Grice ed Alici:la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale reciproca – la scuola di Grottazzolina – filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Grottazzolina). Filosofia marchese. Filosofo italiano. Grottazzolina, Fermo, Marche. Grice: “If an Italian philosopher tells me he believes in God, I stop calling him ‘philosopher’!” --. Grice: “I like Alici; he has philosophised on some of the topics *I* did, since it should not surprise anyone, since we are philosophers (if I’m also a cricketer!) --.Grice: “I will organize some overlaps in hashtags: compassione. – serious study – il terzo incluso – I curiazi, i moscheteri -- ”:noi dopo di noi,” ‘we after we’ – the meta-language – romolo e remo; ossia, il bene condiviso;:romolo e remo; ossia, condividere la deliberazione; eurialo e isso, ossia, dall’io al noi; colloquenza romana; amore: l’angelo della gratitudine; eurialo e nisso: amore d legarsi – la reciprocita; pilade ed oreste -- luigi Alici Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana. Presidente nazionale dell'azione cattolica italiana, Allievo di Rigobello, insegnato a Perugia, Roma, e Macera. Direttore della Scuola di Studi Superiori Leopardi. Studia Agostino. Saggi dedicati al rapporto tra interiorità e intenzionalità, comunicazione e azione, libertà e bene, con particolare attenzione alle tematiche dell'identità personale e della reciprocità a-simmetrica, esaminate anche sotto il profilo della loro rilevanza morale – anche temi della fragilità e della cura, e il rapporto tra natura, tecnologia e libertà. Impegnato fin da giovane nell'azione cattolica, ha ricoperto numerosi incarichi, responsabile dell'Ufficio studi; direttore della rivista culturale "Dialoghi"; consigliere dell'associazione dall’assemblea nazionale, e presidente del consiglio. Membro del consiglio dell'Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici Bachelet di Roma; Comitato Scientifico della Collana di “Filosofia morale” (Vita e Pensiero, Milano); Comitato di direzione della rivista “Dialoghi” (Roma); Consiglio Scientifico del “Centro di Etica Generale e Applicata” (Pavia); Comitato scientifico della rivista “Hermeneutica” (Urbino). Membro del Comitato Scientifico della Fondazione “Lanza” (Padova). Dirige inoltre la sezione di Filosofia della Collana “Saggi” (La Scuola Editrice, Brescia) e della Collana “Percorsi di etica” (Aracne Editrice, Roma). Altri saggi: “Il linguaggio come segno e come testimonianza. Una rilettura di Agostino”(Edizioni Studium, Roma); “Tempo e storia. Il "divenire" nella filosofia” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il pensiero del Novecento Editrice Queriniana, Brescia); “Il valore della parola. La teoria degli "Speech Acts" tra scienza del linguaggio e filosofia dell'azione” (Edizioni Porziuncola, Assisi PG); “Presenza e ulteriorità, Edizioni Porziuncola, Assisi (PG)); “La dignità degli ultimi giorni” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “Con le lanterne accese. Il tempo delle scelte difficili, Ave Edizioni, Roma); “L'altro nell'io. In dialogo con Agostino” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il terzo escluso, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “La via della speranza. Tracce di futuro possibile” (Edizioni Ave, Roma); “Cielo di plastica. L'eclisse dell'infinito nell'epoca delle idolatrie” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo), (Premio "CapriSan Michele); “Amare e legarsi. Il paradosso della reciprocità, Edizioni Meudon, Portogruaro); “Filosofia morale” (Editrice La Scuola, Brescia); “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” (Editrice La Scuola, Brescia); “L'angelo della gratitudine, Edizioni Ave, Roma); “Cittadini di Galilea. La vita spirituale dei laici” (Quaderni di Spello”, Edizioni Ave, Roma, (Premio “CapriSan Michele); “Il fragile e il prezioso. Bio-etica in punta di piedi, Editrice Morcelliana, Brescia); “InfinitaMente. Lettera a uno studente sull'università, EUM, Macerata,. Edizioni di opere di Sant'Agostino La città di Dio, Rusconi, Milano; Bompiani, Milano. La dottrina cristiana, Edizioni Paoline, Milano; Confessioni, Sei, Torino, Manuale sulla fede, speranza e carità, Collana La vera religione, Città Nuova Editrice, Roma. “Il potere divinatorio dei demoni, Collana La vera religione, Città Nuova Editrice, Roma; La natura del bene, Città Nuova Editrice, Roma; Il libro della pace. «La città di Dio, XIX», Editrice La Scuola, Brescia); “Agostino nella filosofia del Novecento (con R. Piccolomini e A. Pieretti), 4Città Nuova Editrice, Roma (comprende: Esistenza e libertà, Interiorità e persona, Verità e linguaggio, Storia e politica). Azione e persona: le radici della prassi, V&P, Milano, Forme della reciprocità. Comunità, istituzioni, ethos, Il Mulino, Bologna, La filosofia come dialogo. A confronto con Agostino” (Città Nuova Editrice, Roma, Filosofi per l'Europa. Differenze in dialogo con Totaro, Eum, Macerata, Agostino. Dizionario enciclopedico, di Allan D. Fitzgerald edizione italiana curata assieme a Antonio Pieretti, Città Nuova Editrice, Roma); “Forme del bene condiviso, Il Mulino, Bologna, “La felicità e il dolore. Verso un'etica della cura” Aracne Editrice, Roma,. Dialogando. Idee, pensieri, proposte per il nostro tempo, Edizioni Ave, Roma); “Unità e pluralità del vero: filosofia, religioni, culture, Archivio di filosofia); “Il dolore e la speranza. Cura della responsabilità, responsabilità della cura, Aracne Editrice, Roma); “Prossimità difficile. La cura tra compassione e competenza, Aracne Editrice, Roma); I conflitti religiosi nella scena pubblica. I: Agostino a confronto con manichei e donatisti, Città Nuova Editrice, Roma); “Noi dopo di noi. Accogliere, rigenerare, restituire: nella società, nell'educazione, nel lavoro” (FrancoAngeli, Milano); “I conflitti di valore nello spazio pubblico. Tra prossimità e distanza, Aracne Editrice, Roma); “I conflitti religiosi nella scena pubblica. II: Pace nella civitas, Città Nuova Editrice, Roma); “La fede e il contagio. Nel tempo della pandemia, (con G. De Simone eGrassi), Ave, Roma. L'umano e le sue potenzialità: tra cura e narrazione (conNicolini), Aracne, Roma. L’etica nel futuro (con F. Miano), Ortothes, Napoli-Salerno. Pagina di presentazione nel docenti dell'Università degli Studi di Macerata, su docenti.unimc. Dialogando. Il blog di Luigi Alici, su luigialici.blogspot. Predecessore Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana Successore Paola Bignardi. “Love and duty are the cement of society” (Elster). “Love and duty are *not* the cement of society. The mechanism is *reciprocity*. Seemingly co-operative, helpful, altruistic behaviour, based on versions of the ‘I’ll-scratch-your- back-you-scratch-mine’ principle, require no nobility of spirit. Greed and fear suffice as motivation: greed for the *fruit* of co-operation, and fear of the consequence of *not* reciprocating the co-operative helpful overture of the other.” (Binmore). Chi tra Elster e Binmore ha ragione? Chi che vede nell’amore il “cemento della società”, o chi che considera invece la reciprocità dei due soggetti, basata su egoismo e paura, come il meccanismo sufficiente per tenere assieme la società? Oppure le cose sono più complicate? Grice propone di penetrare all’interno delle dinamiche della gratuità, della reciprocità e del tipo di razionalità che sottostanno ad esperienze conversazionale che potremmo chiamare “sociali”, come sono quelle dell’Economia di Comunione Conversazionale [cf. Bruni e Pelligra]. In particolare ci domandiamo a quali condizioni un soggetto o un’impresa mossi da una razionalità diversa da quella standard possano sopravvivere e svilupparsi in un contesto dove esiste una eterogeneità di soggetti interagenti. Inizieremo evidenziando le caratteristiche base dell’idea di razionalità che muove l’homo oeconomicus, cioè l’agente considerato “standard” dalla teoria economica convenzionale. Quindi introdurremo un tipo di agente non standard, mosso da una razionalità in cui l’azione donativa ha una ricompensa intrinseca. Questo fa in modo che la reciprocità possa assestarsi come equilibrio stabile. Nella sezione 3 vedremo che, quando agenti eterogenei interagiscono tra di loro, le cose si complicano e gli esiti non sono più scontati. Per far questo ci serviremo della forma più elementare di giochi evolutivi; saremo, così, in grado di mostrare i risultati più interessanti del modello, che espliciteremo nelle conclusioni. Smerilli Bruni Bellanca, Crivelli, Gori, Gui, Pelligra Zarri. Perché è così difficile cooperare (per l’economia)? L’idea di razionalità è dove sono maggiormente concentrate le assunzioni della scienza economica circa il comportamento umano, che potremmo anche chiamare antropologia filosofica, o psicologia filosofica. La razionalità economica, non cerca, principalmente, di descrivere il comportamento “quale è” nella realtà, ma piuttosto di individuare dei criteri di comportamento ottimo, razionale appunto, che fanno in modo di poter individuare tra i tanti comportamenti possibili quelli ottimizzanti – anche se tra analisi descrittiva e normativa esiste poi uno stretto rapporto. Le caratteristiche base dell’idea standard di razionalità economica, possono essere sinteticamente enucleate guardando alle assunzioni, che restano spesso implicite, del “gioco” più famoso utilizzato oggi in economia: il cosiddetto dilemma del prigioniero. Esso, nell’ambito della teoria dei giochi1, è usato per mostrare come la ricerca dell’individualistico tornaconto, in molte situazioni (in particolare in quelle dove non è possibile stipulare un contratto vincolante per le parti), non solo non porta al bene comune, ma neanche al bene privato dei singoli individui. La logica che sottende il gioco è usata per spiegare molti dei dilemmi dovuti all’assenza o al mal funzionamento dei mercati: dall’inquinamento, alla congestione del traffico, alle difficoltà della co-operazione. Il gioco rappresenta l’interazione tra due individui, che chiamiamo Romolo e Remo, identici (hanno le stesse informazioni e la stessa struttura di preferenze, i due elementi che fanno la diversità tra gli agenti economici –a cui va aggiunto, nel caso di imprese, il potere di mercato). Romolo e Remo si trovano a scegliere in una situazione ‘strategica’ di inter-dipendenza, ciascuno sa di avere di fronte un soggetto identico a sé, con le stesse preferenze, e *entrambi* conoscono la struttura del gioco (le ricompense, o pay-off associati agli esiti, che dipendono dalle proprie azioni o muoti conversazionali e da quelle dell’altro/i). Quali sono le preferenze? Per restare nel concreto, pensiamo ad una situazione famigliare: la raccolta differenziata dei rifiuti (ma il ragionamento, come si capirà immediatamente, è di portata più universale). L’ordine di preferenze dei nostri due giocatori, e in generale dell’homo oeconomicus standard che di norma l’economista ha in mente quando descrive il mondo, sono le seguenti. Al primo posto Romolo ed Remo – o Eurialo e Niso -- mettono: “l’altro fa la raccolta e io no”. A questo esito del gioco associamo il punteggio massimo, diciamo 4 punti. Al secondo posto “tutti la facciamo, me compreso” (3 punti). Al terzo “nessuno la fa” (2 punti). Al quarto “solo io faccio la raccolta differenziata” (1 punti). La tabella e il grafico sottostanti (che sono due modi diversi di rappresentare questa situazione, rispettivamente in forma normale ed estesa) rappresentano sinteticamente la struttura del gioco. La teoria dei giochi è oggi pervasiva nella teoria economica. Essa è soprattutto un linguaggio che consente di rappresentare in modo molto efficace interazioni (chiamate “giochi”) di tipo ‘strategico’, cioè situazioni nelle quali i guadagni, non solo monetari (chiamati pay-off, ricompense), dipendono dalla scelta dell’ altro soggetto o individuo inter-agente con lui, e non solo dalla propria (deliberazione condivisa). La teoria dei giochi ha oggi un campo di applicazione molto vasto, che va dalla collusione tra imprese all’inquinamento, dalle scelte elettorali al rapporto paziente-psicologo. Va notato che sebbene, per semplicità e per ragioni di chiarezza espositiva, abbiamo assegnato pay-off numerici (ipotesi che verrà eliminata nelle prossime sezioni), in realtà siamo all’interno di un orizzonte di tipo ordinalistico. Di per sé i valori numerici non possiedono alcun significato, e quello che conta è l’ordine delle preferenze individuali. Data una tale struttura di preferenze, si dimostra facilmente che Eurialo e Niso, *se sono razionali*, sceglieranno entrambi di *non* co-operare (non fare la raccolta differenziata), ritrovandosi così al terzo livello di preferenza (con due punti ciascuno: 2 punti per Eurialo, 2 punti per Niso), una situazione “dominata” dalla co-operazione reciproca (fare tutti la raccolta), in cui avrebbero ricevuto tre punti ciascuno (3, 3). Eurialo Co-opera Co-opera 3,3 1,4 Non co-opera Non co-opera 4,1 2,2. Nella rappresentazione in forma estesa, gli esiti del gioco esprimono bene le caratteristiche base dell’idea di soggetto che l’economia normalmente segue nel costruire i suoi modelli. Il suo mondo ideale è quello in cui gode dei benefici (ad esempio un mondo non inquinato) senza sostenerne i costi che preferisce trasferire sull’altro, se può (separare i rifiuti, depositarli in raccoglitori diversi, ecc. ). Da qui il dilemma. Si dimostra facilmente che, poiché si trova di fronte uno/a con la stessa “razionalità” e preferenze, la soluzione del gioco è che entrambi Eurialo e Niso si ritrovano al terzo livello dell’ordinamento di preferenze, cioè nessuno fa la raccolta differenziata, quando invece ciascuno avrebbe preferito che tutti la facessero (che infatti si trova al secondo posto). E la realtà delle nostra città e del nostro pianeta ci dice quanto questi dilemmi siano reali e urgenti, e quanto la scelta ‘sociale’ non si discoste poi tanto dal modello astratto utilizzato dall’economia. Tutto ciò ci dice che la *soluzione* del gioco, e gli esiti dilemmatici dipendono sostanzialmente da due ipotesi base circa la razionalità. Primo, l’individualismo: ragionare esclusivamente nei termini di “cosa è ottimo, o meglio, per me: mittente/recipiente”). Secondo: lo strumentale (la bontà di una azione si misura sulla base della sua capacità di essere un *mezzo* condizionale per ottimizzare i pay-off, non per il suo valore categorico intrinseco. Date queste ipotesi, la non- [Nella tabella i numeri (i pay-off) esprimono utilità, quindi il più è preferito al meno. Il primo numero si riferisce a Niso, il secondo ad Eurialo. Nell’appendice abbandoniamo i numeri e passiamo ad un caso più generale (dove i pay-off è espresso in lettere, ordinate non in modo cardinale). Va aggiunto che non ogni inter-azione rappresentabili come dilemma del prigioniero porta a risultati dilemmatici e sub-ottimale a causa dell’antropologia sottostante. Si pensi, ad esempio, agli [3 cooperazione (nessuno fa la raccolta) è un *equilibrio* stabile del gioco (o equilibrio di Nash), dal quale nessuno dei giocatori ha convenienza a spostarsi uni-lateralmente, a meno che non si sia capaci di stipulare un *patto* vincolante. Se un patto vincolante non è possibile -- si pensi alle interazioni quotidiane con numerosi agenti, come nel traffico stradale -- o troppo costoso, *non* cooperare risulta la ‘strategia’ ottimale per due ragioni. Prima se Eurialo suppone che Niso è azionale (individualista e strumentale) allora se co-operassi avvierei Eurialo allo sfruttamento (1 punto).Se invece Eurialo ha buone ragioni per pensare che Niso *non* è razionale o, come dice Dawkins, “ingenuo”, e che quindi si lasce sfruttare, Eurialo ha una ragione in più per *non* cooperare. Otterrai infatti 4 punti. Quindi l’esito dilemmatico è una combinazione di paura alla Hobbes e di opportunism. Se va male Eurialo cade in piedi e non si lascia sfruttare. Se va bene Eurialo prende tutto. Una razionalità puo essere con ricompense *non* materiali. In un mondo fatto di due individui mossi da questa razionalità la co-operazione può essere raggiunta solo quando siamo capaci di auto-vincolarci a delle regole non opportunistiche, per un bene individuale maggiore. Io gratto la tua schiena, tu gratti la mia. Questo principio è, in mille varianti, il tipo di co-operazione che può emergere tra due soggetti razionali di questa maniere. Grice lo chiama ‘altruismo reciproco’ -- individuando un comportamento pro-sociale in tutte le specie animali, dove però l’altruismo disinteressato non esiste, ma è solo maschera di più sottili forme di egoismo (o amore proprio e non benevolenza). In ogni caso la co-operazione è interamente condizionale e non un imperativo di tipo kantiano. Eurialo aiuta Niso a condizione che Niso aiuta Eurialo e vice versa. Viene comunque spontaneo chiedersi se negli esseri umani – o almeno due filosofi oxoniensi -- ci sia qualcosa di diverso, in termini di socialità, rispetto alle scimmie o alle formiche. Al di fuori di questi specifici casi nei quali la co-operazione emerge, un atto che non punti a rendere massimo il proprio interesse, di breve o di lungo periodo, è considerato *irrazionale* o ingenuo, poiché si diventa pasto degli altri individui più aggressivi, che cresceranno e prospereranno a spese degli ingenui. Forse molti degli atti di co-operazione a cui assistiamo nella vita quotidiana possono trovare la loro spiegazione sulla base di questo tipo di logica individualistica, strumentale, e condizionale. Non tutti però. E’ infatti nostra convinzione che la convivenza civile, e le dinamiche economiche conversazionale, conoscono anche altre forme di co-operazione, che possono emergere sulla base di un ragionamento mosso da un tipo *diverso* di razionalità non utilitaria ma assoluta. In quanto segue, cercheremo di esplorare le implicazioni che scaturiscono dalla seguente domanda. Come cambia il gioco della vita in comune se complichiamo la visione antropologica sottostante i modelli economici? L’elemento di diversità (rispetto all’approccio standard) che qui introduciamo, è la presenza di un valore *intrinseco* categorico assoluto ingorghi stradali. Questi sono perfettamente rappresentabili come dilemmi del prigioniero. Ma sarebbe impreciso definire gli automobilisti che escono per andare a lavoro individualisti e strumentali. Ma abbiamo a che fare con un problema di mancanza di co-ordinamento in una scelta collettiva, che se vogliamo rimanda anch’esso a una dimensione ‘sociale’ (come la capacità di addivenire a patti vincolanti), ma, antropologicamente, è meno coinvolgente di casi dilemmatici che riguardano l’inquinamento o il rapporto con il fisco. Questo per dire che la teoria dei giochi è un linguaggio che trascende l’ambito economico e la sua tipica forma di razionalità; e infatti essa è utilizzata anche per modelizzare agenti mossi da forme razionalità *non* strumentali (come in parte fa Grice). (Dal nome del matematico che nei primi anni cinquanta introdusse questa nozione di equilibrio stabile). Il fatto che nella realtà concreta riusciamo a non cadere nel dilemma dipende dal fatto che spesso riusciamo a disegnare patti o contratti vincolanti, con sanzioni. Grice mostra che anche il richiamo di allarme che certi uccelli emettono per avvisare il gruppo dell’arrivo di un predatore, a *rischio anche della propria vita*, è il risultato di un calcolo egoista. L’uccello può più facilmente salvare la sua vita se tutto lo stormo si sposta e non rimane isolato. -- associato a un comportamento di gratuità, da cui discende la possibilità di sperimentare una co-operazione, o reciprocità, non primariamente strumentale e condizionale, ma assoluta, costitutiva dell’umano, e categorica. Questo agente economico intende pertanto la reciprocità diversamente da come essa è usata oggi in economia. Rispetta l’ambiente, paga le tasse o edifica la casa rispettando i vincoli del piano regolatore (tutte faccende cooperative), ad esempio, perché questi comportamenti sono per lei dei valori, perché le danno una ricompensa intrinseca, e non solo strumentale (i vantaggi materiali della cooperazione, che pure sperimenta). Questo diverso tipo di agente non è quindi puramente consequenzialista e utilitario come invece è l’agente-individuo. Non valuta cioè la bontà del muoto conversazionale solo sulla base della conseguenza che tale muoto produce, ma tiene conto sia di una componente assiologica o deontologica – non aletica --, legata al valore, sia di una componente procedurale, più legata ai tipi di relazione all’interno delle quali il suo muoto si sviluppa. Sa inoltre che il suo muto è pienamente *efficace* se anche l’altro si comportano allo stesso modo (se reciprocano). Ma non condiziona il suo comportamento a quello dell’altro (come invece farebbe l’homo oeconomcus-individuo standard). Al tempo stesso, se l’altro si comportano sulla base della stessa razionalità assiologica e dello stesso valore intrinseco, allora egli soddisfa al massimo le sue preferenze, e anche il benessere sociale aumenta. In base ad una tale struttura di valori, o cultura della reciprocità gratuita, al primo posto dell’ordine di preferenze questo tipo di agente economico non mette, diversamente dal tipo standard, “tutti co-operano tranne me”, ma “tutti, me compreso, cooperiamo”, o doniamo. E questo perché il comportamento in sé è parte integrante del suo sistema di valori. Al secondo posto dell’ordine di preferenze pone: l’altro co-opera, io no. Al terzo posto: io co-opero, l’altro no. Al quarto, nessuno co-opera. Per capire questi valori si può partire dalla struttura di ricompense (i pay-off, cioè i numeri che misurano le ricompense) del dilemma del prigioniero. Ma occorre aggiungere, o sottrarre, ai pay-off materiali una componente intrinseca, sulla base della teoria classica della felicità o calculo eudaimonico, o beatifico, nella quale il comportamento buono in sé, o *virtuoso*, ha una ricompensa intrinseca. Così, se un soggetto ha fatto propria questa cultura della reciprocità gratuita o, per usare un’espressione più forte ma anche più corretta, della “comunione” (la communita immune), quando Eurialo co-opera e la controparte, Niso, no (pensiamo sempre all’esempio ambientale, o, se si vuole, ad un rapporto di amicizia), il suo pay-off, materialmente uguale a 1 (come nel gioco standard), aumenta a causa delle ricompensa intrinseca (che poniamo pari ad uno), attestandosi a 2. Se Eurialo invece *non* coopera ma la controparte, Niso, sì, ecco allora che il pay-off, pur essendo materialmente pari a 4, diminuisce a 3, perché si inserisce una *sanzione* intrinseca. 4 – 1 = 3. Si pensi a chi, pur avendo fatto propria la cultura della reciprocità, in un certo muoto non è coerente perché non riesce a vincere la tentazione del vantaggio materiale. La sua soddisfazione è comunque minore a causa della sanzione intrinseca, che potremmo chiamare anche insoddisfazione o senso di colpa o vizio. Il mondo peggiore (pay-off = 1) è quello in cui ciascuno è chiuso in se stesso. Qui il pay-off è 1 perché si parte da quello materiale (2) e gli si sottrae il valore intrinseco (2 – 1 = 1). Il mondo migliore è invece la *reciprocità*, un incontro mutuo di gratuità: (4), il pay-off materiale della co-operazione (3) più la componente intrinseca della gratuità. Sui vari usi della categoria di reciprocità nella teoria economica, cf. Crivelli. Questo ordine di preferenze dipende dall’ipotesi che la componente intrinseca dei pay-off sia costante e pari ad uno. Un’analisi più approfondita dovrebbe studiare i casi quando la motivazione intrinseca è maggiore, minore o uguale alla componente materiale. Non è da escludere, ad esempio, che all’aumentare di quest’ultimo dovrebbe aumentare la tentazione di tralasciare gli aspetti intrinseci. Se fare, ad esempio, la raccolta differenziata diventa estremamente costoso e laborioso, il numero di quelli, anche bene intenzionati, che la faranno diminuirà. Inoltre, una tale analisi ammette la possibilità di confronti -- La componente intrinseca dell’azione è legata alla teoria classica della felicità o calculo eudemonistico di Bentham. La felicità, essendo il risultato di una vita virtuosa, è fuori dalla logica strumentale. La virtù è praticata perché ha un valore intrinseco, non per un calcolo machiavelico strumentale costi/benefici. La virtù, in particolare quella civica, ha bisogno di reciprocità perché porti ad una vita sociale pianamente realizzata, ma non può pretenderla, solo attenderla dalla libertà dell’altro. Ecco perché dagli antichi fino ad oggi alla felicità è associato un elemento *paradossale*. La feicita ha bisogno di reciprocità, ma solo la gratuità può suscitarla senza pretenderla. Un “gioco di reciprocità” (intesa nella maniera appena detta), che rimane sempre del tipo dilemma del prigioniero, può essere dunque rappresentato come segue: Eurialo Dona Non-Dona Dona 4,4 2,3 Non-Dona 3,2 1,1 Rappresentiamo anche questo gioco in forma estesa. Dalla tabella, o dall’albero decisionale, si nota che se i due giocatori hanno questa stessa struttura di preferenze, l’unico esito stabile del gioco o equilibrio di Nash, dal quale cioè nessuno è incentivato a spostarsi, è “dona-dona”. Quindi per interpersonali di utilità, cosa peraltro non inusuale quando l’utilità attesa si calcola con la funzione di Von Neumann Morgernstern. Per un’analisi approfondita dei pay-off psicologici cf. Pelligra. Sul paradosso della felicità cf. Bruni. Il modello che può essere considerato il capostipite dei giochi del tipo gioco di reciprocità è quello introdotto da Sen -- questi giocatori-persone donare (o co-operare) è ‘strategia’ strettamente dominante, e l’unico equilibrio stabile del gioco è la reciprocità o la *comunione*: dona/dona. Cosa ci suggerisce questo gioco, pur nella sua estrema semplicità? Se sono un soggetto che ha questi valori non ho alternative a cooperare: gli altri possono rispondere o meno, e quindi il mio benessere/felicità è incerto (stando al gioco precedente, posso ottenere in termini materiali 2 o 4 punti): ciononostante per me l’unica possibilità, l’unica azione razionale, è cooperare, o come abbiamo detto, donare. Così, per fare un esempio, se sono alle prese con un fornitore difficile, non ho alternative al donare. Potrò trovare reciprocità o no, ma in ogni caso l’alternativa, ‘non-dona’ – che, nella pratica, significherà ogni volta qualcosa di diverso – è per me la peggiore (perché è sempre dominata dalla co-operazione) a causa della ricompensa (sanzione) intrinseca. E’ questo un soggetto che per alcune scelte non calcola i costi e i benefici. Che senso ha fare la raccolta differenziata se solo io la faccio. Ma agisce sulla base di un valore, o di una norma etica interiorizzata. Ciò spiega, tra l’altro, perché in certe società l’ecologia o il rispetto delle norme civili sono messe in pratica anche in contesti nei quali sarebbe razionale (nel senso standard) non farlo: iclassico fazzoletto di carta buttato fuori dal finestrino quando nessuno ci osserva, e quindi nessuna sanzione può essere applicata. D’altro canto, davanti a queste nostre considerazioni qualcuno potrebbe obiettare. Ma se ipotizzate che gli individui traggano soddisfazione dal muoto conversazionale stesso, diventa banale spiegare l’emergere (dalla perspettiva della psicologia filosofica) della co-operazione. In effetti l’idea è semplice. Ma ci auguriamo non banale, ma bizarra. In particolare, gli aspetti più interessanti intervengono quando pensiamo che nel mondo reale, nel mercato in particolare, non sappiamo normalmente con chi stiamo giocando, se abbiamo cioè di fronte un soggetto del primo tipo o uno del secondo. E qui entriamo in quello che possiamo chiamare il “paradosso della reciprocità” o della comunione, che possiamo sviluppare sinteticamente come segue, mettendo assieme i vari pezzi fin qui costruiti. Una vita buona ha bisogno di reciprocità genuine. La reciprocità genuina però non viene suscitata se la logica che ci muove è primariamente strumentale. La risposta dell’altro, la reciprocità, non possiamo pretenderla, ma solo *attenderla* dalla libertà dell’altro. Co-operare porta quindi a due esiti diversi (indicati con 2 o 4) in base alla risposta o non risposta dell’altro. Per comprendere questi risultati, si consideri che ognuno sa che l’altro ha di fronte due possibili scelte: donare e non donare, e, date le loro preferenze, qualunque scelta faccia l’altro per ciascuno è preferibile donare -- considerando anche il pay-off intrinseco. Se infatti l’altro giocatore (Eurialo) sceglie “donare” i punti di Niso sono 4 (mentre la mossa “non-dona” avrebbe portato solo 2 punti); e anche se Eurialo scegliesse “non donare”, Niso preferisce sempre “donare” che gli dà 2 punti invece di 1 (che è il pay-off di “non-dona/non-dona”). Può valere la pena specificare che qui con “donare” non si intende l’altruismo o la filantropia -- che possono restare atti individualisti. Donare è sinonimo di ciò che la cultura greco-romana chiama “amore”, e cioè un atto gratuito ma che ha sempre di mira la *reciprocità*, il rapporto personale con l’altro (amore-amicizia). Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che più che di una diversa forma di razionalità in questo caso siamo in presenza di un soggetto che ha solo preferenze diverse, ma la cui razionalità resta quella standard strumentale, perché in fondo anche lui massimizza la propria utilità. Noi preferiamo pensare che una persona che agisce mossa da motivazioni intrinseche sia più efficacemente rappresentabile da una forma di razionalità che Grice chiamava “rispetto ai valori” o assiologica che non dalla classica razionalità strumentale, che si caratterizza proprio per il suo essere tutta basata sul calcolo utilitario.Qui infatti nostri soggetti co-operativi fano la scelta non sulla base di un calcolo, ma per un valore. È ovvio che esiste una circolarità tra motivazioni intrinseche e il comportamento dell’altro -- su questo cf. Bruni e Pelligra. Per questo la vita in comune è fragile, come anche i filosofi – da Aristotele in poi - ci insegnano, perché essa dipende dalla risposta dell’altro – l’amore di Eurialo e reciprocato dall’amore di Niso e vice versa. Quale evoluzione? Facciamo ora un passo avanti, e ci domandiamo cosa succede quando soggetti standard e soggetti non standard (il secondo tipo che abbiamo appena descritto) interagiscono tra di loro. Sono situazioni che Grice studia. Sono ormai numerosi i modelli con un agenti altruistico che interage con un agenti auto-interessato. Qui ipotizziamo quattro casi, che, con diversi gradi di astrazione, possono rappresentare alcune situazioni reali che vengono a verificarsi quando l’interazione avviene tra soggetti diversi, perché mossi da culture diverse. Utilizzeremo, allo scopo, i rudimenti della teoria dei giochi evolutivi, nella sua forma più elementare, il cui elemento innovativo è l’introduzione della componente immateriale del pay-off corrispondente alla ricompensa intrinseca. Ipotizzeremo cioè i nostri giocatori immersi in un ambiente abitato da popolazioni diverse, dapprima due, e poi tre. La teoria dei giochi evolutivi utilizza lo stesso linguaggio, e in buona parte la stessa metodologia, della *biologia* evolutiva. Tra più popolazioni esistenti in un dato ambiente, nel tempo sopravvive quella che ha la fitness – capacità di adattamento – maggiore. Se due popolazioni hanno la stessa fitness sopravvivono entrambe. Ma se una ha una fitness minore delle altre è destinata all’estinzione, non nel senso biologico del termine (morte di tutti i soggetti di quella specie), ma che quel comportamento non verrà riprodotto, e saranno imitati i comportamenti vincenti. Il dibattito sull’applicazione di una tale metodologia agli essere umani e alle loro popolazione è aperto, e controverso. In quanto segue noi non intendiamo abbracciare la filosofia, né la metodologia, dei giochi evolutivi. Riteniamo soltanto che il linguaggio dei giochi evolutivi ci aiuti a mettere in luce dinamiche, che riteniamo reali, non facilmente individuabili con linguaggi diversi. Il nostro è quindi un esperimento, che ci piacerebbe, in futuro, portare avanti, mettendo a quel punto in questione alcuni assiomi che nell’attuale teoria dei giochi evolutivi ci appaiono troppo semplificati, come il concetto di fitness: semplificati, ma non inutili, come speriamo di mostrare. Primo caso: Tipi 1 e Tipi 2, non riconoscibili Come primo caso facciamo le seguenti ipotesi. Esistono solo due tipi tra loro non riconoscibili. Chiameremo tipi 1 quelli standard, e tipi 2 quelli non-standard o di reciprocità. Le ricompense intrinseche sono determinanti per la scelta (che, come visto, fanno sì che per il tipo 2 sia sempre razionale, perché strettamente dominante, “donare”). Ma per la sopravvivenza nel tempo di un tipo di agente, la cosiddetta fitness (misurata -- La versione più semplice di tali modelli si può trovare nel Manuale di microeconomia di R. Frank. Un testo classico è quello di Axelrod, e un recente studio, basato su evidenza sperimentale, è quello di Bowles. Un modello vicino a quello qui presentato è Sacco e Zamagni. Interessanti considerazioni metodologiche si trovano in Crivelli. Vale la pena specificare che mentre nella biologia evolutiva l’unità di selezione è il gene, in economia l’unità di selezione è il comportamento; inoltre, mente in biologia la trasmissione è ereditaria in economia essa avviene per imitazione. Sono i vari comportamenti adottati e imitati che rendono un agente più efficiente di un altro. Un contributo importante a questo riguardo è l’articolo The evolutionary turn in game theory diSugden -- dal valore medio dei pay-off materiali), contano solo i pay-off materiali, non i pay- off dovuti alla ricompensa intrinseca. c. I pay-off materiali sono i seguenti. Coopera – coopera. Non coopera – coopera. Coopera – non coopera. Non coopera – non coopera. Con a > b> c> d. La probabilità di incontrare un tipo 1 è p1, mentre quella di incontrare un tipo 2 è p2, dove, per la definizione di probabilità, p2 = 1- p1 In questo primo caso lo scenario non è roseo per i tipi 2. Si dimostra, infatti, che a sopravvivere saranno solo i tipi 1, e questo risultato è indipendente dalla percentuale di tipi 1 e 2 presente nella popolazione. Infatti, anche se i tipi 2 fossero la quasi totalità (ex. 99%) dell’universo, sarebbero destinati ugualmente all’estinzione perché sistematicamente sfruttati dagli individui. SE VALGONO LE IPOTESI PRECEDENTI, SOPRAVVIVONO SOLO I TIPI 1, PER OGNI VALORE DI p1 e p2. Se supponiamo un intervento ridistributivo dello stato che preleva risorse dai tipi 1 per sostenere i tipi 2 (es. ciò che avviene normalmente nei sistemi di stato sociale con le imprese sociali), il gap di fitness si riduce, e in certi casi potrebbe essere nullo, consentendo così la co-esistenza dei due tipi. Situazione diversa se ipotizziamo che i due tipi siano, per l’esistenza di un qualche segnale, riconoscibili, e che il tipo 2 decida di interagire soltanto con i suoi simili. Aggiungiamo, quindi l’ipotesi. Rispetto ai giochi delle prime due sessioni, ora ricorriamo esplicitamente a pay-off ordinali, dove la sola condizione rilevante nella misurazione dei pay-off è il loro ordine, e cioè che a sia maggiore di b, b di c e c di d. Indichiamo con Fi la fitness dei tipi 1, e con Fp la fitness dei tipi 2. F1 = p1c + p2a F1 = p1c + (1-p1)a F2 = p1d + (1-p1)b. La tesi F1>F2 equivale quindi a: p1(b-a) + p1(c-d) > b-a, per p1 = 0 la disuguaglianza diventa a>b ed è quindi vera per p1 = 1 la disugualglianza diventa c>d ed è quindi vera osservo che ∀ valore di p1∈ (0, 1), p1(c-d) >0 p1(b-a) > b-a, perché b-a è minore di zero, quindi: F1>F2 ∀ valore di p1∈ [0, 1]. È possibile inoltre dimostrare che, per tutti I giochi di questo tipo, quale che sia la posizione iniziale di partenza, l’unico equilibrio evolutivamente stabile verso cui si converge nel tempo è quello che prevede l’estinzione di una delle popolazioni, nel nostro caso dei tipi 2. 9 e. i tipi sono riconoscibili e l’interazione è selettiva (il tipo 2 gioca solo con i simili). Se la riconoscibilità è perfetta (cioè la probabilità di simulazione è nulla), si dimostra facilmente che sarebbero i tipi 2 a sopra-vivere. Infatti, in questo caso vale il Risultato. SE IPOTIZZIAMO PERFETTA RICONOSCIBILITÀ DEI TIPI, SI ESTINGUONO I TIPI 1. Questo secondo risultato ci dice già qualcosa d’importante. La riconoscibilità, anche quando non perfetta (come nella realtà normalmente avviene), aumenta la fitness dei tipi 2. Ciò spiega, ad esempio, l’emergere del fenomeno della “rete”, una realtà tipica dell’economia sociale. Le varie componenti ed espressioni dell’economia sociale tendono infatti a cercarsi e scegliersi l’un l’altra: reti di imprese, reti di consumatori che insieme preferiscono le imprese sociali, reti di imprese (si pensi ai consorzi di co-operative, di veri livelli), risparmiatori e consumatori (il fenomeno delle banche etiche e della finanza etica). Nella realtà, però, supposto che un agente 2 voglia evitare di interagire con i tipi 1 (cosa da non dare per scontata), la perfetta riconoscibilità o la simulazione nulla sono comunque altamente irrealistiche (sono troppi i soggetti con i quali un’impresa e anche una persone interagisce: lavoratori, finanziatori, concorrenti, fornitori, consumatori). E’ quindi necessario ricorrere ad altre ipotesi per giustificare teoricamente lo sviluppo delle imprese sociali nel tempo. E’ quanto di cerca di fare negli altri due casi. Introduciamo ora un *terzo* tipo che si aggiunge ai due precedenti. Potremmo chiamarlo ‘civile’ o griceiano. Ipotizziamo che: f. il tipo 3 gioca una strategia “colpo su colpo”, una strategia intermedia (rispetto alle altre due più “radicali” dei tipi 1 e 2, che, rispettivamente, co-operano mai e sempre), che lo fa co-operare con chi coopera, e *non* cooperare con chi *non* coopera. Quest’ultimo co-opera quindi con chi coopera, e *non* co-opera con chi *non* co-opera. Il tipo civile o griceiano, non attribuendo un valore intrinseco (o attribuendogliene uno troppo basso) all’azione donativa, *non* ha “cooperare!” o “cooperiamo!” come ‘strategia’ *dominante*. La strategia dominante e “Siamo razionali”. Ma se ha di fronte un tipo 2, pur riconoscendolo, non lo sfrutta preferendo reciprocare. E’ un 21 La correlazione esclusiva tra tipi può avvenire per almeno due ragioni: o perché l’agente sceglie il tipo preferito che viene riconosciuto attraverso un segnale (che deve essere affidabile), oppure perché si trova in un cluster, cioè in un’area nella quale si trovano soltanto soggettio dello stesso tipo – pensiamo, ad esempio, ad una comunità locale come il gruppo maschile della sub-faculta di filosofia a Oxford, dove la probabilità che un agente si trovi ad interagire con uno “like- minded” è altissima, ed è indirettamente proporzionale al numero di forestieri – non filosofi non oxoniensi -- presenti in quella comunità. In questa situazione, i casi interessanti si trovano sui confini, dove la probabilità di interazioni miste aumenta (pensiamo agli effetti dell’introduzione di pratiche e comportamenti nuovi da parte del gruppo femminile, di missionari o di emigranti da Cambridge). Il segnale, inoltre, per essere efficace dovrebbe essere troppo costoso da imitare da parte dei tipi 1, come l’adesione ad un codice o procedimento di comportamento o ad una struttura di valori molto forte (come nelle botteghe del commercio equo e *solidale*, o nelle imprese di Economia di Comunione). Con riconoscibilità perfetta, la probabilità di incontrare un tipo simile è 1, mentre la probabilità di incontrare uno diverso è 0. Quindi F1 =(0(a) + 1(c))=c, mentre F2 = (0(d) + 1(b)) = b, quindi: F2 > F1. Rispetto a quella classica, questa versione di colpo su colpo è modificata, poiché non inizia sempre con un muoto di cooperazione, e poi il gioco non è ripetuto -- soggetto leale, che per questo chiamiamo “civile” o griceiano. Si ipotizza quindi l’esistenza di un segnale, utilizzabile solo dal tipo civile o griceiano, che gli permette di discriminare perfettamente tra i tre tipi che ha di fronte. Si ipotizza quindi che le altre due imprese non possono, o non vogliono, utilizzare quel segnale (pensiamo, ad esempio, a chi pur sapendo di rischiare entrando in un ambiente molto opportunistico, rifiuti l’idea della nicchia e accetti di scendere in campo, non utilizzando quindi il segnale di riconoscibilità. Cosa succede in questo caso? Innanzitutto è possibile vedere come la fitness del terzo tipo è sempre maggiore di quella del tipo 2. Infatti vale il risultato. SE E SOLO SE VALGONO LE IPOTESI PRECEDENTI (a. – d., f.) SI HA: F3 > F2 ∀ VALORE DI a, b, c, d, ∀ VALORE DI p1, p2, p3. Un secondo aspetto che emerge, è che l’evenienza che la fitness dei tipi 2 possa risultare maggiore di quella degli 1 dipende dalla percentuale di tipi 3 civili griceiani presente nella popolazione. Più quest’ultima è alta, maggiore è la fitness dei tipi 2 e minore quella dei tipi 1. Qui per semplicità supponiamo che gli scarti tra i pay-off siano uguali tr aloro, cio è che sia: (a–b) = (b–c) = (c–d). Tali scarti possono essere visti, rispettivamente, come vantaggio dello sfruttamento, premio della cooperazione e costo della coerenza. Anche nell’esempio numerico precedente tali scarti sono uguali (tutti pari ad 1). Con queste semplificazioni, vale il seguente risultato. SE VALGONO LE IPOTESI a.–d., f., g., F2>F1 SE E SOLO SE p +p <p. Il risultato ci dice ancora qualcosa d’importante. La sopra-vivenza dei tipi 2 dipende anche dall’esistenza, e dal numero, degli agenti del terzo tipo, cioè di soggetti che, pur *non* attribuendo un valore intrinseco ma derivato dalla razionalita generale all’azione del co-operare o donare non “sfruttano” il muoto co-operativo (come fa invece il tipo 1), ma reciprocano. Rispondono alla co-operazione. Per questo denominare questi tipi “civili”. Questo risultato può essere utilizzato anche a sostegno del ruolo della cultura civile – la conversazione civile – la civil conversazione del rinascimento italiano popolarizzato in tutta Europa. La sopra-vivenza e lo sviluppo di imprese e un soggetto più radicali, come i tipi 2, dipendono anche dalla “cultura civile” presente nell’ambiente dentro il quale operano. Di qui l’importanza duplice della diffusione della “cultura”, alla quale le imprese sociali non possono non attribuire grande importanza. Le imprese dell’EdC, ad esempio, dedicano un terzo dei propri utili alla formazione alla *cultura del dare*. Da una parte la cultura re-inforza le motivazioni intrinseche dei tipi 2, e dall’altra contribuisce ad aumentare e rafforzare il senso civico e la cultura della co-operazione dalla quale, indirettamente, dipende anche la loro sopra-vivenza e il loro sviluppo. Supponiamo, per assurdo, che la tesi non sia vera: Dovrà essere: F3 ≤ F2 => p1c + p2b + p3 b ≤ p1d + p2b + p3b = > p1c ≤ p1d, disuguaglianza che non e’ mai verificata essendo, per ipotesi, c>d. p1d + p2b + p3b > p1c + p2 a + p3c ⇔ p1 (d − c) + p2 (b − a) + p3 (b − c) > 0;<=> p1(c−d) + p2(a−b )< p3(b−c) ⇔ p1+p2 <p3. Altra implicazione del risultato è il prendere coscienza che affinché i tipi 2 possano svilupparsi, i tipi civili debbono essere abbastanza numerosi. In particolare, si dimostra che la fitness dei tipi 3 è maggiore di quella dei tipi 1 se e solo se i tipi 3 sono in numero maggiore dei tipi 2. Ipotizzando, come nei risultati precedenti, l’uguaglianza tra gli scarti, abbiamo un altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL LEMMA, F3>F1 SE E SOLO SE P2<P3. Rappresentiamo le due fitness nello spazio delle fitness e di p2. 0 P2* 1 P2 F1, F3. Da questo emergono due ordini di considerazioni. Il valore soglia di P2 (P2*) oltre il quale F3 diventa minore di F1 dipende dalle pendenze delle due rette, rispettivamente a per F1 e b per F3: (a – b) misura infatti il vantaggio che i tipi 1 hanno rispetto ai 3 per la presenza dei tipi 2 che sfruttano. Quindi minore è questo vantaggio, maggiore è la quota di tipi 2 che i tipi 3 possono tollerare Se a=b le due rette sarebbero parallele. Si nota che i tipi 3 perdono fitness con l’aumento dei tipi 2, e la differenza di fitness massima si ottiene in corrispondenza di P2 = 0. E’ il meccanismo che potremmo chiamare i figli delle rivoluzioni che uccidono i padri, perché li considerano troppo radicali, come i francescani di seconda generazione che rimossero Francesco dal governo dell’ordine, perché con il suo radicalismo impediva – a loro dire – lo sviluppo del francescanesimo più moderato e minacciava la morte stessa del movimento. Nell’ultimo scenario, ipotizziamo che la motivazione intrinseca, la componente non materiale dei pay-off, possa avere un effetto non solo sulla scelta ma anche sulla fitness. Finora non abbiamo fatto ciò per un senso di realismo. Eurialo puo persuadersi a vivere nella piena correttezza verso Niso perché attribuisce a tale comportamento un valore intrinseco. Se però poi non arrivano i risultati economici, se ho -- F3 >F1 <=> p1c +p2b + p3b > p1c + p2a + p3c <=> p2pb + p3b > p2pa + p3c <=> p2 (b-a) > p3 (c-b) <=> p2 (a-b) < p3 (b-c) p2 < p3. Il valore soglia P2* è pari a P3, come sappiamo dal risultato. F1 F3 -- ad esempio costi troppo elevati, la fitness di Eurialo ne risente. Ora però abbandoniamo questa semplificazione, e ipotizziamo che la fitness sia influenzata anche dalle motivazioni. Alcuni esperimenti dimostrano come i comportamenti ispirati da motivazioni intrinseche e da logiche di gratuità, oltre a non avere buoni sostituti - nel senso che in tali casi altre forme di incentivi monetari non funzionano - portano anche una maggiore efficienza in termini di risultati. Perché quindi non ipotizzare una fitness influenzata anche dalle motivazioni intrinseche? Le fitness del primo e del terzo tipo restano le stesse (questi due tipi non hanno motivazioni intrinseche), mentre cambia quella del tipo 2, dove la motivazione intrinseca è rappresentata da un ε > 0,29 che viene aggiunto ai pay-off materiali. Le fitness dei tre tipi diventano perciò le seguenti: h. F1 =p1(c) + p2 (a) + p3 (c) F2 =p1 (d) + p2 (b) + p3(b) + ε F3 = p1 (c) + p2 (b )+ p3 (b). Si dimostra che è possibile che la fitness dei tipi 2 sia maggiore anche di quella dei tipi 3. Vale infatti il: Risultato. SE VALGONO LE IPOTESI a. – d., f., h.: 1. F 2≥ F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)31E 2. F2 ≥ F1, SE E SOLO SE ε≥ P1(C–D) + P2(A–B) + P3(C-B). C’è un rapporto diretto tra ε e (c –d) dove (c – d) misura il costo della coerenza per la fitness dei tipi 2, poiché è quanto questi perdono per essere coerenti con la loro cultura ottenendo “d” quando interagiscono con i tipi 1, invece di giocare, come i tipi 3, *non* coopera, ottenendo così “c”, che è maggiore di “d”. Il valore più piccolo che può assumere ε (cioè l’effetto materiale delle motivazioni intrinseche) affinché valga la disuguaglianza F2>F3, è ε* = p1 (c – d). Possiamo quindi osservare che, maggiore è il costo della coerenza (c – d), maggiore dovrà essere il valore-soglia ε*. Inoltre, c’è un rapporto diretto anche tra ε* e p1: se i tipi 1 sono, relativamente, molto numerosi, allora ε* dovrà essere più alto (e viceversa in caso contrario). Pensiamo, per fare un esempio, ad una impresa di Economia di Comunione che nel campo della legalità si comporta come un tipo 2. Paga le tasse, rispetta le leggi, per una norma etica alla quale attribuisce un valore intrinseco, non strumentale. Un tale imprenditore se opera in un mercato nel quale il costo della coerenza è molto alto o i soggetti opportunistici sono relativamente molti, per non estinguersi dovrà fare in modo che le proprie motivazioni etiche si traducano in maggiore fitness in una misura relativamente maggiore rispetto allo stesso imprenditore operante in un mercato più civile e dove i soggetti opportunisti sono meno. Come a dire che più un mercato, e una -- Rustichini e Gneezy -- A rigore potrebbe anche essere minore di 0. -- Ipotizziamo quindi che solo i tipi 2 e non i 3 “civili” abbiamo motivazioni intrinseche. F2 ≥F3 ⇔p1(d) + p2(b) + p3(b) + ε>p1c + p2b + p3b⇔ ε ≥ p1(c−d). F ≥ F⇔p(d) + p(b) + p(b) + ε≥p(c) + p(a)+p(c)⇔ 21123123 ε ≥ p1(c−d)+ p2(a−b)+ p3(c−b) -- società, premia i “furbi” (con condoni, ecc.) e penalizza i tipi cooperativi (con leggi che non riconoscono sgravi fiscali per le imprese sociale, ad esempio), più questi ultimi dovranno far sì che le motivazioni etiche si riflettano in maggiore efficienza, altrimenti non sopravvivono. Affinché valga invece la seconda disuguaglianza, F2 ≥ F1, il valore-soglia di ε, che chiameremo “ε ̊”, dovrà essere: ε ̊ = P1(C – D) + P2(A – B) + P3(C- B). E quale il rapporto tra i tipi 3 e i tipi 1? SE VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1, F3 > F1, SE E SOLO SE P2 < P3 (b − c). (a − b) Come interpretare questo? (b – c) è il vantaggio dei tipi 3 rispetto ai tipi 1 (solo i tipi 3 co-operano con i tipi 2 ottenendo “b”), possiamo quindi chiamarlo il premio della cooperazione, mentre (a – b) è il vantaggio dei tipi 1 rispetto ai 3, perché è il premio dello sfruttamento che gli standard ottengono nei confronti dei tipi 2, al quale invece i tipi civili rinunciano. Dal Risultato 4.2. emerge un’affermazione a prima vista inquietante: affinché si affermino i tipi 3 (sui tipi 1) sarà necessario che i tipi 2 non siano troppi; in ogni caso questi ultimi potranno essere tanto più numerosi quanto più il “premio della cooperazione” sovrasta il “premio dello sfruttamento”. Se infatti i tipi 2 sono numerosi essi diventano pasto per i tipi 1, che hanno così un vantaggio relativo sui tipi civili. Il risultato potrebbe, infine, essere ulteriormente rafforzato se che quando un tipo 2 incontra un altro tipo 2 ottiene un di più dovuto alla reciprocità (il pay-off diventerebbe in questo caso a). i. F2=P1 (d)+P2(a)+P3(b)+ε La fitness dei tipi 2 potrebbe così essere maggiore di quella dei tipi 3 e 1 con un ε anche minore rispetto al valore di altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1 E L’IPOTESI i. 1. F2≥F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)+P2(B–A) E 2. F2≥F1, SE E SOLO SE ε≥P1(C–D)+P3(C-B). “ε**” e il valore soglia di ε, affinché valga la disuguaglianza F2≥F3 e, ricordando che la quantità (b – a) è negativa, possiamo subito notare che ε**≤ ε*. Similmente, ε ̊ ̊ = p1 (c – d) + p3(c –b) è minore di ε ̊. Le motivazioni intrinseche e il di più della reciprocità si rafforzano a vicenda e rappresentano una strada molto interessante per esplorazioni. F<F⇔ p(c)+p(a)+p(c)<pc+b+pb⇔p<p(b−c). 1312312323(a−b). F2 ≥F3 ⇔p1(d)+p2(a)+p3(b)+ε≥p1c +p2b + p3b⇔ ε ≥ p1(c−d)+ p2(b−a). F ≥F⇔p(d)+p(a)+p(b)+ε≥p(c)+p(a)+p(c)⇔ 21123123ε ≥ p1(c−d)+ p3(c−b). Riassumiamo i punti ai quali siamo giunti ragionando, con l’aiuto della teoria dei giochi, attorno alle prospettive e alle sfide di uno scenario economico nel quale fanno la loro comparsa soggetti diversi da quello standard. Un primo punto emerso in diverse parti di questo scritto è che un agire economico improntato alla gratuità e alla reciprocità, o alla comunione, in un ambiente abitato da agenti eterogenei non cresce con la politica dell’aumento numerico: escludendo l’ipotesi di perfetta riconoscibilità dei tipi, l’aumento numerico, di per sé non basta a far sì che i tipi 2 sopravvivano. Sono invece tre gli aspetti strategicamente cruciali affinché esperienze rette da una logica come quella delineata possano svilupparsi. Lavorare sulla cultura media della società (che noi abbiamo espresso con il “terzo tipo”, quello civile): il messaggio che emerge una volta che abbiamo esteso la dinamica ai terzi tipi è che i tipi 2 possono sopravvivere e svilupparsi soltanto all’interno di un’economia civile, un’economia nella quale sono numerosi gli agenti leali, che pur non attribuendo un alto valore intrinseco all’azione donativa (e quindi non hanno “donare” come strategia strettamente dominante in tutti i tipi di gioco), sono comunque corretti se incontrano un agente co-operativo, non lo sfruttano e co-operano con esso. Poiché le motivazioni intrinseche dipendono in parte dall’approvazione sociale, esiste un effetto di complementarietà strategica. Tanto più tali comportamenti sono diffusi, tanto più saranno premianti36. Infatti, uno sviluppo interessante del modello potrebbe essere quello di vedere sotto quali condizioni i tipi 1 possono trasformarsi evolutivamente in tipi civili, ma in questo scritto non lo abbiamo fatto. Va comunque aggiunto che se è vero che un impegno culturale che si limita a rafforzare le motivazioni intrinseche dei soggetti di tipo 2 non può bastare, al tempo stesso, però, questa seconda direzione ricopre un ruolo fondamentale, per evitare che nel tempo scompaia il tipo 2 e ci si assesti sul terzo tipo. Un mondo senza soggetti che, *almeno in certi contesti* -- ceteris paribus --, *donano* *incondizionalmente*, sarebbe un mondo più povero. La presenza dei due tipi civili e griceiani – Eurialo e Niso -- ci dice che nel tempo saranno questi ultimi gli unici a sopravvivere, a meno che le motivazioni intrinseche si riflettano nei pay-off ed il loro “riflesso” sia relativamente grande. Questo risultato è già di per sé significativo. Anche se in determinati contesti la motivazione intrinseca non riesce a migliorare la performance dei tipi 2, la presenza, magari solo transitoria, dei tipi 2 svolge un importante ruolo civile e culturale: permette cioè che l’incontro (o equilibrio) si assesti sulla reciprocità e non scivoli nella mutua diffidenza. Senza l’esistenza dei tipi 2, o, paradossalmente, senza il loro sacrificio, i tipi civili non avrebbero potuto sperimentare la reciprocità, perché in un mondo popolato solo da loro e da tipi standard, l’unica esperienza possibile è la diffidenza reciproca, la *non* cooperazione (war is war). Ciò serve a gettar luce sul significato culturale e civile che nella storia hanno esperienze radicali -- Ciò implica la possibilità di equilibri multipli ordinabili, cioè la stessa popolazione può essere altamente inefficiente o altamente efficiente a seconda che un numero anche piccolo, al limite anche un solo soggetto, decida di cooperare. 37 E’ infatti verosimile che i tipi 3, quelli civili, abbiano nel loro “programma” la possibilità della cooperazione perché nell’ambiente esiste, o è esistito, il tipo 2: certo si potrebbe teoricamente ipotizzare che i tipi 3 co-operino tra loro anche in assenza dei tipi 2. Ma, storicamente, la cultura civile dell’umanità è andata avanti grazie all’esistenza di esperienze *totalitarie* che hanno creato categorie nuove che poi hanno contaminato la cultura generale. Pensiamo, ancora una volta, alla regola d’oro, o, più recentemente, ai movimenti ecologisti -- come la comunione dei beni totale, certe forme di accademie o monachesimo, e in generale i primi tempi dei fondatori di nuovi carismi (si pensi, per tutti, ad un Francesco d’Assisi e alla sua vicenda storica. Simili esperienze non sempre sono riuscite a sopra-vivere con tutta la loro radicalità, ma senza di quelle chi è venuto in contatto con loro (nella nostra metafora, i “tipi civili”) non avrebbero potuto elevare il livello della convivenza Senza coloro che si sono fatti imprigionare, e hanno dato la vita per i diritti o per la libertà, oggi l’umanità – il tipo umano personale di Grice -- sarebbe meno libera e meno diritti sarebbero riconosciuti. Un po’ come avviene con il sale, che si perde nella massa ma dà quel di più al tutto. La metafora del sale non è però l’unica presente in quel codice della cultura occidentale che è il Vangelo: vi è anche quell della città sul monte, una città che illumina la città sotto monte. La dinamica evolutiva potrà condurre l’economia sociale, e l’economia di comunione, o sul sentiero sale della terra o in quello città sul monte. Ma, in entrambi i casi, occorre che la cultura rafforzi le motivazioni intrinseche. E forse questo il messaggio culturale che il giocco conversazionale griceiano vuole dare. Araujo, V.“Quale visione dell’uomo e della società?”, in Bruni, L. e V. Moramarco, L’Economia di comunione: verso un agire economico a misura di persona, Milano: Vita e Pensiero. Aristotele, Etica Nicomachea, Milano: Rusconi. Axelrod, R. The evolution of cooperation, New York: Basic Books. Binmore, K. Game theory and social contract, Cambridge Mass: MIT Press, Bowles, S. et al. In Search of Homo Economicus: Behavioural Experiments in 15 Small Scales Societies, American Economic Review, 91, Bruni, L. La felicità e gli altri, Città Nuova, Roma. Bruni, L. e R. Sugden, Moral canals: trust and social capital in the work of Hume, Smith and Genovesi, Economics and Philosophy, Bruni L. ePelligra, Economia come impegno civile, Roma: Città Nuova. Crivelli, L. Quando l’homo oeconomicus diventa reciprocans”, in Bruni e Pelligra. Dawkins, R. The selfish gene, Oxford University Press, Oxford. Frank, R. Microeconomia, Milano: McGrow-Hill. Elster, J. The cement of society. A study of social order, Cambridge: CUP. Gneezy, U. e A. Rustichini. A fine is a price, Journal of Legal studies, January. Gui, B. Economic interactions as encounters, mimeo, Università di Padova. Hollis, M. Trust within reason, Cambridge: CUP. Nussbaum, M. C. The fragility of goodness: Luck and Ethics in Greek tragedy and Philosophy, Cambridge: CUP. Pelligra, V. Fiducia r(el)azionale, in Sacco P.L. e S. Zamagni. Putnam, R. Bowling Alone, New York: Simon e Schuster. Sacco P.L. e SZamagni. Un approccio dinamico evolutivo all’alturismo”, RISS, Sacco P.L. e S. Zamagni. Complessità relazionale e comportamento economico, Bologna: Il Mulino. Sen, A. Isolation, assurance and the social rate of discount”, Quarterly Journal of Economics. Sugden, R. The Evolutionary Turn in Game Theory, Journal of Economic Methodology, Weibull, J. Evolutionary Game Theory, Cambridge MA: MIT Press. Zanghì, G. Dio che è amore, Roma: Città Nuova. Luigi Alici. Keywords: reciproco, alici, amore proprio ed amore altrui, self-love and other-love – il paradosso della reciprocita – eurialo e niso – noi – condividere la deliberazione – eidolon – comunita, immunita, genovesi, il canale morale, la fidanza e il capitale sociale in Genovesi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alici” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Alici.
Grice ed Alighieri: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Firenze -- filosofia
fiorentina – filosofia toscana – filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze,
Toscana. dante. Grice: “Problem with having Alighieri as a philosopher is that
rhyming is not usually considered a priority – that’s why the old Romans like
Lucrezio never had to rhyme – you might say metre is essential to Parmenide and
Lucrezio – and that there is metre in my prose if not in endecasibili!” -- Grice:
“This is important for an Oxonian; since Sir Peter once told me that he made an
effort to understand Italian – ‘or Tuscan implicature,’ to be more precise –
just to be able to digest Inferno compleat with rhyme.’” Grice: “Must say that
my favourite Dante is ‘lasciate ogni speranza voi ch’entrate.”” Grice: “The
Italians, all being Renaissance men, love to catalogue as ‘philosopher’ those
whom the head of the Sub-Faculty of Philosophy at Oxford would NOT: Alighieri,
one of them!” Grice: “But then, a sport of Italian philosophers is to ramble on
“Pinocchio,” too!” -- “The Commedia and philosophy.” Liste di opere.
Refs.: “Philosophical references in Dante’s Commedia.” Se voleme guardare
in LINGUA d'oco e in LINGUA DI si, ec.e
D’oco, ec. Non giudico superfluo il dire alcuna cosa su questa. Massimamente
quelli di LINGUA denominazione ancor chè ne sia stato già parlato d’altri. È
costume de’ nostri antichi, volendo essi denominare il linguaggio d’una nazione,
prendere il suo distintivo dalla particella affermativa del volgare di quella
gente. Per tanto la lingua italiana si dice la lingua del si, la tedesca dell'
io, la gallica dell’oi, la provenzale dell’hoc. Eco sì si vada discorrendo dell'altre
lingue. Varchi nel Tuo Ercolano facendosi interrogare da Castiglione sul
particolare della lingua italiana, con queste parole: Cbi la cbie mase la lingua
del si? Risponde: seguiterebbe una largbissi modi. visione, che ho fa delle lingue
nominandole da quella particella colla quale affermano – come è la lingua d'hoc,
chiamata da volgari lingua d'OCA; perciocchè hoc in quella lingua significa
quanto væí nella greca, e etiam ita mella lasina, e pelle soffre si; perciò A. dice:
Ab Pisa, vitupero delle gesti del bel paese là, dove’l si suona. Ed avanti a
Varchi Benvenuto da Imola su questo medesimo luogo. Quia generaliter omnis gens
italica ut unturisto vulgari sì. Ubi germani dicunt “io”, do aliqui gallici
dicunt “oi”, do aliqui pedemontani dicunt ol vel dic. Leggo foc credendolo
errore del copista nel MS Laurenziano Derivano tutte queste particelle dal
latino. Il “si” nostro deriva dal “sico”, “sic est”, e forse più interamente da “sic est
bec. “Od” al contrario deriva da “hoc”, “est hoc.” L'altra di queste voci è presa
da’ provenzali, cioè l'hoc. E da questa è non solamente illor parlare
denominato “lingua d'oco”, che vale a dire lingua dell'hoc. Ma il paese ancora “Linguadoca”.
E ne'tempi più balli della latina lingua è detto “Occitania”, il qual paese non
è altro che l'antica Gallia Narbonensis. Lo “io” del tedesco derova dal latino
“illudbocest”, ed in più perfetta pronunzia “ja”, dal latino “iam est”. Il
gallico ai, dall “hec illud est”, che bene si ritrova nell'antico “ouill”, che
adesso è diventato “oui”. Ed, in somma, il piemontese ol, dall'istesso “hoc
illud”. Sicché, a proposito del passo d’A., in lingua d’oco, e in lingua di sì,
vuol dire in lingua provenzale, ed in lingua Italiana. Concioffiacbè conciosracofache. Lingua, dal lat. 'lingua',
voce usata in due significazioni. Principal nel significato proprio, per
quell'organo mobilissimo del corpo anide che è posto nella bocca ove si stende
dall'osso joide fin dietro denti incisivi. La lingua è la sede del senso del
gusto, serve alla funzione del succhiare, alla masticazione, alla deglutizione,
alla pronuncia delle parole, ed allo sputare. Varia molto nella grandezza ha la
forma d'una piramide, appianata dall'alto al basso, rotonda su i suoi angoli, e
terminata da certa punta ottusa che guarda ne davanti. Ma, in uso metaforico,
'lingua' vale pure idioma, linguaggio, favella. A. usa 'lingua' nei due suoi
significati principali spesse volte nelle sue opere, nel secondo significato
metaforico specialmente nel Vulg. El. Nella Div. Com., 'lingua' si trova XXX volte
-- XIX nell'Inferno (II, 25; X1,72; IIV, XV, 87; XVII, 75; XVIII, 60,126; XXI,
137; XXII, 90; xxx,133; IITL 72, 89; XXVII, 18; XXVIII, 4, 101; xxx, 122; XXXI,
1; XXIII, 9, 1146; III volte nel Purgatorio (vii, 17; XI, 98; xix,13) e VIII
volte nel Paradiso. 63; X1, 23; XVII, 87; XXIII, 55; XXVI, 124; XXVII,131;
XXXIII,70,708. Sulle dottrine d'A. concernenti la lingua – cioè, in uso
metaforico, il linguaggio umano, conviene rimandare al Vulg. El., specialmente
al libro I di questo saggio. Si notino i seguenti usi. Lingua, riferito a sete;
Inferno xxx, 122. Trarre la lingua, per Spingerla fuori della bocca; atto di
SPREGIO; Inf. xvii, 75.-3. Mostrare ciò che puote una lingua, per condurre un
idioma all'apice della sua perfezione; Purg. VII, 17.-4. Scernere nella lingua,
le parole dette o scritte; Purg. XV, 87.-5. la gloria della lingua, Il pregio
d'un idioma, e la maestria dell'usarlo; Purg. XI, 98.-6. A. chiama la lingua
italiana “lingua di sì”, la provenzale lingua d'oc, la francese lingua
d'oil;Vulg. El. 1, 8, 30 eseg.; cfr. Vit. N. xxv, 24 e seg.-7. Concernente la
lingua primitiva A. esterna in diversi tempi dee opinioni diverse. Secondo Vulgare
Eloquenza I, 6, 29 e seg. la lingua dei primi parenti è parlata da tutti i loro
discendenti sino alla edificazione della torre di Babele, e dagl’brei anche
dopo, onde la lingua primitiva è semplicemente l'ebraica (dalla quale per A.
deriva l’italiano). Invece secondo Par. XXVI, 124 e seg. la lingua primitiva,
parlata da Adamo, è tutta spenta già prima della confusione babilonica. La
lingua adamica non ha dunque che fare nè coll'ebraica, nè con altre lingue,
come la lingua del si o l’italiana. Anche in merito alla maggiore o minor
nobiltà della lingua dei Romani A. muta
opinione. Secondo il Convito. I, 5, 76 e seg. la lingua dei romani è più bella,
più virtuosa e più nobile dell’italianao. Invece, secondo il Volgare Eloquenza
1, 1, il volgare è più nobile del Latino. La seconda opinione è tutta
propria d'A. e segna un progresso nello svolgimento di quello che Grice chiama
‘la semantica d’A.’. La prima è la corretta e l’opinione dominante del tempo,
accettata anche d'A., finchè i suoi studi e l’altri italiani lo indussero a
lasciarla. La tèrra d’Occitania a gardat fin a
aüra un immense patrimòni gropat simplament a sa lenga, una lenga qu’es istaa
la primiera, comà es ressauput, naissuá dal latin, a èsser escrita, una lenga
que vuèlh soventar, a donat vita a la primiera literatura moderna europencha,
quèla qu’a servit de model per totas las autras lengas, qu’aviá trobat dau
l’acomençament sa forma escrita, fòrça unitaria. Es pas aicí lo luòc
adont percorrer l’istòira de nòstra lenga faça als colonialismes qu’an empachat
la creacion d’una lenga e de istitucions politicas unitarias mas la retrobaa
unitarietat culturala de la tèrra occitana en cèstos darrieri ans a fait
creisser un’ideá, beleu un utopiá, quèla de una Nacion, malaürament sença
estat, de una Nacion culturala. Lo mot Occitaniá, ben conoissut fin a la
Rivolucion, a retrobat sa modernitat geografica, istorica, lingüistica. Malaürosament nòstra lenga ilh es
aüra, apres mila ans, entren de se perdre, de se esvantar al solelh. Un procés
qu’a començat a partir dal segle XVI, quand nòstra tèrra occitana a perdut
definitivament son autonomiá. Quèlos que los expecialistas de la lenga noman
gallicismes, an começat penetrar en Occitaniá sobretot a partir de l’ordonança
de Villers-Cotterêts quand lo francés es devengut lenga uficiala de la lei e de
l’administracion francesa. Eissubliaa la cultura dal Meianatge, quèla,
per se comprener, dals trobaires, la lenga occitana es chaüta dins l’umbla condicion
de, e zo dizo abó una paraula francésa, patois, patés. Cèsta paraula la vòl
dire parlar abó las pautas, abó los pès. Dins las Valadas avem perdut la
valor de la paraula patois e l’anobrem tranquilament per dire que parlem a
nòstra mòda, comà la se ditz dins tantas valadas. Mas lo mot patois pòl indicar
qualsevuèlhe parlar natural dal mond, sença donar una precisa indicacion sus la
lenga parlaa. Per aiquò Occitan es l’unica paraula que pòl servir per nomar
nòstra lenga, l’unica que rend justiça a mila ans d’istòira. Pas mens de viatge
sabem pas de adont arriba nòstre vocabolari, quala istòira an nòstras
paraulas. Comà bien sabon, la plus part dal vocabolari es d’origina
latina, comun a quasi totas las lengas romanzas. Un’autra partiá dal vocabolari
ven dal grec e decò aicí zo partagem abó las autras lengas; un’autra encara nos
ven de las lengas alemandas o germanicas, de quèlos puèples qu’an envaít
l’Imperi roman. Resta una fòrta presença de paraulas que beleu nos venon de las
lengas parlaas dins nòstros territòris quand los romans sion arribats en çò
nòstre: de lengas de sobstrat, que normalment partatgem en lengas anarias, al
es a dire d’ancianas lengas mediterranèa comà lo ligure, l’etrusc o de lenga
arias pre-latinas comà lo gallic o la lenga celta. Comà la se pòl
comprener sien drant a un tresaur lexical en partiá ben conoissut, mas adont
los trabalhs lexicologics abondan pas e adont de ensemb lingüistic comà
l’occitan alpec, nomat a son temps vivarò-alpenc, reston mal conoissut. Comà a escrit Geuljan dins son “Dictionnaire
Etymologique de la Langue d’Oc”,
l’occitan est la seule grande langue romane dépourvue d’un dictionnaire etymologique.
Volem pas de segur far concorrença al trabalh qu’es istat entrenat per lo Prof.
Geuljan, mas prepausar de trabalhs sus l’etimologiá de paraulas pas gaire
conoissuás de nòstra Valadas e de l’encemb occitano-alpenc per arribar, dins lo
temps, a la redaccion d’un Diccionari Etimologic de l’Occitan Alpenc. Pas
mens nòstre Diccionari Etimologic sarè bilengas, es a dire li aurè una partiá
entierament en lenga occitana e una traducion italiana. Escriure un Diccionari
sus nòstra lenga adont per chasca paraula la se dona la traduccion dins una
lenga diferenta de la nòstra me sembla una chausa que vai contra la lenga
meseima. Pensatz a un
vocabolari de l’italian o dal francés o de un’autra lenga adont la descripcion
de la paraula siè dins un’autra lenga. Per l’occitan pareis siè la nòrma.
Lo Tresor dóu Felibrige de Mistral, lo vocabolari de Alibert comà tuts los autri
que sion istats realizats dins cèstos ans donan la paraula en occitan, mas tota
la descripcion, e pas mesquè la traducion, dins un’autra lenga, o lo francés o
l’italian. Per far un autre exemple, plus recent, cito un grand trabalh
de lexicografia comà quel de Jusiana Ubaud, adont tota l’introduccion e la
descripcion de l’òbra es en francés. Perquè un’obra sus la lenga occitana deu
èsser ilustraa en se servent d’un’autra lenga? Cèstos diccionaris rintran dins
la categoriá dals vocabolaris “dialectals”; meseime los pauqui vocabolaris fait
aicí dins las Valadas, normalment de l’occitan local a l’italian, rintran dins
aicèsta categoriá. Los catalans non pas, nos mostran, abó sos
Diccionaris, que se pòion justament redigir de diccionaris completament en
lenga sença la sugecion d’un autra lenga, comà totas las autras lengas
nacionalas. Per aiquò, en cèst espaci, en cèsta rubrica, chercharem de
esclarzir l’origina de certenas paraulas, beleu pas gaire conoissuás, de nòstre
vocabolari. Ritrovando io, che alcuno avanti me abbia della VOLGARE
ELOQUENZA niuna cosa trattato, e vedendo questa cotal eloquenza esesere
veramente necessaria a tutti, conciò sia che ad essa non solamente gl’italianai,
ma ancora le femine, & i piccoli fanciulli, in quanto la natura permette, sisforzino
pervenire. Volendo al quanto lucidare la discrezione di coloro, i quali come
ciechi passeggiano per le piazze, e pensano spesse volte, le cose posteriori
essere anteriori. Con l’aiuto che Dio ci manda dal cielo, ci sforzeremo di dar giovamento
al parlare della gente italiana volgare. Nè solamente l'acqua del nostro
ingegno a si fatta bevanda piglie ma remo, ma ancora pigliando, ovvero
compilando le cose migliori da gl’altri, quelle con le nostre mescoleremo,
acciò che d'indi possiamo dar bere uno dolcissimo idromele. Ora perciò che
ciascuna dottrina semantica deve non provare, aprire il suo suggetto, acciò si
sappia che co sa sia quella, ne la quale essa dimora,dico, che 'l parlar volgare
chiamo quello del VOLGO, nel quale i fanciulli sono assuefatti da gl’assistenti,
quan do primieramente cominciano a distinguere le voci, o vero, come più brevemente
sipuò dire, il Volgar Parlare affermo essere quello, il quale senza altra
regola, imitando la balia, s'apprende da nostro padre e da nostra madre
(‘lingua matrix’). Ecci ancora un altro
secondo parlare il quale I ROMANI chiamano “letteratura” (greco: grammatica). E
questo secondario hanno parimente i greci e altri, ma non tutti – i
anglo-sassoni mancano delle lettere ma hanno delle rune -- perciò che pochi a
l'abito di esso pervengono. Conciò sia che, se non per spazio di tempo e
assiduità di studio, si ponno prendere le regole, e la dottrina di lui. Di
questi dui parlari adunque l’italiano volgare è più nobile dell’antico romano, si
perchè è il primo ch’è da l'umana generazione italiana usato, si eziandio
perchè in esso tut to'l mondo ragiona, avegna che in diversi vocaboli e diverse
prolazioni sia diviso. Si ancora per essere NATURALE a noi, gl’italiani, essendo quel l'altro – come la lingua del
VIRGILIO – ‘artificiale’. E di questo più nobile è la nostra intenzione di
trattare. Il testo latino dei romani ha: ipsa (locutione) per fruitur. Ossia:
di esso si serve. Nn dico nostro, perchè altro parlar ci sia che quello
dell'uomo. Perciò che fra tutte le cose che sono, solamente all’italiano è dato
il parlare italiano, sendo a lui necessario solo. Certo non a gl’angeli, non a
gli animali inferiori è necessario parlare. Adunque sarebbe stato dato in vano
a costoro -- non avendo bisogno di esso. E la natura certamente abborrisce di
fare cosa alcuna invano. Se volemo poi sottilmente considerare la intenzione
griceiana del parlar nostro, ni un'al trace ne troveremo che il manifestare ad
altri i concetti dell’ANIMA nostra. Avendo adunque gl’angeli prontissima, e ineffabile
sufficienzia d'intelletto da chiarire i loro gloriosi concetti, per la qual
sufficienzia d'intelletto l'uno è totalmente noto all'altro, o per sè, o almeno
per quel fulgentissimo specchio, nel quale tutti sono rappresentati bellissimi,
e in cui avidis simi sispecchiano; pertanto pare, che diniuno SEGNO di parlare
abbiano avuto mestieri. Ma chi oppone a questo, allegando quei spiriti, che
cascarono dal cielo; a tale opposizione doppiamente si può rispondere. Prima,
che quando noi trattiamo di quelle cose, che sono che l'uomo italiano –
“homo sapiens sapiens” -- solo ha il COMERCIO del parlare. Qeesto, l’italiano, è
il nostro vero, naturale, e primo parlare: Qa bene essere, devemo essi lasciar
da parte, conciò sia che questi perversi non vollero aspettare la divina cura.
Seconda risposta,e meglio è, che questi demoni a manifestare fra sè la loro
perfidia, non hanno bisogno di conoscere, se non qualche cosa di ciascuno,
perchè è, e quanto è 1: il che certamente sanno; perciò che si conobbero l'un
l'altro avanti la ruina loro. A gl’animali inferiori poi non è bisogno
provvedere di parlare. Conciò sia che, per solo istinto di natura, siano
guidati. E poi tutti quelli animali che sono di una medesima specie hanno le
medesime azioni e le medesime passioni. Per le quali loro proprietà possono le
altrui conoscere. Ma a quelli che sono di diverse specie non solamente non è
necessario loro il parlare, ma in tutto dannoso gli sarebbe stato, non essendo
alcuno amicabile comercio tra essi. E se mi è opposto che il serpente che parla
a la prima femina, e l'asina di Balaam parla, a questo rispondo, che l'angelo
ne l'asina, e il diavolo nel serpente hanno talmente operato, che essi animali
mossero gl’organi loro; e così d'indi la voce risultò distinta, come vero
parlare; non che quello de l'asina fosse altro che ragghiare e quello del
serpente altro che fischiare. Il testo ha: non indigent,
nisi ut sciant qui libet de quolibet, quia est, et quantus est. Parrebbe
più proprio il tradurre cosi. Non hanno bisogno di CONOSCERE se non ciascheduno
di ciaschedun altro che è, e quanto è: ossia l'esistenza e il grado. Se
alcuno poi argumentasse da quello, che quel ingenoso romano, OVIDIO, dice nel V
de la Metamorfosi che il pico parla; dico che OVIDIO dice ‘parla’ FIGURATAMENTE,
intendendo altro. Ma se si dice che il pico presente o altro uccello come il papagallo del principe Maurizio ‘parla’,
dico ch'egli è FALSO. Tale atto non è parlare, ma è certa imitazione del suono
de la nostra voce italiana; o vero che si sforzano di imitare noi in quanto
soniamo, ma non in quanto parliamo. Tal che se quello che alcuno espressamente
dice, ancora il pico ridice, questo non è se non rappresentazione, o vero
imitazione del suono di quello, che prima avesse detto. E così appare a l'uomo
italiano solo essere stato dato il parlare l’italiano. Ma per qual cagione esso
gli è necessario, ci sforzeremo brievemente trattare. Che fu necessario a
l'uomo il comercio Ovendosi adunque l'uomo non per istinto di natura,ma per
ragione. Ed essa ragione o circa la separazione, o circa il giudidizio, o circa
la elezione diversificandosi in ciascuno. Tal che quasi ogni uno della sua
propria. La voce del testo “discrezione” sarebbe resa meglio dalla parola “discernimento”
-- del parlare -- specie s'allegra. Giudichiamo che niuno intenda l'altro per
le sue proprie azioni, o passioni, come fanno le bestie; nè anche per speculazione
l'uno può intrar ne l'altro, come l’archangelo Gabriele, sendo per la grossezza,
e opacità del corpo mortale la umana specie da ciò ritenuta. È adunque bisogno che
volendo la generazione umana fra sè COMUNICARE i suoi concetti ha qualche SEGNO
sensuale e razionale per ciò che dovendo prendere una cosa dalla ragione e ne
la ragione portarla, bisognava essere razionale ma non potendosi alcuna cosa di
una ragione in un'altra portare se non per il mezzo del SENSUALE è bisogno
essere sensuale, perciò che se 'l è solamente razionale, non puo trapassare. Se
solo sensuale, non potrebbe prendere da la ragione, nè ne la ragione de porre.
E questo è SEGNO che il subietto, di che parliamo, è nobile. Perciò che in
quanto è suono, el segno è per natura una cosa sensuale. In quanto che, secondo
la volontà di ciascuno, IL SEGNO significa qualche cosa, il segno è, come dice
Grice, razionale. Ilt esto ha. Hoc equidem SEGNO est, ipsum subjectum nobile, dequo
loquimur. Natura sensuale quidem, in quantum sonus est. Esse; RATIONALE VERO IN
QVANTVM ALIQVID SIGNIFICARE VIDETVR AD PLACITVM. A noi pare più giusto l'interpretare
questo passo cosi. Questo SEGNO -- l'aliquod rationale signum et sensuale, di
cui parla poche righe più sopra) è per l'appunto il nobile soggetto di cui
parliamo. Sensuale, per natura, in quanto è suono fisico – la fissi greca la
natura romana. Razionale, inquantoche, se che uomo (zoon logikon) è
prima dato il parlare, e che disse prima, & in che lingua. l'uomo italiano
solo è dato il parlare l’italiano. Ora istimo che appresso debbiamo
investigare, a che uomo è prima dato il parlare, e che cosa prima dice, e a chi
l’umo parla, e dove e quando, & eziandio in che linguaggio il primo suo
parlare si sciol se. Secondo che si legge ne la prima parte del Genesis, ove la
sacratissima scrittura tratta del principio del mondo, si truova la femina,
prima che niun altro, aver parlato, cio è la presontuosissima Eva, la quale al
diavolo, che la ricercava, dice. Dio ci ha commesso, che non mangiamo del
frutto del legno che è nel mezzo del paradiso, e che non lo tocchiamo, acciò
che per avventura non moriamo. Ma a vegna che in scritto si trovi la donna aver
primieramente parlato, non di meno è ragionevol cosa che crediamo, che l'UOMO è
quello che prima parla. Nè cosa inconveniente mi pare secondo la volontà di
ciascuno, significa qualche cosa. Contro la quale interpretazione stala
punteggiatura, e la voce esse del testo, che sarebbe di troppo; ma, per
compenso, il brano riesce più chiaro, e si collega meglio col senso di tutto il
Capitolo. Manifesto è per le cose già dette, che a pensare, che così eccellente
azione de la il generazione umana prima da L’UOMO, che da la femina
procedesse. Ragionevolmente adunque crediamo ad esso essere stato dato
primieramente il parlare da Dio, subito che l’ha formato. – cf. La teoria
stoica sull’origine naturale del linguaggio e la prima significazione naturale
-- Che voce poi è quella che parla prima, a ciascuno di sana mente può esser in
pronto; e io non dubito che la fosse quella, che è Dio, cioè Eli, o vero per
modo d'interrogazione, o per modo di risposta.Assurda cosa veramente pare,e da
la ragione aliena, che da l'uomo è nominata cosa alcuna prima che Dio; con ciò
sia che da esso, & in esso è fatto l'uomo. E siccome, dopo la prevaricazione
dell’umana generazione, ciascuno esordio di parlare comincia da heu; così è
ragionevol cosa, che quello che è davanti, cominciasse da allegrezza, e conciò
sia che niun gaudio sia fuori di Dio, ma tutto in Dio ,& esso Dio tutto sia
allegrezza, conseguente cosa è che 'l primo parlante dicesse primieramente Dio.
Quindi nasce questo dubbio,che avendo di sopra detto, l'uomo aver prima per via
di risposta parlato, se risposta è, devette esser a Dio; e se a Dio, parrebbe, che
Dio prima avesse parlato, il che parrehbe contra quello che avemo detto di
sopra. Al qual dubbio risponderemo, che ben può l'uomo aver risposto a Dio, che
lo interrogava, nè per questo Dio aver parlato di quella LOQUELA DEL LAZIO (la
latina), che dicemo. Qual è colui, che dubiti, che tutte le cose che sono non
si pieghino secondo il voler di Dio, da cuièfatta, governata, e conservata
ciascuna cosa? É conciò sia che l'aere a tante alterazioni per
comandamento della natura in feriore si muova, la quale è ministra e fattura di
Dio,di maniera che fa risuonare i tuoni, ful gurare il fuoco, gemere l'acqua, e
sparge le nevi, e slancia la grandine; non si moverà egli per comandamento di
Dio a far risonare al cune parole le quali siano distinte da colui, che maggior
cosa distinse?e perchè no? Laon de & a questa, & ad alcune altre cose
credia mo tale risposta bastare. Dove, & a cui prima l'uomo parla. ta così
dalle cose superiori, come da le inferiori, che il primo uomo drizzasse il suo
primo parlare primieramente a Dio, dico, che ragionevolmente esso primo
parlante parla subito, che è da la virtù animante ispirato: per ciò che ne
l'uomo crediamo, che molto più cosa umana sia l'essere sentito che il sentire,
pur che egli sia sentito, e senta come uomo. Se adunque quel primo fabbro,
PROMETEO, di ogni perfezione principio & amatore, inspirando il primo uomo
con ogni perfezione compi, ragionevole cosa mi pare, che questo perfettissimo
animale non prima cominciasse a sentire, che 'l fosse sentito. Se alcuno poi
dice contra l’obiezioni, iudicando adunque (non senza ragione trat che
non è bisogno che l'uomo parla, essendo egli solo; e che Dio ogni nostro
segreto senza parlare, ed anco prima di noi discerne; ora (con quella
riverenzia, la quale devemo usare ogni volta, che qualche cosa de l'eterna
volontà giudichiamo), dico,che avegna che Dio sa, anzi antivedesse (che è una
medesima cosa quanto a Dio) il concetto del primo parlante senza parlare, non di
meno volse che esso parla; acciò che ne la esplicazione di tanto dono, colui,
che graziosamente glielo avea do nato, se ne gloriasse. E perciò devemo credere
che da Dio proceda, che ordinato l'atto dei nostri affetti, ce ne allegriamo.
Quinci possiamo ritrovare il loco, nel quale è mandata fuori la prima FAVELLA; perciò
che se è animato l'uomo fuori del paradiso, diremo che fuori. Se dentro, diremo
che dentro è il loco del suo primo parlare. Ra perchè i negozj umani si hanno
ad esercitare per molte e diverse lingue, tal che molti per le parole non
intesi da molti, che se fussero senza esse. Però fia buono investigare di quel
parlare, del quale si crede aver usato l'uomo, che nacque senza sono altrimente
Di che idioma prima l'uomo parla, e donde è l'autore di
quest'opera. madre, e senza latte si nutri, e che nè pupillare età vide, nè
adulta. In questa cosa, sì come in altre molte, Pietra mala è amplissima città,
e patria de la maggior parte dei figliuoli di Adamo. Però qualunque si ritrova
essere di cosi disonesta ragione, che creda, che il loco della sua nazione sia
il più delizioso, che si trovi sotto il sole, a costui parimente sarà licito
preporre il suo proprio volgare, cioè la sua materna locuzione, a tutti gli
altri; e conseguentemente credere essa essere stata quella di Adamo. Ma noi, acui
il mondo è patria, sì come a'pesci il mare, quantunque abbiamo bevuto l'acqua
d'ARNO avanti che avessimo denti, e che amiamo tanto FIRENZE, che pe averla
amata patiamo ingiusto esiglio, non dimeno le spalle del nostro giudizio più a
la ragione che al senso appoggiamo. E benchè se condo il piacer nostro, o vero
secondo la quiete de la nostra sensualità, non sia in terra loco più ameno di FIRENZE;
pure rivolgendo i vo lumi de'poeti e de gli altri scrittori, ne i quali il
mondo universalmente e particularmente si descrive, e discorrendo fra noi i
varj siti dei luoghi del mondo, e le abitudini loro tra l'uno e l'altropolo, e'lcircolo
equatore, fermamente comprendo, e credo, molte regioni e città essere più
nobili e deliziose che TOSCANA e FIRENZE, ove son nato, e di cui son cittadino;
e molte nazioni e molte genti usare più dilette vole, e più utile SERMONE, che
gl’italiani. Ritornando adunque al proposto, dico che una certa forma di
parlare è creata da Dio insieme con l'anima prima, e dico forma, quanto ai
vocaboli delle cose, e quanto a la construzione de’ vocaboli, e quanto al
proferir de le construzioni; la quale forma veramente ogni parlante lingua
userebbe, se per colpa de la prosunzione umana non è stata dissipata. Di questa
forma di parlare parla Adamo, e tutti i suoi posteri fino a la edificazione de
la torre di Babel, la quale si interpreta la torre de la confusione. Questa
forma di locuzione hanno ereditato i figliuoli di Eber, i quali da lui furono
detti ebrei; a cui soli dopo la confusione rimane, acciò che il nostro
Redentore, il quale dove nascere di loro, usasse, secondo l’umanità, della
lingua della grazia, e non di quella de la confusione degl’ebrei. È adunque l’ebreo
idioma quello, che è fabbricato dalle labbra del primo parlante confuso. ' Il
testo ha: qui ex illis oriturus erat secundum humanitatem, non lingua
confusionis, sed gratiæ frueretur. E deve tradursi: il quale dove vanascere di
loro secondo l'umanità, usasse della lingua della grazia – o di GRICE -- , e
non di quella della confusione. Hi come gravemente mi vergogno di
rin e per. A en ta generazione umana. Ma perciò che non possia mo lasciar
di passare per essa, se ben la faccia diventa rossa, e l'animo la fugge, non
starò di narrarla. Oh nostra natura sempre prona ai peccati, oh da principio, e
che mai non finisce, piena di nequizia; non era stato assai per la tua
corruttela, che per lo primo fallo fosti cacciata, e stesti in bando de la p a
tria de le delizie? non era assai, che per la universale lussuria, e crudeltà
della tua fami glia, tutto quello che era di te, fuor che una casa sola, fusse
dal diluvio sommerso, il male, che tu avevi commesso, gli animali del cielo e
de la terra fusseno già stati puniti? Certo assai sarebbe stato; ma come prover
bialmente si suol dire, Non andrai a cavallo anzi terza; e tu misera volesti
miseramente andare a cavallo. Ecco,lettore, che l'uomo, o vero scordato,o vero
non curando de le prime battiture, e rivolgendo gli occhi da le sferze, che
erano rimase, venne la terza volta a le botte, per la sciocca sua e superba
prosunzio ne. Presunse adunque nel suo cuore lo incu rabile uomo, sotto
persuasione di gigante, di superare con l'arte sua non solamente la na
tura,ma ancoraessonaturante,ilqualeèDio; e cominciò ad edificare una torre in
Sennar, la quale poi fu detta Babel, cioè confusione, per la quale sperava di
ascendere al cielo,avendo intenzione, lo sciocco,non solamente di aggua
gliare,ma diavanzare ilsuo Fattore.Oh cle menzia senza misura del celeste
imperio;qual padre sosterrebbe tanti insulti dal figliuolo? Ora innalzandosi
non con inimica sferza, ma con paterna, & a battiture assueta, il ribel
lante figliuolo con pietosa e memorabile corre zione castigò. Era quasi tutta
la generazione umana a questa opera iniqua concorsa; parte comandava, parte
erano architetti,parte face vano muri,parte impiombavano, parte tiravano le
corde ", parte cavavano sassi, parte per ter
ra,partepermareliconducevano.E cosìdi verse parti in diverse altre opere
s’affatica vano, quando furono dal cielo di tanta con fusione percossi, che
dove tutti con una istessa loquela servivano a l'opera, diversificandosi in
molte loquele, da essa cessavano, nè mai a quel medesimo comercio convenivano;
& a quelli soli, che in una cosa convenivano una · Il Witte osservò che in
luogo di pars amysibus tegulabant, pars tuillis linebant, come leggeva erro
neamente la volgata nel testo latino, si deve leggere: pars amussibus
tegulabant, pars trullis (o truellis) linebant, e si deve tradurre: parte
arrotavano sulle pietre i mattoni,parte con le mestole intonacavano. istessa
loquela attualmente rimase, come a tutti gli architetti una, a tutti i
conduttori di sassi una,a tuttiipreparatori di quegli una, e così avvenne di
tutti gli operanti; tal che di quanti varj esercizj erano in quell'opera, di
tanti varj linguaggi fu la generazione umana disgiunta. E quanto era più
eccellente l'arti ficio di ciascuno, tanto era più grosso e barbaro il loro
parlare. Quelli poscia, a li quali il sacrato idioma rimase, nè erano presenti
nè lodavano lo esercizio loro; anzi gravemente biasimandolo, si ridevano de la
sciocchezza de gli operanti.Ma questi furono una minima parte di quelli quanto
al numero; e furono, sì come io comprendo, del seme di Sem, il quale fu il
terzo figliuolo di Noè, da cui nacque il popolo di Israel, il quale usò de la
antiquissima locu zione fino a la sua dispersione. e specialmente in Europa. Er
la detta precedente confusione di lingue non leggieramente giudichiamo, che
allora primieramente gl’uomini furono sparsi per tutti iclimi del mondo e per
tutte le regioni e angoli di esso. E conciò sia che la sottodivisione del
parlare per il mondo, principal radice dela propagazione umana sia ne le
parti orientali piantata, e d'indi da l'u no e l'altro lato per palmiti
variamente diffusi, è la propagazione nostra distesa; final mente in fino a
l'occidente prodotta, là onde primieramente le gole razionali gustarono o
tutti,o almen parte de i fiumi di tutta Europa. Ma ofussero forestieri questi, cheallorapri
mieramente vennero, o pur nati prima in E u ropa, ritornassero ad essa; questi
cotali por tarono tre idiomi seco; e parte di loro ebbero in sorte la regione
meridionale di Europa, parte la settentrionale, & i terzi, i quali al
presente chiamiamo Greci, parte de l’Asia e parte de la Europa occuparono. Poscia
da uno istesso idio ma,dalaimmonda confusione ricevuto,nac quero diversi
volgari, come di sotto dimostre remo; perciò che tutto quel tratto, ch'è da la
foce del Danubio, o vero da la palude Meotide, fino a i termini occidentali (li
quali da i confini d'Inghilterra, ITALIA e Gallia, e da l'Oceano sono
terminati), tenne uno solo idioma: avegna che poi per Schiavoni, Ungari,
Tedeschi, Sassoni, Inglesi e altre molte nazioni fosse in diversi volgari
derivato; rimanendo questo solo per segno, che avessero un medesimo prin cipio,
che quasi tutti i predetti volendo affir mare, dicono jo. Cominciando poi dal
termine di questo idioma,cioè da iconfini de gl’ungari verso oriente,un altro idioma
tutto quel tratto occupò. Quel tratto poi, che da questi in qua si chiama
Europa, e più oltra si stende,o ve ro tutto quello de la Europa che resta,
tenne un terzo idioma 1, avegna che al presente tri partito si veggia; perciò
che volendo affermare, altri dicono oc, altri oil, e altri sì, cioè Spa gnuoli,
Francesi & Italiani.Il segno adunque che i tre volgari di costoro
procedessero da uno istesso idioma,è in pronto;perciò che molte cose chiamano
per i medesimi vocaboli, come è Dio,cielo,amore,mare,terra,e vive,muore, ama,&
altri molti.Di questi adunque de la meridionale Europa, quelli che proferiscono
oc tengono la parte occidentale, che comincia da i confini de’ GENOVESI; quelli
poi che dicono sì, tengono da i predetti confini la parte orientale, cioè fino
a quel promontorio d'ITALIA, dal quale comincia il seno del mare Adriatico e la
Sicilia. Ma quelli che affermano con oil,quasi sono settentrionali a rispetto
di questi; perciò che da l'oriente e dal settentrione hanno gli Ale manni, dal
ponente sono serrati dal mare in 1 Il testo ha: A b isto incipiens idiomate,
videlicet a finibus Ungarorum versus orientem aliud occupa vittotum quod ab inde
vocatur Europa, nec non ul terius est protractum. Totum autem, quod in Europa
restat ab istis, tertium tenuit idioma. E deve essere tradotto cosi: A
cominciare da questo idioma, cioè dai confini degli Ungari verso oriente, un
altro idioma occupò l'intero tratto che da quei confini in là si chiama Europa,
e che si protrae anche più oltre. Tutto il tratto poi della rimanente Europa
tenne un terzo idioma. glese, e dai monti di Aragona terminati, dal mezzo di
poi sono chiusi da' Provenzali,e da la flessione de l'Appennino. Noi ora è
bisogno porre a pericolo 1 la Il verbo periclitari del testo latino qui vale
mettere alla prova, cimentare. ragione, che avemo, volendo ricercare di
quelle cose ne le quali da niuna autorità siamo aiutati, cioè volendo dire de
la variazione, che intervenne al parlare, che da principio era il medesimo. Ma
conciòsiachepercammininoti più tosto e più sicuramente si vada, però so lamente
per questo nostro idioma anderemo,e gli altri lascieremo da parte, conciò sia
che quello che ne l'uno è ragionevole, pare che eziandio abbia ad esser causa
ne gli altri. È adunque loidioma,deloqualetrattiamo(come ho detto di sopra) in
tre parti diviso, perciò che alcuni dicono oc, altri si, e altri oil. E che
questo dal principio de la confusione fosse uno medesimo (il che primieramente
provar si deve) appare, perciò che si convengono in molti vocaboli,come gli
eccellenti dottori dimostrano; De le tre varietà del parlare, e come col tempo
il medesimo parlare si muta, e de la invenzione de la grammatica. A
la quale convenienzia repugna a la confusione, che fu per il delitto ne
la edificazione di Babel. I Dottori adunque di tutte tre queste lingue in molte
cose convengono, e massimamente in questo vocabolo, Amor. Gerardo di Berneil, « Surisentis fez les aimes Puer encuser Amor. Il re di
Navara, «De'finamor sivientsenebenté.» M. Guido Guinizelli, « Nè fè amor, prima
che gentil core, Nè cor gentil,prima che amor,natura.» Investighiamo adunque,
perchè egli in tre parti sia principalmente variato,e perchè cia scuna di
queste variazioni in sè stessa si varii, come la destra parte d'Italia ha
diverso par lare da quello de la sinistra, cioè altramente parlano i Padovani,
e altramente i Pisani: e investighiamo perchè quelli,che abitano più vi
cini,siano differenti nel parlare,come è iMila nesi e Veronesi, ROMANI e
Fiorentini;e ancora perchè siano differenti quelli,che si convengono sotto un
istesso nome di gente,come Napole tani e Gaetani, Ravegnani e Faentini; e quel
che è più maraviglioso, cerchiamo perchè non si convengono in parlare quelli
che in una medesima città dimorano, come sono i Bolo gnesi del borgo di san
Felice, e i Bolognesi della strada maggiore.Tutte queste differenze
adunque,e varietàdi sermone,che avvengono, con una istessa ragione saranno
manifeste. Dico adunque, che niuno effetto avanza la sua ca gione, in quanto
effetto,perchè niuna cosa può fare ciò che ella non è.Essendo adunque ogni
nostra loquela (eccetto quella che fu da Dio insieme con l'uomo creata) a
nostro benepla cito racconcia,dopo quella confusione,la quale niente altro fu
che una oblivione de la loquela prima, & essendo l'uomo instabilissimo e va
riabilissimo animale, la nostra locuzione ne durabile nè continua può essere;
ma come le altre cose che sono nostre (come sono costumi & abiti), simutano;
cosìquesta, secondo ledi stanzie de iluoghi e dei tempi,è bisogno di va
riarsi.Però non è da dubitare che nel modo che avemo detto,cioè,che con
ladistanziadeltempo il parlare non si varii, anzi è fermamente da tenere;
perciò che se noi vogliamo sottilmente investigare le altre opere nostre,le
troveremo molto più differenti da gli antiquissimi nostri cittadini, che da gli
altri de la nostra età, q u a n tunquecisianomoltolontani1. Il perchè audacemente
affermo, che se gli antiquissimi Pavesi ora risuscitassero,parlerebbero di
diverso parlare di quello, che ora parlano in Pavia; nè altrimente questo,
ch'io dico, ci paja maraviglioso, che I qualicisianomolto lontani (magis....quam
a coetaneis perlonginquis). ciparrebbe a vedere un giovane
cresciuto,il quale non avessimo veduto crescere.Perciò che le cose, che a poco
a poco si movono, il moto loro è da noi poco conosciuto;e quanto la va riazione
de la cosa ricerca più tempo ad essere conosciuta, tanto essa cosa è da noi più
stabile esistimata.Adunque non ci ammiriamo,se i discorsi di quegli uomini,che
sono poco da le bestie differenti, pensano che una istessa città abbia sempre
il medesimo parlare usato, conciò sia che la variazione del parlare di essa
città non senza lunghissima successione di tempo a poco a poco sia divenuta, e
sia la vita de gli uomini di sua natura brevissima. Se adunque il sermone ne la
istessa gente (come è detto) successivamente col tempo si varia, nè può per
alcun modo firmarse, è necessario che il par lare di coloro, che lontani e
separati dimorano, sia variamente variato; sì come sono ancora variamente
variati i costumi & abiti loro, i quali nè da natura,nè da consorzio umano
sono firmati, ma a beneplacito, e secondo la conve nienzia de i luoghi
nasciuti.Quinci si mossero gl'inventori de l'arte grammatica; la quale
grammatica non è altro che una inalterabile conformità di parlare in diversi
tempi e luo ghi.Questa essendo di comun consenso di molte genti regulata, non
par suggetta al singulare arbitrio di niuno, e consequentemente non può essere
variabile.Questa adunque trovarono,ac ciò che per la variazion del parlare, il
quale De la varietà del parlare in Italia da la destra e sinistra parte
de l'Appennino. Ra uscendo in tre parti diviso (come di , per singulare
arbitrio si move,non ci fossero o in tutto tolte, o imperfettamente date le a u
torità, & i fatti de gli antichi, e di coloro da i quali la diversità dei
luoghi ci fa esser divisi. sopra è detto) il nostro parlare nella comparazione
di se stesso, secondo che egli è tri partito, con tanta timidità lo andiamo
ponde rando, che nè questa parte, nè quella, nè quell'altra abbiamo ardimento
di preporre, se non in quello sic, che i grammatici si trovano aver preso per
avverbio di affirmare: la qual cosa pare, che dia qualche più di autorità a gli
Italiani, i quali dicono si.Veramente ciascuna di queste tre parti con largo
testimonio si d i fende. La lingua di oil allega per sè, che, per lo suo più facile
e più dilette vole Volgare, tutto quello che è stato tradotto, o vero ritrovato
in prosa volgare,è suo; cioè la Bibbia,ifatti de i Trojani e dei ROMANI,le
bellissime favole del re Artù, e molte altre istorie e dottrine 1. ma: 0 · Il
Fraticelli avverte, a ragione, che qui bisognava tradurre non: la Bibbia,ifatti
de' Trojani... i libri che contengono i fatti de' Trojani. L'altra poi
argomenta per sè, cioè la lingua di oc; e dice che i volgari eloquenti
scrissero i primi poemi in essa, sì come in lingua più perfetta e più dolce;
come fu Piero di Alver nia & altri molti antiqui dottori.La terza poi, che
è de gli Italiani, afferma per dui privilegj esser superiore; il primo è, che
quelli, che più dolcemente e più sottilmente hanno scritti poe mi, sono stati i
suoi domestici e famigliari, cioè Cino da Pistoja, e lo amico suo; il secondo
è, che pare, che più s'accostino a la grammatica, la quale è comune.E questo, a
coloro, che vogliono con ragione considerare, par g r a vissimo argomento. Ma
noi lasciando da parte il giudicio di questo, e rivolgendo il trattato nostro
al VOLGARE ITALIANO, ci sforzeremo di dire le variazioni ricevute in esso, e
quelle fra sè compareremo. Dicemo adunque laItalia essere primamente in due
parti divisa,cioè ne la de stra e ne la sinistra; e se alcuno dimandasse qual è
la linea che questa diparte,brievemente rispondoessere il giogo del'Appennino; il
quale, come un colmo di fistula, di qua e di là a diver se gronde piove,e
l'acque di qua e di là per lunghi embricia diversi liti distillan, come Lucano
nel secondo descrive; & il destro lato ha il mar Tirreno per grondatoio, il
sinistro v'ha lo Adriatico. Del destro lato poi sono regioni la Puglia,ma non
tutta, Roma, il Ducato 1, + Ducato di Spoleto, Toscana,la Marca di
Genova.Del sinistro so no parte de la Puglia, la Marca d’Ancona, la Romagna, la
Lombardia, la Marca Tri vigiana, con Venezia.Il Friuli veramente,e l'Istria non
possono essere se non de la parte sinistra d'Italia; e le isole del mar Tirreno,
cioè Sicilia e Sardigna,non sono se non de la destra, o veramente sono da
essere a la destra parte d'Italia accompagnate.In ciascuno adun que di questi
dui lati d'Italia, & in quelle parti che si accompagnano ad essi, le lingue
de gli uomini sono varie; cioè la lingua de i S i ciliani co iPugliesi, e
quella de i Pugliesi coi ROMANI,e dei ROMANI coi Spoletani,edi que
sticoiToscani,edeiToscani coiGenovesi,e de i Genovesi co i Sardi. E similmente
quella de i Calavresi con gli Anconitani, e di costoro coiRomagnuoli,e dei Romagnuoli
coi Lombardi, edeiLombardi coi TrivigianieVene ziani, e di questi co i Friulani,
e di essi con gl'Istriani; ne la qual cosa dico, che nessuno de gl’Italiani
dissentirà da noi. Onde L’ITALIA sola appare in X I V Volgari esser variata:
cia scuno dei quali ancora in sè stesso si varia: come in Toscana i Senesi e
gli Aretini, in L o m bardia i Ferraresi e i Piacentini; e parimente in una
istessa città troviamo essere qualche variazione di parlare,come nel Capitolo
di so pra abbiamo detto. Il perchè se vorremo cal culare le prime, le seconde,
e le sottoseconde variazioni del Volgare d'Italia,avverrà che in Si
dimostra, che alcuni in Italia hanno brutto & inornato parlare. Ssendo IL
VOLGARE ITALIANO per molte varietà dissonante, investighiamo la più bella &
illustre loquela d'Italia; & acciò che a la nostra investigazione possiamo
avere un picciolo calle, gettiamo prima fuori de la selva gli a r
boriattraversati,elespine. Sicome adunque i Romani si stimano di dover essere a
tutti preposti, così in questa eradicazione, o vero estirpazione, non
immeritamente a gli altri li preporremo; protestando essi in niuna ragione de
la Volgare Eloquenza esser da toccare. Di cemo adunque il Volgare de'Romani,o
per dir meglio il suo tristo parlare, essere il più brutto di tutti i Volgari
Italiani; e non è maraviglia, sendo ne i costumi e ne le deformità de gli abiti
loro sopra tutti puzzolenti. Essi dicono: M e sure, quinte dici 1. Dopo questi
caviamo quelli de la Marca d’Ancona, i quali dicono Chigna mente sciate siate
2; con i quali mandiamo via questo minimo cantone del mondo si verrà,non
solamente a mille variazioni di loquela, m a ancora a molte più. I Sorella mia,
che cosa dici? 2 Qualmente siate state, i Spoletani. E non è da preterire, che
in vitu perio di queste tre genti sono state molte can zoni composte, tra le
quali ne vidi una drit tamente e perfettamente legata, la quale un certo
fiorentino, nominato il Castra, avea com posto; e cominciava, « Una ferina va
scopai da Cascoli Cita cita sen gia grande aina Dopo questi i Milanesi, & i
Bergamaschi,& i loro vicini gettiam via; in vituperio de i quali mi ricordo
alcuno aver cantato, Ciò fu del mes d'ochiover. » Dopo questi crivelliamo gli
Aquilejensi, e gli I striani, i quali con crudeli accenti dicono Ces fastù; e
con questi mandiam via tutte lem o n tanine e villanesche loquele, le quali di
brut tezza di accenti sono sempre dissonanti da i cittadini, che stanno in
mezzo le città, come i Casentinesi, & i Pratesi. I Sardi ancora, i quali
non sono d'Italia,ma a la Italiaaccom pagnati, gettiam via: perchè questi soli
ci p a jono essere senza proprio Volgare, & imitano la grammatica,come
fanno le simie gli uomini; perchè dicono, Domus nova,e Dominus meus. Una ferina
vosco poi da Cascoli « In te l'ora del vespero, Il Fontanini propone di
leggere: Zita zita sen gia a grande aina. Zita vale gita; e aina val
fretta. « Ancor che l'aigua per lo
foco lassi. » «Amor, che longamente m'hai menato. Ma questa fama de la terra di
Sicilia, se dirit tamente risguardiamo, appare, che solamente per opprobrio
de'principi Italiani sia rimasa; i quali non con modo eroico,ma con plebeo
seguono la superbia. Ma quelli illustri eroi Federico Cesare & il ben nato
suo figliuolo Manfredi, dimostrando la nobiltà e drittezza de la sua
forma,mentre che la fortuna gli fu fa vorevole,seguirono le cose umane,e le
bestiali sdegnarono. Il perchè coloro,cheeranodialto De lo Idioma
Siciliano e Pugliese. Ei crivellati (per modo di dire) Volgari d'Italia,
facendo comparazione tra quelli che nel crivello sono rimasi, brievemente sce
gliamo il più onorevole di essi. E primiera mente esaminiamo lo ingegno circa
il Siciliano, perciò che pare che il Volgare Siciliano abbia assunto la fama
sopra gli altri; conciò sia che tutti i poemi, che fanno gl'Italiani, si chia
mino Siciliani,e conciò sia che troviamo molti dottori di costà aver gravemente
cantato,come in quelle canzoni, Et, Se questo poi non vogliamo
pigliare, ma quello che esce de la bocca de i principali Si ciliani, come ne le
preallegate canzoni si può vedere, non è in nulla differente da quello,che è
laudabilissimo, come di sotto dimostreremo. |Traduzione letterale di altripices,
chesignifica in gannatori. , cuore e di grazie dotati,si sforzavano di ade
rirsi alla maestà di sì gran principi; talchè in quel tempo tutto quello, che
gli eccellenti Italiani componevano, ne la Corte di sì gran re primamente
usciva. E perchè il loro seggio regale era in Sicilia, è avvenuto,che tutto
quello che i nostri precessori composero in Volgare, si chiama Siciliano; il
che ritenemo ancora noi; & i posteri nostri non lo potranno mutare. Racha, Racha.Che
suona ora la tromba de l'ultimo Federico? che ilsonaglio del secondo Carlo? che
i corni di Giovanni e di Azzo m a r chesi potenti?cheletibiedeglialtrimagnati?
se non, Venite, carnefici; Venite, altripici 1; Venite, settatori di avarizia.M
a meglio è tor nare al proposito, che parlare indarno. Or dicemo,che se
vogliamo pigliare ilVolgar Si ciliano,cioè quello che vien da imediocri pae
sani, da la bocca de i quali è da cavare il giu dizio, appare, che il non sia
degno di essere preposto a gli altri;perciò che 'l non si profe risce senza
qualche tempo, come è in « Traggemi d'este focora se t'este a bolontate. I
Pugliesi poi, o vero per la acerbità loro, o vero per la propinquità dei suoi
vicini, che sono Romaneschi e Marchigiani, fanno brutti barbarismi.E'dicono, «
Per fino amore vo'si lietamente. » Il perchè a quelli, che noteranno ciò che si
è detto di sopra, dee essere manifesto, che nè il Siciliano, nè il Pugliese è
quel Volgare che in Italia è bellissimo; conciò sia che abbiamo m o strato, che
gli eloquenti nativi di quel paese sieno da esso partiti. De lo Idioma de i Toscani e dei Genovesi. per
la loro pazzia insensati, pare che a r rogantemente s'attribuiscano il titolo
del Volgare Illustre; & in questo non solamente la « Volzera che
chiangesse lo quatraro.Ma quantunque comunemente ipaesani pugliesi parlino
bruttamente, alcuni però eccellenti tra loro hanno politamente parlato, e posto
ne le loro canzoni vocaboli molto cortigiani, come manifestamente appare a chi
iloro scritti con sidera,come è, Madonna, dir vi voglio.E, opinione dei plebei
impazzisce, m a ritruovo molti uomini famosi averla avuta: come fu Guittone
d’Arezzo, il quale non si diede mai al Volgare Cortigiano; Bonagiunta da Lucca,
Gallo pisano, Mino Mocato senese,eBrunetto fioren tino, i detti dei quali, se
si avrà tempo di esaminarli,noncortigiani,ma proprjdeleloro cittadi essere si
ritroveranno. Ma conciò sia che i Toscani siano più de gli altri in questa
ebrietà furibondi, ci pare cosa utile e degna torre in qualche cosa la pompa a
ciascuno de i Volgari delle città di Toscana.I Fiorentini par. lano, e dicono,
« Non facciamo altro. » I Pisani, « Bene andonno li fanti de Fioranza per Pisa.»
I Lucchesi, « Fo voto a Dio,che ingassara eie lo comuno de Luca.» I Senesi, «
Vo'tu venire ovelle?» Di Perugia, Orbieto, Viterbo e Città Castel lana, per la
vicinità che hanno con Romani e Spoletani,non intendo dir nulla.Ma come che
quasi tutti i Toscani siano nel loro brutto par Onche rinegata avessi io
Siena. Gli Aretini, « Manuchiamo introcque.» lare ottusi,non di meno ho
veduto alcuni aver conosciuto la eccellenzia del Volgare,cioè Guido, Lapo &
un altro, fiorentini, e Cino Pistojese, il quale al presente indegnamente
posponemo, non indegnamente costretti.Adunque se esami neremo le loquele
toscane, e considereremo, come gli uomini molto onorati si siano da esse loro
proprie partiti, non resta in dubbio che il Volgare, che noi cerchiamo, sia
altro che quello che hanno ipopoli di Toscana. Se alcu no poi pensasse che
quello, che noi affermiamo de i Toscani,non sia da affirmare de iGenovesi,
questo solo costui consideri, che se i Genovesi per dimenticanza perdessero il
z lettera, biso gnerebbe loro, o ver essere totalmente muti, o ver trovare una
nuova locuzione; perciò che il z è la maggior parte del loro parlare; la qual
lettera non si può se non con molta aspe rità proferire. nino, & investighiamo tutta la sinistra
parte d'Italia, cominciando, come far solemo, a levante. Intrando adunque ne la
Romagna, dicemo che in Italia abbiamo ritrovati dui Vol gari, l'uno a l'altro
con certi convenevoli con De loIdioma di Romagna, edialcuni
Transpadani,especialmentedelVeneto. P Assiamo ora le frondute spalle de l'Appen
trarj opposto !, de li quali uno tanto femenile ci pare per la mollizia dei
vocaboli e de la p r o nuncia, che un uomo (ancora che virilmente parli) è
tenuto femina. Questo Volgare hanno tutti i Romagnuoli, e specialmente i
Forlivesi, la città de i quali, avegna che novissima sia, non di meno pare
esser posta nel mezzo di tutta la provincia. Questi affermando dicono Deusci, e
facendo carezze sogliono dire oclo meo,e co rada mea.Bene abbiamo inteso,che
alcuni di costoro ne i poemi loro si sono partiti dal suo proprio
parlare,cioèTomaso & Ugolino Buc ciola faentini.L'altro de idue parlari,che
ave mo detto, è talmente di vocaboli & accenti ir suto & ispido, che
per la sua rozza asperità non solamente disconza una donna che parli, ma ancora
fa dubitare, s'ella è uomo. Questo tale hanno tutti quelli che dicono magara,
cioè Bressani, Veronesi, Vicentini, & anco i P a doani, i quali in tutti i
participj in tus,e de nominativi in tas, fanno brutta sincope, come è merco, e
bonté. Con questi ponemo eziandio i Trivigiani, i quali al modo de i Bressani,
e de i suoi vicini proferiscono lo v consonante per f, removendo l'ultima
sillaba, come è nof per nove, vi f per vivo; il che veramente è barbarissimo, e
riproviamlo. I Veneziani ancora non saranno degni de l'onore de l'investigato
Il testo latino ha: duo.... vulgaria, quibusdam convenientiis contrariis
alternata. tra i quali abbiamo veduto uno, che si è sfor zato partire dal
suo materno parlare, e ridursi al Volgare Cortigiano, e questo fu Brandino
padoano. Laonde tutti quelli del presente Ca pitolo comparendo alla sentenzia, determiniamo,
che nè il Romagnuolo nè ilsuo contrario,come si è detto, nè il Veneziano sia
quello Illustre Volgare che cerchiamo. CA Fa gran discussione del Parlare
Bolognese. quello che della italica selva ci resta.D i cemo adunque,che forse
non hanno avuta mala opinione coloro, che affermano che i Bolognesi con molto
bella loquela ragionano; conciò sia che da gli Imolesi,Ferraresi eModenesi
qualche cosa al loro proprio parlare aggiungano; chè tutti, sì come avemo
mostrato, pigliano dai loro vicini, come Sordello dimostra de la sua Mantova,
che con Cremona, Bressa e Verona confina. Il qual uomo fu tanto in eloquenzia,
che non solamente ne i poemi, m a in ciascun modo che parlasse, il Volgare de
la sua patria abbandond.Pigliano ancora iprefati cittadini Volgare; e se
alcun di loro, spinto da errore, in questo vaneggiasse, ricordisi se mai disse,
« Per le plage de Dio tu non verás »; Ra ci sforzeremo, per espedirci,a
cercare la leggerezza e la mollizia da gl'Imolesi, e da i Ferraresi
e Modenesi una certa loquacità, la qual è propria de i Lombardi. Questa, per la
mescolanza de i Longobardi forestieri, crediamo essere rimasa ne gli uomini di
quei paesi; e questa è la ragione, per la quale non ritro viamo che niuno, nè
Ferrarese, nè Modenese, nè Reggiano,sia stato poeta;perciò che assue fatti a la
propria loquacità, non possono per alcun modo,senza qualche acerbità, al Volgare
Cortigiano venire. Il che molto maggiormente de i Parmigiani è da pensare; i
quali dicono inonto per molto. Se adunque i Bolognesi da l'una e da l'altra
parte pigliano, come è detto, ragionevole cosa ci pare che il loro parlare, per
la mescolanza de gli oppositi, rimanya di laudabile suavità temperato: il che
per giudi zio nostro senza dubbio esser crediamo.Vero è che se quelli, che
prepongono il Volgare S e r mone de iBolognesi,nel compararli essi hanno
considerazione solamente a i Volgari de le città d'Italia, volentieri ci
concordiamo con loro. M a se stimano simplicemente il Volgare Bolognese essere
da preferire, siamo da essi differenti e discordi; perciò che egli non è quello
che noi chiamiamoCortigiano& Illustre;ches'elfosse quello,ilmassimo Guido
Guinizelli,Guido Ghis liero,Fabrizio,& Onesto,& altripoetinon sariano
mai partiti da esso; perciò che furono dottori illustri, e di piena
intelligenzia ne le cose volgari. « Più non attendo il tuo soccorso,
Amore. » Le quali parole sono in tutto diverse da le pro prie bolognesi. Ora
perchè noi non crediamo che alcuno dubiti di quelle città che sono poste ne le
estremità d'Italia;e se alcuno pur dubita, non lo stimiamo degno de la nostra
soluzione; però poco ci resta ne la discussione da dire. Laonde disiando di
deporre il crivello, accid che tosto veggiamo quello che in esso è rimaso, dico
che Trento, e Turino,& Alessandria sono città tanto propinque a i termini
d'Italia, che non ponno avere pura loquela; tal che se così come hanno
bruttissimo Volgare,così l'avessono bellissimo, ancora negherei esso essere
vera mente Italiano, per la mescolanza che ha de gli altri.E però se cerchiamo
il Parlare Italiano Illustre, quello che cerchiamo non si può in esse città
ritrovare. Il massimo Guido, Fabrizio, Madonna, ilfermocore. Lo mio lontano gire.Onesto
e pascoli d'Italia, e non avemo quella
pantera, che cerchiamo, trovato; per potere essa meglio trovare, con più
ragione investi ghiamola; acciò che quella, che in ogni loco si sente, & in
ogni parte appare?, con sollecito studio ne le nostre reti totalmente
inviluppia mo. Ripigliando adunque inostri istrumenti da cacciaredicemo, cheinognigenerazionedi
cose è di bisogno che una ve ne sia,con la quale tutte le cose di quel medesimo
genere si abbiano a comparare e ponderare, e quindi la misura di tutte le altre
pigliare.Come nel numero tutte le cose si hanno a misurare con la unità;e di
consi più e meno, secondo che da essa unità sono più lontane, o più ad essa
propinque. E cosi ne i colori tutti si hanno a misurare col bianco; e diconsi
più e meno visibili, secondo che a lui più vicini, e da lui più distanti si
sono.E sicome diquestichemostrano quan tità e qualità diciamo, parimente di
ciascuno I L'edizione del Corbinelli ha: redolentem ubique, etnec apparentem. Witte
propone di leggere: nec usquam apparentem. De lo eccellente Parlar
Volgare, il quale è comune a tutti gli Italiani. A poi che avemo cercato per
tutti i salti D de i predicamenti e de la sustancia pensiamo potersi dire;
cioè che ogni cosa si può misu rare in quel genere con quella cosa, che è in
esso genere simplicissima. Laonde ne le nostre azioni, in quantunque specie
sidividano,sibi sogna ritrovare questo segno,col quale esse si abbiano a
misurare; perciò che in quello che facciamo come simplicemente uomini, avemo la
virtù,la quale generalmente intendemo?; perciò che secondo essa giudichiamo
l'uomo buono e cattivo;in quello poi che facciamo, come uomini cittadini,avemo
la legge,secondo la quale si dice buono e cattivo cittadino;così in quello, che
come uomini italiani facciamo, avemo le cose simplicissime. Adunque se le
azioni italiane si hanno a misurare e ponde rare con i costumi, e con gli
abiti, e col parlare,quelle de leazioni italiane sono simplicissi me, che non
sono proprie di niuna città d'Italia, ma sono comuni in tutte 2; tra le quali
ora si 2 Il testo latino ha: inquantum uthominesLatini agimus,quædam habemus
simplicissima signa,idest morum,et habituum, et locutionis, quibus LATINO actiones
ponderantur et mensurantur. Quce quidem nobilissimasuntearum,quæ LATINORVM
sunt,actio num, hæc nulliuscivitatisItaliæ propria sunt,sed in omnibus communia
sunt: inter que nunc potest di scerni Vulgare.... Il Fraticelli raddrizzò la
traduzione del Trissino a questo modo: in quello che, come uomini Il testo latino ha: virtutem habemus, ut
genera literillas (actiones) intelligamus.Edevetradursi:ab biamo per intenderle
(leazioni) generalmente,lavirtù. può discernere il Volgare,che di
sopra cerca vamo, essere quello,che in ciascuna città ap pare, e che in niuna
riposa 1. Può ben più in una,che in un'altra apparere,come fa la sim plicissima
de le sustanzie, che è Dio, il quale più appare ne l'uomo che ne le bestie, e
che ne le piante, e più in queste che ne le miniere, & in esse più che ne
gli elementi,e più nel foco, che ne laterra.E lasimplicissima quantità,che è
uno,più appare nel numero dispari che nel italiani facciamo, abbiamo certi
segni semplicissimi, cioè de'costumi, degli abiti e del parlare, coi quali le
azioni italiane si hanno a misurare e ponderare.Adun que quelle delle azioni
italiane sono nobilissime, che non sono proprie di niuna città d'Italia, ma
sono co muni in tutte: tra le quali ora si può discernere il Volgare.... Il
Trissino, in luogo di nobilissime, ha semplicissime;eforselasua
lezioneèlavera.Levoci nobilissima, hæc,propria,communiaedinterquo non possono
riferirsi ad actiones, ma a signa: cosicchè si dovrebbe tradurre segni nobilissimi.
M a il dir segni nobilissimi è, certo, poco conforme al concetto generale del
Capitolo, nel quale l'autore non parla che di semplicis simi segni: e quindi la
traduzione più propria parrebbe dovesse essere la seguente: ora, quelli, che
sono segni semplicissimi delle azioni degli Italiani, quelli non sonpropri di
nessuna città,ma comuni a tutte:trai quali....;epiùbrevemente: iqualisegnidelleazioni
degli Italiani non son propri di nessuna città.... 4 Vulgare.... quod in
qualibet civitate apparet, nec cubat in ulla. Il Manzoni, citando questo passo
nella lettera al Bonghi, da noi ristampata, traduce più esatta mente: il
Volgare, che in ogni città dà sentore di sè, e non si annida in nessuna.
pari; & il simplicissimo colore,che è ilbianco, più appare nel
citrino che nel verde. Adunque ritrovato quello che cercavamo, dicemo, che il
Volgare Illustre, Cardinale, Aulico e Corti giano in Italia è quello, il quale
è di tutte le città italiane, e non pare che sia di niuna, col quale il Volgare
di tutte le città d'Italia si hanno a misurare, ponderare e comparare. Perchè
questo Parlare si chiami Illustre. Erchè adunque a questo ritrovato Parlare
aggiungendo Illustre,Cardinale, Aulico e Cortigiano, cosi lo chiamiamo, al
presente di remo; per il che più chiaramente faremo parere quello, che esso è.
Primamente adunque d i m o striamo quello che intendiamo di fare, quando vi
aggiungiamo Illustre, e perchè Illustre il dimandiamo.Per questonoiildicemo
Illustre, che illuminante & illuminato risplende. Et a questo modo
nominiamo gli uomini illustri, o vero perchè illuminati di potenzia sogliono
con giustizia e carità gli altri illuminare, o vero perchè eccellentemente
ammaestrati, eccellen temente ammaestrano, come fe'Seneca e Numa Pompilio;
& il Volgare di cui parliamo, il quale innalzato di magisterio e di
potenzia, innalza i suoi di onore e di gloria. E ch'el sia da magisterio
innalzato, si vede, essendo egli O n senza ragione esso Volgare Illustre
o r niamodisecondagiunta, cioèche Cardinale il chiamiamo, perciò che si come
tutto l'uscio seguita il cardine, talchè dove il cardine si volta, ancor esso
(o entro, o fuori che 'l si pie Perchè questo Parlare si chiami Cardinale,
di tanti rozzi vocaboli italiani, di tante per plesseconstruzioni,ditante
difettivepronunzie, di tanti contadineschi accenti, cosi egregio, così
districato, così perfetto e così civile ri dotto, come Cino da Pistoja e
l'amico suo ne le loro canzoni dimostrano. Che 'l sia poi esaltato di potenzia,
appare: e qual cosa è di maggior potenzia che quella, che può i cuori de gli u
o mini voltare, in modo che faccia colui che non vole,volere;e colui che
vole,non volere, come ha fatto questo, e fa? Che egli poscia innalzi di onore
chi lo possiede, è in pronto: non sogliono i domestici suoi vincere di fama
ire,imarchesi,iconti,etuttiglialtrigrandi? certo questo non ha bisogno di pruova.Quanto
egli faccia poi i suoi famigliari gloriosi, noi stessi l'abbiamo conosciuto, i
quali per la dol cezza di questa gloria ponemo dopo le spalle il nostro esilio.
Adunque meritamente dovemo esso chiamare Illustre. NA Aulico, e Cortigiano.
Il testo latino ha: Est etiam merito curiale dicen dum, quia curialitas nil
aliud est, etc. Il Fraticelli os serva in questo proposito quanto segue: La
Curia è il foro, illuogo o vesitrattanogliaffaripubblici;ma es ghi)si
volge; cosi tutta la moltitudine de i Volgari de le città si volge e rivolge,
si move e cessa,secondo che fa questo.Il quale veramente appare esser padre di
famiglia; non cava egli ogni giorno gli spinosi arboscelli della italica selva?
non pianta egli ogni giorno semente o inserisce piante? che fanno altro gli
agricoli di lei se non che lievano, e pongono, come si è detto? Il perchè
merita certamente essere di tanto vocabolo ornato. Perchè poi ilnominiamo
Aulico, questa è la cagione: perciò che se noi Italiani avessimo Aula,questi
sarebbe palatino. Se la Aula poi è comune casa di tutto il regno, e sacra
gubernatrice di tutte le parti di esso; convenevole cosa è che ciò che si
truova esser tale,che sia comune a tutti,e proprio di niuno; in essa conversi
& abiti; nè alcuna altra abi tazione è degna di tanto abitatore.Questo ve
ramente ci pare esser quel Volgare, del quale noi parliamo; e quinci avviene,
che quelli che conversano in tutte le Corti regali, parlano sempre con Volgare
Illustre. E quinci ancora è intervenuto che il nostro Volgare, come fore stiero
va peregrinando, & albergando ne gli umili asili, non avendo noi
Aula.Meritamente ancora sidee chiamare Cortigiano,perciò che la cortigiania
niente altro è,che una pesatura de le cose che si hanno a fare; e
conciò sia che la statera di questa pesatura solamente ne le ec cellentissime
Corti esser soglia, quinci avviene, che tutto quello, che ne le azioni nostre è
ben pesato, si chiama cortigiano. Laonde essendo questo ne la eccellentissima
Corte d'Italia p e sato,merita esser detto Cortigiano.Ma a dire che 'l sia ne
la eccellentissima Corte d'Italia pesato, pare fabuloso, essendo noi privi di
Corte; a la qual cosa facilmente si risponde. Perciò che avegna che la Corte
(secondo che ụnica si piglia, come quella del re di Alema gna) in Italia non
sia,le membra sue però non cimancano;ecome lemembra diquelladaun principe si
uniscono,cosi le membra di questa dal grazioso lume de la ragione sono unite; e
però sarebbe falso a dire, noi Italiani mancar di Corte quantunque manchiamo di
principe; perciò che avemo Corte, avegna che la sia cor poralmente dispersa,
sendo dal Trissino tradotto la Corte, viene a prodursi confusione, perchè Corte
è sinonimo di Aula o Reggia, Per l'esattezza del significato converrà rendere
la voce curialitas per curialità: e cosi in appresso per cui curiale le voci curia
e curialis., e Che i Volgari Italici in uno si riducono, Uesto
Volgare adunque,che essere Illustre, Q Cardinale,Aulico e Cortigiano avemo dimo
strato,dicemo esser quello,che si chiama Vol gare Italiano; perciò che sì come
si può tro vare un Volgare che è proprio di Cremona, così se ne può trovar uno
che è proprio di Lombardia, & un altro che è proprio di tutta la sinistra
parte d'Italia; e come tutti questi si ponno trovare, così parimente si può
trovare quello, che è di tutta Italia. E sì come quello si chiama cremonese e
quell'altro lombardo,e quell'altro di mezza Italia, così questo che è di tutta
Italia si chiama Volgare Italiano.Que sto veramente hanno usato gl’illustri
dottori che in Italia hanno fatto poemi in Lingua Vol gare; cioè i Siciliani, i
Pugliesi, i Toscani, i Romagnuoli,iLombardi,e quelli delaMarca Trevigiana e de
la Marca d’Ancona. E conciò sia che la nostra intenzione (come avemo nel
principio dell'opera promesso) sia d'insegnare la dottrina de la Eloquenzia
Volgare; però da esso Volgare Italiano,come da eccellentissimo, cominciando,
tratteremo nei seguenti libri, chi e quello si chiama
Italiano. siano quelli, che pensiamo degni di usare esso, e perchè, e a
che modo, e dove, e quando, & a chi sia esso da dirizzare. Le quali cose
chia rite che siano, avremo cura di chiarire i Vol gari inferiori, di parte in
parte scendendo sino a quello che è d'una famiglia sola. e quali no. del
nostro ingegno,e ritornando al calamo de la utile opera,sopra ogni cosa
confessiamo, che 'l sta bene ad usarsi il Volgare Italiano Illustre così ne la
prosa, come nel verso. M a perciò che quelli che scrivono in prosa,pigliano
esso Volgare Illustre specialmente da i trovatori; e però quello che è stato
trovato, rimane un fermo esempio a le prose,ma non al contrario; per ciò che
alcune cose pajono dare principalità Corbinelli e, dietro lui, tutti gli altri
hanno poli citantes, che non ha senso ol'hamoltooscuro;ma forse si deve leggere
sollicitantes. Quali sono quelli che denno usare il Volgare Illustre, P.
Romettendo 1 un'altra volta la diligenzia La voce inventum qui significa
poetato. al verso; adunque secondo che esso è metrico,
versifichiamolo 1, trattandolo con quell'ordine, che nel fine del primo Libro
avemo promesso. Cerchiamo adunque primamente,se tutti quelli che fanno versi
volgari, lo denno usare, o no. Vero è, che cosi superficialmente appare di sì;
perciò che ciascuno che fa versi,dee ornare i suoi versi in quanto 'l può.
Laonde non sendo niuno di sì grande ornamento, com'è il Volgare Illustre, pare
che ciascun versificatore lo debbia usare. Oltre di questo, se quello, che in
suo genere è ottimo, si mescola con lo inferiore, pare che non solamente non
gli tolga nulla, ma che lo faccia migliore.E però se alcun versificatore,
ancora che faccia rozza mente versi,lo mescolerà con la sua rozzezza, non
solamente a lei farà bene, ma appare che così le sia bisogno di fare; perciò
che molto è più bisogno di ajuto a quelli che ponno poco, che a quelli che
ponno assai;e così appare che a tutti i versificatori sia licito di usarlo. M a
questo è falsissimo; perciò che ancora gli eccellentissimi poeti non se ne
denno sempre vestire,come per le cose di sotto trattate si po trà
comprendere.Adunque questo Illustre Vol gare ricerca uomini simili a sé,sì come
ancora fanno gli altri nostri costumi & abiti: la m a gnificenzia grande
ricerca uomini potenti, la · Il testo latino ha ipsum carminemus, che non vale
versifichiamolo, ma pettiniamolo, rimondiamolo. porpora uomini nobili;
così ancor questo vuole uomini di ingegno e di scienze eccellenti; e gli altri
dispregia, come per le cose, che poi si diranno, sarà manifesto.Tutto quello
adunque, che a noi si conviene, o per il genere, o per la sua specie, o per lo
individuo ci si convie ne; come è sentire, ridere, armeggiare; m a questo a noi
non si conviene per il genere; perchè sarebbe convenevole anco a le bestie; ne
per la specie; perchè a tutti gli uomini saria convenevole: di che non c'è
alcun dubbio; chè niun dice,che'lsiconvenga aimontanari.Ma gli ottimi concetti
non possono essere, se non dove è scienzia,& ingegno; adunque la ottima
loquela non si conviene a chi tratti di cose grossolane; conviene sì per
l'individuo; m a nulla a l'individuo conviene se non per le pro prie dignità;
come è mercantare, armeggiare, reggere.E però, selecoseconvenienti risguar dano
le dignità, cioè i degni; & alcuni possono essere degni, altri più degni,
& altri degnissi mi;è manifesto,che le cose buone a i degni,le migliori a i
più degni, le ottime a i degnissimi si convengono. E conciò sia che la loquela
non altrimenti sia necessario istromento a i nostri concetti, di quello che si
sia il cavallo al sol dato; e convenendosi gli ottimi cavalli a gli ottimi
soldati, a gli ottimi concetti (come è detto) la ottima loquela si converrà. Ma
gli ottimi concetti non ponno essere,se non dove è scien zia,& ingegno;adunque
laottimaloquelanon si convien se non a quelli, che hanno scienzia, &
ingegno; e così non à tutti i versificatori si convien ottima loquela, e
consequentemente nè l'ottimo Volgare; conciò sia che molti senza scienzia,e
senza ingegno facciano versi.E però, se a tutti non conviene, tutti non denno
usa re esso; perciò che niuno dee far quello, che non si gli conviene.E dove
dice,che ogni uno dee ornare i suoi versi quanto può, affermiamo esser vero; m
a nè il bove efippito !, nè il porco balteato chiameremo ornato,anzi fatto
brutto, e di loro ci rideremo; perciò che l'ornamento non è altro, che uno
aggiungere qualche con venevole cosa a la cosa che si orna. A quello ove si
dice, che la cosa superiore con la infe riore mescolata adduce perfezione, dico
esser vero,quando laseparazionenonrimane;come è, se l'oro fonderemo insieme con
l'argento; ma se la separazione rimane,la cosa inferiore si fa più vile; come è
mescolare belle donne con brutte. Laonde conciò sia che la senten zia de i
versificatori sempre rimanga separata mente mescolata con le parole, se la non
sarà ottima, ad ottimo Volgare accompagnata, non migliore,ma peggiore
apparerà,a guisa di una brutta donna, che sia di seta o d'oro vestita.
Ephipiatum vale insellato, e balteatum vale cin turato. In qual materia
stia bene usare Apoichè avemo dimostrato, che non tutti il Volgare
Illustre. D tissimi denno usare il Volgare Illustre, conse i versificatori, m a
solamente gli eccellen quente cosa è dimostrare poi, se tutte le m a terie sono
da essere trattate in esso, o no; e se non sono tutte, veder separatamente
quali sono degne di esso. Circa la qual cosa prima è da trovare quello che noi
intendiamo,quando dicemo degna essere quella cosa, che ha di gnità, si come è
nobile quello che ha nobiltà; e così conosciuto lo abituante, si conosce lo
abituato, in quanto abituato di questo; però conosciuta la dignità, conosceremo
ancora il degno. È adunque la dignità un effetto, o vero termino de i
meriti;perciò che quando uno ha meritato bene, dicemo essere pervenuto a la
dignità del bene; e quando ha meritato male, a quella del male; cioè quello che
ha ben c o m battuto, è pervenuto a la dignità de la vittoria, e quello che ha
ben governato, a quella del regno; e così il bugiardo a la dignità de la
vergogna, & il ladrone a quella de la morte. Ma conciò sia che in quelli,
che meritano bene, si facciano comparazioni, e cosi ne gli altri, perchè alcuni
meritano bene,altri meglio,altri ottimamente, & alcuni meritano
male, altri peggio,altripessimamente;e conciò ancora sia, che tali comparazioni
non si facciano, se non avendo rispetto al termine de imeriti, il qual termine
(come è detto) si dimanda dignità, manifesta cosa è,che parimente le dignità
hanno comparazione tra sè,secondoilpiù& ilmeno; cioè che alcune sono grandi,
altre maggiori, altre grandissime; e consequentemente alcuna cosa è degna,
altra più degna, altra degnis sima; e conciò sia che la comparazione de le
dignità non si faccia circa il medesimo objetto, ma circa diversi, perchè
dicemo più degno quello che è degno di una cosa più grande, e degnissimo quello
che è degno d'una altra cosa grandissima; perciò che niuno può essere di una
stessa cosa più degno; manifesto è che le cose ottime (secondo che porta il
dovere) sono de le ottime degne.Laonde essendo questo Volgare (che dicemo
Illustre) ottimo sopra tutti gli altri volgari,consequente cosa è,che solamente
le ottime materie siano degne di essere trat tateinesso;ma
qualisisianopoiquellema terie,che chiamiamo degnissime,è buono al presente
investigarle. Per chiarezza de le quali cose è da sapere, che si come ne l'uomo
sono tre anime, cioè la vegetabile, la animale e la razionale, cosi esso per
tre sentieri cammina; perciò che secondo che ha l'anima vegetabile,
cerca,quello che è utile, in che partecipa con le piante; secondo che ha l'animale,
cerca , quello, che è dilettevole, in che partecipa con le
bestie; e secondo che ha la razionale, cer ca l'onesto, in che è solo, o vero a
la natura angelica s'accompagna; tal che tutto quel che facciamo, par che si
faccia per queste tre cose. E perchè in ciascuna di esse tre sono alcune cose,
che sono più grandi, & altre grandissi me; per la qual ragione quelle cose,
che sono grandissime, sono da essere grandissimamente trattate, e
consequentemente col grandissimo Volgare; ma è da disputare quali si siano que
ste cose grandissime. E primamente in quello, che è utile; nel quale, se
accortamente consi deriamo la intenzione di tutti quelli, che cer cano la
utilità, niuna altra troveremo, che la salute. Secondariamente in quello, che è
dilet tevole; nel quale dicemo quello essere massi mamente dilettevole, che per
il preciosissimo objetto de l'appetito diletta; e questi sono i
piaceridiVenere.Nel terzo,cheèl'onesto, niun dubita essere la virtù. Il perchè
appare queste tre cose,cioè la salute,ipiaceridi Ve nere, e la virtù essere
quelle tre grandissime materie, che si denno grandissimamente trat tare, cioè
quelle cose, che a queste grandissime sono; come è la gagliardezza de l'armi,
l'ar denzia de l'amore, e la regola de la volontà. Circa le quali tre cose sole
(se ben risguar diamo) troveremo gli uomini illustri aver vol garmente cantato;
cioè Beltramo di Bornio le armi; Arnaldo Danielo lo amore; Gerardo de Bornello
la rettitudine; Cino da Pistoia lo a m o re; lo amico suo la rettitudine.
Beltramo adunque dice, « Non puesc mudar q'un chantar non esparja. » Arnaldo, «
Laura amara fa 'ls broils blancutz clarzir. Gerardo, Non trovo poi, che niun
Italiano abbia fin qui cantato de l'armi. Vedute adunque queste cose (che avemo
detto), sarà manifesto quello, che sia nel Volgare Altissimo da cantare. In
qual modo di rime si debba usare Raci sforzeremo sollicitamente d'investi 0
gareilmodo,colqualedebbiamo stringere quelle materie, che sono degne di tanto
Volgare.Volendo adunque dare ilmodo, col quale Per solatz revelhar Que
s'es trop endormitz. Degno son io,che mora. Doglia mi reca nelo cuore ardire.
il Volgare Altissimo. Cino, Lo amico suo, queste degne materie si
debbiano legare; primo dicemo doversi a la memoria ridurre,che quelli, che
hanno scritto Poemi volgari,hanno essi per molti modi mandati fuori; cioè
alcuni per Canzoni, altri per Ballate, altri per Sonetti, altri per alcuni
altri illegittimi & irregolari modi, Come di sotto simostrerà. Di questi
modi adun que il modo de le Canzoni essere eccellentissi m o giudichiamo; là
onde se lo eccellentissimo è delo eccellentissimo degno, come di sopra è
provato,le materie che sono degne de lo eccel lentissimo Volgare, sono
parimente degne de lo eccellentissimo modo,e consequentemente sono da trattare
ne le Canzoni;e che 'l modo de le Canzoni poi sia tale, come si è detto, si può
per molte ragioni investigare. E prima,essendo Canzone tutto quello che si
scrive in versi, & essendo a le Canzoni sole tal vocabolo attri buito,
certo non senza antiqua prerogativa è processo. Appresso, quello che per sè
stesso adempie tutto quello per che egli è fatto, pare esser più nobile, che
quello che ha bisogno di cose che sieno fuori di sè; m a le Canzoni fanno per
sè stesse tutto quello che denno; il che le Ballate non fanno, perciò che hanno
bisogno di sonatori,aliqualisonofatte;adunque séguita, che le Canzoni siano da
essere stimate più n o bili de le Ballate, e consequentemente il modo loro
essere sopra gli altri nobilissimo, conciò sia che niun dubiti, che il modo de
le Ballate non sia più nobile di quello de i Sonetti. A ppresso pare, che
quelle cose siano più nobili, che arrecano più onore a quelli che le hanno
fatte; e le Canzoni arrecano più onore a quelli che le hanno fatte, che non
fanno le Ballate; adunque sono di esse più nobili, e consequen temente il modo
loro è nobilissimo. Oltre di questo, le cose che sono nobilissime, molto ca
ramente si conservano; m a tra le cose cantate, le Canzoni sono molto caramente
conservate, come appare a coloro che vedeno ilibri; adun que le Canzoni sono nobilissime,e
consequen temente ilmodo loro è nobilissimo.Appresso, ne le cose artificiali
quello è nobilissimo che comprende tutta l'arte; essendo adunque le cose,che si
cantano, artificiali, e ne le Canzoni sole comprendendosi tutta l'arte, le
Canzoni sono nobilissime,ecosìilmodo loroènobi lissimo sopra gli altri.Che
tutta l'arte poi sia ne le Canzoni compresa, in questo simanifesta, che tutto
quello che si truova de l'arte, è in esse,ma non si converte 1. Questo segno
adun que di ciò che dicemo, è nel cospetto di ogni uno pronto; perciò che tutto
quello che da la cima de le teste de gli illustri poeti è disceso a le loro
labbra,solamente ne le Canzoni si ri truova. E però al proposito è manifesto,
che quelle cose che sono degne di Altissimo Volgare, si denno trattare ne le
Canzoni. Sed non convertitur. Più chiaro di non si converte sarebbe però non e
converso,ovvero non al contrario. De la varietà de lo stile secondo la qualità
de la poesia. L'adpotiavimus del LATINO nonvaleavemo approvato, ma abbiamo dato
a bere. Fraticelli propone che si tra duca per traslato: abbiamo dato un
saggio. A poi che avemo districando approvato 1 co, e che materie siano
degne di esso, e parimente il modo, il quale facemo degno di tanto onore, che
solo a lo Altissimo Volgare si con venga; prima che noi andiamo ad altro, di
chiariamo il modo delle ca nzoni, le quali pajono da molti più tosto per caso
che per arte usur parsi. E manifestiamo il magisterio di quel l'arte, il quale
fin qui è stato casualmente preso, lasciando da parte il modo deleBallate e de
i Sonetti; per ciò che esso intendemo dilu cidare nel quarto Libro di
quest'opera nostra, quando del Volgare Mediocre tratteremo. R i veggendo
adunque le cose che avemo detto, ci ricordiamo avere spesse volte quelli, che
fanno versi volgari, per poeti nominati; il che senza dubbio ragionevolmente
avemo avuto ardimento di dire; per ciò che sono certamente poeti, se
drittamente la poesia consideriamo; la quale non è altro che una finzione
rettorica, e po sta in musica.Non di meno sono differenti da i , grandi
poeti, cioè da i regulati; per ciò che quelli 1 hanno usato sermone & arte
regulata, e questi (come si è detto) hanno ogni cosa a caso; il perchè avviene,
che quanto più stret tamente imitiamo quelli 2,tanto più drittamente componiamo;
e però noi, che volemo porre ne le opere nostre qualche dottrina, ci bisogna le
loro poetiche dottrine imitare. Adunque s o pra ogni cosa dicemo, che ciascuno
debbia pi gliare il peso de la materia eguale a le proprie spalle, a ciò che la
virtù di esse dal troppo peso gravata, non lo sforzi a cadere nel fango. Questo
è quello, che il maestro nostro ORAZIO comanda,quando nel principio dela sua
Poe tica dice, « Voi, che scrivete versi, abbiate cura Di tor subjetto al valor
vostro eguale.» Dapoinelecose,che cioccorrono + Il testo latino ha isti:quindi
non quelli,ma questi; e per conseguenza nella riga seguente non questi, ma
quelli. Sarebbe più chiaro dire i primi in luogo di quelli. devemo usare
divisione, considerando da cantarsi con modo tragico,o comico, o ele giaco. Per
la Tragedia prendemo lo stile s u periore,per la Commedia lo inferiore, per l'E
dei miseri. Se le cose che ci oc legia quello cantate col correno, pare che siano
da essere modo tragico, allora è da pigliare il Volgare Illustre, e
conseguentemente da legare la Can a dire, se sono 1 Il testo latino ha:
tensis fidibus adsumat secure plectrum; che deve essere tradotto: tese le corde,
a s suma francamente ilplettro. zone; m a se sono da cantarsi con cómico,
si piglia alcuna volta ilVolgare Mediocre, ed al cuna volta l'Umile; la
divisione de i quali nel quarto di quest'opera ci riserviamo a mostra re. Se
poi con elegiaco, bisogna che solamente pigliamo l'Umile.M a lasciamo gli altri
da parte, & ora (come è il dovere) trattiamo de lo stile tragico. Appare
certamente, che noi usiamo lo stile tragico, quando e la gravità de le sen
tenzie, e la superbia de i versi, e la elevazione de le construzioni,e la
eccellenzia de ivocaboli si concordano insieme. M a perchè (se ben ci
ricordiamo) già è provato, che le cose somme sono degne de le somme, e questo
stile che chiamiamo tragico, par e essere il sommo dei stili; però quelle cose
che avemo già distinte doversi sommamente cantare, sono da essere in questo
solo stile cantate; cioè la salute, lo amore e la virtù, e quelle altre cose,
che per cagion di esse sono ne la mente nostra conce pute, pur che per niun
accidente non siano fatte vili. Guardişi adunque ciascuno, e di scerna quello
che dicemo; e quando vuole que ste tre cose puramente cantare, o vero quelle
che ad esse tre dirittamente e puramente se gueno, prima bevendo nel fonte di
Elicona, ponga sicuramente a l'accordata lira il sommo plettro 1,e
costumatamente cominci.Ma a fare questa Canzone e questa divisione
come si dee, qui è la difficultà, qui è la fatica; per ciò che mai senza acume
d'ingegno, nè senza assiduità d'arte, nè senza abito di scienze non si potrà
fare. E questi sono quelli che 'l Poeta nel VI de la Eneide chiama diletti da
Dio, e da la ar dente virtù alzati al cielo, e figliuoli de gli Dei, avegna che
figuratamente parli. E pero si confessa la sciocchezza di coloro, i quali senza
arte,e senza scienzia,confidandosi solamente del loro ingegno, si pongono a
cantar som mamente le cose somme.Adunque cessino que sti tali da tanta loro
presunzione; e se per la loro naturale desidia sono oche, non vogliano
l'aquila,che altamente vola, imitare sentenzie a bastanza, o almeno tutto
quello che a l'opera nostra si richiede; il perchè ci affretteremo di andare a
la superbia dei versi. Circa i quali è da sapere, che i nostri pre cessori
hanno ne le loro Canzoni usato varie sorti di versi, il che fanno parimente
imoder ni; m a in fin qui niuno verso ritroviamo, che abbia oltre la undecima
sillaba trapassato, nè sotto la terza disceso. Et avegna che i Poeti , De
la composizione deiversi e de la loro varietà sillabica. Noi pare di aver detto
de la gravità de le A Italiani abbiano usate tutte le sorti di versi,
che sono da tre sillabe fino a undici, non di meno il verso di cinque sillabe,
e quello di sette, e quello di undeci sono in uso più fre quente; e dopo loro
si usa il trisillabo più de gli altri; de gli quali tutti quello di undeci
sillabe pare essere il superiore sì di occupa zione di tempo, come di capacità
di sentenzie, di construzioni e di vocaboli; la bellezza de le quali cose tutte
si moltiplica in esso, come manifestamente appare, per ciò che ovunque sono
moltiplicate le cose che pesano, si molti plica parimente il peso.E questo pare
che tutti i dottori abbiano conosciuto, avendo le loro illustri Canzoni
principiate da esso; come Bornello, Ara auzirez encabalitz cantars.» Il qual
verso avegna che paja di dieci silla be,è però,secondo la verità de la cosa, di
undeci; per ciò che le due ultime consonanti non sono de la sillaba
precedente.Et avegna che non abbiano propria vocale, non perdono
peròlavirtùdelasillaba;& ilsegnoè,che ivi la rima si fornisce con una
vocale; il che essere non può se non per virtù de l'altra che ivi si
sottintende. Il re di Navara, «De finamor sivient sen e bonté.» Ove se si
considera l'accento e la sua cagione, apparirà essere endecasillabo. Amor,che
longiamente m'hai menato. Per finamore vo silietamente. Amor, che muovi tua
virtù dal cielo. Al cor gentil ripara sempre amore.» 11 Giudice di Colonna da
Messina, Guido Guinicelli, Rinaldo d'Aquino, Non spero che giammai per mia
salute.» Et avegna che questo verso endecasillalo (co me
sièdetto)siasopratuttiperildoverece leberrimo, non di meno se'l piglierà una
cer ta compagnia de lo eptasillabo, pur che esso però tenga il principato, più
chiaramente e più altamente parerà insuperbirsi, ma questo si rimanga più oltra
a dilucidarsi. Così diciamo che l’eptasillabo segue a presso quello che è
massimo ne la celebrità. Dopo questo quello che chiamiamo pentasillabo,e poi il
trisillabo ordiniamo.Ma quel di nove sillabe, per essere il trisillabo
triplicato, o vero mai non fu in onore, o vero per il fastidio è uscito di uso.
Quelli poi di sillabe pari, per la sua rozzezza non usiamo se non rare volte;
per ciò che ri tengono la natura de i loro numeri,i quali s e m Cino da Pistoja,
Lo amico suo: Erchè circa il Volgare Illustre la nostra nobilissimo;
però avendo scelte le cose che sono degne di cantarsi in esso, le quali sono
quelle tre nobilissime che di sopra avemo pro vate; & avendo ad esse eletto
il modo de le Canzoni, si come superiore a tutti gli altri modi, & a ciò
che esso modo di Canzoni pos siamo più perfettamente insegnare, avendo già
alcune cose preparate, cioèlostile,& iversi; ora de la construzione diremo.
È adunque da sapere, che noi chiamiamo construzione una regulata composizione
di parole, come è, Ari stotile diè opera a la filosofia nel tempo di
Alessandro. Qui sono diece parole poste regu latamente insieme, e fanno una
construzione. pre soggiaceno a i numeri caffi, sì come fa la materia a la
forma. E cosi raccogliendo le cose dette, appare lo endecasillabo essere su
perbissimo verso; e questo è quello che noi cercavamo. Ora ci resta di
investigare de le construzioni elevate e de i vocaboli alti, e fi nalmente,
preparate le legne e le funi, inse gneremo a che modo il predetto fascio, cioè
la Canzone, si debba legare. De le construzioni, che si denno usare ne le
Canzoni. P si M a circa questa prima è da considerare, che de le
construzioni altra è congrua, & altra è incongrua.E
perchè(seilprincipiodelano stra divisione bene ciricordiamo)noi cerchiamo
solamente le cose supreme, la incongrua in questa nostra investigazione non ha
loco; per ciò che ella tiene il grado inferiore de la bontà. Avergogninsi
adunque, avergogninsi gli idioti di avere da qui innanzi tanta audacia, che v a
dano ale Canzoni;de iquali non altrimenti so lemo riderci, di quello che si
farebbe d'un cieco, il quale distingues sei colori. È adun que la construzione
congrua quella che cerchia mo.Ma ci accade un'altra divisione 2 di non minore
difficultà, avanti che parliamo di quella construzione,che cerchiamo,cioè di
quella che è pienissima di urbanità; e questa divisione e, che molti sono i
gradi de le construzioni, cioè lo insipido, il quale è de le persone grosse,
come è, Piero ama molto madonna Berta. Ecci il semplicemente saporito, il quale
è de i scolari rigidi, o vero de i maestri, come è, Di
tuttiimiserim'incresce;ma homaggiorpietà di coloro, i quali in esiglio
affliggendosi, r i vedeno solamente in sogno le patrie loro. Ecci ancora il
saporito e venusto, il quale è di alcuni, che così di sopra via pigliano la
Rettorica, come è, La lodevole discrezione del Meglio, forse, ragionasse o
giudicasse di colori. 2 Meglio distinzione (discretio). «Nuls hom non pot complir adreitamen.» Amerigo
di Peculiano, «Si com’l'arbres,que per sobrecarcar.» ' Præparata qui ha il
senso di preveniente. « Si per mon Sobretot no fos.» Il re di Navara, « T
a m m'abelis l'amoros pensamens. » Arnaldo Daniello, marchese da Este,e la sua
preparata 1 magni ficenzia fa esso a tutti essere diletto. Ecci a p presso il
saporito e venusto, ed ancora eccelso, il quale è dei dettati illustri, come
è,Avendo Totila mandato fuori del tuo seno grandissima parte de i fiori, o
Fiorenza, tardo in Sicilia, e indarno se n'andd. Questo grado di constru zione
chiamiamo eccellentissimo, e questo è quello che noi cerchiamo, investigando
(come si è detto ) le cose supreme. E di questo sola mente le illustri Canzoni
si trovano conteste, come: Gerardo, « Dreit amor qu'en mon cor repaire.»
Folchetto di Marsiglia, « Sols sui qui sai lo sobrafan, que m sorts. Amerigo de
Belimi, Tegno di folle impresa a lo ver dire.» « Avegna ch'io non aggia
più per tempo. Amor, che ne la mente mi ragiona.» N o n ti maravigliare,
lettore, che io abbia tanti autori a la memoria ridotti; per ciò che non
possemo giudicare quella construzione, che noi chiamiamo suprema, se non per
simili esempj. E forse utilissima cosa sarebbe per abituar quella, aver veduto
i regulati poeti, cioè Virgilio, la Metamorfosi di OVIDIO, STAZIO e LUCANO, e
quelli ancora che hanno usato al tissime prose; come è Tullio, Livio, PLINIO,
Frontino, Paolo Orosio, e molti altri, i quali la nostra amica solitudine ci
invita a vedere. Cessino adunque i seguaci de la ignoranzia, che estolleno
Guittone d'Arezzo, & alcuni al tri, i quali sogliono alcune volte 1 ne i
vocaboli e ne le construzioni essere simili a la plebe. Nunquam
invocabulisatqueconstructionedesuetos plebescere. Non dunque alcune volte,ma
sempre. CAVALCANTI, « Poi che di doglia cor convien, ch'io porti.» > Guido
Guinizelli, Cino da Pistoja, Lo amico suo, 1 dere ricerca, che
siano dichiarati quelli vocaboli grandi, che sono degni di stare sotto
l'altissimo stile. Cominciando adunque, affir miamo non essere piccola
difficultà de lo intel letto a fare la divisione dei vocaboli; per cið che
vedemo, che se ne possono di molte m a niere trovare.De i vocaboli adunque
alcuni sono puerili, altri feminili, & altri virili, e di questi alcuni
silvestri,& alcuni cittadineschi chiamia m o 1,& alcuni pettinati, e
lubrici; alcuni irsuti e rabuffati conosciamo; tra i quali i pettinati e gl’irsuti
sono quelli che chiamiamo grandi; i lubrici poi e i rabuffati sono quelli la
cui riso nel metro volgare. A successiva provincia del nostro proce. Quali
vocaboli si debbano porre e quali no 1Corbinelli ha: et horum quædam
silvestria,quæ dam urbania:eteorum,quo urbana vocamus,quo dam
pesaethirsuta,quædam lubricaetreburrasenti mus. La traduzione del Trissino va raddrizzatacosi:edi
questi alcuni silvestri,e alcuni cittadineschi;e di quelli che chiamiamo
cittadineschi, alcuni pettinati e irsuti, alcuni lubricierabbuffati. Altrihanno
invece:quædam pexaet lubrica, quædam hirsutaetreburra:cioèal cunipettinati e
lubrici (ossia scorrenti),alcuni irsuti e rabbuffati., nanzia è superflua; per
ciò che si come ne le grandi opere alcune sono opere di magnanimità, altre di
fumo, ne le quali avvenga che così di sopra via paja un certo ascendere,a chi
però con buona ragione esse considera, non ascendere, m a più tosto ruina per
alti precipizj essere g i u dicherà; con ciò sia che la limitata linea de la
virtù si trapassi. Guarda adunque, lettore, quanto per scegliere le egregie
parole ti sia bisogno di crivellare; per ciò che se tu consi deri il Volgare
Illustre, il quale i Poeti Vol gari, che noi vogliamo ammaestrare, denno (come
di sopra si è detto) tragicamente usare, averai cura, che solamente i
nobilissimi vocaboli nel tuo crivello rimangano. Nel numero dei quali ne i
puerili per la loro simplicità, com'è mamma e babbo,mate epate,per niun modo
potrai collocare; nè anco i feminili, per la loro mollezza, come è dolciada e
placevole; nè i contadineschi per la loro austerità, come è gregia e gli altri;
nè i cittadineschi, che siano lubrici e rabuffati, come è femine e corpo, vi si
denno porre. Solamente adunque i citta dineschi pettinati & irsuti vedrai
che ti resti no, i quali sono nobilissimi, e sono membra del Volgare Illustre.
E noi chiamiamo pettinati quelli vocaboli, che sono trisillabi, o vero v i
cinissimi al trisillabo, e che sono senza aspi razione, senza accento acuto, o
vero circum flesso, senza z nè a duplici, senza gemina zione di due liquide, e
senza posizione, in cui Qucecampsarenon possumus, cioèchenonsipos sono
scansare. la muta sia
immediatamente posposta, e che fanno colui che parla quasi con certa soavità
rimanere, come è amore, donna, disio, virtute, donare, letizia, salute,
securitate, difesa. Ir sute poi dicemno tutte quelle parole, che oltra queste
sono o necessarie al parlare illustre, ornative di esso. E necessarie chiamiamo
quel le che non possiamo cambiare 1; come sono al cune monosillabe, cioè si, vo,
me, te, se, A, E, I, O, U; e le interjezioni, & altremolte. Ornative poi
dicemo tutte quelle di molte sillabe, le quali mescolate con le pettinate fanno
una bella armonia nella struttura, quantunque abbiano asperità di aspirazioni,
di accento, e di duplici, e di liquide, e di lunghezza, come è: terra, onore,
SPERANZA, gravitate, alleviato, impossibilitate, benavventuratissimo,
avventuratissimamente, disavventuratissimamente, sovramagnificentissimamente,
il quale vocabolo è endecasillabo. Potrebbesi ancora trovare un vocabolo, o
vero parola, di più sillabe, m a perchè egli passerebbe la capacità di tutti i
nostri versi, però a la presente ragione non pare opportuno; come è
onorificabilitudinitate, il quale in volgare per dodeci sillabe si compie;
& in grammatica per tredeci, in dui obliqui però. In che modo poi le
pettinate siano da es sere ne i versi con queste irsute armonizate,
lascieremo ad insegnarsi di sotto.E questo che si è detto de l'altezza
dei vocaboli, ad ogni gentil discrezione 1 sarà bastante. Ra preparate le legne
e le funi, è tempo da legare il fascio; ma perchè la cogni zione di ciascuna
opera dee precedere a la ope razione,laquale ècome segno avanti iltrarre de la
sagitta,ovvero del dardo; però prima,e principalmente veggiamo qual sia questo
fascio, che volemo legare. Questo fascio adunque bene ci ricordiamo tutte le
cose trattate) è la Canzone; eperòveggiamochecosasia Canzone, e che cosa
intendemo quando dicemo Canzone. La Canzone dunque,secondo la vera significa
zione del suo nome, è essa azione o vero pas sione del cantare; sì come la
lezione è la pas sione o vero azione del leggere; m a dichiariamo quello che si
è detto, cioè, se questa si chiama Canzone, in quanto ella sia azione o in
quanto passione del cantare. Circa la qual cosa è da considerare, che la
Canzone si può prendere in dui modi, l'uno de li quali modi è, secondo
"Ingenuce discretioni,cioè ad ogni non viziato di scernimento. , Che
cosa è Canzone, e che in più maniere può variarsi. o tuono, o nota,
o melodia. E niuno trombetta, o organista, o citaredo chia m a il canto suo
Canzone, se non in quanto sia accompagnato aqualche Canzone;ma quelli che
compongono parole armonizate, chiamano le opere sue Canzoni.Et ancora che tali
pa role siano scritte in carte e senza niuno che le proferisca, si chiamano
Canzoni; e però non pare che la Canzone sia altro, che una c o m che ella è fabbricata dal suo autore; e così è
azione; e secondo questo modo Virgilio nel primo de l'Eneida dice, « lo canto
l'arme e l'uomo.» L'altro modo è, secondo il quale ella da poi che è fabbricata
si proferisce, o da lo autore, o da chi che sia,o con suono,osenza,ecosì è
passione. E perchè allora da altri è fatta, & ora in altri fa, e così
allora azione, & ora passione essere si vede.Ma conciò sia che essa è prima
fatta,e poi faccia;pero più tosto,anzi al tutto par che si debbia nominare da
quello che ella è fatta, e da quello che ella è azione di alcuno,che da quello
che ella faccia in altri. Et il segno di questo è, che noi non dicemo mai,
questa Canzone è di Pietro perchè esso la proferisca, m a perchè esso l'abbia
fatta. O l tre di questo è da vedere, se si dice Canzone la fabbricazione de le
parole armonizate, o vero essa modulazione, o canto; a che dicemo, che mai il
canto non si chiama Canzone, ma 0 suono, piuta azione di colui, che detta
parole a r m o nizate, & atte al canto. Laonde così le Canzo ni, che ora
trattiamo, come le Ballate e Sonetti, e tutte le parole a qualunque modo armoni
zate, o volgarmente, o regulatamente, dicemo essere Canzoni; m a perciò che
solamente trat tiamo le cose volgari,però lasciando le regulate da
parte,dicemo,che dei poemi volgari uno ce n'èsupremo, il quale persopraeccellenziachia
miamo Canzone; « Donne,che avete intelletto di amore.» E così è manifesto che
cosa sia Canzone,e se condo che generalmente si prende, e secondo che per
sopraeccellenzia la chiamiamo. Et a s sai ancora pare manifesto che cosa noi
inten demo,quandodicemoCanzone;e consequente Meglio forse, quiealtrove, un
collegamento (conjugatio), che la Canzone sia una cosa suprema, nel terzo
Capitolo di questo Libro è provato;ma conciò sia che questo,che è dif finito,
paja generale a molti, però risumendo detto vocabolo generale,che già è
diffinito,di stinguiamo per certe differenzie quello che so lamente cerchiamo.Dicemo
adunque che la Canzone,la quale noi cerchiamo,in quanto che per
sopraeccellenzia è detta Canzone, è una con giugazione 1 tragica di Stanzie
equali senza risponsorio, che tendono ad una sentenzia, come noi dimostriamo
quando dicemmo 2 2Iltestolatinoha:utnosostendimus,cum diximus.
mente qual sia quel fascio,che vogliamo legare. Noi poi dicemo, che ella
è una tragica congiu gazione; perciò che quando tal congiugazione si fa
comicamente, allora la chiamiamo per diminuzione cantilena, de la quale nel
quarto Libro di questo avemo in animo di trattare. Stanzie,e non sapendosi che cosa sia Stan zia,
segue di necessità, che non si sappia a n cora che cosa sia Canzone; perciò che
de la cognizione de le cose, che diffiniscono, resul ta ancora la cognizione de
la cosa diffinita, e però consequentemente è da trattare de la Stanzia, accio
che investighiamo, che cosa essa si sia, e quello che per essa volemo
intendere. Ora circa questo è da sapere, che tale voca bolo è stato per rispetto
de l'arte sola ritro vato; cioè perchè quello si dica Stanzia, nel quale tutta
l'arte de la Canzone è contenuta, e questa è la Stanzia capace, overo il
recettacolo di tutta l'arte; perciò che sì come la Canzone è il grembo di tutta
la sentenzia,così la Stan zia riceve in grembo tutta l'arte; nè è lecito di
arrogere alcuna cosa di arte a le Stanzie s e quenti; m a solamente si vestono
de l'arte de la. Quali siano le principali parti de la Canzone, e che la
Stanzia n'è la parte principalissima. Ssendo la Canzone una congiugazione
di prima: il perchè è manifesto, che essa Stanzia (de la qual
parliamo ) sarà un termine, o vero una compagine di tutte quelle cose, che la
Canzone riceve da l'arte;le quali dichiarite, il descrivere che cerchiamo,sarà
manifesto.Tutta l'arte adunque de la Canzone pare, che circa tre cose consista,
de le quali la prima è circa la divisione del canto, l'altra circa la abitu
dine1deleparti, laterzacircailnumero dei versi e de le sillabe; de le rime poi
non face mo menzione alcuna;perciò che non sono de la propria arte de la
Canzone.È lecito certamente in cadauna Stanzia innovare le rime, e quelle
medesime a suo piacere replicare; il che, se la rima fosse di propria arte de
la Canzone, le cito non sarebbe.E se pur accade qualche cosa de le rime
servare, l'arte di questo ivi si con tiene,quando diremo de la abitudine de le
parti. Il perchè così possiamo raccogliere da le cose predette, e diffinire,
dicendo, la Stanzia è una compagine 2 diversi e di sillabe, sotto un certo
canto, e sotto una certa abitudine limitata. 2 Il testo latino ha: limitatam
compaginem. La voce abitudine, qui e altrove, significa propor zione,
disposizione. S ne la Canzone. Che
sia il canto de la Stanzia, e che la Stanzia si varia in parecchi modi Apendo
poi che l'animale razionale è uomo, e che sensibile è l'anim a, & il corpo
è animale; e non sapendo che cosa si sia quest'a nima, nè questo corpo,non
possemo avere per fettacognizionedel'uomo;perciòchelaperfetta cognizione di
ciascuna cosa termina ne gli ul timi elementi, sì come il maestro di coloro che
sanno, nel principio de la sua Fisica affer ma.Adunque pera vere la cognizione dela
Canzone, che desideriamo, consideriamo al presente sotto brevità quelle
cose,che diffiniscano il dif finiente di lei; e prima del canto,da poi de la
abitudine,e poscia de i versi e de le sillabe in vestighiamo.Dicemo adunque,che
ogni Stanzia è armonizata a ricever una certa oda, o vero canto; ma pajono
esser fatte in modo diverso, che alcune sotto una oda continua fino a l’ul timo
procedeno, cioè senza replicazione di al cuna modulazione, e senza divisione;e
dicemo divisione quella cosa, che fa voltare di un'oda in un'altra;la quale
quando parliamo col VULGO, chiamiamo Volta.E questeStanziediun'oda
sola Daniello usò quasi in tutte le sue Canzoni; e noi avemo esso
seguitato quando dicemo, · Il testo ha syrma, che è quanto dire
strascico. « Al poco giorno,& al gran cerchio d'ombra.» Alcune
Stanzie sono poi, che patiscono divi sione. E questa divisione non può essere
nel modo che la chiamiamo, se non si fa replica zione di una oda o davanti la
divisione, o da poi, o da tutte due le parti, cioè davanti e da poi. E se la
repetizion de l'oda si fa avanti la divisione, dicemo, che la Stanzia ha piedi;
la quale ne dee aver dui; avegna che qualche volta se ne facciano tre, ma molto
di rado.Se poi essa repetizion di oda si fa dopo la divi sione, dicemo la
Stanzia aver versi. M a se la repetizione non si fa avanti la divisione,di cemo
la Stanzia aver fronte; e se essa non si fa da poi,la dicemo aver sirima?,o
vero coda. Guarda adunque, lettore, quanta licenzia sia data a li poeti che
fanno Canzoni; e considera per che cagione la usanza si abbia assunto si largo
arbitrio; e se la ragione ti guiderà per dritto calle, vederai, per la sola
dignità de l'autorità essergli stato questo,che dicemo con cesso.Di qui adunque
può essere assai mani festo a che modo l'arte de le Canzoni consista circa la
divisione del canto; è però andiamo a la abitudine de le parti.e de la
distinzione de'versi che sono da porsi nel componimento. tudine,sia grandissima
parte di quello,che è de l'arte; perciò che essa circa la divisione del canto,
e circa il contesto dei versi, e circa la relazione de le rime consiste; il
perchè a p pare, che sia da essere diligentissimamente trat tata.Dicemo
adunque,che la fronte coi Versi 1, & i piedi con la sirima, o vero coda, e
pari mente i piedi co i Versi possono diversamente ne la Stanzia ritrovarsi;
perciò che alcuna fia ta la fronte eccede i Versi, o vero può ecce dere di
sillabe e di numero di versi; e dico può, perciò che mai tale abitudine non
avemo veduta. Alcune fiate la fronte può avanzare i Versi nel numero de i
versi, & essere da essi Versi nel numero de le sillabe avanzata;come 1
Trissino tradusse con la stessa voce verso tanto il carmen che da Dante fu
usato nel significato proprio e comune di verso, quanto il versus che fu invece
usato da lui per indicare una data parte della stanza,che consta d'un certo
numero di versi. Per togliere ogni equivoco noi stamperemo in corsivo e con
l'iniziale maiuscola la parola Verso quando corrisponde al latino
versus. De la abitudine de la Stanzia, del numero de ipiedi e de le
sillabe, noi pare, che questa che chiamiamo abi , se la fronte fosse di
cinque versi, e ciascuno dei Versi fosse di due versi, & i versi de la
fronte fosseno di sette sillabe,e quelli de i Versi fosseno di undeci sillabe.
Alcuna altra volta i Versi avanzano la fronte di numero di versi e di sillabe
come in quella che noi dicemmo, Ove la fronte di quattro versi fu di tre ende
casillabi e di uno eptasillabo contesta:la quale non si può dividere in piedi;
conciò sia che i piedi vogliano essere fra sè equali di numero di versi, e di
numero di sillabe,come vogliono essere frà sè ancora i Versi. M a siccome dice
mo, che i Versi avanzano di numero di versi e di sillabe la fronte, così si può
dire, che la fronte in tutte due queste cose può avanzare i Versi; come quando
ciascuno de i Versi fosse di due versi eptasillabi, e la fronte fosse di cinque
versi; cioè di due endecasillabi e di tre eptasillabi contesta. Alcune volte
poi i piedi avanzano la sirima di versi e di sillabe, come in quella che
dicemmo, Et alcuna volta i piedi sono in tutto da la si rima avanzati; come in
quella che dicemmo, « Donna pietosa, e di novella etate.» E si come dicemmo,
che la fronte può vincere di versi, & essere vinta di sillabe, & al
con « Traggemi de la mente amor la stiva. Amor,che movi tua virtù dal
cielo.trario; così dicemo la sirima. I piedi ancora ponno di numero avanzare i
Versi, & essere da essi avanzati;perciò che ne la Stanzia pos sono essere
tre piedi e dui Versi, e dui piedi e tre Versi; nè questo numero è limitato,
che non si possano più piedi e più Versi tessere insieme. E siccome avemo detto
ne le altre cose de lo avanzare de i versi e de le sillabe, così dei piedi e
dei Versi dicemo, i quali nel medesimo modo possono vincere,& essere vinti.
Nè è da lasciare da parte, che noi pigliamo i piedi al contrario di quello che
fanno i Poeti regulati; perciò che essi fanno il verso de i piedi, e noi dicemo
farsi i piedi di versi, come assai chiaramente appare. Nè è da lasciare da
parte, che di nuovo non affermiamo, che i piedi di necessità pigliano l'uno da
l'altro la abitudine & equalità di versi e di sillabe, p e r ciò che
altramente non si potrebbe fare repeti zione di canto. E questo medesimo
affermiamo doversi servare nei Versi.De la qualità de i versi, che ne la
Stanzia si pongono, e del numero de le sillabe ne i versi. Cci ancora (come di
sopra si è detto) una certa abitudine, la quale quando tessemo iversi devemo
considerare;ma acciò che di E, quella con ragione trattiamo,repetiamo
quello che di sopra avemo detto de i versi; cioè che ne l'uso nostro par che
abbia prerogativa di essere frequentato lo endecasillabo, lo eptasil labo,
& il pentasillabo; e questi sopra gli altri doversi seguitare affermiamo.
Di questi adun que,quando volemo far poemi tragici,lo ende casillabo, per una
certa eccellenzia che ha nel contessere, merita privilegio di vincere; e però
alcune Stanzie sono che di soli endecasillabi sono conteste, come quella di
Guido da Fio renza, « Donna mi prega, perch'io voglio dire. » «Donne, che avete
intelletto di amore.» Questo ancora li Spagnuoli hanno usato, e dico li
Spagnuoli che hanno fatto poemi nel volgare Oc. Amerigo de Belmi, « Nuls h o m
non pot complir adreitamen. » Altre Stanzie sono, ne le quali uno solo epta
sillabo sitesse;e questo non può essere,se non ove è fronte, o ver sirima,
perciò che (co me sièdetto)neipiedieneiVersisiri cerca equalità di versi e di
sillabe. Il perchè ancora appare, c h e il numero disparo dei versi non può
essere se non fronte o coda; ben chè in esse a suo piacere si può usare paro, o
disparo numero deiversi.E così come al Et ancora noi dicemo:
cuna Stanzia è di uno solo eptasillabo formata, così appare,che con
dui,tre,o quattro si possa formare; pur che nel tragico vinca lo
endecasillabo,e da esso endecasillabo si co minci.Benchè avemo
ritrovatialcuni,chenel tragico hanno da lo eptasillabo cominciato, cioè Guido
de iGhislieri,e Fabrizio Bolognesi, Et alcuni altri.Ma se al senso di queste
Can zoni vorremo sottilmente intrare, apparerà tale tragedia non procedere
senza qualche ombra di elegia. Del pentasillabo poi non concedemo a questo modo;
perciò che in un dettato grande basta in tutta la Stanzia inserirvi
un pentasil labo, ovver dui al più ne i piedi; e dico ne i piedi, per la
necessità !, con la quale i piedi & i Ver s i si cantano; ma b e n non pare
che nel tragico si deggia prendere il trisillabo, che per sè stia;e dico,che
per sè stia;perciò che per una certa repercussione di rime pare, che frequen '
Propter necessitatem,qua pedibusque versibusque cantatur; per la necessità che
nei piedi e nei Versi si deve cantare. (Fraticelli.) E, E, 1 « Di fermo
sofferire, Donna,lofermocuore,» « Lo mio lontano gire. » temente si
usi; come si può vedere in quella Canzone di Guido fiorentino, « Donna mi prega,
perch'io voglio dire, » « Poscia che amor del tutto m 'ha lasciato. » Nè ivi è
per sè in tutto ilverso,ma è parte de lo endecasillabo, che solamente a la rima
del precedente verso a guisa di Eco risponde. E quinci tu puoi assai
sufficientemente conoscere, o lettore,come tu dei disponere, o vero abituare la
Stanzia; perciò che la abitudine pare che sia da considerare circa i versi. E
questo ancora principalmente è da curare circa la disposizione de i versi: che
se uno eptasillabo si inserisce nel primo piede,che quel medesimo loco,che ivi
piglia per suo, dee ancora pigliare ne l'altro; verbigrazia, se 'l piè di tre
versi ha il primo & ultimo verso endecasillabo,e quel di mezzo, cioè il
secondo, eptasillabo, così il secondo piè dee avere gli estremi endecasillabi,
& il mezzo eptasillabo; perciò che altrimenti stando, non si potrebbe fare
la geminazione del canto,per usodelqualesi fannoi piedi,come sièdetto;e
consequentemente non potrebbono essere piedi. E quello che io dico de i piedi,
dico parimente de i Versi; perciò che in niuna cosa vedemo i piedi essere
differenti da i Versi,se non nel sito; perciò che ipiedi avanti ladivisione
della Stan zia,ma i Versi dopo essa divisione si pongono., Et in quella che noi
dicemmo: De la relazione de le rime, e con qual ordine ne la Stanzia si denno
porre. T dealcuna cosa al presente non trattando però de la essenzia loro;
perciò che il proprio trat tato di esse riserbiamo, quando de i mediocri poemi
diremo.Ma nel principio di questo Ca pitolo ci pare di chiarire alcune cose di
esse; de le quali una è, che sono alcune Stanzie, ne le quali non si guarda a
niuna abitudine di rime, e tali Stanzie ha usato frequentissima mente
Daniello,come ivi, « Si m fos amors de joi donar tan larga? » E noi dicemo,
L'altra cosa è che alcune Stanzie hanno tutti i versi di una medesima rima, ne
le quali è superfluo cercare abitudine alcuna; e così resta che circa le rime
mescolate solamente debbia mo insistere;in che e da sapere,che quasi Et
ancora sì come si dee fare ne i piedi di tre versi, così dico doversi fare in
tutti gli altri piedi. E quello che si è detto di uno endeca sillabo, dicemo
parimente di dui e di più, e del pentasillabo, e di ciascun altro verso.
«Alpocogiorno,& algrancerchiod'ombra. Il testo LATINO ha: qui suas multaset
bonas Can tiones nobis ore tenus intimavit. Fraticelli traduce: ci canto a voce,
ossia ci canto improvvisando. tutti i Poeti si hanno in cið grandissima
licen zia tolta;conciò sia che quinci la dolcezza de l'armonia massimamente
risulta.Sono adun que alcuni, i quali in una istessa Stanzia non accordano
tutte le desinenzie de i versi; m a alcune di esse ne le altre Stanzie
repetiscono, overamenteaccordano;come fu Gottoman tuano, il quale fin qui ci ha
molte sue buone Canzoni intimato Costui sempre tesseva ne la Stanzia un verso
scompagnato, il quale essò nominavaChiave.E come diuno,cosìèlecito di dui e
forse di più. Alcuni altri poi sono, e quasi tutti i trovatori di Canzoni, che
ne la Stanzia mai non lasciano alcun verso scompa gnato, al quale la
consonanzia di una o di più rime non risponda. Alcuni poscia fanno le rime de i
versi, che sono avanti la divisione, diverse da quelle dei' versi, che sono
dopo essa; & altri non lo fanno; ma le desinenzie de la pri ma parte de la
Stanzia ancor ne la seconda in seriscono.Non di meno questo spessissime volte
si fa, che con l'ultimo verso de la prima parte, il primo de la seconda parte
ne le desinenzie s'accorda; il che non pare essere altro, che una certa bella
concatenazione di essa Stanzia. La abitudine poi de le rime,che sono ne la
fronte e ne la sirima,è sì ampla, che 'l pare che ogni atta
licenzia sia da concedere a ciascuno, m a non di meno le desinenzie de gli
ultimi versi sono bellissime, se in rime accordate si chiudeno; il che però è
da schifare ne i piedi, ne i quali ritroviamo essersi una certa abitudine
servata; la quale dividendo dicemo, che il primo piè di versi pari, o dispari,
si fa; e l'uno e l'altro può essere di desinenzie accompagnate,o scom pagnate;
il che nel pie diversi pari non è dubbio; m a se alcuno dubitasse in quello di
dispari, ricordisi di ciò che avemo detto nel Capitolo di sopra del
trisillabo,quando essendo parte de lo endecasillabo, come Eco risponde. E se la
desinenzia de la rima in un de i piedi è sola, bisogna al tutto accompagnarla
ne l'al tro;ma seinun piedeciascuna delerimeè accompagnata, si può ne l'altro o
quelle ripe tere, o farne di nuove,o tutte,o parte,se condo che a l'uom
piace,pur che in tutto si servi l'ordine del precedente: verbigrazia, se nel
primo piè di tre versi le ultime desinenzie s'accordano con le prime, così
bisogna accor darvisi quelle del secondo; e se quella di mezzo nelprimo piè è accompagnata,
oscompagnata; così parimente sia quella di mezzo nel secondo piè; e questo è da
fare parimente in tutte le altre sorti di piedi. Ne i Versi ancora quasi sempre
è a serbare questa legge; e quasi s e m pre dico, perciò che per la prenominata
con catenazione,e per la predetta geminazione de le ultime desinenzie,ale volte
accade il detto or 8 + Il testo latino ha: cum in isto libro nil
ulterius de r i t h i morum doctrina tangere intendamus. E si dovrebbe tradurre:
che in questo libro non vogliamo parlar pivo della dottrina delle rime. Nel
Corbinelli questo ultimo capitolo è diviso in due. Il decimoterzo finisce con
le parole: tanta sufficiant. (a bastanza è.); e il decimoquarto comincia con le
parole: di ne mutarsi. Oltre di questo ci pare conve nevol cosa aggiungere
a questo capitolo quelle cose che ne le rime si denno schifare, conciò sia che
in questo libro non vogliamo altro che quello che si dice della dottrina de le
rime toccare Adunque sono III cose, che circa la posizione di rime non si denno
frequentare da chi compone illustri poemi. L’una è la troppa repetizione di una
rima, salvo che qualche cosa nuova ed intentata de l'arte ciò non si assuma, come
il giorno de la nascente milizia, il quale si sdegna lasciare passare la sua
giornata senza alcuna prerogativa. Questo pare che noi abbiamo fatto ivi. Amor,
tu vedi ben, che questa donna. La seconda è la inutile equivocazione la qual
sempre pare che toglia qualche cosa a la sentenza. La terza è l'asperità dele
rime, salvo che le non siano con le molli mescolate, per ciò che per la
mescolanza delle rime aspere e delle molli la tragedia riceve splendore. E
questo dell’arte, quanto a l'abitudine si ricerca, a bastanza è. Avendo quello
che è de l'arte [Il testo latino ha: discretionem facere che qui vale
trattare partitamente della Canzone assai sufficientemente trattato, ora
tratteremo del terzo, cioè del numero di versi e delle sillabe. E prima alcune
cose ci bisognano vedere secondo tutta la stanza, e altre sono da dividere, le
quali poi secondo le parti loro vederemo. A noi adunque prima s’appartiene fare
separazione di quelle cose, che ci occorrono da cantare. Perciò che alcune stanze
amano la lunghezza e altre no. Con ciò sia che tutte le cose che cantiamo, o
circa il destro o circa il sinistro si canta, cioè che alcuna volta accade
suadendo, alcuna volta dissuadendo cantare, e alcuna volta allegrandosi, alcuna
volta con ironia, alcuna volta in laude e altra in vituperio dire. E però le
parole, che sono circa le cose sinistre, vadano sempre con fretta verso la
fine, le altre poi con longhezza condecente vadano passo passo verso l'estremo
Ex quo quo sunt artis. Avendo quello che è de l'arte. Ed ha il titolo seguente:
De numero car minum et syllabarum in Stantia. Del numero
dei versi e delle sillabe nella stanza.). Grice: “Alighieri’s theory of
language is a simple one – hardly as sophisticated as that of the Stoics. We
communicate the passions of our souls – And he concludes that it’s the Toscani who
communicate best, even if ‘tosco’ means ‘rough’ in Toscano!” -- Alighieri. Keywords:
lingua del si, la divina implicitura, lasciate ogne [sic] speranza voi ch’entrate,
inferno – section on ‘divina commedia’ in philosophical dictionaries. ‘inferno’
catabasis, -- la catabasis d’Enea di Virgilio -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alighieri” –
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Grice ed Aliotta: all’isola:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’esperienza – la
scuola di Palermo -- filosofia siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Aliotta; he has
philosophised on most things I’m interested in: ‘la guerra eterna’ is a bit of
a hyperbole if you go by a principle of helpfulness, but that’s Aliotta! – He
has focused on Lucrezio, which is fine – But he has also studied ‘colloquenza
romana’ systematically – and more into the Italian rather than Roman idiom, he
has explored Galileo (not the father, thouh: “Some like Galileo Galiei, but
Vincenzo Galilei is MY man); he is also like me a ‘philosophical psychologist,’
along the lines of Stout and Wundt, that is – he as given proper due to the
idea of ‘esperienza’ – unlike Oakeshott, who abuses of the notion! – and
indeed, others see his attachment to ‘esperienza’ as an ‘ism’ (lo
sperimentalismo). He has also discussed
the semiotics of Vico, and the idea of life-form, following Witters (‘cricket
come forme di vita’). And he has explored one intriguing idea, that the
so-called ‘meaning’ of life (‘il significato del mondo,’ actually) is that of
‘sacrificio’ which is very fine with me – but then it would, since I like
‘Another country’ – the ‘sacrifice’ Dei Lincei, nonché dell'Accademia
Pontaniana e della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti. Fonda la rivista di
filosofia “Logos”. Allievo di TOCCO (si veda) e SARLO (si veda), è influenzato
molto dalla concezione della conoscenza scientifica del secondo, che si riface
alle teorie di Brentano. Si interessa in
particolar modo alla psicologia e l’epistemologia. Tra i suoi allievi vi sono ABBAGBABI (su
veda), Carcano, Carbonara, Lazzarini, Martano, Marzi, Petruzzellis, Sciacca, e Stefanini,
anche se la sua indole non dogmatica e aperta a diverse culture e suggestioni
non da luogo alla formazione di una vera e propria scuola riferibile al suo
nome, ma incoraggia i suoi allievi a indirizzarsi su percorsi culturali
autonomi, emancipandosi dall'egemonia esercitata dall’idealismo di Croce e di
Gentile. Al suo magistero può essere
associato anche la figura di Musatti, che si indirizza allo studio della
psicologia dopo aver assistito alle lezioni sull'argomento tenute d’A. a Padova,
divenne socio dell'Accademia delle scienze di Torino. A lui è intitolato il dipartimento di
filosofia di Napoli. Nella sua prima fase, prettamente psicologica, A, afferma
che un fatto psichico non puo essere quantificata come avviene con un fatto naturale
fisico esistente e misurabile, in quanto un fatti psichico e un elemento
costitutivi della coscienza. La psicologia, perciò, essendo una scienza
empirica che studia un fatto psichico interno al soggetto, si serve del metodo
dell'INTROSPEZIONE -- riferendosi a una formulazione matematica al solo scopo
simbolico (cf. Grice, “Personal Identity”). La particolare concezione della
conoscenza dell'autore, intesa né come esistente in sé, né come iscritta nel
processo dialettico del pensiero, lo allontana sia dalle posizioni positiviste
che da quelle idealiste. Nella sua filosofia
emerge una visione contraria all'idealismo. Né Hegel, nemmeno Fichte, né tanto
meno Schelling col loro proposito di racchiudere tutta la realtà nel pensiero,
sebbene con sfumature diverse, soddisfano A., che invece paragona il pensiero a
un processo VIVENTE, costruito da tanti centri individuali tesi verso una
armonia, continuatrice dei fenomeni dell'universo. A. si sofferma sulla co-ordinazione
o co-operazione delle conoscenze, sulle intese fra al meno due persone, sulla
sintesi della scienza e soprattutto sulla ricerca filosofica a cui assegna il
compito particolare di supervisione dei campi di conoscenza con il fine di
limitarne i dissidi e di ampliare, il più possibile, il punto di vista delle
scienze particolari. A. afferma che l'unico metodo che consente la ricerca
della verità sia l'esperimento. La verità stessa non è assoluta e unica ma
prevede vari livelli, i superiori dei quali sfruttano e inglobano quelli
inferiori. La ricerca filosofica possiede, secondo l'autore, un formidabile
strumento di indagine e di verifica che si chiama "storia". In alcuni saggi ("Il sacrificio come significato del
mondo”) A. sembra avvicinarsi a un modello di pensiero a metà strada tra il
pragmatismo e lo spiritualismo, nel quale mette in rilievo l'esperienza morale
e il sacrificio – l’eroe di J. O. Urmson -- considerato come l'esempio di re-alizzazione
più elevato, sia per l'individuo sia per la collettività – la diada eroica
d’Eurialo e Niso. L'affermarsi dello sperimentalismo produce in A. una serrata
critica all'astratto intellettualismo nonché apre la strada alla ricezione di
studi avanzati sulla cosiddetta 'filosofia scientifica', in un panorama di
reazione idealistica contro la scienza e di graduale affermazione in Italia di
scienze come la sociologia (Rinzivillo, A.. L'idea scientifica dello
sperimentalismo in Una epistemologia senza storia, Roma, Nuova Cultura. Altri
saggi: “Platone”, “Aristotele”; “LUCREZIO”; “Epitteto”. La reazione idealistica
contro la scienza; La guerra eterna e il dramma dell'esistenza; L'estetica di
Kant e degl’idealisti romantici; Il sacrificio come significato del mondo; Il
relativismo dell'idealismo e la teoria di Einstein”; “Evoluzionismo e
spiritualismo”; “Il problema del divino e il nuovo pluralismo”; “Le origini
dell'irrazionalismo”; “Filosofi tedeschi”; “Critica dell'esistenzialismo”; “L'estetica
di CROCE e la crisi dell'idealismo”; “Il nuovo positivismo e lo
sperimentalismo”; “Relatività” (Sansoni Editore). Belardinelli, in Dizionario
Biografico degl’Italiani, accademia delle scienze Abbagnano, Dizionario di
filosofia, Torino, Pomba, Abbagnano, Dizionario di filosofia, Torino, Pomba, Sciacca, Lo sperimentalismo di A., Napoli,
Abbagnano A., in "Rivista di Filosofia", Dentone, Il problema morale
e religioso in A., Napoli, Mecacci, A., in Cimino, Dazzi, La psicologia: i protagonisti e i
filosofici (Milano, LED); Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, Roma, Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. A., su open MLOL,
Horizons Unlimited srl. A. consultabili nell'Archivio di Storia della
Psicologia, su archivio di storia psicologia roma Filosofia Filosofo Accademici
italiani Professore Palermo Napoli Accademici dei Lincei Professori Università
degli Studi di Napoli Federico II Membri dell'Accademia delle Scienze di Torino.
LIMENTANI MASNOVO LEVI MARESCA VOLPE LAMANNA LA FILOSOFIA IN ITALIA, PERRELLA, NAPOLI,Città
di Castello, Società Anonima, Vinci. Il saggio, che è l'estratto di Logos, non
vuol essere una visione sintetica della filosofia italiana da un punto di vista
unico, ma solo una guida analitica allo studio di essa con informazioni
bibliografiche. Chi vuole orientarsi nel LABIRINTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA può
trovare nel volume del Sommario di Storia della Filosofia ( Napoli, Perrella) IL
FILO D’ARIANNA che lo guida attraverso il cammino della filosofia italiana, che
dal positivismo con una progressiva eliminazione d’ogni realtà trascendente
giunge all'assoluta immanenza dell’idealismo attuale per ritornare poi
insoddisfatto a una nuova affermazione della trascendenza. L’idealismo assoluto
ormai declina verso il tramonto. Una nuova forma di realismo albeggia
all'orizzonte. La crisi della guerra conduce molti spiriti verso
l'irrazionalismo scettico-mistico, quando non li persuade a rifugiarsi nella
tradizione cattolica. Noi siamo fermamente convinti che è sterile ogni
tentativo di ritorno al passato, perchè è negazione della storia. Crediamo che
la speculazione, se vuol essere feconda, deve procedere sulla via tracciata
dallo sviluppo della filosofia moderna. Un realismo che pretendes ritornare
all’immobilità delle essenze platoniche, che togliesse alla coscienza ogni
efficacia reale nella costruzione del mondo della realtà e della verità,
facendone solo una luce che rischiara ciò che è fatto ab aeterno; un realismo
insomma del tipo di quello che è l’ultima moda tedesca, toglie alla vita ogni
significato, facendoci perdere le migliori conquiste della filosofia moderna. Ci
auguriamo che IL GENIO ITALIANO rimane immune da quella brutta moda e si mantiene
sulla linea gloriosa del suo rinascimento, che è affermazione dell’attività
dell'uomo nel mondo concreto della sua esperienza. Contro il dogmatismo
platonico, le sottigliezze scolastiche, le nebbie mistiche, le negazioni
scettiche, contro tutti gl’arbitrii della fantasia e della ragione a priori non
vi è che un solo metodo sicuro, cioè l’esperimento storico delle nostre umane
verità. Napoli, A. Prego di perdonare qualche omissione. Una sopratutto debbo
segnalarne: quella del nome di RENDA (si veda) che per la finezza dei suoi
studii di psico- dissociazione psicologica, Torino; Le passioni, Torino; L
oblio, Torino, è tra i migliori positivisti. Nella seconda fase del suo
pensiero Renda si è accostato all’idealismo assoluto e alla filosofia
dell’azione di Blondel col suo libro La validità della religione, Città di
Castello. Dice LIMENTANI (si veda) nel
Positivismo italiano, che le difficoltà che s’incontrano in una rassegna del ‘positivismo’
italiano dipendono, in primo luogo, dall’incerto significato del nome stesso,
onde puo essere ugualmente designate come POSITIVA, filosofia -- della quale
sembra più interessante mettere in luce le caratteristiche differenziali che
non i tratti comuni. I positivisti non si definiscono come tali per la concorde
adesione a una rigida dottrina, o per la collaborazione consapevole alla
costruzione di un sistema ben determinato: si tratta piuttosto di un indirizzo
metodico, di una forma mentale che impronta di sè non solamente la ricerca
filosofica propriamente detta, ma l’intiero mondo della cultura. Il positivismo
ripone e ricerca la verità nel fatto, intende la conoscenza come relativa, la
esperienza come unica fonte del sapere e ultimo criterio della certezza,
ritiene che la cognizione filosofica non sia diversa per natura dalla
scientifica, e anche non possa se non prepararla e integrarla, assume di fronte
ai problemi della metafisica un atteggiamento agnostico o semplicemente negativo,
concepisce la natura come universale meccanismo, escludendone la teleologia e,
pure affermando la irreducibile diversità della materia dallo spi¬ rito, non
crede che da ciò rimanga spezzata la unità e interrotta la continuità del
reale, interpetra il mondo dei valori come prodotto della evoluzione
psicologica, e dei valori stessi domanda la spiegazione e la giustificazione
alle leggi della psicologia. Ma l’accordo — che può anche essere parziale —
sopra questi principii non esclude la possibilità di svolgimenti molteplici e
autonomi, perchè i principii stessi valgon piuttosto a dirigere nella selezione
e nella discussione dei problemi, che non ad anteciparne in concreto la
soluzione: onde, chi voglia essere cronista esatto del vasto e vario movimento,
si trova di necessità a ravvicinare pen¬ satori che si sono reciprocamente
ignorati e che proverebbero senza dubbio grande maraviglia di trovarsi messi
insieme: particolarmente in Italia il positivismo è affermazione perenne della
libertà filosofica, sì che sembra vano ogni tentativo di esprimerlo con una
formula, e si manifesta la necessità di determinarne la fisionomia, conside¬
rando in modo distinto la operosità de’ suoi seguaci. E tale neces¬ sità
risulta ancora dal fatto che nella maggior parte dei positivisti italiani,
sopra il gusto delle costruzioni sistematiche, ha prevalso la tendenza a
esplorare determinati campi della indagine: e però limitarsi a registrare le
concezioni generali del mondo e della vita, trascurando i contributi recati da
più modesti studiosi alle scienze filosofiche speciali, equivarrebbe a dare del
movimento una idea affatto inadeguata. Inoltre, appunto perchè in alcune almeno
tra le fondamentali assunzioni del positivismo possono, senza chiaro
intendimento del loro più profondo significato, consentire anche quegli
scienziati che sono affatto estranei agl’interessi speculativi, avvenne che si
de¬ corasse del nome di positivismo anche la loro afilosofia, che fu qualche
volta, per dirla con Bruno, la loro filasofia, cioè una me¬ tafisica
grossolana, ingenua sino alla inconsapevolezza, e di gran lunga peggiore di
quella metafisica contro la quale il positivismo era sceso in campo:
positivismo non può infatti essere ignoranza della tradizione metafisica e
incapacità d’intenderne le ragioni, bensì dev’esspre revisione critica dei
postulati assunti e dei metodi tenuti dalla metafisica stessa. Eppure in un
quadro sommario che aspiri a riuscire completo, anche queste manifestazioni di
pensiero più povere di critica hanno il loro significato e debbono trovare il
loro posto. D’altra parte, in Italia, in questi ultimi anni, le fortune della
filosofia idealistica, soprattutto nella sua forma attualistica, indus¬ sero i
dissenzienti a costituire una fronte unica contro una dottrina che romanticamente
presentava la filosofia, piuttosto come opera di fantasia e prodotto di
subbiettiva ispirazione, che non come siste¬ mazione di conoscenze vere: e il
comune, se pur tutt’altro che uguale, atteggiamento di opposizione e di
reazione, ebbe come conse¬ guenza che tendessero a obliterarsi i caratteri
differenziali del po¬ sitivismo da altri indirizzi. A far la rassegna dei
filosofi che pròfessano oggi di essere positivisti, si sarebbe indotti a
conchitidere che i « quadri » non sono stati mai poveri come adesso : eppure
mai come in questo momento è apparsa chiara la influenza del positivismo sopra
la educazione mentale e la posizione dottrinale di quei pensatori che non si
sono ralliés alla filosofia di moda. 2.— Il periodo storico che qui si
considera, coincide con il cinquantennio dell’attività filosofica di R. Ardigò;
questi, nato nel 1828 a Casteldidone, pubblicò nel 1870 « La psicologia come
scienza positiva », segnandovi le linee fondamentali della sua dottrina, già
preannunziata l’anno precedente, quand’egli era ancora prete, nella
commemorazione di P. Pomponazzi — e morì a Mantova nel 1920, avendo atteso fin
quasi all’ultimo giorno, all’opera sua di scrittore. Ma alla costruzione del
sistema ardighiano erano precorse in Italia altre manifestazioni di pensiero
positivistico. Il sorgere e vigoreggiare della filosofia del fatto si lega in
Italia come all’estero, a ragioni complesse, fra le quali prevalgono i mara-
vigliosi progressi della scienza, nell’ordine cosi delle invenzioni come delle
scoperte, il fervore degli studi storici, la reazione contro le intemperanze
del pensiero metafisico, il disgusto dei sistemi do¬ gmatici. Le origini
prossime del movimento positivista sono da ri¬ cercare nella scuola di G. D.
Romagnosi, dalla quale uscirono Giu¬ seppe Ferrari e Carlo Cattaneo. Ma il
Ferrari, rappresentante di un fenomenismo estremo che reca le tracce
d’influenze discordi e tende a sboccar nello scetticismo, non orientò il suo
pensiero verso il positivismo così decisamente come il Cattaneo: questi è comu¬
nemente riconosciuto come l’iniziatore del movimento e il più ef. ficace
banditore della dottrina, nel ventennio 1850-70. Nel Cattaneo, patriotta
insigne, cittadino intemerato, scrittore magnifico, mente poliedrica, si
manifesta l’interesse per la glottologia, la storia e la politica, la
demografia, la economia e la organizzazione tecnica della industria e
dell’agricoltura: ne’suoi scritti filosofici, non ammette conoscenza che non
sia di fatti, e at¬ tribuisce alla filosofia una funzione sintetica rispetto
alle altre scien¬ ze: raccogliendo la eredità del Vico, pone come fondamentale
il pro-^ bleina deH’incivilimento: la civiltà è opera dell’uomo; ma l’Uomo dei
metafisici è una finzione mentale, che non può adeguarsi alla varietà e alla
concretezza del mondo umano; la psicologia indivi¬ duale deve integrarsi nella
psicologia sociale, o psicologia delle menti associate; mente non si dà, nè
funziona e si forma se non in un giuoco di azioni e reazioni, che, poiché i
conviventi operano uno sopra l’altro e ogni generazione scomparsa sopra le
successive. è a un tempo il fondamento della unità sociale e della continuità
storica. La dottrina del Cattaneo s'intona al positivismo del Comte e
all’umanismo del Feuerbach, sebbene si sia costituita in perfetta indipendenza
dall'uno e dall’altro, e contiene germi che dovranno maturare nella filosofia
dell’Ardigò (« Opere edite e inedite di C. C.). Maestro acclamato e
autorevolissimo nelle scienze storiche, Villari, che aveva mostrato, nel «
Saggio sull’o¬ rigine e sul progresso della Filosofia della Storia, di risentir
la influenza di Comte e Mill, illustrò e favori («La Filosofia positiva e il
metodo storico», 1865) l’indirizzo storico già preva¬ lente nelle scienze
morali, sostenendo che queste non avrebbero potuto fiorire come le scienze
naturali, se non ne avessero fatto proprio il metodo, positivo o sperimentale.
La influenza esercitata dalla divulgazione della dottrina darwi¬ niana, che
apriva nuovi orizzonti agli studi biologici ed ebbe fra noi il suo apostolo più
fervido in Giovanni Canestrini ( « Antropo¬ logia » * 1888 « La teoria
dell’evoluzione esposta ne’ suoi fondamen¬ ti ’ » 1887 « La teoria di Darwin »
1887 ), è manifesta negli scritti di Tommasi, medico insigne che promosse il
progresso delle scienze biologiche dallo stato metafisico allo stato positivo,
e ammoniva i discepoli a porsi dinanzi ai problemi della natura, con l’animo
sgombro da ogni apriorismo dottrinale e meto¬ dico. Il suo naturalismo è
concezione della filosofia come organa¬ mento del sapere scientifico, è
realismo rigoroso, che tende a iden¬ tificarsi con il materialismo, e non meno
rigoroso empirismo: è evoluzionismo che esclude da sè ogni teleologia («Il
naturalismo moderno» 1866 «Il rinnovamento della medicina in Italia» 1888).
Positivista fu pure Cantani, collega del Tommasi e suo successore nella clinica
di Napoli. 3. — Il positivismo italiano non è tutto nella dottrina delI’Ardigò
e della sua scuola: ma l’Ardigò ne è, per concorde giudizio, la figura più
rappresentativa. Di lui gli undici volumi delle Opere Filo¬ sofiche
rispecchiano il genio speculativo e l’animo candido e generoso, la fede
inconcussa nel Vero e il culto operoso dell’ideale etico, ce¬ lebrato nella
esemplare austerità della vita. Il positivismo del Comte era stato giudicato
impari, se pur non affatto insensibile, alla esi genza gnoseologica: nè questa
era sodisfatta, in modo positivo, dalITnconoscibiie spenceriano, che
rappresenta ancora una entità ontologica, onde si mantiene l’antitesi di
sostanza e di fenomeno, e il fenomeno è un relativo che postula un Assoluto e
trova alla soglia di questo il proprio limite: il sistema dell'A. si forma
fuori da ogni diretta influenza di queste dottrine, per la rivoluzione che lo
studio delle scienze naturali opera nella sua mente, resa, da lunga
consuetudine, familiare con i classici della teologia e della metafi¬ sica: il
distacco dalle vecchie credenze non è definitivo, fin ch’egli non ha trovato la
soluzione del problema gnoseologico, e non ha inteso come si possa spiegare la
origine delle idee, senza ricorrere alla trascendente facoltà dell’intelletto.
La posizione centrale asse¬ gnata alla teoria della conoscenza è la
caratteristica più significa¬ tiva del sistema dell’A. « Non è senza
significato che il positivismo assuma in Italia, quasi al suo apparire coll’A.,
fisonomia spiccata di naturalismo sistematico affrontando subito il problema
dell’infi¬ nito cosmico e traducendone la visione in una concezione organica
dell’universo, e che in questa, come unicamente esteriore ed obiet¬ tiva non si
acqueti, ma la integri subito colla ricostruzione sin¬ tetica dell’uiiità della
coscienza, e invece che tener separata la que¬ stione gnoseologica dalla
cosmologica trasfonda l’una nell’altra creando un nuovo concetto si della
natura, sì dell’esperienza, tale che l’uria dall’altra non si separano se non
per distinzione sopravveniente; questo non è il positivismo di Comte, nè quello
di Spencer, è il positivismo di un popolo ove è indigeno il naturalismo del
Rina¬ scimento» (Tarozzi). Il fatto è divino, i principii sono umani: ma il
fatto primo e as¬ solutamente certo, per la consapevolezza immediata che ne
abbiamo, è il fatto di coscienza, la sensazione: la esperienza che sta a fon¬
damento di ogni verità e che non si può tentar di trascendere senza trascorrere
dal reale nel chimerico, è esperienza psicologica. Il mo¬ nismo dell’A. che
elimina ogni residuo di trascendenza, esclude come fantastica così la
contrapposizione dell’oggetto al soggetto, come l’annichilazione dell’oggetto
nel soggetto; e sfugge al pregiu¬ dizio del realismo ingenuo senza incorrere
nei sofismi del soggetti¬ vismo radicale. La contrapposizione è fra termini di
pensiero, fra gruppi di sensazioni: la sensazione afferma se stessa
assolutamente, il conoscere non si deve che alla sua virtualità; ma la
sensazione, e l’attività psichica in generale, ponendosi, si sdoppia in due
mondi, per il doppio sguardo (diblemma psicologico) onde si compie da un lato
la sintesi delle sensazioni interne (Autosintesi, Me), dall’al¬ tro, la sintesi
delle sensazioni esterne (F.terosintesi, Non-Me): le sensazioni non sono per se
stesse nè interne nè esterne, ma il dif¬ ferenziamento si opera, per la
specificazione degli organi di senso e per il contrastare di attività stabili e
costanti, ad altre accidentali e intermittenti. La sensazione, in quanto tale,
è solo quello che è essa stessa in se medesima; ma la reciproca integrazione
delle sen¬ sazioni pertinenti a sensi diversi (le quali son tutte fra loro
incom¬ mensurabili o reciprocamente trascendenti), converte la sensazione in
percezione, aggiunge alla osservazione l’esperimento («Il fatto psicologico
della percezione» 188?). Ed è un imperativo logico la sensazione, non soltanto
in se stessa, in quanto conoscenza asso¬ luta o posizione di se medesima, ma
anche come percezione, o co¬ noscenza relativa e posizione della propria causa:
si definisce cosi la oggettività del sapere, mentre si evita l’errore di
risolvere il sog¬ getto nell’oggetto. La conoscenza è relativa, ma non perchè
abbia il suo termine antitetico in un Assoluto che trascenda la esperienza e
figuri come possibile oggetto di una Mente sovrumana, bensì per quel rapporto
d’irreducibilità che il pensiero stesso pone fra i propri termini sen¬ sibili,
e che, come tale, è noto («L’Inconoscibile di H. Spencer e il positivismo»
1883). La materia non farà mai conoscere lo spirito, nè lo spirito la materia:
ma la trascendenza così intesa, in senso affatto diverso dal tradizionale, non
esclude la fondamentale unità, che è l ’indistinto sottostante ai distinti (Me
e Non-Me) che vi si co¬ stituiscono, collegandosi in un organismo logico unico.
«L’unità dell’indistinto sottostante alla molteplicità dei distinti, e la
continuità del processo della duplice distinzione ('spaziale e temporale)
caratterizzano la concezione naturalistica del cosmo » (Marchesini). È una
formazione naturale la psiche, e la legge della distinzione, che ne spiega
l’essere e ne domina lo sviluppo, è legge di tutte le formazioni nelle quali si
specifica la realtà: la premi¬ nenza e la priorità del problema gnoseologico
rispetto a tutti gli altri problemi filosofici si esprimono nel fatto che
appunto dallo studio del fenomeno cogitativo induttivamente si ricava il con¬
cetto della natura come indistinto, matrice onnigena inesauribile, infinita
virtualità di successivi che si realizza nella infinità dei coe¬ sistenti. Il
processo dall’indistinto al distinto è governato dalla legge del ritmo, la
quale spiega come ogni formazione naturale debba sempre essere un ordine,
malgrado le accidentalità proprie di ogni ordine dato, che è sempre
l’effettuazione di uno tra infiniti altri possibili. Per la universale
ritmicità si ha infatti nella natura non il caso, ma la cosa e il fatto, il
tipo e la legge, l’impero, dunque, della cau¬ salità; ma causalità non è forma
a priori dello spirito, nè semplice successione che generi per abitudine
l’attesa del riprodursi del passato; l’idea di causa è una formazione naturale
endogenetica per l’esperienza subita dal mondo esterno, onde avvertendo
costante- mente una determinata successione, siamo costretti ad ammettere che
il fatto precedente ha in sè una condizione e ragione di causare: ogni fatto,
dunque, emerge in modo necessario dall’indistinto che lo determina. Ma, d’altra
parte, la necessità non esclude il caso, per¬ chè l’ordine si attua in seno
all’universo che è infinito: onde il fatto può a un tempo dirsi, per la sua
intrinseca necessità, equazione del determinato, e, per la imprevedibilità
della sua determinazione necessaria, equazione dell’infinito: poiché
l’indistinto non è un si¬ stema chiuso, il distinguersi di uno o dell’altro
ordine è casuale. Il determinismo non elimina dunque la casualità, nè
semplicemente l’ammette come espressione della nostra ignoranza: ma la
riconduce alla varietà infinita che è un positivo aspetto della realtà, non
meno che la causalità: il caso è l’effetto prodotto per necessità naturale da
una causa imprevedibile, assolutamente parlando, e quindi non assegnabile, o
non fissata nella stessa natura, a motivo dell’infinità del suo principio, non
solo nei momenti del tempo, che è senza limiti, ma anche negli elementi
costitutivi, eccedenti ogni confine di spazio (« La formazione naturale nel
fatto del sistema solare » 1877; la trilogia: « Il Vero» 1891 «La Ragione» 1894
«L’Unità della Coscienza» 1898). E’ una formazione naturale anche la filosofia,
che non soltanto ha funzione coordinatrice e sintetica rispetto alle scienze,
ma è la matrice perennemente feconda del sapere scientifico e dei problemi che
alla scienza appartiene di risolvere. Come l’indistinto si speci¬ fica, per un
processo di ascendenza dinamica, nei sistemi ritmici, corrispondenti a gradi
sempre più alti di autonomia, cosi la filo¬ sofia si viene differenziando nelle
discipline speciali che in essa si unificano e di essa risentono l’azione
propulsiva (« Lo studio della Storia della filosofia » « Il compito della
filosofia e la sua pe¬ rennità » 1884). Sopra i contributi recati dall’A. alle
distinte scienze filosofiche non posso intrattenermi qui: basti ricordare come
il suo realismo psicofisico e il prevalente interesse gnoseoiogico lo abbiano
portato alla costruzione di un sistema di psicologia, dove la unità della
coscienza figura come idea direttrice, e la critica del vecchio asso¬
ciazionismo prepara la teoria della confluenza mentale — come inoltre sovra
basi fisiopsicologiche si eriga una concezione della vita mo¬ rale, nella quale
la impulsività della sensazione è assunta a spiegare la imperatività della
idealità sociale antiegoistica (« La Morale dei positivisti » 1879) — come,
ancora, la morale s’integri in una socio¬ logia che è piuttosto una filosofia
del diritto, o lo studio della formazione naturale della Giustizia, intesa come
forza specifica della società («Sociologia» 1886) — come infine le dottrine
fondamen¬ tali si coordinino e sbocchino in ima pedagogia, che pone l’esercizio
a fondamento cosi della educazione intellettuale come della educa¬ zione morale
(La Scienza dell’educazione). L’A., dal
1881 prof, di storia della fil. a Padova, fu un caposcuola, e fra i suoi
discepoli vogliono essere ricordati in primo luogo il Marchesini, il Dandolo,
il Tarozzi, il Ranzoli, il Troilo. Giovanni Marchesini (n. 1868), prof, di ped.
a Padova, fonda¬ tore e direttore della « Rivista di Filosofia, pedagogia e
scienze affini» (1899-1908), illustrò la figura del Maestro e ne propagò la
dottrina, elevandosi dalla esposizione acuta e fedele alla originale
ricostruzione e rielaborazione (« La vita e il pensiero di R. A. » 1907 — «R.
A. — L’uomo e l’umanista). Il M. ha definito il positivismo dell’Ardigò come
naturalismo umanistico e questa denominazione designa la duplice direzione
nella quale egli stesso ha svolto la propria attività di scrittore, integrando
felicemente il sistema, che rivela così nella varietà e la novità degli
sviluppi la propria feconda vitalità. Il naturalismo del M. si fonda sopratutto
sul principio dell’unità come sintesi universale: egli concepisce la unità come
continuità dinamica dei fatti fisico, biologico, psichico, postulando il «
fatto minimo », come idea-limite, in armonia con lo stesso concetto della
continuità nella eterogeneità, e spiegando con la impossibilità di
depotenziarci la presunta inintelligibilità del trapasso, alla quale si devono
le due estreme concezioni, idealistica e materialistica. La conoscenza, in
quanto è determinata dal reale, in ordine al principio della continuità stessa
ha un valore assoluto ed obbiettivo, non già puramente simbolico (« La crisi
del positivismo e il problema filosofico» 1893 «Il simbolismo nella conoscenza
e nella morale» 1901). Umanistico è detto dal Marchesini il naturalismo
dell’Ardigò, principalmente perchè riesce alla celebrazione della persona uma¬
na e dà fondamento razionale e positivo all’idealismo etico e alla dottrina
dell’autonomia; negli ultimi libri del M., e non soltanto in quelli che hanno
più diretta attinenza con la pedagogia (« L’edu¬ cazione morale» 1914 «I probi,
fond. dell’ed. » 1923 «Disegno stor. delle dottr. ped. 7 » 1922), si manifesta
più che mai spiccata la sua eminente vocazione di educatore. Anche per il M. la
continuità non esclude, ma comprova l’auto¬ nomia del soggetto umano, come
formazione naturale e pedagogica superiore, sulla quale si fonda il diritto a
un orgoglio umano ra¬ zionale come vera e propria virtù etica (« Il dominio
dello spirito, ossia il problema della personalità eildiritto all’orgoglio »
1902). Sulla stessa autonomia si fonda il principio della tolleranza come
rispetto della personalità nella sua costituzione specifica (« L’intol¬ leranza
e i suoi presupposti). L’ideale è relativo alla personalità, ma pensato come
assoluto acquista da ciò uha particolare potenza utilizzabile pedagogicamente
(«Le finzioni dell’anima » 1905). In esso, e nelle sue singole specie, si
reintegrano le inclinazioni umane fondamentali, all’infuori d’ogni trascendenza
metafisica, ch’è puramente simbolica («La dottrina positiva delle idealità »
1914). Nella teoria del M. si ravvisa ante- cipata in alcuni de’ suoi elementi
più caratteristici e significativi la filosofia del « come se », che ha avuto
in questi ultimi anni singolare fortuna e grande diffusione. Giovanni Dandolo
(1861-1908), prof, di fil. teor. a Messina, con¬ cepì il problema gnoseologico
come problema psicologico, e lo fece oggetto d’indagine accurata e penetrante,
rivelando rare attitudini all’analisi e alla rappresentazione della vita
mentale. Tra fatti psi¬ chici e fatti fisiologici corre un rapporto unitario di
correlazione: il fatto psichico non è il riverbero di un evento fisiologico, ma
ha la sua specie caratteristica nella coscienza, che è autonoma, è un distinto
che si pone assolutamente e del quale è artificioso e vano ricercare il perchè.
I limiti dell’esperienza edelconoscerecoinci¬ dono; e continuo è il processo
dal senso all’intelletto, se pur non sia possibile risolvere senza residuo la
conoscenza nella sensazione; ciò che è necessità di origine si conserva come
necessità di sviluppo: la pura sensazione, unità indistinta, s’integra nella
percezione, come l’appetito s’integra mercè la conoscenza nel desiderio, e mercè
la ragione nella volontà. Contro il realismo ingenuo e l’idealismo do¬ gmatico
il D. afferma la relatività reciproca di soggetto e oggetto; il conoscere in
generale, mentre si pone come fatto di coscienza, accenna alla necessità di un
eterogeneo, d’un termine correlativo esteriore, distinto e in pari tempo
inseparabile dal pensiero. Questo incontra nella esperienza un limite alla
propria libertà: nella ogget¬ tività della percezione ha fondamento la
oggettività della causa, della legge, della scienza. Contro la dottrina della
scienza sostenuta dal Mach, il D., mentre riconosce la incommensurabilità della
spie¬ gazione scientifica con i fenomeni naturali, sostiene che fra questi e
quella intercede un vincolo, che è un adattamento speciale della intelligenza
alle cose: il vero è adattamento conquistato dal pen¬ siero sulla realtà
naturale (« Le integrazioni psichiche e la percezione esterna» 1898 « Le
integrazioni psichiche e la volontà» 1900 «La causa e la legge
nell’interpretazione dell’universo» 1901 «Intorno al valore della scienza» 1907
«Studi di psicologia gnoseologica» 1905-7, oltre a numerosi altri saggi,
soprattutto di psic. e di st. della psic.). Giuseppe Tarozzi (n. 1866), prof,
di fii. a Bologna, occupa in Italia, rispetto alla tradizione storica del
positivismo sistematico, una posizione spiccatamente personale: è stato, e si è
professato sempre, discepolo delI’Ardigò: e del positivismo infatti accetta il
metodo e alcuni fondamentali postulati: la filosofia è anche ricer¬ ca,
perennemente promossa dai risultati della scienza e dallo svi¬ luppo dei
pensiero comune; scienza e filosofia si differenziano non per il metodo bensì
per l’oggetto, e insieme tendono a un fine co¬ mune cioè alla obbiettività, la
quale può essere raggiunta dallo spi¬ rito umano solo entro l'ambito della
categoria quantitativa, onde ha grande valore filosofico lo sforzo di esprimere
il qualitativo in termini quantitativi; la esperienza non è di atti ma di
fatti; non è concreto se non ciò che è sicuramente determinabile nel tempo e
nello spazio. Ma la originalità del T. si è rivelata anzitutto nelle critiche
alle quali egli sottopose il determinismo, ravvisando in questo un residuo
metafisico e un elemento estraneo allo spirito del positi¬ vismo. il suo
indeterminismo, diverso da quelli del Boutroux, del Bergson, del Mach,
congiunge le due concezioni del divenire e della spontaneità del fatto singolo,
senza lasciarsi sedurre dal Xóyo; àgy ò? del finalismo (« Della necessità nel
fatto naturale e umano » 1896-7). Con l’indeterminismo si collega il realismo
gnoseologico, li principio che « la realtà è il fatto della esperienza »
consente una soluzione esauriente della questione relativa alla determinazione
qualitativa e quantitativa della realtà; ma non basta a dar fonda¬ mento alla
persuasione della esistenza della realtà: la conoscenza è contingente, e però
presuppone il reale come altro da se stessa, e implica l’idea della esistenza
come incondizionalità dell’essere rispetto alla conoscenza; da ciò s’inferisce
un reale, di cui tutte le determinazioni appartengono alla esperienza, tranne
una, cioè la esistenza, che le si sottrae. Il reale così inteso sfugge a quella
determinazione del finito che è propria della conoscenza razionale : e però è
l’infinita varietà, che come tale non può essere se non II dinamica: infinito
dev’essere dunque il principio dinamico dell’in- finitamente vario in ciascun
essere che l’esperienza ci presenta come determinato e finito. La contingenza
della conoscenza, da un lato, giustifica la distinzione della conoscenza pura
dalla conoscenza em¬ pirica e quindi il riconoscimento di leggi proprie del
pensiero, dal¬ l’altro, ha in tale distinzione e nella esistenza di queste
leggi la propria riprova. Nella conoscenza pura, intesa come conoscenza
deH’autonomia dello spirito, consiste il fondamento gnoseologico e logico,
dell’idealismo etico. Caratteri dell’idealismo etico sono la coscienza della
libertà dello spirito, la responsabilità, l’impero effet¬ tivo dell’ideale. La
libertà dello spirito, come rivelazione dell’in¬ finito nella coscienza, e
capacità che ha l’uomo di creare il regno della sua umanità morale, non esclude
ma implica la obbligazione, l’impero dell’universale: l’antitesi che sussiste
fra necessario e infi¬ nito, in quanto quello pone un limite che questo
esclude, vien meno, infatti, nella necessità morale, e in essa soltanto, perchè
in essa l’infinito si limita non negandosi, ma rivelandosi. La responsabilità,
in quanto è correlativa alla obbligazione, è responsabilità non soltanto del
male, ma anche del bene, in quanto è indipendente dalla obbliga¬ zione,
trascende i limiti dell’attività del soggetto, onde questi tende ad assumere
sopra di sè il carico del male della umanità intiera. Effettivo è l’impero
dell’ideale, perchè esso come autonomia dello spirito, è, per natura sua, un
fine: ma non può essere fine a se stesso, bensì presup¬ pone un reale
ateleologico che si offre come oggetto e materia al teleo- logismo in cui esso
ideale si esplica; presuppone dunque, nell’ordine degli oggetti, la natura indifferente,
nell’ordine dei valori, l’utile, il regno dell’interesse egoistico, in cui
l’uomo a questa natura indif¬ ferente obbedisce. Moralità è spiritualità, e
spiritualità è successiva trascendenza di fini gli uni rispetto agli altri. Con
il sentimento dell’infinito ha affinità profonda il sentimento estetico:
l’estetica non determina una distinta regione dello spirito, ma si afferma
sovrana, come espressione sintetica della humanitas. La pedagogia idealistica
che risolve la educazione nell’autoeduca¬ zione, ripugna al senso comune: la
educazione dev’essere spiritua¬ listica, perchè promuovere negli educandi il
loro valore propria¬ mente umano, significa avviarli a pensare come vera vita
la loro vita interiore. Nonostante le ragioni profonde di dissenso, la dottrina
del T. appartiene alla storia del positivismo italiano: il suo spirito fervido,
aperto a interessi molteplici, non si ferma appagato sulle posizioni raggiunte,
bensì è portato a rispondere con sintesi sempre più alte e più vaste e logicamente
meglio coerenti, all’esigenze poste dalla fede generosa e sincera nei valori
umani; ma egli non ha mai du¬ bitato che quella rivendicazione morale
dell’energia dello spirito, che è nello spirito suo il bisogno fondamentale
(Gentile), non sia appunto il programma che il positivismo propone a se stesso
e ha virtù di realizzare (Del T„ che finora non ha divulgato in modo
sistematico tutte le idee qui accennate, vedi: « La coltura intellet¬ tuale
contemporanea » 1897 « Ricerche intorno ai fond. della cer¬ tezza raz. » 1899
«Menti e caratteri » «La virtù contemporanea» 1900 « Idee di una scienza del
bene » 1901 « Il contenuto mor. della libertà del n. tempo» 1911 «L’educazione
e la scuola» 1918-21 «Note di estetica sul Par. di Dante» 1922). Anche Erminio
Troilo (n. 1874), prof, di fil. a Padova, operoso cultore della st. della fil.
(« La dottrina della conoscenza nei mod. precursori di Kant» 1904» B. Telesio »
1910 « La fil. di G. Bruno » «Figure e studii di st. della fil.), manifesta,
nella esposizione delle sue vedute teoretiche, il travaglio perenne di uno
spirito che si cerca: tutta la sua feconda attività di scrittore è in¬ fusa di
pathos profondo. Egli riferisce a un’antitetica che si rivela fondamentale
nell’attività dello spirito, il perenne avvicendarsi dei due indirizzi,
positivistico e idealistico: e tende a uscirne con una dottrina, che superando
la unilateralità delle contrastanti vedute, in¬ tegri il positivismo con una
sua propria costruzione teoretica (« Idee e ideali del Pos. » 1909 «Il Pos. e i
diritti dello spirito» 1912). Il suo atteggiamento di calda simpatia per il
sistema dell’Ardigò non gli vieta di criticarne il concetto dell’Indistinto
psicofisico, nel quale ravvisa una pericolosa concessione al dualismo; d’altra
parte, il fenomenismo puro riesce a una finale identificazione con il sog¬
gettivismo idealistico: a questi indirizzi egli oppone lo schietto Monismo
ontologico, la necessità dell’Essere come Dato primo as¬ soluto, assolutamente
autonomo. Monismo ontologico, ma, d’altra parte, dualismo gnoseologico:
nell'Essere, includente in sè quel¬ la forma della Realtà ch’è lo Spirito, la
legge è l’Unità: nel Co¬ noscere, il quale altro non è che funzione, la legge è
la Dualità: cosi organicamente si compongono Immanenza e Trascendenza, spoglie
di ogni residuo metafisico. Ogni filosofia, come espressio¬ ne integrale
teoretica e pratica dello spirito, è filosofia morale, pe¬ dagogia dello
spirito umano: Philosophia sire Vita : la filosofia che non deve limitarsi a
interpetrare il mondo e deve mutarlo, trapassa in storia (« Filosofia, vita,
modernità » 1906 « La con¬ flagrazione » 1918). Il positivismo del Trailo si
determina come Realismo Assoluto : e un Realismo assoluto è anche la dottrina
di Cesare Ranzoli (n. 1876), prof, di SI. teor. a Genova. L’oggetto della
conoscenza non è nè una ima- gine dell’oggetto esterno, nè una creazione del
soggetto, bensi lo stesso oggetto che conosce se stesso, e, conoscendosi, .si
pone come identico a sè e come diverso da sè, come conoscente e conosciuto,
come spirito e come natura (« L’idealismo e la fil. » 1920). Porsi come natura
si¬ gnifica rappresentarsi e « distendersi » in quei rapporti spaziali e
temporali che risultando dalla mutua irreducibilità degli elementi della
conoscenza, e quindi del reale, si possono definire come la visione panoramica
che il reale ha di se stesso («Teoria del tempo e dello spazio» 1923). Lo
spirito costituisce il ritmo supremo del¬ l’esistenza, ossia il limite di quel
processo d’individuazione che rappresenta la legge fondamentale della realtà :
legge che non ha nulla in sè di finalistico, ma esprime al contrario la fusione
del caso con la causalità (« Il caso nel pensiero e nella vita» 1913). Queste
idee sono espresse dal R. in una prosa ch’è sovente un modello di stile
filosofico: anche di lui può dirsi, come del Dandolo, che la natura sobria
dell'ingegno si riflette nella composizione nitida e organica delle dottrine,
ma non vieta di avvivarne efficacemente la espressione con imagini colorite e
vaghe. Ranzoli, in un pregevole saggio sopra « La fortuna di E. Spencer in
Italia» (1904), ha dimostrato che il positivismo no¬ stro mosse i suoi primi
passi sotto la sola guida del Comte e del Littré, ma se n’è staccato ben
presto, attratto dalle ampie formule della filosofia spenceriana, che meglio si
accordavano con la natura del nostro ingegno e delle nostre tradizioni
filosofiche, rappresentate non soltanto dal naturalismo del Rinascimento, ma
anche da quel filone solitario di filosofia sperimentale che si continua
ininterrotto attraverso il Sette e l’Ottocento: il positivismo dello Spencer,
me¬ glio di quello del Comte, aiutò l’ingegno italiano a ritrovare se stesso:
l’Italia di platonica che era, divenne spenceriana, passando per lo hegelismo:
fra questo e il positivismo è l’abisso, ma la scuola hegeliana, dalla quale
uscirono alcuni fra i primi positivisti (Marselli, Villari, Angiulli) annovera
anche pensatori (basti ricordare il Fiorentino) che, rimanendo sul terreno
dello hegelismo, riconob¬ bero, nei limiti della filosofia della natura, il
valore del principio della evoluzione. E il positivismo italiano fu, per molta
parte, evo¬ luzionistico: il fascino esercitato sopra le menti dalla idea di
evo¬ luzione trae il sacerdote giobertiano Gaetano Trezza (1827-92), bene a ciò
preparato dagli studi storici filosofici religiosi, a convertirsi a una
intuizione naturalistica, della quale egli fu il poeta piuttosto che il
filosofo: le sue idee si organizzarono («La critica moderna» 1874) intorno ai
due concetti, della relatività di tutti i fenomeni, onde natura e storia gli
appaiono come una serie di trasformazioni perenni — e. della immanenza delle
leggi cosmiche che sottrae la natura e la storia all’intervento e all’arbitrio
delle volontà trascen¬ denti (Melli). La sintesi spenceriana trovò largo
consenso fra gli scienziati: minor favore incontrò la dottrina
dell’Inconoscibile, combattuta, per opposte ragioni, da hegeliani e da
neo-criticisti, da spiritualisti e da positivisti; ma è manifesta la influenza
dello Spencer sopra quel movimento di pensiero che ebbe per organo la « Rivista
di filosofia scientifica, fondata e diretta da Enrico Morselli (n. 1852), prof,
di psichiatria a Genova. L’opera di lui è soprat¬ tutto notevole per lo sforzo
assiduo di richiamare i filosofi alla scienza e gli scienziati alla filosofia,
combattendo la metafisica an- tiintellettualistica, e reagendo contro io
spirito antifilosofico, mani¬ festato o anche ostentato da molti scienziati
puri. Il M. rappresentò autorevolmente una filosofia monistica ed
evoluzionistica, consape¬ vole della propria funzione sintetica e non ignara
delle proprie in¬ time difficoltà, ma da ciò indotta non a cedervi bensì a
superarle - e una psicologia che si rende conto dei limiti, ma anche del valore
del metodo introspettivo («La fil. mon. in Italia» 1887 « Id. id.» 1904 «
L’evoluz. monistico nella conosc. e nella realtà» 1889 «Il darwinismo e
l’evoluzionismo» 1891 «La psic. scient. o pos. e la reaz. neo-ideal. » 1906
ecc.). Classiche sono le ricerche biopsicoso- ciologiche del M. sul suicidio
(1879). Anche a dire del M. («C. L. e la fil. scient.» 1906), Cesare Lombroso
(1836-1910), prof, di antrop. crim. a Torino, non fu un filosofo: la sua
Weltanschauung è schiettamente materialistica, la sua psicologia è puro
somatisino; ma se si pensa quanta luce è derivata dalle indagini ch’egli compì
o promosse, alla cono¬ scenza delle manifestazioni psicologiche anormali o
supernormali; se si considera quante idee, accolte, quand'egli le mise in
circo¬ lazione, come scandalose o ridicole, sono diventate, quasi insen¬
sibilmente, elementi vitali della comune cultura e hanno agito sopra la
costituzione deila nostra coscienza morale: se infine si pensa alla influenza
che la sua antropologia criminale, ispirata a un rigoroso determinismo bio
sociologico, ha esercitato in tutto il mondo sopra la legislazione penale è
debito di giustizia ricordare l’attinenza dell’opera di lui e de’ suoi
discepoli, con il movimento della filosofia scientifica («L’uomo delinquente»
1878 « L’anthrop. crim.» 1891 «L’uomo di genio» 1888 «Nuovi studi sul genio»
1901-2). Alla negazione del libero arbitrio e alla fondazione .di una dottrina
della imputabilità penale non costituita sopra la responsa¬ bilità morale,
diede opera, con altri, Enrico Ferri (n. 1856), fon¬ dando quella scuola del
diritto penale, o piuttosto della criminolo¬ gia, che fu detta positiva, e che
propugnò lo studio e la conside¬ razione non del delitto, ma del delinquente.
Il Lombroso diffuse in Italia (1869) « La circolazione della vita » di Jacopo
Moleschott (1822-93): questo libro, nel quale il fisiologo olandese, prof, a
Torino, sostenne le proprie vedute materialistiche, ebbe parte notevole nella
ispirazione della dottrina lombrosiana. Al materialismo aderirono o per lo meno
inclinarono molti fra i cul¬ tori delle scienze biologiche : e un tale
indirizzo è manifesto nelle ricerche psico-fisiologiche del tedesco J. Maurizio
Schiff (1823-96), prof, di fisiologia a Firenze («Sulla misura della sensaz. e
del mo¬ vimento» 1869 «La fisica nella filosofia» 1875), del suo discepolo, il
russo Alessandro Herzen (18391906: « Fisiol. e psicol. » 1878 « La condizione
fisica della coscienza » « Della nat. dell’atti¬ vità psich. » «Il moto psich.
e la coscienza » 1879) che nell’« Ana¬ lisi fisiologica del libero arbitrio
umano » (2 a . ed., 1870) illustrò il doppio determinismo, organico e
sociologico, delle azioni umane; e dell’antropologo Giuseppe Sergi (n. 1841),
già prof, a Roma (« Elem. di psic. » 1879 «L’origine dei fenomeni psichici»
1885), studioso anche di problemi pedagogici (« Per l’educazione del carattere
» 1884 «Educazione e istruzione» 1892). Le vedute del Sergi furono impugnate
dall’antropologo Ettore Regalia (1842-1914), sostenitore della tesi che il
dolore è l’antecedente costante e immediato di ogni azione (saggi vari, cinque
raccolti nel voi. « Dolore e azione » 1916). Un altro antropologo, Tito Vignoli
(1827-1915), coltivò la psicologia comparata (animale e etnografica) e genetica
(« Peregri¬ nazioni psicologiche » 1895). L’esclusivismo psicologico nella spiegazione
delle malattie men¬ tali e le ragioni filosofiche che sono poste a suo
fondamento fu¬ rono combattuti dal grande clinico Augusto Murri (n. 1841;
«Noso¬ logia e psicologia» 1924). 6. — Non si staccò dall’indirizzo
materialistico Gabriele Buccola, il quale a Reggio Emilia — dpve sotto la
direzione di Augusto Tamburini, e più recentemente di Giuseppe Guiceiardi,
ebbero grande impulso la psicopatologia e la freniatria — avviò ricerche psico¬
metriche che ebbero larga eco anche all’estero («La legge del tempo nei
fenomeni del pensiero » 1883). Ma scarso è il contributo diret¬ tamente recato
dai filosofi positivisti alla psicologia con ricerche sperimentali, alle quali
attesero prevalentemente seguaci di altri indirizzi o studiosi estranei alla
milizia filosofica. Allo studio spe¬ rimentale delle emozioni contribuì
poderosamente Angelo Mosso, prof, di fisiologia a Torino (1846-1910: «La paura»
1884 «La fa¬ tica» 1891), studioso anche di problemi educativi, il quale aderì
alla teoria Lange-James: a lui e alla sua scuoia (particolarmente al
lombrosiano Mariano Luigi Patrizi, prof, di fisiologia a Modena) è dovuto il
primo impulso alle ricerche di psicologia applicata ai problemi sociali e del
lavoro (psicotecnica). Il nome del Patrizi è legato anche a tentativi d’interpretazione
delle opere d’arte con il sussidio della psicologia positiva («Saggio psico
antropol. su 0. Leopardi» 1895 «Il Caravaggio e la nuova crit. d’arte » 1921)
(1). Zaccaria Treves, scolaro del Mosso, contribuì alle stesse ricerche (per
es. con studi sopra le relazioni fra emozioni e lavoro musco¬ lare) e
particolarmente coltivò le applicazioni della psicologia alla pedagogia e alia
tecnica scolastica, portando modificazioni alla scala metrica del Binet. Al
problema della valutazione della intelligenza, e inoltre agli studi di
psicologia e pedagogia dei deficienti («Edu¬ cazione dei deficienti»1915)si
dedicò Sante De Sanctis, prof, di psicol. a Roma (n. 1862), autore anche di
apprezzate ricerche sopra i sogni (1899). Benemerito della pedagogia correttiva
è Q. C. Fer¬ rari, direttore dal 1905 della Rivista di Psicologia. Angelo
Brofferio (1846-94), prof, di st. della fil. a Milano («La filosofia delle
Upanishadas », postumo), esercitò la propria attività nella sistemazione della
psicologia e, sopra saldo fondamento psi¬ cologico, della gnoseologia
positivistica : si propose il problema della classificazione delle specie della
cognizione, come propedeutico rispetto al problema dell’origine, razionale o
sperimentale, della cognizione, e ridusse le intuizioni, per le quali la
esperienza è resa possibile, alla intuizione fondamentale del numero (unità e
molte¬ plicità), la quale s’integra in quelle della quantità (intensità) e
della qualità; ma di quella intuizione egli illustrò la natura sperimentale: (I)
Scarso è il contributo recato dai positivisti, alla estetica : oltre all’antro¬
pologo Mantegazza, professore a Firenze (« Epicuro » 1891-2), autore anche di
molto fortunati studi sulle emozioni, si può appena ricordare Mario Pilo
(«Estetica» 1894 «Psicologia musicale» 1904) e Adelchi Baratono («Sociol.
estetica» 1899): quest’ultimo, autore anche di lodati «Fondamenti di psicologia
sperimentale» (1906) ha coltivato poi di preferenza la pedagogia, con indirizzo
criticistico. il preteso a priori non è se non la esperienza accumulata della
razza. Il positivismo affermando, in contrasto con il materialismo degli
scienziati, la relatività della cognizione e precludendosi la via alla ricerca
della realtà assoluta, lascia la possibilità di fondare sovra prove morali la
credenza nella esistenza di Dio e di appagare la invincibile aspirazione alla
immortalità. Il B. ravvisò poi nelle espe¬ rienze spiritiche la verificazione
sperimentale di quelle ipotesi che aveva da prima accolte per volontà di
credere («Le specie del¬ l’esperienza » 1884 « Man. di psic. » 1889 « Per lo
spiritismo » 1891). Anche Ettore Galli, lib. doc. a Padova, pone a fondamento
della filosofia la psicologia, analitica e genetica: origine del conoscere è il
sentire, che è fatto biologico. Le leggi della ragione sono le leggi
dell’apprendere; e si apprende quando un fatto di sentire - secondo una legge
dinamica universale - si fonde, in ciò che ha di comune, con virtualità di
sensazioni anteriori: tale processo si ripete in tutte le operazioni del pensiero.
La realtà è tutta relativa al conoscere, e quindi al sentire: dal sentire
nascono così l’io come il non-io. E il sentire è anche base della morale. La
vita, la quale per con¬ servarsi e integrarsi suggerisce agli uomini la
collaborazione e la divisione del lavoro, ha nel dovere un mezzo che poi agli
effetti pratici vien postulato come fine delle azioni. E al dovere s’informa
anche la educazione, in quanto è mossa dall’esigenze della vita («Nel regno del
conoscere e del ragionare» «Alle radici della mo¬ rale» «Nel dominio dell’io»
1919 «Alle soglie della metafisica» 1922). 7. — Dell’attività esplicata
dall’Ardigò, dal Marchesini, dal Ta¬ rozzi come pedagogisti, già si è fatto
cenno. L’indirizzo positivistico ebbe, in generale, grande influenza sopra la
scienza della educazione: e si onora anzitutto del nome di Aristide Gabelli
(1830-91), che professò un positivismo agnostico, combattendo le degenerazioni
materialistiche; ma più che ai problemi speculativi, volse la mente ai problemi
della pratica: propugnò l’applicazione del metodo sperimentale alle scienze
morali, e delineò un’etica utilitaria, fondata sopra l’amor di sè, distinto
daH’amor proprio (« L’uomo e le scienze morali » 1869). Esplicò la sua missione
socratica (Credaro) con la diagnosi severa — condotta da un punto di vista
rigidamente con¬ servatore — dei mali morali del popolo italiano e con la
indica¬ zione del rimedio, che doveva consistere in una educazione diretta a
formare le teste, a bandire l’artifizio, il verbalismo, la retorica, ad assumere
come elementi integranti del carattere idee chiare verificate al paragone della
esperienza: il miglioramento morale è indissolu¬ bilmente legato al progresso
intellettuale: non sussiste contraddizione tra il fine umanistico e l’indirizzo
realistico della educazione («Il metodo d’insegnamento nelle scuole elementari
d'Italia » 1880 « Riordinamento dell’istruzione elementare. Relazione,
Istruzioni e programmi» 1888 «L’istruzione in Italia» 1891). Andrea Angiulli
(1837-90), prof, di ped. a Napoli, reagisce contro l’imperante hegelismo con un
sistema, ispirato alla fede nel valore teoretico e sociale della scienza
positiva, .che è legata con la filo¬ sofia da un vincolo d’interdipendenza:
ripudia l’Inconoscibile e am¬ mette la possibilità, per la virtualità
dell’astrazione, di una metafi¬ sica critica e scientifica, evoluzionistica e
relativistica. La dottrina della evoluzione cosmica informa di sè anche la
morale scientifica progressiva (migliorismo), la quale s’integra con la
cosmologia in una religione nuova: l’A., determinista, ammette negl’individui
an¬ che il determinismo dell’ideale. Ma l’ideale non si realizza se non nella e
per la educazione, intesa non come sempiice adattamento alle condizioni
esistenti, ma come preparazione a nuove conquiste. Tutti i problemi sociali
s’incontrano nel problema pedagogico, che dev’essere risolto teoricamente con
la costituzione della pedagogia sopra fondamento scientifico e filosofico,
praticamente con l’attua¬ zione sua negli ordini della scuola e della vita. Liberale
in politica, l’A. rivendica allo Stato il diritto, che è dovere, d’impartire la
edu¬ cazione nazionale e la istruzione obbligatoria e laica. L’incremento della
cultura femminile deve render possibile che si armonizzino, nella scienza, la
educazione domestica e la pubblica. La istruzione scientifica deve in tutti i
suoi gradi essere animata da spirito filo¬ sofico («La Filosofia e la ricerca
positiva » 1868 «La Ped., lo Stato e la Famiglia» 1876 «La Fil. e la Scuola»
1888). Siciliani, prof, di ped. a Bologna, aspirò a una sistemazione del
positivismo italiano, sulla traccia di Galileo e del Vico e in armonia con
l’evoluzionismo («Sul Rinnovamento della Fil. pos. in Italia» 1871). La sua
pedagogia ha a fondamento la storia della educazione e ne ricava i due
principii della dignità in¬ trinseca della «santa» personalità umana, e
dell’autodidattica (« La Scienza nell’Educ. » 1879 «Rivoluzione e Ped. moderna»
1882). Fornelli, prof, di ped. a Napoli, contribuì a diffondere in Italia la
dottrina herbartiana (« Studi herbartiani » 1913), la quale tuttavia dovette la
sua maggiore fortuna fra noi all’opera di Luigi Credaro (« La Ped. di G. F.
Herbart » 1900): ebbe vivo il senso della importanza del problema pedagogico
nello Stato liberale e propugnò la laicità della scuola che deve trovare nella
scienza il proprio centro. La misura dell’esigenze che si pongono sopra il
fanciullo dev’essere ricavata dalla considerazione non della sua costituzione
psicologica, ma della finalità civile della educa¬ zione. La volontà è
determinata, ma tra i fattori che la determi¬ nano è compresa anche la
individualità: e in ciò la responsabilità trova il proprio fondamento. Fu
sostenitore, nella istruzione secon¬ daria, di un temperato classicismo
(«Educazione moderna» 1884 «L’Insegnamento pubblico ai tempi nostri» 1881
«L'adattamento nell’educazione» 1891). Saverio Francesco De Dominicis, già
prof, dì ped. a Pavia, si è ispirato ai principii dell’evoluzionismo e del
darwinismo («La dottrina dell’evoluzione» 1878-81); ha determinato, in base
alla esperienza naturalistica e storica, i fattori, le leggi, i fini della
educazione, il fondamento e i limiti della sua efficacia, acutamente
analizzando la vita interna della scuola (« Scienza comparata della Educ. »
1907-13), e ha esercitato grande influenza («Linee di Ped. elem. » 1896) sopra
la formazione dei maestri. Giovanni Antonio Colozza (n. 1857), prof, di ped. a
Palermo, concepisce non diversamente dal suo maestro Angiulli la scienza della
educazione nel sistema della filosofia scientifica ed evoluzio¬ nistica
(«Saggio di Ped. comparata» 1885 «La Ped. nei suoi rap¬ porti con la Psic. e le
Se. Soc. » 1903): ma ha temprato il forte e indipendente ingegno nell’analisi
psicologica, nella ricerca del fon¬ damento psicologico della pedagogia, nello
studio di problemi edu¬ cativi e didattici, nella revisione di concetti
comunemente accolti senza discernimento critico: dal ripensamento originale
della dot¬ trina del Rousseau ha tratto conforto alla fede nella virtù del me¬
todo attivo; ha risposto negativamente al quesito se esista la edu¬ cazione dei
sensi («Il giuoco nella psic. e nella ped.» 1895 «Del potere d’inibizione» 1898
«La meditazione» 1903 «Questioni di Ped.» 1911 «Il metodo attivo nell 'Emilio.
Ripensando l ’Emilio » 1912 «La matematica nell’opera educativa» 1915). Guido
Della Valle (n. 1884), prof, di ped. a Napoli, studiò la formazione
dell’autocoscienza, nel riguardo della forma e del conte¬ nuto (« La
Psicogenesi della coscienza », 1905): ma prevale nell’opera sua il gusto delle
vaste costruzioni. La vita umana dà materia alla indagine sperimentale del
lavoro mentale (che è sempre un mezzo), e alla indagine speculativa del Valore
(che è sempre un fine,): donde due dottrine pure (Psicoenergetica, Axiologia) e
due dottrine appli¬ cate (Psicotecnica, Teleologia). Il D. V. può dirsi
positivista, quando ricava « Le Leggi del lavoro mentale » per induzione da
espe¬ rienze, anche originali, e ravvisa nella pedagogia sperimentale un
capitolo della psicotecnica (come la ped. fil. è un capitolo della teleologia).
Ma la sua axiologia realistica lo allontana dal positivismo. I Valori
(esistenziali, logici, estetici, morali, economici) sono rive¬ lati ma non
contenuti dalla coscienza: sono il prodotto di una sin¬ tesi a priori ; possono
esser creduti, ma non dimostrati; sono as¬ soluti, trascendenti, cioè
indipendenti da ogni singola mente e validi potenzialmente, anche se non
intuiti empiricamente da alcuno. Si unificano oggettivamente nella Realtà
assoluta trascendente (Dio), soggettivamente nella coscienza generica assoluta.
L’educazione con¬ siste nella creazione e acquisizione delle varie classi di
valore (« Teoria Gen. e Formale del Valore, come fondamento di una ped. fil.:
Voi. I. Le premesse dell’Axiol. pura» 1916,). Maria Montessori ha coltivato l’«
Antropologia pedago¬ gica », ma il suo nome è soprattutto legato alle Case dei
bam¬ bini, che hanno avuto ampia diffusione anche all’estero e nelle quali il
principio di spontaneità è portato alle sue estreme applicazioni («Il met.
della ped. scient. applicato all’educ. inf. nelle Case dei bambini» 1910 «
L’autoeduc. nelle se. elem. » 1916 «Manuale di ped. scient. » 1920). Giacomo
Tauro (n. 1873), lib. doc. a Roma, autore di un lodato profilo del Pestalozzi,
ha propugnato il metodo positivo ed evoluzionistico nella ped., scient. e
filosofica, della quale ha delineato un piano sistematico (« Introd. alla ped.
gen. * 1906): ha studiato « Il probi, delia coltura nelle sue attinenze con la
scienza e con la scuola» (1911), ha affrontato questioni di ped. applicata,
relative alla educaz. intellettuale (« L’unità mentale e la concentraz. della
istruz. » 1907) e alla formazione del maestro (« La preparaz. degl’in¬ segnanti
elem. e lo studio della ped. » 1920), ha, infine, assunto il silenzio a oggetto
di analisi psicologiche e di ricerche storiche accurate, fermandosi a
considerare il silenzio interiore come mezzo e processo dell’autoeducazione
(«Il Silenzio e l’Educazione dello Spirito» 1922). Per Raffaele Resta (n.
1876), lib. doc. a Roma, realtà propria del vivere umanno è non l’errare a caso
in balia delle contingenze (attualità ,ed eterogenesi dei fini), ma la
conformità dei risultati com¬ plessivi a un piano di svolgimenti progressivi
(persistenza, e omo- genesi dei fini). Occorre perciò (ed è tendenza dell’uomo)
una forma o norma di vita, per la progressiva riduzione dell’ordine naturale e
attuale dello sviluppo umano, secondo l’ordine ideale o finale della vita. Una
tale forma o legge delle realizzazioni umane è la educazione: e questa è, da un
lato, inerente al vivere umano, ma si rivela anche, dall’altro lato, specifica
cioè distinta e originale, in quanto si definisce come legge di maestria, cioè
come il farsi mae¬ stro e far da maestro, mediante una progressiva azione di
corri¬ spondenza delle potenzialità ed inclinazioni del soggetto (ordine
attuale) alle finalità della vita (ordine finale). La educazione è dunque
attività di sforzi perfettivi possibili (legge di convenienza progressiva) che
si trasformano in abilità o autonomia (legge di maestria) del soggetto nei fini
della vita: suo modello dev’essere la personalità più saldamente autarchica
(l’autonomia) nella miglio¬ re realizzazione dell’ordine ideale (Peunomia) «
L’anima del fanciullo e la ped. » 1908 «I probi, fond. della ped. » 1911
«Trattato di Ped. 1 » 1919 « L’educaz. del geografo » 1922. 8 — 11 carattere
umanistico della morale dei positivisti è stato già rilevato. Paolo Raffaello
Troiano, prof, di fil. mor. a Torino, studioso benemerito dell’etica greca,
defini come uma¬ nismo la sua filosofia : umanismo critico e integrale,
distinto dall’uma¬ nismo pragmatistico, perchè tien separate le categorie
gnoseologiche e quelle pratiche. L’uomo è il centro teoretico e appreziativo
del mon¬ do: tutto da lui prende luce e si predica, tutto da lui prende senso e
si avvalora. Fondamento di ogni valutazione è uno spirito individuale, che è
l’unico reale: lo spirito assoluto è impensabile, lo spirito colletti¬ vo una
metafora. Ma nell’individuo esistono pure tendenze collettive e storiche, e
tendenze universali: individualismo e universalismo sono aspetti inseparabili
deH’umanesimo concreto. Ogni etica metafisica è essenzialmente eteronoma e
dogmatica: la concezione subbiettivi- stica dei valori porta a costruire la
morale sopra fondamento psi¬ cologico. Centro della vita psichica, organo dei
valori finali, rego¬ latore supremo della vita è il sentimento, che è il Iato
subbiettivo e vissuto d’ogni fenomeno psichico, e però espressione immediata
dello stato del soggetto: fondamento di una morale autonoma è il sentimento non
come dolore (tendenza) o piacere (fruizione), bensì come sentimento di calma
che rivela lo stato di tregua per la so- disfazione avvenuta e l’armonia di
tutte le tendenze: all’edonismo va sostituito l’alipismo: il senso di tutto il
mondo dello spirito umano è spirito, sospiro o conato di pace, di liberazione
dal do¬ lore. L’umanismo pedagogico assume a fine della educazione la perfetta
formazione degli organi individuali dei valori umani, infor¬ mandoli al sistema
storico della coltura: la educazione deve tendere a sostituire i valori
religiosi con valori spirituali più alti, vincendo la superstizione del divino
con la celebrazione divina dell’umano (« Etilica. I » 1897 « Ricerche
sistematiche per una fil. del costume. I 1900 «La fi!, mor. e i suoi probi,
fond. » 1902 « Le basi dell’uma¬ nismo » 1907 «L’umanismo ped. » 1908»).
L’umanismo etico di Giovanni Cesca (1859-1908), prof, di st. della fil. e di
ped. a Messina, è fondato sul fenomenismo gnoseo¬ logico ed esclude da sè il
trascendentalismo, ma culmina nella concezione di una religione morale e
umanitaria (« La religione morale dell’umanità» 1902 «La Fil. della vita» 1903
« La Fil. del- l’az. » 1908). La religione identificata con la forza della
idealità continuamente aspirante al meglio, viene anche a identificarsi con la
educazione moderna che, distinguendosi dall’addestramento, deve rivolgersi
all’Io profondo dell’educando («Religiosità e ped. mod. » 1908). Il C.
costruisce la pedagogia generale (1900) sopra fonda¬ mento evoluzionistico: il
suo pluralismo critico tende a superare « Le antinomie psicologiche e sociali
della educazione» (1896) nella concezione della educazione stessa come processo
unitario, realiz- zantesi nella concordia di discordi molteplici fattori. In
Erminio Juvalta (n. 1863), prof, di fil. mor. a Torino, è par¬ ticolarmente
viva la consapevolezza della esigenza critica. Non ha scritto molto: ma gli
scritti suoi (« Prolegomeni a una morale distinta dalla metafisica » 1901 « Su
la possibilità e i limiti della morale come scienza» 1907 «II vecchio e il
nuovo problema della morale » 1914 « I limiti del razionalismo etico » 1919)
son tutti il frutto di medita¬ zione severa, promossa da un irresistibile
bisogno di chiarezza che lo trae a rivedere assiduamente non soltanto le soluzioni
dei problemi etici che sono state proposte nel corso della storia, ma anche i
ter¬ mini e la posizione dei problemi stessi. Le esigenze di ordine mo¬ rale
sono fondamentali e decisive nella posizione e nella soluzione dei problemi di
ordine metafisico; e direttamente o indirettamente ne dipendono anche le
questioni filosofiche, che a primo aspetto si presentano come d’interesse
prevalentemente teoretico. È dunque, nonché opportuno, necessario affrontare i
problemi morali indipen¬ dentemente da presupposti di qualsiasi indirizzo
filosofico, implicanti una particolare soluzione dei problemi della realtà e
della conoscenza. Nella scelta fra le diverse intuizioni religiose, o fra i
diversi sistemi filosofici, prevale l’atteggiamento personale della coscienza
morale. Lo J. crede alla possibilità di una scienza normativa etica, ma la fa
consistere in un sistema di relazioni e di leggi, le quali non hanno valore di
norme da seguire, se non nella ipotesi che sia as¬ sunto come fine
quell’effetto o quell’ordine di effetti, del quale esse leggi esprimono le
condizioni e i fattori. Una tale scienza differisce dalle altre scienze
precettive soltanto perchè suppone che al fine suo sia riconosciuto un valore
di universale preferibilità e prece¬ denza sopra ogni altro fine. Perchè la
determinazione delle norme etiche possa dirsi scientifica, si richiede che il
fine sia umana¬ mente possibile, cioè in relazione di dipendenza da una certa
forma di condotta collettiva o individuale (e particolarmente per questa maniera
d’intendere il carattere scientifico della morale, il punto di vista dello J.
si differenzia da quello che ha prevalso tra i positi¬ visti). Perchè le norme
sieno norme etiche, si richiede che sia am¬ messo come postulato che il
riconoscere al fine assunto valore di universale preferibilità e precedenza
rispetto a qualsiasi altro fine umanamente possibile, è una esigenza morale.
L’esigenza caratteri¬ stica di una norma morale (esigenza giustificativa,
diversa dalla esigenza esecutiva, che è relativa ai mezzi di assicurare la
osser¬ vanza della norma stessa) è quella di una universale giustizia; e il
fine che sodisfa a questa esigenza è una forma di società umana tale, che tutti
i socii trovino nelle sue stesse condizioni di esistenza la medesima o equivalente
possibilità esteriore di rivolgere la loro attività alla ricerca di
qualsivoglia dei beni ai quali la convivenza e cooperazione sociale è mezzo.
Allo studio del conflitto fra i criteri fondamentali di valutazione morale, lo
J. ha recato, e ancora promette, notevoli contributi. Francesco Orestano (n.
1873), prof, di st. della fil. a Palermo, ha coltivato la storia della
filosofia e della pedagogia («Der Tu- gendbegriff bei Kant» 1901 «Le idee
fondam. di F. Nietzsche» 1903 «L’originalità di Kant» 1905 « Comenio » «
Angiulli » 1907 «Rosmini» « L. da Vinci») e la filosofia morale (« I Valori
umani» 1907 «La scienza del bene e del male» 1911 « Gravia Levia» 1914
«Prolegomeni alla scienza del bene e del male » 1905 « Pensieri’ » 1923).
Meglio che fra i positivisti, va anno¬ verato fra i seguaci dell’indirizzo
critico. Egli ritiene che il positivismo coerente non possa uscire dalla
descrizione della vita morale: ma la scienza si rivela insufficiente di fronte
alle questioni più essen¬ ziali che la mente umana può proporsi di fronte alla
realtà, e delle quali nell’operare umano è implicita una soluzione : la
esperienza morale, forse tutta la esperienza umana, non rivela al pensiero la
totalità delle condizioni sue: non tutta la realtà è nell’esperienza. 11 progresso
dello spirito è segnato dall’accrescimento dei problemi. D’altra parte l’O. ha
finora soprattutto inteso a costruire sul terreno della esperienza una scienza
del bene e del male, che si limita alla descrizione più economica, cioè più
semplice e più completa, dei rapporti funzionali elementari (espressi
possibilmente nella forma del calcolo) dei fenomeni morali; e ha portato nn
ricco geniale con¬ tributo al problema del valore e della valutazione,
considerato cosi in generale come dal punto di vista etico. Ogni sistema di
vita morale consiste infatti in un complesso di valutazioni, tendenti a
obicttivarsi mediante azioni e a svilupparsi in un sistema di prin- cipii e di
leggi. Ammessa la subbiettività del valore, non per questo se ne assume come
sufficiente la spiegazione psicologica: la co¬ scienza non è che una piccola
sezione della personalità: e quest’ul- tima è coestensiva col sistema della
vita, il quale presenta, nel¬ l’aspetto organico psicologico sociale, una
composizione multipla e pluricentrica. L’unità trascendentale dell’io è un mito
che non spiega nulla. La valutazione è una funzione dell’interesse (che è rea¬
zione totale dell'io): è la coscienza riflessa di uno stato d’interesse
riferito al suo oggetto. Il concetto ontologico del valore non può essere
fondamento della scienza morale, la quale deve adoperare il concetto del valore
come un principio formale di sintesi del¬ l’esperienza morale senza obbedire ad
alcuna intuizione concreta; caratteristico della reazione morale è pertanto il
riferimento di un oggetto particolare d’interesse al concetto fondamentale che
si ha della vita nella totalità de’ suoi scopi: questo concetto è il vero
fondamento di tutt’i giudizi etici: fondamento relativo, ma che una volta
fissato, agisce come principio assoluto. Tale definizione s’in¬ tegra nella
definizione del fatto morale come impiego effettivo, co¬ sciente e volontario
della vita in funzione di un tale concetto uni¬ tario, esplicito o implicito,
di essa: è la vita che pensa e vuole se stessa, che sceglie da sè i suoi propri
modi di essere: il mondo morale è una teleologia in azione. Ma la vita non può
pensarsi nè volersi che socialmente: la personalità sociale è il soggetto della
esperienza etica, la quale presenta cosi due aspetti, sociale e per¬ sonale.
L’O. riconduce tutte le valutazioni a un comune denominatore, la vita, che è la
massima misura umana della realtà e del valore: il valore della vita, poi, è
una funzione dipendente del valqre su¬ premo idealmente concepito: per Luigi
Valli, lib. doc. a Roma, «Il Valore Supremo » (1913) s’identifica con la vita
stessa. La sua teoria generale del valore come simbolo di una corrente
d’impulsi o di volontà concordi in una direzione, mette in luce la legge di
proiezione dei valori, per la quale la coscienza crea ai valori stessi una meta
fittizia, considerando come valore proprio l’ujtima parte consapevole di ogni
processo vitale, e con ciò crea i falsi assoluti della morale, che devono via
via decadere. Valore proprio, rispetto al quale tutti gli altri sono valori
relativi, è soltanto la vita, unico valore vero e perciò supremo, nel quale e
per il quale esistono gli altri valori, compresi i valori conoscitivi che sono
anch’essi valori strumentali della vita. In questa stessa Rivista (III, 2), il
V. ha presentato modificata in senso antiintellettualistico, la teoria della
religione sostenuta nel libro « Il fondamento psicol. della re¬ ligione »
(1904). Zino Zini, lib. doc. a Torino, aderisce, sul terreno della gnoseo¬
logia, al realismo critico: afferma l’intima unità o mutua compene¬ trazione
dello spazio e del tempo, e svolge una teoria dinamica dello spazio, concepito
come emanazione del tempo: la nostra sen¬ sibilità, cioè ia nostra vera vita
spirituale in quanto è formata di rappresentazioni e di sentimenti, d’intuizione
e di volontà, è sog¬ getta alla legge fondamentale del tempo e delio spazio; ma
le con¬ dizioni per cui nella realtà soggettiva sorgono queste forme fonda-
mentali, esistono nella realtà oggettiva, nella natura (« La doppia maschera
dell’universo»). Nel campo della morale, lo Z. haprofessato sempre la
insufficienza dell’empirismo e si è venuto sem¬ pre più accostando (« La morale
al bivio» 1914) alla posizione cri- ticistica, in antitesi con il naturalismo
etico e il determinismo: ma può essere annoverato qui per l’opera data alla
costruzione di una morale logica, la quale sia l’applicazione alla condotta dei
sistemi di cognizioni formulati dalla scienza. Lo Z. ha vigorosamente criti¬
cato la morale religiosa, emotiva ed eteronoma, tutta volta alla espia¬ zione
del passato e alla redenzione dai peccato, e, svelandone il meccanismo
psicologico, l’ha presentata come impedimento alla for¬ mazione della
personalità libera e responsabile (« Il pentimento e la morale ascetica» 1902):
egli ha ricostruito la storia psicologica del sentimento e della idea di «
Giustizia », e studiato il pro¬ blema sociale come problema che è anche morale
e che trova la sua soluzione non nella socializzazione della proprietà, ma
nella partecipazione di tutti alle condizioni di una civiltà superiore (« Pro¬
prietà individuale o proprietà collettiva?» 1902). Scolaro dell’Ardigò e del
Marchesini, Ludovico Limentani (n. 1884), prof, di fil. inor. a Firenze, ha
sostenuto che un’etica indi- pendente dalla metafisica deve abbandonare ogni
pretesa normativa o deontologica: il valore morale si specifica come rapporto
formale fra la coscienza del dovere — la quale si spiega con la costituzione
pluralistica della personalità e della società — e la condotta effet¬ tivamente
praticata: misura del valore morale è lo sforzo, ed è però competente a
giudicarne, in più eminente grado, lo stesso soggetto agente. Dalla valutazione
morale strido sensu vanno distinte come « quasi morali » altre valutazioni, fra
le quali caratteristiche son quelle dipendenti dalla relazione fra la condotta
del soggetto e le aspet¬ tazioni dei socii (« I presupposti formali della
indagine etica » 1912 «La morale della simpatia» 1914 «Moralità e normalità»
1919 «L’onore e la vita morale» 1923). Guglielmo Salvadori (n. 1879), lib. doc.
a Roma, contribuì effica¬ cemente alla diffusione della dottrina
evoluzionistica, con traduzioni di opere dello Spencer e monografie
illustrative (« H. S. e l’opera sua» 1900 «La scienza economica e la teoria
dell’evoluzione. Sag¬ gio sulle teorie econ.-soc. di H. S.» 1901 «L’etica
evoluzionista. Studio sulla fil. mor. di H. S.» 1903); combattè gli errori del
tra¬ sformismo meccanico («Natura, evoluzione e moralità» 1909) ed ebbe a guida
l’evoluzionismo così nel sostituire una spiegazione razionale dei sentimenti
morali alle spiegazioni metafisica e pura¬ mente empirica, rivelatesi
insufficienti ( « Determinaz., classificaz. e spiegaz. dei sent. mor.», 1903),
come nel fondare sopra la conci¬ liazione dell’antitesi essere-divenire, un
concetto positivo del diritto naturale («Das Naturrecht und der
Entwicklungsgedanke» 1905). 9. — Il positivismo italiano già nel suo fondatore,
il Cattaneo, è, sulle orme del Vico, storicismo: Marselli, sco¬ laro del De
Sanctis, dopo avere, ne’ primi suoi lavori di fil. della st. e di estetica,
ormeggiato lo Hegel, provò poi il disgusto dello abuso che gli hegeliani
avevano fatto della Idea astratta e della scienza a priori, e concepì la storia
come la più alta tra le scienze di osservazione, che con lo stesso metodo
adottato dalle scienze naturali, deve rivelarci le manifestazioni della natura
umana e le sue leggi. Il positivismo del M. è una metafisica monistica, che non
oppone lo spirito alla natura, nè risolve questa in quello, ma spiega con la
legge di evoluzione il progresso da una all’altro («La scienza dellastoria»
1873 80 «Le leggi storiche dell’incivilimento», postumo). P. R. Troiano diede
opera alla costituzione de «La storia come scienza sociale» (Voi. I. 1898),
combattendo il concetto dellastoria come opera d’arte. Da apprezzate ricerche
d’etnologia preistorica e protostorica («L’origine degli Indoeuropei» 1903),
condotte sulla traccia luminosa d’intuizioni del Cattaneo, Enrico De Michelis
procedette ad appro¬ fondire il problema della conoscenza storica. Le scienze
di leggi — dalla matematica alla sociologia — e la storia lato sensu, ri¬
spondono a due distinte esigenze del pensiero: le prime hanno per oggetto quei
rapporti condizionalmente necessari delle cose e dei fenomeni che costituiscono
la «Natura»: la seconda riesce invece alla costruzione e rappresentazione del
reale a titolo di « mondo » o «universo». Hanno torto quei positivisti che
vorrebbero sostituire la storia con le scienze di leggi, estendendo a quella il
contenuto logico e il tipo epistematico di queste; ma è anche infondata (o
fondata soltanto sopra un’analisi insufficiente delle categorie sotto le quali
viene pensato il reale come natura, e sovra persistenti ve¬ dute astrattistiche
e sostanzialistiche) la svalutazione del conoscere matematico-naturalistico. Se
la costruzione della storia è il termine d’arrivo di tutto il conoscere, ogni
progresso della conoscenza storica ha per condizione il progredire delle
scienze di leggi; e se queste avessero un valore puramente convenzionale, neanche
la storia po¬ trebbe aspirare a un valore filosofico («II problema delle
scienze storiche» 1914). Giambattista Grassi Bertazzi (n. 1867), prof, di st.
della fil. a Catania, fecondo studioso del pensiero antico, medievale e
moderno, ha avviato ampie ricerche sovra «I presupposti fondamentali della
storia della filosofia. Asturaro, prof, di fil. mor. a Genova, considerò i
problemi morali dal punto di vista dell’evoluzionismo, che, meglio del semplice
associazionismo, offre il modo di conci¬ liare il naturale egoismo con l’ideale
del disinteresse («Saggi di fil. mor.» 1881): si adoperò sopratutto a sistemare
la sociologia me¬ diante la classificazione e seriazione dei fatti sociali :
approfondì la dottrina del metodo delle scienze morali e la dottrina della clas¬
sificazione delle scienze ( « La sociologia, i suoi metodi e le sue sco¬
perte», 2. Ed. 1907). Ma della vastissima letteratura sociologica che dilagò
per l’Italia sul finire dello scorso secolo e nel primo decennio del presente,
non è il caso di far parola: sopra quella emergono per l’austera serietà degli
intendimenti e la rigorosa fe¬ deltà al metodo positivo gli « Elementi di
scienza politica» di Gae¬ tano Mosca ( 2' ed., 1923), prof, di diritto
costituzionale a Roma, (n. 1858) e il «Trattato di sociologia generale» di
Pareto (1848-1923): questi scrittori, se pure non fecero professione di
filosofia, con il loro pensiero robusto e originale esercitarono grandissima
influenza sopra la formazione delle giovani generazioni. Scolaro dell’Ardìgò,
Achille Loria (n. 1857), prof, di economia politica a Torino, sociologo ed
economista dei più eminenti, ricercò un principio che lo guidasse alla
spiegazione organica della vita sociale: non si propose la soluzione di
problemi speculativi, ma intese il materialismo storico come un ferreo
determinismo economico e ne trasse nel modo più intransigente estreme illazioni
(«Le basi economiche della costituzione sociale). Diffuse con parola lucida
colorita efficace la conoscenza del movimento so¬ ciologico contemporaneo («La
sociologia, il suo compito, le sue scuole, i suoi recenti progressi» 1900
«Verso la giustizia sociale » 1904-15). La concezione della storia come
divenire automatico e fatale dei processi economici, e la interpretazione del
materialismo storico come applicazione della filosofia materialistica alla
storia, sono state vi¬ gorosamente combattute da MONDOLFO (si veda), prof, di
st. della fi!, a Bologna. Già Labriola, prof, di fil. mor. a Roma, aveva
sostenuto che il materialismo storico deve fon¬ darsi sopra una dottrina di
attività, sopra la marxista filosofia della praxis: l’uomo non è un essere
passivo e inerte, docile all’azione delle condizioni esistenti: queste, mentre
limitano e ostacolano la sua azione, lo stimolano a volgersi contro di esse per
reagirvi e trasformarle: le condizioni stesse che l’uomo ha create sono da lui,
nel processo della lotta fra le classi, superate e trasformate. Il mar- ximo
del L., contro ogni teoria dei fattori storici, artificiosamente separati ed
entificati, rivendica il principio della unità della vita e della storia
(«Saggi intorno alla concez. mater. della st. » 1895-8). Anche il Mondolfo,
autore di pregevoli saggi di psicologia (* Studi sui tipi rappresentativi»
1909) e di storia della filosofia (« E. B. de Condillac » 1902 « La morale di
Hobbes » 1903 « Le teorie mor. e poi. di Helvétius » 1904 «Il dubbio metodico e
la st. della fil.» 1905 «Il pensiero di R. Ardigò» 1908 «La fil. di G. Bruno
nella interpretaz. di F. Tocco» 1911 « Rousseau nella formaz. della cose, mod.
» 1913 « F. Acri e il suo pensiero» 1914) e studioso di pro¬ blemi pedagogici e
culturali («Libertà della scuola» 1922), inter¬ preta il materialismo storico
come intuizione volontaristica della vita e concezione critico-pratica della
storia (« 11 materialismo stor. di F. Engels» 1912 «Sulle orme di Marx J »
1923). A fondamento della ricostruzione della dottrina sta lo stesso criterio,
per cui la dialettica reale del Marx si opponeva alla dialettica hegeliana
della idea, ossia il principio, derivato dall’umanismo del Feuerbach, che
restituisce all’uomo la sua concreta realtà ed azione nella vita, af¬ fermando
di fronte alla realtà dello spirito la realtà della natura. La conoscenza e la
storia umana si sviluppano in un rapporto dia¬ lettico fra soggetto (bisogni,
aspirazioni, volontà degli uomini) e og¬ getto (condizioni naturali e
storiche): questo si pone come limite, ostacolo e perciò stimolo progressivo
all’attività umana e alle conquiste e creazioni, ch’essa compie nella diuturna
sua lotta, e che si convertono nelle condizioni nuove, alle quali nuovamente
spetterà la funzione di limite e perciò d’impulso a nuovi sforzi di supera¬
mento. In questo volontarismo concreto, che riconosce fra i bisogni umani la
preminente impellenza del bisogno economico, è l’essenza del processo storico
e, insieme, la direttiva di ogni azione aspirante a inserirsi efficacemente
nella storia. Alla conoscenza della dottrina e dell’attività politica degli
estremi partiti rivoluzionari ha contribuito validamente Ettore Gambigliani Zoccoli
(« L’anarchia - Gii agitatori - Le idee - I fatti - 1907), autore anche di
saggi sopra la filosofia dello Schopenhauer e del Nie¬ tzsche e già prof, di
fil. mor. a Catania. 11 - Largo contributo recarono i positivisti agli studi di
filosofia giuridica, nei quali aveva già stampato un’orma profonda Roberto
Ardigò con la sua Sociologia. Uno sforzo di conciliazione fra le dottrine
positivistiche e il criticismo si ravvisa nei tre volumi delle Opere (1908) di
Icilio Vanni (1855-1903), prof, di f. d. d.° a Roma, che assegnò alla fil. del
dir. il triplice problema gnoseologico, fenomenologico, deonto¬ logico: mise in
luce la esigenza gnoseologica implicita nello stesso positivismo conitiano e
illustrò la dottrina etico-giuridica dello Spencer: segnò le linee fondamentali
di un programma critico di sociologia, riconoscendo la caratteristica della
vita sociale nella «storicità-. Le sue Lezioni ebbero grande efficacia sulla
educazione mentale di parecchi giuristi. Piuttosto eclettica che propriamente
positivistica è la dottrina di Giuseppe Carle (1845-1917), prof, di f. d. d.° a
Torino (« La vita del diritto nei suoi rapporti colla vita soc.» 1880 «La F. d.
d°. nello Stato mod. 1902-3), ispirata ai principii dello storicismo. La
necessità di una larga concezione sociologica e storicistica del diritto fu
sostenuta da Biagio Brugi, prof, d’istituz. di d° civ. a Pisa (n. 1855: «
Introduzione enciclopedica alle Se. giur. e soc. 4 » 1907), seguace e
propugnatore dei principii della scuola storica, il quale accolse e illustrò la
dottrina dell’Ardigò ; da Gino Dallari (n. 1872: «La esigenza del posit. crit.
per lo studio fil. del dir. » 1903 « Il pensiero fil. di H. Spencer » 1904 « Il
nuovo contrattualismo nella fil. soc. e giur.» 1911 « F. d. d.° e scienza
storica dell’inci¬ vilimento» 1913); e da Gioele Solari (n. 1872: «La scuola
del di¬ ritto naturale nelle dottrine etico-giuridiche dei sec. XVII e XVIII»
1904 «La idea individ. e la idea soc. nel d°. privato» 1911 «li probi, mor. »
1900), professori di f. d. d°. a Pavia e Torino. Rigoroso positivista fu
Salvatore Fragapane, prof, di f. d. d°. a Bologna (1868-1909), che sostenne
contro il contrattualismo l’unità dell’individuo e del gruppo, dell’idea e del
fatto, della coscienza e della società («Contrattualismo e sociol. contemp. »
1892), applicò al campo della filosofia giuridica il metodo genetico evolutivo
(« Il probi, delle origini del dir. » 1896) e combattè l’eclettismo del Vanni,
negando il compito deontologico della f. d. d.° (« Obbiettò e limiti della f.
d. d.° » 1897-9). Scolaro del Fragapane e illustratore del¬ l’opera del Vanni è
Antonio Falchi (n. 1879), prof, di f. d. d.° a Parma («L’opera di I. Vanni»
1903 «Sulla differenziaz. del diritto dalla mor. » 1904 «Le mod. dottrine
teocratiche» 1908 « I fini dello Stato e la funz. del Potere»), che negò la
legittimità della esigenza metafisica nella f. d. d.° Particolare attenzione
all’aspetto psicologico della fenomenologia giuridica prestò Vincenzo Miceli,
prof, di f. d. d.° a Pisa, che sostenne la riduzione della f. d. d.° per la
parte speculativa alla filosofia morale, e per la parte tecnica alla dottrina
generale del diritto (« Le fonti del d.° dal p. d. v. psichico-soc. » 1905 «
Prin- cipii di F. d. d.° » 1914). Considerarono la vita del diritto da un punto
di vista evoluzio¬ nistico e antropologico Raffaele Schiattarella (1839-1902),
Giuseppe d’Aguanno (1862-1908) e Giuseppe Vadalà Papale (1854-1921), prof, di
f. d. d.° rispettivamente a Palermo, Messina, Catania. Dalla scuola dell’Ardigò
sono usciti Alessandro Grappali e Ales¬ sandro Levi: il primo (n. 1874), prof,
di f. d. d.° a Modena, contri¬ buì alla critica della Sociologia del Maestro
dal punto di vista del materialismo storico (« La genesi soc. del fenomeno
scientifico» 1899), fece conoscere in Italia le principali correnti del
pensiero sociologico straniero (« Saggi di sociologia » 1899 « I fondamenti
giu.el solidarismo » 1914) e assegnò alla sociologia la triplice funzione
critica, sintetica e teleologica («Sociologia e psicologia» 1902). Il Levi (n.
1881), prof, di f. d. d.°a Catania, assegna alla filosofia il compito di
discutere il problema gnoseologico, e conse¬ guentemente intende la f. d.
d.°come logica o gnoseologia del di¬ ritto, differenziato dalla economia e
dall’etica come una distinta forma logica o «guisa» dello spirito umano; assume
come concetto fondamentale dell’ordinamento giuridico, quello di rapporto
giuridico, individuazione della forma logica del diritto, che è l’apprezzamento
delle attività nel loro profilo intersoggettivo: «ubi societas, ibi ius».
(«Contributi ad una teoria fil. dell’ordine giur.» 1914 « F. d. d.°e tecnicismo
giuridico» 1920 «Saggi di teoria del d.° » 1924 « La Fil. poi. di G. Mazzini »
1917). Alfredo Bartolomei (n. 1874), prof, di f. d. d.° a Napoli, in un saggio
giovanile discusse, alla stregua di una metafisica monistica e apprezzò con
equanimità e acume « I principii fondam. dell’etica di R. Ardigò e le dottrine
della fi], scientifica » 1900, ma il suo ul¬ teriore pensiero si svolse in
direzione piuttosto criticistica che non positivistica. Benvenuto Donati (n.
1883), prof, di f. d. d.° a Macerata, ha portato contributi allo studio del
diritto come fenomeno, e si è poi rivolto specialmente alle ricerche storiche,
rendendosi benemerito degli studi vichiani («Interesse e attività giuridica»
1909 «11 so¬ cialismo giur. e la riforma del d.° » 1910 « Il rispetto della
legge dinanzi al principio di autorità. Critica alla Fil. civ. di Hobbes » 1919
«Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi » 1921 « Es¬ senza e finalità
della scienza del d° » 1924). Roberto Vacca ha tracciato le linee di un
programma di f. d. d.° sulla base del metodo sperimentale («Il d.°
sperimentale» 1923). 12. — Il positivismo fu portato naturalmente a contribuire
a quel movimento che può definirsi di filosofia della scienza. Positivistico è
l'atteggiamento assunto nel suo libro «Scienza e opinioni» da Bernardino
Varisco (n. 1850), prof, di fil. a Roma, il quale non potrebbe esser annoverato
oggi più tra i positivisti, dopo la revi¬ sione e le integrazioni alle quali è
stato indotto dal suo indomito spirito di ricerca. Il V. distingue
assolutamente pensiero e realtà. Questa si compone d’infiniti corpuscoli,
estesi ma fisicamente in¬ divisibili, dotati di proprietà psico-fisiche.
Fisicamente, i corpuscoli si muovono e all’occasione si urtano; e, quantunque
duri, negli urti si comportano come se fossero elastici. La fisica del V. si
riduce integralmente a una meccanica, sul genere di quella del P. Secchi:
l’accadere fisico è quello che ha luogo tra i corpuscoli, mentre l’accadere
psichico è provocato, In ogni corpuscolo, degli urli a cui va soggetto. Non
esistono mentalità indipendenti dal fatto del nostro pensare (il V. mantiene
anche oggi questo suo concetto, che per altro ha reso più coerente). L’esigenza
del nostro pensiero non è se non l’esigenza causale dei fatti psichici che lo
costituiscono, Ciascun fatto psichico (separatamente preso) è insieme una
forza, e un conoscere affatto embrionale, ma certo assolutamente. Quello che è
vero va distinto da quello che consta. P. es.: consta che C è conseguenza
necessaria di P; consta che il remo nell’acqua si vede spezzato. Ma C non è
vera che sotto condizione; e che il remo sia spezzato, non è punto- vero.
Quello che consta non è dun¬ que vero, in generale, che relativamente; peraltro
è un vero noto e certo. Al di là di quello che consta c’è un vero assoluto (p.
es., la dipendenza necessaria di C da P è assolutamente vera), che può essere
in parte ignoto, o non conosciuto con certezza. Per giungere alla cognizione
del vero assoluto, è necessario che ci fondiamo su quello che consta. E a ciò
si riduce quello, che dal V. fu chiamato il suo positivismo: constano soltanto
le conclusioni delle scienze positive (dimostrative, secondo Galileo, il quale
riteneva opinabili tutte le altre dottrine). Fine della
filosofia,secondoilV.,ilqualeinpropositononmutò molto le sue opinioni, è la
discussione del problema, se oltre alla natura psico-fisica ci sia o non ci sia
un soprannaturale, cioè se la religione sia o non sia giustificata. Ed egli
rispondeva allora che alla riflessione il soprannaturale non può constare; il
sentimento del soprannaturale, qualunque ne sia il va¬ lore oggettivo, non può
essere tradotto in cognizione distinta, non può servire di fondamento alla costruzione
del sapere. 1 nomi di Federigo Enriques e di Eugenio Rignano si trovano
associati nell’impresa di promuovere con la rivista « Scientia > (fon¬ data
nel 1907 e tuttora fiorente sotto la direzione del R.) la coor¬ dinazione del
lavoro scientifico, la critica dei metodi e delle teo¬ rie, e di affermare un
apprezzamento più largo dei problemi della scienza. «Problemi della scienza»
s’intitola il libro (1906) con il quale l’E. (n. 1871), matematico di fama già
mondiale, si annunziò come rappresentante di un positivismo che può dirsi
critico, domi¬ nato come tale, dalla consapevolezza della esigenza
gnoseologica. La teoria della conoscenza, sostenuta dall’E., deriva dall’esame
della scienza, non accettata dogmaticamente ma investigata nelle sue origini e nel
suo significato: ed è ben giustificata la definizione della sua costruzione
come positivismo critico: l’E. infatti elimina il dua¬ lismo di assoluto e
relativo, sostanza e fenomeno — rappresenta il lavoro scientifico come un
progresso senza fine, perchè sono senza fine i rapporti che legano fra loro le
cose, e il concatena¬ mento delle cause naturali: e questo progresso concepisce
come procedimento di approssimazioni successive, dove dalle deduzioni
parzialmente verificate e dalle contraddizioni eliminanti l’errore delle
ipotesi implicite, sorgono nuove induzioni più precise, più probabili, più
estese — ricerca la origine empirica delle concezioni metafisiche, alle quali
può attribuirsi soltanto il valore d’ipotesi, capaci talora di preparare
scoperte e teorie scientifiche — fa oggetto di studio il fondamento psicologico
e il contenuto sperimentale delle supreme categorie logiche — opera una
revisione delle stesse dottrine posi¬ tivistiche, con il fine di escluderne i
residui metafisici assume come criterio della verità la esperienza, la quale
dimostra se sussista o meno l’accordo fra l’elemento subiettivo della
previsione e l’ele¬ mento obbiettivo della realtà riconosce come dati immediati
della realtà non le sensazioni pure, ma piuttosto i rapporti fra sensazioni e
volizioni che condizionano le nostre aspettative, e ne esprimono gl’invarianti
elementari — riconosce pertanto che la nostra credenza a qualcosa di reale
suppone un insieme di sensazioni che invaria¬ bilmente susseguono a certe
condizioni volontariamente disposte — riesce con la definizione del reale come
invariante della corri¬ spondenza fra volizioni e sensazioni a unificare,
contro le teorie della scienza, nominalistiche e convenzionalistiche, la
comprensione del «fatto bruto» e quella del «fatto scientifico». Tutta l’opera
dell’E. è ispirata alla fede razionale nel valore della scienza e al principio
della continuità e interdipendenza di scienza e filosofia. Nella valutazione
del contrasto « razionalismo-storicismo » il pen¬ siero dell’E. va sempre più
evolvendosi nel senso del razionalismo, ch’egli cerca tuttavia di comporre con
l’empirismo da un lato e con lo storicismo dall’altro («Scienza è razionalismo»
1912 «Per la storia della logica » 1922). Rignano, lib. doc. a Pavia, ha
coltivato gli studi sociologici biologici psicologici: ha esposto criticamente
la sociologia comtiana, soprattutto dal punto di vista metodologico («Là
sociol. nel Corso di Fil. pos. di A. C. » 1904): ha spiegato il meccanismo di
trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti con una ipotesi ontogenetica,
che rende conto dei fatti recati a favore così del preforniismo come della
epigenesi. L’altra ipotesi sussidia¬ ria suH’accutnulazione specifica, che
sarebbe la proprietà fondamen¬ tale ed esclusiva della energia nervosa, base
della vita, spiega i feno¬ meni mnemonici propriamente detti e la proprietà
mnemonica della sostanza vivente in generale. Così la ipotesi centroepigenetica
rientra fra le teorie delio sviluppo, ed è fornito un modello energetico, ca¬
pace di dare una idea della natura intima della vita («Sulla tra¬ smissibilità
dei caratteri acquisiti). Hanno origine e natura mnemonica anche le tendenze
affettive (« Essais de synthèse scien- tifique» 1912). L’analisi del
ragionamento, cioè del più complesso tra i fatti psichici, porta a studiare gli
altri fatti, sempre meno com¬ plessi, che lo costituiscono, fino ai due più
elementari, che dànno luogo a tutti gli altri: da un lato, cioè, sensazioni ed
evocazioni sensoriali, dall’altro, tendenze affettive (« Psicologia del
ragiona¬ mento » 1920). Così la sola proprietà mnemonica spiega e unifica tutte
le manifestazioni finalistiche della vita, dalla ontogenesi e dal
preadattamento anatomo-fisiologico ali’ambiente, fino agl’istinti più complessi
e alle più alte manifestazioni del pensiero (« La memoria biologica » 1922). I
nomi del Varisco, dell’Enriques e del Rignano mostrano come il pensiero
italiano abbia preso parte attiva a quel movimento di re¬ visione critica della
scienza, che è una delle caratteristiche più no¬ tevoli del pensiero
contemporaneo. Ma non debbo dimenticare — pur vedendomi costretto, per non
esorbitare dai limiti del mio tema, a un accenno sommario e pur troppo
insufficiente — l’opera di Giu¬ seppe Peano (« Calcolo geometrico » 1888 « 1
principii di Geome¬ tria logicamente esposti » 1889) e de’ suoi discepoli Mario
Pieri, Alessandro Padoa, Cesare Burali-Forti, la quale tanto ha contri¬ buito a
dare alla matematica una rigorosa sistemazione logico-de¬ duttiva, con tendenza
nominalistica, escludendo qualsiasi appello all'intuizione. E vuol essere anche
ricordato il valore logico e filo¬ sofico che, partendo dagl’insegnamenti del
Peano e di Antonio Gar- basso (« Fisica d’oggi. Filosofia di domani » 1910),
Annibaie Pastore, prof, di fil. teor. a Torino, ha dato alla logica-matematica
e alla teoria dei modelli meccanici (« Sopra una teoria della scienza » 1903 «
Logica formale dedotta dalla consideraz. di modelli meccanici » 1906 «Del nuovo
aspetto della scienza e della fil.» 1907 «Sillogi¬ smo e proporzione» 1910 «Il
pensiero puro» 1913 «Il problema della causalità» 1921). Il calcolo logico,
secondo il P., non è che uno degl’infiniti modelli con cui si può rappresentare
l’ordine dei fenomeni e prevederli; e tutti sono immagini o simboli equivalenti
dell’infinita verità. Ma nelle sue ultime opere il P., superando la posizione
di questo suo iniziale nominalismo, accenna ad orientarsi verso unaforma di
panlogismo. 13. — Al positivismo — anzi al positivismo più rigoroso ed estremo
— va pure ascritta la « filosofia scettica » di Giuseppe Rensi (n. 1871), prof,
di fil. mor. a Genova, pensatore fervido, scrit¬ tore suggestivo, polemista
animoso. Egli muove in tutt’i suoi libri principali una vivace battaglia contro
l’idealismo assoluto, negando radicalmente ogni assolutezza delle forme o
attività spirituali, e so¬ stenendo che nell’ambito della sfera della pura
ragione (in quanto cioè la pura ragione, o lo spirito, costruisca cavando
esclusivamente dal proprio fondo, a priori, e si concepisca non come determinata
dal fatto, dal dato, ma come generante essa l’oggetto) impera so¬ vrana e
invincibile l’antinomica ossia lo scetticismo. Ma, quindi, cer¬ tezza v’è solo
nella constatazione sensibile del fenomeno come tale, e a questa certezza è
parallelo l’accordo universale, in ciò, delle menti. Comincia il regno
dell’incertezza, della mera opinione, e quindi della fantasia (e perciò in un
certo senso dell’arte) quando si vuole salire oltre la constatazione del
fenomeno per interpretarlo. Dunque, o la filosofia è la constatazione del
fenomeno, ed è posi¬ tivismo e scienza; o è l'interpretazione di esso, ed è
mera espres¬ sione d'impressioni, cioè arte, e, dal punto di vista del sapere,
scet¬ ticismo (« Lineamenti di Fil. scettica » 1919). Di conseguenza, an¬ che
nel campo pratico, morale e diritto non sono costruzioni razio¬ nali che lo
spirito cavi con apodittica assolutezza dal proprio fondo, ma sono determinati,
qua e là variamente, dalla «Autorità» del fatto esteriore, come il positivismo
sofistico e quello hobbesiano avevano scorto («Il diritto», ib. «Filosofia
dell’Autorità» 1920 «Introduzione alla scepsi etica» 1921). Anche l’estetica è,
come forma a priori dello spirito, nient’altro che scepsi estetica (« La scepsi
estetica» 1919) e come «bello» non può valere se non la valutazione di fatto
che pronuncia il gruppo sociale o la specie. Negli ultimi suoi scritti
(«L'irrazionale, il lavoro, l’amore» 1923 « Interiora Rerum » « Realismo »
1924) il R. accentua i caratteri rea¬ listici e nello stesso tempo pessimistici
del suo scetticismo. Non come positivista, ma come scettico, vuol essere qui
ricordato Levi, prof, di st. d. fil. a Pavia e operoso cultore della st. d.
fil. ant. (« Il concetto del tempo nei suoi rap¬ porti coi probi, dell’essere e
del divenire nella fil. gr. sino a Pla¬ tone» 1910 « Id. nella fil. di Platone»
1920 «Sulle interpretaz. immanentistiche della fil. di PI.» 1920), mod. («La
fil. di Berke¬ ley» 1922) e conteinp. (« L’indeterminismo nella fil. frane,
contemp. » 1904 ecc.). Il L. («Sceptiea*) rappresenta un radicale scettici¬ smo
che eliminando da sè ogni elemento dommatico, sfugge alla consueta accusa
d’intima contraddizione. Tutte le metafisiche, com¬ preso l’idealismo assoluto,
si fondano sopra una concezione reali¬ stica, che, in quanto voglia rispondere
a esigenze non pratiche ma puramente teoretiche, è senza giustificazione, anzi
in contrasto con il presupposto fondamentale del conoscere (costituito dal mio
io pensante): tutte - dico — fuorché una, il solipsismo, che da que¬ sto
presupposto direttamente deriva, e che, sebbene criticabile per¬ chè includente
innegabili irrazionalità, è fra tutte la più plausibile. Contro il positivismo,
il solipsismo sostiene che il dato dell’espe¬ rienza esige una interpretazione
del pensiero, e però non ha valore per sè. L’estetica del L. («La fantasia
estetica» 1913) si riassume nella tesi che « l’opera d’arte nasce dal mistero,
ha caratteri non determinabili completamente ed esaurientemente e suscita in
chi la con¬ templa uno stato particolarissimo, irreducibile e non del tutto
defi¬ nibile ». 14 — In Sicilia il positivismo si presenta con aspetti
caratteri¬ stici nella filosofia dell’identità di Corleo, prof, di fil. mor. a
Palermo, e nel radicale empirismo di Cosmo Guastella (1854-1922), prof, di fil.
teor. a Palermo. Nel C., positivistico è il metodo, o il punto di partenza: ma
egli con la pura osservazione dei fatti e senza nulla presupporre vuol giungere
alla metafisica e a conclusioni eminentemente razionali¬ stiche. Non vi è
qualità la quale non si riduca a quantità, e questa riduzione che è il compito
della scienza, rende possibile la costru¬ zione di una filosofia che adegui la
esattezza della matematica. Il C. ha una concezione atomistica della vita
psicologica: dalle per¬ cezioni — che sono gli atti primordiali del pensiero,
e, presentandosi come in parte identiche, in parte non identiche fra loro, sono
tutte complessi, identici con la somma delle parti — risultano l’a¬ nalisi e la
sintesi spontanee, che operano sopra le percezioni stesse, onde i punti simili
di queste si presentano similmente, e i punti per cui si differenziano si
separano naturalmente: così si spiegano le formazioni mentali superiori. Lo
stesso fondamentale assioma della identità non è dunque che un dato della
esperienza, emer¬ gente dalla osservazione del fatto del pensiero: ma è un tale
dato che consente di trovare nell’empirico l’assoluto, perchè assoluto è che
identicamente apparisca ciò che identicamente apparisce. La noologia del C. è
per un verso psicologia empirica: ma per l’altro verso è, in quanto la sua
psicologia è piuttosto una schematizza¬ zione matematica di esperienze
psicologiche, anche logica e gnoseo¬ logia. La esperienza si eleva al grado di
concetto per virtù della legge di priorizzazione, onde gli elementi costanti
della rappresentazione di un oggetto «prendono il davanti», diventando tipo e
norma de¬ gli altri, e quel che vieti dopo, o si assimila a ciò che precedette
e riproduce quegli elementi costanti, o non si assimila e non li ri¬ produce:
qui è la fonte della universalità e della necessità: ma i giudizi si fondano
tutti sull’analisi del fatto o del concetto e sul riconoscimento d’un’identità
parziale o totale: non esistono giudizi sintetici a priori. Alla stregua del
principio d’identità il C. esamina e critica le idee madri (categorie) e
procede a rettificare e giusti¬ ficare, contro i positivisti, le idee della
metafisica, da quella di atomo a quella di Dio, mostrando che esse hanno pure
fondamento posi¬ tivo e valore obiettivo, perchè sono composte con elementi presi
dalla esperienza mediante l’astrazione e la sintesi degli astratti (« Fil.
univ. » 1860-3 «Il sistema della fil. univ. ovvero la fil. dell’iden¬ tità»
1880). Guastella procede sulle orme del Mill, sforzandosi di ridurre il
pensiero di lui a maggior coerenza, e professa un assoluto no¬ minalismo. Il
suo sistema nell’aspetto ontologico, è un fenomenismo radicale (esse est
percipi) e, nell’aspetto logico, psicologico e gno¬ seologico, un non meno
radicale empirismo. Fenomenismo, perchè questa dottrina non afferma niente, nè
come conosciuto nè come inconoscibile, ai di là del mondo empirico,
intendendosi per mondo empirico l’insieme dei fatti di cui si ha esperienza o
che s’inferi¬ scono da questi in virtù della generalizzazione dei rapporti
costanti osservati fra di essi, ed essendo esso null’altro che la stessa espe¬
rienza. Empirismo, cioè una dottrina sul criterio della verità, che tra i
motivi delle nostre affermazioni — di quelle che non sono semplici atti di
memoria o comparazione — non ammette come legit¬ timo che la induzione, e
respinge come illegittimi l’evidenza intrin¬ seca (non confermata
dall’induzione) e l’influenza della passione e della volontà. Il pensiero ha
natura sensibile, e non è costituito se non da imagini concrete e particolari:
non esistono giudizi a priori : tutte le nostre proposizioni sono affermazione
o negazione della esistenza di certi fatti particolari. Anche le nozioni di
causa (notevole la critica dissolvente del concetto di causa efficiente) e di
sostanza derivano daglielementi del senso. Non si può affermare altra esi¬
stenza che quella dei fenomeni: fenomeni interni o subbiettivi nei quali si
risolve il Me, fenomeni della natura esteriore, che si risolvono in sensazioni
reali o possibili: non vi è altra scienza pos¬ sibile che quella delle
uniformità di successione, coesistenza, somi¬ glianza tra i fenomeni. E il
fenomeno è il fatto dell’esperienza, e non esiste se non in quanto se ne ha
esperienza: ma questa cono¬ scenza fenomenica è completa e assoluta. Anche la
credenza nella esistenza degli altri soggetti ha fondamento nella esperienza,
che dà cosi la via di sfuggire al solipsismo. Il postulato della cor¬
rispondenza tra spirito e realtà deve essere ammesso come obbiet¬ tivamente
valido, senza uopo di prova, perchè esso è anzi impli¬ cito in ogni prova, e
non si potrebbe contestarlo senza rinunziare all’uso del pensiero: rientra, in
sostanza, nel postulato universale, che noi dobbiamo aver fiducia nelle nostre
facoltà. La parte più originale della dottrina dei G. è la Filosofia della
Metafisica, cioè la ricerca del fondamento psicologico delle costru¬ zioni
metafisiche e la dimostrazione del loro carattere illusorio. Quel fatto che è
la metafisica, richiede di essere spiegato: come nasce la tendenza
irresistibile a trascendere la esperienza, e come si de¬ terminano le varie
forme sotto cui ci apparisce questo preteso al di là dei fenomeni? Tale
tendenza è tutt’uno con quella che porta ad assimilare tutti i fenomeni e tutte
le idee che ci formiamo su di essi ai fenomeni, e alle idee sui fenomeni, che
ci sono più familiari: particolarmente ai fenomeni dell’azione della volontà
sul nostro corpo — donde la filosofia volizionale — e del movimento per urto —
donde la filosofia meccanica o impulsionistica («Saggi sulla teoria della con.
I. Sui limiti e l’ogg. della con. a priori 1897. II. Fil. della Metafisica
1905» «Le ragioni del fenomenismo» 1921-3). Non era mio compito considerare le
relazioni del positivismo italiano con le filosofie ch’esso trovò già
vigoreggianti al suo primo manifestarsi, e con le altre correnti che
successivamente, in antitesi o in continuità con esso, hanno avuto o'ritrovato
fortuna tra noi. La precedente rassegna analitica basta a dimostrare la
profondità, l’ampiezza, la fecondità di un movimento che scaturisce da una
necessità, immanente allo spirito umano. Fin dal suo ap¬ parire il positivismo
fu accompagnato in Malia con i segni aperti di una ostilità che non ha
disarmato mai : è leggenda tanto più insistentemente ripetuta quanto più
esaurientemente sfatata — ch’esso abbia mai ottenuto il predominio
nell’insegnamento superiore o aspirato a esercitarvi una tirannica dittatura.
Ha tenacemente resi¬ stito all’imperversare di polemiche, le quali hanno
sovente trasceso i limiti segnati alla critica onesta e serena, mossa
unicamente da zelo di verità. Seguendo la traccia di Roberto Ardigò, e trovando
in sè la virtù di reagire contro la tendenza al semplicismo e al rozzo
empirismo, è venuto progressivamente interiorizzandosi e af¬ finando in sè il
senso della esigenza storica e critica: inflessi- bile nel rivendicare alla
filosofia la stffi autonomia e la sua distinta funzione, ha tenuto fede al
patto di alleanza con la scienza, stretto sul fondamento della unità di metodo
: e non è certamente questa la sua minore benemerenza verso la cultura
nazionale. Firenze, R. Università. Dice MASNOVO (si veda) in “IL NEOTOMISMO IN
ITALIA” che nel tracciare in poche pagine le vicende del TOMISMO (AQUINO (si
veda)) italiano ferma l’attenzione piuttosto sulle situazioni che sugl’uomini:
la quale cosa, se torna utile sempre nella storia della filosofia, molto più
torna utile quando il periodo a cui si guarda è abbastanza recente. Le ragioni
sono di prima evidenza. Entriamo in argomento. Non ò possibile caratterizzare
secondo verità l’AQUINO AQUINISMO senza prima formarsi un’idea esatta dell’AQUINO
AQUINISMO anteriore. Certo le scuole domenicane italiane mantenneno sempre in
qualche efficenza il loro AQUINO (si veda) AQUINISMO e prima e dopo.
Nonpertanto se l’AQUINISMO d’AQUINO italiano s’afferma vivamente e
risolutamente e via via negli anni successivi, ciò è dovuto principalmente al
canonico piacentino BUZZETTI (si veda), le cui lezioni sono già diffuse in
manoscritti per l’Italia, e i cui scolari avevano già iniziato all’AQUINISMO
d’Aquino, più o meno fortunatamente, TAPARELLI (si veda), LIBERATORE (si veda) e
tant’altri dentro e fuori della compagnia di Gesù. PECCI (si veda) a Perugia è
certamente sotto, l’influsso di Sordi, piacentino e scolaro di Buzzetti: è
lecito pensare il medesimo del canonico napoletano Gaetano Sanseverino (3). (1)
A. Masnovo, Il Neotomismo in Italia, p. 129. (Società Editrice « Vita e
Pensiero», Milano, 1924). (2) Cfr. «L’amico d’Italia», anno IV, Torino, 1825,
voi. Vii, p. 200. Quivi Don Carlo Gazola, tessendo l’elogio In morte dello zio
Vincenzo Buzzetti, ci fa sapere che lo zio « tracciò egli un corso breve di
filosofia, che tiensi nel seminario vescovile di Piacenza e nelle pubbliche
scuole di Reggio e in quelle di Napoli; filosofia in che null’altro difetto
ritrovasi fuor quello di sommamen¬ te piacere a tutti i giovani d’ingegno». (3)
A. Masnovo, Il Neotomismo in Italia. Buzzetti rimetteva a nuovo il tomismo,
consapevolmente o no, sotto la spinta del movimento romantico, e l’inseriva,
certo consapevolmente, nella reazione che, tra la fine del 1700 e l’inizio del
1800, si scatenava anche in Italia, compreso il ducato di Parma, avverso
l’empirismo del Locke e il sensismo del Condillac. Anzi si può e si deve dire
che in Italia il Buzzetti è (cronologica¬ mente almeno) il primo grande
rappresentante della reazione anti- sensistica. Certo non può venire in gara
col Buzzetti il Rosmini, la cui attività letteraria comincia quando il Buzzetti
è morto (1824). Quanto al Galluppi la sua reazione all’empirismo data dal 1819:
anno nel quale egli inizia la pubblicazione del «Saggio filosofico sulla
critica della conoscenza... (1)». Or noi sappiamo che prima del 1816 il
Buzzetti professava il suo battagliero tomismo in con¬ trasto al sensismo.
Infatti il P. Serafino Sordi, entrato nella Compagnia di Gesù verso la fine del
1816 (2), aveva già seguito il corso tomi¬ stico dettato nel Seminario di
Piacenza sotto l’ispirazione del Buzzetti. Questo tomismo, per cosi dire,
buzzettiano, che riprende non già come un effimero capriccio ma come sforzo e
forza davvero vitali, e che, col Sordi e col Taparelli col Liberatore e col
Sanseverino, si svolge perennemente a contatto del pensiero e delle preoccupa¬
zione ambienti, a che punto trovasi del suo svolgimento nel decen¬ nio
1870-1880? A questa dimanda risposi ampiamente in altra cir¬ costanza (3). Qui
basti ricordare che il Liberatore nel 1858 aveva già scritto i due volumi «
Della conoscenza intellettuale » destinati ad affermare la dottrina tomistica
della conoscenza frammezzo alle opposte correnti del tradizionalismo,
dell’ontologismo e del rosmi- nianesimo; che nel 1875 aveva terminato il
trattato «Dell’uomo» risultante dei due volumi «Del composto umano» già
pubblicato nel 1862 e dell’« Anima »; che fin dal 1860 aveva impresso alle sue
« Institutiones » l’indirizzo decisamente tomistico (4), svolgendovi la
metafisica generale e la speciale. Quanto al Sanseverino, egli 0) L’opuscolo
galluppiano «Dell’analisi e della sintesi», scritto fino dal 1807, prescindeva
dall’origine semplicemente sensistica o no delle idee che en¬ trano a formare
le nostre conoscenze ossia i nostri giudizi (Galluppi, Saggio filosofico. . .,
Libro 1, c. Il, paragr. 37 e ss.). (2) A. Masnovo, // Neotomismo in Italia. Masnovo,
Il Neotomismo in Italia, p. 115. (4) Cfr. «Institutiones Philophiae .. Romae,
Typis Civilitatis Catholicae, 1869. Quivi da pag. 3 a p. G è riportata la
prefazione dell’edizione del 1860; la quale prefazione appunto ci avverte del
deciso indirizzo tomistico che ormai assumono le «Institutiones» liberatoriane.
E l'avvertimento non è disdetto dall’opera. era sceso prematuramente sì nel
sepolcro il 1865 a soli 54 anni, ma ci aveva lasciato di suo « I principali
sistemi della filosofia sul criterio», e la monumentale « Pliilosophia Christiana
cum antiqua et nova comparata (1) ». Non occorrono aggiunte per convincersi
che, mentre il decennio 1870-1880 fila i suoi giorni, la restaurazione del
tomismo quanto a metafisica, cioè per la sua parte capitale, è già un fatto
compiuto. Il dualismo di Dio immobile e del mondo diveniente, nonché l’altro
dualismo di potenza e di atto in ogni cosa creata e più precisa- mente di
materia e di forma nelle cose corporee, il Neotomismo li ha già affermati
risolutamente. Di più il Ncotomismo ha già ap¬ plicato l’ilemorfismo ai viventi
in genere (dove la forma è l’anima) e in particolare al composto umano che è
una unità sostanziale vivificata da un’anima sussistente, spirituale,
immortale. A proposito della cognizione umana il Ncotomismo ha già proclamato
l’irridu¬ cibilità della medesima a semplice risultato di senzazioni, e insieme
riconosciuto per ciascun uomo la necessità dell'intervento di un proprio e
intimo principio spirituale (l’intelletto agente) affine di universalizzare il
dato del senso. I principii poi onde si svolge la vita conoscitiva dominano
soggetto ed oggetto. Passando dall’ordine speculativo a quello pratico, Dio
(ben inteso, personale e trascen¬ dente) è già stato proclamato fonte del
dovere nella vita morale e fonte dell’autorità nella vita sociale. Ma il
Neotomismo italiano del periodo 1870-1880 oltre a tro¬ varsi dinnanzi a la
metafisica dell’Aquinate, già restaurata, ha piena consapevolezza della cosa.
Nel 1875 sulla Civiltà Cattolica (2) il Liberatore dichiara che « rimessa oggimai
in onore la vera metafi¬ sica, è mestieri porre in armonia con essa la scienza
fisica»; pa¬ rimenti nel 1875 lo stesso Liberatore nell’ultima pagina del suo «
Dell’anima umana » ripete che « la vittoria per ciò che riguarda la parte
metafisica sembra assicurata massimamente dopo che il movimento ristoratore
dall’Italia si propagò nella Francia, nella Germania e nella Spagna. Ma il
trionfo della sana dottrina non è compiuto se non viene esteso anche alla
fisica, compilandone una che stia in perfetta armonia colla metafisica, e che,
facendo tesoro (1) Com’è detto nel Monitum Editorum apposto al primo dei sette
volumi della « Philosophia Christiana » (ed. 1878), il Can. Nunzio Signoriello,
dopo la morte del Sanseverino suo maestro —, « bisce voluminibus manus admovit
eaque in meliorern ordinem redegit, et quartum Logicai voliimen condidit prae-
cedentibus omnino aequale». (2) Civiltà Cattolica. di tutti i progressi delle
scienze esperimentali, mostri come essi, lungi dal contrastare, confermano anzi
la parte razionale dell’antica filosofia. A questo convien che sieno volte
quinci innanzi le cure dei veri sapienti; e io non dubito che il provvido Iddio
susciterà tra breve tra i cultori delle scienze naturali chi sappia
trionfalmente applicarvi l’ingegno e la fatica». Al Liberatore fa eco il Card.
Giu¬ seppe Pecci, il quale aH’inaugurazione dell’Accademia Romana di San
Tommaso d’Aquino il giorno 8 Maggio 1880 pronunciava queste parole
all’indirizzo degli accademici: «Dunque la vostra restaura¬ zione (filosofica)
si stende per indiretto ma efficacemente alla restaurazione eziandio di tutte
le scienze. E quanto alle scienze razionali, richiamata una volta in luce la
dottrina di San Tommaso, la restaurazione può dirsi quasi fatta: non rimane che
arricchirla e ampliarla nelle applicazioni. Più lungo studio richiederanno dal
vostro ingegno le scienze naturali... (1) ». Adunque secondo il Pecci, come
secondo il Liberatore, non vanno cercati nel decennio 1870-1880 gl’inizi del
neotomismo: che anzi, secondo loro, il movimento neotomistico propriamente
filosofico si conclude in questo stesso decennio. Che se particolari caratteri
as¬ sume, comeassumeeffettivamente.il Neotomismo in questo decennio, uno
possiamo riporlo fin d’ora, come autorizzano e ce ne fanno do¬ vere il Liberatore
e il Card. Giuseppe Pecci, nel tentativo di porre a contatto la filosofia
scolastica, ormai risorta, con il mondo delle scienze fisiche e naturali. Col
bisogno di penetrazione nel campo scientifico si fa sentire anche il bisogno
d’intensificare la volgarizzazione. Appunto sui mezzi di diffondere la
ristorata filosofia chiama l’atten¬ zione una serie di articoli della Civiltà
Cattolica, comparsi nel 1870. Mentre caratterizziamo cosi il neotomismo dopo il
1870 non vo¬ gliamo escludere da questo periodo ogni sviluppo di speculazione;
come non vogliamo escludere dal periodo precedente l’opera di volgarizzazione e
di penetrazione scientifica. Caratterizzando, ci basta guardare agli elementi
che, pur non essendo esclusivi, hanno una prevalenza indiscussa. Vediamo dunque
quali forme concrete vanno assumendo dal 1870 in poi i propositi di
penetrazione scientifica e di volgarizzazione. * * * Guardiamo anzitutto
all’opera di volgarizzazione. Se la restau¬ razione del tomismo nel secolo XIX
è dovuta all’iniziativa privata (1) L’accademia Romana di S. Tommaso d’Aquino
(pubblicazione perio¬ dica). che deve superare autorevoli contrasti (I), la
divulgazione si compie in gran parte per l’intervento dell’autorità
ecclesiastica e più pre¬ cisamente dal Pontificato Romano. Ed è naturale.
Filosofia e Chiesa, in fondo in fondo, risolvono il problema della vita. Quando
le due soluzioni armonizzano, benché ottenute dalla Filosofia e dalla Chiesa
con mezzi propri anzi finché cosi ottenute (2), il mutuo appoggio torna
onorevole e vantaggioso per entrambe, e risponde certo a un diritto, ma più
ancora a un preciso dovere. Nell’opera di volgarizzamento dopo il 1870 possiamo
distinguere due aspetti: uno positivo consistente nell’emissione di documenti
ecclesiastici a favore del Neotomismo, nell’istituzione di accademie, nella
pubblicazione di riviste e simili; uno, per cosi dire, negativo consistente
nell’eliminare dalla circolazione dottrine che si fanno passare come di
ispirazione tomistica, ed effettivamente tali non sono. I due aspetti,
idealmente distinti, praticamente si confondono. L’aspetto positivo richiama
subito alla mente l’enciclica « Aeterni Patris» ossia «De Philosophia
Christiana ad mentem S. Thomae Aquinatis doctoris Angelici in scholis
catholicis instauranda », prò mulgata nel 1879 addi 4 agosto festa di San
Domenico — dal pontefice Leone XIII, fratello dell’ex gesuita e fervido tomista
Card. Giuseppe Pecci. Da questa enciclica i cattolici sono invitati a dare il
loro nome alla filosofia che si ispira a San Tommaso d’Aquino. Nello stesso
anno 1879 si imprende, per ordine e per munificenza del Pontefice, una grande
edizione delle opere dell’Aquinate, non ancora terminata oggidì. Un anno dopo,
cioè nel 1880, e ancora il 4 agosto, San Tommaso è proclamato da Leone XIII patrono
delle scuole cattoliche. È facile comprendere l’influsso capitale di questi
documenti, che non creano certo il neotomismo; cooperano però validissimamente
alla sua diffusione. Le accademie tomistiche pul¬ lulano per ogni diocesi
accanto ai vescovadi e ai seminari. Si può convenire che il movimento
guadagnando in estensione perde in pro¬ ti) Basti pensare all’iiitervento dello
stesso Superiore Generale contro quei gesuiti che a Napoli circa il 1833
tentarono la restaurazione del tomismo. (Cfr. A. Masnovo. Il Ncotomismo in
Italia, p. 61). (2) Se il Gentile, dedicando sulla «Critica» del 20 novembre
1911 un ca¬ pitolo della sua Filosofia in Italia dopo il 1850 ai Neotomisti, —
e parimenti il Saitta nel suo volume Le origini del Neotomismo nel secolo XIX —
avessero ben notato il momento esatto e il significato preciso dell’intervento
ecclesia¬ stico a prò’ del Neotomismo, già spontaneamente affermatosi prima del
1870, non avrebbero tratto motivo da questo stesso intervento per svalutare il
Neo¬ tomismo. Fatto questo rilievo, è giusto tributare omaggio tanto al Gentlte
quanto al Saitta per l’interesse addimostrato verso il neotomismo. fondita. Ma
è questa la naturale vicenda delle cose umane, e me¬ ravigliarsene sarebbe da
ingenui. Tra le accademie del periodo che c’interessà merita particolare men 2
ione l’« Accademia Romana di S. Tommaso d’Aquino» (1), inaugurata, come sopra
fu detto, l’otto maggio 1880. Suo organo è il periodico omonimo « L’accademia
romana di San Tommaso d’Aquino », che inizia le pubblicazioni subito nel 1881
ed esce annualmente in due fascicoli. 1 collaboratori principali sono, oltre il
Card. Giuseppe Pecci, i professori Francesco Satolli, Bene¬ detto Lorenzelli,
Giuseppe Prisco e i P.P. Tommaso Zigliara O. P. e Camillo Mazzella S. I. (2),
che, tutti, finiranno cardinali della Chiesa Romana. Si aggiungano i padri
gesuiti Liberatore e Cornoldi, il can. Nunzio Signoriello, mons. Salvatore
Talamo, l’avv. Giovanni Fabri, il prof. Giannantonio Zanon ed altri ancora.
Abbondano na¬ turalmente i commenti a San 1 ommaso. Il Card. Pecci pubblica nel
volume secondo la sua « Parafrasi e dichiarazione dell’opuscolo di San Tommaso
«De ente et essentia » ; altri si fermano di preferenza intorno agli articoli
che S. Tommaso dedica alla cognizione umana nella Somma Teologica dalla
questione LXXXIV alla LXXXVIII. Questi commenti anche oggi si possono leggere
con profitto. Oltre i commenti a San Tommaso, trovano largo posto gli attacchi
al rosminianesimo, come portava la necessità del momento. Non era infatti possibile
diffondere la genuina filosofia dell’Aquinate senza incrociare le armi con i
fautori del rosminianesimo, i quali tene¬ vano a far apparire coincidenti
rosminianesimo e tomismo: coin¬ cidenza perfettamente illusoria, sopratutto
dopo che, morto il Ro- mini, era venuta alla luce la sua «Teosofia»,
sdrucciolante ornai, sulla buccia dell’ente ideale, troppo apertamente ancorché
preterin- tenzionalmeute, verso l’ontologismo o intuizionismo divino che dir si
voglia, e verso il panteismo. A mente calma e fredda, con animo scevro da ogni
passione di parte, oggi si può convenire che il si¬ stema ideologico del «
Nuovo Saggio sull origine delle idee » prc disponeva ai mali passi. Ebbi altra
volta occasione di scrivere che(1) Già a Napoli nel 1874, ricorrendo il sesto
centenario della morie di San Tommaso d’Aquino, era stata istituita un’«
Accademia di S. Tommaso d’Aquino» ; e pure in Roma nello stesso anno 1874 aveva
incominciato a vi¬ vere !’« Accademia filosofico medica di San Tommaso d Aquino.
Nel 1892 dalla tipografia vaticana usciva, sotto il velo dell’anonimo, la
celebre « Rosminianarum propositionum quas S. R. U Inquisitio, approbante S. P.
Leone XIII, reprobavit, proscripsit, damnavit Trutina theologica ». Si seppe di
poi esserne autore il Card. Mazzella. Rosmini disimpegnò nella prima metà del
secolo XIX una fun¬ zione veramente utile in prò’ del Neotomismo, sospingendone
i cultori a prendere contatto con la filosofia ambiente estranea od av¬ versa.
Aggiungo ora che gli si può e gli si deve riconoscere il merito di aver
insistito, sia pure deviando, sull’elemento divino nella cognizione umana. Il
domani filosofico ritornerà sicuramente su questo elemento. Ma fu, almeno
almeno, un gran perditempo quel volersi da troppi e sistematicamente nella
seconda metà del secolo XIX indurare, o per illusione o per arte polemica, nel
difen¬ dere una coincidenza assolutamente irreale. Questo nocque oltremodo al
rosminianesimo nel giudizio degli uomini imparziali ed equili¬ brati, che
dovettero scorgervi o troppa ingenuità o troppa (come dire?) virtuosità. Certo
San Tommaso non ha nulla di comune con le debolezze intuizionistiche e
panteistiche del Rosmini: senza dire che San Tommaso attribuisce proprio
all’astrazione la formazione degli universali, mentre il misconoscimento di
questo potere dell’a¬ strazione è la base stessa della speculazione rosminiana
nel « Nuovo saggio sull’origine delle idee ». Fra coloro che sulle pagine
dell’* Accademia Romana di San Tommaso d’Aquino » polemizzarono più
diffusamente e più autorevolmente contro il rosminianesimo va ricordato
Liberatore. Il neotomismo aveva chiarita e giustificata le sua posizione
speculativa di fronte al rosminianesimo ed alla sua ideologia pericolosa fino
dall’opuscolo di Sordi. Dice VOLPE nel “HEGELIANISMO ITALIANO”, 6 ,P Svill, PP°
dell ° he g elis "'° SUl !° He sei, dopo aver affermato che il gran mento
dello H. sta nella scoperta della dialettica come relazione sintesi di opposti
e aver soggiunto che oltre la sintesi degli opposti c è la sintesi dei
distinti, conclude che il torto dello H è di aver confuso quella dialettica con
questa. Oltre gli opposti, essere e nulla, spiiito e natura, vero e falso,
ecc., i quali non sono reali che nella sintesi di cui costituiscono i momenti
astratti ; ci sono, dunque, pel Croce, i distinti: bello, vero, utile, buono, i
quali non si trovano fra loro nella stessa relazione degli opposti, reali solo
nella sintesi- ma sono, invece, egualmente, tutti reali e concreti, così da
poter sussistere I nno accanto all’altro. Posto ciò, il rapporto fra i gradi
orme dello spinto è, pel C., questo: esso procede per diadi (invece che per
triadi), nelle quali il primo termine sussiste da sè cornar 0 ’ PU k aV , end °
anch ’ esso una sua sussistenza concreta come tale, assorbe .1 primo: così,
l’arte, si è visto, è alogica, ma filosofia, sintesi di intuizione e concetto,
è anche arte, cioè ha etica^ ° rC espress . lv ° : la volizione economica è
amorale, ma quella senni n* V , ’T economica > la volizione morale essendo
anche sempre utile Lo spinto, poi, è di natura circolare, e però passa da un
grado all altro: passa dal grado intuitivo al logico, all’econo¬ mico, all
etico, e dall’ultimo trapassa ancora al primo, all’intuitivo ornendo .1
contenuto pratico alla nuova intuizione, e così in eterno’ nfa°tfi ni a gra t
ÌmP ' ÌCÌta resistenza di tu, “ i quattro gradii nfatti, appunto perchè nel
grado intuitivo, ad es., è già implicito 11 ’° glC0 Sl P uò P assa re dall’uno
all’altro. E il passaggio consiste¬ rebbe, infine, nel divenire esplicito ciò
che era Lplidtò Ili Ora è necessario osservare subito, che in questa teoria del
Croce vengono così in contatto due dialettiche contrarie: quella degli opposti
e quella dei distinti. Sono, dunque, due differenti specie di rapporti che
concorrono al ritmo dialettico, crociano, dei gradi: il mutuo rapporto dei
gradi in quanto tali, cioè distinti, concreti, e quello degli stessi in quanto
astratti momenti di ognuno dei gradi concreti. Il grado intuitivo, ad es., ha
due significati ben diversi, quello di momento della sintesi a priori logica
(sintesi, si è visto, d’intuizione e concetto), e quello di sintesi a priori
estetica, grado concreto e indipendente, come tale, dal grado logico, che, a
sua volta, come tale, è in egual relazione verso di quello. Ove è palese, che, nel
primo caso su accennato, si ha una relazione di opposti, e nel secondo una
relazione di distinti. È in questo punto dell’incontro delle due dialettiche,
che si sono soffermati più a lungo i critici del Croce. È stato osservato, ad
esempio, che le due dialettiche si annullano l’un l’altra (1); che il concetto
dell’implicito-esplicito, che deve spiegare il passaggio da un distinto
all’altro, è un semplice mito, non differente, essen¬ zialmente, da quello del
passaggio dall’inconscio al conscio (2); che il concetto stesso di circolo è
mitologico, e così via. Il carattere espositivo di questo scritto c’impedisce
di entrare nella questione: si è ricordato ciò per informazione del lettore.
Fin’ora si è discorso dell’estetica, della logica, della filosofia della pratica:
veniamo ora alla Teoria della storiografìa (1917) che conclude il sistema della
filosofia dello spirito quasi con una brusca correzione. In quest’ultima opera
il C. vuole integrare la sua unificazione precedente della filo¬ sofia e della
storia nel giudizio percettivo, col concetto della con¬ temporaneità della
storia. La storia, antichissima o recente che sia, è storia contemporanea, cioè
sempre relativa al soggetto presente, che col pensarla la suscita, la fa;
badando però a intendere questa presenza come assoluta e ideale, tale, cioè,
che condizioni essa e superi l’empirico presente e passato del tempo. Ma intesa
così la storia, come procedente dall’universalità del soggetto, come attualità
piena dello spirito, essa appaga allora l’esi¬ genza filosofica di possedere la
realtà nella sua pienezza e totalità, e la filosofia come Logica, come un
distinto momento dello spirito, viene sminuita di valore. In relazione,
infatti, al nuovo concetto di storia, la filosofia, nel senso più adeguato e
profondo, viene ad (1) G. De Ruggiero, La Filosofia Contemporanea, voi. Il, p.
164. (2) N. Spirito, Il nuovo idealismo italiano. essere il momento
trascendentale della conoscenza storica, alla quale appresta le categorie
necessarie a pensare la totalità del reale. « La filosofia non può essere altro
che il momento metodologico della storiografia, dilucidazione delle categorie
costitutive dei giudizi storici...». Dilucidazione che «si muove nelle
distinzioni dell’Este¬ tica e della Logica, dell’Economica e dell’Etica; e
tutte le congiunge nella filosofia dello spirito ». Il pensiero del C.
conclude, dunque, ad una sopravvalutazione della storia, o filosofia in largo
senso, di fronte alla logica, o filo¬ sofia stricto sensu: conclude, infine,
parrebbe a due concetti di filo¬ sofia: la logica, o filosofia stretta, che
come tale resta al di qua dell 'atto storiografico, o filosofico in senso
profondo. Ecco quel ch’è sfato chiamato, anche recentemente, l’umanismo del
Croce. Umanismo, si è detto, perchè tutta la storia della storio¬ grafia assume
il valore di una storia della filosofia incentrata nel concetto dell’uomo, del
mondo ch’è il suo mondo (Vico), e dei suoi bisogni spirituali (1). È stato
ancora osservato, che quel ch’è la funzione della filosofia rispetto al problema
della scienza nei filosofi del neo-criticismo positivista, si ritrova nel
Croce, come coscienza critica immanente all’atto storiografico, di cui essa è
il momento puramente trascendentale (2). IL La formazione mentale di G. Gentile
ha origini diverse da quella crociana. A Bertrando Spaventa, e, attraverso
questi, a Hegel, Fichte, Kant, Cartesio, e ai nostri Gioberti, Vico e Bruno, si
riallaccia, fin dagli inizi, la meditazione del fondatore dell’idealismo
dell’atto. È, poi, partendo in particolare dallo Hegel, con la riforma ch’ei
propone, indipendentemente dal Croce, e sulle orme dello Spaventa, della
dialettica hegeliana, che il pensiero del G. dà i primi frutti originali. Lo
Spaventa, studiando le tre prime categorie della Logica hegeliana, essere, non-essere,
divenire, aveva osservato, sorpassando i precedenti interpreti (Trendelenburg,
Vera etc.), che « questa posi¬ zione imbrogliata dell’essere e del non-essere
(lo stesso e non-lo stesso) è la viva espressione della natura del pensare. Se
si toglie di mezzo il pensare non se ne capisce niente». E il Gentile, negli
studi intitolati, appunto, La Riforma della dialettica hegeliana (1913),
affermò, che « Se l’essere non è più un’idea in sè, ma una cate¬ (Carlini) goria, e categoria è atto mentale,
come può realizzarsi l’atto della mente altrimenti che come unità di essere e
non-essere, cioè dive¬ nire? L’atto si fa, fit, diviene. È in quanto diviene...
Quando è semplicemente, non è». E potè concludere, altrove: « L’essere che
Hegel dovrebbe mostrare identico al non-essere nel divenire che solo è reale,
non è l’essere che egli definisce come l’assoluto inde¬ terminato (l’assoluto
indeterminato non può essere che l’assoluto indeterminato I); ma l’essere del
pensiero che definisce, e, in gene¬ rale, pensa: ed è, come vide Cartesio, in
quanto pensa, ossia non essendo (perchè, se fosse, il pensiero non sarebbe
quello che è, ossia un atto), e perciò ponendosi, divenendo». In conclusione,
l’essere, il non-essere, il divenire, non sono più, pel G., posizioni logiche,
obbiettive del reale, com’erano per ('Hegel, ma momenti della coscienza in
atto, del pensiero pensante, in cui il divenire, come sintesi degli altri due
termini, esprime nient’altro che il pro¬ cesso del sapere, che vince nella sua
concretezza i momenti astratti, rigidi, in cui l’analisi lo rompe (2): e cosi,
com’è stato già osser¬ vato, tutta la sovrastruttura della logica hegeliana
crolla. Crolla, perchè vien mostrato che la deduzione hegeliana delle
categorie, che voleva essere sistematica, contro quella empirica di Kant, e
conciliare la molteplicità con l’assoluta unità, non riesce a questa
conciliazione, perchè anche in essa vi si analizzano concetti invece di
realizzarli nella loro unità vivente: è dialettica di pensieri pen¬ sati —
usando la terminologia gentiliana; e cioè non-dialettica, perchè il pensato,
come tale, non si svolge, non si dialettizza. Manca, insomma, l’unità, la vita:
anche Hegel si smarrisce, a un tratto, dietro ipostasi, immobili e ferme:
platonismo, in fondo. L’unità, dice il G., non può esser data che dal pensiero
in atto, dall’atto in atto. La vera Idea è atto, l’unica categoria è Yatto
spiri¬ tuale ; onde «tutti gli atti del pensiero, quando non si considerino
come meri fatti, quando non si guardino dall’esterno, sono un atto solo. E però
per il nuovo idealismo le categorie sono infinite di numero, in quanto
categorie del pensare che si guarda come pen¬ sato (la storia); e sono una sola
infinita categoria, in quanto cate¬ goria del pensare nella sua attualità». Ma
allora la deduzione hege¬ liana si risolve proprio, anch’essa, in fondo, in una
deduzione empi¬ rica (anche Hegel ha, come Kant, numerato le categorie!); e la
sua non può essere la deduzione delle categorie, ma « un caso fra infi¬ niti
casi possibili di deduzione, o meglio... un frammento o un mo¬ ti ) Cfr. De
Ruoqiero. mento della eterna deduzione, in cui consiste la storia non pure del
pensiero, come s’intende comunemente, ma del mondo ». Non pure del pensiero, ma
del mondo, perchè l’atto, a cui si riduce l’Idea pel ò., è — occorre dirlo? —
actus purus, nel senso più moderno e integrale, come atto che è tutta forma
perchè è tutta materia, generata dalla forma: forma formante, davvero: è quel
pro¬ cesso autocreatore del puro pensiero ch’è l’Autocoscienza nella sua concreta
individualità: onde l 'io empirico e particolare non è che l’attuarsi dell’Io
puro, trascendentale. La stessa istanza critica che la Riforma compie in
rapporto alla Logica hegeliana, l’Introduzione del Sommario di Pedagogia
(1913-14) la compie — come è stato acutamente osservato (1)— in rapporto alla
Fenomenologia. Come il pensiero puro non ha bisogno di per¬ correre i gradi
categorici dell’essere, del conosciuto, secondo gli schemi della logica
formale, per giungere alla piena coscienza di sè, perchè si pone a priori come
pensiero consapevole e attuale; cosi non ha nemmeno bisogno di passare per i
gradi psicologici della conoscenza, la sensazione, la percezione, la
rappresenta¬ zione, etc., perchè non può mutuare da altri che da sè, non
soltanto la sua forma, ma anche il suo contenuto (2). La dottrina psicolo¬ gica
tradizionale che concepisce il processo psichico effettuantesi per gradi
monadisticamente distinti, è possibile soltanto per una con¬ cezione analitica
dello spirito; onde questo può essere di volta in volta, sensazione,
percezione, concetto etc., solo in quanto venga consi¬ derato,
naturalisticamente, come un aggregato di momenti giustap¬ posti, gli uni fuori
degli altri. Ma se si concepisce io spirito come vivente unità originaria, come
pensiero pensante, pensare e non pensato, ogni molteplicità scompare e tutti i
gradi psichici si risol¬ vono n eli’unico atto dello spirito. Nella sensazione
è già lo spirito nella sua intierezza, e la sensazione è perciò necessariamente
anche percezione, giudizio, concetto, conoscenza, volontà, come tutti questi
gradi non sono che sensazione: quel sensus sui ch’è, infatti, lo spirito.
Tuttavia non si creda che manchi nel O. il concetto di un processo
fenomenologico: c’è anzi, e originale: ed è una fenomenologia che,
identificatasi con la logica, non è altro che la stessa storia dello spirito.
Le distinzioni risorgono, dunque, nel processo spirituale, ma non più come
gradi tipici, giustapposti, ma come distinzioni con¬ crete, storiche, vieppiù
ricche col progredire del processo. Cioè, ogni (1) De Ruooiero. atto dello
spirito non è che la coscienza più profonda di un atto anteriore, che è il
contenuto del primo, il quale naturai mente è la forma di quello. « La
sensazione-contenuto è dentro la sensazione- forma, risolta e assorbita
nell’attualità di questa ». Ogni atto di coscienza può dirsi percezione
rispetto a una sensazione precedente, la quale, in quanto atto spirituale, fu
anch’essa percezione. Cosicché si passa da percezione a percezione, o, è Io
stesso, da sensazione a sensazione. E in sostanza la sensazione è una sola:
l’atto spiri¬ tuale nel suo interno mediarsi, e che, mediandosi m eterno, si
svolge attraverso infiniti momenti, infinite sensazioni. Venendo alla dottrina
propriamente pedagogica del Sommano, ne accenneremo il concetto fondamentale:
che educatore e educando sono due momenti di un’unica realtà, l’Universale, io
Spirito, onde hanno in esso la loro profonda unità: scompare così ogni hiatus
fra l’uno e l’altro; e il processo educativo non è che processo di reciproca
autoeducazione: ognuno vede nell’altro sè stesso, lo Spi¬ rito, e attraverso
l’altro forma un migliore, un più alto sè stesso. Processo di
universalizzazione, dunque, processo eminentemen e etico. 11 miracolo
dell'educazione è spiegato; e la prassi educativa ha nel concetto d
e\\’autoeducazione il suo miglior lume, la guida più certa. È stato
riconosciuto che nella storia della pedagogia 1 Sommario segna una tappa ideale
confrontabile solo con YEmilio. Questo realismo spiritualistico del Sommario
venne assumendo - è stato osservato (1) - negli scritti successivi,
L'esperienza pura e la realtà storica, e Teoria generale dello spinto come atto
puro un carattere più univeversale in quanto dal problema del a formazione
dell’uomo si passò a quello di dimostrare in esso la radice di tutti gli altri
problemi concernenti la realta e le sue ca¬ tegorie. Il principio dell’idea
come atto acquistò sempre piu carat¬ tere metafisico. . Già nel primo dei due
scritti suaccennati 1 atto viene concepito come pura esperienza che lo spirito
fa di sè, eliminando in tal modo qualunque presupposto dello spirito, sia
oggettivo che soggettivo, e generando da sè ogni realtà: tutta l’esperienza
nelle sue infinite concrete distinzioni è posta dall’atto e. nell’atto in
un'esperienza storica, non nei senso della storia presupposta all atto e quindi
empiricamente concepita, ma della storia che si attua quale vita eterna dello
spirito. Nell’atto veniva così risolta l’antitesi di a priori ( 1 ) Carlini,
op. cit., p. 232. e di a posteriori, e si concludeva a un formalismo assoluto,
o, che è lo stesso, a un empirismo assoluto (1). Ma questo esplicito
significato metafisico appare in tutto il suo sviluppo nella Teoria, uno dei
capolavori del G. Qui, attraverso i problemi della storia della filosofia,
attraverso soprattutto il pro¬ blema kantiano e hegeliano, è dimostrato dal G.
come lo spirito generi da sè stesso la natura: il mondo del molteplice e crei
nella sua dialettica unificatrice — moltiplicatrice — spazio e tempo. Lo spirito
viene concepito come conceptussui, concetto che pone sè stesso, autoctisi. Ma
questo porsi è, naturalmente, non immediato, ma me¬ diato. Lo spirito si pone
attraverso la natura, l’oggetto; il soggetto si pone mediandosi come oggetto.
Quell’unità ch’è lo spirito si pone, perciò, come molteplicità, attraverso la
molteplicità, appunto perchè non è unità immediata, statica, ma mediata in sè
stessa, dialettica, unità, insomma, dinamica e concreta, vivente. In altri
termini, lo spirito si afferma negando, non si svolge se non negando
perennemente il suo opposto, la natura, che è per ciò suo essenziale momento
dialettico, e però spirito anch’essa, e non un’entità a sè, concepibile come
astratta dallo spirito. La natura, insomma, come non-essere di quell’essere
ch’è lo spirito: e cosi l’errore, il male, il dolore sono egualmente il
non-essere di quel¬ l’essere; eterno momento del processo della verità, del
bene, della vita. Certo, se la verità, il bene, si concepiscono immutabili, ab
aeterno, l’errore, il male sono inconcepibili. Ma se la verità e il bene, come
pensa il Gentile, sono divenire, atto, essi devono pe¬ rennemente superare sè
stessi, ritrovando in sè l’errore, il male da superare. E però, errore e
verità, male e bene non sono realtà di¬ stinte, indipendenti, ma i momenti di
una sintesi, che è « errore nella verità, come suo contenuto che si risolve
nella forma», è «male onde il bene si nutre, nel suo assoluto formalismo».
Finiremo con un cenno, purtroppo frettoloso e assai inadeguato, dell ultima grande
opera del G., forse il suo maggior capolavoro, certo, a tutt oggi, il suo
testamento filosofico, per la compiutezza della sistemazione: il Sistema di
logica come teoria del conoscere. Uno dei concetti fondamentali della
speculazione gentiliana, na¬ turalmente implicito nei precedenti, è quello
dell’identità della filo¬ sofia con la sua storia: infatti se la filosofia è
concepita come pro¬ cesso di autocoscienza, essa è storia, storia eterna in
tempo; e però (1) Carlini. ogni sistema coincide col corso storico del
pensiero, in quanto esso riassume e potenzia in sè, giustificandoli, i sistemi
precedenti, che non sono che momenti idealmente anteriori di que\Yunico
processo di pensiero autocosciente, ch’è — eminenter — la filosofia. Orbene, il
sistema di logica attinge certo la sua capitale impor¬ tanza, nell’assieme
dell’opera del G., da questo: che esso vuol es¬ sere ed è l’ultima riprova
concreta, effettuale del suaccennato prin¬ cipio dell’identità di filosofia e
storia della filosofia. Esso ci mostra, di fatti, come il sistema gentiliano,
la nuova logica del pensiero pensante, si costituisca a patto di ricapitolare
in sè, di conservare e giustificare, inverandola, l’antica logica ari¬
stotelica, la logica del pensiero pensato. Infatti, la dialettica aristo-
teiico-scolastica vien mostrata come grado necessario alla dialettica del
concreto, in quanto essa, dandoci la legge del pensiero pensato (A — A) ci
spiega il momento dell 'oggettività del pensiero a sè stesso, oggettività
necessaria, se —ricordiamolo — il puro pensiero dev’essere concepito non come
immediata soggettività, ma come soggettività-oggettività, soggetto-oggetto,
mediazione, dialetticità. Occorre osservare, che qui il logo della logica del
pensato, del¬ l’astratto, cioè A = A, viene negato al tempo stesso che conser¬
vato, perchè non è più considerato a sè, da un punto di vista astratto, ma è
considerato dal punto di vista concreto, cioè in fun¬ zione del logo della
logica concreta, cioè del pensiero pensante, A = non A? Conservare ch’è negare;
inverare, come è, difatti, di quel divenire ch’è lo spirito, la filosofia. E
però è giusto -riconoscere, ancora, che in tal modo « tutto il processo storico
del concetto di logica si risolve, identificandovisi , nel nuovo concetto
dialettico » (1): quello del Gentile; e che, ripetiamolo, la verità del
principio del circolo di filosofia e storia della filosofia, è dimostrata dal
sistema stesso del G.; che, mentre convalida quel principio, ne è, a sua volta,
— si noti — convalidato, fondato po¬ sitivamente: storicamente. Croce e Gentile
hanno suscitato, da anni, un gran movi¬ mento di idee, e di discepoli, attorno
a sè: il primo soprattutto nell’ampio campo della cultura letteraria e storica
in genere: il se¬ condo nel campo della filosofia teoretica e della storia
della filosofia. Nominare discepoli del Croce non è cosa facile, perchè, facen¬
ti) Spirito. dosi sentire il suo influsso nel largo campo della cultura
storico- letteraria, tutti, in quest’ultimo ventennio, sono stati e sono
ancora, in certo senso, crociani: in ispecie i critici di letteratura e arte e
gli storici sono permeati di pensiero crociano, anche se lo negano-
Soprattutto, il concetto crociano dell’arte è, si può dire, entrato a far parte
del patrimonio di idee necessario a chi voglia pensare e vivere in armonia col
progresso effettivo del pensiero della storia. Dei critici letterari, che hanno
subito, consapevolmente o no, l’in¬ flusso dell’estetica crociana, ricordiamo
qui G. A. Borgese, che, per quanto staccatosi in seguito da Croce, serba
traccie di pensiero crociano nelle pagine migliori; Emilio Cecchi; Alfredo
Gargiulo, autore d’un d’Annunzio; Luigi Russo, autore d’on Di Giacomo e di un
Verga; e infine Attilio Momigliano ( Studi Manzoniani, Goldoni, Verga). Nella
critica delle arti figurative ci piace notare Lionello Venturi; nella critica
musicale F. Torrefranca e G. Bastianeili. Piò facile è far qualche nome di
discepoli del Gentile, essendo più tecnico, e quindi più ristretto, il campo su
cui si è irradiato il pen¬ siero gentiliano: filosofia teoretica e storia del
pensiero speculativo, come si è detto. Ricorderemo, anzitutto, due pensatori,
Armando Carlini e Giu¬ seppe Saitta, che si posson dire i rappresentanti di due
interpre¬ tazioni e svolgimenti opposti del pensiero del Maestro: la dottrina
di destra — come è stato detto (I) - del Carlini, in cui si tenta di svolgere
entro l’ambito de\V attualismo alcune esigenze empiri¬ stiche come quella della
pluralità dei soggetti e quella di un mondo soggettivo, morale, distinto dal
mondo oggettivo, della percezione, della conoscenza: si veda La vita dello
Spirito (1921); e la dottrina di sinistra del Saitta, che tende a un’ulteriore,
più profonda iden¬ tificazione di io empirico e Io trascendentale: si legga Lo
spirito come eticità (1920). « Armando Carlini, professore nella R. Univ. di
Pisa, proviene dalla filosofia crociana. Egli tende a elaborare il lato
spiritualistico piuttosto che quello logico-dialettico della filosofia
gentiliana. L’at¬ tualismo del maestro ubbidisce, a suo avviso, a due motivi
diversi: l’uno costituisce l'originalità propria della filosofia gentiliana, ed
è il motivo psicologico e lo sforzo di risolvere la dialettica nel ritmo stesso
della vita interiore, onde l’autocoscienza e la personalità coin¬ cidono nel processo
autocreatore dello spirito; l’altro è un ritorno al problema
hegeliano-spaventiano della dialettica come logica mela¬ ti) Cfr. Spirito. fisica,
onde l’atto, più che spiegare se stesso si assume il compito di spiegare il
mondo della natura e dello spirito. L’attualismo diventa cosi, dice il C., un
puntualismo, in cui tutte le distinzioni di problemi spirituali si
neutralizzano in un concetto generico dell’attività del pensare. Egli tenta,
perciò, di ripigliare la prima posizione e di svolgere il concetto del ritmo
interno all’atto come il problema fon¬ damentale dell’attualismo. L’atto
realizza se stesso come quello. « Io penso» ch’è unità in una dualità di vita e
di pensiero, di personalità morale e di riflessione filosofica su essa. La
distinzione posta in seno all’atto gli permette di riguardare questo come
condizione trascendentale di una dualità tra il mondo dell’esperienza sensibile
o mondo del conoscere, e quello dell’azione ch’è propriamente il mondo
storico-morale. Nello stesso tempo, l’atto, non coincidendo più dentro sè con
se stesso, fa appello a un punto di vista trascen¬ dente, in cui quel dissidio
venga pacificato, e pone così il proble¬ ma fondamentale della vita religiosa.
Il Carlini e il Saitta sono anche storici, in ispecie il secondo: al Carlini si
deve un’ampia monografia sul Locke, al Saitta mono¬ grafie sul Gioberti, sul
Ficino e vari saggi. Alla destra appartengono ancora il Ferretti e il
Codignola, pedagogisti; alla sinistra Guido De Ruggiero, autore di un saggio
sulla Filosofia contemporanea e di una Storia della Filosofia, opere di
carattere critico, prevalente¬ mente. La posizione mentale del de Ruggiero, di
fronte aH’idealismo del Croce e del Gentile, può essere caratterizzata da una
più viva preoc¬ cupazione dell’importanza speculativa dei problemi sulla
scienza della natura. Il D. R. fin dal 1913 in una monografia dal titolo : La
scienza come esperienza assoluta ripudiava nettamente le dottrine
prammatistiche della scienza accolta nel sistema crociano e poneva il problema
dell’unità della scienza della natura e della filosofia, ab¬ bozzando una
teoria del positivismo assoluto, in cui le scienze, guardate nella loro intima
genesi spirituale, piuttosto che nell’astrat¬ ta oggettivazione naturalistica,
erano reintegrate nella vita speculativa dello spirito. E più recentemente in
un saggio sui Problemi della scienza e della umanità ha ulteriormente
sviluppato questo punto di vista, mostrando la necessità che le due correnti
dell’idealismo moderno, quello storicista che fa capo al Vico e allo Hegel e
quella scien¬ tifica, che fa capo alla Critica della ragion pura di Kant, a
torto dis¬ sociate dall’idealismo contemporaneo, vengano ricomposte in una
unità articolata e sintetica, per cui, pur riconoscendo il carattere storico
della vita spirituale, questa storia non s’isterilisca in un mero umanesimo, ma
includa in sè l’opera delle scienze naturali, e attraverso di esso, il mondo
stesso della natura nella sua pienezza. Ampia attività storica hanno esercitato
altri due pensatori più ligi alle dottrine del Maestro: Vito Fazio-Allmayer,
con saggi.su Ga¬ lileo e sulla Teoria della libertà in Hegel-, e Adolfo Omodeo
autore di una Storia delle origini cristiane in più volumi. È da ricordarsi
ancora Antonio Anzilotti, autore di un Gioberti, studiato nella sua filosofia e
prassi politica e Cecilia Dentice D’Accadia, che ha dedicato specialmente la
sua attività allo studio del problema re¬ ligioso in Schleiermacher e Kant. In
pedagogia, Giuseppe Lombardo- Radice, autore di una Teoria e storia dell'educazione
e di molti saggi pedagogici, è il maggiore interprete e prosecutore della
pedagogia idealistica del Maestro, nella teoria e nella pratica. POSTILLA
BIBLIOGRAFICA SU CROCE E GENTILE. Delle seguenti opere si cita solo l’ultima
ediz. Croce (Pescasseroli, prov. di Aquila): Estetica come, scienza
dell’espressione e linguistica generale. Teoria e Storia 5» ediz. Bari,
Laterza; Logica come scienza del concetto puro. 4‘ ediz. Bari, Laterza, 1920;
Filosofia della pratica. Economica ed etica. 9* ediz. Bari, Laterza, 1923;
Teoria e storia della storiografia. 2* ediz. Bari, Laterza, 1920; Problemi di
Estetica e contributi alla storia dell’Estetica italiana. Bari, id. 1910; La
Filosofia di G. B. Vico. 2 1 ed. Bari, id. 1922; Saggio sullo Hegel. 2” ed.
Bari, id. 1913; Nuovi Saggi di estetica. Bari, id. 1921. Giovanni Gentile (n. a
Castelvetrano, prov. di Trapani, 1875): La riforma della dialettica hegeliana.
2* ed. Messina, Principato; 1 problemi della scolastica e il pensiero italiano.
2» ed. Bari, Laterza, 1923; Sommario di Pedagogia come scienza filosofica. 2*
ed. Bari, id. 1920-22; Teoria generale dello Spirito come atto puro. 3* ed.
Bari, id. 1920; Sistema di logica come teoria del conoscere. 2» ed. Bari, id.
1921-23; Discorsi di religione. Firenze, Vallecchi, 1920; Giordano Bruno e il
pensiero del Rinascimento. Firenze, id. 1920; La Riforma dell’educazione. Bari,
Laterza, 1920; Frammenti di estetica e letteratura. Lanciano, Carabba. Dice
Lamanna in “IL REALISMO PSICOLOGISTICO NELLA NUOVA FILOSOFIA ITALIANA” che Sarlo,
nato nel 1864 in un paesello della Basilicata (San Chirico Raparo), venne alla
filosofia dalla medicina. E ve Io condusse intima vocazione, oltre, e più, che
esterna vicenda di casi. Già durante gli studi universitari, a Napoli, si
compiaceva di frequentare, con le lezioni della Facoltà cui era iscritto,
quelle di lettere e filosofia: e fu, tra l’altro, uditore dello Spaventa negli
ul¬ timi anni del suo insegnamento. La stessa sua prima pubblicazione — un
volumetto di Studi sul Darwinismo, ch’egli scrisse ancor giova¬ netto nel 1887
— attesta la tendenza di lui a studiare, anche nel cam¬ po delle scienze
biologiche, le questioni più generali, quelle che sono poi stimolo e offrono
motivi alla speculazione filosofica. Questa tendenza divenne in lui sempre più
consapevole durante gli anni che passò, come medico, nel Manicomio di Reggio
Emilia, dove compì ricerche psichiatriche che, mettendolo a contatto più
diretto con i problemi dell’anima, determinarono il suo passaggio alla psi¬
cologia e alla filosofia. In questo campo non ebbe maestri: fu un autodidatta:
dovette cercar da sè, come a tentoni, la sua strada, ed era naturale che la
trovasse solo attraverso deviazioni, incertezze, ritorni. La sua educazione
naturalistica e l’influenza dell’ambiente culturale del tempo, impregnato di
positivismo, lo portarono dapprima a seguire questo indirizzo di pensiero: e in
uno degii organi della filosofia positivi¬ stica, la Rivista dell’Angiulli,
egli fece le sue prime armi. Ma non tardò ad allontanarsi dal positivismo, a
mano a mano che venne ac - quistando coscienza delle deficienze di quella
dottrina cosi in or¬ dine all’interpretazione del fatto conoscitivo come in
ordine alla fon¬ dazione della moralità e religiosità umana: deficienze, che
illustrò poi in quelle Note sul positivismo contemporaneo in Italia, pubbli¬
cate in appendice agli « Studi sulla Filosofia contemporanea » nel 1901, una
delle critiche più penetranti e conclusive che della gno¬ seologia
positivistica siano state fatte in Italia. La sua coscienza filosofica si venne
formando nel decennio 1890- 1900. Concorsero a questa formazione lo studio del
Rosmini, i rapporti personali o spirituali con alcuni dei più cospicui
rappresentanti ita¬ liani dello spiritualismo e del neo-criticismo, come Luigi
Ferri, Filippo Masci e, in particolare, Francesco Bonatelli, e, più
specialmente, lo studio diretto delle correnti più significative del pensiero
filosofico e psicologico contemporaneo, segnatamente inglese e tedesco, alcune
delle quali egli per primo, o tra i primi, fece conoscere in Italia. E di
questa sua attività furono frutto due saggi rosminiani: La lo¬ gica di A.
Rosmini e i problemi della logica moderna e Le basi della psicologia e della
biologia secondo A. Rosmini considerate in rapporto ai risultati della scienza
moderna (Roma, 1893) — poi ri¬ fusi in altri lavori — ; due volumi di Saggi
filosofici (Torino, Clau- sen) — posteriormente anch’essi rielaborati e rifusi
—; studi su autori stranieri sparsi in varie riviste, alcuni dei quali furono
poi, con altri di epoca posteriore, raccolti nel volume Filosofi del tempo
nostro (Firenze, La « Cultura Filosofica» editrice, 1916); saggi di psicologia;
il volume Metafisica, Scienza e Moralità (Roma, Balbi, 1898), e il volume già
ricordato Studi sulla Filosofia contemporanea : La Filosofia scientifica (Roma,
Loescher, 1901). L’esigenza che si rivela come fondamentale in questi studi del
De Sarlo, è quella di mostrare le vie per le quali le scienze positive, e più
particolarmente quelle naturali, sboccano, per una necessità imposta dalla
logica a loro immanente, in una concezione filosofica nella quale il
naturalismo è superato, cosi per il riconoscimento dei poteri originari e
irriducibili dello spirito quale soggetto conoscente e quale persona morale,
come per il coronamento del sapere filo¬ sofico in un’interpretazione teistica
della realtà universale; mentre, dall’altro lato, la filosofia stessa, come
sistemazione e critica del sa¬ pere, riceve dalle scienze particolari continuo
alimento e stimolo. E la necessità di questo connubio fecondo, nella loro
reciproca azione, della scienza e della filosofia, è rimasta come uno dei
motivi prin¬ cipali del pensiero del De Sarlo, anche quando, nel periodo di
pie¬ na maturità della sua attività di studioso, ha tratto i principii del suo
filosofare non più dal neo-criticismo, di cui si sente l’influsso neghi scritti
sinora citati, ma dallo sperimentalismo inglese — da Locke a Mill —;
dall’intuizionismo della scuola scozzese — specie per il rilievo costantemente
dato agli assiomi così gnoseologici come etici, costitutivi dello spirito
umano, e apprensibili con evidenza immediata nell’esperienza interna e infine
dal realismo dell’Her- bart e del Lotze. Conseguita nel 1894 la libera docenza
in filosofia presso l'Uni¬ versità di Roma, insegnò questa disciplina nei licei
di Benevento, di Torino, di Roma, fino al 1900, quando ottenne per concorso la
cattedra di filosofia teoretica all’Istituto di Studi Superiori di Fi¬ renze,
cattedra ch’egli ha tenuto e tiene ancor oggi con l’autorità e l’efficacia di
un Maestro. Presso lo stesso Istituto Superiore fondò nel 1903 un Gabinetto di
Psicologia Sperimentale, il primo del ge¬ nere in Italia, e che è rimasto anche
oggi il più ricco di apparec¬ chi: molte e importanti ricerche vi sono state
compiute sotto la sua direzione, sebbene, in questi ultimi anni, la
potenzialità scientifica- mente produttiva del Gabinetto sia stata assai
ridotta per le con¬ dizioni materiali veramente miserevoli nelle quali si è
venuto a tro¬ vare. Dal 1907 al 1917 il De Sarlo ha diretto la Cultura
Filosofica, una Rivista che ebbe un programma ben definito e, specie nei pri¬
mi anni, fu vivacemente battagliera cosi contro il positivismo ormai
declinante, come, e più, contro il risorgente idealismo. La sua operosità di
studioso ha dispiegato con assiduità e intensità instan¬ cabile nel campo della
psicologia, dell’etica, della filosofia generale, pubblicando poderosi volumi,
ai quali specialmente noi ci riferiremo nella esposizione e caratterizzazione
della sua filosofia. Il valore della sua opera ha avuto riconoscimento
ufficiale nel premio Reale per la filosofia, conferitogli dall’Accademia dei
Lincei, della quale egli è, dal 1921, socio nazionale. Elenchiamo qui le opere
principali del De Sarlo, escluse le prime già ci¬ tate che poi sono state
rifuse nelle successive: Metafisica Scienza e Moralità. Studi di Filosofia
morale. Roma, Balbi. Contiene: Il naturalismo — Il telismo — L’idealismo e la
moralità — Il socialismo come concezione filosofica — Vita morale e vita
sociale]. Studi sulla Filosofia contemporanea. — Prolegomeni : La « Filosofia
scien¬ tifica ». — Roma, Loescher. Sarlo d’ordinario è presentato come un
teista e uno spiritualista. Tale egli stesso ha sovente dichiarato
esplicitamente [Contiene : Du Boys-Reymond, Helmholtz, Darwin, Il positivismo
contem¬ poraneo in Italia ]. I dati dell’esperienza psichica. Firenze,
Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori, 1903, 1. voi. di pagg. 430
in-8. L’attività pratica e la coscienza morale. Firenze, Seeber. Principii di
Scienza etica, con un’Appendice su La patologia mentale in rap- perto all’etica
e al diritto. Palermo, Sandron, in collaborazione con Q. Calò). II Pensiero
Moderno. Palermo, Sandron, 1 voi. di pagg. 410 in-8. [Contiene: a) Tre studi
che possiamo dire introduttivi : La formazione della coscienza filosofica
odierna — Uno sguardo alla filosofia — I compiti della filosofia nel momento
presente. b) Altri tre studi che costituiscono come la parte centrale del
volume, la più vasta per il contenuto che abbraccia e per l’esten¬ sione che
ha: ! problemi gnoseologici nella filosofia contemporanea — Lo psicologismo
nelle sue principali forme; I diritti della Metafisica, nel quale ultimo
specialmente sono sottoposti a un rapido e vi¬ goroso esame critico i principali
indirizzi della filosofia contem¬ poranea. c) Altri quattro studi su
particolari problemi o correnti filoso¬ fiche : Il significato filosofico
dell'evoluzione [Filosofia e scienza dei valori — Stillo spiritualismo
odierno]. Filosofi del tempo nostro. Firenze, La «Cultura Filosofica» editrice,
1916. [Contiene studi su Paulsen, Hodgson, Ward, Bradley, Reitike, Hartmann,
Zeller, Bonatelli]. Psicologia e Filosofìa. Studi e ricerche. Firenze, La «
Cultura Filosofica » [Contiene: Alcuni studi di filosofia generale,
importantissimi per la comprensione della posizione del De Sarlo nel campo
filo¬ sofico, e della concezione dei rapporti tra filosofia e psicologia:
Vecchia e nuova Psicologia La psicologia
e le scienze normative — L’esperienza psichica — L’individuo dal punto di vita
psicologico — Il soggetto — La causalità psichica — Sensazione e coscienza. b )
Due ampi studi di psicologia metafisica: Il concetto dell'anima nella
psicologia contemporanea — Idee metafisiche intorno all’anima Saggi contenenti
la materia per un orgànico trattato sulle funzioni psichiche : La
classificazione dei fatti psichici — L’attività conoscitiva L’attività immaginativa Vita affettiva ed
attività pratica, con i quali saggi è strettamente connesso un amplissimq
studio intorno a Le determinazioni formali della vita psichica, e più
particolarmente all'azione dell’esercizio e dell'abitudine su tutte le funzioni
fisiologiche e psichiche. (Appartengono a questo gruppo altri saggi minori.-
Sulla teoria somatica delle emozioni — Sullo studio dei sentimenti nella
psicologia inglese contemporanea - Sulla perce¬ zione delle forme). d) Studi di
psicologia fisiologica e patologica: Cervello e attività psichica L’attività psichica incosciente Sulla psicologia della suggestione — Le
alterazioni della vita psichica La
psicologia de¬ gli animali]. di essere. E tale, certo, egli si rivela nei suoi
scritti, dai più antichi ai più recenti. — Ma, è da aggiungere subito, non è
data così la caratteristica più saliente della sua figura di pensatore: sfugge
a quella designazione gran parte, e forse la più significativa, della sua opera
filosofica; viene, comunque, lasciata cosi nell’ombra quella con¬ cezione della
filosofia e del metodo di filosofare che, meglio d’ogni altro elemento, vale a
individuare la sua posizione personale nel movimento filosofico italiano
contemporaneo. Uno dei suoi primi lavori, anzi il primo veramente organico che
l’ulteriore sviluppo del suo pensiero abbia lasciato immune da quelle
rielaborazioni più o meno sostanziali cui, come abbiamo già detto, egli ha
sottoposto altri suoi scritti di quel tempo, voglio dire il vo¬ lume
Metafìsica, Scienza e Moralità, è tutto una riaffermazione dei princìpi
fondamentali della dottrina teistica cosi contro il naturalismo come contro
l’idealismo assoluto. La concezione di Dio quale Ra¬ gione che si esprime
continuamente ed eternamente nel mondo, e non come legge o ordinamento
astratto, bensì come soggetto concreto e vivente, è in quel libro svolta e
presentata come la sola concezione metafisico-religiosa, che, gravitando sulle
esigenze morali più pro¬ fonde della coscienza umana, sulla considerazione del
valore assoluto della persona, contenga di queste esigenze il riconoscimento e
la giustificazione più piena, e fornisca per ciò stesso il principio di quella
sistematica unificazione di tutta la realtà, a cui la mente umana tende per sua
natura, e in cui possono essere inverate le partico¬ lari connessioni di
frammenti di realtà che le scienze della natura stabiliscono mediante le serie
causali dei fenomeni. E tra gli scritti meno antichi, due saggi, dei più
elaborati e ricchi d’idee, I diritti della Metafìsica (nel volume « Pensiero
Mo¬ derno ») e Idee metafìsiche intorno all’anima (nel II voi. di « Psicolo¬
gia e Filosofia »), giungono, attraverso l’analisi dei concetti di causa e di
sostanza, alle medesime conclusioni teistico-spiritualistiche in¬ torno a Dio e
all’anima umana. Dio è la Causa prima, la causa che non è effetto, postulata
qual condizione essenziale della compren¬ sibilità di qualsiasi fatto
particolare in quanto anello di una serie causale: causa la quale non può esser
concepita, se non come ana¬ loga alla sola causa vera a noi nota, che è la
nostra stessa volontà in quanto libera, in quanto costitutiva d’un
cominciamento assoluto; non può quindi esser concepita se non come volere essa
stessa, e quindi come causa finale. E Dio è la Sostanza Assoluta. l’Essere nel
quale trova compiuto soddisfacimento l’esigenza del pensiero a cui risponde il
concetto di sostanza: che è il concetto di essere che non è in altro nè per
altro, ma è essere per sè, condizione e presupposto di ogni altra de¬
terminazione, principio e unità reale di ogni molteplicità. E anche per questo
rispetto esso non può venir concepito se non in analo¬ gia con quella che è per
noi l’espressione più immediata e genui¬ na della sostanzialità, ossia la
coscienza, che è appunto esistenza per sè, l’io che è immediatamente percepito
come principio unico di una molteplicità di funzioni e di atti, in cui
manifesta la sua realtà. E le sostanze finite possono anche esser considerate
come pen¬ sieri di Dio, e quindi come atti di quest’Essere per sè per eccel¬
lenza, purché però l’atto e la funzione di Dio siano intesi come tali che il
termine di essi abbia un essere almeno parzialmente indipen¬ dente e sia
fornito della capacità di esistere per sè, di spontaneità e di libertà. Appunto
queste proprietà degli esseri finiti rileva e illustra il De S. nel tentativo
di determinare cosi l’origine come il destino delle anime. L’origine dell’anima
la quale implica, per un lato, la produzione di qualcosa di nuovo e, per
l’altro, la conformità a un ordine di leggi immutabile, può, secondo il De S.,
esser posta in rapporto con l’azione divina, purché questa s’intenda appunto
come sostrato reale in cui ha il suo sostegno quell’ordinamento di leggi, per
il quale, in date condizioni, nuovi fatti accadono o nuovi fini e valori
vengono realizzati. E poiché quelPordinamento è eterno, anche delle anime può
dirsi che esistono ab aeterno, come princi¬ pi potenziali, i quali aspettano
che i destini si maturino per poter divenire attuali. E una volta divenuti
attuali, i centri reali di vita e di coscienza sono, secondo il De S-,
indistruttibili, appunto in forza del pregio intrinseco che essi posseggono
come sostanze: onde l'affermazione dell’immortalità di tutte le anime. È
innegabile, dunque, che del problema metafisico per eccellenza il De S.
presenta costantemente una soluzione conforme, nei suoi principii fondamentali,
al teismo e spiritualismo tradizionale. Ma bisogna subito aggiungere che nella
trattazione di questo pro¬ blema della realtà egli è sempre consapevole del
carattere meramente congetturale di quella soluzione, quantunque questa gli
sem¬ bri meno inadatta delle altre a dare dei fatti e della realtà cono¬
scibile una certa quale interpretazione sistematica. Egli non si na¬ sconde mai
le oscurità che si oppongono alla piena intelligibilità dell’Assoluto: non
dissimula le antinomie tra le quali la ragione umana si dibatte ogni volta che
pretende di dare della realtà ul¬ tima una definizione esauriente. E’ troppo
persuaso dello scarso va¬ lore dimostrativo che possono avere le analogie in
base alle quali noi trasportiamo dal finito all’infinito o estendiamo da una ad
al¬ tra sfera di realtà i nostri concetti, perchè si possa credere che egli
s’illuda sulla portata effettiva di quelle ipotesi, anche se l’intimo con¬
vincimento suo della preferibilità di quelle ad altre ipotesi dia ta¬ lora alla
sua trattazione un tono che può parere alquanto dommatico. Le riserve
prudenziali che spesso interrompono la sua trattazione di tali problemi
potrebbero anzi indurre a ritenere ch’egli sia in fondo un agnostico in fatto
di metafisica: ed egli non disdegnerebbe certo questo epiteto, se per
agnosticismo s’intende la persuasione che il mistero dell’universo è e rimarrà
ineluttabilmente un mistero per la mente umana. Agnosticismo, che ben si
concilia in lui con la fede — questa, si, veramente dommatica nel senso
migliore delia parola con la fede sulla validità assoluta dei princìpi
razionali, con l’affermazione che nel fondo della realtà è la Ragione : si con¬
cilia, perchè, data appunto l’ind'pendenza relativa delle coscienze finite
dall’Essere assoluto di Dio, possono da ognuna di quelle essere colti soltanto
frammenti della razionalità in cui questo si rivela co¬ me immanente
all'universo. È uno dei caconi della maniera di filosofare del De S. questo,
che l’esigenza dell’unità, la quale è essenziale alla ragione e si esprime nel
suo grado più alto nella posizione del problema metafisico, non può e non deve
essere sodisfatta con l’eliminazione delle differenze che la realtà presenti e
la ragione stessa riconosca come irriduci¬ bili, anche se non riesca poi facile
o possibile alla mente umana stabilire come questa molteplicità irreduttibile
possa esser ricon¬ dotta o comunque messa in relazione con quel principio reale
di unità assoluta che è Dio. Cito due esempi caratteristici, relativi al
concetto fondamentale di sostanza. Della sostanza, come s’è visto, noi abbiamo,
secondo il D. S., una conoscenza immediata nell’apprensione del nostro io, in
quanto questo è un essere per sè e si manifesta nei fatti psi¬ chici come in
atti suoi, senza esaurirsi in nessuno di essi. Da ciò parrebbe lecito dedurre
che il mondo sia costituito di sostanze omogenee, ossia di esseri che siano per
sè come unità di coscienza, anche se tra le varie sostanze si debba stabilire
una differenza di grado: parrebbe cioè giustificato il monismo spiritualistico.
Invece il De S. dedica due saggi ad una critica stringente di questa soluzione
del problema metafisico, che pur parrebbe la più conforme ai suoi supposti
spiritualistici (// monismo psichico e Sullo spiritualismo odierno, nel volume
« Pensiero Moderno »). È vero, egli dice, che tutto ciò che esiste, per il
fatto che esiste, agisce in una data maniera, e noi non possiamo rappresentarci
codesta attività che facendo uso di nozioni attinte alla nostra esperienza
intima, e che quindi in ultimo siamo sempre spinti a identificare l’esistenza
con una forma, per quanto attenuata, di psichicità. Ma l’analogia non deve far
perdere di vista le profonde differenze esistenti se non altro tra il modo di
comportarsi degli obietti e fatti costituenti la natura esterna e quello degli
esseri e processi psichici. Anzi, per il De S., a rigore non basterebbe opporre
al monismo, sia esso materialistico o immaterialistico, il dualismo : sarebbe
più logico parlare di pluralismo senza aggettivi, esprimente una pluralità di
energie e di attività tanto differenti tra loro,' che a rigore non possono
essere accomu¬ nate nè sotto la rubrica spirito né sotto qualsiasi altra
rubrica. Come e perchè esista quel dato numero di principii, cornee perchè
esistano quelli e non altri, non è possibile dire: è un fatto che va
constatato, e non si può e non si deve spiegare; come vanno indagate,
constatate e descritte le varie maniere di agire e reagire reciproca¬ mente di
questi vari esseri, ma non si può presumere di spiegare, nel vero senso della
parola, come e perchè si stabilisca la con¬ nessione reciproca di tali esseri
che sono esistenti per sè, sebbene nelle maniere speciali di agire e reagire
essi affermino e rivelino la loro esistenza. Ma vi ha di più: la sostanza
vivente e, più in particolare, la sostanza psichica esiste ed agisce in quanto
si sviluppa. Ora uno dei saggi più penetranti del De S. (Il significato
filosofico dell'evo¬ luzione, nel volume « Il Pensiero moderno ») è dedicato
all’analisi del concetto di evoluzione, ed è uno dei più significativi per
dimostrare come nella concezione metafisica del De S. si conciliino un tempe¬
rato razionalismo e un prudente agnosticismo. Il concetto di evo¬ luzione,
lungi dall’essere — come vuole, ad es., l’hegelismo — un principio esplicativo,
e lungi dal dare un’espressione compiuta della realtà ultima, ha bisogno esso
stesso di venir reso intelligibile. E l’analisi critica di tal concetto rivela
la presenza in esso di vere e proprie contradizioni, che non possono essere
eliminate se non considerando lo sviluppo non già come il prius della realtà,
ma come qualcosa di accessorio e di secondario. Il processo evolutivo, mentre
implica necessariamente il tempo, esige l’illusorietà del tempo; mentre vuol
essere creazione, implica già la preesistenza del termine a cui arriva; si può
leggere in esso, almeno post factum, la rispon¬ denza a un ordine razionale, ma
chi dice razionalità, dice estra- temporaneità. Ogni evoluzione implica dunque
qualcosa di assoluto, di perfetto, di stabile, che rappresenta il principio
vero dell’evolu¬ zione. Ecco il risultato, positivo, certo, cui conduce
l’analisi del concetto di evoluzione: ma è una certezza che fa sorgere nuovi
interrogativi: allora, ci si domanda, come e perchè i reali concreti e finiti
sono cosi fatti da dover attuare i fini solo mediante il pro¬ cesso evolutivo,
come e perchè l’ordine si realizza per gradi e attra¬ verso lo sviluppo? Il che
equivale a domandarsi come e perchè esistano esseri finiti che si trovano con
l’assoluto in quegli speciali rapporti. E a questi interrogativi non è
possibile rispondere: ed ecco come, conclude il De S., l’evoluzione è un
aspetto del « my- sterium magnurn » della realtà. Il problema dell’evoluzione
reale conduce al problema del tempo, e come questo resulta dalla con¬ nessione
del flusso con la permanenza, della successione con la durata, così
l’evoluzione poggia sul rapporto del divenire o variare con ciò che è
immutabile, permanente e eterno. Compito df;fa filosofia, dunque, di fronte al
problema più propriamente metafisico sembrerebbe essere, per il De S., quello di
rendere chiare e in un certo senso acuire e dimostrare insuperabili, piuttosto
che superare, le difficoltà che quel problema offre alla mente umana; di
illuminare i limiti di essa, piuttosto che additarle un varco alla conoscenza
piena dell’Assoluto. Ma non è questo, per il De S., l’unico compito della
filosofia: o meglio, per assolvere questo stesso compito, per condurre la mer*e
umana appunto a queste posizioni che sono al margine del mistero, a queste che
possono dirsi frontiere della conoscenza umana, e per dimostrare che sono
frontiere invalicabili, la filosofia deve, secondo il De S., percorrere il
dominio stesso che innanzi alla conoscenza si stende, di qua da quelle
frontiere: ed è il dominio dell’esperieza nel senso più pieno e più ampio di
questa parola. Prima della « Dialettica trascendentale » e quindi prima della
Critica della Ra¬ gion pratica con i suoi postulati, vi è e vi deve essere una
« Estetica » e una «Analitica», per servirci della terminologia usata da Kant,
a designare un atteggiamento di pensiero analogo, per questo rispetto, a quello
criticistico, anche se, come vedremo, muova da supposti e segua un.
procedimento e giunga a risultati profondamente diversi. L’attività filosofica
del De S. ha avuto sempre, sin dalle sue prime manifestazioni, un’impronta di
positività, disdegnosa di ogni audacia speculativa, derivante così dalla tempra
del suo spirito come dalla sua educazione scientifica, oltre che dal convincimento
del valore nullo di ogni concezione che non sia un portato neces¬ sario della
critica della conoscenza positiva e non abbia quindi una larga base empirica.
Ma questo convincimento, si può dire, si è venuto in lui sempre più radicando
col maturarsi del suo pensiero, sino a divenire il motivo fondamentale sempre
più insistente del suo filosofare; sì che con questa designazione appunto di
filosofia dell'esperienza egli ama contrassegnare la sua dottrina e il suo
metodo, in recisa opposizione alla speculazione idealistica dei neo hegeliani,
che si è andata sempre più affermando in Italia. Si direbbe che il diffondersi
di quell’antiempirismo dialettico ch’egli considera un vero « contagio » delle
menti, l’abbia indotto ad accentuare sempre più la necessità di ricorrere a
cautele immunizzatrici, in un contatto sempre più stretto, e più esclusivo,
della filosofia col sapere empi¬ rico; di ricondurre la filosofia, come in
rifugio sicuro, in quei con¬ fini entro i quali essa possa mantenere il
carattere di scienza, es¬ sere, ai pari delle altre scienze, un prodotto dei
processi logici comuni della mente umana, anziché l’espressione — mistica o
lirica che sia, notevole quanto si voglia per novità e originalità, ma non
suscettibile d’una dimostrazione razionale — l’espressione, dicevo, di una
coscienza e quasi d’un temperamento individuale traverso il quale la realtà si
rifranga. E inaugurando, nello scorso ottobre, l’ultimo Congresso italiano di
filosofia a Firenze, giunse alle affer¬ mazioni estreme che le attuali
condizioni della cultura filosofica in Italia esigono un più o meno lungo periodo
di astinenza dall’alta speculazione, e che non il problema filosofico, quello
metafisico intorno alla natura della realtà ultima e assoluta, ina / problemi
filosofici particolari, o meglio questi prima e con più fiducia e anzi con più
sicurezza di successo che quello, e come condizione per la stessa impostazione
non che per ogni tentativo di soluzione di quello, meritano di essere oggetto
dell’indagine filosofica. Ma con ciò, si può osservare, non è stato sacrificato
proprio quello che è il carattere distintivo del sapere filosofico rispetto
alle scienze particolari, e che è appunto la determinazione della relazione dei
distinti, il riferimento della molteplicità delle distinzioni a un prin¬ cipio
unitario? Il De S. risponde che la filosofia è aspirazione alla unità
dell’Essere, senza che perciò il filosofo debba trasformarsi in un allucinato
dell’unità. La varietà e la inconciliabilità dei tentativi compiuti nella
storia della filosofia per unificare i reali e-le conoscen¬ ze e per dedurre la
complessità dei fatti da un unico principio, sta a dimostrare, secondo lui, che
all’unificazione si giunge colmando con l’immaginazione le lacune della
conoscenza certa e dimostra¬ bile. Gli si può replicare con l’obiezione
consueta, che la vanità di quei tentativi risulta dall’aver cercato la unità
nell’oggetto invece che nel soggetto, nella natura (o in Dio, che è lo stesso)
invece che nello Spirito. Ma il De S. ribatte che anzi appunto attraverso quel
riferimento degli oggetti al soggetto conoscente, appunto at¬ traverso quella
unificazione, diremmo, metodologica e gnoseologica, di tutto il reale nell’io —
che è propria del sapere filosofico —, si rivela la irriducibilità, diremo,
ontologica degli oggetti e dei valori. Infatti, per il De S., se da un lato la
filosofia non può non scindersi in una molteplicità di discipline, fondate su
principii irriducibili (essere e valere, p. es.), dall’altro lato queste hanno
ca¬ ratteri comuni, che valgano a fare di esse appunto un unico gruppo, quello
delle disciplini; filosofiche. E questi caratteri comuni sono: I)
determinazione dei concetti universali, attraverso i quali la realtà può essere
razionalizzata; 2) riferimento di tutta la realtà allo spi¬ rito del soggetto,
in cui e per cui l’esperienza in ogni sua forma si costituisce. Due caratteri,
questi, che sono per il De S. stret¬ tamente uniti e come interdipendenti:
perchè le idee universali — ossia le nozioni metafisiche fondamentali — intanto
assurgono a quel grado di fecondità per cui rappresentano i mezzi di raziona¬
lizzazione della realtà, in quanto o sono il risultato della giustii.jata
estensione a tutta la realtà di concetti che abbiamo direttamente appreso nella
coscienza (sostanza, fine, causa), ovvero sono il prodotto della riflessione
sui modi in cui la realtà diviene intelli¬ gibile e acquista consistenza nella
mente umana. Lo spirito, in quanto termine comune di riferimento di tutti gli
elementi e fatti della realtà, viene ad occupare una posizione centrale nel
mondo, e la psicologia, come scienza dello spirito, costituisce il terreno di
incontro delle diverse discipline filosofiche. Si è detto, la psicologia come
scienza dello spirito : e di questa determinazione v’è bisogno per non cadere
nei facili equivoci cui può dar luogo la parola psicologia o psicologismo. Già
nei 1903, nel suo poderoso volume I dati dell'esperienza psichica, il De S.
insisteva sulla profonda differenza esistente tra la psicologia come scienza
empirica e la psicologia coinè scienza filosofica. La prima, quale si è venuta
costituendo negli ultimi decenni, studia l’anima umana come un « obietto» tra
gli altri obietti della natura, ha aspetto e procedimento di una scienza
naturale e non mira che alla spiega¬ zione causale dei fenomeni. Per essa la
vita psichica è un complesso di « stati » di coscienza: i quali, sì, implicano
tutti una certa coscienza dell’io (in maniera che per il De S. non è possibile
una psicologia « senz’anima », anche se sia psicologia empirica): ma il
soggetto non è còlto, da questa, in funzione, ossia nella sua attività tendente
a determinati scopi. Si tratta di una considerazione statico di dati, a cui il
concetto di atto è necessariamente estraneo; di una consi¬ derazione che tende
a fissare i rapporti condizionali dei vari ordini di stati psichici e a ridurre
il complesso al semplice. La psicologia empirica deve quindi limitarsi
all’«analisi morfologica» della co¬ scienza, escludente qualunque funzionalità
e quindi qualunque dina¬ mismo. Ora « lo spirito — dice il De Sarlo (p. 412) —
non è una cosa tra le altre cose, ma è il mezzo di rivelazione della realtà.
Come tale lo spirito è universale: universalizza sè stesso nelle sue funzioni
ed universalizza per ciò stesso l’obietto a cui è rivolta la sua atti¬ vità ».
Ecco perchè lo spirito può considerarsi come in una posizione centrale rispetto
a tutte le cose: e la scienza che lo studia, ossia la psicologia come “
fisiologia „ dello spirito, è necessariamente scienza filosofica. Nella
considerazione funzionale dello spirito s’im¬ pone il concetto di valore e
quindi di fine. Le funzioni dello spirito mercè i loro atti oggettivano i dati
e stati soggettivi; perchè sono determinazioni che qualificano, sì, il
soggettò, ma lo qualificano in rapporto all’oggetto, e danno quindi luogo a ciò
che è universal¬ mente valido, a quelli che sono i valori oggettivi. La verità,
il bene, il bello non sono dei dati o dei fatti: sono degl’ideali, sono appunto
valori, distinti da ogni altro valore unicamente soggettivo per que¬ sto
carattere, che sono forniti di una speciale necessità che è la necessitàdi
diritto ben diversa dalla necessità di fatto degli stati psichici. Quest’ultima
denota soltanto che uno stato è inevitabilmente determinato, nella sua
insorgenza, da certe condizioni, una volta che queste siano date, cioè siano
determinate da altre condizioni, e così via; denota cioè che uno stato o un
fatto psichico ha sempre la sua ragione d’essere in altro. Ma è indifferente al
valore di quello stesso stato o fatto, se per valore s’intende ciò che ha la
ragion d’essere in sè e non in altro ossia un valore incondizionato e assoluto,
ciò che deve essere anche se le condizioni dell’essere non sussistano e quindi
la realtà non sia ad esso adeguata. La necessità psico¬ logica abbraccia
indifferentemente nella sua spiegazione così il valore come il disvalore, così
il vero, il bello, il bene, come l’errore, il brutto, il male. Una tale
distinzione di valore, come distinzione obiet¬ tiva e universale, non si può
avere se non mediante il riferimento alle leggi costitutive delle funzioni
originarie ed essenziali dello spirito, leggi non meccaniche, superiori anzi al
meccanismo psichico, perchè essenzialmente teleologiche, indicanti cioè la
maniera in cui quelle funzioni agiscono ogni volta che raggiungono il termine
che è costi¬ tutivo della loro natura spirituale, leggi rivelanti la loro
natura attra¬ verso una forma di evidenza che è indizio della loro necessità e
universalità. Le leggi logiche e gnoseologiche definiscono la natura del
pensiero, le leggi etiche quelle della volontà, le leggi estetiche quelle della
fantasia. Sono principii o assiomi i quali significano che il pensiero, il
volere e la fantasia in tanto meritano veramente questo nome e in tanto
raggiungiamo il termine che ad esse è proprio, in quanto si esplicano nel senso
indicato da quelle leggi piuttosto che in altro senso. La distinzione tra
psicologia empirica, come scienza dell’anima — morfologica, naturalistica e la
psicologia come scienza dello spirito — funzionale e filosofica , così
nettamente affermata dal De S. nell’opera su citata del 1903, è forse stata
successivamente attenuata in altri scritti, nel senso che, a suo giudizio, la
conoscenza del meccanismo psichico risulta utile alla determinazione dei modi
in cui lo spirito si eleve al di sopra di esso r e reciprocamente la conoscenza
dei fini dello spirito è indispensabile per l’apprensione esatta del meccanismo
che serve di mezzo al raggiungimento di t'°i. Ma l’attenuazione si riferisce ai
rapporti tra le due considerazioni dell’anima e non elimina con ciò la
distinzione. E comunque il De S. non ha mai cessato di differenziare net¬
tamente ed energicamente il suo psicologismo da quello naturali¬ stico, che
considera i valori dello spirito come « o applicazioni di leggi psicologiche
già operative in altre direzioni, ovvero particolari, originarie manifestazioni
dell’attività psichica, le quali però attingono il loro significato dall’essere
effetti necessari di certe cause psichiche o risultati inevitabili di processi
mentali naturali, e non già dal ri¬ spondere a certi fini od esigenze valide
anche se non mai realiz¬ zate». Si leggano specialmente, in proposito, i saggi
Lo psicologismo nelle sue principali forme (nel voi. < Pensiero Moderno »),
Vecchia e nuova psicologia, La psicologia e le scienze normative, e La clas¬
sificazione dei fatti psichici (nel I voi. di « Psicologia e Filosofia. Lo
psicologismo del De S. non è dunque naturalismo, ma non è neppure immanentismo:
offre anzi a lui il mezzo per affermare e dimostrare, contro ogni forma
d’idealismo immanentistico, il suo realismo gnoseologico. Se nella
determinazione di ciò che è l’essere e, in genere, di ciò che è oggetto di
conoscenza, il De S. ritiene di dovere attenersi ai criteri generali su esposti
del suo psicologismo, non è già perchè egli ritenga che la psiche e i processi
psichici costituiscano la stessa realtà, anzi lo stesso essere, ma è solo in
considerazione delle pre¬ rogative che, in ordine alla conoscenza, sono proprie
dell’esperienza psichica di fronte ad ogni altra forma di esperienza. E queste
pre¬ rogative sono due: 1) innanzi tutto la così detta esperienza estèrna si
rivela e acquista consistenza sempre attraverso l'interna, perchè ciò che è
direttamente percepito, anche in quelli che sono comune¬ mente detti oggetti
esterni, è sempre il contenuto d’un atto psichico; l’esperienza interna
presenta la nota dell’evidenza (evidenza di fatto) derivante dalla coincidenza
del percepire col percepito; e perciò l’esperienza psichica rappresenta il vero
fondamento per la consta¬ tazione di qualunque esistenza reale, e quindi di
ogni sapere em¬ pirico. 2) In secondo luogo, l’esperienza psichica è il solo
tra¬ mite attraverso il quale tutto ciò che è (reale o pensabile che sia),
l’essere in generale ci si può rivelare. L’io distinguendosi da tutta la realtà
traspare a sè medesimo, e insieme tutta la realtà diviene trasparente
attraverso di esso. Nulla esiste che sia propriamente nell’io, tranne l’io
stesso, e insieme, in un certo senso, nulla di cui si può discorrere esiste al
di fuori dell’io, perchè la cosa, per essere affermata e riconosciuta, deve in
qualche maniera esser presente alla coscienza. In questo consiste ciò che si
può chiamare funzione rappresentativa della mente. Ma proprio da questo
carattere essenziale alla mente il De S. deriva la necessità di affermare la
trascendenza dell’oggetto rispetto alla mente che lo afferma e lo pone. Noi,
egli dice, arriviamo, è vero, al concetto di essere e di obietto solo mediante
la riflessione sull’atto di riconoscimento: ma questo in tanto è tale, in
quanto è provocato da qualcosa di diverso da sè. La mente, non contenendo la
realtà come tale, nè identificandosi con essa, non può giungervi se non
attraverso qualcosa che rappresenti o sostituisca la realtà medesima. Le
rappresentazioni mentali forniscono i segni in base a cui l’intelletto
costituisce la realtà. La realtà, si può anche direche sia « percipi « e «
intelligi », purché con ciò non si voglia signi¬ ficare che l’essere si
esaurisca nel fatto di essere percepito e inteso, ma solo che non si ha modo di
definire quest’essere prescindendo dalle sue rivelazioni nella coscienza
individuale. La conoscenza vale sempre per altro, si riferisce sempre ad altro.
Non che si tratti di una specie di corrispondenza tra l’obietto trascendente e
la rappresentazione mentale — come grossolanamente si ritiene da molti critici
di tale concezione —, quasi fosse am¬ missibile un’apprensione dell’oggetto
qual’è in sé al di fuori della coscienza e quindi un confronto tra la Cosa e 1
idea- L affermazione della trascendenza è imposta dal bisogno di dare un senso
alla funzione conoscitiva qual’è còlta in atto, al fatto conoscitivo nel suo
significato e nell’intendimento che lo anima. Certo, per il De S., non si deve
con Jiò pregiudicare la soluzione del problema metafisico della costituzioile intima
della realtà ultima. La metafisica può anche giungere alla conclusione che la
realtà, divelta da qualsiasi rapporto con la coscienza, è un non senso, che
tutto ciò che esiste, esiste in quanto è connesso con una coscienza. Ma questo
rapporto metafisico non può essere identificato col rap¬ porto gnoseologico tra
obbietto e coscienza in quanto conoscente. La coscienza nel riferimento alla
quale può farsi consistere la realtà di tutto ciò che è, non è certo la
coscienza individuale del soggetto che conosce questa realtà e la conosce
riferendola a sé come altro da sè: anche quando si sia ridotta metafisicamente
la realtà a coscienza, tale coscienza rispetto al soggetto conoscente, a questo
o quel soggetto, è sempre un reale, un oggetto, è sempre appresa da esso come
altro da sè. Il quale ultimo punto non potrebbe essere negato se ì.'in di¬
mostrando che la distinzione delle singole coscienze è illusoria e che i
rapporti tra gli obietti costituenti l’universo sono identici ai rapporti tra i
fatti psichici di ciascuno. Questa dimostrazione, per il De S., non può essere
data: e ne vedremo il perchè, tra poco, a pro¬ posito della natura del soggetto
come reale. E, comunque, allo stesso modo che la soluzione del problema
gnoseologico non deve acco¬ gliersi come tale da contenere o assorbire in sè la
soluzione del pro¬ blema metafisico, cosi questa — che, d’altronde, può essere
solo punto d’arrivo dell’indagine filosofica, e irta, come s’è già detto, di
difficoltà e oscurità d’c^ni sorta —, non può e non deve pre¬ giudicare la
soluzione del problema gnoseologico, sino a eliminare ciò che è costitutivo del
fatto della conoscenza, la dualità di sog¬ getto e oggetto. L’esperienza
psichica — l’abbiamo già detto — è, per il De S., costituita di atti : e perciò
anche il pensiero è atto. Ma chi dice atto, dice qualcosa che accade nel tempo,
qualcosa che sorge e si dilegua in un determinato punto della durata. E allora,
secondo il De S., non si può sfuggire a questo quesito: se tutta l’esperienza
psichica si risolve in un complesso di atti e se in conseguenza tutto ciò che
può essere conosciuto non lo può che attraverso atti, come é possibile arrivare
al concetto di ciò che non è atto, al concetto, poniamo, di una relazione
universale e necessaria tra idee, com'è possibile arrivare al concetto del
mondo della pensabilità, che esclude qualsiasi elemento di efficienza, di
azione reale, e che non è nel tempo? Appunto per rispondere a questo quesito,
occorre negare l’immanenza o l’inclusione dell’oggetto nell’atto psichico cor¬
rispondente. Mentre vi sono contenuti di coscienza i quali si mol¬ tiplicano
come si moltiplicano i centri di coscienza, ve ne sono altri che, pur essendo
in speciale rapporto con i primi, rimangono unici e anzi non sono concepibili
che come unici. E anche quando agli obietti in quanto parvenze non è attribui¬
bile nessuna consistenza reale, non è lecito affermare che essi si
identifichino con gli atti stessi, giacché anche in tali casi è sempre
necessario presupporre ddle condizioni indipendenti atte a provo¬ care
l’esplicazione dell’attività psichica riconosciuta poi come illusoria.
L’esistenza di siffatte condizioni è un presupposto ineliminabile : o
l’attività psichica ch’esse hanno provocata è adeguata alle condi¬ zioni
medesime, e allora si è autorizzati a identificarle con obietti reali, aventi
un’esistenza indipendente; o tale esplicazione è ina¬ deguata, e allora
s’impone la necessità di ricercare quale forma di realtà e di esistenza possa
essere attribuita a quelle condizioni. Ma come si può decidere se vi sia o no
adeguazione del¬ l’atto all’oggetto? Qui il De S. insiste sulla distinzione tra
i due ordini di oggetti conoscibili: gli obietti concreti e individuali (con le
loro qualità) da una parte, e gli elementi ideali o intelligibili, dall’altra. L’esistenza
è fornita sempre dall’esperienza: o è dato sensoriale, o è dato della
coscienza, e non può non occupare tempo ; l’intelligibile, invece, è sempre
formulabile per mezzo di un rapporto o di un complesso di rapporti, ed è
estraneo alle vicende del tempo. E il fondamento della cognizione, in rapporto
a questi due ordini di obietti, è da un lato la percezione dei fatti psichici e
di ciò che è relativo ad essi, e dall’altro la conoscenza di certi principii e
assiomi costituenti come l’ossatura della ragione; da un lato, cioè, l’evidenza
di fatto, fornita, come si è già accennato, dalla di¬ retta esperienza che
abbiamo di noi stessi, e, dall’altro, la necessità razionale, qual’è còlta nei
principii logici. Questa distinzipne, però, non è da intendere, secondo il De
S., nel senso che l’apprensione dell’esistente e della sua qualità possa farsi
indipendentemente dal pensiero logico. Il fatto individuale non è
caratterizzabile che mediante nozioni universali; e 1 intelligibile, se può
essere considerato per sè (astratto) solo per opera della mente, è tanto
intimamente connesso (consubstanziale) con resistente, col puro fatto, che
questo non può formare oggetto di conoscenza se non per ciò che contiene di
inttj ligibile. È il pensiero che deve in certo modo investire di sè i
dati'dell’esperienza psichica per og- gettivarli affermandoli, facendone cioè
termini di atti giudicativi, e trasformarli così in reali conosciuti. Più in
particolare, è il pensiero che fa di quella sfera dell’espe¬ rienza psichica
che è la sensibilità, il tramite di una realtà trascen¬ dente la coscienza, e
fa delle qualità sensoriali non soltanto contenuti psichici — aventi la realtà
stessa di altri contenuti psichici, come sentimenti, volizioni ecc., aventi
cioè resistenza che è propria degli stati o atti di quel prototipo di realtà
individuale che è l’io — , ma fenomeni d’una realtà trascendente. Il pensiero
pone e risolve il problema della realtà di un correlato obiettivo delle q alità
senso¬ riali, in quanto da un Iato queste non sono meri contenuti di co¬
scienza o creazione del soggetto — come dimostrano la coerenza e permanenza che
presenta l’esperienza sensibile e le variazioni a cui questa può andar soggetta
indipendentemente da qualsiasi rap¬ porto con la coscienza individuale — ; e
dall’altro lato non sono cose in sè — come dimostra la loro relatività alle
condizioni subiet¬ tive, per cui è impossibile dire chiaramente in che cosa
consistano, per sè prese. D’onde risulta che esse hanno una forma di esistenza
speciale che è appunto l’essere proprio dei fenomeni. Ora questo correlato
obiettivo delle qualità sensoriali può essere raggiunto solo per opera del
pensiero e non è determinabile nei suoi tratti essen¬ ziali che in base ai
principii razionali. Il pensiero rappresenta, pertanto, il solo mezzo per
distinguere l’apparenza dalla realtà, anzi il solo mezzo per attribuire un
signi¬ ficato a tale distinzione. Le parvenze sensoriali, i puri fenomeni e le
forme intuitive dello spazio e del tempo non possono non essere constatati, e
quindi come pseudo-esistenze, non possono non divenire obietti di conoscenze
immediate, nella forma di giudizi percettivi (pensiero tetico, immediato,
concreto). E quando i dati così affermati si trovino in contrasto col sistema
delle conoscenze or¬ ganizzate intorno ai principii razionali, il pensiero
medesimo è chia¬ mato a decidere in ultima istanza su ciò che va affermato come
reale e ciò che va riguardato come apparenza, è chiamato a decidere in¬ torno
all’obbiettivo e al subbiettivo. Se già l’esistenza come tale esige, secondo il
De S., l’intervento del pensiero logico, s’intende che anche l’essenza del
reale non possa, e con più forte ragione, esser determinata che dal pensiero.
Essa consiste in relazioni, nelle quali la mente traduce ciò che dapprima è soltanto
sperimentato e vissuto (somiglianza e differenza, nesso di dipendenza, rapporti
quantitativi, rapporti di azione e passione, rapporti spaziali e temporali atti
a fornire le coordinate per l’indi¬ viduazione). L’intelligibile, distrigato
dal reale per mezzo dei processi intellettivi, finisce per assumere l’ufficio
di segno rispetto a ciò che è posto come indipendente dal soggetto e come
sussistente. E il progressivo sviluppo della conoscenza è determinato dal
bisogno di fissare ciò che nella realtà vi ha di conforme alla ragione e quindi
di assimilabile da essa mediante la traduzione della realtà stessa in rapporti
razionali. La credenza che l’obietto sia sempre risolubile in elementi
intellettuali è il presupposto e anzi l’anima di qualsiasi conoscenza. La
realtà esistente, dunque, non può essere posta che dal pen¬ siero in quanto
giudizio tetico; e non può essere conosciuta nella sua struttura se non nella
misura in cui il pensiero la traduce in un complesso di rapporti intelligibili.
Ma — e con ciò il De Sarlo riafferma il carattere nettamente realistico del suo
razionalismo — i termini di questi rapporti e il contenuto di quelle « tesi »
non sono risolvibili in pensiero.Vi è sempre distinzione, secondo il De S., tra
lo sperimentare e il pensare, nel senso che quello non è derivabile da questo,
anche se non possa divenire sperimentare «obiettivo », e quindi conoscere, che
per mezzo dell’attività del pensiero; vi è distinzione tra il pensiero come
oggetto di conoscenza, come pensa¬ bile o pensato, e il pensiero come attività
d’un soggetto, volta a raggiungere la verità — sia questa un dato di fatto o
un’i¬ dea —, come pensiero pensante. È questa la natura dei rapporti, il cui
complesso costituisce la pensabilità del reale: da un lato essi sono il risultato
di atti (riferi¬ mento) compiuti dal soggetto, sì che, come tali, parrebbero
immanenti a una mente e quindi il prodotto di un soggetto. Ma dall’altra parte
IL REALISMO PSICOLOGISTICO 139 non sono posti arbitrariamente; sono, più che
suggeriti, imposti da esigenze obiettive. Nè l’inlelligibiiità dei rapporti
viene ad essere facilitata dal riferimento di essi ad una Mente universale. Con
ciò i rapporti vengono consideratifcome creazione arbitraria di tale Mente ? E
allora ogni analogia di questa con la mente umana verrebbe ad essere
cancellata, e il ricorso ad essa diverrebbe inutile allo scopo. Vengono,
invece, i rapporti considerati come espressione di una neces¬ sità intrinseca
alla natura delle cose? E allora la Mente universale non è che il nome per esprimere
la coerenza logica, l'intelligibilità nel suo aspetto obiettivo;
i»/telligibilità che può condurre la mente ad ammettere un’Intelligenz.l!
assoluta, senza che però questa sia assunta a principio esplicativo della
razionalità: la razionalità vale per sè, indipendentemente dall’essere
insidente in una mente. Quel che noi possiamo dire, conclude in proposito il De
S. t è che i rap¬ porti, quali possono essere studiati dall’intelletto finito
individuale, suppongono obietti (termini) nella cui proprietà hanno il loro
fonda¬ mento, e che le relazioni, realizzate in questa o quella coscienza
mediante gli atti di riferimento, sono il riflesso delle relazioni obiettive. *
* * 8. — Il problema gnoseologico, s’è visto, non può, secondo il De S., essere
convenientemente trattato se non quando si tenga pre¬ sente che il soggetto a
cui, nel fatto conoscitiva, vien riferito l’oggetto, è il soggetto individuale;
e la soluzione réalistica ch’egli ha dato al problema potrebbe essere
compromessa esclusivamente nel caso che si fosse riusciti a dimostrare, in sede
metafisica, non solo che la realtà non può esser resa intelligibile che quando
sia considerata come il pensiero di una Mente Universale, ma anche che la
distin¬ zione delle coscienze individuali tra loro e dalla Mente Universale sia
illusoria. La dimostrazione di questo secondo punto è per il De S. impossibile.
Intanto l’aver riconosciuto che l’esperienza psichica è costituita
essenzialmente di atti, non significa per il De S. affermare che il soggetto
dell’esperienza psichica si risolve in null’altro che in un complesso di atti.
È il concetto e l’esperienza stessa di atto che rinvia per necessità al
concetto di soggetto come di un reale distinto da ogni altro reale e quindi da
ogni altro soggetto. Certo, non è possibile determinare la natura del soggetto
(unità reale) senza rife¬ rirsi agli atti ch’esso compie: ma alla variabilità
degli atti non cor¬ risponde la variabilità dell’unità del soggetto.
L’individuo non può non aver coscienza di essere in rapporto con altro da sè
per mezzo di atti da sè stesso compiuti; ma se esso non distinguesse sè (come
principio degii atti) dagli atti stessi, e questi dagli obietti a cui gli atti
sono rivolti, non potrebbe parlare di atti suoi numericamente distinti da
quelli degli altri individui. Inoltre il soggetto si fa, si crea con i suoi
atti, ma perchè possa farsi e crearsi, occorre che vi sia un principio reale,
un dato iniziale e quindi qualcosa di già fatto. La creazione non è ex nihilo;
e la stessa potenzialità o capa¬ cità è concepibile soltanto come inerente a
qualcosa di attuale, come funzione possibile di un essere. Non può, dunque, la
coscienza essere ridotta al mero complesso degli atti e fatti psichici. Ma non
può neppure, d’altra parte, — so¬ stiene il De S., confutando in svariatissime
occasioni la tesi idea¬ listica —, non può neppure essere ridotta a una mera
equazione di pensante e pensato, alla pura relazione formale d’identità tra
cono¬ scente e conosciuto. L’idealismo afferma che la suicoscienza è il grado
supremo dell’evoluzione d’un principio ideale, d’una legge, d’un universale;
quello in cui la realtà, che negli stadi inferiori si presenta come scissa
dall’idea, come essere distinto dal pensiero, come oggetto opposto al soggetto,
rivela invece la sua più intima natura, che è appunto unità e identità di
soggettivo e di oggettivo, di pensante e di pensato, di essere e di pensiero.
Quest’affermazione è per il De S. risultato d’una confusione deri¬ vante dal
significato equivoco della parola coscienza. Quando si parla di coscienza e di
suicoscienza, egli dice, bisogna distinguere tra la suicoscienza vera e
propria, fondata sulla capacità che ha l’io di ripiegarsi su se stesso e di
percepire il complesso dei fatti psichici come incentrantisi in un punto; e la
coscienza, in senso largo, come espressione dello speciale rapporto che può
esistere tra l’oggetto e l’io come conoscente. Quanto alla prima, l’equazione
di pensiero e di pensato non è che l’espressione, in termini intel¬ lettuali,
d’una esperienza vissuta sui generis, di un fatto che può essere indicato ma
non definito, perchè per sè preso oltrepassa il pensiero, e non può assumere
carattere di necessità razionale. E quanto alla seconda, la identificazione dei
due termini del rapporto conoscitivo non può ottenersi se non sostituendo
all’io empirico il cosi detto io universale o coscienza in generale o io
trascendentale. Ma osserva il De S., o con ciò s’intende quello che è comune
alle menti individuali ; e allora non si vede come si possa distinguere il
soggettivo psicologico dal soggettivo gnoseologico. 0 s’intende qualcosa che
vale indipendentemente da questa o quella coscienza empirica, che esprime il
modo come lo spirito deve operare perchè sia veramente tale, le esigenze
dell’intelligibilità significanti veri e propri compiti impditi da ciò che è
indipendente dal soggetto; e allora non v’è più ragione di parlare di io, di
soggetto, quando la soggettività si è identificata/con la razionalità, con
l’intelligibilità, che è anzi l 'oggetto della conoscenza e del pensiero
pensante. Ma da tale concezione della coscienza come di categoria delle
categorie, questo solo, secondo il De S., si ricava, che la realtà in tanto può
essere conosciuta ed essere compenetrata dal pensiero, in quanto è concepita
essa tessa come implicante pensiero. Il che poi significa che la realtà è fcosì
fatta da imporre certe esigenze alla mente individuale, ossia che nell’obietto
vi è qualcosa atto a provocare il riconoscimento. Ma il passaggio dalla
intelligibilità in quanto esigenza del riconoscimento da parte del soggetto,
alla ridu¬ zione della realtà a un processo di autocoscienza, all’affermazione
che nella realtà stessa non si trovi niente di più di ciò che è in noi stessi
quando giungiamo a identificarci e a riconoscerci, non è affatto giustificato.
L’autocoscienza, piuttosto, è già nel fondo della realtà, indipendentemente da
noi: non è dunque l’autocoscienza, quale si presenta negli individui singoli,
l’espressione genuina e compiuta della realtà. Nè vale ammettere
l’autocoscienza come potenzialmente esistente ab aeterno e attuantesi poi negli
individui: si riaffaccia allora quella suprema difficoltà contro cui, come già
si è accennato, urta sempre il pensiero umano, la difficoltà d’intendereA:ome
da ciò che è pura¬ mente pensabile, ideale, estratemporaneo, uno, si passi a
ciò che è reale, attuale, temporaneo, contingente, diverso, mutevole. Non è
pos¬ sibile considerare soggetti molteplici che sono nel tempo e hanno uno
sviluppo e sono direttamente impenetrabili e incomunicabili, come determinazioni,
differenziazioni o sezioni dell’Uno, sol perchè essi hanno il potere di
superarci limiti del tempo idealmente e di elevarsi al mondo della pura
razionalità. E una riprova di questo è l’esistenza dell’errore logico, etico,
estetico che dimostra, come già si è visto, la possibilità d’una discrepanza
fra le funzioni psichiche e le categorie o principii ideali, di qualunque
ordine siano, tra la necessità psico¬ logica e quella deontologica. Questa
distinzione tra la necessità di fatto e la necessità di diritto, tra ciò che è
ed è per opera di un soggetto reale e quel che dovrebbe essere in virtù di
principii razionali, è il presupposto da cui, è naturale, muove più
particolarmente il De S., nelle sue indagini di etica (per cui v. specialmente
VAttività pratica e la co¬ scienza morate e i Principii di scienza etica). Per
lui tutta la vita morale ha il suo fondamento in certi prin¬ cipii valutativi
che si rivelano alla coscienza come forniti d’evidenza immediata analoga a
quella logica: veri e propri assiomi morali, la cui azione pervade le
particolari contingenze della vita pratica. Compiti dell’Etica sono perciò
questi: a) determinare la natura del- Vevidenza pratica (necessità e
universalità) e- il contenuto di queste condizioni essenziali nella vita morale
(e per il De S. tali principii si riducono a quelli della dignità e della
perfezione personale, della giustizia e della benevolenza); — b) porre in luce
lo svolgimento storico di tali principii, in quanto, pur essendo stati sempre
ope¬ rativi, hanno dispiegato variamente la loro efficacia in relazione con il
variare delle condizioni della civiltà; — c) considerare tutte le istituzioni —
per qualunque via primamente sorte — alla luce degl’ideali etici, come organi
dell’attuazione di essi. II De S., nella trattazione di questi problemi,
afferma l’autonomia dello spirito nel senso che il soggetto è tratto dalla sua
stessa natura a dare l’assenti¬ mento a principii superiori al suo io empirico.
Egli quindi ammette una forma di esperienza morale specifica e distinta da ogni
altra forma di esperienza spirituale, scientifica, este¬ tica, religiosa ecc.
La specificità di questa esperienza è la condizione che rende possibile una
scienza etica: della quale egli insiste nel rivendicare l’autonomia e la priorità
rispetto a qualsiasi concezione propriamente metafisica. La Metafisica ha
nell’etica una delle sue basi più solide — e a tal principio è ispirato, come
abbiamo visto, tutto il volume del De Sarlo "Metafisica, Scienza e
Moralità „ — ; ma nessuna teoria morale può, secondo lui, essere costruita alla
luce di una determinata concezione generale dell’universo, piuttosto che sulla
base dell’analisi dell’esperienza morale. Come si vede, di fronte al problema
etico il De S. man¬ tiene fermo quello stesso atteggiamento — che abbiamo più
par¬ ticolarmente illustrato a proposito del problema gnoseologico — di stretta
aderenza all’esperienza, come tramite traverso il quale sol¬ tanto ci si rivela
nella sua efficienza e nella pienezza del suo con¬ tenuto ciò è che universale
e razionalmente necessario. A coloro che trovassero troppo modesto il compito
cosi assegnato alla filosofia, il De S opporrebbe volentieri le parole che Kant
scrisse al¬ l’indirizzo dei «metafisici» del suo tempo: «Il nostro disegno può
mirare a costruire una torre alta fino al cielo: ma il materiale è appena
sufficiente per una casa, spaziosa tuttavia abbastanza per le occupazioni
nostre sul piano dell’esperienza e alta a sufficienza per abbracciare questa
d’uno sguardo ». E comunque « le alte torri e i grandi metafisici simili ad
esse, intorno a cui (sia le une che gli altri) generalmente spira molto vento,
non sono fatti Der me. Il mio posto è la feconda bassura dell’esperienza. Dalla
scuola di SARLO (si veda) usce A. (n. Palermo, professore di filosofia
nell’Università di Napoli). A. inizia la sua attività di studioso con un saggio
sulla misura in psicologia sperimentale, Firenze, R. Istituto di Studi. Nel
campo specificamente FILOSOFICO, A. si afferma, oltre che con saggi minori e
con l’attivissima sua collaborazione alla Cultura Filosofica di Sarlo, col saggio,
“La reazione idealistica contro la scienza” (Palermo), che è una bella
battaglia in difesa del valore della scienza contro tutte le forme
d’intuizionismo, di prammatismo e d’idealismo assoluto, che tendono a svalutare
i concetti scientifici. (cf. H. P. Grice, IL DIAVOLO DEL SCIENTISMO]. Il motivo
centrale di questo saggio è che i concetti della scienza – e. g. psico-logia --
non sonò un impoverimento della realtà, ma un arricchimento del mondo
dell’intuizione. Il concetto, infatti, non è nello schema convenzionale che
serve a comunicarlo praticamente, e che per se stesso non ha certamente valore
di realtà, ma nella sintesi di esperienze concrete che attraverso quello schema
si realizza e nella quale l’intuizione si eleva ad una superiore potenza,
inquadrandosi in un contesto più largo di relazioni, completandosi con altr’intuizioni
che sfuggono alla veduta dell’attimo fuggitivo e ai nostri sensi limitati.
Questo modo d’INTENDERE IL CONCETTO SCIENTIFICO, come processo d’integrazione
dell’esperienza, che non sostituisce l’intuizione e non può mettersi al suo
posto, ma la completa ed arricchisce, già nelle sue discussioni con CROCE (si
veda), ora raccolte in L’estetica del Croce e la crisi dell’idealismo moderno,
Napoli. A. contrappone alla teoria dello pseudo-concetto, con la quale Croce
innesta nel ne^hegelianismo la dottrina di Mach intorno al valore puramente
pratico ed economico dei concetti. E questo motivo di ri-vendicazione del
valore teoretico della scienza è il nucleo che è rimasto costante nel pensiero
d’A. anche quando dal teismo delle sue prime Linee d’una concezione
spiritualistica del mondo, La Cultura filosofica, comparse poi come conclusioni
della traduzione inglese del suo saggio La reazione idealistica contro la
scienza (The Idealistic Reaction against Science, London) — egli passa
attraverso la crisi della guerra mondiale a una concezione pluralistica del
mondo. Questa fase della sua filosofia, che comincia col saggio, La guerra
eterna e il dramma dell’esistenza (Napoli) e si sviluppa e completa per la
parte gnoseologica nei saggi La teoria di Einstein e le mutevoli prospettive
del mondo (Palermo), Relativismo e Idealismo (Napoli), Il problema di Dio e il
nuovo pluralismo (Città di Castello), è caratterizzata da un radicale
sperimentalismo, il quale però sia per i principi! da cui muove e le
conclusioni a cui arriva, sia specialmente per gli arditi procedimenti che
segue, si allontana di parecchio dallo sperimentalismo di Sarlo, come è facile
scorgere dalla esposizione che segue. La realtà, per A., è l’atto stesso di
esperienza che ha due aspetti, distinti, ma sempre uniti, il soggettivo e
l’oggettivo. Non posso aver coscienza di me senza distinguermi dal mondo e
dalle altre persone. L’affermazione della mia individualità implica dunque
l’affermazione degl’altri individui e del mondo, da cui mi distinguo. Non ha
senso parlare d’un soggetto in sè o d'un oggetto in sè, nè di soggetti come
monadi solitarie fuori di questa relazione. L’io e il mondo e le varie anime
non esistono che nella sintesi concreta dell’esperienza, come momenti,
distinguibili, ma inseparabili, del suo processo. Questa sintesi è, per A.,
l’unico vivente modello a immagine del quale possiamo costruire le altre
attività reali che non ci son date all’intuizione immediatamente. E l’atto di
esperienza col suo processo di unificazione e distinzione del soggettivo e
dell’oggettivo, come dell’individuo e delle altre persone, col suo ritmo di
concreta durata e la sua intuizione dello spazio concreto, è l’unica forma a
priori, soggettiva ed oggettiva insieme. Le forme della nostra conoscenza,
dunque, non sono pure apparenze; bensì le forme stesse della realtà che si
svolge, essendo questa appunto il concreto processo dell’esperienza. Questo
processo, per A., è inesauribile; non ha nè principio, nè fine. Non ha senso
domandarsi donde sia derivata la esperienza. Ed è originaria la forma della sua
distinzione nella pluralità degli individui; pluralità che non esclude, come
abbiamo già detto, la concreta unità dell’esperienza, perchè nell’atto stesso
in cui si coglie la distinzione, si coglie insieme indissolubilmente l’unità
dei termini distinti. I soggetti d’esperienza son dunque originarli e
imperituri nella loro eterna correlazione. Possono da una forma oscura di vita
elevarsi a una forma più consapevole e chiara, o dalla luce della coscienza
discendere nella penombra, ma non si estinguono mai, non cessano di essere e di
agire come spontanee energie motrici del processo della realtà. Queste attività
non sono originariamente coordinate al raggiungi¬ mento d’un fine, allo
svolgimento di un piano razionale che si at- turi nella storia del mondo. La
materia corrisponde alla fase in cui esse si urtano disordinatamente in
continui conflitti, dirigendosi a caso per la loro spontaneità in tutte le
direzioni. Statisticamente ne risultano medie costanti di azioni complessive
delle masse; onde l’apparente inerzia e uniformità della materia. La vita dalle
sue forme più semplici alle più complesse è il coordinarsi di quella attività a
un fine comune, che si raggiunge provando e riprovando attraverso secolari
esperimenti nell’evoluzione biologica e sociale. E l’armonia del mondo non è
mai completa, ma si va ancora rea¬ lizzando attraverso le più alte funzioni
dello spirito: l’arte, la scienza, la religione e la filosofia, che sono tutte
forme diverse per le quali la vita dell’individuo si integra progressivamente
con la vita degli altri. E le sintesi più alte si raggiungono sempre con
l’esperimento: non c’è nessuna teoria e nessun sistema che possa pretendere una
giustificazione a priori: la dialettica è arbitraria e infeconda. Agli abusi
logici dei neo-hegeliani l’Aliotta contrappone l’assoluto sperimentalismo della
sua dottrina della verità. Il vero non è nella corrispondenza a un modello
oggettivo, sussistente in sè; ma non è neppure nel processo puramente
dialettico del pensiero. Una teoria è vera se le azioni da essa suggerite
riescono a realizzare un su¬ periore accordo delle nostre attività umane e
delle altre innumerevoli energie operanti nel mondo. E questo criterio non vale
soltanto per le teorie scientifiche, ma anche per i sistemi religiosi e filosofici
che debbono sottoporsi anch’essi all’esperimento storico. Non vi sono categorie
immutabili e definitive, nè nel mondo della natura nè in quello dello spirito.
Tutte le forme di sistemazione sono provvisorie e relative. Non c’è una verità
assoluta, ma gradi diversi di verità e realtà, secondo che realizzano forme più
complete e inte¬ grali di vita d’esperienza. L’errore, il falso non è quindi
neppur esso tale in senso assoluto; ma è una visione parziale, frammentaria,
unilaterale rispetto a una veduta più alta e più comprensiva. Tutte le
intuizioni indi¬ viduali, tutte le varie prospettive sono vere e reali,
ciascuna dal suo punto di vista; ma è più vera e reale quella che riesce a
coor¬ dinarle in una visione più completa da un punto di vista più alto. E
questo non esclude e cancella i punti di vista inferiori, ma in sè li comprende
integrandoli; dimodoché il progresso verso i più alti gradi di verità è insieme
un elevarsi a una maggiore ricchezza di vita. Nel nostro pensiero è la realtà
stessa che si tormenta nello sforzo di attingere una superiore armonia. CALÒ
(si veda) (n. Francavilla Fontana, in prov. di Lecce) è professore di pedagogia
nell’Istituto di Studi di Firenze. Rivolse la sua attenzione dapprima ai
problemi mo¬ rali, ma con preferenza a quelli che più direttamente si
connettono a problemi filosofici d’ordine generale e metafisico. Il suo primo
lavoro importante, infatti, è quello intorno al Problema della libertà nel
pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che contiene un’a¬ nalisi molto
penetrante e un’ampia e sottile critica del contingen¬ tismo e del prammatismo
e di altre correnti contemporanee come il neo-criticismo renouvieriano; e
giunge all’affermazione del potere di libertà come attitudine propria dello
spirito individuale, presup¬ posto indispensabile della libertà etica;
attitudine che si confonde con la stessa proprietà della coscienza di porsi
come un io, cioè come centro assoluto indeducibile e irreducibiie d’ordinamento
della realtà psichica e insieme d’energia produttrice di fatti. Altri lavori ha
dedicato il Calò a esaminare particolari tendenze dell’etica moderna, come
quello su l’ Individualismo etico nel sec. XIX, premiato dall’Accademia Reale
di Napoli, un quadro vasto e vivace delle varie forme d’individualismo
affermatesi non soltanto nella filosofia ma anche nella letteratura del secolo
scorso. Di fronte ad esse il C., mentre afferma l’obiettività e universalità
dei valori mo¬ rali, riconosce insieme che questi non hanno esistenza concreta
nè azione effettiva se non nella sintesi vivente della personalità, che è per
ciò da porre come il valore etico supremo, come la sola realtà fornita
d’intrinseco valore morale. Queste idee che, nei due citati lavori,
costituiscono la conclu¬ sione o i principii ispiratori dell’esame critico di
svariati indirizzi dell’etica contemporanea, furono poi sviluppate e sistemate,
in forma di trattazione teorica della coscienza morale, nel volume Principii di
Scienza etica (Palermo, Sandron 1907), preparato insieme col De Sarlo e scritto
dal C. In esso si illustra la specificità e l’immedia¬ tezza dell’esperienza
morale attraverso la quale si rivelano i prin¬ cipii etici fondamentali, contro
tutte le teorie che vogliono ridurre la necessità ideale a necessità d’altro
genere — al che il C. ha de¬ dicato anche altri scritti minori, tra cui
notevole il saggio su L’in- terpretàzione psicologica dei concetti etici (in «
Atti del V Congresso Internazionale di psicologia » Roma 1906) — . Vi sono
inoltre definiti nel loro contenuto gli oggetti-fini dell’attività umana, il
cui va- ìore intrinseco è connaturato all’esperienza etica. Ed è dato infine
particolare sviluppo all’evoluzione storica dei principii morali, la quale si
fa consistere dal C. — come, l’abbiamo visto, dal De S. — nel successivo
chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o paramorali;
nella loro più rigorosa e coerente espli¬ cazione, resa possibile dallo
sviluppo, oltre che della sensibilità e della discriminazione etica, della
cultura e del pensiero ; nella suc¬ cessiva soluzione dei conflitti nei quali
essi a volte vengono a tro¬ varsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di
armonizzarli in va¬ lutazioni sintetiche; nella estensione della loro
applicazione a una sfera di realtà sempre più larga. Pur occupandosi di
problemi etici, il C. non ha mancato di por¬ tare il suo contributo ad altri
campi di discipline filosofiche (no¬ tevoli, p. es., i suoi studi sulla
dottrina del Brentano intorno al giu¬ dizio tetico e intorno alla
classificazione dei processi psichici, e pa¬ recchi saggi storici e critici sul
Boutroux, sul Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul Ladd, ecc.). Da questi
studi risulta che il C. è un seguace dello spiritualismo realistico, e concorda
sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le idee sopra esposte del De
Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato sulle medesime basi. In questo
campo i suoi principali lavori sono: La Psicologia del¬ l'attenzione in
rapporto alla scienza educativa (Firenze, Tip. Coope¬ rativa); Fatti e problemi
del mondo educativo (Pavia, Mattei e Spe¬ roni); Il problema della coeducazione
e altri studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri); L'educazione degli
educatori. (Napoli, Perrella); Dalla guerra mondiale alla scuola nostra
(Firenze, Bemporad); per non citare i suoi scritti minori, specie di storia
della pedagogia, come quelli sul Lambruschini e sul Rousseau, premessi ai
volumi di questi autori, da lui stesso curati, nella Biblioteca pedagogica
ch’egli di¬ rige presso l’editore Sansoni. Il valore e il carattere dell’opera
pedagogica del Calò furono rilevati, con giudizio non sospetto, dal Codignola,
che nel 1916 af¬ fermò essere Calò « il più serio avversario della pedagogia
idea¬ listica in Italia » (1). Invero, il C., mentre ammette una filosofia del¬
l’educazione e ne riconosce la fecondità,' non crede peraltro, come l’idealismo
sostiene, che la dottrina dell’educazione si riduca a filosofia. Vi sono metodi
relativi allo sviluppo delle attività psichiche, sia in sè stesse sia in
rapporto con quelle organiche, i quali non possono non essere ricavati
direttamente dalla conoscenza della realtà psichica e delle sue leggi, quali si
offrono all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme educative che si
ricavano dalla determinazione dei fini etici dell’attività umana, considerati
in rap¬ porto al progressivo potere d’attuazione del fanciullo; vi sono in¬
fine tipi e norme didattiche che si ricavano dall’esperienza storica e da
necessità storiche. Per il C., perciò, la pedagogia non può trovare la sua
sicura costituzione e la sua vera fecondità di vedute e di applicazioni che in
una concezione la quale, correggendo e integrando, riprenda la posizione
herbartiana e consideri le leggi psicologiche in funzione delle finalità
etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto essenzialmente spiri¬ tuale,
che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o di perfezio¬ namento in
quanto vi collabora la libera attività del soggetto edu¬ cando, e porta a un
sempre più pieno uso della propria libertà e all’acquisto sempre più
consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che il C. nega è che
l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e sussista
indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia svanisce
ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del soggetto, si ha
l’attività etica strettamente intesa, non più il processo educativo. Per la
tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al C. come un processo
di formazione nel quale le attività del sog¬ getto e la forma valgono anche più
dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere o dell’operare, e gl
'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si tratta di nutrire e
di promuovere in (1) Kant nella storia della pedagogia e dell'etica, Napoli
1916, p. 31. — Nonostante ciò o forse
appunto per ciò — il Codignola, facendo la storia della pedagogia italiana
contemporanea (nel libro Monroe Codignola, Breve corso di storia
dell’educazione, voi. II, Vallecchi, Firenze, p. 284), si è contentato di
accennare al Calò ponendolo accanto a G. M. Ferrari, come seguace di un «indirizzo
spiritualistico eclettico»; — e questo raccostamelo come questa
caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta nel suo Disegno storico
della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la personalità più viva e
compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui diritti della cultura
Jormale, senza peral¬ tro porre nel nulla il valore degli acquisti concreti
(conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo formalismo e subiettivismo
pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva necessità e in¬
sostituibilità della cultura umana e storica e di quella realistica e
scientifica. Ha rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa, elementare e
aconfessionale prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale nella
famiglia. Infine dalla legge della storicità come aspet¬ to essenziale
dell’anima umana, egli deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello
spirito e quindi alla sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non
essere nazionale, non può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità
traggano dalla tradi zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo
forma e colore che ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di
vita, di coesione, di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto
quel che abbia riflessi e importanza per questo fine, l’istru¬ zione,
l’educazione, la scuolà non possono non costituire ufficio e dovere dello
Stato, che è coscienza suprema, organizzazione unita¬ ria, garanzia
conservatrice della vita della nazione. Alla luce di questa concezione il C. ha
discusso — e non sol¬ tanto in sede scientifica, ma anche in Parlamento, dove
egli ha seduto per due legislature — problemi concreti, come quello del¬
l’ordinamento della Scuola media, della preparazione magistrale, della riforma
universitaria, dei rapporti tra scuola e famiglia, della coeducazione ecc.,
mostrando sempre lucidità e prontezza di visio¬ ne dei termini essenziali di
ogni problema e dei rapporti di esso con i principii dottrinari generali,
calore vivace e penetrazione nelle proposte di soluzioni. Lamanna (n. a Matera,
in Basilicata, professore di filosofia nell’Università di Messina) ha spiegato
la sua attività nel campo della filosofia della religione, dell’etica, e della
filosofia del diritto e della politica. Dopo alcuni studi minori sulle dottrine
religiose dello Schleier- macher, del Pfleiderer e delle scuole
sociopsicologiche più recenti, pubblicò nel 1914 un volume su La religione
nella vita dello spirito, (Firenze, La «Cultura Filosofica» edit., p. 500
in-8), nel quale, at¬ traverso un ampio esame critico dei principali indirizzi
di filosofia religiosa del sec. XIX, da Kant a Blondel e a James, si sforza di
determinare quale è per lui l’essenza della religione, intesa questa essenza
come il sostrato spirituale di tutte le forme storiche della religione, come il
principio dinamico informante e determinante l’evoluzione della vita religiosa
attraverso i secoli. Per il L. la re¬ ligiosità è elemento essenziale e perenne
della vita spirituale umana: è un’esigenza irriducibile alla coscienza
dell’ideale (conoscitivo o estetico o morale), sebbene nella coscienza
dell’ideale, o, meglio, nella coscienza dell’universalità e necessità dei
valori costitutivi degli ideali immanenti allo spirito, essa trovi la sua
radice. In ogni atto spirituale v’è la rivelazione, fatta a un’autocoscienza
in¬ dividuale, di qualcosa d 'assoluto (universalità e necessità dei prin-
cipii della ragione, intesa questa nel suo senso più ampio) e, insieme, di
qualcosa di relativo (elementi naturali, particolaristici e contin¬ genti, nei
quali l’universale e il necessario volta a volta si deter¬ mina, ma sempre
inadeguatamente). La natura stessa della raziona¬ lità, la quale o è tutto o è
nulla, o è universale o è una fantasma¬ goria, determina nell’uomo
l’aspirazione ad attuare pienamente in sè e ad estendere a tutto l’universo il
dominio dell’Assoluto. Ma, d altra parta, la presenza del «relativo» dimostra
per un lato che l’oggetto della razionalità, il vero, il bene, il bello è indefinito,
e contingente e parziale e continuamente minacciato ne è, per l’attività umana,
il possesso; e per l’altro lato che nella realtà v’è qualcosa che non dev
essere, qualcosa di anormale, di opposto alla raziona¬ lità. Da questa
situazione tragica lo spirito si libera mercè la credenza in Dio, come
fondamento reale di quello che nell’uomo è ideale, che spiega, per una parte,
la validità delle leggi ideali costitu¬ tive della razionalità, e garantisce,
per l’altro, l’indefinita attuabilità di esse, nonostante l’inadeguazione ad
esse della realtà empirica. Dimostrare come dall’esercizio stesso delle
funzioni fondamentali dello spirito scaturisca necessariamente l’idea di Dio,
nell’afferma¬ zione che quel che dev’essere è, quel che pér noi è soltanto un
ideale, ha già la sua piena attuazione in una sfera trascendente di realtà,
questo è il termine a cui tendono le dimostrazioni del volume del L. I problemi
morali sono stati dal L. esaminati specialmente nei due volumi II sentimento
del valore e la morale criticistica (Firenze, 1915, di pp. 200) e II fondamento
morale della politica secondo Kant (Firenze), a cui si collegano studi minori,
Il bene per il bene, L’amoralismo politico, L'esperienza giuridica, Il diritto
correlativo al dovere nell’idea di bene. In quei due volumi si prende lo spunto
dall’esame critico della dottrina Kantiana, rilevandovi il contrasto, così tra
il principio dell’autonomia e le conclusioni rigoristiche dell’etica in
generale, come tra le premesse idealistiche e democratiche e alcune conclusioni
assolutistiche e realistiche della morale politica; e si dimostra che quel
contrasto è conseguenza neces¬ saria del formalismo nella determinazione
dell’ideale e del pessimismo nella considerazione della realtà, inquanto,
ipostatizzata la legisla¬ zione autonoma nella volontà in sè e nella respublica
noumenon, Kant vede nella realtà individuale e sociale null’altro che inclina¬
zioni al male e giuoco meccanico di passioni. Da questi rilievi e dimostrazioni
di carattere storico il L.. prende occasione per affer¬ mare la necessità di un
tramite che, eliminando il dualismo tra l’ideale e il reale, renda possibile la
compenetrazione di questo da parte di quello. E siffatto tramite egli trova
nella caratteristica fun¬ zione della valutazione morale, rivelante con
evidenza immediata oggetti della volontà forniti d’intrinseco valore (beni
universali e necessari), nell’amore attivo per i quali si costituisce come
valore supremo la personalità, e nella cui indefinita attuabilità attraverso il
succedersi delle generazioni è posta la possibilità del progresso morale e
della unificazione spirituale sempre più piena della specie umana. Alla luce di
questo principio il L.: 1) riconduce nell’ambito della nozione di dovere
—caratteristica dell’esperienza morale — anche quegli elementi che in
opposizione al rigorismo kantiano son posti in rilievo nella concezione morale
dell’* anima bella» (Schiller e Fics), a proposito della quale egli fa un ampio
esame dei rapporti tra la funzione etica e quella estetica. Illustra l’ordinamento
giuridico come tecnica per l’ordinamento morale: confutando i tentativi di
ridurre il diritto a qualche concetto estramorale, ne trova la radice nell’idea
di bene morale e nella correlatività al concetto di dovere, in quanto l’idea di
lecito scaturisce dalla coscienza della legittimità di respingere il limite e
l’ostacolo — postoda altri indivi¬ dui — all’attuazione di un bene conforme a
un principio etico riconoscibile anche da questi ultimi: onde la conclusione
che se il contrasto è occasione per l’insorgenza della coscienza del diritto,
la sostanza ideale di questo è Varmonia, Y accordo-, e da questo punto di vista
sono idealmente giustificati gli elementi empirici costitutivi della
giuridicità (potere supremo e coattività). Afferma, infine, la sovranità della
morale in politica, mostrando come, entro l’amb'to stesso di una rigorosa
moralità politica, possano essere pienamente sodisfatte quelle esigenze alle
quali l’amoralismo politico dà il mas¬ simo rilievo; e dimostra, rimettendo in valore
alcuni elementi delle concezioni giusnaturalistiche, il valore deontologico e
il concetto ideale di certe nozioni della coscienza politica moderna (come vo¬
lontà generale, contratto originario, società dei popoli ecc.). BONAVENTURA (si
veda), libero docente e incaricato di psi¬ cologia nell’Istituto di Studi
Superiori di Firenze e assistente del De Sarlo nel Laboratorio di psicologia
sperimentale, dopo alcuni scritti minori di psicologia e di logica, pubblicò un
grosso volume su Le qualità del mondo fisico: studi di filosofia naturale
(Firenze, « Pubblicazioni del R. Ist. di St. Sup. », 1916), in cui i dati della
fisica, della chimica, della fisiologia non dirò solo che siano lar¬ gamente
utilizzati, ma costituiscono addirittura la base per la solu¬ zione del
problema, se sia o no possibile spiegare le differenze qualitative tra le
diverse energie fisiche riducendole ad un unico tipo di energia: problema che
il B. risolve in modo negativo, di¬ mostrando che la riduzione delle
molteplicità qualitative delle ener¬ gie fisiche ad un’unica forma nel senso
del meccanismo e di taluni indirizzi energetici, è illusoria. Posteriormente
egli ha volto la sua attività più in particolare agli studi e alle ricerche di
psicologia, compiuti, nel laboratorio diretto dal De Sarlo, coi metodi rigorosi
propri della psicologia moderna; ma la ricerca psicologica sebbene abbia anche,
per lui, un valore in sè stessa, come ricerca scientifica, e un valore sociale,
per le sue applicazioni, è stata ed è sempre, nell’economia dal suo pensiero,
il punto di partenza e di appoggio per salire verso la filosofia. Tra i
problemi psicologici, oltre ad alcune questioni di metodo (come queile del
valore dell’introspezione e- delle sue illusioni, a cui è dedicato il volume
intitolato appunto Ricerche sperimen¬ tali sulle illusioni dell'introspezione,
Firenze, 1915), quello che lo ha più attratto e su cui ha più lavorato, è il
problema della percezione, concepita come elaborazione intellettuale dei dati
senso¬ riali, e in ispecie della percezione dello spazio e del tempo: proble¬
ma che da un lato connette la ricerca psicologica con concezioni d’importanza
fondamentale per la fisica e per la matematica, dal¬ l’altra forma il punto
centrale della teoria della conoscenza. Intorno a questo problema egli ha
lavorato da vari anni, sia sottoponendo a revisione critica tutto il lavoro
sinora compiuto sull’argomento, sia compiendo egli stesso ricerche sperimentali
per chiarire quei punti che ancora gli sembravano non abbastanza illuminati.
Alcune di queste ricerche (concernenti l’attività del pensiero nella percezione
tattile dello spazio; i mezzi coi quali si stabilisce e i limiti entro i quali
si contiene l’accordo tra dati spaziali visivi e dati spaziali tattili; le
illusioni ottico-geometriche; l’importanza dei giudizi spa¬ ziali visivi nella
psicofisica) sono state già pubblicate in Riviste di psicologia italiane e
straniere; ma la somma di tutte le ricerche e di tutti gli studi costituisce un
grosso volume — già pronto, ma ancora inedito —, in cui il problema psicologico
dello spazio e del tempo e le conseguenze filosofiche che ne scaturiscono, sono
trattati in tutti loro aspAntonio Aliotta. Aliotta. Keywords: esperienza,
l’implicatura di Lucrezio, sacrificare, significare, sacrificare, guerra
eternal. aliotta — l’implicatura di lucrezio — il
filosofo di campagna — la guerra eterna — sacrificare/significare — croce — il
latinismo dello storicismo — galilei — vico – lucrezio -- epicureismo campano
-- Refs.:
Luigi Speranza, Grice ed Aliotta” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Allegretti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza – la scuola di Forlì –filosofia emiliana -- filosofia italiana – Lugi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Forlì). Filosofo emiliano. Filosofo


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