Grice e Vasa: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della RAGIONE E LA LIBERTÀ – filosofia sarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aggius). Flosofo sardo. Aggius, Sassari, Sardegna. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Società Filosofica Italiana Congresso Nazionale L'Aquila. Nacque al paese della Gallura di forte e suggestivo paesaggio e di forti vicende. Compiuti in anticipo gli studi secondari, anda a studiare filosofia a Milano dove si laurea. Insegna nel liceo ginnasio “Arnaldo” di Brescia. Dove interrompere l’insegnamento a causa della sua partecipazione alla Resistenza con il gruppo che fa capo a Parri. Alla fine della guerra riprese l’insegnamento a Milano nel liceo classico Carducci nel liceo ginnasio Manzoni. Ottenne la libera docenza. Assistente volontario e poi incaricato di filosofia, Milano. Vincitore di un concorso a cattedre di filosofia teoretica, chiamato a Cagliari e Firenze. Rimase sempre fortemente legato al paese natale. Il Comune di Aggius ne ha conservato la memoria. Negli anni di formazione, si trova a partecipare al tentativo condotto da BONTADINI, di cui era allievo e amico, di superare la contrapposizione tra la scolastica e l’idealismo, comprendendo e assimilando quanto della metafisica hegeliana e cristiana era in questo indirizzo. In questa operazione prende una sua via personale. Abbandona l’interesse metafisico simpatizzando per l’attualismo di GENTILE (vedi) per quanto esso restituiva all’uomo dignità e responsabilità, mettendone tuttavia in luce l’impossibilità di una fondazione logica. Nacquero così le indagini sulla logica di Hegel che portarono a rilevanti osservazioni critiche riguardo all’idealismo. Con l’idea che i valori immanenti costituiscono l’orizzonte trascendentale nella prassi razionale ed etica dell’uomo vienne a cadere per V. l’opposizione di immanenza e trascendenza. Nella comune partecipazione alla Resistenza si lega di amicizia con PRA (vedi), filosofo di profonda esperienza religiosa e sociale e innovatore della storiografia filosofica. Tramite PRA, V. entra in contatto con BANFI, che rappresenta la scuola filosofica milanese. Nel confronto con il razionalismo critico di BANFI, che mira a chiarire una struttura della ragione nel solco della tradizione kantiana, V. pensa ad un razionalismo che anda oltre ogni struttura presupposta della ragione verso un orizzonte di possibilità non ancora prevedibili. Questo comporta l’idea della ricerca di una logica della possibilità. Si pone così quella proposta filosofica detta “trascendentalismo della prassi”, radicalmente critica e programmaticamente aperta, e che venne difesa da PRA e Vn, sia nella «Rivista di storia della filosofia» fondata da PRA, sia nei Congressi della “Società filosofica italiana” ri-nata dopo lo scioglimento imposto dall’autorità del FASCISMO. Il “trascendentalismo della prassi” è contrapposto al "teoricismo", inteso come il carattere di tutta filosofia che presuppone un principio di datità del reale e del valore, cioè di tutta filosofia metafisica. Il trascendentalismo della prassi non vuole essere una teoria, ma un atteggiamento pratico possibile, effettivo, che riconosce la temporalità della prassi e ne rivendica la libertà e la responsabillità. La proposta del trascendentalismo della prassi, che è immediatamente critica del pensiero di CROCE e GENTILE, ma che investiva tutti gli indirizzi contemporanei, è il modo più radicale del domandarsi dopo la guerra, sul métier della filosofia. La «Rivista di storia della filosofia» costituì il contatto con il “neo-illuminismo”, che, animato da ABBAGNANO (vedi), avendo come centro Torino, collega e confronta in convegni periodici i nuovi indirizzi metodologici e anti-metafisici. Affermatisi gli indirizzi della fenomenologia trascendentale, della filosofia analitica e dell’empirismo. Con il suo metodo, caratterizzato dall’apertura e dalla tensione critica ad un continuo “andar oltre”, V. da di essi interpretazioni originali in numerosi studi e seminari. La sua ricerca, ora caratterizzata come razionalismo della prassi, continua a mettere in discussione ogni naturalismo limitativo della libertà della persona. Conferma così l’idea di una “via negativa alla filosofia” a cui siamo costretti in mancanza di principi universali oggettivi o di autorità universali nella prassi. Questa negazione confuta la tematizzazione ingenua del mondo, mette fra parentesi la tradizione, toglie l’unicità di senso al nostro rapporto con la realtà e, aprendo la ricerca alla prospettiva di generalizzazioni nuove, risponde al bisogno della persona di costruirsi e perseguire finalità proprie. Per influenza dell’amico GEYMONAT, e in discussione con lui, V. vide concretamente nelle scienze in sviluppo l’orizzonte effettivo delle possibilità razionali, pertanto si cimentò nella comprensione di esse attraverso l’epistemologia e la logica. Esamina il moderno formalismo logico-matematico di Russell; l’analisi del linguaggio (formale ed ordinario) di ‘Vitters’; il convenzionalismo logico e linguistico che egli coglieva nell’empirismo di Carnap e nella discussione di Quine sull’ontologia; lo stesso svolgimento dell’epistemologia dagli inizi col circolo di Vienna ai successivi sviluppi autocritici e “liberali”; le rivoluzioni concettuali delle scienze. Sono tutti problemi che hanno all’origine e segnalano una crisi del fondamento. V. vuole chiarirli leggendovi la sollecitazione a porre fra parentesi ad aggredire o a variare all’infinito ogni “conoscenza, di spazi e tempi, di atomi, masse e cause naturali. La sua ricerca mantene così l’etica dei fini umani. La logica è anche logica della Speranza. La filosofia ritrova il senso originario di “amore della saggezza”. Saggi: “Il problema della ragione” (Bocca, Milano); “Ricerche sul razionalismo della prassi” (Sansoni, Firenze); “Logica, scienza e prassi” (Nuova Italia, Firenze); “Logica, religione e filosofia” (Angeli, Milano); “Logica, scienze della natura e mondo della vita” (Angeli, Milano); “Poeti di Aggius. Michele Andrea Tortu, Pisanu (Antologia di Lepori con prefazione, traduzione e note di V.), Nota introduttiva di Pirodda, Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro. “Il Trascendentalismo della prassi, la filosofia della Resistenza. Sandrini, Mimesis, Centro Internazionale Insubrico, Milano. In memoria di V., filosofo della modernità, La Nuova Sardegna, Treccani: V. Ragione e libertà. Saggio sul pensiero di V. V., Una discussione con Bontadini su metafisica e filosofia, in Studi di filosofia in onore di Bontadini, Vita e Pensiero, Milano I saggi di V. sono raccolti in “Logica, religione e filosofia: Scritti filosofiici”. Memoria di Gentile, in Giornale critico della filosofia italiana, Vedi Croce, Le cosiddette ‘riforme della filosofia’ e in particolare di quella hegeliana, a proposito del saggio di V. su RUGGIERO (vedi) -- Quaderni della Critica, poi in Indagini su Hegel, Laterza, Bari. Pra, La filosofia italiana oggi, Rivista critica di storia della filosofia, Sul trascendentalismo della prassi, in Il problema della filosofia oggi. Atti del Congresso nazionale di Filosofia (Bologna, promosso dalla SFI, Bocca, Roma-Milano, Vedi: saggi come l’Introduzione alla trad. Di Husserl, L’idea della fenomenologia (Rosso), Il Saggiatore, Milano, Logica e religione di fronte al compito di una possibile unificazione del sapere, in «Il Pensiero», L’ateismo religioso di Wittgenstein, in «Archivio di Filosofia», (Esistenza, Mito, Ermeneutica), e le lezioni raccolte nel volume Logica, scienze della natura e mondo della vita. V., Logica, scienze della natura e mondo della vita. La frase (di V.) compare nella presentazione editoriale del volume Logica, scienza e prassi. Luporini, Casari, Pra, Geymonat, Marinotti, Ricordo di V.. Corsi, seminari, Olschki, Firenze, Natale, Storicità della filosofia e filosofia come storiografia. Un dibattito tra filosofi italiani in Dentro la storiografia filosofica. Questioni di teoria e didattica (Dedalo, Bar). Cambi, Razionalismo e prassi a Milano, Cisalpino-Goliardica, Milano. Marinotti, Handjaras, “Ragione e libertà: la filosofia di V., Prefazione di Pra (Angeli, Milano); Pra, Filosofi del Novecento, Angeli, Milano, vi è raccolto il contributo già in, Ricordo di V. (Olschki, Firenze); Monti, Religione e prassi in V., in «La Fortezza. Rivista di studi», Liberalismo etico e prospettive razionalistiche in V., Etica e scienza. Saggi di filosofia, Carocci, Roma. Sandrini e Al., V. uomo e filosofo (Atti del convegno di Aggius. Comprende: relazioni di Sandrini, “L’eredità vasiana”. Lecis, Viaggio verso una meta incerta. L’universo dei mondi possibili di V.; F. Minazzi, La strada per Megara e l’irriducibilità della libertà umana. Il problema della ragione nel trascendentalismo della prassi di V.; E. Palombi, Sul senso dell’uomo nel pensiero di V.; alcuni brevi Scritti e testi inediti, Minazzi e Sandrini, in «Il Protagora», poi in volume con lo stesso titolo, Barbieri, Manduria. Marinotti, Ragione e prassi in V. e in Geymonat. Memoria di una discussione filosofica e di un’amicizia, in Geymonat un maestro del Novecento. Il filosofo, il partigiano e il docente, Minazzi, Unicopli, Milano; Rambaldi, La formazione di V., in Pala filosofo laico, appassionato delle scienze. Studi e testimonianze, Maiorca, Cuec, Cagliari, Rambaldi, Da Gentile a Hegel. Trascendentalismo e anti-fascismo in V.. Con un’appendice di testi e documenti, in «Rivista di storia della filosofia». Andrea Vasa. Vasa. Keywords: liberta, freedom. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Vasa: ragione e liberta” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vasa.
Grice
e Vasoli: la ragione conversazionale e l’implicatura – la scuola di Firenze –
filosofia fioretina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Firenze, Toscana. m. Firenze. Storico della filosofia
italiano. Si formato con GARIN (si veda) e si laurea a Firenze con un saggio di
filosofia morale. Al suo maestro è rimasto sempre profondamente legato,
riprendendo e sviluppandone in modo originale temi e motivi. Assistente e
libero docente e incaricato di Storia della FILOSOFIA MEDIEVALE fnella facoltà
di filosofia a Firenze. È stato professore ordinario di storia della FILOSOFIA
MEDIEVALE a Cagliari, Bari e Genova, poi a Firenze di filosofia morale, di
storia della filosofia, quindi di storia della FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO. Dottore
honoris causa della Sorbona e del Centro studi sul Rinascimento di Tours. Presidente
dell'Istituto di Studi sul Rinascimento, di cui è consigliere, e dei
Lincei. Autore di una vasta bibliografia, tra i suoi saggi si
ricordano: La filosofia medievale (Feltrinell), La dialettica e la
retorica dell'Umanesimo: "Invenzione" e "Metodo" (Feltrinelli; Città del sole) Umanesimo e
Rinascimento (Palumbo) Magia e scienza nella civiltà umanistica (Il Mulino) La
filosofia moderna (Vallardi) La cultura delle corti (Cappelli) Filosofia nel Rinascimento
(Guida) Tra maestri, umanisti e teologi: studi (Le Lettere) Civitas mundi:
studi sulla cultura (Storia e letteratura) Le filosofie del Rinascimento
(Mondadori) L'enciclopedismo
(Bibliopolis) Ha inoltre tradotto in italiano il Defensor Pacis e il
Defensor minor di Marsilio da PADOVA (si veda) ed ha curato, con Robertis,
l'edizione critica del Convivio d’ALIGHIERI (Ricciardi). Si è poi
dedicato allo studio delle idee filosofiche (FICINO (si veda), SAVONAROLA (si
veda) ed i suoi seguaci, SALVIATI (si veda), Postel, Patrizi da Cherso, Bodin,
Marsilio da Padova), e, in particolare, al ritorno della tradizione dell’ACCADEMIA
ed al rapporto tra le varie filosofie del Rinascimento e la diffusione delle
nuove concezioni rconnesse alla Riforma protestante o alle particolari
esperienze etico-politiche dell'età della Contro-riforma. Treccani -- Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Stabile, V. Enciclopedia Italiana, V Appendice,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari
italiani, Associazione Italiana Biblioteche. Registrazioni di V. su
RadioRadicale.it, Radio Radicale. Portale Biografie: accedi alle voci di
Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Storici della filosofia
italianiItaliani del XX secoloItaliani del XXI secoloNati nel 1924Morti nel
2013Nati il 12 gennaioMorti il 16 aprileNati a FirenzeMorti a Firenze[altre]. La
filosofia medioevale di Cesare Vasoli
Storia della Filosofia I Cesare Vasoli La
filosofia medioevale .Il pensiero filosofico del Medioevo, dai
mani- chei ai nominalisti, da Ockham a Maestro Eckhart, da S.
Ag ostino a S. Tommaso, visto in continuo, costante riferimento con
l’am- biente culturale, politico e sociale. Gli aspetti ideologici
delle dottrine e il loro peso effettivo ‘nella società medioevale — sulla
teologia, sul- le concezioni della politica e dello stato — vengono
ampiamente analizzati e portati in primo piano, offrendo al lettore un
panorama quanto mai affascinante dello sviluppo storico e del
significato culturale e politico delle varie filosofie. In questo quadro
denso di fatti, di notizie, di osservazioni, di riferimenti, una
speciale attenzione è rivolta dall’autore alla organizzazione della
cultura, al formarsi delle università, alla nascita degli ordini
mendican- ti, insomma a tutte le forme di vita teorica e pratica
del Medioevo, in cui si è riflessa in maniera decisiva l’attività
filosofica. La filosofia medioevale di Cesare Vasoli è il
primo, in ordine di pubblicazione, di una se- rie di volumi affidati a
diversi studiosi, che costituiranno un’organica storia della
filosofia. Seguiranno a questo i volumi dedicati alla Filosofia
antica, alla Filosofia nell'età del Ri- nascimento, alla Filosofia
moderna e alla Filo- sofia contemporanea. Quest'opera
intende offrire a un pubblico col- to, ma non necessariamente
specializzato, un ampio e documentato panorama dello svilup- po
storico del pensiero filosofico. Nella ste- sura del lavoro i
collaboratori si sono soprat- segue seguito
tutto preoccupati di evitare due opposti peri- coli: un troppo
rigoroso tecnicismo con una conseguente terminologia da iniziati e
una sommarietà di trattazione adatta a manuali di uso
scolastico. L’opera si suddivide in cinque sezioni:
La filosofia antica (in 2 voll.) La filosofia medioevale La
filosofia nell’età del Rinascimento - La filosofia moderna (in 2
voll.) La filosofia contemporanea Di imminente
pubblicazione: Francesco Adorno, La filosofia antica, vol. I
Cesare Vasoli, nato a Firenze nel 1924, è professo- re di storia
della filosofia medioevale nell’Università di Firenze. È autore di un
volume su Guglielmo di Ockham e di numerosi studi sulla filosofia dei
secoli XV e XVI. Ha raccolto i risultati delle sue ricerche sul
pensiero contemporaneo nel volume, di recente pubblicazione, Tra cultura
e ideologia. Collabora al- la “Rivista critica di storia della
filosofia,” di cui è redattore, a “Il Ponte,” a “Inventario,” a
“Paragone” e ad altre riviste filosofiche e di cultura.
Sovracoperta: Albe Steiner Feltrinelli Editore Milano
Storia della Filosofia II Prima edizione: agosto
1961 Copyright by © Giangiacomo Feltrinelli Editore
Milano Cesare Vasoli La filosofia medioevale
k4 Feltrinelli Editore Milano A mia moglie, compagna
carissima Introduzione Il 28 agosto 430 Aurelio
Agostino, vescovo di Ippona, si spegneva nella sua sede episcopale,
assediata dalle milizie dei vandali. Nella sua lunga esistenza di
intellettuale pagano e poi cristiano, di retore e di teologo, di elegante
letterato e di Padre della cristianità occiden- tale, Agostino aveva
assistito al lungo sfacelo della società romana corrosa da un’insanabile
crisi economica e politica, minacciata dalla crescente pressione delle
gentes germaniche e dall’esplodere sempre più frequente di drammatiche
rivolte contadine; ma adesso, nei suoi ul- timi giorni, egli assisteva
all’estrema rovina di quello Stato che si era ormai intimamente
compenetrato con la Chiesa di Cristo, e, dal- l’età costantiniana, aveva
associato i vescovi e il clero romano alla guida dell’Impero. Sorto per
volere di una provvidenza misteriosa e inaccessibile, che dispone dei
troni e dei poteri, secondo l’esigenza di un suo segreto disegno,
l’Impero di Roma andava adesso dissolven- dosi per una legge ugualmente
necessaria e provvidenziale; ma nella estrema confusione del secolo,
nell’anarchia di tutte le autorità e di tutti i poteri, il vescovo
africano vedeva solo il segno dell’avvento di una nuova società
integralmente religiosa, capace di assorbire nella sua più alta finalità
cristiana l’ordinamento mondano, conservandolo per i suoi scopi
superiori. Se la città terrena scontava nella sua morte la propria
origine di violenza e di frode, la città di Dio poteva sor- gere a
imporre nel nome della sua destinazione ultraterrena la pace e
l'universale concordia, sotto il segno dell’alta guida della potestas Ec-
clesiae. La dottrina che Agostino aveva elaborato nel De civitate
Dei, scritto tra il 416 e il 426, in anni trai più tragici della storia
dell’Im- pero, era certamente un tentativo coerente di sottrarre la
comunità cristiana all'imminente catastrofe, riaffermando che il suo
destino ol- Introduzione trepassa sempre la storia e
il mondo presente, che la sua verità tra- scendente è al di là di ogni
fortuna o sventura storica. Ma il suo richiamo alla superiorità di un
destino celeste, estraneo alla misura mondana degli uomini “carnali,” non
diminuiva la gravità di una crisi che incideva sugli stessi fondamenti
della situazione civile e intellet- tuale in cui era maturato il trionfo politico
del cristianesimo. In Gal- lia e in Iberia le sanguinose dagaude,
ribellioni delle gentes non romane contro l’aristocrazia latina e quella
indigena latinizzata, se- gnavano irrevocabilmente la fine dell’unità
romana. E mentre, nel pre- cipitare della dissoluzione militare e
amministrativa dell’Impero, si spezzavano anche i legami culturali che
avevano tenuto unite le più diverse regioni d’Europa, i popoli germanici
si installavano già pe- santemente nel cuore dell'Impero, portando a
contatto con la mille- naria esperienza di una società economica evoluta
la loro organizza- zione ancora tribale, i loro culti della forza e del
sangue. Certo, ad Oriente, nella recente capitale di
Costantinopoli, conti- nuava la stessa tradizione romana che avrebbe più
tardi trovato le basi di una nuova ripresa politica e intellettuale nel
difficile connubio. dell’ellenismo e del cristianesimo. Ma nell’Occidente
devastato dalle invasioni e dalle insurrezioni contadine e militari,
l’autorità e il potere dell’Impero erano ormai soltanto un nome ed una
finzione giuridica. E presto i capi germanici avrebbero potuto imporre il
loro sostanziale do- minio a tutte le classi e i ceti dell’antica società
romana. Cosî il potere mi- litare e politico sarebbe passato
definitivamente dalle mani dell’aristo- crazia senatoria e latifondistica
e della burocrazia imperiale in quelle di una ristretta casta militare
germanica, pronta però ad accettare la collaborazione dei vinti e a riconoscere
la loro superiorità intellettuale. Questa dissoluzione dell’Impero
e, con essa, la crisi della stessa struttura organizzativa della cultura
romana, non fu però, certamente, un evento improvviso, né ebbe quel
carattere catastrofico che gli è stato cosî a lungo attribuito dalla
storiografia romantica. Anzi, anche quando tra la fine del IV e gli inizi
del V secolo l'emigrazione delle gentes germaniche si trasformò in vera e
propria invasione, lo stan- ziamento delle loro tribi nell’Occidente
romano avvenne ancora, in generale, nel quadro degli ordinamenti romani.
I capi barbarici che occuparono con i loro exercitus l’Italia e le
province più latinizzate dell'Europa occidentale e dell’Africa, tennero
spesso a comportarsi: pit come mandatari dell’autorità imperiale che non
come veri e propri so- vrani, senza mutare la struttura organizzativa
dello stato romano. Né le condizioni politiche e sociali delle élites
subirono, almeno nei pri- IO Introduzione
mi tempi, un mutamento radicale, o venne trasformata la struttura
sociale del Basso Impero, che restò di fatto immutata, anche se alle
aristocrazie latifondistiche romane o provinciali si sostitui, in gran
parte, la nuova aristocrazia militare germanica. È vero che le inva-
sioni barbariche, nelle regioni pid lontane o periferiche, ebbero tal-
volta come immediata conseguenza la rottura della recente tradizione
romana. Ma è altrettanto certo che lo stanziamento delle gentes ger-
maniche nelle vecchie terre latine, lì dove esisteva un forte tessuto
urbano e solide istituzioni culturali, non ebbe affatto un simile
effetto. Anzi, gli storici del Medioevo sono concordi nel contrapporre il
rapido regresso della cultura nelle regioni di recente latinizzazione
alla ro- busta e vitale continuità di tradizioni intellettuali che si
ebbe invece in Italia, in Gallia, in Spagna e nell’Africa romana.
Tuttavia, se pure le invasioni non distrussero volontariamente la
base della cultura romana, che negli ultimi secoli dell’Impero aveva
raggiunto un notevole grado di uniformità e di “stilizzazione”
scolastica, la dissoluzione dell’unità imperiale non fu certo priva di
gravi conseguenze. Già i grandi spostamenti etnici dei secoli III e IV e
le invasioni avevano cominciato ad infrangere quel comune tessuto
giuridico e amministrativo che aveva unito per secoli le re- gioni
dell’Occidente. Adesso, il costituirsi di regni barbarici sepa- rati ed
autonomi in Italia, in Spagna, nelle Gallie e nell’Africa ro- mana, rese
permanente quella rottura ed approfondi gli elementi di divisione, anche
sul piano della vita intellettuale. Per prima cosa, in- fatti,
l'Occidente fu separato dalle regioni dell'Oriente mediterraneo, che
seguirono di fatto uno sviluppo economico, politico e intellettuale
completamente diverso e nelle quali fiori una cultura con caratteri assai
distinti da quelli che si delinearono nelle terre occidentali. Ma
un’altra barriera venne pure a cadere tra l’Italia — che era stata il
maggiore centro della vita politica e amministrativa dell’Impero e do- ve
l'elemento romano restò sempre prevalente — e le altre regioni
dell'Europa centrale, ove i germani condizionarono in maniera assai più
netta la graduale formazione delle nuove unità nazionali. Il for- marsi
di diversi regni; la fine dell’unità giuridica e statale romana, presto
polverizzata nel particolarismo istituzionale dell'Alto Medioevo; il
sovrapporsi delle nuove aristocrazie militari germaniche alle vecchie
classi dominanti dell’età imperiale, ebbero quindi come naturale esito
storico il progressivo frazionamento della cultura e della vita intellet-
tuale, la cui unità fu però salvaguardata dalla dominante influenza della
gerarchia e delle istituzioni ecclesiastiche. E tale frazionamento
11 Introduzione fu poi accentuato dal costante
spostamento dell’asse economico-so- ciale della civiltà europea dalla
città verso la campagna e dalle atti- vità mercantili e artigiane a
quelle rurali, dal rallentamento dei rapporti economici e politici con
l'Impero d’Oriente e dalla naturale diminuzione degli scambi tra le varie
regioni. Ciò spiega anche il progressivo differenziarsi delle
caratteristiche culturali di popolazioni che erano pure rimaste per
secoli nell’ambito della tradizione romana, nonché l’effettivo regresso
di molti aspetti della vita sociale, sui quali, del resto, si
rifletterono anche le condizioni di arretratezza proprie delle
aristocrazie barbariche. Certo, l’ossatura amministrativa -sulla quale si
ressero i regni romano-barbarici restò numana; e i romani poterono spesso
esercitare liberamente funzioni anche di notevole ri- lievo politico e
continuare a trasmettere il proprio patrimonio cultu- rale. Ma questo non
toglie che la scomparsa o l’indebolimento di un saldo potere centrale, e
il lento disgregarsi dei ceci sociali che avevano avuto per secoli il
pieno monopolio della cultura, non influisse deci- samente. nelle
condizioni “di base” della vita intellettuale. Da un lato, infatti, si
accentuò quel processo di riduzione “scolastica” della cultura che era,
del resto, già caratteristica dell'uitima età imperiale, e la prevalenza
di un criterio “utilitario” che legava lo svolgimento dell’attività
intellettuale alla formazione di un personale giuridico e amministrativo,
e, soprattutto, della gerarchia ecctesiastica. D'altro can- to, la forza
politica e amministrativa della Chiesa. unico corpo unitario e saldamente
organizzato nell’Europa frazionata. contribuf a dare alla cultura
un’impronta sempre più ecclesiastica, sostituendo all’organizza- zione
scolastica romana una nuova efficiente rete di scuole religiose. Ma,
soprattutto, il patrimonio di cultura greco-romana si sempli- ficò e
schematizzò, secondo le esigenze di una società sempre più disorganica, e
la riflessione filosofica venne ormai strettamente le- gata alla tematica
religiosa cristiana e quindi naturalmente esposta agli interventi e al
controllo della potente gerarchia vescovile. Cost, mentre a
Costantinopoli la direttiva cesaro-papistica degli Imperatori conduceva a
una stretta intrinsecazione tra dogma religioso e autorità politica,
preludendo alla definitiva liquidazione delle ultime scuole filo- sofiche
non cristiane operata da Giustiniano nel 529, anche in Occi- dente il
primato intellettuale della Chiesa pose di fatto le condizioni del suo
monopolio quasi esclusivo dell’educazione e della cultura.
12 Introduzione * È appunto da questo
momento storico, che conclude la lunga crisi dell'Impero e inizia la lenta
formazione della nuova società europea, che deve muovere lo studio
storico del pensiero medioevale. Poiché, se è vero che il passaggio tra
la civiltà greco-romana del tardo Impero e quella dell’Alto Medioevo fu
lento e graduale, è però altrettanto evi- dente che la cultura di Boezio
e di Cassiodoro, per non dir poi di quella di Isidoro di Siviglia,
presenta già dei caratteri ben definiti, i quali la distaccano nettamente
dagli ultimi sviluppi contemporanei del- la filosofia classica che hanno
luogo ad Atene o ad Alessandria. E chi guardi alle radici concrete dei fatti
intellettuali e all’ambiente storico in cui essi si svolgono, non ha
difficoltà a riconoscere che proprio in- torno alla metà del V secolo
passa il grande spartiacque tra la cultura del mondo antico e quella
dell’età medioevale. Con questo, non si vuol certo dire che il
carattere iniziale della civiltà del Medioevo sia dato da un “profondo
imbarbarimento,” o tanto meno che la riflessione medioevale sia
condizionata, fin. dalle sue origini, da una esclusiva direttiva
“scolastica” e “dogmatica.” Al contrario, la vicenda della cultura
dell’Alto Medioevo è anzi la testi- monianza di vitali esigenze
spirituali che, al di là di tutti gli ostacoli posti dalle avverse
condizioni politiche, mantengono le fila di una gran- de tradizione e
preparano la lontana. ripresa del IX secolo, Ed è pure, a ben guardare,
la testimonianza di quella costante differenziazione di atteggiamenti
intellettuali, nei confronti delle tradizioni fornite dal pensiero
classico che, fin dall’inizio dell’età medioevale, si delineò nel-
l’unità religioso-filosofica instaurata ben presto dalla Chiesa romana.
Ciò spiega, tra l’altro, perché la cultura medioevale occidentale — della
quale ci occuperemo in modo prevalente — abbia avuto risultati più ricchi
e fecondi della stessa civiltà bizantina, che pure era privi- legiata sia
dalla continuità dei suoi rapporti con i grandi centri intel- lettuali
della Grecia e dell’Oriente ellenistico, che dalle migliori condi- zioni
di convivenza civile e religiosa. Senza diminuire l’importanza sto- rica
della filosofia e della cultura bizantina, che pure ha avuto persona-
lità e momenti di singolare prestigio, non v’è dubbio che dei due “set-
tori” che dopo il V secolo si sostituiscono allo sviluppo sostanzial- mente
unitario della tarda antichità, quello occidentale fu nettamente
superiore nella capacità di tentare o suggerire nuove soluzioni teoriche
e speculative. Mentre in Oriente prevalse ben presto una rigida schema-
tizzazione di moduli scolastici e di atteggiamenti intellettuali che non
Introduzione consentirono progressi di grante portata, la
cultura dell’Occidente cristiano svolse invece una funzione indubbiamente
più positiva e costruttiva nei confronti della società in cui operava, favorita
in ciò dalla stessa posizione particolare della Chiesa romana non
legata, come quella di Bisanzio, a una rigida subordinazione all’assoluta
au- tocrazia del Basileus. L’indubbia superiorità
dell'incidenza storica della cultura me- dioevale occidentale nei
confronti della tradizione bizantina, giusti- fica poi il punto di vista
che terremo nelle pagine seguenti, e l’atten- zione prevalente, se non
certo esclusiva, che porteremo alle dottrine ed alle personalità della
filosofia, della teologia, del pensiero politico e della scienza
occidentale. Certo, ci accadrà spesso di riferirci anche al corso diverso
e distinto della cultura greco-bizantina (basti pensare al- l'influenza
dello Pseudo-Dionigi e di Massimo il Confessore, e quindi alla fortuna di
Psello) e, più tardi, allorché diremo della svolta sto- rica del XII e
XIII secolo, dovremo trattare, con particolare ampiezza, le dottrine dei
filosofi arabi ed ebrei che esercitarono un’influenza cosi decisiva
nell’evoluzione intellettuale dell’Occidente. Nondimeno, per quanto
concerne la linea principale della nostra trattazione, essa verterà
soprattutto su quelle personalità e correnti di pensiero che si muovono
nell’ambito delle grandi scuole occidentali, dal primo grande tenta- tivo
compiuto da Boezio per assicurare alla civiltà latina medioevale un ricco
patrimonio filosofico e scientifico, alla “rinascita” carolingia, dal- Ja
grande ripresa dei secoli XI e XII alla eccezionale fioritura specu-
lativa del Duecento, e dalla crisi della tradizione filosofica medioevale
denunciata dalle correnti di pensiero trecentesco fino alle ultime mani-
‘festazioni critiche del pensiero scolastico. Perciò, alla luce di questo
lungo e complesso processo storico, saranno pure valutati gli apporti
delle altre grandi tradizioni di pensiero e di cultura che agirono in
questi dieci secoli nel mondo mediterraneo. * Tale
prospettiva, che è del resto comune a tutte le trattazioni ge- nerali di
storia della filosofia medioevale, non deve però indurre a pensare che
dieci secoli di sviluppo storico e intellettuale possano sem- plicemente
ridursi sotto la consunta etichetta di una “storia della sco- lastica.””
È vero che nella civiltà latina medioevale la schola esercita una funzione
difficilmente paragonabile a quella delle istituzioni sco- lastiche
moderne, accentra intorno a sé quasi tutto il lavoro intellet-
14 Introduzione tuale, controlla, insieme alla
Chiesa, l’elaborazione delle idee direttive di tutta la civiltà. Ma questo
dato di fatto, di cui è facile render ragione, analizzando le condizioni
sociali di base che determinano la fortuna e lo sviluppo delle scholae,
non significa affatto che la cultura filosofica medioevale sia un chiuso
regno di teologi e di magistri, in- differenti al volgersi storico delle
vicende umane, estranei alla società ‘in cui vivono ed operano. Né tanto
meno il cosiddetto “mondo me- dioevale” è certo quell’unità uniforme,
statica, esclusa da ogni pro- gresso, immutabile nei suoi principi
dominanti, che è stata spesso descritta dagli avversari, come dagli
apologeti di un tipo di civiltà e di vita sociale che non è mai esistita,
né poteva esistere. Al con- trario, il Medioevo europeo è invece una
lunga età della storia umana estremamente complessa, ricca di eventi e di
processi storici che sono stati decisivi per l’evoluzione di tutta la
civiltà occidentale. In mille anni, non solo si è compiuto quel processo
di trasformazione econo- mico-sociale che ha portato gran parte d’Europa
dalla economia lati- fondistica del tardo Impero al feudalesimo, e,
quindi, al primo sviluppo precapitalistico del XIV secolo, ma si sono
realizzate esperienze intel- lettuali, religiose, politiche e
scientifiche, di cui non occorre neppure ricordare l’eccezionale
significato storico. Sicché giustamente si possono ripetere anche oggi le
parole che lo Haskins scrisse più di trent'anni fa, quando la disputa sui
caratteri storici del Medioevo era ancora pienamente in corso e le
polemiche sulla continuità e discontinuità del- la sua cultura con la
civiltà classica e l’età del Rinascimento erano ‘al centro delle
discussioni storiografiche: “Contrasti tra Oriente e Occi- dente, tra
Settentrione e Mediterraneo, tra vecchio e nuovo, sacro e profano, ideale
e attuale, danno vita e colore e movimento a questo periodo, mentre la
sua stretta relazione sia con l'antichità che con il mondo moderno gli
assicurano un posto nella continua storia dello sviluppo umano. Tanto la
continuità che il mutamento sono caratte- ristiche del Medioevo, come di
tutte le grandi epoche storiche” Chi studi la storia del pensiero
medioevale, non come un astratto museo scolastico di dottrine “superate,”
un arsenale di apparati teologici, o una raccolta di “bizzarrie” o di
“errori” scientifici, bensi come la ri- sposta data da una particolare
società ai problemi storici del suo tempo, non può che condividere queste
idee. Né gli è difficile riconoscere il nesso tra la lucida elaborazione
delle idee al livello teologico e filo- sofico, la pugnace polemica della
riflessione politica e i grandi muta- menti economici e sociali che. si
verificano nell’Europa medioevale, 15
Introduzione determinando una serie di trasformazioni che ha
sempre il suo ri- flesso anche nell’ impassibile meditazione di
metafisici o teologi. Da questo punto di vista, anche la diversità
e il mutamento di orizzonti e prospettive intellettuali che si verificano
nei diversi mo- menti della cultura medioevale riceve una compiuta
spiegazione solo quando le varie dottrine sono immerse nel compiuto
contesto storico in cui si formarono e si diffusero. Non v’è dubbio
infatti che sarebbe ben difficile spiegare fuori dal complesso di una
radicale trasforma- zione economica e sociale il rinascimento intellettuale
del XII secolo, comprendere l’evoluzione della teologia e della filosofia
duecentesca fuori della grande fioritura della civiltà comunale, o
intendere la crisi speculativa del XIV secolo separatamente da una più
profonda tra- sformazione che coinvolge tutte le strutture della società
medioevale. Non solo; ma i caratteri peculiari e distintivi dei vari
momenti in cui si scandisce lo sviluppo storico della riflessione
medioevale, risulta- no sicuramente definiti solo se, prescindendo da
ogni astratto riferi- mento a “correnti” o “linee” ideali, sono
riconosciuti come espres- sioni di un mondo storico ben pi vasto e
complesso di quello rappre- sentato dalla esclusiva portata dei singoli
temi filosofici o teologici tradizionali. * A
questo proposito — e per chiarire un’altra direttiva alla quale ci siamo
tenuti nella stesura di questa storia — è bene anche aggiun- gere che il
carattere particolare della filosofia medioevale costringe lo studioso ad
affrontare assai spesso una complessa tematica teologica, la quale è anzi
cosi intrinsecata con lo sviluppo della riflessione fi- losofica, da
rendere impossibile qualunque arbitraria distinzione. In una società in
cui la Chiesa mantiene per almeno otto secoli il mo- nopolio effettivo
della cultura, e in cui la figura dell’intellettuale si identifica con
quella del clericus, sarebbe infatti del tutto assurdo pre- tendere di
tracciare una “linea rigorosa di demarcazione” tra la storia della
filosofia e quella della teologia. E certamente, come lo studioso del
pensiero moderno non può prescindere nella valutazione dello svi- luppo
filosofico dalla concomitante incidenza della storia delle scien- ze, a
più forte ragione lo storico del pensiero medioevale deve tener presente,
per prima cosa, che proprio la teologia, con i suoi problemi e i suoi
dogmi, fu l’ambito ideologico in cui si sviluppò, per quasi un millennio,
la discussione filosofica, condizionandone naturalmente 16
Introduzione i particolari svolgimenti. Ma questo non
significa che si possa cata logare mille anni di evoluzione storica del
pensiero umano sotto l’eti- chetta di comodo della “vocazione
trascendente,” o dello “spirito asce- tico” o ridurre la riflessione
medioevale all’unico problema del rap- porto fede-ragione. Che tale problema
sia stato largamente presente ai filosofi del Medioevo, che ‘abbia
acquistato un'importanza dramma- tica via via che tornavano a circolare
le grandi testimonianze del pensiero classico, è cosa evidente. Però,
nulla sarebbe pit falso che ri- durre questo problema, che fu anch’esso
squisitamente storico e ri- fletté atteggiamenti e soluzioni ben radicate
nell’evoluzione della so- cietà medioevale, ad una sorta di rigida
disputa controversistica; tanto più che è cosi facile cedere alla
tentazione di introdurre in una cul- tura e in una fase della storia
della Chiesa che le ignoravano, certe nozioni di “ortodossia” o
“eterodossia” tipiche dell’età post-tridentina; e ben lontane dalla
mentalità e dai gusti speculativi dei magistri me- dioevali,
D'altro canto, la prevalente natura teologica del pensiero medio-
evale (prevalente, ma non esclusiva, perché il Medioevo ebbe pure i suoi
grandi medici, giuristi e scienziati che influirono non poco anche nella
storia della filosofia propriamente detta) non deve indurre ad accettare
per la filosofia medioevale la definizione esclusiva di “filo- sofia
cristiana.” A parte il fatto che la cultura filosofica medioevale è
frutto dell’opera di Avicenna, di Averroè, di Avicebron e del Mai-
monide, certo non meno di quella di Bonaventura, di Tommaso o di Duns
Scoto, la sua “eredità” classica è sempre cosf attiva, da ren- dere assai
difficile stabilire quanto ogni singolo pensatore e il suo ambiente
intellettuale debbano al “messaggio” cristiano, e quanto in- vece alla
presenza di Platone, di Aristotele, di Cicerone e di Proclo. Il caso
della scuola di Chartres (per citare uno degli argomerti che ha pit
offerto occasioni per discutere l’ispirazione “cristiana” o “pa- gana” di
taluni pensatori di alto rilievo) insegna quanto sia fallace e pericolosa
l'applicazione di simili “parametri” alla storia della filosofia
medioevale. Perciò, senza entrare nei particolari di una discussione che
ha impegnato, trent'anni fa, alcuni dei maggiori studiosi cattolici e
laici, ci limiteremo a sottolineare che la nostra voluta astensione da
ogni giu- dizio di tal genere dipende dalla certezza che l’opera dello
storico, qualunque sia la direzione o i “livelli” in cui si svolge, non
ha nulla da guadagnare da simili atteggiamenti strettamente
ideologici. Naturalmente, non si vuol mettere in dubbio che la
cultura me- dioevale sia profondamente permeata di spirito cristiano e
che, anzi, 17 Introduzione proprio la
tematica teologica e religiosa rappresenti la sua più imme- diata
espressione ideologica. Nondimeno è pur lecito ricordare che an- che le
credenze religiose assumono continuamente significati ed e- spressioni
sempre nuove, secondo le esigenze e i bisogni di quei ceti o ambienti in
cui si articola il grande corpo della C4ristianitas me- dioevale, e
secondo l’incidenza di idee, dottrine e atteggiamenti in- tellettuali che
venivano da ambienti e tradizioni “laiche.” Accanto al- la dominante
“facoltà” teologica, accanto ai commentatori della Bibbia e delle
Sentenze e agli autori delle grandi Summae, v'è infatti, e ac- quisterà
sempre più peso e influenza nella storia della cultura me- dioevale, il
mondo dei medici e dei giuristi, dei magistri artium e degli spetiales,
lettori spregiudicati degli scienziati e dei filosofi greci e arabi,
spesso osservatori acuti delle res nazurales e già abituati a pensare il
cosmo fisico come un complesso di fatti e di fenomeni “autonomi.” Non
solo; ma più procederà l’evoluzione della società me- diosvale, e più
questi ceti di intellettuali, estranei al tessuto “cleri- cale” della
cultura teologica, si trasformeranno in portatori di idee e concezioni
che minano profondamente l’antico ideale unitario e ca- rismatico della
Ckristianitas, per avanzare e difendere le nuove ragioni degli stati
cittadini e delle monarchie nazionali, o le radicali esigenze laiche
delle classi emerse dallo sfacelo del mondo feudale. Né questo spirito
resterà estraneo anche alla problematica teologica o all'ambiente
clericalis dei magistri Sacrae Theologiae, se è vero che, a Parigi come
ad Oxford, la scolastica del XIV secolo saprà esprimere in forma esem-
plare la crisi di una società e di una cultura che stavano profonda-
mente mutando. Il fatto che i medesimi maestri che hanno criticato
i fondamenti della fisica e della metafisica “scolastica” siano, al tempo
stesso, i li- quidatori della scientia teologica medioevale e, non di
rado, anche audaci osservatori e teorici degli eventi politici e dei
comportamenti economici contemporanei dovrebbe cosî indurre a una
maggiore cau- tela nel giudicare i rapporti che la matura cultura
medioevale istituî tra le scienze sacre e profane, tra la teologia e la
conoscenza critica della realtà. Poiché la vicenda della tarda scolastica
dimostra, nel modo più chiaro e inequivocabile, che se la teologia offrf
spesso il quadro universale di una “visione del mondo” in cui si
riconobbe tanta parte della società medioevale, questa “visione” subî
però sempre la stessa sorte della realtà da cui nasceva, ed espresse nei
suoi concetti più “universali,” “trascendenti” quello stesso faticoso
processo di evolu- zione che si definiva concretamente nel progresso
delle scienze e delle 18 Introduzione tecniche,
come nell’affermazione sempre più sicura di nuovi tipi di organizzazione
sociale e politica. A queste considerazioni dobbiamo poi
aggiungerne un’altra, non meno importante; e, cioè che se l’autorità e le
gerarchie della Chiesa condizionarono in larga parte, e in senso positivo,
come in senso ne- gativo l’evoluzione del pensiero medioevale, pure non
poterono mai im- pedire che le ragioni della storia avessero il
sopravvento. Le condanne, i divieti, le ammonizioni di cui è pure
straordinariamente ricca la storia della cultura medioevale non hanno mai
arrestato quelle idee o dottrine che rispondevano ai bisogni più profondi
e necessari di una società in movimento; e, certo, chi rifletta alla
storia dei ripetuti e costanti divieti all'insegnamento di Aristotele,
alla condanna del ve- scovo Tempier, che colpì talune tesi tomiste, o
alla lunga lotta con- tro i teorici dell'autonomia della ricerca
scientifica o filosofica, ha larga materia di meditazione sull’estrema
relatività di una vicenda che doveva concludersi proprio con
l'accettazione dell’aristotelismo co- me strumento filosofico della
teologia cattolica e con l’assunzione del tomismo a filosofia ufficiale
della Chiesa. Comunque, al di là dei con- flitti che spesso opposero le
correnti più avanzate della rifl-ssione me- dioevale alla forza frenante
di una tradizione sempre ancorata al pas- sato, anche il mondo delle
scholae fu protagonista e, insieme, testi- mone dell’evoluzione storica
che conduceva i popoli dell’Europa occi- dentale verso l'avvento di un
nuovo mondo storico fondato sui valori umani della scienza, della tecnica
e del lavoro. Tra il cristianesimo monastico e ascetico di Pier Damiani e
la lucida mentalità scientifica di Ruggero Bacone che affida il trionfo
della sua fede nel mondo alla meravigliosa potenza di invenzioni e
tecniche umane; tra la rigida teo- crazia di Papa Gregorio e la teorica
di Marsilio da Padova, che studia con rigore razionale le strutture e le
finalità dello stato “umano,” si muove la lunga, umile fatica di
commentatori e di maestri, di tra- duttori e compilatori indaffarati a
riconquistare e restituire ai propri contemporanei il sapere degli
antichi, a dare piena cittadinanza nella Europa cristiana al “gran
pagano” Aristotele, o ai nuovi strumenti e ritrovati della scienza araba.
Ma quest’opera che fornisce gli stru- menti alla nuova scienza come ai
prestigiosi edifici delle grandi Sum- mae, dove la cultura del tempo
celebra la propria “visione del mondo,” ha significato e valore solo
quando è calata nella vivente unità del mondo storico, nella feconda
fatica di una lunga giornata umana. 19 Parte
prima L'Alto Medioevo Capitolo primo
Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici I. Marco
Anicio Severino Boezio I regni romano-barbarici furono
l’espressione politica di un lento e complesso processo di assimilazione
tra il tessuto tradizionale della società romana e i nuovi elementi
etnici e politici recati in Occidente dagli invasori germanici. Nuovi ad
una forma di vita organizzata en- tro stabili ordinamenti politici ed
amministrativi, ed anzi avvezzi ad una forma di convivenza civile ancora
rudimentale, i germani si tro- varono infatti dinanzi al grave problema
di dar vita ad un tipo di stato che, pur assicurando il predominio
militare e politico dell’aristocrazia teutonica, permettesse però la
convivenza con le élites romane, avvez- ze da secoli a maneggiare i
delicati strumenti amministrativi di una grande società a struttura
urbana. Cosf, pur essendo giunti nelle terre dell’Impero con tradizioni
assai diverse, i germani costituirono in Ita- lia, in Spagna e nelle
varie regioni della Gallia, un tipo di stato assai simile che univa a
istituzioni romane consuetudini e ordinamenti ca- ratteristici delle
diverse stirpi germaniche. E, mentre il potere politico restava
concentrato nelle mani del “kònig” germanico e degli “ariman- ni” che
costituivano l’exercitus barbarico, l’ossatura amministrativa del- le
singole regioni restò integralmente romana. E romana fu la cultura e la
forma di organizzazione della vita intellettuale che continuò a do-
minare i vari regni sorti dalla rovina dell'Impero. In un tipo di
stato cosî ordinato, era ben naturale che l’elemento latino mantenesse
immutata la propria supremazia intellettuale e che tutte le forme di
elaborazione ideologica fossero patrimonio particolare dell’aristocrazia
romana che aveva dovuto cedere ai germani la sua tradizionale supremazia
politica ed anche gran parte del suo potere economico. Agli intellettuali
formatisi nella pura tradizione della cul- tura classica resta affidato
il difficile compito storico di continuare la esperienza
giuridica-filosofica-teologica maturata dall’incontro delle con-
23 L'Alto Medioevo cezioni filosofiche greche, della
problematica dei Padri e dell’elabora- zione secolare del diritto romano.
Ma questa esperienza non venne semplicemente trasmessa dai suoi naturali
depositari alla nuova aristo- crazia intellettuale che si formava
soprattutto nell’ambito delle istitu- zioni ecclesiastiche; fu invece profodamente
trasformata attraverso una complessa opera di adattamento cui
parteciperanno ben presto an- che intellettuali di origine barbarica,
rapidamente assimilati dal tes- suto vitale della Chiesa. I risultati e
le conseguenze di questo pro- cesso saranno ben visibili nelle condizioni
della cultura europea tra il V e il VII secolo, che rappresentano
chiaramente una confusa e dramma- tica età di transizione tra gli ultimi
sviluppi della cultura greco-romana e un nuovo ambiente intellettuale
dominato dalla tematica religiosa cristiana. Però il declino dell’alta
cultura filosofica e la relativa povertà anche delle espressioni più
significative di questo periodo non può far dimenticare la preziosa
funzione esercitata da Boezio, da Cassiodoro e da Isidoro di Siviglia nel
periodo in cui si viene preparando la nuova struttura sociale dell'Europa
medioevale. È per loro merito che le pur decadute istituzioni culturali
dei regni romano-barbarici potranno continuare a tramandare per due
secoli, di generazione in generazione, alcuni dei motivi dominanti della
speculazione classica e della scienza antica. Ed è pure sulla traccia
segnata dalle loro opere che comincia a prender corpo tutto un nuovo tipo
d’insegnamento saldamente conte- nuto nell’unità filosofica e religiosa
della cultura ecclesiastica e perfet- tamente adeguato alle esigenze del
tempo. Certo, a parte il caso parti- colare di Boezio la cui originalità
filosofica è fuor di dubbio, l’opera di questi intellettuali è volta
principalmente all’utilizzazione del patri- monio fornito dal pensiero
classico ed alla sua riduzione in sintetiche enciclopedie o manuali di
facile uso scolastico, adatti al compito fonda- mentale della formazione
dei chierici che costituiscono adesso la prin- cipale classe colta della
società romano-barbarica. Eppure è proprio attraverso questa attività
apparentemente cosi umile che si cominciano a predisporre le basi
intellettuali per la futura rinascita carolingia e per il primo grande
tentativo di elaborazione culturale conforme ai carat- teri sociali e
politici dell'Europa medioevale. Tra i pensatori che segnano il
graduale passaggio tra la tarda cultura classica e la nuova temperie
spirituale dell’età romano-barbarica, la figura di maggior rilievo è
certo quella di Marco Anicio Severino Boezio. Nato a Roma da famiglia
senatoriale intorno al 470 d.C., egli segui il normale corso di studi di
un giovane aristocratico dei suoi tempi, destinato ad alte funzioni politiche
ed amministrative, e, in par- 24 Filosofia e cultura
nell'età dei regni romano-barbarici ticolare, studiò filosofia
nelle scuole di Roma e di Alessandria. Ancora fanciullo allorché venne
deposto l’ultimo imperatore d’Occidente, Boe- zio era nella prima maturità
quando la politica conciliante e filoromana di Teodorico, re degli
Ostrogoti, lo chiamò a far parte del concistorium regio con il titolo di
console e poi di magister palatit. In tale qualità l’aristocratico romano
visse alla corte del re barbaro per oltre un de- cennio, vi esercitò
delicati uffici e fu ascoltato consigliere di Teodo- rico. Ma il
profilarsi della minaccia bizantina e la violenta opposizione della
aristocrazia ostrogota, che si riteneva sacrificata all’elemento ro-
mano, indusse Teodorico a mutare politica e a liquidare gli aristocratici
romani di cui temeva i rapporti palesi ed occulti con il Basileus di Co-
stantinopoli. Cosi nel 524 Boezio, accusato di tradimento, fu imprigio-
nato nel carcere di Pavia ove scrisse la sua opera pit nota, il De conso-
latione philosophiae. Condannato a morte, fu ucciso poco dopo; e la sua
morte, attribuita a ragioni di persecuzione religiosa, fece fiorire per
tutto il Medioevo la leggenda del suo martirio che la critica storica ha
completamente dissolto. Anzi, in tempi non molto lontani, sono stati
sollevati addirittura dei dubbi sulla appartenenza di Boezio alla
religione cristiana, dubbi fondati, del resto, sull’assenza di qualsiasi
specifica allusione a dottrine cristiane nei suoi scritti di sicura
attri- buzione. La testimonianza di un frammento di Cassiodoro in cui si
cita un Liber de Sancta trinitate et capita quaedam theologica di Boezio,
ha permesso la sicura attribuzione almeno di alcuni scritti teologici
che andavano già tradizionalmente sotto il suo nome; e quindi anche
di accettare, con sicurezza, la sua appartenenza alla Chiesa
cristiana. Comunque, la civiltà medioevale deve assai più all’opera
filosofica di Boezio che non alla sua riflessione teologica direttamente
esemplata sui modelli agostiniani. Autore di un celebre commento
all’Isagoge di Porfirio (nella traduzione di Mario Vittorino), di un
secondo com- mento allo stesso testo da lui nuovamente tradotto, di vari
altri trat- tati e commenti logici (Introductio ad categoricos
syllogismos, De syllo- gismo categorico, De syllogismo hypotetico, De
divisione, De differe- tiis topicis) di un commento ai Topica
ciceroniani, di un commento alle Caregoriae e di due al De
interpretatione, egli è l’effettivo fon- datore della tradizione logica medioevale
e l’ordinatore di quel com- plesso di testi e di problemi che saranno al
centro dell’insegnamento dialettico dell'Alto Medioevo. Ma altrettanto
importante è la sua atti- vità di traduttore che gli permise di
consegnare alla cultura occidentale una parte notevole dell’Orgaron
aristotelico, in versioni che hanno cir- colato per secoli in tutte le
scuole di Europa. Sue sono infatti le tradu- 25
L'Alto Medioevo zioni delle Categoriae, del De interpretatione,
degli Analytici priores e posteriores, degli Elenchi sophistici e dei
Topici, ossia di quei testi che furono fino al XIII secolo l’unica fonte
essenziale dell’insegnamento di Aristotele. Però il programma di Boezio
era, a quanto sembra, assai più ambizioso, se è vero che si era proposto
di tradurre integralmente tutti i dialoghi di Platone e tutto il corpus
aristotelico, allo scopo di mostrare il profondo, sostanziale accordo tra
le due dottrine. Né il fatto che il suo progetto non sia mai stato
realizzato toglie importanza a questo aspetto dell’opera di Boezio,
prezioso intermediario tra i maggiori documenti del pensiero greco e la
cultura latina medioevale. Anche un esame superficiale degli
scritti logici basta, d’altra parte, a mostrare la sua larga conoscenza
della tradizione filosofica classica e la sua familiarità con i problemi
già dibattuti dagli interpreti alessan- drini. Ed anzi, come è stato
concordemente rilevato dalla maggior parte degli studiosi, è sempre
evidente nella logica di Boezio la tenden- za ad interpretare le dottrine
dell’Organon secondo una direttiva so- stanzialmente platonica,
perfettamente plausibile ove si pensi che egli sente fortemente
l’influsso dei commenti di Porfirio e della sua discus- sione intorno al
significato ed alla natura degli universali. Quale sia stata
l’origine di questo problema — che per una signi- ficativa distorsione
storiografica è stato considerato cosî a lungo come il problema
essenziale, per non dire addirittura l’unico, della filosofia me-
dioevale — è cosa ben nota. In un passo dell’]sagoge Porfirio, dopo aver
definito i termini logici di “genere” e di “specie,” aveva infatti
aggiunto che avrebbe rinviato ad altro luogo la decisione sull’effettiva
natura di questi concetti; e cioè se i “generi” e le “sp'cie” fossero
delle realtà sussi- stenti di per sé o, invece, delle semplici categorie
mentali; se, nel caso che fossero delle realtà, avessero una natura
corporea o incorporea; e se, infine, supponendole incorporee, esistess:ro
separatamente dalle cose sensibili o vi fossero invece intrinsecamente
unite. Ora, sappiamo benis- simo che di fronte a queste ipotesi Porfirio
aderiva ad una soluzione di schietto carattere platonico. Ma poiché
l’Isagoge era semplicemente uf testo elementare, scritto per avviare i
giovani alla lettura dell’Orga- non, era naturale che egli soprassedesse
ad una discussione di carattere metafisico, risolta, del resto, altrove
in piena coerenza con la sua ispi- razione metafisica. La questione lasciata
così in sospeso dall'Isagoge è invece affrontata da Boezio, il quale si
rende perfettamente conto della netta divergenza tra una soluzione fedele
alla dottrina aristotelica e quella che si può dedurre dalla concezione
platonica delle idee. Così 26 Filosofia e cultura
nell'età dei regni romano-barbarici nei suoi Commenti
dell’Isagoge, egli espone, in sostanza, la tesi aristo- telica, mostrando
l’impossibilità di attribuire una realtà sostanziale alle idee di genere
e di specie che, appunto perché sono comuni ad interi gruppi di
individui, non possono essere esse stesse degli individui, e tanto meno
delle sostanze sensibili. D'altra parte, Boezio rileva che se gli
“universali” fossero soltanto delle semplici nozioni mentali e non
avessero alcun riferimento alle cose esistenti, il nostro pensiero non
avrebbe in tal caso nessun oggetto reale e, quindi, pensandoli, non pen-
serebbe nulla. Sicché è evidente che gli universali debbono essere sem-
pre dei termini di pensiero corrispondenti a delle realtà e che quindi il
problema della loro natura coinvolge tutto quanto il significato ed il
valore della conoscenza umana. Per risolvere questo problema — che
si sarebbe pi tardi ripre- sentato a tanti logici medioevali
costringendoli sempre a precise scelte di ordine metafisico — Boezio si
richiama poi ad una dottrina, non nuova e già svolta ampiamente da alcuni
interpreti greci. Egli nota infatti che il nostro intelletto è capace di
astrarre dalla visione confusa delle cose particolari, presentate dai
sensi, talune proprietà fondamentali comuni ad un'intera classe o gruppo
d’individui. Ma le specie ed i ge- neri sono appunto delle qualità
“comuni” che sussistono, in certo sen- so, in ognuna delle cose
individuali e materiali, pur essendo pensate dal- l'intelletto come forme
pure ed immateriali. La facoltà astrattiva del- l’intelletto umano è,
insomma, capace di estrarre dagli individui con- creti le forme o nozioni
astratte definite nei concetti universali. O, come scrive appunto Boezio
in un passo che ha goduto di un’eccezio- nale fortuna storica, gli
universali subsistunt ergo circa sensibilia, intel- liguntur autem
praeter corpora. È chiaro che una soluzione di questo genere è
assai vicina alla classica dottrina aristotelica dell’astrazione di cui
ricalca le linee gene- rali. Ma sarebbe erroneo credere che Boezio, pur
presentando come “commentatore” la dottrina di Aristotele, vi aderisse
pienamente, sen- za dubbi o riserve. Intanto, di fronte al “testo”
dell’Orgazon, egli non manca anche di presentare l’opposta opinione
platonica, ossia la dot- trina “realistica” delle idee considerata come
pienamente sostenibile e legittima. Inoltre Boezio, che non cita mai la
dottrina aristotelica del- l'intelletto agente, inseparabile dalla
concezione peripatetica dell’astra- zione, presenta in un testo del V
libro del De consolatione una dottrina gnoseologica del tutto diversa,
fondata sulla considerazione gerarchica delle varie “facoltà” o
“funzioni” dell'anima umana. Certamente an- che qui Boezio muove dalle prime
impressioni sensibili indispensabili 27 L’Alto
Medioevo a mettere in moto tutto il processo della conoscenza, per
passare poi all’analisi della facoltà immaginativa capace di cogliere
nella ma- teria sensibile le immagini e i segni. Ma al di sopra di queste
facoltà originarie, ma inferiori, egli pone l’attività della ragione
capace di af- ferrare la specie intelligibile presente nell’individuo e
finalmente la pura “virti” dell’intelligenza che perviene a cogliere le
forme di per se stesse, nella loro eterna unità, separate da ogni legame
o connessione sensibile. Ciò spiega naturalmente le diverse e
contrastanti interpretazioni che vennero date durante tutto il Medioevo
agli scritti di Boezio, non- ché la ragione per cui tanti maestri di
logica dell'Alto Medioevo pote- rono pervenire a conclusioni
schiettamente platoniche, pur movendo dall’analisi delle dottrine
aristoteliche. In realtà, tutta la meditazione filosofica di Boezio è
profondamente legata alla tradizione platonica e neoplatonica, e tende a
concludersi nella suprema scienza delle Idee e nella contemplazione della
Mente divina che reca già in se stessa gli archetipi o rationes
universali di tutte le cose. Bene supremo ed assoluto, eterno
oggetto di pensiero di cui ogni mente umana possiede una conoscenza
innata e indelebile, Dio è infatti l’Essere perfettissimo, fonte di ogni
esistenza, la causa prima di cui è impossibile concepire qualcosa di più
perfetto. Per questo, la sua esi- stenza è cosi certa ed evidente da
escludere ogni dubbio o incertezza; poiché, se è vero che l’esistenza di
tutto ciò che è imperfetto presuppone sempre quella del perfetto, e se è
evidente che esistono molteplici esseri imperfetti, limitati e
contingenti, dev’essere necessario che esista un Essere perfettissimo,
donde dipendano tutte le cose imperfette. In tal modo, in uno schema
dimostrativo sviluppato più tardi dalla teologia dell'XI secolo, Boezio
lega indissolubilmente la dimostrazione dell’esi- stenza divina al
postulato insieme logico e metafisico di un unico fon- damento di tutte
le esistenze e realtà particolari, culmine dell’ordine ge- rarchico
dell’universo e, al tempo stesso, unità eterna ed immutabile,
assolutamente superiore ad ogni categoria o determinazione logica.
Questa concezione di Dio (che non è necessariamente cristiana, ma
fondata su di un’argomentazione di carattere platonico) domina tut- to il
De consolatione, uno dei testi più fortunati di tutta la letteratura
filosofica medioevale. Identificando la filosofia con l’amore della sag-
gezza eterna, pensiero vivente e causa prima di tutte le cose, Boezio ne
considera infatti tutte le diverse funzioni secondo una precisa gerar-
chia che muove dalla considerazione delle cose naturali, per salire
quindi a quella degli “intelligibili” e affisarsi infine nella pura
contem- 28 Filosofia e cultura nell'età dei regni
romano-barbarici plazione degli inzellectibilia, sostanze separate
da ogni corporeità o ca- rattere materiale. Perciò, se la scienza dei corpi
naturali è la “fisica” (distinta nelle quattro arti del “quadrivio”:
aritmetica, astronomia, geo- metria e musica), e quella degli
“intelligibili” svela invece le funzioni pro- prie dell’anima nell’atto
d’apprendere, la scienza degli inzellectibilia (la teologia) ha per
oggetto la dottrina di Dio e degli angeli. Ma la cono- scenza teologica
ci rivela come da Dio scaturiscano tutti gli esseri in- telligibili, tra
i quali è appunto l’anima umana concepita da Boezio, platonicamente, come
una pura essenza affine alle sostanze angeliche, “degenerata” al contatto
con il suo corpo, ma pur sempre mirante alla conoscenza delle idee e di
Dio. Come tutti gli esseri naturali che ten- dono sempre al proprio
scopo, l’uomo è volto al fine intrinseco della conoscenza filosofica e
teologica che coincide con la perfetta beatitu- dine; però, mentre negli
altri individui naturali questo moto è un pro- cesso necessario e
meccanico dominato dal ritmo fatale della Fortuna, nell’uomo il tendere
verso il Bene e la beatitudine spirituale è invece un atto volontario e
libero, non soggetto ad alcuna fatalità. Questo non vuol dire,
naturalmente, che non esista al di sopra e al di là di ogni volontà
particolare, la suprema legge della divina provvidenza che ha regolato e
disposto tutto il corso dell’universo secondo una norma di assoluta
perfezione. Ma il contrasto apparente tra il libero arbitrio della
volontà umana e l’ordine necessario della Provvidenza viene spiegato da
Boe- zio — che ha forse presente la classica problematica agostiniana —
affer- mando che la libertà dell’anima consiste nel volere ciò che Dio
vuole e nell’amare ciò che Egli ama. Per questo, anche di fronte al
grande problema teologico di come possa conciliarsi quella previsione
infalli- bile di ogni evento che Dio possiede 45 aeterzo e la libertà
della scelta umana, egli può sostenere che tale previsione non
distrugge affatto l’“arbitrio” dei singoli atti che sono appunto previsti
da Dio nella loro integrale libertà. E proprio nel De consolazione questa
dot- trina è confermata mediante la netta separazione tra il piano
tempo- rale, dove gli eventi mondani accadono nella successione del
“prima” e del “poi,” e l’immutabile eternità di Dio, “possesso totale,
simultaneo di una vita senza fine,” in cui ogni fatto presente, passato o
futuro esiste in una perenne eternità. La conoscenza eterna che Boezio
attri- buisce a Dio non è tanto una “previdenza” quanto piuttosto una
“prov- videnza,” né la sua prescienza degli atti volontari nega o diminuisce
la loro contingenza. Come l'occhio umano che scorge il sorgere del so- le
non è affatto la causa necessaria per cui esso si leva, cos anche la
29 L'Alto Medioevo prescienza di Dio non
impone affatto una condizione fatale alle libere decisioni che ogni
individuo può scegliere. Simili motivi — presenti, del resto, anche
in altri scritti boeziani — sono probabilmente legati ad un filone di
discussioni di chiara ascen- denza patristica. Ma insieme a questa
tematica teologico-metafisica, è però presente nel De consolazione tutta
una dottrina dell’origine e della struttura del mondo, il cui influsso
sarà poi costante per gran parte del pensiero medioevale. Infatti, nel m.
9 del L. III, egli si accosta a! contenuto del Timeo platonico (di cui
conosce anche il commento di Calcidio) per descrivere l’azione
ordinatrice che Dio svolge nell’universo, quando adorna la materia
caotica secondo i modelli ideali, disponendo- ne dapprima le forme
matematico-geometriche e poi imponendo entro questa materia già definita
e determinata la luce degli archetipi eterni. Tutte le idee fondamentali
della tradizione platonica e neoplatonica (co- me, ad esempio, la
dottrina dei numeri e degli elementi e la teoria del- l’anima del mondo,
intermediaria tra la natura e il mondo ideale) sono cosi risolte nel
quadro di una grande visione cosmica, già del resto resa familiare alla
cultura filosofica classica dall’ecc:zionale fortuna del Ti- meo
platonico. Ma Boezio non si limita soltanto a trasmettere alla
riflessione medioevale dei temi cosi caratteristici e destinati a
costituire per secoli il fulcro delle concezioni cosmologiche, bensf si
preoccupa di armonizzare l’idea di un destino necessariamente immanente
al- l’ordine della natura, come la legge interna che regola il
movimento di tutte le cose, con la concezione provvidenziale dell’attiva
presenza divina. In questo tentativo — che costituisce uno degli aspetti
più interessanti del De consolatione — il filosofio romano subisce
forte- mente l’influenza di Calcidio donde trae la miglior parte dei suoi
ar- gomenti. E come nel commento di Calcidio al Timeo, cosi anche
qui l’ordine della natura assume un significato diverso secondo che lo
si consideri alla luce del pensiero divino che guida e muove tutta
la realtà per il suo alto disegno, o invece come una legge rigorosa e
ne- cessaria che agendo all’interno dei processi e fenomeni naturali ne
costi- tuisce la causa ineluttabile. Certo, si tratta di due considerazioni
ben diverse e distinte, giacché la provvidenza persiste eternamente nella
sua perfetta eternità, mentre il destino è invece la stessa successione
degli eventi temporali, il loro corso determinato e fatale. Eppure, né il
desti- no contrasta, per Boezio, con la provvidenza, né tanto meno la
legge di natura sopprime la responsabilità e la autonomia degli
individui. Tanto pid l’uomo si avvicina e si adegua a Dio, tanto meno è
sotto- posto alla forza del fato e gode di una libertà sempre pit compiuta
30 Filosofia e cultura nell'età des regni
romano-barbarici e perfetta. La concezione stoicheggiante del
destino che sta alla base della cosmologia boeziana può in tal modo
coesistere con una solu- zione di tono schiettamente platonico; la
cert:zza dell’assoluta ne- cessità che è pure presente in ogni aspetto o
momento della natura sembra cedere di nuovo ad un’immagine dell’universo
non troppo di- versa da quella di Agostino e dominata anch’essa dalla
perfezione di un disegno provvidenziale. In un universo cosi
concepito, nessuna delle cose esistenti può es- ser quindi estranea
all’ordine ed alla volontà d:1 Bene supremo. Ogni ente reale, ogni
individuo particolare, dal più umile al più eccelso, con- tribuisce
difatti a realizzare un disegno eterno che non ammette, nella sua norma,
né il male, né l’imperfezione. Ma il fatto che tutte le cose siano
sostanzialmente buone — in quanto partecipanti tutte dello stes- so Bene
— non implica, per Boezio, che esse s’identifichino con l’essere supremo
e non siano realmente diverse da Dio. Ciascun individuo pos- siede un
insieme di caratteri unico ed irrepetibile, ed è costituito da una
collectio di elementi e di principi da cui non potrebbe mai disgiun-
gersi senza distruggere la propria individualità. Se è vero che ogni
composto è distinguibile in una materia determinata e in una forma
determinante, la sua realtà effettiva è tuttavia sempre strettamente di-
pendente dalla indissolubilità del “composto.” Per questo, in ogni so-
stanza composta possiamo sempre scorgere la necessaria diversità tra
l’esse e l’id quod est, e cioè tra la sua essenza e l’esistenza di fatto
determinata. Tale diversità non potrebbe però mai verificarsi in Dio che,
per essere una sostanza assolutamente semplice, esclude da sé ogni
distinzione di elementi o principi costitutivi. Tra la natura delle cose
che da Lui dipendono e la sua propria realtà, v'è dunque un criterio
distintivo indiscutibile, la cui validità non potrebbe essere impu- gnata
se non rovesciando tutto l’ordine metafisico dell’universo.
Nondimeno, l’ordine delle cose naturali è tutto volto all’essere
divino, e ad esso aspira nelle più intime strutture. Ché tutti gli es-
seri, qualunque sia la loro dignità e la loro perfezione, partecipano
alle Idee divine o meglio a quelle forme con cui Dio ha determinato
la materia informe e che sono come il riflesso terreno degli archetipi
pre- senti nella mente divina. Queste forme o immagini — che Boezio
pen- sa in modo non lontano dalla dottrina delle species nazivae di
Calcidio o dalla dottrina stoica delle raziones seminales — sono i
principi at- tivi, le cause interne dei processi corporei e di tutte le
operazioni biolo- giche. Attraverso di esse e nella loro stretta,
organica connessione, l’ani- ZI L'Alto Medioevo
ma del mondo attua infatti l’eterno disegno pensato da Dio e
traduce nel mondo della materia le divine essenze ideali.
L’interesse di Boezio per i motivi cosmologici della tradizione
pla- tonica e stoica, non è però soltanto attestato dalla sua riflessione
filo- sofica; ma è confermato dalle opere di carattere scientifico,
dedicate a ciascuna delle scienze del guadrivium, che comprende
l’aritmetica, la musica, la geometria e l’astronomia. Noi non possediamo
il cor- so completo degli scritti, destinati appunto a fornire un
curriculum com- pleto per gli studi superiori; ma ci sono giunti il De
institutione musica, il De institutione arithmetica, assai interessanti
per la cono- scenza delle fonti e dei materiali adoperati da Boezio. Non
è difficile scorgere che la sua Arithmetica è un adattamento e compendio
della classica trattazione di Nicomaco, o che la sua Musica si richiama
al- l’antica tradizione pitagorica. Il valore di questi trattati non sta
quin- di nell’originalità delle dottrine, bensi nel fatto che attraverso
di essi la cultura medioevale è entrata in possesso di un complesso di
cogni- zioni o ipotesi scientifiche destinato a guidare, per secoli, la
cono- scenza della natura. Né va dimenticato che l’influenza di Boezio
sul- l'ordinamento degli studi e delle scuole medioevali fu addirittura
de- cisivo, e che a lui si deve il quadro tradizionale entro cui verrà
poi organizzata per gran parte del Medioevo la trasmissione e la
conti- nuità della vita intellettuale. 2. Da Cassiodoro a
Gregorio Magno Il pensiero di Boezio di cui abbiamo soltanto
enunciato i motivi più interessanti e più attivi nella storia del
pensiero medioevale, è certo il frutto di una cultura maturata
nell’ambito dell’ultima filosofia elle- nistica, fondato su di un
impianto metafisico platonico e stoicheggiante, eppur già caratterizzato
dalle esigenze della religiosità cristiana. Ma le stesse caratteristichè
della sua cultura sono ravvisabili anche nel suo collega ed amico
Cassiodoro (480/490-575/585), proveniente come Boe- zio dall’aristocrazia
romana, e come lui alto dignitario della corte teodo- riciana. Più
fortunato di Boezio, Cassiodoro, dopo una brillante carrie- ra, poté
ritirarsi intorno al 540 nel monastero calabrese di Vivarium ove costitui
una delle maggiori biblioteche del suo tempo e compose due opere, il De
anima e le Institutiones divinarum ct saecularium littera- rum, che
ebbero entrambe una larga fortuna nella letteratura scolastica. La
prima, ispirata al De anima e al De origine animae di Agostino,
32 Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici
nonché al De statu animae di Claudiano Mamerto. è un trattato in
di- fesa della pura spiritualità dell'anima e in aperta polemica contro i
resi- dui di una certa mentalità stoicheggiante, ancora non poco diffusa
tra gli stessi ambienti cristiani. Cosi, l’anima vi è concepita come una
so- stanza finita, creata, presente internamente al nostro corpo, ma
imma- teriale e immortale, semplice e puramente spirituale, secondo, del
resto, una dottrina ormai saldamente affermata nella teologia ortodossa.
Più importante è però l’altra operetta, usata a lungo come manuale
nelle scuole monastiche e citata frequentemente con il titolo De artibus
ac di- sciplinis litterarum. Il brillante cancelliere di Teodorico,
autore di epi- stole tra le più eleganti e raffinate dell’ultima
latinità, traccia il piano di un corso completo di studi liberali ad uso
dei religiosi. E richia- mandosi ad una divisione che risaliva attraverso
Marciano Capella alla costante tradizione pedagogica greco-romana,
distingue le arti del £rs- vium (grammatica, dialettica, retorica) da
quelle del quadrivium (arit- metica, geometria, astronomia e musica),
ossia tra quelle arti che ci offrono i mezzi per esprimere quanto
comprendiamo e quelle che con- ducono ad una effettiva conoscenza
dell’ordine naturale e morale. La di- stinzione, già adombrata anche da
Boezio, non ha in sé molto di nuovo e di originale. Eppure nella forma
che le diede Cassiodoro, essa formò la base dell’insegnamento per gran
parte del Medioevo, e di- venne un modello costantemente seguito
nell’organizzazione fondamen- tale degli studi. Per il resto l’aspetto
più significativo dell’operetta è dato dalla sistematica riduzione dei
materiali elementari della cultura classica al servizio delle esigenze
ecclesiastiche e della conoscenza della Scrittura. Che le arti liberali
debbano diventare parte integrante delle discipline cristiane e della
stessa cultura monastica è infatti ferma convinzione di Cassiodoro che
ritiene indispensabile alla formazione dei “clerici” una buona conoscenza
degli scrittori antichi e una discreta peritia littera- rum. Certo, le
dottrine dei “Gentili” vanno spogliate del loro antico significato
peccaminoso e delle suggestioni demoniache che derivano dalle loro
origini pagane. Però la conoscenza delle lettere divine e la loro giusta
interpretazione sarebbe impossibile se mancasse la cogni- zione dei mezzi
di espressione e di pensiero o se non si conoscessero almeno i fondamenti
della scienza mondana. Le litterae humanae e le litterae divinae non sono
tra loro incompatibili e necessariamente av- verse, tanto più che
l’esatta comprensione e intelligenza della Scrittura è condizionata dal
possesso dei rudimenti essenziali del sapere. Proprio per questo
Cassiodoro, riprendendo la soluzione già posta da Agostino al problema
del rapporto tra la cultura profana e la tradizione cristia-
33 L’Alto Medioevo na, delinea una soluzione
perfettamente conforme ai caratteri storici di una società in cui
l’elaborazione intellettuale sta diventando funzione esclusiva degli
uomini di Chiesa. Boezio e Cassiodoro, con la loro raffinata
cultura classica e la lar- ga conoscenza della tradizione filosofica
greco-romana, sono certo gli ultimi rappresentanti dell’aristocrazia
romana che ancora riesce ad im- porre la propria supremazia intellettuale
ai barbari e a legare alle isti- tuzioni pedagogiche della Chiesa il
proprio indirizzo filosofico e ideo- logico. La fine della collaborazione
tra i goti e i latini, la disastrosa guerra greco-gotica che desolò per
quasi venti anni le terre italiane e, poi, la rovinosa invasione
longobarda, dovevano però rendere sempre più precaria quell’opera di
mediazione tra la cultura classica e la nuova società che nasceva
faticosamente dai quadri rudimentali dei regni bar- bari, sotto la
crescente autorità politica e intellettuale della Chiesa. Ma se l’Italia
vide rapidamente imbarbarire le istituzioni culturali anco- ra
sopravvissute al crollo dell’Impero, se le dure condizioni del domi- nio
longobardo resero quanto mai labili le tracce di una continuità af-
fidata principalmente alle scuole monastiche o alla cultura burocratica e
giuridica che pure fiorisce nelle terre bizantine, non mancarono altrove
nuove testimonianze del progressivo processo di adattamento della tra-
dizione classica alle nuove esigenze storiche. È infatti nella
relativa stabilità del regno visigotico di Spagna, largamente influenzato
dagli elementi giuridici ed amministrativi del- l'ordinamento romano, e
dominato dalla crescente potenza dell’autorità ecclesiastica, che opera
il più tipico rappresentante della cultura del VII secolo, il vescovo di
Siviglia Isidoro (ca. 570-636). Autore di vari scritti dottrinali e
teologici, la sua opera più importante sono però gli Etymologiarum libri
(622-633), destinati ad una eccezionale fortuna sto- rica. Quest'opera —
tra le pil lette e diffuse in tutto il Medioevo — ci mostra in modo esemplare
come avvenga la riduzione del patrimonio intellettuale della antichità in
una sintetica enciclopedia di nozioni, utile sia per chi si volge allo
studio delle varie artes che per chi voglia dedi- carsi alle cure del
magistero ecclesiastico. Muovendo dall’idea che è pos- sibile sempre
rintracciare il principio e il significato di ogni cosa attraver- so
l'etimologia del suo nome, Isidoro ordina sulla base di questo singo-
lare criterio una grande massa di nozioni scientifiche, filosofiche e teo-
logiche, spesso trattate con grande ingenuità, ma sempre fondate sulle
testimonianze di molti autori classici. Ma l’importanza delle Origines
non sta certo nella ricchezza dei suoi riferimenti, quanto piuttosto nel-
l'interesse vivace e vitale per molti aspetti della cultura e della
tradi- 34 l’ilosofia e cultura nell'età dei regni
romano-barbarici zione classica. Infatti, nei primi tre libri, i
più celebrati e conosciuti, Isidoro traccia un piano compiuto dello
studio delle sette arti liberali, cui aggiunge poi negli altri 17 libri
un complesso ordinato di nozioni che toccano tutti gli aspetti dello
scibile, dalla medicina alla storia, dalla Sacra Scrittura alla teologia
ed alla ecclesiologia, dalla cosmografia al- l’arte della guerra, dalla
geografia alle arti meccaniche, ecc. La evidente modestia delle
dottrine esposte da Isidoro, la sua as- senza di spirito critico o di
attitudine filosofica, non toglie nulla alla importanza storica di
quest'opera che salvò dalla dimenticanza alcune nozioni e idee
fondamentali destinate ad esser tramandate, di genera- zione in
generazione, nella scuola medioevale. NÉ, del resto, è estranea al suo
autore una discreta conoscenza della scienza medica e naturale del suo
tempo che va posta forse in rapporto con la fioritura delle scuole
ebraiche spagnole, eredi di tanti aspetti e motivi della tradizione
plato- nica. Anche le altre opere di Isidoro — il De fide catholica, i
Sententia- rium libri tres, il De ordine creaturarum, il Chronicon e la
Historia re- gum Gothorum et Vandalorum — testimoniano, del resto, la
notevole larghezza della sua cultura teologica, dominata naturalmente
dall’ispi- razione agostiniana, delle sue conoscenze naturali e delle sue
nozioni storiche, fornendo altre preziose indicazioni sulle tonti
filosofiche e letterarie di cui poteva servirsi un uomo di cultura in
pieno VII secolo. Ora, è vero che nel corso di un secolo, il
cerchio delle conoscenze e delle letture si è fortemente ristretto, e che
Isidoro mostra, nei confronti di Boezio e di Cassiodoro, una conoscenza
assai minore dei classici e un uso molto più rozzo degli stessi strumenti
linguistici. Eppure, nella sua opera, come in quella di un altro minore
contemporaneo, Martino di Bracara, lettore ed espositore di Seneca, si
realizza la continuità della cultura classica e si compie il difficile
salvataggio degli ultimi resti di una civiltà ormai in rovina.
Raccogliendo nozioni e dottrine, ordinan- dole nell’ambito di una
concezione educativa strettamente legata alla finalità ecclesiastica,
Isidoro lascia in eredità agli uomini della rinascen- za carolingia un
prezioso patrimonio sopravvissuto ai periodi più oscuri della crisi del
mondo classico. La vita intellettuale dell’Europa occidentale
continua a decadere progressivamente nel corso del VII secolo sotto il
peso di molteplici fat- tori storici che fanno di questo periodo uno dei
momenti più dramma- tici e oscuri di tutta l’età medioevale. Mentre i
regni romano-barbarici si disgregano, svelando le loro profonde tare
costituzionali (quando ad- dirittura non scompaiono, stroncati
dall’efimera ripresa bizantina), si L'Alto Medioevo
cristallizza la struttura latifondistica della società europea, gravata dal
pe- sante predominio delle nuove aristocrazie germaniche, ancora
estranee alla cultura ed alla tradizione greco-romana. L'attività
economica ral- lenta adesso il ritmo, si attenuano, quando addirittura
non si spezzano, gli ultimi legami politici con l'Impero d’Oriente, che
le invasioni isla- miche stanno privando dei suoi territori africani e
del Medio e Vicino Oriente. E, intanto, il progressivo esaurimento delle
classi dirigenti ro- mane, l’avanzata di popolazioni più barbare e
arretrate, rendono an- cora più precaria la sorte della tradizione
intellettuale greco-romana, le- gata tradizionalmente alla continuità
delle istituzioni urbane. Quel filone di solida dottrina che scorre
ancora per buona parte del VI secolo, sembra adesso esaurirsi, oppure si
fissa definitivamente nei canoni stilizzati dell’insegnamento
ecclesiastico, nelle formule spes- so assai elementari e sommarie che
guidano l’insegnamento dei maestri delle scuole vescovili o monastiche.
In luogo della ricca esperienza filo- sofica, testimoniata ancora
dall’opera di Boezio, si realizza ora il mo- nopolio della vita
intellettuale da parte della Chiesa, l’unica istituzione che continui, al
di là del crescente frazionamento dei poteri politici ed amministrativi,
la funzione unificatrice già esercitata dall’Impero, e che imponga, in
una società disorganica e disgregata, un’ideologia unitaria e organica.
Certo, anche la cultura ecclesiastica accusa gravemente le conseguenze
dello sfacelo della società romana e non è esente da un processo di
progressivo imbarbarimento e di netto regresso intellettuale. Il
tentativo di risolvere le idee dominanti nell’alta cultura greco-roma- na
entro il tessuto religioso del Cristianesimo si è ormai trasformato nella
passiva acquisizione di un complesso di nozioni dottrinali soprav-
vissute al dissolvimento della società che le aveva prodotte. Ma se il
crollo dell’Impero ha segnato la fine dell'ambiente storico in cui erano
maturate le prime esperienze decisive della filosofia “cristiana,” non
scompaiono le direttive intellettuali che la Chiesa ha ormai elaborato,
nell’età patristica, ed ha posto alla base della formazione delle sue
nuove élites sacerdotali. Queste dottrine sono poi strettamente
legate a un tipo di forma- zione e di tirocinio ancora esemplato, in gran
parte, sui modelli tradi- zionali dell’età classica. Ed è appunto per
questo che una personalità come Gregorio Magno (540 ca. 604), interprete
esemplare delle esigenze politiche e organizzative della Chiesa romana,
ha potuto esser consi- derato come l’ultimo difensore di una tradizione
romana trasferita integralmente nell'ordinamento disciplinare della
Chiesa, o come il pri- mo vero rappresentante della cultura cristiana
medioevale. Filosofia e cultura nell'età dei regni
romano-barbarici La sua personalità e la sua azione storica
giustificano, del resto, que- sta apparente differenza di giudizio;
perché Gregorio, discendente da una famiglia dell’alto patriziato romano,
educato al tirocinio intellet- tuale proprio della sua stirpe e della sua
classe, fu il vero creatore della Chiesa dell’Alto Medioevo, la cui
organizzazione venne completamente trasformata dalle sue riforme.
Dall’ordinamento economico e giuridico dei grandi feudi della Chiesa,
alle forme rituali e liturgiche, non vi fu campo della vita ecclesiastica
che non recasse l'impronta di questa ecce- zionale tempra di pontefice e
di uomo di governo, abilissimo diplomatico e politico raffinato. Ma la
cristianità medioevale non venerò nel pon- tefice romano solo l’uomo che aveva
portato la Chiesa ad una effettiva supremazia ideologica nell'Europa
barbarica; bensi ammirò i suoi scritti il cui successo eccezionale
corrispose giustamente ai bisogni della cul- tura ecclesiastica dei suoi
tempi. Il Liber regulae pastoralis, che defi- niva i compiti e le
funzioni del clero romano, restò infatti, per secoli, il libro
fondamentale per la formazione della gerarchia cattolica; Dialoghi (che
sono una raccolta di leggende agiografiche) e i Moralia in Job furono tra
i libri più letti per tutto il Medioevo e tenuti a mo- dello del metodo
di commento allegorico della Scrittura. Eppure, no- nostante la sua
formazione e l’evidente influsso agostiniano, gli scritti di Gregorio
sono già ben lontani dalla mentalità e dalla ispirazione clas- sica
dominante dei grandi autori patristici. Ed anzi, la sua diffidenza verso
lo studio dei classici, la sua ostilità nei confronti dell’insegna- mento
grammaticale e letterario, sono drastiche e rigorose. In una famosa
lettera a Didiero, vescovo di Vienne nel Delfinato, che s’era dedicato
personalmente a insegnare la grammatica e a leggere i poeti latini ai
suoi chierici per impedire che la loro ignoranza della lingua li rendesse
incapaci d’intendere la' Sacra Scrittura, Gregorio con- danna aspramente
qualsiasi tentativo di associare l’insegnamento delle litterae sacrae a
quello delle Aumanae litterae, e di legare le parole di Dio all’uso delle
arti profane. Il suo atteggiamento nei confronti della cultura classica è
ancor meglio chiarito nel suo Commento al I libro dei Re, ove si ammette
che si possa conoscere la lingua latina e le arti libe- rali, ma solo per
quanto può giovare all’intendimento della Scrittura, e senza alcuna
pretesa di considerare lo studio delle lettere come fine a se stesso.
Ecco perché, anche di fronte al problema dell’uso retto della lingua
latina (e cioè se si debba prender come norma la lingua dei clas- sici o
quella della Bibbia), Gregorio afferma rigorosamente l’assoluta
preminenza del latino biblico, le cui pretese interpretazioni grammati-
cali e sintattiche sono ben superiori alle regole di Donato. Non solo;
37 L'Alto Medioevo ma Gregorio — la cui prosa
è ben lontana dalla misura ancora classica di Boezio o di Cassiodoro — è
il difensore e il teorico della nuova lingua ecclesiastica, forgiata nel
latino scritturale, e nettamente distinta dalla lingua profana dei
classici. Il distacco tra le fonti della tradizione non potrebbe
essere più re- ciso. Né meraviglia che Gregorio, pur cosi latino nel suo
spirito orga- nizzativo e nella sua azione ecclesiastica e politica,
concepisca lo studio delle lettere solo come un mezzo per il magistero
pastorale, e cioè per ben intendere e spiegare la Bibbia. Nondimeno la
sua opera di evange- lizzatore doveva lasciare una grande traccia nella
storia della cultura e della filosofia medioevale. Perché fu proprio
questo Papa, così scarso ammiratore delle lettere, che promosse la
cristianizzazione della Britan- nia e di una vasta parte della Germania,
diffondendo in quelle regioni la lingua e la cultura latina della Chiesa.
I risultati di tale impor- tante evento storico saranno ben chiari già
nella seconda metà del se- colo, quando l’opera dei missionari e dei
monaci delle abbazie britan- niche e irlandesi avranno già costituito dei
solidi centri di vita intellet- tuale, al riparo dal marasma politico
dell'Europa continentale, dove si conserverà un ricco patrimonio di
cognizioni teologiche, e fiorirà una eccezionale cultura umanistica,
destinata ben presto a rifluire nelle scuole dell'impero
carolingio. Mentre in Occidente si consuma cosi la crisi della
cultura antica e si delineano le prime linee fondamentali della cultura
medioevale, nell’Impero bizantino continua la tradizione della filosofia
classica ed ellenistica e dei grandi padri greci. Chiusa la Scuola di
Atene con un decreto di Giustiniano (529) la vita filosofica prosegue a
Bisanzio sotto la predominante influenza della tematica neoplatonica.
L'interesse per gli scritti attribuiti a Dionigi Areopagita, che sarà
cosî forte poi anche ‘in Occidente, e per tutta la tradizione che va da
Plotino a Porfirio a Proclo è la caratteristica dominante delle scuole
bizantine. Ma il neo- platonismo nelle sue varie forme e sfumature si
unisce anche a una so- lida tendenza aristotelica, sviluppata soprattutto
sul piano della logica e delle scienze. Di questa cultura è tipico
esponente Giovanni Damasceno (+ 750) vissuto nel pieno delle lotte
iconoclastiche e della prima grande crisi nei rapporti tra la cristianità
occidentale e orientale. La sua opera principale IMInyhyv6oewg è una
grande raccolta di materiali filosofici e teologici ordinati
sistematicamente e con un evidente scopo apologetico e scolastico.
Tuttavia nella sua introduzione a carattere filosofico, Kepa- rasa
piaoropixà, il Damasceno svolge un'interessante trattazione della logica
e metafisica di Aristotele nonché di dottrine derivate da Porfirio
38 Filosofia e cultura nell'età dei regni romano-barbarici
e da Ammonio. A questo prologo filosofico segue un ampio catalogo storico
delle eresie e quindi, nella terza parte, una classificazione siste-
matica di testi patristici, unita ad una esposizione organica della
teolo- gia dogmatica. Proprio quest’ultima parte, che tradotta nel 1151
da Burgundio Pisano influì sull’evoluzione dei Libri sententiarum,
venne largamente usata anche da Pietro Lombardo e fu sempre presente
ai teologi occidentali della seconda metà del XII e XIII secolo.
La tradizione platonica e aristotelica delle scuole bizantine
continua poi ancora per tutto il IX secolo per opera del patriarca Fozio
(820- 897 ca.), commentatore di alcuni scritti logici di Aristotele e
sostenitore della superiorità di Aristotele di fronte a Platone. Ma con
Fozio, la cui grande Bibliotheca offriva amplissimi materiali sulla
cultura filosofica classica, siamo già al punto di massima rottura tra il
mondo bizantino e la Chiesa romana. Lo scisma dell’858 doveva rendere
presto ben dif- ficili i rapporti intellettuali tra Bisanzio e
l'Occidente che, del resto, le invasioni islamiche avevano già gravemente
minacciato, spezzando la unità “imperiale” del bacino
mediterraneo. 39 Capitolo secondo L'età
carolingia I. I presupposti storici e culturali I due
secoli che trascorrono dalla morte di Gregorio Magno all’in- coronazione
romana di Carlo segnano una svolta decisiva nella storia dell'Europa
medioevale. In questo periodo — che è pure uno dei pit oscuri e drammatici
della storia occidentale — si viene infatti compien- do il lento
passaggio dalla struttura sociale del tardo Impero alle for- me di
organizzazione economica e politica proprie della società feu- dale; si
opera la compiuta assimilazione tra gli ultimi residui delle ari-
stocrazie romane e provinciali e la nobiltà germanica; e si afferma
definitivamente la supremazia spirituale della Chiesa romana che costi-
tuisce il saldo tessuto ideologico e dottrinale della nuova società.
Natu- ralmente un simile processo si svolge in tempi e in modi assai diversi
a seconda che si compia nell'ambiente particolarmente propizio del re-
gno franco, ove si verifica una rapida e facile assimilazione tra la vec-
chia classe senatoriale gallo-romana e l’aristocrazia franca, oppure nel-
l’ambiente più arretrato e barbarico dell’Italia longobarda. Tuttavia il
suo ciclo può già considerarsi compiuto intorno alla metà dell’VIII se-
colo, quando l’alleanza tra la più forte monarchia germanica, quella dei
Franchi, e la crescente potenza spirituale e mondana del Vescovo di Roma
pone la condizione storica essenziale per la formazione del- l'Impero
carolingio. All’avvento di questo nuovo ordinamento che interesserà
ben pre- sto la maggior parte dell'Europa occidentale cooperano molti e
diversi fattori di ordine economico e sociale che sarebbe impossibile
illustrare in questa sede in modo compiuto ed organico. Ma se anche non
affron- teremo i numerosi e gravi problemi relativi alla genesi
dell'Impero caro- lingio, all’origine ed alla funzione storica del feudalesimo,
non si potrà trascurare di indicare, per quanto sommariamente, quei
caratteri storici essenziali che sono propri di questo periodo.
L'età carolingia Il primo e, certo, il più importante, è
appunto la profonda trasfor- mazione che hanno ormai subîto le strutture
fondamentali della vita economica e sociale dell'Europa occidentale che
presenta adesso un aspet- to profondamente diverso da quello dell’età
delle grandi invasioni. An- cora nel corso del VII secolo, i regni
romano-barbarici avevano infatti continuato a dominare su di una società,
già in via di mutamento, ma che non era ancora lontana dalle
caratteristiche assunte durante gli ultimi tempi del Basso Impero. La
continuità di un'intensa vita econo- mica in gran parte del bacino del
Mediterraneo e soprattutto in Gallia, in Africa e in Spagna, la
persistenza di rapporti marittimi e di discreti scambi commerciali con
Bisanzio, la relativa, ma ancora notevole, flori- dezza dei centri urbani
e mercantili, testimoniano l’assenza di una vera e propria cesura con la
vita economica, sociale e intellettuale del mondo romano. Se si assiste
all’evidente imbarbarimento delle istituzioni e dei costumi, gli
ordinamenti amministrativi sono ancora in gran parte quelli romani e la
supremazia degli invasori germanici non ha ancora totalmente distrutto le
solide basi di strutture statali ancora improntate al modello
latino. Naturalmente, le stesse conclusioni valgono per la cultura
e gli isti- tuti che permettono la continuità e lo sviluppo della vita
intellettuale. La cultura di tipo schiettamente classico decade — è vero
— progressi- vamente, via via che peggiorano le condizioni sociali e
politiche, ma continua ancora a muoversi sulla scia delle concezioni
romane e gre- che; né la tradizione bizantina cessa di esercitare il suo
influsso, ancora particolarmente forte intorno alla metà del VI
secolo. Che tale condizione di cose muti nel corso dell’VIII
secolo, è invece constatazione evidente, anche se si può discutere sulle
ragioni e le cause di questo mutamento, nonché sulla sua relativa
profondità e portata. Ma anche riconoscendo i limiti di una tesi troppo
radicale co- me quella del Pirenne (che ha indicato nella “svolta
dell'VIII secolo” l’inizio di un’età storica dominata dalla scomparsa
dell’attività commer- ciale e da una economia strutturale rigorosamente
chiusa e rurale), è certo che l’ambiente storico della civiltà carolingia
non ha più molti tratti in comune con la società in cui si erano mossi
gli ultimi grandi rap- presentanti della cultura classica, come Boezio e
Cassiodoro. I terri- tori mediterranei, un tempo al centro dell’attività
economica e della vita civile, sono adesso gravemente impoveriti per
l’effetto congiunto delle continue invasioni, delle carestie e delle
guerre o della costante diminuzione del traffico, insidiato dalla potenza
marittima dell’Islam. Le istituzioni urbane, anche se non scompaiono e
non decadono in pro- 4I L'Alto Medicevo
porzioni catastrofiche, sono però indubbiamente in forte declino; ed alla
loro decadenza corrisponde un notevole prevalere dell’economia rurale, e
la conseguente egemonia politica dell’aristocrazia militare e fondiaria
che detiene, in gran parte, il monopolio della terra. In tal modo il
carattere prevalentemente urbano e mercantile della società romana cede
adesso il suo posto ad un assetto economico e sociale fon- dato
prevalentemente sull’unità della vile e su un circuito di scam- bi a
breve raggio. Mentre si disgregano gli ultimi resti delle istitu- zioni
romane, mentre scompare il secolare ordinamento amministra- tivo che era
sopravvissuto anche alle invasioni, si delineano i nuovi lineamenti di un
ordine politico che non ha certo un diretto rapporto con la tradizione
romana. L’impronta fortemente germanico-cristiana, che sarà propria
del- l’Impero carolingio, lo spostarsi verso il Nord dell’asse politico
dell'Eu- ropa cristiana, sono i segni più evidenti ed eloquenti del
grande muta- mento storico. Ma ancora più importante è la trasformazione
che si è verificata nei quadri dirigenti della società europea e, quindi,
nei ceti che elaborano e diffondono anche le nuove direttive
intellettuali. La base storica concreta su cui si fonda questo
Impero è difatti la grande aristocrazia fondiaria che è venuta lentamente
costituendosi nel secolo V e VI in tutti gli stati romano-germanici. Il
perno della com- plessa macchina amministrativa carolingia è costituito
da una fitta rete di poteri locali, nominati dall’Imperatore che essi
rappresentano in tutte le più delicate funzioni politiche ed
amministrative, di una ge- rarchia ben diversa dalla vecchia burocrazia
imperiale romana, per- ché vive del provento delle imposte o delle
concessioni di terre lar- gite dal sovrano ed è legata al proprio compito
solo dal vincolo di fe- deltà stretto “personalmente” con l'Imperatore.
Questa aristocrazia, prodotto naturale delle condizioni economiche e
politiche maturate dal- lo sfacelo dell’ordine politico romano e dalla
sostituzione della nobiltà germanica alla vecchia classe latifondista del
Basso Impero, è insieme la forza armata dell’Impero e il suo corpo
amministrativo, ne rappre- senta la salvaguardia militare e la classe
politica dominante. Ma essa non è certamente l’unico elemento della
costruzione politica di Carlo Magno che, sebbene strettamente plasmata
sulla struttura sociale del- l’Europa romano-barbarica, trova la propria
giustificazione ideale nel carattere religioso del potere e nella propria
funzione mediatrice tra il crescente particolarismo delle istituzioni
politiche e la forza di un prin- cipio universale che si richiama alla
salda tradizione unitaria della Chiesa romana. 42
L'età carolingia Nell’immane mosaico di popoli e di genti
ancora scarsamente amal- gamate che ubbidiscono all’autorità di Carlo,
l’unico vincolo unitario è infatti rappresentato dalla radicale
compenetrazione tra l’Impero e la Chiesa. E quanto questa compenetrazione
caratterizzi la struttura politica della società carolingia, lo dimostra
appunto la preoccupazio- ne di Carlo di presentarsi sempre come
l’advocatus ecclesiae, difen- sore della cristianità, e di far coincidere
la legittima estensione dei suoi poteri con il corpo vivente della Chiesa
che non ha mai confini ma si estende su tutto l’orbe “ovunque si pronunzia
il nome di Cri- sto.” Convinto sinceramente che la sua autorità gli
discenda dalla natura di capo divinamente eletto del popolo cristiano,
ispirato da consiglieri che fondano la legittimità dell’Impero sull’i
insegnamento della Bibbia e sulle parole di Agostino, il monarca franco
si presenta con un carattere del tutto diverso da quello che era stato
proprio an- che degli ultimi imperatori cristiani, come sovrano e guida
del po- polo di Dio. Legislatore della comunità civile, supremo principio
di autorità e di diritto, egli è anche il legislatore della Chiesa pronto
ad impugnare le due “spade” dell’autorità spirituale e di quella
tempo- rale. Ma proprio perché l’Imperatore è reggitore della Chiesa
oltre che dello Stato, la sua autorità penetra ovunque, e come detta
nei capitolari le norme per la tenuta delle villze e l’amministrazione
dei demani imperiali, cosî fissa le regole più particolari e minute per
la condotta del clero e la disciplina rituale e canonica. “L'osservanza
del- la domenica, l'esecuzione del canto ecclesiastico e le condizioni
per l'ammissione dei novizi nei monasteri,” scrive giustamente il
Dawson, “sono punti fissati nei capitolari, altrettanto come la difesa
delle fron- liere e l'amministrazione dei beni della corona.” Ciò spiega
un altro carattere tipico dell'ordinamento carolingio, e cioè l’esistenza
di una potente aristocrazia ecclesiastica, non meno influente di quella
mili- tare e fondiaria, che partecipa all’amministrazione delle trecento
contee in cui si divide l’Impero, e ha una propria funzione politica e
persino militare. Il governo centrale è poi addirittura nelle mani degli
eccle- siastici della cancelleria e della cappella reale. Non solo;
l’autorità di questa aristocrazia ecclesiastica è ben rappresentata anche
nella tipica istituzione carolingia dei missi dominici, deputati alla
sorveglianza ed al controllo sull’amministrazione locale, costituiti in
gran parte da ve- scovi ed abati, sempre pronti ad informare minutamente
il sovrano dell'andamento della vita economica, civile e religiosa dei
più lon- tani territori della Christianitas. Lo spirito
profondamente teocratico che anima l’Impero, espresso 43
L'Alto Medioevo drasticamente in tanti ‘atteggiamenti e
detti di Carlo, è perfettamente definito nella identificazione
dell’autorità sacramentale e carismatica del clero e quella non meno
sacrale che discende dalla volontà del so- vrano. Ed è appunto nel quadro
di questa concezione, destinata a con- tinuare ben oltre lo stesso sfacelo
dell’Impero, che la società carolingia elabora i propri ideali e le
proprie istituzioni culturali, strettamente legate alle nuove esigenze
politiche. La rinascita culturale che va sotto il nome di
“rinascenza caro- lingia” è quindi il prodotto storico naturale dello
spirito teologico che permea tutta l’organizzazione carolingia, della
necessità impellente di formare un corpo di funzionari colti e competenti
e di preparare una larga élite del clero a compiti e funzioni che
richiedevano un tipo di cultura pid raffinata e mondana. Però la riforma
perseouita da Carlo non si limita solo a rinnovare la tradizione deoli
studia Auma- nitatis o a rinortare nelle istituzioni scolastiche
dell’Occidente la lin- fa vitale dell’insernamento delle “arti liberali”
ma è addirittura il primo tentativo di ricostituire l’unità intellettuale
della società euro- pea, edificata sui resti della cultura classica. la
cui influenza continua, del resto, a dominare anche i maestri delle
“scuole palatine.” Natu- ralmente, rroprio perché è legata cosî
strettamente al particolare ca-rattere politico e organizzativo dell'Impero, la
cultura del TX secolo ne rispecchia fedelmente anche i tipici caratteri
dominanti. Nonostante tutti i tentativi di riconnettere la “rinascenza
carolincia” alla grande fioritura intellet tuale del XII secolo, o,
addirittura, all’umanesimo quat- trocentesco, pesano infatti su questa
cultura i limiti storici di una so- cietà che non riusci mai a darsi una
vera struttura statale organica e che nella sua rigida divisione di caste
realizzò la piti compiuta sepa- razione tra il ristretto ceto dei
“clerici” monopolizzatori della cultura e la gran massa dei fedeli. Non a
caso, quindi, la rinascenza caro- lingia ha come suo precipuo ideale
l’elaborazione di una cultura di carattere esclusivamente ecclesiastico —
0, meglio, ecclesiastico-ammi- nistrativo, — capace di garantire l’unità
religiosa e ideologica della Christianitas e di subordinare la stessa
validità delle discipline classiche alle esigenze dogmatiche predominanti
della ortodossia cattolica. E non per nulla gli stessi teologi e i
maestri della scuola palatina, strenui difensori di una concezione
unitaria dell’autorità imperiale che è di schietta impronta romana, sono,
al tempo stesso, anche i tenaci so- stenitori del fondamento sacrale del
potere civile e della sua piena coesione con l’immutabile ordine della
gerarchia ecclesiastica. Del resto, quant'è diversa la finalità e
la destinazione ideologica 44 L'età carolingia
della civiltà carolingia nei confronti della tarda cultura romana, è
al- trettanto profondamente mutato l’ambiente in cui essa
maggiormente fiorisce. I cenui della “rinascenza” non sono ora le città
del vecchio mondo romano, né le terre dell’Italia, della Francia meridionale
o della Spagna, bensi la stessa corte imperiale, le innumerevoli
abba- zie e scuole monastiche disseminate nel vasto dominio franco e
so- prattutto nelle regioni settentrionali chiuse tra la Loira e il
Weser. I maestri, i chierici che la propagano non sono grandi
aristocratici romani, come Boezio o Cassiodoro, o eredi della tradizione
latina come Gregorio Magno, bensi degli intellettuali di origine
barbari- ca che hanno però profondamente assimilato quanto si è salvato
della tradizione classica. Da Fulda a S. Gallo, da Tours a
Reichenau, tutta l'Europa carolingia è percorsa da una potente corrente
di nuova vita intellettuale, che non si svolge soltanto nel campo
limitato delle lettere e della teologia, ma ha i suoi diretti riflessi
anche nell’ambito delle arti e della tecnica scrittoria che i monaci
carolingi portano ad una perfezione prima ignorata. Così, sebbene
l’Impero, minato dal- la sua debole struttura, si avvii rapidamente alla
fine, le grandi abba- zie benedettine diventano gli unici centri
intellettuali dell'Europa, tor- mentata dall’erompere dell’anarchia
feudale, di una società sconvolta e lacerata da nuove ondate
d’invasione. 2. La cultura monastica anglosassone
All’adempimento di un tale compito storico, l’abbazia benedettina era
stata del resto già preparata da due secoli di oscura e paziente
elaborazione di nuove élises intellettuali. Da quando la regola di
Benedetto aveva creato, agli inizi del VI secolo, un nuovo tipo di
monachesimo, operoso e attivo, ispirato alla norma della preghiera e del
lavoro collettivo e fraterno, l’antico ideale dell’ascesi individuale era
stato sostituito da una nuova direttiva spirituale di contenuto so-
ciale. Nel monastero benedettino, costituito in una salda unità ammi-
nistrativa e disciplinare, il lavoro manuale e la pura ricerca contempla-
tiva avevano ritrovato una profonda unità del tutto ignota alla so- cietà
del tempo, costituita da una ristretta aristocrazia militare e fon- diaria
e da enormi masse di contadini-servi. Ma, soprattutto (in una età in cui
l’economia era prevalentemente agricola e gli ordinamenti politici si
sfasciavano sotto il peso crescente delle tendenze particola- ristiche),
la diffusione delle istituzioni benedettine aveva permesso la
45 L'Alto Medioevo formazione di numerosi centri
d’intensa vita produttiva, dove la colti- vazione delle grandi proprietà
abbaziali si alternava allo studio ed all’apprendimento dei primi
rudimenti delle arti liberali. Tutto ciò spiega e giustifica la grande
fortuna dell’ordine benedettino in tutta la Cristianità occidentale, e
soprattutto nelle regioni dell'Europa conti- nentale ove si erano già
delineati i caratteri incipienti della civiltà feu- dale. Poiché fu
soprattutto in Svizzera, in Francia e nella Germania meridionale che il
sistema delle abbazie, spesso unite da stretti vincoli economici e
amministrativi, pose fin dal VII secolo i presupposti della diffusione
organica di una ricca cultura di carattere ecclesiastico e mo- nastico,
ma largamente permeata di motivi e temi della tradizione classica.
All’elaborazione della cultura carolingia dettero però un contri-
buto ancor più importante e decisivo le istituzioni monastiche dei paesi
anglosassoni, sorte fin dall’inizio del VI secolo, indipendentemente
dalla diffusione benedettina. Il carattere peculiare di questo monache-
simo, che in un periodo tra i più oscuri della storia occidentale fece
delle isole britanniche una vera oasi di civiltà, fu di non aver adottato
la gerarchia episcopale della chiesa, ma di aver organizzato la propria
vita entro la cornice esclusiva delle “regole” monastiche. E tale ca-
rattere è certo ben comprensibile, se si pensa che il monachesimo an-
glosassone sorse in un paese quasi completamente pagano, ove soltanto nel
596 era ripresa la tradizione episcopale, sotto l’impulso diretto di
Gregorio Magno. Il successo della predicazione del monaco
Agostino, primo vescovo di Canterbury, e dei suoi seguaci, era stato però
assai rapido: già nel 644 l’East Anglia aveva un proprio vescovo
anglosassone, e dieci anni dopo anche il seggio primaziale di Canterbury
era stato occupato dal sassone Deusdedit cui: doveva succedere il monaco
greco Teodoro, dotto nelle lettere greche e latine. Teodoro e l’abate
africano Adriano furono gli iniziatori di una fortunata opera di riforma
intellettuale che aveva naturalmente uno scopo e una finalità
essenzialmente devota, ma che non trascurava neppure l’insegnamento delle
lingue classiche e la lettura degli auctores. Liberi da ogni stretto
vincolo disciplinare e dogmatico, animati da uno spirito di tenace e
vivace proselitismo, i monaci da loro educati ne diffusero l'insegnamento
e la pratica in una fitta rete di istituzioni monastiche che coprì
rapidamente tutte le regio- ni delle isole britanniche, dalla Britannia
al Galles, alla pagana Cale- donia. Da Canterbury a
Malmesbury, dall’Irlanda, già convertita da L'età carolingia
S. Patrizio, ai grandi monasteri di Bangor Iscoed e di Clonard, fino
al lontano monastero scozzese di Jona, flui cosi un filone costante e
ricco di «cultura classica, che le particolari condizioni geografiche e
storiche posero al riparo dalle drammatiche crisi di tutti i paesi
dell'Europa continentale. E quale fosse il carattere di questa cultura ci
è appunto noto dalla testimonianza di Adelmo di Malmesbury, che ci
ricorda di aver appreso alla sua scuola monastica i rudimenti essenziali
del di- ritto romano, i principi della metrica e della prosodia, le
figure prin- cipali dell’arte retorica, e, ancora, la matematica e
l’astronomia. Certo, a giudicare dalla notevole “barbarie” della
prosa di Adelmo e dalla sua ingenuità e rozzezza, si potrebbero avanzare
non pochi dubbi sul valore della tradizione classica diffusa negli
ambienti mo- nastici anglosassoni. Eppure si tratta dei primi timidi
frutti di una cultura che non ignora né Virgilio, né Terenzio, né Orazio,
né Gio- venale, e che continua, in sostanza, un tipo d’insegnamento non
trop- po dissimile da quello praticato nelle scuole del Basso Impero. Né
i risultati di questo insegnamento sono da disprezzare, se è vero
che a poco più di un secolo dalla loro evangelizzazione i monasteri
anglo- sassoni inviavano sul continente i loro primi missionari. Del
resto, già dal 590 l’irlandese Colombano aveva fondato in Francia il
monastero di Luxeuil, donde mosse una larga diffusione mo- nastica in
Francia, nelle Fiandre, in Svizzera e in Germania, e in Italia, ove
l’abbazia di Bobbio fu un tipico prodotto del monachesimo anglosassone.
Ma ancora più importante fu l’opera di un monaco an- glosassone,
Wynfrith, l’evangelizzatore dei sassoni, e primo vescovo di Magonza sotto
il nome di Bonifacio. Questo monaco non fu soltanto “l’apostolo della
Germania,” da lui evangelizzata mercé la protezione della monarchia
franca e nel quadro della direttiva episcopale romana, bensi l’uomo di
Chiesa che seppe operare la saldatura storica tra la tra- dizione
benedettina e romana e quella anglosassone, diventando cost il diretto
intermediario tra la cultura dei monasteri irlandesi e britannici e la
ripresa intellettuale che cominciava a delinearsi nel continente.
Chiamato, nel 742, da Carlomanno, fratello e collega di Pipino il Breve,
perché provvedesse a riordinare lo stato della Chiesa nel suo du- cato di
Neustria, ove il clero era profondamente decaduto dal punto di vista
disciplinare e privo di ogni cultura, Bonifacio compì in breve tempo una
riforma radicale. Nel suo periodo di governo, durato dal ‘42 al °47, non
solo provvide ad eliminare gli abusi più gravi, e a sotto- porre
l’episcopato franco all’autorità apostolica romana, ma trapiantò nelle
scuole e nelle istituzioni espiscopali e abbaziali la cultura che fio-
47 L'Alto Medioevo riva in Britannia nei nuovi
monasteri sorti nel VII secolo, come quello di S. Pietro di Wearmouth,
fondato nel 674 da Benedetto Biscop. In questo ambiente colto ed
erudito, sui testi devoti e profani che il Biscop aveva portato
dall’Italia e dalla Gallia, si era, del resto, già formato, negli ultimi
decenni del VII secolo, un monaco anglosassone, che aveva scritto la
storia ecclesiastica del suo popolo in un latino ecce- zionalmente
limpido e puro. Nato nel 673, nel momento di massima fortuna della
cultura monastica anglosassone, il monaco Beda (t 735), che i medioevali
chiameranno il “Venerabile,” non si era limitato a com- piere la sua
opera di storiografo guidata da una fondamentale ispira- zione romana, ma
aveva illustrato la sua cultura letteraria nel De orthographia e nel
trattatello De schematibus et tropis, e definito i principi e metodi
della cronologia nel De temporibus, De temporum ratione, De ratione
computi. Però la sua opera pi fortunata, che godé per tutto il Medioevo
di una eccezionale fortuna, fu il De rerum natura, costruito sul modello
dell’enciclopedia di Isidoro, ove si esprime già una cultura più
raffinata e scaltrita. Scrittore limpido, il suo stile non diffe- risce
troppo da quello degli autori della bassa latinità; né a leggere le sue
opere si direbbe che Beda scriva verso la fine dell’VIII secolo, in un
ambiente sociale e intellettuale cosi profondamente mutato, e, ad-
dirittura, in un Paese che aveva conosciuto solo brevemente la civiltà
romana. Eppure, è proprio in Inghilterra e in Irlanda che la cultura
classica riprese a fiorire con forme ed intenti ancora ignoti agli altri
paesi dell'Occidente; né è certo un caso che le prime forme di prosa
d’arte, atteggiate sul modello della tradizione letteraria latina, nasces-
sero nei conventi di Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda. Quando poi, agli
inizi del IX secolo, re Alfredo tradusse la Cura pastoralis di Gre- gorio
Magno, l’Historia di Paolo Orosio e la Consolatio di Boezio, non creò
soltanto i primi modelli letterari della prosa anglosassone, ma offri una
nuova prova del carattere squisitamente classico della ma- tura
civiltà anglosassone. 3. Alcuino e la “rinascita” carolingia
Questa ricca cultura di origine e ispirazione classica, non
avrebbe però avuto una effettiva incidenza storica, se non si fosse
presto diffusa nell'Europa continentale, improntando di sé la vita
intellettuale del- l’Impero carolingio. Abbiamo già accennato alla
missione di Bonifacio ed al suo tentativo di migliorare la formazione
intellettuale del clero 48 L'età carolingia
franco mediante lo studio dei rudimenta letterari necessari per
l’inse- gnamento della Scrittura. Ma l’uomo che seppe trapiantare in
Oc- cidente i frutti più maturi della cultura anglosassone e servirsene
co- me fondamento di una vasta riforma intellettuale, fu un monaco
irlan- dese, Alcuino di York (1804). Formatosi in una scuola
largamente aperta alle influenze classiche, Alcuino aveva percorso sotto
la guida di Egberto, discepolo di Beda, il corso normale del “trivio” e
del “qua- drivio.” Maestro a York nel 778, la sua fama di grande cultore
della humanitas si era presto diffusa anche nel continente: e Carlo, che
già in quegli anni progettava di organizzare nuove istituzioni
scolastiche per la formazione dei suoi dignitari chierici e laici, lo
chiamò alla sua corte, affidandogli la guida della riforma scolastica.
Già presente alla corte carolingia dal 781 al ’90, Alcuino, dopo un breve
soggiorno britannico, vi tornò stabilmente nel ’93, per restarvi fino alla
morte e per quasi vent’anni il monaco irlandese mirò — come disse — a
tra- sformare l’Impero di Carlo in una “nuova Atene,” “superiore anzi
al- l'antica Atene perché dotata dei doni sovrannaturali dello
Spirito Santo.” In realtà, il maggiore merito storico di Alcuino
fu quello d’in- tendere perfettamente quale fosse il tipo di cultura
necessario per la società carolingia, e di trasformare la tradizione
classica dei monasteri e delle scuole anglosassoni in una organica
direttiva intellettuale stret- tamente associata all’ideale teocratico
dell'Impero e legata alla gigan- tesca macchina politica e amministrativa
costruita da Carlo. Tutti i risultati più positivi di due secoli di lenta
maturazione intellettuale; furono cosî posti al servizio della società
rigorosamente gerarchica su cui si fondava l’impero, e divennero i
criteri formativi di una nuova élite intellettuale, emersa dalla confusa
vicenda di due secoli di crisi. Ma l’opera di Alcuino non si limitò
soltanto a questo compito di organizzazione del nuovo sistema delle
scholae imperiali, o alla trasmissione della esperienza anglosassone;
egli stesso elaborò la di- stinzione organica e sistematica delle sette
arti liberali, trasformando la pratica tradizionale della cultura
classica in un complesso ragionato c ordinato di nozioni e di tecniche. I
frutti della sua attività furono cer- tamente tali da influenzare per
quasi tre secoli gli sviluppi essenziali della cultura europea; gli
uomini educati alla sua scuola poterono giu- stamente vantarsi di aver
restaurato un solido legame con la cultura classica, e di aver, per cosi
dire, riannodato quel filo sottile della tra- dizione che sembrava
essersi spezzato con la crisi dell'unità romana. Certo, il tipo di
cultura instaurato da Alcuino rispecchiò anche 49
L'Alto Medioevo tutti i limiti storici dell'ambiente da cui
nasceva e per la sua imposta- zione esclusivamente ecclesiastica fu lo
specchio di una società divisa in caste, e che affidava al dominio
spirituale della Chiesa l’assoluto monopolio della formazione delle id:e.
Ma anche entro questi limiti, l’opera di Alcuino fu eccezionalmente
fruttuosa; si può dire che si debba alla sua direttiva la prima
organizzazione di un sistema di isti- tuzioni scolastiche comune a gran
parte dell'Europa carolingia e la formazione di un tipo di cultura
raffinata, non più limitata al chiuso mondo anglosassone, bensi diffusa
in Francia come nella Germania meridionale, in Italia come nelle isole
britanniche. Da questa cultura — destinata a sopravvivere al crollo
dell’Impero e al pid torbido pe- riodo di anarchia feudale — muoveranno
poi nell'XI secolo le nuove correnti di pensiero che, parallelamente’
alla grande trasformazione economica della società medioevale, guideranno
la rinascita intellet- tuale dell’Europa. A spiegare il
successo dell’opera di Alcuino può contribuire la considerazione che la
Gallia era stata influenzata dalla cultura latina assai più dei territori
britannici, e che il ricordo della lingua e della civiltà non vi si era
mai perduto. Però lo stato di miseria intellet- tuale del clero franco —
deprecato dal dotto Bonifacio — e i lamenti che Gregorio di Tours o
Fortunato di Poitiers avevano elevato sulle condizioni della cultura
nella vecchia Gallia romana, testimoniano una profonda decadenza, che si
era sempre più accentuata dopo che si erano allentati i vincoli con
l’Italia e con le altre regioni pi progredite del vecchio Impero. Proprio
la constatazione che gran parte dei suoi uffi- ciali laici o
ecclesiastici non sapeva neppure intendere la lingua latina, aveva
indotto Carlo Magno a ordinare nel 789 l’apertura di scuole vescovili e
monastiche, ove si insegnassero, oltre al canto, al solfeggio e le
salmodie, anche gli elementi fondamentali del compito ecclesia- stico e
della grammatica. Ma i suoi progetti di riorganizzazione delle
istituzioni scolastiche erano assai più ambiziosi, cosî com'era impel-
lente la necessità di organizzare in breve tempo un vero e proprio corpo
di dignitari e di amministratori, capace di adempiere al grave compito
del governo dell’Impero. Proprio per questo Carlo si era ri- volto
dapprima in Italia, donde era venuto alla sua corte il dotto longobardo
Paolo Diacono (725-797) che per cinque anni vi aveva in- segnato il
greco, prima di ritirarsi nell’abbazia di Montecassino. Durante il
suo breve soggiorno, Paolo aveva rivisto e corretto una collezione di
Omelie, pubblicate da Carlo, come incitamento alla ri- presa degli studi.
Più tardi il suo insegnamento era stato continuato 50
L'età carolingia da Pietro di Pisa, già maestro a Pavia, e da
Paolino di Aquileia, pre- senti alla corte carolingia dal 772 al 787.
Questi maestri erano però ben lontani dal livello intellettuale e dalla
preparazione dei monaci irlandesi e britannici; e la loro cultura era
forse anche inferiore a quella di due dotti ecclesiastici ispano-gallici,
come Agobardo (769- + 840), che fu poi vescovo di Lione, e Teodolfo
(t821) vescovo di Orléans, vomini di larga cultura teologica e
letteraria, conoscitori ed ammiratori di Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano
e Cicerone. Nondimeno, quei mae- stri italici furono il primo nucleo
della élite intellettuale raccolta da Carlo intorno alla sua corte; e fu
sul terreno preparato da questi modesti professori che si maturò la
riforma di Alcuino, guidata da una lucida consapevolezza della continuità
della cultura classica e dalla eccezio- nale capacità di ridurre i suoi
elementi essenziali a componenti di una ruova direttiva ideologica e
dottrinale. Il rapporto che Alcuino volle porre tra la nuova
cultura di cui era- ispiratore e la tradizione classica, è infatti
espresso chiaramente in più di un testo. Il suo dialogo De virtutibus ci
insegna che la scien- za, la virti e la verità valgono di per se stesse,
e che i cristiani, lungi dal condannare le verità e le virti degli
antichi, debbono anzi accet- tarle e coltivarle. I poeti, i grammatici, i
retori ed anche gli stessi filosofi, spesso oggetto di timori e di
condanne, hanno infatti inse- gnato delle dottrine intrinsecamente utili
e vere che costituiscono un prezioso patrimonio umano. Perciò, al
discepolo che gli chiede quale sia la differenza tra i filosofi antichi e
i cristiani, Alcuino può rispon- dere che solo il battesimo e la fede li
distinguono, e che la saggezza antica, che ha compreso la natura e la
ragione delle cose, può costi- tuire il migliore accesso alla suprema
sapienza cristiana. “I filosofi,” egli scrive, “non hanno creato, ma solo
scoperto quelle arti”; poiché Dio stesso le ha poste nella realtà e nella
natura, lasciando che gli uomini più dotti le scoprissero con le loro
forze. Come non ricono- scere, perciò, la necessità dello studio delle
arti liberali, necessarie, del resto, anche ai teologi e a tutti i
maestri della Sacra Pagina? E come non scorgere in questo studio un alto
dono di Dio, e un com- pito meritorio per ogni cristiano?
Ecco perché, nel tracciare il suo piano di insegnamento, Alcuino
affermò cosi recisamente la funzione propedeutica delle arti liberali che
costituiscono la solida base della cultura, e perché costrui la scuola
carolingia sul modello delle scuole monastiche ed episcopali anglosas-
soni, cercando di raccogliere organicamente le testimonianze e le fonti
essenziali delle antiche “discipline.” Mediocre poeta, teologo di scarso
SI L'Alto Medioevo rilievo (il suo De ratione
animae non è che una esposizione debole e generica di motivi agostiniani
e vagamente neoplatonici), egli ebbe pe- rò, in sommo grado, il senso
della organizzazione della cultura.E lo testimoniano i suoi manuali,
dalla Grammatica ricavata dagli scritti di Prisciano, Donato e Isidoro,
al De orthographia che ricalca Beda, al Dialogus de rhetorica costruito
su materiali ciceroniani, al De dialectica ove utili zza Boezio,
Isidoro e le pseudoagostiniane Categoriae decem. 4. Gli sviluppi
della cultura carolingia La nuova organizzazione degli studi
promossa da Alcuino non tardò a dare i suoi frutti. Già durante il regno
di Carlo le regioni centrali'dell’Impero vedono aumentare rapidamente le
istituzioni sco- lastiche, affidate in gran parte ai monaci benedettini.
Le abbazie di S. Martino di Tours, Fulda, Fleury, Reichenau, sono i
centri della cultura carolingia, di cui trasmetteranno, per tre secoli,
le direttive essenziali, mediante un tipo d'insegnamento letterario che
ha non po- chi punti di contatto con la tradizione grammaticale del tardo
Impero. Se infatti il carattere delle scuole resta sempre essenzialmente
ecclesia- stico e chiuso nell’ambito delle dottrine scritturali e
patristiche, la base su cui si fonda l’istruzione dei chierici è
squisitamente classica e le- gata alla lettura e al commento dei classici
latini. Ciò spiega il molti- plicarsi dei codici, copiati nei centri
scrittori delle maggiori abbazie e rapidamente diffusi nelle varie scuole
di Europa. Ma la lettura di questi testi e il commento grammaticale non
sono certo l’unica atti- vità dei dotti carolingi, né la loro cultura si
esaurisce — come è stato pur detto da taluni storici — in una
esercitazione grammaticale. La partecipazione commossa alla cultura
classica, l’amore per gli antiqui considerati come maestri di umanità, la
familiarità con le lo- ro opere, implicano infatti tutto un modo di
concepire il rapporto tra la sapientia cristiana e il pensiero degli
antichi, ben lontano dalla intransigente repulsa di un Gregorio Magno. Né
meraviglia che i di- scepoli di Alcuino possano addirittura usare i nomi
e gli aggettivi del- le divinità antiche per alludere agli attributi del
Dio cristiano, o para- gonare, quasi inconsapevolmente, le beatitudini
paradisiache alle gioie sensibili dell'Olimpo classico.
D'altra parte, accanto a questa formazione prevalentemente lette-
raria e umanistica, la cultura carolingia non manca già d’interessi più
nettamente filosofici, ereditati indirettamente dalla vicina tradizione
L'età carolingia della filosofia classica. Studi recenti
hanno appunto accentuato, ma- gari attribuendole un significato superiore
al suo vero carattere, l’Épi- stola de nihilo et tenebris di un discepolo
di Alcuino, Fredegiso di Tours (1834), maestro di notevole influenza
durante il regno di Ludovi- co il Pio e di Carlo il Calvo. Fredegiso
muove dall’interpretazione lette- rale del testo scritturale ove è scritto
che Dio ha creato il mondo dal nulla (er rikilo), per concludere che il
nulla è qualcosa di reale. Que- sta idea induce poi, come naturale
conseguenza, ad affermare che il nulla non è affatto semplicemente
l’assenza o negazione dell'essere; nerché — come argomenta il monaco —
ogni nome deve avere un sionificato esatto e determinato, e quindi
indicare qualcosa. di po- sitivo e di reale; perciò se, dicendo uomo,
pietra, ecc.. indichiamo sempre una cosa reale, anche pronunziando il
nome niki! dovremo indicare una res. Nel caso contrario non sarebbe
possibile stabilire un significato per il termine nihil, siacché “ogni
significazione è signifi- cazione di quello che c'è, ossia di qualcosa di
esistente”; e se questo è vero, e se il termine nihil è significativo,
vuol dire che esso indica un ente reale ed evidente.
L’argomento di Fredegiso può sembrare, e forse era, almeno nella
sua forma scolastica, un puro esercizio di abilità dialettica simile a
ouelli attribuiti a un îonoto “Atheniensis Sophicta” che sarebbe vissuto
alla corte di Carlo Magno; ma assume un sicnificato ben diverso, se si
riflette che la sua discussione finisce con l’implicare lo stesso
concetto doematico della creazione er nikilo e con l’ammettere l’esistenza
di una entità comune e indefinita di cui Dio si sarebbe servito come
di una materia indispensabile per creare il mondo. Una simile idea —
che rispecchia orobabilmente una precisa influenza platonica — spiega
assai hene le polemiche e le accuse sollevate contro Fredegiso da altri
maestri, come Agobardo che nel Liber contra Fredegisum gli contestò
anche di credere alla preesistenza delle anime. Agobardo, critico
insistente delle superstizioni popolari e delle pratiche magiche che
stigmatizzò più volte nei suoi scritti, riteneva pericolose le dottrine
di Fredegiso, di cui non gli sfuggiva il sostanziale contrasto con i dati
della rive- lazione. Eppure, anche la sua cultura, la sua familiarità con
gli an- tichi, la sua fiducia nell’accordo tra la ragione e la religione
e la sua avversione per la misura irrazionale delle oscure credenze
superstizio- se, sono i frutti della rinascita intellettuale carolingia
di cui rispec- chiano alcune delle componenti essenziali.
Fredegiso ed Agobardo sono due personalità strettamente legate alla
diffusione della nuova cultura, mei principali centri scolastici della
53 L’Alto Medioevo Francia carolingia. Ma
negli stessi anni anche la Germania meridio- nale conobbe gli effetti
della rinascita intellettuale promossa da Carlo e da Alcuino, soprattutto
per merito della scuola benedettina di Fulda. Principale protagonista di
questa diffusione fu, del resto, un altro di- scepolo di Alcuino, Rabano
Mauro (748-856) che, dopo aver iniziato i suoi studi a Fulda, era passato
alla grande scuola di S. Martino di Tours, per tornare di nuovo a Fulda,
arricchito dell’esperienza di un ambiente intellettuale cos superiore
alla rozzezza delle scuole tede- sche. Maestro ed abate di Fulda, e poi arcivescovo
di Magonza, Ra- bano esercitò una influenza determinante
nell’organizzazione della vita culturale ed ecclestiastica della
Germania. Ma soprattutto egli diede alle scuole medioevali un complesso
di scritti e di manuali particolarmente adatti alle condizioni della
cultura del tempo, come la Grammatica, redatta sui modelli cari ad
Alcuino, e un trattato sul “computo” ecclesiastico. Al nome di Rabano
sono, pure attribuite, ma senza gran fondamento, anche delle glosse a
Porfirio e al De inter- pretatione di Aristotele che, se fossero
realmente sue, testimoniereb- bero un vigore dialettico davvero
eccezionale per i suoi tempi. Ma la sua opera più importante fu il
trattato De clericorum institutione, un vero e proprio corso di studi
ecclesiastici per la formazione e l’in- civilimento del clero
germanico. Il programma che Rabano vi propone non è sostanzialmente
di- verso da quello di Alcuino, da cui riprende l’ordinamento
sistematico delle arti del “trivio” e del “quadrivio,” e lo studio degli
autori clas- sici come “maestri di eloquenza.” Certo, questo studio va
condotto secondo l’esempio dei Padri, con la stessa discrezione e
prudenza di un Agostino o di un Gerolamo, e senza cedere alle lusinghe
mondane che sono celate nelle parole degli scrittori pagani. Però i! loro
sapere non deve essere respinto o condannato: anzi Rabano si serve
larga- mente di materiali classici anche nel suo ampio scritto
enciclopedico De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica
rerum significatione, ove la natura e i suoi fenomeni sono interpretati
in senso allegorico, mistico e morale, secondo un procedimento non
dissi- mile da quello di Beda e di Isidoro. L’opera educativa
di Rabano fu continuata in Germania da Can- dido di Fulda, autore dei
Dicta Candidi, modesto opuscolo intessuto di citazioni agostiniane, che
ha però interessato gli storici perché con- tiene già alcuni elementi di
una prova dialettica dell’esistenza di Dio, fondata sul rapporto tra
l’imperfezione umana e l’assoluta perfezione divina. L'influenza di Rabano
non si limitò però all'ambiente di Ful- 54 L'età
carolingia da, ma si estese anche al monastero benedettino di
Reichenau, con l’in- segnamento di Walfrido di Strabo, e in Francia, ove
l’opera di Servato Lupo di Ferrières s’ispira spesso ai canoni
ermeneutici di Rabano, con- tinuandone la direttiva umanistica con
sottile sagacia filologica. La vivace ripresa culturale della fine
dell’VIII secolo e della prima metà del IX, non poteva naturalmente
restare estranea all’ambito del- le discussioni teologiche, e
difatti nella seconda metà del IX secolo si svolgono nuove controversie
che riflettono la presenza di tendenze dottrinali divergenti e rivelano
un uso già scaltrito degli strumenti dialettici. Le controversie investono
i temi più delicati della riflessione teologica dalla natura del rapporto
trinitario al modo onde è avvenuta la generazione di Cristo, sul
carattere della visione beatifica, sul rap- porto tra l’anima e il corpo
e, ancora e soprattutto, sulla presenza del Cristo nelle specie
eucaristiche. E se pure nascono nell’ambito di una scuola o di una
abbazia, divengono presto cosa pubblica, provocano l'intervento delle
gerarchie ecclesiastiche, e, molto spesso, anche quello dell’Imperatore
che, come advocatus ecclesiae, investe della lo- rc soluzione i sinodi e
i concili. Ciò spiega la rapida fioritura di una vasta letteratura
controversistica, nella quale vengono largamente usati i metodi acquisiti
attraverso la pratica delle arti liberali. Cosi Pascasio Radberto, abate
di Corbie (t 860) affronterà nel suo trattato De cor- pore et sanguine
Christi il problema della presenza del Cristo nel- l’eucarestia,
dibattuto dalle opposte dottrine di chi afferma la presenza divina “in
veritate,” e cioè come una realtà fisica e sensibile, e coloro che
sostengono la presenza in mysterio o in similitudine e quindi
attribuiscono all’eucarestia un carattere puramente mistico e simbolico.
D’altra parte, Ratramno di Corbie, non solo tornerà su questo tema in
polemica con Pascasio nel De corpore et sanguine Christi, ma scrive- rà
un trattato De quantitate animae e un De anima assai interessanti, poiché
rivelano la presenza, nella cultura teologica del IX secolo, di dot-
trine attribuite a un Macario Scotto, che affermano l’esistenza di una
anima universale comune a tutti gli uomini. Queste discussioni —
come quella assai più importante sulla pre- destinazione che coinvolgerà
intorno all’848 Ratramno di Corbie, Gott- schalco di Orbais, Rabano
Mauro, Incmaro di Reims e Giovanni Scoto Eriugena — sono l’ultimo frutto
della civiltà carolingia già avviata al suo rapido declino. Ma prima che
l’Europa, devastata da nuove on- date d’invasione e travolta
dall’anarchia feudale, conosca una nuova età di regresso intellettuale,
la cultura cafolingia toccherà il suo pit alto livello filosofico nelle
speculazioni di Giovanni Scoto Eriugena. 55 Capitolo
terzo Il IX e il X secolo I. Il “Corpus
arcopagiticum” e la sua penetrazione in Occidente La cultura
carolingia attinse principalmente le sue dottrine teo- logiche dalla
tradizione patristica latina e soprattutto da Agostino; ma non le furono
però neppure estranee le dottrine dei Padri greci che i monaci britannici
avevano spesso letto direttamente nella loro lingua, né le tesi
platoniche esposte e commentate nelle opere di Boe- zio. D'altra parte, i
monaci dell’Irlanda, ove già al tempo di Teodo- ro di Canterbury si erano
rifugiati dei dotti religiosi britanni desi- derosi di dedicarsi
liberamente alla vita contemplativa, perfezionarono la conoscenza del
greco al diretto confronto di testi e tradizioni ignote, in quel momento,
nelle scuole continentali. Sicché il vivo interesse per il mondo antico e
per i suoi grandi awctores poté essere mantenuto e coltivato, nel corso
del IX secolo, dalla larga emigrazione di maestri irlandesi che passarono
nelle scuole della Francia, soprattutto a Reims e a Laon, portando
spesso, insieme alla loro perizia nelle arti liberali, anche la testimonianza
e la diretta influenza di una generica ispira- zione platonica. Ma le
loro modeste conoscenze filosofiche non potreb- bero spiegare la
maturazione di un'eccezionale personalità filosofica co- me Giovanni
Scoto Eriugena, destinata a imporre una netta caratte- ristica platonica
e neoplatonica a tutta la riflessione filosofica dell’Alto Medioevo. Né
questa rinascita speculativa sarebbe storicamente com- prensibile ove non
ricordassimo la funzione determinante esercitata nella tarda cultura
carolingia dai trattati teologici attribuiti n Dio- nigi
l’Areopagita.. Questo Corpus dovuto probabilmente all’anonima
fatica di uno scrittore cristiano vissuto in Siria tra la fine del IV e
l’inizio del V secolo, incontrò subito una larga fortuna nell'ambiente
intellettuale ca- rolingio, già predisposto singolarmente a subire le
suggestioni delle dottrine neoplatoniche. Inviati in dono a Ludovico il
Pio dal Basileus 56 Il IX e il X secolo
bizantino Michele il Balbo, gli scritti dionisiani furono infatti solen-
nemente custoditi fin dall’827 nell’abbazia di S. Dionigi presso Pa-
rigi, ove fiori rapidamente la leggenda che accompagnò poi costante-
mente la loro diffusione. Ma l’interesse che essi suscitarono tra i dotti
del tempo, e che continuarono poi ad esercitare per secoli, va indicato
proprio nel singolare carattere filosofico e storico dei quattro trattati
(De coelesti hierarchia, de ecclesiastica hierarchia, de divinis
nominibus, de mystica theologia) e delle dieci lettere, che rappresenta,
in realtà, il tentativo più compiuto ed organico di risolvere le dottrine
essen- ziali del neoplatonismo nel quadro di una concezione
sostanzialmente cristiana. Nel Corpus areopagiticum, in cui
rivive lo spirito di Plotino, ma più ancora di Proclo (la cui Elementatio
theologica ispirò largamente l'ignoto autore), è delineato tutto un modo
di considerare il sistema della realtà, il suo rapporto con Dio, e
l’essenza stessa della divina natura e dei suoi attributi, che si accorda
perfettamente alla menta- lità di uomini educati al platonismo dei Padri
e di Boezio. Applicando alla conoscenza di Dio due metodi d’indagine,
l’uno positivo e l’altro negativo, lo Pseudo-Dionigi attribuisce a Dio
tutte le perfezioni che la mente umana coglie nelle creature e che nella
divinità sono esaltate al loro grado supremo; ma, sulla linea di Plotino
e di Proclo, nega tutto ciò che v’è di limitato e di definito in questi
attributi umana- mente apposti alla sostanza divina. Per questo,
specialmente nel De divinis nominibus, Dio è definito come “bontà,”
“essere,” “luce,” “uni- tà”; eppure viene insieme affermata la sua
assoluta “impredicabilità,” perché anche il più eccelso attributo è
sempre inadeguato, e la più alta conoscenza di Dio è data soltanto
dall’oscurità tenebrosa del sa- pere mistico. La Theologia
mystica accentua insomma radicalmente l’assoluta trascendenza divina, che
è al di là di ogni possibile definizione, per- sino dello stesso “nome”
di Essere e di Uno. Il sapere mistico che è ol- tre ogni affermazione ed
ogni negazione, che ignora sapendo d’ignorare e rifiuta qualsiasi
determinazione concettuale, è l’unico grado supremo di conoscenza,
smarrimento totale in cui si compone la assoluta fusione della mente con
Dio, nell'oblio assoluto di tutto ciò che è creato, limi- tato e
temporale. Ma ciò non toglie che, per lo Pseudo-Dionigi, tutta la realtà
partecipi in certo modo della realtà divina, sia insomma una celeste
processione di forme che Dio trae dalla sua perfetta “superni- tà,” distinguendole
da sé, nell’infinita diffusione della sua eterna luce. Con lo
stesso linguaggio immaginoso di Plotino e di Proclo, u- L'Alto
Medioevo sando le loro stesse analogie luminose, cariche di
reminiscenze pla- toniche, l’ignoto autore descrive il diffondersi di Dio
di grado in gra- do, il suo generare un mondo scandito in successivi
gradi di perfe- zioni gerarchiche, il suo rivelarsi attraverso le proprie
opere nella per- fetta “teofania” dell’universo. Tutto, infatti, dagli
esseri intelligibili e intelligenti alle anime irrazionali degli animali,
alla vita torpida delle piante, alle cose che non hanno né anima né vita,
è “parola” di Dio, espressione compiuta della eterna illuminazione con
cui Egli esprime il suo Essere. E se è vero che infinita e incolmabile è
la diffe- renza e la distanza tra Dio e le creature, pure ogni aspetto e
forma della realtà è un grado dell’ascesa verso Dio, fino all’ultimo
“salto” della unione mistica. Naturalmente, la presenza divina si
dispiega poi in sommo grado nella gerarchia degli spiriti puri (trattato
De coelesti hierarchia), che muovono le sfere celesti e costituiscono gli
interme- diari tra Dio e la natura terrena, cosîf come la gerarchia
ecclesiastica è intermediaria tra l’uomo e la grazia divina. Cosi Dio,
fine ultimo e supremo, attira a sé tutte le cose create attraverso il
moto d’amore che ispira alle celesti intelligenze e che da queste si
propaga di grado in grado, fino a confluire nella perfetta mobilità della
monade divina. Per un duplice processo, la cui descrizione risolve in sé
tutte le vi- cende delle cose, il mondo esce eternamente da Dio ed
eternamente vi ritorna, come il raggio riflesso torna alla sua sorgente e
le onde del mare fluiscono e rifluiscono sempre dalla medesima
riva. Non occorre — credo — insistere ulteriormente sul carattere
della speculazione dionisiana, per ricordare come essa offrisse al
pensiero medioevale un immenso perfetto quadro dell’universo, in cui la
tradi- zione platonica pareva accordarsi con le parole della Bibbia e del
Van- gelo. Né è difficile mostrare come questa visione cosf gerarchica
della realtà potesse rispondere all’esigenza di una cultura fondata
sull’or- dine gerarchico della vita ecclesiastica e feudale dominata da
un ideale teocratico che pervadeva tutte le funzioni della vita civile.
L’analogia dionisiana tra la gerarchia celeste e la gerarchia
ecclesiastica, l’inter- pretazione allegorica e mistica di qualsiasi
momento della realtà, l’in- sistenza sulla trama di rapporti mistici e
segreti che unisce all’unità divina le molteplici, transitorie
manifestazioni dell’ordine temporale e mondano, furono infatti i
caratteri della mistica dionisiana che do- minarono tanti aspetti della
cultura medioevale ispirando con uguale fervore la fantasia dei poeti e
l’esaltata visione dei santi. Ma se l’in- fluenza del Corpus
areopagiticum è presente in tutta la storia della mi- stica medioevale,
che di qui trasse la sua tipica descrizione dell’ascesa 58
Il IX e il X secolo dell'anima a Dio e il suo linguaggio
speculativo, non fu però inferiore anche nell’ambito strettamente
filosofico. Ed è anzi proprio attraverso gli scritti dionisiani che
entrarono in circolazione molte dottrine e moti- vi platonici e
neoplatonici, presto associati alle testimonianze di Macro- bio,
alle dottrine del Timeo “fisico” e del commento necplatonico di
Calcidio. Di questa influenza è prova eloquente la naturale
diffusione del Corpus artopagiticum nel corso del IX secolo e l’interesse
che lo ac- compagnò fin dalla sua prima comparsa. Tradotti, tra 1°828 e
1’830, da Ilduino, abate di S. Dionigi, che non ebbe alcun dubbio
nell’accet- tare l’attribuzione al supposto discepolo di S. Paolo, questi
scritti furono infatti subito conosciuti nell’ambiente delle scuole palatine.
Ma ben più che alla rozza e infelice traduzione di Ilduino, essi
dovettero la loro rapida fortuna alla più tarda traduzione di un filosofo
irlandese, professore alla scuola palatina di Parigi durante il regno di
Carlo il Calvo: Giovanni Scoto Eriugena (800/815 + 870 ca.).
2. La filosofia di Giovanni Scoto Friugena Dotto di latino e di
greco (anche se sembra che abbia studiato questa lingua solo durante il
suo soggiorno parigino), questo monaco si era rapidamente segnalato tra i
suoi colleghi francesi e irlandesi. Cosî, quando i vescovi Pardulo di
Laon e Incmaro di Reims avevano voluto confutare le tesi di Gottschalco
che sosteneva l’assoluta prede- stinazione sia alla dannazione che alla
salvazione eterna, ne avevano affidato l’incarico all’Eriugena già noto
per la sua larga conoscenza dei Padri e della letteratura
teologica. Nell’opuscolo De praedestinatione, Giovanni affrontò le
tesi di Gottschalco, negando recisamente qualsiasi forma di
predestinazione al peccato; ma il modo con cui trattò il delicato
problema teologico alla luce delle idee che furono poi al centro della
sua meditazione, gli valse la severa censura dei due vescovi e quindi le
prime condanne com- minategli dai Concili di Valenza e di Langres (855-
859). La tradu- zione del Corpus arcopagiticum, cui attese intorno
all’858, confermò poi la sostanziale ispirazione neoplatonica che si era
già manifestata nel corso di quella polemica; tanto più che egli vi
aggiunse anche la ver- sione del De hominis opificio di Gregorio di Nissa
e gli Ambigua di Massimo il Confessore, due operette di schietta impronta
platonica. Non a caso, infatti, proprio Massimo (580-662) si era sforzato
di vol- 59 L'Alto Medioevo gere in un senso
pienamente cristiano le dottrine più ambigue del corpo dionisiano,
identificando le forme divine con gli archetipi im- mutabili che Dio
immette nella realtà mondana come segni della pro- pria perfezione e
della propria bontà, mentre Gregorio di Nissa aveva accentuato il
significato “mediano” dell’uomo, posto come intermedia- rio tra Dio e il
mondo, partecipe di due diverse nature e di due oppo- sti destini,
Queste fonti sono, del resto, sempre presenti in tutte le opere di
Scoto Eriugena, dal vasto dialogo metafisico De divisione naturae, al
commento alla Hierarchia coelestis, al commento, pervenutoci fram-
mentario, al Vancelo secondo Giovanni, all’Omelia sul prologo dello
stesso Vangelo. Ma tali scritti testimoniano principalmente la conti-
nuità di una corrente ispirazione platonica, nutrita sf da una larga
familiarità con l’opera agostiniana, ma soprattutto dalla puntuale co-
noscenza della prima parte del Timeo, noto attraverso le due versioni di
Calcidio e di Cicerone. A questa base dottrinale schiettamente pla-
tonica si accompagna però un metodo argomentativo che presuppone una
notevole conoscenza dei testi logici aristotelici e, in particolare,
delle Categoriae e del De interpretatione. Ed è anzi proprio la ridu-
zione degli strumenti logici aristotelici in funzione di una concezione
metafisica. platonica cosf operata dallo Scoto, che influirà, pid tardi,
profondamente sugli scritti dell'insegnamento logico dei secoli X e XI,
determinandone talune direttive essenziali. La concezione dottrinale
esposta principalmente nel dialogo De divisione naturae è, certo, tra le
pi audaci che siano state formulate nell’età medioevale, anche se è vero
che talune interpretazioni ne han- no spesso deformato gli effettivi
lineamenti storici, attribuendo al monaco irlandese opinioni e
atteggiamenti del tutto estranei al suo ambiente ed alla sua formazione.
Le tesi cosi care agli storici otto- centeschi, che scorgevano
nell’Eriugena una specie di libero pensa- tore avant lettre e un filosofo
decisamente orientato verso posizioni panteistiche o immanentistiche sono
state infatti smentite da analisi pi approfondite ed aderenti alla reale
posizione filosofica dello Scoto. Ep- pure, anche se non è più possibile
aderire ai giudizi del Cousin o dello Hauréau, è ugualmente certo che la
sua opera raporesenta un punto di riferimento fondamentale nella storia
della filosofia medioevale, ed è la fonte e il principale veicolo di idee
destinate ad influenzare fecon- damente la cultura filosofica e teologica
dell’Occidente. Tutta l’argomentazione del De divisione si fonda
sul principio dell’assoluta unità tra fede e ragione, o, ‘meglio, della
perfetta coinci- IX e il X secolo denza della verità
filosofica raggiunta per la via del ragionamento lo- gico, e la verità
rilevata direttamente da Dio. Filosofia e teologia han- no in comune la
stessa origine divina, sono entrambe espressione della medesima eterna
Sapienza; e quindi non può esservi tra loro mai contraddizione o
opposizione perché è impossibile che due doni di- vini siano
contradditori ed avversi. Anche la stessa riflessione filoso- fica è per
Giovanni una forma di esposizione delle verità affermate dalla fede, cosi
come, d’altra parte, la vera autorità rivelata contiene in se stessa
tutte le possibili verità di ragione. O, come afferma ap- punto
l’Eriugena in un passo che è stato spesso citato come prova della sua
ortodossia: “la vera filosofia è la vera religione e, viceversa, la vera
religione è la vera filosofia.” Tale principio, più volte affermato
dallo Scoto, sembra presen- tare una soluzione quanto mai coerente del
problema dei rapporti tra la ricerca razionale e i contenuti dogmatici
della fede ortodossa legata all'accettazione di un complesso ben definito
di verità rivelate. E, in realtà, egli ritiene fermamente che la
“certezza salvatrice” della rive- lazione debba essere sempre illuminata
dalla ragione che ne permette l'effettiva comprensione e la piena
consapevolezza. Se la rivelazione ci indica qual è la verità cui si deve credere
a proposito della natura divina, della natura della nostra anima e del
suo destino oltremondano, non è meno necessaria la ricerca sistematica
della ragione che si sfor- za di interpretare le parole della Scrittura e
di renderle evidenti e comprensibili. Non solo; non si potrebbe neppure
intendere cosa si- gnifichi, ad esempio, la dottrina biblica della
creazione, o quale sia il senso degli attributi divini, senza una oculata
interpretazione, svolta per via puramente razionale. Naturalmente, quest'opera
interpretativa, sottile e difficile, richiede l’ausilio dell’autorità dei
Padri, che racco- glie quanto è stato pensato da menti illuminate intorno
ai massimi problemi della teologia. Ma le autorità umane non possono mai
es- ser poste sullo stesso piano della rivelazione, né godono della
infal- libilità della parola divina. Perciò, ogni volta che vi sia un
contra- sto tra la “giusta ragione” e l’autorità dei Padri, l’Eriugena
ritiene che si debba scegliere la verità della ragione ben motivata e
definita. Ogni autorità è valida ed inoppugnabile solo se si fonda su di
un ragionamento evidente e rispondente ai requisiti della verità logica.
Né credere alla rivelazione o all'autorità divina significa accettare
cieca- mente i suoi interpreti, sia pure accreditati e ortodossi; la loro
auto- rità deve essere sempre confrontata con l’autorità più alta della
ra- gione cui spetta in ultima analisi il giudizio definitivo.
6I L’Alto Medioevo È appunto fondandosi su questa
piena fiducia nel valore dell’in- terpretazione razionale dei dati della
rivelazione, che Eriugena traccia un grande quadro della creazione e
della realtà costruita mediante l’uso sistematico e costante di un
procedimento razionale che si ri- chiama ai modelli della dialettica
platonica. Se da un lato egli muo- ve dalla considerazione dei generi
supremi per distinguere analitica- mente entro queste unità razionali i
generi e le specie sempre meno universali che vi sono contenuti, d’altra
parte risale anche in sen so inverso l’ordito della realtà, muovendo
dall’individuo alla specie ed al genere, e percorrendo cosî in un duplice
movimento l’eterno pro- cesso dialettico della creazione. La “divisione”
della natura esposta nel grande dialogo è pertanto un continuo discendere
dalla unità immu- tabile del sommo, unico principio divino alla infinita
molteplicità delle sue determinazioni successive che però, a loro volta,
sono razionalmen- te ricondotte all’unità che le genera
e considerate nell’ambito assolute dell’essere cui tutte
partecipano. Il ritmo dialettico, definito da Plu- tone nelle pagine del
Parmenide, e riaffermato da Plotino e da Proclo, è cosi posto a
fondamento del rapporto tra Dio e il mondo, tra l’onni- potenza
creatrice, sottratta al tempo e al mutamento, e la realtà fluente e
mutevole delle cose sensibili. Ed ecco perché la comprensione del-
l'ordine e della struttura gerarchica dell’universo, già definita dallo
Pseudo-Dionigi, si risolve nell’intelligenza di come si generino dal- la
Sapienza divina le idee, i generi, le specie e gli individui che lo
costituiscono secondo la legge immutabile di un processo logico inter- no
ad ogni realtà. Se l’universo è — per l’Eriugena, come per lo Pseu-
do-Dionigi — il puro specchio di Dio in cui si riflettono le forme e le
immagini delle idee eterne, il movimento razionale per cui si risale
dalle cose alle idee, e dalle idee all’unità di Dio, è il ritorno della
realtà alla sua fonte ed alla perfezione originaria. Tutto
questo spiega perché la natura sia considerata nel De divi- sione entro
una quadruplice distinzione che segna appunto i momenti essenziali del
suo interno processo dialettico. Cosi, in primo luogo, “natura non creata
e creante” è l’unità divina donde tutto si genera. “Natura creata e
creante” sono le idee eterne presenti nel suo intellet- to come archetipi
eterni delle cose, mentre sono “natura creata e non creante” le realtà
molteplici e mutevoli, l’universo generato e definito nella misura della
temporalità. Infine Dio stesso, considerato come ultimo fine e supremo
scopo della realtà, è la “natura non creata e non creante,”
perfettamente, assolutamente conclusa nella sua eterna perfezione. Ora è
subito evidente che queste distinzioni si risolvono 62
Il IX e il X secolo sostanzialmente nell’unica distinzione
fondamentale tra il creatore e le creature, tra l’unico principio e la
sua esplicazione nel molteplice. Ma proprio perché Dio — secondo la
definizione dionisiana — è al di là di tutte le determinazioni possibili
e trascende ogni forma, aspetto o “nome” definito, anche l’Eriugena può
riprendere la tematica della teologia negativa applicandola con logico
rigore. In tal modo, se per “via positiva” si può affermare di Dio tutto
ciò che esiste e attribuirgli tutte le possibili perfezioni, occorre però
ricordare che tale afferma- zione è solo “simbolica” e che la si può
riferire a Dio non perché egli sia realmente questa o quella realtà
determinante, ma perché è la causa e il fondamento assoluto del suo
essere. Definire Dio con un nome o con un concetto, chiuderlo entro un
“termine” particolare, significherebbe negare la sua realtà
“superessenziale”; perciò, ogni volta che si predica di Dio qualcosa,
occorre insieme affermare e ne- gare, “attribuire” e “non attribuire.”
Dio è infatti al di là di ogni “essenza,” com'è al di là della verità e
dell’eternità, oltre ogni catego- ria logica e ogni perfezione
attribuibile. Ma ciò non toglie che egli sia però una “superessenza,” una
“superbontà” e “sovraeternità,” e che il linguaggio umano non abbia altra
via che quella di alludere al suo essere con l’artificio di negare la
stessa affermazione. Che simili temi, ripresi direttamente dalla
tematica dionisiana, derivino dalla tradizione di Plotino e di Proclo, è
cosa ben evidente. Ma la conseguenza più importante è la compresenza nel
pensiero dell’Eriugena di una profonda esigenza mistica che mira a
risol- vere la conoscenza di Dio’ nell’oscura trascendenza
dell’“ignoran- za,” e di una considerazione positiva della realtà
mondana, colta nel suo indissolubile nesso dialettico con l’Uno creatore.
Tutto ciò che esiste, ogni sostanza individuale, esprime infatti nella
sua limitazione la potenza della bontà divina che l’ha tratta dal non
essere per con- durla alla realtà. Ma nello stesso atto creativo è a sua
volta implicita l’eterna distinzione delle persone trinitarie che pone
una intima rela- zione dialettica tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, e
che, nel linguag- gio platonizzante dell’Eriugena, assume una caratterizzazione
non molto lontana dalla successione emanatistica delle ipostasi
plotiniane. Certo, il processo che entro l’immutabile unità divina
distingue il Padre, il Figlio e lo Spirito, non è una divisione come
quella che distingue le varie specie entro lo stesso genere, o le varie
parti nel tutto, né è paragonabile alla generazione di una “forma”
dall’altra “forma.” Eppure, è proprio mediante questa distinzione che
l’Eriu- gena può pensare il moltiplicarsi dell’Unità divina nella
molteplicità 63 L'Alto Medioevo delle Idee,
“prototipi,” “predestinazioni,” “volontà divine” e, insom- ma, archetipi
di tutte le cose create che il Padre “preforma” o “sta- bilisce” nel
Verbo. Tali Idee sono coeterne a Dio, e quindi non hanno né origine né
fine nel tempo, anche se il Padre è l’assoluto princi- pio del loro
essere. Pur diverse e molteplici, esse costituiscono nel Verbo un’unica
semplice realtà, ove è già eternamente contenuto tutto ciò che potrà poi
esistere e svilupparsi nel tempo. Ma benché siano identiche e
“identificate” nel Verbo divino, esse sono però già delle creature,
“teofanie” che svelano l’ineffabile superessenza divina, con- servandone
l’assoluta e immutabile perfezione. Nelle Idee la natura divina può
quindi apparire, al tempo stesso, come creatrice e come creata. O meglio:
Dio si autocrea nelle Idee per emergere dal segreto della sua natura e
rivelarsi a se stesso e a tutta la realtà che ne è, per altro,
l’effettiva e necessaria rivelazione. Le Idee o specie eterne
considerate nella loro molteplicità sono però, al tempo stesso, anche
quelle essenze e forme immutabili secon- do le quali è costruito tutto
l’“opificio” del mondo sensibile. Come Dio crea le Idee distinguendole
nella sua unità, cosî le Idee si moltipli- cano nella produzione degli
individui, secondo un ordine gerarchico perfettamente logico e
dialettico. Dalle Idee derivano infatti diretta- mente i “generi,” dai
“generi” le “specie” e da queste le sostanze individuali; ma questo
processo è pur sempre opera divina, anzi parti- colare attribuzione della
terza persona trinitaria, lo Spirito Santo, che l’Eriugena concepisce
come un principio fecondatore che distribuisce nella natura le forme o
essenze divine. Cosi ogni creatura che ripro- duce a suo modo l’immagine
di Dio resta definita in una sua intima trinità che riflette la trinità
divina; poiché, se l’essenza corrisponde al Padre, la sua virtus attiva
corrisponde al Verbo e la sua propria “ope- razione” allo Spirito
Santo. Le serie delle “teofanie” che discendono dalle Idee agli
individui costituiscono l’ordine e la trama metafisica della natura. Ma
questa concezione è ulteriormente chiarita e sviluppata dall’Eriugena,
me- diante la ripresa della dottrina di origine neoplatonica e
agostiniana dell’illuminazione divina, che gli serve per definire il
rapporto tra Dio e la realtà. Tutti gli esseri creati costituiscono
infatti altrettante de- terminazioni particolari e singole dell’unica
luce divina, il cui splen- dore si manifesta in grado diverso secondo la
maggiore o minore per- fezione dei singoli individui. Ogni cosa
determinata e particolare è, a suo modo, segno e simbolo della divinità,
“rivelazione” ed “espres- 64 Ml 1X e il X
secolo sione” dell’infinita potenza divina. Dalle sostanze
immateriali come le gerarchie angeliche, all'uomo che partecipa insieme
dell’ordine spiri- tuale e della natura materiale, alle cose puramente
materiali e sensibili, si svolge un continuo processo di “rivelazione,”
un espandersi e defi- nirsi della luminosità divina, in forme sempre pid
limitate e lontane dalla sua fonte originaria. Tutto ciò che
v'è di reale e di esistente deriva infatti necessaria- mente dalla
sostanza divina, il cui essere è pertanto l’essere di tutte le cose.
Eppure proprio perché ogni realtà individuale partecipa del- l’Essere
divino, ma senza potervisi identificare pienamente, ecco delinear- si tra
Dio e le creature un distacco e una diversità irriducibile che nessun
intermediario potrebbe mai colmare. Il diffondersi della luce
divina nei suoi diversi gradi di luminosità e di chiarezza segue
infatti un preciso ordine gerarchico, in cui ogni grado definisce dei
rapporti di analogia e significazione pifi o meno adeguati, ma pur sempre
incapaci di restituire compiutamente la fondamentale natura divina; e la
gerarchia presente in ogni grado e forma della realtà, mentre esprime
l’ordinata partecipazione di tutti gli esseri all’essere divino, accentua
però e definisce la distinzione tra il Dio-uno e la natura limitata e
molteplice. Così gli angeli, che occupano il primo rango nell’ordine
delle creature, sono sf intelligenze perfette in cui la divinità si
rispecchia nella sua più alta espressione; ma sono anch’es- si distinti
dalle idee divine perché possiedono un corpo spirituale, sen- za
dimensioni o forme sensibili, eppure ben diverso dall’assoluta sem-
plicità della natura creata e creante. Agli angeli spetta però il privi-
legio di conoscere direttamente la realtà divina, quasi per mezzo di
un’esperienza sovrarazionale che coglie Dio nella sua prima manife-
stazione del Verbo, nelle idee ed eterne cause di tutte le cose. Ma anche
questa conoscenza viene partecipata agli angeli, in linea gerar- chica, a
seconda della loro maggiore o minore perfezione, sino all’ul- timo grado
della gerarchia angelica che, a sua volta, la trasmette ai supremi
fastigi della gerarchia ecclesiastica, destinata a diffonderla tra la
massa oscura e “inferiore” dei fedeli, Difatti l’uomo, per quanto
sia posto per sua natura al confine tra il mondo spirituale e quello
naturale, non sarebbe mai capace di affer- rare liberamente, con le sue
forze naturali, la luce della rivelazione di- vina. Situata nell’ordine
cosmico, in un grado ben inferiore a quello delle nature angeliche,
limitata dalla sua esistenza corporea e dai bi- sogni e dalle necessità
che ne derivano, la natura umana è profonda- mente decaduta e corrotta,
né possiede di per se stessa i mezzi e il 65 L'Alto
Medioevo potere per liberarsi dalle proprie colpe. Eppure il suo
fondamento eterno è posto in primo luogo nell’Idea pura dell'uomo sempre
pre- sente nella mente divina e nella conoscenza che Dio ne possiede
eterna- mente. Per questo, appunto, l’uomo è capace di riunire in sé
quanto v'è di più eccelso e di più basso nella realtà e di presentarsi
come la sintesi vivente di tutta la creazione, il “microcosmo” che
riflette e ri- solve in sé l’ordine e l’infinita ricchezza del
“macrocosmo.” Da un lato, la parte più nobile della nostra natura, che è
l’intelletto e l’es- senza, c'induce a volgerci direttamente a Dio, con
un atto di desiderio che mira all’“essere eccellentissimo,” al di là di
ogni essenza parti- colare, o di ogni definizione o limite. Ma d’altra
parte, l’uomo è pure “ragione” discorsiva, e cioè capacità di definire
l’essenza ignota e infinita di Dio come causa di tutte le cose, di
contemplare le Idee o archetipi presenti in Dio, senza alcun bisogno
dell’aiuto del- l'esperienza sensibile. Certo, anche l'intelligenza di
queste idee è compito arduo, né la nostra mente sembra sempre capace di
af- ferrare direttamente e in modo compiuto l’essenza pura e
ineffabile. Ma se le Idee possono apparire irraggiungibili e troppo
lontane dai li- miti della ragione umana, è sempre possibile afferrare le
loro “teofa- nie” che si presentano nelle nature angeliche come nelle
anime umane. In tal modo attraverso la contemplazione delle “teofanie” la
mente può pervenire ad una conoscenza delle cause prime che se anche
non ci rivela le loro essenze, ci lascia però comprendere la loro
effettiva azione e la loro presenza nelle cose. Oltre a
queste due facoltà v’è poi, nell'anima umana, una terza attività che mira
a comprendere l’essenza delle singole cose create dalle cause prime o
archetipe e conoscibili dai sensi esterni. Tale cono- . scenza è
de*erminata dalle immagini sensibili che sono di diversa natura a seconda
che siano prodotte direttamente nei sensi sotto l’azione degli oggetti
esterni o che si tratti invece di immagini formate dall’anima in
dipendenza dell’esperienza sensibile. Nondimeno esse rappresentano il
diretto rapporto con il mondo molteplice degli iridividui in cui si
scandisce l’ordine naturale. E come il processo della creazione muove
dall’unità per generare l’infinita molteplicità della natura, cosi anche
la conoscenza umana viene determinandosi e distinguendosi di grado in
grado, via via che discende dalla contemplazione dell’uno all’intel-
lezione dei generi e delle specie, e quindi all’esperienza sensibile delle
cose determinate e individue. A questo processo di divisione, svolto
secondo la tecnica della dialettica platonica, corrisponde però un iden-
tico processo di ritorno all’unità. Poiché il pensiero umano è capace di
66 Ù Ml IX e il X secolo muovere dalla
molteplicità degli individui conosciuti per via sensi- bile per passare
discorsivamente all’intelligenza delle loro specie e dei loro generi, e
da questi alla contemplazione delle Idee ed alla contem- plazione dell’Uno.
3. ll “ritorno” all'unità divina Che questo processo di
“ritorno” sia possibile è dimostrato per Gio- vanni Scoto Eriugena, da
un'analisi più profonda della natura uma” na. Se l’uomo, originariamente
dotato di un corpo incorruttibile come quello angelico, ha perso con il
peccato originale questo’ dono ed è stato soggetto alla corruttela ed
alla morte, non ha però perduto la possibilità di salvarsi e di trovare
nel Verbo divino un prin- cipio di redenzione che riabiliti, attraverso
la restaurazione della natura umana, l’intero ordine della natura fisica.
È infatti solo nell’unità idea- le del Verbo che il mondo molteplice e
transitorio, la matura creata e non creante può tornare nuovamente alla
sua fonte e compiere quel processo di unificazione cui tende fatalmente
ogni individuo creato. Cosi l’uomo, creato simile a Dio, ma divenuto
dissimile per il peccato e la conseguente corruttela, può sforzarsi di
identificare il suo essere con la perfezione creatrice, risalendo di
grado in grado lungo la scala delle realtà. Per giungere a
questo scopo supremo è necessario un lungo pro- cesso di “ritorni”
successivi e parziali, attraverso il quale la mente umana ripercorra
esattamente tutti i gradi o momenti con cui si è scandita l’opera della
creazione. E se l’anima razionale si è prima come dispersa e moltiplicata
nell’infinita distinzione degli atti e dei desideri fisici, occorre che
adesso essa muova da questa dispersione per tor- nare all’unità
originaria e rispondere al richiamo irresistibile della di- vinità. La
morte fisica che disperde e dissocia al massimo gli elementi costitutivi
dell’uomo è quindi quel punto solutivo in cui la caduta dell'anima
dall’umanità divina nel mondo sensibile si arresta brusca- mente ed ha
termine. Una seconda fase del ritorno avrà luogo nel momento della
resurrezione, quando ogni anima riprenderà il suo corpo e ricostituirà
l’unità dei propri elementi; ad essa seguirà una terza fase consistente
nella progressiva trasfigurazione del corpo nel- lo spirito, attraverso i
vari gradi di vita spirituale, dal senso alla ra- gione allo spirito o
intelletto che è lo scopo e la tensione di ogni crea- tura razionale.
Infine, nella quarta fase, la natura umana nella sua L'Alto
Medioevo » totalità potrà tornare alle Idee o cause
prime eternamente sussistenti in Dio; cosi essa attingerà dapprima in Dio
la conoscenza di tutte le creature, per elevarsi, poi, alla Sapienza o
contemplazione assoluta della verità, almeno per quanto è possibile a un
intelletto creato. Ma anche al di là di questa fase, sarà possibile un
ultimo più alto grado di ritorno; e l’anima umana, in cui si compendia
tutto l’universo creato, sarà pro- fondamente penetrata da Dio e si
risolverà nella sua “superessenza,” termine ultimo, definitivo della
perfetta unificazione. Un tale processo di “ritorno” — che ricorda
con impressionante pa- rallelismo certe famose pagine neoplatoniche — non
è però soltanto un movimento intellettivo o un’ascesa a Dio della ragione
naturale. Gio- vanni Scoto Eriugena afferma che senza l’intervento della
grazia di- vina e senza la morte e la resurrezione di Cristo, non sarebbe
mai possibile restaurare la natura umana decaduta e corrotta. Né,
d’altra parte, quando parla dell’unità dell'anima con Dio o addirittura
di “deificazione,” egli intende teorizzare una totale risoluzione della
na- tura umana in quella divina o accedere ad una possibile
soluzione panteistica. Al contrario — come è scritto in un passo, del
resto, ben noto del De divisione — si tratta di una adunatio sine
confusione, vel iunctura, vel compositione, che non dovrebbe affatto
negare la diver- sità radicale tra la sostanza umana e la sovraessenza
divina, pur rea- lizzando la profonda unità spirituale tra l’anima
contemplante e l’og- getto supremo della sua contemplazione. Ma sebbene
l’Eriugena pro- fessi di restare fedele al suo compito di interprete
della verità rivelata e riaffermi costantemente il suo pieno ossequio
alla dottrina cattolica, la stessa forza delle formule neoplatoniche
continuamente usate spinge la sua riflessione a conseguenze difficilmente
compatibili con l’orto- dossia. In questo universo cosi profondamente
unito all’unità creatrice, in questa cosmologia che si sforza di
conciliare il racconto biblico della creazione con le dottrine del Timeo
e di Calcidio, non è facile’ co- gliere il punto di distinzione tra
l’infinità assoluta di Dio e l’infi- nita generazione delle creature
prodotte dalla sua stessa essenza. E certo, nonostante che l’Eriugena si
richiami spesso anche ad Ago- stino, e non perda occasione per temperare
la sua ispirazione filoso- fica con le dottrine dei Padri, egli è
soprattutto un filosofo di forma- zione e mentalità neoplatonica
preoccupato profondamente di dare al proprio pensiero un esito teologale
e Ortodosso, sempre minacciato però dal carattere schiettamente platonico
delle sue dottrine fonda- mentali. Ecco perché le idee
escatologiche di Giovanni Scoto Eriugena han- 68 Il
IX e il X secolo no un significato cosi vicino a quelle di
Origene, donde riprendono del resto alcuni motivi fondamentali. In questo
universo in cui la stessa materia fisica si riduce ai propri elementi
intelligibili non v'è natu- ralmente posto per un male irriducibile o per
la dannazione eterna, né, tanto meno, per la concezione tradizionale
delle pene oltramondane. Certo, il filosofo irlandese non vuole con
questo negare la distinzione teologica tra i reprobi e gli eletti, né
impugnare in tal modo uno dei più saldi fondamenti del dogma cristiano.
Ma basta leggere talune pagine significative del De divisione o del
commento al De coelesti hie- rarchia per intendere come elezione e
condanna, beatitudine e soffe- renza eterna siano identificate
dall’Eriugena con la vera conoscenza o con l’assoluta ignoranza della
verità divina, senza che vi sia più alcuna allusione alle sofferenze o
godimenti sensibili. La vera beati- tudine della vita eterna è dunque la
visione limpida e perfetta della divinità, l’intima comunione col suo
essere. La natura riscattata e sal- vata dal sacrificio di Cristo e dall’ascesa
dell'anima non reca più nes- sun segno del male, né potrebbe mai
ammettere nell’eternità dell’in- ferno le vittorie del male e di Satana,
la loro eterna ribellione all’in- vincibile richiamo dell’Uno.
A motivi cosî speculativi e “filosofici” va poi connesso
l’atteggiamen- to di notevole libertà che Giovanni Scoto assume di fronte
agli stessi contenuti della rivelazione scritturale, nonché il suo
costante uso di un metodo di interpretazione allegorica che piega i testi
biblici ed evan- gelici ad esigenze schiettamente filosofiche. È vero che
nel De divi- sione l’uso di un linguaggio dedotto da fonti e tradizioni
neoplatoni- che può talvolta ingannare, inducendo a dar peso piuttosto
alla forma di espressione ardita e inattesa che non al significato
effettivo delle parole dell’Eriugena. Ma la sua sicura certezza nella
capacità della ragione d’interpretare perfettamente anche i sensi più
riposti della Scrittura, e il costante intreccio tra i tempi caratteristici
della tra- dizione filosofica classica e il contesto teologico cristiano,
segnano co- munque l’inizio di una lunga e duratura esperienza filosofica
destinata agli esiti più lontani e diversi. Il costante appello alle
autorità di Dio- nigi, di Massimo, di Gregorio, di Agostino e di tanti
altri Padri e Dottori chiamati a garantire le sue idee e il suo
linguaggio cosî nuovo e inquietante, non valse però ad evitare le
condanne che le autorità ecclesiastiche espressero e ripeterono con
sintomatica frequenza nei confronti della filosofia eriugeniana.
Condannate e destinate alla di- struzione dai teologi del suo tempo
colpiti dalla sconcertante novità di una riflessione che reintroduceva in
Occidente dottrine ormai di- L’Also Medioevo menticate
o risolte nel tradizionale contesto agostiniano, le opere del- l’Eriugena
continueranno però a diffondersi per tutto il X e XI secolo fino alla
rinascita del XII. E nonostante le nuove condanne e le più aspre
polemiche, l'immenso quadro cosmico tracciato dal mo- naco irlandese rappresenterà
il naturale presupposto della prima gran- de cultura filosofica elaborata
dall'Europa medioevale. Già del resto, l'influsso della riflessione dello
Scoto è chiaramente riconoscibile in una lettera filosofica di Alamanno
di Hautvillers a Sigibod, arcivescovo di Narbona (879-885), ove si
trovano larghe tracce della sua dottrina della theoria e dell'anima e
delle sue parti. Ma la fortuna dello Scoto Eriu gena, nei suoi diretti
riflessi su l’evoluzione del “platonismo” medioe- vale, è un capitolo
della storia della cultura ancora non del tutto chia- rito.
4. La cultura postcarolingia Il De divisione naturae è certo
l’opera filosofica che conclude e riassume l'ambizioso tentativo della
rinascita carolingia, nata da un tentativo di riorganizzazione politica
dell'Europa e legata, natural- mente, alla sorte delle istituzioni
imperiali. Già intorno all’877, data presumibile della morte
dell’Eriugena, l’Impero carolingio sta infatti avviandosi alla sua
definitiva dissoluzione sotto la spinta convergente di una nuova ondata
d’invasioni barbariche, dell’evoluzione particola- ristica dei poteri
feudali e delle tendenze teocratiche del pontificato ro- mano. La forza
dominante dell’aristocrazia militare, arbitra di fatto del potere e della
forza armata, l’immobilità e la maggiore carenza della vita economica e
dei rapporti sociali, le crescenti difficoltà delle comunicazioni con il
mondo bizantino e tra le stesse regioni dell’Im- pero aggravano le condizioni
di isolamento in cui è immersa la na- scente società feudale, corrosa
dalla generale anarchia e da continui insanabili conflitti dinastici. Ma
a questa disgregazione — che è la diretta conseguenza della debolezza
originaria delle istituzioni caro- linge — corrisponde il progressivo
dissolversi del vincolo unitario che durante il dominio di Carlo, aveva
unito latini, germani e celti, per- mettendo l’instaurazione di un tipo
di cultura comune alle diverse terre dominate dal monarca franco. Non a
caso quindi, proprio tra la metà del IX secolo e la metà del X secolo,
giunge a compimento quel processo di differenziazione linguistica delle
maggiori naziona- lità europee che già si distinguono nella formazione,
sia pure ancora 70 IL IX e ti X secolo
soltanto nominale, dei regni d’Italia, di Francia e di Germania. E se è
vero che gran parte d’Europa è sottoposta a istituzioni non dissi- mili,
alle forme d’organizzazione politica e sociale del feudalesimo, dietro
questa uniformità apparente predominano ormai le tendenze e le forze
particolaristiche che mirano a trasformare i più importanti centri
feudali in altrettanti nuclei direttivi ed autonomi della vita eco-
nomica, sociale e politica. Indubbiamente questa società “immobile”,
abitudinaria e uniforme,” divisa in centinaia di centri, e frazionata nei
suoi poteri politici, è ancora percorsa da correnti di traffici ridotte
ma persistenti, e non ignora la continuità di ricche oasi di vita citta-
dina e mercantile. Però ove si eccettui l’Italia, le cui condizioni sto-
riche sono ben diverse da quelle delle altre regioni dell’Europa occi-
dentale, le città francesi e tedesche sono, per cosî dire, altrettante
isole all’interno di una società a struttura rurale che ha il suo centro
nel castello feudale e il suo fondamento nel sistema delle wvillae
carolinge. Ciò spiega il notevole regresso della cultura e
l’inaridirsi della vita intellettuale che continua a tramandare in forme
sempre pid stan- che ed esauste i modelli elaborati della riforma
carolingia; e spiega, altresi, perché il X secolo, nonostante la presenza
di alcuni grandi centri culturali e la continuità di talune esperienze
letterarie non prive di eleganza e misura classica, sia stato considerato
come uno dei secoli più infecondi e poveri della cultura europea. Eppure,
anche nel colmo dell'anarchia feudale e nel periodo di maggiore
disgregazione poli- tica è possibile intravedere la lenta evoluzione di
nuove forze e condi- . zioni storiche che permetteranno, a distanza di un
secolo, un’ecce- zionale ripresa economica e sociale. Le istituzioni
feudali che si sosti- tuiscono al vuoto creato dallo sfacelo
dell’ordinamento carolingio rap- presentano infatti un solido baluardo
contro le rinnovate invasioni e rendono possibile il costituirsi di un
nuovo tipo di comunità produt- tiva naturalmente volta a riallacciare
stabili legami con i centri ur- bani. Nelle città — che conservano almeno
in parte gli ultimi resti della loro autonomia tradizionale — l’autorità
preminente del vescovo permette che continui una tradizione scolastica
affidata quasi sempre alle scuole del clero, ma anche, come a Verona o a
Pavia, alle scuo- le “regie” dove si formano notai o giudici. Certo la
cultura che si tramanda in queste scuole di prevalente carattere ecclesiastico
o giu- ridico, risente profondamente le conseguenze della grave crisi
politi- ca e sociale, né è capace di produrre concezioni intellettuali
degne di particolare attenzione. Ma la continuità dell’insegnamento delle
arti 7! L'Alto Medioevo liberali e della
tradizione scolastica di origine carolingia è tuttavia un carattere
tipico della cultura del X secolo di cui occorre riconoscere la indubbia
funzione storica. A questa società cosi “disgregata” e
“particolaristica” non manca del resto un’unità ideologica fondamentale
che è rappresentata dalla continuità e dalla nuova evoluzione storica
dell’ideale teocratico caro- lingio. Nonostante la dissoluzione
dell’unità imperiale e la scomparsa dello stretto vincolo politico che
aveva unito sotto Carlo le regioni centrali dell'Europa, l’ideale
concezione della Christianitas raccolta sot- to un'unica guida e un unico
potere continua ad ispirare anche i chie- rici del X secolo depositari
della cultura e di ogni attività magistrale. Ma alla figura
dell’Imperatore sotto il cui dominio deve svolgersi an- che la vita
disciplinare della Chiesa, si sostituisce il potere sacrale del Papa-re,
cui spetta, per decisione divina, ogni autorità spirituale e terrena e da
cui dipende l’autorità dell’Imperatore e del re. La pro- gressiva carenza
del potere imperiale e le lunghe lotte di successione che travagliano la
monarchia carolingia fino alla sua definitiva depo- sizione, spierano
facilmente come il concetto della Christianitas si trasformi nell’idea di
un'assoluta teocrazia pontificia capace di disporre di tutti i troni e di
tutte le autorità. Ed è significativo che questa idea si affermi proprio
ad opera del primo pontefice, Giovanni VIII (872- 882), che decide di fatto
dell’attribuzione della corona imperiale. La definizione che Giovanni
VIII diede della Chiesa come “quella che ha autorità su tutti i popoli ed
alla quale sono unite le nazioni di tutto il mondo come ad una sola madre
e ad una sola testa” è già elo- quente testimonianza di un'assoluta
supremazia che ha il suo fonda- mento nel pieno monopolio della vita
intellettuale e che rappresenta l’unico saldo legame sopravvissuto al
crollo dell’unità carolingia. La aristocrazia ecclesiastica che governa
le sedi cattedrali e abbaziali è in- fatti la sola forza organica e
organizzata che, pur nell’età della mas- sima anarchia feudale, continui
ad esercitare una funzione unitaria, nonostante le crisi interne della
vita ecclesiastica e la profonda de- cadenza del pontificato presto
dominato dalla nobiltà romana. Ma ap- punto perché la fede cattolica, e
la gerarchia che la difende e la diffonde, costituisce l’elemento comune
a tutte le classi e a tutti i ceti della società feudale, è naturale che
questo legame spirituale venga transvalutato alla luce del concetto
agostiniano della Civitas Dei e della Respublica Christianorum. Il
termine Christianitas che comincia cosi frequentemente a ricorrere nella
seconda metà del IX secolo, indica appunto questa comunità di tutti i
cristiani in quanto tali che ha 72 Il IX e il X
secolo una propria sostanza e struttura politica ed una finalità
oltremonda- na, ma agisce però anche sul piano mondano, nell’ambito della
vita civile. Ora, questa comunità — così come l’intende Giovanni VIII
— implica appunto un ordine politico e sociale pit vasto e superiore
a quello dell’Impero, nonché una gerarchia e un’autorità suprema
di- nanzi alla quale i poteri civili e la sovranità dei re o
dell’Imperatore so- no soltanto degli strumenti subordinati e inferiori.
Sicché il pontefice romano, che della Chiesa è il capo designato dal
Cristo, è perciò stes- so la suprema autorità della C4ristiaritas,
l’unica legittima fonte di qualsiasi potere legale. Il rovesciamento del
rapporto tra l’autorità imperiale e l’autorità pontificia non potrebbe
essere più netto e radicale. Se pure il papato, travagliato anch'esso per
gran parte del X secolo da una profonda decadenza, non farà ancora valere
praticamente il suo primato cosî teorizzato, sono già posti però i
presupposti delle dottrine teocratiche destinate a dominare le polemiche
e le lotte politi- che dell’età gresoriana. Ne offre un esempio assai
chiaro Giona di Orléans (780 + 842/43), il quale nella sua Admonitio a
Pipino di Aqui- tania (nota col titolo di De Institutione regia) afferma
che il potere regio è concesso da Dio solo perché il sovrano miri alla
giustizia, al benessere del popolo e, soprattutto, alla protezione della
Chiesa. Ove il re non adempia a questa missione il suo potere è
illegittimo e “ti- rannico.” La supremazia e il completo
monopolio intellettuale esercitati dal- le gerarchie ecclesiastiche nel
corso del X secolo, si riflettono natural- mente sul carattere della
cultura che accentua e rende definitiva la ti- pica impronta ecclesiastica
della riforma carolingia. Soprattutto in Francia e in Inghilterra,
travagliate da gravi crisi politiche, le scuole episcopali sono infatti,
insieme alle abbazie benedettine, gli unici cen- tri attivi di cultura
ove si continua l'insegnamento del “trivio” e tal- volta anche del
“quadrivio,” e dove si leggono e si commentano i testi restituiti alla
cultura occidentale dalla paziente attività dei mo- naci britanni e
irlandesi. Un dotto ecclesiastico come Servato Lupo di Ferrières, che
vive in Francia tra l’inizio del IX secolo e 1°862. è ap- punto il
maggiore esponente di questa cultura che si fonda sul gusto elegante di
una raffinata latinità, sull’ammirazione per la splendida eloquenza
ciceroniana, e sulla ricerca appassionata delle grandi testi- monianze
classiche, poste però al servizio di un tipo di insegnamento che ha come
proprio fine la formazione del perfetto uomo di chiesa. Anche il suo
contemporaneo Smaragde, abate di St. Michel sur Meuse (n. 819), si rivela
nel suo Liber in partibus Donati l’atteggiamento in- 73
L'Alto Medioevo tellettuale dei maestri del suo tempo,
spesso divisi tra l’ammirato amo- re dei classici e l’ossequio alla
pagina sacra, scritto in una lingua cosi lontana dall’eleganza
ciceroniana. Ed è pure alla fine del IX secolo che risalgono
probabilmente anche gli Exempla diversorum auctorum di Micone di St.
Riquier e l’attività di un certo Adoardo, prete e bi- bliotecario di un
ignoto monastero francese che, nonostante i suoi dubbi e scrupoli
teologici, conosceva ed usava gran parte degli scritti ciceroniani di cui
si serviva largamente nel compilare una sua raccolta di esempi di autori
classici. Questa opera modesta e paziente di grammatici e di
maestri, che operano dispersi nei vari centri scolastici della
CAristianitas, non si limita però soltanto all’insegnamento letterario ed
all’uso di un di- screto latino di lontana impronta ciceroniana, ma
travalica molto spes- sc nell’ambito delle discipline filosofiche e
teologiche. Già infatti nella seconda metà del IX secolo Eirico di
Auxerre(841-876), fondatore del- l'omonima scuola benedettina e buon
poeta e letterato, unisce all’insegna- mento della grammatica anche
quello della logica, commentando gli scritti pseudoagostiniani Categoriae
decem e De dialectica secondo le discusse attribuzioni dello Hauréau, il
De interpretatione di Aristotele e l’Isagoge porfiriana. In tutte queste
glosse dialettiche e, soprattutto, nel commento alle Categoriae decem di
più sicura attribuzion e, è evi- dente la forte influenza
dell’Eriugena che si rivela particolarmente nell’uso del concetto di
“natura” e nella definizione dell’“essere” iden- tificato con ogni
essenza semplice e immutabile direttamente creata da Dio. Tuttavia Eirico
non spinge il suo platonismo fino ad affermare la realtà oggettiva delle
specie e dei generi, ed afferma anzi che l’unica realtà concreta è
costituita dalle sostanze individuali e che, pertanto, le idee di specie
e di genere non hanno altro significato se non quello d’indicare la
natura comune ai singoli individui. Gli universali sono, in- somma, come
dei segni che servono alla ragione umana per orientarsi nella “gran
selva” degli individui e raccogliere ordinatamente entro idee sempre più
generali le caratteristiche che denotano la specie e poi il genere, fino
alla caratteristica dell'essere comune e fondamentale per tutti gli
individui. La soluzione di Eirico — che è stata avvicinata, benché
impro- priamente, alla genuina nozione aristotelica dell’universale — è
pro- babilmente il risultato di un insegnamento dialettico ‘piuttosto
ele- mentare e legato strettamente all’analisi grammaticale del
discorso. Ma è certo significativo che proprio alla sua scuola si
formasse una delle maggiori personalità intellettuali del X secolo, il
grammatico e 74 Il IX e il X secolo
dialettico Remigio di Auxerre (841-908 ca.), autore di fortunati com-
menti alle grammaziche di Donato, di Prisciano, di Eutiche, conoscitore
di Persio, di Giovenale, di Macrobio e dell’Eriugena. Remigio non è pe-
rò soltanto un uomo di lettere e un abile maestro di grammatica, perché
l’analisi delle glosse alla Dialettica pseudoagostiniana attribuitegli
recen- temente dal Courcelle, mostra chiaramente una larga conoscenza delle
fonti patristiche e un notevole acume logico. Del resto, anche i suoi
com- menti a Marciano Capella, agli opuscoli teologici ed alla
Consolazio boeziana, offrono altri elementi per giudicare il carattere
del suo pen- siero che si distingue da quello del maestro, per una
concezione netta- mente realistica degli universali, considerati come
pure essenze, immu- tabili ed eternamente presenti nella mente divina. È
questa la soluzione che influenzerà largamente i dibattiti dialettici
dell'XI secolo e che ri- vela, però, fin da adesso, quale sia il reale
significato metafisico della discussione sull’essenza degli universali,
svolta in un ambiente intellet- tuale che aveva assimilato da tante fonti
una costante direttiva platonica. E naturalmente anche in questa dottrina
è presente l’influsso dell’opera dell’Eriugena di cui Remigio ha una
precisa e diretta conoscenza. Remigio di Auxerre mori probabilmente agli
inizi del X secolo, allorché la cultura carolingia cominciava la sua
parabola discendente e si inaridivano i migliori frutti della riforma di
Alcuino. La crisi delle istituzioni scolastiche e la loro decadenza è
infatti testimoniata dalla scarsità della documentazione, dalla povertà
degli scritti elaborati in questo secolo, nonché dalla generale decadenza
delle attività intellet- tuali e dei metodi di insegnamento. Eppure tra
gli scrittori del X se- colo non si possono dimenticare Raterio di
Verona, Notkero Labeone di S. Gallo (t 1022), autore di scritti sulla
dialettica e Oddone di Clu- ny, uno degli iniziatori del movimento
riformatore che dominerà la vita religiosa ed ecclesiastica del secolo
successivo; o l’attività ma- gistrale di Abbone, monaco di Cluny, che
nella scuola claustrale di Fleu- ry sur Loire organizzò un corso organico
di studi fondato sulla lettura sistematica dei Padri, ma anche
sull’insegnamento della grammatica, del- la dialettica e della retorica.
Non abbiamo però elementi sufficienti per stabilire se si debba proprio
ad Abbone un breve trattato sui Sillogismi categorici di notevole
interesse storico, perché ci permette di stabilire il punto cronologico
della costituzione del corpus dei testi logici usati nell’insegnamento
scolastico. Ma chiunque sia l’autore dello scrit- to, è certo che intorno
alla metà del secolo non si usano più soltanto i trattati di Aristotele,
già noti nel IX secolo (Categoriae e De interpre- tatione), ma anche i
trattati di Boezio sugli Analytici priores e poste- 75
L'Alto Medioevo riores, che solo assai più tardi verranno
sostituiti dagli scritti originali di Aristotele. D'altra parte i
commenti alla Consolatio di Bovo di Cor- vey e di Adaboldo di Utrecht (t
1026) testimoniano la continuità della tradizione boeziana che avrà tanta
influenza sulla cultura dell’XI e e del XII secolo. Assai pid
importante di Abbone è però la personalità di Gerberto di Aurillac (t
1003), l’uomo pit dotto del suo tempo. Formatosi anch egli nell'ambiente
monastico di Cluny, soggiornò a lungo in Spagna dove en- trò in contatto
con la grande tradizione scientifica araba e, più tardi, maestro a Reims,
abate di Bobbio e arcivescovo di Reims e di Ravenna, diffuse le sue
cognizioni nelle scuole francesi e italiane. Asceso nel 999 al soglio
pontificio col nome di Silvestro II, egli esercitò una notevole influenza
sul giovane Imperatore Ottone III e sul suo singolare e sfor- tunato
tentativo di restaurazione imperiale romana; ma se l’attività di Papa
Silvestro II interessa la storia ecclesiastica e politica, lo studioso
della cultura medioevale considera piuttosto la sua figura di maestro,
conoscitore perfetto del “trivio” e del “quadrivio,” e di scienziato
dotato di discrete conoscenze matematiche, geometriche e astronomiche.
Let- tore degli antichi, i cui testi fece ricercare e raccogliere in
tutto l’Oc- cidente cristiano (e, anzi, si deve proprio alla sua
iniziativa la conser- vazione di un certo numero di orazioni
ciceroniane), Gerberto era infatti sicuramente convinto che l’eloquenza e
l’esatto raziocinio non contrastano affatto con la fede, e che anzi la
formazione del buon chie- rico non può prescindere dall’apprendimento
organico e sistematico delle arti liberali. Per questo, nella sua scuola
s’insegnava la retorica sul- l'esempio degli scrittori classici e si
usavano correntemente, oltre ai soliti testi aristotelici, anche tutti i
commenti logici di Boezio e i Topica di Cicerone. E quale fosse, del
resto, la tendenza di Gerberto dinanzi ai problemi dell’insegnamento
logico risulta chiaramente dal suo libretto De rationale et ratione uti,
ove prendendo a pretesto il caso di una pro- posizione in cui il
predicato sembra meno universale del soggetto, egli analizzava le
funzioni e il significato logico dei vari termini della pro- posizione.
Tuttavia l’attività più costante ed originale di Gerberto fi: de- dicata
allo studio della geometria e dell’astronomia. E se la Geometria che gli
è attribuita è opera scientifica di non gran valore e i suoi scritti
sulla tecnica del calcolo rispondono piuttosto ad esigenze pratiche, il
Liber de astrolabio mostra già una notevole influenza della scienza
araba. Questo risveglio di un discreto interesse scientifico ed
enciclopedico, questi primi rapporti con la tradizione scientifica araba
sono però fat- 76 Il IX e il X secolo ti
storici di notevole importanza, e rappresentano il primo segno di una
netta ripresa della vita intellettuale che comincia a delinearsi fino
dagli ultimi decenni del X secolo. Già, del resto, la cultura di tono e
di ispirazione classica non è più soltanto la caratteristica di poche
scuo- le umanistiche e dei maestri educati nella nuova temperie
spirituale di Cluny, ma tende anzi a informare strati sempre più vasti
della gerar- chia ecclesiastica quando non penetra addirittura anche
negli ambienti femminili delle corti e dei monasteri. È ben nota ad
esempio, la figu- ra della badessa Hrosvita, autrice di commedie
edificanti e di poemi latini, discepola di altre monache dotte come suor
Rikkardis o l’ahba- dessa Gerberga, ma i cronisti medioevali ricordano
pure Edvige di Ba- viera, una principessa che conosceva il latino e il
greco e leggeva con entusiasmo Orazio e Virgilio. Del resto, la costante
ammirazione per gli antichi e l’amore per le lettere non è certo solo la
caratteristica della cultura delle scuole francesi, germaniche o
anglosassoni; anche l’Italia, anzi particolarmente l’Italia, possiede
importanti istituzioni scolastiche dove si continua l’insegnamento della
grammatica e della lingua lati- na, anteponendolo addirittura a quello di
tutte le altre discipline. E, se è vera, è certo particolarmente
significativa la storia di quel maestro Vilgardo di Ravenna che sarebbe
stato condotto dal suo entusiasmo di grammatico a preferire i poeti
antichi alla verità della Scrittura e che avrebbe cosi iniziato un
singolare movimento ereticale. È un racconto questo che — come ha
giustamente notato il Gilson — va accettato con un largo beneficio
d’inventario. Ma il solo fatto che si potesse diffon- dere una storia di
questo genere è già una testimonianza abbastanza importante delle
tendenze della cultura scolastica verso la fine del X
secolo. 77 Parte seconda L’XI e sl XII
secolo Capitolo primo La “rinascita” ottoniana e la
ripresa intellettuale dell'XI secolo I. Le condizioni
storiche Il 2 febbraio del 962 Ottone I di Sassonia cingeva in
Roma dalle mani di Giovanni XII la corona imperiale. Con questa
incoronazione che concludeva la fortunata vicenda di un sovrano
eccezionalmente abile e risoluto, si chiudeva l’età pifi fosca
dell’anarchia feudale e risorgeva, quasi a distanza di due secoli, una
salda unità politica comune a una vasta parte dell’Europa occidentale.
Erede della tradizione carolin- gia, restauratore del potere imperiale
ridotto ad un puro simbolo dalla potenza della grande aristocrazia
militare e fondiaria, Ottone si pre- sentava all’Europa con lo stesso
carattere carismatico che aveva as- sunto il suo predecessore franco.
Eppure, nonostante la finzione di una continuità storica, la nuova
costruzione politica ottoniana era profon- damente diversa dall’Impero di
Carlo, rispecchiava condizioni stori- che affatto nuove, e costituiva,
essa stessa, un ulteriore fattore di svi- luppo della società europea e
della progressiva trasformazione delle sue basi economiche e
politiche. Questi caratteri storici peculiari del nuovo Impero
ottoniano sono del resto evidenti nella sua stessa struttura geografica e
politica. Per la prima volta nella storia dell'Europa, l’asse del potere
politico tende a spostarsi verso l’Europa nord-occidentale in una
direzione diver- sa da quella in cui si era orientata la struttura
amministrativa del- l’Impero carolingio; inoltre il Sacrum Romanum
Imperium Teutonico- rum ha adesso un ambito territoriale ben definito,
limitato ai due antichi regni di Germania e d’Italia, e rinunzia alla
pretesa di esten- dersi sull’intera cristianità e di coincidere con il
corpo visibile della Chiesa militante. Fondato saldamente sulla
supremazia militare che Ot- tone ha conquistato prima in Germania e poi
in Italia, chiudendo la via alle ultime invasioni e sconfiggendo la
riottosa ostilità dei duchi di stirpe e dei grandi feudatari, l’Impero
mira a riassumere tutti i po- 81 L'XI e il XII secolo
teri e le prerogative che erano state assunte di fatto dalle grandi
dinastie feudali e dall’alto predominio spirituale della Chiesa romana. E
proprio per porre termine al periodo di disgregrazione sociale e politica
se- guito alla caduta delle istituzioni carolinge, la politica di Ottone
deve assumere un atteggiamento di rigida ostilità sia nei confronti
della feudalità che verso il papato accentuando tendenze, direttive e
atteggia- menti che nell’Impero carolingio erano stati assai meno
radicali. Con l’avvento di Ottone la feudalità laica si troverà
cosî a fronteg- giare la rinnovata supremazia del potere imperiale che
comincia ad avvalersi del prezioso ausilio di una vasta aristocrazia
ecclesiastica, completamente controllata dal sovrano che le attribuisce
poteri e fun- zioni feudali sempre più vasti. Anche la gerarchia
ecclesiastica è però sottoposta all’assoluta autorità dell’Imperatore che
dispone, di fatto, dell’elezione dei vescovi e della designazione del
Pontefice. Il giura- mento di fedeltà che Papa Giovanni XII è stata
costretto a prestargli e le rigide clausole del Privilegium Othonis
permettono infatti all’Impe- ratore germanico di esercitare sul pontefice
romano un’autorità e un potere che neppure Carlo Magno aveva mai
posseduto, almeno in una forma cosi totale ed esplicita. Ma come si
preoccupa di controllare, in tutti i suoi gradi più elevati, la élite
dirigente della Chiesa, Ottone raf- forza in Germania e in Italia le
attribuzioni dei conti palatini, gettando i presupposti di un rigido
controllo dell’aristocrazia laica la cui lenta decadenza economica e
politica andrà progressivamente aggravandosi nel corso dell’XI secolo,
sotto la spinta di circostanze e di eventi in gran parte impliciti nelle
contraddizioni interne della società feudale. In tal modo, mentre chiude
ad Oriente la via tradizionale delle gran- di invasioni, l’Imperatore
sassone può adesso tentare di restituire al potere imperiale una vera
funzione dominante, e sostituire alla lunga fase di anarchia feudale che si
era aperta con la crisi della dinastia ca- rolingia una nuova direttiva
unitaria. La rinascita di un più saldo potere politico centrale non
è però, nel corso del X secolo, un fenomeno tipico solo del mondo tedesco
o ita- lico; ma si verifica anche nelle altre terre di Europa ormai
sottratte di fatto alla teorica giurisdizione imperiale. In Francia, le
lunghe lotte tra 1 discendenti carolingi e i capetingi e l’assenza di
un’autorità dominante rendono infatti estremamente precaria la ricostruzione
di uno stabile or- dinamento politico. In Inghilterra, le ripetute
incursioni vichinghe e la debolezza dei piccoli regni anglosassoni creano
una confusa situazione di crisi permanente di cui sapranno presto
approfittare gli invasori norman- 82 La “rinascita”
ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo ni. Altrove,
nelle regioni dell’Italia meridionale, estranee all’Impero, le forze
opposte dei bizantini, delle signorie longobarde, dei saraceni e dei
poteri feudali e cittadini locali, continuano a combattersi in una
perenne e confusa guerriglia. Tuttavia, già verso la metà dell'XI secolo,
anche la condizione politica della Francia e dell’Inghilterra comincia a
su- bire un mutamento di portata decisiva. E mentre l’Impero,
minaccia- to da una rinnovata crisi dinastica, attraversa un nuovo
periodo di «eca- d:nza la monarchia francese inizia quel suo lento ma
costante raffor- zamento, che permetterà più tardi a Luigi VI (1108-1137)
di riaffermare vigorosamente la supremazia regia, e l'Inghilterra,
dominata e unifi- cata dai normanni, assume sotto gli Angiò-Plantageneti
una solida struttura dinastica. Un tale processo di profonda
trasformazione delle istituzioni e delle forze politiche dominanti è però
soltanto l’espressione, al livello politico, di un mutamento ancor più
radicale che investe tutte le strut- ture economiche e sociali
dell'Europa feudale. Senza dubbio, non si tratta di un’improvvisa
esplosione di forze economiche prive di radici nella storia passata; al
contrario, è proprio la rapida maturazione di energi: già esistenti in
seno alla società feudale che imprime adessc una svolta decisiva al
processo storico. Il ritorno ad una condizione di vita civile più
pacifica e sicura e il ripristino di un’autorità centrale capace di
frenare le tendenze centrifughe dei poteri locali, rende poi naturalmente
più rapido e facile l'avviamento di nuove forme di or- ganizzazione
economica e di ordinamento politico. Se nei seccli pre- cedenti il regime
feudale aveva permesso la continuità della vita pro- duttiva, difendendo
cittadini e coloni dalle invasioni e dalle guerre, e mantenendo in vita
un filone pur esile di scambi e di attività urbane, adesso l’ago
dell'economia europea tend: a riportarsi nuovamente ver- so le città che
vedono incrementarsi i loro traffici, accrescersi l’attività artigiana e
aumentare costantemente il ritmo della vita civile. Ccssa cosi quel
lento, costante decrescere della popolazione soprattutto ur- bana, che in
certe zone d:ll’Europa centrale aveva raggiunto un pun- to impressionante.
Popolazioni, un tempo nomadi e pr:datrici, s’in- stallano definitivamente
in vaste contrade dell’Ori:nte europeo, dan- do vita a nuovi organismi
statali come la Bo:-mia, l'Ungheria e la Polonia, ed entrano in stretti
rapporti economici e sociali con i paesi dell'Europa occidentale. Ma il
fenomeno di ripresa demografica non si limita solo a queste zone; ché,
anzi, esso si manifesta principal- mente nelle regioni dell’Europa
mediterranea, nelle campagne come nelle città, ove esso produrrà una
serie di conseguenze economiche e 83 L'XI e il XII
secolo politiche di eccezionale rilevanza storica. Ecco infatti
nelle zone ru- rali i castelli che si trasformano in borghi, centri di
attività artigiane e mercantili; mentre nelle città, sotto l’autorità dei
vescovi-conti, la popolazione rapidamente accresciuta dà luogo a un
tessuto sociale già differenziato ed organico. Naturalmente, questo
processo di ripresa demografica si traduce, poi, ben presto, in un rapido
incremento del- l’attività produttiva. I boschi, abbandonati da secoli o
sfruttati soltanto nelle zone delle grandi abbazie benedettine, cedono il
posto alla terra coltivabile; nelle zone paludose vengono operati i primi
tentativi di bonifica; i pascoli diminuiscono di estensione
trasformandosi anch'essi in terreni produttivi. Anche le terre dell’Est,
aperte alla colonizzazio- ne germanica dalle vittorie di Ottone I,
vengono adesso dissodate e coltivate da larghe masse di popolazione
rurale che si spingono pro- fondamente nei territori abitati dagli
slavi. L’esigenza di un forte aumento dei mezzi di vita agisce,
d’altra parte, anche come incentivo all’acquisizione di conoscenze
tecniche più evolute ed alla scoperta ed all’uso di strumenti e di mezzi
che contri- buiscono, a loro volta, a modificare le condizioni
economiche. Ma tra- sformazioni ancor più decisive si verificano
nell’ambito delle attività commerciali, il cui sviluppo è continuo e
costante, grazie anche alla maggior sicurezza delle grandi vie di
comunicazione ed alla crescen- te intensità dei rapporti economici tra le
varie regioni dell'Europa feu- dale. In tal modo, le città, che pure
erano sopravvissute anche ai pe- riodi di pil grave stasi economica,
riprendono rapidamente a svilup- parsi; e divengono sedi di mercati o di
fiere, centri di produzione ar- tigiana, nell’ambito di un movimento
economico caratterizzato da una accresciuta circolazione monetaria e
dalla tendenza a costituire una fitta rete di scambi dalle terre dell'Est
germanico al Mediterraneo, dal Baltico alle regioni balcaniche ed alle
terre bizantine. Il sorgere delle nuove attività produttive specializzate
causerà poi, nel corso del XII secolo, un ulteriore imponente sviluppo
dell’economia cittadina; e ne risulteranno i primi lineamenti di una
società nuova, dominata dal- l’iniziativa delle classi mercantili ed
artigiane, già capaci di porre le prime basi della loro futura potenza
finanziaria. È quindi naturale che una trasformazione demografica
ed econo- mica incida profondamente anche sulle condizioni sociali ed
econo- miche delle varie classi che avevano costituito i quadri della
società feudale. Già infatti nel corso dell’XI secolo, la serviti della
gleba comincia ad essere sostituita da un tipo di organizzazione
colonica assai più libera, mentre precise norme giuridiche stabiliscono
ora più 84 La “rinascita” ottoniana e la ripresa
intellettuale dell'XI secolo esattamente i rapporti tra il
proprietario, gli affittuari e i coloni. Ma il mutamento è ancor pi
decisivo nell’ambito cittadino, dove la no- biltà di origine feudale deve
cedere le sue posizioni dominanti alle nuove classi produttrici che
s’avviano rapidamente ad acquisire una prima consapevolezza dei propri
interessi e scopi economici e poli- tici. In questa
società, già in preda ad un profondo fermento inno- vatore, continuano
ancora a dominare gli ideali ideologici elaborati nell’età carolingia e
difesi dalla “restaurazione” ottoniana. Il mito uni- tario dell’autorità
assoluta e divina dell’unico Imperatore, pastore e guida del popolo
cristiano, è ancora un’idea attiva ed operante che trova sostenitori e
teorici tra i giuristi che illustrano i testi giusti- nianei come tra i
dotti ecclesiastici delle corti sassoni e francone. Certo, la crisi che
segue alla estinzione della monarchia sassone, il definitivo
rafforzamento della grande feudalità tedesca, e, d’altra parte, gli inizi
dei primi ordinamenti autonomi cittadini, sono altrettanti eventi che
mostrano la reale debolezza dell’autorità imperiale e la sua incapacità a
far fronte al nuovo corso storico. Ma il regno di Enrico III, che re-
staurerà la supremazia imperiale sulla Chiesa, sembrerà segnare il ri-
torno alla tradizione carolingia e ottoniana. Il legame tra il sovra- no
e le correnti di riforma ecclesiastica — testimoniato dalle radica- li
risoluzioni dei sinodi di Sutri e di Roma (1046) — rafforzerà nei nuo- vi
ceti popolari la fiducia nella funzione carismatica e sacrale dell’Im-
perium, custode della giustizia e dell’ordine cristiano. 2. Il
movimento cluniacense e gli inizi della riforma gregoriana Alla
continuità e al rinnovato prestigio della tradizione imperiale
corrisponde però, da parte della Chiesa, un profondo processo di rin-
novamento e di riforma suscitato e guidato dall’ascetismo monastico, ma
che trova larga partecipazione e consenso proprio nell’ambiente cittadino
e tra le nuove forze sociali. La decadenza della disciplina e del costume
ecclesiastico divenuta gravissima e generale nell’età post- carolingia
suscita non solo l’indignata protesta di uomini votati alla severa
disciplina benedettina o dediti ad una vita di contemplazione e di
preghiera, ma anche la rivolta di quei ceti di varia origine e con-
dizione sociale sui quali pesava il dominio della feudalità ecclesia-
stica. Contro il papato romano, ormai ridotto a oggetto di contesa tra le
pif potenti famiglie romane, contro l’aristocrazia episcopale trasfor-
L'’XI e il XII secolo mata in un vero e proprio
corpo politico di elezione imperiale, si svol- ge infatti l’aspra
polemica dei riformatori che, con toni e parole apo- calittiche,
denunziano la carenza morale e intell:ttuale della gerarchia, la sua
cupidigia di potere mondano e di ricchezza, gli scandali della simonia e
del concubinato, il tradimento e il ripudio della parola evan- gelica.
Sono motivi, questi, che tornano con costante violenza nella predicazione
dei monaci come nelle invettive di cronisti popolari o ecclesiastici,
ugualmente schierati contro la potenza e l’oppressione ter- rena
esercitata da grossi potentati ecclesiastici; e dalla loro condanna
emerge un quadro profondamente pessimistico della vita ecclesiastica del
tempo, e l'immagine eloquente di una decadenza che sembra aver raggiunto
uno dei livelli più bassi e pericolosi di tutta la storia della
Chiesa. La ribellione morale contro la corruzione della gerarchia e
il fer- mento antiecclesiastico che serpeggiavano tra le masse devote,
furono pe- rò presto organizzati e guidati dalla nuova élite intellettuale
che si era formata verso la fine del X secolo nell’ambiente “purificato”
delle abbazie riformate. Già nel 910 il duca Guglielmo di Aquitania
aveva fondato a Cluny un monastero ispirato al rispetto integrale della
re- gola benedettina, in netto contrasto con la rilassat:zza delle
antiche abbazie trasformate da tempo in ricche signorie feudali. Sotto la
gui- da di grandi abati, come Oddone e Ugo, Cluny si era
trasformato in un centro d’intensa vita spirituale e di alta esperienza
mistica. Ma l'ispirazione ascetica dei cluniacensi era subito passata sul
terreno della lotta riformatrice, con la sua recisa condanna dei costumi
corrot- ti del clero feudale e il ripudio di ogni forma di compromissione
con i poteri mondani. La predicazione dei cluniacensi, già
particolarmente diffusa verso la fine del X secolo, ebbe presto una
grande influenza in tutta l'Europa cristiana. In Francia, in Italia, in
Germania, nume- rose abbazie tornarono alla “regola”; altri monasteri, come
quelli ita- liani di Camaldoli (fondato nel 1012) e di Vallombrosa,
originarono nuovi ordini monastici affini all’esperienza cluniacense;
infine, il nuo- vo spirito riformatore penetrò in un vasto settore della
stessa gerarchia ecclesiastica, già da tempo preoccupato della decadenza
delle istituzio- ni. Il favore di alcuni vescovi e, soprattutto, dei
Pontefici tedeschi elet- ti dopo il concilio di Sutri, favori poi un
ulteriore sviluppo della rifor- ma cluniacense, che già nella seconda
metà dell’XI secolo contava circa duemila monasteri. Né la forza dei
cluniacensi fu soltanto spirituale, bensi anche politica; poiché la
concessione papale della cosiddetta Com- mendatio Sancti Petri, che rese
immuni i loro monasteri dalla giuri- 86 La “rinascita”
ottoniana e la ripresu intellettuale dell'XI secolo PE
sdizione dei vescovi, ruppe a loro vantaggio il vincolo di dipendenza
gerarchica che aveva ormai assunto un carattere schiettamente feudale.
Ora, è chiaro che una tale prerogativa implicava non solo un profondo
mutamento nella struttura della Chiesa, ma la trasformazione della ri-
forma cluniacense in un potente strumento del rinnovamento ecclesiastico
e della restaurazione dell’autorità pontificia. Il che giova a compren-
dere perché il movimento di Cluny potesse assumere una parte deci- siva
nella lotta contro l’autorità mondana dei vescovi feudatari e nel-
l'avvento delle nuove direttive spirituali e pratiche che guidarono la
vita della Chiesa nell’età gregoriana. Pi tardi anche Cluny perderà
la sua originaria vocazione rifor- matrice e subirà lo stesso processo di
decadenza che aveva esaurito la originaria tradizione benedettina. Ma il
risveglio spirituale — che è espressione delle nuove forze storiche
maturate nel corso del X se- colo — troverà ancora interpreti
nell’ascetismo di altre regole monasti- che, come i certosini e i
cistercensi, e nella continuità di un moto ri- formatore popolare e
laico. Sotto l'impulso di queste correnti, l’ideale della riforma si diffonderà
e si estenderà penetrando profondamente gli ambienti sociali più
sensibili alle sue immediate implicazioni poli- tiche e sociali. E,
mentre si rinnovano in Europa eresie che forse si colle- gano ad antiche
tradizioni manichee, nell’Italia settentrionale sorge il movimento dei
Patari, campioni zelanti della lotta contro la corruttela morale e
disciplinare dell’alto clero. Nelle città, già centri attivi di vita
mercantile e di attività produttrici, il potere del vescovo-conte diviene
cosi sempre più precario e soggetto al minaccioso intervento delle for-
ze politiche organizzate nelle quali si specchiano gli interessi e le
aspi- razioni dei ceti mercantili e artigiani. I frequenti tumulti contro
i vescovi simoniaci, le ribellioni e i conflitti che dominano attorno alla
metà dell’XI secolo la vita delle città italiane, sono appunto la
testimo- nianza storica dello stretto legame che si è già stabilito tra
le esigenze religiose e le particolari aspirazioni politiche dei ceti
sociali emersi dal- l’incipiente crisi della feudalità. Non è
qui certo possibile seguire le fasi della progressiva riforma delle
istituzioni ecclesiastiche compiuta sotto l’ispirazione dei cluniacensi e
culminata con i decreti di Niccolò II e con i drastici provvedimenti di
Alessandro II contro l’influenza laica nelle cose ecclesiastiche. Ma non
sa- rebbe possibile intendere tanti aspetti della riflessione filosofica
dell’XI e XII secolo, senza ricordare che la riforma mossa da una
profonda esigenza di rinnovamento evangelico finî col concludersi nell’affermazio-
ne di un ideale teocratico fondato sul principio di un unico potere
L’XI e il XII secolo supremo, quello papale, principio e
fonte di ogni autorità e potestà tem- porale e spirituale.
Questa dottrina, formulata con estremo rigore negli scritti di Gre-
gorio VII e soprattutto nel famoso Dictatus papae, implicava natural-
mente l’accentramento di tutta la vita della Chiesa nelle mani del Papa e
la sua piena potestas sopra ogni aspetto dell’organizzazione socia- le e
politica della Cristianità. Né Gregorio doveva esitare dinanzi al-
l'applicazione integrale di questo principio anche nei confronti della
autorità imperiale già direttamente colpita da un complesso di riforme
che abbattevano la sua supremazia sulla gerarchia ecclesiastica e le
toglievano praticamente ogni diritto di controllo sulla feudalità eccle-
siastica. La lunga lotta tra Gregorio ed Enrico IV, che divise gran parte
d’Europa in due campi avversi, fu quindi l’epilogo naturale di un
contrasto inconciliabile: che traeva origine dallo stesso carattere so-
ciale dell’Imperium e dalla sostanziale diarchia costituita dalla strut-
tura burocratico-ecclesiastica della società carolingia. Ma questa
contesa — che ebbe la sua espressione ideologica in una vasta letteratura
contro- versista — rappresentò anche una favorevole occasione per lo
sviluppo delle nuove forze sociali e politiche che proprio nel corso
della guerra del- le investiture acquistarono una precisa coscienza del
loro peso e dei loro interessi. Non a caso le origini delle istituzioni
comunali sono spesso strettamente intrecciate ai conflitti tra l'Impero e
il papato che causaro- no la rapida crisi della feudalità ecclesiastica;
e, d’altro canto, è proprio nel corso dell’XI secolo che si
ricostituiscono e si rafforzano le monar- chie nazionali destinate a
svolgere una funzione politica decisiva per tut- to il Basso
Medioevo. 3. La ripresa intellettuale dell'XI secolo. Dialettica e
antidialettica È appunto entro questa prospettiva storica che occorre
valutare il rapido processo di ripresa intellettuale che s’inizia già
alla fine del X secolo in stretta connessione con la rinascita economica
e sociale dell'Europa occidentale. A tale ripresa contribuiscono infatti
— sia pure in grado e misura diversi — tanto la rinnovata prevalenza
delle istituzioni urbane e il tono più elevato e raffinato della vita
civile, quan- to l’impetuosa predicazione dei riformatori e l’esigenza di
elaborare nuovi “strumenti” intellettuali per le continue controversie tra
il po- tere ecclesiastico e quello civile o tra i diversi gradi della
stessa gerar- chia clericale. Ma vi contribuisce altresi — e in maniera
spesso assai 88 La “rinascita” ottoniana e la ripresa
intellettuale dell'XI secolo rilevante — anche l’aprirsi delle
civiltà europee a più stretti e continui contatti con il mondo arabo e
bizantino sia per l'incremento degli scam- bi sia attraverso le guerre di
riconquista in Sicilia e in Spagna e infine, negli ultimi anni del
secolo, l'iniziativa espansionistica della I Cro- ciata.
Questi rapporti, la cui influenza sarà cosi forte già nella seconda
metà del XII secolo, non esercitano però ancora un influsso decisivo
sulla cultura dell’XI che continua a svolgersi prevalentemente sul- la
via tracciata dall’ordinamento scolastico carolingio. Però le an- tiche
scuole monastiche non sono più gli unici grandi centri di una cultura di
carattere letterario-ecclesiastico, ma cedono anzi lentamente il passo a
un largo processo di rinnovamento intellettuale esteso a gran parte
dell'Europa occidentale, indipendentemente dalle particolari distinzioni
di carattere nazionale. Da Parigi a Orléans, da Chartres a Tours, è tutto
un fiorire di scuole sorte spesso all’ombra delle cattedre vescovili e
dove le arti del “trivio” e del “quadrivio” vengono traman- date alle
nuove generazioni di chierici, mentre in Italia si assiste invece al
sorgere di scuole cittadine, dipendenti solo in parte dalle autorità
eccle- siastiche e dedicate principalmente agli studi di diritto, cosî
necessari ad una società fondata sulla pratica del commercio e sullo
sviluppo delle attività artigiane. Cosî, accanto alla tradizione
teologica che si continua nelle istituzioni scolastiche, monastiche e
cattedrali, si affermano nuovi campi di ricerca intellettuale; lo stesso
apprendimento delle arti libe- rali è condizionato a nuove finalità e
interessi diversi, come mostra lo stretto nesso tra lo studio
approfondito della dialettica e il suo uso nella pratica giuridica e
forense. Questo nuovo indirizzo di studi si manifestò dapprima in
Italia, soprattutto in quelle regioni meridionali o adriatiche dove il
diritto romano legato alla tradizione bizantina aveva sempre conservato
la sua influenza e dove erano stati sempre pit stretti i rapporti con
Bi- sanzio e col mondo arabo. Specialmente nella Calabria e nelle Puglie
— che fino all’XI secolo erano state parti integranti dell’Impero
bizanti- no, e dove la conquista normanna non eliminò il carattere ormai
acqui- sito della cultura cittadina e della stessa vita ecclesiastica —
la con- tinuità della tradizione giuridica romana non venne mai spezzata.
Nel- la Sicilia, riacquistata dai Normanni nella seconda metà del secolo,
con- tinuò invece a fiorire una ricca cultura d’impronta greca ed araba
desti- nata a costituire uno dei maggiori punti d’incontro tra la civiltà
europea e le tecniche e le dottrine assimilate dall'esperienza della
scienza isla- ‘mica. Ma l’interesse scientifico e i rapporti con la
cultura greco-araba 89 L’XI e il XII secoio
furono particolarmente intensi nella scuola medica di Salerno, già
attiva nel corso del X secolo e rimasta sempre fedele ai dettami classici
della medicina greca. Cosi, quando nel 1056 Costantino Africano, un
medico cartaginese formatosi nella scuola araba, passò in Italia e
costitui a Montecassino un vero e proprio centro di traduzioni delle
opere fonda- mentali della cultura scientifica greca e mussulmana, la sua
attività tro- vò un terreno particolarmente fecondo. La ricca biblioteca
di testi greci ed arabi, che venne ad arricchire le conoscenze dei medici
salernitani, contribuî a sollevare un rinnovato interesse per la ricerca
scientifica e far conoscere i primi fecondi risultati di una civiltà
tecnicamente più pro- gredita come quella araba. L’influenza
che la scuola salernitana esercitò in tutta Europa, spin- gendo numerosi
dotti a coltivare insieme agli studi medici anche quelli scientifici e
filosofici, fu un fattore di notevole importanza per lo svi- luppo di una
cultura di carattere assai diverso da quella tramandata dalle scuole
monastiche, e già profondamente permeata di motivi filo- sofici e
scientifici propri della tradizione oreca ed araba. EA è certo ben
simnificativo che proprio un vescovo di Salerno, Alfano (1058-1085),
traducesse il De natura hominis di Nemesio, ove è chiaramente defi- nita
l’idea dell’uomo come “microcosmo,” sintesi di tutti i caratteri e di
tutte le forme dell’universo. Un indirizzo prevalentemente
giuridico ebbe invece la cultura del- l’Italia settentrionale, pit legata
alla rapida evoluzione politica dei rapporti economici e sociali che
richiedeva nuove istituzioni giuridiche capaci di rispondere alle
esigenze di una civiltà urbana e mercantile. E poiché il diritto romano
rappresentava la tradizione giuridica mag- giormente affine al nuovo tipo
di società e di organizzazione sociale, lo studio del Corpus iuris
attrasse le migliori energie intellettuali. Lo sviluppo, prima della
scuola ravennate e poi della grande scuo- la bolornese da Pepo
all’Accursio, non è certo arsomento che possa interessare questo rapido
schizzo della cultura filosofica medioevale. Ma bisogna pur ricordare che
lo studio e l’esposizione del Digesto o del Codice richiedevano un solido
corredo di nozioni srammaticali e dialettiche; e che d'altra parte il
largo incremento della pratica fo- rense comportava uno studio ancora più
accurato dell’arte retorica. Il naturale interesse per le arti del
“trivio” non fu però esclusivo delle scuole giuridiche frequentate da
laici e volte agli scopi mondani della vita civile. Anche la cultura
ecclesiastica, sia in Italia che in Francia, conobbe infatti
un’importante ripresa dello studio ‘della dialet- tica, la cui fortuna è
certo da porre in rapporto anche con l’evoluzione 90
La “rinascita” ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secolo
parallela delle istituzioni giuridiche ecclesiastiche e con la formazione
di tipo giuridico propria anche di molti uomini di chiesa. Inoltre la
lunga contesa tra l’Impero e la Chiesa, e il fiorire di una vasta let-
teratura controversista, favori indubbiamente la tendenza all’uso si-
stematico degli strumenti dialettici forniti dall’insegnamento delle
scho- lae. Né meraviglia che l’impiego di metodi di discussione
dialettica si spostasse sempre più dal piano giuridico e dalle dispute su
argomenti di immediata incidenza ecclesiastico-politica alla stessa
elaborazione teologica. Ecco perché le soluzioni dei probl:mi
logici cui si dedicarono tan- ti maestri di questo secolo, dettero luogo
cosf spesso a gravi conse- guenze metafisiche e teologiche dalle quali
non furono esenti neppure i temi più gelosi della tradizione ortodossa.
Non solo; la maturazione di una mentalità più critica, nutrita di studi
profani e di solide cogni- zioni dialettiche, ebbe certo una notevole
influenza anche sull’evolu- zione delle correnti riformatrici e, in
generale, nell’atteggiamento in- tellettuale dell’élize
ecclesiastica. Gli storici del pensiero medioevale sogliono sempre
ricordare, a questo proposito, le pagine veementi ed espressive che un
tipico espo- nente della riforma, come Pier Damiani, scrisse contro i
chierici del suo tempo più avvezzi a studiare i principi della dialettica
aristotelica o della retorica ciceroniana che non a meditare le Sacre
Scritture. Ed è anzi un luogo comune presentare la filosofia dell’XI
secolo sotto il segno della lotta tra i dialettici che miravano a
spiegare con i loro sil- logismi anche il dogma e le verità rivelate e i
rigidi difensori del- l’ortodossia che consideravano l’uso di argomenti
razionali nell’ambito teologico come una violazione delle verità di
fede. Tale contrasto è stato certo troppo esagerato da una
storiografia che non teneva forse nel dovuto conto il caratt:re comune
della cul- tura di cui partecipavano entrambi gli avversari e che spesso
traspare anche dietro la polemica più irruente. Ma ciò non toglie che
l’inseri-” mento dei metodi dialettici nel campo degli studi sacri segni
una tap- pa fondamentale nell’evoluzione della teologia cristiana, e che
l’impor- tante ripresa di studi logici dell’XI secolo prepari già
l’ambiente storico in cui maturerà la grande esperienza di
Abelardo. ‘Tra i maestri che diedero un notevole impulso allo
sviluppo della dialettica vanno quindi particolarmente ricordati
Berengario di Tours (t 1088) e Anselmo di Besate (n. 1000 ca.) detto il
Peripatetico, entrambi tipici esponenti delle nuove tendenze
intellettuali. Discepolo di Ful- berto di Chartres e organizzatore a sua
volta della scuola cattedrale di 9I L’XI e il XII
secolo Tours, Berengario spinse l’uso degli argomenti dialettici
fino al tenta- tivo di ridurre in puri termini razionali anche i principi
di fede. Come scrive nel De sacra coena — che è appunto un tentativo
d’interpretazione “dialettica” del dogma dell’eucarestia — egli ritiene
infatti che la rinun- zia all’esercizio della ragione significhi
disprezzare uno dei pit alti doni divini e rinunziare a quella nostra
facoltà che ci rende maggiormente si- mili alla natura di Dio. Perciò,
alle autorità ed alla stessa tradizione dei Padri, Berengario può opporre
la superiorità della ricerca razionale il cui campo di azione non deve
arrestarsi neppure dinanzi ai misteri della transustanziazione o della
presenza reale. Il modo in cui procede questa discussione
dialettica del tema trini- tario, è poi una testimonianza caratteristica
della mentalità di Beren- gario. In qualsiasi composto di materia e forma
— egli argomenta — è impossibile che permangano inalterati gli accidenti,
se si verifica un effettivo mutamento della sostanza. Sicché il fatto che
anche dopo la consacrazione permangono nel pane e nel vino i medesimi
accidenti, dimostra che non si è mai verificato l’annullamento della loro
forma e la trasformazione nel corpo e nel sangue di Cristo, ma che si è
rea- lizzata soltanto l’unione di queste forme con quelle preesistenti
del pa- ne e del vino. Simili argomenti, che Berengario continuò
a sostenere nonostante l’abiura cui fu costretto nel 1050 dal sinodo di
Vercelli, mostrano as- sai bene quali fossero i possibili sviluppi della
trattazione dialettica della “materia” teologica. E si può ben
comprendere perché molti dei suoi contemporanei fossero concordi nel
condannarlo e nel guardare con forte diffidenza anche l’attività di
Anselmo di Besate, che intorno alla metà del secolo viaggiava
instancabilmente tra le scuole d’Italia, di Francia e di Germania,
insegnando particolarmente l’uso delle ar- gomentazioni contraddittorie.
Certo, la sua RAetorimachia non è dav- vero un gran monumento filosofico,
né mostra l’intenzione di esten- dere la sua rudimentale tecnica
dialettica nell’ambito della teologia. Ma il suo insegnamento doveva
influenzare profondamente la menta- lità dei giovani chierici con
conseguenze forse non troppo diverse da quelle indicate da Berengario, e
costituiva comunque un pericoloso pre- cedente per i sostenitori
dell’integrale rispetto delle pure “norme di fede.” Ecco
perché negli ambienti della ritorma cluniacense, e, più tardi, della
riforma cistercense e certosina, si delineò una cosî violenta rea- zione
contro la “puerilità” e l’“empietà” dei dialettici, e una condan- na
delle scienze profane considerate inutili se non addirittura temi-
92 e La “rinascita” ottoniana e la ripresa
intellettuale dell'XI secolo bili per la salvezza del cristiano.
Le dure parole con cui il vescovo Ge- rardo di Czanard vieta l’uso delle
argomentazioni filosofiche nell’am- bito teologico, i rimproveri di Otloh
di S. Emmeran contro gli “stol- ti” e gli “ingenui” che credono di dover
sottomettere la verità della Scrittura all’autorità della dialettica,
sono espressioni caratteristiche di un atteggiamento che ha profonde
radici nella temperie spirituale degli erdini riformatori. E ad essi fa
eco un tipico rappresentante dell’età giegoriana, Manegoldo di Lautenbach
(t 1103) il quale, polemizzando contro Wolfemo di Colonia (noto come
sostenitore della concordanza tra le dottrine di Macrobio e la “verità”
cristiana), ammette, st, l’utilità della filosofia nei limiti delle
scienze mondane, ma sottolinea il radicale contrasto tra le spiegazioni
filosofiche e la rivelazione, tra le falsità dei pagani Platone ed
Aristotele e l’unica verità cristiana. Il teologo che spinge, fino
alle sue estreme conseguenze la pole- mica contro i dialettici e la
filosofia, è però uno dei maggiori espo- nenti della riforma, un monaco
che prima di sottomettersi alla severa regola monastica ha anch’egli
insegnato dialettica nella scuola di Ra- venna: Pier Damiani (1007-1072).
Nei suoi scritti, cosi spesso cita- ti come esempi del medioevale
contemptus mundi, le più oscure de- nunzie della miseria invincibile
della natura umana si alternano al- la condanna di ogni forma di sapere
mondano e di ogni scienza o “ar- te” che non abbia come fine la
glorificazione dell’onnipotenza divina. Ai chierici lettori di Cicerone e
di Aristotele egli propone l’esercizio esclusivo della contemplazione
mistica, unico cibo degno di una mente cristiana. La grammatica, la
dialettica, le regole di Donato o i sillo- gismi di Aristotele, sono
invece altrettanti allettamenti demoniaci che minacciano la purezza
dottrinale del clero. E nella sua dura polemica (che non a caso si giova
però di tutti gli strumenti retorici e letterari propri della cultura di
un uomo di lettere) Pier Damiani giunge a bandire la filosofia dallo
scibile cristiano, o, almeno, a ridurla al rango di una “schiava
prigioniera” destinata a servire alla suprema verità teologale.
Il rifiuto del sapere pagano, l’avversione per le “lettere”
fomentatri- ci di dubbi e di errori, non potrebbero essere più radicali e
più netti. Eppure Pier Damiani mostra di saper ben usare nei suoi scritti
i metodi di argomentazione dialettica che non esita ad applicare anche in
quel- l'opuscolo De divina omnipotentia, giustamente considerato come
la espressione più eloquente del suo puro fideismo. Lo scopo che egli
vi si propone è certo del tutto opposto a quello dei dialettici nel loro
tentativo di dare una veste argomentativa anche ai contenuti dogma-
93 L'XI e il XII secolo tici; perché consiste
nell’affermare l’assoluta incommensurabilità del volere divino, che
possiede il potere di far si che “ciò che è stato non sia mai stato.”
Dio, la cui potenza è totale e illimitata, è infatti al di là di
qualsiasi condizione o norma che possa apparire contraddittoria agli
occhi umani. E quindi per lui non costituisce alcun limite il fluire
irre- vocabile del tempo, cosi come la sua volontà non è affatto tenuta a
ri- spettare quei vincoli e quelle necessità cui è invece sottoposta la
ra- gione umana. Ora, è evidente che, se la volontà divina possiede
una tale prerogativa, anche tutti i tentativi di applicare nei suoi
riguardi dei ragionamenti umani sono perfettamente vani ed inadeguati.
Di- nanzi al mistero insondabile della natura di Dio, dinanzi
all’infinità ed al segreto del suo volere, non v’è altra via che la umile
preghizra e la adorazione. È chiaro che, accentuando cosi
nettamente il rifiuto delle norme dei principi razionali, in nome della
trascend:nza divina, Pier Da- miani ha di mira molti chierici e maestri
contemporanei, e che intende estirpare radicalmente le “male piante”
della dialettica cresciute inde- bitamente nel “giardino” della teologia.
Ma l’affermazione dell’onni- potenza divina spinta fino alle sue estr:me
conclusioni è anch’essa foriera di gravi conseguenze; e la sua influenza
maturerà nei secoli seguenti fino a costituire una delle pi pericolose
minacce p:r la teo- logia delle scholae. L'uso che Guglielmo d’Ockham e i
suoi seguaci faranno del medesimo argomento per p:rvenire alla radicale
negazione del valore scientifico della teologia, è una testimonianza
assai elo- quente dell’esito di un atteggiamento polemico che era nato
proprio per restaurare la supremazia degli studia divinitatis. Né
meraviglia che la polemica antifilosofica di Pier Damiani o di Manegoldo
di Lau- tenbach preannunzi già temi e motivi che avranno più tardi
tanto peso nella crisi della cultura medioevale, contribuendo alla
caduta del tentativo tomista di una mediazione positiva tra la ricerca
filosofica e il “sacro” dominio della teologia. La posizione
teologica di Pier Damiani, cosi intransigente e radi- cale si accorda,
del resto, perfettamente con la sua mentalità di rifor- matore gregoriano
e di teorico della teocrazia. Nella Disceptatio sino- dalis egli non solo
afferma la supremazia dell’ordine spirituale su quel- lo temporale (con
argomenti del tutto simili a quelli adoperati per ce- lebrare la
supremazia della teologia dinanzi ad ogni altro tipo di sapere
“ancillare”) ma ne deduce anche l’assoluto primato del potere papale su
quello mondano e civile dell’Imperatore. L’idea che l’autorità im-
periale dipenda essenzialmente dall’approvazione papale e che il suo
94 La “rinasata” ottoniana e la ripresa intellettuale
dell'XI secolo scopo debba consistere soltanto nel guidare il
popolo cristiano verso i fini voluti dalla legge divina e dalla gerarchia
ecclesiastica diviene cosi il punto di forza di una dottrina destinata a
larghi sviluppi negli scrittori “papalisti” del XII e XIII secolo. Anche
se Pier Damiani rico- nosce che l'Imperatore è stato delegato
dall’autorità papale all’esercizio dell’amministrazione temporale della
cristianità, non per questo am- mette che possa avere un fine diverso o
distinto da quello della Chie- sa o, tanto meno, che possa conservare
legittimamente il suo potere quando cessi d’operare secondo la guida o la
volontà del Pontefic:. Co- me l’unione della natura umana e di quella
divina costituisce la realtà vivente del Cristo, cosi l'unione del Papa e
dell’Imperatore costituisce, per una specie di divino mistero, la vivente
unità della Christianitas. Destinato a reggere il “corpo” e a guidare la
vita mondana della so- cietà cristiana l’Imperatore deve perciò
sollecitare la guida del Pon- tefice che è rex animarum e, pertanto,
signore dell’“interiore” real- tà spirituale. Per questo il dominio
imperiale non può vantare una propria giurisdizione particolare, se non
in via del tutto subordinata e sotto il controllo dell’autorità
pontificia. In realtà, per Pier Damiani, il popolo cristiano costituisce
soprattutto e in primo luogo una pura mistica unione sotto la sovranità
spirituale del Papa, e da essa dipende anche ogni forma di ordinamento
temporale e mondano. Il fatto che i cristiani vivano però anche nel
tempo e siano sot- toposti alla necessità di un potere e di una
coercizione mondana, non significa quindi che la loro società temporale
si possa confondere con nessuno degli stati esistenti o con qualsiasi
corpo politico. I rapporti che vigono nella Christianitas sono infatti
puramente spirituali, le sue finalità del tutto oltramondane; anche l’uso
di mezzi temporali da parte dell’autorità civile vale solo in quanto può
servire per rag- giungere dei fini spirituali o comunque indicati dalla
gerarchia eccle- siastica. Ecco perché, nella prospettiva teologica di
Pier Damiani, l’Im- pero è soltanto uno strumento della Chiesa, limitato
nelle sue fun- zioni e destinato esclusivamente alla difesa ed
all'incremento della fe- de e dell’ordine cristiano. Lungi dall’accettare
la dottrina carolingia che riconosceva nell’Imperatore l’advocatus
Ecclesiae, capo tempora- le di tutto l’orbe cristiano, egli lo considera
infatti solo come uno dei tanti principi (anche se il più potente) ai
quali spetta il compito di rea- lizzare neil’ordine mondano le supreme
direttive del potere spirituale. Il che implica, naturalmente, la sua più
stretta e totale subordinazio- ne ai dettami dell’autorità pontificia;
subordinazione da cui dipende 95 L'XI e il XII
secolo la stessa legittimità del potere imperiale, sempre
condizionata alla fi- liale ubbidienza alla volontà del Papa.
Il rovesciamento della dottrina carolingia non potrebbe certo es-
sere più radicale, né pit decisa l’affermazione della suprema sovranità
della gerarchia ecclesiastica e monastica su ogni aspetto della vita
civile. Ma questa tesi — di cui è evidente lo stretto nesso con la
polemica an- tidialettica e la difesa dell’assoluto primato della fede —
non è l’espres- sione isolata di un grande spirito mistico, difensore
della riforma e del radicale rinnovamento della Chiesa. Le stesse idee
animano infatti anche un vivace polemista come Manegoldo di Lautenbach,
deciso assertore della concezione teocratica della Christiana respublica,
i cui scritti forniranno una precisa linea ideologica ai teorici della
plezi- tudo potestatis pontificia. E idee non dissimili, anzi
sostanzialmen- te identiche, ispirano il famoso Dictatus Papae,
attribuito allo stesso Pa- pa Gregorio, dove il riconoscimento al
Pontefice di ogni potere e diritto mondano, incluso quello di deporre gli
imperatori e di sciogliere i sud- diti dal giuramento di fedeltà,
costituisce il fondamento dell’assoluta monarchia pontificia.
Le dottrine teologiche e politiche di Pier Damiani rappresentano
senza dubbio la posizione più radicale ed estrema maturata negli am-
bienti della riforma ed esasperata dagli aspri conflitti ecclesiastici e
po- litici dell’età gregoriana. Ma sarebbe di grave omissione
dimenticare che, insieme a queste dottrine, si sviluppano nell’XI secolo
anche altre posizioni intellettuali assai più caute e moderate
soprattutto nei con- fronti dell’uso dei metodi dialettici e della loro
possibile applicazione nell’ambito dell’insegnamento teologico. La stessa
necessità pratica di formare degli uomini di chiesa, capaci di difendere
l’ortodossia dal- le minacce ereticali con l’uso di tecniche
argomentative accettabili anche da chi ignorasse le autorità dei Padri
(e, d’altra parte, il timore che le soluzioni radicalmente fideistiche
conducessero a pericolose con- seguenze sui temi della grazia e della
predestinazione) induce proba- bilmente molti maestri ad assumere un
atteggiamento ugualmente di- stante dalle audaci conclusioni teologiche
di Berengario e dalla inso- lenza polemica di Pier Damiani e di
Manegoldo. E sebbene i teologi ortodossi che accettano l’inserimento
dello studio della filosofia nelle “discipline clericali” distinguano
nettamente l’uso lecito della dialet- tica dalle sue degenerazioni, non
per questo negano l’utilità e la im- portanza di una solida preparazione
filosofica e logica. Come sostie- ne Lanfranco di Pavia (1005-1089),
abate dell’abbazia bretone di Bec e quindi arcivescovo di Canterbury, non
è infatti lecito condannare il 96 La “rinascita”
ottoniana e la ripresa intellettuale dell'XI secoto legittimo
desiderio di confermare gli insegnamenti della fede con gli ar- gomenti
della ragione. Avversario deciso di Berengario, di cui confutò le
argomentazio- ni “sofistiche,” Lanfranco crede che anche gli errori del
maestro di Tours non derivino dall’uso dei metodi di dialettica, bensi
dal loro abuso e dalle indebite deduzioni di conseguenze contrastanti con
le loro premesse. Appunto per questo, l'apprendimento di questi
meto- di di ragionamento potrebbe chiarire l’origine di quegli errori e
con- fermare i misteri divini la cui verità non contraddice affatto
l’uso moderato della ragione filosofica. Una dottrina filosofica conscia
dei propri limiti e fondata su di una buona conoscenza della
dialettica può anzi giovare alla causa della fede assai più di quanto non
possa nuocere la cattiva e falsa scienza di pochi “indotti.”
Simili idee attuate nella pratica quotidiana della scuola ebbero
na- turalmente un’influenza decisiva sullo sviluppo degli studi
filosofici e teologici e sulla legittima accettazione delle tecniche
filosofiche nel- l'ambito della cultura ecclesiastica. Ma il loro trionfo
fu dovuto prin- cipalmente all’opera di un discepolo di Lanfranco,
Anselmo d’Aosta, la più grande personalità filosofica del suo tempo e il
vero iniziatore di una nuova tradizione della teologia occidentale.
97 Capitolo secondo Anselmo d'Aosta e la
cultura teologica del suo tempo I. 1 metodo teologico di
Anselmo Nato ad Aosta nel 1033, scolaro di Lanfranco nell’abbazia
di Bec, poi suo successore nella scuola abbaziale e quindi sulla cattedra
ar- civescovile di Canterbury, Anselmo fu la figura pit alta e
sigpifica- tiva della cultura dell’XI secolo. Ma i motivi fondamentali
del suo pensiero erano destinati ad esercitare un'influenza assai vasta e
pro- fonda su tutto il successivo svolgimento della riflessione
filosofica e teologica; ed anzi, superando la crisi della scolastica,
avrebbero conti- nuato ad agire anche su alcuni pensatori che
consideriamo tra i rappre- sentanti più cospicui della filosofia moderna.
La ragione di questa ecce- zionale influenza sta certo nel rigore e nella
rara acutezza di questo monaco che profondamente nutrito dalla
riflessione agostiniana e gui- dato da una conoscenza della dialettica,
seppe accogliere in un sistema organico di idee le tendenze più attive e
vitali del suo tempo. E se la sua posizione intellettuale e le sue
dottrine furono spesso nei secoli successivi oggetto di critica severa da
parte di grandi maestri della sco- lastica, è certo che Anselmo diede per
primo un metodo razionale alla disciplina teologica, sostituendo al
costante richiamo dell’auctoritas una via argomentativa basata unicamente
sull’uso oculato e guardingo del ragionamento dialettico. Il
fatto che Anselmo si sia occupato esclusivamente di temi teolo- gici
(dall’esistenza di Dio alla Trinità, dall’Incarnazione al peccato ori-
ginale) non toglie nulla alla novità del suo metodo che egli estese, del
resto, ad ogni aspetto del dogma. Però il fondamento della sua dot- trina
rimase sempre strettamente agostiniano; e da Agostino egli de- rivò gran
parte delle sue premesse sviluppate però secondo una lucida tecnica
dialettica e condotte a conclusioni che innovavano la dottrina teologica
dei suoi tempi. 98 Anselmo d'Aosti e la cultura
teologica del suo tempo La pid intensa attività filosofica di
Anselmo si svolse in un pe- riodo di tempo relativamente breve, dal .1070
al 1080, nell’ambiente del- l'abbazia di Bec già predisposto
dall’insegnamento di Lanfranco ad accogliere una diversa impostazione
degli studi teologici. Fu appun- to in questi anni che Anselmo elaborò i
suoi scritti fondamen- tali, tutti dominati dalla certezza dell’intimo
accordo tra i me- todi di argomentazione razionale e i dati essenziali
della fede; per dir meglio, dalla necessità che i principi della
rivelazione siano illuminati dalla ragione e che, d’altra parte, la
ricerca razionale si muova sempre entro i limiti e presupposti della
fede. Questa posizio- ne, che Anselmo espresse nella formula credo ut intelligam,
implica naturalmente una concezione strumentale della ragione il cui
compito consiste nel meditare i dati della fede già accennati nella loro
indiscu- tibile verità. Perciò anche quando Anselmo applica i metodi
dinlettici anche ai contenuti più gelosi del dogma e fonda su di essi la
dimostra- zione dell’esistenza di Dio, egli è fermamente convinto che
tali pro- cedimenti valgono solo come chiarimento e delucidazione di una
ve- rità che la ragione umana può cercare di rendere più evidente, pur
riconoscendo i propri limiti e la sua radicale incapacità a penetrare in-
timamente nei misteri divini. Ecco perché nel -Mozologion — che è appunto
un’operetta scritta a richiesta dei suoi monaci come modello di
meditazione sull’esistenza e gli attributi di Dio — egli afferma di voler
procedere solo “per via di ragione,” senza ricorrere ai riferimenti ed
alle autorità scritturali o patristiche. Ma al tempo stesso, in polemi-
ca coi dialettici, Anselmo riafferma sempre l’assoluta superiorità della
fede, principio unico. ed essenziale donde procede lo stesso “intellet-
to.” La fede è, dunque, il fondamento e la ragione prima della
cono- scenza umana; giacché non “s'intende per credere” ma bensi “si
cre- de per intendere.” Eppure chi crede con certezza e fervore può
usare legittimamente anche i metodi della dialettica e i puri
procedimenti razionali che sono anch’essi un dono divino. È
chiaro che un simile atteggiamento presuppone una fiducia com- pleta
nella ragione come “strumento” che non arretra neppure dinanzi al
tentativo di spiegare con procedimenti analogici anche i “sacri mi-
steri.” Il modo in cui Anselmo affronta la tematica teologica tradizio-
nale, cercando di mostrare l’intima necessità razionale della trinità e
dell’incarnazione, ne è appunto una prova assai chiara. Ma, d’altra
parte, egli è ugualmente convinto che il potere illuminante dell’intel-
letto dinanzi agli “abissi della rivelazione” è ben limitato, perché la
verità della fede è cosi vasta e profonda che nessuna mente mortale
99 i L’RI e il XII secolo potrà mai possederla
compiutamente. Neppure lo sforzo concorde di tutti i Santi e dei Padri e
dei Dottori della Chiesa ha quindi potuto penetrare 11 mistero della
rivelazione. Ma, proprio per questo, niente è più erroneo che opporre
all’uso legittimo della ragione l’autorità esclu- siva degli Apostou e
dei Padri, dimenticandosi che anch'essi erano uomini e conobbero la
verità con mente umana e che Dio non ha mai cessato e mai cesserà
d’illuminare la Chiesa e di permettere ai fedeli una comprensione sempre
più profonda della sua parola. D'altra par- te se è vero che la visione
beatiticante della verità divina è esclusa da questo stato mondano, ciò
non signitica che la ragione umana non possa ampliare la sua intelligenza
della fede. Comprendere la propria fede signitica appunto avvicinarsi
alla visione di Dio, e rendersi piî degno dei suoi aoni. Se è cosa empia
pretendere di scoprire o di discutere ciò che Dio ha celato nella
protondità insindacabile del mistero, esi- stono però problemi e temi
teologici che non sono affatto incompren- sibui ala ragione, ma che anzi
essa deve speculare e chiarire. Dimostra- re che Dio esiste è appunto uno
di questi compiti che la ragione deve perseguire con propri mezzi e senza
aicun ricorso ad autorità o “fonda- menu estranei a1 suoi poteri”; ed
anzi dalla validità intrinseca di questa dimostrazione dipende la
possibilità di costruire una scienza dotata de- gli stessi strumenti
argomentativi propri delle altre “arti.” La dimostrazione
dell’esistenza di Dio rappresenta ovviamente uno dei temi centrali del
pensiero di Anselmo, destinato, peraltro, a costituire un termine di
confronto obbligato per tutte le correnti e tendenze teologiche del Basso
Medioevo. Ma le prove che egli presen- ta, compenetrate di spirito
agostiniano, sono formulate con un rigore e una coerenza dialettica
ancora estranea al pensiero di Agostino e se- condo una direttiva
metafisica di carattere squisitamente platonico. Ciò è evidente
soprattutto nelle pagine del Monologion ove tutta la dimo- strazione
poggia sul presupposto dell’ordine gerarchico di perfezione presente
nell’universo e sull’idea che tutto ciò che gode di un grado maggiore o
minore di perfezione deve partecipare necessariamente del- la perfezione
assoluta. Ora l’esperienza sensibile e la riflessione razio- nale ci
mostrano che esistono innumerevoli beni, più o meno perfetti, e che tutto
quanto esiste ha sempre una sua causa particolare. Ma la serie delle
perfezioni particolari e contingenti ci rinvia per necessità ad una causa
unica e prima, cosi com’è evidente che quanto è perfetto in un grado
minore o maggiore, lo è soltanto perché deriva da un su- premo ed unico
principio di perfezione. Naturalmente questo bene, del 100
Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo quale
partecipa tutto ciò che è bene. non può essere che il bene mas- simo ed
assoluto, superiore ad ogni altro bene e ad ogni altra perfe- zione. Ma
ciò significa che quanto è assolutamente buono è anche infi- nitamente
grande e che quindi esiste un rrimo essere superiore ad ogni realtà
esistente limitata, e questo essere è Dio. Un tale argomento — di
cui è inutile sottolineare l’intrinseco carattere platonico-agostiniano —
può essere ugualmente svolto muo- vendo da quella perfezione dell’essere
che tutte le cose hanno in comune, sia pure in grado e misura diversi.
Ogni ente esistente ha in- fatti una propria causa; ma la moltevlicità
delle canse particolari pre- senti nell’universo può essere considerata
come riducibile ad una cau-, sa, oppure come fine a se stessa, o ancora
come costituita da una serie di cause che si causino reciprocamente. Se
però esaminiamo la seconda ipotesi, è subito evidente che le sinvole
cause esistenti per se stesse hanno almeno in comune questo “essere per
sé” che costituisce il prin- cinio della loro esistenza e quindi la loro
unica causa comune. Né è diversa la conclusione cui si giunce esaminando
anche la terza ipotesi, perché supporre che una cosa esista a cansa di
ciò cui essa stessa dì l’essere, è ipotesi assurda e contraddittoria. Non
resta perciò valida che la prima ipotesi: tutto ananto è, esiste per una
causa unica éd assoluta, necessariamente identificabile con Dio.
Ma non basta. L’ardine dell'universo è costitnito — come s'è cià
visto — da una gerarchia di esseri alcuni dei quali sono pii perfetti ed
altri meno perfetti. Ma una volta accettata questa verità inonnu- gnabile
è anche necessario ammettere o che questa gerarchia di perfe- zione non
abbia mai fine e quindi che ogni essere postuli sempre, al di sopra di
sé, un altro essere pit perfetto, onvnre che l’universo sia ‘costituito
da un numero definito di esseri. uno dei quali sunera tutti gli altri per
la sua assoluta perfezione. L'esclusione della prima ipo- tesi che
Anselmo ciudica assurda e irrazionale. conduce necessariamente ad
ammettere l’esistenza di un essere perfettissimo superiore a tutti gli
altri e a nessuno inferiore. Ed a chi obbietta che si potrebhero am-
mettere al sommo della gerarchia due enti forniti di uguale perfe- zione,
è facile rispondere che questi due esseri sono uguali o perché la loro
essenza è comune e quindi sono in realtà un solo essere, op- pure perché
partecipano entrambi ad un essere superiore che li tra- scende tutti e
due e che, pertanto, è l’unico essere perfettissimo. Dio è dunque il
termine unico e assoluto che conclude la serie finita de- gli esseri; e
ne è al tempo stesso il culmine, la ragione e la causa. OI
L’XI e il XII secolo Un simile tipo di argomentazione, cosi
legato ad una visione gerarchica della realtà di schietto senso
platonico, si fonda evidente- mente sul passaggio dialettico dal limitato
all’assoluto e dall’essere particolare al suo fondamento universale. Ed è
chiaro che Anselmo introduce in tal modo nella storia della teologia un
metodo specu- lativo che era già implicito nelle dottrine dell’Areopagita
e nella sua immagine di un universo ascendente di grado in grado, di
perfezione in perfezione verso il suptemo approdo dell’unica esistenza
divina. Anselmo però non si arresta a questò procedimento che, almeno
in apparenza, muove dall’esperienza e dalla realtà definita dei
singoli enti esistenti. Proprio perché vuol dare alla riflessione
teologica una base schiettamente speculativa, egli si sforza di portare
altre prove che s'impongano per pura evidenza logica, prescindendo dalla
cor- siderazione sensibile della realtà. Ma -coronando le prove precedenti
con l’argomento ontologico del Proslogion egli spinge alle estreme con-
clusioni il suo procedimento dialettico, e ripropone, per altra via, la
stessa considerazione di Dio e dell’essere che era già implicita nel
Monologion. 2. L'argomento del “Proslogion”
Certo, proprio all’inizio del Proslogion, Anselmo dichiarava di voler
muovere dal puro dato di fede, e cioè dall’idea di Dio che ci è fornita
dalla fede e dalla quale è però possibile trarre per evidenza interna anche
la necessità logica della sua esistenza reale. Noi cre- diamo infatti che
Dio esista e che sia l’essere di cui non è possibile concepire niente di
maggiore; ma anche l’insipiens che nega Dio, comprende ciò che affermiamo
con queste proposizioni, e deve quindi ammettere che tale concetto
possiede un'esistenza mentale, in quanto è attualmente presente
negli intelletti che lo pensano. Una cosa può infatti esistere
nell’intelletto senza che questo ne ammetta l’esistenza esteriore: quando
un pittore si rappresenta l’immagine che vuole di- pingere, egli possiede
in sé il quadro già esistente nel suo intelletto, ma non ne conosce
affatto l’esistenza esteriore perché non lo ha an- cora dipinto. Ecco,
dunque, che anche l’insipiens è costretto a rico- noscere che almeno nel
suo pensiero esiste l’essere perfettissimu di cui è impossibile concepire
niente di maggiore. Però una volta accet- tata questa premessa non gli è
più possibile negare che l’ente per- fettissimo esiste anche nella
realtà, poiché questa esistenza possiede 102 Anselmo
d'Aosta e lu cultura teologica del suo tempo un grado di
perfezione superiore a quello dell’altra. Difatti se l’es- sere di cui
non è possibile concepire uno maggiore esistesse unica- mente
nell’intelletto, si potrebbe facilmente pensare anche un essere dotato di
tutte le sue perfezioni e, in pit, della perfezione che è data
dall’esistenza reale. Ma una tale conclusione è evidentemente contrad-
detta dalla stessa definizione iniziale dell’ens perfectissimum, e quindi
l’essere di cui non si può pensare uno maggiore deve esistere sia nel-
l'intelletto che nella realtà. Non occorre un’analisi troppo
approfondita per intendere come questa argomentazione si fondi sulla
certezza interiore della fede e sulla opinione “platonica,” che esistere
nel pensiero è già esistere nel- la realtà e che quindi la nozione di
Dio, data dalla fede, ha una realtà di fatto indubitabile e assoluta.
Anche qui, come già nelle prove del Monologion, Anselmo muove dunque
dalla certezza preliminare di una realtà, di ordine e grado particolare,
per concludere alla necessità logica dell’esistenza reale dell’ens
perfectissimum; ed anche qui, pur nell’indubbia novità del suo metodo di
argomentazione, il processo anselmiano muove dall’idea gerarchica di un
diverso grado di perfe- zione ontologica che subordina l’essere “pensato”
alla superiore perfe- zione dell’essere reale. In tal modo il passaggio
dal dato originario della fede alla prova o conclusione razionale, è reso
possibile proprio me- diante il confronto tra l’esserte pensato e l’essere
reale, tra l’idea di Dio esistente nel pensiero e la certezza logica che
questa esistenza mentale, che è anche essa reale, sarebbe certamente
impossibile se Dio non esistesse anche nella realtà. Sicché la vera
differenza tra le argo- mentazioni del Monologion e quelle del Proslogion
consiste solo nel diverso punto di partenza, e nel carattere della realtà
che è posta come termine di paragone con la perfezione assoluta e
necessaria del supre- mo ente reale. Solo in Dio l’esistenza mentale e l’esistenza
reale deb- bono coincidere per intrinseca necessità logica; mentre, in
ogni altro caso, l’esistenza reale può essere verificata solo se l’Essere
sommo, principio e causa prima, l’ha effettivamente creata. Cosf Anselmo
con- duce fino alle sue logiche conseguenze quelle fondamentali
caratte- ristiche platoniche che erano già evidentissime nella dottrina
agosti- niana; e mentre si appella alla fede come primo fondamento di
cer- tezza, vuol trovare nel suo contenuto intellettivo quella ragione dialettica
che la rende perfettamente comprensibile anche all’intelletto. L’im-
piego cosi coerente del procedimento dial:ttico si risolve in un nuovo
metodo apologetico, o meglio, nella conferma del primato assoluto
103 L'’XI e il XII secolo della fede, i cui principi
costituiscono in ogni caso il presupposto indi- scutibile e necessario di
qualsiasi prova o dimostrazione. Non v’è quindi da meravigliarsi se
già taluni dei contempora- nei di Anselmo contestarono il valore e la
fondatezza dell’argomento del Proslogion che fu più tardi rifiutato dallo
stesso Tommaso d’Aqui- no. Ed è noto che, vivente ancora Anselmo, un
monaco del monastero di Marmontier, Gaunilone, scrisse un Liber pro
insipiente che è una acuta critica del procedimento anselmiano. Il punto
su cui si fonda l’obiezione di Gaunilone è l’impossibilità di concludere
dall’esistenza del pensiero all’esistenza esteriore, di fatto. Il pio
monaco non vuol certo difendere l’ateismo dell’insipiens; al contrario
egli riafferma che la certezza dell’esistenza di Dio è un principio di
pura fede e che il passaggio arbitrario dalla parola al concetto e dal
concetto alla realtà, compiuto da Anselmo, è non solo invalido, ma anche
sofistico e peri- coloso. Le parole che udiamo — argomenta infatti
Gaunilone — pos- sono avere o non avere un loro significato; ma se
l’hanno è solo perché sono connesse a certe esperienze o percezioni che
esse richia- mano alla nostra mente. Ora è proprio l’esperienza dei singoli
indi- vidui dotati di caratteri particolari che ci permette di formare
dei concetti di specie e di genere ben distinti per mezzo di parole
corri- spondenti; ma quando ciò non accade, quando le parole che
pronun- ciamo non hanno un nesso mentale corrispettivo, esse restano
prive di significato come se fossero scritte o pronunziate in una lingua
ignota. Difatti chi, non conoscendo il latino, sente pronunziare la
parola avis, non può connetterla a nessuna rappresentazione particolare o
ge- nerale, ma può soltanto percepirne il suono “fisico.” Ebbene:
per Gaunilone la stessa cosa accade anche quando sentiamo
pronunziare la parola “Dio” e la frase “l’essere di cui non si può
pensarne uno maggiore,” espressioni che non hanno nessun fondamento
nell’espe- rienza. Dio infatti non è pensabile in rapporto alle altre
cose che ci sono note attraverso i sensi; e poiché non è oggetto della
nostra espe- rienza non esiste neppure un concetto che stia in rapporto a
Dio co- me il concetto di uomo sta in rapporto con l’individuo Socrate.
Per questo udendo la parola “Dio” noi sentiamo solo dei suoni e non
riusciamo, per quanti sforzi facciamo, ad attribuirle un esatto signi-
ficato. Ed anche se vogliamo dire, con Anselmo, che il concetto di Dio è
presente nell’intelletto dell’insipiens dobbiamo però ammettere che
costui possiede nel suo intelletto solo delle parole incomprensibili e
dei nomi privi di significato. Non solo: esistono anche
errori e idee false che non hanno al. 104 Anselmo
d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo cuna esistenza fuori
del pensiero, immaginazioni e fantasie ben pre- senti all’intelletto ma
del tutto estranee alla realtà. Chi concepisce l’idea delle isole
Fortunate, sparse in una parte dell'Oceano, colme di ricchezze e di beni,
non può certo pretendere che queste isole, pur concepite come le più
perfette tra tutte esistano anche nella realtà. Ma lo stesso argomento
vale anche contro la prova di Anselmo che compie lo stesso indebito
passaggio dall’esistenza nel pensiero alla esistenza nella realtà: “Come
infatti si potrebbe dimostrare maggiore di tutti, se io nego 0 dubito
ancora che esso esiste anche nel pensiero? Dovrei prima sapere che
quell’ente esiste realmente da qualche parte; e quindi trarrei dal fatto
che è il maggiore di tutti la certezza che esiste anche in realtà.”
A tali obiezioni, che si fondano su di una considerazione del-
l’idea e del suo rapporto con gli enti reali ben diversa da quella ac-
cettata da Anselmo, questi rispose ‘che il passaggio dell’esistenza
nel pensiero all’esistenza nella realtà è valido unicamente nel caso
del- l'ens perfectissimum la cui certezza è fondata sulla fede; e,
in secondo luogo, che questo concetto può essere dedotto dalla
consi- derazione della realtà finita che, in base agli argomenti del
Mono- logion, ci conduce a riconoscere l’esistenza di un essere assoluto
supe-* riore a tutti gli enti finiti. Il che implicava però il
sionificativo ricono- scimento di un fondamento fideistico del concetto
di Dio, estraneo al suo tentativo di pura deduzione concettuale.
3. Gli attributi divini e il rapporto di Dio con la realtà
La dimostrazione dell’esistenza di Dio non è però il solo tema affrontato
dalla teologia anselmiana; ché anzi, in tutti i suoi scritti, sono
discussi con particolare insistenza anche il prob'ema degli attri- buti
divini e quello del rapporto tra Dio e la realtà da lui creata. A questo
proposito Anselmo afferma — con un evidente richiamo alla dottrina
agostiniana — che solo Dio esiste di per se stesso e che quindi solo in
lui essenza ed esistenza s’identificano perfettamente, cosî come la luce
s’identifica con lo splendore che emana. Tutti gli ‘altri esseri
possiedono, invece, un’essenza che non implica necessaria- mente
l’esistenza, che può essere tratta ad esistere solo per opera di- vina;
il che significa che Dio è la materia costitutiva dell’universo o ne è la
causa produttrice. La prima ipotesi viene però subito respinta
105 L’XI e XII secolo per la sua evidente conseguenza
panteistica; e quindi Anselmo accetta il principio della creazione ex
nikilo, come l’unica soluzione che sod- disfi al tempo stesso l’esigenza
della fede e della ragione. L'universo viene, dunque, all’esistenza senza
che esista alcuna materia preesistente rappresentata da Dio o da
qualsiasi altro principio; poiché il nulla da cui il mondo proviene non è
una realtà positiva, bensf semplice- mente l’assenza totale di
realtà. Il passaggio dal non essere all’essere è causato da un libero
decreto della volontà divina, decreto che non conosce nessun presupposto
metafisico n ontologico. Con questo non si deve però credere che Anselmo
neghi ogni forma di esistenza o di realtà precedente all’atto con cui Dio
ha creato il mondo. Ripren- dendo un motivo fondamentale della tradizione
platonico-agostinia- na, anche Anselmo ammette infatti l’esistenza di
forme ideali della realtà logicamente precedenti all'emergere della
realtà dal nulla. Tali idee presenti 25 aeterro nel pensiero divino e ad
esse consustanziali sono appunto “espresse” e “realizzate” dall’atto che
modella sui loro esemplari le singole cose create. Affermare che il mondo
è stato creato dal nulla significa quindi, semplicemente, che le cose non
erano prima ciò che sono attualmente, né esisteva, prima di esse, una
qualsiasi mate- ria da cui potessero essere formate. Ma considerate dal
punto di vista del sapere divino esse sono già tutte presenti nel
pensiero eterno e ne escono in virtà della Parola creatrice che non ha
alcuna somiglianza col par- lare umano, bensi rassomiglia alla nostra
conoscenza dell’essenza uni- versale ed alla parola interiore con cui le
definiamo nel nostro più segreto pensiero. Come la nostra parola
interiore non conosce dif- ferenza di tempo e di luogo, di povolo o di
nazione, cosf la parola o verbo che è nella mente divina è il puro
prototipo immutabile delle cose create e il mezzo con cui Dio crea e
conosce attualmente, nella sua identica perfezione, il mondo molteplice e
transitorio degli enti. Tutto ciò che è estraneo alla pura essenza divina
è stato creato dal Verbo che lo conserva e lo mantiene, permettendo cosf
alle sin- gole creature di permanere nel loro essere. Ma ciò significa
che Dio è presente dovunque e tuttavia eccede con la perfezione
ogni luogo determinato, che è ogni tempo e, insieme, al di là di tutto
il tempo, immanente nell’atto con cui dà vita a tutte le realtà,
eppure trascendente nella sua essenza infinita ed eterna. Nondimeno, se
cer- chiamo di esprimere da un punto di vista umano la realtà di un
es- sere che trascende tutto il Creato e non ha nulla in comune con le
altre cose, è necessario affermare di Dio tutti quegli attributi che
designano uno stato di perfezione positiva. E perché tali attributi siano
vera- 106 Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del
suo tempo mente legittimi occorre che gli siano riferiti in un
senso assoluto e che si predichino di lui solo quelle perfezioni che
superano in valore tutto il resto della realtà. Ecco perché non si può
mai dire di Dio che è corpo, bensi soltanto che è spirito, poiché lo
spirito è superiore e più perfetto del corpo; similmente, per
attribuirgli tutte le perfe- zioni che gli sono più vicine e più degne lo
si dirà “vivente,” “sapien- te,” “onnipotente,” “vero,” “giusto,”
“beato,” ed “eterno,” pur com- prendendo che anche questi attributi sono
ben lungi dal cogliere l’in- finita perfezione divina. D'altra parte,
queste molteplici perfezioni non significano affatto che in Dio esista
realmente molteplicità o di- stinzione né che la sua natura abbia dei
caratteri essenziali insieme ad altri caratteri accidentali, 0, tanto
meno, che vi siano in lui cangia- menti o “processi.” Al contrario la sua
essenza, del tutto coinciden- te con l’esistenza, è sempre assolutamente
una, identica e immuta- bile; né Dio, che è in tutti i luoghi e in tutti
i tempi pur essendo al di là di ogni luogo e di ogni tempo, può mai
ammettere inizio e fine. Anche il suo atto creatore non comporta infatti
alcun muta- riento nella sua essenza, cosîf come i decreti della sua
volontà non tollerano alcun limite estraneo. Cosf se Anselmo, moderando
la tesi radicale di Pier Damiani ritiene che la volontà divina non
potrebbe mai giungere a far si che ciò che è stato non sia stato,
tuttavia insiste sulla piena libertà del suo atto, incommensurabile ad
ogni norma umana. Tra le creature che Dio ha creato e che
sono state espresse dal suo Verbo, l’uomo è poi quello che rispecchia in
maggior misura l’immagine e il segno della divinità. Capace di conoscere
se stessa, di ricordarsi di se stessa e di amare se stessa, l’anima umana
rispecchia infatti nella sua natura limitata l’ineffabile ed eterna
trinità divina. E tutta la sua conoscenza deriva appunto direttamente da
Dio che illumina costantemente l’anima rendendo cosf possibile la
perfetta cooperazione tra il senso e l’intelletto attraverso
l’intermediario delle eterne idee, divinamente irraggiate. Naturalmente,
alla luce di questa impostazione di schietto carattere agostiniano, non è
neppure difficile intendere perché Anselmo sia intransigente partigiano
della realtà ideale dei generi e delle specie e perché faccia di questa
soluzione rea- listica del problema degli universali un presupposto
essenziale della sua ontologia. Tanto più che non sarebbe possibile
intendere comple- tamente l’intimo meccanismo delle sue argomentazioni
ontologiche se non si pensasse che egli muove sempre dalla certezza della
realtà delle idee, dal principio che ogni determinazione particolare ha significato
e 107 L’XI e il XII secolo valore solo
in quanto partecipa a un fondamento universale. Solo così ogni perfezione
individua trova la propria realtà nella partecipazione alla perfezione
assoluta; sicché l’identità necessaria tra l’esistenza pen- sata
dell'Ente perfettissimo e la sua esistenza reale può rendere possi- bile
l’argomentazione del Proslogion. In un caso come nell’altro il pro-
cedimento dialettico di Anselmo muove da un presupposto “realista” e da
una premessa speculativa schiettamente platonico-agostiniana. 4.
La scuola di Laon; Roscellino L’opera di Anselmo, tutta incentrata
sui grandi temi teologici che abbiamo esposto, segna una tappa
d’importanza decisiva nella sto- ria del pensiero medioevale e pone già
in chiara luce le esigenze fonda- mentali che guideranno poi per più di
tre secoli lo svolgimento della cultura scolastica. Fu infatti
all'esempio di Anselmo che si richiama- rono assai spesso i maestri del
XII secolo ben decisi a far valere sul piano della riflessione teologica
— che non si distingweva ancora dalla meditazione filosofica autonoma — i
metodi della dialettica, oppure a risolvere nell’ambito di grandiose
concezioni cosmolociche gli stessi temi capitali della tradizione
agostiniana e boeziana. Ma il suo pen- siero doveva ancora costituire per
lungo tempo un necessario termine di riferimento nella lunga discussione
sul reciproco rapporto tra la ragione e la fede, e stimolare, sia pure
attraverso atteggiamenti e tendenze di carattere assai diverso, la
progressiva trasformazione del- la teologia in una scienza speculativa
dotata di metodi e strumenti logici non diversi da quelli delle altre
scienze. Questa tendenza, che porterà ben presto ai primi tentativi
di or- ganizzare tutta la “materia” teologica in vaste sintesi
sistematiche, è del resto già ben visibile nell'opera di alcuni scrittori
contemporanei che cooperano a elaborare i “quadri” concettuali della
scientia Dei. I Libri Sententiarum attribuiti ad Anselmo di Laon (+ 1117)
forniscono già l’esempio di una raccolta organica dei testi dei Padri
della Chiesa, ordinati secondo i problemi e i temi teologici
fondamentali, ed offrono cosi un modello che sarà poi ripreso e
sviluppato da Guglielmo di Cham- peaux, Pietro Abelardo, Roberto di Melun
e, con particolare fortuna, da Pietro Lombardo. Ma l’importanza di questa
raccolta, compilata allo sco- po di fornire argomenti di prova nelle
discussioni teologiche, non con- siste soltanto nella preparazione di un
cospicuo materiale selezionato dalla gran selva della letteratura
patristica, bensf nella cornice organica e t08
Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo ©ompiuta
entro cui viene inserita la trattazione teologale. L'esistenza, la
natura, gli attributi di Dio, il significato e il modo della creazione,
l’esistenza e il destino dell'uomo dalla sua caduta alla redenzione, la
via di salute indicata dalla natura e dalla grazia, la funzione carisma-
tica della Chiesa e dei suoi sacramenti, divengono adesso gli oggetti ben
definiti della speculazione filosofica, i temi intorno ai quali si
dispiegherà la vigorosa analisi intellettuale dei grandi maesti scola-
stici. Ma questo quadro che raccoglie in sé tutri i principi ideologici
di una società in cui la Chiesa è l’unica produttrice di idee, questa
cornice stabile e definita entro cui deve procedere la riflessione filo-
sofica e la suprema conoscenza della realtà e dell’uomo, offrono ad ogni
passo problemi aperti e insolubili, temi suscettibili di discussioni e di
analisi che pur senza negare il primato della fede, lasciano libero passo
alla indagine della ragione. Certo gli autori delle sentenze, e
Anselmo di Laon per primo, insistono sempre sui dati di fede e sulla
gelosa custodia della pura verità rivelata. Ma, in realtà, essi preparano
un metodo di studio e di riflessione teologica che impone un più ampio
sviluppo della dialet- tica e una capacità di critica razionale destinata
a dar presto i suoi frutti nella temperie storica del XII e del XIII
secolo. La grande fio- ritura dei Commenti alle Sentenze e lo sviluppo di
una caratteristica letteratura teologica sempre più raffinata e
intellettualmente scaltrita, sono la diretta conseguenza del nuovo corso
impresso alla cultura sco- lastica dell’XI secolo, da Anselmo di Aosta e
dai suoi contemporanei. E non a caso sarà proprio dalla lunga esperienza
dei Libri Sententiarum e dei loro commenti che nasceranno le grandi
Summzae del XIII secolo. Quale fosse però la funzione innovatrice
esercitata dalla diffusione degli studi dialettici nell’ambito della
cultura teologica, e quali potes- sero essere le sue conseguenze più
estreme, è ben dimostrato dalla personalità, ancora non molto nota, di
Roscellino di Compiègne. Sui suoi studi e la sua formazione non possediamo
purtroppo testimonian- ze sicure e precise, ma sappiamo che ebbe come
maestro Giovanni il Sofista, noto per la sua abilità di dialettico, e
che, più tardi, mentre era maestro e canonico a Compiègne, fu accusato
formalmente di- nanzi al concilio di Soissons d’insegnare che “vi sono
tre dii.” Abiurò e gli fu concesso di riprendere il suo insegnamento a
Tours e a Lo- ches, dove fu maestro di Abelardo, e a Besangon ove sembra
morisse intorno al 1120. La scarsità di notizie e di testimonianze non
polemi- che sul suo insegnamento, rendono certo molto difficile una
valutazio- ne della sua dottrina, probabilmente assai deformata dagli
attacchi 109 L’XI e il XII secoto dei
suoi avversari. Ma ciò non toglie che Roscellino sia stato consi- derato
dai contemporanei e dai posteri come il principale sostenitore di una
concezione degli universali che identificava l’idea generale con la
parola che la definisce. In aperta polemica con la soluzione
realista che attribuisce una realtà ai termini astratti del pensiero,
Roscellino sembra negare qual- siasi realtà che non sia strettamente
individuale; e per questo affer- ma che il termine uomo, come tutti gli
altri che indicano una specie o un genere, corrisponde soltanto o alla
realtà fisica della parola “uomo” (cioè a un flatus vocis, o emissione di
suono) oppure a degli individui particolari e concreti che quel termine
può semplicemente “esprimere.” Come si vede il rifiuto della
dottrina realista, cosi connaturata al fondo agostiniano-platonico della
cultura filosofica dell’Alto Me- dioevo, non potrebbe essere pi netto. Ma
proprio perché era maestro di “arte dialettica” e quindi di una scienza
che si applica principal- mente ai termini del discorso umano, Roscellino
non solo negò il loro fondamento reale, metafisico, ma sembra che
estendesse la sua conclu- sione dal piano della pura analisi dialettica
alle sue conseguenze teo- logiche. Certo, è probabile che Roscellino non
intendesse affatto affer- mare l’esistenza di tre distinte divinità; eppure,
coerentemente al suo assunto logico, egli sostenne che anche nella
trinità le tre persone hanno una loro distinta realtà individuale e che
ognuno dei loro nomi (Padre, Figlio, Spirito) indica indubbiamente “una
cosa unica e singola” In tal modo la trinità è costituita, per
Roscellino, da tre sostanze distinte che pure possiedono un’unica potenza
ed una sola volontà; perciò egli affermò, identificando il concetto
teologico tra- dizionale di persona con quello di sostanza, che soltanto
a causa di una particolare abitudine linguistica i teologi possono
triplicare le persone senza triplicare le sostanze. Non v’è
quindi da meravigliarsi se i teologi contemporanei con- siderassero con
estremo sospetto le sue dottrine fino ad accusarlo, forzando il senso
delle sue espressioni, di “triteismo.” La sua traspo sizione dell'ipotesi
nominalistica dal piano dialettico a quello teolo- gico e l’uso. di una
terminologia cosi insolita spiegano le preoccupa. zioni e i timori di
devoti teologi come Anselmo. Indubbiamente la mentalità del “dialettico”
Roscellino con la sua rigida coerenza tra l’atteggiamento di logico e le
sue conseguenze teologiche, è già il se- gno di una profonda incidenza
delle nuove tecniche logico-gramma- ticali nell’ambito “sacrale” della
scientia de divinis. Capitolo terzo Caratteri,
tendenze ed ambiente storico della cultura del XII secolo I.
Le condizioni storiche Gli eventi storici dell’XI secolo e in
particolare la lunga lotta per le investiture e i violenti contrasti tra
l’aristocrazia ecclesiastica e laica e la feudalità maggiore e minore,
accelerarono la crisi della società feudale, favorendo il progressivo
sviluppo delle forze econo- miche e sociali che erano lentamente
maturate. Nell’Italia settentrio- nale e centrale, nelle Fiandre, ed
anche nei maggiori centri urbani della Francia e dell’Inghilterra, si
assiste adesso a un impetuoso svi- luppo di tutte le attività, e a un
incremento delle forze produttive e degli scambi commerciali assai
maggiore di quello che si era già delineato nel corso del secolo
precedente. Nelle città che sono al cen- tro del nuovo corso economico
fondato sull'economia mercantile. ai poteri feudali si sostituiscono gli
ordinamenti comunali che assicurano una sostanziale supremazia politica ai
ceti della borghesia mercantile e artigiana. Sulle coste mediterranee si
vengono formando nuovi stati, tra i quali eccelle per il carattere
accentratore ed assolutistico, il re- gno normanno di Sicilia destinato a
svolgere la sua direttiva espan- sionistica verso i territori dei Balcani
e del Vicino Oriente. Allo sforzo militare dei Normanni, corrisponde, su
più vasta scala, l’attività delle Repubbliche marinare che incrementano
costantemente i loro traffici raggiungendo l’effettivo controllo delle
grandi vie di commercio che congiungono il bacino mediterraneo ai lontani
mercati asiatici. Infine, negli ultimi anni del secolo, la rinascita
economica e sociale dà luogo ad un grande movimento di espansione armata
verso i paesi del Me- dio Oriente, che è insieme la conseguenza del
profondo risveglio re- ligioso operato dalla riforma gregoriana e
patarina, e il risultato del- l'alleanza tra le declinanti classi feudali
spinte dalla necessità di con- quistare nuove terre e la borghesia
mercantile e marittima di Genova, di Venezia, di Amalfi e di Pisa.
III L'XI e il XII secolo Le conquiste degli
eserciti crociati guidati dalla predicazione dei missionari riformatori,
non furono però tanto importanti nei loro a- spetti religiosi e politici,
quanto piuttosto per gli effetti sulla vita eco- nomica e intellettuale
dell'Europa occidentale. Ché se l’innata debo- lezza degli stati crociati
fece fallire il tentativo di colonizzazione feu- dale delle terre
siriache e palestinesi, gli stabilimenti commerciali creati dai genovesi
e dai veneziani, sopravvissero anche alla caduta del Regno di
Gerusalemme, permettendo la formazione di stabili rap- porti commerciali
con i grandi mercati asiatici ed un'eccezionale ri- presa dell’attività
mercantile nel bacino mediterraneo. Ai rapporti eco- nomici seguirono
poi, naturalmente, anche più stretti rapporti intel- lettuali con la
civiltà islamica, molto piti avanzata dell’Europa occi- dentale nel campo
degli studi scientifici e del progresso tecnico. Pro- prio il diretto
contatto con i maggiori centri culturali dell’Impero arabo permise che
circolassero rapidamente anche in Occidente, dottrine, idee e conoscenze
scientifiche e tecniche particolarmente necessarie per una società a base
urbana e mercantile. All’acquisizione di questa cultura di
carattere molto diverso da quella che aveva dominato le scuole
occidentali dall’epoca della rifor- ma carolingia, contribuirono in larga
misura sia la conquista norman- na della Sicilia che pose a disposizione
dei dotti occidentali un gran numero di testi arabi, sia la reconquista
cristiana dei territori mu- sulmani di Spagna ove sorgevano fiorenti
istituzioni culturali e si era affermata una grande tradizione di studi
filosofici e scientifici. La presenza, a Palermo come a Toledo, di un
ceto di dotti arabi ed ebrei, rese più rapida e pit facile l’acquisizione
da parte della cul- tura occidentale di quei testi ai quali era affidata
tanta parte della tradizione filosofica greca e della scienza ellenistica
ed araba. Ma, nello stesso tempo, divennero anche pit stretti i rapporti
con la tradizione teologica e filosofica greco-bizantina, le cui opere e
dottrine più signifi- cative furono ripresentate nelle scuole occidentali
dalle traduzioni di Burgundio Pisano, di Leone Toscano, Ugo Eteriano,
Giacomo da Vene- zia, ecc., tutti presenti ed operanti in
Costantinopoli. Questo vigoroso sviluppo economico e intellettuale
che è comu- ne a gran parte dell'Europa occidentale, non fu naturalmente
privo di conseguenze anche nei confronti delle istituzioni politiche e
reli- giose. Già si è accennato alla nascita delle forme di
organizzazione co- munale ed alla ascesa di quei ceti commerciali e
artigiani che dominano adesso la vita dei centri urbani, ma con questa
evoluzione politica s’intreccia spesso lo svolgimento di nuovi movimenti
e tendenze ri- Caratteri, tendenze ed ambiente storico della
cultura del XII secolo formatrici, più radicali di quelle che
avevano caratterizzato la vi- ta religiosa dell’XI secolo. In una società
che non conosceva altra forma di espressione ideologica che non fosse
quella religiosa, le esi- genze e le polemiche riformatrici sottintendono
infatti, assai spesso, una prima, oscura coscienza di interessi squisitamente
politici. E l’esi- genza di un profondo rinnovamento delle istituzioni
ecclesiastiche, che la riforma gregoriana non è riuscita a realizzare
compiutamente, muove adesso nuove forze monastiche e laiche che esprimono
ideali e speranze non solo proprie di una limitata élite
ecclesiastica, ma di grandi masse di artigiani, mercanti e popolani.
Cosî, la decadenza dei monasteri cluniacensi, che a causa delle grandi
ricchezze accumu- late si distinguono ormai solo per la rilassatezza dei
costumi e la po- vertà della vita religiosa, provoca la reazione dei
nuovi ordini rifor- matori dei Certosini, dei Premonstratensi e dei
Cistercensi, che richia- mano monaci e fedeli al rigore della pratica
ascetica, respingendo ogni compromissione mondana per salvaguardare l’intimità
e la segreta purezza dell’esperienza mistica. Ma la riforma monastica,
chiusa nei limiti dell’ascetismo claustrale, non può più esprimere il
moto di ri- volta che matura negli ambienti cittadini, tra le continue
lotte di consorterie e di classi e attraverso la lotta contro gli ultimi
residui della feudalità ecclesiastica e laica. Ed ecco nascere movimenti
reli- giosi di schietto carattere cittadino e spesso popolare, i cui
aderenti sono quasi sempre mercanti, artigiani o addirittura contadini
che esprimono in forma religiosa e spirituale le loro esigenze
politiche ed economiche e tendono a configurare liberamente il loro
rapporto con la gerarchia e le istituzioni ecclesiastiche. In
un prossimo capitolo esamineremo in modo pit particolareg- giato le
dottrine ereticali che si diffusero nel corso dell’XI e XII se- colo in
tutte le regioni dell’Europa occidentale come espressione di una profonda
crisi politica e ideologica. Ma non sarebbe possibile in- tendere
compiutamente anche la grande fioritura filosofica e teologica del XII
secolo, se non si ricordasse che la presenza dei movimenti ere- ticali
(dalle comunità catare alla chiesa valdese ed altre correnti rifor-
matrici e ribelli) costituisce una componente storica di grande im-
portanza, i cui riflessi sono spesso facilmente avvertibili anche nella
più vasta letteratura teologale, e che costituisce, comunque, un co-
stante termine di riferimento per l’atteggiamento ufficiale della ge-
rarchia ecclesiastica di fronte alle varie correnti filosofiche e specu-
lative. 113 L’XI e il XII secolo 2. La
trasformazione della’ cultura ecclesiastica e le scuole cattedrali. Il
carattere storico della “Rinascita” del XII secolo Alla polemica
ereticale la gerarchia ecclesiastica risponde infatti con i mezzi
coercitivi che le sono assicurati dalla sua stretta connes- sione col
potere civile ma, al tempo stesso, preparando nuove gene- razioni di
teologi e predicatori abituati ad un metodo di discussione e di
esposizione della dottrina ortodossa, ben più organico e sistema- tico di
quello in uso nelle scuole ecclesiastiche. I missionari che armati delle
prime summae percorrono le città e le campagne della Fran- cia
meridionale, centro dell’eresia catara e valdese; i maestri che nel-
l'ambito delle nuove istituzioni cittadine preparano gli strumenti lo-
gici e i testi necessari alla formazione di un clero pi colto e più
“dotto,” sono appunto i primi artefici di un imponente processo di riforma
della teologia. Ma la loro attività non si limita alla lotta contro
l’eresia, ma assai spesso è rivolta a controbattere le dottrine politiche
che i sostenitori delle monarchie nazionali e dell’Impero contrappongono
alle tesi teocratiche di Gregorio VII. Ciò implica na- turalmente una
sempre maggiore penetrazione di metodi e dottrine filosofiche nell’ambito
degli studi teologici, una costante attenzione per i nuovi e vecchi
strumenti della logica aristotelica di cui ora si possiede, del resto, una
conoscenza assai più ampia e precisa. Non solo: insieme alla dialettica
ed alla logica entra a far parte della natura ecclesiastica anche una
solida formazione giuridica, necessaria per affrontare le polemiche
teologico-politiche e per dare una definita consistenza all'ordinamento
interno della Chiesa minacciata dalla cre- scente fioritura dei movimenti
riformatori ed ereticali. È chiaro che questa trasformazione della
cultura ecclesiastica com- porta però anche un mutamento sostanziale nelle
istituzioni che fino ad ora avevano provveduto alla formazione del clero
e delle sue ge- rarchie. Lo sviluppo della vita cittadina, e l’importanza
acquisita dai centri urbani dell’Italia e della Francia, aveva tolto alle
scuole mona- stiche il tradizionale monopolio dell’attività
intellettuale, mentre si era invece accresciuta l’influenza delle scuole
vescovili e capitolari po- ste quasi sempre nelle città e direttamente
influenzate dal nuovo am- biente sociale, politico e religioso. Già fin
dal X secolo il clero dell* cattedrali era stato infatti sottoposto a un
regime di vita comune di tipo monastico, soggetto ad una particolare
regola o “canone” (donde appunto il nome di “canonici”); più tardi sotto
l’impulso delle cor- renti riformatrici e della crisi della feudalità ecclesiastica,
i “canoni- 114 Caratteri, tendenze cd ambiente
storico dello cuitura del XII secolo ci” avevano ottenuto il
diritto di eleggere i vescovi e di organizzarsi in capitoli con gerarchie
interne e con l’attribuzione di cariche ben definite, come quella dello
scholasticus incaricato di dirigere le scuole annesse alle cattedrali.
L'evoluzione del clero era poi continuata su queste linee, ed alla metà
dell’XI secolo i capitoli avevano ormai l'aspetto di comunità monastiche,
con caratteri distinti e differenziali nei confronti degli ordini
abbaziali, e una particolare specializzazione di carattere giuridico e
teologico. È quindi ben comprensibile che l’accesso ai titoli canonicali
venisse riservato ai chierici, dotti nel diritto canonico e nelle scienze
teologiche, che fossero capaci di coadiuvare il vescovo
nell’amministrazione delle diocesi, e nel corso delle fre- quenti contese
civili e religiose con le autorità laiche e la curia roma- na, e nelle
lotte contro la diffusione delle dottrine ereticali. La pre- senza di
questi elementi dotti — che spesso esercitavano al tempo stesso funzioni
curiali ed ecclesiastiche — favori poi la formazione nelle maggiori sedi
vescovili di veri e propri centri di vita intellettuale, do- tati di
grandi biblioteche, e di adeguati organismi scolastici. Ed è appunto
nell’ambiente delle scuole “cattedrali” che fiori una ricca cul- tura
filosofica e letteraria, caratterizzata insieme da un notevole svi- luppo
degli studi giuridici, da una lunga pratica delle “arti sermo- cinali”
(grammatica, dialettica e retorica), e da un grande impulso alla
riflessione teologica ed alla conoscenza filosofica e scientifica.
Lo sviluppo delle scuole cattedrali cittadine è un fenomeno che
interessa già buona parte dell’XI secolo, ma i suoi frutti matureranno
nel secolo successivo in concomitanza con una generale rinascita cul-
turale che non interessa però soltanto il campo degli studi filosofici e
teologici, bensi tutti gli aspetti della vita intellettuale, dalla lette-
ratura alla medicina, dal diritto alle scienze astronomiche e mediche. Il
cosiddetto “rinascimento del XII secolo” — che taluni storici hanno
voluto porre unilateralmente sotto il segno di un ambiguo umanesimo di
tono letterario e devoto — ebbe anzi all’inizio un carattere giuridico e
scientifico e diede comunque i suoi primi frutti nel campo di questi
studi e non in quello letterario o filosofico. Anche gli ambienti in cui
fu più fervido l’amore per le “lettere antiche” e più viva l’imi- tazione
e la venerazione dei poeti e dei filosofi classici, furono spesso
ervasi da un uguale entusiasmo per le nuove cognizioni scientifiche
che si diffondevano in Occidente attraverso il tramite prezioso degli
inter- preti arabi. Né si comprende, ad esempio, il significato e la
funzione storica dell’“umanesimo” di Chartres, se si dimentica che quei
raffi- nati maestri, cosî amanti degli studia litteraria e dei grandi
miti plato- 115 L’XI e il XII secolo
nici, sono acuti interpreti del Timeo “fisico,” lettori di Calcidio e di
Macrobio, e ricercano con grande curiosità e interesse i testi di
carattere astrologico, medico e addirittura magico. Del
resto, il notevole progresso compiuto, già alla fine dell'XI secolo, dal
sapere giuridico e medico-scientifico, è particolarmente vi- sibile per
chi studi l’ambiente intellettuale delle città italiane dove le nascenti
istituzioni comunali favoriscono naturalmente il costituirsi di un tipo
di scuola svincolato dall'ambito ecclesiastico e caratterizzato dalla sua
natura laicale. Proprio negli ultimi anni dell'XI secolo, Affla- cio,
Nicola e Bartolomeo di Salerno compongono i primi trattati di anatomia e
di terapia; mentre a Bologna, tra gli ultimi anni del secolo e l’inizio
del XII, sorgono quelle scuole di giurisprudenza che avranno tanto peso
anche sugli sviluppi della riflessione politica, e contribuiranno, fin
dalla loro origine, alla formazione di un nuovo metodo di interpretazione
e di analisi dei testi del Corpus juris. Que- sti studi giuridici — i cui
metodi influiranno non poco anche sul- l'evoluzione parallela degli studi
teologici e filosofici — ebbero in primo luogo il grande merito storico
di restaurare in Occidente una tradizione giuridica, come quella romana,
particolarmente consona al- le nuove istituzioni sociali e politiche
delle città comunali e delle na- scenti monarchie nazionali. Però la loro
metodologia e i principi cui erano ispirati influenzarono profondamente
anche l’ordinamento in- terno della Chiesa, che proprio agli inizi del
XII secolo — dopo i primi tentativi di raccolte canoniche di Burchardo di
Worms, Deusdedit e Ivo di Chartres (t 1117) — definisce il proprio
diritto autonomo, san- cito nel 1139 dal cosiddetto Decretum di Graziano.
La fioritura di una vasta letteratura “canonistica” che riprende gli
stessi metodi esegetici delle scuole giuridiche laiche contribuisce poi,
naturalmente, alla tra- sformazione della cultura delle scuole
ecclesiastiche, sempre più per- meata da atteggiamenti e motivi “profani”
e da nozioni “tecniche” di squisito carattere grammaticale e logico.
Adottando il metodo di espo- sizione dialettica, tipico delle scuole
giuridiche laiche, anche i canonisti debbono acquistare e sviluppare una
problematica concettuale, fondata sui testi aristotelici, e, certo, ancor
più avanzata di quella già affrontata da Anselmo di Besate e dallo stesso
Berengario. Allo sviluppo degli studi giuridici e di quelli medici,
sollecitati dal crescente afflusso di testi greco-arabi, corrisponde
quindi assai presto anche la tendenza della speculazione teologica a
organizzarsi definitivamente secondo metodi espositivi e critici non
molto lontani da quelli invalsi nell’insegnamento giuridico e, quindi, un
crescente 116 Caratteri, tendenze ed ambiente storico
della cultura del XII secolo uso delle tecniche razionali
applicate, spesso, con una precisa consa- pevolezza delle loro
implicazioni speculative. Non solo; ma la discus- sione dei più grandi
temi teologici implica subito anche la trattazione delle dottrine
schiettamente filosofiche che hanno una stretta attinen- za con tali
argomenti, e, quindi, una più chiara coscienza dei gravi problemi che
sorgono dal rapporto tra teologia e filosofia, o, per me- glio dire, tra
l'accettazione di una serie di postulati dogmatici e una analisi della
realtà condotta sulla linea della filosofia classica, rappre- sentata
soprattutto dalle sue componenti platoniche. La cultura delle più
importanti scuole cattedrali — che sono i centri principali della
rinascita filosofica — è, non a caso, caratteriz- zata da una larga
familiarità con quei testi cui è affidata in Oc- cidente la sopravvivenza
della tradizione platonica e neoplatonica, nonché dalla conoscenza sempre
più vasta e approfondita dell’Orga- non aristotelico. Ma accanto a questi
documenti di schietto carattere filosofico, gli “scolastici” di Chartres
o di Parigi pongono anche le grandi “reliquie” letterarie della civiltà
romana, ammirano la castità dei puri modelli ciceroniani e si sforzano di
imitare quella forma di eleganza e di stile che è fissata dalla
tradizione retorica classica. Lettori nostalgici di Virgilio e di
Stazio, di Ovidio e di Lucano, ammiratori di Seneca e di Cicerone, essi
difendono contro i rigidi ri- formatori certosini il valore di una
formazione letteraria ed umanistica che perfeziona e porta alla sua
massima fioritura i caratteri più validi della cultura di origine
carolingia. Ma il loro amore per gli exempla degli antichi, il loro
entusiasmo per l’eloquentia, anzi il “miele soa- vissimo,” che sgorga
dalle pagine di Cicerone o di Seneca, o per la poesia di Ovidio, è certo
cosa ben più seria e profonda che la fredda imitazione di modelli
retorici o la ripetizione di vecchi moduli lette- rari mai dimenticati
dalla cultura scolastica occidentale. I chierici del XII secolo che
vivono nell’ambiente fecondo e vi- tale della città, a contatto con il
corso tumultuoso degli eventi politici, delle passioni di parte e delle
contese ecclesiastiche e sociali, ritrovano infatti in quegli scrittori
esempi e forme di “umanità” che sembrano esattamente celate nelle vicende
di una società e di una cultura pur cosi lontana e diversa. Ecco perché
uno “scolastico” — come Ber- nardo di Chartres — può porre a fondamento
di tutti gli studi la lettura e lo studio devoto degli antichi che non
minaccia o contamina affatto la purezza della fede; ed ecco perché in
tutti gli ambienti di alta cultura, da Parigi a Chartres, da Orléans a
Reims, la ricerca teo- 117 L’XI e il XII secolo
logica e filosofica si accompagna cosf spesso all’insistente
richiamo alla lezione dei classici, esaltata talvolta con accenti cosi
eloquenti da indurre taluni studiosi a supporre addirittura una ipotetica
continuità storica tra la cultura del XII secolo e l’umanesimo
rinascimentale. Non è questa l’occasione per discutere l’ipotesi
filosofico-storio- grafica di un’unica tradizione umanistica che dall’età
carolingia e dal “rinascimento” del XII secolo si spingerebbe fino all’umanesimo
“cri- stiano” del Quattrocento, interrotta, ma non spenta, da secoli
di “barbarie ritornata” e dalla deviazione scientifica e “arabizzante”
del XIII secolo. Né si può, tanto meno, illustrare le complesse
componenti ideologiche e confessionali che hanno ispirato questo
atteggiamento cosf poco rispettoso della verità oggettiva dei processi
storici. Ma nep- pure l’alto grado di gusto letterario e di spirito
umanistico, che rico- nosciamo nei versi di Ildeberto di Lavardin, o
nella spregiudicata coerenza etica delle lettere di Abelardo e di Eloisa,
può ingannare sull’effettivo carattere di una cultura che rimane pur
sempre nell’am- bito della vita e della tradizione medioevale; ed alla
quale manca pro- prio quella essenziale componente storica e critica che
sarà tipica del- l’umanesimo quattrocentesco. Che i dotti del
XII secolo conoscano perfettamente i grandi scrit- tori latini e li
leggano con assiduità ed amore; che uomini come Gu- glielmo di Conches,
Abelardo e Giovanni di Salisbury, abbiano inte- ressi filosofici e
atteggiamenti dottrinali di cui stupisce la libera spre- giudicatezza,
sono verità indubbie ormai ben accertate dalla comune esperienza degli
studiosi. E certamente, chi pensi alla eccezionale fio- ritura letteraria
del XII secolo, che ha in Francia la sua più alta espressione, non può
negare la presenza di una vocazione classica che ispira tanto i Romans
che i Fabliaux o i grandi poemi didascalici, quanto le grandi cosmologie
chartriane. Eppure, quando si approfondisce bene il significato dello
stretto rapporto che sembra unire taluni ambienti o personalità di questa
cultura alle loro “fonti” antiche e, in generale, al mondo classico, non
è difficile intendere che la “classicità” del XII secolo è in sostanza un
prolungamento o addirittura il raffinato esau- rimento della civiltà
antica. E il classicismo dei letterati o dei poeti del XII secolo ci
appare piuttosto come la nostalgia di un passato di cui si avverte il
fatale decadimento piuttosto che l’inizio di un nuovo modo di sentire e
di vivere. Ciò non toglie, naturalmente, che la cultura di questo
secolo segni un grande e fecondo progresso nei confronti dei secoli
prece- denti, e rappresenti il frutto di una società in movimento, che
muove 118 Caratteri, tendenze ed ambiente storico
della cultura del XII secolo verso una crescente espansione
economica e civile. Questo carattere è del resto confermato, forse, più
che dalla rinascita letteraria e poetica del secolo, dal forte interesse
per tutte le nuove forme di sapere, cosi vivo in tutti gli ambienti più
avanzati intellettualmente. L'eleganza letteraria, la formazione
umanistica e la dottrina teologale non con- trastano, in molti pensatori
del tempo, con un vivace spirito natura- listico che si nutre spesso degli
apporti decisivi delle scienze greco- arabe rientrate adesso nel circolo
della cultura occidentale. I maestri di Chartres, educati dal gusto
raffinato di un insigne grammatico co- me Bernardo, non esitano infatti a
dare al loro platonismo un’im- pronta schiettamente cosmologica e
inserire nel loro contesto dottri- nale le novità filosofiche che vengono
dai centri della Spagna o della Si- cilia ove si traducono i testi arabi.
È certo significativo che numerosi te- sti scientifici e filosofici tradotti
in latino siano subito largamente usati nelle scuole francesi più
importanti e assorbiti nell’ambito di una cultu- ra che si fonda tuttavia
sulle costanti della tradizione platonica e della riflessione
agostiniana. La fortuna delle traduzioni di Adelardo di Bath (che, venuto
a contatto con la cultura araba attraverso l’Italia meridionale e la
Sicilia, fa conoscere in Occidente numerosi testi arabi di astronomia, di
ottica, di aritmetica e di trigonometria) e di Ermanno il Dalmatico,
autore tra l’altro della versione del Plarisfero di Tolo- meo; la rapida
diffusione delle versioni affrontate dalle scuole di To- ledo negli
ultimi decenni del secolo, offrono una precisa testimonianza degli
interessi e delle tendenze che cominciano già a profilarsi nell’am-
biente scolastico e del nuovo corso che viene assumendo lo svolgimento
del pensiero medioevale. 3. 1 centri della nuova vita
intellettuale L’importanza che ebbero le varie scuole e il loro
rapporto con i successivi sviluppi della cultura medioevale saranno
esaminati parti- colarmente nelle pagine seguenti. Ma, per meglio
definire e limitare il carattere della “rinascita” del XII secolo, sarà
bene osservare che essa ebbe il suo centro in un’area geografica ben
delimitata che com- prende principalmente le città dell’Italia
settentrionale, le città del centro e dell’ovest della Francia, alcune
sedi episcopali inglesi e spa- gnole e la corte normanna in Sicilia.
Però, lo sviluppo della vita intel- lettuale fu diverso secondo i vari ambienti;
se la cultura delle città italiane fu eminentemente giuridica e medica,
le scuole cattedrali di 119 L'XI e il XII
secolo Chartres e di Orléans furono invece i centri della
rinascita letteraria e filosofica, Reims e Laon ebbero piuttosto una
solida tradizione scien- tifica, mentre le scuole parigine assunsero fin
dall’inizio una precisa caratterizzazione teologico-filosofica.
Alla testa di questo movimento sono poi (e con la sola eccezione
delle scuole giuridiche e mediche) ancora uomini di chiesa, formatisi
nelle scuole cattedrali e spesso, a loro volta, maestri e cancellieri di
queste stesse istituzioni. Non a caso, alcuni tra i più interessanti
scrit- tori del XII secolo sono dei vescovi, come Ildeberto di Lavardin
(sco- lastico di Tours), Gilberto de la Porrée (maestro a Poitiers),
Pietro Lombardo (uno degli iniziatori della tradizione scolastica
parigina) e Giovanni di Salisbury (vescovo della stessa sede di Chartres
ove si era formato), oppure dei canonisti come Ugo di Orléans, mentre
altri provengono direttamente dalle scuole cattedrali francesi come
Roberto di Melun, Guglielmo di Conches e Bernardo Silvestre. Né è
diversa la situazione in Inghilterra, ove le muove esperienze
intellettuali si svolgeranno appunto nella maggiore sede vescovile, a
Canterbury. Qui avrà la sua prima formazione uno squisito letterato e
acuto filosofo come Giovanni di Salisbury. Qui un gruppo di giuristi e
canonisti di origine italiana darà un impulso eccezionale agli studi
giuridici. E sempre a Canterbury Tomaso Becket, arcivescovo e cancelliere
d’In- ghilterra, curerà la formazione di una dotta élite ecclesiastica,
pari- menti educata alla dottrina teologica ed alla pratica delle arti
liberali. Ben presto anche le città spagnole riconquistate ai
mussulmani, vedranno sorgere e prosperare scuole cattedrali non
dissimili da quelle francesi e inglesi che, soprattutto a Barcellona
c a Toledo, saranno il tramite diretto tra la cultura latina dell'Occidente
e la grande espe- rienza della civiltà classica. Proprio il vescovo di
Toledo, Raimondo, provvederà infatti a istituire quel “collegio” di
traduttori donde usci- ranno tra la fine del XII e gli inizi del XIII
secolo le fortunate versioni di tanti testi arabi ed ebraici.
Queste scuole e istituzioni ecclesiastiche, di cui abbiamo parlato,
eserciteranno, dunque, una funzione dominante nella cosiddetta “rina-
scita” del XII secolo. Ma accanto ad esse, e spesso anzi in potenziale
concorrenza, si sviluppano altri centri di attività intellettualé posti
sotto il patrocinio di sovrani e di altre autorità laiche. Già abbiamo
accennato alle scuole giuridiche e mediche italiane di carattere lai- co
che. godono o della protezione dell’Imperatore, o dei Comuni, o dei sovrani
normanni di Sicilia. Anche le corti francese e anglonor- manna, che
tendono però già a trasformarsi in organismi politici e am-
120 C..ratteri, tendenze ed ambiente storico della cultura del XH
secolo ministrativi, attraggono spesso intellettuali ecclesiastici
e laici, assurti talvolta ad alte funzioni; e lo stesso accade anche
nelle brillanti corti della Francia meridionale, dei Pirenei francesi e
dell’Aquitania, o nella corte di Palermo, che gareggia con le scuole
episcopali spagnole nella rapida assimilazione della cultura araba e
bizantina. Proprio a Palermo, durante il felice regno di Ruggero II
(1166-1189), l’incontro tra gli influssi arabi e bizantini e i motivi
tradizionali della cultura filosofica occidentale e della tradizione
medica meridionale sarà anzi particolarmente fecondo. Scienziati arabi,
come al-Idrisi, il maggiore geografo mussulmano, vivono alla corte del
sovrano normanno, in- sieme a traduttori e studiosi di dottrine
filosofiche come il vescovo Enrico Aristippo di Catania (autore delle
notissime traduzioni del Fe- done e del Menone [t 1162]) e l'ammiraglio
Eugenio di Palermo, o a dotti medici e astrologhi attratti dalle
munificenze del sovrano norman- no. Alla fine del secolo, la cultura
della corte siciliana sarà certo tra le pifi avanzate e moderne di
tutt'Europa; pochi decenni dopo, durante il regno di Federico II, la
magna curia palermitana costituirà un gran- de centro di attrazione per i
dotti di ogni parte di Europa, e avrà parte notevolissima nella diffusione
dell’opera di Averroè e di altri grandi maestri mussulmani.
La crescente influenza di vari centri intellettuali ecclesiastici e
laici, la raffinatezza e la civile misura delle principali corti
vescovili o signorili, cosî contrastanti con la povertà e la rozzezza del
X secolo o della prima metà dell’XI, non costituiscono però un fenomeno
iso- lato o caratteristico soltanto di alcuni ambienti di particolare
prestigio religioso o civile. L'incremento costante dell’attività
economica, la minore incidenza delle antiche barriere geografiche e
politiche sugli scambi e sui rapporti umani, favoriscono infatti una più
rapida cir- colazione delle idee e più feconde relazioni tra le diverse
regioni del- l'Europa occidentale. Lungo i grandi itinerari
commerciali continuamente battuti dai mercanti, lungo le strade percorse
dai pellegrini che accorrono ai gran- di santuari di Francia e di Spagna
o a venerare la tomba di S. Pietro, fluisce anche il rapido corso delle
nuove dottrine che raggiunge spesso, con impressionante rapidità, anche
gli ambienti più lontani e diversi. Come viaggiano mercanti e pellegrini,
che riportano in patria l’am- mirato ricordo delle città e delle scuole
ove è più viva l’attività intel- lettuale, cosî si muovono anche i
maestri e gli uomini di cultura spesso presenti, a breve distanza di
tempo, nei maggiori centri scolastici della Francia, dell’Inghilterra e
dell’Italia; e con loro circolano i codici co- 121
L'X! e su XII secolo piati da abili scrivani che giungono anche.
nelle pit lontane con- trade dell’Europa e si diffondono ovunque è vivo
l’interesse per le nuove esperienze intellettuali. Rompendo l’isolamento
in cui era ca- duta nel lungo periodo dell’anarchia feudale, la società
medioevale si avvia cosi a ricostruire un solido tessuto di istituzioni e
organismi di cultura, ancora dominato dall’egemonia della Chiesa, ma già
aperto a nuove prospettive filosofiche e scientifiche. Nel rapido fiorire
della civiltà comunale, mentre sorgono le grandi cattedrali romaniche
di Francia, delle Fiandre e d’Italia, i broletti cittadini e gli Studia,
an- che la vita intellettuale partecipa del nuovo corso storico e
collabora ad immettere nella rinascente civiltà europea forze ed energie
rimaste fino- ra soffocate dalle rigide strutture feudali.
122 Capitolo quarte La scuola di Chartres
I. Bernardo di Chartres e Gilberto de la Porrée Tra i
centri di studi filosofici, già fioriti nella prima metà dell’XI secolo,
il più interessante e fecondo fu indubbiamente la scuola catte- drale di
Chartres, vicina a Parigi. La sua fama risaliva già al tempo del
vescovo Fulberto che vi aveva insegnato tra la fine del X e l’inizio
dell’XI secolo, e che non solo aveva dato grande impulso allo studio
delle arti del “trivio,” ma anche alla pratica del “quadrivio” studiato
sulla scorta delle tradu- zioni di Costantino Africano. Più tardi,
durante l’episcopato di Ivo, il prestigio della scuola era stato
accresciuto dall’autorità e dalla dot- trina di questo vescovo; ma il
predominio di Chartres nella cultura teologica e filosofica della prima
metà del secolo fu stabilito dall’ecce- zionale personalità del bretone
Bernardo, cancelliere della cattedrale, che v'insegnò ininterrottamente
dal 1114 al 1124. Il fatto che non possediamo delle opere di sicura
attribuzione rende certo difficile un esatto apprezzamento dei suoi
metodi pedagogici e della sua forma- zione culturale; ma Giovanni di
Salisbury che lo considerava “Ia pit ricca fonte di cultura letteraria
dei nostri tempi” ci ha lasciato una descrizione quanto mai eloquente
della personalità di Bernardo e del- la sua particolare “professione”
scolastica. Professore di retorica, ispi- rato dalla tradizione di
Cicerone e di Quintiliano, egli insegnava a Chartres “le figure grammaticali,”
i “colori retorici,” i “cavilli” dia- lettici, e, insieme, esaltava le
bellezze e l'ordine del discorso che deri- vano o dalla “proprietà” (che
si dà quando l’aggettivo o il verbu sono uniti elegantemente al
sostantivo) o dalle metafore per cui una parola può essere traslata ad un
altro significato. Questo insegnamento uma: nistico e letterario non era
però condotto da Bernardo in modo pe- dante e frusto: ché anzi egli
formava il gusto degli scolari presentando l'esempio dei poeti e degli
oratori classici; incitandoli a leggere e me- 123 a ’
L’XI e il XII secolo : ditare le pagine pit esemplari
dell’antichità. Tuttavia la sua ammira- zione per gli antichi non
disconosceva neppure il valore dei “moderni” che hanno il privilegio di
conoscere “piu cose e pid lontane,” proprio perché, come “nani assisi
sulle spalle dei giganti,” possono valersi sia delle loro nuove
esperienze che dell’insegnamento degli antichi. Platonico in filosofia —
anche se è certo che conoscesse ben poco della genuina tradizione
platonica — Bernardo accettava i temi tradi- zionali del Timeo e del
commento di Calcidio; e cosf distingueva nettamente la materia (Ayle)
dall'idea che considerava come coincidente assolutamente con l’essere. La
materia era quindi per lui un elemento secondario, creato da-Dio per
imprimervi il suggello delle proprie idee eterne, e pertanto
assolutamente non coevo all’eternità divina. Di conseguenza Bernardo
distingueva anche le idee presenti nella mente di Dio come pure forme,
dalle idee presenti nelle cose e immanenti alla materia come riflesso e
ombre della suprema verità. Queste idee erano solo l’intermediario tra
Dio e il mondo, tra la perfezione della ragione eterna e la confusa
molteplicità della natura contingente e mortale. Il platonismo di
Bernardo, probabilmente ancora assai som- mario e generico, fondato su
dottrine e idee già espresse con ben mag- giore vigore dallo Scoto
Eriugena, influenzò tutto lo svolgimento della scuola che mantenne sempre
nei suoi maggiori esponenti la linea umani- stica e platonica. Ma
nell’insegnamento di Bernardo questa posizione fi- losofica era però
connessa allo studio della dialettica e della grammatica, due discipline
che avevano in comune il problema del significato del nome e del verbo e
della natura della posizione. Ora sebbene fosse lontano dal considerare
la grammatica come un semplice ramo della logica e s’ispirasse piuttosto
alla distinzione posta da Quintiliano tra grammatica e dialettica,
Bernardo non esitava ad attribuire un signi- ficato filosofico anche alle
questioni grammaticali. Da buon lettore di Macrobio e di Boezio aderiva
ad una concezione strettamente plato- nica dei termini di specie e di
genere, considerati come pure idee, mentre affermava che la natura degli
individui non merita, neppure grammaticalmente, di essere designata da
nomi sostantivi. Perciò, nel trattare, sulle tracce di Prisciano, il
problema squisitamente gramma- ticale della derivazione dei vari nomi da
una radice comune, Bernardo affermava che tutti i “derivati” significano
in primo luogo ciò che significa la loro radice, sia pure sotto relazioni
e accidenti diversi. Sicché il rapporto tra il nome primitivo e il
derivato si risolveva in una specie di partecipazione ideale
sostanzialmente analoga a quella posta dai platonici tra le idee e le
loro determinazioni individuali, La scuola di Chartres
Il maestro che continuò l'insegnamento di Bernardo succedendo- gli
nel cancellierato fu Gilberto de la Porrée (1076-1154) che, più tar- di,
passò alla scuola di Parigi influendo largamente sul suo sviluppo. Di-
fensore anch’egli dell'importanza formativa degli studi letterari, contro
la polemica dei riformatori certosini ostili alla diffusione del sapere pro-
fano, Gilberto fu uno dei suoi maggiori promotori della cultura filosofi-
ca della prima metà del secolo. E fu per suo merito che il platonismo an-
cora generico di Bernardo di Chartres si trasformò in una coerente dot-
trina gnoseologica e metafisica. La sua opera filosofica e teologica con-
siste principalmente in alcuni importanti commenti agli scritti teo-
logici di Boezio ma il suo nome fu legato per tutto il Medioevo al-
l’eccezionale fortuna di un breve commento delle Categorie di Aristo- tele,
il Lider sex principiorum, che fu iscritto nel programma della Fa- coltà
delle arti e studiato insieme ai testi di Aristotele, di Boezio e di
Porfirio. Questo scritto — che con ogni probabilità non è opera di
Gilberto — è comunque un documento tra i più interessanti del pen- siero
logico del XII secolo e, in particolare, delle tendenze platoniche che
esprime con notevole chiarezza. Muovendo dalla distinzione delle
categorie stabilite da Aristotele, l’autore del Liber le divide in due
gruppi, l’uno comprendente la sostanza e la qualità, la quantità e la
relazione che sono i suoi necessari attributi, e l’altro comprendente
invece le ultime sei categorie (luogo, tempo, situazione, possesso, azio-
ne, passione), e mentre attribuisce alle categorie del primo gruppo la funzione
di “forme inerenti” considera le altre come semplici “for- me assistenti
o accessorie.” Ora è chiaro che tale distinzione stabilisce in realtà una
vera e propria gerarchia metafisica delle categorie che muovendo dal
supremo “predicamento” della sostanza e dalle altre categorie ad essa
inerenti discende poi di grado in grado per conclu- dersi con la
categoria più intrinseca alla sostanza. Ma è appunto in funzione di
questo ordinamento che il Liber può risolvere in senso perfettamente
platonico e realistico la dottrina aristotelica delle cate- gorie,
concepite adesso non tanto come distinzioni logiche, natural- mente
distinte ma equivalenti in quanto termini della predicazione, quanto
piuttosto come entità metafisiche corrispondenti alla struttura ideale
dell’Essere. Non deve quindi meravigliare che il platonismo del
Liber avesse delle dirette incidenze anche nell’ambito della riflessione
teologica; ed è stato giustamente rilevato che l’inclusione della
categoria della “re- lazione” tra le forme inerenti alimentò una lunga
discussione sul si- 125 L’XI e il XII secolo
gnificato metafisico di questo concetto sempre connessa al
problema teologico del rapporto tra le persone trinitarie. Se
il Liber non è certamente opera di Gilberto, i suoi commenti agli
opuscoli teologici di Boezio bastano però ad assicurargli un posto di
primo piano tra i maestri di Chartres. In questi scritti Gilberto pone
infatti una netta distinzione tra la “sostanza” intesa come l’indi- viduo
esistente in atto con le sue qualità peculiari, e la “sussistenza” che è
invece la proprietà o essenza universale considerata in sé, indi-
pendentemente dagli accidenti; sicché ogni individuo risulta dall’unio-
ne della propria sussistenza, senza la quale non potrebbe mai essere se
stesso, con quegli accidenti che gli assicurano la propria determi- nata
concretezza. Mentre i generi e le specie sono pure “sussistenze,” prive
come tali di una realtà sostanziale e di determinazioni acciden- tali,
gli individui sono pertanto dei composti la cui sostanza deve
necessariamente sottostare (sub-stare) a un certo numero di accidenti.
Una tale concezione implica, naturalmente, che all’origine di ogni
realtà siano delle idee o forme sostanziali pure (substantiae sincerae),
archetipi la cui realtà è indipendente dall’esistenza delle singole co-
se materiali e sensibili. Però Gilberto chiarisce subito che queste pu-
re idee non si uniscono direttamente alla materia per creare gli in-
dividui, ma che da esse derivano delle forme distinte e separate le qua-
li sono semplicemente copie (exempla) delle idee divine. Tali forme
nativae unendosi alla materia danno appuato luogo alle sostanze
in- dividuali; considerate in se stesse, nella loro conformità all’idea
divina sono invece principi universali e costituiscono il fondamento
dell’uni- tà delle specie e dei generi. Per questo la mente umana può
giungere a comprendere per astrazione quelle forme nazivae che sono
presenti ed unite intrinsecamente agli accidenti nei singoli individui;
il movimento del pensiero dal particolare all’universale consiste appunto
nel consi- derare la forma nell’individuo, nel confrontarla con le altre
che le so- no simili, nel raccoglierle in un unico gruppo o collectio e nel
giun- gere, cosi, alla comprensione delle pure “sussistenze” (le specie).
Na- turalmente questo processo compiuto all’interno della specie può
es- sere ripetuto per risalire dalle varie specie al genere comune e di
qui alla visione dei modelli ideali che esistono eternamente nella
mente divina. Che una simile dottrina rappresenti il trionfo
del pit classico realismo platonico è cosa evidente. Ma Gilberto accentua
ancor pit questo carattere della sua filosofia quando affronta il problema
del rap- porto tra Dio e le creature che già lo stesso Boezio aveva
definito in La scuola di Chartres un senso
schiettamente platonico. Il maestro di Chartres respinge in- fatti la
spiegazione tradizionale che faceva direttamente dipendere da Dio
l’esistenza e la realtà di tutti gli esseri creati, per porre tra Dio e
le cose concrete e individuali gli intermediari metafisici delle forme o
essenze. Ciò per cui esiste ogni singolo individuo corporeo è l’essen- za
universale della corporeità, cosi come la ragione immediata d’esiste- re
di ogni uomo è data dalla sua comune Aumanitas: il che significa, secondo
i termini boeziani ripresi da Gilberto, che ogni realtà indivi- duale è
determinata ad essere ciò che è (14 quod est) da quel principio
universale (gwo est) per cui essa possizde la propria realtà. La
funzione determinante di questo principio nella costituzione dell’essere
è quindi tale che si può ben dire che il quo est è l’essere (esse) stesso
di ciò che esiste; ed anzi la verità di questa tesi è dimo- strata dalla
stessa natura dell’essere divino assolutamente semplice in cui l’id quod
est e il quo est coincidono necessariamente. Negli altri individui
composti ha luogo invece sempre la composizione dei due termini e quindi
in certo senso una imperfetta e limitata realizzazione del principio
universale. Cosi un individuo non è mai interamente ciò che è, proprio
perché il fatto di essere composto di un corpo e di un’anima che è la
forma, gli impedisce di identificarsi pienamente con questa stessa forma
universale che pure gli attribuisce il suo essere. La natura
radicalmente platonica di questa concezione non ha certo bisogno di
essere sottolineata. Né occorre notare che essa dà luo- go a una dottrina
dell’essere per cui Dio, realtà essenziale per eccel- lenza (essentia),
da cui trae la propria essenza ogni altro essere deter- minato, diviene
in effetti l’essere e la forma di tutte le creature. La sua attività
creatrice consiste quindi sostanzialmente nel produrre le forme o esse
delle cose particolari ad immagine e somiglianza delle Idee divine
eternamente presenti nella sua mente. E, quindi, questa forma generica o
essenza determina la connessione di una certa materia con la sua forma
particolare, generando cosi l’individualità concreta. In tal modo
l’essenza divina sembra comunicarsi di grado in grado alle altre creature
alle quali conferisce l’essere mediante la loro propria es- senza
generica; mentre d’altra parte, i singoli individui costituiti nel-
l’essere dall’essenza o forma che li fa esistere giungono tutti a parte-
cipare dell’essere (o generalissima subsistentia) attraverso una trama di
essenze e di forme (com: ad esempio la “corporeità” e “umanità”) il cui
fondamento riposa in ultima analisi sulla perfezione immutabile dell’essere
divino. Questa meditazione sull’essere di schietta misura platonica
ha poi 127 L’XI e il XII secolo
naturalmente dei riflessi immediati e diretti anche sulla dottrina teo-
logica di Gilberto. È vero che egli definisce Dio come una realtà es-
senziale assoluta, semplice e indistinguibile in cui la diviritas si
iden- tifica con l’essertia. Ma la fedeltà ai suoi presupposti dottrinali
lo in- duce a ripetere spesso che ciò che Dio è (id quod est Deus), è Dio
a causa del proprio quo est (la divinitas). Ecco perché
Gilberto fu cosi duramente attaccato da Bernardo di Clairvaux e accusato
di sostenere tesi pericolose ed erronee; ma di- nanzi al concilio di
Reims egli seppe abilmente difendere la sua dot- trina, negando che la
distinzione metafisica tra substantia e subsisten- tia potesse valere
anche sul piano teologico. Del resto, nonostante le accuse e le polemiche
i temi centrali della sua speculazione, derivati per originale
elaborazione da Boezio, Dionigi, e lo Scoto Eriugena si ritroveranno in
scrittori del XII secolo; si da formare una vera e pro- pria scuola
teologica che, sull’inizio del XIII, s’incontrerà poi facil- mente con
gli esiti platonici dell’avicennismo latino (Liber de diversitate naturae
et personae; Sententiae divinitatis, ecc.). 2. Teodorico di
Chartres e Bernardo Silvestre Se Gilberto Porrettano indirizza il
platonismo di Chartres verso uno sviluppo schiettamente speculativo e
teologico, ‘Teodorico fratello minore di Bernardo (t 1154 ca.) riprese
invece dall’insegnamento del fra- tello il culto degli studi letterari e
l’interesse per le arti del “quadrivio.” Il suo Heptateuchon, prezioso
documento sull’insegnamento e la vita culturale di Chartres, è
un’illuminante testimonianza sulle conoscenze e gli interessi di un
intellettuale del XII secolo che divide la sua attenzio- ne tra la
lettura dei classici e lo studio delle scienze della natura con- dotte
non solo sulle fonti ormai tradizionali ma anche sui nuovi ma- teriali
greci e arabi. Cosi per l’insegnamento grammaticale Teodo- rico si giova
dei classici manuali di Donato e di Prisciano, per lo studio della logica
ricorre a Boezio ed ai testi aristotelici (ivi compresi i Primi
Analitici, i Topici e gli Elenchi sofistici) mentre svolge le sue lezioni
di retorica sulla scorta di Cicerone e di Marciano Capella. Ma più
interes- sante è l’elenco degli autori di cui si serve per l’insegnamento
delle arti del “quadrivio,” elenco che comprende i nomi di Boezio, di
Marcia- no Capella, di Isidoro, di Columella, di Gerberto di Aurillac e
di Igi- no, considerati gli autori più accreditati nei campi
dell’aritmetica, del- la geometria, dell’astronomia e della musica. E non
basta; Teodorico 128 La scuola di Chartres
conosce già anche le traduzioni di alcuni testi astronomici greci ed ara-
bi, come prova, tra l’altro, la dedica a suo nome della versione del
Planispherum di Tolomeo, compiuta dal suo discepolo Ermanno il Dal-
mata. Questi interessi scientifici, perfettamente accordati cogli
ideali uma- nisti dell'ambiente chartriano risultano ancor pit evidenti
nell’altra ope- ra maggiore di Teodorico l’Hexaemeron o De septem diebus
et sex ope- rum distinctione, un commento alla narrazione della Genesi
con- dotto principalmente sulla linea delle dottrine platoniche del
Timeo, ma con probabile riferimento anche ad altri testi di origine
medioe- vale come il De compositione mundi dello Pseudo-Beda. Qui,
lascian- do da parte l’interpretazione allegorica del testo biblico,
Teodorico si propone di svolgere un commento secundum physicam e ad
litteram, cioè d’interpretare in modo razionale e sulla base delle
nozioni fisi- che del suo tempo, “le cause da cui il mondo trae l'essere
e l'ordine dei tempi in cui fu creato e ordinato.” Perciò, convinto che
l’universo presenti un ordine perfettamente logico e struttura
matematica, si sfor- za di riconoscere un’intima necessità in tutti gli
aspetti della “fabbri- ca mondana” e di considerarli come le parti
indispensabili di un gran- de meccanismo formato con la massima
perfezione. Nell’ordine di produzione della realtà, egli riconosce
una causa efficiente che è Dio stesso, una causa formale (la saggezza
divina) che determina le essenze o le forme, una causa finale (la bontà
divina) verso cui tende tutta la creazione, e una causa materiale che è
invece costi- tuita dai quattro elementi tradizionali creati primamente
da Dio. Ma posti cosi questi principi, Teodorico tende però a spiegare la
forma- zione della natura e delle sue parti ricorrendo a considerazioni
mate- matiche ed all’analisi interna dei singoli movimenti che permettono
il rapido passaggio tra le particelle elementari. Tali particelle non
sono concepite come dotate di qualità fisse e neppure come poste in
luoghi fissi; ché anzi tutti gli elementi sono sottoposti ad una sorta di
reci- proca compenetrazione, si che la terra può passare, ad esempio,
dallo stato di solidità a quelli di liquefazione e di combustione.
D’altra parte, anche le qualità fondamentali come la durezza o la leggerezza
proprie dei singoli elementi sono soltanto il risultato del movimento
generale degli altri elementi che preme da ogni parte l’acqua e la ter-
ra. Quindi egli può spiegare la creazione biblica della terra e del
cielo, semplicemente come la produzione delle particelle elementari
mobili, il cui movimento richiede appunto l’esistenza di un centro
immobile (la terra) attorno al quale rotano le particelle dell’aria e del
fuoco. 129 L’XI e il XII secolo
L'importanza storica di tale concezione fisica — che il Gilson, for-
zandone il significato, ha avvicinato addirittura alle dottrine dei
fisici parigini del XIV secolo — consiste principalmente nel tentativo
di spiegare le trasposizioni interne e le relazioni reciproche degli
ele- menti con un’analisi schiettamente fisica e meccanica che ha i
suoi fondamenti nel commento al Timeo di Calcidio. Ma questo
atteggia- mento (che è perfettamente coerente con la mentalità
matematizzan- te propria del platonismo chartriano) è ancor più
interessante se si pen- sa che Teodorico, ignorando la Fisica di
Aristotele e le sue teorie del movimento, avanza già la teoria
dell’impetus, come spiegazione natu- rale dei processi di moto e cosi
adombra un'ipotesi fisica destinata a lunghi sviluppi nella storia della
tarda scolastica. Sarebbe certo assai ‘interessante seguire
Teodorico nello svolgi- mento particolareggiato della sua cosmologia
platonica. Ma più che la lunga descrizione del modo in cui ha creato successivamente
tutte le forme e i momenti della natura (e, in particolare, l’armonia
perfetta degli astri e del firmamento) gioverà osservare che
nell’Hexaemeron, an- che l’esistenza di Dio e la sua relazione e
distinzione dal mondo, vie- ne dimostrata con un procedimento argomentativo
di schietto impianto matematico che implica a sua volta la credenza in un
ordine “pitago- rico” dell’universo. Come aveva già fatto Scoto Eriugena,
anche Teo- dorico afferma infatti che Dio è unità e che tale unità è la
forma es- sendi di tutto ciò che esiste. Sicché si può ben dire che tutte
le cose sono in Dio perché Egli ne è la forma essenziale e l’unico
fonda- mento. Ciò non significa però che Dio sia presente
nella materia di ogni essere, ma bensi che la “presenza della divinità in
tutte le creature è il loro essere totale ed unico” si che “la stessa
natura deve la sua esi- stenza alla presenza della divinità» Ma se è vero
che il mondo delle creature si presenta all’esperienza umana come il
regno della molte- plicità e del divenire, laddove Dio è invece l’unità
immobile e im- mutabile, non sarà difficile comprendere che il molteplice
e il muta- bile presuppongono sempre l’unità e che, al di là di ogni
distinzione o mutamento, deve sempre esistere l’uno immutabile. Come la
serie dei numeri presuppone sempre l’unità da cui deriva, cosî l’universo
trae origine in ogni sua molteplice manifestazione dalla semplice unità
di- vina; e tutte le unità di cui è composto non sono che
partecipazioni alla vera unità, la cui esistenza è anzi determinata
proprio dal grado e dalla continuità di questa partecipazione. Per questo
i teologi insi- stono sempre sull’unità essenziale di Dio, pur
distinguendo in que- 130 La scuola di Chartres
sta unità la diversità delle persone; e difatti lo st:sso termine
“perso na vuole appunto indicare che l’unità di Dio permane sempre
iden- tica sia nel generante (Padre) che nel g nerato (Verbo). Anche i
filo- sofi pagani, che definiscono Dio come Pensiero, Provvidenza o
Sag- gezza hanno sempre considerato questi caratteri come
det.rminazioni dell’Uno, sussistenti e presenti entro l’unità divina. Né
sarebbe possi- bile intendere o pensar: Dio prescindendo dal principio
dell’unità che ne costituisce il carattere dominante e
consustanziale. Ecco perché Teodorico, pur tenendo fermo alla
distinzione cri- stiana tra Dio e il mondo e sforzandosi anzi di evitare
ogni accento panteistico, accetta il principio neoplatonico della
generazione della unità dall’altra unità e lo applica anche in campo
teologico secondo il principio della processione del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo. Non solo: il filosofo chartriano non esita ad
identificare la terza per- sona trinitaria con l’anima del mondo
platonica, concepita come prin- cipio formatore ed agente che dà ordine e
disposizione alla materia creata. . L’influ:nza di queste
dottrine filosofiche e teologiche, sostenute da un notevole corredo di
nozioni matematiche, fisiche ed astronomi- che, è assai larga e duratura
anche al di là dell'ambiente di Chartres o delle correnti platoniche
ancora dominanti nel XII secolo. Né si deve dimenticare che la loro
diffusione contribuisce a creare quel particolare humus filosofico cui si
deve la particolare fortuna del Liber de causis e quindi il rifuire di
alcuni dei più tipici motivi neoplatonici, nella cul- tura filosofica
dell’Occidente. La tendenza ad accordare in un unico contesto
intellettuale la tra- ‘ dizione ntoplatonica e i nuovi interessi
scientifici, lo studio dei clas- sici e l’interpretazione filosofica del
testo biblico, è propria anche di Bernardo Silvestre, uno scrittore e
poeta legato evidentemente all’am- biente di Chartres. Nel suo poema De
mundi universitate sive Mega- cosmus et microcosmus ritroviamo la stessa
influenza dominante del Timeo platonico e del commento di Calcidio, la
stessa presenza di mo- tivi tratti da Macrobio e dall’Asclepius e insomma
le stesse predile- zioni l:tterarie e filosofiche proprie dei maestri
chartriani. Composto sul modello tradizionale del De consolatione boeziano,
scritto in di- stici elegiaci alternati a brevi passi di prosa, il De
mundi universitate si presenta come un lungo dialogo tra la Natura e la
Provvidenza che offre il pret:sto per narrare la formazione dell’universo
e la sua costru- zione secondo le norme e gli archetipi ideali della
mente divina. Nel I libro la Natura si lamenta con la Provvidenza per lo
stato di caos e di 131 L’XI e il XII secolo
confusa mescolanza in cui si trova la materia prima, e la prega di
dare ordine all’universo e di ordinarlo secondo misura e bellezza. La
Prov- videnza acconsente éd inizia a distinguere la materia nei quattro
ele- menti e a disporli nell'ordine e nelle connessioni dovute. Dopo
aver eseguito questa prima opera la Provvidenza si rivolge alla Natura,
le celebra l’ordine e l'armonia che ha introdotto nelle cose, la
perfezione delle forme universali (libro II). Ma l’opera non è terminata;
e di- fatti la Provvidenza promette di formare l’uomo come coronamento
e culmine dell’ordine mondano. Alla promessa segue l’adempimento; cosi
l’uomo viene formato con quanto resta d:i quattro elementi e co- stituito
come sintesi (microcosmo) di tutta l’immane “fabbrica” del- l'universo
(macrocosmo) di cui ripete e raccoglie tutte le più alte per-
fezioni. Questo tessuto poetico e dottrinale, in cui s'intrecciano
i temi più cari ai pensatori chartriani, le probabili reminiscenze di
antichi motivi ereticali e la diretta influenza degli scritti di Tolomeo
e di Albumasar (da poco noti agli occidentali) è però solo uno schema
letterario parti- colarmente adatto per svolgere in forma allegorica una
vasta concezione cosmogonica, il cui carattere è ben espresso dalla
figura del vecchio de- miurgo Pantomorfo che forma e modella le creature
naturali secondo i terreni esempi delle idee. Poiché se da Dio emana il
Logos che con- tiene in sé tutte le eterne forme delle cose, dal Logos
procede a sua volta l’Anima del mondo, principio plasmatore della materia
monda- na, alla quale imprime il suggello delle forme. Essa, agendo entro
la hyle informe, costituisce perennemente il cosmo nella sua
armonia razionale. Particolare e insieme universale, l’Anima mundi è il
com- plesso delle cause seminali sempre presenti dal momento in cui è
stato generato il mondo. Per essa ogni cosa creata ha il suo giusto stato
e per sua opera l’armonia regna sovrana nella natura. Di
fronte alla perfezione archetipa delle forme e dell’anima ordi- natrice
sta però, nel grande quadro cosmologico del De wuriversitate mundi, una
materia puramente informe (4yle), condizione fondamen- tale
dell’esistenza del cosmo. Questa informità primordiale, quest’or- rida
sylva caratterizzata dalla confusione e dal male, è concepita da Bernardo
con una singolare oscillazione che rivela, da un lato, l’esi- genza di
evitare una possibile conclusione dualistica, ma anche la per- sistenza
di suggestioni e reminiscenze di antica ascendenza stoica. La insistenza
sul carattere negativo della materia, sulla sua irriducibile “malignità”
è infatti un aspetto particolarmente significativo del poe- ma di
Bernardo, anche se non mancano accanto a passi di netto sa-
133 La scuola di Chastres pore dualistico, altri
testi che testimoniano lo sforzo di accordare l’idea platonica di un “non
essere” posto a fondamento dell’essere o l’im- magine stoica del caos
primordiale con Ja tradizionale nozione bi- blica della creazione ex
mnihilo. Sono questi, del resto, atteggiamenti facilmente comprensibili
nell’ambito di una composizione poetica che non mira tanto ad una salda
unità dottrinale quanto all’uso fantasioso di un ricco materiale
filosofico suscettibile delle più lontane e diverse interpretazioni. In
realtà, il merito storico pit importante dell’ope- ra di Bernardo
Silvestre sembra consistere nella diffusione di motivi destinati, con
alterna fortuna, a comparire spesso nella cultura filosofica medioevale e
a fornire argomenti per le interpretazioni più lontane ed avverse. Per
questo, mentre v’è stato chi ha voluto avvicinare la conce- zione di Bernardo
Silvestre a dottrine tipicamente dualistiche, come la eresia amalriciana,
altri, e particolarmente il Gilson, hanno invece for- zato il significato
del suo poema in un senso decisamente ortodosso. Né stupisce che
l’interpretazione degli storici sia spesso rimasta incerta dinanzi
all’aspetto bifronte di un poema che raccoglie nel suo ordito vario e
fantasioso i motivi e le idee più diffuse nella cultura filosofica del
suo tempo. Per il resto, l’opera di Bernardo è un documento assai
interessan- te sulla diffusione di quelle dottrine astrologiche e
geomantiche che gli ambienti intellettuali dell'Occidente venivano
rapidamente assimilan- do dai testi arabi. Un’operetta come il
Mathematicus, tutta impostata su di un tipico topos della tradizione
astrologica, e la traduzione del- lo Experimentarius, trattatello
g-omantico rielaborato da Bernardo, ba- stano a mostrare la larga
familiarità di questo poeta con i tempi più caratteristici della
tradizione magico-astrologica. 3. Guglielmo di Conches
L’opera di Bernardo Silvestre rappresenta certamente un singo-
lare tentativo di tradurre nel quadro allegorico di un mito cosmolo- gico
idee e dottrine che circolavano largamente nell’ambiente di Char- tres.
Ma chi dette a queste dottrine una formazione addirittura clas- sica,
destinata a influenzare durevolmente il pensiero del XII secolo, fu il
maestro Guglielmo di Conches (1080-1145), sulla cui filosofia gio- va
soffermarsi con particolare attenzione. Discepolo di Bernardo di Chartres
e quindi maestro egli stesso per circa vent'anni, Guglielmo fu anche un
grammatico, lettore dei classici, e difese contro i “cornificia-
153 L'XI e si XII secoio ni” nemici delle l-ttere
l'ideale chartriano di una cultura fondata sul co- stante colloquio con
gli antichi e la raffinata conoscenza di tutte le “ar- ti” liberali.
Autore tra l’altro di un Commento al Timeo di grande im- portanza
filosofica e storica, di glosse alla Consolazio, e di scritti mo- rali
ispirati a Cicerone ed a Seneca, le sue opere principali furono però la
Philosophia mundi, una vasta enciclopedia filosofica e scientifica, c il
Dragmaticon Philosophiae in forma di dialogo col duca di Norman- dia,
Goffredo Plantageneto, ove Guglielmo riespone soprattutto, svi-
luppandoli con grande ampiezza, i problemi fisici già discussi nella Phi-
losovhia alla luce di opere conosciute già vent'anni prima dai maestri
dell'Occidente. Gli studi più recenti sulla scuola di Chartres e il
platonismo me- dioevale hanno giustamente attribuito un particolare
valore a questi scritti ed hanno posto in esatto rilievo la robusta e
lucida ispirazione scientifica e filosofica del loro autore che si fonda,
naturalmente, sulla tradizione del Timeo e del commento di Calcidio, ma
mostra anche una notevole conoscenza di altri filoni sp*culativi (ad
esempio, la tra- dizione ermetica) e una evidente familiarità con le
nuove dottrine scientifiche di origine araba. Come filosofo e scienziato
anche Gu- glielmo si sforza di perseguire l’accordo tra l’ispirazione
platonica del suo pensiero e il testo scritturale, e mira a rendere
possibile una du- plice coesistenza tra la rivelazione biblica e dottrine
filosofiche e scien- tifiche che gli. vengono da tradizioni assai lontane
e diverse. Ma seb- bene nella sua concezione dell’universo domini la
figura del Dio cri- stiano, la cui esistenza è proprio accertata
dall’ordine e dalla perfetta disposizione della natura, pure Guglielmo
applica anche alla dottrina della creazione, motivi dedotti sostanzialmente
dal Timeo platoni- co. Cosi mentr: afferma, da un lato, che l’atto
creatore di Dio ha di- rettamente prodotto la materia traendola dal
nulla, le Idee, concepite come causa formale dell’universo, rappr:sentano
i modelli e gli arche- tipi eterni sui quali sono plasmate le singole
cose sensibili. L’“anima del mondo,” che Guglielmo, nella PAslosophia,
identifica anch’egli con lo Spirito Santo, è quindi l’intermediario
divino che traduce nella real- tà l’ordine ideale, conducendo a
perfezione l’opera mondana. Ma, a diff:renza di Teodorico, Guglielmo non
si limita solo a risolvere que- sto tipico motivo platonico e stoico
nella trattazione del dogma trini- tario (ed anzi nel Dragmaticon questa
identificazione è chiaramente ripudiata); bensi la presenta come una
forza infusa intrinsecamente alla natura, o, per usare le sue stesse
parole, come il principio vitale “che 134 La scuola
dai Chartres dà l'essere alle piante, la vita alle erbe ed agli
alberi, il sentire agli animali e la ragione agli uomini.” È
vero che tale principio è anche “la divina disposizione degli clementi”;
ma il fatto che in Dio siano eternamente presenti l’ar- chetipo della
realtà e la precognizione di tutti gli eventi, non toglie che nell’ordine
mondano esista una disposizione o processo naturale delle cose che se pur
risponde all’eterno disegno divino, si svolge per una intrinseca
necessità razionale. Quest’ordine che coincide con l’opera “industre”
dell'anima del mondo ha anzi una struttura schiettamente matematica. Ed è
naturale che Guglielmo voglia spiegare la forma- zione dell’universo
ricorrendo a ipotesi matematiche e a procedimenti meccanici e accettando,
insieme alla teoria degli elementi primi, anche le tesi atomistiche che
erano state ripresentate in Occidente dalla tradu- zione di Costantino
africano e di Adelardo di Bath. Questo atteggiamento si riflette
anche sulla sua concezione della natura che riprende e svolge motivi già
parzialmente presenti anche nel pensiero di Teodorico. Tra questi il più
interessante è certo la caratteristica distinzione tra il momento della
creazio mundi e quello del perfezionamento o exornazio della “fabbrica
mondana” dovuto alle tendenze intrinseche all’ordine naturale e ai
principi immanenti alla stessa natura. Perciò Guglielmo (i cui interessi
scientifici sono testimo- niati da una larga e significativa conoscenza
delle principali opere e no- zioni scientifiche note al suo tempo) dà
particolare importanza alle arti del “quadrivio” che indagano la struttura
e i processi della natura e ne rivelano i fondamenti matematici e la
costituzione atomistica. Matema- tica e geometria, astronomia e musica
sono pertanto gli strumenti ne- cessari “per le vere conoscenze della
realtà» Ed è alle loro leggi che de- ve ispirarsi anche la dottrina del
filosofo e la sua indagine della “dispo- sizione o ordine naturale delle
cose.” All’ambiente di Chartres, agli interessi ed alla cultura
scientifica di Guglielmo di Conches, può essere giustamente avvicinato
anche il singolare quadro della natura tracciato nel De imagine mundi da
un maestro della prima metà del XII secolo, Onorio di Autun, la cui
per- sonalità resta peraltro assai incerta ed enigmatica, ed al quale
sono state attribuite, con eccessiva liberalità, opere e dottrine troppo
diverse e di- scordi. Il De imagine — che non possiamo qui analizzare
minutamente — è certo un documento d’estremo interesse sulle cognizioni
scientifi- che del XII secolo; ma pit che le singole nozioni che
costituiscono una vera e propria enciclopedia della Natura (il De imagine
tratta infatti del cosmo fisico e della sua composizione elementare,
delle terre poste al L'XI e il XII secolo centro del
mondo, delle zone in cui esso si divide, della sua fauna e flora, e
quindi del cielo e degli astri, nonché della storia del mondo dal tempo
della creazione) l’attenzione dello studioso è attratta dall’evi- dente
familiarità di Onorio con un largo materiale attinto anche al di fuori
dei testi tradizionali di Beda e di Rabano, e, soprattutto, dal suo largo
interesse per la conoscenza della realtà naturale considerata nella sua
unità vivente e feconda. La scarsa originalità di Onorio e l’assenza di
una approfondita elaborazione filosofica non toglie che il De imagine
rappresenti, pur nella sua forma di enciclopedia volgarizzata, uno spec-
chio fedele di quella cultura in cui maturarono le opere dei maestri di
Chartres e la grande esperienza di Abelardo. Comunque, anche la
rapida analisi dei suoi principali maestri ba- sta a mostrare che la
scuola di Chartres fu un centro vitale di cultu- ra, legato allo spirito
umanistico, al gusto di un risorgente classicismo, e alle controversie
teologiche del tempo, ma profondamente interessa- to a problemi
filosofici e scientifici affrontati alla luce di un'ispirazione plitonica
che non ignorava però né la tecnica logica aristotelica né i nuovi
contributi: del sapere arabo. Scuola cattedrale, e come tale pre-
valentemente dedicata allo studio della teologia, essa fu però uno dei
più vivaci focolari di resistenza contro le polemiche di Bernardo di
Clairvaux e le correnti mistiche cistercensi che condannavano aspra-
mente lo sviluppo e l’incremento degli studi “liberali” e del sapere
naturale mondano. Né si deve dimenticare che furono proprio i mae- stri
di Chartres o uomini formatisi in quell’ambiente coloro che lot- tarono
contro le estreme degenerazioni della dialettica e il pericolo che la
grande ripresa degli studi del trivio e, in particolare, della dia-
lettica e delle retorica, si risolvesse in un vano giuoco di schermaglie
astratte o di eleganze formali. Le pagine che lo stesso Guglielmo
di Conches scrive contro l’inu- tilità delle vane dispute o lo studio
dell’eloquenza fine a se stessa, sono tra le testimonianze più utili per
chi vuole intendere il vero carattere degli studi di Chartres. La sua
polemica contro coloro che svuotando il sapere di ogni contenuto
spirituale lo riducono a un mero gioco ver- bale, è infatti perfettamente
situata nel quadro di una meditazione che scorge tanto nella ricerca
filosofico-scientifica che in quella teologica la via diretta per
elevarsi alla comprensione dei più alti misteri. Ecco per- ché i filosofi
di Chartres e il loro più geniale discepolo, Giovanni di Salisbury, si
opposero con irriducibile rigore ai sostenitori di un tipo di cultura più
elementare e pratica ridotta all’apprendimento delle so- le cognizioni
utili per le varie attività o professioni. Contro i “cornifi- 136
La scuola di Chartres ciani” che cercavano il sapere e
disprezzavano lo studio disinteressato del “trivio” e del “quadrivio,”
l’umanesimo chartriano difese ed esaltò l'ideale di una formazione
armoniosa e compiuta, ugualmente volta al. mondo delle lettere ed alle
ardite conoscenze dell’ordine naturale. Il suo platonismo, in cui erano
filtrati i motivi più fecondi della nuova espe- rienza scientifica
attinta alle fonti greco-arabe (rese note dalle versioni contemporanee di
Adelardo di Bath, e, quindi, di Gerardo da Cremo- na, Ugo di Santalla,
Platone di Tivoli, Ruggero di Hereford, ecc.) è la espressione più
compiuta del moto di rinnovamento che domina tutta la cultura
filosofica del XII secolo, preparando la grande fioritura della
riflessione duecentesca. Capitolo quinto Lo sviluppo
della logica e l'opera di Pietro Abelardo V. Caratteri e aspetti
della logica abelurdiana Il raffinato platonismo e il vivace
spirito scientifico dell’ambiente di Chartres, è però solo uno degli
aspetti dominanti della rinascita fi- losofica del XII secolo. Mentre a
Chartres maturano le grandi cosmo- gonie e le enciclopedie politiche, è
infatti già in corso una profonda trasformazione degli studi logici,
destinata ad esercitare una vasta in- fluenza nella storia della cultura
filosofica medioevale. Già parlando delle predilezioni intellettuali di
Teodorico di Chartres, s'è visto qua- le importanza aveva per lui
l’insegnamento dialettico fondato sulle opere di Boezio e sulla
conoscenza quasi totale dell’Organon aristote- lico. Ma le testimonianze
contemporanee sono anche ricche di notizie e di accenni polemici sugli
sviluppi della scuola di Petit-Pont, nelle vi- cinanze di Parigi, dove
Adamo Parvipontano avrebbe stupito i suoi scolari proponendo e discutendo
delle quaestiones insolubiles, ossia alcuni di quei problemi sofistici
entrati da tempo nella pratica del- l'insegnamento dialettico. La
cavillosa ingenuità di molti dei problemi riferiti da queste
testimonianze, non deve però ingannarci, inducen- doci a credere che gli
studiosi medioevali non si rendessero conto della loro futilità. Esercizi
di scuola, adoperati dai maestri per affinare le capacità dei loro
allievi, simili discussioni valevano soprattutto a sti- molare
l’interesse per un tipo di analisi dialettica particolarmente utile per
gli studiosi di diritto e di teologia. E chi tien conto che l’insegna-
mento della dialettica era propedeutico a quello delle quattro arti
maggiori, non trova difficoltà a consid:rare anche questi esercizi come
una manifestazione del vivace interesse per la disciplina logica che sa-
rà presto un carattere peculiare della scuola parigina. È
appunto in questo ambiente, dove erano pen-trate anche le dot- trine di
Berengario e di Roscellino, che si formò la personalità più emi- nente
della prima metà del XII secolo, Pietro Abelardo. Nato a Pel-
138 Lo sviluppo delia logica e l'opera di Pietro Abelardo
let, vicino a Nantes nel 1079, egli si dedicò fin da giovanissimo allo
studio delle arti liberali e specialmente della dialettica di cui pare
gli fosse maestro lo stesso Roscellino. Piti tardi recatosi a Parigi, che
era il centro più vivace di studi dialettici, fu scolaro di un maestro
come Guglielmo di Champeaux (1070-1120) che godeva in quel momento
di larghissima fama. Ma neppure la dottrina di Guglielmo soddisfece il
giovane studioso, che iniziò fin da allora a combattere le dottrine del
maestro con estrema vivacità. La ragione di tale polemica è, del
resto, perfettamente chiara ed evidente.Discepolo di Manegoldo di Lautenbach
e poi di Anselmo di Laon, amico di Bernardo di Clairvaux e fondatore
della Abbazia di S. Vittore, che sarà poi uno dei maggiori centri del
pensiero mistico me- dioevale, Guglielmo di Champeaux era un deciso
sostenitore delle con- cezioni agostiniane e platoniche. Cosf, a
proposito del significato dei concetti di genere e di specie, si atteneva
alla soluzione realistica che ab- biamo già visto affermata dallo Scoto
Eriugena e da Anselmo da Aosta. Secondo la testimonianza di Abelardo,
egli avr-bbe infatti sostenuto “che la medesima realtà è tutta presente
essenzialmente nei singoli indivi- dui, tra i quali non vi sarebbe alcuna
diversità essenziale, ma bensi una distinzione causata dalla molteplicità
degli accidenti” Il che spiega perché Guglielmo ritenesse che in tutti
gli uomini numericamente di- versi v'è sempre una identica sostanza
umana, che si determina e si concreta variamente ora in Socrate ed ora in
Platone, secondo partico- lari determinazioni accidentali.
Contro questa dottrina, che rispecchia fedelmente un atteggia-
mento metafisico platonicamente fondato sull’ordine gerarchico di es-
senze e categorie universali, Abelardo non tardò ad opporre argomen- ti
che gli venivano almeno in parte dall’esperienza nominalistica di
Roscellino. Convinto che la logica sia una pura ars sermocinalis, scien-
za e arte del discorso, totalmente distinta dalla metafisica o dalla teo-
logia, egli respinse recisamente il realismo delle essenze logiche, sotto
lincando che la stessa essenza, se sussistesse tutta nei singoli
individui, pur con forme e accidenti diversi, si troverebbe spesso a
dover soste- nere attributi e accidenti contraddittori. Inoltre, ammessa
la realtà delle essenze, le dieci categorie aristoteliche diverrebbero
necessaria- mente le dieci essenze reali più generali di tutte le cose; e
ne segui- rebbe che ogni categoria è essenza e che quindi tutte le
sostanze sono, in realtà, sostanza, tutte le qualità una sola qualità.
Perciò, la sostanza di Socrate sarebbe la stessa sostanza di
Platone, e le qualità dell’uno quelle dell’altro, ecc.; ma in tal
modo la realtà individuale e distinta 139 L'XI e il
XII secolo di Platone e di Socrate sarebbero totalmente perdute
perché i due in- dividui sarebbero di fatto una sola unità
indistinguibile. Tali obiezioni — racconta Abelardo — avrebbero
subito smantel- lato la dottrina realistica di Guglielmo di Champeaux; e
il maestro parigino avrebbe ripiegato sulla tesi della “indifferenza”
degli univer- sali, sostenendo che la realtà dei generi e delle specie è
identica nei diversi individui, non quanto all’essenza ma bensi
nell’*indifferenza,” giacché, ad esempio, i singoli uomini, distinti di
per sé gli uni dagli altri, costituiscono pur sempre l’identica realtà
umana e, quindi, non differiscono nella loro comune natura. Abelardo
criticò, però, con non minore intransigenza, anche questa dottrina che
non era sostanzial- mente diversa da quella precedente, e dimostrò
che se la sola indiffe- renza positiva è quella che intercorre tra gli
individui che possie- dono una stessa natura, si ripresentano di nuovo le
medesime difficoltà già rilevate a proposito della concezione
realistica. Il successo riportato nella disputa con un maestro cosi
famoso non giovò ad Abelardo, che fu costretto dalle violente inimicizie
dei condiscepoli ad abbandonare Parigi e a rifugiarsi a Melun, dove
apri una sua scuola. Però ben presto si trasferi a Corbeil, più vicina
alla capitale, e di lîf a poco tornò nuovamente a Parigi per studiare retorica,
sempre alla scuola di Guglielmo. Non sembra però che i suoi rapporti co]
maestro migliorassero; anzi, proprio in questa occasione, Guglielmo
sarebbe stato costretto da Abelardo a riconoscere aperta- mente la
fondatezza e la superiorità delle sue critiche. Tuttavia Abe- lardo,
ormai padrone delle “arti sermocinali,” lasciò di nuovo la scuo- la
parigina per dedicarsi allo studio della teologia, sotto la guida di
Anselmo di Laon. Polemico e innovatore come sempre, il filosofo
bretone non restò però a lungo neppure nella scuola di Laon; poco dopo,
nel 1114, era di nuovo a Parigi, ove tenne scuola di dialettica e di
teologia, riscuo- tendo un successo clamoroso. Studenti di ogni parte di
Francia e di Europa (e tra essi fu anche Arnaldo da Brescia, che nel 1155
sarebbe stato arso in Roma, come capo di un movimento riformatore
violen- temente avverso al potere mondano della gerarchia
ecclesiastica) accor- sero a udire le sue lezioni, divulgarono la dottrina
del Peripateticus Palatinus in tutti gli ambienti colti del tempo; e
intorno alla sua scuola cominciò a costituirsi la futura università
parigina, luogo di attrazione per i teologi e i filosofi di tutta la
Cristianità occidentale. L'episodio del suo amore per Eloisa, donna
eccezionalmente dotta e partecipe degli stessi problemi teologici e
morali, la vendetta del 140 Lo suiluppo dellu logica
e l'opera di Pietro Abelardo canonico Fulberto, e la vergognosa
mutilazione che costrinse Abelardo ad abbandonare l’insegnamento parigino,
sono episodi fin troppo noti perché occorra ricordarli. Colpito nella sua
dignità di clericus e di maestro, Abelardo prese l’abito monastico e
prese a vagare di mona- stero in monastero, di abbazia in abbazia,
portando dovunque la sua umana inquietudine e la sua polemica filosofica,
caldeggiando la for- mazione di una comunità puramente speculativa
dedicata al Paracleto. La fortuna e l’efficacia del suo insegnamento non
ne riusci però dimi- nuita, se è vero che folle di studenti lo seguivano
nei suoi spostamenti, e che la sua fama continuava a diffondersi per
tutta Europa. Del resto, gli anni che vanno da quando abbandonò Parigi, e
il 1142, quando mori a Chalon-sur-Sagne, sono anni di grande operosità e
di costante, approfondita riflessione sui temi più ardui della logica,
della metafi- sica, della teologia e della morale. E pure in questo
periodo si svolge tra lui ed Eloisa quella mirabile relazione epistolare
che è veramente uno dei capolavori della letteratura mediocvale.
La lucidità e la spregiudicatezza di molte pagine
dell’epistolario, e soprattutto di quelle in cui Eloisa difende con
estrema decisione la nobiltà e la purezza della sua passione, hanno
spesso indotto gli sto- rici ad accentuare la “modernità” dell’atteggiamento
morale dei due celebri amanti. Ma non è certo un buon criterio storico
giudicare tut- ta la personalità e l’opera filosofica di Abelardo alla
luce di questa ap- passionata testimonianza umana, per tentare magari
confronti arditi e poco plausibili con la mentalità e il costume morale
degli intellettuali del Rinascimento. Anche il tono e il contenuto delle
lettere di Abe- lardo e di Eloisa sono infatti veramente comprensibili
solo nell’ambito di una vicenda che si svolse nell'ambiente scolastico
della Parigi me- dioevale, entro il chiuso mondo dei clercs, dominati dai
propri pre- giudizi etici e professionali, e tra due persone
drammaticamente con- sapevoli del conflitto tra la loro condizione e le
idee e le norme pro- prie della loro casta. D'altra parte non conviene
all’intelligenza storica dell’opera di Abelardo, presentarlo come un puro
razionalista o, an- cor peggio, come un precursore del “libero pensiero,”
inteso a rove- sciare il principio dell’“autorità” e ad instaurare contro
il fideismo di Bernardo di Clairvaux i sovrani diritti della ragione.
Questa imma- gine di Abzlardo, che pure piacque alla vecchia storiografia
dell’età romantica, è certo del tutto antistorica e deforma, fino a
ridurli cari- caturali, i veri caratteri del suo pensiero. Ma ciò non
toglie che que- sto filosofo cosi combattivo e polemico, questo
dialettico rigoroso e teologo spregiudicato, sia stato veramente
l’interprete più originale 141 L'XI e il XII
secolo ed acuto della rinascita filosofica del XII secolo. Alieno
dal costruire un compiuto sistema cosmologico come quelli elaborati dai
Maestri di Chartres, egli fu infatti autore di opere di logica, di
teologia e di mo- rale che hanno avuto una influenza decisiva su molti
aspetti della ri- flessione del suo tempo, e che segnano un progresso
decisivo nei con- fronti delle concezioni filosofiche precedenti.
Già abbiamo visto, del resto, quale fosse stato il suo atteggia-
mento di fronte al realismo logico di Guglielmo di Champeaux; ma è bene
aggiungere che la sua polemica fu altreitanto rigorosa anche nei riguardi
di tutte le altre forme di realismo, iv comprese quelle che
identificavano l’universale con l’intera “collezione” degli individui cui
esso si riferisce. Per Abelardo l’universale è invece semplicem.nte un
dato del linguaggio, “un vocabolo trovato in modo che si possa pre-
dicare singolarmente di molti”; e quindi “il termine ‘uomo’ che usia- mo
tanto per indicare Socrate che Platone non differisce dal nome proprio
con cui indichiamo questo o quell'individuo se non perché è atto a far da
predicato di proposizioni che hanno per soggetto il nome proprio di molti
individui.” Una volta definito il significato “sermo- cinale” del termine
universale, Abelardo afferma poi rigorosamente che i nomi universali non
indicano affatto un’essenza o realtà comune a vari individui, e che
occorre quindi respingere l’idea che essi impli- chino qualcosa di reale
sia di per se stessi sia nella natura degli indi- vidui. La conoscenza ha
come punto di partenza l’individuale e il sensibile, la cui
caratteristica è data proprio dalla sua diversità e di- stinzione nei
confronti di ogni altra cosa individuale. Perciò il ter- mine universale
deve unicamente valere come un segno logico, neces- sario per assolvere
una particolare funzione nella costruzione dei di- scorsi umani.
Dopo aver cosi definita la funzione del “termine” universale, Abe-
lardo cerca però di analizzarne anche le proprietà logiche. La consta-
tazione che i nomi universali non indicano delle essenze o entità co-
muni, potrebbe infatti indurre a concludere che essi non abbiano al- cun
riferimento effettivo con le cose e che non permettano di inten- dere
effettivamente nessuna realtà esistente e concreta. Ma Abelardo è un
logico troppo sottile per poter accettare semplicemente la dottrina di
Roscellino e ridurre cosî gli universali a puri e semplici flatus vocis.
Intanto, per prima cosa, egli osserva che sebb:ne i singoli indi- vidui,
ad esempio i vari uomini, differiscano tra loro in molti caratteri ed
attributi, hanno però qualcosa di comune e cioè il loro stazus e la loro
comune condizione di “essere uomini.” L'errore di chi attribuisce
142 Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo
una realtà oggettiva agli universali indipendentemente
dall’esistenza individuale, consiste dunque nel confond.re un'ipotetica
essenza del- l'*uomo,” che non esiste, con l’“essere uomo” che è invece
una condi- zione reale particolare e concreta. Sicché, dire che questo o
quell’in- dividuo “convengono” nello status di uomo, cioè “nell’essere
uomo,” significa riconoscere che esiste una causa comune per cui s'impone
ai singoli individui il termine o nome universale di uomo. Questi
stars sono dunque “le cose stesse costituite in questa o quella natura”;
e dunque, per giungere alla formulazione del termine universale,
ba- sta raccogliere la somiglianza comune d.gli individui che sono
effetti- vamente nello stesso status e designarla con un nome.
Quale sia poi il contenuto che questi universali assumono nel no-
stro pensiero, è indicato chiaramente da Abelardo n:llo svolgimento della
sua teoria gnoseologica. All’origine dell’attività conoscitiva sta
infatti la percezione sensibile che ci permette di percepire questo o
quell’individuo particolare; ma l’intelletto è capace di formarsi una
immagine di ogni oggetto percepito che esiste ormai indipendente- mente
dall’oggetto stesso e persiste nella mente anche dopo la scom- parsa
dell’individuo che l’ha provocata. Queste immagini presenti nel- la mente
si distinguono però dalle immagini fittizie composte libera- mente dalla
fantasia senza alcun riferimento ad una realtà effettiva; ma si
distinguono altresi anche da quelle che si presentano all’intellet- to
quando pensiamo all’“uomo” o alla “torre” in generale. “L’intelli- genza
del nome universale”. scrive Abelardo in un testo particolar- mente
importante, “concepisce un'immagine comune e confusa di mol- te cose,
laddove l'intellezione prodotta dalla parola singolare com- prende la
forma di una sola cosa.” Il nome di Socrate o di Platone, individui
concreti e particolari, farà quindi sorg:re nella mente un’im- magine che
esprime la figura e la somiglianza di una determinata per- sona; mentre
invece il termine “uomo” potrà dar luogo soltanto ad un’immagine scialba
e relativamente ind:terminata, costituita soltanto dai caratteri comuni
degli individui da cui è tratta. L’universale è dunque soltanto una
parola che designa l’immagine confusa di una collettività d’individui di
natura simile, o, per usare le parole stesse di Abelardo, che possiedono
il medesimo status. È chiaro che da queste premesse deriva subito
un complesso di conseguenze logiche e gnoseologiche di estrema importanza.
Per pri- ma cosa, le sole conoscenze chiare e connesse ad oggetti reali
sono quelle degli individui particolari, uniche realtà di cui si dia
diretta intellezione umana; mentre invece i termini universali ci
permettono i 143 L’XI e il XII secolo
semplicemente di acquistare un’opinione limitata sempre suscettibile di
mutamento. Tuttavia sarebbe erroneo credere che Abelardo non riconosca il
fondamento reale dell'immagine comune. Il fatto che, considerando molti
individui, la nostra mente fermi la sua attenzione su ciò in cui convengono,
sui loro aspetti simili o identici, è anzi per- fettamente naturale; cosi
com'è del tutto legittima la formazione del- l'immagine comune, prodotta
da un’attività dell’intelletto che separa e distingue per via di
riflessione ciò che è unito e coesiste ‘realmente nell’identità
inscindibile dell'individuo. A questa determinazione a- stratta della
forma o immagine comune, corrisponde poi naturalmente una vox o termine
che, di per se stesso, è cosa particolare del tutto distinta dall’altra
realtà che significa. Ma affinché questa significatio sia legittima ed
effettiva occorre che la vox venga strettamente con- nessa all'immagine
mentale e sia capace “per comune istituzione uma- na” di farla subito
sorgere nella mente di chi l’ascolta. Solo cosi la vox può diventare un
elemento del discorso umano, e può adem- piere al suo compito logico che
consiste soltanto nel rappresentare o significare le diverse res.
Non credo occorra insistere più a lungo su di una dottrina di per
se stessa tanto chiara ed evidente. Ma prima di chiudere questa breve
trattazione della logica abelardiana, sarà utile ricordare che il “Pe-
ripatetico Palatino” può rispondere in modo profondamente nuovo ed
originale alle questioni poste da Porfirio. Cosî, alla domanda se i
generi e le specie designino cose realmente esistenti, o siano semplici
oggetti d’intellezione, egli risponde che essi esistono “nel solo
intelletto nudo e puro,” ma che però indicano sempre esseri reali che
sono gli stessi già afferrati dall’esperienza sensibile. Inoltre, questi
“universali” sono indubbiamente corporei in quanto sono delle voci
pronunziate con mezzi fisici; però la loro capacità di designare una
pluralità d’indi- vidui è invece incorporea. E se è vero che i generi e
le specie sussistono nella realtà sensibile in quanto designano forme e
qualità proprie degli individui, sono però al di là delle cose sensibili
proprio perché le desi- gnano per astrazione. Non solo; Abelardo afferma
che questi termini non potrebbero mai esistere senza gli oggetti da essi
significati; il che non toglie però che i loro significati possano
sussistere anche se sono legati semplicemente ad un'immagine mentale e
non ad un oggetto sensibile, come nel caso della proposizione “la rosa non
esiste,” il cui significato è pienamente legittimo. Tali
soluzioni, avanzate in una forma cosî rigorosa, rappresentano
indubbiamente una tappa fondamentale nella storia della logica e della
144 Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro
Abelardo riflessione filosofica medioevale. Da un lato, infatti,
Abelardo tenta, per primo, un’analisi dei problemi logici condotta in
assoluta indipendenza da ogni presupposto metafisico e teologico, come
scienza autonoma dei modi e delle forme del discorso umano. Ma, d’altra
parte, la negazione di ogni tipo di realismo logico e la polemica contro
la persistente ispirazione platonica dei suoi predecessori, lo pone già
sulla via che sarà battuta dalle tendenze più avanzate del pensiero
scolastico, fino alla soluzione drastica del nominalismo occamista. Tali
posizioni sono ancora lontane dalle intenzioni di Abelardo che, partecipe
delle metafisiche platoniche del suo tempo, non negava affatto la
possibilità dell’esistenza nella mente divina di eterne idee archetipe,
modello e forma delle cose reali. Non- dimeno, il valore preminente che
egli attribuisce alla conoscenza del- l’individuale, e la sua insistenza
sulla funzione preliminare ed essenzia- le dell’esperienza sensibile,
sono altrettanti motivi di grande rilievo storico, destinati a influire
profondamente sulle dispute logiche e meta- fisiche del XIII
secolo. 2. La teologia di Abelardo AI significato
critico della dottrina logica di Abelardo corrisponde, del resto, anche
la novità e l’arditezza di talune tesi teologiche espo- ste, oltre che
nel Sic et Non, anche nel De wnitate et trinitate divina (dopo il 1118),
nella Theologia Christiana (dopo il 1123-24), nella Intro- ductio in
theologiam, nonché nel Dialogus inter Hebracum, Philoso- phum et Christianum,
composto intorno al 1141. Tra queste opere il Sic et Non è certo
particolarmente importante per il metodo con cui Abelardo procede alla
presentazione ed al vaglio delle auctoritates scritturali e pa-
tristiche, opponendo tra di loro quelle che appaiono contrastanti o con-
traddittorie. È vero — come è stato sottolineato anche recentemente — che
Abelardo non intende servirsi di questo metodo per scalzare il principio
dell’auctoritas, del cui valore egli è pienamente convinto. Ma, sebbene dichiari
spesso che il fondamento della verità e della salvezza consiste nelle
nude parole della Scrittura, e ribadisca che la dialettica deve
semplicemente servire all’intelligenza della Fede, è evidente che
Abelardo procede anche nella sua indagine teologica con il preciso
intento di chiarire le difficoltà e le aporie interne alle argomentazioni
tradizionali. D'altra parte, come dice egli stesso parlando del metodo
seguito nel De unitaze et trinitate divina, la spiegazione del teologo
non può procedere che per mezzo di analogie tratte dal ragionamento
uma- 145 50. L'XI e il XII secolo
no; e poiché questo procedimento analogico è usato da Abelardo an- che
per spiegare il rapporto trinitario delle persone divine, non mera-
viglia che, come i maestri di Chartres, egli si serva del motivo platoni-
co-stoico dell'anima mundi per illustrare analogicamente la terza per-
sona trinitaria. È vero che per Abelardo si tratta soltanto di un’ana-
logia incapace di spiegare fino in fondo la misteriosa verità d:1 dogma;
però egli non esita ad usare anche in altri casi dottrine filosofiche,
so- prattutto di origine platonica, per illuminare il contenuto della
teolo- gia cristiana, affermando implicitamente una continuità ed un
accordo sostanziale tra la riflessione classica e la dottrina
cristiana. Ecco perché Bernardo di Clairvaux, mistico cistercense
ed intran- sigente difensore del primato sovrarazionale della fede
cristiana, fu cosi avverso al Peripateticus Palatinus considerato come il
più temibile nemico della ortodossia teologica. In effetti, nella
prospettiva teoriz- zata da Abelardo, la teologia cristiana non solo è
strettamente legata alla ricerca della ragione, ma si può dire che la
stessa rivelazione si esprima anche nelle forme del ragionamento
razionale, e che le verità filosofiche degli antichi siano anticipazioni
o premesse di una verità più alta, ma non avversa alla ragione. Come
Abelardo scrive nel Dia/o- gus, il Cristianesimo è certamente la verità
assoluta che accoglie e ri- solve in sé tutte le altre verità parziali ed
imperfette; però anche la di- mostrazione dei suoi principi può procedere
per via dimostrativo-ana- litica; quindi il metodo razionale può essere
applicato anche alla ricerca teologica, senza temere di cadere per questo
nell’empietà o nell’eresia. La polemica di Bernardo e il severo
giudizio del Concilio di Sens, che nel 1141 condannò alcune sue
proposizioni teologiche, non valsero ad impedire che il metodo abelardiano
influisse largamente anche sugli sviluppi della riflessione teologica. Né
stupisce che il suo tentativo di elaborazione dialettica della “materia”
teologica potesse contribuire in maniera decisiva alla formazione di un
vero metodo della scienza teolo- gica, già chiaramente delineato nelle
prime Summae o nel crescente suc- cesso dei Libri sententiarum. Solo per
restare nell’ambito della sua scuo- la, opere come l’Epitome theologiae
di Maestro Ermanno, le Sententiae Parisienses, l'Ysagoge in Theologiam e
le Sententiae di Rolando Bandi- nelli (il futuro Alessandro III), sono
eloquenti testimonianze del pro- gresso compiuto nella prima metà del XII
secolo dalla cultura scolastica parigina. Tra le dottrine di
Abelardo condannate al concilio di Sens spiccano anche talune tesi di
morale definite nello Scito te ipsum. Avverso alle concezioni ascetiche
tradizionali che ponevano tra i peccati anche le Lo sviluppo della
logica e l'opera di Pietro Abelardo inclinazioni più naturali
dell’uomo, ostile ad una morale che defini- sce rigidamente il ben: ed il
male identificandoli con un certo modo astratto di comportamento,
Abelardo tende infatti a identificare il valore dell’atto con l’abito
interiore che lo accompagna. Cosi, egli distingue net- tamente il “vizio
dell'anima” dal “piccato”; e se il “vizio” che dipende spesso dalla
natura e dalla complessione fisica ci rende soltanto inclini ad
acconsentire all’illecito, il peccato consiste invece nel consenso
volontario al male, in una scelta lib:ra e consapevole. Certo, anche le
inclinazio- ni radicate profondamente nella natura particolare di ciascun
individuo possono spingere a desiderare ciò che è contrario alla legge
divina; ma tali inclinazioni, che non potrebbero mai esser: eliminate,
non sono di per sé male o peccato. Al contrario, Abelardo insiste sul
fatto che solo l'intenzione può costituire il vero contenuto del bene e
del male, indipendentemente dalla determinazione effettiva dell’azione.
“L'in- tenzione” — scrive infatti Ab:lardo in una pagina dello Scito te
ipsum di particolare rilevanza teorica — “è di per se stessa buona o
cattiva; ma l'azione è detta buona o cattiva non perché implichi in se
stessa un elemento di bontà o di malizia, ma perché deriva da
un'intenzione buona 0 cattiva.” La medesima azione può essere dunque
positiva se deriva da una buona intenzione, o cattiva se deriva da
un’intenzione malvagia; cosi Abelardo prende decisamente posizione contro
le con- cezioni etiche che fanno dipendere il valore morale dell’azione
dalla adesione astratta a uno schema costituito secondo una norma del
tutto estranea alla volontà. Tale concezione — che è certo
uno dei motivi più moderni e originali del pensiero abelardiano — è poi
spesso congiunta con una insist-nie critica della considerazione
meramente carismatica dei po- teri sacerdotali, che egli vuole invece
siano fondati sulla pratica at- tiva ed esemplare delle virti. La
successione apostolica vantata dai sacerdoti e dai vescovi ha, per lui,
significato e valore solo quando essa si accompagni all’oss:rvanza
dell’esempio religioso e morale degli apostoli, e non quando si risolva
semplicemente nella cerimonia del- l'imposizione delle mani o
nell’osservanza esteriore e farisaica delle norme canoniche. Proprio pr
questo sono cosi frequenti negli scritti morali e teologici di Abelardo
la denuncia della corruzione del clero, la condanna dell’eccessiva
potenza e ricchezza della gerarchia e la ripulsa di un rigido, astratto
legalismo morale © religioso che è del tutto contrastante con il
carattere della missione della Chiesa. Né manca nella riflessione di
Ab-lardo l’insistente richiamo a quei puri valori di interiorità su cui
dovrebbe fondarsi tutta la vita cristiana. 147 L'XI e
il XII secolo La vicinanza di alcuni dei suoi motivi polemici con
le idee larga- mente diffuse nei movimenti popolari di riforma o in
talune sètte ere- ticali, è stata quindi giustamente sottolineata dagli
storici che hanno posto in rilievo i rapporti tra Abelardo e Arnaldo da
Brescia, teorico del Comune popolare e avversario d:l potere pontificio.
Ma più che la ricerca di possibili filiazioni o influenze, interessa qui
sottolineare come sia sul piano teologico e morale, sia su quello logico
e gnoseologi- co, il pensiero di Abelardo è veramente l’espressione più
matura di un comune fermento critico che pervade tutti gli strati e gli
ambienti del- la società del suo tempo e che tende a corrodere i
capisaldi d:Ila cultura tradizionale. 3. Altre posizioni
logiche dell'età di Abelardo : Josselino di Soissons e Adelardo di
Bath L’influenza di Abelardo fu veramente eccezionale. Dalla
logica al- la teologia, dalle discussioni puramente filosofiche alla
casistica etica, tutta la riflessione del suo tempo e dei decenni
successivi reca il segno della sua personalità e delle sue idee. Ma la
superiorità teorica di molte posizioni abelardiane, soprattutto nel campo
della logica, non deve in- durci a trascurare l’apporto degli altri
logici contemporanei, ispirati a concezioni e dottrine spesso
diametralmente opposte. Già s'è detto di Guglielmo di Champeaux e delle
successive dottrine che egli avrebbe avanzato discutendo il problema
degli universali; ma dobbiamo qui ugualmente ricordare Josselino di
Soissons cui Giovanni di Salisbury attribuisce nel Meealogicon una
singolare dottrina che, pur rifiutando la universalità agli individui
considerati nella loro singolarità, la concedeva però alla “condizione
collettiva” della specie o del genere. Questa tesi, che compare anche nel
trattato anonimo De generibus et speciebus (già attribuito dal Cousin ad
Abelardo, ma che evidentemente non può es- ser suo), deve aver avuto una
discreta diffusione proprio per la sua ten- denza a conciliare le opposte
tesi dei “realisti” e dei “nominali.” Secon- do la concezione di
Josselino la specie si presenta infatti in ogni indivi- duo come una
sorta di materia comune la cui forma è costituita dalle singole
determinazioni particolari; e perciò nell’individuo Socrate coe- siste
l’“umanità” (materia comune) con la “socrateità” che ne è la forma, e
quindi Socrate possiede una sua umanità particolare distinta da quella di
Platone o di Aristotele. Il fatto che il termine “uomo” sia comune ad un
intero gruppo di individui non significa che l’umanità di So- Lo
sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo crate o di
Platone costituisca una realtà unica, identica e comune nei vari
individui. Al contrario, questo fondamento comune è profondamen- te
differenziato dai caratteri peculiari e dalla struttura propria di ogni
individuo. Come si vede, la soluzione di Josselino può sembrare
assai vicina alla tesi abelardiana degli status; ma lo &tesso
Abelardo ne sottolineò nettamente la diversità quando obiettò che il
“gruppo” è sempre po- steriore agli individui che lo costituiscono,
laddove invece la dottrina della collectio sembra far precedere l’unità
indifferenziata della “ma- teria comune” dalla concreta esistenza dzi
singoli. La difesa della priorità dell'individuo anche nei
confronti della posizione moderata di Josselino ribadisce la radicale
vocazione nomina- listica della logica di Abelardo. Però il problema di
rapporti tra r0- men e res, tra la determinazione concettuale e la
struttura reale de- gli individui, doveva essere ulteriormente dibattuto
nel trattato De codem et de diverso di Adelardo di Bath. Questo maestro,
formatosi nell'ambiente teologico di Laon e di Tours, e quindi per molti
anni pellegrino in Italia, in Sicilia e nell’Asia Minore alla ricerca di
testi arabi e greci di cui fu uno dei primi traduttori, ha un posto di
primo piano nella storia della scienza medioevale. Nelle sue traduzioni
dei testi astronomici arabi e degli Elementa di Euclide e nelle sue
Quae- stiones naturales, ricche di temi della tradizione araba, egli si
rivela uno degli uomini più colti del suo tempo. Ma anche il De eodem
et de diverso mostra una mentalità dialettica rigorosa ed esatta,
perfet- tamente consapevole dei gravi problemi filosofici che si
agitavano die- tro le modeste apparenze del problema degli universali.
Cosî egli ac- cetta la definizione abelardiana degli universali come nomi
delle cose che contengono (rerum subiectorum nomina) e la dottrina
aristotelica che esclude ogni loro realtà al di fuori dell’esistenza
individuale con- creta. Però osserva “che i nomi del genere, della specie
e dell’in- dividuo vengono imposti alla stessa essenza sotto diversi
rispetti? e che se i filosofi, “quando vogliono parlare delle cose come
si presen- tano ai sensi le chiamarono individui,” definendole con il
loro nome proprio e particolare, tuttavia, quando le considerano “pid
profonda- mente,” le chiamano anche specie o generi, senza negare la loro
real- tà individuale, ma riferendosi a quei caratteri universali che vi
sono impliciti. Perciò i generi e le specie sono per Adelardo “le stesse
cose sensibili considerate in modo più acuto,” e queste sp:cie e generi
nel- la loro funzione di termini o modi universali vengono distinti per
im- maginazione dalla stessa realtà sensibile e considerati come forme a-
149 L'XI e il XII secolo stratte. Non v’è
quindi da meravigliarsi se Adelardo, fedele a questa dottrina, possa poi
considerare sostanzialmente concordanti le dottrine di Platone e di
Aristotele, i quali hanno soltanto accentuato i due di- versi aspetti del
problema. E una dottrina non diversa viene pure attri- buita al maestro
parigino Gualtiero di Mortagne (t 1174), il quale, se- condo la
testimonianza di Giovanni di Salisbury, avrebbe insegnato che Platone,
secondo “status” diversi, è individuo, specie e genere subalterno o
supremo. Certamente — e Adelardo insiste particolarmente su questo
punto — alwra è la conoscenza legata all’esperienza immediata e quasi
co- stretta dal “tumulto esteriore” dei sensi, ed altra la conoscenza
intelli- gibile estesa alle Cause supreme delle cose naturali e
addirittura alla previsione della realtà futura. Ma non per questo
Adelardo respinge quel sapere che la mente umana può raggiungere anche
quando è serrata nel “carcere” del corpo e si muove soltanto tra le forme
sensi- bili delle cose. Anche questo sapere, quando è capace di giungere
agli elementi permanenti, costitutivi della realtà, è valido e nec zo P z
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mechanics in the middle age, Madison, 1959. 515
Parte prima Capitolo primo Boezio Opere:
a) Opere scientifiche: De institutione arithmetica; De institutione
musica; uno scritto di astronomia perduto; uno scritto di geometria an-
ch'esso perduto. b) Opere filosofiche: traduzione delle Categorie;
Commento alle Cate- gorie; traduzione del De interpretatione; primo
Commento al De inter- pretatione; secondo Commento al De interpretatione;
traduzione degli Analytici primi e secondi; traduzione dei Topici (non è
certo, però, se la traduzione che va oggi sotto il suo nome sia
autentica); traduzione della Isagoge di Porfirio; primo Commento
all'Isagoge; secondo Commento alla Isagoge; commento ai Topici di Cicerone;
De syllogismo categorico; Intro- ductio in syllogismos categoricos; De
syllogismo hypotetico; De divisione; De differeptiis topicis; Consolatio
philosophiae. È discussa l’attribuzione della versione degli Elenchi
sofistici. c) Opere teologiche: De Trinitate; Ad Iohannem diaconum
utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter
praedicentur; Ad cundem quomodo substantiae in co quod sint bonae sint,
cum non sint substantialia bona; Liber contra Eutychen et Nestorium. Non
è invece auten- tico il De fide catholica attribuito tradizionalmente a
Boezio. Edizioni: Le opere in P. L., 63-64, nel “Corpus” di Vienna
48 e 67. I trattati teologici si vedano nell’ed. StewartT-RanD, Londra,
1918 (u.e. 1953), la Consolatio nell’ed. BreLer, in “Corpus
Christianorum” 94; del De inter- pretatione cfr. l’ed. Meiser, Lipsia,
1877-1880. Delle traduzioni italiane della Consolatio ricordiamo quelle
del Moricca (Firenze, 1921, 1942) e del Cappa (Milano, 1940). Gli
Opuscola theologica sono stati tradotti dal RAPISARDA, Catania, 1947; i
Pensieri sulla musica (testo e trad.) dal Damermni, Firen- ze,
1949. Bibliografia: La bibl. generale in GEYER, pp. 669-670; De
Barr, nn. 4393- 4443; De Wutr, I, pp. 127-128. V. inoltre tra le opere
pit importanti e recenti: I. Brnez, Boèce et Porphyre, “Rev.
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Parigi, 1943, pp. 313-388. G. Barpyr, Cassiodor et la fin du mond
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P. L., 81-84; le Etymologiae, a cura di W. M. Linpsar, Ox- ford,
1911. Bibliografia: La bibl. generale in GevER, pp. 671-72; De
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sa vie, son oeuvre, Parigi, 1945, 19512. L. HaLpHEn, Charlemagne et
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Grossreiches, Zurigo, 1949, trad. it. Inem, Karl der Grosse und das
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trad. e comm., a cura di G Penco, Firenze, 1958. Pu. ScHumiTtz, Histoire de l'Ordre de St. Bénoit,
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dargestellt, Friburgo, 1929. L. HimxecLer, Vom Mònchtum des
hl. Benedikt. Gedanken iiber bene dektinische Wesenart, Geschichte
und Kultur, Basilea, 1947. Cfr. inoltre il “Bulletin d’histoire
benédéctine” nella “Revue bénédictine.” Beda il Venerabile
Opere: Historia ecclesiastica gentis Anglorum; De natura rerum; De
temporibus; De temporum ratione; Quaestiones super Genesim. Edizioni:
Le opere si vedano in P. L. 90-95, e in corso di pubbli cazione in
“Corpus Christianorum,” Turnholt, Parigi, 1955; l'Opera historica
nell’ed. L. E. Kinc, Londra, 1931; l'Opera de temporibus nell'ed. C.
520 Bibliografia W. Jones, Cambridge (Mass.),
1943 e l’Expositio actuum apostolorum nel- l’ed. M. L. W. LarstwEr,
Cambridge (Mass.), 1935. Bibliografia: La bibl. generale in GEyER, p.
672; De Brie, nn. 4532-4550; De Wutr, I, p. 129. Tra le opere piti
importanti e pi recenti si veda: A. Hamirton THompson, Beda. His life, times and writings, Oxford, 1935. H.
M. Gite, St. Beda the Venerable, Londra, 1935. B. CapeLL8 - M. IncuAnez -
B. Tuum, St. Beda Venerable, “Studia Anselmia- na,” .1936. T. A.
Carrot, The Ven. Beda; his spiritual Teachings, Washington, 1946. C. H.
Beeson, The manuscripts of Beda, “Classical Philol.” 1947. J. Beumer, Das
Kirchenbild in den Schriftkomment Bedas, “Schol.,” 1953.
Alcuino Opere: Grammatica; De orthographia; Dialectica; Dialogus
de rhetorica et de virtutibus; De fide sanctae et individuae Trinitatis;
De animae ratione; De virtutibus et vitiis; Epistolae. Edizioni:
Le opere in P. L., 100-101. L’ed. crit. delle Epistolae in Episto- lae
Karolini aevi (M. G. H., II, pp. 18-481). Cfr. inoltre i Monumenta Alcui-
niana, Berlino, 1873. Bibliografia: La bibl. generale in GryER, p.
691; De Base, nn. 5105-5109; De Wutr, I, p. 129. Tra gli
studi pifi importanti e recenti cfr.: P. MonceLLE, Alcuin, in DHGE,
II M. Rocer, L’enseignement des lettres classiques d'Ausone è
Alcuin, Parigi, 1905. E. M.
WiLmont-Buxton, Alcuin, Londra, 1922. S. H. Wicsur, The Retoric of
Alcuin, Princeton, 1941. P. Hapor, Marius Victorinus et Alcuin,
“Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,” 1954. G. ELLarp, Master Alcuin
Liturgist, New York, 1956. L. WattacH, Alcuin and Charlemagne. Studies
in Carolingian History of Literature, Itaca - New York, 1959.
Fredegiso di Tours Opere: De nihilo et de tenebris.
Edizioni: P.L., 105, 751-756. Bibliografia: La bibl. generale in
GevER, p. 691-692; DE Wutr, I, 158. Tra gli studi più importanti e
recenti cfr.: M. Auner, F. von Tours, Lipsia, 1878 (con ed. crit. del De
nihilo); J. A. Enpres, Forschung z. Gesch. der friihmittclalt. Philos.,
Miinster i. W.,. 1915, pp. 5-15. 521
Bibliografia L. Germonar, I problemi del nulla e delle tenebre in
Fredegiso di Tours, in Saggi di filosofia neorazionalistica, Torino,
1953, pp. 101-111. Agobardo Opere: Le numerose opere
teologiche, che non occorre qui enumerare particolarmente in P.L., 104.
Bibliografia: Oltre alle opere indicate in GevER, pp. 691-692; cfr.
par- ticolarmente: J. B. Martin, s.v. in DTHC, I, 613-615. M.
Bresson, s.v. in DHGE, I, 958-1001. Rabano Mauro
Opere: De institutione clericorum; De rerum naturis; De computo; Gram-
matica. Edizioni: in P.L., 107-112. Bibliografia: La
bibl. generale in GevER, p. 692; De Brie, n. 5110; De Wutr, I, p. 129. In particolare cfr.: J. ScHumipt, Rebanus
Maurus, cin Zeit-und Lebensbild, “Der Katholik,” 1906. J. B. HasitzeL,
Rabanus Maurus und Claudius von Turin, “Hist. Jahrb.,”
1906, 1917. B. BLumenKranz, Raban Maur et St. Augustin, “Rev. m. à.
lat.,” 1951. ‘Candido di Fulda Opere: Il pensiero di
Candido è espresso nei Dicta Candidi (ed. Hau- réau, Parigi, 1872).
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 692; DE Wutr, I, p. 129. In
particolare vedi: F. Zimmermann, Candidus. Ein Beitrag zur
Geschichte der Friihscholastik, “Div. Th.” (F.), 1929. A.
KLeIncLausz, Eginhard, Parigi, 1942, pp. 165-168. .Servato Lupo di
Ferrières Opere: Epistolae; Liber de tribus quaestionibus;
Collectaneum. Edizioni: Le opere nell’ed. BaLuze, Parigi, 1664 e
1710; in P.L., 119. Per le Epistolae cfr. l’ed. L. LeviLLann, Parigi,
1927. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 692-693; De Brie, n. 5135; DE
WuLF, ‘p. 129. 522 Bibliografia In
particolare cfr.: Sprotte, Biographie de Servatus Lupus,
1880. U. BerLièrEe, Un bibliophile du IX siècle,
Loup de Ferrières, Mons, 1912. E. Amann, in DThC, IX,
963-967. Pascasio Radberto Opere: Tra le numerose
opere teologiche, che qui non enumeriamo, ri- cordiamo soprattutto il
Liber de corpore et sanguine Christi (831). Edizioni: le opere in
P.L., 120. Bibliografia: Cfr. Geyer, p. 693; De Brie, n. 5136.
In particolare: J. Ernst, Die
Lehre des hl. Paschasius Radbertus von der Eucharistie, 1897. J.
Jacquin, Le De corpore et sanguine de Pascase Radbert, “Rev. sc. philos.
théol.,” 1914. H. PeLtier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens,
1932. IpeM, s.v., in DThC, XIII, 1628-1639. C.
GLiozzo, La dottrina della conversione eucaristica in Pascasio Radberto e
Ratramno, monaci di Corbia, Palermo, 1945. H. WerisweiLEr,
Paschasius Radbertus als Vermittler des Gedankengutes der karolingischen
Renaissance in der Matthiuskommentaren des Kreises um Anselm von Laon,
“Schol.,” 1960. Ratramno di Corbie Opere: Le numerose
opere teologiche in P.L., 121; il De corpore et sanguine domini nell’ed.
crit. di J. BAKHUIZEN van DEN BrinK, Amsterdam, 1954.
Bibliografia: Cfr. GeyERr, p. 693; DE Wutr, I, pp. 165-166. In
particolare cfr.: A. NaEcLe, Ratramnus und die hl. Eucharistie, 1903. M. ManitIUs, Gesch. d.
latein. Lit. des Mittelalters, I, Monaco, 1923, pp. 412-17.
A. Wiumart, L'opuscule inédit de Ratramne sur la nature de l'ime,
“Rev. bénédict.,” 1931. C.
GLiozzo, La dottrina della convers. eucarist. in Pasc. Radberto e R. mo-
naci di Corbia, Palermo, 1945. J. De GHÙeLLINcK, Le mouvement théolog. au XII° s.,
Bruges, 1948?, p. 27 e passim. Cfr. inoltre: J. JoLiver, Godescale
d'Orbais et la Trinité. La méthode de la théologie a
l'époque carolingienne, Paris, 1958. 933
Bibliografia Capitolo terzo Il “Corpus” dello
Pseudo-Dionigi. Massimo il Confessore Edizioni: Per le edd. del
Corpus cfr. P.G., 3-4. La raccolta delle tradu- zioni latine dei testi
dionisiani e la fonte delle citazioni in PH. CHEVALLIER, Dionysiaca,
Parigi, 1937-1950; e l’ed. crit. del De coelesti hierarchia, a cura di R.
Roques e G. Hait, con trad. fr. di M. De Ganpittac nelle “Sources
chrétiennes,” n. 58, Parigi, 1958. Si veda inoltre la trad. delle Oeuvres
com- plètes du Pseudo-Denys l'Aréopagite, a cura del De Ganpittac,
Parigi, 1943. Per le traduzioni italiane cfr. Le gerarchie celesti,
Firenze, 1921; e, a cura del Turotta, le Opere, Padova, 1956.
Bibliografia: Sulla vasta letteratura sul Corpus ci limitiamo, in
questa sede, ad indicare oltre gli scritti di J. Stic.marr (Feldkirch,
1895; “Hist. Jahrbuch. d. Gérregesellschaft,” 1895; “Zeitsch. f. die
kathol. Theologie,” 1899; “Schol.,” 1927, 1928) e alle indicazioni
generali in GevER, pp. 667- 668; De Brie, nn. 4455-4481; De Wutr, I, p.
112, i seguenti studi: G. Tufry, Scot Erigène traducteur de Denis,
“Arch. latin. Med. Aev.,” 1931. E. StePHANOU,
Les derniers essais d’identification du pseudo-Denys, “Echos d’Orient,”
1932. G. Tufry, Études dionysiennes, Parigi, 1932, 1937.
M. BucHner, Die Areopagitica des Abtes Hilduin von St. Denys und
ihr Kirchenpolitischer Hintergrund, “Hist. Jahrb.,” 1938. V.
Lossky, La théologie négative dans la doctrine de Denis l’Aréopagite,
“Rev. sc. philos. théol.,” 1939. E. Von IvAnka, Der Aufbau der
Schrift “De divinis nominibus” des Pseudo- Dionysius, “Schol.,”
1940. G. DeLLa VoLpe, La dottrina dell’Arcopagita e i suoi presupposti
neoplato- nici, Roma, 1941 (e cfr. La mistica da Plotino a S. Agostino,
Messina 1951). È R.
Roques, La notion de Hiérarchie selon le Ps--Denis, “Arch. Hist. doctr.
litt. m. A.,” 1950-1951. H. F. Donpaine, Le Corpus dionysien de
l'Université de Paris au XIII siè- cle, Roma, 1953. R.
Roques, L'univers dionysien, Parigi, 1954. E. Turotta, Introduzione
a una lettura dello Ps. Dionigi, “Sophia,” 1956. E.
Von IvAnxka, Ps. Dionisius und Julian, “Wiener Stud.,” 1957. R. Roques, Symbolisme et théologie négative chez le Ps.
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Kontemplation und Ekstase bei Ps. Dion., Wiesbaden, 1958. P.
Scazzoso, Note sulla tradizione manoscritta della “Theologia mystica”
dello Pseudo Dionigi, “Aevum,” 1958. J. VANNESTE, Le mystère de
Dieu. Essai sur la structure rationelle de la doctrine mystique du
Pseudo-Dénys l'Aréopagite, Parigi, 1959. 524
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Torino,” 1959. E. Von IvAnka, Das “Corpus arcopagiticum” bei
Gerhard von Csanad, “Traditio,” 1959. L. H. Gronpiys, Sur l2 terminologie dyonisienne, “Bull.
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dynisienne, in L'homme et son destin, cit., pp. 335-346.
Per gli scritti di Massimo cfr. P.G., 90-91. Trad. it. La
Mistagogia e altri scritti a cura di R. CanrareLLA, Firenze, 1931; 12
libro ascetico, a cura di M. Dat Pra, Milano, 1944. Per gli
studi cfr.: J. DeaesEKE, Maximus Confessor und Johannes Scotus
Erigena “Theol. Stud. u. Kritiken,” 1911. U. Von
BaLtHasar, Kosmische Liturgie d. Max der Bekenner, Friburgo,
1941. P. ScHerwooD, The carlier Ambigua of Maxim
the Conf. and his refutation of origenism, Roma, 1955. G. MarHiev, Travaux préparatoires è une édition critique
des oeuvres de S. Maxime le Conf., Lovanio, 1957. E.
Von IvAnka, Der philosophische Ertrag der Auscinandersetzung Maximos des
Bekenners mit dem Origenismus, “Jahrb. oester. byzant Gesell.,”
1958. Scoto Eriugena Opere: De
praedestinatione; Versio operum S. Dionyssi Arcopagitac; Versio
Ambiguorum S. Maximi; De divisione naturae; Expositiones super Jerarchiam
coelestem S. Dionysi; Commentarius in S. Evangelium secun- dum Johannem;
Homilia in prologum S. Evangelii secundum Johannem; Carmina; Commentarius
ad opuscola sacra Boethii; Annotationes in Marcia- num. Edizioni:
in P.L., 122; per il De divisione naturae l’ed. C. B. Scunùrer, Miinster,
1938; per il Commentarius ad opuscola Boethii l'ed. E. K. Ranp, Monaco,
1906; gli Autographa a cura di E. K. Ranp, Monaco, 1912, e “Univ. Calif.
closs. philol.,” 1920; per le Annotationes in Marcianum cfr. C. E. Lutz,
Johannis Scottii Adnotationes in Marcianum, Cambridge (Mass.), 1939.
Bibliografia: La bibl. generale in GEvER, pp. 693-694; De Brie, nn.
5115- 5128; De Wutr, I, pp. 144-145. In particolare cfr.:
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me- taphysischen und anthropologischen Voraussetzungen nach den
Quellen dargestellt, Berlino, 1921-23. H. Bert, Johannes Scot Er. A study in Medieval
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der Neuplatonismus, Tubinga, 1925. M. TecHert, Le plotinisme dans le systòme de Jean Scot
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traducteur de Denys, “Arch. latin. Med. Aev.,” 1931; e cfr. “N. Schol.,”
1933. P. KLETTER, Johannes Eriugena. Eine Untersuchung iiber die
Entstehung d. mittelalterlichen Geistigkeit, Lipsia, 1931. W. Seut,
Die Gotteserkenntnis bei Joh. Skot. Er., Bonn, 1932. M.
Cappuyns, Jean Scot Érigène, sa vie, son oeuvre, sa pensée, Parigi - Lo-
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Eriugena e il significato del suo pensiero, “Sophia,” 1938, 1939. E. Von ErxHarpT- SieBoLD, Cosmology in the
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The Astronomy of John Scot Er., Baltimora, 1940. M. Dac Pra, Scoto
Eriugena e il neoplatonismo medioevale, Milano, 1941. (nuova ed. rifatta,
1951). G. BonarepE, Saggi sul pensiero di Scoto Eriugena, Palermo,
1950. H. F. Donpame, Un inédit de Scot Érigène,
“Rev. sc. philos. théol.,” 1950. Inem, Les “Expositiones super
Hierarchiam caelestem” de Jean Scot Ér., “Arch. Hist. doctr. litt. m.
à.,” 1951. H. Silvestre, Le Commentaire inédit de Scot Ér. au mètre IX du
livre III de la “Consolatio philosophiae” de Boèce, “Rev. hist. ecclés.,”
1952. G. MatHon, L'utilisation des textes de st. Augustin par ]. Scot
Érigène dans son De Predestinatione, in Augustin Magister (Atti del
Congresso int. agostiniano), ‘Parigi, 1955, pp. 419-428. . Gross,
Ur-und Erbsiinde in der “Physiologie” des Joh. Scotus Eriug., “Zeitschr.
f. Kirchengesch.,” 1955. . ScHEFrrezyK, Die Grundziige des Trinitàtslehre
des ]. Scotus Er., “Misc. Schmaus,” 1957. . MAZZARELLA, Il
pensiero di Giovanni Scoto Eriugena, Padova, 1957. . Grecory, Sulla
metafisica di Giovanni Scoto Eriugena, “Giorn. crit. filos. ital.,”
1958. G. MatHon, /. Scot Érigène, Calcidius et le
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Parigi, 1960. T. Grecory, Mediazione e incarnazione nella filosofia
dell'Eriugena, “Gior. crit. filos. ital.,” 1960. Inoltre: F.
VerneT, in DThC, V, 401-434. — JV
526 Bibliografia Smaragde Su Smaragde e
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Noti- ces et extraits de divers manuscripts latins pour servir è
l'histoire des doctri- nes grammaticales au moyen dge, Parigi,
1868. Eirico di Auxerre Opere:
Commenti al De Interpretatione, alle Categoriae, all’ Isagoge, e a testi
boeziani. Ma è dubbio se questi Comment: gli si possano attribuire.
Bibliografia: Gever, pp. 694-695. Remigio di Auxerre
Opere: Commenti all’Ars minor di Donato, agli Opuscola sacra di
Boezio e al De Consolatione philosophiae, a Prisciano e a Marciano
Capella (e cfr. M. Manitius, Gesch. d. lat. Lit. d. Mittalt., I, pp.
504-519). Edizioni: in P.L., 131; In artem Donati, ed. W. Fox, Lipsia, 1902, in Seduli opera (ed. ].
Huemer, Corpus Vienn., X, 1885), pp. 316-359; J. Bur- nAM, Commentaire
anonyme sur Prudence d'après le ms. 413 de Valencien- nes, Parigi,
1910. Bibliografia: La bibl. generale in GevERr,
pp. 695; DE Wutr, I, pp. 158- 159. In
particolare cfr.: H. F. Stewart, A Commentary by Remigius
Antissioderensis on the De Consolatione philosophiae of Boethius,
“Journal of Theol. Studies,” 1916.
M. Cappuyns, Le plus anciens commentaire des “Opuscula sacra” et son
origine, “Rech. théol. anc. méd.,” 1931. C.
E. Lutz, The Commentary of Remigius of Auxerre on Martianus Capella,
“Med. Stud.,” 1957. Raterio di Verona Opere:
Tra le numerose opere, interessano particolarmente oltre alle Epistolae i
Praeloquiorum libri VI. Edizioni: in P.L., 136 e le Epistolae
nell’ed. F. WercLe M.G.H., Wei- mar, 1949. Bibliografia: E.
Amann, in DThC, XIII, 1679-1688. G. MontICELLI, Reterio, vescovo di
Verona, Milano, 1938. F. WeicLE, Zur Geschichte des Bischofs Ratero von
Verona, “Deutsch. Arch.,” 1942. G. Tampieri, I! doveri morali di
ciascuno stato di vita secondo i “Praeloquia” di Raterio da Verona,
Bagnacavallo, 1943. 527 Bibliografia
Gerberto d’Aurillac (Silvestro II papa) Opere: De rationali et ratione;
Geometria; Liber de astrolabio. Edizioni: in P.L., 139; a cura di
A. OLLERIS, Clermont-Ferrand - Parigi, 1867; Epistolae a cura di J.
Haver, Parigi, 1889; Opera Mathematica, a cura di N. Busnov, Berlino,
1899. Bibliografia: F.
Picaver, Gerbert ou le pape philosophe, Parigi, 1897. H. Brémonp,
Gerbdert, Parigi, 1906. F. DeLzancLES, Gerbert, Aurillac, 1932. J.
LEFLON, Gerbert, Parigi, 1946. 528 Parte
seconda Capitolo primo Sui caratteri generali dell'età
ottoniana P. E. ScHramm, Kaiser, Rom und Renovatio, “Stud. Bibl. Warburg,” 1929. A. CarteLLIERI, Die
Westellung des deutsche Reiches, 911-1047, Monaco Berlino, 1932.
R. Forz, Le souvenir et la légende de Charlemagne dans l'Empire
germa- nique médiéval, Parigi, 1951. Su
Cluny e la sua riforma: L. M. SmitH, The early history of Cluny,
Oxford, 1920. J. Spor, Grundformen hochmittelalt.
Geschichtanschauung, Monaco, 1935. A. Brackmann, Die politische
Wirkung der cluniazensischen Bewegung, “Hist. Zeitschr.,” 1929. P. Borssosape, Cluny et la
papauté et la I grande Croisade internationale contre les Sarrazins
d’Espagne, “Rev. quest. hist.,” 1932. G. De VaLons, Le monachisme
cluniasien des origines au XV siècle (Archive de la France monastique),
Liguegé, 1935. K. Harincer,
Gorze-Cluny, Studien zu den monastischen Lebensformen und Gegensitzen im
Hochmittelalt., Roma, 1948. A.
Chagny, Cluny et son empire, Parigi, 19494. J. LecLERCO, Les études
universitaires dans l'ordre de Cluny, Saint-Waudrille, 1947. Spiritualità
cluniacense (Convegni del centro di studi sulla spiritualità me-
dioevale, II), Todi, 1960. Costantino Africano Opere:
il Wiistenfeld gli attribuisce le seguenti traduzioni: Liber com- pletus
artis medicinae qui dicitur regalis dispositio o Pantegni, di Ali Ibn
‘Abbas; Viazicum, di Abù ba ‘far Ahmad Ibn al-Gazzar; Liber divisionum e
Liber experimentorum dell’arabo ar-Rari; Liber dietarum universalium es
particuliarium, Liber urinarum, Liber febrium, Liber de gradibus, di
Ishiq al-Isra'ili. Tradusse inoltre opere di Ippocrate e di Galeno.
529 Bibliografia Bibliografia: cfr. Gever, pp.
703-704. In particolare v.: M. SreEInscHNEMDER, C. A. und seine
arabischen Quellen, “Archiv. f. pathol. Anatomie u. Phisiol.,” 37 (1866),
pp. 351-410. F. M. WisrenreLD, Die Ubersetzungen arabischer Werke
ins Lateinische seit dem II Jahrh., in Abhand!, d. K. Gesellsch. d. Wiss.
2. Gòttingen, 22 (1877), pp. 10-20.
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siècle, Parigi, 1895. L.
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Alfano di Salerno e l'ambiente salernitano Opere: Vita et
passio s. Christinae; Sermone; De unione Verbi Dei et hominis (smarrito);
Vita di s. Sabina (si ritiene perduto.); traduzione del trattato di
Nemesio: Sulla natura dell'uomo; Prologus alla suddetta tra- duzione;
Tractatus de pulsibus; De quattuor humoribus corporis humani
(framm.). Bibliografia: in particolare v.:
M. ScHIPA, Alfano 1., arciv. di Salerno, Salerno, 1880. Inem,
Storia del Principato longobardo di Salerno, “Arch. Stor. per le
provincie napoletane,” 12 (1887), passim. U. Ronca, Cultura
medievale e Poesia Latina in Italia nei sec. XI e XII, II, Roma, 1892,
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nel sec. XI, “Misc. Cassinese,” I (1897), pp. 16-20. G.
FaLco, Un Vescovo poeta ‘nel sec. XI, Alfano di Salerno, “Arch. Soc.
Romana di Storia Patria,” 35 (1912), pp. 439-82. B. ALsers, Verse
des Erzbischofs Alfanus von Salerno fiir Monte Cassino, “N. Arch.,” 39
(1913), pp. 667-669. M. Manitius, Geschichte der lateinischen
Literatur des Mittelalters, II, cit., pp. 618-37. P. O. KrisreLLer, The school of Salerno, “Bull. Hist.
of Med.,” 1945. Inem, Nuove fonti per la
medicina salernitana, “Rass. stor. salernitana,” 1957. Pier
Damiani Opere: Gratissimus; Gomorrhianus; Disceptatio Synodalis;
De Gallica profectione; Vitae Sanctorum; Carmina et Preces; Sermones
(l'attribuzione di molti dei quali è assai discussa).
Edizioni: P.L. 144-45 (è la ristampa dell’ed. di C. GaeranI del 1606 con
l'aggiunta di vari opuscoli scoperti da AnceLo Mar e apparsi in
“Scriptorum 530 Bibliografia veterum
nova collectio,” VI, Roma, 1832, pp. 193-244); manca una edizione critica
completa, esistono solo edizioni parziali; tra le più recenti citiamo: L.
De HeineMmann, in MGH, Libelli, 1, Hannover, 1891; G. Warrz, ibidem,
Scriptores, IV.; P. Brezzi - B. Narpi, S. Pier Damiani, De Divina
omnipoten- tia, ed altri opuscoli (con trad. it.), Firenze, 1943; A.
KoLprnc, Petrus D. Das Biichlein vom Dominus Vobiscum, Diisseldorf,
1949. Bibliografia: cfr. GevER, pp. 696-697; De Brie, n. 5160; in
particolare v.: J. A. Enpres, P. Damiani und die weliliche
Wissenschaft (“Beitrage,” VIII, 3), Miinster, 1910. L. KùHN, Petrus Damianus und scine Anschauungen iiber
Staat und Kirche, Karlsruhe, 1913. J. A. Enpres, Forschungen
zur Gesch. der friihmittelalterl. Philosophie, (“Beitrige,” XVII, 2-3),
Miinster, 1915. ]. Rmère, S.
Pierre Damien et les droits politiques du Pape, “Bull. litt. eccl.,”
1923. M. Losacco, Dialettici e antidialettici nei secc. IX, X, XI,
“Sophia,” 1933, pp. 525-29. V. Poretti, Il vero atteggiamento
antidialettico di S. P. Damiani, Faenza, 1953. F. DriessLEr,
P. Damiani, Roma 1954. J. GonsetTE, P. Damien et la culture
profane, Lovanio, 1956. Berengario di Tour Opere: De sacra
coena. Edizioni: P.L., 150; B. T. De sacra coena adversus Lanfraneum,
ed. A. F. e F. T. ViscHER, Berlino, 1834; una nuova ed., di W. H. BeEKEN-
rAMp, L’Aja, 1941; G. Morin, Lettre inédite de B. de T. à Parchev.
Joscelin de Bordeaux, “Rev. Bénédict.,” 1932, pp. 220-26.
Bibliografia: Cfr. GevER, pp. 696; De Brie, n. 5146; DE Wutr, I, pp. 166;
in particolare v.: C. PrantI, II, pp. 73-76. I. ScHmITzER, B. v. Tours und seine Lehre, 1890.
T. Herrz, Essai historique sur les rapports entre la philosophie et la
foi de Bérenger de Tours è st. Thomas
d'Aquin, Parigi, 1909. A. J. Macponacp, Berengar and the reform of
sacramental doctrine, Landra, 1930. G. Mor,
Bérenger contre Bérenger, “Rech. théol. anc. méd.,” 1932, pp.
109-33; M. Marronota, Un testo inedito di Berengario di Tours e il
Concilio ro mano del 1079, Milano, 1936. 531 Bibliografia L. C. Ramirez,
La controversia eucaristica del siglo XI: B. de T. a la luz de sus
contemporéneos, Bogotà, 1940. F. Verne, in DThC, II,
722-42. M. Cappuvns, in DHGE, VIII, 385-407. Anselmo di
Besate Opere: Rhetorimachia. Edizioni: cfr. E.
DimMEER in dibdl. e l’ed. crit. di K. ManItIUs, in M.G.H. Quellen zu
Geistesgeschichte des Mittelalters, 2, Weimar, 1958. Bibliografia:
cfr. GevER, p. 696. E. DummLeER, A. d.
Peripatetiker, Halle, 1872. J. A. Enpres, Die Dialektiker und ihre
Gegner in 11 Jahrhundert, “Philos. Jahrb.,” 1906, pp.
23-24; 1913, pp. 85-93. Manegoldo di Lautenbach
Opere: Liber ad Gebehardum; Opusculum contra Wolfelmum Colonien-
sem. Edizioni: P.L., 155; il Liber in M.G.H., Libelli, I (1891),
pp. 308-490. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 166; De Wutr, I, pp.
166; in particolare v.: J. A. Enpres, Die Dialektiker
und ihre Gegner im 11 Jahrhundert, cit, pp. 25-27; 1913, pp.
160-69. Ipem, Manegold von Lautenbach, “Hist. Pol.
Blitter,” 1901. Inem, Manegold von Lautenbach, “Modernarum magister
magistrorum,” Hist. Jahrb.,” 1904. M. T. Streap, Manegold of
Lautenbach, “Engl. Hist. Rev.,” 1914. E. Woosen, Papauté et pouvoir civil à l'époque de
Grégoire VII, Lovanio, 1927. E.
Garin, Contributi alla storia del platonismo medievale, cit. (ora, con
aggiornata bibliografia, in Studi sul platonismo medievale, cit.).
Lanfranco di Pavia Opere: De corpore et sanguine Domini. Edizioni:
P. L., 150. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 697-698; DE WuLF, I, p.
166; in particolare v.: A. J. MacponaLp, Lranfranc. A Study of his life, works and writings, Oxford,
1926, Londra, 19442. 532
Bibliografia Capitolo secondo Anselmo d'Aosta Opere:
Monologion o Exemplum meditandi de ratione fidei (1076); Proslogion o
Fides quacrens intellectum (1077-1078); De grammatico; De veritate; De
libertate arbitri (cadono tutte e tre tra il 1080 e il 1085); De casu
diaboli (1085-1090); Epistola de incarnatione Verbi (1 red. 1092, I red.
1094) o De mysterio Trinitatis; Cur Deus homo (1098); De conceptu virgi-
rali (1099-1100); De processione Spiritus Sancti (1102); Epistola de
sacrificio azymi; Epistola de sacramentis Ecclesiae (entrambe tra il 1106
e il 1107); De concordia praescientiae et praedestinatione et gratiae Dei
cum libero arbitrio (1108); Epistolae; Orationes sive meditationes
(1070-1104). Edizioni: in P.L., 158-159; ma si veda l’ed. crit. a
cura di F. S. ScHMITT, Leckau-Roma, 1938, Lipsia-Roma, I, 194 (i primi
due voll.), Edimburgo- Londra, 1943-1951 (i restanti tre voll.) e,
inoltre, il Monologion e.il Proslo- gion, Padova, 1951, con un testo che
riproduce l’ed. ScHMitT, e del Cur Deus homo l'ed. fotomecc. (Schmitt)
con trad. ted., Darmstadt, 1958. Delle trad. italiane ricordiamo le Opere
filosofiche a cura di C. Orraviano (escluso il Monologior), Lanciano,
1928; per il Monologion, quella sempre .a. cura dell’Ortaviano, Palermo,
1932; di A. Beccari, Torino, 1930; di A. LANTRUA, Firenze, 1934. Cfr.
inoltre: S. AnseLMo d'Aosta, /! Proslogion, le Orazioni, e le
meditazioni, testo lat. (Schmitt), trad. intr. a cura di G. Sanpri,
Padova, 1959. Bibliografia: La bibl. generale in GeveRr, pp.
698-700; De Brie, nn. 5161- 5205; De Wutr, I, pp. 174-176. Tra le
opere più interessanti e più recenti cfr.: a) Sull'ordinamento delle
opere e sul pensiero in generale: A. Koyré, L'idée de Dieu dans la
philosophie de St. Anselme, Parigi, 1923. H. OstLENDER, Anselm von
Canterbury, der Vater der Scholastik, Diissel- dorf, 1927. A.
Levasti, S. Anselmo, vita e pensiero, Bari, 1929. A. M. Jacquin, Les “rationes necessariae” de St. Ansélme,
“Mél. Man- donnet,” II, Parigi, 1930. K. BartH, Fides quaerens
intellectum. Anselms Beweis der Existenz Gottes im Zusammenhang seines
theolog. Programms, Monaco, 1931, 1958. W.
BerzenpòRFER, Giauben und Wissen bei den grossen Denkern des Mit
telalters, Gotha, 1931. A.
Wimart, Le premier ouvrage de St. Anselme contre le trittisme de
Roscelin, “Rech. théol. anc. méd.,” 1931. F. S. ScHMITT, Zur Ueberlieferung der Korrespondenz
Anselms von Can- terbury, “Rev. Bénédict.,” 1931. IpeMm, Zur Chronologie der werke des hl. Anselm, “Rev.
Bénédict.,” 1932. C. Orraviano, Le “rationes necessariae” in S.
Anselmo, “Sophia,” 1933. 533 Bibliografia
E. Giuson, Sens et nature de Pargument de St. Anselme, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1934. R.
ALcers, Anselm von Canterbury. Leben, Lehre, Werk... Vienna, 1936. F. S.
ScHMITT, Eine neues unvollendetes Werk des Hl. Anselme von Can- terbury.
De potestate et impotentia, necessitate et libertate, (“Beitrige,”
XXXIII, 3), Miinster, 1936. A. StoLz, Anselm von Canterbury. Sein Leben,
seine Bedeutung, seine Haupt- werke, Monaco, 1937. L.
Baupry, La préscience divine chez St. Anselme, “Arch. Hist. doctr. litt.
m. &.” 1940-42. G. Ceriani, S. Anselmo, Brescia, 1947. S.
Vanni-RovicHi, S. Anselmo e la filos. del secolo XI, Milano, 1949. T.
Moretti-Costanzi, L'ascesi di coscienza e l'argomento di S. Anselmo,
Roma, 1951. H. G.. Wourz, The Empirical Basis of
Anselms Arguments, “Philos. Rev.,” 1951. S. A. Grave, The
ontological Argument of St. Anselm, “Philos.,” 1952. R,
Perino, La dottrina trinitaria di S. Anselmo, Roma, 1952. J. Kopper, Der
Ontologiche Gottesbeweis Anselmus und der moralische Gottesbeweis Kants,
“Ann. Univ. Saraviensis, Philos. Lett.,”
1953. F. S. ScHMmITT, Die Chronologie des Briefe des Anselm von
Canterbury, “Rev. Bénédict.,” 1954. R.
G. Mitcer, The ontological argument in St. Anselm and Descartes, “Mod.
School.,” 1955. F. S. ScHMitT, Die echten und unechten Stiicke der
Korrespondenz des hl. Anselm
von Canterbury, “Rev. Bénédict.,” 1955. M. Garripo, E! supuesto
racionalismo de S. Anselmo, “Verdad y vita,” 1955. H. Ort, Anselms Vorsbhungslehre, “Theol. Zeitschr.,”
1957. G. H. Wixiams, The sacramental presuppositions of Anselm’s “Cur
Deus homo,” “Church Hist.,” 1957. J. Mac Inrrre, St. Anselm and his
critics. A re-interpretation of the “Cur Deus homo,” New York,
1958. . Rousseau, Notes sur la connaissance de Dieu
selon St. Anselme, in De la connaissance de Dieu (vol. misc.),
Parigi-Bruges, 1959. S. Scumitt, Intorno alla
“Opera omnia” di S. Anselmo d'Aosta, “Sophia,” 1959. . Henry, The scope of the logic of st. Anselm, in
L'homme et son destin, cit., pp. 373-383. . R. FarrwEaTHER, Truth,
justice and moral responsibility in the thought of St. Anselm, ibidem,
pp. 385-391. 3) Sul
Monologion: P. Vicnaux, Structure et sens du Monologio, “Rev. sc. philos.
théol.,” 1947. c) Sul Proslogion: MO v
n 534 Bibliografia K. BartH, Fides
quarens intellectum, Monaco, 1931. A. Stotz, Zur Theologie Anselms
in Proslogion, “Catholica,” 1933. Ipem, “Vere esse” im Proslogion
des hl. Anselm, “Schol.,” 1934. IpeM, Das Proslogion des hl.
Anselm, “Rev. Bénédict,” 1935. M. Cappurns, L'argument de st.
Anselme, “Rech. théol. anc. méd.,” 1934. A. Kotpinc, Anselms
Proslogion-Beweis des Existenz Gottes, Bonn, 1939. F. BeRcENTHAL, Ist der ontologische Gottesbeweis
Anselms von Canterbury cin Trugschluss?, “Philos. Jahrb.,” 1948. Tu. A. AupeT, Une source
augustinienne de l'argument de St. Anselme, in “E. Gilson philosophe de
la Chrétienté,” Parigi, 1949. M. T.
AntoneLLI, Il significato del Proslogion di Anselmo d'Aosta, “Riv. rosminiana,” 1951. H. HocHserc, St. Anselm
’s ontological argument and Russel’s theory of description, “N. Schol.,”
1959. Anselmo di Lzon Opere: I
molti scritti che furono opera della scuola di Anselmo si con- fusero con
quelli della scuola di Guglielmo di Champeaux, allievo di Anselmo, per
cui resta difficile farne una sicura distinzione; ad Anselmo vengono
attribuite: Sentenziae Anselmi, Sententiae divinae paginae, Glossa
interlinearis; ma le attribuzioni non sono del tutto sicure. Edizioni e bibliografia: cfr. Gever, pp. 700; De Brie,
5299-5314; De Wuctr, I, pp. 250-251; in particolare v.:
J. De GHELLINCK, The Sentences of Anselm of Laon and their place in
the codification of theology during the XIII century, “Irish theol. Quart.,” 1911. F. BLIEMETZRIEDER,
Anselm von Laons systematische Sentenzen... I, Texte (Beitrige, XVIII,
2-3), Miinster, 1919. Ip., L'ocuvre d'Anselme de Laon et la
littérature théologique contemporaine, “Rech. Théol. anc. méd.,” 1933,
1934, 1935. H. WriswriLeR, Das Schriftum der Schule A. von Laon und
Wilhems vom Champeaux in deutschen Biblioteken, (“Beitrige,” XXXIII,
1-2), Miinster, 1936. A.
Lanperar, Werke aus dem Bereich der Summa Sententiarum und Anselm von
Laon, “Div. Th.” (F.), 1936. O. Lortin, Aux
ornigines de l'école d'A. de Laon, “Rech. théol. anc. méd.,” 1938, pp.
101-22. IpeM, Nouveaux fragments théologiques de Pécole d'A. de
Laon, ibidem, 1939, pp. 252-59, 309-23; 1940, pp. 53-77; 1946, pp.
185-221, 162-81; 1947, pp. 8-31 e bibl. 165-70. Ipem,
Psychol. et morale au XII* e XIII* siècles, cit., 1, pp. 15-18; II, pp.
71-72, 105-106, 422; VI, pp. 445-477. 535
Bibliografia F. Cavarcera, D'Anselme de Laon è Pierre
Lombard, “Bull. litt. ecclés.,” 1940. B. Smatrey, The study of the Bible in the Middle Ages,
Oxford, 1941, pp. 33-35, 40-43, 45-46. H. WrisweILER, Die
dltesten scholastischen Gesamt-Darstellungen der Theo- logie. Ein Beitrag
zur chronologie der Sentenzen werke der Schule Anselm von Laon und
Wilhelms von Champeaux, “Schol.,” 1941. O. Lortm, La doctrine d'Anselme de Laon sur les dons du
Saint-Esprit et son influence, “Rech. théol. anc. méd.,” 1957.
H. WerrsweiLER, Die Arbeitweise der sogenanten Sententiae Anselmi.
Ein Beitrag zum Entstehen der systematischen Werke der Theologie,
“Schol.,” 1959. Y. Lerèvre, Le “De conditione angelica et
humana” et les “Sententiae Anselmi” (con testo), “Arch. Hist. doctr.
litt. m. &.,7 1959. O. Lorin, A propos de la date de deux
florilèges concernant Anselme de Laon, “Rech. théol. ‘anc.
méd.,” 1959. Roscellino Opere: si veda di Roscellino
la Lettera ad Abelardo, in P.L., 178, e in J. Remers, Der Nominalismus in
der Friihscholastik (“Beitrige,” VIII, 5). Miinster, 1907.
Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 701; De Wutr, I, 159. In particolare
v.: E. Buonaruti, Un filosofo della contingenza nel sec. XI: Roscellino da Compiègne, “Riv. stor. crit.
scien. rel.,” 1908. F. Picaver, Roscellin, philosophe et théologien
d'après la légende et d'après l’histoire, Parigi, 1911? (con
testi e documenti in app.). M. Gorce, in DThC, XIII,
2911-2915. Capitolo terzo Sulla cultura del XII secolo e il
suo “rinascimento” A. CLervar, Les écoles de Chartres au Moyen Age
du V au XVI siècle, Parigi, 1895. M. GraBMann, Die Geschichte d. scholast. Methode,
Monaco, 1911. Cu. H. Haskins, The Renaissance of the 12*% century,
Cambridge (Mass.), 1927. G. Paré - A. Bruner - P. TremsLay, La Renaissance du XII*
siècle, Parigi- Ottawa, 1933. 536
Bibliografia M. De Wutr, Le panthéisme Chartruin, in Aus der Geisteswelt
des mittel- alters (“Beitrige,” suppl. III), Miinster, 1935.
J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'’école de Chastres,
Parigi- Ottawa, 1938. J. De GHELLINCK, L'essor de la
littérature latine au XII° siècle, Bruxelles, 1946, 1954?.
Pu. DeLHAyE, L'organisation scolaire au XII' siècle, “Tradiwio”
1947. G. Paré, Les idées et les lettres au XII° siècle. Le Roman de
la Rose, Mon- tréal, 1947. E. R. Curtius, Ewropdische
Literatur und lateinisches Mittelalter, cit. J. De GHELLINcK, Le
mouvement théologique au XII° siècle, cit. T.
Grecory, L'idea della natura nella scuola di Chartres, “Gior. crit.
filos. ital,” 1952. Ipem, Anima mundi. La filosofia di
Guglielmo di Conches e la Scuola di Chartres, Firenze, 1955.
M.-D. CHÒenu, La théologie au douzième siècle, Parigi, 1957.
E. Garin, Di alcuni aspetti del Platonismo medievale, in particolare nel
XII secolo, in Studi sul Platonismo medievale, cit. Cfr.
inoltre, riguardo all’organizzazione degli studi, specialmente in
Francia: E. Lesne, Les écoles de la fin du VIII* siècle è la
fin du XII° siècle, +. V della
Histoire de la propriété ecclésiastique en France, Lilla, 1940. U.
Guatazzini, Ricerche sulle scuole preuniversitarie del Medioevo. Con-
tributo di indagini sul sorgere delle Università, Milano, 1943. H. I. Marrou, Histoire de l'éducation dans l’antiquité,
Parigi, 1948, pp. 416-461. Pu. DeLHAYE, L'enseignement de la
philosophie morale au XII° siècle, “Med. Stud.,”
1947, 1949. A. L. Gasriet, English Masters and Students in Paris
during the XII! Century, “Anal. Praemonstr.,” 25, 1949. P. S.
Boskorr, Quintilian in the Latin Middle Ages, “Spec.” 1952. Capitolo quarto Scuola di Chartres
Bibliografia: A. Cerva, Les écoles de Chartres au Moyen Age... cit.
R. L. PooLe, The Master of the Schools of
Paris and Chartres, in John of Salisbury's time, “Engl. Hist. Rev.,” 1920. J. M. Parent, La doctrine de la
Création dans l'École de Chartres, cit. 537
Bibliografia S. Vanni-RovicHi, La prima scolastica, “Grande
Antologia Filosofica,” IV, Milano, 1954. T. Grecory, Anima
mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres,
cit. E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, cit., pp.
13-87. .Fulberto Opere: Sermoni, poesie, agiografie e
lettere in P.L., 141. Bibliografia: C. Prister, De Fulberti
Carnotensis episcopi vita et operibus, Nancy, 1885; s.v. in DThC, VI,
964-967. .Bernardo Opere: Fonti e frammenti in P.L.,
199, 666 e 938; e cfr. P. TrHomas, in “Mel. Graux,” Parigi, 1884, dove
pubblica alcuni estratti del De invenzione .rhetorica.
Gilberto de la Porrée Opere: Commenti agli Opuscola sacra di
Boezio; scritti esegetici tra i quali particolarmente importanti i
Commenti ai salmi ed all’Epistola at «Romani. Edizioni: I
Commenti a Boezio insieme agli stessi Opuscola sacra, in P.L., 64 (ma
cfr. R. SrLvann, Le texte des Commentaires sur Boèce de Gilbert -de la
Porrée, “Arch. Hist. doctr. m. à.,” 1946); ed. crit. dei Commenti: al De
Hebdomadibus, “Traditio,” 1953, ai. due Opuscoli sulla Trinità, “Studies
and Textes,” I, Toronto, 1955; al Contra Eutychen et Nestorium (De duabus
naturis), “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1954. Le opere esegetiche
bibliche «sono ancora inedite, salvo una parte del Commento ai Salmi. Per
il Liber «de sex principiis, che non è probabilmente di Gilberto, cfr.
P.L., 188, 1255- 1270; ed. crit. A. Hevsse, Miinster, 19532.
Bibliografia: La bibl. generale in Grever, pp. 704-705; De Brie, nn.
‘5208-5211; De Wutr, I, pp. 213-214. In particolare cfr.: A.
Lanpcrar, Untersuch. zu den Eigenlehren Gilberts de la Porrée, “Zeitschr.
Kathol. Theol.,” 1930. Ipem,
Mitteil. 2. Schule Gilbert Porreta-s, “Collect. franc.,” 1933. A. Forest, Le réalisme de Gilbert de la Porrée dans les
commentaire du “De hebdomadibus}” “Rev. néosc. philos.,” 1934.
Ipem, Gilbert de la Porrée et les écoles du XII° siècle, “Rev. cours et
confér.,” 1934. .A. Haven, Le concile de Reims et l'erreur
théologique de Gilbert de la Porrée, “Arch. Hist. doctr. litt. m.
&.,” 1935-1936. Bibliografia M. H. Vicarre, Les
Porretains et l'avicennisme avant 1215, “Rev. sc. philos. théol.,” 1937. M. Harinc, The case of
Gilbert de la Porrée, “Med. Stud.,” 1951. E. Wicciams, The Teaching
of Gilbert Porretta on the Trinity, Roma, 1951. Miano,
Il commento alle Lettere di S. Paolo di Gilberto Porrettano, in
Scholastica ratione hist-crit. instauranda, Roma, 1951, pp. 171-199.
M. Harinc, The Commentary of Gilbert
bishop of Poitiers on Boethius “Contra Euthychen et Nestorium” (con
testo), “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1954. A. M.
Lanperar, Zur Lehre des Gilbert Porretta, “Zeitschr. f. kathol. Theol.,”
1955. Vanni-RovicHI, La filosofia di Gilberto Porrettano, “Misc.
del centro di studi med. dell’Univ. catt. di Milano,” Milano, 1956.
M. Harinc, Sprachlogische und philosophische Voraussetzungen zum
Verstindnis der Christologie Gilberts von Poitiers, “Schol.,” 1957. Simon,
La glose è l'épftre aux Romains de Gilbert de la Porrée, “Rev. Hist.
ecclés.,” 1957. J. WestLEY, A
philosophy of the concreted and the concrete. The con- stitution of
creature according to Gilbert de la Porrée, “Schol.,” 1959-1960. Z_S
RZ DO zz Teodorico di Chartres Opere: De
sex dierum operibus; Heptateucon; Commento al De Trini- tate di Boezio
(Librum hunc). Edizioni: De sex dierum operibus in Haurfau,
Notices et extraits..., 1893, pp. 52 sgg. e in W. Jansen, Der
Kommentar d. Clarembaldus v. Arras zu Boethius De Trinitate, Breslavia,
1926; Heptateucon, scoperto e presentato da A. CLervar in “Congrès
scient. int. d. Cathol.,” II, Parigi, 1889, pp. 277 sgg., ed. del prologo
a cura dello JeaunEAU in “Méd. Stud.,” 1954;
Librum hunc in JAnSEN, op. cit., e cfr. N. M. Harinc, A Commentary on
Boethius “De Trinitate” by Thierry of Chartres, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.” 1956. La
bibl. generale in Gever, p. 704; De Bue, n. 5352; DE Wutr, I, pp.
192-193. Bibliografia: P. DuneM, Le système du monde, cit., III,
pp. 184-193; J. M. Parent, La doctrine de la création dans l'école
de Chartres, cit. E. JEaunEAU, Quelques aspects du platonisme de
Thierry de Chartres, “Con- grès de Tours et Poitiers,” 1954.
Ipem, Un représentant du platonisme au XII° siècle: Thierry de
Chartres, “Mém. Soc. archéol. d’Eure-et-Loire,” 1954. Ipem, Simples notes sur la cosmogonie de Thierry de
Chartres, “Sophia,” 1955 539 Bibliografia
N. M. Harinc, A short treatise on the Trinity from the School of
Thierry of Chartres, “Med. Stud.,” 1957. Inem, The lectures
of Thierry of Chartres on Boethius “De Trinitate” “Arch. Hist. doctr.
litt. m. &.,” 1958. IpeMm, Two Commentaries on Boethius (“De
Trinitate” and “De Hebdo- madibus”) by Thierry of Chartres, ibidem,
1960. Guglielmo di Conches Opere:
Philosophia mundi (in varie red.); Dragmaticon philosophiae; Glosse alla
Consolatio boeziana; Glosse al Timeo di Platone. Assai probabile anche
l’attribuzione del Moralium dogma philosophorum, opera eccezional- mente
fortunata. Edizioni: La Philosophia mundi, in P.L., 90 (tra le
opere di Beda) e 172 (tra le opere di Onorio di Autun); il Dragmation,
ed. C. Parra, Parigi, 1943; frammenti della Secunda e Tertia Philosophia in
V. Cousin, Ouvrages inédits d’Abélard, Parigi, 1936, pp. 669-677, ove si
trovano pure alcuni fram- menti del Commento al Timeo, pp. 648-657. Per
la Glosse aBoezio e al Timeo cfr. CH. Journary, Notices et extraits...,
XX, 2, Parigi, 1862, e, par- ticolarmente T. Grecory, Anima mundi. La
filosofia di Guglielmo di Conches e la scuola di Chartres, Firenze, 1955,
ed E. Garin, Studi sul platonismo medievale, Firenze, 1958. Per il
Moralium dogma philosophorum cfr. l’ed. J. HoLmserc, Upsala, 1929.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 704; De Brie, nn. 5245-5248, 5352; DE
Wutr, I, pp. 192-193. In
parti colare cfr.: H. FLATTEN, Die philosophie des Wilhelm von
Conches, Coblenza, 1929. C.
Ortaviano, Willelmi a Conchis philosophia seu Summa philosophiae, “Arch.
st. filos.,” 1932, n. 2; 1933, n. 1. IpeM,
Un brano inedito della Philosophia di Guglielmo di Conches, Napoli,
1935. J. M. Parent, La doctrine de la création dans
l'école de Chartres, cit. (con brani delle glosse a Boezio e al
Timeo). Pu. DeLHave, Une adaptation du “De Officiis” au XII° siècle,
le “Moralium dogma philosophorum, “Rech. théol. anc. méd.,” 1949.
T. Grecory, Sull'attribuzione a Guglielmo di Conches di un
rimaneggiamen- to della “Philosophia mundi) “Gior. crit. filos. ital.”
1951. Ipem, Anima mundi. La filosofia di Guglielmo di Conches e la
scuola di Chartres, cit. E. Garin, Studi sul platonismo medioevale, cit.
B. OprrerNAM, L'usage de la notion d'“Integumentum” à
travers les gloses de Guillaume de Conches, “Arch. Hist. doctr. litt. m.
£. 7 19597. 540 Bibliografia
J. Hanticnars, Points de vue sur la volonté et le jugement dans
l'ocuvre d'un humaniste chartrain, in L'homme et son destin, cit., pp.
417-429. E. JeaunEAU, Gloses de Guillaume de Conches sur Macrobe.
Notes sur les manuscrits, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 2.,” 1960.
Ipem, Deux rédactions des gloses de Guillaume de Conches sur
Priscien, “Rech. théol. anc. méd.,” 1960. Bernardo
Silvestre Opere: De mundi universitate sive Megacosmus et
Microcosmus; Com- mentum in VI Aeneidos Libros; Mathematicus; De
gemellis; De paupere ingrato; Experimentarius. Edizioni:
Vari frammenti ed estratti delle opere in V. Cousin, Ouvrages inédits
d'Abélard, Parigi, 1836 e 1855; per il De mundi universitate, cfr. l'ed.
S. BaracH - J. WrosEt, Innsbruck, 1876; per il Commentum l’ed. RiepEL,
Gryphisvaldae, 1924; per il Mazhematicus vedi P.L., 171 dove si trova
l’ed. J. Bourassé, tra le opere di Ildeberto di Lavardin; per
l'Experimentarius cfr. M. Brini-SavoreLLI, Un manuale di geomanzia
presentato da Bernardo Silvestre di Tours (XII secolo):
L’“Experimentarius” “Riv. crit. st. filos.,” 1959.
Bibliografia: La bibl. generale inGeyeR, p. 704; De Wutr, I, p. 192.
In particolare cfr.: E. Girson,
La cosmogonie de Bernard de Sylvestris, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.7
1928. L. THornpIKE, An History of magic and
experimental science, II, New York, 1929, c. 39. Tu.
Silverste, The fabulous Cosmogony of Bernard Silvestris, “Modern
Philol.,” 1948. Capitolo quinto Pietro
Abelardo Opere: a) logica: 1) Glosse letterali: Editio super
Porphyrium; Glossae in Categorias; Editio super Aristotelem de
interpretatione; De divisionibus; 2) Logica “Ingredientibus”; 3) Logica
“Nostrorum petitioni sociorum” (Glos- se a Porfirio); 4) Dialectica (pit
volte rimaneggiata tra il 1118 e il 1137). 6) teologia: 1) De
wnitate et trinitate divina (1118-1121); 2) TAeologia christiana
(1123-1124); 3) Theologia (1125-1138); 4) Sic et Non (1121-1123?); 5)
Commenti esegetici ai testi biblici (dopo il 1125); 6) Sermones; 7) Dia-
logus inter iudacum, philosophum et christianum. c) etica: Ethica,
seu liber Scito te ipsum. 541 Bibliografia
Inoltre le Epistole (tra le quali particolarmente importanti il
carteggio con Eloisa e la Historia calamitatum). Edizioni:
Tutte le opere, escluse quelle logiche, in P.L., 178; gli scritti fino ad
allora inediti di Abelardo furono editi da V. Cousin, Ouvrages iné- dits
d'Abélard, Parigi, 1836, che fece poi seguire la nuova edizione delle
opere già edite: Petri Abaclardi opera hactenus scorsin edita, a cura di
V. Cousin e Cu. Journain, Parigi, 1849-1859. Altre ed. che
completano il Corpus abelardiano: P. AsaELARDI, De uni- tate et trinitate
divina, ed. R. SròLzLE, Friburgo, 1891; Peter Abaclards Philo- sophische
Schriften (1. Die Logica “Ingredientibus” 1; Die Glossen zu Porphy- rius;
Die Logica “Ingredientibus” 2; Die Glossen zu den Kategorien; Die Logica
“Nostrorum petitioni sociorum”; Die Glossen zu Porphyrius), a cura di B.
GEvER, in “Beitrige,” XXI, 1, 1919; XXI, 2, 1921; XXI, 3, 1927; XXI, 4,
1933; Peter Abaelards Theologia “Summi Boni” zum ersten Male volistindig
herausgegeben (“Beitrige,” XXV), Miinster, 1939; Abaelard's Letter of
Con- solation to a Friend (Historia calamitatum), a cura di J. T.
MuckLeE, “Med. Stud.,” Toronto, 1950, ed ora nell’ed. crit. d i J.
Monratn: ABfLarp, Historia calamitatum, Parigi, 1959; Pretro ABELARDO,
Scritti filosofici (Editio super Porphyrium, Glossae in Categorias, Super
Aristotelem de Interpretatione, De divisionibus, Super Topica glossae),
editi per la prima volta da M. Dar Pra, Milano-Roma, 1954; Twelfth
century logic. Texts and Studies, a cura di L. Minio-ParueLLo, Roma,
1956-1958 (vi sono alcuni testi di Abelardo); P. AsaeLarpus, Diglectica,
First complete edition of the Parisian manuscript, a cura di L. M. De
Rijx, Assen, 1956, Utile l'antologia a cura di M. De Gan- piLLac, Ocuvres
Choisies d' Abélard, Parigi, 1945. Il Conosci te stesso è stato tradotto
in italiano da M. Dar Pra, Vicenza, 1941, l’Epistolario da C. Or-
Taviano, Palermo, 1934. Bibliografia: La bibl. generale in Gever,
pp. 702-703; De Brie, nn. 5212-5244;
De Wutr, I, pp. 208-209. CH. De Rémusar, Abélard. Sa vie, sa
pensée, sa théologie, Parigi, 1845; 2. ed.
1855. L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi tempi, Napoli, 1851;
Roma, 1887. E. Kaiser, Pierre Abélard critique,
Friburgo, 1901. J. Mc Case, Peter Abelard, New York, 1901.
J. Reiners, Der Nominalismus in der Frihscholastik (“Beitràge,” VIII,
5), Miinster, 1910. B. GevER, Die Stellung Abàlards in der
Universalienfrage... (“Beitràge,” suppl. I), Miinster, 1913.
H. OsrLenper, P. Abelards Theologia und die Sentenzenbiicher seiner
Schule, Breslavia, 1926. C. Ottaviano, Pietro
Abelardo, La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1931. J. Cortiaux, La conception de la théologie chez Abélard,
“Rev. hist. ec- clés.,” 1932. 542
Bibliografia J. G. Sikes, Peter Abaelard, Cambridge, 1932.
Cu. CHarrier, Héloise dans l'histoire et dans la légende, Parigi,
1933. ]. Rivière, Les “capitula” d’Abélard condamnés au concile de
Sens, “Rech.. théol. anc. méd.,” 1933. H. OstLenper, Die
Theologia “Scholarium” des Peter Abaelard, in Aus der Geisteswelt des
Mittelalters (“Beitràge,” Suppl. III),
Miinster, 1935. Pu. S. Moore, Reason in the Theology of Peter
Abelard, “Proceed. Cathol. Philos. Ass.,” 1937. R. J.
TrÒompson, The role of dialectical Reason in the Ethics of Abelard,
“Proceed. Cathol. Philos. Ass.” 1937. E.
Girson, Héloise et Abélard, Parigi, 1938, 1948? (trad. it., Torino,
1950). J. RoHMERr, La finalité morale chez les théologiens de S.
Augustin è Duns Scot; Parigi, 1939. H. Wappett, Peter
Abelard, Londra, 1939. L. Nicorau DOLMmEr, Sur la date de la
Dialectica d'Abélard, “Rev. m. a.
lat.,” 1945. R. LLoyp, Peter Abelard: the Orthodox Rebel,
Londra, 1947. J. R. Mc Catcum, Abelard's
Christian Theology, Londra, 1948. M. Dar Pra, Idee morali nelle
lettere di Eloisa, “Riv. st. filos.,” 1948. Inem, Motivi dello “Scito te ipsum” di Abelardo, “Acme,”
1948. J. De GHELLINcK, Le mouvement théologique du XII° siècle,
cit. E. ArnoLp, Z. Geschichte der
Suppositionstheorie, “Symposion,” 1952. L. Minio PaLvetto, Twelfth
century Logic, cit. J. T. MuckLe, The letter of Heloise on
religious life and Abelard's first reply, “Med. Stud.,” 1955. N.
M. Harinc, A third manuscript of Peter Abelard's “Theologia summi boni,”
“Med. Stud.,” 1956. T. P. LaucHLin, Abelard's Rule for religious
women, “Med. Stud.,” 1956. R. BLomme, A propos
de la définition du péché chez Pierre Abélard, “Ephem. theol. Lovan.,”
1957. B. Smaccey, Prima. clavis sapientiae: Augustin and Abelard,
in F. Saxl memorial Essays, Londra, 1957, pp. 93-100. C.
MazzantinI, “Cosmo turbato” e “pluralità di mondo” nell’etica di Abe-
lardo, “Atti Acc. Sc. di Torino,” 1957-58. N. A. Siropova, Abélard et son epoque, “Cahiers d’hist.
mond.” 1958. A. Borst, Abélard und Bernhard, “Hist.
Zeitschr.,” 1958. M. T. Fumacatti, Note sulla logica di Abelardo,
“Riv. crit. st. filos.,” 1958, 1960 E. BertoLa, Le critiche
di Abelardo ad Anselmo di Laon e a Guglielmo di Conches, “Riv. filos.
neosc.,” 1960. La questione degli Universali J. H.
Loewe, Der Kampf zwischen Realismus und Nominalismus im Mittel.,. Praga, 1876. 543
Bibliografia M. De Wutr, Le problème des universaux dans son
évolution historique du IX? au XIII* siècle, “Archiv. fiir Gesch. der
Philos.,” 1896. J. ReinErs, Der
aristotelische Realismus in der Friihscholastik (“Beitrige,” VIII, 5),
Miinster, 1910. R. L. PootLe, The Masters of the Schools at Paris
and Chartres in John of Salisbury's Time, “Engl. Hist. Rev.,” 1920. ]. PauLus, Sur les
origines du nominalisme, “Rev. Philos.,” 1937. L. Mino PaLuecto, The “Ars disserendi of Adam of
Belsham Parvipon- tanus” “Med. Ren. Stud.,”
1954. Guglielmo di Champeaux Opere: Le Opere
(frammenti) di Guglielmo di Champeaux, in P.L., 163; le Sententiae vel
quaestiones XLVII, a cura di G. Lerèvre, Lilla, 1898; De generibus et
speciebus, a cura di V. Cousin, in Oeuvres inédites d' Abé- lard,
1836. Bibliografia: G.
Lerèvre, Les variations de Guillaume de Champeaux sur la question des
universaux. Etude suivie de documents originaux, Lilla, 1898.
E. MicHaup, G. de Champeaux et les écoles de Paris au XII* siècle,
Pa- rigi, 1867. G. Lerèvre, Les variations de G. d. Champ. et
la question des universauz, Lilla, 1898. F. Picavet, Note sur
l’enseignement de Guill. de Champeaux d'après l'‘Historia calamitatum’
d'Abélard, “Rev. intern. de l’enseignement,” 1910. P. Gopet,
Guillaume de Champeaux, in DThC. H. WrisweILER, Die Schriften der
Schule Anselms von Laon und W. von Champeaux, “Deutsch. Bibl.”
1936. La bibl. generale in GeyER, pp. 701-702; De Brie, nn. 5299,
5306, 5313; De WuLr, I, p. 178. Per Adelardo di Bath cfr. la
relativa bibl. al capitolo I della P. IV. Sugli sviluppi della
scuola abelardiana nella sua componente teologica «fr. particolarmente A.
Lanpcrar, Finfishrung in die Geschichte der theolo- gischen Literatur der
Friihscholastik, Regensburg, 1948; e dello stesso: Écrits théologiques de
l'École d’Abélard, Textes inédits (Sententiae parisienses e Ysagoge in
theologiam), Lovanio, 1934. 544 Bibliografia
Capitolo sesto Pietro Lombardo Opere: Commenti
scritturali; Sermones; Libri IV Sententiarum. Edizioni: Le Opere
in P.L., 191-192; i Libri quattuor sententiarum, nel- l'edizione critica
dei Francescani di Quaracchi, Quaracchi (Firenze), 1916. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 710-711; De Brie, nn.
5369-5378; De WuLF, I, pp. 250-251. J. EspensERGER, Die
Philosophie des Petrus Lombardus (“Beitrige,” III, 5), Miinster,
1901. F. Cavarcera, S. Augustin et le Livre des sentences de Pierre
Lombard, “Arch. Philos.,” 1930. J. De GHeELLINCK, Pierre
Lombard, in DThC, XII, 1941-2019. H. Weriswerer, La “Summa
sententiarum,” source de Pierre Lombard, “Rech. théol. anc. méd.,”
1934. Pietro Lombardo, Novara, 1953 (con la bibl. lombardiana di J. de
Ghellinck, pp. 24-25). S. Vanni-RovicHi, Pier Lombardo e la
filosofia medievale, “Sapienza,” 1954. Miscellanea Lombardiana (in
occasione delle celebrazioni organizzate in Novara per onorare Pietro
Lombardo), Novara, 1957. Sul movimento che ha portato all'elaborazione
dei Libri Sententiarum e delle Summe cfr.: sopratutto M. GrasMmann,
Geschichte der Katolischen Theologie, Friburgo (Br), 1933, pp. 286-9; F.
StecmùLLER, Repertorium comment. in Sent. Petri Lombardi, Wiirzburg,
1947, con le aggiunte di M. Gotoszewska, J}. B. Kororec, A. PoLtAWwSKI,
Z. K. SIEMIATKOWSKA, J. Tarnowska, Z. WLopEk, in “Miscellanea
philosophica Polonorum,” Varsavia, 1958. Vedi inoltre: J. Stmer, Des Sommes de théol.,
Parigi, 1871. M. Grasmann, Gesch. d. schol. Meth., cit., II, cit.,
pp. 3-25, 476-563. G. Paré, A. Brunet, P. TreMBLAY, La renaissance
du XII s. Les écoles et l'enscignement, cit. G. EncLHarpr,
Die Entwicklung der dogmatischen Glaubenpsychologie vom Abaelardstreit
bis Philipp den Kanzler, (“Beitrige,” XIII), 1933. P. GLorieux,
Sommes théologiques, in DThC, XIV, 2341-64. J. De GHELLINcK, Le mouvement
théologique du XII s., cit., passim. M.-D. ChÒenu, La théologie au
douzième siècle, Parigi, 1957, passim. O. LortIn, Psychologie et
morale..., cit., VI, pp. 9-18, 119-124, 137-148. Giovanni di
Salisbury Opere: Entheticus, sive de dogmate philosophorum;
Polycraticus, sive 545 Bibliografia de
nugis curialium et vestigiis philosophorum; Metalogicon; Historia pon-
tificalis. Edizioni: Le Opere in P.L., 199. Il
Polycraticus è edito a cura di C. C. J. Wes8, Oxford, 1909; il Metalogicon
sempre a cura del Wes, Oxford, 1929; la Historia pontificalis a cura di
R. L. Poote, Oxford, 1927; a cura dello stesso anche le Epistolae.
Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 705; De Brig, nn. 5384-5390; De
WuLF, I, p. 234. In particolare v.: C. C.
J. WeB8, John of Salisbury, Londra, 1932. J. Huizinca, Een
proegothieke geest, Johannes van Salisbury, “Tijdschrift voor
geschiedenis,” 1933, ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem,
1949. C. C. J. Wess, Joannis Sarisberiensis
Metalogicon. Addenda et corrigenda, “Med. Ren. Stud.,” 1941-43.
L. Denis, Un humaniste au moyen dge: Jean de Salisbury, 1120?- -1180, “Nova et Vetera,” 1940, 1941. H.
LiesescHirz, Mediaeval Humanism in the life and writings of John of
Salisbury, Londra, 1950. M. Dar Pra, Giovanni di Salisbury, Milano,
1951. D. D. Mc Garry, The Metalogicon of John of Salisbury: A
Twelfth Cen- tury Defense of the Verbal and Logical Arts of the Trivium,
Berkeley- Los Angeles, 1955. G. AspeLIN, John of
Salisbury"s Metalogicon, “Bibl. Soc. Royal des Lettres de Lund,”
1951-1952. B. HetsLinc-GLoor, Natur und Aberglaube im
“Policraticus” des Johann von Salisbury, Zurigo, 1956. H.
HoHENLEUTNER, Johannes von Salisbury in der Literatur der letzen zehn
Jahre, “Hist. Jahrb.,” 1958. M. A. Brown, John of Salisbury,
“Franc. Stud.” 1959. Alano di Lilla Opere: Regulae de
Sacra theologia; Summa quoniam homines; Tracta- tus de virtutibus, de
vitiis et de donis Spiritus Sancti; De Planctu Naturac; Anticlaudianus;
Ars Praedicandi; Summa quot modis; Contra Haereticos; Liber
Paenitentialis; Rythmus. Edizioni:
In P.L., 210, ad eccezione della Summa quoniam homines e del Liber de
virtutibus per i quali v.: O. LortIN, Le traité d'Alein de Lille sur les
virtus, les vices et les dons du Saint Esprit, “Med. Stud.,”
1950 ed ora in Psychologie et morale... cit., VI; Summa quoniam homines,
a cura di P. GLorreux, “Arch. Hist. litt. doctr. m. à.,” 1954;
Anticlaudianus, testo critico e introd., a cura di R. Bossuar, Parigi,
1955. 546 Bibliografia Bibliografia:
Cfr. Gever, p. 706; De Brie, n. 5352; De Wutr, I, p. 228. In particolare v.: M. BaumcartneR, Die
Philosophie des Alanus de Insulis, (“Beitrage,” II, 4), Miinster,
1896. J. Huizinca, Veber die Verkniipfung des poetischen mit dem
Theologischen bei Alanus de Insulis, “Mededeel d.k. Akad. Afd.
Letterkunde,” LXXVI, B, 6, Amsterdam, 1924 (con in app. un’altra red. del
De virtutibus) [ed ora in Verzamelde Werken, IV, Haarlem, 1949, pp.
3-84]. M.-D. ChÙenu, Un essai de méthode théologique au XII*
siècle, “Rev. sc. philos. théol,” 1935. J. M. Parent, Un
nouveau témoin de la théologie dionysienne au XII° siècle, in Aus der
Geisteswelt des Mittelalters (“Beitrige,” Suppl. III), Miinster, 1935.
P. GLorieux, L'iauteur de la Somme “Quoniam homines” “Rech. théol.
anc. méd.,” 1950. , G. Rarmaup pe Lace, Alain de Lille, poète du
XII° siècle, Parigi, 1951. R. H.
Green, Alan of Lille's “De planctu naturae” “Spec.,” 1956. V.
CienTo, Alano di Lilla poeta e teologo del sec. XII, Napoli, 1958. M.-D. CHenu, Une théologie
axiomatique au XII° siècle. Alain de Lille, “Cîteaux
Nederl.,” 1958. A. Ciorti, Alano e Dente “Convivium,” 1960.
O. Lortin, Alein de Lille une des sources des
“Disputationes” di Simon de Tournai, in Psychologie et morale..., cit.,
VI, pp. 93-106. C. VasoLi, Due studi per Alano
di Lilla, “Bull. Ist. st. it. m. e.,” 1961. Ipem, La teologia
“apothetica” di Alano di Lilla, “Riv. crit. st. filos.,” 1961.
Ipem, Le idee filosofiche di Alano di Lilla nel “De Planctu” e
nell“Anti- claudianus” “Gior. crit. filos. ital.” 1961.
Nicola di Amiens Opere: De aste catholicae fidei Edizioni:
In P.L., 210, sotto il nome di Alano di Lilla. Bibliografia: Cfr. Gever,
pp. 706; DE Wutr, I, p. 250. Clarembaldo di Arras Opere:
Commento al De Trinitate di Boezio. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 704; DE Wutr, I, pp.
192-193. W. Jansen, Der Kommentar des Cl. v. Arras 2. Boethius
De Trinitate, Breslavia, 1926. 547
Bibliografia Capitolo settimo Sulle eresie cfr. in
generale: F. Tocco, L'eresia nel medioevo, Firenze, 1884 (cfr.
anche Albori della vita italiana, Milano, 1913). G. Vorpe,
Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italia. na:
sec. XI-XIV, Firenze, 1926, 19612. H. Grunpmann, Religiose
Bewegungen im Mittelalter, Berlino, 1935. A. De Srerano,
Riformatori ed eretici nel medioevo, Palermo, 1938. R. MansELLI,
Profilo dell'eresia medioevale, “Humanitas,” 1950. R. MorcHEN,
Medioevo Cristiano, Bari, 1951 (L'eresia del medioevo). A. Donparne, L'origine de l'hérésie médiévale, “Riv. st.
d. Chiesa in Ital.,” 1952. L.
Sommariva, Studi recenti sulle eresie medioevali (1939-1952), “Riv. st.
ital.” 1952. A. Borst, Die Katharer, Stoccarda, 1953.
R. ManseLLI, Studi sulle eresie del sec. XII, Roma, 1993. Per il
Francescanesimo rinviamo alla voce Ordini Mendicanti del capitolo 2 della
Parte IV. Gioacchino da Fiore ‘Opere: Concordia
veteris et novi Testamenti; Tractatus super IV _Evan- gelia; Expositio in
Apocalypsim; Psalterium decem chordarum; Adversus ludaeos; De articulis
fidei. Edizioni: Concordia, Venezia, 1519; Expositio, ivi, 1627;
Psalterium, Venezia, 1957. Edizioni recenti: Joachim de
Fiore. Tractatus super quatuor Evangelia, a cura di E. Buonaruti, Roma,
1930; Joachimi Albertis Liber contra Lombar- dum (Scuola di Gioacchino da
Fiore), a cura di C. OrrAviano, Roma, 1934; Joachim de Flore. Scritti
minori. De articulis fidei, a cura di E. BuonaIUTI, Roma, 1936. Si cfr.
anche L. TonpeLLI, Il libro delle figure di Gioacchino da Fiore, Torino,
1939-1940. Bibliografia: Ci limitiamo ad opere di carattere
generale: E. Buonaruti, G. da Fiore. I tempi. La vita. Il messaggio,
Roma, 1931. E. Benz, Joechim-Studien, “Zeitschr. f. Kirchengesch.,” 1931,
1932, 1934. J. Ca. Huck, Joachim von Floris und die
joachitische Literatur, Friburgo, 1938. F.
Foserti, Gioaecch. da Fiore e il Giovacchinismo antico e moderno, Pa-
dova, 1942. M. Reeves, The “Liber figurarum” of |. of
Fiore, “Med. Ren. Stud., 1950. H. Grunpmann, Neue Forschungen iiber ]. von
Flora, Marburgo, 1950. F. Russo, Bibliografia gioachinita, Firenze,
1954. 548 Bibliografia A. Crocco, La
teologia triniteria di Gioachino da Fiore, “Sophia;” 1957. M. W. BLoomriEL©, Joachin von Flora. A critical survey
of his canon, teachings, sources, biography and influence, “Traditio,”
1957. E. Mrxxer, Neuere Literatur siber Joachin von Fiore, “Cîteaux
Nederl.,” 1958. Bernardo di Clairvaux Opere:
Epistolae, in P.L., 182; Sermones LKXXVI, in P.L., 183 (nuova ed. a cura
di B. GseLL-L. JANAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891); Tractatus: 1)
ascetico-mistici, in P.L., 182; 2) monastici, in P.L., 182; 3) liturgici,
in P.L., 182-183; 4) dogmatici ed apologetici, in P.L., 182; 5) agio-
grafici, in P.L., 182. L’ed. critica delle opere, a cura di J. LecLERO, C.
H. TaLBor, H. M. RocHars, è in corso a Roma, 1957 sgg. Cfr.
inoltre: Sr. Bernarp, Oeuvres (voll. 2) a cura di M. M. Davr, Parigi,
1945 e l’ed. spagnola in corso a Madrid, 1953 sgg. Bibliografia:
Cfr. GevEr, pp. 707-708; De Brie, nn. 5263-5284; De WuLF, I, pp.
255-256. Per la bibl. generale completa fino al 1891 cfr. G.
Hurrer, Die Wunder des Al. Bernard, “Hist. Jahrb.,” 1889 e in L.
JAanAUSCHEK, Xenia bernardina, Vienna, 1891, rist anast.,
Hildersheim, 1959; C. H. TaLsor, Bibliografia di S. Bernardo, “Riv.
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Clairvauz, Parigi, 1910. J.
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teologia bernardiana, “Greg.,” 1957, Pu. DeLHave, Le problème de la
conscience morale chez S. Bernard, Namur, 1957. Bruno of Sr.
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1957. A. Van DEN BoscH, L'intelligence de la foi chez St. Bernard,
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1957. Inem, Presupposé è la christologie bernardine, “Cîteaux Nederl.,”
1958. R. Assunto, Sulle idee estetiche di Bernardo da Chiaravalle,
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Guglielmo di St. Thierry Opere principali: Epistola ad
Fratres de monte Dei; De contemplando Deo; De natura et dignitate amoris;
Adversus Abaclardum; Speculum fidei; Aenigma fidei; De natura corporis et
animae, ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 180; le Meditativae
orationes a cura di M. M. Davv, Parigi, 1934; L’Epistola ad Fratres de
Monte Dei, ed. crit. e tr. a cura di M. M. Davy,
Parigi, 1940; il Commentario al Cantico dei cantici sempre a cura di M.
M. Davy, Parigi, 1958; lo Speculum e l’Aenigma, 550
Bibliografia sempre ed. Davy, Parigi, 1959; il De contemplando
Deo, ed J. HourLieR, Parigi, 1959; cfr. anche Oeuvres choisies (ed. J. M. DecHanET) Parigi, 1944. Bibliografia:
Cfr. Gever, p. 708; De Brie, nn. 5250-5262; De Wutr, I, pp.
255-256. In particolare si veda: A. Apam, Guillaume de S.
Thierry, sa vie et ses oeuvres, Bourg-en-Bresse, 1923. L.
Matevez, La doctrine de lime et de la connaissance mystique chez G. de
S-Thierry, “Rech. sc. relig.,” 1932. M. M. Davy, La connaissance de
Dieu d'après Guill. de St. Th., “Rech. sc. relig.,” 1938. J.
M. DécHanet, Guill. d. St. Thierry. L’homme et son oeuvre, Bruges-
Parigi, 1942. Ipem, La doctrine de l'amour-intellection chez G. de
St. TÀ., e Guill. d. St. Thierry et Plotin, “Rev. m. à lat.,” 1945,
1946. E. Girson, Notes sur Guillaume de St. Thierry, in La
théologie mystique de S. Bernard, cit., pp. 216-232. L. DE
Simone, Gugl. di S. Thierry, “Sapienza,” 1949. M. M. Davy,
Théologie et mystique de Guill. de St. Thierry, I, La con- naissance de
Dieu, Parigi, 1954. L. DE Simone, Gli aspetti
filosofici della mistica di Guglielmo di St. Thierry, “Doctor communis,”
1957. R. De Gancx, Petits travaux sur Guillaume de
St. Thierry, “Cîteaux Nederl.,” 1958. E.
Garin, Guglielmo di Conches e Guglielmo di Saint-Thierry, in Studi sul
Platonismo medievale, cit., pp. 62-68. O. Brooke, The trinitarian aspect of the ascent of the
soul to God in the theology of William of St. Thierry, “Rech. théol. anc.
méd.,” 1959. IpeM, The speculative development of the trinitarian
theology of William of St. Thierry, ibidem, 1960. Isacco
di Stella Opere: Sermones; Epistola de anima ad Alcherum Edizioni:
Opera, in P.L., 194. Bibliografia:
F. BLieMETZRIEDER, Isaac de Stella. Sa spéculation théolo- gique, “Rech.
théol. anc. méd.,” 1932. W. Meuser, Die Erkenninislehre
d. Isaac v. Stella, Bottropp i. w., 1934. M. A. FracHeBouD, Le Pseudo-Denys l'Aréopagite parmi les
sources du cistercien Isaac de l’Etoile, “Collect. Ord. Cister.,”
1947. IpeM, L'inffuence de St. Augustin sur le cistercens Isaac de
l’Etoile, “Coll. Ord. Cister.,” 1949, E.
BertoLA, La dottrina psicologica di Isacco di Stella, “Riv. filos.
neosc.,” 1953. 55! Bibliografia La
bibl. generale in Gerer, p. 708; De Brie, n. 5480; De Wutr, I, p.
228. Alchero di Clairvaux Opera: Liber de spiritu et
anima Edizioni: in P.L., 40, 773-832 sotto il nome di Agostino.
Bibliografia: G. Tuery, L'authenticité du “De
spiritu et anima” dans St. Thomas et Albert le Grand, “Rev. sc. philos.
théol.,” 1921. P. FourNIER, s.v., in DHGE, II,
14-15. Ugo di S. Vittore Opere: Filosofiche:
Didascalion; Epitome in Philosophiam; De unione corporis et spiritus;
Mistiche: De arca Noe morali; De arca Noe mystica; Soliloguium de arrha
animac; Commentarium in Hierarchiam caelestem S. Dionysii, l. X.,
ecc. Edizioni: Le Opere in P.L., 175-177. Cfr. inoltre: Epitome in philoso- phiam, ed.
Haurfau, in H. de St. Victor. Nouvel examen de ses ocuvres, Parigi 1859;
Hugonis a S. Victore Didascalion. De Studio legendi, ed. cri- tica a cura
di C. H. Burrimer, Washington, 1939; Hugues de St. Victor, La
contemplation et ses espèces (testo e intr.) ed. R. Baron, Parigi, 1958.
Si cfr. J. De GHeLLINcK, La tables de matières de la première édition des
ocuvres de Hugues de St. Victor, “Rech. sc. relig.,” 1910; e Un catalogue
des oeuvres de H. de S. V., “Rev. néoscol. philos.,” 1913.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 709; De Brig, nn. 5287-5295; De WutLr,
I, pp. 221-222. In particolare v.: A. Mignon, Les origines de
la scolastique et Hugues de S. Victor, Parigi, 1895. F. VERNET, Hugues de S. V., in DThC, V, 240-308.
W. A. ScHNEMER, Geschichte und Geschichtsphilosophie bei Hugo von
St. Victor, “Miinsterische Beitrige zur Geschichtsforschung,” 3,
Miinster, 1933. B. BiscHorr, Aus der Schule H. v. St. V., in
Aus der Geisteswelt des Mittel alters, (“Beitrige,” suppl. III),
Miinster, 1935. F. E. Crorpon, Notes on the Life of Hugh de S.
Victor, “Journ. theol. Stud.,” 1939. ). LecLERco, Le De
Grammatica de Hugues de S. Victor, “Arch. Hist. doctr. litt. m. d.,”
1943-1945. J. KLEInz, The theory of knowledge of Hugh of S. V.,
Washington, 1944. H. WerswetLER, Die Arbeitsmethode Hugos v. S.
Victor “Schol.,” 1949. Ipem, Zur Einflussphaere der “Vorlesungen”
H.s von St. Viktor, in “Mél. J. De
Ghellink,” Gembloux, 1951. 552 Bibliografia
J. CrÒatiLLon, De Guillaume de Champeaur è Thomas Gallus.
Chronique d'histoire littéraire et doctrinale de l'école de Saint-Victor,
“Rev. m. È. lat.,” 1952. R. Baron, L'influence de Hughes de
Saint-Victor, “Rech. théol. anc. méd.,” 1955 { Ipem, É:ude
sur l'authenticité de l'ocuvre de Hugues de St. Victor..., “Scrip
torium,” 1956. Ipem, Science et sagesse chez Hugues de
Saint-Victor, Parigi, 1957. D. Van pEN EynpE, Les Commentaires sur
Joèl, Abdias et Nahum attribués à Hugues de St. Victor, “Franc. Stud.,”
1957. H. WeriswetLer, Sacramentum fidei, Augustinische und Pseudodionysische
Gedanken in der Glaubensauffassung Hugos von St. Viktor, “Misc. Schmaus,”
1957. L. CaLoncuHI, Le scienze e la classificazione delle scienze
in Ugo di S. Vit- tore, Torino, 1956. F. W. Wirre, Die Staats-und Rechtsphilosophie des Hugo
von St. Viktor, “Arch. Recht-Sozialphilosophie,” 1957. R.
Roques, Connaissance de Dieu et théologie symbolique d'après l“In
Hierarchiam coelestem” de Hugues de St. Victor, in De la connaissance de
Dieu, cit., pp. 187-266. H. R.
ScHLeTTE, Die Eucharistielehre Hugos von St. Viktor. “Z. kathol. Theol.,”
1959. R. Baron, Un point de philosophie et de
mystique comparée, “Rev. hist. philos. relig.,”
1959. E. BertoLa, Di alcuni trattati psicologici attribuiti a Ugo
di S. Vittore, “Riv. filos. neoscol.,” 1959. J. A. RosiLLIARD, Hugues de Saint-Victor a-t-il écrit le
“De contemplatione et cius speciebus”? “Rev. sc. philos. théol.,”
1959. R. Baron, Hugues de St. Victor: contribution è un nouvel
examen de son oeuvre, “Traditio”” 1959. InpeMm, Rapports
entre St. Augustin et Hugues de St. Victor, trois opuscules de Hugues de
St. Victor, “Rev. Etud. Aug.,” 1959. D. Van pEN Evnpe, Deux traités
faussement attributs è Hugues de St. Viktor, “Franc. Stud.,” 1959.
O. Lortin, Questions inédites de Hugues de St. Victor, “Rech. théol.
anc. méd.,” 1959-1960. R. JaveLET, Les origines de Hugues de
St. Victor, “Rev. sc. relig.;” 1960. D. Van pEN Evnpe, Les notules
in Genesim de Hugues de St. Victor, source litteraire de la “Summa
Sententiarum,” “Ant.,” 1960. Inem, Essai sur la succesion et la
date des écrits de Hugues de St. Victor, Roma, 1960.
553 Riccardo di S. Vittore Opere: Tractatus de
gradibus charitatis; Beniamin minor; Beniamin ma- ior; De Trinitate;
Quomodo Spiritus Sanctus est amor Patris et Filii; Liber exceptionum;
Epistolae. Edizioni: I testi in P.L., 196; 177 coll.
193 sgg. Cfr. inoltre: Richard de S. V. Les quatre degrés, testo critico,
trad. e note, a cura di G. DUuMEIGE, Parigi, 1955; De Trinitate, ed. e
note di J. RisarLLier, Parigi, 1958; Liber exceptionum ed. e note di J.
CratiLLON, Parigi, 1958, e ancora il De Trinitate con trad. franc. a cura
di G. SaLET, Parigi, 1960 e R. de St. Victor, Sermons et opuscules
inédits tr. fr. Pragi, 1951. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; DE Bn, nn.
5496, 5550; De WuLr, I, p. 222. In particolare: C. Ortaviano,
Riccardo di S. Vittore. La vita, le opere, il pensiero, “Mem. R. Accad.,
Naz. Lincei,” 1933. A. M. EtHIER, Le “ De
Trinitate” de Rich. de S. Victor, Parigi-Ottawa, 1939. J. A. Rosi.LIARD,
Les six genres de contemplation chez Rich. d. S. Victor et leur origine
platonicienne, “Rev. sc. philos. théol.,” 1939. I. Guimet, “Caritas
ordinata” et “amor discretus” dans la théologie trini- taire de R. de S.
V., “Rev. m. 8. lat.” 1948. G. DumeIGe, Richard de Saint Victor et l'idée
chrétienne de l'amour, Parigi, 1952. J.
BeaUMER, R. v. S. Viktor Theologe und Mystiker, “Schol.,” 1956. R. Baron, Richard de St. Victor est-il l'auteur des
Commentaires de Nahum, Joél, Abdias?, “Rev. bénédict.,” 1958.
Goffredo di S. Vittore Opere: In P. L., 196. Cfr.
inoltre: Godefroy de Saint Victor. Fons
Philosophiae, a cura di A. CHarma, Caen, 1869; Godefroy de Saint-Victor.
Microcosmus, ediz. a cura di PH. DeLHAYE, Lilla-Gembloux, 1951; Godefroy
de Saint Victor. Fons Philosophiae, ed. a cura di P. MicHaup-Quantin,
Namur-Lovanio, 1956. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 710; De WuLF, I,
p. 222. In particolare: Pu. DeLHave, Nature et grice chez Geoffroy de S.Victor, “Rev.
m. &. lat.,” 1947. IpeM, Le “Microcosmus” de Godefroy de
Saint-Victor. Étude théologique, Lilla-Gembloux, 1951. Ildegarda
di Bingen Opera: Scivias, Liber divinorum operum simplicis
hominis, ecc. 554 Bibliografia Edizioni:
in P.L., 197, 145-1038; in J. B. Prrra, Analecta sacra spicilegio
Solesmensi parata, VIII, Montecassino, 1882; in A. Damorseau, Novae edit.
opp. omn. S. Hildegardis experimentum, Sampierdarena, 1893-1899.
Bibliografia: cfr. De Wutr, I, p. 255. In particolare: CH. Sincer, The scientific views and visions of S.
Hildegard, in Studies in the history and methods of science, I, Oxford,
1917. H. Fiscrer, Die Al. Hildegard, die erste deutsche
Naturforscherin und Aerz®n, Monaco, 1927. H. LiesescHurz, Das
allegorische Weltbild der hl. Hildegard von Bingen, Lipsia, 1930.
M. Uncrunp, Die metaphysische Anthropologie der hl. Hildegard von
Bingen, Miinster, 1938. D. Baumcarpr, The concept of
mysticism, “Rev. of. relig.,” 1948. Capitolo
ottavo Per la bibliografia relativa al pensiero politico ed alle
controversie teo- logico-politiche del XII secolo, rinviamo direttamente
alla ricca bibliografia di L. Firpo, in app. alla tr. ital. di R.
W. e A. J. CaruxLe, Il pensiero politico medioevale, vol. II, Bari, 1959,
pp. 607-681. 555 Parte terza Capitolo
primo Tra la vastissima bibliografia sulla filosofia araba (e cfr.
GEvER, pp: 716- 720; De Brie, nn. 21819-21923) citiamo soltanto i
seguenti studi di carat- tere generale. Bibliografia: V. CHÙauvin, Bibliographie des
ouvrages arabes ou relatifs aux Arabes pu- bliés dans l'Europe chrétienne
de 1810 à 1885, Liegi, 1892-1922. D.
PranmuLcer, Handbuch der Islam-Literatur, Berlino, 1923. E.
Carverev, A brief bibliography of arabic philosophy, “The Moslen World,”
1942. ° ]. Sauvacet, Introduction è
l'histoire de l’Orient musulman: éléments de bibliographie, 1943;
Corrections et suppléments, 1946. P. J. De Menasce, Arabische
Philosophie, fasc. 6 di “Bibliographische Ein- fihrungen in das Studium
der Philosophie,” Berna, 1948. G. C. Anzwart; Le Philosophie en
Islam au Moyen-Age, in Philosophy in the Mid-Century, a cura di R.
KLisansKy, vol. IV, Firenze, 1959. Index Isiamicus, 1906-1955,
Cambridge, 1958. Opere generali: S. Munx, Mélanges de
philosophie juive et arabe, Parigi, 1859, 19272. T. J. DE Borr,
Geschichte der Philosophie im Islam, Stoccarda, 1901. B. Carra DE
Vaux, Les penseurs de l'Islam, Parigi, 1921, 1926. E. De Lacy O’Leary, Arabic thought and his place in
history, Londra, 1922, 19572. L. GaurtHIER, Introduction è l'étude de la philosophie
musulmane, Parigi, 1923. M. Horten, Die Philosophie des
Islams, in KAFKA, Geschichte der Philos. in Einzeldarstellungen, Monaco,
1923. E. Girson, L’étude des philosophes arabes et son réle dans
linterprétation de la scolastigue, “Proceed. of the sixth internat. Congress of Philos.,” 1927. M.
Horten, /Islamische Philosophie (Die Religion in Geschichte und Gegen-
wart, t. III, 2° ed.), Tubinga, 1930. 556
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fiore, Firenze, 1939. G. FurLaniI, La filosofia araba, “Conferenze Centro
Studi Vicino Oriente,” Roma 1943. G. E. V. GruneBaUM, Medieval Islam, Chicago,
1946. A. S. Trirton, Muslim Theology, Londra, 1947. J.
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theological ideas in the two religions, Londra, 1945-1948. Garpet-M. M. ANAWATI, Introduction à la théologie
musulmane, Parigi, 1948. GarpeT, La Cité musulmane, Parigi,
1954. Anprae, Les origines de l'Islam et le christianisme, Parigi,
1955. I. J. RosenTtHAL, Political Thought in
medieval Islam: an introductory outrline, New York, 1958.
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d'Islam, “Mél. Inst. domi- nicain Etud. Orient.,”
1958. o mar r Leonardo Fibonacci Opere:
Liber abbaci (1202); Flos; Practica Geometriae (1220); Liber quadratorum
(1225). Edizioni: Scritti di Leonardo Pisano, a cura di B.
Boncompagni, Roma, 1857-1872. Bibliografia: Cfr. E.
BortoLotTI, Storia della matematica elementare, in Enciclopedia della
matematica elementare, Milano, 1950. al-Kindi Opere:
De intellectu; De somno et visione; De somno et vigilia; De quinque
essentiis; Liber introductorius in artem logicae demonstrationis;
Epistola sull'acquisto della filosofia solo mediante le matematiche;
Trattato circa il numero dei libri di Aristotele e circa ciò che è
necessario per rag- giungere la filosofia; Sull'anima; Epistola intorno
all'arte di allontanare la tristezza. Inoltre un famoso trattato di Ortica,
tradotto da Gerardo da Cre- mona e diffusissimo nel XIII e XIV sec.
Edizioni: Numerosi scritti sono stati pubblicati da ‘Abd al-Hadi
Abi Ridah, sotto il titolo Rasa'il al-Kindi alfalasafiyyah, il Cairo,
1950. Cfr. inoltre Una risalah di al-Kindi sull'anima, a cura di G. Furtani,
“Riv. trimestr. di studi fil. e relig.,” 1922. Bibliografia:
Cfr. Geyer, p. 726; De Brie, nn. 21931-21932a; DE WuLF, I, p. 305.
In particolare vedi: A. Nacy, Die philosophischen Abhandlungen des
Ja qub ben Ishaq al-Kin- di (“Beitrige,” II, 5), Miinster, 1897.
557 Bibliografia G. FLucer, Al-Kindi genannt
der “Philosoph der Araber” “Abhdig. f. d. Kunde Morgenlandes,”
1854. H. Matter, Al-Kindi, “Hebrew Union College Annual,”
Cincinnati, 1904. G. Furtani, Una riszlah di al-Kindi sull'anima,
cit. M. Gui: - R. Warzer, Studi su Al-Kindi: I. Uno studio
introduttivo allo studio su Aristotele; II. Uno scritto morale inedito di
Al-Kindi (Temistio “peri aliplas”), “Mem. Acc. Lincei.,” serie 7, v. 4,
1938, serie 7, v. 8, 1940. F. RosentHAL, Al-Kindi als Literat,
“Orientalia,” 1942. A.
Cortazarrfa, La obras y las doctrinas del filosofo Al Kindi en los
escritos de S. Alberto Magno, “Estud. filos.,” 1951-1952 (e cfr. anche
“Ciencia tomista, 1952). al-Farabi Opere principali:
De intellectu; De scientiis; De ortu scientiarum; De Platonis
Philosophia; Compendium legum Platonis; Idee degli abitanti della città
virtuosa; Liber exercitationis ad viam felicitatis. Edizioni:
Alfarabis Philosophische Abhandlungen (testo arabo), a cura di F.
Diererici, Leida, 1890 (trad. ted., Leida, 1892); Der Musterstaat von
Alfarabi, a cura di F. Drererici, Leida, 1895 (trad. ted., Leida, 1904);
Die Staatsleitung von Alfarabi, trad. ted. a cura di F. Dreterici, Leida,
1904; Das Buch der Ringsteine Farabis mit dem Kommentar des Emir Ismail
el Hoscini el Farani, trad. ted. a cura di M. Horten, Miinster, 1906;
A/fa- rabi. De Intellectu et intellectus, trad. ‘lat.
medievale, a cura di E. Gitson, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,”
1929-1930; Alfarabius, De Arte Poetica, ediz. e trad. inglese a cura di
A. J. Arserry, “Riv. stud. orient.,” 1930; Alfarabius, Catélogo de las
ciencias, ediz. a cura di A. GonzaLes PALENCIA, Madrid, 1932; Alfarabius,
De Platonis philosophia, a cura di F. RosENTHAL- R. Watzer, Londra, 1943;
Alfarabius, Compendium Legum Platonis, testo arabo e trad. lat. a cura di
F. GagriELI (Corpus platonicum medii aevi), Londra, 1952; Al Farabi's
Arabic-Latin Writings on Music... “De scientiis” and “De ortu
scientiarum,” testo tr. ingl. a cura di H. Harmer, Glasgow, 1934; Idées
des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il Cairo, 1949. Bibliografia:
Cfr. Gever, pp. 720 sgg.; De Brie, nn. 21938-21943b; DE Wutr, Ì, p.
305. In particolare vedi: R. Hamui, La filosofia di
Alfarabi, “Riv. filos. neoscol.,” 1928. E. Girson, Les sources greco-arabes de l'augustinisme
avicennisant, “ Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,” 1930. I.
Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique musulmane,
Parigi, 1934. 558 Bibliografia Strauss,
Quelques remarques sur la science politique de Maimonide et de
Farabi, “Rev. étud. juives,” 1936. J. ArserrY, Farabis Canons of
Poetry, “Riv. stud. orient.” 1937. Karam, “La Ciudad virtuosa” de
Alfarabi, “Ciencia tomista,” 1939. BéporeT, Les premières
traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi, “Rev.
néosc. philos.,” 1938. H. Sarman, Le “Liber exescitationis ad viam
felicitatis” d’Alfarabi, “Rech. théol. anc. méd.,” 1940.
H. SaLman, The Mediaeval Latin
Translations of Alfarabi's Works, “N. Schol.,” 1939.
Strauss, Farabi's Plato, “L. Ginzeberg Jubilee Volume,” New York,
1945 pp. 257-294. Corrasarria,
Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto
Magno, “Ciencia tomista,” 1951. IneM, Doctrinas psicologicas
de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952.
Ipem, Tabla general de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras
de Alberto Magno, “Est. filos.,” 1953. D. CasaneLAas,
Alfarabi y su “Libro de la concordancia” entre Platon y
Aristoteles, “Verdad y Vita,” 1950. p_TODO
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“Gior. crit. filos. ital.,” 1953. E. BertoLa, Commento al
“Dell'essenza dell'anima” di al-Farabi, “Misc. Centro di studi mediev.
dell’Un. catt. di Milano,” Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's
theory of profecy and divination, “Jour. hellen. Stud.,” 1957. L. Strauss, How Farabi read
Plato's Laws, “Mél. L. Massignon,” 1959. Avicenna
Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi
cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui
parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone
della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere
propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il
Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello
Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e
orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opw- scoli filosofici; alcuni
frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat
[Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro
della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia
orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la
Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone,
pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da
O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559
Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of
the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel
Medioevo furono pubblicate a Ve- nezia nel 1495 (rist. anast.,
Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten,
Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele,
Lentiis” and “De ortu scientiarum,” testo tr. ingl. a cura di H. Harmer,
Glasgow, 1934; Idées des habitants de la cité vertueuse, tr. fr., Il
Cairo, 1949. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 720 sgg.; De Brie, nn.
21938-21943b; DE Wutr, Ì, p. 305. In particolare vedi:
R. Hamui, La filosofia di Alfarabi, “Riv. filos. neoscol.,” 1928.
E. Girson, Les sources greco-arabes de
l'augustinisme avicennisant, “ Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,”
1930. I. Mapkour, Le place d'al Farabi dans l'école philosophique
musulmane, Parigi, 1934. 558 Bibliografia
Strauss, Quelques remarques sur la science politique de Maimonide
et de Farabi, “Rev. étud. juives,” 1936. J. ArserrY, Farabis
Canons of Poetry, “Riv. stud. orient.” 1937. Karam, “La Ciudad
virtuosa” de Alfarabi, “Ciencia tomista,” 1939. BéporeT, Les
premières traductions tolédanes de philosophie. Oeuvres d'Alfarabi,
“Rev. néosc. philos.,” 1938. H. Sarman, Le “Liber exescitationis ad
viam felicitatis” d’Alfarabi, “Rech. théol. anc. méd.,” 1940.
H. SaLman, The Mediaeval Latin
Translations of Alfarabi's Works, “N. Schol.,” 1939.
Strauss, Farabi's Plato, “L. Ginzeberg Jubilee Volume,” New York,
1945 pp. 257-294. Corrasarria,
Las obras y la filoséfia de Alfarabi en los escritos de Alberto
Magno, “Ciencia tomista,” 1951. IneM, Doctrinas psicologicas
de Alfarabi en los escritos de Alberto Magno, ibidem, 1952.
Ipem, Tabla general de las citas de Alkindi y de Alfarabi en las obras
de Alberto Magno, “Est. filos.,” 1953. D. CasaneLAas,
Alfarabi y su “Libro de la concordancia” entre Platon y
Aristoteles, “Verdad y Vita,” 1950. p_TODO
SD Ta F F. Rassmann, L'“Intellectus acquisitus” in Alfarabi,
“Gior. crit. filos. ital.,” 1953. E. BertoLa, Commento al
“Dell'essenza dell'anima” di al-Farabi, “Misc. Centro di studi mediev.
dell’Un. catt. di Milano,” Milano, 1956. R. Waczer, al-Farabi's
theory of profecy and divination, “Jour. hellen. Stud.,” 1957. L. Strauss, How Farabi read
Plato's Laws, “Mél. L. Massignon,” 1959. Avicenna
Opere: Della vastissima produzione (la bibl. critica di Mahdavi
cita 131 opere autentiche e 110 dubbie, e il P. Anawati 276 di cui
parecchie dubbie ed apocrife) citiamo soltanto oltre al celebre Canone
della medicina (al-Oanuùn fi-t-tibb) i seguenti scritti di carattere
propriamente filosofico: il Kitàb ash-Shifa (Libro della guarigione); il
Kitab-an-Nagiah [Libro della salvezza (dall'errore)], estratto dello
Skifz; il perduto Libro del giudizio imparziale tra occidentali e
orientali (Kitàb-al-'Jus3f); una ventina di Opw- scoli filosofici; alcuni
frammenti pubblicati da A. BapHawi; il Kit20 al'-Isharat wa't-tanbihat
[Libro delle direttive e annotazioni]; il Daneshnameh i-Alè'i [Libro
della sapienza per ’Aal); una parte della Logica della sua Filosofia
orientale nota sotto il nome di al-Hikmah al-mashrigiyyah; inoltre la
Epistola sull'amore (Risala f''l-Isq). Edizioni: il Canone,
pit volte stampato in Occidente, è stato adattato e riassunto in ingl. da
O. A. Cameron GruNER, A Treatise on she Canon of 559
Bibliografia Medicine of Avicenna. Incorporating a Translation of
the First Book, Londra, 1930; le parti della 4/-Sifa tradotte nel
Medioevo furono pubblicate a Ve- nezia nel 1495 (rist. anast.,
Heverlee-Lovanio, 1960) e 1508; tr. ted. «della Metafisica, M. Horten,
Die Metaphysik Avicenna's: das Buch der Genesung der Seele, Lipsia, 1913;
tr. lat. della Metafisica del Nagat: A. Carame, Avicennae Metaphysicae
compendium, Roma, 1926; ed. crit. dell'originale: ash-Shifa, I, a cura di
I. Mapkour, M. EL KHoprirr, G. C. Anawati, F. eL-AÒw£nI, 1952; il De Anima
(la parte psicologica delle Kitab-al-Shifa) nell’ed. F. Ranman, Londra,
1959. Gli scritti mistici (Trastés mystiques) in tr. fr. a cura di M. A.
MEHREN, Leida, 1889-1899; La Logica orientale, ed. sotto il titolo Mantig
al-mashrigiyyah, Il Cairo, 1910; Cfr. inol- tre: Introduction è Avicenne,
son Epitre des définitions, tr. con note di A. M. GorcHon, Parigi, 1933; I. Mapkour, L'Organon
d'Aristote dans le monde arabe... quelques pensées à un commentaire inédi
di'Ibn Sina, Parigi, 1934; Livre des Directives et Remarques, tr. con
intr. e note di A. M. GorcHon, Beyrut-Parigi, 1951; Le livre de Science
(Dane3nameh) tr. fr. di H. Massé e M. AcHENA, Parigi, 1955-1958; Poème de
la médecine, a cura di A. JAHIER e A. NovrEDDINE, Parigi, 1956. Inoltre
tutte le opere persiane di Avicenna sono state edite a Teheran in
occasione del millenario (cfr. E. Rossi, 12 millenario di Avicenna a
Teheran e Hamadan, in “Oriente moderno,” 1954). Per i testi di Avicenna
che correvano nel medioevo cfr. oltre alle citate ed. della Me-
taphysica: Opera omnia, Venezia, 1495, 1508 (rist. anast.
Heverlee-Lovanio, 1960); 1546; De Anima, Pavia, 1485, 1493; De
animalibus, Venezia, 1500; Canon, Strasburgo, 1473.
Bibliografia avicennista: C. A. NaLLINO, s.v., in “Enc. Ital,” V,
638-639. T. J. De Borr, /bn
Sinz, “Encycl. de l'Islam,” II, 446. O. Ercin, /brni Sinami
eserleri, “Biiyik tirk filosof.,” 1937. G. C. Anawati, Mw’ allafat
Ibn Sinà, Il Cairo, 1950, riass. fr. in “Rev. Thom.,” 1951.
A. A. HekMmaT, Les oeuvres persanes d'Avicenne, “Congrès de
Bagdad,” 1952, pp. 84-97. Sa‘tn Naricy, Bibliographie des
principaux travaux européens sur Avicenne, Teheran, 1953. Inem, Pare Sina (Avicenne, his Life, Works, Thought
and Time), Teheran, 1954. YauHyva
Maunpavi, Bibliographie d'Ibn Sina, Teheran, 1954. O. Ercin, /bin
Sina bibliografyasi, Instanbul, 1956. G. C. Anawati, Chronique Avicénienne 1951-1960, “Rev.
thom.,” 1960. Volumi commemorativi: Millénaire d'Avicenne, “Rev.
du Caire,” giugno 1951; Millénaire d'Avicenne (Congrès de Bagdad), Il
Cairo, 1952; Mémorial d'Avicenne, Il Cairo, 1952 sgg.; Avicenne,
Scientist and Philosopher, a 560 Bibliografia
Millenary Symposium, Londra, 1952; Z. Sara, Le livre du Millénaire
d'Avi- cenne, Teheran, 1954; “Rev. Thom.,” 1951, n. 2. Cfr.
inoltre Gever, pp. 721-722; De Brie, nn. 21945-21965b; De Wutr, I,
pp. 305-306. Tra gli studi più recenti e significativi, ci limitiamo a
indicare: B. Carra pe Vaux, Avicenne, Parigi, 1900. G. GagrieLI, Avicenna, “Arch. st. scien.,” 1923.
D. Sacisa, Études sur la métaphysique d'Avicenne, Parigi, 1926.
E. Gitson, Pourquoi St. Thomas a critiqué St. Augustin, “Arch. Hist.
doctr. litt. m. 8.” 1926. Ipem, Avicenne et le point de départ
de Duns Scoto, Ibidem, 1927. G. FurLani, Avicenna e
il “Cogito ergo sum” di Cartesio, “Islamica,” 1927. IpeMm, Avicenna, Barhebreo, Cartesio, “Riv. stud.
orient.,” 1933. E. Gitson, Les sources gréco-arabes de
l'augustinisme avicennisant, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.,”
1929. M. D. RoLanp-GosseLin, Sur les relations de l'ime et du corp
d’après Avicenne, “Mél. Mandonnet,” II, 1930.
A. M. GorcHon, Introduction è Avicenne..., Parigi, 1933. C.
Fasro, Avicenna e la conoscenza divina dei particolari, “Bull. filos.,”
1935. A. Sougziran, Avicenne, Parigi, 1935.
A. M. GoicHon, La distinction de l'essence et de l'existence d'après
Ibn Sinà, Parigi, 1937. Ipem, Lexique de la langue
philosophique d'Ibn Sina, Parigi, 1939. Ipem, Vocabulaire comparé
d'Aristote e d’Ibn Sina, Parigi, 1939. IpeM, La philosophie
d'Avicenne et son influence en Europe médiévale, Parigi, 1944,
195122 M. Cruz HernAnpez, La metafisica de Avicenna, Granada,
1949. L. GarpeT, La pensée religieuse d’Avicenne, Parigi,
1951. Avicenna: Scientist and Philosopher. Millenary Symposium, a
cura di G. M. Wickens, Londra, 1952. E. BLocH, Avicenna und
die aristotelische Linke, Berlino, 1952. L. Garper, La connaissance
mystique chez Ibn Sinà, et ses présupposés phi- losophiques, Il Cairo,
1952. Moxammap Yusur Musa, La sociologie et la politique dans la
philosophie d'Avicenne, Il Cairo, 1952. F. Ranman, Avicenna's
Psychologie, Oxford, 1952. P. Mesnarp, Le millénaire d'Avicenne et
ses répercussions sur l’histoire de la philosophie, “Ann. Inst. Etud. orien. Alger,” 1953. M. Cruz
HernAnpez, La distincion aviceniana de la esencia y la existencia y su
interpretacion en la filosofia occidental, “Misc. Millés-Vallicrosa,”
1954. s61 Bibliografia H. A. Wotrson,
Avicenna, Algazali and Averroes on divine attributes, ibidem.
Avicenna nella storia della cultura medioevale, Acc. Naz. Lincei, anno CCCLIV, 1957, Q.40, Roma,
1957. S. M. Arnan, Avicenna, his life and works, Londra-New York,
1958. J. CHaix-Ruv, La sagesse orientale d'Avicenne
et les mythes platoniciens, “Rev. d. la Mediterr.,” 1958. M. Atonso, La “Alanniyya” de Avicenna y el problema de la
esencia y existencia, “Pens.,” 1958. I. Mapkour, Le traité des categories du Shifa, “Mél.
Inst. dominicain Etud. orient.,” 1958. F.
RAHMAN, Essence and Existence in Avicenna, “Med. Renaiss. Stud.,” 1959.
E. BertoLa, Studi e problemi di filosofia avicenniana, “Sophia,”
1959. P. M. De Conrenson, Avicennisme latin et
vision de Dieu au début du XIII siècle, “Arch. Hist. doctr. litt. m.
&.,” 1959. ). CÙranx-Ruy, Du pythagorisme d’Avicenne au
soufisme d'al-Ghazali, “Rev. d. la Mediterr.,” 1959. M. Cruz HernAnpez, La nocion de “ser” en Avicenna,
“Pens.,” 1959. G. C.
Anawati, La destinée de l'homme dans la philosophie d’ Avicenne, in L'homme
et son destin, cit., pp. 257-266. ). Craix-Ruv, L’homme selon
Avicenne, ibidem, pp. 243-255. A. M. GoicHon, Selon Avicenne l'ame
humaine est-elle créatrice de son corps?, ibidem, pp. 267-276.
G. JaLsErT, Le nécessaire et le possible dans la philosophie d'Avicenne,
“Rev. de l’Univ. d’Ottawa,” 1960. M. E. Marmura, Avicenna and the Problem of the
Infinite Number of Souls, “Med. Stud.,” 1960. Sull’influenza di
Avicenna in Occidente: G. Sarton, Introduction to the History of
Science, Baltimora, 1927-1950, sub ind. M. De Wutr,
L'augustinisme avicennisant, “Rev. néosc. philos.,” 1931. R. De Vaux, Notes et textes sur l'avicennisme latin aux
confins des XII- XII siècles, Parigi, 1934. ]J. TeicHER,
Gundissalino e l'agostinismo avicennizzante, “Riv. filos. neosc.,”
1934. A. M. GoicHon, La philosophie d'Avicenne et son influence en
Europe mÉ diévale, Parigi, 1944 e 19512. Ipem, in “Encycl.
mensuelle d'Outre-mer,” 1952. A. C. CromBie, Avicenna's influence
on the Medieval Scientific Tradition, in Avicenna Scientist... cit.
M. T. D'ALverny, L'introduction d’Avicenne en Occident, “Rev. du
Caire,” 1951. Ipem, Notes sur les traductions médiévales
d'Avicenne, “Arch. Hist. doar. litt. m. 4.,”
1952. 562 Bibliografia al-Gazzali
Opere principali: Vivificazione delle scienze della religione (Ihyd'
‘ulam ad-din); Destructio philosophorum (Tahafut al-falasifah); Il
salvante dall'er- rore (al-Mungidh min ad-dalal); La moderazione nella
credenza. Edizioni: Logica et philosophia, Venezia, 1506;
Tendentiae philosopho- rum, Leida, 1888; Destructio philosophorum, Il
Cairo, 1888; Algazel's Me- taphysic. A mediaeval translation, a cura di
J. T. Mucxkte, Toronto, 1933; Al-Ghazali, O disciple!, trad. di G. H.
ScHeRER, Beirut, 1951; 1ky2' ‘ulam ad-din, ou Vivifications des sciences
de la foi, ed. trad. G. H. Bouscuer, Parigi, 1955; d/-Munquid min adalal,
testo arabo e trad. di C. M. Farm JaBre, Beirut, 1959.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn. 21968-21991a; De Wutr, I,
p. 305. In particolare v.: M. Asfn Patacios, Algazel:
dogmdtica, moral, ascética, Saragozza, 1901. B. Carra pe Vaux,
Gazali, Parigi, 1902. H. Bauer, Die dogmatik al-Gazzalis, Halle,
1912. Inem, Uber Intention, reine Absicht und
Wahrhaftigkeit, Halle, 1916. IpeM, Von der Ehe, Halle, 1917.
J. Osermann, Der philosophische und religiose Subjektivismus
Ghazalis, Vienna-Lipsia, 1921. M Bouuyces, Algazeliana, “Mél.
Fac. Orient.,” 1922. H. Bauer, Erlaubtes und verbotenes Gut, Halle,
1922. M. Asfn Patacios, Un compendio musulmano de
pedagogia, el libre de la introducion a las ciencias de al-Gazali,
Saragozza, 1924. Ipem, La espiritualidad de Algazel y su sentido
cristiano, Madrid-Granada, 1934-1941. D. H. SaLman, Algazel et les Latins, “Arch. Hist. doctr.
Hitt. m. 4.,” 1936. A. J. Wensinck, La pensée de Ghazali, Parigi,
1940. A. WeEHR, Al-Gazzalis Buch vom
Gottvertrauen, Halle, 1940. M. SmitH, Al Gazali, the Mystic,
Londra, 1944. W. M. Warr, The Authenticity of the Works Attributed
to al-Gazali, “Jour. R. Asiatic Soc.,” 1952. Ipem, The Faith
and Practice of al-Gazali, Londra, 1953. C. M. Farip Jagre,
Biographie et Oecuvres de Ghazali, “Mél. Ideo,” 1954. V. CÒÙistHor, Al-Oistas al Mustagim et connaissance
rationelle chea Gazali, “Bull. Etud. orient.,” 1955-1957. C.
M. Farip JaBrE, La certitude de Ghazali dans ses origines et son
histoire, Parigi, 1956. S. De Braurecuen-G. C. Anawati, Une
preuve de lexistence de Dieu chez Ghazzali et St. Thomas, “Mél. Inst.
dominicain Etud. orient.” 1956. 563
Bibliografia C. M. Faxip Jasre, La notion de certitude selon
Ghazali dans ses origines psychologiques et historiques, Parigi,
1958. M. Aronso, Influencia de Algazel en el mundo
latino, “al-Andalus,” 1958. G. F.
Hourani, The dialogue between al-Ghazzali and the philosophers on the
origin of the world, “The Muslim World,” 1958. Avempace
Opere: Della sua vasta produzione sono pervenuti una Epistola
expedi- tionis (Lettera d'addio); il riassunto ebraico della sua opera principale
Il regime del solitario (Tadbir al-mutawahkid); un trattato De anima e
un trattatello: Continuatio o Copulatio intellectus cum homine, entrambi
il- lustrati da Averroè; un De plantis. Edizioni: I testi
arabi, con tr. sp. del De plantis, della Continuatio, del Regime e
dell’Epistola in “al-Andalus,” 1940, 1942 1943, a cura di M. Asîn
Patacios. Il testo e tr. del Regime, sempre a cura di Asin PaLacios,
Madrid, 1948. Bibliografia: cfr. Gevea, p. 722; De Brie, nn.
22010a-22011e; De WuLF, II, p. 305. In particolare
cfr.: M. Asîn Patacios, E! filbsofo zaragozano Avempace, “Rev. de
Aragon,” 1900-1901. Inem,
Un texto de Al-Farabi atribuido a Avempace por Moisés de Narbona, ibidem,
1942. U. A. FarrukH, [bn Bajja (Avempace) and
the philosophy in the Moslem West, Beirut, 1945. D. M.
Duntop, Ibn Bajjah's “Tadbir'! Mutawahhid” (Rule of Solitary), “Jour. R.
Asiatic Soc.,” 1945. S. Munk,
Mélanges de philosophie juive et arabe, cit., pp. 386-410. Aba
Bekr Ibn Tufal Opere: Ci rimane soltanto il trattatello filosofico
Hayy ibn Yagzan (dal nome del protagonista). Edizioni: Ed. e
tr. fr. di L. GaurHieR, Beirut, 1936; tr. ingl. di S. Orcey, Il Cairo,
1905; di P. BrénnLE, Londra, 1904; tr. sp. di F. Pons Borcnes, Saragozza,
1900; di A. GonziLes Parencia, Madrid, 1934, 19482. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 722; De Brie, nn.
21993-21994. M. Asîn Patacios, E! filosofo autodidacto, “Rev. de Aragon,”
1901. L. GautHIER, [bn Tufail. Sa vie, ses oeuvres, Parigi, 1909.
C. A. Naztino, Filosofia “orientale” od “illuminativa” di Avicenna?,
564 Bibliografia “Riv. stud. orient.” 1925.,
ora in: Raccolta di scritti editi e inediti, VI, Roma, 1948, pp.
218-256. F. Garcia G6mez, Un
cuento drabe fuente comin de Aben Tofail y de Gracidn, “Rev. Arch. Bibl.
y Museos,” 1926 . Ipem, Una Oasida politica inédita de Ibn Tufail,
“Rev. Inst. Egipcio de Est. islamicos,” 1953.
Averroè Opere: L'elenco particolareggiato degli scritti in
M. Bouvees, Notes sur les philosophes arabes connus des Latins au Moyen
Age. V. Inventaires des textes arabes d'Averroès, “Mél. de l’Univ. St.
Joseph,” Beirut, 1922-1923. Tra le opere scientifiche ricordiamo
principalmente il Kulliyyat al-tibb [Prin- cipî generali di medicina].
Per gli scritti di filosofia distinguiamo: a) Trattati e scritti
separati: 1) Fals al-magal watagrir ma bayna al- shasî wa al-higma min
al-'ittisal [Sentenza risolutiva dichiarante il modo in cui -la filosofia
è unita alla religione]; 2) al-Kashfan manahig aladillah fi‘aqaid al-milla
wa ta'arif ma waqa'a fiha bishasb al-ta'wil min al-shubah wa al bida'
al-mudhila [Svelamento del metodo di argomentare sui principî della
religione e indicazione sull'ambiguità ed errori eretici dovuti
all'interpreta- zione del testo sacro); 3) Damimat al mas'alat al-il
algadim [Aggiunta al problema della conoscenza eternal; 4) Tahafut al
Tahafut [L'incoerenza dell'incoerenza, confutazione di Algazali]; 5)
Sulla possibilità della congiun- zione fra l'intelletto materiale e
l'intelletto separato, conosciuto solo nella vers. ebraica medievale; 6)
Soluzione del problema: eternità o creazione del mondo, conosciuto solo
nella versione ebraica medioevale; b) Commenti aristotelici: 1)
Commento Grande (shark o tasfir); 2) Commento media (talkhis); 3:
Compendi o perifrasi (gavami' o mukhtasar) (Commenti a tutte le opere
aristoteliche, eccettuata la Politica sostituita dalla Repubblica di
Platone). c) Opere spurie: Tractatus de animae beatitudine, la cui
prima parte esiste anche separatamente col titolo: Libellus seu epistola
de connexione intellectus abstracti cum homine (e cfr. |. TeicHer,
L'origine del “Tracta- tus De animae beatitudine” “Atti del XIX Cong.
int. degli Orientalisti,” Roma, 1938, pp. 522-527). Edizioni:
Ed. di a 1, 2, 3 a cura di M. J. Miner, Monaco, 1858 (e quindi le edd. Il
Cairo, 1895-1896, 1910); ed. di 4 1, 3 con tr. fr. a cura di L. GaurHieR,
Ibn Rochd (Averroès, Traité décisif [Fagl el-magal) sur lac cord de la
religion et de la philosophie, suivi de l'Appendice [Dhamina], Algeri,
19483); ed. di a 3 con la tr. lat. di Raimondo Martin (sec. XIII) a cura
di M. Asfn Patacios, in “Homenaje a Codera,” Saragozza, 1904; tr.
integrali di 4 1, 2, 3: ted. di M. J. MùtLER, Philosophie und Theologie
von Averroés (“Monumenta Saecularia” Bayer Akad. d. Wiss.), Minaco, 1875,
ingl. di M. Jama-ur-REHMAN, The philosophy and theology of Averroes,
565 Bibliografia Baroda, 1921, sp. di M.
ALonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granada, 1947; Ed. crit. di a 4 di
M. Bouxces in “Bibl. arab. Scholasticorum,” S. Arabe, III, Beirut, 1930;
tr. ingl. di S. Van pen BercH, Londra, 1954; tr. spagn. parziale di C.
Qurés, in “Pens.,” 1960; ed. di a 5 parziale con tr. ted. in'L. Hannes,
Des Averroés Abhandlung: “Ueber die Mòoglichkeit der Conjunktion,” Halle,
1892; ed. di 4 6 in app. a M. Worms, Die Lehre von der Anfangslosigkeit
der Welt bei den mittelalterlichen arabischen Philosophen (“Beitrige,”
III, 4), Miinster, 1900. Ed. di & 1: Commento alla Metaphysica
ed. crit. testo arabo, Tafsil ma ba'ad at-tabi'at di M. Bouxrces, in
“Bibl. arab. Scholasticorum,” S. Araba, V-VII, Beirut, 1938-1948; De
anima, ed. crit. tr. lat. medioevale, Commentarium magnum in “De anima”
di F. Stuart Crawrorp; “Corpus Commentariorum Averrois in Aristotelem”
della Mediaeval Academy of America, Vers. lat., VI, 1, Cambridge (Mass.),
1953. Ed. di © 2 Commento alle Categoriae, ed. crit. testo arabo,
Talkhis kitab al-maqulat di M. Bouyces, in “Bibl. Arab. Scholasticorum,”
S. Araba, III, Beirut, 1932; alla RAetorica, testo arabo a cura di F.
Lasinio, Il Commento medio della Retorica di Aristotele, Firenze,
1875-1878 (incompiuta); alla Poetica, testo arabo a cura di F. Lasinio,
Pisa, 1872 e ripubbl. da ’Aspuz- RAHAMAN BapHawi, Aristoteles, De
Poetica, Il Cairo, 1953; al De generatione et corruptione, trad. dall’or.
arabo e dal testo ebreo e versioni latine di S. KueLanp (“Corpus Comm.
Averrois in Aristotelem,” Vers. anglica, IV, 1-2), Cambridge (Mass.),
1958; l’ed. del testo ebraico, sempre a cura del Kurtanp (“Corpus Comm.
Averrois in Aristotelem,” Vers hebraic., N. 1-2), ibid., 1958. i
. Ed. di 5 3: compendio di Physica, De caelo; De generatione,
Meteorologi- ca, De anima, Metafisica nel testo arabo sotto il titolo: Rasa'il
Ibn Rushd, Haiderabad, 1947; De anima (solo) in A. Faup AHwani, Talkhis,
kitàb al- nafs, Il Cairo, 1950; Metafisica (soltanto) in M. aL-Qassani,
Fiil tigat al- aquwail..., Il Cairo, 1903-1907 e con tr. sp. da C. Quiroz
RopricuEz, AvERr- roes, Compendio de Metafisica, Madrid, 1919; tr. ted.
di S. Van DEN BERGH, Leida, 1924; De sensu, testo arabo in A. BapHawt,
Aristutalis fi al-nafs, Il Cairo, 1954, pp. 191-239; Parva naturalia, ed.
crit. trad. lat. med. di A. L. SHieps (“Corpus Comm. Averrois in Aristotelem,”
Vers. lat., VII), Cambridge (Mass.), 1949; ed. crit. tr. ebraica di H.
BLumBerc (ibidem, Vers. hebraic., VII), ivi, 1954; Repubblica di Platone,
ed crit. tr. ebr. med. di E. T. J. RosentHAL, Cambridge (Mass.), 1956;
commpendio del De gencra- tione et corruptione in trad. ingl. insieme
alla versione del “Commento me- dio,” cit. Ed. di c: la
versione ebraica con tr. ted. in J. Hercz, Drei Abhandlun- gen tiber die
Conjunktion des separaten Intellekts mit dem Menschen von Auverroés, Berlino,
1869. ‘Il Kelliyyat al-tib5 è stato pubblicato sotto il titolo
Quitab e? Culliat, Larache, 1939. 566
Bibliografia Per le ed. medioevali latine dei commenti e delle
opere filosofiche cfr. l’editio princeps delle Opera di Aristotele con i
Commenti di Averroè: Aristotelis opera omnia, Averrois in ca opera
commentarii, Padova, 1472, 1473, 1474, e in seguito le varie edd.
cinquecentesche tra le quali le più complete sono quelle di Venezia, 1552
e quindi 1560 in 11 volumi. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 722-723;
De Brie, nn. 21995-22009a; DE Wutr, l, pp. 306-307. In
particolare si veda: E. RENAN, Averroès et l’averroisme, Parigi,
1852, 18612. F. Lasinio, Studi sopra Averroè, “Ann. Soc. ital. per gli
Studi Orient.,” 1873, 1874; “Gior. Soc. Asiatica italiana,” 1897-1898, 1899. L.
GauTHIER, La théorie d'Ibn Rochd (Averroès) sur les rapports de la reli-
gion et de la philosophie, Parigi, 1909. P. Doncoeur, La religion
et les maftres de l’Averroisme, “Rev. sc. philos. théol.,” 1911. P. S. Curist, The
psychology of the active intellect of Averroes, Filadelfia, 1926.
H. A. WotLrson, Plan of a Corpus Commentariorum Averrois in
Aristotelem, “Speculum,” 1931. A. Mansion, La théorie aristotélicienne du temps chez les
peripatéticiens médiévaux, Averroès, Albert, Thomas, “Rev. néosc. phil.,”
1934. J. TercHEr, Alberto Magno e il commento medio di Averroè sulla
“Metafi- sica” “Studi ital. filol. class.,” 1934. M. Atonso, La cronologia en las obras de Averroes, “Misc.
Comillas,” 1943. S. C. Tornay,
Averroe's doctrine of the mind, “Philos. Rev.,” 1943.
M. Atonso, Teologia de Averroes, Madrid-Granata, 1947. L.
GautHIER, Ibn Rochd, Parigi, 1948. B. H. ZepLer, Averroes and immortality, “N. Schol.,”
1954. T. AtLarp, Le rationalisme d'Averroès d’après une étude sur
la création, Parigi, 1955. R. Arnacpez, La pensée religieuse
d’Averroès, “Stud. Islam.,” 1956-1957. R. AnceLIsanTI, Problema Dei
existentiae in systemate Ibn Rusd, Gerusa- lemme, 1956. J. J.
Housen, Ibn Rushd (Averroes) as a muslim philosopher, “Bijdragen,”
1958. C. J. DE Vocet, Averroés als verklaarder van Aristoteles en
zijn invloed op het West-Europese denken, “Alg. Nederl. Tijdschr. Wissh. PsychoL,” 1957-1958.
N. RescHER, Three commentaries of Averroes, “Rev. met.,” 1958-1959.
S. Gomez Nocates, La immortalidad del alma a
la luz de la noética de Averroes, “Pens.,” 1959. È Inem, El
destino del hombre a la luz de la noética de Averroes, in L'homme et son
destin, cit., pp. 285-304. 567 Bibliografia
M. Cruz Hfrnannez, La libertad y la naturaleza social del hombre
segùn Averroes, Ibidem, pp. 277-283. PH. MERLAN, Averroes iiber die Unsterblichkeit des
Menschengeschlechtes, ibidem, pp. 305-311. Su Averroè scienziato
cfr.: L. GaurtHiEr, Une réforme du système astronomique de
Ptolomée, tentée par les philosophes arabes du XII siècle, “Jour. Asiatique,” 1909. G. GaBrIELI, Averroè
come scienziato, “Arch. stor. sc.,” 1924. G. Sarton, Introduction
to the History of Sciences, II, Baltimora, 1931, pp. 355-361. L. GaurHnIER, Antécédents
gréco-arabes de la psycho-physique, Beirut, 1938. M.
Atonso, Averroes observador de la naturaleza, “al-Andalus,” 1940.
Capitolo secondo Filosofia ebraica Tra l'ampia bibliografia
sull'argomento (cfr. Gerer, pp. 723-725; DE Brie, nn. 21613-21694; De
Wutr, I, p. 307) citiamo solo i seguenti studi di carattere
generale: D. NEUMAREK, Geschichte der jiidischen Philosophie des
Mittelalters, Berlino, 1907-1928. I. Husrk, A History of Medieval Jewish Philosophy,
Filadelfia, 1916, u. e. 1958. J. GurtMann, Die
Philosophie des Judentums, Monaco, 1933. E. MitLer, History of
Jewish Mysticism, Londra, 1946. E.
BertoLA, La filosofia ebraica, Milano, 1947. G. Vagpa, Introduction
è la pensée juive du moyen dge, Parigi, 1947. G. ScHoLEeM, Les grands courants de la mystique juive,
tr. da l’ebr., Parigi, 1950. E. FLec, Anthologie juive,
Parigi, 1953. T. Bomann, Das Hebraische Denken im Vergleich mit dem
Griechischen, Gottinga, 19542. J.
ApLer, Philosophy of Judaism, New York, 1960. Cfr. inoltre:
S. Siunami, Bibliography of Jewish Bibliographies, Gerusalemme,
1936. G. Vaypa, Jidische Philosophie, fasc. 19, “Bibliographische
Einfùhrungen in das Studium der Philos.,” Berna, 1950.
Isacco Giudeo Opere: Si conservano nella tr. ebraica e latina il
Liber definitionum (Sefer ha-Yèsod5t); il Liber Elementorum (Sefer
ha-Hibbar) i trattati di 568 Bibliografia
medicina; un Commento al Sefer Yèsiràh; due frammenti
d’interpretazione biblica e un frammento del testo arabo del Liber
definitionis. Edizioni: La versione latina in Opera Omnia Ysaac,
Lione, 1515; ed. crit. a cura di J. T. Mucxte, in “Arch. Hist. doctr.
litt. m. à.,” 1937-1938; la versione ebraica del Sefer ha-Hibbar, a cura
di H. HirscHreeLD, in “Fest- gabe Steinschneider,” Lipsia, 1894; del
Sefer ha-Yèsodat, a cura di S. FrieD, Drohobycz, 1900; il frammento arabo
nell’ed. H. HrrscHreLp, in “Jewish Quart. Rev.,” 1903. Inoltre la trad.
inglese delle opere a cura di A. ALTMANN e S. M. STERN, in Zsaac Israeli
a neoplatonic philosopher of carly Xth cent., Fair Lawn (N. J.) - Londra,
1958. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 725; De Brie, nn.
21698-21699. J. Gurrtmann, Die philosophischen Lehren des Isaak ben
Salomon Isracli, Miinster, 1911. G. Sarton, Introduction to the History of Science, I,
Baltimora, 1927, pp. 639-640 (ampia bibl.). H. A. Wotrson,
Isaac Israeli on the Internal Senses, in Jewish studies in Memory of. G.
Kohut, New York, 1935, pp. 583-598. Sa'adyah ben Yosef
Opere: Kitab al’Amanat Wa'll'tigadat (Libro delle credenze
religiose e dei dogmi); Commento al Sefer Yesiràh; Sefer ha-Émunot wè
ha-Dot [Libro della credenza e delle opinioni], scritto in arabo.
Edizioni: Les oeuvres complètes de Saadia, a cura di J.
DERENBOURG, 6 voll. Parigi, 1893-1896; Commento al Sefer Yèsiràh, testo e
tr. fr. di M. LAMBERT, Parigi, 1891; Sefer ha-Emzanot, testo arabo a cura
di S. LaNDAUER, Leida, 1880; testo ebraico, ed. D. SLucki, Lipsia, 1864;
tr. ingl. di R. Ro- SENBLATT, New Haven, 1948. Bibliografia:
Cfr. Gever, pp. 725-726; De Brie, nn. 21700-21705; DE Wutr, I, p.
307. H. MALTER, Saadia Gaon. His life and
Works, Filadelfia, 1921 (con bibl. fina al 1920). D. Neumark,
Saadia's Philosophy. Sources Characters, in Essays in Jewisk Philosophy,
1929. M. Ventura, La philosophie de Saadia Gaon,
Parigi, 1934. A. FreImann, Saadia's Bibliography, New York,
1943. A. Neuman-S. ZerrLin, Saadia Studies,
Filadelfia, 1943. H. A. Wotrson, in “Jewish Quart. Rev.,”
1946-1947. Avicebron Opere: Anaq (Collana), poema
quasi totalmente perduto: Zsl44 al Aklaq (Miglioramento dei caratteri
morali); Mutkhar al-Giawahir (Scelta di perle, raccolta di sentenze di
autori antichi); AzarotA (Prescrizioni, 613 norme
Bibliografia riguardanti il codice biblico); Mégor Hayyim (Fonte
della vita, secondo il titolo della tr. ebraica); Poesie. Si ricordano
inoltre un Tractatus de esse e un Tractatus de scientia voluntatis,
perduti, e il Keter Malkat (Corona re- gale), poema filosofico particolarmente
importante. Non sicura l'autenticità di un De anima (solo in tr.
lat.). Edizioni: Fons vitae: parafrasi ebraica in S. Munx,
Mélanges de philos. juive et arabe, nuova ed., Parigi, 1955; tr. lat. in
CL. BAEUMKER, Avencem- brolis Fons vitae (“Beitrige,” I, 24); Miinster,
1892-1895; Isleh: testo arabo e tr. ingl. a cura di S. Wise, New York,
1901; Scelta di perle, tr. ingl. di A. CoÙen, ivi, 1925; Poesie, la
raccolta più completa a cura di Ch. N. Bratik-J. Ch. Rawnrrzkr, 3 voll.,
Berlino-Tel Aviv, 1924-1929; nuova ed. int. di cui è uscito solo il I
vol.: H. ScHmmann, Sirim nibhrim S. |. Gaon, Tel Aviv, 1944; antologia
con tr. ingl. in J. Davipson, Selected Re- ligious Poems of S. I.
Gebirol, Filadelfia, 1923; nuova ed., 1944; Corona reale, in Davipson,
cit., e testo e intr. a cura di A. CHouraou, in “Rev. thom.,” 1952; tr.
fr. di P. Vuirtaro, Parigi, 1953; De anima in A. LoEWENTHAL,
Pscudo-Aristoteles îiber die Scele. Ein
psichol. Schrift d. XI ]ahrh. u. ihre Beziechung zu S. i. Gebirol,
Berlino, 1891. Bibliografia:
Cfr. Gerer, p. 726; DE Brie, nn. 21708; DE WutrF, I, p. 307.
J. GurtMann, Die philosophie des S. I. Gebirol, Gottinga, 1889.
D. Rosin, The Ethics of S. I. Gebirol,
“Jewish Quart. Rev.,” 1891. D. KaurMmann, Studien iiber S. I.
Gebirol, Budapest, 1899. S. Horowirz, Die Psychologie I. Gebirols,
“Jah.ber. des Jiid. in Theol. Seminars,” Breslavia, 1900. M.
Wirrmann, Die Stellung d. hl. Thomas von Aquin zu Avencebrol, (“Bci-
trige,” III, 3), Miinster, 1900. Ipem, Zur Stellung Avencebrols (Ib
Gebirols) im Entwicklungsgang der arabischen Philosophie (“Beitrige,” V,
1), Miinster, 1905. K. DrevEr, Die religiose Gedankenwelt des
Salomo ibn Gabirol, Berlino, 1930. M. BieLEr, Der gotiliche
Wille bei Gabirol, Wiirzburg, 1933. A. HerscHet, Der Begriff der
Einheit in der Philosophie Gabirols, “Monat- schrift f. Gesch. u. Wiss.
des Judentums,” 1938. J. M.
MitLàs Vatticrosa, Selomo ibn Gabirol como poeta y filésofo, Madrid-
Barcellona, 1945. E. BertoLa, Il Keter Malkut di
S. i. Gebirol, in Saggi e studi di filosofia medioevale, Padova, 1951,
pp. 107-117. Ipem, S. i. Gebirol (Avicebron). Vita, opere e
pensiero, Padova, 1953. F. Brunner, Str l'Aylémorphisme d'Ibn
Gebirol, “Étud. philos.,” 1953. H. Simon, Das Weltbild Gabirols.
Seine Bedeutung fiir die Geschichte der Philosophie, “Zeitschr. Humboldt
Univ. z. Berlin,” 1956-1957. 570 Bibliografia
Maimonide Opere: Tra le numerose opere religiose,
giuridiche, scientifiche ricordia- mo: un Trattato di terminologia
logica; una Parafrasi del Talmud; un Trattato sul calendario ebraico; la
Lettera di consolazione agli Ebrei lapsi, vari scritti di medicina. Ma
gli scritti pil interessanti dal punto di vista filosofico sono: il Maor
(Luce, commento alla Mishnah, scritto in arabo nel 1168; Mishneh Torah
(La tradizione della Legge); un Codice di prescri- zioni, scritto intorno
al 1180 e il Morzh Nèbzkim (La guida dei dubbiosi), scritto in arabo nel
1170. Edizioni: Morzh nèbakim, ed. di S. Munk (testo arabo in
caratteri ebraici), Le guide des égarés (con tr. fr. e note), Parigi,
1865-1866, nuova ed., Gerusalemme, 1931; tr. it. di D. J. Maroni,
Livorno, 1871 (incompiuta); tr. ingl. di M. FriepLANDER, Londra,
1881-1885, 2. ed., New York, 1925 e di J. GurTMANN, ivi, 1952; trad. ted.
di A. WrIss, Lipsia, 1923-1924; trad. sp. di J. Suarez, Madrid, 1935. Per
le altre tr. e edd. cfr. U. Cassuto, s.v., in “Enc. Ital.,” XXI, 951-952.
Ricordiamo inoltre la tr. fr. della Terminologia logica, Parigi, 1935; e quella
ingl. del Codice, New Haven, 1951 sgg. Bibliografia: Cfr. Gever,
pp. 727-728; De Brie, nn. 21713-21807; Ds Wutr, I, pp.
307-308. D. YeLcin - I. AsraHams, Maimonides, Londra, 1903, rist.
1935, tr. it. Firenze, 1923. W. BacHeEr, M. Brann, D.
Simonsen, Moses ben Maimon, Francoforte, 1908- 1914. L. G. Levy, Maimonide, Parigi, 1911, rist., 1931.
J. Minz, Moses ben Maimon (Maimonides). Sein Leben und seine Werke,
Francoforte s. M., 1912. . M. T. Penipo, Les attributs de Dieu
d'aprèòs Maimonide, “Rev. néosc. philos.,”
1924. L. GutkowrrscH, Das Wesen des maimonichschen Lehre, Tartu,
1935. A. HescHeL, Maimonides. Eine Biographie, Berlino, 1935.
L. Strauss, Philosophie und Gesetz. Beitràge zum Verstindnis
Maimunis und seiner Vorliufer, Berlino, 1935. F. Bamgercer,
Das System des Maimonides..., Berlino, 1935. L. Rota, The Guide for
the perplexed. Moses Maimonide, Londra, 1948. H. Sfrouya, Maimonide. Sa vie, son ocuvre, avec un exposé
de sa philoso- phie, Parigi, 1951. IpeM, La obra filosbfica de Maimonides, “Rev. filos.,”
1956. A. ALTMANN, Essence and existence in Maimonides, “Bull. J.
Rylands Libr.,” 1953. M. FakHry, The “Antinomy” of the
Eternity of World in Averroes, Maimo- nides und Aquinas, “Muséon,”
1953. W. KLuxEn, Literargesch. zum lat. M.
Maimonide, “Rech. théol. anc. méd.,” 1954. 57!
Bibliografia Inem, Maimonides und die Hochscholastik, “Philos.
Jahrb.,” 1954. L. Baeck, Maimonides, Diisseldorf, 1954.
S. Zerrin, Maimonides, New York,
19552, L. H. KenpziersKI, Maimonides Interpretation of the VIII
Book of Ari- stotle's “Physics” “N. Schol.,” 1956. J. S. Munkin, World of Moses Maimonides, New York,
1957. A. Zaovi, Maimonide: Le livre de la Connaissance, (Frammenti
tradotti e commentati), “Mé€I. philos. litt. juives,” I-II, 1957.
C. KLEIN, The Credo of Maimonides, New
York, 1958. Sugli aspetti più spiccatamente teologici cfr.
inoltre: H. A. WoLrson, in “Essays and Studies in Mem. of L. R.
Miller, New York, 1938, pp. 201-234; “Harvard Theol. Rev.,” 1938; “L.
Giurberg Jubilee Volume Engl. Sect.,” New York, 1945, pp. 411-446.
Una bibliografia completa in lingua inglese in: I.
EpstEIN, Moses Maimonides, in VIII Centenary Memorial Volume, Lon- dra,
1935. Sulla Cabbala Oltre alle numerose indicazioni
contenute nei volumi già cit. dello ScHoLem e del Vagpa si veda:
E. Zoni, Profetismo e misticismo, nel vol. Israele, Udine, 1935. F. WarRraIN, La théodicée
de la Kabbale, Parigi, 1952. R. B. Z. Bosker, From the World of the
Cabbalah, New York, 1954. F. Barpon, Der Schiissel zur wahren Quabbalah.
Der Quabbalist als voll Kommener Herrscher in Mikro- und Makrokosmos,
Friburgo, 1957. A. Sarran, La Cabale, Parigi,
1960. 572 Parte quarta Capitolo
primo Sulle versioni latine delle opere greche, arabe ed ebraiche
cfr. in gene- rale: De Wutr, I, pp. 81-83; II, pp. 55-60.
In particolare cfr.: A. Jourpain,
Recherches critiques sur l'dge et l'origine des traductions latines d'
Aristote, Parigi, 1819, n. ed. ibidem, 1843. V. Rose, Die Liicke im Diogenes Laertius und der alte
Uebersetzer, “Her- mes,” 1866. Ipem, Ptolomacus und die
Schule von Toledo, Ibidem, 1874. F. WisrenFELD, Die Uebersetzungen
Arab. Werke in das Lateinische seit die XI Jahrb., “*Abhandl. Kgl.
Gesellschaft d. Wissenschaften zu Got tingen,” Bd. 22, Gottinga,
1877. M. Sreinscunemer, Die hebraischen Uebersetzungen d.
Mittelalters und die ]uden als Dolmetscher, Berlino, 1893.
IpeMm, Die arabischen Uebersetzungen aus d. Griechischen,
“Zentralblatt fir Bibliothekswesen,” Beiheft V, 2; XII, Lipsia 1889,
1893. Ipem, Die europiischen Uebers. aus d. arabischen bis mitte d.
XVII Jahrk. “Sitzber. K. Akad. d. Wissen. Philos.-hist. K1.,” Vienna,
1905-1906. M. Grasmann, Forschungen tiber die lat.
Aristoteles-ibersetzungen d. XIII Jahrh., (“Beitrige, XVII, 5-6),
Miinster, 1916. S. D. Wincate, The Medioeval Latin Versions of the
Aristotelian Scientific Corpus, with special reference to the biological
Works, Londra, 1931. H.
BéporeT, Les premiòres traductions tolédanes de philosophie, “Rev. néosc.
philos.,” 1938. G. TuÙry, Tolède, ville de la renaissance
médiévale, point de jonction entre la philosophie musulmane et la pensée
chrétienne, Orano, 1944. U. MonnerET DE ViLLaro,
Lo studio dell'Islam in Europa nel XII e XIII secolo, Città del Vaticano,
1944. J. T. MucxLEe, Greek Works translated
direcily into Latin before 1350, “Med. Stud.,” 1943, R.
Waxzer, Arabic transmission of greek thought to mediacval Europa, “Bull.
of the John Rylands Library,” 1945. 573
Bibliografia F. PeLsrer, Neuere Forschungen iber die
Aristotelesiibersetzungen des XII und XIII Jahrh., kritische Uebersicht,
“Greg.” 1949. G. TuHéry, Notes indicatrices pour s'orienter dans
l'étude des traductions médiévales, “Mél. Maréchal,” II, 1950. Sugli inizi della
fortuna dell’“ Aristotele latino”: A. PeLzer, Les versions latines
des ouvrages de morale conservées sous le nom d'Aristote en usage au XIII
siècle, “Rev. néosc. philos.,” 1921. A. BirKENMAJER, Le réle joué par les
médicins et les naturalistes dans la réception d'Aristote aux XII et XIII
siècles, in La Pologne au VI Congrès international des sciences
historiques, Varsavia, 1930. IpeM, Project de l'Académie polonaise
des sciences et lettres pour la publi- cation d'un Corpus philosophorum
medii aevi, Bruxelles, 1930. Ipem, Classement des ouvrages
attributs à Aristote par le moyen dge latin, (Prolegomena in Aristotelem
latinum, I), Cracovia, 1932. E. FrancescHINI,
Aristotele nel medioevo latino, in Atti del IX Congresso naz. di filos.,
Padova, 1935. M. Mansion, Les prémices de l’Aristoteles latinus,
“Rev. philos. Louvain,” 1946. tapal M. Grasmann, Aristoteles
im zwéòlften Jahrh., “Med. Stud.,” 1950. L. Minio-PaLueLto, Note
sull’ Aristotele latino medioevale, “Riv. filos. neosc.,” 1950, 1951,
1954, 1958, 1960. A.
Mansion, Disparition graduelle des mots grecs dans les traductions
médiévales d'Aristote. “ME. J. De Ghellinck,” II, 1951.
"I Adelardo di Bath Opere: Perdifficiles
quaestiones naturales; De codem et diverso (ed. H. Wiccner, in
“Beitrige,y” IV, I, Miinster, 1903); traduzioni dall'arabo (Eu- clide,
a-Khuwarizmi). Bibliografia: M. Mutter, Die
“Quaestiones” des A. v. Bath (“Beitrigey” XXI, 1), Miin- ster,
1934. F. BLIEMETZRIEDER, A. v. Bath, Monaco, 1935. M.
CLacett, The mediev. lat. transl. from the arabic». with special emphasis
on the versions of A. of Bath, “Isis,” 1953. Domenico
Gundissalvi Opere: De anima; De Unitate; De processione mundi; De
divisione phi- losophiae. Gli è attribuito anche un De immortalitate
animae. Traduzioni: La Kitàb ash-Sifa di Avicenna; le Intenzioni
dei filosofi di aL-GAzzaLI; il De ortu scientiarum di A-raraBi; il Fons
vitae di AviceBRON. 574 Bibliografia
Fdizioni: De anima (parziale) a cura di A. LoewentHAL, Kònigsberg,
Berlino, 1890, e in Pseudo-Aristoteles iber die Seele, cine
psychologische Schrift d. XII Jahrh. u. ihre Beziehungen 2. Salomon ibn
Gebirol, Berlino, 1891; il De divisione philosophiae, a cura di L. Baur
(“Beitrige,” IV, 2-3), Miinster, 1903; il De divisione scientiarum, a
cura di S. H. THomson, “Schol.,” 1933; ed. A. ALonso, Madrid-Granada,
1954; il De unitate, a cura di P. Correns, (“Beitrige,” I, 1), Miinster,
1891, rist. in A. BoniLLa y San MaR- tIN, Hist. de la filos. espatiola,
I, pp. 450-456; il De processione mundi, ed. MenenpEz y Petavo, in Hist. de los heterodoxos
espafioles, I, Madrid, 1880 pp. 691-711 e a cura di G. BiiLow
(“Beitrige,” II, 3), Miinster, 1897. Bibliografia: cfr. Gerer, pp. 729-730; De Brie, nn.
5472-5476; De WutF, II, p. 74. CL. BAEUMKER, Les éerits
philosophiques de D. Gundissalinus, “Rev. thom.,” 1897. Inem,
D. Gundissal. als philosophischer Schriftsteller, Friburgo 1898 e
Miinster 1899, A. Levi, La partizione della filosofia pratica in un
trattato medioevale, “Atti R. Ist. Veneto,”
t. LXVII, P. II, 1908. L. Garcia Favos, E! Colegio de traductores
de Tolego y Domingo Gun- disaluo, “Rev. de la Biblioteca... de Madrid,”
1932. ). TercHER, Gundissalino
e l'agostinismo avicennizzante, “Riv. filos. neosc.,” 1934.
H. Béporer, Les premières versions tolédanes de philos., “Rev. néosc.
philos.,” 1938. D. A.
Catcus, Gundissalinus “De Anima” and the problem of substantial form, “N.
Schol.,” 1939. J. T. Muckte, The Treatise “De anima” of D.
Gundiss., “Med. Stud.,” 1940. M. Atonso,
Notas sobre los traductores toledanos. D. Gundiss. y Juan Hi- spano,
“al-Andalus,” 1943. IpeM, Las fuentes litérarias de D. Gundiss.,
ibidem, 1946. IpeMm, Traducciones del arcediano D. Gundiss.,
ibidem, 1947. Ipem, Domingo Gundissalvi y el “De causis primis et
secundis” “Est. Eccl.,” 1947. Inpem, Gundissalvo y el
Tractatus de anima, “Pensam.,” 1948. A.
H. CHroust, The Definitions of Philosophy in the “De divisione phi-
losophiae” of Dominicus Gundissalinus, “N. Schol.,” 1951. Alfredo
di Sareshel Opere: De motu cordis; traduzione del De vegetalibus
(falsamente attribuito ad Aristotele), e del Liber de congelatis di
Avicenna. Bibliografia: Cfr.
GevER, p. 731; De Brie, n. 5467; DE Wutr, II, p. 74.
Bibliografia In particolare v.: A. PeLzER, Une source
inconnue de Roger Bacon, A. de Sareshel commen- tateur des
Méttorologiques d'Aristote, “Arch. franc. hist.,” 1919, pp. 44-67.
CL. BaeuMKER, Die Stellung des A. von Sareshel und seiner Schrift
“De motu cordis” in der Wissenschaft des beginnenden XIll ]ahrh.,
“Sitzber. Bayer Akad. Philos. Hist. Kl.,” 1913. Ipem, Des A.
von Sareshel (Alfredus Anglicus) Schrift “De motu cordis,” (“Beitrige,”
XXIII, 1-2), Miinster, 1923 (con ed.) G. LacomBe, A. Anglicus in Metheora, in Aus der
Geisteswelt des Mittel- alters, Miinster, 1935, pp. 463-71. Giovanni
Ibn Dahut (di Spagna). Traduzioni: Fons vitae di AviceBRoN; De
anima di Avicenna; De dif- ferentia animae di Qusta IBN Luca (la prima in
coll. con il Gundissalvi). Bibliografia:
cfr Gever, p. 724; De Brie, n. 5481; De Wutr, II, p. 59. M.
SreiscHNEMER, Die hebriischen Ubersetzungen, cit. M. Atonso, Notas
sobre los traductores toledanos..., cit. J. M. MîfLLas Vatticrosa,
Una obra astronémica disconocida de Johannes Avendaut Hispanus, in
Estudios sobre la historia de la ciencia espafiola, Barcellona, 1949, pp.
263-288. M. Atonso, Traducciones del drabe al latin por Juan
Hispano (Ibn Dawînd), “al-Andalus,” 1952. M.
T. p'ALverny, Avendauth, “Misc. Millis Vallicrosa” Barcellona, 1954.
Gerardo da Cremona Traduzioni: Da AristotELE: la Fisica,
Secondi Analitici col Commento di Temistio, De Caelo et mundo; Metcor. I-III; De generatione et corruptio- ne; Testi
pseudarist.: Liber de causis, De intellectu, De quinque essentiis. Opere
di ALEssanDRO DI Arropisia, aL-FARABI, Isacco Giupeo. Tradusse inol- tre
numerosi scritti scientifici: Canone di Avicenna; Elementi di EucLIDE;
Almagesto di Tolomeo, ecc. Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De
Brie, n. 5478; DE WutF, II, p. 56. In particolare cfr.:
A. BrrkenMmaJer, Eine wiedergefundene Ucbersetzung Gerhards von
Cre- mona, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, cit.. H.
Béporet, Les premières versions tolédanes, cit. Inem, L'auteur et
le traducteur du Liber de causis, “Rev. néosc. philos.,” 1938
E. FrancescHINI, /) contributo dell'Italia alla trasmissione del
pensiero greco in Occidente nei secc. XII e XIII e la questione di
Giacomo Chie- rico da Venezia, “Atti Soc. ital. progr. sc.,” Roma,
1938. 576 Bibliografia
Themistius parafrasis of the Posterior Analytics in Gerardo of Cremona's
translation, ed. ]}. R. O°DonnEL, “Med. Stud.,” 1958. O
Sull’attività scientifica di Gerardo cfr. inoltre: B. Boncompacni,
Della vita e delle opere di Gerardo cremonese, Roma, 1851; U. T. HoLmEs,
G. the naturalist, “Spec.,” 1936. Michele Scoto
Traduzioni: De Sphaera di ALpetRAcio (Bologna, 1495, Venezia, 1631); i
XIX libri De animalibus di AristorELE; De caelo et mundo; De anima e,
probabilmente, anche la PAysica e la Metaphysica con i commenti di
AverRoÈ che egli fece conoscere per primo in Occidente (ed. Venezia,
1550-1552). Opere: a) filosofiche: Divisio philosophiae
(frammenti); Quaestiones Nicolai peripatetici. 6)
astrologiche: Liber introductorius; Liber de particularibus; Physio-
nomta (in Scriptores Physiognomici, I, Lipsia, 1893).
Bibliografia: cfr. Gever, p. 731; De Wutr, II, p. 56. W. J. Brown, An Enquire into the Life and Legend of M.
Scottus, Edim- burgo, 1897. R. Rupserc, Textstudien zur
Tiergeschichte d. Aristoteles, Upsala, 1908. Ipem, Kleinere
Aristoteles Fragen, “Eranos,” 1908, 1909, 1912. P. DuHEM, Le
système du monde, cit., III, pp. 241-249, 344-347. Cu. H. Haskins,
Studies in the History of Medievale Science, Cambridge (Mass.), 19272,
pp. 272-298. L. THornpiKE, A History of magic and experimental
science, II, cit., pp. 307-337.
i R. pe Vaux, La première entrée d’Averroès chez les latins, “Rev.
sc. philos. théol.,” 1933. M. KurpziaLeK, Quaestiones Nicolai
peripatetici, “Maed. Philos. Polonorum” (Varsavia), 1958. Enrico
Aristippo Traduzioni: Tutte le Opere di Gregorio NazianzeNO;
DiocENE, LAERZIO; il IV dei Meteorol. e forse anche il De generatione et
corruptione e gli Ana- lytici secondi; il Menone e il Fedone di PLatone.
Tradusse inoltre la Sin- tassi matematica e, con l’aiuto di Eugenio di
Palermo, l’Almagesto. Edd.: V. KorpentER-C. Lasowsky, Meno interprete
Henrico Aristippo, Londra, 1940; L. Minto-PaLueLLo-H. J. Drossaart
LuLors, Phaedro interprete Henrico Aristippo, Londra, 1950.
Bibliografia: De Wutr, II, pp. 58. Cu.
H. Haskins, Studies in the History of Medieval Science, cit. pp. 87-123. M.
T. Manpatari, Enrico Aristippo Arcidiacono di Catania nella vita cultu-
rale e politica del XII sec., “Bull. stor. catanese,” 1939. 577 Bibliografia L.
Minio-PaLuetto, Henry Aristippo, Guillaume de Moerbeke et les tra-
ductions latines médiévales de “Méséréologiques” et du “De generatione et
corruptione,” “Rev. philos. Louvain,” 1947. Ipem, Les “trois
redactions” de la traduction médievale greco-latine du “De Generatione et
corruptione” d'Aristote, “Rev. philos. Louvain,” 1950.
Amalrico di Bène e David di Dinant Bibliografia: cfr.
Gever, pp. 706-707; De Wutr, I, p. 242. V. P. DuHEM, Le système du monde, cit., V, pp.
244-249. G. THiéry, Essai sur David de Dinant d'après Albert le
Grand et St. Thomas, “ME. thom.,” 1923. Ipem, Autour du
décret de 1210: I. David de Dinant. Étude sur son panthéisme
maiérialiste, Parigi, 1925. G. C. CaretLe, Autour du décret de
1210; III. Amaury de Bène. Étude sur. son panthéisme formel, Parigi,
1932. CL. BAEUMKER, Contra Amaurianos (“Beitrige,” XXIV, 5-6)
Miinster, 1926. A. BirRKENMAJER, Découverte de fragments mss. de
David de Dinant, “Rev. néosc. philos.,” 1933. R. Arnou,
Quelques idées néoplatoniciennes de David de Dinant, in “Festgabe J.
Geyser,” 1930. M. Dar Pra, Amalrico di Bène, Milano, 1951.
M. T. p'ALverny, Un fragment du procès des Amauriciens, “Arch.
Hist. doctr. litt. m. à.,” 1953. M. KurpziaLEK, Fragments des
“Quaestiones naturales” de David de Dinant, “Mediaevalia Philosophica
Polonorum” (Varsavia), 1958. Sulla
reazione all’entrata dei testi aristotelici ed arabi cfr.: M.
GRABMANN, / divieti ecclesiastici di Aristotele sotto Innocenzo III e
Gre- gorio IX (“Miscell. hist. pontif.,” V, 7) Roma, 1941.
Guglielmo di Moerbecke Traduzioni: dal greco: De coelo et mundo
(Il. III-IV, 1260); Meseoro- logica (Il. I-III, 1260 ca.); Mesaphysica
(1. XI); Politica (Il. III-VIII, forse 1260); R&etorica; De
animalibus (21 1l.); Poetica (1278). Tradusse inoltre i sottoelencati
commenti ad Aristotele coi relativi testi aristotelici; Periherme- neias
(Ammonio, 1268); Praedicamenta (Simplicio, 1266); De caelo et mundo
(Simplicio, 1271); De sensu er sensato (Alessandro di Afrodisia, 1269);
Meta- physica (Alessandro, 1260); De anima (Temistio, 1268); L. III De
anima (Gio- vanni Filopono). Rivide inoltre molte tradd. già esistenti di
testi aristotelici: De anima (prima del 1268); De memoria et
reminiscentia; Physica (1260- 1270); IV Metseorol.; Metaphysica (eccetto
il 1. XI tradotto da lui per la prima volta); Ezhica Nic. (1260 ca.);
I-II Politicorum; Analytica posteriora; 578
Bibliografia Elenchi sophystici; probabilmente anche il De
generazione et corruptione € i Parva naturalia. Tradusse inoltre
l’Elementatio theologica e altri opuscoli di ProcLo.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 728; De Brie, nn. 2453, 3601, 4986, 4988,
5005, 57135; DE Wute, II, p. 290. E. FrancESscHINI,
Aristotele nel M. E. latino, cit. G. Lacomse, in “Corpus
philosophorum Medii Aevi. Aristoteles latinus,” Roma, 1939.
M. GraBMann, Guglielmo di Moerbecke, il traduttore delle opere di
Aristo- tele, (“Miscell. hist. pontif.,” XI, 20), Roma, 1546 (con
bibl.). L. Minio PaLuvetto, Guglielmo di Moerbecke, traduttore
della Poetica di Aristotele, “Riv. filos. neosc.,” 1947.
IpeMm, Note sull’Aristotele latino medioevale cit., ibidem, 1952.
CL. VANSTEENKISTE, Procli elementatio theologica translata a G. de
Moer- becke (con testo), “Tijdschr. Philos.,” 1951, 1952. G. VERBEKE, G. de
Moerbecke traducteur de Jean Philoponus, “Rev. philos Louvain,”
1951. Ipem, G. de Moerbecke traducteur de Proclus, “Rev. philos.
Louvain,” 1953. Capitolo secondo
Sulle Università H. DenirLEe, Die Entstehung der Universitàten des
Mittelalters bis 1400, Berlino, 1885; rist., 1956. Ipem, Die Universitàten des Mittelalters, Berlino,
1885. Ipem, Les Universités frangaises au moyen dge, Parigi,
1892. H. DenieLE - A. CHATELAIN, Charsiularium Universitatis
parisiensis, Parigi, 1889-1897. Actuarium Chartularii
Universitatis parisiensis, voll. I e II a cura di De- NIFLE © CHATELAIN,
Parigi, 1894-1897; voli. IV e V a cura di CH. Sa-
MARAN e E. A. Van Moè, Parigi, 1935-1942. A. CLERVAL, Les écoles de Chartres au moyen-dge,
cit. H. RasHparc, The universities of Europe in
the middle ages, Oxford, 1895, 1936 (ediz. a cura di F. M. Powicke e A.
B. Enpen). M. GruBMann, Geschichte der scholastischen Methode,
cit., passim. L. I. Paetow, The Arts course of mediaeval
Universities, with special references to Grammar and Retoric, Univ. of
Illinois Bull., 1910. R. S. RaiT, Life in the mediaeval university,
Cambridge, 1912. A. F. LeacH, The Schools of mediaeval England,
Oxford, 1916. A. Dempr, Die Haupiform mittelalterlichen
Weltanschauung, Monaco, 1925. P. Giorieux, La litiérature
quodlibétique de 1260 è 1320, “Bibl. thom.,” 1925, 1935. 574) Bibliografia R. M. MARTIN,
Arts libéraux, in D.H.G.E., IV, 1930. L. HaLpHÙien, Les universités
au XIII siècle, “Rev. hist.,” 1930, 1931. Statuta antiqua
Universitatis Oxoniensis (ed. S. Gibson), Oxford,
1931. F. ExrLE, / più antichi statuti della facoltà teologica
dell'università di Bologna, Bologna, 1932. P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris
au XIII* siècle, cit. Parigi, 1933-34. S. D’Irsao, Histoire
des Universités frangaises et étrangères, Parigi, 1933-1935. A. G. LirtLe-F. PeLstER, Oxford theology and
theologians A. D. 1282-1302, Oxford, 1934. N. ScHacHnEr, The
mediaeval Universities, New York, 1938. P. Kisre, The Nations in
the Mediaeval Universities, Cambridge, 1948. F. van STEENBERGHEN, L'organisation des études au Moyen
Age et ses réper- cussions sur le mouvement philosophique, “Rev. philos. Louvain,”
1954. A. MaIER, Internationale Bezichungen an spitmittelal.
Universitàten, “Bei- trage 2. auslandischen Recht u. Vélkerrecht,”
Colonia-Berlino, 1954, H. 29. Sugli Ordini mendicanti e la loro
organizzazione scolastica a) Francescani A. G.
LirtLe, The Grey Friars in Oxford, Oxford, 1892. H. FeLper, Geschichte der Wissenschaft. Studien im
Franziskanerorden bis um die mitte des XIII ]ahrh., Friburgo, 1904.
A. G. LittLE, The franciscan school at Oxford, “Arch. Franc. hist.,”
1926. E. Gitson, La philosophie franciscaine, in
St. Frangois d'Assise, Parigi, 1927. D. E. SHarp, Franciscan
philosophy at Oxford in the Thirteenth century, Oxford, 1930. -
F. pe SESSEVALE, Histoire générale de l'Urdre de S. Frangois, I. Le
moyen dge, Parigi, 1935. V.
Doucet, Mattres franciscains de Paris, Quaracchi (Firenze), 1935.
Pu. BoHNER, The history of franciscan school, New York, 1945-1946.
Expositio quatuor magistrum, a cura di L. OLicer, Roma,
1950. F. Bertoni, Lo spunto della filosofia francescana, “Stud.
franc.,” 1957. b)
Domenicani P. Manponnet, Frères Précheurs. La théologie dans
l'ordre des Frères Pre., in DThC., IV, 863-924. P.
Mormier, Histoire des maftres généraux de l'ordre des Frères Précheurs,
Parigi, 1903-1911. P. ManponneT, S. Dominique. L'idée,
l'homme et l'oeuvre, Gand, 1921, Pa- rigi, 19382. P.
ExrLE, S. Domenico, le origini del primo Studio generale, “Miscell.
domenicana,” Roma, 1923. A. Watz, Studi domenicani, Roma,
1939. M. H. Vicarre, S. Dominique de Calarnega, Parigi, 1955.
580 Bibliografia Su tutto il movimento
scolastico del XIII sec. M. D. CÒÙenu, La théologie comme science
au XIII siècle, Parigi, 1957}. A. Forest, F. van STEENBERGHEN, M. DE GanpiLLac, Le
mouvement doctri- nal du IX au XIV siècle, vol. XIII dell’Histoire de
l'Église, di A. FLicHE, e E. Jarry, Parigi, 1951. Cfr.
inoltre, in generale, la documentazione raccolta in: P. GLorieux,
Répertoire des maîtres en théologie de Paris au XIII‘ siècle, cit.
Capitolo terzo Pietro di Poitiers Opere: Libri
quinque Sententiarum Edizioni: P.L. 211; PH. S. Moore, J. N.
Garin, M. DuLonc, Sententiae Petri Pictaviensis ll. I et II,
“Pubblications in Med. Stud.,” 7 e 11, Notre Dame (Ind.), 1943-50;
Allegoriae super tabernaculum Moysi, ibidem, 1938. Bibliografia:
Cfr. GevER, pp. 711-712; De Brie, nn. 5488-5492; De WuLP, I. pp 250-251.
in particolare v.: M. GrABMANN, Gesch. d. schol. Methode, cit., I
e II. P. GiLorieux, Répertoire des maîtres en
théol. de Paris au XIII siècle, cit. N.
June, in DThC, XII, 2038-40. PH. S. Moore, The Works of P. of Poitiers,
Washington, 1936. A. Lanperar, P. v.
Poitiers und die Quaestionenliteratur des 12 Jahrh., “Philos. Jahrb.,
1939, pp. 202-22, 348-58. ° Guglielmo di Auxerre
Opere: Summa theologica: incerta l'attribuzione di un commento al-
l’Anticlaudianus di Alano di Lilla. Edd.: Parigi, 1500, 1518, Venezia
1591. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 730-731; De Brie, nn.
5519-5521, 5574; DE Wutr, II, pp. 78-79. In particolare
v.: A. Lanpcrar, Beobachtungen zur Einflusssphire Wilhelms von
Auxerre, “Zeitsch. f. ath. Theol.,” 1928. G. Ottaviano,
Guglielmo d'Auzxerre. La vita, le opere, il pensiero, Roma, 1929 (con
bibl.). P. Grorieux,
Répertoire des maftres en théologie de Paris au XIII“ siècle, cit.
581 Bibliografia P. Lackas, Die Ethik des W. v.
Auxerre. Beitrige zu ihrer Wiirdigung, Ahrweiler, 1939. N. Fries, Urgerechtigkeit, Fall und Erbsunde nach
Pripositin von Cremona und Wilhelm von Auxerre, Friburgo, 1940.
O. LottIn, Psychologie et morale aux XII et
XIII° siècles, cit., I, pp. 63-69. A.
Masnovo, Da Guglielmo d'Auvergne a s. Tommaso d'Aquino, I, Milano, 19452,
c. 2. J. VanwiysnBERGHE, De biechtleer van Wilhelm van Auxerre in
het licht der vroegscholastiek, “Stud. Cath.,” 1952.
Guglielmo di Alvernia Opere: Magisterium divinale; De
immortalitate animae; De bono et malo e altri piccoli trattati.
Edizioni: Opera omnia, Norimberga, 1496, Venezia 1591, ed. B.
LeFERON, ? voll., Orleans, 1674-75; De immortalitate animae. ed. G. BiLow
(“Beitrige,” "I. 3, append.), Miinster, 1897, 19252, Tractatus de
bono et malo, ed. J. R. O'DonneL, “Med. Stud.” 1946, pp. 245-99;
Tractatus secundus de bono et malo (ed. O'DonneL, ibidem, 1954, pp. 219-271.
Biblioerafia: cfr. Gever, pp. 730-731; De Brie, nn. 5459-4563; De WuLE,
II, pp. 87-88. In particolare v.: N. Vators, G.
d'Auvergne. Sa vie et ses oeuvres, Parigi, 1880. M. Baumcartner,
Die Erkenntnislehre des W. v. A. (“Beitrige,” II, 1), Miinster,
1893. S. ScHINDELE, Beitrige zur Metaphysik des W. v. A., Monaco,
1900. P. Duxem. Le svstème du monde, cit., III, pp. 249-250: V, pp.
262-264, 266-285. 337-340; VII, pp. 576-577; IX, pp. 7-13, 15-18,
109-110; X, pp. 27, 186. T. Kramp, Des W. von Auvergne
Magisterium divinale, “Greg.” 1920, 1921. E. Loneprt, G. d’Auvergne
et l'école franciscaine de Paris, “France franc.,” 1922. E.
Girson, Pourquoi st. Thomas a critiqué st. Augustin, “Arch. Hist. doct.
litt. m. 4.,” 1946. B. Lanpry, L'originalité de G. d'Auvergne,
“Rev. hist. philos.,” 1929. A. Masnovo, Da Guglielmo
d'Auxerre a s. Tommaso d'Aquino, Milano, 1930-46. E. Girson, La notion d'existence chez G. d'Auvergne,
“Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1946. Ipem,
“Magisterium divinale” de G. d'Auvergne, “Rev. m. &. lat.,” 1947.
P. Grorieux, Le Tractatus novus de Poenitentia de G. d'Auvergne, “Misc.
Moralia Janssen,” 1949. A. Forest, G. d’A. critique d'Aristote,
“Étud. méd. offertes è A. Fliche,” Parigi, 1952, pp. 67-79. 582
Bartolomeo da Bologna Opere: Tractatus de Luce, numerosi
sermoni e questioni disputate. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 732; De Brie,
nn. 5459-4463; DE WuLF, Il, p. 269. In particolare:
E. Loncpré, Bartolomeo da Bologna, un maestro francescano del sec.
XIII, “Stud. franc.” 1923, pp. 365-84. 1. Souaprani,
Tractatus de Luce fr. B. da B., “Ant.,” 1932, pp. 201-38, 337-76, 465-94
(ed.). M. Micxsorr, “Quaestiones disputatae de Fide” de Bartolomeo
v. Bologna, O, F. M. (“Beitrige,” XXIV, 4), Miinster, 1940 (ed.).
Alessandro di Hales Opere: Exoticon, alcuni Sermones,
Glossa in quatuor libros Sententia- rum, Quaestiones et quodlibeta, alle
quali vanno aggiunte le seguenti opere scritte in collaborazione:
Expositio regulae, e Summa. Edizioni: oltre le ediz. di Venezia
(1576) e di Colonia (1622), cfr. della Summa Theologica l'ediz. critica,
a cura dei Francescani di Quaracchi, in 4 voll., Quaracchi (Firenze),
1924-1948; Alexander de Hales, Quaestio de Fato, a cura di J. Goercen,
“Franz. Stud.,” 1932; Alexandri de Hales Glossa în quattuor libros
sententiarum Petri Lombardi, Quaracchi (Firenze), 1951-1954; Alerandri de
Hales Quaestiones disputatae “antequam esset frater)” Quaracchi
(Firenze), 1960. Bibliografia: per la vita: Prolegomena alla
Glossa in quatuor libros sententiarum, I, Quaracchi, 1951, pp.
7-75. Quanto agli ultimi risultati della critica sugli scritti
cfr.: V. Doucer, s.v., in “Enciclopedia Cattolica,” I, 784-787. Per
altre notizie: A. Vacant, in DThC, I, 772-84. W. Lampen, in
“Lexicon fiir Theol. u. Kirche,” I, 249-50. Bibliografia generale
in GeveRr, pp. 734-735; De Brie, nn. 5421-5435; DE Woutr, II, pp.
117-120. Per il pensiero filosofico: P. Dunem, Le
système du monde, cit., III, pp. 399-407, 316-41; V, pp. 317-319,
322-332, 334-341; VIII, pp. 350-352. P. Mrxces,
Philosophiegeschichtliche Bemerkungen iber die dem Al. ». Hal.
zugeschriebene Summa de virtutibus, (“Beitrige,” suppl. I), Miinster,
1913 (vedi anche in “Franz. Stud.”
1914, 1915, 1916; in “Theol. Quart.,” 1915; in “Riv. filos. neosc.,”
1915). 583 Bibliografia ]. RoHMER, La
théorie de labstraction dans l'école franciscaine d'Al. de Hales à Jean
Peckam, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1928. B. Geyer, Zur Frage
nach der Echtheit der “Summa” des Alex. Hal., “Franz. Stud.,” 1929.
O. Lortin, Alex. de Hales et la “Summa de vitiis” de Jean de la Rochelle,
e Al. d. Hal. et la “Summa de anima” de Jean de la Roch., “Rech.
théol. anc. méd.,” 1929, 1930. J. FucHs, Die Proprietiten des Seins
bei Alexander von Hales, Monaco, 1930. ]. Brsson, Die
Willensfreiheit bei A. v. Hales, Fulda, 1931. M. Gorce, La Somme
théol. d'Alex. est-elle authentique?, “N. Schol.," 1931.
F. PeLster, Zum Problem der ‘Summa’ des Alex. v. Hales, “Greg.,”
1931. Inem, Intorno all'origine e all'autenticità della ‘Summa’ di
A. di Hales, “Civ. Catt.”
1930-1931, - Ipem, Die Quaestionen des Al. von Hales, “Greg.,”
1933. P. GLorieux, D'Alex. de Hales à Pierre Auriol, “Arch. franc.
hist.,” 1933. I. GorLani, La conoscenza
naturale di Dio secondo la “Somma teologica” di Aless. di Hales, Milano,
1933. B. Pergamo, De quaestionibus ineditis Fr. Odonis Rigaldi, Fr.
G. de Meli- tona et cod. vat. lat. 782 circa naturam theologiae deque
carum relatione ad Summam theol. Fr.
Alex. d. Hales, “Arch. franc. hist.,” 1936. F. M. HenquineT, Autour
des écrits de Alex. de Halès et de Richard Rufus, “Ant.,” 1936 (e cfr.
anche “Rech. théol. anc. méd.,” 1938; “Ant.,” 1938; “Franz. Stud.,” 1939; “Arch. francisc. hist.,” 1940).
E. ScHLenKER, Die Lehre von den gottlichen Namen in der Summe Alex.
von Hales, Friburgo, 1938. Pu. BòHnEr, The System of Metaphysics of
Al. of Hal., “Franc. Stud.,” 1945-1946. J. HerscHer, A
Bibliography of Al. of Hales, “Franc. Stud.,”
1945-1946, F. M. HenquineT, Le commentaire d'Alex. de Halès sur les
Sentences enfin retrouvé, “Misc. Mercati,”
II, 1946. V. Doucet, The History of the Problem of the Authenticity
of the Summa Fratris Alexandri, “Franc. Stud.,”
1947 (e cfr. anche “Riv. filos. néosc.,” 1948; “Arch. francisc. hist.,”
1950). L. Di Fonzo, less. di Hales e il ritrovato suo commento alle
Sentenze del Lombardo, “Misc. franc.,” 1947. F. Brapy, Law in the Summa fratris Alexandri,
“Proceed. of the Amer. Cath. Philos. Assoc.,” 1950. B.
WincenreLD, Die Verbindung von Leib und Seele in ihren Bedeutung fiir den
sittlichen Akt nach der Lehre des Al. v on Hales, in Aus Theologie u.
Philos. Festschrift F. Tillmann, Diisseldorf, 1950. E.
Bertoni, Il problema filosofico della conoscibilità di Dio nella scuola
francescana, Padova, 1950. U. Berti, Pro edit. cri. quaestionum A.
Halensis, “Ant.,” 1951, pp. 83-98. 584
Bibliografia A. Pompei, A. Alensis e le dottrine creazionistiche
nel medioevo, “Misc. franc.,” 1953, pp. 289-350. E. BertoLA,
La dottrina dello “spirito” in A. di Hales, in “Sophia,” 1955, pp.
84-91. K. LvncH, The Quaestio de sacramentis in
genere attributed to Alexandre of Hales, “Franc. Stud.” 1951.
Ipem, Texts from the “Quaestiones antequam esset frater” attributed
to Alexander of Hales, “Franc. Stud.,” 1951. W. E. Goessmann,
Die Methode der Trinitatslehre in der Summa Halensis, “Miinch theol.
Zeitschr.,” 1955. K. Lyncn, The doctrine of Alex. of Hales on the
nature of sacramental grace, “Franc. Stud.”
1959, Giovanni della Rochelle Opere: Le sue idee si
trovano probabilmente esposte nella Summa fratris Alexandri. Le sue opere
a carattere prevalentemente filosofico comnrendono: Tractatus de
multiplici divisione potentiarum animae, Summa de anima, De cognitione
animae separatae, De immortalitate animae sensibilis, si sa inoltre che
scrisse un Commento sopra le Sentenze, finora però non è stato ritrovato.
Edd.: La Summa de anima di Fr. Giovanni della Rochelle (ed. T.
DomenicHELLI - M. Da Civezza). Prato, 1882. Bibliografia: cfr.
Gever, p. 735; De Brie, nn. 5432, 7407-7408; DE Wutr, II, p. 120.
In particolare v.: G. Manser, Johann von Rupella, “Jahrb.
Philos. u. spek. Theol.,” 1912. P. Mrnces, De scriptis quibusdam
fr. loannis de Ruvella, “Arch. franc. Hist.,” 1913, pp. 597-622 (e cfr.
anche “Phil. Jahrb.,” 1914). IpeM, Zur Erkenntnislehre des Franz.
]. de Ruvella, “Philos. Jahrb.,” 1914.
P. GLorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris au XIII*
siècle, cit. Lortin, Les traités sur l'îme et les
vertus de ]. de R.. “Rev. néosc. philos.,”
1930. Fagro, La distinzione tra “quod est” e “quo est” nella “Summa
de anima” di Giovanni della Rochelle “Div. Th.” (P), 1938, pp. 208-52. BucceLLato, De
quaestionibus quibusdam ad “Summam de anima” Ioannis de Rupella
pertinentibus, “Sophia,” 1940. M. HenquineT, Fr. Considérans, l'un
des auteurs jumeaux de la “Summa fratri Alexandrî? primitive,
“Rech. théol. anc. méd.,” 1948. pn. 76-96. Doucet,
Prolegomena in Librum II necnon in Libros l et Il Summae fra- tris
Alexandri, Quaracchi, 1948, pp. cexi-cexxvwn. MrcHaun-Quantin, Les puissances de l'îme chez Jean de la
R., “Ant.” 1949, pp. 489-505. LottIN, A propos de Jean
de la Rochelle, in Psychologie et morale..., cit., VI, pp.
181-223. mM zo o o 3
585 Bibkogrefia Bonaventura da Bagnorea
Opere: Tra gli scritti d'importanza filosofica ricordiamo: Commentarii in
IV libros Sententiarum Petri Lombardi (1250-1254): Bre- viloquium (1257
ca.); Itinerarium mentis in Deum (1259); De reductione artium ad
theologiam; De donis Spiritus Sancti (1268); De scientia Christi; In
Hexaemeron. Cai Edd.: Tutti gli scritti di San Bonaventura sono
raccolti nell'ottima ediz. critica a cura dei padri francescani di
Quaracchi: Osera omnia, 10 voll, Quaracchi (Firenze), 1882-1902. Si veda
inoltre: De Aumanae coeni- tionis ratione Anecdota qauaedam Seravhici
Doctoris S. Bonav. et nonnullorum ipsius discibulorum, Quaracchi, 1883;
S. Bon. Seravh. Doctoris tria obuscola: Breviviloauium, Itinerarium
mentis in Deum et De reductione artium ad Theolociam, notis illustrata,
Quaracchi. 1911, 19385; S. B. Collationes in He- xaémeron et
Bonaventuriana quaedam selecta, a cura di F. M. DELORME, Quaracchi, 1934;
S. B. opera thenlocica selecta. Editio minor (1. Liber 1 sententiarum;
II. Liber II sent.; INI. Liber Il sent.; IV. Liber II sent.; V. Liber IV
sent.\. Quaracchi, 1934-1949: Questions disvuttes “De caritate. De
novissimis” ediz. crit.. a cura di P. Girorievx. Parigi. 1950. Cfr.
inoltre l'antologia: Philosovhia S. Bonaventurae textibus ex eius operibus
selectis illustrata, a cura di B. RosenMoELLER, Miinster, 1933. Utile
ancora ooci il Lexicon bonaventurianum di Toz4nnes A Ruino E Antonius
Marta A Vice- tia, Venezia, 1880. In tr. it. si veda: Riduzione delle
arti, a cura di A. Her- MET, Lanciano, 1923 (insieme alla tr.
dell’Itinerario\: Vita di S. Francesco, a cura di G. BatteLLI. S.
Casciano Val di Pesa, 1926: Il Brevilonuio, a cura di G. Piccioni. Siena,
1931: di T. M. BarsaLiscra. Pomnei. 1934: Itinerario della mente a Dio, a
cura di A. HermeT, Firenze. 1919: di G. Dar Monte. Boloona, 1926; di C.
Ottaviano. Palermo. 1933; di G. Sanvinno. Roma. 1942; di D. Scaramtizzi,
Padova. 1943: di F. Macconn Torino, 1947: di G. BonarepE, Roma, 1951; I)
principio della conoscenza (De humanae cognitionis suprema ratione), a
cura di G. Marino, Milano, 1925. Bibliografia: La bibl. generale
in Gever, pp. 735-738; De Brie, nn. 5720- 5811; De Wutr, II, pp.
133-137. Una ricca biblioorafia in L. VeurHEY, S. Bonaventurae
philosophia chri- stiana, Roma, 1943. In particolare, tra la
vastissima bibliografia, si veda: K. ZiescHf. Die Lehre von Materie
und Form; Die Naturlehre Bonaven- turas, “Philos. Jahrb.,” 1900,
1908. E. Lutz. Die Psychologie Bonaventuras nach den Quellen
dargestellt, Miinster, 1909. P. DuHeMm, Le système du monde, cit., III, pp. 497-511;
VI, pp. 82-88, 102-106; VII, pp. 198-199; X, pp. 33-34.
586 Bibliogrefia B. A. Luvcxx, Die Erkenntnislehre
Bonaventuras (“Beitrige,” XXIII, 3-4). Miinster, 1923. A.
Stonr, Die Trinititslehre des hl. Bonaventura, Miinster, 1923. E.
Gitson, La philosophie de St. Bonaventure, Parigi, 1924, 19533 (con
ottima bibliografia). P. Grorreux, Essai sur la chronologie de S.
Bon., “Arch. franc. hist.,” 1926. F.
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besonderer Beriichsichticune des hl. Bonaventura, Monaco, 1931.
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expérience religieuse et formation du concept, “Etud. franc.,”
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sostanza e concezione aristotelica, “Stud. franc.,” 1958. homme et son destin..., cit., pp. 473-519 (saggi di J.
RarzinceR, CH. WeNIN, J. P. MiLLer, M. ScHMAUS).
588 Bibliografia PH. Bonner, Eramination of
conscience according to St. Bonaventure, St Bonaventure (N. Y.),
1959. S. CLasen, Zur Geschichtstheologie Bonaventuras, “Wiss. Weis.,”
1960. Capitolo quarto Per la bibl. relativa alla
scuola domenicana cfr. sotto la voce Domeni- cani. Alberto
Magno Opere: a) “Philosophia rationalis” o “Logica”: De
praedicabilibus (Super Isagogen Porphyrii); De Praedicamentis (In
categorias Aristotelis): De sex frincipiis (commento al testo pseudoporrettiano);
Zn Boétii de di- visione; In duos Peri hermeneias; In Boétii de
syllogismis categoricis; In duos Priorum Analyticorum; In Boétii de
syllogismis hypoteticis (inedito); In duos Posteriorum analyticorum; In
octo Topicorum; In duos Elenchorum. b) “Philosophia realis”: 1) “Physica sive
naturalis”: De audito physico (In octo libros Physycorum); In duos libros
de generatione et corruptione; In quattuor libros de caelo et mundo; De
natura locorum; De causis proprietatum elementorum; In quat- tuor libros
Metereorum; De mineralibus; In tres libros de anima; De nutri- mento; De
sensu et sensato; De memoria et reminiscentia; De intellectu et
intelligibili; De natura et origine animae (De natura intellectualis
animae et contemplatione); De quindecim problematibus; De unitate intellectus
contra averroistas; De somno et vigilia; De spiritu et respiratione; De
mo- tibus progressivis (De principiis motus progressivi); De aetate (De
iuventute et seneciute); De morte et vita; De animalibus libri XXVI;
Quaestiones super libros de animalibus; De vegetalibus et plantis libri
VII; Sul De fato (De sensu communi) cfr.: G. MEERSEMANN, /ntroductio in
Opera omnia, citata più oltre, p. 138. La
Summa naturalium o philosophia pauperum già attri- buita ad Alberto Magno
dal Birkenmayer, dal Pelster, dal Mandonnet, è adesso attribuita ad
Alberto di Orlamiinde, un discepolo di Alberto Magno che la compose
ispirandosi pienamente al maestro. Tale Summa naturalium fu compendiata
da Pietro di Dresda nel Parvus philosophiae naturalis, che circolò a
lungo nelle scuole sotto il nome di Alberto Magno (cfr. M. Gras- MANN,
Die Philosophia pauperum und ihr Verfasser Albert von Orlamiinde,
(*Beitràge," XX, 2), Miinster, 1918; P. ManponneT, Sr. Albert le Grand et
la philosophia pauperum, “Rev. néosc. Philos.,” 1934; B. GevERr, Die
Albert d. Grossen zugeschribene Summa naturalium (“Beitrige,” XXV, 1),
Munster, 1938). 589 Bibliografia
2) “Mathematica”: Super geometriam Euclidis. 3) “Metaphysica”: Metaphysicorum libri XIII; De causis et
processu uni- versitatis (In librum de causis); De natura deorum
(perduto). c) “Phulosophia moralis”: In decem libros Ethicorum; In
octo libros Poli- ticorum; Scripium super Ethicam Nicomacheam
(inedito). d) “Exegesis”: Super Job; Super Psalmos; In ca. XI Proverbiorum;
In Je- remiam; In Threnos Jeremiae; In Baruch; In duodecim Prophetas
minores; in Mattheum; In Marcum; In Lucam; In Joannem (non si conosce la
trad. manoscritta di: /n Canticum Canticorum; In Isaiam; In Ezechielem;
In epistutas S. Pauli). e) “Theologia systematica”: In
Dionysii De divinis nominibus (ined.); In Dionysii Le cactesti
hierarchia; In Dionysii de ecclesiastica hierarchia; In Dionysii De
mystica theotogia; In Dionysu undecim Epistulas; Scriptum super quattuor
libros Sententiarum; Summa theologica (pror.): 1) De crea- tone et
creatura; 2) De bono et virtutibus (Summa de bono et virtutibus, ined.);
De resurretione (ined.); Tractatus de natura boni (ined.); Summa
theotogica (altera); De sacrificio missae; De eucharistiae sacramento;
Sermo- nes XXAII de sacramento Eucharisttae; Marsale, sive quaestiones
super: Missus est. f)
“Parenetica”: De forma orandi (Pater Noster); Sermones LXXVIII de
tempore; Sermones LIX de sanctis; Homilia in Luc. XI, 27;
Sermones lingua theutonica habiti; Orationes LIII super evangelia
dominicalia totius anni; Orationes super Sententias.
Edizioni: L'Opera omnia di Alberto, comprendente tutti i testi allora
conosciuti, fu pubblicata da P. JamMy a Lione, 1651; da A. Borcnet,
Parigi, 1890-1899; inoltre si vedano le seguenti altre edizioni di testi
compresi o non compresi nelle Opera omnia: De vegetalibus, a cura di C.
JessEN, Ber- lino, 186/; il De guindecim problematibus, in MANDONNET,
Siger de Brabant, II, (1908); Commentarii in librum Boethii de Divisione,
a cura di P. DE Loé, Bonn, 1913; De animalibus libri XXVI, a cura di
SrapLer (“Beitrige,” XV-XVI), Miinster, 1916-1920. Si veda inoltre la
Philosophia pauperum, a cura del GRABMANN, cit; Summa de creaturis, a
cura del GraBMANN, “Quellen Gesch. Dominik.” Lipsia, 1919; il De
antecedentibus ad logicam a cura di J. BLarer, “Teoresi,” 1954; Albertus
Magnus, Liber sex principiorum, a cura di S. SuLzsacHer, Vienna, 1955; Il
De occultis naturac, ed. P. KiBRE, “Osiris,” 1958 (trattato alchimistico
di assai dubbia attrbuzione). Ad un'ed. critica completa di tutte
le opere di Alberto lavorano da pa- recchi anni appositi Istituti
domenicani a Colonia ed a Roma. Dei 40 volu- mi previsti dal piano di ed.
sono usciti: XXVIII, De Bono; XII, Liber de natura et origine animae;
Liber de principiis motus processivi; Quaestiones de animalibus; XIX,
Postilla supra Isaiam, Postillae super Ezechielem frag- menta; XXVI, De
Sacramentis, De Incarnatione, De Resurrectione; XVI, Metaphysica, ll.
I-V, Miinster, 1951 sgg. Cfr. inoltre l’ed. dell’Ausographum
590 Bibliografia upsalense (Ii Sent. d. 3. a 6. - d.
4 a 1) a cura di F. StecmiùLLER, Uppsala, 1953. Per il
catalogo generale degli scritti cfr. C. H. ScHEEBEN, Les écrits d'Albert
le Grand d'après les catalogues, in Maître Albert, n. spec. della “Rev.
thom.,” 1931, pp. 36-38; G. MEERSEMANN, Introductio in Opera omnia B.
Alberti Magni, Bruges, 1931. Bibliografia: Per la bibl. generale e
speciale cfr.: M.-H. LaureNT, M. Y. Concar, Essai de bibliographie
albertienne, in Maitre Albert, cit., pp. 422- 468; A. Watz - A. Perzer,
Bibliografia S. Alberti Magni indagatoris re- rum naturalium, n. unic. di
“Ang.” 1944, pp. 13-40. Ma vedi anche: P. CasrtacnoLI, La vita e gli
scritti di S. Alberto Magno, Piacenza, 1934; F. VAN STEENBERGHEN, La littérature albertino-thomiste
(1930-1931), in “Rev. néosc. philos.,” 1938; M. ScHoovans, Bibliographie
philosophique de St. Albert le Grand (1931-1960), San Paolo, 1961. Inoltre:
GEvER, pp. 739-742; De BRIE, nn. 5612-5618, 3601, 3663, 4607, 5619-5687,
6197, 6198; De Wute, Il, pp. 157-162. / Tra la vasta e, più
recente, bibliografia si indicano: P. DuHEM, Le système du monde,
cit., III, pp. 243-245, 248-252, 327-352, 482-484; IV, pp. 330-333; V,
pp. 411-473, 573-576; VI, pp. 13-19; VII, pp. 168-174, 208-209; VIII, pp.
17-18, 130-133, 243-245, 352-355, 416-418; IX, pp. 13-19, 21-22, 113-122,
135-136, 194-196, 257-262, 271-279, 281-284, 290-294, 370-371,
414-415. F. PeLster, Kristische Studien zum Leben
und zu Schriften Albert der Grosse, Friburgo, 1920. H. CH.
ScHEEBEN, Der Hl. Albert der Grosse, Monaco, 1930. H. WiLms, Albert der
Gr., Monaco, 1930, tr. it. Bologna, 1931. M. GraBMann, L'influsso
di Alberto Magno sulla vita intellettuale del me- dioevo, Roma,
1931.? H. Cu. ScHeEBEN, Les
écrits d'Albert le Grand d'après les catalogues, “Rev. thom.,”
1931. IpeM, Albert der Gr. Zur Chronologie seines Leben, Vechta, 193I
(ma cfr. anche “Div. Th.” (F.), 1932). Alberto Magno, Atti
della settimana albertina, Roma, 1931. A. Garreau, St. Albert le Grand, Parigi, 1932.
H. Cu. ScHeeBEN, Albertus Magnus, Bonn, 1932. D. SrepLER,
Intellektualismus und Volontarismus bei Albertus Magnus (*Beitrage,"
XXXVI, 2), Miinster, 1941. B. Narpi, Alberto Magno e S. Tommaso,
“Gior. crit. filos. ital.” 1941. L. DE
Simone, Introduzione alla vita e al pensiero di Alberto Magno, Na- poli,
1942. S. Dezani, Alberto Magno, Brescia, 1947. B.
Narpi, “Note per una storia dell’averroismo latino”: La posizione di
Alberto Magno di fronte all’averroismo, “Riv. stor. filos.,” 1947.
H. C. ScHeEBEN, Albertus Magnus, Colonia, 19552. 59!
Bibliografia Tra gli scritti su problemi particolari
citiamo tra i più recenti: H. Barss, Albert M. als Biolog,
Stoccarda, 1947. MAZZARELLA, Îl “De unitate” di Alberto Magno e di
Tommaso d'Aquino in rapporto alla teoria averroistica, Napoli,
1949, Wacz, L'opera scientifica di Al. Magno secondo le indagini
recenti, “Sa- pienza,” 1952. Z. Lauer, St. Albert und
the theory of abstraction, “Thomist,” 1954. CortaBarrfa, Las obras
y la doctrina de Alfarabi en los escritos de San Alberto Magno,
“Ciencia tom.,” 1952, (e cfr. “Estud.
filos.,” 1951-1953). . MicHaup - QuantIn, Les “Platonici” chez
Albert le Grand, “Rech. théol. anc. méd.,” 1956. .
RueLLo, Le commentaire inédit de S. Albert le Grand sur les Noms Divins.
Présentation et apergus de théologie trinitaire, “Traditio,” 1956.
. DucHARME, “Esse” chez St. Albert le Grand. Introduction è la
métaphy- sique des ses premiérs écrits, “Rev. Univ. Ottawa,” 1957. GrIER, Die mathematischen
Schriften des Albertus Magnus, “Ang.,” 1957. A. WeisHEIPL, Albertus
Magnus and the Oxford Platonists, “Proceed. Amer. Cathol. Ass.,”
1958. D. Wickorr, Albertus Magnus on ore deposits, “Isis,”
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Alberto Magno, ibidem, 1959. D.
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XLIII problematibus ad Magistrum Ordinis (1271), “Rev. sc. philos. théol.,” 1960. F. J. Catania, Divine
Infinity in Albert the Great's Commentary on the ‘Sentences’ of Peter
Lombard, “Med. Stud.,” 1960. O. LortIn, in
Psychologie et morale, cit., VI, pp. 237-331. B.
Narpi, Studi di filosofia medioevale, Roma, 1960, pp. 69-150. J. A.
WrisHeIPL, The Problemata determinata XLIII ascribed to Albertus Magnus,
“Med. Stud.,” 1960. Sulla scuola di Alberto cfr.: G.
MEERSEMANN, Geschichte des Albertismus, Roma, 1933-1935.
PX_P_NS si pini Ugo Ripelin di Strasburgo
Opere: Compendium theologicae veritatis; incerta è l’attribuzione di
un Commentarium in IV libros Sententiarum e di alcuni Quodlibeta e
Quae- stiones. Bibliografia: cfr. GevER, pp. 742-743; De
Brie, n. 7404; DE WuLr, II, p. 162. Bibliografia
In particolare v.: M. Grasmann, Mittelalterl. geistesleben,
Ì, cit., pp. 147 sgg., 174-85. K. Scumitt, Die Gotteslehre des
“Compendium theologicae veritatis” des Hugo Ripelin von Strassburg,
Miinster - Regensburg, 1940. Ulrico Engelbrech di Strasburgo
Opere: Gli vengono attribuiti comment ad Aristotele
(Meteorologica, De anima) e un Commento alle Sentenze, opere
perdute. È rimasta la Summa de bono. Ed.: 1. Il (par.) a cura di
M. GrABMANN, in “Sitz. ber. Bayer. Akad. d. Wissens. Philos. Hist. KI.”
Monaco, 1928; I. I a cura di J. Dacuiton, Parigi, 1930. Bibliografia:
cfr. Gever, p. 743; De Brie, nn. 7485-7487; DE Wutr, II, p. 162.
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Vriberg Opere: Fra i suoi trattati scientifici si ricordano: De
iride et radialibus impressionibus, De tempore, De mensura durationis, De
coloribus; tra le sue opere a carattere filosofico vanno particolarmente
ricordate: De intellectu et intelligibili, De habitibus, De esse et
essentia, De intelligentiis et motibus coelorum. De universitate entium,
De causis, De efficientia Dei, De theo- logia. Bibliografia:
cfr. GevER, p. 778; De Brie, n. 6881; De WutF, II, p. 162. In particolare v.: M. De Wutr, Un scolastique
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Capitolo quinto Tommaso d'Aquino Opere: a) commenti
aristotelici: /n Perihermeneiam (fino a II, 2 com.); In posteriores
Analyticorum; In VIII libros Physicorum; In III libros de Caelo et mundo
(fino a III, 8); In II libros de Generatione et Corruptione (fino a I,
17); Zn IV libros Meteorum (fino a II, 10); In III libros de anima; In
librum de sensu et de sensato; In librum de memoria et reminiscentia; .
In XII libros Metaphysicorum; In X libros Ethicorum; In libros Politico
rum (fino a III, 6). 594 Bibliografia è)
altri commenti: In librum de Causis; al De Hebdomadibus di Boe- zio; agli
scritti dello Pseudo-Dionigi. c) commenti biblici: Expositio super
Isaiam; Expositio super Jeremiam; Lectura super psalmos; Expositio super
Job; Lectura super S. ]Johannem; Lectura super S. Matheum; Super
kpistolas S. Pauli; Catena aurea, sive Expositio continua. d)
opere teologiche: Super IV libros Sententiarum; Commento al De Trinitate
di Boezio; Quaestiones disputatae: 1) De veritate; 2) De potentia; 3) De
malo; 4) De spiritualibus creaturis; 5) De anima; 6) De virtutibus; 7) De
unione verbi incarnati; Quodlibeta XII; Summa contra gentes; Summa
Theologica. e) opuscoli: De principiss naturae; De ente et
essentia; De operationibus occultis naturae; De mixtione elementorum; De
motu cordis; De unitate intellectus; De aeternitate mundi; De regno (De
regimine principum); De regimine Judacorum; Compendium theologiae;
Declaratio XXXVI quae suonum ad lectorem Venetum; Declaratto XLII
quaestionum ad magistrum Ordinis; Declaratio CVIII dubiorum; Declaratio
VI quaestionum ad lecto- rem Bisuntinum; Contra impugnantes Dei cultum et
religionem; De perfectione vitae spiritualis; Contra doctrinam
retrahentium a religione; Conwa errores Graecorum; De articulis fidei et
sacramentis Ecclesiae; De rationibus fidei; Responsio super materiam
venditionis; Responsio ad Ber- nardum abbatem Casinensem; De forma
absolutionis paenitentiae sacra- mentalis; De sortibus; In quibus potest
homo licite uti judicio astrorum; Expositio super secundam decretalem;
Expositio circa primam decretalem; Collatsones de Credo in Deum;
Collatione de Pater Noster; Collationes de Ave Marta; Collationes de
decem praeceptis; Ufficium corporis Christi; Sermo de festo corporis
Christi; Duo principia de commendatione sacrae scripturae; De secreto; De
propositionibus modalibus; De fallaciis; Epistola de modo studendi; Piae
preces; De differentia verbi divini et humani; De demonstra- tione; De
instantibus; De natura verbi intellectus; De principio individua- tionis;
De natura generis; De natura accidentis; De natura materiae; De quattuor
oppositis. Sull’autenticità dei vari scritti tomisti cfr. P.
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1882 sgg. (voli. 1V-X1I: Sum. theol.; XII-XV: C. Gent.; XVI: Indices); la
recensione leonina della Sum. theol. nella n. ed. MARIETTI; della C.
Gent. e degli indici esiste l’ed. LEONINA ManuaLe, 1934, 1948;
TaurINENSIS, (manuale) finora 37 voll., Marietti, To- rino, 1845 sgg.; n.
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(con intr. del ManponnET). Opere singole: Commento alle Senten-
595 Bibliografia ze ed. P. Manponner e F. Moos, n.
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et béatitude chez st. Thomas, Parigi, 1958. H. M. CuristMann, Thomas von Aquin als Theologe der
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d’Aquin, Friburgo, 1958. P. M. Van OveRBEKE, Droit et morale. Essai de
synthèse thomiste, “Rev. thom.,” 1958. V. DE CouresnoncLe, La
notion de vertu générale chez Saint Thomas d'Aquin, “Rev. sc. philos.
théol.,” 1959. Thomistica morum principia (atti del V
Congr. tom. int.), Roma, 1960. F. M. Verpe, L'esistenza del male secondo
S. Tommaso d'Aquino, “Div. Th.” (P.), 1960. A. PerotTo, Le moderne
ideologie morali e l'etica di S. Tommaso, “Div. Th.” (P.), 1960. D. BaratH, The just price and costs
of production according to st. Thomas
Aquinas, “N. Schol.,” 1960. O. Lortin, in Psychologie et morale, cit.,
VI, pp. 131-163, 267-283. P00 Mm ud
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1930. . Casorti, La pedagogia di S. Tommaso, Brescia, 1931.
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d'Aquino, Torino, 1956. . BLessinc, Das Wesen des Schonen nach
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Thomistic Psychology of learning, New York, 1960. N.
ed ez Pz Capitolo sesto Daniele di Morley
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Naturwissenschaft u. der Technik,” 1917, pp. 1-40. Ù Bibliografia:
cfr. De Wutr, I, pp. 66-67. In particolare v.: CH. H. Haskins,
Studies in the History of Medioeval Science, cit. L. TrÙornpixe, A
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M. MitLer, Die Stellung des Daniel von Morley in der Wissenschaft des
Mittelalters, Philos. Jahrb.,” 1928. Adamo di Bocfeld
Opere: Commenti alle opere aristoteliche: De caelo et mundo, Meteore,
Metaphysica, De generatione et corruptione, De sensu et sensato. Bibliografia:
cfr. De Brie, nn. 3601, 7331-7335, 7461; DE WuLF, II, p. 93. In
particolare v.: M. GraBmann, MittelalterI. Geistesleben, cit., Il, pp.
138-82; 183-199. 605; Bibliografia F.
PeLstEr, A. v. B. (Bockingfold), cin oxforder Erklirer des Aristoteles um
die Mitte des XIII. Jahrhunderts. Sein Leben und seine Schriften,
“Schol.,” 1936. A. D. Cattus, Two Early Oxford Masters on the
Problem of Plurality of Forms. A. of Buckfield - Richard Rufus of
Cornwall, “Rev. néoscol. philos.,” 1939. M. Grasmann,
Mittcilungen tiber Werke des A. v. B., aus Ms. lat. quart. 906 der
Preussischen Staatsbibliothek in Berlin. Ein Beitrag zur Ge- schichte der
Vorthomistische Aristoteleserklirung im XIII Jahrhundert, “Div. Th.” (F),
1939. S. H. THomson, An Unnoticed Ms. of Some Works of Magister A.
of Bocfeld, “Medievalia, et Humanistica,” 1945. Ipem, A
further note on Master A. of Bocfeld, ibidem, 1958. Adamo
di Bouchermefort adi Opere: Commenti al De anima, alla
Phisyca, al Liber de causis, e al De generatione et corruptione.
Alcuni studiosi l’hanno identificato con Apamo di BocreLp.
Alessandro Neckam Opere: De naturis rerum, De laudibus divinae
sapientiae; De nominibus utensilium. Edd.: I primi due
scritti a cura di M. T. WaxicHT, in Rerum Britan- nicarum Medi Aevi
Scriptores, XXXIV, Londra, 1863; il terzo in A volume of vocabularies,
1857. Bibliografia: cfr. Gever, p. 731; De Brie,
n. 5352; DE WuLF, Il, p. 74. In particolare v.: CH. H.
Haskins, Studies in the history of mediaeval science, cit., pp. 356-376.
J. C. Russet, Alexander Neckam in England, “Engl. Hist. Rev.,”
1932. B. Lanpry, Les idées morales du XII siècle.
Les savants anglais: Alex. Neckam. “Rev. cours conf.,” 1939-40.
Sulla logica parigina: M. Grasmann, Mitielari. lateinische
Aristotelesiibersetzungen und Aristo teleskommentare aus Handscriften
spanischer Bibliotheken, “Sitzber. Bayer. Akad. der Wissensch. Philos.
philol. Kl.,” 1928. Ipem, Bearbeitungen und Auslegungen der
aristotelischen Logik aus der Zeit von Peter Abaelard bis Petrus
Hispanus... “Abhandl. Preuss. Akad. der Wissensch. Phil. Hist. Kl.,”
1927. Ipem, Kommentare zur Aristotelischen Logik aus dem 12 und 13
Jahrun- dert im Ms. lat. fol. 624 der Preussischen Staatsbibliothek in
Berlin. Ein Bejstrag zur Abaelardforschung, ibidem, 1938.
606 Bibliografia IpeMm, Eine fiir Examinazwecke
abgefasste Qudestionensammlung der Pa- riser Artistenfoakultit aus der
ersten hilfte des 13 ]ahrunderts, in Mittel alterl. Gesstesleben, II, cit., pp. 183-189 IpeM,
Methoden und Hilfsmittel des Aristotelesstudium im Mittelalter, “Sitz.
ber. Bayer. Akad. der Wissensch. Phil.-hist. Abt.,” 1939. IpeM, /
commentari latini inediti del sec. XIII dei “Topici” di Aristotele, “Riv.
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Nicola di Parigi Opere: Un notevole gruppo di testi
scolastici di logica e dialettica. Bibliografia: cfr. Gever, p.
758; DE WuLF, II, p. 93. M. Grasmann, Die logischen Schriften des
N. von P. und ihre Stellung in der aristotelischen Bewegung des XIII.
jahrh., in Mittelalterl. Geistes- leben, cit., I, pp. 22-48; Il, pp.
222-246. Lamberto di Auxerre Opere: Summa
logicae. Bibliografia: Cfr. GEYER, p. 758. In particolare
v.: C. PRANTL, Geschichte der Logik im Abendlande, III, Lipsia, 1865, pp.
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Oxford et à Paris pendant le XIV® siècle, “Bull. crit. Acad.
Polonaise scienc. lettres,” Cracovia, 1922, p. 61. Pietro
Ispano (Giovanni XXI) Opere: Summulae logicales; De anima;
Commento al De anima di Ari- stotele; De morte et vita et de causis
longitudinis et brevitatis vitae; Liber naturalis de rebus principalibus;
Expositio librorum B. Dionysti. Edizioni:
Obras filoséficas, a cura di M. ALonso, 3 voll., Madrid, 1941-52 (il I
vol. contiene il Scienzia libri de anima; il II il commento al De anima;
il III l’Expositio libri de anima, il De morte et vita e il Liber
naturalis); Summulae logicales, ed. }. P.
MurtaLty (“Publ. in Med. Stud.,” 8), Notre Dame, Ind. 1945; ed. I. M.
BocHensxI, 1947; l’Expositio librorum B. Dionysii, ed. M. ALonso,
Lisbona, 1957. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 758; De Brie, nn.
7439-750; DE WuLF, II, pp. 92-43; e la Bibliografia sobre Pedro Hispano,
“Riv. portuguesa filos.,” 1952. 607
Bibliografia In particolare cfr.: L. THorNDIRE, A
History of magic and experimental Science, cit., Il, pp. 488-516.
H. D. Simonin, Les Summulae de P. Hispanus, “Arch. Hist. doctr.
litt. m. à.,” 1930 (e cfr. anche “Arch. fratr. praed.,” 1935).
M. Grasmann, Handschriftliche Forsch. u. Funde zu den philos.
Schriften des Petrus Hispanus, “Sitz.ber. Bayer. Akad. der Wissensch.”
Philos. hist. Abt., 9, Monaco, 1936. Invem, Die Lehre vom
Intellecius possibilis und Intellectus agens in “Liber de anima” des
Petrus Hispanus... “Arch. Hist. doctr. m. à.,” 1937-1938. B. Gever,
Zu den “Summulae logicales” des Petrus Hispanus und Lambert von Auxerre,
“Philos. Jahrb.,” 1937. Tu. J.
Carreras v Artau, Historia de la Filosofia espatiola, 1, Madrid, 1939,
pp. 101-144. J. P. Muttaity, The Summulae Logicales of
Peter of Spain, Notre Dame, 19i45 (intr.). Pedro Hispano no
675 aniversério de sua morte, 1277-1952, “Riv. portu- guesa filos.,”
1952. A. N. Prior, The “Parva logicalia” in Modern Dress, “Domin. Stud.,” 1952. 1952. ; : pi J. FerreIRA,
As “Stmulas logicas” de Pedro Hispano e os seus comenta- tores,
“Colectanea de Estudos” (Braga), 1953. Inem, Introd. ao estudo do
“Liber de anima” de Pedro Hispano, “Riv. Filos6fica” (Coimbra),
1953. Ipem, Os estudos de Pedro Hispano, “Colect. de Estudos,”
1954. . IpeM, Presenga do augustinismo avicenizante na teoria dos
intellectos de Pedro Hispano, “Itinerarium,” 1959. Per
la bibliografia relativa’ allo sviluppo delle scienze cfr. le opere ge-
nerali elencate a pp. 505-506. Per la bibliografia relativa a
Roberto Grossatesta, Ruggero Bacone, Giovanni Peckam, Pietro
d’Abano; cfr. rispettivamente la bibl. relativa ai capitoli 8 di
questa parte e 5 della V Parte. Witelio ‘Opere: Perspectiva
o Optica; De natura demonum; De prima causa paenitentiae.
Edizioni: Perspectiva, Norimberga, 1535, 1555; Basilea, 1572; e vedi ora
numerosi estratti in CL. Baeumxer, Witelo ein Philosoph und
Natur- forscher des XIII Jah.” (“Beitrige,”
III, 8), Miinster, 1908. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 761; DE Wutr,
II, p. 290. P. Dunem, Le systome du monde, cit., III, pp. 508-511,
514-516; V, pp. 369-373. 608 Bibliografia
A. BrrgenmaJer, Études sur Wit., “Bill. intern. Acad. Polon. Cl. des
se. et des lettres, 1920. Ipem, Witelo e lo Studio di
Padova, in “Omaggio dell’Acc. polacca all’Univ. di Padova,” Cracovia,
1922. C. BaeuMKER, Zur Frage nach Abfassungszeit u. Verfasser des
irrttiml. Witelo zugeschr. Liber de intelligentiis, “Misc. F. Ehrle,” I,
1924. A. BEDNARSKI, Die anatom. Augenbilder in den Handschriften
des R. Ba- con, J. Peckham und Wit., “Arch. f. Gesch. d. Medizin,”
1931. L. THornpIiKE, A History of magic and
exper. science, cit., II, pp. 454-456. A. C. CromBie, R.
Grosseteste and the Origin of Exper. science, Oxford, 1953, pp.
213-232. Pietro di Maricouri Opera:
Epistola de magnete; Nova compositio astrolabii particularis.
Edizioni: Epistola de magnete, in G. Hermann, Neudrucke von Schriften
tiber Meteorologie und Erdmagnetismus, 10: Rara magnetica 1269- 1599,
Berlino, 1898; cfr. E. ScHLunD, Petrus Peregrinus..., cit. sotto.
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 760; De WutF, pp. 301-302. Inoltre in:
E. ScHLunp, Petrus Peregrinus von Maricourt, Sein Leben und seine Schrif-
ten, “Arch. franc. hist.,” 1911-1912. Tra gli studi particolari v.: F. Picavet, Le maftre des
expériences, Pierre de Maricourt, l'exégète et le théologien vanté par R.
Bacon, in Essais sur l’histoire générale et comparée des théologies et
des philosophies mé- diévales, Parigi, 1913, pp. 232-254. P.
DuHem, Le système du monde, cit., III, pp. 237, 238, 266, 440-41. L.
THornpike, A History of magic and experimental science, cit., II,
p. 791 sgg. Sugli sviluppi della geologia
cfr. le opere generali sulla scienza me- dioevale. Per Alberto Magno la
bibl. relativa al c. IV. Bartolomeo Anglico Opere: De
proprietatibus rerum. Edizioni: Basilea, 1470 ca.; Francoforte, 1601,
ecc. Bibliografia: Cfr. Gever, pp. 732-733; De Brie, nn. 7342-7343;
DE Wutr, II, p. 104. In particolare v.: J. Gorens, in
DHGE, VI, 975-977. A. ScHnemER, Metaphysische Begriffe des
Bartholomaeus Anglicus (“Bei- trige,” Suppl. I), Miinster, 1913.
T. PLassmann, Barthol. Anglicus, “Arch.
franc. hist.,” 1919. G. E. S. Boyarp, Barth. Anglicus and his
Encyclopaedia, “The Journ. English and Germanic Philol.,” 1920.
Bibliografia H. Lùssinc, Zur Biography des B. Anglicus,
“Franz. Stud.,” 1925. J. G. Mirne-J. Sweetino, Marginalia in a Copy
of Bartholomaeus Anglicu's “De proprietatibus rerum.” A new Version of
the Nine Worthies, “The Modern Language Rev.,” 1945. Ipem,
Further Marginalia from a copy of Bartholomacus Anglicus, ibidem,
1945. Vincenzo di Beauvais Opere:
De eruditione filiorum regalium (1248-1250); De morali principis
institutione (1260-1263); Speculum quadruplex. Edizioni: Il De
eruditione nell’ed. A. Steiner, Cambridge (Mass.), 1938; lo Speculum
nell’ed. di Duai, 1624. Bibliografia:
Cfr. Gever, p. 733; De Brie, n. 5464; De Wutr, II, p. 236.
In particolare v.: P. Minces, Exzerpte aus Ales. von Hales bei
Vincenz von Beauvais, “Franz. Stud.,”
1914, L. Lieser, V. von Beauwais als Kompilator und Philosoph. Eine
Untersu- chung seiner Scelenlehre in “Speculum maius,” “Forsch. z. Gesch.
d. Philos u. Paedag.,” III, 1, Lipsia, 1928. L. THornpige, A
History of magic and experimental science, II, cit., pp. 1457-76.
H. Pettier, in DThC, XV, 3026-3033.
Pu. DeLHave, Un dictionnaire d'éthique attribué à Vincent de
Beauwais dans le ms. Béle B XI 3,
“Mélang. sc. rélig.,” 1951. A. L. GasrieL, The educational ideas of
Vincent of Beauvais, Notre-Dame (In.), 1950. Alessandro
Neckam: v. Bibliografia del capitolo VI. Tommaso di
Cantimpré Opere: Bonum universale de apibus; De rerum naturis o
Liber de na- tura rerum. Edizioni: Il Bonum universale de apibus,
L’Aja, 1902. Il De rerum è ancora inedito. Bibliografia: Gever, p. 732; DE WutF, II, p. 140.
H. SrapLer, Albertus Magnus, Thomas von Cantimpré und Vincenz von
Beauvais, *Natur und Kultur,” 1906.‘ L.
TÒÙornpikE, A History of magic and experimental science, Il, cit., pp. 372-398.
G. MEERSEMANN, Intr. in Opera Omnia b. Alberti Magni, Bruges, 1931, p.
144. Per lo sviluppo delle scienze nel XIII sec. cfr. gli studi generali
già citati a pp. 513-515. 610 P7
bliografia Capitolo settimo Averroismo latino
Sulla vasta letteratura relativa a questo soggetto cfr. l’accurata
biblio- grafia di M. Gorce, L'essor de la pensée au moyen age, Parigi,
1933 e IpeMm, in DHGE, V, 1032-1092. Cfr. inoltre De Wutr, II, pp.
218-222; III, pp. 152, 175-176. In particolare vedi: K.
Werner, Der Averroismus in der christl. - peripatet. Psychol. d. spit. Mittelalt., in “Sitz.ber.
Wien. Akad. d. Wissensch.,” 1891. P. ManponneT, Siger de Brabant et l'averroisme latin au
XIII siècle, 1 ed., Friburgo, 1899; 2 ed., Lovanio, 1908-1911 (“Les
philosophes belges,” VI, VII) M. Grasmann, in
Maitterlalterliches Gesstesleben, II, cit, pp. 103-197. IpeM, Der
lateinische Averroismus des XIII Jahrts. und seine Stellung zur
christliche Weltanschauung, Monaco, 1931. R. De Vaux, La première
entrée d'Averroès chez les Latin, “Rev. sc. philos.
théol.,” 1933. M. Grapmann, L'averroismo-italiano al tempo di Dante
con particolare riguardo all’Università di Bologna, “Riv. filos. neosc.,”
1946. Tx. GreENwooD, L’humanisme averroiste en
France et les sources du ratio- . malisme,
“Rev. Univ. Ottawa,” 1946. B. NarpI, Note per una storia
dell'averroismo latino, “Riv. Stor. Filos.,” 1947, 1948, 1949.
F. ALessio, Aspetti moderni nel pensiero degli averroisti latini del
XIII sec., “Rend. Ist. Lomb. Sc. Lett.,” 1953. Sui rapporti
tra la scuola francescana e l’averroismo cfr.: C. Krzanic, La
scuola francescana e l'averroismo, “Riv. filos. neosc.,” 1929.
IpeM, Grandi lottatori contro l'averroismo, ibidem, 1930.
Sigieri di Brabante Opere: a) autentiche: 1) Quaestio utrum haec
sit vera: homo est ani- mal, nullo homine existente (1268 ca.): 2)
Sophisma: omnis homo de neces- sitate est animal (1268); 3) Compendium
super librum de generatione et corruptione (1268 ca.); 4) Quaestiones in
librum tertium de anima (1268 ca.); 5) Quaestiones logicales (dopo 1268);
6) Quaestiones supra secundum Phisicae (1270); 7) Impossibilia
(1271-1272); 8) Quaestiones naturales (Ms. Parigi Naz. lat. 16.133
(1271); 9) De aerernitate mundi (1271); 10) Tractatus de anima
intellectiva (1272-1273); 11) De necessitate et contingentia causarum
(1272 ca.); 12) Quaestiones naturales (Ms. Lisbona, Fondo general 2299)
(1273 ca.); 13) Quaestiones super II-VII Metaphysicorum (1272-1274); 14)
Quaestio- nes morales (dopo 1273). 6II
Bibliografia b) attribuite: 1) Quaestiones in libros I, II, III,
IV, physicorum; 2) Quaestiones in librum 1, II, Il, IV et VII physicorum;
3) De I, II, III, IV physicorum; 4) De VIII physicorum; 5) Commenium
in I physicorum; 6) De libro IV physicorum; 7) Quaestiones in librum I,
II et IV meteororum; 8) Quaestiones in libros de generatione et
corruptione; 9) Quae- stiones in librum de somno et vigilia; 10)
Quaestiones in librum de iuven- tute; 11) Quaestiones in libros tres de anima;
12) De V metaphysicae. c) perdute: 1) Tractatus de intellectu; 2)
Liber de felicitate; 3) De mo- tore primo; 4) Rescriptum: significatum
est; 5) Super politica Aristotelis; 6) Utrum principia prima sint nobis
ignota; 7) De caelo et mundo I et Il; 8) Posteriorum analiticorum
I. Edizioni: a) 1) in MAnDONNET, Sigier.., cit., 1 ed., pp. 47-54;
2 ed, pp. 65-70; 2) inedito, riassunto da Van STEENBERGHEN, in Siger de
Brabant d’après ses oeuvres inédites, “Le Philosophes Belges,” XII-XIII,
Lovanio, 1931-1942, pp. 333-334; 3) Inedito, riassunto da VAN
STEENBERGHEN, ibidem, pp. 291-294; 4) Inedito, riassunto da VAN
STEENBERGHEN, ibidem, pp. 164-177; 5) ed. MANDONNET, op. cit., 1 ed., pp. 37-45; 2 ed., pp. 55-61;
6) Inedito; estratti in A. Maier, Nouvelles questions de Siger de
‘Brabant sur la physi- que d’ Aristote, in “Riv. Philos. Louvain,” 1946 e
in J. J. Dun, La Doctrine de la Providence dans les écrits de Siger de
Brabant, “Les philosophes mé- diévaux,” III, Lovanio, 1954, pp. 60-62; 7)
ed. in CL. BaEUMKER, Die “im- possibilia” des Siger von Brabant,
(“Beitrige,” II, 6), Miinster, 1898; Man- DONNET, op. cit., 2 ed., pp.
73-94; 8) ed. MAnDONNET, ibidem, 1 cd., pp. 57-67; 2 ed., pp. 97-107; 9)
Le edizioni con i confronti tra i vari cocci in Man- DONNET, op. cit., 1
ed., pp. 71-83, 2 ed., pp. 131-142; R. Barsori, S. de Brabante de
aeternitate mundi, Miinster, 1933; J. Dwyer, L'opuscule de Siger de
Brabant “De aeternitate mundi,” Lovanio, 1937; 10) ed ManpoNNET, op.
cit., 1 ed., pp. 87-115, 2 ed., pp. 145-172; 11) ed. ManpoNNET,
op. cit., 2 ed., pp. 111-128; Dun, op. cit, pp. 14-50; 12) ed. F. SrEGMULLER, in “Rech. Théol. anc. méd.,”
1931, pp. 177-182; 13) ed. C. A. GrAIFF, S. d. B. Questions sur la
Métaphysique, “Les Philosophes médiévaux,” I, Lovanio, 1948; alcuni passi
da altri mss. a cura di A. MaurER, in “Med. Stud.,”
1949, 1950. Altre qq. sono state pubblicate dal Duin, op. cit., pp.
71-111; 14) ed. STEGMULLER, op. cit., pp. 172-177. 6) Per la
attribuzione sono il DeLHAYE, il GRarrr, il DE Wutr, il LorTIN, il
PeLsTER, il Dun, contro GiLson e Narpi. 1) ed. parziale del Dun, op.
cit., pp. 51-57; 2) ed. Pu. DeLHave in “Les philosophes belges,” Lovanio,
1941; 3) ed. parziale Dun, op. cit., pp. 63-67; 4) ed. parziale Duin, pp.
67-71; 5) inedito; 6) inedito; 7) riassunto da Van STEENBERGHEN, op.
cif., pp. 233-263; ed. parziale Dun, op. cit., pp. 111-118; 8) riassunto
da Van STEENBERGHEN, Op. cit., pp. 268-291; 9) riassunto da VAN
STEENBERCHEN, op. cit., pp. 223-233; 10) riassunto da Van STEENBERGHEN,
0). cif., pp. 263-267; 11) ed. Van SreENBERGHEN, in “Les
philosophes belges,” XII, pp. 21-160; 12) cfr. Dun, op. cit., pp.
235-241. 612 Bibliografia
Bibliografia: Oltre le opere fondamentali del ManpoNNET, del VAN STEEN-
BERGHEN, del Dun, cfr.: CL. BaEuMKER, Zur Beurteilung
Sigers von Brabant, “Philos. Jahrb., 1911. IpeMm, Um Siger von Brabant,
ibidem. M. F. F. G.
L. = PI [ec] A A.
B A. Grasmann, Neu aufgefundene Werke des S. von
Brabant und Boetius von Dacien, “Sitz.ber. Bayer. Akad. d. Wissensch. Philos.-Hist. K1.,” 1924.
Sassen, Um Siger de Brabant et la double vérité, “Rev. néosc. philos.,”
1931. Van STEENBERGHEN, Siger de Brabant d’après ses oeuvres
inédites, ibidem, 1930. BuswetLI,
L'accordo di Sig. di Brab. e Tommaso d'Aquino, “Civ. Catt.” 1932.
Perucini, Il tomismo di Sigieri di Brab. e l'elogio dantesco,
“Giorn. dantesco,” 1933. . Narpi, Il preteso tomismo di
Sigieri di Brab., “Giorn. crit. filos. ital.” 1936, 1937. Gison, Dante et la Philosophie, Parigi,
1939, passim. . GraBMAnN, Sigier von Brabant und Dante, “Deutsches
Dante Jahrb.,” 1939. . Vanni-RovicHi,
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neoscol.,” 1944. . Narpi, Sigieri di Brabante nel pensiero del
Rinascimento italiano, Roma, 1945. . Marer, Nouvelles Questions de Siger de Brabant sur la
Physique d' Aris- tote, “Rev. Philos. Louvain,” 1945. MaureER, “Esse” and “Essentia”
in the Methaphysics of Siger of Brabant, “Med. Stud.,”
1946. . Narpi, Individualità e immortalità nell’averroismo e nel
tomismo, “Arch. filos.,”
1946. Maier, Les commentaires sur la Physique d'Aristote attribués
à Siger de Brabant, “Rev. philos. Louvain,” 1949. Ipem, Die
Vorlàufer Galileis..., cit, pp. 184 sgg., 237 sgg. A.
Op pu MauRER, Siger of Brab.
and an Averroistic Commentary on the Metaphy- sics, in Cambridge
Peterhouse ms. 152, “Med. Stud.,” 1950.
Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, “Giorn. crit. filos. ital.” 1950. Van SrEENBERGHEN, Siger of Brabant, “Mod.
School.,” 1951-1952. . Maurer, Siger of Brabant's “De necessitate
et contingentia causarum” and Ms. Peterhouse 152, “Med. Stud.,”
1952. . MaIER, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 97 sgg.,
159 sgg. De Parma, La dottrina dell'unità
dell'intelletto in Sigieri di Brabante, Padova, 1954. IpeM,
L'immaterialità dell'anima intellettiva in Sigieri di Brabante, “Collect.
franc.,” 1954, 613 Bibliografia
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574-577; VI, pp. 13-15, 394-395. S. Mac CLInTOcK, Heresy and Epithet. An Approach to
the Problem of Latin Averroism, “Rev. Metaph.,” 1954, 1955.
MAauRER, Between reason and faith: Siger of Brabant and Pomponazzi
on the magic arts, “Med. Stud.,”
1956. van STEENBERGHEN, Nouvelles recherches sur Siger de Brabant
et son école, “Rev. philos. Louvain,” 1956. . Zimmermann, Die
Questionen der Siger von Brabant zur Physik des Aristoteles,
Colonia, 1956. . De Parma, La conoscenza
intellettuale del singolare corporeo secondo Sigieri di Brabante,
“Sophia,” 1958. . Narpi, L'anima umana secondo Sigieri, in Studi di
filosofia medioevale, cit., pp. 151-161. Cfr. inoltre le
indicazioni bibl. generali in GeyER, pp. 757-758; DE Brie, nn. 6798-6818;
De Wutr, II, pp. 220-222. DUO on > Boezio di
Dacia Opere: Commenti alle opere aristoteliche; De modis
significandi; De summo bono; De somno et vigilia; De mundi
aeternitate. Edizioni: Die “Op. De summo bono sive De vita philosophi”
und “De sompniis” des Boetius von Dacien, a cura di M. GraBmann, “Arch.
hist. doctr. litt. m.-à.,” 1932; 2 ed. in Mittelalterliches Geistesleben,
Il, cit., pp. 200-224; G. Sayo, Un
traité récemment découvert de Boèce de Dacie “De mundi acternitate” Texte
inédite, avec une introduction critique et en appendice un texte inédit
de Siger de Brabant: “Super VI Metaphysicaey” Budapest, 1954.
Bibliografia: Cfr. GeyER, p. 758; De Brie; nn. 3601, 4831, 7352, 7415; De
Wutr, Il, pp. 221-222. In particolare v.: P. Doncoeur,
Notes sur les averroistes latins: Boèce de Dace, “Rev. scien. philos. théol.,” 1910. M. Grapmann, Neu
aufgefundene Werke des S. v. Br. und Boetius v. Dacien, “Sitz.ber. Bayer.
Akad. d. Wissens. Philos-Hist. KI.,” II, 1924. P. ManponnetT, Note complémentaire sur Boèce de Dace,
“Rev. sc. philos. théol.,” 1933. F. Van STEENBERGHEN, in
DHGE, IX, 381-389. M. Grasmann, Textes des Martinus von Dacien und
Boetius von Dacien zur Frage nach dem Unterschied von essentia und existentia,
“Miscell. Gredt,” 1938. A. Maurer,
Boetius of Dacia and the Double Truth, “Med. Stud.,” 1955, 014
Bibliografia F. Sassen, Boéthius van Dacie en de theorie van de
dubbele Waarheid, “Stud. cath.,” 1955. A. Hurnacet, Zum Lehre
von der doppelten Wahrheit, “Theol. Quart.,” 1956. Capitolo
ottavo Roberto Grossatesta Opere: a) propedeutiche:
De arzibus liberalibus; De generatione sono rum; b) astronomiche: De
sphaera; De generatione stellarum; De cometis; c) cosmologiche: De luce
seu de incoatione formarum; Quod homo sit mi- nor mundo; d) ottiche: De
lineis angulis et figuris, seu de fractionibus et reflexionibus radiorum;
De natura locorum; De iride; De colore; e) fisiche: De calore solis; De
differentiis localibus; De impressione elementorum; De motu corporali; De
motu supercaelestium; De finitate motus et temporis; De impressionibus
aèris, seu de prognosticatione; f) metafisiche: De unica forma omnium; De
intelligentiis; De statu causarum; De potentia et actu; De veritate; De
veritate et propositionibus; De scientia Dei; De ordine enu- cleandi
causatorum a Deo; g) psicologiche: De libero arbitrio. Opere
dubbie: De anima. Opere non autentiche: Summa philosophiae;
Commento alla Consolatio boeziana. Commenti autentici: agli
Analytici posteriori; alla Physica di ArisTOTELE; agli Elenchi sofistici;
In Hexaemeron. Traduzioni: Ethica Nicomachea, con i commenti di
Eustrazio per il Il. I e VI, di anonimo per i Il. II, V, VII, di Michele
di Efeso per i Il. V, IX, X e di Aspasio per il l. VIII; De virtute et
vitiis; De lineis indivisibilibus; De coelo et mundo (solo un terzo del
c. 1 del 1. III); De passionibus dello Pseupo Anpronico; le Opere dello
Pseupo Dionici € di Giovanni Dama- sceno (con il Commento al De Mystica
theologia). Edizioni: L. Baur, Die philosophischen Werke des Robert
Grosseteste, (£“Beitrage,” IX), Miinster, 1912; il Commento agli
Analityci nell’ed. di Ve- nezia, 1514, quello al De Mystica theologia, a
cura di U. GamBa, Milano, 1942; per quello all’Hexaemeron v. J. T.
MuckLe, The Hexaemeron of R. G., in “Med. Stud.,”
1944; le Epistolae, ed. H. R. Luarp, Londra, 1861. V. inoltre: S. H.
THomson, The Notule of Grosseteste on the Nichomachean Ethics, Londra,
1934; D. A. CaLLus, The Summa theologiae 0} Robert Grosseteste, “Studies
in med. History presented to F. M. Powicke,” Ox- ford, 1948. Tr. del De
luce a cura di C. C. RiepL, Robert Grosseteste on the Light, Milwaukee,
1942, Bibliografia: La bibl. generale in GEvER, pp. 731-732; De
Brie, nn. 5436- 5450; De Wutr, II, pp. 102-103, 615
Bibliografia In particolare cfr.: F. S.
Stevenson, Robert Grosseteste Bishop of Lincoln, Londra, 1899. P. Dunem, Le svstème du monde, cit., II, pp. 277-288;
410-413; IV, pp. 13-15, 49-52; V, pp. 295-297, 340-345,
348-359; VI, pp. 112-119; VII, pp. 176-177, VIII, pp. 67-68, 257-258; IX,
pp. 31-36. L. Baur, Die
Philosophie des Robert Grosseteste (“Beitrige,” XVIII, 4-6), Munster,
1917. F. Perster, Zwei unbekannte Traktate des Robert Grosseteste,
“Schol.,” 1926. S. H. TuÙomson, The “De anima” of Robert
Grosseteste, “N. Schol.,” 1933. IpeM,
The Text of Grosseteste's de cometis, “Isis” 1933. Ipem, The Summa
in VIII libros Physicorum of Grosseteste, Ibidem, 1934. E.
FrancescHINI, /ntorno ad alcune opere di Roberto Grossatesta, vescovo di
Lincoln, “Aevum,” 1934. S. H.
Tuomson, The Writings of Robert Grosseteste, Bishop of Lincoln,
Cambridge, 1940. L. E. LyxcH, The doctrine of Divine Ideas and
Illumination in Robert Grosseteste, “Med. Stud.” 1941. D. A.
CaLcus, Philip the Chancelor and the “De anima” ascribed to Robert
Grosseteste, “Med. Stud.,” 1941-43. IpeM, The Summa Duacensis and
the Pseudo Grosseteste's “De Anima,” “Rech. théol. anc. méd.,” 1946.
lInoeMm, The Oxford Career of Robert Grosseteste, “Oxoniensia,”
1949. ). C. Russet, Phases of Grosseteste’s intellectual life, “The
Harvard Theol. Rev.,” 1950. Ipem, Some Notes upon the Career
of Robert Grosseteste, ibidem, 1955. E.
FrancescHINI, Un inedito di Roberto Grossatesta: la “Quaestio de accessu
et recessu maris,” “Riv. filos. neosc.,” 1952. Ipem, Sulla presunta
datazione del “De impressionibus aèris” di Roberto Grossatesta, ibidem,
1952. V. Miano, La teoria della conoscenza in Roberto Grossatesta,
“Gior. Met.,” 1954. S. Girsen, Le potenze naturali dell'anima
secondo alcuni testi inediti di Roberto Grossatesta, in L'homme et son
destin... cit., pp. 437-443. Cfr. inoltre nella sua attività di traduttore:
F. M. PowickE, Robert Grosseteste and Nicomachean Ethics, “The
Proceed. of Arist. Acad.,” 1930. S. H.
THÒomson, A note on Grosseteste's Work of Translation, “Jour. of theol.
Stud.,” 1933. E. FrancescHINI, Grosseteste's Translation of the
“Prologus” and the “Scho- lia” of Maximus to the Writings of the
Pseudo-Dionysius Arcopagita, “Jour. theol. stud.,” 1933. Ipem,
Roberto Grossatesta vescovo di Lincoln e le sue traduzioni latine, “Atti
Ist. Ven.,” 1933-1934, 616 Bibliografia
Ipem, Una nuova testimonianza su Roberto Grossatesta traduttore dell’Eti-
ca Nicomachea, “Aevum,” 1953. Sul
pensiero e sull’attività scientifica: L. THornpike, 4 History of
magic and experimental Science, Il, cit., pp. 436-353. D. E.
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1930. i al A. C. CromBie, Robert Grosseteste and the Origins of
Experimental Science. Oxford, 1953. F. M. PowicxkE, Robert
Grosseteste, “Bull. J. Rylands Libr.,” 1953. D. A. Catrus, Robert
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d. Philos.,” XII, Amsterdam-Lovanio, 1953. P. MicHauD-QuantIN, La rnotion de loi naturelle chez
Robert Grosse- teste, ibidem. A. C.
CromBie, Robert Grosseteste on the Logic of Science, ibidem. Robert
Grosseteste Scholar and Bishop. Essays in Commemoration of the Seventh
Century of his Death, ed. D. A. Callus - F. M.
Powicke, Oxford. 1955. F. Atessio, Studi e richerche su Roberto di
Lincoln (Grossatesta), “Riv. crit. stor. filos.,” 1957. IpeM,
Storia e teoria nel pensiero scientifico di Roberto Grossatesta, “Riv.
crit. stor. filos.,” 1957. S. H. THomson, Grosseteste's “Quaestio de
calore” “De cometis” and “De operacionibus Solis,” “Medievalia et
Humanistica,” 1957. R. C. Daces, Robert Grosseteste's “Commentarius in
Octo libros Physicorum Aristotelis” ibidem, 1957. C. M. TuRBAYNE,
Grosseteste and an ancient optical principle, “Isis” 1959. Adamo
di Marsh Opere: Numerose composizioni di carattere teologico ed
esegetico an- cora inedite: Le Epistolae (247) in Monumenta franciscana
historica, I, Lon- dra, 1858, pp. 77-489 (ed. J. S. BrEWER).
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 738; De Brie, n. 3633; DE WuLF, II, p.
103. Cfr. inoltre: A. De SéRENT, in DHGE, I, 482
sgg. H. Fetper, Storia degli studi scientifici nell'Ordine
francescano (tr. it.), Siena, 1911, pp. 285-31I. G. Contini, Adamus de Marsico O.F.M. auctor
spiritualis, “Ant.,” 1948. R. W. Hunt, Chapter headings of
Augustine “De Trinitate” ascribed to Adam Marsh, “The Bodleian Library
Record,” 1957. 617
Bibliografia Riccardo di Cornovaglia Bibliografia:
Cfr. GevEr, p. 733; De Brie, nn. 5425, 7333, 7458-7462; De Wucr,
II, pp. 103-104. In particclare
cfr.: A. G. LirtLe, Franciscan School at Oxford, “Arch. franc.
hist.,” 1926. F.
Pelster, Neue Schriften des englischen Franziskaners Richardus Rufus von
Cornwal, “Schol.,” 1933, 1934. F. M. HenquineT, Autour des écrits
d’Alexandre de Halès et de Richard Rufus, “Ant.,” 1936. F.
PerstEr, Die dlteste Abkiirzung u. Kritik vom Sentenzenkommentar des hl.
Bonaventura im Werk des Ricardo Rufus de Cornubia, “Greg.,” 1936. D. A. CaLLus, Two Early Oxford Master on the Problem
of Plurality of Forms Adam of Buckfield, Richard Rufus of Cornwall, “Rev.
néosc. philos.,” 1939. F. Pelster, Richardus Rufus Anglicus,
cin Vorliufer des Duns Skotus in der Lehre von der Wirkung der
priesterlichen Lossprechung, “Schol.,” 1950. G. Gar, Comment.
in Metaphys. Aristotelis cod. Vat. lat. 4538 fons doctri- nae Richardi
Rufi, “Arch. franc. hist.,” 1950. Ipem, Viae ad existentiam Dei
probandam in doctrina Richardi Rufi, “Franz. Stud.,”
1956. Tomaso di York Opere: Manus quae contra
Omnipotentem tenditur; Sapientiale; Com- paratio sensibilium. Alcune
pagine del Sapientiale sono state edite da E. Loncpré in “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1926.
Bibliografia: M. Grasmann, Die metaphysik des Thomas von York
(“Beitrige,” Suppl. I), Miinster, 1913. F. PeLstEer, Thomas
von York o.f.m. als Verfasser des Traktats “Manus...,” “Arch. franc.
hist.,” 1922. E.
Loncpré, Fr. T. d'York. La première somme métaphysique du XIII° s.,
ibidem, 1926. Ipem, Thomas d’York et Matthieu d'Acquasparta (Textes
inédits sur le pro- blème de la Création) “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.” 1926. F. Treserra,
Entorn del Sapientiale de Thomas de York, “Criterion,” 1929. IpeM,
De doctrinis metaphysicis fr. Thomae de Eboraco, “Anal. Sacra Tarrac.,”
1929. D. E. SWÙiarp, Franciscan philosophy at Oxford, Oxford, 1930,
pp. 49-112. E. Amann, in DThC, XV, 781-787.
G. BonarepE, Il pensiero francescano nel sec. XIII, Palermo, 1952. J. P. ReiLLy, Thomas
de York on the efficacy of secondary causes, “Med. Stud.,”
1953. La bibliografia generale in GevEr, p. 738; DE Wutr, II, p.
104, 618 Bibliografia Ruggero
Bacone Opere: Opus Maius; Opus minus; Opus tertium; Compendium
studii philosophiae; De secretis operibus artis et naturac et de
nullitate magiae; Compendium studii theologiae; Moralis philosophia;
inoltre un cospicuo numero di opere minori, commenti aristotelici,
opuscoli, ecc., tra i quali ricordiamo particolarmente i Communia
mathematica e il Liber commu- nium naturalium. Edizioni:
Opus Majus, ed. S. JeBB, Londra, 1733 (rist. Venezia, 1750); ed. J. H.
Bripces, Oxford, 1897-1900; tr. ingl. di R. B. Burke, Filadelfia, 1928;
Opus minus et Opus tertium, a cura di J. S. BreweR (R. Bacon, “opera
quaedam hactenus inedita” Rerum Britannicarum M. A. Scriptores). Lon-
dra, 1859. (Nuovi frammenti dell'Opus Tertium sono editi da P. DuneM, Un
frag. inédit de l'opus tertium de R. B., Firenze, 1909; e da A. G. LirtLE, Part of the Opus Tertium of R. B. including a
fragment, Aberdeen, 1912); la lettera di dedica dell'Opus maius a cura di
F. A. Gasquer, An unpublished fragment of a Work of Roger Bacon, “Engl. Hist. Rev.” 1897; Compendium studii philosophiae e
De Secretis operibus artis et na- turae et de nullitate magiae, in ediz. BrewER
(cit.). (Il De Secretis ecc., è tradotto in italiano, a cura di G. DEE,
collez. “I tesw classici dell’esoterismo tradizionale e del simbolismo
religioso,” Milano, 1945); The Greek Gram- mar of R. B. and a Fragment of
his Hebrew Grammar, a cura di E. No- Lan e S. HirscH, Cambridge, 1902;
Compendium studii theologiae, a cura di H. RasHpatt, Aberdeen, 1911.
' Le opere già inedite in: Opera hactenus inedita R.
Baconi, a cura di LirtLE e R. STEELE, Oxford, 1905 sgg.; Rog. Baconi
Moralis Philosophia, a cura di F. M. DeLorME-E. Massa, Zurigo-Verona,
1953. Bibliografia: La bibl. generale in GeveR, pp. 760-761; De
Brie, nn. 4622, 4971, 5688-5709, 7388; De Wutr, II, pp. 302-304.
Come indicazioni bibliografiche sommarie
‘cfr.: E. CÙartes, Rog. Baon, sa vie, ses oeuvres, ses doctrines,
Parigi, 1861. H. HorrMmans, La synthèse doctrinale de Rog. Bac.,
“Archiv. f. Gesch. d. Phil.,” 1907 (vedi anche in “Rev. néosc. philos.,”
1906, 1908, 1909). P. ManponneT, Rog. Bac. et le “Speculum
astronomiae” e Rog. Bac. et la composition des trois “Opus,}” “Rev.
néosc. philos.,” 1910, 1913. H.
Héover, Rog. Bacons Hylomorphismus als Grundlage seiner philosophi- schen
Anschauung, “)ahrb. Philos. u. spek. Theol.,” 1911. A. G. LirtLEe,
Roger Bacon. Essays contributed by various Writers, Oxford, 1914.
P. Dunem, Le système du monde, cit., III, p.
237-239, 397-400, 410-442, 446-455, 461-464, 471-477, 499-519; V,
375-380, 384-402, 404-415; VI, pp. 619
Bibliografia 106-111, 270-272, 394-397; VII, 20-21, 56-58, 163-168,
193-197, 577-579; VIII, pp. 22-25, 31-34, 64-75, 133-149, 158-160,
176-181, 226-229, 239-240, 245-247, 255-259, 375-390; IX, pp. 33-35,
109-113, 150-151, 160-161, 186- 187. 259-263, 368-369, 373-374; X, pp.
117-118, 211-212, 239-240. CL. BaeuMKER, Rog. Bac. Naturphilosophie,
“Franz. Stud.,” 1916. R. Carton, L'expérience physique chez Rog.
Bac. Contribution è l'étude de la méthode et de la science expérimentale
au XIII° siècle, Parigi, 1924. IpeM, L'expérience mystique de
l'illumination intérieure chez Rog. Bacon, Parigi, 1924.
IpEM, La synthèse doctrinale de Rog. Bac., Parigi, 1924. R.
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1928. CH. VanpervaLLe, Rog. Bacon dans l'histoire de la philologie,
Parigi, 1929. F. PeLstER, Rog. Bacons Compendium studii theologiae
und der Senten- zenkommentar des Richard Rufus, “Schol.,” 1929.
H. LiesescHUTz, Der Sinn des Wissens bei Rog. Bac., “Bibl. Warburg,”
1930-1931. W. Sincer. Alchemical Writings of Rog. Bacon, “Spec.,”
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storia dell'Opus maius, Ro- ma, 1955. 4 C. Vasoti, Il
programma riformatore di Ruggero Bacone, “Riv. Filos.,” 1956.
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Versuch e. histor. u. systemat. Reli- gionswissens., Bonn, 1957.
HM tia 620 Bibliografia
Riccardo Fishacre Opere: Commento alle Sentenze (prima del
1245). Bibliografia: Cfr. Gever, p. 739; De Wutr, II, p. 140.
In particolare: F. PeLsTER, Das Leben u. die Schriften des
Oxforder Dominikaners Ri- chard Fishacre, “Zeitschr. kath. Theol.,” 1930. D. Skarp, The Philosophy of
Richard Fishacre, “N. Schol.,” 1933. M. Grasmann, Die theologische
Erkenntnis und Einleitungslehre des hl. Thomas von Aquin, Friburgo, 1948,
pp. 205-15; 217 sgg.; 220 sgg. L. Sweeney - C. ]. ErmantINcER,
Divine infinity according to Richard Fi- shacre, “Mod. School.,”
1957-1958. Roberto Kilwardby Opere: a) commenti:
all’'Isagoge; a vari testi dell’Organon, alla Physica, al De coelo et
mundo; al De generatione et corruptione; ai Matercologica; al De anima;
alla Metaphysica, e ad alcuni testi boeziani; b) trattati:
Commento alle Sentenze; De unitate formarum; De ortu et divisione
scientiarum; De tempore; De conscientia; De spiritu imaginativo.
Edizioni: Estratti dal De orsu et divisione philosophiae, in B. Haurfau,
Notices et extraits, V; la lettera a Pietro di Conflans in E. Enrte, Der
Augustinismus und der Avristotelismus in der Scholastik gegen Ende des 13
Jhts., “Arch. f. Lett. u. Kirchengesch. d. Mittelalt.,” 1889. Il prologo
del Commento: De natura Theologiae, ed. F. StecmuLLER, in “Opuscula
et textus,” S. schol., 17, Miinster, 1935; il De Imagine et vestigio
Trinitatis, in “Arch. Hist.
doctr. litt. m. à.,” 1935-36; Tabulae super originalia Patrum (ed. D. A.
CaLLus), Bruges, 1948. Bibliografia: Cfr. Gevyer, p. 764; De Brie,
nn. 7463-7474; De WuLFe, II, pp. 237-238. In particolare: A. BirkENMAJER, Der Brief
R. Kilwardby's an Peter von Konflans und die Streitschrift des Aegidius
von Lessines (“Beitràge,” XX, 5), Miinster, 1922. M. D. CÙenu, Le “De spiritu imaginativo” de Robert
Kilwardby, “Rev. sc. philos. théol.,” 1926. IpeM, Le “De
coscientia” de Robert Kilwardby, ibidem, 1927. IpeM, Les réponses
de St. Thomas et de Kilwardby è la consultation de Jean de Verceil, 1271,
“Mél. Mandonnet,” 1930. Ipem, Le traité “De tempore” de Robert
Kilwardby, in Aus der Geisteswelt des Mittelalters, cit. F.
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chen Gottesliebe, “Div. Th.,” (F), 1935. 621 Bibliograjii D. E.
SHarp, The “De ortu scientiarum” of Robert Kilwardby, “N. Schol.,*
1934. IpeM, The 1277 condemnation by Kilwardby, Ibidem, 1934.
IpeM, Further philosophical Doctrines of Kilwardby, ibidem, 1935.
A. Donpamne, Le “De tempore” de Robert
Kilwardby, “Rech. théol. anc. méd.,”
1936. E. M. F. Sommer-SEcKENDORFF, Studies in the Life of Robert
Kilwardby, Roma, 1937. IpeM, Robert Kilwardby und seine
philosophische Einleitung “De ortu scientiarum,” “Hist. Jahrb.,” 1935. L. B. Gitton, L'amour naturel
de Dieu d'après Robert Kilwardby, “Ang.” 1952.
G. Gar, Robert Kilwarby's questions on the Metaphysics and Physics
of Aristotele, “Franc. Stud.,” 1953.
Giovanni Peckam Opere: Tra le numerose opere teologiche,
filosofiche scientifiche ricor- diamo particolarmente: Quaestiones
tractantes de anima; Summa de esse et essentia; Quodlibet romanum;
Tractatus de anima; Perspectiva communis; Tractatus sphaerae; Teorica
planetarum; Mathematicae rudimenta. Edizioni: Registrum
epistularum f. ]. Peckam, ed. C. T. MartIn, Lon- dra, 1882-1885.
Quaestiones de anima, ed. H. SpettMANN (“Beitrige,” XIX, 5-6), Miinster,
1918; Summa de esse et essentia, ed. F. M. DeLORME, Firenze, 1928;
Quodlibet romanum, ed. F. M. DeLORME, Roma, 1938; Tractatus de anima, ed.
G. Mrtani, Firenze, 1948; Canticum pauperis, ed. G. MELANI, Quaracchi,
1949. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 762; De Brie, nn. 5710-5712; De
Wutr, II, pp. 268-269. In particolare cfr.: F.
Exrte, /. Peckam, tiber den Kampf des Augustinismus u. Aristotelismus, “
Zeitschr. f. kathol. Theol.,” 1889. IpeM, L'agostinismo e
l'aristotelismo nella Scolastica del sec. XIII, Ro- ma, 1925.
H. SpettMan, Quellenkritisches zur Biographie
des ]. Peckam, “Franz. Stud.,” 1915, Ipem, Die Psychologie
des ]. Peckam (“Beitrige,” XX, 6), Miinster,
1919. IpeM, Der Ethikkommentar des ]. Peckam (“Beitràgey” Suppl.,
II), Miinster, 1923. IpeM,
Der Sentenzenkommentar des Franz. Erzbischrofs ]. Peckam, “Div. Th.
(F.);” 1927. A. CacceBaut, /. Peckam et l'augustinisme, “Arch.
franc. hist.,” 1925. A. TeeraerT, in DThC, XIII, 100-140.
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bibliographicae de quibusdam operibus fr. ]. Peckash,
“Ant.,” 1933. J. H. SmirH, The Attitude of ]. Peckam toward
Monastic Houses under his jurisdiction, Washington, 1949. F.
PeLster, Neue Textausgaben von Werken des St. Thomas, des |. Pec- kam,
und Vitalis de Furno, “Greg.” 1950. T. CrowLey, /. Peckam,
archbishop of Canterbury, versus the new Aristo- telianism, “Bull. John
Rylands Libr.,” 1951. L. THoRNDIKE, A. }. Peckam's Manuscript,
“Arch. franc. hist.,” 1952. G. BonarEpe, Il pensiero
francescano nel sec. XIII, cit. D. L. Dowie, Archbishop Peckam,
Oxford, 1952. Capitolo nono Ubertino da Casale
Opere: Arbor vitae crucifixae Jesu; scritti in difesa dell’Olieu e della
povertà francescana. : Edizioni: Arbor..., Venezia, 1485; le opere
di polemica francescana edite da F. Ente, in “Arch. Lit. u. Kirchengesch.
d. Mittelalt.” Berlino, 1886, 1887; e da A. Heysse, in “Arch. franc.
hist.,” 1917. Inoltre cfr. la Responsio f. Ubertini circa quaestionem de
paupertate Christi nella Miscel- lanea sacra di E. BaLuze-M.Mansi, Lucca,
1761; il Frazicelli cuiusdam decalogus evangelicae paupertatis, ed. M. Bir, “Arch. franc. hist.,” 1939 ed F. M.
DeLorME, Notice ei extraits d'un manuscrit franciscain..., “Collect.
franc.,” 1945, Bibliografia: J. CH. Hucx, Ubertin von
Casale und dessen Ideenkreis, Friburgo, 1903. F. CaLLary,
L'idéalisme franciscain spirituel au XIV* siècle... Lovanio, 1911.
IpeM, L'influence et la diffusion de “Arbor vitae crucifixae” de
Ubertino, “Rev. hist. éccl.,” 1921. P. Goperroy, in DThC, XV,
2121-2134. Eustachio di Arras Opere: Quaestiones
disputatae; Quaestiones quodlibetales; Sermoni. Edizioni: Cfr. De
humanae cognitionis ratione anedocta quaedam, Qua- racchi, 1883.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 762; De Brie, n. 6694; De Wutr, II,
p. 268. P. Grorieux, Fr. E. d’Arras, “France franc.,” 1930.
Bibliografia A. Lanoorar, Zum Schriften des Frater E. von
Arras, “Collect. franc.” 1931. ri
V. Doucet, Quaestiones centum ad scholam franciscanam spectantes,
“Arch. franc. hist.,” 1933. G. Bonarepe, /l pensiero
francescano, cit. Gualtiero di Bruges Opere: Quaestiones
disputatae; Commento alle Sentenze. Edizioni: Le Quaestiones, ed.
E. Loncpré, Lovanio, 1928; del Commen- to, saggi del Loncpré in “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1933. x
Bibliografia: cfr. Gever, p. 762; De Brie, 6694; De Wute, Il, p. 268.
E. Loncpré, Gauthier de Bruges, O.F.M. et l'augustinisme franciscain
au XII siècle, “Miscell. Ehrle,” I, Roma, 1924. IpeM, Le
commentaire sur les Sentences du B. Gauthier de Bruges, “Pubbl. Inst.
étud. méd. d’Ottawa,” 1932. A. PeLzer, Le Commentaire de Gauthier
de Bruges sur le IV L. des. Sen- tences, “Rech. théol. anc méd.,”
1930. S. BeLmonp, La preuve de l'existence en théodicée d'après
Gauthier de Bru ges, “Riv. filos. neosc.,” 1933. O. Lottin,
La liberté selon Gauthier, “Rech. théol. anc. méd.,” 1935. R. Hormann, Die Gewissenslehre des Walters v. Briigge
und die Entwic- Klung der Gewissenslehre in der Hochscholastik
(“Beitrige,” XXXVI, 5-6), Miinster, 1941. G. Bonarepe, Il
pensiero francescano, cit. J. BeumER, Die vier Ursachen der
Theologie nach dem unedierten Senten- zenkommentar des Walter von Briigge,
“Franz. Stud.,” 1958. Matteo d'Acquasparta
Opere: Tra la numerosa produzione teologica e filosofica dell’Acqua-
sparta (cfr. Enc. Catt., s.v.) ricordiamo particolarmente le Quaestiones
dispu- tatac. Edizioni: Antologia in De humanae cognitionis
ratione, Quaracchi, 1883; Quaestiones disputatae selectae, 2 voll.,
ibidem, 1903-1914, 19572; Quaestiones disputatae de gratia con intr. e
note di V. Doucer, ibid., 1935. De pro- ductione rerum et de providentia,
a cura di G. Gar, ibidem, 1956; Quae- stibnes disputatae de anima
separata, de anima beata, de icunio et de le- gibus, Quaracchi, 1959.
Estratti dal Comm. alle Sentenze a cura di A. Da- nieLs, in (“Beitrige,”
VIII, 1-2), Miinster, 1909; in E. Loncpré, Thomas d'York et M.
d'Acquasparta. Textes inédits sur le problème de la
création, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1926-1927, e da S.
Vanni-RovicHI, R. Za- VALLONI, cfr. bibl. 624
Bibliografia Bibliografia: cfr. GeveR, pp. 761-762; De Brie, nn.
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parisien de Mathieu d’Acquasparta (1278-1275), “Arch. franc. hist.,”
1935. . CHioccHETTI, La cognizione dell'individuale. Matteo d'Acquasparta
e Duns Scoto, “Riv. filos. neoscol.,” 1940, . BonarepE, I! problema
del “lumen” nel pensiero di Matteo d'Acqua- sparta, “Riv. rosminiana,”
1937. . Bertoni, Rapporti dottrinali tra Matteo d'Acquasparta e Duns
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pensante nella gnoseologia di Matteo d'Acquasparta e di Ruggero Marston,
“Ant.,” 1950. . Zavatroni, Richard de
Mediavilla et la controverse sur la pluralité des formes. Textes inédits et étude critique, Lovanio, 1951.
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O pP_pO_OTI HU OoOO0{, Hi 643
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théoricien de l'état laique, Saint-Paul-Trois Chateaux, 1934; Parigi,
19422. Inem, Marsile de Padoue et Guillaume d’Ockham, “Rev. sc.
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des M. von Padua zu Arsstotelesreception im Mittelalter., “Das Altertum,”
1955. Marsilio da Padova. Studi raccolti nel VI centenario della morte,
a cura di A. Ceccuini e N. Bossio, Padova, 1942. G. Mico,
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Marsilius von Padua und der “Defensor Pacis,” “Hist. Jahrb.,” 1925.
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Defensor Pacis, “Riv. stor. ital.” 1934. G. Pirovano, Il “Defensor
Pacis” di Marsilio Patavino, “La Scuola catt.,” 1922. C. W. Previté-Orton, Marsilius of Padua, Doctrines,
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Demoksatie, “Zeitschr. f. Politik,” 1907. Inem, Unbekannte
Kirchenpolitische Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des Bayern, Roma,
1911-1914. Inem, Zur Datierung und Uberlieferung des “Defensor
Pacis)” “N. Arch. Gesell. f. alt. deutsch. Geschichtskunden,” 1927.
IneMm, Marsilius of Padua und Genesis des modernen
Staatsbewusstsein, “Hist. Zeitschr.,” 1936. H. Secar, Der
Defensor Pacis des Marsilius von Padua. Grundfragen und Interpretation,
Wisbaden, 1959 (con bibl.). J. SuLcivan, Marsilio of Padua and
William of Ockham, “American Hist. Rev.,” 1896-1897,
P. Viruari, Marsilio da Padova e il “Defensor Pacis)” in Storia, politica
e istruzione, Milano, 1914, pp. 3 sgg. P. Zampetti,
Considerazioni sul concetto di giuridicità nel “Defensor Pacis,” “Riv.
ital. filos. dir.,” 1954. Avversari
di Dante e di Marsilio Bibliografia: N. Junc, Un franciscain
théologien du pouvoir pontifical au XIV siècle, Alvaro Pelayo, évéque et
pénitencier de Jean XXII, Paris, 1931. U.
Martani, Un avversario di Marsilio da Padova: Guglielmo Amidani da
Cremona, “Giornale Dantesco,” 1935. N.
IsacH, Leben und Schriften des Konrad von Megenburg, Berlino, 1938.
644 Bibliografia N. MATTEI, /) più
antico compositore politico di Dante: Guido Vernani da Rimini. Testo
critico del “De reprobatione Monarchiae,” Padova, 1958. Sulla crisi
storica tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo cfr. inoltre in
particolare gli studi di G. De Lacarpe, La naissance de Pesprit laique
au déclin du M.À,, cit. Sugli “Spirituali” cfr.
soprattutto: F. Exte, Die Spiritualen, ihr Verhiltnis zum Franziskevenorden
und zu den Fraticellen, in “Arch. f. Litt. u. Kirchengeschichte,”
1886. F. Caccary, L'idéalisme franciscain spirituel
du XIV siècle, cit. K. BattHasar, Geschichte des Armutsstreites in
Franziskanenorden bis zum Konzil von Vienne, Miinster, 1911.
Capitolo secondo Giovanni Duns Scoto
Opere: L'elenco definitivo delle opere autentiche sarà possibile
stenderlo solo quando sarà compiuta l’ed. critica in preparazione e di
cui sono ap- parsi solo i primi volumi (Opera omnia, studio et cura
Commissionis scotisticae ad fidem codicum edita, Città del Vaticano, 1950
sgg.) che reca .nel I vol. una Disquisitio critica di particolare valore.
Tra le opere già contenute nell’ed. Vivès si possono però considerare
autentiche sicuramente le seguenti: Quaestiones super universalia; Super
praedicamenta; Super Ì. I Periermencias, In Il librum Periermencias;
Secundi operis Periermeneias; Super libros Elenchorum Aristotelis; Super
l. I Priorum; Super l. II Prio- rum; Super l I Posteriorum; Super l. Il
Posteriorum; Quaestiones in libros Aristotelis de anima; De primo
principio; Collationes Oxonienses; Collationes parisienses; Quaestiones
subtilissimae in Metaphysicam Aristo- telis; Opus Oxoniense (Ordinatio o
Liber Scoti); Reportata Parisiensia; Quaestiones quodlibetales XXI. È in
discussione l'autenticità del Tracsazus imperfectus de cognitione Dei,
del De perfectione statuum e dei Theoremata. Sono stati inoltre scoperti
recentemente altri scritti contenenti ampi resoconti dei corsi scolastici
tenuti dallo Scoto a Oxford, a Cambridge e a Parigi; i più importanti
sono noti col nome di Lectura Oxroniensis o Lectura prima e di Reportatio
magna. Edizioni: Opera omnia, a cura di L. Wapprnc, 12 voll.,
Lione, 1639; Opera omnia, a cura di Vivès, 26 voll., Parigi, 1891-1895;
Opera omnia, a cura della Commissione scotista, presieduta dal P. C.
BaLiz, Roma, 1950 segg. (e cfr.
del Bari&, Zur Kritische Edition der Werke ]. Duns Skotus,
“Scriptorium,” 1954, e Au sujet de l'édition critique des oeuvres de ].
Duns Scot, in L'homme et son destin... cit., pp. 229-239). Opus
Oxoniense, a cura di M. FernAnpez Garcfa, Quaracchi (Firenze), 1912,
1914; I. D. Scoti doctrina 645 Bibliografia
philosophica et theologica quo ad res praecipuas, Quaracchi, 1908, 1930?;
Quaestiones et Collationes, inediti, a cura di C. R. S. Harris, 1927;
Tractatus de primo principio, a cura di M. MitLER, Friburgo, 1941 (ed.
crit.); DEODAT De Basty, Capitalia opera collecta (I. Praeparatio
philosophica; I. Synthesis theologica), Le Havre, 1908-1911 (vedi anche
Scozus docens, Le Havre, 1934). È in corso (Madrid, 1960
sgg.) un'edizione bilingue spagnola. Si cfr. anche con trad. it. a
fronte, l'antologia a cura di P. D. Scaramuzzi: Duns Scoro, Summula
(scelta di scritto coordinati in dottrina). Firenze, 1932 e l'antologia a
cura di P. Minces, Joh. Duns Scoti doctrina philosophica et theologica
quoad res praecipuas proposita et exposita, Quaracchi (Firenze).
Bibliografia: Per la bibl. generale cfr. P. Minces, Die skotische Lite-
ratur des 20 Jhts, “Franz. Stud.,” 1917. A. PeLzer, 4 propos de Jean Duns Scot et des études
scotistes, “Rev. néoscol. philos.,” 1923. S. Stmonis, De vita
et operibus B. Duns Scoti iuxta litteraturam ultimi de- cennii, “Ant.,”
1928. V. Comte-Lime, Bibliographie scotiste de langue frangaise
(1900-1934) “Cong. des lecteurs francisc.,” Lione, 1934. M.
Grayewsxi, Skotistic Bibliography of the Last Decade (1929-1939), “Franc.
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1942. E. Bertoni, Vent'anni di studi scotistici (1920-1940), Milano,
1943. O. ScHaErER, Bibl. de vita, operibus et doctrina ]. Duns Scoti... saec. XIX- XX, Roma, 1954.
C. O. HuattacHam, On recent Studies of the Opening Question in Ss
“Ordinatio” “Franc. Stud.,” 1955. Per il lessico
scotista cfr. F. FERNANDEZ Garcfa, Lexicon scholasticum
philosophico-theologicum, in quo termini... philosophiam... spectantes a
B. |. Duns Scoto exponuntur, Quaracchi, 1910. Tra gli
studi generali e tra i pid recenti ci limitiamo a segnalare: P.
Minces, Der Gottesbegriff des Duns Skotus, Vienna, 1906. Ipem,
Verhélinis von Glauben und Wissen..., nach D. Skotus, Paderborn,
1913, J. KLEIN, Der Gottesbegriff des J. Duns Scotus, Paderborn,
1913. M. Hreccer, Kasegorien- und Bedeutungslehre des Duns Scotus,
Tubinga, 1916. A.
Bertoni, Le B. Duns Scosr. Sa vie, sa doctrine et ses disciples, Levanto,
1917. B. Lanpry, La philosophie de Duns Scot,
Parigi, 1922. J. Carreras y ArtAU, Ensayo sobre el voluntarismo de
]. Duns S., Gerona, 1923. E.
Loncpré, La philosophie du B. Duns Scot, Parigi, 1924. A. Pezer,
Reportata parisiensia, “Ann. Inst. philos.,” Lovanio, 1924.
646 Bibliografia C. BaLiz, Les commentaires de Jean
Duns Scot sur les 4 Ul. des Sentences, Lovanio, 1927 (e cfr. dello stesso
A., gli articoli in “Rech. théol. anc. méd.,” 1930, 1931, 1935,
1937). E. Girson, Avicienne et le point de départ de D. S., “Arch. Hist. doct. litt. m. à.,” 1927. C.
R. S. Harris, Duns Scotus, Oxford, 1927; New York, 1959. S.
Vanni-Rovicuni, L'immortalità dell'anima nel pensiero di Giovanni Duns
Scoto, “Riv. filos. neosc.,” 1931. J. CarrERAS Y ARTAU, La doctrina de los universales en ].
Duns Scotus. Una contribucion a la historia de la logica en el siglo XIII,
“Arch. Ibero- Americano,” 1931, G.
SwiezansKI, Les intentions premières et les intentions secondes chez D.
S., “Arch. Hist. doctr. litt. m.-4.,” 1934. d Deopar pe Basty,
Scosus docens..., Parigi, 1934. P. Vicnaux, Humanisme et théologie
de J. Duns Scot, “France franc.,” 1936. S. BeLmonp, Essai sur la
théorie de la connaissance d'après Jean Duns Scot, “France franc.,”
1935. F. Honmann, Ist Duns Skotus Augustinist
oder AristotelikerP “Wiss. u. Weis.,” 1937. A. AntweILER, Der
Glaube nach ]. Duns Skotus, “Wiss. Weis.,” 1937. L. VevTHEy, L’intuition scotiste et le sens du concrète,
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théologiens de S. Augustin è D. S., Parigi, 1938, C. BaLiz,
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1941. Ipem, Dalla dottrina degli universali alla teoria della
conoscenza in Duns Scoto, ibidem, 1941. InpeM, Duns Scoto e
l'argomento del moto, “Riv. filos. neosc.,” 1941. Ipem, L'ascesa a Dio in Duns Scoto, Milano,
1943. R. Messner, Intuition et conception chez D. S., Friburgo,
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bei Thomas von Aquin u. I. Duns Skotus. Vergleich u. Versuch ciner neuen
Synthese, “Wiss. Weish.,” 1958. S. Y. Watson, Univocity and
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Duns Escoto y el objeto de la metafisica, “Rev. Filos.,” 1958. A.
De Postioma, I) volontarismo in G. Duns Scoto, “Stud. Patavina,” 1958. T. BartTH, Duns Scotus
und die Notwendigkeit ciner tibernatitrlichen Offen- barung, “Franz. Stud.,” 1958-1960. M. Frertas, A causalidade
do conhecimiento em Duns Escoto, “Itinerarium,” 1958. T.
BartH, Der Hylemorphismus des ]. Duns Scotus, “Wiss. Weish.,” 1959.
F. ALLuntIs, El “Tratado del primier principio” de Escoto “Verdad y
Vita,” 1960. Inem, Del Ser de Dios y de su unidad,
ibidem. M. Oromi, E! gran “Prélogo” de Duns Escoto, ibidem.
I De Guerra, De la persona y producciones en Dios, ibidem. P. MicHeL, The primum cognitum of Duns Scotus, “Duns
Scotus,” 1960. 648 Bibliografia J.
FinkenzeLLER, Offenbarung und Theologie nach der Lehre des ]. Duns
Skotus. Eine Historische und systematische Untersuchung, (“Bceitrige,”
XXXVIII, 5), Miinster, 1961. Sugli influssi di Duns Scoto sul
pensiero scientifico cfr. soprattutto: P. DuHEMm, Le système du
monde, cit., INI, pp. 491-498; VII, pp. 20-24, 58-59, 108-109, 119-120,
207-213, 224-233, 235-236, 244-245, 249-250, 252-254, 256-260, 273-274,
303-304, 307-308, 313-314, 329-331, 363-368, 405-406, 445-446, 451-452,
454, 455, 505-506, 527-528; VIII, pp. 45-48, 77-85, 88-90, 99-100,
432-434; IX, pp. 36-39, 73-76; X, pp. 27-28, 47-52, 63-64, 72-73, 97-99,
101-102, 105-106, 190-191. A. Marr, Zwei Grundprobleme..., cit.,
pp. 30 sgg., 50 sgg., 61 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik,
cit., pp. 105 sgg., 164 sgg., 229 sgg. Cfr.
inoltre: C. BaLiè, Giovanni Duns Scoto, in Grande Antologia Fi-
losofica, IV, pp. 1335-54 (testi in tr. it. pp. 1355-1409) e O. ScHaEFER,
John. D. Scot, fasc. 22 dei “Bibliographische
Einfiihrungen in das Studium der Philosophie,” Berna, 1953. E v.
GEyER, p. 765-768; DE Brie, nn. 438, 2648, 2649, 3652, 4622, 5527,
7104-7246, 7496; De Wutr, II, pp. 371-377. Sulla
scuola scotista in generale: P. De Marticne, La Scolastique et les
traditions franciscaines, Parigi, 1888. F. GranninI, Studi sulla
scuola francescana, Siena, 1895. A. Bertoni, Le B. Jean Duns Scot. Sa vie, sa doctrine,
ses disciples, cit. D. ScaraMUZZI, Il pensiero di
Giovanni Duns Scoto nel Mezzogiorno d'Italia, Roma, 1927. E.
Girson, Jean Duns Scot, cit. Francesco di Meyronnes
Opere: tra le principali: Esposizione sulle Categorie di Aristotele, Com-
ment. in Physic., Commentario alle Sentenze, Quodlibeta: De primo princi
pio, De univocatione entis, De esse essentiae et existentiae,
Explanationes divinorum terminorum. Infondata l'attribuzione di un
Tractatus de for- malitatibus. Edizioni: Una collezione
pubblicata a Venezia nel 1517 contiene: le Sentenze, i Quodlibeta, De
primo principio, Explanationes divinorum ter- minorum, Tractatus de
formalitatibus. Bibliografia: cfr. Gever, p. 787; De Brie, nn.
7359, 7363; DE WuLE, II, p.9l. In particolare v.:
W. Lampen, F. de Meyronnes, “France francisc.,” 1926, pp. 215 sgg.
E. D'ALENgon, DThC, X, coll. 1634-45.
CH. V. LancLo1s, Fr. de Meyronnes, frère mineur, in Histoire litiér. de
la France, 36, Parigi 1927, pp. 305-42. Bibliografia x
B. RorH, Franz von Meyronnes und der Augustinismus seiner Zeit,
“Franz. Stud.,” 1935, pp. 44-75. IneMm, Franz von Meyronnes:
sein Leben, seine Werke, seine Lehre vom Formalunterschied in Gott, Werl
i. W., 1936. P. DE LAPPARENT, L'oeuvre politique de F. de
Meyronnes, ses rapports avec celle de Dante, “Arch. Hist. doctr. litt. m.
à.,” 1942. J. Barset, Le prologue du commentaire dionysien de
Frangois de Mayronnes (con testo), “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,”
1954. P. DuneM, Le système du monde, cit., VI, pp. 451-474, VII,
pp. 113-116, 120-122, 290-294, 314-315, 318-319, 42042], 451-452,
512-517; VIII, pp. 88-89, 197-199; IX, pp.
148-149, 327-328. Giovanni di Bassoles Opere:
Commentario alle Sentenze (1313). Edizioni: a cura di F. RernauLt-J. F.
FreLLON, Parigi, 1516-1517. Bibliografia: Cfr. GevEr, p. 787; De Brie, n.
7655; De Wutr, III, p. 91. In particolare v.: P.
Dunem, Études sur Léonard de Vinci, II, Parigi, 1909, pp. 373-78;
416-417; III, ivi, 1913, passim. IpEM, Le système du monde, cit., VI, pp. 438-450; VII,
pp. 108-109, 116-120, 131-132, 233-235, 311-315; IX, pp. 384-385.
CH. V. LancLo1s, in Mist. litt. de la France, 36, Parigi, 1924-27, pp.
349-355. E. D’ALENGON, in DThC, II, 475. V. HerNnck,
Die Reuelehre des Skotusschiilers ]. de Bassoles, “Franz. Stud.,”
1941. N. PasieczNIK, John de Bassoles, “Franc. Stud.,” 1953,
1954. Ugo di Novo Castro Opere: Commentario alle Sentenze
(prima del 1323). Inedito. Bibliografia: Cfr.
GevER, p. 787; De Brie, n. 7403; DE Wutr, III, p. 90. K. MickaLsKI,
Le criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV° siècle,
“Bull. Acad. polonaise sc. lett.” 1925. Cu. V. LancLors, in Hist.
litt. de la France, 36, cit. L. Amorés, Hugo von Novo Castro,
O.FM., und sein Kommentar zum ersten Buch der Sentenzen, “Franz. Stud.,”
1933. E. AuwriLer, De codice Commentarii in IV librum Sententiarum
Fr. Hugonis de Novo Castro, O.FM., Washingtonii servato, “Arch.
franc. hist.,” 1935. O. Lornn, Les
vertus morales infuses dans l'école franciscaine au début du XIV siècle,
“Rech. théol. anc. méd.,” 1951. 650
Bibliografia Francesco De Marchia Opere:
Commentario alle Sentenze; Quaestiones super I et II librum Metaphysicae
(Inedite). Bibliografia: Cfr. GeveR, p. 787; De Wutr, III, p. 91. .
EnrLE, Der Sentenzenkommentar Peters von Candia... (“Franz. Stud.
Beihefte”), Miinster, 1925, pp. 253-260. Lanc, Die Wege der
Glaubensbegriindung bei den Scholastikern des XIV Jahrhunderts
(“Beitrige,” XXX, 1-2), Miinster, 1931. . TEETAERT, Pignano (Frangois de); in DThC, XII,
2104-2109. . De SoLano AcuirrE, Fray Francisco de la Marca y la
contribucibn fran- ciscano-medieval al progreso de la ciencias, “Etud.
Franc.,” 1950. A. Mater, Die Volaufer Galileis..., cit., pp. 133 sgg.,
241 sgg. Ipem, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 158 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 82
sgg. P. DuHEM, Le système du monde, cit., VI, pp. 387-389, VII, pp.
227-229, 453-464, 500-501, 517-520; VIII, pp. 325-328. mp
Guglielmo di Alnwick Da Opere: Commento alle Sentenze;
Quodlibeta; Quaestiones de esse in- telligibili. Edizioni:
Quaestiones disputatae de esse intelligibili et de quolibet, a cura di A.
Lepoux (con pref. bibliografica), Quaracchi, 1937.
Bibliografia: Cfr. GeveR, p. 787; DE Wutr, III, p. 90. In
particolare cfr.: M. Brin, in DHGE, II, 662. M. ScHmaus,
Guillelmi de Alnwich doctrina de medio quo Deus cogno- scit futura
contingentia (con ed. di una quaestio), “Bogoslavni Vestnik,” 1932.
A. Marer, Wilhelm von Alnwick Bologneser quaestionem gegen den
Aver- roismus, “Greg.” 1949. Giovanni da Ripatransone
Opere: Commento al I delle Sentenze; Determinationes;
Conclusiones. Edizioni: Determinationes e Conclusiones, ed. A. ComBESs,
Parigi, 1957. Bibliografia: cfr. GevERr, p. 783; De Brie, nn.
5170-7653; DE Wutr, III, p. 91. F. EunrLe, Sentenzkommentar
Peters von Candia, cit., pp. 268-277. H. ScHwamm, Magistri Joannis
de Ripa, O.FM., doctrina de praescientia divina, Inquisitio historica,
Roma, 1930. 651
Bibliografia A. Comes, Jean de Vippa, Jean de Rupa, ou Jean
de Ripa?, “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4.,” 1939. Inem, Jean
Gerson commentateur dionysien, Parigi, 1940, pp. 608-687. Inem, Un
inédit de St. Anselme? Le traité “De unitate divinae essentiae et
pluralitate creaturarum” d’après Jean de Ripa, Parigi, 1944. Inem,
Présentation de Jean de Ripa, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1956.
InpeM, Les références de Jean de Ripa aux livres perdus (II, III, IV) de
son Commentaire des Sentences, ibidem, 1958. Ugolino
d'Orvieto Opere: Commentaria in IV libros Sententiarum (1348);
Sermones de tem- pore; Sermones de Sanctis; De Deo uno et trino
(1372). Edizioni: A. Zumxercer ha pubblicato il
Prologo del Commentario in Hugolinus von Orvieto und seine. theologische
Erkenninislehre, Wiirz- burg, 1941, pp. 267-391; F. Corvino, una quaestio
del L. I. in 7 “De perfec- tione specierum” di Ugolino d’Orvieto, in
“Acme,” 1954, pp. 73-105; 1955, pp. 119-204; ed. F. SrecmùLLer il De
Deo..., in “Annali della Bibl. gov. e libr. civ. di Cremona,” 1954.
Bibliografia: cfr. De Brie, n. 7651; De Wutr,
III, p. 102. In particolare: J. Rousset, H. d’Orvieto.
Une controverse à la faculté de théologie de Bo- logne au XIV® siècle,
“Mél. d’arch. et hist. de l’École frang. de Rome,” 1930. | A. Zum€etter, Hugolin von Orvieto und
seine theologische Erkenntnis- lehre, cit.. Ipem, H. von
Orvieto tiber Urstand und Erbstinde, “Augustiniana,” 1953. IpeM,
Hugolinus von Orvieto tiber Pridestination, Rechtfertigung und Ver-
dienst, ibidem, 1954-1955. Capitolo terzo
Jacopo di Metz Opere: Commento alle Sentenze (due red.: 1295,
1302). Bibliografia: cfr. Gever, p. 768; De Wutr, III, p. 28. In
particolare v.: ‘ M. Grasmann, Mittelalterliches Geistesleben, 1, Monaco,
1926, pp. 404-410. J. Kocx, /. von
Metz, O. P., “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1929. P. Fournier, Jacques de Metz, in Hist. litt., de la
France, 37, Parigi, 1938. 652
Bibliografia Herveo di Nédellec Opere: 1) Quaestiones
super Sententias; 2) Quodlibeta I-IV (discussa l'autenticità di V-X); 3)
Quaestiones disputatae; 4) Commento In librum periermencias; 5) Quaestiones
de praedicamentis; 6) De cognitione primi prin- cipii; 7) De secundis
intentionibus; 8) Scritti polemici contro Jacopo di Metz, Durando di St.
Pourgain, Enrico di Gand. Edizioni: 1) Venezia, 1505; Parigi, 1647;
2) Venezia, 1486; 3) Venezia, 1513; 4, 5, 6, 7,) Parigi, 1489; Venezia,
1513; cfr. inoltre J. G. Sikes, Hervaci Natalis liber de paupertate
Christi et Apostolorum, “Arch. Hist.
doctr. litt. m. à.,” 1938 e L. Hou, Die “Quodlibeta minora” des H.
Natalis, “Miinch. theol. Zeitschr.,” 1955, Bibliografia:
cfr. Gever, p. 771; DE Brie, nn. 7400-7402; De Wutr, III, p. 69. In
particolare v.: C. JELLouscHEK, Verteitigung der Moglichkeit einer
anfangslosen Weltschòp- fung bei E. Nédellec, “Jahrb. Philos. spek. Theol.,” 1912. E. Kress,
Theol. und Wissensch.... an der Hand der Defensa doctrinae D. Thomae des
H. Nédellec, (“Beitrage,” XI, 3-4), Miinster, 1912. W. ScHoeLLcen,
Das Problem des Willensfreiheit b. H. von Gent und H. Nédellec,
Diisse!dorf, 1927. J. SanteLER, Der Kausale Gottesbeweis b. H.
Nédellec..., Innsbruck, 1930. A. Fries, Quaest. super IV libros
Sententiarum H. Nédellec vindicatae, “Aug.” 1936. . A. De GuimarAes, H. Noel. Étude biographique, “Arch.
frat. praed.,” 1938. E. B.
ALLen, H. Natalis, an early “thomist” on the notion of being, “Med. Stud.,”
1960. Durando di St. Pourgain Opere: 1) Commento alle
Sentenze (in we red.; 1303-1312, 1317, 1327); 2) Quaestiones
disputatac; 3) Quaestiones quodlibetales; 4) Tractatus de ha-
ditibus; 5) Quaestiones de libero arbitrio; 6) Additiones al I delle
Sentenze. Edizioni: 1) numerose edd. della III red. dal 1508 in poi; 2)
la Quae- stio de natura cognitionis, ed. J. KocH, in “Op. et Tex.,” VI, Miinster, 1929,
1935; 4) (Quaestio IV) ibidem, VIII, Miinster, 1930.
Bibliografia: cfr. Gever, pp. 768-769; De Brie, nn. 7247-7248; DE
WutF, III, p. 28. In particolare vedi: J.
KocH, D. de S. Porciano, O. P., Forschungen zur Streit um Thomas von
Aquin zu Beginn des 14 Jahrh. 1: Literargeschichtliche Grundlegung,
(*Beitrige,” XXVI, 1), Miinster, 1927. 3. SturLEr, Bemerkungen zur
Konkurslehre des Durand von St. Pourgain, Aus des Geisteswelt des
Mittelalters, cit. 653
Bibliografia P. Fournier, Durand de St. Purcain, in Hist.
litt. de la France, 37, Parigi, 1938, pp. 1-38. J. MùLLER,
Quaestionen der ersten Redaktion von I und Il Sent. des Durand de S.
Porciano în einer Hs. der Bibl. Antoniana in Padua, “Div. Th.” (F.),
1941. J. KocH, Zur der Durandus - Hs. der Bibl. Antoniana von
Padua, ibidem, 1942. A. Mar, Zwei Grundprobleme..., cit., pp.
70 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 186
sgg. P. DunHEMm, Le système du monde, cit., VII, pp. 27-30,
107-108, 492-493, 498-500; VIII, pp. 265-266. Pietro
Aureolo Opere: Tractatus de principiis naturae; Commento alle
Sentenze in due red.; XVI Quaestiones quodlibetales.
Edizioni: Commento (II red.) e Quodlibeta, Roma, 1596, 1605.
Bibliografia: cfr. GevER, p. 769; DE Brie, nn. 7429-7430, 7496; De WutF,
III, pp. 28-29. In particolare v.: R. Drerino, Konzeptualismus in
der Universalienlehre des Franziskanererz- bischofs Petrus Aureulus
(“Beitrige,” XI, 6), Miinster, 1913. B. Lannry, Pierre d’Auréole. Sa doctrine et son réle,
“Rev. Hist. Philos.,” 1928. P. Vicnaux, Justification et
prédestination au XIV® siècle, Parigi, 1934, pp. 43-95. IpeM,
Notes sur la rélation de Pierre d'Auréole à la theologie trinitaire,
“Ann. École prat. hautes étud. Sc. relig.,” 1935. A. Teeraert, in
DThC, XII, 1018-1081. R. ScHMUcKER, Propositio per se nota.
Gottesbeweis und ihr Verhaltnis nach P. Aureulus (“Franz. Forsch.,”) Werl
i. W., 1941. A. Mater, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 202,
207, 211, 262, 267. Inem, Zwei Grundprobleme..., cit., 55 sgg., 62
sgg., 165 sgg. Inpem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 70
sgg. P. Dunem, Le système du monde, cit., VI, pp. 390-425, 444-446;
VII, pp. 99-101, 224-226, 315-317, 327-331, 368-374, 509-512.
S. Vanm RovicHi, L'intenzionalità della coscienza secondo Pietro
Aureolo, in L'homme et son destin..., cit., pp. 673-680.
Enrico di Harclay Opere: Commento alle Sentenze; Quaestiones
disputatae. Bibliografia: cfr. Gever, p. 769; De WutF, III, p.
167. Bibliografia In particolare vedi: F.
PeLster, Heinrich v. Harclay, Kanzler von Oxford und seine Quaestio- nen,
“Misc. Ehrle,” I, Roma, 1924, pp. 307-355. J. Kraus, Die Universalienlehre
des Oxforders Kanzler Heinrich von Har- clay in ihrer Mittelstellung zwischen
skotistischem und ockamistischem Nominalismus, “Div. Th.” (F.), 1932,
1933. A. Ma:er, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 161 sgg., 201
sgg. F. PeLster, Theologisch-philos. bedeutsame
Quaestionen des W. von Mac- clesfield, H. von Harclay, und anonymer
Autoren der englischen Hoch- scholastik, cod. 501 Troyes, “Schol.,”
1953. A. Maurer, H. of Harclay's Questions on immortality, “Med.
Stud.” 1957. Gerardo da Bologna
Opere: Commento alle sentenze; Quodlibeta; Quaestiones ordinariae;
Summa theologica (incompleta). Edizioni: Commento, Venezia, 1622; Summa, le prime 12
quaest. in P. De VoocHt, Les sources de la doctrine chrétienne d’après la
théologie du XIV siècle, Bruges-Parigi, 1954. Bibliografia:
cfr. GevER, p. 775; P. Fournier, in DThC, VI, 1289 sgg. In
particolare v.: B. Xiserta, De “Summa theologiae” magistri Gerardi
Bononiensis O. Carm. “Anal. O. Carm.,” 1923. Ipem, De
scriptoribus scholasticis saec. XIV ex Ord. carmelitarum, Lovanio,
1931. A. Maier, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 161 sgg., 168
sg., 201 sgg. B. Xiserra, Mag. Gerardus Bononiensis. Quaestio de
Dei cognoscibilitate (Sum. theol. q. 13), in Medioevo e Rinascimento
(Studi Nardi) Firenze, 1955, pp. 829-870. B. Smattey, Ger. of Bononia and Henry of Ghent, “Rech.
théol. anc. méd.,” 1955. Guido Terrena Opera:
Commento alle Sentenze (framm.); Quodlibeta; Quaestiones ordinariae;
Quaestiones disputatae; Commenti al De anima, Metaphysica, Physica,
Ethica. Bibliografia: cfr. Geyer, p. 775; P. FourMER, in Hist.
litt. de la France, 36, Parigi, 1927. B. XisertA, De mag.
Guidone Terreni, “Anal. O. Carm.,” 1924. Ipem, De doctrinis theologicis mag. Guidonis Terreni,
“Anal. O. Carm.,” 1925. % Ipem, Guiu Terrana carmelita
de Perpinyà, Barcellona, 1932. 655 Bibliografia
Capitolo quarto Guglielmo d'Occam Opere: a) filosofiche e
teologiche: 1) Commentarii (sive Quaestiones) in IV sententiarum libros;
2) De sacramento altaris; 3) Quodlibeta VII; 4) Tractatus de
praedestinatione et praescientia Dei; 5) Expositio aurea super «eriem
veterem; 6) Summa totius logicae; 7) Summulae in libros physicales; 8)
Tractatus super libros elenchorum; 9) De relatione; 10) Quaestiones in
libros physicorum; 11) De quantitate. b) teologico- politiche: 1)
Allegaziones religiosorum virorum; 2) Opus nonaginta dierum; 3) Dialogus
inter magistrum et discipulum de potestate papae et imperatoris; 4)
Epistula ad fratres minores in capitulo apud Assi- sium congregatos; 5)
De dogmatibus ]ohannis XXII papae; 6) Tractatus contra Johannem XXII; 7)
Tractatus contra Benedictum XII; 8) Com pendium errorum papae Johannis
XXII; 9) Allegationes de potestate im- periali; 10) An rex Angliae; 11)
Brevilogium de principatu tyrannico (dub- bio); 12) Octo quaestiones; 13)
Tractatus de jurisdictione imperatoris in causis matrimonialibus; 14) De
imperatoris et pontificum potestate; 15) De clectione Caroli IV.
c) attribuito “di scuola”: 1) Cenziloqguium theologicum (molto
dubbio); 2) Tractatus de successivis; 3) De puncto et negatione; 4) De
principiis theo- logiae; 5) Compendium logicae; 6) Quaestio de
universali; 7) Quaestio de selatione; 8) Breviloquium de potestate
papae. Edizioni: critiche: a, 1): Quaestio I principalis; ed. PH.
BoHNER, Pader- born, 1939 e I dist. II, 8 in “The new Schol.,” 1942; I
dist. III, 9, 14-15, in “Traditio,” 1943; «, 2) a cura di B. BrrcH,
Burlington (Iowa), 1930; 2, 4) «ed. PH. BòHNER, S. Bonaventure (N. Y.),
1945; 4, 5) PH. BOHNER, Periher- geneias, in “Traditio,” 1946; «, 6) a
cura di PH. B6HNER, S. Bonaventure (New York), 1951-1954 (I vol. rist.
1957); è, 2) ed. E. R. BENNET e J. G. SikEs, in GuiLeLmi De OckHam, Opera
politica, I, Manchester, 1940 (cc. I-VI); 5, 4) ed. L. Baupry, in “Rev.
hist. francis,” 1926; ed. C. K. BrampPtoNn, Oxford, 1929; ed. H. S.
OrrLER, in Opera politica, III, Manchester, 1956; 5, 6), ed. H. S.
OrrLER, in Opera politica, III, cit. (estratti e analisi in R. ScHoLz,
Unbekannte kirchenpolitische Streitschriften aus der Zeit Ludwigs des
Bayern, Roma, 1914, pp. 403-417); è, 7) ed. H. S. OrrLER, in Opera po-
ditica, III, cit. (analisi ed estratti in R. ScHotz, op. cit., pp. 403-417; è,
9) (estratti in R. ScHoLz, op. cit., pp. 417-431); 5, 10) ed. H. S.
OFFLER, in Opera politica, I, cit. (estratti in R. ScHoLz, op. cit., pp.
432-453); 5, 11), ed R. ScHotz, Lipsia, 1944; è, 12) ed. J. Sikes, in
Opera politica, I, cit.; è, 13) ed. H. S. OrrLER, in Opera politica, I,
cit.; è, 14) R. ScHoLz, op. cit., pp. 453- 480; ed. C. K. Brampron, Oxford, 1027; ed. W. Mutper, in
“Arch. franc. Hist.,” XVI-XVII; 5, 15) ed. K. MiLLer, Traktat gegen
Unterwer- 656 Bibliografia
fungsformel..., Giessen, 1888; R. ScHoLz, Conradus de Megenberg. Trak-
tatus contra Wilhelmum Occam, in op. cit., 11, pp. 347-363; c, 2) ed. Pu. BoHNER, S. Bonaventure (N. Y.), 1944; c, 4) L.
Baupry, Le “Tractatus de principiis theologiae” attribut è Guillaume
d'Ockham, Parigi, 1936; c, 6) M. GraBMANN, Quaestio de universali
secundum viam et docirinam Guillelmi de Ockam (“Op. et Tex.,” X) Miinster,
1930; c, 7) G. E. MoHan, The Quaestio de relatione attributed to William
Ockam, in “Franc. Stud.,” 1951; c, 8) L. Baupry, Parigi, 1937. Inoltre F.
Corvino ha pubblicato: Sette que- stioni inedite di Ockham sul concetto,
in “Riv. crit. st. filos.,” 1955; Questioni di Ockham sul tempo, ibidem,
1956; Questioni inedite sul continuo, ibidem, 1958. Altre
edizioni: a, 1) Lione, 1495; a, 2) Parigi s.d., Parigi s.d., Parigi,
1490, Strasburgo, 1491, Venezia, 1504, 1516; a, 3) Parigi, 1487, Oudendlich,
s.d., Parigi s.d., Parigi 1488; Strasburgo, 1491 (rist. anast. Lovanio, 1961);
4, 4) Bologna, 1496 (insieme ad @, 5) Bologna 1946; «, 6) Parigi, 1488,
Bologna, 1498, Venezia, 1508, 1522, 1591, Oxford, 1665; «, 7) Bologna,
1494, Venezia, 1506, Roma, 1637; è, 1) BaLuze-Mansi, Miscellanea, III,
pp. 315-325; EuBEL, Bullarium franciscanum, V, pp. 388-396; è, 2)
Lovanio, 1481, Lione, 1495, in M. Gotpast, Monarchia Romani imperii,
Amsterdam, 1631, Il, Fran- coforte, 1668, III; è, 3) Parigi, 1476, Lione,
1494, in GoLpast, op. cit.; in R. ScHoLz, op. cit., la parte finale
assente nel Goldast (l’ed. GoLpast è ora stata ristampata
fotostaticamente a cura di L. Firpo, Torino, 1959); 6, 5) Parigi, 1476,
Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; b, 8) Parigi, 1476, Lo- vanio, 1481,
Lione, 1495; GoLpast, op. cit.; è, 12) Lione, 1496; Gopast, op. cit.; b,
13) in M. FrEHER, /mperatoris Ludowici III... sententia dispen- sationis,
Heidelberg, 1598; GoLpast, op. cit.; c, 1) Lione, 1495 (insieme al
Commento alle Sentenze). Utile l'antologia a cura di PH. BoHNER
(Oc- kham, Philosophical Writings, a selection edited and translated by
Pu. Bonner), Edimburgo, 1957. Bibliografia: Ricche
bibliografie generali in V. HevncH, in “Franz. Stud.,” 1950, pp. 164-183;
L. Baupry, Guillaume d’Ockham, Parigi, 1950, pp. 273-294. Per il lessico
occamista v.: L. Baupry, Lerigue philosophique de Guillaume d'Ockham. Etude des notions fondamentales, Parigi, 1958. Cfr.
inoltre Gever, pp. 781-782; De Brie, nn. 7237, 7290-7330, 7496, 7507, 7542,
7566; De Wutr, III, pp. 4951. In
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pp. 23-30, 103-108, 213-214, 235-252, 256-257,
281-282, 285-286, 288-290, 338-351, 374-392, 394-395, 402-403, 448-457,
462-465, 511-512; VIII, pp. 85-88, 189-197, 323-325; IX, pp. 188-190,
389-392; X, pp. 27-29, 72-73, 174-178, 184-185, 189-192, 202-204,
209-210, 412-415. . Garcia, Alvaro Pelayo y G. de Ockam y la teorfa de
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Chatton Opere: Commento alle Sentenze; Adversus Astrologos;
Resolutiones questionum; De indivisibilibus (perduto).
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 783; De WuLr, III, p. 91.
In particolare vedi: E. Loncpré, Gualtiero di Chatton, un
maestro francescano di Oxford, “Studi franc.,” 1923. L. Baupry, G. de Chatton et son Commentaire des
Sentences, “Arch. Hist. doctr. litt. m. &.,” 1943-1945.
Gualtiero Burleigh Opere: 1) De vita et moribus philosophorum; 2)
De materia et forma; 3) Commenti ad Aristotele (Etica, Logica, Fsica); 4)
Summa totius logi- tae; 5) Questiones metaphysicales et defensiones
Thomae Aquinatis; 6) In Isagogen Porphyrii; 7) De intentione et
remissione formarum; 8) Super libros politicorum; 9) De substantia orbis;
10) De intellectu agente; 11) In Sent. ll. IV; 12)
De Caelo et mundo; 13) In Aristotelem de Anima; 14) De puritate artis
logicae. Edizioni: 1) Colonia, 1472; ed. crit., Tubinga, 1886; 2)
Oxford, 1500; 4) Venezia, 1508; 5) Venezia, 1494; 6) Venezia, 1481; 7)
Venezia, 1496; 14) ed. Pu.
BéHnER, S. Bonaventure (New York), 1951. Bibliografia: Cfr.
Gever, p. 788; De Wutr, III, p. 168. In particolare v.: P.
Dunem, Études sur Léonard de Vinci, Parigi, 1906-1913, II, pp. 414 sgg.
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pendant le XIV siecle, “Bull. Acad. Polonaise Sc. Lett.,” 1920.
IpeM, Les courants critiques et sceptiques dans la philosophie du XIV°
siècle (“Bull. Acad. Polonaise Sc. Lett.,” Cracovia, 1927). IpeMm,
La physique nouvelle et les différents courants philosophiques au XIV*
siècle, ibidem, 1928. L. Baupry, Les rapports de Guillaume d'Ockham
et Walter Burleigh, “Riv. bist. francis.” 1934. A. Marer, Zu
W. Burleighs Politik-Kommentar, “Rech. théol. anc. méd.,” 1947.
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Galileis..., cit., pp. 98 sg., 257 sg. Ipem, Zwei Grundprobleme...,
cit., pp. 66 sgg., 232 sgg. Ipem,
An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 113 sgg., 196 sgg., 202 sgg.,
242 sgg. S. H. TuÒomson, Unnoticed Questiones of Walter Burley on
the Physics, “Mitt. Inst.
oesterreich. Geschichtforsch.,” 1954. P. DuHem, Le systòme du
monde, cit., VI, pp. 620-622, 671-686; VII, pp. 29-30, 58-59, 90-91, 214-215, 249-259, 287-289,
395-398, 402-403, 499-532; VIII, pp. 50-54, 98-99, 104-106, 188-189,
266-272, 278-279; IX, pp. 187-188; X, pp. 398-404. J. O.
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of Walter Burley, “Medievalia et Humanistica,” 1957. È
PERO i Adamo Woodham (o Goddam) Opere: Commento alle
Sentenze; Quaestiones; Commenti ad Aristotele. Edizioni: Il
Commento, abbreviato “per magistrum Henricum de Hoyta,” Parigi,
1512. Bibliografia: Cfr. GeveRr, pp. 782-783; DE Wutr, III, p.
91. G. LirtLe, Tra Grey Friars in Oxford, Oxford, 1892, pp. 172
sgg. F. EÒÙrte, Das Sentenzenkommentar Peters von Candia..., cit.,
pp. 96-103. K. MicHaLSsKI, Le
criticisme et le scepticisme dans la philosophie du XIV* siècle, cit.
ii Roberto Holkot Opere: Quaestiones super IV libros
Sententiarum; Quodlibeta; Commenti scritturali. Edizioni:
Quaestiones super IV ll. Sent., Lione, 1947, 1505, 1518; Utrum theologia
sit scientia a quodlibet question, ed. J. T. Mucxie, “Med. Stud.,”
1958. Bibliografia: Cfr. GevER, p. 783. In
particolare: P. Dunem, Études sur Léonard de Vinci, cit., II, pp. 399-403. K. MickÒats€i, Les courants
philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV? siècle, cit.
Inem, La physique nouvelle et les différents courants philosophiques
en XIV° siècle, cit. Ipem, Le problème de la volonté è Oxford
et à Paris au XIV® siècle, in Commentariorum Societatis philos. Polon. t.
II, pp. 233-265, Leopoli, 1937. 661
Bibliografia P. GLomeux, La litterature quodlibétique, cit, II,
pp. 258-261. A. Meissner, Gotteserkenntnis und Gotteslehre nach dem
englischen Do- minikanertheologen R. Holkot, Limburgo-Lahn, 1953.
P. DuHEM, Le système du monde, cit., VII, pp. 121-124, 530-532;
VIII, pp- 49-50; IX, pp. 389-394. L. THorwnpike, A new Work by R. Holkot, “Arch. int. Hist. sc.” 1957. Tommaso Buckingham
Opere: Quaestiones sulle Sentenze; Quaestiones disputatae;
Tractatus de infinito. Bibliografia: K.
MicHaLski, Les courants philosophiques è Oxford et è Paris pendant le XIV
siècle, cit. Inem, Le problème de la volonté è Oxford et è Paris au
XIV® siècle, cit. M.-D. CHenu, Les “Quaestiones” de Thomas de
Buchingam, “Stud. med. in honorem R. I. Martin,” Bruges, 1948.
Tommaso Bradwardine Opere: 1) De causa Dei contra Pelagium
et de virtute causarum; 2) Arithmetica speculativa; 3) Geometria
speculativa; 4) Tractatus de pro- portione motuum; Incerta l’esistenza di
un Commento alle Sentenze. Edizioni: 1) ed. E.
Savire, Londra, 1618; 2) Parigi, 1495, 1530; 3) Parigi, 1495, 1516; 4)
Parigi, 1495, Venezia, 1505, Vienna, 1505; e in H. L. Crosry, 'Th. of
Bradwardine. His tractatus de proportionibus. Its
significance for the development of mathematical physics, University of
Wisconsin, 1955. Bibliografia: Cfr. Gever, p.
788; De Brie, n. 7252-7253; De Wutr, III, p. 168. In
particolare v.: S. Haxn, TA. Bradwardinus
und seine Lehre von der menschlichen Wil- lensfreiheit (*Beitrige,” V,
2), Miinster, 1905. P. DuHem, Études sur Léonard de Vinci, cit.,
III, pp. 296-300. K. MicHats€i, Les courants philosophiques è
Oxford et è Paris..., cit. Inpem, Le problème de la volonté è
Oxford et è Paris au XIV® siècle, cit. F. Laun, TA. von Bradwardin,
der Schiiler Augustins und Lehrer Wiclifs, “Zeitschr. f. Kirchengesch.,”
1928. Inpem, Recherches sur Th. Bradwardine, précurseur de Wicliff,
“Rev. hist. philos. relig.,” 1929. Inem, Die Praedestination
bei Wicliff und Bradwardine, in Imago Dei, Giessen, 1932. B.
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der Geisteswelt des Mittelalters, cit., pp. 1169-1180. 662
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Bradwardine, “Isis” 1936. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit.,
pp. 88 sgg. InpeM, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 185
sgg., 240 sgg., 284 sgg. P. Dunem, Le système du monde, cit., VII,
pp. 467-472, 474-475; IX, pp. 74-75,
164-165. G. Lerr, TA. Bradwardine's “De causa Dei)” “Jour. eccl.
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(con testo), “Arch. Hist. doctr. litt. m. 4,” 1958. Gregorio da
Rimini Opere: Commento alle Sentenze; De usuris, ed altri numerosi
scritti inediti, Edizioni: Commento, Parigi, 1482, 1487,
1494, 1647, Venezia, 1532; (rist. St. Bonaventure, Lovanio, Paderborn,
1955); De wswuris, Rimini, 1622. Bibliografia: Cfr. Gever, p. 783;
De Brie, nn. 7379, 7496; DE WuLF, III, p. 102. In particolare
v.: J. WirsoòrrEr, Erkennen und Wissen nach G. von Rimini
(“Beitrige,” XX, 1), Miinster, 1917. P. Dunem, Études sur Lfonard de Vinci, cit., 1I, pp.
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Parigi, 1934. M. ScuùLer, Pridestination, Stinde und Freiheit bei
Gregor von Rimini, “Forsch. z. Geistesgesch.,” III, Stoccarda,
1934. H. ELie, Le “complexe significabile” Parigi, 1937.
A. Mar, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 172 sgg., 176 sgg.,
210-214. Inem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 112
sgg. P. DuHEem, Le système du monde, cit., VII, pp. 21-22, 30-34, 62-63,
65-67, 121-122, 124-126, 131-144, 146-148, 150-152, 155-157, 330-338;
VIII, pp. 111-112, 276-278; X, pp. 71-73, 175-179. Giovanni di
Mirecourt Opere: Comment. alle Sentenze; due Apologiac;
Quaesiones. Edizioni: Cfr. C. Du PLEssIS D'ARGENTRE, Collectio
iudiciorum, 1, Parigi, 1724, pp. 343-345; H. DenirLe, Chartularium
Universitatis Pari siensis, II, Parigi, 1891, pp. 610-614 (con il testo
delle proposizioni con- dannate nel 1347); Apologiae, ed. F. SrecmùLLER,
in “Rech. théol. anc. méd.,” 1933; Giovanni di Mirecourt, Questioni
inedite sulla conoscenza, a cura di A. FranzineLLI, “Riv. crit. st.
filos.,” 1958. 663 Bibliografia
Bibliografia: Cfr. Gever, p. 783; De Wutr, III, p. 117. In particolare
v.: S. Haun, TA. Bradwardinus und seine Lehre von der menschlichen
Wil- lensfreiheit, cit., pp. 50 sgg. A. Birkenmayer, Ein
Rechifertigungsschreiben ]. von Mirecourt (“Bei- trige,” XX, 5),
Miinster, 1922. J. Horer,
Biographische Studien iiber Wilhelm von Ockham, cit., pp. 230 sgg. K. MichHatski, Les cowrants
philosophiques è Oxford et è Paris... cit., pp. 78-81. IpeM,
Les sources du criticisme et du scepticisme dans la philosophie du XIV®
siècle, in La Pologne au Congrès int. de Bruxelles, Cracovia, 1924.
Ipem, Le criticisme et le scepticisme..., cit. IpeM, Le
problème de la volonté..., cit. F. Ere, Der Sentenzekommentar
Peters von Candia, cit., pp. 103-106, 273. Su Pietro di Ceffons
cfr.: D. Trapp, Peter Ceffons of Clairvaux, “Rech. théol.
anc. méd.,” 1957. Nicola d'Autrecouri Opere: Commento
al I delle Sentenze; Commento alla Politica; Epi- stole a Bernardo
d'Arezzo; Exigit ordo executionis. Edizioni:
Epistole in J. Lappe, N. von Autrecourt... (cfr. bibl.); Exigit
ordo executionis, in }. R. O°DonneL, Nicholas oj
Autrecourt... (cfr. bibl.). Bibliografia: Atti del processo in DENIFLE,
Chartularium, cit., II, pp. 756-787.
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Autrecourt, “Riv. filos. neosc.,”
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713-715; VII, pp. 20-23. La bibl. generale in GeyER, p. 783; De
Brie, nn. 7660-7661; De Wutr, III, p. 154, Giovanni
Buridano Opere: 1) Summulae o Compendium Logicae; 2) Quaestiones
in libros Politicorum Aristotelis; 3) Quaestiones super octo physicorum
libros; 4) Quaestiones in libros Politicorum Aristotelis; 5) Quaestiones
in libros de gnima; 6) In metaphysicam Aristotelis quaestiones; 7) In
Ethicum quae stiones. Edizioni: 1) Parigi,
1487; 2) Parigi, 1500; 3) Parigi, 1509; 4) Parigi, 1516; 5) Parigi, 1518;
il Tractatus de suppositionibus a cura di M. E. Reina, in “ Riv. crit.
st. filos.,” 1957. Bibliografia:
cfr. Gever, pp. 783-784; De Brie, n. 7640; De Wutr, III, p. 152.
P. DuHEm, Ézudes sur Léonard de Vinci, cit., II, pp. 379-384, 420-423;
III, pp. 1-259, 279-286; 350-360. IpeM, Le système du monde,
cit., IV, pp. 124-142, 151-153, 163-165; VI, pp. 697-729; VIII, pp.
54-56, 99-104, 108-112, 126-127, 200-218, 224-225, 278-288, 290-293,
307-309, 313-314, 318-342; IX, pp. 56-71, 76-77, 188-199, 201-205,
209-210, 218-219, 225-226, 230-231, 293-300, 305-309, 311-314, 320-323,
349-356, 394-395, 420-421; X, pp. 44-45, 59-60, 63-69, 72-73, 86-94,
104-105, 111-112, 120-121, 129-130, 142-147, 174-175, 181-182, 190- 191,
203-204, 225-229, 240-242, 330-335, 338-339, 365-367, 413-415, 422-423,
435-436. K. MicHaLsKi, Les courants philosophiques..., cit.
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Edizioni: Il Commentario all’Ethica, Venezia, 1500. Bibliografia:
L. BartoLoMÉ, Fr. Ger. de Odon, Murcia, 1928. P. DuHem, Le système du monde, cit., VI, pp. 479, 667;
VII, pp. 403-407; VIII, pp. 89, 107; X, pp. 272-273. A. Marer, Die
Vorliufer Galileis..., cit., pp. 161 sgg., 166. IpeM, Zwei
Grundprobleme..., cit., pp. 69 sgg. Giovanni
Marbres Opere: Quaestiones sulla Fisica (1329-1342).
Edizioni: Padova, 1475; Venezia, 1492, 1516, 1520. Bibliografia:
L. Baupry, En lisant Jean le Chanosne, “Arch. hist. doctr. litt. m. 4.”
1934. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 23, 135, 163,
166, 187, 214, 245. IpeMm, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 69 sgg.,
199 sgg. lpem, An der Grenze
von Scholastik..., cit., pp. 86 sgg., 109. P. DuHem, Le système du
monde, cit., VI, pp. 386-390, 400-402, 427-429; VII, pp. 200-201,
225-229, 231-234, 239-240, 251-254, 290-291, 317-323, 327-328, 334-335,
350-351, 395-396, 404-405, 414-415; VIII, pp. 157-158, 199-200; X, pp.
205-206. Nicola Bonet Opere: Commenti
alla Metafisica, alla Fisica, alle Categorie, una Theo- logia naturalis,
Formalitates in via Scoti. Edizioni: Venezia, 1485, 1505,
1515. Bibliografia: M. De BarceLonE, N. Bonet
Tourangeau, doctor proficuus, “Etud. Franc.,” 1925. F.
O'Brian, in DHGE, IX, 849-852. V. Doucer, in “Arch. franc. hist.,”
1933-1934. A. Maier, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 177 sgg.,
207 sgg. IpeMm, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 198 sgg.
P. Dunem, Le système du monde, cit., VI, pp.
474-509, 645-655; VII, pp. 126-130, 259-268, 293-297,
308-311, 403-436, 438-440, 452-453, 456-457; VIII, pp. 89-92, 129-130,
198-199, 275-279; IX, pp. 174-178, 194-216; X, pp. 240, 373, 388.
666 Bibliografia Capitolo quinto
Riccardo Fitz Ralph Opere: Commento alle Sentenze; Sermones; Summa
contra Armenos. Bibliografia:
Cfr. De Wutr, III, p. 168. K. MicHALSRI, Le criticisme et le
scepticisme..., cit. Ipem, Le problème de la volonté..., cit.
A. Gwwnn, Richard Fitz Ralph, Archbishop of Armagh, “Studies,”
1933, 1934, 1935, 1936, 1937. A.
Maier, Die Vorldufer Galileis..., cit., pp. 174 sgg. Giovanni
Baconthorpe Opere: Commento alle Sentenze; vari Commenti
scritturali; Commenti al De anima, alla Metaphysica, all'Ethica di
AristorELE; Commenti al De trinitate e al De civitate Dei di Acostino;
Commento agli scritti di Anselmo di Aosta; Quodlibeta; Sermoni
spirituali. Edizioni: Il Commento alle Sentenze nelle edizioni di
Lione, 1484; Pa- rigi 1484-1485; Milano, 1520; Venezia, 1525-1527;
Cremona, 1618; Madrid, 1754. I Quodlibeta nell'ed. di Cremona t. 2 inf. e
Venezia, 1527. Bibliografia: cfr. GEvER, p. 787. In
particolare: B. Xiserta, De magistro |. Baconthorpe, “Anal. Ord.
Carm.,” 1927. Ipem, Joan Baconthorpe Averroista?, “Criterion,”
1927. Ipem, De scriptoribus scholasticis s. XIV ex Ordine
Carmelitarum, Lovanio, 1931, pp. 167-240. Crisocone du Saint-SacraMENT,
Maftre Jean Baconthorpe, “Rev. néosc. philos.,” 1932. K. LyncHn, De distinctione
intentionali apud |. Baconthorpe, “Anal. Ord. Carm.,”
1932. Nico di S. Brocarpo, I! profilo storico di Giovanni
Baconthorpe, “Epheme- rides Carmeliticae,” 1948. A. Marer,
Zwei Grundprobleme.., cit., pp. 57 sgg., 191 sgg. Anastasio di S.
Paoro, in DHGE, VI, 87-90. B.
Smattey, /. Baconthorpe's postill on St. Matthew, “Med. Ren. Stud.,”
1958. Giovanni di ]andun Opere: De
laudibus Parisius; Commento all'Expositio problematum Aristotelis di
Pietro d’Abano; Commentari al De anima, De coelo et mundo, Physica,
Metaphysica di Aristotele e al De substantia orbis di Averroà. Avrebbe
inoltre scritto le seguenti opere di cui non è rimasta traccia:
667 Bibliografia Quaestiones de formatione foetus;
Quaestiones de gradibus et pluralitate formarum; Tractatus de specie
intelligibili; Duo tractatus de sensu agente. Edizioni: De anima,
Venezia, 1473; Physica, ivi, 1488; De Caelo et mundo, ivi, 1501; Parva
naturalia, ivi, 1505; Metaphysica, ivi, 1525; tutte più volte ristampate;
De substantia orbis, ivi, 1481; De laudibus Parisius, ed. Le Roux pe Lincy e TissERanT, in Paris et ses historiens
au XIV® et XV* siècles, Parigi, 1868, pp. 1-79. Bibliografia:
Cfr. Geyer, p. 786; De Wutr, III, p. 152. In particolare v.:
N. Vators, Jean de ]Jandun, in Histoire litt. de France, 33, Parigi,
1906, pp. 528-623. P. Dunem, Le système du monde, cit.,
IV, pp. 96-104; V, pp. 571-580; VI, pp. 534-536, 543-575.
E. Girson, É:udes de philosophie médiévale, Parigi, 1921, pp.
51-75. J. Rivière, in DThC, VIII, 764-765. M. Grasmann,
Mittelalterliches Geistesleben, cit., II. A. Marr, Die Vorliufer Galileis...,
cit., pp. 185 sgg. Ipem, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp.
42 sgg. . Dunem, Le système du monde, cit., VIII, pp. 93-99,
104-106, 155-157, 263-265; IX, pp. 173-177, 387-389, 395-396; X, pp.
391-392. . Maurer, John of Jandun and the Divine
Causality, “Med. Stud.,” 1955. . THornpIKE,
Jean de Jandun on Gravitation, “Jour. Hist. Ideas,” 1958. .
GricnascHI, Il pensiero politico e religioso di Giovanni di ]andun,
“Bull. Ist. stor. ital. m. e.,” 1958. + PaccHi, Note sul Commento
al “De anima” di Giovanni di ]andun, “Riv. crit. st. filos.,”
1958-1959. lac] > zrp Taddeo da
Parma Opere: Commento al De anima; due Quaestiones disputatae;
Quaestio de augmento; Quaestio de elementis; Expositio sulla Theorica
planetarum di Gerardo da Cremona. Edizioni: Le “Quaestiones
de anima” di Taddeo da Parma, a cura di S. Vanni-RovicHi, Milano,
1951. Bibliografia: De Brie, n. 7672; De Wutr, III, p. 175.
In particolare v.: M. Grasmann, Mittelalt. Geistesleben,
cit., II, pp. 239-60. S. Vanni-RovicHi, La psicologia averroistica
di T. da P., “Riv. filos. neoscol.,” 1931, A. Marr, Ein
Beitrag zur Gesch. des italienischen Averroismus im XIV., Jahrh.,
“Quellen und Forsch. aus ital. Arch. u. Bibl.,” 1944, pp. 141 e
145. 668 Bibliografia Ipem, Die
Vorlaufer Galileis..., cit., pp. 259-269. Ipem, An der Grenze von
Scholastik..., cit., pp. 103 sgg. Angelo d'Arezzo
Opere: Commento all'Isagoge; Commento alle Categorie (inediti).
Bibliografia: M. Grasmann, Mittelalt. Geistesleben, cit., II, pp.
261-271. Matteo da Gubbio Opere: Quaestiones;
Commento alle Meteore; Quaestiones de anima? (inedite).
Bibliografia: C. Piana, Contributo allo studio delle correnti dottrinali
nell'Univ. di Bo- logna nel sec. XIV,
“Ant.” 1948. A. Marr, Die Vorlaufer Galileis..., cit., pp. 257 sgg.
Urbano da Bologna Opere: Trattato sui Commenti
averroistici alla Physica. Edizioni: Venezia, 1492, con prefazione di
Nicoletto Vernia. Bibliografia: De Wutr, III, p. 172.
A. SorsetLI, Storia dell'Università di Bologna, 1, Bologna, 1940, p.
143. Pietro d’' Abano Opere: Conciliator
differentiarum phylosophorum et praecipue medi- corum; Liber
compilationis physonomiae; Expositio problematum Aristo- telis; Lucidator
astronomiae, ed altre inedite. Edizioni: Conciliator, Venezia,
1476; Liber.., ivi, 1482; Expositio, Padova. 1482; Lucidator, frammenti
in P. DuHEM, Le système du monde, IV, Pa- rigi, 1913, pp. 229-263.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 786; De Brie, nn. 6882-6883; De WuLF,
III, p. 175. S. FerrarI, / tempi, la vita, le dottrine di Pietro
d’Abano, Genova, 1900. Ipem, Per la biografia e per gli scritti di Pietro
d'Abano, “Mem. R. Accad. dei Lincei,” S. V, v. XV, 8, 1918.
B. Narpi, La teoria dell'anima e la generazione delle forme secondo
Pietro d'Abano, “Riv. filos. neosc.,” 1912. P. DuHem, Le système du monde, cit., IV, pp. 229-263;
VIII, pp. 164-166; IX, pp. 29-30, 150-155, 283-290; X, pp.
327-329. B. Narpi, Intorno alle dottrine
filosofiche di Pietro d’Abano, “N. Riv. stor.” 1920-1921.
669 Bibliografia Ipem, Dante e Pietro d'Abano,
in Saggi di filosofia dantesca, cit., pp. 43-65. L. THÒornpikE, A History of magic and experimental
Science, cit., Il, pp. 874-947 (con Bibl. completa
degli scritti). C. Gucon, Pietro d'Abano e l'averroismo padovano,
“Atti XXVI riunione Soc. ital. progr. sc.” Roma, 1938, pp. 334-339.
E. Troito, Averroismo e aristotelismo padovano, Padova, 1939.
Inem, Per l'averroismo padovano o veneto, “Atti R..Ist. Veneto,”
1939-1940. B. Narpi, Studi sull’aristotelismo padovano dal secolo
XIV al XVI, Firenze, 1958, pp. 1-74 (i due primi saggi, rivisti e
rielaborati). Cecco d'Ascoli Opere: L’Acerba; De
principiis astrologiae; De eccentricis et de epyciclis; Tractatus in
sphaeram. Edizioni: L’Acerba, a cura di P. Rosario, Lanciano, 1913;
di A. Crespi, Ascoli Piceno, 1927; De principiis..., ed. G. Borriro,
Firenze, 1905; De eccentricis..., ed. BorFITO, ibid., 1905.
Bibliografia: C. Casretti, La vita e le opere di Cecco
d'Ascoli, Bologna, 1892. V. PaoLETTI, Cecco d’Ascoli, Bologna,
1905. A. Beccaria, / biografi di Cecco d'Ascoli e le fonti per la sua
storia e la sua leggenda, “Mem. Acc. sc. di Torino,” S. II,
1915. Capitolo sesto Maestro Eckhart Opere:
"Tra le mumerose opere in latino e in volgare citiamo: Reden der
Unterscheidung; Collatio in librum Sententiarum; Tractatus super Oratione
dominica (tutti intorno al 1298); Quaestiones: Utrum in Deo, Utrum intel-
ligere Angeli; Utrum laus Dei (1302-1304); Quaestiones: Aliquem motum,
Utrum in corpore Christi (1311-1314); Buch der gottlichen Trostung; Ser-
mone vom dem edlen Menschen (1310-1313); Opus tripartitum (1314-15-
1323); Opus expositionum (Prologi, In Genesim 1) (I forma); In Exodum (I
forma); In Eccl. c. XXIV, In Sapientiam, In Genesim I (II forma); In
Exodum (Il forma); In Genesim Il; Liber parabolarum Genesis, In Johannem;
Sermoni lat. e ted. Edizioni: Le Opere latine a cura del DenirLE
in “Arch. f. Liter. und Kirchengesch. d. Mittelalters,” II, 1886; le
Opere tedesche, già edite a cura di F. PreiFrFer (in Deutsche Mystiker
des-XIV Jahrh., II, Gottinga, 1857), sono ora edite insieme alle latine
da W. KoHLHAMMER, a cura di K. Werss, J. Kock, K. Christ, E. Benz, J.
Quint, Stoccarda-Berlino, 1936 sgg. Un’al- 670
Bibliografia tra ed. delle op. latine a cura di G. THfry e di R.
KLIBANSKI, Lipsia, 1934- 1936 si è fermata al f. III. Tra le tradd. it.
ricordiamo: Prediche e trattati, a cura di G. C. con intr. di E.
Buonaruti, Bologna, 1928 e l’ant. La nascita eterna (con testi a fronte)
a cura di G. Faccin, Firenze, 1953. Per altre edizioni particolari
di testi e documenti cfr.: G. Tufry, Édition critique des pièces
relatives au procès d'Eckhart, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,” 1926-1927; Le Commentaire de
M. E. sur le livre de la Sagesse, ibidem, 1928-1929. E.
Loncpré, Questions inédites de M. E., “Rev. Néoscol. Philos.,” 1927.
Neuaufgefundene Pariser Questionen M. E. und ihre Stellung in
seinem geistigen Entwicklungsgange, a cura di E. LoncpPré e di M.
GRABMANN, “Abhandl. Bayer. Akad. Philos. Kl.,” XXXII, 7, Monaco,
1927. B. GevER, Quaestiones et sermo parisienses, Bonn, 1931.
Bibliografia: Per l’amplissima bibl. cfr. Gever, pp. 779-780; De
BRIE, nn. 3661, 6885-6987, 7406, 7553, 9477, 22216; De Wutr, II, pp.
350-352. Cfr. anche G. Faccin, M. E. e la mistica preprotestante, Milano,
1946. Ci limitiamo qui a citare:
F. Jostes, M. Eckhart und seine Jiinger, Lipsia, 1915. X. De
Hornsrein, Les grands mystiques allemands du XIV siècle, Lucer- na,
1922. V. LeHMmann, Meist. Eckhart, Jena, 1919. O. Karrer,
Meist. Eckhart, Monaco, 1926. G. DeLta Votpe, Il misticismo
speculativo di Maestro Eckhart nei suoî rapporti storici, Bologna,
1930. E. Seeserc, Meister Eckhart, Tubinga,
1934. K. OLtManns, M. Eckhart, Francoforte, 1935. B.
Peters, Gottesbegriff M. Eckharts, Amburgo, 1936. A. Dempe, Meist.
Eckhart. Eine Einfiihrung in sein Werk, Lipsia,
1934, n. e. Friburgo, 1960. M. H. Laurent, Autour du
procès de Maître Eckhart. Les documents des Archives Vaticanes,
“Div. Th." (P.), 1936. O. BoLza, Meister Eckhart als Mystiker,
Monaco, 1938. M. DaLcmann, Die Anthropologie Meister Eckharts, Tubinga,
1938. B. J. MiLLer-THyn, On the University of
Being in Meister Eckhart, New York, 1939. H. EseLinc,
Meister Eckharts Mystik. Studien zu der Geisterkampfen um die Wende
des 13 Jahrh., Stoccarda, 1941. J. M. CLark, The Great German
Mystics, Eckhart, Tauler, Suso, Oxford, 1949, O. Spann,
M. Eckharts mystische Philosophie, Vienna, 1949. M. A. Licxer, M. Eckhart
und die “Devotio Moderna," Leida, 1950. H. DenirtLe, Die deutschen
mystiker des 14. Jahrhunderts. Beitrige zur Deutung ihrer Lehre,
nuova ediz. a cura di O. Spiess, Friburgo, 1951. 671
Bibliografia G. Detta Votpe, Eckhart o della filosofia
mistica, Roma, 1952. H. Hor, Scintilla
animae. Eine Studie zu einem Grundbegriff in Meister Eckharss
Philosophie..., Lund-Bonn, 1952. Tu. StemBucHEL, Mensch und Gott in
Frimmigheit und Ethos der deutschen mistik, Diisseldorf, 1952. M.
BinpsHepLERr, Meister Eckharts Lehre von der Gerechtigheit, “Stud.
Philos.,” 1953. B. ScHmoLpt, Die deutsche Begriffssprache Meister
Eckharts Studien zur philos. Terminologie des Mittelhochdeutschen,
Heidelberg, 1954. G. SrePHENSON, Gortheit und Gott in der speculativen
Mystik Meister Eckharts, Bonn, 1954. . Kopper, Die Metaphysik Meister Eckharts, Saarbriicken,
1955. . AnceLET-HusracHe, Maftre Eckhart et la mystique rhénane, Parigi,
1956. . LueseNn, Die Geburt des Geistes. Dus Zeugnis M. Eckharts,
Berlino Wilmersdorf, 1956. K.
Or.rmanns, M. Eckhart, Francoforte sul Meno, 1957. . KeLLec, M. Eckharts
doctrine of divine subjectivity, “Downs. Rev.,” 1958. . G. Kertz,
M. Eckhart's teaching on the birth of the divine Word in the soul,
“Traditio,” 1959. . FiscHEr, Die theologischen Werke M. Eckharts,
“Schol.,” 1960. . Benz, Mystik als Seinserfiillung bei M. Eckharts in
Sinn und Sein, cin philos. Symposion
F. S. von Rintelen gewidmet, Tubinga, 1960. . Lossxy, TAéologie négative
et connaissance de Dieu chez M. Eckhart, Parigi, 1960. . Eckhart
der Prediger. Festschrift 2. Eckhart-Gedenkjahr. Hrsg. von M. Nix u. R.
OecxHstin, Friburgo, Basilea, Vienna, 1960. L. Héoi, Metaphysik u. Mistik
im Denken des M. Eckhart, “Zeitschr. f. kathol.
Theol.,” 1960. J J G P K
H E V. M Giovanni Tauler Opere:
Sermoni: edd.: Lipsia, 1498; Augusta, 1508; Basilea, 1521, 1522; Colonia,
1543; in ted. moderno, Francoforte s. M., 1833, 1864; trad. lat.:
Colonia, 1548. Trad. it.: Sermoni, a cura di R. Spaini Pisaneschi,
Firenze, 1929; Prediche, Milano, 1942. Trad. franc.: Parigi,
1927-1935. Bibliografia: cfr. Gever, pp. 789-790; De Brie, nn.
7274-7276, 7553. In particolare: L. Naumann,
Untersuchungen zu ]. Taulers deutschen Predigten, Halle,
1911. A. V. MùtLer, Luther und Tauler auf ihren Zusammenhang
untersucht, Berna, 1918. 672 Bibliografia E. Hucueny, Le
doctrine mystique de Tauler, “Rev. sc. philos. théol.,” 1921.
G. THéry, Esquisse d’une vie de Tauler, “Suppl. de la Vie Spirituelle,”
1927. F. W. WentzLarr-EccesErT, Studien zur Lebenslehre Taulers,
Berlino, 1940. P. PourraTt, Le spiritualité Chrétienne, II, Parigi,
1947. Ipem, in DThC, XV, 66-79. C.
J. LieFrrInck, De middelnederlandsche Taulerhandschriften, Groninga,
1936. M. De Ganpitac, De Johann Tauler à Heinrich
Seuse. Leur doctrine spiri- tuelle, “Étud. Germaniques,” 1950.
Inpem, Valeur du temps dans la pédagogie spirituelle de Jean Tauler,
“Con- férence Albert le Grand,” Montréal, 1956. G. TERMENÉN
SoLfs, Trascendencia del conoscimiento racionale en Tauler, in L'homme et
son destin... cit., pp. 689-698. Enrico Scuse Opere:
Btichlein der Wahrheit (1327 ca.); Biichlein der ewigen Weisheit
(1328-1330 ca.); Leztere; Epistole; L'Exemplar (correzione delle copie
ine- satte dei suoi scritti); Horologium Sapientiae. Edizioni:
Opera ed. crit. di K. BreHLMEyER, Stoccarda, 1907; dell’Exem- plar in
ted. mod. a cura di H. DenirLe, Monaco, 1880; nuova ed. dello Horologium,
Torino, 1929; tr. fr. Oeuvres mystiques du
b. Henri Suse, di G. THirioT, Parigi, 1899; tr. it. Diglogo
della Verità, a cura di A. LEvASTI, Lanciano, 1923; Scritti scelti, a
cura di R. Sparni-PisanEscHI, Torino, 1936; Il libro della saggezza
eterna, Milano, -1942. Cfr. inoltre: D. Pranzer, Der Textgeschichte und
Textkritik des Horologium Sapientiae des sel. Heinrich Seuse, “Div. Th.”
(F.), 1934. Bibliografia: cfr. G. Faccin, Meister Eckhart e la
mistica tedesca prepro- testante, cit., pp. 386-389. E cfr. Geyer, p.
790; De Brie, nn. 7284-7289; De Wutr, Til, p. 196. In
particolare: S. HaHn, H. Susos Bedeutung als Philosoph, “Beitrige,
Suppl. 1,” Miinster, 1913.
X. De Hornstern, Les grands mystiques allemands..., cit.
Ipem, Le b. Henri Suse, “Rev. tom.,” 1922. E. Levasti, Enrico
Seuse, “Riv. filos. neosc.,” 1923. R. ScHwarz, Das Christusbild des
deutsch. mystikers H. Suso, Bamberga, 1934. U. Wermann, Die Seusesche Mystik und ihre Wirkung auf
die bildende Kunst, Berlino, 1938. C. Gròser, Der Mystiker Hein. Seuse, Friburgo,
1941. J. AnceLET-HusracHe, Le 5. H. Suse, Parigi, 1943. J. A.
Bizet, Henry Suso et le déclin de la Scholastique, Parigi, 1946.
673 43. Bibliografia M. De Ganpittac, De
Johann Tauler è Heinrich Sceuse..., cit., “Étud. Germaniques,” 1950.
Cfr. inoltre: J. H. NicoLas, Études sur Susé, “Rev. thom.,” 1949. Giovanni
Ruysbroeck Opere: Trattati in dialetto fiammingo tra i quali
particolarmente impor- tanti: // regno degli amanti di Dio; Le nozze
spirituali; Lo specchio della salute eterna; Il libro della più alta
verità; Il libro dei dodici beghini. Edizioni: Werken, ed. compl.,
Anversa, 1944-1948?; tr. it. Lo specchio dell'eterna salute, in F. Fori,
Vita e dottrina del b. Giovanni Ruysbroeck, Roma, 1909; L'ornamento delle
nozze spirituali, tr. D. GruLiorti, Lanciano, 1916; Pagine scelte, tr. di
G. Mariani, Milano, 1929; Gradi dell'amore spi- rituale (col titolo Vita
e dottrina del b. G. Ruisbrochio), tr. F.
N., To rino, 1930; tr. franc.: Oeuvres de Ruysbroeck l’Admirable,
Bruxelles, 1915- 1938. Bibliografia:
La bibl. completa fino al 1931 in: Jan van Ruysbroeck. Leven, Werken, Malines-Amsterdam, 1931; cfr.
GEYER, pp. 790-791; Dr Brie, nn. 7277-7283; De Wutr, III p. 196.
Cfr. inoltre: G. DoLezicH, Die Mystik J. v. Ruysbroeck de:
Wunderbaren, “Breslauer Stud. z. hist. Theol.,” 1926. V. Van De Voorne, Ruusbroec en
de geest der mystick, Anversa, 1934. L. Bricuf, in DHhC, XIV,
408-420. A. Comes, Essai sur la critique de Ruysbroeck par Gerson,
Parigi, 1945- 1948. A. Ampe, Kernproblemen uit de leer van
Ruysbroeck, Tielt, 1950-52. P. Henry, La mistique trinitaire du
Bienheureux Jean Ruusbroec, “Rech. sc. relig.,” 1952.
Per Gerardo di Groot vedasi: Gerardi Magni Epistolae, a cura di W.
MurLper, Anversa, 1933; Chronica Montis Sanctae Agnesis, a cura di M. J.
Pont, Opere di Tommaso da Kempis, VII, Friburgo, 1922; R. D. Post,
De Moderne Devotie, Geert Groote en zijne stithtingen, Amsterdam,
1940. Per il Francofortese o Deutsche Theologie cfr. l’ed.
Un, Berlino, 1926 (tr. ital. a cura di G. Prezzolini). La bibl., in
Faccin, Giovanni Eckhart e la mistica preprotestante..., cit; e cfr. C.
VasoLi, La “Teologia tedesca” in “Riv. crit. st. filos,” 1953.
674 Bibliografia Capitolo settimo Giovanni
Wycliff d Opere: De ideis; Tractatus de logica; Summa de ente
(tutti prima del 1374); De dominio divino (1375); De civili dominio
(1376); De veritate Scrip- turae; De Ecclesia; De officio regis (tutte
intorno al 1378); De potestate Papae; De ordine christiano; De apostasia;
De eucharestia (1379); Trialogus (1382), ed altri scritti minori
filosofici e teologico-politici. Edizioni: La Opera a cura della
“Wycliff Society” di Londra in 36 voll., 1883 sgg.; il Trialogus anche
nell’ed. LecHLER, Oxford, 1869; la Summa de ente (L. 1, tr. 1-2), Londra,
1930. Bibliografia: Sul significato e l’opera storica di W. cfr.
soprattutto B. L. Mannino, in Cambridge medieval History, VII, Cambridge,
1932, c. 16 e ampia bibl. a pp. 900-907. Inoltre
cfr.: R. L. Poore, Wicliff and the movements for Reform, Londra,
1889. J. GarronER, Lollardy and the Reformation in England, Londra,
1908. J. LosertH, Wiclif und der Wiclifismus, “Realencycl. f. prot. Theol.
u. Kirche,” XXI, 225-244 (con ampia bibl.). H. B.
Workman, /. Wiclif. A Study of the English medieval
Church, Oxford, 1926. S. H. TÒÙomson, A /ost chapter of
Wiclif “Summa de ente” Cambridge, 1929. Inpem, The
philosophical basis of Wiclif theology, “Jour. of relig.,” 1931. I.
H. STEIN, Another “lost” chapter of Wiclif “Summa de ente” Spec.” 1933.
L. Baupry, A propos de Guillaume d'Ockham et
de Wiclif, “Arch. Hist. doctr. litt. m.-.,”
1939. L. Cristiani, in DThC, XV, 3585-614. W. Lanc,
Glauben und Wissen bei Pecok und Wicliff, Diesdorf, 1940. J. B. Mc
Fartane, Wiclif and the Beginnings of English nonconformity, Londra,
1952. Giovanni Huss Opere: Cfr.
l'Opera Omnia, ed. V. FLAsJHANS - M. KominskovA, Praga, 1903-1908; v.
anche: /. Hus et Hieronimi Pragensis martyrum Christi historia et
monumenta, a cura di FLacio ILLiRIco, Norimberga, 1589. Bibliografia: L. KruMmmEL, Geschichte der
bbemischer Reformation, Gotha, 1866. J. LoserTH, Hus und Wicliff
zur Genesis des husitisch. Lehre, Praga, 1884, Monaco, 1952.?
G. LecHier, Johannes Huss, Halle, 1890. 675
Bibliografia F. Lirzow, Life and times of master J. Huss,
1909. D. S. ScHarr, /. Huss. His Life, Teaching and Death after
five hundred years, New York, 1915. A. Haucx, Srudien zu J.
Huss, Lipsia, 1916. F. EurLE, Der Sentenzekommentar Peters von
Candia, cit., pp. 20, 146, 182. P. MoncetLe, in DThC, VII,
333-346. F. Srrunz, /. Hus, sein leben und sein Werk, Monaco,
1927. H. ZarscHEK, Studien z. Gesch. der Prager Universitàt, “Mitt.
des Vereins f. Gesch. deutsch. Sudetenlinders,” 1940. D.
Trapp, Clem. 27034. Unchiristened Nominalism and Wycliffite realism at
Prague um 1381, “Rech. théol. anc. méd.,” 1957. Capitolo
ottavo Nicola Oresme Opere: 1) Commento alle Sentenze
(perduto, tranne il De communica- tione idiomatum (Il. III); 2) Quaestiones su Euclide; 3) Tractatus de
configu- rationibus formarum; 4) Parafrasi francesi di Politica,
Economica, Etica di AristotELE; 5) Livre du ciel et du monde; 6) Traicté
de la prémière in- vention de la monnaie; 7) Traicté de la sphère; 8)
Commentaire aux livres du ciel et du monde; 8) Commenti alla Physica ed
ai Metereologica. Edizioni: 4) Parigi 1486
(Politica ed Economica), Parigi, 1488 (Etica); della parafrasi all’Etica
cfr. ed. A. D. MenuT, New York, 1940 e dell’Econo- mica l’ed. A. D.
MEnUT, Filadelfia, 1957; 5) ed. A. D. MenUT - A.
J. DenoMy, in “Med. Stud.,” IIL-V, 1941-43; 6) ed. L.
Wotowsxi, Parigi, 1864; ed. C. Jonnson, Edimburgo, 1956; 7) Parigi,
1508. Bibliografia: La bibl. generale in GEveR, p. 784; De Brie,
nn. 7558-7563; De Wuctr, III, pp. 152-153. In particolare v.: E. Bripey, N. Oresme. La
théorie de la monnaie au XIV siècle, Parigi, 1906. P. Dunem, Études
sur Léonard, cit., III, pp. 346-405; 481-492. Inem, Le système du
monde, cit. IV, pp. 157-164; VI, pp. 698-729; VII, pp. 86-87, 152-154,
297-301, 534-569, 583-586, 600-602, 614-615, 624-626, 637-640; VII, pp.
215-216, 219-220, 299-305, 318-319, 341-345, 448-454, ° 461-484,
489-491, 499.500; IX, pp. 202-205, 209-210, 306-309, 326-327, 341-345,
350-356, 359-408; X, pp. 44-45, 93-95, 111-112, 319-323, 333-337. H. WiecertNnEr, N. Oresme und die graphische
Darstellung der Spàtscho- lastik, “Natur u. Kultur,” 1916-1917.
H. DincLer, Ueber die Stellung von N.s Oresme in der Geschichte der
Wissenschaften, “Philos. Jahrb.,” 1932. 676
Bibliografia . THorNDIKE, History of magic and experimental
Science, III, New York, 1934, pp. 398-471. . BorcHerRT, Die Lehre
von der Bewegung bei N. Oresme (“Beitrige,” XXXI, 3), Miinster,
1934. . THoRrNDIKE, Celestinus, Summary of Nicols Oresme, “Osiris,”
1936. . G. Kaiser, Before Copernicus, Nicolaus of Oresme, “America,” t.
69, n. 7. . BocHERT, in (“Beitrige,y” XXXV, 4-5), Miinster, 1940 (con
led. del De communicatione idiomatum). A. Mar, Die Vorliufer
Galileis..., cit, pp. 21-24, 101-103, 123-131. IneMm, Zwei
Grundprobleme.., cit., pp. 81-87, 89-109, 236-258, 264-276. Ipem, An der
Grenze von Scholastik..., cit, pp. 122-125, 129-133, 171-172, 203-206,
214-218, 246-249, 270-353. IpeM, Metaphys. Hintergriinde der
spatscholastischen Naturphilosophie, Ro- ma, }955, pp. 27 sgg. L.
THoRrNpIKE, Oresme and XIV Century commentaries on “Metereologica,”
“Isis,” 1954. O. PepersEN, Nicole
Oresme og hans naturfilosofiste system, Copenhagen, 1956. R.
MarzHIEU, dd la recherche du “De Anima” de Nic. Oresme, “Arch. Hist.
doct. litt. m. à.,”° 1956. V. Zousov, Sur un écrit faussement attribué a
N. Oresme, [De instan- tibus)ì, “Arch. Hist. doctr. litt. m. à.,°
1958. Ipem, L'“inter omnes impressiones” de Nicole d'Oresme, (con testo)
“Arch. Hist. doct. litt. m. d.,” 1959. ore mm
ce Alberto di Sassonia Opere: Tractatus logicace;
Quaestiones in logicam Guill. Occam; So- phismata; Tractatus
proportionum; Tractatus de quadratura circuli; Quaestio de proportione
diametri quadrati ad costam ciusdem; Post. Analyticos; Quaestiones super
octo ll. Physicorum; In libros de coelo et mundo; De generatione et
corruptione; Ezxpositio super decem ll. Ethicorum
Aristotelis; De sensu et de sensato. Edd. v. GEvER, p. 596.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 784; De Wutr, III, p. 153. Vedi in
particolare: M. JuLLian, Un scolastique de la décadence, Albert de
Sore, “Rev. August,” 1910. P. Dunem, Ezudes sur Léonard,
cit., pp. 334-338, 341-344; II e III, passim. Ipem, Le système du
monde, cit., IV, -pp. 151-157, 167-171, 284-286; VII, pp. 80-88, 148-152,
155-157, 279-290, 356-362, 399-403, 474-488, 531-532, 550-552, 565-569,
580-581; VIII, pp. 56-57, 102-110, 158-160, 215-225, 287-299, 308-309,
313-314, 318-319, 341-342; IX, pp. 205-223, 233-234, 309-314, 325-327,
355-362, 394-399, 426-430; X, pp. 67-73, 77-81, 85-89, 103-105, 111-112,
206-209, 228-229, 395-399, 434-438. 677
Bibliografia G. Hripinesrerper, Albert von S.; ein Lebensgang und
sein Kommentar z. Nikom. Ethik Aristot. (“Beitrige,” XXII, 3-4),
Miinster, 1921 2 ed., 1927. K. MicHatski, Le criticisme et le
scepticisme dans la philosophie du XIV° stècle, cit. IneM, La
physique nouvelle et les différents courants philosophiques.., cit.
A. Mar, Die Vorlaufer Galileis..., cit., passim. Inem, Zwei
Grundprobleme..., cit., passim. Inem, An der Grenze von
Scholastik..., cit., passim. Per gli scritti
matematici: B. Boncompacni, Intorno al “Tractatus proportionum” di
Alberto di Sas- sonia, “Bull. di bibl. stor. scienze nat. fis.,”
1871. H. Sutez, Der “Tractatus de quadratura
circuli” des Albert d. S., “Zeitschr. f.
Mathem. u. Phys.” 1884. IneMm, Die Quaestio de proportione diametri
quadrati ad costam eiusdem, ibidem, 1887. Marsilio di
Inghen Opere: 1) Textus dialectices de suppositionibus; 2)
Expositio super Analyt. post.; 3) Abbreviationes libri Physicorum
Aristotelis; 4) Quaestiones subti- lissimae super VIII libros physicorum
secundum nominalium viam; 5) Quaestiones de gencratione et corruptione;
6) Quaestiones super IV. Il. Sententiarum. Edizioni: 1)
Vienna, 1512, 1516; 2) Venezia, 1516; 3) s. l., 1490 ca.; 4) Lione,
1518; Venezia, 1617 (sotto il nome di Duns Scoto, c quindi
inserite, nel 1639 nella ed. delle sue opere); 5) Venezia, 1518;
Strasbur- go, 1501: Bibliografia: cfr. Gever, p. 785;
De BRIE, n. 7647. P. Dunem,
Érudes sur Léonard, cit., II, pp. 403-405. Ipem, Le système du
monde, cit., IV, pp. 164-168; VII, pp. 40-41, 87-88, 154-157, 285-290,
361-362, 400-401, 565-569; VIII, pp. 56-57, 83-84, 102-104, 126-129,
155-156, 215-216, 220-225, 307-316; IX, pp. 223-227; X, pp. 104-105,
136-137, 142-147, 215-216. K. MicHasri, Les courants
philosophiques..., cit. Inem, Le criticisme et le scepticisme...,
cit. F. EHnLE, Der Sentenzentommentar Peters von Candia, cit.,
passim. G. Ritter, Studien 2. Spétscholastik, I. M. von Inghen und
die Okkam Schule in Deutschland, Vienna, 1940. A.
Ma:ER, Die Vorlàufer Galileis..., cit., passim. Iper, Zwei
Grundprobleme..., cit., p. 275 sgg. Iprm, An der Grenze von
Scholastik..., cit., passim. 678 Bibliografia
Enrico di Hainbuch Opere: Fil. teol: De reductione
effectuum; De habitudine causarum; Contra astrologos; Commento alle
Sentenze; Commentario alla Genesi. Ca-
nonistiche: Tractatus de contractibus emptionis et venditionis; Epistula
de contractibus emptionis et venditionis ad consules viennenses. Politico
religiose: Epistula pacis; Consilium pacis. Ascetiche: Speculum animae;
De contempu mundi. Edd., trad. v. GEYER, p. 604. Bibliografia:
cfr. Gever, p. 785; DE Wes, III, p. 188. In
particolare v.: O. Harrwic, Leben und Schriften des H. von
Langestein, 1858. J. AscHsacH, Geschichte der Wiener Universitàt,
Vienna, 1865, pp. 366-402. F. W. Rorx, Zur Bibliographie des H.
Hainbuch de Hassia dictus de Langestein, “Beihefte zum Zentralblatt fiir
Bibliothekswesen,” I, 1888- 1889. H. Pruckner, Studien zu den
astrologischen Schriften des H. von Lang- estein, Lipsia, 1933.
A. Maier, Zwei Gundprobleme..., cit., pp. 288 sgg. P. Dunem, Le système du monde, cit., VII, pp. 569-575,
585-599; VIII, pp. 160-161, 223-224, 489-491; X, pp. 138-141,
352-353. Enrico Totting di Oyta Opere: 1) Commentario
alle Sentenze; 2) Tractatus moralis de contrac- tibus reddituum annuorum;
3) Quaestiones logicae super Porphyrium; Tres libri philosophici de
anima, o Magistrales tractatus de anima et potentiis eius. Edizioni:
2) Parigi, 1506; la Quaestio de Sacra Scriptura nell’ed. crit. di A.
Lanc, Miinster, 1953. Bibliografia: J. AscHsacH, Geschichte
d. Wiener Universitàt, cit., pp. 402-407. G. SoMMERFELDT, in “Mitt. d.
Institut f. Gsterreis. Geschichtsforsch.,” 1904, pp. 376-604. P.
Dunem, Le système du monde, cit., IV, pp. 132-133; X, pp. 134, 139, 141. K. MicHar.sKi, Le criticisme et le scepticisme...,
cit. . EnrLE, Der Sentenzenkommentar Peters von Candia, cit., . Lane, H. Totting von Oyta, (“Beitrige,” XXXIII, 4-5),
Miinster, 1937. . Rucker, Zum Problematik der Spatscholastik, “Theol.
Rev.,” 1938. . Decker, Ein fundamentaltheologischer Traktat des
mittelalters CH. Totting v. Oyta, “Quaestiones super libros
Sententiarum”], “Wiss. Weish,” 1955. La
bibl. generale, in GevER, p. 786; De Brie, nn. 7527, 7649.
Dv» 679 Bibliografia Guglielmo
Heytesbury Opere: Le sue numerose opere di logica sono pubblicate
sotto il titolo: Tractatus Guillelmi Heutisberi de sensu, composito et
diviso; Regulae ciusdem cum sophismatibus (con una Declaratio e Expositio
litteralis di Gaetano da Tiene); Tractatus Heutisberi de veritate et falsitate
proposi- tionis, Venezia, 1494, Bibliografia: C.
PrantL, Gesch. d. Logik., cit., IV, pp. 83-93. P. DuHem, Études sur Léonard, III, pp. 406-408;
468-471. A. Marr, Die Vorliufer Galileis..., cit., pp. 4, 75, 96,
114, 192. Inpem, An der Grenze von Scholastik...,
cit., pp. 265 sgg., 286 sgg. C.
Wison, W. Heitesbury..., Madison, 1956. P. DuHEMm, Le système du
monde, cit., VII, pp. 84-87, 602-604, 614-615, 620-645.
Riccardo Swineshead i Opere: Commento alle Sentenze; De
insolubilibus; Obligationes; De motibus naturalibus; Calculationes.
Edizioni: Calculationes, Padova, 1480, ecc.
Bibliografia: P. DuHem, Études sur Léonard, cit., III, pp. 406-408,
413-420, 468-474. K. MicHaLsxki, Le criticisme et le scepticisme..,
cit. A. Maier, Die Vorlaufer Galileis..., cit., pp. 49 sgg., 99
sgg. IneMm, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 234 sgg.
InpeM, An der Grenze von Scholastik..., cit., pp. 268 sgg., 281
sgg. M. CLacett, R. Swineshead and late medieval physic, “Osiris,”
1951. P. DuHEm, Le système du monde, cit., VII, pp. 76-80, 608-615,
621-622, 627-631, 643-645. Sui Calculatores di Merton
College cfr. inoltre sotto la bibl. generale alla voce “Scienze,” in
particolare il testo di A. C. CromBIE, Augustine t0 Galileo, cit. pp. ed.
L. THornpikE, A History of magic and
experimental science, cit., III, pp. 370-385. Biagio
Pelacani Opere: Quaestiones de latitudinibus formarum; Quaestio de
tactu cor- porum durorum; Quaestiones sull’ottica. Edizioni:
Padova 1482, 1486, Venezia 1505 insieme alla Quaestio de modalibus di
Bassano Potito; in F. Amopro, Riproduzione delle Quaestio- nes de
latitudinibus formarum, in “Annali Ist. tecn. G. B. Della Porta,”
680 Bibliografia 1907, Napoli, 1909. Per le
Quaestiones sull’ottica v.: Questioni inedite di ottica di Biagio
Pelacani a cura di F. ALessio, “Riv. crit. st. filos.,” 1961.
Bibliografia: F. Amopro, Appunti su Biagio Pelacani da Parma, in
“Atti del IV Congr. dei Matematici,” III, Roma, 1909.
L. THorNDIKE, A History of magic and experimental science, cit., IV,
pp. 65 sgg. P. DuHem, Le système du
monde, cit., IV, pp. 278-280, 289-290; VIII, p. 213; IX, p. 185; X, p.
200. A. Mater, Die Vorliufer Galileis..., cit, pp. 5, 75, 104 sgg.,
176, 279 sgg. Ipem, Zwei Grundprobleme..., cit., pp. 270 sgg.
Ipem, An der Grenze von Scholastik...,
cit., pp. 263, 275 sgg., 383. E. A. Moopy-M. CLacett, The mediaeval
science of weights (Scientia de ponderibusì..., cit. M.
CLacett, The science of mechanics in the middle age, cit. G.
Feperici-VescoviNI, Problemi di fisica aristotelica in un maestro del
sec. XIV: Biagio Pelacani da Parma “Riv. filos.,” 1960.
Conclusione Pietro d' Ailly Opere: Scrisse 174 opere
solo in parte edite. Alcune tra le minori sono state pubblicate da L.
DupPin nell’ed. delle Opera di Giovanni Gerson, e talune addirittura
attribuite allo stesso Gerson (Opera, voll. 5, Anversa, 1705); altre
opere minori sono state pubblicate da L. SaLeMBIER in “Rev. des Scien.
ecclés.,” 1889. Delle opere scientifiche, filosofiche e religiose del
d’Ailly alcune hanno avuto numerose edd. nei secc. XV e XVI (cfr. L. SaLEMBIER, Bibliographie des
Oeuvres du cardinal P. d'Ailly, évéque de Cambrai (1350-1420), Compiègne,
1909 e Les oeuvres francaises du card. Pierre
d’Ailly, Arras, 1908. L’opera filosofica più importante è costituita dal-
le Quaestiones super I, IIl, IV Sententiarum, Bruxelles, 1474, 1500.
Altri scritti di notevole interesse filosofico: De anima, De legibus et
sectis contra superstitiosos astronomos (in Gerson, Opera, ed. cit., 1);
Viginti- loquium de concordia astronomiae cum theologia (Venezia, 14%); e
l’Imago mundi (ed. E. Buron, Gembloux-Parigi, 1930). ‘
Bibliografia: cfr. GeyER, pp. 184-185; De Brie, nn. 7582-7583; DE WuLF,
HI, p. 154. : 681 Bibliografia In
particolare vedi: L. SaLEMBIER, Le Card. Pierre d'Ailly, Mons-en-Barouel, 1932. Ipem,
in DThC, I, 642-654. Ioem, in DHGE, I, 1154-1165. M. De
Ganpittac, Usage et valeurs des arguments probables chez Pierre d'Ailly,
“Arch. Hist. doctr. litt. m. 8.” 1933.
A. E. Roserts, The theories of Pierre d'Ailly concerning forms of
govern- ment in Church and State, “Bull. Inst. hist. research,”
1932. Ipem, Pierre d’Ailly and the Council of Constance: A study in
“Ockamiste theory and practice” “Trans. R. Hist. Soc.,” 1935.
]. P. Mc Gowan, Pierre d'Ailly and the council of Constance,
Washington, 1936. P. DuHEM,
Le système du monde, cit., pp. 168-183; VII, pp. 197-202; VIII, pp.
454-455, 493-495; IX, pp. 76-78, 231-234, 357-359; X, pp. 7-8, 27-30,
39-40, 49-50, 87-90, 349-350. Pietro
Di Candia Opera: Commento alle Sentenze (inedito).
Bibliografia: F. Exte, Der Sentenzkommentar Peters von Candia, des
Pisaner Papstes Alexander V, “Franz. Stud.,”
Beiheft IX, 1925. A. Maier, An der Grenze von Scholastik..., cit.,
pp. 209 sgg. P. Dunem, Le système du monde,
cit., VIII, pp. 113-120. Giovanni Gerson Opere: Tra
le sue numerose opere ricordiamo qui particolarmente: Centiloquium de
conceptibus; Centiloquium de causa finali; De concor- dantia metaphysicae
cum logica (1426); De modis significandis; De parvulis ad Christum
trahendis; Lectiones duae contra vanam curiositatem; Super canticum
canticorum; Commento alle Sentenze (ancora inedito). Edizioni:
Opera omnia, ed. E..Dupin, voll. 5, Anversa, 1706, rist. L’Aja, 1727; le
Notulae super quaedam verba Dionysi, in A. ComBes, ]. Gerson Commentateur
dionysien, Parigi, 1940. È ora in corso l’ed. crit. dell'Opera Omnia a
cura di P. GLorieux, Parigi, 1961 sgg. Cfr. inoltre l’ed. del De Mystica
Theologia, sempre a cura del Comes, nel “Tesaurus mundi,” 1958.
Bibliografia: cfr. Gever, p. 791; De Brie, nn. 7589-7601; DE WuLr, III,
p. 154. In particolare si veda: J. B. ScHwag, Johannes
Gerson, Wiirzburg, 1858. A. J.
Masson, /. Gerson, sa vie, son temps, ses ocuvres, Lione, 1894. J.
STELZENBERGER, Die mystik des J. Gerson, Breslavia, 1928.
682 Bibliografia L. SaLemBier, in DHhC, VI,
1313-1330. J. L. Connoiy, John Gerson, Reformator and Mystic,
Lovanio, 1928 (con ricca bibl.). W. Dress, De theologia
Gersoni, Giitersloh, 1931. C. ScHnàrer, Die Staatslehre, de Jean
Gerson, Colonia, 1935. A. Comes, Études Gersoniennes, “Arch. Hist.
doctr. litt. m. 8.,” 1939, 1943-45 (con particolare riferimento al
Commento alle sentenze). J.
ScHnEMER, Die Verpflichtung des menschliches Gesetzes nach ]. Gerson,
“Zeitschr. f. kathol. Theol.,” 1953. L. VerEECKE, Droit et morale chez Jean Gerson, “Rev.
hist. droit. frane. et étran.,” 1954. P. GLorieux, Autour de
la liste des ocuvres de Gerson, “Rech. théol. anc. méd.,” 1955.
P. DuHem, Le système du monde, cit., VI, pp. 225-227; VII, pp.
495-500; X, pp. 11-12, 33-41, 178-179. Sulla
crisi della cultura medioevale alla fine del XIV secolo cfr. inoltre
particolarmente: E. Garin, La crisi del pensiero medioevale, in Medioevo
e Rinascimento. Studi e ricerche, Bari, 1954, pp. 13-47.
683 Indice delle sigle delle riviste maggiormente citate
Ang. = Angelicum Ant. = Antonianum Arch. fratr. praed.
= Archivum Fratrum Praedicatorum Arch. Hist. doctr. litt. m. à. =
Archives d’Histoire doctrinale et lit- téraire du moyen fge.
Arch. st. filo... = Archivio di storia della filosofia. Aug. =
Augustiniana. Cîteaux
Nederl. = Cîteaux in de Nederlanden Collect. franc. = Collectanea
franciscana Div. Th. (F...
= Divus Thomas (Friburgo) Div. Th. (P.) = Divus Thomas
(Piacenza) Engl. Hist. Rev. = English Historical Review
Est. eccles. = Estudios ecclesiasticos France franc. = France
franciscaine Franc. stud. = Franciscan Studies Franz.
stud. = Franziskanische Studien Gior. crit. filos. ital = Giornale
critico della filosofia italiana Greg. = Gregorianum Hist.
Jahrb. = Historisches Jahrbuch Jour. theol. stud. = Journal of
theological Studies Italia franc. = Italia francescana Med.
ren. stud. = Mediaeval and Renaissance Studies Med. stud. =
ediaeval Studies Misc. franc. = Miscellanea francescana
Mod. school. = The Modern Schoolman 685 Indice
delle sigle delle riviste maggiormente citate N. Arch. = Neues Archiv N. Scholl. = The new
Scholasticism Philos. Jahrb. = The Philosophical Review
Rech. théol. anc. méd. =
Recherches de théologie ancienne et médiévale. Rech. sc. relig. =
Recherches de sciences réligieuses Rev. august. = Revue
augustinienne Rev. bénédict. = Revue bénédictine Rev.
hist. ecclés. Rev. hist. Philos. Revue d’histoire
ecclésiastique Revue d’histoire de la philosophie Rev.
metaph. = Revue de metaphysique Rev. m. à. lat. = Revue du moyen fge
latin Rev. néosc. philos. = Revue néoscolastique de philosophie
Rev. philos. Louvain = Revue philosophique de Louvain Rev.
sc. philos. théol. = Revue des sciences philosophiques et théologiques
Rev. thom. = Revue thomiste Riv. crit. st. filos. =
Rivista critica di storia della filosofia Riv. filos. = Rivista di
filosofia Riv. filos. neosc. = Rivista di filosofia
neoscolastica Riv. st. ita. = Rivista storica italiana
Riv. stud. orient. = Rivista di studi orientali Schol. =
Scholastik Spec. = Speculum Stud. franc. = Studi francescani Theol. Quart. = The
theological Quarterly Theol. Rev. = The theological Review Theol.
Zeitschr. = Theologische Zeitschrift Wiss. Weiss = Wissenschaft
und Weisheit Zeitschr. f. kathol. Theol.
= Zeitschrift fir katholische Theologie Zeitsch. f. Kirchengesch. =
Zeitschrift fir Kirchengeschichte 686 Indice dei
nomi Per i nomi si è seguito la forma italiana corrente. Gli
scrittori arabi ed ebrei sono indicati, in genere, con i nomi che furono
loro attribuiti dagli Occidentali, ad eccezione di quei casi (al-Farabi,
al- Kind), in cui Ja differenza tra il _nome arabo e la “resa”
occidentale è puramente grafica. Abbone di Cluny, 75
Abelardo v. Pietro Abelardo Abraham Abul A’fiv, 230-231
Abraham ben’Ezra, 230-231, 465 Abraham ben Hyya, 465
Aboi Bekr Ibn-Tufail, 214 Abu Ma'shar v. Albumasar
Abu’l Wefa Mobachir ibn Fatik, 242 - Accursio, 90
Adaboldo di Utrecht, 76 Adamo di Bellefemme, 265
Adamo di Bochfeld, 314 Adamo di Bouchemerfort, 314
Adamo di Marsh, 343, 345, 347 Adamo di Petit Pont v. Adamo
Par- vipontano Adamo Parvipontano, 138 Adamo
Woodham (o Goddam), 452, 486 Adelardo di Bath, 119, 135, 136,
149, 150, 238 Adelmo di Malmesbury, 47 Adoardo,
74 Adriano l’Africano, 46 Afflacio di Salerno,
116 Agobardo di Lione, 51, 53-54 Agostino di
Canterbury, 46 Agostino, Aurelio, 9, 31, 32, 33, 43, 48, 54,
56, 68, 69, 98, 100, 180, 181, 188, 247, 257, 266, 268, 270,
276, 279, 288, 303, 312, 358, 360, 367, 463, 472 Agostino
Triunfo, 380, 396-397 Alamanno di Hautvilliers, 70
Alano di Lilla, 158-165, 245, 246, 253, 263, 268, 292
Albategni, 239 Alberto di Colonia v. Alberto Magno
Alberto di Helmstaedt v. Alberto di Sassonia Alberto di
Sassonia, 460, 481, 483- 485, 486, 489, 490, 491 - Alberto
Magno, 181, 244, 268, 282, 283, 285-292, 293, 294, 295, 297,
313, 317, 323, 325, 326-327, 331, 332, 334, 359, 376, 407, 467, 496
Alboini (degli) Pietro v. Pietro degli Alboini da Mantova
Albumasar, 132, 204, 239, 317, 357, 465 Alcabizio,
239 Alchiero di Clairvaux, 180, 181 Alcuino di York,
49-54, 75, 261 Alderotti Taddeo v. Taddeo Alde-- rotti
Alessandro II, Papa, 87, 167 Alessandro III, Papa (Rolando
Ban- dinelli), 146, 172, 186, 189 687 Indice
dei nomi Alessandro V, Papa “pisano” v. Pietro di
Candia Alessandro di Afrodisia, 201, 204, 296
Alessandro di Hales, 183, 263, 269- 271, 272, 276, 291
Alessandro Magno, 187 Alessandro Neckam, 314, 326
Alfano di Salerno, 90 Alfarabi v. al-Farabi
Alfonso Vargas, 380 Alfragano, 239 Alfredo
Anglico v. Alfredo di Sa- reshel Alfredo, Re del Wessex,
48 Alfredo di Sareshel, 240, 246, 314 Algazzali v.
al-Gazzali Alhazen, 257, 266, 293, 322 Alighieri, Dante
v. Dante Alighieri Alkindi v. al-Kindî Alpetragio, 240,
241, 313, 320 Alvaro Pelayo, 414 Almarico di Béne,
242-243, 244, 245, 247, 248, 499 Amidani Guglielmo v.
Guglielmo Amidani Ammonio, 38, 296 Anatomia
porci, 328 Anatomia Ricerdi, 328 Andrea il Cappellano,
332-333 Andronico, Pseudo v. Pseudo An- dronico
Angelo d'Arezzo, 464, 466 Anselmo d’Aosta, 97-110, 139,
180, 268, 300, 424 Anselmo di Besate, 91, 92, 116
Anselmo di Laon, 108, 109, 139, 140, 153, 269
Archimede, 201, 491 - Aristotele, 17, 19, 26, 27, 38, 39,
54, 74, 75, 76, 93, 125, 130, 148, 150, 198, 200, 201, 204, 205,
208, 211, 215, 217, 235, 238, 239, 240, 242, 247, 248, 249, 254,
257, 258, 263, 688 270, 273, 275, 276, 278, 280,
283, 284, 285, 286, 288, 289, 290, 292, 294, 295, 305, 310, 311,
312, 313, 314, 316, 318, 319, 329, 330, 331, 332, 333, 334, 335,
337, 340, 343, 345, 352, 358, 359, 367, 370, 390, 392, 396, 407,
411, 412, 423, 428, 429, 434, 443, 448, 456, 459, 465, 482, 484,
499 Arnaldo da Brescia, 140, 148, 171, 179
Arnaldo da Villanova, 231, 387, 388- 389 : Arnoldo di
Sassonia, 314 al’As* Ari, 203 Asclepius, 131, 160,
163 Aspasio, 241 Atheniensis Sophista, 53
Aureolo, Pietro v. Pietro Aureolo Avempace, 213-214
Avendeath v. Giovanni Ibn Dahut Averroè, 17, 121, 199, 203,
214-222, 228, 229, 240, 248, 256, 257, 278, 280, 287, 289, 299,
305, 309, 313, 323, 329, 330, 331, 332, 333, 334, 335, 390, 408,
434, 462, 463, 464, 466 Avicebron, 17, 224-227, 239, 246,
248, 264, 266, 267, 269, 270, 279, 307, 341, 343, 364, 371,
380 Avicenna, 17, 199, 203, 207-214, 217, 221, 222, 227, 239,
240, 242, 243, 245, 246, 247, 248, 257, 264, 265, 267, 269, 270,
279, 289, 290, 291, 293, 296, 301, 303, 307, 308, 313, 314, 325,
327, 328, 329, 333, 334, 341, 364, 366, 371, 372, 373, 375, 390,
422, 424, 425, 428 Bacone, Ruggero v. Ruggero Bacone
Baconthorp, Giovanni v. Giovanni Baconthorp Badoer,
Bonsembiante v. Bonsem- biante Badoer Indice dei nomi
Bandinelli, Rolando v. Alessandro 111, Papa Bandino.
Maestro, 154 Bardi (de’), Roberto v. Roberto de’ Bardi
Bartolomeo Anglico, 325, 357-358 Bartolomeo di Bologna,
26f Bartolomeo di Lucca v. Tolomeo di Lucca
Bartolomeo di Messina, 241, 328 Bartolomeo di Parma,
465 Bartolomeo di Salerno, 116 Batllori, M., 387
al-Battani v. Albategni Becket, Tommaso v. Tommaso Bec-
ket Beda il Venerabile, 48, 49, 52, 54, 136, 181
Beda, Fseudo v. Pseudo Beda Benedetto Biscop, 48
Benedetto da Norcia, 45 Berengario di Tours, 91, 92, 96,
97, 116, 138 Bernardo d’Alvernia, 376 Bernardo
d’Arezzo, 455 Bernardo di Chartres, 117, 119, 123- 124, 125,
128, 133 Bernardo di Clairvaux, 128, 136, 139, 141, 146,
176-179, 181, 182, 188, 189, 247, 270, 273, 280, 386, 392, 407,
496 Bernardo di Gordon, 492 Bernardo di la Treille,
376 Bernardo di Sanciza, 314 Bernardo di Tours v.
Bernardo Sil- vestre Bernardo Silvestre, 120, 128,
133, 15%, 159, 165, 185, 246 Berniero di Nivelles, 335 Bertoldo di
Mosbourg, 294, 467 Bertrando del Poggetto, 410 Biagio Pelacani da
Parma, 490-491 Biel, Gabriele v. Gabriele Biel Boezio, Marco Anicio
Severino, 13, 131- 44. 14, 23-36, 38,
41, 45, 48, 52, 56, 57, 75. 76, 124, 125, 126, 128, 138, 160, 161,
162, 180, 181, 232, 246, 247, 292, 343, 407, 468 Boezio di
Dacia, 334, 337-338, 464 Bonatti, Guido v. Guido Bonatti
Bonaventura da Bagnorea, 17, 183, 262, 263, 266, 269, 271,
272-281, 282, 283, 291, 297, 306, 308, 332, 334, 364, 365, 367,
369, 392, 407, 429, 442, 496, 498 Bonet, Nicola v. Nicola
Bonet Bonifacio VIII, Papa, 362, 365, 366, 388, 392, 395,
396, 399, 403, 406, 450, 480 Bonifacio di Magonza, 47-48,
50 Bonsembiante Badoer, 454 Bouelles, 389
Bovillo v. Bouelles Bovo di Corvay, 76
Bradwardine, Tommaso, v. Tommaso Bradwardine Bruno,
Giordano, 388 Buckingham, Tommaso v. Tommaso Buckingham
Burcardo di Worms, 116 Burgundio di Pisa, 39, 112
Buridano, Giovanni v. Giovanni Bu- ridano Burlaeus,
Gualtiero v. Gualtiero Bur- leigh Burleigh, Gualtiero v.
Gualtiero Bur- leigh Calcidio, 30, 31, 59, 60, 68,
116, 124, 130, 131, 134, 244, 246, 247, 314, 390
Callipo, 319 Candido di Fulda, 54 Caracciolo,
Landolfo v. Landolfo Ca- racciolo Carlo d’Angiò, Re di
Sicilia, 362 Carlo il Calvo, Imperatore, 53, 59 Carlo
VI, Re di Francia, 498 689 Indice dei nomi
Carlomagno, Imperatore, 40, 42-45, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 70, 72,
81, 82 Carlomanno, duca di Neustria, 47 Carreras
y Artau, J., 387 Cartesio, Renato, 446 Carton, R.,
351 Cassiodoro, 13, 24, 25, 32-35, 38, 41, 45
Cecco d’Ascoli, 466 Chatton Gualtiero v. Gualtiero
Chat- ton Chenu, M.-D., 250 Cicerone, Marco
Tullio, 17, 51, 60, 76, 93, 117, 123, 128, 134, 155, 352 Clarembaldo
di Arras, 166 Claudiano, 163 Claudiano Mamerto,
33 Clemente IV, Papa, 345 Clemente VI, Papa, 452
Cofo di Sglerno, 328 Colombano, 47 Colonna,
Egidio v. Egidio Romano Colonna, Sciarra v. Sciarra Colonna
Columella, 128 Constabulino v. Qusta ibn Luca
Corrado di Mengenburg, 414 Costa ben Luca v. Qusta ibn
Luca Costantino, Imperatore, 188 Costantino Africano,
90, 123, 135, 238 Courcelle, P.. 75 Cousin, V.,
60, 148 Cowton, Roberto v. Roberto Cowton Crombie. A.
C., 323, 489 Cusano Niccolò v. Niccolò Cusano
Damascio, 204 Daniele di Morley, 240, 313 Dante
Alighieri, 179, 406-410 David di Dinant, 242, 243-245, 247,
248 Dawson, Ch., 43 De elementis, 325
690 De fiuxu entis v. Liber Avicennae in primis et secundis
substantiis De generibus et speciebus, 148 De morte
Aristotelis seu Liber de pomo, 241 De ponderositate v. De
ratione pon- deris De proprietatibus clementorum, 325
De ratione ponderis, 324 Der Franckforter, 472, 474
Descartes, René v. Cartesio, Renato Deusdedit, il Canonista,
116 Deusdedit di Canterbury, 46 De Wulf, M., 244
Didiero, vescovo di Vienne, 37 Dino del Garbo, 465
Dionigi l’Areopagita v. Pseudo Dio- nigi Domenico
Gundissalvi, 226, 239, 245- 247, 266, 290, 292, 343 Domenico
Guzman, 282, 283 Donato, 37, 52, 75, 93 Dubois, Pietro
v. Pietro Dubois Duhem, P., 369, 487-488 Duns Scoto,
Giovanni v. Giovanni Duns Scoto Durando di St. Pourgain, 377,
432. 434, 446, 451 Eckhart, Maestro, 294, 416, 467-471,
472, 473, 474 Edvige di Baviera, 77 Efrem di Nisibis,
200 Eghbesto, 49 Egidio Colonna v. Egidio Romano
Egidio di Lessines, 332, 376 Egidio di Orléans, 377
Egidio Romano (Colonna), 321, 373, 378-380, 393, 395-396, 397,
409, 496 Eirico di Auxerre, 74 Elia da Cortona,
261, 267 Eloisa, 118, 140-141 Indice dei nomi
Engelbrech, Ulrico v. Ulrico Engel- brech di Strasburgo
Enghelberto di Admont, 397, 406 Enrico II, Re d'Inghilterra,
189 Enrico III, Imperatore, 85 Enrico IV, Imperatore,
88 Enrico VI, Imperatore, 186 Enrico VII di
Lussemburgo, Impe- ratore, 406, 410 Enrico Aristippo di
Catania, 121, 240 Enrico Bate di Malines, 381, 389-
390 Enrico di Andelys, 259 Enrico di Gand, 371-375,
376, 377, 378, 379, 380, 422, 429, 430, 433, 463 Enrico
di Harclay, 434, 437-438 Enrico di Heimbuch (o di Lange-
stein), 486 Enrico di Langestein v. Enrico di Heimbuch
Enrico di Tolosa, 171 Enrico di Wile, 360 Enrico
Pape di Oyta, 486-487 Enrico Seuse (Suso), 416, 472-474
Enrico Totting di Oyta, 486-487 Ermanno, Maestro, 146
Ermanno il Dalmata, 119, 129, 238 Ermanno il Tedesco, 240,
241 Euclide di Alessandria, 149, 165, 201, 240, 322 Eudosso,
319 Eugenio di Palermo, 121 Eustachio di Arras,
365 Eustrazio di Nicea, 241 Eutiche, 75 Eyn
deutsch-Theologia v. Der Franck- forter al-Farabi, 203,
205-207, 209, 211, 213, 217, 227, 239, 240, 242, 243, 245, 246,
264, 269, 289, 290, 291, 343, 366, 390 al-Farghanî v.
Alfragano Federico I, il Barbarossa, Impera- tore, 186, 187,
189, 191 Federico II, Imperatore, 121, 152, 237, 240, 255,
256, 327, 328, 361, 362 Fibonacci, Leonardo v. Leonardo
Fi- bonacci Filippo II, l’Augusto, Re di Francia,
253 Filippo IV, il Bello, Re di Francia, 255, 392, 395, 396,
399, 403, 412 Filippo di Grève, 263 Filippo di Nogaret,
398, 409 Filone Giudeo, 224 Filopono, Giovanni v. Giovanni
Fi- lopono Fitz Ralph, Riccardo v. Riccardo Fitz
Ralph Fortunato di Poitiers, 50 Fozio, Patriarca di Costantinopoli,
39 Francesco d'Assisi, 168, 173, 267, 274, 283
Francesco di Marchia, 430 Francesco di Meyronnes, 430
Fredegiso di Tours, 53-54 Fu!berto, canonico parigino,
141 Fulberto di Chartres, 91, 123 Gabriele Biel, 486,
487 Gaetano da Tiene, 491 Galeno, 185, 200, 201, 246,
288, 318, 326, 328, 329 Galilei, Galileo, 446, 483, 485
Gandolfo di Bologna, 154 Garin, E., 244, 465
Gaunilone di Marmontier, 104-105 al-Gazzali, 213, 215, 222,
239, 248, 264, 314 Geher v. Giabir ibn Hayyàn
Gentile da Cingoli, 464 Gentile da Foligno, 465, 492
Gerardo d’Abbeville, 262 691 Indice dei
nomi Gerardo di Bologna, 438 Gerardo di Borgo S.
Donnino, 176, 363 Gerardo di Cremona, 137, 239, 240
Gerardo di Czanard, 93 Gerardo di Odone, 461
Gerardo di York, 192 . Gerberga, 77 Gerberto di
Aurillac v. Silvestro II, Papa Gerardo Groote, 474
Gerolamo, 54 Gerolamo da Praga, 480, 500 Gerson
Giovanni v. Giovanni Ger- son Giabir ibn Hayyan, 326
Giacomo di Douai, 334 Giacomo di Eltville, 486-487
Giacomo di Napoli, 490 Giacamo di Venezia, 112
Gilberto de la Porrée, 120, 123, 125- 128, 159, 160, 161, 177, 179,
180, 185, 187, 246, 247, 269, 270, 468 Gilson, E., 77, 130,
133, 255, 258, 266, 273, 365, 376, 468, 471, 497 Gioachino da
Fiore, 174-176, 243, 363 Giona di Orléans, 73
Giordano Nemorario, 199, 324 Giovanni VIII, Papa, 72-73
Giovanni XII, Papa, 81, 82 Giovanni XXI, Papa (Pietro
Ispano), 314-316, 332, 444 Giovanni XXII, Papa, 410, 414, 416,
467, 478 Giovanni Baconthorp, 463 Giovanni Buridano,
458-460, 481, 482, 483, 484, 485, 486, 491, 494 Giovanni
Campano, 321 Giovanni Damasceno, 38-39, 232, 241
Giovanni di Barastre, 283 Giovanni di Basilea, 454
Giovanni di Basingstoke, 241 Giovanni di Bassoles, 430
692 Giovanni di Borgogna, 492 Giovanni di
Dacia, 458 Giovanni di Dumbleton, 487, 489, 490
Giovanni di Dumpno, 241 Giovanni di Garlande, 259
Giovanni di Jandun, 411, 462, 463- 464, 466 Giovanni di
la Rochelle, 269, 271- 272, 276 Giovanni di Mirecourt,
454-455 Giovanni di Napoli, 376, 433 Giovanni di Parma,
176, 363 Giovanni di Ripatransone, 431 Giovanni di
Rodington, 453-454 Giovanni di Saint Amand, 324
Giovanni di Saint-Gilles, 283 Giovanni di Salisbury, 118,
120, 123, 136, 148, 150, 155-158, 190-191 Giovanni di
Schoonhaven, 474 Giovanni di Siviglia, 239 Giovanni di
Spagna v. Giovanni Ibn Dahut Giovanni di Toledo, 239
Giovanni di Vercelli, 359 Giovanni di Wottingham, 429
Giovanni Duns Scoto, 17, 230, 281, 343, 361, 368, 369, 372, 376,
377, 419-429, 430, 432, 434, 435, 437, 438, 440, 441, 442, 448,
451, 496, 497, 499 Giovanni Filopono, 296, 460
Giovanni Gerson, 179, 387, 431, 474, 478, 498-500
Giovanni Huss, 453, 478, 480, 498, 500 Giovanni Ibn
Dahut (Giovanni di Spagna, Ispano), 226, 239, 328 Giovanni
Marbres (Johannes Cano- nicus), 461 Giovanni Pago, 314
Giovanni Peckham, 323, 360, 419 Giovanni Quidort, 376,
399 Giovanni Ruysbroeck, 472, 473-474 Indice dei
nomi Giovanni Scoto Eriugena, 55, 56, 59- 70, 74, 75, 124,
128, 130, 139, 232, 243, 244, 246, 247, 468, 499 Giovanni
Sofista, 109 Giovanni Tauler, 416, 472-473 Giovanni
Vate, 464 Giovanni Wycleff, 450, 453, 478-480, 498, 499
Giovenale, 47, 75 Giuda Levita, 227-228, 230
Giustiniano, Imperatore d’Oriente, 12, 38 î Goddam,
Adamo v. Adamo Wood- ham (o Goddam) Goffredo di Fontaines,
378, 438 Goffredo di S. Vittore, 184-185 Goffredo il
Plantageneto, Duca di Normandia, 134 Gonsalvo di Spagna, 419,
426 Gottescalco di Pamuk, 486-487 Gottschalco di
Orbais, 55, 59 Graziano, il Canonista, 116 Gregorio I,
Magno, Papa, 32, 36- 38, 40, 45, 46, 48, 52 Gregorio VII,
Papa, 19, 88, 96, 114, 167, 187 Gregorio IX, Papa, 248-249,
253, 261, 263, 264 Gregorio di Nissa, 59-60, 69, 232
Gregorio di Rimini, 454 Gregorio di Tours, 50
Groote, Gerardo v. Gerardo Groote Gualtiero Burleigh,
451 Gualtiero Chatton, 430, 451 Gualtiero di Bruges,
365 Gualtiero di Mortagne, 150 Gualtiero di S. Vittore,
185 Guglielmo Amidani di Cremona, 414 Guglielmo di
Alnwick, 431 Guglielmo di Alvernia, 263-265, 271, 291, 343,
358, 370 Guglielmo, Duca d’Aquitania, 86 ‘Guglielmo di
Auxerre, 263 Guglielmo di Champeaux, 108, 139- 140, 142,
148, 181 Guglielmo di Conches, 118, 120, 133- 135, 136, 152,
158, 163, 167, 177 Guglielmo di La Mare, 370 Guglielmo di
Luna, 241 Guglielmo di Meliton, 269 Guglielmo di
Moerbeke, 242, 249, 293, 295, 411, 467 Guglielmo d’Ockham, 94,
281, 343, 417, 432, 438, 439-451, 452, 453, 455, 458, 467, 478,
480, 481, 483, 496, 497, 498 Guglielmo di St. Amour, 261,
314 Guglielmo di St. Cloud, 321 Guglielmo di St.
Thierry, 179-180, 182 Guglielmo di Saliceto, 328
Guglielmo di Shyrewood, 314-315 Guglielmo di Ware, 370, 419
_ Guglielmo Farinier, 438 Guglielmo Heytesbury, 487,
488, 489, 491 Guglielmo Peyre de Goudin, 376
Guido Bonatti da Forli, 465 Guido di Chauliac, 492
Guido Fulcoldi v. Clemente IV, Papa Guido Terrena, 438
Guido Vernani, 410, 414 Gundissalinus v. Domenico
Gundis- salvi Hîàriin ar-Rashîd, Califfo, 201
Haskins, Ch. H., 15 Hauréau, B., 60, 74 Hendrik,
Herp, 474 Herveo de Nedéllec, 377, 432, 433 Heytesbury,
Guglielmo v. Guglielmo Heytesbury Holkot, Roberto v. Roberto
Holkot Hrosvita, 77 Hunain ibn Ishag, 201
Huss, Giovanni v. Giovanni Huss 693 Indice dei
nomi Ibn al-Khahi, 492 Ibn Bagiah v. Avempace
Ibn Cadiq, 227 Ibn Falaquera, 226 Ibn Pakuda,
227 Ibn Rushd v. Averroè Ibn Sina v. Avicenna
al-Idrisi, 121 Igino, 128 Ignazio di Antiochia,
241 Ildeberto di Lavardin, 118, 120 Ildegarda di
Bingen, 185, 317 Ilduino di St. Denis, 59 Incmaro di
Reims, 55, 59 Innocenzo III, Papa, 151-152, 172, 186, 236,
253, 261 Innocenzo IV, Papa, 249 Innocenzo V, Papa
(Pietro di Ta- rantasia), 375-376 Ipparco, 320 Ippocrate,
200, 201, 288 Isacco di Stella, 180-181, 247 Isacco
Giudeo, 224, 225, 314 Ishaq al-Isra'ili v. Isacco Giudeo
Isidoro di Siviglia, 13, 24, 34-35, 49, 52, 54, 128, 152
Ivo di Chartres, 116, 123 Jacopo Capocci da Viterbo, 380,
395 Jacopo di Viterbo v. Jacopo Capocci da Viterbo
Jacopo di Metz, 377, 432 Jacopone da Todi, 363
Jeudah Hallevi v. Giuda Levita Johannes Canonicus v. Giovanni
Marbres Joannitius v. Hunain ibn Ishaq Josselino di Soissons,
148-149 al-Khuwarizmi, 204 Kilwardby, Roberto v. Roberto
Kil- wardby al-Kindî, 203-205, 239, 317, 465
694 Lamberto di Auxerre, 314-315 Landolfo Caracciolo,
430 Lanfranco di Milano, 328 Lanfranco di Pavia, 96,
97, 98, 99 Langton, Stefano v. Stefano Langton
Lattanzio, 181 Lefèvre d’Etaples, J., 389 Le
Myésier, Tommaso v. Tommaso” le Myésier Leonardo da Vinci,
484 Leonardo Fibonacci, 199 Leone Toscano, 112
Liber Aristotelis de expositione boni- tatis purae v. Liber de
causis Liber Avicennae in primis et secundis substantiis,
247 Liber de anima, 247 Liber de causis, 131, 160, 162,
202, 239, 242, 243, 245, 246, 259, 290, 292, 379, 467 Liber
de diversitate naturae et perso- nae, 128 Liber de
investigatione perfectionis, 325 Liber de pomo sive de morte
Aristo telis, 241 Liber de sex principiis, 160
Liber XXIV philosophorum, 160 Liber philosophorum moralium
anti- quorum, 241-242 Liber sex principiorum, 125-126,
259 Lombardo, Pietro v. Pietro Lombardo Lucano, 51,
117 Ludovico il Pio, Imperatore, 53, 56 Ludovico IV, il
Bavaro, Imperatore, 414, 415, 416, 439, 478 Luigi VI, Re di
Francia, 83 Luigi da Padova, 431 Lullo, Raimondo v.
Raimondo Lullo Lutero, Martino, 472, 475, 487 Macario
Scotto, 55 Macrobio, 59, 75, 93, 116, 124, 131, 181, 244, 245,
314 Indice dei nomi Maier, A., 487
Maimonide v. Mosè Maimonide Mainardini (de’) Marsilio v.
Marsilio da Padova Malabranca, Ugolino v. Ugolino d’Or-
vieto al-Ma’Miin, Califfo, 201 Manegoldo di Lautenbach,
93, 94, 96 139 Manfredi, Re di Sicilia, 241
al-Mansiir, Califfo, 201 Maometto, 206 Marbres,
Giovanni v. Giovanni Mar- bres Marciano Capella, 33, 75,
128 Mario Vittorino, 25 Marsili, Luigi, 500
Marsilio da Inghen, 460, 485-486, 489, 490 Marsilio da
Padova (Marsilio de’ Mainardini), 19, 256, 399, 410-414, 415, 416,
439, 440, 451, 463, 466, 478, 480 Martino di Bracara,
35 Martino di Dacia, 315 Massimo il Confessore, 14,
59-60, 181, 241 Masson, A. J., 479 Matteo
d’Acquasparta, 365-366, 367, 429 Matteo da Gubbio, 464
Maurizio di Spagna, 248 Memoriale rerum difficilium,
265-266 Michalski, K., 431, 453 Michele di Cesena, 415,
439, 467 Michele di Efeso, 241 Michele il Balbo,
Imperatore d’Orien- te, 57 Michele Psello, 14, 232
Michele Scoto, 240, 241, 313, 320, 331 Micone di St. Riquier,
74 Mondino de’ Liuzzi, 328, 465 Montaigne, Michele de,
389 Mosè de Leòn, 231 Mosè Maimonide, 17, 228-230,
232, 242, 289, 296, 303, 343 Moseh ben Majmòn v. Mosè
Maimo- nide Nemesio, 90 Niccolò II, Papa, 87,
167 Niccolò IV, Papa, 256 Niccolò V, Papa, 414
Niccolò Cusano, 244, 389 Nicola Bonet, 461 Nicola
di Amiens, 165-166, 343 Nicola d’Autrecourt, 455-458, 459,
486, 496 Nicola di Lisieux, 262 Nicola di Parigi,
314 Nicola di Salerno, 116 Nicola di Trivet, 377
Nicola il Greco, 241 Nicola Oresme, 481, 482-483, 485,
486, 489, 490 Nicoletti, Paolo v. Paolo Veneto
Nicomaco, 32 Notkero Labeone, 75 Ockham,
Guglielmo v. Guglielmo d’Ockham Oddone di Cluny, 75, 86
Olivi, Pietro di Giovanni v. Pietro di Giovanni Olieu
Onorio III, Papa, 261 Onorio d’Autun, 135-136, 153, 189
Orazio, 47, 51, 77 Oresme, Nicola v. Nicola Oresme
Origene, 69, 499 Orosio v. Paolo Orosio Otloh di
St. Emmeran, 93 Ottone I, Imperatore, 81, 82, 84 Ottone
III, Imperatore, 76 Ottone IV di Brunswich, Imperato- re,
236 Ottone di Frisinga, 186-188 Ovidio, 51, 117
695 Indice dei nomi Paolino d’Aquileia,
161 Paolo Apostolo, 59, 193, 498 Paolo Diacono,
50 Paolo Orosio, 48, 188 Paolo Veneto (Paolo
Nicoletti), 491 Pardulo di Laon, 59 Pascasio Radberto,
55 Patrizio d’Irlanda, 47 Peckham, Giovanni v.
Peckham Pelacani, Biagio, v. Biagio Pelacani da Parma
Pepo, 90 Persio, 75 Petrarca, Francesco, 465,
495, 500 Pier Damiani, 19, 91, 93-96, 107, 189 Pietro
Apostolo, 193 Pietro Abelardo, 91, 108, 109, 118, 136,
138-155, 159, 161, 167, 176, 179, 185, 187, 253, 269, 286, 313
Pietro Aureolo (Pietro d’Auriole), 434437, 451
Pietro Cantore, 153 Pietro Comestore, 153, 154
Pietro degli Alboini da Mantova, 490 Pietro d’Abano,
321, 410, 465-466 Pietro d’Ailly, 387, 478, 496-497, 498
Pietro d’Alvernia, 378 Pietro d’Auriole v. Pietro
Aureolo Pietro di Bruy, 171 Pietro di Candia, 497
Pietro di Ceffons, 455 Pietro di Corbeil, 248 Pietro
di Giovanni Olieu (Olivi), 267, 363, 364, 367-368 Pietro
d'Irlanda, 315 Pietro di Maricourt (Pietro Peregri- no), 317,
324, 345, 346 Pietro di Palude, 376 Pietro di Pisa,
51 Pietro di Poitiers, 154, 185, 263 Pietro di
Tarantasia v. Innocenzo V, Papa Giovanni
696 Pietro di Toledo, 382 Pietro di Trabibus (di
Trabes), 368, 369 Pietro Dubois, 397-399, 409, 411
Pietro Ispano v. Giovanni XXI, Papa Pietro Lombardo, 39, 108,
120, 154- 155, 185, 258, 285, 430 Pietro Olivi v. Pietro di
Giovanni Olieu Pietro Mangiadore v. Pietro Come-
store Pietro Peregrino v. Pietro di Mari- court
Pietro Valdo, 168, 172 Pipino il Breve, 47 Pipino
d'Aquitania, 73 Pirenne, H., 41 Platone, 17, 26, 39,
62, 93, 139, 140, 142, 143, 148, 149, 150, 162, 201, 204, 205, 240,
276, 290, 314, 319, 352, 438, 443, 472, 499 Platone di
Tivoli, 137 Plinio il Vecchio, 326 Plotino, 38, 57, 62,
63, 139 Porfirio, 25, 26, 38, 54, 125, 144, 205, 358
Prepostino da Cremona, 153 Prisciano, 52, 75, 124, 128
Proclo, 17, 38, 57, 62, 63, 159, 201, 240, 245, 293, 294, 295, 379,
390, 467, 468, 472 Prospero da Reggio Emilia, 375
Psello, Michele v. Michele Psello Pseudo Andronico, 241
Pseudo Beda, 129, 244 Pseudo Dionigi, 14, 38, 56-59,
62, 69, 102, 128, 180, 184, 240, 243, 244, 246, 247, 266, 275, 292,
294, 295, 340, 467, 468, 472, 498 al-Qabisi v.
Alcabizio Quintiliano, 123, 124 Qusta ibn Luca
(Constabulino), 201, 239 Indice dei nomi
Rabano, Mauro, 54-55, 136 Raimondo di Toledo, 120, 239
Raimondo Lullo, 325, 381-387, 388, 389, 499 Raimondo
Martin, 382 Raimondo Sibiuda (Sabiude, Sebond) 389
Rainaldo di Dassel, 187, 191 Ratero di Verona, 75
Ratramno di Corbie, 55 al-Razi, 325 Remigio de’
Girolami, 376 Remigio di Auxerre, 75 Riccardo
Billingham, 487 Riccardo Clapwell, 370 Riccardo de
Mediavilla v. Riccardo di Middleton Riccardo di Conigton,
429 Riccardo di Ghymi Eshedi, 488 Riccardo di
Middleton, 369-370 Riccardo di S. Vittore, 183-184, 185 Riccardo
di Swineshead (Suisset), 487, 488, 489, 491 Riccardo
Fishacre, 358, 375 Riccardo Fitz Ralph, 462-463
Riccardo Rufo di Cornovaglia, 343 Riccardo Suisset v.
Riccardo di Swi- neshead Rikkardis. Suora, 77
Ripelin, Ugo v. Ugo Ripelin di Stra- sburgo Ristoro
d'Arezzo, 325 Roberto Cowton, 429 Roberto de’ Bardi,
454 Roberto di Courcon, 153, 248, 253, 257
Roberto di Lincoln v. Roberto Gros- satesta Roberto di
Melun, 108, 120, 153 Roberto di Winchelsea, 360 Roberto
Grossatesta (o di Lincoln), 241, 266, 278, 322, 339-343, 345, 346,
351, 358, 360, 369, 419 Roberto Holkot, 452 Roberto
Kilwardby, 358-360, 375, 376 Rodolfo di Longchamp, 263
Rodolfo il Bretone, 334 Rolando Bandinelli v. Alessandro
III, Papa Rolando da Cremona, 248 Roscellino di
Compiègne, 108, 109- 110, 138, 139, 142 Rossi, P., 384, 385,
387 Rufino, 163, 317, 327 Ruggero II, Re di Sicilia,
121 Ruggero Bacone, 19, 257, 259, 317, 321, 322-323, 325,
343, 345-357, 358, 360, 369, 381, 382, 386, 389, 392-393, 419,
465 Ruggero di Hereford, 137 Ruggero di Swineshead,
487 Ruggero Marston, 366-367 Ruysbroeck Giovanni v.
Giovanni Ruysbroeck Sa‘adyah ben Yoséf, 225-226
Salio, 241 Salutati, Coluccio, 500 Sciarra
Colonna, 414 Secretum Secretorum, 241, 328, 345 Seneca,
Lucio Anneo, 35, 117, 134, 155, 259, 352, 377 Sententiae
divinitatis, 146 Sententiae Parisienses, 146 Servato
Lupo di Ferrières, 55, 73 Seuse (Suso), Enrico v. Enrico
Seuse Shélomoh ibn Gebirol v. Avicebron Sigibod di
Narbona, 70 Sigieri di Brabante, 311, 312, 334-337, 398, 407,
408, 463, 464 Sigieri di Courtrai, 458 Silvestre,
Bernardo v. Bernardo Sil- vestre Silvestro II, Papa (Gerberto
di Au- rillac), 76, 128 Simone di Dacia, 458
Simone di Faversham, 360 Simone di Lendinara, 491
697 Indice dei nomi Simone di Montfort,
151 Simone di Tournai, 153, 165, 188, 253, 263
Simplicio, 221, 296 Smaragde di St. Michel sur Meuse,
73-74 Socrate, 104, 139, 140, 142, 143, 148, 149, 438,
443 Stabili, Francesco v. Cecco d’Ascoli Stazio,
117 Stefano da Messina, 241 Stefano Langton, 153,
269 Stefano Tempier, 19, 312, 332-333, 345, 378, 462
Suida, 241 Suisset v. Riccardo di Swineshead
Summa di Bamberga, 153 Summa Perfectionis, 325
Summa philosophiae, 358 Tabula smaragdina, 325
Taddeo Alderotti, 32% 465 Taddeo da Parma, 464, 466
Tartaglia, N., 324 Tauler, Giovanni v. Giovanni Tauler
Temistio, 204, 239, 296 Tempier, Stefano v. Stefano
Tempier Teodolfo di Orléans, 51 Teodorico, Re degli
Ostrogoti, 25, 33 Teodorico di Chartres, 128-131, 134,
135, 138, 158, 166, 167, 177, 318, 342 Teodorico di Vriberg,
293-294, 323, 467 Teodoro, Maestro, 241 Teodoro
d’Antiochia, 328. Teodoro il Greco di Canterbury, 46,
56 Teodosio, Imperatore romano, 163 Teofilo, 328
Terenzio, 47 Theologia Aristotelis, 201, 202
698 Theologia-deutsch v. Der Franck- forter
Tolomeo, Claudio, 119, 129, 132, 185, 198, 201, 215, 239, 240, 316,
318, 320, 321, 323 Tolomeo di Lucca, 376, 395
Tommaso Becket, 120, 155, 189-190 Tommaso Bradwardine,
452-453, 454, 479, 481, 487, 490, 491 Tommaso Buckingham,
452 Tommaso d’Aquino, 17, 104, 230, 244, 262, 268, 273, 281,
284, 285, 295-312, 313, 315, 320, 321, 332, 334, 359, 360, 361,
369, 370, 374, 375, 376, 378, 379, 380, 382, 393- 395, 396, 407,
408, 409, 411, 417, 420, 421, 422, 432, 435, 448, 458, 467, 471,
496 Tommaso di Cantmprè, 326 Tommaso di Jorz, 376
Tommaso di Ockham, 458 Tommaso di Strasburgo, 380
Tommaso di Sutton, 376-377, 378 Tommaso di York,
343-345 Tommaso Gallo di Vercelli, 184 Tommaso le
Myésier, 387-388 Tommaso Wilton, 463 Tractatus
eboracenses, 192-194 Ubertino da Casale, 267, 363, 415
Ugo di Cluny, 86 Ugo di Novo Castro, 430 Ugo
d'Orléans, 120 Ugo di Santalla, 137 Ugo di S. Vittore,
153, 154, 166, 181- 183, 187, 188 Ugo Eteriano, 112
Ugo Ripelin di Strasburgo, 292, 293 Ugolino, Cardinale v.
Gregorio IX, Papa Ugolino (Malabranca) d’Orvieto, 431
Ulrico Engelbrech di Strasburgo, 292- 293, 467 Indice
dei nomi Urbano IV, Papa, 249 Urbano da Bologna, 464
Valdo, Pietro v. Pietro Valdo Vernani, Guido, v. Guido
Vernani Vilgardo da Ravenna, 77 Vincenzo di Beauveais, 325,
326 Virgilio, 47, 51, 77, 117 Vitale di Four, 368-369
Volpe, G., 169 Walfrido di Strabo, 55 Wilton, Tommaso
v. Tommaso Wil- ‘ton Witelio, 265, 323 Wolfemo di
Colonia, 93 Woodham, Adamo v. Adamo Wood- ham
Wycleff, Giovanni v. Giovanni Wy- cleff Wynfrith v. Bonifacio di
Magonza Yates, F. A., 387 Ysagoge in Theologiam, 146
Zbhar, 231 699 Pagina 9
21 23 23 32 40
40 45 48 56 56 59 67
70 79 81 81 85
Indice Introduzione Parte prima L'Alto
Medioevo Capitolo primo Filosofia e cultura nell'età
dei regni romano-barbarici 1. Marco Anicio Severino Boezio
2. Da Cassiodoro a Gregorio Magno Capitolo secondo
L'età carolingia 1. I presupposti storici e culturali
2. La cultura monastica anglosassone 3. Alcuino e la “rinascita”
carolingia 4. Gli sviluppi della cultura carolingia Capitolo
terzo Il IX e il X secolo 1. Il “Corpus areopagiticum”
e la sua penetrazione in Occidente 2. La filosofia di Giovanni Scoto
Eriugena 3. Il “ritorno” all'unità divina 4. La cultura
postcarolingia Parte seconda L’XI e il XII
secolo Capitolo primo La “rinascita” ottoniana e la
ripresa intellettuale dell’ XI secolo 1. Le condizioni
storiche 2. Il movimento cluniacense e gli inizi della riforma gregoriana
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138 145 148 151 151
155 158 165 167 167 172
176 181 Indice 3. La ripresa intellettuale
dell'XI secolo. Dialettica e antidialettica Capitolo secondo
Anselmo d'Aosta e la cultura teologica del suo tempo 1. Il metodo
teologico di Anselmo 2. L'argomento del “Proslogion” 3.
Gli attributi divini e il rapporto di Dio con la realtà 4. La scuola di
Laon; Roscellino Capitolo terzo Caratteri, tendenze ed
ambiente storico della cultura del XII secolo 1. Le
condizioni storiche 2. La trasformazione della cultura
ecclesiastica e le scuole cattedrali. Il carattere storico della
“Rinascita” del XII secolo 3. I centri della nuova vita
intellettuale Capitolo quarto La scuola di Chartres
1. Bernardo di Chartres e Gilberto de la Porrée 2. Teodorico di
Chartres e Bernardo Silvestre 3. Guglielmo di Conches
Capitolo quinto Lo sviluppo della logica e l'opera di Pietro Abelardo
1. Caratteri e aspetti della logica abelardiana 2. La
teologia di Abelardo 3. Altre posizioni logiche dell'età di
Abelardo: Josselino di Soissons e Adelardo di Bath Capitolo
sesto Cultura e filosofia nella seconda metà del XII secolo
1. Le scuole teologiche e i “Libri Sententiarum” 2. Le idee di Giovanni
di Salisbury ] 3. Teologia, filosofia e poesia in Alano di
Lilla 4. Nicola d’Amiens e il “De arte catholicae fidei”
Capitolo settimo Le grandi correnti di spiritualità religiosa del
XII secolo 1.I movimenti ereticali 2. Umiliati,
Francescani e Gioachiniti 3. Bernardo di Clairvaux e la mistica
cistercense 4. I Vittorini Pagina 186 186
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250 250 260 Indice Capitolo
ottavo Città di Dio e città terrena nel pensiero teologico-poli-
tico del XII secolo 1. Da Ottone di Frisinga a Giovanni di
Salisbury 2. I “Trattati di York” Parte terza
Le filosofie orientali Capitolo primo La filosofia dei
Musulmani 1. L'incontro con la cultura islamica 2. Le
origini della filosofia negli ambienti islamici 3. al-Kindi ed
al-Farabi 4. Avicenna 5. Averroè Capitolo
secondo La filosofia ebraica 1. Caratteri del pensiero
ebraico medioevale. Da Isacco Giudeo ad Avicebron 2. Mosè
Maimonide 3. La “Cabbala” Parte quarta Il XIII
secolo Capitolo primo Alle origini della nuova scienza
e della nuova filosofia 1. La penetrazione in Occidente della cultura
araba ed ebraico 2. Le eresie “filosofiche” di Amalrico di Béne e di
David di Dinant 3. Il neoplatonismo di Domenico Gundissalvi:
la reazione ecclesiastica alla penetrazione delle dottrine arabe
Capitolo secondo Le nuove istituzioni e le nuove forze
intellettuali. Le Università e gli Ordini mendicanti 1.
Origine e struttura delle Università medioevali 2. Gli Ordini mendicanti
e il loro contributo al rinnovamento culturale del Duecento
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Indice Capitolo terzo Gli inizi della “Scolastica”
parigina e lo sviluppo della scuola francescana, da Alessandro di Hales a
Bonaven- tura da Bagnorea 1. Gli inizi dell'influenza
aristotelica ed arabizzante a Parigi 2. ] primi maestri francescani
parigini 3. La filosofia di Bonaventura da Bagnorea
Capitolo quarto I maestri domenicani. Alberto Magno e la sua scuola
1. Origini e tendenze degli “Studi” domenicani 2. Alberto Magno e
la sua opera filosofica e teologica 3. La scuola di Alberto Magno
Capitolo quinto Tommaso d'Aquino 1. Le dottrine
fondamentali dell'opera di Tommaso 2. La distinzione tra filosofia
e teologia 3. Compiti e limiti della “teologia naturale”
4. La dottrina tomistica dell'“analogia” 5. Il problema della
creazione e l'ordine divino dell'universo 6. L'intelletto umano e il
processo di conoscenza. L'etica tomista Capitolo sesto
La “Facoltà delle arti” e la cultura scientifica nella prima metà
del Duecento 1. I nuovi testi delle Facoltà delle arti. I logici
parigini 2. Caratteri e tendenze della nuova fisica. L'astronomia
due- centesca tra Aristotele e Tolomeo 3. I progressi delle
conoscenze meteorologiche, dell'ottica e della meccanica 4.
La geologia, la chimica e la medicina Capitolo settimo
L’averroismo latino 1. Origini dell’“averroismo latino” Le
condanne del 1270 e del 1277 2. Sigieri di Brabante e Boezio di
Dacia Capitolo ottavo Scienza, filosofia e religione nella
scuola di Oxford 1. Le origini della scuola e Roberto
Grossatesta Pagina 343 352 358
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(na 9 Indice 2. I discepoli del
Grossatesta e il programma riformatore di Ruggero Bacone 3.
Esperienza, magia e scienza nel pensiero di Bacone 4. Maestri
domenicani e francescani nella seconda metà del secolo Capitolo
nono Società e filosofia negli ultimi decenni del secolo
(1270- 1300). Le correnti dottrinali tra Tommaso d'Aquino e Duns
Scoto 1. Le condizioni storiche 2. Motivi e tendenze
dell'“agostinismo” francescano 3. Enrico di Gand 4. I
maestri domenicani . 5. Goffredo di Fontaines ed Egidio Romano
Capitolo decimo Raimondo Lullo e l'’“Ars Magna.” L'umanesimo
enci- clopedico di Enrico Bate di Malines 1. L'“Ars
Magna” 2. L'’“Electorium Remundi.” Arnaldo di Villanova 3.
Enrico Bate e lo “Speculum” Capitolo undicesimo Il
pensiero politico duecentesco e il problema delle relazioni tra la Chiesa
e i nuovi Stati nazionali l. Agostinismo e aristotelismo nel
pensiero politico 2. Il “De regimine principum” di Tommaso
d'Aquino. Egidio Romano e la polemica bonifaciana 3. Pietro
Dubois e le tesi regaliste Parte quinta Il XIV
secolo Capitolo primo Le linee della crisi ideologica del XIV
secolo 1. La nuova realtà sociale e politica 2. La
dottrina politica di Dante 3. Marsilio da Padova e il “Defensor
Pacis” 4. Componenti religiose e filosofiche della crisi
Capitolo secondo Giovanni Duns Scoto e lo scotismo l.
Scienza e teologia 795 Pagina 422
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2. La “ metafisica” e la dimostrazione ontologica 3. Il
concetto di “haecceitas” e le conseguenze teologiche delle dottrine
scotiste 4. La scuola scotista Capitolo terzo
Filosofia e teologia tra Duns Scoto e Guglielmo di Ockham 1.
Jacopo di Metz e Durando di Saint Pourcain 2. Pietro Aurcolo ed Enrico di
Harclay Capitolo quarto Guglielmo d'Ockham e le
origini del movimento oc- camista . I fondamenti
dell'occamismo 2. La logica e il nominalismo 3. Le
dottrine fisiche 4. Le idee teologiche e teologico-politiche
5. Gli inizi dell'occamismo a Oxford e a Parigi 6. Nicola
d’Autrecourt 7. Giovanni Buridano Capitolo
quinto L'‘averroismo” trecentesco e la tradizione aristotelica
padovana 1. Giovanni di ]andun 2. L'aristotelismo e la
cultura scientifica padovana e bolognese Capitolo sesto
Giovanni Eckhart e la mistica tedesca 1. Origini e temi del
misticismo eckhartiano 2. La mistica tedesca e fiamminga dopo
Eckhart Capitolo settimo Società e cultura nella
seconda metà del XIV secolo 1. La crisi della Chiesa e il Grande
Scisma 2. Wyclef, Huss e i grandi movimenti ereticali della fine
del secolo Capitolo ottavo La scienza
scolastica alla fine del Trecento 1. Gli sviluppi della scuola di
Buridano e la fisica parigina Indice Pagina 487 2.
“calculatores” di Merton College 491 3. Le scienze naturali e
mediche 495 Conclustone 501 Bibliografia 685 Indice
delle sigle delle riviste maggiormente citate 687 Indice dei
nomi 797 Finito di stampare nell'agosto 1961
dalle Ind. Graf. A. Nicola Varese Cesare Vasoli. Vasoli.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vasoli,” pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Vasoli.
Gric


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