Grice
ed Arangio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del colloquio
– la scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Grice: “We have Flores, we have Ruiz, we have Enriques – reminds me
of Alan Montefiore! I like Vladimiro Arangio – my favourite is by far his
philosoophising on Socrates’s ‘Sofista’ – he distinguishes between what he
calls ‘Socratic dialogue’ (mine) and ‘dialogo sofistico’!” -- Vladimiro Arangio-Ruiz
(Napoli) filosofo, grecista e accademico italiano. Fu il primo preside del Liceo scientifico Alessandro Tassoni
di Modena, istituito nel 1923, a seguito della riforma Gentile. Nacque da Gaetano, professore di diritto
costituzionale. Frequenta a Firenze il corso di lettere nell'Istituto di studi
superiori e si laureò con una tesi su Il coro nella tragedia greca in
letteratura greca con Girolamo Vitelli, filologo, grecista, papirologo e
senatore del Regno d'Italia. Vladimiro
appartenne a una illustre famiglia di giuristi: il fratello Vincenzo
Arangio-Ruiz fu uno dei maggiori studiosi di diritto romano, ordinario
all'Napoli e alla Sapienza di Roma. Contravvenendo alla tradizione di famiglia,
Vladimiro preferì dedicarsi agli studi filosofici e fu professore alla Scuola
normale superiore di Pisa e alla facoltà di Magistero di Firenze. Insegnò nei ginnasi di Stato e fu ufficiale
d'artiglieria nella Prima guerra mondiale dove venne ferito. Si laurea con
MARTINETTI (si veda), discutendo la tesi Conoscenza e moralità. Sente
fortemente l'influenza del filosofo MICHELSTAEDTER (si veda), esponente
importante della filosofia europea, del quale pubblicherà i saggi. Si propose una funzione critica
ricostruttiva dell'idealismo
storicistico e dell'attualismo di Giovanni Gentile da cui trasse ispirazione
per sviluppare il suo "moralismo assoluto". Contrariamente alla
dottrina gentiliana che dichiarava l'attualismo coincidente con la "vita
dello Stato", Arangio Ruiz credeva che invece fosse identificabile con il
comportamento morale individuale poiché la politica non è che un aspetto
particolare della legge morale per sua natura universale. Fra le sue opere si ricordano. “Prose morali”;
“Umanità dell'arte.” Il Liceo
"Tassoni" tra storia e innovazione.
Fonte: Dizionario di filosofia, riferimenti in Meroi, «Carlo
Michelstaedter» in Il contributo italiano alla storia del PensieroFilosofia,
Roma Istituto dell'Enciclopedia Italiana,.
Ricostruzione filosofica, in Arch. di filosofia, Michelstaedter. Vladimiro
Arangio-Ruiz, su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vladimiro Arangio-Ruiz, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vladimiro Arangio-Ruiz, in Dizionario di
filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia Filosofo. Grecisti
italiani Accademici italiani Professore. Vladimiro Arangio-Ruiz. Arangio.
Keywords: colloqui. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Arrangio” – The
Swimming-Pool Library. Arangio.
Grice ed Arato: Roma antica --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. He achieves fame as a dramatic poet. A pupil of Zenone. He writes a celebrated
poem, “Phenomena”, dealing with astronomy and meteorology. It is widely read –
and CICERONE comments it. It may have been used by LUCREZIO. A. depicts the
universe as a rational and organized system bearing the hallmark of its divine
creator. Kidd, Aratus, Cambridge. Arato.
Grice ed Arcais: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Cervinano del Freiuli – filosofia friulana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Cervignano del Freiuli). Filosofo
friulano. Filosofo italiano. Cervignano del Freiuli, Udine, Friuli-Venezia
Giulia.Grice: “As Mikos says about the English, ‘de’ adds prestige as in ‘de
Grys’ – same with Italians and ‘d’Arcais,’ after four pescherie owned by one
ancestor. – d’Arcais has been described as a ‘quaresmalitsa,’ who had the
unfortune of being tutored by an atheist! Asa good stoicp philosopher, he endured it!’ Direttore
della rivista Micro Mega. È stato collaboratore de la Repubblica, il Fatto
Quotidiano, El País, Frankfurter Allgemeine Zeitung e Gazeta Wyborcza. Ha sempre unito l’attività di studioso, il
lavoro editoriale e l’impegno civile. Educazione intensamente cattolica.
Abbandona la fede nella primavera del 1961. Maturità scientifica. Maturità
classica. Si iscrive al partito comunista (e federazione giovanile) entrando
all’università. Nel 1964 è segretario del Circolo universitario comunista e
nell’estate frequenta la scuola centrale di partito “Marabini” a Bologna. Si
laurea con una tesi su “Marx interprete di Adamo Smith” e ne sarà a lungo uno
degli assistenti. Espulso dal Pci, è uno degli animatori del movimento
studentesco del Sessantotto. Pubblica la rivista “Soviet”. Nel 1976/7 la rivista
“Il Leviatano”. -- è l’organizzatore del convegno internazionale di tre giorni
che apre la “Biennale del dissenso” della presidenza Ripa di Meana. Viene chiamato a fondare e dirigere il
“Centro culturale Mondoperaio” dal segretario del Psi Bettino Craxi (alleato
delle sinistre di Giolitti e Lombardi). Prima iniziativa, il convegno
internazionale “Marxismo, leninismo, socialismo”, relatori Cornelius
Castoriadis, Gilles Martinet e Rudi Dutschke. Rompe con Craxi nel gennaio del
1980 quando questi cambia politica, spezza l’alleanza con Giolitti e Lombardi,
torna al governo con la Dc. Fonda insieme a Giorgio Ruffolo la rivista
“MicroMega” (Ruffolo ne uscirà nel 1992, per contrasti su “Mani pulite”). Fonda
la “sinistra dei club” per partecipare alla fondazione del Pds, che dovrebbe
aprirsi alla società civile sulle ceneri dell’ex Pci. Lo abbandona un anno
dopo, viste le promesse non mantenute. E protagonista di una controversia
pubblica con Ratzinger al Teatro Quirino di Roma. Organizza insieme a Moretti, Sleiter
e Pardi la grande manifestazione dei “girotondi” del 14 settembre a piazza san
Giovanni a Roma. Paolo Flores d'Arcais è "radicalmente ateo". Inizia presto ad occuparsi di politica
nell'organizzazione giovanile del Partito Comunista Italiano, ma presto viene
espulso dalla FGCI per la sua prolungata e grave attività frazionistica, cioè
per la sua doppia militanza nella FGCI e nella Quarta Internazionale
trotskista. Allievo e amico di Lucio Colletti, dopo esser stato uno dei
protagonisti del "Sessantotto" romano, approda a posizioni di
riformismo radicale e verso la fine degli anni settanta ha una breve ma vivida
intesa con Bettino Craxi e Claudio Martelli, dai quali, tuttavia, si distacca
ben presto. Aderisce al Partito Democratico della Sinistra di Achille Occhetto
entrando nella Direzione del movimento, da cui però fuoriesce due anni dopo
poiché favorevole alla guerra del Golfo a differenza della linea maggioritaria
del partito. Tra i promotori della breve stagione dei girotondi, tenta di
proporre una lista di suoi candidati alle primarie dell'Ulivo per le elezioni
politiche dma come lui stesso deve ammettere "realizza un fallimento pieno
e perfetto" raccogliendo appena 130 adesioni alla sua idea. Il 25 marzo
2008 annuncia su MicroMega che nelle elezioni politiche del 2008 avrebbe votato
per il Partito Democratico in funzione anti-berlusconiana. Il 29 gennaio 2009
decide di ritentare in politica prospettando il "Partito dei Senza
Partito" insieme ad Antonio Di Pietro ed Andrea Camilleri per partecipare
alle elezioni europee del 2009 ma, il 12 marzo dello stesso anno, viene
annunciato il mancato accordo fra i tre. Per le elezioni politiche del ha dichiarato di votare la lista Rivoluzione
Civile di Antonio Ingroia. Successivamente non nasconde le sue simpatie per il
Movimento 5 Stelle per il quale dichiara di votare. Tuttavia in seguito
all'alleanza tra il Movimento 5 Stelle e la Lega si dice deluso dal Movimento,
accusando in particolare Luigi Di Maio di avere tradito le promesse agli
elettori. Altre opere: “Il maggio rosso
di Parigi. Cronologia e documenti delle lotte studentesche e operaie in
Francia, a cura di, Padova, Marsilio); “Il piccolo sinistrese illustrato, con
Giampiero Mughini, Milano, SugarCo); “Il dubbio e la certezza. Nei dintorni del
marxismo e oltre (Milano, SugarCo); “L'esistenzialismo libertario di Hannah
Arendt, in Hannah Arendt, Politica e menzogna, Milano, SugarCo); “Oltre il PCI.
Per un partito libertario e riformista, Genova, Marietti); “Esistenza e
libertà. A partire da Hannah Arendt, Genova, Marietti); “L'albero e la foresta.
Il partito democratico della sinistra nel sistema politico italiano, con
Umberto Curi, Milano, FrancoAngeli); “La rimozione permanente. Il futuro della
sinistra e la critica del comunismo. Scritti; Genova, Marietti, Etica senza
fede, Torino, Einaudi); “Il disincanto tradito, Torino, Bollati Boringhieri); “Hannah
Arendt. Esistenza e libertà, Roma, Donzelli); “Gobetti, liberale del futuro, in
Piero Gobetti, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia,
Torino, Einaudi); “Il populismo italiano da Craxi a Berlusconi. Dieci anni di
regime nelle analisi di MicroMega, Roma, Donzelli); “L'individuo libertario.
Percorsi di filosofia morale e politica nell'orizzonte del finite” (Torino,
Einaudi); “ Il sovrano e il dissidente, ovvero La democrazia presa sul serio.
Saggio di filosofia politica per cittadini esigenti, Milano, Garzanti); “Dio
esiste? Un confronto su verità, fede, ateismo, moderato da Gad Lerner, con
Joseph Ratzinger, Roma, Somedia Gruppo editoriale L'Espresso); “Il ventennio
populista. Da Craxi a Berlusconi (passando per D'Alema?), Roma, Fazi); “Hannah
Arendt. Esistenza e libertà, autenticità e politica, Roma, Fazi); “Atei o
credenti? Filosofia, politica, etica, scienza”; “Roma, Fazi, Dio? Ateismo della ragione e ragioni della
fede, con Angelo Scola, Venezia, Marsilio); “Itinerario di un eretico” (Lugano,
ADV); “A chi appartiene la tua vita? Una riflessione filosofica su etica,
testamento biologico, eutanasia e diritti civili nell'epoca oscurantista di Ratzinger
e Berlusconi, Milano); “Ponte alle Grazie, Camus filosofo del futuro, Torino,
Codice); “La sfida oscurantista di Joseph Ratzinger, Milano, Ponte alle
Grazie); “Gesù. L'invenzione del Dio cristiano, Torino, Add); “Macerie. Ascesa
e declino di un regime, Roma, Aliberti); “Perché oggi, in Ernesto Rossi, Contro
l'industria dei partiti, Milano, Chiarelettere); Democrazia! Libertà privata e
libertà in rivolta, Torino, Add); “Il caso o la speranza? Un dibattito senza
diplomazia” (Milano, Garzanti); “La Guerra del Sacro. Terrorismo, laicità e
democrazia radicale, Milano, Raffaello Cortina Editore); “Questione di vita e
di morte, Einaudi, Vele. Note cfr., uno
per tutti, il suo volume (a quattro mani con il cardinale Angelo Scola)
"Dio? Ateismo della ragione e ragioni della fede"Marsilio editore,
2008 Dal sito di MicroMega Articolo de El País, tradotto in italiano
Archiviato il 30 giugno in. Elezioni Per chi votano Travaglio, Guzzanti,
Scanzi, ecc. Tra Rivoluzione Civile e il Movimento 5 Stelle La Repubblica, Flores d'Arcais: “Il Movimento 5 Stelle non
esiste più”, su micromega-online. 24 aprile.
MicroMega (periodico). reccaniEnciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere di
Paolo Flores d'Arcais, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Registrazioni di Paolo Flores d'Arcais, su
Radio Radicale, Radio Radicale. Sito
ufficiale di MicroMega. Undici riflessioni sui movimenti, i MicroMega.
Intervista a D'Arcais sul ventennale della rivista. Il blog di Paolo Flores
d'Arcais, su ilfattoquotidiano. Filosofia Filosofo Filosofi italiani
Giornalisti italiani Giornalisti italiani Professore Cervignano del Friuli Direttori
di periodici italiani Filosofi atei. Arcais. Paolo Flores d’Arcais. Keywords:
giudeo, portughese, Flores – arcais, d’arcais, piamontese. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Arcais” –
The Swimming-Pool Library. Arcais.
Grice ed Arcea: la diaspora di Crotone -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. He is cited by Giamblico in his “Vita di Pitagora” as a follower of
the sect that originated in Crotone. Arcea.
Grice ed Archedemo: all’isola -- Roma –
filosofia italiana – Luig Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. A Pythagorean and a pupil of ARCHITA (si veda) di
Taranto. He becomes a friend of PLATONE, and accommodates him for a while at
his home. Senocrate wrote a saggio entitled “Archedemo; ovvero, della
giustizia” which refers to him. Archedemo.
Grice ed Archemaco: la diaspora di Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Giamblico di Calcide – in his “Vita di Pitagora” --
lists him as a member of the sect that originated at Crotone. Archemaco.
Grice ed Archibugi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della PAX ROMANA – la
scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo
italiano. Roma, Lazio. Grice: “I would hardly call Archibugi a philosopher, but
he did compile a thing ‘filosofi per la pace’ none of them Italian! So much for ‘pax romana’!” – Grice:
“Strawson does call Archibugi a ‘filosofo,’ though!” -- DanieleArchibugi (Roma), filosofo. Nell'ambito della teoria politica, ha sviluppato,
insieme a David Held, l'idea di una democrazia cosmopolita. Ha anche lavorato
su diversi aspetti della globalizzazione, ed in particolare sulla
globalizzazione dell'innovazione e del cambiamento tecnologico. Dopo una
non assidua frequentazione del Liceo Sperimentale della Bufalotta, si è
laureato con lode alla Facoltà di Economia e Commercio dell'Roma La Sapienza
con Federico Caffè. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso lo Science
Policy Research Unit dell'Università del Sussex, dove ha lavorato con
Christopher Freeman e Keith Pavitt. Ha insegnato alle Università del Sussex,
Madrid, Napoli, Roma La Sapienza e Roma Luiss, Cambridge, London School of
Economics and Political Science e Harvard. Ha anche tenuto corsi presso
università asiatiche quali la Ritsumeikan University di Kyoto e la SWEFE
University di Chengdu. Nominato Professore Onorario presso l'Università
del Sussex e nel Membro d'Onore del
Réseaux de Recherche sur l'Innovation. Dirigente presso il Consiglio
Nazionale delle Ricerche a Roma, è Professore di Innovation, Governance and
Public Policy presso l'Londra, Birkbeck College. Dal 1997 al 2002 è stato
Commissario dell'Autorità sui servizi pubblici locali di Roma, eletto a larga
maggioranza dal Consiglio Comunale. La democrazia cosmopolita Il progetto
della democrazia cosmopolita o cosmopolitica si interroga sulla possibilità di
applicare alcune norme e valori della democrazia anche nelle relazioni
internazionali. La necessità deriva dal fatto che la globalizzazione economica
e sociale ha reso gli stati sempre più vulnerabili e che decisioni importanti
per loro sono prese al di fuori dal processo democratico. La soluzione proposta
dalla democrazia cosmopolita è sviluppare istituzioni sovra-statali che siano
capaci di affrontare democraticamente problemi comuni quali l'ambiente, la
sicurezza, le migrazioni, il commercio estero e i flussi finanziari. La
democrazia cosmopolita guarda con fiducia alle organizzazioni internazionali, e
desidera rafforzare al loro interno il controllo dei cittadini, cui va dato un
peso politico parallelo e autonomo rispetto a quello che già hanno i loro
governi. A livello politico, Archibugi ha sostenuto la limitazione del potere
di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la formazione di
un'Assemblea Parlamentare Mondiale. Ha invece ritenuto insoddisfacenti e
anti-democratici i vertici inter-governativi quali il G7, G8 and G20. Ha anche
preso posizione contro l'idea di una Lega delle democrazie sostenendo che una
riforma democratica delle Nazioni Unite riuscirebbe assai meglio a soddisfare
le medesime istanze. Giustizia globale Fautore della responsabilità
individuale dei governanti nel caso di crimini internazionali, Archibugi ha
anche attivamente sostenuto, sin dalla caduta del muro di Berlino, la creazione
di una Corte penale internazionale, collaborando sia con i giuristi della
Commissione del diritto internazionale delle Nazioni Unite sia con il governo
italiano. Nel corso degli anni, la sua posizione è diventata sempre più
scettica per l'incapacità dei tribunali internazionali di incriminare i più
forti. Ha, quindi, preso posizione a favore di altri strumenti quasi-giudiziari
come le Commissioni per la verità e la riconciliazione e i Tribunali
d'opinione. Globalizzazione della tecnologia Archibugi ha proposto una
tassonomia della globalizzazione della tecnologia che distingue fra tre
meccanismi di trasmissione della conoscenza: sfruttamento internazionale delle
innovazioni, generazione globale delle innovazioni e collaborazioni globali
nella scienza e nella tecnologia.. Come Presidente di un Gruppo di
Esperti dello Spazio di Ricerca Europeo della Commissione europea dedicato alla
collaborazione internazionale nella scienza e nella tecnologia, Archibugi ha
indicato che il declino demografico dell'Europa, combinato con la scarsa
vocazione delle nuove generazioni per le scienze, genererà una drastica carenza
di lavoratori qualificati in meno di una generazione. Questo metterà in
pericolo il livello di benessere della popolazione europea in aree cruciali
come la ricerca medica, le tecnologie dell'informazione e le industrie ad alta
tecnologia. Ha così sostenuto di rivedere radicalmente la politica
dell'immigrazione europea in maniera di accogliere e formare in un decennio
almeno due milioni di studenti dai paesi emergenti e in via di sviluppo,
qualificandoli in discipline quali le scienze e l'ingegneria. Economia
della ricostruzione dopo le crisi economiche Da studioso dei cicli economici,
Archibugi ha combinato la prospettiva keynesiana derivata dai suoi mentori
Federico Caffè, Hyman Minsky e Nicholas Kaldor con quella schumpeteriana
derivata da Christopher Freeman e dallo Science Policy Research Unit
dell'Università del Sussex. Combinando le due prospettive, Archibugi ha
sostenuto che per uscire da una crisi, un paese deve investire nei settori
emergenti e che, in assenza di spirito imprenditoriale del settore privato, il
settore pubblico deve avere la capacità manageriale di sfruttare le opportunità
scientifiche e tecnologiche, anche a salvaguardia dei beni pubblici.
Relazioni familiari Figlio dell'urbanista Franco Archibugi e della poetessa
Muzi Epifani, ha numerosi fratelli e sorelle, tra cui la regista Francesca
Archibugi e il politologo Mathias Koenig-Archibugi, con il quale frequentemente
collabora nei suoi studi. I fratelli maggiori del nonno di suo nonno furono
Francesco e Alessandro Archibugi, volontari del Battaglione universitario della
Sapienza e la difesa della Repubblica Romana. Uno dei più vicini allievi di
Caffè. Partecips attivamente alle sue ricerche dopo la misteriosa scomparsa.
Cfr. D. Archibugi, I ragazzi che cercarono Caffè, La Repubblica, 8 aprile. Si
veda anche Fabrizio Peronaci, La scomparsa di Federico Caffè. «Un genio anche
nell’addio. Come lui solo Majorana», intervista a Daniele Archibugi, Corriere,
10 novembre. Membres d'honneur du
Réseaux de Recherche sur l'Innovation
Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Ricerca sulla
Popolazione e le Politiche Sociali
Birkbeck College, Department of Management Tom Cassauwers, Interview with Daniele Archibugi,
E-INTERNATIONAL RELATIONS Campaign for the Establishment of a United Nations
Parliamentary Assembly Copia archiviata, su en.unpacampaign. Archibugi, The G20
is a luxury we can't afford, The Guardian, Saturday 28 March 2008. D. Archibugi, A League of Democracies or a Democratic
United Nations in., Harvard International Review, Ottobre 2008. Intervista
su Delitto e castigo nella società globale. Crimini e processi internazionali,
Letture.org.. Daniele Archibugi e Alice
Pease, Delitto e castigo nella società globale. Crimini e processi
internazionali, Castelvecchi, Roma,.
Daniele Archibugi, La giustizia penale internazionale tra passato e
futuro, Questione Giustizia, Archibugi and Jonathan Michie, The Globalization
of Technology: A New Taxonomy, "Cambridge Journal of Economics", Archibugi (Chair) Opening to the World. Opening to the World:
International Cooperation in Science and Technology Archiviato il 25
luglio in., European Research Area,
2008, D. Archibugi e A. Filippetti,
Innovation and Economic Crisis. Innovation and Economic Crisis. Lessons and
Prospects from the Economic Downturn, Routledge, London, A., A. Filippetti
& M. Frenz, Investment in innovation for European recovery: a public policy
priority, Science & Public Policy, November. Daniele
Archibugi, «Generare imprese europee per la ricostruzione: la lezione Airbus»,
Il Sole 24 Ore, 5 Maggio. Floriana
Bulfon, «Nuovi imprenditori e lavoratori soddisfatti: solo così dopo il virus
l'Italia sarà migliore. Intervista a Daniele Archibugi», L'Espresso, 14 Aprile. Daniele Archibugi, Mathias Koenig-Archibugi,
Raffaele Marchetti, Global Democracy. Normative and Empirical Perspectives,
Cambridge University Press, Cambridge,. Nell'ambito degli studi
sull'organizzazione internazionale, ha pubblicato: “Filosofi per la pace” (Editori
Riuniti); “Cosmopolis. È possibile una democrazia sovra-nazionale?”
(Manifestolibri); “Il futuro delle Nazioni Unite” (Edizioni Lavoro); “Diritti
umani e democrazia cosmopolitica” (Feltrinelli); “Cittadini del mondo. Verso
una democrazia cosmopolitica” (Il Saggiatore); “Delitto e castigo nella società
globale. Crimini e processi internazionali, (Castelvecchi); “Cambiamento
tecnologico e sviluppo industriale, (Franco Angeli); “Economia globale e
innovazione” (Donzelli). “Il triangolo dei servizi pubblici, (Marsilio). “Relazione
sulla ricerca e l'innovazione in Italia. Analisi e dati di politica della
scienza e della tecnologia, seconda edizione (CNR Edizioni, ). daniele archibugi.org. Opere di Daniele Archibugi, su open MLOL,
Horizons Unlimited srl. Registrazioni di
Daniele Archibugi, su RadioRadicale, Radio Radicale. Sito CNR-IRPPS, Commessa Globalizzazione.
Determinanti e impatto economico, tecnologico e politico. University of London,
Birkbeck Archibugi. London, Birkbeck Intervista su "The Global
Commonwealth of Citizens" Intervista della LA7 a Daniele Archibugi
Sull'innovazione tecnologica, (video). Intervista alla trasmissione Mapperò,
SAT 2000, sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, (video), Parte
prima; Parte seconda; Parte terza. Dibattito presso la London School of
Economics "È possibile una democrazia globale?" (video in inglese)://
globaldemo.org/ film/1255[collegamento interrotto] Intervista a LA7 su
"Cittadini del mondo. Verso una democrazia cosmopolitica",. Intervista
a TG3 Linea Notte su "Cittadini del mondo. Verso una democrazia
cosmopolitica" Intervista a TG2 Punto IT su "Cittadini del mondo.
Verso una democrazia cosmopolitica", Discorso su Secrets, Lies and Power,
Berlino, European Alternatives, 18 giugno. Intervista sul volume The Handbook
of Global Science, Technology and Innovation, Londra, Birkbeck College, Lo
Stato dell`ArteQuale futuro per l’Europa?, Trasmissione Rai5, conduce Maurizio
Ferraris, con Daniele Archibugi e Alessandro Politi, Quante storie Rai3I grandi
crimini contro l'umanità, intervista di Corrado Augias a Daniele Archibugi,
Crime and Global Justice, Book Launch alla London School of Economics and
Political Science, 28 Febbraio, podcast con Gerry Simpson, Christine Chinkin,
Richard Falk e Mary Kaldor. A., Do we Need a Global Criminal Justice?, Conferenza alla City
University of New York, A., "Cosmopolitan democracy as a method of
addressing controversies", IAJLJ CONFERENCE "CONTROVERSIAL
MULTICULTURALISM", Roma, Novembre,. Daniele
Archibugi, "What is the difference between invention and
innovation?", Birkbeck College University of London, Presentazione della
Relazione sulla ricerca e l'innovazione in Italia, Roma, Consiglio Nazionale
delle Ricerche, 15 ottobre Filosofi
della politica, Filosofi italiani del XXI secolo. Daniele Archibugi. Archibugi.
Keywords: PAX ROMANA, due citadini del mondo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Archibugi” – The Swimming-Pool Library. Archibugi.
Grice ed Archippo:
il principe filosofo -- Roma antica -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A correspondent of PLINIO (si veda)
Minore, pleads exemption from jury service on the grounds that “he is a
philosopher” and produces a letter from DOMIZIANO testifying to that fact, and
to his good character. It emerges later that A. had previously been sentenced
to hard labour in the mines for forgery, which might cast some doubt on the
authenticity of the letter. Although some were keen to see him back in the
mines, he is generally popular. Archippo.
Grice ed Archippo:
la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A follower of Pythagoras. While
living in Crotone, he nearly lost his life when those opposed to the
Pythagoreans set fire to a house in which he was attending a meeting. Archippo.
Grice ed Archita:
l’implicatura conversazionale della colomba -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide, a pupil of Pythagoras. According to Suda, A. teaches Empedocle di GIRGENTI
(si veda), which is IMPOSSIBLE – But the reference may be to THIS Archita, who
also seems to have come from Taranto, although some question whether such an
individual exists. Archita.
Grice ed Arcidiacono: all’isola
-- l’implicatura conversazionale della sintropia – entropia ed informazione – la
scuola di Acirelae – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza
(Acireale).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Acireale,
Catania, Sicilia. Grice: “I like Arcidiacono, and Floridi should pay more
attention to him; after all he what Austin called an ‘Oxonian myopist’! I love
him!” “It took me a while to digest
Aricidiacono’s non-intentional use of ‘inform,’ but I suppose he rather follows
Shannon than Plato!” “Arcidiacono pays due attention to Aristotle’s
‘finalismo,’ and as an Italian, he gives proper due to Plionio – ‘il vecchio,’
as Arcidiacono comically calls him – Strawson: “As if Pliny the Younger were
not now part of ‘storia vecchia’!” – Grice: “In any case, give me Salvatore
anyday – his brother, Giuseppe, cannot qualify as a philosopher!” – Grice: “And
another good thing, too, Arcidiacono, the ‘filosofo’ brough Fantappie as a
hashtag in ‘filosofia’!” Grice: “As Arcidiacono notes, Fantappie, not being a
filosofo, committed the usual mispellinggs – ‘syntropia,’ rightly corrected to
‘sintropia’ by the philosophy-educated philosopher Salvatore Arcidiacono!” Nato e, per una
sorprendente coincidenza, morto lo stesso anno del fratello gemello Giuseppe, divise
con quest'ultimo anche gli impegni di ricerca. Laureatosi a Catania. Insegna a
Catania. Perfeziona la Teoria unitaria del mondo fisico e biologico,
collegandola ai più moderni sviluppi della biologia teorica e molecolare. Da supporto
teorico speculativo nel campo della chimica e della fisica teorica. Elabora una
formulazione mediate della teoria sintropica nonché della Teoria degli
universi. Saggio “Visione unitaria dell'Universo”. “Spazio, tempo,
universe”. Altre saggi: Visione unitaria
dell'Universo” (UCIIM, Roma); “Spazio, tempo, universe” (Fuoco, Roma); “Materia
e Vita” (Massimo, Milano); “Ordine e Sintropia la vita e il suo mistero” (ed.
Studium Christi, Roma); “L'evoluzione sintropica” (Accademia degli zelanti e
dei dafnici, Acireale); “Creazione, evoluzione, principio antropico” (ed. Il
fuoco-Studium Christi); “Entropia, sintropia, informazione. Una nuova teoria
unitaria della fisica, chimica e biologia” (Renzo, Roma); “L'evoluzione dopo
Darwin. La teoria sintropica dell'evoluzione, ed. Di Renzo, Roma); “Problemi e
dibattiti di biologia teorica, ed. Di Renzo, Roma. Licata, Teoria degli
Universi e Sintropia. L'accoglienza delle idee di Teilhard de Chardin nella
cultura italiana, Scapini, Demetrio Sodi Pallares, Terapia metabolica delle
cardiopatie. Nuovo approccio terapeutico PICCIN, Padova Vannini; L'accoglienza
delle idee di Teilhard de Chardin nella cultura italiana; A., Nuevas ideas para
la evolución biològica, articolo su Folia humanistica, Barcellona, Revue
internationale Teilhard de Chardin, Edizioni Ministère de l'éducation nationale
et de la culture Belgique, Editore Société Teilhard de Chardin, Vannini, From
mechanical to life causation,, Syntropy, (WC ACNP); Scapini, La logica dell'evoluzione
dei viventi Spunti di riflessione, in Atti del Convegno del Gruppo italiano di
biologia evoluzionistica Firenze, Firenze, University press, Fantappié Giuseppe
Arcidiacono Sintropia Biografia sul sito
del suo editore, su direnzo ). VDM Filosofia della scienza Filosofi. Salvatore Arcidiacono. Keywords: sintropia,
entropia, ed informazione; sintropia, antropia, entropia. arcidiacono — l’implicatura del principio antropico
— biologia filosofica — filosofia della vita — fissisismo — naturalismo —
finalismo — vivere — vivente — ominazione — animazione — definizione del
vivente como movente autonomo — il fine —Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Arcidiacono” – The Swimming-Pool Library. Arcidiacono.
Grice ed Arco:
l’implicatura conversazionale della GRAVITAS – la scuola di Teano – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Teano). Filosofo
campanese. Filosofo italiano. Teano, Caserta, Campania. Grice: “I should like
Arco; but he is a priest and I’m C. of E.; on top, I love to say that
philosophy ought to be FUN, provided it’s MY FUN – not Arco’s – so I find
Arco’s ‘dictionary of philosophical ‘umorismo,’ or filosofia ‘umoristica’
frivolous, and unworthy of Roman gravitas!” Nato nella frazione
Fontanelle entra fra i Salesiani di Bosco e fu ordinato sacerdote a Roma.
Consegue a Napoli la laurea in filosofia. Per la sua preparazione filosofica,
nonché per la profondità della sua filosofiai, è considerato tra i maggiori
filosofi italiani. Per lungo tempo è stato professore di filosofia presso gli
Istituti Salesiani di Bosco. Ricoverato
all'ospedale “San Leonardo” di Castellammare di Stabia, per un blocco renale, e
ritornato a Pacognano di Vico Equense dopo aver superato la crisi, è morto novantaquattrenne.
Uomo di anima sensibile e di infinita fede ha trascorso molto della sua vita
scrivendo, interessandosi di agiografia. È stato protagonista televisivo sulla
prima rete nazionale con il programma: Tempo dello Spirito. Intensa e vasta la sua opera letteraria. Altre opere: “Longo e la sua intimità con Dio”;
“Don Bosco si diverte”; Sorgenti di gioia; Gesù sotterra un chicco di grano;
Pira e il risorto; “Fiori di sapienza. Dizionarietto di saggezza”; “La Donna
del Sanctus; Papa Giovanni beato. La parola agli atti processuali; Quando la
teologia prende fuoco. Giuseppe Quadrio sacerdote salesiano; Don Bosco nella
luce del Risorto; Don Bosco sorridente entra in casa vostra”; “Così Don Bosco
amò i giovani”; “Il Padre Nostro”; “Ma c'è poi questo Dio; Nota bene; Sorgenti
di Gioia; L'Ave Maria inno dell'amore filiale; Rinaldi copia vivente di Bosco; “La
sorgente eterna dell'amore”; “Noi esistiamo perché Dio Padre ci ama; Stile di
Serenità; La Gioia a Portata di Mano; Ridi e sorridi da saggio; Il Beato
Bartolo Longo; Dolcezza e speranza nostra; Dio ci ama con cuore d'uomo; Il
Padre nostro; La Leva del Mondo: la preghiera; Sant'Eustachio; Il Cristo in cui
Spero; Giorgio La Pira Profeta e testimone del Risorto; Serva di Dio Elisabetta
Jacobucci Francesca Alcantarina; Beata Maria della Passione; Il Servo di Dio B.
Longo; Papa Giovanni Beato; Così ridono i saggi; Fiori di sapienza; Il segreto
di papa Giovanni; S.Alfonso amico del popolo; La Donna del Sanctus; Il Sacro
nome ti chiama per nome; La Leva del Mondo: la preghiera; Il monumento alla
Pace Universale del beato Bartolo Longo; Il Salesiano è fatto così; Messaggio
di Teilhard De Chardin. Intuizioni e idee madri (Elledici Torino); Un
esploratore della felicità: biografia del Servo di Dio Giacomo Gaglione, Apostolato
della Sofferenza. Citazionio su A. La
comunità di Pacognano ricorda A. Meazza, Giornale di Napoli, sito "Positano
news", Identities Biografie
Biografie: di Biografie Categorie: Religiosi
italianiTeologi italianiFilosofi italiani Professore Teano Vico Equense. Adolfo
L’Arco. Arco. Keywords: gravitas, hagiography; if he has religious faith, he is
not a philosopher. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Arco” – The
Swimming-Pool Library. Arco.
Grice ed Ardigò: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Casteldidone – la scuola di Cremona – filosofia cremonese – filosofia lombarda
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Casteldidone). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Caseldidone,
Cremona, Lombardia. Grice: “I love Ardigo – but I have a few qualms – his
“Opere filosofiche’ is improperly indexed! The man wrote zillions! My attention
was first caught by minor editorial
note: “’La morale dei positivisti’ was reprinted a few years later after its
first edition as divided into two parts, “la morale’ proper and ‘Sociologia’ –
Since I have used philosophical biology and philosophical psychology, Ardigo is
indeed into ‘philosophical sociology’ – As he notes, ‘sociology’ is today’s
philosophese for Aristotelian politics – politica – re publica romana – And
being a positivist, Ardigo provides some good background – which will later be
‘refuted’ by the neo-idealists that opposed this sort of philosophy – to the
idea of two organisms (two pirots) interacting --. While I speak of
conversational egoism as balanced by conversational tu-ism; Ardigo, less of an
altruist, and who laughs at the ‘ridiculous’ sensist conception of ‘simpatia’ –
speaks of two principles: the principle of egoism, or prepotence, found amoung
brutal animals – and the principle of what he calls ANTI-EGOSIM, found in the
civil Italian gentleman – the word ‘civile’ is crucial, as in Castiglione,
‘discorso,’ or ‘conversazione’ civile. If Wilson found it offensive when Chomsky
spoke of two ideal communicadtors, this is no problem for the positivist – As
Ardigo notes, an Italian will not behave conversationally in the same way when
conversing with some he regards as below his station -- that’s why he (and later I adopted the
same guideline) uses ‘Romolo’ and ‘Remo’ (rather than Jack and Jill, since
there is a gender issue here) as communicators.
As he puts it, ‘the fact that Romolo eventually kills his ‘fratello’ is hardly
relevant from a positivist point of view – surely we don’t require ANTI-EGOSIM
to hold indefeafeasibly, I would disagree with Ardigo’s dismissal of Remo’s
murder – ‘l’assassinio di Remo’ – I discussed this with Hardie – in English,
and, after a ten-minute pause, all I got from him was, ‘what do you mean by
‘of’?’” -- Essential Italian philosopher. Grice: “It’s amazing Ardigo found
psychology a science, and a positive one, too!” – Altre opere: “La psicologia come
scienza positive”; “Scritti vari”; “Venti canti di H. Heine tradotti 100
percent.svg di Heine, traduzione dal tedesco. Testi su A.. Per le
onoranze a A. 100 percent.svg di Mario Rapisardi. Gemeinsame
Normdatei data.bnf.fr Comité des travaux historiques et
scientifiques Brockhaus Enzyklopädie Dizionario Biografico degli
Italiani Categorie: Casteldidone Mantova
1828 1920 28 gennaio 15 settembreAutoriAutori Autori Autori italiani Autori
italiani Religiosi Filosofi Pedagogisti Religiosi Religiosi Filosofi Filosofi Pedagogisti Pedagogisti
Autori italianiReligiosi italianiFilosofi italianiPedagogisti italianiAutori
citati in opere pubblicateAutori presenti sul Dizionario Biografico degli
Italiani Refs.: Grice, “Ardigò
and a positivisitic morality,” Luigi
Speranza, "Grice ed Ardigò," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. ARE. Ricerca A. psicologo, filosofo e pedagogista italiano,
Lingua Segui Modifica «L'inconoscibile di oggi è il conosciuto di
domani.» (Roberto Ardigò[1]) Roberto Felice Ardigò (Casteldidone, 28
gennaio1828 – Mantova, 15 settembre 1920) è stato uno psicologo, filosofo e
pedagogista italiano. Roberto Felice Ardigò Biografia Modifica
Roberto Felice[2] A. nacque a Casteldidone, in provincia di Cremona, da
Ferdinando A.. A causa delle difficoltà economiche della famiglia, un tempo
agiata, si dovette spostare a Mantova, dove il padre trovò lavoro presso i
cognati. La madre era profondamente religiosa, mentre il padre sostanzialmente
indifferente in materia. Egli ne avrà sempre profondo rispetto e un forte
legame, come anche con la sorella. Studi teologici Modifica Studiò a Mantova,
per poi iscriversi nel 1845 al liceo del Seminario vescovile. Nel 1848 ottiene
un posto gratuito nel seminario di Milano, ma in seguito ai moti risorgimentali
é costretto a rientrare a Mantova. Il suo successivo tentativo di arruolarsi
nell'esercito di Guglielmo Pepe è frustrato da una febbre malarica che lo
colpisce alla vigilia della battaglia di Goito. Proseguì poi gli studi
teologici. Dopo la morte dei genitori, fu accolto a casa sua da Mons. Luigi
Martini, rettore del Seminario mantovano. In quegli anni il Seminario era
investito dalla congiura patriottica che porterà al supplizio dei Martiri di
Belfiore, dei quali ben tre erano sacerdoti, tra cui il leader della congiura
Don Enrico Tazzoli, insegnante presso lo stesso Seminario. Ardigò
fu infine ordinato sacerdote. L'insegnamento positivista, la sospensione e la
scomunica Modifica Nel 1870 pubblicò La psicologia come scienza positiva e nel
1876 tentò di istituire presso il Liceo di Mantova, dove insegnava[4], un
Gabinetto per le ricerche psicologiche.[3] Nel metodo di insegnamento, poi,
privilegiava il personale e diretto coinvolgimento degli allievi,
sollecitandoli al libero dialogo, con una attenta analisi di brani critici e
dei filosofi, cosa non troppo gradita alle gerarchie ecclesiastiche e al
Ministero dell'Istruzione. Già preda di una crisi religiosa molto forte,
che lo portò infine a divenire ateo[5], tutta questa polemica lo condusse
appunto a smettere l'abito ecclesiastico nel 1871, a 41 anni, dopo aver aderito
ormai completamente alle posizioni positiviste ed evoluzioniste, che andavano
nettamente in contrasto ai dettami della Chiesa cattolica del tempo, e aver
attaccato apertamente il dogma dell'infallibilità papale.[3] Alla fine,
Ardigò venne anche scomunicato, ultimo atto della polemica contro la Chiesa di
cui aveva fatto parte.Professore universitario Modifica Casteldidone,
lapide sulla casa natale In totale insegnò storia della filosofia
all'Università di Padova per 28 anni dal 1881. Considerato tra i padri della
psicologia scientifica italiana[8] per aver promosso una concezione scientifica
della psicologia, concepì una complessa teoria della percezione e del pensiero
che non ebbe completa dimostrazione sperimentale. Nel 1882 Ardigò svolse uno
dei suoi maggiori esperimenti in campo psicologico sperimentale, sulle
condizioni dell'adattamento visivo su prismi ottici.[3] Diverse furono le
materie che insegnò nei lunghi anni d'insegnamento universitario fino alla data
del 1º giugno 1909 quando fu collocato a riposo. Fu, altresì, preside della
facoltà di filosofia e lettere dal 1899 al 1902.[3] Il 31 maggio 1908
divenne socio dell'Accademia delle scienze di Torino.[9] Il 16 ottobre
1913 fu nominato senatore del Regnoma fu impossibilitato a raggiungere Roma per
il giuramento. Durante la sua vita elogia Mazzini e Garibaldi, critica la
massoneria (in quanto la ritene non necessaria in uno stato ormai libero) ed
espresse idee fortemente repubblicane. Ultimi anni e suicidio Negli ultimi anni
di vita, isolato dall'ambiente intellettuale, ma non dai suoi discepoli più
stretti, soffre di gravi problemi fisici e depressivi (acuiti dalla morte della
sorella Olimpia, che vive a casa sua), che lo conduceno a un primo tentativo di
suicidio a Padova (dopo aver appreso della disfatta di Caporetto e della morte
di molti italiani), fallito perché la ferita non è grave, ma che si sarebbe
ripetuto, questa volta riuscendo nel suo intento. A. muore infatti suicida
nella sua ultima sistemazione a Mantova a casa Nievo, abitazione che è di
Nievo. S’auto-inflisse una ferita colpendosi con un rasoio (o una roncola)
arrugginito alla gola. Le testimonianze dell'epoca riferiscono che venne
trovato seduto alla scrivania, con la barba bianca del tutto sporca di sangue
(barba che gli è tagliata dai soccorritori ed è tuttora conservata come cimelio
nella sala blindata della Biblioteca di Mantova. Soccorso dai medici, perde
comunque conoscenza dopo aver ribadito le sue intenzioni, e muore due settimane
dopo. Ricezione dell'opera d’A. Il tragico atto finale della sua vita venne
usato dai suoi detrattori - clericali o neo-idealisti - per screditare il
positivismo in declino o visto come un gesto di demenza senile, e non come un
atto di un uomo ormai stanco a livello psico-fisico, che da tutto e vissuto la
sua lunga vita secondo coscienza, quale in effetti è. D'altra parte, seppur il
sistema di A. non è anti-idealistico, sono gl’idealisti ad attaccarlo
filosoficamente, seguiti dai marxisti, come Gramsci, talvolta paragonandolo agl’esiti
più deleteri del positivismo, come l'antropologia criminale di Lombroso, risultata
poi non scientifica, determinando l'oblio parziale delle sue opere, tra i
maggiori libri filosofici tra il periodo illuminista (con l'esclusione delle
opere filosofiche di Leopardi) e il neo-idealismo di Croce e Gentile. Con lo
sviluppo del positivismo logico e la riscoperta del positivismo, si è avuta una
lenta rivalutazione d’A., il maggiore esponente italiano del movimento, assieme
a Montessori e, come lei, tra i fondatori della pedagogia e della psicologia
moderna, oltre che uno dei maggiori filosofi laici della cultura italiana. Commemorazioni
Sulla sua casa venne apposta una lapide, quando ancora egli è in vita:
Mantova in una pergamena. Indagatore sapiente dei fenomeni del pensiero e del
sentimento. Assertore impavido della naturale formazione e dell'unità
molteplice della vita. La Società magistrale Mantovana, col plauso
degl'insegnanti elementari d'Italia, della Società filosofica dei professori di
Morale e di Pedagogia, festeggiando l'ottantesimo compleanno del maestro
sublime, augura con fervidi voti che la nuova generazione cresca degna di lui
nel culto della scienza, nell'apostolato della verità. (Epigrafe di Rapisardi.
La città di Monza gli dedica una scuola media inferiore e una strada. Anche
Milano gli dedica una strada in zona Forlanini, così come Roma che gli dedica
una piazza tra il quartiere dell'EUR e la Via Laurentina. I libri della
sua biblioteca personale sono conservati presso la Biblioteca universitaria di
Padova. Pensiero Mantova, lapide
commemorativa Il suo pensiero mosse dalla conoscenza dei classici teologici e
filosofici, come Agostino d'Ippona ed AQUINO, poi abbandonati, all'adesione al
razionalismo e al positivismo di Comte e Spencer (con cui ha una corrispondenza
epistolare, ma di cui non condivide né il darwinismo sociale, né il ruolo
marginale da questi attribuito alla filosofia, passando attraverso il
naturalismo del rinascimento, come quello panteistico di BRUNO (si veda).
D'altra parte, del sapere magico-ermetico della filosofia della natura, da
Bruno stesso a Telesio, non vi è alcun residuo nella filosofia positiva d’A.,
che prova disinteresse e disprezzo per la rinascita romantico-idealista della
filosofia, a cui, dopo la conversione laica, contrappone la vera filosofia
scientifica.Caratteri della filosofia positiva d’A. L'originalità della sua
filosofia si distanzia tanto dall'enciclopedismo naturalistico quanto dal
tradizionale spirito di sistema, aprioristico, deduttivistico, dogmatico. La
filosofia trova la sua specificità nel fondamento del fatto (fisico o psichico)
e nell'argomentazione induttiva, contro le deduzioni a priori, metafisiche, che
non hanno fondamento nell'esperienza come la deduzione logico-matematica. Comte
Una filosofia, che accetti metodo scientifico e voglia dirsi scientifica,
rifiuta quindi le tesi metafisiche, le entità trascendenti inverificabili,
accetta le ipotesi da verificare. Contro l'astratto razionalismo metafisico
della filosofia, è andato emergendo, secondo A., dapprima il naturalismo rinascimentale,
che ha trovato seguito nell'empirismo, nell'illuminismo e nel sensismo, fino al
darwinismo e al positivismo. Una filosofia positiva non può nutrire certezze
definitive (se vuol essere portatrice di tesi riformulabili come le teorie
scientifiche) e non può essere un sistema unitario e dogmatico. A. propone una
filosofia che, perduto l'ambito delle scienze naturali positive, si specifica
in autonomia come scienza dei fatti psichici (psicologia) e dei fatti sociali
(sociologia). Psicologia, pedagogia e sociologia positive Modifica I suoi
contributi nell'ambito delle scienze sono importanti per l'impostazione
generale. Interessanti sono le sue idee sull'evoluzione intesa come passaggio
dall'indistinto al distinto, ma anche condizionata dal caso e caratterizzata
dal ritmo. Non tutto dunque è lineare e meccanico. A. fu uno dei primi
psicologi moderni, anche se non nel senso di terapeuta, ruolo che sarà
ricoperto dagli psicoanalisti e dagli psichiatri, ma nel senso di formatore
pedagogico e professionale, oltre che di teorico e studioso della psiche, come
Bergson. A. insistette sulla necessità di una psicologia ed una pedagogia
scientifiche, soffermandosi sul ruolo delle abitudini. L'educazione infatti sul
piano naturale può essere ricondotta all'acquisizione di comportamenti
sedimentati e certi; questo significa il passaggio da una pedagogia metafisica
ed astratta ad una pedagogia intesa come scienza dell'educazione.L'Io,
l'Indistinto e la nascita della coscienza Seguendo comunque l'assioma comtiano
che "non ci può essere scienza se non di fatti" (anche se Comte
riconduce la psicologia alla filosofia e alla medicina, oltre che alla
sociologia), egli conia inoltre il termine di "confluenza mentale". Teorie
pedagogiche Modifica A. dice: «la pedagogia è la scienza
dell'educazione, per questo l'uomo può acquisire le abitudini di persona
civile, di buon cittadino.» Per Ardigò dunque non tutte le abitudini sono
educative. Dal punto di vista didattico privilegiò l'intuizione, il metodo
oggettivo, la lezione delle cose, il passaggio dal noto all'ignoto, insegnando
poche cose alla volta, ritornando più volte sulle cose spiegate e facendo
continue applicazioni di teorie e casi nuovi. Egli rivalutò la funzione del
gioco, il quale permette al bambino l'occasione di vedere e toccare gli
oggetti, riconoscerne le proprietà e le somiglianze, favorendo lo sviluppo
fisico, il quale va d'accordo con quello mentale. Proprio in riferimento al
gioco, Ardigò criticò le idee di Fröbel Il problema di A. fu quello di
coniugare la formazione di giuste abitudini con la libertà e l'autonomia
propugnata dai Giardini d'infanzia di Fröbel. Darwin Natura ed
evoluzionismo Modifica Il sistema ardigoiano si configura come un “naturalismo”
evoluzionistico (da lui chiamato però realismo positivo) che cresce sulla
consapevolezza delle scienze e della tecnica, e si regge sotto una solida
epistemologia, mentre si rivolge anche alla morale, sottraendola al
riduzionismo naturalistico e meccanicistico, riservando alla psicologia la
funzione di sovrintendere al tutto. Se tutto ciò che esiste è un fatto
naturale, dal cosmo al cervello umano, dai vegetali ai minerali, non esiste e
non può esistere un Ente trascendente metafisico e non è pensabile alcun
progetto finalistico che permetta una comprensione teleologica della Natura; ad
essa ci si può avvicinare solo con spirito scientifico. L'ignoto d’A. non
trascende l'esperienza, non ne è causa prima e soprannaturale, per cui il suo
immanentismo non finisce mai nello spiritualismo a-scientifico e
irrazionalistico (accusa spesso rivolta da Benedetto Croce ai positivisti).[24]
Un motivo di originalità è offerto dal tentativo di attenuare il determinismo e
meccanicismo evoluzionistico e positivistico tramite la dottrina della
casualità. La realtà è per lui continuo passaggio dall'Indistinto al distinto,
e i distinti sono la coscienza umana e il mondo esterno, frutto entrambi dalle
sensazioni e da quell'Indistinto dalla quale procedono per auto-sintesi ed
etero-sintesi. Riflessione morale Modifica Egli punta a far rinascere un'etica
laica, naturalistica, non prescrittiva, che pone l'uomo davanti alle scelte,
dandogli strumenti conoscitivi per una scelta razionale. Rimane estraneo però
alla questione sociale e alle istanze socialiste (nonostante la collaborazione
con Turati), e, ancor prima, anarchiche, ampiamente diffuse in Italia, come
isolato è anche rispetto alla politica. Le idealità sociali o massime morali si
distinguono in: naturali, perché frutto solamente dell'evoluzione della
specie e della psiche individuale sociali vere e proprie, cioè etico-giuridiche
perché determinate dalla convivenza; esse devono la propria oggettività alla
loro genesi individuata nello sviluppo materiale dell'uomo (biologico, fisico,
ecc.) e (...) si esprimono storicamente in istituzioni (come la famiglia, lo
Stato) le quali disciplinano e orientano le azioni umane. Va detto che la
riflessione ‘di periodo’ ardigoiana sulla moralità e sulle idealità sociali
“nell’idea della giustizia” mostra l’intento di fondare in Italia la sociologia
come scienza sulla cauta possibilità di concepire nella società la morale senza
la religione (Roberto Ardigò, La morale dei positivisti, Milano, Natale
Battezzati. Il progetto di A. si concretizza maggiormente nelle pretese di
fondare un sapere laico in grado di confrontarsi con le sfere dell’etica e
della filosofia speculativa, senza che quest’ultima possa vantare ex ante una
alleanza “forte” di filosofia e religione e senza avere avuto un confronto con
i temi messi in campo dalla scienza e dai suoi più immediati avanzamenti, così
e come mostrano proprio i primi passi dell’idea di formare un sapere
sociologico autonomizzato dalle sfere dell’eticità (Guglielmo Rinzivillo,
Ardigò e la prima sociologia in Italia, su “Scienzasocietà” n.50, A. In questo
senso l’impresa di Ardigò di confrontarsi direttamente con il sapere
speculativo risulta essere l’unica nel suo genere al cospetto del positivismo
di fine secolo XIX (Rinzivillo, La scienza e l’oggetto. Autocritica del sapere
strategico, Milano, Franco Angeli, Ma il tentativo di formare una scuola si
infrange nella ripresa sia europea dello spiritualismo che più nostrana
dell’idealismo e nella contestazione delle dottrine filosofiche di seguaci come
Marchesini e Tarozzi (Portale,Marchesini e la “Rivista di Filosofia e Scienze
Affini”. La crisi del positivismo italiano, Milano, Angeli, Altre saggi: “Discorso
sulla difesa dalla inondazione”; “Pomponazzi”; “La psicologia come scienza
positive” – cf. Grice psicologia filosofica --; “La formazione naturale nel fatto
del sistema solare”; “La morale dei positivisti”; “Sociologia”; “Il fatto psicologico
della percezione”; “Il vero”; “La scienza della educazione”; “La ragione”;
“L'unità della coscienza”; “La nuova filosofia dei valori”; “Canti di Heine,
traduzione dal tedesco Raccolta delle opere, “Filosofia” (Padova, Draghi). Citato
in: Bonetti, Mazzoni, L'Università degli
studi di Firenze nel centenario della nascita di Occhialini, Firenze, Allegri,
Il realismo positivo di A.. L'apogeo teoretico del positivismo. in Internet
Archive. Guido Cimino e Foschi, Percorsi di storia della psicologia italiana,
Kappa, Covolo, A.. Dal sacerdozio all'ateismo
A. su Chi era costui? A. e il
sistema positivistico, dal sito della Congregazione per il Clero del Vaticano Riccardo,
Breve storia della psicologia italiana. Psicologia Contemporanea, A., su accademiadellescienze. Mazzini, Milano). ^ Discorso commemorativo
pronunciato sul Monumento dei Martiri in piazza Sordello. Dal giornale Il
Mincio, 11 giugno Egregio Sig. Genovesi. Rispondo subito alla di Lei lettera,
che convengo interamente con Lei che dice giustamente che La Massoneria in uno
stato libero è un non senso: e che a combattere l'oscurantismo è più efficace
l'opera indefessa ed aperta di educazione e di elevazione civile che non
l'opera tenebrosa e nascosta di una setta: e che coll'esistenza di questa la
gran massa popolare non può che perdere la fiducia nella giustizia pubblica del
proprio paese, nell'idea che la massoneria sia poi in fine una associazione di
interesse pei soci a danno di quelli che non vi appartengono. E fortuna per me
che alle scomuniche sono avvezzo, e nulla temo perché nulla spero. Lettera in
Lettere edite ed inedite, a cura di Büttemeyer, A., Il Contributo italiano alla
storia del Pensiero – Filosofia, Savorelli, Treccani A. su
lnx.societapalazzoducale mantova). ^ La cultura filosofica italiana, Lampi di
stampa, Büttemeyer, Roberto Ardigò e la psicologia moderna, Firenze, La Nuova
Italia, Veniero Accreman, La morale della storia, Guaraldi, Landucci, Roberto
Ardigò e la "seconda rivoluzione scientifica", ed Franco Angeli, RIVISTA
DI STORIA DELLA FILOSOFIA, Allegri, Il realismo positivo di Roberto A..
L'apogeo teoretico del positivismo Archiviato il 10 dicembre 2014 in Internet
Archive., Groppali e G. Marchesini, Nel 70º anniversario d’A., ed, Bocca,
Torino; A., La psicologia come scienza positiva, Guastalla editore, Mondovì
Froebel Allegri, Il realismo positivo d’A. L'apogeo teoretico del positivismo Internet Archive., Quaranta, Etica e politica
nella filosofia di A., “Rivista di storia della filosofia”, Quaranta. Gentile,
Il positivismo d’A: un'ideologia italiana, Rivista di storia della filosofia.
Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di
Storia della Scienza di Firenze. Poggi, La coscienza e il meccanesimo
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Padova, Poligrafo. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, A., su sapere.it, De Agostini. Bortone, A., in Dizionario biografico
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openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Roberto A., su Open Library,
Internet Archive consultabili
nell'Archivio di Storia della Psicologia, su archiviodistoria. psicologia1.uniroma1.it.
URL). Savorelli, Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Altre opere: Pomponazzi. La psicologia
come scienza positiva. La formazione naturale del sistema solare. L’inconoscibile
di H. Spencer e il Positivismo. La religione di Mamiani. Lo studio della Storia
della filosofia. La Morale dei Positivisti. Relatività della Logica
umana. La coscienza vecchia e le idee nuove. Empirismo e scienza.
Sociologia. Il compito della filosofia e la sua perennità. II fatto psicologico
della Percezione. Il Vero. La Ragione. La scienza sperimentale del pensiero. Il
mio insegnamento della filosofia nel R. Liceo di Mantova. L’Unità della
coscienza. L’Inconoscibile di H. Spencer e il Noumeno di Kant. Il meccanismo
dell’intelligenza e l’ispirazione geniale. L’indistinto e il distinto nella
formazione naturale. Note etico-sociologiche
Articoli pedagogici. Il Pensiero e la Cosa. L’idealismo della vecchia
speculazione e il Realismo della filosofia positiva. La formazione naturale e
la dinamica della psiche. Saggio di una ricostruzione scientifica della
psicologia. La perennità del Positivismo. Monismo metafisico e monismo
scientifico. La filosofia nel campo del sapere. Atto riflesso e atto
volontario. I tre momenti critici nella storia della Gnostica della filosofia
moderna. Il sogno della veglia. Tesi metafisica, ipotesi scientifica e fatto
accertato. Il quadruplice problema della Gnostica. Guardando il rosso di una
rosa. La nuova filosofia dei valori. Una pretesa pregiudiziale contro il
Positivismo. L’Inconscio — A. Comte, H. Spencer e un positivista italiano.
Infinito e indefinito. Fisico e psichico contrapposti. Repetita juvant. I
presupposti Massimi Problemi. Il Positivismo nelle scienze esatte e nelle
sperimentali. L’individuo. Estema, idea, logismo. Le forme ascendenti della
realtà come cosa e come azione e i diritti veri dello spirito. Lo spirito
aspetto specifico culminante della Energia in funzione nell’organismo animale.
La meteora mentale. Filosofia e positivismo. La ragione scientifica del dovere.
La filosofia vagabonda. L’intelligenza. Altre opere: SCRITTI VARI
RACCOLTI E ORDINATI DA MARCHESINI Le Monnier scuola - nuovo FIRENZE
FELICE LE MONNIER. Prefazione; opere filosofiche; Polemiche; La confessione; Sulla
storia della confessione esposta nel n. 181 della Favilla dal sig. Eugenio
Pettoello. Il prete professore Ardigò e la confessione. Calunnie. Risposta del
prete professore A. alla lettera di SANCTIS (si veda) inserita nel n. 217 della
Favilla. Dichiarazione ai lettori. Lettera dell'illustre De Sanctis. Articolo
comunicato. La psicologia positiva e i problemi della filosofia. Dialogo. Il
filosofo e un ignorante. Il liberalismo d’A. Contro la massoneria. R. A. e A.
Fouillée. Discorsi. Garibaldi. Discorso di commemorazione. Per il 70°
anniversario. Le Ancelle della carità al Civico Spedale. I programmi e l’ordine
dell’insegnamento. Il cultore vero della scienza. La gerarchia dei godimenti.
La libertà del sentimento religioso. L’unità internazionale. La filosofia col
nuovo regolamento universitario. La scuola classica e la filosofia. Divisi
dalle religioni, la scienza ci riunirà. Il dolore morale nella società. La
polarizzazione del lavoro mentale. La breccia di Porta Pia. Il significato
morale del XX Settembre. Le immagini rovesciate. Il metodo del lavoro
intellettuale di A.. La formazione inconscia delle convinzioni. La condizione
fisica della coscienza. Lettere 100%.svg Lettera 1 100%.svg
Lettera. Giudizi e pensieri. Giudizi. Pensieri. Versi. Uno scherzo in un'ora
allegra. Intecta fronde quies. Venti canti di Heine. Schöne Wiege meiner Leiden.
Warte, warte, wilder Schiffsmann. Berg und Burgen schaun herunter. Der Traurige. Zwei Brüder. Die
Grenadiere. Auf Flügeln des Gesanges. Liebste, sollst mir heute sagen. Mein
süsses Lieb, wenn du im Grab. Ich weiss nicht was soll es bedeuten. Mein Herz, mein Herz ist traurig wie
der Mond sich leuchtend dränget auf dem Hardenberge. Der Hirtenknabe. Nachts in der Kajüte. SOCIOLOGIA.
Dedica. Avvertenza. Il potere civile; La reazione dell' individuo e
quella della società; il Diritto intemazionale; Machiavellismo politico;
l’ideale della società umana; le giustizie sociali; L'Idealità sociale
impulsiva del volere individuale è una giustizia; L'Idealità sociale è
una giustizia potenziale; diritto positivo e diritto naturale; triplice ufficio
del potere; giustizia e diritto nella convenienza; la giustizia; la Giustizia
legale (seconda forma dell' ufficio del Potere) è una gradazione
evolutiva superiore di un indistinto inferiore da cui emerge; dall'indistinto
della prepotenza (principio egoistico) nasce il distinto della
giustizia (principio anti-egoistico) che è la risultante dinamica di
quella; la formazione della giustizia nel senso proprio va colla
formazione del potere onde è l’espressione; la giustizia è la forza
specifica dell' organismo sociale; la gradazione della giustizia;
dovere giuridico e dovere morale; obbligatorietà e trascendenza
imperativa del dovere nella coscienza morale; atteggiamento vario della
giustizia e coefficienti relative; funzione della giustizia morale; l'autorità;
criterio positivo del diritto e del dovere; i diritti dell'uomo
sopra le altre cose della natura; i diritti dell'uomo sopra se
stesso; suicidio; il diritto d’autorità; l’autorità nel diritto naturale; la
dottrina positiva dell'autorità e del diritto è liberale; Gl’attti benefici
nell' etica tradizionale; gl’atti benefici nel positivismo; falsa apparenza di paralogismo;
la virtù, il merito, il premio; l’ordine morale; il bene sociale; il fatto del
diritto (diversità, specie, coordinazione) e il suo ideale; il diritto
è in virtù di se stesso; il diritto è la facoltà del bene sociale;
l'esercizio del diritto è la funzione del bene sociale; il diritto costa
una contribuzione; le unità minime, le unità medie e l’unità massima nel corpo
sociale; la selezione interorganica nella evoluzione formatrice
dello Stato Come risulti spiegata la prima forma dell' ufficio del
Potere, e anche la terza: e stabilito r assunto del libro
Conclusione. SOCIOLOGIA Atxyj^ 8vo|ia oòx dEv ^Seaav, el xaOxa fJ “Non ci
sarebbe l’idea della giustizia se non fossero i supplizi.” -- Eraclito di Efeso
presso Clem. Strom. IV, j.. ALL’ILLUSTRE FERRI IL QUALE PRIMEGGIANDO FRA I
MAESTRI DELLA SCIENZA NUOVA DEL DIRITTO PENALE SI COMPIACE DI RICORDARE CHE ALL’INDIRIZZO
POSITIVO DELLA SUA MENTE FECONDISSIMA NON SONO ESTRANEE LE LEZIONI DEL SUO ANTICO
MAESTRO L'AUTORE DEDICA QUESTO SAGGIO IN SEGNO DI FRATERNO AFFETTO. AVVERTENZA.
Questa sociologia costitue una parte della morale dei Positivisti. Fu in ogni
parte o ritoccata o rifatta. Non vi si trattano tutte le questioni introdotte e
discusse generalmente nei saggi di sociologia; ma solo la fondamentale: quella
cioè della formazione naturale del fatto speciale caratteristico dell'
organismo sociale, ossia della giustizia. E, relativamente a questo fatto, non
dà una riproduzione pitc meno manipolata delle idee messe in voga dai filosofi
più celebrati di questa materia. Qualunque ne sia il valore, chi scrive
presenta qui il frutto della sua riflessione solitaria; e non recente, ma di
vecchia data, e già matura fin da quando lo esponeva ai filosofi di Mantova,
pei quali divenne germe e stimolo ad elaborazioni ed applicazionidi merito nel
campo della filosofia. Restringendosi poi la trattazione, come qui è divisato,
al fatto della giustizia, con ciò la sociologia tiene a mantenersi nel campo,
che le spetta in proprio, e pel quale riesce una disciplina a sé e distinta da
tute le altre. È un errore capitale quello comunissimo di fare della sociologia
un ammasso di tutte le dottrine riguardanti i fenomeni svariatissimi, che
suppongono l’ambiente della società umana, A tale stregua la cosmologia
dovrebbe constare di tutte le dottrine riguardanti i fenomeni svariatissimi,
che suppongono l’ambiente dell’universo visibile. A questo modo si dà ragione a
quelli che persistono a *negare* alla sociologia filosofica la qualità di
disciplina autonoma. Una sub-disciplina filosofica è un tutto a sé, che si pone
e si distingue da quello di tutte le altre, come la specialità del fatto che
essa considera. E, nel caso nostro, la sociologia filosofica, o la psicologia
filosofica dell’intersoggetivita, si pone e si distingue, come la specialità
del fatto della giustizia, nel quale è la ragione diretta dell'organismo
sociale; a quel modo che nel fatto della gravitazione è la ragione diretta
della mutua dipendenza delle masse astrali, considerata dalla cosmologia
filosofica. Così, essendoci il fatto Fisico si dà la Fisica; essendoci il fatto
chimico si dà la chimica; essendoci il fatto psichico, si dà la psicologia
filosofica, e via discorrendo per ogni sub-disciplina. Si restring la presente
trattazione allo studio della formazione naturale della giustizia, e limitandosi
a considerare il fatto di essa in generale, e non estendendosi a considerarlo
in particolare nelle molte e diverse forme svariate, che si munifesiano,
funzionando la giustizia nelle differenti comàiìmzioni secondarie pnllulanti ed
armonizza nèi nella totalità malto complessa dell’organismo sociale. Ed è solo
in qneslo senso, die fuesta trattazione non aòòraccia tutto r amèito della So-
etologia j. co7icernendo solo la sua farle introduttiva e fondamentaie. Esaurita
la prima edizione di questo quarto Volume delie Opere filosofiche, e anche la
seconda, nella quale tra stata introd^itta qualche piccola correzione ed
aggiunta, colia presente terza questa Sociologia comparisce nella sua edizione
quinta. Questa trattazione deWdi Sociologia suppone e completa quella della morale
dei positivisti. La suppone, in quanto nella morale medesima è presentata l’analisi
della attitudine etico-civile umana, ed è esposta la teoria positiva della responsabilità
sotto tutti i suoi aspetti e rapporti. La completa, in quanto studia la
formaziofie della attitudine etico-civile suddetta. Specialmente sotto V di--
spetto e il rapporto della sua obbligatorietà si interna che esterna. Ma questa della sociologia è poi, come tale,
una trattazione distinta da quella della morale. La morale ha per oggetto suo
speciale e proprio la attitudine etica e quindi la virtu individuale. La sociologia
ha per suo oggetto la costituzione della società civile e quindi la gitistizia
che ne è la funzione caratteristica. Il punto di partenza del nostro
ragionamento è la questione proposta dalla morale dei posttivisti. Il concetto
della responsabilità (de- finito precedentemente come l'astratto delle
sanzioni, onde la società reagisce, rintuzzandola, contro l’azione propriamente
umana individuale) fosse manchevole, non estendendosi quanto la moralità, e
quindi fosse da ripudiarsi. E ciò per la considerazione che sembrerebbe così la
responsabilità riferirsi solamente agli atti intesi nel concetto stretto del
giusto, cioè ai pochi atti esterni, aventi importanza per l’ordine sociale,
commessi in misura e in circostanze determinate, discorso basta notare il
fatto, la cui spiegazione si lascia alla fisiologia. Come l’apparato nervoso
delF organismo biologico vi si forma a poco a poco per naturale svolgimento
e trasformazione di una parte degli elementi prima omogenei della sostanza
viva, cosi l'apparato del P<:7/^r^ nell’organismo dello stato vi si forma a
poco a poco per naturale selezione ed adattamento dì alcuni fra gli individui
del *consorzio* umano informe primitivo. Del pari, come la funzione speciale
dell' apparato nervoso si è in esso determinata per Io svolgimento e la
trasformazione della attività vitale generica della sostanza animale,
cosi la specialità della reazione del potere non è altro che una
distinzione, operatasi a poco a poco e di mano in mano che andava
formandosi, della reazione istintiva comune degli individui eslegi del *consorzio*
umano primitivo. E, come l’attività nuova speciale sovrapposta e dominante
dell' apparato nervoso dell'animale superiore sviluppato non vi sopprime
l’attività iniziale semplice e comune del materiale biologico, la quale vi
persiste allato e al disotto dell' attività nervosa, che la regola,
così la reazione del potere, svoltasi naturalmente collo svolgersi dell'
organismo sociale, non vi sopprime la reazione istintiva detta sopra, la
quale quindi persiste nello Stato civile allato e al disotto della
reazione del Potere, che la regola. E cosi nello Stato vengono a
riscontrarsi contempo- è assai opportuno studiare ulteriormente, e
sotto /r^r df~ versi aspeliì, l'analogia notata fra T organismo dell'
ani- male superiore e quello della Società civile. Nel corpo di un
animale, anche di organizzazione superiore (e quindi massimamente in
quello dell' uomo), ogni parte viva ha in sé la ragione della propria attivita
puramente vegetativa, che ha luogo quindi indipendentemente dal concorso diretto
della funzionalità nervosa centrale. Ma questa funzionalità nervosa
centrale può intervenire ad impedire tanto o quanto la detta attività puramente
vegetativa della parte subordinata, A far ciò l’uomo, nel caso che la
parte si ammali e quindi la sua attività vegetativa si renda anormale,
si sforza (valendosi dell' apparecchio nervoso sovrastante alle
parti) di limitare l’anormalità e di contrastame gli effetti perniciosi
sulle altre. Mettiamo, sostituendo la medicina al cibo, o tralasciando di
mangiare e di adoperare se possibile la parte malata, o operando su di
essa, o staccandola in caso estremo dal resto del corpo. Quindi, l’intervento
della funzionalità centrale qui sarebbe puramente negativa; cioè solo di
impedire tanto o quanto l’attività vegetativa; la quale, nella parte,
sorge in virtù della propria natura dì questa, e non potrebbe esservi
creata ed infusa dalla medesima funzionalità centrale. Un fatto analogo si
osserva nel corpo della società civile. In questo corpo sì riscontrano due
generi di reazione sociale, quello della convenienza, proprio di ciascun
individuo e nascente direttamente dall’urto degli individui fra di loro,
indipendentemente dalla sovrapposizione ad essi del potere al quale sono
subordinati; e quello della giusto, proprio di questo potere. La
reazione di convenienza tra individuo e individuo tende con forza ad
assumere, e spesso assume effettivamente forme irregolari nocive e atte a
turbare in misura più o meno grande il buon assetto della società. Ed è
qui che intervitìne la reazione del giusto per parte del potere
sovrapposto. Ma con effetto solo di impedire e limitare, per quanto
possibile, la irregolarità della rea
zione della convenienza. Si che questa, funzionando pure per forza e legge
propria, non ecceda però la forma e la misura compatibile coll’andamento
migliore del corpo sociale. Le parti singole dell'animale sono
coordinate insieme mediante una funzione, che sì aggiunge alle particolari di
esse e loro sovrasta, dominandole e subordinandole nel sistema complessivo deir
individuo. Questa funzione centralizzatrice ha una efficienza negativa,
na ne ha anche una positive, ed è quella di produrre il concerto delle
parti nell’attività dell’individuo totale. Coè, la vìta propriamente
detta, elevantesi sulla semplice vegetazione di ciascuna parte, adattata
e resa ubbidiente alle esigenze della vita medesima, e quindi, per cosi dire,
ingentilitane. Cosi anche nella societa. Nella quale la funzione assodante
del potere si sovrappone a quelle degli due *associate*, ed è puramente
negativa o di limitazione per rispetto a queste, ma è positiva per rispetto a
se stessa, in quanto cioè si pone e produce un effetto speciale suo
proprio, che si risolve soprattutto in quello della moralizzazione dell'
uomo nello Stato civile. Annunciamo qui solo il fatto, la cui
spiegazione det- tagliata risulterà dal corso della trattazione. L'
individuo eslege è pronto ad impiegare a proprio vantaggio, come T
istinto naturale lo sospinge, tutta la forza materiale onde dispone; e ad
elidere e a togliere di mezzo il più debole. Il che impedirebbe la
formazione della società e il concerto civile delle sue parti. Perchè
tale concerto sia possibile è necessario che sopravvenga neir umano
consorzio una forza superiore, la quale, in nome e colla mira
dell'interesse di tutti, rin- tuzzi e contenga la forza esuberante e
trasmodante dei singoli più forti o irregolarmente operanti, e renda
cosi attuabile lo sviluppo e l’esercizio pieno e non impedito, e
tranquillo, e benefico delle attitudini di ogni elemento, onde è
costituito il corpo sociale. L' istinto della reazione individuale, per
sé, rappre- senterebbe il princìpio egoistico antisociale. Invece il
Potere subordinante rappresenta T Idealità sociale ossia il principio morale
antiegoistico. L' individuo nella Società diventa morale in quanto,
ridotto dalla coazione della Giustizia a riconoscere il principio
antiegoistico rappresentato dal Potere associante, vi si uniforma,
ingentilendosi, rinunciando alla tendenza di usare la violenza rispetto
agli altri, contenendosi nei limiti permessi dal Potere, cooperando con
esso al Bene comune. La costituzione quindi della Società umana,
fino al grado di un' alta Civiltà, è possibile, perchè la psiche
umana, a preferenza di quelle dei bruti, è atta alla formazione caratteristica
della Idealità sociale, come è dimostrato nella Morale dei Positivisti.
Nella macchina fisiologica dell' animale non si dà potenza
centralizzatrice delle parti senza un organo di- stinto da esse, che ne
sia investito e la possegga. La forza centralizzatrice poi, in un
animale, è in ragione della massa di questo organo; come la massa stessa
è in ra- gione del bisognodella forza occorrente per dominare le
parti. E inoltre neir animale la materia dell' organo centralizzante è
presa dalle parti stesse centralizzate per via di un processo di
selezione naturale, come dimostra la embriologia e la zoologia comparata.
E secondo il principio generale, da me tante volte ricordato, del
pas- saggio dall' indistinto al distinto. Vedi specialmente il Capo III
della terza Parte del Libro primo; e la Parte seconda del Libro
secondo. Per questa espressione bisogno vedi la nota alla pag. 17
del volume ILI di queste Op, fil. Per la teoria dell' indistinto e
del distinto vedi la Fortnazione naturale nel fatto del sistema solare y
nel Voi. II di queste Op, fil. Cosi nella Società» La coordinazione delle
partì componenti e la relativa reazione della Giustizia non vi può aver
luogo senza che vi sia costituito un ordine di persone investito del Potere
occorrente all'uopo, e fornito dei mezzi sufficienti all' effetto. Tale
ordine di persone si stabilisce nella Società per la legge suddetta della
selezione naturale, come già ac- cennammo sopra; e di ciò parleremo in
seguito più a lungo, E r ordine sovraiieggiante nella Società
deve essere in ragione della forza occorrente a produrre Teifetto
di contenere le parti nella associazione dello Stato. Più in queste
è la resistenza alla coordinazione sociale, come nella barbarie o nella
depravazione, quando ha ana grande prevalenza T egoismo (o perchè le
Idea- lità sociali non sono ancora progredite nella loro formazione, o
perchè abitudini prave sottentrate le paralizzano), e più il Potere
centrale è poderoso e A'iolento, e ha quindi il carattere di Potere
militare. E la Giustizia allora assume la forma del fato inesorabile e crudele,
che sforza ad agire colla violenza necessitante. E, nel caso
che manchi nel Potere la forza suffi- ciente, la Società si trova in
quello stato di organizza- zione imperfetta che si osserva negli animali
inferiori aggruppati in masse, che sono piuttosto delle colonie che
non degli individui propriamente detti. Se invece poca o nuila è la
renitenza alla coordina- zione sociale, come nelle Società adulte, colte
e virtuose. quando le Idealità sociali negli individui sì sono già
formate e si mantengono impulsive, allora il Potere centrale assume il
carattere di un semplice arbitro morale fra gli individui associati. E la
Giustizia qui perde il carattere della violenza^ assumendo invece quello
di una sentenza vera ed equa, che ottiene il rispetto e T assentimento
col solo essere enunciata. E si conferma ciò che dicemmo altrove del
regno del fato e del regno della Giustizia fra gli uomini (i),
E discende anche dalle cose dette che, siccome il dispotismo
militare è proprio dello stato della barbarie, così invece il governo
repubblicano è proprio dello stato della cultura più compita; intendendo
per questo governo (idealmente) un governo formatosi per la selezione
natu- rale più propria dell' uomo, ossia razionale; e di persone
funzionanti quasi come semplici arbitri morali; e rap- presentanti U
Idealità sociali ammesse dagli individui associati, che sono disposti per
ciò a rispettarle, senza bisogno di coazione e di violenza. Le cose
dette hanno una conferma da ciò che si riferisce al Diritto
internazionale, e servono a chia- rirne ÌL fatto e la teoria. •
1 diversi Stati tra loro indipendenti sono come degli Nella Morale
dei Positivisti, Per es. Gap. II della Parte IV del Libro li, al numero
i6 (pag. 399 del voi. Ili di queste Op, fil, nella edijE. del tSSs^ e 432
dell' ediz. del 1893 e del 1901, e 432 Del- l' ediz, dei 1908). 3"«|P).individui
non co-ordinati l’uno con l’altro sopra i quali vige la ragione del più
forte, poiché l' idealità sociale co-ordinante non è realizzata in un potere
effettivo sovrastante, che si faccia valere; e quindi vi campeggiano sole
attività egoistiche dei singoli, staccati V uno dall' altro.
Ma, essendo il principio della socialità naturale all' uomo, come per
esso tendono a stare uniti gli individui nella Società più semplice della
famiglia, e questa e le altre unità sociali più o meno grandi tendono a
colle* garsi organicamente nelle unità dello Stato, cosi gli Stati
tendono poi a riunirsi fra di loro: e, parzialmente, in gruppi di Stati;
e, totalmente, nella unità universale della umanità intera. E
da ciò si vede che il Diritto di uno Stato è rela- tivo al pari di quello
dell' individuo, che ne fa parte; per la ragione che, come il Diritto di
questo viene a sof- frire una limitazione e una rettificazione col
prevalere su di esso del Diritto del Potere dello Stato particolare
che se lo subordina, così anche il Diritto di questo è limitabile e
rettificabile nella sua subordinazione all'organismo più grande, del
quale tende a far parte. E cosi dicasi della Giustizia, che è la
funzione del Potere. Nella Giustizia del Potere si riassumono
tanto o quanto, diventando la Legge propriamente detta, o al- meno
(se non ne sono in tutto sostituiti) vi si appuntano come tollerati, o
permessi, o anche incoraggiati, certi atti di iniziativa degli individui
ispirati dalla Idealità so- ciale, tendenti a frenare o vendicare la
reazione istintiva irregolare: avverantisi già nel consorzio umano non
ancora sviluppatosi nell'organismo sociale civile, e per- duranti in
questo, o produeentisi nella condizione della Civiltà. Il padre che
governa la famiglia, il forte generoso che difende il debole, V associazione
che si prefigge scopi umanitari, e via dicendo, ne sono esempi. Qui
abbiamo le virtualità della Giustizia, che ne preparano r avvenimento, o
la riforma miglioratrice, nella Giustizia di fatto dello Stato. E questa
Giustizia di fatto di uno Stato è soggetta a limitazioni e rettificazioni
ulteriori, per via di una Giustizia più ideale, in quanto uno Stato
può subordinarsi alle unità sociali maggiori, delle quali dicemmo, e
quindi alla Legge loro. Data la riunione effettiva di più Stati in
una unità sociale maggiore che li comprenda, e della quale essi
siano le parti componenti, in questa si avrà il Po- tere distinto o
specifico coordinante, del quale abbiamo parlato sopra, col carattere
della Giustizia, di fronte alle funzionalità particolari degli Stati
componenti; la reazione diretta dei quali per ciò fra di loro avrà il
carat- tere della Convenienza, mentre V uno non potrà valersi della
forza materiale contro T altro, sia in sostegno del proprio Diritto, sia
in offesa dell' altrui, ma dovrà lasciarne r uso al Potere internazionale
sovrastante. Il Diritto internazionale quindi non è effettivamente
un Diritto, se non ha il detto carattere, della Giustizia. E non ha
questo carattere, se non esiste un organo reale, colla forza sufficiente
all'uopo, per esercitarla pratica- mente. La storia ci presenta
diverse forme di questo potere intemazionale o egemmiico, che dir si
voglia. Ma sempre più o meno imperfette. Per esempio quello esercitato
dalla madre patria sopra gli Stati delle colonie, che ne furono fondate.
O quello di uno Stato più forte sopra altri più deboli soggiogati colle
armi, o ridotti a protettorato, o confederati, O quello di una autorità
re- ligiosa sui popoli che la riconoscono. O quello risultante da
una lega, più o meno precaria, per iscopi determinati. Le forme suddette,
come già accennammo, sono forme di egemonia imperfette, o per la loro
ristrettezza e precarietà, o perchè non abbastanza potenti per
farsi valere, o perchè una tirannia di im forte su molti deboli,
E per ciò disfatte o da disfarsi col progredire della Società. La
quale invece tende ad una consociazione più ideale degli Stati fra di
loro. Ma a quale? Poiché, e questa non deve essere per mezzo di uno Stato
più forte che soggioghici altri più deboli, e tuttavia la consociazione,
colla Giustizia so- vrastante relativa, non è una vera realtà organica se
non esiste effettivamente il potere che la eserciti. La
risposta alla domanda si ha in ciò che dicemmo costituire il governo più
perfetto, ossia del vero regno della Giustizia, cioè n^W Aròiiraio.
L'Arbitrato o l'Anfizionia internazionale. E come si va già
disegnando sempre più concretamente nel fatto dei trattati internazionali
aventi forza esecutiva, e del consenso moralmente giusto e fortemente
efficace, che si va stabilendo nel gruppo degli Stati più civili circa
te questioni sociali di interesse universale, e che influisce anche
sopra la legislazione interna dei singoli Stati, Solo acquando esista
realmente, in forma ben determinata e colla forza necessaria di farsi
valere, questa Anfizionia, potrà esistere un Diritto internazionale
veramente tale. Dico, quando esista questa Anfizionia. Fogniamo sul
fare della autorità centrale elvetica o degli Stati Uniti di
America. E dico, quando questa Anfizionia sia un Potere veramente
efficace. Il che non può essere, se non pel pro- gresso sociale dei
singoli Stati dipendenti; come T Arbitrato efficace fra gli individui non è
possibile che a misura che questi si perfezionano moralmente, come dimo-
strammo. E in effetto il progresso sociale degli Stati ci- vili è
già riuscito a stabilire delle legislazioni, o comuni, o concordanti,
colle rappresentanze e coi mezzi di esecuzione rispettivi, in ordine ai
rapporti di interesse non politico; come sarebbero il Commercio, T
Industria, la Navigazione» le Comunicazioni, i Diritti privati, le Monete
le Misure, la Scienza. E tende ad estendere sempre più questo genere di
Giustizia universale, sia colle Com- pagnie internazionali riconosciute
per imprese di interesse della Civiltà generale, sia coi Congressi pure
internazio- nali per altre sue esigenze, come sarebbe p. e.
l'Igiene. Lontana ancora è T epoca della unione politica in
discorso. Ma va facendosene sempre più forte V aspirazione, che è già T anima
del partito politico dell' internazionalismo, e che per la forza delle cose
deve ormai essere confessata più o meno dagli stessi governi.
Queir epoca è lontana; ma arriverà una qualche volta; e cioè quando
nei singoli Stati saranno state rimosse le cause che la ritardano: quelle cause
precisa- mente che la Civiltà attuale tende a rimuovere: e che saranno
rimosse quando ogni Stato avrà ottenuto il suo assetto naturale giusto rispetto
all' Estero nella sua circo- scrizione etnografica, nella sua sicurezza,
nel suo equili- brio cogli altri Stati. Anche la questione del
Machiavellismo politico trova la sua risposta nei principj da noi
indicati; riu- scendo cosi in pari tempo a riconfermarne la verità. La
reazione dell'individuo nella rozzezza eslege del consorzio ancora
selvaggio non è una reazione morale. Non lo è, né di fatto, né di
diritto. Non di fatto, perché il suo movente é il puro
istinto egoistico, pronto senza ritegno al danno altrui, indiffe-
rente all'uso di tutti i mezzi di riuscire: fino alla violenza più spietata,
fino all' inganno più vile e sfacciato. Non di diritto, perché, mancando
l'ordinamento so- ciale e la Giustizia del Potere che ne é il prodotto,
non si ha ancora la ragione, onde le reazioni umane siano giudicate
col criterio della moralità. In una condizione analoga si trova il
Potere nello Stato non progredito nella Civiltà. In tale condizione
si rivela nel Potere ciò che si chiama il Machiavellismo. Il
Machiavellismo del Potere può divenire, nel fatto, una impossibilità e,
nel diritto, una immoralità, solo in forza di una Giustizia relativa che
lo impedisca e lo riprovi, E come? Per rispondere bisogna
distinguere la reazione del Potere di uno Stato per rispetto al Potere di
altri Stati, e quella del medesimo per rispetto ai propri
subordinati. Nel caso della reazione del Potere di uno Stato per
rispetto agli altri Stati è evidente che, se esso non è tutelato nella
sua esistenza da una forza internazionale equa e^ nella sua tendenza a
vantaggiarsi sugli altri e a soperchiarli, non è frenato dalla medesima,
non farà dif- ferenza tra mezzo e mezzo che giovi al suo intento; e
il danno altrui lo procurerà come bene suo proprio. Il ricorrere ai mezzi
opportuni all' intento, nel caso in discorso, come non ne è impedito
dalla Giustizia in- ternazionale, che non esiste, cosi non è nemmeno
riprovato, E per ciò il ^lachiavellismo del Potere nella sua
rea- zione cogli altri Stati viene ad essere una possibilità di
fatto, senza essere ancora una immoralità di diritto. Ciò è dimostrato
storicamente nelle formazioni in- ternazionali imperfette di epoche e
regioni diverse. Valga r esempio dei vari Stati della Grecia antica,
collegati tanto o quanto fra loro, e insieme isolati dalle genti
non greche; alle quali, considerate per ciò come barbare, ne-
gavano i riguardi che pure si avevano fra loro. E valga r altro esempio
delle religioni abbraccianti diversi Stati, i quali insieme per ciò di fronte
agli altri, considerati siccome infedeli, si credevano sciolti da ogni
freno di procedimento. Nel caso della reazione del Potere per
rispetto ai propri sudditi è da considerare che la sua condizione
in uno Stato progredito nella Civiltà è ben diversa da quella che la
precede. Qui il Potere non è ancora divenuto la semplice e-
spressione del volere di tutti che lo pone, lo regola, lo sancisce, come
la Giustizia che lo rigfuarda. Ma è ancora solo la conquista
machiavellica di una casta, di una fa- miglia, di una persona, lottanti
per conservarlo con tutti i mezzi atti all' uopo di fronte alle altre
caste, ad altre famiglie, ad altre persone dello Stato medesimo, con
una reazione quindi come tra individuo e individuo prima della costituzione
definitiva di una Giustizia superiore al di sopra di essi. Nel caso
in discorso è notevole il fenomeno del concetto della Giustizia divina,
che si pensa sovra- stare alla stessa persona del Principe (come
spiegheremo in seguito); in modo che le sue azioni, quantunque
fuori d* ogni Legge, tuttavia vengono considerate dal punto di
vista della moralità: onde il suo Machiavellismo, persi- stendo di fatto,
viene a cessare in qualche modo di esi- stere di diritto.
Questo fenomeno non è un argomento contro il nostro principio, ma a
favore di esso. La Giustizia perfetta accompagnante lo stesso sviluppo
iniziale dell'organismo sociale, informa natural- mente la coscienza di
quelli che ne fanno parte. E que- sti, ignorando come si è formata
veramente, la immaginano una entità assoluta preesistente alla Società e propria
del nume divino. E cosi la si pensa valere, nella lotta fra i
competi- tori del Potere, al di sopra e delle imprese degli emuli e
di quelle del vincitore. In effetto però il Potere conquistato
dallo stesso vin- citore lo emancipa dalla Giustizia, che esso esercita
sopra gli altri, e (massimamente se la lotta è eccitata da idee
sociali nuove) si fa autore di una Giustizia nuova che deroga quella
anteriore creduta divina; e questa per con- segfuenza non serve più quale
criterio di moralità delle azioni del Potere medesimo. Di che
luminosamente ci ammaestra la storia nei contrasti multiformi col
Potere sacerdotale sostituito da quello militare, e tra questo e il
civile che gli sottentra nella Civiltà più avanzata. Il conòetto
quindi della Giustizia divina né valse da sé a impedire nel fatto il
Machiavellismo del Potere, né a riprovarlo nel diritto. Parlando
però di impedimento del Machiavellismo non abbiamo inteso di un impedimento assoluto,
ma solo relativo. La forza della Giustizia, che si stabi- lìsce nella
Civiltà avanzata, anche al di sopra del Potere di uno Stato, ne impedisce
il Machiavellismo tanto o quanto; ma non mai affatto. La cosa qui è
precisamente come nelle reazioni ini- que tra cittadino e cittadino, che
la Legge dello Stato tende ad impedire: ed impedisce realmente tanto o
quanto ma non mai del tutto. Dalle cose dette importa soprattutto
che si raccolga V importanza suprema, in ordine alla moralità,
dello sviluppo dell' organismo sociale sopra indicato. Come accennammo (e
lo dimostreremo più largamente in seguito) lo sviluppo del consorzio
umano nello Stato ha per effetto la moralità privata. La Civiltà che
per- feziona r organismo dello Stato all' interno, e promuove r
associazione civile degli Stati ha per effetto la moralità politica. La
Giustizia (e quindi la Responsabilità, che è un suo correlativo) non è
perfettamente tale nell'organismo civile se in questo non si ha la libertà
ù.^\\^ parti coordinatevi, e la distinzione netta del Potere e delle
sue attribuzioni. Importa fissare in modo preciso in che
consista, teo- ricamente, la libertà. La libertà consiste in
ciò, che la parte coordinata neir organismo sociale vi possa funzionare
secondo la di^ sposizione naturale onde è atta a funzionare. E, in
base a tale disposizione, imprescrivibilmente. E, tanto relativamente a
se stessa, quanto nel reagire all' azione collaterale delle altre parti.
S' intende bene che la disposizione naturale onde la parte è atta a
funzionare, traente con sé il diritto impre- scrivibile alla funzione
relativa, deve essere quella del- l' uomo socialmente perfezionato; e quindi
in tutto razionale in ordine alla convivenza e alla collaborazione cogli
altri nel consorzio civilmente perfetto. Ma la reazione della parte verso le
altre deve essere tale che non le impedisca. Che altrimenti si avrebbe
eli- sione di attività nelle parti impedite, e quindi lesione in
queste della loro libertà. È questa una condizione essenzialissima
perchè esista realmente nell'organismo sociale la libertà vera e perfetta
delle sue parti. Ora tale condizione importa che la reazione
della parte sulla parte si limiti a quella della pura Convenienza, che
esclude la violenza dell' uno suir altro. E cosi questa esclusione,. ossia
questo limite negativo, viene ad essere essenziale al concetto della
libertà. Sicché questa è determinata positivamente dalla attività
intrinseca dell' operante che ne è fornito, e negativamente dalla
rimozione della violenza estrinseca che la impedi- rebbe nella sua sfera
di coordinazione. Il limite negativo suddetto della libertà ne porta
seco di necessità anche uno positivo, per la ragione che la rimozione
degli impedimenti estrinseci alle libertà delle parti non si può ottenere
se non mediante la costituzione di una forza superiore a tutte, sufficiente
all'uopo. La co-azione, colla quale questa forza deve reagire, per
lo scopo detto, sopra le parti subordinate, non eli- mina la libertà,
come sarebbe la coazione tra parte e parte. Come notammo sopra, la
coazione della parte come tale è egoistica, e quindi a vantaggio della
parte che la esercita e a danno della parte che la soffre; mentre
la coazione del Potere sovrastante alle parti è antiegoistica,
vantaggiosa alla Società, e quindi diretta a salvare nella integrità
della sua attitudine e funzione la disposizione naturale di ogni sua
parte. La forza superiore del Potere essendo richie- sta dalle
esigenze delle stesse libertà delle parti subor- dinate» queste devono
concorrere a costituirla con una parte della loro attivitàt
sottoponendola quindi alla ne- cessità della organizzazione
sociale. Qui, come dicemmo, abbiamo un limite positivo della
libertà delle parti costitutive della società; ma, siccome è posto da
esse liberamente (mentre l'organizzazione so- ciale è una spontaneità
naturale del consorzio umano nel quale si produce)» allo scopo di
sussistere, torna poi sem- pre che la libertà delle parti medesime rimane
on primo ed un assoluto da cui tutto in ultimo dipende nella
società. Dal bisogno stesso della libertà adunque di- pende anche il
Potere subordinante. E con ciò è legiitimaiù. E quindi anche
determinato in ciò che deve essere. Determinato nel corpo che ne è
investito, il quale non deve essere una delle stesse parti coordinate,
perchè con ciò essa si troverebbe nel caso sopra indicato ed e*
sclusOf della parte che impedisce V altra Determinato nella azione
che deve esercitare, che è quella precisa richiesta dai due limiti «opra
detti, cioè^ quello di porsi, onde essere in caso dì funzionare, e
non più; e quello di impedire la violenza della parte sulla parte,
e non più- Ciò posto r ideale della Società umana richiede le
ragioni che seguono. L' autonomia perfetta delle parti, che cioè ognuno
sia veramente un arbitrio, come dicemmo nella Morale dei Positivisti. E
precisamente quel tanto che si trova di poter essere realmente.
Secondo. Nessuna esecutività diretta o violenta del volere dell'
una sull' altra. Sicché la reazione loro sia quella della Convenienza,
scevra da costringimento ma- teriale. Costituzione distinta del
Potere, al quale solo competa la esecutività coattiva sopra le parti
subordinate. Quarto. U ordine del Potere derivante dal corpo
dello Stato per selezione naturale degli ottimi, in dipen- denza dal
volere stesso delle parti che vi si subordinano; e in virtù delle
Idealità sociali proprie delle stesse, e quindi non altro che allo scopo
della tutela delle auto- nomie coordinate nella Società, e della stessa
loro coor- dinazione nella medesima. Quinto. Giusta e stabile
organizzazione e subordina- zioue delle parti corrispondente alla stabile
giusta orga- nizzazione ed efficacia d' azione del Potere. Ma il
fatto concreto delle Società storiche del- l' umanità si presenta assia
vario e complesso. E lo stesso fU. nella ediz, 118 della ed. del 1893 e
del 1901, 122 della ediz. del 1908). Ideale generico di queste
Società non sì può rettamente comprendere senza lo studio diretto del
fatto medesimo. E noi qui lo tenteremo, prendendo le mosse
dalla stessa analogia, alla quale ricorremmo sopra, tra V organismo
sociale e l’organismo biologico. Nelle specie infime degli animali le parti
del corpo sono omogenee ed indistinte, o pressoché tali. E somiglia
a questo indistinto preorganico della zoologia r indistinto preorganico
sociale delle truppe o coacerva- zioni disordinate delle popolazioni
selvaggie. Nelle specie animali che seguono alle infime nella
scala zoologica si ha una prima distinzione di formazione: cioè una
moltitudine di parti distinte, congiunte insieme in colonie, nelle quali
non è ancora costituito un apparato speciale distinto unico atto a
subordinarle insieme nella unità più perfetta dell' individuo. E a ciò
somiglia il fatto dei primordi di una formazione sociale, nei quali,
sul suolo medesimo e coi soli rapporti della vicinanza, e della parità
maggiore o minore delle idee, dei costuiri e della discendenza comune, si
trovano a contatto, in un certo numero, le tribù o i pìccoli Stati
indipendenti gli uni degli altri. Nelle specie animali superiori,
per una distinzione ulteriore (onde si forma la diversità dei tessuti e uno
di questi, il nervoso, resta con una speciale superiorità verso gli
altri in quanto, formando un sistema solo di tutte le sue diramazioni
nate in ogni parte, associa cosi colla unità del suo lavoro i lavori di tutte
le unità singole su cui domina), si arriva alla unità organica
propriamente detta, che non è più quella della massa informemente coacervata,
né quella delle semplici colonie delle unità distinte, ma quella dell'
individuo complete, E somiglia a questa distinzione progredita quella
della Società ci- vile, formatasi in seguito alla distinzione delle tribù
in caste, e al predominio della più forte e intelligente sulle
altre, e alla trasformazione successiva della sua tirannia nel Potere
regolare, moderatore delle unità sociali confederate. Nel processo
evolutivo di distinzione della formazione biologica l’apparato, onde si
unificano le parti neir organismo assai complesso dell' animale, sorge
dalle intimità della sostanza viva. La quale però non risente l’effetto
proprio dell' apparato stesso, uscito dal proprio seno, se non a misura
che si è formato effettivamente. Lo stesso avviene nel processo evolutivo
di distinzione della formazione sociale. Il Potere subordinante, e
quindi ciò che si dice la Legge e la Giustizia, e la relativa Re-
sponsabilità dell' individuo verso di esse, nasce dalla stessa virtù
intima delle parti associate; ossia in ultimo, degli individui umani. E
accennammo già come; e spie- gheremo più a lungo in segfuito. Nasce cioè
in virtù delle Idealità sociali (i), che sono un fenomeno psichico
pro- prio dell' individuo. Ma r individuo non ne ha coscienza
distinta se non dopo che, pel processo naturale indicato, e
inconsciamente per lui, il Potere stesso si è costituito. Ed ecco
come l' individuo è il fattore della Legge, della Giustizia, della
Responsonilità; e, nello stesso tempo, (i) Su ciò verte in generale tutto
il Libro I della Maiale dei positivisti, e in particolare il suo Capo III della
Parte III. queste suppongono l’evoluzione sociale già avvenuta, e
vi sono risentite siccome la correlazione dell' individuo subordinato col
potere sovraneggiante. E con ciò siamo ora in grado di rilevare ancora
m.e- glio, e una volta di più, la verità, già illustrata nella
Morale dei Positivisti, del concetto della morale degli antichi e di
Aristotele in ispecie, che la consideravano correlativa essenzialmente
alla Società formata; e la fal- sità del concetto ascetico-scolastico,
che la considera siccome indipendente dalla Società stessa, fondandosi
sul fenomeno sopra indicato (2) del concetto della Gitistizia
divina. Ma la coordinazione e subordinazione, nel corpo sociale come neir
animale, e in qualunque altra unità or- ganica naturale, non è cosi
semplice quale, per chiarezza e preparazione del discorso ulteriore,
sopra abbiamo supposto. Non è cosi semplice. Vale a dire non è
puramente un certo numero di parti, proprio eguali ed equipollenti,
concertate per la dipendenza diretta unica e sola di ognuna da un centro
immediato di tutte unico e solo; come, per esempio, i raggi di un cerchio
dal punto di mezzo, dal quale si dipartono uniformemente con uguaglianza
di lunghezza e di divergenza. E invece immensamente più
complessa. Gl’elementi fondamentali ed ultimi del corpo so- ciale
sono gli individui umani, i quali formano, in gruppi di pochi, degli
organismi sociali elementari distinti; que- Capo V della Parte III del
Libro I. N. 6 del l III. sti piccoli organismi elementari poi si
coordinano come parti di associazioni e di organismi superiori; i quali
alla loro volta di nuovo si aggruppano in complessi maggiori. E la
serie di tali ordini maggiori, che ne abbracciano dei minori, è ben
lunga. Come è anche il caso dell' animale superiore, soprat- tutto
dell'umano, nel quale ogni arto ed ogni viscere è già un complesso
ottenuto per una certa serie di combi- nazioni di gruppi minori; e gli
arti e i visceri sono insieme collegati dai centri del midollo spinale, al
quale poi sono sovrapposti gli altri centri superiori del cervel-
letto e dei lobi cerebrali, dipendenti alla loro volta dal- E qui
possiamo venire a una conseguenza im- portantissima circa i diversi aspetti che
assume nella So- cietà civile ciò che dicemmo in genere, la Giustizia; e quindi
anche la Responsabilità. Data la serie delle subordinazioni dette sopra, solo
degli estremi si potrà dire che siano assolutamente, T in- fimo, la piura
Convenienza, e il sommo, la piura Giustizia. Non COSI dei medii. Qualunque dei
quali non sarà asso- lutamente, né la Giustizia, né la Convenienza; ma
con- incoata, e si compia solo in virtù del Tribunale dello
Stato. E cosi il Potere dello Stato, per rispetto all' eser- cizio
della Giustizia subordinata della associazione particolare, no permette solo quello
che non danneggia l'assetto generale della Società o il Diritto dei soggetti
in quanto questi sono enti, oltreché della essociazione par-
ticolare, anche in pari tempo della totale. Il che fa sì che la
Giustizia propria dei Poteri su- bordinati, col progredire della Società,
va sempre più avvicinandosi a ciò che chiamammo sopra V arbitrato, E che
rispteade massimamente in quello paterno del buon padre di
famiglia. Spieghiamoci meglio. Nelle popolazioni selvaggie l’individuo
è vindice di se stesso, o dei propri voleri, al di sopra dei quali non è
costituito ancora, per la imperfezione della associazione in cui vive,
nessun potere giudicatore. E vindice dei propri voleri, anche se violatori
della libertà dell’altro. La costituzione di. un Potere superiore. nelle
Società progredite, che si assume la vendetta delle violazioni
della libertà individuale, togliendo la esecutività co-attiva al *volere
dell' individuo sopra l’altro*, assicura la libertà di ambi. Tanto la cosa
è cosi che, se per poco vien meno questo Potere superiore, torna subito
all' individuo la necessità e quindi il Diritto della propria vendetta.
Come nel caso che una persona appartenente ad una società civile si
trovasse fra una popolazione selvaggia, o sopra una nave in alto mare e
quindi fuori della portata del Potere vendicatore, o assalito senza
scampo immediato da malfattori, o in un momento di anarchia dello Stato
in cui vive. Nel primo embrione di Società, in quello mettiamo di
una famiglia isolg-ta dal resto degli uomini, le contese tra i fratelli
le giudica e le vendica il padre, che ne è il capo naturale. E la sua
vendetta è illimitata e senza responsabilità verso nessuno.
Nessuno per ciò gli impedisce o gli contende il Diritto anche sulla vita
dei figli e della moglie. Non così però, coordinate che siano le
famiglie sotto un Potere superiore nella città che le abbraccia in
una società sola. In questa città il Potere superiore tende a
limitare il Potere del padre al puro necessario per l'esi- stenza, il ben
essere, la prosperità della famiglia come tale; e veglia a che il padre
non eserciti verso i suoi dipendenti altro Potere che questo, che però in
pari tempo concorre ad assicurare: e vendica su di lui ogni eccesso
od abuso del potere. E da ciò consegue naturalmente, che se ne restringa
sempre più la esecutività, e che si converta in semplice arbitrato; nel
quale può soprattutto, e da sé sola, per la propria impulsività morale,
la Idealità sociale, nella quale consiste la Legge, nel cui nome l'arbitrato
si esercita. Ed ecco quindi l’effetto naturale del progresso della
evoluzione sociale: salvare e garantire sempre più le autonomie
naturali. Stabilire sempre più distintamente il compito dei Po- teri
subordinanti; e impedirne gli eccessi e gli abusi. Rendere quindi
con ciò più evidenti le Idealità s(h ciali, e rafforzarne la impulsività,
e ridurle alla condi- zione di Poteri efficaci senza uso di violenza e
quali semplici arbitrati. Come più volte, e per varie g^ise, dedu- cemmo
sopra. Il quale eflFetto, che il Potere si converta in semplice
arbitrato, lo riscontrammo anche nello stesso Potere, solo
provvisoriamente supremo, di un singolo Stato. Solo
provvisoriamente supremo. Perchè notammo, che lo Stato tende a
coordinarsi naturalmente nei colle- gamenti intemazionali di più
Stati. E per la stessa legge; mentre dimostrammo, che il Potere di
uno Stato va sempre perdendo del violento, e avvicinandosi alla natura
puramente persuasiva della Idea- lità, che si impone da sé, in
conseguenza di una forza estema e superiore ad esso; cioè del potere
inter-nazionale, tendente ad impedire gli atti di lesa umanità nei
singoli Stati intemazionalmente collegati o altrimenti, e il loro
Machiavellismo. Come emerge poi luminosamente anche dalla
storia politico-sociale contemporanea. Un saggio storico
eloquentissimo di un Potere superiore convertitosi in semplice arbitrato si ha
nel fatto della Chiesa Romana, e in seguito all' abolizione di ciò
che in essa si chiamava il braccio secolare. Si verificò in questa
conversione, per questo lato, r Ideale della Società umana, sopra da noi chiamato
anche il regno (razionale) della Giustizia sottentrante a
quello irrazionale del fato; ossia il regno del concorso libero o
autonomico delle parti costituenti; e non eteronomico(\)y ossia p>er
violenza materiale esercitata sopra di esse da una forza, non morale, ma
bruta. E questo arbitrato sociale non è poi altro in fine se non lo
stesso arbitrato della volontà dell' individuo sopra se stesso, onde emana,
come più volte di- cemmo. Ne emana, e quindi ne ha in sé le ragioni
costitutive. Nel medesimo tempo però, per le ragioni già ripe- tute, lo
stesso arbitrio individuale non finisce di diven- tare ciò che deve
essere (vale a dire una forza che muove per la impulsività pura delle
Idealità sociali), se non a misura che, idealizzandosi nel modo
anzidetto, si perfe- Circa r Autonomia e la Eteronomia, vedi la Morale
dei Po- siiivisti, Lib. I, Parte II, Capo IV (Pag. 113 del volume III di
queste Opere filosofiche nella ediz., 118 della ed. e del 1901, e
122 della previa edizione). seziona il Potere sociale al quale V
individuo è subordi- nato. Onde poi lo studio dell' arbitrio
sociale subordinante serve indirettamente a far conoscere la natura
dell'arbitrio deir individuo umano. E siccome lo studio da noi qui
fatto dell' arbitrio sociale subordinante ci ha condotto al concetto di
una Legge© che si impone colla sola evidenza della propria
Giustizia, con ciò abbiamo una nuova prova della nostra dottrina (esposta
nella Morale dei Positivisti). L'idealità sociale impulsiva del volere
individuale è una Giustizia. Ed ora poi dalle cose dette
possiamo ricavare la conseguenza, alla quale mirava tutto il lungo
discorso fin qui fatto sopra la distinzione e la genesi della Convenienza
e della Giustizia. L' Idealità sociale è la stessa Legge che si
stabilisce nella Società. E la Legge è la Giustizia in quanto im-
porta una Responsabilità dei subordinati verso il Potere. L'
idealità sociale (impulsiva della volontà dell' indi- viduo, com' è
dimostrato nella Morale dei Positivisti) si viene formando nella psiche
dell' individuo convivente nella Società per effetto di questa
convivenza. Per ciò di- ciamo che r Idealità sociale è infine nuli' altro
che l'm- pronta, nella psiche singola di un dato uomo, della Legge
o del Volere sociale subordinante. Nello stesso luogo indicato nella nota
precedente. Da ciò consegne poi che l’Idealità sociale nella psi-
che o nella mente dell' uomo, in cui si è formata nel modo ora detto, non
si presenta come una semplice verità logica, dipendente da una propria
speculazione teo- rica, ma si come qualche cosa che si impone; cioè
come una Legge che la domina da una altezza superiore, e ac^
compagnata dalla minaccia di una Sanzione vendicatrice; ossia, non come
una semplice idealità qualunque, ma come una Giustizia. Ed ecco
scoperto il nostro gran difficile. La Giustizia non può essere che
la legge del potere subordinante: e tuttavia la Idealità sociale, impul-
siva del volere dell' individuo e nascente in lui per la evoluzione
intima e propria della sua psiche, è pure una Giustizia. I
due asserti parevano contradditorj; e invece sono veri ambedue,
accordandosi tra di loro e spiegandosi a vicenda. Si spiegano a vicenda.
Da una parte, non è possibile il fatto della Legge del Potere
subordinante senza il lavoro psichico dei di- versi individui che
compongono la Società. Dall' altra, le stesse attitudini dell' individuo
sono però massimamente gridate nel loro funzionamento natu- rale
dall' ordine delle cose della Società in cui vive. E quindi le Idealità
sociali dell' individuo devono assumere nella sua mente la forma della
Legge subordinante che domina nella Società che lo involge: devono essere
nella sua mente come 1' eco o la soggettivazione o il pensiero del
fatto oggettivo reale dell'ambiente che determina il suo lavoro
intimo. Il valore scientifico della detta soluzione della difficoltà
propostaci è tanto maggiore in quanto V indu- zione sociologica qui
conferma pienamente l’induzione psicologica, che nella Morale dei
Positivisti ci portò alla medesima conclusione. Alla conclusione
cioè, che la morale individuale è essenzialmente dipendente dalla morale
sociale; e che VEtica è un ramo della Politica, come diceva Aristotile,
ossia della Sociologia, come si dice adesso. E che il principio dei
Metafisici, che sia l'Etica che crei la Sociologia (e non il contrario),
è falso. Falso, come, in ogni altro ramo della scienza, il credere
che il fatto complesso della natura sia determinato direttamente dalle
azioni indipendenti dei singoli compo- nenti, e non che V azione di ogni
componente sia essa stessa determinata dal suo rapporto col resto della
natura; come ho spiegato nel libro della Formazione natila rale nel fatto
del sistema solare, dove dimostrai che la legge di una formazione
naturale qualunque è questa: che un fatto singolo è il punto nel quale si
intersecano le due linee infinite dello Spazio (o delle cose tutte quante
esistenti) e del Tempo (o delle azioni tutte quante succedutesi). E godo
adesso di avere illustrato quella legge generale col rilevarne la verifica
anche n^Wz. formazione etica. La quale ha questo carattere, di apparire
nella coscienza individua siccome una Giustizia. E la Giustizia implica
un ambiente esterno alla coscienza stessa, dal quale sia determinata. Del
quale principio poi (e gioverà notarlo qui ancora, quantunque, la cosa, l’abbiamo
accennata altre volte precedentemente) è prova positiva diretta il
fatto storico (superiore a qualunque eccezione, e accertabile nel
modo più evidente) che nmt non fu possìòtle di iravare in una coscienza
individuale una Idealità elica, ossia un principio di Giuslizia, di
formazione inconsapevole, £he non corrispondesse al fatto della Legge
sociale realmente riabilitasi neir amòiente nel quale la coscienza stessa
fu educata. Proprio come sopra nessuna bocca d'uomo parlante fu mai possibile
una parola inconsapevolmente appresa, che a lui non abbia insegnato la Società
dei parlanti fra i quali crebbe. E come in tutte le cose le diversità
degli ambienti creano le varietà e le specie delle individualità
dipen* denti, cosi le Varietà e le Specie eliche fra gli uomini
sono create storicamente dagli ambienti sociali vari e diversi, ai quali essi
appartengono; e per quella stessa leg^ge dell’ordine e del Caso, che in
ogni parte della na- tura si verifica nella produzione delle Varietà e
delle Specie delle cose, come dimostrai nel libro testé citato. Che più? La
stessa teoria dei metafisicici for- nisce un argomento in appoggio della
nostra. Anche il Metafisico ha trovato nella coscienza umana Una
serie di Idealità, direttive del volere, con questo carattere della Giustizia o
della Obbligatorietà; e ha argomentato che, per ciò stesso, ossia per tale
carattere della obbligatorietà, era giocoforza ricorrere a qualchecosa
di esterno alla coscienza medesima, onde quelle Idealità le fossero
dettate, e di fronte ad essa sancite. Se non che il Metafisico non si è
apposto nella determinazione giusta di questo esterno. Ossia il suo
esterno non è quello distinto e vero del Positivista, che è quanto
dire l’ambiente sociale; ma T indistinto, anzi il confuso della
speculazione volgare antiscientifica, ossia dio. Non si è apposto qui il
Metafisico, come non si è apposto neir assegnare T esterno onde dipende
la produzione della pianta e dell' animale, che il Positivista ha trovato
essere la stessa natura (i) e il Metafisico ha cre- duto fosse il volere
diretto della divinità. L' Idealità etica è una Legjge obbligante, ossia
una Giustizia. Dunque, ha detto il Metafisico, tale Idealità è
prima una realtà fuori dell' uomo, ossia è un pensiero di dio. E da esso
è dettata in modo misterioso all' uomo. Vale a dire lo stesso pensiero
divino di quella Idealità è riflettuto nella mente umana, come in uno
specchio il raggio di luce che lo illumini da un corpo per sé luminoso. L'
Idealità etica è una Legge obbligante. E non lo sarebbe realmente se non
importasse una Sanzione. Dun- que, ha detto il Metafisico, lo stesso dio
ha decretato quella sanzione e la applica in un modo misterioso. Un
castigo misterioso è preparato in una vita misteriosa avvenire a quelli che
trasgrediscono la Legge stessa. Non sarà inutile qui di avvertire che, pel
significato dì questa parola natura, mi riferisco alla spiegazione che ne
do negli 'altri miei libri, e specialmente in quello della Formazione
naturale nel fatto del Sistema solare: e per la quale intendo solamente
le proprietà inerenti alle stesse cose. Sicché è ridicola affatto V
osservazione di certi miei accusatori superficialissimi^ che io con
questa parola non faccia altro che sostituire al soprannaturale, chiamato
dio dai metafisici, un’altro soprannaturale chiamato natura. Dal che si
rileva, che la Metafisica ha notato giu- stamente la relatività della
Giustizia data nella coscienza verso una esteriorità che renda ragione
delle qualità caratteristiche della Giustizia medesima quali la osserva-
zione le riscontra nel fatto della coscienza stessa. Solo ha sbagliato
nel projettare questo fatto. Ha sbagliato la Metafisica nel projettare V
individuo cosciente sul fondo della esteriorità immaginaria e fallace
della divinità anziché su quello della esteriorità positiva e vera della
Società, Ha sbagliato qui la Metafisica, come negli altri
campi dello scibile la scienza vecchia in genere. Per esempio, l’astronomia
tolemmaica, che aveva ragione nel distinguere i fatti dei movimenti dei
corpi celesti, ma errò nella loro projezione. Proiettandoli essa secondo
la ragione del suo falso supposto che la Terra fosse immobile, le
osservazioni vere condussero ad un disegno falso del movimento cosmico reale.
Per render vero questo disegno l’astronomia copernicana non ha avuto bisogno
di altro che di projettare le figure medesime del movimento
sidereo, notate dai tolemmaici, secondo una ragione prospettica diversa; cioè
secondo la ragione della immobilità del Sole, e della mobilità della Terra
intorno ad esso. E così qui possiamo riconfermare il nostro
asserto per ciò che dicemmo in un capitolo della Morale dei
Positivisti (i), dove accennammo alla genesi storica della (i) Capo VII
della Parte I del Libro I, n. 8 (Pag. 70 del Voi. Ili di queste Opere
filosofiche nella ediz., 72 dell' ed. del 1893 e del 1901, e 75 dell'ediz.). stessa
Idea della Giustizia divina nel terzo stadio della evoluzione del sentimento
religioso. L’Idealità sociale è gia Giustizia potenziale. La
Giustizia adunque, secondo le cose dette, ha due lati essenziali
correlativi V uno air altro; correla- tivi come r individuo e la Società. Due
lati: dalla parte della Società, ossia come un fatto verificatosi
persistentemente nel Potere che la esercita sugli individui dipendenti: e per
questo rispetto spe- cialmente si chiama Giustizia. E dalla parte dell*
individuo nel quale è, non qualchecosa di statico, come nel Potere, ma
una potenzialità, ossia qualche cosa di dinamico: e per questo rispetto
specialmente si chiama Idealità sociale. Capitale questo carattere
della Giustizia o dell'Idealità sociale dell' individuo. E positivamente certo:
poiché corrisponde alla osservazione del fatto. E che non si può
spiegare se non per le vie onde qui lo scoprimmo. E senza del quale poi è
impossibile chiarire le diverse forme delle reazioni sociali, e quindi
delle responsabilità corrispondenti al principj etici dominanti nella coscienza
individuale. E in che consiste questa ragione dinamica o questa
Potenzialità? Ossia in che modo la Giustizia nella coscienza individuale è una
Giustizia potenziale? Nell’individuo non può esistere distintamente
in un determinato modo il concetto della Giustizia sociale obbligante, e
correlativa ad una Sanzione, se non per effetto sull'individuo stesso
della vita sociale com- plessiva, della quale esso faccia parte. Questo
si: ma è pur vero che, come la Società è V opera degli individui
che r hanno costituita, cosi la Giustizia che vi domina si deve in ultimo
alle loro disposizioni psicologico-morali, che ne sono la potenzialità
inconsapevole. Secondo. Una volta che la Giustizia sociale è
dive- nuta, pel processo naturale inconsapevole della formazione della
Società, un fatto statico atto ad informare di sé la coscienza dell'
individuo vivente sotto il suo regfime, questa coscienza concorre a mantenerla
nell'essere suo. E ciò più o meno consapevolmente. Così, per
esempio, il maestro di musica di una data epoca è in possesso della
sua arte perchè questa vi si era naturalmente maturata; e cosi potè
essere da lui appresa nella forma che vi aveva. Egli poi serve in pari
tempo a mantenerne la tradizione. La applicazione della Sanzione sociale
in virtù della detta consapevolezza viene ad essere reclamata dallo
stesso pensiero della Giustizia vivente nella coscienza in-
dividuale. E quindi la detta applicazione è una soddis- fazione
della stessa coscienza individuale. E tanto, che la Sanzione medesima
essendo applicata, mentre soddisfa il reclamo della coscienza
individuale, nello stesso tempo la rafferma e la rende più viva e
sentita, come osser- vammo nella Morale dei Positivisti (Libro II, Parte
IV, Capo II, n. 17 (pag. 400 e seg. del Voi. Ili di queste Opere
filosofiche nella ediz. del 1885, 423 dell' ed. del 1893 e del 1901, e
433 delPediz.). La coscienza individuale diventa per tal modo
giudice in primo appello, o potenziale, dei fatti e degli ordinamenti
della Socteià complessiva. E giudice delle parti coordinate nella
Società^ Settimo, E giudice di se stessa. Ed ecco, in questa
ultima cerchia, la Giustizia sociale divenuta Giustizia etica. La
Giustizia sociale cosi nell'individuo lo rende un giudice potenziale
verso tre termini: la Società stessa, le altre parti coordinate (ossia
ciò che anche si dice, il prossimo), e se stesso. Come
giudice potenziale verso la Società coopera nella produzione del Potere e
nella riduzione di esso alla sua forma giusta. Come giudice
potenziale verso il prossimo si atteggia nella reazione che dicemmo della
Convenienza. Come giudice potenziale verso se stesso si manifesta
nel fatto intimo del rimorso per la colpa e della compiacenza morale per la
virtù, Resta che si considerino un poco queste tre specie di
giudizi del tribunale individuale della coscienza di ciascun uomo,
E, per ora, la prima e la seconda. E cominciando dalla prima, ossia del
giudizio dell' individuo verso il Potere sovrastante. Nello sviluppo
normale della vita sociale la ragione della Autorità subordinante e la
sua fissazione in un Potere effettivamente affidato ad un dato ordine
di persone va producendosi di continuo inconsciamente (quantunque in modo
inegualissimo dall' uno all' altro) nella psiche dei singoli individui. E
perciò fu da noi detta sopra, non statica, ma dinamica. Vi si va
producendo di continuo secondo che la com- partecipazione precedente
degli individui stessi li ha messi in grado di procedere, dalla formazione
psichica acquistata inconsciamente nella matrice sociale educativa,
ad una formazione ulteriore. E con un lavoro, che si svolge si nei
singoli indi- vidui, ma nello stesso tempo, per la comunanza della
vita morale, si aiuta nel formarsi del lavoro simultaneo degli
altri. Inegualissimamente, abbiamo detto, nei singoli indi-
vidui. Ma colla consapevolezza del consentimento nella formazione stessa
della massa sociale. In modo che la formazione medesima, quantunque
inegualissima nei singoli, determina una tendenza com- plessiva, che ha
la potenza unica e grande corrispondente alla somma delle
individuali. Potenza che si attesta con un effetto
proporzionato: cioè colla creazione del Potere sociale, che
rappresenta quella Idealità sociale onde è l’effetto (come già di-
cemmo), o col perfezionamento del Potere già esistente, in corrispondenza
col perfezionamento delle stesse Idea- lità sociali. Per tal
modo il Potere, come è una manifestazione spontanea della vita sociale,
nella quale concorrono i singoli individui inconsciamente, e prorompe quindi da
tale inconscio concorso irresistibilmente, cioè pel processo in-
vincibile della natura, e diventa coscienza dell'individuo solo dopo che
si è manifestato nella realtà sociale pròdotta dal processo medesimo, così è
potenzialmente prima neir individuo. Ne viene, che V
individuo stesso, una volta che ha potuto cosi accorgersi dell' Idealità
sociale produttrice del Potere sociale (accorgersene cioè dopo la sua
manifesta- zione comune in esso operatasi), s' accorge insieme di
due cose. Che cioè la detta Idealità ha all' estemo per suo
corrispondente il Potere stabilito nella Società, ed è nata dentro di sé:
e che vi è nata col carattere di una Giu- stizia; vale a dire con quel
carattere col quale apparisce all' individuo quando arriva ad averne la
coscienza. E tanto, che l' individuo sfesso per tale Idealità
concepita come Giustizia giudica lo stesso fatto esterno del Potere:
ossia rileva come corrisponde o meno al principio di Giustizia della
propria coscienza, e pone astrattamente una Responsabilità dello stesso
Potere verso esso principio. Ed è ciò precisamente che notammo sopra,
parlando del Machiavellismo polìtico nel suo riguardo all' in-
terno, e del fenomeno storico del concetto della Giustizia divina. Il
che poi spiega un altro fatto della evo- luzione sociale. Quello cioè
che, a misura che una Società progredisce nella cultura e nella umanità,
diminuisce ciò che si dice il Diritto del più forte, é cresce ciò che
si dice il Diritto dell' uomo, e l’ordinamento sociale va sempre
più diventando elettivo. Che è mai il Diritto dell' uomo, che si
attesta di fronte al Diritto del Potere subordinante, se non la
sud- detta coscienza individuale della Idealità sociale, onde il potere
medesimo nasce e vige? Si: è proprio la suddetta coscienza individuale,
che ne è il giudice potenziale, po- nendolo, fissandone i confini, e
creandone la responsabi- lità in modo. astratto verso se stessa.
Questo Diritto, la coscienza lo trova in sé, in seguito al fenomeno
sociale corrispondente verificatosi; a quel modo che la coscienza
dell'arbitrio sopra le proprie gambe si ha solo dopo che si è fatto Tuso
volontario delle gambe medesime. E l’arbitrio la causa onde si
muovono le gambe; ma solo r effetto seguito del movimento rende avvertita
la coscienza di tal suo potere. E ciò è proprio di ogni
genere di coscienza. Per esempio, dell' arte. Che sa dell'arte l'uomo
prima di avere prodotto un' opera d' arte? U opera riuscita inconsciamente
estetica gli rivela il suo potere estetico. E dair opera medesima che 1'
uomo ricava la coscienza e la regola dell' arte in genere e la mossa a
progredire nel correggere e migliorare la precedente, e a
giudicarne. E di mano in mano che la coscienza della Idealità
sociale va facendosi nella generalità distinta e forte e impulsiva in
proporzione dell* atto umano, anche la creazione del potere si sottrae al caso
della forza brutale e si fa dipendente dalle deliberazioni dirette degli
indi- vidui associati: tanto più razionali e libere dalla violenza,
quanto più la massa degli individui stessi è umanizzata. Onde, se la
selezione naturale è la legge secondo la quale negli organismi in genere
si crea il loro apparec- chio centralizzatore, nell'organismo sociale,
per la creazione del Potere, che è il suo apparecchio centralizzatore. "TW^W^^PP^la
selezione naturale si specifica nella forma superiore della
ciezìofie, E anche in ciò toma il principio già ricordato del
procedimento progressivo della Società nel suo sviluppo: cioè del regno
della Giustizia razionale, che si va sempre più sostituendo a quello del
fato: analogo al procedi- mento generico della natura, che neir uomo
tanto più è diventata psiche quanto più ha cessato di essere cosa
meramente _^ica. Tutto ciò nel processo sociale di evoluzione normale. E
nell'anormale? Xeir anormale si genera un movimento periferico
contrastante la funzionalità centrale, che non armonizza colle Idealità
sociali già formate negli individui sotto- posti. Un movimento
contrastante che può andare fino alla distruzione della funzionalità
esistente, e quindi alla sostituzione di un'altra che armonizzi colle
dette Idealità, ossia colla Giustizia potenziale degli individui
medesimi. E questo il processo della rivoluzione. Succede in questa
un fatto analogo a quello fisiolo- gico della passione, nella quale una
eccitazione insolita invadente le parti subordinate dell' organismo
sopraffa i centri, sostituendo quindi il proprio impulso a quello
normale dell'apparato volitivo libero. E tale processo anormale della
rivoluzione, nel fondo, è quello stesso normale detto sopra della
evoluzione. Poi- ché anche in questo il Governo sociale è determinato
dal consenso delle parti subordinate. La differenza sta solo in
ciò, che nel processo normale della evoluzione il centro si presta,
cedendo, ad atteggiarsi secondo le esigenze della Giustizia potenziale; e
nell'anormale della rivohinone no. In una parola, le forze che agiscono sono
le stesse, e gli eflFetti diversi dipendono dalla diversità dei
rapporti delle forze medesime. La rivoluzione sociale propriamente detta dunque
suppone una condizione avanzata di cultura mo- rale dei membri della
Società. Più è questa cultura morale e più è irresistibile la forza
rivoluzionaria. Ma più questa forza è irresistibile e più la sua anione
è moderata e procede per moto evolutivo anziché sovversivo- In modo
che, nel massimo della cultura, e quindi della irresistibilità, e
conseguentemente della modera- zione, il moto rivoluzionario coincide con
quello normale progressivamente riformante detto sopra. Q, Perchè
non si incorra in un equivoco circa il principio sopra stabilito, bisogna
ricordare qui esatta- mente il concetto da noi posto a fondamento di
tutto il nostro discorso; ossia quello della Giustizia potenziale,
che infine è la stessa Idealfià sociale an^iegoùHca; la quale nella
umanità perfezionata è impulsiva irresistibil- mente della volontà
individuale. Onde r individuo rivoluzionario per eccellenza è, non
Tuomo di poca levatura, nel quale la mente e il volere si acconciano a
ciò che impera esternamente» trovando tutto buono; ma il Sapiente, quale
fu da noi definito nella Morale dei positivisti. (D Libro I, Parte
li. Capo IV, w. 17 (^ag^ lay del Voi. Ili di queste Ofté re filosofiche
nella ed, dei iS85, 132 dell* ed* del J&93 e deJ 1901, e 136
dell" ed. del 1908). Il sapiente, come ivi dicemmo, è quello nella
co- scienza del quale le Idealità sociali antiegoistiche si sono
espresse colla massima evidenza, e acquistarono la massima impulsività sul
volere. Onde è ciò che si dice un carattere. Esso è per questo nella
impossibilità di patteg- giare cogli ordinamenti riprovati dalla
potenzialità della Giustizia imperante nella sua coscienza: anche se il
patteg- giare gli porti soddisfazioni egoistiche. Ed è anche nella
impossibilità di non isforzarsi secondo la potenzialità medesima; anche se il
farlo gli porti danni personali. Questi egli li incontra senza
impensierirsene e tranquillamente come Cristo e Socrate, e tutti i cosi
detti martiri delle idee. Sublimemente questo fatto nel cristianesimo
primi- tivo è stato espresso nel principio, che òisogna ubbidire
prima a dio poi agli tcomini, E il principio, come è chiaro dopo le cose
dette, è in tutto vero, quando alla espressione dio, che indica
indistintamente una realtà giusta, si sostituisca quella di Giustizia
potenziale, che indica distintamente la realtà stessa. E discende
poi da ultimo dalle cose dette anche la conseguenza, essere la teoria
della rivoluzione del positivismo diametralmente opposta alla vecchia
della Metafisica, espressa soprattutto oella dottrina del contratto
sociale di Spinoza e di Rousseau. Il contratto sociale è falso per la
storia naturale della umanità. Per la storia naturale dell' umanità
è vera invece un' altra legge: la legge della naturalità della
società umana, formantesi spontaneamente, e inconsci gli individui
subordinativi. Nella dottrina di Spinoza e di Rousseau il moto rivoluzionario
è determinato dall' individuo che si pone come un assoluto; e quindi è
affatto egoistico; e quindi tende a disfare la Società. Nella dottrina
positivistica invece il moto rivoluzionario è determinato dall'individuo
siccome ordinato naturalmente alla Società; ossia è determinato dall’idealità
che vi hanno relazione. E quindi è essenzialmente ant-iegoistico o
altruistico – l’amore dell’altro, la benevolenza, la beneficenza: e conseguentemente
tende, non a disfare la diada sociale, rna a migliorarla. Consideriamo
ora il giudizio del tribunale indi- viduale della coscienza di ciascun
uomo verso le parti coordinate nella Società, ossia verso di ciò che si
chiama il prossimo. Nel che tocchiamo di un argomento di importanza
principalissima tanto dal lato sociologico quanto dal lato morale
propriamente detto. E la nostra considerazione, cominciando in
questi due ultimi paragrafi del primo Capo del libro, sarà prò-
segpiita nel seguente. La Idealità sociale è una formazione naturale
della psiche individuale umana: e tale Idealità è impulsiva del
volere: e per esso gli atti liberi dell' uomo sono antiegoi- stici e
quindi morali. E (come indicammo anche qui nei paragrafi precedenti) la
Idealità sociale agisce sopra il volere dell'uomo presentandosegli nella
forma della Giustizia; vale adire come qualchecosa che ha rapporto con
una Sanzione: ossia è una legge che importa la Responsabilità del
volere verso di essa. La Giustizia onde è dettata e autorizzata
Téizione del volere ne costituisce il Diritto, La Giustizia che
importa verso di se la Responsabi- lità del volere ne costituisce il
Dovere a). Ed ecco in che modo la Idealità sociale, che è una
formazione naturale spontanea dell* individuo, è in pari tempo, e un
concetto mentale, e un motivo pratico (ossia una forza che determina T
atto volontario), e una Giustizia, e una Legge, e un diritto, e un dovere.
L'essere umano, unico o collettivo, in quanto r azione ne è determinata
dalla Giustizia, è una Persona, Il genere poi della Personalità varia
secondo il genere del rapporto creato dalla Giustizia medesima.
Considerando qui il rapporto di subordinare nell'or- ganismo sociale, si
ha la Personalità del Potere. Consi- derando il rapporto di esservi
subordinato, si ha la personalità della parte sociale sottoposta che, in
ultimo, è r individuo. Pel potere la Giustizia è la stessa Legge
dello Stato. Per r individuo è la stessa Idealità sociale che in lui
si forma e che chiamammo Giustizia potenziale. In virtù della Legge
il Potere costringe il subordi- Vedi la Morale dei Positivisti; per es.
Libro I, Parte II, Capo IV, n. 15 e 16 (Pag. 125 del Voi. Ili di queste
Opere filosofiche nella ediz. del 1885, 131, 132 dell* ediz. del 1893 e
del 1901 e pag. 135» 136 nella ediz. del 1908). - nato alla
osservanza della Idealità sociale. E quindi il Potere ha un Diritto sul
subordinato, e il subordinato ha un Dovere verso il Potere. E il Diritto
del Potere qui è positivo. Ma in virtù della Giustizia potenziale
anche il subordinato ha una azione sopra lo stesso potere. E per tale rispetto
quindi il potere ha un *dovere* verso il subordinato; e questo ha
un *diritto* verso il Potere. E il *diritto* del subordinato qui è *naturale*. Ed
ecco il concetto vero del diritto naturale, creatore e gfiudice del positivo e
vendicatore sopra lo stesso potere delle ragioni del subordinato. E
cosi, per asserire lo stesso diritto naturale, non occorre punto uscire
dall’uomo, e riferirsi ad una divinità e ad una Legge da essa emanata.
Questo diritto naturale appartiene all'essere umano, malgrado che in esso
non possa formarsi al di fuori della Società e senza che V Idealità
sociale della psiche singola siasi prima convertita nella Legge positiva
del Potere. Essendo poi il Diritto positivo lo stesso fatto
del Potere che si è costituito efifettivamente in una data Società, con
ciò si spiega come possa essere più o meno in contraddizione col Diritto
naturale, preso siccome la Giustizia potenziale astratta, desunta dallo
studio compa- rativo dei fatti sociali, e rappresentante quindi un
ideale, che solo imperfettamente si trovi realizzato nelle singole
formazioni storiche della Società umana. Ed essendo il Diritto positivo stesso
una formazione naturale della totalità sociale, che diventa qual' è col
pas- sare dall' indistinto al distinto (per la legge comune ad ogni
formazione naturale), cosi si spiega come, prima di essere un codice
scritto, è stato una consuetudine sorta per inconscia spontaneità; e come
la stessa consuetudine, che seguita a sorgere pure per inconscia
spontaneità an- che dopo la fissazione del codice, possa a poco a poco
avere prevalenza, come diritto, sopra la legge positiva. Il Diritto naturale,
oltre comprendere la ragione, imperante nel subordinato, di creatore, giudice
e vindice verso il Potere sovrastante, ne ha in sé anche un'
altra. Vale a dire ha in sé anche la ragione di ciò che designammo sopra
col nome di Convenienza, che riguarda i rapporti dei subordinati tra di
loro, e non ha esecuti- vità propriamente detta. Ora é da dire di
questa più chiaramente e precisela mente, se e come sia o no una
Giustizia, e quindi appar- tenga alla Moralità; poiché la Moralità non si
può con- cepirla se non con una Sanzione e con una Responsabilità; e
quindi in ordine ad una Legge sovrastante: cioè come una Giustizia.
Domanderemo e risponderemo di nuovo: Quale é l’ufficio del Potere? L'ufficio
del Potere è triplice. Dì stabìlii-si aella Società a spese delle sue
partì. Di difendere l’autonomia di ciascheduna dalla violenza delle
altre. Dì dispensare nell'effetto del mij^Uoramenta delle parti
quella forza coniane dell* ambiente sociale che opera per esso Potere. In
tutte e tre le suddette forme del suo ufficio il Potere esercita sulle
parti un Diritto, come abbiamo detto. E la ragione della azione del
Potere è quindi una Giustizia, ossia è col legata ad una Sanzione, E ciò
perchè esiste una Responsabilità per parte dei subordinati verso di
essa azione, se mai violassero gli ordini stabiliti. E il Diritto
medesimo lo dicemmo un Diritto positivo. Ma questo Diritto positivo
dimostrammo sopra di- pendere in ultima analisi dal Diritto potenziale o
dalle Idealità mentali degli individui» Onde, in ultima analisi,
potenzialmente la Giustizia non è altro che le stesse Idea- lità
mentali. La Giustizia dunque si estende quanto la potenzialità della
Idealità sociale, formantesi nella psiche singola dell’uomo per la sua
partecipazione alla vita comune della Società; nella quale si cova, per
cosi dire, il germe in- dividuale, si che si maturi in lui la disposkione
naturale al civile coasorzio. Maturazione questa che importa tutte
tre le forme suddette dell' ufficio del Potere, se non che il Potere stesso non
è tutto l’effetto di tale maturazione; ma solo una parte* Quella cioè,
che si potrebbe chiamare V effetto più disHnéù. Oltre sififatta parte ne
resta un'altra; e più estesa ancora: ed è quella che non si matura nel
fatto di un Potere legale, ma rimane neW indistinto di ciò che
chia- miamo la Convenienza. E la Convenienza la diciamo un
indistinto appunto perchè il Potere non è altro che un distinto che si forma
poste- riormente da essa per una elaborazione più compiuta. Ne /iene
che, se il Potere è il Diritto distinto, e quindi la sua ragione una
Giustizia distinta, (e cosi la Sanzione e la Responsabilità) la
Convenienza è invece un Diritto indistinto, e quindi anche una Giustizia
indistinta. Una Giustizia indistinta si, ma pur sempre una
Giustizia. Ed ecco come il concetto della Giustizia, e quindi della
Legge morale (col suo rapporto ad una San- zione e con una
Responsabilità) si allarga oltre la sfera delle prescrizioni del codice
pubblico e si estende a tutte le relazioni libere tra individuo e
individuo. E come questa Legge morale extralegale sia anch'essa
puramente una formazione naturale della psiche dell'uomo civile. E
quindi non occorra per ispiegarla ricorrere al sogno della Legge eterna
della divinità. E il farlo sia un errore ana- logo a quello della vecchia
astronomia che, il moto della Luna intorno alla Terra, lo spiegava col
comando dato alla Luna da dio di girare cosi intorno alla Terra, e non
per via della stessa naturale evoluzione cosmica; e, la virtù
dell'a- cido di intaccare il metallo, lo spiegava colla proprietà
in- taccatrice capricciosamente concessa da dio all'acido, e non
per via della stessa disposizione intima degli atomi compo- nenti la
molecola dell'acido e del metallo, onde dipende na- turalmente ossia
necessariamente, il fatto chimico suddetto. La Giustizia legale (seconda
forma dell' ufficio del Potere) è una gradazione evolutiva superiore di un
in- distinto inferiore da cui emerge. Ma la cosa ha bisogno di
essere dilucidata meglio e con esempj più concreti. K per
ordine. Cioè secondo le tre forme dette sopra deir ufficio del
Potere. E comincieremo dalla seconda, di difendere l’autonomia di
ciascheduna parte della Società dalla violenza delle altre. La difesa
dell' individuo subordinato, assunta dal Potere, importa che questo lo
guardi dalle ofifese degli altri, e faccia che V ofifensore risarcisca T
ofifeso; e che gli arbitrj singoli nella loro attività si
equilibrino vicendevolmente in modo che la limitazione imposta a ciascheduno
sia la minima necessaria, la minima indi- spa usabile ad ottenere la
coordinazione giusta nella So- cietà, richiedente la collaborazione
egualmente non im- pedita di tutte le sue parti. Ma tale
difesa, assunta dal Potere, della libertà e del Diritto individuale non
si pud estendere a tutti asso- iuiamente i fatti sociali verificantisi
attorno ad un indi" viduo. Non a tutti, di gran lunga. Non a tutti,
che sono infinitamente molti. Ma solo ad alcuni pochi. A quei pochi
solamente che è strettamente richiesto dalla esi- stenza del corpo
sociale. E la difesa in discorso, circa i detti pochi fatti,
è propria di quella che si chiama la Giustizia legale, o po- sitiva,
o distinta. Quanto poi agli altri infiniti fatti rimanenti ha luogo
il fenomeno sociale della Convenienza, che dicemmo es- sere pure una
Giustizia; ma non legale, o positiva, o distinta: sibbene potenziale, o
indistinta, o morale. Quella della convenienza è anch' essa una Giustizia,
come la legale. Ma indistinta. E per la ragione che, nel fondo, V una
e r altra sono la cosa medesima, e si differenziano tra loro
solamente come il distinto dall' indistinto. E tanto che, provenendo
nelle formazioni naturali il distinto dall' in- distinto, qui nella
Società la reazione della Giustizia le- gale non è altro infine se non
una forma evolutiva superiore della stessa reazione della Convenienza. Anzi
di più. Come l'idealità sociale della psiche umana è sola- mente una
forma evolutiva superiore di un indistinto che si trova già nei bruti,
cosi la Giustizia legale si collega nelle sue gradazioni formative, non
solo con quella della Convenienza propria dell' uomo, ma anche con quella
del semplice talento egoistico osservabile nelle reazioni tra bruto
e bruto. E mettiamo in chiaro la cosa. La reazione tra bruto e
bruto è V effetto di un im- pulso istintivo quasi affatto egoistico. Ma
non del tutto, poiché (come osservai più volte nella Morale dei Positivisti
(i) in certi istinti socievoli dei bruti fa capolino qualche cosa di
antiegoistico. L' istinto egoistico del bruto si continua anche nell’uomo;
nel quale però va emergendo l'impulso antiegoi- stico a misura che si
sviluppano in Fui le formazioni psi- chiche superiori (2); in modo che
nell' individuo umano vivente nella Società apparisce la reazione della
convenienza, che è mista di talento egoistico e di ragione an-
tiegoistica. Quindi nella reazione della Convenienza si ha
una forma di passaggio dal talento egoistico del bruto alla ragione
dello schietto antiegoismo della Giustizia legale. E questa è il divenuto
della Convenienza, come la Con- venienza è il divenuto del talento
egoistico del bruto. E in effetto infinite sono le gradazioni della
reazione della Convenienza; da quella che rasenta la brutale del
(i) Per es. Libro I, Parte III. Capo III, n. 6 (Pag. 149 del
Voi. III di queste Op, fil. nella ediz. del 1885, 156 dell' ediz. del
1893 e del 1901 e 161 dell'ediz. del 1908. Ciò è dimostrato in tutto il corso
della Morale dei Positivisti, essendone V assunto fondamentale. l^WU
IP I puro egoismo, a quella che tocca la più nobile del puro
antiegoismo. Infine, se si guarda una medesima Società nel suo
progresso storico dallo stato della barbarie a quello della civiltà, e se
si guardano le diverse condizioni degli in- dividui di una medesima
Società in un dato tempo. Per la legge, più volte indicata, che nella
formazione natu- rale i diversi del coesistente sono T immagine dei
diversi del successivo. E in oltre, da una parte, nelle Società
imperfette il talento egoistico si riscontra nello stesso Potere, e
dal- l' altra, la Convenienza, a misura che si spoglia dell' e-
goismo, si fa più antiegoistica e tende a diventare una Giustizia
legale. E la Giustizia legale da prima è stata sempre e da per tutto
una Convenienza radicatasi neir uso e final- mente stabilitasi come
legalità. §n. Dall'indistinto della Prepotenza
(principio egoistico) nasce il distinto della giustizia (principio anti-egoistico)
che è la risultante dinamica di quella, per rendere evidente la
verità dell'asserto, che la Giustizia emerge, come formazione superiore,
dal talento egoistico precorso, giova vedere come succede il fatto.
Il più forte [cf. Grice, TRASIMACO] è prepotente verso il più debole. E
la Prepotenza è precisamente l'espressione del talento egoistico in opposizione
colla ragione antiegoistica, o della Idealità sociale, o della
Giustizia. Ne viene che l’adulto è prepotente col fanciullo, l’uomo
colla donna, il robusto col debole, il ricco col povero. Fra gli uomini
sempre si verifica tale prepotenza, ma in gradazioni infinitamente diverse: da
un massimo ad un minimo. Cioè in ragione inversa dell’idealità anti-egoistica
contrastante, ossia in ragione inversa della civiltà. E ciò, tanto considerando
la successione dei momenti del progresso di incivilimento, quanto
considerando gli elementi più o meno inciviliti di una medesima
società. Considerando gli elementi più o meno inciviliti di una
medesima Società, la prepotenza dell' adulto del robusto del maschio del ricco
e via discorrendo è sempre maggiore fra le persone rozze e minore fra le
colte. E in queste per la ragione del maggiore sviluppo delle
Idealità sociali contrastanti. Le Idealità sociali si impongono alle persone
colte per la semplice abitudine che abbiano di concepirle. Ai rozzi possono
imporsi quando, neir atto che essi inveiscono con Prepotenza, esse
balenano neir atteggiamento disapprovante e minaccioso di vendetta degli
altri uomini. Cioè, alle persone rozze, nelle quali, le Idealità sociali
non sono ancora una coscienza ben forte e distinta, queste frenano il
talento egoistico nella forma di volere sociale con qualche maniera di
Sanzione; e alle persone colte non occorre la manifestazione estema
vendicatrice, perchè in esse V imperiosità della ragione della Società è
diventata una loro coscienza, che rinasce efficace senza la espressione
materiale esterna del volere sociale. Ed ecco come avviene il passaggio
Dell' individuo dalla disposizione egoistica del bruto alla antiegoistica dell'
uomo civile. Considerando poi i momenti successivi di formazione di
una medesima Società, la Prepotenza degli individui si vede a poco a poco
eliminata dalla formazione contra- stante del Potere; il quale, per
esempio, ha tolto, in tutto o in parte, le Prepotenze dell' arbitrio
assoluto del padre di famiglia sui figli e sulla moglie, della schiavitù
sotto le diverse sue forme, dei privilegi dei nobili, della infe-
riorità della donna, e via discorrendo. Quando il Potere non era ancora
riuscito a elimi- nare queste Prepotenze anche la coscienza comune
non sentiva distintamente la ingiustizia loro. Mentre questa
ingiustizia vi è divenuta evidentissima in seguito al fatto della Legge
che le ha inibite. Questo fatto ha reso l'ingiustizia medesima evidente al
segno, che nella coscienza di tutti gli individui della società civile le
Prepotenze suddette appariscono delle vere impossibilità, non solo
per gli altri, ma anche pel proprio volere; cioè, nel volere, formatasi
pienamente l' Idealità sociale antiegoistica corrispondente, questa
riusci ad ottenervi una forza assoluta di impulsività. E con ciò si ha la prova
di fatto, e della dottrina nostra generale circa la Moralità
esposta nella Morale dei Positivisti, e della dottrina qui toccata
del divenire della Idealità impulsiva: e della Giustizia legale distinta
dalla Giustizia indistinta della Convenienza. Ancora, le persone civili
sono meno manesche delle rozze. Onde, come fra queste è facilissima e
pronta la vendetta dell' offesa, così fra quelle- riesce invece e
difficilissima e tarda. E ciò nulla ostante la persona civile ha
esigenze infinitamente maggiori e più sottili verso le altre, e nello
stesso tempo assai più raramente offende. E la cosa parrebbe assurda. E lo è
colla teoria vec- chia della ragione degli atti morali. Ma si spiega
chiarissimamente colla positiva. Il rozzo reagisce direttamente colle
proprie mani, e punisce l’offesa atrocemente: tuttavia è offeso ad
ogni poco. E basta udire, per convincersene, le ingiurie che due
persone rozze si scagliano colla massima facilità. Dunque T idea dell'
utile non è quella che insegna il contegno dell' uomo. Il rozzo è più
religioso del civile; e tuttavia con ciò non è più rispettoso del Diritto
altrui. Dunque 1' idea religiosa non è la ragione della Giustizia. Immensamente
più che nel rozzo è estesa l'idea del proprio diritto nell' uomo civile,
il quale dell' offesa recatagli si risente nel suo intimo assai più ohe il
primo. Ciò dipende dalla più progredita formazione psichica dell' uomo
civile. E questa dal beneficio più largamente produto della influenza formatrice
dell' ambiente sociale. Il risentirsi poi più forte dell' offesa porta
seco una tendenza più forte a reagire. Ma nell’uomo civile anche la
reazione (quantunque più fortemente disposta) ha il carattere della
umanità più progredita. Quella dell' uomo civile è una reazione non
di egoistica e brutale Prepotenza: cioè non è fatta di propria autorità e
di propria mano. E invece una reazione fatta in nome di qualche cosa che
trascende l'individuo; vale a dire in nome di una Idealità sociale rico-
nosciuta come tale. In nome insomma di ciò che si chiama la pubblica
opinione. E questa pubblica opinione, diventata la coscienza della
persona civile, che la trae al risentimento; ed è a questa medesima
pubblica opinione che è lasciato l'in- carico della vendetta: in modo che
l’offensore è responsabile deir offesa verso la stessa pubblica opinione
ven- dicatrice, la quale per ciò viene ad essere una Giustizia. E
conseguentemente una Gitistizia viene ad essere pure la coscienza
individuale, che ne segue la morale impulsività. Una Giustizia indistinta, che
precorre e prepara alla distinta o legale. E come? La pubblica
opinione si forma nel cozzo delle parti della Società fra di loro, onde
nascono le diverse Idea- lità sociali relative. Questa pubblica
opinione si annuncia prima vaga- mente nelle parole e negli atti
accidentali degli individui. A poco a poco si stabilisce nei detti e nei
pro- verbi e nelle usanze e consuetudini comuni. Un pò' alla volta
poi crea i suoi rappresentanti di- retti. Da questi quelli del Potere. Ma
con ciò, che il Potere non può assorbirli in sé tutti. Onde, sotto
tale rapporto, il Potere deve considerarsi siccome il vertice di
una piramide, nel quale va a collimare una infinità di piani sempre più
allargantisi di sotto, cioè una serie di associazioni giudicatrici
subordinate. Costante e organica è questa legge della formazione
sociale. Da prima è V individuo che si fa giustizia da se
stesso. Nel che però non si ha la Giustizia vera, ma an- cora solo la
Prepotenza. Poi più persone aventi speciali interessi comuni si
associano in modo tacito e anche espresso in vista di essi; e nella
associazione si va costituendo naturalmente r arbitrio collettivo sopra
le contestazioni che la riguardano; nel quale è già quindi un principio di vera
Giu- stizia, quantunque ancora più o meno indeterminata o in-
distinta. Da ultimo il Potere supremo della Società si arroga il
giudizio nelle contese, fissandone precisamente i ter- mini; ed ecco il
meno della Prepotenza e il più dell' antiegoismo e della Giustizia. E questa è
la Giustizia distinta, derivata per evoluzione dalla indistinta, come questa lo
è dal talento più egoistico dell' individuo. E nella nostra attuale
Società la legge mede- sima apparisce nella sua massima evidenza.
Vediamo costituirvisi dei giuri al di fuori del Po- tere legale; i
quali, in nome di una pubblica opinione (che è il loro codice) pronunciano
dei verdetti, vendicatori almeno iniziali delle violazioni della opinione
stessa, e che quindi ne sono la Sanzione sociale diretta. Giusta, ossia
antiegoistica, perchè sociale e non individuale o di Prepotenza. Sanzione
producente una Responsabilità pei violatori delle Idealità sociali
corrispondenti; e quindi atta ad innalzare le Idealità stesse nelle
coscienze di tutti al grado di vera Giustizia; tanto più distinte quanto
più stabile e ordinato e ripetuto e normale è l'esercizio del suo
ufficio. E anche quando non è eliminata ancora del tutto nella
vendetta V azione diretta della persona, che ne ha da essere soddisfatta,
si può tuttavia palesare l'in- tervento subordinante di una autorità
superiore all'individuo. Come nel duello; nel quale la ragione di
intimarlo e di accettarlo deve essere sancita dal codice della opinione
corrente ad esso relativa, e giudicata 1' applicabi- lità al caso
particolare da padrini, e questi devono pre- senziare r esecuzione.
Nel duello si ha quindi una certa Giustizia, quan- tunque molto
imperfetta. Imperfetta, perchè vi si mantiene ancora troppo 1' eccessivo e il
brutale dell' atto di Prepotenza dell' individuo di vendicarsi colle sue
mani. Imperfetta ancora perchè 1' autorità che vi si intromette non
è riconosciuta come tale dalla Legge. Il fatto del duello qui ricordato
toma poi op- portuno per confermare, colle particolarità da esso
of- ferte, la verità delle cose suesposte. L* opinione, che
vige nei paesi civili di. oggi in re- lazione al duello, è una formazione
storica della nostra Società. Perchè, se, da una parte, esso ha la sua
causa generale in alcune ragioni costanti di ogni formazione
sociale, dall' altra però, le formalità che lo accompagnano accusano la
sua provenienza per trasformazione storica dalla consuetudine di un tempo
dei cosi detti giudizi di dio, E da ciò si vede, come sia vero che la
Giustizia (anche quella naturale o potenziale o etema che dir si voglia),
quanto alla forma precisa colla quale è effettiva- mente in una data
Società o coscienza, è una accidenta" lità storica. Come la
produzione di un dato frutto di una data pianta. L’opinione circa il
duello non è qualchecosa di fis- sato e sancito dal Potere legittimo, che
T infligga indeclinabilmente anche a chi vi si rifiuti. Ma ciò non toglie
che r opinione stessa abbia una forza; e tale da imporsi quantunque
gravosissima, alla volontà. E da ciò si vede che la Giustizia ha già una
effettività piena di efficacia anche nella forma indefinita della
spontaneità vaga della opinione pubblica. Ma r opinione circa il
duello, appunto perchè ancora in quello stadio della vaga spontaneità
sociale, non ma- turata e non maturabile in una Legge del Potere che
la stabilisca per tutta la Società, vi si restringe ad un certo
ordine di persone. E (cosa curiosissima) per questo or- dine di persone è
divenuta una idea di una impulsività potente, certa, indeclinabile, atta
a tenerlo sotto il proprio impero, mentre per gli altri, esenti dalle
influenze onde è insinuata, è come se non esistesse. E tanto che,
dove presso gli uni è moralmente spregevole e disonorato chi non si
attiene alle prescrizioni della opinione favorevole al duello, per gli
altri è cosa ridicola e stolta il tenerne conto. L' opinione
relativa al duello associa delle conse- guenze esecutive gravissime a
fatti riguardanti V onore. L' onore, che è un semplice rapporto mentale
dell' indi- viduo colla Società. E da ciò si vede che neir uomo,
per lo sviluppo speciale onde la sua psiche è capace, si Voi. IV.
6 creano delle entità di un ordine superiore, che sono impossibili pel
bruto e si trovano solo inizialmente e quindi poco avvertite nelle
Società rozze e nelle classi sociali meno colte. Delle entità aventi per
base, non il benes- sere materiale dell* individuo, che è l'espressione
del puro egoismo, ma il benessere degli spiriti associati, che è r
espressione della ragione antiegoistica. Qui insomma r individuo si trova
necessitato perfino al sacrificio vo- lontario della vita in omaggio di
un' idea che lo padroneggia. L' opinione relativa al duello tende (come
tutte le altre opinioni, con tendenza positiva o negativa) a diven-
tare una Legge della Società. Questa tendenza in parte è riuscita, in
quanto esistono già delle disposizioni posi- tive di Legge che riguardano
il duello. Ma in parte non è riuscita. Ora T analisi accurata della
tendenza medesima e di ciò che n' è riuscito e non riuscito ci raggua-
glia circa il processo naturale, onde la Giustizia indi- stinta, ossia la
Convenienza, si fa la Giustizia distinta, ossia la Legge positiva. Il
Potere ha emanato delle disposizioni relative al duello. Ciò ha potuto
fare solo in seguito all'essersi que- sto fenomeno sociale fissato a poco
a poco nelle sue forme precise, che presentarono 1' occasione alla
opinione pubblica di manifestarsi nel senso del partito adottato
nella Legge. Ma, delle disposizioni stesse prese una volta
dall'au- torità in relazione al duello, altre rimasero poi anche in
seguito perchè trovate rispondenti allo scopo sociale, di non impedire in
modo nocivo il corso inevitabile di certe reazioni di Convenienza j altre
invece dovettero essere smesse come inopportune e quindi contrastate
nella prova dalla coscienza dei cittadini, cioè dalla Giustìzia
poten- ziale che, come dicemmo tante volte, è Tarbitro naturale di
ogni Legge sociale. Il Potere però, nella reazione anche esecutiva
del duello, non ha potuto sosHiuirsi ialalmenie, come è la sua
tendenza in generale per rapporto a qualsiasi esecu- tività forzata delle
reazioni dirette tra individuo e individuo. E ciò ci istruisce
praticamente di due cose, che già osservammo sopra. Vale a dire:
Primo. Che nel Potere non si può appuntare se non una parte delle
reazioni tra indivìduo e individuo; come nel cervello non arrivano
direttamente dei fili ner- vosi che governino immediatamente tutti i
punti della massa del corpo: ai quali invece in gran parte il cervello fa
sentire la sua influenza solo per J' azione che esercita sopra centri
secondari, aventi però anch' essi una propria azione, che si compie in
parte senza rintervento degli organi cerebrali. Secondo. Che,
se una tendenza reale dell' individuo non può essere soddisfatta
intéramente dalT intervento del Potere, Tindividuo cerca la soddisfazione
da se; come in un assalto improvviso dì un assassino, dove, non po-
lendo la forza pubblica difendere il cittadino, a questo è concesso il
Diritto anche dell' uccisione a propria di- fesa. Per cui si
arguisce, che il fatto ancora incivile ed anomalo del duello non sarà
evitato nella civiltà, se non quando in questa le questioni circa V onore
potranno es- sere risolte appieno giuridicamente, sia modificandosi
l'o- pinione pubblica relativa, sia trovata in base a questa una
legislazione atta all' effetto. Vedemmo fin qui come la Giustizia legale,
affatto antiegoistica, del Potere sorga dalla potenziale della coscienza
degli individui, che ha per base una Idealità sociale antiegoistica non
ancora divenuta una Legge, e nello stadio tuttavia solamente di opinione
più o.meno comune. Resta ora a chiarire come questa Giustizia
poten- ziale, avente per base una Idealità antiegoistica, si svolga
anch' essa alla sua volta da una forma ancora più im- perfetta di
tendenza dell' uomo, cioè dal talento brutale egoistico della
Prepotenza. La reazione del semplice talento brutale, o della
Prepotenza, per la concorrenza dei prepotenti di pari forza, diventa
Equipollenza: e quindi Giustizia, Non occorre per ciò che
intervenga un elemento nuovo. Il diverso, anzi 1' opposto, della
Giustizia si ot- tiene per la semplice reduplicazione dell' identico
della Prepotenza elementare dell' individuo. Per la legge universale
dell' emergere del diverso distinto dair identico indistinto per la
reduplicazione dei molti identici (prima distinzione dell* indistinto
uno), che ha luogo in tutte le formazioni naturali. Come ho dimostrato
nello scritto sulla Formazione naturale nel fatto del sistema solare
(Voi. II di queste Opere filosofiche)^ e come dimostrerò nei libri
relativi alla Formazione del pensiero (nei voi. V, VI e VII di queste
stesse Op, fil.) Così nella formazione chimica la materia identica
diventa gli opposti deir acido e della base dopo che, distintasi in atomi
diversi, questi poi si reduplicano e si aggruppano variamente. La
Prepotenza è la coscienza che l' individuo ha acquistato del fatto della
propria Attività che esso ha esperimentato; e la Giustizia è la
coscienza che neir individuo stesso ha dovuto formarsi del fatto
della Equipollenza degli altri individui dato dalla espe- ricìiza delle
Prepotenze concorrenti nella Società. Sicché nel bruto la psiche non arriva
alla trasfor- mazione in discorso, perchè in esso, non essendo un essere sociale,
non si può formare la coscienza successiva a quella della Prepotenza come
nell* uomo, che è un essere sociale (Onde poi raccogliamo la conferma di un
altro dei grandi principi da noi già spiegati della Formazione naturale:
vale a dire che la Cosa è il molteplice preso nella coesistenza dei
singoli, e la Forza è lo stesso molteplice preso nella loro successione.
Sicché Cosa e Forza non sono che distinzioni di un identico indistinto:
il quale, preso nello schema della coesistenza, è la Cosa, e, preso nello
schema della successione, è la Forza. La Giustizia o T idealità
sociale, come apparisce dalle cose dette nel libro, suppone una
successione di fatti; ed è assurda senza questa supposizione. Ma nello
stesso tempo, potendo questi fatti succedentisi essere presenti
contempo- raneamente al pensiero, pel lavoro suo descritto nella Morale
dei Positivisti^ è una entità (Cosa) del pensiero, ed è una virtù
efficiente (Forza) nella dinamica morale (Impulsività dell* idea). E
qui dobbiamo notare una cosa curiosissima, spiegabile solo colla nostra
teoria della identità, nel fondo, della Cosa che è, e della Forza onde
essa agisce. L' Idealità sociale è impulsiva del volere umano in quanto
gli si presenta siccome una Giustizia, vale a dire in quanto gli fa
prospettare una Sanzione; ossia lo avverte della sua responsabilità. E
tuttavia, a misura che V Idealità sociale si fa più viva e abituale,
diviene invece più vago il presentimento pauroso delle relative
conseguenze di punizione per parte della reazione sociale. Anzi il
massimo della impulsività dell' Idealità sociale (nel Sapiente e nel
Regno della Giustizia, come dicemmo nella Morale dei Positivisti) va col
minimo del presentimento pauroso della punizione sanzionatrice. Il concetto
umano della Giustizia si forma da quello della Prepotenza per V
equilibrio di molti prepo- tenti nella loro concorrenza sociale. La
filosofia tradizionale (o la filosofia sana, come la chiamano) spiega la
Giustizia ponendola siccome lo stesso comando di dio. La spiega
così: aggiungendo molto ingenuamente alla sua spiegazione V avvertenza,
che la Giustizia, rimane distrutta assolutamente tosto che si rimova la
di- vinità e il suo volere assoluto. E invece la verità è
precisamente il contrario. La Giustizia» in questo volere divino, è V
opposto, ossia la negazione, della Giustizia come tale. Come ne è
l'oppo- sto e la negazione la Prepotenza come tale. Il volere
di dio è la Prepotenza innalzata al grado dèlia Prepotenza
assoluta. E il bello si è che la stessa filosofia tradizionale ha
dovuto accorgersi de IT inconveniente, tanto o quanto, anch' essa, senza
intenderlo distintamente. Poiché ha dovuto maritare, nella sua dottrina
della ragione della Giustizia, il principio del volere divino con quello
della conoscenza che dio debba avere dell' essere intimo delle cose,
e della necessità onde il suo volere sìa costretto assolu- Egli è
come dire, che è l’ordine dei fatti sociali, il quale è diventalo un
inrro ordine ideale, presente al pensiero in un suo atto intuitivo
momentaneo: qiTasi forza fissatavisi dal di fuori come sommi» unica di
efileni ng^i untisi a poco a poco l’uno all' altro. Proprio come la proprietà
attuale, onde una sostanza è atta ad agire in un dato momento con una
data intensità dì forza, sì è for- mata in questa per la addizione
successiva, mettiamo, dì un certo numero di \:alorie, entratevi dal di
fuori a poco a poco V una dopo l’altra. tamente (se ha da essere giicsto)
a regolarsi nel suo comando secondo le esigenze della essenza da sé conosciuta
appieno della cosa, alla quale impartisce il comando. In questo secondo
principio maritato al primo è stata riconosciuta implicitamente, in
qtuilche maniera, tardi, imperfettamente, confusamente e con una
contraddizione col primo principio la verità di ciò che dimostrammo;
ossia della derivazione della Giustizia dallo stesso uomo per effetto
della sua convivenza sociale. Imperfettamente, dicemmo. E la dottrina
teologica della predestinazione n' è testimonio. E tardi: cioè a
misura che lo studio dei fatti guidò al presentimento confuso della
verità contenuta nella dottrina positiva. Tanto che la storia della idea
di dio ce lo presenta prima coir impero capriccioso, dispotico,
appassionato, mutabile del tiranno prepotente. E successivamente con una
mitigazione del capriccio e della prepotenza, quale era suggerita dal fatto
della legislazione sociale in lui oggettivata, che venne diventando
sempre più giusta per T equi librar visi sempre maggiore degli
elementi componenti. Come si è detto, nell'individuo non coordi-
nato nella Società si ha la sua autonomia che si goverua colla
Prepotenza. una risultante dinamica di esse, per le considerazioni
che seguono. Con uno straniero, e soprattutto con un barbaro, o con un
selvaggio, un uomo in generale non sente il dovere della Giustizia come con un
altro uomo della sua stessa Società. Perfino si dà che in faccia ad un uomo di
razza diversa si atteggi ne' suoi sentimenti come in faccia ad un bruto o ad
una fiera. E la cosa è naturalissima. La sua Società è in lotta colla
popolazione alla quale appartiene queir uomo. La sua Società quindi si atteggia
verso di essa e verso i suoi Componenti come un prepotente; ed egli pure. Anche
se non è in lotta, dal momento che 1' offesa recata al(Il Nel che si verifica la legge generale di tutta
la natura, che l’ambiente è necessario all' ottenimento di una formazione,
mettiamo la nebulosa solare alla formazione di un pianeta, o 1* ambiente vege-
tativo alla formazione di un seme; ma una volta ottenuta la forma- zione questa
funziona come tale anche indipendentemente dalle condizioni onde emerse.
Mettiamo la forma e la solidità di un pianeta, e la virtù vegetativa specifica
del seme. ^'^''PfliW^^IF lontano selvaggio non è vendicata dal tribunale del
pro- prio paese, né di nessuno, queir offesa stessa non appa- risce un
attentato vero e proprio contro la Giustizia. Che se ci sono degli uomini che
sentono la Giustizia anche per gli estranei, fossero anche dei selvaggi,
questo succede solo per quelli nei quali il sentimento della Giu-
stizia, prodotto prima nel modo che spiegammo, è diven- tato una forma
perfetta e assolutamente dominante della psiche, e che agisce da sé e
senza il bisogno più del co- stringimento dell' ambiente produttore, e
con una sponta- neità esuberante. Ancora, nella stessa Società un
gentiluomo è molto cauto nelle sue relazioni coi stcoi pari. Non lo è
egualmente trattando con persone di condizione inferiore.E ciò perchè co'
suoi pari le conseguenze speciali del suo contegno (quelle mettiamo di un
duello) hanno indotto un ordine di Convenienza che non occorre per gli
altri, relativamente ai quale le conseguenze non hanno la me-
desima gravità. In una parola, chi sta sopra è prepotente cogli
infe- riori, e non co' suoi pari, coi quali è più giusto. La
formazione della Giustizia nel senso proprio va colla formazione del
Potere onde è l' espressione. L’idea della Giustizia non nasce se non
dietro i fatti determinati prodottisi effettivamente nelle reazioni
degli associati. Dico, dietro i fatti determinati. Non prima di
essi. contenuta. Per questo il Potere (nel senso da noi qui
inteso) è eminentemente la Giustizia, che i poeti rappresentarono
colla bilancia in mano (1* equipollenza giusta degli arbi- trj) e colla
spada nell' altra (la forza onde si determina r equilibrio tra arbitrio e
arbitrio). E lo è perfettamente esso solo. Lo è eminentemente
in quanto dispone di una forza che costringe e determina i soggetti alla
osservanza della Idealità sociale, o giusta, che dir si voglia. Lo
è perfettamente esso solo, in quanto a sé solo ri- serba il
costringimento violento alla osservanza della me- desima Idealità
giusta. Onde viene poi che la Giustizia propriamente detta si
restringe agli atti che possono cadere sotto la direzione del Potere, e
non comprende quelli che ne sono esenti: i quali per ciò rimangono la
sola Convenienza. E su tutto ciò non cade dubbio. Il furto, per
esem- pio, dove non e' é un Potere che lo inibisca, non é un
delitto. È solo un atto pericoloso e che esige del corag- gio e della avvedutezza
in chi lo commette. Dove e' é un Potere, che proibisca sì il furto, ma
sia impotente a impedirlo, il furto stesso é un delitto vago e non
grave. Dove il Potere lo impedisce effettivamente e lo col-
pisce con forti punizioni è un delitto grave. E può essere un
delitto di varie specie se la puni- zione è varia. Per
esempio, il furto del privato a danno del privato, che importa la prigionia del
ladro, è perciò un de- litto infamante. Il furto invece di un privato che
non paga un diritto della pubblica finanza, onde incorra solamente
in una multa pecuniaria, non è più infamante, a motivo che la punizione
non è la prigionia ma la multa. La quale forza poi del Potere, onde è
mantenuta violentemente V osservanza della Legge, in due ma- niere è
dispensata. ' Direttamente cioè dal Potere, stesso per V
otteni- mento delle condizioni occorrenti alla vita sociale, e indi-
rettamente quando esso è domandato per interesse pro- prio delle parti
individualmente offese. E da ciò due forme di Giustizia. Questa
seconda più sentita dagli individui meno educati e quindi più egoisti;
la prima più sentita dai più eletti e quindi meno egoisti. L' avaro si
commuove per la infrazione della Legge. della proprietà individuale, che
è per esso la Giustizia per eccellenza. Il virtuoso si commuove per una
disposizione po- litica antiliberale, preoccupandosi soprattutto della Giustizia
in se stessa. La circostanza di questa forza materiale occorrente al
Potere ci conduce a scoprire una legge fonda- mentale della Sociologia,
ossia della formazione naturale deir organismo e della vita
sociale. Nel Potere, per costituire questa sua forza, sono
as- sorbite delle forze prese dal corpo sociale: e in ima certa
misura. Così la forza propria del cervello, onde sono Ci limitiamo qui a
notare il fatto. Quale sia questa misura, e come sia variabile fra
estremi assai distanti secondo le condizioni e gli stadj storici di una
Società, deve essere lasciato a uno studio regolate le funzioni del corpo
di un uomo, è costituita dalle forze prestate dal sangue del corpo
medesimo in una misura, che non può essere oltre certi limiti.
Ora una quantità determinata di forza non può pro- durre se non un
effetto limitato, proporzionato ad essa. Ne viene che, se la Società è
mcipiente o selvaggia o rozza, tutta la forza rimanendo impegnata nel
costringere gli individui a osservare la Legge fondamentale della
esi- stenza sociale, il Potere rimane senza altra forza da disporre per
la produzione nella Società di miglioramenti ulteriori (i).
Ma quando in seguito si sono introdotte, colla ripetizione degli atti
violenti di coercizione sociale, le abitu- dini giuste, queste producono
poi V effetto della osservanza della Legge per parte dei soggetti da sé; e
la- sciano la forza del Potere disimpegnata e quindi disponi- bile
per altri usi, per altri lavori, per indurre altre abitu- dini superiori;
insomma pel progresso ulteriore della vita sociale. Cosi nel corpo
dell' uomo. Nel bambino il cervello è tutto impegnato nel produrre le
abitudini dell' esercizio delle membra; e pogniamo anche in quelle di
leggere e scrivere. Prodotte queste abitudini iniziali, resta
disponi- particolare, che può da sé fornire materia per una scienza
spcciaU, E per noi basta notare, che la misura in discorso va crescendo
in ragione che progredisce V organizzazione sociale; analogamente a
quanto si osserva negli organismi biologici, nei quali cresce la pro-
porzione del cervello in ragione che si fa maggiore la centralizzazione
degli organi. Ciò si ripete nel caso di una guerra, che assorbisca le
risorse del Governo; e nel caso di anarchia che le dissipi.
bile per altri esercizi. Mettiamo per la cultura propria- mente
detta. E ottenute le abitudini di questa cultura, ri- mane poi libero per
V esercizio di una professione parti- colare. E cosi via. E
insomma la questione dell' immagazzinamento delle forze. Un' abitudine in
un individuo è la forza che, por- tata sopra di lui una lunga serie di
volte, vi si è imma- gazzinata in questa forma. Come nella produzione
delle proprietà delle sostanze chimiche dalle più semplici alle più
complicate. Come nella produzione della pianta dal seme fino al frutto
maturatone. Onde la Giustizia, che va producendosi nelle coscienze
dei singoli uomini raccolti nella Società civile è )' immagazzinamento lento e
progressivo della forza dispensata dal Potere nei singoli atti infiniti
del suo esercizio, e im- pressa e ricevuta in quelle coscienze volta per
volta. An- che nel fatto del concetto della Giustizia, come in ogni
fatto distinto della natura, si ha una forza o un rifmo persistente,
ottenuto per la fissazione di una forza applicata dall' ambiente e divenuto 1'
essere costitutivo di ciò in cui si è formato (i), ossia dell' uomo
civile come tale. Il che poi dimostra che anche la Società, come
ogni altra formazione naturale, è una formazione che nasce, progredisce e
muore. Quando nasce, è la violenza che tende a produrre il
fatto e il sentimento della Giustizia. Quando progredisce, è la
forza del Potere che si di- I) Si allude alla Legge della Formazione
naturale \A\\\q\X.^ ^o^x?i accennata. spensa ad ottenere ordini
sempre più alti di azioni e di idee giuste. Quando muore è V
organismo vecchio, che non si presta più al mantenimento di questa forza
comune orga- nicamente subordinante del Potere. Come (per una forma
dì questa morte) nella famìglia vien meno il potere su- bordinante del
padre quando la personalità adulta dei figli non si presta più alla
coordinazione di essi sotto la tutela del capo della famiglia. Se non
che, riguardo alle Società che muoiono, vale del pari ancora la relativa
legge naturale di ogni altra formazione, per la quale la morte «di un
organismo non è mai totale, restando tuttavia i ritmi singoli pro-
dotti dallo stesso organismo mentre era vivo. Come nel seme della pianta,
che resta alla morte di questa. Come nelle idee, che restano per gli
uomini succedenti a quelli che le hanno trovate. Sicché il
mondo greco e il mondo romano, per es., sono morti come quelle date
formazioni sociali, ma re- starono le idee della Giustizia umana nate nel
loro seno. Restarono come germi, o magazzini di forza già elabo-
rata. E dei quali si giovarono le Società europee venute dopo, che non
dovettero ricominciare da capo (ossia dalla condizione infima dell' uomo
preistorico) il lavoro della organizzazione sociale. La giustizia è
la forza specifica dell'organismo sociale. Siccome poi V organismo e la
vita sociale si spiegano per la Giustizia che vi si produce, cosi la
teoria «T- della formazione naturale della vita
sociale è anche nello stesso tempo la teorìa della formazione naturale
della Giustizia. La quale per ciò è una formazione naturale, come
il Sistema solare, come un Minerale, come un Ve- getale, come un animale,
come una Goccia di Rugiada, come un qualunque Pensiero di un uomo.
È cioè la Giustizia una formazione naturale della Società; come, ad
esempio, si direbbe che la vegetazione è una formazione naturale del
nostro Pianeta. Ed è la Giustizia la forza specifica della società
medesima. Ne è la forza specifica, come si direbbe che V affi- nità
è la forza specifica delle sostanze chimiche, la vita delle organiche, la
psiche degli animali. Nessuna affinità, o vita, o psiche, senza
sostanza chimica, organismo vivo, animale. Del pari nessuna Giusti- zia
senza Società umana. L’affinità, la vita, la psiche scaturiscono
dalle stesse forze onde esistono i loro soggetti; e ne
rappresentano la risultante, che, come tale, si distingue
specificamente dalle forze producenti medesime. E cosi la Giustizia
scaturisce dalle stesse autonomie prepotenti degli individui, ed è la
specie distinta di essere risultante naturalmente dal loro contemperarsi
insieme. La società quindi, come tale, è tanto più per- fetta quanto
più è forte V idea della Giustizia formatasi nei consociati; ossia quanto
più questi sono morali: sicché meno sia uopo concorrere colla forza materiale all'ottenimento
dell* ordine sociale. D che equivale al dire che T Idealità sociale
sia più Voi. IV. impulsiva da se stessa nella psiche di ciascheduno,
e quindi il regno della Gitcstizia {adoperando la nostra solita
espressione) si sostituisca a quello del Fato o della Prepotenza. In
modo analogo una sostanza chimica è tanto più stabile e perfetta quanto
più V Affinità degli atomi vi è grande» e la rende atta a mantenersi
nell' essere suo in- dipendentemente dalle circostanze fisiche esterne
della temperatura, delP ambiente, della compressione e via dicendo, che
suppliscano colla loro azione al difetto della forza di coesione intima
dei componenti. La costituzione dell'organismo sociale, e quindi la
sostituzione della Giustizia alla Prepotenza, produce la incolumità dei
consociati. La incolumità, che non è altro appunto se non la elisione della
Prepotenza oflFen- dente. Questa incolumità ha due fattori:
Primo. La forza materiale disposta nelle mani del Potere per far
valere violentemente la Legge contro la Prepotenza non domata delle parti
subordinate. Secondo. Il sentimento del Dovere formantesi negli
individui associati nel modo detto sopra. Ora, siccome questo sentimento del
Dovere (o questa Idealità sociale impulsiva, che torna lo stesso) è una
vera forza traente l' individuo a vincere la propria tendenza
egoistica della Prepotenza, e a segfuire la ragione an- tiegoistica della
Giustizia o della Legge, cosi le due forze suddette, del Potere di fuori
e del Dovere di dentro collimanti a produrre V incolumità dei consociati
e in^e- granfisi vicendevolmente nella intensità sufficiente all' uopo,
si troveranno concorrervi in ragione inversa. Meno è il sentimento del
Dovere sviluppatosi nei singoli individui, e più dovrà essere la forza
materiale usata dal Potere. E viceversa, più il sentimento del Do-
vere, e meno la forza materiale. E ciò, sia normalmente, sia
accidentalmente; e per certi momenti critici sociali, e per certe
Idealità. La incolumità poi del
cittadino importa un complesso di condizioni sue particolari molte e
diverse, cominciando dalla fondamentale della salvezza della vita
materiale e andando fino alle più delicate (proprie delle condizioni
sociali più perfette) del rispetto morale vicen- devole negli atti anche
più comuni della vita. Il Potere supremo della Società non può
(come altre volte avvertimmo) provvedere per tutte le dette condi-
zioni della incolumità del cittadino: ma deve necessaria- mente
intervenire almeno per le fondamentali. Da ciò consegue che l’azione
materiale sulla persona del cit- Chi consideri tutte le possibili
reazioni tra uomo e uomo in una Società di leggeri può rilevare due
cose molto importanti pel discorso che facciamo qui. Cioè: Primo.
La varietà infinita delle azioni di un uomo atte a destare in qualunque
modo la attenzione di un altro. Fogniamo, partendo da un assassinio e
venendo fino ad uno sbadiglio. Nella quale varietà, come è chiaro
da sé, si hanno delle vere diflFerenze di generi e di specie. Secondo. Il
sentimento nascente in un uomo, per reazione, in seguito all' azione da
lui osservata in un altro. E di tale sentimento abbiamo parlato nella
Morale dei Positivisti (i), mostrando quanto sia variato e come
formi una serie di sentimenti diversi, anzi una scala in ordine di
nobiltà. Ora, per le cose dette, ripetendosi e le azioni e i
sentimenti accompagnanti le reazioni che le susseguono, si producono un
po' alia volta e si fissano nella psiche, come sue potenzialità, delle
Idealità sociali corisppndenti. Le quali per ciò sono costituite dalla
rappresentazione della azione e dalla reazione effettiva conseguente:
onde sono Idealità impulsive del volere, ossia Giustizie. La mente
si confonde pensando alle varietà possibili ad emergere in ragione di
tale processo. I pochi ele- menti del chimico, si sa a quale infinita
varietà di for- mazioni di sostanze si prestano: le poche note
musicali, a quale infinita varietà di composizioni musicali; le
poche lettere dell' alfabeto, a quale infinita varietà di suoni ar- [Libro
I, Parte I, Capo III (Pag. 21 e segg. del Voi. Ili di queste Op, fil.
nella ediz. del 1885, del 1893 e 1901, e pag. 22 nel- l'Ediz. del
1908). I20 ticolati. Or che sarà della varietà delle
formazioni psichiche della Giustizia, pensando anche solo alla varietà
dei senti- menti componibili colle rappresentazioni degli atti
sociali? Per farcene una qualche idea prendiamo un esempio.
Neir uomo, fra i molti sentimenti onde è capace, si ha anche quello
caratteristico corrispondente alla espres- sione del ridere. È questo si
può connettere con un nu- mero senza fine di rappresentazioni di atti,
dando ori- gine cosi al genere delle Idealità comiche; le quali
nes- suno ignora quanto siano potenti neir indirizzo della vita e
nell'impero della volontà; mentre è pur vero che il timore del ridicolo
ha talvolta più efficacia che non il timore del carcere e della
multa. Il fatto, pel mondo morale, è analogo a quello di una
sostanza che, potendosi combinare con tutte le altre nel mondo materiale,
è atta a determinarvi un atteggia- mento particolare per tutto T essere
suo. Il nostro mondo, per esempio, sarebbe un mondo aflFatto diverso da
quello che è, se gli mancasse il ferro. E cosi dicasi degli orga-
nismi in genere se mancasse, mettiamo, il potassio che concorre a
formarli, essendovi quindi un ministro della vitcu Allo stesso modo
l’atteggiamento morale dell'uomo, quale è al presente, verrebbe meno, se
mancasse il coef- ficiente del riso, che concorre a formarlo, essendovi
quindi con ciò anche esso un ministro del bene. Il quale
ragionamento poi va ripetuto per tutti i sentimenti umani ad uno ad uno,
che sono altrettanti coefficienti dell’Idealità sociale direttiva delle
azioni u- mane, attivandola sotto la forma di generi speciali dì
Idealità o di Giustizie. E della varietà inesauribile di queste, per tale
via ottenute, è un saggio l’arte, che nella scultura, nella pittura, nella
poesia, nella prosa, riproduce dalla coscienza, in tante forme, gli
atteggiamenti morali dell' uomo. In tante forme li ha riprodotti, e in tante
ancora, senza fine, è atta a riprodurla. E i sentimenti umani riescono cosi
coefScienti della Giustizia, perchè un sentimento, qualunque sia, essendo la
reazione corrispondente ad un atto, ne è anche la Sanzione; e chi commette l’azione
atta a suscitare un sentimento incontra una Responsabilità in ordine ad
esso. Anche ciò è essenziale al concetto naturale vero e pieno della
Responsabilità umana. Anche ciò quindi appartiene all' ordine
naturale della Giustizia nella varietà delle sue formazioni. Il
restringere 1* ordine della Giustizia a quei pòchi atti ai quali si
rìduceva una volta, e che si abbracciavano nei dieci comandamenti del decalogo,
è eflFetto di nna grossolana e non scientifica idea della cosa.
Come il restringere che fa il volgo dell' idea dell' animale a
quelli che sono forniti di occhi e di gambe per camminare: e il restringere l'
idea del vegetale a quelli soltanto che hanno le foglie verdi. La
scienza ha trovato animali anche senz' occhi e fissi alle pietre; e
vegetali senza foglie e senza verde. E cosi trova delle Giustizie senza
la Sanzione del carcere e della multa. La restrizione suddetta
corrisponde insomma perfet- tamente a quella che fa il volgo e fecero gli
antichi delle specie degli animali, credute poche e sempre quelle e
mo- dellate a priori sugli esemplari fatti passare da dio in
rivista davanti ad Adamo nel paradiso terrestre. E dipende dalla stessa
ignoranza della legge della formazione naturale. Poche, dicevano, e
sempre quelle, le specie degli ani- mali; e create direttamente da dio, e
mostrate ad Adamo al principio del mondo nel paradiso terrestre. E
cosi, poche e sempre quelle le specie della Giustizia, impresse da
dio direttamente neir anima di ogni uomo che nasce e scritte sulle tavole
di Mosè dalla cima del monte Sinai [cfr. Grice, ’10 comandi’, decalogo] La
scienza sbugiardò V idea meschìnissima quanto alle specie degli animali.
Sbugiarda col positivismo l'idea meschinissima quanto alla Giustizia. Non
dio, autore delle specie degli animali; ma la natura: e le specie, un
nu- mero stragrande; e non fisse, ma variabili; e variabili
accidentalissimamente. E cosi, non dio autore delle specie della
Giustizia, ma la natura: e queste specie, un numero stragrande e
immensamente differenziato; e non fisse, ma variabili; e variabili
accidentalissimamente. L'idealità sociale, ossia la giustizia
morale, formata che sia nella coscienza dell' individuo, vi funziona come
una forza speciale, nel senso antiegoistico chiarito nella Morale dei
Positivisti; e vi produce un doppio effetto, secondo che si applica al
giudizio e alla direzione delle azioni individuali proprie, ovvero al
giudìzio e alla direzione delle azioni degli altri. Da questo
secondo effetto dipende la vitalità intrin- seci e vera della Società,
considerata siccome un organismo naturale nel senso proprio della parola.
Perchè la Giustizia, parlando nella coscienza dell' individuo, è la
potenzialità indistinta onde originano i distinti dei Po- teri sociali
effettivi e delle Leggi da essi emananti; e perchè la Giustizia
potenziale degli individui associati collabora a rendere efficace l’opera
del potere e della legge sociale. E come se si dicesse che un
organismo, pogniamo vegetante, si sviluppa nei suoi organi caratteristici
mercè la vitalità delle parti componenti: e che poi T attività di
questi organi speciali è operativa de' suoi effetti par- ticolari sopra
le parti mercè il concorso della vitalità che si mantiene nelle parti
stesse. Sempre insomma la legge generale della formazione naturale, che
l' indistinto non cessi mai di sottostare al distinto, e di offrire cosi
la ragione naturale e del suo essere e del suo operare. Cosi si osserva
che una legge in un paese rimane senza efficacia e come lettera morta se,
a farla valere, è solo il Potere, e non lo ajutano di conserva le
singole coscienze dei cittadini; le quali, accogliendo in sé la
forza viva già formata della Giustizia morale, ne ricevono un impulso
atto a muoverle alla disapprovsizione degli atti contrari alla Legge e a
concorrere per quanto possono a farla valere. E, quanto sia vero
ciò che affermiamo, lo dimostrano i fatti sociali tutti quanti. Anche, per
esempio. r interesse vivissimo onde si tien dietro allo
svolgimento di un processo criminale, pur dei paesi lontani, pure
relativo a persone che non ci riguardano punto, né direttamente, ne
indirettamente. Che più? Tanto è viva e potente nell'uomo T idea della
Giustizia antiegoistica, che egli non può stare che non ne provi V
eflFetto più vivo anche pei fatti immaginari delle fole, dei racconti, delle
poesie, dei drammi. Data r immaginazione di un fatto, al quale sia applica-
cabile l'idea della Giustizia, questa per legge psicologica indeclinabile
si ridesta nella mente, e col suo naturale atteggiamento: come in tutte
le altre associazioni men- tali. In ciò la spiegazione della vivezza
della voluttà, onde si leggono o si odono i suddetti racconti, e si
assiste ai drammi. E la vivezza di tale voluttà è il termometro che prova la
presenza nella coscienza della idea efficace della Giustizia e ne ne
misura l' intensità. La punizione materiale, vendicatrice della Giustizia,
sarà necessaria quindi in ragione inversa della effettuazione nella coscienza
della Idealità sociale giusta. Meno sarà questa, e più dovrà essere la
severità e la prontezza della pena materiale, che n' è la Sanzione.
Il che, come altrove dicemmo, si fa per due scopi: per quello di
supplire, colla impulsività dall' esterno della minaccia del castigo, al
difetto della impulsività dall* interno della Idealità sociale direttrice
dell'azione: e per quello di giovare a produrre questa impulsività nel!'
individuo. Onde, più questa è già prodotta, e meno occorre di coazione a
supplirla. E al massimo assoluto della produzione della detta impulsività
corrisponderà V assenza del bisogno della coa- zione materiale e la
sufficienza per la Moralità del puro fatto psichico della idea e della
disposizione della Giu- stizia, e del giudizio mentale dettatone di
approvazione e disapprovazione dell' atto relativo. Ciò nel
rapporto dinamico tra chi detta la Legge e chi ne è obbligato ad eseguirla.
Ma e' è di più. La effettuazione della Idealità della Giustizia, in
ra- gione che più avviene, più paralizza il suo contrario, onde
deriva; cioè la Prepotenza. E quindi i sentimenti nei quali questa si
esprime: come è, tra gli altri, quello della vendetta considerata quale
sodisf azione egoistica. E più invece ravviva i sentimenti
antiegoistici, come quello della benevolenza altrui. Ravviva cioè i
sentimenti che, nella Morale dei Positivisti (i), distinguemmo
colla denominazione di pietosi, dopo avere dimostrato che la Pietà
è il carattere del sentire dell' uomo in corrispon- denza della sua
formazione caratteristica della Idealità sociale. Per
conseguenza, la stessa pena materiale, a misura che una Società diventa civile,
va perdendo del carattere di una vendetta espiatoria ed appassionata,
assumendo quello di un semplice rimedio; che si applica a malin-
cuore e con sentimento di compassione essendocene il bisogno e per questo
bisogno solamente. E in generale, questa qualità della assenza del
carat- (i) Libro I, Parte III, Capo III, n. 7 (Pag. 150, 151 del
Voi. Ili di queste Op, fil, nella ediz. del 1885, e pag. 158, 159
nella ediz. del 1893 e del 1901, e pag. 163, 164 nella ediz. del 1908) e
altrove. tere appassionatamente vendicativo e di pura espiazione si
trova nella Società assai più nella reazione del Potere, che rappresenta
maggiormente V Idealità antiegoistica, di quello che nella reazione della
Convenienza, nella quale assai più rimane dell' egoismo e della
Prepotenza. E, negli atti stessi della Convenienza, la
vendetta appassionata, egoistica, prepotente, è più o meno in ragione che
è più o meno eflFettuata l’idea della Giustizia neir individuo
reagente. Ossia, in una parola, quantunque la Giustizia im- plichi
la Responsabilità, e questa una Sanzione o una vendetta punitrice,
tuttavia, compiuta che sia come formazione psichica individuale essa Giustizia,
vi si dissi" mula o vi si fa latente la vendetta relativa: a
quello stesso modo che, formata che siasi in una sostanza la sua
affinità chimica per la trasformazione in questa di un certo numero di
calorie, il fenomeno propriamente ter- mico vi si dissimula e non si
manifesta più in una temperatura misurabile col termometro. E torna cosi,
anche nello studio della Respon- sabilità e del carattere della Idealità
sociale come Giustizia, il principio più volte illustrato nella Morale
dei Positivisti per altre vie (i), del regno della Giustizia sot-
tentrante nella Società, di mano in mano che questa si perfeziona, al regno
del fato. E torna ad apparire del pari il carattere speciale
deir uomo formato sotto V influenza dell' ambiente o del-
(i) Libro II, Parte IV. Capo II, n. 16 (Pag. 399 del Voi. Ili di
queste Op, fil. nella ediz. del 1885, e pag. 422, 423 nella ediz. del
1893 e del 1901, e pag 432, 433, nella ediz. del 1908) e
altrove. PPipm>yi^"imtVi- k^i.J»^-» -pr^\»y-^r* t-^»t-«- ^vv
--.. vt-w- l'organismo sociale: ossia dell' uomo virtuoso, o
sapiente, che dir si voglia. Per lui basta, ed è tutto, V idea
della Giustizia; e il giudizio che fa egli stesso di se medesimo in virtù
di essa: e al di fuori e al di sopra di ogni punizione materiale. Come
dice Dante di Virgilio: El mi parea da sé stesso rimorso, O
dignitosa coscienza e netta, Come t' è picciol fallo amaro morso!
E, relativamente al malvagio che lo oflFende, in ra- gione della
offesa, anziché il sentimento della vendetta, cresce in lui quello della
pietà. Come in quel divino cro- cefisso, al quale, negli spasimi di
dolore cagionatigli dalla più atroce delle ingiustizie col più atroce dei
supplizi, l'offesa immensa non riusci che a trargli dall'anima la
preghiera sublime: Padre, perdgna a questi miei crocifis- sori, perchè
non sanno quello che si facciano. Abbiamo parlato di quello che,
sulla fine del primo, avevamo chiamato il secondo degli uffici del
Potere. Resta dunque a parlare del primo di questi uffici,
che dicemmo essere di stabilirsi nella Società a spese delle sue parti; e
del terzo che dicemmo essere di di- spensare nell'effetto del
miglioramento delle parti quella forza comune dell' ambiente sociale che
opera per esso Potere. E lo faremo, cominciando la
illustrazione divisata in questo Capo e nel seguente, e compiendola nelF
ultimo. La Giustizia propriamente detta non è tutta la
moralità. Questa Giustizia, cóme vedemmo, riguarda la ifuo- lumità
delle parti sociali. E quindi è il solo lato negativo della Moralità.
Ma la Moralità ha anche i suoi lati positivi: come quelli indicati
dalle parole Diritto e Autorità; e quello dei mezzi onde si costituisce e
vive il Potere, organo della Società; e quello del Premio della
virtù. Anche di questi lati positivi quindi (e sotto il punto
di vista prefissoci (i) della Responsabilità) si deve chia- rire la
formazione naturale. Con ciò potrà rimanere spie- gato appieno il fatto
naturale della Moralità, e la ragione della Responsabilità potrà apparire
sotto tutti i suoi aspetti reali. Criterio positivo del Diritto e
del Dovere. Il Diritto (come dimostrammo nel luogo più volte citato della
Morale dei Positivisti) è la stessa potenza libera che si avvera rielT
essere umano. Considerato questo essere isolatamente, il Diritto,
come dicemmo sopra, coincide colla Prepotenza; e diventa il Diritto sociale
antiegoistico e giusto (o il Diritto propriamente detto) in quanto è
ridotto in limiti deter- minati dal contrasto della potenza opposta degli
altri uo- mini consociati. Vale a dire: la potenzialità
astratta dell' individuo, nella condizione eflFettiva del suo esercizio
(cioè di fronte alle reazioni delle potenzialità degli altri), diventa
una potenzialità reale determinatamente limitata dalla effi- cienza
contrastante delle potenzialità degli altri uomini. 12) Libro I, Parte II,
Capo IV. n. 15 ecc. (pag. 125 del Voi. nidi queste Op, ftl. nell' ediz.
del 1885, e 131 dell' edìz. del JS93 e del 1901, e pag. 135 nelle ediz.
del 1908). Tf^r»* Con che però resta sempre il principio, che il
Diritto di un uomo è ciò che esso può fare. Resta sempre; per la
ragione xche, posto V uomo di fronte agli altri, e rimanendone elisa per
tale relazione una parte della potenzialità, la potenzialità sua
effettiva non è tutta V astratta, ma solamente quella che residua
dalla elisione sofferta. E, per togliere ogni dubbio su ciò, basta
V osserva- zione del fatto che, cambiandosi le condizioni e i rap-
porti dinamici, onde dipende la elisione di una parte della potenzialità
di un individuo, questa torna attiva, e con ciò torna Diritto. Il
potere di staccare un frutto ma- turo da un albero non è Diritto dove il
contrasto del possesso altrui impedisce di esercitarlo; ma tolto
questo contrasto (portandoci, mettiamo, in una regione nella quale
le piante sono proprietà comune) lo stesso potere di staccare il frutto
torna Diritto, per la sola ragione che non ha più T impedimento al suo
esercizio del possesso altrui. Il Diritto quindi, come dicemmo pure
nello stesso luogo della Morale dei Positivisti, se in astratto è
identico per ogni uomo, (essendo Tuomo in astratto identico all' uomo)
nella realtà per ogni uomo è diverso, per la ragione che la potenzialità
di un uomo differisce sempre nel caso pratico da quella di un altro:
quella del maschio, ad esempio, da quella della femmina; quella
dell' adulto, del sano, del civile, del colto, dell' educato, dell' uomo
di genio, da quella del bambino, del malato, del selvaggio, dell'
ineducato, dell' imbecille; e via dicendo. wyfmwii^i ' P Jl >»u-.ry -
l’uomo ha nella natura in forza del suo arbitrio in quanto è deter-
minato dalla Idealità lituana che è la Idealità sociale. Qui colla
spiegazione della formazione della Giustizia (o dell' Idealità sociale)
spieghiamo anche la formazione del Diritto, e quindi ne indichiamo le
condizioni dettagliatamente, che si possono riassumere nel quadro che segue: A)
Arbitrio umano libero. Non il potere generico della cosa sulla cosa. Non quello
della persona in condizione irresponsabile. B) Arbitrio libero di un uomo
(sulla cosa o sull* uomo) in con- fronto colla reazione dell’arbitrio libero
dell’altro uomo. Non dove non si pone questa reazione: e in quanto è regolata
dalP Idealità so- ciale. E in ordine a ciò: Arbitrio libero di un uomo in
confronto con una reazione pos- sibile. E qui Diritto potenziale o
naturale. Arbitrio libero di un uomo in confronto con una reazione
reale. E qui Diritto di fatto o positivo^ nelle diverse forme di questo. il
Diritto può essere nello stesso tempo un Dovere, e non che deòòa.
E perchè questa differenza fra Diritto e Diritto? Rispondendo,
apparirà insieme come e quanto con- vengano fra loro le definizioni
apparentemente diverse da noi date del Diritto nella Morale dei
Positivisti (nel luogo sopra citato), dove dicemmo che è in se stesso
la Giustizia, o la Legge o la Idealità sociale, e qui, dove diciamo
che è un potere libero implicante una Responsabilità verso una Sanzione che ne
salva V esercizio. Nel caso di chi mangia la propria mela, M impulsività
traente all' azione è data, non dalla Idealità sociale «
antiegoistica, ma dall' istinto egoistico, o da quella che dicemmo la
Prepotenza, precedente l’Idealità morale propriamente detta. Trattandosi di
questa Prepotenza, la Responsabilità r accompagna solo in quanto la limita, e
non in quanto la produca. E quindi la stessa Responsabilità ha con essa
un rapporto unico. E. per ciò non può aver che il nome di Diritto, ossia
si può pensare soltanto che r esercizio ne è reso incolume dalla
Responsabilità che lo salva. In vece, nel caso del padre che educa
il figlio, T impulsività traente all' azione è data dalla Idealità
sociale antiegoistica, ossia da qualche cosa che è già una Giu-
stizia, implicante quindi T elemento della Responsabilità. Da ciò
proviene che il potere del padre di educare il figlio sia fra due rapporti:
fra quello di eserizio incolume, in quanto è salvaguardato da una
Sanzione sociale relativa, onde è Diritto; e quello che il padre è alla
sua volta obbligato, pure per una Sanzione sociale relativa. ad
avere in sé la Idealità della sua disposizione o del suo potere di educare
il figlio, onde è Dovere. In una parola, il potere egoistico, non
derivando estrinsecamente dall' ordinamento sociale, ma dalla
stessa spontaneità dell' individuo, non può importare se non la
Responsabilità di chi volesse impedirlo. E quindi è solo un Diritto.
Mentre invece il potere antiegoistico, derivando come tale dall' ordinamento
sociale, che lo ingenera per mezzo della relativa Sanzione, impòrta due
Responsabilità. Una per chi non lo rispettasse: onde gli corrisponde il
Dovere in un altro. Ed una seconda per chi non lo avesse e non lo
esercitasse: onde, sotto questo rispetto, è un Dovere esso stesso. Dunque
il Diritto è sempre una potenzialità che importa una Responsabilità,
secondo la definizione che qui ne abbiamo dato. Ma questa potenzialità
può essere determinata da una Legge, o Giustizia, o Idealità sociale,
secondo che importava la definizione data nella Morale dei
Positivisti, In questo secondo caso, come ivi dicemmo, il Diritto è
nello stesso tempo un Dovere. Non cosi quando la po- tenzialità è di un
ordine estramorale. E cosi siamo arrivati, per mezzo della analisi
positiva del fatto umano e sociale, a scoprire // criterio positivo del
Diritto e del Dovere. Con questo criterio (e non altrimenti) si possono
risolvere i problemi che li riguardano; e specialmente i quattro fondamentali
che seguono: circa i Diritti dell' uomo sopra le altre cose della
natura. Circa i Diritti dell' uomo sopra se stesso. Circa i Diritti di
Autorità. Circa il Diritto, non di Giustizia, ma di Carità o Beneficenza,
che dir si voglia. Nell'esempio innanzi citato di uno che pigli dei
pesci notammo, che il Diritto di chi lo fa è solo per quanto il fatto
riguardi altri uomini, e non per quanto riguarda i pesci. Coi pesci,
che prende, l'uomo ha il semplice rapporto generale della cosa colla
cosa, quale è quello, pogniamo, della foglia verde oscillante al sole e
rubante all'atmo- sfera la molecola di acido carbonico che vi nuota
dentro e si imbatte alla portata delle boccuccie predatrici. In confronto
col pesce 1' uomo non ha né Diritto né Dovere. Esso, in forza del potere
onde é fornito, ne usa e ne abusa senza offesa della Moralità, che é
estranea a tale ordine di azioni. E nessuno dice reo di colpa e im-
morale, né il pescatore di professione che trae dall'acqua il pesce e ne
contempla impassibile gli spasimi dell'asfis- sia, onde muore
dibattendosi convulsivamente sulla secca arena, e lo piglia cosi per
procacciarsi da vivere; né il pescatore dilettante, che gli infligge quel
martirio per semplice spasso. Ma nella Civiltà progredita si può
arrivare fino al punto di estendere il carattere del Dovere anche
alla detta azione dell' uomo in rapporto col pesce. La Zoofilia -
138 - (che è una tendenza della Civiltà progredita) cosi parle-
rebbe in proposito air uomo; Il pesce,
prendilo pure: x:hè ti abbisogna per vivere. Ma nel farlo non
eccedere i limiti della stretta necessità. Prendilo per quanto ti
occorre, o per mangiarlo, o perchè ti è di danno o di pericolo il viver suo.
Altrimenti rispetta in lui il godi- mento della propria vita. E, dovendo
prenderlo, fa ia modo che avvenga col minore suo dolore possibile. E
tutto ciò consideralo siccome un tuo Dovere verso il pesce. E, un
Dovere analogo, i moralisti più delicati oggi lo stabilirebbero, non solo
pei pesci, ma anche per tutti gli altri animali; e non solo per gli
animali, ma anche per le piante; e non solo per le piante, ma anche per
le cose inanimate senza distinzione. Stabilirebbero cioè quel- la
ordine quarto di Doveri, che chiamano dei Doveri del- l' uomo verso le
cose della najtura: essendo V ordine primo, secondo loro, quello dei
doveri verso dio; il secondo, quello dei Doveri, verso se stesso; il
terzo, quello dei Doveri verso il prossimo. E come ciò? E giusta tale
estensione dell'idea del dovere? E, se giusta, non si avrebbe con ciò
una smentita alla nostra dottrina della formazione naturale deir
idea del dovere? Dicemmo che la effettuazione della Idealità della
Giustizia, in ragione che più avviene, più para- lizza il suo contrario,.,
e più invece ravviva i sentimenti antiegoistici, che distinguemmo col
nome di pietosi, caratteristici del sentire dell' uomo in corrispondenza
colla sua formazione della Idealità sociale. In ordine a ciò, parlando
in ispecie della Idealità sociale della famiglia, nella Morale dei
Positivisti (i) scri- vemmo quanto segne: Questa Idealità diversifica secondo
le varietà umane. Rozza fra le rozze, gentile fra le gentili; portante a
illimitato uso di potere nelle Società embrionali, ristretta alla mera
necessità dell* alleva- mento, dell' educazione, e dei riguardi
necessari, nelle Società più perfette; e cosi via per altre diversità e
grada- zioni senza numero. Sicché si può dire, che, se dal bruto
air uomo r idealità in discorso si umanizza, questa uma- nizzazione è
neir uomo stesso maggiore o minore. E, dove è minore, vediamo T effetto,
e nella forma ancor fiera del sentimento relativo, e nella sua
limitazione, restringen- dosi, o alla nazione, o allo stato, o ^alla
tribù, o ad un semplice branco di uomini. Mentre, dove è maggiore,
vediamo Teffetto, e nella gentilezza del sentimento, e nella sua
estensione, che abbraccia tutti quanti gli uomini, per quanto diversi e
immeritevoli: e travalica anche il confine dell'umanità, e si presta a che
l'uomo sia pietoso anche cogli animali inferiori, e perfino cogli esseri
inanimati, La pietà cosi estesa, o in genere Tappi icazione del
potere proprio verso le cose 7iei limiti del necessario e del
ragionevole, è una moralità indiretta, e non una mralità diretta. Che
questa è solo quella che dipende immediatamente dalla reazione tra uomo e
uomo; e che quindi ha per correlativo una Sanzione sociale e conseguentemente
ne implica la Respc^nsabilità. Libro I, Capo III, 11. 6 (|)a^. 149, 150
del voi. lU di queste Op. fiL nella ediz. del nel!' ediz. del 1893 e del 1901, e
nella ediz. del 1908). Onde storicamente (nella successione dei periodi
della evoluzione della Moralità umana), e statisticamente (nei
gradi di evoluzione della Moralità propria dei diversi ordini costitutivi
di una stessa Società) da prima si ha solamente la Moralità diretta, o
che riguarda V uomo e non le cose. Le genti più rozze oggi e, fra
le genti più colte, le persone che lo sono meno, né sentono né
sospettano neanco che la Moralità possa riferirsi anche agli atti relativi
ai bruti e alle cose inanimate. Il decalogo mosaico, sintesi dei precetti
morali di uno stadio evolutivo antico e non ancora perfetto della
Moralità, non ne fa cenno nemmeno esso. Ma, sviluppatasi più fortemente
col progredire della civiltà nel sentimento pio la espressione della
Idealità antiegoistica, questa dovette risentirsi e muovere
ogniqual- volta nella rappresentatività umana si fossero avute
anche solo delle analogie coi fatti umani eccitatori dello stesso
sentimento pio. E ciò per la legge generale della attività
psichica, la quale importa che la rappresentazione somigliante (os-
sia il ritmo analogo dell' attività centripeta) determini affetti e
volizioni somiglianti (ossia ritmi analoghi dell’attività riflessa).
Mansuefatto l’uomo per l’effetto dell' ambiente sociale, e reso più umano, e cresciuta
in lui la potenza pietosa, questa dovette scuotersi al palpito, non solo
delle viscere del fratello immolato dalla ferocia dell' assassino, ma
(per somiglianza della cosa) anche di quelle dell’agnello semivivo sul lastrico
del pubblico macello. Do- ||Wli|ILP!iWWiJi,iS"iWii vette
scuotersi perfino alla dilaniazione dei ramoscelli vivi di una pianta,
onde il pensiero è tratto per analogia a rappresentarsela con un senso di
dolore. Come quando Goethe canta di una pianticella di rosa. Der wilde
Knabe brach* s Rdslein auf der Heiden; Ròslein wehrte sich und
sùach, Hai/ ihm dock kein Weh und Ach ! Mussi* es eben leiden,
E siccome il senso della pietà è, come dicemmo, il sentimento riassuntivo
dell’idealità antiegoistica, ossia doverosa, cosi il concetto vago del
dovere, colla sua imperatività astratta e quindi misteriosamente
indefinita, dovette associarsi anche alla Pietà sentita in causa dell’analogia
per T agnello e per la rosa; e conseguentemente si dovette indirettamente o per
riflesso, la ragione del Dovere, estenderla anche al rispetto di un
animale e di una pianta. Ed è ciò che confusamente presentirono
quei vecchi sensisti che posero la facoltà immaginaria del senso
della Moralità, o queir altra misteriosa della *simpatia* o compassione. Ma
la cosa può andare anche più oltre. Il sentimento pio medesimo, rimanendo
offeso in chi è testimonio della azione spietata, compiuta da una
per- sona o sopra un bruto o sopra un' altra cosa, e perciò in lui
risentendosi, può far sì che egli si esprima riprovando r azione
offendente. Tale espressione riprovatrice sarebbe una vera San-
zione vendicatrice della resizione di Convenienza, e che potrebbe essere
assunta dal Potere, quando esso (come è possibile, anzi probabile, an2i
in gran parte si è già fatto (i) progredendo la Civiltà) convertisse in
Legge pubblica il giudizio privato divenuto comune. Come è notissimo, in
tutti si può dire i paesi civili si sono formate delle società per la
difesa degli animali, e si sono fatte delle confederazioni di esse anche
internazionali, e si tengono di tratto in tratto dei congressi dei loro
rappresentanti. E si sono anche fatte delle leggi proibitive degli
eccessi contro le povere bestie. E credo opportuno riportare (jui
tradotto un tratto a proposito del Konversations Lexikon del Brockhaus
(Lipsia) La legislazione più antica contro quelli che maltrattano gli
animali ci è presentata dall' Inghilterra dove essi erano puniti fino dal
secolo passato. Seguì una serie di leggi per la protezione degli animali
domestici, per la proibizione delle giostre delle fiere, per la
limitazione delle vivisezioni. Relativamente presto anche la Germania
dettò leggi nello stesso senso; oltre le misure di polizia, il codice
penale sassone del 30 marzo 1838 indisse la prescrizione generale per la
quale si deferivano alle autorità di polizia le punizioni per gli eccessi
dell' uso anche legittimo degli animali. Seguirono tosto la Prussia, il
Wtirtemberg, ecc. con prescrizioni in parte più estese. Al presente vige
un paragrafo del codice penale dell' Impero, col quale è punito con una
multa che va fino ai 150 marchi, o col carcere, chi pubblicamente o in
modo da fare scandalo con malvagità d' animo tormenta o tratta male gli
animali. Oltre ciò sono in vigore nei diversi stati delle ordinanze
speciali delle autorità amministrative proibitive di particolari
maltrattamenti degli animali e in favore di un contegno ad essi
favorevole, e in specialità con prescrizioni circa il trasporto degli
animali, i cani da tiro, la macejleria, il sopraccarico dei carri ecc.
Nell'Austria, oltre certe ordinanze speciali delle autorità, ha valore di
legge l’ordinanza ministeriale che dichiara punibile il maltrattamento
degl’animali che desti pubblico scandalo; in Francia la cosidetta legge
Grammont del 2 luglio 1850 per la protezione degli animali domestici,
ecc. I rappresentanti delle società per la difesa degli animali tendono a
che la punibilità si estenda maggiormente e non si limiti a restrizioni
fissate, come per esempio la pubblicità def maltrattamento. Di tale
tendenza pare ab- biano tenuto conto la Svizzera, 1' Italia (art. 491 del
Codice penale del 1889), il Belgio (Codice penale), l'America del Nord,
ecc. ^i Nel qual caso poi si avrebbe una doverosità diretta
formatasi da una indiretta. E con una Sanzione e una Responsabilità, non
misteriosa e indefinita e vaga, ma determinata. E lo stesso avviene
poi per molte altre dell’idealità morali. E anche per un altro verso V
esercizio del po- tere di un uomo sulle cose può finire coir essere
gover- nato da una doverosità. Come dove uno, che possiede un
podere e potrebbe farne lo strazio che volesse, è tratte- nuto dair idea
di non lasciare i figli senza pane. Nel quale ordine di idee cade il
fatto della legislazione sulla interdizione dei prodighi. E per
altri versi ancora; e per moltissimi. Ogniqual- volta cioè r esercizio
del potere, di un uomo sulle cose offende, o affetta in qualsiasi
maniera, il senso e l’appreziazione dell’altro e ne provoca una reazione,
incontrandone quindi una sanzione e la responsabilità. E in tale ordine di
casi è da notarsi che certi atti fisiologici necessari ed inevitabili, ma
incomodi o al senso esterno o al sentimento estetico, importano una
dovero- sità solo in quanto sono compiuti da un uomo alla pre-
senza di altri e non in quanto sono fatti in disparte e in segreto. Fatta
però V abitudine di considerare gli atti mede- simi fatti alla presenza
degli altri come illeciti, V idea della loro sconvenienza si associa poi
ad essi • tanto o quanto. anche compiendoli nascostamente. E quindi
l'uomo, a misura che diventa civile e moralmente più perfetto, si
studia o di evitarli più che è possibile o, non poten-. I !ij.i«pj dolo
assolutamente, di eseguirli nel modo meno inde- coroso. Ciò
conferma anche la dottrina positiva già da noi accennata (i) della
formazione naturale dei Doveri del- l' uomo verso se stesso. E
spiega in pari tempo il fatto curioso delle an- tiche Moralità religiose,
che consideravano alcuni fatti fisiologicamente necessari dell'uomo,
anche compiuti in- segreto, impuri e tali da inquinarlo, e richiedenti
quindi i riti della purificazione, 7. — Secondo le idee religiose T
arbitrio sulle cose sarebbe una concessione di dio, creatore e quindi
proprie- tario di esse: e in forza di questa concessione l'arbitrio medesimo
sarebbe intero ed assoluto ed esente dalla restrizione doverosa sopra chiarita
di un trattamento umano e di un uso razionale, mancando il precetto
divino rela- tivo, che solo, secondo le idee stesse, può stabilire la
ra- gione del Dovere. E da ciò si vede che il positivismo, anziché
distrug- gere la Moralità, è atto invece ad allargarla più che non
lo faccia la religione. La quale anzi, nella sua gelosia pel monopolio
arrogatosi della morale, si irrita e si im- penna per questo eccesso
(come essa lo chiama) di Mora- lità positiva della Società moderna più
colta, che vuol essere buona anche colle bestie e coi fiori. La religione
si sente in ciò moralmente soverchiata, e se ne vendica chiamando questa
bontà, che essa non sente e non può insegnare, cosa diabolica e
perversa. relativa. Si teme che, perduta la religiosità, V uomo
tor- nerà alla ferocia brutale della prepotenza egoistica; e non si
vede che invece il positivismo è ancora più umano e morale che non la
religione. Cosi si lamenta che la Civiltà vada distruggendo la
ingenuità santa dei tempi antichi; e non si vede che' i santi ingenui dei
vecchi tempi, perfino le matrone patrizie e venerabili, erano, verso le stesse
persone umane degli schiavi, più fieri e crudeli che il rozzo
mulattiere colla sua bestia ricalcitrante, e il ragazzo ineducato
col- r insetto che strazia senza pietà. L' uomo del
positivismo non si umilia irragionevolmente col credere che V uso delle cose,
sulle quali sente di avere un potere, sia una concessione gratuita e
capric- ciosa che gli sia stata consentita dal talento o dalla
misericordia di qualcheduno. Ed è orgoglioso di ritenere cosa sua ciò che
egli è in gprado di appropriarsi: anche i mari, le montagfne, il vapore,
V elettricità, che non sono enumerati nel rogito di consegna del paradiso
terrestre. Ma ciò non impedisce che egli agisca verso le cose con
meno insolenza dell' uomo religioso e con maggiore mitezza. Il proposito
del positivista non è quello avaramente egoistico del moralista della
religione, che dice a se stesso: Queste cose dio me le ha date in proprietà:
dunque perchè non ne caverò per me tutto il pro- fitto possibile? Il suo
proposito è quello retto, onesto, morale della razionalità, di servirsi
cioè delle cose pel bene in genere, proprio od altrui; fosse pur anco
solo il bene delle cose che non sono lo stesso uomo. Pel moralista
della religione le cose sono una pro- prietà, onde dio, che le ha create
e può quindi disporre a suo talento, lo ha investito, col controsenso che
abbia ancora a sudare per raccogliere i frutti del campo, e lot-
tare contro la rabbia, molte volte fatale, delle bestie fe- roci. Il
moralista del positivismo invece, fiero di se stesso, audace, generoso
come Giapeto, non riconosce donatori. Egli si sente- padrone della natura
come frutto della siia conquista faticosa; e, come un duellante
cavalleresco, al- l' elemento immite della natura dice: Eccoci alla
prova; se varrai più di me soccomberò io; sarai tu a soccom- bere,
se sarò io il vincitore. Ma si dice dal moralista religioso, che un
Dovere originato nel modo da noi detto sopra non è propriamente un Dovere: e
che, se V ha fatto l’uomo, esso può anche disfarlo. Secondo il
moralista religioso il Dovere propriamente detto è quello che non è
abbandonato alla balia del talento mutabile e capriccioso dell'uomo: onde è
necessario che sia un comando di dio, al quale non è possi- bile
sottrarsi. E in tale credenza è secondato dalla falsa idea, pur
generale ancora fra gli stessi positivisti, che le buone azioni in
genere, e in ispecie la pietà verso i bruti e la ragionevolezza neir uso
delle cose, siano naturalità irresponsabili, al pari, mettiamo, degli effetti
delle cause fisiche sui corpi: disconoscendosi cosi, per ispiegare i
fatti in discorso, la loro natura morale, che è pure una realtà
attestata sperimentalmente. Il positivismo (malgrado i positivisti che
sbagliano) vita futura, conchiudono generalmente che l'uomo da nulla è
obbligato ad avere rispetto alla propria vita, poiché, suicidatosi, rimane
senza efficacia qualunque minaccia che la Società ponesse a trattenerlo. E che
quindi sia V uomo anche moralmente padrone assoluto della propria vita, e possa
disporne come gli talenta. Queste sono due soluzioni opposte ed estreme.
False ambedue, perchè dedotte da una idea del Dovere scientificamente non
vera. Una doverosità diretta, relativamente al suici- dio, certo
che non si può trovarla, poiché, né ha nes- suna presa sul suicida una
minaccia di punizione per parte della Società sulla di lui persona, che
se ne sot- trae col suicidio stesso, né é ammissibile l' idea della
Legge divina e della immortalità dell' anima. E, assolutamente parlando,
quanto alla conservazione della propria esistenza, V uomo potrebbe considerarsi
nella condizione estramorale indicata sopra parlando degli atti deir uomo
sopra le cose della natura. E quindi, come non si ascrive a merito il
tendere, nelle condizioni nor- mali dell'animo, a conservarsi in vita, e
neanche a tirare il respiro (quantunque a ciò si possa concorrere
anche colla volontà), cosi il suicidio potrebbe essere riguardato
semplicemente quale effetto naturale di condizioni anor- mali dell' animo
di un uomo, come il tossire delle condizioni anormali degli organi della
respirazione. Ma, se non una doverosità diretta, si può bene avere,
circa il suicidio e la conservazione della propria vita, una doverosità
indiretta; per la ragione che molte e diverse Idealità morali doverose,
connesse col fatto della conservazione della vita, possono essere
presenti imperativamente (ossia con una impulsività morale o doverosa)
nella coscienza disposta al suicidio; e rivestirne la deliberazione del
carattere della reità morale. Mettiamo un padre disposto a suicidarsi,
che pensi di creare, facendolo, la infelicità materiale e morale
der figli superstiti. O uno che pensi danneggiare suicidandosi dei
creditori onesti, che si sono fidati di lui e lo hanno beneficato
prestandogli del denaro, che avrebbe potuto pagare almeno in parte
continuando a vivere. E cosi via per moltissimi altri casi consimili. Molto
istruttivo per questo è il noto dramma di Paolo Ferrari, intitolato //
Suicidio^ nel quale, come le tirate spiritualistiche sono freddure senza
fondamento scientifico, senza sugo e ridicole, che è strano che egli
creda che si possano prendere sul serio, cosi invece è pieno di verità e
di effetto il quadro delle conseguenze nella famiglia superstite del
suicida. Onde poi si deduce che anche nei casi nei quali la
doverosità affetta, per impedirla, la deliberazione del sui- cidio,
questa doverosità non è sempre la stessa, ma varia secondo il numero, la
importanza e la qualità delle ragioni morali intervenienti. Cosi, se un corpo
insipido per sé acquista un sapore da sostanze che glielo danno,
que- sto suo sapore varia secondo la diversità delle sostanze dalle
quali Io riceve. Tanto è vero poi che la doverosità non è intrinseca al
suicidio per se stesso, e gli è. conferita, quando si dà che Io
accompagni, da ragioni morali intervenienti diverse secondo i casi, che
si può pensare Inter venirvene anche di opposte; e tanto da produrre
perfino la dove- rosità contraria, ossia quella puranco di
commetterlo. E invero tutti quanti i ragionamenti ingegnosissimi
architettati da certi moralisti non poterono mai togliere r aureola di
eroismo virtuoso onde risplende la memoria di Lucrezia romana e di CATONE
(si veda) uticense. Dicemmo, che la doverosità può associarsi al
fatto del suicidio, e contrastarlo quindi nella coscienza morale in
quanto si dà accidentalmente la circostanza che, commettendosi da un
uomo, restino inadempiuti dei Doveri che gli incombono e sono da lui
apprezzati. E per ciò affermammo che la doverosità stessa viene
così a riguardare il suicidio, non per sé, ma indirettamente. Se non che
è pur vero che anche una doverosità diretta, atta a contrastare da sé la
deliberazione di com- metterlo, si accompagni al suicidio. E per ciò per
una Sanzione che minacci, non la persona viva (che non può I-
"II* PF.I 'darsi come dicemmo), ma la sua fama dopo la morte. La
paura di nuocere alla propria fama col suicidio può trat- tenere tanto o
quanto un uomo dal commetterlo, e in tal caso esisterebbe per quest' uomo
una doverosità diretta impeditiva del suicidio. E sono due gli ordini dei
motivi che possono deter- minare questa Sanzione per la quale la Società
può ven- dicarsi del suicidio sopra la memoria del suicidato. Il
primo è quello delle doverosità indirette accennate sopra. E per esse viene ad
avverarsi così ciò che si disse al numero 5 del paragrafo precedente della
dove- rosità indiretta occasione della diretta. Il secondo è quello della opinione
sfavorevole che domini in una Società o in una classe di persone ri-
guardo all'atto der suicidio, fondata sopra la idea che sia una
irreligiosità abbominevole o una rivelazione di debolezza d' animo o di
alterazione delle facoltà mentali. La doverosità diretta dipendente da
una Sanzione sociale, determinata da questo secondo ordine di motivi, è
una doverosità accidentale e temporanea, e non normale e durevole, come
si richiede pel Dovere assolutamente tale. E in vero l’opinione relativa
al suicidio, non sempre, non dapertutto, si trova ad esso sfavorevole.
Quante volte, e presso quanti invece il suicidio è solo ragione di
compassione, come per una disgrazia non colpevole, o è anche una ragione
di lode! La disapprovazione motivata dalle idee religiose vien meno
con queste. Si danno circostanze nelle quali il sui- cidio si riveste del
carattere di atto eroicamente lodevole, come nei citati di Lucrezia
romana e di CATONE (si veda) uticense. Si danno condizioni e periodi
dello stato di una Società, che fanno considerare il suicidio siccome una
fatalità ir- responsabile. Che più? Se uno è colto a commettere una
azione criminosa, la gente si avventa sdegnata contro il delin-
quente e si presta in aiuto della pubblica autorità vendicatrice. Si corre
invece a salvare dalla morte chi è in procinto di darsela, e con senso,
non di sdegno, ma di pietà, Tutto giorno si moralizza sul suicidio
a fine di impedirlo, ritenendosi di danno alla Società in gene-
rale e a certe sue istituzioni in particolare. Ma si mora- lizza
inutilmente. Le ragioni che si fanno campeggiare sono inefficaci per
mancanza di solidità intrinseca. Il fatto si ripete ugualmente, come la
febbre curata coll’acqua fresca. E il male, riguardo alla Società, non è
tanto nella perdita dei suicidi, che in generale non costituiscono
la sua parte più attiva e sana, ma nelle condizioni stesse della
Società, che, se sono favorevoli al suicidio, con ciò dimostrano di
essere non buone e da migliorarsi. Per le cose dette certo si scandolezzeranno
molti. E crederanno di avervi trovato un capo d' accusa ineccepibile
contro l’etica del positivismo, per sostenere che essa è esiziale alla
Moralità dell' individuo e del corpo sociale. Ma noi rideremo dello
scandalo; ingenuo, se chi lo prova è un pusillo; e ipocrisia, se chi lo
pretesta è un accorto. E diremo: Acquietatevi, che né la Moralità
individuale, né la Società avranno danno nessuno. Anzi ne avranno
vantaggio. L' esperienza dimostra che anche tra i credenti in una
fede, che riprova assolutamente il suicìdio, si danno di quelli che lo
commettono. Sicché non si può soste- nere che la religiosità valga ad
impedirli. Quanto alla minaccia dell' eterno castigo il credente suicida,
o la affronta disperatamente, o trova modo di persuadersi di poterlo evitare.
Tanto che si sa di suicidi cattolici che si confessano prima di darsi la
morte. E nei credenti, se si ha il ritegno della paura della pena
avvenire, non si ha poi queir altro, del non credente, dell'orrore di
metter fine per sempre alla esistenza, che per questo non si pro-
lunga oltre la vita attuale. E se si disse, che i credenti un tempo si
trattenevano molte volte dal suicidarsi per r idea di essere sepolti
fuori del cimitero consacrato, non è men vero che ora possa altrettanto
l'idea del biasimo che può restare alla loro memoria. Abbastanza ha
provveduto la natura coli' istinto strapotente della vita alla
conservazione dell' umanità, malgrado i mali gravissimi che ne accompagnano
la esi- stenza. La disperazione che porta al suicidio non si
mani- festa con frequenza allarmante se non in certe condizioni
morbose sociali; e ne è il sintomo. Si manifesta per ef- fetto delle
condizioni medesime, regnino o non regnino le religiose credenze. Ed
avviene pel morbo, onde il sui- cidio è il sintomo, come per tutti gli
altri morbi; che, se non producono la morte, le loro crisi stesse
ajutano la guarigione, sia segnalandoli alla cura da applicarsi,
sia promovendo una reazione salutare. Quando in una Società si
verificano frequenti suicidi HW"*^ » è certo ch^
la pubblica opinione si scuote dalla sua indifferenza per le cause dalle quali
essi dipendono. E finisce per rendere giustizia alla protesta contro di
lei di quelli, ai quali fu fatale lo sdegno contro la sua durezza.
E i singoli individui sono avvertiti e ammaestrati circa i pericoli
fatali di certe posizioni e circa gli effetti funesti di certi indirizzi
della vita, perchè li evitino e si ravvedano intanto che il male può
essere ancora scon- giurato. Il Diritto suppone l'Autorità; ossia è
Diritto solo in quanto è autorizzato ad esserlo. Ma la stessa Au-
torità è tale solo in quanto è un Diritto. E lo stesso Diritto, qualunque esso
sia, è in se stesso una Autorità. Questi asserti sono altrettanti principj
fondamentali positivamente veri; quantunque la loro enunciazione abbia r
apparenza di un circolo vizioso. Come dicemmo sopra tante volte (i), il
Diritto per essere veramente tale (e non semplicemente la potenza di
fare, comune ad ogni cosa che agisce), deve corrispon- dere ad una
Sanzione che ne assicuri V esercizio, conforme air Idealità sociale o giusta: e
importare quindi una Responsabilità morale. Ora la potenza che
stabilisce questa Sanzione, e verso la quale esiste questa Respon-
(E si veda per tutte la nota al n. 5 del § II di questo Capo III ) sabilità,
è ciò che si chiama una Autorità. Onde è chiaro essere il Diritto un
correlativo della Autorità, e quindi supporla necessariamente.
Potrebbe sembrare a prima giunta che questa dottrina fosse identica
alla vecchia religiosa e politica circa TAutorità e la dipendenza da essa
del Diritto. Ma tra quella e la nostra corre una differenza di
opposizione perfetta. La vecchia dottrina religiosa della Autorità
insegna, che ogni Diritto dell’uomo risulta da una concessione gratuita
di dio: che il Diritto, assolutamente parlando, non l'ha se non dio: che
T uomo di suo ha solo il Dovere: che quindi, quando si dice di un uomo
che ha un Di- ritto verso un altro, la cosa va intesa cosi, che dio
ha imposto a questo il Dovere di fare o rispettare o lasciar fare
una cosa che lo stesso dio vuole che sia pertinenza del
primo. Politicamente poi la stessa dottrina insegna che il capo
dello Stato è investito divinamente (e ciò significa la consacrazione e
la incoronazione con rito religioso per parte del sacerdozio) di un
potere sopra tutti i cittadini; che esso ne è il sovrano per volere
diretto di dio (onde il titolo Per la grazia di dio) e indipendentemente
dal volere loro e da qualunque ragione naturale di Giustizia o di
bene comune (onde il precetto religioso: Obedite praepositis vestris
etiam discolis)\ e che quindi i citta- dini, per lo stesso arbitrario
volere divino, non sono altro che sudditi. La scienza ha fatto ragione
del principio religioso; revoluzione storica sociale del
politico. IP^II^KIIV idn,»»^ij5'tr«'isnfc#«^--xj' Il principio religioso è
il solito fenomeno psicologico volgare, onde, concepito l’astratto di un ordine
naturale di fatti, il medesimo astratto è pensato come una realtà fuori
degli stessi fatti e come causa di essi. Gli esseri viventi, ad esempio,
danno V astratto dalla vt^a, che non è se non la forma caratteristica
speciale che li distingue dai non viventi. Pel fenomeno psicologico
sud- detto si fece di questa vita una realtà atta ad introdursi in
questi esseri che lo possiedono e a renderli vivi con ciò. Cosi fu fatto
per l’Autorità. Per una illusione analoga; separata mentalmente dalla
funzionalità sociale, onde è un aspetto, fu collocata in dio, e di là si
è fatta valere a cagionare la funzionalità medesima. E qui,
come è ben noto, ci troviamo col solito abbaglio, del metodo metafisico, che
spiega la cosa e il fatto colla stessa cosa e collo stesso fatto. Come
nel de- rivare gli effetti fisiologici dell'Oppio dalla sua Virtù
dormitiva: per citare lo stesso esempio addotto da Pa- squale Villari nel
suo scritto intitolato e La Filosofa positiva e il Metodo storico » pubblicato
nel Politecnico di Milano, e che io qui ricordo perchè egli fu il primo che
ponesse la questione del Posi- tivismo (nel senso che ha oggi) in Italia,
e perchè una grande influenza anch' esso ebbe sopra l’indirizzo
delle riflessioni che finirono a produrre l'ordine attuale delle
mie idee filosofiche. Parlando poi della applicazione politica dello stesso
principio religioso basterà osservare come per essa il Potere è
concepito, non come Giustizia, ma come Prepotenza ed Usurpazione; onde si
ha la Prepotenza, ossia r Ingiustizia, eretta alla dignità di principio
inorale. Il che è bene scandaloso in una dottrina che pretende di essere
la salvaguardia unica possibile della Moralità. E questa
applicazione politica del principio religioso si trova poi corrispondere
precisamente ad uno stadio arretrato della evoluzione. Il
contrasto sociale (dal quale, come dimostrammo, dipende la riduzione
della Prepotenza e la sua trasformazione in Giustizia) si attestò da prima
nell' impero della religfiosità e della sua rappresentanza, cioè in quella
del sacerdozio. E allora si disse, il sovrano avere il potere da dio, ed essere
responsabile verso di lui dell'uso di esso; e il sacerdozio si atteggiò a
creatore e giudice del sovrano in nome di dio. Poi, venuta meno per
le ragioni storiche la forza effettiva del sacerdozio nella Società, e quindi
il peso del suo contrasto, la sovranità se ne emancipò, e il legittimismo
di ortodosso divenne eterodosso; cioè, riconoscendo ancora T esser suo
dal cielo, autore e giudice della so- vranità della terra, sottrasse però
questa alla elezione e al foro sacerdotale. Incontrastabile
veramente è il principio della filosofia etica tradizionale, che il
Diritto suppone la Autorità e che quindi questa si richiede pure per la
Mo- ralità. Ma si ragiona falsamente dicendo, che il Positivismo
viene a distruggere la Moralità, dal momento che toglie di mezzo
l'Autorità; sicché per salvare la Moralità si debba necessariamente
tornare alla filosofia tradizionale, che sola possa stabilire il principio
della Autorità. L'Autorità, il Positivismo, la pone anch' esso; e
con certezza, poiché ne trova il fatto nella Società e nella psiche
deir uomo civile, e ne dà la spiegazione partendo dalla osservazione di
ciò che succede realmente. E cosi la fissa scientificamente ne' suoi
termini veri e giusti, e la garantisce dal dubbio (fatale sempre in
materia di morale), e da ogni falsa, e dannosa, e immorale interpreta-
zione e applicazione. L'Autorità, che la filosofia tradizionale fa venire
dal cielo, è un sogno antiscientifico ed involgente una
contraddizione. Come avvertimmo un' altra volta, il comando divino – H.
Grice, “Perhaps Moses got things other than the 10 comms from Sinai”] imponente
il Dovere all' uomo è un principio immorale della Moralità, mentre in fondo è
la tirannia, o l'ingiustizia, in grado infinito. E mostrarono
d'essersene accorti gli stessi metafisici quando concedettero, che
il comando divino abbia da essere non ripugnante alla essenza stessa
delle cose, per cui riesca giusto, e dio che ne usa debba chiamarsi
santo. La stessa condizione po- sero anche per la sua Autorità; e cosi,
ammettendo una dipendenza di essa dalla essenza delle cose, fecero
di questa il primo e di dio il secondo, e quindi vennero a
disautorarlo. E r ammettere la condizione in discorso è poi
infine un riconoscere in modo indistinto la verità della nostra
dottrina, per la quale l'Autorità, non è un assoluto,. xm, un
relativo. Cioè l'Autorità è il relativo di qualche cosa che
si impone moralmente; vale a dire con una Responsabilità Sopra Capo
II, § II, n. ii. ..LUI «IVI verso una Sanzione, e quuidi verso
una reausione libera od umana: insomma verso la Sanzione sociale. Per
cui l'Autorità non può nascere se non nella Società degli uomini, e non
può essere se non una formazione naturale della sua attività
organica. Ma questa dottrina del positivismo circa l'Autorità pare anch'
essa contradditoria alla sua volta. Un Potere, come si disse, è una
Autorità in quanto conviene con una Idealità sociale ed è giudicabile
secondo questa; e quindi il suo esercizio è passibile di una
Responsabilità verso un Tribunale che dispone di una Sanzione per far
valere i principj secondo i quali sentenzia. Ora, siccome
tale è precisamente anche il Diritto, cosi l'Autorità viene ad essere
anch' essa un Diritto. Ma se l'Autorità è un Diritto, e il Diritto
lion è tale se non per l'Autorità subordinante che lo riconosca e
lo sancisca, come potrà darsi l'Autorità, non potendo essere che il
subordinante sia nello stesso tempo il subordinato? Per rispondere alla
difficoltà basta richiamare quanto fu detto sopra (i) della Giustizia
effettiva o giu- ridica, o del corpo sociale; e della potenziale, o dell'
in- dividuo. Ciò che sancisce l'Autorità suprema dello Stato
è in genere l' indistinto delle coscienze individuali, che vedemmo sopra
come esista e come operi. E che, in modo via via più distinto, si
concreta nelle prerogative proprie della gerarchia sociale (I) Capo I. i
VII. E COSI è tolta la contradd^ione obbiettata. Il
Diritto del subordinato è sancito dalla Autorità stabilita nella Società.
Il Diritto di questa Autorità è sancito anch' esso da qualche cosa. Ma
non da un' altra Autorità superiore a quella della Società, che non
può darsi: sibbene dalla potenzialità morale del corpo sociale
collettivo (o delle coscienze individuali) che si forma ed esiste e
funziona ed è efficace in r^ione e a misura che vige l'ordinamento effettivo
della Società. E questo vero è attestato dal fatto storico co-
stante della Società umana, nella quale sempre si è ma- nifestato questo
processo; da una parte, della Autorità stabilita che sancisce il Diritto
del subordinato; e dal- l'altra, della coscienza comune dei subordinati
che san- cisce il Diritto della Autorità stabilita. Questo
fatto è evidentissimo nella costituzione delle Società moderne più
avanzate, nelle quali é già ricono- sciuta anche legalmente la dipendenza
del Governo, in tutte le sue parti, dal beneplacito dei cittadini. In
tutte le sue parti; mentre ormai la irresponsabilità, o si limita
alla sola persona del capo supremo, o è tolta affatto anche per
questa. All' infuori del potere tirannico della forza e della
violenza di certe Società informi, che non è ancora l'Au- torità giusta
propriamente detta, ma la Prepotenza in- giusta, nei governi teocratici
la potenzialità morale del corpo sociale collettivo si manifesta nella
istituzione e dipendenza del Potere dalla religione. E nei governi
assoluti laici la potenzialità stessa si manifesta nella dipendenza del Potere
sovrano, che pure ivi ha luogo, da qualche cosa; come dalle
consuetudini, dalle caste, dagli ottimati e via discorrendo. Ed è
poi confermato il vero medesimo dalla distinzione, che sempre fu
riconosciuta, fra il Diritto reale e il potenziale; ossia, che è lo
stesso, fra il Diritto positivo e il naturale. Poiché,
scientificamente parlando, che è mai il Diritto naturale, se non la potenzialità
morale propria degli individui componenti la So- cietà. Il nostro
ragionamento ci ha condotto: Primo, a scoprire la vera indole del Diritto
naturale. Secondo, a spiegare con ciò V origine e la natura
vera della Autorità sociale. A darci il criterio per istabilire i
rapporti del Diritto naturale col positivo, tanto storici quanto
ideali. Il Diritto positivo è, come già dicemmo più volte, il
Potere quale è costituito e funziona nella Società umana; il Potere dei
subordinanti e quello dei subordinati, in quanto è riconosciuto fissato e
garantito dal primo. Vedi in proposito: Morale dei Positivisti Libro I, Parte
li. Capo IV. n. 15 e segg. ( Voi. Ili di queste Op. fil, nella
edizione del 1885, e pag. 131 e segg. nella ediz. del 1893 e del 1901, e
pag. 135 e segg. nella ediz. del 1908), e Parte HI, Capo I (pag. 129 e
segg. del medesimo nella ediz. del 1885, e pag. 135 e segg. nella
ediz. e del 1901, e pag. 139 e seg.
nella ediz. del 1908). — E questa Sociologia Capo I J VII
(principalmente n. 6) e J Vili (principalmente n. 3 e 4), e Capo II.? 11,
nota al n. Il Diritto naturale non è altro che il potenziale. Ossia
quello che corrisponde alle Idealità sociali, o giu- ste, o morali. £
alle Idealità sociali universe: tanto a quelle che si sono già avverate
nella psiche e nella co- scienza umana, quanto a quelle che non vi si sono
an- cora avverate, ma vi si possono avverare quandochesia. Dalle
quali definizioni enaerge che il Diritto positivo è determinato e giu-
stificato dal naturale; che il Diritto naturale è imprescrivibile, ed ha
un valore trascenclente assoluto, corrispondendo al va-- lore
trascendente assoluto della natura onde è il prodotto: come una forza o
una specie naturale qualunque, che l'uomo trova nella realtà e deve subirvi
e riconoscervi; che il Diritto naturale è universale, come la natura
umana, allo svolgimento proprio della quale cor- risponde.
Quarto, che il Diritto naturale è infinito. Il Diritto naturale è infinito, nel senso
posi- tivo della parola, spiegato nella Morale dei Positivisti (i).
Infinito cioè nel senso, che è una potenzialità inter- minabile nelle
serie e nelle forme de' suoi svolgimenti. Una potenzialità indistinta
atta a determinarsi nei fatti dei Diritti distinti che si verificano via
via senza fine, come i fatti in genere nella natura per la sua forza
ine- sauribile. E non mica un pensiero, o un sistema di pen- sieri,
già determinato e fissato in tutto il suo contenuto (Libro II, Parte III,
Capo I (pag. 255 e segg. del Voi. Ili di queste Op. fil,, neir ediz. del
1885 e pag. 268 nell'ediz. del 1893 e del 1901, e pag. 275 nella ediz. del
1908). e in una forma unica, nella mente di dio, come dà la
filosofìa tradizionale. La quale immiserisce meschinissimamente il
concetto del Diritto. Come immiserisce meschinissimamente il concetto
delle specie naturali delle piante e degli animali, riducendole ad un
numero chiuso di archetipi fissi pre- stabiliti in una mente
creatrice. Come realtà attuale, già distinta nella sua forma di
Diritto, questo è un fatto accidentale; è il risultato del caso dell'incontro
fortuito delle reazioni particolari che ne determinarono la effettuazione
reale, analogamente a ciò che avviene per ogtii fenomeno naturale, e come
nella Formazione naturale nel fatto del sistema solare dimostrai
importare la legge universale della Formazione naturale. Ma esso Diritto poteva
realizzarsi in un infinito numero di altri modi; come era possibile un
infinito altro numero di accidenti nella coincidenza produttrice
della serie degli eventi e della serie delle condizioni dell'uomo,
in cui si avverò la coincidenza. E, del pari, resta sempre infinito il
numero dei momenti evolutivi ulteriori, per la stessa ragione, e perchè V
attività naturale resta sempre inesauribile, e non si arresta al punto al
quale è arrivata in un dato momento. Dalle quali cose poi emerge
che tra il Diritto positivo e il naturale vi deve sempre essere lotta.
Tanto è lungi che il positivo (come discenderebbe dalle dot- trine
dell' etica tradizionale) sia T acquietamento definitivo del naturale; e che
questo, eflFettuatolo, riposi in (i) Vedi la Parte IV dello
stesso libro. - quello, e solo debba stare in guardia contro i
principj contrari (sia delle passioni ree dell' uomo, sia di
potenze sovrannaturali perverse) tendenti a disturbare V assetto
etico definitivo del mondo. Eterna è la lotta fra il «Diritto
positivo e il Diritto naturale. E non effetto della reità di nessuno, ma
dello stesso Processo del Bene. Il Diritto naturale lavora
continuamente a trasfor- mare il talento della Prepotenza egoistica, che
rimane nella Autorità vigente, in ijome della Idealità antiegoi-
stica. E la trasformazione, incominciata sopra il massimo della
Prepotenza, e continuata pei gradi insensibili infi- niti della sua
diminuzione, non è mai compiuta total- mente. Il Diritto
positivo di un dato momento è sempre in arretrato verso le Idealità
sociali più progredite, già al- beggianti nelle coscienze sociali. E la
evoluzione di que- ste Idealità, che, nate, si ribellano subito al Diritto
po- sitivo discordante per riformarlo ad immagine di se stesse, è
una evoluzione che mai non cessa. L’Autorità del subordinante e in pari
tempo, un suo Diritto. Soggiungiamo ora che anche il Diritto del
subor- dinato è, esso pure, una Autorità nel vero senso della
parola. Il Diritto del subordinato è si riconosciuto dalla Autorità
del subordinante, mai non è da questa creato. Esso esiste per sé in virtù
del fatto del suo comparire nella coscienza individuale. Se questo fatto
non si avesse, l'Au- torità del subordinante non potrebbe fare che fosse
il Diritto relativo. Dato che sia il fatto, la stessa Autorità non può
esimersi dall' ammettere il Diritto. Il Diritto del subordinante
quindi si impone per que- sto verso all'Autorità del subordinante, e
perciò è esso stesso una Autorità. Oltreché poi ogni Diritto, anche
di un subordinato, è sempre tanto o quanto subordinante, cioè atto
a determinare dei Doveri e dei Diritti correlativi. E questa
dottrina della autorevolezza intrinseca del Diritto del subordinato
(santo pel subordinante, come l'Autorità di questo è santa pel
subordinato), era sentita nella coscienza etica degli antichi, malgrado
il falso loro riferimento della cosa, quando all' ordine iniquo del
prin- cipe tendente a violare il Diritto naturale del suddito,
questo rispondeva: Se il principe comanda ciò che dio proibisce, o
proibisce ciò che dio comanda, l' ordine e il divieto del principe non
hanno valore per la coscienza. La dottrina positiva dell'Autorità e del
Diritto è liberale. Questa
dottrina (che è quella del liberalismo positivo) contrasta a due estremi
opposti; esiziali 1' uno e r altro alla Moralità vera. A quello del
Nichilismo del Diritto individuale della dottrina etico-religiosa dei metafisici;
e a quello del dichilismo deldiritto del Potere di un certo socialismo
materialistico. Il Diritto naturale e l'Autorità del Potere, che lo
riconosce, sono fatti naturali della Società, correlativi ruoo all'altro.
Onde» sopprimendo T uno di essi, sì sopprime anche V altro. Il Nichilismo
materialistico dunque, annullando l'Autorità del Potere viene ad
annullare lo «tesso Diritto individuale, che vorrebbe rimanesse col carattere
di Diritto unico ed assoluto* Il Diritto individuale è un effetto
dell' organismo sociale; e tanto che» tolto questo organismo, né potrebbe
formarsi, né perdurare, esistendo di già; come la funzione e il prodotto
speciale di un viscere particolare non è segregabile dall’organismo deir
animale e dai centri nervosi superiori, onde è determinata e regolata V
atti- vità di ogni sua parte. Si form<\ il viscere a misura che
si formarono i centri regolatori; si mantiene finché si mantengono i
rapporti di dipendenza da essi. E analogo è il caso del Diritto
individuale nel suo rapporto coli' Au- torità centrale. E
dunque liberale la dottrina positiva che, mante* nendo TAutorità
subordinante, può mantenere anche il Diritto dell' individuo. E, per
conseguenza, illiberale è quella del Nichilismo materialistico, poiché,
distruggendo questa Autorità, finisce con ciò a distruggere anche que*
sto Diritto. Ma la stessa dottrina positiva combatte, nel medesimo
tempo, il principio illiberale del Nichilismo teistico, dal quale non è
riconosciuto nelT individuo un Dìntto propriamente detto, o proveniente
dal suo essere stesso; ed è insegtiato essere il Diritto una
concessione gratuita di dio, che egli possa dare e togliere a suo
pia- dmento, e lasciare anche alla balia degli usurpatori della
sovranità, nei quali si debba in ogni caso riconoscere una Autorità che
non emani dal corpo sociale e sia ir- responsabile verso di esso. Il
positivismo combatte questo principio, stabilendo l'Autorità
originariamente ed inalienaòilmente risiedente neir individuo di
esercitare il suo naturale imperio sopra le cose, sopra di sé, sopra gli
altri. E mostrando, come la dipendenza dell' individuo dal Potere
subordinante non è quella dello schiavo, che è costretto colla violenza
dal padrone, e ne eseguisce i comandi suo malgrado, e col- r ira
incitante alla vendetta; ma è quella liberale di chi fa con persuasione e
con amore. E ciò perchè, l'Autorità giusta subordinante, l'individuo la
pone esso stesso pel Bene di tutti; anche se importa un sacrificio per
parte propria: la pone, la coltiva, la difende come cosa, propria, anzi
come suo proprio Diritto. Proponemmo quattro problemi fondamentali
da risolvere secondo il criterio positivo del Diritto e del Do-
vere prima indicato. Dei primi tre problemi abbiamo trattato nei
paragrafi successivi del Capo medesimo. Tratteremo in questo del
quarto, cioè circa il Diritto, non di Giustizia, ma di Carità Beneficenza, che
dir si voglia. Fin qui il nostro sagio ha voluto soddisfare a due
dei tre suoi intendimenti; cioè di dimostrcure che la Moralità, come è
spiegata nella filosofia positiva, com- prende, non solo gli atti della
Gitistizia propriamente detta, ma anche: Gli atti infiniti offensivi
non contemplati e uon contemplabili dalla Legge. I quali perciò,
esclusi dal campo della Giustizia propriamente detta, vanno at-
tribuiti a queir altro della pura Convenienza. Gli atti sindacabili soltanto
dalla coscienza intima dell' individuo in cui si avverano, e producenti
la sola reazione del Rimorso intemo. Trattando ora del quarto problema
suddetto, vedremo di soddisfare al terzo degli intenti propostici,
vale a dire di mostrare, che la Moralità, come è spiegata nella filosofia
positiva, comprende anche; Gli atti virtuosi, che V individuo potrebbe
fare e sarebbe bene facesse, e non è costretto a fare. Ossia quegli
atti, che non si attribuiscono né alla Giustizia né alla Convenienza, ma
alla Carità, come dicevano i mo- ralisti vecchi, o alla Filantropia o
Beneficenza, come di- rebbero i nuovi. Gli atti benefici nell*
Etica tradizionale. E noto che nell' Etica
tradizionale si stabiliscono due ordini diversi di atti buoni: Quelli
ai quali uno é tenuto per poter essere senza colpa, che si dicono atti di
Giustizia; e si riassumono nel detto: Non fare agli altri ciò che non
vuoi che sia fatto a te. Che é quindi un vero Precetto, E quelli che
uno può tralasciare senza diventare con ciò colpevole, che si dicono atti
di Carità o di Beneficenza, e si riassumono nel detto: Fa agli altri ciò
che vorresti fosse fatto a te. Che è quindi propriamente, non un
Precetto, ma un Consiglio, Ed è noto che 1' osservanza dei primi si dice
produrre la semplice Onestà morale; e la semplice Esenzione dalla punizione. E
che la pratica dei secondi pro- duce anche una Perfezione morale; e
quindi il Merito di un premio. Ed è noto ancora che, tra i
pronunciati morali appartenenti alla categoria dei Consigli miranti alla
mag- giore Perfezione morale, se ne pongono anche di quelli
relativi, non al bene da farsi agli altri, ma alla nobilita- zione interna
della Persona morale. Il principio del Bene morale non prescritto, e
quindi n&n obbligatorio o gratuito (che è un principio ve- rissimo,
anzi è il principio morale per eccellenza), l'Etica tradizionale, e non
potè mai riuscire a dedurlo rigorosa- mente, ed è, nel sistema di essa,
contradditorio. E regge solo nella dottrina dell'Etica positiva. E
ciò malgrado sembri a tutta prima che questa,, posta la dipendenza da
essa stabilita del fatto morale dalla Sanzione costringente, conduca ad
una conseguenza affatto opposta; a quella cioè di togliere di mezzo
quello che ora chiamammo (ed è senza dubbio) il principio morale per
eccellenza. L' Etica teologico-metafisica tradizionale si è accorta
dell' imbroglio che sta nella sua dottrina; e ha cercato di cavarsene
colla sua solita gherminella (rilevata stupendamente dal Mefistofele del
Faust di Goethe) di un vocabolo equivoco. Cioè col vocabolo Consiglio
contrap- posto a quello di Precetto. Il Bene morale
obbligatorio (ha detto V Etica teologico-metafisica tradizionale) è il Precetto
di dio, che non si può non seguire: il Bene morale gratuito invece è
il suo Consiglio da prudenza (Kantotle – Grice), che l'uomo può anche non
seguire. Ma ciò non è altro, come dicemmo, che una
gherminella. La mentalità divina del Bene morale, onde partono i
metafisici in discorso, derivandone tanto il Precetto quanto il Consiglio
da prudenza (Kantotle – Grice), sta, secondo loro, colla ragione divina dell'
Ordine morale. Ora si può domandare: L' Ordine morale
metafisico, ragione del Bene, è esso esigenza assoluta dell' essere
proprio delle cose che ri- guarda? E allora è necessario che sia Precetto
tutto il Bene. O sta invece che l'Ordine morale sia il puro bene-
placito di dio, il quale possa stabilirlo arbitrariamente in un dato
modo, e di due sorta, cioè uno da esigersi inesorabilmente, e un altro da
consigliarsi soltanto e quindi da permettere che sia anche violato da chi
voglia? E allora il Bene morale, anche quello prescritto, non ha un
valore assoluto; e si può supporre che dio po- tesse non averlo voluto,
come si suppone dagli stessi me- tafisici, che egli potesse non aver
voluto creare il mondo. Si può supporre insomma, che il male sia male
solo perchè dio r ha decretato, e che egli avesse potuto decre- tare che
non lo fosse. Il che sarebbe la distruzione pili radicale immaginabile
della Moralità. E da questo dilemma non si scappa. Cosa ben curiosa e
ridicola il sistema etico della filosofia sana, anche da questo punto di
vistai Secondo questa filosofia sana un uomo sa che dio io consiglia
ad un Bene che egli potrebbe fare benissimo; e sa che con ciò darebbe soddisfazione
a lui che deve amare sopra ogni cosa: ma quest' uomo non si cura, né
del Bene per sé, né dell'autorità di dio che lo invita a farlo, né del
dispiacere che gli reca trascurandolo; e ciò per la preferenza data a un
proprio interesse egoistico contrario: e tuttavia il medesimo uomo rimane
dopo tutto questo esente da colpa, e nella grazia dello stesso dio
cosi postergato. L' imbroglio e l’assurdo della distinzione tra il precetto
e il Consiglio (di prudenza – Kant – Grice – Kantotle) dipende dalla
distinzione falsa, posta dai moralisti in discorso nella stessa ragione
di- vina del Bene morale, del Bene doveroso e di quello non
doveroso, corrispondente all' altra distinzione falsa, di un Ordine
morale che dio voglia necessariamente e di uri Ordine morale che egli
voglia arbitrariamente; e che è la conseguenza di un principio ontologico
fondamentale erroneo circa le leggi dell' essere e della causalità in
generale e della provvidenza in particolare. Nel principio ontologico al
quale alludiamo si accoz- zano, in modo confuso e contradditorio, il
necessario e r arbitrario, come nell' Etica corrispondente la
Moralità determinata dalla ragione assoluta dell' essere e quella
determinata dalla ragione di un comando arbitrario. E per un processo
logico analogo. Il concetto del necessario e dell'assoluto deriva
dalla osservazione della costanza delle leggi naturali dove que-
ste appariscono a tutti. Il concetto dell' accidentale e del-
l'arbitrario deriva dalla osservazione dei fatti, che nella apparenza non
si connettono necessariamente a cause na- turali, onde si attribuiscono
all' intervento diretto volta per volta dell' arbitrio divino; come, pel
volgo, la piog- colare della povertà (che anzi questa sublimità per sé
la povertà non V ha niente affatto, se non ha invece la qua- lità
opposta); ma bensì se mai fosse V effetto inevitabile di una azione o
giusta o caritatevole, sì che uno non a- vesse potuto rimaner giusto se
non si fosse rassegnato ad incontrare la povertà, o avesse sofferto
perfino di subirla per un maggior bene altrui.E così la povertà
volontaria può essere anche pel po- sitivista una cosa sublime ed eroica.
Mentre in caso di- verso egli la direbbe una stoltezza ridicola e riprovevole.
Che se pel religioso la elezione della povertà non è una stoltezza, ciò dipende
unicamente dalla circostanza che egli la riferisce ad uno scopo; cioè a quello
di gua- dagnare con essa il paradiso. Ma, se cessa così di essf re una
stoltezza, riesce però un atto al tutto egoistico e quindi ancora tutt' altro
che eroicamente morale. E merita una
speciale considerazione a questo proposito la dottrina relativa alla elemosina
e al dare a prestito. Ho un ricco, fatto proprio secondo lo spirito dell'E-
tica sana teologico-metafisica. Egli crede fermamente che r esser lui
nato ricco e destinato, senza lavorare, a go- di ogni genere,
mentre il povero non ha da coprirsi a- vendo freddo; se il ricco ha a sua
disposizione palazzi e ville, quando il povero manca di un tetto qualsiasi; se
il ricco imbandisce la propria mensa di cibi e vini costo- sissimi con
profusione, dove il povero manca della stessa polenta; se il ricco ha
cavalli e cocchi e servi che lo ajutano a fare niente, mentre il povero
si stima fortunato che altri gli offra per carità un lavoro che lo esaurisce
senza compensarlo; se al ricco si offrono tutti i pia- ceri da vicino e
da lontano (poiché non gli bastano quelli che può dargli il suo paese e
gli occorrono anche quelli che solo si trovano altrove), e questi gli sono
sempre perdonati quand' anche affatto eccessivi e corrompenti e illeciti
e scandalosi, quando il povero ne è privo al tutto ed è barbaramente rimproverato
pur dei pochissimi e grami che gli sia dato di procurarsi; se fa tutto questo
il ricco, non solo crede, secondo la sua sana morale (che sempre ha cura di
contrapporre ad un' altra diversa, detta da lui empia e sovversiva) di far uso
di un Diritto concessogli da dio per un gusto particolare di predilezione, ma
crede poi anche di adempiere ad nn Dovere: a quel Dovere che si chiama il Dovere
di vivere secondo il proprio stalo. Or bene questo ricco, fatto
secondo lo spirito dell’Etica sana teologico-metafisica, riconosce fra i
Doveri del proprio stato anche quello della elemosina, ritenendo che coir
adempirlo diventi, non solo buono (che lo è già senza la elemosina), ma ottimo,
ed in modo perfetto ed eroico. Ed è assai bello vedere come il
nostro ricco intenda la detta elemosina. C è da rilevarne proprio
la sublimila della morale onde ha lo spirito. Prima di tutto, se
egli si trova padrone di una so- stanza vistosissima ereditata nascendo
(quanta fatica, quanto studio, e quanto merito!), la sua proprietà è
cosa sacra, qualunque ne sia la origine antica: anche se in questa
origine fu accumulata colla frode e colla rapina. È cosa sacra, che gli
viene da dio stesso. E, se deve contribuire una parte piccola e superflua per
lui dell' aver suo, per concorrere alle spese dello Stato che glielo
di- fende, o per dare un pane insufficiente a chi si logora lavorando
penosamente per lui, che nulla fa e solò consuma godendo e corrompendo,
egli intende, nella goffaggine superlativa del suo pensiero, che l;operaio, che
suda per la scarsissima paga, e il funzionario pubblico, che si
sacri- fica pel meschino stipendio, della paga e dello stipendio
debbano arrossire come di suoi compassionevoli e gratuiti donativi, e
debbano riconoscere che, se faticando assai hanno poco da mangiare, anche
questo poco è tutta gene- rosità sua, per la quale si compiaccia di
largirlo, privandosi di una piccola parte di ciò che gli sovrabbonda. Ma
va più in là l’eroismo della sua generosità di dare del superfluo a chi non
ha di proprio se non il dovere di lavorare (quando. gliene danno) e di
soffrire. Va più in là; poiché, oltre pagare le imposte che non può
frodare, oltre angariare V operajo coir avarissimo com- penso dei servigi
avutine, esercita anche la viriti dell’eielosina. Non già impoverirsi per
ciò. E nemmeno restringere di nulla gli scialacqui demoralizzanti. Oibò!
Sarebbe questo un venir meno ai Doveri del proprio stato. E nem- meno
impiegarvi una, anche piccola, parte delle super- fluità più riprovevoli.
Tanto non occorre; e di gran lunga. Se, per cavarsi un capriccio
stimato come un nulla, il nostro ricco non bada a spendere un migliaio di
lire, una lira sola è anche troppo gettarla, come si farebbe di un
osso ad un cane, ad un vecchio cadente per la fame. Un pugno di monete di
rame, ecco quanto basta per a- dempiere al Dovere di perfezione della
elemosina, per essere morale in grado superlativo ed eroico, per
acquistare il merito -di un posto riservato in paradiso. Poiché
anche quelle miserabili monete di rame della elemosina non si intende mica
s'abbiano a gettare gratis. Né anche per sogno! Anche da esse, quantunque
non abbiano un valore apprezzabile per chi le getta, deve venire un
vantaggio: e un vantaggio assai grande; devono fruttare nientemeno che
una felicità eterna in un'altra vita. E la cosa va di suo piede. Il
povero, la cui vita fu uno strazio continuo, é ben giusto e naturale che
vada poi air inferno, essendo infine, un povero, un malvagio
mascalzone; mentre il ricco, che ha sempre goduto senza nessun merito,
deve essere premiato colla beatitudine del cielo, essen'do infine, un
ricco, una persona buona. Un pugno di piccole monete di rame; ecco
dunque la limosina del ricco, secondo l'Etica sana. Un pugno di
piccole monete di rame date all' impazzata ad una turba degradata di
accattoni che le implorino, facendo ressa e alzando le mani
supplichevoli, intorno al castello minac- cioso e al cocchio superbo, di
chi le getta loro col piglio del disprezzo. E questa turba di
accattoni degradati é poi neces- sario, secondo la stessa Eti.ca sana,
che ci sia anch'essa. Altrimenti come sarebbe possibile al ricco di avere
il vantaggio di procacciarsi il paradiso a si buon mercato, e di far
risplendere, al di sopra dei languenti per inopia, r orgoglio stupido
della ricchezza in tutta la forza della sua brutalità? Onde, nel
pensiero del nostro ricco (fatto secondo ìct spirito dell'Etica sana), è
cosa immoralissima e sovver- siva del Bene, che altri, come il
positivista, cerchi di to- gliere dalla Società l’ignominia
dell'accattonaggio: che consigli la Società a provvedere, non in
apparenza ma in realtà, V impotente, 1' ammalato, il disgraziato: e
senza degradarlo, e con un soccorso che apparisca un Diritto
riconosciuto in chi lo riceve, e non una elemosina che lo avvilisca; che
faccia opera affinchè il povero sia educato in modo da sentire il danno e
la vergogna di accattare il pane poltrendo neir ozio; e il vantaggio e la
soddisfa- zione confortevole di guadagnarselo nobilmente col pro-
prio lavoro. E, il sommo della immoralità della condotta del po-
sitivista, il nostro ricco la riscontra poi in questo; che, se si dà il caso
dell' incontro di un infelice bisognoso di soccorso, egli, il
positivista, glielo porga per puro sen- timento antiegoistico di umanità,
senza pensare punto allo interesse, né del paradiso né di nient' altro,
da ricavarne; e lo faccia senza avvilire chi riceve, comportandosi
con esso come il fratello col fratello; e nell' intento, non di
perpetuarne lo stato miserabile, che faccia risaltare meglio- il proprio
più decoroso, ma di agevolargli la via per uscirne al più presto, diventando un
suo pari. Dopo tutto però bisogna confessare che il no- stro ricco,
fatto secondo lo spirito dell' Etica sana, è logico. Ma le
conseguenze pratiche di tale sua logica ser- vono assai bene per farne
apprezzare i principj. Come, al contrario, la verità dei principj positivi
apparisce nelle conseguenze opposte or ora accennate, eminentemente
(ed esse sole) buone e morali. Certo si deve ammettere, che nella
Società (pur pre- valendo nelle dottrine dei maestri di morale il
concetto teologico-metafisico sopra descritto) si fece strada a
poco a poco, e per, la condotta individuale e per la direzione
delle cose pubbliche, V idea della beneficenza propugnata dal
positivismo, fondata sulla benevolenza effettiva che r uomo, diventato
buono, ha pe' suoi simili, stimati tutti avere gli stessi Diritti ai
beneficj della vita e della So- cietà; alla quale perciò incomba il
debito di provvedere normalmente, più che sia possibile utile e morale,
per gli infelici. Ma giò è V effetto della stessa natura, che opera
se- condo le sue leggi invincibilmente, senza e malgrado le teorie
dei filosofi. E qui pure, come in tutto il resto dei fatti etici,
essa natura ha dimostrato, che la Moralità non si attacca materialmente
ad un atto determinato circa. il quale dio abbia detto: Questo atto
voglio che sia un atto buono. E ha dimostrato che la Moralità consiste
invece nella stessa disposizione antiegoistica dell' animo, creata
dal vivere sociale; e per la quale V atto materiale (che per sé non è
moralmente né buono né cattivo) diventa buono, se la disposizione
relativa dell' animo è buona, e cattivo, se cattiva, E ha dimostrato che
non occorre, che un atto buono sia stato prescritto positivamente da
nes- suno, perchè si introduca nella pratica morale degli uo- mini,
e che questi lo eseguiscono anche senza e prima che sia stato prescritto.
Che anzi la prescrizione positiva medesima è pur essa non altro che V effetto
della disposi- zione potenziale degli individui precedentemente
forma- tasi neir animo moralizzato, nel modo sopra descritto. Un
discorso analogo si può fare circa il dare a prestito. L' Etica
religiosa, computandolo fra gli atti di beneficenza e volendo quindi che,
se altri lo eseguisce, abbia da, poterlo fare solamente sotto questo
riguardo, e conseguentemente senza interesse, ne sopprime la
funzione vitalissima per la prosperità commerciale ed industriale
nel meccanismo economico sociale; lasciando più libero il campo alle
imprese esiziali degli usurai; sottraendo il capitale all'ingegno e
all'operosità dei volonterosi; re- stringendo le fonti del benessere
pubblico e quindi della Moralità comune. E allora non sarà colpa
l'approfittarne per contravvenirla: e Vufficio del galantuomo sarà tulio
nello studio di elu^ dere la Legge, E vi riuscirà, più o meno sempre,
es- sendo verissimo V adagio: Fatta la Legge, trovato V in- ganno.
Ed ecco il galantuomo inappuntabile dell'Etica sana. Quanto diverso, e più
veramente galantuomo, quello del positivismo, che l'Etica sana dice
sovversione, distruzione, negazione della Moralità. Lo scopo dell'
attività umana congegnata insieme nell’organismo sociale è di produrre nella
coscienza degli individui la Idealità morale antiegoistica, atta a
muoverne la volontà a fare il Bene. Fino a che l'individuo, questa
Idealità, non ha potuto formarsela, è un infelice da com- passionarsi,
come il selvaggio che non ha appreso da una Società colta a procurarsi
ciò che forma il benessere e il decoro di un uomo. Si faccia dunque ogni
sforzo per isvolgerne le facoltà etiche onde egli goda del bene di
avere il carattere dell' essere morale. — • 2og — Una volta che Tuomo sia tale,
egli fa il Bene in virtù della Idealità, che è viva in lui e impulsiva per sé
del suo volere. Impulsiva per sé: tanto pel Bene della Giustizia propriamente
detta quanto per quello della beneficenza. Impulsiva sempre; ogni volta che si
presenti V occa- sione di ravvivarsi nella coscienza. Operatrice del Bene
nella stessa misura della sua im- palsività, ossia del suo esserci.
Impulsiva finalmente pel solo fatto di esserci; e senza la scappatoja
immorale del difettò, o nella promulgazione della Legge, o nella sua
redazione negli articoli del co" dice. Poiché, come dimostrammo già
più volte, l'Idealità morale, essendo essa la Giustizia potenziale, non
segue (come vaneggia la filosofia da noi riprovata), ma precede la
Legge propriamente detta; e quindi esiste nella coscienza (ancor prima della
redazione scritta di una Legge e della sua promulgazione) un suo dettato
e una sua an- nunciazione, che integra qualunque difetto della
redazione e della promulgazione positiva; e conseguentemente im- pedisce
che la Legge e il suo spirito siano ipocritamente dissimulati e
dolosamente elusi. Il Bene di perfezione non obbligatoria, la vecchia
Etica teologico-filosofica, lo ravvisò anche negli stessi atti della
Giustizia propriamente detta. E in vero essa insegna, come notammi^
altrove, che, se la volontà si decide a questi atti unicamente
perchè premuta dalla minaccia del castigo sancito per essi, si ha
solo la Giustizia e non la perfezione; e la perfezione si raggiunge,
eseguendo gli atti della Giustizia indipendentemente dalla minaccia del castigo
e per la pura soddisfazione di fare le cose giuste. Ed è giustissima
questa distinzione fra il primo e il secondo genere della deliberazione
volontaria rispetto ad un medesimo atto obbligatorio. E l'etica positiva la
ripete e la mantiene anche per conto suo. E ne approfitta per argomentarne ad
hominem contro TEtica vecchia. Poi- ché questa colla distinzione in discorso
(che è una prova della verità dei principj della nostra Etica sperimentale)
mette a nudo il proprio difetto per gli artificj, ai quali deve ricorrere
affine di conciliarla colle sue teoriche; e per le incongfruenze che, malgrado
gli artificj stessi, vi risultano. Notiamo, per esempio, l’incongruenza
relativa alla distinzione tra T atto di rigorosa Giustizia e V atto gra- tuito,
al quale essa annette il carattere di perfezione mo- rale. Qui non si tratta
più di un Bene supererogatorio, e tuttavia vi trova il carattere della stessa
perfezione. La quale incongruenza svanisce subito partendo dai principj da noi
esposti dell'Etica positiva. L' essenza dell' atto morale propriamente tale,
ossia di perfezione, di un'atto che ecceda l' efifetto diretto della minaccia
del castigo, consiste, come dicemmo, nella atti- tudine del volere a esegfuire l’atto
indipendentemente dalla eccitazione esterna della Sanzione del castigo minacciato.
E questa attitudine si ha quando, per effetto appunto della applicazione della
eccitazione esterna medesima, a poco a poco si ingenerò e si rinforzò la dispo-
sizione psichica impulsiva per sé; e tanto, che, divenuta questa una autonomia
morale, ha da sé quanto basta per agire, senza bisogno di esservi ajutata dalla
eccitazione della minaccia esteriore. Il che in qualche maniera é ammesso anche
dall' E- tica vecchia, che pur riconosce la detta spontaneità mo- rale,
ricorrendo però per ispiegarla al sogno della grazia di dio, che sostituisca il
timore del castigo all' uopo di muovere la volontà al Bene. Coi principj
dell'Etica positiva é dunque spiegata nel modo più ovvio e conseguente 1'
analogia che corre tra r atto della stretta Giustizia eseguito per pura bontà
d' animo, e l' atto della beneficenza in pari modo prodotto; e come ambedue
possano avere cosi egualmente il carattere della Moralità perfetta. Molto più
che è precisamente la spontaneità di operare la Giustizia (ossia lo Giustizia
potenziale) che, precedendola, promuove la legislazione positiva colla rela-
tiva Sanzione costringente (come dimostrammo). Ed é la stessa spontaneità che
ne mantiene il vigore. Chi ha in sé l'amore alla Giustizia si fa autore diretto
o indiretto della Legge, la difende, e concorre a renderla efficace e a
vendicarla, se violata. E non impegna persé la forza del Potere, lasciandola
disponibile interamente all' utile comune della Società. Dalle quali cose si trae
un nuovo argomento in favore del principio etico positivo in confronto col me-
tafisico tradizionale. Nella formazione della Moralità umana, secondo le cose
dette, va considerato il momento disponente alla for- mazione stessa, e il
momento della Moralità già attuata neir animo. Il momento disponente si ha nel
cedere che fa il volere alla eccitazione che le viene esternamente dalla
Sanzione della Legge. Il momento della Moralità già attuata si ha nella
spontaneità acquistata dallo stesso volere air azione giusta e buona senza il
bisogno della suddetta eccitazione. Or bene: il principio etico metafisico,
onde la ragione deir atto morale è riferita al motivo della pena e del premio,
contempla la Moralità nel Momento dispo- nente, vale a dire quando essa non è
ancora la Moralità già fatta: dove il principio etico positivo, pel quale la
ragione dell' atto è nell' Idealità sociale impulsiva per sé, contempla la
Moralità proprio nel momento nel quale essa esiste veramente nella disposizione
effettiva del volere. § VII. La virtic, il merito e il premio. Ora poi, esposte
le quattro considerazioni pro- posteci, e confermata cosi e chiarita pienamente
la dot- trina positiva riguardante gli atti cosidetti di carità o beneficenza,
possiamo anche iritendere più compiutamente e precisamente, che sia ciò che si
chiama la viriti e il me-' rito, nel loro senso distinto e proprio. Pl'lt.l.J *
— Tr"»T' ^r- Il merito è la proprietà della virtù, come tale; e non del
semplice atto morale. E la virtù è una disposizione esistente realmente
nell'uomo virtuoso. Il che, come sia, è chiaro dalle cose dette sopra. Cosi la
scienza è V attitudine particolare dello scien; ziato. Ed essendo la virtù una
disposizione reale dell'uomo virtuoso, questo per ciò è un essere diverso
dall'uomo non virtuoso; poiché in questo secondo non esiste la potenza etica,
che esiste nel primo. E questo vero è stato riconosciuto (quantunque con-
fusamente e in contraddizione col loro principio (i)) dai moralisti della
chiesa, in quanto per essi il merito e la virtù richiedono la presenza
nell'anima di una attività spe- ciale, vale a dire di ciò che da loro è
chiamato, la grazia. Se qualcheduno osservasse che noi, col ricor- rere alle
dottrine dei teologi cattolici per trarne una con- ferma dei dettati del
positivismo, tiriamo in campo inse- gnamenti già abbandonati dalla stessa
filosofia etico-me- tafisica che combattiamo, e che quindi facciamo opera
inutile (come anche oppugnando il dogma della grazia, che è voler sfondare una
porta aperta, non credendo ad esso oramai più nessuno dei moralisti metafisici
non teo- logi), soggiungeremo che la teoria dei metafisici non teo- logi non è
che un riflesso sparuto della dottrina teolo- Vedi Morale dei Positivisti Libro
li, Parte I, Capo II, n. 26, 27 e 28 (pag. 224 e segg. del Voi. Ili di queste
_Op, fil, nella ediz. del 1885, e pag. 234 e segg. nella edìz. del 1893 e del
1901, e pag. 241 e segg. nella ediz. del 1908). •'^gica patristico-scolastica
precedente; e che ne ha eredi- tato i difetti perdendone i pregi; rimanendo
cosi una superficialità destituita anche di quel valore scientifico, che
bisogna pure riconoscere, anzi ammirare, nella metafisica ecclesiastica. Gli
autori della quale furono grandi pensatori che, se non poterono arrivare alla
soluzione positiva del pro- blema morale (ed era impossibile al loro tempo e
nelle loro circostanze), ne ebbero però dei presentimenti. E il principale fra
questi pensatori fu S. Agostino vescovo di Ippona, il cui genio potè a ragione
essere messo allato a quello del divino Platone. La dottrina della grazia,
relativamente al fatto morale, è analoga alla dottrina della forza creativa,
rela- tivamente al fatto fisico. Il corpo agisce fisicamente perchè ha in sé la
pro- prietà di farlo. Del pari T uomo agisce moralmente per- chè ha in sé la
proprietà di agire cosi. Per ispiegare V azione fisica gli antichi supponevano
la produzione della proprietà relativa nel corpo per parte della onnipotenza
divina. E così davano una ragione della azione fisica stessa quantunque falsa.
Il positivismo (come dimostrai nel libro della Formazione naturale nel fatto
del sistema solare) trova che la proprietà del corpo di agire fisicamente è la
stessa sua costituzione naturale. E così spiega Y azione fisica in modo analogo
a quello degli antichi: ma colla differenza che, dove questi considerano la
proprietà introdotta nel corpo arbitrariamente da dio nel crearlo (che è contro
l' insegnamento del fatto), il positivista considera la proprietà connaturale
al corpo medesimo. Nella evoluzione scientifica, onde si passò dalla
spiegazione antica della azione fisica alla positiva attuale, tra quella e
questa si formò una spiegazione ibrida e con- tradditoria; la quale, da una
parte, riconosceva l’appartenenza della proprietà al corpo, proclamandola
quindi una naturalità; e, dall'altra, riconosceva ancora dio quale primo autore
di ogni naturalità; il che è una incon- gruenza scientifica, ed è il vizio
capitale della dottrina teistica, come si trova ad esempio nel sistema del
padre Secchi.Tale e quale la storia della evoluzione della dottrina etica. La
virtù, o la proprietà psichica specifica dell'uomo morale, i teologi cattolici
la supponevano un dono santo e sovrannaturale di dio. Il positivismo invece
trova che tale proprietà santa è la stessa costituzione che potè acquistare la
psiche umana per 1* azione esercitata sovr' essa dalla Società; ed è quindi una
naturalità nel senso asso- luto della parola. La dottrina ibrida intermedia dei
metafisici non teologi rende confuso econtraddittorio il con- cetto, pur
semplice e chiaro, escogitato dai teologi, della proprietà etica infusa come
grazia diviua. Rende, dico, confuso e contradditorio questo concetto in quanto,
da una parte, negano V intervento diretto dell' azione divina sulla volontà, e,
dall'altra, ne mantengono la indiretta. Il merito è l' indice della virtù. Esso
è quindi per ogni atto virtuoso in ragione inversa dell'intervento del motivo
estemo nella spinta alla deliberazione volontaria. Appunto come la virtù, la
quale, essendo la pro- pensione ad astenersi dal Male e a fare il Bene
ingeneratasi neir animo per le vie già indicate, tanto più ha in W-Vfl«-JJJ
«.P., —sé di intensità quanto meno ha bisogno di essere mossa dal
costringimento della minaccia del castigo e dall'ade» scamento della
prospettiva di un vantaggio. Per conseguenza, minimo è il merito nelle azioni
buone dipendenti al tutto dalla diretta efficacia della loro Sanzione
esteriore: come in quelle che si fanno perchè imposte dalle Leggi positive. Ed
è massimo nelle azioni buone per nulla determinate da motivo di fuori: come in
quelle del Bene gratuito o supererogatorio, o di carità e beneficenza, per le
quali, o non esiste Sanzione positiva determinata, o, esistendo, non si
considera da chi le fa. Ma la stessa osservanza della Legge avente 4a sua
Sanzione può in un uomo, indipendentemente dal ri- gfuardo della Sanzione
stessa, essere determinatadallavirtùformatasi in lui di eseguirla solo perchè
giusta, come vedemmo sopra nella osservazione quarta, E così anche per questa
osservanza può aversi un grado di me- rito: e per questo distinguersi nella
Società il semplice galantuomo (o quello che non può essere messo in pri-»
gione perchè non fu còlto a delinquere) dall' uomo virtuoso, che è stimato non
disposto a mancare agli obblighi del cittadino anche aboliti il Tribunale e il
carcere. L' uomo, per la formazione che in lui si veri* fichi della energia
morale o della virtù, diventa un essere fornito di una eccellenzaparticolare;
cioè della eccellenza dignità o prerogativa d’essere morale. E il fatto è
analogo a quello, per esempio, della for- mazione della energia vitale nel
corpo materiale, per la quale questo si distingue fra le cose come ESSERE VIVENTE.
Il premio, in relazione alla Moralità, o è una sua causa, o è un suo effetto.
Come causa è la Sanzione allettatrice della quale par- lammo nel paragrafo
quarto al numero sette. E con ciò si comprende percliè alla osservanza della
Legge imposta colla minaccia di una Sanzione punitrice, ed eseguita per
evitarla, non si addica la ragione di un premio, ma solo la esenzione dal
castigo. Con questo la Società si difende dalla offesa dell' individuo; dal
quale si procura invece l'opera utile della beneficenza colla offerta di un
van- taggio. Dove è da considerare che la offerta stessa, fa- cendosi più per r
utile dell' azione che per la sua Mora- lità, non si differenzia da quella che
si fa in generale per la prestazione dell' opera volontaria da chi la desidera,
cominciando dai premj dei concorsi riguardanti o un libro, una cosa d' arte, o
una invenzione scientifica, meccanica, industriale, o un' impresa, e venendo
fino allo stipendio dell'impiegato e alla mercede giornaliera dell' operajo.
Come semplice effetto il premio è la conseguenza spontanea del merito; ed è
l’espressione onde altri lo riconosce. Sotto questo riguardo anche la semplice
osserva- vanza della Legge punitrice può avere una ragione di premio, se V
osservanza avviene nel senso detto sopra al numero sei, parlando dell'' uomo
virtuoso. E il premio consiate in questo caso, oltreché nella stima comune,
anche in ciò, che questo uomo virtuoso è considerato siccome il rappresentante
nato della Legge e del Diritto, come spiegheremo meglio in seguito. Il premio
conseguente al merito della virtù è una naturalità non determinata positivamente.
In generale si restringe alla stima e alla venerazione degli uomini pel
virtuoso; la quale non è altro che la reazione spontanea sociale di fronte al
Bene morale, e quindi si produce negli uomini in ragione che sono buoni, ossia
bene di- sposti moralmente. Ma alla detta stim^ e venerazione si possono
accompagnare anche vantaggi di posizione sociale e di benessere materiale. La
mancanza del premio o della espressione del riconoscimento del merito, quando
si verifica, è una ingiustizia, ma non distoglie dalla virtù chi ha la pro-
prietà di averla; essendoché la virtù è per sé, e basta a se stessa. E non si
addice il nome di virtù a quella disposi- zione a fare il Bene che sia
determinata proprio dalla sola idea di averne la rimunerazione; secondo V
osserva- zione sublime del Vangelo su quelli che fanno il Bene per essere
veduti e rimeritati dagli altri.Esso dice di loro giustissimamente, che
rimangono così senza il merito della virtù, essendo già pagati per quello che
hanno fatto egoisticamente in vista della ricompensa. Il che però non vuol dire
che il virtuoso non apprezzi la lode e l’ammirazione altrui e non se ne
soddisfi. Nobilissimo sentimento é questo di fare stima e di sod- disfarsi del
giudizio morale degli uomini che apprezzano e ammirano la virtù; e più che di
vantaggi materiali anche grandi. E di ciò parlai nel mio Discorso su POMPONAZZI
(si vda), dicendo del pensatore, che esso ama la solitudine. Ma non perchè sia
privo di sentimenti benevoli, che anzi in lui si trovano più generosi; mentre
nulla tanto disavvezza dall' egoismo, quanto la scuola delle idee. ^^P". E nemmeno perchè non apprezzi la stima e la
lode degli uomini; che, invece, in nessuno la passione della gloria è più viva,
che in lui. E, nobilmente altero della sua oscurità, solo egli rinuncia
sdegnosamente all' onore, che si acquista colle umili arti. Sciolto cosi il problema propostoci,
riguardante r azione benefattrice e la virtù che porta ad essa, gioverà
fermarci a considerare il fatto dell' Ordine morale, e la naturalità della sua
formazione. Circa la FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DELL' ORDINE MORALE, in
quanto questo fatto è un Ordine, alle cose dette alla fine del Capo precedente
e a quelle più generali esposte nel libro della FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO
DEL SISTEMA SOLARE e nel lavoro s\x\Y Inconosciòile di Spencer (4), qui ci
proponiamo di aggiungerne una nuova. 3. — L' insufficienza e quindi la falsità
del principio assoluto, che un Ordine qualunque naturale presupponga (Vedi pag.
51 del Voi. I di queste Op, fil, nella ediz. del 1S82, ^ P3&- 54 nell'edìz.
del 1908). (2) \ VII. Vedi sopratutto V Appendice sul Caso e s%%%. del ). una Mente, che lo abbia
concepito anteriormente e pre- disposto, emerge: Primo. Dalla considerazione
che ciò che si chiama, la mente, è il fatto stesso della formazione psichica
umana svolgentesi da ciò che non è ancor tale: onde la stessa Mente è per tal
verso, essa pure, un effetto, come tutti gli altri avvenimenti naturali.
Secondo. Dalla considerazione che, se la Mente (sorta per graduale isvolgimento
da ciò che non era tale), è an- ch' essa la causa dell' Ordine che è
subordinato alla sua efficienzaspecifica, sono del pari cause di Ordini
subordinati propri anche tutte le altre formazioni naturali: anche quelle
puramente meccaniche e fisiche. Sicché la il- lazione che 5i fa per la Mente,
come ragione dell'Ordine, vale tanto quanto la illazione identica che si faccia
per l'agente puramente fisico e meccanico. E in effetto, se r analisi del fatto
mentale vi discopre gli elementi e le ragioni della sua efficienza ordinatrice,
anche l'analisi del fatto puramente fisico e meccanico vi rintraccia pure gli
elementi e le ragioni della sua analoga efficienza ordinatrice. Né più, né
meno. Dalla considerazione che I' efficienza ordina- trice della Mente, da una
parte, si estende solo alla sfera dell' ambiente da essa abbracciato, e quindi
è impotente al di fuori di questa; e, dall'altra, essa stessa suppone un
ambiente maggiore nel quale si forma e che la fa essere: un ambiente che é, non
una Mente, ma qualchecosa di puramente meccanico e fisico. Sicché, paragonando
in- sieme le due formazioni ordinatrici (cioè la formazione meccanico-fisica, e
quella della Mente), la prima è più ampia della seconda e quindi superiore ed
anteriore ad essa. Dalla considerazione che l'Ordine, che realmente si trova
esistere in un dato punto della natura e in un dato momento del tempo, non è V
effettuazione di un disegno, nel quale fosse stabilita la serie degli atti
occorrenti alla effettuazione stessa, fino all'ultimo, cioè a quello del
compimento dell' Ordine contemplato. No. Nella linea del tempo questo ordine ha
la sua ragione in un primo che è fuori della Mente: cioè nelle stesse possibi-
lità di svolgimento verso un Ordine proprie dell' essere naturale attivo. Nella
linea dello spazio poi 1' Ordine in discorso ha tante ragioni quanti sono gli
incontri fortuiti subiti dall' essere naturale attivo nel corso del suo
svolgimento; in modo che ad ogni incontro lo svolgimento stesso devia
accidentalmente dalla sua direzione prece- dente, e quindi V ordine ultimo non
corrisponde più alla virtualità Iniziale dell' essere che si svolge, ma solo a
quella diversissima e puramente casuale portata dall' in- contro ultimamente
subito. In una parola, la Mente, né pone il disegno dell' Ordine, che è già
nell' essere natu- rale stesso, né lo eseguisce come l'aveva disegnato, poiché
la esecuzione sempre ne differisce per opera degli agenti naturali casualmente
concorrenti. Fra i quali può benissimo essere anche la mente stessa (che è pure
una attività naturale), ma 'solo con analoga accidentale effi- cienza. Ciò fu
già chiarito a lungo e dimostrato con argomenti positivi nelle trattazioni
sopra citate. Ora faremo un ragionamento che suppone i suddetti. ne discende e
li completa: ed è poi senz' altro la semplice constatazione logica del fatto dato
dalla osservazione. La teoria metafisica, onde si pone in una Mente la ragione
dell' Ordine delle cose, è basata sopra i due falsi supposti, che il disegno
finale della Mente preceda al tutto la esecuzione estema, e che l'adattamento
delle parti nel tutto reale effettuato sia stato determinato dal concetto
medesimo di esso tutto; sicché questo sia asso- lutamente un fine e le parti
siano assolutamente mezzi; e non il contrario. Il secondo falso supposto deriva
dalla osservazione superficiale ed illudente della specie già formata, che
apparisce come un ultimo, ossia come un fine. Anche perchè la specie è di una
stabilità relativamente grandissima per rispetto alla esperienza dell' uomo.
Egli, trovandone già r esistenza anteriormente alle mutazioni conosciute, la
im- magina realizzata nella sua interezza attuale fino dal suo principio: e,
non essendogli dato di essere testimonio del suo trapasso in una specie nuova,
ritiene che sia desti- nata a durare inalterata fin che dura il mondo. E cosi
si forma il proprio concetto della specie, che, o sia come è, o non sia punto.
E, siccome la esistenza di una specie im- plica quella delle parti onde
risulta, cosi l'uomo pensa che queste non siano altro che i mezzi necessari al
fine di essa, e quindi siano il trovato ingegnoso di una Mente; la quale,
formatasi da prima il disegno della specie, sia passata poi a divisare le parti
occorrenti alla sua realiz- zazione. Il primo falso supposto poi deriva dalla
esperienza del fatto della Idealità dell' arte, che è qualchecosa di re-
lativamente compiuto e fisso, e che si comunica qual' è da uomo a uomo: e in un
modo che uno avendone la co- gnizione e segtiendone la rappresentazione
mentale, è atto ad eseguire addirittura, senza tentennamenti e prove im-
perfette, un' opera definitiva, predisponendo e coordinando all'uopo tutto ciò
che si esige. perchè riesca nella realtà quale si concepisce. I metafisici
fanno i due detti falsi supposti, commettendo l’errore di considerare il tempo
della osser- vazione siccome una eternità, nella quale non sia diffe- renza tra
un momento e l’altro della esistenza; mentre invece nella durata reale i
momenti sono effettivamente diversi l'uno dall'altro, ed essa nei precedenti va
diven- tando ciò che risulta poi nei successivi, cessando in questi quello che
era nei primi. L'essere naturale esiste trasformandosi (i); e, nella linea
infinita del tempo, solo per un tratto di questo si trova in una forma che
svanisce col venire del successivo. La specie è questa forma, instabile come il
tempo del quale è figlia. Si muta insensibilmente nel mentre che pare persista
la medesima, come il posto del Sole in cielo che sembra fermo a chi lo guarda.
E ciò vale tanto per la specie, quale complesso di parti, quanto per la parte
coordinata nella specie. L' una e l' altra soggiace del pari al fato del
mutamento. E cosi n) Vedi per ciò 1’Osservazione III del libro della Formazione
naiuraie nel fatto del Sistema solare e sopratutto il J X (p-ig. 193 del Voi.
II di queste Op, fil. nella ediz. del 1884, pag. 204 nella ediz. del 1899, e
pag. 209 nella ediz. del 1908). la parte viene ad essere, non solo un mezzo, ma
anche un fine, come la specie; e questa, non solo un fine, ma anche un mezzo,
come la parte. Molto più che nella na- tura nessuna cosa è tanto una specie,
che non sia nello stesso tempo semplice parte in una specie più grande; e
nessuna cosa tanto è una parte che non sia nello stesso tempo una specie per
sé. E nella natura medesima non è la esigenza a priori di una specie, destinata
ad esistere, che abbia determi- nato il farsi delle parti occorrenti alla sua
esistenza, se- condo il divisamento precorso di una mente ragionatrice: ma è la
esistenza avveratasi delle stesse parti costitutrici che ha determinato la
formazione della specie, quale si trova in effetto nella realtà. Se le cause
naturali relative (indipendentemente af- fatto da un concetto della specie che
non era prima della esistenza reale di essa) non avessero prodotto le parti
costitutive della specie, questa non si sarebbe realizzata. E se le cause
naturali avessero prodotto le parti in modo diverso, la specie si sarebbe
realizzata diversamente. La CO-ORDINAZIONE quindi delle parti alla specie, come
del mezzo al fine, è una coordinazione a posteriori. Non può esistere la specie
qual' è senza le parti occorrenti; e se esiste la specie è solo pel caso
avvenuto della formazione delle parti richiestevi. Per ciò, se la parte è il
mezzo a cui consegue il fine della specie, questo mezzo non è un effetto (come
è sup- posto nella teoria metafisica della Mente che è determi- nata a
ricorrervi dalla necessità del fine della specie); ma è la stessa causa della
specie. E quindi, se si vuol chiamare la specie un fine, ciò va inteso come
dell' effetto che segue la sua causa, e non viceversa, come nella teoria che
ripudiamo. Così, se si avverasse che il tronco di un albero per un accidente
qualunque cadesse sopra un altro tronco in modo da stare sovr' esso in bilico,
e questo fatto dello stare in bilico lo si prendesse come un fine, apparireb-
bero mezzi per ottenerlo la esistenza sotto il caduto di queir altro tronco
colla sua sufficiente resistenza a non piegarsi e rompersi, e T esservi dato
sopra il tronco in bilico col centro della sua gravità. Ma qui il detto fine,
nessuno lo direbbe la causa precedente del fatto; nessuno direbbe i detti mezzi
degli effettivenuti dopo, ossia di- visati e predisposti da una Mente
consecutivamente al pensiero di avere un tronco in bilico sopra un altro. Non
altrimenti è la cosa nel fatto della Idea- lità e dell'Arte umana, e in genere
di tutto ciò che si chiama il disegno ordinatore della Mente. La Mente e il suo
disegno sono fatti della natura, analoghi a tutti gli altri in essa
verificantisi nella sfera biologica e nella inorganica; e quindi soggetti alle
stesse leggi: sono casualità, come la produzione di una specie o la caduta or
ora accennata di un albero sopra un altro. Quando un dato disegno è già un
fatto compiuto, al- lora certo può rimanere un certo tempo come è riuscito; ed
essere trasmesso da uomo ad uomo; e servire per pro- durre addirittura l’opera
corrispondente, e per predisporre e coordinarvi le parti come mezzi al fine
dell'opera stessa; e in modo che questo fine venga ad essere proprio la causa
di dovere divisare i mezzi relativi, e il divisamento di questi mezzi venga ad
essere l’effetto di aver voluto r opera. Ma ciò non succede soltanto per la mente
e pel suo disegno: che succede lo stesso anche per la specie fisica, una volta
che sìa g^ià un fatto compiuto. Una volta che esista g^à la gallina, essa potrà
pro- durre un' altra gallina. Cosi un bruco nato da un altro potrà fare un
bozzolo simile a quello che faceva il suoprocreatore. Un uomo, arrivato a
comporre nella sua Mente il disegno di una locomotiva a vapore, ha potuto
costruirne una reale: i meccanici in seguito poterono imparare quel disegno e
costruirne delle altre. Non potè succedere che la gallina procreasse altre
galline prima che se ne formasse la specie. E lo stesso del bruco. E lo stesso
dell' uomo. Non potè succedere che questo costruisse la locomotiva a vapore
prima che se ne fosse formato il disegno nella sua Mente. E come la specie
della gallina e quella del bruco non proruppero tali e quali dal nulla, secondo
la cre- denza di un tempo, ma furono la riuscita ultima di una serie
lunghissima di gradazioni di svolgimento dell'essere, che prima non era né
gallina né bruco, cosi il disegno della locomotiva a vapore della Mente umana,
fu la riu- scita ultima di un lavoro del suo pensiero, che prima non era quel
disegno. Né divèrsa nel fondo è la legge della formazione nelle specie
biologiche della gallina e del bruco e nel disegno della mente umana. E analoga
nei due casi è la ragione della potenza di produrre la cosa a propria immagine
e somiglianza, e di fare che nella cosa stessa corri- spondano allo scopo dell'
essere suo i mezzi impiegativi. £ quindi un libro che narri la storia della
invenzione di una macchina è analogo a quello che esponga la evolu- zione
formativa di una specie naturale. E, se, come di- cono i teisti, dio è 1'
autore della natura, questa non se- rebbe altro che il libro nel quale si può
leggere ciò che esso è arrivato a inventarvi, una cosa dopo l'altra, a poco a
poco. Ma dobbiamo dimostrare e chiarire meglio la cosa. Un uomo ha fatto
bollire dell'acqua in un vaso. Ne ha visto sortire del vapore. Per caso copre
il vaso mente ritenta l' esperimento, e il vapore solleva il co- perchio. E
l'uomo pensa allora: Dunque il vapore è una forza: e non si potrebbe adoperarla
a produrre un qualche lavoro? Sì certo. E si prova ad applicare al coperchio
del vaso un' asta, la quale, alzandosi il coper- chio, trasmette il suo
movimento ad un corpo che essa urta. Ma il movimento così è in un solo senso; e
l' uomo immagina che si potrebbe averlo nei due contrarj di va e vieni. E che
perciò sarebbe necessario che il vapore spingesse il coperchio una volta al
disotto e un' altra al disopra. E quindi studia e trova il modo di far passare
il vapore dal vaso dell' acqua bollente, per un foro in un cilindro, nel quale
sforzi il coperchio medesimo ora al disopra e ora al disotto. E allora gli
soccorre V idea di ap- plicare r asta, moventesi avanti e indietro, ad una
ruota per farla girare. E vi riesce praticando un foro all'estre- mità libera
dell' asta e applicandolo ad una caviglia fissata vicino al centro della ruota.
Ed ecco inventata la locomotiva a vapore. Ecco tutto. Il disegno della
locomotiva a vapore, la Mente non lo creò con un suo fiat. Quel disegno in essa
è r esito faticoso e lento di una serie di operazioni succedutevi r una dopo T
altra; e determinatevi da una serie di accidentalità che la trassero fino al
compimento della sua invenzione, che riusci una sorpresa per la mente stessa
che si trovò di esservi arrivata. Analogo è il processo di tutte le formazioni
mentali. La Psicologia positiva lo dimostra nel suo studio della FORMAZIONE
NATURALE NEL FATTO DEL PENSIERO in genere, e logico in ispecie; su di che spero
di pubblicare presto un mio lavoro g^à pressoché ulti- mato (i). L'Estetica
positiva lo dimostra nel suo studio della FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DEL-
L'ARTE, che mi duole assai non avere potuto ancora pre- sentare in un libro pel
quale ho già preparato tutti i materiali. L'Etica sociologica positiva lo
dimostra nel suo studio Cosi ho scritto e ripetuto nelle edizioni precedenti,
quando aveva ancora la fiducia di poter ultimare il lavoro. La speranza ora è
quasi svanita. La circostanza di essere impegnato otto mesi del- l' anno per le
lezioni mi lasciò sempre poco tempo per ciò che avrei voluto fare fuori di
esse. Gran parte del materiale preparato per la Formazione naturale nel fatto
del Pensiero mi ha servito pei tre libri del Vero^ della Ragione e della Unità
della Coscienza, E questi quindi possono supplire tanto o quanto invece del
libro promesso; che poi non ha cessato di preoccuparmi, come apparisce dai
lavori sull'argo- mento pubblicati nei Volumi IX e X di queste Op, fU, Ptll — della FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DELL’ORDINE
MORALE, che è l' oggetto della presente trattazione. 10. — Ora è noto come la
scienza oggi, illuminata e messa sulla strada dal genio di Darwin, dimostri av-
venire allo stesso modo la FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DELLA SPECIE organica:
e per ciò mi devo rimettere ai libri che uq trattano. Anche qui si rileva lo
stesso processo di formazione, indicato per V invenzione del disegno della
locomotiva a vapore nella Mente umana, pei lenti e accidentali ingran- dimenti
e tramutamenti di struttura e conseguentemente di funzione: la stessa ragione,
onde la formazione già ot- tenuta è riprodotta nella forma raggiunta. E per la
stessa legge, da me formulata nel libro della Formazione naturale più volte
citato, del ritmo che lentamente si trasforma per gli urti esterni non concor-
danti, e indefinitamente si conserva in quanto non è di- sturbato, e si
trapianta fuori di sé, applicato come forza ad un altro essere atto a
riceverla. Ciò posto, riepiloghiamo il nostro ragiona- mento. Il piano mentale
è un meccanismo o apparato psico- logico riuscito per aggiunte e modificazioni
cernali suc- cessive, indipendenti da un proposito consapevole del sog- getto
pensante, e occasionato dalle azioni e reazioni ac- cidentalmente verificatesi
tra esso soggetto e le cose ate. Vedi Formazione naturale nel fatto del Sistema
Solare ^ Os- servaz. Ili, J XIV.a impressionarlo,come la specie della gallina è
un meccanisfno o apparato fisiologico riuscito per aggiunte e mo- dificazioni
casuali occasionate dalle azioni e reazioni dell' ambiente in cui si è formata.
L' apparato psicologico del piano mentale serve alla produzione di un' opera a
sua immagine e somiglianza: come l'apparato fisiologico della specie della
gallina serve alla produzione di un individuo nuovo della specie mede- sima. Il
fatto è come di uno stromento che 1' arte della natura (cioè del complesso
delle cause che esistono in essa) ha preparato, nel primo caso entro la psiche
deU r uomo, nel secondo caso entro la vita della gallina, per produrre 1'opera
relativa. Dunque nel disegno della mente ciò che si chiama il fitte di esso
(poniamo per la locomotiva a vapore di muoversi della macchina sulla ferrovia
colla forza di tra- scinarsi dietro il treno attaccatovi) non è un primo, che
la Mente si sia proposta e che abbia motivato per essa il divisamento, al quale
sia quindi venuta solo dopo, delle sue parti, come deimezzi necessari al
conseguimento del fine medesimo: nel che si fa consistere la ragione di dover
Nel Capo I della Parte II del Libro I della Morale dei Positivisti, numero 3 ho
mostrato potersi definire la Psiche: Un mondo possibile^ che si presenta coyne
il piano dell’opera a chi ha da produrne uno reale. E precedentemente vi è
dimostrata la casualità della formazione del stessa psiche. Una cosa affatto
analoga è V energia specifica di un agente naturale fisico qualunque. Tale
energia è un ordine di proprietà costituite nella cosa per la stessa ragione
della casualità della sua formazione, le quali vengono ad essere la possi-
bilità degli effetti che la cosa è atta a produrre, e precisamente di un ordine
di eff*etti corrispondente all' ordine delle proprietà dalle quali dipendono.
Fra la psiche e V agente puramente fisico nel riricorrere alla Mentalità per
ispiegare il fatto dell’ordine, inteso quale divisamento dei mezzi necessari al
conseguimento di un fine. Nel disegno della mente, ciò che si chiama il fine
non è un primo, ma un ultimo, che vi si verifica posteriormente, perchè prima
vi si è verificata la cognizione dei mezzi. Nel fatto particolare della
concezione del disegno della locomotiva a vapore allo scopo di trascinare il
treno ferroviario, la Mente che vi è arrivata possedeva già la cognizione della
forza del vapore; e del modo di farlo agire sopra uno stantuffo si che ne
risultasse un movimento di va e vieni sopra un'asta; e del modo di convertire
il movimento rettilineo dell' asta in quello circolare di una ruota; e la
cognizione, che un peso, gravi- tando sopra ruote che lo portino è girino su
guide di ferro, si trasloca con esse. Solo dopo ciò, solo dopo che la Mente era
già pervenuta alla cognizione di questi mezzi, ad esso potè sovvenire l’applicabilità
loro al fine di avere un motore di un treno ferroviario. L'Ordine adunque anche
nella Mente è un risultato accidentale di concorrenze casuali nel quale i mezzi
non spetto in discorso si ha la sola differenza, che nella prima l'ordine
mentale, causa dell'ordine delle opere, mettiamo dell* uomo, è accompagnato
dalla coscienza di sé, mentre nel secondo 1' ordine delle proprietà attive, causa
dell' ordine de' suoi effetti, non è fornito di tale coscienza. Ma ciò non
influisce punto ad alterare la natura del processo della estrinsecazione, per
così esprimermi, della attività. Cosciente o non cosciente, l’attività funziona
in un agente sempre e necessariamente nel modo onde è atta a funzionare,
ossiasecondo lacostituzione propria dell'attività stessa nella intimità dell'agente
che la esercita. L sono determinati dal
fine, ma è questo determinato dai mezzi. E tanto, che supporre il contrario è
supporre ima impossibilità o un assurdo della dinamica della natura. E cesi la
tantovantata scoperta di Anassagora, che V Or- dine dell'universo importi una
Mente ordinatrice, vale quella del suo predecessore Talete, che si argomentò di
ritenere doversi V attrazione della calamita pel ferro ad un' anima che vivesse
in essa, e ne determinasse questo effetto curioso. Se qualcheduno qui credesse
di sfuggire alla nostra conclusione, osservando che il pensiero che si at-
tribuisce a dio non è come il pensiero dell' uomo, sul quale noi facemmo la
nostra argomentazione, risponde- remmo due cose: Primo. O il pensiero attribuito
a dio è qualche cosa di analogo al pensiero dell'uomo, e allora
l'argomentazione fatta su questo vale anche per quello: o non è una cosa analoga,
e allora non si può dire che sia un pen- siero. Perchè a noi, quando diciamo,
pensiero, è impossibile concepire altro che non sia lo stesso nostro pensiero.
E poi non si può ancora in nessuna maniera fondarvi sopra r argomentazione
relativa all' Ordine, dal momento che questa è suggerita precisamente
(quantunque per semplice illusione) dal fatto dello stesso pensiero umano.
Secondo. Lo stesso fatto della natura poi smentisce direttamente la
supposizione della obiezione. E in che modo? Si dice: Concepì dio il disegno
del mondo e poi lo esegui creandolo: e tale subitoqualedoveva es- sere poi
sempre a gloria sua; e quindi coli' uomo, dotato per ciò da lui, non solo del
senso come il bruto, ma anche della ragione e del libero volere, che lo rendes-
sero atto a conoscerlo e a rendergli omaggio e culto spontaneo. E il sistema
era logico. Non aveva che il piccolo di- fetto di essere basato sul falso
supposto che il mondo at- tuale sia una formazione che persista immutabilmente:
tale al suo primo principio, tale ancora fin che ne dura la esistenza. Ma la
scienza s'è avveduta che la formazione quale ora si presenta, l'uomo compreso,
è una fasetransitoria della esistenza. E con ciò ha distrutto il sogno che
fosse r opera definitiva, nella quale si fosse realizzato appuntino il disegno
di una Mente divina. La scienza s' è avveduta, che lo stato attuale delle cose
è dovuto ad un processo continuo di formazione ana- logo a quello delle idee e
dell' arte dell' uomo, e che que- sto processo è determinato dalla attività intrinseca
delle stesse coseche si formano, e dal caso delle reazioni delle cose fra di
loro. E con ciò ha distrutto il sogno che siano r Ordine preveduto come fine in
una divina idea. I teisti, smentiti così nel campo degli Ordini della natura
fisica, si restrinsero a sostenere il loro principio della preordinazione della
Mente divina, nel campo dell' ORDINE MORALE; e credettero che quivi sareb- bero
rim£isti eternamente inoppugnabili. Ma ahi! che anche qui la scienza li ha
seguiti e ha messo in evidenza la insostenibilità della loro tesi.La scienza
positiva dell' Etica sociologfica ha sco- perto, come vedemmo, 1'analogia
perfetta che corre tra la formazione naturale in genere e quella della
Giustizia e del Bene morale in tutte le sue forme. Ha scoperto quindi che tutto
ciò che si riferisce all' Ordine morale, e r Ordine morale medesimo, sono il
prodottolento e progressivo {e vario secondo le dccidentalitàaccompagnanti)
della attività intrinseca dell' essere umano e delle reazioni degli individui
nella convivenza della Società. Il fatto
del Diritto (diversità, specie, co-ordinazione GRICEIANA) e il suo Ideale. Circa
la diversità del Diritto tra individuo e individuo, in ragione della
potenzialità non ugnale dal- l' uno air altro, alle cose dette nel libro della
Morale dei Positivisti {\) e superiormente in questo, un'altra importantissima
qui ora torna la opportunità di aggfiungerne. La diversità in discorso dipende
in parte dalla stessa costituzione fisico^psichica colla quale uno nasce; e per
questo riguardo si potrebbe chiamarla diversità ini- zicUe; e in parte
(grandissima) è il prodotto della convi- venza sociale: e per questo altro
riguardo si puo chiamarla diversità riuscita. La quale poi alla sua volta
influisce pur anche indirettamente sulla disposizione ini- ziale della nascita.
L' argomento della diversità del diritto, considerata sotto il secondo degli
aspetti ora indicati, è vastissimo: ma noi qui lo toccheremo solo per ciò che
occorre allo scopo della nostra trattazione. Le specialità di condizione di un
uomo, dipen- denti dalla sua relazione e convivenza cogli altri uomini uniti in
Società, sono moltissime; come ognuno sa. Per esempio, la ricchezza, la
parentela, la clientela, gli ade- renti, gli amici, i conoscenti, T ufficio, il
grado, la cultura, il merito, le idee, e via discorrendo. Queste specialità di
condizione sono nello stesso tempo altrettante specialità di attitudini e di
potenza dell'uomo. E quindi anche, secondo le cose stabilite sopra, altrettante
specialità di Diritti di esso. Si verifica perciò nell'organismo sociale la
legge di tutti gli organismi, per la quale V elemento, che, con- siderato in
astratto e fuori dell' orgfanismo, è uniforme, una volta entrato a farne parte,
si diversifica per opera dell'organismo medesimo; poiché questo, fra le moltis-
sime funzioni delle quali un elemento ha primitivamente la potenzialità
indistinta, lo dispone e lo destina ad una data funzione distinta. Che è ciò
che si chiama anche il fenomeno della divisione del lavoro, ed è nello stesso
tempo ciò che altrove dicemmo corrispondere alla (i) Per esempio, nella
Formazione naturale nel fatto del sistema solarCy Osservazione III, § V (nel
Voi. II di queste Op, fil,). wf^'^vmmmifm^gg^ della varietà, onde si spiega T
attitudine alla esistenza e alla virtù formativa nella natura in generale e
negli organismi in particolare. Così vediamo che gli atomi polivalenti del
carbonio si costituiscono, negli organismi degli animali e delle piante, in una
serie di forme diverse di radicali: in una serie tanto più notevole per numero
e varietà, quanto più complicato e perfetto è l’organismo costruitone.
Nell'organismo sociale poi i suoi radicali (per ado- perare questa espressione)
o le sue varietà elementari co- stitutive, o attitudini distinte di funzione,
onde emerge r essere suo complessivo quale organismo sociale, sono precisamente
le specialità di condizione dell' uomo sopra accennate: ossia quelle specialità
di potenza, che l'uomo vi assume: ossia le specialità dei Diritti, I quali
Diritti, nell' organismo sociale, in pari tempo, e lo costituiscono, e ne sono
determinati. In modo che la Società si può chiamare la procreatrice dei
Diritti, Come la pianta è la. procreatrice delle sostanze speciali necessarie
alla sua vita particolare; le quali, nello stesso tempo, e la costituiscono e
ne sono determinate. I diritti individuali, per tal modo nascenti e vigenti in
una Società, sono in numero immensamente gratide: e perchè i fatti determinati
sono moltissimi, e perchè questi si connettono insieme in maniere differen-
tissime, e perchè le attitudini emergenti si diversificano all' infinito
secondo le condizioni infinitamente diverse nelle quali si verificano. Tuttavia
si deve avere nella Società umana, in quanto è un organismo speciale dato, una
certa costanza nel numero e nella qualità dei generi secondo i quali si possono
classificare i Diritti. Allo stesso modo che nell'or- ganismo vegetale, per
esempio, si ha una certa costanza nel numero e nella qualità dei generi delle
sostante com- ponenti. La quale costanza però non sarà mai quella delle Idee^
eternamente immutabili, di Platone; né quella delle specie, sempre le medesime
dopo la creazione, dei vecchi naturalisti; né quella dei Diritti ab eterno ed
immutabil- mente stabiliti dal verbo divino, dell'etica metafisica: ma sarà
solo, come dicemmo, una certa costanza; e si che, da una parte, ammetta una
lenta trasformazione secondo i tempi le circostanze e i casi e, dall'altra,
nella realtà si verifichi sempre con qualche diversità, come il tipo di un uomo
o di una foglia, che non si effettua mai lo stesso in ogni uomo, in ogni
foglia. Il Diritto, che si forma nel modo suddetto, è il Fatto del Diritto; ma
non il suo Ideale, Un uomo esercita la propria potenza in quanto l'ha e in
quanto glaltriglielo permettono, o gli detta la Idealità sociale: che torna lo
stesso, dal momento che la Idealità sociale non è che 1' astratto della
reazione altrui e quindi del permesso dato dagli altri di agire. £ la forma
della reazione altrui e quindi della Idealità sociale, nella loro tendenza a
ridurre e trasformare la prepotenza egoistica originaria dell' arbitrio
individuale nella Giu- stizia antiegoistica del suo concc«:so nel lavoro
social- mente utile, sono continuamente in via di progressivo mutamento; come
spiegammo sopra, e come esige, secondo che pure avvertimmo più volte, la legge
universale della ^'«ifannipiiij I ^^Formazione naturale applicata al caso
particolare della Formazione etico-sociale. Un uomo esercita la propria potenza
in quanto r ha e gli altri glielo permettono, o gli detta V Idealità sociale
regolante il suo operare. Ecco il Fatto del Diritto. La reazione sociale, e
quindi V Idealità mentale con- seguente diretttiva dell' azione umana, va
sempre trasformando r arbitrio individuale dalla sua originaria prepo- tenzaegoistica
nella Giustizia antiegoistica. £ questa Giustizia antiegoistica, alla quale
tende la detta forza trasformatrice, è T Ideale del Diritto. Ma questo Ideale è
un termine al quale si può andare avvicinandosi sempre più, senza che si
effettui però mai perfettamente. E da ciò consegue: Che V Ideale assoluto del
Diritto non esiste realmente. Sicché è una assurdità il concetto di un ordi-
namento morale definitivo, come porta la dottrina meta- fisica della
istituzione morale per parte di un legislatore divino, che la fissasse una
volta per sempre, e nei ter- mini di una sognata Giustizia assoluta e quindi
irrefor-mabile. Che il fatto del Diritto è sempre una Giti^ stizia relativa: e
cioè relativa al lavoro di riduzione so- ciale precedente e alla potenza attuale
dell' organismo so- ciale derivatone. Ma tale Giustizia, quantunquesolamente
relativa quando sia rapportata ad un concetto astratto più perfetto dell'
organismo sociale, nella Società in cui vige ha valore come se fosse assoluta, perchè
essa giùdica, non in base all' Ideale o di un' altra Società o di una Società
possibile più perfetta, ma in base al Fatto che si è già verificato in essa.
Che ogni Diritto di fatto è nello stesso tempo in parte una prepotenza
ingiusta, che si tende ad elimi- nare, e si va sempre più eliminando. E ciò,
sia regolando meglio il fatto medesimo, sia, quando occorra, togliendolo del
tutto. Senza questi criteri è affattoinspiegabile la storia del Diritto, e il
processo legislativo delle Società. Tale processo, senza questi criteri,
apparirebbe, non la Giustizia in azione (come è realmente, e non può non es-
sere), ma la ingiustizia incaricata di creare la Giustizia. E con questi
criteri poi si spiega il fatto storico della evoluzione sociale procreatrice
del Diritto più utile e più giusto. La quale evoluzione quindi, secondo i cri-
teri medesimi, si può dire consistere in ciò, che il Diritto dell' avvenire,
ossia il Diritto ideale, combatte e vince il Diritto delpassato, ossia il
Diritto di fatto. L' Ideale assoluto del Diritto dicemmo che non esiste
realmente. E che nella realtà non si ha, dell'Ideale del Diritto, se non una
effettuazione incompleta. E da ciò potrebbe altri dedurre, che il Diritto di
fatto sia un relativo il quale supponga un assoluto: e che questo assoluto sia
l'Ideale o il tipo eternamente deter- minato del Diritto, che la mente o
possieda gfià o abbia la possibilità di possedere quandochesia. Ma anche ciò è
un errore. L'Ideale del Diritto non è un tipo assoluto o eter- namente
determinato, nemmeno come semplice mentalità. L' Idealità del Diritto è, anch'
essa, un fatto, come quello del Diritto effettuatosi realmente. U Idealità del
Diritto presiede si, come mentalità direttiva, nella pro- duzione del Diritto
di fatto, ma è pur sempre un fatto anch' essa. Solo che questa Idealità è un
fatto della mente, dove il Diritto effettuatosi realmente è un fatto della
costituzione già vigente esteriormente in una Società. Ed essendo un fatto ha
le proprietà di tutti gli altri fatti jn quanto tali: cioè di essere casuale e
quindi relativo. Il tipo ideale del Diritto è come tutti gli altri tipi ideali.
Per esempio, come quello del disegno della crea-- zione supposto nella mentedi
dio, del quale abbastanza ho discorso nel libro della Formazione naturale, E
come, quello dell' arte; mettiamo dell'Architettura: che (per una serie di
casualità) è riuscito diverso nell'India, in Egitto, in ROMA, in Germania, e
via dicendo; e pur nello stesso paese non fu mai identico affatto nemmeno nella
stessa epoca, e nemmeno in due soli architetti, anzi nemmeno nello stesso
architetto in tutta la sua vita. Il tipo ideale del Diritto, come tutti quanti
i tipi ideali, è una formazione mentale, che apparisce un dato momento per una
accidentalità che la suggerisce; vi si perfeziona poi in una data maniera per
altre accidentalità che guidano la mente a farlo; e un dato momento poi si
oblia e si sostituisce con altri diversi e opposti, ancora per delle
accidentalità che ve la inducono. E tanto, che il tipo ideale stesso non è
quindi deter- minabile a priori, come un vero preesistente inmodofisso e
inalterabile nella mente di ognuno: ma solo a poste- riori, cioè come 1'
astratto di tutti i tipi conosciuti veri- Vol. IV. 16 ficatisi effettivamente
nelle Società umane d’ogni tempo. A quella maniera che il tipo del vegetale non
si può avere se non pel confronto mentale fra le forme reali che effettivamente
s* è dato che se ne producessero. IO. — Che se altri dicesse che il tipo ideale
del Di- ritto è assoluto in quanto è il corrispettivo necessario etico-sociale
di una entità reale, cioè dell' uomo e della sua convivenza nella Società,
risponderemmo: Primo. Che la reale entità stessa, dell' uomo e della sua
convivenza nella Società, determinante necessaria- mente il tipo ideale del
Diritto, è ancora una somma di accidentalità, che si rileva a posteriori, e non
si prefigge a priori. Secondo. Che il tipo ideale del Diritto sipresta al
concetto di essere il correspettivo necessario del fatto so- ciale, non come il
disegno preesistente di ciò che non è ancora succeduto; ma solo come V astratto
rilevato dopo (i) Su ciò ho scritto nella Psicologia come scienza positiva
(Voi. I di queste Opev e filosofiche) un tratto che stimo opportono di ripetere
anche qui: « Anche nel dire, idealità, il filosofo positivo esprime un concetto
armonizzante i veri imperfetti di diverse scuole. La scuola psicologica dà
l'idea, come una mera forma del tutto soggettiva, accidentale e variabile del
pensiero. La scuola onto- logica le assegna un valore oggettivo, immutabile ed
assoluto. La scuola storica ricorre per ispiegarla alle relazioni dell'uomo
colle con- dizioni esterne in cui vive, per cui le attribuisce una
semioggettività, e la considera, da una parte contro i psicologi, non una
creazione fa- cile ed efimera dell' individuo, ma una produzione
faticosa,lenta, du- revole della Società, e dall' altra contro gli ontologi,
non una intui- zione che la riveli d' un tratto nella sua interezza ed in una
forma unica sempre e per tutti, ma una formazione progressiva e varia, che
incomincia dall' abbozzo per venire al lavoro sempre più finito; e che riesce
con aspetti diversi, secondo le circostanze differenti dalle quali
•*-^..r9,rr-fr- di ciò che è già
succeduto. Onde il ricorrervi che fanno i nostri avversari è un circolo
vizioso. §n. // Diritto è in virtù di se stesso, gioverà qui ripetere, in forma
appropriata a questo punto del nostro discorso, ciò che pursopra sotto vari
aspetti dimostrammo. Quello che può un uomo, che fa parte di una So- cietà, è
una forza, che vi si pone da sé col solo fatto che r uomo medesimo ne faccia
parte; e che vi emerge in quanto non vi è elisa dal contrasto dei consociati.
Come già dicemmo più volte. Emergendo la forza di un uomo nella Società, vi è
dipende. Or bene anche nel filosofo positivo l' idea è una formazione lenta,
progressiva, durevole, non dell' individuo, ma della società, e dipendente
dalie esteme condizioni di essa, ma solo in quanto queste condizioni esterne e
l'opera sociale giovano a dare eccitamento e rinforzo al pensiero individuale,
il quale è il vero fattore dell' idea, secondo chedicono giustamente i
psicologisti. Ma l' individuo e la società, producendo l' idea, non fanno opera
capricciosa, ed avente solo valore momentaneo e soggettivo. No: tale lavoro ha
la sua ragione nella stessa natura per la quale agiscono, come la forma che
assume il seme germogliando. E come la forma assunta dal seme per la
germogliazione, più che se stessa, rappresenta queir ordine di cose, che ha
determinato la formazione della specie vegetale a cui appartiene, cosi r idea
di un uomo, più che 1' operazione accidentale, soggettiva, variabilissima di
esso, rappresenta, secondo che dicono giustamente gliontologisti, queir ordine
assoluto e immutabile, almeno quantola natura, nel quale è la ragione oggettiva
del fatto particolare, che consideriamo. Vedi per esempio nel Capo I, dove
parlammo della Giustizia potenziale y e nel Capo II, dove parlammo della
derivazione della Giustizia dalla prepotenza. «T- riconosciuta: o estrale
galmente nel tacito consenso degli altri uomini, e nell' uso, e nella esplicita
manifestazione dell'opinione pubblica in qualunque modo approvante: o
legalmente nelle forme stabilite dal Potere sociale rico- nosciuto come tale. E
pel detto riconoscimento la forza in discorso acqui- sta il carattere di
Diritto, per la ragione che importa la Responsabilità di chi la lede verso la
Società, la quale, col suo riconoscimento, se ne è costituita tutrice e
vindice. E quindi è falsa V idea che il Diritto emani assolu- tamente
dall'Autorità superiore, che lo doni o lo conceda air inferiore. Non emana da
essa: esiste potenzialmente prima e indipendentemente e malgrado di essa: si
impone da sé: e sforza la stessa Autorità ad ammetterlo col riconoscerlo e
sancirlo. E anche questo dicemmo già più volte. Ma ci occorre ora di far notare
un fatto essen- ziale alla dottrina della sociologia positiva, non ancor ri-
levato: il fatto cioè che il Potere sociale crea pur esso direttamente dei
Diritti individuali. E, dato questo, si domanda: come si accorda questo fatto
col suddetto principio della emanazione del Diritto dall'individuo e non dalla
Società? Facile è la risposta. Il fatto della creazione di un Diritto
individuale per parte del Potere sociale si ac- corda col principio in discorso
per la ragione che questo Potere, nel caso qui contemplato, può porre il
Diritto neir individuo in quanto può fornirlo di una forza; e in quanto questa
forza, che l' individuo ha ritratto dal potere che gliel' ha fornita, sia
riconoscibile quale Diritto come le altre forze possedute comecchessia dall'individuo
medesimo, e dalla società rispettate o difese. In ogni caso il fatto del
Diritto di un uomo neir organismo sociale è analogo a quello delle proprietà
acquistate dall' elemento materiale quando é entrato a far parte di un
organismo; e, per un esempio, dalla molecola combinata nel tutto di una
sostanza, che acquista la forza specificamente funzionante della sostanza
medesima solo perchè è divenuta V elemento di essa. Nell’organismo chimico di
una sostanza V elemento è la molecola, come neir organismo sociale l’elemento è
la persona di un uomo. L' organismo intero, neir un caso e neir altro, e' è
solo pel rapporto della forza di un ele- mento con quelle degli altri; ossia
per orientarla se- condo la coordinazione acconcia di tutte. Il che però non
esclude: Primo. Che, coordinandosi nella complessa azione dell' organismo le
forze proprie degli elementi, ognuno di questi non ne ceda un tanto a formare
delle somme comuni, che poi siano distribuite di nuovo nelle parti in ordine
alle esigenze generali dell' organismo. Secondo. Che l' individuo stesso non
dipenda (e in quanto giunge all' acquisto di tutte le forze onde riesce
rivestito, e in quanto le conserva e ne usa liberamente) dall' ambiente
sociale, nel quale trova il mezzo dell'acquisto e della sua gsiranzia. Sicché
per questo lato (ma per questo solamente) è vero il principio della derivazione
del Diritto neir individuo dalla Società e dal suo Potere direttivo: e come,
per esempio, nella sostanza del chimico, nella quale, in virtù della sua
costituzione, le forze sono condotte ad assommarsi in certi punti determinati,
e in certa maniera; e poi anche V acquisto e la costanza della forza specifica
operante negli atomi dipendono dall'esservi co-ordinati (“dove-tailed” – H. P.
Grice). Il diritto è la facoltà del bene sociale. L’esercizio del diritto è la funzione
del bene sociale. Dalle cose dette apparisce, che il Diritto è la facoltà del
Bene sociale; e che l'esercizio del Diritto è la funzione del Bene sociale. E
ciò, o solo indirettamente, o anche direttamente. Solo indirettamente, in
quanto la facoltà indi- viduale sia puramente V egoismo contenuto nei limiti
inof- fensivi per gli altri e producente il Bene dell' individuo investitone;
che torna il bene della Società, e perchè è il Bene del suo elemento, e perchè
se ne possono giovare e se ne giovano anche gli altri. Come nel fatto di una
industria, che arricchisce l'in- dustriale, e quindi anche il paese, e offre
nello stesso tempo un utile e un comodo ai consumatori de' suoi prodotti. E
anche direttamente, in quanto la facoltà in- dividuale sia quella che
corrisponde alla Idealità antiegoi- stica; la quale, come si estenda in urla
Società adulta e colta e bene ordinata e fiorente, vedemmo sopra; dove anzi
dimostrammo che, se si tien conto di tutte le gradazioni della Idealità e delle
disposizioni anti-egoistiche (da una minima che lavori insieme con un massimo
di egoismo, ad una massima che lavori insieme ad un minimo di ego-ismo), si
trova in tutto ciò che può fare e fa r individuo sociale. Il Diritto costa una
contribuzione, I.Ma, se, da una parte, l'individuo è investito di una potenza o
di un Diritto (del quale usa poi facendo, o indirettamente, o direttamente, il
vantaggio altrui) dall' altra, la stessa potenza o Diritto costa una contribuzione
per parte degli altri. E questa una legge naturale correlativa alla sopra
accennata e necessariamente ad essa collegata. Si piglia; ma si deve dare. Si
dà; ma si piglia per poter dare. Questa legge dell' organismo sociale non è
altro cioè che r applicazione al caso particolare di esso organismo della legge
che domina in tutti gli organismi, anzi in tutta la natura, dove una forza,
posseduta da un agente che funziona in virtù di essa, è, non una forza creata
dal nulla neir agente medesimo, ma comunicata ad esso da altri agenti, che
gliela cedono in ragione dei rapporti correnti fra quello che cede e quello che
acquista; come ho dimostrato nel libro della Formazione naturale, par- lando
del ritmo. Il VEGETALE si appropria l' acido carbonico che lo at- [Vedi
Formazione naturale nel fatto del sistema solare^ Osservazione terza. (nel Voi.
II di queste Op. Jil.J.] tornia, e con esso mantiene LA VITA. Gl’animali
maggiori vivono cibandosi dei minori. Nell’organismo di un mammifero alcune
parti lavorano a preparare il sangue, e le masse nervose ne fanno consumo.
Impossibile l’attività specifica nervosa, necessaria al funzionamento generale
dell’organismo e anche a quello particolare delle parti preparanti il sangue,
senza la contribuzione di queste alla nutrizione dei nervi mediante la
somministrazione del sangue acconciamente preparato e distribuito. Parlando in
particolare dell’organismo sociale, la partecipazione al contributo di ciascuna
parte è in ragione della importanza del Diritto, e quindi della facoltà di
produrre il Bene sociale. Più è r importanza del Diritto, e più è la facoltà di
produrre il Bene sociale. Più è questa facoltà e più è la partecipazione al
contributo delle parti. Come nel resto della natura, dove si trova che le funzioni
più elevate de* suoi agenti costano un immagaz- zinamento di forza tanto più
grande quanto più distinta è la forma e ìa sfera della efficienza. Risultando
cosi una proporzione di equivalenza tra la natura che dà e quella che riceve. E
in questo modo, che al più della contri- zione apportata corrisponda il più
della importanza della attività emergente. Per la stessa ragione il Diritto di
un ordine supe- riore, quello ad esempio di un Giudice, costa una contri-
buzione per parte di quelli sui quali ha giurisdizione. Sicché il Giudice
mangia dei frutti della terra che essi hanno lavorato, come il sistema nervoso
consuma del sangue che fu preparato da altre parti dell'organisme animale.
PPP^P"?!'^. Come molto movimento equivale a poco di calore, e molto calore
a poco di attività chimica, e molta attività chimica a poco di attività vitale,
e molta attività vitale a poco di pensiero; cosi, nell'ordine etico della
natura, a molta materialità (intendendo con questa espressione le forme
inferiori della esistenza) corrisponde poco di attitudine morale: poiché, nella
gradazione delle formazioni naturali e quindi delle equivalenze delle forze, i
suoi poli opposti possiamo rappresentarceli, o andando dal movimento meccanico
al pensiero, che ne è l'ultima trasformazione, o andando dalla materialità alla
mora- lità, che è r ultima e più sublime sfera della evoluzione ascendente
della natura insensibile e bruta. Naturale è questo fatto della contribuzione
delle parti nell'organismo sociale. E quindi, non effetto solo di arbitrio o
prepotenza di alcuno, ma necessario; a quel modo che è necessario
l'assorbimento del carbonio per parte del vegetale, e il consumo del sangue per
parte dei nervi. E naturale il fatto stesso; ed anche giusto, in quanto è,
direttamente o indirettamente, consentito ed approvato da quelli che
contribuiscono. Ed è consentito ed approvato da questi per la legge, rilevata
dagli economisti, della domanda; la quale, come tutti sanno, consiste in ciò,
che più una cosa importa a molti e più è domandata; e tanto più si paga quanto
più [Intendendo questo nel senso della filosofia positiva e non in quello della
metafìsica materialistica. Come spiego da per tutto nei miei libri, e più a
lungo in quello col titolo V Unità della Coscienza nel VII voi. dì queste Op.
fil. iiu^.i'i>nn^ si domanda; ma si
paga quanto occorre per averla e non più. Questa legge poi, che determina nei
suoi limiti ne- cessari la contribuzione assentita e giusta nell'organismo
sociale, è analoga alla fisiologica, onde un tessuto vivo si impadronisce delle
sostanze che lo nutrono nei limiti deter- minati dallo stesso bisogno della
funzione domandatagli. E quindi il fatto in discorso deve essere con- siderato
come un caso speciale di selezione naturale; che si potrebbe chiamare la
selezione etico-sociale. E dalle cose dette si conferma e si chiarisce
viemmeglio la dottrina sopra esposta, che il Diritto indi- viduale è pur esso
una autorità (i). Poiché, come ve- demmo, il Diritto individuale si impone a
tutti quelli che contribuiscono all' essere suo; e agli eguali, che lo rico-
noscono e lo rispettano; e agli inferiori, ossia a quelli che, in ragione dei
rapporti nascenti dalla sua speciale natura, ne subiscono una dipendenza e una
direzione; e al Potere sociale subordinante, in quanto questo non lo crea ma lo
riconosce, ed è determinato a riconoscerlo dal fatto stesso di porsi da sé;
onde, una volta che si sia posto, viene ad essere realmente Diritto in virtù di
se stesso. Le unità minime, le unità medie, e V unità ^ massima nel corpo
sociale. L’individuo è l’unità minima del composto sociale, come l’atomo del
composto chimico. E, come in tutti gli altri organismi naturali, cosi nel
sociale, oltre le unità minime degli individui sociali, e Munita massima dell'
intero organismo, si trovano delle unità di mezzo di terzo grado, risultanti di
più individui associati particolarmente fra loro, o di più di queste
associazioni di individui collegate particolarmente in federazioni più grandi.
In unaSocietà adulta, fiorente e grande, la vita del tutto si manifesta nelle
più svariate e spiccanti differenziazionidelle attitudini e conseguentemente
dei Diritti individuali, come accennammo or ora. Anzi la grandezza della
Società è, alla sua volta, il risultato di tali varietà o specificazioni di
attitudini; ovvero di tale divisione di lavoro, verificatavisi: come in ogni
altro organismo; per esempio, in quello fisiologico dell' uomo, nel quale la
eccellenza zoologica sopra gli altri animali dipende da una suddivisione di
specificazioni in massimo gradodegli organi componenti. In un animale del grado
infimo della scala ZOOLOGICA la sostanza componente (come avvertimmo nel
principio del libro) non è né muscolo ne nervo: come in una Società umana
primitivissima tutti gli individui sono, mettiamo, dei guardiani d' armenti: e
non vi si trova una distinzione di occupazioni, per salire, pogniamo, da uno
che attende a far pascolare le oche ad uno che attende a costruire stromenti di
ottica o di astronomia. La differenziazione in discorso nella Società più
pro-gredita va, si può dire, all' infinito. E non solo nelle unità minime degli
individui, ma anche nelle combinazioni medie già dette delle associazioni degli
individui e delle confederazioni di queste associazioni. Le quali pure, nelle
Società adulte fiorenti e grandi, si producono, per cosi dire, anch'esse all'
infinito: dalle più comuni, normali, e costanti, come quella della/amiglia,
alle più insolite, accidentali ed efimere, come quella ad esempio per dare una
volta una festa o uno spettacolo: dalle più piccole, come di due persone in una
impresa commerciale, alle più grandi, come di due provincie di uno Stato tra
loro consorziate per interessi speciali. Or bene, anche queste unità medie sono
(al modo che una data somma, come tale, si distingue dalle sin- gole quantità
sommate, considerate ad una ad una) soggetti distinti in possesso di una
facoltà speciale, analoga alla individuale, a somiglianza di ciò che pur si
verifica neglialtri organismi naturali: nei quali, per esempio, la cellula
nervosa singola ha le sue proprietà particolari, e una data massa distinta di
cellule nervose ha un dato uf- ficio distinto fisiologico, che essa esercita in
quanto esiste e si conserva nella peculiarità del suo insieme. E siccome poi il
possesso di una potenza di fare importa il possesso di un diritto, come
dimostrammosopra,cosinellaSocietà si danno i Diritti degli individui e i
Diritti delle stssociazioni loro. E questi Diritti delle Associazioni hanno le
proprietà già notate dei Diritti individuali più quelle dipendenti dalla
specialità proporzionale della associazione. Delle quali ultime proprietà una
massimamente occorre che sia qui messa in rilievo. L' individuo, in astratto,
si può considerare siccome un plasma generico, il quale, nell' ambiente sociale
e nel circolo della sua vita, secondo le disposizioni già pos- sedute nascendo,
e le circostanze accidentali nelle quali viene a cadere, riceve una
particolarità di impronta di- stinta e tutta sua. Nel che ha luogo un fatto di
selezione naturale: cioè la selezione naturale onde una unità so- ciale si
sceme quale individualità distinta fra altre unità. Anche le agglomerazioni di
più individui in associazioni o totalità distinte sono determinate e foggiate,
con grandezze, tendenze e attività particolari, neir ambiente sociale, secondo
i bisogni ed i fatti, e costanti e accidentali, onde emergono, per una analoga
selezione naturale distinguente un composto singolo fra altri composti. Ma in
questo composto (o unità media, come sopra lo chiamammo) ha luogo un' altra
forma della selezione naturale: cioè quella che, neir interno stesso del
composto, diflFerenzia edistingue fra loro le parti componenti: e si che esso
composto riesca un organismo e non rimanga una semplice agglomerazione
inorganica di ele- menti tutti identici fra loro. E questa forma di selezione
si potrebbe chiamare selezione interorganica. La unità sociale da noi detta
media non è puramente un certo numero di parti addizionate le une alle altre,
ma è una collaborazione organica degli individui o dei sodalizi aggregati
insieme; e quindi con diversità di attinenze e di facoltà distribuite fra loro.
Altri fanno numero, con- tribuiscono e concorrono a mantenere T associazione:
altri invece la rappresentano, la dirigono, ne applicano le forze accumulatevi.
E, occorrendovi specialità di lavoro e di ufficio, queste vi sono divise quali
negli uni e quali negli altri. E, come è naturale la creazione di queste
differenze interorganiche delle parti costitutive delle unità medie, cosi è
naturale la selezione interorganica dalla quale dicemmo che proviene. Questa
selezione interorganica, come insegna la osservazione del fatto, avviene in
diverse maniere secondo i casi; ma soprattutto secondo la legge, che riesce a
una data facoltà ufficio chi piti vi ha attitudine, o ne ha il merito, e colla
condizione del consentimento degli as- sociati. Il fatto del merito, onde uno
acquista una preroga- tiva o una particolarità d'ufficio a preferenza di altri,
è analogo a quello notato da Darwin della specie prevalente nella lotta per la
esistenza. Il fatto del consentimento degli associati è analogco air altro,
pure da Darwin segnalato, dell’efficacia dell'ambiente nel secondare la
trasformazione progressiva dell' essere naturale. L' individuo investito di nna
facoltà o di un ufficio in un corpo di individui o di sodalizi viene con ciò ad
avere due sorta di facoltà o di Diritti: cioè il Diritto fondamentale spettante
a lui come parte elementare della Società intera, e il Diritto avventizio, onde
è in- vestito come organo speciale della associazione partico- lare a cui
appartiene. Il Diritto fondamentale ha il suo rapporto immediato colla
costituzione generale delle Società che lo garantisce direttamente a tutti
senza distinzione: T avventizio V ha con quella della associazione particolare
per la quale emerge; ed è garantito dal Potere sociale supremo in quanto esso
riconosce il Diritto della medesima associazione particolare. Se privato si
dice ciò che è proprio della unità sociale minima, come tale, e pubblico ciò
che è proprio della unità massima, parlando delle unità medie si dirà che hanno
un carattere di mezzo tra i due, e gradatamente; in ragione cioè della
importanza loro, intensiva- mente o estensivamente, nella vita sociale
complessiva. Il pubblico poi si differenzia in genere dal privato in quanto ha
un rapporto diretto col Bene, non indivi- duale, ma sociale; ossia è, non
egoistico, ma antiegoistico. La proprietà quindi di ente morale anti-ego-istico
compete massimamente alla unità più glande o allo Stato. E se, come sopra
dicemmo, il Diritto in genere è \2l fa- coltà del Bene sociale e il suo
esercizio è la funzione del Bene sociale, ciò si avvererà meno pel Diritto
privato, più pel Diritto delle associazioni sociali intermedie, e in grado più
alto pel Diritto dello Stato. Ma non diremo che per questo Diritto dello Stato
il principio si avveri proprio nel grado massimo, per la ragione che, come
sopra dicemmo n), uno Stato singolo, o già in effetto, o almeno in potenza, si
coordina internazionalmente con altri Stati, anzi con tutte le Società umane
esistenti sulla terra. La selezione interorganica nella evoluzione formatrice
dello Stato. La legge della selezione interorganica, che si avvera nella
costituzione degli organismi delle unità com- [Dove parlammo del Diritto
internazionale] -plesse medie, si avvera poi per le ragioni medesime nella
costituzione dell' organismo della unità massima dello Stato. Ed è per essa
legge che ha luogo in questo la formazione del Potere onde si esercitano le sue
fimzioni subordinanti, che sono poi funzioni del Bene sociale. Questa selezione
assume storicamente forme svari atis- sime. Ma anche la varietà è determinata
da una ragione costante, che si rivela chiarissimamente nella storia poli- tica
degli Stati, e che non è altro che una applicazione del principio nostro
fondamentale della formazione etico- sociale, che cioè la prepotenza è V
indistinto onde si forma il distinto della giustizia, E in vero nello stadio
iniziale, o della prepotenza, la selezione formatrice del Potere sociale è
dipendente dalla violenza, che a poco a poco si mitiga nella eredità, finché da
ultimo è sostituita, prima in parte e poi del tutto, dalla elezione (per parte
dei subordinati, e in modo legale e pacifico) dei più degni, in ragione del
merito morale e della Giustizia e non del soprastare materiale della ricchezza
o della forza dei muscoli: e si che riesca investito dell' ufficio chi si trova
piti atto ad esercitarlo, e che il Potere nella direzione del corpo sociale sia
quel premio del virtuoso. Il costante e vivissimo lavoro evolutivo
dell'organismo dello stato italiano, onde si ha la sua formazione na- turale e
il suo sviluppo e isuo progresso, è l’applicazione nel grado massimo del
principio della formazione . morale, cioè, dall' indistinto (morale solo
virtualmente) della prepotenza e dell' egoismo, al distinto (morale in atto) della
Giustizia anti-egoistica, ma cooperativa. Più procede la formazione organica
dello Stato e più si estende e arriva in tutte le parti e nel!' intimo di esse
la virtù direttiva e moralmente perfezionatrice della So- vranità politica. In
modo che, dove prima le parti erano agglomerate e coacervate e tenute in fascio
violentemente, a poco a poco vanno organizzandosi vitalmente insieme e
finiscono coli' aderire 1' una con V altra, e tutte nel tutto, volontariamente
e per libero consentimento. Come, per esempio, le molecole di certe sostanze,
che fanno sentire la loro affinità e aderiscono insieme a formare un cri-
stallo solo in seguito ad una compressione che le sforzò a ravvicinarsi
meccanicamente. Il quale processo però va di pari passo con quel- r altro; che
le parti stesse subordinate, di mano in mano che si orientano nella armonia
politica dello Stato, diventando partecipi e collaboratrici della sua vita,
reagiscono sul Potere sovraincombente, rintuzzando la prepo- tenza, che vi
fosse, e riducendolo ad una forza giusta e morale; ad una forza, in una parola,
diretta al Bene di tutti. Non è nostro compito (non richiedendolo lo scopo del
presente saggio) di studiare i modi precisi onde, per la elezione
interorganica, e pel processo di distin- zione, si va formando nell' organismo
dello Stato bordine del Potere, che riesce un sistema complesso di funzioni
speciali esercitate da individui e corpi particolari; e come nasca il fatto,
mettiamo, della divisione del governo in diversi ministeri, e di ciascuno di questi
in parecchie dipendenze, alle quali, variamente e per mez£o di centri
subordinati, si rannodano le ultime propag^ni della am-ministrazionepubblica
sparse in ogni parte dello Stato. Pel nostro scopo, in riguardo alle
specializzazioni accennate degli organi del Potere, basterà fare l’osservazione
(pure importantissima) che, come si distinguono tra loro le amministrazioni
pubbliche, e quindi gli c^getti di ciascheduna, e conseguentemente il modo di
funzionare (che deve atteggiarsi in conformità dell' intento da ottenere), cosi
si distinguono tra di loro le Sanzioni pubbliche e legali degli atti sociali
relativi; e quindi (si noti bene) le specie di Responsabilità, che neemergono.
E da ciò proviene che le forme della Giustizia e quindi della Moralità si specializzano
insieme collo spe- cializzarsi della pubblica amministrazione; onde, moral-
mente, non sono, per esempio, identiche le azioni degli individui giudicate da
un tribunale civile e quellegiudi- cate da una una intendenza di finanza, o da
una commis- sione igienica o di belle arti; e per un reato controla proprietà
individuale o per uno contro le restrizioni della libertà della stampa, in
materia scientifica; e cosi via. Il che non vuol dire però che non si possano
tutte le dette azioni ridurre al genere comune delle obbliga- torie nel foro
intimo della coscienza, in ragione che Del- l' individuo si è formata, come
sopra abbiamo dimostrato, r abitudine virtuosa e propria del saggio;
l'abitudine cioè di attribuire universalmente alle Idealità antiegoistiche
sociali un valore obbligativo per se, assoluto e indipen- dente dalle
specialità di procedura e di Sanzione, che loro corrispondono nella
amministrazione governativa. m Come risuiii spiegata la prima /orina de li*
ufficio del Intere, e anche la terza: e stabilito l' assunto del liérù. Ora,
facendo, colla proporzione dovuta, al fatto del Diritto del Potere,
Tapplicazione del priacipio stabi- lito sopra, che ogni Diritto importa una
conirièuzionc, possiamo trovare la verità di quella che dicemmo la pritna forma
dell' ufficio del Po- tere, cioè: di stabilii*^! nella Società a spese delle
sue parti. Et facendo allo stesso fatto» pure colla pro- porzione dovuta, r
applicazione dell' altro principio, che il Diritto è la facoltà del Bene^
constatiamo la verità di quella, che ivi stesso chiamammo la terza forma dell'
ufficio del Potere, cioè: di flÌH|ìensHri^ la forza propriadeir ambiente
sociale (cioè le contribuzioni suddette) al migli orauiento delle sue parti. In
questo ultimo enunciato poi abbiamo il com- pendio, per cosi dire, di tutta la
trattaEione di questo libro, E> in relazione allo stesso enunciato, si
verificano, in ragione cho lo Stato si perfeziona in ogni sua parte, i principj
che seguono: Primo* Che le contribuzioni di ogni genere, prestate da tutti gli
elementi costitutivi dello Stato, diventano liberamente consentile. Secondo.
Che le contribuzioni medesime si vanno av- vicinando al massimo di ciò che pi4Ò
dare ciascuno senza suo esiziale detrimento* ^ i '«.iFI-i-^..' TChe nulla, di
ciò che è contribuito, va consur- malo prepotentemente ed egoisticamente da chi
è investito del Potere di disporne. Quarto. Che la erogazione medesima è fatta
secondo il volere di quelli stessi che contribuiscono. Quinto. E alla tutela
dei Diritti di tutti; e dXVotte- nimento della prosperità, e al miglioramento
morale. Sesto. E a questo soprattutto. E nella ragione che il miglioramento
morale ottenuto, supplendo da sé, come dimostrammo sopra, alla tutela dei
Diritti e all' ottenimento della prosperità materiale, lascia per sé disponi- bili
mezzi sempre maggiori. E cosi nello Stato siverifica T idea della prov-
videnza, che il teista colloca in dio, come in esso colloca il tipo della
specie di una pianta, per la solita illusione tante volte notata. E si verifica
anche V idea della grazia, immaginata per una simile illusione dalla teologia
cattolica siccome emanazione divina, atta a rendere V uomo morale, a far che
segua le leggi della Giustizia ed eserciti la beneficenza. La possibilità per 1’individuo
di essere morale, di conoscere e seguire la Giustizia, e di essere benefico
verso gli altri, si ha, come dimostrammo nel corso del libro, dalla sua
convivenza nella Società e dalla proprietà di questo di svolgere e perfezionare
le facoltà dell'uomo, e di moralizzarlo. 5. — Onde lo Stato, cosi concepito,
viene ad essere l'attuazione pura e compiuta della Idealità sociale, ossia In
molti luoghi: per es. Numero 2 del J VI del Capo del principio del Bene anti-egoistico,
del Bene morale, in una parola del Bene pel Bene, E quindi lo Stato medesimo
riesce la prova concreta ' sperimentale della verità del principio della Morale
dei positivisti da noi affermato, chiarito, dimostrato: e una prova evidente,
in quanto nel fatto dello Stato il fenomeno individuale si trovaingrandito, E
mi spiego. Se, ad esempio, si può dubitare che un atomo materiale preso da sé
sia pesante, perchè il peso deir atomo è tanto piccolo che non si può rilevare
iso- latamente, il dubbio cessa affatto prendendo una grande congerie di atomi,
nella quale i pesi minimi non valu- tabili di ognuno sisommano in un peso
valutabile, dal quale si arguisce quello troppo piccolo dei componenti. E, se
si può dubitare che una molecola di ferro, consi- derata isolatamente, sia
calamitata, il dubbio cessa quando se ne prenda una grande massa. E cosi nel
caso nostro. Se si può dubitare che T uomo singolo sia mosso nelle sue azioni
da una Idealità sociale antiegoistica, perchè la ragione di questa, nella
singola azioneumana di un individuo, si sottrae facilmente alla osservazione,
stante il concorso e il contrasto colle ragioni egoistiche, le quali ve la
accompagnano, il dubbio è tolto interamente arguendo dal fatto che,
appuntandosi i voleri individuali nella totalità dello Stato, ne risulta la
incontrastabile sovranità del volere morale, e antiegoistico, che vi os-
servammo. Le cose dette nel corso del libro dimostrarono che la Responsabilità,
intesa nel senso che sia Vastraito delle Sanzioni,onde la Società reagisce,
rintuzzandola, contro V azione propriamente umana individuale, si rife- risce,
non solo agli atti della Giustizia propriamente detta, ma anche a tutti gli
altri atti etico-civili dell'uomo; cioè: Agli atti offensivi non
contemplati e non contemplabili dalla Legge. I quali perciò, esclusi dal campo
della Giustizia propriamente detta, vanno attribuiti a quel- la altro della
pura Convenienza. Agli atti sindacabili soltanto dalla coscienza intima dell’individuo
in cui si avverano, e producenti la sola reazione del rimorso intemo. Agli atti
virtuosi, che l’individuo potrebbe fare e sarebbe bene facesse, e non fa. Ossia
a quegli atti che non si attribuiscono, ne alla Giustizia, né alla Convenienza,
ma alla Carità, come dicevano i moralisti vecchi, o alla Filantropia o
Beneficenza, come direbbero inuovi. E cosi è sciolta la questione, propostaci
nella Introduzione, come compito di questa nostra Sociologia. Rodrigo Felice
Ardigò. Rodrigo Ardigò. Keywords: sociologia. Grice
ed Ardigò: implicatura cooperativa —
positivismo filosofico — biologia
filosofica — psicologia filosofica naturalista — il sociale — l’intersoggetivo
——, la morale positivista, il positivism filosofico. La morale e il diritto
all’altro – la convivenza sociale – la giustizia, il bene sociale – la
benevolenza e la beneficenza – il calcolo ragionale nella convivenza sociale –
l’evoluzione sociale – l’organismo sociale – il positivismo filosofico –
communicazione e convenienza sociale – l’onesta morale – spettazione di onesta
reciproca – Fondazione naturalistica della morale – Fondazione – il fatto
sociale – il devere, la regola d’oro, fare all’altro cioe che vorreste fatto a
te – consiglio di prudenza – kant – costume – fatto sociale presupposizione del
linguaggio -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ardigò” – The Swimming-Pool Library.
Grice ed Arena: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei nudi – la scuola di
Ripastransone – filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P.Grice, The Swimming-Pool Library (Ripatransone). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Ripastransone,
Ascoli Piceno, Marche. Grice: “I like Arena; my favourite of his tracts are one
on what he calls, ambiguously, ‘guerriero dello spirito,’ which is pretty naif
– wasn’t Aeneas killing for something too, not necessarily ‘spiritus’? – His
focus is two orders: the templari and the teutonic order – my other of his
favourite trats is his ‘nudi’ – or
‘gnudi,’ if you mustn’t – when Romolo converses with Romo, they are ‘nudi’ –
what they say is what they mean and what they mean is what they say –
‘nakedness’ becomes a philosophical category, as when Strawson says, ‘the naked
true.’” “There is no reason why it shouldn’t be a philosophical category, since
the etymology is fascinating – vide Clarke, “The naked and the nude,” -- Leonardo Vittorio Arena (Ripatransone),
filosofo. Arena insegna "Storia della
filosofia contemporanea" presso Urbino. Filosofo e orientalista,ha
dedicato in particolare al Buddhismo Zen, al Taoismo e al Sufismo una vasta
produzione saggistica; è anche autore di romanzi e traduzioni sui medesimi
temi. Insegna tecniche di meditazione tratte da pratiche buddhiste e sufi. Ha
collaborato ai programmi religiosi della Radio Svizzera. Pensiero La sua
visione filosofica è esposta principalmente nelle tre opere Nonsense o il senso
della vita, Note ai margini del nulla e Sul nudo, dove si propone una sintesi
delle grandi correnti filosofiche orientali e occidentali, con particolare
riguardo a Nietzsche, Wittgenstein, Zhuāngzǐ e il Buddhismo Chán/Zen. Il
nonsense, come dall'opera Nonsense o il senso della vita, è da intendere come
la meta di ogni autentica indagine filosofica, realizzando la "distruzione
delle opinioni" sulla scorta del Buddhismo. La filosofia del nonsense non
è teoria, bensì non teoria: come la zattera del Buddhismo o la scala di
Wittgenstein, serve ad arrivare a una sorta di consapevolezza speciale, per poi
essere tranquillamente accantonata. Punto di partenza: non è possibile
formulare una filosofia esente da contraddizioni. Nelle pagine di ogni filosofo
si cela il tarlo dell'incoerenza. Traendo tutte le conseguenze logiche di ogni
filosofia se ne attesta la contraddittorietà. L'idealismo, base di ogni
filosofia, dovrà sfociare nel vuoto e nel nonsense, laddove se ne sviluppi il
suo principio-base, che è esistenziale prima ancora che teoretico, secondo cui
il mondo è la rappresentazione del soggetto o di una mente cosmica. La
posizione del nonsense spinge a riconoscere che le cose stanno proprio così
(Tathātā), cioè sono caratterizzate da una nudità che non può essere
interpretata o espressa attraverso alcuna dottrina od opinione. Non c'è
senso nascosto, e tutto è già qui, direttamente accessibile nella vita
quotidiana all'uomo comune e al Risvegliato, mai così tanto accomunati. Lo
strumento del nonsense è l'arte, specialmente la musica e si procede verso la
dimensione del non suono, già cara a John Cage, nella sua composizione
4'33", cui Arena dedica una lunga disamina, nella sua opera La durata
infinita del non suono. La stessa tematica viene ripresa e ampliata in Il tao
del non suono, nonché nell'analisi di alcuni solisti o gruppi di musica
contemporanea, come Lennon, Sylvian, Eno, Wyatt, SCELSI (si veda) e akamoto.
Musica e filosofia si intersecano, entrambe sono mezzi di conoscenza,
addirittura intercambiabili. Arena è influenzato dalla beat generation, e
riconduce parte del suo interesse di lunga data per l'Oriente ai Beatles e ai
grandi gruppi rock dei '60 e '70. Nella poesia, l'haiku esprime lo yugen,
un senso di "profondità misteriosa" che convive con la semplicità del
"qui e ora". Nonsense implica il superamento degli opposti, quindi
permette di giungere alla non dualità, al di là della logica formale di
Aristotele, perseguita dall'esorcista del nudo, il quale pretende di cogliere e
congelare in una articolazione sistematica il caotico divenire della vita;
operazione votata all'insuccesso, e alla contraddittorietà. Come per Nāgārjuna
e Wittgenstein, anche per A. la logica può servire a invalidare sé stessa, ma
nella dimensione radicale del kōan, come è concepita nel Chán/Zen.
L'insegnamento si trasmette grazie a una sorta di empatia o comunicazione
energetica tra maestro e allievo -, di baraka nel senso che il termine acquista
nel Sufismo -, veicolata dal silenzio e dal non suono. Nella sua opera
Note ai margini del nulla, A. riprende la posizione di Bodhidharma, relativa al
"non sapere, non distinzione" (fushiki), in direzione epistemologica
ed ermeneutica, sottolineando la complessità della diffusione del nonsense nell'ambito
del sociale. Egli analizza le concezioni di vari esponenti del pensiero
orientale e occidentale, tra cui Stirner, Pessoa e i maestri del Taoismo,
specie Zhuāngzi. Il nonsense propone un nichilismo costruttivo, dove le
"ragioni" del nulla non vengano concepite attraverso la modalità
unilaterale del nihil privativum, negativum od oggettivizzato. A. rovescia la
conclusione del Tractatus Logico-Philosophicus: di tutto ciò su cui si dovrebbe
tacere occorre proprio parlare. A. propone di sondare il nonsense
attraverso il nudo, una comprensione che sfoci nella non comprensione e nel non
pensiero, ben più fecondi di quanto la riflessione logico-formale non abbia
dato da vedere all'Occidente. Nietzsche, Dylan e i maestri Zen si rivelano, al
momento, i suoi principali ispiratori nei toni di una filosofia non accademica,
nemica del dogmatismo e della necrofilia della teoresi. La musica elettronica
contemporanea sembra particolarmente adatta a sondare la nudità, nei modi della
improvvisazione radicale, cui Arena dedica anche un'attività concertistica
solista con lo pseudonimo Mu Machine. Arena ha pubblicato una serie di
ebook sull'analisi di maestri e filosofi alla luce delle categorie del nonsense
e del nudo, sondandone tratti indipendenti dai "punti nodali",
riscontrabili nei compendi od opere manualistiche, e considerando queste figure
nella loro alterità: Beckett, Derrida, Nietzsche e Wittgenstein rientrano nel
novero, ma anche Jacques Lacan (cfr. la voce Opere). Parallelamente, sta
sondando le illusioni e i condizionamenti dell'animo, che non lasciano
percepire il nudo/nonsense. La produzione romanzesca è iniziata con La
lanterna e la spada, dove A. analizza la figura di Qinshi Huangdi, il primo
imperatore della Cina, famoso per l'unificazione della lingua, del Paese, e il
forte impulso dato alla costruzione della Grande Muraglia, ma anche per il rogo
dei libri, che ha ispirato Bradbury in Farenheit 451, e varie efferatezze. La
produzione letteraria è proseguita con un altro romanzo, L'imperatrice e il
dragone (ripubblicato come Il Tao del sesso), in cui si rievoca un'altra figura
molto discussa, stavolta nella Cina medioevale, quella di Wu Zhao, la quale
regnò per virtù propria, fondatrice di una sua dinastia, e non come semplice
imperatrice vedova, altresì famosa per gli eccessi e le passioni sessuali.
Anche di questa figura A. dà un ritratto senza giudizi moralistici ed
esaminandone i multiformi aspetti, come per il primo imperatore. In L'Ordine
nero, ripubblicato come La svastica sul Tibet, si tratta della spedizione
Schaefer, alla ricerca delle origini della razza umana e di ineffabili segreti
magici. Nel gruppo di nazisti si trova anche il filosofo Mayer (personaggio
inventato), alla ricerca del segreto della mente. In Il coraggio del samurai,
si parla dell'arcano connubio tra samurai e ninja, e dei segreti di questi
ultimi, descritti attraverso un gruppo di donne guerriere, la cui sovrana è la
misteriosa Padrona, di cui si dice che abbia quattro secoli; si parla anche di
Yoshitsune, un samurai del clan dei Minamoto, sfortunato quanto valoroso,
ostile al fratello Yoritomo. Nell'ultimo romanzo pubblicato, La corda e il
serpente, A. si discosta dal romanzo storico e scrive un'opera sperimentale,
dove la trama è un pretesto, e si nota l'influsso di Burroughs anche di
Lovecraft, per certi aspetti: nell'opera si parla di Atlantide, un mondo
sommerso, distrutto da una catastrofe; il protagonista L., darà vita a una
nuova specie umana. Arena propone una personale versione della
meditazione nella sua opera La Via del risveglio, Manuale di meditazione. Egli
prende spunto dal buddhismo, vipassana e Zen, dal sufismo e da Gurdjieff, dalla
psicologia analitica di Jung (il Libro rosso) e dal lavoro sull'ipnosi d’Erickson.
Una meditazione che conduce talvolta agli stati alterati di coscienza e
permette di sviscerare il nudo nonsense, caposaldo della visione filosofica d’A.
Una meditazione che ha il suo supporto nella musica, la quale non ne
costituisce solo il sottofondo, ma anche la base per approfondire le intuizioni
che ne emergono. "Difficile separare la musica dalla meditazione",
scrive A., "l'una porta all'altra". Scopo della meditazione è anche
attingere il non suono, categoria che Arena aveva sviscerato nei succitati
studi su Cage ed Eno. Una meditazione che attinge all'Oriente, ma fa tesoro
delle conquiste psicologiche e spirituali dell'Occidente. Per indicare la
modalità filosofica della pratica A. propone una metafora: "La meditazione
è premere il pulsante della consapevolezza". Dopo anni, e non sulla base
di un ripensamento quanto di un ampliamento, A. torna sul nonsense con una
nuova riflessione, imperniata sul non sapere alla luce del buddhismo Chan/Zen
nel suo complesso (non solo in riferimento a Bodhidharma), e soprattutto da non
intendere come non sapere socratico. Il non sapere invita a diminuire la
quantità di nozioni, a spogliare la mente dei preconcetti, principio che
potrebbe essere il pilastro della scoperta scientifica. Lo anima il non
pensiero, attività più affine alla intuizione, che usa la logica ponendola
contro se stessa. Anche questa posizione, come quella relativa al nonsense
nelle opere precedenti, mira all'acquisizione di un equilibrio psicofisico,
all'autorealizzazione, al riparo da dogmatismi ed eurocentrismi. L'incontro con
la nudità permetterà, nella solitudine esistenziale, di svelare nuove risorse
nel soggetto, un incontro con se stessi fecondo e produttivo, senza entrare in
polemica con alcuna visione filosofica, anzi ospitando visioni del mondo
contrastanti. La contraddizione, implicita nel nonsense, è foriera di nuovi
sviluppi teoretici, e consente di recuperare istanze che, nel pensiero
occidentale, erano state sepolte dopo la demonizzazione dei sofisti. Altre
opere: “Nietzsche-Wagner-Schopenhauer” (Fermo); “Il Vaisheshika Sutra di Kanada
(Quattroventi) La filosofia di Novalis (Angeli) Comprensione e creatività. La
filosofia di Whitehead (Franco Angeli) Novalis, Polline (Studio Editoriale)
Antologia della filosofia cinese (Mondadori) Storia del buddhismo Ch'an
(Mondadori) Il canto del derviscio [povero mendicanti sufi] (Mondadori) Il
Nyaya Sutra di Gautama (Asram Vidya Edizioni) Antologia del Buddhismo Ch'an
(Mondadori) Diario Zen (Rizzoli) I maestri (Mondadori) Haiku (Rizzoli); “Al
profumo dei pruni. L'armonia e l'incanto degli haiku giapponesi, Rizzoli ).
Realtà e linguaggio dell'inconscio (Borla) Novalis, Enrico di Ofterdingen
(Mondadori) Vivere il Taoismo (Mondadori) Il Sufismo (Mondadori) Il bimbo e lo
scorpione (Mondadori) La grande dottrina e Il Giusto mezzo (opere confuciane)
(Rizzoli) La filosofia indiana (Newton) Buddha (Newton) La via buddhista dell'illuminazione
(Mondadori) Del nonsense (Quattroventi) Sun-tzu, L'arte della guerra (Rizzoli)
Iniziazione all'autorealizzazione. Un percorso verso la consapevolezza
(Mediterranee) Chuang-tzu, Il vero libro di Nan-hua (Mondadori); Zhuangzi
(Rizzoli). Poesia cinese dell'epoca T'ang (Rizzoli) La barriera senza porta
(Mondadori) La filosofia cinese (Rizzoli) La storia di Rama (Mondadori)
Nei-ching, canone di medicina cinese (Mondadori) I-ching. Il libro delle
trasformazioni (Rizzoli) Samurai. Ascesa e declino di una nobile casta di
guerrieri (Mondadori) Musashi, Il libro dei cinque anelli (Rizzoli) Kamikaze.
L'epopea dei guerrieri suicidi giapponesi (Mondadori); “Hagakure, Il codice dei
samurai (Rizzoli) La mente allo specchio (Mondadori) Il sogno della farfalla
(Pendragon) Il libro della tranquillità. 100 koan del buddhismo Zen (Mondadori)
Sun Pin, La strategia militare (Rizzoli) Dogen, Shobogenzo (Mondadori) Tecniche
della meditazione taoista (Rizzoli); “Il tao della meditazione, Rizzoli); I 36
stratagemmi (Rizzoli); I guerrieri dello spirito (Mondadori); La lanterna e la
spada (Piemme) Lo spirito del Giappone (Rizzoli) L'imperatrice e il dragone
(Piemme) La pagoda magica e altri racconti per trovare la felicità dentro di sé
(Piemme); “Il libro nella felicità”; “II pensiero indiano (Mondadori) Orient
Pop. La musica dello spirito (Castelvecchi) L'arte della guerra e della
strategia (Rizzoli) Il lago incantato. Racconti sull'amore (Piemme) L'ordine
nero (Piemme) L'innocenza del Tao (Mondadori); Il maestro e lo sciamano
(Piemme) Incontri di filosofia. La biblioteca di Babele, I (Città di Ripatransone). Xunzi, L'arte confuciana
della guerra (Rizzoli) Confucio (Mondadori) Il coraggio del samurai (Piemme)
Nietzsche in Cina nel XX secolo”; Incontri di filosofia. La filosofia come
conoscenza di sé, II (Città di
Ripatransone). Memorie di un funambolo; Note ai margini del nulla; Nonsense o
il senso della vita; La durata infinita del non suono (Mimesis) Il pennello e
la spada. La Via del samurai (Mondadori, ) Introduzione al Sufismo (ebook, ).
Un'ora con Heidegger (Mimesis). Introduzione alla storia del Buddhismo Ch'an
(ebook, ). Il libro della tranquillità (Congronglu) 100 koan del Buddhismo Zen”;
L'arte del governo (Huainanzi) (Rizzoli); “Heidegger, il Tao e lo Zen (ebook,
). Il Tao del sesso: La storia di Wu Zhao; La lanterna e la spade”; “La
svastica sul Tibet”; Il libro dei segreti d'amore”; All'ombra del maestro”; Il
Tao del non suono”; “La filosofia di David Sylvian. Incursioni nel rock
postmoderno (Mimesis); “Ikkyu poeta zen; “La filosofia di Brian Eno. Filosofia
per non musicisti (Mimesis); “Novalis come alchimista”; “La filosofia di Wyatt.
Dadaismo e voceunlimited (Mimesis). Yogasutra (di Patanjali) (Rizzoli ).
Sun-tzu: l'arte della guerra per conoscersi; La barriera senza porta (Wu-men
kuan) 100 koan del buddhismo Zen”; “La comprensione negata”; “Buddha: La via
del risveglio”; “Nagarjuna: la dottrina della via di mezzo (Zhonglun)”; “Il
libro rosso di Jung (ebook, ). La storia di Rama (Ramayana)”; “Sul nudo. Introduzione
al Nonsense (Mimesis). Storia del pensiero indiano”; Lacan Zen, L'altra
psicoanalisi (Mimesis). Storia del pensiero indiano”; “Oltre il nirvana”;
L'altro Derrida”; “Watt, la cosa e il nulla. L'altro Beckett; L'altro
Wittgenstein”; “Nietzsche, lo Zen, Bob Dylan. Un'autobiografia”; “ L'altro
Nietzsche”; “Una introduzione alla filosofia di John Lennon”; “Scelsi: Oltre
l'Occidente, Crac Edizioni. La corda e il serpente, Illusioni, La filosofia di
Sakamoto, Il Wabi/Sabi dei colori proibiti, Mimesis. La Via del risveglio,
Manuale di meditazione, Milano, Rizzoli. Wenzi, Il vero libro del mistero
universale. Un classico della filosofia taoista, Milano, Jouvence. La filosofia
di John Lennon. Rock e rivoluzione dello spirito, Milano-Udine, Mimesis.
Togliersi le idee. L'ombra del nonsense, Il Tao della pedagogia (selezioni da:
Annali Primavere-Autunni di Lu Buwei); Il libro segreto dei ninja: Shoninki; Ikkyu:
l'Antibuddha, (poesie in traduzione dal giapponese); Confucio come counselor, Miyamoto
Musashi: Dokkodo; Quanti orientali. Oltre il Tao della fisica; Daodejing: Laozi
come counselor; Zhuangzi: i capitoli interni; Bhagavad Gita; Qohelet, l'interpretazione
"orientale"; Il pensiero giapponese. L'età moderna e contemporanea,
Jouvence. La filosofia di Bob Dylan, Mu Machine Collection; Zhuangzi: i
capitoli esterni, Mu Machine Collection; Zhuangzi: miscellanea, Mu Machine
Collection; La raccolta della roccia blu (i cento koan del Biyanlu), Mu Machine
Collection; Basho:Haiku, Mu Machine Collection; Vivere il taoismo, Mu Machine
Collection; Il libro rosso di Jung: Liber Primus, Mu Machine Collection, ebook.
Storia del pensiero indiano, II, Mu
Machine Collection, Storia del pensiero indiano, III, Mu Machine Collection, Storia del
pensiero indiano, Mu Machine Collection,
ebook. Il libro rosso di Jung: Liber Secundus, Mu Machine Collection, L'antistoria
della filosofia, Mu Machine Collection, Zen contro Zen, Mu Machine Collection, I greci in Oriente, Mu Machine Collection, Liezi
il libro taoista della verità, Mu Machine Collection, Lo spirito del samurai:
Budoshoshinshu, Mu Machine Collection, Il giardino nascosto (sul tempo), Mu
Machine Collection, Neijing il canone di medicina cinese, Mu Machine Collection,
Dogen Shobogenzo, Mu Machine Collection, Guida al cinese classico, Mu Machine
Collection; Nascita di un samurai, Mu Machine Collection; Il Canone di Mozi. La logica cinese, Mu Machine
Collection, ebook. Jung Zen, Mu Machine Collection. In Inglese Nonsense as the Meaning, ebook,.
Nietzsche in China in the 20th Century, ebook,. The Shadows of the Masters,
ebook,. An Introduction to Sufism, ebook,. The Dervish, ebook,. Cage Nagarjuna
Wittgenstein, ebook,. Nosound, ebook,. The Red Book of Jung, ebook,. Illusions,
ebook,. The Book On Happiness, ebook. On Nudity. An Introduction to Nonsense,
Mimesis International. Sylvian As A Philosopher, Mimesis International. In
Spagnolo El canto del derviche. Parabolas de la sabiduria Sufi, Grijalbo,
Barcelona In Francese Sur le nu. Introduction
à la philosophie du Nonsense, Editions Mimésis,. A., Nonsense o il senso della
vita, ebook, cap. 1 Nonsense o il senso
della vita, A., La durata infinita del
non suono, Mimesis A., Il tao del non suono, ebook A., Una introduzione alla filosofia di John
Lennon, Kindle Edition A., La filosofia
di Sylvian. Incursioni nel rock postmoderno, Milano, Mimesis A., La filosofia di Brian Eno, Milano,
Mimesis,. A., La filosofia di Robert
Wyatt, Milano, Mimesis,. A., Scelsi:
Oltre l'Occidente, Falconara Marittima, Crac Edizioni,. A,, La filosofia di
Sakamoto, Il Wabi/Sabi dei colori proibiti, Milano-Udine, Mimesis,.. L. V. Arena, Orient pop. La musica dello
spirito, Roma, Castelvecchi, Nagarjuna, The Philosophy of the Middle Way, D.
Kalupahana, Albany, L. Wittgenstein,
Tractatus Logico-philosophicus, Torino, Einaudi; A., Note ai margini del nulla,
ebook, passim A., Note ai margini del
nulla, ebook, cap. 1 Biyanlu, 1 A.,
Zhuangzi: I capitoli interni, ebook; Idem, Zhuangzi: i capitoli esterni, ebook,
idem, Zhuangzi: Miscellanea. ebook..
Contra Kant, Critica della ragion pura, Roma-Bari, Laterza Nonsense o il senso della vita,
Appendice A., La comprensione negata,
ebook,. A., La filosofia di Dylan, Collezione Mu Machine, ebook.. A.,
Nietzsche, lo Zen, Dylan, Autobiografia,
I, ebook. A., Illusioni, Kindle,. A.. La Via del risveglio, Manuale di
meditazione, Milano, Rizzoli..A/, Il libro rosso di Jung, ebook. A., Togliersi le idee, L'ombra del nonsense,.. su A. Nonsense o il senso della vita, su
amazon. Note ai margini del nulla, su
amazon. L'attività accademica di A.; su uniurb. Il blog filosofico di A., su
leonardo vittorioarena. wordpress.com. L'autobiografia, su amazon. Filosofia
Letteratura Letteratura Religioni Religioni Storia Storia Filosofo del XXI secoloOrientalisti
italianiStorici delle religioni italiani Ripatransone. Leonardo Vittorio Arena.
Keywords: nudi, Novalis, Schopenhauer, Nietzsche, Wagner, Puccini, Butterfly,
Turandot, Mascagni, Iris, Leoni, L’Oracolo, Confucio, la guerra, stratagema,
strategia, antistoria della filosofia, Heidegger, Wittgenstein, l’unconscio,
Whitehead, Grice on east and west, Staal, ‘those in a position to know’ –
metafisica, greco-latina, Heidegger citato par Arena, Leonardo Arena, Leonardo
Vittorio Arena. Cinese, linguaggio, la filosofia del linguaggio di Novalis,
Gozzi, libretti di Butterfy, Turandot, Isis, L’Oracolo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Arena” – The
Swimming-Pool Library. Arena.
Grice ed
Aresandro: la setta di Lucania -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucania). Filosofo italiano. According to Giamblico
di Calcide, a Pythagorean. Aresandro.
Grice ed Aresa:
la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. A Pythagorean.
According to lamblichus of Chalcis, he re-establishes the school of Pythagoras,
and Diodoro of Aspendus becomrd one of his students or companions. He is also
said to have previously fled from Crotone when it is attacked by enemies of the
Pythagoreans and seeks safety with friends at a distance, but he would have had
to have lived an extraordinarily long time for both stories to be true.
Although many identify A. with Aresandro of Lucania, it may be that two
separate stories and people have been confused, with the earlier history
belonging to Aresandrus and the later one to Aresa. Aresa.
Grice ed Ario –
filosofia italiana – Roma – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Insegnante di filosofia di
Ottaviano. Ario era un cittadino di Alessandria d'Egitto. Ottaviano lo
stima talmente tanto che, dopo la conquista di Alessandria, dichiara di aver
risparmiato la città solo per il bene d’Ario. Secondo Plutarco, Ario suggere ad
Ottaviano di giustiziare Cesarione, il figlio di Cleopatra e Giulio Cesare, con
le parole οὐκ αγαθὸν πολυκαισαρίη "non è bello avere troppi Cesari",
un gioco di parole basato su un verso di Omero. Ario, come i suoi due figli
Dionisio e Nicanore, insegnano filosofia ad Ottaviano.Viene spesso citato da
Temistio, il quale afferma che Ottaviano lo considerava meritevole quanto
Agrippa. In Quintiliano si scopre che Ario scrive o insegna anche retorica. Si
tratta probabilmente dello stesso Ario la cui Vita era nella parte finale
mancante del libro VII delle Vite di Diogene Laerzio. Ario Didimo viene
solitamente identificato con l'Ario le cui opere vengono citate a lungo da Stobeo,
e che sintetizzano lo stoicismo, la scuola peripatetica ed il platonismo. Il
fatto che il nome completo sia Ario Didimo lo sappiamo grazie ad Eusebio, il
quale cita due lunghi passaggi della sua visione stoica del dividno; la
conflagrazione dell'universo; e l'anima. Plutarco, Ant. 80, Apophth.; Cassio
Dione, li. 16; Giuliano, Epistles, 51; comp. Strabone, xiv. ^ David Braund at
al, Myth, history and culture in republican Rome: studies in honour of Wiseman,
University of Exeter Press, La frase originale era οὐκ αγαθὸν πολυκοιρανίη
" cioè "Non è bello avere troppi capi" o "il regno di molti
è una brutta cosa" (Omero, Iliade II, v. 204). "polukaisarie" è
una variante di "polukoiranie". "Kaisar" (Cesare)
sostituisce "Koiran(os)", che significa "capo". Sventonio, Augustus,
Temistio, Orat., Quintiliano, iComp. Seneca, consol. ad Marc. 4; Eliano, Varia
Historia, xii. 25; Suda; Richard Hope, The book of Diogenes Laertius: its
spirit and its method, Inwood, The Cambridge Companion to the Stoics, Cambridge
University Press ^ Eusebio, Praeparatio Evangelica, xv. Arthur J. Pomeroy
(ed.), A. Epitome of Stoic Ethics. Texts and Translations 44; Graeco-Roman 14.
Atlanta, GA: Society of Biblical Literature,
Inwood, e Gerson, Hellenistic Philosophy. Introductory Readings, Hackett
Publishing Company, Indianapolis/Cambridge; Fortenbaugh, W. (Editor), On Stoic
and Peripatetic Ethics: The Work of Arius Didymus. Transaction; A. Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Andrea Ferro, A. in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1929. Modifica su
Wikidata Ario Didimo, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 2009. Modifica su Wikidata Arìo Dìdimo, su sapere.it, De Agostini.
Modifica su Wikidata (EN) Opere di Ario Didimo, su Open Library, Internet
Archive. Modifica su Wikidata Eusebio di Cesarea, Praeparatio Evangelica,
Portale Biografie Portale Filosofia Categorie: Filosofi
romaniFilosofi del I secoloRomani del I secoloNati nel I secolo a.C.Morti nel I
secoloAlessandrini di epoca romanaStoici. Ario Didimo. Ario.
Grice ed Arione:
la setta di Locri -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo italiano. A Pythagorean visited by
Platone. Arione.
Grice ed Aristea:
la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According to
Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristea was a Pythagorean. Aristea.
Grice ed
Aristeneto – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Nizza). Filosofo italiano. A pupil of Plutarco. Aristeteneto.
Grice ed Aristeo:
la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According to Giamblico
di Calcide, a pupil of Pythagoras. When Pythagoras died, Aristeo became his successor ad
married his widow, Theano. Fragments of a work on harmony are attributed to
him. Legend has it that he married Pythagoras’s widow, herself the daughter of
Brontino. There is however, some confusion over this. According to another
tradition, it was Brontino who married Pythagoras’s widow. Still according to a
yet another tradition, the woman was Pythagoras’s pupil, not wife, whom
Brontino married. Schuler argues that there were actually two women involved,
perhaps mother and daughter. This convolution is one of the main reason why
Oxford is not co-educational. Aristeo.
Grice ed Aristide:
la setta di Reggio -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. According to Giamblico
di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristide was a Pythagorean.
Grice ed
Aristippo: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. According to Giamblico
di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristippo was a Pythagorean.
Grice ed Aristo –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He specialised in legal philosophy.
Plinio (si veda) Minore describes him as a man of great wisdom, and superior in
virtue to all the philosophers of his time. Aristo.
Grice ed Aristo –
Roma –filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The brother of Antioco and a friend
of Brutus. Aristu was said to hae been an inferior philosopher to his brother,
but a wholly admirable individual. Aristo.
Grice ed
Aristocleida: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo italiano. According
to Giamblico of Calcide (“Vita di Pitagora”),
a Pythagorean. Aristocleida.
Grice ed
Aristocle: il Lizio a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Lizio, studied at
Rome under Erode Attico. Tito
Claudio Aristocle. Aristocle.
Grice ed
Aristocrate – Roma – filosofia italiana. – Luigi Speranza – Filosofo italiano. Regarded as an accomplished philosopher, a man of
great learning, and someone who lead a pious life. A puil of Lucio Anneo
Cornuto and a friend of both Persio and Agatino. Petronio Aristocrate. Aristocrate.
Grice ed
Aristocrate: la setta di Reggio -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. According to Giamblico
di Calcide, Arisocrate was a Pythagorean. Aristocrate.
Grice ed
Aristodoro: all’isola -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. Aristodoro was the recipient of the
tenth letter of Platone – but we do not if he responded to it. In the letter,
Plato credits Aristodor as being a “philosopher” himself. Aristodoro.
Grice ed
Aristomene: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristomene was a Pythagorean. Arostomene.
Grice ed Aristone
– Roma – filosofia italiana – Filosofia del principtao -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher at Rome, attached to
the household of Marco Lepido. According to Seneca, A. used to engage in
philosophical discussions when travelling around in a carriage, leading a wit
to observe that he was obviously not a ‘peripatetic.’ Aristone.
Grice ed Aristone:
la setta di Ceo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Ceos). Filosofo italiano. Ariston of Julii after the town on
Ceos. Aristone.
Grice ed Aristosseno
– Roma – la scuola di Taranto – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo
italiano. Taranto, Puglia. How to live
the good life. Aristosseno
filosofo greco antico Lingua Segui Modifica «Diceva Aristosseno che il vero
amore del bello sta nelle attività pratiche e nelle scienze; perché l'amare e
il voler bene hanno inizio dalle buone usanze e occupazioni, così come, nelle
scienze ed esperienze, quelle buone ed oneste amano davvero il bello; mentre
ciò che dai più è detto amore del bello, cioè quello che si manifesta nelle
necessità e nei bisogni della vita è, se mai, la spoglia del vero amore.»
(Stobeo, Florilegio) Filosofo antico, peripatetico e scrittore di teoria
musicale. Ritratto immaginario di Aristosseno. Figlio di Spintaro (allievo
di Socrate), fu da questi e dal padre avviato alla musica e alla
filosofia. S'interessò alla dottrina pitagorica, per poi diventare
discepolo di Lampo Eritreo, di Senofilo e infine uno dei principali allievi di
Aristotele: infatti ebbe l'incarico di tenere nella sua scuola lezioni di
musicologia. Aspirò alla successione del maestro e la nomina di Teofrastoalla
direzione della scuola peripatetica, dopo la morte di Aristotele, fu la
profonda delusione della sua vita. Infatti si trasferì a Mantinea, una
città del Peloponnesofamosa per la diffusione della musica, dove visse per
molti anni, ebbe molti discepoli detti Aristosseni e fu consigliere del re
Neleo. Qui scrisse due opere, Il carattere dei Mantinei e l'Elogio dei
Mantinei. Opere. Secondo Suda, A. scrive 453 saggi, molte delle quali
sulla musica, per la quale divenne autorità indiscussa. In base ai frammenti,
le opere aristosseniche possono essere divise in vari gruppi. In primo
luogo, Aristosseno si dedicò, sulle orme di Aristotele, allo studio delle
teorie pitagoriche, con opere come la Vita di Pitagora (Πυθαγόρου βίος, fr.
Wehrli); Su Pitagora e i suoi allievi (Περὶ Πυθαγόρου καὶ τῶν γνωρίμων αὐτοῦ,
fr. 14 Wehrli); La vita pitagorica (Περὶ τοῦ Πυθαγορικοῦ βίου, fr. Wehrli);
Massime pitagoriche (Πυθαγορικαὶ ἀποφάσεις, fr. Wehrli). L'attenzione
alla dimensione educativo-pedagogica è testimoniata dalle Leggi educative
(Παιδευτικοὶ νόμοι, fr. Wehrli) e dalle Leggi politiche (Πολιτικοὶ νόμοι, fr. Wehrli).
Numerose furono anche le sue biografie: Vita di Archita (Ἀρχύτα βίος, fr.
Wehrli); Vita di Socrate (Σωκράτους βίος, fr. Wehrli); Vita di Platone
(Πλάτωνος βίος, fr. Wehrli); Vita di Teleste (Τελέστου βίος, fr. Wehrli), sul
poeta ditirambico. Dove, però, Aristosseno lasciò una duratura impronta
fu la teoria della musica, con opere come Sui tonoi(Περὶ τόνων), di cui resta
una breve citazione nel commentario di Porfirio agli Armonica di Claudio
Tolomeo; Sulla musica (Περὶ μουσικῆς, fr. Wehrli); Ascolto della musica (Μουσικὴ
ἀκρόασις, fr. 90 Wehrli); Su Prassidamante (Πραξιδα .μάντεια, fr. 91 Wehrli);
Sulla melica (Περὶ μελοποιίας, fr. Wehrli); Sugli strumenti (Περὶ ὀργάνων, fr. Wehrli);
Sugli auloi (Περὶ αὐλῶν, fr. Wehrli); Sui flautisti(Περὶ αὐλητῶν, fr. 100
Wehrli); Sui fori degli auloi(Περὶ αὐλῶν τρήσεως, fr. Wehrli); Sui cori (Περὶ
χορῶν, fr. 103 Wehrli); Sulla danza della tragedia (Περὶ τραγικῆς ὀρχήσεως, fr.
104-106 Wehrli); Comparazioni (Συγκρίσεις, fr. Wehrli); Sui poeti tragici (Περὶ
τραγῳδοποιῶν, fr. Wehrli). Infine, tipicamente erudite erano le
Miscellanee simposiali (Σύμμικτα συμποτικά, fr. Wehrli); Memorabilia (Ὑπομνήματα),
Memorabilia storici(Ἱστορικὰ ὑπομνήματα), Memorabilia in breve (Κατὰ βραχὺ ὑπομνήματα),
Note miscellanee (Σύμμικτα ὑπομνήματα), Note sparse (Τὰ σποράδην): Wehrli. A
noi sono giunti gl’elementi di armonia (᾿Αρμονικά) divisi in tre libri: nel
primo, intitolato Principii vengono esposti la definizione della scienza
armonica e i suoi argomenti, quali la voce, acuto e grave, intervalli, melodia,
generi, suoni e tonalità; nel secondo vi è una introduzione filosofica, una
presentazione innovativa delle caratteristiche dell'armonia, una polemica
contro gli esperti di musica passati e tradizionalisti; il terzo libro inizia
con l'approfondimento degli intervalli e s'interrompe sulla parte intitolata
Elementi. Musica ed estetica in Aristosseno. Interessa rilevare negli
scritti di Aristosseno la presenza più o meno esplicita di un pensiero
estetico: un'idea di quel che sia o come debba essere intesa l'opera d'arte
musicale. Alla musica attribuì un notevole influsso etico ed educativo, ma
anche un uso terapeutico: il vero amore del bello sta nelle attività
pratiche e nelle scienze; perché l'amare e il voler bene hanno inizio dalle
buone usanze e occupazioni, così come, nelle scienze ed esperienze, quelle
buone ed oneste amano davvero il bello; mentre ciò che dai più è detto amore
del bello, cioè quello che si manifesta nelle necessità e nei bisogni della
vita è, se mai, la spoglia del vero amore.» (Stobeo, Florilegio, III, 1,
101.) Aristosseno applicò alla musica il duplice metodo, sperimentale e
teorico, di chiara influenza aristotelica, tanto da scrivere che i pitagorici
«usavano medicine per purificare il corpo e musica per purificare la mente.
Abbinò questi studi allo sviluppo della dottrina dell'anima come armonia del
corpo, perfezionando gli astratti presupposti dell'aritmeticapitagorica con
l'osservazione attenta dei fenomeni del suono. È, tra l'altro, andata perduta
un'opera di Aristosseno che era intitolata Sull'ascoltare musica, nella quale
pare si sostenesse il carattere necessariamente attivo di questa operazione,
che richiede un vigile e assiduo confronto tra i suoni passati e quelli
presenti e futuri. Ossia, Aristosseno riconobbe la funzione fondamentale della
memoria nell'intelligenza della musica, come risulta da un paragrafo degli
Elementi di armonia: «Di queste due cose, invero, la musica è coesistenza:
sensazione e memoria. Bisogna infatti sentire ciò che accade e ricordare ciò
che è accaduto». Grazie a Plutarco sono giunte fino a noi altre parti del
modello musicale elaborato da Aristosseno, il quale era consapevole che la
musica non poteva essere limitata a una ricreazione scientifica e nemmeno a un
gioco di sensazioni, bensì alla riuscita di tutte le sue parti, dalle parole ai
ritmi e ai suoni, e il compito del genio è quello di creare le corrispondenze
fra questi elementi, attraverso un lavoro di sintesi. Il compito
dell'ascoltatore, secondo le teorie di Aristosseno è quello di ricostruire
l'opera stessa e se la fusione è esaustiva, in qualche modo l'opera esiste. Secondo
la Cronaca eusebiana. Suda, s.v. ^ Μαντινέων ἔθη, fr., I, rr. 1-9 Wehrli.
Μαντινέων ἐγκώμιον, fr., I, rr. 10-12 Wehrli. ^ Il riferimento è all'edizione
di F. Wehrli, Die Schule des Aristoteles, A., Basel/Stuttgart con il testo
greco dei frammenti e commento in tedesco. Dizionario di Musica", di Corte
e Gatti, Torino, voce "A.". Huffman (ed.), A. of Tarentum: Discussion, New
Brunswick – London; Gibson, A. of
Tarentum and the Birth of Musicology, New York, Routledge, Visconti, A. di
Taranto. Biografia e formazione spirituale, Napoli;
Wehrli, Die Schule des Aristoteles, A., Basel/StuttgartA., Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Aristosseno di
Taranto, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di Aristosseno, su Open Library, Internet Archive. A.,
in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Trattato
di armonica di A. di Taranto, su users.unimi.it. Portale Biografie Portale
Filosofia Portale Magna Grecia Portale Musica Spintaro compositore
e filosofo greco antico Clearco di Soli filosofo cipriota De
audibilibus opera dello Pseudo-Aristotele. Aristosseno. Keywords: Ravel,
Pavane, Mahler, Wagner. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Aristosseno,” pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library.
Grice ed Armetta:
all’isola -- l’implicatura conversazionale del dialogo – la scuola di Palermo
-- filosofia italiana – filosofia siciliana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Armetta; he is
into ‘dialogue,’ I am into conversation. I once suggested
to Strawson that he should write a dissertation on the distinction betweehn
dia-logos and cum-versatio, but he said that ‘converse’ is used to mean ‘make
out’ in the Bible, while ‘dialogue’ ain’t!” Principale allievo di
Santino Caramella, di cui cura il lascito.
Si è laureato in Filosofia presso l’Palermo con Santino Caramella, di
cui è diventato subito assistente universitario. Con lui e gli altri allievi e
collaboratori ha fondato la rivista di filosofia «Dialogo» (1964-1974); dal
1960 al 1992 ha insegnato nei licei di stato (per un lungo periodo di tempo
presso il Liceo Ginnasio Vittorio Emanuele II); dal 1981 insegna presso la
Pontificia Facoltà Teologia di Sicilia «San Giovanni Evangelista», prima come
docente incaricato di Dottrine filosofiche e fino al 2004 anche di Logica; ha
fatto parte della segreteria della Rivista della Facoltà per un decennio fino
al 1998 e sin dall’anno accademico 1985 è Segretario Generale della medesima
Facoltà. Il pensiero di Armetta è una
rilettura del neoidealismo crociano e gentiliano sulla base dello spiritualismo
cristiano. I suoi studi sono rivolti soprattutto alla storia del pensiero
filosofico e teologico in Sicilia, e sono culmila curatela del monumentale
Dizionario Enciclopedico dei pensatori e dei teologi di Sicilia. Altre opere: "La filosofia del volere da
Omero a Platone”; “Storia e idealità in S. Kierkegaard”; “L’uomo come natura”;
“Guida agli scritti di Santino Caramella”; “Teoria e pratica in Santino
Caramella”; “Caramella e Gobetti. Un rapporto oscurato”; “Il Carteggio
Caramella-Croce”; “Il carteggio tra Caramella e Radice”; “Per una società in
dialogo”; “Il pensiero filosofico in Sicilia”; “Elementi di ideologia”;
“Istituzioni ideologiche”; “Rosario La Duca. Guida agli scritti”; “La toponomastica
di TerrasiniFavarotta”; Dizionario enciclopedico dei pensatori e dei teologi di
Sicilia. Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma); “Dizionario enciclopedico dei
pensatori e dei teologi di Sicilia. Dalle origini al sec XVII (Sciascia Editore,
Caltanissetta-Roma). Riconoscimenti Papa Benedetto XVI lo ha insignito del
titolo di Cavaliere Commendatore dell'Ordine di S. Silvestro. Caltanissetta,
Sciascia Editore,. Filosofia Filosofo del XX secoloFilosofi italiani Professore1928
Palermo. Francesco Armetta. Keywords: dialogo, fascimo filosofico, filosofi del
fascism, croce e caramella – il carteggio curato da Armetta, presenza di
Caramella nel primo convegno a Milano, dialogo, implicatura dialettica,
Caramella e Giobetti, storia della filosofia italiana, filosofia politica nella
Italia del primo novecento, la metafisica del dialogo in Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Armetta” – The
Swimming-Pool Library. Armetta.
Grice ed Arnoufi – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza.
(Roma). Filosofo italiano. A philosopher. His talents extended
to magic. He conjured up a storm for the Romans at a time when they were short
of water. Arnoufi.
Grice ed Arriano: il portico a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza – (Roma). Scolaro di Epitteto. Lucio
Flavio Arriano. Arriano.
Grice ed Arrighetti: la
ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I
like Arrighetti: his forte was Aristotle’s rhetoric, and he was very popular
with the Accademia degli Ardenti, and later with a subgroup of this, The
Accademia degli Svelati (which later merged with the Accademia dei Lunatici);
his other forte was the distinction between ‘oratio’ and ‘oratio vvocalis’ –
“Os” is of course Romann for ‘mouth’ – but figuratively for ‘linguaggio’ –
(after all, the tongue is IN the mouth). I happen to prefer ‘mouth,’ because
Roman ‘os’ is related to ‘essere’: you are who you are, i.e. you exist, because
you can breathe through your mouth. Appartenente a una nobile famiglia
fiorentina, studia la lingua greca e le filosofie Aristotelica e Platonica a Pisa
e Padova. Dedicatosi agli studi teologici, venne ascritto al corpo dei teologi
dell'università fiorentina. Urbano VIII, che ha molta stima per A., lo crea canonico
penitenziere della cattedrale di Firenze e esaminatore sinodale, posizione che
mantenne fino alla morte. È uno dei membri più illustri dell’accademia
Fiorentina e di quella degl’alterati fra i quali si chiama Fiorito. Altre saggi: “La rettorica d’Aristotele e
Cicerone spiegata” (Firenze); “La
Poetica d'Aristotele, spiegata” (I Svogliati, Pisa), “Il Piacere” (Firenze);
“Il riso” (Firenze); “L’ingegno” (Firenze), “L’onore” (Firenze); “Vita di S.
Francesco Saverio estratta dalle relazioni, fatte in Concistoro da Francesco
Maria Cardinale del Monte”, “Sermoni sacri, volgari e latini fatti in varie
chiese e compagnie di Firenze”; “Opere spirituali”; “L'Orazione vocale e
mentale”; “Tractatus de iis quae necesitate medii et precepti credenda sunt”. Note Arrighetti (Philippe), in: Louis Gabriel
Michaud: Biographie universelle ancienne et moderne, A., Filippo. In:
The Biographical Dictionary of the Society for the Diffusion of Useful
Knowledge, sg. A. (Philippe), in: Nouvelle biographie
générale, 1852–66, 3358 Arrighetti,
Filippo. In: The Biographical Dictionary of the Society for the Diffusion of
Useful Knowledge, sg. Biografie Biografie Cattolicesimo Cattolicesimo Filosofia Categorie: Religiosi
italiani Filosofi italiani Filosofi italiani Grecisti italiani Firenze
PadovaTraduttori dal greco all'italiano. RETTORICA
E POETICA D'ARISTOTILE TRADOTTE E SPIEGATE. PROLOQVII NELLA RETTORICA D'ARISTOTELE
RECITATI NELL'ACCADEMIA DELLI SVEGLIATI IN PISA. RAGIONAMENTO I. De principii
vniversali dell'arte. Prooemium. E' lodevol'usanza di tutti i buoni espositori
et massime di quelli d'Aristotele proporr'alcuni capitoli dal principio di
qualunque trattato ch'eglin si metton ad esporre, i quali da lor son detti
prolegomeni, o ver proloquii, molt'utili reputati non senza legittima cagione,
per chiarezza et intelligenza delle cose che si deven trattare, et molti son
questi de quali si fa maggior o minor copia secondo la qualità de trattati
parte nascenti dalla natura delle cose da insegnarsi, parte da varii accidenti
onde si vede che questa, per non dir come tropp'alta et forse troppo oscura ma
al men come lontana dalla prattica, è stata involta 'n un tenebroso silenzio.
Pregoti dunque benigno uditore, poich'io solco mar non troppo cognito, che tu
aiuti questo mio corso con l'aura benigna della tua attentione. Quel
ch'inducesse li huomini et quando a ritrovar l'arti. E' cosa manifesta a
ciascheduno che l'huomo è composto di due parti principali, d'anima et di
corpo. L'anima divina et immortale et per se stessa aspirante a cose alte et
elevate: ma per esser racchiusa nel profondo del corpo nostro, tale che non può
senza l'aiuto suo sostenersi, il ch'è la vita nostra. Hebben acconcia la terra,
onde potessen nutricarsi et altresì provedut'onde commodamente vivesseno, si
dieden alla contemplazione. Et tanto basti haver detto dell'occasion del
ritrovar l'arti, et del tempo in che elle si ritrovarono. Trattano i
logici e metafisici della diffinizione ma con esquisitezza singulare mostrando
che la diffinitione è una oratione, la quale dichiara la essenza et natura
della cosa, et questa da loro si compone di genere et differenze. Ma havendoci
noi proposto di ragionar di quelli che son più oscuri et manco trattati da
professori della Rettorica, che son chiaramente quelli di cui già habbiam
discorso. Poscia che havuto fine il nostro proposito, porrem anchor noi fine al
nostro ragionamento. Camminando su l'orme de discorsi fatti sin a qui sì
in generale, sì in particolare sopr'il negozio rettorico acciocché si proceda
secondo l'ordine della natura, che è cominciando prima delle cose prime, andrem
ritrovando il fine a cui s'indirizza questa professione, o ver arte che dir la
vogliamo. Però essend'egli parte della felicità, vien ad esser ancho parte del
fine humano. Insin a qui habbiam vedut'in quanti modi si piglia il diletto, et
non ha dubbio alcuno ch'un di questi si convien alla poesia; hora è da veder
quale et come, et scior le dubitazioni ch'intorn'a ciò accadesseno. Dice
Aristotele l'imitazione esser una delle principali cagioni della poesia et noi
poco fa l'habbiam posta come fine. Adunque terremo per fermo che l'imitazione
co'l metro habbin dat'origine alla poesia et che le sien la vera essenza di
quella. Del suggetto della poetica. S'egli è vero quel che noi habbiam
determinato ne discorsi rettorici essend'il suggetto quel ch'è capace della
forma che intende d'introdur l'artefice et ove s'impiega l'opera del poeta,
tutta rigirandos'intorno a questo che s'imiti alcuna attione è necessario dir
ch'ella sia il suo suggetto. Et vedesi che s'è ben dato qualche condimento
all'arti et alla filosofia mediante il verso come fecen molti scrittori innanzi
a Platone Anassagora GIRGENTI (si veda) ET APPRESS'I LATINI LUCREZIO et di
medicina da Q. Sereno et altri la qual'usanza non è stata approvata né seguita
da maestri delle scienze et pur le cose da loro eran trattate co' principii
proprii, cosa molt'alieno dal sentimento et processo poetico. Che sorte
d'arte sia la poetica. Dell'unità dell'arte poetica. Dell'origine della poesia.
Del furor poetico. Quel che nel poeta possa più l'arte o la natura. Due son le
parti del ben poetare come di esercitar ben tutte l'arti et professioni, l'una
è l'ingegno, l'altra il giudicio, perché ogni buon opera debbe esser regolata
da buon giudicio. Ma si com'il giudicio non ha luogo ove non è l'invenzione, sì
anchor l'invenzione senza giudicio è cosa poc'artifiziosa et casuale. Della
Rettorica d'Aristotele libro primo. La Rettorica ha convenienza con la
dialettica trattando l'una e l'altra di quelle cose le quali communemente da
tutti in un certo modo si conoscono, né si riferiscono ad alcuna determinata
scienzia. Di qui è che tutti gli huomini in qualche modo dell'una o dell'altra
partecipano, conciosiache tutti infino a un certo termine sappino arguire e
rispondere, e difendere e accusare. Noi dunque (disse colui) domanderemo che
voi giudici stiate a le cose che con il giuramento havete sententiato, et noi
ci staremo? Anchora le altre cose simili che appartengono all'amplificatione.
Et questo basti haver detto quanto alla fede senza artificio. Sommario del
primo libro della Rettorica d'Aristotele. La Rettorica è distinta da Aristotile
in tre libri. Nel primo narra le cose communi a i tre generi dell'oratione, i
quali distinguendosi in deliberativo, dimostrativo e giudiziale, dichiara le
propositioni et il fine di ciascheduno. Intorno a quai modi allega Aristotile i
precetti di trattare de giuramenti. E così pon fine alle fedi et al primo libro
della Rettorica. Seguendo di ridurre in breve le cose principali del 2°
libro della Rettorica d'Aristotile diremo avanti come in questo libro
Aristotile tratta de gli affetti dello animo, de costumi. Termina poi questo
libro annoverando le cose egli ha trattato nell'ultima parte et proponendo la
materia del 3° libro che resta a perfettionare questa arte, cioè la locutione
et dispositione. Sommario del terzo libro della Rettorica. Nel terzo
libro della Rettorica si contengono come dicemmo da principio due cose
principali che sono gli ornamenti della oratione con le parti di essa.
Comprende dunque l'epilogo la benevolenza dell'uditore, la amplificatione, la
commotione degli animi et l'essamenatione delle cose dette. Lettione.
Proemio nella Rettorica d'Aristotele. Se dalle operationi si conosce la nobiltà
della cosa niuna è più propria a manifestare l'eccellenza dell'animo nostro che
quell'istessa la quale da gl'animali irragionevoli ci fa differenti. E' l'huomo
mercé della divina bontà di molti doni dotato; onde secondo il Filosofo
mediante la parte intellettiva vive sempre desideroso di conoscere la verità.
Et Quintiliano seguitando Cicerone afferma che quest'opera è come un germoglio
della civile filosofia. Et questo basti haver detto circa i preloquii della
Rettorica. Qui fa fine Aristotile al trattato delle fedi senz'artificio et al
primo libro della sua Rettorica. Intorno all'espositione della quale mi sono
affaticato, per dar maggior luce et agevolezza a voi più giovani accademici
nell'apprender da questo famoso filosofo i precetti dell'arte poetica. Il fine
della dichiaratione del primo libro della Rettorica. Proloquii nella Rettorica
d'Aristotele. Proemio. E' lodevol cosa di tutti i buoni espositori et massime
di quelli d'Aristotele proporr'alcuni capitoli dal principio di qualunque
trattato che eglin si metton ad esporre, i quali da lor son detti prolegomeni,
o ver proloquii, molt'utili reputati non senza legittima cagione, per chiarezza
et intelligenza delle cose che si devon trattare, et molti son questi de quali
si fa maggior o minor copia secondo la qualità de trattati. Onde si vede che
questa, per non dir come tropp'alta et forse troppo oscura ma al men come
lontana dalla prattica, è stata involta 'n un tenebroso silenzio. Pregoti
dunque benigno lettore, poich'io solco mar non troppo cognito, che tu aiuti
questo mio corso con l'aura benigna della tua attentione. Quel che nel
poeta possa più l'arte o la natura. Delle parti del poema. Della poetica come
metodo. Delle parti della poesia come metodo. Ne metodi ben ordinati il
principio e comincia dalle cose che per ordine di natura procedono et questo
ordine è di più maniere perché o egli è di perfettione, o di origine. Resta
solo per dar fine a questo trattato che noi aggiunghiamo le considerazioni
della musica delle quali col tempo piaccendo a dio da cui ogni mia attione
riconosco, un'altra volta ne scriveremo. Magl. Cl. Rettorica e Poetica
d'Aristotile tradotte e spiegate d’A. canonico fiorentino. Il testo del
vol. I.com. con questo titolo, Proloquii nella Rettorica del LIZIO recitati ai
svegliati in Pisa. Cart., autogr., in fol. Leg.in mezza membr. Già della
Bibl. Mediceo. Palatina. Precede il vol. I la tavola delle materie (lezioni,
proloqui e versioni). (Magl.CI). Il titolo è di a Lezioni, relazioni e ricordi
varii. Ma il vol.contiene "Lettione del Piacere recitata nell'Accademia
degl'Alterati da Filippo A. accademico detto il Fiorito Del Riso del medesimo. Lezione
sull'In gegno, del medesimo. Notitiaetincontridelviaggiodel R. card. di Firenze
Legato in Francia. Propositi tenuti da S. M. tả (Enrico iv] alli signori del
suo Parlamento in presenza del suo Consiglio et de Duchi et Padri di Francia. «
Lettera in materia delle cose di Francia e de Ghisi. « Lettera del Re di
Navarra [Enrico iv) ai tre Stati del Reame di Francia. Cart., infol., sec.XVII,
autogr.dafol.1-6,f.79. Leg. inmezza membr.Proviene dalla Bibl. Mediceo-Palat.
(Magl.CI.. MAZZATINTI Manoscrilli delle biblioleche d'Italia. (Carlo di Tommaso
Strozzi, at: interlocutori Saccentee Frinfri— «Ricordian l'Alchimia u
tichi. Autore Iac. Petriboni fiorentino. Precede na nota dei Gonfalonieri di A.. Keywords: il
piacere, lista di figure rhetoriche Accumulazione
Adynaton Agnizione Allegoria Allusione Anacoluto Anadiplosi Anagramma Analogia
(retorica) Anastrofe Anfibologia Annominazione Antanaclasi Anticlimax Antifrasi
Antilogia Apagoge Apallage Aprosdoketon Arcaismo B Baritonesi C Cacofemismo
Cacofonia Captatio benevolentiae Catacresi Catafora (figura retorica) Chiasmo
(figura retorica) Clavis aurea Climax (retorica) Concinnitas Correctio D Deissi
Diafora Dialefe Dialisi (figura retorica) Diallage Diastole (retorica) Dieresi
Difrasismo Dilogia Disfemismo Distribuzione (figura retorica) Dittologia E
Ekphrasis Ellissi (figura retorica) Ellissi temporale Enallage Endiadi Endiatri
Enfasi Engo Enjambement Entimema Enumerazione Epanadiplosi Epanalessi Epanodo
Epanortosi Epicherema Epifora (figura retorica) Epifrasi Epitesi F Fallacia
patetica Figura di stile Figura etimologica Figure di suono H Hysteron proteron
I Iato Invettiva Ipallage Iperbato Ipocoristico Ipofora Ipotassi Ipotiposi
Ironia Isocolon K Kakekotoba Kakemphaton Kenning L Latinismo Leixaprén M
Merismo Metalessi Metalogismo Metanoia Metasemema Metatassi N Nemesi storica
Neologismo Noema O Occupatio Olofrase Omeoarco Omeottoto Omoteleuto Onomatopea
P Palindromo Palinodia Panegirico Paradosso Parafrasi Paragone Paraipotassi
Parallelismo Paraprosdokian Paratassi Parequema Paretimologia Parodia Paromeosi
Paronimia Paronomasia Patronimico Pleonasmo Polisemia Polittoto Premunizione
(figura retorica) Priamel Prolessi R Reduplicazione S Sarcasmo Scarto semantico
Senhal Sillessi Similitudine (figura retorica) Simploche Sinafia Sinalefe
Sinchisi Sincope (linguistica) Sineddoche Sineresi Sinestesia Sinonimia Sistole
Tautologia Tmesi Truismo Umorismo Understatement Variatio Zeugma tipi di discorsi,
discorso dimonstrativo, discorso deliberative, discorso di giudizio,
imitazione, ornamentation, parte dell’orazione, giovinetti, rettorica per
giovinetti, dialettica a la sua convenienza colla rettorica, rettorica come
arte, dialettica come arte, l’arte di conversare, filosofia civie, rispondere,
argomentare, il fine della retorica, le la rettorica distinta in tre parti,
demostrazione, giudizio, buon giudizio, deliberazione, albero della retorica,
luoghi retorici, il fine della poesia e il diletto, animale ragionabile,
animale non-ragionabile, lucrezio, cicerone, quintiliano, il dire dilettevole,
la benevolenza dell’oratore, la benevolenza del conversante, la benevolenza
dell’auditore, la benevolenza dell’audienza, principi di rettorica, cicerone
sulla rettorica di Aristotele – l’aristotele toscano, aristotele per i
platonici di fiorenze, del piacere, della lussuria, dell’onore, dell’ingegno,
del riso – Bergson – la felicita come fine – arte e natura – poetica come arte,
il poeta e la natura – l’imitazione come fine della poetica, la filosofia e la
rettorica. Rettorica e dialettica, universalita fra i uomini, la villa di
Giulio di Filippo Arrighetti – Filippo Arrighetti, canonico, detto il Fiorito –
pseudonimo, figura retorica, Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Arrighetti” – The
Swimming-Pool Library. Arrighetti.
Grice ed Artemidoro – Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza. Filosofo italiano. Expelled from
Rome. A close friend of Plinio Minore, who admired him greatly and supported
him after he was one of the philosophers expelled from Rome. Plinio describes
him as a s a man of sincerity and integrity, as someone ho lived a frugal and
disciplined life, and as someone who faded physical hardship with indifference.
Artemidoro.
Grice ed Aruleno: il portico a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo
italiano. Of the porch. Specialised in political philosophy. He actively
supported the opposition of the Porch and was condemnded to death by Domiziano,
for publily defending the activities of Thrasea Paetus and Helvidius Priscus. Quinto Giunio Aruleno
Rustico. Aruleno.
Grice ed Asclepiade: gl’accademici di Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Based in Rome, he was a member of the Accademia. He wrote a book on
the immortality of the soul based on his interpretation of certain
pronouncements of the oracle of Apollo at Delphi. Asclepiade.


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