Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lami:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della ragione dei antichi
romani – la tradizione della polizia romana – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Abstract. While
Grice does linguistic botany in his Kant lectures on reasoning: rational versus
reasonable, he little considers the Latin, indeed, Roman, root of it all: ratio
– Hobbes did, when he called HIS thing ‘computatio’ – and provides the very
first example in English-language philosophy of a conversational impliature – where
a rather carefree reference to Julius Caesar is meant to retrieve in the
addressee a full chain of ‘computationes’ or ‘rationes.’ As an Oxonian, Grice
was well suited for the task, even having been a scholar at Merton, the land of
the calculatori ! Keywords. la ragione degl’antichi. Filosofo italiano. Grice:
“I like Lami; he has written interesting approaches to Plato and Aristotle.” Si laurea e insegna a Roma. Altri saggi: "La
ragione degli antichi” (Giuffrè, Roma); "La politica di Platone” (Rubettino,
Cosenza); "Tra utopia e utopismo" (Cerchio, Rimini) "Qui ed ora
-- per una filosofia dell'eterno presente" (Cerchio, Rimini); "Il
libro Manifesto – in difesa dell’oggettività" (Heliopolis, Pesaro); G. Sessa,
"Voegelin -- Ordine e Storia” (Angeli, Roma, Filosofia politica Filosofia
della storia nuova destra. Letteratura e Tradizione//miro renzaglia.org letteratura-tradizione-il-resoconto/
Scuola Romana di Filosofia Politica//centro studi la runa Fondazione Julius Evola.
E’ davvero difficile per me, ricordare L. In questi giorni, ho dovuto farlo più
volte, intervenendo a pubbliche commemorazioni della Sua memoria, a cominciare
da domenica quando, in un gelido pomeriggio invernale, improvvisa e
sorprendente, ci è giunta la notizia della Sua dipartita, durante la presentazione
di un libro, alla quale avrebbe dovuto essere presente, come relatore, anche
lui. Immediatamente, il pensiero è corso al nostro primo incontro, quando
io, giovane studente di filosofia, lo conobbi in qualità di assistente di Noce.
Fin da allora, non si trattò di un semplice rapporto professionale, in quanto
Lami seppe trasmettere a noi giovani che lo frequentavamo, l’amore per il
sapere autentico, quello che si tramuta in testimonianza, in vita. Mi coinvolse
immediatamente in un progetto ambizioso: quello di introdurre in un paese
dominato culturalmente dalla Sinistra, il filosofo della storia Voegelin,
allora praticamente sconosciuto. Il risultato di questa ricerca, alla quale
ebbi l’onore e il piacere di partecipare in prima persona, assieme a Borghi e
pochi altri, si concretizzò nella pubblicazione di una serie di antologie
voegeliniane (qui è bene rinviare a Voegelin: un interprete del totalitarismo,
Astra), che fecero ampiamente discutere. Il merito maggiore, conseguito da
Lami, in questo ambito di studi, fu di individuare nel filosofo
austro-americano, un diagnosta della crisi della modernità. In particolare,
attraverso l’analisi e la traduzione di Ordine e storia, opera monumentale,
Egli presentò l’esperienza classica della ragione, quale unica terapia
possibile delle devianze neo-gnostiche contemporanee (si veda, prefazione a VOEGELIN,
Israele e rivelazione, Aracne, ma anche L., Introduzione a Voegelin,
Giuffré). Fece propria, in modo critico e originale, l’eredità di Noce,
secondo modalità più profonde rispetto a chi, tra i suoi presunti discepoli,
scelse, come il Maestro, una via di fede. La cosa, è facilmente deducibile
dalla lettura dell’organica monografia che egli dedicò al filosofo cattolico
(Introduzione a Augusto Del Noce, Pellicani), da cui si evincono tanto la
gratitudine per il discepolato e per gli insegnamenti ricevuti, sostanziati da
un metodo rigoroso d’analisi quanto le differenze speculative essenziali,
dovute alla valorizzazione filosofica, propria di Lami, delle qualità virtuose
dei singoli, nell’ambito pratico-politico. A questa scelta, che peraltro
individua, nello specifico, il campo d’indagine della scuola romana di filosofia
politica, che a Lui faceva e fa, tuttora, riferimento, hanno fortemente
contribuito gli interessi per gli autori dimenticati del novecento. Tra essi, TILGHER
e EVOLA. Al primo dedica un volume significativo (TILGHER, un pensatore
liberale, Seam), nel quale evidenzia il tema della pluralità delle morali, come
caratterizzante il pensatore napoletano. Ciò, secondo L., lo avvicinava al
filosofo tradizionalista, poiché il suo pensiero, individua effettive vie
realizzative in grado di determinare le tipologie umane dell’eroe, del santo,
dell’asceta, del saggio e del dotto. Sul secondo da alle stampe la prima
monografia filosofica: Introduzione a Evola. Un passo per la vita e un passo
per il pensiero, Volpe. Inoltre, quale collaboratore della Fondazione Evola, cura
diversi volumi della “Biblioteca evoliana” nei quali, come pochi, è riuscito a
contestualizzare storicamente l’opera del filosofo romano e a coglierne il
valore, in un lavoro esegetico sempre aperto alla comparazione. E’
proprio Evola, l’autore attorno al quale si sono dipanate, nel corso degli
anni, le nostre discussioni. Mi pare, infatti, che Egli leggesse EVOLA,
tentando, almeno su certi aspetti, di andare, con gli strumenti della
tradizione platonico-aristotelica, oltre le posizioni consuete a quest’ultimo,
interpretando, al medesimo tempo, la consolidata lettura di matrice cristiana
del pensiero classico, alla luce dell’esegesi evoliana. Stigmatizza sempre
negativamente l’abbandono, dovuto all’irruzione della visione del mondo
ebraico-cristiana, della dimensione civico-virtuosa, sulla quale la civiltà
romana tanto insiste. La cosa, è particolarmente chiara nello studio dedicato a
questo specifico tema (Socrate Platone Aristotele, Rubbettino), nel quale tenta
di presentare il simbolo epocale del mondo antico, la “vita contemplativa”,
come realizzantesi pienamente nella dimensione della Città, a testimoniare
della contrapposizione tra tensione utopica tradizionale, e scacco utopistico,
tipicamente moderno. Tema questo, attorno al quale spese le sue energie
intellettuali nel recente volume Tra utopia e utopismo (Il Cerchio).
Corrispondere a quella che è stata la via da lui indicata, ad un tempo ideale
ed esistenziale, a quella che egli definiva una filosofia dei pochi, del divino
e dell’ordine, è compito complesso e gravoso, al quale comunque, chi come me,
gli è stato vicino, non può permettersi il lusso di sottrarsi. Sarà la memoria
della Sua luce interiore, che accendeva anche negli studenti della “Sapienza”,
o in chi lo ascoltava nelle innumerevoli occasioni culturali per le quali tanto
lavorava, dai Convegni alle presentazioni librarie, a sostenerci nella Sua
assenza. Ma, più in particolare, l’idea di una tradizione sempre viva e
presente, che si realizza, addirittura nella comunanza dei vivi e dei morti,
come Roma (ma non solo) ci ha insegnato, e che rappresenta il suo testamento
spirituale più prezioso (al riguardo si veda, Qui e ora. Per una filosofia
dell’eterno presente, Il Cerchio. L’università di Roma, con Lui ha perso una
delle ultime personalità carismatiche, in grado di fare Scuola. Personalmente,
non posso che ringraziarlo per avermi onorato, in questo mondo, della Sua
amicizia, rara e preziosa: quella di un Signore. Tratto da Area. Grice: “Lami
touches some crucial points. For one, he criticizes Jowett for mistranslating
Plato. What Plato wrote is fair and simple, ‘Police’ – Politeia --. Lami as a
Roman hates the Pope – who does he think he is? The Papal dynasty is take in
that they cannot reproduce. So we must go to the civil-political organization
of the Romans, as seen from the the heroic ‘eta’ of Romolo. La citta. La Civilta. La tradizione. La tradizione
una. Espressione varie e tradizione una.
With the birth of
Christ, Roman words acquired new implicatures, for bad. Pagan started to mean
‘heathen’, and ‘ethnicus’ (ennico) more or less the same. Of course the old
Romans were anything but PAGAN or heathen – they did almost EVERYTHING for
Marzio, to whom they dedicated the downtown gym! (Campo Marzio). Lami knows all
this – and more --. Gian Franco Lami. Lami.
Keywords: la ragione degl’antichi, Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Lami” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Lampria: la ragione conversazionale e la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
pugliese – scuola di Taranto – scuola tarantina – filosofia tarantina -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano.
Taranto, Puglia. Tutor of Aristosseno di Taranto, although he seems to have
taught him music rather than philosophy.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landi:
la ragione conversazionale e la semiotica economica – prinzipio di economia
dello sforzo razionale – filosofia lombarda – scuola milanese – scuola di
Milano -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Abstract. In his epilogue to his compilation, Grice
mediates on the very structure of his model of conversation as rational
co-operation. The economic basis is obvious. It is Grice’s view that the goal
of conversation is the maximally mutual ‘influencing’: no time or energy to
waste! Landi held a very similar view – which made him particularly unpopular
in Italy, the land where the lemon tree grows! Kewyords: Landi, Grice, homo
oeconomicus. Filosofo italiano. Milano,
Lombardia. Grice: “I would call Landi a Griceian; but he’d call me a Landian!”
Studioso della dottrina del ‘segno,’ vis-à-vis- scienze umane e antropologia, apportato
un notevole contributo agli sviluppi alla semantica (senso) e la pragmatica
(prassi, pratica – ragione pratica) -- crt, cercando di unificare la dialettica
romana e fiorentina con quella oxoniense.
Diplomato al Regio Liceo Ginnasio Alessandro Manzoni, si laurea a Milano.
Studia a Pavia. Insegna a Padova, Lecce. Riceve, e Trieste. La sua opera si può
suddividere in tre fasi. La prima riguarda studi su la prassi (ragione pratica),
nonché l'analisi dei processi di “segno.” La seconda fase propone una teoria
della “produzione” del segno intendendola come teoria del lavoro cui fondamento
è l'omologia tra la teoria del segno e so-miscalled aeco-nomia. (cf. Grice, P. E.
R. E.). La terza fase studia l'intricato rapporto tra il segno e la ideologia e
teorizza l'”alienazione” dell’usuario del segno (ego/alter/alien). Opere: Pratica
communicativa (Bocca, Milano); “Segno” (Manni, Lecce); “Significato, comunicazione
e parlare comune,” – cfr. Grice, “SignificARE, communicARE, impiegare,
implicARE, -- ‘common’ is Landi for Grice’s ‘ordinary’ as opposed to
extra-ordinario. Marsilio, Padova.
La semiotica e “Segnare” come lavoro e mercato,
-- cf. Grice against an utilitarian and pro a Kantian account of the rational
effort – but remarks in the “Retrospective Epilogue” about his concern with
‘rationality’ as being co-operative. And Grice’s remarks about the independence
of the two thesis: semiosis as rational and semiosis as cooperatively rational.
Bompiani, Milano, Segno ed ideologia
(Bompiani, Milano), “Segnare” (Bompiani, Milano); “Ideologia” (Mondadori,
Milano); “Metodica filosofica e semiotica -- scienza dei segni, o teoria? – cf.
Grice on philosophical psychology,’ folk science of psychology – ceteris
paribus – ‘law’ of the science of psychology --. The laws of psychology – “That’s why we call them
‘psycho-logical’ concepts, or theoretical terms, -- psychological theory --. Theory Th. (Bompiani,
Milano). Cf. Grice on the boundaries of ‘mean,’ and the idea of ‘consequence,’
y is a consequence of x, x means y. Il corpo del testo tra riproduzione sociale
ed eccedenza, Scritti su G. Ryle e la filosofia analitica” (il Poligrafo,
Padova); “Semiotica Filosofia del linguaggio
su ferrucciorossilandi.c om. Grice: “Landi takes economics seriously, as did
Aristotle – unfortunately, those researching onto Landi hardly quote from
Aristotle!” “While the Italians think that Landi is being very Original, we at
Oxford don’t! Game theory, strategy theory, and efficiency theory are all basic
to ‘oeconomica’ in most pragmatic models of efficient communication – “Information
is like money!” – Cf. la teoria del valore e le formulae dell’egoismo,
l’altruismo o non-egoismo, Meinong. Teoria
formale del valore. I valori egoistici risultano espressi con le lettere T e e
te1 Hay Ja, Un Un,, Tv Uy. Gli valori altruistici sono espresso con le lettere:
i. I valori neutrali sono espresso colle lettere : Ym. Siccome non si propone
di dare una teoria compiuta dei fatti concomitanti di questo o quello valore,
ma solo di ANALIZZARE tal unicasi va
speciali, così, quando adopera i simboli senza l'indice soscritto,
intende significare il valore egoistico – con la lettere ‘e’ sottoittesa.
Questi simboli possono esprimere questo o quello BENE, ma anche questa o quella
volizione a questo o quello BENE riferentisi. Per indicare una volizione, si
adopera il stesso segno *fra parentesi quadratti*. Infine, si suppone, di
regola ceteris paribus,che la circostanza concomitante sia sempre una sola, la
quale, insieme alla volizione, formi ciò che chiamamo il “bi-nomio” della
volizione. Se le circostanze sono più, allora si forma un “poli-nomio” della
volizione. La precedenza di una lettera in un binomio o un polimonioindica il
valore principale, sia desiderato o sia attuato. In che modo i fatti
concomitanti del valore sono connessi collo scopo della volizione? Siccome ogni
scopo di volizione è anche un oggetto di valutazione, la domanda può formularsi
così. Come i valori possono entrare in connessione tra loro? Si noti però che
la connessione deve stabilirsi prima del cominciamento della volizione, giacchè
questa volizione deve tenerne conto. Le co-esistenze casuali restano
naturalmente escluse. Tra lo scopo dellla volizione e l'oggetto della
valutazione concomitante possono correre varie relazioni. C’e una relazione
d’identità. Ciò che il artista o un
politico come Mussolini crea non soddisfa lui SOL tanto, apparirà sempre in
qualche modo come un BENEFICATORE di tutta una sfera di uomini – la nazione
italiana. C’e una relazione di CO-ESISTENZA di più qualità di una stessa cosa,
o anche di più cose. Per esempio, un tale VUOL comprare un piano che ha (+) un
bel tono. Ma il piano ha anche (-) una cattiva meccanica. O un cane da guardia
molto vigile (+), il quale però morde (-). O una macchina automobile che lavora
bene (+), ma che fa rumore e fumo (-),ecc. C’e un nesso causale, nelle sue due
forme: a) lo scopo è CAUSA di conseguenze valutabili. Il politico chi, per
esempio, promuove il movimento e l' industria dei forestieri, mira ad
arricchire la sua nazione (+), ma anche la de-moralizz (-). b) lo scopo non si
può raggiungere che come EFFETO di dati valori morali. Per esempio: un
fabbricante per . Ora torniamo alla domanda principale. In che modo il
valore morale di una valutazione dipende dai valori concomitanti, e,in caso di
un simple bi-nomio della volunta, dal valore concomitante? Abbiamo distinto
quattro categorie di valori, “g”, “T”, “u”, e “u”, le quali si applicano anche
ai fatti concomitanti. Però il caso u si può omettere, perchè non accadrà mai,
CHE SI VOGLIA UN PROPRIO NON-VALORE PER sè stesso. Rimangono così tre
possibilità, le quali, liberamente combinate, dànno *dodici* casi che costituiscono
la tavola dei valori. Per l'esame di questi casi bisogna pensare che ad un
oggetto di volizione si aggiungano gli altri come fatti concomitanti, e
osservare le variazioni di valore che questo intervento produce. La VOLIZIONE
‘POSITIVAMENTE ALTRUISTICA’ (benevolenza e beneficenza) è data da una formula.
Il momento più importante è qui l'associazione della circostanza concomitante
u, IL PROPRIO DANNO. È evidente che l'aggiunta di questo secondo momento
accresce il valore di (i) e di tanto, quanto più grande sarà il sacrificio
proprio. Indicando il valore con “W”,si avrà dunque: W(ru) > WV. Se invece
si aggiunge “u”, IL DANNO ALTRUI, sia dello stesso beneficato (quando il
beneficio produce pure un MALE al beneficato), sia di persone estranee al
rapporto (quando per beneficare uno si danneggia altri), allora il valore della
volizione con questa circostanza concomitante diventerà minore. E la formula
sarà: W(ru) < W(r). Se la circostanza concomitante è pure in favore del
beneficato, allora la formula sarà indubbiamente: guadagnare di più deve
migliorare la condizione materiale dei suoi operai. W (rr)> Wr.
glianze. Invece L’AGGIUNTA DEL VANTAGGIO PROPRIO AL BENE ALTRUI nè
diminuisce, nè aumenta il valore. La volizione egoistica è espressa dalla
formula, la modificazione più grave qui si ha, quando al caso si aggiunge la
circostanza del MALE ALTRUI. Allora si
avrà: W(gu)<W(9). Se la circostanza concomitante è invece “r”, il valore
della volizione egoistica si eleva: W(gr) > W(g). Che poi alla volizione
egoistica si aggiunga la circostanza secon aria di un ALTRO PROPRIO VANTAGGIO
(plusvalia) o anche di un proprio danno, non modifica il valore di (g). Si
avranno quindi le due egua W (99)= W (g)= 0 W(gu)= W(9)=0. Così pure si aumenta
il non-valore, se oltre al danno principale si aggiungono altri danni. Epperò:
W (UU)< W (U). Per quanto il caso sia inusitato, si può prevedere anche, che
al male altrui si associ una qualche conseguenza buona, indiretta, W
(rg)= Wr. La volizione altruistica negativa o anti-altruistica è espressa con
una formula. Se per attuare il danno altrui, si fa anche il danno proprio u,
questa circostanza aggrava il male e aumenta il non-valore: W (uu) < W
(u). W(UY) > W(u). Il fatto concomitante della propria utilità non
aggiunge nè toglie al valore della volizione principale anti-altruistica. Si
avrà quindi l'eguaglianza: W (ug)= W u. La somma dei risultati ottenuti si può
disporre in un Quadro. W(rr) > W(v)? W(gr )> W(g)? W(ur)> W (U)?
W(yg)=W(r) W(99)=W(g)=0 W(ug)=W(U) W(ru)<W(Y) W(gu)<W(g) W(UU)<WU)
W(ru)>W(V) W(gu)=W(g)=0 W(uu)<W(U). Da questo quadro si rileva che le
circostanze concomitanti con segno negativo non sono più feconde di effetti di
quelle con segno positivo. Di queste ultime, “g” non modifica nulla, e “r” non
dà risultati sicuri, come indica il punto interrogativo. L'influenza dei fatti
concomitanti si può dunque riassumere così. Agisce aumentando debolmente il
valore. ‘g’ non modifica nulla. ‘u’ diminuisce grandemente il valore. ‘u’ opera
secondo lo scopo della volizione -- ora aumentando, ora diminuendo e ora
non-modificando il valore. Si è già detto che sarebbe uni-laterale il voler
giudicare del valore morale di una volizione dallo scopo ;che però, in quanto
lo scopo prende parte alla determinazione del valore, l'altruismo positivo è
buono, L’EGOISMO è INDIFFERENTE. L’altruismo NEGATIVO (malevolenza e
maleficenza) è cattivo. Ora è importante constatare, che il senso in cui i tre
momenti valutativi operano sui fatti concomitanti è completamente lo stesso La
validità della tavola dei valori, dianzi tracciata, ma pure prevista.
Allora il non-valore si ridurrà, nel modo indicato dalla in-eguaglianza:
subisce variazioni, se cambia la qualità della volizione? Itendendo per qualità
la differenza tra appetizione e repulsione, che però non deve equipararsi a una
contra-posizione logica tra affermazione e negazione, i cui termini si
escludano a vicenda, ma considerarsi come una doppia possibilità psicologica,
di cui l'una abbia altret tanta realtà indipendente, quanto l'altra. Un'analisi
della NOLIZIONE mostra, che esse si comportano egualmente come la volizione,
solo che si applicano di regola ai valori “T”, “u” ed “u”, RITTENENDOSI ASSURDO
(IRRAZIONALE) IL NON VOLVERE IL PROPRIO VANTAGGIO ‘g’. Indicando le nolizioni
con (T) (ū) (T) = (non- T) = (U) (U = (non-- U) = ( ) (ū)=(non u) = (g). Lo
stato subbiettivo di rappresentazioni ed i predisposizioni anteriore alla
volizione è indicato con il concetto di “Progetto”. E siccome in questo stato
abbiamo supposta anche la cognizione delle circostanze concomitanti valutabili,
così al binomio della volizione o al polinomio della volizione corrisponde un
binomio o un polinomio del progetto. Per indicare questi stati si adopera gli
stessi simboli *senza la parentesi quadratti*. Osservando le volizioni in
rapporto agli stati predisposizionali, l'analisi delle valutazioni dei fatti
concomitanti può rendersi più esatta. (ū) si possono fare le seguenti
sostituzioni, che aiutano a trovare il corrispondente valore nella tavola
relativa alle volizioni. Si ponga, per esempio, un bi-nomio iniziale della
volizione “uu”, che esprima il mio desiderio di far male, al momento opportuno,
a una persona, ma che non mi sia possible evitare, ciò facendo, conseguenze
dannose pe rme,u. Se ildesiderio di non danneggiarmi prevale, allora non si
avrà più il binomio (uu), ma l'altro (ūr), il quale dice che la volizione è
risultata nel senso di non volere il male proprio, pur ammettendo che questa
volizione abbia per circostanza concomitante y, cioè il bene altrui. In forma
positiva la volizione finale sarà (gr). E così da una situazione iniziale
negativa “vu” si riesce nella opposta gr (1). Questi sono i co-ordinati fra
loro due bi-nomi di progetti, dai quali procedano due volizioni formalmente
concordanti. Anche i due bi-nomi di queste volizioni saranno coordinati fra
loro. Essaminemo la coppia dei due binomi yu-gu, dei binomi, cioè, che hanno la
maggiore importanza pratica. Il primo bi-nomio esprime l'altrui bene col
proprio danno. Il secondo bi-nomio esprime il bene proprio col danno altrui.
Nel primo rientrano, nel senso o grado *massimale*, tutte le occasioni in cui
si può affermare la grandezza morale di un uomo (magnanimita). Nel senso o
grado minimale, i casi della più comune fedeltà al proprio dovere (to do one’s
duty). La sezione di linea dei valori morali che comprende il MERITORIO e IL
CORRETTO è tutta espressa da questo bi-nomio del Progetto. Laddove la sezione
che va dal punto d'INDIFFERENZA al TOLLERABILE e al RIPROVEVOLE corrisponde
alla negazione di questo binomio del progretto. Nel binomio “gu” sono espressi
tutti i casi che vanno dal più SANO EGOISMO alle negazioni più delittuose
dell'altruismo. Reciprocamente, la rinunzia a siffatte volizioni va dal
semplicemente dove ROSO ALL’EROICO. Le volizioni che procedono da questi due
bi-nomi comprendono adunque tutte le quattro classi di valori, caratterizzati
in principio. I due bi-nomi anzidetti suppongono un CONFLITTO (non
coooperazione) fra l'interesse proprio e l'interesse altrui. È evidente che
dalla grandezza di questi interessi, dalla portata di “g” e di “Y”, dipende il
valore morale della valutazione. I momenti “u” e “u” s'intendono compresi nella
negazione di “g” e “y”. Intanto è certo che il VALORE EGOISTICO in cui “g” è
congiunto con “u”, “W(gu)”, si trova sempre al di sotto del zero della scala,
ed ha segno negativo. Mentre il valore altruistico in cui è congiunto con “u”,
“W(ru)”, si trova al di sopra del zero ed ha segno positivo. Ciò posto, la
funzione valutativa tra i termini dei due binomi dei pogretti si può scoprire
agevolmente con una semplice osservazione. Sacrificare un piccolo interesse
proprio a un grande interesse altrui ha un VALORE POSITIVO MINORE che il
sacrificare a un piccolo interesse altrui un grande interesse proprio. D'altra
parte chi non pospone a un grande interesse altrui un piccolo interesse proprio
produce un non-valore morale più basso, che non colui il quale per una utilità
propria rilevante non tien conto di utilità altrui tras curabili. Questo
abbozzo di una LEGGE del valore si può esprimere nelle formule, nelle quali “C”
e “C'” indicano le costanti proporzionali sconosciute, condizionate dalla
qualità delle due unità “g” e “r”. Nell'applicazione di queste due formule
all'esperienza si rendono necessarie talune modificazioni. Se poniamo I valori
“r” o “g” eguali ai limiti 0 e 0,allora i calcoli diventano molto esatti. Per g
per g. L’ESPERIENZA NON è però SEMPRE D’ACCORDO CON QUESTE FORMULE. Ognuno
ammetterà che l'adoperarsi nell'interesse altrui si accosti l punto morale
d’INDIFFERENZA, quanto più grande è quest'inteesse; e che il trascurarlo
divenga nella stessa misura RIPROVEVOLE, “u” pposto costante e limitato
l'interesse proprio da sacrificare. È F, 1 W(ru) = Cg -0 Y Y g W (gu) = -
C per r = 00 per r = 0 lim W (ru) = 0, lim W(ru)= 0, lim W (ru)= 0 limW(ru)= 0,
lim W (gu) = - 0 0 limW (gu)= 0 lim W (gu)= 0 lim W (gu)= – 00. pure evidente,
che la trascuranza di un interesse altrui diviene tanto più INDIFFERENTE quanto
più IRRILEVANTE è questo interesse. Epperò non si ammetterà da tutti, che il
valore dell'altruismo di venga allora infinito, come nella seconda formula.
Osservando però bene, questi casi non rientrano nel campo della morale. Si
contrasterà pure che il valore del sacrificio di un bene proprio per l'altrui,
cresca colla grandezza del bene sacrificato (formula terza). Ma l'esperienza
prova che l'esitazione al sacrificio si fa maggiore quanto più grande è il bene
cui si sta per rinunziare. Invece è da riconoscersi che non è esatta la quarta
formula. Non si può negare ogni valore al bene che si fa ad altri, solo perchè
NON si determina un CONFLITTO con un bene proprio. Le formule anzidette si
debbono mitigare nella loro assolutezza, perchè si accostino di più alla
realtà. Per far ciò, basta attenuare il valore di “g”, il che si può ottenere
aggiungendo a “g” ogni volta una costante “c” o “c '”. Queste formule non modificano i limiti
funzionali dianzi ottenuti, ponendo r = 00, T = 0 0 g = 00. Cambia bensì la
formula del quarto limite. Se g= 0: lim W (ru) = C, lim W(gu) = - ' Sin qui
abbiamo considerato l'una variabile IN-DIPENDENTE dall'altra. Che avverrà però,
se le variazioni si compiranno in entrambe le variabili congiuntamente,
supponendo che “r” e “g” rimangano uguali fra loro per grandezza di valore?
Sostituendo a “g” il simbolo “r”, le formule diverranno altri. Si avranno così
le formule. Tr W (ru) = 0 9 + c g +di e
Y W(gu)= W(gu)=-C' ito Y W(ru)= C y- to' . Da questo risulta che il non-valore
deve crescere e diminuire nello stesso senso o grado limite di “r” e “g”, e il
valore in senso o grado di limite contrario. Consultando l'esperienza, si può
riscontrare agevolmente che un oggetto, per esempio un dono, abbia lo stesso
valore per chi lo dà e per chi lo riceve. Ora si domanda, regalare di più avrà
un valore più alto o più basso del regalare di meno? Senza dubbio più alto. E
se si contrapponga vita a vita, CHI SACRIFICHI LA PROPRIA VITA per conservare
quella di un altro, suscita di fatto grande ammirazione. QUESTO è però IL
CONTRARIO DI ciò che quelle formule esprimono. O “c” corre adunque correggere
le formule e per far ciò introducemo un esponente di “g”, più grande
dell'unità, e lo indicamo colle lettere “k” e “k'”. Le due formule diverranno
così, rimettendo “y” al posto di “r”. Sicchè si avranno i seguenti limiti. A
questo punto, il concetto di limite non hanno più bisogno di alcun'altra
correzione. Per semplicità di espressione ponendo C= 1ek =2, la formula del
binomio divienne W(gu)= T. È questa una formula a discuttere. . g2+1 ghto Y
gkilt o W(gu)= W (ru)= C per r= 9 perr= g= 0 T g2+1 W (ru)= e Y e limW(ru)=00
lim W(gu) = 0 limW(ru)=0 limW(gv)=0. Preliminarmente non si ne ricava alcune
conseguenze. Ogni pr getto offre a colui, che dovrà reagire con una volizione,l
a doppia possibilità di fare o di tralasciare. Le due volizioni staranno,
secondo la formula principale or ora ricavata, in un rapporto di
RECIPROCITà negativa, per ciò che ri guarda il loro valore morale. In secondo
luogo, siccome una volizione di grande valore (positivo o negativo) o e MERITORIA
O RIPROVEVOLE. Quella volizione di piccolo valore o e CORRETTA o TOLLERABILE,
così potrà dirsi in generale che quanto PIù DISTANTI sono il NUMERATORE E IL
DE-NOMINATORE della formula in una scala ordinale (1, 2, 3, … n), tanto più il
valore della volizione e indicato dalle parti estreme superiore o inferiore
della linea dei valori. Quanto più vicini o meno distanti sono invece quei
numeri, tanto più l'indice del valore cadde verso il punto di mezzo di detta
linea. La formula si applica inoltre anche ai casi di una volizione I cui scopo
non siano accompagnati da circostanze concomitanti. Basta ridurla. W(9)=0(1).
UU. Mentre la prima coppia esprime il caso di CONFLITTO D’INTERESSI, la
caratteristica della seconda formula è la CONCOORDANZA O INTERSEZZIONE O COOPERAZIONE
O CONDIVIZIONE gl'interessi propri con gli altrui, positive, o, come nella
guerra o il duello, negativi. Se il
progetto offre l'occasione di congiungere con la mia utilità l'altrui, o se mi
rappresenta un pericolo altrui nel quale scorgo un pericolo mio, la volizione
corrispondente e espressa con (gr). V'è però anche la rappresentazione del
desiderio di un male altrui, cui si associa anche la previsione di un danno
proprio. La corrispondente volizione e espressa con “(uu)”. Il conflitto qui
non esiste fra “g” e “y”, ma fra “g” e”v”, cio è fra “g” e -Y Questa
riflessione ci fa subito applicare al caso attuale la formula principale del
primo binomio. Così, go+1 Y. W(uu)= W (Y)= >. Passamo ora ad esaminare un'altra coppia di
binomi: gr g+1 1 T (go+ 1)r.
Mantenendo anche in questo caso il principio della RECIPROCITà negativa dei due
binomi di progetto, l'altro binomio diverrà epperò la seconda formula
principale così ottenuta e (1): W(uu)= -(g2+ 1)r. Le costanze rilevate in
queste formule dimostrano sufficientemente che il valore morale è in relazione
tanto con lo scopo principale della volizione quanto con i fatti valutabili
concomitanti, com’era di sperare! Ferruccio Rossi-Landi. Landi. Keywords:
implicature, homo oeconomicus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landi,” The
Swimming-Pool Library, Villa SPeranza, Luigi Speranza, “Grice e Rossi-Landi a
Oxford.” Luigi Speranza,
“Grice’s principle of economy of rational effort and Rossi-Landi’s economical
semiotics.” Luigi Speranza, “Grice and Rossi-Landi: over-informativeness and
excess: the implicature” – The Swimming-Pool Library. Landi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landino:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della sforziade
degl’italiani – filosofia toscana – filosofia fiorentina – scuola di Firenze –
scuola fiorentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Abstract. In his epilogue to his compilation, Grice
confesses the striking resemblances between the dialectic proposed by Aristotle
– in Topics, Nicomachean Ethics, and Posterior Analytics – in terms of this
progress from the many (the lay) to the few – the professional philosopher.
Landino may be thought of as promoting that type of dialectic in his native
Firenze. Firenze had to compete with Rome, and she did it successfully! Keywords:
Oxonian dialectic, Athenian dialectic, Florentine dialectic, Grice, Landino. Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I love the way a philosopher can be judged
by his fellow citizens and by furriners: Landino’s “De Anima” fascinates the
Germans, for example! While his poetry fascinates the Americans, as I Tatti
testifies!” Nacque da una famiglia originaria di
Pratovecchio, nel Casentino, e compì gli studi in materie letterarie e giuridiche
a Volterra. Gli venne affidata presso lo Studio fiorentino la cattedra di
oratoria e poetica che era stata del suo maestro Marsuppini: L., sostenuto dai
Medici, e stato avversato da non pochi personaggi in vista, come Rinuccini e Acciaiuoli.
Tra i suoi allievi ci furono Poliziano e FICINO (si veda). In quel periodo
ricopre anche incarichi pubblici, facendo parte della segreteria di Parte
guelfa e della prima Cancelleria. Tra i suoi viaggi, spicca quello a Roma.
La sua Xandra e una raccolta di componimenti dedicata inizialmente ad Alberti e
de' Medici. In campo filosofico scrisse III dialoghi: il De anima, le
Disputationes Camaldulenses e il De vera
nobilitate. La maggiore fama nei secoli di L. e però legata alla sua attività
di commentatore dei classici. Diede alle stampe il Comento sopra la Comedia di ALIGHIERI,
su ORAZIO e su VIRGILIO. Traduttore dal latino in fiorentino della Storia
natural di PLINIO e la Sforziade di Simonetta Il volgarizzamento pliniano e un
vero e proprio evento. Per la prima volta la plebe puo leggere la più
importante e vasta enciclopedia del mondo romano -- tra i suoi lettori Pulci,
Colombo e Vinci. Per i meriti acquisiti, la signoria fiorentina gli assegna una
torre nel Casentino e una pensione. Venne ritratto tra illustri
fiorentini a lui contemporanei da Ghirlandaio nella Cappella Tornabuoni di
Santa Maria Novella. Altri saggi: “Orazione alla Signoria fiorentina incipit
della Historia naturale tradocta di lingua latina in fiorentina”; Xandra, “De
anima”; “Disputationes Camaldulenses; “De vera nobilitated”; “Comento sopra la
Comedia di Dante”; “Commento a Orazio”; “Commento all’epopea eroica di Virgilio”;
“Historia naturale di Caio Plinio Secondo tradocta di lingua latina in
fiorentina al serenissimo Ferdinando re
di Napoli”; “Orazione alla Signoria fiorentina quando presenta il suo Commento
di Dante, Firenze, Niccolò di Lorenzo, Formulario di epistole, Firenze,
Bartolomeo de' Libri. Il testo si può leggere in edizione critica. Carmina
omnia ex codicibus manuscriptis primum edidit A. Perosa (Firenze); “Disputationes
Camaldulenses” Lohe (Firenze, Sansoni); C “De vera nobilitate, M. T. Liaci, (Firenze,
Olschki); R. Cardini, La critica del Landino” (Firenze, Sansoni). Dallo stesso
studioso è stata allestita la raccolta: C. Landino, Scritti critici e teorici,
Cardini, Roma, Bulzoni, Comento sopra la Comedia, I-IVProcaccioli, Roma,
Salerno editrice, Questo commento è stato solo parzialmente edito (la sezione
relativa all'Ars poetica): Cristoforo Landino, In Quinti Horatii Flacci Artem
poeticam ad Pisones interpretationes, G. Bugada, Firenze, Sismel, R. Fubini,
Quattrocento fiorentino. Politica, diplomazia, cultura, Pisa, R. M. Comanducci,
Nota sulla versione landiniana della Sforziade di Giovanni Simonetta,
«Interpres» Uno studio complessivo, sia filologico sia storico-culturale, dell'opera
in A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano” (Messina, Centro di Studi
Umanistici). Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del progetto
Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di
Storia della Scienza di Firenze, Orazio, “Artem poeticam ad Pisones
interpretationes. G. Bugada, Firenze, Sismel-Società internazionale per lo
studio del Medioevo latino, Galluzzo, Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A. Antonazzo, Il volgarizzamento pliniano Messina,
di Studi Umanistici, Treccani Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Lee Sorensen. ALCUIN,
Ratisbona. Liba secundus u aut Eandetn otionanft in anibus denrchedas. Ars
enim natnratn quoad ua Itt feropq imitatur. Sed nefeio quo pado cum de
eqmalo quod iti vita Kiriorio iMispa natura nucttigadum nobis
propofuannus:iam fecundo in naturam rela« bor.lta^ bacomifla ad illud
tademrueamusipcimunique omnibus PHILOSOPHIS omnibmi cbtifiianis audoribus non in
eo quod ab ad ione proueninfcdin fo» h ratione coUocemus. Non enim quid
fadum iinfed qua mente fadum animad uettunt. Quapropter quatuor ueluti
principia ponunt. Cum enim fe nobis ilu quid offert: mouctuc ea te fic
oblata uis quzdam animorum nofttorums ut illam cognoscat: tandem p
decernit aliud bonum efTc aliud contra maium. Quapto ptrrcumiam feferes
obtuleritrcum iam fecundo loco (it de ea iudicium fadumt adtamr tertio
loco uoluntast ut hoc quidem fequamur. Illud vero fugiamus. Qua quidem
uoluntate ita iubente motus poftremo in corpora infurgut : ut id tncmbræzc
quantur quod noiunusancea de creuerit.Ncffi igitur a duobus illis
ptimisprindpiisnetp ab boc poftremo uitiumfpedatur:led a voluntate qua
in ordine tertiam pofuimust. Non enim eo Verres pcccauit quod tabulz
ftgnac ac reliqua ftculorum preriofilTima fupeliez illi fefe of Ferreti Non
rurfus quia iudica ret forefibi ex ufu huiufccmodi ornatu abundaretfcd
quia rapere uoluit cu uf«p adeocz fola uoluntate res pendat: ut etiam ft
non rapuerit :tamen quia rapere uo luerit fitelus commifllim fitx Non
enim interfecerit ne an non interfecerit: fed uo lueiitne interficere in
culpa eft:Defueruntuires. P.CIodio quominus Annium Milonem oeddere pof Tetx.
Qua quidem in re fi naturz uitium quzras t pcccauit ea uis:quzmentis
propofitum non implcuit:fi uero ad morem teconuertas non aduscorpord
motus fed uoluntatis adus crimen concipit: Dicetur iure homi dda Clodius
quia Milonem uoluit ocddere: Fac autem ocddifte cum minime ta men
uoluerit exddere ftarim crimine abfoluetur. Qui enim non ex uoluntate:
fed uel ex infirmitate uirium quas modo pofiii vel ex insdiia rem quampiam
c6 mittunnii non modo culpa carent: uCTum etiam cdmiseratione fzpistime
digni putanmr. Quis enim cum illud de Cephalo in procrin legit etiam fi
fabulosum putetmon iolum illum crimine liberat: Sed fumma
infupercomifetatione profe quituRcum animadvertat hominem ex infdria dum
feram uulnerarc putat: ca tifiimam fibi coniugem percu Eiffeteuius morte in summum
moerorem acludu paulo postcafuruseifett Vides igitur auolutatisadu ueluti
a fua origine uitium in monbus flum: Verum cum iam conftet imbedllitatem
adionis prouenire ex infirmitate primi agentis rem hanc planius
exponendam cenfeo: Videamus ita in quo defidatuoluntas ante commifllim
fadnus. Qui quidem defedusfibi a natura non erinfemperenimadbzrct/ femp pcccaret:ne
rurfus eftcafu bc for luna:eflet enim extra nos. Est igitur
uOluurius.S'ed ut uideasundeifit error boc ædpe. Visdus rd quz agit ab eo
agente perficittu quod fupra fe eft: Donec enim id quod fecundo loco agit
perfeuerat in ordine primi agentis munus fuum abfo lute
peragit:Sinautemao illo declinet nullum iam remedium eflqn aut fiatim aut
paulo poftdefidattin gyrum uertitutdrculus qui manu humana torquef. Hic idem fi
nunu dedinet a mom ceflabit. Ergo igitur ut ad rem redeam nupa dicebam
duo cflic pdndpiarquæ uoluntatcm aateire ntt Res quz fefe nobis oSu a :
k [ t Oerumniobonp nttitt K uii gucdam ilfas oblatu
fufdpiatt At cum qiiicgd bnhi!!»ttb£ A Ut moueri poffifaliguidhabeat
proprium a quo moucaturmoo omnis pcrap et di uis omnem appetitum mouebit.
Nim quz fmlibilia percipit cum dutaiatape petitum qui a renfibus e(i
mouere ualai Ratio autem proprie uoluntatem mouc biti Rurfuscum latio varia
bonorum genera percipere poiritcuiuilibetautcm et proprius finist Etit uoluntatis quoque pprius
nnis k primum quo moueatiu n5 bonum quodlibetifed certum aliquod ac
pncfizum.Siigit" mensnofira acuolo tas perceptione eius
rati6ismoueac7quz tedum bonorum malotu iudiciui B teneat reda indeadio
exorictur. Sinautem ab iis ezorit" quz falfo fenfuum iudb do bona
efle deæta Tunticum minime flnt bona Ibtim peccat in uiu 6tmorib9
uoluntas. Peiueriio igit" ordinis qui est ad rationem et ad proprium finem
gignit peccatum in adione. Ad rationem quidem cum ad fubium fec fiis
perceptionem voluntas fertunin id quod fi rede pcrfpidas bonum non efiifcd
quia fuis ilicee brisrcnrusdemulfitia Dillis bonum iudicatat. Efirurrus cum
ratio ipfa minime decepta id bonum efle decemittquod uere bonum dici
potcft.Hcx tamen tepore aut hocmodo bonum efie negatur. Voluntas tamen in id
fertur nu llam ordinis tanonem babens.huiufccmodi igitut ordinis per uerfio
uoluntaria eih pptc reaqi uitio non carets Loquacior fortalTc fum q par cfi in
natura mali. Addam tamen ex iis argumentationibus quibus demonftracum efimalum
nullam efienda am eflesati ob eam tem per fe fubfifierenon polle: facile
animaduerti id aliquo in bono feroper efle oportere: Verum idem hac quoip
ratione probatur. Cum malum dicimus priuationem dicimus:hoc enim iam
conuicnPnuatio autem ipla K foima qua res priuatut in eodem funt.ld autem
quod formz fubiidtur huiuTce modi cil ut fua natius facultate formam
fufeipere ualeat. Hoc autem quis bona negabit cum eodem in genere et ipsa
sive facultas sive potentia Scadus qui inde cll omnino confilhnt. Prxterea
malum ta folum ratione malum didiT quia nev cct. At non ncKct malo. ElTc
enim bonum fi malo pemitirm afiFcrrct. Nocet igitur bono. Nonautefi de
rei forma loquamur noceret nifi in eoelTet. Quzenimcz citas polyphcmo
nocebitinifi fit in polyphemo excitas. Verum cum uulum boa no opponatur quo
pado utn idem erit fubiedum.oppofiro 9 t enim altc/alte tum pellinhoc fi
dicas ita tibi refpondebo.Quicquid ens did poteft idem 8C boa num
dicitunNon autem abfurdum cll ut non ens in ente fit:quzlibct enim ptia
uatio in aliqua elTentia c(l:quz cll ens tamen non efi in ente fibi oppofito.
Si enim czeitatem dico hoc non eos comune quide minime eft ut uifum ubi^
tola lat:Ergo non ell in uifu uelud in fuo fubicdo fcd in animaote. Q_ux quide
om nia eo teduntiut non pofliit iu fummum malum inueniri:ut inuenitur
fummn bonum.Quod enim fummum malum fututum fit id fine alicuius boni
cofora tio elTc oportet. At nullum malum a bono omnino feparatu efle
inuehies. C^ua doquidem ut paulo ante ofiendimus fuas in bono radices
malu egit: et in eo luu ut Ita loquar fundamentum iedt:Ptztctea fi mihi
dabis aliquid fummum malis fututum effe id ita fua eflentia malum futurum
erit/ut fua eflenda fummum bo num clfc uidemus. At malum eflentiam nullam
babæ iam demonfiratu efi. Ita quod ptiouUD pdndpiii eft eus cflcpo^too
cogn ellet pti IaP.Vitg«M.AIl^o.Liba tettius cipranificflct caura iitidepcadcrettt
Dafiautcaurambotiucfre dirimus. A 4 de et boc^uTa enim qux per fe caufa
diatunfcmpcr prior eft illa quz per accidens caula dicitur. At malum non
efi caufa niri per accidens.Non igitur inuenimr (u Inum malum.Hatc funt
quæ de plurimis longecp «ccllenrioribus quz Leo Baptista memoriter diluride ac
copiose in tantorum uirotum confriTu difputauit t mcminil Te ualui.ln
quibus cum abunde Laurentio fatilTadum efletxfol^ ia me*
ridiemalccndi(ret:nos omnes ita adbottante Mariotto hofpite libeta Mimo
to» Kzimusiillumf fecuti ad tefidenda corpora difi:ellimus. L.
CAMALDVLENSLVM DISPVTATIONVM AD ILLVSTREM FEDERICVM VRBINATVM PRINCIPEM IN P. VIRGILIO
MARONIS ALLEGORIAS. Um Satuissem cum fermonem illustrissime Federice
litteris mandate quem Leo BAPTISTA Albertus no sine summa oiumquia et
erunt admirarione: at(^ftu porede iis Homeris
habuiflct inqbus. VIRGILIO j fundiflimam illam fcietiam i occultatcqua
fummu bois bonum diuinitus defcribit et quU uia ad id Hcircamur mirificc
exprimit: uercbar ne in nonui 1 holum reprehcnlionem incidcrem:qui cunria
ex fui ingenii imbecillitate tnericntcs et Maronem ipfum nihil przter
fabellas:quibus ociofas auditoru au icsdcledaret cdmctum ræ credant et
nos pro arbitrio nodro quz dicimus ottu uia finxilTe exifiimcnt. Qui
quidetn fi quid poctz fint: fi quam eorum origo ue tufia appareat fecum
teputentifi q magna/q uaria dodrina plurimi in eo artifii< rioflorucrint confidcTcnncogoofccnt
profedoid quod grauil Timorum PHILOSOPHORUM iudido comprobatum uidemus nullum
efie feriptorum genus : qui autmagnitudine cloquentiz.aut divinitate
iapictiz poetis pates fuerintr Qua quidem ce ARISTOTELE virum excellenti
ingenio et doctrina pofi PLATONE om nino singulari motum crediderimrut
eofdem prifds temporibus theologos poe tafi} fuine a£btmet;Et profedo fi
poesis ipsa quid sit diligentius inturamur: fad k erit nofle non cfle
illam unam ex iis artibusrquas noflri maiores quoniam reli quis
excellentiores funt libctales appcllarunnin quarum una altera ue fiqui 0 o lucrunttin
maximo funt femper pretio habiti:fed cfi res quzdam diuiniortquz universas
illas compledcns certis quibufdam nu meris aftridatcerris quibufdam
pedibus ptogrcdienstuariifi luminibus ac floribus diftinda quzcutp
homines qjotnt quæcn norint: quzeu contemplati fuerint: ea miris figmetis
exoractr atip in alias quasdam spedes traducattut cum aliud quippii multo
inferiusimul (09 humilius narrare uideantur:aut cum metas fabellas ad
ceflantium aures ob kftmdas ludere credantur:tum maxime cxcclla quzdatfic
in ipfo diuinitaris fbn tctecondita pTonunt: Quo quidem gratilTimo errore
tandem animaduerfo au ditoc non Colum in fummam rerum cognitionem
deucniat: fed mira eriam uolu ptatccz figmento pctfundatuc. Quam quidem
temdiuinam potius s humani f iii fn. cfle cu! potius f
Platoni credidcrimnilr rnim in lonr dicit pot ffm non arte yana tradi;f<d divino
furore npftras tnentesirrepne.ln co aurem qui phxdrua infcnbitur/cum tria
alia diuini furoris genera expliraflet/quaitum furoretn quc poeticum elfe
uult/huiurcemodi([ni fallor^fentcntia exprimir. Rcfeit enim da
ibcxleftibusredibusucr farcntur animi no(lri/ et cius harmonix quxinxtema dei
mente confiftitiK eius quxcxlorum motibus conficitur/illos participes
fuit fe. Verum cum deinde monalium rerum cupiditate degrauati propterca
ad ia feriora iam deuoluti corporibus incluti tint:tunc terrenis artubus
ac monbodia membris impeditos uix eos concentus qui humano artiHno
comparantur auribus padperc poflerqui et Ii a cxledi harmonia longe
abfintinihilominus quoni om ucluti fimulacra quxdam ac imagines illius
funt nos in tacitam quadam ex Icftium recordationem
inducuntiacardcntiifiroa cupiditate ad antiquam patrw am reuolandi
inflammanciut ueram ipfam muficam/cuius hxc adumbrata ima go lit pnofcamus.interim
uero quo ad pemiolcdilT mum corporis carcerem noa bis licet/bac noftra
illam imitari cdtedimus non uocum modulationibus ueluti uulgares quidi et
leviores mulici cofucueruntrquos aunu frufus demulcete posse no negauerimtquicq
aut prxterea prxihre posse no cocedor Sed grauiori quo« dam iudicio
diuinam harmonia imitati/ pfundos inrimof mentis fenfus elega ti arminc
exprimutsat divino furore concitati res frpe adeo mirabilesiadcoq fupra
humanas uires cofticutas gradi spiritu proferunt: ut cum paulo poft furoc
ille iam refedetitifeipfosadmirentVat obllupercant. Quapropter non folum
auribus adulant ifed fuaui nedarc et diuina ambrolia mentes demulcet hi
igic diuini uates funt/& faai mufarum facerdotesihi iure optimo
fandti ab Ennio ap E elbnt": his folum
diuiniiuscocefl'umeft/ut carmine modo iocude fuauiteripla entitmodo
grauiter alteq; furgetitmodo uchemeti impetu ruerirmodo in leda ti amnis
morem fluetiinonunq copiofe exundantiinonunq breuiicr atqt copref fef
gredicnti quocui uelint auditorem rapiat.quiobrcm quonia diuimor uche
metior^ in iilis spiritus infurgitiab huiufmodi ueheroeria uates appcllant. Grxa
dautipfos poetasdixeruntteo quod apud illos facere figniriut. At dices fonafle
none 8C reliqui feriptores fuo libto poetx id eft effedores iuie dici
poiTunt ( poflunt illi quide. Veru quoniam hi foii et dicedo limul et intelligedo
ni reliquos oes longe fuperant/nomen id quod oibus feriptoribus comune
etie opottuitsucluti fuum ac pprium fibi uedicauerunt. Et piedo quicuqi
uates boc noie digni fueriitiii fupra humanamuim aliqd pofle uili
funticuius rei teftimoe DIO elTe poflunt prifei illi uiri:quos poetas fuifliecoflatinam
apud hebrxos Moy fes uir bello inuidus:qui 6C xgyptios ab xthiopibus SC
ab xg 3 tptiis hebrxos lib^; rauitmdne cius ucrlibusiuerlibus enim uolume
cofalplitiocm diuinitate cofai plitiocm diuinitate coplexus cft.uir adeo prifeus/u
t cum odoginta iam natus an nos iudxos e leruitute educeretrCecrops
athrnis r aret. Nam qux ea fint qux Idumxus lob fuiscanninibus
madauit:ormine ex iis chriflianis qui paulo dudi ores babet latere puto.
At hic ut ex libro fuo coiedari licet tertia xtate poli iftæl tutPcftincc
nuc {>fcqr quata qliaue fint qux catminib^^Oauid regis:q d^iiJii Si
Jonumis i qux dcutctonomiuquc Ibix catico codnent" tEgregiu dno inudu cotitinuab
dekiceps ferie r<rfiiper rctetitum: ut iion modo poete: verum exteri 9uo(^
rcriptorcs quicutK remaliguam maiorem litteris mandarent: eam ua tiis Hgmentis/uariisfigurarum
integumentis obfcurarent: putabant enim fo teii negodumdifibcilius
ccdderent: ut fi: gux rciip(i{rent: maiorcmeflent dignitatem audoritatemc^
habitura: 8C 9U1 percepiffent: guoniam non fine la^ borc at(^ induftria
id afreguerenturtea pluris elTe faduros.maiorem inde uoluptatem
percepturos fi guz ipfi tenerent minime fibi cum indodis commu
ciaclfent.Hac igitur ratione a fandis facrifi^ rebus profanos arcebant
non inuidiamoti sed ut aliquod inter follertem at mentem diferimen
appareret: cum non idem ociofusguod studiosus affeguetetur: sic enim dC
premia guz dodis debentur folis illis proponebantur exteri ut iifdem
artibus quando leKguis noD prohccrent niterentur fummopere accendebantur.
Difficultate enim inopia rei mortalium ingenia acuuntur: uindt onmia la
bor impro bus: et du ris um ens in rebus egeftas 2 Quam guiiguam
feribendi ratione grxid guoi^lccutimntfguortim et Orpheum thracem:&
atheniefem museum et thebanum Linum antiguiflimos fuiffe accepimus: Verum
Lini Mufei^ uiz uciligia eztant: Orphd autem poemata in quibus multa deui
diuinainecpau ca dererumnatura continentur 2 ad eam quam diaimus formam
confcnptitaf fe/fadle efl cognofeere 2 de reliquis uero qui deinceps
doruerunt/nihil dicam: Fabularum enim figtUenta quibus aut deorum/aut
rerum naturam /aut ea gu» ad uitam et mores pertinent obfcuriusquidem sed
maxima cum dignitate exprimunt: rem manifeffam reddunt. Qua propter cui mirum
uideatur: fi otnnisxtas:omnesnationes. Omnesguialigua
ufguamdodrinacxcelluerint: poc tasfemper maximi fecerint.Nam ut reliquos
adprzfens omittamq multos q maximos in philofophia locos Aristotele tanms
uir poetarum tcflimonio cot roboranquibus quidem nifi tatu tribuifletmunqua
netpde poetis duosme^ de arte poetica tres libros accuratiffime
confaipfiflet. Quanti autem hoc bomi num genus PLATONE fadat: ipfe in
libro de re.p.fadle offendit: q uoniam n ihil uei jbementius mentis
intima penetrare/qua poefim affirma. At dicet aliquis no ne in libro de
legibus idem PLATONE poefim reiidendam ccnfctmufquam ille hoc. Sed eam
rdidenda dmonet: qux more tragico pturbatos animos imitatur;qux uee to
laudes canit deoru:patria inffituta defcribitimores edocet: probosuiros
extol ]it:iroprobos deprimit/ædpiendam iubet. Deni nonullis in lods
aliquod poe tarum genus uitupetari ab hoc philofopho inuenias. Poesim
autem ipfam qua donout diuina mex tollit quas quidem res cum diligentius
fecu reputauerint qui confilium noftrum damnantifentetiam illos fuam
immutaturos exiffimo: qui tamen si nos carpere uoluerint: potius
temeritatis arguantiquoniam ea qux fupranoftrasuires funt/aggreffi
fuerimus: qua aliquid quod Maro non uidc tit 2 nos uidif Te putent 2 Ego
autem quauis non tantum mihi arrogem: ut hu ius poetx diuinitatem fatis
pro dignitate explicare pofIim:non tamen inutile fii turum putauirH noff
ra indufiria quantulacunc ea fit/dodiores uicos ad tnaioif ra de ENEIDE
demonftranda exdtar 02 qui cum nos non omnia potuiffeintelli indigo oiK
no otn&mq ioiufta aduerfus nos induti utbca ca coi nim lutun erga
Iiuiurcemodi dodris» cupidos adtadiS errata Uoftra conS gant i ii qua
detint addant t Qua quide in re non modo emendari me xquo animo fctam: r<d
ultro iam nunc omnes qui hoc polTunt ut id faciant uebemc ter oro. dam m
maxi me propriu m hominis p utem» 8t quod jpfe. uiderit U> ter aliis
oftendet er et qu od ne^t fiudipie adijj^ercum in hoc fibi Ipii in il lo
reliquis profuturus iitu o 6c uitam inftitui s ut fic quicquid in me efi
iiberalif fime effundamtfl Canullo mortalium quz mihi delint/fumere
dedigner:ad que autem nofha hrc potius qualiacun<p imt fcribamiquam ad
te iUui^ime Fcde tice:qui et Maronis pra; terca KeTos et udiofiirimusrem perfuetist
et cum reliqui iulue principes in eo omnem indufiriam ponannut quamaximos
fibi tbc£uitos comparent i auri^ at^ argenti aceruus magis magifi^ indies
æfcatitu maxu mam tuarum opum partem in mularum et eorum qui mulas colunt
omsmen ta liberalissime effuns: ut iam quemadmodum Homericus ille
Agamenon coniidebat/fi decem aliifibi Nefimesadeircntiforeut breui Troiam
apturus eflett fienospro comperto habeamus fi Itali populi non diam decem
ut iliet fcd duos przteta Federicos haberent t brevi futurum ut universa ITALIA
alterz Athenz futun fitr feddeczteris alio locoi Non enim in hunc
fermonem hoc tempore uemmus t ut quequam arpamus t fcd ut te fic dc
litteratis hominibus meritum quamaiimispof Tumus laudibus profequamuri
qui quauisfolus ex omnibus qui in imperio confiituti funt has parta
tuearis : amen iu late patet tua in oes litteratos liberalitas. Ut non
pauciora ez a fiC poetæ BC ontorat et om niuffl rerum feriptora
prouenturi fintsqua ii fuerint t quos olim Nicolaus lUe quintus pontifex
mazimus:quem omnes uidimus fuis pulcherrimis muneris bus/ac maximis
pretniisprouoauittqui quidem tuo beneficioad ftudia czdta ti:8t fibi
gloriam fua dodrina fua eloquentia ucndiabunt.6: te ulem roufape E
atronu etiam tuc cum multorum principum qui et nuc uiuunt/& olim
regna« ut fama fepulta iacebit in xtema femper^ recenti memoria uiuum
retinebut. Veru hæc quoniam omni luce clariora fu Dt; longiusprofequenda
non cenfeot Præfertim cu ipfa iam ra postuletaut diuinum dodimmi uiti
Baptiftz Termone ego quantum memoria repetere poteto Tuo ordine
referam.Ille enim cum bci> ne mane ad confuctum locum ueniflemus : 8i
min audiendi cupiditate inflam mati ab eius ore Tummo cum filentio penderemus
huiufccmodi principio dil/ putationem exorfus cfi|£)um eius poctz mentem
tibi Laurenti aperiri cupias r qui uel ex omnibus re^onibusaquarum babiatorcshifioriacognofant
suci cxotnnibus lzculis squkadnofhamur memoriam acriptorum beneficio
per uenerintsfi non primus primo tamen par æqualif (^ exifiatsno poflfum
meo oea tionbingreflu tantzrei magnitudine non penitus pctturbaii. Ncmo
modome diocri fit dodrina imbutus hunc uirn ui ac copia dicendi ipfnn ut
ita loquar eloquentia fuperare unquam dubitauit.Nam cumtraindidionefiue figuræ
rrnt sive charaderasin quotum uno fiquis excelluerit maximam fit glot L
- am adeptus. Quis non uidetnon folum in lingulis fuis uoluminibus
fiivmlos adimplet Verum paucis liepe uctfibtis ita omnacofudific æpennL:
fcuific/ut miro quodam temperamento u clotifidiucifcuoc Bcoocctu Mluaf^ t«a Z iotl dk\ M aia uFdi £ IIBD mu
DCMI mat vtik lia cnlK lioilfl olis a tpai KSoa 10
ik lOa B oulip icbui> nft» none flbfr
qSiQ 011 ipiB’ bSlfimu cottfiaabt incredibilefli auribus voluptate
pariat. Ex quatuor aut riie& di generibus ita opus contcxitiut ne ocio
copiame negocio brevitas defit. Vi dcbis quxdarua sic dtatc at<j
ariditate placerctquzdamuetoueluri flofculis ib lufhau at diftint Sa
deledare.Sunt deni^ eunda eo attifido confirudaiut un# deoiaadoe
elocutionis genus exempla potius qbincrumas/fcriptum DulIum invenias. Adde
ad hæc cognitionem hifioriatai Adde quadili gentissimus and» quitaristt
oonmodonofliaturctuifed &grzcaru &omm nationu inuelliga#
torcxriterittqptil conjmuaborumobretuatiinmus fueritiq elegata quxdain
Boua ex fe fotmaucritiqua f pric omniu uim tenuerit. Prxterco ius duile:
omit loiuspontiridu nihil dicodeiurcauguratqus; oiaita tenuitaitnonab
aliis accepilTeifed ipfc conftituiOie uideatue. Hzc igitur et cotum limilia fi
a me tibi ex« pheanda pctæstac ut fifiguk» in eo poeta locos diligeorius
apetiiem contende tes: 8C operofum fimul et difiidle mihi negociu
imponetes. Quis enim illa pub chetrima cxcdlentiiliinaf/ac fummo artifido
tccondita non ludicct: fed funt ta nicri a multis iifdcm^ dodisuitis
patefada. Quod aute petis id et multo diviiuuscftt Kmagisinobrcuro UtetiKanullo
quod ego quide rdam/badenus fua ferie patcfadum.quod ne gtimaricus nc
tbetot nouerit.fed fi ex intimis FILOSOFI arcanis eruendum. Vis enim
nolTe quid per fua illa enigmata de Æ ncæctrotibusidc dus hominis in
italia profei^one fibi Maro uoluerit.Q^ua qua (untnonulli/qui di ea quæ
paulo ante dicebam promaximb admirentutt at^ in ipfis fuma abfolutam^
poetx laudem contineri putent: nihil maius in eo uate fuicent. Quos tamen
fi roges quid fibi in ea te VIRGILIO perficere uolue riti Hometumimitandu
fibi propofum eafibtmabut: Addent^ ne^ ingeniu ne dodrinamtquo minus id
pilare pofTet fibi defuifreiQ^uod nobis cu dederint fuccubat penitus
necefle efl. Habemus enim ^ut gramaiicope iiinita pene tutba omitta multoseofde
grauifTimos PHILOSOPHOS tqu i Homerii ocm zgypriopi dodrina
haufilTctca^ more illote uariis hgmetis adubraffe cotcdat. Qua in fen
tcnria nili ARISTOTELE fuiiret nunqua homeriaru ambiguitatii libros fex scripfif
fet. Na quid Balilius Bi dodrinz magnitudie/K mo^ fanditate magnus coo
minatus de homine fentianfacileefi iudicare:qui tota Homeri pocfim laude/
uittutis continete dixit /fccutus ut puto Anaxagoram Claxomeniiitqui
quidem idem de hoc poeta a Sirmauit t Arcbefiias ucto mediz academiz
inudor tra OMERO tribuitiut nunqua fe iniedu tecepcritiquin prius aliquid ex eo
legerit: Sed et inlucem le ad amauum ite dicebatiquo hin dus legendi
maior copia daretur, yctum quid reliquos nunc colligamtcum unius PLATONE
testimonio nihil fit, quod probari non polTitlls igitur in eo uolumine
quod de summo bono scripsit omnes artes huc diuinz fiue humanz illz fint in
unum Homeri poema uciuti r in proprium receptaculum confluxifle afHrmat.
Quamobrem animaduettens Mato dodrinam huius hominis ex egyptiorum sacerdotum
fontibus bauftam fimillimamcum Platonicist quorum Qud iofifTimus fuit rauonem
babere eam uTadeo admiratus dl:ut idem in fuo ENEA efficere uolucrit :
quod ille antea in Vlyxc finxerat^ Q_uaproptet pulcherrimis poeticif:^
figmentis eum nobis unw i^oiinai qui pluri, a^ aux^nis u itiis pauwim
expiatusue dckeps 'ir»v I f •*/ .«MI inr ;
iRft. mitis uiituHbiu Illuftratus id quod fummahotmnibdliæStquoiI^
tufi et pl ip6t/ tatnnlal^ equnec^ VcTdcu illud mrera
diuinanunfpcca msnullusafTequii latione conlidcre a PLATONE
didioirctylimul SC illud didicit co antbt minime perueniripofle/q animi
nofhiuirtutibns illissquz deuiu K moribus funtex piati penitus reddantur.
Cum SOCRATE i pfe puru impuioiittiogetc fas c$/cfle neget. Quapropcet non
folumflnes bonoru nobis miririceezpreiritt Verum etiam qua uia qua ue
ratione eo cuadere tandem homini liceat demonftrauitt Ne qua pars eius
philofophia; qui gtxd ethicen/nos de vita et moribus nomp namus: prxtermitteretur:in
ea enim nos nihil aliud quammus nili primum bo notum malorum^
iincstdeindeof Scia quibusueluti uia quadam ad eosdem ducamur. Laboriofum
omnino negodum/at^ omni difficultate plcnum: divinum tamen et quo uno foelix
limul atip fapiens homo effidaturtdeo^ iungaf Soli enim fapienti fas eft
ufi adeo deo c6iungi:ut nihil quod feparcr/intercink ce poflit. Deus enim
ueritas eft .Q^uis aut nefdat qui uerum mente non pettin gat/eum
lapientem efle minime poiTet^os autem cum quatuor lint qu 2 in feru
ptoris mente aperienda inue(tigemus in rem nolfram futurum puto: ut
certos ia terminos drcufaibamus: quos in poeta interpretando egredi non
liceat. ES igitur cum id quod geffum Iit quxrimus: quam
hilforiamappelbnt/ut cum le gimus apud Matonem haud ptocul inde dtx Meda
indiue^ qoadrigxdiSa lerant.C^uxrimus itidem non quid geSum litifed qua
ratione geSum nt:ut eS illud At tu didis albanemanetes. Nam eoloco
dcmonfhat propter eadifcerptu a quadrigis elTcalbanorum regem /quoniam
illein fide non manlilTet.hic gta&« dethimologiam dictuit. Quxrimus et
tertio in loco an ea qux dicantur pu^ gnantia inter fe lintr Alibi enim
didt ChriSus patrem fe maiorem efle:alibi ego &pater Idem fumus. Quapropter
cum ita interpteumur/ bxc ut minime intec fediiridereo ()endamus. Analogiam
sequimur. Interpretamur postremo aliquod per allegoriam quod tunc sit cum
non qux uaba SIGNIFICANT INTELLIGIMUS sed quiddam ALIUD SUB FIGURA
OBSCURATUM. Scribunt poetx Amphionis lyra motos m lapides ut fua fponte
in thebanorum moenium flruduram coirettper quod figmentu quid aliud
intelligimus:nili fapientillimi viri eloquentia esse dum eifer ut BOEZIO populi
qui hadenus ad omne rone ueluti lapides Supidi: K aduetfus oem humanitate
durilfimi czi(ferent:e fyluis ac luflris in duitatem uenirentrac poSremo
legibus qux ad comunem ufum latx cfTennultro fefe rubiicerct. Nos igitur
reliqua tria genera hoc tempore omittemus:at(^ in ipfa fola allegoria uet
fabimur:ut quid per Troia(n: quidpCTxneam:quid per ITALIA reliqua^
huiu& modifibiuelituideamus. froixigit" oritur ENEA rperquautberedeut
puo to prima bois asutem intelligemus.in qua cu ro adhuc ois cofopita
(lufolus fen fusregnat: At ipli mottales/quia ea xtate fapientia ne
furpicaot' quide ea fola fibi proponut qux philofophi prima naturx
appellat. Ni cu oe aial (ibi a natura comendatu (it:in primis feipfum
diligit:deinde o^s corporis partes ita integras: ualidafip hne cupit ut
ufui (imul fit pulchritudini fibi (int: maxime autem uohi ptatibus
demulcetur flc quauis animum fefimul corpur^efTe intelligattat Utru faluum efb cupiautamen in iis qux in
animo apetenda funt/ quoniam BOO
dbm plane ilhcog Oolat minus laboratsea autem quz corpori corporeilm
uoiuptanBus conducunt/anxie expetit. Sunt enimflbi abipfoortu iamnotissima. QuaptopteiT
cum in hac zutcnaturxui potius trahamur/g nofharum adionum domini
efTeualeamusmel minimum uc omnino nullum uirtuduw do^ locum
relinguamus:cum que agimus eanccuoiuntariaflnt: neccum de ledu aliquo
fiant. Ita in puero virtutem e(1'e nemo dicet. Verum ubi iam pro gtcflu
ztatis rationis lumine aliquo illufirari indpit mens noftra s tum demum
tanm in nobis conlilii apparet:uta prauisreda difcerncrcualeamus. Eft
enim iam ad illud PITAGORICA litterxbiuium pcrucntum/fic iatnuitzne Tciuseiton
utcil apud P um. Deduxit trepidas ramofa in compita mentes. Vnde cum di
fceflciimus nccefle efitut uel reda pergamus : uel in finifira deiledamus. Nam
quz deinceps agimus/quoniam ceru quadi ratione agimus/fi reda fuerint uit
tutitfin contra uitioadlcribuntur. Troiz igitur 8t Æneas limul fit
Parisa/un tur. Verum alter quoniam Venerem Paladi ideft uirtuti f
uoluptatem ante« poni neceife efitut una cum Troia pereat. Alter autem
ducematie Venere fe ab omni incendio explicat. Quod quid aliud
intelligamus/nifi cos/ qui magno amore inflammati ad uen cognitionem
impclluntur omnia facile confer qui pofle. Qua propter Venerem diuinum
amorem rede interpretabimur. Sed tu LAVRENTl ncfdo quid iam diu uclle
dicere uiderisiCupio quidem inquit LAVRENTIVS t Ni uerear perpetuum tux
disputationis filum intec nimpæ.lmmo potius iflo modo inquit BAPTISTA:
Nam cum uniuerfus hiefermo non ad oflentandum ingenium neq; ad gloriam
comparandam a nobis infticutus fit : fed ut honeflifiimx- uoluntati tux
obtemperem: fit fi quid in me dodrinx efi/id libenter cfiFundam : interroga
: inter peilaiobiice: confuta pro arbitrio tuo.Hac enim uia id quod
quxrimus verum dilucidius apparebit. Vtar quod mihi permittis arbitrio inquit
LAVRENTIVS utrum id non tui confutandi sed mei erudiendi caula. Miror
igitur cur tu Venerem amorem interpreteris eum prafertim amorem : qui non modo
cadus verum etiam divinus fit. Ego enim Venerem non folum apud poetas : fed
etiam apud reliquos feriptoresita fumptam uideo: ut per eam nonnifi maris
foeminz^ coniundionem fignificarc uelinr.hinc illud Terentianum, e Cerere
fit Bac chouenæmfrigefceretEt ipfc in bucolicis: Parta mez uenerifunt
munera. Quapropter fi uenerem pro huiufce modi'coniundioneponas:quxbadenua
dixidi/ea omnia inter fe pugnate uidebuntur. Sed eft fit aliud qu^ nifi tu
mi< ili petfpicuum reddas ego minime explicare ualeam. Qui enim fit ut
cum duo fintuiri Æneas at^ Paris: Alter quoniam Palladi Venerem
prxponattnecefle fit ut una cum Troia pereat : Alter ueto quoniam
prxeipienti Veneri obtempe reriomne periculum incolumis cuadat. Ego enim
non uideo cur fi bona fit Ve nus Paridi noccat:fi mala prqfit ENEA. Qux
quidem dum cogito/in eorum potius Icntenciam labor:qui rem omnem ad eam
flellam qux hoc nomine ap pellet'':flt ad ipfam bidoria referut: Putat
enim qd* te no fugit/qua hora a Troia ITALIA versus jificifcerct Æneas:librz
fignu qd* domiciliu ucnetis 6ad nfm hoc hcaifpcpu afiacdifli^lpfam Y^ete
in medio czlo loui fuide roniundam. Quibus oibus poftendebat"
foelidtas illi tegtia^ per muliere peruentufoioJo' uem enim regnU ptzeflc
non ra odo OMERO SIGNIFICAT qui reges ; id enim eS a loue nutritos
rcribit. Sed et mathematici ide ditant. Salutareenini omnino Itduse Qsquonia
inter Saturni frigus K Marcis ardorem colloatu opti moeemperamento Iit:
8i propterea eundis euentibus profpcrum. Nam cum ui tam noftram praxipue
sol et luna gubernet: iccirco lupitet omnium nobis fa luberrimus eihquia
foli per omnes numeros/iunzautem per plurimos coniuo dus eft. Refecunr
etiam in initio mundanzfabricziouem in ariete dotniciiio tuncafcendcnte
fui/Te. Volunt illum inducere leges/caliicatem/mirericordiam in egenos K
calamitate opprelTos. Veridicos homines fadt/& vere amicos fine
fraude fine dolo: Saturni fzuitiam frangit fiCquzcun^ ille mala
infert:hicaut tollit aut minuit. Quapropterfcite Petii us Satutnumip
grauem nolito loue frihgimu s una: Oeni^ fi in alicuius ortu fe bene
habeaticum ille hominem for tunatumreddit.bfinimehzc dilpliccnt inquit
BAPTISTA. Sunt enim ex 15 ma dodtina eruta: 8C hifioriz uehementer
accommodata. Verum cum omnis nofira difputatio nullam hilloriz ratione
habeat i Sed eam qui totiens gtzco uabo allegoriam nomino/exprimete
conetut/non uideo cur ea qua adhibui in terpretatio iure amitti non
pofiit : Si enim iis omilTis quz de ENEA deqj cztctis troianis prifei
faiptores tradidere/pro arbitrio licuifiet poetz non modo finge te:fed SL
peruertere et addere et fubtrahere.Si deni^ nulla hifioriz ratione liabi
ta id folum tentaret quo pado per ENEA cum nobis uirum informaret: qui ta
dem fapiens beatufqj citet futurus/nonueneremfortafiefed cupidinem aliud
ue numen pofuiflet. Sed cum ita poeticum figmentum profequi inSituifiet:
ut tamen ab hilloria non difccderet:cum Ænez matrem fuilTe et exilii
ducem naviganti filio fc przQitilTe Vennem Icgil Tenfuit cx iis quz aderant res
perficiedat non autem nomina fingenda. Hoc enim plus negocii poetz cll
qua reliquis qui alio figmento rem obfcurateuolunc. Illi enim ab omni
hiftoria foluti pro arbitrio ea cominifcuntunquz magis rei fuzjpromendz quadrent.
Quodut ! )lanius teneas/unum de multis excmplicaula proponendum cenfeo. Placuitil
I primo huius fabulz audori ollendcrc quz in tempore ex materia
gignuntur: ea omnia in interitum cadæ quatuor dutaxat clementis exceptis:
quz principia (unt oibus rebus generadis Duos igitut comentus ell deos
Saturnii at Opima et illum temporis fjmbolu obtinere uoluittquod gtzcu
nomen indicat. Chronos enim qui Saturnus ell ab eo fubtrada harpitatioe
deducifrquem ipfi chro non appellant. At quis ntfdat tempus grzce chronon
dici. Per Saturnum igitut teropus: per Opim fiuerhcamterram intelligit.
Addit deinde Saturnu pmnes quos de thearufccpilTct filios uoralTe prztcr
loue lunonc Neptunnu Plutonem. Qua fabula exprimit omnia quz ex materia funt
prartctipla quatuoc elementa tempore conteri: at in interitum deduci.
Quorfum igitur hzc ne reliquum fabulz profequar : nempe utintelligas
licuilTe huic homini pro arbitrio quzeum^ uolebat fingere: ut quod de
rerum procreatione sentiebat: commode exprimeret : cum nihil aliud prztcr
phyfices particulam fibi propofuiflc. Maroni autcih longe alia rado cfi:
qui cum ENEA res io laudem' I II Litxr tertius AngulH ezoritatidas t
ft librum iprum omnibus poeddsluminibasitluftrandum fibi fumpfiflet t non
iis qux ipfe uio ingenio digeret t (ed iis quz hiftoria porrigit banc
fuprcmam ingemi fui laudem comparat. Mirus profedo uir qui non ex op tads
fed ex datis ha opus intexat : ut cum hiftonam minime deferat :pet eam
rame illædibili integumento humanam fcelicitatem exprimatiHabcs^ut opinor^qua
ratione uenæm pro diuino amore ponæ coadus iit. Quod ita tamen rede pro
cedit < ut ni£ ab iniquis reprehendi non poiTit. Videmus enim Platonem in eo
fa mone quem phatdtum nominat : Aphr^iten/quaic nos uenæm
nuncupamus: oqn lafouololum sed et diuino amori ptaxiTci Verum quam
uenerem piatonie cua poeta Ænez matrem eife uoluerit : faale intelligemus
ii quzdam paulo altu uscx ipso PLATONE repetamus. PauCmiasigiturin
fympofio duas ueneres comme morat/aketam czlcfiem vulgarem alraam. prinum
autem czio natam refert: cui nulla mater iit. Quod cum lingit eam
intelligentiam iignihcat/quz in angeli me te poiita amore ingenito ad dei
pulchntudinem intelligendam rapirur/quam quo numprocula bomnifflaterizcon
fortiolitiinc matre prodiidam dicit. Secudam uao uenæm mundi animz
tribuitiita ut patre loue : matre uero Dione eam na» tam feribat. Manat
enim ab ea ui quz in anima mundi eft : et uim creat quz infe« hora bzc
omnia gignat et mundi fyluam fubeat: Vtra igitur fibi ingenito amo ce
rapitur czlefiia ilU ad dei pulchritudinem intuendam : hzc uao ut eandem
pul chritudinem e fylua conforma. Sed hzc parum ad rem. Animus autem
noda cum&ip Ge similes quafdamuires habeat inteliigendi at y gignendi
duas itidem ueiiera habædicitur/quas gemini comitentur cupidines. Cum
enim corporea puichnmdo oculis nodtis obiicitucrmcns noftra^quz piima
uenus eft}eam non quia corporea litillcd quia limulaaum divini decori
admiratunar diligitiea quz ueluu uia quadam ad czlos effenur: Gignendi
aurem uis: quz fecunda uenus ell formam gignæ huic limilem concupifcir uapropter
uterqi amor iure dicitur utaltcr contemplandz altergignendz pulchficudinis
defidcrium fit. Nemo igU tur nifi totius rationis expas fit duos iflos
amores damnare audebit t cum uta qj humanz naturz neceflariusfit: Nerp
enim diu efremortalium genus finefo bolis propagatione t neij ruifus
beneefte fmcueri inuefligatione potait. Prza ttantiuri igimr illa ucnæ
duce in italiam perucnire potuit zneasi Ac dices cui hzc fecunda fi
bonacfl paridi nocuit: quia illa male ufuscfl. Vir enimgignen di autdior
quam reda ratio didatfitin ea re plus quam oportet occupatus /in Ibiis
corporas uoluputibus meretur. Quo fit ut 6i primam quz ad fummutn bonum
dudt omninn deferat : et fecunda pcffime abutatur : proptæarp in om nes
animi petturbanones incidat: ueritater^ defpctata mifaq^ efifedusin omne
indignitatem dcfccndat Efi ut dixi diuious amor fi Platoni credimus
dcfideti« um redeundi a corporea pulchritudine ad diuinam contemplandam:
Non ta uencum diuinam defidetamus eam quz oculis
pcrcipitur/contemnimus.Nam qui aliquid appetit hunc illius quom rei :
quam appetit imagine delcdari ne« ceffe cfi. Verum funt quidam ita hebeti
ingenio: ut mentem a fcnfibus nullo modo feuocate poffint: hi ueiam
pulchritudinem non norunt. Huiufccmodi igitui amot adultctinus cfl / et a
uao degenoans: quem lafduia ac pcocadtas frtnpff cotnit3tnr:quem
diffiniunt cupidinem eius uoluptatist que e cotpdo rea Forma percipitur
rrede qux dicunt cum ardorem animi in fuo cotporetnot tui in alieno
uiuenns i quod fecums poeta quidam dixit J, I Plato ucio ait illum
natum ab humanis morbis follicitudineqi plenum. At quis non uideat
illum nerp confilium in fe nc modum ullum habere. InefTci^ in
coiniurias/furpi# dones/ ac reliquas illas omnes peftes : quas fidelis
Feruus Terentiano phzdtix prudenter oftcndit. Habes(urputn^dupliccm
amorem verum illum fidiuino: de quo paulo ante dicebam /& hunc falfum
et adulterinum: et qui uetoamo ri talis fit qualem aut amico adulatorem:
aut medico coquum efifeuidemus: cui quidem cum fe totum dedidiffet Paris
uiia cum Troia periit. ENEA autem cz lelii illo duce paulatim ex troiano
incendio ideftex corporearum uoluputum ardore fe expediens li non reda
nauigatione id enim humanz condidoni : aut nunquam aut raro conceditur:
ut eodem rempore licfiulcitiam exuat. &rapiens efficiatur: tamen poft
multos errores in luliamad ueram fapieutiam pcrucnit. Quam quidem
nauigationem cumfudorislabonfi^ plcniliima fit/nemouna quam nili
fummoillius amore inccnfus difficultatem omnem perferre paratus fit
penitus perficiet. Amor enim uerus/ut apud eundem Platonem offendit
Eriximachi oratio omnium naturalium rerum creator effat feruator : eo emn
fimilia omnia ad eaquz fibi fimilia funt perhenni concordia
ttahuntur.Effitt dem omnium maximorum artium magiffer. Nemo enim aut
artem inuenitiaut ab alio inurntam addifcit : nili inueftigationis
obiedatio/K difeendi cupido ia dtet uam quidem rem fi non apette offendit
: obfcudus tamen ut poeta rummos efl SIGNIFICAT noffer VIRGILIO. Cum enim
in georgicis fe uen cognidonem reliquis rebus prxponere dicat difficultatem
ipfamfumma amoris ui fu peraturum his ueibis demonffrat. Me uero pnmum
dulces ante omnia mulas Quarum sacra fero ingenti pnculfus amore
Accipiant. Ingenti ergoamotela« boies fummos:quiin factis mufarum/ id eff
in rerum cognitione fubeuodi funt fe laturum affirmat |0 uinus enim
amor/nii aliud meditatur: nil molicurmui Ia alia in re laborat t nihil
tentat: nihil nititur /nili utiam corporex pulcbritudinis afpedu concitus
addiuinam nos pulchritudinem rapiat. Dum enim cor/ porcis tenebris
demetfi funt animi noffti diuin i non recognofeunt : nifi umbris et simulacris
quibuf damtqux fefenoffris lentibus obiidunt. Q^uam quidem rem non folum
exprefferunt prifei ex grzcia pbilofophi : in quibus Pythagoram EMPEDOCLE DI
GIRGENTI Heraclitum sed longe ante alios Platonem enumerare poC fiim tSed
Bi chrifhani ab eadem fententia minime difcedunt: Nam et Paulus et qui
Pauli auditor fuit Dionysius areopagita cxleffuac diuina : qux in fetu
fus non cadunt/pet ea qux fenfibus percipiuntur /cerni uolunt. Inxc eff
igu tur illa uera uenus: qux mentem noffram ad diuina erigit: qua matre
quisoc Idat natum xneam nomen abeo quod effxneos id eff a laude dedudum. Vb
rum enim ad omnia magna dCexccIfa natum: quis non fummis laudibus proe
fequaturf Verum &ipfea uolunrate delinitusdrca Troiz defenfionem
laborat Xioiamco impdiuatuturztin quibus, voluptates corpotex plurimum
uigent/ Liba totius intoprctari licet : prima enim
>tate’cum ipfa ratio non dum fe exdtare : ft fuas ui CCS EXPLICARE poflit
/ etiam qui magni at^ admirandi uiri futuri funt uoluptate de mulcentur:
prima naturas ueluri fumma admirantur: di quoniam diuina qux fint nem
nouaunt : beatiflimam eam uitam putant: per quam uoluptate frui lice at *
Hi igitur quid fummurn bemum rit: nondum compei tum habent: Veni cum
illius acquirendi fummo ardore inflammentunpaulatim bxc omnia qux dixi
pri ma tiaturx aduca momentaneai efle animaduertunt. Habet enim hanc irim
ue tus amor : ut paulo ante dixi
ut mentem ucbementn exacuat : magifterep illi re cum inuenieodarum
paulatim fit t ut nibil eam latæ poflit. Qua propta egre ei llud qi £Ulete
poifit atuanton : Deinde cum nihil dfficik puta / modo re amata potiatur
: omnes labores tolaat: omnes difficultates fupetat. Hxc eff uenus illa non
uulgaris ; qux materix admixta utm haba gnendi/fed illa cxicflis ab omtii
materia remota : qux a mente noflra eft : ipfamq; mentem excitat;&
Iu* cem illi liiam nobis badenus incognita in node id enim efl in nofita
infritia oflen dit t fc^ deam &taurfeenim indicans fua diuinitatem
demonftrat: admonet non peme feruari Troiam id eft originem corporis qux
necefle eft ut pneat. Hxc eadem oftendit uoluptates cotporeas non Tolum
ab ipa lacena id eft a feipfts/ut in beftema difputatione diximus
cotrumpi: sed ab lunone a Pallade at a exteris di is: Nam deos Troiam
populati quis ignoret f Divina enim omnia uoluptatibus aduafantuc. Sed in
primis Pallas. Hxc enim sapientix symbolum obtinet. Sapientia autem non folum
uoluptates contemnit: verum eriam (fummopæ exhore ret. eft quod de lunone
quifquam dubita : qux quamuis regnomm dea ha be Oiiriproptaca in hxc
caduca ac mottalia magis ptopenfa uideatur: tamen cumlidmmes imperandi
aipiditate nullum labotem pafetre recufent t omnibus uoluptatibus bellum
indiaint: modo eo perueniant unde poflint reliquis impe* ritare: Deos
autem minime uida ENEA dum pronoluptate pugnat. Nubium cni Biteilebtis cnnnis
ei ptorpedus eripitur. Sunt enim animi noftri ita a deo æa diutfuapte
natura facile omnem utritatem confequantur. Sed a materia corpo* ea quam
philofopfaifyluam appellant: omnia nobis mala proueniunt.llla enim tardat
heb^t at^ pemirbat mentes noftras:: at tenebris obfcutat. Sioiim ex in
fritia omnia uitia ptoueniunt: Quaproptcr et Chty lippus et reliqui ftoici
perturintiones omnes a fallis opinionibus oriri dicunt :(^uodtamai longe
ante feoferat MERCURIO ille: quem grxciob ingenii diuinitatem
Trimaxinnimappeihnt. Siigitur omnia uitia ex infritia ptoueniunt. Infrit ia
autem ex corpotea calu ginecft/ut PLATONE putat /erunt omnia uitia a
corpore. Quam caufam prxeipu* am fuH&idixerini / ut is quem paulo
ante nominaui Meteutius fyluam malignita temappella: fedderylua commodiordifputandi
locuspaulopoft dabitur. Pugnat igitur xneas pro uita uoluptuofa: illat demerfus
deos uidæ nequit. Verum cuminhuiufcemodi miferia non delit amor neri
inueftigandi valet ipfe amot mentem excitare: ut feco Uigens tenebras
difaitiat:flt uideat quibus numinibus Trcria cuertatur. Ducetp eodem
amore pa medias flammas at^ hoftes ita tutum anipit. Et profedo uolenti
ad tes arduas profleifri / hinc mira quxdam'uoluptatum : qux defoendx funt
cupiditas ucluti flamma quxdam illinc laborum difiS* cultatutntp terror / qui
aduerfus honeftatem afliduo pugnet fefe opponfit. Quz omnia ducente
Venere Aræx cedunt. Nam niii amor abfit : netp ram blandas oo
luptatescontcmnere>ne<^ tam duras difficultates fuperare pofTemus. Venit igu tur domum ut
familiam omnem componat : at^ inde ex urbe proficifatur. Ridit enim in fe ipfum
animus t omnef^ fuas uires : at<p uirtutcs gux uariz funnad
profcAionem / id enim eif ad ueri cognitionem quam Troix nunquam afTeque^
retur: fuo ordine componit omnia^ (ibi ex uoto fuccederent: (1 pater filium
fe qui uelit.Verum negat ANCHISE fe ex Troia difcefTurum» Hoc ueroquid
(ibi ue lit : (i me roges ego (ic puto. ENEA huiufcemodi parentibus natus
efi: ut Venus dea: ANCHISE mortalis (it : homo enim ex animo qui
immortalis diuinufip eftiK ex corporemortali Kcito in interitum
cafuroconftactMmsigitur originem fuam femperfufpicit: ad eamcp redire
cupiens Troiam auidiflime dcferit. Senfus au« tcm qui a corpore funt
corporea incorporeis pratponunt. Hinc igitur alTiduum atrox<^ certamen
illud exoritur rpiritusaduerfus carnem ut noftti dicunt t cum mens totum
hominem ad diuina trahæ conetur t BC fenfus in potefiatem tedige« re 8 C
fibi obtemperantes reddere cupiat. Contra uao fenfus feculcnto elementa
rum potu ebrii / 8 C lahea obliuione grauati nihil nili caducum et tenenum
cupi» unr ANCHISE igitur id efi tenenus pata i 8 i ea qux a chrilHanis
uabo parum tri» tofcnfualitas appellatur 2 Troiam fedeferturum negat
.Mauult enim perire fen» fus / quam uoluptate priuari. Mox tamen cum
filium omnemq; domum t id eft totum hominem periturum audiat 2 cump
cxleftibus monihis meliora moneatur 2 mutat fententiam/ab ENEA^ fublatus
exportatur : molliltitna enim bxc at« ^ eneruata animi pars ad fummum
bonum nunquam fat t fed i pfa potius inficr» tur. Hxc de ancbife j ENEA
autem cum iam incendii 2 armorumcp pericula eua» ftlVct ; atep incolumis
urbem e(Tct egrelTus : ingentem comitum afduxilfc nouo# rum inuenit ad miransnumaumtqui
quidem undi^ conuenerant animis opi» buf^ parati in quafcunt^ uriit
pelago deducere tereas.t et rede quidem. Nani ca tandcmcferuitio incendioi
uoluptatum fumus liberatit e(f<^ iam animus redi
uaiqtinueniendiauidus/tum plunmx animorum uires 2 quxhadenus ignauia
torprbant :ucbementa excitantur2 8 C bene in(fitutammentcra quocunt uocæ
uerit / fequuntur. Quo quidem tempore ne a redo itinere omnino aberraret
xneas / Iam iugis fummx Turgebat luciret idx t Ducebattp diem. Eff enim
ludBtr uenerisfydust quodurfolem lunamip omittam 2 omnium quinque
fteliarum quas nolfri aratiles grxei planctas uocitantt
lucidiflimumlitizodiacum autem odo ac quadraginta diebus fupra trecentos
perficit / nunquam a fole longius fex et quadraginta unius (igni partibus
difcedens. Verum/quoniam modo pcxcedit/ modo TubTequitur 2 folem non
eandem (lellam fed duas eife prifei crcdidcrunttpti mum autem Pytbagoram
extitiffe ferunt :qui in eo apud grxeos unum depreben derit .Cum igitur
folem prxuenit lucifer dicitur : uefperus autem cum fubfequi» tur. Rede
autem lucifer prxuius foli eff. Stella enim uennis/is enim amor efi ue ri
inueniendi / ei exoritur 2 qui iam uiram uoluptari obnoxiam deferir 2 dudt^
di em 2 nam rationem excitat talis amor / cuius luce illuSrati uetum
noffe ualeamus. Apparet autem a
idamonu id eft a pulchritudine.Idos eoimapudgntos formam figaificat. Amor
autem apud Platonem pulchittudioisdefideri um diffii S, Quapropter
in ipfo pudor nos a turpibus auoc^: cupiditas ucro czcellen quztj boneiia
rapit. Fertur igitur ENEA duce m are exui in alt um incertus quo fata
ferant ubi iiftæ detur. Quz omnia non fine fumma fapientia a poeta
ponuntur: facile enim cognofeit Troiam relinquendam : et fummi boni
princi' panun uoluptati minime esse tradendum. In qua autem re fummum
bonum coii tiatnondum cognofcit.lureigitur exui appellatur. Nam ab eoquod
habuit cie dus eft : ne^ dum id quod ucluti proprium poflideat inuenit. Mari
autem fermt quia animi nofiri quocun^ moucantw nulla alia re niii
appetitu mouentur : qui quam fimilis mari iit paulo poft aperiam ii pauca
prius de appetitu dixeto^ft igi^ tur fenfus et uis quzdam in animis
nofiris t quam cogitandi nominant : cui bono tum malorum iudicium a
natura demandatum efi, Non nunquam autem ita iudicat buiufcemodi uis : ut
nihil prarter fenfus refpiciens : 8L ueluti illorum illc« cebris attrada
et uoiuptatis oblato ptzmio corrupta quod pecudis bonum eft i{v fa
hominis bonum decernat. Si autem eadem cogitandi uis falutari rationis
lumi ne illuftretur et eius norma dirigatur : non id bonum eife iudicat /
quo fenfus de mulcentur ; fed quod reda didat ratio: quod uemm (implexi^
bonum cui iit ne« ^interire ne^ corrumpi pofiit. Cum igitur huiufcemodi
uis bcx bonum illud ucro malum elfedeacuerit excitatur in nobis alia
quzdam uis quz ad bonum afei Icendum / malum^ declinandum infurgat. Huncautem
appetitum omnes ap« pellant. Sed &, eum duplicem efle oportetialtrtum
qui ab eo iudicio quod folus fenlus fcdt femper pendeat : nibil^ cum
ratione expetat: alterum qui nihil omni no sequitur t niii quod ratio
prius pra^epent : primum illum libidinem : hunc fe eundum uoluptatem
nuncupamus. uaptopter erit appetitus quo animi honii num ad bonum
afdicendum maium declinandum moucantur redus
quU demiiaratione/contraii a fenfu.Quaptopter pulcherrimo enygmate
diuinus Elato cum animum noibum ueluti cunum pofuilTet : aurigam ilii
duofep equos adiungit. Nam ueluti equis currus trahitur : iic animus ab
appetitu duatur. Fe.< mnt
autem equi non suo arbitrio: fed imperio aurigz a quo reguntur eodem pa
do appetitus nihil ex fe agendum decernit. Sed quod iam ab aii a ui deætu m
eli fequitur. Quarc autem equorum alterum album pulchettimum^ i at^
hono« tis cupidum : Bi qui non minis ui<^ / sed cohortatione ratione
regatur. Alterum nigrum inglorium et contumacem hnzerit ex iis quz paulo
ante a me de duplici appetitu dicebantur perfpicuum eft. ExprefVit enim
per bonum rationalem : per B^um ucro irrationalem appetitum quo animus
fertur: at<^ hzc de appetitu : quem quidem mari limillimumelTe quis
negaueritr Videmus enim mareftnuL» lis uentis uetbcretur fedatum
tranquiliumtp perdurare. Sin autem diuerfistun datur uentis: in
geauiflimas turbulentiflimaftp tcmpeftates infurgir : Sed hzc eadem in
appetitu dcprzhendastFac illum uacarc a pcttutbationibust nihil ni fi
rede appetet : Fac rurfus iliis uehementer uezari : quos iam ftudus
quasuc procellas intuebere: Quapropter illud elegannflime u^tio^ irarum
6)s d^t (ftu. Illud autem tibi fortalTc occurren/ quod non bene iis quz
diximus cohzrere uideatur : Nam fi radonali appethufertur zneas : fi iam
uitam uoluptu g iiofatn damnault t unde nunc illud quod patnx
liHota lachrimajupotfutnij^KliQ quit. Q_uod enim odifle iatn coeperimus:
id non lachrimantes: fed Izti fugcR fo letnus t Sed uoluic Virgilius
primum a uolupcatc ad uirtutem difcelTum demoo' I firare. In quo cum
temperati non dum fed continentes fimus : agimus illud qui> I dem t
fed cum diu uoluptati aifueti illius illecebris demulceamur t non nili zgte, ab
ea diuellimur : imitemur^ fenes tioianos: qui cum ELENA ut grxconun tro>
ianorumtp certamen fpedarct mcenia confcendilTet admirabatur cum
(hiporemu lieris pulchritudinem t ea uehementer deledabantur : uetum
tantorum maltv rum illam caufam eflie animiduertentcs : abeat dicebant
potius Helena: quamp pter illam pereat Troia. Quod ut plaiuus intelligas.
Qucmadmodnm tordnk do uirtus eft qua dura omnis ar^ afpera inuido animo
ferimus: lic tempcran» tia aduerfus uoluptates armamur : in qua quoniam
iam habitum contraximus li ne ulla difficultate aut moleffia negocium
conficimus. Quod li habitus nem dum contratSus Iit: Si tamen illud idem
efficere tentamus t tandem^ effiamusfi nitimum quoddam 6C uiriuti
proximum nancifeimur ut nondum temperantes effedi tamen abftineamus quamuis
xgre et non line luda: Quz contmenna di citur in qua li diu exerceamur :
paulatim temperantiam acquirimus: htij uirtus id quod hadenus uirtus non
erat: fed ingrelfus ad virtutem. Hoc igitut intcrcft intcttempcrantiamfii
contincntiam. Namquam uisutrai^ idem przdet:continens tamen eo detenor eft quia
cum dolore ablhnetmec ctt fatis Armus aduerfus uoluptates Tempuans uero
bene uolens Iztufk^ abffinet. quod li itidem de ineo Anente intemperantem
inuelliges: facile ell uidere quanto a temperantia condoe da fuperatur i
tanto incontinmte ipfum intemperantem pemitioliorem elfe: I na continens
enim quia non dum in uitii habitu ell rationem difeemit: prindpiui Knct:pugnatm
aduerfus malum: fed tadem magnitudine cupiditatis et fui animi
imbecillitate uidusucluticmtiuus in feruitutem rapitur. Vetum uc qua;
uctbts adumbro ea exemplo exprediora reddantur t dicimus continenum a
pruicipiofii ilTc DIDONE quz quamuis Acnez amore teneretur: tamen adeo
lunliter repuagnat utmori malit:q pudorem uiolare. Incontinens autem paulo polf
redditui cum fororis oratione uida pudorem foluit. Prius enim fortiufcula
adhuc ita puagnabat: ut uidrix cuaderet. Deinde eneruats omnino pugnando
fuccumbit.pua gnatenim incontinens/ fedfupaatur. Intemperans autem in
habitu uitiiconftitutus omnem rationem amiDti ne pugnat aduerfuscupiditates:
quin illis uo» lens gaudmfqi obtemperat:
quippe in quo adeo deprauamm Iit iudidumtut qdf
tnalum fit bonum rlTe dicat. Sed ut iam ad inffitutum redeamus: non dum
tem' perantia munitus erat zneas: nuper
enim ea ratio in homine uluxcrat: ut uolupts tum fordes intueri poffet: nei^
rurfus tempeians : aut incontinensinon enim io de fe expedilTet. Sed cum
hincilleccbrx uoluptatum traherent: illinc honefti uui pulchritudo ad omnia
excclfa cum erigeret/demuiccbatur quidem a uoluptate cam feolibusfuauilTtmam
iudicabat: non potccatip non zgte ab ea diuelli.51i da enim adulatrix voluptas efi.uehementcr
fenlibus applaudit: ut etiam gcQ’tolioiit animi qui funt illa capiantur .lu
cnim fuauiter nos irrepit aut totos pau lanm occupctt Smgjt igitm comn ucac ft
guis lachiimaiu taincta littcin tioiaiu ti s h P U Ii 9 si Q lu ia K a» 10 k
liu tic adi li] tu »1I» bi » m inii tta ip DOi tUU) aoi pqai V» 'Z tiO*iJuti
idtai am i&:l» oap jiua riKil apoi at(p
tdib ;iup» ib 0f Libettmiiu Klinquittquonii c6tines. Quod H unam
tcpnitii adcptua fuifTn no lacbrimSs fcd
lema reliquidet : po<ta enim non ipfum a principio sapientem fingit:£C una uircure ornatum t (icd cum qui a
perturbationibus animum uendica» K
cupiens fe paulatim a uitiis redimat t k poft uarios errores in italiam id
eft aducram fapicatiam pnumiat» Nam
quznos de continentia dc^ incontinen eia
diximusan quibus fenfus pugnat U ratioiuidiTim^ uincuntacuincunmr. eadem
de reliquis uitiis ac uirtunbusintelligas mtn quas mediæ funtaffcdio nes
nullo adhuc habitu latis Hrmxifcdquz modo ad has modo ad illaimpel lantiquisfortadeinuiu
ciuiiiin qua quz ad bonum tendunt incohau potius quam pctfcda lepenas non
nulli uittutes nominarent. Sed profici fcatur iam no &r Acncastuerum
quo tandem exui pn altum feretur: Nempe in thraciamre^ gionem patrue
fininmam/fiC terram Matd confcaatamnnquanupn Polynco ftoc holpitem fuum POLIDORO
ut auro potiretur interemerati Erit autem aua titia; fjtnbolum thtada.Nam
ipfe paulo poft: Fuge littus auarum. Vnum cum duplex auaritix genus fit.
Eft enim auarus 8C iis qui inde rapit unde minime con ucnitideis qui cui
dandum eft ei minime dat.primum illud genus perthraciam cxpdmimroi enim
in illa Mars colitur -quisncldt habendi cupi ditate plurima a mortalibus
bella geri. Sed ne Polyneftor borpitisintcrfedots6( Tuorum bo» Domm
raptor quicquam expreftius quam auaritiam rapinaft^ denoubit Cur igi tur
prima inthraciam ENEA nauigatioeftrQ^uiacuma uolupute difceftimus at<j
non dum ueræ uirtutis habitum contraximus facile ex ilia in aliam
cupidita« tcminadimusiinfurgitip habendi libidoibeatilTimam enim uitam
multi feade< ptos putantifi opibus maximifip diuitiis reliquos
mortales fupecet:Qua cupidi tace inflammati non dubitant non modo
nefaria: uerum etiam laboribus pericu lil^ refcitiftima bella fuTciper e.
Ingens profedo ftultitia:6i ab coanimo profeda: qui et fi uoluptates
contempferitcnihil adhuc altum furapete poiTit.Habet enim auaritia
pccuniz ftudiumiquam nemo unquam fapiens optauit. Nihil enim illa
mobiliusinihil quod magis fottunz temeritati fubiiciatar. Quapropter rede
Sa luftius auahtiam ita malis uenenis imbutam dixittut animum cotpufij
uirilc cf< foemineuquando quidem Si ad omnem humilitatem infimaTqi
fordes dcTcende tccogic:& inomnem crudelita temproreuili(Iimainfurgete.lpra
enim perfidia am pctiuriumip edocet:cot fraudibus: linguam
mendaciis:manum uenenis/fer.» to in aliorum pemitiem inftruit. Apud eam
quid fandum efle poteft: cum ho.*tes quoip qu Polydori exemplo docet poeta
minime incolumes fint. Nemi nem tamen mirari oportet fi Ancas fapientiz
quidem cupidus minime tamen ad buc fapiens in huiurcemodiuitiumprolapTus
fit. plurima enim inuiu humana Uidemusiquzquauis caduca momcntaneaip
finntamen morulcs pro maximis admirantur: quz quidem omnia cum ucnalia
efteuideantipecuniz prz czte^ ris ftudent.Q_uotus enim quifi^ repetitur:
qui non putet quod genus ficfoc mm regina pecunia donat t quis non totus
commouetur : cum auditi Si b^ ne numatum decorat fuadela Venus. Verum qui
duce Venere fertur Si tna gnarum rerum amore incenius cfi/pauladm errorem
recognoliit. uitiumip abominans Xfaradz auariflimutn lictas fugit, At^
cum iam fecundo deceptus i deinceps turpi Timum mirerrimumep iudicet
Apollinem: cuius oracula ue riiTima e(Te audient confulendum iudicac:
Retur enim (i ex illius dei ptxut pris uitam inftituat futurum. ut mifet
ciTe non pofTit. Qua proptei naviga donem in delum fumit: per Apollinem autem
qui fol cft: quid aliud quam lapientiam intelligemusf^Nam ut id omittam
quod ut fole eunda qux in lien fum cadunt illuftrantur:(ic lapientia illuftiatus
animus eunda profpicete ua. leat uideamus reliquam eius plancta: naturam. Sed
illud in primis. Nam cum Heraclitus fontem cælefiis luds appellat. CICERONE
ueto ducem carterorum lu« minum ea ratione dixit: quoniam fui luminis
maiellate præcedit: dixh itidem ptindpem dixit moderatorem: Nam SC ita
eminet/ ut ptopterea quod buiut> modi folus appareat fol uodtetur :
curfus reliquorum recurfuf^ipre mode ramr. Nam certa fptii
diffinitio eS ad quod cum quaim erratica ftdia recc' deos a fole peruenerit
tanquam ultedus accedere prohioeatur agitur retro. Rurfus autem cum
certam partem recedendo attigerit : ad diredi curfuscon fueta
reuocatur.Q^uapropter non iniuria et mens mundi cor czliapri« fcisdidus
ell:Quz omnianon ne fapientiz quadrant Non ne fapien^ tia reliquas animi
uires przcedit : non ne illis moderatur C Quin etiam li uim huius fyderis
diligentius aduertas iurc datur fapientiz dicetur: Nam ut a Saturno
ratiodnandi a loue agendi uim : ut a Marte animorum uehe« mentiam at^
calorem ædpimus; uta Venere deliderii motum fumimus: et quod loquimur atqi intcrptztamur a Mercurio
cft: ut deni^ a luna quod grz ci phyticon idcll gignendi augendic^ uim
habemus; (ic ipfe fol quod friamus: quod^ opinemur nobis prxllat : Sed
hzc de Apolline. Deli autem nomen S ipfumnon nihil ad rem affert, grzce
enim manifeflum flgnificat. Loca enim quibus fapientia przfidet : clara
femper manifefta^ fuat.Q_uod autem tot»> us infulz Anius imperet: qui
et rex hominuni et deorum facerdos iittnonca ret ratione : Sapientia enim
humanarum rerum cognitionem continet. Qua ptopternihilnouum fapienti
accidere poteft: quippe qui omnia iam percepo> rit : quam quidem rem
nomen regis oftendit. Anius enim didtut quali id elf (inc nouo. Hic
igitur hofpitio Æneam fufdpit: SC pio* fedoipfa fapientia animi nolfti
aluntur. Veneratur autem templa : at^ ea retn pia quz faxo uetullo
conftuida fint.Nam quid obfecro te: aut flabilius im* mobiliufi^ : aut
antiquius ipfa fapientia deprehenditur : quam fapientiflimus ille omnium
bebrzorum S^omon ab initio Si ante fzcula creatam fxcula æa ta effe
uerilfime didt.Sed tu quid me o LAVRENTI fubridens fpedas.Non polfum
inquit LAVRENTIVS dodillimorum uirotum ingenia non admirati lztuf(|:quz a
principio de hifioiia decp allegoria dixilli mecu repeto :Q_^uis enim non
obfiupefcat huius poetz confilium .Q_uicum apud Cioatiumueri
umlegilTetinDelo aram elfc Apollinis genitoris: in qua nullum animal
facrifi atur: quam Pythagoram ueluti inuiolatam adorauiffe fetunt :
legiffct eti^ am Sc apud Epaphum : Delon ne antea nem pofiea tettz motu
uexatam: femper eodem manere luo legiifet: et apud Thucydidem non mirum esse
fi przlidio tebgionis tuta infula femper fit : cum teucreruia locotumfibi
acccficrit Liber tertius coBtltiuafax Ieiurdetn firmitate: Cum igitur
bacc legilTet itafcnblt/ ut eodem tempore ex antiquitate hifioriam
eruatiponit enim Æneam Tolis przcibui deum uenerari:K templa antiquo Taxo
confirudæfTe/ficbxc cum ponit fimul ea affert quz PER ALLEGORIAM Tapientiz
conueniant. Dices quid in cacteris : hoc idem. Sed nefdoquo pado hic me
locus in quo hifioria non minus qua allegoria latet:mul to magis mouinSed
perge obTcaomolo enim mea interpellatione mihi ipfi audi endi cupidiffimo
moleftiam ex mora afferre. Datur igitur ab Apolline oraculu inquit
BAPTISTA z Dardanidx duri quz uos a fiirpe parentumzPrima tulit tel^ Ius
eadem uos ubere Izto Accipiet reduces:antiquam exquirite matremz Hic do#
mus znez eundis dominabitur oris:Et nati natorum 8C qui nafeentur ab
illis. Q_uo quidem oraculo quid diuinius excogitari poffit non
reperio:Q^uid enim faomini salutarius: quid conducibiliusefi: qu3
originem Tuam noffexin quam cu redire potuerit /tum demum fit futurus
beatiffimus: Dixit igitur pluribus/ne a poeta difcederet Maroxquod grzci
duobus tm uerbis expediutx qui omnium ora# culorum quz Apollini
tribuuntur maximum effeuolunt i«r</7>> V nofceteipfumx Verum
ut haxea nobis planius explicenturx Omnesquicuh^un# quam de fummo bono
ferip Terunt philofophi in eo fi non uerbis re Taltem con Ira Teruntxutbenebeate^
uiuere fit apte conuenienterq; naturz uiuere t Verum ubicoiamdeuenturn
efl/ut fit hominis natura diffinienda : tunc innumerabi# les
pemitiofilTimi^ errores emanant: cum animorum nofirorum ui ignorata
plufquampar efi corpori attribuatur. Nam cum ex animo corpore^ conflare
bomo dicatur. et alterum brutum/caducumt^ at(^ facile in interitum
pronuma Alter mcorrufmbiiis immortalis diuinuft fitxpaud omnino ita
mentem a fcnfi# busfeuocat: ut feanimi nobilitate imniortales cogoofcant:
corpufcp in nulla pene parte habendum cenTeant.prædpitur ergo Troianis ut
eo reuertantur de originem ducunt. Duplex autem illis origo efi.Nam
Teucer Scamandri cu# iufdam filius profedus ex creta infula in Phrygiam
uenit; 62 una cum Dardano Kgnau:t ; Dardanus autem prius SCipfe in
Phrygiam ueneratatnon ex creta: ut ille fed ex italia: nec mortali patre
natusxfed ex deo loue. Veniunt igitur am# bo in Phrygiam id efl in uitam:
et pnmam ztatem quam perTroiam fignificari di ximusxfed hic a czlo ille a
mortali. Ad huius enim animantis quem hominem dicimus compofitionem
animus a cziefii corpus a mortali patre prouenit.Qua propter cum primam nofiram
onginem inquirere nos Apollo iubeticuius ora# culum efl Nqfce te ip Tum :
non quid corpus fitxquid ue illi conducat inuefiiga# re iubct.Sed quid
animus fit 8C quo pado fecundum animi natutam uiuere fodi ces
effepoflimus inquirendum mandatxQ^uam quidem rem ut ezpreflius fignifi
caietannquam didtxEfi enim animus fi non tempore/ut Platonid uolunt digni
tate Tua at(^ excellentia prior: Optimum igitur oraculum: Sed quid
prodeft fi illud male interpretatur ANCHISE. Hic mortalis Ænez parens
omnia ad lenfns referens ibi (edes collocandas cenfet ubi prima corporis
origo fit. quafl prima naturz non animi fed corporis fpedanda fint t
Quaraobrem non ia Italiam fed in Cretam enauigandum proponit: qua in
infula multa mala Tubi# bui fint Ttoiani. Nam cum (ummum bonum non iis quæ
animum: fed quaa In.P,Vtrg. M.AlIego. corpus fpcdcnt natura
noftra ignorata reponimus necefle eft/guoniaft illa pati> io
po(Hnpe(lem/ac demum in interitum cafuraiint/ut non bearirredmiferi fiu
turi (imus:TuIerunt ergo prxrium ob ftuitiriam Troiani:gui in italiam
nauiga» te iulTi actam ptticrint. Si enim in italiam.i.in originem animi
redeant Troiam percipiunt cognitionem rerum diuinarum in qua fola
flabiles et manfuras feda inueniuBt ; Hic enim domus Ænea; eundis
dominabitur oris:Et nati rutorum et qui nafeantur ab illis. In æta enim
nullum e(l Ænex imperium. Na corpus ne^ fe nerp aliud mouet:fed iners
brutum: 8C line fenfu iacetrnec quicquara Ii ne animi auxilio ualet.ln
italia uero imperium latepatet.Corports enim domina tor et redor eft
animusrin nullam^ nin uolens fauitutem cadit. Cunda autem fue cognitioni
rabiiciu Se enim pafe uideticum autem deum cognofccie tem/ ptat fuz
menris acie ad fuperiora erigimr. Colidaado oia fpedat: Rimatut
occulta. Videt abfeiitia:breuicp temporis momento uniuerTas mundi oras
anv bit:Defcendit ad interiora: Afcendit cxlum. Adxret deo: in quo efl
patria fua:Et ? uoniam imorulis eft hxc femper facit : Quapropta
eius imperiu eft æterna: ixcaprincipioqua uisdiuiniscflentmomtiprxcepris
cognoicere no potuerat Troiani: Nunc uao calamitates eipaticognofamt. Epimetheo
quidem ferius: Sed uidete quxfo quam admirabili ingenio reliqua
profequaturt. Cum pefie labo rarent Troiani danmatfuam oraculi
interpretationem Anchifes.Nam poftqui diutius debaccliatus eft homo dum
fenfibus obtemperans omnem fpem in rebus caducis reponit/tandem ufu Si
experientia dodior redditus animadueftit no fua« fifle acta
Apollincm.i.nunqua pofleefte homines beatos ex iis qux mortalia
fntt Cenfaigimr alibi quxrendamfoelicitatenuVenmi non dum tanta metiris
arie ualenut qua inrcconliftat discernerc poiritr Na
humiproftratusanimus/St fieri gi nitatur tamen corpote'obrutus qu x
in/cxcclfo collocata funt non nili poft mui tum tempus difeemit: At dii
penates eadem dicent qux didurus efliet ApolIotPu tabantenim antiqui deos
penates elfe ex animisiuotummatoTumtqui clari ilhi^ ftref(^ multis
egregtiftp uirtutibus fuilTent quali deos domcfticos: Ergo Si hos animoru
noftro excellentiores uires intapretabimur:quales funt ratio intelle# dus
atqr intelligentia. Qux hadenus furentibus fenlibust Si omnia tumultu co
plentibus nihil fanuiudicare poterat: Nunc autcpoftquamfuograui damnoeu
pertus eft homo fenfuu iudicium falfum elfe illos a tribunali quod tumultuo &oc
cupaucrant deiicit:& luris dicundi potcftatem iisjuiribus quas paulo ante
nomii> nauipermittinillx autem cum iam fcnlibus parentioribus ut atuc:quippequipu
dorc confufi nihil amplius audeant/K cum eorum iudicium diuturnus iam
ufus at^ experientia confutauerinparaciam non amplius prxeipne deæucrintrfc
a tumulm colligunt:at (pfeipfascxdtant:fumma ( contentioeruftitix nebulis
fua luce fugatis mentem ab iniquiffimo fenfuum iudido prouocauit ita a ætenfi
domicilio abfoluunt : ut tamen italicam profedionem fuo dcacto 'edicant, ii
dunt^ proptnea fux fententix ftandum: quoniam eadem iubeant quxipfe Apollo a
quo mittuntur didurus fit: Et profcdomcns nostra multatum rerum usu iam
dodior reddita multa, ex fe cognofdt: qux fapientia ptxdpere con sueuitt Nec
ucto quempiam moveatli deorum pcnatii oratione pct fu ad catut Andrifas I t ( II P nudfi D B B< P> h Jrj-B
SNitn ubi ndo pneualerc iitn crprrit : appetitus Hli rubiicitun MuItS iatn
profeoe nintdii pcnatess quiquz obfcunus Apollo SIGNIFICAT prrfpicue
enodaruntt docent«piniuIuadrcrum diuinarum cognitionem enauigandum rfle:
Beatus profedo ENEA (i decretis ftarett (i quod bonum efTe cognouit:id
ita mordicus arriperet ut nulla re inde po(Tet auclli:Non enim totiens a
redo curfu deiicere^ s Veru non is adhuc uir eft qui conftanti habitu in
hisobdurauerit:& per (uma t& perantiam a rerum moruliu
cupiditatibus sit penitus purgatustfed inter contine tia; at(^
incontinentiz uarios frudus uacillans fzpe cum ad aliquod Tparium fuo
uento procelTerit: nauisfubito a redo curfu deiicitur. Non enim is
gubernator clauum tenet qui fummo nauigandi artiBdo arperrimam etiam
tempeftatetn fupcrarcualeattfed Palinurus t qui poftquam ceruleus fupra
caputaftiiit imber nodem hyememt^fercns.poftquam inhorruit unda tenebris
: poftquam conti» nuouenti uoluiit maretmagna^ rurguntzquora:& quz
fequuntur.ipfe diem nodemt^ negat difcernereczios nec ræminifTeuiz:
Diximus a ptindpio foloap petitu moueri aniraumtdiximus itidem duplicem
e(Te appetitum alterum qui a fblis feniibus ex dtetutitationi^
aduerfeturidicatnttp libidotalterum qui ratione pareat:uoluntaf(^iure
nuncupetur. Qui quidem sinauiprzfuifTetiporerat ea am aduafantibus uentis
iter redum tenere, oed przFuit Palinurustis enim eft qui folisfeniibasob temperatiuirefij
aduerfus uentosinterprxtari poteft enimgrzce retro uentis didtur quali qui
in contrarium refetat. Hic igitur infurgcntibus
pertutbationibus/uehementioriburi^ cupiditatibus uelutitcncbiis animuminuoluetibuscum
ipfenulla rationis luce illuRracus (it dicsano dibus ideft ucrumafairodifcerncrenrgat.
Magna profedo hominum ioldtiatmazima^ fenruum perturbatio qui ita rationi
aduerfanturi ut quauisil la fzpe infarg.it t ut animum ab illorum nefaria
tyrannide feruituteq; eripiattipfa uclutiiulbirima regina ueramuelit
inducere libertatemitamen cum nondum uiresfuasrecupetaueritm Dpercp a
diuturno exilio reuerfa a paucis fuorum ciuin cognofeatur fzpe antea qua
dus regni quod (ibi iure dcbctur polfeinonem recu» peret ab lilis
repellitunquippe qui multos iam annos tyrannidum tenentes omni
largitionum genere appetitum corruperint : illum cp adeo demulfcrinttur
malit io feruitute uolaptuofc degere qua honorifice in libertate laborare.
uamob» temcum acbrainterillos przliac6mittantur:difcedic fzpeuida ratio,
lllicnim parere rccuCiDS Palinurus nihil sanum fentit : Eiufcp ilultitiaatcptrmeiitate
cd» mittirurtuc dedituto curfu t quem penates dii prasceperantin
(Itophadas infu» lasdeclinetur. Hunc autem locum nos ni fallor
auaritizuitium redeinterprzta bimur/non illud tamen quo inde rapimus
tunde minime conuenitiid enim nobis Thrada ddignauit. Verum aliud quod
tunc patratur: cum ex iis qux iam peperimus minime illis (ubuenimus :
quibus tus naturacp ac humanz fo detatis uinculum fubueniendum poftulat. Oodus
enim'iam Fragilitate rerum buroanarum Æneas ad diuina ratione id efflagitante
ferebatur. Sed appetitus aduerfus illam adhuc contumax ftaredeætis non potuit.
Verum ad ea quæ uulgus admiratur rurfus conuerfus diuitias cupit. At
quoniam multum de pti* fiuufcritateitniautufuctaUndui nc rapiaisilJafibicompatatecoBteodit:
fcd In.P.Vitg.M.AIIego. per (oBUS fordes plus qustn
psr eft parto pacens nullo libmlitatis munere fiigiei DC(p (ibi nc(^ Tuis
beneficus eft.Q_ux quidem cum facit fe parcum non auarutn
prsdicatiprzfert enim fpeciem boni uiri cum peflfimus Ar. Q_uaproptcrnon
io« iuna harpyz ipfz uirginea facie Angunturdimulanc enim
pudorcmimodtfHaou robrietatem^iomneri^ uirtutesprzfe ferunt. At earu
ucntris ptoluuies fcedifli< tna eft.Q_uisenim
po(TetauaritizfordesexpIicare:quis qui turpis hominis di uitis eiufdemtp
tenacis uita fdt latis referrer Cum furor bau d dubius s cum ftene As
manifefta At egenus uiuereiut diues moriaris. Quid miru igitur A earum fu
des palidafcmperc fame et macilenta AtiNarahuiulizmodi homines iure tanta •
locomparamussqui inter aquas.interi^ uaria poma confbtutus Ati tamen at^
fameconAdturiNam ut cumulus diuitiarum acrcatiprcinterim ruum/utillete«. centianus Gcta defraudans genium partis
abfbnct ac timet uti: Quod autem ua ds Angantur manibus ratione non
aretiNihil enim remittunt quod femel ctpe> nntauarii Q_uinfunt
adeoperaino A auarinxundiut hominem ad dtuma qua dam natum ab alnlTimis
curis ad hzcinfenoratrahantifiC uelutide czioin terras K e lucidis
fjderibus in profudilTima tartara trudant. Auertit enim nos at^ feuo« cat
habendi cupiditas a cognitione carum reru quibus folis Axiiz animus ciTe
po( At. Sapienter igitur adiugit.TrilHus baudillis mdiltunec fzuior ulla
peAisidtjia deum ftygiis fefe extulit undis: Non autc Aulta rado poetas
impulittut ex Thau« inante patre: matre Helcdraoceani Alia natas harpyas
fabulentur.Thauroan« tem tede admiratione dicemus grzci enim admiran
dicunt. Cu cnimobfumma fiultitiam diuicias maxima bona putemus cum
aut bona non Antaut minima bonaiproptcreaq^ illas adrairamut:cuenit:utcx
ca admiratione cupiditas habendi nosinflamct.Ncmo enim cupit caquz
negligit:at(j contenv nit.Suntautem ex eamatrequzAt Oceani Aiia:Nam
liquis maieriam diuinarn diligentius conAderct:omnia mari Amillima in ea
uidebit.Vt enim mare in afli' duo motu cAicundac^ inco facilem ifcentunat^
pcnurbanturaAc diuitiis ai<jf opibus nihil Auxibilius inuenias:multiq)
tumultus ac fzui Aima bella inde ezota tur. Hz igitur c£.'n paflim
armenta gtegcfij pafcant : nihil inde Abi ad ncccAiu tem fumunt. nihil
aliis rumerepermittunqvcrumfiC ab hocquoq^ regenereaua tinz quando^
explicat uir fummi boni acquiredi cupidus. Relin querat olim uo
luptates.indderat in rapinasiquibusquo^ damnatis otacuium confuliti A quo
accipitnofceteipfum:in quo errat Ancbifcscum ea ad corpus refcrctrquz de
ani tno przcipiebanturicauturqi ruo damno fadus errorem cognofat: con Alium
inutat:rclida(^ creta tendit in lauum. Verum rurfus perturbationibus
uexatus animus ad diuicias rutfus refluit: non tamen ad eas quas rapinis
ut hadeoust fed quas nimis fordida pat Amonia comparet: Sed et boc
quo<^ uinum effc cognofccns / proptetea^ damnans < ad Helenum per
hoftcsproAafatui. bes igitur quare in harpyarum infulam delatum mixcrit Æneam
y?^uod ue^ IO ab ip As uefd prohiberetur iam parariscpulis inde efliqnia
eam uim habet auarina/ ut qui etiam dinflimi Antfame penrequamuci minimam
acerui par« Aculam imminuæ malint JAcmis tamen eas pepulerunt Troiani:
Nam di aua AAacxifflbcdllitateat^ builitate animi tuliaf':qiiz ci
cAiut&fctia et tnulict«' i-% « % % t ik tltl I- 1 II- 1-
i j mii oa* iff Liber toriiu <aIcgux'tninori
animo runtauarioresTemp^e pncbeact/tunc Fadle pellitur fi foitemgcn ercfum^
fumamus animum ^6Ilcedit e fitopbadibus a;neas t fed non prius quam cnfle
a ccleno oraculum ædpiat < mendax omnino uates Bc in E s fubdola
} et quz uctborum firepitu honorem inde incutere uelit unde ni timendum :
bed profedo hoc morbo laborant auari i Nam fi quando ho« ncOa quzdam SC
una ratio lilos ad divina exploranda erigat < propterea^ huma na
bzcfiC mortalia negligendafuadeatrihtiminfuigit ex auaritia metus si rem
noftram familiarem negiigentius curemus fore ut (i fame pereundum x Sed
ne« fiauot fiuItilTimt homines quam paucis natura contenta (it i quam
facile t quam minimo fumptu eius diuitiz comparentur: Efi autem fames iis
timenda qui in anesqui infinitas cupiditates et quz ne^ neceifariz
ne<^ naturales lint fibi exple das propofuaint quorum uotago um lata
tam profunda efi : ut nulla auri ui t nullo gemmatum iapillorumtp cumulo
repleri queat. Qui autem ita uitam ia* fiituerunt > ut fola fe uirtute
bntos putent : animum^ non corpus ditandum ^ ponant : his omnia femper
abunde adaunt t Q_uam quidem rcm:quo tibi pia* nius exprimam : at^ adeo
potius oculis fubiiaam.ptopone tibi duos diuetlifii^ mz quidem
fottunz/fedeiufdem pene ztatis utros Alexadrum macedonumte gem/&
Cynicum Liogenem utrum ditiorem iuch'cabis:uide quid dicas. Maximi
Alexandro thc Ciuri erant plurimi tobu Riflimi^ exerdtus (ibi militabant :
Imperium latilTimum poflidebat. Innumerz pene nationes acpopuli ex Europa
A(ia* ^uedigales huic erant.Diogene autem quid potcftangu (liusexcogitari:
qui prz tet rimofum illud uas e figulo acceptum : quo l'e recipetet ut e
frigore calorctp tuf tuselletnetuguriolum quidem haberet : quem eodem
panno in utroi^ folftirio obfitum confpiccrcs : cuius auda olera etiam
nullo file alperfa beati (limorum re gum dapes fuperarent. Vttum igitur
horum ditiorem Laurenti iudicabisr Ego q dem inquit LAVRENTlVS h a
deptauatilTima confuetudine : quz altera pene in nobis natura cfl
dirce{l'eto/& rem totam fenfiiu iudicio exclufo rationi cogno»
lixndam tradam beablfimum Diogenem:miferrimum Alexandrum proferre no
dubitabo. Vehementer enim iis aifentior : qui in diuitiis penfiiandis non
quam tum tuii^ adiit : fed quam abunde id quod adeft fibi futurum (it
animaduerien» dum cenfent.Si emm is diues eft cuius cupiditanbus adeo
fatis fupercp fadum (it ut nihil pczterea defidcret quis Diogene ditior
:qui cum (lue pafiurem (iue arato rem quendam cauis manibus aquam e fonte
ad potum haurientem uidiifet : po culum quod ad eundem ufum hdile gerebat
ueluti fuperuacaneum abnædum putiuu. Q^uis rutfus Alexandro pauperior :
qui podquam a Democrito ut p\i to PHILOSOPHO plureselfe mundos audiuaat :
lamentari non crilauit tanquam nulla ratione diues effici poffet nili
illos prius imperio fuo adiecilfcif Rede o Lau tenti de utro^fentis
inquit BAPTISTA. Q^uamobtem cum idem rex motus animi tranquilliute quam
in Cynico cognouerat ita pronuciaiTcticupcrem Diogenes e(Te nifi cifem
Alexander : magna ex parte fiultitiam fuam indicauit : cum in fummis
opibus zgere : quam in fumma inopia ditefeæ mallet. Quamobte difeant
homines quam paucis natura contenta fic s quod cum didicennttoracu# ium a
Cclcno zditum &cile tldcbunt:quamuis ipla ut otadoni liiz fidem
faciat diat fe ca pronunciare guz Phabo pater otnnipoteos flbi Pbccbus Apollo pn« dixit. Natn rempn
auari qui funt : uiriutn quo laborant fallis uirtutum limula» cbtis
tegere conantur. NatnquzmoEraauaritia eftream patlimoniatn uocants et aut
deorum t aut maximorum uirorum audoritate famem timendam pctfua» dete
conantur. Oolofa profedo
cupiditas et quz cos etiam quos prudendotes putamus fzpe decipiat. Aduerfus
cuius fraudes illud unicum remedium cft nof fe ea quz hominum ftultilfima
cupido ad uitam degendam neceffaria putabnoa modo nihil peodelTc i fed
omnium noftrorum malorum caulam exiiiæ. Deferens igitur Harpyarum infulam
Æneas ad Helenum enauigatrEll au» tem Helenus 8C uates K
conduis«|Q_uapropccr rede ilium dicemus ingeni» tam nobis rationem et ueri
lumen quod natura in nobis refulget,: quod nos fallis bonis decepti
confulhnus ut in redam uiam ab erroribus reducat» Ipfe autem uates uera
przdicere poteft : fed ditfidle eft ad illum petuenitei cum Iit itet pn
medios hoftes tenendum : Nam 8i fenfus omnes 8i apped» tus fenlibus
obtempetans uolentibus nobis in uetum iudidum delcendcrc (em» per
aduerfantur:,At(p adeo nobis confultantibus obfirepunt: ut uix radonem
adire et uera bona a fallis fecetnerc poflimus. Verum cum ad Helenum
perucne rimus iuuat cualilfe tot urbes argolicas medios fu^m ten uilfe pa
hgges : Supe» rads emm perturbationibus iratiquilla'quTdai^ r^nquitut
mens: in qua lecxd tans lux radonis nobis ucrum oftendit : Q^uo dodior
fada mens agnofeit itali» am t quam propinquam elfe putabat uia inuia
longe diuidi: multum^ matis ef fedreueundumi et ad inferos defeendendum antea
quam quietas in Italia fedu collocet : uz quidem omnia quanta ratione
dicantur ; faulius cS mente coo pledi quam uerbis exprimeret poliquam enim
animus non dico profligatis /fed magna ex parte repreitis uitiis per
medios / ut diximus hoftes in lumen luz luca defeeudit Itum demum
aduertitfummum bonum: quod in propinquo coUo« catum habemus putabat
poculabclleioporterei^ nos amplo dreuitu Mariamo ftris obfelfa
peraauigare : Nam inter ipfam contemplationem: hanc quam ui uimus
uiuminteriacet is quem iam totiens appetitum nomino uelutiturbulcn liifimum
mare: quod fcyllacharibdifcp pernitiofiirima monlha infeftum red» dant:
Si tamen eft pei hzc loca enauigandum li IN ITALIAM VENIRE nolumus : Oi»
ximus enim a principio (i rede memini nulla alia ui nilT appetitu animum motuti
.Sed quoniam de duobus iis monftris dicitur a poeta : facile eft ex ipfis
fabulis quid fibi uelit coniedari. Nam cum eas foeminas rapaci fhmas
fuilfe memorizf proditum Iit : non ne per eas commode exprimi animi
nimias cupiditates dice» mus : quarum prindpes luxuriem at^ auaritiam
eife nemo dubitat. Scjlla e^o s glauco adamata ucneteasuoluptates
exprimet: quz maxime rebus nofttis fio» rcndbus uigent: Nam quod eius
uniunia pubes m canes latrantes conuerlafu/? uantum ad negodum faciat : fadle
eft cognofccre. Chanbdim ueroipli quof Icrculiboucs quondam
fubripereaufam quis non intelligat limulai tum nobis auandz refene : 8I qnoniam
ab ca non ita in rebus fxliatei fuccedenubus ut gemur quemadmodum a
libidine. Sed tunc potius cumnimi sanguftiis diuida nun terminis incluli
uidemur: ac ob eam oufam minime nobis noUxa placent
ii •p. a MI ia Bi itk iw “!f
lab ipoK imi». okib! abii
l{DKd biW uocA \^2Dli
.qmX (uitbi SUID* jniisi^uin®^ iCID# aajb crlb<
jola* OUfl^ 1^1^' amba* mfia eKccT^ eflcopinaiaut t
iccirco dextrum a fcylla : Icuum a cbarybdi latus obfi dcri Mato dixit
(quoniam altera in rebus quas aduetfas putamus t altaa in iis quibus
uebcmenter dele Aamur : nimis nos urget. Quz cum Baptifta dixiflct : at^
refumendi fpiritus caufa aliquantulum obdcuiflet. Admiror inquit Laurendus tam
magnx tam^ reconditx dodrinz diuinitatem. Verum quanto me iffa tnagis
deleant / tanto magis cupio : ne minima quidc m in tota re mibi dubita»
donem relinqui. (tai^ utar ea quam mihi conceiTi^ libertate uel licentia
potius: At^ ut iamioulligas quid illud (it (quod nili tibi aliter
uideamr/ planius heri cupio. Odenderas a principio ea ratione politum
ellc a Marone Troiam zneam cekquifle t quoniam lam uir ille corporeas
uoluptates contempriflet t per thraci» amuero at^ dropbadas utrun^
auaridx genus exprelTum cfTe uoluidi : Cur igi» tur (i buiufccmodi iam
uitia exuerat Æneas ( rurfusnunc ut illa uitet ab Heleno monetur C
Dcle&at me tua interrogado o Laurend inquit BAPTISTA t Oden» dit
cnimmaion quodam iudicio quam idbxc xtas gerere foleat te ea qux dixi c6
fideralTe: Veium quo omnia tibi plane pateant: memineris non eum uinim a
Virglio [VIRGILIO] produci ÆNEAM Æneam: in quo uirtutum habitus conoboratus
fit. fcdqui pro uirtuteaduetfus uida ita pugnet tut non (inemulta
difficultate per continen dam uincat : nonnunquam etiam uelud
incondnensuincatur.Q^ui ueroin Ita liam id enim ed ad diurnarum retum
inueibgarionem uentuius ed/ huic non fa dsed : ut continens fit. Nam
quamuis condnentia a cupiditatibus arceatitamen S uoniam in affiduo
certamine uerfatur:non przdat eam animis nodris tranquil
tatcm/quaadrestamexcclfascognofccndas opus ed Quimobrcm egenus ipfa
temperantia uirrute undi^abfoluta: et in ipfo pene cerdo uirtutum ordine
corroborata qua qui inlbudi fuirt/nonfolumonuies cupiditates Tupc Tantiue»
lum edam illatum penitus obiiuiftuntut. H oc autem habitu nemo mortalium
fe corroboratum in confidat : nili plurimis afliduif^ adionibus prius ad eum
co fequendum fe exercuerit : Q_^ux res line longioris temporis interuallo
effici nem poted. Huiufcemodi igitur temporis moram VIRGILIUS poetice
quidem fed opd me tamc exprelTic : cum dixit : Prxdat trinaaii moeras
ludrare pachtnni. Ceffan tem longos/ Sedteunfledere curfus. Quod autem
moneat ut eo quem dixi ha» bieurn fe con firmet xneas uerfus unus indicio
elTe pet^d. Adiungit enim quam fcmel informem uadouidilfefub antro
rcy1lam. Quamobrem icdiflime uni» uerfum locum concludemus neminem
poffeipram dminitatem attingere : nili perlongum prius intefuallumeuih:
quem dixi habitum ita contraxerit: ut non modo non rapiatur a fcjlla :
fed ne femel quidem ipfam uideat. uod quid ali nd fibi nuit : nili
ita obiiuifeatut cupiditatum omnlumtut nunquam illx in con ipedum
fuxmentisredeantrperpulchrc per^ commode omnia ida inquit LAVRENTIVS. Verum
quid tibi paulo ante explicare libuerit: triplici illo ordine oir tutnm
non plane intclIigo.Res inquit BAPTISTA huiufcemodi ed : qux &: Iz pe
alias maximo tibi ufui et prxfcnti fermoni apprime neceffaria futura
linOiui» nus enim Plato cum uirtutes de uita Sl motibus eafdem quas
exteri pofuilTet:ita sd podremum illas diueilis Gue ordinibus Gue
generibus didinguit :.ut alia qua dam ratione ab iis illas coli odendat :
qui ccetus ac duitates adamant t alia ab iia h ii i I
qui omnan mortalitatem dedifcnc cupimtes/ft humanatum rerum odio taoii •d
fula diurna rognofccnda eriguntur : alia poftrcmo ab iis qui ab omni
iamc6« tagionc expiati in folis diuinis ueriinturtprimas igitur ciuiles
dixir/fecundas pw gatorias/ac tertias animi iam puigati.Eft enim triplex
hominum rcÆ et ex ratitv oe uiuenbum ordo.Horum trium inferior eft eoru
qui io fudali acciuili uita dt gentes rerum publicarum adminiftrationem
fufcipiut.His {iximi fed m ercdioti gradu confiituti ii funtiqui a
publicis adionibus ueluti tepcftuoflsiac procellolis Kin qbus fortuna;
temeritas oino dominet'' :fe in portum tranqllitatis trafferuot et a
turba io odum fe tecipietes/ quirta uitam degutinon ita tn ut no aliqd
adhne tefictaduerfus quod Iudadumlit. Supremo autIocoeoscerncsqui penitusa
re« rum humanatu concurfitionerac tumultu remoti nihil cuius panitcdum sit
/c& mittut.Eft autem oibus his ordinibus hoc c6munr/ut uirtute dure
ciida ad boni redi^ normam dirigati Verum qa in uita duili
cupiditaribusiac pturbationibus omnia tumultuant hifip non oiu xgre
refifti^ rdicunt in ea hoium genere uiitm tesi Dcohataspotiusqabfolutast
Quaproptetidinill bptadcntiac6tendit/utm bil agatuticuius non
polTit ratio (^tem probabilis reddi i Fortitudo uero animd fupra omne
piculum at<p moetum affett : et nihil nifi turpia timenda admonet.
Tcm{watia autem oftedit fola honefta appeicdainulla in re moderationis
legnn excellcdamioea cupiditates iugo ronisrubiidendasiluftitta; poftre moptesfuni:
ut unicuimruumredd»’' iutx quoiureoesuiuant .lnrccudoautilioh>iumgene
tctqui ea it ronea negodo in odum uendicat/ut liberius poflit rerum
diuinaium conicplationi incubcrcifunget munetefuoprudciiafifpretis oibus
mortalibus rebus &cxleflium collatione pro nihilo habitis omni cura
omnim cogitatione ad diuina copuertat". Temperitia autem cum ea
folum nobis cdce(Utit/bne qui busferuari uita non polTiticaitera omnia
fcueriffimoiudidocontenendarf^upeii datp pronuciabit. Sed necaberit
fortiiudo qu* afliduo pridpiatiut nullum meo moduminullumlaboreminullu
periculum horrefeamus/quo minus redo 8£w petuo^uti**' - j 1 n- ». tuo^ut
ita loquar)curfu ad cxlcftia et ad origine fuam icdat animus.Diccs q d
luIhtia.Hoc jifcdo minus libi imponctiut reliquarum uinutu cofenfum in hu iulcemodi
ppoAtum firdatilfti quo^utrupiarcsaduafuspturbationcspugnit fcd fadiius
fupcratsfei^ paulatim expi .tos reddunt. Quapropter uirtutes ipCrin illis
purgatoriz appellantur. Verum audi iam tertium illud eorum genus/quota
animi ab omni uitiorumlabe ^cul ab Ant. Hi igit' in eo prudentiam
exered/non ut deledu quodam habito diuma terrenb prxferantifed iit illa
fola nofcantifuU J ueluti nibil aliud At intueantur. Adhibent autem
temperantura non ut cupitates coberceatifed lilas penitus ignorent.Eadem ratio
erit fortitudinis.llla eni pernitbariones non uincicifed ignorati Quin
opubic dura at^ horreuda Abi of ferrirnon ut uidoriamaiTequacurired ut in
eorum obliuione perpetua riimiuts 'ifidiligentetinfpides/ fadiecognofcesidabhelenoadmo
petduret. Quxomniaf ^ neri xneam
non pofle illum fedes in Italia qetas ftabi colloare/niA priiis ad
boc tertium uirtutum genus peruenerit : (^uid ergo hadenus: nonne
Troiam deftrueiatjacthradam ftrophadefipteliquerat. Defenieiatquidemjred
nondum $mca uitia fugiflct illa dcdilutc poterat Jiunc autem non ut
Moliirnt^iP Liber tettiai «Birittaib^ deponatt^od tam
feceratered ita de tnte deleat: ita perpetue obK tuooi roaadntut nunquam
eorum memoria illum rubeat:Cu autem prz omni bus rcbua iterum at(p iterum
1 unonem pbcandam moneatsqua quidem adua •imte Italiam nunqua podturua
(itmdnc nobis documentum eftroaximum nui Ium ex innumeris uahif^ uitus
eflieta quo etiam ii qui ad quzip ezceifa eriguiu lur t scgriiu liberetur
quam ab bonorum imperii^ cupiditate.Fadle eft enim cd temnere uoluptatesa
qui iam maiora mente conccpit.Diuittasuero &li fpecie maximorum
bonorum a principio nobis oftendantipoftrcmo tamen ab excelle tianimo
negiiguotur.Atucrohooorcsmagiftratus& imperia quoniam exedi' lens
quodda et eminens in fe cotinere uidetuunfpecie decori at<p magnifici
ztu* mum etiam excclfum deripiuntiNamcum cupiat ille fefe qua proximii
deo red deretanimaduertac autem nulla alia te nos magis deo fimiles efle
qua dandis bc ncficiisiNt^ hzc przftari ab hominibus pofle nifi in fumma
reru poteftate coo flinitifintiaocenduuruebcmenti quadam cupnditate ut
reliquos antecedat: Eft enim natura nobis iditu/utfcnm (upiores in rebus
oibus euadere cupiamusi Ce dcrcauteautfuccumbeieturpimmumputemus.Q_uz
quidem naturalis cupv» ditas nifi reda ronc temperer in ambitione ac
pofttcmo in tyrannide nos rapit: in qua muka aduerius humanitatem audelia
tetra nefariaip comitthnus : cu natura ipla nifi deprauata fuerit
ad magnanimitatem erigat nos ad fupetbiam ft dominatum omnia rapimus.Hinc
fraudes:hinc czdes : hinc reliqua imania
fiagitiainfurgunt.Q^uibustcbusipfam humanitatem exuri in truculcntilTima
monfiu conueitimur.Non igitur fine fiimma lapinia ad Cyclopum littora ht Dti
dedudt diuinus poctatut ofiendat qui magna quzdam et cxccifa petuntten
nulla certaratio anima reganfefe falli et pro animi magnitudine in
imanitaicla bi.Scd hzcquocp loca miferia ad fc fugientis uiri admonitus
qua primu cifugit ENEA. Quid enim aliud nobis cxprciTius
cfiFmgerc:at^ipfis(^ucica loquar oculis fubuccrc potcfi ambitio larofiC fumma
efferitate deteflandam 1)^300103 uitam quam cyciops Polipbemu$:qui procul
ab omni hominum confortio hu manis carnibus paicatur^^ inter luflra
feraru fola uita agat. Nonne enim iure Andropophagos tfic enim eos
appellant grzci qui humanis arnibus uefeun' nmilloscl Te dicemus: non qui
carentia iam anima corpora id enim multo ma gnto Uerandumefiiinfuas
epulas conucTruntifed qui uiuentes omnibus ctu» oatibuscrudelil Timc
exeduntiqui ut aut tytannidem|fibi comparentiaut iam cd paratamtut cnturioptimum
queipuirum et iufhzqui ac libertatis amatoicm lzuifiiimemteTficiuat. Qui
utfcelerariirimi uori compotcsc £ Ficiantut:aonmo do fingulos homines
ttuddanttfed totam urbem:ne^ folum totam urbemifed integras nationes
ferroigni fameij populantuncun^ libidini militari fubiid imtt. Qui nc^
agris cultoribus fpoliaietne hominum pecudum^ przdas abi gete uomturiqui
pueros tcncraf uirgines ex parentum complexu aut ad mor tcmautad libidinemrapiunnqui
caftarum mationara pudicitiam expugnat: qui publica acpriuata faaa
ptofanacpzdificia funditus cuertunt:S qui modo in florcnrifiinu re
publica ampIifTimum dignitatis gradum fumma cu gloria ob tincbantitot
nunc oibux foituius lpoliatos mmiraritni feruttutc abducunu V'
I.4 In.P .Virg-M.AIIego. uos igitur cydo^quos leftrigonas cum iftorum
imani fcttida cofErcnaif Quimobrtm uir iummi boni cupidus qui antea non
bene infttcuta animi (oi magnitudine quacun^ uia ad honores imperia^
nitebaturmunc demum tam nefariam crudelitatem quam primum eam nouit
deteftatunnouit autem a ma dlenta rqualenci<| achemenide forma per
quii lapiens poeU omnes calatnittla quz ex tyrannide generi humano
perueniunt s latenter (ignilicauiticum dues paulo ante omnibus
ampiifhmotum honorum gradibus honefiati/ ad rern ino piam cxtremai^
famem cdpellunturicum illudiis mortis moetu latere ct^un^t Rclida
enim ariffmu patna ignobililfimis obfcurilbmirip lods exulant: Qua:
quidem miferia edam li in graium hominem et Ænex hodem cadatitame non
poted ipfequi uit bonusauc fu aut elTe dudat ad fummul tyrannidis odium
no impelli. Qudigitur Maronis fapiendam noniureadmiretun qui uirumm
ita liamuentutum maria at^adiaceda littora tam horrendis mondris obfefla
ita caute dreuire iubetiut illis omnibus euitads in Siciliam incolumis
perueniat un de breuidiffius curfus in italia dc.Fadle enim ed homni qui
fe ab omni ii auari» dxfpcde cxpediucntomnemip iniuditiaatipei Fentate exuedtiadreru
magnis rum cognitionem edgi iprxfctdm fi iam in Sidliam uenerit. Ed aut
Sidlia nue in(u Ia olim uero italix coiumdai Bt condnends parstfed uenit
medio in pontus K undis hefpenum (iculo latus abfddittarua^ Si utbes
littore didudas angudo interluit zdu.lta enim abimortali deoapnndpioæatæd
diuinitas animoti nodrorumiut una cademi^ dt pars infedot rdniside qua
paulo pod ent didin dius difputandum di parte rupertori.Scd quoniaipfa,in
agendis rebua uerfaf drea ea quz loco 6i tempore citcdfcnpta adiduam
mutadonem redpiunt euenit ut interucnientibus Uanis pettutbadonibusi quibus
prudenda decepta (xpe pto bonis mala cligitiratio ipfa inferior illis
uelun uehemcdlTimit fludibus alfiduO percu(riabitaliatandem diuellacur:6 (aruperiodradonead
appedtum defid> at Quz omnia quauis ita fint unde tamen breuiot
ciufusad italiam.i.ad eo» teplatiunciquz m ipfa ratione fupedod polita
ediquaa ratione inferiod quz per Siciliam lignidcatur nihil repedes
przferdm humato patenteique nos mol bticm quanda eneruata homini a
fenfibus prouenienteinterprætati fumus.NS quam enim ad ueram
contemplationem deuenicmusinifi pdus ipafut ebddia notum uerbo
utar)fenfualitasnon modo earinda uerii eria penitus fepulta in nobis
fuerit. Q_uapropterli rede animaduerds de Anchife mocte meminit poeta de
fepultura non meminittno enim in iuliam ed uenturus.ln quinto ueto libto
celebratur funusiut demu fepuito Anchife in italiam cotenderc
lice Apparatis itai^ rebus oibus Æneas ex dciliafoluens paulo pod italix
pot/ tus fubite fperat.Ne(p fuilfet a fua fpe deceptus (i lunonem
aduerdiTimam . bi dea ex Heleni przcepto antea placauiffct.Odendimus paulo
ante lunonoa honopi impcriiij cupiditate expnmeredn qua quidc « fi Æneas
ita fe geiatiut nihil iniude/nihil audeliter in reru adminidtadone aduius
fit.faocenima Po lyphemo fuga indicauit nihilominus cum in confpedu
Italix iam fiti& in li nunc pene fpeculandi conditurus: Animadueitat^
non poife in rerum diuiu nuncognidonedcucnidsnifi humana hæc omnia
cotenat/nidtut ille quidf Liber tettiiu rem perficere. Std appetitus
qui nou dum ratione fubiedus fit omnino ro> pugaat: faKU 9
argumentationibus perfuadet noncireaurneg]igendoihono« tes/autimpia
relinquenda .Percomodeo tnqiUate inquit LAVRENTfVS tC ad rem uehementer
appofitx.Sed unum efl de quo SC fi fortafTe confentanea fu fpicer > tamen
fentendam tuam uehementer cupiam.Na quid fibi obfecro uult ^fficilis ilia
et apprime moiofa dea luno. Si enim manentibus TroixTtoianis
iiafcebaturscur deinceps iifdem illis in italiam enauigatibus adeo boftili
animo aductlatunan fortaiTequiautracp uiuambltiofoK imperii cupido
aduerfa Et. ifibne ipfum inquit BAPTISTA. Atnbitiois enim dea olim Ænex
irafeebatun quiuoluptatibus dclinitui nihil honorificum quacreretmunc
autem rurfus ira fdtnncum uideat illum ad altiora quxdam eredum ea qux
exteri mortales in admiratione habentsotnnino contemnere. Omittens enim
illa que primum gradum in uita duili tenent non motulia amplius ifed
immortalia quxrin mi rifice ictura poeta.Vix e confpedu SicuIx telluris
in altum Veb dabant Ixd j K fpumas falis xre ruebant. Cum luno xtemum
feruaru fub pedore uulnus: quæ deinceps fequuntur: Ratio enim uiuendiiqux
honoribus inferuit cum animadueitatfc ab Ænea deferiia quo olimquo cu
ille uoluptatemtociu amaret negleda fuaatyuehementadolet.Cognofcit enim fi
ROMANUM IMPERIUM ed fhtuutur foreiut fua Carthago ruituta Et: Quisenimnon
intelligat E ad c6tcplationem:qui ptxftanti ingenio funt uiti
accefferint/ illos ciuiles actio.* nes ccdercrturos. Oolet igitur St
pfeotiiniutia admonita pteiitotutcminifdt. Manet enim alta mente
repoEum ludicium paridisfpretx^ iniuria formx. Et genus inuifum et RATTO
GANIMEDE ONORE. Qux quidem fabulx E diligentius conEderentur nihil aliud nobis
prader de* ditauoluptanbusuitam referct: Nam Paridis ludicium in quo
lunonl Venus prxferturiquid aliud cefeasniEuitx honorum cupide molle enetuata^
8 (uo luptatibusaddidam prxponi: Genus autc inuifum.i.louis Eledtxt^
adulteri' um:acpoSremo RATTO GANIMEDE nemo modo mediocriter eruditus Et
alia traduccuHisigituraccenla luno naufragio Troianos perdere tentat. Verunx
ne noseaquxfubhuiufcemodi tempeftatis Egmento recondita funt ulla ex
pattelateant: neuequidluno: quidxolusiquid neptunnus Ebi uelit incogni'
tum relinquatur:pauca de animorum noEroruui at<^ natura repetenda
funt. Illud tamen pmonebo cuenireiut eadem ad multos locos enodandos adhiben
da Ent t Q_u« E fcmel a’me expteEa exteris deiceps in locis ueluti ia cognita
file tioptacanc luideo me qd* fumopete cupio breuitati inferulturu.Sed
rurfus cu eodieteprKc/E Ecagamus/duplextibionusipo Eturus Emieritenim
eode tpe 8C memoria qd alibi didum Et repetendum: K quod interim perpetuo
orationis filo contexif' : Ene ulla inteccapedine:percipiendum malo loquacior
etk/q oomittere ne ingeniu eodem mometuo in plura diEradum:ucl minima difpu
lationis paidcula incogmta ptaucrmlttcre cogaturiCum igitur ad id quod
pro Ia.P. VIRGILIO M^IIfgo* tPrn/f
<«•’<*• 'v'»^ prium noSnim^ tft:quod(^ a noftrz onginls
diuimtate traximus t id eSsdt» tiocinandum/ad concemplandum/ad
intelligendum mgitDut:eam animi pai> tcmadhibcmus:quamgrzci nos mentem
nuncupamus. Verum hæ mutiifed przcipuc Platonici chriffiani FILOSOFI
duplicem elTe uolueruntt 4 alteracu inrctiorem quam rationem
appcllant:diuiniorem alteram et fuperioro TIfct. qu- i
4eIIedumnuncupant.QU3propterfapienter Auicena animos noftroi ur t alterum
lanu duplici ore inllgnitos e(Te dizitiut hoc furfum uerTum ptia r .na
altilTima per (apientiam rufpiciamus.lllo uero res mortales et adioneshua
manas per prudentiam adminifhemus. Diuiditur igitur mens in duo rurfum in
tapientiara/deorfum in prudendamrquz Ht reda rerum agendarum ratio qua
iiinuirumfiC mulieremrutuirrupcnor iit ®at:Mulier inferior 8l
regatUR Quapropteregregiei!lud:^lioieiliniquitas uiriiqui mulier
bencfadensrnd enim przponitur iniquitas uiriliszquitari muliebri: Sed commode
exprimitut I 'tedius eum agereiquideiideriorerumczieftium raptus plurima
corporis &fo cialis uitz commoda negligat: quz res uideturiniquatquam
eum : qui ut nuW Ium uitæ ciuilis officium deferat:czlcftium rerum curam
omittit : (^uz cura ita (intiuideamus quz a Marone dicuntur: Nrmpe zoium
lunonis przdbus uentostquoslouis iulTu regere debet/in mare cmififTeiqua
tempeflate obrui poterant Troiani nili illis aNeptunno rubuentumfuilTct. Quo
in loco fi ui tz ciuilis cupiditas (it luno commode zoium inferiorem:
neptunum uerofu« periorem hominis rationem interprztabimur. Non igitur
mirum liabhono» rumæ imperii ardentilTima cupiditate ratio illa inferior
(lediturrattp de fuo gradu deiieiiur. Referunt fabulz zoium
uentisprzpolitum aloueefleiut iuC> TuAioillos BC intra carcerem
cohiberet&indeemmcreceru quadam lege ualc4 at. Quamobrem celfa fedet
znius arce Seeprta unfDS mpHit^ apimos: K teinperatiras:_8£,iilud N i
faciat maria ac terra stcilumq: profundum. Quippc fei^tfec^ rapidi :
uertantep per auras. Et profrd Ot&infiituti funt animi noflri ^etum
omnium fumnioatcfiitcdotut cum Iit in nobis ea pars quz ad tes
afeifeendas fugiendaf^ inlurgit: przponatur libi ea rationis particula :
quz infenor cum(it:adres omnes agendas rede appetitum moueat. Ratio auum
- Iplis mortalibus indita non a corpore efttfcd aloue.Hzciguurdumfuo
co ditori obtemperat celfa arce fedet:quia nihil humile cogitat: fed
quztp aigre^ gia: attp excelfa meditatur : teneti^ fceptra.Nam totius
uitzadminifttatianein habet: mollit^ animos /& temperat itas: cum
nimiis cupidiutibui appetii tum cohercet : at^ inna modelliz fines
continet : Sin autem ita lunonis blan>' ditiis demulceaturiut fuz
naturz propriz^ originis immemot rerum rettena rum cupiditatibus
irretiatur/ totum lilife przbet : eiult^ iuffu non autem lo uisuentos/hi
enim penuibationcsrunt/emittit.llli uao mare quem apped<> tum cflic
diximus paulo ante tranquillum ex diuafispartibus ferientes bor« tendas
tempeflatcs excitant: hebetant enim tadonis adem honorum cupidi tatesrquz
uelud nubibus obdudauerum bonum a falfo non difccrnitiip fumcp appedmm :
qui a fenfibus originem dudt: non modo non refhnguit ardæmractum ultro
inflamat: &gcntemiunonisinimicaseaautcft mens no / » Liba totius
Itlbullu Qanitn rnunicotit^tm:diuinatuin autftn cupida/mratiis
perturbati poibusobtuæ nititur.Scd rcæo ad lunonemillla enim cum
tecencitiiuriaanti / MUm (H)i uulnus refrkafictiira plena in zoiiatn
tendit. Kimbofum in patriam loca fceta furentibus auibis.
Cidlidaomnino dea guz regionem ad ea quzcupiebatpaHcienda fibi
deligat nott'ignotauic:Cum enim raum humanarum amor nos ad diuinarum
cogniti onem abfttabæ nititurrin zoiiam patriam uento^rad enim eft in
appeti tum p tuibationibus expofitum ueniat necefle efi. Verum iouis
iuflli hoc regnum zoio commiffum cds Nam ri deo obtempæmus rationi fempa
obtemperabit appeti tU&Redifljme enim Platonicum illud bpnp uiro
legem deum ellr : malo autem bbidincm: Quaobrem huiulcemodi
rarionemdeprauare aggreditur Iuno:& ue iuriti qui caufz (iiz
diflFiduntrfit fallis rationibus perfuadæ/& largitionibus cor tumpæ
iudices patanttita ipla zolum adoriturteonaturep oftendere zquum elTc
4tillc gentem fibi INIMICAM ITALIAM attingne prohibeat. Perfuade zolustfe^
cn da M iulTu lunonis fadurum redpit:Q_uin quicqd imperii habet/id omne a
iu BoUe tecognofcit.Nam nili inflametur appetitus cupiditate rerum
terrenaruiatrp illp uduti mare ucntls turbet rminime uideretur indigere
uita nofira impio ratio tus.Hocigi^ padotromnia lunoni debere ratio
fatetur ueluriquz(^nifi pturba lioæsaflint^aibil habeat in quo fuum
impium exerceatrac decepta cupiditate ea tum raum quas magnas putatmentis
habenas remittit/ac mare perturbattquoni •tUturbulemimis cupiditatibus
appetitum codut.Quibuszneasqui ad cxle^ Bium rerum contcplarioncm
tedit/adeo labo paiculorut^ magnitudine infrio giturtuta
jppolitodciiciat" :Et ^fedo cum appetitus quo folo animus moueturr
ftquonosad fummum bonum duci oportet/aKonosrapiat/infurgit atrorilTima
iUa tempeftasrin qua eripiunt fubito nubes czlui^ diemt^ teucroru ex oculis. Na
qui paulo ante tranqllo appetitu adrpeculationemfæbant"tinfurgentibuspaturi
Mtionibus adeo illis oixzcant" :ut quicqd luminis a
rdnepueniebat/peniti» tollat tVnde fit ut nox atra ponto incubet.
Appetitus enim qui hadenus luce rationis illul habac nuc illa amilTa in
tenebris uetfatur. Adeot^ zfi uat hoc maretuc lii aqlone fetuntur/hzc enim
elatio quzdam elliquz a rebus fecundis profluit. Alii in fummo fludu pendentmam fupra fuas uires
difficilia ardua^ aggrediens tes amdi foliciti perpaua expedatione
pendet. Alii terram inter fludus tangens tcsabipfa fortuna dnedi
mifetiarum cumulo obruuntur.Sunt deniip qui in fas
alatcntiacontorqurantur. Nam multi cum impetu perturbationum ad huiuf^
cemodi cupiditates explendas ternæ ferunturiin uariatp pericula fibi
improuifa inddunt. Sunt poftremo quos auaricia ueluri in fyrtes
ttahat.Nam quis non uis dæfle aiam quorum nauis demergatur. Vnde utre
omnino apparent rari nan tes in gurgite uaftoiNam ex inumera mortalium
turbaiquos perturbationum p cclh]dcmagit: paud emagæ ualentiFado enim
habitu pauci ad portum enare pofluntiprzfertim cum ipfe gubernator a
temone tcuulfus imo in przceptls deie dus in profundum ruitiCum enim ea
animi pars quz uitz regedz przpolita eft fuaiicde deiidtur/adum iam de
uniuafa te cite quis non putarHzc autem otns Iliacum lunonis zoli^ culpa
acddiftenttinterim Neptunnus commotus graui* i In. P. VIRGILIO
M. AIlego. tate t<tnpcfta^sf>Ia'd(]uin caput ex fumma unda cxtuIk. N(ptaliutn
mum macia deum cfTe finxerunt: Dico aut fummumiguia alia quo^smaf^o» mina
extann&ptofcdo plutea uires appetitui prxfantimouet' enimilfe iudit»
fcnfuumrmouct" tonis inferionsifummum tamen impium fupioii ronirefenu
tur. hæc igif r^tio quam nuc neptrai nomine (ignifiat poeta cum
oibuspturba« tionibus rapi uexariip uideat:caput e fumma unda ueiuti ex
fpecula rifetttVnde ipfius appetitus fludus jicellafip animaduertes aium
illius furore in pram pinum rapi cognofcitinei^ folum tcpe(htemfmtit:fed
etiam ipfam lunonisdolisexdta tam intucc :Nouit enim reda ratio aium ita
afFedum:,ppterea in hasmiferiasitw ddiffeiquonia falfa bonop: fpe decepta
inferior ratio urntos no modo non cohi buerit: fed ultro
emiferinC^uamobre utfubitn tato malo remedi uni affecat cuje zephyrui^iac
reliquos uctos ad feconuocas grauirer increpariqui impio titanum
fanguineorti/deo^i regnum infeftareaudeanReferut enim fabuix uctos Aftrd
filios fuilTei Aftreum aut unum ex iis titanibus eifedicunquiimani impietate
ad« uerfus deos imortales temeratiu bellum fumere lint aufi.Hxcigi^ in
fabulis rcr periesi Non aut CICERONEM reliquofip dodiflimos
uirosaudiamusiquidoa ali ud cum diis bellum gerere qnaturxnolhx repugnare
interptabimur;Q_ua qui dem re quid magis temeratiu rflepolTit non
rcperio:nam queadmodutn cosUi demum fapietes Bi dicimus Sc frntimus:qui
naturam optimam ducem fequund ita illos (hiltos temerariofep
putabimus:qui ab ea oino dcfcifcut.lure igic' uentM c titanibus ortos
iinxeruuquonia ptuibjtioncs a temerario fempi&nalurc repu gnante
iudicio pueniunt. Audax igitur facinus comittunt perturbationes i qux
flultitia 6i temeritate humana gente appetitum diuinitatis nolhx id eft tonis
itm perio fubiedum turbare audeant.Quaraobrcm iufte a neptuno
obiurganifues ti:fu(lcc^ impium pelagi fibi uedicat ncptunus/cum in bene
inftituto animo hw iufcrmodi illud e(fc oporteat ut folo mentis iudicio
moueatur. Ad huiufccmodi igitur fentemiam commode polfe ttanffcrri
xolum/at^ neptunum putaui. Qod (1 qua in parte fatis tibi fadum non
e(l:aut li quid in mentem urnitiquod aptius IcKo quadret:promas illud
licet: Nihil enim c(l quod uereatis:aut pudore impe< diaris:Nam
neminem ex omnibus qui uiuuntiuucnics/qui aut xquiori animo refutari
patiatur:q ego fero/aut auidiusqucxlnefcicntaddifcat: Necp eft etiam quod
dicas huiufccmodi fenem ego adolefcens. Vidi enim multos ex iis qui et ha
bentur et funt dodiflimi nonnunq admonitu etiam indodilTimi hominis in at
rum rerum cognitionem ueni(Te:in quam fuo ingenio tam diuturno nunquatD
tempore hadenus uenerant.Ego inquit Laurentius quid aliis euenerit
ncfaoiiiu hi tamen nunq tantum arrogabo. Verum quia accidere in tanta
rerum copia at^ uirictatc dodilTimis quibufc^ folet/ut cum plurima eodem
tempore fefe med of ferant: nonnulla fint:qux fic fi non explicent"
:facile umen Sc reliquorum fimilitudine percipi pofiint.Sint etiam et alia qux
quamuis enucleate planecp ediflicræ turihcbetiori tamen ingenio qui funt
illa minime confequant":utar ea quam mi hi pamittis licentia:&
quoniam de confugio xoIi:at(^ deiopex nihil a te didum cftipetam nifi id
omnino inutile ducas:ut fi quid ea in fabella fitiquod ad rcno< fisata
confciat/nobis explices. At dices n unquid tibi m mentem uenit i ac
edam Liber tertiuf nthinu Horib^tne(!erat!ges« Vcnicqdetn. Kamaiffi
nKo adiuiDis ad humana abducenda cftinullum pene maius przmium proponi
pote(l:g pulchrum cafiu m coniugium:inde enim cupiditas ilia naturalis:quz
eft coniundionis maris SC fttminæezpIetur. Lndefoboliseft |> pagatio:quxquidem
non fotum uoluptatiii tuul ac ufui nobis cd;uetuffl etiam pofteritati
confulit/ut etia morrui aliquo mo do ih illis uiuamus.Ulbucipfum inquit
BAPTI5TA nec modo |>po(itx quxlH oni rationem habcas quicq eft
prxterea defiderandum.Nam id hoc in loco aperi amiquod alio paulo pofi
foret aperiedum*Prifci igit" illi qui de deoni natura
fcii» pferunritria ibeologiz genera pofuerutiunum fabulofum/quod grzci
mithicon nomtnant:quo quidem populum ociofum in theatro oblec rent:
Alterum nata rale/idenimeft phy ficonrper quod comode
uimnaturxexprimuntiut cum per iatumumhlios omnes przter illos
quatuoruorantem tempus nebis denotant: itodii quatuor elementa
ezcipias:omniafua edacitate confumit.Tertium uero iccirco
ciuiJeappcllant:quia inde ad benebeareqj uiuendum przcepta promatur
Coofueuerc igitur poetx quibus nihil dodius reperias/hzc omnia ita
confundere:at<p m unum comifcereiut optimo quodam temperameto eodem tempore
et aures fummauoluptacedemulceant:&
mentem recondita dodrina alantiac nos adredum at^ honeftum et ad ipfum
fummum bonum deducant: Nos aur quo ciam A hzc omnia exadius in Marone ^fequi
uoIuiiremus:nimis operofum ne godum |poni uidebat" duobus primis
generibus obmiiTis intra ciuilis generis ca cellos difputationem noAram
mcluAmus.Q_uapropter illud paululumtqd mo* do de fabula
decerpferas/noftro operi conducet: Nam reliqua phy Acen fpedanr. Dicunt
enim Pbccbi Aurorzi^ Alias.xiiii.fuiiTe eafcp lunoni nymphas attributas
exiliorum enim intcrptatione luno ær cA* Æri autem feptem quzdam
attributa fuiit.Septem itidem in ære ignum''. Quz omnia ipAus folis tunc
maxime cum in noftro hcmifpcrio ueriat :opera proucniunt.Sed ut de primis
priori loco dica tur eft æris ut leuisAt:ut mobilis:utcalidus:ut humidus:
utferenus: uttacitum P Utlpirabilisxbasigic ueluti feptem nymphas
finxerunt poctz:earutn autem quz in ære gignunt pi imam ponunt quz Ins
appellac'':Cui etiam attnbuut tres ueiu li minittras pluuiam grandinem
niuem.ln his enim contingit ut nubes fuli oppo Dat :fcd eft id^ut ita
loquar^nubiu corpus ut alia fui parte denfum/ut alia denii^ us/alu den Aflunum
At.Q_^uapropter a prima fubrubeus/a fecuda ccruleus/a ter<« tia niger
color perucnitx Contra ucro partes quz in ca purz funt croceumiquz ue ro
puriores uindemxquz poftremo puriftimz album colorem remittuntibzc igi
tur piima ex alus feptem nympha eftxquam deinde fex fequutur phy thon
come.* ta fulmen ronitruumxcxhalatio ac tcrremotustdeqbusfuo ordine
difpacarc no grauereniuriniii ex tnbus illis quz dixi generibus ciuile
folum profequi conftitu il Temus: Vaum cum uoies bzc probe et quid qua
ratione gignantur: faci* ]ccognofccs.Sunteniminiisquzmeteora appellanturab
Ariftotele quidem pr acute:ab Aiberto uero cui magno cognomen eft etiam
aperte petferipta. Quod autem dciopeam omnium pulcherrimam fe daturam
pollicetur luno ratione no carenEft enim ca in ære facies quz ferenitas
didtur.(^uz res autein magis io cu pidiutem tcruin humanarum trahere
zolumpotetauqDamfctena czii facies. Perplacent ifiainquic LAVRENTlVSs at ita
perplacentuit nihil in iis prxt» rea deiideretn:perplacent quo^ quz tu de
ratione appetitu^ diziftitfed uide at pugnantia
Ioquaris.Natn(ire^tnemini/tu paulo ante xoluminferioiemratu
netnelTcuoIuiditnuncncptunum fuperiorem ponis:redeutru^:Verumcn hic
impetiutn fibi non autrtn illi datum dicattnon uideo cur zolo quotp non
conoe datur:ut mare uel io mittendis uel coheteendis uentis:aut extollat
aut fcdett No co inficias inquit Baptifta pertinere ad hanc inferiorem
rationrmiut cum deage dis rebus iudicium habeat/ipfa appetitum et ad
raquz afeifeenda funtimpellati et ab iis quzfunt fugienda auocet.Vcrum
quemadmodum in bene inlhtutare publica fupremus quidam
magifiratuscreaturicuiusatbitrio £d ii omnia getan^t alii tamen aifunt
minores magiQratusiquibus fingulis fmgula committantunili totius uitz
imperium in mente confi(ht:ita tamen ut infenor ratio appetitui ea Ic ge
propolita (itsut nihil niii rede iudicet.Q_^uod ii illecebris rerum
humanatum decepta non rede fentiat:fcd iint eius iudteta falfa/adeft
fupremus ille magifha* tus ad quem prouocare liceat:Q_uapropter rede
faipcura eil zoium no niii clau fo carcere regnare: quoniam in uita hac
communi ac ciuili potius cohibetur appe titus ui quadam rationistquam
quietus tranquilluf^ tcddatur:non enim in bo nas
affcdionesconucrtuntur:red potius moderatione cohercenturjRatio autm
fuperior cum caput ex undis exculittemiiTamt^ a lunonc hiemem
cognouitteun da in tranquillitatem redigit. Emittit enim raput ex undis
cum fe a corporea mo letqua hadenus obruta opprimebatur ucndicans ipfa fe
excitaUat^afeniibus fe uocattquo tempore non folum cognofeit qua hieme
opprimatur zneasne in Ita liam tendat:uerum etiam tantorum malorum caufam
lunonem id eft rerum bu manarum cupiditatem ei1'einteliigit;(^uamobrem
uentos qprimumanutire mouet : Nam uacuuspertutbationibus appetitus
rationi obtemperantior reddi tut lllofq) ut deterreat maiores poenas fibi
daturos minitatur: quam illi ab Ænea acceperint: nec iniuria. Nam
appetitus a perturbationibus inuafusad tempus uexatur « Intelligentia
autem illa fuprrma fi imperium fibi uendicæ tit/ quoniam fummo lumine
animus illufiratus nunquam deinceps nec ded pitut:nec labitur : neccfle
eft ut perturbationes: quarum genitrix falfa opinio fuerat in nobis
penitus fepultz reddantur. Quapropter non fimili pasnaco milTa uenti
Neptuno luent. Sed undz quz fequantur. Remotis uentis ou bes dirperfas in unum
colligit Neptunnus: at«^ colledas fugat: Efi enimboc intelligcntiz:ut a
principio fingulas falfas opiniones profequatur : in unum congerat : atq
demum confutet: quibus confutatis tum demum folis lUe ce: ea enim efi
ueri cognitio eunda iiluftrantur. Q^uio 81 dmothoe et totos naues a
fcopulis abducunt. Cimothoe per undas currens fi gtzcum uerbum aduertas
faale interpretatur. Triton autem neptunni tubicen babetur. Iftaigi tur
duo numina afcopulis cupiditatum naues reducuntr quia cum tedum DOuerimus/uana
relinquimus. Scientiam autem autnofiro ingenio al Tequimun cum id fua
uclodtatc pet eunda difeunat t aut dodtina aliunde accepta pd«' IIs I a :v t Ii* :lil i i M d nit ai fli iib idi &bi m Ml ItM
IS it alti nbi lii» IStl' uti
«m 110 0» 1» ufl «I (i ‘i? iit tf tnumilludd
motlioesuelodtasciprimir hoc autem tnton signifiat. Mam ut Cubidæs fuo
przconio mandata prindpis manifcfti Qtidc dodrina quid ucriras
4ieIitaperit: quod autem prorpcrocurfu per pacatum mare utatur neptunus
fadleprobatur.Nam cum pacatus eftab omnibus perturbationibus appetitus
ita per eum labitur ratioiut nufquam ofFendat.Diximus de tempeftate.Nuc
ad reliqua pergamus: Neptuni beneficio ex tam manifefto peri culo erepti
Troiani cum fefu fradi(p Italiam utpote longinquam terram contingere
pofTe defperatent:extemporaneo ac^ minime przmeditato confiiio ad propinquum
carebam ginenfium littus uela dirigunt: puto uosmeminifTeitaliam
fpecu!ationis:cartha ginem adionis figuram habere. Quapropter id nunc
exprimit poeta quod in humana uita fxpe ufu ucnire uidemus sSunt enim
multi:qui cum ne in uoi luptatcne^ in diuitiisnet^ poftremo in honoribus
fummum bonum inueni^ ant ad ueri cognitionem fefe conferant; Verum cum fe
humana omnia Facile poircconcemncrci& reorfum ab hominum coctu
contemplationi incumbere cxiftimenniamtp rem aggrediantur uix illam
reliquerunt cum tantum relidam tum rerum defiderium infurgitiadeo ex
recordatione tantarum illecebrarum cffeminanrur: utrurfusin fumma spcrruibationes
incidant : qux quauts tan« dem fumma ratione fedentur:adeo tamen defefTi
defacigatit^ relinquuntur ant mi nodriteum non fine difficultate tam
horrendam tcmpdiatem euaferintiut latis fupert^egiffe putent fi
focietatem humanam incolentes qux immania 8i humano generi pernitiofa
funtuitia effugiant. Virtutes autem fi non exadas; ati^perfcdas/incohatas
tamen retineantifi: cum difficultate dus uitzqux in ucnfpeculatione pofitæfideccrreantut:animaduettantqux
hutufccmodi ui^ tz genus humanam pene imbecillitatem excedere cum
Arifioteles maius aliV quid quam hominem effe qui hzec poffir affirmet
fecum fic ratiocinantur.Non- parum erit uoluptatum incendia euafiffe :
Thracenfium rapinas euicaffe : hac harpyarum fordes et Cyclopum
immanitatem refugiffe. Nunc ucro fi id non. pofiumus: quod diuinitatis
potiusiquam humanitatis effe uidetunillud quis reprehendet ut in hominum
locierate ad quam colend >m tucndamiaugendam ^ nati fumustuerfati
prudenter iufte fortiter deniqi ac temperate uiuamus/ pa rati pro pania
ac parentibus nullum laboreminullum periculum deuicemus.. In omnes qui
nobis fangumeconiundifunt pietatem obferuemus: Ciuibus nofiris aut egenis
liberaliterfubucniamus: aut errantibus redam uiam demo- firemusiaut
iniuriaoppreffos confiiio opera gratia audontate noffra fub«'
leuemus.Speculationem ucro magnarum rerum in maturiorem zratem anp
inipfam fenedutem: quz a multis perturbationibus i quibus huiufcemodf
uita maxime impeditur liberior effefolcC reiiciamusiquamquidem fententt
am iis quz de Hyfach magni Abraz filio dicuntur : tueri fe poffe
confidunt: Nam quod de patriarcha lilo legitur egreffum effe ad
meditandum in agrum inclinata iam die ita interpretantur exiffc illum a
corporeis fenfibus adme ditandum in agrum quafi feorfum ab humana frequentia
inclinata iam die/ id enim efi circa fenedutem iam femore fanguinis
ceffante.Conanr prztereii Cuamcaufam grauiffimotu uiioium teffimonio
corroborareiqui ufutn potius lQ. P.Virg.M.AIIcgo< triqaam
aufamunde bonum (it confidcrantesadionem contemplationi aiw teponunt.
Pcxfcrtim in uiridiori ætate: in qua philofophum agere, dicere rem
publicam adminiftrare militare at^ imperare iubemtoftenduntip Platon ip
tum uakdioribus annis K nauigationes io (Iciliam : et (iudia in Dione
exerciM retSencfccotem autem in academia circa ueri inqai(itione
quieuilTe: Xen ophi» tem quorp adolefccntem in rebus agendis fummopere
laudant:Srn:m ueto in fpcculatione admirantur: et beatum propter odum
putant: Q_ui n etiam mub tos ut fapiendorex fierent plurimos populos
paagrafle oftedunt : Q^iuproptct K Homerus Vlyxem fapientem propterea
dicit:quod multorum hominum ut bes ac mores nouerit:Huiurcemodi igitur ac
plura alia in unum collig^es/qux tu fummo artificio ac prudentia nudius
tertius cum hoc genus uiucdi laudibus efferes enumerabas fpeculandi
propofimm in feriorem ztatem rdiciunt i at^ ad res ciuilcs agendas
interim fe conuertunt:Q_uod quidem uitx genus qui ui tuperabit/is profedo
iuflam ut ab om nibus uituperetur caufam prxbebit.Sunt enim fua (ibi
qutxp muneraiSt plutima quidem at^ przclaraiquibus (i rede fu
gaturi&czteris utilitatem ficfibi gloriam tranquillitaremip quoad
imbedllitai bumana patitur (ine controuer(ia pariet:Q_uapropter non (ine
fumma ratione tutus tranquillnfip portus in caithaginen(i littore
defcribituricuius formam li< tum^quzfo diligentius infpidte.Eftenim in
fece(fu longo locus:quem infula portum ef&datiMortalium enim uita
continentem: ea enim terra eft quz marU nis fludibus minus e(f expolita
nufquam hibct.lnfulam autem habet zfiuinti busafliduofurentibafip undis
undu^perculVam.Sed quz tamen ita fua mole beteat: ut aduerfus omnem
uentorum undarumip impetu immobilis fimpcr obduret : Nam cum hzc quz
momentanea funt: et tamen (f ultitia humana bo na putantur fortunz
temeritad fubieda (inticut^ amore fui mentes humanas in Cendant
conficerent profedo nos nili infula in medio mari (imus : quz quauis
unditp mari mndaturitamen uirtutibus (fabilita non mergitur.Eif autem in
16 gofccefTuiNam animus uirtutibus aduerfus fortunz impetus munitus
procul a perturbationibus feiunduscft.lllz enim obiedu laterum
repelluntur. Cu hin: fortitudo contra res aducrfasihinc temperantia
aduerfus res fecundas opponar i rede^ uafte rupes appellantur. Virtus
enim in diffidli luco polita etf.Aode qtf ita medium tenet:ut quocunt^ te
inde araoueas:ad extrema peiuemi ndutn liu unde tanquie piti rupe labatis
gemini^ minamurinczlum fcopuli. Nam non folum noUra prudentia freti res
magnas aggredimur. Vei um multo magu
diuinoconfilioconfili.NcctemetedidumeQfubrcopulorumuettice zquota tuta
li(ere. Nam appetitus duplid lumine illuftratus ab omni feniper pemiiba
tione liba cfi.C^uod autem defupafczna corrufeis filuis6t atrum nemus
horrenti umbra imminettnon caret rationeiNullo enim in homine prudenti'
am inueniasiqut earum rerum quas fua temeritate fortuna uafat cuentus pem
tus przuideaticum tortam^ diuerfis caiibus cxponamuriut pcrfzpe Si quz
nocitura (int fummis uotis expaamusi6C ea quzfieuenircnt falutiufui ef
fcntiueluti noxia omni indufltna fugiamus tOeni^ in aduafa fronteaquz
dulces depizbcnduntur.Nam cum procul a uatiaium cupiditatum fludilMis Liber
totius botiSftifflunezur^ buiufcctnodi uita:quz (ioo beata omntæ e quieta
tamen 'tcanquiUa^ (it.H uiufcemodi igitur pottum Tubcunt: qui fuprema diu
fedati ac poRrrmo difficultate deteriti fe in uitam focialc contccucnin
qua ciuilibus uirtutibua exculticuinuerrentuc laudem non medioæm
reportanti longe ta« en ab ea diuinitate qua quairimus abfunt. Quod aute
feptem nauibus huc iubicritiquodi^ reliquos c (copulo profpiciens
requirerenquod detnu focioru inopiam raritu uinoij rublenaunic buc
pertinent ut intclligamus eu qui rc pu« bJicamadminiflrandam fumat oes
labores omnia incdmodafubire oportera ut illoru quz fuz fidei cdmifTi
funt falutem incolumitatcmi^ conrcruet. Qua riptopter fit Acate$(^ea enim
principis cura efl^ igneexcitabit/ id eft dcfides ad tes
agendasaccendetiutquz ad uidumncceffana funt minime defintifit fcopulos
Buendens abrentes requiretiquos (i tutari non poterit iis qui afTunt
confulitiillo tnm^ inopiam cu fublcuauerit etiam oratione confolabituc:optimif(^
pcepds ita in^oet/ut admoneat non effe huiufcemodi hoc uitz genus ut m eo
fedes et gere uelimusiSed effe omnes
labores ac difFiculutes fuperandas /ut in italia per ucniamusiubi demum
fedes quietas muenietiubi etiam Troia reforgetiNam cu
uitauoluptuofaibiquzreretur eaaderat uoluptas iquza fenfibusprofeda cor
porca edet fit caduca: fit qua (latim poenitentia fequebatur.In italia autem
uolua ptasfuma prouenictadiuinaturaum fpeculatione.quz uera fimplexcp
fituo luptas quz perpetuaiquæ ztema qua nullus moeror fubfequac. Hzc enim
opti tni principis adminidratio eft:na cu u ideat ciuile adione humanz
indigencizt non aute ei quz io nobis efl diuinicati inferuiteiita in illa
uerfabic :utcu quz ad mottaliu inopiineceflaria funt uidetinfuotutame
animos ad diuina etigatt iubebit^ eos aduerfusfortunzcafus durare: fit fe
rebus fecundisquas in latio inucniet feruare.O diuinum ingeaiu.O uitu
inter ratidimos uitos omnino ex cellencemifit poetz nomine.uere
dignumiqui non chridianus omnia tamc chri dianopr ueridimz dodrinz fimi
liima proKrat.lege apodolu Paulu. libet enim unum hinc ex omnibus ucluti
nodrz religionis caput nominareiqui uitam hu manam ad huiufcemodi notmam
dirigitiut ne corporis necedatia fubtrahen da:flt uero inuedigando femper
uacandu cenfeat.Q_uid enim ille fufe late de Cmbinquod hic poeticis an
gudiis non coardetiMiraprofedo restut fingula pe ne uerba longidimas e
platonicaiaridotelicac^ re publica:fentetias ampledi ua IcantiSed nolo
quod quidem hadenusnur quainfeci:itæxade hunc IcKum profequi:ut reliqua
deinceps aut omittenda:aut ea celeritate przteruolanda fintiut idem nobis
eueniatiquod longam piduram in citatiiTimo curfu per« (piciennbus euenire
folet.Ii enim in puado teraporisicum id etiam magnope
tecontendanticolorcs notare uix poffuntiliniamenta autemifit corporu fimu
Iæra fit quam grzci fjmettiam nominant ne uix quidem. Q_uapropter relu
quaadtnaiusocium differantun^Oratio autem Venerisad iouemrurfuftp lo«
uisad Venerem meram textus (criem continere placet.lnferuiut enim omnia
poetico f)gmento:ita tamen:ut non nihil de mathematicis decerpat Maro:
fit unde luboyt familiam in primis autem AGUSTUM (OTTAVIANO) Augudu
laudet.Nam quz ad allegori am tcfcitc uoluffius iude folu accetfenda
cefeo unde duc^.fiu fpote fcquanf In. P. Virg.M. AIItgo. Sin 3utc ui
ingenii inuitamuntur/twtu de grauitateruaamittunttatridtada pene
reddaqtuttluc^ omittamus anxias interprxtationes:ea(p folumaflim»
tnus/quz non modo in abdico non latentsfed ultro Tefe quxrehtibus
offerant. Quod autem paulo ante ad mathematica pertinere dixi pauds
quidem fcd,uc temporu anguSiz ferebat no oino obfcurz in principio
expolitu clTe puto.Ita^ teuertor ad Acnea^lc enim per node plurima mete
repeti ftatuit ut prima illa ccfceret loco^t natura diUgctius
exploraretSt hoics ne an ferz teneit inucdigarc. Q_uibus untibus qualem
oporteat eife rei publicz adminiftratorem egregie, a {timit. At^ in primis
illud bomericd approbat. Q_uis enim cui tot mortalium cura c6mi£Qi
Iit uu' uerfam nodem fomno impendet. Id aurem fumma (apientia didum
omnes fatebuntunEft cnim’optimi principis uel præcipuum munus cum loca
inculta uideaciut homines ne an ferz inhabitent iibi exquirendum
proponat. Na qui uitam ciuilem diligenter
intueturmaria hominum ingenia;uaria fiudia uario^ q motes inueniet. Sunt
enim qui redo honefto^ r(mperincubant:ciuili con cordiz
faueancsLibertatem (aluam eflecupiantmeroinc plusqua leges intepui blia valete
velint. Iniuria oppreflbs subleuent. Superbiam seditiolorumciuid deiedam
cupiant. Maieftatem publicam pro uiribus augeant. Religionem de« ni^iac
iufticia omnibus rebus przferat.Hi igitur iure hoics appellari polTunt: quoniam
humanz naturz officia non deferunt. Contra autem plurimos repeti
as/quotum pctulantifTima libido nihil fandum/nihil pudicum relinquat:
pluri mos qui fuma auaritia acccli/omnia uenalia habeat:& aut ueluti
uulpeculz do lisiinftdiif^p incautos decipiat:auc uiribus fuperiores cum
iTnt opibus quo fit honoribus eos anteite uelint:quibus fapientia ac
uirtute longe fintintetioress buiufccmodi igitur uitiis deprauati homines
quauis effigiem mebra:^ humana retineant/tamen quoniam mores ferinos
induerunt/no amplius hominesifed immaniffimz ferz putandi
funt.Q^uapropter in humanis coetibus longe plura funt illa;quz uitiorum
uepretis at<^ fenticetis unq inculu hortent: quam ea quz ingenuis
artibus prxclarifd^ uirtutibus exculta nitefeant: progreditur igif Æneas
ut fingula diligenter exploretinon temere tamen:fed Acacem tidiffima
comitem fecum ducit:8( armis inffrudusincedit:Nam quis unquam rede re
publicam admini(lrauit:cuius animus aut cura ac diligentia uacuus fit:aut
for tiCudinecareat. Iliis enim quz agenda funt multo antea przuidemus.bac
au tem nequid ex iis quz magna ac przclara puidimus ob moetu infedu
relinqua turtcfiffimusiCum igitur rciedo in aliud tempus contemplationis
propoiito adeiuilem uitam digrediatur Æneas:Sit^& in ea multum
elaboridd/opus eft ut et duce matre ad illam perueniat.Nifi enim amote
catum reru quz age dz funt calefcat animus aduerfustantos:tam^uarios
labores obtorpeatnc.> ceffe eft.Fit ergo illi obuiam mater no tamen
cofeffa dea/qualif(^ uideri czlieo lis et quanta foletiEam enim fe tuc
offendit cu filium a uoluptate eo cdtilio ab ducebat/ut ad fumu
tenderct:Q_uo tempore oportebat ed inflamari amote di uinaru rerutqui et ipfe
diuinus ab omni materia 8C corpore jicul abfit. Hic adt catum reru amote
incendit" : quz corpotez Bi magna ex parte mataiademafz Liber lotiui
li io “!• lA ab ife «pg bb aS sua tsb mt
s'4U. utii at». ia? r i*f a O liii ga< 'fb fihhQuapro{iter
non deam confcf Taafed humana fotma di RiffluTata
fefe filio offcit:ftin (yiuaotueiiatriziIIi appartt. Quem quidem locu
planius uobis nf primamati pauca omnino necniu ea qux nrcriTaria funt
prius de fylua rxpofur^io. Omnium tetum qux funt redum quendam ordinem eiiflere
: Trifmegiftus Homerus ac PLATONE oftenderunt: Atm ut quot fentirent
dilucidius exprimeret au ream cathenama naturx fonte ad innmam ufep Fecem
demitti finxeruntiqua fa> is gradibus eunda connedanturteuius origo
cifentia dei cum (it eo ordiue proce ditut ut fecundo in loco
potentiaztertio fap'entia:at<p quarto uoluntas collocet t bxc fequitur
fatum attp illud anima munditdeinceps funt cxieltes demonest (iit
xtbnriifunt æreisfunt bumedeitfunt deni^ terreni. VItima autem omnium by
le^quam nos fyluamdidmus^in infimo refideti Poifem fingula non fine
fum< mo ufu atip voluptate oratione mea profequi. Sed quoniam
difputatidi noftrx neceflarianon funt brcuitaticonfuIam. Quamobrem
exteris obmiffis deu prin apium lyluam extremum in catbena ponemus.Nihil
igitur deo fuperius. Nihil fjlua interius.nibil hocprxftantius.nihil illa
uilius. Media uero inferiora fupe« nntta fupetioribusuincuntur. Eft
igitur deus et fyluathxc autem niatetia efttex qua omnia corpora funt. Vt
enim lignarius faber materiam ex qua eunda fadat luam habet. Continet enim
illa rude adhuc lignum s K informe: Sed quo tamen innata fibi facultate formas
omnes redpere ualeatifaber autem in quafcun^ uult formas illud tradudt
tcadem ratione ad deum materia eft.Deus enim for masomncsabxtcmitate complexuseft.
Materia uero fi illius naturam infpicias formam nullam certam expreffam habet.
Verum innata fibi recipiendi faculta te t et ut ita loquar confufe omnes
continere uidetur. Materiam uero quia matet fit didtur. Ceus autem pater:
forma uero prole$.Deus enim dat.fylua redpit. *fotma nafeitur. Q^uapropter rede
Trifmegifhis patrem matremtp xtemos: pro lem uero mortalem didt. Mater
cfi materia quia finum prxfiat. Deus gignit : 8C oeat : ac fua quidem ui.
fila autem ex alterius immiztione condpit .Condpit au teminfufione
fpiritus diuinitquam animam mundi nominat Tnfmegiffus t Q_ux res eum
mouet: ut deo ofiidum patris tribuat : quoniam infundit: SyU ux uero
mattis t quia a deo condpiat: Animam denicp mundi uim feminis hsb>
bere dicit : quia a deo ipfa infpiretur in fylux gremium. Prxtereo plurima
nomi aatquibus uariasfyluxproprietatesexprimit:Illænim nihil ad hxcqux
agi« mus: Sxpe umen totam materiam appellat malignitatem :ne«
iniuria.lpfa eni Iblacau Qefitutresmintentumcadant. Namquod a materia
feparatum efit id nunquam interit: Nunquam enim quod fibi contrarium fit
capiti fed illud fu« gitat femper at^ declinat: Quod vero fylux gremio
continetur: iccirco in la^ teritumiabitur: quoniam fylua/cum ad omnes quas
qualitates appellant xque lebabeatcuenittutuelutialtera Helenaintra teda
uocet Menelaum:ac limina pandat. Num dum foimas illis quas hadenus
receperat contrarias admittit: fc« cile fit ut cxtemx irrumpentes
domefticasextinguant.Q^uapropter quis illam malignam non dixerit t qux
familiares fotmas prodatiignotas admittat: K uelu ti fufiepri iam in fuam
fide m clientis caufam deferens : aduerfariiqi fufcipies per timtnam
perfidiam p eaoiaticeruf i Tardat etiam et perturbat noftras
mctesfyb k rn.P.Virg. M.AIIego « Ui t omæ ab ea
uiHum nunat. Viaa enim mfcitia igaotatioa [«St At ignorationem
ipfam cz craflitudine caligine^ corporis prouenire et Plato S plæri^ cz
iis qui grauiflimi habetur philofophi audorcs funt.Huiurcemedi igi tur
rationcmotus diuinus Maro cum rerum humaiurum:8;qua; corpore no a rent:proptrrca^
in uariis erroribus uerrenmr:amore inflametui is qui in re pu> blica
princeps effe cupittuenerem Tub mortali forma inducit Sc in tpia
lylua:guo niam eunda quz agimus in materia demerla funt illam ponit.Nec
temere umv tricis habitu ezomat : Eas enim feras de quibus paulo ante
dizimus fibi infedai das proponiuquifuis cibus rcdcconrulturuseO.Acneas
tamen non nihil diuir nitatisin ea etiam iic diiTimulante cognofcit.nam
Si (i populorum temperatocai circa humanas adiones uerfenturuamen quoniam
honelhim redum^ tuentor eodem illo amoroquo hzc caduca appetimus originem
nollram diuinam eflie fcntimus.cum enim reIigioncm:cum luditiam: cum
animi magnitudinem atb amamus : uerfantur hzc profedo circa adiones .Sed
tamen quis non uideat illa a diuinitate proiteifei C Eft tamen oratio
uenetis non ut dcz : fcd ut hominb: K tamen nefeio quam diuinitatem
redolens : Nam cum Carthaginem proficiid lii adeat:argumentationibusab
humana prudentia profedis utitur: Nam K quz de hilioria Didonis eruit :
ea omnia falutis fpem afferunt : Si cum aliquid funp rum przdicitmon ut
deaifcd ut augut ex cygnorum uolatu przdicit. Illud aute fumma fapientia
czcogitauit poeta : ut in orationis fine fe deam manifeftatet Ve nus :
Nam cum in uita ciuili quz reda Si honefta funt diu coluerimus ez illotn
pulchritudine ad diuina quotum hzc ueluti (imulaaa funt erigimur.His
igitur rationibus a matre perfuafus Carthaginem tendit oblitus tamen
tenebris : ne illi us conatus aliquis impediret. Et profedo fic fe res
habet. Nam qui magna pru< dentia przditi funt uiri cztnam multitudinem
quam adminiftrandam fufeipi unt ita ad redum honefl um^ trahunt : ut fua
conlilia fzpilTime tegant:quz q dem fi palam facerent autzmulor uminuidia: aut
dulcorum infcicia impediti illa ad ezitum minime perducerent: Vtenim
prudentes medici zgrotos(^qucv tum libido nihil falubre ezpetit])perrzpe
fallunt : Sic optimi prinapes fimutan^ do aut dilTimulando fua conlilia
occulcant. Nam ut cztera obmittam nonne qui leges tuleruntiquo maior ei
audoritas inelfet/fua conlilia alicui deo actnbu^ erunt fCunda enim ez
Egerie nymphz przceptis Numa Pompilius facere finiu labatilusciuile Spatthanorumez
Apollinis fententia faiplifife iinzit Licurgust Quicquid Zautrades apud
Atimafpos conltituitid a bono numine accepilTedi cwt.Zamolzis autem
quzcuis Scythis tradiditiin Vedam reculitxNam q mul ta q difBdlia inter
tumultus militares rede ad ninidrauit.Q_. Sertorius cum fe ii la a Diana
per ceruam accepilfe diditarct tSed nimis multa dere przfertim ta tna
nifeda: Carthaginem ueto e loco fuperiore cernunt: quoniam ut nudius
quo^ tertius difputatum ed nuquam optimis indituris Si legibus temperata erit res pub.nili
qui illi przfunt eunda qu aut przcipiunt aut prohibent ad eotu qax per
rerum magnatum speculation emuideritu regulam ac normam sapiennllb tne diligant.
Cum autem Carthaginen lium operam indudriam circa urbem difiandam
dclaibit/nonnc pauciflimis ueifibug onuiia colligit: quæ^iia9 c*\Ili «f m ii m ta ai l
U U Kl ii M ib gia \tt\ th ‘S ipn iii^ F! jpb (f ob 09 0* xb s 3 ib <1 Liber'tertiui edam
(apfari( Cine de re pub. latprerut)t:noa ni/i pluribus libris exprimuntur tamum enim ea
parant ibiis aduarus ho(tiles impetus tuti (t nt: uibus V^^fe contra
czliiniurias priuatisx difidisfedefenduntiHzcenim duoprx^ fiant ut duitas
efle pofiit.Poft bzc uero ad iura et magilhatus fe conuertunt : ut
nonmodoe/Te fed quod proprium hominis e/l i cede bonefte^ e/Teualeant:
Quoniam autem ad magnificentiam et ad liberaliutem &ad uim propulfan^dam
publicz opes in primis utiles funtipottus optimi/efiiciundi ratio habetur
t Poftrcmo autem (icznz ac theatri cura non negligitunubi et corpora ad
ualitudi nem &robur exetceri:& animi publicis priuatifi^ negodis
defatigatiihonefii/Ti* mis ludis relaxati pofiint: Qua autem mente et quo
confilio illos apibus com« paraucrit : quzfo diligentius animaduertite t
Si enim huius inferti naturam con fideretis nihil illo aut induflria ac
folertiaacuriusraut a/Tiduo labore indefe/Tius (eperietis Ouccm in primis
habent quem fequanturt cuius impenum nuquam contemnannlabores inter
fefumma zquitatediftribuuntiSummaconcordia 8C opera fua fadunt et boftes
arcent. Quicquid quzrituriid omne in comune qux iituri Quz quidem omnia
fi in rem pu.aliquam tranfferasiplatonicam ciuitate cxmfiitues. Erat
autem in media urbe templum lunoni facrumiut ofiendatur ni bil oportere
in re pub.antiquius religione eife • Et quoniam primx in uita cluili
przces funt/utimperium non folum conferueturifcd etiam augeaturmo fuit ab
re templum ipfum lunoniiqux imperiorum dea habeturiomni cultu confcaare
longior fim:at<p etiam minutior/q tantz rei conueniat fi fingula quz in
templo depida erantiquz a regina adminiftrabantur : quz ab opificibus
efiiciebanf idU fiindiusrefetamiMultactiara in Ilionei at Didonis
orationecontinentur:plu« ra in congtefTu zneziplurima in conuiuio Si in
coiimdione hofpitalitacis deprz hendasiquibus uita fiatufi^ ciuilis
expnmituriQ^uoniam uero nouerat fapictif fimus uatrs primordia rerum
pub.& imperiorum uirtutibus niti: Veriiep effe Sa« lufiianum illud fi
imperia iifdem artibus retineientur/quibus acquirunturind ef fe tot
mutationes habituras res humanastiedreo primum regis reginzq; congref fum
ateligione/a bberalitate/St abomni genere uirtutum profidfci uult.Srd ita
paulatim in deterius labantur/ut quz pudidflima fuerat mulier/K in re
pub.ad« minifiranda uigiIantiiTima:turpi amore uida in odum lafciuiamip
labat ui« bus omnibus oftenditur q fadle rebus fecundis humanz
mentis a labore in libi« dinem declinent.Quotiiam autem uirtutes tn uiu
fodali potius inchoatz q ab Iblutz funtiHic autem ita de uita duili
agituriut uelit exprimere quod paulo an te dicebam fundameta rerum.p.qux
ex paruis æfeunt/habere meliora initia / q exitus; iccirco reginam a
prindpio in omni re temperatam pofuit:paulo uero po fiea amote infutgente
paulatim ex temperantia in continentiam labitur: pofire» mouida amore
incontinens iu redditur:ut demum in fummam intemperaiui» aminddat, Moueturautemaprindpio
Dido/ut znramamet/non solum uittute quam urum in uita cotemplationi dedita
intuemur:Sed iis qux humanis cm tibus non folum bona uerum etiam fumma
bona babentunC^uis enim in ge« neris nobiliutemiquis formx dignitatemiat^
excellentiamrquis deni^ multo ornatu infignetn orationem inter fumma non
enumætiCurn in foro/cum in fe t lo P. Virg.M. Allego oituhzc
BOB fapieBtum ftatcmfed populari trutina pondereBtarfX^uofliia utro ta
uica comuni pmulti hitcreii quibus cofulroribus utaris. Muiti cnitn aut
tnalo exrinplo motiiaut rorum quos caros habrnt non res fuationibus impui
n ad praua raoum^ snon fuit abfonum ut Didonrm fororis hortatu impudici
fadam inducat. Mifere enim amis mulier plurimu iam de eo animi robore rt*
mittens: quod inteperata hadenus apparueratcontinctem in primis uabis qux
ad fotorem facit fefe oftedit;Nam quis amore urgeaiT /atgre quidem fed
tameilli reftftitiSororis autem oratio ex uita comuni uniuerCi fumif i Non
enim ex philo fophia fumptis argumctationibusifrd aut uoluptate
ppoiitasaut ihcetu earu te* rum quxtantopeietimendxnon funtiniedoiaut fpc
nec firma necfolidapror pofita in fuam fentctiam adducere conaftut deniip
fpem det dubiz meri: foluat qi pudorem. Qua quidem re acciditi ut uidam
in incotinentiam probbertt:ln ea uero cum uerfaretunpaulatim impudica
confuetudine eo redada eftsut nulla amplius obflantr pudore furriuum
amorem minime mediteturifed impudenUi ma tffeda turpem libidinem honefto
nomine appellet: In qbus omnibus quid aliud teneat/quid conat' diuinius
poeta/nill ut Didonem grauifTimum nobis ex cmplar ^ponat/quatum
detrimetum iis qui fub imperio luiit j>ueniat/cum prin cipum mentes
pro induftria ac labore luxuria at<pignauiairrepai:lila enim qua: paulo
ante extetnos at<j peregrinos non nili breuiter ac demilTo uultu
alloqueba tut:Cuius religio fumma in deos/liberalitas in
hofpites/cofilium in urbis ex *dv ficmone/iuftitia in fuos ad czlum
ferebat ;qu* in publico nili aut diuiu* aut pu blicz rei caufa cofpici
nefariu facinus putabat. Cuius aius pudore munitus aboi pturbatione liber
pfcuerabatmuc eo furore agitat ut tota urbe ames uaget :aut li domi fine
amato fecorineat ucluti li fola fit/ar^ aboibusdeferta fummomaro*
letabefcat. Publica aut opa ita negligat/ut qu badenus fua curatfuifip
fupnbust quz fuoyt ciuium labore ac (ludio fumma cum celeritate erigebant
iniicimperfe da interruptatp pendeat; Æneas aut cuius cdfilium italiam
fibi propofuerat/ue* tum difficultate rerum defatigatus Canhaginem no ut
illic fcdes ponereufed ut claffem reficeret digtefliis fuerat illecebris
Didonis illedus fipofuum ^fiafcmdi abiiat:Nec deefl I uno.Qu ne res
tomanz oriantur/ Ænez Didonifi^ coniugi um Carthagine facicdum curet.
Verum cum id fine uenais opera pfia nonpop (et: Venus aut filium non
Carthagine uerfari:(ed in Italiam enauigare cupetihac deam dolis aggtedif
lunoiut quz Catthaginen fiom caula faceret: eaoia Ænez beneficio fieri
uiderent. Quz cum dicit Maro diuina pene lapientia uitam foa
alrmdepingitiinquacumita quidam excelfoanimoucrfenfiut humana cotem
nentes ex hoc primo uirtutum genere paulo pofl in eas uenturi fmtiquas purgatorias
appellatiat^ inde ad illas tandem quz funt animi purgati puenire
conten dantitn illecebris rerum terrenaru ita molliunt" lutczlefhum
quas fibi folasppo fuetant/peneobliuifcanf. Libido enim imperadi ENEA
Didoni coniugete: id aut eft uiru excellete regno przficere cupit:Sed rem
pficere non ualct nifi alfeotv atur eius amor: Amor autem aiaduertit
huiuiccmodi coniudione no Ænez/ftd Didoni cofuli /no enim animis hotum ad
maiota natistfed ipfi impio condodt» ptzfiat Dobisad uctam fapicmiatn ^
ficild/quam in adioni^ uciDwfcd cetum sdtnitiiftratioa (apientibusii
deferatur adum iit de rebus hutnatirs opor trtifta quauis falia
e(recogoofcat:quæ libido regnandi perfuadet tjmen ailin titur; iiuc iam
illa inetitusllt ifiueeorum quibus confulendum cft mifaicordia motus
sCcldiratur autem huiufcemodi matamonium in venatione: de qua quid
femiremptulo ante latis ut opinor uobisdiludde explicaui: Quodaute in
fpelunca loco fubtercaneo conuenerint:quidnam aliud indicare crediderim/
nifi cos qui honores/qui opes/qui imperia quzrunt intra corporeas
caducafc^ tesanimuminclufumgerererCuicdnubio prarter tellurem
&lunonem;prxtet nemorum bibitarrices nymphas uides numen nullum
afiFuilTe: Q^uz omnia iis quz de fpelunca diceba apte quadrare
uideotunirrentus igitur Didonis amo K Æneas abeundi propolitum
abiidt:& hieme quam longa eft in fummo lu<» zu conterere non
pudet.Hoc uero quid libi aliud uult nili egregios quo<^ uiros interdum
a redo curfu ambitione aduerti:& honorum imperii^ uoluptate de« linitos
hiemis afperitatem& enauigandi in italiam dilhculcatcm exhoirefcerc»
Q^uapropter nili diuinitusfubuentum Iit excellentilfimzatc^ immortales
bo^ mmumuirtutes tam pemiriofapefte pereunt; Id ingenii at<^
beneiiciiin Circe fuilTe fcruntxut Vlyxis fodos in uana monllra
tranlFormaret: Illam tamen ica in luam potclhtem ttaduxifle Vlyxem
audimusiut Forma priftina fociis fit relhtu*' ta.Neccgoid admiratus
fuerim.Excello enim animo qui funt corporeas Iibidi^ ties fadle
contcnunt; Quin et cos qui illis dediti funt rede monendo a tanra fer
uitute in libertatem uendicant. At lu Donemfuperare ranOimi mortales
potuco tunt:Nam qui imperandi cupiditate non tangiturxeum omnem iam
humanitas tem ruperalfe &ad dioinitatem proxime accemfTe
crediderim:Q_^uapropter ena quos in fumma admiratione habemus: cos ita
frangi huiufcemodi cupiditate ui demusxutrelidauerauictuteinligniaulrtutisueJuti
umbram fedentut: Fadle enim ell Sardanapalli aut Heliogabali molliflimas
delitiasacluxum cotenere: At^ adeo odilTctCum uero nobisaut Alexandrum
macedonemtautlulmcz larem proponimus eorum res geftas:in quibus utrum a
uero cedo^ difcedcre fzpe uidemustra glonz cupiditate admiramur:ut illud
ex Euryde impium oma nmo& dignum eo rege a quo profertur interdum
approbare non dubitemus; putem uf^ homini conducere li regnandi caufa iu$
uiolet: Quz quide res una mouit poctas/ut Herculem quem fapiente
ferunt:&; rebus a fe przclanl Time ge ftisczlumafile daircuoluntpriusomniamonllradomaire/
qua lunouis fzuitu amfuperal Telingeceac.Illa enim non mater fed
iniuftilTima nouerca magnord uiioium rede dicitur. Non enim mortaliuroCut
plzriq^ credunt } fed czleftiu rerum cupiditas eas uirtutes parit quibus
ad fummum bonum peruenire licet: (^uor^uide nili placata prius iunone id
autem intelligjmus aid fedara ambi dooeallcqui no potuit HercuIes. Quis igitur
hoc Ænz non condonaueritxac potius quis illius no comifercanli Dondu in
italiæxillensxtis eoimeft fumaru uirtutu habitus.fcd in ipfo curriculo ut
illhuc^Edfcai:’' adhuc coftitutusiu luno nis dolis apiat"' :uc
matnmoniu cu Didone initu fedibus libi a fatis cocel&s ppch»
nat;& colilio abeudi abiedo arces Carchag^s fudaretac teda nouare iftituac
t pur^ puea^ SC ento lapillis aon^umtquasqu impetti Uignia funt gelbrc gaudeat: In. P.Virg.M.AlIego
Non eft o LAVRENTI non inqui eft hutnan* itnbedllitatls.red
cmol damfacul»ti «qua tamen condmo
no Ora arduum-.tatntp «xcelfum tetum culmen ‘U»**®* BAPTl ST Ai K
(imul fuo ordine de reliqui* difpuututui uidætut Mani^ hofpes nofter
fiuuilTimus tum ex diei fpatio in iis qu* hai^u* dida effcni civ
fum^oitum ex multitudine eorum qux adhuc dicenda quum lucis effet in ea
di fputatione abfuroptum in colligens non pertmtam in 3uitruauifl'. miuiri:utcontrac6modumual.
tudinem<jno (bam^qu.b^^?uidiuapudmeeriris: mibiomnid.ligentu«nfuJ endi^!^ difputatio
longius ptoducaturi Atquiegoitidm. nqmtLAVK£NW^ idem cenfebaraifed
ne tanti uiti oratione moleftii« intapell«em/pudore i^ diebar prxfenim cu
te o Manotte tuas partes fuo tepore equide mquit MariottusiK fimul fua
lolita feftiuitate BAPTISTAM manuap prehendem/nos ad cellulas ubi menfx
paratx erant reduxu. R URISrOPHORI L. FLORENTINI CAMALDVLENSIa vM
niivTASvM laVSTREMFEDERlCVM
VRBINA- jKSrJbER ^IaRIVS 1N.P. VIRGILIO
MARONIS allegorias incipit feliciter, S Eruenerat iam
fuperior libet Inclyte ac Inuii Si^me Fedence in quotundaro hominum
manus 1 qui cum dofli linti dry aiffimi quocp et haberi 8£ dici uolunti Qui
quidem quauis 'de Maronis Æneide antehac longe aliter dC fenfiffent/8:
pri* 'dicahenticouiai tamen ut puto iis argumentanonibus : qux I
nobis in probamio illius libri expofitx fuerantimulta in eo F li
rnnfcrinta elTe necate non audentiSed ea huiufcemodi el fe
Jowmduntiut non ad ethicen ut nos longa oratione difputauimus s fed a J
IhvSferendafint:ptoferunt 5 ad id qued defendere cupiunt probandum
fcriptoresqui paulo antenoararoxtatcm fueiut minime illiiteratosiqui non J L/indel
Mos« acute et doæinmpretati naturam tetum il is exponi conttn los
inde locos K ac „fpondendum ctnfemus/ut multa in eam qua diA SmriorisquoJdieifermonenosdixifl-ememiniyirgilm
nlura deorum genera inueniffet s confulto ita fcnpfifle fl£ A Fmmffeuteademilla
et aduitammottfip: 8 Caduimnaturas:Kad wriuruoluputtm f
eferantur.Verum cum confilium mettmij
tcstotafufceftacftnoircuolumusiidcenfco femper ipfo
hn«qu3nf.bie.ration. fcriptotpropomt: ^um fipttahuj omnuiniiri ludingttut»
ipfcqcquid narrat iqcqd tctninv 1 1 Ir £ I- 8- r K P B-t.-«. Libet
ii iuiatnr referat. Hoc oun ita fit quis non uideat ea quæ ille
ttadiutamdegett» M damt& ad fununum bonum acquirendum (^dantia
fcripfit no iccirco fcripfiC' B Cuquo naturz uim ezprimeret.Sed contra
cum iugi:perpctua^ oratione ea pro (eqiutut m quibus et uitia
damnet<& uirtutis pulchritudinem eztoIlat.& ad ue I»
riinuefligationem perducat/ nonnullaadiunxifTe&omandi et deledandi
cao Ia b qua: fint ab ipfa phyfice repedta s Q_uz omnia cum non propter
fe t fed eoru li quæ dixi caula confaipfetit equis non uidet id
fulcepti operis primum efle feu ^ malis ultimum dicere > quod nos
hefiemo fermone perpetuo quodam filo ita ia intezuimusrut
nibilineointerruptumquzn poiTis. Nam ad idquodaptinci Sh pio przpofituffi
cfl omnia deducuntur Si fcquentia iis quz antecmerunt/uebe menta
cobzTcnt:Q_uapropta quz ab iis quorum audoiitate nituntur/ad pby
fictnrclata funtminime damno. Nam quauisca ne multa fmtine^intafc haaliud
cz alio pendat > ut non potius membra quzdam diuulfæquam integrn
corpus uideantur t tamen non incommode traducuntur : ne<j fententiz
nofoz ccpognantiScd fac repugnare an plus apud me reda rado qua iliorum
audori^ tas ualebitrprzferdmcumfi audoriute certandum fit eos proferte
poifimus/ quorum fplendoteiiti uclud folis luce noduz hebetentur : Nam ut
omicta eos quos diligendilimus omnium grammadeorum Seruius fingulos
libros in fiogu los huius poctz locos commemorat: ut taceam quzaMacrobio
exceliend inta platonicos phiiofophotut nihil diam de iisquz&adiuo Hieronymo
et a di. uo Augufiino in hanc fententiam apud Maronem interpretantur :
nonne e noftris Oantbcm uirum omni dodnna excultum grauilTimum audorem
faabe« mus: qui eius idneris quo mundum omnem ab imis tartaris ad
fuprzmum ufi^ czhimpcragcatiine olibiillum ducem fingit/in quofummum
hominis bona paquitens/miro quodam ingenio uniam Æneida imitandam
proponiciut cu paua omnino inde excerpæ uideatur: nunquam tamen (i
diligentius infpicie . mus ab a difcedat : Nam nonne fiatim a principio ea
quz de medio ztatis tem ) 3ore:quz de fyluatquz de tribus ferisrquz
de montis fublimiiam folis radiis il uftntoconfa ipfit:binc omnia funt.
Mitto cætera: quz ita abdita in Oantfais poemate funt:ut non nili a
paucis iifdem^ dodiffimis dcptzhendi
pofiint. przponit igitur libi ducem Maronem in u re quz ad fummum
bonum.non au tcmadpbyiiccrpedetifeduideo me nimis cunofum in eo fuilfe :
quod paruo omnino nodo confutari poterat. Quapropter ego inilitutum
repetam. Tu autem indyte atip inuidilTime Fedence ut cztera fuperiora fic
Si ilh quz in ultima quaru diei duputationc continentur/diligentillime
leges. Multa enim illic inuenies propta quz te cum dTc : qui Si nunc es
Si fempet fuifti fummo» pæ lactahacict^norcef^ ex deo confilium tuum
fuilfe : quos a primis annia bpientiz amore flagrans ita te bonarum
artium fludiisaddiafti: ut quanto ta dic tua ztas grauior fitttanto
ardentius illis incumbastnam quod reliqui prin» dpes apprime regium
ducunt:ut aut multo odo uanifip ludis mircelcit:aut au cupiis
ucnarionibuf^ oe tempus tcrant:tu ne libero quide homine nili relaxan
dimtaduai aula dignu efle duxiflitred oportac eum qui aliis imperaturus
fit nWB omni dodrina excultu itddaaquq no fibi folatfed et iis qui fuz
fidei co} In. P.Virg.M.AIIegflu mifll rantjK dum «fit agit
«emplo: «dum fapienter inontt pncepto maplo limum prodifft po(Tit. Qui
rigis munus clTe ducat non alieno labore ueluri fu cus inter apes
alisfed pro aliorum falute laborare uiinnoaio sabiniuriupro hibtrr/fceleftorura<j
petulantiam compnmeretoibuafe «quum prxbere curcts Hrc autem sola philofophia
nobis pracftat. A FILOSOFIA enim habrmuatui pie uiuamus tui pietatem
ocmabhominemuft« ab omni fcelereabibneaniust b uapropter uere iliud
ufurpabat Ariftoteles fe id a FILOSOFIA afleculum efle/ Ut ea beneuolens/
cumuolupute ficerettquzmaliuinlegumatufaccrectv I gunrurtbonis enimCut
piato ait)lex deus eatmalis autsm libido.huiufcctnodi Igitur fludia
teita exculturo/ita omni ex parte expolitum reddiderunt/ut cum a inultis
quod crimen fortunx eft imperiis finibus fupereristiis tamen uirtutibiisi
finequibus nemoun quam iedeimperauit/ omnesexcedas. Sed cartera omoa
quibus ex mortali humuculo te immotulem ducem reddidifli ad prxfw omit
to> Ptxcipuam autem in mnfaium ac philofophix cultores benignitate
tacinii prxterire nullo modo polTumtium animaduertam te ea in reiure
omnibus prx ferri poffe.Scimus in tata admiratione apud antiquos fuifle
Ptolomxu philadel phum ut ptxclariffimorum faiptorum laudibus etiam poft
tot fiecula florentit fima fama celebretur.Et profedo fingulatis fuit in
eo rege iuftina mitabilifip cie mentia.In te autem militarimec uirtus
illi/nec fortuna unquam drfuinSed nb bil in fuis omnibus
aaionibusmagisextolliturtqua quod regnum fuM libera liffimu oibus
litteratis hofpitiu efle uoluerit. Tantu autem iis qui aliquid fcripfif
(ent debere putauittut Demetrio phalereo no folum philofopbo
grauiflimotfed oratori copiofilTimo negocium dcdentsut fibi ad quin^
faltem milia librorum in fuam bibliothecam congerenda curaret. Q_ua
quidem io re quos furoptus fe cetitttunc optime conieiSati poterimustcum
uidetimus quantu in fola mofaya lege elaboraueriti ut illam interpretadam
ac in grxeam linguam conuenendam abhebrxisinterprctatetur. Primo
enimoesiudzos quifuperionbusbelliscapti in fuo regno fetuirent diligmter
inudligandosiat tingulos uicrnis drachmu redimendos/& in patriam
incolumes diraittedosmandauit: quorum numerus adeo ingens fuinut foluta
fint a rege fexcenta ulenu fupta fexaginta milia. Dtf inde legatos ad
Eleazatum iudxorum pontificem uitos sumx audori tatis mifit Arifteaside
quo paulo ante dixi et Andtea prxfcdumfuuiMifitptxterea men< hm
auteam/craterefej ac phialas donaria in hierofolymitano templo ponendi.
Mateiia uero hoium uaforum fuit auri quinquagintatargenti uetofeptuaginta
ulenuigemmatum autem atqj lapillotum quibus uafa omab dilUnctatp funt/ ad
quinm milia adhibuit/qui omnes mira elfentmagnitudine. Q_ux liberalit« adeo
accepta gratacp Eleazaro fuittut duos ac feptuaginu ftatim ad regem mi'
fent i non plxbeos illos quidem/fed ex principibus dodiflimis ita elrdos/ut
ex fingulis tribus fenos fumeret s qui legem dei in grxeam linguam
Ptolotnxo converterent. Quorfum igitur hxef Nempe ut intelligant qui
diligennus rem confiderauennt magnificentiam tuam erga dodrinas noOra
tempelb' tt non minorem esse / quam oLm Ptolomxi fuerit s Hoc enim folis
luce cla/ liua apparebit; Si imperium Imperio 1 Si Sumptus Sumptibus
conferantur. Libtt guattui nfeaumnonfdl amutiiuerrz xgyptiopulentiitiimum
regnum poHidebat/un^ dcaurt argenti^ inædibilisuis proue Diretired Tyriz
quo^ ac phcnictz tnaxi^ mam partem ucdigalem babcbat.Tuos autem bnes nemo
ignorat. Adde quod quo tempore Ptolomeus regnauit/plurimos A(ia at Europa
prineipes habuit • qui poetas t qui pbilofophos/qui oratores/qui hiftoricos
benore opibufi^ bone rent:ut et li fuo ingenito (hidio illa faceret magna
tamen cx parte emulatione quadam excitari uidereturme quos opibus
uinccoatxabiifdem huiufcemodi glo tix genere fuperaretur.Tua uero
benignitas in ea tempora ineidir/ur nili ardeUi* tilbmafittfacile czterorumprincipum
auaritia extinguaturxQ^uaproptcr nulla omnino eorum munerum quz in mulas
con fers/gratia noftro fzculo eft bahim' daxinquo neminem reperias ex iis
qui nunc imperat:cu*us exemplo excitari pof» lis.Sed quicqd estes autemres
omnino przcIarifTima/id omnetuo ingenio;'U3 innata humanitate cs.Nam ab aliorum
moribus procul dircedens/unieum te exemplar ofiFersrquem et ad fummam
liberaliutem czteraf<^ omnes redas adid æs/&ad ueri
inueftigarionem reliqui fcquantur.lta enim uirtuiem adamas: ut illam non
glona dudus/fed eius amore alledus ampledaris.Euenit rame ut qud admodum
umbra corpus (emper fequitur: etiam li id corpus non quzrarxHc < ua
pie iuHe/clementeti^/ac fortiter fada non adumbrata quzdam et inanisiTed
foli da cxprclTa^ gloria fcquatutx Scd res polhilatxutiam ad noftriim
heroa rrutrra^ murxin cuius adionibus tu mores tuos ac uitx inlliiutum
facile recognofces. Co ucneramus igitur eodem in loco bene mane quarta
huius difputationis dic. AN ^ cum miro deliderio BaptiHz fermonem
expetere uultu gcftucp fignificarcm^ illexurquz explicaturus eilet iis
quziamdida fuerant commodius annedrrrt: buiuiinodi difputatiotii fux
prindpium adhibuit. Vidimus badenus dodilTimi uiri qua piudmiia ac animi
magnitudine omnibus iis fotdibusxqux a corpore^ ueniunt fc explicauerit
zneasxNamne troiz periret: 8C corporeis uoluptanbus pe nitusobruerctucmon
dubitauit exui in altum ferri quis incertus quo fata ferret: pod hzc
thracenfes rapinas uc eas primum cognouit mira celeritate effugit. Ar«
mox in rebus dubiis a fapicnria conlilium coepir : deceptufi]^ Anchife
interprz tatione.Namquz a corpore funt facile corporea fequunuir.uitam
duilem in Oeta fibi propofuit Sed nec piguit errore cognito uela uentis
iam tertio dare .Delatu!^ mlhropbadasaducrfusharpyarumauaritiam inuidus
pugnauit. Nec per medios hoftes ad Helenum enauigare foimidauit:
Prztereoqua prudentia qua animi przdantia iam ab hcleno dodior reddirus
immanitatem cyciopu de<< ciinauem : qua indudria ac celeritate
fcyllz charibdif^ mondra euirauenr : quo fiudio atramentis ardore defundo
iam in licilta parente nauigationem in lra.< liam rufeeperit. Verum cum
lunonis dolis :zoli<^ ac uentorumuiribus parcis fc non pollet:
celTicilIequidim conlilio ad ueri inucdigationemin aliud trm
pusreicdoinaphricam eo animo diuertit: ut quam primum per tnaris id
edap> petitus tempellarem liceret : in Italiam tenderet Verum in
ditione aduerlilTimz dezconditutus : et amore Didonis delinitus/Vide quid
pTolfit ambitio: quantu ad mentes maximorum etiam uirorum euertendas ual
eat / regnandi i nquam cupiditate dclmitus is qui reliquos iam
perturbationes ac uirufupctauerant di<« In.P. Virg.M.Allego. uinil
Tifflumcoafiliatnio Italiam enauigandiomiiTtttotum^rein eo dednatt ut
regnum carthaginmfium coSabiliret : perrcueraflctcp in errore ni(i
acczpifb a Mercurio non placere loui ur pulchram urbem uxorius extruat. Regni
autem et rerum Tuarum obliuifcatur : Prxcipitur enim homini a fumrno deo
ut ad fu« am originem rcuertiuelitrQ^ux præcepta nobis dodrina quam
litteratilTmKv rum uirorum uel Termonibus uel libris accipimus i facile
tradit. Rede igitur ar« guitur arncM/quod uxods urbis t ea enim eft uita
in adione polita adminifbatio nem TuTcepeiit. Suiautem regni 8c totius
contemplationis qua Tola mentes hu> manz regnant Iit oblitus : Maximei^
hoc urgetur/ut Ii tantarum rerum gloria ip fum non mouet i Afcanio Taltem
tuerediTuccefloricp Tuo conTulat < cui regnum lulia; t ac romana
tellus debetur: quo in loco quidnam aliud ATcanium intelligcmus nili futuram
ztemami^ uitam: qua: huic breui Atmomentanea; Tuccedit. Nam li dum intra
bzccorpu Tculauer Tanturanimino lhitantisrerum terrenarii illecebris
demulcenturiut carleflium contemplationem de Terant/ memineriot 11 in
futuram uitam uitiotum labe inquinati et nulla dodrina exculti migraærint foce
ut nulla unquam ueritatis luce illuftren tur: Q uapropter regnabit
Aiani< us:nuIIuT<^Tuoimpecioiiniseritnilieoapatre dmaudecur i futura
enim uita ab hac quam uiuimus ea rationeiquam oftendi iure gigni dicitur
: ab eadem^ li focdida 6i uitiis tenebriTcj inuoluta Iit: tanto bono
denaudatur. Sin contra manebit fcelix at^ a:tcma : Nam Hic domus
xnez totis dominabitur oris. Et nati natorum et qui nafcentur ab
illo: Q_uzquidem mandata cum acczpilTetzneas: quid mirum li
uehementercom< motus Iit : Erat enim in eo animus qui excclTa Temper
TuTpiceret. Ita^ Te tandem
excitas cupit qptimum abire: et terras quamuis dulces relinquere.
Alluetusenim poteftatibus at^ imperio uirfi£ dulcedine captus non line
dificultate diTcedit. Sed cum ucrum bonum ab eo quod falTa opinione bonum
putat" diTcetneteptv tueritiillud tamen anteponit: Cum uero poli
diuturnam conTuItationem inla« lutata inTcia^ Didone diTcederedecemat. Nouerat
enim no efle pal Turam illum diTcedete fi IdlTct/egregie admonet cum ab
huiuTcemodi rebus animum abduce re uolumus non efle molliores animi
partes confulendas: Ted clam illis uela in Ita Itam facienda: Talia enim
bzc Tunttut quanto blandius ea appellemus : quato familiarius Talutemus/tanto
maiori contumacia aduerTcntur. Sentit tamen d(v los regina :&iniquo
animo fert uita ciuilis a uiro excellenti deTeritpradcrtitn li non fit
alius Tapiens/qui Icxro illius Tuccedat.binc illz quzrelz nulla libizx
znca robolcmfuperciTe. Quamobrem ratio inferior quam mulierem appellari
diximus huiuTcemodi argumentationibus uirum egregium in uita ciuili
retinereitt a speculandi propofito auertete nititur i Primum enim ita
urget ut quzrat quo modo eam deiicrete Tublbncatia qua tam ardenter
ametur. Amat enim ucbementer virum excellentem vita duilis. lllius enim
cunfiliis imperia non modo paran tur/& parta con Teruanfuriuetum
etiam augentur. Sed nec illud retinet non Tet' uate illumlidcm quam
dederat. Suavitare enim imperandi iam totum Te adminiHtarioni dederat zneasi Quio
di Te moritiuam Tidc Teipture docet; Nccinub 1i I I I t t t P u 9 0 9 u n I» P“ ca nii da ttico: iKg da dd od R.! dia b&' ht loj on IBU' «nI 1« tii AV u tua 8“ liii Ml LlOfi Odi ns
ilii ntoi iU IIlBl' lO* loli
niii jA«< Dlli
tffll*' yb BD^ a<? J»!*Libo gimttu to alito
eucf UKloIcb Namdcflituta a uimite agendi facultas pereat necefle
cft: Dctcnetezdif&cukate hiemalis navigationis. (^uare (Tgnifiantut
labores ma^ jdmi t quos (i in Italiam uenite uolumus fubituri
fumus.pofiremo in hoc uche>< mentet mlifiit/li reuotetetur ad
Ttinam Bl ad uitam uoluptuol^ t non tamen illi efle concedendum: ut
honores relinqueret t multo autem minus cum loca fi bi incognita petat t
nondum enim nouerat Ipeculandi uitam. Dcmum ad
c6mi< fetarionemconuer{alachriinaseffundit.connubium, incoeptum ad
memoriam reducit. Q^uicquid fuaue oUm a fe acczpiflict exprobat:& ne
domum labent em dcioatobuftatur. Pofluntenim uchementercommoueri mitiora
ingcniaicuia parcntes/cum liberi aattiif (anguine coniundi/cum amici/cum
patM ne dcfci' ratrogantrne incoeptam fcxictatem relinquat przfertim cum
uer^umfitineim perium a bonis uiris defiitutum/aut Pigmaleonis
auaritiaiaut larbc tyram*de in« uadaf .Q^uodtunemagu ucnoemur cum alius
(apies qui (ibi fucceclat no telin quaf sQuz quidem omnia cum rerum
agedatum rado animis noSris obiidatr non pollumus non uebemeto
comoueriiSuccurnt enim platonicum illud quo quttum generi humano debramus
/grauifiimeadmonetiut humanitate eruere uideamur/fi humani
focietatedeferamusiucru cum aladuettatmagnus uir men tem fola eficiqua
boies fumus; ea no agendo fed cognoiicedo pcrhdrid^ louis
pcaneptucfieimotusmanetiat obnixus curas fub corde prraut.habet aut
quo|> pofitu opnme tueri poiTittNon enim inficiaf bene ^meriti ciTe
reginam. Quis enim no uideat magna humanx hnbecillitad adiumeta ab hcK
uitx genere fue* nirc:(^um BC polliceffe illius recordaturu dum fpintus
hos reget attus: Nam eu derua abfoludflimu appellabimus:qui iu in
fpecmadone dum uiuit uetfef : ut uicifliW cum ccs poftulat agat.Etgo no
fugit a uita agedi < fed inde recedit: qa cu ea no cotraxerat
matriffioniu.Non enim nati fumus ut drea mortalia uerfemur: illif{^
coniugamur.Sed neceiCtatis caufa efi illis in(iftcdum:ut tanta opere impd
damus:quantnad fodctatcconfcruandam fat fit:quaptopter (i Dido Carthagine
deledac :hoc autem efifi in adione inferior rado libenter uerfaf liceat: fit
fuperi^ ori Italia dclcdan poflem mulca ciufdcm otadonis ad eadem
fentendam trilTa^ ce. Sed fit aliquid ex mera hiftoda didumiRcIiqua ueto
qux ad plurimos uerfus dicunmt:eam uhn babet/ut libidinofum K corruptum
amorem detefienf :at^ tantxfceminx grauifiimocxcmplo nosadmooeat:ut tam
mrpem/tam pctnitio.« (am pefie fugiamus:comode aut eunda qux a PauEmia in
platonis fympofio de tutpi amore dida funtiad bde locum ttan(Feremus:ex
quibus pauca qux a nobis cum de Paride uerba fcdmus dida funt : memoria
(i repeteris intelligeris umSu mum effe Ptoperrianum illudi Durius in
terris nihil efi quod uiuat amate .Q^d* autem magno pedore curas
pcrCmfcrit xneas: fit tamen mens immota man ferit/ oftendic uirum qui
deorum prxeepris parete deacuerittiam ab inconrinenria in quam Didonis
illecebris ptol^fus fuerat/ad continendam redi(rc:tt quis amore
urgetetuntamen hone&umuoIuptariprxpofui(re.Oidonis ueto interitus
nobis pcrfpicue oflendit perire ncceffe c& eas res publicas qux a
fapientibua deferanf. Non tamen aberrabimus fi amandum at^ amentium
furorem cxtrcmainij de f^aarionem huiulcemodi exde oilendi putemus. Æneas
igitur deorum admi}« 1 ti In. P.Virg M. Allego» nitu
in Italiam enaiugat. Verum infurgente uentopt u! palinurus nauis gubertia
tor negat ea tcpeftate Italiam pe Q poiTc.anenticur zneasiut in Sidliam in qua
in fula extindus parens nondum debitis exequi is oraatusiacebat/dcfledat.
^uo in loco quid fibi palinurusuelitline ncgocioex iisquz de illo paulo
fupra expt’ fi cogDolcerepotcttsicum enim huiufcemodi appetitus facile
pturbationib^ob tuar' inon modo a tedo cuifu auertic' :fed znea( hæc aut
excelleris uiri mens eft} pctixpc infuam femetiam trahiteut ad patre»
hanc autem imbecillitatem quama corpore cotrahit aius iam ciTe
diximustbeet intelligere ad patrem inq/quis iam de fundum redeat»(i uero
ad memoriam ea teuocaueris qua: de ficilia lam diximux non ab re
cftipfistroianisiut in eam infulam redeaaundebreuifiima (it in lulia
nauigatio»Poeta tamen cuius cofiliumefi no folii ut grauiffimas res
j>ferat:fedil Iaauatiaiocudiutciuafpergat:uttcdiumtrifiitia« pfundarum
rerum comites penitus amoueat/uaria ludopt genera interponit.Hzc igit' iu
adminiriobantut abznea ut paulo poft oibus ablolutisin Italiam elfct
foluturus.luno uerocui^in troianos o^um/nec ulla calamitas/ncc tpis
diuturnitas explere poterat : qa quo illosltaliz
j>pinquiorcscerneret:eomagisaccenderet' oblatam occafionem non 5
rztermittit:Cum enim feorfum a uiris imbecille mulierum genus deliderio
ta< em quiefcedi mcedius cofpicare^ pa irim illis ut naucs incedat
pfuaden Quz qdem (ic accipiteirerum terrenarum cupiditas no uiros/nam
pars fupior rationis non facile his rebus frangit':fed ipfam inferiotenr
tonem a fupiori dUluudam p fuadetiut rerum magnatum ^poficotcicdo tedium
longioris nauigationisrefii giaud^ubieficonfidcaCiMuUetcsigit quibus
inglorium odumlongccarius (iu q honelius labor prijtiio ambiguz
miferuminter amorem pizfenris tertz fatifq| uocatia regni malignis mare
oculis ifpiciut.Namcum ratio tnfmocquzafupe tiocipfuaU illam ad quxqj
xgregij Tequit' nuceaabfente paularimfenfuumiiiei cebris cncruac' idoncc
tadtm uidi fc iliupi potefiati pmittat.Naucs igi^ mulieres inwcn dioafrumei
caduriunt. Hoccumdicicportauolutatcquz ad res magnas, ferebatur
incendiocupidiutum perire o(lcdit:pen(rrtauttoticlanisnifi Eumci Ius
piculum (fatim ad zn eam reiuliffeciErat enim Eumelus uir ad mulierum cu
fiodiam telidusiNam huic parti inferioti metis acerrimus qdam cofeietiz
remoc fus/cui bonaceda^ cuiz fimp funt ftmp adcfiiHzcgtzce fynderelis
didturuis (.nobis ingenita qua animus Sc ad bonefta crigiturtK a turpibus
tefugit»Hacau lem nomen ipfum uii i ajpertc demondrat; enim boni cura
facir leinterptabimr»Hicigit^Iapfaiam in facinus muKere temaduitutefcrt:
Quo nuncio percepto primus Afeanius ad iiaues eripiendas aduolat: ASCANIO
autem celer robuduli^ magno animo prxditus Æn»iiliuscft:quemiuceiatetptc
tari licet uigotem quendam ex ip(j mente natum: Hic autem nullo tenore pto
liibemr qum contra pericula pnmus feratur: Sequuntur reliqui t fed io
primis zncas: At mulieres uiris cogitis incoepti poenicet t A uiro enim
feiunda mulier adversus appetitum minime repugnat <Q_uod (i tutfus uiro
coniungattirt iam robufbor fada/ SC ueluti e tenebris erepta tum demum
acata iam cetatt/Sl a lunonedcIuCam e(fe dolet pudet^: Non tamen
incendium facile tolli^a Nam optusalunoæappeunuiacop^cueut ut
uoluntatcmsquæ, nobis ad (uo»; tti «di r S 5 1? S B jr 3 .te
e Liber quarttu inutn bonum euehit/omnino perdat: fir^ mifera
in bomine diftradio t eu atio ratio dutat:aIio appetitus rapiat i Q^uo in
loco cum mms noRra fe tanto cer« tamini imparem cognofcattnititur illa
quidem fuis uinbus/fed limul etiam di uinum auxilium implorat id autem
impetrare meretur. Nam qui ita deu præ atur/utiaterimipfe quoad ualeat
libi non delinis adeo minime derenc. Nam
quodaSaluRiofcribiturnecprzcibusnec fuppliciis mulieribus auxilia deo«
cum pararitrededidumell. Non
enim inerti ac delidi/ K qui in fummam rr^ tum defperationem prolapfus
nihil contra pericula parat auxiliatur deus. At qui magno aduetfus
difih^ltatea animo infurgit:qui nihil inaufum: nihil in« tentatumrelinquitiquincc
periculis terreturmec laboribus torpelattis profodo fe dignum f^tcuius S dii d
homines commirereantur. Quapropter fapi« enter Æneas ciun nec uires
beroumtnec aquarum uis infufa prodelTrt: ad prx* cesconucrtiturtauxilio impetratotcum
iam quatuor naufsai Tumpræeirentt teliquz ab incendio feruantun Cum autem
naurs ad totam turbam tranfuehen dam deeflimt terat fenis nautz
conliliumutimbeallior turba in Sicilia reiin' quctctursutbfm illis
habitanda conderctur:hoc confilium oraculum paternum louis enim iulfu
locutus cR patens/ex ancipiti ratum hrmumt^ rcddidit:Q_ue iocum nili uos
aliter cenrcatis/itaintcrpreubimoi. Ad diuinarum rerum fpecuo lationem
fola mens omni uirtutum robore iam fuffulta acceditiReliquzenim animi
uires quz imbecilliores funt naues/illz enim fune uoluntas/quibus illuc
ucbantur incendio amifcrc: Q_uaproptcrreuocanda cR mens a frafibusihocau
tem confilium ab. eo uiroprohcifciturtcuimagi Rra Pallas fueritteR enim a
fapi entu dodus: Approbatur autem ab Anchife fed iam fcpulto; Nam qui a
ra« bonetamfubadiruntfcnrus/facilein eius dicionem conccdunr/ przfemm
lo> ue iu iubencct conuertutur^ in rationem hoc ordinc/ut ratio ipfa
etiam fupeno remlocumarcendensaf Ficiacurintellcdus: llleautem£(iprein
altiorem gradu cuadens intclligcntia redditur. AR intelligentia in deum
comutatur. Hmuic&> modi igitur cofilio at^ oraculo utimrÆnas.Non
tamen prius e lidlia foluict qua lacta pie tite faaatinorat enim qua
laboriofitquiip periculis plena lic h\u iuCccmodi nauigaboiNoueratquancz
molis erat romanam condere gentetSed nec Venus quicqui interea
remittitiquinuehementer pro faluce hlii anxia oia drcufpiciat.ln primis
autem Neptunum rogattac mare tranquillum reddauNa amor quo ad fummum
bonum rapimur fupiemam in bomine rationem horta tur/ut appetitum m fua
poteRate cemtineat: N epcun us om nia benign illima pol bcctuciNihii enim
denegat ipfa mens amori ad redum eam excitanti : Neqi ell ptocula
ratione/quod oRendat Venerema fuo regnoottamtlTetEReaim Ne« ptuncu regnum
marciquod quidem ducn ab illo regitur/ctanquillu eR. In hoc czii uitilia
lada dum agitanturifpumam gignunt ex qua oritur Venus. Supte« ma ergo
ratio appetitum intra fe continens in quem uiriliaczliiiccirco decide»,
re didmus/quia in appetit um a ratione adminiihatum uls quzdam cziitus ca
dittquz in eo agitata diuinarum rerum amorem proæat t uod autem oes prztcr
unum Pahnuru incol umes in italiam peruenturos promittit i no ne cz
oxtdia^ut aiunt gtaxi^philofopbia erutu cR: Nam clalli in Italiam
tendenti In. P.Vtrg.M.AIl(go. flurimeaductbtut appetitus /qiii a folofenAi
profedustulul altum (iifpic^ Quapropter rquadiu claiG prxfuitinunquam
ttaliam tangere potuerunt Tnv unuSedundema Tomno opptcfTus mari
cztinguitur.Nam poftquam rado acarime ad contemplationem
conuettitur:& caducorum curam reliquit: Nt< hil ex iis qux fenTum petmuicere
pofltnt/appetiturt Vnde uniuetfus Uleappcdi» tuspaulatimiapituctac
fopmisezdnguitur: Cial Csautcmcnamline fuoguber tutore tuta fcrtuc
Neptuni promiiTis donec ad fyrenum fcopuJos deueniretrlbi autem fluitate
ciuncarpiiTet Æneas temonem capiens nauem in undis noAur« nistezitiNam
animus nofler cum iam fibiitaliam propofucrit fccurus fertur/ donec in
uoluptatumfcopulos incidattTuncetum temonem capiat oportet ap pedtus
tationalis Tquiaduerfantibus uoluptatibuscaiitra obflfism Eztmdoigw cur
Palinuro Æneas tandem poli diuturnos enores euboids allabitur oris
.In iuliam enim ucntumcll ad quam gubernatore Palinuro nunquam
perueiuflet 1 ingrefli funt Jn quo non idem curnit quod in
cartbagine Æneasslam portum ingrefli funt :In quo non idem curnit
quod in cartbagine a portu euenifleoflcndit poeta. Ulic enimnaues'ficli
procul a rabiat fluduum in tranquillo efle uideremurmulla tamc nant
anchora alligatx. Quapropter qua quam non omnino ucxabantuRin aliquo
tamen erant motu.1^ autem anebo ra fundabat naucs: quo oflenditur eas
ueluti fundamento nhex lint flabiles hx« rcrcoportere.Summum enim illud
bonum:quod in negociola et duiliuita a philoiophis ponitur: 8t
flinbuiufcemodireceflupofltumflt/utprocuia fotttu nx procellis uirtutum
benefido abflc:non tamen ita conflabilitum cfltquin la« bcfadan
poflit:Q_ui autem oi.'':} vum rerum libi contemplationem finem lU timum
propofuit/bic iu in tuto ac folido rationes fuascollocauit:ut nulla ui di
tnouere poirit.Nam aduentusin italiam oflendit habitum uirtutum um contradumiu:
utaptopoiitauita non fit difcefliirus Æneas/non tame earum uit
tutumtquxfuntanimiiampurgatit Namnihil fibi diffidle iam proponeretur/
fed earum quas dicunt purgatorias. Quod quidem propolitum iam conflabis
litum fortitudo fit animi robur non deferitinec ipfe ardor rd
aggrediendx. Q^uam quidem rem tunc ezpnmit cum ait luuenum manus emicat
ardens Lic tus in befpcrium: Manus enim indicat omnes animi uires
cocurreretqux e me« dio iam fublato Palinuro fefe menti ultro fubieceranti
quod autem ardens fit concurfus uehemcntiamindicatiNe^ ab te efl quod fit
manus iuucnum.Ofle dit enim animi bene affedi uires nnllo fenio in quo
tedium torpor^ ficigna«. uia efle (olet unquam aflid: Quapropter non lento
palTu rem agit/fed emican Verum quia dum in corpore ezulat animus:quauis
fe totum fpecuiatioai dc^ dati non potefl tamen non curare neceflariat
ea’ enumerat poeta quxnonuo luptatem fenfus: fed incolumitatem uitx
rcfpiciant. Nam quxnt parsfemi nafiamis ObfttuIainuenisfilicupatsdela
feratu Teda rapit filuasinucta^ flu mina moftratiinferiorcs igitur animi
uires bxcagut. ENEA aut quo nobis m& exprimit" i Arces quibus
altus Apollo prxfidctsHotridxip procul feæta fybil» kc: Antru imane
petitt(^uod cu fadtad rea diutnas cdtcpladas erigit t Na qui aliquid figurarum
inuolucris fcribuntibuiufce modi rpeculatioes per excelfu loca aprimBt. yadc
illud e p(almoi(^uis afccdct ia mdee duif A et illud = b Sj K n n i»
la Ap OL ttl d bt ttn
lut % dt.QURI bii iO ni£ fid «w
Ots sed| iæ N «I K Liber quartus Nam cum in ui^tum
in contemplatione pofitarum finis uerum fit/ quo fapi^ Clite
efficimurtreiSe omnino folem huic rpeculationi mopolicumeflediiitNa ut
nox tenebrz infcitiam arguunt :ita lucis dator fol ueriratcm fignificat: Cuius
exemplum fecutus ciuis noder Damhes cum ab ignorarione rerum ad ue- ri
cognitionem progrefiiim ponit fe ez node filua<]^egreflum montem cuius
iu ga foleilluilrata fint/afcendere reflatur. Addit pratterea antrum ibi
efle Sybii« be magnam cui mentem animum^ Delius infpitac uates aperitrp
futura. (^u£ quidem locum ut diluddius-ezpritnamus pauca prius de Sybilla
percurr^mt mox ad rem de qua agitur redibo. Conflat igimt Sybillasapud
grzcoseas mu» iieres urxitati folitas t qtiz furore diuinb afflatz futura
prædicerent t Eft autem Sybilla quafi id enim efl dei fentennatquoniam
dei conlilium fitn tuitura et enim æoles deum dicunt : quem reliqui
græci nomnantt Quanquam (iimtquiuelint fatidicam muiiæm apud Ociphos
bocno mine appellatamta qua demdereliquz futurorum confcia: cognommatz
linn faas exuariis regionibus' decem fuifle colligit. M. Vano :Q_uas ego
omnes fi quid ad rem pertinacatbitearertfuo ordine proiequi non
grauarenSed ut ui> ^.nihil ad hoc de quo nunc agitur iQ^uamobccm fatis
fuerit uidifle Sybil lam facile rerum diuinarumdoi^inam interprztari.hzc
autem nobis ca qux Apollini nota fumifine mendacio przdicitt Nam
fapientiam uericatcmtp ape» m.quodueto antium ponitiexprimic ucritatem m
obfcuto latete. Nrtpreme» tetriuiz lucos Apollini templo adiungit: luna
enim corpulenta uebementei cflifiC reliquis lyderibus inferior. Q_uapropca
rerum humanarum quz diuinis longe inferiores funt/figuram iutc habdne : 1
lia enim lucis przpouitur: res au» tcmhumanzin fylua obrutzfunt: non enim
corpore carent:& utiuna afoie lumen recipit t ita Si ipfz quiequid
habent a diuinis habent. Collige ergo cu lapientia non modo
diuiturumterum/fcd etiam humanarum fæntialit re» de Apollinis templo
Dianz lucum adiungi. Templum dtumatum rerum lo»cus efl. fylua
macenanotat.Templum laoius zdiheium deo (aaumiin quo res
fdlasdiuinasagimustab reliquis abftinemus t quoniam cum illud mgrcdi»
muria negoaisceflamustfiC foli contemplationi incumbimus.Trmplum aute a
Ozdalo conditum ponit t Q^uid igitui aliud efl zdilicare templum Apollini
nifi reddere fe idoneum ad fapientiam capiendam.Q_uod quidem tunc dcnii^
fadmusicum ab omni corporea labe purum animum ad contemplanda diuina
tranfferimus.hocautem Ozdalusuiromnibus optimisaitibusinflrudus fa»
cuepotefliin quo tantum ingenium fucriciut Si DzdaIaCitce& tellus
dzdala a poetis tunc maxime dicatuticum maximum ingenium
oflendercuolunt.Ve» tutantem non mariinontetrainec ad meridiem infimam
nobis mudi panemt fcd per fublimem acrem ad reptetrionemiNibil enim
humileinihil terrenum fit in camente/quz ad fpecuUtionem fertur I fed ad
fublimia czlefliai]p engaturt Efl autem primus fpeculandi ingteiTus a
uitiis. primam enim cogniuonem efie oportet circa mali naturam /ut
ualcamus ab eo abAinere. Nam nifi expiati a uitiis fuerimus i nunquam diuina
attingemus t Vt enim idem fiepu ut icfctam/ negat Dauid
quenquamalcendctepoflc in montem domini/nifi Ia.P. Virg-M.AlIfgo. cum
qui fit innoces ihanibus 8C mudo corde:(^uapp in foribus per qmt etat in
templum aditus homicidiu Androgei: Adulterium Pafipbzs& Icari faftus
i|>onic .Hzc ergo a principio fpeculatur Æneas.In uitiorutn autem
cognitione 'non cft diutius imoradu.Nam Si (latim ea noile oportet: et ftatim
a noris dilco dere.Rede igitur^ fjrbillaquaiamprarmilTus
Acatesacceriieratadmonef Acne asine in tali fpedaculo Idgius tepus
cdterat:Nam excellentiores quoep uiri uad is uoluptatu illecebris alledi
labercnt :hi(i.eoru cura BC Ihidio eam elTent adrpd dodrinamtqua monemur
ut paululu illud uitæ ac temporis:quod humanz ra dcoDccfrum eft non nili
magnis et excellis rebus conterendii ducamus.Hocau tem inter egregiu uiru
ac ftuliumintere&.Nam alter li femel labatur/non facile furiet Altet
liquonia corpore uac animuspauluquandotpeuia deflexerit/ flattm adeft ab
Achate accerlita fjbillatquzad redudeducattledmira profedo poetz
ingeniu:qui fapientiamipGm Tua fapientia nos edocettprima ita<^ dodri
na ea efl ut purgati mundicp templum ingrediamur : Deinde oflenditquiuis
mens nollra quzdam Tua SC a fummo deo fibi indiU ui cognofeere poflit:eogai
tionem tamen diuinarum retum huiufcemodi eflexut nili diuino lumine extu
.tusillulVremur:illamcondperenonpoirimus:Hoccum fit/quis non uidetprz
cibus et ficrificus rem efle a deo petendam: Elegit autem feptem
hoftiastquonii Teptenarium numerum multi pnilofophorum perfediflimum
putauenmttpro ptereatp fapientiz attribuitur:8t uirgo ac pallas
appellatur: Sacrificat igitur fepte qmrapientiioptat: Ne(p temere didum
efl quo late ducut aditus cctu:hoftiace tum:per aditas enim multiplicem
uariamt^ dodrinam expim!t:quaad fapien riam ducamuriHoQiiueroquz quidem
uenientibus:refe opponunt non pat uam in re difficultatem
oflenduntiHateautem non ante patebut : quam id prz dbus ab imo pedore
fufls impetrauerimus.Sumo enim animi ardore et mente illi penitus deuota
fapientia acquiritur: Vt aute Gpientiam aflequamuri promit tit le templu
Pbcebo et Dianz fadurum:fed de templo paulo fupra dixi:huc ue to quare
illud de folido mamiote Fadurum fe pollicetur / breuibus expediam: marmor
res dura ell:ac mirus in eo 6i candor et fplrndor apparet: Vnde ab eo
quod gratei fplendere dicunt nomen fumpflt: C^uz omnia in ea
mente/quz ad Ipcculationem erigitur infint nrcefle eft:Brit cn m folida
ut quemadmodum inunis fludibus fua duririz ita obfllHt feopu^ lusutipfe
integer maneat/illi ucto illidantur:difruprir<^/rclidant:ltcmens nui
lis perturbation bus frangaturifed illas frangat: dicimus przterea aliquid ez
fo lido marmore clTe.cumnon marmoreis cruftis externe exornatum fit ; fed
tota cx tnaimore conftet.O uapropter 8i buiurcemodi mentem efle
oportetiut no figna quzdam quibumpientiam exoptet przfeTat:rcd tota
exardefcensilli fetn per incumbanErit itidem fummo candore nitens: ut
nulla fit corporea labe polluta.Q_uo enim padofplendore carere poflit ea
meos cum fapimtiam na qua perceptura fit:nifi prius multis dodrinis
illuflrec%Teplu uero Pbcebo Dia nzip ponir:qa^ut mo diceba ^ et diuinayt
et buanape reru cognitio cft rapictia Dies aut fcftosfoli Apollini
illituit:qauenis cultus foKs diuinis debctur.polfi ctt et S jbilJz
penetndia: in qbus fuz fortes 8C arcana codanf : Na nifi alta totte I^bct
giMrtus. rcpofita maneant ea qax per dodnnam acquirimus 'ueluti rianai puelfa;
alHduo labonbimus:ne<p unquam pcrforarum uas adimplere uaI(bimus:Quapr(v
pter 6C uiri ledi fortibus przponendi funt t Nam excellentes funt uires animi
ad bbendx : quibusiqux didicerimus optime mandentur : Curadum autem in
pri Inis ne refponla frondibus (dipta tradantur: Sed ore pronuntient
ur:Non enim JibcUisfiCcommcnUrioIi SCT edmdafuntquzaddircimus: fed menti:
Ne^ ruro (iuleuium flultilium^ rerum eQ quærenda dodrina ueluti qui in
dialedicorum fuperfluis apdunculis/ac uanis amphibologiis/autlnanibus
fabellis omne pen e tempusterunt: Vereautem illud didumeftfybillam circa
principiuih nondum pbcebi padentem eflie : Ea enim principium nondum
pheebi patientem effe: Ea enim quz cognitu difficillima funt/fuidpete non
ualent noftra ingeniola donec Apollonis enim eff neritas nos componat :
ea enim inffrudis omnia Facilia redo •duntut : Sed audi quid dicat
Ijbilla. O tandem magnis pelagi defunde periclis: Sed toris grauiora
manent : Nihil grauius nihil uerius: Qui enim omiffa ciuili uitaad eam
peruenitiquz in contemplandis rebuspolitæffiille relido pelago^ io
contipentem fefe recepit: Vita enim quz in adionibus uerfatur: fluduati
ma ti fimiliima eff : Videmus enim omnia quz in ea aguntur : fottunz
procellis ezo polita effe: Contemplatio autem cum ad ea uertatup : quz
eodem femper fe mo do habent: ne^ in intoitum cadunt in folido hzret:
Magnis itacp pelagi pericuo lisiadatus eft zneas prius quam longis
erroribus circumadus diuerfa horrendao ^ maris monffra uitare potuerit:
Diffeile enim fuit ut troianum incendium ino columis ruaderet :
laborioTum ut audelitate atep auaritia deterritus e tbracia abi ret : In commodum
ut ambiguitate oraculi deceptus in trinacenfem pedem incio deret. Q_uisautem
barpyarum foedam illuuiem non abhomineturr Q_uamuis iter ad Helenum per
medios hofies non formidet. Quh cyclopum immanitao tenonconffematurr Maria
autemlicula ita caute obire: utneue Ttyllam neue •baiybdim conrpidati^^
tempeftati a lunone zolo^ ezeitatz ita refidere:ne nau &agium faciat
non hominis fed herois eff. prztereo quz in fodis in africano Kt« tore
paffus eff : quas ilh fraudes luno parauerit : quo amoris uinculo Dido
illiga •erit : prztereo quz in Sidlia ex incendio nauium damna acczperit:
uz om« nia gtauia ac tunc periculis plena cum perpeffus fuerit: quo
nammodoin Italia duriora paffurus eff : Non tamen procul a uero aberat
fybilla : Cum enim a com muniuitaac hominum coetu te in folitudinem
ucndicaueris : tunc acriores quaf dam uduti faces carum rcrum/quas
rcliquiffi memoria admouet : et illarum de Gdepo acenimi infurgunt morius
: At^ cum obliuioni iam eam mandaffe puta tnus : tum maxime illuum
ingeminant curz : rurfufip refurgens fzuit amor':ut nili firmiffimaancbotaiuuesfundauerit/uideatur
in Afncamrenaaigaturuve Non enim 6C li firmum fit propofitum minime inde
difccderc: tamen ceffat ccr« tamen cum aliud illecebrzolimadzuitz aliud
przfens confiliumfuadeat. Ve» tutin Italiam Æneas:uenim eo
uimitumgcnerequipurgatoriz appellantur a quibus antea quam penitus expiau
fit mens necefle eff ut acerrimum beliu quc« adsetidum nofftt aiunt
fpiritus aduerfus carnem gerat : Nam quanto magis hzc l^ta humanam
imbedllitatem funt: tantnniainri pcriculoaggtcdimUC.Hu<i
tn la. P.Virg. M^Ahcg Of inaHani enim rodctitemcum
deferimus/aut in ferinam lutam per tninian U atram bilem degeneramuc/aut
heroico robore fupra hominem erigiimjt. Qua propter intenogatus quidam qui
in littore folusuagabaturquicum loquerctot rcrpondi(Tet<p mecuni
loquor Atqui uide inquit ille ut cum bono homine 1» quaris/& rede
quidem t Non enhn facile SCIPIONE inueniaaqui nunquam mi nus folua elTet
quam cum folui • propter huiufccraodi igitur difficultates ah Sj>
bilJa fore/ut cum in Italiam uenerint dardanida;/ii enim uiri tegregii funt /
nolA uenilTc. Inuenientenimaliumin latio Achillem.inuenientK
lunonemaquV bus non mediocriter uezandi Hnt i Ambitio enim quz ut in
lunone ita ia bello cofo uiro etprimitur quemadmodum troia; et uoluptati
aduerfabatui i fic et fpc culationi quam fibi przfcrri egre patitur
aduerfabitur : Eft autem ex dea natui achillcs / quia diuiiu qux damgenerolitas
in animis noftnsiolita eft t qiuenctni ni parere i omnibus autem imperare
uclit > Hzc ft reda ratione excolatur/ueram fortitudinem parit i lin
autem contra rationem elata omnia in fuam libidinem coouertere
tenet/ambitionein creat t et regnandi cupiditatem t Quaproptet tt ft
uehementer degenerer a dea tamen id eft adiuina animi ui origiuem
du.itsNd autem eatolum t quz ucnturanntptzdicitSfbilla : uerum ftcaufain
tantorum malorum profert: Ait cnimuttroiamcuertuntnuptiz mulieris eatdnz:
lic ft in Italia lauinz coniugium bellum acerrimum concitabit t
coniungitur cztemz mulieri animus nofter cum omilla uirtute rebus caducis
deledatur. Quapiopter uoluptas paridis troiam euertit. In Italia uero cum
nondum cupidiutem tc rum humanarum deponere ualeat animus bella
excitantur afpcta illa quidem / fed non in quibus ueluti apud troiam
ruocumbatt fed unde uidor triumphafiy parto regno redeat. Accommodate ut
mihi uidentur omnia hzc inquitAt illud quare didum fit : fed npn ueniiTc ualcnt
non intelligo.NI (i eum qui iam ad fpeculationem peruencrit firmo iam
propolito ce oportet cur illum peenitentia fequatur non uideo t Non enim
infiaot uirum etiam grauem in huiufermodi ftabili propoliro acri fzpe
morfu affici : non tamen ita magnoaf fici puto ut ad pmnitentiam
redigatur i nifi fortalTe hoc didum fu : ut multa per quandam hipctbolcm
t (icenim grzci rupcriationcin appellant / dici confueuere ut ex iis
unbis quibus peenitentia (ignificatur non peenitentiam fed fumma diC>
ficultatemoftcndcreti Ifthuc ipfum inquit BAPTi&TA: uerum uidramus qd
rerpondeat zneas : nempe id quod qui uera dodrina imbuti fuot femper
obfer^ uant : Ait enim fe ita ptzmeditaium uenifle : ut antea fecum animo
omnia euoi uerit. uz enim ante a nobis ptouifa funt ea id fpatium
przbenr/ut antea qui ucniant uel cuitari poflint uel faltem ne
tantum Izdant prouideri : Cum animus ipfefuasuires colligens
tobuftioraduerfus difficuitates reddatur: Nam queme admodum ii boftes
incautos ac nihil tale metuentes inuadamus quamuis 81 Itv co et numero auperiores
flnt facile illos fuperamus. Contra uero uel exiguz eo* piz ii fpatium ad
ea paranda affit: quz prziio conducant lulidii Timo ezcrcitiB pares fzpe
inueniunturific et nos finobifcum cogitauerimus/ quamuis multa per
corporis cogitationem accidere pofTint/ animos tamen czleM femine oetoa
atfi focotdi» ignauixy Ide dederint: aullis laboribus t nullis
difticultatibiill ul iJi M Stl eu P ffli «I IV.N a id ni ifi m M k d Pf Liber
quartus nuDa foitunz iniutia modo uelintimpediri pofle quo minus in
originem fuam redeant inui<3i ab omni perturbationum prxiio euademus. Ha»;
fecum cu iam diumcditatus effetarneasnonpetitnuncdemumiila doceri. Verum
in limine contemplandarum rerum poAtus ad inferos deduci orat. Quo in
loco quid G* bi ueiit amez ad infaos dcfcenfus conabor paucis abfoluere i
Si pnus quid infer bus fit : Si quot modis ad eum deficendatur breuiter
demonfhaueto : Infemiim igitur plurimis ante chriQianum nomen fzculis no
folumhebrziuerum etiam cgyptii pofuerunt. Q_uz autem poft chtiftum natu
noftra religio fine ulla dubitatione de inferis de^ peenis t quas apud inferos
nocentutn animz luunt / af> firmat ea omnia ab hebrzis ni fallor
accaqrimus.Q^uz uero zgyptiorum monu mentis mandata funt ea primus ad
grzcos tranftulit Orpheus. Hzc deinde fu« is figmentis auxerut plaui^ ez
grzcorum poetis / quorum principes Homerum H^odumtEurypidem t
Arifiophanemm e(Tc uidemus. Q_uos deinde fecuti e nofirisfuntptzter
Maronem / Ouidius mlmonenfis/ biex bifpania Statius Pa» piniusacLucanus :
&quem plzri^ florenrinum fuilfe putant Claudianus: At ii omnes inferomm
ledes fubterraneas elTe et ad cctrum ufip : qui locus in fpe ta infimus
efi portendi ædidetunt: Q_uapropter fpeluncas quafdam ac terrx hiatus
przfemm fi ignem fumum ue euomant ingrmum ad inferos n5 line mu
liercularum ac rotius uulgi fummo afTenfu fabulati funt. Nam et in laconica
re< gionc Tenanis mons eft circa finem malei promontorii / e cuius
profundiifimo antro quoniam fpiritu id agente fhepitus auditur: facile
fuit uulgo petfuadere inde ad inferos defcendi.Acberufia autem palus in
epiro no procul ab beraclea abargiuo ut fauntHerculedidafpccum habet per
quam cerberum tricipitem Plutonis canem ab Hercule edudum crediderit
antiquitas : Nam de auemo lz> cu nihil efi quod referam: uulgatænimresefi&a
pizrifi^ decantata. Ac de poe tishadmus. Plato uero eadem difciplina :
qua et Orpheus imbutus ita fingula ptofequicur/ut nihil aliud inferorum
locum animis noflris efle ueiit quam cor» pus ipfiim quo ueluti carcere
includuntur. Ipfe em'm animos a fummo deo æ* atos ponit : Q^ui quidem
fuapte natura dudi In deum parentem fuum conuer tuntur. Nec mirum. Nihil
enim eft quod in originem luam cum pollit non re uetutur. Videmus
enim(^ut loco exepli hoc ponam}ignem huc^ut ita loquar^ tenenum/quia fuperiotis
ui ac femine genitus efl fuz naturz impulfu ad fuperi ora erigi. Conuerfi
autem in deum animi eius radiis ita illuflrantur ut ubi hade nus eorum
efientia per fe ueluti informis fuerat : nunc ilb fulgore conformet' :
fit 9 miro quodam modo ut intra animi eifentiam receptus fulgor no ueluti
ez^ terna quzclam Si aduentitia res in ea refideat : fed ad illius
capacitatem tradus ob foinor quidem reddatur : 8C a fe ipfe degeneret :
mend autem proprius ac nattis talis efiiciatur.Q^uaptopter hoc duce in
fui ipfius at^ omnium quz infra fe ezi ftunt: ea enim corpora funt:
cognitionem animus uenit: Deum uero Si aav> ra quz fupra fe apparent:
hoc lumine non cernit. Qui enim fi iamconnamra« le fibi fadum efl ea quz
fupra naturam fuam funt/illo continget : I d tamen men ti noftrz przfiat
: Nam per primam hanc ueluti fcintillam deo propinquior fz> da aliud
accipit lumen et clarius quidem/quo iam czlefiiumquo^ Si fuperna* m ii
~ f l Ia. P. Virg.M. Allego. nim remm cognitionem
accipiat. Sed hxc te LAVRENTI latere mmitne puto: Sunt enim non folum
dode ac diftinde/fcd omnino dilucide a Marfilio noftro in iis dialogis
explicata : quos ille in Platonis rympolium confaiptos fub tuo no mine
zdidit : Quos quidem cum quia ad te funt t tum maxime quoniam pluri mis
acfeledilTimis rebus abundant familiariflimosribi elTe cupio t Sunt illi quidem
inquit Verum przcipue locus ifte menti noftrzhzretsin quo geminum in
nobis lumen elucere demofttat : naturale unum et ingenitum ut dicebas :
diuinum alterum et infufum/quibus limul iundis animi noftri uelu ti
geminis fulFulti alis/totum hunc ruperiorem mundum pcruoLue poiTunt:
Ad dit^li diuino illo femper utantur fore t ut frmpet diuinis bxreant. Infimus autem hic tctrz locus
animante in quo ratio fit canturus uideatur. Quod nefiat
efrediuinainflitutumprouidentiatutanimusfui omnino potens flt:ualeat<p
pro fiio arbitrio uel utro<p fimul lumine cum libuerit uti : uel altero
(bIo:propte rea<^ fieri ut natura duce ad natiuum lumen conuerfus fe s
uirefi^ fuas : quz ad fabricandum corpus fpedant/diuino lumine ad
przfensomiflblolum confide.' tet : illafcp in corpore conflruendo
exercere cupiat. Rede ac memoriter tenes inquit Baptifla s confifHt igitur in
czio ut Platoni quem poeta fequitur/placere ui.< demus animus noder
ipfius diuinz naturz contemplatione pcifiuens : Verum il la quam dicebas
cupiditate infedus et ipQi cogitationis mole degrauatus in infe» ra
defeendere indpit .Verum quoniam cum de inferni finibus ex fententia
Plato nisquzritur non fimpicx apud eius philofophi fedatores opinio
cdtnoscam boc tempote fequemur :quam et animorum rationi magis congruam
putamust et dodiotibus magis placere cernimus. Hi igitur bipartitum
mundum ponunt. Nam fupremum czium quod Aplanes uocitatur dellis^ut cd
apud poeta^ardetibus aptum fuperorum regionem ede uolu erunt :eofq) campos
elyfios ac beato Tum infulas nominarunt : Saturni uero fpera ac fex
reliquz quz fub illa funtrrut fufep quicquid fpatii inter lunam
terramc^interiacetripfami^ tenam inferis at^ tribuerunt : Altiffima
igitur pars illa qua uel fubdentatur diuina uel condant/ne dar uocatur i
di deorum potus ede ctedimr. Inferiorem uero Icthzum/ac horni num pomm
dicunt r in hunc enim cum a fupetiori czIo per cancrum ea enim ho minum
porta diciturrprolapfa fuerit anima in ipfius hyles quz elcmctorum ma^
terta ed tumultum incidit: quo in loco noui potus ebrietate degrauata&
ueluri temulenta effedadiuinorum obliuifcitur : terrenatum^ rerum
cupiditate ilie« da ita per fubiedas fperas dclabitur : ut ex lingulis
czlotum ordinibus aliquem cotum motuumtquibusufuradeincepsfitin
corporibus acquirat:Nam ab ea quam faturniamdellam nominant
ratioanandi& intelligendia loue agendi a marte audendi uim abducit :
fol uero ut fciat ut etiam opinetur illi cocedittMox a Venere excepta
defiderii motum mutuatur : Inde per mercurii ac lunz czlos de fcendens ab
illo pronunciandi interpretandii^ ab hac plantandi et augendi uires
acquirit : Ac podremo ad terram ueluti ad centrumtquo gtauia omnia
feruntur delata:6C corpus quafi carcerem uel potius fepulchmm ingreda
iurc apud inferos relegata didtur: Moritur enim in corpore anima uelut in
fepulchto demerfar non ita tamen t ut fauiufccmodi morte extinguatur :
licd ut ad tempus obtusturt Liber quartus quabdo quidem illius
diuinitarem noxia corpora tardatititertenishcbetaat artus moribunda^
metnbra.-habes^fed breuiter^quid Platonidinf^um pu tcnt:& quem
animatum ad ipfum defcenfum ponant» Nam^ de tartaris fabii^ lanturpoetzea
omnia animam in corpore pati manifeftum eft. In materiam enim protrada
nouam fyluz ebrietatem haurit cum illam ueluti flumine dema gaturtFIumen
autem ipfum non line exadarationeinquatuor flumina ac flj giam paludem
deducunt. Lethzu achaonta ftygem cocytum ac phegechotu> tenitMateriz
enim admixta anima eunda quz in czlis uidaat obliuifcitur. Quaproptaiure
lethzum nomen ab eo quod elt. ficenimobbuifei grzd dicunt potare
finxerunt. Ex hoc autem Achaon ma« nat: quzrcs gaudii priuationem
denotat: quafi Nam quod in dd contemplatione purus exiflens animus
gaudium ædpiebattidom ne ex obliuione amitdttquo quidem amiflbt flyx
quamfadletriflitiam intere pretaberis exonaturneccite
efttftygisdemumpoflrema zfluaria coitum e£fi.< dunb Quis enim ex
triftitia in ludum non cadat: te autem non fugit id grz cos dicere: quod
latini lugæ interpretantur. Ex diu tumo autem ludu in furoris infaniz^
ardorem inddere roIemustquemphe. gethontem nominant. Ex hyle igitur unico
flumine mala hzcomnja eueniV unt: Quapropternon fine fummadodrina ex
letham reliqua fluenta deriua ci finxeruntrfed hzc in Phzdone a Soaate
latius explicantur : N obis autem de multis puea ad bunclocumtranffnenda
fuerunt :at(^ ea fola quibus defeen fus ad inferos ex Platonis fententia
perfpicuus redderetur: Noflri autem qui ita a deo animas æari redifljme
fentiunt: ut eodem momento et creentur fi; fuis corporibus
infundanturrnon eas in hoc inferiori mundo uerfari uoluerut: ut commifla
purgarent: Quid enim fi ante corpus non fuerant : extra corpus peccare potuaunnfedutfuisrcdis
adionibus: quas omnino liberas habent cz« Io aliquando frui mererentur. Conceflit
enim nobis deus : ut noflro arbitrio Ii' bere utæmur:non ut per nequitiam
delinqueremus: fed ut per religionem fi; iuflitiam nobis fummum bonum
acquireremus: Verum cum perfummam fiultiriam illud negligcntes corporeis
tetrife^ uoluptatibus dciiniti maximis ua nilc fceleribus coinquinemur
oportuit efle locum ubi a corpore digreflx buiuf cemodi animz
fuorumfadnorumdebitiflimasposnaspcrderet.Himcautc lo cum arca terrz
centru maxime eflie uoluerut:Na cu fi; propheta eripuit deus ani ma mea
de iofernoinferiori dixerit fi; ipfc humani generis faluatorfe triduo in
corde terrxfuturuadmouerit facile couincitur centru eflctNihilenim
eflcctro infcrius:quin fi; ita in medio terrz confiflittut in medio
animante cor efle uide musiQ_ua in parte fi; tenebras exteriores/quonia a
luce remotiflimz fint:fi; de tiu flridorc quonia nulla folis uis illuc
defeendat efle nemo negauerit.Erit igitur in terrz cerro infernus:fed ita
erit ut etia ex iis quz fapietiflime a Gregorio colli gunc ad ære uflp
huc ex terrz fi; aquz caligine cralTioreptcdat^.Acrp deiferno hadenus ad
illu aut aias defcedere oe fere hominu genus dixit. Sed tn aliud alii
fentiut.Na przdpitatio illaaioru afuptcmoczloin hzc corpora ad inferos de
fccofuscdea Platone acdicuit Cbriflianiuaofczleflo^ animasc
fuiscoipotL In. P. Vtrg. M. Allego. busad inferos trahi admonent.
Dicimus itidem uiuentes homines cuminid tialabuntur/ad inferos rueret
Sunt quoc^ qui credant magicis artibus 6: cat minibus fieri uelutidefcenfus
quidam/ut inde euocarianimx poflint. Verum præter bos
quatuordefccfusqnrus quicftnonuideir omittendus: Na £( ad in« feros
tendimus/cum lumen rationis noftrx ac induihiam in mali ac omnium
oitiorum naturam fpeculandamdeiidmus. Ego igitur libenter de te
feifeitoro Laurenti cum hæc omnia perceperis quid putes hoc Ænezdetcenfu
Virgilu um exprimere uoIuifleTlamdudum quid agas uideo o Baprifta inquit
Laurcntius/ac pro eo maximas tibi gratias habeo: Quis enim non uideatuni.
Uetfamhanc difpuutionem nonfolum meisptzabusdatam/uerum etiam a me
fratremij meum erudiendum elaboratam : 'Nam fiCli cæteri t qui afTunt
omnes mirifice tua otatione deledcnturt tamen eft eorum ztas ac dodrina
huiufcemodi t ut etiam fine duceipfi per fe hzc omnia cognofeere ualeant.
Hos igitur duos erudiendos cum fuiceperis : propterea^ rede netan fecus
quz hadenus difputafii teneamus / nofie cupias fine ulla
cundationequaxd. rogaueris / cerpondebo: fic enim et errata facile emendare
poteris : 8i fiqd rede teneo id tuoiudicio confirmatum firmius hzrebit.
Petit igitur afybilla quam tu iam dodrinam interprztatus es/ut ad inferos
K ad parentem dedo.> cat: Q_uod cum petit oftendit mentem
przmonfitante ipfa dodtina in fem fualitatem defcendece. Vult enim nitia
quz ab ea funt penitus cognofeere: fed uide quantum tibi ex hac
difputatione debeam : nam non folum effeciftt ut hzc a Marone
diuinitusdida tenerem: fed fimilitudine rerum admonitus ia quidfibi
nofierquoi^ Oanthesuoluerit facile coniedor. fed de hoc alias: Tu ueto fi
placet ad reliqua perge: Rede tu quidem inquit Baptifiainterprztaris; Me
autem tuum ifiud ingenium ac iudicium fummopere deledant: Verum
audiquidilli auaterefpondeatut.ln primis enim defcenfum ad infetosnul'.
lius negocii eiTc demon(lrat:cum nodes diefc^ datis ianua pateat : Q^uod
pro fedo nimis etiam q utilem uerum efi: Naracum procliues ut fenexquo<^Te
rentianus conquzritur a labore ad libidinem fimus / facile in uitium
labimur. RcdilTime^ illud ab Hefiodo Redifiime
quo^ 6i illud uel claufis oculis illuc defeendi: Nam fiue
delinquendo in uitia labimur ? [uoniam id per llultitiam fit:
llultitia autem rariflimi carent; quid obfccrote acilius inuenies :
fiue:fed t^iquos defcenfus nunc mifibs facio : quorum pro cliuitas
pcrfpicue apparet : Id autem de quo nunc agitur : quis non uidet. Mentem ipfam ac rationem facile in cognitionem
sensuum defcendcre. Maximum autem fit periculum ne dum cicca lingulas corporis
uoluptates uersamur / ita illarum illecebris demulceamur ut irretiti hzreamus:
Facile igitur sensus defeendit mens non autem facile a sensibus rcuocatur. Id
enim eftab inferis redite: pauci enim quos zquus amavit lupiter: aut
ardens euexitad ztheca virtus diis geniti pomere: Tria ut vides hominum
gene<a ra ponit quibus liceat ad fuperos reuerti: Sed nos prius de
duobus pofirei> mis dicemus: cenfet accademia quod paulo fupta
explicatiur demonfirauimus animos nofitos rerum terrenarum cupiditate
degravatos incorpora dcfixt> Liber giiaituf Jcre : (Quapropter
qui prius imbroda nedare<p ueTccbantunid enim eft deo 'fiuebantur t
atqi inde mirum gaudium Tumebat t nunc letheum rpoti in re» lum omnium
oblivione mnli Tunt.CQuod (i intra corpus conftitutus ani^ musillius
cogitatione ac fordibus inquineturttamdeoiis tenebris obducitur/ utnulla
deinceps fpes (it ad Tuperiorem lucem redeundi: Sin autem TcipTuni
infccoIKgms integre cafte^ degat: 6ecorporis quoad potedeonfotrium declinet
ipauladmcz illa obliuione qua ueluti crapubuino(p opprtlTus obdor»
tniTccbat Teexatansualet libi geminas illas quas iam totiens nomino
alascom patate. Illis autem fuffultus facile ex inferis reiilit: &ad
Tuperos rediens iii re gionemfuam reuolattper duas igitur alas totidem
uittutum genera intclligi mus /& eas quz uitx adiones emendant: quas
uno nomine iuftitiam nun» cupatt&eas quibus in ueri cognitionem
ducimur: quas iure optimo religionem nominat. Illud igitur pauci quos ardens
cuexit ad æthera uinus:alam primam exprimit : et uittutes qux de uita et motibus
Tunt intelligit: cumde indeaddit diis geniti potuere SIGNIFICAT alam secundam
:at<pipfam rrligionem quamexuirtutious iisquxad uerum ducunt conftare
uul: Placo : Hxc itaip auntopbilofopho mutuatur Maro cuius quidem dodrinx
non nihil ex ma» thematicorum fcntentia ita addidit : ut nei^ ius Tuum ac
libertatem animis adi merctmeip cxleftia corpora fuaui priuaret:Nam li
animis nolitis uimnecef» Utatcmqi f/dera afferre dicamus/non modo id in
religione noflra impium eiitr fed 6t a Tummorum FILOSOFI dodrina
abhorrens : Verum ut intelli» gas ntip hoc a Platonico dogmate alienum elfe
/ refert ille in Thimxo ratio» naiis animi effedionem nulli nili
deotribuendamiquoniam ipfe eiTentiam ac rationem animorum
noftrorumcreat.Corpus autem ac exteras animi par» tcstuteæffqux
concupifeit flC qux irafdCur nos ab animo mundi mutuarie Q_uapco{ær St li
mens ipTa nolha nullo fyderum imperio fubieda Iit : tamen quia nullam
adionrm ex iis unde uirtutes uitiam manant nili per fenTus ac ap» petitum
exercet: Illis autem quoniam a corpore funt uacias aut ad uirtutes affe»
dionesiauc in uitfa prcKliuitates inferunt fydera /permulti interelTe uidet ur
quo fydere nati fimus:Nr<^ solum ad bxcqux ad uicam et mores pertinere
diximusr ucrum d ad ea qux fpeculationem K ueri cognition cm refpiciunn
Nam li on» nes omnium animi eadem natura funtiunde nili a corpore
eritrquod alii inge» nioiudicio ac memoria excellentilTimir xillanttln
aliis hxcnulla appareanc: cu autem omnis nofira cognitio ab iis qux
efficiuntur ad cfficientiatn:& ab iis qux loco 8C tempore nrcufcribu Dtur
ad infinira initium fumatrmulta obiicinir dif» licultas animis noftristut
intelligentiamut feientiam ut fapientiam alTequanturt cumuircsillx:qux
paulo ante dicebama membrotum : quibus ueluti inftru» mentis utuntur
deprauatione bebercant : nei^ fe explicare poflint: cura igi» lurapud
Platonem ruumlegilfet Maro nili geminas illas alas recuperemus ad Superos
redite non poffe : Cum itidem illarum recuperationem a fyderibus caquam
oilendi ratione impediri aniroaduerterctiut a loue xquoamarrmur opus ciTe
ofiendit. Hoc autem nihil aliud eft / nili ut benignitate fydaun»ffcdionca ad
icdaa adiooa acdpctcmt^Natacum plancutum uuia uiafit,1 In.P. Virg- M.
Allego. Videmus iouis natura hulufcemodt elTc: ut quos ille in fuo ortu
benigfle a(^e dt illi ad iuftitiam ac religionem proni reddinturrita ut
ad eas quas diximus alas recuperandas impelbtr colligamusigiturnetnincmabinferis
rcmeate/nili al^s recuperet : id autem non clTe fadlc nili iis qui
benignitateiiderum adfupera eti guntur. Sed quid tu.L.Marfilium intuens
clanculum rubmurmuraftit Nempe id Tolum refpondit.L.quod paucis ante
diebus cum T imxum Platonis in maoi bus babetet:mibi de anima mundi
dixerat Marlilius > Cautius inquit.B. mihi progrediendum elTe
uideorcum res nobis non modo cum dodo : V erum etiam cum mcmoriolo
litifed quod de mundi anima dicis/id 6L uerum huic lo> co
apprime quadrat : cenfet enim PLATONE rationis fementem a deo
fadamianitnof ^ nodros ab ipfo æatos/ac deinde mundi animz ueltiendos
corpore traditos: ut £2 corpore uedircntur:& eius pedilTequis uiribus
informarentur: Æquum enim fuit:ut quoniam concupiTcibilis irafcibilifi^
appetitus (alutis corporis gra na func:ii ab eodem nobis darenturtqui nos
corporibus inclulilfct: Vetumquia faz partes lubricz funtipat fuit: ut
qui nobis illasin deterius facile labeutcs dedif fet idem ipfe aliqua ex
parte aberrotibustueretur: labenter<jfubdetatct.Q_u3' propter iuflit
illi fummus pater/ut quando ipfetccirco animis nodris caufaffl
obiiuionisptzditiir<t: quoniam luteo corpore circundederit hominibus
fulgo, rcmueriutis infunderet. Huiufcemodi ita^ przccpbs obtemperans
mundi animus eos omnes quibus zquus ell/aut fomniis oraculis et portentis
autio. terao quodam motu Si ad futuri prouirionrm:6t ad diuinz legis
cognido. nem perducit : ut eo duce alas
recupctcmus.Huncautemmundianimumue tetes theologia qui illos fccuti funt
Platoiuci fzpe louem appellant. Hinc pbcus lupitet inquit pnmogenitus
eft: Iupiter nouiflimus; lupiter capui:Iupb ter mediu.Vniuctfa autem e
loue nata funtihinchinc illud lupitet eft quodeo. uides quodeun^ moueris i
Q_uin Si ipfe Maro A ioue principium mufz io. uis omnia plena. Sunt enim
omnia plena animo munducum ijle ita totus in to to mundo fl£ in qualibet
parte totus : ubi uigeantutnoftrianimiin fuison. pufculis : Hic deniip
czlumueluti citharam continens harmoniam cfificit ex di uerforum czlorum
fanis: quas cum mufas appcllentiute louisiiliz dicuntur eiremufz:Q_uantam
igitur dodrinamMato tribus uerfibusincluferit/ facili, tis mente concipio
: quamuerbis exprimam. Rede igitur pauci quos zquus amauitlupiter: aut
ardens euexit adzthera uictus. RedefiC illud tenent nia liluz: Ab hyle
enim(^ ut fupra dcmolhauimus ) eS omnis nodra duldtia et omnibus ahimisconugio:
quibus impediantur ne ad fuperos redeant. Ve tum de remeandi
difficultatibus badenus: Deinceps nero eas exponit rationa quibus ita
tuto defeendamus ut pateat reditus: Aures autem lamusfapientiam nobis
indicat dne quanonedfpcculado eligendarum agendarum^ rerum iu dex. Ne
mireris aurum fapientiz fymbolum apud hunc poetam obtinere cum plzii^
idem faiptotes fecerint: Vndeillud bpiens aurum et multitudo gfmmarum Si
uas pretiofum labia fdentiz: Aunim enim eft fapientiz uigor at(j fulgor. Ndium
cx metallis auro pretiofius eft. Nibl in rebus entia pluris facieadum. Fulget
maxime aunim. Nihil (apimciacll endi^ i (i 01 ik IXI BS XD u m uv mt Bd: od Nx m HC pn ioqi iHgg imcttdi di
dux BOC (jB) da. Bidi BUi liuBi
Btit imt « D! feuii Uni
OlC Wl D« Lib«r guartui £iu. Nulla eni^oe exeditur aurum:
Nulla rea imminuit fapietitiam t Nullis lordibu saurum coinquinatur t
Nullis maculis Tapicntia deturpatur t Sed latet arbore opaca: mulus cnim
ac uariisinfeitiz tenebris ita obruitur uerumft luco ca cnimcorpons^uc
ita ioquar^bebetudo eft ita tegitur t ut difficile omnino (it illud erueretScite
enim Si a Ocmocrito ufurpabatur natur^n in profundo ueri^ tatem demer(i(fe:
Non tamen prius in hanc contemplationem defeendere uaW mus : quam aureum
ramum deccrpfciimus. Proferpina enim ad fe ire quempi^ am (ine
huiuCcemodi munere uetat. Efi enim profeipina ipfa animi pars quz ni bil
przter lenfus contina : ad quam (i (ine fapientia accederemus nullum
przte» rearemediumdarcturiquomuiusdenobisadum ei Tet.llla enim irretiti
nulla unquam effet fpes redeundi. Rede Si illud piimo^ auulfo non deficit
alter au« reus I fe ip(a enim alitur (apientu : at<p cuenit
inueffigando/ut aliud uerum ali< ud aperiat: nec quicquam percipiatur:
quod ubi perceptum (it ad aliud percipi* endum non diKat : Illud autem
quis non uideat de uero uenifime didum elTe. Nam alte inuefliganduse(l.diuina enim
&czleffia(^(i ueru inuenire uolumus^ non infima hzc at^ aduca
infpicienda funt : omnis enim dodrina a frientia ex iis efi: quz nullis
terminis circunictipta funt&in interitum non cadunt:lubet ptzterea
iam repertum rite a nobis carpi : et iure quidem ita iubet. Nam nili cer*
so quodam otdine pergamus/nibil unquam proficiemus; Addit enim poffremu
illum facile te fecututum i (i a fatis uoceris : fin autem non uoceris : nec
uiribus tunc nec duro ferro polfeconuelli.Virtutibus enim quz mores
corrigunt Si quz tedum zquumij relpiciunt ualct omnes ira animum a
fordibus purgareiut mu di e corporis migrent : Ad fupremam autem illam
rerum cognitione uenire pau ds ommno datur : at^ iis (blis qui a facis
uocantur. (Quapropter rede (i te fata uocant : Q^uod tamen ut planius
exprimam /uolunt Platonici deum poft fe ipsum cognoscere. Deinde omnes reliquas
res: Tertio autem loco ea eunda effice lequz cognouit : Poftrema ergo
hzea fecunda : Secunda rurfus a prima dependet. Namomnes res ptodudt quia illas
nouit : Nouit autem nulla alia ratione : nili quia fe iplum in quo omnia
funt contemplatur. Huiufcemodi itaip ordine rria illa in deo ponunt iu ut
pdmam fapientiam: Secundam prouidentia: Tertium fatum nominent. Chnffiam autem
cum hæc eadem (nt fallor^fentiant:Fa ti tamen nomen uiz ponere audent:
non quia Platoni irafcanturifed cum uidif fent clfe quafdam in
pbilofophia familias : quz eam fato necelTitatem imponat: ut nullam io
adionibus nobis decernendi libertatem relinquant fati nome odif fe
uidentur. At nos eum quem paulo ante dixi philofophum fecuti dicamus deum retum
caufas id cft fe ipfum confiderare: Ddnde ortum ordinem : ac deni
gubematiunem rerum quas compleditur intueri t (Quz ddneeps ita omnia
excquitut ut nullo mexio ualeat impediri i (Quam quidem rem fatum dicunt:
Quod fi ita eff uon abeiiant qui dicunt rationem ac ordinem rerum : quam
ita mente dd prouidentiam dicunt in rebus mobilibus ac loco Si tempore
dteuioi pds fatum did.Te itaip fi f^ta concelTcriiu camus aureus uolens
fadiifcp feque c Datur igitur pauos Si id diuino quodam extra fortem
munere ab ipfa dei proui dendatcuiusconfilium ferutati nefas bomini
efirReduscoim dotdnus et reda Jn.P. Virg. M.AIIfgO*
confiliacius t fed qux mortali ingenio cotnprzhendi non poirint.Quis
rniffl adeo temerarius: ut noiTe contendat cur loanni: cur Pauioapoftolu
caapcruc« rit dominus : quz multis fandifrimisuirts& multa dodrina
illuftratis detegere coluerit : Quod exemplum late patet et ad omnes qui
in aliquo dodrinz gene te laborauerint ttanffetri poteft t ut cum multa
eodem (ludio dagrauerint t eatu dem^ operam ac laborem impenderint alii
fummum in eaatte attigerint: aliis autem uix in poftiemis confidere
licuerit. Habes quid aureus ramus meo iudb cio fibi uelit : Quod autrm ad
miferi funus pertinet (ic accipe. Mileri odiufa Ia us rede interpietatur.
Q^u ipropter erit eadem inanis quzdam gloria-Snt enim fummo odio digm qui
uiitutrm negligunt : unde folida exprrflai]^ manat glo> tia. Honores
ueto ac reliqua uirtutisiDfigniaredantur:Qu 'm qui in uita ct» Ulli res
egregias adoriuntur in primis captare cunfueueiunt. Hi cn<m non redi
honedii^ amote : fed gloriz cupiditate laborant: quam dum aSequi cupitmuS
rem publicam fzpc perdunt x&infummumouium odium incidunt: Egregie
igitur luuenalis. Tanto maior famz (itis ed quam uirtutts.
Huiurccmodiigb' tur uiri animi excellentiam (iue a natura fibi in
litam/(iue indudna/atcp exetaca Cone comparatam penitus corrumpunt. Non
enim uirtutera ammt.^cd uita tutis infignia i qua; fzpius malis quam
bonis exhibentur. inanis igitur atip ad» umbrata gloria in rerum
publicarum adminidrationc exceliintioribus ferop ada hatret. Quaproptet
Hedoris quotj comitem mifernum fuille tingit. bi enim caritate patriz
magis quam cupidine gloriz moucretur huiufctmodi uiri beatifa (Ima;
omnino ciTent ciuitates : quibus illi przcfTcnti Qut igitur ad uitiorum
fpe culationrm ea gratia tendit: ut fe ab illis explicet: cum in primts
hu.ufcimodi gloriam abiiccre necciTe ed :Quaproptcr rede eo tempore
roifcrnus extinguitut quo zneas a fybilla prxeepta accipit. I nitium enim
ueri inuedigandi a onlctni m tcritu optime funiitiir : Ncc tamen fatis
fuerat illum extingui :nift etiam fepelu tur : ut nufq jam urdigium
illius appareat : nec unquam reuiuifcat: Quud au tem illum tubicine
fuiiVc dicit : optime quadrat. Ed cnira huiufccmudi hutni« num : ut rrs a
fe gedas quam latilVimc diuulgmt : Si fuo przconio ommbus ofle dant : Ed
prztcrea zoii uentorum regis filius:Nam nibil uentoltus ed illi qui ne
gleda uirtute tc folida et cxprelfa adumbratam quandam et penitus inanem
glo riam aucupentur: unde et tumidi et inflati Si uentoli dicuntur. Rede
Si nlud quo non przdanrior alter ære ciere uiros martemtp accendere
cantu.Quid eni aut Ninum aut Cyrum aut Xerfem ut hos folos de innumeris
aflaticis regibus te feram : quid qua;fo aliud impulit : ut non contenti
patriis Enibus multis popu/ lis ac nationibus beilum inferrent; Q_ uid
apud grzcos fpartanos aut athenieo' fescxcitauit ut magnam Aftx partem
ruoimpetioadiungerent: QuidHvnni' bali ruafit ut bifpaousgalliift^
fubadisromam orbis caput peteret: i^uidapud njod(os.L. Syllam prius ac. C.Marium:
Deinde luIiuro Czfartm.CD.^PompC'' ium ac podrcmo Odauium K.M. Antonium
eo furore accendit ut ciuiltfaogui occunt^ replerentur nili infanz quzdam
famz cupiditas. Cum gloriam miis rebus quzrerent: quz dolidil Timum
uulgus dupefeere quidem cogant i fapicn Us autem ad iuihfumam
indignaiioncm fummum^ odium concuent t at Q C*1 Gi d DCt
BIB I» '1 ip» a» K*», tUH cnu
cpi)iii 100 ad siil itd
id* ^1 afi \0 «? |lP< <« Liber
guartui mo tnodo ipfe malus non Ct huiufnmodi uiros bonos dixerit. Sed
quid (i o{v dtni que^ m hominum Ibcictatc uiti : ac pro re publica emoti
ptomptiilimi prz ter id quod patriz caritate in manifedifTimam mortem
ruebant igloriz quoq; cu piditate extremum cafum zquiore animo ferebant :
uis enim ftbi perfuadeat aut Thcmifiocicm athenicnrcm in nauali
prziio apud Salamina gcflu t aut Epa« minundamin ea uidoria qua de
Lacedzmoniis potitus efiraut Spartanum Leo eidam in tbctmopylisuirilitcr
pugnantem nihil de gloria cogitaffe. Ego enim oet^ Brutum lingulari
certamine aduerfus regis exulis filium concurrentem : ne a Sczuolam tanti
animi confiantia dexteram exurentem: ne Decios illos in co jf^ifimos
hoftes iiruentes : ne^ innumerabiles alios qui patnz libertatem fuz nitz
prztulerunt famam quam de fe pofieritati teliduri elTent nihil unquam fe*
dlTe arbitror. Sed nos in re omnibus manifefla nimium fortaffe moramur.
Ita« redeo ad mifemum qui cum tritonem deum prouocare audeat : iute
demens appellari pofTittQ^uid enim fiultius quam (i inanis hzc gloria a
caducis ac cito perituris tebus ptofeda audeat fe illi : quz uera eft et a
diuinis rebus proficifeitur E fumtnam temeritatem
zquiperare.Q^uapropter facile ab ea obruitur. Sed cad rem noftiamtReliqua
autem quz circa funusdeferibuntur hidoriz attp aurium uoluptati
concedantur. Geminas autem
columbas geminas illas alas qs d o fupra diximus intellige. Illas
enim ducibus ad contemplandas res tendit : t autem uoluæs ucnetis: quia
oportet illas elTe ab ardenti amore : Nec iniu tia matrem inuocat : Nam
tantam difficultatem nili rapiat amor facile fugiut ho mines < Illz
autem non femel aut uno impetu/fed paulatim uolando ad locu du eunt : Non
enim hominis ell omnia momento uidete : fed ratiocinando gtada«
timacognitisad incognita uenire:Seduidcquidfequatur:inde ubiuenere ad
fauces graue olentis aueroi. Tollunt fe celeres liquidum^ per æra
lapfz: Sedibus oputis geminz fuper arbore fidunt: Nam
quz ad cantarum raum cognitionem duces fe przbent/eas rerum terrena^ tum
contagionem id enim ell auerni teter odor celerrimo uolatu effugere opor«
tet. Duplex igitur uirtutum genus nos ad ueritatem ducit: quam fine mora
ra.> pit zneas / ut eius luce ea quz per infernum obrcutiffima funt
cernere pofTit.De ioiprio ucro auerni naturalem lod litu demonftrat. Ne
efl quod faaa ab znea petada in feriem noflrz fentenriz digerere
laboremus. Inferuiens enim fuo ar.> gumento poeta eorum lacrorum quz
ad ncaomantiam adhibeant ueteres expli cat. Q_^um autem zneas nudo enfe
Iter aifumere lubeat 6C fi hoc in Ilfdem facris obferuare confucuerint :
tamen admonetur ipfe ut robuflo animo rem arduam acediatur. Æneas ita^ ducem
haud timidis uadentem pafltbus zquat.Nam quis non uideat : quod dodrina
aliqua nobis oftendit id quam celerrime quam oiligentillime effe
arripiendum. Erat autem iter per obfcura : uel quia ut dixi ue ritatem in
obfcuto ab&rufit natura : uel quia uitiorum fedes procul a luce funt:
Q_ui enim rationis lumine illuflratut : is et uerum cognofeit /dc rede agit:
illam autem qui amiferint fua natura ignorata in ultia Incidunt •
Appellat przterea do plutonis uacuas et inania regna. Q^uo quid ucrius dici poteftfEfi enim u
ii 1 1 I!’,! i;l I * i'i In. P.Vir g.M,
Allego. nudiuftertius manifeiHs rationibus ronuidum mala uitiatp
nihil omnino ef fe; quando quidem nihil afFcrant/fcd bonum pellant. Hoc
cum prudens ue hemenf^ uates Perfius intelligeTctrgrauilTime in eam
exclamationem proru/ pit/O curas hominum /O quantum eft in rebus inane
:Vt autem quale eflet ad uin'a initium expreflius poneret oftendit in
tantis tenebris non nihil tamen lucis apparuilTe.Nam 6C Amentis carcitate
in uitium labamur a tamen circa principia non omne penitus lumen
tollitur: Prius enim incontinentes cAicif mur quam intemperantiam
cadamns.Miro autem iudidoquz fequunturin inferorum ingreAii ponit: Si
enim exfententia eius quem fequitur Platonis deicenfum animorum in fua
corpora defaibit / manifcAum eA animum qui badenus omnium horum malorum
expers fuerat in ea nunc omnia corporis contagione incidere : Omnes enim
perturbationes inde fentit: Luduenimea riA^ angitur. Impendentia timet imotbos
laboreAp experitur : fame anp ege^ ftate urgetur : omnibus denitp quas
ille enumerat calamitatibus prxmitur : quas a corpore liber expertus
unquam fuerat. Sin autem prolapfum animor rum in uitia huiufcemodi
defcenfu interpretari uolumus non multum diuer fa ratio erit : Q_ua; enim
res tanta ucloatate commilTum facinus confequb tur quam fadi pernitentia.
Q_u.r autem pernitet is Ane ludu effe non po# teA. Adde quod confeientix
Aim ulis affiduo purgatur neceÆ eA : Vrgent enim illum a Aidux curx : qux
ueluti ultrices furix poenas Aagiriorum feueriAune extinguunt: uod quam
dode quam eleganter quam expteÆ pofuetit lu' urnalis quxfo recordamini. Exemplo
enim inquit ille quocunip malo cotn* mittitur ipA difplicct autori prima
hxc eA ultio: quod feiudicenemo nocens abfoluitur. Ac paulo poA; Nam
fcoclus intra fc quicun^ cogitat ullum fadt crimen habet. cedo A conata
peregi perpetua anxietas nec menfx tempore cef fat. lure igitur ultrices
curx funt in ucAibulo poAtx : Nec mirabimur A paU lentes habitent morbi
oim Aoicorum acutiflimas argumentationes intelli^^ mus. Aiunt enim
quemadmodum temperantia fedeat appetitiones: &cmcit ut illx redx
rationi pareant iconfcruat^ conAderata iudida mentis : Ac huic inimicam
intemperantiam eiTcieamcp omnem animi Aatum inflammare cd turbare ac
incitare : eoq; pado omnes ex ea perturbationes gigni. Nam ue» luti cum
fanguis in corpore corruptus eA: aut pituitabilis uere redundat morbi
xgrotationcr(p nafeuntur: Ac prauarum perturbationum diAotunta animum
fanitate fpoliat : uehementerep petturbat : ex perturbationibus ue» ro
morbi conAciuntur qux illi uocant : deinde xgrotationes qux appellantur. Quapropter
perturbatio quia inconAanter turbide^ fe iadant opiniones in motu femper
cA. Verum cum iam huiufcemodi furor ac mentis concitatio inueterauerit :
&tan quam in uenis medullif^ infederit : tum exiAit motbus at^
xgrotatio.Na cum ex falfa quadam opinione qux plus tribuat diuitiis quam
tribuendum At pecuniarum cupiditate inflammemur : nec adhibeatur continuo
Socrati» a quxdam medicina : qux cupiditatem extinguat manat illa in uenas
efficit» ^ cum morbum at^ atgrotationem quam auaritiam nuncupamus. Rede
to Liber quartus ^detn demorbis ut mibi uideris inquit
Laurentius &|ad locum eiplicandum appoiitet Non enim philofophi folum / ut
tu probe demondraui: Sed et oratores BC poetx non corporis folum fed et animi
fcpiflime morbos di« eunt. Ergo ut morbos inquit Baptifta ad animum ita
SC fene Autem reÆ refe ternus. Nam cum ipfe adcmrobur<p mentis ueluti
iuuentutem admireritt& ignauia ac torpore quodam ueluti fenio
tabefeit/ facile in uitia: ha;c autem motsanimotum eS/ eum adere uidemus.
Mala autem fuada fames quidnam aliud quaauaritiadefignat: qua homines ad
omne facinus impelluntur. Qua; nam enim res alia nobis fuadet aut
iniuftilfimts bellis innoxios populos iacef (iere I aut caidesiK rapinas
exercere: aut inlatroaniis grafTati:aut uenena pa« rate: aut fidem
fallne: aut patriam at^ dues prodete:ni(i auri facta famesf Quod quidem
fi ita cft eodem quo<^ in loco erit ponenda turpis zgefias.Cii cnim
homines paupertatem: quam nemo fapiens turpem exifiimauit turpilTk mam
putent :eam^ ueluti fummum malum exhorreant /nihil repugnat: nui Ius
pudor obftat quin quo illam fugiant/ omnia uenalia habeant /nec abfunt
tembile suifuformzletum^ labof^: Namquialuccexulcsinhistcncbrisuer fiintur: nihil
præter defidio fumooum quærunt: Nec meminerunt homines adagendum ati^
fpeculandum natos nullum laborem/qui quidem honefta^ dadiunAusfitelfe
fugiendum: De lato ucto fic accipe. Philosophi qui dt« ca prudentis
acquifitioncmuerfanturanimaduettunt corpus fi fociumad rem agendam
afiumatut maximo fibi eflie impedimento: Sensus cnim qui a.cor< pore
funt nihil in feueritatis: nihil fincen/utrcÆ dc his rebus iudiute uale«
ant in fe continent ; Ex quo fit ut animus fi illis ad inueftigandum
utatnrtfzpe dedpiatur:& illorum illecebris ebrius nihil ptofpiciat. Quapropter
mentem quam maxime pofliint a fenfibus: BC a corpore feuocant. Aic cnim
in eo qui phe don inferibitut Plato nos tum denii^ beatos futuros fi a
corporeis abfirahamur: ac deo fimiles reddamur. Hoc autem quid aliud qua
mori effe dicemusrQ^ua propter fijhuiufcemodi uiri dum uiuunt mori
medicantur: uenientem nemor tem illos trepidaturos cenftbis.''Stulti
autem qui nihil przter corpus nouerut: iniquifiimo animo illud difiblui
patientur.ReÆ igitur is quem totiens nomi no Plato [PLATONE] ut illos
philosophos sic istos philosomatos appellat. Quz omnia ca probe nofiet
Maro non illas terribiles formas elfeifed uideri terribiles dixit.Re
fiquaueroquz enumerantur &fopor& mala mentis gaudia ac poftremo
bcU luni/funz BC difeordia ad eandem rationem quicun^ uel mediocri ingenio
uir fuenc facile referet. Nam qui in uitio eft is tanquun fomnolentus ad
omnem honefiam rationem obtorpefeitrNe^ ullam uoluptatem nifide rebus
turpi.» bus capit. bellum autem ac difeordiam non modo cum aliis : fed
fecum geritt cum aliud libido aliud auatitia fibi uelit.Oefidia illum ad
odum: ambitio uero ad labores aduocet.Q_ua animi difira Aide ueluti
furiis exagitatur.in ultimi au tem deferiptione idem quod BC paulo fupra
ofienderac pulcherrimo nuc ac om nino poetico figmeco depigit. Ipfa enim
in medio polita magnu fpariu occupat: fhiAaautnulluprzbctifedfola umbra
nosdeleAattfic turpe facinus ea no« bisonditiquz nihil folidi habcatifiCquzcu
magna uideant /nihil finttut phip Ia.P.Virg.M.Mlego. gii zfopi
ncmplo telido corpore umbram fedemur > Q^uod eo quo^ ezprcC> fius
notat ciun addat in Hngulis frondibus (Togula inlidere fomnia: at^ ea
quidem uana: Nihil leuius/nihil mutabilius eft frondibus: Ea autem in quibus
fummum bonum reponunt ftulti:& quorum gratia rapinas fraudesmul
taipalia flagitia patrant: ut honores diuitias ac reliqua alTequantur: in qua
fot tunastemeriute pofTta Ht/SCqua facile mutentur at^ defluant: nemo eft
qui ignoret: Q_uz etiamuanisfomniis uerilTime comparantur. Sunt eodem
in loco plurima monflra non temere polita: Nam (i ca monflra dicimus
qux przternaturx legem eueniunt/ eunda flagitia ueio nomine monflra
appellax buntur / cum pmer rationis legem qua lola homines fumus
exoriantur.Me fito autem Ixionis filii putantur centauri : nam ille
contempta iuftitia abm« pto^ humanitatis uinculo populos libetos iugo
tyrannidis oppre(Tu:Qua^ propter eius cogitationes apnneipio aliquid
humanitatis przferentes inim« manitatemat^ eficriutemquandam tandem degenerant:
Non infdte igitur Plutarchus dimonflrat / huiufcemodi homines tanquam
fimulachro uirtu» tis adhzrentes/ nihil ITncerum/nihil tedum/fed mixta
omnia at<p nota facere: Cum fuam quif^ uoluptatem fequatur/fummis
petturbationibus ad fu* os impetus delatus: Prolixior limqua rerum
multitudo poflulat: 11 utran^ fcyllam profequar:in iift^ nimias
cupiditates exprimi oftendam: nam Hy* dra ad dolos fraudefi^ referti
facile potcft.Fuit enim Hydra Platone tcllefo* phiflaalidillimus: nam
cuueri inuelligandi duplex modus fitpetuetas alter alter pa
fophiftiasrationeshydracauillofasatq} deceptricesargumentationes ponimus:
Cuius uno capite czfo plura renafeantur. Nam una confutata ratione ille fuis
argutiis plurimos fubiungit. Hanc autem Hercules igne idefl ingenii
feruore extinguit.Nei^ eft quod et hoc inter monftra enumerandum negesi Namut
uera dialedica ab omnibus dodiflimisfummoperefemperap probata eft t lic
hanc captiofam grauilTimi femper uiti abhominati fuot : Chi meram aut ad
iracundiam iGorgones ad uoluptatum illecebras/ quibus ftul* d in faxum
conuati iccirco dicuntur / quia nimis illas obftupefcunt.Prudca tes uero
et Palladis zgide 8i Mercurii gladio facile interimunt refetn quis no
uideat : Briarei autem ac reliquorum qui aduetfus deos bella gelferunt /
fabu lamrcdilfime interpretatur CICERONE (vedasi) /cum id nihil aliud lic
qua bene monenti naturz repugnate: Gerion uero 11 grzcum nomen
interpreteris / terrz litem exprimet. Lis autem zterna eft terrz id eft
corporis aduerfus fpiritum.Ecitita ^ Gerion pars elfccminatior animi a
fenfibus ptofeda : quz in homine uitio fo uniuerfz animz imperat.
Q_uaproptet quoniam funt ttes animz par** tes / tribus illum infulis
impcralfe fabulantur : cuius canis iccirco biceps cfit quia cupidiute
llmul et timore laborat. His igitur monftris pettenefa* dus ENEA uim parabat.
At Sybilla hominem cotnmouefadens ea omnia fimulachrauanacfleoftendit: llIa^
non ui fupcranda/fed radone cognolizn da: cognita^ fugienda iubet. Poft
huiufcemodi monftra ad Acherontem Si cocytum deuenitunde quibus
fluminibus Si 11 paulo fupta didum llt:ea tame alia quadi tone
ptofequamut.A cdcupilcentia nfa uelud a fonte manat aqua: que ttygnu
palude cffidt.Ne a concupifeentia primu j>uenit cogrtatio/drnide
adioquapeccamus: Achcronpo(lhzccoDatatiorfluuiusc(l:nain per cum tt*
ptimirur motusad dagitiarhic autem poft cogitationem excitatunNrqt prerer
rationem cft quod illum ingenti tumultu ferri Seneca dicat: Non entm
poteft animus Itnefirepitu reludantis confeientiz in facinus
ferti:Q^uoniam autem fauiufccmodi peccandi deliberatione uoluntas in
uitium traniitsiccirco in hoc flumine nauiculamnautamipponunt.Poftuero
buiufcemodi tranlltum id au tem cft poli peccatum/fequitur mceror/quem
refert ipfa flyx.pollrrmo maior ludus qui eft cocytus. Vt igitur ponatur
ante oculos illa ut ita loquar} gradatioi primo loco eliconfcientiz
motustfecundo deliberatio fu fapiendi flagitiit poft hanc mæror ac demum
maior ludus:primum ita^ ac tertium (lyx fignifi» cat/f ecundum
Acherontquattum cocytus. Sumopere me hzc deled.<nc inquit LAVRENTlVS. nerpme
offendit quod eofdem fluuios nonaduna/fed ad piares rationes ttanfFeras.
Videmus enim et grauiflimosin nollra theologia lo
cosuariismodisadodilTimisuiris intcrprctari. Habes igiturdrfluminibus in
quit BAPTlSTA:Nunc quid libi Charon uelit/confiderandu cenfeorNara
portitor has horrendas aquas: et flumina feruat terribili fqualote
charonicui plunma mento Canicies inculta iacet.uerum ut res fuo ordine
progrediatur/ non nautam folum: fed £Cniuem limul intcrprerabimurtSit
igitur nauis uolu> tas:licnautalibeteuoluntatisaibitriuni: Nauis
lurfus cocoinfuum cu fumdi ngitur.Hiceledionrm exprimittipra enim
eiedionc libetum aibitrium uolun tatem dirigit t Qoin U per uela eziefles
incliuadones non erit abfurdum incel Iigere: Nam quo czii inclinant/id
libenter eligimusmili illis fefe ratio opponat: cuius tanta uisell/ut
etiam fyderibusdominetur.Pergrata hzc funt quz dicis inquit LAVREntius.
Video enim te chrillianorum dogma retinere: ut tamen mathematicos
oinonoirrideasiScdfequereobrecrotSenex cll chaio inquit bA PTlSTA tqmaiali
no tepore ut Platonici:quosfequic poeta/uolut dignitate faltem et origine
prior cil corpore. Adde qdzternacfl:zcemitate aut nthil ana
tiquius:Q_uaproptcr Si, arbitnu libetu in illis zternu:Sed auda deo uiridili^
fc ncdustqanuquamdeficit.Ellaut terribili fqualore &ex humeris
fordidustili amidusdepcndet.Q_uz omnia ad corpus tediflime ni fallor
referuncut : cor« pus enim ucluti ueltimemum ellanimz: quod alfiduo
mutatur ueterafeit: actz dem tabefcit.Addit duplicem oculis flimmam:quia
liberi cll arbitrii ad utmta ucliiflcdi/dC ad rationis fulgotem/8t ad
cupiditatum ardorem.non temere au tcmncc tine exadilTima quadam ratione
herebi nodifip flliusell Charon: Ce£ Iffcnim nox in nobis quz nihil aliud
ell nili ipiz ten(brz/quz abinfeinapro iieniut/nulla erit cofultatioe
opus:mens enim fumu bonu perfpicue nofccrcta &in illud line ulla
dubitatione ferret .nuquam enim eligimus nccelTatia/ac fub lata
dubitatide ois confultatio celTat :Quapropter qui iam in tertio uirtutu
gea &erefunt:quas purgati animi appellani/ii prudentia in repe deledu
no utunc' t led przter ea quz lut uera bona nihil nouetutiea^ fola mtuent.
Herebus igi tur.quud uerbu grzce ab obfcuritate originem ducit:ita lefc
rationi opponit Utopuslit cofuitatioci (^uoniauao Cutmdd Keba}acmodeacccllarii&cota la
.P.Virg.M.AIlego» fuUc:opottuit bancuim ea libertate donatam
clTerut aut de plutibua unum/aut de uno <tt ne agendum pro fuo arbitrio
deccrtut. Hoc (i itæfta gratia didtuc Charon«Nibil enim iibaius cft gratia
cum fua fponteproueniattnon autem a cuiufquam merito debcatur.Q_uaproptei
cogi nullo pado uultsat(^ ea de au« fa cum Æneam pet tacitum nemus ucnite
uidetific prior alIoquitur:Q_uiiiquit cs armatus qui noiha ad iimina
tcdis/Fare age quid uenias idbinc et comprime grclTum>Nam cum etiam
rationem ad (c ucnire uideat liberum arbitri ums Non ante illam admiære
uult-quam difcutiat diligentius quid fibi agendu fit.Qua» ptopter
addiuNcc uero aladcm me Tum lætatus euntem accepilte lacu > quu ne ad
uirtutem quidem trahi uult liberum arbitrium. Verum antea confultat i Et
pofi confultarionem deledum adhibet. Quam quidem rem animaduettensff
billa; (Luimrubiicin Nuilxbci Dndiznccuimtelaferunt;&: ut appareat
illum con cogi/fcd per confuitatiomm peifuaderi aureum ramum
oftcndittllleaute ad uifam fapientiam libenter conuetticur: fiC de natura
hadenus.Nauis uero a czruleo colore confiatilile autem ex albo nigrocp
conEcitur.Conteplator enim inter iofeitiam at^ cognitionem uerfatur.Non
enim mouetur quifpiam ad in» ueftigandum luli aliquid uideat: Rurfus cum
omnia in ea re uidcrit definit fpe culari. Eadem fere ranone futilis
hngitunperceptis enim percipienda adneditt Si autem futilis &,
timofa.Nam antea quam habeatur perfeda rerum cognitio/ non ctit ita
perpetua rerum fenes/ ut nullum intermedium relinquat: Animas uao quas ut
Æneam recipiat e naui pellit:omnes animorum affedus qui ratio ni
aduerlantur interpretandas opinor. Sed uos fortafie nimis cutiofam
nimir(^ ineptam huiurccmodi interpretationem exifiimabitisicum ita minute
etiam tni nmiaptofcquar. An tute cutiofum aut ifia minuta appellas inquit
LAVRENTlVS: quxetiamli nimis ingeniofe elicienda el Tentidigna tamen funt io
qui» buscJaboresi Nuncuerocum fe ultro offerant/quis ea repudietr Q^uin
igitur ptofequetetfiC qyz difputationi noftrx quadrant ne przteri. At^ in
pnmis quid libi Cerberus uclit/nobis apeiiiNam &quod cymba
gemuetitifiC quo drimofa inultam paludem acceperit : ego nifi tu aliter
fentias fic accipio/ut in altero fpeca lationis diificultatemiin altero
terrenarum uolupratum illecebras : qux furtim dum uitia fpeculamut
interfluunt/exprimere uolueritiPromptum pa immortalem deum ingenium/^ ad omnia
uerfanle in te elTe uideo LA VTENTi in» quit bAPTlSTAtnei^ commodius ifia
meintapretari potuiflie fateor: Ad cer betu autem de quo audire cupis
/paulo poftucniam:Interim pauca qux omi(< fafunt/percutramus: Ad
nautam omnes confluunt animxtomant^ pnmx tranl Huuiumpottariitelt dunt^
manus tipz ulterioris amore: Hic iguur con» curfushocut puto
fignificatomnes natura fdre. cupimus: natura autem non omnes admittit:
quia liberum menns arbitrium non omnes ad.fpcculatiooe adtmttit : nam
quod in humatorum animx cenmm annos uagentutt de zgf* ptiorumconfuctudinc
tradum: 6c Seruius et Seneca affirmant i Q^uam rem deinde Orpheus^ad
inferos tranfiulit: Vehementer uero quadrat Palinurum a fybilla feuere
calbgari: nefas enim efi cum appetitum ad ueriinuefligatio» bem
ttaduccre/qui aducHiis rationem contumax fit r Sed redeo ad Ænca;^ at at 0
jlU, DI ii a a » 0 3 i i Liboguartuf
tat) jcm charon ad ahetam lipam iocolumetn traducit.Ipfd «tiim poft
diutumu catamen rationis Kappetttus in fpeculationtm tradudtur.Q_uo in
loroaio^ uutn adunfus fc bellum cxdtari Tentit, Cerberus enim ha;c ingens
latratu regna tnfaud petfoiutaduerforecubans immanis in antro.Scd
animaduerte qua par» 1)0 negodo omnia a Sybilla pacata reddanturrOffam
enim latranri cani porngit Qua uorata ille in fomnum inndit.Q_uaptoptet
occupat zneas aditum cufto« de (iepultotCerberum igitur ea fortalTe
ratione tridpitem poetæ tradideruttguo* biam illum terram gux trifanam
diuiditur /interpretantur. dicuntcp grzce quali Omnia enim corpora
uoratterra:quado quidem io ea omnia reddunt.Si i^‘tut terra eft cerberus :
quis non uideat porta noflrum per cciberi latratus noftri corporis
indigentiam exprimere uoIuifTe. Cu enim ad rerum magnarum cognitionem
eriginiunhoc profedo agimustut men tem quoad dus fieri potefi a fenfibus
reucKemusremoritp dircamustnon tamen ex buiulcemodi mortis comentarione
intereat corpus neerfle putestred cft illius ratio babenda.Reclamat enim
ne fibi neceflaria fubnahastlnmrgit^ trifaud lar ttam.Tribus enim rebus
indiget dbo potu ac fomnotin quibus nifi fatis illi a no bis fiat adeo
obflrepct/ut nihil egregium meditari (inat. Cuamobrem nullo par
donegligenda e(l cura corporisrlimplicitcr tamen modelle ac omnino
fobrie/re fidendumtut cum laboribus ruperetTepoflit: nimio tamen luxu
contumax adr uerfus animum non reddaturtpaucis enim natura contenta eft :
at<p ea huiufcer modi funt/ut fine labore: fine fumptu facile
comparentur. Nam ne fortafte ad ea re me te reuocare ardas quibus Ginicus
cotctuscfti^oflincuicmdumolusnul 10 etiam lalecoditum fuauilTimas epulas prxbere
pofnttaudi ea quibus uolupta* tum patronus Epicurus acquiefdt :Num ipfe
minus uiliflimo panno:quam aut purpurea aut ccKdna ucfte a frigore
defendi rxiftimat.nu fitim nifi chio aut æte 11 uinoatinguitnum
famem nifi exquiritiflimisregiin^ dapibus fedari pofte pu tat: Epicurus
inquam qui in corporis uoluptatefummum bonum ponit nullu aliud pulmentum
in coenaptzta famem ac fitim quzfiuit : quem etiam legimP ad panem raro
quicquam prztn cafeum addere folitum.Ficedulas autem ac par
Uoncsreliqua(| ilb flagitia quz et Maaobius in pontificalibus Tuorum
tempope ccenisdeteiiaturt&nosno ftratempeftatein romanorum przfulum
dipibus fir nefumma indignatione ac gemitu meminifte non poflumus ueluti
pemitiofilTi mamonftra exhorrebat: Qua quidem in te ego terni LAVRENTI
ficut inc zr teris temperantiz partibus iumma laude dignum puto;Nam przter
id quod plu timos iamannos utiunfiurarum articulorum dolores efFugias:uinum
non bi bis nonne pro miraculo haberi poteft/ut tu in tanta mum omnium
affluentia: in tanto urbis noftrz luxutin frequentibus
lautiflimir^proptaalTiduashofpita liutcs BC æbra fodalitia tuz domus
conuiuiis nihil intuum uidum nifi fimplex ac populare fumas: Q_uzdum
cogito redeunt mihi ad memoriam ea quo quzdeFederico Vrbinatumprindpcnon
folum audiui:fed etiam propter antir quumhofpitiumfl Cueteremamidtia
fzpiflimeuidi:Inquoduce et fiplurimz aliz^ ea magnitudine uirtutes
elucefcant/ut ueluti folis radiis minora fydera Oiancfcunt t ita hzc
illatum fplendote obruatuntamen quis non obftupefcat ta Id.P. Virg.M.AlIego;
tiu Meorinaum acrobrirtitf modicamincaftrisubiuJrtrolrt Wtn
f*t« inopia nullu inter fumtnfi duce ac extremos lyxas et alones d.(c^«,
elTe patn tfed domi quocj ac in aulatin qua cu ota ornamenta pana fefe
offerantmec uiq aut liberalitas/autmagnificeoa defideret s tamc
difcubent* illo nulli aut palalaSo aut nometano/fed Bi philofopho et oraton
ocw relin^ tur.lpfe enim a primis annis uini prciflT.mus fuiticuius ufum
paulatim inteitendo eo progtelTus eft/ut iam diu illud omiferit/nemo eQ qm
communioni epulis/nerao qui fimplidoribus uefcatur/quibus dum
corpons U.TO r fiaui(rimisinterimd Wu«o™“‘l'fP»°"J'l?“perfipefii dum
lingulis annis ualitudinis oaanduj raufa romanos aumnmos Sfugiensadillum diuertor:uidearmihia
Sardanapall.c«rn.sm AIano.conu.- uium inddiffe/K ad aliquem foaaticum
hofpitem deueniftim quo pnfc* con. tinentix ueftigia tam uehementer me
deledat/quamm notoojir hominum qui rubris nigrifqj galeris:ac niueis
riciniis totius fanditatis doannam phtent luxm lafciuiam exaritat.Pudet
enim pudet mi Uurenti pigetip noftroju «orumm m totius rei publicx
chriftianx curiam in qua integra religione maximaij dodnia nonnullos
optimos patres K tanto fenatu dignos elTe non negaueom/iis homu nibus
aditum quotidie patere uideamiquos ego tunc demum fenatorium ordi. nem
romx iure obtinere cenferem/li Heliogabalus ib inferis redudus rurfusim
peraret. Verum cu hxcme alio in loco deploralTe meminenm agamus quod
iltat. AtcB naturam noftram minimis cotetam effe intelligamus.Q_uod cu
expnmere cupet Maro Sybillam quxueradodhinæft inducit offam in qua
et andu 8Cb^ mefcens fimul alimetum fit/Cerbero porrigetem/qua
faale et fihm? I*' det:& in fomnu inddat.Aureu pfedo
prxceptu.Nam qui aut Uutiflimis epulis corpori indulgetiaut uaria uina
exqrit ipfa crapula at(j ebrietate « c^us contu max fibi reddit/8J animi
aciem ita hcbetat/ut nihil altu fufpicere poflit. Upt^ quidem funt ifta
qux dids inqt LAVRENTlVS. Verum de Cerberonon idem TOCtas omnes fentire
uideoiMaro enim eum canem ita latratem inducit/ut non egredi fed ingredi
cupientibus aduerfet":cuius qdem rei rationem optime a te ex Mfitam
effe intelligo. Nam huiufcemodi corporis indigentia non iis allatrat qui
corpus curadum redeutifed iis qui illo negUao ad ueri cognitione £0“«“^
ItacK ut dixi ego qd Maro fibiuelit plane tenere uideot; Veru cum apud
Heli» dum poetam ut te non fugit nobiliflimum legerim Cerberum uenieti busauda
auribufm blandiriiExire ucro nemine patiiln infidiis enim
delitefcesjqucmcua extra ianuam offendatiftatim morfu laniat s no
intelligo quo nam modo hxcoi no inter fe diuctfa non fint nifi fortaffe
alium ad inferos defccfum um Maro exprimere uoluerit.Ingeniofe tu quidem
inquit ® dit enim ad infaos xneasiqa in uitiopr cognitione tcdit:Q_uod fi
ita eu ingit™ enti aduerfabic Cerberusrodit enim hxc corpusiFac aut aliu
no ut imU nan^ cognofcat inferos petereifed in ipfa uitia labi auribus 8i
cauda bladiet Cnbe^ qppe qui illu ingredi cupiatiNam qd aliud moliunt'
iquid aliud conant perd» boies nifi ut tridpitisbelluac non folii
indigeti* fatiffadatifed oes uoluptates plcanuQ^uod fi ide ifti nonunq
pdita uita reliqua «id enim eft infaos egteoi* - >4^».Liba guam»
tcnctit tuc latrat tunr mordtt canis.Rrde igtt'’ addubitaftt.Rrdt us aut
dubitatio orm fuluifii.brd ut ad Maronis cci bttutn rrdcam facile ille
(imp KnlTtnis rpuHs arquieuits Acneasautnn celer ripam cuaditsNon enim
lente K cum fegritie bacc adtunda funcfcd omni contentione at<]t
ardore captiTcnda. Qucniam autor do in rebus huiufccmodi cft ut primo uitia
cognolcanf. Cognita deinde effuga» lunut pofirtmo illis purgati rerum
diuinatum in quibus fummumbrnum con fidit idonei contemplatores
eifiriamur/erat illi totius bumanz uitz curfus mrn< te repetendus/ut
peripicuc intelligeret no folum quato fe fcelere adnngit qui no biliore
fui parte neglcda in uno corpore:& in iis qux a corpore fum
uoluptatib? fpem omnem reponunt. Veium etiam quata miferia opptimanf. Earo
enim uir tutum armis quibus folis uidenes euadne potuilTi nt penitus
exuti nudelilTimis fortunzidibus nudos fefe obticiunt/& ut ca»era
aduerfa/qux innumera quoti« die æddunt omittam /mortem ipfara qux
lingulis borarum momentis impedet uelub lummum omnium maloium
rxlKHret.Q_ui quidem matus enam Ii nui la alia ptutbanone adiaans ipfe
unus nos nunq refpirare linit.Quaprnpter hac iirpeipfosmfantesin pnmo
uitz limine petere oftedit.Hac et in fontibus p uim mferri edocet. Hac et
libi iplis eos afferre demonfiratiqui adeo imbecillo animo fimt/ut
grauilTimis quibufdam ptutbationibus fe pares gerere nequeat. Qux q dem omnia
diUgenter intuens xneas decernit tadem hoc in primis fapienti prx«
fiandum elTe ut culpa uacet/mortem autem ipfam inter naturx munera eoumc
ret/cum cz ea no folum nihil mali nobis id eft animis noftris eueni» / fed
contra fummum bonum/quonia a tam tetro carcercfoluti in noftram nanira
rcdeam5. Qua qdem ratione faceti cogemur amice at<^ indulgentet cu
illis efle adum qui antea ad buUifcemodi miferiis erepti Itnt/quam in
casinciderint diuind omni nomunus illudincIcobim/ttbito Dcalunonecollatumtquipfofuma
in ipfam deam arqi in matrem pietate moetemcofecuti fint/Cxtenlt^ omnibus
natienb bus ac populis fapietiotescl Te traufosputabimus/ii enim populi
in thracia funt qui fuorum onum multis lachrimis ac lamentationibus
excipiunttquot mala il« hsin uica cucnmra line enumerares. Obitum uero
omni genere lattitix fcquua tur.Cogitant enim quot erunisq
uariisgrauibufip fortunx cafibus morte libera ti fint.Huiufcetoodi igitur
rationibus paulanm xneas moetum mortis deponit: Quin fi aur fe aut
quempiam bonum uiium fupplicio morte ue per fummaiiv iuiiam peti uidcbit
non duliilHme ur Xanthippe illa de (bcrate falrc merenti hoc
cucnitetdicet.Scd quod uetumefferapientes norunt Ihilti uero negant a nrmi ne
nifi a fe ipfo quenq Izdi polTc affirmabitmetp quicq quod turpitudine
careac in malis cuumerabiti^uin Kfoaatica argumentatione
couincctquicuipiniue fiecrudeliterip in aiiuiu «gerit non illum fed
fcipfum iniuria alficere.Eos autem omni odio infcdandosducct/qui animum
immortalem fiuptr natura itaro bulium/ut humana omnia contencre polTit adeo fua
ftulttria enenuuerittadeo £ taua confuetudinc imbecillum reddittut famineo
amore incefus in eum pau» tim furorem ptolapfus fittut fibi ipfc manus
atruleritiK morte q fummum tC> fetnalum putabatiid quo urgebatur malum
effugere tentauerit. Qua quidem in te pnmum ignauiam ai<f incttiam
cotum damnat:quia fua culp in eum Lbt o ii
In.P.V;rg.MtAIkgo. dinofum atnortin inciderint quem Plato ab humani»
morbis natum affirmat: quoniam illi eofoli afficiant qui uentri ac fomno
dediti: et diuinitate fua quam aroris denlis tenebris obrui pemuferut
penitus obliti nihil præter caduca : et aut morbo aut ætate cito perituram
corporis fortnaih reTpidunn Quamobrem bis pcccant. Nam 8C a principio Tuo
deiidioro ocio ac libidinofa lafduia effedum e(l ut in rem follidtudine
plenam inciderint. Deinde cum morbum fua culpa cotn dum diutius pati
ncqueant:fumma fc impietate afttingunt qui a fummo deo in coipus ueluti in
cuftodiam mifii in iuflu ipiius illud deferunt.Specula^ poii bax extremam
eorum hominum inlaniam/qui cum perfummam iuffitiam intrati/ quillo
fccuro^ odo degere poflient/per fummara tame inturiam ac impietate pa cem
pcrturbare/ac omnia mifcere maluerut. Nam aut nulb iniuria affedi ipfi ul
tto auatitia ambitione ueimpulfi ferto igni fraude nihil tale merentes
laceiletut/ aut ipii lacelTiti nihil de iure quod hominis pprium eft
difeeptantes ad uim qux faamm ed fe contulerunt: Hinc genus humanum cui
pa edeordiam in fummo odo uiuere licuaat affiduo mifccri uidcmusiHinc
multarum regionum popula dones fiC infinito;: mortalium catdes oriri
aiaduertimusmt cum undi quzeu^ nobis calamitates eueniut
colligerimus:nulla homini q homo acerbior pedis in.> ueniat : Vides
igit q exada lapietia hasc oia poeticis ligmetis exponantur. quidem quoniam huiufccmodi clVe
animaduertit/ut et cum fcelæ dant/ fit po£ fint etiam uido carere/placuit ut
una ac limplid cdmunit^ uia irecur.Cum autea Deipheebo iam difccirum
fuerit/quonia eam iam fefc contcplanda offerut / quz aut penitus
flagitiofa (int/aut pcul ab omni fcelæ folam uittutem continet du plicem
iam efle uiam oportetrut altera in itnidram ad ui tia defledaturcAltera
uf to indutt^tnaduirmtesdcueniat^Hociglt inquit LAVRENTIVS fitPytba
goram illum exprimac uoluiife acdiderimtqui littaam yadinuenit. Quod no
latuit Perfiuspoeta/cuius cdillud.Et uitz nefeiusenor C5eduxit trepidas
ramola incompita mentes» Ifrhuc ipfum inquit BAPTlSTA.Sed uideamus
quzfequa/tur. Æneas fub rupe (inidra mcenia iata uidet triplid circudata muto,
fetifica p/ fcdu tartarotum defcriptio.Locus enim exprimendus iam edin
quo uarialole/ ta puniantut. Hzc grzci tartara ab eo quod ed tarattiiid
enim cd pettutbatetex p turbationibus enim uitia oriunc .‘cademi^
paturbatam femper peccatoris meo» tem tencntilnduduntur autem triplici
muroiquia non una ac fimplid uia fcd tri plia peccamus.ptimo enim quodam
folo animi motu ab deprauata uoldtatc fce Ius condpimus.Secundo deinceps
loco accedit adus.Qui podtetno iteeum at/ iterum muItoticnf(^ repetitus
habitum obdudt.Q^uamobrcmhzctria in tat taris iure expreflit poaa quz
procul a uiro beato edic tedatur laaoruffl cartniiid uates.Ille enim
fiatim a principio dc ordif. Beatus uir/qui non abiit in condlio i
piotum.Videsiammotum primumanimi adrcclus.Ocindc fit in uia pacatora non
dctit. Quid enim aliud uia cd nid ipfa adioreitquz depius repaita nd am
piius in motu ed:fed iam fedcmdbi ponit fit redda in habitu iam
coadabilito. Rcde igit fit in cathedra pedilentiz non fcdit.Quod autem
flammifluo phlege thontbis flumine tartara ambiant" :minimc abfurde
dixit. Odendit enim aidp/ cem itacundiz: fit arumotum zdus quibus id
hominum genus alGduo torretuta Tantum fnim tH uittoruu odium/ut et qui
illis delcdati lutif tandftn pcraitoi tiamdcdudi
uitaniprattcTitan]datnncnt:urhcinrntn(^ oderim i fibi uno ipfia ætnime
iraiiantur. Nam tu donum cblTes tranfifTc dies luretn palufttttn: Ca
ptiui tamen unico habitus dnnui inuiti trahuntur at(^ ira furore^
exeduntur. Quapfciptcr tapidus flammis ambit torrentibus omnis t Tartareus
phlegethon. Nulla cnun fomax/nulb fabrorum oflirina magis exxfluat quam
feeleratorum mens Nam Taxa a flumine contorta oflendunt quam graues quam
molefli flnt buiufccmodi motus ati^ «agitationes. Addit ad ba;c portam
munitifilma fit foli do adamante columnas: quibus locum ita munitum
redditiut net^uirorumne czluolarum ui efitingi poflit. Quid ergo flbi uult
dodiffimus uir: Nempe hoc ut puto uiros flagitiofos ac permtos cum in
tartara deuenerint. Id autem est cutn longo habitu fcclaum mancipia cfFcdi
fint/nullis uirorum monitisi nullis diuinis ptxccptiss nulla deniipfyderum
clemmtiainde eripi pofleiQ^uaprcs' pter iute tales homines fit larini perditos
it grxd afotos appellant.Erit igitur in quit LAVRENTlVS amifliim in illis
liberum mentis arbitrium ut fit fl uelint aduirtutem redire nequeant.
Video fit in hoc ingenii tui acumen inquit BAPTi bTA. Nam breui
interrogatiuncula illa omniaconcitafli: quz a grauiflimis phr lofophis de
uoluntario dem inuoluntario quzri folent. ua quidem in re no solum
ingenium laudo/ redconfilium quotp uehrmenter approbo .Nam cum multa
liefe tibi offerant tquzfloc cuiufquam auxilio ipfe tibi foluere
polTis/ea tamen ab alio dici mauis/ut fit raodeftizquod nihil tibi
arroges: fit igmiiquod prudenter interroges flmul laudem feras. Verum
facile ita huic loco occurretur li dicemus non uoluiife poetam
ineuitabilem neceflitatrm/red eam difficultate quz impoflibilitati proxima
(it demonflrare.Sed fac etiam(^(T placet)omnrtn ex cidendi facultatem
adimere. Non tamen dicemus flagitia quz committunt in^
uoluntariacffe.quando illorum principium uoluntaiium ruit. Nouitenimin#
continens peccate curo adulterium committit: potefl^abflinerefi uult.
Peccat igitur uolcDS donecafliduishuiufcemodi deprauatis adionibiTs eo
perueniat/ut contrada iam intemperantia etiam fi uelit abfhnerc non
poffit/non tamen inui.' tus dicetur peccaffe/quamuis tunc nolit quoniam
licuerat a principio/modo uo luiffet in firmum illum intemperantiz
habitum non deuenireK^ uaproprer no magis inuituspeccaffe dicetur/q qui
fua fponte in quempiam lapidem iaciat de^ inde
pOEnitcntiadudusteuocatetfipoffet lapidem : qui per ærem fertur quoni
amnoUer hominem ferire. Ferit igitur fi! bene uolens : quoniam initium a
fua uoluntatc fuit. Sed hzclatiusapud Ariflotelem in libro de moribus
difputata inuenies. Itatp redeo ad zneam : qui ut uides urbem ipfam non
ihgredit. Nam qui uitiafpeculanmrnon uniantur interuitia
.lllorumuerouimat^ naturam a S)rbilla(^nam eunda edocet dodrina^penitus
intelligit. Procul tamen in limi ne Tyfiphonem uidet.ponit igitur furias
in limine tartari/de quib^plzra<]p quz a poetis finguntur
uelutinotiffima omittam. Plane aurem conflat placuiffe pri (as foiptonbus
quicuni^ maiori flagidofeobflrinxetint a furiis uexari t ut in Horcfhs
Alcmconifi^ matricidio uidemus. Quo in loco quidnam aliud expri tount
furiz : nifi inquietudinem æpotius uexationem quandam
turbulentif In.P.Virg.M.AUego. Narorima hxttd uluo quod fe ludia
neroonoanaabfolmtur. VtminU cts/ut mdida/ ut d«d<cus/ ut infamiam
effugias ; nemo uident : nemo a^ienfc Q
uitcftisdtaripolTitadcfttamen Sp& confciennaiquxu “*8«* Sicium rapit. |au.ff.mum
tcftimonium dior i comnncjt ^am «jb cod,; U^uenaled.fc ilU flacellai
hi fcrpentum moifus quibus fun* nos «agitant. Habes de tun t S aurem
Ufcelera. at, V «auilf.ma«iftunt a principio enumexat. Impietatem in
S in homincs.Nam et tianiam prolem flurni naulo ante dicebam / confæntix
cruciatum dodioreinterpretantu^ ?e enm ueluti Ceuiffmus fcelcrum
uindearqux flagitio obnoxujU^ i^ na affiduo nmarur: et dum commilli in
mentem dia corrodit /curafm afliduo excitat /nec eefpirandi fpanum
ueroK fxioncm tyrannidis exemplar effe uuir/quo Upfura cadenti imminet
affimiUs: Nunquam enim fine pe^ione uiuunt. (^uod et Dionyfius ille iyracufanus
Uamodi tamilun L illum beanffimum putanti probe oftendit / cum illam ita
int« ^s epulas ac pretiofa unguenta coliocaflct /ur umen metu
fupta caput equina feta pendentis nulla poffet uoluptate a la. mSlto rnelius\ofcunt h^ines quam detur
modo impeni acquirendi fa tasttuitate fciant.Ncc ueto diffiale eft intelligne
quid ftbi te ora paratx regifico luxu; cur furiatum maxima luxta
ptohil^t contmgæ menfas ; Neq, emm uerius neq, «prelf.us Le
potuittqux in eam homines dementiam protrabit/ut cumpluniM^
geffeS/tum maxime fame per, re malint quam congefta fe et pulchre
Orarius Tantalo illos comptat / qui apud in miiima aquarum pomotumtp copia fm
fame^ torqueatur. Pulchre em am^ illud tCongefiis undiq, Ciccis
indormis inhians et tanq^uain SI coceti* j pidi» unquam gaudete
ubellis. Magna ptofedo nutn da qw non norunt harum rerum poffelTioncm non
propter fe ntef illatum ufum.6 uapropttrbonailia
nontede/uuliaautemtecteappmus. Sed nimis mulu quando multis iamin locis de
auanua diximus /i deliqua uidcamu* : Saxum enim ingens ii uoluum i. Quotum
uiu per Itm mam mftriamin eo uerfaturiutCcmpcr ea prtantitamohn “ir
««/qux aut nativam aut fortunam suam confbtuu efficere nequeant i o^el^
eoii« conatus irtiti mefficacefij fint.Rourum uao udus dettndi pendere
nmw‘ Kdicuntur.quinibilranonefiiconfilM) ptzuidcnteiinihil P‘“^, deo
fe fortunx conimittilnt/ut eius cafibusuelun inter eutyp fludibus ucw
affiduo totentur. ne« uittutem ullam habent in quatn ueluu in tutum ttanq him potturo
W^tteapoepofli Bu Huiufcemodiigitutu Ut tactchqnaquxpItt r- Liber
guaitiu rimi uaria^ fuot edocet Æneam Sybilla / dodum^ flattci ut feiUis
«pii> ct admonet: ut punis campos clyfios ingredi poflit. ms igitur
Matontm a Platonis dogmate difcedcrc diat. lllc enim cumfummum bonum in
di' uinarumtetum cognitione pofuiiretiproptetea^ ccnittctomniuuiuium
gr^ nete excellere cum opottæ : qui cum Iit futurus beatus / tamen ab iis
in< dpiendum cITc oftcndit qua: Ant in uiu et moribus poliiz. Cum enim
dv uioa / quæ puriflima 6i ab omni labe corporea impolluta lunt impurus
nr-< mo attingere ualeatt pcrhuiufccmodi uirtutes expiemur neccire cU/
illis ctjita tL uitia cogDolicimust SC cognita abhominamunat puiilliau
ndiu i.xlo^ fiia ac immortalia egredi poAumusiHac igitur ratione
iinpuilus Maio cum ad tummum bonum perducæ honunem uelitt ira Acnram
iiiflicuendum curati ut primo uitia omnia edoceat/ deinde illis cum
opiaium ad campos clyAos perducat. Cognita enim uitiorum turpitudine
totum odium Boa inepuiquz quidem prima omnino lapientia cft. Audirus cnim
ad il« km/cA,ut fiulritia careamus. Sed tu nefcioquid mirabundus tecum
animo ooluisiifibuc ipfnm inquit LAVRENT1VS. Stduide.quantum tibi
extua diTputationc debeam. Dum cnim mihi planum icddeie Maronem
ttnusi id^ efficis eodem tempore in noAri duis diuinum poema induds.
Nunc enim demum pcrfpido quid Abi uclit Oanihcs qui piimum ad inferos descendattat^
inde emergens, nullam aliam uiamniA pcrpurgato iialocaadca; Ium inucniat
: Made uiitutis adolcfccns inquit liAPTlSTAi qui non ea ib lumquz dicam
Si A diffidlia Ant facile acapias. Seu quadam Aaulitudiueou dusinde ad
alia accedas/ut cum ilk maximam laudem ex diiigcntiilin<a quadam ingenii
atrihd^ plena imitatione alVccutus At : tu quoqi uuuciedio acm laudem
mcrcaris.qui bzc omnia/quanquam uebemcutcr dilliuiuJata lint in illo
poeta rccognofcas. Ego uero inquit.L. quantum cx huc merear ipfciu«
dicabis tqtianquam ueriorne nimio in me amureiaplus noAiutnlioc ingcnk um
longe pluru facias/ qua oportet.iliud tamen Si A alicnuni a ptopolito
fcf<t mone uideatur/non omittam .Tu autem quod dicam ea laiiunc amc
dida ædas ueliin / non ut meum ueluti decretum in tanta icponam / fed ut
iudtci' iitntuum quod ego onmium reliquorum ludicioaotcponomcu uerbis
elici am • Ego a prima pene puetma cx uiaufqi patentis m Aituio adeo
famibate uni uctfum opusAorentim poecz mihi reddidi / ut pauci omnino Ant
in eu lod quos ego Aquando illi huiufecmudi oblcdamcntt gciius
rcquitcter.t/ non fa« cilc ad uubum exprimerem. Sed quid poteram puer ex
um dtumo uacc ptet maa uerba pcteipcre.Nunc autem cum uniuetfum rci
argurocniu mciice peu curro tumma admirauone cius uiii ingenium
ptofequor.Na oi lu upexe fuo te xendo pauca onuiino Ala de uirgiliaiu
teia mutuari uideac ttameii mde oia pe ne Ant.l uiobtcmnuncnd demum
inteiligo/quod nos cx Cict-roms peepto Izpenufflcco Lidinus admonete
folct cc in aliquo imitadu diligctcm oino u* dooe adhibcnda.Nci^ enim id
agendum uri idem funus qui fuut miquos imi tamut.Scd cotum ita iimilcs :
ut ipla Amilitudo uix illa quidem neq oiA a do dia iatcUigauit.Sed tu A
uidetut ad inceptum tedi. Cum igitut inquit. et la.P .Virg. M. Allcgo. omnibus
iam uidis expiatum Æneam ad eamm rerum cognitionem Mato deduAurus
elTettqua; in casiis funt noncxlum fed elyfios ampos nominat. Miro profedo
ingenio u3tes/& qui eodem tempore et figmento fu o Kuerita
tiin(eruiat:Nam& (i apud inferos poetarum more heroas relcgalTct i
tamen nt hzc omnia de czio ilium fentire animaduertamus largiorem
ztherem: ac fuum folem fua^ fydera illis tribuit / ut cum a figmento
nufquam difcedat philofophizumen ucritatem profequatur. Nos autem (i quos
uirosilleincz ios reponat diligentius confiderabimusiea omnia quz primo
difputationis die de utroi^uitz genere a nobis erporiiafunt acubflime
ilium elTe complexum animaduertemus / ut K qui in rerum cognitione
reIigiofe/8; qui in adionu bus ac uitaduiliiufte uafati Hnt digni omnino
exiftant: qui in czlumuelu« ti in originem fuam redeant i Q_uapropter BC
Orpheum Si Mufeum ac reliquos qui cafti fuerunt facerdotes : qui phoebo digna
locuti uerum reliquis ape rite potueruntsqui uaharum aitiu
inuentioneuitam cxcultiorem reddiderunt tanquam fpeculatores cotnmemorat.
Nei^ tamen eosobmittit qui aut piisar< mis aut confilio opera
induftriaat audoritate rem publicam dcfendcruntiK in duiliacfocialiuita
ueifati funt.Huiufcemodi ita animos ab omni corporea contagione expiatos cum fimplidlfimz
8C omnino incorporez naturas fint: SC maximarum rerum capaces exiftant
mullis locorum anguftiis arcuferi ptos nullis regionum terminis inclufos
eum animaduettac sed liberrime per omnes mundi oras uagareuideat: ita
Mufeum loquentem indudt: ut often. dat nulli e(fe certam domum Quin et cum
ita fenoit quz gratia cunumiarmo rum^uiuis fuit quz cura nitentes pafcere
equus eadem fequitur tellure repo flos, demonfkat non clTe
fcimroemoremeotu quz et divinus Plato t placo, nicus CICERONE de animis
noftrisfentit.Cenfent emm adminift ratores terum.p. cum in czium recepti
fuerint regendorum hominum curam non deponere. Net^folumii quiiuflepieqt
uixerunt eodem audore iifdcm (ludiis detinen. tur corpore exuti t quibus
dum uita manebat deledabantur: Verum llagttio. forum quotp animi quoniam
multum ex fordibus quibus intta corpora fe fadauerunt/ fecum inde trahunt
a prilhnis curis difcederc nequeunt. Vidt« ftis ni fallor longum quidem
iter ac difficultatibus erroribufi^ plenum: fed quo tandem uir uirtutis
amator finem diu concupitum attigent. Per uari. 05 enimcafus pertot
diferimina rerum initaliam tendam s OC in quietas f&. des deuenit Æneas.
Quem quidem fi imitabimur nos corporeis pedibus liberati / SC nitido
uirtutum fonte irrigari eodem uitz genere SC dum intra hzc corpora
uerfabuntur animi nofiri gaudebimus /& cum inde uoiucrint innoftram
originem reuerfi zterno zuo fruemur. Q uz cum ita a BAPTi.STA dida fuilTcnt :
ut difputationi finem impofuiffe uideretur/nihil polfutn inquit LAVRENTIVS
in ram longo fetmone defiderare.Nam a principio ad hunc uf^ locum ita
perpetuo tenore difputatio perduda edtut nihil aut inter* niptu/aut
diuulfum/aut ptzcipicatu t in quu inter mediu aliquod rclidn omif fum ue
fit qri poffu.Sut eni oia mirabili fetie colligata/& eo ordiecotextaiut
ni hil inde demi pofTintiquin quz tcliquutur manca fmt futuraiK nihil
addi qrf J M M S IJ i J i-S rg.§S l-l 1 t-i t 1 1^4"S fi-lltt
quidem 6 ab/it /multopere requlreudu uideat. Ignoscens tamen nimiz cupidi
tari no(trz/ri td nunc rcquiram:quod cu uehementer mihi planum reddi
cupii idne^badcnusateez porituintclligisnc locuinquo deinceps exponi
poflit teKdu uidei:Ezpefiabam enim non modo fufpenfo uerum etiam anxio
animo quid tu de iis fenrircsrquz furpiciens Anchifes fuo ordine pandit. T
u ueto dum rcbqua inter dirputandum fuis quz^ lods difiribuis/illa no
ueluti familiaria io iufteeiedarfcdtanqua aliena rine ulla iniuria
czclufa procul a tua difputatione amouifti. Qua propter incertus fum quid
agam:Nam ne audeo te longa ora rione defatigatum quicquaprztercarogareme
is quz fcire cupio zquo aiu^ mopoilu carere. Hic arridens BAPTISTA
meminiife inquit te oportet o Lau miri nos huiufcemodi terminis aniuetram
quzfiionem drcurcripiifre : ut quz ambagibus quibufdam/atip allegoriz
figmentis obfcurata effent aperienda pro poncremusim autem ea tequins quz
fuis uerbis fine ullo figmento enarramr. Ego tamen non ita exada ratione
tecum agam/utquodexpado debetur/id fo Ium enumerem t Sed prauerid gratis
aliquid in ea hbcraliiatc accedere uolo : Id igitur quod Maro ut
Principio czlum ac tenasicampofcp liquentes. Lucentenv ^globum
lanzritania^a(ha:Spiritus intus alit : huiufcemodi eri utftoicora de diis
opinionem refetat:Longum effe fi nunc omnium antiquorum philosophorum de diis
immortalibus sententias referam. Q^uz quidem tam diuetfx ta^ inter fe
aduerfz funt/ut totidem pene reperiantur/quot funt eorum qui feri
pfciuntcapita: Nonenimfingulzfolumfamilizfingulas fmccrias excogitari. Sed fzpe
inter fe eiufdem fedz uiri uehementer de re ipfa diffentiunt. Verum ut
reliqua ad przfcnsmiffa faciam et ad ea quz przfenti inquifitioni
confentanca funt deucniam:plzri^ ffoicotum:fed przfertim eorum princeps
Zeno universum mundi globum mentem et ratione & fummafapientiaprzdita
habere æ« didaunt /eam esse ignem quendam purissimum ac tenuimmu. At
ueluti ani mi noftri per fui corporis particulas oes diffunduntur/ita
illu per oia mundi me bta ueluti geniule femen unde eunda procreantur penetrarciquippe
qoi uigot fcmeni^ fit omniu procreandorum. Virgilius igitur qua uis ui
reliquis a Platone fuo nunqua difcedat tamc cum uidiffet Chiylippu in eo
quem de natura deope limpfic libro Orphei mufd Hefiodi at^ Homeri fabellas
ita interpretari ut ide prifcosolim poetas fenliffeconeturoftendereiquod
multis pofiea annis (loici fenferuntifbtuithacinreneab iis poetis quorum
fimilis effe cupiebat diftiml> Iis putaretur ipse PORTICUM fulcire ac
floicis adhauere.Na Platonis longe alia fententia eff. Ponit enim deu
penitus incorporeum:at^ extia omnem materia omnem mundum inipfoczlidorfo exiflentem.
Qua propteeillu hypcrcof mlon appellatiquoniam eifentia sua supra cxli
uerricem mancaticum tamen ui ac providentia nufquam abfit.fed omnia
circufpiciens etiam minima curet.In phzdro enim ait. Magnus in czio
lupiter citans alatum curtum inccditJ^mua exoinanscunda.Eodem in libro
demonftrat locum illum neminem adhuc laudaiTe poetaiummec unquam pro
dignitate laudaturum.Q^uaroobrem cum Platonici deum eztta mundum
ponantiquibus etiam Ariflotelici alfentiuntutt Stoici aut illu per omne ut
dixi mundum diffundat, qs no uiderit Virgilium /i in. P. VIRGILIO
(vedasi) W. AII fgo. cutn dcutn quctn in potticu uiderat dcfcriplii Tcnnimorip
noftros illius partica bs elfe a Chrjiippo acccpilTe.Cu autem
prouidcntiam dci multis in loas prafe quatutinufquara a Phtune difcedit. Non
enim idem omnes rendum.Quzras fottaUe quid de mundo sentiat PLATO
[PLATONE]. Ccufet quidem animam eu babcrc/a qua reliquorum animantium
animz (int. bominum autem animos abeo deo que paulo ante dixi creah:££
ratione exornari uultiCorpus autem atip cacterasoes vires quas praner ratione
mia bi seiTefamus bomiiaiabanimo mundi elTe (ai bit.EQ enim lile dei
uicatiusicuirjlua uniuetla ueluti fua prouinda denudata Imltai illi uita
moturai prxbet/non fuaui autfacultate ledquicquidagitid uelun dei
in(humentuagit.Oeclinat igitur paululum de uia Matotat a Pia/ tonefuo discedit.
Cum autem dei prouidentiaplunmis locis profcquicuri illi totus
adbzret.Non enim idem omnesfentiunt.Sunten:minfortunz qui calt bus omnia
ponantiK nullo credat mundum rectore moueti.Q^ua in sententia Leucippum
abdaitem/eiufe conduc Oemoctimm: Protagoram quo^S Theodorum ac L’ORTO
repenasi^unt itidem qui Andotelem fecuti non ita odofum deu ponauut nibil
omnino curare dicant. Illius tamen prouidentia Iu nz orbem dclcenderenoæduntiSunt
deni^K tettiiqui fitliuniucifumper tingere illam uelint maxima tamen dutaxat
curatr/mininu ucro omnino negli gere opinent. At Piato ut eunda a deo
fada putat/ ftc eunda illum curare exifti mau Atipbzcdedeo.Otbeucto quo
uiallim animos nodtos ab inferis ad coc pustat inde rurfus ad inferos
tranfirefaibit ab academia cftc non negamus: Verum si latius de re
buiufccmodi dilTcrendum propofuilTcmusiextant multo diuiniota quz a tato
philosopho de aiope corpore difcclTu pferre poiTimustSed difficile oino
eff um breui tempore res arduas longa diligende otadone explicandas
bisanguftiis includere ltaij quod roluminffat idagamus lnuenies igitur
apud Platonicos cu mille annos apud inferos fuciint animi bominn ad corpora
illosredireiatijinde uidffim ad inferos remeate.ldi^ totiens facere do
nec duodedm anno^ milia tranliednt. Hunc enim orbe perfedu extChmat.Na eo
fpado penitus purgari aios CTcduti^ptcrea^ poffe illos tu demu
purgatos/in fuam origine et adezicifes fedes reduc: Q_uod iiquis fuerit
qui pbilofophiz fe dcdacibuic ta fadiis purgado obumit:ut aceat ei poft
tria annopt milia ad fupe ros euolate: Adduc ena fiqs teligiofc oino
uixeritieu ante mille annos H purga/ ti/S purgatu (fatim in fua origine
redire: Eff prztcrea quemagnu annu appcl/ ]at:quc cuc finiri aedunt cum
fol una cu luna ac quin^ reliquis enatilibusffel lis ad eade zodiaci
parte rcdieiint. Exado igitur boc tpis circmtu:quc et si vatta sit dodoru
de illo uiro ru sententia rex tamen ac triginta millibus annoruconfi ci
plzrii^ acdidere.ccafec Plotinus omniu bominu animas ad eunde uitz babi
tu rcditutas.Hzcigif'& qualia (int/& quid facicnda/fadleexco libro
perapi cs/que nodu expolitu in manibus hic noffet Matfilius habet: nec
adhuc edidit. Vciu ego cum apud ipfum inbgbinenffdiueniffcm/cafuin cu
incides aperui locof quofdam fuma cum
uoluptate percurri. Res omnino magna eff LA V/ tcd/fl( magnis
ingcniuinbus ttadata Sprotfus digna in qua labores. Poterit nitn no tolum
maxima ac pulcherrima et homini fe ipfum noffc cupiend per quartus
aeeelTariatedocercrcdmrummatn quo admirationem rapere. Scnbit enim
non phyticcCut plxri solent sed metaphyiicc de animoru noftroru immorta
litate/utplane poffit de ea re omnem dubitationem amouere. Quem librum cu
Icges/&ha;c quz deMaronereqiuris:&plzra^ alia quz nos paulo
antediuinif fima cfle non rumusmentiti/facilec^nofces. Qux quidem res
facit ut in iis quzpo (hilafiibre uiorquelles /forta(»fuerim.l^hil tamen
eft quod breuitad ^cenfeas. Nam cum ea requireres/quz nullis eius
difputationis quam pepige camus cancellis includerentur/poteram illa meo
iurefilentio przterire. Itacpid facile fi forte obiidatur diluam. Apud vos
vero dodif Timi viri quomodome purgem non invenio.Video enim dum
pofiulanti LAVRENTIO nihil d&> ncgo/duplids errati culpam
inddifle.Nam quid me aut loquadus fingi poteft/ qui quarto iam die ea
eruditifiimis aunbus uefiris inculcare non delinam: quæ quadodrina
efiis/uobisqua mihi notiora fint: aut aud adusex cogitari quiim praemeditatus
ad differendum de iis rebus accelferim quzado dilfiinis iifdci diuprz meditads
uids uix faris eleganter pro sua dignitate explicari folcant. Im mo quid
humanius/quid tua fadiitate dignius refpondit Alamanus effid potu Itqua meanobisodofis
dilferere quz tamen magnis vehementer cp urgentia bus occupationibus przponere
non dubitaremus.Nos autem inquit Petrus ac daiolus uolo enim et pro
fratre meo refpondecc ne optare quidem id aulielfe tnuss quod ultro nobis
arridens fortuna attulitiut tu tali przditusfapientia at ELOQUENTIA VIR ea
deduplid quzftione primis duobus diebus breuiter per. Ipicueiabfoluteip in unum
congereresrquz non nili per fummum laborem: (i> mam indufiriamex multis
ac uariis fcnptoribus cruipolfunt. Nam Maro nis diligentifiima at^
multiplid dodrina referta interpretatio in qua tertio ac quarto iam die
uetfarisitum quia pulcherrima tum quia inaudita accidit no mi nori
Ihiporetqua deledationc nos alfecit. Non polfut fatis pro fua dignitate
lau dariquzatedidafunt inquit Antonius: Sed utinam Baptifia quoniam reli quamztatem
Romzcon fumpfilb hanc tandem fenedutem patriz uel optao ticodonare uei
illa tanquaafuociue exigenti corpore uelisutfzpius te de magnis rebus
difputantem audientes ciues tui dodiores indies meliorefc reddantur. Verum has
ego huius Marci partes ee ducoiTe enim pro ea quz illi tecu intercedit nec clfitudine
modo nitat facile in sua sententia tradudurum confido. Quin ifihuc ia diu
ago inquit Marcusinec prius defina qua aut ronibus impc' travero aut praecibus
ezotnaueto aut defatigando extorfero. Sed ut confido muItum meineateiuuabit
LAVRENTll acluliani ingeniu acftudiu. NI cu inultu iam in litteris uter pfeccrit:
fitr multatu tetu addifceda^ ardentiffima cupiditasrcu cztera illis et a
natura 8C a fortuna adiumeta ad re perficiendam abunde aifintind pariet''
ille diu adolescentibus quos cariflimos habet operam sua desiderari. At q
liceat md iqt BAPTIfta ego talib5’adolescentibus ounq deerot Sed furgamus
ii/SC qm primo mane uobis e in urbe redeudu.intellexifti cni pau lo an
uurcriu publicis Ifis accctfiri quod reliquu diei eft ualimdini ipedamus.
Quzftionu Canuldulefiu Cbrifiophori Landini [LANDINO] florentini
QuaitifiC ultimi libri Finis. Cum Priuilegio. -Z.sisqfc "Moibc
scof. Questo lavoro porta nuovi elementi allo studio delle complesse
vicende inerenti i RERVM GESTARVM FRANCISCI SPHORTIAE commentarii di Giovanni
Simonetta e il relativo volgarizzamento, la sforziada di L. Nel saggio
introduttivo si indagano gli aspetti biografici, storici e filologici
riguardanti le due opere, partendo proprio da SIMONETTA, attivo nella
cancelleria di SFORZA assieme al piú noto fratello Cicco Simonetta, e
ricostruendo la storia testuale dei Commentarii dalle loro origini agli
emendamenti eseguiti dall’umanista POZZO in vista dell’editio princeps, senza
trascurare le vicende editoriali e le prime reazioni all’opera. Punto di forza
dell’analisi è l’aver ritrovato e studiato nel dettaglio il manoscritto
originale, nonché esemplare di dedica, dei Commentarii, già noto a SORANZO il
secolo scorso quale codice Castelbarco. L’attenzione si sposta quindi da Milano
a Firenze, entrando nell’officina testuale di L. per sondare la sforziada dal
punto di vista metodologico e contenutistico, con un conseguente particolare
riguardo per le vicende successive all’invio del manoscritto di dedica (copiato
da Baldinotti) a Milano, dove il testo viene sottoposto dal Simonetta a
numerosi interventi visibili ancora oggi. Chiude la parte introduttiva un
capitolo che vuole delineare la storia dello sviluppo dei commentarii come
genere nel quadro storiografico dalle origini alla fine del Quattrocento. A
seguire il lettore troverà l’edizione critica della sforziada in veste
integrale, corredata di un approfondito apparato comprensivo degli interventi
che ne testimoniano la ricezione a Milano. Grice: “Perhaps more interesting than the fact that he
loved the Achilleid, and commented on the Eneide, is that he sold the sforzeide
– sull’eroe Milanese, l’invitto Francesco Sforza! Howell in I Medici. Cristoforo
Landino. Cristoforo Landino. Grice: “I love Landino; for one he wrote the first
Italian philosophical dialogue, “Disputationes” – for another, I love the setting!” Landino. Keywords: dialettica fiorentina –
implicatura fiorentina – la Sforziada di Simonetta. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Landino” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landucci:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- i misteri del
delitto Gentile e le bestie senza stato di Vespucci – la scuola di Sarzana -- filosofia
ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sarzana). Abstract. Grice came from a milieu where political violence was
rare. He had of course fought the Hun with the Royal Navy, but few philosophers
were assassinated, as they were in Italy. If many consider Gentile as the ‘greatest
living Italian philosopher’ – when he was alive – the ‘misteri del delitto
Gentile’ should fascinate any student of philosophy. Keywords: i mistderi del
delitto Gentile. Filosofo italiano. Sarzana, La Spezia,
Liguria. Grice: “If I had in Hardie a
wonderful mentor to Aristotle, I missed Landucci’s mentoring me into Kant!” – Si
laurea a Pisa con Luporini. Insegna a Firenze. Altri saggi: “Cultura e ideologia
in Sanctis” (Milano, Feltrinelli); “I filosofi e i selvaggi” (Bari, Laterza);
“L’origine della scienza sociale” (Firenze, Sansoni); “La co-scienza e la
storia” (Firenze, Nuova Italia); “La contraddizione” (Firenze, Nuova Italia); “Teodicea”
(Napoli, Bibliopolis); “La Critica della ragion pratica” (Roma, NIS), Sull'etica di Kant, Milano, Guerini, La mente
in Cartesio, Milano, F. Angeli, I
filosofi e Dio, Roma-Bari, Laterza, La doppia verità: conflitti di ragione e
fede tra Medioevo e prima modernità, Milano, Feltrinelli, A. Gnoli, Intervista,
"Repubblica", Scheda biografica su Einaudi. Sergio Landucci. Grice:
“Basically, Landucci covers all the topics of my interests, including that of
the alleged ambiguity in Kant’s idea of a ‘reason’!” UCCI, UCCI SENTO ODOR DI L. – I MISTERI DEL DELITTO
GENTILE, IL LEGAME CON LUPORINI, IL '68 IN CATTEDRA ("FUMMO INVASI DAGLI
ANALFABETI") IL GRANDE FILOSOFO SI RACCONTA: “MI PIACEREBBE SCRIVERE UN saggio
SULLA DEMENZA SENILE CHE STA ATTANAGLIANDO L' OCCIDENTE. RICORDO UNA FRASE CHE
DICE: "GRANDEZZA È CIÒ CHE NOI NON SIAMO". HO LA SENSAZIONE CHE
L'ABBIAMO DIMENTICATA…” Gnoli per Robinson-la Repubblica landucci
LANDUCCI Per molto tempo il suo nome è rimasto associato a un grande
libro che quando apparve nei primi anni Settanta fu come una meteora, tanto
sembrò strano nel panorama delle cose che allora si pubblicavano. Sto parlando
de I filosofi e i selvaggi (uscì allora per l' editore Laterza ed è stato
ripubblicato, e aggiornato, qualche mese fa da Einaudi). La sua lettura mi
colpì allora e mi rimanda all' oggi con i "selvaggi", sempre meno
variopinti ed esotici, spinti dalla disperazione ad abbandonare le loro terre
martoriate. Il paragone turba L.. Seduto nello studiolo mi guarda con la sua
faccia triste. Sono venuto a Firenze per incontrarlo. Si stupisce e quasi si
scusa per il fastidio che mi avrebbe arrecato: è un uomo timido, deluso,
gentile ma altresì con un retrogusto di indefinita rabbia. Landucci è
stato allievo di Luporini, ha insegnato all' università di Firenze, subendone,
dice, tutti i contraccolpi politici: «Divenni ordinario. Quasi immediatamente
percepii un generale clima di ostilità e rassegnazione. Con una rapidità
incredibile la facoltà di filosofia adottò una selezione alla rovescia: vennero
avanti a passo di carica gli analfabeti, i carichi didattici furono
alleggeriti, i ruoli stravolti. Ho vissuto tremendamente male gli anni dell'
insegnamento e decisi per la pensione anticipate. È stato così frustrante il
lavoro universitario? «Lo è stato certamente per uno come me. Mi
consideravo, come si diceva allora, un "cane sciolto". Mi stupì
constatare che la facoltà si era ridotta a una grande cellula del Pci, su cui
si incistò dopo il '68 la contestazione studentesca». I punti di
riferimento furono però due grandi personalità di sinistra: Garin e
Luporini. «Maestri indiscussi. Mi chiedo tuttavia quanto sia stata
acuta la loro vista politica. Garin fu il grande interprete di una filosofia
come sapere storico, il suo storicismo era totalmente in sintonia con le
posizioni culturali del Pci. Quanto a Luporini c' era un inquietudine ben
maggiore che lo portò a misurarsi e a simpatizzare con le ragioni degli
studenti. Non stigmatizzo il loro magistero, cui peraltro devo moltissimo,
sostengo semplicemente che furono anni in cui la politica prese il sopravvento.
Era lo spirito del tempo. Ne facevo parte anch' io, ma senza tessere o
bandiere. Del resto non sono mai stato iscritto a nulla. Giunsi all' Università
di Firenze nel 1960, come libero assistente, chiamato da Luporini. Quali
erano i vostri rapporti? E mio professore a Pisa e con lui mi laureai. Mi
affascinava quest' uomo che andò in Germania a occuparsi di esistenzialismo e
seguì i corsi di Heidegger». Credo sia stato uno dei pochi italiani a
frequentarne i seminari. C' è un episodio rivelatore del rapporto con HEIDEGGER
Quando il filosofo tedesco pronuncial il famigerato discorso con cui si
insediava da Rettore a Friburgo, Luporini restò sconcertato da quell' adesione
al regime. Qualche giorno dopo incontrandolo gli comunicò che lascia Friburgo
per Berlino. Heidegger gli chiese perché. Lui rispose che era interessato ai
corsi di Hartmann. Il maestro lo liquida con un ironico "tanti
auguri"».A proposito di filosofi si è spesso detto che il vecchio lupo,
così era soprannominato Luporini, fosse rimasto l' ultimo a sapere i dettagli
dell' omicidio Gentile. Lei è a conoscenza di qualche particolare? « C' è
innanzitutto da ribadire il legame che Luporini ebbe con Gentile, il quale lo
chiamò come lettore di tedesco a Pisa, in sostituzione di Oscar Kristeller,
ebreo che dovette riparare negli Stati Uniti dopo le leggi razziali. GENTILE aiuta
Kristeller, come pure tanti antifascisti che si rifugiarono alla Treccani e
all' Università, fornendogli soldi e assistenza. Poi chiama Luporini alle due
di notte dicendogli di decidere in fretta perché altrimenti sarebbe venuto
qualcuno dalla Germania, quasi certamente un insegnante di fede nazista».Questo
è lo sfondo. Poi cosa accadde? Quando la situazione precipita. Luporini va
a casa di Gentile e lo scongiura di non entrare nella Repubblica Sociale. Gli
dice. Professore c' è gente che non aspetta altro per ucciderla. GENTILE
aderisce alla Rsi e viene ucciso in un attentato. Si è detto che Luporini conosce
i mandanti e gl’esecutori dell' omicidio. Credo che il vecchio lupo non sa
nulla, o almeno nulla di diretto. Ci e una sua dichiarazione radiofonica in tal
senso, ma credo e il frutto di un fraintendimento. La frase di L. e
questa: Cose che forse non si possono ancora dire. Cosa le fa supporre che e
frutto di equivoco EQUIVOCO GRICE? Il fatto che accreditasse la versione
offerta da Mattei, che sull' argomento cambia più volte opinione. Fino a
sostenere che dietro quell' omicidio ci e BANDINELLI. Mai uno straccio di
prova. Credo si sia perfino inventata che fu lei a indicare al commando
gappista la figura di GENTILE, che non ha mai conosciuto. Poi c' è la
testimonianza della moglie di LUPORINI Maria Bianca Gallinaro, la quale mi
disse sconsolata che la storia che Luporini sapesse era solo una leggenda, del
tutto infondata». Possibile che non ci fosse un grano di verità? «
La sola cosa che riesco a pensare è che LUPORINI e emotivamente coinvolto. Dopo
l' attentato, GENTILE e trasportato moribondo all' ospedale. Il fratello della
signora, medico al Careggi, chiama LUPORINI dicendogli se vuole vedere per l'
ultima volta GENTILE. E lui anda e vede il filosofo in fin di vita. Non credo
sia stato un bello spettacolo. Questo è tutto. Dopo quella dichiarazione
radiofonica mi permisi di consigliare Luporini a non pronunciare più quella
frase».E lui? « Non so se fu una mia impressione ma gli lessi negli occhi
un certo imbarazzo». Negli anni di Pisa chi frequentava? «Tra le
persone che hanno avuto un peso: CANTIMORI e TIMPANARO. Di quest' ultimo
divenni grande amico». So che Cantimori incuteva una certa paura per il
modo di fare lezione e interrogare. «A me, che non sono stato suo
scolaro, suscitava tenerezza». Cosa pensa della sua vita ideologica
piuttosto travagliata? « Se allude al passaggio dal fascismo al comunismo
non saprei cosa pensare. Come ad altri intellettuali gli è mancato il pensiero
liberale. Era dominato dai fatti e dall' idea che la storia sia guidata dal
potere. Usce dal Pci. Non solo per i noti episodi di Ungheria ma perché non ne
poteva più del partito. Era un sopravvissuto a se stesso. Cosa
intende? Deluso. Era convinto che io fossi una specie di longa manus del
Pci, non gli ho mai dato la soddisfazione di smentirlo. A volte con ironia
diceva: "Landucci, è vero che non basta dire viva la bandiera rossa per
essere intelligenti?". Gli ultimi anni della sua vita li passò a insegnare
a Firenze, in un ambiente che non lo amava. Prima di morire andò a Princeton
per un ciclo di lezioni e quando tornò gli dissi: "Le ha fatto bene stare
lontano da Firenze". Sì, rispose, ho evitato la noia». Poi c' è TIMPANARO.
«Era stato allievo di PASQUALI, ma invece di inseguire la carriera
universitaria, divenne un outsider della cultura. Motiva la sua scelta con una
certa difficoltà a parlare in pubblico. Ma io so che aveva orrore della
professione accademica. Ebbe rapporti difficili con il mondo e bellissimi con
le persone che amava. Per lungo tempo mi considerò tra queste. Solo negli
ultimi anni scese tra noi il silenzio. Non digerì, non accettò o forse non
seppe accogliere il fatto che mi fossi separato da mia moglie. Ma la vita va
dove deve andare e a volte non ci possiamo fare niente. Da lui ho appreso il
rigore filologico. Fu grandissimo nelle questioni leopardiane e in tutta la
riflessione sul materialismo. Ma anche sorprendentemente originale nella
lettura di Freud. È strano, ma ogni volta che penso alla vita di chiunque, mi
chiedo quanta parte vi avrà avuta il caso. Le coincidenze prese o mancate, per
lo più senza rendersene conto». Per lei il caso è stato così
incisivo? Direi che il caso domina fin dalla famiglia di origine: un
ambiente che non scegliamo, e nel quale ci troviamo gettati». La sua
famiglia com' era? « Papà avvocato, ma frustrato perché ricopriva un
impiego modesto. Mia madre maestra. Vivevamo a Sarzana. Ricordo un padre
anziano e la mamma che gli proibì di venire a prenderci a scuola, me e mio
fratello, per paura che lo scambiassero per il nonno. Lo vivevo come un uomo di
altri tempi. Anche nel lessico ricordava la belle époque. Invece di autista
dice chauffeur, vis à vis a posto di specchio e quando chiedeva l'asciugamano
dice passami il Amava il melodramma italiano. Invece, melodrammatica di suo e
mia madre. Risultato: ho sempre detestato la musica lirica! Forse perfino più
di quanto non abbia detestato che mi chiamassero Sergio». ROUSSEAU
Dà l' impressione di un uomo provato dalla vita. Sono molto amareggiato
dalla mia vita professionale e privata. Non ho né la forza né la voglia di
entrare nei dettagli, ma ho l' impressione di essere stato irriso e torturato
dalla vita. Il lavoro nelle biblioteche di mezza Europa e negli archivi è stata
la mia droga, la mia unica grazia. Non ho avuto nessun successo ma almeno mi ha
consentito di vivere». Non è vero, il suo libro sui "
Filosofi e i selvaggi" è un grande libro. «Non diciamo sciocchezze,
troppo carico di note, di troppe citazioni in originale e, in fondo, di inutile
erudizione. La sola cosa che ricordo è una stroncatura di Diaz. Scriverlo, fu
un' idea casuale. Un libro nato senza nessun presupposto. Diciamo che mi
appassionava Montaigne». È il primo ad accorgersi della figura del
selvaggio e a prenderne le difese. « Non è il primo, ma in qualche modo
rovescia la posizione di Amerigo Vespucci che presenta i selvaggi simili alle
bestie. Diversamente da Colombo che sposa la tesi antica del mito del buon
selvaggio. Montaigne dice che il selvaggio non ha Stato, non ha costrizioni,
non ha religione, non ha falsità, è privo cioè di tutti quei caratteri che
soffocano la civiltà occidentale».È la scena che prevarrà? «È solo una
tesi che a Montaigne serve per screditare la chiesa e gli stati. Gli eccidi, la
violenza, il terrore che scuotono l' Europa delle guerre di religione e che
culminano nella notte di San Bartolomeo, sono messi in contrapposizione con la
mitezza del selvaggio ». È una tesi che riprenderà Rousseau. «Fino a
un certo punto, anche perché il suo selvaggio è un uomo felice ma violento. Non
conosce la corruzione né è posseduto dalla brama di potere, ma è
sostanzialmente un individuo aggressivo. Chi porterà alle estreme conseguenze
questa impostazione è Hobbes che rovescia la costruzione di
Montaigne Hobbes parla di uno "stato di natura". firenze FIRENZE Dove tutti si fanno la guerra e dove
la vita delle persone è permanentemente in pericolo. L' immagine di questa
condizione brutale Hobbes la ricava dalle descrizioni che vengono fatte dei
selvaggi di America. Si può dire che l' Occidente fin dall' antichità si sia
servito di questo mito con le peggiori intenzioni? « È passata l' idea,
con qualche eccezione, che fossero troppo diversi da noi per ogni ipotetica
assimilazione». Al punto che ancora oggi questa diversità è vissuta come
una minaccia di contagio e sostituzione? Qualcuno, come lei sa, ha perfino
parlato di "uomo bianco" in pericolo di estinzione. «Nelle fasi
di grave fibrillazione sociale, quando il discredito si abbatte su ogni aspetto
della vita politica, il delirio - come strumento patologico - rischia di
trionfare. Mi pare di poter dire che è quanto sta accadendo e che contribuisce
ahimè ai miei stati depressivi. Sono convinto che non ci sia nessuna
giustificazione al male né all' imbecillità. Ho scritto un libro contro la
teodicea, mi piacerebbe scriverne uno sulla demenza senile che sta
attanagliando l' Occidente. Ma non credo di averne più la forza. Mi
resta questa infelicità che è come un che sovrasta le mie parole che non so più
maneggiare con delicatezza. Ricordo una frase che Luporini aveva ripreso dal
vecchio Burckhardt, è bellissima. Dice: "Grandezza è ciò che noi non
siamo". Ho la sensazione che l' abbiamo troppo spesso ignorata o, peggio
ancora, dimenticata». Grice: “Landucci has aptly explored the concept of the ‘barbarian’. It
all starts with Montaigne, an anarchist – he assumes a fake philosophical
position just to justify his anarchisms: savages are fun, happy, and they have
no state! Vespucci moe or less thought the same, but for different reasons.
Just like an ape doesn’t have a state, Vespucci says, so a savage!” -- Landucci.
Keywords: i misteri del delitto Gentile.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landucci” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lalla: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella selezione
sessuale di Nerone, il musicista – filosofia friuliana – la scuola di Trieste
-- filosofia triestina – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste). Abstract. Grice’s pirotological project may be deemed ‘evolutionary’
in that it’s aimed at identifying those features in a pirot’s behaviour that
promote the survival of the members of the pirot’s species. Simillarly with
Lalla. Keywords: evolution. FIlosofo italiano. Trieste, Friulia Venezia Giulia -- Grice: “I have
been called a Darwinist, which offended de Lalla!” -- Figlio unico di Achille
de Lalla e Anna Millul. Il padre, nato a Napoli da famiglia
originaria di Tolve, aveva intrapreso la carrriera militare, giungendo a
ricoprire il grado di Tenente colonnello dell'esercito e congedandosi con il
grado di Generale dell'esercito. Prese parte alla Prima guerra mondiale nonché
alla Seconda guerra mondiale, dove rimase ferito alla spalla destra in Russia.
Fu in seguito Dirigente dell'Istituto per la Ricostruzione Industrial. Achille
de Lalla era figlio di Ludovico e di Maria Buonomo, figlia a sua volta di
Alfonso Buonomo, compositore e musicista napoletano di fama. La madre Anna Millul era nata a Roma in una
famiglia ebrea originaria di Livorno. Si laurea, allievo di Kalinowski di cui
traduce in italiano il saggio "Interpretazione giuridica e logica delle
proposizioni normative". Scappa a
Parigi, prendendo parte al Maggio. Tuttavia, fu tra i primi ad intuire che il
Partito Comunista francese non aveva alcuna seria intenzione politica di
sostenere la Contestazione e, in anticipo sul fallimento dell'iniziativa
giovanile, lascia la Francia rientrando in Italia deluso. Studioso di
Evoluzionismo e Politologia, e è proprio sulle sue teorie sull'Evoluzione umana
e sul pensiero di Darwin che scrive l'opera “La selezione sessuale”. Insegna a
Siena e Napoli. A testimonianza del grande successo che riscuotevano i suoi
corsi universitari, rimane la petizione indetta dagli studenti affinché il
Senato Accademico li prorogasse per un biennio.
Gl’ultimi anni Ritiratosi a vita privata, muore a Napoli nella tarda
serata del 25 settembre d'infarto mentre
attende alla redazione della sua ultima opera. Est Deus in nobis Contributo
alla Nuova Evangelizzazione e, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto
costituire il completamento della trilogia iniziata con Evoluzione e proseguita
con La Comunità Democratica.Convinto assertore della superiorità del Diritto
pubblico rispetto a quello privato, si è sempre posto a tutela delle
prerogative statuali. Convinto assertore
dei rischi della dilagante esterofilia in campo politico e fondamentalmente
euroscettico negli ultimi anni di riavvicinamento al cattolicesimo, ideò un
progetto di edificazione di un nuovo partito politico che, nelle sue
teorizzazioni avrebbe assunto il nome di PARTITO CRISTIANO COMUNITARIO
(DEMOCRATICO) ITALIANO PCC(D)I. Saggi:
“Il concetto legislativo di azione penale” (Jovene, Napoli); “La scelta del
rito istruttorio” ( Jovene, Napoli); “Logica della prove penale” (Jovene
Napoli); “La pena militare” (Jovene, Napoli); “Topografia politica della
repubblica” (Scientifiche, Napoli); “Il completamento istruttorio del giudice
nelle indagini preliminari in "Riv. it. dir. e proc. pen.");
“Evoluzione,” “Darwin e la selezione sessuale” (Salerno, Roma); “ Selezione
sessuale” (Scientifiche, Napoli); “La comunità democratica: idee per una
politica nuova” (Guida, Napoli) – concetto di KRATOS --“Comunitarismo” (Guida,
Napoli); “Nerone, o Musica nella antica Roma”
(Guida, Napoli); “Composizioni musicali Per pianoforte Sonata n.° 1
Suite "italiana" Sonata n.° 2 Sonata n.° 3 "napoletana"
Musica da camera Sonata per violino e violoncello Sonata per violino e
pianoforte Sonata per violini, viola e violoncello Note de Lalla F., Una famiglia borghese, Ed.
Ibiskos de Lalla F., in "Il foro penale"
ilcambiamento,// ilcambiamento/ articoli/ evoluzione_2_ darwin_de_
lalla_millul. ateneapoli,// ateneapoli/news/ archivio-storico/
reintegro-del-prof-de-lalla-il-consiglio- di-facolta--si-esprime-
negativamente. petizioni.com/ petizione
_pro_prof_paolo de_lalla. Grice: “When I hear that a philosopher has written
yet another trattarello on the filosofia della musica, I always thought not of
Orpheus and his lute, but of NERO and his lyre!” -- Paolo de Lalla Millul. Paolo de Lalla. Lalla. Keywords: evolutionary, sexual
selection, Nerone, filosofia della musica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Lalla” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Latini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- l’implicatura rettorica di Publio e Cicerone -- implicatura
– filosofia toscana – la scuola di firenze – filosofia fiorentina – scuola
fiorentina -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Firenze). Abstract. Some of us were gladly disposed
when Leech started to refer to Grice’s oeuvre as falling within what Leech
called the ‘conversational rhetoric.’ The tag of ‘rhetoric’ is exactly what Grice
is APPLYING to the philosophical discourse of his time – notably Austin, but
also his early self. When in his Prolegomena to Logic and Conversation he sets
suspect examples of his manoeuvre he lists his own “Causal Theory of Perception.”
Latini was similarly concerned with those aspects of the ‘significato’ that
included either the dictive content itself, or what Latini calls the ‘insinuazione,’
which is none other than the implicature. Rhetoric was a mandatory topic at
Oxford, springing from Bologna. Kewyords: Grice, Latini, rettorica
conversazionale. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “Latini reminds me
of Hardie; he was Aligheri’s mentor; Hardie mine!” -- Grice: “People say it all
starts with Alighieri; but the real ‘filosofo’ behind Alighieri surely is
Burnetto – he has chapters on ‘Platone,’ ‘Aristotele,’ and the rest of them.” «Poi si rivolse, e parve di coloro che
corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che
vince, non colui che perde» (Divina Commedia). Figlio di Buonaccorso e
nipote di Latino Latini, appartenente ad una nobile famiglia. Le fonti storiche
e una serie di documenti autografi testimoniano la sua attiva partecipazione
alla vita politica di Firenze. Come egli stesso narra nel Tesoretto, fu inviato
dai suoi concittadini alla corte di Alfonso X per richiedere il suo aiuto in
favore dei guelfi. Tuttavia, la notizia della vittoria dei ghibellini a
Montaperti lo costrinse all'esilio in
Francia. I cambiamenti politici conseguenti alla vittoria di Carlo I da Benevento
sconsentirono il suo ritorno in Italia.
Fu risarcito del torto subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della
repubblica, stimato ed onorato dai suoi concittadini. La sua influenza
divenne tale che a partire si trova a malapena nella storia di Firenze un
avvenimento pubblico importante al quale non abbia preso parte. Contribuì
notevolmente alla riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta
"pace di Latino". PPresiedette il congresso dei sindaci in cui
fu decisa la rovina di Pisa. Elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati,
in numero di dodici, erano stati previsti nella costituzione. La sua parola si
fa frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli
arringatori, od oratori, più frequentemente designati. Nel Canto XV
dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella
natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano
su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono.
Alighieri, che era stato allievo di Latini, è profondamente scosso, e non
nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Latini è il primo nella
Commedia a toccare fisicamente Alighieri, tirandolo per la veste. Altre
opera:“Il Tesoretto,” poema (incompiuto o mutilo) scritto in volgare
fiorentino, in settenari a rima baciata, narrato in prima persona. L'autore definisce l'opera Tesoro, ma il nome “Tesoretto”
è presente già nei manoscritti più antichi,
presumibilmente per distinguerla dalle traduzioni italiane del “Tresor”.
Il protagonista, sconfortato dalla notizia della disfatta di Montaperti, si
perde in una "selva diversa". Nella sua peregrinazione si imbatte
nelle personificazioni della Natura e delle Virtù, che gli illustrano la
composizione del Mondo e i modelli di comportamento cortesi. Il “Tesoretto” si
interrompe nel momento in cui il protagonista incontra Tolomeo, che sta per
spiegargli i fondamenti dell'astronomia. Influenzato da un lato dal
romanzo cortese, dall'altro dai poemi allegorici, realizza un'opera che da una
parte della critica è ritenuta tra i precursori diretti della Commedia (Venezia,
Melchiorre Sessa il Vecchio); “Li livres dou Tresor” e la più celebre, scritta
durante l'esilio in Francia, in lingua vernaculare, perche "è la parlata
più dilettevole e più comune tra tutte le lingue.” Consta di tre libri e
risulta la prima enciclopedia volgare in senso proprio. Altri testimoni sono
stati segnalati in seguito da Squillacioti, Divizia e Giola. Il primo
libro tratta dell’origine di tutto. Tra gl’argomenti affrontati vi sono
un'ampia storia universale, dalle vicende dell'Antico e del Nuovo Testamento
alla battaglia di Montaperti, elementi di medicina, fisica, astronomia,
geografia, e architettura, e un bestiario. Si trova, in questo primo libro, una
delle menzioni più antiche che conosciamo di una bussola e l'indicazione della
sfericità della terra. Nel secondo libro si tratta dei vizi e delle virtù,
attingendo sostanzialmente dall'Etica Nicomachea. Il terzo libro riguarda
principalmente la retorica. Utilizza come fonti Platone, Aristotele, Senofane, il
romano Publio Vegezio e Cicerone. Altre opera: è inoltre autore di un
altro breve poemetto, “il Favolello”, di una “Rettorica” volgarizzamento e
commento del De inventione di Cicerone, nonché dei volgarizzamenti di tre
orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiòtaro). Jauss,
Alterità e modernità della letteratura medievale, Boringhieri S. Sarteschi, Dal
"Tesoretto" alla "Commedia": considerazioni su alcune
riprese dantesche dal testo di Latini, in "Rassegna di letteratura
italiana", B. Latini, Tresor; G. Beltrami Squillacioti Torri e S. Vatteroni”
(Torino, Einaudi); A. D'Agostino, Itinerari e forme della prosa, in Storia
della letteratura italiana” (Roma, Salerno); Tresor. Beltrami, Squillacioti,
Torri, Plinio, Torino). Aggiunte (e una sottrazione) al censimento dei codici
delle versioni italiane del "Tresor”, Medioevo romanzo, La tradizione dei volgarizzamenti toscani del
Tresor con un'edizione critica della redazione alfa. Verona. Edizione del
volgarizzamento toscano. La colonna
posta dove è stata riscoperta la sua tomba, Santa Maria Maggiore; “Livres dou
Tresor” (Vineggia, per Gioan Antonio et fratelli da Sabbio, ad instanza di N.
Garanta et Francesco da Salo); Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tesoretto. In G. Contini, Poeti del
Duecento, Ricciardi, Milano. A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla
ricezione dal Medioevo al Rinascimento. Atti del convegno di studi, Basilea, I.
Maffia Scariati, Firenze, Galluzzo, D'Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia
pieni, Ricciardi, Milano, A. Carrannante, "Implicazioni dantesche:
Brunetto Latini (Inf. XV)", "L'Alighieri", Enciclopedia
dantesca, ad vocem, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, P. Fornari,
Dante e Brunetto, Co-Op, Varese, Poi in: Pro Dantis virtute et honore, Co-Op
Varese, L. Frati, Brunetto Latini
speziale, "Il giornale dantesco", F. Maggini, La «Rettorica» Latini,
Firenze, Galletti e Cocci, U. Marchesini, Due studi biografici, Atti
dell'Istituto Veneto", "La posizione del Latini nel canto XV
dell'Inferno dantesco"). Merlo, E se Dante avesse collocato Brunetto
Latini tra gli uomini irreligiosi e non tra i sodomiti?, "La cultura",
Poi in: Saggi glottologici e letterari, Hoepli, Milano, Fausto Montanari, "Cultura
e scuola", Antonio Padula, Il Pataffio, Dante Alighieri, Milano, Roma e
Napoli, Manlio Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV
dell'Inferno, "Lettere italiane"(poi in: Letture classensi, Longo, Ravenna; "Representations", R.
Santangelo, "Tutti cherci e litterati grandi e di gran fama": "Il
sogno della farfalla. Rivista di psicoanalisi", M. Scherillo, Alcuni
capitoli della biografia di Dante, Loescher, Torino Thor Sundby, Della vita e
delle opera (Monnier, Firenze); Alighieri Storia di Firenze Divina Commedia, Il
Favolello Il Tesoretto. Treccan Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, sRegesta Imperii, su opac.regesta-imperii.de. Portal,
su florin.ms. G. Orto, L.. Tommaso Giartosio, Dante e Brunetto Latini. Tratto
da: Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo,
Feltrinelli, Milano, Concordanze del libro del Tesoretto, su classicis tranieri,
Li livres dou trésor, ed. par Polycarpe Chabaille, Paris M. Giacomelli. La
rettorica. Qui comincia lo 'usegnamento di rettorica, lo quale è
ritratto in vulgare de' libri di Tullio e di molti filosofi per ser
Burnetto Latino da Firenze. Là dove è la lettera grossa si è il testo di
Tullio, e la lettera sottile sono le parole de lo sponitore. Incomincia il
prologo. Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se la copia del
DICERE e lo sommo studio dell’ELOQUENZA àe fatto più bene o più male agl’uomini
et alle città. Però che quando considero li dannaggii del nostro comune e
raccolgo nell' animo l’antiche aversitadi delle grandissime città, veggio
che non picciola parte di danni v’è messa per uomini molto parlanti sanza
sapienza. Qui parla lo sponitore. RETTORICA èe SCIENZA di due manière. Una
la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel suo saggio. L’altra
insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne trattò cosi del tutto
apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel processo del saggio, in suo
luogo e tempo come si converrà. Rettorica s' insegna in due modi, altressì
come l’altre scienzie, cioè di fuori e dentro.Verbigrazia: Di fuori
s'insegna dimostrando che è rettorica e di che generazione, e quale sua
materia e lo suo officio e le sue parti e lo suo propio strumento e la
fine e lo suo artifice. Ed in questo modo tratta BOEZIO nel quarto della
Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si dimostra che sia da
fare sopra LA MATERIA DEL DIRE e del dittare, ciò viene a dire come
si debbia fare lo exordio e la narrazione e L’ALTRE PARTI DELLA DICIERIA o
della pistola, cioè d'una lettera dittata. Ed in ciascuno di questi due modi ne
tratta Tulio in questo suo saggio. Ma in perciò che Tulio non dimostra che
sia rettorica né quale è '1 suo artefice, sì vuole lo sponitore per
più chiarire l'opera dicere l'uno e l'altro. Ed èe rettorica una scienzia DI
BENE DIRE, ciò è rettorica quella scienzia per la quale noi saperne ORNATAMENTE
dire e dittare. Inn altra guisa è così diffinita. Rettorica è scienzia di
ben dire sopra la causa proposta, cioè per la quale noi sapemo ornatamente
dire sopra la quistione aposta. Anco àe una più piena difiìnizione in
questo modo. Rettorica è scienza d'usare piena e PERFETTA ELOQUENZA nelle
publiche cause e nelle private. Ciò viene a dire scienzia per la quale noi
sapemo parlare pienamente e perfettamente nelle publiche e nelle private
questioni. E certo quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua
diceria mette parole adorne, piene di buone sentenzie.
Publiche questioni son quelle nelle quali si tratta il
convenentre d'alcuna città o comunanza di genti. Private sono
quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale persona. E
ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che queste parole sopra '1
dittare altressì come sopra '1 dire siano, advegna che tal puote sapere
bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profiferere le sue parole
davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere dittare.
Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo artifice. Dico che è
doppio, uno è rector e l'altro è orator. Verbigi-azia. Rector è quelli che
'nsegna questa scienzia SECONDO LE REGOLE e comandamenti dell'arte.
Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì l’usa
in dire ed in dittare sopra le questione apposte, sì come sono li
buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale
perciò fue agozetto di Federigo II imperadore di Roma e tutto sire di lui e
dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo
buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenza nelle
cause publiche e private. Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del
suo artifice, cioè di colui che la mette in opera, l'uno insegnando
l'altro dicendo. Ornai vuole dicere chi è l'autore, cioè il trovatore di
questo saggui, e che fue LA SUA INTENZIONE in questo saggio, e di che tratta, e
la cagione per che lo saggio è composto e che utilitade e che tittolo à
questo saggio. L' autore di questa opera è doppio. Uno che di tutti i detti
de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo ingegno fece
suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicerone, il più sapientissimo
de' romani. Il secondo è Brunetto de’ Latini, cittadino di Firenze, il
quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad isponere e chiarire
ciò che Tulio dice. Ed esso è quella persona cui questo saggio appella
sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e de'
filosofi e maestri che sono passati, il saggio di Tulio, e tanto più
quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel saggio di Tulio,
sì come il buono intenditore potràe intendere avanti. La sua
intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si
mette a fare questo trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna questione
proposta. Et e' tratta secondo la forma del saggio di CICERONE di tutte
le parti generali di rettorica. Verbigrazia. L’invenzione, cioè, il trovamento
di ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre iiij° secondo
che sono nel secondo saggio che CICERONE fa ad Erennio suo amico, sopra le
quali il conto dirà ciò che ssi converrà. La cagione per che questo saggio
è fatto si è cotale, che Latini, per cagione della guerra la quale
fue traile parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte
guelfa, la quale si tenea col papa e colla chiesa di Roma, fue cacciata e
sbandita della terra. E poi si n'anda in Francia per procurare le sue
vicende, e là trova uno suo amico della sua città e della sua
parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande
senno, che Ili fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'apella suo
porto, sì come in molte parti di questo saggio pare apertamente; et era
parlatore molto buono naturalmente, e molto disidera di sapere ciò che' savi
aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore Latini, lo quale
era l)uono intenditore di lettera et era molto intento allo studio di
rettorica, si mette a fare questo saggio, nella quale mette innanzi il
testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua
scienzia e dell'altrui quello che fa mistieri. L' utilitade di
questo saggio è grandissima, però che ciascuno che sa bene ciò che
comanda lo libro e l'arte, sì sa dire interamente sopra la questione
apposta. E in questo punto si parte elli da questa materia e ritorna al
propio intendimento del testo. In questa parte dice lo sponitore che
CICERONE, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al
suo tempo e avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi,
nel quale purga quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice BOEZIO
nel commento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia dee prima
purgare ciò che pare a lui che sia grave; e così fa CICERONE, che purga tre
cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire. Apresso
la sentenza di Platone, e poi la sentenza d'Aristotele. La sentenza di Platone e
che rettorica non è arte, ma è NATURA per ciò che vede MOLTI BUONI
DICITORI PER NATURA e non per insegnamento d'arte. La sentenza
d'Aristotile fa cotale, che rettorica è ARTE, ma REA, per ciò che per eloquenza
parca che fosse a venuto più male che bene a' comuni e a' divisi. Onde CICERONE
purgando questi tre gravi articoli procede in questo modo. Che in prima
dice che sovente e molto ae pensato che effetto proviene d'eloquenza.
Nella seconda parte pruova lo bene e '1 male chende venia e qual più.
Nella terza parte dice tre cose. In prima, dice che pare a lui di sapienzia; apresso
dice che pare a lui d' eloquenzia. E poi dice che pare a lui di sapienza ed
eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì mette le pruove sopra
questi tre articoli che sono detti, e conclude che noi dovemo studiare in
rettorica, recando a ciò molti argomenti, li quali muovono d' onesto e d'
utile e lo possibile e necessario. Nella quinta parte mostra di che
e come egli tratta in questo saggio. E poi che nel suo cuminciamento dice come
molte fiate e lungo tempo pensa del bene e del male che fosse advenuto,
immantenente dice del male per accordarsi a' pensamenti delli uomini che si
ricordano più d'uno nuovo male che di molti beni antichi; e cosi
Tulio, mostrando di non ricordarsi delli antichi beni, s' infigne
di biasraare questa scienzia per potere più di sicuro lodare e
difendere. E per le sue propie parole che sono scritte nel testo di sopra
potemo intendere apertamente che in queste medesime parole ove dice che i
mali che per eloquenza sono advenuti e che non si possono celare, in
quelle medesime la difende abassando e menimando la malizia. Che là
dove dice dannaggi si suona che siano lievi danni de' quali poco cura la
gente. E là dove dice del nostro comune altressì abassa del male, acciò
che più cura l'uomo del propio danno che del comune; e dicendo NOSTRO comune intendo
ROMA, però che Cicerone e cittadino di Roma nuovo e di non grande altezza;
ma per lo suo senno fue in sì alto stato che TUTTA ROMA si tenea alla sua
parola, e fue al tempo di Catellina, di Pompeio e di Giulio Cesare, e per
lo bene della terra fue al tutto contrario a Catellina. Et poi nella
guerra di Pompeio e di Giulio Cesare si tenne con Pompeio, sicome tutti '
savi eh' amano lo stato di Roma. E forse l'appella nostro comune però che
ROMA èe capo del mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove dice
l'antiche adversitadi altressì abassa il male, acciò che delli antichi
danni poco curiamo. Et là dove dice grandissime cittadi altressì abassa '1
male, però che, sì come dice il buono poeta LUCANO, non è conceduto
alle grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che le grandissime
cose rovinano. E così non pare che eloquenza sia la cagione (iel male che
viene alle grandissime città. E là dove dice che danni sono advenuti per
nomini molto parlanti 'sanza sapienza, manifestamente abassa '1 male e difende
rettorica, dicendo che '1 male è per cagione di molti parlanti ne'
quali non regna senno. E non dice che il male sia per eloquenza, che
dice Vittorino. Questa parola eloquenza suona bene. E del bene non puote male
nascere. Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare ed
accusax'e quando pare che dica lode. E questo modo di parlare àe nome INSINUAZIONE,
O IMPLICATURA, del quale dice il saggio in suo luogo. Et qui si parte il
conto da quella prima parte del prologo nella quale CICERONE dice il suo
pensamento ed dice li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella
quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenza. Sì come quando
ordino di ritrarre dell'anticiie scritte le cose che sono fatte lontane
dalla nostra ricordanza per loro antichezza, intendo che eloquenza
congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienza, piìie agevolemente àe potuto
conquistare e mettere inn opera ad edifficare cittadi, a stutare molte
battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie. Poi che Cicerone
divisa li mali che sono per eloquenza, sì divisa in questa parte li beni, e CONTA
PIU BENI CHE MALI perciò che più intende alle lode. E nota che dice son messe ordinatamente
acciò che prima si raunaro gli uomini insieme a vivere ad una ragione et a
buoni costumi et a multiplicare d' avere ; e poi che furo divenuti ricchi
montò tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie.
Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gl’uomini fecero
compagnie usando e mercatando insieme; e di queste compagnie cuminciaro a
ffare ferme amicizie per eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma ssi come dice
e signifficano queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole
di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è 15. amico
e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che Ilo sponitore non vuole
lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendimento. Che è
cittade. Cittade èe uno raunamento di gente fatto per vivere a ragione;
onde non sono detti cittadini 20. d'uno medesimo comune perchè
siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a
vivere ad una ragione. Che è compagno. Compagno è quelli che per
alcuno patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi
dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono
fermissimi. Che è amico. Amico è quelli che per uso di simile vita
si congiugne con un altro per amore insto e fedele. Verbigrazia: Acciò che
alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e
però dice «per uso di simile vita » ; e dice « giusto amore » perchè non
sia a cagione di luxuria o d' altre laide opere ; e dice « fedele
i'-in compimento dell'altre parole ecc. Jf' cioè hediDcar .»/
aslroppiarc, m a storpiare caunano, corretto poi in raunarono Af ad avere una ragione, m "al
avere una medesima ragione M l'uno, -If' fuor {cfr. Tesor., vii, 54) il' montò loro M-m parlando anno
attutato - le guerre il.' M forme
amicitio, »» forme d'amie i^:mdichono i^.- m dimostrare quello io.- Af' 7 che sapientla 7 che eloq. .»/'
volle intralasciare de genti V-m
raccolti - SI: m rachollì 25: M son S7 :
M-m che è coiiipannia M' si i> 28 : .V ad un altro 3U' porciò
31 . .tf ' conduco insto am. fcerlo per scambio dell'abbreviatura di et
con quella di con) U ad altre amore » perchè non sia per gnadagneria o solo per
utilitade, ma sia per constante vertude. Et cosi pare manifemente che quella
amistade eh' è per utilitade e per dilettamento nonn è verace, ma partesi da
che '1 diletto e l'uttilitade menoma. Che è sajoiemia. Sapienzia è
comprendere la verità delle cose si come elle sono. Che è
eloquenzia. Eloquenzia è sapere dire addome parole guernite di buone
sentenzie. 10. TnUio. Et così me lungamente pensante la ragione
stessa mi mena in questa fermissima sentenza, che sapienzia sanza
eloquenzia sia poco utile a le cittadi, et eloquenzia sanza sapienza è
spessamente molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la qual cosa, se
alcuno in l.ó. tralascia li dirittissimi et onestissimi studii di ragione
e d'officio e consuma tutta sua opera in usare sola parladura, cert' elli
èe cittadino inutile al sé e periglioso alla sua cittade et al paese. Ma
quelli il quale s' arma sie d'eloquenzia che non possa guerriere contra
il bene del paese, ma possa per esso pugnare, questo mi pare uomo e
20. cittadino utilissimo et amicissimo alle sue (>) et alle publiche
ragioni. Lo sponitore. Poi che CICERONE ha dette le prime due
parti del suo prologo, si comincia la III parte, nella quale dice tre
cose. Imprima dico che pare a llui di sapienzia, infino là dove 25.
dice : « Per la qual cosa ». Et quivi comincia la seconda, nella quale
dice che pare a llui d'eloquenzia, infino là ove dice : « Ma quello il
quale s' arma ». Et quivi comincia la terza, ne la quale dice che pare a
llui dell'una e dell'altra giunte insieme. 3: M' om.
e 4: M- pdesi m diloclamento 7 l'util., .tf' l'utilitade 1
diloclo 8-9: .»/ ad ongno parole, m ogni paroleM-m om. sia....
sapienza i-J : M' om. molto ^ i5:
M-m lassa indireotissimi (m idireuissimi)
IG: M-m sola la parlatura 18:
3l-m sama .)/ giuriare, m
ingiuriare Ì9-20.- .1/ luiomo cittadino,
»i mi pare cittadino .V-»i a'
suoi .?3 • .1/ conincìa S4 : M insini, .)/' inlìn là ove (cfr.
Tcsnr.. xi, 1074) So: yr-ìii dice
jiarla M-m qui - 26: M insino m là dove M-m la (|ual dice. (1)
Questa lezione è oonfennata dal § 5 del coniuiento: « utile a ssè et al
suo paese. Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere avacciamente in opera
alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene avere sapienzia giunta con
eloquenzia, però che sai)ienzia sempre è tarda. Et questo appare
manifestamente in alcuno V 5. savio che non sia parlatore, dal quale se
noi domandassimo uno consiglio certe noUo darebbe tosto cosìe come se
fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante inmantenente ne
farebbe credibile di quel che volesse. 3. Et in ciò che dice Tulio di
coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d' officio, intendo là
dove dice « ragione » la sapienzia, e là dove dice « officio » intendo le
vertudi, ciò sono prodezza, giustizia e l'altre vertudi le quali anno
officio di mettere in opera che noi siamo discreti e giusti e bene
costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e
studia 15. pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto
che, però che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui
avegna male e danno a ssè et al paese, però che non sa trattare le propie
utilitadi uè Ile (i) comuni in questo tempo e luogo et ordine che
conviene. 5. Adunque colui che ssi mette 1' arme d' eloquenzia è utile a
ssè et al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, e per sapienzia
intendo la forza; che sì come coli' arme ci difendiamo da' nemici e colla
forza sostenemo 1' arme, tutto altressì per eloquenzia difendemo noi la
nostra causa dall'aversario 2.5. e per sapienzia ne sostenemo (2)
di dire quello che a noi potesse tenere danno. Et in questa parte è detta
la terzia parte del prologo di Tulio. 6. Dunque vae il conto alla
quarta parte del prologo, per provare ciò eh' è detto davanti et a conducere
che noi dovemo studiare in rettorica i : M Lande M' avacciatamente, ma L avacciamente S: m si cci conv. 0; m ODI. cosio, M e' noi darebb»;
cos'i tosto M' credibile quello, m di quello
.)/' disse 10: .Vi om. il
2' et 12: .»/' et altro 13: .»f' che non siano i4.- .V-m dall'altre vertufli 15:m adiviene
16 : jn a lini : solo L nelle ;
(jli altri mss. e S nelli (.)/' nel!) -19: M Adunque che colui 22: M-m torma
M ne dil'ondono, m noi ci difendiamo 23: il l'armi - 23-24: Af
difendo m così altresì la eloquenzia
difendo noi dal nostro aversario la nostra cliausa 25: m om. ne; S non sostenemo 26: m a noi potesse avejjire (li danno, .V
che noi potessimo tenere danno 28-29: m
dinanzi e; Jfi om. et. (1) Cos'i richiede il senso; la lezione
nelli ò nata certamente dall'aver preso l'aggettivo comuni per un
sostantivo. (2) Intendo ne sostenemo = « ci tratteniamo, ci
asteniamo », coni' è richiesto dal senso e secondo gli esempii citati dal
Vocabolario della Crusca. per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò
reca Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono così essere,
e tali che conviene che sia pur così, e di tali eh' è onesta cosa
pur di cosi essere ; e sopra ciò ecco il testo di Tulio CICERONE in
lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sottile secondo la forma
del libro. Tullio CICERONE. Dunque se noi volemo considerare il
principio d'eloquenzia la quale sia pervenuta in uomo per arte o per
studio o per usanza lo. per forza dì natura, noi troveremo che sia
nato d'onestissime cagioni e che ssia mosso d'ottima ragione, (e. li)
Acciò che fue un tempo che in tutte parti isvagavano gli uomini per li
campi in guisa di bestie e conduceano lor vita in modo di fiere, e
facea ciascuno quasi tutte cose per forza di corpo e non per
ragione l.j. d'animo; et ancora in quello tempo la divina religione
né umano officio non erano avuti in reverenzia. Neuno uomo avea veduto
legittimo managio, nessuno avea connosciuti certi figliuoli, né aveano
pensato che utilitade fosse mantenere ragione et agguallianza. E così per
errore e per nescìtade la cieca e folle ardita signorìa dell'animo, cioè
la cupìditade, per mettere in opera sé medesima misusava le forze del
corpo con aiuto dì pessimi seguitatori. Lo sponitore. In questa parte
del prologo vogliendo Tulio CICERONE dimostrare che ELOQUENZA nasce e
muove jper cagione e 2.5. per ragione ottima et onestissima, sì
dice come in alcuno tempo erano gli uomini rozzi e nessci come
bestie; e del 3: ìl-m tale
.1/' jdii' che cosi sia - 4 : m pure ili dovere così essere-, .1/' de
pur essere .5 J/ ' la
spositione 9-tO: .»/' o per l'orca di
natura o per usanca H: m d'ottime
chagioni 7 ragione 12: il-m in
tempo 13: it^ lor vita per li campi in
modo de bestie 7 de fiere 14: i/'
om. e [non p. r.| M maritaggio M
iihylosofi, m lilosafi 18: M j gualianoa
- 19: il^-L ignoranza, m necessitade
.»A' la cieca la folle 7 ardita
20: M-m per mette M-m (fuivi
susavano, l. masusavano 21:31' seguitori
23: M-1U nm. quarta 24: m om. e
per ragione 26: il' nefa, m
noscii. l'uomo dicono li filosofi, e la santa scrittura il conferma,
che egli è fermamento di corpo e d' anima razionale, la quale anima per
la ragione eh' è in lei àe intero conoscimento delle cose. 2. Onde dice
Vittorino: Sì come menoma la forza 5. del vino per la propietade del
vasello nel quale è messo, cosie r anima muta la sua forza per la
propietade di quello corpo a cui ella si congiunge. Et però, se quel
corpo è mal disposto e compressionato di mali homori, la anima per gravezza del
corpo perde la conoscenza delle cose, sì che appena puote discernere bene
da male, sì come in tempo passato neir anime di molti le W quali erano
agravate de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et
indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde misusavano le
forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tol 15. liendo le cose per forza
e per furto, luxuriando malamente, non connoscendo i loi'o proprii
figliuoli né avendo legittime mogli. Ma tuttavolta la natura, cioè la
divina disposizione, non avea sparta quella bestialitade in tutti gli uomini
igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello dici 20. tore il quale,
vedendo che gli uomini erano acconci a ragionare, usò di parlare a lloro per
recarli a divina connoscenza, cioè ad amare Idio e '1 proximo, sì come lo
sponitore dicerà per innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio nel testo
di sopra che eloquenzia ebbe cominciamento per 25. onestissime
cagioni e dirittissime ragioni, cioè per amare Idio e '1 proximo, che
sanza ciò l' umana gente non arebbe durato. 4. Et là dove dice il testo
che gli uomini isvagavano per li campi intendo che non aveano case né
luogo, 1: M' i figluoli (corretto poi lilosofi) M' sucra
S : M' eh ehi ì\ l'ormato 3: intero
è in M'-L; il lùlo (incerto?), m inerito
4: M Ondee 7 : m al (|uale 8: M-m mali hiiomini 9: m per la gravezza .«' de corpo iO: M bone dal mali', hi il
bone dal male il: M'-L animo .V-m i quali erano agravate, M'-L li quali
orano aggravati i2: W del peso de corpi,
L de' pesi del corpo V in lor medesimo
14: lU-m Ivi susavano 18:
M-m nonn ào M bestilitade 10: M' oiii. savio o SI: W tralloro 23: M' qa\ dinanzi - S4: W e cornine, >S
ha cornine. 26-27: »l' non averla
durata, L non avrìa durato i« K
colà. (1) È lezione congetìurale, ma l'unica possìbile : le quali
si cambiò facilmente in li quali (o i quali) per effetto del molti che
precedeva, e da li quali, naturalmente, venne in M'-L anche il maschile
angraoati invece di aggravate. Che si tratti solo delle animo risulta da
tutto il periodo, e in particolare dallo parole - la anima per gravezza
del corpo ». ma andavano qua e là come bestie. 5. Et là dove dice
che viveano come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe
crude et altri cibi come le fiere. 6. Et là dove dice « tutte cose quasi
faceauo per forza e non per ragione » 5. intendo che dice « quasi » che
non faceano però tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione
e per senno, cioè favellare, disidejare et altre cose che ssi
muovono dall' animo. Et là dove dice che divina religione non era
reverita intendo che non sapeano che Dio (D fosse. Et là dove dice dell'
umano ofiìcio intendo che non sapeano vivere a buoni costumi e non conosceano
prudenzia né giustizia né l'altre virtudi. Et là dove dice che non
mauteneano ragione intendo « ragione » cioè giustizia, della quale dicono
i libri della legge che giustizia è perpetua e 15. ferma volontade
d'animo che dae a ciascuno sua ragione. Et là dove dice « aguaglianza »
intendo quella ragione che dae igual i)ena al grande et al piccolo sopra
li eguali fatti. Et là doye dice « cupiditade » intendo quel vizio
eh' è contrario di temperanza; e questo vizio ne -conduce 20. a
disidei-are alcuna cosa la quale noi non dovemo volere, et inforza nel
nostro animo un mal signoraggio, il quale noi permette rifrenare da' rei
movimenti. 12. Et là dove dice « nescitade » intendo eh' è nnone
connoscere utile et inutile; e però dice eh' è cupidità cieca per lo non
sapere, 25. e che non conosce il prode e '1 danno. 13. Et là dove
dice « folle ardita » intendo che folli arditi sono uomini matti e
ratti a ffare cose che non sono da ffare. 14. Et là dove dice « misusava
le forze del corpo » intendo misusare cioè i-2: M-m om. Et
là.... come licre 3 : M erbi ciiiili,
.1/' 7 erbe crude 4-6: m l'aceano quasi
per forza; poi, saltando al 2° forza, continua: ma al([uanle ecc. 7: .i/'-L dice quasi perciò ke ne
faciano | tutte cose per forza 7 non per ragione intendo Ice dice quasi,
ma alquante ne faceano M' che muovono 9:
M-m chi idio 11: .1/' ne
prudenza 14: m' de legge 14-15: m' ferma 7 perpetua voluntà /": .1/ egual 18: M'
mìsfacti M lae .V quello e poi rasura su cui altra mano
scrisse apetito, t quello che contrario, S quello appetite V om. noi -
22: M-m non permette M-m necessilade, .V ignoranza che non conosce il
prode ol danno ~ m intendo che non è
m dal danno 27: .M-m e tratti, L
orati 2é?: J/ emusavano, jiiemisusavano
.u misusere, .V' misure, L misusare
m che misusare è usare. Cioè « che Dio esistesse ». Così mi par
preferibile per il senso; e la lezione di M-m è facilmente spiegabile da
un che Mio diventato eh' idio, chi dio; è vero però che le ragioni
paleografiche varrebbero anche per il caso inverso. usare in mala parte ;
che dice Vittorino che forza di corpo ci è data da Dio per usarla in fare
cose utili et oneste, ma coloro faceano tutto il contrario. Ora à detto
lo sponitore sopra '1 testo di Tulio le cagioni per le quali eloquenzia
cominciò a parere. Omai dicerae in che modo appario e come si trasse
innanzi. Nel quale tempo lue uno uomo grande e savio, il quale cognobbe
che materia e quanto aconciamento avea nelli animi delli uomini a
grandissime cose chi Ili potesse dirizzare e megliorare per comandamenti.
Donde costrinse e raunò in uno luogo quelli uomini che allora erano
sparti per le campora e partiti per le nascosaglie silvestre ; et
inducendo loro a ssapere le cose utili et oneste, tutto che alla prima
paresse loro gravi per loro disusanza, poi T udirò 15.
studiosamente per la ragione e per bel dire; e ssì Ili arecò umili e
mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà che aveano. Lo
sjaonitore. 1. In questa i)arte vuole Tulio dimostrare da cui e
come cominciò eloquenzia et in che cose ; et è la tema cotale
20. In quel tempo che Ila gente vivea così malamente, fue un uomo
grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il quale cognobbe che
materia, cioè la ragione che l' uomo àe in sé naturalmente per la quale
puote l' uomo intendere e ragio nare, e l'acconciamento a fare
grandissime cose, cioè a ttenere i)ace et amare Idio e '1 proximo, a ffai-e
cittadi, castella e magioni e bel costume, et a ttenere iustitia et
a vivere ordinatamente se fosse chi Ili potesse dirizzare, cioè ritrarre
da bestiale vita, e mellioi-are per comandamenti, cioè per insegnamenti e per
leggi e statuti che Ili 2: M' om. ci
3-4: M-iii Or o della la sposilione
5: M-m loninciò (hi coro). 7 pare
M' oggimai 6: M-m apparve 8: il' uno buono iO: 31' adrinure 12: M-m per
campora 12-13: M-w le nascose selve 13:
M-m et facciendo loro assapere 14: M'
grave - L'i: M' si Hi recò 16: M'
crudelilà 23: M-m nm. l'uomo 24 : M-m el lo ncomincianiento, L el
chominciamenlo 25: M'el ad amare ~ 26:
M' 7datener 27: M' chi le polesse
adrifrure - m om. potesse 28: M' enirare
da b. v. afrenasse (1). 2. Et qui cade una quistione, che
potrebbe alcuno dicere: « Come si potieno melliorare, da che non
erano buoni? >. A cciò rispondo che naturalmente era la ragione
dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel 5. modo eh' è detto. 3.
Donde questo savio costrinse - e dice che i « costrinse » però che non si
voleano raunare - e raunò - e dice « raunò » poi che elli vollero. Che '1
savio uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando belle
ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in 10. dare
mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri, che ssi raunaro
e patiero d'udire le sue parole. Et elli insegnava loro le cose utili dicendo:
« State bene insieme, aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e forti; fate
cittadi e ville *. Et insegnava loro le cose oneste dicendo : « Il
pic 15. colo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre »
etc. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestialmente paresser
gravi amonimenti di vivere a ragione et ad ordine, acciò eh' elli erano
liberi e franchi naturalmente e non si voleano mettere a signoraggio,
poi, udendo il bel dire 20. del savio uomo e considerando per
ragione che larga e libera licenzia di mal fare ritornava in lor gi"ave
destruzione et in periglio de l'umana generazione, udirò e miser
cura a intendere lui. Et in questa maniera il savio uomo li ritrasse di
loro fierezza e di loro crudeltade - e dice « fierezza » perciò che viveano
come fiere; e dice « crudeltade » perciò che '1 padre e '1 figliuolo non
si conosceano, anzi uccidea l'uno l'altro - e feceli umili e mansueti,
cioè volontarosi di ragioni e di virtudi e partitori (2) dal male.
1 : m rafrenasse, S affrenassono
J/ " Et acade, L e ecci una (\.
2 : il poneno (cerio per falsa lettura di potieno; cfr. Wiese in
Zeilsch. f. Rom. Pini., VII, 330, g i33), m il' poteano 4: m dunque
6: it-iii om. che i 9: W
l'utilitade i^l' metendo '1 suo 10: m
mangiare cene e desinari 19: il sottomettere
20-23: it-m om. e considerando.... il savio uomo 23-24: m si ritrassono 24: il lore fier., M' lor fior, me dalloro crud. 24-25: H-m om. e dice.... crudeltade 26: il' e li figluoli (ma L el figliuolo)
- 28: il' partito, l. e'dipirtironsi, s partiti. (1) Parrebbe
preferibile la lezióne di &'; ma è significativo il fatto che tutti i
mss. abbiano il singolare. Invece di condannarlo come corruzione comune,
basta pensare che sostantivi astratti come « insegnamenti, leggi e
statuti » siano considerati formanti un complesso unico, sì da farli equivalere
al singolare (p.es. «ciò»); e quest'uso del verbo è attestato da un altro
passo di Brunetto, IO, 3, e dal Varchi, Ercolano, ediz. Bottari (Firenze Senza
ricorrere ai facili accomodamenti, conservo la lezione di M intendendo «
partitore » in senso riflessivo : « colui che si parte, che si allontana ».
Cfr. Manuzzi. Or à detto CICERONE chi cominciò eloquenzia et intra
cui e come; or dicerà per che ragione, eanza la quale non potea ciò
fare. Tullio. Per la qual cosa pare a me che Ha
sapienzia tacita e povera di parole non arebbe potuto fare tanto,
che così subitamente fossero quelli uomini dipartiti dall'antica e lunga
usanza et informati in diverse ragioni di vita. Lo
sponitore. In questa parte dice Tulio la ragione sanza la quale
non si potea fare ciò che fece '1 savio uomo; e dice sapienzia tacita
quella di coloro che non danno insegnamento per parole ma per opera, come fanno
' romiti. Et dice « povera di parole » per coloro che '1 lor senno
non sanno addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar
credere ad altri il suo parere. Et per questo potemo intendere che picciola
forza è quella di sapienzia s'ella nonn è congiunta con eloquenzia, e
potemo connoscere che sopra tutte cose è grande sapienzia congiunta con
eloquenzia. Et là dove dice « così subitamente » intendo che quello
savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapienzia, ma non cosi
avaccio né così subitamente come fece abiendo eloquenzia e sapienzia. Et
là dove dice « in diverse ragioni di vita » intendo che uno fece cavalieri,
un 25. altro fece cherico, e così fece d'altri mistieri.
Tullio. 7. Et così, poi che Ile cittadi e le ville fuoron
fatte, impreser gli uomini aver fede, tener giustizia et usarsi ad
obedire l'uno l'altro per propia volontarie et a sofferire pena et
affanno non solamente 2 : M-m om. e come
sanza (luale 5: M-m Per ((ualcosa
- 7 : M' luioniiiii quelli 13: M' i romiti, m li romiti 14: M-m alloro senno, L in loro senno i7: M-m om. che i9: M' giunta
22: Af' si avaccio 23: M-m om. e
sapienzia 28: m ad avere lede 7
tenere.... adusarsi M l'uno a
l'altro. A qualcuno e sapienzia potrà sembrare un'aggiunta arbitraria; ma
siccome non è inutile, preferisco mantenerlo. per la comune
utilitade, ma voler morire per essa mantenere. La qual cosa non s'arebbe
potuta fare d) se gli uomini non avessor potuto dimostrare e fare credere per
parole, cioè per eloquenzia, ciò che trovavano e pensavano per sapienzia.
8. Et certo chi avea forza e 5. podere sopra altri molti non averla
patito divenire pare di coloro ch'elli potea segnoreggiare, se non
l'avesse mosso sennata e soave parladura; tanto era loro allegra la
primiera usanza, la quale era tanto durata lungamente che parea et era in
loro convertita in natura. Donde pare a me che così anticamente e da
prima nasceo e mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi
delli uomini nelle vicende di pace e di guerra. Lo sponitore.
I. In questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia non avrebbe
messo in compimento per sé sola, ella fece 15. avendo in compagnia
eloquenzia; e però la tema èe cotale: Si come detto è davanti, fuoro gli
uomini raunati et insegnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però fecero
cittadi e ville; poi che Ile cittadi fuor fatte impresero ad avere
fede. Di questa parola intendo che coloro anno fede che 20. non
ingannano altrui e che non vogliono che lite né discordia sia nelle cittadi, e
se vi fosse sì la mettono in pace. Et fede, sì come dice un savio, è Ila
speranza della cosa promessa; e dice la legge che fede è quella che
promette l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo dice in
un altro libro delli offici che fede è fondamento di giiistizia,
veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa ée quella virtude
eh' é appellata lealtade. E così sommatamente loda Tulio eloquenzia con sapienzia
congiunta, che 2: ilf'-£ potuto - M' om. non 4: Jlf> Certo 5: M-m vinavea charebbono potuto
divenire paii 6: M-m chelli poteano,
M^-L cui potea M-m santa 7: M^-L allegrezza 8-9 : M era converita la loro natura, m era
convertila in loro natura 9 : m onde
14-15: M^ il fece in compagnia d'eloquentia.... si ò cotale M-m detto oe
dinanci 19: 3/' fede, 7 di q. p.
PO : M^ om. e o discordia 21-22:
M-m in pace et in fede m om. è -
23: M^ quello, ma L quella 26: M-m et
intermezza M' delenpromesse 27: M legheltade (?«a cfr. Texor., XVII,
15) M somatamente, m asommatam.
congiunta con sapienzia. (1) Sarà certo da legger così, e non
sarebbe si sarebbe, poiché di quest'uso dell' ausiliare avere presso gli
antichi non mancano esempli sicuri : cfr. la nota di M. Barbi nella sua
ediz. della Vita Nuova, 2, e ciò che aggiunse il Parodi in Bullett. della
Soc. Bant. Lo stesso si dica per s'arebhono del commento, sanza ciò le
grandissime cose non s'arebbono potute mettere in compimento, e dice che poi àe
molto de ben fatto in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che
tutti i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono
per due stati o di pace o di guerra, e nell' uno e nell'altro bisogna la
nostra rettorica sì al postutto, che sanza lei non si potrebbono mantenere.
Tullio. Ma poi che Ili uomini, malamente seguendo la vìrtude
sanza 10. ragione d'officio, apresero copia di parlare, usaro et
inforzaro tutto loro ingegno in malizia, per che convenne che ile cittadi
sine guastassero e li uomini si comprendessero di quella ruggine, (e.
Ili) Et poi che detto avemo la cumincianza del bene, contiamo come
cuminciò questo male. Poi che CICERONE avea detto davanti i beni che
sono advenuti per eloquenzia, in questa parte dice i mali che sono
advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò che Ila sua intentione è
più in laudarla, sì appone elli il male a coloro che Ila misusano e non a
Ilei. 2. Et sopra ciò la tema è cotale: Furono uomini folli sanza
discrezione, li quali, vegga ndo che alquanti erano in grande onoranza
e montati in alto stato per lo bell.o parlare ch'usavano secondo li
comandamenti di questa arte, sì studiaroO solo in parlare e tralasciare lo
studio di sapienzia, e divennero sì copiosi in dire che, per l'abondanza
del molto parlare sanza condimento di senno, che (2) cumìnciaro a
mettere cioè 2: M-in
che poi {ni, om. poi) a molli a Dio ben facto
-J: M om. duri stali i 1 : M
conviene, M' conveiiia IS: M-m om. e li
uomini si comprendessero 13: M \a
cunincianza (e cluininciò)3/' il cuminciamento
16: m ave... dinanzi 18: M^ dopo advenuti ripete per
eloquenlia in quesUi parte (ma ri son trticiie di etpunzione) 19: m om. elli 20: M El perciii 24: M' il comandamento.... studiavano
25 : ilf intralassai-o, m e lasciaro - 20: M' de molto m om. elio. (1) Invece di si
studiavo credo preferibile studiavo in senso assoluto, come già si è
trovato, 3, § e studia puro in dire le parole. Sintatticamente questo che ò
pleonastico; ma ò attestato da ambedue le famiglie di codici e non
costituisce una rarità per il nostro volgare antico (anzi, per Brunetto
stesso, cfr. IO, 1: avegna che ma tutta volta). sedizione e
distruggi mento nelle cittadi e ne' comuni et a corrompere la vita degli
uomini; e questo divenia però ch'ellino aveano sembianza e vista di
sapienzia, della quale erano tutti nudi e vani. 3. Et dice Vittorino che
eloquenzia 5. sola èe appellata « la vista », perciò che ella fae parere
che sapienzia sia in coloro ne' quali ella non fae dimoro. Et
queste sono quelle persone che per avere li onori e F uttilitadi delle
comunanze parlano sanza sentimento di bene; così turbano le cittadi et
usano la gente a perversi costumi. Et poi dice Tulio: Da che noi avemo
contato '1 principio del bene, cioè de' beni che avenuti erano per
eloquenzia, si è convenevole di mettere in conto la 'ncumincianza
del male chende seguitò. Et dice in questo modo nel testo:
Tullio tratta della comincianza del male 15. adveniito per
eloquenzia. Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo gli
uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usavano tramettersi
delle publiche vicende, e che W gli uomini grandi e savi parlieri non si
trametteano delle cause private. E con ciò 20. fosse cosa che
sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi penso che furo altri
uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare le picciole
controversie delle private persone; nelle quali controversie adusandosi
gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incontra la verità,
imperseveramento di parlare nutricò arditanza 25. 11. Sì che per le
'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade che' maggiori si
contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse le sue bisogne; e
così, parendo molte fiate che quello eh' avea impresa sola eloquenzia
sanza sapienzia fosse pare o talora più innanzi che quello che avea
eloquenzia congiunta con sapienzia, i-2: m nelle loro
ciltadi M' om. et a corr.... uomini 2: m avenia
3 kelli aveano sombianca de giusta sap. 4: m om. Et
6: M' li quali 7: M' questi 10: m om. Et 11: M' bone kavenuto era - 12: 1/' il
cominciamento i3: Jlf chende seguita,
j/i che ne seguita - 16: M et certo mo, la Certo modo M meno di savi, m
ch'erano meno che savi 17-18: M-m
non sapeano, L non osavano M-m om.
e 19: Jlf sintrametteano dele cose 21: M-m om. uomini M verrali
3f' vennero 22: M' om.
delle pr.... controversie 23: M-m om.
spessamente 24: M' il persev. - 26: M'
aiutasse m adornasse 29: M'
giunta. Un costrutto più regolare si avrebbe sopprimendo il che o
inserendone un altro dopo verisimile; appunto. per questo conservo' il
che, non sembrando probabile che un copista volesse complicare di suo. Questa
maggiore libertà sintattica non è nuova. aveni'a che, per giudicio di
moltitudine di gente e di sé medesimo paresse essere degno di reggiere le
publiche cose. E certo non ingiustamente, poi che' folli arditi
impronti pervennero ad avere reggimenti delle comunanze, grandissime
e miserissime tempestanze adveniano molto sovente; per la qual cosa
cadde eloquenzia in tanto odio et invidia che gli uomini d'altissimo
ingegno, quasi per scampare di torbida tempestade in sicuro porto, così
fuggiendo la discordiosa e tumultuosa vita si ritrassero ad alcuno altro queto
studio. Per la qual cosa pare che per la loro posa li altri dritti et
onesti studii molto perseverati vennero in onore. Ma questo studio di
rettorica fue abandonato quasi da tutti loro, e perciò tornò a neente, in
tal tempo quando più inforzatamente si dovea mantenere e più
studiosamente crescere; perciò che quando più indegnamente la
presumptione e l'ardire de' folli impronti manimettea e guastava la cosa
onestissima e dirittissima con troppo gravoso danno dei comune, allora
era più degna cosa contrastare e consigliare la cosa publica. Della qual
cosa non fugìo il nostro Catone né Lelius né, al ver dire, il loro
discepolo Àffricano, né i Gracchi nepoti d' Àffricano, ne' quali uomini
era sovrana virtude et altoritade acresciuta per la loro sovrana virtude;
sì che la loro eloquenzia era grande adornamento di loro et aiuto e
mantenimento della comunanza. Lo sponitore. In questa
parte divisa Tulio come divennero quelli due mali, cioè turbare il buono
stato delle cittadi e corrompere la buona vita e costumanza delli uomini; et
avegna che '1 suo testo sia recato in sie piane parole che molto
fae da intendere tutti, ma tutta volta lo sponitore dirae alcune
parole per più chiarezza. 2. Et è la tema cotale: La elo 1 : M-m
avogiia 2: M per essoi-o degno d'essere
7 di reggiere, M' paresse degno de reggere 3: M' poi ke fuor iaiditi in pronti, m
enpronti 4-5 : M' pervennero i
reggìm. 7 de miserissime tempeste spessamente
7 : M' lempcstande * : M-m
la discordia (m echontumulosa) 9 :
Tutti i mss. questo, S posato - M-m possa
i i : itf ' do tutto loro " i4: M dì [olii 18-19: M ne nelilio - M-m om. nò i G. n.
d'AII'ricano Jlf' erano sovrane vertudi
26: M' la vita 7 la buona costumanca - 27: M< suo stato m in se
28: itf' om. tutti, ma M' alcuna
parola S9: Af' Et la tema 6
cotale. De la el. ecc. È possibile tanto la lezione di Af quanto
quella di m; ma proferisco questa perchè corrisponde alle parole del
commento, § 6: « pareano essere degni». Il testo latino ha studium aliquod
quieUtm. Lo scambio di queto por questo era facilissimo, e forse risalo
r.llo iirimo copio. quenzia mise in sì alto stato i parladori savi e
guerniti di senno, che per loro si reggeano le cittadi e le
comunanze e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li onori
e le grandi cose, e non si trametteano delle cause private, cioè 5.
delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere né altre picciole
cose. Ma erano altri uomini di due maniere: l'una che non erano
parlatori, l'autra che non aveano sapienzia, ma erano gridatori e favellatori
molto grandi; e questi non si trametteano delle cose publiche, cioè
delle signorie e delli officii e delle grandi cose del comune, ma
impigliavansi a trattare le picciole cose delle private persone, cioè delli
speciali uomini. 3. Intra' quali furono alcuni calidi e vezzati - cioè
per la fraude e per la malizia che in loro regnava parea ch'avesse in
loro sapienzia-; e questi s' ausarono tanto a parlare che, per molta
usanza di dire parole e di gridare sopra le vicende delle speciali
persone, montare in ardimento e presero audacia di favellare in
guisa d'eloquenzia tanto e sì malamente che teneano la menzogna e la
fallacia ferma contra la veritade. Onde, per li grandi mali che di ciò
adveniano, convenne che' grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano
le grandi cose, venissero et abassassero a trattare le picciole
vicende di speciali persone, per difendere i loro amici e per contastare
a quelli arditi. Et nota che arditi sono di due ma 25. niere : l' una che
pigliano a fifare di grandi cose con provedimento di ragione, e questi sono
savi; li altri che pigliano a ffare le grandi cose sanza provedenza di
ragione, e questi sono folli arditi. 5. Donde in questo contrastare i
buoni e savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non
aveano 30. studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano
e garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire e di dire
torto palese; sicché spessamente pareano pari di senno e di parlare e
talvolta migliori. Sì che per sentenza 4 : M' om. e non s.
t. d. cause 5: M-m ont.aò 6: m odaltre p. o. 7
M< parliei-i iO: M' de comuni dele piccole cose cioè che jier
la lYaude ecc. parean (/^ parea) cavassero sapienlia lo.- 3f< pei' la
molta 17: M^ presero baldanza 19: M' contro alla verità 20: A/' ohi. che d. e. adveniano m avenia savi e parladori m le
cittadi 23: M' appilgliano a taro le g.
e. 26: M^ om. di ragione L l'altra 27: L provedimento 31-32: Me dire,moHi. mentire e di 33:M' talocta m. visi che p.s Cosi
leggo con M, piuttosto che lavogarie di ilf' o lavorìi di m: oltre a
lavareria, il Manuzzi registra esempii di lavoriera. del popolo,
la quale è sentenzia vana perciò che non muove da ragione, e per sentenza
di sé medesimo, la quale è per neente, pareano essere degni di covernare
le publiche e le grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et
alli 5. officii et onori delle comunanze. Et poi che cciò avenne,
non fue meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e miserissime
tempestadi. Et nota che dice « grandissime » per la quantità e che duraro
lungamente, e dice « miserissime » per la qualitade, ch'erano aspre e
perilliose chende 10. moriano le persone ; e dice « tempestanza »
per similitudine, che sì come la nave dimora in fortuna di mare e
talvolta crescono (i) in tanto che perisce, così dimora la cittade
per le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé
medesime e patono distruzione. « Per la qual cosa eloquenzia cadde in tanto
odio et invidia »... Et nota che odio non é altro se nno ira invecchiata;
e così i buoni savi erano stati lungamente irosi, veggiendo i folli
arditi segnoreggiare le cittadi. Et invidia è aflizione che omo àe per
altrui bene; donde i buoni savi aveano molta aflizione per coloro
ch'erano segnori delle grandi cose et erano in onore. 8. Et perciò
li buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose ad altri
queti studii per scampare della tumultuosa vita in sicuro porto. Et nota:
là dove dice « altissimo ingegno » dimostra bene eh' arebboro potuto e
saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no '1 fecero furo bene da
riprendere. Et in ciò che dice « queti studi » intendo l' altre scienze
di filosofia, sì come trattare le nature delle divine cose e delle
terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi e le costumanze; et
appellali « queti studii » che non trattano di parlare in comune, e perciò che
ssi stavano partiti dal remore delle genti. Et appella « vita tumultuosa
» che 2: Jl/i per ragione ~ 4: M furoro, M^ fuoro 7 : M-m ismisuratissime ~ 8: SI durano,
m duravano quantitade.... s\ elione moriano - 10: M' tempestade 14: M' medesimo ~ 15: m om. Et 16: m buoni e savi 18: m om. Et
m i'uomo... l'altrui SO: M> et
in lionore erano m ad altre M-m questi, M' certi om. Et noia la dove 25 : M-m non fecero 26 : Tutti i mss questi 27 : M de trattare 28: M-m sicome dice che l. 29: M^ appellasi, L appellansi mss. questi Cosi hanno tutti i codici; ma
forse dopo crescono è andato perduto un soggetto, richiesto dal senso o dalla
sintassi, come i venti o l'onde (abbiamo anche altrove la prova che le
due famiglie di codici risalgono a un capostipite già corrotto). Pure non
sarebbe impossibile sottintendere dal precedente fortuna un soggetto le
fortune. spessamente l'iiuo uomo assaliva l'altro in cittade
coll'arme e talvolta l'uccideva. 9. Et poi che' savi intralassar lo
studio d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata uè pregiata.
Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro in grande
onore. Et ora riprende Tulio questi savi e dice che fecior questo a quel
tempo che eloquenzia avea più grande bisogno per lo male che faceano i
folli arditi nelle cittadi, e perchè guastavano la cosa onestissima e
dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle cose oneste e diritte.
U. Dalla qual cosa non fugio il nostro Catone né quelli altri savi
ch'amavano drittamente il comune et aveano senno e parlatura; ma dimoraro fermi
a consigliare et a difendere il comune da'garritori folli arditi; e però
montaro in onore et in istato sì grande che le loro dicerie erano tenute
sentenze, e perciò dice che in loro era autoritade, che autoritade èe una
dignitade degna d' onore e di temenza. Ma da questo si muove il
conto e ritorna a conchiudere per ragioni utili et oneste e possibili e
necessare che dovemo studiare in eloquenzia, lodala in molte guise. CICERONE
conclude che sia da studiare in rettorica. Per la qual cosa, al mio animo,
non perciò meno è da mettere studio in eloquenzia s' alquanti la misusano
in publiclie et in private cose; ma tanto più clie ' malvagi non abbiano
troppo di podere con grave danno de' buoni e con generale distruzione di
tutti. Maximamente cun ciò sia la verità che rettorica è una cosa la
quale molto s'appartiene a tutte cose, è publiche e private, e per essa
diviene la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda; e per essa medesima
molte utilitadi avengono in comune se fia presta la modonatrice di
tutte cose, cioè sapienzia; e per lei medesima abonda a coloro che
H'acquistano lode, onore, dignitade; e per essa medesima anno li amici
certissimo e sicurissimo aiutorio. 1: M-m spesse volte 2: m tralassaro 8: m le chose honestissime 10: M (Iride, m diritte 3f' Dela q. e. 11: M' dirittamente, m om. 12: M' dimorato y f.: M 7 folli arditi,
£ e da f. a. 14: M^ J montaro
perciò 18: m e torna, M 7 condoura
tornerà per ragioni, L e mosterrà per rag.
Jlf-;» honesti ~ 19: M -m necessarie 20: m lodarla ^3: M* misuna, corretto poi misusa 27: M' molto pertièno devegna 28: M> y hon. 7 illustra 7 gioconia, m
illustra 29: M sia 31: M^-m 7 honore 7 dignitade. La
tema di questo testo è cotale, (H che dice Tulio: Se alquanti di mala
maniera usano malamente eloquenzia, non rimane pertanto che 11' uomo non
debbia studiare in 5. eloquenzia, al mio animo (cioè per mia sentenza),
acciò che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a' buoni né di
fare generale distruzione di tutti. Et nota che distrutti sono coloro che
soleano essere in alto stato et in ricchezza e poi divennero in tanta
miseria che vanno men 10. dicando. 2. Et poi dice le lode di rettorica,
come tocca al comune et al diviso, e come per lei diviene l'uomo
sicuro, cioè che sicuramente puote gire a trattare le cause, et appena
troverai (2) chi '1 sappia contradiare ; e dice chende diviene la vita «
onesta », cioè laudato intra coloro che '1 15. cognoscono; e dice
«illustre», cioè laudato intra li strani; e dice « ioconda », cioè vita
piacevole, però che ' savi parlieri molto piacciono ad sé et altrui. 3. Et
altressi molto bene n'aviene alle comunanze jier eloquenzia, a questa
condizione : se sapienzia sia presta, cioè se ella sia adiunta
con eloquenzia. Et dice che sapienzia è amodenatrice di tutte cose
però che ella sae antivedere e porre a tutte cose certo modo e certo
fine. 4. Et poi dice che questi che anno eloquenzia giunta con sapienzia sono
laudati, temuti et amati; e dice che Ili amici loro possono di loro avere
aiutorio sicurissimo, però che appena fie chi Ili sappia contrastare,
poiché sanno parlare a compimento di senno. Et dice « certissimo » però che '1
buono e '1 savio uomo non si lascia M-m Lo testo èe cotale, M'-L La tema
de questo è cotale 3: M' aliijuanti
6: M' de fare male 7: m om. nota 9: il' divegnono 11: M huomo siguro 13: M' troverà 14: M-m laudata.... che cognoscono 15: M' illustra, L illustro 17: A/' ad
altri M-m nm. Et altressi e n 19: Hin
presta M' giunta 21 :M siae ad intivedere, m a ad antivedere 22: m om. Et
23: M^ 7 temuti 25: m Tia
chelli sappia, M' fie chelli il sappia
37: M non so lascia. Anche la lezione di ilf è possibile, ma forse
nacque da un accomodamento arbitrario del testo già corrotto. Invece
quella di M' è spiegabilissima collomissione della parola testo (la somiglianza
con questo rese più facile l' errore) e riceve conforma dal principio del
capitolo seguente, con quell'uniformità di espressione che è
caratteristica di tutto il commento. (2) Troverai è preferibile
come « lectio difflcillor ». Del resto anche in M' potrebbe trattarsi non di
troverà, ma troverà'. corrompere per amore ne per prezzo né per altra
simile cosa. Et qui si parte il conto e fae nn' ultima conclusione
in questo modo: Tullio conclude in somma. Et però pare a me che gli
uomini, i quali in molte cose sono minori e più fievoli che Ile
bestie, in questa una cosa l'avanzano, che possono parlare ; e donque pare che
colui conquista cosa nobile et altissima il quale sormonta li altri
uomini in quella medesima cosa per la quale gli uomini avanzano le
bestie. La tema in questo testo è cotale : La veritade è che gli
uomini in molte cose sono minori che Ile bestie e più fievoli, acciò che
sanza fallo il leofante e molti altri animali sono più grandi del corpo che
nonn è l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della
persona che ir uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi
sono certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Che sanza fallo
lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e '1 lupo cerviere del vedere e
la scimmia del saporare, e l'avóltore 20. dell' anasare ad odorare,
e '1 ragnol del toccare. Ma in questa una cosa avanza 1' uomo tutte le
bestie et animali, che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene
la sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae
alli altri uomini. 25. Tullio dice di che elli tratterà 16. Et
questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista solamente per
natura né solamente per usanza, ma per insegnamento d'arte altressi.
Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono coloro i quali sopra
ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi S: il-m
un'altra condictione 7 : M' costui il-m conquesta 8: M-m la quale; om. li 9 : )» om. cosa e gli uomini 11: il' de questo t. M' molti
huomini.... minori 7 più fievoli chelle bestie 15: U-m om. altre 16: M' che tucti 19-20: M-m 7 l'avóltore dell'odore,
M']j lavoltoio delanasare adodorare, L del savorare e odorare, S et
l'avoltoio del nasare et d'odorare M-M'
7 rangnol, m il rangnolo (ohi. tulli gli e), L a ragnolo M'-L ne! toccare 22: M' chelli sanno - 25: M dico che {ma cfr.
^ \) 27 : M' per la natura 2S: M-m nm. d'arte 29: m certi. che noi diciamo ciò che ssi
comanda in rettorica, pare che sia a trattare del genere d' essa arte e
del suo officio e della fine e della materia e delle sue parti; imperochè
sapute e cognosciute queste cose, più di legieri e più isbrigatamente
potrà l'animo di ciascuno 5. considerare la ragione e ia via
dell'arte. Lo sponitore. 1. Poi che Tulio avea lodata
Rettorica et era soprastato alle sue commendazioni in molte maniere, sì
ricomincia nel suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo
libro. 10. Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perchè l'animo
di ciascuno sia più intendente di quello che seguirà, e così pone fine al
suo prolago e viene al fatto in questo modo: Tullio ae fiìiito il
prolago, e comincia a dire di eloquenzia. Una ragione è delle cittadi la
quale richiede et è 15. di molte cose e di grandi, intra Ile quali è una
grande et ampia parte l' artificiosa eloquenzia, la quale è appellata
Rettorica. Che al ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono
che Ila scienzia delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne
discordiamo da coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et
in arte del 20. parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica
porremo in quel genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile
scienzia, cioè della scienzia delle cittadi. Lo
sponitore. I. In questa parte del testo procede Tulio a dimosti-are ordinatamente
ciò che elli avea promesso nella fine del prolago. Et primamente comincia a
dicere il genere di questa arte. Ma anzi che Ho sponitore vada innanzi sì
vuole fare intendere che è genere, perchè l' altre parole siano
meglio intese. Ogne cosa quasi o è generale, sicché comprende molte
altre cose, o è parte di quella generale. Onde questa 1-2:
M' (la tratto, poi corr. da trattar.; 3:
M-m generalmente della decta- arte 3: m però che - 4: M-m più diligente,
M' nm. più 8: M A rinconincia 11 : M' (luelle, ma L quello 14-13: M'-L richiede molte cose grandi 16: M-m cai ver diro 18: M-m
abbiano 30: M-m [lorromo quel
genero SG: m quella S8: M-m y perchè 29: M ìì quasi generale, m è quasi geu. 30: M onde jvirte quella gen.
parola, cioè « uomo », è generale, per ciò che comprende molti,
cioè Piero e Joanni etc, ma questa parola, cioè « Piero, » è una parte- A
questa somiglianza, per dire più in volgare, si puote intendere genere
cioè la schiatta; che 5. chi dice « i Tosinghi » comprende tutti coloro
di quella schiatta, ma chi dice « Davizzo » non comprende se no una
parte, cioè un uomo di quella schiatta. 3. Onde Tulio dice di rettorica
sotto quale genere si comprende, per meglio mostrare il fondamento e Ila
natura sua. Et dice così che Ila 10. ragione delle cittadi, cioè il
reggimento e Ila vita del comune e delle speciali persone, richiede molte e
grandi cose, in questo modo: che è in fatti e 'n detti. 4. In fatti è la
ragione delle cittadi sì come l'arte W de' fabbri, de' sartori, de'
pannar! e l' altre arti che si fanno con mani e con piedi. In detti è la
rettorica e l'altre scienze che sono in parlare. Adonque la scienza del governamento
delle cittadi è cosa generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè
l'arte del bene parlare. Ma anzi che Ilo sponitore vada più innanzi,
pensando che Ha scienza delle cittadi è parte d' un altro generale che
muove di filosofia, sì vuole elli dire un poco che è filosofia, per
provare la nobilitade e l'altezza della scienzia di covernare le cittadi.
Et provedendo ciò ssi pruova l'altezza di rettorica. Filosofia è
quella sovrana cosa la quale comprende sotto sé tutte le scienze; et è
questo uno nome composto di due nomi greci : il primo nome si è
phylos, e vale tanto a dire quanto « amore », il secondo nome è
sophya, e vale - tanto a dire quanto « sapienzia ». Onde FILOSOFIA
tanto vale a dire come « amore della sapienzia » ; per la qual cosa
neuno 30. puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto eh'
elli intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad
avere intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale difiì / M-m cioè che
comprende 2: Af' nm. o J cioè Piero 5: M' ovi. chi 4-6: m om. tutto
il passo da che « quella schiatla 8: m
om. per 9: M^ demostrare 10: jU'
i reggimenti 12: M-m om. che b 13: Af ' l'arti (ma anche L l'arto) m e de'pannali, .)/ 7 de sartori de
panni 16-17: m o parte d'un altro
generale 1M' de ben p. 20: M in podio 22: m om. della scienzia, 3/' niii. della
scienzia l'altezza 25: M sotto di
sé 26: m fue fdos, .W filis 27 : m om. nome 29: M^ de la scienza 31: M-m tuote l'altre J/' 7 da ~ 32: M-m. ad amare ' M'
Donde. (1) Anche arte potrebbe essere qui un plurale, come in
Tesar., X, 39-40; però lo ronde poco probabile la forma arti che subito
segue. La lezione amare di M-m fu certo suggerita dai precedenti amore e
ama, e basterebbe a farla rifiutare la ripetizione di concetto a cui si
riduce. nizione di filosofia : ch'ella è inquisizione delle naturali
cose e connoscimento delle divine et umane cose, quanto a uomo è
possibile d' interpetrare. Un altro savio dice che filosofia è onestade
di vita, studio di ben vivere, rimembranza della morte e spregio del
secolo. Et sappie che diflfinizione d'una cosa è dicere ciò che quella
cosa è, per tali parole che non si convegnano ad un' altra cosa, e che se
tu le rivolvi tuttavia signiffichino quella cosa. Per bene chiarire
sia questo l'exemplo nella diffinizione dell'uomo, la quale 10. è
questa: « L'uomo è animale razionale mortale ». Certo queste parole si
convegnono sì all'uomo che non si puote intendere d'altro, né di bestia,
né d'uccello, né di pescie, però che in essi nonn à ragione; onde se tue
rivolvi le parole e di' cosi : « (/he è animale razionale e mortale ?
certo non si puote d' altro intendere se non dell' uomo. Or è vero che
anticamente per nescietà delli uomini furon mosse tre quistioni delle
quali dubitavano, e uon senza cagione, però che sopr'esse tre questioni
si girano tutte le scienzie. La p-rima quistione era che dovesse l'uomo
20. fare e che lasciare. La seconda quistione era per che ragione dovesse
quel fare e quell'altro lasciare. La terza quistione era di sapere le
nature di tutte cose che sono. Et perciò che le questioni fuoro tre, sì
convenne che' savi filosofi (2) partissero filosofia in tre scienzie,
cioè Teorica, 25. Pratica e Logica, si come dimostra questo
arbore. i: M inquistione, m inquestione, L inqulslione 2: M^ quando
3: M enpossib'ile (5: Mss.
quella cosa 7 per t. p. 8: if-M' le
rivuoli, L le rivolgi il' el per bene
.9-/0: if' lo quale questo, L la i[ualo questo 16: m necessità, M' neccssiladc 16-17: .¥' luiomini in esse (L
messe) 18: sospeso, cnrr. sopresse 19: .1/' liuomo 20: m la seconda che lasciare 20-21: lU-m om. la 2" quistione 22.: M-m om. quistione M-iii la
natura m tutte le oliose - 23: M-m Et
però quelle quistioni furono tre 23-24 : M si convenne i savi
phylosoi)hy che partissero jf > si conviene
-^ 23: M mn. e. (1) Si potrebbe anche leggere (con una costruzione
più regolare ma con una coordinazione poco opportuna) ciò eh' è quella
cosa, e per tali parole ecc. (2) Questa lezione ò comune a codici
di ambedue le famiglie, e perciò la preferisco a quella di M, che pure si può
difendere facendo transitivo conreìtne e intendendo i -savi filosofi come
complem. oggetto. Et la prima di queste scienze, cioè pratica, è per
dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo fare e che lasciai'e.
La seconda scienzia, cioè logica, è per dimostrare la seconda quistione, cioè
per che ragione dovesse quel fare e quello altro lasciare. 10. Et questa
scienza, cioè logica, sì ae tre parti, cioè dialetica, efidica,
soffistica. La prima tratta di questionare e disputare l'uno coli' altro,
e questa è dialetica; la seconda insegna provare il detto dell' uno (1)
dell' altro per veraci argomenti, e questa èe efidica; la terza insegna provare
il detto dell'uno e dell'altro per argomenti frodosi o per infinte
provanze, e questa è sofistica. Et questa divisione pare in questo
arbore. La tex'za scienzia, cioè teorica, si è per dimostrare le
nature di tutte cose che sono, le quali nature sono tre; 15. e però
conviene che questa una scienza, cioè teorica, sia pai'tita in tre
scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e Matematica, sì come dimostra questo
arbore. 4: m cioè la ragione 6: m sollislicha, epidicha, M' eflidica
(un'altra mano aggiunse sotìslicha)
7: i/' tractare.... contra l'altro - 9:m, ìt', l e dell'altro i 1 : if infinite M' argomenti frodolenti 7 jier infinita
pruova 12: m apare. (1)
Conservo invece di e, comune a quasi tutti i codici, appunto per la sua
singolarità e perchè sembra indicare una differenza tra l'efldica e la
sofisticala prima dimostra la verità di una delle due parti, la seconda
pretende dimostrare l'una e l'altra parte. Onde la prima di queste tre
scienze, cioè teologia, la quale è appellata divinitade, si tratta la
natura delle cose incorporali le quali non conversano in traile
corpora, sì come Dio e le divine cose. La seconda scienzia, cioè 5.
fisica, sì tratta le nature delle cose corporali, si come sono animali e
He cose che anno corpo; e di questa scienzia fue ritratta l'.arte di
medicina, che, poi che fue connosciuta la natura dell'uomo e delli
animali e de' loro cibi e dell'erbe e delle cose, assai bene poteano li
savi argomentare la saio, nezza e curare la malizia. La terza scienzia, cioè
matematica, sì tratta le nature de le cose incorporali le quali sono
intorno le corpora; e queste nature sono quattro, e perciò conviene che
matematica sia partita in quattro scienze, ciò sono arismetrica, musica,
geometria et astronomia, sì come 15. appare in questo arbore: La
prima scienzia, cioè arismetrica, tratta de' conti e de'nomeri, sì come
l'abaco e più fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di concordare
voci e suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e
delle proporzioni. La IV scienza, cioè astronomia, tratta della
disposizione del cielo e delle stelle. Or si torna il conto dello
sponitore di questo libro alla prima parte di filosofia, della quale è
lungamente taciuto, e dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica,
25. che pervegna a dire della gloriosa Rettorica. E sì come fue
detto già indietro, questa pratica è quella scienza che dimostra che ssia
da ffare e che da lasciare, e questo è di 3:m traile
corpora 7: #' dela mudicina 9: M' assai poteo bone argomentare isani
10-13 : M-m mltnno da matematica di l. 10 a l. 13 sia partita (m si
e) 16: m om. scien7.ia 17: M' noveri
18: M [a musica SO: M astorlomia M' tracta Io sponilore 22: Af' si
ritorna (L ritorna), m Ora torna lo spoiiiloro alla prima p. 33: m ae, Jtf' oo 24: m della prima
parte 25: m perverrà. tre maniere:
i>erciò conviene che di questa una siano tre scienze, cioè sono Etica,
Iconoiiiica e Politica, sì come mostra la figura di questo arbore :
La prima di queste, cioè etica, sì è insegnamento di 5. bene vivere e
costumatamente, e dà connoscimento delle cose oneste e dell'utili e del
lor contrario; e questo fa per assennamento di quatro vertudi, ciò sono
prndenzia, iustizia, fortitudo e temperanza, e per divieto de' vizi, ciò
sono superbia, invidia, ira, avarizia, gula e luxuria; e così dimoio,
stra etica clie sia da tenere e che da lasciai-e jier vivere
virtuosamente. 16. La seconda scienza, cioè iconomica, sì 'nsegna che
ssia da ffare e che da lasciare per covernare e reggere il propio avere e
la propia famiglia. La terza scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e
mantenere e reggere 15. le cittadi e le comunanze, e questa, sì come
davanti è provato, è in due guise, cioè in fatti et in detti, sì come si
vede in questo arbore: 18. Quella maniera eh' è in
fatti sì sono l'arti e' magisterii che in cittadi si fanno, (i) come fabbri e
drappieri e li 1 : M-m però clic convion(3
3.m am. la ligura ;>: Af'
accostumatamente M' om. ira 10: M^ da
necnto 1 1: m virtmliosamonte 13: m avere, la patria e la
famiglia 14: m fare, mantenere 7 r. 16: M-M' 7 in due guise M' in detti. 18: m om. tutto il g
18 M' 7 mestieri 19 : M che cittadini fanno (lì Si
rimane incerti fra le due lezioni, perchè il senso è il medesimo e anclie
paleograficamente la differenza è lieve: forse ì citladisi oxìgìno (i)
cittadini'! Adottiamo la lezione un po' più diffìcile. altri
artieri, sanza i quali la cittade non potrebbe durare. Quella eh' è in
detti è quella scien^ia che ss' adopera colla lingua solamente; et in
questa si contiene tre scienze, ciò sono Grramatica, Dialettica,
Rettorica, si come dimostra 5. questo altro albore: Et che ciò sia
la verità dice lo sponitore che gramatica è intrata e fondamento di tutte le
liberali arti et insegna drittamente parlare e drittamente scrivere,
cioè per parole propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza
gramatica non potrebbe alcuno bene dire né bene dittare. La seconda
scienza, cioè dialetica, sì pruova le sue parole per argomenti che danno
fede alle sue parole; e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene
che mostri ragioni per che, sicché le sue parole abbiano provanza
Ib. in tal guisa che Ili uditori le credano e diano fede a cciò che
dice. La terza S(!Ìenza ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le
parole avenanti alla materia, per le quali l'uditore s'accheta e crede e sta
contento e muovesi a volere ciò eh' è detto. Adonque le tre scienze sono
bisogno a 20. parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente,
acciò che '1 buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a
diritto e per sì propie parole che sia inteso, e questo fae gramatica; e dee le
sue parole provare e mostrare ragioni (2), 1 : Af ' artefici
sanza quali le cittadi non potrebbero durare
3: M^ ] questa si contiene 6: m
Et choncio sia la v., L Et cliome ciò sia
7: M' l'arti liberali 9: Mm om. e
sanza sologismo; t-S silogismo 10: M'
om. alcuno I-i: M ragione si che
le s. p. pruova i7 : M-m advoncnti 18-19 : M' per bisogno al parliere et al
dictatore S3: M-m mostrare con ragiono,
L mostrare por ragione Non credo necessario, data l' impossibilità di
distinguer la grafia dei copisti da quella dell' autore, ristabilire la
forma esatta solecismo; la stranezza della parola spiega pure l'omissione di
M-m e lo sproposito di L-S. (2) Che questa sia la giusta lezione è
confermato dal § precedente, 1.16 («ragioni per che ») ; e si noti che mostrare
con ragione o per ragione equivarrebbe a provare. e questo fae
dialetica; e dee sì mettere et addornare il suo dire che, i)oi che 11'
uditore crede, che stia contento e faccia quello eh' e' vuole, e questo
fa Rettorica. Or dice lo sponitore che Ha civile scienza, cioè la covernatrice
delle cit5. tadi, la quale èe in detti si divide in due: che ll'una è co
llite e l'altra sanza lite. Quella co llite si è quella che sisi fa
domandando e rispondendo, si come dialetica, rettoi'ica e lege; quella
eh' è sanza lite si fa domandando e rispondendo, ma non per lite, ma per
dare alla gente insegnamento e via di 10; ben fare, sì come sono i
detti de' poeti che anno messo inii iscritta l'antiche storie, le grandi
battaglie e l'altre vicende che muovono li animi a ben fare. Altressì
quella civile scienzia eh' è con lite è di due maniere, eh' è ll'una
artificiosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale il
parliere che connosce bene la natura e Ilo stato della materia, vi reca
suso argomenti secondo che ssi conviene, e questo è in dialetica et in
rettorica. Quella che non è artificiale è quella nella quale si recano argomenti
pur per altoritade, si come legge, sopra la quale non si reca neuna
2'^ pruova né ragione per che, se non tanto l' altoritade dello
'mperadore che Ila fece. Et di questa che non è artificiale dice BOEZIO
nella Topica eh' è sanza arte e sanza parte di ragione. Alla fine
conclude Tulio e dice che Rettorica è parte della civile scienzia. Ma
Vittorino sponendo quella 25. parola dice che rettorica è la
maggiore parte della civile scienzia; e dice « maggiore » per lo grande
effetto di lei, che certo per rettorica potemo noi muovere tutto '1
popolo, tutto '1 consiglio, il padre contra '1 figliuolo, l'amico
centra l'amico, e poi li rega(i) in pace e a benevoglienza. Or è
detto 30. del genere; omai dicerà Tulio dello oflfizio di rettorica
e del fine. 1: M ordinare, m e iliraeltero e ordinare
lo siidire 3: M^ cliolll stea 5: M-m si vede in due 7: M' y reclorica 9: M' a. lo genti i 1 : m-M in iscripto M' 7 le g. b. 7 altro vicende IS : M-m alla (certo da ((Ila), M' (|UOSta
civ. 13-14: mchS l'ima e art. 7
l'altro non art., 3f' l'unaarl. l'altra none art. (X non art.) 16: m su argomenti che crede ohe si
chenvieno, S secóndo la cosa 19: M
sopralla quale 21 : J/' di questa non
artificiosa S6: m e M' alFecto, ma L
el'ctto S8 : m M' contro al f. wchontro all'amico, M' contra
amico. 29: m li reca, Af' recalgli a
pace 7 benev., L-S recarli a p. Q n h.
80 : m M' oggimai. (1) Con libertà non nuova alla nostra
ling'.ia antica, si può sottintendere il soggetto, « rettorica », dalle
parole « per rettorica » che precedono. La lezione ? ecarli, appunto
perchè piii semplice e chiara, mi par da scartare : non si vedrebbe CICERONE
dice che è l'ufficio di questa arte. 18. Officio di questa arte
pare che sia dicere appostatamente per fare credere, fine è far credere
per lo dire. Intra 11' ufficio e Ila fine èe cotale divisamente : che
nell'officio si considera quello che 5. conviene alla fine e nella fine
si considera quello che conviene all'officio. Come noi dicemo l'ufficio del
medico curare apostatamente per sanare, il suo fine dicemo sanare per le
medicine, e così quello che noi dicemo officio di rettorica e quello che
noi dicemo fine intenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare il
parliere, e dicendo che Ila fine sia quello per cui cagione eili
dice. In questa parte àe detto Tulio che è l'officio di questa arte e che
è lo suo fine; e perciò che '1 testo è molto aperto, sì sine passerà lo
spouitore brevemente. Et dice 15. cotale diffinizione : officio è
dicere appostatamente per fare credere. Et nota che dice « appostatamente
», cioè ornare parole di buone sentenze dette secondo che comanda
quest'arte; e questo dice per divisare il parlare di questo dicitore dal
parlare de' gramatici, che non curanq d'ornare 20. parole. E dice «
per far credere », cioè dicere sì compostamente che ir uditore creda ciò che
ssi dice. Et questo dice per divisare il detto de' poeti, che curano più
di dire belle pai-ole che di fare credere. 2. L' altra diffinizione è del
fine. Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi
25. considera la verità In questa arte e' troverà che tutto lo
'ntendimento del parliere è di far credere le sue parole all'uditore.
Donque questo è la fine, cioè far credere; che 2: M* om. ilk'Oi'O 3: M-M' 7 lar
M-m per 1 udire - 3-4: M' om. Inlra 11' udicio e ripete è cotale
ilivisumento che no l'ollicio M 7 è
colalo 0: m il' e curare 9: t intenderemo cli6 olicio è quello
ecc. m om. e JO: il ella, mi e la i3 : .tf' et che il lino 15: il apostamonle M-m saltano dal l'ai ^ apposlatanicnto. 10: .tf-m-.l/' ornate 20: m diro si ornatamente et cliom))ost. 21 : M-m mn. Kl c|uesto dice - 23: M-m
che farle credere - 24: M-m per 1 udire
23: M 7 troverà - 26: M' del parlare la ragione per cui fu
mutata negli altri codici, mentre ò facile ammettere che sia derivata da
recahjli di M '. Quoista poi, a sua volta, non è che una variante di ìi
reca, con una estensione del pronome enclitico a cui contraddice la cosiddetta
legge del Mussafla (cfr., anche per Dante, in Bull. d. Soc. Dani., N. S.,
XIV, 90-91) 'mmantenenle che l'uomo crede ciò eli' è detto si
rivolve (1) lo suo animo a volere et a ffare ciò che '1 dicitore
intende. 3. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che '1 fine di questa
arte è doppio, uno nel parladore et un altro nell'uditore. 5. Il
parladore sempre desidera questo fine in sé: che dica bene e che sia
tenuto d' aver bene detto. Neil' uditore è questo fine: che '1 dicitore a
questo intende, che nell'uditore sia cotale fine che creda quello che dice; e
questo fine non desidera sempre IL PARLATORE sì come quello di
sopra. 10. 4. Et per mostrare bene che è l' officio e che è il fine
e che divisamento àe dall'uno all'altro, sì dice Tulio che officio
è quello che '1 parliere de' fare nel suo parlamento secondo lo
'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per cui cagione il parlieri
dice compostamente; e certo questa cagione e questo fine nonn è altro se non
fare credere ciò che dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che
Ilo officio del medico è medicare compostamente per guerire
r amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo suo
medicare. Già è detto sofficientemente dell' officio e della fine di
rettorica; omai procederàe il conto a dire della materia. Materia di
questa arte dicemo che ssia quella nella quale tutta l'arte e Ilo savere
che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi dicemo che Ile malizie e le
fedite sono materia del medico, perciò che 'ntorno quelle è ogne
medicina, altressì dicemo che quelle cose sopra le quali s'adopera questa
arte et il savere eh' è appreso dell'arte sono materia di rettorica; le quali
cose alcuni pensaro che 1 : M sinvolve, m si involve, M^-L si muove S : M' quello olio. 9 : M-m considera 10: M' om.
l)ene 15: M-m non ae altro m se none a faro 16: Af ' in ciò 17-18 : M Olii, è
medicare.... del medico 19: M-m Già ae
d. s. (mi s. d.) 20: M' del fine
ogimai procederà Tulio a dire
S,4: m e tutta l'arte Jlf ' e
sapere S3: M-m le malizie, cioè le
malattie (glossa) 87: M e savere tulli i inss, apresso Questa è senza
dubbio la lezione richiesta dal senso e giustificabile con ragioni
paleografiche: un siriuolue in cui ri è parso un n ha originato il
sinvolve di M; da questo, per correzione arbitraria, è nato si muore di
Mi L. Invece di si rivolve lo suo animo
(soggetto) si può anche intendere « (l'uomo) si rivolve lo suo
animo », ma forse l'espressione riesce meno naturale. La correzione è suggerita
dalle parole precedenti : « lo savere che dell'arte s'apprende». Il testo
latino ha facuUas oratoria. fossero piusori et altri meno. Che GORGIA DI
LEONZIO, che fue quasi il più antichissimo rettorico, e in oppinione che IL
PARLATORE puo molto bene dire di tutte cose. Et questi pare che dea a
questa arte grandissima materia sanza fine. Ma Aristotile, il quale diede
a questa 5. arte molti aiuti et adornamenti, extimò che II' officio del PARLATORE
sia sopra tre generazioni di cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo e
giudiciale. Lo sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che
materia di rettorica 10. è quella cosa per cui cagione furo pensati
e trovati li comandamenti di questa arte, e per cui cagione s'adoperala
scienzia clie 11' uomo apprende per quelli comandamenti. Così fuoro
trovati li comandamenti di medicina e gli adoperamenti per le infertadi e per
le ferute; et insomma 15. quella è Ila materia sopr' alla quale
conviene dicere. Et sopra ciò fue trovata questa arte per dare
insegnamento di ben dire secondo che Ila materia richiede e per fare
che ir uditore creda. Et di questo è stata diiferenzia tra' savi : che
molti furo che diceano che materia puote 20. essere ogne cosa sopr'
alla quale convenisse parlare. Et se questo fosse vero, donque sarebbe
questa arte sanza fine, che non puote essere; e di questi fue uno savio, GORGIA
DI LEONZIO, antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'appella antichissimo
sì dimostra che non sia da credere. Ma Aristotile, a cui è molto da
credere, perciò che diede molti aiuti et adornamenti a questa arte in
perciò che fece uno libro d' invenzione et un altro della
parladura, dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e
catuua maniera èe genei'ale delle sue parti; e queste sono dimo 30.
strativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti apiiare
: 2: m cliel parlaro
3: M-m che (loggia (w dohbia) aiiiiistare 6: M' generi 7: M-m giiulicalivo - IS:
M-m et per (incili comamlamenti. Af' aiiiirondo per qua com., S per
qiialnni|ue com. (t bene) -- 13-14: M-m et por lo adoperamenlo et por lo
inf. M'
fedito 15: m. M'-L sopra la quale 19: M' dissero ?0: m sopra la ipiale l'uomo chonviene
parlare, M' sopra la (pialo SS: M-m di
questo S3-S4: M' 1 aix.'llava S6: M-m (lice molti aiuti M' in ciò che, m però che S7: Mdinvctione, hi d'invotione - S8: M-m
materie M' de cosa {ma L S di cose) M^ ciasouna
30-31: M-m om. come ecc. e la figura. Et a questa sentenzia
s'accorda Tulio, e sopra queste tre maniere è tutta l'arte di rettorica.
4. Ma ben puote essere oh' e' maestri in questo punto fanno divisamente
intra dire e dittare; che pare che Ila materia di dittare sia si
generale che quasi sopra ogne cosa si possa fare pistola, cioè mandare
lettera. Ma dire non si puote per modo di rettorica se non delle dette
tre maniere, perciò che Tulio CICERONE reca tutta la rettorica in
quistione di parole. Et intendo che quistione è una diceria nella quale
àe molte parole sie impigliate che ssine puote sostenere l'una parte e
l'altra, cioè provare si e no' per atrebuti, cioè per propietadi del
fatto o della persona. Et ecco l' exemplo in questa diceria che fie
proposta in questo modo: È da sbandire in exilio Marco Tulio Cicero no,
che davanti (i) al popolo di ROMA fece anegare molti ROMANI a tempo che '1
comune era in dubbio? In questa proposta à due parti, una del sì et
un'altra del no. Quella del sì è cotale : « Cicero è da sbandire, perciò
che à fatta la cotale cosa *. Quella del no è cotale: « Non è da
sbandire, che ricordando pure lo nome signififica buona cosa 20. et
isbandire et exìlio (2) sìgnifBca mala cosa, e non è da credere che buono uomo
faccia quello che ssia da sbandire degno né de exìlio ». 6. Grià è detto
che è la materia di quest'arte, et afferma Tulio la sentenza
d'Aristotile. Et però che elli l' àe confermata, sì dicerà di catuna dì
quelle 25. tre maniere sì compiutamente che per lui e per lo
sponì 1 : m sachosta 2: Mi
tucta 3:m tra dire od. 4:mL del dittare ~ 5 : M' si puote 6:
M' lectoro 7 : 3f ' se non le docte om. perciò
m tutta rettorica 9: M' ov'a
il: M-m et por atrebuti, M' per ai trebuti m cioè i)roiiietadi 12: M sie o fie, m Ila, M'-L fu - 14: m
om. Cicero M^ Cicerone che davanti il p. 15: M' al tempo 16: M imposta 19: M' il suo nome ò buona cosa 20: M' in exilio 21-22: m dongno da sb., M' dengno di
sbandire in oxilio 24: J/' la
conferma Non e' è dubbio sul
testo, in cui la tradizione manoscritta è concorde; quanto all'interpretazione
cfr. Maggini, La Rettorica italiana di B. L. Che et e non in sia la
lezione originaria è comprovato dal seguente né de exilio (cambiato da
M< in exilio per analogia colla prima alterazione). tore potrà
quelli per cui è fatto questo libro intendere la materia, lo movimento e
la natura di rettorica. Ma ben guardi d'intendere ciò che dice questo
trattato e di Connoscere ciò che in esso si contiene, che altrimenti non
potrebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima del
dimostrativo. Del dimostr amento. Dimostrativo è quello che ssi reca in
laude o in vituperio d'una certa personale. In questa parte dice CICERONE
che, con ciò sia cosa che Ile cause e Ile quistioni sopr' alcuna vicenda
indella quale l'uno afferma e l'altro niega siano di tre maniere, sì
insegna Tulio avanti quale causa è dimostrativa. Ma lo sponi 15. tore non
lascerà intanto che non dica la natura e Ila radice di tutte e tre,
oltx'e che dice il testo di Tulio; et in ciò dicerà chi è la persona del
parliere che dice sopra la causa, e dicerà che è il fatto della causa. La
persona del parliere è quella che viene in causa per lo suo detto o per
lo 20. suo fatto: et intendo « suo detto » quello ch'elli disse o
che ssi crede ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che
detto noll'abbia; altressì intendo «fatto» quello che fece o che
ssi crede ragionevolemente che elli abbia fatto, avegna che fatto
non sia. 3. Il fatto della causa è quel detto o quel fatto per lo quale
alcuno viene in causa e questione; et in ciò sia cotale exemplo: Dice
Pompeio a Catellina: « Tu fai tra 1: in poUà collii è: M' c\
inovini. ~ 5: .W Jioooia, L ilice ora 6:
i/del dimoslratio, m (Iella dimostrationo
8: S si moslra 13-14: il' sia in
ti-o maniero.... tulio avanti, m Tulio inprima M-m cosa
il' sia doni. 13: m oni. e la
radice - lS-19: il-m Persona del ]). 7 quella 19-20: il' per lo suo facto o per lo suo
dello, m per lo s. d. e per lo s. f. intondo suo detto e latto (pielli
(nni-he il (iiielli) - SS: il-m e così intondo quello S4 : il' ijucl
detto SS- il' et in ipiest., m.
ohi. L siae dimento nel comune di
Roma». Et Catellina risponde: « Non fo ». In questo convenente Pompeio e
Catellina sono le persone de'parlieri; e la causa è questa: «Tu fai
tradimento » « Non fo »; e chiamasi causa
però che 11' uno ap5. pone e dice parole contra l'altro e mettelo in lite. 4.
Et per maggiore chiarezza dicerà lo sponitore che èe dimostramento e che
deliberazione e che iudicamento, e così sopra che è ciascuna maniera di
rettorica. Dimostramento. Dimostramento è una maniera di cause
tale che per sua propietade il parliere dimostra ch'alcuna cosa sia onesta o
disonèsta, e per questo mostra che è da laudare e che da vituperare; e
questa causa dimostrativa è doppia: una speciale et un'altra che non si
puote partire. La speciale dimostrativa è quella nella quale i
parlieri si sforzano di provare una cosa essere onesta o disonesta,
non nominando alcuna certa persona; et intendo certa persona a dire delli
uomini e delle cittadi e delle battaglie e di cotali certe cose e
determinate tra Ile genti, non intendo dell'altezza del cielo né della
grandezza del sole o della 20. luna, che questa quistione non
pertiene a rettorica. Et di questa causa speciale dimostrativa sia cotale
exemplo : « Il forte uomo è da laudare Dice l'altro: Non è, anzi è
da vituperare. E di questo nasce quistione, se '1 forte è degno di lode o
di vituperio, e perciò èe dimostrativa, ma 25. non nomina certa
persona, e perciò è speciale. 8. La causa dimostrativa che non si puote
partire è quella nella quale i parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia
onesta o disonesta nominando certa persona, in questo modo. CICERONE è degno di
lode. Dice l’altro. Non è. E di questo nasce quistione, se sia da lodare
o da vituperare. Et questa quistione comprende due tempi : presente e
preterito. Che al ver dire di ciò che 11' uomo fae presentemente è lodato
biasmato, et altressì di ciò che fece ne' tempi passati. 9. Et sopra ciò dicono
1' antiche storie di Roma che 35. questa causa dimostrativa si
solca trattare in Campo Marzio, 5: 3/' perciò maggioro 7 : ìlt' cheo... cheo (ma L clie... che) -
saprà che è 10: M' per sue propietadi il parladore 14: M' i parladori m spellale o dimostrativa 16: M' nm. et intendo certa persona, vi om.
et 17: M' et dele ciltadi 18: m cliase diterminate 19: M-m et della gr. 20: m non apartiene ^i :?» om. speciale M-m
dimostrata M k cotale lessemplo - So:
M-m om. è 27: M' alcuna persona
essere M-m di tre tempi m pres., preter. e luturo 32: M-m Et al ver dire 33 : M-m om.
di - 42 nel quale s'asemblava la comunanza a llodare
alcuna persona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a biasmare quella
che non era degna. E già è ben detto della causa dimostrativa; sì dicerà
il maestro della causa deli5. berativa. Del diliber amento.
21. Diiiberativo è quello il quale, messo (^' a contendere et a
dimandare tra' cittadini, riceve detto per sentenzia. In questa parte dice
Tulio che causa diliberativa è quella eh' è messa e detta a' cittadini a
contendere il lor pareri et a domandare a lloro quello che nne sentono;
e sopra ciò si dicono molte et isvai'iate sentenze, perchè alla
fine si possa prendere la migliore (2). 2. Et questo modo di 15.
causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà delle genti,
che raunano li consillieri per diliberare che ssia da fFare sopra alcuna
vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua sentenza, sicché
alla fine si prende quella che pare migliore. 3. Et in ciò sia
questo 20. exemplo che propone il senatore: « E da mandare oste
in Macedonia? » Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano qual
sia lo meglio, e prendesi 1' una sentenza. Et questa quistione si
considera pure nel tempo futuro, che al ver dire sopra le cose future
prende l'uomo consiglio e dili 25. bera che ssia da fare e che noe. 4. Et
questa causa diliberativa è doppia: una speciale et un'altra che non si
puote partire. 5. Speciale è quella nella quale si considera d'ai
cuna cosa s' ella è utile o s' eli' è dannosa, non nominando
1-3: M alcuno cli'era dengno om. e
signoria.... degna 6: Tutti i mss.
omesso, S è messo H : M-m che in
essa - m M' i loro pareri, L illoro pareri
12: M' da loro - 13: M-m dicono
14: M-m lo migliore 15: M-m
cassare (M 7 quello) 16: M-m raunavano 17: M-m non daffare 20: M' ressom])ro M-m che pone -22: M' il migliore 24: m nel tempo futuro ilf ' iirendo huomo(»nn L S l'uomo) M-m
Questa ì; causa, cioè cosa, diliberativa 7 doppia,. L e delib. e doppia
m una e spetiale M-m om. che 27: M-m alcuna cosa 28: M-m om. sellò (1) Il testo
latino non lascia alcun dubbio. La stessa corruzione, comune a tutti i
codici, è nel successivo § 22 (e posto), e il costrutto insolito la rendeva
facile. (2) Anche la lezione lo migliore è buona, ma preferisco
quella di M' perchè corrisponde esattamente alla fino del § 2.
alcuna certa persona. Et ecco l'essempio: Dice uno: “Pace è
da tenere intra cristiani.”. Dice l'altro: « Non è ». Et di ciò nasce
causa diliberativa speciale, se Ila pace è da tenere o no. L'altra che
non si può partire è quella nella quale 5. i dicitori studiano di provare
e' alcuna cosa sia utile o dannosa, nominando certe persone, in questo modo:
Dice l'uno: « Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi. Dice l'altro:
«Non è». Et già è detto della causa diliberativa; omai dicerae il maestro
del iudiciale. Ma questo sia conto a ciascuno, che Ila propietade della
diliberazione èe mostrare che ssia utile e che dannoso in alcuno convenentre.
Et questa diliberativa si solca trattare nel senato, e prima diliberavano
li savi privatamente che era utile e che no e poi si recava il loro
consiglio in parlamento e quivi si fermava la loro sentenza, e talvolta si
ne prendea un'altra migliore. Judiciale è quello il quale, posto In
iudicio, à in sé accusazione e difensione o petizione e recusazione. La
natura di iudicamento si è una forma la quale si conviene al parladore
per cagione di mostrare la iustizia e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè
per mostrare d'una cosa s' ella è insta o centra iustizia, in cotal modo
: che uno ac-cusa un altro e l’accusato si difende elli medesimo o un
altro per lui; overo che uno fa sua petizione e domanda guidardone per
alcuna cosa eh' elli abbia ben fatta, et un altro recusa e dice che non è
da guidardonare, e talvolta dice. Anzi è degno di pena. Et questa causa
si pone in iudicio, cioè in corte davante a' indici, acciò eh' elli
indichino tra Ile parti quale àe iustizia; e questo si fae in corte
palese in saputa delle genti, acciò che Ila pena del S. in
Iva 3: M-m e so la p. 4: M' L'altra la quale 7 : Ai da melanesi, m tra mei. - Af ' e
li crem. M-m l'altro dice *: J/ E già detto U-m cosa
9 : M ' oggimai dicera del giudioiale - 10: ;»/' om. a ciascuno m e damostrare 12: m ohe prima 14: m om. e m M' in loro consiglio (ma L illoro
cons.) 14-15: A/' in loro
sententia si fermava 18:
Tuttiimss. e [tosto i9: m accnsatione,
difensione, pctitiono Tutta mas.
recusatione {ma cfr. testo latino) 24: m
chontro a iust. m om. che V e medesimo, L elli med. 27: m fatta bene 28: m om. e dice 32: m traile genti. malfattore dia
exemplo di non malfare, e '1 guidardone de' benfattori sia exemplo agli
altri di ben fare. Et sopra questa materia dice uno savio: « I buoni si
guardano di peccare per amore della vertude, i malvagi si guardano
5. per paura della pena ». 3. Et è questa causa iudiciale doppia: una speciale
et un' altra che non si puote partire. Speciale è quella nella quale il
pai'lierc si sforza di mostrare alcuna cosa che ssia insta o iniusta, non
nominando certa persona; in questo modo: « Il ladro èe da
'mpendere, 10. perchè commette furto ». Dice l'altro: « Non è ». 4.
Quella che non si puote partire è quella nella quale il parliere si
sforza di mostrare una cosa essere iusta o no, nominando certa persona;
in questo modo: « È da impendere Guido eh' à fatto furto, o no? » Od « E
da guidardonare GIULIO Cesare eh' à conquistata Francia, o no? Et tutte
que ste cause iudiciali si considerano sopra'1 tempo preterito perciò che
di ciò che l’uomo à fatto in arrietro è guidardonato o punito. CICERONE
dice la sua sentenzia della materia di rettorica riprende quella d'
Ermagoras. Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del parliere
(0 e la sua sctenzia è di questa materia partita in tre. (cai). VI)
Che certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice ne attenda
C^) ciò che promette, acciò che dovide la materia di questa arte in
causa 25. et in questione. 1 : VI exempro allo
genti -V far malo M il guidardone S: M' tini benfacloro m om. VA 4: M' o li malvagi seno guardano 6: U' et una che 7: il' il dicitore - 9: M-m om.
modo m è da mpichare 10: M' un altro 12-15: M-m om. ila nominando alla fine
del paragrafo i6: il-m om. si i7: m per adietro i8:m pulito SI : M-m parlare, M'
parladore, L parlatore M Amagoras Che sia da legger cosi dimostra
non tanto la variante di M' quanto, specialmente, il trovare nel § 1 del
commento lo stesso errore di Mm di fronte a parliere di
M'. Conservo, coi codici, i due attenda, quantunque il tosto latino abbia
nel primo caso attendere e nel secondo intellUjere: qui ci aspetteremmo
dunque intenda, e l'alterazione, per analogia col primo verbo, sarebbe
spiegabilissima. Ma anello con attenda il senso va bene; e forse una
prova della somiglianza sostanziale per l'autore fra attendere e intendere si
ha nel § 7 del commento, dove, riferendosi a questo passo, i due verbi
sono invertiti di posto: «non pare che Ermagoras intendesse quello che
dicea, nò che considerasse (= attendesse) quello che promettea. Poi elle
Tulio àe detto davanti le tre partite della materia di rettorica sì come
fue oppiuione d'Aristotile, in questa parte conferma Tulio la sentej^izia
d'Aristotile; e 5. dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la
sentenzia d'Ermagoras, il quale diceva che Ila materia del parliere è di due
partite, cioè causa e quistione. Ma certo e' dovea così riprendere coloro
che giungeano alla materia di quest'arte confortameuto e disconfortamento
e consolalo, mento; e lui riprende Tulio nominatamente perciò ch'elli era
più novello e però dovea elli essere più sottile, e riprendelo ancora però che
ssi traea più innanzi dell'arte; e riprendendo lui pare che riprenda li
altri. Ma però che Tulio CICERONE non disfina (D lo riprendimento delli
altri, si vuole lo sponitore chiarire il loro fallimento, e dice così: 3.
Vero è che, si come mostrato è qua in adietro, l' officio del parliere si
è parlare appostatamente per fare credere, e questo far credere è sopra
quelle cose che sono in lite, e' ancora non sono pervenute all' anima ;
ma chi vuole considerai e il vero, e' troverà che confortameuto e
disconfortamento sono solamente sopra quelle cose che già sono
pervenute all' anima. Verbigrazia: Lo sponitore avea propensato di
fare questo libro, ma per negligenzia lo intralasciava; onde da questa
negligenzia il potea bene alcuno ritrattare per confortameuto, e questo
conforto viene sopra cosa la quale era già pervenuta all'anima, cioè la
negligenzia.Et se alcuno disconforta un altro che avea proposto di malfare,
tanto che ssinde rimane, altressi viene lo sconforto in cosa la quale era
già pervenuta all' anima. Adunque è provato che conforto né disconforto
non pos 1 : m dinanzi 3: L
dico e conferma 4: M-m la sciencia 6-7 : M-m parlaro 10: M'-L non mattamente li: M-m om.
elli 14: m diffina (o anche disfina),
ilf'-/y non examina delli altri m
om. si 16: M^ in qua dietro m del parlare
17: M-m om. si 18: M' et
che ancora, m e anchora SO: M' et
trovare 21: m om. già - S3 : L
pensato, S per pensato 23: M lo
tralassava, m lo lasciava 24: M'
bene ritrarre alcuno, w lo potea alchuno ritrarre - 27 : vi
sconforta 30: M-m sconforto
Manuzzi registra disfinire per « compiere » e anclie por « dichiarare »,
che mi sembra qui il senso piìi adatto. (2) Non mancano esempii
(cfr. Manuzzi, s. v.) che permettono di mantenm-e questa parola in senso
di «ritrarre», come appunto sostituirono gh altri mss. altìsono essere
materia di questa arte. 5. Ma consolamento puote anzi essere materia del
parliere, perciò che puote venire sopra cosa e' ancora non sia pervenuta
all' anima. Verbigrazia: Uno uomo ferma nel suo cuore di menare
dolorosa vita per la morte d' una persona cui elli ama sopra tutte cose.
Ma un savio lo consola, tanto elle propone d'avere allegrezza, la quale
non era ancora pervenuta all'anima. Ma perciò che in questo
consolamento non ha lite, perciò che '1 consolato non si difende né
non allega ragioni contra il consolatore, non puote essere materia di
questa arte. 6. Or è ben vero che altri dissen che dimostrazione non era
materia di questa arte, anzi era materia di poete, però eh' a' poete s'
apartiene di lodare e di vituperare altrui. Et avegna che CICERONE no Ili
riprenda nominatamente, assai si puote intendere la riprensione di loro
in ciò eh' e' conferma la sentenza d'Aristotile che disse che
dimostrazione e deliberazione e iudicazione sono materia di questa arte.
Et sopra ciò nota che dimostrazione pertiene a' poeti et a' parlieri, ma in
diversi modi : che ' poeti lodano e biasmano sanza lite, che non è chi
dica contra, e '1 parlieri loda e vitupera con lite, che è chi dice
contra il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Ermagoras
intendesse quello che dicea, né che considerasse quello che prometea,
dicendo che tutte cause e questioni 25. proverebbe per rettorica.
Or dicerà Tulio le rii)rensioni d' Ermagora sopra causa e sopra
questione. Tullio seguita Ermagoras della causa, etc. Causa dice che
ssìa quella cosa nella quale abbia controversia posta in dicere con interposizione
di certe persone; le quali 30. noi medesimo dicemo che è materia dell'
arte e, sì come detto avemo dinanzi, che sono tre parti : iudiciale,
dimostrativo e deliberativo. 2: M' innanzi del parlatore
3: m non 6 jiervenuta 5-6: M
ellamava 6-7 : III lo chonsolò, M' il consola tutto sì clid iiropone 8: M-m che questo cons. .9: in e non
allega i3: m di poota.... a poeti, M' de
poeti... ali poeti M' o di vit.
i-i: M nelle, m non le, M' non gli i6:
M' elicgli conferma 17: m dim., dilib.
et iiivochationo 19: M' ali poeti
et ali pailadori 5i : M II parlieri, »i 11 parlieri?, 3/« E!
parladore m pero che è chi dicha chontro
al suo dire S-1: A/' chelgli prom.
26: m e questione, M' sopra questioni
30: m nm. medesimo itf' nm.
o Sponitore. 1. Poi che Tulio avea detto che
Ei-magoras non intese se stesso dicendo che causa e questione sono
materia di questa scienzia, sì dice in questa parte che Ermagoras
5. dicea che fosse causa. 2. Et causa appella una cosa della quale molti
sono in controversia, perciò che 11' uno ne sente uno intendimento e
l'altro ne trae un'altra diversa intenzione; sicché sopr' a cciò
contendono di parole mettendo e nominando alcuna certa persona, che non si
possa 10. partire e che propiamente e determinatamente si partenga
alle civili questioni. 3. Et di questo dice Tulio che ss' accorda co llui, che
ciò àe elli detto davanti per sé e per Aristotile; ma dicerà omai com'
elli errò in questione. Qtd rijivende Tullio Ermagoì
asQuestione apella quella che àe in se controversia posta in
dicere sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che èe bene
fuori d'onestade? Sono li senni (i) veri? Chente è la forma del mondo?
Chente è la grandezza del sole? Le quali questioni intendemo tutti leggiermente
essere lontane dall'officio del parliere; 20. che molto n' è grande
mattezza e forseneria somettere al parliere in guisa di picciole cose
quelle nelle quali noi troviamo essere consumata la somma dello 'ngegno de'
filosofi con grandissima fatica. Sponitore. 1. Ora dice
Tulio che Ermagoras appellava questione 25. quella cosa sopra la
quale era controversia intra molti, sicché contendeano di parole
l'uno contra l'altro non no 5 M diceva - m ch'era chausa 7: M^ e un altro ne trae altra d. i., M na
{sic) trae, m ne atrae 8: M-m
contendemo 10: M' nominatamente m sautenga 13: Jf' oggimai 15: M' la quale ae 16-17: M' che ben M-iii li senni vari M' om. h M-m la l'ama
19: M-m del parlare 20: M-m oiii.
raaltozza, ilf ' om. e forseneria JZ-w
parlare, M' parladore SI: l/Tiusta,//i
in vista 24 ^/-w appellalo: M' era questione
m tra molti 26: M ne
contendeano (1) Traduce il latino sensus con una forma che ritorna
anche nel commento; è la stessa fusione, o confusione, cho troviamo nel
francese. minando certa persona la quale propiamente s'apartenesse
alle civili questioni. 2. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che è bene
fuori d'onestade?» Grande contraversia fue intra' filosofi qual fosse il
sovrano bene in vita: et erano molti 5. che diceano d'onestade, e questi
fuoro i parepatetici; altri erano che diceano di volontade, e questi sono
epicurii. 3. Altressì fue questione se ' senni sono veri, perciò
che alcuna fiata s'ingannano, che se noi credemo che ricalco sia
oro sanza fallo s' inganna il nostro senno. Altressì fue questione della
forma del mondo, però eh' alcuni filosofi provavano che '1 mondo è tondo,
altri dicono eh' è lungo, o otangolo(l\ o quadrato. 5. Altressì era
questione della grandezza del sole, che alcuni dicono che’l sole è otto tanti
che Ila terra, altri più et altri meno. Et questa misura si sforzalo,
vano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra, e per essa
misura ritraeano quella del sole. Et perciò mostra Tulio che Ermagora non
intese quello che dicea, ch'assai legiei'mente s'intende che queste
cotali questioni non toccano l'ufficio del parliere. Et nota che dice
officio però che ben potrebbe essere che '1 parliere fosse FILOSOFO, e
così toccherebbe bene a lini trattare di quelle questioni, ma ciò non
arebbe per officio di rettorica ma di FILOSOFIAf. Donque ben è fuori della
mente e vano di senno quelli che dice che'1 parliere possa o debbia
trattare di queste questioni, nelle quali tutto tempo si consumano et
affaticano I FILOSOFI. Or à provato Tulio che Ermagoras non intese
quello che disse. Ornai proverà come non attese quello che promise, in
ciò che promettea di trattare per rettorica ogne causa et ogne questione.
8. Et ciò fae a guisa de' savi, i 1 : 3/' sì plenesse - 3:
M-m fuori con lioneslade, M'-l di l'iiuri 7 lioii. 4' ili l'uori
d'hon. .W grande (juostione mi traili lilosali -I : m «m. et
5 : .V diceano hon. M-m OHI. questi fuoro il pai'ei)atoiici, .W parclieiialetici 6: il' diceano volontade (S ugg. cioè
piacere) 7: M-m se songni - 8: M' chel
ricalco 9: S il nostro sentimento iO: il perciò
id: il' diceano IS: il Hangolo
('/), "i troangholo, .W'-i triangolo, S otangolo m quadro
i3: il' cotanti che terra, i cotanti chella terj-a 16: m
ritraevano la misura d. s. 17: il' che
elgli diceva. Kt assai ecc. S3: M' Dunque ben M' chi dice
24: M' debbia parlare 25: M' et
faticano S7: il-m non inteso 28:
M-m perche (> rectorica 29: M-m di
savi (1) La lezione di M ò incerta, ma sembra spiegata e confermata
da quella di S che risalo all'altra famiglia di codici ; un segno male
interpretato come abbreviatura di ri può aver suggerito la lezione triangolo.
Il commento di Vittorino a questo passo non parla nò di triangolo né di
ottangolo. (2) Il latino Ila in ca. - 49
quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì 11' apongono ad
alcuna arte per la quale non si puote provare; come s' alcuno volesse
trattare d' una questione di dialetica et aponessela a gramatica, per la quale
non si pruova né ssi 5. potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando per
argomenti la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco '1 testo di Tulio.
Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti. Che se
Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere acquistato per istudio
e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando la sua scienzia, avesse
ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere, e non avesse sposto
quello che puote l'arte ma quello che potea elli. Ma ora è quella forza
nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto rettorica che no-lli concedesse
filosofia. Ma perciò l' arte che fece non mi pare del tutto malmendosa,
ch'assai pare ch'elli abbia in essad) locate cose elette ingegnosamente e
diligentemente ritratte delle antiche arti, et alcuna v'àe messo di
nuovo; ma molto è piccola cosa dire dell'arte sì come fece elli, e molto è
grandissima parlare per l'arte, la qual cosa noi vedemo ch'esso non poteo
fare. Per la qual cosa pare a noi che materia di rettorica è quella che
disse Aristotile, della 20. quale noi avemo detto qua indietro. In
questa parte dice CICERONE che se Ermagoras fosse stato bene savio,
sicché potesse trattare le quistioni e le cause, parrebbe eh' avesse
detto falso, cioè che avesse dato al parliere quello officio che nonn é
suo; e così non avrebbe mostrata la forza dell'arte, ma averebbe mostrata
la sua. Ma ora è quella forza nell'uomo, cioè tal fue questo
Ermagoras, che neuno che dicesse eh' e' non sappia rettorica nolli concederae
che sia FILOSOFO. Ma perciò l'arte 1 : 3f siila pongono 3: m trattare una q. 4-5: M' per la quale non si porla
provare M' om. per argomenti 9: M^ o \)ev insegnamento parendo 10: »i
ordinato M-m del parlare 11 : M-m non avesse posto (»m in et n.) M' ([nello puote 13: M' che fece nolli
cono. 14-15: M-m messe, A/' in esse M-m ^ locate le cose («4 nm. le cose) 7
lecte 17: M dell'arti, in delle
urti itf' grandissimo 18: Jl/ potea, M' ]jotero 19: ni sia quella. M' qua in adietro S4: M-m ciò
M' cavesse detto 25: Af a
parliere 28: M' ch'olii 28-29: S che non lu veruno che dicesse
ch'elli non sappia retorica non dirà giù che egli sia philosopho
(1) Il testo latino ha in ea. che fece non pare in
tutto rea ». In questa parola il cuopre (1) Tulio e dimostra eh' elli avrebbe
bene ijotuto dire X^egio. Et dice « non è del tutto rea » perciò eh' elli
àe messo nel suo libro con molta diligenzia e con ingegno li 5.
comandamenti delli altri maestri di questa arte, et alcuna cosa nuova v'
agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là ove il vitupera, dicendo che
fosse furo in perciò che delle scritte d' altri maestri fece il suo
libro. Ma molto è picciola cosa dire dell' arte, ciò viene a dire eh' al
parliere non s'apartiene dare insegnamenti dell'arte, sì come fece
Ermagora, ma apartiensi a llui in tutte guise parlare secondo li
'nsegnamenti e comandamenti dell" arte, la qual cosa non seppe fare
esso. 5. Adonque è da tenere la sentenzia d'Aristotile, che dice che materia di
questa arte è dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et ornai è detto
sofficientemente e diligentemente del genere, cioè generalmente, dell'
officio e della fine di rettorica; or sì dicerà il conto delle sue
parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.Tullio CICERONE dice le
parti di rettorica. 20. 27. Le parti sono queste, sì come i più
dicono: Inventio, di spositio, elocutio, memoria e pronuntiatio.
Lo sponitore. Cinque parti dice Tulio che sono et assegna
ragione per che, e quella ragione metterà lo sponitore in suo
luogo. 25. Ma prima dicerà le ragioni che nne mostra BOEZIO
nel quarto della Topica, che dice che se alcuna di queste cin
1-2: S scuopre 4: M' con non
molto.... ingegni i com. 6: J/' vi
giiingnesse i>f-»i la dove
7:M* fosse ladro m poro che dello
dette scritte - 8-9: M' delli altri om. Ma... arte m cosa a dire
10: M-m a dire 12 : m egli noi
seppe fare 14 : m dice materia 15-17 : M' Et oggimai ae solTicientemento
detto del genere, dell' officio et del (ine dì rectorica. Si dicerà
l'autore déle sue parti M
sulficientemcnte dilig. m ora
dirà 20;mLLQ parti di rettoriclia M' inveutione, dispositione, ccc 24: S questa M-m che dico se alcuna Cioè «lo
difonde». La lezione scuopre di S sarà nata da un ilcuopre letto
iscuopre; come senso si ridurrebbe a una ripetizione di dimostra. que ijarti
falla nella diceria, non è mai compiuta; e se queste parti sono in una
diceria o inn una lettera, certo l'arte di rettorica vi fie altressì. 2.
Un'altra ragione n'asegiia BOEZIO: che però sono sue parti perchè esse la 'INFORMANO
E ORDINANO e la fanno tutta essere, altressì come '1 fondamento, la
i)ai'ete e '1 tetto sono parti d'una casa sì che la fanno essere, e s'
alcuna ne fallisse non sarebbe la casa compiuta. Et dice Tulio che queste
sono le parti di rettorica sì come i più dicono, i)erò che furo
alcuni che diceano che memoria non è parte di rettorica perciò che
non è scienzia, et altri diceano che dispositio non è parte d' essa arte.
Et così va oltre Cicerone e dicerà di ciascuna parte perse, e
primieramente dicerà della 'uvenzione, sì come di piti degna; e veramente è più
degna, però 15. ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma
l'altre non possono essere sanza lei. Tullio dice della
invenzione. Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili
le quali facciano la causa acconcia a provare. Dice CICERONE che invenzione
è quella scienzia per la quale noi sapemo trovare cose vere, cioè
argomenti necessarii e nota « necessarii », cioè a dire che conviene che pure
cosi sia - e sapemo trovare cose VERISIMILI, cioè argomenti ac 25.
conci a provare che così sia, per li quali argomenti veri e verisimili si
possa provare e fare credere il detto o '1 fatto d'alcuna persona, la
quale si difenda o che dica incontro ad un' altra. 2. E questo puote così
intendere il porto dello sponitore. Verbigrazia: Aviene una materia
30. sopra la quale conviene dire parole, o difendendo 1' una
i: .W manca 3: m vi (ia, M' vi l'u
- 3-4: M' dice Boelius, che poroiù 5:
m fannola tutta essere, Af' li fanno essere tutto alti-essi ecc. 6: M' son parte 8 : m om. Et 10: m non era ~ 11: M^ dispositlone 12: M-m dell'arte 13: m primamente 16: m essere o stare 18: M' invontione (e coù semiire) m pensamento
il' overo simili 19: il-m
la cosa S3: SI' om. a dire 23-24: m pure che cos'i sia. E sappiano M' nm. acconci ~ 26: M-m el facto - 27-28: m
chontro ad un altra - 52 parte o dicendo centra
l'altra; o per aventura sia materia sopra la quale si conviene dittare in
lettera. Non sia donque la lingua pronta a parlare né la mano presta alla
penna, ma consideri che '1 savio mette alla bilancia le sue parole
5. tutto avanti clie Ile metta in dire né inn iscritta. 3. Consideri ancora che
'1 buono difficiatore e maestro poi che propone di fare una casa,
primieramente et anzi che metta le mani a farla, sì pensa nella sua mente
il modo della casa e truova nel suo extimare come la casa sia migliore; e
poi 10. eh' elli àe tutto questo trovato per lo suo pensamento,
sì comincia lo suo lavorio. Tutto altressi dee fare il buono
rettorico: pensare diligentemente la natura della sua materia, e sopra essa
trovare argomenti veri o verisimili sì che possa provare e fare credere
ciò che dice. 4. Et già 15. é detto quello che è inventio. Ora
procederà il conto a dire quello che è dispositio.
Dice Tullio de dispositio. Dispositio èe assettamento delle cose trovate
per ordine. Perciò che trovare argomenti per provare e FAR CREDERE il suo
dire non vale neente chi no Ili sae asettare per ordine, cioè mettere
ciascuno argomento in quella parte e luogo che ssi conviene, per più
affermamento della sua parte, sì dice Tulio che è dispositio. 2. E dice
eh' è quella 25. scienzia per la quale noi sapemo ordinare li
argomenti trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti nel
principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non si possa
contrastare lievemente, nella fine. Cosi fae il difficatore della casa,
che poi eh' elli àe trovato il modo 1 : m chontro all'altra
- 2 .• M sopralla ([ualo - M' oiii. don(|uo - 3: in o la mano alla penna
- 5: m tutto prima, S tutto - m o in iscritta, M' o in iscriptura 6-S:.il diliciatore prima che metta lo
mani a lare mr=.)/, ma o maestro - 9: m
Poi - 10: M' U suo lavoro i3: M-m si
veri che possa - 14-16: M E già liecto, mi Ora e detto - M' omquello - M-m Ora
procederà il conto quello che è spositio, .«' Si procederà il conto a
dire che k dispositione - SO: m diro il suo criMloro - Sfì: M trovai -,W-»i
ohi. i, m om. argopienti 27: M' ali
(piali nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel
luogo che ssi conviene, e ila parete e '1 tetto, e poi 1' uscia e
camere e caminate, et a ciascuna dà il suo luogo. 4. Già è detto che è
dispositio; or diceva il conto che è elocutio. 5. Tullio
dice della locuzione. 30. Elocutio è aconciamento di parole e di
sentenzie avenanti alla invenzione. Sponitore. I.
Perciò che neente vale trovare od ordinare chi non sae ornare lo suo dire
e mettere parole piacevoli e piene di buone sentenze secondo che ssi
conviene alla materia trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che
è quella scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di
parole e di sentenze a quello che noi avemo trovato et ordinato. E nota
che ornamento di parole èe una dignitade la quale proviene per alcuna delle
parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende. Verbigrazia.
Il grande valore che in voi regna mi dà grande SPERANZA del vostro
aiuto. Certo questa parola, cioè “regna”, fa tutte risplendere l'altre
parole che ivi sono. Altressì nota che ornamento di sentenze è una
dignitade la quale proviene di ciò che in una diceria si giugne una
sentenza con un'altra con piacevole dilettamente. Verbigrazia. In queste parole
di Salamene. Melliori sono le ferite dell'amico che frodosi basci del nemico. Et
già è detto che è elocutio, cioè apparecchiamento di parole e di
sentenzie che facciano la diceria piacevole et ordinata di parole e di
sentenzie. Omai procederà il conto alla quarta parte di rettorica, cioè
memoria. i-2: m in quello che si chonvienc et il luogo....
l'ascia, charaere3: M^ camminate, ciascuna in suo luogo. Et già ecc. 0-7: M-m avenonti alla ntentione (anche
S intenliono) 9: M om. od 10: M' sa adornare il suo dire 15: m om. E 16: M dignità della quale, m M'
dignità la quale pervieneSO: M' vi sono
SI m,»f' perviene 22 .- M-m om.
Ai M un'altra seutenfa con un altro, m
in un'altra diceria si giungne un'altra sententia chon un altro piacevole
dil. 23: M-m dice Salamene 25: M'
li frodolenli basci m om. Et 26-27: M om. e di sentenzie, m om.
piacevole el; M om. che.... parole Ambedue le lezioni sono
possibili; ma con quella di M si spiega meglio una pretesa correzione in
dice (chi avrebbe pensato, invece, a cambiare dice indi?), mentre poi il
verbo dice renderebbe superflua l'espressione in queste parole. Dice
Tulio della memoria. Memoria è fermo ricevimento nell'animo delle cose e
delle parole e dell'ordinamento d'esse. Et perciò che neente vale
trovare, ordinare o acon ciare le parole, se noi nolle ritenemo nella
memoria sicché ci'nde ricordi quando volemo dire o dittare, sì dice
Tulio che è memoria. Onde nota che memoria èe di due maniere: una
naturale et un'altra artificiale. La naturale è quella forza dell'anima
per la quale noi sapemo ritenere a memoria QUELLO CHE NO APRENDEMO PER ALCUNO SENNO
SEL CORPO. Artificiale è quella scienzia la quale s'acquista per insegnamenti
delli FILOSOFI, per li quali bene impresi noi possiamo ritenere a memoria le
cose che avemo udite o trovate o APRESE PER ALCUNO DE’ SENNI DEL CORPO e
di questa memoria artificiale dice Tulio eh' è parte di rettorica. Et
dice che memoria è quella scienzia per la quale noi
fermiamo nell'animo le cose e le parole eh' avemo trovate et
ordinate, sicché noi ci 'nde ricordiamo quando siemo a dire. Et già
é detto che è memoria; si dicerà il conto la quinta et ultima parte
di rettorica, cioè pronuntiatio. Dice CICERONE della
pronunziagione. Pronuntiatio è avenimento della persona e della voce
secondo la dignitade delle cose e delle parole. Et al ver dire poco vale
trovare, ordinare, ornare parole et avere memoria chi non sae profFerere
e dicere le sue parole con avenimento. Et perciò alla fine dice
Tulio Però che niente ot
acconciai-e 7: w» cene, Af' cine M volere
9:mom, et il: M' senso IS: M' quella memoria i-i: J»/' udito i5: 4f' sensi
16-, m nnu Et i8 : m olle
parole i9: M' noi vegnamo a dire SO- « ultra parte, hi ora dirà il conto
la quinta jiarte, .W" il maestro - S6 : m o ornare 27: in a chi non sae prollbrere o
diro -òsche è pronuntiatio; e dice eh' è quella scienzia per
la quale noi sapemo profferere le nostre parole et amisurare et accordare
la voce e '1 portamento della persona e delle membra secondo la qualitade del
fatto e secondo la condizione della diceria. Che chi vuole considerare il
vero, altro modo vuole nelle voci e nel corpo parlando di dolore che
di letizia, et altro di pace che di guerra, ('he '1 parliere che vuole
somuovere il populo a guerra dee parlare ad alta voce per franche parole
e vittoriose, et avere argoglioso advenimento di persona e niquitosa ciera
contra ' nemici. Et se Ila condizione richiede che debbia parlamentare a
cavallo, si dee elli avere cavallo di grande rigoglio, sì che quando il
segnore parla il suo cavallo gridi et anatrisca e razzi la terra col piede e
levi la polvere e soffi per e nari e faccia tutta romire la piazza, sicché
paia che coninci lo stormo e sia nella battaglia. Et in questo
punto non pare che ssi disvegna a la fiata levare la mano o per
mostrare abondante animo o quasi per minaccia de' nemici. Tutto altrimenti dee
in fatto di pace avere umile advenimento del corpo, la ciera amorevole, LA VOCE
SOAVE, la parola paceffica, le mani chete; e’1 suo cavallo dee
essere chetissimo e pieno di tanta posa e' sì guernito di soavitade
che sopr'a llui NON SI UMOVA UN SOL PELO, ma elli medesimo paia factore
della pace. Et così in letizia de' 1 parlatore tenere LA TESTA LEVATA, il
viso allegro e tutte sue parole e viste SIGNIFICHINO allegrezza. Ma
parlando in dolore sia LA TESTA INCHINATA, il viso triste e li occhi pieni di
lagrime e tutte sue parole e viste dolorose, sicché ciascuno sembiante
per sé e ciascuno motto per sé muova l'animo dell’uditore a piangere et a
dolore. Et già é detto delle V parti sustanziali di rettorica interamente
secondo l'oppinione di Tulio, e sì come lo sponitore le puote fare
meglio intendere al suo porto; sì ritorna Tulio a scusare sé medesimo di ciò
che non àe mostrato ragione perché 2: m e misurare ~ 5: M'
che a chi vuole 0: M' noia boce 7 : M' parlare, m Il parliere 8: m smuovere
i/' om. il populo 11 : M
parlantare, m p-are 12: m mn.
elli 14-15: M' delle nari, vi sozzi le
anari 16: il' incominci 17: M-m om. per 19-20: M' humili avenimenti m nel chorpo
21 : M' le parole pacefiche 22 : L di tanta jwssa 24 : M' om. Et mss. del parlatore 25 : M-m levata in suso il' le sue
parole 26: il-m e signilichino 27: m chinata, il' inchina, L inchinata
28 : M-m parole iuste e dolorose
29: il' muove 30: m piangerò a
dolore. Ora è detto 31 : il' sustanziali parti 32: M' il puote 56
quello sia genere et ofifìcio e fine di rettorica sì com' elli àe
fatto della materia e delle parti, e dice in questo modo. Tullio
dice che tratterà della materia e delle parti. Oramai dette brievemente
queste cose, atermineremo in 5 altro tempo le ragioni per le quali noi
potessimo dimostrare il genere e IPofficio e Ila fine di quest'arte, però
che bisognano di molte parole e non sono di tanta opera a mostrare la
propietade e Ile comandamenta dell'arte. Ma colui che scrive l'arte
rettorica pare a noi che 'I convenga scrivere dell'altre due, cioè della
maio teria e delle parti. E io perciò voglio trattare della materia e
delle parti congiuntamente. Adunque si dee considerare più intentivamente
chente in tutti generi delle cause debbia essere inventio, la quale è
principessa di tutte le parti. In questa parte dice Tulio che non vuole
ora provare perchè quello sia genere di rettorica che detto è davante, né
Ilo officio né Ila fine, però che vorrebbe lunglie parole e non sono di
molto frutto, e però l' atermina nelr altro libro nel quale tratta sopr' a
cciò; et in questo presente libro tratta della materia, cioè
dimostrazione, deliberazione e iudicazione, et altressì tratta delle
pai'ti, cioè inventio, dispositio, elocutio, memoria e
pronuntiatio. Et di tutte queste tratterà insieme e comunemente. Ma
però che inventio è la più degna parte, sì dicerà CICERONE chente ella dee
essere in ciascuno genere di rettorica, cioè come noi dovemo trovare
quando la materia sia di causa dimostrativa, e quando sia deliberativa, e
quando sia iudiciale; e tratterà si comunemente che mosterrà come
sia da trovare in catuna di queste cause, e come 30. ordinare e
come ornare la diceria, e come tenere a memoria e come profferere le sue parole.
1 : M-m quella 4 : M'
Ogimai 7 : M admostrare, ni a
dimostrare M' le propicladi 9: M-m che convenga - iO-H : M-m om. K io....
congiuntamente IS: M-m chente
e i3: Af' do tutte l'arti 16: M-m quella, M -L quel M' detto davanti 18: M' lo
termina 20: M-m dimostrative 23: M' congiuntamente; m om. e 24: M-m om. SI dicerà Tulio i'S : M' om. sia congiuntamente S9: Af' come iu e. d. q. e. sa da
trovare 30: iii nm. e come ornare
Lo sponitore parla all' amico suo. Perciò lo sponitore priega '1 suo porto, poi
ch'elli àe impresa altezza di tanta opera come questa èe, che a llui
piaccia di si dare l'animo a cciò eh' è detto davanti, spezialmente in
connoscere il dimostrativo e '1 deliberativo e '1 iudiciale che sono il
fondamento di tutta l'arte, e poi a quel che siegue per innanzi, eh' elli
intenda tutto '1 libro di tal guisa che, per lo buono aprendimento e per
lo bel dire che farà secondo lo 'nsegnamento dell' arte, il libro e lo
sponitore ne riceveJO. ranno perpetua laude. Della constitnzione e delle
quattro sue parti. 34. (e. Vili) Ogne cosa la quale àe alcuna
controversia in diceria o in questione contiene in se questione di fatto
o di nome di genere o d'azione; e noi quella questione delia quale nasce la
causa apelliamo constituzione. E constitnzione è quella eh' è prima pugna
delle cause, la quale muove dal contastamento della intenzione in questo
modo. Facesti. Non feci, o Feci per ragione. Poi che CICERONE àe detto di
mostrare e trattare della invenzione e della materia insieme, sì
mostra lo sponitore in che ordine trattò de l'inventio; ma per maggiore
chiarezza dicerà tutto avanti in che significazione si prendono queste
parole, cioè causa, controversia, constituzione e stato. Causa vale tanto
a dire quanto il detto o '1 fatto d' alcuno, per lo quale è messo in lite, ed è
appellato causa tutto '1 processo dell' una e dell' altra parte. Et
appellasi causa tutta la diceria e la contenzione cominciando al
prolago e tìniendo alla conclusione; donde dice uomo: 3: M-m
di darli l'animo 7-10: M^ chel
baono ben dire per tua laude, M-m dello sponitore, M
ne rlcevemo, m ne riceva - 13: m o questione, ilf ' om. contiene in se
questione 14 : M-m di quella 15: M^ constitutione ò la prima pugna 21 : M' om. insieme M' mosterra, ma L mostra SS : M delinventia, m della inventia, M^
della inventione 23: m tutto
innanzi Af' mi. si prendono S7 : M' dell'una parte 7 dell'altra 28: M-m la 'nlentione M' dal prol. La mia causa è
giusta, cioè, la mia parte è giusta. Controversia vale a dire tanto come causa,
e viene a dire “controversare” cioè usare l'uno coli' altro di diverse
ragioni e contrarie. Questione tant' è a dire come '1primo detto di
colui che comincia contra un altro e '1 secondo detto di colui che ssi
difende. Et appellasi quistione una diceria nella quale àe due parti
messe in guisa di dubitazione, et appellasi questione per l'una e per
l'altra parte della questione. Constituzione si prende et intende in quelle
medesime significazioni che sono dette davanti. Stato è appellato il detto e '1
fatto'l) dell'aversario, però che' parliere stanno a provare quel detto o
quel fatto; e questo medesimo è appellato constituzione perciò che '1
parliere constituisce et ordina la sua ragione e la sua parte di quel
detto o di quel fatto. Et per ciò è appellato “CONTRO-VERSIA” che
diversi diversamente sentono di quel detto o di quel fatto. Qui dice
lo sponitore come Tullio tratterà della Invenzione. Et poi che Ilo
sponitore àe dette le significazioni di queste parole, dicerà in chente ordine
Tulio tratta della 'nvenzione. Et certo primieramente insegna invenire e
trovare quelle questioni le quale trattano i parlieri, et appellale
constituzioni e dice la proprietade di constituzione e dividela in parti. Nel
secondo luogo mostra qual causa sia simpla, cioè di due divisioni, e qual
sia composta, cioè di quattro o di più. Nel terzo luogo mostra qual
contraversia sia in scritta e quale in dicere. Nel quarto luogo mostra
quelle cose che nascono di constituzione, cioè la diceria nella quale àe
due divisioni e ragioni, e Ila giudicazione e '1 fermamento. Nel quinto luogo
mostra in che guisa si debbono trattare le parti della diceria
secondo rettorica. Nel VI luogo mostra quante sono esse parti e
quali e che sia da ffare in ciascuna. Et disponesi cosi 2 :
Af' vale quasi tanto 3: M'
controversia centra l'altro diverse
ragioni 4:M' k tanto a dire M-m come primo 5: m e secondo 7: M-m parti in essere M dnbitatione sanfa dubitatione 9: M' i s'intende 10: m dinanzi
J8: m om. VAIO: M' sì dicerà oggimai
20: L a trovare 23: m In quattro
parti M-m dimostra - M qual cosa,
m ciualo luogho 26 : M-m sia scripta -
28 : M'-L e la ragiono el iudicamento el fermamente 29: m dimostra 31: M luorao (tic) . 32: M' ciascuno M
Kt diponesi, m ('dispensi, M'-L Et dispone Ci aspetteremmo o 'l
fatto, anche per uniformità colle frasi seguenti ; ma la concordia dei
codici per e lascia incerti sulla conesiione, che non è neppure
indispensabile per il senso. 59 il testo di
Tulio per fare intendere onde procedono le quistioni che toccano al parliere di
questa ai'te. Ogne cosa la quale àe in sé CONTRO-VERSIA, cioè della
quale i diversi diversamente sentono sicché alcuna cosa dicono sopr' a cciò con
inquisizione, cioè per sapere se alcuna delle parti è vera o falsa, sì à'
in sé questione di fatto, cioè questione la quale muove di ciò che alcun
fatto è apposto altrui. Verbigrazia : Dice l'uno contra l'altro. Tu mettesti
fuoco nel Campidoglio. Et esso risponde. Non misi. Di questo nasce una
cotale questione, se elli fece questo fatto o no, et è appellata questione di
fatto per quello fatto che a llui è apposto, etc. Od è questione di nome,
cioè che l’una parte appone un nome a un fatto (D e l'altra parte
n'appone un altro. Verbigrazia: Alcuno à furato d'una chiesa uno cavallo
o altra cosa che non sia sagrata. Dice l’una parte contra lui. Tu ài
commesso sacrilegio. Dice l'altro. Non sacrilegio, ma furto. Et nota che
sacrilegio è molto peggiore che furto, perciò che colui commette
sacrilegio che fura cosa sacrata di luogo sacrato. Donde di questo nasce
una questione del nome di quel fatto, cioè se dee avere nome furto
sacrilegio, e però è appellata QUESTIONE DEL NOME. Od è questione del genere,
cioè della qualitade d'alcuno fatto, in ciò che l’una parte appone a quel
fatto una qualitade e l' altra un' altra. Verbigrazia : Dice F uno. Questi
uccise la madre iustamente perciò ch'ella avea morto il suo padre. Dice
l'altro. Non è vero, ma iniustamente l'à fatt; e di ciò nasce cotal
questione di questa qualitade. Se l'à fatto iustamente o iniustamente, e perciò
è appellata questione di genere, cioè della qualità d'un fatto e di
che maniera sia. Od è questione d'azione, cioè viene a dire che
contiene questione la quale procede di ciò, e' alcuna azione si muta d' un luogo ad altro
e d'un tempo ad altro. Verbigrazia : Dice uno contra un altro. Tu
m' ài M' diversi 6: M' se
l'una parte 8: 3f' un facto 8-9: M' uno contra un altro M' Elgli, mie 12-13: m che 6 allui aposto,
il/' perche il facto che allui e e apposto da questione ecc. M-m Onde questione i4 : M-m in nome o in facto, M' ialla
dal 1° al 2° appone 18: m M' oin.
Et M' peggio 20: m Onde
21: M' del nome del facto
22: m di nome 23: M-m Onde m di genere
25: M-m l'altro 28: iW' OHI. e
29: M-m om. se l'à fatto 30: M' o
di che m. - 31 : M-m Onde mcioò che viene 32-34: M' dico calcuna ad un altro om. e.... ad altro uno a un altro È lezione congetturale, ma sicura, come
dimostra l'espressione analoga del § 16. furato un cavallo »; et esso
risponde: « Vero è, ma non tine rispondo in questo tempo, perciò che ttu
se' mio servo, o perciò eh' è tempo feriato, o perciò eh' io non debbo risponderti
in questa corte, ma in quella della mia terra. Onde di questo procede una
questione, la quale Tulio dice che è d'azione, cioè se colui dee
rispondere o no. Et dice Tulio che tutte le quistioni che sono dette
davanti sono appellate constituzioni, cioè c'anno questo nome. Et dice
che constituzione è la prima pugna delle cause, cioè quello sopra che da
prima contendono i parlieri, cioè il detto dell'uno e '1 detto
dell'altro, e questo sopra che de prima contendono i parlieri si è il
nascimento, cioè che muove del contrastamento della intenzione, cioè del
detto di colui che ssi difende contra le parole
dell'accusatore. Onde contastamento è appellato el primo detto del
difensore e intentione è appellata il primo detto dello accusatore. Et pare che
il nascimento della constituzione vegna della difensione ch'è della
accusa, non che nasca della difensione, ma perciò che del detto del difenditore
si puote cognoscere se Ila causa o Ila questione è di fatto o di genere o
di nome o d'azione, sì come appare nelli exempli che sono messi
davanti. Et omai dicerà Tulio le
nomora e Ile divisioni e Ile proprietadi e He cagioni di tutte le
dette questioni. Del fatto, et è detto congettìirale. Quando
la controversia è di fatto, perciò che Ila causa si ferma per congetture,
sì à nome constituzione congetturale. In questa parte dice Tulio che
quando la contenzione è per alcuno fatto che sia apposto ad altrui, sì
come davanti si dice, sì conviene eh' ella sia provata per
con 1 : M' 0(1 cigli, VI et e
3: m e però ch'io M'
rispondere 6 : M' se quelli m
OHI. Et 10: M i parliero, vi quello
dello quale contendono da prima 14: M
difontu 15: m M' il primo 16: M' appellato - 17: M-m che
nascimento 19: M' owi. del 23-24: M' om. e Ilo cagioni, mn scrive le
detto | cagioni I (piestioni SS:
Moni. è 26-27: M-vi om. è per cometlere
30: M' apposto altrui gettare, cioè per suspezioni e per
presunzioni. Verbigrazia: Dice uno contra un altro. Veramente tu
uccidesti Aiaces, ch'io ti trovai e VIDI TRAIERE IL COLTELLO DEL SUO
CORPO. Et questa è faticosa questione, ciò dice Vittorino, perciò 5. che
a provarla si faticano molto i parlieri, perciò ch'altressì ferme ragioni si
possono inducere per l’una parte come per 1' altra. E poi eh' è detto
della constituzione di fatto, sì dicerà Tulio di quella eh' è di
nome. Del nome, et è appellata ilifjìnitiva. Quando è la
controversia del nome, perciò che Ila forza della parola si
conviene diffinire per parole, sì è nominata diffinitiva. In questa parte
dice Tulio che quando la conten 15 zione è del nome del fatto, cioè come
quel fatto eh' è apposto altrui abbia nome, quella questione si è
diffinitiva perciò che Ila forza, cioè la significazione di quella
parola e di quel nome si conviene diffinire, cioè aprire e rispianare che
viene a dire e che significa, non per exempli ma per parole brevi e chiare
et intendevole.Verbigrazia. Un uomo è accusato che tolse uno calice d' uno
luogo sacrato et è Ili apposto che sia sacrilegio, et esso si difende
dicendo che non è sacrilegio ma furto. Or sopra questa controversia si è tutta
la questione per lo nome di questo fatto: è sacrilegio o furto? Onde per
sapere la veritade si conviene diffinire l'uno nome e l’altro, cioè dire la
signifficazione e Ilo 'ntendimento di ciascuno nome, e poi che fie
chiarito per le parole quello che '1 nome significa, assai bene si potrà
intendere e provai e qual nome si XJonga a 30. quel fatto. Et poi
eh' è detto del nome, sì dicerà Tulio del genere. 3: m
e viJili trarre, M' ol ti vidi trarre
5-6: M'-L acciò che altress'i (L altre si) f. r. se ne
possono 7: in ora. E *: m om. sì
W: M' la controversia è ii:
M'-L appellata 13: M-m om. è 3f ' 7 ilei facto 16: M' om sì
17:M' che ella airorca M-m
a quella parola - 21-22: M' del luogo sacro
23: M' ma e furto 24-25:
AT» se questo facto è sacrilegio furto
26: m l'altro M-m dare - 28: M-m
che nome 30: m om. Ei e si
Dice Tullio del genere, et è appellato generale. Quando è quistione della
cosa qual sia, perciò clie Ila. controversia è della forza e del genere
del fatto, sì è vocata constituzione generale. In questa parte dice Tulio
che quando è questione della cosa quale ella sia, perciò che Ila
controversia è della forza del fatto, cioè della quantitade, e della
comparazione et altressì del genere, cioè della qualitade d'esso fatto,
si è 10. vocata constituzione generale. Verbigrazia. La quantitade
del fatto si è cotale questione : se uno à fatto tanto quanto un altro,
si come fue questione SE CICERONE AVEA TANTO SERVITO AL COMUNE ROMA QUANTO
CATONE. La comparazione del fatbo si è cotale: di due partiti qual sia
migliore, si come fue questione quando i ROMANI presono Cartagine QUAL
ERA MEGLIO TRA DISFARLA O LASCIARLA. Il genere del fatto si è questione
della qualità del fatto sì come davanti fue messo F exemplo, cioè se
colui che fece il fatto fece iustamente o iniustamente. Dice Tullio
dell'azione, et è appellata translativa. Ma quando la causa pende di ciò
che non pare che quella persona che ssi conviene muova la questione, o
non la muove contra cui si conviene, o non appo coloro che ssi
conviene.d) o non in tempo che ssi conviene, o non di quella lege o di
quel peccato o di quella pena che ssi conviene, quella constituzione à
nome translativa, però che ir azione bisogna d' avere translazione e
tramutamento. 8: M-m o decta forfa 9: M-m sia
M' aiiiiellala H : M-m senno -
14. m do fatto i7: M-m
qualità 2'1: A/' l'accusa 24: M convenne, M-m nm. o non (1)
La frase o non appo coloro che ssi conviene manca in tutti i codici, ma
si ricava dal latino aid non apud qiios e dal § 4 dol commento. In
questa parte dice CICERONE della controversia dell'azione, che quando
sopr'acciò è Ila questione e' si conviene che l’azione si tramuti in
tutto o in parte, e perciò à nome translativa, cioè trarautativa. Et
questo è o puote essere Ijer sette maniere, le quali sono nominate nel
testo, cioè: 2. Quando non muove la questione quella persona a cui
la conviene di muovere. Verbigrazia: Dice uno scoiaio contra ad un altro.
Tu se' venuto troppo tardi a scuola. Et esso dice. A te no'nde rispondo,
che non ti si conviene muovermi questione di ciò, ma conviensi al nostro
maestro. O non muove la questione contra quella persona che ssi conviene.
Verbigrazia. Fue trovato che in ROMA si trattava tradimento e fue alcuno
che ll'aponea contra GIULIO Cesare, et esso dicea. Contra me non si
conviene muovere di ciò questione, ma contra CATELLINA CATILLINA che l’
àe fatto e fa tutta fiata ». non muove la questione appo coloro che
ssi conviene, cioè davanti a quelle persone che dee. Verbigrazia : Fue
accusato il vescovo di simonia davanti al re di Navarra. Il vescovo dice. Tu
non m'accusi davante a giudice eh' io debbia rispondere, ma io son
bene tenuto di ciò e d'altro davante l'appostolico. O non muove la
quistione in quel tempo che ssi conviene. Verbigrazia. Uno fue accusato il
giorno di Pasqua. Esso dicea. Non rispondo ora di questo, perciò che oggi non
è tempo d' attendere a cotali convenenti» non muove questione a
quella lege che ssi conviene. Verbigrazia : Uno cittadino di ROMA era in
Parigi e volea piatire contra uno francesco secondo la legge di Roma; ma
quel francesco dice 3: Jtf -HI 7 si conviene, 3/' om. 5: Af 7 puote, m e questo puole essere M' in sette m. 7-8: m si conviene M' in contro a un altro 9-iO: M' Ed elgli, m et elli M-m om. ti 12: M-m muovere, M' muove questione i4: Af alcuna 16: m questione di ciò,
M' di ciò non si conv. m. q. ' 17: m
tuttavia M-m contra coloro 18-19: M' che si dee.... Il vescovo fu
acc. 21: M davante a giudici, m />
davanti a giudici, M' davanti giudice - 24: m della Pasqua egli
25: M' non ti rispondo ora di ciò
26: m M' da rispondere 29:
M' la legge romana m il Francesco
(1) Questa è la lezione miglioro per il senso, né si trova una valida
ragione per considerarla arbitraria, quantunque dalle due famiglie di
codici sembri risultare un da rispondere: sarà stato determinato dal rispondo
con cui comincia la frase che non dee rispondere a quella legge ma a quella
di Francia. O non muove la questione di quel peccato che ssi
conviene. Verbigrazia. Fue accusato uno, che non avea il membro
masculino, ch'avesse corrotta una vergine; esso dice. Io non risponderò di
questo peccato -- non muove questione di quella pena che ssi conviene.
Verbigrazia. Fue uno accusato ch'avea morto uno gallo et erali apposto
che perciò dovea perdere la testa; esso dicea: Non rispondo a questa
pena, perciò che non tocca a questo peccato. Donde tutte queste questioni sono
translative, cioè che ssi tramutano in altro fatto e stato, tal fiata
in tutto e tal fiata in parte, si come appare nelli exempli di
sopra. Dice Tullio se l'una delle dette quattro cose non fosse non
sarebbe causa. E così conviene che ssia l' una di queste inn ogne maniera
di cause, perciò che in qual causa no 'nde fosse alcuna, certo in quella
non porrebbe avere contraversia, e perciò conviene che non sia tenuta
causa. Poi che CICERONE àe divisate le parti della constituzione et
àe detto che e come è ciascuna di quelle parti e le loro nomerà, sì vuole
Tulio provare che quando l'una di queste questioni, che sono del fatto o
del nome o della qualità del tramutare l'azione, non è intra parlieri, certo
intra loro non puote essere controversia ; e poi che 'ntra loro non
à controversia, certo il fatto sopra il quale dicessero parole non
sarebbe causa, e così non sarebbe materia di questa arte, cioè che non
sarebbe dimostrativo né diliberativo né iudiciale. 2. Et provando questo sì
dimostra Tulio i: i non si dee 4-5: m M' Klgli dico -- 7: M' Fue accusalo
uno 8: M' nm_ perciò - m egli dice M' non li lispondo 9: M' non tocclia (piosto peccato ti: M' in altro slato, m om. e stalo -
J2:M' paro 16: M' luna de ipicste sia -
17: M tn i|ualcosa, m in quale chosa - SS : M-M^ 7 ciascuna - S3: m
provare Tulio - S3-S6: M-m om. ^ m
tralloro - 30: m quando ([U'-sto che Ile predette cose in questa
arte sono si congiunte insieme che qualuuiiue causa è dimostrativa o
deliberativa o iudiciale sì conviene che sia constituzione o del fatto o
del nome o della qualitade o dell' azione, et e converso che 5.
qualunque constituzione è del fatto o del nome o della qualità o dell'azione
sì conviene che sia dimostrativa o deliberativa o iudiciale. Et omai
perseverra Tulio sua materia per dicere di ciascuna parte per sé. Del
fatto. La contraversia del fatto si puote distribuire in tutti
tempi: che ssi puote fare quistione che è essuto fatto, in questo modo. Ulisse
uccise Aiace o no ? Et puotesi fare questione che ssi fa ora, in questo
modo Sono i Fregelliani in buono animo verso lo comune o no ? Et puotesi
fare questione che ssi farà, in questo 15. modo : Se noi lasciamo
Cartagine intera, everranne bene al comune no? In questa pai'te dice CICERONE
che Ila CONTRO-VERSIA la quale è di fatto che ssia apposto ad altrui, la
quale àe nome constituzione congetturale sì come fue detto in
adietro e messo in exempli, sì puote essere in tutti tempi, cioè preterito,
presente e futuro. Nel PRETERITO pone Tulio r exemplo della MORTE D’AIACE,
che fue cotale. Stando l'assedio di Troia sì fue morto il buon
Achille, et apresso la sua morte fue grande questione delle sue
armi intra Ulisse et Aiace. Et certo Ulisse fue, secondo che
contano le storie, il più savio uomo de' Greci e '1 milìor parliere,
sicché per lo grande senno che i-llui regnava e per lo bene dire niettea
in compimento le grandi vicende, alle quali altre non sapea pervenire, e
perciò adoperò e' più di male contra' Troiani per lo suo senno che non
fecero M dimoslraliva 3: M'
constitutione del facto 4-6: M-m om. ot
e conweiso.... dell'azione 7 : M'
Et oggimai perseguita 10: M' in dui
tempi 11: m clie exututo 13: M*
de buono animo 14: m om. che ssi
farà 15: M-m, L in terra ikf' averranne, m e veramente bene S3 : M' Tulio la morto 24: M* a Troia 26-27: M' secondo che recitano le
storie, fue M-m et niilior 29: M* per
.ben dire 30: Mie quali, m le quali
oltre non sapeano M adopio 7, m adoppio
più, M' adopero elgli M' in contro
a la non fé, L non fece
quasi tutta l'oste per arme, et alla fine si parve uianifestameute, eh'
elli fue trovatore del cavallo per lo quale fue Troia perduta e tradita;
ma veramente in guerra non si 5. fatigava molto con arme e non era di
gran prodezza, ma tuttavolta dimandava che Ili fossono CONCEDUTTE L’ARMI
D'ACHILLE, e dicea che nn'era degno e ch'avea in quella guerra ben fatta
l'opera perchè etc Et dall' altra parte Aiaces era uno cavaliere franco e
prode all'arme, di gran guisa, ma non era pieno di grande senno e sanza
molto** (D francamente avea portate l'armi in quella guerra, e
perciò domandava l'armi d'Achille e dicea che non si conveniano ad ULISSE.
Onde alla fine l'armi furono concedute ad Ulisse, per la qual cosa montò
tra lloro TANTA INVIDIA che divennero nemici mortali ; et in questo mezzo
tempo e morto Aiaces e fue della sua morte ACCUSATO Ulixes, et esso
si difendea e negava ; e di questo sì era QUESTIONE DI FATTO in preterito, cioè
che già era fatto in tempo passato. Inol presente tempo mette Tulio l'
exemplo de' Fragellani, che furo una gente i quali fui'ono accusati in ROMA eh'
elli aveano male animo contra il comune. Et elli si difendeano e diceano che
11' aveano buono e dritto ; e di ciò si era QUESTIONE DI FATTO PRESENTE,
cioè se sono ora presentemente di buono animo o no. Nel FUTURO mette CICERONE l’exemplo
di CARTAGINE, la quale fue una delle più nobili cittadi e delle più
poderose del mondo, e tenne guerra contro a ROMA, sì eh' alla fine I
ROMANI vinsero e presero la terra ; e furo alcuni che voleano che Ila
cittade si disfacesse per lo bene di Roma, ET ALTRI CONSIGLIARO DEL NO perciò
che '1 meglio ne potrebbe advenire s' ella rimanesse intera, e di ciò è QUESTIONE
DEL TEMPO FUTURO, cioè se bene o male n'averrà se Cartagine rimanesse
intera o s'ella si disfacesse. Ma poi che Tulio à detto della
controversia del fatto, sì dicerà di quella del nome in questo
modo. i: M' ne non era.
6: M' ben dengno 7 : M' ben
l'opera perchè, L bene adoperato perchè
9: m orti, e sanza molto 10: M-m
provale 14: m iim. mezzo 15 : m 7
dela sua morte fue aco. 16-17 : M-m onde
di questo era già (piestione... in perciò che già ecc. (vi om. in perciò) 18: M' Fregiani 19: M' che fuoro accusati SO: SI' comune de Roma 22 : m om. si
S6: M incontra S7 : m om. e M' vollero (ma L voleano) 28: m om. et
M' di no m pero che meglo ne
potrebbe loro intervenire M-m, L in
terra Af' e questo nel tempo futuro M-m che bene
31: M, L'in terra (1) Così hanno i mss. e perfino la stampa,
ma evidentemente manca qualche parola (anzi itf " dopo molto lascia
uno spazio bianco), come dire o parlare. Basti averlo notato, senza
pretendere d' indovinare. Del nome. Controversia del nome è quando lo
fatto è conceduto, ma è questione di quello eh' è fatto in che nome sia
appellato; et in questo conviene che sia controversia del nome, perciò
che non s'accordano della cosa; non che del fatto non sia bene certo,
ma che quello ch'è fatto non pare all'uno quello eh' all' altro, e
perciò l'uno l'appella d'un nome e l'altro d'un altro. Per la qual
cosa in questa maniera la cosa dee essere diffinita per parole e
brevemente discritta, come se alcuno à tolta una cosa sacrata d'uno luogo
privato, se dee essere giudicato furo o sacrilego, che certo in essa
questione conviene difinire l'uno e l'altro, che sia furo e che
sacrilego, e mostrare per sua discrezione che Ila cosa conviene avere
altro nome che quello che dicono li aversarii. In questa parte dice CICERONE
della controversia del nome ; e perciò che di questo è molto detto
davanti, sì siue trapassa lo sponitore brevemente, dicendo solamente
la tema del testo, sopra '1 quale il caso è cotale: Roberto accusa
Gualtieri ch'elli àe malamente tolta una cosa sacrata, si come UNO CALICE o
altra simile cosa la quale sia diputata a' divini mistieri, e dice che
Ila tolse d'uno luogo privato, cioè d'una casa o d'altro luogo non
sacrato. Viene l'accusato e confessa il fatto. Dice l'accusatore. Tu
ài fatto sacrilegio. Dice l'accusato. Non ò fatto sacrilegio, ma
furto. Et così sono in concordia del fatto, ma non della cosa, cioè della
proprietade per la quale si possa sapere che nome abbia questo fatto, perciò
eh' all' accusatore pare una, che dice ch'è SACRILEGIO, et all'accusato
pare un' altra, che dice eh' è FURTO. Onde in questa maniera di
CONTROVERSIA si conviene che '1 PARLIERE che dice sopra questa materia
dififinisca e faccia conto IN BREVI PAROLE 3 : it 7 (li
questo 9 : M-m distrecta 10: M-
sacrato M-m per furto o per sacrilegio,
L furto sacrilegio 11: M-m con l'altro m
furto 12: M-m che sacrilegio, A/'
che sia sacrilego il/'
scriptione 16:Mom. detto M' nm. si
18: m sopralla quale - J/' Uberto : M' tolto 19 : m cosa simile SI: M-m ad veruno mistieri (m mistiere)
23-24: M il l'atto. Et dice laccusato
m Non o, ma furto 27-28: m però
chellachusatorc... una diosa
2H-29: M-m om. sacrilegio.... cli'ò
30: jV' jjarladore 3t: M'
didinita - G8 che cosa è SACRILEGIO e che è FURTO; e
così dee mostrare come questo fatto non à quel nome che dice
l'aversario. Ed è detto della CONTROVERSIA del nome; omai dicerà
Tulio CICERONE di quella del genere, in questo modo :
5. Del genere. ^Z. (e. IX) Controversia del genere è quando
il fatto è conceduto e sono certi del nome d' esso fatto, ma è
questione della quantitade del fatto o del modo o della qualitade,
in questo modo : giusto ingiusto - utile o inutile - e tutte cose
nelle quali è questione chente sia quel fatto. In questa parte dice Tulio
CICERONE della questione del genere, e di questa è tanto detto dinanzi
che 'n poche parole dimorerà lo sponitore ; e dice che quella controversia è
del genere nella quale Y accusato confessa il fatto et è in concordia coir accusatore
del nome d' esso fatto, ma sono in discordia della quantitade del fatto,
cioè se grande o piccolo o molto o poco. Verbigrazia. Un gran romano
quando dovea cacciare i nemici del suo comune si fuge. E accusato eh' ha fatto
danno e male alla inaestà di Roma; l'accusato confessa il fatto e '1 nome
del facto. Dice l'accusatore. Questo è grande DANNO. Dice l'accusato : « Non è grande, ma PICCOLO.
Ed è la discordia tra loro della quantità, cioè se quel male è grande o
piccolo. O sono in discordia del modo, cioè della comparazione del fatto, sì
come fue detto qua indietro nell'exemplo di Cartagine, qual fosse la
migliore parte tra disfare o lasciare. O sono in discordia della qualitade del
fatto, sì comepare in exemplo d'ORESTE che uccide la sua madre, ed e
accusato che l’ha morta ingiustamente. Ed ORESTE si difende e dice che l'à
morta giustamente, ma bene con OM, 8: M'in modo
della qualitndo 9: m o non giusto 12: M' tracia
i3: M-m detto VI di
questo M die poclie p. m dimora, Af' <limorra - 16-17: M' ohi.
ma sono.... del fatto 20: M-m
t>m. e male S3: M-m nm. Ed So: >/' Or sono, M-m OHI. - 26: M'
nm. si - 27 : M' o disfare - 2S : M-m quantitade - 29 : M' nelexemplo di
((uestl, M-vi dotesles 30-.il : m nm. ot
esso... GIUSTAMENTE giustamente, M' nm. si - M-m cliellavea fessa il fatto
e 1 nome del fatto; ma sono in discordia della qualità, cioè se 11' àe
fatto GIUSTAMENTE O INGIUSTAMENTE. Ben è vero che Tulio CICERONE non
mette in exemplo della quàntitade nel testo, né della comparazione, se
non solamente della 5. qualitade ; e questo fae perciò che più sovente ne
vien tra Ile mani che non fanno l'altre, e perciò dice che tutte
cose nelle quali si confessa il fatto e '1 nome del fatto, ma è
questione della qualità d'esso fatto, sì è controversia del genere. E poi
che Tullio CICERONE à detto di questa questione del genere secondo il suo
parimento, sì procede immantenente a riprendere Ermagoras dell'errore suo in
questa controversia del genere. A questo genere Ermagoras sottopuose IV parti,
ciò sono DELIBERATIVO, DEMONSTRATIVO, IUDICIALE, E NEGOZIALE. Il quale
suo fallimento non mezanamente pare che ssia da riprendere, ma in
breve, perciò che sse noi ci ne passiamo così tacendo fosse pensato che
noi lo seguissimo sanza cagione; o se lungamente soprastessimo in ciò,
paia che noi facessimo dimoro et impedimento agli altri insegnamenti. Se
deliberamento e dimostramento sono generi delle cause, non possono essere
diritte parti d'alcuno genere di causa, perciò che una medesima cosa
puote bene essere genere d'una e parte d'un' altra, ma non puote essere
parte e genere d'una medesima. Et certo deliberamento e dimostramento sono
genera delle cause. Ma o non è alcuno genere di cause, o è pur iudiciale
solamente, è iudiciale e dimostrativo e deliberativo. Dicere che non sia
alcun genere di cause, con ciò sia cosa eh' e' medesimo dice che Ile
cause sono molte e sopra esse dà insegnamento, è grande forseneria. Un genere,
cioè pur iudiciale solamente, non puote essere, acciò che diliberamento e
dimostramento non sono simili intra lloro e molto si discordano dal
genere iudiciale, e ciascuno à suo fine al quale si dee ritornare.
Adunque è certo che tutti e tre son generi delle cause, e così deliberamento e
dimostramento non possono 4: M> nel testo exemiilo - 5:
M' in tra le mani iO: m om. secondo il
suo parimente M mantenente 13: M-m II (juale lue i7 : 3/' nm. i)erciò cene passassimo 18: m stessomo - 19: M' dimora, m imped. 7
dimoro 20: M-m dim. 22 : m M'
causa M-m genere 7 parte d' una medesima
- 23 : M' Ma none, vi Ma anno ale.
26: M-m om. e deliberativo 27: M'
ch'elli - 28: M' essi... inseffnamenti 28-29 : M 7 grandi; fors (?), m 7
grande forma, M' 7 grandi mattezze. Genere ere.
.12 : M 7 certo 3:i : M' de
cause... dimost. 7 del. essere a diritto tenute parti d'alcuno
genere dì causa. Dunque malamente disse ch'elli fossero parte della
constituzione del genere. 46. (e. X) Et s'elle non possono essere tenute
diritte parti della causa del genere, molto meno fien tenute parti della
diritta parte della causa; e parte della causa è ogne constituzione; donde
no la causa alla constituzione, ma la constituzione s'acconcia alla
causa. Ma dimostramento e diliberamento non possono essere tenute
diritte parti della causa del genere, perciò che sono generi: donque
molto meno debbono essere tenuti parte di quello ch'esso dice. Appresso
ciò, se Ila constituzione et essa e ciascuna parte della constituzione è
difensione contra quello eh' è apposto, conviene che quella che no è
difensione non sia constituzione ne parte di constituzione. Et certo
deliberamento e dimostramento non sono constituzione. Dunque se constituzione
et ella e la sua parte è difensione contra quello eh' è apposto, il
dimostramento e '1 diliberamento non è constituzione ne parte di
constituzione. Ma piace a Itui che ssia difensione. Dunque conviene che
Ili piaccia che non sia constituzione, né parte di constituzione. Et in
altrettale isconvenevile fie condotto, se esso dica che constituzione sia
la prima confermazione dell' accusatore o Ila prima preghiera del difenditore ;
e così seguiranno lui tutti questi sconvenevoli. Appresso ciò, la causa
congetturale, cioè di fatto, non puote d'una medesima parte inn un medesimo
genere essere congetturale e diffinitiva ; et altressì la diffinitiva causa
non puote essere d'una medesima parte inn uno medesimo genere diffinitiva
e translativa. Et al postutto neuna constituzione ne parte di
constituzione puote avere e tenere la sua forza et altrui; perciò che
ciascuna è considerata semplicemente per sua natura ; se l'altra si
prende, il nomerò delle constituzioni si radoppia, non si cresce la forza
della constituzione. Veramente la causa deliberativa insieme d'una
medesima parte in un medesimo genere suole avere la constituzione
congetturale e generale e diffinitiva e translativa, et alla fiata una e
talvolta piusori. Adunque, essa non è constituzione né parte di
constituzione. Et questo medesimo suole usatamente advenire della causa
dimostrativa. Adunque sì come noi avemo detto 3,5. davanti, questi,
cioè deliberamento e dimostramento, sono generi delle cause e non parti
d'alcuna constituzione. 1 : M' a diricto essere tenute
parte 5: M-tn om. parto delln causa ìvi
om. no 7: JV' tenuti 9 : m tenute parti,
il/' im. tenuti M-m cliossi dice iO: M-m chella const. 11: M-m ? difensione M' (piella - IS: M-m non sia la
constitutione 13: m om. Et 14: M 1 dunque le const., m Dunque la
const. 15: M' nm. e '1
diliberamento 16-18: m om. i due
periodi ^0 : m seguiteranno - l' 1 : M-m
si convenevoli 23: M'^ diffinitiva, m chon dilf. 25 : M-m om. e translativa - 26: M-m om. nk -
M' ne tenere 2S: m il novero il/ sic radoppia 31: m coniotturalc generale 32: i wim. illusori
(i Lo sponitore. I. In questa parte dice Tulio
che Ermagoras dicea che Ila controversia del genere avea quattro parti
sotto sé, ciò sono deliberativo, demostrativo, iudiciale e negoziale;
della 5. qual cosa Tulio lo riprende in tutte guise, e mostra molte
ragioni come Ermagoras errava malamente, e questo pruova manifestamente
per argomenti dialetici: che dimostramento e deliberamento sono generi
delle cause si che Ile cause sono parti di loro; e poiché sono generi,
cioè il tutto delle 10. cause, non possono essere parte delle
cause, acciò ch'una cosa non puote essere tutto d'una cosa e parte di
quella medesima. 2. Et così per molte ragioni o vuoli argomenti
conclude Tulio che Ermagoras avea mal detto, e poi seguentemente dice la sua
sentenza : quali sono le parti della constituzione del genere, cioè della
quantitade e del modo e della qualitade del fatto, sì come qui dinanzi
fue detto. Et in ciò incomincia la sentenzia di Tullio in questo
modo : Le parti della constituzione generale. 20. ^S.
(e. XI) Questa constituzione del genere pare a noi ch'ab bia due parti :
Iudiciale e negoziale. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio
àe ripresa l' oppinione d' Ermagoras delle quattro parti, si dice la sua
sentenza e dice che sono 25. pur due parti, cioè quelle altre due che
dicea Ermagoras: iudiciale e negoziale ; et immantenente detta la sua
sentenza, la quale vince quella d' Ermagoras e d'ogn' altro, sì dice e
dimostra che è iudiciale e che è negoziale, in questo modo 4: M'
dimostrativo, deliberativo ecc. 6: M-m
provava 9: m genero 10: M el acciò 11 : M-m tiicta 13:M^ conchiude Tulio Ermagoras avere 17 : il/' comincia 23 : m ripreso 28: M' che e iuridiciale {e cosi sempre), M-m
che iudiciale 7 che {ni om. che) negotiale ludiciale è quella nella
quale si questiona la natura dì dritto e d' iguaglianza e la ragione di
guiderdone o di pena. Sponitore. La iudiciale coustituzioue è quella
nella quale per diritto, cioè per ragione provenuta per usanza e
per iguallianza, cioè per ragione naturale o per ragione scritta, si
questiona sopra la quantitade o sopra la comparazione o sopra la
qualitade d'un fatto, per sapere se quel fatto è giusto o ingiusto o
buono o reo. Altressì è iudiciale quella nella quale è questione d'alcuno
per sapere s'egli è degno di pena o di merito. Verbigrazia. Alobroges
è degno d'avere merito di ciò che manifestò la congiurazione di
Catenina? e questionasi del sì o del no. Et anche questo exemplo. È
Giraldo degno di pena di ciò che commise furto ? e questionasi del si o
del no. Et poi che à detto Tulio del iudiciale, si dicerà dell'altra
parte, cioè della negoziale. Negoziale è quella nella quale si
considera chente ragione sìa per usanza civile o per equitade, sopra alla
quale diligenzia sono messi i savi di ragione. Dice CICERONE che
quella constituzione è appellata negoziale nella quale si considera per usanza
civile, cioè per quella ragione la quale i cittadini o paesani sono
usati di tenere i-lloro uso o in loi'o costuduti, o per equitade,
cioè per legi scritte, chente ragioni debbiano essere sopra
quella 2: m quello nel (juale 3: M'-L ella ragione di diritlo, S di
merito 6: m pervenuta 8.me sopra la comp. 9: m se questo giusto il: M^ si questiona
d'alcuno selglie ecc. 12-14: m o
di morte M-m o alabroges di Catenina et
questionisi del si et del no (m di si o di no), L e questo exemplo 16: m
quistionìsi... om. Et A/ 7 del
no 16-17: M' Tulio a detto dela
giuridicialo 20: M' Di negotiale 26: M' om. paesani 27 : M' i loro costuduti m illoro chostuduli,
M' in loro constituti M-m
equalitade S8 : M' cliente ragione debbia constituzione.
2. Et intra la iudiciale e la negoziale àe cotale differenzia : che Ila
iudiciale tratta sopra le cose passate et intorno le leggi scritte e trovate ;
ma la negoziale intende intorno le presenti e future (1) et intorno le
legi et 5. usanze che saranno scritte e trovate.Et questa è di
molta fatica, perciò che' parlieri s'affaticano di grande guisa a
provarla et a formare nuove ragioni et usanze allegando in ciò ragioni da
simile o da contrario. Et questa questione si tratta davante a' savi di
legge e di ragione, ma in provare la iudiciale basta dicere pur quello che Ila
ragione ne dice. 4. Et poi che Tulio à detto che è la iudiciale e
che è la negoziale, sì dicerà delle parti della iudiciale per meglio
dimostrare lo 'ntendimento di ciascuno capitolo dell' Arte. Di due
parti di Iudiciale. La iudiciale dividesi in due parti, ciò sono assoluta
et assuntiva. In questa parte dice Tulio che quella questione la quale
è iudiciale, sì come davanti è mostrato, sì à due parti. Una eh' è
appellata assoluta e l'altra la quale è appellata assuntiva ; e dicerà di
catuna per sé. : M interno 4: i
mss. futuro M' il presente 8 : m in se ragioni 9 : M assaivi, m si tratta da savi 10: M pur di quello 16: M' si divido 21 : M' luna la quale è appellata - M-m
e assunptiva Per quanto la lezione di -Jf' (il presente e futuro) sembri
ottima, preferisco ricorrere alla lieve correzione di futuro in future.: M* ha
tendenza a cambiare, e quindi non è improbabile che, trovando già l'errato
futuro, abbia voluto accordare con esso l'aggettivo precedente, le
presenti. Non saprei invece come spiegare un cambiamento inutile in
M-m. Assoluta è quella che in sé stessa contiene questione o di
ragione o d' ingiuria. Dice CICERONE che quella questione iudiciale del
genere èe appellata assoluta la quale in sé medesima è
disciolta e dilibera, sì che sanza niuna giunta di fuori contiene
in sé questione sopra la qualitade o sopra la quantitade o sopra la
comparazione del fatto, il qual fatto si cognosce s'egli é di ragione o
d'ingiuria, cioè se quel fatto é giusto o ingiusto o buono o' reo, sì
come in questo exemplo donde fue cotale questione. Verbigrazia : Fecero
quelli da Teba giusto o ingiusto quando per segnale della loro vittoria
fecero un trofeo di metallo? Et certo questo fatto, cioè fare un trofeo di
metallo per segnale di vittoria, piace per sé sanza neuna giunta et in sé
contiene forza della pruova, perciò ch'era cotale usanza. Assuntiva
è quella che per sé non dà alcuna ferma cosa a difendere, ma di fuori
prende alcuna difensione ; e le sue parti sono quattro : concedere,
rimuovere lo peccato, riferire lo peccato e comparazione. S:M-m
slesso 7: M-m nm. ai fi: M-m «m. o sopra la (luantilude 7 invece ili 09: M' in f|uel facto 12: M-m Ino - »« di Teba 14-13: m et cerio questo trofeo fatto
faro per sengnale della loro Victoria jiiuce per so medesimo 16: M' la forfa 1 9 : M-m ohi. olio
per sé non dà alcuna CICERONE dice che quella constituzione è appellata
assuntiva della quale nasce questione, la quale in sé non à fermezza per
difendersi da quello peccato eli' è allui appo5. sto, ma d'un altro fatto di
fuori da quello prende argomento da difendersi; si come nella questione
d'Orestes, che fue accusato eh' avea morta la sua madre, et elli dicea
che ll'avea morta giustamente. Et certo il suo dire parca crudel
fatto, sì che queste parole per sé non anno difensione com'elli l'abbia
fatto giustamente, ma prende sua difensione d'un altro fatto di fuori e dice: «
Io l'uccisi giustamente, perciò ch'ella uccise il mio padre ». Et così pare
che con questa giunta piaccia la sua ragione. Efc questa cotale questione
assuntìva à quattro parti, delle quali il testo 15. dicerà di
catuna perfettamente per sé. Concedere e concessione è quando
l'accusato non difende quello eh' è fatto ma addomanda che ssia perdonato
; e questa si divide in due parti, ciò sono purgazione e preghiera.
20. Sponitore. I. Poi che Tulio avea detto che è e quale la
questione assuntìva e com' ella si divide in quattro parti, sì vuole
dicere di ciascuna per sé divisatamente perchè '1 convenentre sia più
aperto. 2. Et primieramente dice che é concedere, e dice che quella
constituzione é appellata concessione quando l'accusato concede il
peccato e confessa d'averlo fatto, ma domanda che ssia perdonato ; e
questo puote essere in due maniere: o per purgazione o jjer preghiera, e
di ciascuna di queste dirà Tulio partitamente, e prima 30. della
purgazione. 3: M> non àe in se 5: M' di quello 7 : M' Pt elli rispondea 8-iO: M-m om. Kt certo....
giustamente i4: M' nm. assuntìva 15: M' per se perfectamente 17: M' o concessione - 18 : 3f '
domanda chelgli sia p. m. 7 questo 21 : m che e quale, M' che 7 quale
6 23: m di chatuna 24: M-m concede 26: m confessa il pechato d'averlo
facto Purgazione è quando il fatto si concede ma la colpa si rimuove, e
questa sì à tre parti : imprudenzia, caso e necessitade. Dice CICERONE che
quella maniera di concedere la quale è per purgazione sì è et
aviene quando l'accusato confessa, ma lievasi la colpa e dice che quel
fatto non fue sua colpa ; e questo puote fare in tre maniere, delle quali
è prima Imprudenzia, cioè non sapere. 2. Verbigrazia : Mercatanti
10. fiorentini passavano in nave per andare oltramare. Sorvenne
loro crudel fortuna di tempo che Ili mise in pericolosa paura, per la
quale si botaro che s' elli scampassero e pervenissero a porto che elli
offerrebboro delle loro cose a quello deo che là fosse, et e' medesimi F
adorrebbero. Alla fine arrivaro ad uno porto nel quale era adorato
Malcometto ed era tenuto deo. Questi mercatanti l' adoraro come idio e
feciorli grande offerta. Or furono accusati ch'aveano fatto contra la
legge ; la qual cosa bene confessavano, ma allegavano imprudenzia, cioè
che non sapeano, e perciò 20. diceano che fosse perdonato. Et di
ciò era questione, se doveano essere puniti o no. 3. La seconda maniera è
caso, cioè impedimento eh' adiviene, sì che non si puote fare
quello che ssi dee fare. Verbigrazia : Un mercatante caursino avea inprontato
da uno francesco una quantità di pe 25. cunia a pagare in Parigi a certo
termine et a certa pena. 6: M-m om. b 7 : M-m imi. non 8: M' Kl puotesi l'art! o In prima
tO: M per mare oltramare, di passavano per maro in nave Jf sopravenne
li: mi miseli, JV/' om. che
14: M' edelgli medesimi 15: M'
Macliometlo, m Maometto 17: M'
fecero grande oHerta. Fiioro ecc., m mii. Or
19: M' noi sapeano 21: m puliti
S4 : m inprontato moneta da uno franeesclio Avenne
che '1 debitore, portando la moneta, trovò il fiume di Rodano si
malamente cresciuto che non poteo passare né essere al termine che era
ordinato. Colui che dovea avere domandava la pena, l' altro confessava
bene eh' avea 5. fallito del termine, ma non per sua colpa, se non che '1
caso era advenuto ch'avea impedimentitotU la sua venuta, e però
dicea che Ila pena non dovea pagare; e di ciò è questione, se Ila dovea
pagare o no. La III maniera è necessitade, cioè che conviene che ssia così
et altro non potea fare. Verbigrazia : Statuto era in Costantinopoli che
qualunque nave viniziana arrivasse nel porto loro, la nave e ciò
che entro vi fosse si publicasse al segnore. Avenne che mercatanti
genovesi allogare una nave di Vinegia e passaro con grande carico
d'avere. Convenne che per impeto di tempo per forza di venti, centra'
quali non si poteano parare, pervennero nel porto e fue presa la nave e le cose
per lo segnore. Ben confessavano li mercatanti che Ila nave era
veniziana, ma per necessitade erano venuti in esso porto, e però diceano
che non doveano perdere le cose ; e di ciò era questione, se Ile doveano
perdere o no. Tutto altressì i Veniziani, cui fue la nave, raddomandavano
la nave o la valenza; i mercatanti diceano che l'amenda non dovea essere
domandata, perciò che per necessitade e non per volontade erano iti in quel
porto. Et poi' che Tullio àe detto della purgazione e delle sue parti, si
dicerà della preghiera. Preghiera è quando l'accusato confessa ch'elli àe
commesso quel peccato e confessa che 11' àe fatto pensatamente, ma sì
domanda che Ili sia perdonato, la qual cosa molte rade fiate puote
advenire. 1 : M-m avieno
S : M-m polea 3: M' a. termine
ordinato 5 : M' al termine 5-6: M
impedimento, M* ma nel caso era avennlo 7 avea impedimentita il: M' nel loro porto 13: m una nave viniziana, 3/' una nave de
Viniziani 7 passavano 14-15: M per
un tempo per impetto 7 per f., if ' per impedimento, m di vento 18: M^ in quel porlo SO: M' ora la questione m dovea
22: M' che por lamenda 24 :m
om. Et 28-29: m domandasi M' om. molto (1) Questa lezione
di w è confermata da impedimentita di Jf*, cioè dall'altra famiglia di codici.
Lo scambio, avvenuto in M, con impedimento era facilissimo e lo favoriva
il fatto che il senso restava quasi il medesimo : « la sua venuta avea avuto
impedimento ^>. Così leggo con w, poiché in if e ilf ' il passo è
manifestamente guasto (impedimento è correzione arbitraria), mentre
l'espressione impeto di tempo, analoga, a quella del § 2 fortuna di tempo, può
bene corrispondere alla magna tempestas di cui parla l'esempio
ciceroniano {De Inv., II, 98) sul quale è modellato il nostro CICERONE dimostra
in questa picciola parte del testo che cosa è appellata preghiera in
questa arte. Et dice che allotta è questione di preghiera quando
l'accusato confessa 5. e dice che fece quel peccato che gli è aposto e
ricognosce che ir à fatto pensatamente, ma tutta volta domanda perdono.
2. Onde nota che questa preghiera puote essere in due maniere, o aperta o
ascosa. Verbigrazia : In questo modo è la preghiera aperta : Dice l'
accusato. Io confesso bene ch'io feci questo fatto, ma prego vi per amore
e per reverenza di Dio che voi mi perdoniate ». La preghiera ascosa
è in questo modo : « Io confesso eh' io feci questo fatto e non domando
che voi mi perdoniate ; ma se voi ripensaste quanto bene e come grande
onore i' òe fatto al comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato
». 3. Ma ssì dice Tullio che queste preghiere possono advenire rade
volte, (l) spezialmente davante a' giudici che sono giurati a lege sie
che non anno podere di perdonare. Ben puote alcuna fiata lo’mperadore e’1
sanato avere prove 20. denza in perdonare gravi misfatti, sì come poteano
li anziani del popolo di Firenze ch'aveano podere di gravare e di
disgravale secondo lo loro parimento. Et poi che Tullio àe detto della
prima parte della constituzione assuntiva, cioè della concessione e che cosa è
concedere, et à delle due maniere di concedere detto, cioè di
purgazione e di preghiera, sì dicerà della seconda parte, cioè rimuovere
lo peccato. Rimuovere lo peccato è quando l'accusato si sforza di
rimuovere quel peccato da se e da sua colpa e metterlo sopra un
S : M' mostra 5 : M' elicigli
lece 6' : M' nppensatainentc 8 : M' nascosa 14: M' om. bene 17 : M^ fiato (ma L volte) li ([uali sono 18: M noniianno 19: m prudenzia SS: m eclisgravare, M> 7 disgravare ni lo loro parere, L illoro parere, S il loro
piacimento m om. Et So: M' m e a detto delle duo maniere ecc. : M' mettelo (ma L metterlo) Conservo
volte appunto perchè questa parola in itf è meno frequente di fiate Q non
si può considerare correzione arbitraria; invece fiate sarà stato sostituito
per uniformità col testo tradotto (v. pag. preced., 1. 29). altro per
forza e per podestà di lui ; la qual cosa si puote fare in due guise: o
mettere la colpa o mettere lo fatto sopr'altrui. Et certo la colpa e la
cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia fatto per sua forza e
per sua podestade. Il fatto si mette sopr'altrui 5. dicendo che dovea un
altro e potea fare quel fatto. In questo luogo dice CICERONE eh' è
rimuovere lo peccato e come si puote fare, et è cotale il caso : Uno è accusato
d'uno malificio, et elli vegnendo a sua defensione si leva da ssè quel
maleficio e mettelo sopra un altro, o dice bene che 11' à fatto, ma un
altro cli'avea in lui forza e signoria il costrinse a ffare quel male ; e
questo rimovimento del peccato dice Tullio che ssi puote fare in due
guise : l'una si mette la colpa e la cagione sopra un altro, l'altra
15. si mette il fatto sopra altrui. Et certo la colpa e la cagione si
mette sopì'' altrui quando l'accusato dice che elli à fatto quel male per
colpa d'alcuno il quale à sopra lui forza e signoria. Verbigrazia. Il
comune di Firenze elesse ambasciadori e fue loro comandato che
prendessero la paga 20. dal camarlingo per loro dispensa et
immantenente andassero alla presenzia di messer lo papa per contradiare
il passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in Toscana
contra Firenze. Questi ambasciadori domandare il pagamento e '1 signore no '1
fece dare, e'I camarlingo medesimo negò la pecunia, sicché li ambasciadori
non andaro e' cavalieri vennero. Della qual cosa questi ambasciadori fuorono
accusati, ma elli si levaro la colpa e la cagione e 3: m la
chosa 7: Af' die e rimuovere 9: M' do malilicio - i4 : m luna mette,
M' l'una si e mettere ^5: M' si e
mettere m om. Kt - 20: Af
inmanlenenente, it/' incontanente
21 : m cliontradire - 23: M-m domandano
24: M m il segnore m e il
chamarlengo 25: m il nego di dare la
pecliunia 26:m li anbasciadori 27 :M' si levano miseria sopra '1
signore e sopra '1 camarlingo, i quali aveano la forza e la seguoria e
non fecero lo pagamento. 3. Mettere il fatto sopr' altrui è quando
l'accusato dice ch'egli quel fatto non fece e non ebbe colpa né
cagione 5. del fare, ma dice che alcuno altro l'à fatto et ebbevi
colpa e cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elli il mette
dovea e potea fare quel male. Verbigrazia : Catone e Catenina andavano da ROMA
a Kieti, et incontrarono uno parente di Catone, a cui Catellina portava
grande maialo, voglienza per cagione della coniurazione di Roma, e perciò
in mezzo della via l'uccise. Né Catone non avea podere di difenderlo,
perciò eh' era malato di suo corpo, ma rimase intorno al morto per
ordinare sua sopultura. Et Catellina si n'andò inn altra parte molto
avaccio e celatamente. In questo mezzo genti che passavano [per la via] per lo
camino trovaro il morto di novello, e Catone intorno lui, sì PENSARO CERTAMENTE
CHE CATONE AVESSE FATTO IL MALIFICIO, e perciò fue esso ACCUSATO di
quella morte; ond'elli in sua defensione levava da ssè quel fatto dicendo
che fatto noll'avea e che no'l dovea fare, perciò ch'ERA SUO PARENTE, e
dicea che noU'arebbe potuto fare, perciò eh' elli era malato di sua persona. Et
così recava il fatto e LA COLPA SOPRA CATELLINA, perciò che '1 dovea fare come
di suo nemico e poteal fare, eh' era sano e forte e di reo animo. Et
poi che Tulio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì insegnerà in
questa altra partita riferire il peccato. Ttillio dice che è riferire il
peccato. 58. Riferire il peccato è quando si dice che ssia
fatto per ragione, in perciò che alcuno avea tutto avanti fatto a
liuì 30. ingiuria. i : m 7 al chamai-lingo 4-ò: M om. ch'egli... ma dice m nel fare
5 : Af ' che un altro 9: VI
om. grande 12 : m di suo corpo
malato 15: M^ gente J/' m om. per la via - 16: m il novello
morto 18 : M' tn fu elgli - 1!) : M'
chelgli facto 20-Sl : m avea nel
dovea fare o?n. e dicea che Jlf ' ohe noi potea fare ~ ohi. elli 23: m pero chelli dovea fare 25: M-m om. si M' insegna
26: M' jxirte M-m refrenare
(sempre) : vi pero che da\anti Le parole per la via sono con
tutta probabilità una glossa o una variante di per lo camino; infatti
mancano in codici delle due famiglie. Lo sponitore. Dice Tullio che
riferire il peccato è allora quando l'accusato dice ch'elli àe fatto a
ragione quello di che elli é accusato, perciò e' a Uui fue prima fatta
tale ingiuria che dovea a rragione prendere tale vengianza, sì come
apare neir exemplo d' Orestes, che fue accusato della morte di sua
madre, et esso dicea che ll'avea morta a ragione, perciò che
primieramente avea ella fatta a llui ingiuria, cioè ch'avea morto il
padre d' Oreste; e di questo nasce cotale questione se Oreste fece quel fatto a
ragione o no. Et poi che Tullio àe insegnato riferire lo peccato, sì
insegnerà ornai che è comparazione. CICERONE dice che è comparazione.
Comparazione è quando alcuno altro fatto si contende cfie fue diritto et
utile, e dicesi che quello del quale è fatta la riprensione fue commesso perchè
quell'altro si potesse fare. In questo luogo dice CICERONE che quella
questione è appellata comparazione nella quale l'accusato dice ch'à
fatto quello eh' è a llui apposto, i^er cagione di poter fare un
altro fatto utile e diritto. Verbigrazia : Marco Tullio, stando nel
più alto officio di ROMA, sentìo che coniurazione si facea per lo male
del comune, ma non potea sapere chi né come. Alla fine diede dell'avere
del comune in grande quantitade 25. ad una donna la qiiale avea
nome Fulvia, et era amica per amore di Quinto Curio, il quale era
sapitore del tradimento ; e per lei trovò e seppe dinanzi tutte le cose
in tale maniera eh' elli difese la cittade e '1 comune della molt'alta
tradigione. Ma alla fine fue ripreso ch'elli avea troppo ma 2 : M'
allocta 4 : M' facla prima 5 : M' prenderne (ma L prendere) tale
vendctla pare 6: M' dela sua madre 8: m prima
J/' facto, m aliai fatto - iO: m om. El 14: M-m quanto un altro 16: M' per quell'altro - 18: JW in questa
parte 19: M-m che facto 26: M^
ora parteDce 28: M' dela mortalo
lamente dispeso l'avere di Roma. Et elli in defensione di sé
dicea che quelle spese avea fatte per fare un altro fatto utile e
diritto, cioè per scampare la terra di tanta distruzione, e quello scampamento
non potea fare sanza 5. quella dispesa; e cosi mostra che '1 fatto del
quale elli è ripreso fue fatto per bene. Et poi che Tullio àe detto
delle quattro parti della constituzione assùntiva, la quale è parte
della iudiciale sì come pare davanti nel trattato della constituzione del
genere, sì ridicerà elli brevemente sopra la questione traslativa, della
quale fue assai detto in adietro, per dire alcuna cosa che là fue
intralasciata. Come Ermagoras fue trovatore della questione translativa. Nella
IV questione, la quale noi appelliamo translativa, certo la controversia
d'essa questione è quando si tenciona a cui convegna fare la questione, o
con cui od in che modo, o davante a cui, per quale ragione, o in che
tempo ; e sanza fallo tuttora è controversia o per mutare o per
indebolire l'azione. Et credesi che Ermagoras fue trovatore di questa
constituzione; non che molti antichi parlieri non l' usassero spessamente, ma
perciò che Ili scrittori 20. dell'arte non pensaro che fosse delle
capitane e non la misero in conto delle constituzioni. Ma poi che da llui
fue trovata, molti l'anno biasimata, i quali noi pensamo e' anno fallito
non pur in prudenzia;(i) che certo manifesta cosa è che sono impediti per
invidia e per maltrattamento. Questo testo di Tullio è assai aperto
in sé medesimo, e spezialmente perciò che della questione o
constituzione translativa è assai sufficientemente trattato indietro
in i : M' l'avere del comune 3:3/'
diiicto 7 utile - 4: M' non si pelea fare 7: M< om. assiintiva - 8:
M' iuridiciale //: M-m che ella l'uo
translassala lS:M-m emargonis 13: M Uela quarta q. (e punto ilnpn
translativa) 15-1 (!: M' davanti
cui M-m sanfa follia 19: M' parladori 23: M' cambiano - S4 : M' per mal.
(1) La traduzione non è esatta, poicliè il testo latino dice: quos non
tamimprudentia falli indamus (res enim perspìcua est) quam invidia atque
óbtrectatione quadam inipediri. Si potrebbe proporre per congettura non
per imprudenzia ; ma non sembra contraddirvi il 8 -3 del commento
parlando di '' alquanti che non erano bene savi,, ? altra
parte di questo libro, e là sono divisati molti exempli per dimostrare
come si tramuta 1' azione quando non muove la questione quelli che dee, o
centra cui dee, o innanzi cui dee, o per la ragione che dee, o nel tempo che
. 5. dee. Z.Sicchè al postutto in(i) questa translativa conviene
che sempre sia : o per tramutare l' azione in tutto, come appare indietro
nell'exemplo di colui che risponde all'aversario suo: « Io non ti risponderò di
questo fatto né ora né giamai »; e così in tutto tramuta l'azione
dell'aversario etc. O é per indebolire l'azione in parte ma non del tutto,
si come appare nell' exemplo di colui che risponde all' aversario suo : «
Io ti risponderò di questo fatto, ma non in questo tempo» o «non davante
a queste persone». Et dice Tullio che Ermagora fue trovatore della
translativa constituzione, cioè che Ha mise nel conto delle quatro
constituzioni sì come detto fue inn adietro. Et di ciò fue ripreso da
alquanti che non erano bene savi e che aveano invidia e maltrattamento
contra lui. Nota che invidia è dolore dell'altrui bene, e maltrattamento
è dicere male d'altrui. Tullio dice che davanti diceva exempli
in ciascuna maniera di constituzioni. Già avemo disposte le constituzioni e le
loro parti; ma li axempli di ciascuna maniera parrà che noi
possiamo meglio divisare quando noi daremo copia di ciascuno de'
loro argomenti; perciò 25. ch'allotta sarà più chiara la ragione
d'argomentare, quando l'exemplo si potrà a mano a mano aconciare al
genere della causa. Vogliendo Tullio passare al processo del suo
libro, brievemente ripete ciò eh' à detto avanti, dicendo che dimo2: M-m
si traclava 3: M^ che dee conLra cui dee
~ 6: M come pare 8: M' non ti
rispondo iO: M-m Oo, M' Onde M imparte
m non in tutto H : M' pare
13 : Mi dinanzi a ([. 14: M translatore,
m traslatotore 15: M^ìa conto 17: 3f
dalquanti 18 : M-m male tractamento con
altrui 21: M-m construclioni 22: M exposte le e. 7 loro parti 24: Mi di loro argomenti 25: M' de l'argomentare 26:m della cosa 29: M ke detto, m che detto Jlf ' dinanzi (1) L'essere
attestato in da tutti i codici rende esitanti a toglierlo, come la
sintassi e il senso sembrano richiedere. Forse si può sottintendere dal periodo
precedente la parola questione : " conviene che sia questione in questa
translativa „ ecc. strato à che sono le constituzioni e le loro
parti, ma in altra parte porrà certi exempli in ciascuno genere delle
cause, cioè nel deliberativo e nel dimostrativo e nel iudiciale,
quando ti'atterà il libro di ciascuno in suo stato. E da cciò si parte il
conto e torna a trattare secondo che ssi conviene all' ordine del libro per
insegnamento dell' arte. Qual cai/sa sia simpla e quale
congitmta. Poi eh' è trovata la constituzìone della causa,
ìmmantenente ne piace di considerare se Ila causa è simpla o congiunta.
Et s'ella è congiunta, si conviene considerare se ella è congiunta di
piusori questioni o d'alcuna comparazione. Apresso al trattato nel quale
Tullio àe insegnato trovare le constituzioni e le sue parti, si vuole insegnare
qual causa sia simpla, cioè pur d'uno fatto e qiiale sia congiunta, cioè di due
o di più fatti, e quale sia congiunta d'alcuna comparazione, e di
ciascuna dice exemplo in questo modo : Della causa
simpla. Simpla è quella la quale contiene In sé una questione
assoluta in questo modo: « Stanzieremo noi battaglia contra coloro
di Corinto o non ? ». Dice CICERONE che quella causa è simpla la quale è
pur d'uno fatto e che non è se non d'una questione solamente.
Verbigrazia : La città di Corinto non stava ubidiente a Roma,
onde i consoli di Roma misero a consiglio se paresse 2 : M-m
om. parte m delle cose 4-5 : J/' Et di ciò si diparte l'autore, m 7
accio 8: M mantenente, m inmantanento
9: m simplice (sempre cos'i) M' sedella
li: M-m compi^ratione 13:
M' il tractato 15: M (|ualcosa, «i quale
chosa /*: M< l'exeniplo 21: M' m (pielli 25 : vi iliinn chosa SO : M-m <m. stava A/' ali Romani loi-o di mandare
oste a fai"e la battaglia centra loro, o no. Et così vedi che causa
simpla è pur d'una questione del sì o del no. Della causa
congiunta. 5. 64. Congiunta di piusori questioni è quella nella
quale sì dimanda di piusori cose in questo modo: « È Cartagine da
disfare da renderla a' Cartagiartesi, o è da menare inn altra parte
loro abitamento ? Poi che Tullio à detto della causa simpla, sì dice
della congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella
quale àe due o tre o quattro o più questioni. Verbigrazia : I Romani
vinsero a forza d'arme la città di CARTAGINE, et erano alcuni che diceano
che al postutto si disfacesse; altri diceano che Ila cittade fosse renduta
agli uomini della terra, altri diceano che Ila cittade si dovesse mutare
di quel luogo et abitare in altra parte. E così vedi che questa
causa è congiunta di tre questioni che sono dette. Della causa
congiunta di comparazione. Dì comparazione è quella nella quale
contendendo si que stiona qual sia il meglio o qual sia finissimo, in
questo modo : « È da mandare oste in Macedonia contra Filippo inn aiuto
a' compagni, è da tenere in Italia per avere grandissima copia di genti
contra Anibal ? Poi che Tullio avea detto della causa la quale è congiunta di
piusori questioni, sì dice di quella causa eh' è congiunta di
comparazione di due o di tre o di quattro o i : M-m o
fare 2 : M^ om. Et Jlf om. b
5 : M' om. questioni 6 : m di
più sore 7 : M' da. rendere a
Cartaginesi 12 : m due tre o quattro
questioni J3: m per forza om. la cittade di J4: M' elio a! postutto diceano cliella si
disfacesse 17: M-m om. che 18: m
essere coniunta di tre (luestioni dette
21: 3/' o quale finissimo 22: M'
incontro a Filippo 28: M-m di due, di
tre m om. o di quattro (1)
Certamente il traduttore ha frainteso il latino an eo colonia deducatur.
di più cose, nella quale si considera qual partito sia il migliore de'
due o di tre o di più, e se tutti sono buoni e l'uno migliore che 11'
altro, per sape];e qual sia finissimo, cioè il sovrano di tutti.
Verbigrazia : I Romani aveano mandata oste in Macedonia contrà Filippo re
di quello paese, et in quello medesimo tempo attendeano alla guerra
d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni savi di Roma diceano
che '1 migliore consiglio era mandare gente in Macedonia, per attare
l'altra loro oste la quale 10. era in questa contrada; altri diceano che
maggior senno era di ritenere la gente in Italia, per adunare
grandissima oste contra Anibal ; e così contendeano qual fosse il
migliore o '1 finissimo partito : o tenere o mandare la gente.
Della contraversia inn iscritto et in ragionamento. 15. 66.
Poi è da pensare se Ila controversia è in scritta o è in
ragionamento. Lo sponitore. 1. Apresso ciò che
Tulio à dimostrato qual causa è simpla e quale è congiunta e quale di
comf)arazione, sì vuole 20. fare intendere quale contraversia nasce
et aviene di cose e di parole scritte, e qual nasce pur di ragionamento,
cioè di dire parole e di cose che non sono scritte ; e cosi vuole CICERONE
aj)ertamente insegnare per rettorica ciò e' altre de' dire a ciascun
ponto di tutte le cause che possano inter 25, venire ; e perciò dicerà
della scritta per sé e del ragionamento per sé, e di ciascuno partitamente in
questo modo : Della contraversia che nasce di cose scritte.
67. Contraversia inn iscritta è quella che nasce d'alcuna qua litade
di scrittura Ce. XIII). Et certo le maniere di questa che 30. sono
partite delle constituzioni sono cinque : Che talvolta pare che Ile
i-2: m sia ihigloru ili lUie ecc.
il/' o Ire o iiifi •/: iV/' ohi.
cion il sovrano 5: M'-L (li
i|iielli del paoso, S di c|iielli paesi 7: m om. ad oste * : hi elio mogio iO: m J/i in ipiella contrada il : M' om. di m a rilenore gente 12 : M contra nibal, i» contro ad
Anibal 15: M-m e scripla, If' e in
scriplo o in ragionamento: M-m i|ual cosa
19: m quale e 22: M-m om. dire e
che non sono scritte 23: M' mostrare -
24: m possono 25: M'E cosi 29: M da. questa 30:M' dale constilutioni parole medesimo
iU siano discordanti dalla sentenzia dello scrittore ; e talvolta pare
che due legi o più discordino intra sé stesse; e talvolta pare che quello
eh' è scritto signiffichi due cose o più ; e talvolta pare che di quello
ch'è scritto si truovi altro che non è 5. scritto ; e talvolta pare che ssi
questioni in che sia la forza della parola, quasi come in diffinitiva
constituzione. Per la qual cosa noi nominiamo la prima di queste maniere
di scritto e di sentenzia; il secondo appelliamo di legi contrarie, la
terza apelliamo dubiosa, la quarta appelliamo dì ragionevole, la quinta
apelliamo diffinitiva. Poi che CICERONE à dimostrato qual causa sia pur d' un
fatto o di più, immantenente vuole dimostrare qual contraversia è in scritta e
quale in ragionamento; et in questo dice primieramente di quella ch'è inn
iscritto, cioè che 15. nasce d'alcuna scrittura. Et questo puote
essere in cinque modi. Il primo modo è appellato di scritto e di
sentenza, pei'ciò che Ile parole che sono scritte non pare che
suonino come fue lo 'ntendimento di colui che Ile scrisse. Verbigrazia:
Una lege era nella cittade di Lucca, nella quale erano scritte queste
parole: « Chiunque aprirà la porta della cittade di notte, in tempo di
guerra, sia punito nella testa ». Avenne che uno cavaliere l'aperse per
mettere dentro cavalieri e genti che veniano inn aiuto a Lucca, e
perciò fue accusato che dovea perdere la testa secondo la legge scritta.
L'accusato si difendea dicendo che Ila sentenzia e lo 'ntendimento di
colui che scrisse e fece la legge fue che chi aprisse la porta per male
fosse punito ; e cosi pare che Ile parole scritte non siano accordanti
alla sentenzia dello scrittore, e di ciò nasce controversia
intra loro, se si debbia tenere la scritta o la sentenza. La seconda
maniera è apiiellata di contrarie leggi, perciò che 1 : M' m medesime m dalle sententie 2: me téilora -- M' si discordino 3: M' significa 4: M-m o talvolta M' che nono che scripto 6: M-m nm. in
A/' mdilTìnitiva ([uestione 11:
M-m qual cosa 13: M-m e Sbripta - m e in
ragionamento 14 : m primamente 18
: M om. fue 20: M ai)iira, m apira 21 : M-m om. in tempo di guerra M' si sia punito della testa 23: M' si difende 30: m se si dee M' lo scritto 31 : M' om. maniera (1) Cfr. p.
46, 1. 30: nai medesimo. pare che due leggi o più discordino intra sé
stesse. Verbigrazia : Una legge era cotale, che chiunque uccidesse il
tiranno prendesse del senato cheunque merito volesse. Et nota che tiranno
è detto quelli che per forza di suo 5. corpo o d'avere o di gente
sottomette altrui al suo podere. Un'altra legge dice che, morto il
tiranno, dovessero essere uccisi cinque de' pili prossimani parenti. Or
avenne che una femina uccide il suo marito, il quale era tiranno, e
domanda al senato per guidardone e per nierito un suo figlio. LA PRIMA
LEGGE concede che ssia dato, l'altra comanda CHE SIA MORTO. E così sono due
leggi contrarie, e perciò nasce questione se alla femina debbia essere
renduto il suo figliuolo o se debbia essere morto. La terza maniera è
apellata DUBBIOSA, perciò che pare che quel eh' è scritto SIGNIFICHI DUE
COSE O PIU. Verbigrazia. Alessandro
fa testamento nel quale fa scrivere così. Io comando che colui eh' è mia
reda dia a Cassandro C vaselli d'oro e quali esso vorrà. Api^esso la
morte d'Alessandro venne Cassandro e domanda C vaselli al suo volere e
che a llui piacessero. Dice la reda. Io ti debbo dare que'ch'io
vorrò. Et cosi di quella parola scritta nel testamento, cioè, i quali esso vorrà, si è dubbiosa a intendere
del cui volere ALESSANDRO DICE; e di ciò nasce questione intra
loro. La quarta maniera è appellata RAGIONEVOLE, perciò che di quello eh'
è discritto si truova e se ne ritrae altro CHE NON E SCRITTO O DETTO. Verbigrazia
: Marcello entra nella chiesa di Santo Petro di Roma e ruppe il
crocifixo, e taglia le imagini di là entro. E accusato, ma non si
truova neuna legge scritta sopra così fatto malificio, né convenevole non
era che nne scampasse sanza pena. E perciò il suo adversario ritraeva
d'altre leggi scritte quella pena che ssi convenia a Marcello
ragionevolemente. La quinta maniera é appellata DIFFINITIVA, perciò che
pare che ssi questioni LA FORZA D’UNA PAROLA scritta, sicché conviene i
: M' si discordino - M stesso m tralloro
- 5 : M^ di genti - 6-7: m L essere morti - Jl/' om. de' 7 : M'-L una femina il suo marito....
uccise 9 : m e merito 10: M' che
le sia dato, l'altra leggie iS: m nasce
controversia Mm sella femina 13:
m se dee 14-15: M' che lo scritto i6: Jtf' cos'i scrivere 1 7 : M-m om. coUii eh' è 18: M' i quali 19: M' cento vaselli d'oro 20: J/' la rede. [o ti voglio dare - m
om. dare - S3: M' 7 cosi - S5: M' che scripto - S6 : M-m Martello - S7 :
M' San Piero 38 : M-m om. Fue
accusato - /. trovava 29-30 : m alcuna
legge.... colalo maliflcio, e convenevole non era che scampasse 32 :M' che si conviene Mm Martello che quella parola sia
diffinita e dicasi il proprio intendimento di quella parola. Verbigrazia : Dice
una legge. Se '1 signore della nave n'abandona per fortuna di tempo ed un
altro va a governarla e scampa la nave, sia sua. Avenne che una nave di Pisa venne
in Tunisi e presso al porto sorvenne sì forte tempesta nel mare, che '1
signore usce della nave et entra inn una picciola barca. Un altro
ch'era malato rimase nella nave e tennesi tanto là entro che '1 mare torna
in bonaccia, e la nave campa in terra. E perciò dicea che la nave e sua
secondo la legge, perciò che '1 segnore l'abandona et esso l'avea difesa.
Il segnore dicea che perch'elli entra nella picciola barca non
abandona perciò la nave ; e cosi era questione intra loro sopra questa
PAROLA dell'ABBANDONO della nave ; e per 15. sapere LA FORZA d'essa
parola conviene che ssi difinisca e dicasi il proprio intendimento. 6.
Già à detto Tullio di quella contraversia la quale è in iscritta e delle
sue cinque parti. Omai dicerà di quella contraversia eh' è in
ragionamento. 20. Della contraversia la quale nasce di
ragionamento. Ragionamento è quando tutta la questione è inn
alcuno argomento e non inn ìscrittura. Quella è contraversia in
ragionamento nella quale non si considera alcuna cosa che ssia per
scrittura, ma prendesi argomento e pruova per parole FUORI DI SCRITTA a
dimostrare che dee essere sopra quella questione. Verbigrazia : Dice Anibaldo
che Italia è migliore paese che Frància. Dice Lodoigo che no. E di ciò
era questione ti'a lloro, e perciò conviene recare argomenti in
ragionando per mostrare che nne dee essere, e questo senza scritta
acciò che sopra questo no è legge né scrittura. 3: m om. della nave M' labandona
S : M' de Pisani M-m di
Tunisi 6 : M sovenne, m venne, L
sopravenne M^ di mare 7-8 : M' usci di fuori un altro corse a governare la nave 9: m campo intera 11: m et egli 12: m pichola nave 13: 3f' non avoa
abbandonata perciò 1. n., m non pero elli abandonava la grande 14: M' di questa parola, m sopra questo
abandono 15: M-m la forma m ripete conviene 16: m dicha 22: m e none
24 : M' Qurlla controversia 6 in rag.
28: M' Anibal 29 : m lodovico, M'-L loodico, S dice l'altro, dico
che no 31 : m 7 questo e senza
scritta Delle IV parti della causa. Adunque, poi che
considerato è il genere della causa e cognosciuta la constituzione et
inteso quale è simpla e quale è congiunta, e veduto quale contraversia è di
scritto e di ragionamento, 5. ornai fie da vedere quale è la quistione e
quale è la ragione e quale è il giudicamento e quale è il fermamento
della causa ; le quali cose tutte convengono muovere della
constituzione. In questa parte dice CICERONE che poi ch'elli à
insalo, gnato che è lo genere delle cause, cioè dimostrativo e diliberativo e
giudiciale, et à fatto cognoscere che è la constituzione, cioè e qual sia
congetturale e quale diffinitiva e quale translativa e quale negoziale,
et à fatto intendere quale è simpla e quale congiunta, cioè qual contiene
in sé una questione o più, et à fatto vedere qual contraversia è inn
iscritto e quale in ragionamento, sì come tutti questi insegnamenti
paionsi adietro là dove lo sponitore l'à messo inn iscritto e trattato di
ciascuno sufficientemente, ornai vuole CICERONE procedere e dimostrare
apertamente qual sia 20. la questione e la ragione e '1 giudicamento e '1
fermamento della causa ; le quali cose tutte muovono e nascono
della constituzione, ciò viene a dire che la constituzione è il
cominciamento di queste cose. Questione è quella contraversia la quale
s'ingenera del contastamento delle cause in questo modo : « Non
facesti a ragione Io feci a ragione». Questo è contastamento delle cause nella
quaied) 2: m om. 63: m om. cognosciuta M intesto
Af' qual congiunta 4: M-m
quale conti'aversia <ii scripto m o
di ragionamento 5: A/' oggimai sarà 5-6: M' ha sulo il primn b M-m il confermamento 6-7: M-m 7 tucte i|UOSte cose le quali conv.
9: M chelle, m chebbe asengnato, M' che elgli 10: M' diliberativo,
ilimostrativo i2: in cioè qual
sia 13: M-m a facto cognoscere 14: m quale simplice - 17: M'
amaeslramenti M paio sàdietro, Mi-L
jiaiono in adiotro 18: M 7 tracio 22: M-m um. ciò V. a d. e. la
constituzione 25 : M -L Di
(|uistione m si genera 26-27 : M' de cause M-m om. a
M' il contrastamento ~ L nele quali, S nel quale (1)
Evidentemente dovrebbe dire nel quale; ma appunto per questo non saprei
spiegare come alterazione volontaria né come svista il nella quale (dato tanto
da M quanto da ikf'), e lo crederei piuttosto dovuto a una distratta
traduzione del latino Causarum haec est conflictio, in qua constitiUio
constai. è la constituzìone, e di questa nasce contraversia la quale noi
appelliamo questione, in questo modo: se fatto l'à a ragione o no.
Lo sponitore. 1. Nel testo il quale è detto davanti insegna
Tullio 5. cognoscere e sapere che è la questione; et in ciò dice
che questione è quella che ssi conviene considerare sopr' a cciò di
che le parti tencionano, e così s'ingenera del contastamento delle parti, cioè
di quello che 11' uno appone e l'altro difende. Verbigrazia : Dice la
parte che appone all'altra . 10. « Tu non ài fatta i-agione, che tu
prendesti il mio cavallo »; e la parte che ssi difende risponde e dice :
« Si, feci ragione Or è la causa ordinata, cioè che ciascuna parte à detto,
l'una accusando e l'altra difendendo, e questa è appellata constituzione. Sopra
questo si conviene sapere se 15. n'accusato à fatta ragione o no.
Questo è quello che Tullio appella questione. Dunque potemo intendere che
quando le parti anno detto e quando l'accusatore àe apposto in.
contra l'aversario suo e l'accusato àe risposto o negando o confessando,
sì è la causa cominciata et ordinata ; e però 20. infine a questo
punto èe appellata constituzione, cioè viene a dire che Ila causa è cominciata
et ordinata ; da quinci innanzi, se l'accusato niega e diféndesi, si
conviene che ssi connosca se Ila sua defensione è dritta o no, cioè
quando dice : « Io feci ragione » conviensi trovare s' elli à fatto
25. ragione o no, e questa è appellata questione. 3. Et perciò che
la scusa dell'accusato, a dire pur così semplicemente: « Io feci ragione
», non vale neente se non ne mostra ragione per che e come, insegnerà Tullio
immantenente che ragione sia. 30. Di ragione. 71.
Ragione è quella che contiene la causa, la quale se ne fosse tolta non
rimarrebbe alcuna cosa in contraversia. In questo modo mo sterremo, per
cagione d'insegnare, un leggieri e manifesto 4: M-m nel
quale - 6: M' 6 quella m sopra
quello 10: M' facto ragione i5: M
dopo ragione ripete che tu prendesti il mio cavallo 13: m luna luna M' {(uesto 15: M^ m facto 15-16: M' Et questo.... comune questione 17: M-m posto
19: M S l'accusa - SO: M' m ciò viene a dire SS: M-m om. sì S4: M' facta
S5: M' e facta questione
S6: M-m om. Et - l'accusa S7 : M'
m se non mostra S8 : M' si
insegnerà 31 : m se non fosse 3S : M' non vi rim. 33: M-m d'insegnare leggere manifesto
exemplo exemplo. Se Orestres fosse accusato di matricidio et elli
non dicesse: « Io il feci a ragione, perciò eli' ella avea morto il mio
padre », non avrebbe difensione; e se non l'avesse non sarebbe
contraversia. Dunque la ragione dì questa causa è eh' ella uccise
Agamenon. Lo sponitore. Si come appare nel testo di Tulio, ragione è
quella clie sostiene la causa in tal modo che, chi non assegna e
mostra la ragione della sua causa, certo non sarà controversia, cioè non à
difensione; e cosi la causa dell'aversario IO. rimane ferma e non à
contastamento. 2. Verbigrazia: Vero fue che Ila madre d'Orestres uccise
Agamenon suo marito e padre d'Orestres ; per la qual cosa Orestres, per
movimento di dolore, fece matricidio, cioè che uccise la madre. Fue accusato
di matricidio, et elli confessa, ma dice che '1 15. fece a ragione;
se non dice perchè e come, la sua difensione non vale neente, e se la
difensione non vale neente non è contraversia né questione. 3. Ma se dice
cosi : « Io lo feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre »,
sì mantiene la sua causa e vale la sua difensa, mostrando la
20. ragione e la cagione perch'elli fece il matricidio. Et poi che CICERONE
à dimostrato che è questione e che ragione, sì dimosterrà che è
giudicamento. Giudicamento è quella contraversia la quale nasce de lo
'nde25. bolire e del confirmare la ragione. Et in ciò sia quel medesimo
exemplo della ragione che noi aven detta poco davanti : « Ella avea morto
il mio padre ». Dice il savio: « Sanza te figliuolo convenia eh' essa madre
fosse uccisa ; perciò che 'I suo fatto si potea bene punire sanza tuo
perverso adoperamento ». (e. XIV) Di questo 30. mostramento della ragione
nasce quella somma controversia la quale noi appelliamo giudicamento, la
quale è cotale: se fosse diritta cosa che Orestres uccidesse la madre,
perciò ch'ella avea morto il suo padre. i : m di martecidio 2 : M-m om. ella 4 : M-ni chelluccise a ragione 7-8 : M' mostra 7 assegna ragione 10: M' m 0111. Vero 13: M' om. cioè.... di matricidio 16:
M-m om. e so la difensione non vale neente (A/' ef))unge neente) 19: m difesa
20: m om. El 22: M-m
dimostra 24: M' om. quella M-m ohi. nasce 25: M-m in ciò a quel med. 26: M' aveino dello 27 : M' Dice l'avversario 2S: M-m si potrà 29 : M' sanila il tuo p. 31 : M' se fu Cicerone dice e insegna
che è ragione; et perciò che della ragione nasce il giudicamento, sì
tratta egli del giudicamento per dimostrare come e quando et in che
5. luogo sia. Verbigrazia : L'accusato assegna ragione perchè fece quel
fatto e conferma la sua difensa per quella ragione. L'accusatore dice contra
questa difensa et indebolisce la ragione dell'accusato, linde di ciò che
conferma l'uno et inforza la sua difensione e l'altro la
infievolisce 10. e falla debole, sì ne nasce una questione la quale
è appellata giudicamento, perciò che quando ella è provata si puote
giudicare. 2. Et in ciò sia quel medesimo exemplo di sopra : Orestres
assegna la ragione per la quale elli uccise Clitemesta sua madre: perciò
ch'ella avea morto 15. Agamenon ; e così conferma la sua
defensione. Ma contra lui dice l'aversario. Tu non la dovei punire né non
convenia ad te punirla di ciò, ma altre la dovea e potea punire sanza tua
perversità, e sanza tua così crudele opera, come del figliuolo uccidere
sua madre. Et così indebolia la ragione d' ORESTE e mettealo in vituperoso
abominio, e sopra questo, cioè sopra '1 confermamento e sopra lo
'ndebolimento della ragione, nasce questione la quale è appellata giudicamento
perciò che ssi puote giudicare. 3. Et omai à detto Tullio che è questione
e che è ragione e che è 25. giudicamento ; sì dicerà che è
fermamento. Del fermamento. 73. Fermamento è il
firmissimo et appostissimo argomento al giudicamento, come se Orestres
volesse dire che ll'animo il quale la madre avea contra il suo padre,
quel medesimo avea contra lui 30. e contra le sue sorelle e contra il
reame e contra l'alto pregio della sua ingenerazione e della sua familia,
sicché in tutte guise doveano i suoi figliuoli prendere in lei la
pena. 2: M-m om. è 3-4: M-m che
deliboragione nasce del iuilicamento por dimostrare ecc. 5: M' om. sia
M' assegno 7:3/' quella 3/
difesa 8-10: M' che rimo conferma 7
inforfa la sua ragione.... fa debole M-m
isforca m la indebolisce IS : m a quello med. 13: M' assegna ragione 16: M 7 non convenia, m e non si convenia
17: m 7 convenia punirla 18-19:
M' om. tua e del m la sua madre 21-22: M< sopra confermamento dela
ragione 23: m om. Et 24: M i ohe ragione, m nm. 27: M-m om.
è 30: M' \n serocchie.... l'altro
pregio Poi che Tullio aè dimostrato che è questione e ragione e
giudicamento, sì dice in questa parte che è fermamento. E certo lo 'nsegnamento
suo è molto ordinata 5., mente : che primieramente è questione intra Ile
parti sopr'alcuna cosa la qual'è aposta ad uno e detto sopra lui
che non à fatto bene o ragione, et elli in sua difesa dice ch'à fatto
bene o ragione, e di questo nasce la questione, cioè se esso à fatto
ragione o no. Apresso dice l'accusato 10. la cagione per la quale elli
avea ragione di fare ciò, e questa è appellata ragione. Et quando
l'accusato à detta la ragione, il suo adversario dice contra quella
ragione et indebolisce quello dove l'accusato ferma la ragione, e
questa è appellata giudicamento. 15 Fermamento. Poi che Ila
questione del giudicamento è nata, si conviene che ll'accusato tragga
innanzi i fermissimi argomenti bene apposti contra il giudicamento. Verbigrazia
: Orestres à detto che uccise la madre perciò ch'ella avea morto il
padre, e così assegna la ragione perch'elli l'uccise; il suo adversario
mettendolo in questione di giudicamento dice c'a llui non si convenia ma
ad altrui, e così indebolisce la sua ragione. 3. Or conviene che Orestres dica
manifesti argomenti, e dice così. Tutto altressì coni' ella 25.
uccise il suo marito mio padre, così avea ella conceputo d'uccidere me e
le mie sorelle, cui ella avea ingenerate di suo corpo, e mettere il
nostro regno a distruzione et abassare l'altezza del nostro sangue, e
mettere in periglio la nostra famiglia ». Ed in questi argomenti accoglie
fermissima defensione della sua ragione contra il giudicamento, e dice: «
Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et 2: M-m
ragione 7 ((iiestione (m nm. 7) 3: M' s\
dicerà (mn S dico) 5: M-m questioni 6: M' sopralcuna causa la qua'.e appella ad
uno 7 detto contra lui 8: Mhii om.
ch'à fatto bene ragione 9: M' se elgli,
m selli M' a l'acto a ragione H : M\ m* detto i3;Jf fermava
i4: m questo e apellato - 17:,AV nelaccusalo trarre 18: M» appostati
- i9: M' clielgli uccise.... chella uccise
SI: A/ niente dolo - S3: M' om. sua JW i fermissimi argomenti 29: M 7 dinquesti, »i 7 in <juesti, 3/' 7
di questi La rubrica di M (clie di regola seguo) ha qui ludicamento, certo
per effetto della parola precedente. avea pensato di fare
cotanta crudelitade, sì fue al postutto convenevole che Ili suoi propii
figliuoli ne le dessero pena e non altri >. Et questi sono fermissimi
argomenti ne' quali dice che '1 fatto della madre fue crudele, superbo e mali5.
zioso. 4. Et nota che quel fatto è appellato superbo il quale alcuno
adopera centra' maggiori, sì come quella fece uccidendo il re Agamenon. Et
quello è crudele fatto il quale alcuno adopera contra' suoi, sì come
quella fece contra la sua famiglia. Et quello è malizioso fatto il quale
è molto 10. fuori d'uso, sì com'è contra naturale usanza ch'alcuna
femina uccida il suo marito e figliuoli e distrugga un alto reame. 5.
Onde questi fermissimi argomenti e' quali l'accusato mette davanti per confermare
le sue ragioni et incontra lo 'ndebolimento che facea l'aversario, sì è
ap 15. pellato fei'mamento. In quale constiti izione non à
gindicamento. Et certo neil'altre constituzioni si truovano giudicamenti
a questo medesimo modo ; ma nella congetturale constituzione,
perciò che in essa non s'asegna ragione (acciò che '1 fatto non si
concede) 20. non puote giudicamento nascere per dimostranza di ragione; e
però conviene che questione sia quel medesimo che giudicamento: «
fatto è, nonn è fatto, sé fatto o no ». Che al vero dire, quante
constituzioni lor parti sono nella causa, conviene che vi si truovino
altrettante questioni, ragioni, giudicamenti e fermamenti. 25. Lo
sponitore. 1. In questa parte del testo dice Tullio che, sì
come per lui è stato detto davanti, così si possono trovare giudicamenti
inn ogne constituzione; salvo che nella constituzione congetturale, della quale
è molto trattato inn 30. adietro, perciò che in essa l'accusato nonn
asegna (i) neuna 1 : Af' avea pensala cotanta crudeltade 2: M nelle, ÌU-L lene dessero 3 : Mi lorlissimi argomenti 5: m nel quale 7 : M Tde agnzenò {sic), m i ro Agamenon m ohi. è 8: M' luomo adopera 9: m om. è ambedue le volte il : A/ un altro IS-i^-.M' om. et, 7» e contro allo i7 : M' ì giudicamenti 22: Mi se facto e. no ~ quante questioni
26 : m om. che 28 : vi nella
questione (1) Si potrebbe anche leggere non n' asegna; ma in M' è
scritto qui e qualche riga più sotto non assegna, mentre la grafia col doppio n
6 frequente in M (cfr. pag. seg., 1. 6, nonn abisogna).
ragione, anzi niega, al postutto non ne puote nascere giudicamento. 2.
Verbigrazia : Uno accusò Ulixes ch'elli avea morto Aiaces. Dice Ulixes :
« Non feci » et cosi nega quel fatto che gli è apposto. Et perciò non
conviene che sopra '1 5. suo negare assegni alcuna ragione. Et poi che
nonn asegna ragione, il suo adversario nonn abisogna d' indebolire
la ragione dell'accusato. Dunque nonde puote nascere giudicamento ; e
perciò conviene che in queste constituzioni congetturali la questione e
lo giudicamento siano ad una 10. cosa: che là ove dice l'accusatore « Tu
uccidesti » et Ulixes dice « Non uccisi », la questione e '1 giudicamento
fie sopi-a questo, cioè se ll'uccise o no. 3, Poi dice CICERONE che
quante constituzioni à una causa, altrettante v'à questioni e ragioni e
giudicamenti e fermamenti. Dell'altre parti della causa. 75.
Trovate nella causa tutte queste cose, son poi da considerare ciascuna parte
della causa ; eh' al ver dire non si dee pur pensare prima ciò che ssi
dee dicere in prima ; perciò che se le parole che sono da dire in prima
tu vuoli inforzatamente congiungere 20. et adunare colla causa, conviene
che d'esse medesime traghe quelle che sono da dire poi. Sponitore.
1. Or dice Tullio : Dacché '1 parliere connosce la causa et àe
inteso ciò eh' elli n' àe insegnato per tutto il libro 25. insine a
questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la quale convegna che dica,
sì dee il buono parliere pensare con molta diligenzia e considerare nella
sua mente, anzi che cominci a dire, tutte le parti della sua causa
insieme e non divise. Che s'elli pensasse in prima pur quella che
4: m chelli fu aposto - 6: M' non a bisogno, m non a ragione 8: M-m om. e 9: M-m la
constituzione i 1 : M' sie sopra q., m
fla i3: M-m otn. v'à 17: M-m e al ver dire 18: M' in prima quello M-m om. dicere S che è da dire inprlma 19: M-m om. in
prima M' tu le vuoigli M isforcatamonte, m sforfatamenie
congiungnerle 20: M' i raunaro M-m elio esse medesime S4: M'-L tutto il titolo, i' tutto il
telo (tic) S8: i/' causa sua S9: M' pur quello che sia da dire (Z.
aggiunge in prima) prima sia da dire e non pensasse ch'elli dovesse
dire poi, senza fallo il suo cominciamento si discorderebbe dal
mezzo et il mezzo dalla fine. 2. Ma chi accorda bene le sue parole
colla natura della causa et in innanzi pensa che ssi convenga dire davanti e
che poi, certo la comincianza fie tale che nne nascerà ordinatamente il
mezzo e la fine. Tutto altressì fae il buono drappiere, che non pensa
prima pur della lana, ma considera tutto il drappo insieme anzi che
Ilo cominci, e de' aver (D la lana e '1 coloi*e e la grandezza del
drappo, e provedesi di tutte cose che sono mistieri, e poi comincia e fae
il drappo. Di VI parti della diceria. Per la qual cosa, quando il
giudicamento e quelli argomenti che bisognano di trovare al giudicamento
saranno diligente15. mente trovati secondo l'arte e trattati con cura e con
cogitatione, ancora sono da ordinare l'altre parti della diceria, le
quali pare a nnoi ai tutto che siano sei : Exordio, narrazione,
partigione, confermamento, riprensione e conclusione.
Sjtoììitore. 20 _ I. Poi che Tullio sufficientemente à
dimostrato la chiarezza delle cause et àe comandato che '1 buono parliere
innanzi pensi tutte le parti della causa per accordare il mezzo e la fine
colla comincianza del suo dire, si che sia l'una parola nata dell'altra,
sì dice esso medesimo che poi 25. che tutto questo eh' è fatto,(3)
e trovato il giudicamento della 1 : M' che sia da dire poi
4: M' m om. in 5 : M' la incomincianca,
m il cominciamento 6: M' che nostera
(corr. moslera), L mosterra, S mostra 7:
if ' in prima 9-10: M' anzi che cominci.... accio mestieri m sono mestiere 11: M^ i\ suo drappo ordinatamente, L
affare il s. d. ordinatamente 14 : M^
che si bisognano -17: M' che sono sei.... petitione invece di
partigione 20 : M^ a sofficientemente
dem. S3: M' el Dne con la
incomincianpa M-m om. sì 24: M om. nata 25: M^-L questo e facto (1) Tutti
i codici hanno 7 daver 7 davere, che può esser nato facilmente dall'aver
preso il de' per la preposizione di. Tanto il senso quanto la sintassi
sarebbero poco chiari leggendo e d'aver. (2) Preferisco la lezione
di M perchè non è probabile che la parola ordinatamente, che si trovava in
evidenza in fine al discorso, sia sfuggita al copista. Forse l'aggiunta
If' (L) fu determinata AaW ordinatamente di poche righe prima. (3)
Cioè " dopo che tutto questo è fatto „ . Per il che pleonastico cfr. p.
20, n. 2, p. 21, n. 1 e qui dopo p. 99, 1. 18. Le lezioni di M^ e di L si
spiegano con quelle di M-m, ma non viceversa. causa e ciò che vi
bisogna secondo i comandamenti di rettorica (i quali si convengono trattare con
molto studio e con grande deliberazione) ; anco sopra tutto questo si
convengojio pensare l'altre parti della diceria, delle quali non 5. è
detto neente, e sono sei ; e di ciascuna per sé tratterà il libro
interamente. Lo sponitore chiarisce tutto ciò eh' è detto inn
adietro. Et sopra questo punto, anzi che '1 conto vada più innanzi,
piace allo sponitore di pregare il suo porto, per cui amere è composto il
presente libro non sanza grande afanno di spirito, che '1 suo
intendimento sia chiaro e lo 'ngegno aprenditore, e la memoria ritenente
a intendere le parole che son dette inn adietro e quelle che
seguitano per innanzi, sì che sia, come desidera, dittatore perfetto
e 15. nobile parladore, della quale scienzia questo libro è lumiera
e fontana. 3. Et avegna che '1 libro tratti pur sopra controversie et
insegni parlare sopra le cose che sono in tendone, et insegna cognoscere
le cause e Ile questioni, e per mettere exempli dice sovente
dell'accusato e dell' ac 20. cusatore, penserebbe per aventura un grosso
intenditore che Tullio parlasse delle piatora che sono in corte, e
non d'altro. 4. Ma ben conosce lo sponitore che '1 suo amico è
guernito di tanto conoscimento ch'elli intende e vede la propria
intenzione del libro, e che Ile piatora s'aparten 25. gono a trattare ai
segnori legisti ; e che rettorica insegna dire appostatamente sopra la
causa proposta, la qual causa no è pur di piatora né pur tra accusato et
accusatore, ma é sopra l'altre vicende, sì coinè di sapere dire inn
ambasciarie et in consigli de' signori e delle comunanze et in 30.
sapere componere una lettera bene dittata. 5. Et se Tullio dice che nelle
dicerie intra le parti sono le constituzioni e questioni e ragioni e
giudicamento e fermamento, ben si dee pensare un buono intenditore che
tuttodie ragionano le 1: M' Olii, vi S: vi làlluro
3: M liberalione - M ancora, m aiicir
4 : m le IKirli 5: M-m
oiii. per sé 8-9: Mi cliel maestro....
più avanti iO: m questo libro i3:
m mii. clie son M' seguiranno i4: in per lo innanzi i8: vi insegni o»n. o dinanzi a per i9:m exenpro
20: M-vi 7 penserebbe .?;: if'
trattasse S2:m ha bene 24-2.^: Af si pertegnono - m 7 a singnorì M-m le giustitio 26- M' appostamento M' in sapere
2M 7 nele comunanze, (L e dello), mi delle comunanze 31 : m trailo parti - 32: M-m im. e ragioni,
e l'ermamento m ohi. si genti
insieme di diverse materie, nelle quali adiviene sovente che ir uno ne dice il
suo parere e dicelo in un suo modo e l'altro dice il contrario, sì che
sono in tencione ; e r uno appone e l'altro difende, e perciò quelli che
appone 5. contra l'alti-o è appellato accusatore e quelli che
difende èe appellato accusato, e quello sopra che contendono è appellata
causa. Onde se l’uno appone e l'altro niega, al postutto di questo non
puote nascere questione se non di sapere se quella cosa che niega elli l'à
fatta o detta o no. Ma quando l'uno appone e l'altro difende, sì è la
causa incominciata et ordinata tra lloro. Et questo è la constituzione
della quale nasce la questione, cioè se Ila sua difesa è a ragione o no;
e poi ciascuno contende come pare a llui per confermare le sue parole e
per indebolire quelle del'altro, sì come appare per adietro nel trattato della
questione e della ragione e del giudicamento e del fermamento. Onde non
sia credenza d'alcuno che, sì come dicono li exempli messi inn adietro,
che ORESTE e accusato in corte della morte di sua madre ; ma le genti ne
contendeano intra loro, che 11' uno dicea che non avea fatto né bene né
ragione, e questo è appellato accusatore, un altro dicea in defensione
d'Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione, e questo è appellato nel libro
accusato. De consiglieri. Così aviene intra' consiglieiù de' signori
e delle comunanze, che poi che sono aserablati per consigliare sopra
alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è messa e proposta
davanti loro, all'uno pare una cosa et all'altro pare un'altra; e cosi è
già fatta la constituzione della causa, 30. cioè eh' è cominciata
la tencione tra lloro, e di ciò nasce questione s' elli à ben consigliato
o no. Et questo è quello che Tullio appella questione. 9. Et perciò l'
uno, poi ch'elli àe detto e consigliato quello che llui ne pare,
immante 2 : M ndicc M'
di.cela m in suo modo ~ 3 : M' in
contentione ~ 4: M n lalti-o appone, m laltio appone M-m quel
6: M quello che, m quello di che
7-9: m om. al postutto.... che nioga M che quella cosa M' selgli la facta il : m cominciata M' intra loro 7
questa 13: M-m è ragione - 16: M om. il
1" e 3° e, hì il 1" e S° 20 : m tralloro dicea chelli
21 : m o ragione 22: m ave
fatto 25: M' adiviene - mi tra
cons. 27: M-m. e in essa 28: m davanti a loro M-m om. cosa et 30: M' lantentione 31 : M-m selli alta consigliato m che allui nente assegna la
ragione per la quale il suo consiglio èe buono e diritto. Et questo è
quello che Tullio appella ragione. 10. Et poi ch'elli àe assegnata la
cagione e la ragione per che, si sforza di mostrare perchè s'alcuno
consigliasse o facesse il contrario come sarebbe male e non diritto ; e
così infievolisce la partita che è contra il suo consiglio; e questo è
quello che CICERONE lappella GIUDICAMENTO. Et poi ch'elli àe indebolita la
contraria parte, sì raccoglie tutti i fermissimi argomenti e le forti
ragioni 10. che puote trovare per più indebolire l'altra parte e
per confermare la sua ragione ; e questo è quello che Tullio
appella fermamente. 12. Et certo queste quattro parti, cioè questione,
ragione, giudicamento e fermamento, possono essere tutte nella diceria
dell'uno de' parlatori, sì come appare in ciò eh' è detto di sopra. Et
puote bene essere la sua diceria pur dell'una, cioè pur infine alla
questione, dicendo il suo parere e non assegnando sopra ciò altra
ragione. Et puote bene essere pur di due, cioè dicendo il suo parere et
assegnando ragione per che. Et puote bene essere pur di tre, cioè dicendo
il suo parere et assegnando ragione per che et indebolendo la contraria
parte. Et puote essere di tutte e quattro sì come fue dimostrato di
sopra. 13. Quest' è la diceria del primo parliere. E poi ch'elli à
consigliato e posto fine al suo dire, immantenente si leva 25. un
altro consigliere e dice tutto il contrario che àe detto colui davanti ;
e così è fatta la constituzione, cioè la causa ordinata, e cominciata la
tenciouB ; e sopra i loro detti, che sono varii e diversi, nasce
questione, se colui avea bene consigliato o no. Poi dimostra la ragione
perchè il suo 30. consiglio è migliore. Apresso indebolisce il
detto e '1 consiglio di colui ch'avea detto dinanzi da llui ; e poi riconferma
il consiglio suo per tutti i più fermi argomenti che può trovare. Adunque
le predette quattro cose o parti possono essere nel detto del primo
parliere e nel detto 35. del secondo e di ciascuno parlamentare.
14. Cosie usata 3-4: M' la ragione 7 la cagione.... clie
s'olciin 6: M' a diriclo m la parie
8:m om Et - i5: M-m cagione, ragione ecc. i4: 3f' d'uno
y5:3f'pare i 6 : 3f-m om. cioè pur
17: m pero M' altre ragioni 18-19: M-m ohi. pur ~ M-m in suo parere
assengnanJo perche SO: M' il suo
pare 21 : M^ la contraria partita - SS:
m di tulli e q. 25-26: Jlf' tutto
il contrario di colui ca detto davanti
27 : M' lunlcntione m la
tencionc sopra S8: M' om. sono -- M 7 se
colui 31-32: in rilennu 3/' il suo consiglio 33: M' ([uattro jiarti 33: M' ciascuno che vuole
parlamentare mente adviene che due persone si tramettono lettere l'
uno all'altro o in latino o in proxa o in rima o in volgare o inn
altro, nelle quali contendono d'alcuna cosa, e così fanno tencione.
Altressi uno amante chiamando merzè alla sua donna dice parole e ragioni
molte, et ella si difende in suo dire et inforza le sue ragioni et
indebolisce quelle del pregatore. In questi et in molti altri exempli si
puote assai bene intendere che Ha rettorica di Tullio non è pure ad
insegnare piategiare alle corti di ragione, avegna che neuno possa buono
advocato essere né perfetto (2) se non favella secondo l'arte di
rettorica. 15. Et ben è vero ohe Ilo 'nsegnamento ch'è scritto
inn adietro pare che ssia molto intorno quelle vicende che sono in
tencione et in contraversia tra alcune persone, le 15. quali contendano
insieme 1' uno incontra l'altro; e potrebbe alcuno dicere che molte fiate
uno manda lettera ad altro nela quale non pare che tendoni centra lui
(altressi come uno ama per amore e fa canzoni e versi della sua
donna, nella quale non à tencione alcuna intra llui e la donna), é
di ciò riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo sponitore
medesimo di ciò che non dessero insegnamento sopra ciò, maximamente a
dittare lettere, le quali si costumano e bisognano più sovente et a più genti,
che non fanno l'aringhiere e parlare intra genti. 16. Ma chi
volesse bene considerare la propietà d'una lettera o d'una canzone, ben
potrebbe apertamente vedere che colui che Ila fa o che Ila manda intende
ad alcuna cosa che vuole che 1: m adiviene - 3: M^ om. o inn altro
~ 6: m slorza 7 : m i molti 9: m in insegnare - M' piatire 10: M-m neuno buono advocato possa essere
perfetto 11: M della rectorica 13
: «i intorno a (pielle 15 : m
chontendono M' conlra.... 7 parebbo
16: Mi molte volte manda Inno lectere alaltro, m molto volte uno manda
lettere a un altro (ma ambedue nela (piale) 17 : M che contenda tencioni 18: 1/' per amore, fa e, L uno che ama
per amore fa e. 19: m tra lui 23: M-m om. et 24: m traile genti
(1) Le parole inn altro, che sembrano inutili, non possono essere
un'aggiunta di copisti, ai quali invece doveva venir fatto di ometterle, come
in M* e in i.Dando a volgare il senso limitato di volgare italico, si
intende l'altro per gli altri linguaggi, specialmente il provenzale e il
francese. Brunetto vuol dire che la rettorica di CICERONE non serve solo
ai legisti, quantunque nessuno possa divenire valente avvocato, e tanto
meno perfetto, senza averla studiata. Questa è l'idea espressa dalla
lezione di ilf • ; con quella di M-m, più semplice a prima vista, non si
spiega la relazione fra buono e perfetto sia fatta per colui a cui e' la
manda. Et questo i)uote essere o pregando o domandando o comandando o
minacciando o confortando o consigliando ; e in ciascuno di questi modi
puote quelli a cui vae la lettera o la canzone 5. o negare o difendersi
per alcuna scusa. Ma quelli che manda la sua lettera guernisce di parole
ornate e piene di sentenzia e di fermi argomenti, sì come crede
poter muovere l'animo di colui a non negare, e, s'elli avesse alcuna
scusa, come la possa indebolire o instornare in tutto. Dunque è una
tendone tacita intra loro, e così sono quasi tutte le lettere e canzoni
d'amore in modo di tendone o tacita o espressa ; e se cosi no è, Tullio dice
manifestamente, intorno '1 principio di questo libro, che non sarebbe di
rettorica. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, CICERONE medesimo,
luogo innanzi, isforza i suoi insegnamenti in parlare et in dittare
secondo la rettorica ; e là dove Tullio sine pasasse o paresse che
dica pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore
isforzerà lo suo poco ingegno in dire tanto e sì intende 20. volemente che
'1 suo amico potrà bene intendere l' una materia e l'altra. 18. Et ecco
Tullio che incomincia a dire di quelle partite della diceria o d'una
lettera dittata, delle quali non avea detto neente in adietro: e queste
parti sono sei, sì come apare in questo arbore. I e. 2
^'Olii' /^M/ Queste sono le sei parti che Tullio
mostra certamente che sono nella diceria o nella pistola,
specialmente in i: m per cholui che la manda 2: M' essere pregando 3: M-m o in
6: Jf' manda guernisce la sua lederà d'ornati^ parole il : M tucto lelcrre, m tutte lettere o
clianzoni, M' o lo cannoni - iS: M-m o e tacita (mi o e sjirexa) - 13: m
inloruo al pr. 14-15: M' o di tenciono o di non tencione da quello luogo innanci inforfa 16: M' IH secondo rothorica ~ 18: M^
insegnauiento - 19: M' islbiva - intendevole - 21: M' m comincia 22 : M' ohi. o duna lettera dittala - 23: M
indietro - 24: il' pare in ipiesto albero - Nello gchetna M' ha l"
l>roomio, 3» Divisione, ó" Uisjwnsionc - SO: M-m 7 nella pistola
(ma c/r. l. 22) quelle che sono tencionando, sì come appare nel
detto dello sponitore qui adietro ; e, sì come detto fue in altra
parte di questo libro, Tullio reca tutta la rettorica alle cause le quali
sono in contraversia et in tencione. Et ben . dice tutto a certo che Ile
parole che non si dicono per tencione d'una parte incontra un'altra non
sono per forma né per arte di rettorica. 19. Ma perciò che Ila pistola,
cioè la lettera dettata, spessamente non è per modo di tencionare né di
contendere, anzi è uno presente che uno manda ad un altro, nel quale la
mente favella et é udito colui che tace e di lontana terra dimanda et
acquista la grazia, la grazia ne 'nforza e l'amore ne fiorisce, e molte
cose mette inn iscritta le quali si temerebbe e non saprebbe dire a
lingua in presenzia; sì dirae lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi
e della sua medesima in quella parte di rettorica ch'apartene a dittare,
si come promise al cominciamento di questo libro. 20. Et dice che dittare é
un dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convene volemente
aconcio a quella cosa. Questa è la diffinizione del dittare, e perciò
conviene intendere ciascuna parola d'essa diffinizione. Unde nota che
dice « dritto trattamento » perciò che Ile parole che ssi mettono inn una
lettera dittata debbono essere messe a dritto, sicché s'accordi il nome
col verbo, e '1 MASCUNINO [sic MASCHILE -- MASCULINO] e '1 feminino, e lo
singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la terza, e
l'altre cose che ssi 'nsegnano in gramatica, delle quali lo
sponitore dirà un poco in quella parte del libro che fie i)iù
avenente; e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti
di rettorica dicendo e dittando. 21. Et dice « ornato trat 30. tamento »
perciò che tutta la pistola dee essere guernita di parole avenanti e
piacevoli e piene di buone sentenze; et anche questo ornato si richiede
in tutte le i)arti di rettorica, sì come fue detto inn adietro sopra '1 testo
di Tullio. E dice trattamento di ciascuna cosa perciò che, 35. si come dice BOEZIO
(vedasi), ogne cosa proposta a dire puote 1:M' pare 4:M oin. sono
m le quali e In contr. e tencione. Et dico 5-6: M' non sodono m om. per te.ncione a un altro
8 : M'de tencione iO : M' 7 ae
udito il: M' om. la grazia 12-13:
M la gra M' sinlorca m/ molte cose
M' m in iscriptura Mi non,
ma L e non 14: m lo sponitore dira uno
pocho 16: M' om. di reltorica 19: M-m aconcia a quella cosa, !/'-/> a
quella cosa aconcia 23: M-m
adietro, M' a diricto 24-25: M' m
el mascolino (m il maschulino)col leminino
3/' el plurale el singulare
M-m pulare 27 : m fia M' in tutte
parti 33 : M-m nel lesto 34 : m
om. Et 35 : m si puote
essere materia del dittatore ; et in questo si divisa dalla sentenzia di CICERONE,
che dice che Ila materia del parliere non è se non in tre cose, ciò sono
dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et dice « convenevolemente
aconcio a quella cosa » perciò che conviene al dittatore asettare le
parole sue alla sua materia. Et ben potrebbe il dittatore dicere
parole diritte et ornate, ma non varrebbero neente s'elle non fossero
aconcie alla materia. 23. Così è divisato il dittatore da cciò che dice Tullio;
e perciò di queste due 10. materie, cioè del dire e del dittare, e
dello 'nsegnamento dell'uno e dell'altro potrà l'amico dello sponitore
prendere la dritta via. Et per questo divisamento conviene che Ile
parti della pistola si divisino da queste della diceria che Tullio à
detto che sono sei, ciò sono : exordio, narrazione, partizione, conferm amento,
riprensione e conclusione. 24. 1. E oppinione di Tullio che exordio sia
la prima parte della diceria, il quale apparecchia l'animo dell' uditore
a l'altre parole che rimagnono a dire, e questo è appellato prologo
della gente. //. Et dice che narrazione è quella 20. parte della
diceria nella quale si dicono le cose che sono essute o che non sono
essute, come se essute fossoro ; e questo è quando uomo dice il fatto
sopra '1 quale esso ferma la forma della sua diceria. E dice che è
partigione quando IL PARILERE à narrato e contato il fatto et 25.
e' si viene partiendo la sua, ragione e quella dell'aversario e dice : «
Questo fue cosi, e quest'altro così » ; et in questo modo acoglie quelle
partite che sono a lini più utili e pivi contrarie all'aversario, et
afficcale all'animo dell' uditore ; et allora pare ch'ai tutto abbia
detto tutto '1 fatto. IV. Et 30. dice che confermamento è quella
parte della diceria nella quale il parlieri reca argomenti et assegna
ragioni per le quali agiugne fede et altoritade alla sua causa. F. Et
dice che riprensione (1) è quella parte della diceria nella quale
il 5: Mi agoisare 6:
m om. Et 7 : M' non varrebbe 8: M' j cosi e divisato da ciò 10: Jf maniere i3: M^ da quelle i6: M' Et oppinione di Tulio e, m Oppinione
di Tulio e M exordìa 18: M rimagnono udite, m om. a dire 21 : M issate
22: M 1 quando M^ m l'uomo om. esso 23
M' forma la sua diceria 25 : M' edesso viene partendo, m e viene
ripetendo.... del chonpagno 28 -. M7
nfììcale (?), m e ficliale, M' 7 afficcalle 29: M' paro cabbia detto m detto il fatto - 30 : M' confermagione 33: i mss. responsione M-m 7 quella (1) Non esito a
scostarmi dai codici per la concorde lezione degli altri luoghi, che
corrisponde al latino reprehensio. Il passaggio da reprensione a responsione
è facilissimo attraverso un repensione. I)arliere reca
cagioni e ragioni et argomenti per li quali attuta e menoma et
indebolisce il confermamento dell'aversario. VI. Et dice che conclusione è Ila
fine e '1 termine di tutta la diceria. 25. Queste sono le sei parti che
dice 5. Tullio che sono e debbono essere nella diceria; e di ciascuna
tratterà qua innanzi il libro sofficientemente. Ma in questo eh' è detto
puote uomo bene intendere che queste sei medesime possono convenire inn
una pistola, di tal materia puote ella essere. Ma tuttavolta, di qualunque
materia 10. sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la
pistola colla diceria, cioè nello exordio, narrazione e nella
conclusione; ma ll'altre tre, cioè partigione, confermamento e
reprensione, possono più lievemente rimanere e non avere luogo nella
pistola. Tutto altressì la pistola àe V parti, delle quali l'una può bene
rimanere e non avere luogo nella diceria, cioè «salutatio»; l'autra, cioè
«petitio», avegnachè Tulio no Ila nominasse in tra Ile parti della
diceria, sì vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'appena pare che
diceria possa essere sanza petizione. Dunque 20. le parti della
pistola sono cinque, ciò sono salutazione, exordio, narrazione, petizione
e conclusione, sì come appare in questo arbore : 26. Et se
alcuno domandasse per qual cagione Tullio intralasciò la salutazione e non ne
trattò nel suo libro, certo 25. lo sponitore ne renderà bene ragione in
questo modo. Certa cosa è che Tullio nel suo libro tratta delle dicerie
che ssi l-S: m ragioni 7 cagioni Jlf' l'aiingatore wn. cagioni e
per li ifiiali allassa M-m il fermamente
3 : 3/' il line 4-5 : m
Questo.... che Tulio dico che debbono essere 6 : M' m illibro qua
innanzi 7 : jn luomo -- Af ' om.
bone m che tutte 7 queste sei 8-9 : M tal maniera M-m da qualunque, M^ de ([ualunque li : 3f' in exordio M' m 7 conclusione
12: M' om. tre e soitiiuisce di\hione rt partigione M salta dal lo al
2" aver luogo 22: M' pare 'in
questo albero 24: ilf intrallassò, m
lasciò 25: Af' ne renda, L ne rende - 26: M^ cliellibro di Tulio tracia fanno
in presenzia, nelle quali non bisogna di contare'!) il nome del parlieri
né dell' uditore. Ma nella pistola bisogna di mettere le nomora del
mandante e del ricevente, c'altrimente non si puote sapere a certo né l'uno né
l'altro. Apresso ciò, la salutazione pare che sia dell'exordio ;
che sanza fallo chi saluta altrui 'per lettera già pare che cominci suo
exordio. Et Tullio trattòe dello exordio compiutamente, non curò di divisare
della salutazione né distendere il suo conto intorno le saluti, maximamente
perciò che pare che rechi tutta la rettorica a parlare et in controversia
tencionando. Et in perciò furo alcuni che diceano che Ila salutazione non
era parte della pistolaj ma era un titolo fuor del fatto. Et io dico che
la salutazione è porta della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le
nomora e' meriti delle persone e l'affezione del mandante. Et nota che
dice « porta, cioè entrata della pistola, e che chiarisce le nomora, cioè
del mandante e del ricevente; e dice i meriti delle persone, cioè il
grado e l'ordine suo, sì come a dire: Innocenzio papa, Federigo
Imperadore, Acchilles cavaliere, Oddofredi Judice, e cosi dell'altre
gradora. Et dice « ordinatamente », cioè che mette il nome e '1 grado di
ciascuno come s'a viene; e dice «l'affezione del mandante», cioè
com'elli manda al ricevente salute o altra parola di bene, o per
25. aventura di male, secondo la sua affezione, cioè secondo la sua
volontade. 28. Adunque pare manifestamente che Ila salutazione è così
parte della pistola come l' occhio dell' uomo. Et se l'occhio è nobile membro
del corpo dell'uomo, dunque la salutazione é nobile parte della pistola,
c'altressi 30. allumina tutta la lettera come l'occhio allumina
l'uomo. Et al ver dire, la pistola nella quale non à salutazione è
altrettale come la casa che non à porta né entrata e come '1
1 : M-m bisogna contare S-3 : M'
nome del dicitore M-m bisogna mettere M
7 dell' uditore 7 del ricevente, m om. 7 del ricevente M-m 7 altrimente 4: M' non si porrebbe 7-9: M-m om. dello exordio non curo divisare salutalione 7 distemdere
ìli intorno alle salutationi 10: M' om.
et 11-12: M' Et jìerciò funro ciie salutalione 15: m e mèli
16: m om. Et -17: M-m om. 1° e, hi 01». cioè S3 : M' om. di 24 : M' 7 altra 2,5 : M eirectione m om. secondo la sua afTezione cioè 26: M' parte (ma t espunto) 28 : M 3/' om. dell'uomo, m om. del corpo (A
completo) 29: iW' e la salutatione
n. p. m e altres'i 32 : il/' ne jiorta (1) La
lezione bisogna contare darebbe piuttosto il senso di « conviene dire »,
mentre qui si richiede un «c'è bisogno di dire». - Itì7
corpo vivo che non à occhi. Et perciò falla chi dice che
salutazione è un titolo fuor del fatto; anzi si scrive e s' inchiude W e sugella
dentro ; ma '1 titolo della pistola è la soprascritta di fuori, la quale
dice a cui sia data la lettera. Ben dico c'alcuna volta il mandante non
scrive la salutazione, o per celare le persone se Ila lettera pervenisse
ad altrui o per alcun' altra cosa o cagione. (2) Né non dico che tutta
fiata convenga salutare, ma o per desiderio d'amore, o per solazzo,
talora (3) si mandano altre parole che 10. portano più incarnamento
e giuoco che non fa a dire pur salute. Et a' maggiori non dee uomo
mandare salute, ma altre parole che significhino reverenzia e devozione;
e talvolta no scrivemo a' nemici altro che Ile nomora e tacemo la salute,
o per aventura mettemo alcuna altra parola che 15. significa
indegnamento o conforto di ben fare o altra cosa; sì come fa il papa che
scrivendo a' giudei o ad altri uomini che non sono della nostra catholica
fede o a' nemici della Santa Chiesa tace la salute, e talvolta mette in
quel luogo spirito di più sano consiglio o connoscere la via della
veritade o ahundare inn opera di pietade et altre simili cose.
Adunque provedere dee il buono dittatore che, similemente come saluta l'uno
uomo l'antro trovandolo in persona, così il dee salutare in lettera
mettendo et adornando parole secondo che la condizione del ricevente richiede.
Che quando uomo va davante a messer lo papa o davante ad imperadore o a
alti-o segnore ecclesiastico o seculare, certo elli va con molta
reverenzia et inchina la testa, et alla fiata si mette in terra
ginocchioni per basciare M' anche
M-ìn si richiude M' ma
titolo M 7 \a. s. 5 •m iscrive salutatione 6-7: M' venisse ilata altrui per alcuna
cagione Mo per cagione dalcunaltra
cosa cagione ; m id., ma oiii. cagione
8-9 : M^-L ma ora per d. d'a. or (ina L 0) per s. si mandano, M-m per
solazzo di loro si mandano il: M' a
maggiore M-m non debbono - 12: M*
che significanza abbiano di revercntia 7 dev.
13-14: M' a nomici non scrivemo
M-m 7 per aventura 16: M-m il papa scrivendo... om. altri 19: M-m
di chonnoscere M' conoscere via de
veritade 20: M' opere (mai opera) om.
altre 21
il/' dee prevedere 22 M' un huomo un altro ^ó:ni Quando
luomo 26:M' davanti imperadore od altro,
>« davante a lomj)eradore 27 : Jf
certo e va - ^S: in M una macchia cunpre in
M' ginocohione in terra S'inchiude è più esatto di si richiude. Lo
scambio fra n e l'i occorre altre volte: cfr. p. 37, n. 1.In 3f e' è
qualcosa di troppo. Non importa dire che m ha accomodato di suo, perchè
la parola cagione come finale è confermata da M'; forse 1' errore nacque
dall'avere scritto subito pei- cagione e voler poi rimediare. (3)
Scrivo così per avere un senso, ma non presumo davvero di avere indovinato;
potrebbe anche mancare qualche parola. il piede al papa o allo
'mperadore. Tutto altressì dee lo dettatore nominare lo ricevente e la
sua dignitade coij parole di sua onoranza e metterlo dinanzi ; apresso dee
nominare sé medesimo e la sua dignitade, e poi dee scri5. vere la sua
affezione, cioè quello che desidera che venga a colui che riceve la
lettera, sì come salute o altro che sia avenante, tuttavolta guardando
che questa affezione sia di quella guisa e di quelle parole che ssi
convegnono al mandante et al ricevente. 31. Che quando noi scrivemo a' magio,
giori di noi o di nostro paraggio o di minore grado, noi dovemo mandare
tali parole che ssiano accordanti alle persone et allo stato loro. Et non
pertanto eh' io abbia detto che '1 nome del maggiore si de' mettere
dinanzi e del pare altressì, io oe ben veduto alcuna fiata che
grandi 15. principi e signori scrivendo a mercatanti o ad altri minori,
mettono dinanzi il nome di colui a cui mandano, e questo è contra l'arte
; ma fannolo per conseguire alcuna utilitade. Perciò sia il dittatore
accorto et adveduto in fare la salutazione avenante e convenevole d'ogne canto,
sicché in essa me20. desima conquisti la grazia e la benivoglienza del
ricevente, sì come noi dimostramo avanti secondo la rettorica di CICERONE. Et
bene è questa materia sopr'alla quale lo sponitore potrebbe lungamente dire e
non sanza grande utilitade. Ma considerando che Ila subtilitade perché '1
verbo non si mette 25. nella salutazione, e che "1 nome del mandante
si mette in terza persona per significamento di maggiore umilitade,
e che tal fiata si scrive pur la primiera lettera del nome, par che
tocchi più a' dittatori IN LATINO che’n VOLGARE, sene passex'à lo
sponitore brevemente e seguirà la materia di Tullio per dicere dell'altre
parti della diceria e di quelle della pistola, sì come porta l'ordine. Et
in questo luogo si parte il conto della salutazione, e dirà dell' exordio
in due guise. L’una secondo ciò che nne dice Tullio e che
i : M' y allomperudoi'o S-3: M-m
dignilailo corporale di m aggiunge di
reverenza 7 ^ 4: M^ nm. S" e 3: M-m
oirectione ([nella 7 : m tuttavia M' guani ino clic l'airectione 9-10: M' ali maggiori M-m ili nostro .grado i2: M' alloro slato M-m om. ch'io
abbia dolio i3: in il nome M' si debbia
13-16: m sengnori M-m scrivono -- m e mellone M' elgli mandano 17: Af-w por sognile 18: mom. et adveduto 19: M' dongiii jìarle 20: M-mnm.ìa grazia e 21-SS: il/' dimoslorremo, m dimostraiiio
davanti Af' m Et bene cpiesta 24: JZ-m uhella subtitade, A/' che
sotti! itude 23: M<- in salutalione 7
perche! nome 26: M-m utilitade 27: M' 7 perche.... pur una lederà m la prima
28: m om. in Ialino 31-32: L Et
in questa parte ilf' dala salutalione 33: M' om. ci6 pare che ss'apartegna a
diceria, l'altra secondo che ssi conviene ad una lettera dittata et ad una
medesima diceria, oltre quello che porta il testo di Tullio.
Exordio. 5. 77. Et perciò che exordio dee essere principe di
tutti, e noi primieramente daremo insegnamenti in fare
exordio. Vogliendo CICERONE trattare dell' exordio prima che
dell'altre parti della diceria, sì ll'apella principe dell'altre 10.
parti tutte ; e certo è de ragione (i) : l' una perciò che ssi mette e si
dice tuttora davanti a l'autre, l'altra perciò che nel exordio pare che
noi aconciamo et apparecchiamo r animo dell' uditore ad intendere tutto
ciò che noi volemo dire di poi. 15. Dell' exordio. 78.
(e. XV) Exordio è un detto el quale acquista convenevolemente 1' animo dell'
uditore all' altre parole che sono a dire ; la qual cosa averrà se farà
l' uditore benivolo, intento e docile. Per la qual cosa chi vorrà bene
exordire la sua causa, ad lui 20. conviene diligentemente procedere e
conoscere davanti la qualitade della causa. Lo
sponitore. 1. Poi che Tullio avea contate le parti della
diceria, sì vuole in questa parte trattare di ciascuna per se
divi 25. satamente, e prima dello exordio, del quale tratta in
questo 2 : Af' e la diceria medesima 3: m oltre a quello 5 : M-mom.e
6: M' oxordii iO: m nm. tutte
M-m certo e (m a) ragione, L e certo eglie ragione 10-li M' luna pei che, m luna che M-m 7 davanti si dice 13-14 : m quello die noi poi volerne diro
M' dire poi 18: m dolce (cosi
sempre in seguito) M' converrà om.
procedere e 24 : M' divisamente, ma L divisatamente Questa
lezione è quella che spiega meglio le altre: soppresso il de, nacque è
ragione di M, che m, colla pretesa di accomodare,' peggiorò in a ragione;
la variante di L deriva certo dal non aver inteso il significato di de
ragione (= secondo ragione). - no modo: Primieramente
dice che è exordio, mostrando che tre cose dovemo noi lare nell'exordio,
cioè fare che 11' uditore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente
et intento e docile a cciò che noi volemo dire. Et perciò ne 5.
conviene connoscere la qualitade del convenente sopra '1 quale noi dovemo
dire o dittare. 2. Nel secondo luogo divide l'exordio in due parti, cioè
principio et « insinuatio », e mostrane in qual convenentre noi dovemo usare
principio et in quale « insinuatio ». 3. Nel terzo luogo ne fa
intendere 10. donde noi potemo trarre le ragioni per acquistare
benivoglienza et intenzione e docilitade, e come noi dovemo queste tre
usare in quello exordio eh' è appellato principio e come in quello eh' è
appellato « insinuatio ». 4. Nel quarto luogo pone le virtù e' vizi
dell'exordio. Et perciò dice 15. che exordio è uno adornamento di
parole le quali il parlieri e '1 dittatore propone davanti nel cominciamento
del suo dire in maniera di prolago, per lo quale si sforza di dire
e di fare sì che l'uditore sia benivolo verso lui, cioè che Ili piaccia
esso e '1 suo parlamento, e procacciasi di dire e di fare sì che l'uditore
sia intento a llui et al suo detto; similemente si studia di dire e di
fai'e sì che l’uditore sia docile, cioè che pi'enda et intenda la forza
delle parole. 6. Et perciò dico che immantenente che 11' uditore è
docile sicché voglia intendere e connoscere la natura 25. del fatto
e la forza delle parole, sì è elli intento ; ma perchè l' uditore sia
intento a udire, puote bene essere che non sia docile ad intendere. Et di
ciascuno di questi tre dirà il conto quando verrà il suo luogo. 7. Ma
perciò che '1 parliere che non conosce dinanzi di che maniera e di
cliente 30. ingenerazione sia la sua causa non puote bene
advenire alle tre cose che sono dette inn adietro, cioè che 11'
uditore sia benivolo, intento e docile, si dicei'à Tullio quante e
quali sono le generazioni delle cause, in questo modo: 1 : m
Prima MM' nm. è 2-3 : m liiditore sia inverso noi benivolo
intonlo 7 dolco a quello ecc. 4-5:
m ci conviene 7-8: m nm. et e mostra
9: M' nensegna, L insegna dove
JO: M' potremo ii: M',allenlione
- 13: M nm. in 15: m i parlieri,
M' il parladore 17: M' perla (piai cosa
19: ni jiiaoci il suo p. procliaccisi 20 : M-m 7 fare sicché m attento
21 : M' 7 fare 22 : il/' ciò che
imprenda «1 le parole ^.5: hi nm.
e la l'orza delle i>arole - 26: m che non 027: M' ohi. tre 28-29: M'
vorrà suo luogo chel dicitore 7 di che ìnjj. - Ili
Qualitadi delle cause. 79. Le qualitadi delle cause sono
cinque: onesto, mirabile vile, dubitoso et oscuro.
Sponitore. 5. I. In questa picciola parte nomina Tullio le
qualitadi delle cause, cioè di quante generazioni sono le
dicerie. Et s' alcuno m' aponesse che Tullio dice contra ciò che
esso medesimo avea detto in adietro, cioè che le generazioni e le
qualitadi sono tre, deliberativo, dimostrativo e iudiciale, 10. et
or dice che sono cinque, cioè onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, io
risponderei che Ile primiere tre sono qualitadi substanziali sie
incarnate alhi causa che non si possono variare. Onde quella causa eh' è
deliberativa non puote essere non deliberativa, e quella eh' è
dimostrativa 15. non puote essere non dimostrativa ; altressì dico
della iudiciale. 2. Ma quella causa eh' è onesta puote bene essere non
onesta, e quella eh' è mirabile puote essere non mirabile, e così dico
della vile e della dubbiosa e della oscura. Adunque sono queste qualitadi
accidentali che possono 20. essere e non essere; ma le prime tre
sono substanziali che non si possono mutare.
Dell'onesta. Onesta qualitade di causa è quella la quale
incontanente, sanza nostro exordio, piace all'animo dell'uditore.
25. Lo sponitore. I. Quella causa è onesta sopr'alla quale
dicendo parole, immantenente, sanza fare prolago, l' animo dell' uditore
si muove a credere et a piacere le parole che '1 parliere dice
sopra '1 convenente ; et in questo non fa bisogno usare pa 3: M'
dubbioso 7 : M' m cholgli medesimo 8: M-m om. elio - M^ li generi 10: M'
dubbioso 1 1: m io rispondo che le prime
tre 13 -.M' puole 13-14: M-m mllann dal lo al S°
deliberativa 15 : M-m essere
dimostrativa 17 : L bone essere bene
non mir. 19: M-m om. queste 23: M incontenenlo 27: M-m mantenente iole
per acquistare la benivoglienza dell'uditore, perciò che ll'onestade
della causa l'à già acquistata per sua dignitade, sì come nella causa di colui
che accusa il furo o che difende il padre o l'orfano o le vedove o le
chiese. Mirabile è quello dal quale è straniato l'animo di colui che
de' audìre. Quella causa è appellata mirabile la quale è di tale 10.
convenente che dispiace all'uditore, perciò eh' è di sozza e di crudele
operazione. Et perciò l'animo dell'uditore è centra noi et è straniato
dalla nostra parte; et in questo abisogna d'acquistare benivolenzia sì
che l'uditore intenda, sì come nella causa di colui c'avesse morto il suo
padre 15. o fatto furto o incendio. 2. Dunque potemo intendere che
una medesima causa puote essere onesta e mirabile : onesta dall'una parte,
cioè di colui che difende il suo padre, mirabile dall'altra parte, cioè di
colui medesimo che è coutra la sua madre propia. E di questo uno exemplo
si puote 20. intendere tutti i somiglianti. Vile è quello del quale
non cura l'uditore e non pare che sia da mettere grande opera a
intendere. Lo sponitore. 25. 1. Quella causa è
appellata vile la quale è di picciolo convenente, sì che non pare
che ne sia molto da curare e l'uditore non sine travaglia molto ad
intendere, sì come la causa d' una gallina o d'altra cosa che sia di poco
valere. Et in questa causa dovemo noi procacciare di fare sì che
30. ir uditore sia intento alle nostre parole. 1: M'
om. la id: M' o l'uiiiino - i2: vi e
straniato i3: M' bisogna 14: M-m om. nella oanaa di colui
c'avcsso morto 15: M a facto, m a
l'atto 19: M\a sua iiropria
madre 26: M-m om. ne 27 : M' non si maraviglia 28: hi di jioclio valoro, Jt/' de
piccolo valoro 89: Mi nm. di l'are
si Dubitoso è quello nel quale o la sentenzia è dubia o la
causa è In parte onesta et In parte è sozza e disonesta, sicché Ingenera
benlvolenzla e offenslone. Quella causa è appellata dubitosa nella quale
l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire o a che sentenzia
alla fine torni, sì come nella causa d'Orestes che dicea ch'avea morta la
sua madi e giustamente per due 10. ragioni : 1' una perciò ch'ella
avea morto il suo padre, l'altra perciò che '1 deo APOLLO glile comandò.
Onde l'uditore non è certo la quale di queste due cagioni cagia in
sentenzia. Altressì è dubitosa quella causa nella quale àe parte
d'onestade e perciò piace all'uditore, et àe parte di diso 15 nestade e
perciò dispiace all' uditore, si come nella causa de filio: O d'un furo
che fue accusato d'un furto e '1 suo figliuolo si sforzava (ii difenderlo
in tutte guise. Certo la causa era onesta quanto in difender lo padre, ma
era disonesta quanto in difendere lo furo. 20. Dell'oscuro.
84. Oscuro è quello nel quale l' uditore è tardo, o per aventura la
causa è Iv^plgllata di convenentl troppo malagevoli a conoscere. Dice CICERONE
che quella causa è appellata oscura nella quale l'uditore è tardo, cioè che non
intende ciò che portano le parole del dicitore sì bene ne sì tosto
come si conviene, perciò che non è forse ben savio o forse eh' è
fatigato per 2: M-m eia sentenzia 3: M' in parte socca 4: M-m o offensione 7-8: M' o in clie sententia torni ala
fino 10: m il suo marito li: M chel deo
apellollil, m chello lio appello il, M^-L che dio appello glile
comando 13: M' quella parte dove parte
16: M do fili?, *i demi?, Mi-L dun figluolo dun ladro - do furto, el figUiolo
~ 17 : m s\ sforza 19: M' lo
furto 24: ino oschura apellata 23-26: 3f-»i portava del dictatore - M' om. nò, L e si tosto, m o
si tosto ~ 27:M' om. il 1" forse
M-m 7 forse - faligata (1) L'abbreviatura insolita ài M e m
porta a supporre una formula giuridica latina, quantunque tale
abbreviatura non sembri equivalere proprio a un de filio (la lezione di
M'-L è certamente secondaria). forse nella sigla si nasconde qualche nome
proprio? li detti d'altri parlieri che aveano detto innanzi; o per
aventura la causa è impigliata di cose e di ragioni che sono oscure e
malagevoli ad intendere. Della divisione dell' exordio.
5. 85. Et perciò che Ile qualitadi delle cause sono tanto diverse,
sì convene che li exordii siano diversi e dispari e non simili in
ciascuna qualitade di cause; per la qua! cosa exordio si divide in due
parti, ciò sono principio et « insinuatio ». Lo sponitore.
10. I. Perciò - dice Tullio - che le generazioni e le quali tadi
delle cause sono tanto diverse, cioè che sono in cinque modi sì come
detto è qui di sopra, e l'uno modo non è accordante all'altro, sì
conviene che in ciascuna qualità di cause et in catuno de' detti cinque
modi abbia suo modo 15. di fare exordio, tale che ssi convegna alla
qualitade sopr'alla quale noi dovemo parlamentare o dittare. 2, Et
vogliendo Tullio insegnare ciò apertamente, sì dice che exordio è di due
maniere : una eh' è appellata principio et un'altra ch'jè appellata «
insinuatio » ; e di ciascuna dirà elli 20. interamente. E così
dovemo e potemo sapere che le cause sopra le quali dice alcuno parlieri o
sopra le quali scrive alcuno dittatore sono cinque, cioè sono: onesto,
mirabile, vile, dubitoso et oscuro, sì come apare in adietro. Et
sopra tutte qualitadi sono due modi de exordio e non più, cioè
25. principio et « insinuatio ». Principio è un detto il quale
apertamente et in poche parole fa l'uditore benivolo o docile o
intento. Quella maniera de exordio è appellata principio
quando il parlieri o '1 dittatore quasi incontanente alla
1 : M^ parladori 3: M' mn. oscuro
o fi: m diversi, dispari 7:m di cose
8:M' cioè principio 7 insiniiatione (sempre) / i : m dolio cose M' dele qualitadi sono tante divei-se -Melo
che sono 13: M' coU'altro i4-i5: M' si
abbia s. m. in fare A/' «hi.cìò 18-19: m una che apjinllala ins. 7 una
che ajiiiollata pr., M' uno che sajiplla pr. 7 un altro che apellnlo
ins.,7 di ciascuno 21 : vi .ilchimo
parlinre dice M-m 7 sopra M' dice alcuno dictalon» 22: M-m honesta
- 23: M* jiare 31 : M' il dicitore ol
dictatore M-m incontenonte comincianza
del suo dire, sanza molte parole e sanza neuno infingimento ma parlando
tutto fuori et apertamente, fa l'animo dell'uditore benvolente a llui et
alla sua causa, o talora il fa docile o intento, si come fece Pompeio
par5. landò a' Romani sopra '1 convenente della guerra con Julio Cesare,
che fece tale exordio : « Perciò che noi avemo il diritto dalla ifostra
parte e combattemo per difendere la nostra ragione e del nostro comune,
si dovemo noi avere sicura spei'anza che li dii saranno in nostro adiuto
». Dell' insinuatio. Insinuatio è un detto il quale, con infingimento
parlando dintorno, covertamente entra nell’animo dell'uditore. CICERONE
dice che quella maniera de exordio è apellata « insinuatio » quando il
parlieri o '1 dittatore fa dinanzi un lungo prolago di parole coverte,
infingendo di volere ciò che non vuole, o di non volere quello che dee
volere, e così va dintorno con molte parole per sorprendere l'animo
dell'uditore sì che sia benevolo o docile o intento; sì come disse Sino
parlando a coloro che riteneano la sua persona in gravosi tormenti: «
Insin a oi"a v'ò io pregato che mi traeste di tante pene ; oimai non
dimando se non la morte, ma grandissimi tesauri avrei dato a chi m'
avesse scampato ». Et in questo modo covertamente s'infingea di non
25. volere quello che volea, per venire in animo di loro che Ilo
scampassero per avere, da che mercè non valea. 2. Et cosie à divisato il
conto che è principio e che è «insinuatio»; omai dicerà quale di questi
due modi de exordio dovemo usare in ciascuno de' cinque modi delle cause,
cioè nell'onesto, 30. nel vile, nel mirabile, nel dubitoso e nell'
oscuro. i: M' alancomincianza m sanza alcliuno - 2-- M' om. et 3: M' benivolente, m benivolo M^ o ala sua causa : m come fé 5-6: M' a Romani parlando del
convenente, cotale 9: M diede saranno IS: m intorno
15: M-m i parlieri, M' il parliere
M o dictatore 17 : m quello che
non vuole iW' in (juello che vuole : L Sitio
m teneano... gravi tormenti 2S:
M' oggimai non domando io 23: M' dati
wi dato chi 26: m merco
domandare 27: M' a divisatoli maestro
28 : M-m (|uali M' noi
dovemo 29: M' de cause, M in ciascuno di
delle causo, m in ciascheduna delle chause (1) Per tutte le
citazioni di autori classici, che da questo punto alla fine son molto
frequenti, rimando al mio studio su La rettorica italiana di L. ; ivi son
ricercate e discusse le fonti di questi esempii, e così riesce anche piti
facile rendersi conto della costituzione del testo. Della
mirabile. 88. Nella mirabile generazione di causa, se il'uditore
non fosse al tutto turbato contra noi, ben potemo acquistare
benivoglienza per principio. Ma s'ei troppo malamente fosse straniato ver
noi, allora 5. ne conviene rifuggire a « insinuatio », in però che
volere così isbrigatamente pace e benivoglienza dalle persone adirate non
solamente non si truova, ma cresce et infiamasi l'odio. Lo
sponitore. 1. Inn adietro è bene detto che quella causa è appello,
lata mirabile la quale è di rea operazione, sicché pare che dispiaccia
all'uditore. Et perciò dice Tullio CICERONE che quando la nostra causa è
mirabile puote bene essere alcuna fiata che Il'uditore non sia del tutto
coruccioso contra noi. Et allora potemo noi acquistare la sua benivolenza
per quel modo 15. de exordio eh' è appellato principio, cioè dicendo un
breve prologo in parole aperte e poche. 2. Ma se 11' uditore fosse
adiroso e curicciato contra noi malamente, certo in quel caso ne conviene
ritornare ad altro modo de exordio, cioè « insinuatio », e fare un bel prologo
di parole infinte e coverte, 20. sicché noi possiamo mitigare l' animo
suo et acquistare la sua benivolenza e ritornare in suo piacere. Ch'ai
ver dire, quando l' uditore èe adirato e curiccioso, chi volesse
acquistare da llui pace così subitamente per poche et aperte parole
dicendo il fatto tutto fuori, certo non la troverebbe, 25. ma crescerebbe
l' ira et infiamerebbe l' odio ; e perciò dee andare dintorno et entrarli
sotto covertamente. Della causa vile. 89. Nella causa
la quale è di vile convenente, per cagione di trarrela di vilanza e di
dispetto, ne conviene fare l'uditore intento. S : M-m Della mirabile ?» e solluditoro 3 : M^ del tutto 4 : 3/' se
m se troppo fosse crucciato
5: Mi fuggire m ci conviene....
chosi di presente - 7: m crescesi 9: M-m ubiamo detto i2: M^ alcuna volta 13: m crucciato 14: M' potremo (ma L lìotemo) 15: M-m in breve 17 : M' iroso 7 crucciato verso noi, m
adirato contra noi molto, 18: m
tornarne M alaltro modo 19: M-m nni.
fare converte M iulìnito
20: M' otii. la SS: M^ cruccioso,
m crucciato S3: in per i)Oclie
)iaroIo 7 aperte S6: M-m darò
dintorno M entrali, M' intrarli, wi
rilrarlo sottilmente sotto coverta
S8 : M e diviene convenente m udiviene e. S9 : M' trarla de viltanca 7 de
dispregio Quando la nostra causa ella è vile, cioè di piccolo
convenente sicché l' uditore poco cura d' intendere, allora ne conviene
usare principio et in esso fare che 11' uditore 5. sia intento alle
nostre parole; e questo potenio ben fare traendola di viltanza e
facciendola grande et innalzandola, sì come fece Virgilio volendo
trattare de l'api: «Io dicerò cose molto meravigliose e grandi delle
picciole api ». Della dubbiosa qualità. Nella dubbiosa qualità
di causa, se Ila sentenza è dubbia si conviene incominciare
l'exordio dalla sentenzia medesima. Ma se Ila causa è in parte onesta e
in parte disonesta si conviene acquistare benivolenzia, sicché paia che tutta
la causa ritorni in onesta qualitade. La causa dubitosa, si come fue
detto in adietro, èe in due maniere: 1' una che Ila sentenzia è dubbia,
sì come apare nelF exemplo d' Orestes, che per due ragioni e
cagioni dicea ch'avea ben fatto d'uccidere la madre. Et in quel
caso 20. dovea elli incuninciare il suo exordio da quella
ragione dalla quale (0 elli più ferma nel suo animo di voler provare, e
per la quale crede avere la sentenzia inn aiuto. 2. Ma se '1 convenente è
dubitoso perciò che sia in parte onesto et in parte disonesto, in quello
caso dee il buono parlieri neir
exordio acquistare la benivolenzia dell' uditore per principio, sicché
tutta la causa paia che sia onesta. 2: M' m om. ella m cioè di vile convenente 7 di picciolo ,9:
3f' -Ldelontendere 4-5 : M 7 mezzo, m e mezzo a fare... atento 6: m vilanza, >/' vllezza 7 inalr. et f.
g. 7 : m tràre 8: M' om. molto iO: M' Dela dubitosa li: m cominciare i2 : M-in om. è in parte onesta M' parte lionesla 7 parlo dis. i7 : M-m cliella causa hi dubbiosa
i8: M> om. apare cagioni 7
ragioni m om. 7 cagioni 19-20 : m in questo dovea elli
com. 21 : M' la (juale 22: M-m 7 per qua! (?;i om. 7) M' sigli crede davere 23: m om. sia
M'-L honesta.... disonesta 25: M'
acquistare nelexordio benivolenca daluditore M libenivolentia 26 : M-m om. che sia (1) Cioè «
fondandof3i sulla quale egli si propone di dimostrare la sua causa. L'oscurità
della frase ha determinato la falsa correzione in ilf'. La causa
onesta. Quando la causa fie onesta, o potemo intralasciare lo principio,
0, se ne pare convenevole, comincieremo alla narrazione o dalla legge, o
d' alcuna fermissima ragione della nostra diceria. 5. A\a se ne piace
usare principio, dovemo usare le parti di benivoglienza per accrescere quella
che è. Quando il conveniente sopra '1 quale ne conviene dire è
onesto, certo per la natura del fatto propia avemo noi la benivoglienza
dell'uditore sanza altro adornamento di parole. Perciò quando noi venimo a dire
noi potemo bene intralasciare lo principio e non fare neuno exordio
né prolago di parole, e cominciare la nostra diceria alla narrazione,
cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare da quella legge che
tocca alla nostra materia o da quella ragione che sia più fermo argomento
e più certo. Ma se nne piace usare ijrincipio e fare alcuno prologo,
certo noi lo potemo bene, non per acquistare benivolenza ma per
crescere quella che v' è. Et perciò in detto caso il nostro 20.
principio dee essere in parole apropiate a benivolenza. Della causa
ohscura. (e. XVI) Nella causa la
quale è oscura conviene che nel nostro principio noi facciamo che ir
uditore sia docile. Lo sponitore. 25. 1. In adietro fue
dimostrato qual causa e quando sia oscura. Et perciò dice Tullio
che nella causa la quale sia 2 : M' m tia 3 : i« / Se ci paro -i : M-m o alla legge, J/' o data leggo M o alcuna, )/i adalcluina, Mi o
dalcuna 5: Miw paro, m non paro 6 : il/i om. che h - 9: M-m nm. certo -
facto pro])io iO: M-m sanja molto
ailorn. i i : Mi j perciò M noi doviamo a dire, m noi doviamo
diro i2: m alchuno oxordio 13-15: M-m no cominciare ~ M' 1 cominciare do
quella legge - M-m o a ([uolla ragione
16: M' la (jualo sia 18: M'
ben faro 19: M-m il docto, M' in (juesto
caso 25: M' mostrato (|ualo causa
e 7 (juando sia (ma L ([uando sia) 26:
M' la quale e (Cioè «quando cominciamo a parlare». L'accordo di Jlf
e JVf ' ronde sicuro a dire, e con questo si escludo la lezione, buona in
apparenza, di m {doviamo dire) come evidente accomodamento di M.
oscura all' uditore a intendere noi dovemo usare quella parte de
exoi'dio la quale è appellata principio, et in quello dovemo noi si dire
che 11' uditore sia docile, cioè ch'elli intenda e ch'elli senta la
natura del fatto, in que5. sto modo: che noi diremo in poche parole
sommatamente la sustanzia del fatto dell' una parte e dell' altra. Et
poi che noi vedremo che U' uditore sia apparecchiato in via d'
intendere (1) il fatto, noi andremo innanzi a dire la nostra ragione sì
come si conviene al fatto. 10. Le ragioni delle cose.
93. Et perciò che infìn ad ora noi avemo detto che ssi conviene fare
nell' exordio, oimai rimane a dimostrare per quali ragioni ciascuna cosa si
possa fare. Sponito7-e. Infino a questo luogo à
insegnato Tullio tutto ciò che ssi conviene dire o fare nello
exordio; e perciò ch'elli àe detto in quale exordio ed in qual causa ne
conviene usare parole per acquistare benivolenza, sì vuole elli da qui
innanzi mostrare le ragioni come si puote ciò fare ; e questo 20.
insegnamento fa bene di sapere. De' quattro luoghi della
temperanza. Benivolenza s' acquista di quatro luogora : dalla nostra
persona, da quella de' nostri adversarii, da quella dell! giudici e dalla
causa. Lo sponitore. In questa parte insegna CICERONE acquistare
benivolenza, e perciò ch'ella non si puote avere se non per quello che
ss' apartiene alle persone et al fatto, sì dice che quattro luogora sono
dalle quali muove benivolenza. Il primo luogp i: if-»» om. all'uditore a
intendere 2.M^As lexordio 4: Af' chela intenda et senta 5: m dopo
diremo r(pe(e in ([uesto modo 6:m la
natura om. Et 7-8: 3f' apparecchiato intendere, m-L appareccliiato a
intendere 12: m a mostrare 15: M-m In ipiosto luogo om. tutto - 17: M-m 7 di qual causa, M' iu
quale causa, i e in quale causa
M-m luoghi, della nostra p.
27-28: M' da quello... alla persona (1) L' espressione
certamente è ridondante {in via sembra quasi una variante di
apparecchiato), e perciò quasi tutti i testi l' hanno ridotta alla forma pili
semplice e comune. Il segno 7 di M' deriva da una errata lettura di a, che
anche in quel codice ha una forma simile alla nota tironiana.
si è la nostra persona e di coloro per cui noi dicemo. Il secondo
luogo si è la persona de' nostri adversarii e di coloro contra cui noi
dicemo. Il terzo luogo si è la persona de' giudici, cioè la persona (l)
di coloro davanti da cui noi 5. dicemo. Il quarto luogo si è la causa e
'1 fatto e '1 convenente sopra '1 quale noi dicemo. E di ciascuno di
questi dicerà il conto ordinatamente e sofficientemente.
Tallio sopra lo lìvolago. Dalla nostra persona se noi dicemo sanza
superbia de' 10. nostri fatti e de' nostri officii; e se noi ne leviamo
le colpe che nne sono apposte e le disoneste sospeccioni; e se noi
contiamo i mali che nne sono advenuti et li 'ncrescimenti che nne sono
presenti; e se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino.
Sponitore. 1. Conquistare benivolenza dalla nostra persona si
è dicere della persona nostra, o di coloro per cui noi
dicemo, quelle pertenenze perle quali l' uditore sia benivolo verso
noi. Et sappie che certe cose s' apartengono alle persone e certe alla
causa; e di queste pertinenze tratterà il conto 20.
sofficientemente, e fie molto bella et utile materia ad imprendere. Et qui pone
Tullio quattro modi d'acquistare benivolenza dalla nostra persona. 2. Il i)rimo
modo si è se noi dicemo sanza soperbia, dolcemente e cortesemente, de' nostri
fatti e de' nostri officii. Et intendi (2) che dice « fatti » 25
quelli che noi facemo non per distretta di leggo o per forza, ma per
movimento di natura. Et così dicendo Dido 1 : m Olii,
si 2: M-m om. luogo m ohi. si
5 : m om. si J : M-in om. la
jiersoiia Afiia coloro m davanti a chui, il/' davanti cui 5: M^ il facto m om. ól convonento 6-7 : M' om. di questi dioera lautore m om. e soBìcientemento 9-10: M-m Alla nostra p. di nostri
faoti Ai' lo nostre colpo 12: il/' che sono presenti M' i scongiuramento M^ dola nostra persona 7 di coloro 17: m aparlenentle 20: m om. suflicientementc M-mom. materia 22: m om. moiio 2-i:M-m intende, L intendo 25: m
diciamo per distretta 26: M-m dicendo
didio (1) Le parole la persona sono superflue, e perciò a prima
vista si preferirebbe la lozione di M-m; ma è molto più probabile
l'omissione di parole inutili che la loro aggiunta in Af'.Scrivo cosi per
analogia col § 4; ma anche la lezione di Mm, intende, potrebbe
conservarsi come una forma di 2" persona dell' imperativo (per la
desinenza e non mancano esempii). d' Eneas acquistò la benivolenza degli
uditori: « Io » dice ella, « accolsi e ricevetti in sicura magione colui
eh' era cacciato iu periglio di mare, et quasi anzi eh' io udisse
il nome suo li diedi il mio reame ». Et cosi dice che ella 5. si mosse a
pietade sopra Eneas quando elli fugia dalla distruzione di Troia. 3. Et
al ver dire noi avemo merzè e pietade delle strane genti per natura, non
per distretta. Ma offici sono quelle cose le quali noi facemo per
distretta, non per movimento di natura. Onde dice Tullio che
dell'uno 10. e dell'altro dovemo dire temperatamente sanza
superbia. 4. Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a noi
et a' nostri le colpe e le disoneste sospeccioni che cci sono messe et
apposte sopra; et intendi che colpe sono appellati que' peccati che sono
apposti altrui apertamente davanti al viso, sì come fue apposto a Boezio
eh' elli avea composte lettere del tradimento dello 'mperadore. Il quale
peccato removeo elli per una pertenenza di sua persona, cioè per
sapienza, dicendo cosi. Delle lettere composte falsamente che convien dire ? la
froda delle quali sarebbe mani 20. festamente paruta se noi fossimo essuti
alla confessione dell' accusatore ». 5. Le disoneste sospeccioni sono le
colpe eh' altre pensa in centra ad un altro, ma nolle pone davante
al viso, sì come molti pensavano che Boezio adorasse i domoni per desiderio
d'avere le dignitadi; e questa sospeccione 25. si levò elli
parlando alla Filosofìa, che disse: « Mentirò che pensaro ch'io sozzasse
la mia coscienza per sacrilegio (o per parlamento de' mali spiriti). Ma
tu, filosofìa, commessa in me cacciavi del mio animo ogne desiderio delle
mortali cose ».• Et così parve che volesse dire: « Poi che in me avea
sapien 30. zìa, non era da credere che in me fosse così laido fallimento
». Tutto altressì Elena, voglìendosi levare la sospeccione che '1
suo marito avea dì lei, disse: «Elli che ssi fida in me della vita,
dubita per la mia biltade; ma cui assicura prodezza non dovrebbe impaurire
l'altrui bellezza ». 6. Il terzo 1 : M' deluditore 2: S m sicuro porto 4: M' il suo nomo Mìi dica
m il roame mio 5: A/'
dela 7: m M' 7 non 0: m L ^ non por m. 13-14: m ci sono aposto (om. sopra) M' appellate.... apjioste 16: M \e lectoro 17: M' elgli rimovca ciò fu
18: M' falsamente composte 20-21
: M-m jiartita ....stati.... dellaccusato 22: m centra un altro ^f' appone
25: m parlando olii 25-27: M-m
Mentita chi solcasse om. per
sacrilegio.... spiriti 28: cacciavi (il
latino ha pellebas) è solo in L; M-m chaccia, Jf' cacciava con un i
aggiunto tra v e a, s caccia via 29: M-m
paro 31 : m schusare 7 levare 33:
m della biltade mia modo è se noi contiamo i mali elie sono
advenuti e li 'ncrescimenti che sono presenti. Così Boezio, contando ciò
ch'avenuto era, acquistò la benivolenza dell'uditore dicendo: « Per guidardone
della verace vertude sofferò pene di falso incol5. pamento ». Et Dido, dicendo
i suoi mali dopo il dipartimento d'Eneas, acquistò la benivolenza per la
sua misa ventura, e disse : « Io sono cacciata et abandono il mio paese e
Ila casa del mio marito e vo fuggendo i)er gravosi cammini in
caccia de' nemici». Altressì Julio Cesare, vedendosi in perillio di
10. guerra, contò i mali c'a llui poteano advenire, per confortare
i suoi a battaglia, e disse: «Ponete mente alle pene di Cesare, guardate le catene
e pensate che questa testa è presta a' ferri e' membri a spezzamento». Altro
modo è se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino,
15. cioè devotamente e con reverenza chiamare merzede con grande
umilitade. Et intendi che preghiera è appellata sanza congiuramento.
Verbigrazia : Pompeio, vegiendosi alla pugna della mortai guerra di
Cesare, confortando i suoi di battaglia disse: «Io vi priego de' miei
ultimi fatti 20. e delli anni della mia fine, perchè non mi
convenga essere servo in vecchiezza, il quale sono usato di
segnoreggiare in giovane etade » (0. Et queste pi'eghiere talfiata
sono aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose, sì
come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad 25. Eneas:
«Io » disse ella « non dico queste parole perch'io ti creda potere
muovere; ma poi ch'io ao perduto il buon 4 : M-m fossero
peno 5 : M-m Et dicio dicondo 6-7: m dicendo M-m chaccialo 8: M el mio marito, m
om. - 9: M Tullio Cosarn, m Tulio corr. in .Tulio 12-13 : itf' epresso li membri
M 7 membri, m 7 i membri La
sprezzamento 14: M-m 7 scongiuramento Mi panclino, m e parlino, M'-L o incliino -
13: m om. cioè chiamando 19: m
abattagla — 20: M delli anni ilelli amici lino, m delli anni /siche 21: M servo in vilezza la (piale, m
servo 7 in vilczza il quale 22-23: M-m
om. sono aperte, m anlhe il 2° talfiata
24: M di diedi 26: M' o perduto,
m chio perduto (l) Il testo di Lucano (Fars., VII, 380), da cui è
tradotto questo esempio, ha ultima fata deprecar, tutti i codici della
Eettorica portano ultimi fatti. Non credo che si possa pensare a uno
sbaglio dei copisti, perchè un latinismo come fati (che del resto qui non
sarebbe traduzione esatta) manca di ogni probabilità in quel tempo; sarà
dunque da risalire a un'alterazione facilissima del latino, ultima facta,
che certo riusciva più intelligibile della frase poetica originale.
Quanto al servo in vecchiezza (che corrisponde a ne discam servire senex), se
potesse supporsi una forma vegliezza {eelUczza) si spiegherebbe meglio come sia
nato l'erroneo vilezza; ma è chiaro che la parola servo risvegliò l'idea
di «condizione vile, meschina». pregio e la castitade del
corpo e dell' animo, non è gran cosa a perdere le parole e le cose vili
». 8. Ma scongiuramento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio o
per anima o per avere o per parenti o per altro modo di 5. scongiurare,
sì come DIDONE fece ad Eneas: Io ti priego, dice ella, per tuo padre, per le
lance e per le saette de' tuoi fratelli e per li compagnoni che teco
fuggirò, per li dei o per l'altezza di Troia, etc. Or à detto il conto del primo luogo
donde muove la BENEVOLENZA, cioè 10. della nostra persona e di coloro che
sono a noi ; ornai dirà il secondo luogo, cioè della persona delli
adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Dalla persona delli
aversarìi se no! li mettemo inn odio 15. invidia o in dispetto.
Lo sponitore. 1. Acquistai'e benivolenza dalla persona de'
nostri adversarii si è dire delle loro persone quelle pertenenze per le
quali l' uditore sia a noi benivolo et contra 1' aversario 20. malivolo;
et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo modo è dicere le pertenenze
delle loro persone per le quali siano inn odio dell'uditori; il secondo
che siano in loro invidia; il terzo che siano in loro dispetto; e di
ciascuno di questi tre modi dirà il testo bene et interamente. Tullio. Inn
odio saranno messi dicendo com' ellino anno fatta alcuna cosa
isnaturatamente o superbiamente o crudelmente o maliziosamente. M om.
a 711 lo chose vili 7 le i»arole 4: M' o per parenti por avere m oin. rli scongiurare 6-7 : M' per lo tuo padre 7 per le 1. 7 [jor
le s. de tuoi f., per li compagniper saette di tuoi I"., m per le saette
de tuoi parianti 7 per li compagni - 8-0 : M' om. etc. Ed ora a detto il
maestro om. la Ì0:m dalla nostra
parte YS: 3i' odindispregio 19:
M-m om. a noi M' deluditore.... in invidia. Et il ter^^o che sia m loro in invidia.... loro in
dispetto : M' comelgli anno alcuna cosa
facta vi 0»». isnatur. e o
maliziosamente Noi potemo i nostri adversarii mettere ina odio dell'
uditore se noi dicemo eh' elli anno alcuna cosa fatta isnaturalmeute, contra
l'ordine di natura, si come mangiare 5. .calane umana et altre simili
cose delle quali lo sponitore si tace presentemente. O se noi dicemo eh'
elli abian fatto superbiamente, cioè non temendo né curando de' signori
né de' maggiori, avendoli per neente. O se noi dicemo ch'elli
abbiano fatto crudelmente, cioè non avendo pietà né mise 10. ricordia de'
suoi minori né di persone povere, inferme o misere. se noi dicemo ch'elli
abbiano fatto maliziosamente, cioè cosa falsa e rea, disleale, disusata e
contra buono uso. 2. Et di tutto questo avemo exemplo nelle parole che BOEZIO
dice contra NERONE imperadore. Ben sapemo quante ruine fece ARDENDO ROMA,
tagliando i parenti et uccidendo il fratello e sparando la madre.
Altressì fue malizioso fatto il qual racconta Euripide di Medea, che sta
scapigliata tra' monimenti e ricogliea ossa di morti. 3. Omai à
detto lo sponitore sopra '1 testo di Tullio come noi potemo met 20.
tere il nostro adversario in odio et in malavoglienza dell' uditore. Da quinci
innanzi dicerà come noi li potemo mettere in loro invidia.
Tullio. In invidia dicendo la loro forza, la potenza, le
ricchezze, 2.5. il parentado e le pecunie, e la loro fiera maniera da non
sofferire, e come più si confidano in queste cose che nella loro
causa. Sponitore. 1. Noi potemo conducere i nostri
adversarii in invidia et in disdegno dell' uditore se noi contiamo la
foi'za del 3-4: M' chaWi ahh'ia. {poi aggiunto no dalla stessa maria) isnaluratamente contra online M' tace ora
presentemente m al ])rosonte M-m 7 se noi dicemo che labian 7-8: M tenendo M^ 7 non venerando de
sig,... 7 avendoli, m curando.... do maggiori
M-m 3/' chelabbiano 9-10: m
misericordia.... di persone M' 7 misero
M-m Et se dicemo cliollabbiano
12: Af' cosa rea falsa et disleale 7 disusata contra b. u., m om.
cosa o disleale 7 contro a b.
u. 13: M' exemplo avemo lo : M' uccidendo i parenti, talgllaiido
il fratello M-m i fratelli 17 : S Euripide M-m di medici
IS: M corresse monimenti in moUimenti
20: m om. in odio et - Af' in malavoglienca 21-22: M Da ipii 3f' diceremo.... li potremo
mettere loro in invidia 24 : M-m om. M'
si lidano: Af' i nostri avorsari conducere degliuditori Magoini, La rettorica
italiana di B. L. corpo e dell' animo loro ad arme e senza arme, e la
potenza, cioè le dignitadi e le signorie, e le ricchezze, cioè servi,
ancille e posessioni, e'1 parentado, cioè schiatta, lignaggio e parenti e
seguito di genti, e le pecunie, cioè 5. denari, auro et argento, in cotal
modo che noi diremo come ' nostri adversarii usano queste cose malamente
et increscevolemente con male e con superbia, tanto che sofferire non si
puote. 2. Cosi disse Salustio a' Romani: Ben dico che Catenina è estratto
d'alto lignaggio et à grande IO. forza di cuore e di corpo, ma
tutto suo podere usa in tradimenti e distruzioni di terre e di genti ». Così
disse Catenina centra ' Romani: Appo loro sono li onori e le potenzie, ma
a nnoi anno lasciati i pericoli e le povertadi. Ed ora è detto della
invidia contra i nostri adversarii; sì dicerà il conto come noi li potemo
mettere in dispetto. Tullio. In dispetto degli uditori
saranno messi dicendo che siano sanza arte, neghettosì, lenti, e clie
studiano in cose disusate e sono oziosi in iuxuria. 20.
Sponitore. I. Noi potemo mettere i nostri adversarii in
dispetto degli uditori, cioè farli tenei'e a vile et a neente, se
noi diremo che sono uomini nescii sanza arte e sanza senno, da
neuno uopo e da neuna cosa; o che sono neghettosì, che tuttora si stanno e
dormono e non sì muovono se non come per sonno; o diremo che sono lenti e
tardi a tutte cose; o diremo che studiano in cose che non sono da
neuno uso né d'alcuna utilitade; o diremo che sono oziosi in Iuxuria dando
forza et opera in troppo mangiare, in nebriare, 30. in meretrici,
in giuoco et in taverne. 2. Et ora à detto il Af' om. e le signorie, poi
continua: E le pecunie, ciò sono i danari e seni 7 ancelle 7 possessioni. ¥A
parentado di genti, in cotal modo ecc.
6: M' come i nostri aversarii 11 : M^ in tradimento 7
distructione de terra 7 <le gente, m in tradimenti distructioni: M-in a
Romani : m lasciato 14: M iì detta L'i : M' o»i noi in dispregio (l. 17 idem) 17: M' om.
degli uditori M disulate M octosi, m ottosi 22: M' om. degli
uditori 23: 3f' siano, m sieno M' sanza sonno? sanza arte di neuno
huopo - 24: m om. da neuno uopo e 25 : m
si stanno, dormono - 26: M' per sonno/ 7 diceremo, L per sogno 27-28 : m alclumo uso M ' 7 dicoremo 29-30: M' de troppo mangiare .T
ebriare. in puttane m 7 in bere M in cliaverne M' a decto luditore come
)?t om. E conto come noi potemo acqnistare la benivolienza dell'uditore
dalla persona de' nostri adversarii mettendoli inn odio et in invidia et
in dispetto, et à insegnato come si puote ciò fare. Ornai tornerà alla
materia per dire come s' acqui5. sta benivolenzia dalla persona dell' uditore,
e questo è il terzo luogo. La benivolenza dell'uditore. Dalla
persona dell'uditori s'acquista benivolenza dicendo che tutte cose sono usati
di fare fortemente e saviamente e man10. suetamente, e dicendo quanto sia di
coloro onesta credenza e quanto sia attesa la sentenza e l'autoritade
loro. Lo sponitore Noi potemo acquistare la benivolenza delli
uditori dicendo le buone pertenenze delle loro persone e lodando
15. le loro opere per fortezza e per franchezza e per prodezza, per
senno e per mansuetudine, cioè per misurata umilitade, é dicendo come la
gente crede di loro tutto bene et onestade, e come la gente aspetta la loro
sentenza sopra questo fatto, credendo fermamente che fie si giusta e di
tanta 20. autoritade che in perpetuo si debbia così oservare nei
simili convenenti. Di forte fatto Tulio lodò Cesare dicendo: « Tu ài
domate le genti barbare e vinte molte terre e sottoposti ricchi paesi per tua
fortezza». 3. Di senno il lodò e' medesimo parlando di Marco Marcello: Tu
nell'ira, la quale è molto nemica di consellio, ti ritenesti a consellio.
Di mansueto fatto il lodò Tulio dicendo: Tu nella vittoria, la quale
naturalmente adduce superbia, ritenesti mansuetudine ». 5. D' onesta
credenza il lodò Tallio in M' in odio deluditore, M innodio 7 invidia, m
in odio, in invidia M-m om. si 8:
Jf' m delludilore {ma il testo auditorum) ~ 9: M' sono usi M-m 7 suavomento {m nm. 7) : i mss.,
ambedue le volte, quando M' di loro li: M-m intesa 13: M-m om. delli uditori M^ deluditore M' dicendo che buone M-m om. e per franchezza M' 7 per senno 17: m M' om. e 19: Jtf' credendo che la loro sententia
sia si giusta m che sia SO: M-m ne in simili, M'-L ne simili 23-84: m e lodo, M' il lodano 7
medesimo parlano m marche metcllo M-m
om. molto Af tu ritenesti a
consellio, m tu ritenesti consiglio 26:
M ilio Tullio tu ecc., m di mansueto fatto /7 nella vittoria M adato, m adato, L odduce 28: m om. credenza il lodò Tullio In
tutti 1 codici l'interpunzione di questo passo è variamente errata, né
metterebbe conto darne notizia. questo modo: Cesare volle alcuna
fiata male a Tullio, ma tutta volta lo ritenne in sua corte; e non
pertanto Tullio CICERONE era sì turbato in sé medesimo che non potea
intendere a rettorica si come solea, insin a tanto che GIULIO CESARE non
li 5. rendeo sua grazia. Et in ciò disse Tullio. Tu ài renduto a me
et alla mia primiera vita l’usanza che tolta m' era, ma in tutto ciò
m'avevi lasciata alcuna insegna per bene sperare »; e questo dicea perchè
l'avea ritenuto in corte, sicché tuttora avea buona credenza. 6. D'
attendere la sua buona sentenza lodò Tullio Cesare parlando di Marco
Marcello: «La sentenza eh' é ora attesa da te sopra questo convenente non tocca
pure ad una cosa, ma à ad convenire (D a tutte le somiglianti, perciò che
quello che voi giudicarete di lui atterranno tutti li altri per loro ».
7. Or é detto come 15. s'acquista benivolenzia dalle persone delli
uditori; sì dirà Tullio coni' ella s'acquista dalle cose. La
benivolenza delle cose. Da esse cose se noi per lode innalzeremo la
nostra causa, per dispetto abasseretno quella delii
adversarii. Sponitore. Noi potemo avere la benivolenza dell'uditori
da esse cose, cioè da quelle sopra le quali sono le dicerie,
dicendo le pertenenze di quelle cose in loda della nostra parte et
in dispetto et in abassamento dell' altra; sì come disse 25. Pompeio
confortando la sua gente alla guerra di Cesare : « La nostra causa piena
di diritto e di giustizia, perciò eh' ella è migliore che quella de'
nemici, ne dà ferma spe 4 : M' om. non 6: M-m la causa dm t. i a me la mia primiera vila e liisanza
7: tutti, eccetto L, m'avea M-m la sua
insegna 8 : M' 7 in questo (?«re i et
((uesto) M' buona speranna M-m
lodo Cesare di Tullio - IS: M-m ma ad {m a) convenire, M-L ma dee convenire Mt
per lui i5: 3f' dele persone i8:M-mom. so L sar|uista bonivoglienza se noi ecc. (ma nel
latino manca) M' m 7 per disp. 21 : M' deluditofo, m delli uditori 24 : m nm. in dispetto M-m om. idi
25: M confermando la sua gente
26: m M'-L e piena Lo pero
chella 27 : m forma speranza
(1) Aggiungo un' a, che nella scrittura del codice può considerarsi fusa
(come avviene nella pronunzia) con quella precedente di ma con quella
seguente di ad. Bel resto basterebbe anche « convenire, quasi come un
futuro (« converrà ») scomposto nei suoi elementi. -ranza d'avere
Dio in nostro adiuto(i)». 2, Et ornai à divisato il conto le quattro
luogora delle quali si coglie et acquista la benivoglienza, molto
apertamente et a compimento; sì ritornerà a dire come noi potemo fare
l'uditore intento. Di fare V uditore intento. Intenti li faremo dimostrando
che in ciò che noi diremo siano cose grandi o nuove o non credevoli, o
che quelle cose toccano a tutti a coloro che 11' odono o ad alquanti uomini
illustri, ai dei immortali, a grandissimo stato del comune, o se noi
prof10. terremo di contare brevemente la nostra causa, o se noi proporremo la
giudicazione, o le giudicazioni se sono piusori. Avendo Tullio dato intero
insegnamento d'acquistare la benivolenza di quelle persone davante cui
noi 15. proponemo le nostre parole, sì che l' animo s' adirizzi
et invìi in piacere di noi e della nostra causa e che siano contrarii e
malevoglienti a'nostri adversarìi, sì vuole Tullio medesimo in questa
parte del suo testo insegnare come noi I)otemo del nostro exordio, cioè
nel prologo e nel cominciamento del nostro dire, fare intenti coloro che noi
odono, sì che vogliano achetare i loro animi e stare a udire la
nostra diceria; e di questo potemo noi fare in molti modi de' quali sono
specificati nel testo dinanti, et in altri simili casi. 2. Et posso ben
dire manifestamente che ciascuna per 25. sona sarà intenta e starà ad
intendere se io nel mio comin1: m nm. Et
3 : 3f' nm. la hi odi. molto 4: m alento
8-9: A/' o aliquanlì.... o ali iilii imm. o a M |)iQrRremo, vi protreremo {lat.
pollicebimur) iO: M-m owi.
brevemente VI proiroromo la giuil. i3 •M-m Quamlo Tullio a dato 14:
J/tlavento 7/1 (lavante a
cimi 13-16: 3/' loro siiivii 7
dlrirvi 17: vi malagevoli 19: M' nel nostro exorilio vi nm. nel coniiiiciamento 21 : 3f' si che noi vogliamo 32-23: 3f ' Et questoi (jua'.i....
davanti vi om. el 25: M-m sono noi mio com. Lucano,
Phars., VII, 349: " Causa iubet melior superos sperare secundos „. Solo la
lezione di M corrisponde anche per la forma sintattica. Si rimano alquanto in
dubbio sulla lezione da preferire, perchè tra un Avendo e un Quando la
differenza grafica ò lieve, data la somiglianza di una forma di A con Q.
Ma il gerundio Avendo, con una costruzione meno comune, più difficilmente
può esser dovuto a un copista; d'altra parte il quando in senso di " dopo
che „ non è dell'uso di Brunetto, clie adopra continuamente la formula
" Poi che Tullio ha detto ha insegnato (S’intende clie l'inserzione
di a davanti a dato diveniva necessaria leggendo Quando). -ciamento
dico eli' io voglia trattare di cose grandi e d'alta materia, sì come
fece il buono autore recitando la storia d'Alexandro, che disse nel suo
cominciamento : « Io diviserò e conterò così alto convenente come di
colui che conquistò ó. il mondo tutto e miselo in sua signoria ».
3. Altressì fie inteso s' io dico eh' io voglia trattare di cose nuove e
contare novelle e dire eh' è avenuto o puote advenire per le novitadi che
fatte sono, sì come disse Catellina : « Poi che Ila forza del comune è
divenuta alle mani della minuta 10. gente et in podere del populo
grasso, noi nobili, noi potenti a cui si convengono li onori, siemo divenuti
vile populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade. Altressì
fie intento s' io dico eh' io voglia trattare di cose non credevoli, sì
come '1 santo che disse : « Il mio 15. dire sarà della benedetta
donna la quale ingenerò e parturio figliuolo essendo tuttavolta intera vergine
davanti e poi »; la quale è cosa non credevole, i^erciò che pare essere
centra natura. Et si come diceano i Greci: « Non era cosa da credere che
Paris avesse tanto folle ardimento che venisse 'n essa terra a rapire
Elena. Altressì fie intento s'io dico che '1 convenente sopra '1 quale
dee essere il mio parlamento a tutti tocca od a coloro che 11' odono, sì
come disse Gate parlando della congiurazione di Catellina: « Congiurato
anno i nobilissimi cittadini incendere e distruggere 1 : M traclai-e
cose, m cliio voglia di trattare chosa grande
2 : M actoro, m attor.j M' recontcro conquise7 mise 5-6: M' fia inlento sic dica.... 7 contrario
novelle - 7: M' 7 puote 9: M storca m e
venuta.... gente minuta 10: m M'-L
non potenti iy : J>f' noi a
cui 13: M Altre si 14-15: M'-L sicome
disse il santo che disse - i II mio dotto
16: M' partorie il figluplo M^ -j
di. poi M-m om. la quale....
natura 19: M-m oni. folle m om. che venisse SO: M nessa terra, m
in essa terra, M'-L nela nostra terra M arape 22: M' tocclia a tutti
coloro anno nob. citt. dincendore [Nonostante l'accordo di tutti gli altri
codici, mi attengo a M, la cui lezione è confermata dal testo di
Sallustio: " omnes, strenui, boni, nobiles atque ignobiles „ ecc. Brunetto
non traduce esattamente, ma vuol mettere in rilievo la dignità delle persone,
e perciò ripete il noi; forse questa parola in qualcuno dei primi
apografi fu scritta no (no') e quindi scambiata colla negazione: non
potenti. Favoriva l'errore anche il tono insolito della frase " noi
nobili, noi potenti,., mentre le parole " in podere del populo
grasso „ inducevano a considerare " non potenti „ i
nobili. Intendo in essa terra (come scrive m), cioè " nella patria
stessa „, in ipsa terra. Leggendo con 21f » nella nostra terra si avrebbe
lo stesso senso in forma più chiara; ma non saprei allora spiegare la
variante di M-m. È possibile che, omesso il nostra, un nella sia stato
letto nessa, che a prima vista non dà senso ? Invece nulla di più facile
del caso inverso, e.ssendo l's di forma allungata cosi simile a l. isola patria
nostra, e '1 lor capitano ne sta sopra capo. Adunque dovete compensare clie voi
dovete sentenziare de' crudelissimi cittadini che sono presi dentro nella
cittade » Altressì fie intento s' io dico clie Ila mia diceria tocca 5.
ad alquanti uomini illustri, cioè uomini di grande pregio e d'alta
nominanza in traile genti sì come disse Pompeio parlando della battaglia
civile: « Sappiate che l'arme de' nemici sono appostate per abbattere l'alto e
glorioso sanato ». Altressì fie inteso s'io dico che Ile mie parole
toccano a'dei, 10. si come fue detto di Catellina poi ch'elli ebbe
conceputo di fare cotanta iniquità: «Ma elli gridava ch'appena i
dei di sopra potrebbero ornai trarre il populo delle sue
mani. Altressì fie intento s' io dico nel principio di dire la mia
causa brevemente et in poche parole, sì come disse il poeta 15. per
contare la storia di Troia: «Io dirò la somma, come Elena fue rapita per
solo inganno e come Troia per solo inganno fue presa et abattuta. Altressì
fie intento s'io nel mio exordio propongo la giudicazione una o più,
cioè quella sopra che io voglio fondare il mio dire e fermerò
20. la mia provanza, sì come fece Orestes dicendo: « Io proverò che
giustamente uccisi la mia madre, imperciò che dio Apollo il mi à
comandato, perciò che uccise il mio padre». IO. Et di tutti modi per fare
l'uditore intento potemo noi coUiere exempli in queste parole che
disse Tullio a Cesare parlando per Marco Marcello: « Tanta 1 : M-m 7
lor M' ne sopra capo 2-3 : m dovete pensare, Mi pensale M-m esmarn {m esimare) de nobilissimi
citi. M' ohe sono dentro ala cittade
(anche m dentro alla) M fue, m (la 5-6: M' cioè de gr. M-m 7 da tale nominanca
7 : M-m che latine M-m sano, M' senato M' fia intonto O-ll: M-m poi chelll
anno conceputo di faie tanti iniipii mali gridava (m om. gridava) M apena
ornai 3f' nel cominciamento 14: Jf' o in
jioclie parole M' om. Io dirò.... e come Troia, M om. Troia [spazio
bianco) m diclio 7 propongo nel mio exordio Mi sopra che infomliiro il mio dire
e fondata m sopralla quale M-m che
io ajmllo il mio comandato, 3f' chol dio Appello lo ma com. (/.. lo
mavea), 7 perciò cliella m atento M' exemiilo M-m om. a M' parlando a lui Questo periodo
è d'incerta lezione, male varianti registrate in nota sono palesi
accomodamenti, specialmente il pensate di Jtf ' per evitare la
ripetizione di dovete; co.si esmare esimare può esser nato da una sigla
di sentenziare (0 si tratterà di fmare, fermare?). Glie sia poi da
leggere crudelissimi cittadini ò confermato, oltre che dal senso, dalla parola
hostibiis che vi corrisponde i\el tosto di Sallustio ; nobilissimi ò
derivato dalla frase del periodo precedente. La lezione di M., che è tutta
accettabile, dà ragione degli errori di Mm: il primo elli parve plurale,
e quindi si fece elli anno; il ma unito con Mi divenne mali e portò con
sé altri cambiamenti. Ma non giurerei che tutto sia genuino"
mansuetudine e cosi inaudita e non usata pietade e cosi incredebile e
quasi divina sapienzia in nessuno modo mi posso io(l) tacere nò sofferire
ch'io non dica». Et poi che Tullio à pienamente insegnato come per le
nostre parole 5. noi potemo fare intento l'uditore, si dirà come noi il
poterne fare docile. Come l'uditore sia docile. Docili faremo
li uditori se noi proporremo apertamente e brevemente la somma
della causa, cioè in che sia la contraversia. E certo quando tu il vuoti
fare docile conviene che tu insieme lo facci attento, in però che
quelli è di grande guisa docile il quale è intentissimamente
apparecchiato d'udire. Quelle persone davanti cui io debbo parlare posso
io fare docili, cioè intenditori, da tal fatto: se io nel mio exordio,
alla 'ncviminciata della mia aringhiera, tocco un poco d^l fatto sopra '1
quale io dicerò, cioè brevemente et apertamente dicendo la somma della causa,
cioè quel punto nel quale è la forza della contenzione e della
controversia. Cosi fece Saiustio docile Tulio dicendo: « Con ciò sia cosa
ch'io in te non truovi modo né misura, brevemente risponderò, che
se tu ài presa alcuna volontade in mal dire, che tu la perda in mal udire
». 2. Questo et altri molti exempli potrei io mettere per fare l'uditore
docile, si come buono intenditore puote vedere e sapere in ciò eh' è detto
davanti. E perciò che '1 conto à trattato inn adietro di due maniere
exordii, cioè di principio e d'insinuazione, et àe divisato M
consuetudine, m sollicituiline, L inmansuetudine L nm. lo e cosi. M mandila. M-m
mi possono, M-L io posso m om. Et. M'
luditore intento, M nm. l'uditore. 8: M' Docile l'aremo luditore M-m proi)onemo iO: Af' Et credo quando tu vuoli. m nm.
è attentissimamente. m davanti a chui docile
cioè intenditori de tutto il facto M-m
sarò nel mio ex. M' incomincianza. M arrincliiera, M' aringheria m cominciamo 7 toccho Af' om. dicendo
nel quale e la contentione. M' om. cosa (ma non L). m o misura. M' ti
lispondo M' om. Io. m om. e sapere. M' doxordio [È chiaro che posso io fu
dall'archetipo di M-m trasformato in possono perchè tutti i sostantivi
che precedono parvero soggetti e non complementi oggetti ; e vi dovè
contribuire una falsa lettura (cfr. un caso simile in 128, 23, seno per
se io). La lezione di M'-L è solo un facile accomodamento. ciò che ssi
conviene fare e dire nel principio per fare l'uditore benivolo, docile et
intento, sì dirà lo 'nsegnamento della INSINUAZIONE in questo modo. Oramai
pare che sia a dire come si conviene trattare le insinuazioni. INSINUAZIONE
è da usare quando la qualitade della causa è mirabile, cioè, sì come
detto avemo inn adietro, quando l'animo dell'uditore è contrario a noi. E
questo adiviene massimamente per tre cagioni: o che nella causa è alcuna
ladiezza, o coloro 10. e' anno detto davanti pare ch'abbiano alcuna cosa
fatta credere all'uditore, se in quel tempo si dà luogo alle parole, perciò
che quelli cui conviene udire sono già udendo fatigati; acciò che
di questa una cosa, non meno che per le due primiere, sovente s'offende
l'animo dell'uditore. In adietro è detto sofficientemente come noi
potemo acquistare la benivolenza dell" uditore e farlo docile et
intento in quella maniera de exordio la quale è appellata principio.
Oramai è convenevole d' insegnare queste mede 20. sime cose nell'autra
maniera de exordio la quale è appellata « insinuatio ». 2. Et ben è detto
qua indietro che « insinuatio » è uno modo di dicere parole coverte e
infinte in luogo di prologo. Et perciò dice Tullio che questo tal prologo
indaurato dovemo noi usare quando la nostra causa è laida e disonesta inn
alcuna guisa, la qual causa è appellata mirabile, sì come pare in adietro là
dove fue detto che sono cinque qualità U) di cause, cioè onesta,
mirabile, vile, dubiosa et oscura. 3. E buonamente nelle quattro ne
potemo noi passare per principio; ma in questa una, cioè mirabile, 1
: M cioè M' om. fare e S : M-m om. s\ 6: 3f ' della ìnsinualiono 7: m ohi. s'i M-m 7 di questo
diviene iS: L Kt di questa Iti: M-m a detto 20: W nella maniera 2i : m Bono dotto S3: M-m cai prologo (m prolago danrato), 3/'
cotale prolagoS6: M-m nm. in adiotro M modi ([ualità (hi qui è corroso,
vin lo spazio fa supporre lo slesso), M'-L qualitadi dolio cause M' cioè nollamirabile Conservo la
parola qualità attestata da ambedue le tradizioni, tanto più Clio anche
prima Brunetto usa lo stesso vocabolo. In M abbiamo modi qualità. Probabilmente
si tratta di una sostituziono o variante, che venne poi introdotta nel
testo (a mono clie non si voglia supporre un modi o qualità). ne conviene
usare INSINUAZIONE [IMPLICATURA – “He hasn’t been to prison yet” – “He has
beautiful handwriting”] per sotrarre l’animo dell’uditore e tornare in piacere
di lui ed in grazia quel che pare essere in suo odio. Adunque ne conviene
vedere in quanti e quali casi la nostra causa puote essere
mirabile, e poi vedere come noi potemo contraparare a ciascuno. E
sono tre casi. Primo caso si è quando sie nella causa alcuna ladiezza per
cagione di mala persona o di mala cosa. Che al vero dire molto si turba l'animo
dell'uditore contra il reo uomo e per una malvagia cosa. Il secondo caso
è quando il parlieri ch'à detto davanti à sie et in tal
guisa proposta la sua causa, eh' è INTRATA NELL’ANIMO dell'uditore e
pare già che Ha creda sì come cosa vera; per la quale cosa r uditore, poi
che comincia a credere alle parole che ir una parte propone et extima che
Ila sua causa sia vera, apena si puote riducere a credere la causa dell'altra
parte, anzi sine strana et allunga. Il terzo caso è d'altra maniera che
sovente aviene che quelle persone davanti cui noi dovemo proporre la
nostra causa e dire i nostri convenenti anno lungamente udito e stati A
INTENDERE ALTRI e' anno detto assai e molto, prima di noi, DONDE L’ANIMO dell'
uditore è fatigato sì che non vuole né agrada lui d'intendere le nostre
parole; e questa è una cagione che offende l'animo dell'uditore non meno
che 11' altre due Et perciò conviene a buon parliere mettere rimedi di
parole incontra ciascuno caso contrario, secondo lo 'nsegnamento di
Tulio. Della laidezza della causa. Se la laidezza della causa mette
l'offensione, conviene mettere per colui da cui nasce l'offensione un
altro uomo che sia amato, o per la cosa nella quale s'offende un'altra
cosa che sia provata, o per la cosa uomo o per l'uomo cosa, sicché L'ANIMO
dell'uditore si ritragga da quello che 'nnodia in quello ch'elli ama. Et
infingerti di non difendere quello che pensano che tu voglie difendere, e
così, poi che l’uditore sie più allenito, entrare in difendere a poco a poco e
dicere che quelle cose, le quali indegnano L’AVERSARII, a noi medesimi
paiono non degne. Et poi che tu avrai allenito colui che ode, dei
dimostrare che quelle cose non pertiene atte neente, e negare che tu non
dirai alcuna cosa dell' aversarii, ne questo ne quello, sì eh' apertamente
tu non danneggi coloro che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi
quanto puoi da lloro la volontade dell'uditore; e proferere la sentenzia
d'altri in somiglianti cose, o altoritade che sia degna d'essere seguita;
et apresso dimostrare che presentemente si tratta simile cosa, o maggiore
minore. In questa parte dice Tullio CICERONE che, SE l’uditore è turbato
contra noi per cagione della causa nostra che sia o che paia laida per
cagione di mala persona o di mala cosa, ALLORA DOVEMO NOI USARE
INSINUAZIONE NELLE NOSTRE PAROLE in tal maniera che in luogo della persona
contra cui pare CORUCCIATO L’ANIMO dell'uditore noi dovemo recare
un'altra persona amata e piacevole all'uditore, sì che per cagione
e per coverta della persona amata e buona noi appaghiamo L’ANIMO dell'uditore
e ritraiallo del coruccio ch'avea contra la persona che lui semblava rea.
Si come fece AIACE nella causa della tendone che fue intra lui et ULISSE
per l'arme eh' erano state d'Achille. Et tutto fosse AIACE un valente
uomo dell'arme, non era molto amato dalla gente né tenuto di buona
maniera. Ma ULISSE, per lo grande senno che in lui regna, e molto amato.
Onde AIACE, volendosi contraparare, nel suo dicere ricorda com' elli era NATO
DI TELAMONE, il quale altra fiata prese Troia al tempo del forte ERCOLE. E
così mette la persona avanti amata e graziosa in luogo di sé ed in suo
aiuto, per piacerne alla gente e per avere buona causa. E quando la causa
è laida per cagione di mala cosa, si dovemo noi recare NEL NOSTRO
PARLAMENTO un’altra cosa buona e piacevole. Si come fa CATILLINA scusandosi
della congiurazione che fa in ROMA, che mise una giusta cosa per coprire
quella rea, dicendo. Elli è stata mia usanza di prendere ad atare li
miseri nelle loro cause. Brunetto Latini. Latini. Keywords: rettorica, le
fonte della retorica di Latini: Cicerone e Publio Vegezio, insinuazione,
parlari, parlatore, controversia, auditore, o destinatario, animo
dell’auditore, modo, essempio di Roma antica, Giulio Cesare – rettorica
oratoria togata – sacrilegio o furto --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Latini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Laurino:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei longobardi – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Laurino). Filosofo italiano. Laurino, Salerno,
Campania. Duca di Aquara e di Laurino, appartenente alla nobile famiglia
napoletana degli Spinelli. Allievo di VICO, si forma al Clementino a Roma
e poi all'Accademia di Loreto. Ritornato a Napoli, divenne amico di vari
illuministi napoletani, quali FILANGIERI (si veda) e Galiani. Autore di
vari saggi di stampo illuministico. Le “Riflessioni filosfiche” rappresenta un tentativo
di metodo geometrico. Si oppone alle teorie di Broggia. Fa attivamente parte
della massoneria napoletana, all'epoca diretta dal principe di Sansevero, Raimondo
di Sangro. Cavalerie del Real Ordine di San Gennaro. A Napoli, fa
ristrutturare il palazzo di famiglia, il palazzo Spinelli di Laurino,
trasformandolo in una suggestiva realizzazione. Muore a Napoli e venne sepolto
nella cappella di famiglia nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Altri
saggi: “Degl’affetti degl’uomini”, Napoli, Muzio; “Della moneta” (Napoli); “Cronologia
dei re di Napoli,” Napoli, Bisogni; “Del nobile”, Porsile; “Lettera nella quale
si dimostra non esser nota di falsità, che nel diploma di fondazione della
chiesa di Bagnara si ritrovi l'anno 1085 segnato coll'indizione sesta correndo
l'ottava del computo volgare; Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. -- ria che forma la materia del presente saggio: E metodo
col quale questa siè composto. I tutte le città e popoli dell'Italia ciascuno ha
la sua particular forma di governo prima che sussestato vinto da’ ROMANI. Ed anche
dopo ciò, molte delle città medesime, quantunque al popolo di ROMA veramente
ubbedissero. Pure così fatti nomi, e tale forma aveano di domestica polizia, che
libere in certo modo facevanle apparire. Ma essendo stata dalla legge giulia a
ciascuna di quelle LA ROMANA CITTADINANZA conceduta che non da tutte senza con
Trans 1 AN 1x IN line ill SAGGIO TAVOLA CRONOLOGICA compongono DI NAPOLI. Dalla
venuta de LONGOBARDI in Italia fino che quelle terre sono da NORMANNI della
Puglia conquistate. PROΟEMIO trasto è accettata, e la quale da Marco Aurelio ANTONINO
Antonino Caracalla è all'intiero orbe romano distesa, col vanto di esser parte
del capo, a Roma, ed a coloro, che la ressero, sono tutte senza alcuna
dubitazione, anche nell'aspetto, sottoposte. [tem Civitati ante ferret CICERONE
pro Bal CICERONE PRO BALBAM, Edit.Ve. bon. Edit.Venet. L. inorbeff. de Stat. hom.
L., Roma. Sigon. de Antiquo Jur. Ital. Ad bomnib. Rutil. Numan. itinerar. In quo
magna contention Heracliensium, Aloja Ins: DE’ PRINCIPI E PIÙ RAGUARDEVO LI
UFFICIALI, che anno signoreggiato, e retto le PROVINCIE, ch’ora: Ι Mich. Fiaschino
Inven. e C.I. REGNO DI, Strabon. Geograph. Edit. Parifienf. Parsin Civitatibus fæderisfui
liberta e Neapolitanorum fuit, cum magna I LL ]. Transferita però la sede del ROMANO IMPERATORE in Costantinopoli, varie BARBARE
NAZIONI con più fortuna di quello, che aveano fattosotto LA ROMANA REPUBLICA, invadero
l'Italia molte volte, e distrusfero. Radagasio Re de’ GOTI con MM armati,
cagiona danni gravissimi all'Italia. Ma in Toscana da Stilicone resta con tutto
il suo esercito vinto e sconfitto. Alarico ed Ataulfo re di que' medesimi BARBARI
che ove Alarico dimora circa II anni, ed ove muore, avidamente sacchegiarono. Attila
re degl’UNNI in così fatta maniera quella parte dell'Italia av'egliera entrato,
devasta, che IL FLAGELLO DI DIO è nominato. Genserico re de’ vandali chiamato
dall'Africa d’Eudossia moglie di Valentiniano III imperatore, per vendicarsi di
Massimo, che avea costui ucciso, e lei ignara in prima dell'infame assassinamento,
sposata, ed occupato d’Occidente l'Impero; viene in Italia, ne scorre molte provincie,
DEVASTA LA NOSTRA CAMPANIA e molte città di essa avendo distrutte, in Cartagine
carico di preda se ne ritorna. E finalmente Odoacre co’suoi Eruli, e Turcilingi,
INVADE TUTTA L’ITALIA e Re de Goti, che nella PANNONIA, ove egli no dimora,
aveano cominciato a tumultuare, gli concede l'Italia, acciocchè ne avesse Odoacre
discacciato. Ovvero, come altri vogliono, lo stesso TEODORICO senza la concessione dell'imperadore
in vase quella provincia, ne discaccia Odoacre, che poscia uccise, e re se ne fa
nominare -- Histor, Miscell. est cod. Ambrosiin. in Philostorg, hist.
Ecclesiast. Ma Prosper. Aquitan. Chron.; Augut. De Civit. Dei, Marcellin. Chron.
In Sirmond. Philostorg. hist. Eccl. In Vauclid. Chron. Idatius in Chron. Isidor. Chron.
Goth. in rebo Got., Langobard. Jornand. de reb. Get. Agnel. Pontific. Raven. in
S. Joan . Evagr. Schol. hist., Valef Ital. Murat, Cassiod. in Conf. Boet. Conf.] per essersi fermati poi nell'Occidente
si dillero VESTRO-GOTI. A modo di locuste Roma II volte, ed una gran parte delle
nostre Provincie -- Histor. Miscell. ex cod. Ambro. Olympiod. In Photii Biblioth. Jian, in Murat. Rer.
Ital., Sigebert. Chrona Jornand. de reb.Goth. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. Axon.Valesian. Sigebert, Procop.
De bella Gotb. -- Re, e circa anni pacificamente la possiede. quista, se ne
titola colle proprie forze da quella l'imperatore Zenone vedendo di non poterlo
Teodorico. Perchè discacciare, evolendosi render benevolo bella parie del suo impero
la con Regi non. -- Chron. Histor. Miscell. Paul, Disc, de Gest. Langob. ex
cod. Ambrosian., i Reginou. Chron. Socrat. hist. Ecclesiasi., Jornand.de
reb.Goth. de re- Anon. Cuspiniana Eusippiusin vita S. Severini. znor. success.
Anon Valesian. rer. Ital. Munic. Marcellin. Chron. in Sirmond. L. de Tironib.
C. Theodos. Z fimus Jornand. de reb. Goth. e Idat. Chron .in Du-chesn. de
regnur, success., Prosper. Aquitan. Chron. Procop.de belio Goth. Marcellin. Coron. in Sirmonds. Casiodor.
Chron. Edit. Spicil. Ravenn. histor.Ven., Isidor, Chron. Goth. Aimon. de Gest.
Francor. Sozomen. histor. Ecclesiast. Sigebert. Chron.in an.Vales. la to Marii
Aventic. Chron. in Duchesne, Evagr. Scholast. hist. Eccl. Histor. Miscell. ex cod.
Ambros. in Valef. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. In rer. Sigebert. Chron. Prosper.
Aquit. Chron, in Du-Chefne Marii Aventicenf. Chron.in Du-Chesne, pa I Anon. Cuspin. --. Ma dopo di avere e codesto principe,
ed alcuni suoi successori in tal regno per molti anni signoreggiato; circa
l'anno della salutifera divina incarnazione l'imperadore GIUSTINIANO delibera
di toglierlo a codėsti barbari, col pretesto, che Teodato re di essi non avea
vendicata la morte daia ad Amalasunta già loro Reina; perchè vi manda
Belisario, che in breve tempo occupa conquistato. n cosi fatia espedizione
furono in ajuto de' Greci i Longobardi nazione che nella Pannonia dimorava: i
quali dopo, che fu l'Italia pacificata, ivi, e d in casa degli Amici più
difordini commettevano, che contro gl'inimici farenon avrebbono potuto, perchè
Narsete caricandoli di doni, contenti nel loro paese oltre a ciòavea
discacciato dall'Italia i francesi, che sotto il lur Duca Bucelino tutta, o quasi
tutta, presa, e devasiata l'aveano; perchè egli era rimastoin nome
dell'Iinperadore, Supremo Governadore di quella Provincia, che avea all' Impero
restituita: quando perque'nembi, che da'più vili, e fecciəsiluoghi alzandosi
nelle Corri, oscurano gli astri più luminosi, e più chiari, ad istanza de’
Romani fu datal Governo da Giustino che è succeduto a Giustiniano Imperatore, rimosso:
e dall'ingiuria unendo il disprezzo perchè egli era Eu. le se vissuto, non
avrebbe potuto distrigare. Ed alla minaccia segue l'effetto, dappoichè
ritiratosi in Napoli, stimola co’ [Melli Comorimurtom Marcellini Chronic. Aimon, de Gest.
Francor. Joan. Diac. Chron. Jornand. de regnor.
Success. Landul. Sagac.
additam. Ad Miscell. Procop. DE BELL. GOTH. De bell. Goth. Aimon. de Gestis Franccr.
Agath. de bell. Goth. Gregor. Mag. Dial. Excerpt. ex Agat. hist. Aiuion. De Gesti Francor.
Anast. Biblioth. Invita Joan. III.
Paul. Disco de Gest. Langobard.] eunuco
l'imperatrice Sofia gli scrive che fosse andato in Costantinopoli a dispensar
la lana alle fanciulle; alla qual cosa si dice, che Narfete sdegnato risposto
avesse, che tal tela egli lo avrebbe ordita, ch’ella mentre avesse vis i longobardi a conquistare l'Italia copiosa di
tutte le naturali ricchezze, la sterile Pannonia abbandonando. Il quale in vito
allegri que’ BARBARI sotto il loro re Albuino vennero abbracciando in Italia. Nello
spazio di VII anni la maggior parte colla [ut citm puellis in Gynaceo. Gregor. Turon.
histor. lanarum faceret pensa dividere. Anast. Biblioth. in Benedict. I.
Landul. Sagac. additam. ad Miscellap. Aimon. de Gest. Francor.] delle armi ne conquistarono.
Forza è fama Ed indi sì inanzi estesero leloro, che Autariuno de loro Re fino
conquiste, che in Regio fusse pervenuto, e che avendo e dindi parte dell'Italia,
éd iessa il rimanente dall'Eunuco Narsete, che a Belisario succede, dopo xvini,
anni di asprissima guerra è interamente [Aimon. de Gest. Francorum] la Sicilia
rimandolli. Avea Narsete vinto i Goti, ed eziandio gl’unni [Histor. Miscell. Aimon . de Gest.
Francor. Isidor. Hispal. Marius Aventic. Aimon. de Gestis Franc. Procop. de bell. Gotb. Paul. Diac.
Paul. Diac. Gregor. Turon. hist. Histor. Miscell. Paul. Diac. Joan. Diac.
Chron. excerpt. Cron. per Fredeg. Scholaft. Landul. Sagac. additam. ad Miscell.
pa hist. Miscell. Aimon.de Gest. Franc.
Paul. Diac. Sigebertus, alii. Joan. Diaz. Chron.] ivi ivi tra le onde del mare una
colonna ritrovato l'avesse collasta per cossa, ed avesse detto, fin qui saranno
de’ Longobardi i confini. Delle terre occupate da Longobardi in Italia se ne
forma un Regno il quale poscia ha alcuni re francesi, e dopo essi altri di
diverse nazioni. È l'Italia in tempo de’ Re Longobardi in II Principati
solamente divisa, in quello dei longobardi, ed in quello de Greci. Ma passato il
Regno a Carlo Magno, surse in quella bella parte del mondo il principato di
Benevento, da cui non molti anni dopo nacque quello di Salerno, e finalmente
quello di Capua. Nel tempo de’ quali Principati per le guerre, che arsero fra
di loro furono in trodotti nelle nostre parti i saraceni, i quali non però,
comeche molte terre avessero conquistate, a varii capitani ubbedirono, almeno
pressodi noi non mai e uno stato formarono. Ed i medesimi Principati di
Benevento e di Salerno e di Capua durarono finchè sono da Normanni che nella
Puglia sonsi stabiliti, interamente conquistati. Imperochè alcuni pellegrini di
codesta nazione ritornando dopo da terra Santa ov'erano andati per la fede a
guerreggiare, ajutarono il Principe di Salerno da’ saraceni assediato; e
rimandati da costui a casa con grandissimi doni, allettarono a venire nelle
nostre Parti i Paesani loro, i quali discesivi, ed ora al soldo del uno de’ nostri
Principi, ora a quello dell'altro rimanendo, alla fine s’istabilirono nel luogo
che diceasi in Octaba, e la Città d'Aversa ivi edificarono. Uno di loro,
chiamato Rainolfo per capo, conte, o sia console stabilendovi. Impresero i
Greci in quel tempo di liberare la Sicilia da saraceni che la tenea no per
quasi II secoli sottoposta, ed è capo dell'esercito greco Maniaco, il quale
chiama a’ suoi soldi una parte de Normanni, che sono in Aversa fermati, e
costorovi andarono. Mi dopo qualche tempo disgustati della sua avarizia, abbandonandolo
se ne ritornarono a casa. La qual cosa avendo conosciuto un certo Auduino a’ Gieci
ribelle, propose a Rainulfo di mandare una parte della sua gente in Puglia a
torla al Greco Imperatore, che vi signoreggiava ed a cosi fattari chiesta Rainulfo
acconsentendo, un buon numero de’ suoi capitani e i mandovvi, i quali avendo di
repente occupata Melfi città di quella provincia, ed indi altre terre; fissarono
in Melfi la sede loro e diedero principi o ad un altro Principato, che
continuoffi sotto i figliuoli di Tancredi, Conte d’Altavilla, Gentil-uomo anche
egli Normanno -- i quali in varii tempi nelle no il suo Principato. Ma I Normanni,
ch'eransi stabiliti in Melfiforto i Figliuoli di Tancredi, di ben altre
conquiste saziarono la loro ambizione. Conquistarono tutte le terre, che i Greci
aveano in quele nostre Parti. Tolsero a’Saraceni la Sicilia ed a’ longobardi il
Principato di Benevento e di Salerno, e fino a'lo ro medesimi nazionali il
Principato di Capua, siccome finalmente da una gran parte del ducato di Spoleti
i Re d'Italia discacciarono e di tutti così fatti principati un regno essendosi
formato in sul principio Regno di Sicilia del Ducato di Puglia in didi Sicilia,
e l'altro di Napoli è nominato. Di tutte le cose qui sopra sommariamente esposte,
la parte più intrigata ed oscura è quella che vien compresa dalla SECONDA
VENUTA de’ Longobardi in ltalia, finchèle nostre Provincie da’ Normanni,
stabiliti nella Puglia, inun solcor po forono ridotte .xii )1 e stre parti poi
vennero . In tanto I Successori di Rainulfo aveano tolto a’Longobardi la Città di
Capua, ed Puglia, e di Calabria, e del Principato di Capua fi diske, ed in di in
II Regni diviso, uno fu detto di Trinacria alcuna volta ed pl, è detto, ed il
quale per anni è de LONGOBARDI, o fia d'Italia discese Carlo Signoreggiato. Ma
verso da re di quella nazione il re Desiderio ultimo re Longo in quella
Provincia, ed avendo preso Magno, senza mutarne la natura il Regno bardo,
trasfere nella sua persona sopradetto che Regno I va. [Paul. Diac. Paul Diacon. Supplem. Longobar. varj
Principati, i quali in così fatto spazio di tempo, siccome si è veduto, te la
natural forma diesse fide e a gran fatica, e molto dubbio sa mente indovinare.
De’ Principati che sursero nelle Provincie le quali ora compongono il Regno di Napoli,
in tempi così dubbiosi ed oscuri, io ho deliberato di scrivere in una Tavola
Cronologica i Principi, ed i più ragguardevoli Officiali, gl’anni de loro Regni
ed ufficii, e delle loro morti, i loro matrimonii; e sommariamente i fatti, che
quelli o sovrani od in alcuna maniera dipendenti o tributarii posso dimostrare
ei diritti delle loro signorie anno stabilito. Ed oltre a 7 ciò dellistesi Principati
una, per quanto io ho potuto esatta e particolare Geografia. E nella Tavola Cronologica
io hor accolto tutto ciò che da' varii filosofi, o Sincroni, o quasi Sincroni,
o molto antichi nella proposta materia si legge scritto, e narrato, come che
discordie gli no siano tra loro ramente appariscano. Senza volerli corregere, ove
avesli potuto, o concordare; di esaminare ne’ loro cetti il vero, o a me
medesimo in altro tempo, o a d’altrui, che mi voglia in ciò precedere,
riserbando. Contentandomi per orà di fornire solamente secondi semi di un’esatta
e diffusa storia delle nostra li cose me Geografia non va ancora sotto il
Torchio, in un foglio quella parte di essa ch'è necessaria alla presente opera,
esponere, e dimostrare ho voluto e dalla Tavola dame scritta il titolo di SAGGIO
ho apposto, conoscendo che in essa moltissime altre cose essere potrebbono a
diritta ragione, o d’altri, o da me stesso pervenisse a' principi l'Impero in
ciaseuno de' detti Principati; e quale fuffe la natura degl’ufficii, a cui in
essi il reggimento di Terre cra affidato, presso il Popolo, o presso una parte
di esso, o presso un solo uomo. Dice Cicerone. “Respublica res est populi.” Cum
bene, ac juste geritur, sive ab uno rege. La seconda perchè suole essere degl’optimati:
ARISTOCRAZIA. E l'ultima si chiama “MONARCHIA,” osia REGNO, il qual nome non perde
quantunque eomi, due, o tre. Principi regnino in essa collegati, com'è avvenuta
sovente tra Romani Imperadori e quasi sempre tra Principi Longobardi, de quali noi
descriviamo la Serie; imperocchè una tal forma di stato essendo molto più
distante dall'aristocrazia che dalla monarchia dalla più vicina piuttosto che
dalla più lontana, dee prender esenza alcun fallo il suo nome. Ed oltre aciò
quello ch'è stra-ordinario non dee caggionar nell’arti divisione regolare. Nè
codesti pochi principi costituiscono un collegio legittimo, in cui ciascuno la
sentenza della maggior parte dee seguitare. Ma ognuno riguardo alla sua amministrazione
libero senza alcun fallo rimane. Scrive Ubero. Monarchiam esse Io note, e più
oscure. Ed acciocchè il tutto con chiarezza si abbia ad intendere, dappoichè la
promessa. Quali siano le varie forme di governo, ed i varj modi di acquistare i
regni -- fursero in quella felice parte del mondo, ora si aggrandirono, ora si
diminuiropo, ora dalle potenze maggiori furono interamente absorti, e quasi
distrutti. Tal volta in essi si viddero eliggersi i principi, tal volta si
viddero in essi succedere a’ padri i figliuoli nella signoria. Quei, che vi
regnavano, furono soventi sia te uccisi, ed i privati il loro luogo occupando,
trasmisero a’ loro Posteri l'iniquamente acquistato Impero. I BARBARI chiamati per
difesa di alcuni sistabilirono per ruina di tutti -- e desolazione. In fine la
faccia dell'Italia divenne in que tempi assai diversa da quello ch'è prima, e che
è poi, e la sua Geografia non mai stabile osservossi, e costante. Nè di tutti
così varii, e moltiplici accidenti vi fu chi la storia distintamente scrivesse.
Ma da pochi e quali a frammenti quelli, e BARBARAMENTE sono esposti, o piuttosto
accennati. E le opere de’ filosofi di quei tempi da sin egli genti Copistifurono traseritte, che
spesse fia, > ) 9 > no . in un'altra Edizione, che sene facesse, aggiunte.
Ma prima di ogni altra cosa io ho reputato di far manifesto per quali ragioni di
codeste forme di regimenti con voci greche. La prima si dice “DEMO-CRAZIA”,
feve a paucis optimatibes, sive ab universo populo CICERONE, DE REPUBBLICA. Edit.
Venoye. Se unius imperium solo satis vocabuli argumento constat. Qicod tamen
ita præci Je captari nolim, rat quasi escumque plures in uno regno romini esostitere,
toties Reipublicæ formam mutaris tatuamus. Neque enim recte existimaturus videtur
qui in Romano imperia si quando plures OTTAVIANO fuere, PRINCIPATVM defiisse
contenderet. Cum enim longius ila societas imperantium ab ARISTO-CRATIA, quam a
monarchia distet, confentaneum est, ut ab ea specie, cui proxima est,
appellatio petatur. Ita Lacedemoniis II Reges fuerunt – DIA-ARCHIA --, id que
Regnum vocabatur nec non verum fuisset Regnum,fi potestas vere summa fuisset. Præter
quod extra ordinarius, atque ut ita loquar, accidentalis ile plurium concursus plerumque
habetur. Unde formas peculiares DYARCHIAS out TRI-ARCHIAS in Artem introducere nec congrueret,
neque expediret; tamet si fatendum monarchiæ vocabulum tunc elleminus commodum.
Accedit, quod isti Condomini, ut hivelbis similes a Germanis Jurisconfultis
appellantur, non constituant collegium, adeoque nec mus plurium sententiam
sequi compellatur. Nam ut hocjuris fit, opus est. parto, Condomini autem
Imperium Civitatis habent eodem jure, quo plures eandem remi fine tractatus Societatis
pro indiviso tenent. Quo casu notum est; quemque liberum Juc partis arbitrium,
nec reliqucrum consensui obnoxium, retinere la 28. ff. c o m m .divid. Altri
poi vi aggiungono IV altre forti d’imperi, cioè i III sopra-detti, quando sono corrotii,
ovvero ingiusti, ed il IV da’ due oda III già esposti insieme uniti. Ma
CICERONE stesso con diritta ragione afferma che ne’corrotti imperi la repubblica
non più esiste. Onde di ella non possono essere così fatti imperi. Cum vero in iustus
est Rex, quem tyrannum voca:aut injufti optimates, quorum consensus factio est.
Aut in justus ipse Populus cui nomen usitatum mullum reperio nisi ut etiam ipsum
“tyrannum” appellem. Non jam vitiosa, rola, dappoiche essa nulla alla mia
intenzione può giovare. Or, nella monarchia, o sia nel regno, abbia avuto egli
il suo principio dalla FORZA, o dal volere de cittadini, o dall'utile, o dalla paura
stimolari, abbiano questi la facoltà di stabilire solamente i regnanti, o di conferirle
anche l'impero. Aliter, dice Ubero, ediam etro instituunt, qui imperium
immediate a deo esse volunt. Hi negant, imperium ullo modo a voluntate populi
perdere, nec a civibus quicquam juris ad imperantes manare nec adeo causam monarchie,
aut ullius in civitate potestatis esse populum, quos inter Ziegle rus ad Grotium
Ethidictum P. Apostoliano bisali quoties adduetum, quod imperium sit humanæ
creationis, interpretantur, quod sit hominibus proprium, vel ratione cause
instrumentalis, quia per homines exercetur utuntur argumentis e sacris, de potestate
solvendi ligandi sacramenta administrandi, quce ministro ecclefice competit. Quem
ad modum igirur populus eligen dopaftorem non confert potestate millam nec conferre
potest, quia non habet eam ipse, nihil que agit, quamut personam eleectam potestatia
deo immediati proficiscenti applicet. Sic etiam populu, quando eligit regem, non confert
pote [Huber. de Jur. Civit. Gudling. De Jur. Nat. ac Gent.] omnino nulla respublica
est, quoniam non est res populi sed cum tyrannus eam factiove capesat. Nec ipse
populus iam opulus est, si sit in justus, quoniam nonest multitude juris consensu
et utilitatis communione sociata. E
Bodino egregiamente dimostra che il composto di alcuno o di tutte le suddette III
forme d'impero non può una città, o sia republica che tale sia secondo il fine che
si è proposto, cio è la pace ed il giusto, costituire. Onde Gudlingio ebbea
dire. Talem rei publice speciem qui appellant “mixtam”, ferendi quadantenus sunt.
Si mixtum idem fonet atque irregulare, della qual cosa io non faccio più pa. [Edit. Ven. C. edit.
Francf. an. Hobbes de CICERONE fragm. DE REPUBLICA. Bodino de Republ.] fta Cive. Bodino de
Republ. Hobbes de Civ. Huber. Edit. Francf.] statem imperandi, sed personam
electam producit eamque abhibet exercitio potestatis illia deo immediate conferendse
ego qualis, quanta in ordinee juse fe debeat. Necquo minus populus imperium
retineat, si id expedire judicet, deus intercesit. Multo minus quo parte mali quam
imperii reservaret, umquam prohibuit; quodde ministerio ecclesiæ institutoque
matrimonii nullo moda affirmare licet. Nel regno dico, a sia nella monarchia i principi anno II sorti di
diritti. L’una, che ne costituisce l'impero in mezzo a' Popoli loro. L’altra,
che determina il modo di averlo -- o sia per la quale il principe regna, o l’impero
pofliede che modo di acquistarlo si può anche direttamente chiamare. Altera
cautio est, dice Grozio, aliud efede requærere aliud ese modo habendi, quod non
in corporalibus tantum sed et in in corporalibus procedit Ed. Ubero:Poft Species Monarchie fequuntur modi,quibus.
Regna acquiruntur. Hi funt velordi narii, vel extra-ordinarii. Priores duo sunt
electio, do successio Extra-ordinarii per inde duo, matrimonium O jus belli. De
jure belli o matrimonio dié tum quod satis sit, in superioribus. De forte nihil
quidem, sed nec rarisime i nu fu est, aut pro electione fungitur; ut olim apud
Per fasin Dario H. Staspide. E Gudlingio. Id queri dignum, an per duret vita O
anima civitatis una, etiam fi vel electio obtineat, vel successio. Et putem id contingentibus ad numerandum
que unitatem nec efficient pror sus, nec tollunt. Scilicet electio et successio
per Jonas tangit, non autem modum regnandi definit, nec illum impedit imperanti
dominica in subjectos, tamquam in servos proprios potestas competit. Appellatur etiam Dominatus. La qual forma di Regno
se giudico, che mai si possa ritrovare fra gl’uonini, salvo la teo-crazia, bene
del suo popolo, e non già di lui, dee ordinare le cose. Scrive Bodino. Rex est,
qui summa potestate constitutus naturæ legibus non minus obsequentem se præbet,
quam sibi subditos, quorum libertatem, ac rerum domini ac eque ac fucetuctur,
fore confilit. Subditorum libertatem, ac rerum dominationem. adjecimus -- ut
Jus Soc., Gent. Huber. De Jur. Civit. Gudling. de Jur. Nat. ac. Gent. Guiling, pergo
Nat. Ac Gent. c. vel collate. Nec sequitur, cedunt e populi elientis voluntate.
Primeva succedere videntur. Riguardando la prima di codeile II sorti di diritti
ne procedono III forme di reggimento, osiano: di monarchie una in cui il regnante
de’ Corpi, Beni de’ Cittadini dispoticamente dispone, e che perciò Erile o, o
lia “barbarica” vien nominata, scrivendo Ubero. Dominatus finitur, quod sit imperium,
quo princeps sibi subjectis ut pater familias servis imperat, omnium quetam
quod ad o civilium naturam maxime ab effectibus vesti mandammo, rerum moralium,
cuius limites excedere non licet imperii formam, et tenorem Si Deuscertam, electionem
persone fatemur ejus juris vim in fringerenon populis, præscripserit potest auferre
jus ligandi e Solvendi suispa pole, quam cætus fidelium invito adimere potest.
Sed hoc de magis uxor viro principatum domus storibus aut non legimus esse determinatum.
Hatenus quidem de imperio civitatis a deo, cui omnis anima debeat bere aliquem
ese ordinem imperandi, atque parendi ef ita ex cestise subiecto non tamen res quam
corpora dominus existens, actiones publicas ad suam præcipue utilitatem dirigit.
Ed Arrigo Koehlero: Imperium dominicum seu despoticum dicitur osia governo di dio.
E l’altra delle suddette forme di monarchia è quella, nella quale il Principe
pel [Grot. De
Jur. bell. Ac pac. Huber. de Jur. Civit.] tum promover. Imo successi opere nec
mul ab antecedente electione pendet. Unde qui luc o de' in quo nec sequitur,
ita pergit Zieglerus, homines ab initio Sponte adanéti in s ocietatem civilem
coierunt ex hoc ortum habet potestas civilis. Ergo talis potestas origine est humana.
Sic enim per indeliceret argumentari. Adam et Evas ponte adducticcierunt in matrimonium.
Ergo matrimonium institutione NON est divinum. Huber. De Jur. Civit. Heinr. Toebl. Jus Soc., ut Regis,
ac Domini distinctionem certam adhiberemus. Ed essa dicesi civile – leggendosi in Ubero. Nobis igitur plures monarchie species
non sunt considerande, quam hee duce, Regnum, et Dominatus, five Imperium, ut
ARISTOTELE DAL LIZIO loquitier, außacidendo, aut Baplaponèv. Regnum verum et
plenum est, ubi princeps habet summam, liberam potestatem faciendi in civitate quod
ere a petita., qui ed appresso. Ex his
tertia resultat differentia, a fine diverso ristabiliti, est utilitas regnantis.
Quae nec ipsa tamen absque commodo subjectorum potest custodiri. Ex his relique
differentie, inter dominum, &. Reczorem, servos ac cives, de quibus
Claudius ad Meherdatem apud Tacitum [TACITO (si veda) Annal. quæque similia per
se intelliguntur. Ed anche comune; Scrive Kochlero: Imperium civile est jus præscribendi
ea, quæ ad commune civitatis bonum promovendum faciunt. Eiusmodi imperium civile
dicitur commune ad amplificationem boni civitatis communis tendat. E la terza
delle II sopra-dette forme composta che mista vien detta. Scrivendo Grozio. Quisibi
singulos subjicere potest servitute personali, nihil mirum est f li i d o
universos sive ili Civitas fuerunt, sive Civitatis pars, subjicere sibi potest
subjectione sive mere civili, sive mere herili, suve MIXTA. Riguardando poi la
seconda forte degl’esposti diritti sorgono III altre forme di nellaquale il principe
regna per elezione del suo popolo forma dicesi ELETTIVA. La II, in cui il principe
riceve l’impero per legge generale dello stesso suo popolo o per CONSUETUDINE da
questo ricevuta, per trasmetterlo poi a colui, che dalla medesima legge, viene
stabilito; sia egli il primogenito del preterito regnante, o calui, che
glinacque nel regno. Sia egli il FIGLIUOLO LEGITTIMO del PRINCIPE; ossia, il
NATURALE, maschio, della stessa sua famiglia o dell'altrui; favorisca
finalmente quella legge ipiù vecchi della Prosapia, o la linea del primo nato,
la qual forma di regno da tutti sichia ma SUCCESSIVA, ed a molti una specie
della prima, cio è una diversa sorte d’ELEZIONE essere si crede. Dappoichè scrive
Ubero: Plane, origine cujufqueci vitatis inspecta, nullum non regnum ex voluntate
populiortum, fuit electivum. Sed diversitas est in Regno Civili ordinaliter
utilitas subjectorum. Quamquam illa fine commodo imperantium obtineri non potest.
In Dominatu originalis Scopus Impe una parte di esso ma pel tempo della sua vita
solamente. Venga co tale ELEZIONE, fatta o espressamente, o per via di sorte, o
di deputati. E codesta electionis et successionis deincep sorta est, cum quædam
ex imperiis ita funt delata principibus, ut identidem fedes vacua per electionem
repleretur. Quædam it aut successio secundum ordinem certum propinqui sanguinis
ab uno in alium devolveretur, ex prescripto Legis. Hanc quidem vocant electionis
speciem. Quo modo Althusius in Polit. qui negant, ullum dari imperiumjure
familie hereditarium, sed totum a populo dependens, quod G' in Anglia multi
opinantur. Si dicerent, successione mele nihil, quamele &tionis primevæ continuationem,
nihil errarent. Atfijus Imperiinum quam a populis alienari velint, resreditad STATUM
[STATO] disputationis supra aliquotie speractze. Qua per electionem, ipsum jus Imperii
independenter alienari posse probavimus, ad vitam, vel etiam pro heredi bus. Quie
tunc est successio, non amplius a primis eligentibus dependens, sed familie
propria, per actum alienationis. Gudlingio: Id quæri dignum, an perduret vita
in anima civitatis una, etiam sive lelečžic obtineat, vel successio. Bodin. De Republ. Grot. De jur. bell. ac. pac. Regni. La prima,
3 Huber. De jur. Civit., Koehler, de Jur. Soc. Gent.Spe-o sia di princ: de jur.
Nat. ac Gent. Huber. de jur. Civit. Gudlingio, communi videbitur, Salva tamen civium
libertate, proprietate rerum cim.V. de Imp. Civ. cum Et xvii et putem id
contingentibus ad numerandunt, quæ unitatem nec efficiunt prorsus, nectollunt. Scilicet eleftin, o luccelio personas tangit
non autem modum regnandi definit, nec illum impedit, nec multum promovet ; imo
fuccessio pene ab suo. Antecessore, ed ha l’arbitrio di lasciarlo a chi più gli
piaccia, come della sua eredità privata fare ei potrebbe. E così fatti Regni
diconfi EREDITARII. In tutte codeste cinque forme di regni sono comprese, siccome
sarebbe agevole il dimostrare, tutte le differenze, che de' supremi Imperi
delle monarchie si sogliono fare. Ele quali Ubero per modo di quistioni
propone: Junt qui ex alisquo querebus differentiam fu m m e potestatis
colligunt. Primo enim sotto posti. Ma quando vennero in Italia vi fondarono il regno,
che è detto de Longobardi, osia dell'ITALIA e dil quale, e sotto i re loro, e sotto
i re francesi, edi altre nazioni finchè dura è sempre ELETTIVO. Che EREDITARIO è il Principato
di Benevento. Che fimile a lui è il Principato di Salerno. Che non diverso da essi
in tal cosa il Principato di Capua esser si vidde. Ma da poichè il più delle volte
difficil cosa è il determinare daloro principii espo fie forme de sopradetti principati.
Quindi è, che ne conviene sovente immitare
i più saggi investigatori del vero nelle produzioni della natura: iquali non
potendo vedere le occulte caggioni di essa, da’ continui, e costanti effetti
loro, quando esterna violenza non li disturbi, sicuramente le deducono. Scrive Newton
tra quelli filosofi senza alcunfallo il più famoso. Ideo que EFFECTUUM NATURALIUM EIUSDEM
GENERIS E ÆDEM SUNT CAUSÆ. Uti
respirationis in homine doo in bestia. Descensus Lapidum in Europa in qualitates
corporum, que intendi o remitti o nequeunt, queque corporibus omnibres
competunt, in quibus experimenta instituere Ticet nun, a sibi semper consona.
Extensio corporum non nisi per sensus innotescit, nec in omnibus sentitur. Sed quia
sensibilibus omnibus competit, de universis affirmatur. Corpora plura dura este
experimur; Oritur autem durities totius a duritie par tium, et in de non horum tantum
corporum quæ fentiuntur, sed aliorum etiam omnium particulas indivisas es se
duras merito concludimus. Corpora omnia impe netrabilia es se non ratione; sed sensu
colligimus. Que tractamus impenetrabilia; Lucis in igne culinari do in sole;
reflexionis lucis in ter America ra in Planetis inveniuntur, in deo oncliedimus
IMPENETRABILITATEM efe proprietatem corporum universorum. Corpora omniam obilia
efle et viribus quibusdam, quas viresiner tiæ vocamus, perseverare inmotu, velquiete,
ex hifce corporum visorum proprietatibus colligimus. Extenso, Durities, IMPENETRABILITAS,
Mobilitas,& Vis [Gudling., de jur.Nat., ac Gent.; Huber. De jur. Civit. antecedente electione pendet; unde qui succedunt,
e populi eligentis voluntatepri meva succedere videntur. E finalmente la terza
nella quale il principe possiede il regno per volere del git [Or dichiarari nella
maniera sopradetta l'esposte cose io dico che i lombardi sono inprima nella Pannonia
ad un Regno EREDITARIO vel plu, pro qualitatibus corporum universorum habende sunt
TES CORPORUM NONNISI. Nam QUALIT A PER EXPERIMENT AINNOTESCUNT OQUE GENERALES
STATUENDÆ, IDE MENTIS GENERALITER SUNT QUOTQUOT CUMEXPERI. possunt QUADRANT. De
quemimi non possunt auferri. Certe contra experimentorum tenorem fomnia non
funt, nec a Nature analogia recedendum temere confingendo est, cum ea simplex esse
soleato, qua forma Reipublice Civitas gubernetur, Monarchia tant plurium
dispoticum, an Civile regnum Patrimorium imperio. Et in Monarchia, sit ne Populo
volente an invitofit conftitutum . Eligantur, niale, anquasi fructuarium, an
perpetua sit potestas. Non an successionegaudeant imperantes.Temporalis Imperii
variarivi parvitate vel magnitudine civitatum jus jummi nullis quoque Species
hominum judicia sæpe perstrin fum. Denique, nominum titulorumque interesse pu
iner inertie totius, oritur ab extensione, duritie, impenetrabilitate viribus inertice
partium: inde concludimus omnes omnium corporumpartes minimas extendi, et
durasele, o impenetrabiles et mobiles viribus inertice præditas. E nella festa maniera
scrive Ubero, che s'abbiada giudicare nelle cose morali, e civili. Sed ego ita existi
morerum moralinm, civilium NATURAM maxime ab effectibus cefti mandam. Perchè
quando non ne è conceduto di avere documento dell'istituzione delle repubbliche,
osia de'Principati, di cui ragioniamo. Da quello, che si è veduto sempre
accadere in essi, quando estraneecaggioni l'ordine naturale non abbiano
sconvolto, l'istituzioni suddette possiamo dirittamente argomentare. Egli è
vero non però, che non di leggieri gl' Imperi Ereditari da Successori con
regola cosi fatta si possono distinguere, imperocchè io alcuna forte di regni successivi
all' ultimo Regnante succedono i figliuoli, od i più stretti Congionti ; E lo
stesso avvienene Regni Ereditarjquandocoluisenza Testamento, o senza nomina real.
cuno Estraneo Erede lascia di vivere la vita. Più folto bujo quellume fidee prendere,
che si può, comechè picciolo, ed incerto egli e. Il Regno de’ Longobardi fu
prima Successivo, a Ereditario, ed che, usciti dalla Scandinavia, provincia detta
VAGINA GENTIUM, abitarono di qua dal Danubio ed I quali WINILI erano chiamati furono
poscia detti LOMBARDI, o dalle finte o dalle vere LUNGHE loro BARBE, ovvero,
secondo scrive Guntero, che altri affermino da’ popoli della Sassonia detti
Bardi. Furono costoro inprimada Duchi eposcia da Refignoreggiati; ed il regno
loro finchè rimasero nel loro paese, e sempre ereditario, ovvero successivo. Newton, Philus. Natur.princ.Ma Gregor.
Turon. Excerp. Chron. ex Reg Fredeg. Schol. hist. Miscell. Paul. Diac. de Gefie Langob.. Gunt. mobilitate, 9 appreso elettivo non potendosi
che LA NATURALE INCHINAZIONE DEL SANGUE a figliuoli ed a Cogionti, gli Estran gli
abbia permesso diante porre. Scrivendo GROZIO: Succeflio ab intefiato, de qua agimus,
nihil aliud est, quam tacitum testamentum ex voluntatis conjectura. Quintilianus
pater in declamatione: Proximum locum a testamentis habent propinqui: et ita, si
intestatus qui sacfine liberis decefferit. Non quoniam utique jufium fit, ad hos
per venire bona de functorum. Sed quoniam reliéta et velutin medio posita nulli
propius videntur contingere. Quod de bonis noviter quæsitis diximusex NATURALITER
proximis deferri, idem locum habebit in bonis paternis avitisque, finecipsiaquibusvenerunt,
nec eorum liberi extent ita ut gratie Philuf. edit. Ami. Paulo Diac. De Gest. Langob.,
istelod. Huber., de jur. Civ., Reginon. Chron. inprinc. de RegnoWi., Grot. De jur.
bell. Ac pac. nilorum. Constant. Porphyrog. De Themat. Gregor.Turon.Excerp.Chron.exc
Otto Frifingens. De Geft. Friderici
Impe credere De Popoli Q. Agle
relatiólocum noninveniat. Ondeda Equali essettinonsi possono argomentare diverse
cagioni. Ma nel. Grice: “This conceptual analysis of the noble is complicated –
noble is the male who merits recognition from his community.” Nono duca di Laurino. Troiano Spinelli, duca di
Aquara e di Laurino. Troiano Spinelli di Laurino. Spinelli di Laurino. Laurino.
Keywords: implicatura, analisi geometrico della’economia razionale, Broggio,
lombardia, lombarda, lunga barba. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Laurino” – The Swimming-Pool Library. Laurino.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Lavagnini: il deutero-esperanto – la scuola di Siena – filosofia toscana --
filosofia italiana –Luigi Speranza (Siena). Abstract. At a conference in
Brighton, Grice jokes about convention, if nt arbitrariness, having no bearing
on ‘signfication’ of the type in which he was interested. As a proof, he
claimed that he could very easily go and invent a new language – call it
Deutero-Esperanto – and set what’s proper, making him the authority. Keywords: artificiale. Filosofo italiano. Siena,
Toscana. L. progetta una lingua inter-nazionale su base latina che chiama
“neo-latino” e ci prova con l'uni-lingue (o inter-lingue) pubblicato nel Corso
pro Corrispondenza d'inte-rlingue od uni-lingue, Roma, e con il Monario, dato
alle stampe nel Corso de Monario prima e in “Interlexico Monario: Italiano
français English deutsch kum introduxion rammatal appendo, fonetal regios, Casa
Editrice Elettica (Casella Postale 331), Roma.. Persona informo Naskiĝo en
provinco Sieno Morto en Meksiko Lingvojitala ŜtatanecoItalio Reĝlando Italio
Redakti la valoron en Wikidata Okupo Okupoverkisto Redakti la valoron en
Wikidata v • d • r Okultisto, naskiĝis en Italio, mortis en Meksikurbo,
Magistro de framasonismo, ano de ACADEMIA PRO INTERLINGUA, fondinto de la
Asociación Biosófica Universal kreinto de la planlingvoj "Monario"
kaj "Mondi Lingua", esperantidoj kaj "Unilingue", modifita
latina. La projektoj de L., laŭ oni pensas, estis tre influita de ideoj de
aŭtoro pri la "perfekteco" de sanskrito kaj kelta lingvo, ĉefe laŭ
verba aspekto. Pro tio, la verbaj formoj estas tre malsimplaj, kiel en Volapuko. Li estis
framasonisto ano de la Martinismo en Italio. En lia tekstoj framasonaj oni
vidas influojn de Teozofio, astrologio kaj jogo, ankaŭ rimarkindaj en la
teorioj de la Asociación Biosófica, kion li fondis en Ameriko. Verkoj
Colección de manuales masónicos Grammatica dell' Unilingue od Interlingue, Rom.
Corso di Monario, Rom. Interlexiko
Monario: italiano, francais, english, deutsche, Rom. Kurso astrologis, Short
lessons on Mondi Linguo, Mexiko. Hacia una lengua internacional, Mexiko. Origin
astronomic del Alfabeto (s.j.). Bibliotekoj PeEnEo: Kategorioj: Mortintoj
en MeksikoNaskiĝintoj Mortintoj VirojNaskiĝintoj Mortintoj
InterlingvaoLingvokreinto. j. Interlingue Con questo nome si conoscono una
serie di progetti di lingua internazionale (- AUSILIARIA INTER-NAZIONALE,
LINGUA) fra cui: l'I. di Triola (- TRIOLA), più conosciuto con il nome di
«Italico» (ITALICO): l'I. di L. (- L.) sinonimo del progetto denominato
Uni-lingue elaborato nel corso pro Corrispondenza d'inter-lingue od unilingue,
pubblicato a Roma (Drezen), di cui ecco un esempio: L’uni-lingue deve esser ante omnicos un
lingue vivent, germinat ex principies fundamental, nascent naturalmen del leyes
general, vegetant quam un plante, segun li lineas, in queles es cultivac,
absorpente circum se e assimilance li materies de su vive. (Duticenko)
Infine esiste l'I. di Wahl (WAHL) che, per motivi politici. ribattezza il
suo precedente progetto chiamato «Occidental» (OCCIDENTAL) con il nome di I.
(Monneror-Dumaine; Silfer). Aldo Lavagnini. Lavagnini Keywords: monario, il
deuteuro-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lavagnini.” Lavagnini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lazzarelli:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- ermetico-esoterica
– filosofia marchese – la scuola di San Severino Marche -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (San Severino
Marche). Filosofo
italiano. San Severino Marche, Marche. Grice: “I would call Lazzarelli a
Pythagorean; most Italian philosophers are, as most English philosophers are
Lockean!” -- Grice: “I would call Lazzarelli what Italians call ‘un filosofo
ermetico.’ He certainly flouts all
my desiderata for conversational clarity!” Il documento più importante per
ricostruire la vita di L. è “Vita L.” scritta da Filippo L. e indirizzato
all'umanista Colocci. L. e educato e vive a Campli, in Abruzzo, dove frequenta
la biblioteca del Convento di San Bernardino da Siena, che egli cita nella sua
opera i Fasti Christianae Religionis. Riceve da Sforza un premio per un poema sulla
battaglia di San Flaviano. Ha contatti con i più importanti filosofi dell'epoca
ed e seguace dell'ermetismo. Raccolse il Pimander di FICINO, l'Asclepio e tre
trattati sull'ermetismo realizzando una versione che amplia il corpus testi ermetici.
Autore di saggi a carattere ermetico come il “Crater Hermetis,” in sintonia con
il sincretismo religioso dei suoi tempi e in anticipo sulla filosofia di PICO
(si veda), con la fusione del cabalistico e il cristiano, ma anche di poemetti
a carattere allegorico come l'”Inno a Prometeo” o didascalico-allegorici come
il “Bombyx”. Altri saggi: “De apparatu Patavini hastiludii, Padova; “De
gentilium deorum imaginibus”, dedicato a Borso d'Este e a Federico da
Montefeltro; “Fasti christianae religionis” dedicato a Sisto IV, Ferdinando I d'Aragona e Carlo VIII, Bertolini,
Napoli; Epistola Enoch, Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma; “Diffinitiones
Asclepii”; De bombyce, Lancellotti,
Aesii; “Crater Hermetis edito in Pimander Mercurii Trismegisti liber de
sapientia et potestate Dei; “Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate
divina”; “ Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano” (Parigi); Vademecum ( Brini,
in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma); “Un carme per la morte della
duchessa d'Atri, Biblioteca del Seminario di Padova; “Carmen bucolicum” (Biblioteca
universitaria di Breslavia, Milich Collection); carmi di occasione -- tra cui i
versi che gli valsero l'incoronazione) (Biblioteca nazionale di Napoli);
epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita. Il testo dell'opera può essere
letto in M. Meloni,"Lodovico Lazzarelli umanista settempedano e il “De
Gentilium deorum imaginibus”, in Studia picena, pubblicato in appendice a C.
Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in S. Champier, in Umanesimo e
esoterismo, l’esoterico E. Castelli, Padova, pG. Roellenbleck, Opusculum de
Bombyce, anche in edizione moderna integrale in C. Moreschini,
Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis" -- studi
sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Dizionario Biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Filosofia ermetica, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere, L.. rivista
Campli Nostra Notizie. L. Nacque di nobile famiglia di Campli. La tradizionale
data di nascita è stata recentemente corretta da Tenerelli sulla base di
un'annotazione manoscritta che si legge nella biografia del L. composta dal
fratello Filippo (meglio trascritta da Meloni) e della notizia d'archivio
riferita da Aleandri, secondo cui il padre risulta già morto. L. stesso ama definirsi
"Septempedanus", dal nome dell'antica colonia romana che sorgeva nei
pressi dell'odierna San Severino Marche. Alla morte del padre, L. si
trasfere a Campli, presso Teramo, dove riceve la prima educazione e - stando
alla citata biografia, non immune da toni agiografici, scritta subito dopo la
morte - egli dimostra precocemente inclinazioni filosofiche, tanto da comporre un
carme sulla battaglia di San Flaviano che gli merita le lodi di Sforza, signore
di Pesaro, oltre che l'appellativo di "antiquorum poetarum
simia". L'episodio è il primo di una serie di testimonianze che
permettono di ricostruire alcune tappe, peraltro dalla cronologia, della vita
fitta di spostamenti condotta dal L. E dapprima ad Atri, con l'ufficio di
istitutore del figlio del signore della città, Capuano, dove compose un carme
esametrico per la morte della duchessa Balzo, indirizzato con un'epistola
accompagnatoria al fratello Filippo, allora studente di diritto a Padova, che,
nella sua biografia, la define "sententiis quidem refertam quam optimis
ultra eius aetatem". E a Teramo presso Campano, "ut eiusdem Campani
fratrem amoenioribus artibus inficeret simulque ut ipse viri familiaritate
doctior fieret" (Lancellotti), dove si applica allo studio della filosofia.
Il fratello riferisce di essere stato testimone a Teramo di una sua disputa con
un tal Vitale ebreo, che nega la Trinità, e che sarebbe stato vinto anche
grazie all'allegazione da parte del L. di autorità talmudiche. Di qui passa a
Venezia, dove perfeziona lo studio del latino alla scuola di Merula. Il
componimento esametrico De apparatu Patavini hastiludii, scritto in occasione
dei giochi e nel quale i componenti dell'Accademia padovana dei giuristi sono
comparati a personaggi mitici, rivela una buona dimestichezza con l'ambiente
accademico patavino. Forse su suggerimento di Merula compose un Carmen
bucolicum, costituito da X egloghe dedicate ai principali misteri della vita di
Cristo: l'avvento preannunciato dai profeti, la natività della Vergine,
l'incarnazione del Verbo, la nascita, la passione e la morte, la discesa agli
inferi, la resurrezione, l'ascesa al cielo, la discesa dello Spirito Santo,
l'assunzione di Maria Vergine. Al soggiorno in Veneto è inoltre legato il più
importante riconoscimento pubblico dell'attività poetica del L.,
l'incoronazione per mano dell'imperatore Federico III, nella chiesa di S. Marco
a Pordenone. Secondo il racconto del fratello, L. si reca presso
l'imperatore, di passaggio nel suo viaggio verso Roma, e, colta un'occasione propizia,
gli avrebbe declamato un suo carme esametrico, accolto con plauso
dall'imperatore che spontaneamente gli avrebbe conferito l'alloro poetico. L.
stesso celebra poco più tardi l'evento nell'egloga Laurea. Una serie di
stampe, del tipo dei tarocchi del Mantegna, acquistata in una bottega di
Venezia, fornì al L. lo stimolo per la composizione dei due libri De gentilium
deorum imaginibus, poemetto di carattere mitologico-astrologico. I più
rilevanti testimoni dell'opera sono due manoscritti della Biblioteca apostolica
Vaticana (Urb. lat.), entrambi di elegante fattura e corredati da una serie di
sontuose miniature (che ricordano, appunto, la tipologia mantegnesca dei
tarocchi). I due codici sono dedicati a Federico di Montefeltro, ma la dedica
del ms. 716 è vergata in modo evidente su una dedica precedente abrasa, che Campana
è riuscito a leggere parzialmente, quanto basta però per riconoscervi il nome
di Borso d'Este. È così possibile datare il manufatto, e quindi l'ultimazione
dell'opera, al lasso di tempo dall’assunzione del titolo ducale di Ferrara da
parte di Borso alla sua morte. Anche all'interno del testo il nome di Borso
è sistematicamente sostituito con quello di Federico e i passi relativi
sono adattati al nuovo dedicatario. Il ms. è portatore di una seconda
redazione, fin dall'inizio dedicata a Federico già insignito del titolo ducale
di Urbino, quindi posteriore. Meloni ipotizza che si possa riconoscere in
quest'ultimo il codice originariamente pervenuto a Urbino e che il ms. vi sia
giunto più tardi, non solo riconfezionato come si è detto, ma anche corredato
di un ulteriore carme finale di congratulazioni per la guarigione di Federico
da una grave malattia, attribuibile alle conseguenze dell'incidente occorso al
duca. L'originaria dedica a Borso d'Este è perfettamente congruente con
la cultura astrologica praticata a Ferrara, ma non estranea neppure alla corte
urbinate. L'opera amplifica la consuetudine di "appropriare", nel
gioco praticato a corte, dei versi alle carte, secondo il modello dei tarocchi
boiardeschi. Ma iL. intende riscattare dall'uso ludico le antiche immagini
delle carte, diffuse anche presso il volgo, che "triumphos / appellat
tactu commaculatque rudi / priscorum formas et simulachra deorum", per
restituirle alla loro funzione astrologica e sapienziale di rivelare il vero
"obliquis figuris", poiché "invenere suis corrispondentia rebus
/ signa olim vates et simulachra deum, / quae nunc pro nihilo reputant, gens
indiga sensus, / sacrilegi et ludis asseruere suis.. Nel primo libro sono
presentate e descritte, in successione, le sfere celesti, dalla Prima causa
alla Luna, con l'aggiunta di un carme conclusivo dedicato alla Musica come
prodotto delle sfere celesti. Dei pianeti, identificati con gli dei antichi,
sono descritte le immagini, indicate le rispettive domus (i segni zodiacali),
sinteticamente narrati i principali miti che hanno come protagonista il dio
eponimo, fornite essenziali notizie astronomiche e illustrati gli influssi
astrologici. Il secondo libro presenta le immagini della Poesia, di Apollo e
delle nove Muse, di Pallade, Giunone, Nettuno, Plutone e, infine, della
Vittoria (alla quale è dedicato un carme in versi eroici, mentre tutti gli
altri sono in distici elegiaci). Nei due codici urbinati, come si è detto, la descrizione
verbale trova riscontro e integrazione nel ricco apparato iconografico che, a
sua volta, può aver ispirato elementi decorativi del palazzo ducale di
Urbino. La vicenda compositiva del poemetto probabilmente si compì
durante il soggiorno di L. a Camerino, dove era stato chiamato da Giulio Cesare
da Varano per attendere all'educazione del nipote Fabrizio. L. intraprese
quindi la stesura di un nuovo ambizioso poema, i Fasti Christianae religionis,
che portò a compimento in una prima redazione a Roma, dove si recò al seguito
di Lorenzo Zane, patriarca di Antiochia, presso il quale approfondì gli studi
astronomici e astrologici. La composizione del poema è dai biografi (e,
in primis, dal fratello) addotta a documento dell'ortodossia religiosa del L., contro
i sospetti di esercitare arti magiche: "Quidam, livore atque invidia
perfusi, et palam et in occulto Lodovicum criminari coeperunt, dicentes ipsum
negromanticis magicisque artibus, sive praecantationibus, operari" (Vita
Lodovici). L. avrebbe, in effetti, compiuti alcuni esorcismi, vaticini e
guarigioni, ma sempre attraverso il segno della Croce e la mediazione
dell'assistenza divina. Bertolini ha ricostruito la complessa vicenda
compositiva dei Fasti sulla base delle testimonianze manoscritte superstiti
(tra cui il ms. Vat. lat., autografo, nel quale si depositano varie fasi
redazionali) e delle indicazioni cronologiche interne, che permettono di
riconoscere tre redazioni: una prima, dedicata al pontefice Sisto IV, compiuta
entro il 1480; una seconda dedicata al re di Napoli Ferdinando d'Aragona e a
suo figlio Alfonso duca di Calabria, compiuta immediatamente dopo, entro il
1482; una terza più tarda, dedicata al re di Francia Carlo VIII, probabilmente
abbandonata dopo il fallimento dell'impresa italiana del sovrano. Si tratta di
un vasto poema in sedici libri, costruito secondo il modello del Fastiovidiani.
Sono descritte e celebrate le ricorrenze liturgiche cristiane secondo la loro
successione nel calendario; vengono inoltre introdotte osservazioni di
carattere astronomico e saltuarie indicazioni relative alle attività agricole.
I primi tre libri celebrano le feste mobili del calendario liturgico, i dodici
successivi sono dedicati ai singoli mesi, cominciando da marzo, l'ultimo tratta
del Giudizio finale. Il poema ricevette onorata accoglienza da
parte dell'ambiente romano, come dimostrano i due epigrammi del Platina e di
Paolo Marsi riferiti dal fratello Filippo e pubblicati dal Lancellotti, nei
quali il poeta è celebrato come una sorta di OVIDIO (si veda) reincarnato. Al
Platina sono anche indirizzati un paio di epigrammi del L., il secondo dei
quali in morte. Secondo Foà, al 1481 daterebbe la conoscenza con
Correggio, alla quale lo stesso L. attribuisce un ruolo fondamentale per la
propria conversione alle dottrine ermetiche. L'episodio più noto relativo al
rapporto fra i due e al quale il L. stesso fa emblematicamente riferimento
risale però all'11 apr. 1484, domenica delle palme, sotto il pontificato di
Sisto IV, quando assistette all'apparizione romana di Giovanni da Correggio
che, a cavallo e coronato di spine, attraversò la città e, pur privo di
qualsiasi istruzione grammaticale e retorica, predicò al popolo compiendo atti
e riti simbolici e manifestando una sapienza teologica dovuta a una sorta di
mistica ispirazione che gli valse anche incontri con il pontefice e vari
prelati. Gli studi di Kristeller hanno infatti dimostrato l'appartenenza
al L. dell'Epistola Enoch de admiranda ac portendenti apparitione novi atque
divini prophetae ad omne humanum genus, dove è diffusamente narrato il viaggio
romano di Giovanni da Correggio seguito da una dichiarazione dell'autore di
piena adesione e di conversione: "quod novae ac tantae rei sacramentale
mysterium ego attonitis aspiciens oculis, mecumque ipse attente et ex totis
animi viribus tunc revolvens, ne diuturnior obesset mora, relictis Parnasi
collibus ceterisque omnibus, ad montem Syon primus eum sum protinus
insequutus" (ed. Brini). Con lo stesso pseudonimo di Enoch il L.
firmò anche alcuni epigrammi dedicati agli scritti dello Pseudo Dionigi
l'Areopagita e, soprattutto, le prefazioni ai testi contenuti nel ms. II.D.I.4
della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, una raccolta completa del
corpus ermetico nella traduzione di Marsilio Ficino, integrato dall'Asclepius
attribuito ad Apuleio e dalle Definitiones Asclepii (ignote a Ficino perché
mancanti nel suo codice), tradotte per la prima volta dallo stesso Lazzarelli.
Nelle tre prefazioni, una delle quali in versi, il L. indirizza la sua opera di
raccoglitore e traduttore a Giovanni da Correggio, nel tono solenne e sacrale
dell'iniziato, affermando il sincretismo tra teologia cristiana e teologia
ermetica, sostenendo, contro Ficino, la maggiore antichità di Ermete
Trismegisto rispetto a Mosè e presentando la propria conversione dalla poesia
agli studi sacri come una vera e propria rigenerazione: "quondam poeta
nunc autem per novam regenerationem verae sapientiae filius"
(Kristeller). L. entra quindi in rapporto con Colocci quando questi, avendo con sé il
nipote Angelo, si trovava nel Regno di Napoli come governatore di Ascoli
Satriano. Secondo Fanelli, i Colocci passarono nel Regno di Napoli: poco prima
andrebbero dunque collocate la composizione e la stampa del poemetto del L. De
bombyce, dedicato "ad Angelum Colotium honestae indolis
puerum". La datazione dell'opera è controversa e il più recente
editore, Roellenbleck, ne propone una molto più alta, che peraltro non si
concilia con la tematica ermetica del poemetto né con l'anno di nascita di
Colocci, che pare dovesse avere un'età idonea a essere prescelto come lettore
esemplare ("lege sollicito mea carmina visu"), vero e proprio filius
da rigenerare (l'appellativo di puer può avere un'estensione molto ampia). Il
Bombyx si presenta, infatti, come un poemetto didascalico dedicato
all'allevamento del baco da seta, ma teso a svelarne, sulla traccia di analogie
già suggerite da s. Basilio, la simbologia cristologica e a farne il simbolo di
una rigenerazione alla quale tutti gli esseri umani sono chiamati, compiuta la
quale potranno a loro volta generare una prole divina: "Surgite,
terrigenae, bombycum exempla sequuti. Linquite corporeos sensus, mens candida
regnet Sancta palingenesis vos complectatur et orti / rursus humo coelum
penitus penetrate relicta Gignite divinam repetito semine prolem. Quo pacto id
fieri possit, mox forte docebo, hic
gradus aethereo primus statuatur Olympo. L'ulteriore opera dedicata al tema
della generazione divina, annunciata in chiusura del Bombyx, può forse essere
riconosciuta nel De summa hominis dignitate dialogus qui inscribitur Crater
Hermetis. Si tratta di un dialogo nel quale sono inseriti alcuni componimenti
poetici, di vario metro, nei momenti di maggiore intensità d'ispirazione e di
proclamata esaltazione mistica. Gli interlocutori sono lo stesso L., che ha
ruolo di maestro, e il re di Napoli Ferdinando d'Aragona, dopo che, ormai
vecchio, ha ceduto il governo dello stato al primogenito Alfonso II. Queste
indicazioni permettono di collocare l'azione, e anche la composizione, tra il
1492 e la morte del re. Il recente editore, Moreschini, ha anche
riconosciuto due redazioni dell'opera, la più antica testimoniata dal ms. della
Biblioteca nazionale di Napoli, la seriore dalla stampa procurata da Lefèvre d'Étaples a Parigi. La differenza
più evidente tra le due redazioni consiste nella presenza, nella prima, di un
terzo interlocutore, PONTANO, con il ruolo, secondario ma non indifferente, di
affiancare il re, discepolo entusiasta e convinto, come poeta desideroso di
approfondire anche verità filosofiche e teologiche. L'origine del titolo è in
un passo del Corpus Hermeticum in cui si parla di un crater inviato d’Ermete
sulla terra affinché in esso gli uomini possano battezzarsi e ricevere così
l'intelletto che li rende capaci di partecipare alla gnosi. A conclusione
dell'opera il L. si autorappresenta come colto da una sublime ispirazione che
lo rende capace di rivelare il mistero della generazione di anime divine da
parte del vero uomo, che ha raggiunto la pienezza della conoscenza e che si
rende così simile a un dio. Moreschini osserva come nella seconda redazione il
L. eviti di rendere troppo espliciti i rapporti tra ermetismo e cristianesimo
(lo stesso titolo, nella prima redazione, recitava: … qui inscribitur via
Christi et crater Hermetis), attenuando, per esempio, le argomentazioni che
tendevano ad attribuire all'ermetismo priorità cronologica (e anche genetica)
nei confronti di ebraismo e cristianesimo. Lo scritto manifesta inoltre ampie
conoscenze cabalistiche e talmudiche, che tradizionalmente si ritenevano
patrimonio, in quegli anni, del solo PICO (vedasi). Ultima opera del L.
sembrano essere i De mathesi et astrologia libri, segnalati da LANCELLOTTI, che
invano ne cerca copia presso gl’eredi del filosofo. Brini ne propone, ma senza
indizi veramente probanti, l'identificazione con un trattato di alchimia,
conservato nel ms. 984 della Biblioteca Riccardiana di Firenze: una raccolta di
preparazioni alchimistiche tratte daLullo e da altri, presentate da L. con un
breve testo introduttivo che si apre con un epigramma di sei distici. Il L.
stesso, definendo questo suo libro vademecum, ne indica il contenuto:
"agemus in hoc libro Vade mecum de alchimia que est naturalis magia et vocatur
astrologia terrestris. In questa scienza dichiara di essere stato istruito
"a Joane Ricardi de Branchis de Belgica provincia […] qui in hoc fuit
magister meus currente ab incarnatione verbi" (ed. Brini). Nella sua
biografia il fratello attribuisce al L. capacità divinatorie attraverso il
sogno -- habebat somnia, quae potius visiones, sive oracula dici
potuissent" (Vita Lodovici) - e in sogno il L. avrebbe anche antiveduta la
propria morte, intervenuta a San Severino a pochi giorni di distanza da quella
del fratello Girolamo. Delle opere del L. sono a stampa: De apparatu
Patavini hastiludii, Patavii; De gentilium deorum imaginibus, a cura di O'Neal,
Lewiston, NY; Fasti Christianae religionis, a cura di M. Bertolini, Napoli;
Epistola Enoch, Venezia, cfr. Indice generale degli incunaboli [IGI]), ora a
cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo, Roma; la traduzione delle
Diffinitiones Asclepii in appendice a Vasoli, Temi e fonti della tradizione
ermetica in uno scritto di Symphorien Champier, in Umanesimo e esoterismo, a
cura di E. Castelli, Padova; le prefazioni del ms. II.D.I.4 della Biblioteca
comunale degli Ardenti di Viterbo in appendice a P.O. Kristeller, Ficino e L..
Contributo alla diffusione delle idee ermetiche nel Rinascimento, Annali della
R. Scuola superiore di Pisa, quindi in Id., Studies in Renaissance thought and
letters, Roma; De bombyce [Roma, Eucharius Silber, s.d.] (IGI) quindi in
Bombix. Accesserunt ipsius aliorumque poetarum carmina, a cura di Lancellotti,
Aesii, e ora in G. Roellenbleck, Ludovico Lazzarelli Opusculum de Bombyce, in
Literatur und Spiritualität. Hans Sckommodau zum siebzigsten Geburtstag, a cura
di Rheinfelder, Christophorov, Müller-Bochat, München; Crater Hermetis nel
corpus di testi ermetici raccolti da J. Lefèvre d'Étaples: Pimander Mercurii
Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei. Asclepius eiusdem Mercurii
liber de voluntate divina. Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano,
Parisiis, in officina Henrici Stephani, quindi, in edizione moderna,
parzialmente, a cura di Brini in Testi umanistici sull'ermetismo, e,
integralmente, in C. Moreschini, Il Crater Hermetis di L., in Id.,
Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis". Studi sull'ermetismo
latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Vademecum, a cura di Brini, in
Testi umanistici sull'ermetismo. Ampie sillogi di scritti del L., frutto di
compilazioni sette-sono contenute nei mss. della Biblioteca comunale di San
Severino Marche; il carme per la morte della duchessa d'Atri è conservato nel
ms. della Biblioteca del Seminario di Padova (cfr. A. Tissoni Benvenuti, Uno
sconosciuto testimone delle egloghe di Calpurnio e Nemesiano, in ITALIA
medioevale e umanistica. Il codice unico del Carmenbucolicum si trova nella
Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection; una silloge di carmi
di occasione (tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) è nel ms. V. E.
della Biblioteca nazionale di Napoli. Gli epigrammi sullo Pseudo Dionigi
l'Areopagita si leggono nel ms. della Walters Art Gallery di Baltimora.
Fonti e Bibl.: San Severino Marche, Biblioteca comunale, Mss.; due copie di
Lazzarelli, Vita L. Septempedani poetae laureati per Philippum fratrem ad
Angelum Colotium, da cui deriva in gran parte la biografia premessa da
Lancellotti al poemetto del L. Bombix…, cit., Aesii; Vecchietti - Moro,
Biblioteca picena, V, Osimo, Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni
tempo e d'ogni nazione, Milano, Aleandri, La famiglia L. di Sanseverino
(Marche), in Giorn. araldico genealogico diplomatico italiano, Ohly, Ioannes
Mercurius Corrigiensis, in Beiträge zur Inkunabelkunde, Thorndike, A history of
magic and experimental science, V, New York, Donati, Le fonti iconografiche di
alcuni manoscritti urbinati della Biblioteca Vaticana, in La Bibliofilia, vi è
riferita la lettura di Campana della dedica del ms. Urb. lat. Kristeller,
Lodovico L. e Giovanni da Correggio, due ermetici del Quattrocento, e il
manoscritto II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, in
Biblioteca degli Ardenti della città di Viterbo. Studi e ricerche, a cura di
Pepponi, Viterbo, Delz, Ein unbekannter Brief von Pomponius Laetus, in Italia
medioevale e umanistica, Ubaldini, Vita di Colocci, a cura di Fanelli, Città
del Vaticano, Moreschini, Il "Crater Hermetis" di L., in Res publica
litterarum, Sosti, Il "Crater Hermetis" di L. L., in Quaderni
dell'Istituto sul Rinascimento meridionale, Tenerelli, L. ed il rinascimento
filosofico italiano, Bari, Saci, L. L. da Elicona a Sion, Roma; Foà, Giovanni
da Correggio, in Diz. biogr. degli Italiani, LV, Roma, Walker, Magia spirituale
e magia demoniaca da Ficino a Campanella, Torino, Meloni, L. L. umanista
settempedano e il "De gentilium deorum imaginibus", in Studia picena;
Kristeller, Iter Italicum, ad indices; Rep. fontium hist. Medii Aevi. Luigi
Lazzarelli. Lodovico Lazzarelli. Ludovico Lazzarelli. Lazarelli. Keyword:
implicatura ermetica, mascolinita romana, religione officiale romana, campo
marzio, marte, dio della guerra, marte come pianeta, il simbolismo di marte
nell’arte e la filosofia, marte e apollo, marte e Nietzsche --. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Lazzarelli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lazzarini: il deutero-esperanto – filosofia ialiana --
Luigi Speranza (Roma). Abstracct. At a conference at
Brighton, Grice joked that convention – if not arbitrariness – has nothing to
do with signification, and claimed that he could invent a new language – “call
it Deutero-Esperanto” – that nobody speaks, and set what it’s proper, which
would make him the master. Keyword:
artificiale. Filosofo italiano. Roma, Lazio. A differenza del deutero-esperanto
di Grice, non usato mai da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da
altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote
vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de
circulo iuxta Leonardo [VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che
discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua
internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini).
Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato
di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista".
Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella
lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti
internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista,
quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo
systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis
facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini
lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben
adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve
seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine
grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi
impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the
conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of
bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto
lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che
il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo
internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì
avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i
popoli. Si potrebbe continuare a lungo, ma a questo punto è già ben
chiaro al lettore da dove provenga quel testo riprodotto nel riquadro di
qualche paragrafo fa: da un saggio presente nel volumen ritrovato. Riportarne
il titolo integrale equivale anche a dare le risposte alle due domande proposte
(del refuso non vale la pena parlare). Infatti, troneggia il titolo "Il latino
sine flexione" di PEANO (si veda), memora a firma di L.. Che PEANO
(vedasi), che quasi con certezza è il maggiore matematico prodotto dall'Italia
negli ultimi due secoli, ha profuso gran parte del suo tempo nel tentativo di
creare una lingua che è a un tempo precisa e semplice, insomma perfetta sia per
la matematica che per tutti gli altri scopi a cui una lingua è deputata, è cosa
che si ritrova anche nelle note biografiche più frettolose sul genio cuneese. È
però assai più raro, a meno che lo si ricerchi esplicitamente, imbattersi in
qualche esempio scritto nel suo latino sine flexione L. invece ne riporta un
lungo brano, dopo aver ricordato, tra le altre cose, che quello di PEANO
(vedasi), recentissimo ai tempi della pubblicazione del volume del periodico, non
è stato un tentativo particolarmente originale, visto che di lingue universali
precedenti al latino sine flexione ne sono già comparse almeno altre sette, tra
cui l'Esperanto. Spiega poi come il problema di una lingua universale ben
strutturata se lo fosse posto già Leibniz, il quale elencava dei principi da
seguire per chi si fosse voluto impegnare nell'impresa di crearla; e si vede
che Peano a quei principi leibniziani si attiene diligentemente: applica
l'eliminazione delle desinenze nei casi e impiega in sostituzione delle
particelle specifiche. Elimina le coniugazioni dei verbi, usando solo
l'infinito del verbo senza il "-re" finale (dicere→dice→dire;
mensurare→mensura→misurare; scire-sci→sapere, etc.), e attua
l'eliminazione della specificazione del genere nei nomi. In questo modo, armati
di un vocabolarietto di latino in grado di ricordarci il significato di alcune
parole dimenticate (oporte→ occorre; igitur→ allora, etc.) il saggio dove
diventare ragionevolmente leggibile, una volta appreso che nella Pisa l'unità
di lunghezza è la pertica e quella di superficie il panoro, e che un panoro
equivale a 5,5 pertiche quadrate, come ricorda PEANO (vedasi). PEANO (vedasi) dimostra
con pochi calcoli elementari che il fatto che FIBONACCI (vedasi) asserisca che
per trovare l'area di un cerchio basta dividere per 7 il quadrato del diametro
implica che per il pisano valeva l'uguaglianza n = 2. È divertente vedere PEANO
(vedasi) destreggiarsi senza timore tra pertiche e panori, ed è curioso anche
l'uso spregiudicato che fa dei "numeri misti", ormai passati quasi
del tutto nel dimenticatoio, 2 "Discrimen generis nihil pertinet ad
grammaticam rationalem", sancisce Leibniz, e chissà cosa avrebbe pensato
oggi che le discussioni su quale sia il modo più corretto per trattare al
meglio il genere delle persone sono molto divisive e cariche di significati che
trascendono la mera razionalizzazione della lingua. Con numeri misti si
intende quella grafia che consente di scrivere ad esempio "5½" - come
fa PEANO (vedasi) nella citazione - semplicemente accostando un numero intero e
una frazione, senza esplicitare il sottinteso segno "+". È un metodo
di scrittura di numeri frazionari abbastanza naturale, ma poiché di solito
l'assenza di segno è caratteristica delle moltiplicazioni, la grafia può
generare confusione, ed è caduta in disuso. Nei paesi di lingua inglese è però
ancora abbastanza diffusa, al punto che la maggior parte delle scuole dedicano
qualche lezione all'aritmetica dei numeri misti. Atkinson, noto appassionato di
matematica ricreativa e dell'Italia ha condotto una ricerca sulla sopravvivenza
dell'uso dei numeri misti nella nostra nazione, con risultati curiosi e
piacevolmente piasmentmathssesantat/ divulgazione/matematica-il
linguagiortini Versa pubblicato su MaddMaths!: forse con le sole
eccezioni dei voti sui compiti in classe e dei tabelloni di alcune
metropolitane che segnalano l'arrivo dei treni con una precisione fino al mezzo
minuto. L'escursione in quel dimenticato volumen si è rivelata già
ampiamente sufficiente a dimostrare quanto possa essere gratificante il
"viaggio nella libreria", anche quando si riduce solo a
una gitarella di un paio d'ore. E si potrebbe chiudere qui anche questo
articolo, una volta pagato un minimo pegno di riconoscenza all'autore del sagio
saccheggiato. Ma tutti i viaggi che si rispettino presentano almeno un paio di
imprevisti, e nel nostro caso è proprio L. a fornircene uno. Come recita
il suo frontespizio, il "Periodico di Matematica per l'Insegnamento
Secondario" non è una rivista accademica destinata ad ospitare memorie di
ricercatori professionisti, ma un giornale che perseguiva la missione di
facilitare il lavoro di chi si occupa di insegnamento. Per quanto nel celebrato
indice rifulgano tra gli autori nomi di matematici di prima grandezza, è assai
probabile che tra i collaboratori più o meno abituali comparissero anche coloro
che più di altri conoscevano i dettagli della didattica, cioè proprio i
professori, ed è quasi certamente tra questi che occorre collocare il nostro L..
Pur essendo assente dai maggiori siti specializzati in biografie dei matematici
più importanti, una ricerca un po’più generale intercetta facilmente un saggio
che lo riguarda. L'autore è Hans van Maanen, direttore di
"Skepter", la rivista dell'associazione di
"scettici", e perciò in qualche modo consorella della corrispondente
associazione italiana, il CICAP fondato d’Angela. Naturalmente, la maniera di
gran lunga migliore per godersi il saggio è quello di leggerlo direttamente. Ma
per chi si accontenta di un riassunto veloce giusto per capire come L. scrive qualcosa
che quasi un secolo dopo ha molto irritato un pezzo grosso di Nature, ne
riporteremo i punti salienti. Vista la lunga estensione temporale della
storia, forse vale la pena di procedere cronologicamente. Premessa:
Buffon, osserva che il valore di n è determinabile per via sperimentale con il
metodo che resta famoso nella storia proprio con il nome d’ago di Buffon. Immaginando
un pavimento diviso in sezioni trasversali di larghezza s, lanciando a caso un
ago di lunghezza a e registrando le volte m che l'ago intercetta una delle
linee del pavimento, presupponendo un numero di lanci n tendente a infinito, si
può risalire al valore di a utilizzando i rapporti s/a e m/n. Il nostro
L. pubblica, sempre sul Periodico di Matematica per l'Insegnamento,
(ma volume XVII, non il XIX ritrovato nel
"viaggio in libreria"), un sagio in cui afferma di aver
applicato il metodo di Buffon e di aver ottenuto un valore
sperimentale di n esatto fino alla sesta cifra decimale, 3,141529, con una
serie di 3408 lanci di cui 1808 positivi, e con valore di a pari a 2,5 e s pari
a 3,0. Nell saggio afferma anche di aver raggiunto il risultato grazie a una
sua [Ho avuto invece approssimazione maggiore col disporre la retina
traversalmente, vale a dire coll'utire tra loro i lati maggiori del rettangolo.
Qui le espurienze vanno divise in doe serie, ginechi. Mentro ho mantenuto
sempro costante la lunglezza della sbarretta. ho fatto invece variare
l'altezza della striscia compresa fra le parallele: ed ecco i rimaltati
ottenuti: 1• Seme I1 SREI 100 300 13000 9000 4000 611 1200 1600 2148
3,101 3,152 3,147
8,125 8,185 100 200 10? 1000 1,115
3,180 8,1446 1142 3.1415129 3,1416 3 Estratto
dell'articolo di L. Grazie alla traduzione di Garlaschelli lo si può leggere in
italiano, o direttamente su Query, la rivista del Comitato Italiano per il
Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze] macchina, descritta in
dettaglio, che consente di meccanizzare i "lanci casuali di un ago sul
pavimento piastrellato come richiesto dall'idea di Buffon. Il risultato
viene accolto inizialmente con grande entusiasmo, diventa noto a livello
internazionale e non sono pochi i grandi nomi della matematica che lo accolgono
con sperticate parole di elogio. Il nome di L. diventa abbastanza famoso. A
parte la sua, le migliori approssimazioni sperimentali arrivano, e a fatica, a
una precisione di un paio di decimali. Compaiono però i primi saggi che
esprimono dubbi sulla correttezza dell'esperimento. Badger scrive il
saggio, "L.'s lucky approximation of t" in cui analizza in dettaglio
tutte le fragilità della memoria di L. Parte dalla strana coincidenza - già
notata del rapporto 3408/1808, cruciale nel testo di L., che è identico alla
nota frazione 355/113, scoperta già nel V secolo da Chongzhi come
approssimazione di p; prosegue notando la stranezza di quei "3408
lanci", poi passa a calcolare la probabilità d’ottenere per via randomica
quel risultato, giungendo alla conclusione che è una probabilità talmente bassa,
circa tre parti su un milione, da ritenere che quella stima fosse il frutto o
di un colpo di fortuna davvero eccezionale o di un "hoax" termine che
si può tradurre come qualcosa a mezza via tra uno "scherzo" e una
"beffa". Badger, grazie a quello saggio, vince un premio
istituito dalla Mathematical Association of America, e ovviamente il saggio
viene letto anche da Maddox, redattore capo di Nature. È naturale che un
redattore capo di una prestigiosissima rivista scientifica vede la manomissione
dei dati sperimentali più o meno come il proverbiale diavolo guarda l'acqua
santa, e la sua ira funesta colpisce Lazzarini: titola il suo articolo come
"Falsa misura sperimentale di n", usa senza mezzi termini la parola
"fraud" ovvero "frode" al posto del più morbido
"hoax", e lancia perfino una specie di anatema: " ...l'articolo
di Badger dovrebbe restare come un ammonimento, a tutti coloro che inquinano
la letteratura, che i loro misfatti li seguiranno fin nella tomba.
D'altro canto, il saggio di Maanen che ci ha consentito di scoprire questo
affascinante giallo matematico sembra più orientato a smorzare lo scandalo. La
descrizione accurata della macchina per i lanci che fa L., a ben vedere non
sembra poi così efficiente da meritarsi d'essere costruita. L’aver posto in
bella vista il numero 3408 nella tabella che riporta i suoi tentativi quando i
valori intermedi esposti vanno per blocchi interi di centinaia o migliaia. Insomma
tutto lo spirito del saggio di L. sembra più uno scherzo che la rivendicazione
di una scoperta. È anche possibile che, da insegnante, cerca e suggerisse ai
colleghi qualche metodo scherzoso per affascinare gli studenti, come quella
complicata macchina lancia-aghi o la meraviglia di una costante matematica
trovata sbattendo oggetti per terra. A voler cercare una morale da tutta la
storia, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Dall'opportunità o meno di
scherzare con la scienza alla troppo diffusa propensione agli entusiasmi, o
alla rissa, anche tra i più autorevoli critici. O anche sulla necessità di
ricordare sempre che anche gli scienziati sono donne e uomini, con tutte le
caratteristiche e le debolezze degli esseri umani. E poi, a dire la verità, la
morale più evidente e ovvia che ci sembra emergere è semplicemente quella che
ricorda alle riviste scientifiche prestigiose e autorevoli di non concedere i
loro spazi ad arruffoni incompetenti fin troppo disposti a scherzare su
qualsiasi cosa pur di vedere stampate le loro sciocchezze: ma uno strano e
persistente brivido lungo la schiena ci suggerisce di non evidenziare troppo
questo aspetto, chissà perché. Cortesia: Alembert, Riddle, e
Silverbrahms. Mario Lazzarini. Lazzarini.


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