzoniana e, fuori di
queste relazioni, volle esser rappresentata non senza ragione nella
antica sezione della pronunzia e dell'ortografia, costituendovi un
riassunto dei principali accertamenti della fonologia.
Bianco Bianchi in quella sua lodata Storia della preposizione
A e de' suoi composti nella lingua italiana (1S77) dichiarava d'es-
sersi giovato del Nannucci, « che da noi segna il passaggio del-
l'antica alla nuova scuola, e che ancora egli stimava assai più
di certi arrembati, i quali montati a cavalluccio sopra i Bopp,
i Grimm e i Diez, si danno il facile vanto di far passar da ciuchi
tutti i loro predecessori » (prefaz.). Prima ancora del Nannucci,
non era mancato un certo interesse per lo studio storico della
lingua. Il Ciampi nel suo libro De uste linguae italicae saltem a
saeculo quinto R. S. (1817) ripigliava la vecchia tesi Bruni-Citta-
dini con molta dottrina ed erudizione, ma così, mi pare, peggio-
randola: « linguam italicam extitisse apud vetus italum vulgus, in
multo ante, nec equidem repugnabo, saltem a saeculo R. S. quinto ;
eamque ortam non tantum ab reliquis latinae linguae cultioris,
sed ab universis vetustissimis Italicis dialectis, dein, varie, variis
(') Una Grammatica italiana recentissima a cui sottostà la co-
scienza della sua inconsistenza filosofica e che cerca di attenuare i
danni dell'eccessivo schematismo tradizionale è quella di G. Lombardo-
Radice (seguace dell'Estetica del Croce), Catania, 1908.
Capitolo quindicesimo 521
temporibus, adauctam latino maxime, et graeco sermone: tum
edam quibusdam Externorum vocibus. Post saeculum vero R. S.
alterimi supra decimum, e triviis in aedes hominum elegantiorum
successiti hinc et ad normam, libellumque redacta, scriptorum
statu et praeceptis grammatices polita est » (pp. 39-40). È il tono
degli eruditi del 700, Muratori, Tiraboschi, Maffei, del quale in-
fatti il Ciampi ripubblicava Yitalica ehtaibratio hi idem argu-
mentum, riassumendo e criticando tutt'e tre i nominati, che,
nello sfogliare le cartapecore antiche, vedendo tante voci e modi
della nostra lingua adoperati in tempi ne' quali si credeva non
fossero mai sonati sulle bocche de' parlanti, erano stati condotti
a veder chiaro nel problema lasciato insoluto dai precedenti
trattatisti: il primo — riferisco il Ciampi, s'intende — - aveva
concluso che la lingua italiana era derivata dalle rovine del la-
tino, e che ingrossata dai barbari nel sec. Vili già era parlata
dal volgo; il secondo ridotto l'antichità dell'origine al periodo
longobardico e riconnessala alle genti barbare più che alle latine ;
il terzo negato ogni straniera e particolarmente tedesca deriva-
zione, mettendosi così sulla buona via di dimostrarla in tutto
d'origine latina sebbene con molte alterazioni della lingua dotta.
Anche questa del Ciampi era un'esercitazione erudita, sebbene
scendesse a particolari de usu verborum quae vocant auxiliaria e
di voci e costrutti volgari rintracciati nel latino antico e di vo-
caboli derivati dal greco ; né poteva far fare un passo al vecchio
problema ; ma intanto lo manteneva vivo ed era già un pro-
gresso e lasciava visibile l'orizzonte verso cui avrebbero i po-
steri spinto così profondamente lo sguardo.
Anche il Manno col suo fortunato libro Della fortuna delle
parole contribuiva a tener vivo 1' interesse per gli studi storici
intorno alla lingua ; e le stesse polemiche destate dalla Proposta
e particolarmente le dissertazioni del Perticari e de' suoi con-
tradittori non possono non considerarsi, con tutti i loro errori
e traviamenti più o meno spontanei, non possono non conside-
rarsi almeno come caratteristici episodi nella storia della gram-
matica storica (').
(') Tra le ricerche d'indole storica, ricorderò: O. Toselli, Ori-
gine della lingua italiana, Bologna, 1831-33; B. Biondelli, Origine e
sviluppo della lingua italiana, Milano, 1840; Sicher, Elementi e stati
della lingua italiana, Trento, 1853.
522 Storia della Grammatica
La quale si mise finalmente sulla strada regia dell'indagine me-
todica storico-comparativa, quando, cessate le vane logomachie,
le ricerche complessive che si contentavano di raggiungere un'idea
approssimativa delle parentele delle lingue e del loro stato in
determinati periodi storici, pose sulla pietra anatomica il vario
materiale linguistico dei gruppi affini monogenetici criticamente
vagliato, e, coi potenti aiuti della comparazione e delle leggi
dell'analogia e de' suoni, potè stabilire con matematica sicu-
rezza le derivazioni delle lingue romanze dal latino popolare,
fissarne le fasi e le condizioni e costituirsi così in corpo orga-
nico di dottrina capace di ulteriori modificazioni ne' suoi aspetti
particolari, ma stabilmente fondato su basi incrollabili, s'intende
nel senso che diamo noi a queste parole.
Ricordare i nomi e le date più notevoli di questo serio e
fecondo lavorìo che rappresenta uno de' caratteri più spiccati
e più seri dell'erudizione della seconda metà del secolo passato,
ci sarebbe molto facile. Ci sia permesso solo accennare qui che,
di fronte ai celebri nomi dei fondatori della scienza positiva del
linguaggio e della grammatica storica particolarmente romanza
(Bopp, Diez) (*) e degli ammirati maestri stranieri, che ci diedero
la grammatica storica dell' italiano (Meyer-Lùbke) e alle loro
importanti riviste e enciclopedie (Romania, Zeitschrift, Grun-
driss, ecc.), l'Italia può vantare una schiera di valorosi filologi,
dai compianti Caix, Canello e Mussafia al Rajna, al Crescini, al
Parodi, al Gorra, al Salvioni, al De Lollis, al Biadene, al Goi-
danich, allo Zingarelli, al Savi Lopez, al De Bartholomaeis, al
Bertoni, a molti altri giovanissimi, al Renier e al Novati, bene-
meriti della filologia anche pel Giornale storico, al D'Ovidio,
sempre ricercato anche dai colleghi d'Oltralpe a collaborare in
libri e periodici, a Emilio Teza, cui, come disse recentemente
un nostro poderoso glottologo, Luigi Ceci, nessun territorio
linguistico è sconosciuto, a Ernesto Monaci che fondò riviste
che gareggiarono felicemente con le straniere migliori e ora è
anima d'una fiorentissima e attivissima Società filologica, stretti
già quasi tutti intorno a Graziadio Ascoli, il glorioso fondatore
dell 'Archivio glottologico .
(') Tra i primi divulgatori della grammatica storica dell'italiano
sono degni tra noi di menzione il Fornaciari e il De Mattio, che erano
stati preceduti fuori dal Blanc, la cui Gratnmatik der italienischen
Sprachen (1864) ha ancora un certo valore per la dottrina delle forme.
Capitolo quindicesimo 523
V.
Se la grammatica generale, non mai del tutto rassegnata a
morire ('), giacque sotto i colpi e i sarcasmi della scienza del
linguaggio ("), non mancarono tra noi tentativi di una filosofia
della grammatica, e notevole è quello dello Zoppi, un rosmi-
niano acuto quanto dotto e diligente e anche garbato esposi-
tore. Il quale credette appunto di costruire una scienza della
grammatica col connubio della grammatica generale e della
scienza positiva del linguaggio (:ì), inconsapevolmente (') ese-
(') Ricorderò l'opera di Ed. L. Starck, Grommar and Language,
Boston, 1887, fondata sulla credenza che almeno i tre gruppi attuali
e più importanti delle lingue indo-europee sieno retti da comuni prin-
cipi generali ; e i numerosi lavori di Raoul de la Grasserie e par-
ticolarmente V Essai de Syntaxe generale, Louvain, 1896, che parimenti
mi sembrano ispirarsi alla medesima fede nelle leggi generali. — Per
curiosità ricorderò anche una recente ristampa della grammatica ra-
gionata di S. Compagnoni, Grammatica scientifica, ossia la teoria della
lingua italiana secondo i principi naturali del linguaggio, Milano, 1892,
e C. Michelin-Bert, Nouvelle grammaire rationelle et pratique de la
langue italienne, Paris, 1894; inoltre: Em. Donatelli, Appunti di lo-
gica e grammatica, Venezia, 1897; A. Fink, Logisches und Gramma-
tisches, Progr., Ploen, 1897; L. Peine, Notes sur Vanalyse gramm. et
logique, Montemorency, 1898 (Extr. d. Bull. d. la Societé amicale des
proff. elèni, de Paris et de départ. — Breve contributo agli studi logico-
sintattici (e nel testo, a p. 30, « modesto contributo a una futura
sintassi filosofica della meravigliosa lingua di quel popolo (il greco),
a cui nessuna intuizione mancò») è il sottotitolo della cit. memoria
su La teoria Kantiana del giudizio già intuita e fissata nella sintassi
de' Greci di G. Piazza, il quale non so quanto si sia confortato a
proseguire nell'ardua impresa dalla recensione parimente citata che
gliene ha fatto il Croce.
(-1 II vero fondatore della scienza del linguaggio intesa in senso
idealistico è l'Humboldt, e sotto i colpi de' principi di questa cade
effettivamente la grammatica generale ; ma si sa che il punto di vista
humboldtiano fu spesso smarrito dagli indagatori della parola col me-
todo positivo: e questi non sappiamo quanto possano aver da ridire
sulla grammatica generale, che in fondo è un tentativo di filosofia del
linguaggio.
(ò) Dico qui per chiarezza positiva in ordine a quanto osservo
nella nota precedente.
1') Perchè la pubblicazione del frammento manzoniano è poste-
riore al suo tentativo che risale agli anni 1884-55-86, ne' quali lo pub-
blicò nella Rivista « La Sapienza ».
524 Storia della Grammatica
guendo un disegno abbozzato già dal Manzoni stesso. « Il miglior
mezzo di farle cessare [le controversie sulla distribuzione delle
parole nelle arbitrarie classi grammaticali] sarà una Grammatica
veramente filosofica », aveva detto il Manzoni, « la quale, in
vece di supporre nel fatto delle lingue una simmetria arbitraria,
cerchi, nella natura dell'oggetto della mente, e nella condi-
zione imperfetta e necessariamente limitata del linguaggio, la
spiegazione del fatto qual' è, vale a dire di quella molteplice
attitudine di diversi vocaboli. Il campo della quale ricerca deve
naturalmente essersi allargato con la cognizione più diffusa e
più intima di lingue altre volte o ignorate in Europa, o stu-
diate da pochissimi, e con intenti più pratici che filosofici. Si
veda, per un esempio, ciò che dice d'una di queste il celebre
sinologo già citato [Abel-Rémusat]: « Molti vocaboli chinesi
possono essere adoperati successivamente come sostantivi, come
aggettivi, come verbi, e qualche volta anche come particelle » (/).
« La filosofia della grammatica », dice lo Zoppi, (diversamente
dalla grammatica generale, « che pretende che certe ferme o
espedienti grammaticali siano cosi necessari ed inerenti a certe
specie di vocaboli da costituire una teorica grammaticale, asso-
luta, a cui devono conformarsi tutti i linguaggi »), « confron-
tando i risultati della filosofia colle leggi psicologiche del pen-
siero cerca le origini, studia ed espone il perche di quelle torme
grammaticali che si trovano di fatto diversamente svolte ed at-
tuate nelle diverse lingue » ('"'). Essa « per una parte è l'appli-
cazione della logica alla lingua, ed è quindi per questo rispetto
scienza a. priori, ma dall'altra è fondata sulla più diligente e
minuta osservazione dei fatti che nelle sue molteplici varietà
presenta il linguaggio, ed è perciò anche scienza induttiva ed
a posteriori. Laonde la filosofia della grammatica deve essere il
frutto dell' accordo di questi due metodi. La sola logica in ef-
fetto ci darebbe delle generalità troppo astratte e spesso con-
tradette dai fatti, come è avvenuto delle grammatiche generali:
la sola linguistica, poi, ossia, la critica delle lingue si starebbe
paga a raccogliere e ad ordinare dei vocaboli o ad accertare
alcune leggi di questo o di quell'idioma, ed a formarne delle
(') Opere inedite o varie, voi. IV cit., p. 306.
(;) // Manzoni grammatico cit., p. 135.
Capitolo quindicesimo
famiglie e dei gruppi, senza però levarsi mai alla sommità di
principi universali, in cui deve trovarsi la ragione ultima di
tutte le varie forme, onde il pensiero si attua e si plasma nella
parola » (').
Ma noi dubitiamo assai che lo Zoppi con tutto il suo buon
volere sia riuscito a far di meglio che un lavoro di natura egual-
mente arbitraria, vorremmo dire doppiamente arbitraria, com'è
quello in cui si uniscono, anzi si confondono due sistemi, l'uno
de' quali il logico, è falso e arbitrario, 1' altro, il positivo, è
semplicemente metodologico e non gnoseologico e che si giova
di schemi e di categorie per pura comodità pratica, senza dare
ad essi alcun valore. Due punti di vista sono troppi per com-
prendere un unico fatto ; congiunti in un terzo non possono
dare che un nuovo punto di vista falso, tanto più falso in quanto
tra gli altri due non vi è intimità di rapporti e l'uno è più in-
sufficiente dell'altro a spiegar da solo quell'unico fatto ('). E il
vero linguaggio, il linguaggio come creazione resta fuori d'ogni
considerazione sia storica (storia letteraria) che teorica (estetica).
Il superamento della concezione grammaticale del linguaggio
e il concetto della vera natura spirituale e intuitiva di esso si
sono ottenuti in modo pieno e definitivo solamente ai nostri
giorni coli 'opera capitale di Benedetto Croce, 1' Estetica come
scienza dell'espressione e linguistica generale, che, riannodandosi
al Vico, all' Hegel, all'Humboldt nella correzione integrativa
dello Steinthal, scioglie il problema identificando parola e intui-
zione e riferendo arte e linguaggio alla medesima attività teo-
retica dello spirito, V intuitiva o fantastica. Qui la grammatica
ha finalmente la sua critica completa.
Se il linguaggio è espressione e non esistono classi di espres-
sioni, la linguistica in quanto ha di riducibile a scienza è tutt'uno
con V estetica, e non può davvero costruirsi sulle particolari teo-
riche che furono escogitate dell' interiezione, dell' associazione
('; A questo punto lo Zoppi cita la p. 62 del cit. voi. del Man-
zoni, e tutto il brano è riportato nello studio // Manzoni grammatico
<PP- T35-6) dalla seconda edizione de La filosofia della grammatica,
fatta in Verona, nel 1891.
(') Lo Zoppi alla fine del suo voi. (parlo ora della ia ed., p. 204)
dà due Tavole dimostrative , l'una della genesi psicologica delle parti
del discorso, l'altra di quella glottologica.
526 Storia della Grammatica
o convenzione e dell'onomatopea, mescolate insieme : e poi che,
se il linguaggio è creazione spirituale, dev' esser sempre crea-
zione (onde resta senza significato la distinzione del problema
in origine e svolgimento), V altra considerazione che può farsi
sul linguaggio non può esser che storico-artistica, ogni espres-
sione essendo un individuo artistico da studiare in sé stesso e
da rivedere e ricreare in noi col ricollocarci nelle condizioni
storiche in cui si produsse. Una terza Considerazione del lin-
guaggio, la logica, che consiste nell'elaborare logicamente il fatto
estetico, che è di natura sua indivisibile, dividendolo in con-
cetti e ricavando le categorie grammaticali del moto o dell'a-
zione (verbo), dell'ente o materia (nome) eccr, se è lecita, è in-
feconda per la comprensione del fatto estetico, perchè in quella
elaborazione esso è stato distrutto : e quelle categorie non pos-^
sono valere come modi imitabili d'espressione, come formule e
precetti per la creazione artificiale del linguaggio: una tecnica
dell' 'espressione è un termine erroneo, contradittorio : e appunto
tale è la grammatica normativa, il cui valore è semplicemente
didattico.
Una forte risonanza de\V Estetica del Croce, per quanto ri-
guarda la lingua, si è avuta recentemente in Germania nel-
l'opera di Karl Vossler, Positivismo e Idealismo nella scienza
del linguaggio ('), dove si conducono argute polemiche contro
recenti teorici del linguaggio e in bellissime particolari analisi
è mostrata tutta la fecondità e la verità del principio idealistico
propugnato dal Croce e si traggono deduzioni importantissime
per il metodo e il fine dell'indagine linguistica.
Il Vossler trova nella lingua due aspetti distinti sotto cui
dev'essere conformemente considerato : 1' uno del progresso as-
soluto, cioè dalla libera creazione individuale e teorica, 1' altro
del progresso relativo, cioè dello sviluppo regolare e della crea-
zione teorico-pratica collettiva condizionantisi a vicenda. Nel
primo caso la considerazione è estetica o stilistica (cioè di storia
artistica, o critica letteraria, o storia, semplicemente), nel se-
condo è storica o evoluzionistica (cioè di storia della coltura,
11) Con questo titolo è uscita quest'anno, per i tipi del Laterza
di Bari, e per merito del dott. Tommaso Gnoli, la traduzione italiana
delle due parti originali dell'opera tedesca citate nell'Introduzione.
Capitelo quindicesimo 527
grammatica storica). « Un terzo modo di considerar la lingua,
puramente positivistico o descrittivo senza valutazione estetica
o spiegazione evoluzionistica, non esiste ; è teoricamente impos-
sibile » (p. 121). Ossia quel terzo modo è la grammatica empi-
rica e normativa, sussidio didattico.
Ma il sistema idealistico vige pienamente in entrambe le
prime considerazioni, poiché anche nel momento del progresso
relativo della lingua opera un'attività spirituale.
La grammatica, quando è conoscitiva, è così sciolta o nella
storia letteraria o nella storia della cultura, sempre cioè nella
storia ; quando vuol esser normativa, e non più empirica ma
filosofica e rigorosa, si annulla nell'estetica.
Col presente saggio noi speriamo d'esser riusciti a confer-
mare la verità di tale sistema, applicandone i principi alla con-
siderazione d'un prodotto caratteristico dello spirito teorico ita-
liano studiato nelle condizioni storiche del suo svolgimento, nei
suoi rapporti cioè con l'arte e con la scienza.
APPENDICE
« REGOLE DELLA LINGUA FIORENTINA »
C ["kabalza.
PREFAZIONE
A quanto dico nel cap. I (p. 13 sgg.) del notevolissimo do-
cumento che qui esce per la prima volta alla luce, sono in grado,
per speciale favore usatomi dal mio illustre maestro ed amico
senatore Luigi Morandi, di aggiungere alcune notizie di grande
importanza storica, anticipando le conclusioni a cui egli è giunto,
com'è suo costume, dopo largo e profondo studio, e che illustra
col noto suo magistero di dottrina e di stile in un saporitissimo
saggio d'imminente pubblicazione.
Nella Nuova Antologia del iu agosto 1905, il Morandi se-
gnalava l'importanza della Grammatichetta Vaticana, narrando
le vicende del manoscritto; e poiché egli stesso m'aveva esor-
tato a pubblicarlo per intero, annunziava fin d'allora ch'io l'a-
vrei messo come appendice al presente lavoro.
Continuando però le sue indagini con rigore di metodo in-
torno ai primi vocabolari e alle prime grammatiche della nostra
lingua, il Morandi ha potuto tra le altre cose provare che la
nostra Grammatichetta fu molto probabilmente opera di Lorenzo
il Magnifico, non certamente di Leon Battista Alberti, com'era
stato supposto ; e che anche Leonardo da Vinci abbozzò una
grammatica italiana, dimettendone forse il pensiero, quando ebbe
notizia, come apparisce da due suoi ricordi, della Grammati-
chetta del Magnifico.
Lo studio del Morandi si occupa poi distesamente dei ma-
teriali raccolti da Leonardo per fare il Vocabolario italiano, il
latino-italiano e una specie di Dizionario illustrato delle armi
5 3 2 Prefazione
antiche, pel quale seppe attingere da una fonte classica sfuggita
ai lessicografi latini suoi contemporanei. Per tutto questo il Mo-
randi adduce fatti fin qui ignorati o fraintesi; ed attorno alla
Grammatichetta Vaticana e all'opera filologica di Leonardo trat-
teggia e documenta i traviamenti degli altri primi come de'po-
steriori grammatici e vocabolaristi, italiani e latini, e ha occa-
sione di riparlare, sotto nuovi aspetti, de'punti più capitali della
questione della lingua, dimostrando, in concordia e in conferma
del principio che egli viene sostenendo da tanti anni, come il
Magnifico, il Vinci e il Machiavelli avessero criteri linguistici
assai più giusti di altri loro contemporanei e di molti moderni.
Sicché il suo nuovo libro, mentre, integrando le sue ben
note trattazioni precedenti, va a prendere un cospicuo posto
nella secolare letteratura della questione dell'unità della lingua,
viene a colmare, sotto il rispetto storico, una vera lacuna.
II
Ed ora poche parole sull'edizione della Grammatichetta;
poche, perchè i criteri da noi tenuti appariranno ben chiari dal
testo che qui segue.
S'è cercato di conservarlo in tutta la sua integrità anche
sotto il rispetto puramente materiale: quindi nessuna sostanziale
modificazione nel sistema ortografico e di punteggiatura, che qui
poi ha un maggior valore, mancando nella Grammatichetta qua-
lunque principio d'interpunzione e d'ortografìa('); nessuna sosti-
tuzione di corsivo, anche là dove forse per la chiarezza del testo
sarebbe stato di qualche utilità. Anche l'incertezza nell'uso delle
maiuscole e delle minuscole s'è lasciata. Per Yu e il v, benché
sempre rappresentati dall' A. coll'?^, s'è adottata la distinzione gra-
fica dell' Ordine delle lettere. Si sono conservati i più e i cosi e
simili, senz'accento, di contro all'a, preposizione, accentata. S'è
mantenuta anche la disposizione dei titoli de'capitoli. Si sono
invece sciolti i pochi nessi, anche perchè si son trovati di non
i1 In 536,36 dopo e, 537,8 dopo O, 537,38 dopo come, 540,10
dopo o, 543.2 dopo amiamo e amiate, 545,10- dopo compositione,
546,22 avanti a che il punto o la virgola sono stati cancellati,
Prefazione 533
incerto intendimento; i dubbi sono stati accennati in nota. Ma
le comuni abbreviature grammaticali, come di pir. per plurale,
dov'erano, si son mantenute, senza per altro tener conto di
qualche /.'per plr., che è il più frequentemente adoperato.
Frantendimenti e lacune del copista, che certo non mancano,
sono stati corretti e colmati nel testo con le parentesi quadre
o nelle note. All'evidente (l) spostamento subito nella rile-
gatura dal foglio 11 (si ricordi che la Grammatichetta e il
« De Vulgari Eloquentia » hanno scambiato nel nostro codice
le guardie: v. qui, pp. 13-14 u) s'è provveduto col dare questo
foglio risolutamente nel luogo dove deve stare, ma lasciandogli
la numerazione che ha nel codice. Qualche altra particolarità è
stata descritta in nota.
Poiché, infine, i segni delle lettere e degli accenti ortogra-
fici adoperati nell' Ordine delle lettere e nello specchietto delle
Vochali non erano riproducibili coi tipi comuni, abbiam creduto
opportuno, benché solo pochissimi siano adoperati poi nel testo,
dare un facsimile delle due pagine in cui si trovano : alle quali
rimandiamo i lettori per ogni altra cosa che ad esse si riferisca.
Uno di quei pochissimi segni è Ve articolo e pronome che il no-
stro A. scrive con un apostrofo non a destra, ma postogli sopra
perpendicolarmente. Non valendo la spesa il farlo fondere apposi-
tamente, potevamo renderlo coll'apostrofo laterale; ma abbiam
preferito di renderlo coll'accento acuto, che pur è meno esatto,
perchè quell'<? ricorre anche in casi, come in elio, dove l'apo-
strofo non si sarebbe potuto più mantenere (").
Evidente non solo per l'ordine che richiede la trattazione, ma
anche per il segno del fine (una croce tratteggiata negli angoli) posto
all'ultima parola della e. 11 B.
(;) Dobbiamo qui esprimere i nostri più vivi ringraziamenti al-
l'egregio amico nostro prof. Giuseppe Zucchetti che ha compiuto per
noi la diligente fatica di collazionare la nostra copia e le prime bozze
sull'originale vaticano.
urJM
/
SV et ' tfftmtme U ImmniAftm tvn efitrr
fktn cvtwmt' ti ' tum ?»t?w ijtfini y mti st* <
brtpriA, di' c<rh datti yoUjbet ', cerne '?*tP wuwdmo
/" / f ff ' ' f
m irteli ; erta* d?t*rrt*n* Mttìl* crtvrr : nette**
aiu/h tufJhf tyu(t»ou> in (tinaie ut racwi [ufi id
[a unntA rwjVto tn unnwmc- (lunata-turni ; omì cof*
#mU' -futre otiti* 1W (r<*n4' t' ) ìtuA0S% frvfs* t*
vrect prima , e' fa «rifa <tc ì-lMimi: Crchtflnifiif
* i t i \ , «^_
tfnejfc' sunti* ammanitimi .wtr* i jerù/erc' V fonai**
atre/ scnzA ecmmeia. $uc nmc urwti.ihes nur'
jm Afte' anale' e >U S{& rn ia .tnoiiA y^Avi Ufticr
ttm e' intende mv.fr '
Ovài ne ae'.ie it*Hrc' .
i
r
t
d b
n
H
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e
r*
0
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L
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C crj
M
Tav. I.
\roc^M
* e' e
i o
0 h
e' e
e"
r7 - -» /
CónmniTte vermi*
Arftculns
c't <nro
tir/
fiUw ci -zembe
H- iirolfr' fora a perei aneti* cyr f piiUfdtc'.
QlSl bnmU e dilhvnc' Tcfiiwii fini/ce '
( ' f f ( ' ' f (> ( ," '
w KoCfi*c .- scis fiixyhM ArHchoa acromi
L C c\)c(c ' iti molH pnrtt' \)WHq in mmis. tifimi,
4%c' mzwhni nomi , v/m Utmo -
tfen^tuj e-tvjmujrci e rum attrfi cf majiuliiict
c'i&mwitut; t nSHtri Ufim fi -fmo wdcww.
f iflfa/l 'in orni nmf ' (rtino l* Mnm* shmltret
ffitfto /tifi iti cgr> cdf S^^<: «fi."?!»*4
Tav. II.
Regole della lingua fiorentina 535
[«REGOLE DELLA LINGUA FIORENTINA»]
DELLA THOSCANA SENZA AUTORE Guardia
(Dal Cod. Vat. Reg. 1370 ce. 1-161
[QjVe che affermano la lingua latina non essere stata comune a e. 1 A
tutti é populi latini, ma solo propria di certi docti scolastici, come
hoggi la vediamo in pochi; credo deporanno quello errore: vedendo
questo nostro opuscholo in quale io racolsi l'uso della lingua nostra
in brevissime annotationi: qual cosa simile fecero gl'ingegni grandi e
studiosi presso a Grseci prima, e pò presso de é latinj : et chiamorno
queste simili ammonitioni apte a scrivere e favellare, senza corruptela,
suo nome Grammatica. Questa arte quale élla sia in la lingua nostra
leggietemi e intenderetela.
Ordine delle lettere
i r t d b v
e e o
1 s f
è e e Coniunctio
el giro girò aldo el zembo
et volse pòrci à porci quello che è pélla pelle.
p q
a x
Z
e eh
g
I) ó
u
e
e
Verbum
Articulus
YOCHALI e. I B
io. Cod. d'tlle. V. facsimile (Tav. I). 11. L'z nel cod. è senza puntino. 14.
Quest'ultima lettera sarebbe una g gutturale da distinguere dalla g della linea 12 che ne
rappresenterebbe il suono palatale? Nel testo, in ogni modo, il g non ricorre in nessuna
di queste due forme, ma nell'altra che si può com'esse vedere nel facsimile (Tav. I).
16. LV e Vó chiusi nel cod. sono distinti da^eo aperti, il primo con un apostrofo so-
prastante e il secondo con un circonflesso. 17-18. L'è congiunzione è distinto con due
puntini ; I* verbo con tre puntini a triangolo preceduti da un'asta perpendicolare su cui
ne cade perpendicolarmente un'altra; Ve articolo e pronome \ei, i) con tre puntini l'uno
sull'altro obliquamente posti, preceduti dal segno dell'angolo o di un sette. Ma vedi
meglio nel facsimile Tav. II).
Regole della lingua fiorentina
[OJgni parola e dictione Toscana finisce in vocale: solo alenimi
articholi de nomi in .1. et alchune prepositioni finiscono in .d. .n. .r.
Le chose in molta parte hanno in lingua toscana que medesimi nomi,
che in latino.
Non hanno é toscani fra é nomi altro che masculino, e, feminino. 5
é neutri latini si fanno masculini.
Pigliasi in ogni nome latino lo ablativo singulare, e questo s'usa
e. 2 A in ogni caso singulare; cosi al majsculino come al femminino.
A é nomi masculini l'ultima vocale si converte in .1. e questo
s'usa in tutti é casi plurali. io
A é nomi femminini l'ultima vocale si converte in .E. e questo
s'usa in ogni caso plurale per é femminini.
Alchuni nomi femminini in plurale non fanno in .E. come la
mano, fa le mani.
Et ogni nome feminino quale in singulare finisca in .e. fa in più- 15
rale in .1. come la oratione, le orationi, stagione, stagioni, confusioni
e simili.
É casi de nomi si notano co suoi articoli: de i quali sono varii
é masculini da é feminini.
Item é masculini, che cominciano da consonante hanno certi ar- 20
ticoli non fatti come quando é cominciano da vocale.
Item é nomi proprij sono varij da gli appellativi.
Masculini che cominciano da consonante hanno articoli simili a
questo.
SlNGI'LARE 25
c- 2 B EL cielo DEL cielo AL cielo EL cielo Ó cielo DAL cielo
Plurale
É cieli DE cieli A cieli É cieli Ó cieli DA cieli
Masculini che cominciano da vocale: fanno in singulare simile
a questo. 30
LO òrizonte DELLO òrizonte ALLO órizonte LO órizonte
.O. òrizonte Dallo òrizonte.
Plurale
Gli orizonti Degli orizonti Agli orizonti Gli orizonti Dagli orizonti.
É nomi masculini che cominciano da .s. prceposta a una conso- ^
nante hanno articoli simili a quei che cominciano da vocale, e dicesi
Lo spedo, Lo stocco, Gli spedi, e simile.
Regole della lingua fiorentina 537
Questi vedesti die sono vani da quei di sopra nel singulare él
primo articolo et anque él quarto; ma nel plurale variorono tutti gii
articoli.
Nomi proprii masculini non hanno él primo articolo, ne anque él
5 quarto; e fanno simili a questi.
Proprii masculini che cominciano da consonante in singulare e. 3 A
fanno cosi.
Cesare DI Cesare A Cesare Cesare .O Cesare Da Cesare.
Nomi proprii che cominciano da vocale nulla variano da conso-
lo nanti, excetto che al terzo vi si aggiugne .D. e dìcesi.
Agrippa DI Agrippa AD Agrippa etc.
In plurale non s'adoperano é nomi proprii, e se pur s'adoperas-
sero; tutti fanno come appellativi.
E nomi feminini ó proprij o appellativi o in vocale, o in conso-
•5 nante che é cominciano; tutti fanno simile à questo.
Singulare
La stella Della stella Alla stella La stella Ó stella Dalla stella.
La aura Della aura Alla aura La aura O aura Dalla aura.
Plurale
20 Le stelle Delle stelle Alle stelle Le stelle O stelle Dalle stelle, e. 3 B
Le aure Delle aure Alle aure Le aure Ó aure Dalle aure.
E nomi delle Terre s'usano come proprij e dicesi. Roma superò
Cartilagine.
Et similj a nomi proprii s'usano é nomi de numeri uno, due,
25 tre e cento e mille e simili e dicesi Tre persone, Vno dio, Nove
cieli e simili.
Et quei nomi che si riferiscono a numeri non determinati come,
OGNI, CIASCVNO, QUALVNQUE, N1VNO e simili; e COme TVTTI, PARECCHI,
pochi, molti, e similj tutti si pronuntiano simili à é nomi proprij senza
30 primo e quarto articolo.
E nomi che importano seco interrogatione, come chi, e che e
ovale e qvanto e simili, quej nomi che si rifferiscono a questi in-
terrogatorij come tale e tanto e cotale e cotanto, si pronuntiano
-. La C di Cesare nei casi obliqui è incerto se sia maiuscola o minuscola.
11. Cod. DA con un'/ sopra VA, preceduta da crocetta. ' 26. Dopo similj il cod. teca
un att coti un'abbreviatura, e cosi a 541,22, dopo /ussero.
538 Regole della lìngua fiorentina
e. 4 A simili à é propri; nomi, pur senzajprimo e quarto articolo, e dicesi:
Io sono tale, quale voresti esser tu: et, amai tale, che odiava me.
chi s'usa circa alle persone e dicesi, chi scrisse ?
che, significa quanto presso a é latini qui et quid; significando
quid, s'usa circa a le cose e dicesi, che leggi? significando qui 5
s'usa circa alle persone e dicesi: Io sono cholui, che scrissi.
chi. di sua natura serve al masculino ma aggiunto à questo verbo
sono e sei, é serve al masculino e al feminino e dicesi chi sarà tua
sposa: chi fu el maestro?
Chi sempre si prepone al verbo: che. si prepone, e postpone. 10
Che, preposto al verbo significa quanto presso a é latini quid et
quantum, e quale, come che dice? che leggi? che huomo ti paio?
che ti costa ?
e. 4 B Che postposto al verbo significa quanto àpresso é la|tini VT. et
Quod. come dicendo i voglio che tu mi legga: scio che tu me amerai. 15
É nomi quando é dimostrano cosa non certa e determinata si pro-
nuntiano senza primo e quarto articolo, come dicendo, Io sono stu-
dioso. Invidia lo move. Tu mi porti amore. Ma quando egli impor-
tano dimostratione certa e determinata allhora si pronuntiano coll'ar-
ticolo, come qui. Io sono lo studioso e tu el docto. 20
É nomi simili a questo Primo, secondo, vigesimo. posti dietro à
questo verbo sono, sei, è non raro si pronuntiano senza el primo arti-
colo, e dicesi. Tu fusti terzo et io secondo, e anchora si dice chostui
fu el quarto el primo el secondo etc.
Vno, due, tre, e simili quando é significano ordine; vi si pone l'ar- 25
ticolo: e dicesi tu fusti el tre, et io l'uno. Il due è numero paro etc.
e. 5 A Fra tutti gli altri nomi appellativi, questo nome|Dio s'usa come
proprio: e dicesi lodato dio. Io adoro Dio.
Gli articoli hanno molta convenientia co pronomi : e anchora é
pronomi hanno grande similitudin, coni questi nomi relativi qui re- 30
citati : Adunque suggiungeremogli
De pronomi: é primitivi sono questi.
Io Tu Esso, questo, quello, chostui lui cholui. Mutasi l'ultima
vocale in .A. e fassi il femminino e dicesi questa, quella, essa: solo io
et tu in una voce serve al masculino e al feminino. 35
B. Il cod. avanti il serve legge e, che evidentemente qui è pronome. 10-20. Cod.
coli articolo. 24. El secondo è abbreviato con un do soprastante a una lettera che
forse è un 2. 30. Il cod. legge similitudin, come altrove esser, favellar con un apostrofo
o accento sopra l'ultima consonante.
Regole della lìngua fiorentina 539
É plurali di questi primitivi pronomi sono vani, e, anque, é sin-
gulari, Declinansi cosi.
Io et i. di me A me e mi: Me e mi. Da me. Noi, di noi. Anoi
et ci. noi et ci da noi.
5 Tu di te e ti. Te e Ti. O tu. da Te. Voi di voi, a voi e vi, ó
voi, da voi.
Esso et é, di se e si, se e si, da se, et egli.
Non troverrai in tutta la lingua toscana casi mutati in voce, al- c- 5 B
trove che in questi tre pronomi. Io. Tu. esso.
10 Gli altri primitivi se declinano cosi.
Questo, di questo, a questo, questo, da questo.
Quello, di quello, à quello, quello, da quello.
Muta .0. in .i. e barai el plurale: e dirai. Questi, di questi, a
questi, questi da questi, e il somigliante fa quelli.
15 Et cosi sarà costui, e lui, e cholui simili a quegli in singulare:
ma in plurale chostui fa costoro, lui fa loro, colui fa coloro, di coloro,
a choloro. coloro, da choloro.
Questo e quello mutano .0. in .a. e fassi él femminino singulare e
dicesi questa e quella, et fassi il suo plurale queste, di quelle, a quelle.
20 Lui chostui. cholui. mutano .v. in .e. e fassi él singulare femmi-
nino, e dicesi Costei. Lei. cholei. di colei etc.
In plurale hanno quella voce che é masculini. cioè. Loro, coloro,
costoro, di costoro, a costoro etc.|
Vedesti come simile à nomi propri questi pronomi primitivi non e. 6 A
25 hanno el primo articolo, né anque él quarto. A questa similitudine
fanno é pronomi derivativi ; quando é sono subiuncti a é proprij nomi ;
Ma quando si giungono a gli appellativi si pronuntiano co suoi articoli.
Derivativi pronomi sono questi e declinansi cosi.
El mio. del mio etc. et plr. é miei, de miei etc.
30 El nostro del nostro etc. et plr. é nostri de nostri etc.
El tuo . plr. é tuoi. El vostro plr. é vostri.
El suo . et pluraliter é suoi etc.
Mutasi come à é nomi l'ultima in .A. e fassi el singulare fem-
minino: qual .a. converso in .e. fassi el plurale e dicesi mia e mie:
35 vostra vostre, sua e sue.
In uso s'adoprano questi pronomi non tutti a un modo.
8. Cod. troverai. 33. Cod. / ultima. Di qualche altro apostrofo tralasciato non
s'è tenuto qui conto.
540 Regole della lingua fiorentina
É derivativi giunti à questi nomi, padre madre fratello, zio, e
simili se pronuntiano senza articolo: e dicesi mio padre: vostra madre,
e tuo zio etc.j
e. 6 B Mi e me, ti e te, ci e noi, Vi e voi, si e se, sono dativi insieme
et accusativi come di sopra gli vedesti notati: ma hanno questo uso, 5
che preposti al verbo si dice mi. ti, ci, etc. come qui é mi chiama,
é ti vuole ; que vi chiegono: io mi sto: é si crede.
Postposti al verbo, se a quel verbo saia inanzi altro pronome, o
nome si dira, come qui, Io amo te, e voglio voi.
Se al verbo non sarà aggiunto inanzi altro nome, o pronome io
si dirà .1. come qui aspettoci, restaci, scrivetemi.
Lui e cholui dimostrano persone come dicendo lui andò: cholei
venne.
Questo e quello serve a ogni dimostratione, e dicesi, questo exer-
cito predò quella provincia: e questo Scipione suppero quello Hannibale. 15
É et él, lo e la, le e gli, quali giunti a nomi, sono articoli: quando
e. 7 A si giungono à verbi diventano | pronomi e significano quello, quella,
quelle etc. et dicesi . Io la amai . tu le biasimi . chi gli vuole?
Ma di questi egli et é hanno significato singulare e plurale, e pre-
posti à la consonante diremo é, come qui : e' fa bene, e' corsono: 20
e preposti alla vocale si giugne e et gli e dicesi, egli andò: egli
udivano.
Et quando [segue] loro .s. preposta ;i una consonante, ancora
diremo, egli spiega: egli stavano.
Potrei in questi pronomi esser prolixo investigando più chose 25
quali s'osservano simili à queste.
Vi preposto à presenti singulari indicativi d'una syllaba, si scrive
in la prima e terza persona per due v-v. e simile in la seconda per-
sona presente imperativa, come stavvi e vavvi. e ne verbi d'una e
di più syllabe, la prima singulare indicativa al futuro come- amerovvi, 30
leggerovvi, darotti, adoperrocci e simile. Ma forse di queste cose più
particulari diremo altrove. |
c _ B Sequitano k verbi.
Non ha la lingua Toscana verbi passivi in voce, ma per expri-
mere él passivo compone co questo verbo, sono sei, è . él participio 35
preterito passivo tolto da é latini in questo modo. Io sono amato. Tu
sei pregiato, cholei è odiata, e simile . si giugni a tutti é numeri et
tempi é modi di questo verbo: adonqut- lo poremo qui distinto.
26. Cod. quasi.
Regole della lingua fiorentina 541
Indicativo
Sono, sei. è. plurale, siamo, sete, sono
Ero, eri, era, plr. eravamo e savamo. eravate e sa va te, erano
Fui, fusti . fu . plr. fumo, fusti, furono
Ero . eri . era stato . plr. eravamo e savamo, eravate et savate,
erano stati
Sarò . sarai . sarà . plr. saremo . sarete . saranno.
Hanno é Toscani in voce uno preterito quasi testé, quale in questo
verbo si dice rosi
Sono sei è stato plr. siamo, sete, sono stati
e dicesi hieri fui ad Hostia . hoggi .sono stato a Tibuli.
Imperativo
Sie tu . sia lui . plurale siamo, siate, siano.
Sarai tu . sarà lui . plr. saremo etc.
Optativo
Dio chio fussi . tu fussi . lui fusse . plr. fussimo . fussi . fussero
Dio chio sia. . sij . sia stato . plr. siamo, siate, siano stati
Dio chio fussi . fussi . fusse stato . plr. fussimo, fussi fussero stati
Dio chio sia . sij . sia . plr siamo . siate . siano.
SVBIENCTIVO
Benchio . tu . lui sia . plr. siamo . siate . siano
Benchio fussi . tu fussi . lui fusse . plr. fussimo, fussi . fussero
Benchio sia . sij . sia stato . plr. siamo, siate, siano stati
Benchio fussi . fussi . fusse stato . plr. fussimo . fussi . fussero stati.
Benchio sarò . sarai . sarà stato . plr. saremo, sarete, sareste stati.
Et usasi tutto l'indicativo di questo e d'ogni altro verbo, quasi
come subienctivo prepostovi qualche una di queste dictioni . se .
quando . benché e simili . e dicesi . benchio fui . se é sono . quando
é saranno.
Infinito
Essere . essere stato
Gervndio . Essendo . Participio . Essente
Dirassi adonque per dimostrare él passivo. Io sono stato amato .
fui pregiato . e sarò lodato . tu sei reverito.
Hanno é Toscani certo modo subienctivo in voce, non notato da
é Latini . e panni da nominarlo . asseverativo come questo.
542 Regole della lingua fiorentina
Sarei . saresti . sarebbe . plr. saremo . saresti . sarebbero . e di-
rassi cosi . stu fussi docto, saresti pregiato: se fussero amatori de la
patria; e' sarebbero più felici. Seqvitano é verbi activi
Le congiugationi de' verbi activi in lingua Toscana si formano
*c. 9 A dal Gerundio latino, levatone le tre ultime | lettere n.d.o.e quel che 5
resta si fa terza persona singulare indicativa e presente: ecco l'exemplo
. amando . levare n.d.o. resta ama . scrivendo resta scrive.
Sono adonque due congiugationi, una che finisce in .A. l'altra
finisce in . E .
Alla congiugatione in . a . quello . a . si muta in . o . et fassi la io
prima persona singulare indicativa e presente, et mutasi in . I . e fassi
la seconda: e cosi, si forma tutto il verbo, come vedrai la similitu-
dine qui in questo exposto.
Indicativo
Amo . ami . ama . plr. amiamo . amate . amanu 15
Amavo . amavi . amava plr. amavamo . amavate . amavano
Ho . hai . ha amato . plr. habbiamo, havete, hanno amato.
Amerò . amerai . amerà : plr. ameremo amerete ameranno.
In questa lingua ogni verbo finisce in .0. la prima indicativa pre-
c. 9 B sente: et in questa coniugatione prima, fijnisce anchora in .0. la 20
terza singulare indicativa del preterito.
Ma ecci differentia, che quella del preterito fa él suo .0. longo :
e quella del presente lo fa .<". brieve.
Imperativo
Ama tu . ami luj . plr. amiamo, amate, amino ss
Amerai tu . amerà cholui . plr. ameremo etc.
Optativo
Dio ch'io amassi . tu amassi . lui amasse . plr. dio che noi amas-
simo . voi amassi . loro amassero.
Dio ch'io habbia . tu babbi . lui habbia amato . plr. dio che noi 30
habbiamo . habbiate . habbino amato.
Dio ch'io havessi . tu havessi lui havesse amato . plr. dio che noi
havessimo, havessi . riavessero amato.
Dio ch'io ami, tu, lui ami . plr. amiamo, amiate, amino.
2. Cod. brieve col puntino sotto 1'/.
Regole della lino uà fiorentina 543
SVBIENCTIVO
Bench'io, tu, lui ami . plr. amiamo amiate amino
Bench'io, tu amassi, lui amasse; plr. amassimo, amassi, -ro.
Bench'io habbia, habbi, habbia amato . plr. habbiamo habbiate e. io A
5 habbino amato .
Bench'io havessi, tu havessi, lui havesse amato . plr. havessimo,
havessi, havessero amato.
Bench'io harò, harai, harà amato . plr. haremo, harete haranno
amato,
io Assertivo Amerei, ameresti, amerebbe . plr. ameremo, ameresti,
amerebbero Infinito
Amare, havere amato. Gekvndio.
Amando. Participio Amante.
Vedi come à é tempi testé perfetti et al futuro del subienctivo,
J5 manchano sue proprie voci : e per questo si composero simile à verbi
passivi: él suo participio cho tempi e voci di questo verbo ho, hai, ha.
Qual verbo benché é sia della coniugatone in .A. pur non sequita
la regola e similitudine de gli altri: pero che egli è verbo d'una
sillaba e cosi tutti gli altri monosyllabi sono anormali.
20 Ne troverrai in tutta la lingua Toscana verbi monosyllabi, altri c. ioB
che questi sei . Do . Fo . Ho . Vo . Sto . Tro.
Porremogli adonque qui sotto distincti.
.Ma per esser breve, notamo che é sono insieme dissimili né é pre-
teriti perfecti indicativi, et né singulari degli imperativi: e nel singular
25 del futuro optativo . Né quali é fanno cosi . Do . diedi . desti . dette .
plr. Demo . desti . dettero.
Fo . feci . facesti . fecie . plr. facemo . facesti . fecero.
Ho . hebbi . havesti . hebbe . plr. havemo . havesti . hebbero.
Yo . andai . andasti . andò . plr. andamo . andasti . andarono.
3° Sto . stetti . stesti . stette . plr. stemo . stesti . stettero.
Tro . tretti . traesti . trette . plr. traémo . traesti . trettero.
In tutti é verbi come fa la seconda persona singulare del prete-
rito, cosi fa la seconda sua plurale come amasti . desti . legesti.
Do, da tu, dia luj.
35 Fo. fa tu. faccia luj
io. Cod. Amerai. 27. Cod. fecie col puntino sotto l'i.
544 Regole della lingua fiorentina
e. 12 A Ho . habbi tu . habbia luj.
\"o . va tu . vada lui.
Sto . sta tu . stia lui.
Tro . tra tu . tria lui.
Do, dio eh' io dia, tu dia, lui dia. 5
Fo . faccia . facci . faccia.
Ho . habbia . habbi . habbia.
Vo . vada . vadi . vada.
Sto . stia . stij . stia.
Tro . tragga . traggi . tragga. io
Sequita la coniugatione in .E.
Questa si forma simile alla coniugatione in .A. mutasi quello .e.
in .o. e fassi la prima presente indicativa: mutasi in .1. e fassi la
seconda come qui legente et scrivente . levatone n.t.e. resta legge,
scrive: onde si fa leggo, leggi, leggeva, legerò . etc. Solo varia dalla 15
coniugatione in .A. in que luogi dove variano i monosyllabi. Ma questa
e 12 B coniugatione in .e.i varia in più modi, benché comune faccia é preteriti
perfetti indicativi in .ssi. per due .ss. come leggo lessi . scrivo scrissi .
ma que verbi che finischono in sco, fanno é preteriti in .ij. per due
.ii. come esco usci) : ardisco ardij . anigittisco anigittij. Ma per più 20
suavità nella lingua toscana non si pronuntiano due iuncte vocali.
Da questi verbi si exceptuano cresco e é suoi compositi Rincresco,
accresco, e simili, quali finiscono a preteriti perfetti in .bbi. come
crebbi, rincrebbi.
Item nasco fa nacqui, e conosco fa conobbi. Et que verbi che fini- 25
scono in mo, fanno é preteriti in .etti, come premo . premetti . e quei
che finiscono in .do. fanno é preteriti in .si. per uno .s. come ardo .
arsi . spargo . sparsi . excetto vedo fa vidi, odo, udì, cado, caddi,
godo godei e godetti. Et quegli che finiscono in N.D.O. fanno prete-
riti .si. per uno .s. prendo presi, rispondo risposi, excetto vendo fa 30
e 13 A vendei e vendetti. Sonci di queste regole forsi altre excettioni . ma
per bora basti questo principio di tanta cosa chi che sia . a cui di-
letterà ornare la patria nostra aggiugnera qui quello che ci manchi.
Dicemo de' preteriti, resta a dire de gli altri. Imperativo
Leggi tu . legga ebollii Optativo 35
Futuro singulare Dio chio scriva . tu scriva . lui scriva . e chosi
fanno tutti.
1. Per la trasposizione di e. 11 A e e. 1 1 B, v. prefazione. 17. Dopo seconda forse
si ha una lacuna: dovevasi indicare come dal part. pres. si fornii la 3a ps. dell'ind.
Regoli della lingua fiorentina 545
Verbi impersonali si formano della terza persona del verbo activo
in tutti é modi e tempi giuntovi .si. come amasi . leggevasi . scrivasi.
Ma questo si suole transporlo in anzi al verbo, giuntovi .e. e dicesi.
5 é si legge, é si corre: et maxime ne l'optativo e subienctivo sempre
si prepone, e dicesi. Dio che é s'ami . quando é si leggerà, e simile.
Seguitano le Prepositioni
Di queste alchune non caggiono in compositione e sono queste:
oltre, sine . dietro . doppo . presso . verso . nanzi, fuori, circa. e. 13 B
Prepositioni che caggiono in compositione et anchora s'adope-
rano seiuncte sono di una syllaba o di più.
D'una syllaba sono queste.
De . De nostri . Detractori.
Ad . ad altri . Admiratori.
15 Con . con certi . Conservatori
Per . per tutti . Pertinace.
Di . di tanti . Diminuti.
In . in casa . Importanti.
Di preposto allo infinito ha significato quasi come a Latini .Vt. e
20 dicono Io mi sforzo d'esser amato.
Quelle de più syllabe sono queste.
Sotto . Sottoposto.
Sopra e dicesi Sopraposto.
Entro . Entromesso.
25 Contro . Contraposto.
Prepositioni quale s'adoperano solo in compositione. |
Re, sub, ob, se, am, tras, ab, dis, ex,pre, circum, onde si dice e. 14 A
trasposi e circumspetto.
Sequitano gli Adverbii
30 Per é tempi si dice hoggi, testé, hora, hieri, crai, tardi, nomai,
già, alhora, prima, poi, mai, sempre, presto, subito.
Per é luoghi si dice costi, cola, altrove, indi, entro, fuori, circa,
quinci, costinci, e qui e ci e ivi e vi . onde si dice io voglio starci,
io ci starò, prò qui et verrovi e io vi starò prò ivi.
35 Pelle chose si dice assai, molto, poco, più, meno.
Negando si dice, nulla, no, niente, ne.
5. Cod. ne loptativo. 6. Cod. è s.imi.
C. Trabalza.
546 Regole della lingua fiorentina
Affirmando, si dice, si, anzi, certo, alla fé.
Domandando si dice, perche, onde, quando, come, quanto.
Dubitando . forse.
Narrando si dice, insieme, pari, come, quasi, cosi, bene, male,
peggio, meglio, optime, pexime, tale, tanto). 5
e. 14 B Usa la lingua Toscana questi adverbij in luogo di nomi giuntovi
l'articolo, e dice él bene . del bene etc. qual cosa ella anchora fa
degli imfiniti e dicono él legere del legere. .
Ma a più nomi, pronomi e infiniti giunti insieme solo in principio
della loro coniunctione usa preporre non più che uno articolo, e dicesi io
él tuo buono amare, mi piace.
Item a similitudine della lingua Gallica piglia el Toscano é nomi
singulari feminini adiectivi et agiungevi . mente . e usagli per ad-
verbij . come saviamente bellamente magramente.
Interiectioni I5
Sono . queste . heu . hei . ha . o . bau . ma . do.
CONIVNCTIONI
Sono queste . Mentre, perche, senza, sé, però, benché, certo,
adonque, anchora, ma, come, et, ne, osegi [sic].
e 15A Et congiunge: Ne disiunge . O divide . senza si lega| solo à 20
nomi et a gli imfiniti, e dicesi senza più scrivere . tu et io studieremo :
che ne lui ne lei siano indocti: ó piaccia ó dispiaccia questa mia
inventione.
Et questo Ne ha vario significato e vario uso . se si prepone sim-
plice à nomi a verbi a pronomi significa negatione, come qui, ne tu «5
ne io meritiamo invidia. Et significa . in . ma agiuntovi . 1 . serve à
singulari masculini e femminini, e senza . 1 . serve a plurali, quali
comincino da consonante, à tutti gli altri pluralj masculini e femminini
si dice . nel . et quando . s . sarà preposta alla consonante pur si dice .
nello spazio . nelle camere, ne letti . nel lo exercito di Dario . negli 30
horti.
Et questo Ne se sarà subiuncto a nome o al pronome significa .
di qui . di questo . di quello . secondo che l'altre dictioni vi si adat-
teranno come chi dice Cesare ne va . Pompeio ne viene.
e. iSB Et questo Ne preposto al verbo sarà o doppo à mono|syl1abi o 35
30. Cod. camemere. 33. Cod. làltre.
Regole della lingua fiorentina 547
doppo a quei di più syllabe, et più i> significa interrogatione, o af-
firmatione, 0 precepto. Adonque doppo l'indicativo monosyllabo, la in-
terrogatione si scrive in la prima e terza persona per due n.n . la se-
conda per uno .11. come interrogando si dice . Vonne io . vane tu?
5 Vanne colui? Nello Imperativo si scrive la seconda per due .n.n. e
dicesi . Vanne . danne. La terza si scrive per uno, e dicesi . siane
lui, traggane. Et questi monosyllabi la prima indicativa presente
affirmando si scrive per due .n.n. e dicono . fonne . vonne . nonne.
Se sarà el verbo di più syllabe, la interrogatione- et affirmatione
io si scrive per uno .11. in tutti e tempi, excetto la affirmatione in lo futuro,
quale si scrive per due .n.n. come dicendo . porterane tu? porteronne . e
questo sino qui detto s'intenda per é singulari però che plurali si
scrive quello . ne . sempre per uno . n . come andiamone.
Non mi stendo ne gli altri simili usi a questi: basti quinci in- e. n A
15 tendere é principij d'investigar lo avanzo.
E vitij del favellar in ogni lingua sono o quando s'introducono
alle cose nuovi nomi: o, quando gli usitati si adoperano male . ado-
peranosi male discordando persone e tempi, come chi dicesse . tu hieri
andaremo alla mercati . et adoperanosi male usandogli in altro signi-
20 ficato alieno come chi dice processione prò possessione. Introduconsi
nuovi nomi o in tutto alieni et incogniti o in qualunque parte mutati.
Alieni sono in Toscana più nomi barberi, lasciativi da gente Ger-
mana, quale più tempo milito in Italia, come helm . vulase . faceman .
bandier . e simili. In qualche parte mutati, saranno quando alle dictioni
25 s'agiugnera o minuira qualche lettera, come chi dicesse, paire, prò
patre, e maire prò matre. Et mutati saranno come chi dicesse Rej
plubica prò Republica, et occusfato prò offuscato . e quando si pò- e. 12 b
nesse una lettera per un'altra . come chi dicesse, aldisco prò ardisco,
inimisi prò inimici.
30 Molto studia la lingua Toscana d'essere breve et expedita ; e per
questo scorre non raro in qualche nuova figura, qual sente di vitio,
ma questi vitij in alcune ditioni e prolationi rendono la lingua più
apta : come chi diminuendo dice, spirto prò spinto, e maxime l'ultima
vocale, e dice papi et . Zanobi prò Zanobio ; credon far quel breve onde
35 s'usa che a tutti gl'imfiniti quando loro segue alchuno pronome in .i.
allhora si getta l'ultima vocale, e dicesi farti, amarvi . starci . etc.
E mutando lettere dicono . mie prò mio e mia: chieggo prò chiedo,
34. Breve: cod. bv, opp. bu.
548 Regole della lingua fiorentina
paio prò paro . inchiuso prò incluso . chiave prò clave . e aggiugnendo
dice . Vuole prò vole, schuola prò scola, cielo prò celo, e, in tutto
troncando le dictioni dice vi prò quivi e similiter stievi prò stia ivi. =)|=
Se questo nostro opuscolo sarà tanto grato a chi mi leggerà,
quanto fu laborioso a me el congettarlo, certo mi dilecterà averlo prò- 5
mulgato, tanto quanto mi dilettava investigare e raccorre queste cose
a mio iuditio degne e da pregiarle.
Laudo Dio che in la nostra lingua habbiamo nomai é primi prin-
cipij ; di quello ch'io al tutto mi disfidava potere assequire.
Cittadini miei, pregovi, se presso di voj hanno luogo le mie fa- 10
tighe, habbiate a grado questo animo mio, cupido di honorare la
patria nostra: Et insieme piacciavi emendarmi più che biasimarmi se
in parte alchuna ci vedete errore.
Finis
Sumptum ex Bibliotheca .L. medices . Romée anno humanatj Dei 15
1508. Decembris ultima exactum.


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