Powered By Blogger

Welcome to Villa Speranza.

Welcome to Villa Speranza.

Search This Blog

Translate

Thursday, December 12, 2024

GRICE ITALO A/Z V VIG

 

Grice e Vigellio: la ragione conversazionale al portico romano – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo italiano. Amico ed allievo di Panezio. Stoic philosopher. A riend and pupil of Panaetius, with whom he also lives. He is noted by CICERONE in “De Oratore” to have also been a friend of Lucio Licinio CRASSIO (vide), the greatest Roman orator prior to CICERONE. All other information has been lost.  See also List of Stoic philosophers. References: Blits, “The Heart of Rome: Ancient Rome’s Political Culture”; CICERONE. The first Stoic philosopher in Rome is the famous Panezio, who joins The Scipionic Circle, lives for a while in SCIPIONE’s home and travels with him for more than a year on a public embassy to the East. Besides SCIPIONE, consul, and censor, at least six  *other* consuls study under Panaetius. They include LELIO and L. FURIO, both of whom, along with SCIPIONE and Polibio, hear the three Greek philosophers at Rome; FANNIO; Q. Elio TUBERONE, suffect consul, Q. Mucio SCEVOLA, and Rutilio RUFO. In addition, Spurio Mummio, one of the legates sent to settle Greek affairs is trained in the doctrine of il PORTICO (Cicero, “Bruto”). V., friend of CRASSIO, consul, is Panezio’s friend and pupil, and lives with him (CICERONE, “De oratore”); and Sesto POMPEO, son of the governor of Macedonia, brother of a consul, and uncle of POMPEO maggiore, withdraws from politics in order to devote himself to the philosophy of the Portico (CICERONE, Bruto, De oratore). Portico. Pupil of Panezio. Marco Vigellio. Marcus Vigellius. Luigi Speranza for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Grice e Vigna: all’isola -- la ragione conversazionale e la regola d’oro conversazionale – la scuola di Rosolini – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosolini). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Rosolini, Siracusa, Sicilia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia filosofia a Milano, legandosi in special modo all'insegnamento di BONTADINI (vide) e SEVERINO (vide). Con SEVERINO si laurea con la tesi, ‘La logica dell'astratto – generale -- e la logica del concreto – particolare’”. Insegna filosofia a Milano e Venezia. Presidente della Società italiana di filosofia morale. Si occupa della filosofia del lizio, o peripato, e di neo-idealismo italiano. Si concentra in maniera speciale sull'ontologia, proponendo una ‘semantizzazione’ del concetto di ‘essere’ capace di risolvere la aporia del “parmenidismo” (vide VELIA) di SEVERINO, che in qualche modo grava anche sulla speculazione di BONTADINI. Questa ‘semantizzazione’ permette di leggere nel ‘divenire’ (“x divenne y”), non l'annullamento dell'ESSERE (“x e y”), ma piuttosto l’annullamento di UN ENTE. La differenza fondamentale è proprio quella che passa tra l’essere ‘assoluto’ che *non* diviene, e UN ente finito che comincia e cessa di essere – cfr. Grice, relative identity in Geach and Myro, and his schema on becoming after von Wrigt in “Actions and events.” Questa impostazione ha consentito di raffinare ulteriormente il tema della mediazione metafisica che sfrutta e compone la posizione necessaria della totalità di un essere con la posizione della totalità molteplice e mutabile dell'esperienza.  Insieme all’analisi di ontologia, si sono svolte quelle di etica (bio-etica). L'etica è intesa fondamentalmente come un’annalisi del desiderio o volere, il quale, a sua volta, è fondamentalmente desiderio di un altro desiderio (“meta-desiderio”), cioè poi di un altro essere umano – il co-conversazionalista B -- che ci desideri e ci riconosca. L'etica e così ri-condotta alle dinamiche di una relazione inter-soggettiva, che si puo descrivere secondo tre modelli basilari. Il primo modello è il modello griceiano – ariskantiano -- quello regolativo per l'etica. E quello in cui le soggettività si riconoscono reciprocamente come delle soggettività, e cioè come delle persone o degl’esseri che pensano e desiderano in modo trascendentale. Il secondo modello, piu primitive, è quello trasgressivo della ragione istrumentale. Quello in cui le soggettività confliggono e cercano di dominare il soggetto che hanno di fronte, trattandolo come un oggetto o istrumento -- o una cosa manipolabile a loro piacimento. Il terzo modello, che si colloca a mezza strada fra i due precedenti, è quello che V. definisce come modello griceiano ‘oblativo,’ in cui, mentre una delle due soggettività riconosce l'altra e si dispone a trattare l'altra secondo la cura e il rispetto che le convengono, l'altra soggettività non offre nessun riconoscimento e cerca di imporsi sulla soggettività riconoscente come soggettività dominante. Questa impostazione onto-etica si caratterizza per il tentativo di fondare la regolatività etica del modello ariskantiano di Grice su argomentazioni che partono dal rilievo irrefutabile della trascendentalità della persona, la quale si trova invece contraddetta in tutte le situazioni di rapporto inter-soggettivo ri-conducibili agl’altri due modelli (razionalita istrumentale – Modelo II --, e razionalita di oppression – Modelo III).  L’indagini di antropologia trascendentale completano e chiudono questo percorso, ponendosi come il termine medio che stringe e salda l'ontologia all'etica. Il concetto di ‘persona’ viene inteso alla Grice e Strawson come sinergia del concetto di ‘sostanza’ e di quello di relazione (la categoria della relazione di Aristotele, la relati, o il ‘pros ti’.  Sostanza (ousia, sub-stantia,  essential) è classicamente quello che permane e sta in sé. La relazione, invece, è qui il rapporto intenzionale ad altro da sé. La persona è una sinergia di sostanza e relazione perché è sia rapporto a se stesso sia rapporto all'altro da sé, in quanto è essenzialmente una intenzionalità trascendentale, ovverosia un orizzonte consistente di relazione all'altro da sé, secondo il corso illimitato del desiderio che lo abita. Saggi: “La dialettica di GENTILE” in “Giornale critico della filosofia italiana”, “La religione nella filosofia di GENTILE”, “Giornale critico della filosofia italiana”, “GENTILE, interprete di Marx”, in  Enciclopedia. La filosofia di GENTILE, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, “Ragione e religione”(CELUC, Milano); “Filosofia e marxismo” (CELUC, Milano); “Le origini del marxismo teorico in Italia: il dibattito tra LABRIOLA, CROCE, GENTILE, e Sorel sui rapporti tra marxismo e filosofia (Città Nuova, Roma); “GRAMSCI: il pensiero teorico e politico e la questione leninista” (Città Nuova, Roma); “Invito al pensiero di Aristotele” (Mursia, Milano), “Sostanza e relazione: una aporetica della persona,” in L'idea di persona, Melchiorre (Vita e Pensiero, Milano); “L'enigma del desiderio” (San Paolo, Cinisello Balsamo); “La politica e la speranza” (Lavoro, Roma); “Il frammento e l'intero: -- il toto e la parte -- indagini sul concetto di essere e sulla stabilità del sapere” (Orthotes, Napoli); “Sul trascendentale come inter-soggettività originaria”, in “Le avventure del trascendentale,” Rigobello (Rosenberg, Torino); “Sulla verità e sul bene” (Petite Plaisance, Pistoia); “Etica del desiderio come etica del riconoscimento” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: indagini di struttura sull'umano che ci è comune” (Napoli); “Studi su GENTILE” (Orthotes, Napoli); “Studi su Marx” (Orthotes, Napoli); “Studi su Aristotele” (Orthotes, Napoli); “La ragione e la dialettica: studi su Marx e VOLPE” (Marsilio, Venezia); “Teorie della felicità” (Francisci, Abano Terme); “La qualità dell'uomo: filosofi e psicologi a confronto” (Angeli, Milano); “Dio e la ragione” (Marietti, Genova); “L'etica e il suo altro” (Angeli, Milano); “Strutture del sapere filosofico” (Cardo, Venezia); “La libertà del bene” (Vita e Pensiero, Milano); “Essere giusti con l'altro” (Rosenberg, Torino); ‘Introduzione all'etica” (Vita e Pensiero, Milano); “Etica trascendentale e intersoggettività” (Vita e Pensiero, Milano); “Multi-culturalismo e identità” (Vita e Pensiero, Milano); “La persona e i nomi dell'essere: sritti di filosofia in onore di MELCHIORRE” (Vita e Pensiero, Milano); “Libertà, giustizia e bene in una società plurale” (Vita e Pensiero, Milano); “Etiche e politiche della post-modernità” (Milano, Vita e Pensiero); “Etica del plurale: giustizia, riconoscimento, responsabilità” (Vita e Pensiero, Milano); “Affetti e legami” (Vita e Pensiero, Milano); “La REGOLA D’ORO come etica universale (Vita e Pensiero, Milano); “BONTADINI e la metafisica” (Vita e Pensiero, Milano); “Metafisica e violenza” (Vita e Pensiero, Milano); “Etica di frontiera: nuove forme del bene e del male” (Vita e Pensiero, Milano); “Di un altro genere: etica al femminile” (Vita e Pensiero, Milano); Pira. Un san Francesco nel Novecento (AVE, Roma); “Multi-culturalismo e inter-culturalità: l'etica in questione” (Vita e Pensiero, Milano); “La vita spettacolare: questioni di etica” (Orthotes, Napoli); “Etica dell'economia: idee per una critica del riduzionismo economico (Orthotes, Napoli); “Differenza di genere e differenza sessuale: un problema di etica di frontiera” (Orthotes, Napoli); “Il dovere dell'ospitalità (Orthotes, Napoli). Dell'interpretazione di GENTILE offerta da V. discutono, fra gl’altri, Berlanda, “GENTILE e l'ipoteca kantiana. Linee di formazione del primo attualismo” (Vita e Pensiero, Milano); Bettineschi, “Critica della prassi assoluta: analisi dell'idealismo di GENTILE” (Orthotes, Napoli). Si vedano anche “Studi GENTILIANI” (Orthotes, Napoli). Cfr. “Studi marxiani” (Orthotes, Napoli). Cfr. gli scritti raccolti in V., Studi aristotelici” (Orthotes, Napoli); Saccardi, Semantizzazione dell'essere e inferenza metempirica, in Pagani, “Debili postille. Lettere a V.” (Orthotes, Napoli). Cfr. anche Messinese, “L'apparire del mondo: dialogo con SEVERINO sulla ‘struttura originaria’ del sapere” (Mimesis, Milano). “V., invece, che pur si è formato alla scuola di BONTADINI e di SEVERINO, non segue più i suoi maestri, perché ormai ritiene che, se si accetta la “semantizzazione parmenidea” (vide VELIA) dell’essere, non si può evitare di estendere gl’attributi dell'essere assoluto all’ente, come precisamente è avvenuto nello svolgimento della filosofia di SEVERINO. L'errore, però, prosegue V., sta proprio in questo “aver trattato la questione dell'essere come una questione di ESSENZA.” L'errore viene eliminato convincendosi che la “semantizzazione” dell'essere coincide con la relazione d’essenza ed esistenza': questo è il 'tratto comune' tra tutti gl’enti".  Cfr. V., “Il frammento e l'intero,  Sulla semantizzazione dell'essere. L'eredità speculativa di BONTADINI, in “BONTADINI e la metafisica.” Si veda inoltre SOLLIANI, “Dell'essere come essenza: per una rivisitazione del problema a partire d'AQUINO” in Debili postille, Il frammento e l'Intero, Cfr. anche Pagani, “Una rivisitazione della via del divenire e Peratoner, Intorno alla conoscibilità di Dio, la ragione, la fede, in Debili postille,  Si veda poi Barzaghi, Percorsi di rigorizzazione della teologia naturale nella filosofia neo-classica milanese”, “Rivista di filosofia neo-scolastica”. Cfr. Vigna, Etica del desiderio umano (in nuce), in Introduzione all'etica, Aporetica dei rapporti intersoggettivi e sua risoluzione, in Etica trascendentale e inter-soggettività,  Si veda anche il saggio di Fanciullacci, “Dell'inter-soggettività e del riconoscimento, in Debili postille, Cfr. V., Sul trascendentale come inter-soggettività originaria. Venuti, La cura dell’altro come REGOLA D’ORO. Lettera aperta a V., e Zanardo, Sul dono della differenza, in Debili postille, Per una discussione complessiva del pensiero di V. si vedano i saggi contenuti in Pagani  Debili postille. Lettere a V.” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: una aporetica della persona.” Si può vedere anche Bettineschi, Finità e infinità della soggettività. Lettera aperta a V., in Bettineschi, “Intenzionalità e riconoscimento: scritti di etica e antropologia trascendentale” (Orthotes, Napoli). Bergamo festival: l'intuizione, su you tube. Malato o persona?, su you tube. L'etica, you tube.com. Treccani. Intervista a V.: la filosofia morale, you tube. Tugnoli, V.: il desiderio come orizzonte trascendentale, su mondo-domani. Venezia, su unive Bollettino della Società filosofica italiana, Centro di etica generale ed applicata, su centro di etica. Centro inter-universitario per gli studi sull’etica, su venus unive. Società italiana di filosofia morale, Intervento su La Pira, su avvenire. Attualismo, problematicismo, metafisica, su filosofia. La politica e il sacro, su in schibboleth.  Bisognerebbe oggi parlare piuttosto di metafisica del male comune… Siamo infatti  dinanzi ad un certo tramonto del politico, almeno nell’Occidente post-industriale: lo siamo  nel senso che la società civile, negli ultimi decenni, ha assorbito in sé ciò che una volta era,  almeno in parte, contenuto della sfera politica; ma lo siamo soprattutto nel senso che il  compito politico sembra troppo difficile da eseguire ed è in effetti non di rado tradito da  coloro che ne sono in prima battuta responsabili. Ad una sorta di processo di disseminazio-  ne di progettualità creativa in seno alla società civile sembra corrispondere una sorta di di-  scredito e di scetticismo quanto alla sfera politica. La sfera politica sembra non riuscire più  ad occuparsi della cosa comune ed essere diventata, piuttosto, il luogo di una distribuzione  corporativa delle risorse. Quando non si giunge, come ad esempio in Italia (ma certo non  soltanto in Italia), a forme molto gravi di corruzione e di spreco. Il cittadino medio tende  perciò a ritrarsi dalla politica o semplicemente cerca di profittarne.  Di fronte all’ingestibilità della progettualità politica, e pure di fronte al discredito del-  la politica, si capisce perché vi sia un generale movimento di conversione dai fini ai fondamenti  della comune convivenza. Ma questa conversione a me pare, in realtà, non tanto una con-  versione dalla progettualità politica all’amministrazione della società civile, quanto una  qualche conversione dalla politica all’etica.  Ci si è convertiti all’etica, quasi per esaurimento della sfera politica: questo ho appena  suggerito. Ma l’etica non pare offrire uno spettacolo diverso dalla politica, nonostante oggi  la si chiami fuori, l’etica, per dirimere, quasi giudice supremo, i conflitti tra il politico, il so-  ciale e il privato; anche l’etica, infatti, ha i suoi problemi, né suscita consensi facili, quando  si va a determinare caso per caso che cosa può dirsi garantito dall’etica. Sono note ad es. le  polemiche sulla bioetica, tanto per citare uno dei temi oggi forse più rilevanti, anche per le  sue immediate ripercussioni in ambito politico. Dobbiamo dunque mettere sul conto della  nostra quotidianità una eclisse anche dell’accordo sulle convinzioni etiche? Così pare. E il  multiculturalismo spinge nello stesso senso. Fino a qualche decennio fa la trasgressione  prendeva di mira la legge politica (si ricordi la temperie sessantottina); oggi quel tipo di trasgressione sembra rientrata e sembra, appunto, presa di mira anche l’etica. Cito solo un  sintomo, ma vistoso: ciò che si discute con sempre maggiore frequenza è la possibilità di  stabilire regole per tutti che siano regole puramente convenzionali o formalistiche, anche  sul piano “etico”. L’area anglosassone, più sperimentata in fatto di multiculturalismo, ha  avanzato non poche proposte in tal senso. Ma bisogna pur dire che ogni formalismo con-  venzionalistico contiene in sé il difetto radicale di valere tanto per le cose buone quanto per quelle malvagie (anche una organizzazione mafiosa rispetta una serie di convenzioni...),  sicché serve solo a scansare il problema fondamentale, anzi che a risolverlo. Ed è qui che  il bisogno di stare al sostanziale tende alla compensazione dell’etica, lmeno nel senso di  ricorrere ad elementi o frammenti di rimandi all’etica, per ottenere coesione e consenso.  Una certa fiducia nell’universale rispetto dell’essere umano e un certo rimando ad una fede  paiono non di rado un collante più potente di qualsiasi considerazione ideologica, visto  anche il discredito su larga scala patito dalle ideologie novecentesche.  4. Eppure, dell’etica e della politica, in realtà, nessuno può fare a meno. L’etica e la  politica, come tutte le cose “necessarie” per la vita degli uomini, si raccomandano da sole.  Come tutte le cose “necessarie”, l’etica e la politica ricompaiono e persino dominano anche  là dove le si vuole a tutti i costi esorcizzare. Solo che tutte queste cose prendono vesti di-  verse da quelle di una volta: tendono a frantumarsi in molti rivoli o assumono andamenti  carsici. Per esempio, l’etica e la politica diventano oggi cura del mondo della natura o  riscatto del femminile, lotta per l’integrazione delle etnie o sostegno per gli emigranti e gli  emarginati. Comunque, quando e a misura che appaiono onorate, queste dimensioni del  senso della vita umana sembrano rendere possibile la convivenza, perché esse si presenta-  no come custodi di ciò che accomuna gli esseri umani nel profondo. Più di quanto accada  alla semplice fattualità dell’ethos. L’etica e la politica sembrano qualcosa di infinitamente  più prezioso dell’ethos. Sono in effetti il giudizio sull’ethos a partire dalla verità del desi-  derio umano, se intendiamo per ethos ciò che appare come la realizzazione storico-fattuale  di tale desiderio.  5. Abbiamo evocato la “verità” a proposito del desiderio umano. In realtà, l’etica e la  politica, sono solitamente intese come il luogo del riferimento all’”oggettività” normativa.  Ma l’”oggettività” qui che cos’è, se non la “verità” di quel che il desiderio del singolo o  della collettività desidera? Una certa eclisse dell’etica e della politica, in particolare, sem-  bra l’eclisse della consapevolezza di questo legame originario con la verità dell’esistenza.  E allora? Come far fronte a questa “sfida” paradossale del nostro tempo, che vorrebbe fare  a meno dell’universale verità, proprio mentre la invoca per governare la frammentazione  delle esperienze dei singoli e dei molti? Semplificando non poco, io azzarderei questo tipo  di risposta. Un codice universale di natura semplicemente teorica, cioè veritativa, sembra  diventato di fatto improponibile. Questo non significa che sia impossibile. Significa sempli-  cemente che la cultura dominante, incline al relativismo e allo scetticismo, non lo cerca e  non lo vuole. In fondo, ne dispera. Eppure, tenta di rimediare a questo fallimento epocale  mediante la ricerca di un codice pratico. È degna di rilievo la circostanza che gli “ultimi fuo-  chi” della “fondazione” di qualcosa siano, nel pensiero filosofico occidentale, di tipo etico-  pratico (cfr. ad es. le proposte di Apel). Ma anche la fondazione dell’eticità, purtroppo, è…  un che di teorico. Perciò non funziona più di tanto. Ossia: anche l’etica e la filosofia della  politica dividono. Sembra che unisca, piuttosto, la pratica tout court, forse perché nella  pratica ci si deve necessariamente determinare così e così. La pratica è “reale”, si pensa, o  è almeno la riconduzione del pensiero alla realtà (laddove la teoria è la riconduzione della  realtà al pensiero e quindi sembra offrire un margine maggiore alla variazione soggettiva).  Per una metafisica del bene comune  Ma non ci si illude anche da questa parte? È possibile. E tuttavia la pratica, come alter-  nativo terreno di intesa, sembra più efficace della teoria, perché si orienta al reale, e il reale  tendenzialmente unifica, se e quando ci è dinanzi (almeno in qualche modo), più di quanto non  accada alla teoria, che soffre degli equivoci insuperabili della comunicazione.  6. Ma una maggiore approssimazione al nostro obbiettivo richiede una manovra ag-  giuntiva. Noi dobbiamo cercare ciò in cui gli esseri umani possono praticamente convenire,  ossia ciò che li può praticamente accomunare. Orbene, ciò che tutti desideriamo è almeno  questo: d’essere riconosciuti e onorati nella nostra umana soggettività. Detto in altri ter-  mini, ogni soggettività umana chiede d’essere riconosciuta come un orizzonte di senso  inoltrepassabile, cioè intenzionalmente infinito, perché tale essa è per via del logos che la  informa. Ma le soggettività sono molte. E come è possibile che più orizzonti intenzional-  mente infiniti coesistano? Non si riesce facilmente a capire proprio questo. Sulle prime, più  infinità, per quanto semplicemente intenzionali, sembrano incompossibili. L’una sembra  togliere all’altra proprio tale carattere (Sartre). Di qui l’impulso al conflitto e quindi alla po-  tenziale esterminazione dell’altro. E in effetti l’esito è inevitabile, se ogni soggettività viene  innanzi esigendo, anzitutto, dall’altra il riconoscimento della propria trascendentalità. Cioè  imponendolo. L’altra, per lo più, farà lo stesso con la prima. Così entrambe le soggettività  finiranno per lottare per la vita e per la morte. Non così, se ogni soggetto, anziché esigere  d’essere riconosciuto nella sua trascendentalità, viene innanzi offrendo, anzitutto, il proprio  riconoscimento della trascendentalità dell’altro. Non così, se l’altro, riconosciuto, viene in-  nanzi riconoscendo a sua volta la trascendentalità del primo. Poiché la trascendentalità in  tal caso non è predata, ma reciprocamente offerta, accade che ognuna delle due coscienze  sia riconosciuta dall’altra. E poiché ognuna liberamente riconosce, resta nella propria tra-  scendentalità anche quando lascia essere l’altra allo ste4sso modo. Due trascendentalità,  così chiasmaticamente incrociate, non sono più incompossibili, anzi si sostengono e si alimentano a vicenda. L’inciampo dell’ostilità reciproca è qui tolto in via di principio.  Il primo codice universale e il più efficace è dunque il principio del reciproco riconoscimento. In effetti, il principio del reciproco riconoscimento è il codice universale più  praticabile: un gesto di riconoscimento può esser fatto da chiunque lo voglia. La sequenza che ho sinora esposto si può riassumere così: possiamo tornare alla politica solo se transitiamo per un’etica del riconoscimento reciproco. Ma il riconoscimento  reciproco implica inevitabilmente trattare ogni essere umano come fine in sé. Cioè come  qualcosa di inoltrepassabile. Cioè come libero dall’ambiguità delle relazioni di dominio.  La vita umana non può che abitare questo luogo, se andiamo alla sua regola secondo verità. Ma come in concreto si struttura la salvaguardia della vita umana nella società civile?  Credo che si possa agevolmente rispondere a questa domanda riproponendo nel giusto  ordine tre grandi convinzioni che da tempo immemorabile gli esseri umani hanno tentato  in un modo o nell’altro di onorare: la libertà del gesto, che fa dell’azione una azione umana  nella sua dignità, la mira del bene, che riscatta la libertà da possibili ambiguità, la giustizia  del gesto che fa della mira del bene una questione non solo della vita del singolo, ma anche della vita di tutti. Vediamo partitamente queste tre convinzioni, che rendono possibile  l’umana convivenza come società civile e che devono essere protette dall’umana convivenza  come società politica. Il primo breve discorso che vorrei fare è quello sul bene1, perché sono convinto del  fatto che dal bene cominci propriamente la possibilità di una determinazione equilibrata  delle altre due parole: la libertà e la giustizia e perché il bene custodisce in sommo grado la natura sacro-santa della vita umana. La vulgata precedenza della libertà sul bene e sulla  giustizia è in realtà un capovolgimento della vera sequenza teorica. Dobbiamo tale errata  precedenza alla modernità. Essa compare con solennità epocale per la prima volta nelle  parole d’ordine della rivoluzione francese: libertà, eguaglianza, fraternità. Da allora in poi  ha fatto, purtroppo, molta strada. Dico “purtroppo”, perché sono dell’avviso che, comin-  ciando dalla libertà si onora un essere umano, ma solo cominciando dal bene lo si orienta  in modo conveniente nei suoi propositi di vita, singolare o collettiva. E un essere umano è  libero soprattutto per questo, per confrontarsi col bene. Il bene è infatti il fine d’ogni azione  e nella vita pratica tutto prende senso dal fine.  Ma lasciamo i discorsi formali e veniamo a qualche considerazione un po’ più con-  tenutistica. Chiediamoci, anzitutto, perché nel corso della modernità il bene è stato gra-  dualmente messo da parte (il grande discrimine è il Kant della Critica della ragion pratica).  La risposta a questo interrogativo è nota ai metafisici  solo la richiamo  ed è duplice.  Prima parte: il tema del bene è stato accantonato, perché strettamente legato all’ontologia  metafisica, da Kant in poi (v. Critica della ragion pura), per comune convinzione, considerata  impossibile. L’ontologia metafisica, veicolata, specialmente da Wolff in avanti, come un  sapere sistematico, con l’aura dell’assolutezza, era simbolicamente accostata, in termini  politici, a qualcosa come la monarchia assoluta e/o il papato. Ma questo, in molti spiriti  liberi, significava inevitabilmente dispotismo, autoritarismo, inquisizione e simili. La mo-  dernità è rappresentabile, da questo punto di vista, come la rivolta della soggettività contro  un simile apparato, in nome d’un nuovo fondamento di senso: la soggettività medesima,  cui appartiene essenzialmente l’attributo trascendentale della libertà. Il cogito cartesiano  inaugura questa stagione, anche se l’emergenza della figura della libertà è da addebitare  alla stagione illuministica. Ma vediamo l’altra parte. Nella modernità il riferimento al divino, cui il bene era da  molti secoli, in ultima istanza, rapportato, si attenua fortemente e gradualmente; dall’Uma-  nesimo in avanti, viene innanzi, e anche occupa per intero lo scenario, l’essere umano con  il suo mondo. Il contenuto del bene diventa proprio questo. Non è, il bene, sparito dalla  circolazione delle idee: ha solo mutato nome. E del resto non poteva sparire, perché fa parte  del modo in cui necessariamente viviamo. Dunque, il bene della soggettività moderna in rivol-  ta è la soggettività medesima: in versione singolare o in versione comunitaria. Troviamo l’espres-  sione più netta della rotazione di senso nella prima e nella terza parola della sequenza della  1 Mi permetto rimandare al vol. da me curato, La libertà del bene, Vita e Pensiero, Milano e spec. al  mio saggio su Bene e male. Una riconsiderazione. Per una metafisica del bene comune  rivoluzione francese: la “libertà” e la “fraternità”. A seconda che si propenda per il primato  dell’una o dell’altra parola, si avrà nel seguito il liberalismo o il collettivismo. Da allora, a  mio avviso, non è cambiato molto su questo terreno. Tutti i pensatori etico-politici moderni  e molti dei pensatori contemporanei si schierano tendenzialmente da una parte o dall’altra. Direi che questa “vulgata” ha per ora pochi avversari. Ma a breve le cose potrebbero  cambiare. Timidamente si fa innanzi presso alcuni post-moderni (ad es. Foucault) e presso  alcuni esponenti radicali del pensiero verde (v. Bateson, ad es.) l’oltrepassamento della centralità del soggetto e dei soggetti, in direzione di un paganesimo cosmicizzante. Nietzsche  è il piccolo padre anche di questa nuova ondata. La cosa era forse in certo modo prevedibile.  Una volta eliminato il Dio della metafisica e della religione, il piccone della critica si è anda-  to esercitando, anzi si è andato accanendo sulla portata trascendentale della soggettività, e  ne ha decretato la fine. E allora, cosa può diventare riferimento ultimo del senso, messo da  parte Dio e l’uomo, se non il cosmo, che è poi la terza della grandi parole della metafisica,  ancora presenti nella critica kantiana come indicazioni sistematiche ideali? Questa recente direzione di marcia lavora sulla fine della soggettività trascendentale  forse anche a partire da un certo fascino indotto dalla vita materiale: la durezza delle di-  namiche economiche, apparentemente incontrollabili; il trionfo della tecnologia, dilatabile,  si opina, senza limiti; il fascino della biosfera, che fa sognare una sorta di unità mistica  quanto alle forme di vita, compresa la vita umana; la rete mediatica che influisce poten-  temente sui costumi e produce condotte eteronome di massa, l’enorme flusso migratorio,  che relativizza tutto ciò che la soggettività singola ha costruito come propria storia. La  soggettività moderna, insomma, ne sembra schiacciata. Marx pensava ancora di mettere  innanzi la grandezza della specie umana per governare la storia. I contemporanei si sono  arresi, quando anche questa variante consolatoria è fallita. Le voci che fanno dell’umanità  un giocattolo in balia di mani più forti, come sono quelle della tecnologia o quelle delle  forze naturali, sono sempre più ascoltate. Personalmente, resto scettico di fronte ai tentativi di oltrepassamento dell’orizzon-  te della soggettività in una neutra oggettività. Neutra, poi, non proprio, perché si colora  subito di irrazionalità, arbitrarietà, crudeltà e cinismo. Nietzsche ancora una volta ha già  predetto l’essenziale, cioè ha visto in anticipo la deriva di ciò che segue alla morte di Dio.  Egli voleva reagire a questa deriva, con un rinnovato umanesimo. E noi siamo forse ancora  al punto in cui egli si era fermato; dobbiamo, cioè, capire che fare quanto al nostro destino  di umani, ora che cominciamo a nutrire seri dubbi sulla capacità nostra di governare la  terra. Chiedersi da che parte andare è lo stesso che chiedersi qual è il nostro bene, il bene  per noi post-moderni. S’intende: trattandosi del nostro bene, si tratta del bene non solo  di un singolo, ma anche dei molti e in una società pluralistica. Si tratta del bene comune  dell’intera umanità. A guardare le cose un po’ dall’alto, vien da dire che oggi bisognerebbe  decidere quale delle tre grandi parole della metafisica prima citate può interessare una so-  46  Carmelo Vigna  cietà pluralistica come riferimento di senso. Dico “può interessare”. Faccio, in altri termini,  un discorso di “persuasività”, non un discorso di stretta “verità”. Se dovessi fare un discor-  so di stretta verità, dovrei molto semplicemente affermare che il primo e, in certo senso,  l’unico oggetto degno dell’attenzione originaria di un essere umano è l’Assoluto. Cioè,  solo Dio è degno, in ultima istanza, dei nostri desideri e dei nostri pensieri. Nessun altro  e nient’altro. La stragrande parte degli uomini, in modo più o meno rozzo o più o meno  sofisticato, pensa spontaneamente così e in qualche modo cerca di onorare questo modo di  pensare. L’enorme impatto sulla faccia della terra delle convinzioni religiose è lì a testimoniarlo. Solo una sparuta minoranza, in realtà, per lo più abitante dell’Occidente opulento  e post-industriale, si permette, a questo riguardo, forme insistite o incistate di scetticismo  a trecentosessanta gradi. Se si vuol fare, tuttavia, un discorso di persuasività etico-politica,  cioè un discorso che si fonda su una serie di evidenze abbastanza facili da percepire per  i più, allora il discorso sul bene in una società pluralistica non può che essere centrato sugli  esseri umani. Non certo sulla natura, la quale deve essere, sì, oggetto di cura, perché è il no-  stro “grande corpo organico”, ma, appunto, di una cura subordinata alla cura degli umani;  non, purtroppo, su un Dio trascendente, perché non tutti lo riconoscono, perché di Lui,  comunque, nulla possiamo sapere in linea puri intellectus, eccetto l’esistenza sua, e quel che  ne diciamo quanto alla sua essenza, ci divide più di qualsiasi altra cosa. Insomma, resta  l’uomo come fine. In termini etico-politici, cioè di pragmatica possibilità di stringere accordi  potenzialmente universali, una impostazione come quella ad es. di Hans Jonas potrebbe  essere accettabile. Ma studiosi come Rawls o Habermas propongono strategie simili. Del  resto, se questo primato antropologico venisse perseguito a fondo, sarebbe più facile per  molti sentire in cuor proprio il bisogno di volgersi all’origine ontologico-metafisica della buo-  na qualità dei rapporti tra noi, anche perché una parte, almeno, dell’umanità sicuramente  continuerà a testimoniare il nesso tra la pratica della fraternità e il rimando inevitabile ad  una suprema e universale Paternità. Lì abita in ultima istanza il sacro-santo della vita. Ma  qui devo lasciare in sospeso il tema, perché andrebbe nel senso della teologia politica, su  cui è bene che sia altri a dire. Ora andiamo al tema della giustizia. Come è noto, l’etica pubblica si divide tra i sostenitori del primato della giustizia come elemento procedurale e formale dell’architettura  della convivenza umana e i sostenitori del primato del bene o dei beni come acquisizione sostantiva. Lo abbiamo accennato prima. Io credo, invece, che si tratti di due “cifre”, la  giustizia e il bene, per nulla alternative, anche perché entrambe “originarie”. Se ben si riflette, appare sufficientemente chiaro che il giusto è un certo rapporto, men-  tre il bene è il termine di un rapporto. Giusto, poi è il rapporto buono, mentre il bene non si  risolve semplicemente nel rapporto giusto. Il rapporto giusto è solo uno dei beni possibili.  I due significati, dunque, non sono propriamente equivalenti (il bene, ad evidentiam, ha una  estensione maggiore), anche se l’uso linguistico tende a trattarli quasi in modo sinonimico.  È vero, piuttosto, che essi in qualche modo si determinano a vicenda, perché il bene non  È anche evidente che l’oggetto cui ci si rapporta è più importante del rapporto. Il rapporto è una realtà inten-  zionale, mentre il bene è una realtà ontologica. Naturalmente, anche la realtà intenzionale è in qualche modo Per una metafisica del bene comune  può prescindere da un certo rapporto e il giusto non può fare a meno del riferimento al  bene. E tuttavia, se è vero che il bene non può fare a meno d’essere un rapporto, ciò che  nel determinare il bene importa è, in primo luogo, la natura dell’oggetto cui ci si rapporta;  parimenti, se il giusto non può fare a meno di una relazione ai beni (questo è specialmente  evidente nella giustizia di tipo distributivo, ma poi appare anche in quella di tipo commutativo), la natura del bene è per il giusto relativamente indifferente. Si può stare nel giusto  con beni piccoli o con grandi beni. Conta, appunto la natura del rapporto, cioè che si tratti  di un rapporto in cui non manchi l’uguaglianza (commutativa o distributiva che sia). Che ne è della giustizia in una società veramente civile? La domanda importa che  si trovi un rapporto giusto per tutti, indipendentemente da una certa identità culturale. Ora,  che cosa è anzitutto giusto per qualsiasi essere umano? Ossia: quale rapporto un essere  umano giudica come tale che non viola le proprie attese originarie di giustizia? La risposta  obbligata mi par questa: per un essere umano è anzitutto giusto o ingiusto ciò che concerne  l’immediato rapporto suo con gli altri esseri umani. E il rapporto giusto è il rapporto che  rispetta, anzi onora e quindi si prende cura della soggettività nella sua trascendentalità; è  il rapporto che lascia essere gli esseri umani come tali, cioè non li riduce a oggetti manipo-  labili; è il rapporto, per dirla kantianamente, che tratta un essere umano sempre anche come  fine e mai come semplice mezzo. Abbiamo già detto che questo, universalmente praticato, è  proprio solo del rapporto di riconoscimento reciproco, perché solo nel riconoscimento reci-  proco le due o più soggettività si lasciano essere come tali. Bene e giustizia, dunque, qui  convengono. Soltanto qui. E questo per il fatto che l’essenza di un essere umano è d’essere  un rapporto. Egli è, dunque il bene del rapporto e, nel contempo, il rapporto del bene, se  si rapporta riconoscendo. S’intende, secondo le forme della finitudine. Non ho inteso, con  ciò, dimenticare la complessità e la difficoltà di trovare criteri appropriati per la giusta di-  stribuzione dei beni della terra. Non v’è dubbio che il concetto di giustizia passa, innanzi  tutto e per lo più, per questa pratica quotidiana. Ma la giusta distribuzione dei beni non è  che l’effetto, in parte, e in parte l’individuazione simbolica del giusto rapporto tra noi, che è,  appunto, il rapporto di riconoscimento reciproco.  19. Giustizia dunque come riconoscimento della dignità di un essere umano, delle sue  opportunità d’ingresso alla vita e del suo onesto disegno di fioritura. È a questo punto che  può cominciare l’istruzione del tema della libertà. La libertà non può che essere l’ultima  delle tre parole, e non la prima. Questo non significa che essa non sia altrettanto originaria  delle altre due. Significa solo che è ordinata alle altre due, mentre non è vera l’affermazione  reciproca. Lo smarrimento di quest’ordine, che direi onto-etico, è forse una delle più grandi  sciagura della modernità. E noi viviamo ancora sull’onda di quella deriva. I moderni han-  no fatto della libertà una magica parola, cui tutto dovrebbe essere sottomesso; ma la libertà,  come prima ho ricordato, fa la dignità del gesto di un essere umano, non ne fa, da sola, la  bontà, anche per il fatto incontestabile che esistono, e come!, gesti di libertà cattivi.  qualcosa e quindi ha una valenza ontologica, ma l’ha di seconda battuta. Un po’ come accade alla verità rispetto  all’essere.  48  Carmelo Vigna  20. Una società veramente civile è possibile pensarla, solo se si oltrepassa la convinzione  moderna del primato assoluto e incondizionato della libertà e si accede al primato assoluto  e incondizionato del bene di e per ogni essere umano (che comprende di certo anche la sua  condizione di libero, ma non si riduce a quella). Né basta dire che la mia libertà finisce,  quando comincia la libertà dell’altro, che è lo slogan più noto della tradizione liberale.  Non basta, anzitutto, perché questo slogan confligge teoricamente con l’idea del primato  incondizionato della libertà. La libertà dell’altro invocata come limitante è, infatti, un bene  dell’altro; quindi la libertà è limitata, come dev’essere, dal bene e non è affatto incondizio-  nata. Solo il bene lo è. Non basta poi perché, riducendo il bene dell’altro alla libertà dell’al-  tro, si tace di tanti altri beni dell’altro che devono costituire, anch’essi, un limite alla mia  libertà. Non è sufficiente, infatti, che l’altro sia libero. Se l’altro è libero di morire di fame, e  io sono libero di mangiare a crepapelle, la mia libertà è la maschera penosa e vigliacca di un  delitto. Io mi approprio in esclusiva dei beni della terra che sono comuni e di fatto escludo  l’altro che ne ha gli stessi diritti. Così lo lascio morire. C’è un senso, tuttavia, secondo cui la libertà può esser concepita come incondiziona-  ta, ma non è il senso difeso dalla tradizione teorica liberale: io la chiamo: la libertà del bene,  cioè la libertà di fare il bene. Qui la libertà è incondizionata, perché gode, per una sorta di  simbiosi, dell’incondizionatezza del bene. Poiché in una società veramente civile, la libertà  come arbitrio non può avere solo l’altrui libertà come limite, ma deve avere come limite  tutti i diritti dell’altro, compreso certo anche quello della sua libertà, per questo l’umana  libertà deve farsi carico di tutto ciò che la giustizia invoca per l’altro. È questa la ragione  per cui le società liberali sono incapaci di essere veramente civili, nonostante l’abbondanza  delle dichiarazioni in contrario. Esse dimenticano facilmente, o meglio, occultano il lato  della cura e della giusta promozione dell’altro e così proteggono di fatto le situazioni di-  scriminanti, che sono poi la radice permanente della conflittualità endemica. La situazione  nordamericana è un esempio per molti versi eclatante. Sotto il manto della libertà, mes-  sicani, asiatici e neri praticano in massa gli umili mestieri che consentono ai bianchi una  vita agiata. Sono liberi d’esser poveri… Più o meno come accade in Italia per la fascia degli  immigrati extracomunitari. Se la libertà del bene guida l’azione, allora la mira è il bene dell’altro, cioè l’altro come  bene. È anche il mio bene, ma di me come l’altro di un altro. Solo così io posso conseguire,  storicamente parlando, il massimo bene. Sulle prime, questa affermazione può parere per-  sino patetica: l’invocazione del “buon cuore” come regola di condotta in un mondo che il  pluralismo tende piuttosto ad indurire. Una riflessione accorta però è in grado di far vede-  re che il mio bene, cioè poi la mia fioritura di vita, può avere senso solo se il movimento del  desiderio verso l’oggetto a lui conveniente, il bene, appunto, compie il giro della referenza  immediata all’alterità e di quella all’identità in modo mediato. Mediato, appunto dall’alterità.  3 Rimando di nuovo al vol. La libertà del bene, cit., e stavolta spec. alla mia Introduzione, pp. 3-18.  49  Per una metafisica del bene comune  23. Provo a tirare in breve le fila del mio discorso. Posso anche far presto, perché tutte  le fila conducono, come si è di certo inteso, allo stesso punto: alla cifra del riconoscimento  come forma regolativa dell’esistenza degli esseri umani. Una società veramente civile infatti  è possibile, se i molti si onorano reciprocamente, cioè appunto, reciprocamente si riconoscono. È  questo il senso primo (primo per noi) del bene comune. Nel reciproco riconoscimento, ognuno è  signore dell’altro (in quanto riconosciuto nella propria trascendentalità, quindi come oriz-  zonte inoltrepassabile di senso) e ognuno è servo dell’altro (in quanto riconosce nell’altro  la signoria del senso). Le forme democratiche di vita politica tendono ad approssimarsi a  queste dinamiche più d’ogni altra forma. Nella democrazia infatti l’autorità del cittadi-  no su un altro cittadino è o dovrebbe essere semplicemente di tipo funzionale. Tutti sono  eguali, cioè tutti sono signori, ma fatti signori gli uni dagli altri, mai da se stessi.  24. All’interno della cifra del riconoscimento, come regola universale, prendono un sen-  so determinato, come si è detto, tanto il bene, quanto la giustizia e la libertà come realiz-  zazione e, insieme, protezione del bene comune. Bene significa voler ciò che consente la  mia fioritura di vita; bene è dunque volermi bene, volendo bene altri come quegli che tale  fioritura in me rende possibile. Altri, naturalmente, solo che lo si voglia o, meglio, solo che lo si  creda, può essere scritto – dovrebbe anche essere scritto – con la maiuscola (la dinamica relazionale è  la stessa). Il bene comune in una società veramente civile è questo, essenzialmente. Giustizia  significa rendere ad ognuno ciò che gli spetta (unicuique suum). Ma ciò che spetta ad ognu-  no è anzitutto d’essere trattato come una soggettività (trascendentale). Cioè come un essere  umano in totalità. La reciprocità riconoscente è dunque il luogo della massima giustizia per  ognuno di noi. Libertà significa non arbitrio incondizionato, bensì libertà di fare il bene. E  poiché il primo bene, storicamente parlando, è l’esserci d’altri per me, libertà del bene vuol  dire di nuovo libertà di riconoscere l’altro come il mio bene. Come il bene che tutti accomuna. Carmelo Vigna. Keywords: bein, essence, essenza, essere, intersoggetivo, tre tipi di intersoggetivo: trascendentale, oppressivo, istrumentale, being and becoming. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS. Luigi Speranza, “Grice e Vigna: la regola d’oro conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vigna.

 

Grice e Vignoli: la ragione conversazionale della etologia filosofica – della legge fondamentale dell’intelligenza nel regno animale – la scuola di Rosignano Marittimo – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosignano Marittimo). Filosofo toscano. Rosignano Marittimo, Livorno, Toscana. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “I spent quite some time observing a species of pirot: the squarrel – mainly I was in search of what Vignoli calls ‘la legge fondamentale dell’intelligenza nel regno animale” – his ‘saggio,’ he says, is in ‘psicologia comparata,’ but since it is vintage, I might just as well refer to is as being one in ‘philosophical ethology’!” -- Si trasfere a Milano. Insegna antropologia presso la Reale Accademia di Scienze e Lettere. Direttore del Museo di storia naturale. I suoi saggi apparisceno sul Politecnico e la Rivista di filosofia scientifica. Due sue saggi hanno risonanza: Della legge fondamentale dell'intelligenza nel regno animale: saggio di psicologia comparata” -- e “Mito e scienza”.   Io termino il mio saggio iniiorno ad una Dottrina razionale del Progresso, inserito con una serie di articoli nel Politecnico a Milano, diretto da Cattaneo, e ristampato a parte, con queste  parole e in queste sentenze, risultato di tutti  gli studi e argomenti anteriori. Quésta libertà del pensiero cresce terello, soqo antiche e> costanti nella mia  mente. Onde due anni or sono termina la  mia prolusione ad un corso d’antropologia  generale gratuito nella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano, al quale venni invitato d’ASCOLI (si veda), gloria  della glottologia italiana — allora Preside di quel chiaro istituto. Siamo nuovi ancora si può dire nei moderni studi, se volgiamo lo sguardo alle  altre nazioni che ci superarono , ma i ri-  « sultati ottenuti e che si vanno conqui-  « stando, sono augurio che sapremo perve-  « nire a quella gloria che un giorno sì chiaramente ci segnalò tra le genti. Ma molti  RBPAZioini   e per rispetto del pubblico ; e che infine fui  sempre consentaneo con i miei principi, come  tutti possono toccare con mano dalla lettura  dei brani sopra trascritti, e stesi a lunghi  intervalli e dal presente mio opùscolo stesso.  Che se V ingegno è tapino , e il sapere non  così vasto come vorrei, e come dovrebbe es-  sere, la colpa non è mia, né della mia volontà : poiché tra i tanti difetti , che in me  possono annidare, l'ozio certo, e l'ignavia non  vi si trovano:, perchè li sfuggii sempre, come  la peste più oscena, brut a e nefanda di tutte,  e la più dannosa ai privati ed alle nazioni.   Milano. Sitixa;25Ìoiie«  Posta la nostra società odierna tra due sette te-  merarie e procaccianti) diverse d'origine, ma identiche di propositi nefandi e distruttori, i retrivi cleri-  cali, e i demagoghi incendiarli, non mai soverchia  riuscirà la solerzia, la virtù, la virilità di atti e di  concetti ad allontanare e vincere i mali, sociali, morali e materiali a cui esse mirano con tenacità formidabile. Che se Tuna vorrebbe ridotto il mondo a  un cenobio e a una triste tebaide, l'altra procaccia  che gli uomini ritornino alla selvatichezza preistorica,  e alla squisitezza sociale delle caverne. Certamente  le magnanime speranze di questi tristi non si avve-  reranno, poiché la mentalità umana, la libertà civile  e le suppellettili industriali tanto cresciute e potenti  non lo concedono, e in Italia specialmente, ove l'in-  dole, gl'istinti, il senno proprio della razza, e le necessità storielle assolutamente vi si oppongono ; ma  tuttavìa è d'uopo avvisare ai pericoli^ e alle sciagure  parziali^ addottrinati dall'esempio miserando di altre  nazioni. I retrìvi e demagoghi sono gli estremi fa-  ziosi e a cosi dire l'oscena e perversa caricatura dei  due legittimi fattori della vita civile dei popoli, e del  loro intrinseco progresso, i conservatori cioè e gl'in-  novatori, necessarii entrambi al perfetto e mobile equi-  librio delle forze, e al loro dinamico esplicamento :  in quella guisa che nella compagine oi^anica, e nel-  l'esercizio delle sue funzioni, trovansi nervi modera-  tori, e stimolanti, onde resulti quella armonia di ef-  fetti che vita si appella. Imperocché come in questa  si arresterebbe immoto il circolo animatore se l'ener-  gia del freno prevalesse, e tanto si accelererebbe da  distruggere sé medésimo quando quella contraria ec-  cedesse : parimente una nazione perirebbe, se V uno  l'altro dei fattori accennati rimanesse vincitore nella  lotta, che l'uno la renderebbe mummia o cristallo^  mentre il secondo la dileguerebbe in vapore. La sa^  pienza e la scienza civile consistono quindi nel prov-  vedere che un equo temperamento intervenga fra le  due forze rivali, o a disporre le cose in guisa che  l'una a vicenda con l'altra serva all'incremento del  bene sociale, e al sempre più largo, e sincero eser-  cizio della libertà civile e politica   Ma a raggiungere questo arduo e nobile scopo l'in-  tenzione e il desiderio non bastano: vuoisi non solò  perizia grande d'uomini e di negozj, animo pronto,  profonda conoscenza dei fatti e leggi "Bociali, risolutezza impavida nelle difficili prove, onestà costante  di mezzi, magnanimo sprezzo d'insulti e guerre volgari; ma rìohiedesi altresì vasta e chiara dottrina sto*  rica, e quel senso sicuro dei bisogni^ dell'indole^ delle  ^piraadoni legittime. del popolo^ e limpida intuizione  Clelia legge che regola i moti delle genti europee in  generale; e di quella italiana in particolare* Or qui  in Italia ì, caduti principati lasciarono copiosa eredità  di elementi conservatori e retrivi, fatti più rabbiosi  •dal prevalere delle istituzioni ed istinti democratici^  a^vviticchiàntisi con disperato amplesso al papato, che  i loro rammarichi, ire, convinzioni, speranze rese dom-  ina religioso, ultimo strumento alla assoluta sua si-  gnoria vacillante ; méntre d'altra parte le inveterate  abitudini cospiratrici, l'intempestive brame di utopie  facilmente nascenti in popoli non assuefati a libertà,  gli antagonismi regionali superstiti alla unificazione dei  varii Stati, le bieche e torbide imitazioni demagogi-  che d'altri paesi, e l'arruffio anche di tristi, tengono  la nazione incerta, rinfocolano odii di parte, e la spin-  gono soverchiamente nelle avventure : e quindi tanto  più difficile riesce l'impemare stabilmente lo Stato, e  condurlo sapientemente.   Tra queste due forze rivali, ostacolo al retto an-  damento della cosa pubblica, rimane poderósa za-  vorra, la maggioranza della nazione, la quale, aliena  in parte dai mutamenti radicali, intenta alle private  faccende, e guidata dal senso positivo delle cose, e  dagli interessi domestici, mantiene a cosi dire un mec-  canico equilibrio nelle loro lotte, e fece si che sino  ad ora né l'una, ne l'altra prevalesse : e la nazione  perciò stette, e vinse prove che sbalordirono il mondo,  e procacciò ai reggitori una gloria, che in fondo e in  parte derivava dalla sua consapevole inerzia. Né si creda che io voglia, concludere non aver ben  meritato della patria coloro^ che per vari v anni stet-  tero al timone della Bua nave.^ e che questa se noa  pericolò e. si sommerse nelle tempeste ove fu più di  lina fiata travolta^ debba soltanto la propria salute  alla indifferenza^ o agli istinti conservatori delle mol-  titudini : imperocché i fatti mi sbugiarderebbero, e  non conoscerei affatto, o confusamente la nostra sto-  ria contemporanea. Certamente Visconti- Ve-  nosta che a più riprese diresse e in condizioni so-  vente ardue e perigliose i nostri rapporti con gli stra-  nieri, seppe schivare con tatto fino, e con squisitezza^  di modi, non disgiunti da dignitosa fermezza, i rischi  che ci minacciarono, sia di lusinghe subdole, di al-  tere brame, o di tenebrose cospirazioni del Vaticano.  E potrei pure ricordare con encomio altri, che con  zelo ed onestà, si adoperarono a prò della nazione.  Né si vuole poi dimenticare il grande partito libe-  rale, erede degli intendimenti di Camillo CavQur, il  quale nei giornali, dalle cattedre, nelle concioni, nel  parlamento con costanza segui in parte quelle caute  e forti norme, che ci condussero sino ai tempi pre-  senti. Ma tutti questi saggi consigli e propositi, edi  fatti che vi corrisposero, non avrebbero certamente  salvato dai perigli la nazione, se la maggioranza de-  gli italiani col suo contegno fermo, l'indole non ec-  citabile, e col veto, a cosi dire, della passività, non  avesse resi vani i proponimenti, sventate le trame  sotterranee, e lasciati in secco gli apostoli del di-  sordine e del dispotismo : che anzi il più delle volte  scossa da evidente rischio, segnò col desiderio espresso  virilmente in mille guise, la via da tenersi dai reggitoli, e si può dire in un certo modo, che Ella fu  che governò il paese, con senno suo proprio, e con  quegli spiriti liberali che seppero infonderle molti va-  lenti predecessori, e il grande intelletto del più grande  ministro del secolo. E CAVOUR (si veda) potè essere concreatore di un  popolo,, perchè nella vasta mente raunò a cosi dire  tutti i pensieri, le idee, i concetti, e nell'animo i de-  siderii, i sentimenti, gl'istinti magnanimi di tutta la  nazione che in lui si confidò : associandosi senza tema,  o gelosa inquietudine, in momenti solenni, nell'impresa  unificatrice a GARIBALDI, che, quale soldato  della libertà, fu a cosi dire la popolare poesia del  nostro riscatto : egli fu grande perchè conscio dell'in-  dole moderna dei popoli non si argomentò di rendere  libera e indipendente la patria con mezzi termini,  con sussidii di una o altra casta e fazione esclusiva, ma si armonizzando in un solo pensiero, e ad  un solo e generoso scopo tutti i ceti, tutti i par-  titi, tutte le forze vive della nazione, non pauroso  di sette, o queste trasformando in leve poderose ad  inalzare dal servaggio l' Italia : insomma ei fu grande  e riusci, perchè senti tutti gl'influssi, vasti e potenti  di un popolo intero: che sarà sempre, come per il  passato r«/n hoc signo mnces!^ di coloro, che fecero  e faranno opere generose ed immortali nel mondo.   Morto Cavour rimase al governo il partito che avevalo  ajutato in gran parte nell'opra santissima della reden-  zione della patria, il quale si propose e si argomentò  di seguire quella via, che dischiuse la mente e l'o-  perosità del grande uomo, onde si compissero i fati  della nazione, e si raggiungesse il fine desiderato. Ma se il concetto politico e Tindìrizzo del maestro fu com-  preso, e seguito all'ingrosso dai successori, e la na-  zione si dispose ad effettuare i suoi disegni, nessuno  però dei reggitori ebbe l'ingegno l'animo e lo spirito  del sommo cittadino, e comecché mandassimo ad ef-  fetto difficili imprese, e si conseguisse il massimo scopo  della indipendenza e unità della patria, pure alla lunga  si manifestò a poco a poco nel governo, e nel vasto  partito, d'onde visceralmente egli usciva, il difetto di  comprensione potente ed intera, e di quel senso ge-  neroso di libertà piena ed operosa, ove si mostrò l'ec-  cellenza del primo. Ne io* offendo l'amor proprio di  alcuno di quelli che mano mano vennero impugnando  le redini dello Stato, con l'asserire che non raggiunse  l'ingegno, la perizia e l'animo suo, poiché è cosa evi-  dente di per sé stessa, e l'esemplare troppo noto e  cospicuo. Ed in vero uno degli uomini che maggior-  mente fecero parlare di sé più frequentemente e sedette  in scranna al governo dello Stato, e si segnalò per varie  vicende, è Minghetti, conosciuto moltissimo  eziandio dagli stranieri. Or bene, chi non scorge a  prima vista quanto ei sia inferiore per molti versi a CAVOUR (si veda)? Per quanto io possa avere dei contraddittori  non mi perito dire che il Minghetti è un mediocre  uomo di Stato, in quanto gli manca ogni nota che  distingue coloro che nacquero a tanto ufficio. Mente  lucida e simmetrica, ma non acuta e profonda; bel  parlatore, ma più facondo che eloquente, animo più  ostinato, che tenace, scrittore sensato e forbito, ma  privo di nerbo e di vena inventrice ; ambizioso, certo  nobilmente, d'aura popolare, ma incapace a raggiun-  gerla : ondeggiante tra le diverse parti, non abile  3f dominarle: non q;ristocraticp per proposito o arte  di governo, ma inclinato a riceverne di riverbero \^  fosforescenza : e non facile a sentire i fecondi in?  flussi del popolo. Che se per ora pronunziò raggiun^iQ  il pareggio, e gli fu attribuito come cosa sua, quando  non una legge di finanza gli è propria, e la longa-  nimità e sofferenza invece del popolo italiano ne è  il più grande fattore, la freddezza e indifferenza con  che accolse il paese questa notizia, che pure doveva  riempirlo di fervida letizia, è la miglior prova di  quanto riserbo si senta per le cose sue nell'animo degli  italiani, e come egli non abbia veramente radici nella  fede delle moltitudini. Si badi però che io parlando  si schiettamente del Minghetti, come Ministro e scrit-  tore, solo sindacabili in paese libero e dalla stampa  onesta, faccio e rendo omaggio alla sua vita priv^)t^,  a.lla nobiltà dell'animo e delFingegno e in altra oc-  casione ne feci testimonianza — e al disinteresse per-  sonale, che spiccò sempre anche posto al governo della  cratica, osservata e giudicata con occhio scevro da  prevenzioni, e con animo non travolto da passioni o  dA interessi parziali. Né facciano illusione all^ intel-  letto alcune singole pretese, o desiderii in paesi ove da poco la legge livellatrice civile tolse i privilegi  d'ordini vecchi: imperocché tali avanzi archeologici  di tempi irremissibilmente passati^ sono a cosi dire  piante morte, alle quali s' inaridiscono le radici, e  che fra i nuovi còlti, e rampolli rimangono in piedi  senza vita e finitti, sinché cadano per intrinseco e na-  turale sfacelo. Nella sola Inghilterra, e meno altrove,  alcuni privilegi territoriaU o ereditarii mantengono  un ordine nello Stato, ma già ne vennero scrollate le  basi, e tra non molto anche colà, se ne sono veduti  i sintomi, e i desiderii legalmente espressi testé, si  dilegueranno del tutto. Quando nelle nazioni Tegua-  lità civile dei ceti si ottenne, e tutti vengono rappre-  sentati in parlamenti elettivi, e la stampa è libera,  la necessità della democrazia è già posta, e non può  tardare a vincere in un avvenire più o meno pros-  simo, a seconda dell'indole, dei costumi, e delle ra-  gioni storiche delle nazioni. GHi ordini nelle società  una volta spenti, o trasformati non si restaurano, e  mal si oppongono coloro che carezzano Tidea di un  ritorno al passato in ogni genere di istituzioni privi-  legiate ; solo provano che non sanno la storia, né com-  prendono i itempi che corrono, né antivedono quelli  avvenire. Che se nella caduta del romano imperio e  per le invasioni delleif.orde settentrionali, il sorgere  poi del feudalismo si considera come un ritorno ad  un patriziato ereditario, oltreché il paragone non regge,  poiché nella storia non si ripetono mai esattamente  le vicende e gli istituti d'altra età, or sarebbe anche  quel fatto assolutamente impossibile, dacché mancano  inteme ed esteme condizioni ad awerarlo^E chi sup-  ponesse che a ciò potesse bastare Tinflìisso in^retto^  o la invasipne dei Russi; solo popolo che si accampi  formidabile di fronte all'Europa mediana e occiden-  tale, non conoscerebbe affatto le condizioni civili in  cui versa la Russia. Imperocché per l'autocrazia di per  sé stessa sempre livellatrice, lo Czar attuale anche per  intendimenti di civiltà tolse in gran parte i resti di  privilegi con Temancipazione, e la franchigia dei servi,  eguagliando) le persone dinanzi alla legge, e quindi rese  impossibili una aristocrazia dominatrice. I Russi se invadesserc una parte d'Europa limitrofa al vasto impero,  recherebbero per costumi e idee piuttosto principj comu-  nistici, propri in alcune parti del loro organamento  municipale, ampliati e resi più forti per le sette che  formiolano nel suo seno, e che la rodono con mani-  festo danno. Onde é vano sperare anche stando ai  calcili meramente empirici, e all'osservazione super-  ficiae, che in Europa possa avvenire una restaura-  zioiB del patriziato, come ordine distinto per dritti  dal resto della nazione. E ducimi che qua e là in  Itala ed altrove in special modo tra giovani ram-  poli dejle vecchie, o più moderne famiglie gentilizie,  riesca in alcuni un certo spasimo e languore perle  anicaglie, e si tenti quasi con amminìl^i araldici,  dJricostituire un ceto a parte, separandosi con ridi-  cio anacronismo dal resto del popolo. La quale ubbia  aguisce una ignoranza profonda della epoca nostra,  ci una nullità prodigiosa nei nuovi, cxdtori dei ca-  selli in rovina : Ut nomine Toagnifieo segne otium  tlaret! per dirla con Tacito. Lungi da me il pen-  iero di menomare il lustro, il decoro, la fama di  tÉinte famiglie storiche nostre : sono anzi il primo a  riverire un lungo ordine di discendenti che ai segnalarono con la mente, o con le armi: questo è pa-  trimonio privato inviolabile } quanto altra mai prò*  prietà, e fanno bene a tenersi care e onorate le  memorie d'avi illustri, quando furono veramente il-  lustri, e vorrei che un tal culto fosse sprone ad emu-  larli nella eccellenza delle opere. Né la querela può  venire oramai da invidia, e da astio, quatdo ordini  distinti non esistono più, e tanto vale di &ccia alla  legge e alla nazione rispetto ai diritti, un ciabat-  tino che un principe. Onde la gara tra patrizj e ple-  bei non può più rinascere, in quanto > tutti aono po-  polo: e se si parla di volgo, il volgo adesso può tro-  varsi in tutti i ceti, unica norma alla stima sociale,  essendo, la Dio mercè, il valore personale. Parlo sol-  tanto di quelli, e certamente son pochi, che invece  di adoperare le loro forze, i loro ozj, le loro ricclezze  ad egregio scopo sia nelle arti, nella scienza, ielle  armi, in ogni argomento di progresso civile, si tra-  stullano con le ferraglie del medio-evo, sciupano tenpo  e decoro, e si preparano una vita squallida, vana fu-  nerea di mezzo a quella fervida che già erompe dslle  viscere della nazione, che farà cerna dei forti e nu)vi  rampolli, disperdendo, non col ferro, col sangue, o al-  tre nequizie, come gridano a squarciagola i pusila-  nimi gli astuti, ma con la ferrea necessità di la-  tura e della sua legge di selezione, i neghittosi, e ca-  boU di mente e di volontà. E tanto più desta meur  viglia questa vanagloria di festuche blasoniche in 4-  cuni, in quanto la eletta parte del patriziato italian  die largo tributo di sussidj, di sapere, di sangue A,  nostro risorgimento, e si segnalò per generosa cariti  di patria: ed anche oggi molti tra essi onorano TI-  t^a e gli avi loro con operose virtù cittadine, e qual*-  cheduno con gU scritti e l'ingegno. Si ricordi che i  tre più grandi poeti della nostra epoca, animati da  fieri e virili spiriti di libertà, Alfieri, Niccolini e Leo-  pardi uscirono dalle loro fila; e del loro ceto fu pure  il più grande, e liberale Ministro della età nostra (!)•  Altri s'immagina che la democrazia sia irrazionale  mente livellatrice, e la confondono con le utopie co-  munistiche, impossibili ad effettuarsi, e non mai effettuate : onde rimpiangono i tempi passati, ove tutto  era ordine e casta distinta, e già mirano le genti* eu-  ropee in un non lontano avvenire, o mummificate ed  immote in una sterile eguaglianza assoluta; ovverà  scatenate in passioni furibonde spargere dappertutto  fiamme, mine, stragi, ed avverarsi il finimondo. Tali  piagnoai, o gufi di cattivo augurio, provano una cosa  sola, ehe non intendono nulla; prendono l'accidente  per li legge, il particolare pel generale, il deviare di  una jetta pel costume dell'universale, e i loro sogni  per i&altà. Certamente se questi conservatori dirigessero  le sirti dei popoli, le tristi scene e nefarie che non a 11 patrizio Piola, seguendo Tesempio della  egr^ia e chiara famiglia, dio alla luce neirannò scorso un libro di  eeoDmia, che certamente merita di essere segnalato. Che se al-  cuil non potrà condividere tutte le idee, o ascriversi assolutamente  ai luoi principj, trovansi nel suo trattato cose ottime, e ricerche  fate con lungo studio ed amore : e fanno onore a chi le scrisse. Or  be^e nessuno intraprese a parlarne, eziandio criticandolo. Questo si-  bilo non é buon segno: l’esempio è eccellente anche per Torifiée e il ceto dello scrittore: nò doveva trascurarsene ropportunità^  .nche civile. guari inorriditi vedemmo in altri paesi; inevitabil-  mente accadrebbero, e con sempre più frequente ri-  petizione; ma governandoci con altri intendimenti e  con più larghi e generosi propositi, quei mali diverranno sempre più rari, e impossibili. Del resto a nessuno  che abbia fior di senno verrà in mente mai, o crederà, che nelle cose umane possa affatto il male evi-  tarsi, quando lo scopo a cui deve intendere ognuno,  si è il procacciare di sminuirlo con costante operosità.  L'età d'oro e di ogni bene, i miti e i poeti la posero  al principio, o alla fine del mondo; e ragionevol-  mente, perchè dell'una non ci ricordiamo,^ all'altra non  siamo ancora pervenuti.   La democrazia, intesa come vedremo, tra poco,  mentre suscita tutte le forze vive della nazione, pone  in moto tutti i valori, fa con rapidità ricircolare nel  corpo sociale i beni avvivatori, e tiene desta la mente  di tutti nella universale concorrenza a vantag^o poi  di tutti, non livella matematicamente le rjmsse, come  con eleganza di eloquio, e con dignità cristiana chia-  mano il popolo : poiché nella libera attività di i cia-  scuno, sorge una disuguaglianza proporzionale, 6 l'a-  ristocrazia legittima, cioè dell'ingegno e del valor per-  sonale ; ed appunto perchè personale non la perpetua  con violenza alla verità e alla giustizia, nei succes-  sori. Onde i timidi del livello si rassicurino ; se lunno  mente, vigore, volontà possono saUre nelle società democratiche, con più decoro, al sommo della glorii, o  del legittimo potere, quanto ai tempi dei paladin: di  Carlo Magno. Se una cosa hanno da temere, temtno  di quelle dottrine, che frapponendo violenti ostacoU  alla libera esplicazione delle potenze e attività uman^^ raccolgono legna agli incendii futuri, e preparano le  bufere sanguinose delle rivoluzioni delle plebi maneg-  giate allora dagli arruffoni e dai demagoghi.   La vittoria della democrazia, e il suo regno du-  raturo nelle nazioni civili, dipende dalla natura me-  desima del principio che la informa, che è un por-  tato necessario della evoluzione sociale, e la distingue  dalle democrazie antiche , e da quelle che susseguirono al rinascimento dei comuni nella età media di  Europa. La democrazia moderna è l'effetto di leggi  non solamente sociali, morali, economiche ìiella signi-  ficazione loro ordinaria , ma di leggi antropologiche,  che s'innestano, e s'immedesimano a quelle naturali,  che governano l'evoluzione intera delle cose che sono.  £ questo nesso, questa identità analogica della espli-  cazione delle razze e istituzioni umane, con le leggi  che signoreggiano la dinamica universale degU esseri  fii da tempo avvertita, e nella Grran Bretagna, Ger-  mania, Francia, Bussia stessa ed America ha validi  campioni che la sostengono, e sarà certo la scienza  sociale avvenire. Coloro, che adesso sequestrano e di-  vidono i fatti sociali, morali, storici dalla generale  forma evolutiva dei varii fenomeni, nei quali, a dirla  col grande Poeta, si squaderna la vita dell'Universo,  come se consistessero impomati in sé medesimi, e se-  parati dal mondo, non se ne intendono; e mal com-  prendono l'alto e nuovo valore della scienza attuale,  e vìvono ancora della vita postuma dei nostri arca-  voli^ E si badi che io non ripongo tra i cultori dei  nuovi metodi storici, e della nuova scuola dinamica,  i vaporosi filosofi egeliani, od affini, che sbalordi-  rono per poco il mondo con le loro teoriche sperticaie e temerarie^ e lo stomacarono poi negli stessi  paesi ove nacque : teoriche si disformi dall'indole delle  menti italiane^ e piuttosto delirii,. che scienza; ma si  bene io intendo parlare di quelli, che mediante norme  osservatrici e sperimentali, e con la sovrana leva del-  l'induzione, virilmente applicati (secondo gli esempii  ed i canoni del divino BONAITUI (si veda), che primo nei moderni  tempi ruppe non solo nelle scienze fisiche, ma per  analogia in quelle organiche e morali stesse, i clau-  stri e i ceppi scolastici del pensiero, e le arbitrarie  quisquilie a priori) seppero, io dissi, ricondurre la mente  alla realtà delle cose in ogni ordine della scienza, e  dare base solida alla enciclopedia, che deve essere  l'interprete, e lo specchio sincero, e intellettivo della  jiatura. E certo alcuno non sarà si tracotante da negare gli  splendidi effetti e le portentose applicazioni che tali me-  todi in ogni ramo d'arte, di industrie, di scienze produs-  sero, e quanto se ne avvantaggiarono eziandio quelle di-  scipline che sembrano agli uomini superficiali maggior-  mente aliene à^ quei procedimenti : poiché tutto il bene  materiale e morale e la stessa vittoria della libertà ci-  vile e politica nei presenti tempi, è dovuta per chi ha  fior di senno, a questo sovrano e indipendente indi-  rizzo della ragione. Io so che molti, che si dicono con  sorridente compiacenza di sé medesimi , positivi  e  fanno professione di arguto realismo, e canzonano co-  loro che non partecipano alla loro innata divinazione,  trattano quasi da allucinati , e di spiriti perduti nel  vano delle sottili astrazioni, quelli che dai fatti ri-  salgono alle leggi, dalla norma sensata degli atti so-  ciali ai principii che ne governano l'esplicamento ,    daUa esperienza giomaUera dei negozii privati e pub^  blici, alle profonde ragioni che li rendono inevitabili.  Ma di tali Tersiti della scienza^ la scienza ha fatto  giustizia^ e non ne possono certamente arrestare il  corso trionfale. Quando ci mostreranno che la scienza^  qualunque sia il proprio obbietto, è una raccolta inorganica di fatterelli, e di qualche regoluccia metodica :  che le varie discipline non abbiano tra loro alcun  rapporto, e sieno disposte una dopo Taltra, senza in-  trinseco legame, come le pietre migliari, avranno ra-  gione : e allora confesserò contrito che il manuale che  accatasta, equilibrandoli, sciolti materiali, ne sa più  di Archimede e di Newton.   Ma ritornando al nostro argomento della natura  della democrazia moderna, ripeto che ella si disforma  da quelle che con tal nome si ebbero pel passato.  Nell'antichità stavano in generale di fronte due or-  dini di cittadini, ordini più o meno distinti, gli ottimati e le plebi: e il valore di queste si argomen-  tava nella lotta contro i primi, che resistevano ad una  eguaglianza di diritti in parte civili, in parte pub-  blici, ereditarli nella loro classe per lungo corso di  tempo: e, condizione sociale rilevantissima, viveva  al di sotto di esse, un immane numero di schiavi, i  quali attendevano, mere macchine animah, alla pro-  duzione delle cose necessarie, utili e superflue, ed an-  che alle arti, e agli uffici indispensabili alla civile  convivenza. Nella età media le lotte dei borghesi e  dei castellani sotto altra forma è vero, ma lotte di  potenza, eguaglianza e sopreminenza politica si rin.-  novarono, e se schiavi nel significato antico non c'e-  rano, rimanevano però i vassalU e i servi della gleba :   ed U lavoro stesso nelle città libere veniva in ogni  maniera vincolato dalle maestranze e dalle corpora-  zioni artificiali dei travagliatori. In tali società cer-  tamente non esisteva esplicito un principio che in-  volgesse la necessità di una vittoria definitiva della  democrazia^ e dì una forma civile di evoluzione della  operosità di tutti^ e dello Stato medesimo. Non vi ha  dubbio che fin da quelle epoche lontane il principio  generatore della democrazia moderna non operasse ; e  le condizioni intermedie non fossero per cosi dire  anelli e spire per le quali andasse svolgendosi con  irresistibile moto. Or quasi dappertutto in Europa  quelle condizioni cambiarono: gli ordini distinti si  ruppero, e si fusero in quello unico dello Stato: le  arti, le professioni divennero libere e comuni: il pa-  triziato perdette i suoi privilegi, come fu costretto a  svestirsene il clero, ed una uguaglianza perfetta e vir-  tuale dinanzi alla legge si estese dai sommi agli imi,  dal ricco al povero, dal dotto all'ignorante, dal ma-  nuale sino ai maggiori uffizii di Stato. Quindi nessun  ordine di cittadini potendo consistere e perpetuarsi  per via di privilegi, e tutti dovendo personalmente  bastare a se stessi, privi di appoggio artificiale che in  qualunque evento ne garantisse il possesso, rimane  che runico principio che informa e mantiene la so-  cietà moderna nella eguaglianza legale assoluta dei  cittadini, è il lavoro nella indefinita molteplicità delle  sue forme: il lavoro, etemo generatore di tutte le  cose, spirito vivificatore del mondo, arte divina che  tutte le cose produce, e produsse, e le spinge, le  evolve a sempre nuovi e splendidi effetti: il lavoro,  il quale elevò alla loro altezza morale e intellettuale  Tuomo e la società, e li redense: conforto e premio  nel tempo stesso; causa ed effetto della democrazia  moderna, e garanzia perpetua della sua durata, e dei  suoi progressi.   Le lotte contro gli ordini- privilegiati, del popolo, e  delle plebi serve con Teguaglianza civile cessate, a poter  vivere e durare rimane a tutti e inevitabile il lavoro:  e poiché questo è libero, chi non vede , che per la  inesorabile legge della selezione naturale, il neghit-  toso dee alla lunga scomparire, anche per la radicale  divisione dei beni tra i figli, e lasciare il posto agli  operosi : provvidenziale magisterio del mondo, che una  legge fisica e organica, si trasmuti socialmente in una  giustizia morale! La democrazia moderna è invinci-  bile per* questo appunto che tutta quanta s' impema  e vive nel lavoro, reso formidabile e irresistibile nei  suoi effetti dalla eguaglianza di tutte le classi; onde  ogni specifica distinzione anteriore delle diverse forme  di Stati nel loro interno componimento sparisce, e ri-  mane splendida per tutti, chiara e nobilissima quella  di popolo, che tutti comprende, tutti inalza, tutti re-  dime in un alto e dignitoso nome : in quella guisa. che  uno pure ne resta il principio vivificatore, premio ai  buoni, minaccia ai tristi e agli ignavi che lo dispre-  giano, il lavoro. A questa conclusione di fatti e di  ragioni storiche e sociali provenne la razza nostra  per una lenta evoluzione delle sue potenze, governata  da leggi fisse organiche e morali, che poi tutte in una  si convertono, nella costante esplicazione delle forze  in ogni ordine di fenomeni dalla genesi siderale sino  alla costituzione della città moderna. Or vedasi quanto  fanno mostra di avvedimento, di senno, di sapere coloro che si argomentano e sperano di ricondurre le  società presenti alla forma di quelle passate, sia va-  gheggiando le antiche repubbliche, o più tristi le mi-  serande anticaglie del medio evo. Arrestare il corso  dei firmamenti, la produttività della natura, mutar le sue  leggi, sembra a tutti impossibile, e concetto di mente  stravolta: orbene, altrettanto impossibile ò il far re-  trócedere la umana società, e rifare il cammino per-  corso, e ritornare don^de partimQio. La legge del moto  sociale è invitta ed etema ; Tonda trasformatrice della  vita passa e non rinverte  Spingete, o retrogradi,  pure rocchio d'intorno : nessuna orda selva^a, o po-  polo rozzo, che possa, invadendo, ripristinare le squi-  sitezze feudali: all'interno con F eguaglianza assoluta  e col lavoro che la nutre e la difende, nessun modo di  elevarsi a casta dominatrice : poichà se > lo tentassero,  sarebbero dispersi in pochi giorni dal genio libero e  insofferente di privilegi moderno : genio non sorto da  condizioni speciali o da particolari necessità in un  breve giro di mura, di provincia, di popolo, ma ef-  fetto e compimento di una legge eterna, in tutta la razza  nostra. Quindi sono vaghe lusinghe, sperpero di fanta-  sia, sogno sterile, e che uccide miseramente il sogna-  tore ; poiché mentre ei si travaglia in un lavoro impro-  duttivo e chimerico, altri si inalza con quello maschio e  fecondo, e rovescia chi perdeva il tempo a insidiarlo.  Alcuno potrà credere forse che in altri paesi d'Eu-  ropa la legge che noi abbiamo formulato non valga,  o sia lontana ancora dal compimento come da noi  latine nazioni, avvenne più o meno perfettamente.  S'inganna! Della più lontana jRussia parlammo,  e vedemmo che ivi pure oramai l'eguaglianza si effettuava, e con la eman \U 4à'"fe. iSX I Ideet dello Stato. Definita liella sua natura^ nel suo valore storico y  e per la sua genesi la moderna demoera^a^ e fatti  certi ohe ella consiste e si fonda sulla eguaglianza  assoluta dei diritti ciyili « politici di tuttì^ e sul la-  voro libero, indipendente e affatto personde, vedia-  mo quale sia la forma genkulna e necessaria dello  stato che visceralmente ne germo^a, e quale l'idea  che del medesimo se ne svolga, e si disegni. Trala  pevsonate egualmente. Quindi il diritto di proprietà è ìmplicitameiite contenuto, e identificato a cosi dire  nel diritto al libero esercizio delle personali potenze,  poiché il lavoro, che è la condizione assoluta della  vita e della libertà delle società moderne, non si con-  suma soltanto nel suo atto presente, ma si continua  negli effetti suoi, giacché in essi restarono scolpiti  inerenti, consustanziati gli atti successivi via via delle  potenze che li produssero. Imperocché se prodotto un  oggetto, od attuato un fatto qualunque economico ,  materiale o intellettivo, cessa il lavoro della facoltà,  e dell'arte nostra a produrlo, egli è perciò ancora una  emanazione della nostra persona, fa parte della me-  desima, nò potrebbe essermi tolto gratuitamente, e di  forza, senza che venga io stesso violato in una apparte-  nenza della mia propria persona : ed è appunto per questo  che TeguagUanza vera, e la condizione sua, il lavoro,  fattori della libertà privata e pubblica, presuppongono  la proprietà, e la proprietà dei prodotti: onde nel la-  voro libero, abbiamo non solo un principio economico,  ma giuridico. Ed in vero se la proprietà, prodotto  del lavoro, o la possibilità di possedere stabilmente  secondo i canoni della legge di eguaglianza, non fosse  un fatto, un diritto d'ogni singolo, eguaglianza e la-  voro sarebbero nomi vani, e la proprietà come fu du-  rante secoli molti un privilegio di pochi, e di caste.  Quindi i comunisti e socialisti che distruggono o vio-  lano per arbitrarie teoriche il diritto pieno di pro-  prietà, distruggono a un tempo eguaglianza, libertà  e lavoro, annichilando gU effetti della evoluzione ge-  nerale della società umana, *e spegnerebbero ogni  progresso. Ma l'uomo vive di libertà, e a libertà si  muovono le genti, e con la libertà alla dignità morale e intellettiva: senza eguaglianza di diritto^ che  piresuppone lavoro, e virtualmente proprietà, libertà  e benessere non sussistono: il principio loro quindi  riinane sempre economico, in cui implicitamente è  contenuto e connaturato il giuridico. Le attitudini umane sono svariatissime e molte>  plici:'le indoli diverse, dissimiU i desiderii, le aspi-  razioni, gli scopi, come distinte le condizioni econo-  miclie di ciascheduno ; onde nasce e pullula una infi*-  nita varietà di lavori, di atti, di esercizio, di prodòtti,  di gara che avvivano, rimutano, conunovono e corro-  borano la società, ove lìberamente possono effettuarsi.  Ma per la ragione appunto per cui tutte queste atti-  tudini e facoltà debbono pel libero lavoro esplicarsi^  ed operare in una società d'uomini eguali virtual-  mente in ogni diritto fra loro, sorge la necessità di  rispettare reciprocamente il lavoro, e il suo prodotto  in ciascheduno: il che implica nel diritto il dovere^  e la ragione reciproca loro. Imperocché sarebbe af-  fatto vana illusione l'eguaglianza^ e con essa la  libertà del lavoro, e la proprietà dei prodotti, che  indi risultano, se a tutti vicendevolmente si conce-  desse di violare Tesercizio degli ^ altri ; ed- illusione  sarebbe pure l'effetto della legge di evoluzione sto-  rica, che in quella eguaglianza di diritti si conchiu-  deva, e sciaguratamente inutili tanti sacrificj, tanto  sangue, tante violenze sofferte € superate dai dere-  litti lungo i secoli, per conquistarla. Quindi come nel  fette economico del lavoro, era implicito, inchiuso,  consustanziato quello giuridico, cosi c'è pure involuto    fu la forza, 3 l'utilità immediata reciproca. E si badi  che io sono lontano dall'affermare  e come npl sa-  rei, se il sipposto è ridicolo? — che questa forza,  questa utiltà, causa e tutela delle prime aggregazioni, foss3 voluta per deliberato proposito e cosciente  degli sciani rozzi a selvatichi : che nulla nelle ori-  gini umaae avviene per esplicito divisamente , ma  tutto pet spontanea evoluzione delle potenze nostre  nella coitorrenza e operosità loro, secondo ragioni  di luogo, di tempo, di razza. Verità che non dee mai  dimenticarsi, e canone storico da non mai trascurare  da tutti,!che desiderano raggiungere con certezza le  reali ori(ini d'ogni umana istituzione e credenza.  Quandoinvero le intelligenze dei singoli uomini pri-  mitivi fano si umili, e sì nel senso implicate, e le  volontèrsì poco esplicite per razionale valutazione di  motivi e mentre le necessità di natura, d'altra parte,  appar^nen ti tutte alla conservazione individuale gli  spingv^a ad aggregarsi, nessun altro stimolo, oltre la  legg legame che quello della forza sia di uno o di più a norma dei varii modi di ordinarsi valeva a te-  nerne stretta la convivenza. In quel primo stadio,  in quella prima forma se possa cosi chiamarsi, di  stato, nessun principio teocratico, mitico, simbolico  era sorto , dappoiché le intelligeme erano ancora  troppo chiuse, e involute e non pote-^ano sollevarsi a  quelle idee, proprie d'altre età, e coniizioni psicolo-  giche successive. In questo stadio gF Stinti animali  prevalevano, e la mente sordamente      in quando tra essi sorgono ingegni che o per senso  di umanità^ o per ambizione personale, o sete di gloria si fanno campioni di più giuste leggi^ e preparano  i rirolgimenti sociali. Al di sotto di questi ordini su-  periori^ altri minori stanno sinché si giunga alle plebi,  le quaU benché non serve, pure non usufruiscono di  tutti i diritti dei primi, e per ultimo vive una mol-  titudine di servi, cose e non uomini. Or tutto questo  immenso numero di meno privilegiati, e di servi, men-  tre è materia infiammabile per chi nacque in alto, e  vuole per buono o malvagio fine adoprarla, essa stessa  é spontanea artefice d' insurrezioni o rivoluzioni so-  ciali, che conducono in ultimo alla eguaglianza delle  persone e dei cet^. E ciascuno sa, come sempre in un  modo nell' altro , continuamente ciò avvenne , per  lungo corso di Secoli : fatti che predispongono ed av-  viano lo Stato alla terza sua forma, la simbolica.   In questa novella forma in cui si risolve l'idea  dello Stato antecedente, i diversi ordini e poteri, co-  mecché permangano ancora nominalmente, cangiono  però d'origine e d'indole propria per la comune egua-  glianza che quasi si raggiunse, sancita dai nuovi co-  dici e dagli Statuti. L'investitura divina del supremo  potere, la quale a sua volta istituiva ordini, e dele-  gava uffici in virtù di questa sublime prerogativa  cessò quasi, rimanendo ancora, qualunque sia il nome  del governo, soltanto come fede pubblica, nella ele-  zione continua ed ereditaria delle famiglie regnanti  non solo per volontà nazionale , ma si per la divina  grazia. Il quale presupposto teologico però per l'in-  cremento della mentalità, ed il progresso intellettivo  della cittadinanza , ed un sentimento implicito nelle classi inferiori della ' eguaglianza civilei anche quando  e dove non si rese universale , divenne piuttosto un  simbolo sociale^ . che una fede positiva ad un fatto re-  ligioso^ come per il passato. In qualunque confessione  religiosa tra i popoli civili , l'adagio che ogni potere  viene da Dio, come ogni evento è signoreggiato dal  medesimo, resta nella fede e nella abitudine generale  degli spiriti eziandio allora che il pensiero tanto si  aflfòrzò, ed emancipò da dileguare ogni mitica rappre-  sentazione, -e valutare più razionalmente le leggi della  natura e quelle che reggono i moti del mondo sociale,  dove veracemente il principio etemo si matdfesta.  Onde Tidea di un influsso divino , e di un regime  provvidenziale immediato negli ordini politici perdura  nel nuovo concetto della vita dei popoli, e cinge per  cosi dire di una aureola religiosa le persone che eser-  citano le più alte funzioni dello Stato: benché a que-  ste non presiedano più , tranne la famiglia domina-  trice, classi privilegiate, che ne ereditano gli ufficii.  La quale discrepanza tra le idee e le cose , tra gU  ufficii e le persone , tra la costituzione razionale , a  dir così, dello Stato , e le abitùdini degli spiriti nel  supporlo preordinazioni divine, dà vita appunto alla  forma simbolica, di cui discorriamo. Le leggi razio-  nalmente sono discusse e ordinate, i poteri dello Stato  si esercitano in forza di queste leggi, le persone che  gli rappresentano non sono più identificate con I me-  desimi, il sentimento della libertà umana è profondo,  e quello della eguaglianza dei cittadini dinanzi alla  legge, diviene una verità sempre più chiara, amata  e voluta; ma pure ogni grado pel quale sì ascende  dalle funzioni infime alle supreme, è vivificato da una rappresentazione simbolica ^ ove continua sotto una  certa forma fantastica e incoscente, la mitica e teecratica natura dei poteri della fase anteriore. Cosi la  grazia divina pei principi, Temanazione della giustizia persoi^ale, la permanenza legale, se non privile-  giato, dell'ordine patrizio, e la facoltà di aggiungere  membri al medesimo con titoli vecchi, la costituzione  dei diversi poteri come entità sostanziali, e via discor-  rendo, sono tutti simboli sociali a cui si attribuisce  un valore pubblico, mentre in sostanza le condizioni  civili e intellettuali del popolo ripugnano a queste  credenze.   Questa forma simbolica della idea dello Stato per-  chè si effettui e si manifesti, è d'uopo che l'egua-  glianza dei cittadini nel giure civile, se non in quello  politico, sia raggiunta: poiché il simbolo sottentra ap-  punto alla personificazióne effettiva di una emanazione o delegazione divina neUe famiglie, o ceti preposti al potere, e con esso quindi identificate : perchè  il sentimento della eguaglianza comune già esplicito  nelle moltitudini, e legittimamente stabilito nei rispetti  civili, scassina, abbatte, ruina l'idolo teocratico che  dianzi regnava: onde la forma simbolica dello Stato  è propria di quelle nazioni civili che avanzarono nella  democrazia, e preposero agli ordini e ai moti sociali  del medesimo un principio affatto razionale: come si  vede , a modo di esempio , in quasi tutti gli odierni  Stati d'Europa. E quindi mentre gl'intendimenti più  esplicitamente manifesti, verso l'eguaglianza, là libertà la rappresentanza nazionale prevalgono nel governo  della cosa pubblica, e nella formazione delle leggi,  contemporaneamente perdurano formolo, fatti, istituti che con quelli intendimenti sono in contraddizione^ e  che solo hanno ragione transitoria di vita, in quanto  sono meri simboli di più antiche credenze , dommi ,  costumi. Cosi molte formule di diritto e di procedura,  d'investitura agli ufficii, e via discorrendo, come crea-  zione di nobiltà nuova, distribuzione di titoli, ordini  cavallereschi, le quali cose tutte non avendo oramai  alcun valore reale e positivo, restano come meri sim-  boli nella costituzione dello Stato. Se, come dimo-  streremo, cagione e fonte di questa terza forma, fu  il principio di eguaglianza civile, ed un sentimento  più esplicito della libertà morale e giuridica, che distruggevano gli antichi idoli, egli è un vero progresso  di fronte alle forme antecedenti, ed una ultima pre-  parazione alla forma pura e razionale deUa democra-  zia futura, o a quella che i^oi appellammo funzione:  e già ne delineammo per sommi capi la natura, e  l'organamento. In questa ultima forma che è quella  verso cui corrono le società moderne, per adagiarvisi  completamente, effettuandone in ogni singola parte il  principio generatore, i simboli cadono, come cadde la  forza, ed il mito, e la saldezza dello Stato dipende e  rampolla da una legge naturale di esplicamento necessario delle società umane, intrecciantesi con tutte  le altre che armonicamente compongono e reggono  r ordine universale. La quale legge riassumendo in  sé stessa tutto il valore morale, giuridico, economico  della operosità singolare dell'uomo consociato in politico e civile ordinaùiento, possiede di fronte alla ra-  gione particolare e sociale quella assoluta autorità,  che per l'innanzi fondavasi in finzioni legali, o nella   forza. Imperocché nella democrazia moderna ogni potere emana legittimamente dal popolo, chiamato nei  suoi liberi comizi, come ogni delegazione di nfficii  deriva da lui direttamente o indirettamente: quindi  nella quarta forma dello Stato, ogni potere rampol-  lando dal fette concreto del suflfragio comune, ed ogni  delegazione agli ufficii per essere legittima ed auto-  revole per diretto o indiretto fecendosi dal medesimo ;  e i varii ufficii costituendo le funzioni che via via s'in-  gradano a sempre più alto valore, a comporre nell'insieme loro il vivo organamento della nazione, non vi  ha più luogo a qualsiasi finzione, e cade pure la pe-  ricolosa nozione dello Stato , come astrazione legale :  la quale fu più volte cagione d'errori , di sventure,  di tirannide mostruosa. Imperocché rese possibile Tin-  camazione dello Stato in una persona, secondo la vana  e stolta sentenza del più fastoso e pernicioso dei de-  spoti francesi; e die e dà occasione alle teoriche e  conati impossibili e micidiali della civiltà, dei comu-  nisti e socialisti di tutte le epoche storiche. Or se riflettasi e s'indaghi quale sia stato il principio trasformatore della costituzione dello Stato per  il lungo corso della storia in queste quattro forme  che assunse , vedremo di nuovo mostrarsi il senti-  mento, il concetto, la vittoria mano mano della egua-  glianza morale, civile e politica tra gli uomini, che a  poco a poco ridussero e spensero la prevalenza della  forza, distrussero gli ordini e i poteri privilegiati, dis-  sipano i simboli che ancor rimangono ad offuscare la  pura razionalità civile, e preparano la vittoria della  libertà e della legge in tutte le classi dei cittadini.  Onde, abbattuta ogni finzione, autorità arbitraria, mito,  simbolo, privilegio, resta a sussidio unico di esistenza. IDBA. DELLO STATO di progresso economico, intellettivo, e di libertà, il la-  voro libero, che come provammo fin da principio, è  il cardine e lo spirito creatore delle società moderne:  e quindi seguendo il corso della evoluaione storica  dello Stato in Europa, e nelle razze che la popolano,  e che via via si allargano a vivificare le altre parti  del mondo, si pervenne alla medesima conclusione ,  cioè che il sentimento del^a eguaglianza che ha per  strumento il lavoro fisico-intellettuale, e la sua estrinsecazione in un fatto giuridico , è il resultato, come  è il fattore di tutta la storia antecedente: e la de-  mocrazia, forma attuale e necessaria delle società mo-  derne, è l'effetto per una parte , e il principio per  l'altra, del generale incivilimento. Noi dicemmo che  le nazioni moderne riposano tutte sopra un fatto e  un principio economico , poiché riposano inevitabil-  mente e s'impemano nel lavoro , ed in questo si ri-  solve tutto quanto il valore e l'ordine della attuale  iTOLo ni metterebbe l’atto della più violenta tirannide, e la  democrazia civile non sarebbe phe una turpe copia  di quei sistemi d'intolleranza, cui ella combatte da  secoli. Quindi ove l'eguaglianza giuridica del cittadino è un fatto, e la democrazia prevalse, la libertà di coscienza, o la inviolabilità del foro inte-  riore, è una condizione della sua legge, è la sua essenza medesima.   Noi abbiamo adunque in Italia nemico alla unità  nostra, alla indipendenza, alla libertà, il Papato, che  da pertutto d'altronde si pone come tale di fronte  alle nazioni, e al pensiero : e poiché il Papato è una  istituzione rehgiosa, la forma di un sistema spirituale  di credenze, una fede, così per lo Stato importa, come  sentimento individuale, una inviolabilità assoluta pel  principio della libertà di coscienza, condizione impre-  teribile della vera democrazia. Quindi a combatterlo  abbisognano armi adeguate alla smisurata potenza, e  che non oflFendano i diritti dei cittadini. L'unico stru-  mento, l'unico modo di lottare, e di vincere, è la.di-  visione assoluta, ma veramente assoluta dello Stato  dalla Chiesa: non ce n'è altro, né vi può essere, che  tutti si romperebbero dinanzi alla sua forza. Le persecuzioni, le minaccie, l'intromettersi ad ogni ora  nelle cose attinenti strettamente alla Chiesa, non lo  debilita, lo invigorisce, perchè la fede della maggio-  ranza ingigantisce nella fantasia il castigo, e lo tra-  sforma in martirio, e tronca i nervi allo Stato. Ogni  ingerenza di questo sia a favorire una parte del clero,  per abbatterne un' altra , è seme di futuro danno,  è un intricarsi in un dedalo senza uscita, è un ap-  poggio indiretto alla istituzione che vuoisi conibattere. Lo Stato nella democrazia moderna, appunto  perchè sorto e informato da questa, dovendo tutelare  con forza e scrupolo la libertà di coscienza, dee es-  sere indifferente alle varie forme di fede, di culto:  tutte sono eguali dinanzi a lui: e la sua operosità  e ingerenza in queste materie dee solo versare nel-  r impedire che i varii culti con fatti si cozzino, e si  osteggino, ed offendano cosi la generale libertà di co-  scienza. GHi ordini e gli atti religiosi e civili possono nello Stato moderno vivere insieme, ma assolu-  tamente distinti, senza mai confondersi, senza mai,  come erroneamente si crede, a vicenda rafforzarsi; essi sono indipendenti l'uno dall'altro. La vita civile  è una cosa, quella religiosa un'altra: la loro confu-  sione è dispotismo inevitabile,, e il più tristo e il più  feroce. H matrimonio civile, i riti funebri estrinseci,  r insegnamento, l'educazione, la libera espressione del  pensiero, la costituzione delle leggi, il governo della  cosa pubbKca, sono diritti propri dello Stato e della  società laicale: né si dee permettere che tra queste  facoltà, e le correlative religiose vi sia mischianza, e  confusione mai: quantunque sia lecito alla diverse  confessioni religiose risguardare quegl'atti dal proprio  e spirituale punto di vista, ed ai cittadini il confor-  marvisi, quando non ledano l'ordine pubblico. La chiesa nell'esercizio dei suoi riti, del suo culto, nel-  r insegnamento religioso, in tutto ciò, in una parola,  che spetta alla sua indole interna spirituale, è libera,  e deve essere, dall'intromissione dello Stato, quando  non assalga apertamente le sue istituzioni, e non of-  fenda i suoi diritti: ma l'insegnamento pubbKco dei  cittadini, popolare, secondario, superiore, tutto, dee ni essere esclusivamente per quanto concerne i gradi^ i  diplomi, i diritti che ne provengono di pertinenza as-  soluta dello Stato, e sotto la di lai unica e sola di-  rezione. Come tutti i cittadini sono eguali dinanzi  alla legge, tutte le istituzioni civili dallo Stato di-  pendono: e quindi il clero in quanto alle persone fa  parte del diritto comune: nessun privilegio sostenen-  dolo ove egli infranga le leggi : il codice e la proce-  dura penale colpiscono il sacerdote, come il laico sia  nelle transazioni civili, come in quelle d'ordine pub-  blico. La giustizia perfetta richiederebbe che lo Stato  non s' ingerisse affatto nelle rendite dei diversi culti,  ne spendesse una lira a mantenerli : poiché in un po-  polo essendo diverse le confessioni, se lo stato ne  sussidii una sola, ne sc'ende la mostruosa consegueìiza  che taluni, come contribuenti, paghino pel culto non  proprio, e che anzi ripudiano. Ogni culto dovrebbe  sostenersi "dalla libera concorrenza e cooperazione dei  propri credenti, e lo Stato non avrebbe sulla pro-  prietà di ciascuno altro sindacato che la tutela delle  medesime, sciolte da qualunque vincolo arbitrario ,  sottoposte alle medesime leggi, e agli stessi tributi.  Questa condizione civile dei culti è V unica giusta ,  e lo Stato dee intendere ad affrettarne il compimento. La divisione della Chiesa dallo Stato nei termini  accennati è necessaria al vercJ progresso delle nazioni,  ed è l'unico modo della sconfitta del papato, come  ostacolo alla libertà civile dei popoli. H fondamento  alla secolarizzazione dello Stato consiste principal-  mente nella direzione esclusiva delle scuole , nelle  quali non dovrebbero immischiarsi legalmente i chie-  rici, né compartirvi nelle medesime alcun insegnamento positivo delle religioni, essendo tutte queste  fuori della cerchia delle attribuzioni dirette del go-  verno. Poiché se fosse concessa l'istruzione intomo ad  una sola nelle scuole, sia pure la più prevalente, i  cittadini che appartengono ad altre religioni verreb-  bero lesi nei loro diritti, in quanto e difetterebbero  di uno speciale insegnamento, pel quale pure pagano  il loro tributo, o sarebbero costretti ad assistere a  definizioni dommatiche che non approvano ; onde ver-  rebbe in parte lesa quella eguaglianza che è l'anima  d'ogni Stato che voglia essere civile. L'insegnamento  religioso poi affidato a laici non può riuscire che vano,  e incompleto, destituito pel fatto stesso delle persone,  di autorità, e di competenza: quindi si rischia, tenuto  conto delle varie opinioni dei docenti, che riesca più  di danno che di profitto. La dottrina elementare dom-  matìca meglio si imparte nel seno delle famiglie ,  l'autorità patema e* materna essendo più viva e sen-  tita che quella di estranei ; e più propriamente nella  Chiesa, per bocca di coloro che a ciò sono superior-  mente ordinati; ove Uberamente e con efficacia si  professa. Nelle scuole dovrebbesi diffondere, rinforzare  ad ogni occasione quel sentimento di civile onestà ,  ove consiste ogni dignità morale, comune a tutti gli  nomini, a qualunque fede appartengano. Che se, come  altri notò, il rimuovere dalle scuole l'insegnamento  religioso per mezzo dei chierici, o il toglierlo affatto,  temesi occasione di allontanamento dalle medesime di  grande copia di alunni, è questo uno dei soliti timori,  prodotti da fatti particolari innalzati dalle fantasie e  dagli interessi di vario genere, a legge, e che produ-  cono inevitabilmente questo effetto solo, cioè di non osare mai avanzare, avendo paura della propria om-  bra. Quando a nessuna professione, a nessun tiroci-  nio, a nessuno utile esercizio sociale non si potesse  pervenire, od essere legalmente abilitato a goderne  i vantaggi, se non frequentando le scuole dello Stato,  sottomesso ai loro esami, e ai diritti che ne ram-  pollano , Tallontanamento non sarebbe di lunga du-  rata, e dopo qualche oscillazione, o ricalcitranza ,  tutti volentieri e senza ombra di scrupolo vi inter-  veprrebbero. Ben poco conosce gli uomini e.i tempi  nostri colui che dubiterebbe di una tal verità: gli  esempi che la testimoniano in altri ordini di fajtti,  non m^cano tutti i giorni. Certamente, e questa è  la condizione assoluta della riuscita, il governo dee  curare con assidua e scrupolosa attenzione, e ferma  volontà che le scuole dello Stato sieno le migliori di  tutte quelle che sotto altro nome possano sorgere, e  quindi i maestri dai gradi infimi ai supremi sieno  degi^ dell'alto magisterio a cui si consacrano senza  cerna partigiana, e che gli stipendi si accrescano,  onde onestamente possano vivere e con quejla dignità  e decoro atti ad infondere eziandio per sé stessi nelle  giovani menti il sentimento di autorità: poiché pur  troppo lo squallore, la miseria, gli stenti palesi , de-  gni di altissimo rispetto, quando sieno virtuosamente  sopportati , non sempre accrescono per la fralezza e  vanità umana, merito in chi ne è vittima immerite-  vole. Finché risolutamente non si porrà mano ad un  tale riordinamento radicale dell'insegnamento, e non  verrà divisa la Chiesa dallo Stato nelle pertinenze  civili, vano é lo sperare di vincere grinflussi faziosi  clericali, e la continua intromittenza loro nelle facende laicali* Non oso sperare^ tanta e la nostra fiac-  chezza^ un si gran bene^ e si necessario^ prontamente,  benché sia Tunieo modo di vincere. Ma quello di cbe  sono certissimo; si è che dovrà farsi^ quando che sia,  perchè è Funico argomento per combattere il pertinace  iiiimico.   Alcuni sottilmente sillogizzando potrebbero opporre  a queste nostre dottrine l'obiezione, dimandando il  perchè lo Stato solo e nella democrazia prevalente,  può foggiare la forma interna di sé medesimo, secondo  il canone del giure civile esclusivamente , negando  questa facoltà a quello ecclesiastico, che si radica pa-  rimente nella inviolabilità personale dei cittadini. Alla  quale speciosa obiezione facile è la risposta : poiché  Fattuazione organica delle funzioni e delle leggi onde  risulta poi la nazione legalmente costituita, dipende  e si evolve da quelle facoltà e potenze individuali  che spettano all'esercizio d'atti esteriori, di fatti eco-  nonùci, di procedure eflfettive, riguardano fini essen-  zialmente terreni ed eudemonici, i di cui profitti e uti-  Utà sono per sé medesimi così definiti e certi che  acquistano spontaneamente l'assenso dell'universale :  mentre il sentimento religioso, e le formolo onde obiet-  tivamente si veste, variando da persona a persona,  e riguardando interessi, e speranze che effettivamente  qui BuUa terra non hanno compimento, se dovessero  dar forma a così dire civile, ed estrinsecarsi in un  ordine pubblico di popolo, recherebbero confusione e  anarchia , o prevalendo il più forte, ritornerebbe a  galla lo stato teocratico, che è la più bieca e turpe  tirannide. Quindi mentre il sentimento religioso che nella democrazia vera dee risolversi nella assoluta liberta di coscienza viene tutelato come DIRITTO INALIENABILE [cf. Grice on Locke on the inalienable right to make a word stand for a idea] dallo Stato, non può^ come il fatto meramente  giuridico, assumersi a principio organatore della so-  cietà medesima, come qualunque altro sentimento del-  l'animo umano. Ma alcuno , e ce ne sono molti , più  appassionato amatore,, che fidente nei benefici effetti  della libertà , insorgerà a ripetere ciò , che si andò  ripetendo dai dottori in politica soventi volte , che^  concessa questa separazione dello Stato in tutti i suoi ordini dalla chiesa, basterà poi a contrapporsi vittoriosamente al gigante che ci sovrasta, e agli influssi  perniciosi del medesimo verso la civiltà in generale,  e la libertà della nazione in particolare? Una potenza  cosi formidabile verrà poi sconfitta, in quanto agli  effetti civili, con un tale metodo, e non userà invece  della libertà sconfinata che le concediamo, a schiac-  ciarci più prontamente? Vane paure! Se il papato  conta una vita di diciotto secoli , se la sua efficacia  penetra da per tutto, se sotto gli ordini suoi milita  una moltiforme schiera di sudditi operosi e ubbidienti,  e formolo adesso nel sillabo la teorica^ del dispotismo  teocratico, l'umanità e la razza nostra europea nu-  mera d'altra parte, ben più secoli di vita: crebbe e  si emancipò con lotte continue e pertinaci d'onde  uscivano più vive scintille di luce intellettiva, pro-  rompevano più fervidi desiderii di libertà ; si raffor-  zarono propositi più civili di vittorie futurp, che an-  davano animando mille e mille e poi milioni di adepti,  che poi si dilatavano baldi e procaci su tutta la terra^  recandovi non solo germi di verità e libertà, ma isti-  tuzioni imperiture, Ed ora non solamente nel suo va-  sto e onnipotente pensiero agita tutte le genti europeo; ma ravviva metà del nuovo mondo j fascia le  bollenti terre dell'Africa, signoreggia l'Asia, ripopola  l'Oceania, e stende la mano minacciosa già sul Giappone e la China, che eccita a nuovi fati, o li trasforma a sua immagine :£ già nell'animo e nell'intel-  ligenza sua stanno indelebili, consustanziati, e immor-  iali l'eguaglianza civile, politica e la libertà del pensiero : tre libertà che non si spengono , tre soli che  non vedranno tramonto, e che bastano di per sé col  tempo a sconfiggere qualunque potenza. Al sillabo noi  opponiamo il codice del libero esame, e l'immenso  jcumulo delle conquiste della natura , che sono stru-  menti poderosi non di servitù, ma di libertà, ed eman-  jcipazione: al servaggio delle menti, la vittoria vivi-  £catrice della scienza moderna, al mito il vero, alle  jsquallide e lugubri letane dei mistici, lo splendido e  stridente carro dell'incivilimento. Chi dubita della  finale vittoria, chi crede di fronte alla civiltà moderna  ultrapotente il Papato, non intese la storia, o non  comprese la legge indefettibile della nostra intrinseca  evoluzione, e non sentì nell'anima quella voce divina  che grida alla nostra umanità. Sorgi e cammina ! Che  se vuoisi opporre all'esito favorevole della lotta, anche la enorme virtù della unità del Papato, come  forza direttrice, tenacemente nelle sue compagini co-  stituita, e presente per tutto, si pensi che adèsso la  nostra razza omogenea e identica nei tratti suoi prin-  cipali, e animata degli stessi sentimenti, è parimente  diffusa e organizzata nel mondo, e che la sua unità  morale si va compiendo ogni giorno. Perchè per i trovati meravigliosi della scienza e dell'arte, che assog-  gettarono alla volontà umana le potenti energie della natura^ il pensiero che da prima esemplò sé stesso e^  scolpì nelle pietre; nei bronzi^ nelle pergamene dei  popoli separati^ o inimici^ or non solo con la stampa si  moltiplicò con la velocità quasi del concepimento in  innumerevoli copie, ma identificandosi con l'immane  rapidità deirelettrico in un istante, e in un punto  raccoglie tutto ciò che avviene su tutta la superficie  del mondo : e le merci, gli uomini , le dottrine , travalicano con l'impeto della ijieteora nejla espansione  del vapore, immensi spazi di terre, perforano montagne, e sorvolano^- emulando i venti, gli oceani, ae-  oumunando prodotti materiali e intellettivi in breve  giro di giorni: onde, per la originaria parentela e  indole della stirpe or dominatrice, tutte insieme le  forze domate della natura, van componendo l'unità di  pensiero^ di scopo, di istituzioni per ogni dove : contrapponendo ai concili! jeratici, le splendide e prov-  vide mostre dell'industria e del sapere universale. La  quale unità, perchè effetto della spontanea e nativa  evoluzione della specie, non meccanico sistema di ar-  tificiale organismo, è assai più potente di quella pon-  tificale: ed ha nella legge che la governa, e negli  effetti che naturalmente ne rampollano , la necessità  d'infuturarsi, e la inevitabilità della vittoria. Di fronte  alla cattolicità dommatica e ufficiale, la cattolicità delia-  stirpe, del pensiero, delle istituzioni, della Civiltà va  costituendosi, e poderosa si accampa, libera signora  di sé medesima. Pongasi mente a questo fatto inne-  gabile, e veggasi se le paure soverchie di chi nulla  osa tentare, sieno giustificate dalle condizioni generali  del mondo. Ma si rassicurino i timorati e i timorosi,,  il sentimento ingenuo e nobile religioso non verrk    Spento^ ma non verrà spenta neppure quella luce purìssima di verità, quel calore di bene, quel fuoco di  libertà che crebbero, e trionfarono a costo di lacriimè,  di sangue, di stragi, di roghi infami e scellerati. Sia  libera la Chiesa, ma libero lo Stato e autonomo in  ogni ordine di sé medesimo , e sieno libere tutte le  religioni che in esso convivono : non temete, il resul-  tato finale non è dubbio, trionfo della libertà da una  parte, ed epurazione daJU altra.   Altri forse può dubitare, pur riconoscendo l'impos-  sibilità della vittoria del sillabo nel mondo, che parzial-  mente i popoli rischino secondo le proprie condizioni  civili diverse, soccombere, ed in ispecie Y Italia ove il  Papato ha la visibile sede, e regna il Pontefice.  Vero è che non tutte le nazioni avanzarono siffatta-  mente da superare e non temere gl'influssi perniciosi  del Papato, e sarebbe follia il negarlo. Ma oltre gli  aiuti che vengono loro dal di fuori per la continua  efficacia del generale incivilimento, che da per tutto  penetra e si diffonde, ciascuno di questi popoli, ap-  punto perchè affine alla comune razza europea, ha in  sé medesimo la necessità della emancipazione, la quale  può parzialmente ritardare ad effettuarsi, ma deve in  ultimo avverarsi per le ragioni discorse. In quanto  poi all' Italia in particolare, non conosce l' indole del  popolo nostro chi crede alla sua etema e congenita  servilità religiosa tramutantesi in quella civile; chi  crede che a questa posponga i suoi affetti e i suoi  interessi; che rinunzi alla terra ed ai suoi leciti go-  dimenti; voglia, parlo dell'universale, porre in non  cale la nazione , rinunziare all' indipendenza ed alla  libertà per vivere una squallida vita di chiostro, e salire per lugubre scala al paradiso. L'italiano è con-  servativo, non retrivo, per indole, e non inerte nel  pensiero; e altrettanto rapido' ad afferrare il lato giu-  sto, positivo delle dottrine, valutare con abilità in-  genita gli avvenimenti e considerare ed estimare le  sue condizioni; aperta una via, sorto un barlume di  vero alla sua mente, vi s'innoltra con prudenza si^  ma virilmente, e con tenacità la segue. Conosco, grazie al cielo, il mio paese, e a palmo a palmo io posso  dire; conversai con tutti i ceti, in tutte le parti della  penisola, ed ho una chiara idea delle loro condizioni  morali; e certamente in alcune provincie tali condi-  zioni non sono liete e normali, e richiedono tutta la  sollecitudine provvida e saggia dei governanti; ma  non si illuda l'osservatore superficiale, anche fra loro,  come dappertutto, l'agitazione operosa nazionale sotto  mille forme si propagò; l'idea del riscatto politico, il  sentimento di libertà, una forma migliore e più degna  di vita, traversarono, mossero quelle menti e quegli  animi, ed all'occorrenza saprebbe deludere le cieche  mene dei retrogradi e dei demagoghi. Cosi dunque non temasi in Italia della libertà con-  cessa alla chiesa e alle chiese, e si proceda con riso-  lutezza; si armi dei suoi diritti naturali lo Stato, e  si lasci il clero esercitare il suo ufficio, e di fare e  disfare in casa propria in quelle cose che strettamente  si attengono al suo ministerio. Contro la fazione cle-  ricale, non v'ha altra politica possibile; ogni aggres-  sione è vana, ogni minaccia non rintuzza ma fortifica  l'avversario, ed ogni ingerenza dello Stato nelle cose  interne delle chiese, riesce poi di danno a sé stesso.  I clericali, e parlo della fazione politica loro, ben  sanno del resto^ (gli abili e che hanno il mestolo in  mano) che senza lo Stato e il suo appoggio , le loro  forze sono monche e sfatate ; imperocché il giorno nel  quale in Italia^ per una ipotesi impossibile^ avessimo  un parlamento del loro colore e spirito, e quindi un  governo uscito dalle loro viscere, sarebbe l'ultima ora della loro fazione , poiché nessun popolo di Europa  vorrebbe e potrebbe mantenere rapporti col nero e   ' funesto governo, mentre una riscossa di tutte le gra-  dazioni dei partiti liberali della penisola fora inevitabile o spaventosa. Questa i clericali sanno, e quindi  non tentano, né tenteranno l'ultima prova, e solo pro-  cacceranno di tenere Ymo zampino ed un addentellato  nel giure pubblico della nazione, perché lo Stato da  sé medesimo, per gli errori servili o erroneamente  aggressivi, si procuri una certa rovina. Quindi, qualunque sia il governo che resti al timone della no-  stra patria, non devii dalle norme che ora tracciammo;  ogni altra politica sarebbe funesta; con l'apparenza   • della forza e della libertà troncherebbe i nervi a sé  stesso. Adoperandoci di questa guisa, noi renderemo  a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che é di  Pia, secondo il detto profonda del Nazzareno ; e men-  tre daremo saldi fondamenti alla libertà ed al suo  incrementa, faremo un bene eziandio alla chiesa, poiché, toltole ogni speranza d' ingerenza nelle cose civili,  e richiamata al suo morale ministerio, abbraccerà nella  carità religiosa anche la patria ; come sanno molti  buoni fra loro, i quali sentono che per conquistare,  secondo la loro fede, la'^patria celeste, bisogna amare  e difendere quella terrena. L'altra fazione che tenta e vorrebbe sconvolgere l’attuale ordine di cose civili, quali vennero prodotte  dal lento moto della evoluzione sociale, è la dema-  gogia anarchica e selva^ia, avente gradazioni diverse,  come diversi propositi, diffusa da per tutto,^e stretta  da vincoli, patti, associazioni, e guidate da uomini  risoluti. E da prima è d'uopo , per giusta ed equa  estimazione d'uomini e di cose, distinguere ed asso-  lutamente separare da una tale fazione il partito repubblicano che si agita anch'esso da per tutto, e che  in varie parti del mondo ha vita effettiva e legale  riconoscimento. Vero è che una tale distinzione sa-  rebbe superflua e stolta, se pur troppo lo zelo im-  provvido o l'ignoranza, non spingesse molti a con-  fondere cose insociabili, e a far tutto un mazzo, sieno  buoni o rei, di quelli che a puntino non partecipano  al grado presente del loro liberalismo. Il partito re-  pubblicano, quando come in generale si mostra, segue  la legge sana della democrazia moderna, riposa sui  medesimi fondamenti giuridici e éivili dei popoli retti  a monarchia rappresentativa; mantiene saldi i principj *  • di proprietà, di famiglia, d'ordine, senza cui convi-  venza umana non è possibile, ed è una naturale e  necessaria evoluzione sociale. Quindi è d'uopo non  fraintendersi, né recare violentemente e con palese in-  giustizia le colpe, i danni, i pericoli alla forma repubbli-  cana, che sono propri esclusivamente della demagogia.  Dispregiare con puerile sussiego questa torbida fa-  zione, è follia; la fidanza di sterminarla con le sole  armi, è concetto che non può capire che in un cer-  vello da Don Chisciotte ; combatterFa con palliativi o  discorsi, è troppo ingenua bredulità. A mali morali,  profondi, tenaci, universali come quelli di cui trattìatnO; si può ovviare soltanto con serii e virili pro-  positi, e Còli rimedi adeguati alla forza che li produce*  IEj prima condizione a sapersi schermire da un tale  nemico, è quella al solito di non farsi illusione alcuna  intorno alla sua potenza, indagarne l'origine, e non  attenuarne il pericolo. E questo si farà per noi il più  brevemente possibile, onde premunirsi in Italia anti-  cipatamente dagli influssi e danni di questo malanno,  perchè la libertà sana e la civiltà non ne soffrano  detrimento.   La demagogia o l'insurrezione anarchica delle classi  povere e proletarie non è nuova, e si può dire che  i germi sbocciarono col costituirsi delle società pri-  mitive; imperocché di fronte ai più potenti, ai più  agiati e felici, stettero sempre i derelitti dalla for-  tuna, i deboli, i miseri, qualunque ne fossero le ca-  gioni. Ma se il sentimento , il mobile , lo scopo si  mantenne identico di mezzo alle trasformazioni sociali,  la forma della demagogia cambiò, e i suoi seguaci e  proseliti crebbero spaventosamente di numero. Quindi  nell'età nostra, per quanto si estende la civiltà eu-  ropea sopra la terra, assunse una forma consuonante  con quella naturale del progresso sociale, delle con-  dizioni economiche presenti, e con l'immenso accre-  scimento della popolazione. Or noi si vide che il fon-  damento, il fatto che costituiva l'indole propria della  società moderna e dell'incivilimento stesso, è un fatto  economico, il lavoro, reso libero, scevro di qualsiasi  privilegio od ostacolo, e sostegno unico dei singoli  associati, nella moltiforme sua natura, e nella immensa  varietà dei suoi atti, dal rozzo manuale al più alto  intelletto, H sentimento di questa feconda e santa mT-erità, pel naturale svolgimento che in tutti lo produsse e lo suscitò; nacque nell'animo di tutte le classi  vagamente le eccitò, spingendole di un salto con Tim-  maginativa agli effetti ultimi e salutari di questo  principio, valicandone i necessari intervalli per igno-  ranza da una parte , e per impeto di bisogno dal-  l'altra. Indi la foga pertinace, perseverante, ma più  calma, o Torrido assalto ^subitaneo di selvaggie ire  contro quei medesimi sostegni, quelle istituzioni che  Bono anzi i mezzi di giungete gradatamente ad una  condizione migliore di tutti. Cosi nacquero per un  verso le associazioni della cosi detta intemazionale,  o le improvvise ruine della comune. Ma nel tempo  stesso che noi dobbiamo combattere le funeste teo-  riche di queste sette, e soffocarne con pronta energia  i delirii nefandi, non bisogna, lo ripeto, fanciullesca-  mente cullarsi nella idea, che fatti cosi universali, e  che in un modo o nell'altro si mostrano per quanto  fii stende il campo civile delle nazioni, sia un mero  capriccio momentaneo d' ebbre moltitudini, vapore di  idioti, e fenomeno che non abbia fondamento di sorta  nella storia; né in se, in mezzo al profondo errore  che l'offusca, e lo insozza, un raggio e un filo di vero.  E noi vedemmo già che la demagogia ha la sua sto-  ria, antica quanto il mondo , e svolgentesi e sgomi-  tolandosi con i secoli parallela alla trasformazione  fiociale della nostra stirpe. Ed il vero, che questa fa-  zione nelle sue teòriche micidiali racchiude è questo:  che ad ogni uomo, ad ogni cittadino, sia qualunque  la nascita, l'economica condizione, incombe egualmente  l'obbligo salutare del lavoro, ed è compartecipe di  tutti i doveri che stringono autorevolmente tutti i consociati a prò di tatti con reoiprocft operosità; imperocché l'ozio infecondo , e soltanto consumatore &  cormttore, è oramai agli occhi di tutti il più tristo,  squallido e vituperevole vizio sociale, la causa e il  fomite di ogni disordine e , d' (^ni ruina. Ma questo  vero, che or comincia, rispetto al suo valore sociale,  a risplendere alle menti di tutti, e che mano mano  che la società progredisce, sempre più palese si farà,  e che dee divenire la fede comune , nelle sette de-  magogiche si trasformò in ribellione ad ogni sano  principio, e divenne piuttosto sorgente di miserie e  di lutti, che fonte di prosperità per gli stessi che si  Intano in suo nome. Quindi la fallacia nella cre-  denza di poter sterminare ogni sentimento religioso  come quello che secondo essi sostiene i perni della società attuale; la puerile fidanza del condividere i  beni fra tutti, e ritornare, per essere felici e mirabili,  alle delizie animalesche delle prime orde umane. II  sentimento religioso in sé , astraendo dalle forme  dommatiche che può rivestire , è in quella vece sì  connaturato all'uomo, appena gli balenò un ra^io di  intelligente attività nella mente, è un. bisogno cosi  profondo, che il supporlo nell'universale temporario  periturio, riesce un errore sì madornale, quanto il  credere che possa miù cessare il sentimento del bello,  del buono, dell'utile, e così via discorrendo. Un tal  sentimento muterà forma, materia, simbolo, a sempre  più puro e razionale aere s'innalzerà, ma rimarrà^  e quando anche in tutti si trasmutasse in effettiva  intellezione dell'ordine infinito del mondo, e dell'e-  terna energia che lo vivifica, e continua, avrà sempre  una efficacia potente negli animi umani , e una autorità suprema nei loro atti. Quindi, sicc^ome è vano  l'assunto, è assurdo il crederlo effettuabile ; e di questo  si persuadano coloro che eccitano a simili fantaami le  moltitudini. In quanto poi alla proprietà e alla fami-  glia, sarebbe con esse distrutto l'ordine civile, ogni spe-  ranza di miglioramento, ogni libertà. Poiché l'ultimo  fatto sociale a cui" pervenne il moto evolutivo umano  è Tuniversale libero lavoro, questo senza la proprietà  non può sussistere, in quanto mancherebbe di sussidi,  e dei giusti stimoli ad esercitarsi. Che se il lavoro è  un dovere, un godimento, una dignità, la sola nobiltà  possibile oramai nel mondo, oltre avere un effetto che  giova alla generale convivenza nella reciprocanza di  ragioni e d'influssi che l'anima, è pure un modo di  rendere più lieta, agiata e amabile la vita; poiché  colui che vuole rendere l'uomo misticamente perfetto,  e che tutto versi e si travagli nella carità, e non  senta e non provi gli onesti piaceri, e rinunzi ai co-  modi, agli agi, agli utili personali, non solo disconosce  la umana natura, ma annienta la storia. Laonde la  proprietà ed in conseguenza la famiglia, sono condi-  zioni indispensabili del lavoro, e con esso della civiltà  tutta quanta, e della libertà che a tutti è si cara, e  desiderata. Questi sono i veri contro cui infuriano i  propositi dell'intemazionale, i quali se venissero ad  effetto, ogni bene sarebbe distrutto; sono errori in cui  cadono e caddero non una sola volta, quelli che, vi-  vificati da un sentimento giusto e da un vero che  balena incerto e confuso nelle loro menti, credono  raggiungere la meta sterminando gli argomenti che  vi conducono.  Egli è certo però che tali sette sono or formidabili e sparse da per tutto: hanno associazioni, pecu-  nia, giornali, conventicole e cattedre: e gl'iniziati si  mescolano in tutti gli ordini della vita, e gli arruf-  foni ne sfruttano la credulità, o ne inveleniscono, rin-  fuocano le ire: pericolo tanto più tremendo, quanto  più è avvalorato da un sentimento giusto di una ve-  rità male intesa. Or che contrapporrete a questa fiu-  mana? La Forza? è tentato, ma l'idra rinasce: oltre, che la forza contro il sentimento e il nu-  mero non prevale, e senza un principio che la sostenga,  è vano amminicolo. Combatterlo con principii con-  trarii? — si sperimentò, risorse, e sempre più sì  estende. Con gl'influssi" religiosi? — Ma ella imper-  versò maggiormente ove le genti erano guidate e  ispirate dal clero, e si agita nei paesi, ove la fede è  più viva, poniamo che non sia la cattolica, tralasciando  anche che alcune tendenze, ire, dispetti clericali sono  fomite a queste sette, e piuttosto che attutarle, le  attizzano. Forse pej: mezzo delle esortazioni, le per«  suasioni, i libri, e i giornali? — Certamente questi  modi, e argomenii quando sieno bene appropriati e  condotti, hanno un grande valore, e maggior della  forza, e degli influssi religiosi, perchè vanno a poco  a poco componendo una opinione favorevole ai suoi  principj, e l'opinione oggi è regina, e può molto: ma  la sua efficacia è in parte frustrata dai giornali, dalle  associazioni della setta, onde è lento e stentato il be-  nefico risultamento. Dunque non hawi rimedio? —  I rimedii opportuni, i soli efficaci, e che, spero, sa-  ranno riconosciuti tali a poco a poco da tutti, se vo-  gliamo salvare la civiltà, sono di due sorta, privati e  pubblici: e ne discorreremo partitamente le loro ragioni.     Odesi tutto giorno dalle persone di ogni ordine e  d'ogni ceto, tra quelli più agiati^ lamenti e querimonie  rispetto ai pericoli che ci sovrastano da parte della  demagogia universale^ e si paventa^ si trema^ s'im-  preca^ o si pronostica il finimondo. Ma sciaguratamente  tutto questo tumulto dì sgomenti^ predizioni^ spasimi  si risolve in parole, in chiacchere, in vaniloquio ef-  fervescente, e nessuno, parlo in generale, fa nulla, o  aspetta da un arcangelo la spada salvatrice, o grida  contro il governo e i governi che non uccidono a  soffocano nella culla il mostro divoratore. E mi fanno  la figura di chi, appreso lentamente il fuoco in un  canto della propria casa, corra in piazza a gemere^  a piangere la imminente ruina delle sue mura, im-  precando perchè il sindaco non distrugga i zolfanelli,  causa immediata del danno, invece di provvedere to-  sto e virilmente al pericolo, tenue da principio, con  la propria persona, o con gli ajuti che ai forti e volonterosi non mancano mai. Cosi presso a poco va la  faccenda per tutti coloro, e sono innumerevoli, che  presentendo l'avvento della cosi detta questione so-  ciale, credono rimediare al male col vociferare ai  quattro venti il prossimo diluvio, o volendo che altri  gli soccorra con modi, che neppure essi sanno in che  veramente consistono. Ma in tale maniera l'acqua arriva  alla gola, e senza rimedio, perchè il neghittoso è spia-  cevole a tutti, utile a nessuno. Egli è oramai tempo  di mutare registro, e se veramente stanno a cuore  gli averi, i diritti, la giustizia, non fosse che rispetta  ai privati vantaggi, bisogna persuadersi, perdio! che  il tempo è venuto, ove chi non opera, e fortemente  vuole e lavora, verrà travolto non solo dalla fiumana     impura ch^ paventano^ ma dalla indole della civiltà  presìHite, nella quale il volontarìp infingardo nozi può  trovare modo durevole di vita. E innanzi tutto la so- *  cietà è solidale d'ogni bene^ d'ogni male, e chi non  sente q^uesto alto dovere, è indegno di chiamarsi uomo  civile: e quindi ognuno è strettamente tenuto a co-operare [cf. Grice, PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS] al maggior benessere possibile della nazione.  E si badi che questa, di cui parlo, non è mica una  carità estrinseca e contingente, che possa a volontà  con minore o maggiore zelo esercitarsi, come avviene  in altri fatti di pubblica o privata beneficenza, ma è  una necessità intrinseca, senza la quale la società  minerebbe. La quale cosa si fa a tutti palese anche  materialmente, se riflettono ajla solidarietà, sempre  più stretta e generale che nasce fra tutti gì' interessi,  sia per associazioni a scopi diversi di utilità perso-  nale, o di prodotti, sia per la dipendenza d'ogni ordine di fatti economici fra loro, sia nel più vasto e  universale credito dello Stsito, da cui dipendono una  immensa varietà di fortune particolari. Quindi il lavoro libero, ma co-operativo [GRICE, PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS] dei singoli, onde si con-  servino intatte e abbondanti le fonti .di ricchezza e  di sussistenza nazionale, anche per questo lato, è la-  voro necessario: che se egli allentasse, svigorisse., o  venisse meno, il popolo perirebbe senza rimedio.   Adunque tra i rimedii privati che possono contra-  stare all' ampliarsi delle sette demagogiche a danno  di tutti, è l'operosità di tutti, e in specie di quelli  che più avrebbero a perdere, e nei quali quanto è  più grande la ricchezza e l'agio, tanto più cresce e  ingigantisce il dovere dell'opera. Si persuadano che  nelle moltitudini adesso il prestigio solo delle ricchezze, o del nome; o del fasto è scemato, e va sce-  mando, grazie al cielo, rapidamente, e invano si atteggerk a pavone , chi sotto le splendide penne , e  r iridiscente folgore delle piume , cela miseramente  una cornacchia. D popolo non dispregia- né nomi ,  né fasto, quando coloro che li portano, o V esercitano  senza jattanza , sono degni della civiltà nostra , la  quale consiste tutta nel lavoro, utile e generoso. Bi-  sogna adunque che coloro a    crescente onda delle mene demagogidie , è una ne-  cessità delle stesse condizioni civili deUe nazioni moderne, un diritto e un dovere. '   Dichiarati brevemente i rimedi privati, conside-  riamo quali sieno ,o possano essere quelU pubblici, o  di pertinenza dello Stato, e del suo governo. Questi  a divisarli compiutamente si disbrancano in lare or-  dini, e possono essere quindi di tre specie: mo^?ali,  amministrativi e poUtìci. . Un grande rimedio aU'er-  rore, al vizio e alle miserie, è certamente V istruzione  diffusa, e più tra quelle classi che di per sé mal sa-  prebbero provvedervi, e alle quali manc^ lo stimolo  proprio ad avanzare, vale a dire alle plebi della città  e delle campagne. Che questo sia precipuo ed asso-  luto dovere di ogni governo civile, è chiaro, e sarebbe  anche più chiaro, se non fossero ancora alcuni, e non.  son pochi, nei quali si mantiene la dignitosa e gene-  rosa ctedenza, che l’ignoranza delle moltitudini la-  voratrici, è un ingrediente e un sussidio nòbilissimo  di governo, e si affidano nella loro maravigliosa attitudine, di contrastare ad ogni male, puntellati all'arte  provvida di pochi, e all'uni vergfale e servile asinag-  gine. E tatLto più stupore arreca una tale saggia sen-  tenza, in qitanto di preferenza è sostenuta da quelli   non parlo certamente di tutti  che bazzicano  frequentemente per le chiese, e fanno pompa di cri-  stiana pietà. Brutta e ridicola contraddizione, la quale  se ingenuamente* professata, indica in essi una ignoranza proporzionata al grottesco proposito; se ad afte  pensata, è iniqua e degna deff universale dispregia.  Jn ciasctm uomo come sono eguali potenzialmente i  diritti e i doveri, sono eguali i bisogni e la necessità  deiihi dignità della vita; ora in tutti in quella guisa  dello stato, e migliorare le loro condizioni economiche;  ma parlandosi di suffragio fermarsi alle porte del sal-  terio e dell'abbaco, è tale stravaganza che la maggiore  non si può immaginare; si crede d'essere' del nostro'  secolo, e viviamo delle idee dei bisarcavoli!  CICERONE (si veda) assennatamente dicera essere gF ignoranti  capaci di verità^ poiché T ignoranza ^ cioè la mente  primitiva^ non ingombra da sfumature; e il più delle  volte arruffata da un sapere rachitico, entrato a spruzzi  anarchici nel celabro, è tutt'altro che chiusa alle verità pratiche della vita ; che anzi quando queste ver-  tono intomo a positive questioni d' interessi generali,  ma consuonanti o influenti con e su quelli particolari  della famiglia, del comune, della provincia, sono pronte  a colpirne il nocciolo principale, e a scegliere le per-  sone più idonee a risolverle secondo le necessità del  momento. Se non fosse così, se noi attendessimo ad  allargare il diritto di suff'ragio che virtualmente è di  tutti, quando tutti fossero dotti, ed uomini di stato  almeno in cacchioni, io credo che si aspetterebbe in-  darno quel giorno, e si aprirebbero le universali urne  dei trapassati allo squillo finale dell'arcangelo, più  presto che quelle generali del popolo pel comune  sufeagio.   Ma ribadiscono gli oppositori : voi desiderate esten-  dere il diritto di suffragio mentre ^ nessuno, o da  pochi si chiede : attendete che il desiderio nasca, si  diffonda, giunga legalmente al parlamento, e allora  si aprirà la mano, ma sempre con prudente riserva.  E cosi, soggiungerò io, noi liberi cittadini di libero  Stato, e un governo che dalla libertà è sorto, e a que-  sta deve intendere con tenaci propositi, saremo meno  generosi, meno magnanimi dei governi dispotici ? In  questi sovente, e la storia anche contemporanea è  piena di esempj, il governo costringe spontaneamente  le moltitudini riluttanti a incivilirsi, e con violenta  mano le sforza ad accettare .riforme civili, ammini-  ni     stratìve, economiofae : noi BEtremo il contrario: in nome  delia libertà, teleremo lontani dalle riforme utili e necessarie quelle moltitudini chC; secondo il ^iblime concetto, persistono nella ignoranza, o nella indifferenza politica. Un governo onesto di libero popola  dee spingere al meglio di proprio impulso le genti  confidate al suo senno : nò dee nelle leggi fondamen-  tali attendere che altri domandi, ma generosamente  anticipare opportune riforme. Ma se del resto tuUi  non chiedono o vogliono il diritto di suffi*agio, questi  è sorto nella coscienza dei più, emana spontanear-  mente dal nostro giure pubblico, è una necessità dei  tempi, è un dovere civile. Che se un tale dovere, per  ipotesi impossibile, non* si sentisse, o si dissimulasse,  p^r durare in un certo grado matematicamente mi-  surato, e fisso di libertà, a prò di minoranze qua quando anche,  per ipotesi, ciò avvenisse, Teffetto sólo che produr-  rebbe, fora certamente una'^pìù grande e viva ope-  rosità nei partiti liberali, e una agitazione legale più  intensa, le quali riuscirebbero in fine a risolvere più  presto e ricisamente una tale questione interna, e  scongiurare più virilmente i pericoli, onde è gravida  per la nazione. Altro benefizio che recherebbe seco  la partecipazione, larga del popolo al Suffragio, sa-  rebbe quello di stimolare, (essendo più vasto il sin-  dacato, e le possibili peripezie del voto), e costrin-  gere i- deputati ad intervenire scrupolosamente al par-  lamento^ e smettere il brutto sciopero in cui sono ca-  duti molti ripetutamente, e in modo da far credere  cronico il morbo pernicioso, che gl'infesta, e li rende  colpevoli dinanzi alla nazione. Più e più volte gli  atti e le discussioni del parlamento, d'importanza ca-  pitale per la prosperità e ordine del paese, non po-  terono aver termine necessario, o sanzione legale, per  Io scarso numero degli intervenuti, e ancKe quando  giungevano alla cifra prestabilita, di fronte alla to-  talità dei rappresentanti, erano si può dire al disotto  del decoro del parlamento. Se coloro che pur brigano,  e fauno chiasso per essei'c assunti al grave incarico, e rappresentano ciò che v'ha di più vivo nella na*  ssioney e la funzione più eccelsa di un popolo, che è  quella 4'essere il legislatore di sa medesimo^ danno  un si tristo esempio di trascuranza agli alti doveri, e  di abbandono alla alacrità civile della vita pubblica,  B0^ è da atupire, se gli aitai alla base imitano nel  laìiguote, nella cascarne, nella dimenticanza dei di-  ritti e doveri civili, i loro rappresentanti ; e «'ingeneri nella na2doDe quell'ozio politico, che è la lue  più deleteria, e corruttrice delle viscere della medesima; sintomo, se i rimedii non intervengono pronti  ed energici, di inevitabile morte. O non cercare, desiderare r^lezioùe e intromettersi in ogni maniera per  ottenerla, o ottenuta, attendere con lealtà e perseveranza al proprio mandato, ^d esercitarlo costantemente,  risparmiando cosi un malo esempio al popolò \ intero,  un acerbo e giusto rimprovero a sé medesimi; la-  sciando aperto il corso ai più degni, e più operosi, e  non ocisasionando cosi la morale decadenza dell'auto-  rità del parlamento, come pur troppo fra noi già per  moltissimi accadeva : e che io dica il vero faccio ap-  pello alla stampa quotidiana di tutti i colori piena so-  vente di acuti, e meritati riinbrotti ai neghittosi le-  gislatori. Bispetto al pericolo del cesarismo, che secondo altri  sarebbe il mostro che uscirebbe dal voto generale,  come quei fantocci deformi e strani, che scattano al*  Timprowiso dalla scatola magica, a stupose e terrore  dei nostri fanciulli, temerlo da senno in Italia, è cosa  che non Val la pena di confutare. Il cesarismo è  solo possibile in un paese, sconvolto ^à , sconquas'  fiato, disordinato a più riprese, e dove la furia delle fazioni anaik^hicbe^ o le gare di pretendenti più  meno apocrifi, tanto scrollarono le fondamenta d'o*  gni ordine, e tanto impaurirono le maggiorante, che,  conservatrici sempre, si appigliano di iiecessità all'u-  nico modo di salvezza che si presenta, sia pute Tautonta irra:dónaie della sciabola, o la potenza moi'ale  di un nome: poiché ove è questione di anarchia di  forze brute tenzonanti , il popolo si rivolge a quella  che ha maggiore probabilità di vittoria, e di ristabi-  lire quindi la pace, e la cancordia nel caos informe  sociale. Ma un tal voto," quando è generale, se manifestasi sostenitore di una forma dittatoriale in un  dato momento ove egli è necessario, apparisce anche  come fondatore di repubblica, quando una tal forma  di reggimento ad un dato momento, sia Tunica arra  di durevole ordine, come intervenne in Francia : nella  quale, nonostante la lunga cospirazione della caduta  assemblea, e del suo governo, retrogrado e monar-  chico, e tutto rìmmienso arrabbattarsi dei clericali, e  dei funzionari governativi, sorse testé la repubblica da  quelle Urne rurali^ che secondo i giusti estimatori del  senno delle moltitudiiii, dovevano imporre alla Francia  il -^èsaitfismo na^Kileonico^ o il lugubre spettro della  rameica tirannide legittimista. Che se invece avvenne il  contrario della comune aspettativa, si deve solo a ciò,  che tra i varii e funesti pretendenti al trono francese, e  delle loro ingenerose e tristi fazioni, il popolo senti, che  runico governo d'ordine, era il rejpubblicano, che ta-  gliava a tutti la cresta, e li poneva fuori dell'astioso e  cupido combattimento, e per la repubblica votò. In Italia  non vi sono affatto elementi per un cesarismo possi-  bile, e mancano condizioni antecedenti per un tal rini Bultato; qui non sfacelo, qui non anarchia^ qui non  odii; rancori^ ambizioni^ rafforzati dal sangue sparso^  da vendette nefande, da rappresaglie inique ; qui nessun bisogno di salvatore, o d'incoronare col servag-  gio del popolo, un fortunato vincitore di eroiche battaglie. Da noi le istituzioni, grazie al cielo, possono  per poco affievolirsi , o venire in meglio modificate,  ma legalmente operano , e sono fisse nella coscienza  pubblica, né alcuno anche dei partiti possibili più  risoluti, e accentuati, pensa a rovesciarle, perchè in  Italia c'è senso in tutti della realtà, né ci si sca-  priccia in utopie senza pratico costrutto: in Italia  la dinastia regnante è politicamente insigne pel ri-  spetto alle leggi, né vi attenta, né vi corrìe rischio,  (quando esercita il suo mandato, come ora fa) di v^e-  nire rejetta, e inimicata dalla nazione^ e F esercito  nostro, quanto valoroso, fedele^ onesto, e nel quale  in bella armonia si fusero tutti gli elementi fortf  della nazione, sia patrizi, sia popolani, se è tutela delle  leggi, dell'ordine, della integrità della patria , non è  una accolta di pretoriani, e conosce a prova quali sieno  i suoi doveri di soldato leale e devoto e quelli di  cittadino. Indi il timore e lo spauracchio di Cesari  possibili in Italia è affatto chimerico, e non conosce  certo il popolo nostro, né le nostre condizioni civili  interno in tutti i loro elementi , chi paventa di un  tale babau,   E dico adunque che si dee proporre legalmente e  stabilire una tal forma di suffragio, senza indugio^  poiché la libertà lo richiede, la dignità della nazione  lo esige, la prudenza Io consiglia. Le moltitudini eleg-  gono, non governano; immenso ' divario ; ed esse in  media secondo tempi, luoghi, e coadisiom sociali soel-  gono' seeipmi pia opportuni ai bisogni presenti. Io  80 a rn^AA dito tatto quello che poseono rispondere ,  e obiettAi^é coloro ohe sono di contrario avviso : e m'in-  vitératino ad inchieste del come si fanno e si fecero  le elezioni' in varie provincie della penisola, sia per  brogli, tàsir per persone e mi sopraffaranno di una  quai^tità enorme di fatti , e' di aneddoti ; ma queste  cose^ e questi riposti archivi! ,li conosciamo: ed è ap-  punto perchè U conosciamo, che invochiamo la ri-  forma del voto. Poiché il ragionamento dì alcuni fra  gli awersarii consiste a dire: il voto, nella guisa  che ora si esercita, è vero, non dà buoni restdtati,  dunque Voi attendete una conclusione necessaria:  ohibò! la logica loro è più stupènda: dunque conser-  viamolo!   Altri potrebbe opporre : concesso che la moltitudine,  la gt»nde maggioranza delle nazioni sieno di fatto e  sempre conservatrici, perchè allora prevalsero via via,  e vinsero le rivoluzioni , effettuando ad onta di quel  freno costante, mutamenti radicali nel costume e nelle  idee dei popoli? La ragione e la spiegazione di un  tale fette è ovvia a trovarsi; poiché per una parte  le moltitudini, perchè conservatrici, e lontane e abor-  renti per le loro faccende, dal moto e dall'agitazione  delle minoranze, che vivono in special modo di pen-  sieiV)^ e di abitudini innovatrici, nulla iniziano spon-  taneamente, e rimangono estranee agli influssi delle  novelle idee; e dall'altra non chiamate a manifestare  legalmente i loro sentimenti, non possono arrestare,  moderare o piegare il corso degli avvenimenti, o modificame i resultamenti sociali. Le moltitudini vivono   m   sciolte y guardando ciascuno ai propri negozii^ e non  possono congregarsi facilmente in assemblee, in comitati, in conventicole, come è facile alle minoranze ap-  punto perchè minoranze. Ma una tale inerzia, una  tale paziente annegazione, non rimane senza effetto col tempo; inquanto se le minoranze si spinsero oltre  certi confini morali e civili e vollero trionfanti prin-  cipii che offendono il sentimento ereditario della moltitudine, cadono poi in seguito le loro esagerazioni  stesse, non nutrite e sostenute dall'universale, e solo  resta il progresso possibile, pratico, buono, il quale,  comechè nuovo, pure non perturbando le coscienze e  abitudini della maggioranza nazionale, viene a poco  a poco a consustanziarsi con le medesime: e cosi i po-  poli camminano e vanno perfezionandosi. E che ciò  sia vero, oltre la testimonianza palese di tutte le storie, basta fermarsi a considerare il corso delle rivo-  luzioni moderne di tutti gli Stati, perchè la realità  della dottrina nostra salti agli occhi ai più miopi. Affine dunque che le moltitudini non per lunga e  sempre faticosa efficacia, come freni conservativi, operanti spontaneamente e fuori del giure positivo, riescano immediatamente salutari all'equabile e fruttuoso  progresso dei popoli civili, è d'uopo renderle partecipi  della vita pubblica, chiamandole alla elezione di coloro che sono poi i legislatori della nazione, è debbono guidarla alla libertà e ai beni che essa racchiude^  con ordine e operosità. Così facendo, con quei tem-  peramenti richiesti dalla moralità e dignità stessa del  voto, si otterrà una maggiore attività politica ; la na-  zione non sonnecchierà mai, né ristagnerà; i partiti  che pervengono al governo dello Stato, nella vicenda continua di nuovi biefogni^ non crìstalUzzeranno^ e riposeranno in una beata e grassa quiete^ ringipvaniti  e stimolati sempre dal voto popolare^ donde tutto nelle  democrazie fluisce e sorge ^ e viene legittimato; si  avrà sempre una benefica remora alle intemperanze  delle fazioni, e quello che più importa, un ostacolo,  e, si radichi bene nella mente, l’unico ostacolo all' imperversare della furibonda demagogia. Io non  aspiro alla divina prerogativa della infallibilità, e  lascio ad altri senza rammarico questa modesta ed  umile virtù ; ma per quello che io valgo a discernere  dopo lungo studio e lungo amore pel pubblico bene,  crèdo fermamente alla efficacia, necessità, utilità delle  mie proposte, come sono certo che quadrano a capello  con le norme positive di una scienza sociale, vera-  mente degna di questo nome. Tali sono le proposte, che coscienziosamente e dopo  maturo e scrupoloso esame, e modestia, venni svol-  gendo in questo mio scritto ; tali le riforme che credo  indispensabili per la durata, la esplicazione naturale  e la salute delle nostre istituzioni, e pel decoro e la  prosperità della patria. Certamente non si possono  tutte e subito attuare , e Roma non fii fatta in un  giorno; ma necessario è che gli uomini a qualunque  partito nazionale appartengano, proposti al governo  della cosa pubblica, vi si accingano con tenace pro-  posito, e vi aspirino costantemente. Un sentimento di  malessere indefinito occasionò la crisi presente, e la  nazione sta raccolta attendendo che i diversi ordini  dello Stato meglio rispondano all'indole loro e dei  tempi, e si ritemperi a vita più robusta e libera la  fibra dei cittadini; e tale è il compito di coloro che ora salirono; è giudicheremo dai fatti se sono da tanto.  Quelli che caddero ^ il partito cioè che fino ad o^  resse i destini d' Italia^ operò cèrto molte cose buotie^  e condusse a termine, stimolato però dalla piÙL viva  e impaziente parte della nazione e laicamente eoa;  diuvato da questa, Tunità territoriale e politica della  patria^ protetto da fortuna propizia e da eventi in-  sperati, trasmutanti in vittoria eziandio la sconfitta;  ma a poco a poco, ritirandosi in sé medesimo e chiuso  troppo forse agli influssi sempre salutari della maggioranza del popolo, si aflSevoll ed obbliò le origini  sue, e la natura essenzialmente democratica degli  Stati moderni. L'Italia oramai è giunta a quel tem-  peramento civile ehe esclude la violenza e T illegale  intromissione di fazioni perturbatrici, ma vuole ed  esige che si avanzi e che si cammini di pari alle na-  zioni più civili; che gli uomini che la capitaneggiano  si governino con le idee nuove, e si lascino i metodi  troppo curialeschi e scolastici nell' indirizzo della cosa  pubblica. Or non è più tempo, e tra poco lo vedranno  anche i più restii e ostinati, di grette abilità e di pic-  coli e scuciti mezzi, giorno per giorno, di reggere gli  Stati ; tutte le questioni sono larghe e grandi, e non  si risolvono che con intendimenti e principj larghi e  generosi; in ogni vertenza è conflata, a cosi dire, la  vita di tutto un popolo, anche per i rapporti che  essa ha o può avere con tutte le nazioni civili. Iso-  larsi, fetcendo i suoi affari alla guisa di un agente di  fattoria, è impossibile, dannoso e indecoroso; la ne-  cessità presente spinge i popoli europa all'unità mo-  rale della razza loro, ed all'equilibrio econoiiiicO civile  e politico di tutte le membra ; ciò che non importa ima yi^ota cosmopQlitia alla maniera dei politici mi-  stici: m ogoji inombro e nazione vive della sua vita  particolare; ma in conserto di vincoli si stretti, e una  reciprocità di r^oni che costringono tutti ad avan-  z^ure perire ; poiché la selezione naturale governa  anche 1^* vita dei pppoli. Né valga il dire, come da  molti si ripete^ che il governo è, od era assai più  liberale della na:pione, e quindi ogni spinta o riforma  riuscire inutile , o inopportuna; poiché, oltre essere  questo in generale vero per tutti i governi, in quanto  sono al di sopra del sapere e del civile temperamento  delle moltitudini, suscita spontaneamente questo dilemma: o il governo, in uno Stato libero, possiede  minori spiriti liberi del popolo, e quindi dee, in virtù  della legge fondamentale di un libero Stato, ritirarsi,  perchè violatore moralmente della medesima; o si  confessa più liberale del paese, e allora piuttosto che  ristarsi e mantenere il grado fisso del valore civile  del medesimo, dee spingerlo innanzi e trasformarlo  alla sua immagine; che se sta, non procacciando di  eccitarlo alla riforma, è indegno dell'alto loco che occupa. Queste teoriche di accomodamenti pratici non  sono più d'uso, e solo argomentano una profonda imperizia del come si dirigano le società moderne, e dei  doveri effettivi dei governanti. Sciolto da qualunque legame di disciplina, come di-  cesi, di partiti, perchè uomo affatto privato ed oscuro, e  al di sopra di questi, come debbo essere lo scrittore im-  parziale, non consigliandomi con altre norme che con  quella che io credo il giusto , scevro da qualunque am-  bizione personale, né stimolato da ire o passioni di  parte, liberamente dissi , comecché sempre con rispetto in  olle persone, ciò che stimava opportuno ed utile, devoto  in tutta la mia vita ad una cosa sola, ma quella grandissima e santa, la verità. Se altri mi provi che io mi  ingannai, sarò ancora felice quando il contrario di ciò  che credetti, profitti alla mia patria. In ogni modo,  nel piccolo giro delle mie facoltà, avrò soddisfatto al-  l'obbligo di cittadino ; ciascuno dovendo servire la pa-  tria in quel modo che gli è concesso. Solo una cosa  detesto in questo ordine di fatti: la petulante vanità  dei neghittosi. Altri saggi:    S^Uo ai ierehi:   DELLK   CONDIZIONI INTELLETTUALI D.' ITALIA  ITm preparmziùHe ì SELLA LEGGE FONDAMENTALE DELLA INTELLIGENZA ffCL RC6II0 ANIMALC  S t'Udii di Psicologia compartita. Se-    rv;.ft- Tito Vignoli. Vignoli. Keywords: squirrel, squarrel, psicologia comparata, etologica filosofica, una legge della intelligenza degl’animali – mito e scienza – mitos e logos – animale, legge, legge della psicologia, psicologia comparata, etologia comparata, evoluzione. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS, Luigi Speranza, “Grice e Vignoli” – “La etologia filosofica di Grice e Vignoli” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vignoli.

 

No comments:

Post a Comment