Grice ed Allegretti: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza – la
scuola di Forlì –filosofia emiliana -- filosofia italiana – Lugi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Forlì). Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Forli, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Grice: “I
love Alegretti; very Italian; imagine: after tutoring for a while on dialettica
at Firenze,, he retires to Villa Allegretti, Rimini, where he philosophises ‘De
propositionibus’ (sulle enunciate) as part of the Dialettica!” Grice: “He was so
proud of the meetings at his villa that he called it ‘our Parnassus’!” Grice:
“Allegretti’s idea of the villa meetings was modeled after Plato who, with
fewer means, met at the gym in theVIlla Echademo!” -- – cf. Raffaello, “Il
Parnaso.” -- Stemma della famiglia Allegretti Coa fam ITA allegretti Blasonatura
cuore d'oro su campo azzurr. Noto per aver fondato, secondo alcuni
storici, la prima accademia letteraria d'Italia. Fu figlio di Leonardo A., giudice a Forlì, di
parte guelfa. Appartene ad un'antica e cavalleresca famiglia, il cui
capostipite fu Mazzone A. (Mazzonius Alegrettus), che prende parte alla
crociata in Terra Santa e per arma scelse un cuore d'oro su campo azzurro. Legge filosofia a Bologna e Firenze. Fonda la prima accademia con un gruppo di
intellettuali: Calbolo, Orgogliosi, Sigismondi, Speranzi, Arfendi, Morandi,
Aldrobandini, Aspini e A.. Per motivi politici, gl’Ordelaffi, signori di Forlì
ghibellini, imposero il confino ai fratelli Si trasfere perciò a Rimini. Richiamato
dall'esilio, coinvolto in una faida familiare degl’Ordelaffi, è nuovamente
costretto a fuggire a Rimini, ove fonda una accademia, dei Filergiti – cf.
Firlegito -- con vocazione insieme letteraria e scientifica. La sua prosapia s'innestò negl’Aspini
mediante una Margherita di Francesco A., che sposa un Lodovico, che è erede
degl’averi e del cognome degl’A.. Si trova il seguito di questa famiglia nel
senese e nel modenese (a Ravarino).
Note Fonte: Valenti, Dizionario Biografico
degli Italiani, riferimenti in. Il suo saggio principale e considerato il “Bucolicon”. Ma scrive anche un epicedio per la morte di
Galeotto I Malatesta, signore di Rimini; un carme al Conte di Virtù; un carme
per la divisa della tortora; Eglogae, in latino; un carme sulla bissa milanese,
cioè lo stemma dei Visconti, il biscione.Marchesi, Memorie storiche
dell'antica, ed insigne Accademia de' Filergiti della città di Forlì..., Forlì,
per Barbiani, Bonoli, Storia di Forlì scritta da Bonoli corretta ed arricchita
di nuove addizioni, Forlì, Bordandini, Valenti, A. Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., Filosofi. Nasce a Ravenna, da Leonardo A., appartenente a
famiglia guelfa di Forlì, in un anno da porsi tra quelli immediatamente
precedenti il 1326. È supposizione abbastanza fondata (cfr. Massera) che legge FILOSOFIA
nello studio bolognese. Lettore di DIALETTICA a Firenze. Benché se ne perdano
poi le tracce, è indubbio che si trova da qualche tempo a Forlì quando e
colpito, nella sua qualità di guelfo, dal bando d’Ordelaffi. Ma la fama di
dottrina in filosofia che lo circonda e tale che egli e ben presto richiamato
alla corte forlivese, dalla quale, però, dovette di nuovo fuggire per aver
rivelato la congiura che Ordelaffi tramando contro suo zio. A. si rifugia a
Rimini, dove e precettore di Malatesta. La sua villa e luogo di raccoglimento,
di studio e, di dotti convegni, cui si compiace di dare il nome di Parnaso;
donde la notizia, tratta dagl’annali forlivesi di Ravennate, secondo cui A.
"Arimini novum constituit Parnasum", notizia ripetuta ed elaborata
poi da vari scrittori nel senso, del tutto fantastico, che egli fonda già
allora una vera e propria accademia. Ha rapporti abbastanza stretti con la
corte viscontea. Muore a Rimini. A. gode di non piccola fama. Citato nel “De
fato et fortuna” di Salutati, e in corrispondenza col Salutati di cui si ha una
lettera a lui con unito un lungo carme latino, e con Loschi, del quale si
conservano due epistole metriche (ed. in Massera) a lui dirette. Fatta
eccezione per un problematico trattato in prosa “DE PROPOSITIONIBVS”, attribuitogli
da Cobelli nelle sue Cronache forlivesi (Bologna), tutte le opere d’A. di cui
si ha notizia si riferiscono alla sua attività fantasiosa. Ci rimangono: un
lungo carme a sfondo mitologico-pastorale intitolato Falterona, pieno di IMPLICATURE
– o CONTORTE ALLEGORIE POLITICHE (Venezia, Bibl. Marciana); un componimento a
carattere araldico-encomiastico dedicato a Visconti (ed. da Novati in appendice allo studio Il Petrarca
ed i Visconti in Petrarca e la Lombardia, Milano); un Epitaphium in onore di
Malatesta (Milano, Bibl. Ambriosana); un carme Ad Ludovicum Ungariae inclitissimum
Regem (Venezia, Bibl. Marciana). La sua fama, però, e legata soprattutto al “Bucolicon,”
che Biondo, nella sua Italia illustrata (Basilea), giudica seconda soltanto
alle Bucoliche di VIRGILIO e che Massera ha tentato con buoni argomenti di
identificare in una raccolta di egloghe attribuita a Mussato. Ad A., infine,
come opina Sabbadini, andano attribuiti i cosiddetti Endecasyllabi di Gallo,
che egli ha, secondo la tradizione, scoperti a Forlì ma che, invece, molto
probabilmente contraffa, credendo erroneamente che quel poeta e nativo di
Forlì. Epistolario di Salutati, ed. Novati, Roma, in Fonti per la storia
d'Italia, Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze, Carrara, La Poesia
pastorale, Milano, Massera, A. da Forlì, Atti e memorie d. R. Deput. di storia
patria per le prov. di Romagna, Thorndike, A history of magic and experimental
science, New York, Bertalot, L'antologia di epigrammi d’Abstemio nelle edizioni
sonciniane, Miscellanea Mercati, Città del Vaticano. La stessa origine hanno le
presunte accademie di Rimini e di Forli, che gli scrittori fanno fondare a A.
da Mantova, uomo versato nella filosofia. Uno storico di Forli, Bonoli, appunto
nelle sue Istorie della Città di Forlì? Dice. Strepita ancora di Forlivesi la
fama d’A., FILOSOFO. Compone La Bucolica, che doppo quella di VIRGILIO non vede
forse il mondo la più bella; tra le tenebre dell'antichità, manifesta molte
compositioni del nostro Gallo, e in Rimini, ove poi ricovrossi, per schivar
l'ira degl’Ordelaffi, erresse una fioritissima Accademia. La notizia passa indi
nel proemio delle Leggi vecchie, di stinte in XII Tavole, dell'antica Accademia
de’ Filergiti di Forlì e nuovi ordini-sopra essa Accademia, aggiungendovisi
però oltre l'Accademia riminese anche un'Accademia in Forli, che e pure stata
fondata d’A: l'Accademia dei Filergiti. A. – vi si dice – Filosofo illustre,
non si contenta di esercitare in Forli sua patria virtuose sessioni, che ancora
in Rimini, dove sbandito ricovrossi, er gette una nuova Accademia. Queste parole
sono ripetute tali e quali da Malatesta nel L'Italia Accademica però nella
parte ancora inedita di quest'opera che giace nella Gamba lunghiana, e dove si
tratta appunto in particolare delle Accademie. Petrarcae Epistolae de Rebus
Familiaribus et Variae, curate da FRACASSETTI, Firenze. Forli, In Memorie storiche dell'antica ed insigne
Accademia de'Filergiti della città di Forlì, Rimini. Ma anche qui si tratta di un
abbaglio. Aspettando che maggior luce venga data in proposito in quella vita d’A.,
che Novati promette da parecchio tempo, basta notare che a base delle notizie
circa queste due Accademie stanno le seguenti parole degl’Annales Forolivienses.
Tempore ecclesiae Arces in his civitatibus factae sunt: Bononiae, Imolae,
Faventiae et Forolivii. A. Forli viensis philosophus clarus agnoscitur, qui
plures Endecasyllabos Galli civis Forliviensis poetae invenit et Arimini novum
constituit. Par Quest'ultima parola e interpretata senz'altro per Accademia, a
cui, come al solito, furono ascritti i personaggi principali del tempo, perfino
Petrarca. Cfr. La Coltura letteraria e scientifica in Rimini di Tonini, Rimini;
cfr. anche del medesimo: VitaeVirorum Illustrium Foroliviensium. Forli Cfr. Della
vita e delle opere d’Urceo detto Codro di Carlo MALAGOLA. Bologna. Cfr.Epistolario
di Salutati per cura di Novati, Roma, Rerum Italicarum Scriptores, Milano, di
Rimini. Egli dice di più che l'Accademia fondata d’A. in Rimini si radunava in
una sala del palazzo Malatesta, adornata dei ritratti dei filosofi più
celebri,e che vi e ascritto anche il Petrarca. Marchesi dal canto suo circa
l'Accademia fondata d’A. in Forli dice che costui lasciata da parte la se
verità degli studi filosofici, ne'quali aveva spesi con molta gloria i suoi
giorni, fraccolti in una degna Assemblea i filosofi più perspicaci, fa la
memorabile fondazione, benchè senza nome particolare, regolamento ed impresa,
invenzioni delle succedute età, ma col solo generico d’Accademia. Sono i suoi
colleghi, o piuttosto discepoli Calbolo, Orgogliosi, Sigismo ndi, Speranza dei Speranzi,
Arsendi, Morandi, Aldobrandini, Aspini e A., tutti illustri per sangue, ed
assai più per l'affetto che professavano per la filosofia. Per le frequenti
sessioni che, tenevano a porte aperte, e per gli ammaestramenti e saggi dati d’A,
il fondatore, s'avanzarono molto i primi Accademici colla coltivazione della
filosofia, sopra ogni altra scienza da essi tenuta in pregio. Esiliato poi A.
da Forli, l'Accademia anda dispersa, eleraunanze vennero riprese solo nel
secolo xv per opera d’Urceo. nasum DELLA TORRE Orbene si osservi che A. e in
Rimini maestro di filosofia di Malatesta; e qual cosa più naturale che assieme
al Malatesta si trovassero altri membri delle principali stirpi Riminesi?
Epperò quel Parnasum va senza dubbio inteso per scuola di umanità e non già per
Accademia nel senso che l'intendono gli scrittori su riferiti. Quanto poi
all'Accademia di Forli, come osserva giustamente Tiraboschi, severamente e esistita,
lo scrittore degl’Annales Forolivienses che nota il Parnasum aperto d’Allegretti
in Rimini, ha a tanto maggior ragione notata un'Accademia. fondata in Forli, le
cui vicende appunto egli si propone di narrare; ed invece nulla. Come alsolito,
gli scrittori di cose forlivesi, che, interpretando Parnasum per Accademia
credevano che A. fonda appunto un'Accademia in Rimini, sapendo che A. e anche a
Forli, gliene fa fondare sen z'altro una anche in Forli, ascrivendovi come al
solito quanti in quel tempo vi erano di filosofi insigni per ingegno e per
cultura. E con questa mania, si andò tanto oltre, che si raggrupparono insieme
perfino gli architetti del duomo di Milano per farne un'Accademia; la quale e
cominciata mentre Visconti anda pensando di gettar le fondamenta del Duomo. Vi
si sarebbe atteso a quella maniera di fabricare,che i moderni chiamano alemana.
Avrebbe àvuto sede nella corte ducale compiacendosi in estremo quello stesso duca
del fabricare e dell'udirne talvolta discorrere i maggiori architetti di
que'tempi, che sono Giovannuolo e Michelino, da'quali sono ammaestrati i
compagni di Bramante. Non occorre certamente fermarci piú a lungo per
dimostrare l'assurdità di queste affermazioni. Basti il dire che questa volta a
base di esse non sta il più piccolo dato di fatto. Cfr.ANGELO BATTAGLINO, Della
corte filosofica di Malatesta Signore di Rimini in Basinii Parmensis poetae
Opera prae stantiora. Rimini, e Lettera di Salutati a Malatesta in Epistolario
di Salutati a cura di NOVATI, Roma. Velim igitur, simichicredideris, eum
(Giovanni da Ravenna) decernas inter tuos recipere et in locum magistri tui,
viri quidem eruditissimi, quondam A. et in eius provisionem acceptes et loces. Cfr.
BORSIERI Il supplimento della Nobiltà ili Milano. Milano, e ZANON, Catalogo etc.iSi
dia in proposito la più semplice scorsa alla prima parte di il duomo di Milano
di Boito, Milano. Jacopo
Allegretti. Giacomo Allegretti. Allegretti. Keywords: colloquenza, dialettica,
villa, villa Allegretti a Rimini, Bucolicon, Andrea Speranzi, i filergiti, “De
propositionibus”, scuola di Firenze, dialettica a Firenze, accademie italiane
dall’A alla Z, Andrea Speranzi, il primo accademico italiano a Firenze. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Allegretti” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Allievo: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di San Germano
Vercellese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (San Germano Vercellese). Filosofo
piemontese. Filosofo italiano. San Germano Vercellese, Vercelle, Piemonte. Grice:
“I love Allievo; of course he reminds me of all those scholars back in the day
that I relied on for my philosophising on ‘intending’ – since isn’t this an act
of the ‘soul’ – I mean Stout, and the rest – I once was a Stoutian, and then
for better or worse, I became a Prichardian!” -- Grice: “Now Oxford never knew what to do with
people like Stout – surely ‘the Wilde’ readership was a possibility, but Lit.
Hum. and the Sub-Faculty of Philosophy always considered ‘mind’ – (as in the
journal, ‘a journal of psychology and philosophy’) secondary to metaphysics! We
thought The Aristotelian Society had more prestige than the Mind Association,
and we still do!” – Grice: “So Allievo, like myself, was fascinated by Stout
and Spencer and Bain and – in the continent, closer to Allievo, and always
having more prestige than the barbiarian islanders! – Grice: “Add to that the
charm of his italinanness versus the Germanic coldness of a Wundt – his name is
unpronounceable to Allievo – and you get to the heart of his philosphising on
‘psicofisiologia’ – where the ‘io’ meets the ‘tu’ – and his focus, having
studied the philosophical tradition in Rome – to ‘educatio fisica’ – which
obviously needs to be psicofisica!” -- Wundtan d Flechner!”. Frequenta la facoltà di
filosofia di 'Torino e segue l'insegnamento di Rayneri, filosofo di matrice
rosminiana. Laureatosi, insegna a Novara e Domodossola -- dove conosce SERBATI
(si veda), Ivrea e Ceva. Collabora alla Rivista contemporanea di Chiala. Arriva
alla cattedra a Torino. Spiritualista, e propugnatore del cosiddetto sintesismo
degl’esseri, principio secondo il quale nessuna parte di un ente può sussistere
divisa dal tutto dell'ente stesso, e nessun essere può sussistere né operare
diviso dagl’enti che costituiscono l'universo. Socio dell'Accademia delle
scienze di Torino. Critico dell'hegelismo, A. sostene doversi rifare alla
tradizione filosofica spiritualista per combattere sia la dottrina hegeliana
che quella positivista si sta in diffondendo. Si dedica a ricerche di
antropologia. E autore anche di un saggio di vaste proporzioni dedicata a Il
problema metafisico studiato nella storia della filosofia, dalla scuola ionica
a Bruno (Torino). Altre saggi: “Saggi filosofici”; “Studi antropologici”;
“L’uomo e il cosmo”; Si espone e si
disamina l'opinione di Brothier. Si espone e si giudica la teoria di Hirn. Segue
l'esposizione critica della teoria di Hirn. Büchner. Si pone la questione e si
accenna il come risolverla. Si accenna la differenza tra l'uomo ed il bruto. Concetto
definitivo dell'antropologia. Valore ed importanza dell'antropologia. Del
metodo in antropologia. Divisione dell'antropologia. Concetto della persona
umana. Analisi della persona umana. La virtù intellettiva. Della coscienza
personale. La coscienza di sè e la conoscenza esteriore. Individualità
soggettiva della conoscenza esteriore. Universalità oggettiva della conoscenza
esteriore -- Il potere animatore ed affettivo -- Del corpo umano in sè e nelle
sue attinenze col potere animatore -- L'organismo esanime ed il potere
animatore -- Unità sintetica della persona umana TEORICA DELLA VITA UMANA -- La
vita latente anteriore alla nascita -- L'infanzia -- Le prime origini dei
problemi psico-fisiologici. L'attività volontaria -- La suprema libertà dello
spirito -- Varie forme della personalità umana derivanti dall'attività
volontaria -- Attinenze tra la facoltà conoscitiva e l'attività volontaria --
Corrispondenza dell'organismo col potere affettivo -- Trapasso dalla teorica
dell'essenza umana alla teorica della vita umana -- Il corso della vita umana
-- Della conoscenza esteriore -- Mente e corpo distinti ed uniti nella persona
umana -- La gioventù -- La virilità -- I poteri della vita -- Teorica
della sensitività -- L'atteggiamento esteriore dell'organismo ed il potere
animatore -- Concetto comprensivo della persona e dell'essenza umana La vita
maschile -- La vecchiaia -- Delle potenze in riguardo all'oggetto -- Delle
potenze in rapporto col soggetto umano -- Delle potenze umane in particolare --
Specie del potere affettivo -- Del potere animatore -- Distinzione essenziale
tra la mente e l'organismo corporeo -- Unione personale della mente
coll'organismo corporeo -- Del potere affettivo -- Carattere universale ed
ufficio del sentimento -- Concetto e forme della vita umana -- La vita propria
e la vita comune -- Divisione del corso temporaneo della vita ne'suoi periodi
fondamentali -- Durata della vita umana -- Dei periodi della vita umana in
particolare -- Considerazioni generali in torno i periodi della vita -- La vita
oltremondana -- Delle potenze umane in generale -- Delle potenze considerate
nel loro sviluppo -- La vita fisica e la vita mentale -- Del senso fisico e
delle sensazioni -- Del senso spirituale e de' sentimenti -- Del
sentimentalismo -- Dell'istinto -- Della percezione sensitiva -- Della fantasia
sensitiva -- Teorica dell'intelligenza -- Della speculazione e della memoria. Dell'intelligenza
in riguardo al soggetto conoscente -- Dell'intelligenza in riguardo all'oggetto
pensabile -- L'esperienza e -- L'intelligenza umana e LA PAROLA --
Dell'immaginazione. Concetto generale dell'immaginazione. Specie
dell'immaginazione. Efficacia dell'immaginazione. Delle potenze estetiche.
Teorica della volontà. Potere della volontà. L'operare della volontà. La
libertà del volere. TEORICA DEL CARATTERE UMANO E DEL TEMPERAMENTO -- Ragione e
genesi del carattere -- Concetto generale del carattere id. Dell'intuizione. Dell'attenzione
intermedia tra l'intuizione e la riflessione -- Della riflessione --
Dell'istinto in ordine all'oggetto -- Trapasso dalla teorica della sensitività
alla teorica dell'intelligenza -- Concetto generale dell'intelligenza --
Dell'intelligenza in riguardo al soggetto pensante -- La libertà del volere e
la scuola positivistica -- Critica del determinismo positivistico -- La libera
volontà e l'ambiente Art.7. Sintesismo dei poteri della vita -- Del senso --
Dell'istinto rispetto allo scopo la ragione. Dell'intelligenza in riguardo
all'oggetto conosciuto -- Del carattere in ispecie -- Del carattere riguardato
nella sua fonte -- Del carattere rispetto alle potenze ed alle forme
dell'attività umana -- Del carattere morale -- Il carattere umano nella specie,
nelle stirpi, nelle nazioni -- Del temperamento -- De'temperamentiinparticolare
-- De'temperamenti in rapporto fra di loro “Studi pedagogici”; “Attinenze
tra l'antropologia e la pedagogia”; Il
linguaggio e la scrittura -- Dell'attenzione -- Dell'immaginazione sensitiva --
Dell'arguzia -- Della riflessione -- La memoria ed il ricordo -- Educazione del
senso del bello -- La Levana di Giovanni Paolo Richter – Cenni biografici
dell'autore --- Concetto generale -- Importanza ed efficacia dell'educazione --
La Levana o Scienza dell'educazione -- Appendice: Dell'educazione fisica
infantile -- Dell'educazione della donna. “Esame dell'hegelianesimo”; “Il ritorno
al principio della personalità”. Corvino, Dizionario biografico degli Italiani alla
voce corrispondente in F. Corvino, Op.
cit. ibidem A., su accademia delle scienze. A., su
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giuseppe
Allievo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A. in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere di Giuseppe Allievo, su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere
di Giuseppe Allievo, Filosofia Filosofo Filosofi San Germano Vercellese Torino Membri dell'Accademia
delle Scienze di Torino. L'intelligenza
umana e la PAROLA (dal greco, parabola) sono due termini,che mostrano l'uno
verso l'altro armonica corrispondenza e vicendevolmente si spiegano e
s'illustrano, come lo spirito ed il corpo nell'uomo. Il conoscere ed il sapere
umano ritrae dalla ‘parola’, che lo riveste, una peculiare impronta, che lo
distingue dal conoscere proprio degli spiriti puri, e la lingua rivela la tempra
mentale. L'intelligenza infantile si schinde dal suo germe in grazia della ‘parola’,
con essa va via via sviluppandosi e progredendo, con essa ha comuni le vicende
e le fasi. Infatti, la ‘parola’ torna necessaria all'effettivo pensare,
all'effettivo conoscere. Finchè il pensiero non si concreta nella ‘parola’, ed in
essa per così dire non s'incorpora, nès'incarna, è inconsistente, sfuggevole,
vago, non per anco formato, ma solo rudimentale ed appena sbozzato. Le
percezioni, che si hanno degli oggetti esterni mercè isensi, sono confuse,
indistinte, e si dileguano col dileguarsi degli oggetti percepiti. Ben si
possono in certo qual modo fissare colle immagini, le quali rimangono anche
nell'assenza degli oggetti materiali. Ma le immagini sono pur sempre *individuali*,
come gli oggetti, cui si riferiscono, e per di più sfuggevoli e vane.Veri
pensieri e vere cognizioni propriamente dette non si hanno se non mercè la ‘parola’.
E e questa torna tanto più necessaria, quanto più la idea da SIGNI-ficare (o
segnare) e generale ed astratta, ed ecco ragione per cui I BRUTI NON ‘PARLANO’
(Monkeys can talk) siccome quelli, che sono destituiti della facoltà di
generaleggiare e di astratteggiare. Che se ponga si mente non più alla
percezione esteriore, ma alla ragione ed alle funzioni diverse della
riflessione, la necessità della ‘parola’ si chiarisce ancora più evidente a
segno che senza di essa tornerebbe impossibile la formazione di qualsi voglia
specie dell'umano sapere. Se adunque la ‘parola’ è vincolo necessario, che lega
la mente col mondo delle idee e mezzo es -- Vedi la nota g in fine del
volume. Due altre ragioni si aggiungono a confermare vie meglio la
necessità di siffatto studio, l'una sociale, pedagogica l'altra. La ‘parola’ non
solo è mezzo alla formazione dei pensieri e delle idee, ma altre sì organo il più
acconcio A MANIFERSTAR la proposizione ALTRUI, epperò vincolo necessario, che
congiunge l'uomo co'suoi simili in comunanza di vita, condizione potissima
della società umana. Gli spiriti umani, perchè ravvolti nell'involucro dell'organismo
corporeo, non possono rivelarsi l'uno all'altro, nè intendersi, nè mutuamente
rispondersi senza qualche MEZZO SENSIBILE riposto in qualche atto o movimento
del corpo: quale è appunto la ‘parola’, la cui potenza ed efficacia sugli animi
altrui è meravigliosa. Ancora, essa non solo è una necessità sociale, ma altre sì
pedagogica, perchè è vincolo essenziale, che unisce in armonia di intendimenti
e di voleri l'educatore coll'alunno, il maestro col discepolo, tanto chè senza
di essa ogni educazione ed istruzione vera ed efficace rimane un vano e sterile
desiderio. La ‘parola’ e l'immaginazione, quando vengono raffrontate l'una coll'altra,
appariscono convenire insieme in ciò, che entrambe importano una dualità di
elementi, sensibile ed intelligibile [[psico-fisico]] insieme accoppiati, e
sono potenze individualizzatricie rappresentative dell'idea sotto forma
sensibile. Ond'è che tal fiata l'immagine ridesta la ‘parola’, tal altra la ‘parola’
ri sveglia l'immagine, ed amendue rinvengono un punto di comune contatto nel
linguaggio metaforico, figurato, immaginoso. Ciò nulla meno evvi tra queste due
potenze siffatto divario, che l'immagine essenzialmente si di spaia dal
semplice SEGNO, ed oltre di ciò la ‘parola’ è un sensibile tolto dall'organismo
umano, l'immagine per contro è un sensibile attinto dalla natura esterna.
Riguardata nella sua nativa essenza la ‘parola’ può venire definita un
sensibile umano SEGNANTE (o significante) un intelligibile. Umano, dico, perchè
riposto in qualche atto o movimento del nostro corporeo organismo, quale il
gesto, la voce pronunciata ed udita. Rintracciando la ragione spiegativa
dell'essenza della ‘parola’ noi la rinveniamo nell'essenza stessa dell'uomo.
Infatti i due costitutivi della ‘parola’, quali sono IL SEGNO [o SEGNANTE] sensibile e l'e lemento intelligibile [IL
SEGNATO], ritrovano la ragione ed il fondamento loro nei due supremi
costitutivi dell'essere umano, quali sono l'organismo corporeo [il segnante] e
la mente [il segnato]; e come all'essenza dell'uomo torna tanto necessario lo
spirito, quanto il corpo, così è tanto necessario alla ‘parola’ il SEGNO quanto
l' idea significata [IL SEGNATO]. Onde si vede ragione, percui ai bruti,
destituiti di mente, fallisce la ‘parola’. Inoltre a costituire la ‘parola’ non
basta la dualità degli accennati elementi, ma occorre, che siano contemperati
ad unità, essendochè il sensibile debbe essere SEGNO [segnante] di un
intelligibile. -- esenziale alla formazione de' pensieri ed all'acquisto
delle conoscenze effettive, appare manifesto, che l'intelligenza umana, ad
essere compiutamente compresa, va altresì studiata nelle sue attinenze colla ‘parola’.
Ora quest'unità importa un primato dell'intelligibile sul sensibile, ed ha la
sua ragione nel dominio della mente sull'organismo corporeo, ciò è dire
nell'armonia stessa dei due supremi costitutivi dell'uomo. In fatti la mente
nostra padroneggiando l'organismo, con cui è naturalmente congiunta, essa è che
eleva i gesti, la voce, l'udito, il moto delle membra alla virtù di significare
[O SEGNARE] una idea o un sentimento dell'animo, vincolando questi con quelli.
Di qui la bella sentenza di Cicerone intorno l'origine della ‘parola’. Vox
principium a mente ducens (De natura Deorum). Nella parola adunque il segno O
SEGNANTE sensibile e l'idea, o IL SEGNATO, sono due termini inseparabili tanto,
quanto sono nell'uomo indisgiungibili lo spirito ed il corpo. Da siffatto interiore e naturale
compenetramento fluiscono alcuni corollarii, che reputo opportuno di accennare.
Il pensiero progredisce di pari passo col linguaggio. La lingua corre le
medesime sorti e segue le stesse fasi che il pensiero,tanto chè la ragion
spiegativa delle origini, dei progressi, delle trasformazionie del corrompersi
di un idioma va rintracciata nello studio delle vicende, a cui soggiace il
pensiero di un popolo, che lo parla. Dichesi pare quanto vadano errati non pochi
cultori della filologia, i quali la segregano onninamente d allo studio del
pensiero umano, di cui il linguaggio è l'ESPRESSIONE esteriore, togliendole di
tal modo il carattere di scienza, non solo, ma trasmutandola in un tessuto di
errori. Lo stampo e l'indole peculiare di un idioma arguisce uno stampo o
tempra singolare di mente in chi lo adopera. Epperò come gli è vero, che la
lingua genericamente presa è nota specifica, che distingue l'umano pensare e
conoscere da quello di altri esseri intelligenti, così è pur vero, che i
differenti idiomi in particolare sono note altresì distintive, che
differenziano le une dalle altre le menti umane individue e nazionali. Tuttavia
in mezzo a questa tra grande varietà di lingue etnografiche apparisce un
fondo comune, su cui tutte sono intessute, e, direi, uno spirito universale,
che tutte le informa e le solleva ad una unità superiore, essendochè la mente
umana, se si manifesta molteplice e varia nelle molteplici nazioni e nei varii
individui, risguardata nella suas pecifica essenza è una ed identica, perchè,
governata dalle medesime leggi logiche e rivolta all'universalità del vero. E
quest’unità radicale delle lingue riverberata dall'unità specifica della mente
umana arguisce logicamente l'unità originaria e specifica del genere umano, come
la loro moltiplicità arguisce la varietà delle razze,in cui esso è distribuito
sulla faccia della terra. Consegue ancora dal principio stabilito, che il
tradizionalismo, il quale pronuncia, che l'uomo riceve dalla società insieme
colla ‘parola’ anche le idee e la virtù dello intendimento, apparisce erroneo,
siccome quello, che disconosce il primato dell'idea sul segno vocale, e
l'ingenita virtù della mente di elevare la voce a dignità dinunzia del
pensiero. Se l'uomo impara dalla società il linguaggio, ciò è dovuto alla
virtù, che possiede la sua intelligenza, di intenderne il significato o SEGNATO.
Infine discende quest'altro corollario, che non manca della sua importanza
pedagogica. Vera istruzione non è, quando il discepolo riceva passive la parola
del maestro, come se questa dia bell'e fatta all'alunno l'idea, la quale invece
vuol essere un portato del suo lavoro mentale, e quindi si deve cooperare alla
forma zione della ‘parola’. Poichè altro è ricevere la ‘parola e meccanicamente
ripeterla, altro è FARLA NOI. IMPLICATURA. La’ parola’ ‘altrui ha sempre
alcunchè di vago, di incerto e di oscuro per CHI LA RICEVE, mentre presenta un
SENSO FERMO e più o men definito per chi
se la forma, come si avvera nella formazione di un neologismo come
‘implicatura’. Il linguaggio umano trae le sue prime origini da quell'impulso
spontaneo della NATURA, che spinge l'infante a significare O SEGNARE mercè di
una GRIDA INARTICOLATA il suo BISOGNO, il suo desiderio, la sua sensazione, e
già abbiamo chiarito altrove, come a poco a poco egli ne abbia svolto il suo linguaggio
ARTICOLATO. Ma la grida primitiva, onde si svolse il linguaggio articolato e
convenzionale, non costituiscono tutto quanto il linguaggio naturale, spontaneo
o di azione, il quale abbraccia altresì IL GESTO, il movimento, la fisionomia
ed altri segni ed atteggiamenti esteriori della persona. Ora GESTO può
anch'esso svolgersi e perfezionarsi, o come complemento del linguaggio o
accompagnando e compiendo il linguaggio articolato, o da sè solo sotto forma di
linguaggio mimico, quale lo scenico dei drammatici e lo educativo dei
sordo-muti. Il linguaggio articolato primeggia sul naturale, perchè il suono
articolato o l'organo vocale, accompagnato dall’organo auditivo,è più pie
ghevole, più facile, più svariato e perfettibile,più acconcio ad esprimere le
idee in tutte le loro articolazioni. Esso può essere o parlato, o scritto. La ‘parola’
parlata riesce più viva della scritta, più ESPRESSIVA, più animata, ma alla sua
volta questa è stabile e permanente, quella sfugge vole e mobile. Il linguaggio
articolato riveste forme diverse corrispondenti alle forme progressive dell'intelligenza
nelle varie età degli individui. Quindi si distingue un linguaggio proprio
dell'intuizione e del sentimento, un altro della riflessione e della coscienza,
un altro della scienza e dell'arte. Il linguaggio dei popoli e degli individui
fanciulli è povero, sintetico, metaforico e figurato. Quello dei popoli e degli
individui adulti è più o meno concettoso, la grammatica ne è fissa, la prosa
misurata. Quello dei popoli colti e dei pensatori è dotto, analitico e sintetico
ad un tempo. Imparare a parlare è qualche cosa di più elevato che non imparare
le lingue particolari; e noi impariamo a parlare apprendendo LA LINGUA MATERNA.
Questa lingua, che abbiamo imparato da piccini, quando la nostra intelligenza
cominciava a schiudersi, costituisce per noi il linguaggio per eccellenza. Ogni
altra nuova lingua, che sia pprenda, si capisce soltanto mediante il suo
paragone o rapporto colla lingua materna, ed a questa con maggior ragione
convengono tutte le lodi, che noi attribuiamo alla lingua dei Romani come mezzo
di coltura. Il bambino è sempre tanto desideroso di udirvi, che spesso vi
interroga anche su cose conosciute, unicamente per aver occasione di
ascoltarvi. Or bene tutto il mondo esteriore vien fatto comparire e brillare
davanti alla fantasia del bambino mediante il nome, con cui vien designato
ciascun oggetto. Tutto ciò, che è corporeo, venga analizzato sotto gli occhi
del fanciullo durante i suoi due primi lustri, ma non gli si faccia analizzare
affatto tutto ciò, che è solo spirituale. La lingua materna siccome e la più
innocente delle filosofie pel fanciullo, siccome il più valido esercizio di
riflessione. Parlategli molto e con precisione, ed anche da lui esigete la precisione.Una
PROPOSIZIONE oscura, ma che diventa chiara se ripetuta una volta, provoca
l'attenzione e rinforza l'intelligenza. Non temete mai di non essere intesi, e
nemmeno se si tratta di intere proposizioni. La vostra faccia, il vostro
accento, e il vivo bisogno che sente il fanciullo di comprendere, rendono
chiara la cosa per metà. E questa prima metà farà col tempo capire anche
l'altra. Pensate che I fanciulli. [SVILUPPO DELLA TENDENZA ALLA COLTURA DELLO SPIRITO]
come facciamo noi per la lingua greca o per qualunque altra lingua straniera,
imparano prima a CAPIRE la nostra lingua, che a ‘parlar’-la. Al bambino parlate
sempre come se avesse qualche anno di più. L'educatore, il quale a torto
attribuisce al suo insegnamento troppa parte di ciò, che impara l'alunno, ricordi
che il bambino porta già pronto in se medesimo ed imparato tutto il suo mondo
spirituale (cio è le idee morali e metafisiche), e che la lingua con tutte le
sue immagini sensibili non serve che a rischiarare questo mondo interiore. Qui
trova suo luogo la questione dello studio della lingua dei romani come mezzo di
coltura mentale. Lo studio della lingua de romani e come una ginnastica dello
spirito, che ne riceve una scossa ed eccitazione salutare.Esso studio, non
tanto in virtù del mero vocabolario, quanto in forza della grammatica, che è la
logica della lingua, costringe lo spirito a ripiegarsi sopra di sè, a
riflettere sulla ‘parola’, considerandole come un riverbero della propria
attività intuitiva. Dal linguaggio si passa a dire dello scrivere, ed anche su
questo punto non sono meno assennati ed acuti I suoi accorgimenti. In sua
sentenza, lo scrivere, ancora più che il ‘parlare’, separa e concentra le idee,
perchè il suono meccanico della ‘parola’ parlata insegna a scosse e passa
rapido, mentre i caratteri della scrittura ‘parlano’ in modo continuato e
distinto. Lo scrivere facilita la produzione delle idee assai più che il suono
rapido della ‘parola’, essendo esse una veduta interiore più che un'audizione esteriore.
Sotto altri riguardi la ‘parola’ parlata assai sovrasta alla parola scritta,
essendochè quella è ‘parola’viva, che esce animata dall'interiore organismo e
discende potente nell'anima di chi la ascolta, mentre questa è parola morta,
che esce dalla penna inanimata e non è che una debole eco della prima.
Esercitate di buon’ora, e gli prosegue, il fanciullo a scriver e I pensieri
suoi proprii piuttostochè ivostri. Risparmiategli i temi comunissimi, quali
sarebbero le lodi della diligenza, del maestro di scuola,dei governanti
ecc.Niente più nuoce a qual siasi componimento, quanto la mancanza di un
oggetto proprio e di inspirazione. Una lettera, provocata unicamente dalla
volontà del maestro, e non da un bisogno del cuore, diventa una morta
apparenza di pensiero,un inutile consumo di materia mentale. Se fate scrivere
lettere, siano rivolte ad una persona determinata e sopra un determinato
oggetto. Lo scrivere una pagina eccita e sveglia l'intelligenza assai più che
il leggere un libro intiero. Vi è tanto poca gente,che sappia scrivere con un
po'di garbo, quanto son pochi coloro, che sanno dire quattro periodi continuati
[2. Dell'attenzione. È avviso dell'autore,che l'attenzione,riguardata non in
generale,ma specialeerivolta ad un particolare oggetto,non va raccomandata,nè
suscitata o promossa con mezzi esteriori, quali sarebbero il premio od il
castigo, poichè in tal caso il fanciullo più che all'oggetto proposto
all'osservazione, terrebbe l'animo attento al premio, che lo attrae, od al
castigo minacciato. Pongasi mente, che esso non è atto a sostenere un'atten
zione prolungata e non mai interrotta;perciò non pretendete, che anche
trattandosi d'un argomento, che possa interessarlo, vi presti la sua attenzione
in qualunque ora e luogo e per tutto il tempo prescritto dai nostri regolamenti
scolastici. La novità è pure una potente attrattiva per l'attenzione, m a per
ciò stesso non va sciupata ripetendo troppo spesso le medesime cose sicchè
diventino monotone e stucchevoli.] Chi dovrà un giorno fare giustizia e
scrivere veramente la storia del pensiero filosofico italiano nell’ultimo
secolo, non potrà non dare una gran parte allo spiritualismo: del quale certo
uno dei più illustri e combattivi rappresentanti è stato ed è»1. Le parole di
Calò attestano una realtà difficilmente discutibile per chi si approcci anche
alle vicende della pedagogia italiana nel mezzo secolo successivo all’Unità. A.
compì gli studi al seminario arcivescovile di Vercelli. Vinta una borsa al collegio
Carlo Alberto di Torino, si iscrive nella Facoltà di filosofia della Regia
Università. Si distinse per la preparazione e l’applicazione negli studi. In un
saggio pubblicato sulla «Rassegna Nazionale», Cottini riporta una lettera
scritta da Aporti che comunica ad A. la vincita di un premio che ammontava a
trecento lire per i suoi meriti filosofici, segno premunitore di una carriera
accademica di primo piano. Laureato, e chiamato alla direzione di una scuola di
metodo presso Novara. Iniziò così una serie di seminarii che lo portarono in
diversi centri piemontesi. Trasferito a Domodossola, poi ad Ivrea, quindi nel
collegio di Ceva e successivamente a Casale Monferrato. E destinato
all’insegnamento di filosofia al Regio Liceo di Porta Nuova a Milano. Calò, A.
Filosofo, in Vita e mente di A., Torino, Scuola Salesiana; Gerini, Filosofi italiani,
Torino, Paravia; Braido, A., Dizionario Enciclopedico, Torino, S.A.I.E.; Biagini,
A. Enciclopedia; Brescia, La Scuola; Cottini, A. «Rassegna Nazionale», ogica e
metafisica, all’Academia Scientifica – Letteraria. Ebbe modo di stringere
rapporti con alcune delle personalità di spicco della cultura milanese:
Pestalozza, Poli, Cantù, Dandolo. Continua a tenere i rapporti con l’università
torinese, dove supera l’aggregazione nella Facoltà di lettere e filosofia, con
giudizi molto positivi di Mamiani ROVERE (si veda) e di Rayneri. Sonno anni di
intenso studio. Torna a Torino nominato insegnante di filosofia al Regio Liceo
Cavour e incaricato del corso all’Università, dopo la morte di Rayneri. Continua
ad insegnare nella scuola sino a quando e nominato titolare della cattedra.
Divenne ordinario ed insegn ininterrottamente all’Università di Torino. La sua
produzione e copiosa. I suoi saggi più importanti sono: Saggi filosofici, Della
filosofia in Italia, L’antropologia e l’hegelismo, L’Hegelismo e la scienza, la
vita, L’educazione e la nazionalità, L’educazione e la Scienza, Del positivismo;
Delle idee dei Greci, Studi, Riforma 4 Cottini riporta un ricordo di Parato,
risalente al giorno A. passa il concorso per l’aggregazione a Torino. Parato,
anch’esso decoro e vanto della scuola italiana, dice nella sua Vita, che avendo
nel giorno stesso della pubblica prova incontrato Rayneri, allora professore
nel Torinese Ateneo, gli venne dal medesimo annunciato con trasporto di gioia
che il Collegio Universitario ha allora allora accolto nel suo seno una sicura
speranza della filosofia italiana. Cottini, A. Nel suo articoli, Cottini
trascrive una lettera di A. indirizzata a Raineri, rinvenuta dallo studioso Roca
tra le carte che Raineri affide agl’archivi dei padri rosminiani. Si tratta di
pagine molto significative, scritte poco dopo la morte del figlio Giulio,
deceduto all’età di soli dieci anni: «Professore carissimo, Vi sonon grato e
riconoscente della vostra lettera consolatoria. La profonda e grave ferita, che
mi sta aperta nell’animo, è insanabile, ma pure ringrazio di cuore gl’uomini
del loro pietoso ufficio. L’immagine del mio povero Giulio mi accompagna
dovunque, eppure so che vivo non lo rivedrò mai più sulla terra. La mia mente è
con lui nel sepolcro, dove assisto col pensiero alla dissoluzione delle sue
povere membra, che si confondono colla polvere della terra e in ogni passo che
faccio, mi pare ci sentirmi dire: Padre, perché mi calpesti? Ah, se io avessi
la sventura di essere materialista, vedendo che il mio Giulio è tutto finito in
un pugno di polvere, non saprei resistere all’idea di rinunciare anch’io alla
vita in modo violento. La fede, solo la fede cristiana, mi fa forte nella lotta
tremenda, e rassegnato ai duri, eppur sempre adorabili voleri di Dio. La natura
mi ha strappato dal seno il mio diletto per convertirmi il corpo in poca
polvere; la fede miaddita il suo spirito sempre vivo in cielo e mi assicura che
quella poca polvere si rifarà corpo vivo per mantenerla. Non ho voluto che la
salma di mio figlio giacesse qui a Milano, dove non si pensa più ai poveri
morti: l’ho fatto in quel campestre cimitero, accanto ai sepolcri, dove
riposano lacrimate le ossa de’ miei genitori. E vorrei anch’io abbandonare per
sempre Milano, ma non posso nulla per me. I molti miei amici vivamente mi
solleticano di chiedere la cattedra di pedagogia vacante nell’Università di
Torino, e ci andrei volentieri, ma io mi tengo forte nel mio proposito di non
chiedere più nulla al Potere. Ieri mi è giunto notizia che è morto un mio
fratello ammogliato, lasciando dietro di sé tre creature. E quasi tutto ciò non
bastasse, ho il mio ultimo bimbo di quatto anni ammalato da 25 giorni di febbre
miliare, in grave pericolo di vita ed ormai disperato dai medici. Sono
infelice, ma l’infelicità non è così, quando si è con Dio, il quale ci addolora
quaggiù per bearci in cielo. Ricambiate i mieri saluti a quall’anima di Iacopo
Bernardi: ditegli che gli sono proprio riconoscente della parte che prese al
mio dolore, e voi vogliatemi sempre bene»] dell’educazione mediante la riforma
dello Stato, Esame dell’hegelismo, La filosofia antica, Opuscoli, Rousseau
filosofo; Breve compendio di filosofia elementare ad uso de’ licei; Elementi di
filosofia ad uso delle Scuole normali del Regno e il Compendio di Etica ad uso
dei Licei, con più edizioni e ampiamente adottati nelle scuole italiane. A.
collabora attivamente alla pubblicistica pedagogica e filosofica del tempo. Con
Passaglia e il principale animatore del Gerdil, organo dei giobertiani e
spiritualisti torinesi, che ha però breve durata non riuscendo a superare
l’anno. Vi scriveno, tra gli altri, Bertini e Bertinaria. Diresse “Il campo dei
filosofi,” un periodico fondato a Napoli da Milone, poi trasferito a Torino. Si
tratta di un’esperienza pubblicistica che ha una certa rilevanza nel dibattito
filosofico italiano, come ha già sottolineato Garin. Vi collaborarono autori
come Giovanni, Toscano, Morgott, Peyretti, Rayneri, Tagliaferri, Bonatelli,
Marsella, Tiberghien, e Bosia, Cfr. Chiosso, La stampa filosofica scolastica in
Italia, Brescia, La Scuola. Dopo aver citato alcuni brani della rivista, Garin
osserva. Il “Campo dei filosofi”, la rivista vissuta a Napoli e poi passata a
Torino sotto la direzione d’A., si propone di combattere soprattutto
l’idealismo dell’Hegel e il positivismo del Comte – come scrive A. nel
programma, continuando del resto l’attività iniziata a Napoli dal barnabita
Milone. Oltre i saggi di critica all’hegelismo, altri ve ne comparvero, d’A., di
Giovanni, di Donati, di Selvaggi, e di Tagliaferri. E l’attività della rivista
in questo settore merita di essere studiata tanto più che non è privo
d’interesse il legame subito stabilito fra hegelismo e positivismo, quasi
gemelli nemici. Dopo aver ricordato la facilità con cui diversi idealisti si
convertirono al positivismo negli anni seguente all’Unità, Garin spiega questo
fenomeno riprendendo e valorizzando l’analisi d’A. che vede in queste due
teorie apparentemente distanti, un comune denominatore. Quell’onesto filosofo
che e A., professore a Torino, che alimenta una vivace e seria discussione
intorno all’hegelismo sul “Campo dei Filosofi Italiani”, che mette insieme un
onesto libretto su L’hegelismo, la scienza e la vita, pubblicando a Torino, un
Esame dell’hegelianismo, che vuole essere un bilancio, crede di poter
individuare una convergenza profonda fra positivismo e hegelismo. L’Hegelianismo
– scrive – e il positivismo, che a tutta prima hanno sembianza di due dottrine
diametralmente opposte e riluttanti, in realtà sono fra loro congiunti da un
punto di contatto intimo e profondo. Assoluta IMMANENZA, realtà come processo e
sviluppo, celebrazione della scienza. Ecco alcuni dei punti su cui insiste A.,
pur avverso a entrambe le concezioni. Ma comunque si valuti la sua disamina, e
al di là dei casi degl’hegeliani passati al positivismo, una cosa certa A.
coglie esattamente: l’esistenza di una ‘riforma’ in atto della dialettica del
senso dell’evoluzionismo, con tutto quello che una veduta del genere implica,
in metafisica, in politica, in diritto, e in morale, per usare le sue parole.
Proprio dentro questo processo, già avviato nell’ambito dell’eredità
feurbachiana, si muove fra tensioni e polemiche Labriola: contro
l’evoluzionismo spenceriano al posto del moto dialettico della storia, contro
il socialismo neo-kantiano-positivistico al posto del marxismo, per una
rinnovata filosofia della prassi, ma anche – lo dichiara a Engels per una
sostituzione del metodo genetico a quello dialettico, il che non e solo
questione di parole. Garin, Filosofia in Italia, Bari, De Donato. Polla,
Leonardi, Naville, Passaglia e altri. In seguito pubblica una serie di articoli
sulla Rivista filosofica. Quando e ormai divenuto uno tra i principali
protagonisti del dibattito nazionale, A. assunse la direzione de «Il Baretti»,
un foglio dedicato a questioni scolastiche. Qui vi apparvero per lo più una
serie di saggi utili a lumeggiare le sue posizioni in merito alla libertà e,
più in generale, alla politica ministeriale. A. rappresenta una delle
personalità di primo piano del spiritualismo italiano. I suoi saggi divennero
un punto di riferimento per la riflessione, trovando una considerevole
circolazione pedagogica, per riprendere una categoria riproposta da Prellezo. La
Bertoni Jovine ne parla come il maggiore esponente dello spiritualismo, sino a
considerarlo, esagerando, come la guida della corrente. A. insegna in un Ateneo
come quello torinese che oltre ad avere con quello napoletano il primato, rappresenta
uno dei poli principali del dibattito italiano, sia in campo accademico, che in
quello pubblicistico e scolastico. Cfr. Chiosso, La stampa scolastica in Italia;
Chiosso, I giornali scolastici torinesi dopo l’Unità; Stampa nell’Italia
liberale. Giornali e riviste. In un saggio dedicato a Rayneri, a cui ne segue
uno analogo su A., Prellezo invita ad approfondire la capacità di influenza dei
spiritualisti più impegnati teoreticamente con la realtà filosofica. Egli parla
della necessità di promuovere ricerche puntuali allo scopo di definire limiti e
portata dell’incidenza delle dottrine non solo nell’ambito delle riforme dell’insegnamento
pubblico, ma anche, ad esempio, in quello dell’azione dei fondatori e primi
membri delle istituzioni dedicate all’insegnamento. Prellezo, Pensiero e
politica scolastica. Il caso di Rayneri, in «Annali di Storia delle Istituzioni
scolastiche», Brescia, La Scuola, Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia
della scuola italiana, Roma, Editori riuniti, Il neo spiritualismo d’A. se
riuscì a creare una corrente alla quale aderirono studiosi come Conti e Alfani
e tutto il gruppo della Rassegna Nazionale non ha la capacità intrinseca di
operare un capovolgimento della filosofia e neanche quella di combattere
efficacemente il positivismo che, benché debole dal punto di vista speculativo,
e portatore di vivissime esigenze socali, sostenute dai partiti democratici» D.
Bertoni Jovine, La scuola italiana, Roma, Editori Riuniti; Serafini, Cultura
italiana, Roma, Bulzoni. Riguardo alla circolarità d’A. nello spiritualismo,
merita di essere accennata la collaborazione con i salesiani. Il docente
vercellese poté conoscere presumibilmente l’esperienza educativa della
congregazione già negli anni dell’Università, prima come studente della città
di Torino, e poi quando divenne professore. Diversi collaboratori di Don Bosco
frequentarono infatti l’ateneo subalpino. In seguito, uno dei suoi figli studiò
al collegio salesiano di Mirabello. Il docente vercellese si avvicinò sempre
più alla congregazione: collaborò nel collegio salesiano di Valsalice,
partecipò alle numerose manifestazioni scolastiche e culturali dei salesiani in
città15, fece spesso visita in qualità di «esperto» alle scuole del santo
piemontese. Alcuni studiosi salesiani hanno parlato di una vera e propria
amicizia tra Don Bosco e il pedagogista vercellese16. Un episodio risulta
significativo nella ricostruzione di questo rapporto. Quando l’oratorio di
Valdocco rischiò di essere chiuso per dei provvedimenti voluti dal Ministro
Correnti, Allievo si offrì per cercare di salvare l’istituto. Aiutò don Bosco
nella compilazione dell’istanza da inviare al Ministero e si impegnò per
inoltrare un ricorso al Consiglio di Stato. Negli anni seguenti mantenne
stretti i rapporti con gli altri salesiani più giovani, soprattutto con don
Durando, direttore generale degli studi delle scuole salesiani. Il pensiero
dello studioso vercellese ispirò anche alcune opere dei primi pedagogisti
salesiani17. Prellezo documenta l’influenza della pedagogia di Allievo sulla
Storia della pedagogia di Cerruti e sugli Appunti di pedagogia di Barberis18.
Una certa influenza è anche rilevabile nelle Lezioni di pedagogia di don
Vincenzo Cimatti. Sul tema si rinvia al documentato e approfondito studio di:
J. M. Prellezo, Giuseppe Allievo negli scritti pedagogici salesiani,
«Orientamenti pedagogici», Proverbio ricorda la presenza dell’Allievo alla
seconda rappresentazione del Phasmatonices di Rosini. «Le insistenza per la
replica furono tali che il sipario si riaprì l’otto giugno: vi accorsero molti
torinesi, tra cui il professor G. Allievo, docente di pedagogia alla Università
di Torino, il quale “andava per la sala del teatro a trarre innanzi persone
ragguardevoli”, mentre negli intervalli venivano eseguite le romanze verdiane
di G. Cagliero» G. Proverbio, La scuola di don Bosco e l’insegnamento del
latino, in F. Traniello (ed.), Don Bosco nella storia della cultura popolare,
Torino, Sei, Trat tando del santo piemontese, Braido ha osservato: «reali
furono le relazioni, perfino di cordialità e di amicizia, con alcuni teorici
della pedagogia contemporanei, come A. Rosmini, Rayneri, G. Allievo» P. Braido,
L’esperienza pedagogica preventiva, Don Bosco, in Id. (ed.), Esperienze di
Pedagogia cristiana nella storia, Si veda anche: J. M. Prellezo, Giuseppe
Allievo negli scritti pedagogici salesiani, Su tale legame Pietro Braido ha
rilevato: «Giannantonio Rayneri e Giuseppe Allievo esercitarono un palese
influsso diretto su due note figure di studiosi salesiani di pedagogia,
rispettivamente Cerruti e Barberis; gli inediti Appunti di Pedagogia sacra di
quest’ultimo rivelano un’evidente dipendenza. Allievo, benefattore e
sostenitore di Don Bosco, si batté strenuamente per la sopravvivenza delle
scuole di Valdocco, mettendo a disposizione, in difesa della libertà educativa,
la sua energica contrarietà al centralismo burocratico del Ministero della
P.I.» in P. Braido, L’esperienza pedagogica preventiva nel secolo XIX, Don
Bosco, in Id. (ed.), Esperienze di Pedagogia cristiana nella storia, cit., p.
313. 18 J. M. Prellezo, Giuseppe Allievo negli scritti pedagogici salesiani,
cit., pp. 406-412. 19 Ibid., p. 413. 26 verità, anche altri manuali
pedagogici del tempo si ispirarono alla riflessione dell’Allievo20. Se l’opera
del vercellese fu accolta subito con favore dal circuito cattolico liberale e
da quello salesiano, il gruppo intransigente non sembrò accorgersi del suo
contributo. Solo all’inizio del Novecento, quando la dialettica interna nel
mondo cattolico assunse toni meno aspri, anche «La Civiltà cattolica» lo
menzionò per le sue posizioni a favore della libertà d’insegnamento21. Sebbene
l’opera di Allievo mantenne una dimensione prevalentemente nazionale, egli
attirò l’attenzione di alcuni studiosi stranieri come Naville, Daguet, Blum.
Dopo una lunga esistenza spesa interamente alle riflessione educativa si spense
a Torino. Influenze rosminiane e dimensione europea Alla costruzione del
sistema pedagogico e filosofico dell’Allievo, contribuirono molteplici scuole e
sollecitazioni. Gran parte degli studi dedicati al pedagogista vercellese hanno
rilevato un’«evidente traccia della riflessione rosminiana»22, come già aveva
sottolineato nelle sue ricerche Gentile23. Per cogliere le ragioni di tale
influenza, occorre in primo luogo considerare il peso del rosminianesimo nella
cultura pedagogica e filosofica piemontese della prima metà dell’Ottocento.
L’Ateneo torinese rappresentò con i seminari lombardi uno dei maggiori centri
di influenza e propagazione della filosofia del roveretano24. Si tratta di un
afflato radicato, che si conservò ancora a lungo nella cultura subalpina25.
Allievo trascorse, pertanto, gli anni della sua formazione universitaria in un
contesto permeato dal pensiero rosminiano. Diversi dei suoi professori erano
discepoli rigorosi del roveretano. Grazie ad un suo docente, Allievo poté avere
un primo contatto con Rosmini: Pier Antonio Corte inviò al pensatore roveretano
un breve scritto dello studente vercellese per averne un parere. Poco tempo
dopo, Rosmini rispose all’invito del professore e 20 Tra gli altri, Arcomano,
sottolinea come il saggio di Costanzo Malacarne, Sunti di pedagogia, un
classico della manualitstica pedagogica del tempo, appaia fortemente
influenzato dalla pedagogia di Allievo. Cfr. A. Arcomano, Pedagogia, istruzione
ed educazione in Italia, Chiosso, Editoria e stampa scolastica tra otto e
novecento, in L. Pazzaglia (ed.), Cattolici, educazione e trasformazioni socio
– culturali in Italia tra Otto e Novecento, Chiosso, Novecento pedagogico,
Brescia, La Scuola, Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in
Italia. I platonici, Messina, Principato, Gambaro, Antonio Rosmini nella
cultura del suo tempo, «Il Saggiatore», Traniello, Cattolicesimo conciliarista,
Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, Stresa, Edizioni rosminiane] apprezzò
il lavoro pur sottolineando i limiti dello scritto di Allievo, allora solo
ventiduenne26. Pochi anni dopo, il pedagogista vercellese ebbe anche
l’occasione di conoscere personalmente il Rosmini, poichè allora dirigeva un
corso di Metodica a Domodossola, frequentato da alcuni allievi dell’Istituto di
Carità. Del roveretano ebbe una impressione eccezionale. Ricordando quella
circostanza, ne parlò come di una persona dotata di una «modestia pari alla sua
grandezza», ma anche di una profonda serenità, probabilmente legata, in quel
periodo, al recente Dimmitantur per le sue opere. Il legame con il
rosminianesimo fu corroborato da Giovanni Antonio Rayneri, da cui Allievo
ereditò la cattedra all’Università di Torino. Professore e sacerdote, il
Rayneri rappresentò un protagonista nel fermento educativo e pedagogico
piemontese tra gli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento. Il suo sistema pedagogico si
innestava sull’impianto filosofico del roveretano, di cui offrì un’organica
riproposizione in chiave educativa. L’elaborazione di Rayneri fu di vitale
importanza per la circolazione della pedagogia rosminiana. La lezione del suo
predecessore rimase un costante punto di riferimento per l’Allievo. Lo studioso
vercellese curò a pubblicazione postuma del saggio Della pedagogica, una summa
in cinque volumi del pensiero del Rayneri, «supplendo il libro e mezzo, che
mancava, con pochi appunti rinvenuti fra le carte dell’autore»29. Si tratta di
un’opera considerata da Allievo come una delle maggiori confutazioni agli
errori della pedagogia moderna30. In una delle sue prime opere più importanti,:
L’Hegelismo e la scienza, la vita si trova una dedica molto significativa al
suo maestro31. 26 In una lettera datata 17 febbraio 1852, il Rosmini scrisse al
Corte: «La ringrazio d’avermi comunicato lo scritto del signor Giuseppe
Allievo. L’ho letto con piacere e confermo pienamente il giudizio favorevole da
lei portato e mi congratulo colla R. Università se fa di tali allievi, mi
congratulo con Lei e coll’autore del detto scritto, che mi par l’ugna del
leone. Quello che può mancare alla proprietà del linguaggio verrà in appresso,
essendo cosa che solo s’impara cogli anni... Queste sottili osservazioni però
non impediscono che il lavoro favoritomi sia degnissimo di lode» Citata in G.
B. Gerini, La mente di A., Torino, Tipografia S. Giuseppe degli artigianelli, A.,
Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio Rosmini, Milano,
Cogliati, Chiosso, Rosmini e i rosminiani nel dibattito pedagogico e scolastico
in Piemonte in Antonio Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze, cit., p.
102. 29 G. Cottini, A., cit., p. 71. 30 Nella commemorazione già citata scrive:
«La Pedagogica mi apparisce una spiccata antitesi dell’Emilio di Gian Giacomo
Rousseau; in quella tutto è semplice, connesso, lucido, ordinato e preciso: in
questo tutto è sconnesso, incoerente, saltuario; il nostro Pedagogista ha la
coscienza del suo pensiero, misura i suoi conoscimenti, non trascorre mai gli
estremi; il ginevrino scatta fuori con grandi paradossi che colpiscono, con
pensieri sublimi, grandi originali, dove la verità è in lotta continua con
l’errore; Un’altra idea della vita, un giusto sentimento della natura umana, un
vivo ed operoso concetto del dovere, sono questi i principi filosofici, che
informano la Pedagogica del RAYNERI, principi diamentralmente opposti a quelli
dell’umanismo contemporaneo, che fa dell’uomo Dio a se stesso» G. Allievo,
Commemorazione del primo Centenario della nascita di Rayneri, letta in
Carmagnola, Asti, Tipografia Popolare Astigiana, La dedica recita: «Alla cara e
venerata memoria di Rayneri, Che primo fra gl'italiani tentò elevare all'unità
sistematica della scienza la. Pedagogica da lui per un ventennio professata
all'Università di Torino questo tenue lavoro con riverenza di discepolo
piamente consacro». Il vercellese fu invitato a tenere un discorso in occasione
del centenario dalla nascita di Rayneri32. Ormai prossimo alla pensione,
ripercorrendo quasi cinquant’anni di insegnamento universitario, ricordò con
queste parole il maestro: «Gran parte della mia vita pedagogica sta collegata
col nome di lui, essendochè negli anni miei giovanili, sedendo sui banchi
dell’Università io ascoltava la sua magistrale parola, e che egli ha illustrato
per poco più di un ventennio quella cattedra, che io tengo da quasi mezzo
secolo»33. Durante gli anni del suo magistero, Allievo rimase sempre in
contatto con gli ambienti rosminiani, collaborando anche ad alcune riviste ad
esso legato34. Diversi concetti e posizioni del sistema del vercellese sono
chiaramente mutuati dall’alveo rosminiano. Un primo elemento è l’idea della personalità,
che Allievo pone al centro della sua pedagogia35. In questo campo, accolse gran
parte dell’impianto psicologico e antropologico del roveretano, riproponendo la
tripartizione delle facoltà: senso, volontà e intelletto, largamente utilizzate
e approfondite dal professore piemontese. Al Rosmini lo legano anche ragioni e
argomenti di critica alla filosofia moderna. Al pari del roveretano, ma anche
di altri autori spiritualisti, Allievo riunì Kant e i pensatori idealisti sotto
la stessa etichetta di «scettici». Un altro elemento riguarda l’unità di
filosofia e pedagogia, di cui Allievo si fece araldo di fronte agli eccessi di
metodologismo cui erano tentati anche alcuni studiosi cattolici36. All’idea di
unità, è collegato un altro concetto rosminiano accolto da Allievo, vale a dire
quello del «sintetismo»37, strettamente connesso a quello di «armonia»,
considerato nodale per comprendere la sua idea di educazione38. Non senza
motivo, Berardi riassunse la teoria della personalità dell’Allievo come una «traduzione
del sintetismo di origine A., Commemorazione del primo Centenario della nascita
di Giovanni Antonio Rayneri, letta in Carmagnola.Tra le altre, offrì la sua
collaborazione alla rivista La Sapienza, Rivista di filosofia e di Lettere,
diretta da Papa. Cfr. Antonio Rosmini e il Piemonte. Studi e Testimonianze,
cit., p. 65. 35 Giovanni Calò sostenne come, in fondo, «Quella del Rosmini è
una pedagogia della personalità» G. Calò, Pedagogia del Risorgimento, Sansoni,
Firenze, Commentando un breve intervento dello studioso vercellese sulla
pedagogia del Rosmini, Cavallera ho osservato come «l’Allievo individua nel
concetto di unità la forza del pensiero pedagogico rosminiano uscendo dai
consueti schemi della illustrazione della metodica, ma non va oltre tale
precisazione» Cavallera, Rosmini nella Pedagogia dell’Ottocento, Come conferma
Mazzantini: «Rimasero sempre per lui fari di orientamento, nella sua vita di
studioso, le dottrine ontologiche (già in gioventù manifestateglisi evidenti)
della gradualità e del sintetismo degli esseri» Mazzantini, I capisaldi del
sistema filosofico pedagogico di G. Allievo, «Rivista Pedagogica» In merito la
Quarello, che ha dato alle stampe uno dei lavori più precisi ed elaborati
sull’Allievo, ha osservato: «Nella dottrina pedagogica dell’Allievo la legge
fondamentale è dunque l’armonia, legge che necessariamente deriva da quella
suprema filosofica: “Il sintetismo universale”» V. Quarello, G. Allievo, studio
critico, Lanciano, Carabba] rosminiana»39. Sebbene il vercellese, ad esempio
nei Saggi filosofici, sul tema si rifaccia alle opere del Krug, le tracce del
discorso rosminiano sono evidenti. Se tali elementi mostrano un chiaro
ancoraggio all’opera rosminiana, da una lettura più attenta delle opere di
Allievo emerge tuutavia anche una serie di differenze con il roveretano che non
permettono di ascrivere in toto l’opera del professore piemontese tra quello
del circuito rosminiano vero e proprio, rispetto al quale, al contrario,
manifestò l’esplicita intenzione di differenziarsi. Si tratta di una posizione
che, secondo uno dei più importanti pedagogisti di scuola rosminiana, poteva
tuttavia essere letto in modo positivo40. Già Francesco Paoli, curatore di
alcune delle più importanti opere postume del Rosmini e suo ultimo segretario,
nel saggio Della scuola di Antonio Rosmini, recentemente ripubblicato, nel
disegnare la geografia del rosminianesimo in Italia sottolineava la dissonanza
tra l’Allievo e il roveretano41. Questa precisazione di Paoli, peraltro in un
libro con toni marcatamente apologetici, denota come tra i seguaci «osservanti»
del roveretano, l’Allievo non fosse considerato un rosminiano «ortodosso»,
nonostante la riconosciuta prossimità. La distanza tra i due pensatori è
documentata dal fatto che nelle opere del vercellese i richiami e le influenze
dell’opera rosminiana si diradano. La maggior parte dei espliciti riferimenti
al roveretano, infatti, si riscontrano nei primi lavori dell’Allievo, in specie
nei Saggi filosofici, con chiari rinvii all’ontologia, alla metafisica e alla
logica. Ma già in un’opera dell’anno seguente, Della pedagogia in Italia dal
1846 al 1866, il legame con il sistema del roveretano appare più distaccato. In
particolare, si coglie un certo ridimensionamento dell’apporto del Rosmini.
Delineando l’itinerario della pedagogia italiana del primo Ottocento, sebbene
non manchino apprezzamenti positivi, Allievo sottolinea come il vero innovatore
della pedagogia italiana fu il Rayneri. Si tratta, senza dubbio, di
un’interpretazione impensabile per qualsiasi studioso rosminiano42. 39 R.
Berardi, La libertà d’insegnamento in Piemonte 1848-1859 e un saggio storico di
A., «Quaderni di cultura e storia sociale», febbraio 1953, p. 62. 40 Cottini
rileva come: «Circa la discordia fra l’Allievo e il sommo Roveretano, osservò
giustamente il mio quondam condiscepolo Prof. Giuseppe Morando, che il dissenso
aperto e leale dell’Allievo porge maggiore rilievo alla riverenza sconfinata
che questi gli professò, ed all’omaggio, ch’egli gli rese in ogni occasione» G.
Cottini, Giuseppe Allievo, cit., p. 67. 41 Scrive il pedagogista di Pergine:
«Di presente l’onore della Filosofia e della Pedagogia è sostenuto
nell’Università di Torino dal Prof. Giuseppe Allievo, che se non professa del
tutto la filosofia del Rosmini, l’accetta in gran parte e la onora colla
esemplarità della vita e colle molte gravi sue pubblicazioni pedagogiche» F.
Paoli, Della scuola di Antonio Rosmini (a cura di Ottonello), cit., p. 38. 42
Scrive: «Del Rosmini, per quel che spetta alla pedagogia rigorosamente intesa,
non si aveva che il Saggio sull’unità dell’educazione, opuscoletto di poche
pagine. I lavori del Tommaseo sono studi serii, monografie peregrine, pensieri,
desiderii, come egli stesso li intitola, sono preziosi elementi scientifici, ma
un organico sistema di scienza non fanno; egli stesso si tiene in guardia dalla
mania de’ sistemi anche in 30 In alcune opere degli anni ’70,
quando il sistema dell’Allievo si consolidò, il vercellese si discostò
esplicitamente da elementi non secondari della filosofia rosminiana. Nell’opera
in cui sistematizza con più rigore le sue teorie ontologiche, vale a dire Il
problema della metafisica, si affranca dal roveretano in merito alla dottrina
dell’essere. Mentre Rosmini crede che l’oggetto primo della metafisica sia l’essere
categorico, astratto e comunissimo, egli lo identifica nella realtà infinita e
finita considerate nel loro insieme e nelle «vicendevoli loro attinenze». Nello
stesso saggio, riconoscendo nel fatto di pensare il primo noto della
metafisica, si preoccupa di sottolineare l’assenza di tale idea in Rosmini44.
Sempre in campo gnoseologico, Allievo contesta inoltre la teoria secondo cui
dall’intuito si arrivi alla visione dell’essere ideale universalissimo. Stando
al pedagogista vercellese, l’intuito percepisce la realtà confusa ed
indeterminata, opponendosi così ad uno degli elementi caratterizzanti la
gnoseologia del roveretano, oltre che oggetto di aspre contese con la filosofia
neoscolastica. Pare ancora più netta la posizione esposta negli Studi psicofisiologici
in merito alla psicologia e al rapporto tra anima e corpo: «In che ripone il
Rosmini l’essenza dell’anima umana? È assai malagevole impresa il cogliere su
questo punto della psicologia capitalissimo il suo pensiero; tanto parmi
intricato, inconsistente, incerto!». E poi motiva: «Il concetto psicologico del
Rosmini oscilla incerto tra questi tre pronunciati: 1° l’anima umana è
sentimento dell’Io e niente di più: il sentire animale sta all’infuori di essa,
ossia non è contenuto nella sua essenza; 2° l’anima possiede di fatto, siccome
suoi essenziali costitutivi, il principio sensitivo animale ed il principio
intellettivo; 3° il principio sensitivo è virtualmente contenuto nelle
intellettivo». Contrario a tali posizioni considerate equivoche, proporrà un
duo dinamismo coordinato su cui avremo modo di trattare in seguito. La valenza
delle critiche mosse al pensatore roveretano dall’Allievo, è confermata dalle
dure repliche di alcuni dei più «fedeli» epigoni di Rosmini. A questo
proposito, sono molto significativi due scritti di Pietro De Nardi, rosminiano
ortodosso, che stampò due severi pamphlet contro l’Allievo. pedagogia, e crede
che addestrando in maniera variata il pensiero si serva, meglio che con severe
teoriche, all’unità dell’idea. Il Rayneri seppe far tesoro de’ profondi e
svariati lavori parziali de’ pedagogisti, che lo precedettero,
coll’intendimento di ricondurli all’unità della scienza» A., La pedagogia
italiana antica e contemporanea, Torino, Tipografia Subalpina di Stefano
Marino, 1901, pp. 148-149. 43 G. Allievo, Il problema metafisico studiato nella
storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, Torino, Stamperia
reale, 1877, pp. 35, 46. 44 Ibid., p. 47. 45 G. Allievo, L’uomo e il cosmo,
Torino, Tipografia Subalpina, 1891, p. 298. 46 G. Allievo, Studi
psicofisiologici, Torino, Tip. del Collegio degli artigianelli, 1911, p. 60; 47
Ibid., 62; 31 Nel 1883, pubblicò La teorica rosminiana dello
sviluppo graduato della ragione umana difesa da P. De Nardi contro la traccia
di contradditoria che ad essa ha dato G. Allievo. In questo saggio lo studioso
rosminiano considerava «gravissima nella sostanza»48 la critica mossa da
Allievo riguardo lo sviluppo della mente nell’opera del roveretano, esposta ne
Il positivismo in sé e nell’ordine pedagogico. L’anno seguente De Nardi
pubblicò Due sillogismi di Giuseppe Allievo contro la percezione intellettiva
come viene percepita da A. Rosmini49, nel quale contestava al pedagogista
vercellese prima il merito di un appunto sulla filosofia del roveretano
riguardanti i rapporti tra l’anima sensitiva e intellettiva, e poi criticò un
presunto pensiero del vercellese secondo il quale «oggetti» di natura diversa
non possano comunicare fra loro. Una prima risposta alle accuse del De Nardi
appare ne L’uomo e il cosmo (1891), dove Allievo confuta i pamphlet e una
recensione apparsa su Il Rosmini del marzo 1887, sostenendo che fossero state
travisate le sue parole. Dopo aver mostrato l’infondatezza delle critiche
fattegli, muove una critica molto significativa a certi epigoni del Rosmini i
quali «s’immaginano, che il sistema rosminiano sia tutto quanto verità esso
solo, sicché chiunque osa muovergli qualche appunto, bisogna dire che cammina
nella via dell’errore»50. Per lumeggiare più chiaramente il rapporto tra
Allievo e Rosmini, è inoltre indispensabile citare i due testi in cui l’Allievo
trattò specificatamente dell’opera del roveretano: il brevissimo saggio, Il
concetto pedagogico di A. Rosmini51 e il più sostanzioso articolo dal titolo
Antonio Rosmini uscito prima nella rivista universitaria «Studium», e poi
pubblicato nel 191252. Il primo lavoro, seppure breve, appare tuttavia molto
significativo. Tale saggio fa parte del già citato Per Antonio Rosmini,
un’opera che raccolse in due volumi gli interventi al congresso commemorativo
per il centenario dalla nascita del filosofo, organizzato dall’Accademia degli
Agiati di Rovereto nel Maggio del 1897. 48 P. De Nardi, La teorica rosminiana
dello Sviluppo Generale della Ragione umana difesa da Pietro De Nardi contro la
taccia di contradditoria che ad essa ha dato Giuseppe Allievo, professore
all’Università di Torino, Intra, Bertolotti, 1883, p. 3. 49 P. De Nardi, Due
sillogismi di Giuseppe Allievo, Professore all’Università di Torino, contro la
percezione intellettiva come viene concepita da Antonio Rosmini esaminati da
Pietro De Nardi, Professore di Filosofia nel Collegio Internazionale Italiano
di Torino, con appendice del medesimo in risposta a T. Mamiani, Modena,
Vincenzi, 1884. 50 G. Allievo, L’uomo e il cosmo, cit., pp. 417-418. 51 G.
Allievo, Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio Rosmini, A. Antonio
Rosmini, Pavia, Tipografia Fratelli Fusi, 1912. 32 Nel suo intervento
Allievo riconobbe in prima istanza le virtù filosofiche di Rosmini53,
attestando l’importanza di lavori come il Saggio sull’unità dell’educazione e
Del supremo principio della metodica per lo studio della filosofia e della
pedagogia. Tra i principali meriti, individuò l’aver difeso l’idea che
l’educazione è vera, efficace e perfetta solo quando è «schiettamente
cristiana». Un concetto che, secondo Allievo, intuirono in tanti ma «niuno
meglio del Rosmini seppe farla risplendere di quella lucentezza ideale, che
scaturisce dalla ragione speculativa»54. Nella stessa sede, tuttavia, Allievo
volle sottolineare le differenze tra il suo sistema e quello di Rosmini55.
Questa precisazione in un consesso con chiari intenti apologetici a pochi anni
dal Post obitum, conferma con limpidità la volontà di Allievo di smarcarsi
dalla discendenza rosminiana. Il secondo saggio citato, Antonio Rosmini, è
molto più consistente e permette di approfondire le idee di Allievo circa il
roveretano. Introducendo il lavoro, fa notare la grande risonanza che ebbe il
pensiero di Rosmini, e cita tra i suoi discepoli Tommaseo, Cantù, Sciolla,
Berti, Cavour, Bonghi, Pestalozza, Corte, Rayneri. Conduce poi un’analisi
particolareggiata dell’opera filosofica e pedagogica del Rosmini, muovendo una
serie di critiche e «correzioni» al pensiero del roveretano. Riguardo
l’articolazione delle scienze nel sistema del roveretano, parla di un’ambiguità
del Rosmini circa il legame tra la psicologia e l’antropologia56. In seguito
contesta la seguente definizione di uomo tratta dall’Antropologia di Rosmini:
«l’uomo è un soggetto animale, dotato dell’intuizione dell’essere ideale
indeterminato e operante secondo l’animalità e l’intelligenza». Allievo trova
in questo enunciato un eccessivo risalto per la parte «naturale» dell’uomo. Nel
definire la persona, Allievo preferisce mettere l’accento sulla natura
spirituale dell’uomo, poiché in esso l’animalità «è subordinata alla
spiritualità, che la informa e la governa»57. Tale critica è poi smussata
tenendo conto del modo in cui Rosmini affronta e suddivide la scienza
antropologica. Riprende inoltre la critica al concetto dell’intuizione primaria
dell’uomo dell’essere ideale indeterminato: «Questo - dice Allievo - è un
pronunciato fondamentale del sistema di Rosmini, ma è impugnato da molti, e non
è una verità dimostrata con tanto rigore, che debba essere accettata da
tutti»58. Sempre in campo gnoseologico corregge l’espressione rosminiana di
«sentimento corporeo» che secondo 53 «È virtù propria del genio speculativo
risalire ai supremi principi dell’essere e del sapere, e nella loro unità
comprensiva raccogliere tutto un intero ordine di idee organate da questo
sistema» G. A., Il concetto pedagogico di Antonio Rosmini, in Per Antonio
Rosmini. Ed io, sebbene da lui discorde in alcuni punti delle sue dottrine
filosofiche, mando questo mio lavoruccio in attestato della mia scienza sincera
e profonda ammirazione verso tant’Uomo» Ibid, vol. II, p. 523. 56 G. A.,
Antonio Rosmini, cit., p. 8. 57 Ibid., 9-10. 58 Ibid., p. 10. 33
Allievo dovrebbe essere «senso corporeo», e poi aggiunge: «Come pure io non so
capire come mai il senso intellettivo, la cui esistenza è innegabile, possa
essere compreso come parte nel tutto, nella sensitività animale, come fece
l’autore»59. Anche in campo pedagogico, fa degli appunti alquanto critici.
Trattando dell’unità dell’educazione sostenuta dal Rosmini, lamenta l’assenza
di un adeguato approfondimento del concetto di varietà60. Un'altra definizione
contestata riguarda il rapporto tra le affezioni casuali e l’ordine interiore.
Allievo riporta senza rinvii al testo originale: «si conduca l’uomo ad
assimilare il suo spirito all’ordine delle cose fuori di lui, e non si vogliano
conformare le cose fuori di lui alle casuali affezioni dello spirito suo». E
poi ne prende le distanze, «correggendo» le posizioni del Rosmini»61. Sullo
stesso argomento, commentando poco dopo la parte del Saggio sull’unità
dell’educazione relativa all’«Unità degli oggetti» sostiene che è «alquanto
sconnessa». Allievo fa notare come il Rosmini abbia dedicato molto spazio
all’analisi dell’apprendimento e dell’educazione durante l’infanzia,
soffermandosi sullo sviluppo delle facoltà del bambino. Il pensatore
vercellese, tuttavia, fa notare come un corretto sistema pedagogico debba tener
conto dell’intervento educativo, e del fatto che spesso si insegnino cose che
il bambino non sa ancora, e che quindi lo studio delle naturali facoltà del
bambino non sia sufficiente ma debba essere integrato dai metodi educativi
esterni62. Anche se riconosce al Rosmini il contributo sulla libertà
d’insegnamento, a dispetto per esempio di un Gioberti giudicato eccessivamente
statalista, l’Allievo contesta al Rosmini l’affermazione secondo cui la scuola
dovrebbe «guardarsi dallo spirito individuale siccome 59 Ibid., p. 12. 60
«L’autore ripone nell’unità la legge suprema dell’educazione; nel che io non
convengo pienamente con lui. L’unità vera, effettiva, feconda non può andare
disgiunta dalla varietà, né questa può andare scissa da quella. Unità senza
varietà è arida, sterile, priva di moto e di vita; varietà senza unità è
sparpagliata, dissipata, che si sciupa nel vuoto. L’uno nel vario, il vario
nell’uno, ossia l’armonia è la legge suprema della vita in ogni ordine di cose.
Epperò all’umana educazione l’unità e la varietà tornano essenziali amendue ad
un modo. Certamente l’autore non esclude, né perde di vista la varietà, giacché
riconosce la molteplicità delle dottrine, che si insegnano, e delle potenze,
che vanno educate; ma occorreva che avesse in modo esplicito riconosciuta e
formulata la varietà accanto all’unità, siccome egualmente necessaria» G.
Allievo, Rosmini, «Però in riguardo alla
dottrina del Rosmini, a me par giusto l’osservare, che se per una parte sonvi
nel nostro spirito affezioni casuali, le quali vanno acconciate e conformate
all’ordine oggettivo delle cose fuori di noi, per l’altro anche nell’ordine
esteriore vi hanno accidentalità e turbamenti casuali e fortuiti, a cui lo
spirito nostro non che adattarsi, deve seguire una reazione, conservando
intatta la sua indipendenza. Anche nel nostro spirito esiste un ordine
oggettivo posto dalla nostra natura, sicché la formula del Rosmini sembra
bisognevole di essere corretta e parmi più conforme a verità l’affermazione che
il supremo principio pedagogico dimora nel mantenere in perfetta armonia
l’ordine oggettivo dello spirito dell’alunno coll’ordine oggettivo delle cose
fuori di lui. S’intende da sé, che quest’armonia importa il riconoscimento di
un principio superiore divino, ed inoltre supremo, in cui l’ordine oggettivo
esteriore e l’ordine oggettivo interiore hanno il loro centro di unità e la
loro cagione efficiente» «Il Rosmini,
intento, alla legge suprema direttiva dell’umano pensiero descrive per filo e
per segno i momenti successivi, per cui progredisce e per cui va condotta la
mente infantile, il Pestalozzi in iscuola tracciava sulla lavagna a’ suoi
fanciulli una proposizione, che di presente essi non comprendevano, ma
avrebbero compreso col tempo» Ibid., p. 29. 34 da suo capitale
difetto», e osserva: «Questa opinione dell’autore parmi bisognevole di essere
ritoccata. Sta bene che l’educazione pubblica non debba tener conto delle
singole famiglie e de’ singoli individui, ma se non vuole incorrere nel
dispotismo e trasmodare, occorre che essa rispetti mai sempre lo spirito
informatore della famiglia e la personalità individuale di ciascun uomo,
essendochè lo stato è fatto per le famiglie e per le persone singolari, non
questo per quello»63. Oltre alle critiche, emergono anche una serie di
considerazioni positive. Allievo considera di vitale importanza il contributo
di Rosmini nell’aver mostrato la conciliabilità tra lo spiritualismo e la
realtà naturale dell’uomo64, di aver riportato la pedagogia ad un metodo
realista65, il richiamo all’armonia come principio educativo, valorizza il
tentativo di salvare l’unità della persona, l’idea di sviluppo armonico delle
facoltà umane ed elogia il merito di aver unito didattica ed l’educazione. Vivo
apprezzamento egli esprime circa il legame tra pensiero e nazionalità. Allievo
scrive che «è meritevole di nota il rapporto, che il Rosmini istituisce fra il
metodo filosofico e la diversa tempra degli ingegni proprii delle singole
nazioni». Lontano da tentazioni sciovinistiche e da forme di autarchia
culturale, il vercellese sostenne l’importanza di conservare le tradizioni
della filosofia italiana. In questo senso cita la lezione III Del metodo
filosofico in cui Rosmini scrive «Il vero metodo è indigeno all’Italia: il
carattere dell’ingegno italiano consiste nella chiarezza» e ne sottolinea
l’importanza66. Altri autori spiritualisti influenzarono Allievo. Tra questi
esercitò un considerevole ascendente il Bertini67, almeno «quello» precedente
alla conversione razionalista. Lo studio della sua opera, l’Idea d’una
filosofia della vita, rappresentò un momento importante nello sviluppo del
pensiero di Allievo. Il pensiero di Bertini lo convinse ad affermare il Primo
teologico, vale a dire Dio inteso come potenza, sapienza, amore infinito, il
Primo cosmologico e cioè che il creato è l’essere che partecipa della potenza,
amore di Dio, e 63 Ibid., p. 21. 64 «Come la sua filosofia è essenzialmente
spiritualistica, così il carattere, che informa la sua dottrina pedagogica, è
lo spiritualismo, non però lo spiritualismo gretto ed esclusivo, che sacrifica
la materia allo spirito, bensì lo spiritualismo largo e comprensivo, che
riconosce come parte anch’essa essenziale dell’umano composto l’organismo
corporeo, ma lo vuole subordinato all’impero dell’anima razionale» Trattando
del contributo pedagogico e scolastico dell’impostazione rosmininana osserva:
«Un secondo punto di capitalissima importanza per la scuola normale è questo:
“prima regola del metodo filosofico (scrive l’autore) è che l’osservazione
precede il ragionamento”. Questa norma riguarda propriamente il procedimento,
che deve tenere il pensiero nella costruzione della scienza» Sull’influenza del
Bertini sull’Allievo, Virginia Quarello che pubblicò nel 1936 uno dei lavori
più completi e attenti sulla filosofia dell’Allievo scrisse: «L’influenza del
Bertini sull’Allievo, specie nel campo religioso, è stata fortissima tanto che
il pensiero dell’uno non solo si connette, ma perfettamente aderisce a quello
dell’altro» V. Quarello, G. Allievo, studio critico, cit., p. 62.
35 quindi il Primo enciclopedico per cui «l’infinito s’intria nel
finito»68. Secondo Vidari oltre che il Rosmini, proprio al Bertini, Allievo
dovrebbe la fondazione del suo sistema filosofico69. Stretti rapporti ebbe
anche con Augusto Conti. Nei Saggi filosofici (1866) riportò tre scritti
sull’opera del samminiatese: uno riguardante la Storia della filosofia, una
recensione di un libro scritto sul toscano da Pietro Dotti, e un lavoro sui
legami tra il pensiero di Naville e quello di Conti, con particolare attenzione
alle considerazioni espresse dal filosofo ginevrino nel testo La vie éternelle.
Allievo condivide una serie di concetti del Conti, come la critica al principio
moderno secondo cui la filosofia nasca dal dubbio e non dalla sorpresa
dell’essere70, l’analisi dei criteri della filosofia e il legame con il senso comune,
il concetto di errore e di distinzione. Nel commento alla Storia della
filosofia si possono riconoscere diverse analogie tra le concezioni dei due
pensatori. Del testo citato, Allievo sottolinea diversi elementi positivi:
l’idea che la storia della filosofia debba essere un confronto tra le teorie
filosofiche e la filosofia perenne, l’importanza attribuita alla biografia e al
contesto culturale per cogliere la filosofia, e il criterio «cronologico» con
cui il Conti conduce la narrazione della storia della filosofia guidati da
cause di relazione e connessione. L’unico appunto mosso dall’Allievo al Conti
riguarda la questione degli universali71. Allievo fu anche un buon conoscitore
del panorama culturale europeo e dei maggiori pedagogisti e filosofi stranieri.
Si tratta di un elemento non così comune tra gli autori della seconda metà
dell’Ottocento. Nonostante diffidasse di una certa esterofilia, che contestava
68 G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico di Giuseppe Allievo, «La
Cultura filosofica», n. 5, Sett-Ott. 1910, p. 447. 69 «Movendo dalla formula
giobertiana «l’ente crea l’esistente», che non lo soddisfaceva del tutto, e
passando attraverso all’Idea di una filosofia della vita del Bertini, che ad A.
era parsa un’opera provvidenziale per la filosofia italiana dopo i traviamenti
a cui l’aveva esposta il Gioberti, Egli si arresta al concetto cristiano –
cattolico della creazione, per cui da una parte è Dio infinito creatore libero,
dall’altra gli enti finiti e reali che trovano in quella la loro causa prima»
G. Vidari, Giuseppe Allievo, Torino, Stamperia Reale Paravia, 1914, p. 6. 70
«Ripudiando il criticismo come propedeutica della filosofia, egli vuole che il
conoscere sia fin dalle prime tenuto per vero, e come tale riconosciuto ed
esaminato dappoi, e non già posto in problema. La natura umana, perché
ragionevole, è nella verità, opperò il conoscere naturale è di per sè evidènte,
non già problematico nè bisognevol di prova. In questa evidenza del vero o del
conoscere ci ripone il supremo ed intrinseco criterio della filosofia, dal
quale fluiscono poi e nel quale si appuntano come criterii secondarii ed
estrinseci l'affetto della verità, il senso comune, la tradizione scientifica e
la rivelazione» G. Allievo, Saggi filosofici, Milano, Gareffi, Osserva il
pedagogista: «Quanto è poi al concetto filosofico del nostro Autore, sebbene mi
paja più comprensivo assai e più conforme a verità che non altri parecchi,
durerei tuttavia non poca fatica ad accoglierlo come definitivo e perfetto. E
veramente (per tacere qui di altri argomenti in contrario ) io non so fare buon
viso a quella ontologia scolastiso-wolfiana non ancora abbandonata a' di
nostri, che egli pone come parte integrale, anzi sublimissima della filosofia;
giacché l'essere astrattissimo e onninamente indeterminato, in cui si vogliono
concentrati i sommi universali di essa ontologia, ove si pigli da sè,
disgiuntamente da Dio e dalle realtà finite, convertasi in un aereo ed
inconsistente fantasma, che mal reggendosi di per sè è quindi impotente ad
ammanire un saldo fondamento alla protologia, cardine di tutto il sapere»
Ibid., soprattutto ai positivisti e agli hegeliani, accolse nel suo sistema
diversi elementi di autori stranieri: «Dello spiritualismo tedesco accetta e il
sintetismo trascendentale del Krug (l’io riflette sui “fatti della conoscenza”
anzi nella coscienza, per l’originaria armonia di pensiero e realtà, ideale e
reale si sintetizzano) e in concetto del Krause della personalità ed essenza divina
(“l’essere Dio è il principio personale del mondo”) e il suo Panenteismo,
conciliante in sintesi sia la ragione con l’esperienza, sia il processo
analitico (dall’io e dal finito a Dio) con il processo sintetico (da Dio all’io
ed al finito.)»72. Nel Krug apprezzò la capacità di conciliare il realismo con
l’idealismo73. Dello studioso riprese nei Saggi filosofici (1866)74 il
principio della sintesi a priori, nel tentativo di spiegare l’origine
dell’unità tra oggetto e soggetto. Si tratta di un concetto facilmente
accostabile all’idea primaria di Rosmini. Allievo raccolse così soprattutto le
tesi di quanti cercarono di superare le antinomie dell’idealismo75. Un altro
autore molto importante nella biografia intellettuale di Allievo fu Lotze76, il
successore di Herbart all’Università di Gottinga. Del filosofo sassone cita i
Principes généraux de psychologie physiologique77 che definisce un «lavoro
magistrale»78. A. lo cita nell’elaborazione della sua psicofisiologia, nel
tentativo di sostenere con il suo «duodinamismo coordinato» un approccio che
coniugasse gli studi sperimentali con la struttura spirituale della persona.
Importante anche il legame con Maine de Biran di cui accoglie le idee circa il
legame tra la persona umana e la persona divina, A. oltre che il principio de
«l’autocoscienza della personalità vivente»79. Spesso citato fu anche Heinrich
Pestalozzi. Il pedagogista vercellese fu quasi «devoto» all’esempio e alla
pedagogia dell’educatore svizzero. Non senza ragioni Calò lo definì un
«pestalozziano». L’unica critica che gli mosse riguardò l’utilizzo del termine
«organismo», al quale A. preferisce quello di persona. 72 V. Quarello, G.
Allievo, studio critico, cit., A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, Milano,
Agnelli, 1868, p. 42. 74 G. Allievo, Saggi filosofici, cit., p. 30. 75 «E dirò
che, con il Krause e con il Jacobi, proprio lo Stahl fu sempre presente
all’Allievo, nella sua opposizione decisa all’idealismo post-Kantiano» V.
Quarello, G. Allievo, studio critico, cit., p. 83. 76 A riguardo, la Quarello
ha osservato: «Più forte, certamente, fu l’influsso di Lotze specie nel campo
psicologico, benché, a mio credere, si possa pure far risalire al Lotze il
concetto di Dio come suprema realtà personale, che crea il mondo degli spiriti
personali» Ibid., p. 82. 77 H. Lotze Principes généraux de psychologie
physiologique, nouvelle edition, traduite de l'allemand par A. Penjon, Paris,
Bailliere, 1881. Si tratta di una traduzione
del primo capitolo del testo H. Lotze, Medizinische Psychologie oder
Physiologie der Seele, Leipzig, Weidmann’sche bucchandlung, 1852. 78 G.
Allievo, Studi psicofisiologici, cit. 79 V. Quarello, G. Allievo, studio critico,
cit., p. 29. 37 Altri autori hanno sottolineato il ruolo del
vercellese nella ricezione dell’herbartismo in Italia80. Sempre Calò lo giudicò
«più herbartiano di quello ch’egli stesso non creda»81, un giudizio che fu in
seguito emendato82. L’opera dell’Allievo è anche segnata dall’opera del
Naville, a cui lo accomuna la convinzione che alla base della pedagogia ci
debba essere l’antropologia e non l’etica come per Herbart o la psicologia
scientifica come per molti positivisti. Nella voce sull’Allievo, presente
nell’Enciclopedia Filosofica di Sansoni83 e riportata in quella Bompiani84,
Pozzo accosta Allievo perfino a Plotino, riprendendo la valutazione del
Gentile, sostenendo che il vercellese aveva una concezione teistica di «tipo
plotiniano (l’ente uno infinito pone fuori di sé il molteplice e a sé lo
richiama) da cui deriva il concetto di armonia dell’universo, come
“coesistenza” (o “sintetismo”) di esseri che cooperano sotto l’imperio
dell’inesauribile atto di Dio». In sintesi, ci sembra di poter ragionevolmente
sostenere che nonostante i diversi apporti e «contaminazioni» con diversi
autori, il professore piemontese abbia preferito smarcarsi da discendenze
unidirezionali. Più che di Rosmini, di Pestalozzi, di Rayneri, egli si sentiva
un rappresentante dello «spiritualismo italiano». Egli considerava questa
corrente come la più genuina tradizione nazionale85, oltre che in linea con la
più autentica pedagogia e 80 In merito alla crisi del positivismo iniziata già
negli anni ’80 dell’Ottocento, Malatesta e la Bertoni Jovine commentarono: «Il
Labriola prima, il Fornelli e l’Allievo poi e in ultimo il Credaro, avevano prodotto
una svolta molto sensibile negli studi introducendo nella pedagogia i princìpi
più validi dell’herbartismo» D. Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia
della scuola italiana, cit., p. 43. 81 G. Calò, Il pensiero filosofico –
pedagogico di A., Prato, Tipografua Carlo Collini, Calò, Dottrine e Opere,
Lanciano, Carabba, 1932, p. 262. 83 Enciclopedia Filosofica, Firenze, Sansoni,
1967, vol. I, pp. 192-193. 84 Enciclopedia Filosofica, Milano, Bompiani, Nel
testo già citato Della pedagogia in Italia ripercorre la storia della pedagogia
italiana e chiosa: «Le opere pedagogiche chiamate fin qui a rassegna rivelano
un carattere comune, che tutte le segna di una medesima impronta: lo
spiritualismo. È questo il carattere dominante e tradizionale di tutta la pedagogia
italiana da Vittorino da Feltre al Rayneri. Essa riconosce nel perfezionamento
dell’uomo la preccelenza del principio spirituale sull’organismo corporeo,
l’immortalità personale dello spirito umano e la dipendenza di esso da Dio
risguardato come spirito conscio di sé, distinto sostanzialmente dal mondo,
causa creatrice e finale di quanto sussiste. Essa considera la nostra
temporanea esistenza siccome tirocinio e preludio di una esistenza
oltremondana, e conseguentemente vuol preparare il fanciullo alla sua duplice
destinazione, vuol educare in lui l’uomo temporaneo che passa quaggiù
soffrendo, e lo spirito immortale fatto per una seconda vita. Essa ripudia
siccome offensiva della dignità della persona umana la dottrina che vuole il
fanciullo esclusivamente allevato per la patria e pel reggimento politico
dominante, facendolo così, di essere avente ragione di fine, un semplice mezzo
agli arbitrii del Governo e della società. L’ideale dell’uomo perfetto che la
natura ha preformato nell’infante, essa lo addita vivente in Cristo, assegnando
per iscopo all’opera educativa la virtù cristiana, non la virtù naturale, né la
civile, né lo sterile misticismo. Per lei non si da istruzione vera ed efficace
senza l’educazione dell’animo; non vera educazione morale senza religiosità;
non religiosità vera senza Cristianesimo cattolico, sicché l’educazione ha da
abbracciare tutto l’uomo e con tale universalità ed armonia, che i sensi
vengano subordinati alla ragione, il corpo allo spirito, la libertà a Dio, la
vita temporanea alla oltremondana. Mercé questo carattere dello spiritualismo
la pedagogia italiana contemporanea mantiensi fedele alle sue tradizioni
secolari e si ricongiunge colla scuola spiritualistica platonica di Firenze,
perché discepolo ed amico di Giovanni di Ravenna, il grande scuolaro del
Petrarca» A. La pedagogia italiana antica e contemporanea, cit., p. 158.
38 filosofia greca86. A. era convinto che fosse una tradizione che
andasse difesa87, soprattutto dall’idealismo e dal positivismo, considerate
teorie di «importazione» aliene allo spirito filosofico italiano. I. 2.
Gnoseologia e metafisica I testi in cui Allievo affronta i problemi più
specificatamente metafisici e gnoseologici sono i Saggi filosofici, Il problema
metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola Jonica a Giordano
Bruno e Studi antropologici: l’uomo e il cosmo. Non si può affermare che su
tali questioni il contributo di Allievo abbia avuto una reale originalità. Lo
studioso si è limitato piuttosto alla ricerca di alcune basi teoretiche che gli
permettessero di fondare la sua pedagogia su una prospettiva «realistica»,
com’è stata definita la sua filosofia88. La carenza di approfondimenti è stata
oggetto delle critiche di alcuni studiosi dell’Allievo come la Quarello89 e Mazzantini90.
Sebbene il contributo di Allievo non abbia apportato novità rilevanti nel
discorso gnoseologico e metafisico del tempo, espose comunque il suo pensiero
in modo organico e coerente. Egli considera la Metafisica come il momento
fondamentale della ricerca filosofica, caratterizzata dall’universalità e dalla
trascendenza. La definisce come «scienza del Primitivo»91 o «Scienza de’
supremi principii del sapere e dell’essere»92. Contro gli orientamenti
antimetafisici di marca positivista e scettica, considerava l’abrogazione del
problema del senso e del «tutto» come un tradimento della filosofia. Essa
trovava la sua ragion d’essere in quel mandato della persona umana, che
strutturalmente e spontaneamente interroga l’Universo e ne pretende un
significato. In questo senso la metafisica collocava la sua origine nel
desiderio dell’uomo di «rendersi ragione di questo 86 G. Allievo, Studi
pedagogici, Torino, Tipografia Subalpina. Accusato di nazionalismo, A. si
difese: «Noi siam lontanissimi dall'assumere il nazionalismo per sommo ed
infallibil criterio del Vero; che anzi arditamente sosteniamo, che nel
principio di nazionalità qual è universalmente ammesso v'è del troppo e del
vano assai da tor via, e gli bisogna essere ricondotto entro a più ragionevoli
e modesti confini. Noi invece propugniamo l'italiana filosofia non per ciò solo
che è italiana, ma primamente e precipuamente perché fondata sulla verità del
Teismo cristiano, siccome ripudiamo l'Idealismo di Hegel ed il Positivismo di
A. Comte perché disformi entrambi dal Vero, e non già perché l'uno di tedesca,
l'altro di francese origine» A., L’Hegelismo e la scienza, la vita, cit., p.
14. 88 V. Suraci, A. filosofo e pedagogista, «Educare», maggio - giugno 1952,
p. 151. 89 V. Quarello, A., studio critico, cit., p. 21. 90 C. Mazzantini, Due
filosofi spiritualisti piemontesi della seconda metà del sec. XIX, «Archivio di
Filosofia, organo del R. Istituto di Studi Filosofici», Roma. A. , Saggi
filosofici, cit., p. 284. 92 G. Allievo, Il problema metafisico studiato nella
storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano Bruno, cit., p. 5.
39 gran tutto, che dicesi universo»93, un’esigenza che non può essere
soppressa, pena la negazione dell’identità umana. Sulla scorta del
rosminianesimo e di molta filosofia cristiana, Allievo rileva come la crisi
della metafisica fu prima inaugurata dal soggettivismo di Cartesio e poi
consacrata dal criticismo di Kant. La gnoseologia moderna era soggiogata, a suo
giudizio, da un equivoco legato alla volontà di condurre in dubbio il valore
veritativo e orientativo dei criteri dell’evidenza e del senso comune insiti
nell’uomo. Si tratterebbe di un cortocircuito conoscitivo dai corollari
disparati. Se, infatti, da un lato si svaluta la ragione riducendone il dominio
(kantismo), dall’altra si arriva a «divinizzare» l’Io (idealismo), attribuendo
alla razionalità umane quasi gli stessi attribuiti che i teologi avevano sino
ad allora riservato al Creatore. Per superare l’impasse, Allievo sollecitò in
coro con il resto degli spiritualisti una correzione radicale della
prospettiva. La filosofia non poteva uscire dalla palude dello scetticismo, se
non «attestando» e «accettando» dei criteri conoscitivi immanenti all’uomo.
Questa soluzione era considerata l’unica possibilità per uscire dall’equivoco
gnoseologico moderno. Le sue posizioni gli costarono la critica del Gentile,
che nel saggio sulle origini della filosofia contemporanea, inserisce l’A. tra
i «mistici», cioè tra quei filosofi che continuavano a «credere» nell’esistenza
di una realtà «esterna» all’Io pensante. Non potendo «dimostrare» l’esistenza
del mondo e spiegare il suo rapporto con lo spirito, secondo Gentile, i
realisti accettano in modo fideistico il senso comune. Per questa ragione,
ossrvò che quella di Allievo è «una filosofia fondata sul mistero
dell’evidenza»94, una critica poi ripresa e approfondita dalla Quarello95. Il
sintetismo, cioè un’interpretazione della relazione intima tra l’essere e il
pensiero in un’ottica realista, era considerato da Gentile come una soluzione
non fondata per motivare la relazione tra la mente e il «supporto» mondo
esteriore96. Questa visione armonica dell’essere, è anzi letta da Gentile,
nella sua tipica riduzione della storia della filosofia a preambolo di un
compiuto Io spirituale, come delle tesi idealiste «mancate». 93 G. Allievo, Il
problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a
Bruno, cit., pp. 2-3. 94 G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea
in Italia. I platonici, cit., p. 366. 95 V. Quarello, A., sudio critico, cit.,
p. 20. 96 «Il sintetismo dell’Allievo, dunque, non vale più dell’ordine del
Conti. Anche per A. basta il sintetismo ad aprire tutte le porte e svelare
tutti gli enimmi. Così il gran problema gnoseologico del rapporto del pensiero
con l’essere, per A. è prima risoluto che formulato. Criticismo o scetticismo?
Separazione dell’essere dal pensiero, o identità dell’uno con l’altro? Ma il
sintetismo c’insegna che tutto è unito e distinto in natura, e ciascuna forza
opera consociata con tutte le altre! Anche il soggetto e l’oggetto vorranno
essere insieme connessi, ma non confusi: conciliati in un armonia, che non sia
per altro la negazione delle loro differenze» G. Gentile, Le origini della
filosofia contemporanea in Italia. I platonici, cit., p. 366. 40 Il
filosofo siciliano riconobbe in ogni caso in A. «una certa inquietudine circa
la saldezza del suo principio filosofico»97, originata dal confronto con la
logica hegeliana, che gli avrebbe «turbato i sonni» nel corso della sua opera.
Di fronte alla tesi idealista, Allievo reputava l’accettazione dell’essere come
l’atto più consono alla natura razionale dell’uomo98. Si tratta di
un’attestazione «misteriosa», ma non per questo irrazionale99. Il primo dato
della coscienza è la percezione di un mondo fuori di noi, tale dato si può o
accettare o rifiutare, non si può dimostrare. Secondo A. la filosofia trova il
suo fondamento nella constatazione dell’esistenza dell’essere. Il pedagogista
sollecita perciò a tornare ad un sano realismo, a ripartire dal mondo delle
cose, dal dato semplice della sua esistenza, dal mistero del sé, per giungere
solo dopo all’Eterno. Ciò ha conseguenze gnoseologiche importanti, tra le quali
il fatto che stando all’Allievo il ruolo iniziale nel ragionamento risiede
nell’intuito che si muove verso la comprensione. Nel saggio Il problema
metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano
Bruno, egli traccia una serie di stadi, o passaggi, con cui si sviluppa un
pensiero filosofico compiuto. Un primo livello della riflessione riguarda la
constatazione dell’esistenza di un senso comune e di criteri con i quali di
norma si valuta e si giudica, in un secondo momento vi è un pensiero critico
che si interroga sulla veridicità di quanto pensato, nell’ultimo passaggio il
pensiero speculativo indaga e verifica con criteri validi e veritativi. Per
l’Allievo, la riflessione speculativa non è la negazione del senso comune, ma
ad esso è strettamente legato, poiché i criteri veritativi emergono spontaneamente
nella persona, e non sono la costruzione dell’impegno filosofico. Il compito
della metafisica è dunque proprio quello di riconoscere la «realtà della vita,
pur mentre la spiega e si solleva al di sopra di essa per dominarla dall’alto:
essa rispetta le credenze universali del genere umano, conformasi alle esigenze
della natura umana, tien conto de’ suoi bisogni, soddisfa le sue imperiose
aspirazioni, e non disconosce veruno degli elementi integrali dell’umanità». Osserva
a proposito «Nel fatto della cognizione il soggetto e l’oggetto si compenetrano
misteriosamente l’un l’altro senza però smettere ciascuno la sua la propria ed
individua natura» A., Saggi filosofici, In un brano molto significativo, quasi
replicando a tale obbiezione, A. enuclea la sua concezione del mistero: «La
ragione ha certamente il diritto di respingere l’assurdo, perché l’assurdo
ripugna, ma non ha diritto di respingere il mistero, perché il mistero è una
proposizione, di cui si conoscono i singoli termini, che la compongono e non si
comprende bene il nesso, che collega il soggetto col predicato. Quindi possiamo
affermare che in ogni mistero dogmatico vi è sempre alcunché di conosciuto
accessibile alla ragione, come in fondo di ogni verità conosciuta dalla ragione
umana vi è sempre alcunché di ignoto, di tenebroso, un’ombra del mistero» A.,
Appunti di Antropologia e Psicologia, Torino, Carlo Clausen, A., Il problema
metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano
Bruno, 41 A. identifica nel «primo noto», evidente e concreto, la base
della sua speculazione metafisica. Si tratta di quanto il vercellese chiama
anche Io penso, da cui nasce la constatazione che l’essere esista e che possa
essere riconosciuto nella sua realtà e verità. Sulla relazione tra il pensiero
e il reale, si pone in continuità con il concetto di sintetismo esposto da
Rosmini. Allievo ammetteva un Universale ontologico assoluto a cui erano
subordinati i singoli universali ontologici, attraverso la legge del sintetismo
e dell’armonia101. Il suo realismo gli impedisce di ammettere sia tesi che
vorrebbero la causa del reale come qualcosa di non reale, sia quelle le forme
di spiritualismo che identificano Dio con qualsiasi essere ideale. Secondo
Allievo sebbene Dio sia l’origine dell’uomo e di tutte le cose non si
identifica con esse. E anche qui applica una delle regole classiche della sua
filosofia, il «Distinguere per unire», enunciato già nei primi libri, e posto
alla base della sua gnoseologia102. In questo senso, avversa sia l’identificazione
del pensiero con l’essere di origine idealista, sia il monismo materialista. La
Quarello ha considerato insufficiente la spiegazione della relazione tra l’Io e
il non Io nel pensiero del Vercellese: «Il punto debole del sistema d’A. è
proprio qui, in sede gnoseologica, nell’avere, cioè, posto a base della
speculazione puramente filosofica l’evidenza dei dati della realtà, nell’avere
voluto che il sapere filosofico non fosse che elaborazione del sapere naturale
(oggettività della conoscenza) ammettendo poi, senza spiegarla, un’intima
“conciliazione” fra ragione ed esperienza»103. E ribadisce «L’Allievo non ci
spiega il come dell’atto conoscitivo anche se ampiamente ha tentato di svolgere
la sua tesi di una corrispondenza tra pensiero e realtà, tra soggetto ed
oggetto, tale da essere considerata una unione stabilita da natura, secondo la
legge dell’ordine universale per la quale tutti gli esseri armonizzano in unità
una molteplicità di parti e cooperano e sono uniti fra loro, pur rimanendo
distinti, sì da formare una totalità armonica» Il principio della personalità. Suraci
spiega con le seguenti parole il «percorso» che va dal primo nota alla vera
conoscenza. A. nota che il pensiero, nel suo movimento dialettico, descrive un
circolo non vizioso, ma solido per cui dall’uno gnoseologico, l’universale
oggetto dell’intuito primitivo, si passa al molteplice della cognizione
determinata, distinta, oggetto della riflessione: dal molteplice si passa poi
alla visione comprensiva delle cose e quindi alla visione mentale dell’Uno
ideale. Dialetticamente la mente umana, secondo A., non fa che “discorrere
dalla cognizione intuitiva o virtuale dell’Uno gnoseologico alla cognizione
riflessa o attuale del suo molteplice ideale, e dalla cognizione attuale del
molteplice ideale alla cognizione attuale dell’Uno gnoseologico”. Questa
formula del movimento del pensiero somiglia molto da vicino a quella enunciata
dal Rosmini nel n. 701 della sua Logica, al quale A. si attiene, citandolo
spesso nel corso di questi “Saggi” e, potremo dire, in tutte le sue Opere» V.
Suraci, A. filosofo e pedagogista, cit., p. 158. 102 G. Allievo, Saggi
filosofici, cit., p. 3. 103 V. Quarello, A., studio critico, cit., p. 21. Lesse
all’Università di Torino una prolusione dal titolo, Il ritorno al principio
della personalità105. In quella occasione, ripercorse l’itinerario delle sue
opere identificando in questo concetto il punto cardine di tutto il suo
pensiero106. Questa considerazione fu poi ribadita qualche anno dopo nella
prefazione degli Opuscoli pedagogici107. Oltre a riprendere il contenuto di
questo principio e a mettere in luce la rilevanza nell’economia del suo
pensiero, diversi autori hanno considerato l’elaborazione del principio della
personalità come il più importante contributo di Allievo alla storia del
pensiero pedagogico e filosofico108. Calò ne ha ricordato la valenza
pedagogica, osservando come «nessuno con tanta consapevolezza e chiarezza aveva
prima di lui messo in luce quel principio e mostratane la fecondità e
illuminatane vivamente tutta quanta l’opera educativa»109. Con questo
principio, Allievo affronta la più profonda questione antropologica, vale a
dire la specificità dell’uomo rispetto al resto della natura. Di fronte alla
domanda «chi è l’uomo?» A. parla della persona come «una mente informante un
organismo corporeo»110. Egli individua due piani strettamente connessi:
«nell’uomo la mente ed il corpo sono due sostanze diverse, eppur fatte l’una
per l’altra il corpo è animato, l’anima è [A., Il ritorno al principio della
personalità, Prolusione letta all’Università di Torino. Torino, Tipografia
degli Artigianelli. Citò la prima prolusione letta all’Università nel 1870, in
cui già enucleò tale principio. Scrisse: «Questo nuovo concetto, che allora mi
era balenato alla mente, fece la sua prima apparizione nella mia Prolusione
universitaria del 1870, intitolata appunto Il principio della personalità, base
della scienza e della vita. “Questo principio (io scriveva allora) è quel
centro ideale, che vale a comporre le antinomie tra le dissidenti scuole
filosofiche nel mondo del sapere, ed i dissidi tra gli elementi sociali nel
mondo dell’operare, e questi due mondi della scienza e della vita insieme
composti solleva ad una unità superiore, che è il punto di contatto e di
armonia di entrambi. Enunciando in una breve e chiara formola questo concetto,
poniamo che, senza il riconoscimento speculativo e pratico della personalità,
non si dà né vera scienza, né vera vita per l’uomo.” Da quel punto questo
principio diventò il pensiero dominante della mia mente, il tema perpetuo delle
mie meditazioni, lo spirito animatore de’ miei lavori e delle mie lezioni, la
mia credenza filosofica rimasta incrollabile e costante in tanto volgere di
anni, in mezzo a tante rivolture e volteggiamenti d’ingegni e di dottrine,
l’arma della mia critica contro tutte quelle teoriche e quei sistemi che
inchiodarono la scienza e la vita sul nudo calvario dei fenomeni sensibili,
senza uno spirito che li animi e li illumini»
«Tutti i miei lavori pedagogici, a qualunque punto della umana
educazione si riferiscano, sono informati da una idea unica e suprema, il
concetto della personalità umana: da esso si vanno logicamente esplicando, in
esso si ritrovano il loro principio di armonia, in esso si compongono ad una
comprensiva e potente unità» G. Allievo, Opuscoli pedagogici, Torino,
Tipografia del Collegio degli Artigianelli, Cannella, che peraltro afferma come
il pedagogista piemontese non sia stato «in Italia conosciuto ed apprezzato
abbastanza» scrive sul principio di personalità: «Lasciando da parte le sue
critiche storiche, acute, precise, e bene spesso pregevolissime, io credo, per
esempio, che la sua idea fondamentale pedagogica dell’educazione della
personalità meriti molta considerazione e racchiuda in sé il nucleo vero,
intorno a cui si deve aggirare una dottrina pedagogica. E così si può dire di
molte sue opinioni sui problemi pratici, dove tanta confusione regna oggi, e dove
l’Allievo ha già disegnato soluzioni assai giuste» G. Cannella, Opuscoli
pedagogici inediti ed editi di Giuseppe Allievo, in «Rivista di Filosofia
Neoscolastica», Calò, Dottrine e Opere,
cit., pp. 261-262. 110 G. Allievo, La scuola educativa, principi di
antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili,
Torino, Tipografia Subalpina] incorporata»111. L’uomo è definito «sintesi
vivente di un’anima razionale e di un corpo organico, insieme composti ad unità
di essere; o meglio ancora è una mente informante un organismo corporeo,
prendendo qui il vocabolo mente come sinonimo di spirito, ossia di anima
razionale»112. Questo primo antropologico scaturisce dalla sua profonda
origine: «Lo spirito umano, ossia la mente sostanziale è persona per essenza,
il corpo umano con essa congiunto in unità di essere è personale per
derivazione e partecipazione, ossia è della nostra personalità complemento
estrinseco, non già principio intrinseco»113. Si tratta di una prospettiva che
ha implicazioni teologiche. Trattando di questo principio Mazzantini ha
osservato: «non è, dico, d’importanza suprema solo in quanto rivela l’uomo a se
stesso, ma in quanto altresì offre un principio supremo interpretativo della
realtà universale, compresa la stessa realtà divina»114. Su questo versante, è
stato osservato come il principio della personalità sia imprescindibile dal
teismo di A. Per il vercellese, infatti, il concetto di persona trova la sua
ragion d’essere e il suo compimento nella relazione con la Persona infinita116.
In una radicale e metafisica indagine antropologica, Allievo individuava la
questione nodale della scienza pedagogica: «Ora l’idea fra tutte la più
comprensiva, la più feconda, la generatrice di tutto il sapere speculativo, è,
se io ben veggo, l’idea della personalità. Il moto riformatore della scienza
debbe esordire da lei»117. Il destino della pedagogia era legato al rispetto di
questo principio, che invece considerava minacciato dalle teorie coeve. Nel
saggio già citato Sulla personalità umana, elenca una serie di orientamenti che
[A., Appunti di Antropologia e Piscologia, cit., p. 3. 113 G. Allievo, L’uomo e
il cosmo, cMazzantini, Due filosofi spiritualisti piemontesi Ha scritto in
merito Suraci: «Il principio “personalistico” serve all'Allievo per affermare
senz'altro in sede pedagogica, che, “la personalità finita dell'educatore e
quella dell'educando si reggono sulla personalità infinita di Dio, trovano in
questa la loro ragione sulla personalità infinita di Dio, trovano in questa la
loro ragione di essere la loro causa efficiente”. Ebbene, bisogna porsi da
questo punto di vista ontologico ed essenzialmente religioso per intendere a
pieno il valore e il vero significato della pedagogia dell'Allievo, nella quale
convergono con ricchezza di argomenti e di ampia e, spesso, di esauriente
trattazione scientifica, tutti i temi relativi all'essenza e allo svolgimento
della natura umana e della educazione dell'uomo. La religiosità, la credenza di
Dio e nella immortalità dell'anima, rimane, per il nostro autore, il punto di
partenza e di arrivo dell'azione educativa, il cardine essenziale in cui si
radica e gira la pedagogia; è luce inoffuscabile che deve rischiare l'idea e il
fatto dell'educazione: “l'uomo si muove in Dio, principio della sua vita, fine
supremo della sua esistenza”» V. Suraci, A. filosofo e pedagogista, La
coscienza personale è il primo, fondamentale pronunciato da cui esordisce la
scienza. La persona umana sovrasta per eccellenza e nobiltà di natura su tutto
il corporeo universo; ma finito qual è sottostà alla personalità infinita
divina. Non bisogna mai perdere di vista questa dualità di essere personali,
che si richiamano e si corrispondono; poiché, tolta la prima, l’uomo rimane
oltraggiato nella sua dignità personale e diventa una cosa; tolta la seconda,
si apre il varco al più ignobile egoismo, alla libertà più sfrenata, alla più
selvaggia indipendenza. L’uomo riconosce l’esistenza di un essere personale
infinito, dacchè egli stesso è una persona finita, e con esso si congiunge con
un vincolo d’intelligenza e di amore. Questo vincolo costituisce la religione,
la quale forma l’oggetto della disciplina religiosa» A., Il ritorno al
principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino. A.,
Sulla personalità umana, Torino, Fina, reputava nocivi a tale principio118.
Divide queste teorie in due gruppi. Nel primo inserisce i sistemi che
disconoscono la persona nella vita speculativa: il panteismo, il calvinismo, il
fatalismo, il materialismo e l’ipermisticismo. Si tratta di teorie accomunate
dalla svalutazione dell’apporto dell’individualità nella storia e nella vita.
Nel secondo raggruppa gli orientamenti che menomano il ruolo della persona
nella vita pratica: il socialismo, la statolatria, il dispotismo del costume.
Si tratta di teorie che riducono la persona ad un «mezzo» per il raggiungimento
del progresso della società. Nell’ultimo sistema citato, il dispotismo del
costume, Allievo si schiera contro certa sociologia «per cui ciascuno vien
tratto a conformare il proprio vivere e pensare, al vivere ed al pensare altrui
come a norma suprema»119. Oltre alle teorie citate, il pedagogista vercellese
denunciava il rischio di ingigantire il ruolo di un aspetto della persona a
discapito della sua totalità. Il professore vercellese riconosce questa
tendenza in due grandi sistemi che allora si contendevano il campo della
filosofia: il positivismo e l’idealismo. Secondo A. la mente non è quella degli
idealisti, staccata dal corpo e superiore ad esso, ma non è neanche quello dei
positivisti e di certi psicologi sperimentali che riducevano il pensiero ad
un’espressione materiale. Anche se non si confonde con essa, la vita della
mente e dello spirito è intimante connessa con quella carnale120. La loro
relazione non deve condurre all’assimilazione di una delle due nature che
compongono l’uomo 121. Entrambi i livelli sono distinti in una stretta
«collaborazione»: «l’essere umano possedendo un corpo organato alla vita
materiale non può essere spiegato tutto quanto senza la materia, ma neanco può
essere spiegato colla sola materia, dacchè il suo organismo è informato di una
sostanza spirituale»122. Sebbene il rapporto tra materia e spirito nell’uomo
rimanga un «mistero»123, non è ammissibile assimilare su questo presupposto la
persona al resto della natura determinata. Nella vita dell’uomo, infatti,
emergono proprietà irriducibili alle dinamiche delle entità. L’uomo è
siffattamente costituito, che non vi ha parte del suo essere, la quale non viva
congiunta coll’universo corporeo esteriore. Sentire, pensare, volere, sono i
tre supremi attributi costitutivi dell’umano soggetto; e tutti e tre si
svolgono in intima ed operosa corrispondenza colla natura, fuor della quale
rimarrebbero atrofizzati» A., L’uomo e la natura, Torino, Carlo Clausen, La
natura e lo spirito sono uniti «ma sarebbe gravissimo errore il credere, che
siffatta unione si converta in una identità, negando così ogni sostanziale
distinzione fra l’uno e l’altra, e confondendoli in una comune essenza. La
distinzione esiste e non distrugge l’unione. Poiché nel mondo esteriore le
sostanze sono corporee, e quindi i fenomeni e le forze sono fisici; nel mondo
interiore la sostanza è l’anima, i fenomeni sono psichici, le forze sono
facoltà o potenze. Ma il punto più spiccato, che distingue questi due mondi,
malgrado la loro cospicua armonia, sta in ciò, che l’anima ha la coscienza
de’suoi fenomeni, il dominio delle sue potenze; e questa coscienza di sé,
questo dominio di sé manca alla natura» A., La scuola educativa, principi di
antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili,
Allievo, Studi psicofisiologici] fisiche. Come osserva Allievo: «il punto più
spiccato che distingue questi due mondi malgrado la loro cospicua armonia, sta
in ciò, che l’anima ha la coscienza de’ suoi fenomeni, il dominio delle sue
potenze»124. Negando la natura spirituale dell’uomo, la realtà effettiva della
persona sfugge alla comprensione: «È un dogma del senso comune ed un
pronunciato della sapienza filosofica tradizionale, che l’uomo non è tutto
quanto materia organata, come non è neppure uno spirito puro, bensì una sintesi
stupenda, un’armonia vivente di questi due distinti principii insieme composti
ad unità di persona: ponete che tutto il suo essere si risolva in un composto
di molecole organate a vita materiale, e voi non capirete più nulla dei solenni
problemi, che agitano la coscienza dell’umanità, più nulla delle sublimi
aspirazioni, che fervono indomabili nei penetrati dello spirito umano»125. Per
il vercellese, è lo spirito che dà dignità all’uomo, sollevandolo dal resto
della natura. La persona esprime il grado sommo dell’essere e lega l’individuo
all’eterno. La coscienza dell’esistere colloca la persona in una dimensione
irraggiungibile per qualsiasi altro essere della natura. L’esigenza di
sottolineare il primato spirituale lo portò il docente piemontese a criticare
in una serie di lavori la definizione aristotelica dell’uomo come animale
politico126, che reputava ambigua. Data la confusione antropologica coeva, A.
non reputava conveniente indicare primariamente nell’uomo la natura animale. Si
rischiava di avallare le tesi dei materialisti positivisti e di un certo
evoluzionismo, che volevano ridotto l’uomo ad un «bruto», per usare le parole
di Allievo128. Il pedagogista avvertiva il rischio di ridurre lo studio della
persona, al solo aspetto materiale: «Per conseguente l’antropologia, anziché
scienza distinta e superiore, apparirà niente più che una parte della zoologia,
parte la più sublime, se vuolsi, ma pur sempre una parte» A., L’uomo e il cosmo.
Osserva: «La tristissima definizione, l’uomo è animal ragionevole, non solo
capovolge l’ordine naturale, che regna tra questi due elementi, ma soppianta
ben anco la stessa personalità umana, la quale ha la sua propria sede e radice
nella mente imperante sull’organismo corporeo e fornita di una perenne
sussistenza, mentre essa pone l’animalità siccome soggetto, di cui la
ragionevolezza apparisce un mero e semplice predicato, tantochè venendo meno la
prima, cessa issofatto la seconda, né questa può spiegare altra virtù, che non
sia compresa nella cerchia di quella»127. In seguito ribadisce che accoppiare
«all’animalità la ragionevolezza come ad un soggetto un attributo suo è un
disconoscere il primato dello spirito sulla materia e della mente sull’organismo
corporeo nell’uomo, ed un aggiudicarlo alla materia sullo spirito, al corporeo
organismo sul principio pensante» A/,
Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, Genova,
Tipografia del R. Istituto dei sordo – muti, 1874, p. 7. 128 «Mentre il bruto
opera per impulso irresistibile di cieco istinto, l’uomo opera consapevole di
sé e del fine a cui mira, ed è arbitro delle sue azioni. Questa potenza, per
cui l’umano soggetto si determina da sé ad operare per un fine conosciuto, è la
volontà» A., La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso
delle scuole normali maschili e femminili, cit., p. 46. 129 G. Allievo,
Della vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, Per riscoprire
l’autentica alterità umana, era invece compito dell’antropologia evidenziare
nello sviluppo della persona quegli aspetti irriducibili al divenire
determinato. Allievo richiama all’osservazione dell’uomo, delle sue facoltà, e
della sua azione. Egli afferma che in ogni uomo inizia, prima o dopo, la «vita
spirituale» che consiste nella coscienza del sé e del mondo: «Io sono: con
questo pronunciamento un essere personale si desta alla vita, annunzia la
propria esistenza, afferma se stesso, rivela sé a se medesimo, e specificamente
si differenzia dagli esseri impersonali che esistono, pur non sapendo di
esistere. Questa coscienza di sé può essere più o meno viva, più o meno ampia e
potente, ma è pur sempre necessaria all’io, poiché una incoscienza assoluta
ripugna alla natura di un essere intelligente, qual è la persona»130. Nella
visione di Allievo, l’affiorare dell’Io, diviene così la prova della natura
spirituale della persona: «Il vocabolo io chiude esso solo in sé la più
decisiva confutazione del materialismo, essendochè il ripiegarsi che fa l’io
sopra di sé ed il riconoscersi siccome sostanzialmente identico nella dualità
del soggetto riflettente e dell’oggetto riflettuto è dote propria dello spirito
ed affatto ripugnante all’essenza medesima della materia, che è di sua natura
impenetrabile, cioè tale da non poter compenetrare interiormente sé stessa e
tutta riconcentratasi siccome in semplicissimo punto: chè in tal caso
cesserebbe di essere materia»131. L’emergere della individualità personale
all’interno del mondo, indica anche lo sviluppo della coscienza alla scoperta
della propria esistenza132. L’Io emerge primariamente in due connotati propri,
vale a dire l’intelligenza e l’attività volontaria133. In questo senso
definisce la persona come «sostanza dotata di intelligenza, mercé cui ha
coscienza di sé affermandosi quale unità vivente di vita sua propria distinta
dalla realtà esteriore e pur con questa unità, e di attività volontaria, per
cui possiede sé stessa e dispiega liberamente la virtualità sua in ordine al fine
universale segnato dalla personalità infinita di Dio»134. Questi due attributi
sono l’espressione della coscienza, in A., Il ritorno al principio della
personalità, Prolusione letta all’Università di Torino A., Sulla personalità
umana, cit., p. 17. 132 «La coscienza personale è l’io, che rivela sé a se
medesimo. Ora quali sono le rivelazioni della coscienza interiore? L’io sente
di essere uno od identico con se medesimo, di possedere un’esistenza effettiva
e reale, si riconosce e si afferma una sostanza sussistente, attiva, semovente,
operosa, che svolge la sua intima virtù in una molteplicità di pensieri, di
affetti, di voleri, ed in sé li raccoglie ad unità» A., Il ritorno al principio
della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino i«Lo studio della
personalità umana è lo studio dela mente contemplata primariamente in sé
medesima, poi nelle attinenze su coll’organismo corporeo. La mente, sede della
personalità, emerge da due supremi costitutivi, che sono l’intelligenza
conoscitiva e l’attività volontaria» G. Allievo, Sulla personalità umana, cit.,
p. 16. 134 Ibid., p. 55. 47 cui l’uomo trova la sua indipendenza,
alterità e potenza rispetto al resto della natura135. Con altre parole, A.
osserva: «Dovunque c’è la persona, cioè un soggetto dotato di intelligenza ed
attività volontaria, là vi è lo spirito. La persona è una energia, un’attività,
una forza, non cieca, ma intelligente e conscia di sé, non fatale e
necessitata, ma libera e signora di sé, lo domina e lo trasforma informandolo
giusta il suo ideale: ma la materia non conosce né se stessa, né lo spirito,
non domina sé medesima, ma è irrepugnabilmente dominata dalle forze, che la
investono»136. Nell’uomo, infatti, la volontà è radicata nell’intelligenza137.
Solo una prospettiva simile, per A., è capace di comprendere la vita della
persona, e salvare la sua unità138. Commentando una parte del celebre libro di
Smiles, Self – help, tradotto in Italia con il titolo Chi si aiuta Dio l’aiuta,
Allievo scrive che ognuno: «sente di essere un’attività consapevole di sé ed
arbitra del proprio operare, una forza morale, che si muove all’atto non per
esteriore costringimento, ma per intrinseco impulso intelligente e libero. “Se
ciò non fosse (scrive lo Smiles nel capitolo VIII della sua opera Chi si aiuta
Dio l’aiuta), dove sarebbe la responsabilità? A che gioverebbe lo insegnare,
l’ammonire, il consigliare, il correggere? A che servirebbero le leggi, ove non
fosse la credenza universale, come è un fatto universale, che gli uomini
obbediscono o no ad esse, secondo che deliberarono individualmente?”»139. 135
«La persona è un tutto individuo e sostanziale, che afferma sé come distinto
dalla realtà universa; un soggetto, che possiede sé stesso mercè il pensiero e
la volontà; una monade, che è conscia sui et compos sui, è presente a sé ed è
tutta in ciascuna delle molteplici sue forme, determinazioni, momenti e stati,
sicché il secreto de’ grandi caratteri dimora nel conservare la propria
individualità personale in mezzo alle forze contrarie padroneggiandole; una
sostanza dispiegantesi per intrinseca sua virtù da un centro o principio
supremo di vita suo proprio e che nello esplicamento del suo contenuto
compenetra tutta sé stessa in una viva ed attuosa unità di intendere e di
volere» A., Lo spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo
nell’uomo, Torino, Carlo Clausen, 1903, p. 15. 137 Secondo A. l’attività
volontaria è «la fonte secreta, inesauribile, da cui prorompe tutta la corrente
della vita umana, ed a cui rifluisce con perpetuo circolar movimento. Il voglio
pronunciato dall’io attesta l’atto di una coscienza personale ed annuncia il
lavoro. S’intende da sé che questa forza, quest’attività interiore dell’io non
è una volontà cieca, inconsapevole di sé, bensì illuminata dall’intelligenza,
essendochè chi dice coscienza, dice conoscenza, e propriamente conoscenza di
sé» A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta
all’Università di Torino il 18 novembre 1903, cit., p. 8. 138 «La coscienza è
la rivelazione dell’anima a sè stessa nella sua natura e ne’ suoi fenomeni,
nella sua sostanza e ne’ suoi modi, nella sua essenza e nella sua attività, nel
suo essere e nelle sue manifestazioni. Così il concetto della personalità
umana, vale a dire di un soggetto sostanziale fornito di intelligenza e di
libera volontà, è il solo, che concilii la molteplicità dei fenomeni coll’unità
del loro comune soggetto, sicché questi due termini nello sviluppo della vita
umana si mantengano indisgiungibili, e si rischiarano l’un l’altro» G. A.,
Studi psicofisiologici, cit., p. 74. 139 G. Allievo, La scuola educativa,
principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e
femminili, cit., p. 47. 48 L’esistenza nella persona di una unità
tra mente e corpo, rappresenta una premessa incontrovertibile su cui dipanare
il discorso antropologico e pedagogico140. Negare questa dualità nell’uomo,
significherebbe disconoscere un dato di realtà. Stando al pedagogista, la
stessa idea di scienza appare contenere implicitamente l’affermazione dell’esistenza
della coscienza141. Allievo dedicò ampio spazio al rapporto tra la dimensione
spirituale e quella corporale. Com’è già stato osservato, l’uomo è sintesi tra
persona e corpo, due nature che si mantengono in una relazione di armonia
nell’uomo. In questo senso egli definisce l’uomo come «persona organata»142 o
«persona incorporata». Questa relazione, pone il problema di come i due livelli
siano coordinati tra loro. Come premessa a questo problema, Allievo scrive che
«nell’uomo non vi sono due esseri, ma uno solo; quindi in lui le potenze
mentali dell’anima e le funzioni animali del corpo si svolgono complicate
insieme, sicché non si può tracciare una linea di separazione tra i fenomeni
psichici ed i fisiologici»143. Contro i positivismi chiarisce in più di un’occasione
che la vita della mente va distinta da quella materiale. Osserva: «L’anima non
trae la sua origine dagli organi del corpo, ma (dicevano i pitagorici) vien dal
di fuori nel corpo è un’emanazione dell’etere, simbolo dell’anima universale,
ossia di Dio animatore supremo»144. Nel testo Studi psicofisiologici, si occupa
in specie della relazione tra la natura spirituale e quella fisiologica,
citando diverse opere di studiosi tra cui Marat, Lèlut, Lotze, Cerisem,
Cabanis, Broussais ed Herzen. Polemico contro il monismo scientista, propone
una teoria chiamata duodinamismo, che spiega in questo modo: «Mentre il
monodinamismo concentra la vita umana tutta quanta in una sostanza, cioè o nel
solo spirito o nella sola materia componente l’organismo corporeo, il
duodinamismo riconosce nell’uomo due centri di vita sostanzialmente distinti,
cioè l’anima razionale e la forza vitale, e da quella fa rampollare i fenomeni
mentali, da questa i fenomeni fisiologici ed animali»145. La teoria si 140 Per
Allievo l’uomo è «La persona, sostanza individua, sussistente in sé,
volontariamente attiva; l’unità è l’identità dell’io nella molteplicità e
varietà dei suoi modi e dei suoi fenomeni; la vita intima ed individuale
intrecciata colla vita esterna e comune; la vita mentale svolgentesi insieme
colla vita organica. Ecco le rivelazioni della coscienza personale,
rivelazioni, che costituiscono le prime, spontanee intuizioni dello spirito
umano, salde, inconcusse, irrepugnabili. Ora da ciascuna di queste rivelazioni
la ragione vede spuntare una serie ordinata di problemi, che ammaniscano la
materia, su cui la scienza ordisce le sue trame e compie il suo lavoro
speculativo» A., Il ritorno al principio della personalità, Prolusione letta
all’Università di Torino il 18 novembre 1903, cit., p. 10. 141 «Così coscienza
e scienza sono i due poli, fra cui si muove il mondo della speculazione: la
coscienza ci rivela la personalità dell’essere, ed alla luce di questo
principio la ragione costruisce la scienza» Ibid., p. 10. 142 G. Allievo, Della
vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, cit., p. 14. 143 G.
Allievo, Studi psicofisiologici, cit., p. 26. 144 G. Allievo, Delle idee
pedagogiche presso i greci, Cuneo, Tipografia Subalpina di Pietro Oggero e C.,
A., Studi psicofisiologici, cit., p. 69. 49 rifà ad autori come
Barthez, Montpellier, Lordat. Essa «concilia insieme la molteplicità della
natura umana coll’unità dell’Io individuale. Infatti l’anima razionale non
essendo uno spirito puro, ma congiunto colla materia, è essa che informa ed
avvia il corpo, è il suo principio ed animatore: così il principio corporeo
produce i fenomeni della vita fisica ed animale, ma in grazia della forza
vitale ricevuta dall’anima, la quale in tal modo produce direttamente e per se
stessa i fenomeni della vita mentale, ed indirettamente, ossia per mezzo del
corpo i fenomeni della vita corporea»146. Al naturalismo e al positivismo
contestò, come già accennato, la riduzione dell’antropologia a un «capitolo
della fisiologia, ad un ramo della zoologia»147. A. chiarisce è che non è
contrario alla fisiologia, ma al «fisiologismo». Negli Studi pedagogici cita il
caso dei fisiologi come Salvatore Tommasi, che sostengono come la disciplina
non porti necessariamente al materialismo148. Inoltre osserva come anche alcuni
positivisti abbiano ammesso una serie di difficoltà nello spiegare la vita
mentale con la sola fisiologia. Per suffragare la sua tesi rinvia al saggio
Herzen, Il cervello e l’attività celebrale, nel quale lo studioso riconosce
quanto sia ancora lontana la possibilità di chiarire aspetti fondamentali del
funzionamento della mente umana. Allievo trae queste conclusioni: «Così i più
grandi rappresentanti del positivismo contemporaneo riconoscono l’ignoto, che
giace in fondo al problema dell’unione tra la vita fisica e la vita mentale
dell’uomo. Certamente la fisiologia moderna co’suoi luminosi ed incontestabili
progressi ha sparso molta luce su questo problema, ma non ha svelato il mistero
che lo avvolge»149. Allievo si poneva come obiettivo di salvare insieme le
esigenze spirituali e i dati fisiologici. Osserva: «Il principio antropologico
da me propugnato è antico quanto l’uomo, il quale intuisce per natura la
personalità del suo essere, ma è pur fecondo di novità e di progressivo
sviluppamento, perché ammette insieme armonizzati i due supremi fattori della
scienza, voglio dire l’esperienza, che apprende la fenomenalità delle cose, e
la ragione, che coglie il loro essere sostanziale»150. Nel principio della
personalità si palesa lo spiritualismo di A., che viene spiegato così dalla
Quarello: «Realismo spiritualistico e spiritualismo teistico: tale è la
filosofia d’A.. È realismo in quanto il pensiero è l’ “attività” di un essere
reale (io = persona); è spiritualismo in quanto la persona è essere uno,
sostanziale cosciente di sé (“lo 146 Ibid., p. 72 147 G. Allievo, L’uomo e la
natura, A., Studi pedagogici, A., Studi psicofisiologici, A., Il ritorno al
principio della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il
18 novembre 1903, cit., p. 14. 50 spiritualismo, egli scrive,
proclama la personalità umana”); è teismo in quanto Dio è pensato come persona
(“il teismo proclama la personalità infinita di Dio”)»151. Lo spiritualismo
dell’Allievo trae alimento dal principio della personalità. Se da una parte,
infatti, si afferma una dimensione irriducibile alle dinamiche nell’uomo, e
dall’altra l’attestazione di questa «natura» dell’uomo conferma il suo
spiritualismo. «Preso nel suo ampio senso – osserva il pedagogista vercellese -
lo spiritualismo risiede nell’ammettere l’esistenza di sostanze immateriali,
che cioè non cadono sotto i sensi e non hanno le proprietà della materia, quali
sono la figura, la grandezza, l’estensione, la divisibilità, il movimento
locale, bensì sono fornite di intelligenza e di libera volontà»152. In questa
duplice difesa dello spirito e della realtà materiale, sembra di poter
affiancare Allievo al personalismo nato in Francia diversi decenni dopo, a cui
lo accomunò la volontà di «evitare che la persona umana fosse schiacciata dal
materialismo positivistico o assorbita nel vortice del monismo idealistico»153.
I. 4. Antropologia e pedagogia Secondo Allievo, la pedagogia deve fare i conti
con la realtà educativa e le sue dinamiche154. La riflessione teorica e la vita
formativa rappresentano due poli indispensabili l’uno all’altro155. Allievo
prospetta, in questo senso, un metodo di ricerca pedagogico sia empirico che
razionale. Egli lo definisce «dialettico» in quanto «contempera insieme
l’esperienza e la ragione, i fatti e i principi»156. La storia della pedagogia
documenta come qualsiasi riflessione sistematica sull’educazione, abbia sempre
fondato le sue posizioni su una concezione dell’uomo e del suo ideale. Anche
per A., l’antropologia come «scienza dell’essere umano»157 si 151 V. Quarello,
A., Studio critico, A., Appunti di Antropologia e Psicologia, cit., p. 8. 153
Pedagogie personalistiche e/o della Pedagogie della persona, Brescia, La
Scuola, 1994, p. 15. 154 «Siccome l’educazione è ad un tempo un’idea ed un
fatto, così la Pedagogia, che ne rampolla, assume il duplice carattere di
scienza e di arte. Essa è scienza perché l’esplicazione razionale di
quell’idea; è arte, perché ideale tipico di quel fatto. Come scienza è un
sistema di cognizioni, una teoria speculativa intorno l’educazione umana,
epperò potrebbe appellarsi pedagogia pratica» A., Studi pedagogici, cit., 1889,
p. 25. 155 «Così la scienza pedagogica è la teoria dell’educazione, l’arte
pedagogica è la pratica dell’educazione; scienza ed arte, teoria e pratica
bisognevoli l’una dell’altra. Poiché la mera pratica dell’educazione, non
illuminata dalla scienza pedagogica, non è vera arte, bensì cieco empirismo; la
scienza pedagogica alla sua volta, non tradotta in pratica, né fecondata dal
magistero dell’arte, rimane una vana e sterile teoria» A., Concetto generale
della storia della pedagogia, Pavia, Bizzoni, A., Studi pedagogici, A., L’uomo
e il cosmo, cit., p. 1. 51 prospetta come uno studio di
fondamentale importanza tanto per la teoria quanto per la pratica educativa158.
A.colloca l’antropologia al centro dell’organigramma di tutte le scienze. Egli
individua il suo obiettivo nella conoscenza dell’essenza unitaria della persona.
A. non pensa all’antropologia come ad una etnografia, ma come «scienza generale
sull’uomo» connotata da un orizzonte metafisico. Dallo studio generale
sull’uomo, discendono due gruppi di discipline, quelle che lo studiano nella
sua accezione individuale, e quante ne approfondiscono l’aspetto sociale160. Le
scienze che studiano l’uomo sotto l’aspetto individuale si dividono a loro
volta in altri due gruppi. Del primo fanno parte tutte le discipline che si
occupano della mente: logica, estetica, etica, eudemonologia, filologia,
pedagogia. Al secondo gruppo afferiscono le scienze che riguardano l’organismo
corporeo: fisiologia, anatomia umana, patologia, terapeutica, igiene,
ginnastica. Le scienze che riguardano l’uomo sociale sono secondo A. la
politica, la giuridica, l’economia pubblica colle scienze industriali e
commerciali, la storia, l’etnografia, la filosofia della storia. Tutte queste
discipline sono legate all’antropologia, che permea e fonda qualsiasi aspetto
dello scibile umano. Secondo A., la prospettiva sulla natura e il senso della
persona, permea le possibili soluzioni avanzate riguardo la vita della società,
le sue leggi, le sue prospettive, il suo sviluppo. Osserva: «Ogni problema
sociale, vuoi politico, vuoi artistico, vuoi religioso, cova in sé un problema
antropologico»161. Questa relazione è ancora più evidente per quanto concerne
la scienza pedagogica, con la quale l’antropologia ha un «vincolo
indissolubile»162. Lo studioso piemontese, infatti, pur riconoscendo un
proprium alla pedagogia nell’affrontare dei problemi fondativi e generali
sull’educazione, considerava necessario il contributo delle altre scienze,
indispensabili per completare e integrare la ricerca pedagogica163. Tra queste
primeggia l’antropologia filosofica poiché necessaria per chiarire 158
«L’educazione dell’uomo presuppone la conoscenza dell’uomo stesso, epperò la
pedagogia o scienza dell’educare e la didattica o scienza dell’istruire, hanno
il loro fondamento nell’antropologia, o scienza che studia l’essere umano» A.,
La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, cit., p. 3. 159 Allievo sostiene che
l’antropologia studia «l’uomo nella sua intima e generalissima essenza, ossia
nell’integrità e pienezza complessiva del suo essere» A., Studi
psicofisiologici, Cfr. A., Appunti di Antropologia e Psicologia, A., Della
vecchia e della nuova antropologia di fronte alla società, cit., p. 4. 162 G.
Allievo, Studi pedagogici, cit., p. 39. 163 Nel seguente brano elenca le
discipline ausiliarie alla pedagogia, che sono: «1° L’antropologia generale,
che studia l’uomo nella dualità di anima e di corpo e nella unità della sua
persona; 2° la psicologia, che studia l’anima umana nelle proprietà della sua
natura e nella varietà delle sue potenze; 3° la logica riguardata siccome la
teorica della verità e della scienza; 4° l’etica, che studia il Buono, norma ed
oggetto della libertà morale umana; 5° la cosmologia, che è una spiegazione
scientifica del mondo; 6° la metafisica, 52 la natura e il fine
dell’educando, e quindi dell’educazione. Nonostante i diversi ambiti di ricerca
«tra l’antropologia e la pedagogia intercedono le due fondamentali attinenze
della distinzione e dell’unione»164. Se il principio della personalità è il
fulcro dell’opera d’A., l’antropologia è il centro della pedagogia. Non a caso,
quando il professore vercellese sostituì Rayneri sulla cattedra di pedagogia
all’Università di Torino, cambiò il nome dell’insegnamento da «Metodica» in
«Antropologia e Pedagogia». Il carattere di ciascun sistema pedagogico dipende
dalla prospettiva antropologica: «le diverse e contrarie teorie pedagogiche
professate dai cultori di questa disciplina traggono appunto la loro ragione e
origine dai diversi e contrari concetti antropologici, da cui essi hanno preso
le mosse, e su cui hanno costrutto il sistema»165. Per capire e pensare
l’educazione occorre una chiara idea su cosa sia l’uomo, se ci sia e quale
debba essere il suo compito nel mondo: «Ogni dottrina pedagogica ritrae dai
principi antropologici su cui si regge, la virtù peculiare, che la informa, e
lo stampo singolare, che la individua»166. Non si possono slegare questi due
aspetti nella riflessione: «L’uomo e la sua educazione sono due termini insieme
compenetrati, come un principio e la conseguenza sua, e che li disgiunge, è
mente piccina che né l’uno, né l’altra intende. L’uomo spiega se stesso
nell’educazione e l’educazione riflette se stessa nell’uomo; e sempre il
concetto antropologico ed il concetto pedagogico serbano l’uno coll’altro
rispondenza esatta o veri o fallaci che siano entrambi»167. La correlazione è
necessaria. In un altro brano chiarisce gli scopi delle due discipline: «La
distinzione delle singole scienze origina dalla distinzione dei loro oggetti:
l’una non è l’altra, perché versa sopra un oggetto suo proprio, che non è
quello dell’altra. Per conseguente la scienza antropologica dalla pedagogica si
differenzia essendochè quella ha per oggetto suo l’essere umano, questa
l’educazione umana, l’una studia l’uomo nell’integrità e compitezza dell’esser
suo, l’altra sotto il peculiare riguardo della sua educabilità; la prima si propone
di rispondere alla domanda: Che cosa è l’uomo; la seconda ha per ufficio di
soddisfare all’inchiesta: Che l’educazione e come l’uomo va educato. Ecco il
rapporto di distinzione, ma da questo stesso già si rileva il vincolo unitivo,
che stringe l’una all’altra le due discipline, essendochè l’uomo e la
educazione sua sono due termini inseparabili. La pedagogia ha coll’antropologia
un vincolo così intimo e necessario, che trova in questa il fondamento e che
studia l’Essere primitivo in sé e ne’ suoi rapporti col mondo e coll’uomo» A.,
Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, Torino,Tipografia Subalpina di
Stefano Marino, A., Attinenze tra l’antropologia e la pedagogia, «Rivista
Pedagogica Italiana», Asti; A., Delle idee pedagogiche presso i greci, A.,
Opuscoli pedagogici, cit., 1909, p. 10. 53 la ragion sua ed in ogni
punto del suo processo si regge sui principii supremi della scienza
antropologica»168. Per fare pedagogia occorre dunque possedere una «conoscenza
scientifica dell’origine, della natura, del fine dell’uomo»169. Bisogna tenere
conto del fatto che nella temperie culturale in cui A. sosteneva queste
posizioni, porre l’antropologia filosofica a fondamento della pedagogia, non
era un’ovvietà, soprattutto quando essa era collocata entro un contesto
metafisico. Porre il baricentro del discorso pedagogico sulla questione
antropologica, era considerato da Allievo come la risposta emergente ad una
problematica educativa reale. Si trattava di un problema radicale che faceva da
discriminante tra le varie teorie. Le risposte alla questione circa la natura
dell’uomo, non erano infatti da considerare secondarie per la qualità della
relazione pedagogica: «Educare è sviluppare le virtù insite dell’uomo
fanciullo. Ma che cosa e quale è mai l’uomo che si vuol educare? Forse l’uomo
di Molescott, un mero giuoco di elementi chimici colla predominanza del fosforo
pensiero, e niente più? O l’uomo-scimmia de’ moderni naturalisti? O l’uomo de’
panteisti tedeschi fatto una cosa sola con Dio? O l’uomo de’ razionalisti
trasformato in libero pensiero? O l’uomo de’ mistici che lo spiritualeggiano
per intero, mentre i materialisti lo abbruttiscono?»170. Per A., si trattava di
domande impellenti. La pedagogia esigeva nuova chiarezza sull’idea di persona:
«Oggi più che mai essa reclama un supremo principio vitale, che risponda al suo
altissimo compito, ricomponga ad unità di organismo potente la sua squilibrata
compagine e le additi l’ideale suo, verso cui cammina franca e sicura»171.
Secondo il pedagogista, la domanda circa la natura dell’uomo non poteva essere
affrontata con gli strumenti epistemologici delle scienze esatte, incapaci di
cogliere l’essenza della persona. Tale compito spetta alla filosofia, che
diviene la prima interlocutrice della pedagogia. In più di una occasione chiarì
che la sua era una «pedagogia filosofica»172 poiché si «fonda sopra un
principio essenzialmente vero ed inconcusso, quale è quello della natura umana
riposta nella personalità dell’io, e nel suo procedimento adopera non la sola
esperienza disgiunta dalla ragione, né la sola ragione astratta, che disdegna
la realtà dei fatti, bensì entrambe queste due potenze conoscitive, e l’una in
armonia coll’altra» A., Attinenze tra l’antropologia e la pedagogia, A., La
pedagogia italiana antica e contemporanea, A., Il ritorno al principio della
personalità, Prolusione letta all’Università di Torino, A., La nuova scuola
pedagogica ed i suoi pronunciamenti, Torino, Carlo Clausen. Stando a Calò, uno
dei punti centrali nell’opera dell’Allievo è questo: «Non trascurare le
esigenze dell’esperienza né quelle della ragione; ecco, secondo l’Allievo, il
primo canone del metodo filosofico»174. Ciò è confermato anche dall’esigenza di
rompere le catene del misurabile, e allargare la pedagogia alla profondità e al
mistero della persona. Solo «La pedagogia filosofica riconosce nell’alunno
un’anima razionale non già separata dal corpo, ma con esso vitalmente congiunta
in unità di persona, sebbene da esso distinta, un’anima, che sviluppa di
continuo le sue energie in una successione di fenomeni, che formano la sua
vita, epperò vuole un’educazione, che si estenda a tutto quanto l’uomo nella
dualità delle sue sostanze e nell’unità della sua persona, alla vita temporanea
e alla futura»175. La natura delle domande che l’esigenza dell’educazione ci
pone, non si possono risolvere con il metodo scientifico176. Allievo non portò
sostanziali novità nella riflessione epistemologica, ma difese la prospettiva
pedagogica spiritualista, confutando i detrattori della metafisica in campo antropologico.
Secondo Serafini, nonostante «il modello disciplinare intorno al quale egli
lavora è ancora, in larga misura quello di una pedagogia come scienza pratica
(quantunque punti particolarmente sulla figura d’una disciplina complessa) che
si differenzia dal modello elaborato in ambito positivistico particolarmente
per gli effetti che su questo ha il suo personalismo»177. Un altro carattere
distintivo della pedagogia d’A. è l’idea della specificità nazionale della
pedagogia. Occorre secondo il pedagogista pensare in continuità con la storia
del proprio popolo e con le proprie attitudini. Su questo tema trovò una
consonanza con il saggio di Antonino Parato dal titolo «La scuola pedagogica
nazionale», non senza motivo diverse volte citato d’A.. I. 5. L’educazione 174
G. Calò, Il pensiero filosofico – pedagogico d’A., cit., p. 8. 175 G. Allievo,
La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, Spiega A. «La pedagogia è
la scienza dell’educazione umana; e siccome l’uomo non può essere
convenientemente educato se prima non è conosciuto secondo verità, quindi è che
la pedagogia dipende ed attinge da tutte quelle scienze, che hanno per oggetto
la conoscenza ragionata dell’uomo riguardato in sé ed in rapporto colla realtà
universale. Ciò posto, che cosa è l’uomo, donde esso viene e dove va? Come si
congiungono in lui ad unità di vita il corpo e la mente? I suoi destini si
compiono quaggiù o in una vita ultramondana? Esiste la verità e la scienza, a
cui aspira la sua intelligenza? Esiste una legge morale, norma della sua libera
volontà? Che cos’è questo mondo esteriore, che lo circonda, ed in cui è posto a
vivere? Qual concetto dobbiamo formarci di quell’essere assoluto ed infinito,
che è l’oggetto della moralità e religiosità umana, origine prima e fine ultimo
di lui?» G. Allievo, Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, cit., pp.
245-246. 177 G. Serafini, L’idea di pedagogia nella cultura italiana
dell’Ottocento, cIn più di un’opera, il pedagogista vercellese denunciò una
grave crisi educativa, che egli imputava alla confusione imperante circa i
caratteri di una formazione adeguata178. Sulla base del principio della
personalità, egli considerava l’efficacia educativa legata alla previa
soluzione data al senso della perfettibilità dell’uomo179. Mancando, come già
si è accennato, una concezione adeguata sulla natura dalla persona, anche la
pratica educativa ne veniva fuori menomata. Tra i fondamenti pedagogici di
Allievo si colloca questa massima: «Sul sentimento e sul rispetto della dignità
della persona si fonda l’arte dell’educare»180. Al pari di un ampio stuolo di
pedagogisti ed educatori, il docente vercellese era convinto che non si dà
autentico sviluppo della persona senza un intervento formativo181. La natura
esteriore, infatti, «non è per se stessa educativa nel senso rigoroso della
parola, bensì tale diventa allorquando il fanciullo in sé accogliendola
l’accompagna e la feconda colla coscienza del suo sviluppo»182. Per
tratteggiare i caratteri precipui dell’educazione, Allievo si rifà alla lezione
di Rayneri, che nella Pedagogica enumerò cinque attributi imprescindibili:
Unità rispetto al fine, Universalità rispetto a tutte le facoltà umane che
devono essere medesimamente sviluppate, Armonia tra le potenze umane,
Gradazione, Convenienza, cioè – oggi diremmo – personalizzazione
dell’intervento educativo183. Mentre il suo maestro considerava la
«convenienza» come la più importante di queste leggi, Allievo sostiene il
primato dell’armonia184, quale condizione necessaria per un’educazione
efficace185. 178 G. Allievo, Studi pedagogici, cit., pp. 21-22. 179 «L’opera
educativa si modella sul concetto dell’uomo: quale noi lo conosciamo, tale lo
educhiamo, e per conseguente ogni dottrina pedagogica si informa e si esempla
sopra una dottrina antropologica.(...) L’educazione muove dalla natura
originaria dell’uomo, come da suo fondamento, lo segue nel corso progressivo
della sua vita governando lo sviluppo delle sue potenze, mira ad un ideale di
perfezione, a cui intende sollevarlo» G. Allievo, G. G. Rousseau filosofo e
pedagogista, Tipografia Subalpina, Torino, 1910, pp. 81-82. 180 G. Allievo, La
scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, cit. p. 185. 181 G. Allievo, Studi pedagogici,
cit., pp. 67-68. 182 G. Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia
e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, cit., p. 68. 183
G. Allievo, Studi pedagogici, cit., p. 106. 184 Ibid., pp. 109-112; 185
L’educazione deve essere armonica rispetto a tutte le facoltà della persona
«Che l’alunno debba essere educato in armonico accordo colla natura fisica
circostante, colla famiglia e colla nazione, a cui appartiene, coll’organamento
sociale, in cui vive, col grado di civiltà e collo spirito proprio del tempo, è
una verità già riconosciuta e proclamata dalla pedagogia filosofica. Poiché
l’alunno non è una monade solitaria ed isolata, chiusa ad ogni comunicazione
esteriore, bensì abbisogna della convivenza di altri esseri, a fine di
espandere la sua vitalità interiore e compiere il suo esplicamento. Ma egli
possiede una personalità sua, che non può essere sacrificata al mondo fisico
sociale; è fornito di una libertà interiore, che gli conferisce il dominio di
sé medesimo, sicché egli è quale vuole essere, non quale lo fa la necessità
insuperabile dell’ambiente; non potrebbe vivere una vita comune nel consorzio
con altri esseri se anzi tutto non vivesse in se medesimo di una vita tutta sua
propria; non potrebbe mettersi in conformità di accordo coll’ambiente, se da
prima non fosse in concorde armonia con sé stesso; non potrebbe acconciarsi
alle impressioni del grande organismo 56 Sebbene guidata da un
criterio unitario, l’educazione può essere analizzata nella sua molteplicità.
Allievo parla di un’educazione fisica, intellettuale, estetica, morale,
religiosa. Distingue tra quella naturale, che segue lo sviluppo delle facoltà
della persona, e quella esterna, guidata da modelli valoriali, culturali e
intellettuali dal discente. Il perno dell’educazione della persona è la sua
razionalità ed intelligenza. Riprendendo la tripartizione rosminiana delle
facoltà umane186, Allievo ricorda come l’interiorità della persona sia il vero
oggetto dell’educazione, mistero non materiale187, ed eccedente i meccanismi
fisiologici188. I fenomeni dell’interiorità sono governati da leggi come quella
di associazione, simultaneità, successione, e si fondano sulla dinamica delle
potenze umane, tratto tipico della pedagogia rosminiana, che si dividono in
corporee o fisiche e in spirituali o mentali189. Compito dell’educazione è di
sviluppare le potenze umane, in cui l’intelligenza umana si esprime come
desiderio spirituale190. Se l’educazione è il mezzo attraverso cui l’uomo può
essere se stesso, questa va rivolta a chiunque. Allievo considerava necessario
offrire a qualsiasi persona l’educazione e l’istruzione, senza discriminazioni
per le condizioni economiche, sociali, o di genere. In questo senso contesta i
positivisti che negavano la possibilità e l’utilità di occuparsi dell’educazione
e dell’istruzione dei diversamente abili. Negli Opuscoli Pedagogici191 sostiene
la necessità di educare i sordomuti, i nevrastenici, i balbuzienti, i ciechi,
ed esorta ad approfondire gli studi sui mezzi con i quali sia meglio educarli,
richiamando a prendere esempio da altre nazioni europee come la Francia. Nel
saggio su Rousseau, contesta l’idea difesa nell’Emilio, secondo cui i della
natura, se anzi tutto non sentisse il vitale influsso dell’organismo corporeo
suo proprio; infine egli aspira ad un ideale della vita futura, il quale non
può trovar luogo nella cerchia dell’ambiente della natura tutto circoscritto ad
un punto del tempo e dello spazio» G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i
suoi pronunciamenti, cit., pp. 19-20. 186 «Sentire, intendere e volere, in
questa triplice classe di fenomeni psicologici si raccoglie tutto lo sviluppo
del nostro essere spirituale» G. Allievo, La scuola educativa, principi di
antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili,
cit., p. 6. 187 «I fenomeni interni o psicologici non si veggono cogli occhi
del corpo, non si toccano, non si odono, non si odorano: un pensiero, un
affetto, un volere non hanno forma o figura, non divisione o dimensione, non
grandezza o misura: essi soltanto alla coscienza si mostrano e sono oggetti di
osservazione interiore» Ibid., p. 7. 188 «I fenomeni interni sono di loro
natura superiori all’organismo; i sentimenti, i pensieri, i propositi
deliberati sono manifestazioni esclusivamente proprie dello spirito, al cui
compiuto sviluppo i fenomeni dell’organismo corporeo intervengono bensì, ma
come condizione soltanto, non some causa» Ibid., pp. 7-8. 189 «Ciò posto,
siccome i fenomeni interni ci vennero superiormente distribuiti in tre classi
supreme, affettivi cioè, intellettivi e volitivi, così siamo condotti ad
ammettere tre supreme potenze umane corrispondenti, la sensitività,
l’intelligenza e la volontà, intendendole con tale larghezza, che la
sensitività comprende tanto la sensazione animale, quanto il sentimento
spirituale, l’intelligenza abbracci tanto la percezione o fantasia sensitiva
quanto la ragione, e similmente la facoltà spirituale della volontà si mostri
preceduta dagli appetiti inferiori e con essi collegata» Ibid., p. 12. 190
«Come l’istinto animale provvede alle esigenze della nostra vita fisica, così
l’istinto spirituale fornisce alla vita mentale i beni, che le sono proprii.
Ora lo spirito vive del Vero, del Bello, del Buono, e vi si sente portato da
naturale istinto, il quale viene così a distinguersi in intellettivo, estetico
e morale» Ibid., p. 29. 191 G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit., pp.
94-97. 57 diversamente abili, Allievo parla di «storpi», non abbiano
diritto all’istruzione e all’educazione192, ribadendo la convinzione che
l’educazione sia un diritto per tutti. Tutti gli uomini sono persone, qualunque
sia la loro condizione, e ognuno merita di essere educato e istruito, anche se
ciò deve essere fatto secondo le inclinazioni e le potenzialità di ciascuno.
Analogamente contestò Platone quando estromette i «malconformati di corpo»
dalla cerchia degli educabili. Inoltre fa notare come «anche lo Spencer a’ di
nostri muove rimprovero alla società che si prende cure dei miserabili, dei
poveri, degli infermi, fino a dichiarare una grande crudeltà il nutrire gli
inetti a spese dei capaci degli operosi»193. Allievo considera questa
prospettiva come una diretta conseguenza del materialismo: disconoscendo il
valore assoluto dell’uomo, non ha più senso la cura di quanti non «funzionano»,
non «producono», quanti insomma sarebbero solo un peso per il sistema
economico. Secondo Allievo solo il riconoscimento della dignità suprema
dell’individuo permette il rispetto di ciascuno e la sua valorizzazione.
Dimenticata la persona nell’uomo, si elimina la ragione dell’eguaglianza degli
esseri umani e dunque il diritto all’educazione per tutti. Sulla base del
principio della personalità, il pedagogista vercellese fu altresì un difensore
dell’istruzione e dell’educazione delle donne. Anche per l’Allievo, come per
molti altri studiosi della seconda metà dell’Ottocento, era necessario
concepire l’educazione della donna in armonia con l’ufficio della maternità e
la cura della famiglia, compiti a cui secondo il pedagogista la donna era
naturalmente destinata. Dopo aver difeso il ruolo della donna nella famiglia,
spiega: «Né altri di qui inferisca, che la donna circoscrivendo nel recinto
della casa il suo genere peculiare di vita debba crescervi e passarvi i suoi
giorni solitari, ignorante, incolta, spregiata e negletta. Anch’essa possiede
per natura tutte le facoltà costitutive della specie umana, a cui appartiene;
epperò ha, quanto l’uomo, diritto alla verità, alla felicità, alla virtù, al
rispetto della dignità umana, che in lei rifulge, al perfezionamento suo proprio.
E se abbia da natura sortito qualche raro pregio di mente e di spirito, qualche
felice attitudine al culto di qualche disciplina, od arte, o nobile professione
sociale, chè non venga mai meno alla sua prima e natural missione, alla quale è
chiamata nel santuario domestico»194. Allievo reputa che sia necessario offrire
un percorso educativo e di istruzione anche alle donne meno abbienti. Dopo aver
analizzato le opere della Saussure, contesta il fatto che si parli
dell’educazione solo per i ceti sociali più alti: «Però io non posso passare
sotto 192 G. Allievo, G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, cit., p. 160. 193
G. Allievo, Delle idee pedagogiche presso i greci, cit., p. 113. 194 Ibid., pp.
117-118. 58 silenzio, che in questo eletto lavoro pedagogico della
Saussure è tutto rivolto alla coltura della donna di agiata e civil condizione,
come lo sono altresì le opere pubblicate dalle due egregie donne italiane, la
Colombini e la Ferrucci intorno l’educazione femminile. Eppure anche
l’educazione della donna popolana ed operaia può e deve fornire al cultore
della pedagogia bello e grande argomento di studio e di meditazione, per
quantunque debba essere discorso sott’altra forma ed in proporzioni più
modeste»195. Nonostante l’inciso finale, il discorso dell’Allievo sembra
innovativo rispetto alle comuni pratiche e teorie pedagogiche. La donna
inoltre, in quanto persona, non poteva essere considerata proprietà di alcuno.
Per questo motivo critica Rousseau che aveva fatto di Sofia una moglie
totalmente asservita al marito. Al contrario: «La donna non è nata per essere
la schiava né dello Stato, né dell’uomo»196. L’attività dell’educatore e della
scuola deve anche essere in armonia con quella familiare. La famiglia è
l’inizio e il paradigma dell’educazione. Chi si occupa di educazione deve avere
come modello l’istituzione familiare. Allievo sostiene la necessità di una
famiglia generosa, laboriosa e aperta. Contesta la famiglia rappresentata
nell’Emilio, considerata isolata ed egoista. Invero, persistono nella sua opera
ancora alcuni stereotipi sul sesso femminile. Allievo parla di un’inferiorità
fisica197, e sostiene che «nella donna il sentimento e l’affetto predominano
sull’intelligenza e sulla volontà», e sebbene sottolinei i vantaggi di questa
caratterustica femminile198, considera l’uomo maggiormente capace di
sottomettere la volontà alla ragione199. Secondo Allievo la durata
dell’educazione abbraccia tutta la vita. L’uomo ha sempre da essere
perfezionato. Il suo cammino verso il compimento di se stesso è costante200. È
tuttavia vero che la vita è composta da diverse fasi, ognuna ha delle
particolari esigenze educative. Allievo contesta cesure nette nella
teorizzazione dello sviluppo della persona. 195 G. Allievo, Delle dottrine
pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco
Naville e Gregorio Girard, Torino, Libreria Scolastica di Grato Scioldo, 1884,
p. 222. 196 G. Allievo, G. G. Rousseau filosofo e pedagogista, cit., p. 159.
197 «Insegna la fisiologia, che l’organismo corporeo è più gagliardo e più
robusto nell’uomo, più esiguo e più delicato nella donna; questa diversità di
struttura deve naturalmente riuscire ad una differenza tra le potenze fisiche
del sentire e del muoversi corporeo» G. Allievo, La scuola educativa, principi
di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili,
cit., pp. 16-17. 198 «Essa pensa più col cuore, che col cervello. La verità la
sente più che non la mediti, la intuisce più che non la ragioni, la crede senza
avvolgerla fra le tortuose spire del dubbio, la accoglie tutta quanta viva ed
intiera senza dissolverla e notomizzarla col coltello dell’analisi; pensa e
riconosce Dio come un bisogno del cuore, anziché come un principio della
ragione; posa il suo pensiero sulla realtà concreta e vivente e mal si rivolge
alle aride astrattezze, alle generalità trascendetali» Ibid., p. 17. 199
«Venendo alla volontà, anch’essa nella donna soggiace alla influenza del
sentimento, nell’uomo procede a tenore della ragione» Ibid., p. 18. 200
«L’educazione comincia colla vita e mai non cessa, perché la nostra
perfettibilità dura quanto la nostra mortale esistenza; però essa muta tenore
ed ufficio ed indirizzo secondo il mutare delle diverse età» G. Allievo, Delle
idee pedagogiche presso i greci, cit., p. 33. 59 La vita non può
essere divisa in tappe con demarcazioni rigide, dato che la crescita è graduale
e soggettiva. A tal proposito critica Rousseau, il quale «ha rotto l’uomo (e
con esso l’educazione) in tre pezzi, che spuntano non si sa come, l’un dopo
l’altro, il fanciullo, l’adolescente, il giovinetto: e sotto il taglio della
sua anatomia psicologica la personalità è finita»201. Tale istanza è legata ad
uno dei principi cardine dell’educazione in Allievo, vale a dire l’armonia. «Se
la virtù e l’anima e l’universo e Dio medesimo e tutto quanto esiste è armonia,
appar manifesto, che anche essa l’educazione deve posare e reggersi tutta
quanta sull’armonia, come suo fondamentale principio, val quanto dire
essenzialmente ed integralmente ordinata all’armonico sviluppo delle forze del
corpo e delle facoltà dell’anima»202. Importanti appaiono alcune annotazioni
sul rapporto educatore-educando. Se la persona è libera e tende alla sua
libertà, l’educatore non può agire sull’educando non tenendo conto di questo aspetto
proprio della persona. Dato che l’uomo è libero, non si potrà ridurre
l’educazione ad un meccanismo, l’educatore non costringe, non forza, non
chiude, ma mostra, fa ammirare, interroga, sollecita, suscita. Su tale
principio l’Allievo riprende fortemente il modello della paideia greca,
contrapposto alla modernità che confusa sulla natura spirituale della persona e
dunque sulla sua libertà, ha costretto l’insegnamento in un procedimento vuoto
e disumano. Non c’è libertà senza l’autorità. La pedagogia moderna, di cui
Rousseau è il più alto rappresentante, ha disconosciuto tale evidenza.
Nonostante sia giusto assecondare la crescita naturale del bambino, non lo si
può privare dell’intervento esterno: «Mai non ci deve cadere di mente, che
nell’educazione umana suolsi seguire come infallibil maestra la natura
medesima, sicché nulla mai si tenti, né si faccia, che contraddica a’ suoi
principii, nulla si dimentichi, né si trascuri, che torni opportuno o
necessario a secondarlo nel suo spontaneo sviluppo. Ai dì nostri vide questa
potenza educatrice della natura Rousseau, ma di troppo la esaltò fino a bandire
siccome inutile e nocivo il magistero dell’arte. Aristotele non disconobbe la
virtù educatrice, che giace nella consuetudine o costume, e nella coltura della
ragione o disciplina. Poiché i germi del Bello e del Buono deposti in noi da
natura non crescono già né maturano mercé l’opera dei beni esterni, né il caso
e la sorte fa sì che noi diventiamo onesti; bensì richiedesi a tanto fine
l’esercizio della facoltà del volere e del sapere»203. 201 G. Allievo, Delle
dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure,
Francesco Naville e Gregorio Girard, cit., p. 117. 202 G. Allievo, Delle idee
pedagogiche presso i greci, cit., p. 34. 203 Ibid., p. 155. 60 Per
questo stesso motivo mette in guardia da una sopravvalutazione
dell’autodidattica: «L’io umano è un soggetto personale, e quindi fornito di
una energia pensante sua propria, per cui aspira scientemente e liberamente
alla conoscenza della verità, siccome suo naturale obbietto; ecco l’origine ed
il fondamento dell’autodidattica. Ma la personalità umana individua è limitata
per natura, e quindi bisognevole di un intervento esteriore: ecco la ragione
dei limiti, che circoscrivono l’autodidattica»204. La persona ha bisogno di
altre persone per essere introdotta nell’esistenza. In un altro brano, Allievo
individua nella «nuova psicologia» l’origine dell’equivoco: «L’autodidattica si
regge tutta quanta sulla personalità dell’io, riguardato come un soggetto
sostanziale fornito di una individualità singolare, per cui è consapevole che
l’energia pensante, di cui è fornito, è tutta sua propria, e che gli atti
intellettivi, in cui si svolge, vengono da lui ed a lui appartengono come loro
principio originario e comune soggetto. Ora i fautori della nuova psicologia
rinnegano apertamente la libera attività e la personalità dell’io umano
riducendolo ad un insieme complessivo di fenomeni mentali, che non appartengono
a nessun soggetto e si succedono a tenore di leggi ineluttabili, facendo
dell’anima umana una mera funzione dell’organismo corporeo»205. La prima regola
del maestro è il rispetto per il discente, che è l’attore principale dell’atto
educativo. Una vera educazione è contraddistinta dal rispetto e dalla pazienza.
L’educatore è chiamato a essere umile, non c’è inoltre insegnamento quando
l’insegnante non impara a sua volta: «Il maestro deve di sicuro sovrastare al
discepolo per ampiezza di dottrina, per coltura e sviluppo mentale, ma non
dimentichi mai, che in faccia all’immensità dello scibile quel tanto, che egli
sa, è poco meno che nulla, e gli bisogna perciò imparare sempre, ed imparare
nell’atto medesimo, che istruisce gli altri»206. Allievo riprende la celebre
frase di Plutarco che critica l’insegnamento come «riempimento», e sostiene che
«Il vero imparare è un lavorare colla propria mente ed avere consapevolezza
della verità scoperta e del come siamo giunti a scoprirla; il vero insegnare è
un accendere la scintilla del pensiero e mantener viva la fiamma della
riflessione. La parola del maestro riesce all’alunno necessaria in quella
guisa, che ad un seme l’aria e la luce esteriore del sole, il quale destando la
virtù sopita in esso lo schiude dal suo germe e lo tien vivo ed atto a spiegare
le sue forme. L’acquisto della scienza è un martirio per uno spirito giovanile
abbandonato alle solitarie ed isolate sue forze, come il possesso materiale 204
G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, cit., p. 16.
205 Ibid., p. 17. 206 G. Allievo, Delle idee pedagogiche presso i greci, cit.,
p. 83. 61 della scienza non conquistata colla nostra meditazione
somiglia a splendido patrimonio avito, eredato da nepoti degeneri e
dappoco»207. Educare è dunque far cresce armonicamente le capacità dell’alunno,
è un atto della vita che fa entrare nella vita, sviluppa e forma il carattere,
ma soprattutto tende a far essere se stessi, e cioè autocoscienza del mondo.
Educare significa formare le capacità umane, ma soprattutto interrogare il discente,
contagiare l’esigenza di conoscersi e di capire se stessi. Nel suo studio, la
Quarello riporta una frase della Marchesa di Lambert citata dall’Allievo nello
Studio Storico critico di pedagogia femminile (1896), in cui la pedagogista
sostiene che: «La più grande scienza sta nel sapere essere in sé»208.
L’educatore è chiamato a condurre l’educando a questa vetta. L’azione formativa
risulta dunque una continua interrogazione ed esortazione. È molto interessante
la considerazione di Calò, secondo cui l’Allievo puntava ad un’azione educativa
che «correggesse con un movimento centripeto verso il nucleo più profondo
dell’io il movimento centrifugo verso l’esterno, che sapesse fare procedere
l’educazione dal di dentro, non dal di fuori». 209. In questo «stare in sé» l’uomo
scopre una dimensione infinita che lo interroga, lo spiazza. La persona sente
in sé il richiamo di un’alterità misteriosa ma a cui si sente inesorabilmente
legato: «Dovunque si muova l’educazione trovasi in faccia all’infinito sempre,
perché l’educando è persona finita sì, ma che pur si muove e gravita verso
l’infinito». Su questi presupposti, Allievo è convinto che non si possa negare
l’educazione religiosa ai giovani: «La coltura impertanto dell’intelligenza, e
dell’attività volontaria va ordinata a Dio. Così la personalità finita
dell’educatore e dell’educando si regge sulla personalità infinita di Dio, e
trova in questa la sua ragion di essere, del pari che la sua cagione
efficiente. Educazione vera non è, che non sia personale sotto entrambi questi
riguardi. Il materialismo, che spegne nel fango la personalità dell’uomo,
l’ateismo, che nega a Dio la sua personalità infinita, il panteismo, che nega
all’uomo ed a Dio una personalità loro propria per confonderli in una medesima
sostanza, conducono ad un’educazione disumana, omicida, perché è negazione
della persona. La formazione del carattere, intorno alla quale si travaglia
tutta l’arte educativa, torna opera impossibile, ove non si regga sulla
personalità dell’essere infinito»210. Strettamente legato alla questione della
vocazione umana ed educativa, è il concetto di «carattere», con cui Allievo
riprende un tema caro ad altri pedagogisti cattolici e non. Il carattere è
definito come «quello stampo, o quell’impronta speciale, che configura 207
Ibid., pp. 84-85. 208 V. Quarello, G. Allievo, Studio critico, cit., p. 106.
209 G. Calò, Dottrine e Opere, cit., p. 25. 210 G. Allievo, Opuscoli
pedagogici, cit., p. 31. 62 ciascuna natura umana»211. Con questo
concetto intende l’universalità dell’essere persona nella particolarità del
singolo. «L’alunno accoppia in sé l’umanità comune a tutti i suoi simili, e
l’individualità propria di lui solo»212. Un altro passo chiarisce tale
relazione: «il genere (umano) vive nell’individuo sotto forma del
carattere»213. È compito dell’ufficio educativo riconoscere e far fruttare
l’individualità della persona214. Secondo l’Allievo: «l’uomo di carattere è
colui, che pensa con verità e colla propria testa, è arbitro del suo operare e
conforma le sue azioni esterne coi suoi interiori convincimenti, sempre mirando
all’ideale divino della perfezione»215. Ma per condurre al vero carattere
bisogna educare, non basta istruire. Allievo definisce l’educazione del
carattere come il «punto di gravitazione» e l’ «apogeo»216 dell’educazione.
All’educatore spetta il riconoscere il carattere dell’alunno, la sua
coltivazione, e l’aiuto verso la vocazione personale di ciascuno. Così «Il
fanciullo è persona, cioè sostanza individua, che in sé armonizza la virtù
conoscitiva, fonte della vita operativa, congiunta con un organismo corporeo,
sede della vita fisica e ministro della vita spirituale. La vita speculativa si
sviluppa mercé l’acquisto del sapere, oggetto dell’educazione intellettuale, la
vita operativa mercé la formazione del carattere, compito dell’educazione
civile, morale, religiosa, la vita fisica mercé il rinvigorimento, la salute e
la destrezza del corpo, termine dell’educazione fisica; e tutte e tre queste
forme di educazione deggiono armonizzare insieme, come armonizzano dell’unità
dell’umano soggetto le tre forme di vita umana»217. Il carattere va educato sin
dalla prima infanzia, e in esso l’esempio è il principale fattore218. L’apice
della formazione è il carattere morale, vale a dire la libertà dell’uomo di
obbedire esclusivamente alla legge morale insita nell’uomo. Allievo considerava
il rispetto e obbedienza a questa legge, come il compimento della libertà, che
certo non riteneva essere un arbitrio assoluto del 211 G. Allievo, L’uomo e il
cosmo, cit., p. 357. 212 G. Allievo, Studi pedagogici, cit., p. 336. 213 G.
Allievo, L’uomo e il cosmo, cit., p. 357. 214 «La formazione del carattere è
opera nostra, sebbene abbia suo fondamento in natura, e le occorra il sussidio
dell’arte educativa» G. Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia
e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, cit., p. 50. 215
G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, cit., p. 4.
216 G. Allievo, Studi pedagogici, cit., p. 322. 217 G. Allievo, Opuscoli
pedagogici, cit., p. 31. 218 «Il carattere morale non forma lì per lì come per
incanto nell’età virile; ma, come ogni opera grande e duratura, che sorge da
piccoli inizii, esso fa le sue prime prove nella puerizia, e progredisce con
lento lavorio sino alla compiuta sua forma mediante l’opera concorde
dell’alunno, del maestro, dei genitori, durante tutto quel lungo periodo
educativo, che dalla prima puerizia si stende sino al termine della gioventù»
G. Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso
delle scuole normali maschili e femminili, cit., p. 91. 63
soggetto219. Il pedagogista vercellese è, infatti, convinto che «Volere
liberamente il dovere, ecco, secondo me, la formula di tutto l’ordine
morale»220. Per un’educazione efficace è imprescindibile lo sviluppo della
capacità di volere e seguire ciò che è bene. «La dignità umana rifulge nel
carattere. Plasmare nel fanciullo il carattere dell’uomo, che esprime la
santità della vita in sé, nella famiglia, nella patria, questo è dell’arte
educativa il supremo, altissimo ufficio»221. Parlando dell’insegnamento in
classe dice che «ogni atto educativo dev’essere un’affermazione, un’impronta
della sua individualità personale. Così si forma il carattere, così l’alunno
impara a diventare uomo maturo di senno, esperto della vita, arbitro delle sue
sorti»222. L’ultima opera dell’Allievo, datata 1913, è dedicata allo studio
comparato tra Giobbe e Schopenhauer. Contrapposto al nichilismo, al pessimismo,
e al disimpegno del secondo, Giobbe rappresenta la vera statura umana, colui
che nonostante le circostanza si spende per la verità. Osserva Allievo:
«L’operosità della vita, perché si compia con efficacia, con dignità e decoro,
richiede in noi la coscienza della nostra libertà personale rivolta ad un
ideale supremo, il sentimento della nostra propria vigoria, il voglio imperioso
dello spirito pronto a lottare contro le difficoltà, gli ostacoli, con
imperturbabile costanza sino al sacrificio, riverente a quanto si presenta di
grande, di nobile, di sacro, di divino»223. L’Allievo critica la riduzione
dell’intervento educativo all’istruzione, riprendendo una battaglia tipica
della pedagogia spiritualista. Sulla base dell’antimetafisica e del relativismo
etico di certo positivismo, più di un pedagogista ridusse il compito
dell’educazione all’istruzione, estromettendo dai suoi compiti la formazione
del carattere, e quindi dell’autocoscienza e della libera volontà. Tale
approccio ha come premessa fondamentale la convinzione che non ci sia nulla di
vero, e quindi di insegnabile, fuori dalle asserzioni scientificamente
dimostrabili. A questo proposito può essere utile richiamare un aneddoto
raccontato da Allievo riferito ad una visita di Padre Girard all’Istituto del
Pestalozzi: «Nell’atto che il Padre Girard stava visitando l’Istituto di lui,
egli uscì fuori con queste parole: “È mio intendimento, che i miei 219 Per
queste posizioni fu criticato da Santoni Rugiu: «L’Allievo ha della moderna
pedagogia una concezione normativa (come sempre, d’altronde, nella concezione cattolica),
la vede cioè non come un’indagine libera e obiettiva sulla natura e sulle
condizioni reali in cui si svolge la formazione dei soggetti, ma come
l’elaborazione di un insieme di indiscusse norme, appunto, che guidino alla
perfezione morale e spirituale. Guai a lasciarsi travolgere dal «gran movimento
sociale» e ritenere che esso indichi sempre la via del progresso e della
civiltà» A. Santoni Rugiu, Storia sociale dell’educazione, Milano, Principiato,
1987, p. 528. 220 G. Allievo, Del positivismo in sé e nell’ordine
pedagogico,cit., p. 89. 221 G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit., p. 18. 222
G. Allievo, Principi fondamentali di Scienza Pedagogica, in «Rivista
Pedagogica», n. 10, 1930, p. 687. 223 G. A., Giobbe e Schopenhauer, Torino,
Tipografia Subalpina, 1912, p. 41. 64 alunni non tengano per vero,
tranne ciò solo, che possa essere loro dimostrato come due e due fan quattro”.
Al che il Girard rispose: “Se io fossi padre di trenta figli, nemmeno un solo
ve ne affiderei ad essere ammaestrato, perché non vi verrà mai fatto di
dimostrargli come due e due fan quattro, che io sono suo padre, e che egli è
tenuto di amarmi»224. Le parole di Padre Girard erano utili a spiegare quali
fossero i rischi dell’ipertrofia della ragione scientifica e matematica. Limitando
il veritativo al «misurabile», infatti, si escludevano dall’educazione tutta
una serie di apprendimenti e principi morali indispensabili alla vita e alla
formazione del carattere. Anche su questo punto Allievo esorta a distinguere ma
senza dividere. L’educatore deve far crescere tutte le capacità umane, sia
quelle del «cuore» che quelle della «mente». Era convinto che «la natura non si
riforma, bensì va riconosciuta e rispettata»225. E la natura della persona non
può essere ridotta alla pura istruzione, ma ha bisogno della certezza morale,
dei principi, dei criteri per distinguere bene e male. I. 6. Critica
all’idealismo e al positivismo Una parte considerevole delle opere di Allievo è
destinata alla critica dell’idealismo e del positivismo. A tali correnti, sin
dai primi lavori, Allievo addossò le responsabilità della profonda «crisi»226 e
confusione che ammorbava la filosofia italiana. Oltre ad una lunga serie di
studi dedicati a questi sistemi, anche negli altri saggi di Allievo appaiono
frequenti incisi polemici contro queste teorie. Calò ha rilevato come questa
ricorrente confutazione e polemica del positivismo e dell’idealismo,
rappresentò un tratto specifico del pensiero del pedagogista vercellese
«L’atteggiamento critico contro le due correnti suddette forma la
preoccupazione costante e costituisce, insieme con il principio della
personalità, svolto dall’Allievo in tutti i suoi aspetti, il motivo
fondamentale e la sostanza del suo pensiero filosofico»227. Secondo alcuni
studiosi Allievo avrebbe avuto nei confronti delle teorie coeve un
atteggiamento difensivo ed eccessivamente «polemista»228. Caramella, un
gentiliano che certo non concordava con le critiche dell’Allievo all’hegelismo
e ai suoi epigoni, fu molto severo con il pedagogista, e ne sminuì il
contributo, riducendolo ad una lamentela sterile e arretrata: «Ma venendo ai
risultati effettivi della sua vasta opera di più che mezzo secolo, 224 G.
Allievo, Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di
Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, cit., p. 89. 225 G. Allievo, Del
positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, cit., p. 261. 226 G. Allievo,
L’Hegelismo e la scienza, la vita, cit., p. 6. 227 G. Calò, Il pensiero
filosofico – pedagogico di Giuseppe Allievo, cit., p. 4. 228 S. Caramella, Lo
spiritualismo pedagogico in Italia, «La nostra scuola», n 13-14, 1921, p.
9. 65 qual è il significato storico dell’Allievo? Niente di meno ma
niente di più che un’ostinata battaglia cattolica contro lo scientifismo, senza
che dal cozzo si generasse mai una scintilla nuova»229. Una critica analoga gli
venne mossa da Vidari230. È facile riscontrare nell’opera di Allievo toni duri,
se non apocalittici, nei confronti di teorie giudicate dannose non solo alla
pedagogia, ma anche alla vita educativa e sociale del paese. In molti saggi
mancano aperture concilianti, mentre le posizioni espresse sono spesso risolute
e poco inclini ad aperture. Ma, a onor del vero, va riconosciuto che le
critiche portate dal pedagogista sono sempre articolate e suffragate da una
conoscenza precisa degli autori e delle scuole esaminate. «L’Allievo non fa mai
la critica per la critica: il suo scopo è sempre molto preciso, quello di
dimostrare e di salvare certi principi e certe verità filosofiche»231. All’interno
del lungo itinerario delle opere dell’Allievo possiamo distinguere due momenti.
Sino agli anni ’70 dell’Ottocento, si concentrò in particolare sull’idealismo,
mentre in seguito si occupò quasi esclusivamente del positivismo, data
l’incipiente influenza che iniziava ad avere sulla pedagogia e filosofia
italiana. Già alla fine degli anni ’60, Allievo notava come il positivismo si
accingesse a dominare il clima nelle Università italiane e negli studi
filosofici e pedagogici, mentre l’idealismo era destinato a restare ai margini
del dibattito. Nel 1903, ricordando quel tornante storico, commentò: «Il campo
filosofico era in allora combattuto da due scuole di tutto punto opposte,
l’idealismo hegeliano, che andava declinando dal suo apogeo, ed il positivismo
anglo-francese, che si annunziava ristauratore sovrano della scienza e della
vita»232. In quegli anni, la scuola idealistica era viva quasi esclusivamente a
Napoli grazie a Spaventa e Vera. Allievo, peraltro docente in una sede dove
l’idealismo era quasi inesistente, si misurò criticamente soprattutto con i
positivisti. Come accennato, i lavori di critica all’idealismo si concentrano
in larga parte nelle opere giovanili, in particolare nei Saggi filosofici
(1866) ne L’hegelismo, la scienza e la vita, (1868) e nell’ Esame
dell’hegelismo (1897), un saggio più breve di quello precedente dove riprende
pressappoco le stesse tematiche. 229 Ibid., p. 9-10. 230 «In tutti questi
lavori la mente dell’ALLIEVO si presenta sempre nell’atteggiamento di chi,
incrollabilmente fermo e sicuro nelle proprie convinzioni maturate in uno
studio severo e diuturno, vede nell’avversario e nelle dottrine da lui
rappresentate un pericolo esiziale per la società e per la scuola, in cui esse
si diffondano. Onde non tanto Egli mira a penetrare ed esporre l’idea
dell’avversario nella sua genesi e nelle sue eventuali giustificazioni, quanto
a metterne in rilievo le deficienze o le contraddizioni o le inaccettabili
conseguenze» G. Vidari, Giuseppe Allievo, cit., p. 8. 231 G. Calò, Il pensiero
filosofico – pedagogico di Giuseppe Allievo, cit., p. 447. 232 G. Allievo, Il
ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di
Torino il 18 novembre 1903, cit., p. 3. 66 Alcuni cenni polemici
contro l’idealismo sono presenti anche in altri testi, tra cui L’antropologia e
l’umanesimo (1868), Della vecchia e della nuova pedagogia (1873),
L’Antropologia ed il movimento filosofico sociale (1869); La pedagogia e lo
spirito del tempo, Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia
(1877) Studi filosofici sul carattere delle nazioni (1878) Sulla personalità
(1878). Il testo in cui espone in modo più articolato le sue tesi contro
l’idealismo è L’hegelianismo la scienza e la vita, un lavoro giudicato da
Eugenio Garin «onestamente espositivo»233. L’opera fu scritta in occasione del
concorso Ravizza del 1865-1866, che chiedeva agli scrittori di cimentarsi con
questo tema: «Quali pratiche conseguenze derivino dall’idealismo assoluto di G.
Hegel nella morale, nel diritto, nella politica e nella religione?». Il testo,
che vinse il premio, fu poi rivisto e pubblicato. Nell’opera, l’Allievo delinea
l’origine dell’hegelismo, mettendo in luce l’humus kantiano da cui nacque
l’idealismo. Il pedagogista enuclea i passaggi che portarono dalle posizioni
del filosofo di Königsberg ad Hegel. Allievo ricorda come Kant fosse allora
considerato il nuovo «Socrate» per aver salvato la scienza dallo scetticismo,
mentre egli pensava che il kantismo fosse stato la «tomba» della scienza e
della filosofia234. L’errore di Kant fu quello di disconoscere il primo dato
filosofico, vale a dire l’evidenza dell’essere. Egli perpetuò quella torsione
prospettiva cartesiana che si piegò sull’affidabilità della ragione,
dimenticando lo stupore e l’attestazione del mondo. Allievo osserva che l’uomo
neanche penserebbe se non ci fosse quel «fuori». Così Kant aveva «condannato il
soggetto ad un perpetuo e violento celibato segregandolo dalla realtà
oggettiva»235. Osserva Allievo: «Scienza assoluta intorno il pensiero umano,
ignoranza assoluta intorno la realtà universale, ecco i due poli del Criticismo
di Kant, la finale risposta che egli diede alla sua prima domanda. Con questo
suo sistema originale Kant reputava di avere ricostrutto su salda base il
sapere speculativo, e quetati una volta i dissidii che da secoli sconvolgevano
il regno della metafisica: Ubi solitudinem faciunt (direbbe qui Tacito), pacem
appellant»236. Ma se lo scopo di Kant era quello di salvare la scienza, egli
superò lo scetticismo di Hume, in quanto non riuscì a riconoscere il senso e i
motivi della scienza metafisica. E ciò fu confermato dagli sviluppi successivi
della filosofia. Nei cinquant’anni trascorsi tra la pubblicazione della Critica
della Ragion Pura, 1781, e la morte di Hegel, 1831, la Germania visse un
radicale cambiamento culturale. Dallo scetticismo di Kant si arrivò attraverso
Fichte e Schelling, all’affermazione dell’idealismo 233 E. Garin, Tra due
secoli. Socialismo e filosofia in Italia dopo l’Unità, cit., p. 56. 234 G.
Allievo, L’Hegelismo e la scienza, la vita, cit., p. 22. 235 Ibid., p. 31. 236
Ibid., p. 29. 67 assoluto di Hegel, che secondo Allievo non fa
altro che trarre le nefande conseguenze di quel divorzio tra l’io e il mondo,
che se aveva portato Kant allo scetticismo, conduceva Fichte alla tesi dell’Io
assoluto, origine e creatore del mondo. Si trattò di una deriva di quelli che
chiamò in un altro testo i «trascendetalisti tedeschi», i quali «estendendo
fuor di misura il potere dell’io umano, lo posero creatore dell’essere e del
sapere, e finirono collo spogliarlo della soggettività ed individualità sua,
confondendolo col massimo degli universali»237. Nel saggio Allievo dedica
diversi capitoli a questi passaggi, concentrandosi dopo Kant, su Fichte e
Schelling. In ultimo affronta in modo analitico la figura e la filosofia di
Hegel, introducendo il suo pensiero con un’accurata esposizione della vita,
oltre che un’analisi degli apporti e delle influenze che ne condizionarono il
pensiero. Successivamente, ne enuclea il sistema filosofico, con un’analisi
articolata. Allievo parte dal concetto generale di filosofia, quindi affronta
il metodo dialettico, il concetto dell’Idea e il suo sviluppo nel Sistema. Poi
tratta della Logica, della filosofia della Natura e infine della filosofia
dello Spirito. In conclusione sintetizza i motivi della critica all’idealismo.
Il seguente brano compendia la critica di Allievo: «Il nome di Idealismo
assoluto con cui viene designata la dottrina di Hegel, ne rivela tutto lo
spirito e ne compendia il contenuto. Il suo sistema è tutto in queste due
parole: Idea assoluta, od in altri termini Idea e sviluppo, giacché l'essenza
dell'Assoluto è un esplicamento universale, un moto continuo e senza fine. Come
per Condillac tutto è sensazion trasformata, così per Hegel tutto è Idea
trasformante. L'idea essendo assoluta si fa tutte le cose, e con questo suo
diventare universale spiega successivamente tutto l'essere, perché
riproducendolo rivela le intime essenze delle singole cose, sicché l'Idea
assoluta si manifesta ad un tempo siccome il sistema della scienza e l'insieme
della realtà, identità universale delle idee e delle cose, del pensiero e
dell'essere. Datemi materia e moto, diceva Cartesio, ed io creerò l'universo.
Hegel pigliando in senso trascendentale il motto cartesiano avrebbe potuto
ripeterlo dicendo: Datemi Idea e sviluppo, ed io vi ridarò rifatta e spiegata
la realtà universale»238. L’identificazione dell’essere con l’idea conduceva
l’idealismo a numerose antinomie ed epicicli, elencati dall’Allievo. Il pedagogista
fa notare come Hegel, mentre tacciava di misticismo i realisti, chiedeva un
atto di fede nel riconoscimento dell’Io assoluto. In conclusione, Allievo
ripropone la ragionevolezza del realismo. Secondo il pedagogista vercellese, il
reale anticipa, sporge e supera il razionale. Una frase dell’Amleto di 237 G.
Allievo, Sulla personalità umana, cit., p. 18. 238 G. Allievo, L’Hegelismo e la
scienza, la vita, cit., p. 59. 68 Shakespeare è ripresa
dall’Allievo come legge della filosofia, «v'hanno cose e in cielo e in terra di
cui le nostre filosofie non si sognano neppure»239. La diaspora degli hegeliani
e le numerose critiche fattegli dai suoi discepoli evidenziano tanto il fascino
della prospettiva hegeliana, quanto la sua fragilità. L’errore cruciale
dell’idealismo è la negazione della validità di quella serie di evidenze e
strumenti che l’uomo ha nel suo naturale rapporto con il mondo: «il sistema
dell’identità assoluta contraddice ai pronunciati della coscienza e si oppone
ai dati del senso comune e del sapere naturale; dunque è insussistente»240. Per
questa ragione, Allievo definisce Hegel come uno «spietato Torquemada del senso
comune»241. Il pedagogista riprende l’analisi rosminiana e considera gli
idealisti fondamentalmente degli scettici. Osserva: «La scienza è la
spiegazione razionale della realtà sussistente: ora la realtà va anzitutto
schiettamente osservata quale si presenta alla nostra percezione, e non già
indovinata a priori e ricercata attraverso le pieghe del nostro cervello. Una
teoria della realtà, costrutta col puro ragionamento e non fondata
sull’osservazione, non è scienza seria e verace, ma un tessuto di astruserie,
che potrà tutt’al più dimostrare la potenza immaginativa di chi l’ha costrutta.
L’idealismo trascendentale germanico de’ tempi nostri ha sacrificato
l’osservazione della realtà al puro ragionamento. Esso ha preso le mosse dal
concetto più astratto, a cui si possa giungere ragionando, e colla virtù di
quel concetto vuoto ed indeterminato pretese di costruire la realtà universale»242.
Prima Gentile243 e poi la Quarello244, criticarono all’Allievo una conoscenza
poco approfondita di Hegel. Se non si può considerare il pedagogista vercellese
tra i massimi studiosi di Hegel, dai suoi lavori emerge un confronto nel merito
con il cuore delle posizioni idealiste. Altri autori, come il Suraci, parlarono
dell’opere sull’Hegelismo come «una critica quanto mai acuta e serrata»245.
Anche per altre teorie, Allievo non bada ad una erudizione pedante sulle
vicende di una corrente, ma al cuore e al significato delle sue principali
direttrici filosofiche. Come è già stato accennato, dopo alcuni lavori dedicati
all’idealismo, Allievo diede largo spazio alla critica del positivismo, che
occupò gran parte della sua attenzione nella sua carriera seguente. Il
pedagogista si accorse della rapida diffusione del positivismo nelle
Università. Uno degli atenei in cui tali teorie presero piede e si diffusero
era proprio quello 239 Ibid., p. 143. 240 G. A., Saggi filosofici, cit., p. 6.
241 Ibid., p. 372. 242 G. Allievo, Antonio Rosmini, cit., p. 33. 243 G.
Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia. I platonici, cit.,
p. 370. 244 V. Quarello, G. Allievo, Studio critico, cit., pp. 128-129. 245 V.
Suraci, Giuseppe Allievo filosofo e pedagogista, cit., p. 84. 69 di
Torino, che era stata sino a pochi anni prima una roccaforte del rosminianesimo
e dello spiritualismo cristiano. Come ha ricordato Giorgio Chiosso: «Proprio a
Torino la cultura positivista stava compiendo il massimo sforzo con Moleschott,
Lessona, Lombroso, Mosso per tracciare una antropologia incentrata su esclusivi
tratti fisio – psichici e fortemente condizionata dalla cultura
evoluzionista»246. Come ebbe a scrivere Norberto Bobbio, Torino rappresentava
sul finire dell’Ottocento «la citta più positivista d’Italia»247. Allievo
individuava come ragione della diffusione di tale corrente un forte appoggio
politico, che era diventato come abbiamo già rilevato, il braccio ideologico
dei gruppi anticlericali che spesso sedevano nelle poltrone più importanti del
neonato Stato italiano. Il pedagogista aveva una chiara percezione di tale
egemonia e non mancò di denunciarla. Scrisse a proposito «Il partito
iperdemocratico, che nei lontani sfondi della rivoluzione italiana del 47
appena s’intravvede indistinto e sfumato, prese a poco a poco forme più
spiccate e concrete, e fattosi potente tende oggidì a tenere esso solo il
campo. Esso novera potenti ingegni fra i suoi numerosi seguaci, che ne
bandiscono i principii dalle cattedre universitarie, dalle tribune
parlamentari, dalle officine della pubblica stampa. La sua arma è la critica,
il suo dogma supremo è l’umanesimo sociale, ossia il naturalismo pagano
razionalizzato. E la critica, dacché fu inaugurato il Regno dell’Italia una, si
spiegò con forze maggiori che mai. Essa si pose ad abbattere il principio di
autorità nell’ordine del pensiero e della vita, a dissolvere le credenze morali
e religiose dell’universale, a minare le fondamenta di tutta la dommatica del
cristianesimo, a snaturare l’indole nativa e tradizionale della filosofia
italiana»248. Nonostante il peso del positivismo fosse riscontrabile già nei
citati dibattiti del ’47, fu solo con l’Unità che ai positivisti fu concesso
quello spazio privilegiato col quale poterono diffondere le loro teorie e avere
una inaspettata diffusione. Come denunciò Allievo: «Ai seguaci e promotori
della nuova scuola pedagogica il Governo prodiga la pienezza de’ suoi favori, e
sotto la potente sua egida assicura il trionfo»249. Se i capi scuola europei del
positivismo meritarono, da parte dell’Allievo, delle analisi approfondite e
alcuni, rari, apprezzamenti, la valutazione degli epigoni italiani fu molto
severa. Essi vennero ridotti al rango di semplici ripetitori di autori più
organici come Spencer, Comte, Bain. Allievo si limitò ad affrontarne in modo
sbrigativo la produzione positivistica italiana nel saggio La pedagogia
italiana antica e contemporanea (1901). In 246 G. Chiosso, L'interpretazione
rosminiana di Giuseppe Allievo, «Pedagogia e vita», n. 6, 1997, p. 152. 247 N.
Bobbio, Introduzione, in E. R. Papa (ed.), Il positivismo e la cultura
italiana, Milano, Angeli, 1985, p. 13. 248 G. Allievo, La pedagogia italiana
antica e contemporanea, cit., pp. 161-162. 249 Ibid., p. 168. 70
esse il pedagogista si lasciò andare a valutazione in parte ingenerose e
tranchant. Affrontò le teorie di Angiulli, Siciliani, Gabelli, e di altri
pedagogisti minori. Il primo è considerato il «principe» fra i cultori del
positivismo in Italia. Viene definito come un «pensatore robusto e profondo, ma
non originale»250 che ricalca fondamentalmente le posizioni di Spencer, e
dunque tutti i suoi errori. La riduzione spencieriana dell’uomo ad un animale,
mina le basi del pensiero di Angiulli: «Lottando contro la realtà dell’io, che
egli ha negato e che s’impone inesorabile al suo pensiero, si vede costretto a
ricorrere ad una novità di linguaggio, ad una dicitura attortigliata ed
involuta, ad un ritornello di espressioni stereotipate, che spargono una
nebulosa caligine sul tutt’insieme della sua dottrina»251. Un altro errore a
cui lo conduce la negazione del principio della personalità è la statolatria
nel campo dell’istruzione pubblica. Pietro Siciliani è invece accusato di
eclettismo e di aver mal combinato istanze inconciliabili, producendo un
sistema contradditorio e instabile. In una prelazione risalente al 1882,
rammentò il cambio di opinione sul positivismo, prima criticato e poi
elogiato252. Del sistema del Siciliani l’Allievo denunciò l’incapacità di
giustificare sui presupposti positivisti l’esistenza della libertà e i
fondamenti della morale. Negli Opuscoli lo accusa di trasformismo e scrive che
«muta di dosso i panni a tenor della moda»253. Stando ad Allievo, questa
«accozzaglia» di principi spuri condanna alla mediocrità la pedagogia del
Siciliani: «Egli non si afferma né spiritualista, né materialista, né
idealista, né ontologista, né trasformista, né positivista, e lascia capire che
vuol essere qualche cosa di più e di meglio di tutto ciò; ma non ci presenta un
principio superiore a tutti questi sistemi, che impronti il suo pensiero e lo
determini per quello che è»254. Si occupò anche di altri autori come Emanuele
Latino, Aristide Gabelli, Edoardo Fusco in cui rileva sostanzialmente gli
stessi errori di Siciliani e dell’Angiulli. Saluta invece con soddisfazione il
ritorno allo spiritualismo di Ausonio Franchi, al secolo Cristiano 250 Ibid.,
p. 169. 251 Ibid., p. 174. 252 Nel saggio cita direttamente le parole di
Siciliani e poi le commenta: «“Troppo scettici, noi Italiani abbiamo bisogno di
fede: troppo anneghittiti dal positivismo, abbiamo bisogno di sacro entusiasmo
nella scienza, nell’onestà, nell’onore, nei principii di giustizia,
nell’attività del lavoro, nell’autorità creata da noi stessi, nell’Italia.
Possiamo dunque accettare il Positivismo? No. Inteso come sistema, il
Positivismo è dottrina assolutamente negattiva, non ha storia, non ha
principii; è contrario allo spirito filosofico di nostra età, è dannevole nelle
sue applicazioni morali, estetiche, politiche, religiose, storiche. Nol
possiamo accettare come sistema, perché contrario alla nostra istoria, alla
mente dei nostri padri, all’indole nostra, al nostro genio, alle nostre
tendenze, contrario ai nostri bisogni fisici e intellettuali [in nota: P.
Siciliani, Critica del positivismo]”. Chi pubblicava or non è molto queste
righe contro il sistema positivistico, è quegli stesso, che oggi ha inalberato
il vessillo del positivismo dlla sua cattedra di pedagogia in una
celebratissima Università italiana, mutando dottrine con quella leggerezza
medesima, con cui altri muta di dosso i panni a tenor della moda» G. Allievo,
L’educazione e la scienza. Prelezione fatta all’Università di Torino il dì 18
novembre 1881, Torino, Marino, 1882, pp. 14-15. 253 G. Allievo, Opuscoli
pedagogici, cit., p. 122. 254 G. Allievo, La pedagogia italiana antica e
contemporanea, cit., p. 177. 71 Bonavino, di cui esalta le Lezioni
di pedagogia che viene indicato come un testo fondamentale per la pedagogia
spiritualista. Le considerazioni dell’Allievo restarono severe. Valuto le
teorie positiviste «disumane e liberticide»255. Inoltre avversò una certa
indifferenza degli epigoni di Comte che sembravano sordi agli appunti delle
altre correnti pedagogiche. In più d’una occasione Allievo lamentò la loro
indifferenza alle critiche, oltre alla poca onestà intellettuale256 Come già
accennato, i suoi studi si concentrarono soprattutto sui fondatori del
positivismo europeo: Comte, Spencer, e Bain. Le sue numerose opere dedicate a
questa corrente, rappresentano una prima sistematica reazione dello
spiritualismo italiano al positivismo europeo. Il lavoro più preciso e
sistematico su tale corrente è Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico
(1883), definito dalla «Civiltà Cattolica» come una «splendida e serrata
critica di questo sistema»257. Nella prelazione tenuta per l’anno accademico
1881-1882, Allievo annunciò che durante il corso sarebbe sceso «nell’arringo a
combattere il positivismo riguardandolo siccome una larva ingannevole della
scienza, siccome un pericolo esiziale della pedagogica»258. Nel solco di quelle
lezioni pubblicò poi il lavoro. L’opera si divide in due parti principali:
nella prima tratta delle origini del positivismo e ne mette in discussione i
fondamenti filosofici, nella seconda critica le conseguenze pedagogiche ed
educative. Allievo identifica come causa prima del positivismo, la stessa
dell’idealismo, vale a dire la crisi della metafisica avvenuta con la
modernità, che Kant sancì nella Critica della ragion pura, sostenendo la sostanziale
inconoscibilità del non sperimentalmente. Il metodo scientifico si dogmatizzò,
pretendendo di estromettere dalla conoscenza e dalla vita privata e pubblica
tutto ciò che non è misurabile. Il positivismo si configurò come una nuova
prospettiva epistemologica, metodologica e antropologica, fondata sulla
negazione di tutte le conoscenze non verificabili sperimentalmente. In questo
senso, si oppone a qualsiasi 255 G. Allievo, Delle idee pedagogiche presso i
greci, cit., p. I. 256 Nel saggio su La scuola educativa, Allievo riporta una
critica fattagli da Fornelli che nel testo La pedagogia e l’insegnamento
classico, accusò il professore vercellese di aver travisato le posizioni di
Comte. Dopo essersi difeso, critica anche una evidente storture delle sue
posizioni, avendolo assimilato all’idealismo: «Ma il più grosso abbaglio del
mio critico è questo: io non sono punto quell’idealista, che egli s’immagina
mostrando di non aver letti i miei lavori filosofici, o di averne frainteso il
significato malgrado la loro conveniente chiarezza. Mi additi un solo passo, da
cui risulti che io ripongo le origini prime del pensiero in concetti
astrattissimi, anteriori e superiori ad ogni realtà concreta e sussistente, ed
io mi do’ per vinto» G. Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia
e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, cit., p. 218. 257
Linee di pedagogia moderna, «La Civiltà Cattolica», quaderno 1565, 1915, vol.
III, p. 542. 258 G. Allievo, L’educazione e la scienza. Prelezione fatta
all’Università di Torino il dì 18 novembre 1881, cit., p. 15. 72
considerazione metafisica, di cui è «la sua negazione assoluta ed
esclusiva»259. In questo rifiuto consiste, per il pedagogista vercellese, anche
«il carattere direi negativo del positivismo»260. Va tenuto conto, che Allievo
riconosce l’apporto positivo delle scienze sperimentali e della metodologia
scientifica. Senza alcun timore verso gli esiti della ricerca empirica, il
pedagogista attribuisce alla scienza (non al positivismo) il merito di aver
accresciuto notevolmente la conoscenza del mondo e il benessere materiale.
Tuttavia, Allievo individua proprio nell’euforia per gli esiti della tecnologia
la presunzione di certo positivismo. Galvanizzata dalle scoperte scientifiche:
«esaltò l’esperienza sensibile siccome l’unica e suprema ed assoluta fonte di
tutto lo scibile umano, rigettò tra le illusioni tutto ciò, che trascende i
suoi confini, assegnò unico oggetto della scienza i fenomeni disgiunti dalle
sostanze e respinse la ragione siccome facoltà trascendente che contempla la
sostanzialità delle cose»261. Allievo ricorda come il metodo sperimentale non
possa racchiudere tutto il campo dello scibile, pena l’esclusione di ambiti
conoscitivi fondamentali per la vita umana. Rivolgendosi ai positivisti Allievo
scrive: «No, la mente umana non può fermarsi ai confini dell’esperienza, come
alle colonne di Ercole: i grandi problemi dell’esistenza, soffocati dalla
vostra dottrina, risorgono davanti alla ragione e le si impongono irremovibili.
Voi non riuscirete mai a cancellare dalla coscienza del genere umano questo
indestruttibile sentimento, che noi non siamo sfuggevoli fenomeni, quasi ombre
erranti alla ventura nel deserto, bensì persone vive, forniti di una ragione
che trascende la cerchia dell’esperienza sensibile e si innalza alle supreme
idealità della vita. Gli ingegnosi apparecchi meccanici, di cui avete forniti i
vostri laboratori di psicologia sperimentale, potranno procacciarsi nuove ed
interessanti notizie intorno la vita sensitiva dell’uomo esteriore, ma non ci
sapranno dir nulla intorno i misteri dell’anima, il secreto lavorio della sua
vita intima, le sue sublimi aspirazioni»262. La scienza esatta e sperimentale
non può esaurire tutto il campo della conoscenza dell’uomo. Inoltre, secondo
Allievo, l’esautorazione della metafisica dal campo dello scibile danneggia la
stessa scienza. Essa, infatti, nasce da domande metafisiche, si nutre di
concetti e di una logica che non può essere rinvenuta nella esperienza
materiale, ma solo in quella spirituale. L’antimetafisica getta il positivismo
in un paradosso: lo scientismo, 259 G. Allievo, Del positivismo in sé e
nell’ordine pedagogico, cit., p. 13. 260 Ibid., p. 10. 261 G. Allievo, Il
ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di
Torino il 18 novembre 1903, cit., p. 14. 262 Ibid., pp. 14-15. 73
infatti, nega le premesse della scienza. Con l’affermazione «non esistono che
fatti» si esprime un giudizio generale e veritativo sul mondo, portando avanti
un discorso propriamente metafisico. Scrive Allievo: «Dicono infine che,
seguendo la dottrina evoluzionistica, le teorie non sono più campate in aria
quali sono foggiate dall’apriorismo, ma riescono l’interpretazione oggettiva
dei fatti. Sta bene: i fatti vanno adunque interpretati; ma con quale criterio?
Certamente con qualche concetto o principio ideale, superiore ai fatti stessi,
perché questi per sé sono lettera morta, bisognevole dello spirito, che la
vivifichi e la illustri. Eccon quindi chiarita l’insufficienza dell’esperienza
alla formazione della psicologia e della pedagogia»263. Il positivismo si
autodefinisce teoria delle scienze positive, ma secondo Allievo, la costruzione
di un sistema filosofico accede già ad una dimensione della riflessione che
travalica i confini dell’esperienza empirica. Si tratta di una «astrazione» che
si serve della logica, del giudizio, dell’argomento. In questo senso, se i
positivisti volessero essere coerenti con le loro posizioni, dovrebbero
«liberarsi da concetti «metafisici» come quelli di causalità, identità, o di
non contraddizione. In questo senso, per il pedagogista vercellese, l’assoluta
antimetafisica del positivismo, si traduce in un suicidio della scienza stessa:
«Dacchè dunque l’antropologia studia l’uomo pensante, il quale sovrasta alla
materia e possiede in sé i principi ideali necessarii alla costruzione del
sapere, consegue che essa è lo spirito informatore delle discipline positive e
naturali, e che il naturalismo, che la impugna, distrugge le stesse scienze
della natura e contraddicendo a se medesimo fa della metafisica col proclamare
che la materia è l’essenza universale di tutto, che è infinita, eterna, mentre
tutto questo trascende i limiti dell’esperienza e dell’osservazione
sensibile»264. Allievo giudica la posizione gnoseologica dei positivisti
fondamentalmente scettica, in quanto le loro premesse conducono all’inevitabile
dissoluzione della conoscenza: «Una critica priva di principii universali ed
assoluti, che la rischiarino, è una critica, che pretende di essere fine a se
stessa, anziché mezzo potente per giungere al Vero, ossia è criticismo
scettico. Il positivismo contemporaneo ha menato un gran guasto nel campo della
critica odierna, la quale è insorta a dissolvere e disfare quelle medesime
verità universali, che è tenuta a rispettare siccome fondamento della sua
esistenza»265. A proposito di tali nefande conseguenze, Allievo ebbe modo di
criticare il Romagnosi, che vicino a posizioni simili 263 G. Allievo, Gli
evoluzionisti e il metodo in pedagogia, «Rivista Pedagogica Italiana», Asti,
1897, vol. I, pp. 305-306. 264 G. Allievo, L’uomo e la natura, cit., p. 17. 265
G. Allievo, Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker
di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, cit., p. 9. 74
sosteneva che è sano solo colui che la pensa come la maggior parte dei suoi
concittadini, non avendo più un riferimento metafisico su cui fondare la
validità delle posizioni266. Inoltre il materialismo non può che portare ad una
confusione nella scienza, in quanto se la conoscenza è un prodotto necessario
dell’esperienza personale, e nasce da questa in modo spontaneo e
incontrollabile, perde di significato la valutazione delle teorie che non sono
né vere né false, ma unicamente frutto della determinazione. Scrive a
proposito: «Ora se il pensiero è sempre di necessità quale lo forma
l’esperienza, ossia quale lo esige la condizione fisiologica, in cui versiamo,
allora cessa ogni distinzione tra un vero ed un falso pensiero, e così il
pensiero a priori, o sarà vero anch’esso, oppure dovrebbe negarsene
l’esistenza, siccome di un fatto impossibile, mentre l’evoluzionista lo piglia
ad oggetto della sua critica»267. Invece l’esistenza della scienza conferma la
presenza di una natura non materiale nell’uomo, solo la persona ha coscienza
del mondo e cerca la verità. Un altro nodo insolubile per il positivismo è
l’esistenza della libertà. La scienza esatta, come ha insegnato Kant, non può
attestare la sua esistenza, e il materialismo e determinismo di certi
positivisti la negano. Se l’uomo non è più libero, si chiede Allievo, come lo
potrà essere la scienza? Inoltre ad Allievo pare pretestuoso l’uso della
scienza contro la metafisica e la religione. Le scienze naturali «anziché
escludere di loro natura la metafisica, rinvengono in questa sola la loro
suprema ragione, sì che non lasciano più luogo alla filosofia positiva.
Infatti, un fisico, un chimico, un astronomo, può ammettere i pronunciati del
teismo e dello spiritualismo, senza punto rinunciare ad un solo dei teoremi della
propria scienza (valga l’esempio di Newton, del Galilei, del Padre Secchi, del
Pasteur)»268. Un'altra «vittima» del positivismo è l’antropologia, che da tale
corrente viene snaturata. La negazione della metafisica ha notevoli
ripercussioni sulla scienza dell’uomo, poiché getta nell’indecifrabile la sua
essenza personale. Il positivista non può conoscere la vera essenza dell’uomo,
in quanto la persona non può essere raggiunta e compresa nell’esprit del
finesse. Scrive Allievo «Colla loro antropometria non giungeranno mai a
misurare le profondità dell’anima, a scandagliare gli immensi problemi, che si
agitano nelle intimità dello spirito umano»269. La persona non è rilevabile
nell’esperienza come se fosse un fenomeno fisico, è riscontrabile solo nella
riflessione oltre il sensibile. Occorre, stando ad Allievo, sollevarsi dal
fatto, per constatare l’Io: «Il positivista vuol fatti, nient’altro che fatti,
né vuol saperne di esseri individui, di sostanze permanenti. Ma il factum (e
chi nol 266 G. Allievo, Studi psicofisiologici, cit., p. 29. 267 G. Allievo,
Gli evoluzionisti e il metodo in pedagogia, cit., pp. 304-305. 268 G. Allievo,
Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, cit., p. 16. 269 G. Allievo, Lo
spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo nell’uomo, cit., p.
6. 75 sa?) è un sostantivo verbale derivante dal verbo facere, è un
participio che presuppone l’ego facio, tu facis, ille facit: importa l’essere,
che fa, il soggetto operante, e rompe in una contraddizione il positivista
separando l’un termine dall’altro»270. Ma tale agnosticismo si trasformò presto
in una negazione. Infatti, per i positivisti, «L’uomo non è una sintesi vivente
di due sostanze, spirito e corpo essenzialmente distinte, eppur composte ad
unità di persona, bensì un complesso di fenomeni fisiologici e psicologici,
diversi di grado soltanto, ma non di essenza da quelli animali»271. Osserva nei
già citati Opuscoli pedagogici: «Negli intimi recessi dell’anima, dove non
penetra coltello di anatomico, dove non giunge lente microscopica di fisiologo
e naturalista, si nascondono secreti che accennano all’Infinito, si destano
aspirazioni, che vengono dall’alto e nell’alto ritornano. Quei secreti, quelle
aspirazioni il positivista riguarda quali vani fantasmi, e lo spirito umano
quale un fantasma multiforme errante fuori del mondo della realtà. Duri tempi
per questi tempi»272. Così la prospettiva epistemologica dei positivisti mette
in discussione la scienza dell’uomo e sfigura la persona. Osserva Allievo: «il
sistema antropologico dei materialisti non è la scienza nuova, che cerchiamo,
ma la negazione della scienza»273. La loro antropologia risulta dunque un
grande «equivoco»274. Per questo chi approccia l’antropologia positivistica è
«trascinato entro una selva intricata di osservazioni senza un’idea suprema
dominante, che lo sorregga e le dia unità, anima e vita a quel tritume di
particolari»275. Il miglior esponente di questa prospettiva è Spencer che
enuclea tali concetti nel Primi Prinicipii, così commentati dall’Allievo: «Per
quantunque la credenza nella realtà dello spirito individuale sia inevitabile,
e benché sia riaffermata non solo dall’unanime consenso del genere umano, ed
adottata da tanti filosofi, ma ben anco dal suicidio dell’argomento scettico,
pur tuttavia non può venire per nulla giustificata dalla ragione: havvi ancora
di più; allorquando la ragione è messa alle strette di pronunciare un giudizio
formale, essa condanna tale credenza... di guisa che la personalità di ciascuno
ha coscienza, e la cui esistenza è da tutti avuta per un fatto certissimo sopra
ogni altro, è tal cosa che non può in veruna guisa essere conosciuta; la
conoscenza della personalità è vietata dalla natura medesima del pensiero»276.
270 G. Allievo, Delle idee pedagogiche presso i greci, cit., p. 87. 271 G.
Allievo, Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, cit., p. 243. 272 G.
Allievo, Studi pedagogici, cit., p. 13. 273 G. A., Della vecchia e della nuova
antropologia di fronte alla società, cit., p. 13. 274 Ibid., p. 12. 275 G.
Allievo, La pedagogia italiana antica e contemporanea, cit., p. 58. 276 G.
Allievo, Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, cit., p. 315.
76 Il filosofo britannico non può che giungere ad un riduzionismo
antropologico. Scrive ancora Allievo: «Lo Spencer fa sua (né vi ha di che
stupirne) l’osservazione di uno scrittore, che cioè a riuscire nella vita
occorre primamente essere un buon animale»277. Tale prospettiva è inaccettabile
per l’Allievo, secondo cui l’uomo è strutturalmente differente dal resto della
natura: «L’umano soggetto, insino dal primissimo istante della sua mortale
esistenza, è non solo di grado, ma di specie differente dal bruto, perché la
mente, ossia l’anima razionale, che lo costituisce uomo, ei la possiede per
natura, e non l’acquista punto col tempo, non la vede allo sviluppo progressivo
dell’organismo corporeo. Questo giustissimo concetto pitagorico, che tanto bene
risponde al sentimento naturale della dignità umana, sta diametralmente opposto
alla moderna dottrina del positivismo evoluzionistico, il quale sentenzia che
nel neonato l’animalità si viene a poco a poco trasformando in unità in virtù
delle leggi fisiologiche dell’organismo animale, il quale, mentre nella prima
infanzia della vita si manifesta mercé le sole funzioni inferiori del senso
fisico e del cieco istinto, proseguendo nel suo sviluppamento, acquista la
virtù di esercitare esso stesso la facoltà superiore dell’intendere, del
ragionare e del volere, sicché la mente, lo spirito, l’anima razionale, che
tanto ci sublima e ci differenzia dal bruto, non sarebbe già una sostanza
diversa dall’organismo corporeo, bensì rimarrebbe pur sempre in fondo
l’animalità stessa che funziona sott’altra forma più elevata»278. L’uomo è
ontologicamente differente rispetto al resto della natura. Il positivismo al
contrario «afferma che l’io umano non è un’energia vivente, un’attività libera
e conscia della sua personalità sostanziale, bensì un mero complesso di
fenomeni che non appartengono a nessuno»279. Queste posizioni antropologiche,
denuncia Allievo, portano ad inevitabili corollari pedagogici: «ai giorni
nostri e nella nostra Italia in fatto di pubblica educazione si trascorre agli
estremi, sicché questa gran legge dell’armonia rimane offesa. All’educazione
fisica si attribuisce una importanza esorbitante, e assai più di quanto le
convenga ed in suo servizio si lavora in tutti i rami ed in tutte le guise,
mentre la formazione del carattere che è di tutta l’umana educazione la parte
più nobile e più prestante, giace pressoché dimenticata e negletta. Lo Spencer
esaltando sopra misura la cultura dell’organismo corporeo ha asserito che
l’uomo debb’essere anzi tutto e soprattutto un buon animale, ma ha dimenticato
che si può essere un buon animale ed un pessimo soggetto ad un tempo»280. 277
Ibid., p. 322. 278 G. Allievo, Delle idee pedagogiche presso i greci, cit., pp.
28-29. 279 G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit., pp. 5-6. 280 G. Allievo,
Principi fondamentali di Scienza Pedagogica, cit., p. 680. 77
Invece la persona è quella briciola dell’Universo che appartiene a se stessa, e
a ciò deve essere educata. La persona sente, capisce e vuole. La riduzione
dell’uomo ad animale compromette la morale, e cioè l’immanenza dei criteri di
bene e di male e la responsabilità personale. Allievo individua le conclusioni
di queste premesse nell’opera di Spencer, il quale negando la libertà, «nella
sua psicologia riguarda la volontà quale una evoluzione dell’istinto fisico ed
assoggetta perciò l’opera umana ad un fatale e necessario determinismo, in cui
i fenomeni psichici si succedono gli uni agli altri con un intreccio
indissolubile. Torna quindi inutile, anzi contrario a ragione, il pronunciare,
che siamo moralmente tenuti a compiere le azioni per noi vantaggiose ed
astenerci dalle dannose se esse non dipendono dal nostro libero volere, ma sono
per insuperabile necessità predeterminate le une alle altre»281. Si tratta di
una posizione con nefandi corollari morali e pedagogiche. «Rigettando la
libertà – infatti - viene per ciò stesso a mancare ogni ragione di responsabilità
morale, in quella guisa che, rovesciato un principio, cadono tutte le
conseguenze sue»282. Si tratta di una corollario spesso negato dai positivisti.
Allievo ben evidenzia questa contraddizione e osserva «parlano della necessità
imperiosa di formare il carattere dell’alunno, di promuovere lo sviluppo
spontaneo della sua attività mentale, di educarlo alla libertà di pensiero; ma
in tal caso la logica li costringe ad accogliere il concetto filosofico
dell’uomo, da cui discendono tutte queste conseguenze pedagogiche, e rigettare
il concetto antropologico positivistico da cui fioriscono conseguenze
pedagogiche diametralmente opposte»283. Si tratta di un’aporia che emerge con
chiarezza nella «retorica» sull’autodidattica284. Privato della libertà e del
fine, l’uomo si rifugia nell’accidia: «Vivere adunque alla giornata secondochè
porta il caso fino a che venga l’unus interitus hominum et iumentorum, ecco
l’unica morale a cui possa logicamente far luogo il positivismo»285. Allievo
critica ancora lo Spencer quando nella sua Educazione morale, intellettuale e
fisica riduce la morale a «conservazione propria diretta», una considerazione
che se è 281 G. Allievo, Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico, cit.,
p. 309. 282 Ibid., p. 109. 283 G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i suoi
pronunciamenti, cit., p. 5. 284 Scrive sull’argomento: «I propugnatori della
nuova scuola positivistica vanno proclamando la somma importanza
dell’autodidattica e dell’educazione del carattere, e se ne fanno banditori come
di una loro scoperta; ma con ciò non si avvedono, che danno una smentita alla
loro dottrina, la quale facendo dell’io umano un mero fenomeno senza sostanza,
e rigettando fra le illusioni la libertà dello spirito, toglie di mezzo quella
personalità, per cui l’alunno colla sua interiore energia conquista le
conoscenze e vi attinge la fermezza incrollabile del volere» G. Allievo, Il
ritorno al principio della personalità, Prolusione letta all’Università di
Torino il 18 novembre 1903, cit., p. 13. 285 G. Allievo, Del positivismo
in sé e nell’ordine pedagogico, cit., p. 262. 78 spiegabile col suo
darwinismo non è accettabile ai fini di una convivenza e di una prassi
educativa. La vita diviene adattamento e sopravvivenza. Senza un fine ultimo
non può esistere educazione, ma solo adattamento, e cioè in qualche modo
abbruttimento e alienazione. Il positivismo è la negazione della vera
educazione e «non ha ragione di usurpare il posto della scienza, così
compromette fatalmente le sorti dell’educazione umana»286. In questo senso, non
sconsacra solo la fede e la metafisica, ma anche la vita umana, la fiducia,
l’amore, la morale, gli ideali. La nuova antropologia dei positivisti ha
conseguenze nefaste sull’educazione. Negato il principio della personalità e il
valore della libertà, l’educazione è declassata ad adattamento. Il fine della
formazione si riduce all’ «allevamento» di un buon animale, il suo unico
interesse e scopo dovrà essere quello di collaborare al benessere dell’Umanità.
Nella prospettiva positivistica perde di significato quella formazione del
carattere, della volontà, e di emancipazione dalle funzioni biologiche, in cui
risiede secondo Allievo lo scopo dell’educazione umana. Anche l’istruzione,
come contesta Allievo al Bain, è ridotta a comunicazione di nozioni, sempre
funzionali alla produzione o alle condizioni sociali, e senza nessun
riferimento all’educazione, agli ideali, ai valori. Non si bada più alla
formazione del carattere, ma alle capacità cognitive, privandole però del fine
e della direzione. L’educazione cessa di essere esortazione per divenire
condizionamento. Il suo senso nella pedagogia positivistica viene svilito in
quanto «manca il pensare grandioso, elevato, che raccoglie una molteplicità
svariatissima di idee particolari in una potente ed organica unità; manca quel
soffio di idealità, che innalza lo spirito dell’educatore al sentimento del suo
arduo e sublime magistero»287. Oltre all’idea di libertà, di morale, e di
educazione sono le stesse scienze umane che vengono ribaltate sulla base dei
principi antimetafisici, materialisti e naturalisti. Allievo denuncia che «Le
scienze della natura hanno usurpato il posto delle scienze dello spirito: la
psicologia, la morale, la filosofia in genere non hanno più una esistenza loro
propria e distinta, ma sono trasformate in altrettanti rami delle scienze
naturali»288. La pedagogia vede messi in discussioni i suoi principi
fondamentali: «Una scienza pedagogica senza verità universali e necessarie,
un’educazione senza ideale, ecco le conseguenze, che derivano dal principio,
che l’esperienza è la norma unica e suprema della disciplina pedagogica»289.
286 G. Allievo, La pedagogia italiana antica e contemporanea, cit., p. 183. 287
G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti, cit., p. 27.
288 G. Allievo, Lo spirito e la materia nell’universo, l’anima e il corpo
nell’uomo, cit., p. 4. 289 G. A., La nuova scuola pedagogica ed i suoi
pronunciamenti, cit., p. 8. 79 Il primo dato necessario alla
pedagogia che il positivismo confonde è la natura non materiale della persona:
«La nuova scuola, mentre proclama di non voler accogliere nella cerchia della
scienza altro che fatti, inconseguente a se medesima rinnega alcuni fatti di
singolarissima importanza. Giacché è un fatto irrepugnabile, che l’educatore e
l’alunno, l’uno di fronte all’altro, sentono di essere non già meri fenomeni
insieme implicati, bensì due persone vive e reali, che hanno ciascuna affetti,
intendimenti e voleri suoi propri, ed affermano la loro individualità col
vocabolo io; sentono di essere attività libere, consapevoli di sé, arbitre del
proprio operare. Ora la nuova scuola proclama illusorii questi due solennissimi
fatti, che sono il fondamento primo dell’opera educativa». L’antimetafisica
mette in discussione un altro elemento necessario per la pedagogia, vale a dire
l’evidenza che «L’uomo è un soggetto educabile. Questo concetto semplicissimo
ed elementare trascende la sfera dell’esperienza»290, e non può dunque essere
incastonato nell’architettura positivista. La persona inoltre ha bisogno di un
ideale, di un fine a cui piegare la sua esistenza. «Senza ideale non si vive da
uomo, non si vive personalmente; e l’ideale vero non ci viene da una scuola, la
quale insegni che la vita umana si risolve tutta quanta in un gabinetto di
fisiologia, non ci viene dalla nuda esperienza. Essa mi dirà quello che io sono
di fatto, o integro o corrotto che io mi sia; l’ideale invece mi rivela quello
che io debbo essere; quello dell’esperienza è l’ideale del momento che passa,
del punto che scompare; il vero ideale abbraccia l’universalità del tempo e
dello spazio»291. In un altro saggio osserva: «L’esperienza mi dice quello, che
è di fatto, non quel che debb’essere; mi apprende cioè che l’uomo viene
realmente educato, ma non già che lo debba essere; è dessa la ragione, che
muovendo dal concetto della persona umana ne argomenta che l’educazione le è
necessaria ed essenziale. Così la sola esperienza non vale a somministrarci la
verità universale e necessaria dell’educabilità»292 L’educazione ha bisogno di
un ideale. Questo brano sintetizza chiaramente i concetti suaccennati: «Che se
il soggetto educando de’ positivisti, conscia ed arbitra di sé e cagione
efficiente degli atti suoi, è niente più che una mera successione de’ fenomeni,
i quali non appartengono a nessuno, ognun vede, 1° che voi farete del vostro
alunno non già una libera individualità, che pensi da sé e si regga per virtù
interiore, bensì un meccanismo di fenomeni insieme raccostati dalla forza
dell’abitudine; 2° che la santità del dovere è sfatata e l’educazione morale
torna impossibile, perché i fenomeni passano senza lasciar traccia di sé, e le
nostre risoluzioni 290 Ibid., p. 6. 291 G. Allievo, Il ritorno al principio
della personalità, Prolusione letta all’Università di Torino il 18 novembre
1903, cit., p. 15. 292 G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i suoi
pronunciamenti, cit., p. 6. 80 volontarie sarebbero una risultante di
fenomeni ossia di forze meccaniche cooperanti; 3° che anch’essa l’educazione
religiosa non ha più ragione di essere, perché il positivismo è la negazione
della metafisica, come scienza dell’Essere assoluto, e la negazione della
religione, come amore intelligente ed operoso dell’Essere divino»293. La
pedagogia positivista viene inoltre criticata in quanto si fregia di aver
portato fondamentali novità per la pratica educativa. Allievo chiarisce che: «I
positivisti s’immaginano di avere dato alla scienza dell’uomo e della sua
educazione un impulso affatto nuovo e potente, di averle impresso il suo vero indirizzo,
di averla ricostruita sulle sue giuste fondamenta come se tutti i grandi
pensatori, che meditarono prima di essi intorno a queste due discipline,
avessero brancolato alla cieca; e tutta la riforma, della quale vanno altieri,
sta nell’aver circoscritto tutto il compito dell’antropologia e della pedagogia
allo studio de’ fatti umani ed alla ricerca delle loro leggi, indipendentemente
da ogni considerazione relativa alla sostanzialità del me, in cui essi fatti
hanno il loro comune principio, il loro punto centrale ed armonizzatore»294. Ne
La nuova scuola pedagogica analizza le novità che i positivisti si prendono il
merito di aver apportato alla pedagogia: metodo intuitivo, autodidattica e
adattamento. Allievo fa notare come siano tutte intuizioni e nozioni assai note
prima della nascita del positivismo e prima ancora della comparsa della
pedagogia. Per quanto riguarda le scienze umane, Allievo contesta la
trasformazione positivistica della psicologia in una branca della fisiologia.
Tale critica è legata alla battaglia per la difesa della personalità umana e
della sua libertà. Ciò che Allievo intendeva difendere era l’idea che i fatti
psicologici non fossero solo fisici, ma fondamentalmente spirituali. Il mentale
non può essere trattato come il biologico, per cui l’oggetto della psicologia
deve essere l’io sostanziale e non la sua espressione fisiologica o fenomenica.
Per tale motivo la psicologia deve seguire, a detta di Allievo, un metodo
filosofico e non scientifico, con cui invece si può indagare l’uomo da un punto
di vista anatomico o fisiologico. Così per l’Allievo «la psicologia è quella
parte di filosofia, che ha per oggetto l’anima umana studiata ne’ suoi fenomeni
e nel suo essere sostanziale mediante la coscienza perfezionata dalla
riflessione al ragionamento»295. Tale concezione deve essere contestualizzata
in un periodo in cui la scienza italiana era parecchio lontana dagli approcci e
dai risultati dei laboratori psicologici svizzeri, tedeschi e francesi. Questa
difesa del collocamento della psicologia nella filosofia da quanti la volevano
ridotta a pura fisiologia, nacque dalla paura 293 G. Allievo, Del positivismo
in sé e nell’ordine pedagogico, cit., p. 409. 294 G. Allievo, Delle idee
pedagogiche presso i greci, cit., p. 87. 295 G. Allievo, Appunti di
Antropologia e Psicologia, cit., p. 24. 81 che tale prospettiva
avallasse la riduzione dell’essere umano a un mero meccanismo biologico.
Occorre inoltre far notare che Allievo tenne in grande considerazione le
scienze sperimentali, anche se denunciò l’alto rischio dello scadimento della
scienza in scientismo. Osserva «Non vi è amatore del vero sapere, che non
riconosca e non ammiri i grandi progressi fatti dalle scienze naturali, e lo
splendido avvenire, a cui sono chiamate, proseguendo per la retta via
dell’osservazione sincera e compiuta dei fatti fisici, fecondata da una lenta e
prudente induzione verificata mediante la prova e riprova di ben condotto
esperimento. Questo successo e sicuro progredire del pensiero nella scoperta
delle leggi e delle forze della natura avvantaggia le sorti dell’umanità e
conferisce potentemente alla civiltà ed al perfezionamento sociale, essendochè
l’uomo la fa sua rivolgendola al compimento del suo ideale. Se non che mentre
per una parte il progresso delle scienze naturali conforta l’animo di liete
speranze, per l’altra si nota con rincrescimento la tendenza di alcuni illustri
ingegneri contemporanei a trascendere i confini proprii di esse scienze e
riguardarle siccome la vera e sola scienza, a cui tutte le altre vanno
sacrificate, come se in esse sole fosse incarnato lo spirito scientifico»296.
Appare dunque poco fondato l’appunto mosso dalla Bertoni Jovine all’Allievo,
che criticò al vercellese una presunta ostilità nei confronti della scienza e
del suo valore educativo. Secondo la studiosa emiliana, per Allievo: «Tutte le
scienze che si valgano di questo metodo e che inducono l’educando
all’osservazione spregiudicata dei fatti storici e naturali sono dunque scienze
diseducative o quanto meno non-educative, se per “educative” s’intendono
soltanto le suggestioni che rafforzano la fede»297. In un lavoro successivo
provò a giustificare la supposta contrarietà all’insegnamento della scienza,
con l’esigenza di difendere il «dogmatismo» in funzione dell’ostruzionismo al
progresso sociale e civile298. 296 G. Allievo, L’uomo e la natura, cit., pp.
12-13. 297 D. Bertoni Jovine, Storia della scuola popolare in Italia, Torino,
Einaudi, 1954, p. 387. 298 «Ad ogni modo, pur attraverso una prosa gonfia e
nello stesso tempo reticente, è opportuno districare il filo delle
argomentazioni del pedagogista torinese. Il punto sostanziale della sua
polemica è la critica del valore educativo della scienza. La scuola moderna si
fa un feticcio della scienza sottovalutando altri elementi formativi dello
spirito umano. Ma di quale scienza parla Allievo? Lo chiarirà in una nota
inviata alla Reale Accademia di Scienze di Torino. Si tratta soprattutto si
quel complesso di problemi e di studi che si raggruppa sotto il nome di
“sociologia” e che interessa tutti i problemi della vita moderna, compresi
quelli educativi. Egli non avrebbe probabilmente trovato tanto rivoluzionarie
le teorie del positivismo, dello scientificismo, dello storicismo, se tutte
insieme queste nuove teorie non avessero giusitificata l’esigenza di dare un
nuovo sviluppo e un nuovo orientamento alla scuola; se in altri settori della
vita pubblica quell’esigenza non si fosse collegata con necessità fatte
sull’analfabetismo non avessero messo l’accento sull’influsso che una struttura
economica arretrata aveva sulla scarsa efficienza della scuola. In questo
legame l’Allievo trova il punto più pericoloso delle nuove dottrine pedagogiche
che segnavano il tramonto di quello spiritualismo al quale egli si richiamava
con nostalgia. Ad esse attribuisce il fallimento scolastico italiano,
richiamando gli educatori ad una maggiore prudenza nell’accettare quel metodo
positivistico che 82 Nel testo Studi Psico fisiologici (1896)
riprese diverse scoperte fatte in ambito sperimentale e ne valorizzò i meriti e
la valenza pedagogica. In più d’una occasione dovette difenderne l’importanza
per la pedagogia da quanti, come gli idealisti, ne contestavano il senso e
l’utilità299. Tale avvicinamento alla psicologia sperimentale gli costò la
critica dell’idealista Santamaria Formiggini che avversando l’ilemorifismo
dell’Allievo vide nell’apertura alla psicologia sperimentale un tradimento
della realtà spirituale:300 D’altra parte pare chiaramente inesatto il giudizio
di Vidari che fa dell’Allievo un osteggiatore della psicologia, sostenendo che
il principio della personalità è «anti-sperimentalista» e «anti –
sociologico»301. Invece l’armonia tra il materiale e lo spirituale, il loro
“accordo”, era proprio ciò a cui Allievo puntava. Le due discipline, psicologia
e fisiologia, non dovevano essere confuse ma ben distinte nel comune studio
sull’uomo. Scrive a proposito: «La psicologia si trova in intimo contatto colla
fisiologia, ma ciascuna di queste due scienze va distinta dall’altra, perché la
prima ha per oggetto suo proprio la mente co’ suoi fenomeni psichici, la
seconda l’organismo corporeo colle sue funzioni vitali; e tuttavia sono unite
insieme da quel medesimo vincolo, che congiunge nell’uomo l’anima razionale ed
il corpo organico, e così unite costituiscono l’antropologia»302. A causa di
ciò Allievo non può essere considerato come un nemico della psicologia
sperimentale, ma contro quella che esclude la «natura personale» nell’uomo. La
critica del positivismo e del materialismo è connessa a quella sull’evoluzionismo.
Allievo fa notare come il darwinismo non sia una necessaria conseguenza del
positivismo, ciò è confermato dal fatto che non fosse condivisa da autori come
Auguste Comte o Stuart Mill. Nella Nuova scuola pedagogica (1905) Allievo
osserva: «La nuova scuola pedagogica annovera nel suo seno alcuni seguaci
dell’evoluzionismo darviniano, i quali accusano la distruggerà il metodo
dogmatico [in nota: G. Allievo, L’indirizzo storico e sociologico della
pedagogia contemporanea, Torino, 1908]. Tutte le scienze che si valgono di
questo metodo e che inducono il fanciullo all’osservazione spregiudicata dei
fatti storici e naturali sono dunque scienze diseducative o quanto meno
non-educative, se per “educative” s’intendono soltanto le suggestioni che
rafforzano la fede» D. Bertoni Jovine, Storia dell’educazione popolare in
Italia, Bari, Laterza, 1965, pp. 221-223. 299 G. Allievo, Il problema
metafisico studiato nella storia della filosofia dalla scuola ionica a Giordano
Bruno, cit., p. 14. 300 «Forse l’Allievo si lasciò trascinare nella sua vita
dal desiderio di porre la sua psicologia in maggiore armonia con le teorie
scientifiche sull’emozione che allora si diffondevano in seguito all’indirizzo
di studi del Wundt; volle dimostrare la possibilità di coordinare il suo
sistema coi risultati della scienza più moderna; ma naturalmente non poté
riuscire bene nel suo intento, perché l’eclettismo è il più difficile di tutti
i sistemi» E. Santamaria Formiggini, La pedagogia italiana nella seconda metà
del secolo XIX, parte I, gli spiritualisti, Roma, A. F. Formiggini, 1920, p.
281. 301 Vidari sostiene che l’Allievo è contrario alla «psicologia
fenomenistica, che è per la Pedagogia rovinosa, negando essa il principio
fondamentale della sostanzialità e unità della Persona» G. Vidari, Giuseppe
Allievo, cit., pp. 8-9. 302 G. Allievo, Appunti di Antropologia e
Psicologia, cit., p. 26. 83 vecchia pedagogia di posare sopra una
psicologia astratta e dualistica, per cui mancava di salde basi scientifiche,
adoprava un metodo puramente soggettivo ed astratto e toglieva di mezzo ogni
raffronto tra i fenomeni psichici dell’uomo e quelli degli animali. Tutte
queste accuse presuppongono che l’evoluzionismo, a cui si appoggiano, sia una
verità scientifica rigorosamente dimostrata, ma cadono l’una dopo l’altra,
dacché il Darwinismo è una mera ipotesi sostenuta da pochi pensatori, che lo
scambiano per un teorema scientifico dimostrato. Anche riguardato come una pura
ipotesi bisognevole di conferma, l’evoluzionismo è ben lontano dallo adempiere i
difetti ingiustamente attribuiti alla pedagogia filosofica e rinnovare di sana
pianta la scienza educativa nelle sue basi, nel suo metodo, nelle sue attinenze
sociali»303. In tale testo conferma una considerazione fatta già nel 1874:
«L’alterazione della specie sostenuta da Darwin è una mera ipotesi, che va ogni
di più perdendo valore e seguaci»304. Di certo la previsione è risultata
sbagliata. Tuttavia, il fatto che Allievo considerasse la teoria
dell’evoluzionismo come una probabilità appare giustificabile sulla base delle
conoscenze scientifiche e delle prove addotte dal darwinismo alla fine
dell’Ottocento. Va peraltro tenuto conto che la critica dell’Allievo fu
abbastanza superficiale e incentrata su questioni filosofiche più che
scientifiche (non ne aveva gli strumenti). L’idea che il pedagogista vercellese
difendeva era comunque la stessa, l’irriducibilità dell’uomo alla natura. Nel
testo L’uomo e la natura (1906) si interroga: «possiamo noi ammettere che la
specie umana abbia avuto origine dalla materia universale diffusa nello spazio
per via di una lenta e progressiva trasformazione degli organismi viventi? Lo
asseriscono i seguaci dell’evoluzionismo materialistico, ma non lo hanno mai
dimostrato seriamente né punto, né poco; né dimostrare lo possono perché nemo
dat, quod non habet, e la materia bruta primitiva non racchiudeva certamente in
sé il germe di quella sublime razionalità, che è il carattere costitutivo della
specie umana. Carlo Vogt nelle sue Lezioni sull’uomo si sbraccia a dimostrare, che
le diverse razze umane originarono dalle differenti famiglie di scimmie, ma
ristrinse tutto il suo esame alla morfologia del cranio umano raffrontato con
quello scimmiesco, e non disse verbo delle facoltà mentali proprie
dell’umanità: che veramente avrebbe avuto un disperato partito per le mani, se
avesse preteso che la mentalità dell’uomo è sbocciata dalla brutalità della
scimmia»305 Stando all’Allievo il positivismo non è perdente solo sul piano
teoretico. È la vita a condannare questo sistema. Nell’introduzione degli Studi
Pedagogici, Allievo riprende il 303 G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i
suoi pronunciamenti, cit., p. 12. 304 G. Allievo, Della vecchia e della nuova
antropologia di fronte alla società, cit., p. 10. 305 G. Allievo, L’uomo e la
natura, cit., p. 10. 84 romanzo di Dickens, Duri tempi per questi
tempi, e cita diversi brani al fine di mostrare la confusione a cui porta il
positivismo nella vita reale, infatti è inevitabile che venga svilito il
compito dell’educatore, svalutata l’immaginazione, sminuito il sentimento e
l’amore. Il positivismo soffoca l’esistenza. Anche se Allievo ricorda che «il
cuore è tal forza che più di ogni altra della natura scoppia irresistibile
quanto più lungamente e violentemente repressa»306, il positivismo conduce
inevitabilmente alla «ruina e lo sfacelo della vita domestica e sociale»307.
Allievo contesta anche le posizioni positivistiche sulla scuola. Critica Comte
che impone alle prime classi un quadro orario composto quasi esclusivamente con
materie matematico scientifiche, sminuendo quelle umanistiche. Nonostante le
critiche Allievo riconosce alla nuova pedagogia anche dei meriti308. Uno degli
apporti importanti del positivismo è stato quello di riavvicinare la scienza
pedagogica all’analisi e all’osservazione degli aspetti empirici
dell’educazione. Comunque se A. dopo gli anni ’70 risultava preoccupato per
l’avanzata del positivismo, alla fine della sua carriera ebbe occasione di
esultare per la sua decadenza. A. poteva scrivere che «Il positivismo pedagogico
attraversa una grandissima crisi e va via via smarrendosi in mezzo a diversi e
contrari indirizzi. La mancanza assoluta di critica, la cieca fidanza si sé, il
dogmatismo sostituito al ragionamento ed alla discussione, la noncuranza delle
dottrine contrarie, il disprezzo della tradizione, tolgono a questo sistema
ogni efficacia scientifica e segnano il suo decadimento»310. 306 G. Allievo,
Studi pedagogici, «Nessuno mai, che
abbia fior di senno, rigetterà siccome sciupato, fallito e contrario al vero
tutto il lavoro della nuova scuola pedagogica. Anch’essa ha le sue parti buone
e commendevoli accanto alle malsane e morbose; ha messo in bella luce alcuni
punti, che non erano stati sufficientemente lumeggiati; ha posto in rilievo
alcuni fatti educativi mediante un’analisi sottile ed accurata; ha dato un
nuovo impulso all’educazione fisica ed alla coltura del pensiero; ma il
principio fondamentale, su cui essa posa, è radicalmente sbagliato; epperò
tutte le verità, che essa contiene nella sua dottrina, non le può logicamente
ammettere, se non a condizione di rigettare il suo principio supremo, mentre la
pedagogia filosofica le può accogliere tutte quante, perché rientrano nel
principio che le è proprio» G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i suoi pronunciamenti,
«Il positivismo (sarebbe ingiustizia il disconoscerlo) ha recato non poco
giovamento agli studi antropologici coll’averli ritirati dalla via
dell’incompiuto ed esclusivo metodo trascendentale dell’antica scuola e
condotti su quella dell’osservazione e della storia; ma è solenne errore quel
suo fermarsi alla nuda osservazione dei fatti e delle loro leggi senza punto
assorgere allo studio delle origini, della natura e della destinazione
dell’uomo che è causa efficiente e ragione spiegativa di quei medesimi
fatti.”309 Osserva ancora: “Certamente dimostrerebbe ingiusto verso la nuova
scuola chi le negasse il merito di avere efficacemente contribuito
all’incremento della scienza pedagogica; ma dall’altro lato è giuoco – forza
riconoscere, che nel corso delle sue indagini ha passato sotto silenzio
argomenti e problemi pedagogici di altissimo rilievo» Ibid., p. 27. 310
G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit., p. 6. 85 Concludendo, si può
rilevare come Allievo abbia scovato nelle critiche al positivismo e
all’idealismo un errore comune. Entrambe mancano infatti di realismo, e
riducono sia il campo dello scibile che quello dell’esistente Il contributo
alla storia della pedagogia Gli studi di storia della pedagogia costituiscono
una parte cospicua nella produzione di Allievo, che nella sua lunga carriera si
è occupato di diversi periodi, che vanno dalla pedagogia antica greca e romana,
all’itinerario della riflessione europea tra il XVIII e il XIX secolo, alla
storia dello spiritualismo italiano. L’importanza data agli studi storici è
inoltre confermata dal fatto che i testi in cui Allievo espone il “suo” sistema
pedagogico e filosofico sono lavori di storia della pedagogia, vale a dire i
Saggi filosofici, gli Opuscoli e Il problema metafisico. Tra le opere più
importanti vi è il già citato Del positivismo in sé e nell’ordine pedagogico
(1883), che non si limita ad una critica sui contenuti ma riprende con
precisione lo sviluppo delle teorie pedagogiche di Comte, Spencer, Bain. Sulla
stessa corrente, è particolarmente significativo il testo La psicologia di
Herbert Spencer: studio espositivo-critico (1898). Al contributo della
pedagogia svizzera dedica il libro: Delle dottrine pedagogiche di E.
Pestalozzi, A. Necker de Saussure, F. Naville e G. Girard (1884). Un altro
testo importante è Delle idee pedagogiche presso i Greci (1887). Nel 1901
pubblicò La pedagogia italiana antica e contemporanea in cui in un capitolo è
riportato un testo pubblicato quaranta anni prima: Della pedagogia in Italia
dal 1846 al 1866 (1867). Negli Opuscoli pedagogici (1909) presenta saggi su
l’Helvetius, Gerdil, Jacotot, Kant, Herbart, Blackie ed altri. Importante anche
lo studio sul fondatore della pedagogia moderna, G. G. Rousseau filosofo e
pedagogista (1910) e l’ultima opera che rappresenta il testamento pedagogico
dell’Allievo: Giobbe e Schopenhauer (1912). Un altro importante contributo fu
la traduzione e l’introduzione della Levana di Richter, e lo studio su Maine de
Biran e la sua dottrina antropologica (1895). 311 Sui punti in comune delle due
teorie scrive: «Queste due specie di umanismo filosofico hanno due punti comuni
in cui convengono, ai quali corrispondono due punti di discrepanza, in cui esse
differiscono. Anzi tutto entrambe concordano nel proclamare l'autonomia illimitata
del pensiero umano, che nulla più riconosce oltre di sè: da ciò poi che
l'attività del pensiero si spiega e come ragione avente per oggetto il mondo
soprasensibile, immutabile ed assoluto delle essenze, e come esperienza la
quale coglie il mondo sensibile, mutabile e relativo de' fenomeni, ne viene una
ragion soggettiva per cui l'umanismo filosofico si specifica in razionalismo
assoluto ed in empirismo universale. Ancora, esse convengono nel proclamare il
moto indefinito delle cose e delle idee, mercè il quale l’uomo, disertando il
posto segnatogli dalla propria natura, o si faccia identico con Dio, che gli
sovrasta, trasumanando, o si confonda colla materia che gli soggiace.
disumanandosi; e di qui una ragione oggettiva, per cui l'umanismo differenziasi
in antropoteismo ed in naturalismo» G. A., L’Hegelismo e la scienza, la vita,
cit., pp. 9-10. 86 Uno dei periodi più studiati dall’Allievo fu la
pedagogia del XIX secolo. Nel testo Delle dottrine pedagogiche di Enrico
Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard,
(1884), innalza la scuola svizzera come un momento importante per l’intera
scienza e storia della pedagogia, una scuola che seppe integrare le spinte
della modernità con una prospettiva antropologica spiritualista. Un altro testo
molto significativo è il già citato Della pedagogia in Italia dal 1846 al 1866
(1867). Questo saggio ripercorre con precisione lo sviluppo della cultura
pedagogica e della legislazione scolastica in Piemonte e in Italia, in un
decennio decisivo per la costruzione della scuola italiana. Commentando questo
saggio Gerini ha scritto: «La monografia, composta per incarico del Ministro
della P.I., è il primo saggio di storia pedagogica scritto in Italia, che sarà
sempre consultato da quanti vorranno conoscere il nostro risorgimento
educativo»312. Dello stesso avviso anche Arcomano, che commenta: «È una
rassegna delle situazioni, delle attività e delle opere del ventennio
1846-1866, in fatto di istruzione ed educazione, e si può considerare un capolavoro
di chiarezza nella interpretazione degli avvenimenti e nella presentazione
delle idee che circolavano»313, anche se poi rileva come il testo è forse
troppo concentrato sulla realtà subalpina. Il testo ebbe vasta eco nel
dibattito pedagogico, lo troviamo spesso citato in opere di altri autori314,
abbastanza rare sono le critiche315. In questo saggio Allievo esalta i
protagonisti di quella stagione come Vincenzo Troya, Agostino Fecia, Vincenza
Garelli, Carlo Boncompagni. Riprende poi tutte le discussioni sulla riforma
della scuola, e trova nell’esperienza pedagogica del Piemonte e della Toscana
nella metà dell’Ottocento i due laboratori della nuova scuola e della nuova
pedagogia. È molto significativo il peso dato dall’Allievo alla «Società
pedagogica» e anche alle riviste del tempo. Questo testo, contribuì a
dimostrare come fosse solo un mito l’idea propagandata dai positivisti secondo
la quale la pedagogia precedente alla loro non avesse avuto nulla da dire.
Allievo fa risaltare la pedagogia spiritualista risorgimentale e quel clima di
liberalismo educativo che sarà tradito e defraudato dalla statolatria e dal
positivismo. 312 G. B. Gerini, La mente di Giuseppe Allievo, cit., p. 44.
313 A. Arcomano, Pedagogia, istruzione ed educazione in Italia (1860-1873),
cit., p. 56. 314 Cfr. C. Uttini, Nuovo compendio di pedagogia e didattica: ad
uso delle scuole e delle famiglie, Torino, Libreria scolastica di
Grato-Scioldo, 1884, p. XIV. 315 Si vedano per esempio gli appunti negativi di
Vidari: «Abbastanza buono per la parte della pedagogia contemporanea è il
Saggio dell’Allievo, il quale porta in esso il contributo delle sue proprie
memorie e impressioni; ma anche qui il senso della vita storica, cioè della
interiore unità onde si collegano nel loro svolgimento le dottrine, è quasi del
tutto assente, e invece prevalgono le preoccupazioni personali dell’autore» G.
Vidari, Il pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico, cit., p.
4. 87 Senza dubbio lo studioso può essere considerato uno tra i
primi storici della pedagogia italiana, e non solo per il numero dei lavori
pubblicati, ma anche per la teorizzazione dell’ambito disciplinare e delle
metodologie di ricerca. Allievo espone il suo pensiero circa il fine e il
metodo della Storia della pedagogia nel breve opuscolo Concetto generale della
storia e della pedagogia (1901), anche se accenna a tale questione in diversi
altri saggi. Nel lavoro citato, parte dalla considerazione dell’educazione come
fatto e concetto comune. La pratica e la teorizzazione educativa sono
imprescindibili, e la scienza pedagogica si sviluppò sotto la spinta di voler
vedere perfezionata l’arte educativa. In questo senso continua: «La necessità
di una scienza pedagogica emerge dal difetto inerente all’inconscia educazione
naturale, e quindi dall’insufficienza del suo concetto»316. Egli rivendica uno
statuto epistemologico propria alla storia della pedagogia, che distingue tanto
dalla pedagogia in sé, che dalla storia dell’educazione. In questa direzione
critica Paroz che nella Histoire universelle de la Pédagogie non separa le due
discipline317. Allievo distingue anche la storia dell’educazione in generale,
vale a dire i tratti tipici dell’educazione e la sua storia universale, dalla
storia dell’educazione di una particolare tradizione o società318. Nei suoi
studi richiama l’importanza della precisione storiografica ed uno studio
approfondito delle fonti. In particolare rimarca come la storia dell’educazione
debba essere: ordinata, veridica, ragionata, compiuta. Chiede di riferirsi
sempre a «fonti accurate e sicure»319. Uno degli aspetti innovativi dei lavori
dell’Allievo è il peso dato allo studio del contesto e della personalità
dell’autore320. 316 G. Allievo, Concetto generale della storia della pedagogia,
cit., p. 1. 317 «La storia dell’educazione ha per ufficio suo proprio di
esporre le diverse forme, che prese l’educazione presso i diversi popoli
antichi e moderni; per contro la storia della pedagogia espone le origini e lo
sviluppo di questa scienza attraverso le dottrine, i sistemi, le teorie de’
pensatori, che la coltivarono. [...] Per certo queste due specie di storie sono
fra di loro congiunte da intime attinenze e si lumeggiano a vicenda, ma la loro
distinzione va tenuta in conto per non confondere due ordini di cose affatto
diversi, quali sono le idee pedagogiche de’ pensatori e le azioni educative
degli istitutori» Ibid., p. 3. 318 «La storia dell’educazione, riguardata
rispetto alla sua estensione, viene a diversi in universale, particolare e
singolare. La storia universale si estende all’educazione di tutti i tempi dai
più remoti ai contemporanei, di tutti i popoli e barbari e civili, e antichi e
moderni. La particolare comprende un periodo storico generale, quale sarebbe la
storia dell’educazione antica, o parte di un periodo storico, come ad esempio
la storia dell’educazione dal 1500 a noi. In entrambi i casi abbraccia
l’educazione presso tutti i popoli ristretti però ad un tempo determinato. È
altresì particolare quella, che espone l’educazione di una nazione considerata
o in tutta la durata della sua esistenza (quale l’educazione presso i romani) o
in uno de’ suoi periodi storici (quale l’educazione dei romani nel periodo
repubblicano). Infine è singolare, se si restringe o ad un dato secolo (come la
storia dell’educazione ai tempi della rivoluzione francese), o ad un Istituto
educativo, quale l’Istituto pitagorico o l’Istituto educativo di Vittorino da
Feltre; ed allora piglia più propriamente nome di monografia storica» Ibid., p.
3-4; 319 Ibid., p. 4. 320 Già in uno dei primi saggi esponeva con chiarezza
tale principio: «La critica ha da descrivere la genealogia del genio
speculativo; ha da seguirlo in tutto il suo periodo evolutivo ricordando i
sentieri e le vie riposte per cui è passato prima di giungere al suo ideale
definitivo; ha da studiare il movimento speculativo dell'epoca in mezzo al
quale si svolse; ha da sceverare nelle pagine della storia le idee di cui ha
elementato il proprio sistema e significare come queste nel proprio sistema
s'intrecciarono e vi ricevettero un'impronta peculiare e sistematica. Tale è
l'ufficio narrativo della critica. Oltre a tutto questo, apprezzare nel suo
giusto 88 Come la storia dell’educazione, anche la storia della
pedagogia si può dividere in generale e particolare. Il suo fine non si limita
ad una narrazione asettica della riflessione educativa, ma trova il suo senso
nella valutazione delle teorie pedagogiche rispetto all’autentica scienza
pedagogica. Scrive Allievo: «Da queste generali considerazioni intorno al come
si forma e si va svolgendo la pedagogia emerge da sé il concetto della sua
storia, la quale apparisce una ordinata e razionale narrazione dello
svolgimento progressivo della scienza pedagogica attraverso i tentativi fatti
dai pensatori di tutti i tempi e luoghi a fine di determinare l’ideale tipico
dell’umana scienza»321. In particolare, sono significativi alcuni brani
presenti negli Studi pedagogici (1889)322 e ne La nuova scuola pedagogica ed i
suoi pronunciamenti (1905)323, in cui mostra come lo scopo dell’approfondimento
storico è strettamente connesso al fine della scienza pedagogica. L’Allievo sostiene
che l’educazione possa essere studiata o nel suo svolgimento pratico o da un
punto di vista speculativo. La pratica educativa può essere di tre tipi: quella
che normalmente le persone attuano, quella di una determinata società, e la
vera arte di educare. Come l’educazione, anche la teoria pedagogica sembra
connaturale alla vita umana. Per tale motivo in ogni epoca l’uomo si è fatto
un’idea circa il miglior modo di educare. Così, secondo Allievo, esistono tre
tipi di teorie pedagogiche: la pedagogia volgare, quella del singolo pensatore,
e la scienza pedagogica. Il compito della storia della pedagogia quello di
individuare il differenziale tra quanto pensato in passato e la scienza
pedagogica. La storia ha così un valore fondamentale della riflessione pedagogica,
poiché propone agli studiosi interlocutori di vaglia, anche sé Allievo ricorda
di distinguere la scienza dalla storia324. Il seguente brano ben lumeggia la
distanza tra ciò che si è pensato e la scienza: «Fu detto che la storia
universale è tutta una congiura contro la verità: nell’ipotesi che stiamo
valore il punto iniziale da cui un sistema piglia le mosse, il processo a cui
s'informa il suo sviluppamento, il termine finale in cui si è chiuso;
pronunziare se nella storia del pensiero speculativo esso segni un periodo di
sosta o di progresso; giudicare se il problema filosofico sia stato concepito
in tutta la sua integrità e giustezza, e risoluto a dovere; epperò se siano
state convenientemente satisfatte le esigenze del pensiero spéculativo senza
punto disconoscere i pronunziati universali della sapienza comune, anzi
armonizzandoli colle conclusioni della ragion filosofica: ecco l'altro ufficio
della critica che discute» G. Allievo, L’Hegelismo e la scienza, la vita, cit.,
p. 18. 321 G. Allievo, Concetto generale della storia della pedagogia, cit., p.
6. 322 G. Allievo, Studi pedagogici, cit., pp. 28-31. 323 G. Allievo, Delle
dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure,
Francesco Naville e Gregorio Girard, cit., p. 7. 324 «I cultori della pedagogia
trovano nella storia una saggia maestra, che additando gli errori dei pensatori
che li precedettero, da un lato, e dall’altro le verità da essi scoperte e
lumeggiate, li consiglia a procedere ammisurati e guardinghi nei loro tentativi,
li anima e li sorregge all’amore ed alla conquista del vero, ed allarga
l’orizzonte del loro pensiero. Riconoscendo l’utilità e l’importanza della
storia della pedagogia, guardiamoci però dall’ingrandirla oltre il
convenevole.» G. Allievo, Concetto generale della storia della pedagogia, cit.,
p. 8. 89 discutendo, bisognerebbe ripetere, che anch’essa la storia
della pedagogia è tutta una congiura contro la scienza pedagogica»325. Nel
stesso saggio critica il Siciliani e il suo testo Storia critica delle teorie
pedagogiche nel quale sostiene che la scienza pedagogica si fonda sulla
esperienza storica dell’educazione326. Se per Siciliani la scienza pedagogica è
frutto di evoluzione, per lo spiritualista Allievo la «vera» scienza pedagogica
è una, e ad essa ci si può avvicinare o allontanare. Entra poi in merito a come
si fa la storia della pedagogia. Spesso si è costretti a raccogliere le «idee
slegate e frammentate» in opere non propriamente pedagogiche, scovando le
«teorie particolari intorno a qualche punto di educazione, o sia che esse
formino un tutto da sé distinto da ogni altro, o sia che giacciano implicata ed
involte in opere di altra natura», ma anche «i trattati che abbracciano un
compiuto sistema pedagogico, dove l’educazione è contemplata in tutta
l’integrità del suo organismo, quali ce ne porge in copia moderna». Bisogna
quindi studiare le opere dell’autore, i frammenti della sua opera presente in
altri autori, la tradizione su di lui. «Gli scritti originali di un pedagogista
sono essi soli le vere fonti, da cui si attinge limpida e netta la sua
dottrina, mentre i frammenti registrati nelle opere di altri scrittori, e la
tradizione scritta od orale, anziché fonti, sono rivi più o meno puri». Dai
suoi scritti occorre innanzitutto cogliere in concetto centrale di un autore,
cercandone poi le cause. Occorre comunque valutare la pedagogia degli autori
studiati: «Ma il compito più elevato, più grave e ad un tempo più arduo della
critica storica risiede nel cernere nelle esposte dottrine la parte vera dalla
erronea, la certa dall’incerta ed opinabile, l’elemento soggettivo,
particolare, relativo, dall’oggettivo, universale, assoluto, che solo può
passare nel dominio della scienza pedagogica»327. Lo storico dovrà stare
attento ad ancorarsi sempre alla scienza pedagogica328. In conclusione
sintetizza così il compito dello storico della pedagogia: «Ai quattro uffici
propri della storia pedagogica ora accennati fanno natural corrispondenza
quattro distinte e successive forme speciali, che essa può rivestire nel suo
progressivo sviluppo. La storia della pedagogia rintraccia primamente i
materiali, che entrano a comporla, ed in questo suo primo studio riveste la
forma di memorie e frammenti. Poi si accinge ad esporre e descrivere le
raccolte dottrine, e qui assume la forma di cronaca, alla quale succede la
forma di storia propriamente detta, 325 Ibid., p. 9. 326 Ibid., p. 10. 327
Ibid., p. 15. 328 «Lo storico deve scansare due estremi; da un lato la troppa
fidanza di sé ed il cieco immobilismo nelle proprie idee, dall’altro
l’incostanza e la volubilità del pensiero, a cui potrebbe essere trascinato
dallo spettacolo di tanti sistemi diversi e contrari» Ibid., p. 16.
90 che corrisponde all’ufficio etiologico od inquisitivo, finché
s’innalza alla sua più perfetta forma, quale è la filosofia della storia, che
risponde all’ufficio critico e speculativo»329. Il senso della Storia della
pedagogia ha appunto lo scopo di rilevare il differenziale presente sia tra i
modi che le popolazioni che ci hanno preceduto avevano di educare in confronto
con la vera arte di educare, sia il confronto tra le varie teorie pedagogiche e
la vera scienza pedagogica. Osserva Allievo: «Quindi ancora ne consegue, che
introno al medesimo oggetto conoscibile (ad esempio intorno l’essenza
dell’educazione, od al suo fine, od alle sue leggi) possono darsi e si danno di
fatto molte teoriche, e quel che è più le une dalle altri discordi ed avverse,
mentre una sola è la scienza e sempre a se stessa concorde, perché una sola è
la verità, in quella guisa che nell’ordine geometrico tra due punti dati non
può correre che una sola linea retta, mentre di linee curve se ne possono
condur chi sa quante». Il senso della Storia della pedagogia è analizzare i
sistemi pedagogici confrontandoli con la vera scienza pedagogica. Dunque: «La
storia de’ sistemi pedagogici è sostanzialmente la storia de’ tentativi felici
od infelici, retti o traviati, fatti dai cultori dell’arte educativa per
giungere al Vero siccome fondamento di essa; per lo contrario la storia della
scienza pedagogica è la storia della Verità educativa riguardata nel suo
progressivo esplicamento»330. Sulla base di questa prospettiva, i numerosi
studi di storia della pedagogia di Allievo, sono un dialogo rispetto a
determinati principi pedagogici con gli autori trattati, più che un’esposizione
oggettiva del loro pensiero. Lo studio della storia della pedagogia secondo
Allievo può condurre a una migliore comprensione dell’educazione e a quei
tratti unici e particolari che la caratterizzano. Per tale ragione nelle sue
ricerche spesso trova degli spunti per confermare alcune delle sue tesi o muove
critiche agli altri sistemi pedagogici, in primis ai già citati positivisti. I
testi sono dunque ripetutamente accompagnati da valutazioni personali, commenti,
paragoni, e non pochi giudizi sferzanti. Ha scritto puntualmente Vidari «Si
comprende da tutto questo come l’Allievo nei suoi studii di storia delle
dottrine antropologiche e pedagogiche fosse guidato e mosso più che dal
proposito di comprenderle nel loro processo di formazione, di inquadrarle nel
momento storico a cui appartennero, di seguirle nei loro sviluppi, nelle loro
irradiazioni e conseguenze, da quello piuttosto di saggiarle e 329 Ibid., p.
16. 330 G. Allievo, Delle dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina
Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard, cit., p. 6.
91 giudicarle in rapporto a quei principi fondamentali di scienza
dell’educazione, che egli andò illustrando in tutto il resto della sua
produzione filosofica»331. Dalle posizioni prese di fronte al «laboratorio
della storia della pedagogia» si precisa ancora meglio il sistema pedagogico di
Allievo. Forse anche per questo la lettura di questi testi aiuta a cogliere il
cuore e le preoccupazioni pedagogiche dell’Allievo. Il tema principale su cui
Allievo si confronta è per la maggior parte legato a prospettive antropologiche
e alle loro conseguenze in campo educativo e scolastico. Giustamente Valdarnini
osserva: «qual criterio adotta l’Allievo per giudicare della verità o della
falsità delle dottrine di cui è intessuta la storia della Pedagogia? Questo: il
sentimento e il concetto della dignità propria della specie umana»332. Da
Seneca a Rousseau ciò che l’Allievo valuta è quale l’idea di uomo essi
comunicano e difendono. Ma tale prospettiva ha secondo alcuni studiosi portato
a esiti negativi. La Quarello, ad esempio, critica il fatto che certi giudizi
storici siano «troppo soggettivi»333 e fa notare che alcune valutazioni
dell’Allievo partono «talora da “presupposti dommatici” più che da
dimostrazioni convincenti»334. Tra le altre, critica la scarsa considerazione
data al Kant della Critica della ragion pratica. Di un’idea contraria è Vidari
quando osserva che «alcune delle osservazioni critiche che l’Allievo muove alla
dottrina morale di Kant, per quanto non nuove, sono giuste e fondate»335. Come
già accennato, sempre stando alla Quarello, Allievo non avrebbe colto il
contenuto della filosofia di Hegel, riducendo la portata dello Spirito e
dell’Assoluto hegeliano336. Tra gli altri, il principio della libertà
d’insegnamento è uno dei criteri con cui valuta le teorie pedagogiche. Nel
testo Delle idee pedagogiche presso i greci la questione della libertà
d’insegnamento decide della divisione degli autori. Allievo affronta prima
Pitagora e Socrate, che sono considerati i difensori di un’educazione libera, e
poi Senofonte, Platone e Aristotele, che considera difensori di una visione
spartana e statolatrica dell’educazione. Affrontando tali autori esprime la sua
idea di educazione e di libertà. Scrive: «Plutarco non separa la famiglia dallo
Stato, né la confonde con esso. Per lui la famiglia non è solo un grado della
gerarchia dello Stato, ma un centro, che ha uno sviluppo suo proprio. 331 G.
Vidari, Il contributo di G. Allievo alla Storia della Pedagogia, «Rivista
Pedagogica», n. 10, 1930, p. 689. 332 A. Valdarnini, Giuseppe Allievo storico
della pedagogia, in Vita e mente di Giuseppe Allievo, cit., 1913, p. 56. 333 V.
Quarello, G. Allievo, Studio critico, cit., p. 124. 334 Ibid., p. 124. 335 G.
Vidari, Il contributo di G. Allievo alla Storia della Pedagogia, cit., p. 692.
336 V. Quarello, G. Allievo, Studio critico, cit., pp. 128-129. 92
L’educazione, senza punto dimenticare di preparare il fanciullo a divenire buon
cittadino, ha sovra tutto per compito suo di formare in lui l’uomo mercè il
culto della famiglia»337. Sugli «avversari» della libertà scrive invece:
«Platone aveva confuso la famiglia collo Stato fino ad introdurre il Governo
nei penetrali del santuario domestico, e colla famiglia anch’esso l’individuo
veniva assorbito nella comanza politica. Aristotele giunse a distinguere la
famiglia dallo Stato, ma il suo pensiero su questo grave argomento mostrasi
perplesso ed oscuro, tant’è che l’uomo in sua sentenza non è tale, perché
persona individua, perché padre o marito, o figlio, ma perché cittadino»338. Un
altro brano su Platone mostra la pertinenza tra il concetto di persona e quello
della libertà d’insegnamento, e come la perdita del primo faccia
necessariamente scivolare nello statalismo: «Il massimo e capitale errore, che
falsa la politica e conseguentemente la pedagogia di Platone e scorre e
s’inviscera in tutte le parti della sua teoria, questo è di avere sacrificato
l’attività personale dell’individuo all’onnipotenza dello Stato, di avere
assorbito l’uomo nel cittadino. La dottrina politica di Platone è un esplicito
socialismo governativo: l’individuo esiste e vive in servigio esclusivo dello
Stato, è niente più che una molla, un ordigno del gran meccanismo sociale,
giacché nell’assoluta ed oppressiva unità della comunanza politica si perde
ogni libertà personale. Epperò l’educazione riesce essenzialmente ed
onninamente politica, mentre dovrebb’essere primamente e sostanzialmente
personale: l’umana persona, spogliata della sua dignità finale, viene educata
come semplice mezzo e strumento della civil società»339. Concludendo la
parentesi greca scrive: «Lo Stato adunque non prevale sull’individuo, bensì gli
sottostà come effetto della sua cagione; e quando Aristotele a sostenere la
supremazia naturale dello Stato sulla famiglia e sui singoli uomini osserva,
che il tutto trionfa sulla parte, perché distrutto quello, anche questa vien
meno, possiamo ritorcere il suo argomento contro di lui avvertendo che la parte
congregandosi con altre parti, forma essa il tutto, e se quella scompare, anche
questo ruina. In una parola non l’individuo è fatto per lo Stato, bensì lo
Stato è fatto per tutti e per ciascuno, epperò l’educazione debb’essere umana e
personale, prima che politica e civile»340 In alcuni punti le valutazioni
dell’Allievo sono decisamente esagerate. Nel testo su Giobbe e Schopenauer apre
una parentesi molto sommaria contro il popolo ebraico341, rasentando il
razzismo. In altre occasioni il suo giudizio è palesemente sproporzionato. 337
G. Allievo, Delle idee pedagogiche presso i greci, cit., p. 163. 338 Ibid., p. 162. 339 Ibid.,
pp. 131-132. 340 Ibid., p. 148. 341 G. Allievo, Giobbe e Schopenhauer, cit.,
pp. 36-37. 93 Come quando nell’introduzione al
lavoro su Delle idee pedagogiche presso i greci (1887) osserva «Pitagora e
Socrate ci appariscono gloriosi campioni di una pedagogica, che si muove libera
di sé, franca da ogni ressura governativa, sorretta da un ideale divino, che
consacra la persona, santifica il dovere, suggella l’immortalità della vita
personale. Platone ed Aristotele ci si mostrano fautori dello Stato educatore,
che disconoscendo ne’ singoli uomini la dignità della persona individua, trae
con sé a perdimento tutta la Grecia»342. Anche Santamaria Formiggini contesta
all’Allievo la scarsa precisione su taluni lavori, in particolare fa
riferimento agli studi su Rousseau ed Herbart. Inoltre sostiene che l’Allievo
non riuscì a «penetrare oggettivamente nel pensiero degli autori che studia e
che critica»343. Però poi ammette che «Come pedagogista egli lascia a grande
distanza gli altri per la larga informazione storica, che è uno degli elementi
essenziali per la trattazione ponderata ed illuminata delle questioni
educative, è condizione per un vero progresso delle teorie. Egli può
considerarsi veramente uno dei primi pedagogisti che abbiano indirizzato gli
studiosi italiani a mettere in raffronto e in rapporto i loro studi con i
risultati del pensiero pedagogico straniero, perché dai confronti scaturisca
più viva e più nuova la verità, perché si evitino ripetizioni di teorie
discusse e superate»344. Oltre ad imprecisioni, i lavori dell’Allievo risultano
approfonditi e curati. Lo studio su Rousseau criticato dalla Formiggini, è
ricco di riferimenti bibliografici ma soprattutto offre una chiave di lettura
molto interessante del pensatore ginevrino non temendo di evidenziarne i pregi,
ma anche le contraddizioni, le ambiguità e i rischi. Non pensiamo di essere
lontani dal vero affermando che nonostante la sterminata bibliografia
sull’autore dell’Emilio, il libro di Allievo risulta ancora oggi ricco di
spunti e di considerazioni. Il merito di Allievo come storico della pedagogia
emerge ulteriormente se paragonato ai lavori coevi di storia della pedagogia,
dai quali si distanzia per riferimento alle fonti e immedesimazione. Senza
dubbio si può affermare che Allievo può essere considerato uno tra i primi
storici della pedagogia italiani. I. 8. La scuola educativa 342 G. Allievo,
Delle idee pedagogiche presso i greci, cit., p. II. 343 E. Santamaria
Formiggini, La pedagogia italiana nella seconda metà del secolo XIX, parte I,
gli spiritualisti, cit., p. 12. 344 Ibid., pp. 322-323. 94 Nel
corso della sua carriera, Allievo diede ampio spazio alla riflessione sulla
scuola, cui attribuiva un ruolo decisivo per il destino delle nazioni345. Se
riferimenti e accenni su questioni scolastiche sono disseminati in molti dei
suoi libri, in un saggio del 1904, La scuola educativa, è presente una
sistematizzazione più articolata e completa delle sue posizioni. Riflettendo
sulla funzione di questo istituto, Allievo racchiude le questioni più
importanti del problema in quattro semplici domande: «1° in servizio di chi è
ordinata la scuola? 2° a chi spetta il diritto di governarla? 3° in quale
giusto rapporto deve serbarsi colla famiglia e colla società? 4° come
debb’essere organata l’educazione e l’istruzione nella scuola?»346. Allievo è
convinto che l’autentico e principale scopo della scuola sia lo sviluppo
perfettivo della persona nella sua totalità. Caratterizzata da una appassionata
ricerca della verità e del bene dell’alunno347, auspicava fosse animata da un
vero «culto della personalità dell’alunno»348. Contro il determinismo di certa
didattica, sosteneva l’idea di una scuola in cui il rispetto della vera libertà
potesse divenire il fine e lo stile della vita educativa349. Su queste
prospettive invocò una convergenza dell’istruzione e dell’educazione, che
dovevano coabitare e collaborare in vista di uno sviluppo integrale della
personale350. La conoscenza e l’educazione, dovevano potenziarsi a vicenda. In
questo senso considerava l’istruzione anche come un aspetto necessario per la
formazione solida del carattere351. 345 «La casa dunque, il tempio, la scuola
sono i tre grandi centri dell’umana coltura, i tre solenni convegni sacri alla
comune educazione. La scuola segnatamente apparisce il santuario del sapere, il
tirocinio della vita sociale, il vivaio della civiltà; epperò essa racchiude
nelle sue modeste pareti le sorti di un popolo e collo splendore o
coll’oscuramento del suo ideale segna i giorni di grandezza o di decadenza di
una nazione. Dall’importanza massima della scuola agevolmente si misura la
necessità di formarcene un concetto adeguato e verace, che risponda al suo
intimo organismo ed al suo ideale» G. Allievo, La scuola educativa, principi di
antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili,
cit., p. 68. 346 Ibid., p. 69. 347 «La scuola è luogo sacro al culto del Vero e
del Buono, ciò è dire è il santuario della sapienza, essendochè questa
congiunge in sé il lume speculativo della scienza e la pratica onestà della
vita. Oggidì il carattere educativo della scuola è misconosciuto. La scienza ha
cacciato fuor della scuola la virtù e la divinità. Si è consumato un divorzio
tra l’istruzione della mente e l’educazione del cuore. Istruzione in iscuola,
educazione in casa. Si aprono ogni dì nuovi edifizi scolastici per piantarvi
l’albero della scienza, senza badar più che tanto, se all’ombra dell’albero
germogli e si spieghi il fiore delle virtù domestiche, civili e religiose.
Quest’eresia pedagogica va ogni di più propagandosi, e minaccia giorni luttuosi
alla famiglia ed alla patria. La scuola (ripeto col Tommaseo) se non è tempio,
è tana; e quando mai fosse tana, dovrei ripetere col Rousseau: L’uomo che
pensa, è animal depravato. Gli è allora che la scuola diventa davvero un
semenzaio di socialismo, perché i giovani ne escono poi gonfi di borra
enciclopedica, quanto vuoti di ogni principio morale e religioso, e
riversandosi nella gran società diffondono la corruzione, che portano in seno,
pretensioni, sprezzanti, spostati, scontenti di tutti e di tutto, gittando qua
e là il disordine e lo scompiglio» Ibid., p. 78. 348 Ibid., p. 70. 349 «Se
l’alunno non è lui il primo educatore di se medesimo, che spiega la personalità
sua e la afferma spiegandola, gli altri educatori persona la vera loro ragione
di essere, perché non formano più una persona, ma foggiano una macchina» Ibid.,
p. 67. 350 G. Allievo, Studi pedagogici, cit., pp. 65-67. 351 «Lo studio è un
dovere, e dall’idea del dovere sorge appunto il carattere» G. Allievo, La
scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, cit., p. 92. 95 Uno degli errori maggiori
individuati da Allievo era quanto chiamava «enciclopedismo», vale a dire la
riduzione del ruolo della scuola a veicolo di nozioni da sommare nelle menti
degli allievi: «L’enciclopedismo (perché tacerlo?) è il verme roditore delle
nostre scuole, il cancro dell’educazione moderna»352. A. auspica che l’accumulo
di conoscenze si coniughi con lo sviluppo di uno spirito libero e creativo:
«L’enciclopedismo violenta, tortura, conquide, le potenze mentali del giovine:
la virtù intellettiva, che concepisce l’ideale, il sentimento, che lo accalora,
l’immaginazione, che lo colorisce, giacciono spossate»353. Il pedagogista
osservò come la scuola somigliasse sempre più «all’aria morta di una
biblioteca»354. Mancava quella spinta ideale che è invece propria
dell’educazione. A questa stortura del compito educativo, concorse un
traviamento del ruolo dell’insegnante: «Pur troppo si è ormai perduta di vista
questa gran verità pedagogica, che il maestro, segnatamente delle scuole
elementari e secondarie, debb’essere non solo l’insegnante, ma ben anco
l’educatore de’ suoi alunni, interessandosi delle loro persone, vegliando sulle
loro sorti, vivendo con essi la vita del cuore, come fa un padre, una madre co’
figli suoi»355. Da queste premesse, era convinto che il “cuore” degli educatori
fosse il ganglio vitale della pratica educativa e al contempo il discriminante
della sua efficacia356. Allievo si sofferma a considerare come l’insegnamento
sia un’azione propria della persona, ed espressione della sua specificità. Si
impara e si insegna con le parole, suoni che uniscono nel significato le
coscienze e le conoscenze dell’educatore e dell’educando. Poter capire
costituisce la superiorità dell’uomo sulle cose357. In questo senso, Allievo
sottolinea come: «Lo sviluppo dell’intelligenza è intimamente connesso colla
parola, la quale è un segno sensibile esteriore, che esprime un’idea»358. La
parola si impone così come 352 G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit., p. 14.
353 Ibid., p. 425. 354 G. Allievo, Delle dottrine pedagogiche di Enrico
Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure, Francesco Naville e Gregorio Girard,
cit., p. 250. 355 Ibid., p. 249. 356«Pestalozzi, Girard, De la Salle furono
grandi istitutori, perché furono grandi cuori, che sentirono la santità del
loro apostolato, e fecero di sé nobile sacrificio per loro alunni. Senza cuore
non si educa con dignità, non si ammaestra con verità, non si impara con senno;
e la scuola diventa essa stessa corpo senz’anima. Ed in quella guisa che le
istituzioni politiche anche ottime declinano, si disfanno e finiscono, quando
sono guaste dallo spirito settario, dall’ambizione sfrenata dei reggitori, dal
dispotismo sotto maschera di libertà, così gli istituti scolastici anche meglio
organati languiscono e cadono giù, quando nei governanti che li dirigono e nei
maestri che professano, sottentra l’indifferenza e l’apatia, il mestierismo e
la cupidigia del guadagno, la vanità pretensiosa e lo scetticismo demolitore»
in G. Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso
delle scuole normali maschili e femminili, cit., pp. 182-183. 357 G. Allievo,
Studi pedagogici, cit., pp. 102-107. 358 G. Allievo, La scuola educativa,
principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole normali maschili e
femminili, cit., p. 44. 96 «necessità pedagogica», da indirizzare
verso l’educazione della persona359. Per tali motivi il fulcro della scuola è
la spiegazione360. La sua importanza è attestata, secondo Allievo, anche dalle
difficoltà di relazione e di formazione dei sordo - muti361. Considerava un
grave errore pensare che la mera istruzione potesse bastare all’educazione:
«Che l’istruzione faccia colla educazione un’adequazione perfetta e si converta
con essa, è fatale errore, il quale trascina la società a distrette più
deplorande, che non quelle medesime dell’ignoranza e della rozzezza. L’uomo non
vive di sola conoscenza, ma ben anco di virtù e d’amore, perché alla potenza
dell’intendere accoppia la libertà del volere e la facoltà del sentire. Laonde
la scienza è sibbene una splendida manifestazione dell’umana essenza, ma non è
punto l’umanità tutta quanta: nell’immensa sfera dello svolgimento umano essa
tiene un posto luminoso, ma non il solo, né il più elevato, sottostando alla
vita morale e religiosa»362. Questa mancanza, era colta da Allievo soprattutto
nella scuola secondaria, dove lo sviluppo razionale e il prossimo approccio
alla vita, meritavano una relazione educativa e valoriale piena, e non solo
limitata all’istruzione: «La nostra scuola secondaria non educa, perché è tutta
nell’istruire: le materie di studio sono tenute estranee allo sviluppo del
sentimento morale e religioso. La cattedra non è un apostolato di civile e
morale insegnamento, ma di puro sapere: rilassati e pressochè spezzati i
vincoli tra la scuola e la famiglia, e maestri ed i discepoli». L’assenza di
un’educazione morale e religiosa, senza la quale lo sviluppo integrale della
persona era reputato da Allievo impossibile, fu variamente ripresa: «Questa
idolatria della scienza fa le sue tristissime prove nel campo della pubblica
istruzione; l’istruzione è come una gran fiumana che allarga il santuario della
scuola e caccia via la coltura morale e religiosa, come se vi fossero soltanto
teste da riempire, e non anco anime da ispirare, cuori da educare. Questa specie
di fanatismo per il culto del sapere è la piaga precipua, che vizia oggidì
l’organismo della pubblica educazione.»363 Due delle sue citazioni preferite
erano la celebre frase di Tommaseo: «La scuola se non è tempio, è tana» e il
motto socratico Non scholae sed vitae discendum. Oltre che culto 359 «La parola
è pur anco una necessità pedagogica, perché vincolo essenziale, che unisce le
intelligenze e le volontà del maestro e del discepolo, dell’educatore e
dell’alunno, ma a tale riguardo occorre, che la parola del maestro sia luce
intellettuale piena d’amore, e che il discente non la riceva passivo, ma la
faccia ripensandola. Un insegnamento parolaio sciupa se stesso in un’intrinseca
contraddizione, essendochè appartiene all’essenza medesima della parola l’ufficio
di significare un’idea» Ibid., p. 45. 360 «Il programma governativo è, per così
dire, l’embrione della materia d’insegnamento, il didattico ne mostra le
giunture, le articolazioni in forma di compagine, il libro di testo porge
l’organismo in carne ed ossa e polpa e sangue, la spiegazione del testo è la
vita, che circola per entro l’organismo» Ibid., p. 103. 361 Ibid., p. 98. 362
G. Allievo, L’educazione e la scienza. Prelezione fatta all’Università di
Torino il dì 18 novembre 1881, cit., p. 6. 363 G. Allievo, G. G. Rousseau
filosofo e pedagogista, cit., p. 59. 97 della verità, la scuola doveva
infatti divenire tirocinio alla vita, e non doveva essere staccata da essa364.
Ciò implicava anche un assetto didattico in cui era prevista la formazione
professionale e la ginnastica. Sotto questo profilo critica la proposta
educativa di Platone365, considerata eccessivamente spiritualista. La scuola
deve preparare soprattutto alla partecipazione alla società, della quale essa
può diventare importante fermento di progresso e umanizzazione. In questo
senso, contestò posizioni come quelle di Rousseau, che mettevano in evidenza le
ingiustizie perpetuate nella socialità scolastica, invece che i suoi aspetti
formativi366. Allievo sottolinea il rapporto virtuoso tra educazione e società.
Solo se cresce il singolo, progredisce la comunità. Giustamente Allievo ricorda
che «La personalità umana giustamente intesa ed educata a dovere porta la
floridezza sociale»367. La scuola non poteva, tuttavia, essere vista come funzione
della società, e soprattutto del suo potere politico368. Il controllo sociale
esercitato mediante la scuola rischiava di tradire il principio della
personalità369. Il legame con la vita e l’unità dell’educazione, doveva essere
corroborato da una stretta collaborazione tra gli istituti scolastici e la
famiglia. Per questa ragione propone l’abolizione dei convitti, preferendo che
gli allievi restassero nella loro famiglia370. In caso di necessaria lontananza
dalla propria casa, Allievo indica come modello le pensioni libere inglesi in
cui gli alunni seppur lontano dalla propria casa vivono con un’altra famiglia,
a 364 «Quest’armonia tra la scuola e la società esige che nell’ordinamento
delle discipline scolastiche si abbia speciale riguardo a quelle che sono
peculiarmente reclamate dallo spirito del tempo, dai bisogni sociali,
dall’indole della nazione. Però anche qui non va dimenticato, che la scuola,
pur mentre si attempera alle condizioni della società, non debbe servire alle
medesime, come se fossero l’ideale supremo e definitivo di ogni umano
consorzio» G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit., p. 37. 365 G. Allievo, Delle
idee pedagogiche presso i greci, cit., p. 103. 366 «Il mio concetto della
persona umana, in servigio della quale dico ordinata la scuola, è ben altro dal
concetto della natura umana, in cui Rousseau vuole riposto il fine supremo
della educazione. Nell’essenza medesima della persona umana, che è intelligenza
ed attività volontaria, io scorgo la fonte medesima della socievolezza, ossia la
virtù di stringersi in comunanza di intendimenti e di voleri con altre persone,
mentre l’autore dell’Emilio reputa le istituzioni sociali natefatte a snaturar
l’uomo, spogliandolo dell’unità sua per assorbirlo come parte nel tutto» G.
Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle
scuole normali maschili e femminili, cit., p. 71. 367 Ibid., p. 71. 368 «La
scuola non può, non debb’essere una funzione della società, perché ne verrebbe
essenzialmente snaturata. Infatti, la scuola è un santuario di persone, ossia
di creature intelligenti e libere, e non già una agglomerazione di bruti o di
cose. Ora la persona non è uno strumento ai voleri altrui, ma è una creatura
sacra, fornita di diritti, che vanno rispettati da qualunque potere sociale, da
qualunque autorità umana, il diritto all’esistenza, alla verità, alla felicità,
alla virtù, sicché se ad esempio la prosperità di un popolo intiero costasse la
schiavitù o la distruzione di una sola creatura umana, già per ciò stesso dovrebb’essere
detestata come un delitto. Orbene, ponete che la scuola sia una funzione,una
proprietà, un’appartenenza della società e soggiaccia al suo assoluto dominio,
e allora gli alunni non verranno più educati siccome persone, che appartengono
a sé stesse, ed ordinate ad un fine, da cui hanno diritto di non essere
deviate, bensì come mancipii del volere sociale, come cose o strumenti in
servizio della società» G. Allievo, La nuova scuola pedagogica ed i suoi
pronunciamenti, cit., p. 23. 369 «L’individualismo egoistico ed il socialismo
oppressivo sono due estremi, che contraddicono agli intendimenti della natura,
la quale mentre chiama gli uomini alla convivenza sociale, vuole ad un tempo
salva la personalità di ciascuno». G. Allievo, G. G. Rousseau filosofo e
pedagogista, cit., p. 99. 370 G. Allievo, Studi pedagogici, cit., pp.
333-335. 98 volte la stessa dei propri insegnanti. Ciò aiuta a supplire
la funzione dei genitori, che deve rimanere un paradigma. Non è un caso che
parlò della scuola come «seconda famiglia»371. In merito all’organizzazione
della scuola avanzò una serie di proposte. Sosteneva il primato degli asili
italiani rispetto a quelli fröbeliani372, auspicava una scuola elementare unica
senza distinzione di censo373, mostrandosi fortemente preoccupato per una
divisione della scuola classista374. Propose la fusione del ginnasio con la
scuola tecnica per rimandare la scelta della scuola superiore di tre anni,
ipotizzando così la nascita di una scuola media unica. Sostenne il valore
dell’educazione classica, un insegnamento della filosofia armonico con le altre
discipline, un più ampio spazio alla storia italiana. Della scuola superiore
critica l’eccessivo numero di materie, e il quadro orario troppo lungo. Inoltre
contestò i criteri di valutazione negli esami, nei quali si preferisce la
quantità alla qualità degli apprendimenti, inducendo ad una mentalità
enciclopedica e non critica. Anche per questo motivo propone di eliminare la
Giunta centrale per gli esami di licenza liceale. Per quanto riguarda le scuole
normali prospetta un quadro orario in cui si affermi il 371 G. Allievo, La
scuola educativa, principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, cit., p. 86. 372 «I nostri asili infantili sono
una creazione del genio nazionale e per un trentennio conservarono la loro
originale impronta. Verso il 1860 entrarono in lotta coi seguaci della scuola
germanica, che insorsero coll’intendimento di atterrarli e sulle loro rovine
costrurre i giardini fröbeliani. I novatori lottarono e lottano tutt’ora
coll’opera e colla parola, nelle Conferenze pedagogiche e nei privati convegni,
con ardore sempre vivo, invocando ben anco in loro aiuto la potenza
ministeriale (Vedi l’opuscolo Società dei giardini d’infanzia di Udine, ecc. Udine,
1981, pag. 24). Ed il Ministero non nascose la sua simpatia pel fröebelismo.
Già nel regolamento del 188°, all’art. 28, esso sostituiva alla denominazione
asili d’infanzia il vocabolo giardini; poi impose ai professori di pedagogia
presso le scuole normali l’obbligo di insegnare alle allieve maestre in teoria
ed in pratica il metodo di Fröebel, prescrivendo lo stesso metodo alle scuole
italiane aperte all’estero, e nella sua Circolare del 27 gennaio 1889
manifestava l’intendimento di «trasformare man mano i numerosi asiloi, secondo
vecchi metodi governativi, in istituti educativi informati a una dottrina che
prenda il nome dal Pestalozzi o da Fröebel, o meglio da entrambi; tal fine si
può ben dire ci abbia segnata la via, nella quale dobbiamo metterci». Nel
fervore della lotta non mancarono valenti istitutori, che, come l’Uttini a
Piacenza, il Colomiatti a Verona, la Goretti – Veruda a Venezia, si adopravano
con saggio accorgimento a riparare gli abusi ingenerati nelle scuole aportiane
da sbagliate applicazioni pratiche, ad adempiere i difetti ed introdurvi le
ragionevoli migliorìe, pur conservando intatto il principio interiore della
loro origine» Ibid., pp. 127-128. 373 Attacca quanti volevano fare una scuola
per il popolo e una per la classi agiate e scrive: «Quindi si fa necessaria una
scuola, la quale abbia appunto per iscopo di fornire quella coltura, la quale
occorre a tutte le classi sociali senza riguardo ed eccezione di sorta. La
scuola che risponde a questo fine universale è appunto la scuola elementare,
così denominata, perché ha per oggetto gli elementi della coltura umana. Da
questo suo concetto si scorge che essa non ammette disparità tra i figli
dell’operaio e i figli del facoltoso, perché la coltura primordiale è la stessa
per tutti: non deve mirare agli uni piuttosto che agli altri, ma va ordinata in
servigio di ambedue: essa è ad un tempo democratica ed aristocratica, rurale ed
urbana, popolare e borghese. Alle corte, intendete voi che la scuola elementare
accolga a comune ammaestramento i figli di tutte le classi sociali, o quelle
soltanto della classe operaia? Nel primo caso, la trasformazione, che
propugnate, non più ragione di essere: nel secondo caso, create un dualismo
irragionevole» Ibid., p. 140. 99 «primato» alla pedagogia, mentre
nei licei, legandosi ad una battaglia tipica di quegli anni, fu fautore della
centralità della filosofia375. Da un punto di vista metodologico richiama alla
necessità di conoscere le facoltà psicologiche dell’allievo e denuncia
l’ignoranza della classe magistrale su tali tematiche. Gli insegnanti sembrano
essere più preoccupati di offrire agli alunni conoscenze precise e copiose,
rispetto a capire quanto i loro alunni possano imparare. Un altro aspetto
avversato dall’Allievo è un’idea caporalesca della disciplina, che dimentica
l’importanza della libertà e del consenso per un’educazione efficace. Voleva
che la scuola educasse al patriottismo. Ciò non deve far pensare ad un Allievo
nazionalista e sciovinista, il pedagogista era però convinto che la scuola dovesse
difendere la tradizione, la cultura e la filosofia italiana376, di cui i
giovani avrebbero dovuto acquisire consapevolezza e orgoglio. Inoltre
considerava importante l’assimilazione dell’idea di nazione, intesa come
comunità a cui appartenere e da servire. Per questo propose di sostituire all’
«educazione civile», la materia di «educazione italiana». Riguardo al tema
dell’obbligo scolastico, che coinvolse il dibattito pedagogico durante la
costruzione del sistema scolastico nazionale, Allievo si oppose alla sua
applicazione, perché lo considerava illiberale. Il pedagogista non intendeva
restringere il diritto all’educazione ad un’élite, ma riteneva che l’obbligo
non fosse un mezzo adatto per la diffusione dell’istruzione e
dell’educazione377. Egli era altresì convinto che bisognasse convincere alla
scuola e non costringere378. Come non si possono obbligare le persone ad essere
virtuose o a lavorare, così non le si può costringere ad istruirsi, mentre può
moltiplicare le scuole e formare bravi insegnanti che attirino le famiglie ad
iscrivere i figli nelle scuole379. Dove c’è costrizione, secondo l’Allievo, non
può esserci una vera educazione. I. 9. La libertà d’insegnamento e la riforma
della scuola 375 «Nelle scuole normali spetta alla pedagogia il posto supremo
ed intorno ad essa vanno coordinate tutte le altre materie. Nei licei la
filosofia deve tenere il campo, siccome quella, che in virtù del suo carattere
universale è atta a collegare in armonico accordo tutte le altre discipline»
Ibid., p. 116. 376 Cfr. G. Allievo, Studi pedagogici, cit., p. 36. 377 G.
Allievo, Dell’istruzione obbligatoria, Torino, Tipografia Subalpina. Sull’argomento,
in un saggio cita Lambruschini, che in una relazione presentata al Ministro
Berti scrisse »L’istruzione e l’educazione son cosa di sì alto ordine, e così
degna di essere desiderata e cercata per se medesima, che la violenza
nell’imporle ne scema il pregio agli occhi si chi deve riceverle, e ne spegne
l’amore. Da un altro canto, comechè si adoperi il Comune acciocchè l’istruzione
sia ricevuta da tutte le famiglie, non riuscirà mai nell’intelletto, se nelle
famiglie non nasce l’amore dell’istruzione”, dopo di ciò commenta “In Prussia
erasi organizzato un sistema di polizia, per cui allorquando un fanciullo si
rifiutava di recarsi a scuola, né il padre ve lo mandava egli stesso, un
poliziotto lo pigliava a casa e lo trascinava a scuola come un pubblico
malfattore» G. Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia e
didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, cit., p. 137.
379 G. Allievo, Dell’istruzione obbligatoria, cit., p. 12. 100 Le
posizioni di Allievo sulla scuola e sulla libertà d’insegnamento sono state in
parte già oggetto di studio380. Si tratta, infatti, di un contributo di rilevante
importanza nell’economia delle vicende scolastiche del secondo Ottocento. Le
opere più importanti in cui affronta tali questioni sono: L’educazione e la
nazionalità (1875)381, La legge Casati e l’insegnamento privato secondario,
Intorno le scuole normali e gli asili di infanzia fröbeliani, Lo Stato
educatore ed il Ministro Boselli, Della istruzione obbligatoria e La scuola
educativa, poi rivisto e pubblicato. A questi vanno aggiunti altri come: La
Riforma dell’educazione moderna mediante la riforma dello Stato, Il Classicismo
nelle scuole, Esposizione critica delle opinioni di illustri pedagogisti
intorno il rapporto tra l’educazione privata e la pubblica, Delle condizioni
presenti della pubblica educazione (1886)391, raccolti negli Opuscoli
pedagogici (1909). In realtà, l’intera produzione dell’Allievo è disseminata di
richiami e rilievi su tali questioni392. 380 I lavori sinora pubblicati
lasciano spazio per ulteriori studi e considerazioni. Il testo di Bonghi, Idee
di G. A. circa la libertà d’insegnamento, «Cultura», è scritto nel vivo delle
polemiche scolastiche del tempo e manca di una necessaria distanza critica e
storica; il lavoro di R. Berardi, La libertà d’insegnamento in Piemonte
1848-1859 e un saggio storico di G. Allievo, cit., pp. 60-74, prende in esame
una sola opera del pedagogista, vale a dire Della pedagogia in Italia, e soffre
di una conoscenza parziale dell’opera del pedagogista; il saggio di A.
Consorte, Scuola e Stato in Giovanni Allievo, «Ricerche Pedagogiche, seppur
significativo, approfondisce soprattutto le polemiche tra lo studioso
piemontese e l’apparato ministeriale, tenendo peraltro conto solo di alcune sue
opere. Allievo, L’educazione e la nazionalità, Torino, Tip. del giornale Il
Conte Cavour, Allievo, La legge Casati e l’insegnamento privato secondario,
Torino, Tip. Salesiana, 1879. 383 G. Allievo, Intorno le scuole normali e gli
asili di infanzia fröbelliani, Torino, Tip. Subalpina,1888. 384 G. Allievo, Lo
Stato educatore ed il Ministro Boselli, Torino, Tip. del Collegio degli artigianelli,
1889. 385 G. Allievo, Della istruzione obbligatoria, Torino, Tip. Subalpina,
1893. 386 G. Allievo, La scuola educativa. Principi di antropologia e
didattica: pedagogia elementare, Torino, Tip. Subalpina, 1893. 387 G. Allievo,
La scuola educativa. Principi di antropologia e didattica ad uso delle scuole
normali maschili e femminili, cit., 1904. 388 G. Allievo, La Riforma
dell’educazione moderna mediante la riforma dello Stato, Torino, Tip.
Subalpina, 1879. 389 G. Allievo, Il classicismo nelle scuole, Torino, Tip. M.
Artale, A., Esposizione critica delle opinioni di illustri pedagogisti intorno
il rapporto tra l’educazione privata e la pubblica, «Rivista pedagogica
italiana», 1-2, 1898. 391 G. Allievo, Delle condizioni presenti della pubblica
educazione. Prolusione letta nella R. Università di Torino il 25 novembre 1886,
Torino, Tip. Subalpina, 1886. 392 In tutte le opere dell’Allievo sono
ricorrenti degli incisi nei quali lo studioso propone parallelismi con le
condizioni scolastiche coeve. Il seguente brano pare particolarmente
paradigmatico. Dopo aver esposto i caratteri della pedagogia romana, ad
esempio, Allievo riporta un passo di una lettera scritta da Plinio il giovane
ed indirizzata a Corellia Ispulla, nel quale le suggerisce di scegliere con oculatezza
l’insegnante di retorica per il figlio. Subito dopo, Allievo chiosa: «Qual
profondo divario tra i tempi di Plinio ed i nostri in riguardo ai pubblici
studi! Allora la scuola si muoveva libera da ogni potere governativo, epperò la
scelta dei maestri spettava ai genitori come un sacro e coscienzioso dovere.
Ora invece lo Stato impone alle famiglie i maestri da lui solo fabbricati ad
immagine e somiglianza sua. Una radicale riforma intorno a questo
rilevantissimo punto della vita civile e sociale è una necessità pedagogica. La
libera attività dei cittadini, su cui posa in gran parte la civiltà moderna,
non consente che essi vengano trattati come fanciulli, i quali hanno nel
governo il loro supremo educatore ed assoluto maestro. La libertà non è privilegio
esclusivo di nessuno. 101 Il problema della libertà d’insegnamento
occupa un posto privilegiato nell’opera di Allievo. Quest’attenzione è
indubbiamente legata all’evoluzione del sistema scolastico italiano, di cui il
pedagogista vercellese denunciò la deriva monopolistica ed un assetto contrario
alla libertà d’insegnamento. Stando allo studioso, tali politiche avevano
profonde radici filosofiche e pedagogiche. In particolare, erano la conseguenza
da una parte della crisi del concetto di libertà, e dall’altra, del «mito»
dello Stato nato con la modernità. Lo sbriciolamento della metafisica,
inaugurato nel ‘600, condusse alla confusione circa l’esistenza e il ruolo
della libertà personale. Ciò portò ad una certa sfiducia verso l’iniziativa
privata, preferendo al rischio educativo la gestione del processo formativo.
D’altra parte con la modernità si impose il profilo di uno Stato simile al
«Leviatano» prospettato da Hobbes, nel quale il governo di pochi si arrogava il
diritto di fagocitare e sacrificare le singole individualità in nome del bene
della collettività. Un «mostro», come lo definì Allievo, ingombrante, fatto di
meccanismi politici e burocratici. Da ciò la scuola e l’educazione non erano
più considerate una responsabilità della famiglia, ma dello Stato393. Il
vercellese definiva questo statalismo anche «socialismo governativo». In una
sua opera spiega: «socialismo dico ogni istituzione che la santa autonomia
della persona e della famiglia disconosca in qualsiasi modo, rimestando ad
arbitrio quella convivenza sociale che ha da posare sicura sulle leggi eterne
dell’umanità»394. In un altro saggio commenta: «Socialismo governativo è lo
Stato moderno; socialismo pedagogico è l’educazione moderna. Lo vuole la
logica, lo proclamano i fatti. Onnipotente è lo Stato? Dunque onnisciente.
Creazione sua la società? Dunque suo feudo la scuola. Esso, che si reputa
l’umanità, ben può dire di sé: l’educatore sono io»395. Secondo Allievo, da
tale pretesa nacque il controllo sul sistema scolastico, sui programmi, sul reclutamento
degli insegnanti, sull’organizzazione degli esami, sui libri di testo. La
monopolizzazione della scuola era sentita dall’Allievo in modo catastrofico:
«Là dove l’educazione propria della famiglia viene sacrificata all’educazione
dello Stato, vano è lo sperar bene delle sorti di una nazione»396. Scrive: «Non
si dà libero cittadino senza il governo di sé, né si da governo Governi lo
Stato le sue pubbliche scuole; ma siano libere le famiglie di associarsi
insieme per fondare istituti educativi ed imprimere ad essi un indirizzo
rispondente alle loro aspirazioni egualmente che allo spirito del tempo. Così
sorgerebbe una nobile gara, da cui la pubblica educazione trarrebbe singolare e
felice incremento», in G. Allievo, La pedagogia italiana antica e
contemporanea, cit., p. 40. 393 Commentando il progetto di legge di Baccelli
sul riordinamento degli studi universitari, lo studioso vercellese scrive: «Il
Ministro, che l'ha proposto, sente che nella coscienza universale ferve
irrefrenabile l'aspirazione alla libertà; ma ad un tempo è imbevuto del
dominante pregiudizio, che il Governo è lui il primo e sovrano motore di tutta
la vita pubblica e civile, è lui l'unico ed assoluto maestro ed educatore della
nazione, che la legge è lui, come Luigi XIV proclamava sé lo Stato» G. Allievo,
L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da
Giuseppe Allievo, Torino, Tip. Subalpina, 1899, p. 5. 394 G. Allievo, Opuscoli
pedagogici, cit., p. 11. 395 Ibid., pp. 11-12. 396 G. Allievo, G. G. Rousseau filosofo
e pedagogista, cit., p. 89. 102 di sé quando lo Stato siede arbitro
e donno di tutte le attività umane. Tolta di mezzo l’autonomia personale de’
singoli cittadini anche l’indipendenza della nazione diventa ingannevol
menzogna; e verrà giorno in cui suprema battaglia per un popolo quella sarà che
esso combatterà non per l’indipendenza dalla straniero, ma dalla
statolatria»397. Va notato che nella prospettiva di Allievo, il concetto di
Stato è ben separato da quello di Nazione, come giustamente ha rilevato
polemicamente la Bertoni Jovine398. Per il pedagogista la Nazione è espressione
della civiltà, di valori, di tradizioni, di una storia, mentre lo Stato non
necessariamente ne rappresenta e asseconda gli interessi. La famiglia
rappresenta il punto di congiunzione tra l’individuo e la Nazione, e ad essa lo
Stato deve rispondere nell’organizzazione della scuola. Lo stato è nato per
servire la famiglia, e suo compito è garantirne la libertà. Secondo Allievo: «È
necessario far penetrare nella coscienza sociale questa gran verità, che
principio, cardine e ragion d’essere dello Stato è la famiglia, che fondamento
e centro unificatore della vita pubblica e civile è la vita domestica, e che
perciò i primi educatori per diritto e per natura sono i genitori, che lo Stato
non possiede un diritto pedagogico e scolastico assoluto e supremo, ma relativo
soltanto e derivato dalla famiglia»399. Per queste ragioni: «Il Governo non può
avere altro diritto scolastico, se non quello, che gli venga implicitamente o
esplicitamente consentito dalla famiglia, ciò è a dire un diritto relativo, non
assoluto, secondario e non supremo, partecipato e non originario»400. Non
sembrano dunque fondate le critiche mosse ad Allievo, circa la connessione tra
l’antistatalismo e un presunto individualismo scaturigine del principio della
personalità, segnalato da Vidari401. Il pedagogista non professava una totale
anarchia in campo educativo, ma esautorava lo Stato dal diritto assoluto
sull’educazione. 397 G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit., p. 18. 398 «Uno dei
più forti oppositori della preminenza dello Stato nell’educazione fu Giuseppe
Allievo, dell’università di Torino, che svolse il concetto di “nazione”
distinguendolo da quello di Stato. Lo Stato non ha alcun diritto ad educare,
mentre la nazione che “è lo stesso uomo collettivo”, influisce con tutti i suoi
elementi sullo sviluppo dell’individuo; onde nazionalità ed educazione sono due
fatti inseparabili. È naturale che fra i più importanti elementi della nazione
l’Allievo collochi la religione e la Chiesa pur accettando dagli avversari
alcuni elementi più moderni diventati realtà con le vittorie liberali. Con
l’esigenza di uscire dal ristretto cerchio della famiglia, si assimila infatti,
in questa ideologia, il concetto basilare di patria. Si supera così il punto
critico che divideva i liberali dai clericali: “Dio, patria e famiglia”
divengono i tre pilastri fondamentali dell’educazione sui quali i cattolici più
avanzati e i liberali moderati vi ritrovano la concordia; ma se i clericali
assimilavano l’educazione patriottica, esigevano che i liberali accettassero
l’educazione religiosa. E questo era possibile perché nonostante la vittoria
laicista ottenuta con la legge Coppino, non era mai stata definita la questione
dell’insegnamento del catechismo» D. Bertoni Jovine, F. Malatesta, Breve storia
della scuola italiana, cit., p. 25. 399 G. Allievo, Opuscoli pedagogici, cit.,
p. 43. 400 G. Allievo, La scuola educativa, principi di antropologia e
didattica ad uso delle scuole normali maschili e femminili, cit., p. 73. 401
«In fondo l’impronta fortemente individualistica, un po’ derivata dal principio
della persona, ma molto anche da una deficienza del senso della continuità e
unità storica nella vita dello spirito, è prevalente in tutta la pedagogia
dell’Allievo; e si presenta poi in forma estrema là dove, applicando alla
politica e al diritto i 103 Sulla paternità della responsabilità
educativa, famiglia o stato, si giocò il dibattito pedagogico sul tema,
considerato tale non solo in ambito spiritualista402. Allievo attribuisce alla
famiglia la responsabilità educativa. La famiglia è il nucleo che solo può
permettere il futuro della Nazione e una vera educazione delle giovani
generazioni. Sugli stessi principi, critica aspramente anche Fröbel per non
aver riconosciuto il primato della famiglia sulla società.403 Sotto questo
profilo sono evidenti i richiami alla tradizione del cattolicesimo liberale,
che attribuiva alla famiglia un valore educativo centrale, nelle opere di
autori come Berti, Gustavo di Cavour e Rosmini, i quali fondavano la libertà
d’insegnamento proprio sul principio della libertà e sul protagonismo educativo
della famiglia. Attacca in più di un’occasione gli hegeliani come Spaventa e i
positivisti come Siciliani, Angiulli, De Dominicis, considerati fiancheggiatori
della statolatria. Il seguente brano lumeggia le sue idee: «Riponendo nella
famiglia la suprema autorità scolastica noi ci troviamo collocati nel giusto
punto di mezzo tra i due opposti sistemi, dei quali l’uno attribuisce al
Governo un assoluto e supremo diritto sopra la scuola, l’altro gli niega ogni e
qualunque siasi ingerimento pedagogico. Se lo Stato possiede bensì un’autorità
nell’ordine scolastico, ma subordinata a quella della famiglia e de’ privati
cittadini, ne consegue che esso deve lasciare luogo alla libertà della scuola,
e potersi con questa conciliare. E qui si vede la ragione di ammettere, oltre
le scuole pubbliche governative, anche le scuole private, le quali però non
devono essere una storpiatura, una copia forzata e stereotipata delle scuole
governative, ma hanno diritto di muoversi libere e spontanee dentro un’orbita
loro propria. Il libero insegnamento va riconosciuto siccome una delle più
splendide forme della libertà politica e civile, che informa la scuola
moderna»404. Egli non teorizzava l’anarchia in campo educativo, ma uno Stato
meno opprimente e più rispettoso della libertà. Come ha fatto notare Giorgio
Chiosso, egli preferiva allo «Stato educatore» uno «Stato regolatore»405. Egli,
infatti, non escludeva il controllo dello Stato suoi concetti, arriva a
concepire la libertà d’insegnamento in modo essenzialmente antistatale, così da
affermare che “lo Stato non possiede un diritto pedagogico e scolastico
assoluto e supremo, ma relativo soltanto e derivato dalla famiglia”» G. Vidari,
Il pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico, cit., pp. 86-87. 402
Non è un caso che la voce “Libertà d’istruzione” curata da Fornari nel
Dizionario Illustrato di pedagogia di Credaro e Martinazzoli, che rappresenta
uno spaccato della pedagogia italiana di fine Ottocento, introduca il tema con
la domanda «A chi appartengono i figlioli?» Cfr. P. Fornari, Libertà
d’istruzione, in A. Martinazzoli e L. Credaro (ed.), Dizionario illustrato di
Pedagogia, Milano, Vallardi, 1895, vol. II, p. 62. 403 G. Allievo, Delle
dottrine pedagogiche di Enrico Pestalozzi, Albertina Necker di Saussure,
Francesco Naville e Gregorio Girard, cit., p. 117. 404 G. Allievo, Lo Stato
educatore ed il Ministro Boselli, cit., pp. 24-25. 405 G. Chiosso, Alfabeti
d’Italia, Torino, Sei, 2011, p. 93. 104 sull’istruzione406.
Nonostante la comune rivendicazione della libertà di insegnamento, le tesi
dell’Allievo si discostavano da quelle allora prevalenti nel mondo cattolico,
in particolare negli ambienti dell’intransigentismo. In questo caso il
principio della libertà d’insegnamento era alquanto strumentale e sostenuto più
per ragioni pragmatiche che per la sua validità pedagogica. La vera scuola era
quella «cristiana» e in nome di questa si avvertì l’esigenza di creare una
scuola cristiana parallela a quella statale, in linea con quella logica
«separatista» dal “paese legale” che ebbe largo corso dopo Porta Pia. Per
questo motivo era chiaro che una rivendicazione simile sarebbe stata immotivata
in uno Stato rispettoso dell’educazione religiosa e cristiana407. Per Allievo
invece, la libertà rappresentava un valore effettivo per la scuola. In questo
senso contestava la contraddizione di molti sedicenti liberali, che in molti
paesi europei negavano la «lotta»408, cioè la concorrenza, proprio in campo
educativo. Secondo il pedagogista il concorso di soggetti privati
all’istruzione del popolo, il confronto e il «gareggiamento» tra le diverse
realtà, rappresentava un volano per il miglioramento della scuola. Per mostrare
i vantaggi dell’applicazione di tale principio, Allievo approfondì con appositi
studi i sistemi di istruzione di Gran Bretagna e degli Stati Uniti, dove i
principali liberali avevano forgiato anche le istituzioni scolastiche. Un altro
stato indicato come modello da Allievo per quanto riguarda l’autonomia
scolastica è il Belgio, di cui cita ed elogia gli articoli della Costituzione
concernenti la libertà d’insegnamento409. Alla realtà educativa degli Stati
Uniti dedicò un saggio dettagliato intitolato Dell’educazione pubblica negli
Stati Uniti D’America410. In esso sostiene come la peculiarità del sistema
scolastico americano fosse la libertà dei cittadini di fondare e 406 Sempre
criticando il citato progetto di legge Baccelli sull’Università scrive: «Ecco
il primo articolo della sua proposta: “Alle regie Università e a tutti gli
altri Istituti d'istruzione superiore è concessa personalità giuridica ed
autonomia didattica, amministrativa, disciplinare sotto la vigilanza dello
Stato”. È cosa manifesta, che autonomia e vigilanza sono i due concetti
supremi, a cui s'informa questo disegno di legge; ma è pur evidente, che il
giusto significalo dell'autonomia dipende dai limiti, che vengono segnati alla
vigilanza. Che lo Stato vegli, bene sta: ma la vigilanza sua va circoscritta
entro determinati confini, sicché non trasmodi in un illimitato ingerimento e
soppianti la libertà» G. Allievo, L’autonomia universitaria proposta dal
Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe Allievo, cit., p. 5. 407Luciano
Pazzaglia ha rilevato come, soprattutto dopo l’Unità, più che la difesa del
principio della libertà d’insegnamento in quanto tale, prevalse nella Chiesa la
rivendicazione della sua prerogativa educativa. Commentando la significativa
allocuzione di Pio IX alla Gioventù italiana del 6 gennaio 1875, lo studioso
della Cattolica osserva: «Pur continuando a sostenere la tesi del monopolio
educativo della Chiesa e a condannare, parallelamente, la libertà
d’insegnamento come principio che mal si conciliava con i diritti della verità
di cui solo il magistero sarebbe l’autentico interprete, concedeva che in certe
condizioni la libertà d’insegnamento potesse diventare per i cattolici uno
strumento essenziale al raggiungimento dei loro obiettivi» in L. Pazzaglia, Educazione
e scuola nel programma dell’Opera dei Congressi (1874-1904), in Cultura e
società in Italia nell’età umbertina, cit., p. 426. 408 G. Allievo, L’autonomia
universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe A., cit.,
p. 8. 409 G. Allievo, Lo Stato educatore, in Opuscoli pedagogici, cit., pp.
68-69. 410 Il saggio è inserito negli Opuscoli pedagogici, cit., pp.
380-406. 105 mantenere delle scuole. Secondo Allievo ciò permise di
far sorgere tantissime scuole pubbliche non statali che hanno accresciuto la
vita scientifica e sociale della giovane nazione, che seppur fondata da poco,
aveva di gran lunga superato nella libertà e nella preparazione le scuole del
vecchio continente. Sostiene inoltre che l’Università americana fosse molto più
democratica di quella italiana. Seppur finanziata dalle tasse di tutti i
cittadini le Università italiane erano frequentate quasi solo da persone
benestanti, a causa delle alte tasse che venivano chieste alle famiglie di
studenti. Negli Stati Uniti invece anche se le Università si mantengono quasi
esclusivamente sulle tasse degli studenti gravando relativamente poco sui
bilanci statali, esistevano numerose borse di studio che permettevano agli
studenti capaci, ma con pochi mezzi, di poter frequentare prestigiose
Università. Nel testo valorizza anche le «Scuole di scienza» e cioè le
Università scientifiche di medicina e ingegneria che si diffondevano nel paese.
Gli Stati Uniti erano un chiaro esempio del fatto che il monopolio
dell’istruzione fosse in contraddizione con i principi dello stesso
liberalismo. Allievo sostiene che «Il libero insegnamento va riconosciuto
siccome una delle più splendide forme della libertà politica e civile, che
informa la società moderna»411, i liberali italiani erano incoerenti con i loro
stessi principi. Scrive su tale contraddizione: «La libertà delle scuole è la
suprema necessità del momento, se già non fosse un principio sacrosanto scritto
nel codice della civiltà vera; è l’unica tavola di salvamento nel presente
naufragio della nostra istruzione. Ma qual è l’opinione dominante su questo
vitale argomento? Anche qui dissidio di menti e lotta di idee. Propugnatori del
libero insegnamento non mancano, ma ad esso non sanno fare buon viso i novatori
e gli iperdemocratici, i quali lo vogliono angustiato in tale strettoie
governative da farne un monopolio per sé e per i loro seguaci. Ingrato
spettacolo di gente che vela con una mano la statua della libertà dopo di
averla coll’altra levata alla pubblica venerazione»412. Ma le posizioni dell’Allievo
erano in controtendenza rispetto agli indirizzi del Ministero. La lobby
massonico liberale che tenne le fila della Minerva nei decenni successivi
all’Unità contrastava la battaglia per la libertà d’insegnamento dietro la
quale vedeva la mano della Chiesa preoccupata di non perdere l’egemonia
sull’istruzione e sull’educazione, messa in seria discussione dopo l’Unità.
L’istruzione pubblica e l’Università resteranno sotto il totale controllo del
Ministero, le scuole libere saranno tollerate, ma discriminate sotto il profilo
giuridico ed economico. Niente fu fatto per una vera parità nell’erogazione dei
titoli di studio, una delle questioni da 411 G. Allievo, Lo Stato educatore, in
Opuscoli pedagogici, cit., p. 68. 412 G. A., La pedagogia italiana antica e
contemporanea, cit., pp. 164-165. 106 cui dipende l’effettiva
libertà d’insegnamento. Lo statalismo scolastico, infatti, è primariamente un
monopolio di «abilitazioni», controllando le quali il governo «obbliga» e i
giovani a frequentare le sue scuole. D’altra parte, costringeva le scuole
libere ad adeguarsi ai dettami governativi. In un testo osserva: «Bella
concorrenza davvero sarebbe quella di Istituti privati ridotti ad una
storpiatura o miserevole copia dei governativi! Bella libertà scolastica quella
di chi fosse legato mani e piedi ai ceppi dell'Autorità ufficiale»413.
Paradossalmente il percorso di statalizzazione della scuola e di riduzione
degli spazi di autonomia per le iniziative educative libere iniziò in un
periodo in cui la pedagogia sembrava andare in una direzione opposta. La
libertà d’insegnamento fu, infatti, un tema largamente sviluppato nella
riflessione cattolico liberale che aveva caratterizzato la stagione
risorgimentale. Lambruschini, Rosmini, Tommaseo, Gioberti, con le dovute
differenze, auspicavano per lo Stato un ruolo da supervisore nell’educazione
pubblica, non quello di gestore e macchinatore dell’istruzione e
dell’educazione. Il percorso di statalizzazione tradiva quei principi di
libertà caratteristici del clima culturale del ’48. Allievo denunciò questa
inversione di tendenza, riprendendo i temi della Società pedagogica: «Il primo
Congresso generale tenuto dalla Società in Torino nell’ottobre del ‘49 rivelava
in modo solenne l’unità di disegno e l’universalità del concetto che la
governava: senatori del Regno e deputati del Parlamento, autorità ministeriali
e scolastiche, membri di Accademie scientifiche e reggitori di istituti
educativi, professori e dottori di Università e maestri elementari, sacerdoti e
laici, esuli degli altri Stati della patria comune illustri per sapere,
intelligenti promotori della pubblica educazione, là convenivano a pubblica
discussione, e nella arena del dibattimento discendevano insieme affratellati i
cultori degli studi classici e speculativi coi maestri dell’istruzione tecnica
e professionale, i reggitori di pubblici e governativi istituti scolastici ed i
favoreggiatori del privato e libero insegnamento. Così il Piemonte, appena
sorto a nuova vita, adoperava in servigio di nobilissima causa il diritto di
libera associazione allora sancito nel nuovo Statuto Carlalbertino, ma, prima
che negli stati politici, scritto a caratteri indelebili nel gran codice della
natura; così esso porgeva uno splendido esempio di attività cittadina e di
privata entratura, che sole sanno a tenere a modo la podestà del governo così
lesta ad invadere diritti non suoi. E si fosse mantenuta costante
quell’attività e quell’entratura privata, e propagatasi più rigogliosa e
compatta in tutte le regioni d’Italia! Chè ora la pubblica istruzione del
nostro paese non gemerebbe soffocata da alcuni anni sotto lo strettoio del
potere esecutivo»414. Già nel saggio sull’hegelismo del 1868 attribuì a 413 G.
Allievo, La legge Casati e l’insegnamento privato secondario, cit., p. 8. 414
G. Allievo, La pedagogia italiana antica e contemporanea, cit., p. 90.
107 Cavour e al «cavourinismo» la colpa per il profilo illiberale della
scuola italiana415. Una simile lettura del pensiero e delle responsabilità
dello statista piemontese sembra essere confermata dall’iter della legge
Lanza416. Esso quindi vedeva nei principi della legge Casati degli aspetti
positivi, poi traditi dalle politiche successive417. I. 10. Le polemiche con la
Minerva Il docente dell’ateneo subalpino non si limitò a teorizzare i princìpi
intorno a cui si sarebbe dovuta realizzare la libertà scolastica, ma entrò in
diretta polemica con gli esponenti politici più o meno «statolatri» che, tra la
sua giovinezza e la maturità, governarono il Dicastero dell’Istruzione Pubblica.
Qualche anno dopo la laurea, già noto per alcune pubblicazioni, Allievo fu
incaricato dal Ministro Berti di scrivere un saggio sulla scuola e la pedagogia
italiana in occasione della mostra universale della Arti e delle industrie a
Parigi del 1867. Ne uscì il saggio Della pedagogia in Italia dal 1846 al
1866418 (1867), che, tuttavia, non incontrò il parere positivo del ministero,
motivo per il quale il libro non fu presentato alla fiera419. Commentando
quell’episodio Gerini osservò come mentre il positivismo fosse una dottrina
«protetta in alto», «agli avversari della pedagogia spiritualistica furono
prodigati tutti i favori del Ministero, a lui l’oblio»420. Le posizioni
espresse dall’Allievo, considerando le quali non desta meraviglia la censura
ministeriale, sono utili per introdurre le sue critiche alla politica
scolastica post unitaria. Già nello scritto del 1867, l’Allievo nel
ripercorrere gli anni del riformismo 415 G. Allievo, L’Hegelismo e la scienza,
la vita, cit., p. 7. 416 M. C. Morandini, Da Boncompagni a Casati:
l’affermazione del modello centralistico nella costruzione del sistema
scolastico preunitario (1848 – 1859), in F. Pruneri (ed.), Il cerchio e
l’ellisse, centralismo e autonomia nella storia della scuola dal XIX al XXI
secolo, cit., p. 50. 417 Tale lettura è confermata in un opera della fine del
secolo. Scrive: «Or mezzo secolo fa veniva promulgata la legge pel
riordinamento della pubblica istruzione, che ancora oggidì governa il nostro
insegnamento universitario. Quella legge porta l'impronta del tempo, che l'ha
inspirata, fervido di nobili aspirazioni e di grandi speranze. La libertà non
era un nome vano ed illusorio, ma una santa realtà potentemente sentita,
lealmente riconosciuta, mirabilmente armonizzata col rispetto dello patrie
istituzioni. Gli animi tutti erano assorbiti nella grande idea
dell'indipendenza nazionale, e davanti alla coscienza del popolo italiano
splendeva l'ideale di un nuovo glorioso avvenire. Ora non ci riconosciamo più.
Dal 1859 al 1899 siamo discesi sempre più giù per la china del decadimento. Lo
Stato andò sempre più invadendo il campo riservato all'attività dei cittadini
comprimendo sotto il suo strettoio le energie individuali» G. Allievo,
L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe
Allievo, cit., 1899, p. 3. 418G. Allievo, Della pedagogia in Italia dal 1846 al
1866, cit.; poi in G. Allievo, La pedagogia italiana antica e contemporanea,
cit., pp. 84-168. 419 Lo stesso pedagogista racconta la vicenda in G. Allievo,
Della pedagogia in Italia; Gerini, La mente d’A., cit., p. 126. 108
pedagogico subalpino all’origine della riforma Boncompagni del 1848421,
lamentava che gli ideali originari – ispirati al principio della libertà
scolastica – fossero stati in seguito gravemente compromessi dalle iniziative
successive che avevano invece rafforzato il ruolo dello Stato422. Secondo
Gerini, l’ostilità del ministero ebbe delle conseguenza nella progressione di
carriera dell’Allievo: Straordinario nel 1871, ottenne la promozione ad
Ordinario solo nel 1878423. In un’altra occasione sembrò al pedagogista
vercellese di aver subito un torto dalle autorità politiche, quando cioè,
eletto consigliere comunale, fu volutamente escluso dall’assessorato
all’istruzione424. La lettura di Allievo sull’evoluzione del sistema scolastico
italiano fu ripresa nel già citato La Legge Casati e l'insegnamento privato
secondario apparso nel 1879. In questo scritto l’A. denunciava la
contraddizione tra le norme a tutela della libertà scolastica prevista dal
testo del 1859 e la loro attuazione pratica, sulla base del principio politico
secondo cui il Governo «sopravveglia il privato a tutela della morale,
dell'igiene, delle istituzioni dello Stato e dell'ordine pubblico»425. Per
quanto la Casati riconoscesse l’utilità di una proficua «concorrenza degli
insegnamenti privati con quelli ufficiali»426, le norme e gli atti successivi
andarono contro questo principio. Per Allievo era evidente che politiche simili
fossero dettate dal timore del Clero e della sua presenza educativa, ma ciò non
poteva minimamente giustificare la soppressione della libertà427. 421Va
sottolineato come il principale redattore del testo legislativo, fu il
sacerdote Rayneri. Cfr. M.C. Morandini, Da Boncompagni a Casati: l’affermazione
del modello centralistico nella costruzione del sistema scolastico preunitario
(1848- 1859), cit., p. 42. 422G. Allievo, La pedagogia italiana antica e
contemporanea, cit., p. 90. 423Secondo Gerini, genero dell’Allievo (ne aveva
sposato la figlia), curatore di numerosi saggi sul pedagogista, il ritardo non
fu casuale. Citando una lettera dello stesso Allievo al ministro De Sanctis e
alcune considerazioni di Parato, egli sostiene che ci fu una ostruzione
ministeriale alla carriera del vercellese, motivata dal suo credo spiritualista
e dalle sue posizioni critiche nei confronti delle politiche ministeriali. Cfr.
G.B. Gerini, La mente di Giuseppe Allievo, cit., pp. 10-12. 424 Come racconta
Gerini: «Dopo le elezioni amministrative del 1895, essendo riuscito con bella
votazione consigliere (il 20° su 80), l’Allievo venne chiamato a far parte
della Giunta. Costituita la quale “l’opinione generale e più favorevole, specie
nel corpo insegnante di tutti i gradi d’istruzione, dalla elementare alla
universitaria, era che nella distribuzione dei varii rami di amministrazione
fra gli assessori, al prof. Allievo sarebbe toccato il governo dell’istruzione,
essendo egli la persona meglio indicata, per attitudini particolari ben note, a
tenerlo: invece venne destinato dal sindaco alla direzione della Biblioteca dei
Musei”. Naturalmente l’Allievo con sua lettera in data 5 luglio rinunziava
all’assessorato. Il sindaco Rignon, cui non menziono in questo luogo a titolo
d’onore, non gli affidava l’ufficio dell’istruzione perché non si conoscevano
ancora abbastanza le sue idee intorno al governo delle scuole, pur essendo
disposto a commetteglielo quanto avesse avuto campo di far conoscere il suo
modo di pensare (Osservatore scolastico di Torino, 13 luglio 1895). Il fatto
non abbisogna di commenti. Basti il dire, che qualche tempo dopo il Rignon
chiamava all’assessorato dell’istruzione un avvocato, il quale non aveva mai
dimostrato d’intendersi d’amministrazione scolastica. – Nelle successive
elezioni l’Allievo declinò in modo irremovibile la candidatura» Ibid., pp.
11-13. 425 R. D. 13 novembre 1859, n. 3725, art. 3. 426 G. Allievo, La legge
Casati e l’insegnamento privato secondario, cit., p. 12. 427 “La potenza che
voi paventate nel clero; non la distruggerete colla forza dei divieti, ma la
fortificate colla mostra della persecuzione e colla vostra sfiducia nella
libertà. Voi la volete la libertà, ma per voi e per 109
Nell'appendice l’Allievo dimostra tale tesi, analizzando nel dettaglio i
diversi provvedimenti elaborati dai successori di Casati, tra cui Natoli,
Coppino e Correnti, criticandone lo scarto rispetto ai principi della legge
fondativa del ’59. E così icasticamente conclude: «Da vent'anni e più anni la
legge riconobbe e sancì il principio del libero insegnamento: da quasi venti
anni il Governo continua a misconoscerlo, la burocrazia a manometterlo»428. La
stessa lettura dell'evoluzione dell'ordinamento scolastico italiano è
confermata in un altro testo di vent’anni dopo429. Un caso esemplare del
«tradimento della Casati» riguarda la figura dell’istitutore libero. Come
spiega Allievo, secondo la legge: «L’istitutore è governativo o libero,
secondochè la scuola, in cui esercita il suo magistero educativo, è retta dallo
Stato o da privati cittadini. All’uno il governo prescrive la sostanza e la forma
del suo insegnamento, la misura, il procedimento, il criterio direttivo.
Dall’altro la vigente legge 13 novembre 1859 esige i titoli, che lo
autorizzano, ed il rispetto dell’igiene, della morale e delle patrie
istituzioni, epperò la sua libertà non è assoluta; ma non concede al Governo di
sindacare, se e quanto, e come egli educhi e insegni; chè altramente la libertà
dell’istitutore si risolverebbe in una vana parola»430. Ma alla libertà
riconosciuta dalla Casati, conclude l’Allievo, corrisposero norme restrittive
che di fatto compromisero l’iniziativa dei liberi insegnanti. Non meno severa
era la denuncia dei rischi dell’ingerenza statale sull’identità delle scuole
private: «Dalle recenti statistiche – così scriveva nel 1879 – si rileva come
gli istituti secondari liberi affidati alle provincie, ai comuni alle
corporazioni religiose, ai privati, gareggino per numero con quelli del
Governo; il che è splendido argomento del grande amore, che nutrono i
cittadini, per l’incremento degli studi e lo sviluppo della coltura sociale; ma
non si può non provare ad un tempo un sentimento increscevole e doloroso in
veggendo come tanti nobili sforzi vengano in gran parte sciupati dallo smodato
ingerimento del Governo, il quale introduce la monotona e rigida uniformità de’
suoi gli amici vostri; a siffatta guisa di libertà anche i vostri avversarii
potrebbero fare buon viso, anche la Czar delle Russie: di una veneranda matrona
ne avete fatto una brutta ed intollerabile Megera.” G. Allievo, La legge Casati
e l’insegnamento privato secondario, cit., p. 28. 428 Ibid, p. 26. 429 Un passo
di un saggio del 1899 conferma la lettura di A.: «Or fa mezzo secolo fa veniva
promulgata la legge pel riordinamento della pubblica istruzione, che ancora
oggidì governa il nostro insegnamento universitario. Quella legge porta
l'impronta del tempo, che l'ha inspirata, fervido di nobili aspirazioni e di
grandi speranze. La libertà non era un nome vano ed illusorio, ma una santa
realtà potentemente sentita, lealmente riconosciuta, mirabilmente armonizzata
col rispetto dello patrie istituzioni. Gli animi tutti erano assorbiti nella
grande idea dell'indipendenza nazionale, e davanti alla coscienza del popolo
italiano splendeva l'ideale di un nuovo glorioso avvenire. Ora non ci
riconosciamo più. Dal 1859 al 1899 siamo discesi sempre più giù per la china
del decadimento. Lo Stato andò sempre più invadendo il campo riservato
all'attività dei cittadini comprimendo sotto il suo strettoio le energie
individuali» G. A., L’autonomia universitaria proposta dal Ministro Baccelli ed
esaminata da Giuseppe Allievo, cit., p. 3. 430G. Allievo, La scuola educativa.
Principi di antropologia e didattica: pedagogia elementare, cit., p. 86.
110 metodi, de’ suoi programmi, de’ suoi studi là dove dovrebbe
lasciare, che si svolga libera, varia e feconda la vita scolastica»431. Ciò
dipendeva, a giudizio del pedagogista piemontese, dal monopolio statale dei
titoli di studio, mediante il quale il Governo disincentivava l’iscrizione
negli istituti liberi. Inoltre il «pareggiamento» delle scuole libere,
condizione per erogare titoli equiparati a quelli statali, era regolamentato da
norme restrittive e obbligava all’omologazione con il sistema statale. Come
denunciò il vercellese: «A chiunque si muova fuori dell’orbita degli studi
segnata dal Governo, è chiuso irrevocabilmente l’adito alle professioni
liberali; potrà procacciarsi una coltura scientifica e letteraria ampia ed
eletta per quanto si voglia, ma prima pur sempre di un carattere pubblico e
legale, e ridotta ad un puro ornamento dell’animo e nulla più»432. Allievo
leggeva bene la situazione della concorrenza tra scuole statali e non statali.
La Talamanca, riprendendo il dibattito parlamentare su tali argomenti, fa
notare come le scuole private cattoliche avessero un numero maggiore di
studenti rispetto a quelle statali. Cita il senatore Menabrea che nel maggio
del 1872 fa notare come sui 4136 studenti che avevano sostenuto la licenza
liceale, ben 2670 provenivano da scuole private e seminari433. Ma come
dimostrano le vicende successive, il sistema nato dalla Casati avrebbe portato,
come denunciato dall’Allievo, all’assottigliamento delle scuole private. Sulla
volontà del governo di attuare la libertà d’insegnamento è particolarmente
significativo un breve saggio dal titolo: L’autonomia universitaria proposta
dal Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe Allievo434. Il testo non riporta
la data di pubblicazione, ma si può desumere da alcuni brani che sia stato dato
alle stampe nel 1899. Allievo critica nel testo della legge una profonda
ipocrisia. Da una parte si affermava il principio dell’autonomia, ma nei fatti
esso rimaneva un flatus vocis, in quanto veniva contraddetto dal resto della
legge. Infatti il progetto non segnava i limiti della “vigilanza” governativa;
sanciva che i confini dell’autonomia sarebbero stati in seguito definiti dal
Consiglio Superiore e dal Consiglio di Stato (senza contrattazione con gli
atenei); affermava che la nascita di nuove Università, Istituti o Scuole
d'istruzione superiore, o di Facoltà poteva avvenire esclusivamente per
decreto; attribuiva al Ministero il potere di respingere le 431 G. A., Opuscoli
pedagogici, cit., p. 25. 432 Ibid., p. 25. 433 A. Talamanca, La scuola tra
Stato e Chiesa dopo l’Unità, in Chiesa e religiosità in Italia dopo l’Unità
(1861-1878), cit., vol. I, p. 365. 434G. Allievo, L’autonomia universitaria
proposta dal Ministro Baccelli ed esaminata da Giuseppe Allievo, cit., p.
3. 111 proposte di nomina o di conferma dei professi ordinari e
straordinari avanzate dalle Università. In questo modo, ironizza Allievo, «il
Governo lascia alle Università il governarsi da sé, purché si governino a modo
suo»435. Il pedagogista guarda così al modello medioevale, tornando a
contestare l’idea secondo cui gli istituti nascano per legge e non dalla libera
associazione. Conclude citando Villari, correlando la mancanza di autonomia con
la crisi dell’Università437. Un altro aspetto che Allievo considerava
illiberale e nefasto era il controllo dei libri di testo, con cui il Ministero
poteva indirizzare politicamente e culturalmente l’insegnamento. Lo stesso
pedagogista pubblicò un pamphlet nel quale difese un saggio di un professore
siciliano438 che, stando alla sua narrazione, incorse ingiustamente nella
censura ministeriale439 a motivo del suo orientamento filo cattolico440. 435
Ibid., p. 7. 436 «Seguendo l'ordine numerico del disegno di legge, passiamo
all'art. 3 che suona cosi: “La creazione di nuove Università, Istituti o Scuole
d'istruzione superiore, o di loro Facoltà o sezioni, non potrà avvenire se non
per legge”. Anche qui abbiamo un segno del tempo. Sentendo proclamare
l'autonomia degli Istituti scolastici superiori, il nostro pensiero corre
spontaneo alle gloriose Università medioevali, che sorsero e fiorirono non per
decreti di Stato, ma per libero valore di insigni maestri, di studiosi
discepoli, di privali cittadini, fervidi amatori della scienza, e ci
immaginiamo di essere ritornati a quo' felici tempi di scolastica libertà.
Illusione! A nessuno si concede di creare nuove Università, o facoltà
universitarie, o Scuole d'istruzione superiore senza il placet regio o
parlamentare. Non si osa proclamare francamente e incisamente il principio, già
sancito dal Belgio coll'articolo 17 della sua Costituzione: “L'insegnamento è
libero; ogni misura preventiva è vietata”» Ibid., p. 7. 437 «Io potrei
proseguire più oltre la mia critica, ma dalle poche considerazioni, clic sono
venuto fin qui esponendo, emerge, per quel che a me ne pare, la conclusione,
clic la proposta autonomia è irretita fra tali e tante strettoie da essere
ridotta ad una vana parvenza, mentre la vigilanza dello Stato non ha confini,
che la circoscrivano, non ha norme, da cui sia vincolata. 11 segnare i giusti
limiti della vigilanza governativa, non è qui luogo da ciò: questo solo panni
di potere ragionevolmente affermare, che questo disegno di legge conferisce al
Governo poteri assolutamente inconciliabili colla autonomia universitaria
veramente intera. Qualche anno fa Pasquale Villari scriveva: “Dal 1850 fino ad
oggi, colle libertà, eolie nuove leggi, regolamenti e mutamenti, con nuovi
professori italiani e stranieri, noi non siamo ancora riusciti a far nascere
nelle nostre Università una vera vita scientifica: esse non rispondono
all'aspettazione giustissima del paese. E perché, dimando io? Perché il
Ministero arrogandosi il diritto supremo ed assoluto della pubblica istruzione
ed educazione, ha governato a sua posta le Università invece di mostrarsi
ossequente alla legge del 1850 non mai abolita, informata ai più larghi o giusti
principii di libertà /in nota cita il libro di Martelli, La decadenza
dell’Università italiana”» Ibid., p. 10. 438Si tratta del libro di G.B.
Santangelo, La Famiglia e la Scuola, letture proposte alle allieve delle classi
femminili, esercizi fondamentali di lettura, scrittura e calcolo per le
bambine, Palermo, Tip. M. Amenta, 1887. 439 G. Allievo, Clericalismo e
liberalismo, ossia i libri di lettura del prof. G. B. Santangelo censurati dal
Ministero della Istruzione pubblica e difesi da Giuseppe Allievo, Palermo, Tip.
delle letture domenicali, 1888. 440 Nella relazione del Ministro in cui si
valutava negativamente il testo difeso dall’Allievo, si accusava il libro di un
certo «odore di sagrestia». A tale accusa, lo studioso piemontese replicò: «Ah
finalmente ecco qui la chiave omerica, che apre l’arcano di una critica
spigolistra, permalosa, assassina! L’Autore per ragione pedagogica e per debito
di programma ha qua e là nei suoi libri (e non dalla prima all’ultima parola,
come, bugiardamente asserisce il Relatore) parlato di Dio e delle cose sante:
dunque giù botte da orbo sulla sua mal battezzata cervice! In verità addolora
il vedere il Ministero suggellare coll’autorità sua il giudizio di chi parla un
linguaggio tanto plateale e lacera il primo articolo dello Statuto fondamentale
del Regno e l’articolo 315 della vigente legge organica della pubblica
istruzione! Ma già il sentimento religioso è puzza di sagrestia, che ammorba e
va proscritto in nome della nuova Igiene! L’Ermenegarda morente del Manzoni sclamava:
“Parlatemi di Dio, sento ch’ei giunge”: il moderno epicureo grida: Non
parlatemi di Dio, sento che mi si guasta la digestione. Se il Santangelo fosse
stato un prete spretato, che avesse gettato il tricorno alle ortiche, o
112 L’unico momento in cui sembrò potersi fermare la parabola
monopolistica, fu la nomina a Ministro dell’istruzione del senatore palermitano
Perez nel luglio 1879. Il neoministro mostrò la volontà di mettere mano ad una
riforma della scuola volta a difendere il principio della libertà
d’insegnamento. L’Allievo prese subito le difese del Ministro in un articolo
pubblicato nella Gazzetta piemontese del 20 agosto e stese il saggio La riforma
dell’educazione moderna mediante la Riforma dello Stato, che trovò
l’apprezzamento del neoministro441. Gerini documenta come Perez avesse
l'intenzione di chiamare Allievo stabilmente al Ministero, con lo scopo di
redigere una riforma della scuola e dell’Università incentrata sulla libertà
d’insegnamento e contraria alla deriva monopolistica intrapresa dai suoi
predecessori442. L’Allievo fu infatti presto coinvolto nella compilazione di un
nuovo Regolamento per la licenza liceale in sostituzione di quello precedente
definito dal ministero Correnti nell’aprile 1870. Il nuovo regolamento, nel quale
Allievo ebbe «non poca e vivissima parte»443, intendeva ricondurre gli esami di
licenza liceale alla loro «primiera forma legale, allorquando l'alunno privato
si presentava a sostenerli presso qualunque pubblico liceo dello Stato e
senz'obbligo dell'attestato di licenza ginnasiale e del percorso triennio»444.
Il suo scopo era quello di restituire più ampia libertà agli studenti delle
scuole non statali445. Il pedagogista documentò nel saggio sulla legge Casati
come il testo trovò il consenso della maggior parte dei provveditori e dei
presidi sui quali era stato fatto un sondaggio preliminare446. Ma il progetto
suscitò anche numerose polemiche447. Accusato dagli ambienti
liberal-democratici di voler favorire la scuola libera (e quella cattolica in
specie), a pochi mesi dal suo insediamento, già nel novembre 1879, il Perez
dovette abbandonare il un frate sfratato, che avesse bruciato il convento per
andare a godersi la vita, i suoi libri avrebbero incontrato ben altro giudice
ed altro mecenate» in G. A., Clericalismo e liberalismo, ossia i libri di
lettura del prof. G. B. Santangelo, cit., p. 19. 441 In un autografo del 9
agosto 1879 il Ministro scrisse ad Allievo «...m’accorgo come Ella sia fra quei
pochi cui non travolge la mente l’idolatria dello Stato onnipotente e
onnisciente» in A. Consorte, Scuola e Stato in Giovanni A., cit., p. 53. 442 G.
B. Gerini, La mente di Giuseppe Allievo, cit., pp. 11-12. 443 G. A., La legge
Casati e l’insegnamento privato secondario, cit, p. 36. 444 Ibid., p. 35. 445
Così il professore piemontese sintetizza i punti salienti del Regolamento: «Gli
articoli più sostanziali di esso Regolamento, che avrebbero radicalmente mutato
l'attuale sistema degli esami di licenza, sono: il quinto, che restringe
l'esame sulle materie nei limiti, in cui esse furono svolte nel terzo anno,
quando si siano superati gli esami di promozione dei due primi anni; il
settimo, che lascia libero il candidato privato di iscriversi presso qualunque
pubblico liceo del Regno; il nono, che lo proscioglie dall'obbligo
dell'attestato di licenza ginnasiale e del percorso triennio; il dodicesimo,
che incarica i professori liceali della preparazione di temi per le prove
scritte, ed inchiude l'abolizione della Giunta centrale. Eppure quel
regolamento era un semplice richiamo alla legge Casati: si intendeva di
ricondurre gli esami d licenza liceale alla loro primiera forma legale,
allorquando l'alunno privato si presentava a sostenerli presso qualunque
pubblico liceo dello Stato e senz'obbligo dell'attestato di licenza ginnasiale
e del percorso triennio. E se ne fece una questione di clericalismo, mentre era
una questione di legalità. dicastero. Il caso sembra confermare quanto annotato
da Giuliana Limiti: «Il problema della scuola privata sembra essere fatale per
la sorte di taluni ministri della Pubblica Istruzione e qualche volta per la
sorte degli stessi governi!»449. Sebbene impossibilitato ad incidere
effettivamente negli indirizzi della scuola, la sua collaborazione con il
Ministero continuò negli anni seguenti. Come ricorda Prellezo: «nel 1884
esprime il suo parere sui programmi delle Scuole normali; nel 1885 viene
incaricato dal Ministro Coppino dell’ispezione delle Scuole normali del
Piemonte e della Liguria; lo stesso Ministro Coppino lo chiama a far parte della
Commissione reale per il riordinamento della scuola popolare»450. Molto più
duro fu il rapporto con il Ministro Paolo Boselli, che guidò la Minerva durante
i due primi governi Crispi. Qualche mese dopo il suo insediamento, A. criticò
Boselli a motivo della censura di un testo già citato. Questo iniziale
contrasto probabilmente convinse il pedagogista piemontese, chiamato a far
parte della commissione presieduta da Pasquale Villari per stendere i nuovi
programmi delle scuole elementari, a non partecipare a buona parte delle
sedute. Pesò probabilmente la convinzione di rappresentare un’esigua minoranza
all’interno della commissione, formata in larga maggioranza da studiosi di area
laicista e positivista. Qualche tempo dopo l’A. attaccò più severamente il Ministro
con il pamphlet dal titolo Lo Stato educatore ed il ministro Boselli452. Si
tratta di un saggio con toni molto 448Così commentò l’A.: «Il Ministro Perez,
rara avis, ritornando al concetto della legge arditamente si accingeva a
spastoiare le scuole private ed a redimere gli istituti governativi da quel
formalismo artifiziato e da quel enciclopedismo, che insieme congiuravano a
sciupare gl’intelletti giovanili e sfibrare i caratteri. Ma il dio Stato
colpiva a mezzo del lavoro la mano ribelle del suo Ministro. La genìa
burocratica con ignobili e subdole manovre, la stampa liberalesca con una
critica sleale ed assassina lo precipitarono ben presto di seggio miterandolo
da clericale! Come avevano adoprato alcuni anni prima verso il Ministro Berti,
propugnatore sincero di libertà» in A., Lo Stato educatore ed il Ministro
Boselli, cit., p. 4. 449G. Limiti, Momenti e motivi della legislazione sulla
scuola non statale in Italia, in S. Valitutti, Scuola pubblica e scuola
privata, Bari, Laterza. Prellezo, Giuseppe A. negli scritti pedagogici
salesiani. Introducendo il lavoro A. denuncia: «Questa turba liberalesca altro
non vede e non adora che se medesima, e va gridando: l’Italia siamo noi, noi
siamo il patriottismo, la libertà, la Costituzione, lo Stato: chiunque non ci
appartiene è nemico della patria, chi non è con noi, è contro di noi. Sì, i
clericali sono contro di voi, perché i nemici della patria siete voi, voi i
demolitori delle franchigie costituzionali e della indipendenza politica, gli
oppressori della libera attività dei privati cittadini. Oh benedette
rimembranze del 1848, allorchè si vagheggiava, anelando, un ideale di unità e
di floridezza sociale, di dignità e di indipendenza nazionale, di vera e larga
libertà politica e civile, sorretta dalla religiosità e dall’integrità del
costume! In omaggio a quell’ideale languivano nelle carceri del dispotismo
austriaco o cadevano decapitati sul palco i martiri italiani; cimentavano sui
campi lombardi la vita contro gli stranieri i prodi. Orta quel santo ideale conquistato
con inauditi sacrifici di sangue e di danaro, è buttato nel fango da una turba
di affamati, di ambiziosi e di settarii» in G. A., Clericalismo e LIBERALISMO,
ossia i libri di lettura di Santangelo censurati dal Ministero della Istruzione
pubblica e difesi da A.. Solo la prima parte del saggio, intitolata Lo Stato
educatore, è stata ripubblicata in G. A., Opuscoli pedagogici. aspri, ma
composto da critiche precise e circostanziate come è stato notato da Bonghi453.
Nel saggio ribadì le accuse al sistema statolatrico italiano e stigmatizzò una
serie di provvedimenti emanati dal Ministro: criticò il decreto 9 maggio 1889
il quale prescriveva che, per le sole scuole statali, la licenza elementare
fosse titolo sufficiente per l’ammissione alla prima classe del ginnasio e
della scuola tecnica; contestò la circolare dell’8 agosto 1889 con cui, in
mancanza di maestri legalmente abilitati, dava la possibilità ai militari
congedati che avevano superato l'esame prescritto per gli aspiranti sergenti,
di insegnare nelle scuole assicurando la metà della copertura con fondi
ministeriale, al contrario di quanto avveniva per gli altri insegnanti;
protestò contro una circolare ministeriale nella quale, a dispetto dell’art.
325 della legge Casati, s’impediva ai parroci di presiedere gli esami di
istruzione religiosa; recriminò che il corso di pedagogia non risultasse tra i
corsi obbligatori per il conseguimento della laurea in Lettere e Filosofia454.
Criticò, inoltre, i toni di una circolare del 20 febbraio 1889 finalizzata al
riordino degli Orfanotrofi e dei Conservatorii e stigmatizzò la «faziosità» con
cui il Ministro gestì i trasferimenti tra le diverse Università per influenzare
le vicende concorsuali. Questi elementi condussero A. a tacciare Boselli di
«cesarismo scolastico». In conclusione avanzò una proposta provocatoria e
risoluta: «Delenda Carthago. Il ministero della pubblica istruzione va
annullato»455. La proposta dell'abolizione del dicastero, peraltro avanzata già
in Parlamento il 18 giugno 1867 dal deputato libertario e socialista Morelli,
non rappresentava in effetti agli occhi di Allievo la condizione ideale per il
governo dell’istruzione pubblica, ma costituiva la fatale soluzione alla
«metastasi statalista» che soffocava la scuola italiana456. Confermò le stesse
posizioni in un 453 Commentando il saggio, il Bonghi osserva: «L’Allievo è
professore di pedagogia come tutti sanno, e tanto ha scritto della scienza che
professa, e posto molta cura a’ problemi, che vi si trattano, da meritare, di
certo, che un suo studio sulla materia dell’educazione, teorica e pratica, non
passi inosservato. Quello che annunciamo, è diviso in due parti. Nella prima
tratta la questione se e quale parte spetti allo Stato nell’educazione; e viene
alla conclusione media e vera, che la suprema autorità scolastica risiede nella
famiglia, e allo Stato spetta un ufficio complementare e di vigilanza. La
seconda è una critica minuta – e talvolta, il che non è bene, acre – della
condotta dell’attuale ministro di Pubblica Istruzione. Né si può negare che una
buona parte dele osservazioni sia giusta, e a ogni modo consigliamo il ministro
di darvi peso, e non immaginarsi, che, prima o dopo, non ne avranno.
Soprattutto le considerazioni intorno al concetto e alla condizione
dell’insegnamento religioso nelle scuole elementari, come appaiono nelle più
recenti circolari del ministro, ci paion degne ch’egli vi rivolga la sua
attenzione» R. Bonghi, Idee di G. A. circa la libertà d’insegnamento, cit., p.
603. 454 Sullo stesso tema il pedagogista aveva già scritto un pamphlet: G. A.,
Il ministro Coppino e la pedagogia, Torino, Borgarelli, 1878. 455 G. Allievo,
Lo Stato educatore ed il Ministro Boselli, cit., p. 44. 456 Concludendo il
saggio Allievo ricorda la sua fedeltà alle istituzioni dello Stato Italiano:
«Pubblicando questo lavoro io non ho inteso di venir meno ala ragionevole
riverenza dovuta all'autorità ministeriale; e ne fa prova manifesta il
rispetto, che io professo sincero per le leggi dello Stato, per le patrie
istituzioni, per le franchigie costituzionali, per la nazionale indipendenza.
Ho censurato gli atti governativi adoperando quella crudezza di forma, che
risponde alla gravità del male, esercitando un diritto, che lo Statuto
conferisce ad ogni libero cittadino, adempiendo un dovere impostomi dalla
carità del loco natio e dalla coscienza del mio mandato. Ho parlato il
linguaggio dei fatti; ed i fatti li smentisca chi può, li riconosca chi
deve. 115 articolo intitolato Salviamo la scuola!, nel quale dopo
essersi soffermato sulle storture della scuola statale e sul suo ordinamento
illiberale ritornò a prospettare la soppressione del Ministero457. Un attacco
così diretto non restò senza conseguenze. All’opuscolo del pedagogista replicò
infatti un libretto anonimo intitolato Lo Stato educatore – botte di un
educatore – risposte di un educato458 che, stando al Gerini, sarebbe stato
redatto negli uffici del ministero. La risposta alle critiche è non solo
pungente quanto, del resto, le denunce dell’Allievo, ma scade a livello di
attacco personale. Oltre a difendere ogni singolo provvedimento annotato dallo
studioso vercellese, l’autore si abbandona alla denigrazione della sua attività
didattica e scientifica: «Ha una famiglia pedagogica l’Allievo? No. E la
ragione è una sola, ed è naturale e chiara, non si può dar famiglia senza
amore. Omnia vincit amor. Ma l’A. non ha amore, se non verso sé medesimo. Il
sentimento che noi scorgiamo nel prof. Allievo non è, no, mal volere; è
piuttosto un affetto immoderato che lo muove a far troppo di sé centro a sé
stesso; talmente che egli rende, senza forse accorgersene, l’immagine dantesca
di cosa che sé in sé rigiri; e rigirandosi, egli nella sua vaga visione si
esalta così, che gli par di poggiare su, ad un punto superiore a quello di chi
nella scala sociale e nella realtà dei fatti è più alto di lui»460. L’acida
polemica continuò con un ulteriore passaggio in una replica dell’Allievo nel
breve saggio: Risposte di un educato: un educato. Fin dalla prima pagina lo
scritto era poco conciliativo, sia nel difendere le sue tesi sia nel contestare
le accuse, così chiosando ironicamente lo statalismo ministeriale: «Beati i
popoli (ripiglio io), retti da un governo così raccolto ne’ suoi giusti
confini, così ossequiante alle leggi ed ordinato in ogni atto suo, così alieno
dallo esclusivismo e tanto rispettoso della libera attività de’ cittadini
All'educazione nazionale peggior ventura che quella del Ministero di Boselli
non è toccata mai. Il dilemma si affaccia irrevocabile. Delenda Carthago!
L’abolizione del Ministero di pubblica istruzione si impone imperioso, urgente,
indeclinabile. La salute della nostra grande ammalata, che è la scuola, è a
questo prezzo. Per questa via sola si giunge a smantellare la roccia della
vastissima setta, che impera sovrana alla Minerva. Dacchè il parlamentarismo
rasenta la bancarotta, può ben far senza di un Ministero, liberandoci da quella
smania di legiferare, da quel subisso di leggi e regolamenti e decreti e
circolari scolastiche, che intralciano il regolare processo della pubblica istruzione
e comprimono la libertà degli studi» Salviamo la scuola! in «La libertà
d’insegnamento. Bollettino trimestrale della “Unione pro Schola Libera”»,
Torino, Tip. S.A.I.D. Lo Stato educatore – botte di un educatore – risposte di
un educato, Roma, Stabilimento Civelli. segnatamente nel campo pedagogico, che
alla famiglia non venga impedito di comporsi nell’ordine suo ed adempiere la
sua missione educatrice»461. L’anno seguente tornò a criticare il Ministro
Boselli sulle pagine de Il nuovo Risorgimento462. Alle accuse precedenti ne
aggiunse altre come quelle circa l’ingerenza della Minerva sulla scuola
dell’infanzia, la nomina di un impiegato di biblioteca ad ispettore scolastico
di prima classe, e il fatto che «il ministro Boselli con una sua ordinanza deferiva
l’anno scorso alle singole Commissioni esaminatrici la proposta dei temi per le
prove scritte della licenza liceale, offendendo l’articolo 38 del R.
regolamento 23 ottobre 1884 allora vigente»463. Si trattava secondo l’Allievo
della persistenza di una serie di «abusi del potere esecutivo», in cui scorgeva
il tradimento dello Stato di diritto e della libertà: «L’Italia è tutta infesta
da una turba di pseudo-liberali, che la libertà fanno strumento di servitù, e
della patria, delle franchigie costituzionali, delle leggi dello Stato si fanno
sgabello per salire in alto sitisbondo di dominio e di oro, corrompendo il
pubblico costume e le istituzioni politiche e civili della nazione»464. Un
altro episodio che segnò lo scontro con la Minerva, risale al pensionamento di
A., quando il dicastero era guidato dall’onorevole Credaro. Il pedagogista,
ormai anziano e con poche forze, chiese al Ministero che gli affidasse un
sostituto. La Facoltà nominò il pedagogista Romano, «ex» spiritualista e
cattolico convertito al positivismo. Lo studioso era già stato bocciato in una
serie di concorsi per conseguire la libera docenza a Torino, Milano, Palermo e
Bologna. A Catania addirittura tutti e cinque membri della commissione
esaminatrice diedero esito negativo. La nomina di un candidato simile come suo
supplente, peraltro agli antipodi rispetto alla sua linea pedagogica, portò
l’Allievo a prendere dura posizione contro la Facoltà e il preside Vidari, e
poi a chiedere di andare definitivamente in pensione, per impedire al Romano di
insegnare sulla sua cattedra. Raccogliendo una serie di articoli apparsi su
giornali e riviste come Italia Reale, L’Unione di Vercelli, Il Momento, Il
Corriere d’Italia, I diritti della scuola Studium, fu pubblicato un pamphlet
sulla vicenda465. Furono inserite anche due lettere inviate da Allievo a due di
queste riviste come ringraziamento della solidarietà dimostrata, e un piccolo
scritto dallo stesso pedagogista in cui chiariva ulteriormente i contorni della
vicenda. La posizione di A. sulla vicenda è molto significativa: 461G. A., Un
educato anonimo, Torino, Tip. Subalpina, A., Il Ministro Boselli e la legge,
«Il nuovo Risorgimento. A. e la sua cattedra, Torino, Tip. S, Giuseppe degli
artigianelli. emergono sia un vivo attaccamento all’impegno pedagogico e
magistrale466, ma anche forti dissidi con l’ambiente universitario. Nelle sue
ricostruzioni Allievo attribuì a Giovanni Vidari, allora preside della Facoltà
di Lettere e Filosofia di Torino, la responsabilità dello smacco subito467,
collegando l’appoggio da parte del preside del Romano e un generale poco
rispetto dimostrato anche con altri episodi, in virtù della sua aderenza ai
principi spiritualisti e alla sua fede468. Un altro testo in cui attacca il
Ministero è il testo Del realismo in pedagogia469, nel quale contesta le
posizioni espresse da De Sanctis in uno scritto del 1878 pubblicato ne la
«Gazzetta letteraria di Torino», in cui lo statista napoletano sosteneva come
la classe magistrale dovesse ispirarsi ad un realismo di impronta pragmatista. A.
è invece convinto che l’anima della scuola poteva essere un solido ideale
umano. Senza valori certi, 466 Si tratta di una lettera inviata a l’Unione di
Vercelli, per ringraziare delle parole in sua difesa. Scrisse: «Io non sono più
maestro. Non è la morte, che mi abbia rapito alla cattedra, ma è qualche cosa
di peggio. In questi ultimi anni la mia vita universitaria fu amareggiata da
grandi dolori. Pur tuttavia avrei continuato nel mio insegnamento; ma quando mi
si volle imposto per supplente un rifiuto di tutti i concorsi universitari, a
cui egli si è presentato, esclamai: Basta così; e mi ritirai nel santuario
della vita privata, abbandonando alla dimenticanza ed all’oblio quei tra
infelici che malignavano sulla mia persona. Abbandono con certo qual rammarico
la cattedra, che per più di cinquant’anni mi fu cara compagna di lotta del
pensiero, nella conquista della verità, e vedendo scomparire a me d’intorno
quella folla sempre nuova di giovani studiosi che nel volgere degi anni veniva
ad ascoltare la mia povera parola, mi pare quasi che la mia vita si spenga
nell’isolamento. No, non si spegne, ma semplicemente si trasforma. [...] Veggo
che la mia più che attuagenaria esistenza volge al tramonto, ma io mi esalto
pensando al Divino Maestro, al Pedagogo eterno, al Verbo vivente, al Redentore
dell’umanità. Dopo aver accennato i concorsi falliti da Romano, Allievo
commenta l’ultimo a Catania «quest’ultimo poi gli fu veramente disastroso, non
avendo riportato nemmeno un voto favorevole. Tanto è che coloro stessi fra i
miei colleghi che per lo passato lo avevano sempre protetto e difeso a spada
tratta, in faccia a quel disastro esclamarono: È un uomo liquidato! Ma che?
Questi medesimi lo proposero per mio supplente e poi riuscirono ad insediarlo
sulla Cattedra di Pedagogia da me lasciata vacante. Viva la libertà del dire e
del disdire! Il Romano deve il presente suo splendido successo al Presidente
Vidari, il quale rifiutando di interpellarmi intorno la scelta del mio
supplente, sostenne in Consiglio di Facoltà insieme con sei altri professori
presenti all’adunanza (senza contare tre altri, che diedero voto contrario) che
fosse proposto il libero docente, fallito in tutti i concorsi universitari di
pedagogia specie in quel disastroso di Catania» Ibid., cit., p.12. 468 Allievo
riporta nello scritto un brano di una lettera uffficiale scritta da Vidari in
occasione delle sue dimissioni, e così la lo commenta: «Egli mi rivolse un
saluto perché abbandoni l’Università, ma non aggiunge sillaba, che esprima il
menomo rincrescimento di aver perduto in me un collega, e quando presentai le
mie dimissioni non mi ha significato il menomono desiderio che fossero
ritirate. L’augurio anche’esso mi sa di forte agrume. Che nel placido riposo io
possa lungamente deliziarmi nei prediletti miei studi? – Ma questi cari miei
studi prendono forma e vita dalla pedagogia italiana tradizionale fondata sul
teismo cristiano. Ora questa pedagogia l’avete cacciata via dalla mia Cattedra
per fare luogo alla dottrina razionalistica del mio supplente, sicché l’augurio
a me rivolto viene a tradursi in questi termini: Deliziati senza fine negli
studi tuoi, ma non qui in queste aule universitarie in mezzo a noi e nella
realtà della vita sociale, ma in mezzo alle mi- stiche regioni del
soprannaturale, nelle sedi beate dei Campo elisi conversando cogli spiriti
magni di Aporti e Rayneri. Sì, io serberà sempre viva la mia ragione filosofica
sorretta dalla fede religiosa in Cristo; ma voi vi vantate razionalisti e
calpestate la scienza collocando sulla cattedra chi non la possiede; voi
esaltate la libertà del pensiero, e v’inchinate a tutte le dottrine, fossero
pur dissolventi e scettiche: soltanto il pensiero cristiano non trova grazia
presso di voi. A., Del realismo in pedagogia, Torino, Roux e Favale, 1878
inserito in Id., Opuscoli pedagogici, cit., pp. 422-426. 118 si
sarebbero abbandonate le giovani generazioni a progetti e prospettive
volgarmente materiali e pragmatiste, condannandole all’alienazione. All’inizio
del Novecento la battaglia dell’Allievo in favore della libertà d’insegnamento
si tradusse – per quanto egli fosse già avanti negli anni – nel sostegno alla
fondazione, nel 1907, dell’associazione «Unione pro schola libera. Società
nazionale per la libertà d’insegnamento», fermamente voluta da Piovano e da Bettazzi,
finalizzata diffondere le ragioni della libertà scolastica, contro lo
statalismo e i suoi fautori. A. è scelto come presidente generale effettivo,
carica che ricoprì solo per un anno, dopo il quale si allontana
progressivamente dal nucleo direttivo e organizzativo dell’associazione, a cui
continuarono a legarlo comunque lo spirito e le motivazioni di fondo. Inizia ad
essere pubblicato anche il Bollettino dell’associazione, La libertà
d’insegnamento, un trimestrale a diffusione nazionale pubblicato inizialmente
in circa tremila copie. La nascita e l’attività del sodalizio ebbero notevole
risonanza contribuendo a vivificare il dibattito sulla libertà scolastica che
stava registrando in quegli anni una notevole ripresa. In un convegno svoltosi
a Genova, dal titolo Istruzione ed educazione cristiana del popolo italiano gli
eredi dell’Opera dei Congressi, confluiti nelle Unioni Cattoliche, lodarono
l’iniziativa dell’Allievo e nella seconda delle tre risoluzioni fu sancito uno
stretto rapporto con l’Unione torinese. «La Civiltà Cattolica» – che a lungo
aveva praticamente ignorato le tesi dell’Allievo – dedicò al Convegno un
articolo, riportando le conclusioni dell’assise cattolica ed encomiando
l’operato dell’Allievo e dell’«Unione pro schola libera. Appaiono significative
le affermazioni conclusive dell’articolo, nel quale si celebrano affianco agli
allievi i più importanti rappresentanti del cattolicesimo liberale francese. G.
Chiosso, La stampa pedagogica e scolastica in Italia. Chiosso, Gentile, i
cattolici e la libertà di insegnamento nei primi anni del Novecento, in G.
Spadafora (ed.), Gentile. La pedagogia, la scuola, Roma, Armando. Nella seconda
delle tre risoluzioni fu scritto che il Congresso «Plaude all’Unione pro schola
libera sorta in Torino sotto gli auspici del venerando prof. A., e a tutte le
altre istituzioni aventi lo scopo di tutelare i diritti dell’insegnamento
libero; Fa voti che l’azione in favore della scuola libera sia efficacemente
coadiuvata dai padri di famiglia, dagli insegnanti degli istituti privati e
specialmente dall’azione illuminatrice della stampa quotidiana; Delibera di
affidare all’Unione stessa l’incarico di studiare ed attuare quei mezzi
pratici, che valgano a salvare quanto resta ancora di libertà d’insegnamento
nella vigente legislazione e di ottenere dai pubblici poteri quegli immediati
temperamenti, che servano a sopprimere le più odiose disposizioni regolamentari
contro l’insegnamento privato» Il congresso cattolico di Genova, «La Civiltà
Cattolica», quaderno. Scrive l’autore dell’articolo: «Dopo queste semplici
osservazioni intorno alla prima risoluzione, lasciamo ai lettori di apprezzare
l’importanza della seconda risoluzione del congresso; in cui si traggono con un
senno pratico degno di ogni encomio, le conseguenze legittime del principio
fissato nella prima. Quale campo fecondo di attività, non meno benefica che
urgente nelle singole deliberazioni di questa seconda Èa partire da questo
periodo che il pensiero pedagogico del pedagogista vercellese iniziò a essere
apprezzato e diffuso anche al di fuori del circuito del cattolicesimo liberale.
Lo confermano una serie di articoli pubblicati sulla «Civiltà Cattolica,
l’attenzione delle «Rivista di Filosofia neoscolastic, i meriti riconosciutigli
da Meda, e un celebre saggio di Monti, La libertà della scuola in cui si
trovano citati gli scritti d’A. e si ricordano le sue battaglie scolastiche477.
Nel frattempo Giuseppe Allievo aveva lasciato questo mondo. risoluzione!
Le ponderino attentamente i cattolici italiani; i giornalisti, i conferenzieri
e gli stessi sacerdoti, in Chiesa e fuori di Chiesa, ne facciano il soggetto
del loro apostolato, finché il popolo se ne impossessi e ne sappia fare buon
uso specialmente in tempo di elezioni: da ciò dipende la salvezza della
gioventù e della patria! Noi ne siamo sì profondamente persuasi, che non
possiamo fare a meno di mandare da queste pagine un saluto e un augurio solenne
all’Unione pro schola libera di Torino e al suo venerando presidente A., il più illustre pedagogista che oggi
vanti l’Italia, degno rappresentante delle tradizioni filosofiche ed educative
veramente italiane; la cui fama è pur troppo assai inferiore al merito, perché
ingiustamente eclissata dal predominio del positivismo anglo – sassone e
teutonico negli atenei e nelle scuole normali del regno. Possa il suo nome
tramandarsi ai posteri con quelli del Montalembert, del Falloux e del Dupanloup
per la Francia, come simbolo della conquistata libertà d’insegnamento per
l’Italia!” Il congresso cattolico di Genova. In tre articoli pubblicati sulla
pedagogia contemporanea sono citate le opere di Allievo e le sue critiche al
positivismo. Cfr: Linee di pedagogia moderna, cFinalità educative, quaderno;
L’opera educativa positivista, quaderno; Cannella, Opuscoli pedagogici inediti
ed editi di Giuseppe Allievo, cMeda, Universitari cattolici italiani, Monti, La
libertà della scuola, principi, storia, legislazione comparata, Milano, Vita e
Pensiero. Antropologia e di pedagogia nell'Università di Torino
Torino,Carlo,Clausen 1896. In un'opera assai importante pubblicata dall'illustre
prof. Allievo, della quale ho a suo tempo discorso in questa autorevole
Rivista,leggeşi un capitolo inscritto: Prime origini dei problemi psico.
fisiologici,checontieneingermelamateria della presente memoria, la quale
richiama a sè l'attenzione di tutti coloro che s'interessano dei più gravi
problemi della scienza antropologica. Pigliando le mosse dall'origine storica e
psicologica dell'Antropo logia,dellaqualedeterminapurei limiti,l’A.poneinsodo
ilVero, l'incerto e l'ignoto di questa disciplina, per dichiarare quindi l'ana.
logia tra il mondo esteriore della natura ed il mondo interiore dell'anima. Ma
se il mondo esterno ed il mondo psicologico interiore si rispecchiano e si
rassomigliano sotto certi riguardi, tra l'anima ed il corpo nell'uomo,
intercedono analogie assai più intime, spiccate e na• turali, intorno alle
quali si trattiene a lungo l'Allievo. Ora uno dei più cospicui punti di
corrispondenza tra l'anima ed il corpo si manifesta nel parallelismo di
sviluppo attraverso le successive età della vita umana: parallelismo però, che
non è nè assoluto, nè continuato,tanto meno poi un'identità. Un'altra
corrispondenza è quella che intercede tra la mente sada ed il corpo sano, tra le
malattie dell'anima o quelle del corpo. L'A. Studi antropologici– L'uomo ed il Cosmo
Unvol. in 8gr. circa Torino Tipogr. Subalpina editrice. Psicologia. Studi
psico-fisiologici. Memoria di A., professore BOLLETTINO PEDAGOGICO
E FILOSOFICO. ripone la sanità della mente nell'armonico e regolare sviluppo
della medesima, e la sanità del corpo, nell'equilibrio operoso delle funzioni
fisiologiche. Conseguentemente distingue una duplice specie d'igiene, di
patologia e di terapeutica, corrispondenti alle due sostanze componenti
l'essere umano. Anche i duestati della veglia e del sonno si corrispondono fra
di loro, essendochè su ciascuno di essi le potenze dell'anima e le funzioni dell'organismo
si mostrano sotto forme speciali edana. loghe. Lo spirito poi ed il corpo in tutto
ilcorso ascensivo del loro perfezionamento si prestano vicendevoli uffici,
poichè lo spirito deve ai sensi esterni la prima conoscenza del mondo sensibile
corporeo; a LA PAROLA, che è un SEGNO SENSIBILE ordinato ad esprimere un
intelligibile, lo svilnppo del suo pensiero; alla mano (nella cui struttura
Elvezio non dubita di riporre la superiorità dell'uomo sul bruto) lo strumento
della sua attività artistica e morale. Lo spirito alla sua volta ricambia dei
suoi servigi ilcorpo,inpalzandolo alla dignità prco pria della persona umana,e
conferendogli virtù singolari,assai supe jiori alla sua costitutiva essenza.
Iofatti il corpo umano, informato dalla mente che lo governa, è reso capace di
compiere azioni a cui non arrivano i corpi dei bruti, sia che venga riguardato
nell'intiera compagine del suo organismo, sia che lo si consideri nella
speciale struttura delle sue parti e nelle funzioni de'suoi sensi particolari. A
questo punto l'A. richiama ad un'ordinata rassegna la molteplice varietà dei
fenomeni, che si svol gono nell'interiorità del nostro essere, e che forniscono
argomento di una specialedisciplina,lapsico-fisiologia,dellaqualetraccialelinee
generali, non senza avvertire che di essa ai nostri tempitrovansicenai
nelSaggio sui'principiiedilimitidellascienzadeirapportidelfisico e del morale
del Cerice, e più ancora nei Principi generali di psico login fisiologica di Lotze.
La scienza psico-fisiologica, dice l'A.,suppone come sua condizione la
psicologia e la fisiologia e facendo tesoro delle cognizioni che le ammannisce
l'unaintorno all'anima umana,l'altra intornoall'organismo corporeo,s'innalza a
studiare ilsupremo principio generatore di tutti i fenomeni della vita umana
che forma il problema fondamentale di tale disciplina.Ilquale può ricevere due
soluzioni principali, secondo che ilprincipio generatore di tutti ifenomeni
riponsi in una sostanza o nei fenomeni stessi. Nel primo caso abbiamo il
dinamismo; nel secondo il fenomenismo. Il primo può essere mono-dinamismo, se
riconduce tutti i fenomeni umani ad una sola sostanza, la quale potendo essere
o l'anima od il corpo, bipartisce il mono-dinamismo in animismo e materialismo:
duo-dinamismo se pone una differenza essenziale tra ifenomeni mentali ed i fisiologici.
Il fenomenismo si bipartisce pure, potendo essere dualistico od e
voluzionistico, secondo che riconosce una linea di distinzione trai due ordini
di fenomeni, ovvero sostiene che sitrasformano gli uni ne gli altri. A. esamina
con singolare lucidezza di pensiero e grande chiarezza d'esposizione queste
diverse classi di sistemi psico-fisiologici, considerandoli nei loro più noti
rappresentanti; ed è degno di consi derazione l'esame della dottrina di Serbatti
su questo punto. Venendo allo scioglimento del problema,vuolsi distinguere il
duodinamismo esclusivo dal temperato. Ora se il primo non risolve il problema
perchè separa l'uno dall'altro idue principii costitutivi dell'uomo, per guisa
chel'anima razionale è causa unica essa sola di tutti e soli i fenomeni mentali
e non interviene per nulla nella produzione dei fenomeni fisio logici ed animali,
il principio vitale poi è esso solo il generatore dei fenomeni della vita
corporea e mantiensi affatto estraneo ai fenomeni mentali; il secondo pel
contrario siccome quello che mantiene distinti i due principii costuitutivi
dell'uomo, e riconosce ad un tempo la loro vicendevole influenza, talch è i fenomeni
mentali si compenetrano coi fenomeni animali e si condizionano a vicenda, dà
un'equa soluzione al problema. a Cosi, conclude l’A., il concetto della
personalità umana, vale a dire di un soggetto sostanziale fornito
d'intelligenza e di libera volontà, è il solo,che conciliila molteplicità dei
fenomeni coll'unità delloro umano soggetto, sicchè questi due termini nello
sviluppo della vita umana, si mantengono indiegiungibili, e si rischiarano l'un
l'altro. Su questo concetto si fonda appunto la notissima divisione della psi
cologia in empirica e razionale.» Tale è nelle sue linee generali lo studio
dell'insigne filosofo subal pino che mostra un ingegno vigoroso sempre ed
acutissimo:e siamo certi che l'accoglienza fatta alle altre opere di lai, sarà
rinnovata per questa memoria,nella quale si scrutano ipiù ardui problemi della
scienza dell'uomo. Giuseppe Allievo. Keywords. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice ed Allievo” – The Swimming-Pool Library. Allievo.


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