Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Viano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del va’ pensiero – il carattere della filosofia italiana – la
scuola d’Aosta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Aosta). Abstract. Keywords:
filosofia romana, neo-traditionalismo. Filosofo italiano. Aosta, Valled’Aostda.
Esential Italian philosopher.
Filosofo italiano. Si laurea in filosofia a Torino sotto ABBAGNANO. Insegna a Milano
e Cagliari. Fa ritorno, in qualità di ordinario fuori ruolo di storia della filosofia,
a Torino. Fa parte del Comitato Nazionale per la bio-etica, ed è stato membro
del direttivo della “Rivista di filosofia” e socio nazionale dell'accademia
delle scienze di Torino. Insignito del premio Feltrinelli per la storia
dela filosofia. Di formazione illuminista, V. si occupa di storia della
filosofia antica. -- è autore di importanti studi su Aristotele (“La logica di
Aristotele” (Torino, Taylor) e l’empirismo (“Dal razionalismo all'illuminismo”
(Einaudi, Torino); “Il pensiero politico” (Laterza, Roma). Nel campo
dell'etica, oltre a studi storici -- “L'etica” (Mondatori, Milano), “Teorie etiche”
(Boringhieri, Torino) -- si dedica a promuovere la costruzione di una bio-etica
e a denunciare la timidezza dei laici di fronte alle ingerenze del
cristianesimo. Da Mistretta, direttore editoriale della Laterza di Roma,
gli fu affidata, la direzione di una “Storia della filosofia.” Altre saggi: “La
selva delle somiglianze: il filosofo e il medico” (Torino, Einaudi); “Va'
pensiero: il carattere della filosofia italiana” (Torino, Einaud); “Filosofia
italiana nel dopo-guerra” (Bologna, Mulino); “Etica pubblica” (Roma/Bari,
Laterza); “Le città filosofiche: per una geografia della cultura filosofica italiana”
(Bologna, Il Mulino); “Le imposture degl’antichi e i miracoli dei moderni”
(Torino, Einaudi); “Laici in ginocchio” (Roma/Bari, Laterza); “Stagioni
filosofiche: la filosofia del Novecento fra Torino e l'Italia” (Bologna,
Mulino); “La scintilla di Caino: storia della coscienza e dei suoi usi” (Torino,
Boringhieri). Profilo biografico sull’accademia delle scienze. Mori, Torino
ricorda V., su Torino. Cerimonia nell'accademia nazionale dei lincei, su presidenza
della repubblica, Roma. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Registrazioni su Radio Radicale,
Radio Radicale. Biografia e testi
sull'Enciclopedia multimediale RAI delle scienze filosofiche Rassegna stampa
sul Sito Italiano per la Filosofia Recensione di "Le città
filosofiche" su Recensioni Filosofiche. Il lizio. Il punto di vista da cui
intendiamo prendere le mosse e che ci pare adatto a permettere un proficuo
studio della logica del LIZIO – tanto celelbrato a Roma -- può essere
sufficientemente precisato se messo in rapporto con la tradizione storiografica
concernente questo argomento. Le non molte pagine che compongono l’ “Organon”
hanno suscitato interessi per secoli intieri dal tempo dei commenti romani fino
ai rinnovati studi aristotelici del '500, attraverso gli studi medioevali, e
fino alla logica classica dell'800. Ma una vera e propria indagine
storiografica volta non a sviluppare una tecnica logica i cui principi si
considerassero posti da Aristotele, bensì a comprendere il significato delle
dottrine dello Stagirita e nei rapporti con gli atteggiamenti di pensiero dei
suoi contemporanei e nei rapporti con gli interessi dello Stagirita stesso,
sorse solo all'inizio del secolo scorso e tramontò abbastanza rapidamente:
tanto che da cinquant'anni a questa parte poche e non molto significative sono
le opere dedicate alla logica aristotelica.
Le ragioni di ciò si possono forse trovare nella impostazione che nella
filosofia contemporanea viene data al problema logico. Infatti, nell'800 da un
lato la critica kantiana presenta un' interpretazione della scienza classica
servendosi proprio delle categorie della logica tradizionale come categorie
proprie dell'intelletto umano, categorie di cui si serve ancora la logica
hegeliana che pretende addirittura di assurgere a logica di tutta la realtà; d'altra
parte il positivismo, soprattutto in Inghilterra, tenta di elaborare una logica
empirica servendosi degli schemi che la logica tradizionale aveva mutuato da
Aristotele; e la stessa logica formale ottocentesca finisce con il favorire lo
studio di quello che i suoi cultori conside ravano come il fondatore della loro
disciplina. Invece nel 'goo l'ideali-smo neo-hegeliano abbandona l' esigenza
panlogistica, almeno quale si configura nello Hegel, preferendo parlare di una
Coscienza assoluta più che di un'Idea che si svolga secondo una necessità
logica, scoprendo perciò negli schemi cui ancora la Wissenschaft der Logik si
era attenuta contraddizioni insanabili, come il Bradley, o vedendo nella logica
che si attiene agli schemi aristotelici una indebita infiltrazione di schemi
verbali irrigiditi nel campo del pensiero puro, come CROCE, o l' irrigidirsi
del pensiero pensante nell'astratto pensiero pensato, come GENTILE. D'altra
parte anche la logica della scienza tentava di liberarsi degli schemi
tradizionali diventati incapaci di intendere i metodi nuovi di cui l' indagine
scientifica si serviva o avvicinandosi sempre di più alla tecnica della ma- tematica, con la logistica, o configurandosi
come rigorosa analisi sintat-tica del linguaggio o servendosi delle nuove
categorie che il pragmatismo offriva per l'interpretazione della scienza. In
questo orizzonte gli studi sulla logica aristotelica non trovavano terreno
propizio per germogliare. Infatti gli
interpreti idealisti, tra i quali il più significativo è forse CALOGERO,
accettavano ben volentieri la qualificazione della logica aristotelica come
logica formale, come solidificazione astratta ed artificiosa dell'opera vivente
del pensiero e perciò tentavano di mostrare come essa non fosse essenziale per
la comprensione del vero pensiero aristotelico in quanto costituisce un'
intrusione del dianoetico nella noesi, cioè nell'atto di pensiero puro che
determina i suoi contenuti immediatamente e senza ricorrere allo schema verbale
del giudizio, come dimostrerebbe nel modo più lampante il libro della
Metaphysica ed il frequente affiorare di questa esigenza anche nelle pagine
dell'Organon, additate con molto acume e con molta perizia nella succitata
opera del CALOGERO. La logistica, per bocca del Russell, prendeva un netto
atteggiamento polemico nei riguardi della logica aristotelica vedendo in essa
un insieme di schemi verbali non rispondenti però ad un'autentica tecnica
logica, perché inficiati dal presupposto sostanzialistico, di carattere
metafisico, che, riducendo tutte le enunciazioni a proposizioni della forma
soggetto-predicato, preclude ogni considerazione delle relazioni. Tuttavia
proprio nell'ambito della logistica doveva sorgere un altro atteggiamento verso
la logica ari-stotelica, meno polemico, rappresentato soprattutto dallo Scholz,
dal Becker e dal Bochénski. Comune a questi interpreti è il presupposto che la
logica di Aristotele sia logica formale, cioè volta ad elaborare schemi
linguistici aventi rapporti noti ed indipendenti dal valore dato alle incognite
che in essi possono comparire. In questo modo, pur accettando l'osservazione
del Russell che la logica aristotelica non va accettata così com'è perché deve
essere integrata e sviluppata soprattutto con l'aggiunta della logica delle
relazioni, essi non polemizzano più contro di essa, ma anzi la considerano come
il precedente storico della logica formale contemporanea che si presenta
appunto come un progresso rispetto a quella. Di conseguenza questi interpreti
non mettono in problema le dottrine aristoteliche e l'impostazione da esse data
al problema della logica; ma anzi accettano che quella dello Stagirita sia la
vera impostazione del problema logico, la soluzione del quale consiste nello
sviluppo diretto delle dottrine dell'Organon. Infatti secondo lo Scholz
Aristotele avrebbe formulato un'as-siomatica che permetteva alla scienza del
suo tempo di organizzarsi come un sistema di proposizioni necessariamente
connesse; su questa base, da un lato, il Becker ha intrapreso una trascrizione
in simboli della dottrina aristotelica della possibilità senza dare ragione
delle diverse interpretazioni che di questa categoria lo Stagirita veniva
dando, mentre dall'altro il Bochénski ha svolto un esame particolareggiato
dell'assio-matica di cui parlava lo Scholz e della dottrina linguistica da
questa pre-supposta, senza però vedere i rapporti tra questa e quella. Contro
questo rapporto di derivazione diretta della logica formale contemporanea da
quella aristotelica protestava il Veatch facendo però uso di argomenti non molto
persuasivi. Fuori della logistica, frattanto, le difficoltà sorgenti dal
tentativo di interpretare la scienza contemporanea con la logica aristotelica
venivano messe in luce dal Reiser in alcuni articoli assai superficiali e
disordinati, ma contenenti alcune buone osservazioni, e soprattutto dal Dewey
che, con un atteggiamento ben più equilibrato, notava come la logica
aristotelica presupponesse l'ontologia della sostanza alla quale era legata. Ma,
facendo occasionalmente queste osservazioni in un'opera teorica, egli lasciava
aperto proprio il problema di trovare i modi precisi di questo rapporto tra
ontologia e logica e di determinare come l'ontologia si modelli attraverso la
logica. Dall'esame delle interpretazioni
surriferite si possono trarre alcune importanti considerazioni che permettono
subito di orientarsi di fronte alla logica aristotelica. Infatti lo studio
della logica propria della scienza contemporanea ci fa subito avvertiti che ad
essa 101 sono più applicabili gli schemi dell'Organon distruggendo così la
pretesa di vedere in esso le tavole eterne, sebbene magari ancora incomplete,
su cui sono segnate le leggi del pensiero umano e scoprendo le quali Aristotele
avrebbe fatto l'uomo razionale, dopo che Dio lo aveva fatto semplice creatura a
due gambe, come disse il Locke. Ciò posto, risulta impossibile giustificare
storicamente la logica aristotelica vedendo in essa la scoperta del
procedimento del pensiero in quanto tale, che è in fondo l'interpretazione del
Barthélemy Saint-Hilaire, o anche solo dell’intelletto che sarà poi superato
dialetticamente dalla Ragione, come sostiene Hegel. Ma allora il problema della
logica del LIZIO si presenta in tutta la sua gravità. Infatti essa non potrà
più essere giustificata come insieme di regole che reggano il corso del
pensiero stesso in quanto tale, ma bisognerà esaminare l'effettivo valore che
essa ha per noi, i problemi che essa ci pone, gli eventuali mezzi per
risolverli che essa ci offre. Ma queste sono prospettive di ricerca che ci si
offrono solo in quanto alla logica aristotelica non si attribuisca una validità
metastorica e si riconosca in essa un insieme di dottrine storicamente
condizionate che storicamente vanno studiate. Da ciò consegue che la logica di
Aristotele non potrà essere studiata come logica in quanto tale, ma dovrà
essere studiata come logica aristotelica: cioè svolgere una ricerca su di essa
vorrà dire giustificare il suo posto nell'insieme delle opere aristoteliche,
mettere in luce quali problemi il suo autore si proponeva di risolvere e quali
riusciva a risolvere con essa. Perciò le interpretazioni idealistiche e
lo- gistiche, che sopra abbiamo
esaminato, non conducono a fondo l'interpretazione storica della logica
aristotelica in quanto lasciano sussistere dei termini - logica formale, schema
verbale - il cui significato non viene determinato nel corso dell'indagine
stessa, ma presupposto ad essa. È vero che la logica di Aristotele è costruita
di schemi verbali; ma l'osservare che quegli schemi verbali sono troppo
limitati o che essi oggi non servono più e rimproverare ad essi di soffocare la
vera vita del pensiero non serve a comprendere storicamente il pensiero dello
Stagirita; piuttosto giova vedere che cosa potesse significare per Aristotele
stesso « schema verbale», quale uso di esso egli giustificasse, di quali
dimensioni tenesse conto e quali eliminasse per costruire proprio quella
nozione. Ed altrettanto dicasi per la qualificazione della sua logica come
logica formale: in un certo senso questa attribuzione può essere sostenuta in
quanto almeno gli Analytica priora si occupano di pure forme verbali in cui i
termini sono rappresentati con lettere che prescindono da ogni eventuale
contenuto. Ma il problema che subito si presenta è quello di determinare che
significato abbia per Aristotele la « forma» e l'aggettivo « verbale» che ad
essa viene attribuito. Perciò la comprensione storica della logica aristotelica
ha come sua condizione la connessione delle dottrine logiche con le altre
dottrine filosofiche dello Stagirita: a questo modo la logica non verrà
considerata come la scienza del pensiero in quanto tale, ma come la logica resa
possibile da una ben determinata posizione filosofica, presupponente una ben
determinata metafisica, mentre, d'altra parte, sarà aperta la via a considerare
con quali mezzi logico-lin-guistici sia stato possibile costruire quella
metafisica. La connessione delle
dottrine logiche con quelle metafisiche nell' interpretazione di Aristotele non
è nuova e, anzi, costituisce il tema dominante di alcuni studi assai celebri.
Essa è riscontrabile nelle opere appartenenti alla storiografia francese di
ispirazione spiritualistica facente capo al Ravaisson, all' Hamelin ed al
Bergson. Carattere comune di questi studi è la presupposizione di una certa
interpretazione della metafisica aristotelica, nella quale si cerca un posto
per la logica o partendo dalla quale si discutono questioni pertinenti
propriamente alla logica. E anche l'interpretazione della metafisica è
caratterizzabile in modo assai tipico: essa infatti viene spiegata con schemi
in prevalenza neoplatonici in base ai quali si vuole vedere teorizzata l'opera
di un universale che darebbe vita agli individuali senza tuttavia risolversi
totalmente in essi, lasciando così sussistere quelle aporie che. secondo questi
interpreti, sarebbero riscontrabili nel xoprouós delle idec platoniche. Di
conseguenza le interpretazioni della logica appartenenti a questa corrente,
comc quelle di Chevalier, Aslan, Badareu, Robin, e Mansion rivelano un unico
schema nel quale la logica appare come la dottrina dell'universale puro ed
assolutamente necessario che lascia fuori di sé il particolare esistente, nel
quale la nocessità si attenua fino a diventare soltanto il per lo più: anche
qui cioè spunta la difficoltà della metafisica per cui da un lato l'universale
è il solo oggetto veramente conoscibile, dall'altro il particolare è il solo
oggetto veramente esistente. A questa interpretazione si potrebbe obbiettare
che lascia insoluto proprio il problema della logica come logica, ossia come
ricerca sulla possibilità di un discorso rigoroso, in quanto in questi studi
non si vede come lo stesso discorso rigoroso, per potersi costituire come tale,
richieda per Aristotele una certa metafisica. Del resto è assai significativo
che questi interpreti si siano cimentati ben poco con gli Analytica priora
esponendone semmai la dottrina, ma accettando implicitamente la tesi che in
essi è svolta una trattazione di logica formale. Lo stesso Chevalier, che più
degli altri si addentra nell'analisi di questo trattato, dichiara che esso
rappresenta un tentativo di costruire una logica formale -- tentativo fallito
perché il sillogismo richiede come fondamento una necessità reale che è
concepibile solo se le premesse sono immediatamente intuibili, perché in caso
contrario la pura necessità logica diventerebbe una mera necessità ipotetica.
Ma la difficoltà sta proprio qui, cioè nell'assunzione che il sillogismo sia un
mero mezzo di svolgere cocrente-mente un'ipotesi, il cui unico contatto con la
realta consista in un' intui-zione intellettuale. Ben più significativo è il modo in cui il
Prantl tenta di connettere la logica con la metafisica nella sua Geschichte der
Logik im Abendlande. Il fondamento della mediazione logica è un Realprincip
immanente alle cose stesse e costituente l'equivalente ontologico delle
categorie linguistiche di cui fa uso la logica. Il merito del Prantl consiste
appunto nel tentare di definire per quel che gli è possibile il principio
ontologico con categorie logiche, mettendo in luce la stretta connessione che
per Aristotele sussiste tra questi due aspetti. Senonché anche qui non si vede
poi come non solo il Realprincip sia definibile con categorie logiche, ma come
le stesse categorie logiche determinino il Realprincip costituendosi pro-prio
come categorie logiche. Mentre Prantl pone al centro della inter-pretazione il
concetto che è definibile contemporaneamente con catego-rie ontologiche e con
categorie logiche, il Trendelenburg preferisce par-tire dalla considerazione
del giudizio nel quale prendono senso lc cate-gorie che deriverebbero dalle
varie parti del discorso distinte dalla gram-matica. Da questa interpretazione
prendeva l'avvio una lunga discus-sione sulla dottrina delle categorie
aristoteliche condotta da Bonitz, Apelt, Gercke, Witte, Geyser, Gillespie, e Fritz,
nel corso della quale si tenta di penetrare sei-pre meglio i precedenti
academici della dottrina aristotelica e si abban-dona anche l'analogia con le
categorie kantiane che in un primo tempo erano state il termine del confronto
che tutte le trattazioni si sentivano in dovere di fare impedendosi cosi la
comprensione del significato propria-mente aristotelico di quella dottrina. Ma
il motivo della centralità del giudizio nella logica aristotelica veniva
ripreso ed ampliato dal Maier che intitolava un'amplissima opera sulla logica
aristotelica Die Syllogistik des Aristoteles, mostrando appunto di voler
imperniare tutte le sue indagini sul sillogismo considerato come la base di
tutte le dottrine dell'Organon. Il Maier rifiuta nettamente l'interpretazione
formalistica della logica aristotelica sostenendo che per lo Stagirita giudizio
e sillogismo hanno sempre un valore logico ed un valore ontologico. Ma poi
distingue il significato ontologico da quello metafisico considerando l'intrusione
del metafisico nella logica come un passaggio indebito compiuto in più punti
dallo stesso Aristotele. Di conseguenza la logica, anziché essere interpretata
in connessione con le dottrine metafisiche di Aristotele, viene disgiunta da
esse ed irrigidita in una struttura formale che a quelle è estranea: perciò
solo apparentemente il Maier respinge l'interpretazione formale della logica
aristotelica, in quanto la sua interpretazione si distingue da quella
formalistica solo perché non riconosce valore meramente linguistico agli schemi
logici, ma li trasporta nel reale stesso pur senza alterare la loro natura.
Appunto perciò l'interprete non è poi in grado di mettere in luce la
connessione di quegli schemi con le altre dottrine filosofiche dello Stagirita,
dalle quali, anzi, pretende di prescindere. Il Maier mette iu luce una esigenza
che si fa veramente valere nell'indagine sull' Organon - cioè il bisogno di
precisare il valore ontologico degli schemi logici —, ma non è in grado di
soddi-sfarla, in quanto la distinzione dell'ontologia dalla mctafisica non
regge, almeno nell'ambito delle dottrine aristoteliche, perché 1°) per
Aristotele la metafisica si configura appunto come ontologia, in quanto
pretende di essere la teoria dell'essere in quanto tale; 2°) l'eliminazione
della metafisica dalla pura ontologia costituita dalle dottrine dell'Organon ha
costretto Maier ad espungere idealmente dalla logica aristotelica sviluppi non
irrilevanti. Poiché abbiamo visto che l'autentica
comprensione storica delle dottrine logiche dello Stagirita ha come condizione
la loro connessione con le dottrine metafisiche, ci pare di poter affermare che
gli interpreti che si sono messi su questa via e che sopra abbiamo citato, non
hanno realizzato appieno il loro proposito in quanto non hanno del tutto
realizzato proprio quella condizione. Infatti o, come il Maier, hanno
irrigidito la logica in una struttura che ha impedito ogni suo ulteriore
collegamento son le errin pietarite
oraco, i Pro e su pisto mone nageione,
poi la logica si sarebbe dovuta adeguare. Per stabilire un più stretto
legame tra logica e metafisica aristoteliche bisogna esaminare la logica con
l'intento di cercarvi gli strumenti con cui Aristotele ha potuto costruire la
metafisica: cioè non si deve studiare la logica presupponendo la meta-fisica,
ma considerando la metafisica come punto di arrivo della logica. Ciò tuttavia non implica che la logica si
svolga senza presupposti metafisici; ché anzi le dottrine logiche si vengono
precisando via via con il precisarsi delle dottrine metafisiche e presuppongono
posizioni metafisiche dalle quali sono indisgiungibili. La metafisica, perciò,
si costituisce come punto di arrivo della logica non perché sia separata da
questa, ma perché queste stesse categoric della metafisica si configurano in
modo tale da determinare anche gli strumenti con cui esse sono usabili; d'altra
parte dallo studio della logica si vedrà appunto come l'uso di certi
determinati strumenti logici, l'impostazione della ricerca su certe determinate
dimensioni e l'eliminazione di altre, porti all'elaborazione di una certa
determinata metafisica che, a sua volta, giustifica quegli strumenti ed è il
loro presupposto. A questo modo è possibile trarre dallo studio della logica
l'orizzonte categoriale della metafisica, vale a dire l'unità delle dottrine
metafisiche stabilite in base all'uso degli strumenti ad esse ap-propriati.
Solo dalla indagine delle effettive categorie di cui Aristotele fa uso e del
loro modo di operare potrà così emergere l'unità della filosofia
aristotelica. Ma per far ciò non sarà
più possibile considerare la logica aristotelica come dottrina del procedere
naturale dell'intelligenza o dottrina della conoscenza in generale, ma
bisognerà fare concreto rifcrimento al modo preciso in cui Aristotele pensò che
l'intelligenza lavorasse, cioè alla sua concezione della scienza. Infatti la
stretta connessione della logica con la metafisica, nel modo che sopra abbiamo
illustrato, diventa la stretta connessione della logica con la scienza, in
quanto la metafisica di Aristotele si presenta appunto come una scienza che ha
la medesima struttura delle altre scienze. Perciò dire che l'oggetto della
logica aristotelica è il discorso comune, come fa il Kapp, non è interamente
vero, in quanto il discorso comune può si costituire il punto di partenza ed il
materiale delle considerazioni di Aristotele il cui oggetto, però, è la
costruzione di un discorso scientifico fondato sul reale. Perciò se da un lato
la metafisica esige la logica come quella che può determinare gli strumenti con
cui le categorie metafisiche sono usabili, d'altra parte la logica tende alla
metafisica come quella che, dando un fondamento nell' essere alle categorie
logiche, legittima l'uso degli strumenti che quelle presuppongono. Ed appunto
perciò la logica non sarà, come la tradizione con il nome di organon ha
tramandato e come lo Zeller interpreta, uno strumento essa stessa, anche se
mette in luce gli strumenti con cui certe categorie possono essere usate: essa,
infatti, è una struttura che è necessaria all'essere perché possa esserci un
discorso che lo enunci e al discorso per potersi costituire come discorso,
anche sbagliato. Perciò presentandosi come logica della scienza quella di
Aristotele non si configura come inetodologia, in quanto quest'ultima è
possibile solo là dove non si presupponga l'esistenza di una struttura
dell'essere già costituita e gli strumenti per conoscere la quale sono
stabiliti una volta per tutte e stanno originariamente nelle nostre mani. Di
conseguenza l'unico precetto metodologico che dalla logica aristotelica deriva
è quello di non falsare gli strumenti che possediamo e di riconoscere l'essere
in quello che veramente è. Ma tutto ciò potrà veramente venire alla luce solo
attraverso lo studio dei fondamenti linguistici della logica aristotelica:
infatti per Aristotele, come per Eraclito, la ragione è essenzialmente lóyos,
discorso, cioè capacità di cogliere e di indicare con parole l'essenza stessa
dell'essere. Il linguaggio, perciò, è lo strumento essenziale con il quale le
categorie aristoteliche hanno da essere usate; e la posizione che ad esso
Aristotele conferisce e le possibilità che ad esso apre costituiscono i
fondamenti di tutta la costruzione logica e metafisica dello Stagirita. Del
resto questo lato dell'indagine risponde pienamente agli interessi cui la
filosofia odierna dedica la sua attenzione. Infatti, mentre da un lato la
logica e la metodologia delle scienze dedicano sempre maggiore cura all'esame
delle scienze in quanto fanno uso di certi determinati linguaggi e alle
possibilità e ai limiti di questi linguaggi, dall'altro la considerazione
dell'elemento linguistico della ricerca filosofica ha assai contribuito ad
aumentare la cautela critica di quest'ultima e l'interesse per l'indagine sulle
sue reali possibilità. Dalla tendenza volta a limitare la filosofia ad
un'attività critica sull'uso delle parole ad altre più propense a dare ad essa
un più vasto significato, le correnti più significative della filosofia
con-temporanca si rendono conto dell'importanza che ha la determinazione del
tipo di discorso che la filosofia deve adottare e delle possibilità che ne può
trarre; e nella stessa tecnica dell'indagine filosofia l'analisi linguistica
dei termini è praticata con sempre maggior frequenza nel tentativo di eliminare
quelle parole o quei significati la cui determinazione non è possibile fare con
mezzi il cui comportamento sia noto e, in qualche modo, controllabile. Il
linguaggio cioè non è un insieme di segni assolutamente trasparenti, capaci di
riprodurre fedelmente il puro pensiero o l'essere senza nulla pregiudicare di
quella ricerca che nelle parole troverebbe solo la sede adatta alle sue
conclusioni, ma interviene attivamente nella ricerca rischiando di deviarla su
direzioni del tutto illusorie. Questo problema è particolarmente importante per
la filosofia aristotelica che pretende di rintracciare, proprio avvalendosi del
discorso, una struttura dell'essere universalmente valida e che nella logica si
preoccupa di mettere in luce la posizione che il linguaggio ha come mezzo per
enunciare quella strut-tura. Dalla soluzione data al problema del linguaggio
come mezzo per enunciare l'essere dipende la configurazione della logica come
struttura necessaria e non come disciplina possibile del discorso; nel senso che
i mezzi semantici di cui il discorso è costituito sono sempre adatti a mettere
capo ad un insieme in cui le categorie dell'essere sono adeguatamente aggravata
dal fatto che sull'autenticità di due opere del corpus logicum si sono
sollevati dubbi. È nostro preciso intento trattare questo problema nella misura
richiesta dall'indagine che intendiamo condurre ed esclusivamente in vista di
essa. Ora, del trattato delle Categoriae ci siamo serviti solo in quanto
conteneva dottrine del tutto confermate da altri scritti di sicura
attribuzione, mentre più largo uso abbiamo fatto del De interpretatione. Contro
le difficoltà di natura oggettiva sollevate fin dall'antichità contro il
trattatello ha svolto considerazioni probanti il Maier. Quanto a noi ce ne
siamo serviti per studiare dottrine che trovano sicuro riscontro negli
Analytica priora (qualità e quantità dei giudizi e dottrina della modalità),
salvo differenze trascurabili per il punto di vista da cui ci siamo collocati
(p. es. la comparsa dei giudizi individuali non considerati dagli Analytica).
La dottrina della convenzionalità non trova invece riscontro letterale in altri
testi aristotelici; senonché si può osservare: 1°) la nozione di inópavas come
avíleois di arópiois e xatápaois compare anche negli Analytica posteriora e la
costituzione di un discorso apofantico presuppone appunto l'eliminazione del
problema della semanticità, che è proprio il senso in cui abbiamo interpretato
la nozione aristotelica di convenzionalità del linguaggio; 2°) la dottrina del
giudizio in tutte le sue enunciazioni presuppone la convenzionalità nel senso
sopra specificato; 3") la Poetica che parairasa passi del “De interpretatione”
eliminando la tesi della convenzionalità è stato dimostrato dal Maier essere
un'in-terpolazione tendenziosa. Perciò mentre mancano criteri oggettivi sicuri
capaci di sostenere la tesi dell' inautenticità, neppure l'esito dell'esame
condotto sulla concordanza dottrinale può indurrc a pronunciare l'atetesi del
De interpretatione, o almeno delle parti che ci interessano. Assai più difficile si presenta la questione
della collocazione cronologica degli scritti logici. Essa fu affrontata
dapprima dal Brandis che sostenne la precedenza dei Topica rispetto alle altre
opere aristote-liche, tesi ripresa e completata dal Maier che ritenne di poter
dividere i Topica in parti che non presuppongono la conoscenza del sillogismo e
parti che la presuppongono. Altre a ciò il Maier ritenne di poter considerare
il De interpreta-tiene posteriore agli Analytica, dando così un piano completo
della successione delle opere logiche aristoteliche, dai più accettato e
confer-mato recentemente, con uno studio sui rinvii reciproci delle singole
opere, dal Tielscher. Mentre la considerazione dei libri B e H (nei ca-pitoli
sopra citati) come le parti più antiche dell' Organon sembra del tutto
pacifica, maggiori riserve si potrebbero sollevare di fronte alla col-locazione
nello stesso periodo dei libri che eseguono un progetto tracciato all' inizio
del A, sì da costituire un corpo ab-bastanza unitario nel quale si trova un
rinvio ben netto alla dottrina della dimostrazione di Analytica posteriora. Se
questo indizio nonè affatto sufficiente per posticipare i libri in questione,
esso rivela tuttavia il tentativo di trovare, attraverso un' interpolazione, un
inserimento della dialettica dei Topica nella sillogistica degli Analytica.
Quanto alla posticipazione del “De interpretatione”, le ragioni più importanti
addotte dal Maier - la mancanza di citazioni in altri scritti e la
giustificazione del cap. go come polemica contro Diodoro Crono - non sono del
tutto probanti. L'opera iniziata dal
Maier portava innanzi il Solmsen che, partendo dagli studi del Jäger, suo
maestro, dava un ordinamento del tutto nuovo al corpus logicum accettando quasi
integralmente le tesi del Maier per i Topica ma facendo precedere gli Analytica
posteriora ai priora; ordinamento che, accettato dallo Stocks, veniva criticato
con consi-derazioni ragionevoli del Ross. D'altra parte il Gohlke, prendendo in
esame le dottrine della quantità e della modalità dei giudizi tentava di
individuare strati diversi di composizione delle opere dell' Organon;
ten-tativo parzialmente condotto anche dal Becker. In realtà nessuno di questi
tentativi ha dato finora un ordine cronologico fornito di un grado apprezzabile
di probabilità e stabilito su basi puramente oggettive, cioè tale da non
implicare un' interpretazione filosofica della logica aristotelica. Vista l'estrema difficoltà di stabilire un
ordine cronologico filologi-camente fondato in maniera soddisfacente, abbiamo
preferito rinunciare all'ordine cronologico (che sarebbe stato ben malsicuro),
pur tenendo conto, dove ciò ci è parso indispensabile, dei nessi di priorità
che ci sono sembrati indiscutibili. Ma, d'altra parte, abbiamo cercato di non
irrigidire le dottrine di Aristotele in un sistema che non fosse il sistema
stesso di Aristotele, tentando piuttosto di mettere in luce l'orizzonte in cui
tutte quelle dottrine si impostano e sforzandoci di non impacciare le loro
movenze pur cercando la loro unità: unità consistente appunto nel problema di
rintracciare una struttura linguistica universalmente necessaria. Se essa
precisa i suoi tratti con particolare evidenza nel De interpretatione e negli
Analytica priora, tuttavia sta già alla base della dottrina del giudizio e del
ragionamento rintracciabile nei Topica e costituisce uno dei tratti tipici
dell'aristotelismo; quell'aristotelismo che è già riscontrabile nel platonisino
del Aristotele dell’Accademia e non del Lizio! Viano. Keywords: la filosofia
romana, il neo-tradizionalismo. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft MS –
Luigi Speranza, “Grice e Viano: il neo-tradizionalismo” – “Viano e la filosofia
romana” -- The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Viano.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viazzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della bellezza
della vita – la scuola d’Alessandria – filosofia alessandrina – filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Gavi). Abstract. Keywords: Vico. Filosofo
alessandrino. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Gavi, Alessadria,
Piemonte. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Apprezzato teorico
e studioso di filosofia. Fra critici e interpreti di VICO, vuol esser ricordato
con speciale considerazione, V.; il quale cura un'edizione della Scienza Nuova,
facendola precedere d'una sua lunga prefazione, “La modernità e il positivismo
di V.”, e accompagnandola con note che vorrebbero essere interpretative del
testo. Comte e Spencer, Vogt e LOMBROSO, Büchner Haeckel, Ribot e Morselli, son
questi i nomi cari a V. E accanto ad essi, egli pone quello del VICO, come di
un sicuro e diretto loro antenato. Gli è che l'opera del VICO, fuori
l'indirizze genuino dei metodi naturalistici, non può affatto intendersi, com
non l'hanno intesa appunto - afferma esplicitarente il nostre nuovo interprete
vichiano - tutti i metafisici, dai concettualisti pur ai neo-critici. Nè,
altresì, conviene altrimenti giudicare il metod‹ vichiano, nell'idea e
nell'attuazione, se non come empirico, in duttivo e psicologico, in forza del
quale, è chiaro come il pen siero del filosofo, fortemente temprato
dell'empiria del Bacone traesse decisamente a un sistema di sociologia o di
demopsicologia. Il vero si è che VICO, accanto a Comte e Spencer, deve esser
considerato come uno dei fondatori della scienza sociale; e nel modo suo di
ricerca, negl'indirizzi degli studi nel loro stesso risultato, ci si rivela
come il più genuino forse dei precursori dell'odierno positivismo critico, o
filosofia scientifica che altri la voglia chiamare. Se è cosi, la nota
dell'irreligiosità, nel sistema di dottrine di VICO, deve risonare con aperta e
larga intonazione, non come un semplice motivo, chiuso chiuso, di preludio. Non
si tratta più, dunque, di germi ideali ancora immaturi per il loro tempo, ma
destinati poi alla fecondazione, dopo circa due se! coli d' inosservata
incubazione; a spandere i loro effluvi inebbrianti sul campo rinnovellato del
pensiero, che reca la piena iberta dello spirito, la suprema indipendenza della
ragione. Contrariamente a ciò che opina il CROCE con i suoi, le conclusioni
antireligiose dei principi vichiani sono apparse limpidamente delineate nel
libero pensiero del filosofo; e inoltre sono state, esplicitamente, già dedotte
dall'autore medesimo con una certa sufficienza, a chi ben osserva, e insieme
con meditata parsi-monia, e, secondo l'importanza che esse hanno nell'organismo
del sistema, messe nella loro vera luce, sebbene non piena e sfolgorante e a
tutti accessibile. Sicché, da ogni pagina della Scienza Nuova emerge spontaneo,
per una critica evoluta, il pensiero tutto vibrante di naturalità scientifica,
tutto saturo di positivismo, che s'effonde con facile corso, attraverso il modo
suo di ricerca, nell'indirizzo degli studi, nel loro stesso rieultato. Che se
il VICO, per tal modo, ebbe a bandire estremamente, con matura persuasione e
con coscienza, dall'opera sua di pensiero ogni genuina idea del divino e di
religione, non poté conservare alcuna fede in fondo al suo cuore. Questo è
ovvio. Nè deve fare impressione di sorta
il parlare, talvolta coperto, dell'autore, talvolta, ancora, irto di reticenze
e concessioni, che sembra voglian salvare la forma d'una certa professione
religiosa. Tale professione di fede (ci si fa notare) soverchiamente ripetuta,
ha quasi sempre tutta la forma di un voler parere, più che altro si rifletta
all'epoca ed al luogo in cui scrisse il nostro autore, e si comprenderà tutta
la ragionevolezza pratica di talune concessioni'». Siamo, dunque, intesi: era
una pura finzione di religiosità; una professione di fede, che doveva servire
soltanto per il libero scambio nello smercio delle idee. E V. viene alle corte.
A carico del VICO (s' intende, dall'aspetto del positivismo) fu quasi
unanimemente posta la importanza, reputata eccessiva, non solo, ma intaccante
alla base tutto il suo sistema, ch'egli dà ad una provvidenza divina
regolatrice di questo mondo delle nazioni che egli prese a studiare. Ma quei
che in tal guisa obbiettano, s'arrestano alla corteccia, e non penetrano con lo
sguardo al midollo sottostante. Non s'è
detto, insomma, che VICO, non amante delle noie, cercava sempre, con insistente
ostentazione, di allontanare il pericolo che s'addensassero, intorno alla sua
opera, i sospetti e le avversioni dell'ortodossia dominante? Vico lo sente,
quest'odioso freno all'espressione della sua idea, ma vi si trova costretto, e
lo subisce. E incredulo qual'era nel pensiero e nel sentimento, tuttavia volle
adoperare un ripiego formale che, senza dubbio, poteva giovargli di passaporto
nell'epoca e nel luogo di pubblicazione del suo libro.? Si rifletta poi, in
fine, che egli non era punto di apostolo.Se avesse avuto l'animo di BRUNO, si
sa che le cose sarebbero procedute ben altrimenti. Cosi il nostro animoso
interprete vichiano va difilato alla conclusione della sua fatica, per quel che
concerne l'idea (della provvidenza divina) che domina e vivifica tutta
l'esposizione dottrinale della Scienza Nuova. È chiaro, secondo lui, che anche
qui la parola e l'espressione metempirica adoperate segnano un concetto
prettamente positivo. Ricordiamo anzitutto come con singolare ostinazione VICO
si richiami assai spesso a questo suo concetto, che il mondo delle gentili
nazioni è pur certamente opera degli uomini. Questo nel campo delle idee. Nel
campo ristretto della sua operosità di uomo, bisogna tener conto del fatto che
VICO era obbligato a mettere i suoi libri sotto la protezione di cardinali; che
scriveva prolusioni le quali non dovevano soverchiamente urtare il Corpo
accademico dell'Università. Poichè in Italia si faceva professione di
cattolicismo. quanto più superficiale tanto più generalmente ostentato; era
utile e, più che utile, necessario, per un uomo che si trovava nelle umilissime
condizioni del nostro autore dimostrare l'importanza del sentimento religioso
nella vita sociale? Pio Viazzi. Viazzi. Keywords: Vico. Refs.: The H. P. Grice
Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Viazzi” – “Il Vico di Grice e il
Vico di Viazzi” -- The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Viazzi.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vico: “We should treat those who were
great and are dead as if they were great
and living” (Grice) -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’antichissima sapienza degl'italici -- da rintracciare
nelle origini della sua lingua – la scuola di Napoli – filosofia napoletana –
filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords:
lingua italiana. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Napoli, Campania. Filosofo
italiano. “The best philosopher, but that’s Hampshire’s judgement!” – Grice. “Si potrebbe presentare la storia ulteriore del
pensiero come un ricorso delle idee del Vico” (CROCE, La filosofia di V.,
Laterza, Bari). – cf. Whitehead on metaphysics as footnotes to Plato. matematiche
perché siamo noi a farle tramite postulati, definizioni, ma non potremo mai
dire di conoscere nello stesso modo la natura perché non siamo noi ad averla
creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento
aristotelico, veramente la scienza è «scire per causas» ma questi elementi
primi li possiede realmente solo chi li produce, «provare per cause una cosa equivale
a farla». Le obiezioni a Cartesio Il
principio del verum ipsum factum non era una nuova e originale scoperta di Vico
ma era già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che richiedeva
l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico che,
tramite la tradizione scotista, era presente nella cultura filosofica
napoletana del tempo di V.. La tesi fondamentale di queste concezioni
filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che
tale cosa produce; il principio del verum-factum, proponendo la dimensione
fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo
cartesiano che V. inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza
della storia umana e delle scienze sociali, che non possono essere analizzate
solo in astratto, perché esse hanno sempre un margine di imprevedibilità. V. però si serve di quel principio per
avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia cartesiana
trionfante in quel periodo. Il cogito cartesiano infatti potrà darmi certezza
della mia esistenza ma questo non vuol dire conoscenza della natura del mio
essere, coscienza non è conoscenza: avrò coscienza di me ma non conoscenza
poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho solo riconosciuto. L'uomo, egli dice, può dubitare se senta, se
viva, se sia esteso, e infine in senso assoluto, se sia; a sostegno della sua
argomentazione escogita un certo genio ingannatore e maligno... Ma è
assolutamente impossibile che uno non sia conscio di pensare, e che da tale
coscienza non concluda con certezza che egli è. Pertanto Renato (René
Descartes) svela che il primo vero è questo: "Penso dunque
sono".» (Giambattista V., De
antiquissima Italorum sapientia in Opere filosofiche a cura di Paolo
Cristofolini, Firenze, Sansoni 1971, p.70)
Il criterio del metodo cartesiano dell'evidenza procurerà dunque una
conoscenza chiara e distinta, che però per V. non è scienza se non è capace di
produrre ciò che conosce. In questa prospettiva, dell'essere umano e della
natura colti nella loro interezza e nelle loro relazioni solo Dio, creatore di
entrambi, possiede la verità (livello di conoscenza maggiore: inter -
legere). Mentre quindi la mente umana
procedendo astrattamente nelle sue costruzioni, come accade per la matematica e
la geometria, crea una realtà che le appartiene, essendo il risultato del suo
operare, giungendo così a una verità sicura, la stessa mente non arriva alle
stesse certezze per quelle scienze di cui non può costruire l'oggetto come
accade per la meccanica, meno certa della matematica, la fisica meno certa
della meccanica, la morale meno certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché
le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche
fare.» (Ibidem, pag. 82) Mente umana e mente divina I latini...
dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei. È dunque
ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni abbiano pensato
che le idee negli animi umani siano create e risvegliate da Dio [...] La mente
umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me pensa, dunque in Dio conosco la
mia propria mente.» (Giambattista V., De
antiquissima, 6) Il valore di verità che
l'uomo ricava dalle scienze e dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è
garantito dal fatto che la mente umana, pur nella sua inferiorità, esplica
un'attività che appartiene in primo luogo a Dio. La mente dell'uomo è anch'essa
creatrice nell'atto in cui imita la mente, le idee, di Dio, partecipando
metafisicamente a esse. L'ingegno
Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono per opera di quella
facoltà che V. chiama ingegno che è la facoltà propria del conoscere... per cui
l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose». L'ingegno è lo strumento
principe, e non l'applicazione delle regole del metodo cartesiano, per il
progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso gli
esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i
limiti del conoscere umano e la contemporanea presenza della verità divina che
si rivela proprio attraverso l'errore:
Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo,
poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto l'apparenza
dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò
dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito.» (Giambattista V., De antiquissima, 6) Il sapere metafisico Contro lo scetticismo V.
sostiene che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere
metafisico: Il chiarore del vero
metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai
corpi opachi... Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da
limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le
forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei
quali vediamo la luce del vero metafisico.»
(Giambattista V., De antiquissima, 3)
Il sapere metafisico non è il sapere in assoluto: esso è superato dalla
matematica e dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni
verità, che da lei discende in tutte le altre scienze.» Vi è dunque un
"primo vero", comprensione di tutte le cause», originaria spiegazione
causale di tutti gli effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è
antecedente a tutti i corpi e che quindi si identifica con Dio. In Lui sono
presenti le forme, simili alle idee platoniche, modelli della creazione
divina. Il primo vero è in Dio, perché
Dio è il primo facitore (primus Factor); codesto primo vero è infinito, in
quanto facitore di tutte le cose; è compiutissimo, poiché mette dinanzi a Dio,
in quanto li contiene, gli elementi estrinseci e intrinseci delle cose.» (Giambattista V., De antiquissima Italorum
sapientia in Opere filosofiche a cura di P. Cristofolini, Firenze, Sansoni
1971, p. 62) La metafisica di V. Il
platonico V. Attraverso i propri scritti V. fa capire la sua conversione dalla
filosofia lucreziana e gassendiana a quella platonica, egli descrive la
metafisica del filosofo di riferimento come tale che: conduce a un principio fisico che è idea
eterna, che da sé educe e crea la materia medesima, come uno spirito seminale,
che esso stesso si fermi l'uovo.»
(Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., Opere
Filosofiche, a cura di P. Cristofolini, Firenze 1971, p. 11") Egli illustra nell'Autobiografia i suoi
capisaldi: 1) nella nostra mente sono
certe eterne verità che non possiamo sconoscere riniegare, e in conseguenza che
non sono da noi», cioè che non sono fatte da noi 2) del rimanente sentiamo in noi una libertà
di fare, intendendo, tutte le cose che han dipendenza dal corpo, e perciò le
facciamo in tempo, cioè quando vogliamo applicarvi, e tutte in conoscendo le
facciamo, e tutte le conteniamo dentro di noi: come le immagini con la
fantasia; le reminescenze con la memoria; con l’appetito le passioni; gli
odori, i sapori, i colori, i suoni, i tatti co’ sensi: e tutte queste cose le
conteniamo dentro di noi. […] Ma per le verità eterne che non sono da noi e non
hanno dipendenza dal corpo nostro, dobbiamo intendere essere Principio delle
cose tutte come una idea eterna tutta scevera da corpo, che nella sua
cognizione, ove voglia, crea tutte le cose in tempo e le contiene dentro
sé...».» La coerenza della filosofia
'timaica' di V. può essere analizzata anche da questi due punti, infatti, nel
primo caso, questa si riferisce a un principio materiale, immateriale, ideale,
eterno e attivo; nel secondo caso si riferisce al principio di materia che è
prodotta da ὗλη (materia) e conserva la propria capacità di muoversi a causa di
questa origine. La religione secondo V.
Anche per V. le religioni non sono vere, ma in esse non è nemmeno possibile che
tutto sia falso. Infatti, avrebbe senso se tutte le loro parti fossero
sbagliate, in quanto provocherebbero paura e odio, ma non possono spiegare come
abbiano saputo restituire la loro "tenerezza" secondo il metodo della
separazione. Tuttavia, per il filosofo Herbert Spencer (liberale), la religione
assume così la "rutunda Dei religio" nella sua forma puramente
circolare, che ritroveremo nel De Uno e in quella ricomparsa nella teoria del
ciclo storico di V.; ci sono molti punti in comune tra le filosofie di Herbert
e quella di V., anche se la causa finale è in V. determinata come
'conservazione', dunque non sbaglieremmo a leggere la filosofia vichiana e la
filosofia di Herbert contemporaneamente ponendo punti di connessione e paragone
tra le due. Un altro punto di contatto di Herbert con un capitolo del De
Antiquissima di V. parte dal concetto di provvidenza e sostiene
l'inconciliabilità di questa con le divinità dei 'gentili' e va quindi alla
ricerca di alcuni elementi che possano accordare le due cose (media
sufficientia), perché, per lui, il Dio è buono e la maggior parte degli uomini
deve potersi salvare, egli trova tale conciliazione nella capacità inventiva
della mente umana che l'ha indotta nella 'divinatio' o alla 'deificatio', cioè
a forme di sublimazione che esprimono l'idea della bellezza del mondo, anche se
l'errore ci può far vedere rotonda la torre quadrata. Il conato Si giunge dunque a uno dei punti
cardine della metafisica vichiana: il conato, si tratta del nocciolo di ciò che
V. chiama zenonismo, ossia la dottrina dei punti metafisici, riassumibile nella
tesi che il punto in quanto momentum "non è esteso, ma genera
l'estensione". Il punto-momento è
il conatus che si allarga al di là della geometria e comprende la fisica
cosicché la triade dominante è: quiete=Dio; conato=materia=virtù=idea;
moto=corpo. Il moto non ha mai inizio autonomo, perché è sottoposto al
controllo dell'etere. Il conato, espressione fisica del punto-momento, come non
è punto né numero, ma il generatore di entrambi. È come se le ricerche di
Galilei sulla dinamica e sul continuo fossero state trasferite nella
metafisica, e alla fisica fossero stati lasciati solo i moti, una tesi che
merita di essere riscontrata nei testi. V.
dà ai punti-conati (sia nella prima forma numerica sia in quella più vicina
alla fisica) una capacità 'impulsiva' simile a questi indivisibili. Egli dice
che: La metafisica trascende la fisica
perché tratta delle virtù e dell'infinito; la fisica è parte della metafisica
perché tratta delle forme e degli oggetti finiti.» (V., "Opere Filosofiche, pp.
93-94") Poi V. aggiunge: L'essenza del corpo consiste in indivisibili;
il corpo tuttavia si divide: dunque l'essenza del corpo non è: dunque è l'altra
cosa dal corpo. Cosa è dunque? È una indivisibil virtù, che contiene, sostiene,
mantiene il corpo, e sotto parti diseguali del corpo vi sta egualmente;
sostanza, della quale è solamente lecito raramente si somiglia alla divina, e
perciò unica a dimostrare l'umano vero.»
(Nicola Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p.
94") Da un punto di vista
matematico il conato può essere paragonato all'Uno, esso è indivisibile perché
uno è l'infinito, e l'infinito è indivisibile, perché non ha in che dividersi,
non potendo dividerlo in nulla. Possiamo
raccontare V. come un seguace di Galilei; tuttavia, lo critica per aver
sostenuto la diversità tra infinito e indivisibile. Quando Galilei parla
dell'infinitezza, per esempio, della percossa, ovvero di quella espansiva degli
ignicoli, egli, per V., non fa che trasferire erroneamente il conato infinito
nel moto al fine di dare a quest'ultimo (che non è che occasione) un rilievo
maggiore. L'accumulo di moto, che Galilei vede risultare dall'infinitezza della
percossa, secondo V., che dà una interpretazione più rigida dell'equazione
conato=momento=punto indivisibile, è un tipo di energia potenziale che il
conato sviluppa in ogni sito e attimo dell'universo e che, dal punto di vista
metafisico, non varia mai, giacché il conato non è a base della dinamica ma
della struttura dell'universo. La questione del rapporto tra sentire e pensare
è ripresa nei capitoli V e VI del De Antiquissima. In quello intitolato De
animo et anima, V. sostiene che: Gli
stessi muscoli del cuore sono contratti e dilatati dai nervi, sicché il sangue
è continuamente fatto circolare per un processo di sistole e diastole ricevendo
dai nervi il proprio moto.» (Nicola
Badaloni, "Introduzione a Gianbattista V., p. 104") Dunque l'aria è lo spirito vitale che muove
il sangue; l'etere è lo spirito animale; la prima costituisce l'anima, il
secondo l'animo, la cui immortalità è spiegata col suo tendere all'infinito e
all'eterno. Entro l'animo è la mente che è mens animi, cioè la parte più
raffinata dell'animo stesso. Passando dalla teoria dell'anima a quella
dell'animo e di qui al primo cenno di quella della mente, V. commenta, in modo
platonico-spinoziano, che "forse importa più deporre gli affetti che
allontanare i pregiudizi". Il capitolo VI è intitolato De Mente; il suo
oggetto è appunto la animi mens che corrisponde alla libertà sui moti
dell'animo. La facoltà di desiderare in vari termini e modi "è Dio a
ciascuno" ma la libertà dell'arbitrio, cioè la mens animi rappresenta il
momento di fuoriuscita dall'ambito della psicologia e d'ammissione in quello di
una libertà umanamente inventiva. La mens animi è il punto di maggiore
avvicinamento al creare reale, talché "in Dio dunque conosco la mia stessa
mente". La metafisica vichiana a
confronto In letture recenti si è ripresentata l'antica analogia tra Kant e V.
(a parte le diverse capacità analitiche dei due filosofi), la reale divergenza
tra loro sta nel fatto che l'oggetto del primo è il sistema scientifico, già
costruito da Newton, e da Kant posto in relazione colle possibilità e coi
limiti delle facoltà umane; l'interesse di V. è invece rivolto a un 'oggetto'
del tutto nuovo che è il rapporto strutturato tra la scienza e la sua genesi,
nella mente dell'uomo primitivo e le situazioni e istituzioni sociali che hanno
accompagnato le sue modificazioni. V. è
a conoscenza della discussione sul platonismo precedente e seguente il suo saggio
sulla metafisica, conobbe sicuramente il libro di Brucker e a cui anzi rivolse
una critica importante. Scrive infatti nella Scienza Nuova (1744) che: Le scienze debbono incominciare da che
‘ncominciò la materia; esse ebbero inizio alle ch'i primi uomini cominciarono a
umanamente pensare, non già quando i filosofi cominciarono a riflettere sopra
l'umane menti (come ultimamente n'è uscito alla luce un libricciuolo erudito e
dotto col titolo Historia de ideis, che si conduce fin all'ultime controversie
che ne hanno avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ‘l
Newtone.» Con questa osservazione, V.
integra l'esposizione del platonismo moderno con un progetto d'interpretazione
della genesi di questo modo di pensare e del suo svolgimento. I sottoinsiemi
scientifici, che egli si appresta a costruire, sono condizionati da questo
punto di arrivo, che nella sua 'idealità' è metastorico, in senso quasi
trascendentale, e, nel suo contenuto, difficilmente nasconde il carattere
'semilibertino' della struttura sistematica sottesa. La critica di V. a Brucker
ci mette dunque in condizione di valutare il significato che egli attribuisce
alla scienza nuova. L''oggetto' costituito dalle idee platonico-galileiane è
nato, riferendosi al mondo tuttora in divenire, è la trasformazione strutturata
di un complesso di tradizioni, istituzioni e conoscenze umane che si sostengono
reciprocamente e si modificano conflittualmente. Il punto di attacco delle
scienze della natura di tipo galileiano (integrato nella filosofia del
platonismo moderno) con la scienza dell'uomo, è dato dal costituirsi di un
diverso 'oggetto' a esse legato, che ha però la sua autonomia, le sue regole,
costituendo un sottosistema aperto all'invenzione di nuovi strumenti
interpretativi. La scienza vichiana si
organizza in modo da delimitare un campo di ricerche concrete. La critica a
Brucker ha già dato un'idea del modo come V., partendo dalla scienza moderna e
violentemente ributtandola sui suoi principi ne ricerchi gli elementi genetici
e formativi per recuperarne, poi, gli aspetti complessi. La Scienza nuova Frontespizio della terza edizione 1744 della
Scienza nuova Se l'uomo non può considerarsi creatore della realtà naturale ma
piuttosto di tutte quelle astrazioni che rimandano a essa come la matematica,
la stessa metafisica, vi è tuttavia un'attività creatrice che gli
appartiene. questo mondo civile egli
certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne
debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima
mente umana.» (Giambattista V. Scienza
nuova, terza ediz., libro I, sez. 3) La
storia creatrice L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della
civiltà umana. Nella storia l'uomo verifica il principio del verum ipsum
factum, creando così una scienza nuova che avrà un valore di verità come la
matematica. Una scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi
più vera e, rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia
rappresenta la scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la
storia della stessa mente umana che ha fatto quelle cose.[44] Filosofia e "filologia" La
definizione dell'uomo e della sua mente non può prescindere dal suo sviluppo
storico se non si vuole ridurre tutto a un'astrazione. La concreta realtà
dell'uomo è comprensibile solo riportandola al suo divenire storico. È assurdo
credere, come fanno i cartesiani o i neoplatonici, che la ragione dell'uomo sia
una realtà assoluta, sciolta da ogni condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene
la scienza del vero; la filologia[45] osserva l'autorità dell'umano arbitrio
onde viene la coscienza del certo... Questa medesima degnità (assioma) dimostra
aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de' filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro
autorità con la ragion dei filosofi.»
(Giambattista V. Ibidem Degnità X)
Ma la filologia da sola non basta, si ridurrebbe a una semplice raccolta
di fatti che invece vanno spiegati dalla filosofia. Tra filologia e filosofia
vi deve essere un rapporto di complementarità per cui si possa accertare il
vero e inverare il certo. Le leggi della
'scienza nuova' Compito della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia
alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una concezione per certi
versi platonizzante, fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di leggi
che ne siano a fondamento, com'è per tutte le altre scienze: Poiché questo mondo di nazioni egli è stato
fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e
tuttavia vi convengono tutti gli uomini; poiché tali cose ne potranno dare i
principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni scienza, sopra i quali
tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni.» (Giambattista V. Ibidem, libro I, sez.
3) La storia quindi, come tutte le
scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale di
tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che costituiscono
il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle nazioni. L'eterogenesi dei fini e la Provvidenza
storica Rifarsi alla mente umana per comprendere la storia non è sufficiente:
si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti storici, che la stessa mente
dell'uomo è guidata da un principio superiore a essa che la regola e la
indirizza ai suoi fini, che vanno al di là o contrastano con quelli che gli
uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre l'umanità si dirige
al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si realizzino invece
obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio della eterogenesi
dei fini. Pur gli uomini hanno essi
fatto questo mondo di nazioni... ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito
da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad
essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti.» V. Ibidem,
Conclusione) La storia umana in quanto
opera creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la guida degli
eventi storici, ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato dalla
Provvidenza che prepone alla storia divina.
I corsi storici Secondo V. il metodo storico dovrà procedere attraverso
l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i parlari volgari debono
essere i testimoni più gravi degli antichi costumi de' popoli che si
celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue», e quindi tramite lo
studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni
civili. Questo metodo ha fatto
identificare nella storia una legge fondamentale del suo sviluppo che avviene
evolvendosi in tre età: l'età degli dei,
nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni
cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli»; l'età degli eroi,
dove si costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degli uomini, nella
quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana». I bestioni La storia
umana, secondo V., inizia con il diluvio universale, quando gli uomini, giganti
simili a primitivi "bestioni", vivevano vagando nelle foreste in uno
stato di completa anarchia. Questa condizione bestiale era conseguenza del
peccato originale, attenuata dall'intervento benevolo della Provvidenza divina
che immise, attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti
che scosse e destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e
creduta divinità del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si
nascosero in certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore
dell'appresa divinità, al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e
pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figlioli, e così fondarono le
famiglie. E con lo star quivi fermi lunga stagione e con le sepolture degli
antenati, si ritrovarono aver ivi fondati e divisi i primi domini della terra».
La civiltà L'uscita dallo stato di ferinità quindi avviene: per la nascita della religione, nata dalla
paura e sulla base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere
ordinato; per l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con
la formazione della famiglia; per l'uso della sepoltura dei morti, segno della
fede nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima
età V. sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui
basarsi: infatti quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano
muti, si esprimevano a segni o con suoni disarticolati. L'età degli eroi ebbe
inizio dall'accomunarsi di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno
per la sopravvivenza. Sorsero le città guidate dalle prime organizzazioni
politiche dei signori, gli eroi che con la forza e in nome della ragion di
Stato, conosciuta solo da loro, comandavano sui servi che, quando rivendicarono
i propri diritti, si ritrovarono contro i signori che, organizzati in ordini
nobiliari, diedero vita agli stati aristocratici che caratterizzano il secondo
periodo della storia umana. In questa
seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri mitici e
poetici. Infine la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà luogo
alla età degli uomini e alla formazione di stati popolari basati sul diritto
umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata». Sorgono quindi stati non
necessariamente democratici ma che possono essere pure monarchici poiché
l'essenziale è che rispettino la ragione naturale, che eguaglia tutti». La legge delle tre età costituisce la storia
ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni».
Tutti i popoli indipendentemente l'uno dall'altro hanno conformato il loro
corso storico a questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni
singolo uomo che necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso
nell'infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età
adulta: Gli uomini prima sentono senza
avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono
con mente pura.» (Giambattista V.
Scienza Nuova, 3a ediz. Degnità LIII) La
verità divina nella storia Se nella storia, pur tra le violenze e i disordini,
appare un ordine e un progressivo sviluppo, ciò è dovuto secondo V. all'azione
della Provvidenza, che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che
si presenta in modo diverso nelle tre età:
nelle prime due età il vero si presenta come certo gli uomini che non
sanno il vero delle cose procurano d'attenersi al certo, perché non potendo
soddisfare l'intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla
coscienza.» (Giambattista V., Scienza
Nuova, Degnità IX) Questa certezza non
viene all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso
comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione,
comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una
nazione o da tutto il genere umano.» La
sapienza poetica Vi è poi, nella seconda età della storia e dell'uomo,
caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V. definisce
poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale ma
molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è
proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e,
trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa
degnità filologica-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo,
per natura, furono sublimi poeti.» Se
vogliamo quindi conoscere la storia dei popoli antichi dobbiamo rifarci ai miti
che hanno espresso nella loro cultura. Il mito infatti non è solo una favola e
neppure una verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità
di per sé elaborata dagli antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si
servivano di universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentavano
modelli ideali universali: come fecero ad esempio i Greci antichi che non
definirono razionalmente la prudenza ma raccontarono di Ulisse, modello
universale fantastico dell'uomo prudente.
La poesia V. si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma espressiva differente
dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la metafora, la
metonimia, la sineddoche, ecc. sono stati erroneamente ritenuti strumenti
estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base, mentre invece la
poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari
modi di spiegarsi di tutte le prime nazioni poetiche»; La poesia ha una
funzione rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini; la
lingua non ha quindi un'origine convenzionale perché questo presupporrebbe un
uso tecnico della lingua che invece sorge spontaneamente come poesia. Poiché il
linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto un
popolo, V. arriva alla discoverta del vero Omero che è non il singolo autore
dei suoi poemi ma l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il
popolo greco. È comunque da respingere la interpretazione platonica di Omero
come filosofo, fornito di una sublime sapienza riposta». Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio
non è certamente (opera) d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna
filosofia. Né da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe
nascer quella truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie
e sanguinose battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise
crudelissima spezie d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la
sublimità dell'Iliade.» (Giambattista V.,
Scienza Nuova) Verità e storia La
sapienza antica ha per contenuto princìpi di giustizia e ordine necessari per
la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi diversi a
seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione. Questo
vuol dire che la sapienza, la verità, si manifesta in forme diverse
storicamente, ma essa come verità eterna è al di sopra della storia che di
volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella
storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello
divino: nel fare umano si manifesta il
vero divino; e il vero umano si realizza tramite il fare divino: la
Provvidenza, legge trascendente della storia, che opera attraverso e nonostante
il libero arbitrio dell'uomo. Questo non comporta una concezione necessitata
del corso della storia poiché è vero che la Provvidenza si serve degli
strumenti umani, anche i più rozzi e primitivi, per produrre un ordine ma
tuttavia questo rimane nelle mani dell'uomo, affidato alla sua libertà. La
storia quindi non è determinata come sostengono gli stoici e gli epicurei che
niegano la provvedenza, quelli facendosi strascinare dal fato, questi
abbandonandosi al caso», ma si sviluppa tenendo conto della libera volontà
degli uomini che, come dimostrano i ricorsi, possono anche farla regredire: Gli uomini prima sentono il necessario; dipoi
badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel
piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar
di sostanze.» (Giambattista V., Scienza
Nuova, Degnità LXVI) A questa dissoluzione
delle nazioni pone rimedio l'intervento della Provvidenza che talora non può
impedire la regressione nella barbarie, da cui si genererà un nuovo corso
storico che ripercorrerà, a un livello superiore, poiché dell'epoca passata è
rimasta una sia pur minima eredità, la strada precedente. La filosofia Paradossalmente la criticità del
progresso storico appare proprio con l'età della ragione, quando cioè questa
invece dovrebbe assicurare e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la
tutela della Provvidenza che si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi,
ora invece deve ricercare il consenso della ragione tutta spiegata» che si
sostituisce alla religione: Così "ordenando la provvedenza": che non
avendosi appresso a fare più per sensi di religione (come si erano fatte
innanzi) le azioni virtuose, facesse la filosofia le virtù nella lor idea». La
ragione infatti, pur con la filosofia, custode della legge ideale del vivere
civile, con il suo libero giudizio, può tuttavia incorrere nell'errore o nello
scetticismo per cui si diedero gli stolti dotti a calunniare la verità». La ragione non crea la verità, poiché non può
fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare astratta e vuota.
Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione ma alla sintesi
armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è ispirata dalla verità
divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la mente umana da sola non
basta poiché occorre la Provvidenza che indichi la verità. La filosofia è
succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi essa deve custodirla: Da tutto ciò che si è in quest'opera
ragionato, è da finalmente conchiudersi che questa Scienza porta
indivisibilmente seco lo studio della pietà,[55] e che, se non siesi pio, non
si può daddovero esser saggio.»
(Giambattista V. Scienza Nuova, Conclusione) Teorizzazione sul riso La concezione di V.
sul riso è riportata in Ridere la verità di Rosella Prezzo che scrive: La
teorizzazione vichiana sul riso, rimasta per lo più sconosciuta, si trova
celata in una digressione di un opuscolo polemico dal titolo Vici vindicae»,
dove il filosofo napoletano scrive che il riso proviene dall'inganno teso
all'ingegno umano, avido del vero: ragion per cui scoppia tanto più abbondante
quanto maggiore è la simulazione di questo».[56] Già Niccolò Tommaseo parlando
della grandezza del V. lo presentava come non invaghito per nulla dalla novità
che nuove (dic'egli) son anco le cose ridicole e mostruose» né cercando
l'arguzia siccome col riso le arguzie sterili, sono con la malinconia i
concetti possenti».[57] Francesco Flora riporta il racconto che V. fa
dell'origine dell'interiezione: Seguitarono a formarsi le voci umane con
l'interiezioni, che sono voci articolate nell'émpito di passioni violente, che
'n tutte le lingue son monosillabi», causate dalla meraviglia alla vista dei
primi fulmini, ad esempio, da cui l'immaginazione di Giove. Il riso intravede
la goffaggine di tali giganti» e vi si inserisce.[58] Il giudizio della filosofia posteriore
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce
del genere umano. Gli uomini popolari, i progressisti di quel tempo, erano
Lionardo di Capua, Cornelio, Doria, Calopreso, che stavano con le idee nuove,
con lo spirito del secolo. Lui era un retrivo, con tanto di coda, come si
direbbe oggi. La coltura europea e la coltura italiana s'incontravano per la
prima volta, l'una maestra, l'altra ancella. V. resisteva. Era vanità di
pedante? Era fierezza di grande uomo? Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a
Pascal, i cui Pensieri erano lumi sparsi», a Grozio, a Puffendorfio, a Locke,
il cui Saggio era la metafisica del senso». Resisteva, ma li studiava più che
facessero i novatori. Resisteva come chi sente la sua forza e non si lascia
sopraffare. Accettava i problemi, combattea le soluzioni, e le cercava per le
vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. Era la resistenza della coltura
italiana, che non si lasciava assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma
resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. Era il
retrivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in
prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa era la resistenza
del V.. Era un moderno e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo
spirito nuovo, riceveva quello entro di sé.»
(Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano,
Napoli 1890, p. 314.) Fintanto che V. fu
in vita la portata e la ricezione critica del suo pensiero furono circoscritte
quasi unicamente agli ambienti intellettuali di Napoli, trovando poi un più
vasto seguito sol a quasi due secoli dalla sua morte, tra la seconda metà
dell'Ottocento e il Novecento. Affermatasi la fama del pensiero vichiano, esso
fu conteso dalle più disparate correnti filosofiche: dal pensiero cristiano
(nonostante l'iniziale rifiuto), dagli idealisti (dai quali fu proclamato
precursore dello storicismo hegeliano), dai positivisti e persino da diversi
marxisti. Come fa notare il Fassò V. è ben più di un semplice filosofo [...]
tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama fu apprezzato
prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri momenti fu
celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o come
campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre veniva ignorata la
sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto d'arrivo e il
presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più vari campi
dell'operare umano». Il pensiero vichiano, le cui prime fonti s'ispirano alla
tradizione filosofica del Seicento che permeava l'ambiente partenopeo,
rappresenta un ponte fra la cultura secentesca e quella settecentesca.[17]
Nonostante V. non sia caratterizzato da audacia innovatrice illuminista, il suo
pensiero raggiunse – come nota Abbagnano – alcuni risultati fondamentali» che
lo connettono a pieno titolo al Settecento. Tuttavia non può tacersi il
carattere conservatore della filosofia politico-religiosa del V., generato dal
turbamento di chi, assistendo alla fine di un mondo famigliare, non sa scoprire
i segni del sorgere di un nuovo». Ciò è dimostrato dalla giustapposizione del
certo (ossia il peso dell'autorità della tradizione) al vero (ossia lo sforzo
innovatore della ragione) che è il segno di una ricerca di equilibrio estranea
al pensiero illuministico. A tali conclusioni il pensiero vichiano fu condotto
dalla limitatezza della sua gnoseologia e dalla polemica contro il
cartesianesimo, il quale professava, al contrario, l'eliminazione di ogni
limite gnoseologico. Opere Sei Orazioni
Inaugurali (1699-1707) De nostri temporis studiorum ratione (1709) Orazione
Inaugurale del 1708 De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae
originibus eruenda: Proemium Liber metaphysicus Risposte al giornale dei
letterati Prima risposta Seconda risposta Institutiones oratoriae De universis Juris De universis juris uno principio et fine uno
liber unus - include De opera proloquium» De constantia jurisprudentis liber alter Notae in duos libros, alterum De uno universi
juris principio et fine uno», alterum De constantia jurisprudentis» Scienza nuova prima Vici Vindiciae Vita di V. scritta da se
medesimo, (l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda De mente heroica Scienza nuova terza Edizioni
Scritti storici, 1939 Giambattista V., Scienza nuova, Scrittori d'Italia
135, Bari, Laterza, 1931. URL consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V.,
Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia 112, Bari, Laterza, 1942. URL
consultato il 16 aprile 2015. Giambattista V., Scienza nuova seconda. 2,
Scrittori d'Italia 113, Bari, Laterza, 1942. URL consultato il 16 aprile 2015.
Giambattista V., Opere a cura di Fausto Nicolini, Laterza, Bari 1914-40 in otto
volumi: I, 1914, Orazioni inaugurali, De studiorum rationum, De antiquissima
Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati; II, 1936, Diritto
universale; III, 1931, Scienza nuova I; IV, 1928, Scienza nuova II; V, 1929,
Autobiografia, Carteggio, Poesie varie; VI, 1939, Scritti storici; VII, 1940,
Scritti vari e pagine disperse; VIII, 1941, Poesie, Institutiones oratoriae.
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Giambattista V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Volume 1,
Francesco d'Amico. Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la
casa, Editore Osanna Venosa V., Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani), Milano,
1947, p. 57. Giambattista V., La scienza
nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 45, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^
Ugo Grozio, Prolegomeni al diritto della guerra e della pace (a cura di Guido
Fassò), cit. p. 16, Morano. V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p.
46, Biblioteca Universale Rizzoli. ^ Giovanni Liccardo, Storia irriverente di
eroi, santi e tiranni di Napoli. ^ V. che si era rivolto inutilmente per
sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale Orsini, poi a papa
Clemente XII, fu costretto a vendere un anello per farla pubblicare. V. scrisse
in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene poiché lo aveva spinto a
riscrivere l'opera in maniera più completa. (Cfr. M. Fubini, V.. Autobiografia,
Torino Einaudi. ^ M. Fubini, V.. Autobiografia, Torino Einaudi 1965. ^ La prima
redazione dell'opera, andata perduta, aveva il titolo di Scienza nuova in forma
negativa. ^ L'Autobiografia fu pubblicata postuma ampliata con una modifica di V.
^ Rivista di studi crociani, Volume 6, a cura della "Società napoletana di
storia patria", . ^ La fondazione "V.", voluta da Marotta,
presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella
Chiesa di San Biagio Maggiore di Napoli, si occupa della promozione del
pensiero vichiano e della gestione di alcuni siti vichiani come il castello
Vargas di Vatolla (Salerno) e la Chiesa di San Gennaro all'Olmo in Napoli. ^
Giambattista V., Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura
delle nazioni, a cura di Giuseppe Ferrari, Società tipografica de' Classici
italiani, Milano 1843, p. 479. ^ Silvestro Candela, L'unità e la religiosità
del pensiero di Giambattista V., Cenacolo Serafico. ^ Inesatto è altresì che V.
terminasse di vivere a più di settantasei anni: mancò nella notte tra il 22 e
il 23 gennaio, a settantacinque anni e sette mesi precisi. ...» in La
Letteratura italiana: Storia e testi, Giambattista V., Ricciardi. ^ La storia
di Giambattista V., su napolitoday. ^ Secondo notizie di stampa diffuse
nell'ottobre 2011, resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei
sotterranei della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la
salma di Giambattista V.? I ricercatori vanno cauti Archiviato il 14 novembre
2011 in Internet Archive.) La notizia è stata comunque commentata con prudenza
dagli esperti. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi),
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. ^ Fausto Nicolini, La giovinezza di
Giambattista V.: saggio biografico, Società editrice Il Mulino, Croce, Nuovi
saggi sul Seicento. ^ Per una silloge di pensieri» del Malvezzi, Politici e
moralisti del Seicento, ediz. Croce-Caramella, Bari, Laterza. ^ V. nel perduto
De equilibrio corporis animantis esponeva una concezione secondo cui
...riponevo la natura delle cose nel moto per il quale, come se fossero
sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte verso il centro
del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza contraria, vengono
respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose vivono e muoiono
in virtù di sistole e diastole». Secondo un'ipotesi di Benedetto Croce e Fausto
Nicolini l'opera era stata concepita come appendice al Liber physicus e fu
donata in forma manoscritta al suo grande amico, il giurista Domenico Aulisio
tra il 1709 e il 1711. La trattazione di quella teoria di ispirazione
cartesiana e presocratica venne poi inserita più ampiamente nella Vita. ^
Stefania De Toma, Ecco l'origine delle scienze umane: aspetti retorici di una
contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti, in Bollettino del Centro
di Studi Vichiani», (Roma : Edizioni di
Storia e Letteratura, 2011). V., Opere, Sansoni, Firenze ^ V. è considerato da
alcuni interpreti del suo pensiero come il primo costruttivista. Infatti V.
sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi
che in effetti solo Dio conosce veramente il mondo, avendolo creato lui stesso.
Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gli uomini
alcuna pretesa di verità ontologica. (In Paul Watzlawick, La realtà inventata,
Milano, Feltrinelli Per V. la filologia
non è solo la scienza del linguaggio ma anche storia, usi e costumi,
religioni... ecc. dei popoli antichi. ^ L'età degli dei nella quale gli uomini
gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro
comandata con gli auspici e gli oracoli, che sono le più vecchie cose della
storia profana: l'età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in
repubbliche aristocratiche, per una certa da essi rifiutata differenza di
superior natura a quella de' lor plebei; e finalmente l'età degli uomini, nella
quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi
celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali
entrambe sono forma di governi umane.» (G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera).
^ G. V., Scienza Nuova, Idea dell'Opera. ^ Ibidem. ^ La ragion di Stato non è
naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» (Ibidem).
^ Ibidem. ^ Sull'immaginazione nei primitivi secondo la filosofia vichiana si
veda: Paolo Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e Malebranche,
Firenze University Press, 2002 Archiviato il 2 agosto 2016 in Internet Archive.
^ La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e della poesia nei
confronti delle altre attività spirituali fu uno dei meriti che Benedetto Croce
riconobbe al pensiero vichiano: [V.] criticò tutt'insieme le tre dottrine della
poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero
diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno fare a
meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica intellettuale,
non contiene filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve
le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed
eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima operazione
della mente umana.» (Benedetto Croce, La
filosofia di V. ^ [qual era quello dei
tempi d'Omero] V., Scienza Nuova, Conclusione. ^ Nel senso di pietas,
sentimento religioso. ^ Rosella Prezzo (a cura di), Ridere la verità. Scena
comica e filosofia, Minima, n. 24, Milano, Cortina. ^ Niccolò Tommaseo, Storia
civile nella letteraria, in Studii, Roma-Torino-Firenze, Loescher, Flora, V.,
in Storia della letteratura italiana. Nuova edizione riveduta e ampliata,
Volume terzo, Il Cinquecento Il Seicento-Il Settecento, Milano, Arnoldo
Mondadori. ^ Giambattista V., La scienza nuova (a cura di Paolo Rossi), p. 13,
Biblioteca Universale Rizzoli, 2008. Bibliografia Il pensiero vichiano rimase
quasi del tutto ignorato dalla cultura europea del XVIII secolo con una
diffusione limitata nell'Italia meridionale. Ancora in età romantica V. era
poco conosciuto anche se filosofi tedeschi come Johann Gottfried Herder,
chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze con la dottrina
vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello sviluppo della
filosofia. La filosofia di V. comincia
ad essere conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e
italiano: François-René de Chateaubriand e Joseph de Maistre ma,
soprattutto Jules Michelet, Principes de
la philosophie de l'histoire, Parigi 1827 diffonde il pensiero di V. di cui
apprezza la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Nella prima metà dell'Ottocento, Auguste
Comte e Karl Marx stimarono la filosofia della storia di V. ma furono i
filosofi italiani, come Antonio Rosmini, e soprattutto Vincenzo Gioberti, che
videro in lui un maestro. ommaseo, V. e il suo secolo, 1843, rist. Torino,
mette in evidenza la grande affinità del pensiero vichiano con quello di
Gioberti. Agostino Maria de Carlo, Istituzione Filosofica secondo i Princìpj di
Giambattista V. ad uso della gioventù studiosa, Napoli, Tip. Cirillo. Nuove
interpretazioni basate sul principio vichiano del verum ipsum factum
considerano V. un anticipatore del positivismo
Giuseppe Ferrari, Il genio di V., 1837, rist. Lanciano, Carabba, 1916.
C. Cattaneo, Sulla 'Scienza Nuova' di V., Milano, 1946-47. C. Cantoni, V.,
Torino. P. Siciliani, Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia,
Firenze, Civelli, 1871. Recentemente, viene rivalutato il legame stringente fra
il filosofo e l'Illuminismo: Alberto
Donati, Giambattista V.. Filosofo dell'Illuminismo, Ariccia, Aracne. Una spinta
decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano come
anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ebbe in Italia a cominciare dagli
studi di Bertrando Spaventa e De Sanctis iniziatori di quella corrente
dottrinale interpretativa che si ritrova soprattutto in Croce e G. Gentile, Studi vichiani, Messina 1915,
rist. Firenze, Sansoni, che ne mette in luce le ascendenze neoplatoniche e
rinascimentali rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista e
interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura
questa, secondo alcuni critici, ripresa da Croce, La filosofia di V., Bari,
Laterza, 1911. che ebbe soprattutto il merito di aver intuito in V. una
definizione dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione
storicistica dello sviluppo dello spirito da cui Croce elimina ogni riferimento
alla trascendenza della Provvidenza vichiana.
Un'accurata ricerca storica su V. fu operata dal crociano Fausto Nicolini, La giovinezza di V., Bari,
Laterza. Fausto Nicolini, La religiosità di V., Bari, Laterza, 1949. Fausto
Nicolini, Commento storico alla seconda 'Scienza nuova', Roma, 1949-50. Fausto
Nicolini, Saggi vichiani, Napoli, Giannini, 1955. Fausto Nicolini, Giambattista
V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la casa, Venosa, Osanna. Contrari
all'interpretazione immanentistica della Provvidenza vichiana sono gli studi di
autori cattolici che ne mettono invece in risalto la trascendenza: E. Chiocchietti, La filosofia di G. B. V.,
Milano, Vita e Pensiero, 1935. F. Amerio, Introduzione allo studio di V.,
Torino, SEI, 1946. L. Bellafiore, La dottrina della Provvidenza in G. B. V.,
Bologna, Cedam, 1962. A. Mano, Lo storicismo di V., Napoli. F. Lanza, Saggi di
poetica vichiana, Varese, Magenta. Il dibattito tra le interpretazioni laiche e
cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti dove lo studio del pensiero
vichiano si è dedicato a particolari aspetti della sua dottrina: G. Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio
sulla genesi della Scienza nuova, Milano, Giuffrè, 1949. G. Fassò, V. e Grozio,
Napoli, Guida. Maura Del Serra, Eredità e kenosi tematica della
"confessio" cristiana negli scritti autobiografici di V., in
Sapientia, XXXIII, n. 2, 1980, pp. 186–199. sulla concezione della storia ad
opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del
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d'intorno alla comune natura delle nazioni, Tip. di A. Parenti, 1847. Portale
Biografie Portale Diritto Portale Filosofia Portale Storia Categorie: Filosofi italiani
del XVII secolo Filosofi italiani del XVIII secolo Storici italiani Storici
italiani Giuristi italiani Giuristi italiani Nati a Napoli Morti a Napoli Filosofi
della storia Ontologisti Filosofi del diritto Accademici dell'Arcadia Professori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico IIMemorialisti italiani[altre]Molte
delle notizie riguardanti la vita di V. sono tratte dalla sua “Autobiografia”,
scritta sul modello letterario delle “Confessioni” d’AGOSTINO.
Dall’autobiografia V. cancella ogni riferimento ai suoi interessi giovanili per
le dottrine atomistiche e per la filosofia di Cartesio, che hanno cominciato a
diffondersi a NAPOLI, ma venneno subito repressi dalla censura delle autorità
civili e religiose, che le consideravano moralmente perniciose e contrari all'indice
dei libri proibiti. Nato da una famiglia di modesta estrazione sociale – il
padre e un libraio – V. e un bambino molto vivace. A causa di una caduta, si
procura una frattura al cranio che gli impede di frequentare la scuola per III
anni e che, pur non alterando le sue capacità mentali, quantunque “il cerusico
ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido,”
contribusce a sviluppare “una natura malinconica ed acre.” Ammesso agli studi di
grammatica presso il collegio massimo dei gesuiti, li abbandona per dedicarsi
al privato approfondimento dei testi di NICOLETTI [vide], il quale, tuttavia,
rivelandosi superiore alle sue capacità, provoca l'allontanamento dall'attività
intellettuale per I anno e mezzo. Ripresa la via degli studi, V. si reca
nuovamente dai gesuiti per seguire le lezioni di RICCI. Rimasto ancora una
volta insoddisfatto, si apparta nuovamente a vita privata per affrontare la
meta-fisica. Successivamente, per secondare il desiderio paterno, V. e
“applicato agli studi legali.” Frequenta per II mesi le lezioni di VERDE, s’iscrive
alla facoltà di giurisprudenza, senza tuttavia seguirne i corsi, e si cimenta,
come di consueto, in studi di diritto. Conseguita la laurea a SALERNO, si
appassiona subito ai problemi filosofici, segno “di tutto lo studio che ha egli
da porre all'indagamento de’ princìpi del diritto universal.” Lapide nella casa
natale di via San Biagio dei Librai che recita: In questa cameretta nasce V.. Nella
sottoposta piccola bottega del padre libraio usa passare le notti nello studio.
Vigilia della sua opera sublime. La città di Napoli pose.” Il periodo di tempo
intercorrente e denominato dell' “auto-perfezionamento.” Difatti, nonostante l'
“Auto-biografia” riporti indietro la data d'inizio del suo magistero, svolge
attività di precettore dei figli del marchese ROCCA presso il castello di
Vatolla nel Cilento e colà, usufruendo della grande biblioteca, ha modo di
studiare l’Accademia di FICINO e PICO. Approfondisce gli studi del Lizio,
nonostante la dichiarata avversione per Aristotele e la scolastica. Legge i
saggi di di BOTERO e di BODIN, scoprendo al contempo TACITO (che divenne un
maestro cui s'ispira la sua filosofia) e la sua “mente metafisica incomparabile
con cui contempla l'uomo qual è.” Affronta per un breve periodo studi di
geometria e pubblica la canzone “Affetti di un disperato,” d'ispirazione
lucreziana (vide LUCREZIO). Erma del V. Ritornato a Napoli, affetto dalla tisi,
rientra nella misera dimora paterna. A causa delle grosse difficoltà
economiche, V. è costretto a tenere ripetizioni di retorica e grammatica. Pubblica
un discorso proemiale a una crestomazia poetica dedicata alla partenza di
Benavides, vice-ré e conte di S. Stefano. Compone un'orazione funebre in
memoria di Cardona, madre del nuovo vice-ré. Tenta vanamente di ottenere un
posto di lavoro come segretario al municipio di Napoli. Vince, con striminzita
maggioranza, il concorso per la cattedra di eloquenza e retorica a Napoli, da
cui non riusce, con suo grande rammarico, a passare a una di diritto. -- è
aggregato all'accademia palatina fondata dal vice-ré Aragón, duca di
Medinaceli. Anche dopo la nomina accademica per il mantenimento del padre e dei
fratelli, totalmente dipendenti da lui, apre uno studio dove dà lezioni di
retorica e di grammatica e impegnarsi a lavorare su commissione alla stesura di
poesie, epigrafi, orazioni funebri, e panegirici. Può finalmente prendere in
affitto in V.lo dei Giganti una casa di tre camere, sala, cucina, loggia e
altre comodità, come rimessa e cantina e sposar e avere VIII figli. Da quel
momento non ha più la tranquillità necessaria per condurre gli studi, ma prosegue
ugualmente le sue meditazioni tra lo strepitio de' suoi figlioli. A questo
periodo risale, inoltre, la conoscenza con DORIA (vide) e l'incontro con la
filosofia di Bacone. Il governo partenopeo gli commissiona la scrittura del “Principum
neapolitanorum coniuratio” e in una cena a casa di DORIA, espone le sue idee
sulla filosofia della natura che lo conduceno alla composizione del “Liber
physicus.” Pronunzia in latino le VI orazioni inaugurali, ossia le prolusioni
all'anno accademico e, se ne aggiunge una VII, più ampia e importante, “De
nostri temporis studiorum ratione,” la quale si concentra molto sul metodo
degli studi giuridici, poiché sempre ha la mira a farsi merito con l'università
nella giurisprudenza per altra via che di leggerla ai giovinetti. Nel “De
ratione”, inoltre, è contenuta la critica al razionalismo di Cartesio e
l'elogio dell'eloquenza, della retorica, della fantasia, nonché dell’ingegno produttore
della META-FORA. L'insieme delle prolusioni universitarie sono rielaborate
per essere raccolte in “De studiorum finibus naturae humanae convenientibus”. È
aggregato all'accademia dell'Arcadia e pubblica il primo libro dell'opera
dedicata a DORIA, “De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae
originibus eruenda,” recante il sottotitolo “Liber primus sive metaphysicus.” Accanto
al “Liber Meta-Physicus,” l'opera comprender anche il “Liber Physicus” e un mai
compost, “Liber Moralis.” Un anonimo recensisce l'opera nel “Giornale de'
letterati d'Italia”, cui segue la risposta del V., accompagnata dal ristretto o
ri-assunto del “Liber Meta-Physicus”. Aseguito di nuove obiezioni prodotte
dall'anonimo recensore, replica con una Risposta II. Pubblica un trattatello
sulle febbri ispirato alle bozze del “Liber Physicus”, recante il titolo di “De
aequilibrio corporis animantis.” Inoltre, si dedica alla stesura del “De rebus
gestis Antonii Caraphaei,” una biografia del maresciallo Carafa. Durante i lavori
di questa opera biografica, V. si dedica alla ri-lettura del suo quarto
auttore», Grozio, cui dedicha un commento al “De iure belli ac pacis”.
L'incontro di V. con la filosofia di Ugon capo» ha un'importanza decisiva per
il suo sviluppo filosofico. Da quel momento, il suo interesse e completamente
assorbito dai problemi storici e giuridici. L'idea dell'esistenza di un'umanità
ferina e primitiva, dominata solamente dal senso e dalla fantasia, ed entro cui
si producono gl’ordini civili divenne centrale in tutta la sua filosofia. Vide
la luce un'opera di filosofia del diritto, intitolata “De uno universi iuris
principio et fine uno”, seguita dallo saggio “De constantia iurisprudentis,” diviso
in II parti, “De constantia philosophiae” e “De constantia philologiae,” e che,
nonostante il titolo si riferisca alla tematica giuridica, è meno incentrato
sull'argomento rispetto al “De uno”. Benché le due opere si differenzino, segno
di un rapido sviluppo della sua filosofia, è d'uso considerarli, come invero
fece anche V., insieme alle notae aggiunte e le sinopsi premesse al saggio,
sotto l'unico titolo di “Diritto universale”. S'iscrive al concorso per
ottenere la cattedra di diritto civile a Napoli e commenta un passo delle “Quaestiones
di Papiniano “davanti a un collegio di giudici, ma, con suo grande scorno, il
posto e assegnato a GENTILE. Dopo la fama ottenuta dalla pubblicazione della “Scienza
Nuova”, ottenne da Carlo III, la carica di storiografo regio. Tanto nuova e la
sua dottrina che la cultura del tempo non puo apprezzarla. Così che V. rimanda appartato
e quasi del tutto sconosciuto negl’ambienti filosofici, dovendosi accontentare
di una cattedra di secondaria importanza a Napoli che lo mantene inoltre in
tali ristrettezze economiche che per pubblicare il suo capolavoro, la “Scienza
Nuova”, dovette toglierne alcune parti in modo che risultasse meno costoso per
la stampa. Alle difficoltà economiche vissute per la pubblicazione dell'opera
sua, che inficiarono la sua notorietà nel seno dell'accademia partenopea, s’accompagna
una prosa involuta, pertanto di difficile penetrazione. Prima della “Scienza
Nuova” V. scrive la prolusione inaugurale “De nostri temporis studiorum
ratione,” il “De antiquissima italorum sapientia, EX LINGUAE LATINAE originibus
eruenda” a cui si devono aggiungere le II risposte al “Giornale dei letterati
di Venezia” che critica la sua filosofia, il “De uno universi iuris principio
et fine uno” e il “De costantia iurisprudentis”. Afflitto da difficoltà e
disgrazie familiari, V. incomincia a scrivere la sua “Autobiografia” pubblicata
a Venezia. Vengono pubblicati i “Principii di una scienza nuova intorno alla
natura delle nazioni.” Alla “Scienza nuova” lavora per tutto il corso della sua
vita, con un’edizione integralmente ri-scritta anche a seguito delle critiche
ricevute (cui aveva risposto nelle “Vici Vindiciae”) e, infine, rivista
completamente, senza grandi modifiche, per la edizione III, pubblicata pochi
mesi dopo la sua morte da suo figlio che lo aveva sostituito nell'insegnamento
accademico. La morte [incominciarono a crescere] quei malori che fin dai suoi
più floridi anni l’avevano debilitato. Comincia adunque ad essere indebolito in
tutto il sistema nervoso in guisa che a stento poteva camminare e, quel che più
lo affligea, e di vedersi ogni giorno infiacchire la reminiscenza. Il fiaccato
corpo anda in seguito ogni giorno più a debilitarsi in guisa che perde quasi
interamente la memoria fino a dimenticare gl’oggetti a sé più vicini ed a
scambiare i nomi delle cose più usuali. Affetto probabilmente dalla malattia di
Alzheimer, all'epoca non ancora descritta scientificamente, negl’ultimi anni
non riconosceva più i suoi stessi figli e e costretto ad allettarsi. Solo in
punto di morte ri-acquista la coscienza come svegliandosi da un lungo sonno. Chiese
i conforti religiosi e recitando i salmi di Davide muore. Per la celebrazione
delle esequie nasce un contrasto tra i confratelli della congregazione di S. Sofia,
alla quale V. era iscritto, e i professori di Napoli su chi dovesse tenere i
fiocchi della coltre mortuaria. Non giungendo ad un accordo il feretro, che era
stato calato nel cortile, e abbandonato dei membri della congregazione e e riportato
in casa. Da lì finalmente, accompagnato dai colleghi dell'università, e sepolto
nella chiesa dei padri dell'oratorio detta dei Gerolamini in Via dei Tribunali.
Nell'ambiente culturale napoletano, molto interessato alle nuove dottrine
filosofiche, V. ha modo di entrare in rapporto con il pensiero di Cartesio,
Hobbes, Gassendi, Malebranche e Leibniz anche se i suoi autori di riferimento
risalivano piuttosto alle dottrine neo-platoniche dell’accademia, rielaborate
dalla filosofia rinascimentale di FICINO e PICO, aggiornate dalle moderne
concezioni scientifiche di Bacone e GALILEI e del pensiero giusnaturalistico
moderno di Grozio e Selden. Dal Portico di MALVEZZI riprende l'intuizione che
il corso storico sia retto da una sua logica interna. Questa varietà di
interessi fa pensare alla formazione di un pensiero eclettico in V. che invece
giunse alla formulazione di un'originale sintesi tra una razionalità
sperimentatrice e la tradizione platonica, accademica, e religiosa. “De
antiquissima Italorum sapientia” consta di tre parti: il “Liber Meta-Physicus”,
che usce senza l'appendice riguardante la logica che, nella sua intenzione,
avrebbe dovuto avere; il “Liber Physicus”, che pubblica sotto forma di opuscolo
col titolo “De aequilibrio corporis animantis”, che anda smarrito, ma
ampiamente riassunto nella Vita; e infine il “Liber moralis”, di cui non abbozza
nemmeno il testo. Nel “De antiquissima” V., considerando il linguaggio come
oggettivazione del pensiero, è convinto che dall'analisi etimologica di alcune
parole si possano rintracciare originarie forme del pensiero. Applicando questo
metodo, risale ad un antico sapere filosofico delle popolazioni italiche. Il
fulcro di queste arcaiche concezioni filosofiche è la convinzione antichissima
che “Latinis verum et factum reciprocantur, seu, ut scholarum vulgus
loquitur, convertuntur” -- che cioè il criterio e la regola del vero consiste
nell'averlo fatto. Per cui possiamo dire ad esempio di conoscere le
proposizioni matematiche perché siamo noi a farle tramite postulati,
definizioni. Ma non potremo mai dire di conoscere nello stesso modo la natura, perché
non siamo noi ad averla creata. Conoscere una cosa significa
rintracciarne i principi primi, le cause, poiché, secondo l'insegnamento del
Lizio, veramente la scienza è “scire per causas.” Ma questi elementi primi li
possiede realmente solo chi li produce, “provare per cause una cosa equivale a
farla”. Il principio del “verum ipsum factum” non e una nuova e originale
scoperta di V. E già presente nell'occasionalismo, nel metodo baconiano che
richiede l'esperimento come verifica della verità, nel volontarismo scolastico
che, tramite la tradizione scotista, e presente nella cultura filosofica
napoletana del tempo di V. La tesi fondamentale di queste concezioni
filosofiche è che la piena verità di una cosa sia accessibile solo a colui che
tale cosa produce. Il principio del verum-factum, proponendo la dimensione
fattiva del vero, ridimensiona le pretese conoscitive del razionalismo di
Cartesio che inoltre giudica insufficiente come metodo per la conoscenza della
storia umana, che non può essere analizzata solo in astratto, perché essa ha
sempre un margine di imprevedibilità. Si serve, però, di quel principio
per avanzare in modo originale le sue obiezioni alla filosofia di Cartesio trionfante in quel periodo. Il cogito di
Cartesio infatti potrà darmi certezza della mia esistenza ma questo non vuol
dire conoscenza della natura del mio essere. Coscienza non è conoscenza. Avrò
coscienza di me ma non conoscenza poiché non ho prodotto il mio essere ma l'ho
solo riconosciuto. L'uomo può dubitare se senta, se viva, se sia esteso, e
infine in senso assoluto, se sia. A sostegno della sua argomentazione escogita
un certo genio ingannatore e maligno. Ma è assolutamente impossibile che uno
non sia conscio di pensare, e che da tale coscienza non concluda con certezza
che egli è. Pertanto Cartesio svela che il primo vero è questo, Penso dunque
sono. --“De antiquissima Italorum sapiential” in “Opere filosofiche,” a cura di
Cristofolini (Firenze, Sansoni). Il criterio del metodo di Cartesio
dell'evidenza procura dunque una conoscenza chiara e distinta, che però non è
scienza se non è capace di produrre ciò che conosce. In questa prospettiva,
dell'essere umano e della natura solo il divino, creatore di entrambi, possiede
la verità. Mentre quindi la mente umana procedendo astrattamente nelle
sue costruzioni, come accade per la matematica, la geometria crea una realtà
che le appartiene, essendo il risultato del suo operare, giungendo così a una
verità sicura, la stessa mente non arriva alle stesse certezze per quelle
scienze di cui non può costruire l'oggetto come accade per la meccanica, meno
certa della matematica, la fisica meno certa della meccanica, la morale meno
certa della fisica. Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le facciamo,
e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare. I latini
diceno che la mente è data, immessa negl’uomini dagli dei. È dunque ragionevole
congetturare che gl’autori di queste espressioni abbiano pensato che le idee
negl’animi umani siano create e risvegliate dal divino. La mente umana si
manifesta pensando, ma è il divino che in me pensa, dunque nel divino conosco
la mia propria mente. Il valore di verità che l'uomo ricava dalle scienze e
dalle arti, i cui oggetti egli costruisce, è garantito dal fatto che la mente
umana, pur nella sua inferiorità, esplica un’attività che appartiene in primo
luogo al divino. La mente dell'uomo è anch'essa creatrice nell'atto in cui
imita la mente, le idee, del divino, partecipando metafisicamente ad
esse. Imitazione e partecipazione alla mente divina avvengono ad opera di
quella facoltà che V. chiama “ingegno” che è la facoltà propria del conoscere per
cui l'uomo è capace di contemplare e di imitare le cose. L'ingegno è lo
strumento principe, e non l'applicazione delle regole del metodo di Cartesio,
per il progresso, ad esempio, della fisica che si sviluppa proprio attraverso
gl’esperimenti escogitati dall'ingegno secondo il criterio del vero e del
fatto. L'ingegno dimostra, inoltre, i limiti del conoscere umano e la
contemporanea presenza della verità divina che si rivela proprio attraverso
l'errore. Il divino mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando
erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l'aspetto del vero e i mali sotto
l'apparenza dei beni. Vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti,
ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l'infinito. Contro la Scessi sostiene
che è proprio tramite l'errore che l'uomo giunge al sapere metafisico. Il
chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo
soltanto in relazione ai corpi opachi. Tale è lo splendore del vero metafisico
non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio
infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè
formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico. Il sapere
metafisico non è il sapere in assoluto. Esso è superato dalla matematica e
dalle scienze ma, d'altro canto, la metafisica è la fonte di ogni verità, che
da lei discende in tutte le altre scienze. Vi è dunque un primo vero,
comprensione di tutte le cause, originaria spiegazione causale di tutti gli
effetti; esso è infinito e di natura spirituale poiché è antecedente a tutti i
corpi e che quindi si identifica con divino. Nel divino sono presenti le forme,
simili alle idee platoniche, modelli della creazione divina. Il primo
vero è nel divino, perché il divino è il primo facitore (primus factor);
codesto primo vero è infinito, in quanto facitore di tutte le cose; è
compiutissimo, poiché mette dinanzi al divino, in quanto li contiene, gli
elementi estrinseci e intrinseci delle cose. Se l'uomo non può considerarsi
creatore della realtà naturale ma piuttosto di tutte quelle astrazioni che
rimandano ad essa come la matematica, la stessa metafisica, vi è tuttavia
un'attività creatrice che gli appartiene questo mondo civile egli
certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne
debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima
mente umana. L'uomo è dunque il creatore, attraverso la storia, della civiltà
umana. Nella storia, l'uomo verifica il principio del “verum ipsum factum” creando
così una scienza nuova che ha un valore di verità come la matematica. Una
scienza che ha per oggetto una realtà creata dall'uomo e quindi più vera e,
rispetto alle astrazioni matematiche, concreta. La storia rappresenta la
scienza delle cose fatte dall'uomo e, allo stesso tempo, la storia della stessa
mente umana che ha fatto quelle cose. La definizione dell'uomo, della sua mente
non può prescindere dal suo sviluppo storico se non si vuole ridurre tutto a
un'astrazione. La concreta realtà dell'uomo è comprensibile solo riportandola
al suo divenire storico. È assurdo credere, come fa Cartesio o i ne-oplatonici,
che la ragione dell'uomo sia una realtà assoluta, sciolta da ogni
condizionamento storico. La filosofia contempla la ragione, onde viene la
scienza del vero. La filologia osserva l'autorità dell'umano arbitrio onde
viene la coscienza del certo. Questa medesima degnità o assioma dimostra aver
mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con
l'autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d'avverare la loro
autorità con la ragion dei filosofi. Ma la filologia da sola non basta, si
ridurrebbe a una semplice raccolta di fatti che invece vanno spiegati dalla
filosofia. Tra filologia e filosofia vi deve essere un rapporto di
complementarità per cui si possa accertare il vero e inverare il certo. Compito
della 'scienza nuova' sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei
principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante,
fanno presupporre nell'azione storica l'esistenza di una legge che ne sia a
fondamento com'è per tutte le altre scienze. Poiché questo mondo di nazioni
egli è stato fatto dagl’uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità
convenuto e tuttavia vi convengono tutti gl’uomini; poiché tali cose ne
potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d'ogni
scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni. La
storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali,
di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo
stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il
mantenimento delle nazioni. Rifarsi alla mente umana per comprendere la
storia non è sufficiente. Si vedrà, attraverso il corso degli avvenimenti
storici, che la stessa mente dell'uomo è guidata da un principio superiore ad
essa che la regola e la indirizza ai suoi fini che vanno al di là o contrastano
con quelli che gli uomini si propongono di conseguire; così accade che, mentre
l'umanità si dirige al perseguimento di intenti utilitaristici e individuali, si
realizzino invece obiettivi di progresso e di giustizia secondo il principio
della eterogenesi dei fini. Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo
di nazioni, ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso
diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini
particolari ch'essi uomini si avevan proposti. La storia umana in quanto opera
creatrice dell'uomo gli appartiene per la conoscenza e per la guida degli
eventi storici ma nel medesimo tempo lo stesso uomo è guidato dalla provvidenza
che prepone alla storia divina. Secondo V. il metodo storico dove
procedere attraverso l'analisi delle lingue dei popoli antichi poiché i parlari
volgari debono essere i testimoni più gravi degl’antichi costumi de' popoli che
si celebrarono nel tempo ch'essi si formarono le lingue, e quindi tramite lo
studio del diritto, che è alla base dello sviluppo storico delle nazioni
civili. Questo metodo ha fatto identificare nella storia una legge fondamentale
del suo sviluppo che avviene evolvendosi in tre età: l'età degli dei,
nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni
cosa esser loro comandata con gl’auspici e gli oracoli; l'età degl’eroi dove si
costituiscono repubbliche aristocratiche; l'età degl’uomini nella quale tutti
si riconobbero esser uguali in natura umana. La storia umana, secondo V.,
inizia con il diluvio universale, quando gl’uomini, giganti simili a primitivi
"bestioni", vivevno vagando nelle foreste in uno stato di completa
anarchia. Questa condizione bestiale e conseguenza del peccato originale,
attenuata dall'intervento benevolo della provvidenza divina che immise,
attraverso la paura dei fulmini, il timore degli dei nelle genti che scosse e
destate da un terribile spavento d'una da essi stessi finta e creduta divinità
del cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in
certi luoghi; ove fermi con certe donne, per lo timore dell'appresa divinità,
al coverto, con congiungimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni
e fecero certi figlioli, e così fondarono le famiglie. E con lo star quivi
fermi lunga stagione e con le sepolture degli antenati, si ritrovarono aver ivi
fondati e divisi i primi domini della terra. L'uscita dallo stato di ferinità
quindi avviene: per la nascita della religione, nata dalla paura e sulla
base della quale vengono elaborate le prime leggi del vivere ordinato, per
l'istituzione delle nozze che danno stabilità al vivere umano con la formazione
della famiglia e per l'uso della sepoltura dei morti, segno della fede
nell'immortalità dell'anima che distingue l'uomo dalle bestie. Della prima età
sostiene di non poter scrivere molto poiché mancano documenti su cui basarsi. Infatti
quei bestioni non conoscevano la scrittura e, poiché erano muti, si esprimevano
a segni o con suoni disarticolati. L'età degl’eroi ha inizio dall'accomunarsi
di genti che trovavano così reciproco aiuto e sostegno per la sopravvivenza.
Sorsero la città guidata dalle prime organizzazioni politiche dei signori, gl’eroi
che con la forza e in nome della ragion di stato, conosciuta solo da loro,
comandano su i servi che, quando rivendicano i propri diritti, si ritrovarono
contro i signori che, organizzati in ordini nobiliari, danno vita allo stato
aristo-cratico che caratterizza il secondo periodo della storia umana. In
questa seconda, dove predomina la fantasia, nasce il linguaggio dai caratteri
mitici e poetici. Infine, la conquista dei diritti civili da parte dei servi dà
luogo alla età degl’uomini e alla formazione del stato popolari (res pubblica) basato
sul diritto umano dettato dalla ragione umana tutta spiegata. Sorge quindi uno stato
non necessariamente demo-cratico ma che puo essere pure monarchico poiché
l'essenziale è che rispetta la ragione naturale, che eguaglia tutti. La legge
delle tre età costituisce la storia ideale eterna sopra la quale corrono in
tempo le storie di nostra nazione. Il popolo conforma il suo corso storico a
questa legge che non è solo delle genti ma anche di ogni singolo uomo che
necessariamente si sviluppa passando dal primitivo senso nell'infanzia, alla
fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell'età adulta. Gl’uomini
prima sentono senza avvertire. Dappoi avvertiscono con animo perturbato e
commosso. Finalmente riflettono con mente pura. Se nella storia pur tra le
violenze, i disordini, appare un ordine e un progressivo sviluppo ciò è dovuto all'azione
della provvidenza che immette nell'agire dell'uomo un principio di verità che
si presenta in modo diverso nelle tre età. Nella prima età degl’eroi, il vero
si presenta come certo gl’uomini che non sanno il vero delle cose procurano
d'attenersi al certo, perché non potendo soddisfare l'intelletto con la
scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. Questa certezza non viene
all'uomo attraverso una verità rivelata ma da una constatazione di senso
comune, condivisa da tutti, per cui vi è un giudizio senz'alcuna riflessione,
comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una
nazione o da tutto il genere umano. Vi è poi, nella seconda età della storia e
dell'uomo, caratterizzata dalla fantasia, un sapere tutto particolare che V.
define poetico. In questa età nasce infatti il linguaggio non ancora razionale
ma molto vicino alla poesia che alle cose insensate dà senso e passione, ed è
proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e,
trastullandosi, favellarvi, come se fussero, quelle, persone vive. Questa
degnità filologica-filosofica ne appruova che gl’uomini del mondo fanciullo,
per natura, furono sublimi poeti. Se vogliamo quindi conoscere la storia del
antico popoli romano dobbiamo rifarci ai miti che hanno espresso nella loro
cultura. Il mito o la leggenda infatti non è solo una favola e neppure una
verità presentata sotto le spoglie della fantasia ma è una verità di per sé
elaborata dagl’antichi che, incapaci di esprimersi razionalmente, si servano di
universali fantastici che, sotto spoglie poetiche, presentano modelli ideali
universali. I antichi romani non definano razionalmente la prudenza ma
raccontarono di ENEA, modello universale fantastico dell'uomo prudente. V.
si dedica poi a definire la poesia che innanzitutto è autonoma come forma
espressiva differente dal linguaggio tradizionale. I tropi della poesia come la
metafora, la metonimia, e la sineddoche, sono stati erroneamente ritenuti
strumenti estetici di abbellimento del linguaggio razionale di base. Invece, la
poesia è una forma espressiva naturale e originaria i cui tropi sono necessari
modi di spiegarsi della nazione romana poetica. La poesia ha una funzione
rivelativa, custodisce le prime immaginate verità dei primi uomini. La lingua
romana non ha quindi un'origine convenzionale. Questo presupporrebbe un uso
tecnico. Ma la lingua romana sorge invece spontaneamente come poesia. Poiché il
linguaggio e i miti costituiscono la cultura originaria e spontanea di tutto il
popolo romano, arriva alla discoverta dell’epica, l'espressione del patrimonio
culturale comune di tutto il popolo romano. È comunque da respingere la
interpretazione platonica dell’epica come filosofia, -- l’epica e fornita di
una sublime sapienza riposte. Farsi intendere da volgo fiero e selvaggio non è
certamente opera d'ingegno addomesticato ed incivilito da alcuna filosofia. Né
da un animo da alcuna filosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella
truculenza e fierezza di stile, con cui descrive tante, sì varie e sanguinose
battaglie, tante sì diverse e tutte in istravaganti guise crudelissima spezie
d'ammazzamenti, che particolarmente fanno tutta la sublimità dell'epica romana.
La sapienza antica ha per contenuto principi di giustizia e ordine necessari
per la formazione di popoli civili. Questi contenuti si esprimono in modi
diversi a seconda che siano formati dal senso o dalla fantasia o dalla ragione.
Questo vuol dire che la sapienza, la verità, si manfesta in forme diverse
storicamente ma che essa come verità eterna è al di sopra della storia che di
volta in volta la incarna. La verità della storia è una verità metafisica nella
storia. Nella storia si attua la mediazione tra l'agire umano e quello
divino: nel fare umano si manifesta il vero divino e il vero umano si
realizza tramite il fare divino: la provvidenza, legge trascendente della
storia, che opera attraverso e nonostante il libero arbitrio dell'uomo. Questo
non comporta una concezione necessitata del corso della storia poiché è vero
che la provvidenza si serve degli strumenti umani, anche i più rozzi e
primitivi, per produrre un ordine ma tuttavia questo rimane nelle mani
dell'uomo, affidato alla sua libertà. La storia quindi non è determinata come
sostengono gli stoici e gl’epicurei che niegano la provvedenza, quelli
facendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso», ma si sviluppa
tenendo conto della libera volontà degli uomini che, come dimostrano i ricorsi,
possono anche farla regredire. Gl’uomini prima sentono il necessario; dipoi
badano all'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano nel
piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in istrapazzar
di sostanze. A questa dissoluzione delle nazioni pone rimedio l'intervento
della provvidenza che talora non può impedire la regressione nella barbarie, da
cui si genererà un nuovo corso storico che ripercorrerà, a un livello
superiore, poiché dell'epoca passata è rimasta una sia pur minima eredità, la
strada precedente. Paradossalmente la criticità del progresso storico appare
proprio con l'età della ragione, quando cioè questa invece dovrebbe assicurare
e mantenere l'ordine civile. Accade infatti che la tutela della provvidenza che
si è imposta agli uomini nei precedenti due stadi, ora invece deve ricercare il
consenso della ragione tutta spiegata che si sostituisce alla religione: Così
ordenando la provvedenza: che non avendosi appresso a fare più per sensi di
religione (come si erano fatte innanzi) le azioni virtuose, facesse la
filosofia le virtù nella lor idea. La ragione infatti, pur con la filosofia,
custode della legge ideale del vivere civile, con il suo libero giudizio, può
tuttavia incorrere nell'errore o nello scetticismo per cui si diedero gli
stolti dotti a calunniare la verità. La ragione non crea la verità,
poiché non può fare a meno dal senso e dalla fantasia senza le quali appare
astratta e vuota. Il fine della storia infatti non è affidato alla sola ragione
ma alla sintesi armonica di senso, fantasia e razionalità. La ragione poi è
ispirata dalla verità divina per cui la storia è sì opera dell'uomo, ma la
mente umana da sola non basta poiché occorre la provvidenza che indichi la
verità. La filosofia è succeduta alla religione ma non l'ha sostituita anzi
essa deve custodirla. Da tutto ciò che si è in quest'opera ragionato, è da
finalmente conchiudersi che questa Scienza porta indivisibilmente seco lo
studio della pietà, e che, se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio.
Predicavano la ragione individuale, ed egli le opponeva la tradizione, la voce
del genere umano. Gl’uomini popolari, i progressisti di quel tempo, sono CAPUA,
DORIA, e CALOPRESO, che stano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui
e un re-trivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la
coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra
ancella. Resiste. Era vanità di pedante? Era fierezza di grande uomo? Resiste a
Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui pensieri sono lumi sparsi, a Grozio, a
Puffendorfio, a Locke, il cui saggio e la metafisica del senso. Resiste, ma li
studia più che facessero i novatori. Resiste come chi sente la sua forza e non
si lascia sopraffare. Accetta i problemi, combattea le soluzioni, e le cerca
per le vie sue, co' suoi metodi e coi suoi studi. E la resistenza della coltura
italiana, che non si lascia assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma
resistenza del genio, che cercando nel passato trovava il mondo moderno. E il
re-trivo che guardando indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in
prima fila, innanzi a tutti quelli che lo precedevano. Questa e la resistenza di
V. E un moderno e si sente e si crede antico, e resistendo allo spirito nuovo,
riceveva quello entro di sé. SANCTIS. Fintanto che e in vita la portata e la
ricezione critica del suo pensiero sono circoscritte quasi unicamente agl’ambienti
intellettuali della propria città, trovando poi un ben più vasto seguito. Affermatasi
la fama del pensiero vichiano, esso e conteso dalle più disparate correnti
filosofiche: dal pensiero cristiano -- nonostante l'iniziale rifiuto --, dagl’idealisti
-- dai quali fu proclamato precursore dell'immanentismo hegeliano --, dai
positivisti, e persino da diversi marxisti. V. è ben più di un semplice
filosofo tanto che in certi momenti della sua travagliatissima fama e
apprezzato prevalentemente per la sua filosofia del diritto, così come in altri
momenti e celebrato precursore della sociologia, della psicologia dei popoli, o
come campione fra i maggiori della filosofia della storia, mentre venne
ignorata la sua pur genialissima metafisica, che è ad un tempo il punto
d'arrivo e il presupposto logico di tutte le ricerche da lui condotte nei più
vari campi dell'operare umano. Il pensiero vichiano, le cui prime fonti
s'ispirano alla tradizione filosofica che permea l'ambiente partenopeo della
sua epoca, rappresenta un ponte. Nonostante V. non sia caratterizzato
dall'audacia innovatrice illuminista, il suo pensiero raggiunse – come nota ABBAGNANO
– alcuni risultati fondamentali che lo connettono a pieno titolo alla riforma.
Tuttavia, non può tacersi il carattere conservatore della sua filosofia
politico-religiosa, generato dal turbamento di chi, assistendo alla fine di un
mondo famigliare, non sa scoprire i segni del sorgere di un nuovo. Ciò è
dimostrato dalla giustapposizione del certo – ossia, il peso dell'autorità
della tradizione -- al vero – ossia, lo sforzo innovatore della ragione -- che
è il segno di una ricerca di equilibrio estranea all’illuminismo. A tali
conclusioni il pensiero vichiano e condotto dalla limitatezza della sua
gnoseologia e dalla polemica contro Cartesio, il quale professa, al contrario,
l'eliminazione di ogni limite gnoseologico. Altri saggi: “VI Orazioni
Inaugurali”: “De nostri temporis studiorum ratione”: “Orazione Inaugurale”;
“Proemium”; “Risposte al giornale dei letterati Prima risposta”; “Seconda
risposta”; “Institutiones oratoriae”; “De universis Juris”; “De universis juris
uno principio et fine uno liber unus - include “De opera proloquium”; “De
constantia jurisprudentis liber alter”; “ Notae in II libros, alterum De uno
universi juris principio et fine uno, alterum De constantia jurisprudentis”;
“Scienza nuova prima”; “Vici vindiciae”; “Vita di V. scritta da se medesimo,
(l'Autobiografia» (Supplemento») Scienza nuova seconda, De mente heroica,
Scienza nuova terza. Edizioni: Scritti storici, V., Scienza nuova, Scrittori
d'Italia, Bari, Laterza, V., Scienza nuova seconda. 1, Scrittori d'Italia, Bari,
Laterza, V., Scienza nuova seconda. Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, V.,
Opere a cura di Nicolini, Laterza, Bari, Orazioni inaugurali, De studiorum
rationum, De antiquissima Italorum sapientia, Risposte al giornale dei letterati;
Diritto universale, Scienza nuova; Scienza nuova, Autobiografia, Carteggio,
Poesie varie; Scritti storici; Scritti vari e pagine disperse; Poesie,
Institutiones oratoriae. V., Opere filosofiche a cura di Cristofolini, Firenze,
Sansoni. V., Opere giuridiche a cura di Cristofolini, Firenze, Sansoni. V.,
Institutiones oratoriae, testo critico, versione e commento a cura di Crifò,
Napoli, Istituto Suor Orsola Benincasa. Il pensiero vichiano rimase quasi del
tutto ignorato dalla cultura europea con una diffusione limitata nell'Italia
meridionale. Ancora in età romantica V. e poco conosciuto anche se filosofi
tedeschi come Herder, chiamato V. tedesco, e Hegel presentano delle somiglianze
con la dottrina vichiana per quanto riguarda il ruolo della storia nello
sviluppo della filosofia. La filosofia di V. comincia ad essere
conosciuta e apprezzata nel clima del romanticismo francese e italiano:
Chateaubriand e Maistre ma, soprattutto Michelet, “Principes de la
philosophie de l'histoire” (Parigi) diffonde il pensiero di V. di cui apprezza
la concezione della storia come sintesi di umano e divino. Comte e Marx
stimarono la filosofia della storia di V. Ma furono i filosofi italiani, come SERBATTI,
e soprattutto GIOBERTI, che videro in lui un maestro. Tommaseo, V. e il
suo secolo, rist. Torino mette in evidenza la grande affinità del pensiero
vichiano con quello di GIOBERTI. Carlo, “Istituzione Filosofica secondo i
Princìpj di V.” (Napoli, Cirillo). Nuove interpretazioni basate sul principio
vichiano del verum ipsum factum considerano V. un anticipatore del positivismo.
FERRARI, Il genio di V., rist. Carabba, CATTANEO, Sulla 'scienza nuova' di V.”
(Milano); CANTONI, “V.” (Torino); Siciliani, “Sul rinnovamento della filosofia
positiva in Italia” (Civelli Firenze). Viene rivalutato il legame stringente
fra il filosofo e l’illuminismo. Donati, “V., filosofo dell'Illuminismo” (Aracne).
Una spinta decisiva all'apprezzamento e alla diffusione del pensiero vichiano
come anticipatore di Kant e dell'idealismo, si ha in Italia a cominciare dagli
studi di SPAVENTA e SANCTIS iniziatori di quella corrente dottrinale
interpretativa che si ritrova soprattutto in CROCE e GENTILE, Studi
vichiani, Messina, rist. Sansoni Firenze che ne mette in luce le ascendenze neo-platoniche
e rinascimentali, rifiutandone nel contempo l'interpretazione positivista, e
interpretandone il verum ipsum factum in senso idealistico. Una forzatura
questa, secondo alcuni critici, ripresa da CROCE, “La filosofia di V.” (Laterza,
Bari) che ha soprattutto il merito di aver intuito in V. una definizione
dell'arte come attività autonoma dello spirito e della visione storicistica
dello sviluppo dello spirito da cui CROCE elimina ogni riferimento alla
trascendenza della provvidenza vichiana. Un'accurata ricerca storica su V.
e operata dal crociano Nicolini, “V.” (Laterza, Bari); Nicolini, “La
religiosità di V.” (Laterza, Bari); Nicolini, Commento storico alla seconda
'Scienza Nuova (Roma); Nicolini, Saggi vichiani (Giannini, Napoli); Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli,
la casa” (Osanna Venosa). Contrari all'interpretazione immanentistica della provvidenza
vichiana sono gli studi di autori cattolici che ne mettono invece in risalto la
trascendenza: Chiocchietti, La filosofia di V., Vita e Pensiero, Milano,
Amerio, Introduzione allo studio di V., SEI, Torino, Bellafiore, “La dottrina
della provvidenza in V., Milani, Bologna, A. Mano, “Lo storicismo di V.” (Napoli);
Lanza, Saggi di poetica vichiana, Magenta, Varese, Il dibattito tra le
interpretazioni laiche e cattoliche su V. si è attenuato in periodi recenti
dove lo studio del pensiero vichiano si è dedicato a particolari aspetti della
sua dottrina: Fassò, I quattro auttori» del V.. Saggio sulla genesi della
Scienza nuova” (Milano, Giuffrè), non esistente. Fassò, V. e Grozio, Napoli,
Guida, Serra, Eredità e kenosi tematica della "confessio" cristiana
negli scritti autobiografici di V., in Sapientia, sulla concezione della storia
ad opera della quale avviene la conciliazione tra immanenza e trascendenza del
pensiero vichiano: Caponigri, Tempo e
idea, Pàtron, Bologna, sulla estetica vichiana gli studi più notevoli sono
quelli di Bianca, Il concetto di poesia in V., D'Anna, Messina, Prestipino, "La teoria
del mito e la modernità di V.", Annali della facoltà di Palermo, sugl’aspetti
giuridici e sociologici: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione in V. e
Malebranche, Firenze, Donati, Nuovi
studi sulla filosofia civile (Firenze); Bellafiore, Il diritto naturale (Milano);
Pasini, Diritto, società e stato in V., Jovene, Napoli, Giannantonio,
"Oltre V. - L'identità del passato a Napoli e Milano (Carabba, Lanciano);
Leone, [rec. al vol. di] Giannantonio, "Oltre V. - L'identità del passato
a Napoli e Milano” (Carabba. Lanciano, in Misure critiche, La Fenice, Salerno,
e in "Forum Italicum", Wehle, Sulle vette di una ragione abissale: V.
e l'epopea di una 'Scienza Nuova'. In: Battistini e Guaragnella, V. e
l'enciclopedia dei saperi. - Lecce: Pensa multimedia (Mneme). Croce, La
filosofia di V., Bari, Laterza, Consiglia, Napoli, Editoria clandestina e
censura ecclesiastica a Napoli, in Rao, Editoria e cultura a Napoli, Napoli:
Liguori, Adorno, Gregory, Verra, Storia della filosofia, Laterza, V., La
scienza nuova (a cura di Rossi), Biblioteca Universale Rizzoli, V., Ferrari, La
scienza nuova (a cura di Rossi), Tip. de' Classici Italiani, Cioffi ed altri, I filosofi e le idee,
Mondadori, Armando, Sanna, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero –
Politica, Enciclopedia Italiana Treccani, Adorno, Gregory, Verra, Storia della
filosofia (Laterza); Fassò, Storia della filosofia del diritto (Laterza); Abbagnano,
Storia della filosofia (L'Espresso); V., La scienza nuova (Rizzoli); V.,
Principj di scienza nuova, di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni,
Amico, Nicolini, V. nella vita domestica. La moglie, i figli, la
casa, Osanna Venosa, V. Autobiografia, ed. Nicolini (Bompiani, Milano); V., La
scienza nuova (a cura di Rossi), Rizzoli, Grozio, Prolegomeni al diritto della
guerra e della pace (a cura di Fassò), Morano, V., La scienza nuova (Rizzoli); Liccardo,
Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli. V. che si era
rivolto inutilmente per sovvenzionare la stampa dell'opera prima al cardinale
Orsini, poi a Papa Clemente XII, e costretto a vendere un anello per farla
pubblicare. V. scrisse in seguito che, in fondo, l'accaduto era stato un bene
poiché lo aveva spinto a riscrivere l'opera in maniera più completa. Cfr.
Fubini, V. Autobiografia (Torino Einaudi). La prima redazione dell'opera,
andata perduta, ha il titolo di Scienza nuova in forma negative. L'Autobiografia
e pubblicata postuma ampliata con una
modifica di V.. RIVISTA DI STUDI CROCIANI, a cura della Società
napoletana di storia patria, La fondazione V. voluta da Marotta, presidente
dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con sede nella Chiesa di S. Biagio
Maggiore, Napoli, si occupa della promozione del pensiero vichiano e della
gestione di alcuni siti vichiani come il castello Vargas di Vatolla (Salerno) e
la Chiesa di S. Gennaro all'Olmo in Napoli. V., Principi di una scienza nuova
d'intorno alla comune natura delle nazioni, a cura di Ferrari, Società
tipografica de' Classici italiani, Milano. Candela, L'unità e la religiosità
del pensiero di V., Serafico, Inesatto è altresì che V. terminasse di vivere a
più di settantasei anni. Per contrario, manca ai vivi nella notte e a
settantacinque anni e sette mesi precisi, in La Letteratura italiana: Storia e
testi, V., Ricciardi. La storia di V., su napolit oday. Secondo notizie di stampa
diffuse resti della salma di V. sarebbero stati recuperati nei sotterranei
della chiesa napoletana. (Vedi: Corriere del Giorno: Ritrovata la salma di V.?
I ricercatori vanno cauti Archiviato in Internet Archive. La notizia è stata
comunque commentata con prudenza dagl’esperti. La scienza nuova, Biblioteca
Universale Rizzoli. Nicolini, V.: saggio biografico (Il Mulino), CROCE, Nuovi
saggi. Per una silloge di pensieri di MALVEZZI, Politici e moralisti, ediz. CROCE-CARAMELLA,
Bari, Laterza. V. nel perduto De equilibrio corporis animantis espone una
concezione secondo cui riponevo la natura delle cose nel moto per il quale,
come se fossero sottoposte alla forza di un cuneo, tutte le cose vengono spinte
verso il centro del loro stesso moto e, invece, sotto l'azione di una forza
contraria, vengono respinte verso l'esterno; e sostenni anche che tutte le cose
vivono e muoiono in virtù di sistole e diastole. Secondo un'ipotesi di Croce e
Nicolini l'opera e stata concepita come appendice al “Liber Physicus” ed e donata
in forma manoscritta al suo grande amico, Aulisio. La trattazione di quella
teoria di ispirazione cartesiana e pre-socratica venne poi inserita più
ampiamente nella Vita. Toma, Ecco l'origine delle scienze umane:
aspetti retorici di una contesa intorno al De antiquissima italorum sapienti,
Bollettino del CENTRO DI STUDI VICHIANI (Roma: Edizioni di storia e
letteratura). Opere, Sansoni, Firenze -- è considerato da alcuni
interpreti della sua filosofia come il primo ‘costruttivista’. Infatti, V.
sostiene che l'uomo può conoscere solo ciò che può costruire, aggiungendo poi
che in effetti solo il divino conosce veramente il mondo, avendolo creato lui
stesso. Il mondo quindi è esperienza vissuta e al suo riguardo non vale per gl’uomini
alcuna pretesa di verità ontologica. Watzlawick, La realtà inventata (Milano,
Feltrinelli) Per V. la filologia non è solo la scienza del
linguaggio ma anche storia, usi e costumi, e religioni dei popoli antichi.
L'età degli dei nella quale gl’uomini gentili credettero vivere sotto divini
governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli, che
sono le più vecchie cose della storia profana: l'età degli eroi, nella quale
dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi
rifiutata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei. Finalmente,
l'età degl’uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura
umana, e perciò vi celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le
monarchie, le quali entrambe sono forma di governi umane. V., Scienza Nuova,
Idea dell'Opera. La RAGION DI STATO non è naturalmente conosciuta da ogni uomo
ma da pochi pratici di governo. Degnità. Sull'immaginazione nei primitivi
secondo la filosofia vichiana si veda: Fabiani, La filosofia dell'immaginazione
in V. e Malebranche, La rivendicazione dell'assoluta autonomia dell'arte e
della poesia nei confronti delle altre attività spirituali e uno dei meriti che
CROCE riconosce al pensiero vichiano. V. critica tutt'insieme le tre dottrine
della poesia come esortatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa
di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza far danno
fare a meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone logica
intellettuale, non contiene filosofemi. I filosofi che ritrovano queste cose
nella poesia, ve le hanno introdotte essi stessi senza avvedersene. La poesia
non è nata per capriccio, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è
superflua ed eliminabile, che senza di essa non sorge il pensiero: è la prima
operazione della mente umana. CROCE, La filosofia di V. -- qual era quello dei
tempi d'Omero. V., Scienza Nuova, Conclusione Nel senso di pietas,
sentimento religioso. V., La scienza nuova (Biblioteca Universale
Rizzoli). CROCE NICOLINI Storicismo Filosofia della storia Filologia. su
Treccani – Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. V., su sapere, De Agostini. V., su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Battistini, V., in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Bertland, La Scienza nuova su letteratura italiana Opere, su biblioteca italiana
integrali in più volumi dalla collana
"Scrittori d'Italia" Laterza, Fabiani, La filosofia
dell'immaginazione in V., su academia, Firenze, Pellegrino, 'La concezione
della storia di V., su centro studi LA RUNA it. CENTRO DI STUDI VICHIANI, su
Consiglio nazionale delle ricerche. Fondazione V., su Fondazione gbV. Portale V.,
su giambattist aV.. u treccani., in Il contributo italiano alla storia del
Pensiero, Filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V., Principj di
una scienza nuova di V.: d'intorno alla comune natura delle nazioni, Tip. di A.
Parenti. Italian
philosopher. Grice: “The Italians revere him so much that his emblem is on one
of their stamps!”“It would be as having Ryle on one of ours!” V.: He is so beloved by the
Italians “that they made a stamp of him.”Grice. cited by H. P. Grice, “V. and
the origin of language.” Philosopher who founded modern philosophy of history,
philosophy of culture, and philosophy of mythology. He was born and lived all
his life in or near Naples, where he taught eloquence. The Inquisition was a
force in Naples throughout V.’s lifetime. A turning point in his career was his
loss of the concourse for a chair of civil law. Although a disappointment and
an injustice, it enabled him to produce his major philosophical work. He was
appointed royal historiographer by Charles of Bourbon. V.’s major work is “La
scienza nuova” completely revised in a second, definitive version.
He published three connected works on jurisprudence, under the title Universal
Law; one contains a sketch of his conception of a “new science” of the historical
life of nations. V.’s principal works preceding this are On the Study Methods
of Our Time, comparing the ancients with the moderns regarding human education,
and On the Most Ancient Wisdom of the Italians, attacking the Cartesian
conception of metaphysics. His Autobiography inaugurates the conception of
modern intellectual autobiography. Basic to V.’s philosophy is his principle
that “the true is the made” “verum ipsum factum”, that what is true is
convertible with what is made. This principle is central in his conception of
“science” scientia, scienza. A science is possible only for those subjects in
which such a conversion is possible. There can be a science of mathematics,
since mathematical truths are such because we make them. Analogously, there can
be a science of the civil world of the historical life of nations. Since we
make the things of the civil world, it is possible for us to have a science of
them. As the makers of our own world, like God as the maker who makes by
knowing and knows by making, we can have knowledge per caussas through causes,
from within. In the natural sciences we can have only conscientia a kind of
“consciousness”, not scientia, because things in nature are not made by the
knower. V.’s “new science” is a science of the principles whereby “men make
history”; it is also a demonstration of “what providence has wrought in
history.” All nations rise and fall in cycles within history corsi e ricorsi in
a pattern governed by providence. The world of nations or, in the Augustinian
phrase V. uses, “the great city of the human race,” exhibits a pattern of three
ages of “ideal eternal history” storia ideale eterna. Every nation passes
through an age of gods when people think in terms of gods, an age of heroes
when all virtues and institutions are formed through the personalities of
heroes, and an age of humans when all sense of the divine is lost, life becomes
luxurious and false, and thought becomes abstract and ineffective; then the
cycle must begin again. In the first two ages all life and thought are governed
by the primordial power of “imagination” fantasia and the world is ordered
through the power of humans to form experience in terms of “imaginative
universals” universali fantastici. These two ages are governed by “poetic
wisdom” sapienza poetica. At the basis of V.’s conception of history, society,
and knowledge is a conception of mythical thought as the origin of the human
world. Fantasia is the original power of the human mind through which the true
and the made are converted to create the myths and gods that are at the basis
of any cycle of history. MICHELET was the primary supporter of V.’s ideas. He
made them the basis of his own philosophy of history. COLERIDGE is the principal
disseminator of V.’s views in England. Joyce uses the New Science as a
substructure for Finnegans Wake, making plays on V.’s name, beginning with one
in Latin in the first sentence: “by a commodius vicus of recirculation.” CROCE
revives V.’s philosophical thought, wishing to conceive V. as
the Hegel. V.’s ideas have been the subject of analysis by such
prominent philosophical thinkers as Horkheimer and Berlin, by anthropologists
such a Leach, and by literary critics such as Wellek and Read. Refs.: S. N.
Hampshire, “V.,” in The New Yorker. Luigi Speranza, “V. alla Villa Grice.” H.
P. Grice, “V. and language.” Danesi, Metaphor,
and the Origin of Language. Serious
scholars of V. as well as glotto-geneticists will find much of value in this
excellent monograph. V. Studies. A provocative, well-researched argument which
might find re-application in philosophy. Theological Book Review. DANESI
returns to V. to create a persuasive, original account of the evolution and
development of the Italian language, one of the deep mysteries of Italians. V.’s
reconstruction of the origin of language is described and evaluated in light of
Grice’s philosophical conversational pragmatics. Keywords: V. e la filosofia
romana, V., VARRONE, storia della linguistica, storia della rhetorica, glotto-genesi,
la ricostruzione di V., The New Science Basic Notions. Language
and the Imagination: V.’s Glottogenetic Scenario; V.’s Approach; Reconstructing
the Primal Scene; After the Primal Scence; the dawn of communication: iconicita
e mimesi, hypotheses The Nature of Iconicity. Imagery, Iconicita e gesto.
Iconic Representation. Osmosis Hypothesis Ontogenesis From Percept al concetto.
The Metaphoricity Metaphor metafora; Metaphor and Concept-Formation Mentation,
Narrativity, e mito; the socio-biological-Computationist Viewpoint:A Vichian
Critique; The Vichian Scenario Revisited; Revisting the Genetic Perspective;
computationism. SAGGI FILOSOFICI ii V. CROCE LA
FILOSOFIA DI V. BARI LATERZA TI
l'OQ KAFI-KDITOBI-LIHK AI Stampato in Trani, coi tipi dolla
Ditta Tipografica Editrice Vecchi.ifs
V4GV0X WINDELBAND Per quali ragioni a Croce è sembrata necessaria una esposizione
della filosofia di V. puo agevolmente desumersi dai cenni sulla fortuna di
questo filosofo e dalle notizie bibliografiche, che si leggono nella seconda e
terza appendice. Qui occorre avvertire soltanto che l’esposizione di Croce. non vuol essere un riassunto saggio per saggio e
parte per parte dei saggi di V.; e, anzi, presuppone la conoscenza di questi saggi
e, ove manchi, vuol eccitare il lettore a procacciarsela per meglio seguire, e
per riscontrare, l’interpetrazioni ed i giudizi che gli vengono offerti da
Croce. Su questo presupposto, pur valendomi assai spesso (specialmente nei capitoli relativi alla storiografia) delle
parole testuali di V., Croce non crede opportuno virgoleggiarle (salvo dove
piace a Croce dare risalto alla precisa espressione originale), perché,
avendole di solito combinate da brani sparsi nei più vari luoghi e ora
abbreviate ora allargate e sempre frammischiate liberamente con parole e frasi
di Croce di commento, il continuo
virgoleggiarle è stato un mettere in mostra, con più di fastidio che d’utilità,
il rovescio del ricamo di Croce, che ciascuno puo osservare da sé, quando ne ha
voglia, col sussidio dei rimandi che Croce mette in fondo al saggio. Desideroso
d’attestare, per quanto è possibile a Croce, in ogni particolare del suo saggio,
la reverenza che si deve al gran nome di
V., Crice è studiato d’essere breve, di quella brevità che V. considera quasi
suggello di saggi scientifici ben meditati. Al qual uopo Croce sacrifica anche
le discussioni coi singoli interpetri, contentandosi di semplici accenni. Del
resto, parte dell’interpetrazioni esposte sembrano a Croce frutti dell’indagini
e controversie che costituiscono la
migliore letteratura di e su V.; e tutta quell'altra parte, che è personale di
Croce, e l'idea stessa generale del suo saggio, difende a suo tempo, se è il
caso, contro i dissenzienti e gl’obiettanti, nel modo diretto che nel corso
dell'esposizione Croce non stima d’adoperare. Perché Croce spera che il suo
saggio ha l'effetto non già di spegnere
ma di raccendere le discussioni intorno alla filosofia di V. Di questo altvater,
come lo chiama Goethe, che è fortuna per un popolo possedere, e al quale
bisognerà sempre fare capo per SENTIRE ITALIANAMENTE la filosofìa, pur
pensandola cosmopoliticamente. La dedica del lavoro (oltre a essere omaggio a
uno dei maggiori maestri della storia
della filosofia) vuol esprimere l'augurio e la speranza che venga presto
riempita, in tale storia, la lacuna, sulla quale richiama l'attenzione più
volte, e specialmente alla fine della seconda dell’appendici del volume. Raiano,
Aquila. L'augurio espresso nell’ultime linee dell’avvertenza ha compimento, e
non solo Windelband da luogo alla
filosofia di V. nella sua Storia
della filosofìa (Leipzig), ma il saggio di Croce è subito tradotto in francese,
e altre versioni se ne preparavano, e fiorisceno l’indagini e le discussioni,
quando la guerra sopravvenne a sospendere quella ripresa di studi e la
divulgazione dell'opera di V. fuori d'Italia. Non si per altro che, durante la
guerra e in relazione ad essa, i
concetti di V. non sono qua e là richiamati per dominare col pensiero il corso
delle cose; e li richiama, tra gl’altri, lo stesso Windelband, nel suo saggio,
che è una lezione di guerra sulla filosofia della storia. L’edizione contiene
piccole correzioni, schiarimenti e aggiunte, ed è messa al corrente nella parte
bibliografica. La tavola dei rinvìi ai
testi di V. è resa più precisa, e in ciò, come nella revisione generale, Croce
ha l'amichevole aiuto di NICOLINI, benemerito editore della Scienza nuova.
Circa la concezione e il metodo del saggio non ha alcun cangiamento d’introdurre
né pentimento da manifestare: sebbene da
più parti mi sia stata rivolta la facile ma superflcialissima critica, che l'interpretazione di V. vi è tutta
compenetrata dal proprio pensiero filosofico
di Croce, e perciò non è oggettiva. In verità, chi voglia conoscere davvero V.
deve leggere e meditare i saggi del V.; e questo è indispensabile, e questa è
la sola oggettività possibile: non la cosiddetta esposizione oggettiva che
altri ne faccia, e che non potrebbe riuscire
se non lavoro estrinseco e materiale. L'esposizione, invece, storica e
critica d’un filosofo ha una diversa e più alta oggettività, ed è
necessariamente il dialogo tra un'antico e un nuovo pensiero, nel quale
solamente l'antico pensiero viene inteso e compreso. E tale è, o procura d’essere,
il saggio di Croce. Che cosa avrei potutoi ntendere Croce di V., se non mi fossi travagliato su problemi
strettamente congiunti ai suoi o derivanti da quelli suoi? Per questa ragione anche non posso dare
importanza all'opposizione che mi è venuta d’egregi scrittori cattolici, i
quali è naturale che vedano le cose con occhi diversi dai miei. Ciò che, per
altro, non mi sembra logico, è il loro sforzo di ridurre V. a filosofo ortodosso; nel quale sforzo urtano
inevitabilmente in due gravi difficoltà. In primo luogo essi vengono a trovarsi
di fronte all'impossibilità di spiegare perché mai V., che, a loro giudizio,
non fa altro che ripetere o rinfrescare i concetti della tradizione filosofica,
sia sembrato e sembri tanto originale e rivoluzionario, e sia andato tanto
a genio ai filosofi. E parimente, in secondo luogo, si tolgono il modo di
spiegareT avversione che per lui provarono i cattolici del suo secolo e taluno
insigne del secolo seguente, come, per
es., BALBO (vedsi), che lo senti estraneo alla scienza. E questo basti
aver detto, perché, riguardoso come credo d'esser sempre stato verso i
cattolici, non perciò polemizzerei mai
con essi, stimando la cosa tanto poco utile, quanto utile e doveroso è, per me,
tirare innanzi per la mia via. Napoli. La prima forma della dottrina di V.
sulla conoscenza si presenta come diretta critica e antitesi del pensiero
cartesiano, che da oltre mezzo secolo da l'indirizzo generale allo spirito
europeo ed era destinato a dominare
ancora per un secolo le menti e gli animi. Cartesio colloca f ideale della scienza perfetta nella
geometria, sul modello della quale intende a riformare la filosofia e ogni
altra parte del sapere. E poiché il metodo geometrico perviene mercé l'analisi
a verità intuitive, e da queste muove dipoi per ottenere con deduzione
sintetica sempre più complesse affermazioni,
la filosofia, per procedere con rigore di scienza, dove, a mente di Cartesio,
cercare anch'essa il fermo punto d'appoggio in una verità primitiva e
intuitiva, dalla quale deduce tutte le sue ulteriori affermazioni, teologiche,
metafisiche, fisiche e morali. L'evidenza, la percezione o idea chiara e
distinta – H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct ideas” -- era, dunque,
criterio supremo; e l'inferenza
immediata, l'intuitiva connessione del
pensiero coll'essere, del cogito col sum, porge la prima verità e la base pella
scienza. Con la percezione chiara e distinta, e col dubbio metodico che conduce
al cogito, Cartesio si argomenta di sconfiggere una volta per sempre lo
scetticismo. Ma, per ciò stesso, tutto
quel sapere non ancora ridotto o non riducibile a percezione chiara e distinta
e a deduzione geometrica, perde ai suoi occhi valore e importanza. Tale la
storia, che si fonda sulle testimonianze; l'osservazione naturalistica, non
ancora matematizzata; la saggezza pratica e l'eloquenza, che si valgono
dell'empirica conoscenza del cuore
umano; la poesia, che offre immagini fantastiche. Piuttosto che un
sapere, codesti prodotti spirituali erano per Cartesio illusioni e torbide
visioni: idee confuse, destinate o a farsi chiare e distinte e perciò a
svestire la loro anteriore forma d'esistenza, o a trascinare un'esistenza
miserabile, indegna dell'attenzione del filosofo. La luce solare
del metodo matematico rende superflue le fiammelle che sono di guida
nelle tenebre e proiettano sovente ombre ingannatrici. Ora V. non si restringe
e non s’attarda, come altr’avversari di Cartesio, a prendere scandalo pelle
conseguenze del metodo soggettivo, pericoloso alla religione; o a disputare
scolasticamente se il cogito sia o non sia un
sillogismo, e se come sillogismo sia o no difettoso; o a protestare con
l'offeso buon senso contro il disprezzo cartesiano verso la storia, l'oratoria
e la poesia. Egli va diritto al cuore della questione, al criterio stesso
stabilito da Cartesio per la verità scientifica, al principio dell'evidenza; e
dove il filosofo gallo stima d’aver fornito tutto quanto si potesse richiedere pella scienza più rigorosa, V. osserva che, posta l'esigenza
alla quale s'intende soddisfare, in realtà, col metodo raccomandato, s’ottene
ben poco o addirittura nulla. Bella scienza, dice V., è codesta dell'idea
chiara e distinta! Ch'io pensi quel ch'io penso è, si, cosa indubitabile, ma
non mi ha punto l'aria d’una proposizione
scientifica. Ogni idea, per erronea che sia, può apparire evidente; e,
non perché a me appaia tale, acquista virtù di scienza. Che se si pensa, si è
anche, era cosa nota persino al Sosia di Plauto, che esprime questa sua
persuasione quasi colle stesse parole della filosofia cartesiana. SED QVOM COGITO EQVIDEM CERTO
SVM. Ma lo scettico replica sempre ai
Sosì e ai Cartesì, che egli non dubita di pensare; professa anzi
asseverantemente che quel che a lui sembra scorgere è certo, e lo sosterrà con
ogni sorta di cavilli; e che non dubita d’essere, anzi cura d’esser bene, mercé
la sospensione dell'assenso, per non aggiungere ai fastidì delle cose gl’altri
provenienti dall’opinioni. Ma, nell'affermare
cosi, sosterrà insieme che la certezza del suo pensare e del suo essere
è coscienza e non scienza; ed è coscienza volgare. Tanto poco la chiara e
distinta percezione è scienza, che da quando, per effetto del cartesianismo,
essa viene adoperata nella fisica, la conoscenza delle cose naturali non è
divenuta punto più sicura. Cartesio spicca un salto per sollevarsi dalla coscienza volgare alla
scienza; ed è ricaduto di piombo in quella coscienza, senza raggiungere la
scienza agognata. Ma in che cosa la verità scientifica consiste, poiché
certamente non consiste nella coscienza immediata? In che la scienza differisce
dalla semplice coscienza? Qual è il criterio, o, in altri termini, quale la
condizione che rende possibile la
scienza? Colla chiarezza e colla distinzione non si muove un sol passo; coll'affermazione
d’un primo vero non si risolve il problema, che non è già circa un primo vero,
ma circa la forma che la verità deve avere perché possa essere riconosciuta
verità scientifica, ossia verità vera. V. risponde a questa domanda, e
giustifica la sua accusa d'
insufficienza al criterio cartesiano, col ricorrere a una proposizione che, a
bella prima, potrebbe dirsi ovvia e tradizionale. Tradizionale non in
conseguenza della tesi storica colla quale
V. l'accompagna e che egli stesso poi ebbe a rifiutare, cioè che quella
proposizione risalga a un'ANTICHISSIMA SAPIENZA ITALICA; ma nel senso che essa era comune e quasi intrinseca al
pensiero. Nulla di più familiare, infatti, a un italiano, il quale recita ogni
giorno il suo credo in un dio onnipotente, onnisciente e creatore del cielo e
della terra, dell'affermazione che solo Dio può avere scienza piena delle cose,
perché egli solo ne è l'autore. Il primo vero, ripete V., è in Dio, perché Dio
è il primo fattore; ed è vero infinito
perché egli è fattore delle cose tutte, esattissimo perché rappresenta a lui gl’elementi
cosi esterni come interni delle cose, le quali egli contiene tutte in sé.
Questa medesima proposizione circola nelle scuole, specie, a quanto sembra,
presso scotisti e occamisti, e, nel rinascimento, FICINO l'asseriva nella
Theologia platonica, dicendo che la
natura, opera divina, produce le sue cose con vive ragioni dall'intrinseco,
come la mente del geometra dall'intrinseco fabbrica le sue figure; e CARDANO
ripete che tale è la vera scienza, la scienza divina, quaì res facit, e che di
essa tra le umane rende immagine la sola geometria; e lo scettico Sanchez, nel
Quod nihil scltur, ricorda che non può
perfecte cognoscere quis quaì non creavit, nec Deus creare potuisset nec creata
regere quce non perfecte prcecognovisset; ipse ergo, solus sapientia, cognitio,
intellectus perfectus, omnia penetrai, omnia sapit, omnia cognoscit, omnia
intelligit, quia ipse omnia est et in omnibus, omniaque ipse sunt et in ipso.
Ma il [Si veda per le origini il saggio di CROCE: Le fonti della
gnoseologia di V., cit. nell'append. bibliografica. Sul concetto di Sanchez, Opera
medica, ed. di Tectosagum] richiama l'attenzione Windelband, Gesch. d. Philosophie.]
V. non si restringe ad affermazioni incidentali e, intendendo pel primo la
fecondità del concetto espresso in quella proposizione, dall'elogio dell'infinita potenza e sapienza
di Dio e dal raffronto con quella limitata dell'uomo ricava, contro Cartesio,
il principio gnoseologico universale, che la condizione per conoscere una cosa
è il farla, e il vero è il fatto stesso: verum ipsum factum. Non altro che
codesto si vuol dire, egli chiarisce, quando s’afferma che la scienza è
peiccnisas scire, perché la cagione è
quel che per produrre l'effetto non ha bisogno di cosa estranea, è il genere o
modo d’una cosa: conoscere la cagione è saper mandare ad effetto la cosa,
provare dalla causa è farla. In altri termini, è rifare idealmente quel che si
è fatto e si fa praticamente. La cognizione e l'operazione debbono convertirsi
tra loro, come in Dio intelletto e
volontà si convertono e fanno tutt'uno. Senonché, stabilito nella connessione
del vero e del fatto l'ideale della scienza, e, poiché l'ideale è la vera
realtà, conosciuta la natura vera della scienza, la prima conseguenza che da
questo riconoscimento deve trarsi è quella stessa che ne traevano i platonici e
gli scettici del rinascimento,
l'impossibilità della scienza pell'uomo. Se Dio crea le cose, Dio solo
le conosce per cause, egli solo ne conosce i generi o modi, ed egli solo ne ha
la scienza. Forse che l'uomo ha esso creato il mondo? ha esso creato la propria
anima? All'uomo non è data la scienza, ma la sola coscienza, la quale per
l'appunto volge sulle cose di cui non si può
dimostrare il genere o forma onde si fanno. La verità di coscienza è il
lato umano del sapere divino, e sta a questo come la superficie al solido:
piuttosto che verità, dovrebbe dirsi CERTEZZA – H. P. Grice: objective It is
certain that p; subjective, I am certain that p – Intention and UNcertainty. A
Dio l' ìntelligere, all'uomo il solo cogitare, il pensare, l'andare raccogliendo gl’elementi
delle cose, senza poterli mai raccogliere tutti. A Dio il vero dimostrativo;
all'uomo le notizie non dimostrate e non scientifiche, ma o CERTE PER SEGNI INDUBITATI
O PROBABILI per forza di buoni raziocini o verisimili pel sussidio di potenti
congetture. Il certo, la verità di coscienza, non è scienza, ma non perciò è il falso. E V. si guarda bene
dal chiamare false le dottrine di Cartesio: egli vuole soltanto degradarle da
verità compiute a verità frammentarie, da scienza a coscienza. Tatt'altro che
falso è il cogito ergo sum: il trovarsi finanche sulla bocca del Sosia plautino
è argomento non per rigettarlo, anzi per accettarlo, ma come verità di semplice coscienza. Il pensare, non essendo
causa del mio essere, non induce scienza del mio essere; se l'induce, essendo
l'uomo, secondo che i cartesiani ammettono, mente e corpo, il pensiero sarebbe
causa del corpo; il che ci avvolgerebbe tra tutte le spine e gli sterpi delle
dispute circa l'azione della mente sul corpo e del corpo sulla mente. Il cogito è, dunque, UN MERO SEGNO O INDIZIO del
mio essere: nient'altro. L'idea chiara e distinta non può dare criterio, non
pure delle altre cose ma della mente medesima, perché la mente in quel suo
conoscersi non si fa, e, poiché non si fa, ignora il genere o modo onde si
conosce. Ma l'idea chiara e distinta è quel che solo è concesso allo
spirito dell'uomo, e, come unica
ricchezza ch'egli abbia, preziosissima. Anche per V. la metafisica serba il
primato fra le scienze umane, che tutte derivano da lei; ma laddove per Cartesio
essa può procedere con sicuro metodo di dimostrazione pari a quello geometrico,
per V. deve contentarsi del probabile, non essendo scienza per cause ma di
cause. E del probabile si contentò ai
suoi bei tempi, nella Grecia antica, nella ROMA ANTICA DI CICERONE, e
nell'Italia del Rinascimento; e quando volle abbandonare il probabile e si empi
la testa dei fumi di quel detto fastoso: sapientem nihil opinavi, cominciò
a turbarsi e a decadere. L'esistenza di Dio è certa, ma non è scientificamente
dimostrabile, e ogni tentativo di
dimostrazione è da considerare documento non tanto di pietà quanto piuttosto
d'empietà, perché, per dimostrare Dio, dovremmo farlo: l'uomo dovrebbe
diventare creatore – GRICE GENITORE -- di
Dio. Parimente bisogna ritenere vero tutto quello che ci è stato
rivelato da Dio, ma non domandare in qual modo sia vero, che è ciò che non potremo mai comprendere. Sulla verità
rivelata e sulla coscienza di Dio s’appoggiano le scienze umane e vi trovano la
loro norma di verità; ma il fondamento stesso è verità di coscienza e non di
scienza. Come V. abbassa le scienze che Cartesio prediligeva e coltiva, la
metafisica, la teologia, la fisica, cosi risolleva le forme di sapere che Cartesio aveva abbassate: la storia,
l'osservazione naturalistica, la cognizione empirica circa l'uomo e la società,
l'eloquenza e la poesia. 0, per meglio dire, non ha bisogno di sollevarle per
rivendicarle: dimostrato che le superbe verità della filosofia condotta con
metodo geometrico si riducono anch'esse a nient'altro che probabilità e
asserzioni aventi valore di seniplice
coscienza, la vendetta delle altre forme del sapere è, nell'atto stesso, bella
e compiuta, perché tutte si ritrovano ormai adeguate alla medesima altezza o
bassezza che si dica. L'idea di una scienza umana perfetta, che respinga da sé
un'altra indegna di questo nome perché fondata non sul ragionamento ma
sull'autorità, è chiarita illusoria.
L'autorità delle proprie e delle altrui osservazioni e credenze, l'opinione
generale, la tradizione, la coscienza del genere umano, vengono restaurate
nell'ufficio che hanno sempre avuto e che ebbero nello stesso Cartesio; il
quale, come suole accadere, disprezza quel che egli possede in gran copia e di
cui si era potentemente giovato, e, uomo
dottissimo, scredita la dottrina e l'erudizione, come chi si è nutrito può darsi il lusso di parlare con
disdegno del cibo che è già sangue nelle sue vene. La polemica di Cartesio
contro l'autorità si era provata, per alcuni rispetti, benefica, avendo scosso
la troppo vile servitù di star sempre sopra l'autorità. Ma che non regni altro
che il proprio individuale giudizio, che
si pretenda rifare da cima a fondo il sapere sulla propria individuale coscienza,
che si giunga, come fa Malebranche, ad augurare perfino di vedere bruciati
tutti i filosofi e di tornare alla nudità di Adamo; è una follia o, per lo
meno, un eccesso, dal quale conviene rifuggire nel giusto mezzo. E il giusto
mezzo è di seguire il proprio giudizio,
ma con qualche riguardo all'autorità; di congiungere insieme, cattolicamente,
la fede colla critica circoscritta dalla fede e giovevole alla fede stessa: in
modo conforme al carattere indelebile di mera probabilità che ha il sapere o la
scienza umana, in modo avverso all'indirizzo della riforma, pel quale lo
spirito interno di ciascuno si fa divina
regola delle cose che si devono credere. C'è, per altro, un gruppo delle
scienze cartesiane al quale par che V. riconosca, come i suoi predecessori del rinascimento, un posto
privilegiato; vale a dire, non di coscienza, ma di vera e propria scienza, non
nella certezza, ma nella verità: le discipline matematiche. Sono queste,
secondo lui, le sole conoscenze possedute dall'uomo in modo del
tutto identico a quello del sapere divino, e cioè perfetto e dimostrativo. E
non già, come Cartesio crede, per effetto del loro carattere d’evidenza.
L'evidenza, usata nelle cose fisiche e nelle agibili, non dà una verità della
stessa forza che nelle matematiche. Né le matematiche sono per sé evidenti:
con quale chiara e distinta idea si
potrebbe concepire che la linea consti di punti che non hanno parti? Ma il
punto impartibile, che non si può concepire nelle cose reali, si può, invece,
definire; e col DEFINIRE CERTI NOMI, l'uomo si crea gli eiementi delle
matematiche, coi postulati li porta all'infinito, con gli assiomi stabilisce
certe verità eterne, e con questi
infiniti e con questa eternità disponendo i loro elementi, egli fa IL VERO
CH’INSEGNA. La forza delle matematiche nasce, dunque, non dal criterio
cartesiano, ma appunto dall'altro enunciato da V.; non dall'evidenza, ma dalla
conversione del conoscere col fare: mathematica demonstramus, quia verum
facimus. L'uomo prende l'uno e lo
moltiplica, PRENDE IL PUNTO E LO DISEGNA, e crea i numeri e le grandezze che
egli conosce perfettamente perché opera sua. Le matematiche –PEANO -- sono
scienze operative, e non solo nei loro problemi, ma negli stessi teoremi, che
volgarmente si stimano cosa di mera contemplazione. Per tal ragione esse sono
anche scienze che dimostrano per cause,
contrariamente all'altra opinione volgare che esclude dalle matematiche il
concetto di causa; sono, anzi, le sole, tra le scienze umane, che davvero
provino per cause. Da questo procedere provengono le loro Verità meravigliose;
e tutto l'arcano del metodo geometrico consiste nel DEFINIRE PRIMA LE VOCI, e
cioè fare i concetti coi quali si abbia
a ragionare; poi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui col quale
si ragiona convenga; finalmente, se bisogna, domandare cosa che per natura si
possa concedere affine di poter dedurre i ragionamenti, i quali senza una
qualche posizione non verrebbero a capo; e con questi principi da verità pili
semplici dimostrate procedere fil filo alle
più composte, e le composte non affermare se prima non s’esaminino una per una
le parti che le compongono. Si direbbe
che V. sia circa il valore delle matematiche affatto d'accordo con Cartesio,
dal quale differisca soltanto nella fondazione di quel valore. E, posto che la
sua fondazione debba considerarsi più profonda, tanto più ne verrebbe rafforzato ed esaltato
l'ideale matematico, prefisso alla scienza da quello. Se l'unica conoscenza
perfetta che lo spirito umano raggiunga è quella matematica, è chiaro che sopra
essa bisogna sorreggersi e alla stregua d’essa modellare o giudicare l’altre. V.,
insomma, si sarebbe mosso per dare torto a Cartesio e gli avrebbe
procurato una migliore ragione che
quegli non sospetta. Ma, quantunque cosi sembri a prima vista, e cosi abbia
pensato qualche interpetre, osservando meglio si scorge che la gran perfezione
che V. attribuisce alle matematiche è più apparente che reale; che la sicurezza
che egli vanta di quel procedere, è, per sua medesima confessione, acquistata a
spese della realtà; e che, insomma, l'accento della
teoria non cade tanto sulla verità di quelle discipline quanto sulla loro
arbitrarietà. E in questo risalto dato al carattere d’arbitrarietà egli
differisce non solo dai ricordati filosofi del rinascimento, ma anche da BONAITUO
GALILEI e dalla sua scuola. L'uomo infatti, egli dice, andando attorno a investigare la natura delle cose, e accorgendosi finalmente
di non poterla in niun modo conseguire, perché non ha dentro di sé gl’elementi
onde sono composte, e, anzi, li ha tutti fuori di sé, è condotto via via a
volgere a profitto questo stesso vizio della sua mente; e con l'astrazione
(non, s'intende, coll'astrazione sulle cose materiali, perché V. NON ASSEGNA origine
empirica alle matematiche, ma coll'astrazione che s’esercita sugli enti
metafisici, si foggia due cose, duo sibi confingit: IL PUNTO DA DISEGNARE, e
l'unità da moltiplicare. Entrambi finzioni, utrumque ftctum, perché IL PUNTO DISEGNATO non è più
punto – Grice: CIRCLE AND CIRCLE IN PLATO -- e l'uno moltiplicato non è più
uno. Indi, da quelle finzioni, di proprio arbitrio, proprio iure – GRICE DEEM -- assume di procedere
all'infinito, sicché le linee si possano condurre nell'immenso, Si veda sulla
storia della gnoseologia delle matematiche fino a V. il
saggio di CROCE cit.] l'uno moltiplicare
pell'innumerabile. A questo modo costruisce per suo uso un mondo di forme e numeri, che egli abbraccia tutto
dentro di sé; e col prolungare, col tagliare, col comporre le linee, coll'aggiungere,
togliere e computare i numeri, fa infinite opere e conosce infiniti veri. Non
può definire le cose e DEFINISCE NOMI – GRICE ROBINSON --; non può attingere gl’elementi reali e si
contenta d’elementi immaginari –IL LATINO SINE FLEXIONE DI GRICE E PEANO –
DEUTERO LATINO SINE FLEXIONE --, dai quali sorgono idee che non ammettono
alcuna controversia. Simile a Dio, ad Del instar >, da nessun sostrato materiale, e quasi
dal niente, crea punto, linea, superficie: il punto che è posto come quello che
non ha parti; la linea come l'escurso del
punto, ossia la lunghezza priva di larghezza e di profondità; la
superficie, come l'incontro di due linee diverse in uno stesso punto, cioè la
lunghezza e la larghezza senza la profondità. Cosi le matematiche purgano il
vizio della scienza umana, di avere sempre le cose fuori di sé e di non aver
essa fatto ciò che vuole conoscere. Quelle fanno ciò che conoscono, hanno in sé medesime i loro
elementi e si configurano, perciò, a somiglianza perfetta della scienza divina
{sdentici divince similes evadunt. A chi legge queste e altrettali descrizioni
e celebrazioni da V. del procedere matematico, par d'avvertire come un'ombra
d'ironia, se non proprio intenzionale, certamente risultante dalle cose
stesse. La fulgida verità delle
matematiche nasce, dunque, dalla disperazione della verità; la loro formidabile
potenza dalla riconosciuta impotenza! La somiglianza dell'uomo matematico con
Dio non è troppo diversa da quella del contraffattore – the black front -- di
un'opera col suo autore: ciò che Dio ò nell'universo della realtà, l'uomo è,
si, nell'universo delle grandezze e dei
numeri, ma questo universo è popolato d’astrazioni e finzioni. La divinità
conferita all'uomo è, quasi, divinità da burla. Per effetto della diversa
genesi che V. ASSEGNA alle matematiche,
anche la loro efficacia viene assai ristretta. Le matematiche non stanno più,
come per Cartesio, al sommo del sapere umano, scienze aristocratiche – ma blue-collar – Grice -- ,
destinate a redimere e a governare le scienze subalterne; ma occupano una
cerchia, per quanto singolare, altrettanto ben circoscritta, fuori della quale
se mai esse si provano a uscire, pèrdono, d'un subito, ogni loro mirabile
virtù. Il potere delle matematiche incontra ostacoli a parte ante e a parte post:
nel loro fondamento e in quel che a loro
volta sono in grado di fondare. Nel loro fondamento, perché se creano i loro
elementi, cioè le finzioni iniziali, non creano la stoffa in cui queste sono
ritagliate, e che a esse, non meno che alle altre scienze umane, è fornita
dalla metafisica, la quale, non potendo dar loro il proprio soggetto, ne dà
certe immagini. Dalla metafisica la
geometria toglie il punto PER DISEGNARLO, cioè,
per annullarlo come
punto; e l'aritmetica l'uno per moltiplicarlo, cioè, per distruggerlo
come uno. E poiché la verità metafisica, per quanto certa appaia alla
coscienza, non è dimostrabile, le matematiche, in ultima analisi, riposano
anch'esse sull'autorità e sul probabile. Ciò
basta a svelare la fallacia d’ogni trattazione matematica che si tenti
dalla Metafisica. V. sembra ammettere
una specie di circolo tra geometria e metafisica, la prima delle quali riceve
il suo vero dalla seconda e, ricevutolo, lo rifonderebbe nella stessa
metafisica, confermando reciprocamente la scienza umana colla divina. Ma questo
concetto, che è più che contestabile e si può dichiarare
senz'altro incoerente e contradittorio, richiama, in ogni caso, l'uso
metafisico, o piuttosto L’USO SIMBOLICO – Grice Austin SYMBOLO -- e poetico che della matematica fanno Pitagora a
CROTONE e altri filosofi antichi e del Rinascimento, e non ha nulla da vedere
con una filosofia trattata matematicamente
al modo dei cartesiani o Spinoza. La geometria sarebbe, a giudizio di V.,
l'unica ipotesi pella quale dalla metafisica sia dato passare alla fisica e la
FISIOLOGIA; ma rimarrebbe in tale accezione un'ipotesi, una probabilità,
qualcosa di mezzo tra la fede e la critica, tra l' immaginazione di WARNOCK e
il ragionamento, quale rimane sempre la
metafisica e, in genere, la scienza umana, secondo il modo di vedere di V.
in questa prima forma della sua gnoseologia. Come non fondano la metafisica
dalla quale anzi derivano, cosi le matematiche – o LA GEOMETRIA e l’ARIMMETICA del
quadrivio -- non sono neppure in grado di fondare le altre scienze, che pure
seguono a esse nell'ordine di derivazione. Tutte le materie, diverse dai numeri
e dalle misure, sono affatto incapaci di metodo geometrico. La fisica – o la
FISIOLOGIA -- non è dimostrabile; se potessimo dimostrare le cose fisiche nella
FISIOLOGIA, le faremmo -- sì physica demonstrare possemus, faceremus. – GRICE
ENGINEER E GENITORE -- Ma non le facciamo e perciò non possiamo darne
dimostrazione. L'introduzione del metodo matematico nella fisica e nella
FISIOLOGIA non ha giovato a questa disciplina, che fa scoperte grandi senza
quel metodo, e nessuna né grande né
piccola ha fatta mercé d’esso. La fisica o la FISIOLOGIA somiglia, in verità, a
una casa che gl’antenati hanno riccamente arredata e di cui gl’eredi non hanno accresciuto la
suppellettile, ma si divertono solamente a cangiarla di posto e a disporla in
modi nuovi. È necessario perciò restaurare e sostenere, in fisica e FISIOLOGIA,
l'indirizzo sperimentale contro quello matematico: l'indirizzo britannico
contro quello gallo, il cauto uso che
delle matematiche fa BUONAIUTO GALILEI e la sua scuola contro l'incauto e
arrogante dei cartesiani. A ragione nlla BRITANNIA si proibisce l'insegnamento
della fisica e della fisiologia matematica – il sabato per sperimenti a Oxford –
TYE MALPAS --: cotal metodo non procede se non prima DEFINITI I NOMI – GRICE
ROBINSON --, fermati gli assiomi e convenute –GRICE CONVENTIO -- le domande; ma
in fisica si hanno a definire cose e non nomi, non vi ha convenzione che non
sia contrastata, né si può domandare cosa alcuna alla ritrosa natura. Onde, nel
migliore dei casi, quel metodo si risolve in un puro e innocuo verbalismo – My
neighbour’s three-year old is not adult” --:
si espongono le osservazioni fìsiche
colla dicitura: pella definizione IV, pel postulato II, pelll'assioma III, e si conclude con le
solenni abbreviature: Q. e. d.; ma non si svolge nessuna forza dimostrativa e
la mente resta dipoi in tutta la libertà d’opinare che possede innanzi d’udire
tali metodi strepitosi. V. non sa astenersi, a tal proposito, da paragoni satirici. Il metodo
geometrico, egli dice, quando è nel suo
legittimo dominio, opera senza farsi sentire, e, ove fa strepito, SEGNO è che
non opera – those spots SEGNO E CHE ha masles:
appunto come negl’assalti l'uomo timido grida e non ferisce, l'uomo
d'animo fermato tace e fa colpi mortali. E ancora: il vantatore del metodo
geometrico in cose in cui quel metodo non trae
necessità di consentire, quando pronuncia: questo è assioma o questo è
dimostrato, è simile al pittore che a immagini informi, le quali per sé non si
possano riconoscere, scrive sotto: questo è uomo, questo è satiro, questo è
leone – DENNETT RYLE – GRICE – questo non e gatto, e cane --, e via
discorrendo. Onde accade che col medesimo metodo geometrico Proclo dimostra i
principi della fisica e della fisiologia del LIZIO, Cartesio i suoi, se non
tutti opposti, certamente diversi; eppure furono due geometri, dei quali non si
può dire che non sapessero usare il metodo. Quel che bisogna, se mai,
introdurre nella fisica o fisiologia sarebbe non il metodo ma la dimostrazione
geometrica; ma questa è proprio ciò che
non è dato introdurvi. Meno ancora è possibile nelle altre scienze via via più
corpulente e più concrete: meno che in ogni altra, nelle scienze – sono
scienze? -- morali. E perciò, non potendosi usare la cosa, in cambio s’abusa
tanto del NOME; e, come il titolo di signore, rifiutato un tempo da TIBERIO perché
troppo superbo – mister Grice,
master Grice --, si dà ora a ogni vilissimo uomo, cosi quello di dimostrazione,
applicato a ragioni probabili e talora apertamente false, ha sminuito la
venerazione che si deve alla verità. Per le matematiche stesse V. scorge
pericoli nella sostituzione dei metodi analitici ai geometrici o sintetici. E
dubita che la nuova meccanica sia frutto
davvero dell'analisi, la quale attutisce l'ingegno, ossia la facoltà inventiva,
e, certa nel risultato {opere), è oscura nella via (opera), laddove il metodo
sintetico è tum opere tura opera certissimo. L'analisi adduce le sue ragioni
aspettando se per caso si diano le equazioni che cerca, e sembra un'arte
d'indovinare, o una macchina piuttosto che
un pensiero. Per analoghe
considerazioni V. non tene in alcun pregio le topiche più o meno meccaniche e
le arti lulliane e kircheriane dell'invenzione e della memoria. La simpatia pello
sperimentalismo che, come si è visto, stacca V. dall'indirizzo gallo e
cartesiano e l’avvicina piuttosto a quello ITALIANO o britannico, a BUONAITUO GALILEI e a
Bacone, lo rende altresì nemico del LIZIO e dello scolasticismo.
Esortando egli a cercare i particolari e a valersi del metodo induttivo;
affermando che il genere umano era stato arricchito d’innumerevoli verità dalla
tìsica, la quale, mercé il fuoco, le macchine e gli strumenti, si era fatta
operatrice di cose simili a peculiari opere della natura; raccomandando la
propria metafisica come tale che serve bene, anclllantem, alla fisica o
fisiologia sperimentale; non può non riconoscere ben meritato il discredito in
cui era caduta la fisica del LIZIO, troppo, egli dice, universale. E se a
Cartesio rimprovera l'introduzione delle forme fisiche o FISIOLOGICHE nella
metafisica, e con ciò la tendenza verso
il materialismo, il LIZIO e gli scolastici sono poi da lui accusati dell'errore
opposto, cioè d’aver voluto introdurre le forme metafisiche nella FISIOLOGIA.
Come Bacone, egli stima che il sillogismo e il sorite non producano nulla di
nuovo e ripetano ciò che è già contenuto nelle premesse; e mette in chiaro i
molteplici danni che gl’universali del
LIZIO cagionano in tutte le parti del saper: nella giurisprudenza, in cui le
vuote generalità soffocano il senno legislativo; nella medicina, che bada
piuttosto a tenere in piedi i sistemi che a sanare gl'infermi; nella vita
pratica, nella quale gl’abusatori d’universali sono derisi col nome di
uomini tematici. Dagl’universali
derivano l’omonimie o equivoci –
AEQUI-VOX -- cause d'ogni sorta d’errori. Alla diffidenza verso gl’universali,
intesi qui nel senso di concetti generali o astratti, risponde in V., com'era
stato caso frequente presso gl’anti-LIZIO della Rinascenza, l'esaltazione dell’idee
platoniche, delle forme metafisiche, o, come egli anche le chiama, dei generi,
modelli eterni degl’oggetti e infiniti
per perfezione. Nominalista nelle matematiche, sospettoso del nominalismo –
BETE NOIRE GRICE -- in tutti gl’altri campi del sapere, V. asserisce la realtà
delle forme o dell’idee, e narra e attratto da questa dottrina, INSEGNATAGLI d’un
suo maestro che era scotista e perciò seguace di quella tra le filosofie
scolastiche che più si approssima all’ACCADEMIA.
Considerata nella sua interezza, la prima gnoseologia di V. non è
intellettualistica, non è sensistica e non è veramente speculativa; ma contiene
tutte tre queste tendenze che si compongono in certo modo tra loro, non col
sottomettersi gerarchicamente a una tra esse, ma col sottomettersi tutte alla
riconosciuta incompiutezza della scienza
umana. Il suo intento e di fronteggiare, con un sol movimento tattico,
dominatici DOMMATICI -- Grice underdogma
-- e scettici, contro i primi negando che si possa sapere tutto e contro i
secondi che non si possa sapere cosa alcuna; ma riesce invece a un'affermazione
di scettiicismo o agnosticismo, nella quale non
manca neppure qualche tratto mistico. Il sapere divino è sapere
unitario, quello umano è la frammentazione dell'unità; Dio sa tutte le cose
perché contiene in sé gl’elementi dai quali le compone tutte; l'uomo si studia
di conoscerle col ridurle in pezzi. La scienza umana è una sorta d’anatomia
delle opere di natura, e viene dividendo l'uomo in corpo e anima, e l'anima in intelletto e volontà –
GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL --,
e dal corpo astrae la figura e il moto, e da questi l'ente e l'uno –
GRICE MULTIPLICITY OF BEING --; onde la
metafisica contempla l'ente, l'arimmetica l'uno e la sua moltiplicazione –
MULTIPLICITY --, la geometria la figura
e le sue misure, la meccanica il moto –
LA DINAMICA -- dell'ambito, la fisica o FISIOLOGIA il moto del centro, la
medicina il corpo, la logica la ragione, la morale la volontà. Ma accade di
quest’anatomia come di quella del corpo umano, circa la quale i più acuti
fisiologi dubitano se per effetto della morte e della stessa dissezione sia più
possibile indagare il vero sito,
struttura e uso delle parti. L'ente, l'unità, la figura, il moto, il corpo,
l'intelletto, la volontà sono altro in Dio, nel quale fanno uno, altro
nell'uomo in cui restano divisi: in Dio vivono, nell'uomo periscono. La
percezione chiara e distinta, nonché prova di forza, è prova di debolezza
dell'intendimento umano. Le forme fisiche appaiono evidenti fintanto che non si
mettono al paragone delle metafisiche: il cogito ergo sum è certissimo, quando
l'uomo considera sé stesso, creatura finita, ma addentrandosi in Dio, che è l'unico
e vero ente, egli conosce veramente non essere: con l'estensione e le sue tre
misure crediamo di stabilire verità eterne, ma nel fatto ccelum ipsum petimus
stillatici, perché l’eterne verità –
GRICE HOLY OF HOLLIES, LA CITTA DELL’ETERNA VERITA -- sono solamente in Dio:
eterno ci sembra l'assioma che il tutto è maggiore della parte, ma, risalendo
ai principi, si scorge che è falso e si vede che tanta virtù d’estensione è nel
punto del cerchio quanto in tutta la circonferenza. Perciò, conclude V., in metafisica colui avrà profittato che nella
meditazione di questa scienza avrà sé stesso perduto. Giudicare, come pur
talora è stato fatto, che in queste proposizioni V. sia nient'altro che un ACCADEMICO
o un seguace della tradizionale filosofia, e negare per conseguenza qualsiasi
importanza alla sua prima gnoseologia, significa attenersi a quell'erroneo modo di critica e di storia
filosofica il quale, guardando alle conclusioni generali d’un sistema, ne
trascura il contenuto particolare, che solo gli dà la vera fisonomia. S'intende
bene che ogni filosofo è sempre, nelle sue conclusioni finali, o agnostico o
mistico o materialista o spiritualista, e via dicendo; ossia rientra in
qualcuna delle perpetue categorie nelle
quali s’aggira il pensiero e la ricerca filosofica. Ma presentare in questo
modo unilaterale i filosofi giova soltanto a favorire il pregiudizio – e la
predillezione GRICE -- che la storia del
pensiero ripeta di continuo, sterilmente, sé medesima, passando d’un errore ad
un altro -- GRICE PHILOSOPHY REPEATING
ITSELF, DEAD -- e abbandonando l'errore vecchio per il nuovo, che poi sarebbe
anch'esso un vecchio rifatto o ritinto giovane. L’ACCADEMIA, agnosticismo o
misticismo di V. è sommamente originale perché tutto contesto di
dottrine che non solo non sono inferiori al livello della filosofia, ma lo
sorpassano d'assai. La prima di queste
dottrine è la teoria del conoscere come
conversione del vero col fatto, sostituita al tautologico criterio della
percezione chiara e distinta. Quantunque per V. quella conversione rappresenti
un ideale inconseguibile dall'uomo, non pertanto con essa viene esattamente
determinata la condizione e la natura della conoscenza, l'identità del pensiero
e dell'essere, senza la quale il
conoscere è inconcepibile. La seconda è la svelata natura delle matematiche,
singolari per la loro origine tra le altre conoscenze umane, rigorose perché
arbitrarie, ammirevoli ma inette a dominare e a trasformare il restante sapere
umano. La terza dottrina, finalmente, è la rivendicazione del mondo
dell'intuizione, dell'esperienza, della
probabilità, dell'autorità, di quelle forme tutte che l'intellettualismo
ignora o nega. In questi punti l'agnostico, l’ACCADEMICO, il mistico V. non e
né agnostico né mistico né ACCADEMICO, e compie un triplice progressos sopra
Cartesio, che, sotto tutti e tre questi aspetti, vene da lui definitivamente
criticato. Dove, invece, Cartesio sopravanza
ancora V. e, per l'appunto, in quel dommatismo di cui V. non voleva a niun conto sapere.
Riuscisse o no, Cartesio tenta una scienza umana perfetta, dedotta dall'interna
coscienza; e V., giudicando troppo superbo il filosofo gallo e disperando del
tentativo, asseriva invece la trascendenza della verità, s’appoggia alla
rivelazione e si restringe a dare una
metafisica humana imbecillitale dignam. La sua e una gnoseologia dell'umiltà –
dell’IMBECILE --, come quella di Cartesio della superbia. Ora, V. non poteva
progredire anche per questo verso se non ismettendo almeno una parte della sua
umiltà e acquistando qualcosa della superbia di Cartesio; introducendo nel suo
spirito cattolico un po' del lievito di
quello spirito protestante che gli sembra cosi pericoloso; provandosi a
concepire una filosofia alquanto meno degna dell'umana debolezza e tanto più
degna dell'uomo, che è debole e forte insieme, è uomo ed è Dio. E questo
progresso è manifesto nella forma successiva del suo pensiero. La volontà di
credere, fortissima in V., e la completa dedizione del suo animo al
cattolicismo del suo tempo e del suo
paese, lo legano saldamente alla gnoseologia e metafisica ACCADEMICA; la quale,
per questi ostacoli psicologici, non poteva sviluppare nella mente di lui le
contradizioni di cui e pregna. L'idea di Dio lo doma e lo sorregge insieme; ed
egli non aveva l'audacia né sente il
bisogno d'investigare a fondo quale
valore sia d’attribuire alla
rivelazione, o se sia concepibile un Dio fuori del mondo, o come l'uomo
possa affermare Dio senza in qualche modo dimostrarlo e perciò crearlo lui. Per
far si che V. aprisse e in parte percorre una nuova via, la quale avrebbe
condotto lo spirito umano al superamento della concezione platonica,
era indispensabile che la provvidenza, per servirci fin d’ora di un
concetto di V., che verrà illustrato più oltre) adoperasse verso di lui un
inganno, e con lungo e tortuoso giro lo menasse all'imboccatura della nuova
via, non lasciandogli sospettare dove questa avrebbe messo capo. Gli scritti,
nei quali V. espose la sua prima gnoseologia, il De ratione studiorum, il De antiquissìma italorum
sapientia, e le polemiche relative, appartengono ad un quadriennio. Nel
decennio che segui, V. fu tratto a darsi sempre più alle ricerche sulla storia
del diritto e della civiltà. Lesse Grozio per prepararsi a scrivere la vita di Carafa,
e s'ingolfò nei dibattiti sul DIRITTO NATURALE; intensificò gli studi sul DIRITTO
ROMANO e sulla scienza del diritto in genere, per rendersi degno, come H. L. A.
Hart, d’una cattedra di giurisprudenza
nella università di NAPOLI; ripensò alle origini delle lingue, delle religioni,
degli Stati, poco soddisfatto delle tesi storiche da lui sostenute nel De
antiquissima, e forse anche intimamente scosso da qualche critica che coglieva giusto, fattagli da un recensente
del Giornale dei letterati, l'INSEGNARE rettorica, che era il suo mestiere, gli
porgeva continua occasione a meditare sulla natura e la storia della poesia e
delle forme del linguaggio. Cosicché, se non è esatto dire che V. fu condotto
al suo nuovo orientamento, culminante
nella Scienza nuova, mercé un processo
non filosofico ma filologico, essendo chiaro che un orientamento filosofico non
può nascere se non d’un processo egualmente filosofico, è indubitabile che il
materiale e lo stimolo pel suo nuovo pensiero gli furono offerti dagli studi
filologici. Attraverso i quali egli ebbe a fare un'esperienza solenne: cioè,
che quella materia di studio non poteva
essere e non era elaborata dal suo pensiero senza l'ajuto di certi principi
necessari, che gli si ripresentavano in ogni parte della storia da lui presa a
meditare. Un tempo gli era sembrato che
le scienze morali, ragguagliate al metodo matematico, occupassero, quanto a
sicurezza, l'infimo posto. Ora, nella quotidiana familiarità con quelle scienze, gli si veniva scoprendo il
contrario: niente di più sicuro del fondamento della FILOSOFIA MORALE. E quella
loro sicurezza non era la semplice evidenza cartesiana, nella quale l'oggetto,
per intrinseco che si dica, rimane estrinseco; ma era una sicurezza davvero
intrinseca, intrinsecamente ottenuta.
Nel ripiegarsi colla mente sui fatti della
storia, V. sentiva d’appropriarsi meglio qualcosa che già gli appartene,
di rientrare in possesso di propri beni. Egli ricostruiva la storia dell'uomo;
e che cosa era la storia dell'uomo se non un prodotto dell'uomo stesso? Chi fa
la storia se non la fa l'uomo, colle sue idee, i suoi sentimenti, le sue
passioni, la sua volontà, la sua azione? E lo spirito umano, che fa la storia, non è quello stesso
che si adopera a pensarla e a conoscerla? La verità dei principi generatori della
storia nasce, dunque, non dalla forza dell'idea chiara e distinta, ma dalla
connessione indissolubile del soggetto coll'oggetto della conoscenza. Il che
importa che la scoperta che V. ora compiva, la verità che egli ora
riconosce alla FILOSOFIA MORALE, era la
visione di un nuovo nesso del principio gnoseologico già da lai formolato nel
periodo precedente della sua speculazione, ossia del criterio della verità
riposto nella conversione del vero col fatto. La ragione da lui addotta, pella
quale l'uomo può avere perfetta scienza del mondo umano, è per l'appunto che il
mondo umano l'ha fatto l'uomo stesso; e
ove avvenga che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi non può essere più
certa l'istoria. Con questo riattacco alla precedente teoria l'affermazione
circa la possibilità della FILOSOFIA MORALE non prese, soggettivamente, nello
spirito di V. l'importanza e non portò le conseguenze d’una rivoluzione, che
gli sconvolgesse da cima a fondo
l'assetto delle sue idee e lo costringesse a procurarne uno affatto nuovo.
Quell'affermazione parve a lui, d’una parte, una conferma della sua dottrina,
un esempio aggiunto agli altri che aveva già recati di scienza perfetta, scienza
divina dell'universo e scienza umana del mondo matematico; e dall'altra,
un'estensione del campo conoscitivo, i
cui limiti, perché certi limiti sussistevano sempre, aveva tracciati dapprima
in modo troppo stretto. Prima, aveva circoscritto una breve sfera luminosa in
mezzo a un vasto campo buio o fiocamente illuminato; ora, la sfera luminosa s’amplia
d’un tanto, e d’altrettanto scema la zona tenebrosa. Ampliamento che non lo getta punto in conflitto colle sue convinzioni
religiose, e, anzi, sembra favorirle ed esserne favorito. La religione non INSEGNA
forse la libertà, responsabilità e consapevolezza che l'uomo ha dei propri atti e fatti? V. non senti dunque il bisogno di scrivere un
saggio metafisico, perché gli sembrò che bastasse aggiungere una postilla al
già scritto e ritoccare alquanto le sue
precedenti affermazioni. La sua gnoseologia, tenendo fermo il criterio generale
della verità contrapposto al criterio cartesiano e cioè, che solo chi fa le
cose le conosce, divide le cose tutte nel mondo della natura e nel mondo umano;
e osservando che il mondo della natura è stato fatto da Dio e perciò Dio solo
ne ha la scienza, restringe
l'agnosticismo solamente al mondo fisico, e dichiar, per contrario, che del
mondo umano, come fatto dall'uomo, l'uomo ha la scienza. Eleva cosi le
conoscenze, dapprima meramente INDIZIARIE – “I believe that this frown is a
sign of my disgust” – Grice -- e
probabili, circa le cose dell'uomo al grado di scienza perfetta; ed
esprime maraviglia che i filosofi si
studino con tanto impegno di conseguire la scienza del mondo naturale, chiuso
all'uomo, e trascurino il mondo umano o CIVILE CONVERSAZIONE o delle nazioni, come
anche lo chiama, del quale è possibile conseguire scienza. Di questo erramento
trova la cagione nella facilità che la mente umana, immersa e seppellita nel corpo, prova a sentire le cose del corpo,
e nello sforzo e fatica che le costa d'intendere sé medesima: come l'occhio
corporale vede tutti gl’oggetti fuori di sé e, per vedere sé stesso, ha bisogno
dello specchio. In ogni altra parte, le sue idee restano immutate. Di là dal
mondo umano, il mondo soprannaturale, inaccessibile all'uomo, e il mondo naturale, che era in certo senso anch'esso
soprannaturale; di là dalla scienza perfetta che l'uomo può avere di sé stesso,
la metafisica platonica, adatta alla debolezza, che continua pur sempre ad
affliggere l'uomo. Le discipline naturali venivano considerate sempre come semi-scienze;
le matematiche come una formazione astratta, validissima nell'astratto, priva di forza innanzi al
reale. Il sillogismo del LIZIO, il sorite del PORTICO, il metodo geometrico dèi
cartesiani erano perseguitati dallo stesso odio di prima, e collo stesso amore
celebrata l'induzione che il verulamio, gran filosofo insieme e politico, commenda e
illustrava nel suo Organo, e che i britannici adoperavano con gran frutto della sperimentale filosofia. Un ravvedimento circa l'applicabilità del
metodo geometrico potrebbe sembrare la frequente asserzione di V. che la
scienza delle cose umane sia da lui costruita con uno stretto metodo
geometrico. Ma, anche a lasciar andare che la struttura della Scienza è proprio
l'opposto di quella geometrica, è un fatto che, nel tempo stesso e negli stessi libri, egli non
cessa di mettere in guardia contro l'uso del metodo matematico nelle cose
fisiche e morali, il quale ove non sono figure di linee o di numeri o non porta
necessità, spesso invece di dimostrare il vero può dare apparenza di
dimostrazione al falso; onde il preteso
ravvedimento sarebbe una palmare contradizione,
se non gli si potesse dare un significato che ristabilisce interamente
la coerenza nelle idee di V.. Un significato assai sémplice, perché,
riconosciuta ormai alla FILOSOFIA MORALE
non meno che alla geometria la potenza di convertire il vero col fatto,
esse potevano e dovevano svolgersi con metodo analogo a quello sintetico della
geometria, o con cui da vero si passa a immediato vero, e seguire il mondo
umano dai suoi inizi ideali nei suoi progressi fino alla sua perfezione, sicché
lo studioso non doveva sperare di poter intendere le loro dottrine per salti,
ma dove percorrerle per gradi da capo a piedi, senza recalcitrare alle
conclusioni inaspettate che ne uscissero, come non si recalcitra a quelle della geometria, e attendendo soltanto
a esaminare la saldezza del nesso tra premesse e conseguenze. Era, dunque,
codesto un metodo chiamato geometrico per analogia o PER SINEDDOCHE, ma in
effetti intrinsecamente speculativo, da non confondere coll'applicazione della
matematica alle cose morali, quale ne avevano dati esempì i cartesiani e Spinoza. Né si può concedere
senza riserve il giudizio d’alcuni interpetri: che V. in realtà, coll'ammettere
una scienza dell'uomo d’investigarsi nelle modificazioni stesse della mente
umana, si ravvicinasse e fa seguace di Cartesio; al qual uopo si suole addurre
anche l'altra dichiarazione di lui, che, per pensare la sua Scienza,
convenisse ridursi a uno stato di
somma ignoranza, come né filosofi né filologi né libro alcuno fossero mai stati
al mond. Certamente, V. colla forma della sua gnoseologia entra anche lui nel
soggettivismo della filosofia inaugurato da Cartesio (anzi, vi era già entrato,
in certo modo, colla sua dottrina attivistica della verità come rifacimento del
fatto); e, in questo significato del
tutto generico può dirsi, anche lui, cartesiano. Pure, se a Cartesio rimane ancora
inferiore, perché il suo soggettivismo è principio non della scienza tutta ma
di quella sola del mondo umano, per un altro verso si pone di sopra al filosofo
gallo, in quanto, per lui, la verità meditata nel mondo umano non è STATICA ma DINAMICA, non è trovata ma prodotta, è
scienza e non coscienza. Per quel che concerne poi l'esortazione a far conto
come se non vi fossero mai stati libri al mondo né placiti di filosofi e di
filologi, essa non importa altro se non che bisogni spogliarsi d’ogni pregiudizio,
d’ogni comune invecchiata anticipazione, d’ogni corpulenza proveniente da fantasia o da memoria, per ridursi in istato
di puro intendimento, informe d’ogni forma particolare, com'è indispensabile
per la scoperta e l'apprendimento d’ogni verità; e tanto poco qui l'esortazione
ha il significato cartesiano e malebranchiano d’un rifiuto dell’erudizione e
dell'autorità, che, per non dir altro, nel medesimo luogo al quale di
sopra si è ALLUSO, si trova avvertito
che la Scienza suppone una grande e varia cosi dottrina come erudizione, dalle
quali prende le verità come già conosciute per valersene da termini per fare le
sue proposizioni. Nella sua gnoseologia V., insomma, diventa non già più
cartesiano ma sempre più vicinano, sempre più lui. Cartesio non pare gli
servisse neppure come tramite attraverso
cui giungere alla persuasione della possibilità di costruire colla mente la
scienza della mente. Il tramite vero fu il criterio stesso di V. della verità,
messo a contatto coll’osservazioni che l'autore venne facendo nel corso dei
suoi studi storici. Che se si volessero cercare precedenti, nella storia della
filosofia, alla forma della gnoseologia
di V., bisognerebbe, circa la divisione
dei due mondi di realtà e delle due sfere di conoscenza, e circa la preferenza
manifestata pelle indagini morali rispetto alle naturali, correre col pensiero
alla posizione assunta da Socrate verso i fisiologi del suo tempo, al
sentimento di religioso mistero onde il filosofo attico arretra innanzi al mondo della natura e si rivolge a indagare
la conformazione dell'animo umano. E, circa la maggiore trasparenza delle
scienze morali in quanto concernono cose che l'uomo stesso ha prodotto, si
potrebbe richiamare la partizione del LIZIO delle scienze in fisiche, che
considerano il movimento estrinseco all'uomo, e in pratiche e poietiche,
che considerano le cose prodotte
dall'uomo. La distinzione era passata nella filosofia delle scuole; e AQUINO parla
della natura come ORDO QUEM RATIO
CONSIDERAT SED NON FACIT, e del mondo dell'attività umana come ORDO QUEM RATIO
CONSIDERANDO FACIT. Ma queste riferenze non sono indicate da V., il quale pure
assai si compiace nel fare omaggio dei
propri pensieri agl’antichi filosofi; e, ammesso anche che avessero qualche
efficacia sopra di lui, è certo che tra esse e la dottrina di V. sulla
conoscibilità del mondo umano corre distanza non minore che tra la proposizione
dell'onniscienza di Dio creatore e il principio gnoseologico che egli sa
ricavarne. Di questo principio, la
dottrina di V. sulle scienze morali è né più né meno che la prima legittima
applicazione; e inesattamente il suo autore, come di solito, poi, gl'interpetri,
ebbe a presentarla quale semplice estensione dell’applicazioni già date, un
secondo caso aggiunto a quello già contemplato delle scienze matematiche. Nel
caso delle scienze matematiche, il
principio della conversione del vero col fatto veniva applicato solo in
apparenza. Originale e vero, quel principio; originale e vera la teoria delle
matematiche; del tutto artificiale e falsa la connessione delle due verità.
Manca, se non c'inganniamo, un effettivo rapporto tra il concetto di Dio che
crea il mondo, e, perché lo crea, lo conosce; e quello di colui che costruisce arbitrariamente un
mondo di astrazioni e, nel fare ciò, non conosce nulla o conosce soltanto, quando
non è più geometra o arimmetico ma filosofo, quando scrive non gl’Elementi d’Euclide
ma le pagine di gnoseologia del De antiquissima, che egli procede
arbitrariamente. Se le discipline matematiche foggiano i concetti a libito, se producono finzioni e non verità,
esse, a dir vero, non sono scienze né conoscenze di sorta, e non c'è
possibilità di porle a riscontro colla scienza divina, che è scienza della
reale realtà. Nelle matematiche, dice V.,
l'uomo, contenendo dentro di sé un immaginato mondo di linee e di numeri, opera
talmente in quello coll'astrazione, come
Dio nell'universo colla realtà.
Il riscontro può riuscire brillante, ma risplende, forse, di luce piuttosto
metaforica che logica. Nella FILOSOFIA MORALE, invece, il riscontro è tanto
logico che deve dirsi senz'altro coincidenza. Il sapere umano è,
qualitativamente, il medesimo del divino, e al pari del pensiero divino conosce
il mondo umano; sebbene, quantitativamente
più ristretto, non si estenda, come
quello, al mondo della natura. Nel campo umano, non più espedienti di
debolezza, non più finzioni, non più falsificazioni: qui si è nella maggiore
concretezza del conoscere. L'uomo crea il mondo umano, lo crea trasformandosi
nelle cose CIVILI – CIVILE CONVERSAZIONE;
e, col pensarlo, ricrea la sua
creazione, ripercorre vie già percorse, la rifa idealmente e perciò conosce con
vera e piena scienza. Questo è davvero un mondo, e l'uomo è per davvero il Dio
di questo mondo. Ci sembra, dunque, incontrastabile che solamente
l'applicazione del verum- factum, quale si effettua nella Scienza, risponda al
criterio stabilito; e che l'altra che ne
era stata anteriormente tentata pelle matematiche, importante per altri
rispetti e validissima a liberare gli spiriti dal pregiudizio matematico, non
si possa considerare vera e propria applicazione. E, forse, V. ebbe talvolta
qualche sentore della differenza tra le due applicazioni, la propria e la
metaforica, che per solito confuse come identiche. La scienza del mondo umano, egli dice, procede appunto come la geometria che,
mentre sopra i suoi elementi il costruisce o'1 contempla, essa stessa si faccia
il mondo delle grandezze; ma con tanto più di realità quanta più ne hanno gl’ordini
d'intorno alle faccende degl’uomini, che non ne hanno punti, linee, superficie
o figure. E un altro indizio della
coscienza che s’accende a tratti in lui d’avere pella prima volta, nella
dottrina circa il mondo umano, ritrovata una conoscenza vera e propria, non una
mera finzione di conoscenza, potrebbe vedersi nell'uso assai più convinto, più
caldo ed entusiastico che egli fa, in questo caso, dell'epiteto divino; ben
diverso da quello freddo, se non
propriamente ironico, dell' ad Dei instar nel De antiquissima. Le prove
della Scienza, dice più d'una volta, con rapimento, sono d'una spezie divina, e
debbono, o leggitore, arrecarti un divin piacere, perocché in Dio il conoscere e il fare è una medesima
cosa! La conversione del vero col fatto nella FILOSOFIA MORALE non poteva non
ripercuotersi nella trattazione del
certo ossia, secondo uno dei parecchi significati, e forse il principale, che V.
attribuisce a questa parola, delle cognizioni storiche, del peculiare, certuni,
contrapposto al commune o veruni; il che forma l'altro tratto importante della
gnoseologia di V. Nella gnoseologia, quelle cognizioni erano legittimate e
protette, come si è visto, col
parificarle a ogni altra sorta di conoscenze tutte egualmente deboli o
egualmente forti, perché tutte fondate sulla probabilità e sull'autorità, sia
dell'individuo, autopsia, sia del genere umano. Ma, redenta dall'autorità e
dalla probabilità la conoscenza dello spirito umano e delle sue leggi, le
cognizioni storiche, quantunque di loro natura
fondate sempre in qualche modo sull'autorità, venivano rischiarate di
nuova luce. Il certo dove entrare in un nuovo rapporto, perché aveva ormai di
fronte non un altro certo, ossia una semplice conoscenza probabile circa lo
spirito umano, ma un vero, una conoscenza filosofica. Questo rapporto è
chiamato altresì da V. il rapporto di filosofia e filologia, la prima delle quali versa circa
necessaria naturai e contempla la ragione onde viene la scienza del vero, la
seconda circa piatita fiumani arbitrii e
osserva l'autorità onde viene la coscienza del
certo. L'una considera l'universale, l'altra l'individuale, l'una, dice Leibniz,
le vérités de raison, l'altra le vérités de fait. Distinzione che non è mantenuta dappertutto, presso V., nella
medesima nettezza; tanto che a volte l'autorità contrapposta alla ragione
diventa, secondo lui, parte della ragione stessa, o si confonde colla
conoscenza dell'arbitrio umano, contrapposta a quella della volontà razionale;
ma di cui è per altro chiarissimo il senso generale. E per filologia V. non
intende solamente lo studio nella via
delle parole – GRICE STUDIES IN THE WAY OF WORDS -- e della loro storia, ma,
poiché alle parole sono annesse le idee delle cose, anzitutto la storia delle
cose; onde i filologi debbono trattare di guerre, paci, alleanze, viaggi,
commerci, di costumi, leggi e monete, di geografia e di cronologia, e d’ogni
altra cosa che s’attenga alla vita
dell'uomo nel mondo. La filologia insomma (nel significato di V. – GRICE
UTTERER’S MEANING -- che è poi il
significato esatto) abbraccia non solamente la storia delle lingue o delle
letterature, ma quella altresì delle idee e dei fatti, della filosofia e della
politica. Certamente, la filologia, le verità di fatto, il certo non sempre
erano stati brutalmente maltrattati come
dai cartesiani. Grozio da esempio di vastissima erudizione storica, messa a
servigio delle sue dottrine sul diritto naturale. GRAVINA (vedasi),
contemporaneo e connazionale di V., richiede come necessarie al giurisperito
non solo la ratiocinandi ars, ma la LATINAE LINGVAE PERITIA e la notitia
temporum. E Leibniz, or ora ricordato, riasseriva l'importanza dell'erudizione
contro i cartesiani e padroneggia da gran signore i più svariati aneddoti
storici, che profonde a piene mani nei suoi libri. Ma V. nota che filosofia e
filologia rimaneno tuttavia estranee l'una all'altra, come erano state quasi
del tutto presso I ROMANI: i tanti luoghi di storici, oratori, filosofi e poeti, che Grozio accumula,
costituivano un puro ornamento; e il medesimo V. avrebbe giudicato forse, se ne
avesse avuto conoscenza e ce n’avesse comunicato il suo giudizio, del largo uso
che Leibniz fa della storia. Leggendo i libri dei filologi, egli prova un tal
senso di vuoto e di fastidio per l'affastellamento inintelligente delle
notizie storiche, che era tratto quasi a
dare ragione, e dovè darla per qualche tempo incondizionatamente, a Cartesio e
Malebranche nel loro odio contro l'erudizione. Senonché, pensa dipoi, quei due
filosofi, in cambio di sprezzare l'erudizione, avrebbero dovuto piuttosto indagare
se non fosse stato possibile richiamare la filologia ai principi della
filosofia; e i filologi, da parte loro,
invece d’arrecare i fatti a pompa d’erudizione, debbono industriarsi d’elaborarli
a fini di scienza. La filologia è da ridurre a scienza: ceco il pensiero di V.
circa i rapporti del certo col vero, della filologia colla filosofia. Che cosa
vuol dire ridurre la filologia, o la storia, che è lo stesso, a scienza o a
filosofia? A rigore, la riduzione non è
possibile, non perché si tratti di cose eterogenee, ma anzi perché quelle sono
omogenee: la storia è già intrinsecamente filosofia; non è possibile proferire
la più piccola proposizione storica senza plasmarla col pensiero, cioè, colla
filosofia. Ma poiché questo presupposto filosofico della filologia allora non
era avvertito, come non fu molto spesso
neppure nei tempi seguenti, e facilmente veniva negato; poiché i più, come
sappiamo, o concepivano un'aristocratica filosofia geometrica, disdegnosa e
aborrente dal profanum vulgus dei casi storici, ovvero, come fa prima V. stesso,
una filosofia e una storia egualmente poco rigorose e meramente opinabili; V.,
mutato il suo punto di vista filosofico,
raggiunta la coscienza del metodo speculativo nella scienza dell'uomo, inteso
più profondamente lo spirito umano, dove scorgere quanto ci fosse da riformare
nella storiografia corrente, sentire il bisogno d’una più perfetta filologia
come conseguenza della sua più perfetta filosofia, e in termini gnoseologici
esprimerlo con quella formola del
richiamare alla filosofia la filologia, ut haec posterior, ut par est, prioris
sit consequentìa. Dove, in altre parole, togliere la storia dalla sua
condizione d'inferiorità, dalla servitù al capriccio, alla vanità, al
moralismo, alla PRECETISTICA (GRICE) o ad altri fini estrinseci, e riconoscerle
il fine proprio e intrinseco di necessario complemento del vero universale. In
pari tempo, la filosofia si sarebbe riempita di storia, affiatata colla storia;
e da questo affiatamento avrebbe acquistato maggiore larghezza e un senso più
vivo della realtà concreta da spiegare. Tale, senza dubbio, è uno dei
significati che ha la formola di V. del congiungimento di filosofia e filologia
e della riduzione della filologia a
scienza. Ma non meno è fuori dubbio che, nel pronunziare quella formola, V. voleva qualcosa di più e, di
solito, intende qualcosa d'altro. Questo qualcos'altro può, nel modo più
diretto, essere chiarito dall'appello che egli fa a Bacone e al suo metodo di
filosofare più accertato: metodo espresso nel titolo del libro baconiano:
Cogitata et visa – GRICE E WARNOCK -- ,
e che V. si propone di trasportare dalle
naturali alle umane cose CIVILI CIVIL CONVERSAZIONE. Esige, insomma, la
costruzione d’una storia tipica delle società umane, cogitare, da riscontrare
poi nei fatti, videre, accertando coi fatti la costruzione ideale e avverando
colla costruzione ideale i fatti, confermando
la ragione coll'autorità e l'autorità colla ragione; d’una scienza che
fosse insieme filosofia dell'umanità e storia universale delle nazioni. Ora questa
costruzione che egli esige, questo qualcosa di mezzo tra il cogitare e il
videre, tra il pensiero e l'esperienza, questo misto dei due processi, è
intrinsecamente diverso dalla unita, di filosofia e filologia in quanto interpetrazione filosofica dei dati
di fatto. Questa interpetrazione è la storia vivente; l'altra non è né
filosofia né storia, ma una scienza empirica dell'uomo e delle società,
materiata di schemi che non sono le extratemporali categorie filosofiche e
neppure gì'individuali fatti storici, benché senza categorie filosofiche e
senza fatti storici non potrebbero mai
costruirsi: una scienza empirica, e perciò né esatta né vera, ma solamente
approssimativa e probabile, e soggetta a verificazione e rettificazione da
parte cosi della filosofia come della storia. Sarebbe impossibile determinare
quale di codesti due significati della filologia ridotta a storia sia quello
proprio di V., perché nel suo pensiero
si trovano tutti e due; o quale prevalga, perché effettivamente prevale
ora l'uno ora l'altro, quantunque il secondo, quello empirico, sia più di
frequente formolato. Anzi si potrebbe dire che, quando V. intitolava Scienza la
sua opera, il principale dei significati che da a questo titolo invidioso si
riferiva appunto a quella scienza empirica: alla scienza cioè che e insieme filosofia e storia dell'umanità, alla storia ideale delle leggi
eterne sopra le quali corrono i fatti d’ogni nazione nel sorgimento, progresso,
stato, decadenza e fine. V., in realtà, non unifica mai, e non poteva, i due
diversi significati, e ne serba la duplicità, la quale, appunto perché non e
distinta chiaramente, prende apparenza
d'identità. Di qui la parziale giustificazione d’entrambe le tendenze
che si sono manifestate tra gl'interpetri, dei quali alcuni vogliono che V.
professa e adopera il metodo speculativo, altri che il suo metodo e, nell'idea
e nell'attuazione, empirico, induttivo e psicologico; gl’uni che egli mira a
dare un sistema di filosofia dell'umanità, gl’altri che si
propones una sociologia o una demopsicologia. Unilaterali entrambi, ma i
secondi più dei primi, perché se in
verità in V. c'è di Bacone e c'è dell’ACCADEMIA,
dell'empirista e del filosofo, quando poi si colga il carattere del suo
ingegno, quando si penetra nell'intimo del suo spirito, e si partecipa ai suoi
dissidi e al suo magnanimo sforzo, si deve
riconoscere che V., checché volesse e credesse, e della stoffa di un ACCADEMICO e non d’un Bacone; che Bacone stesso del quale egli
parla è mezzo immaginato da lui, è un Bacone alquanto ACCADEMICO; e che la
Scienza gli pare, in fondo, cosi non perché e un'empìrica costruzione alla
Bacone, nel quale caso niente di più vecchio, bastando ricordare la Politica del LIZIO e i discorsi
di MACHIAVELLI, ma perché e tutta pregna d’una filosofia, la quale, infatti,
irrompe d’ogni parte, attraverso tutta la sua empiria. La poca chiarezza circa
il rapporto di filosofia e filologia, l'indistinzione dei due modi affatto
diversi di concepire la riduzione della filologia a scienza, sono conseguenza e cagione insieme dell'oscurità che regna nel
saggio di V. sulla scienza. Col quale nome intendiamo tutto quel complesso di
ricerche e dottrine che V. venne mettendo fuori, e che, elaborato precipuamente
nelle tre opere del De uno universi iuris principio et fine uno e della
Scienza, ha nella redazione definitiva di quest'ultima la sua forma più sviluppata, alla quale principalmente giova
riferirsi. La scienza, in modo conforme al vario significato del termine e del
rapporto tra filosofia e filologia, consta di tre ordini di ricerche:
filosofiche, storiche ed empiriche; e contiene tutt'insieme una filosofia dello
spirito, una storia, o gruppo di storie, e una scienza sociale. Alla prima
appartengono le idee, enunciate in
alcuni assiomi o DIGNITA e sparse altresì nel corso del saggio, sulla fantasia,
sull'universale fantastico, sull'intelletto e l'universale logico, sul mito,
sulla religione, sul giudizio morale, sulla forza e il diritto, sul certo e il
vero, sulle passioni, sulla provvidenza, e tutte l’altre determinazioni
concernenti il corso o sviluppo
necessario della mente ossia dello spirito umano. Alla seconda, ossia
alla storia, l'abbozzo d’una storia universale delle razze primitive e
dell'origine delle varie civiltà; la caratteristica della società barbarica o societa
eroica antica in Grecia e SPECIALMENTE IN ROMA SOTTO L’ASPETTO della religione,
del costume, del
diritto, DELLA LINGUA, della costituzione politica; l'indagine sulla
poesia primitiva, che s’esemplifica poi più largamente colla determinazione
della genesi e del carattere dei poemi omerici; la storia delle lotte sociali
tra PATRIZIATO e plebe e dell'origine della REPUBBLICA, studiata anch'essa PRINCIPALMENTE
IN ROMA; la caratteristica della barbarie
ricorsa, ossia del medioevo, anch'esso studiato in tutti gl’aspetti
della vita e raffrontato colle società barbariche primitive. Finalmente, alla
scienza empirica si richiama il tentativo di stabilire un corso uniforme in
ogni nazione, concernente la successione cosi delle forme politiche come dell’altre
e correlative manifestazioni teoretiche e pratiche della vita, e i tanti tipi che V. viene
delineando del PATRIZIATO, della plebe, del feudalesimo, della patria potestà e
della famiglia, del diritto simbolico, del linguaggio metaforico, della
scrittura geroglifica, e via discorrendo. Ora se questi tre ordini di ricerche
e dottrine fossero stati logicamente distinti nella mente di V. e solo
letterariamente mescolati e compressi in un medesimo saggio, questo sarebbe
potuto riuscire disordinato, sproporzionato, disarmonico, e perciò faticoso a
chi si fa a leggerlo, ma non veramente oscuro. Né, del resto, in linea di
fatto, può dirsi che la scienza, almeno
l'esposizione definitiva che V. offri del suo
pensiero, difetti d’un disegno generale, abbastanza ben concepito. L'opera è divisa. La prima parte
raccoglie i principi generali, cioè la
filosofia. La seconda parte, oltre un breve cenno sulla storia universale
antichissima, descrive la vita delle società barbariche, e ad esso forma
appendice una terza parte sulla discoverta del vero Omero, e cioè sul più
cospicuo esempio della poesia barbarica.
Una quarta parte delinea la scienza empirica del corso che fanno ogni nazione.
La quinta ed ultima parte esemplifica il ricorso col caso particolare del
medioevo. E tuttavia, a dispetto di questa bella architettura, la scienza,
com'è la più ricca e compiuta, cosi è IL PIU OSCURO tra i saggi di V.. Se,
d'altra parte, V., pur avendo ben chiare in mente le sue idee, adopera una terminologia insueta o una forma
troppo concisa d’esposizione e troppo piena d’allusioni e d'inespressi presupposti – L’IMPLICATURE DI GRICE! --, e senza dubbio un filosofo difficile, ma,
neppure in questa ipotesi, oscuro. La
quale ipotesi neanche risponde alla realtà, giacché V. è assai parco di termini
scolastici e predilige le espressioni
vive e popolari; è filosofo robusto ma non laconico, e spesso si compiace di
ripetere le sue idee fermandovisi sopra a più riprese e con molta insistenza;
emette in tavola tutte le sue carte, cioè tutto il materiale erudito dal quale
gli sono state suggerite le dottrine. Né, infine, si è detto molto quando si è
detto che a V. manca piena coscienza delle sue scoperte; perché questa
coscienza manca più o meno in ogni filosofo
e in nessuno può essere mai piena. L'oscurità, la vera oscurità, quella che s’avverte in V., e che a
volte avverte egli stesso senza riuscir mai a trovarne la causa, non è
superficiale e non nasce da cagioni estrinseche o accidentali, ma consiste
veramente in oscurità d'idee, nella
deficiente intelligenza di certi nessi e nella sostituzione con nessi fallaci,
nell'elemento arbitrario che perciò s'introduce nel pensiero, o, per dirla nel
modo più semplice, in veri e propri errori. Si potrebbe riscrivere la scienza
rifacendone l'ordine e mutandone o schiarendone la terminologia, chi scrive ha
fatto per suo conto questa prova, e
l'oscurità persiste, anzi si
accresce, perché in siffatta traduzione il saggio, perdendo la forma
originale, perde altresì quella torbida ma possente efficacia che può tenere
luogo talvolta della chiarezza e che, dove non illumina, scuote lo spirito del
lettore e propaga l'onda del pensiero quasi per vibrazioni simpatetiche. Che
cagione dell'oscurità, ossia dell'errore
o degl’errori di V., sia l' indistinzione o confusione già notata nella sua
gnoseologia circa il rapporto tra filosofìa, storia e scienza empirica, e
sussistente non meno nel suo effettivo pensiero intorno ai problemi dello
spirito e della storia umana, risulta dall'osservare come filosofia, storia e
scienza empirica si convertano a volta a volta
presso di lui l'una nell'altra e, danneggiandosi a vicenda, producano
quelle perplessità, equivoci, esagerazioni e temerità, che sogliono turbare il
lettore della scienza. La filosofia dello spirito s’atteggia ora come scienza
empirica ora come storia; la scienza empirica ora come filosofia ora come
storia; e la proposizione storica acquista l'universalità del principio filosofico o la generalità
dello schema empirico. Per esempio, la filosofia dell'umanità assume di
determinare le forme, categorie o momenti ideali dello spirito nella loro
successione necessaria, e bene merita per tal rispetto il titolo o la
definizione di storia ideale eterna sulla quale corrono nel tempo le storie
particolari, non potendosi concepire
nessun frammento, per piccolo che sia, di storia reale, dove non operi quella
storia ideale. Ma poiché storia ideale è anche per V. la determinazione
empirica dell'ordine in cui si succedono le forme delle civiltà, degli stati,
dei LINGUE, degli stili, delle poesie, accade che egli concepisca la serie
empirica come identica alla serie ideale e
fornita delle virtù di questa; onde la pronunzia tale che debba sempre
esattamente riscontrarsi nei fatti, fosse anco che nell'eternità nascessero di
tempo in tempo mondi infiniti; il che è apertamente falso, non essendovi alcuna
ragione che si ripetano in perpetuo, col dovette, deve e dovrà, l’empirica
aristocrazia di ROMA, e la civiltà sorgano o
decadano pell'appunto come sorsero o decaddero quella della ROMA ANTICA.
E nel medesimo atto di questo assolutizzamento del corso empirico, il corso
ideale si vela d’un'ombra empirica, perché, reso identico all'altro, riceve il
carattere empirico dell'altro, e si temporalizza, d’eterno ed extratemporale
che e nella concezione iniziale. Si dica il
medesimo delle singole forme dello spirito, le quali, come ideali ed
extratemporali, sono tutte e sempre in ogni singolo fatto; ma V., confondendole
coi fatti reali e concreti che la scienza empirica fissa nei suoi schemi,
viene, subito dopo averle proposte, ad abbuiarle nella loro ideale forma e
distinzione. È vero che il momento della forza non e quello della giustizia; ma il tipo empirico
della società barbarica fondata sulla forza, appunto perché è una
determinazione rappresentativa e approssimativa, e si riferisce a uno stato di
cose concreto e totale, non contiene solamente forza, si anche giustizia; e
quando quel momento ideale e quel tipo sono scambiati fra loro e presi come
identici, da una parte il concetto
filosofico della forza – il ROMOLO e il neo-TRASIMACO di Grice -- s'intorbida
di quello di giustizia – il neo-Socrate di Grice e REMO -- e, facendosi ibrido e contradittorio e
incoerente, si sforma, dall'altra il tipo empirico della società barbarica
viene esagerato e di troppo irrigidito. La confusione dell'elemento filosofico
e dell'empirico si può dire manifesta
nella DIGNITA che definisce la natura delle cose: Natura di cose altro non è
che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che
sono tali, indi tali e non altre nascono lo cose; dove appaiono messi insieme
le guise e i tempi, la genesi ideale e la genesi empirica. Similmente, è
verissimo che la storia procede
d'accordo colla filosofìa, e che quello che è filosoficamente ripugnante non
possa essere giammai storicamente accaduto; ma, poiché per V. la filosofia è indistinta dalla
scienza empirica, egli, dove il documento gli manca e perciò nessuna filosofia
è applicabile, si sente tuttavia sicuro della verità, e, riempiendo il vuoto colla congettura che gli fornisce lo schema della
scienza empirica, s'illude di aver fatto ricorso a prove metafisiche. O anche,
trovandosi innanzi a fatti dubbi, anziché attendere che la scoperta ài altri
documenti dissipi le dubbiezze, risolve il dubbio col prenderli, come egli
dice, in conformità delle leggi, cioè sempre dello schema empirico; il che, in
via d'ipotesi, è certamente lecito. Ma
queir ipotesi è, invece, per V., una verità meditata in idea, sicché il
riscontro coi fatti, che egli pure raccomanda per conferma, dove essere
superfluo; o, se i fatti nel riscontro risultassero contrari, il torto dovrebbe
essere dei fatti, cioè dell'apparenza, non mai dell'ipotesi, affermata come
verità indubbia – GRICE MEANING AND VALUE -- perché filosofica. Di qui la
tendenza, che è in V., a fare, come si dice, violenza ai fatti. Bastino questi
esempì a indicare il vizio intimo di struttura che è nella scienza, e a porre
uno dei capisaldi della nostra esposizione e della critica di CROCE del
pensiero di V., nel corso delle quali molti altri esempì ci si faranno spontaneamente innanzi e anche i già dati
saranno meglio schiariti. Ma un altro caposaldo che bisogna bene stabilire è
che quel vizio è il vizio d’un organismo sommamente robusto, e che gl’ordini di
ricerche che vengono da V. confusi sono costituiti d’effettive ricerche di
straordinaria novità, verità e importanza. E, insomma, il vizio medesimo
che s'incontra di frequente presso
gl'ingegni assai originali e inventivi, i quali di rado portano a perfezione
nei particolari le loro scoperte; laddove gl'ingegni meno inventivi sogliono
essere più. esatti e conseguenti – GRICE HARDY --. Profondità e acume non
sempre vanno insieme e con pari vigore; e V., quantunque non fosse molto acuto,
era sempre molto profondo. Luce e
tenebre, verità ed errore che s’alternano e incrociano quasi a ogni punto della
scienza, sono diversamente appresi secondo le diverse anime dei lettori e
critici; anzi, in casi eminenti com'è questo di V., si possono scorgere in modo
più netto tali diversità. Vi sono anime restie e diffidenti, pronte a notare
ogni più piccola contradizione,
inesorabili nell'esigere le prove d’ogni affermazione, vigorose nel maneggiare
le tenaglie dei dilemmi che stritolano senza pietà un povero grand'uomo. Per
costoro l'opera di V., e molte altre
della stessa qualità, è un libro chiuso; e, tutt'al più, offrirà loro
l'argomento per una di quelle cosi dette demolizioni, che essi compiono
con grande facilità e gusto, sebbene con
scarso successo, perché l'uomo da essi ucciso, dopo morto, suole restare più
vivo di prima. Ma vi sono altre anime, che alla prima parola che vada diritta
al loro cuore, al primo raggio di verità che lampeggi ai loro occhi, s’aprono
tutte con desiderio, s’abbandonano con fiducia, s'inebriano d'entusiasmo,
non vogliono sapere di difetti, non
scorgono difficoltà, o le difficoltà appianano subito e i difetti giustificano
nel modo più semplice, e, quando per caso scrivono, le loro scritture si
configurano come apologie – SCHIFFER SU GRICE – I trust Paul will forbear of my
apostasy”. E per costoro è da temere che
la scienza sia un libro troppo aperto – ECO – OPERA APERTA. Certamente, se fra
questi due atteggiamenti opposti non ce ne fosse un terzo, se bisogna
risolversi di necessità pell'uno o pell'altro, sarebbe da preferire il peccato
del troppo vivo amore a quello della gelida indifferenza, la troppa fede, che
pur lascia cogliere qualche aspetto del vero, alla nessuna fede che non ne
lascia vedere alcuno. Ma un terzo atteggiamento
è possibile, ed è doveroso pel critico: quello di non perdere mai di vista la
luce, ma di non dimenticare le oscurità; di giungere allo spirito passando
oltre la lettera, ma di non trascurare la lettera, anzi di ritornarvi di
continuo, procurando di mantenersi interpetre libero ma non fantasioso, amante
fervido ma non cieco. I due capisaldi
stabiliti, il vizio e la virtù che si sono riconosciuti propri della mente di V.,
la sua geniale confusione o la sua genialità confusionaria, impongono perciò
come generale canone ermeneutico d’andare separando per via d'analisi la schietta filosofia che è in lui
dall'empiria e dalla storia colle quali è commista e quasi incorporata, e
altresì queste da
quella, e di notare via via gl’effetti e le cause della commistione. Le
scorie non possono essere considerate inesistenti, congiunte come sono all'oro
nello stato di natura, ma non debbono impedire di riconoscere e purificare
l'oro; o, fuori di metafora, la storia dev'essere storia senza dubbio, ma tale
non è se non è intelligente. Delle forme dello spirito V. studia nella scienza
principalmente, e si potrebbe dire esclusivamente, quelle inferiori o
individualizzanti, che egli designa tutt'insieme col nome di certo: nello
spirito teoretico la fantasia, nello spirito pratico la forza o arbitrio, e
nella scienza empirica corrispondente alla filosofia dello spirito, la civiltà
barbarica o sapienza poetica, la cui
investigazione costituisce, come egli stesso dice, quasi tutto il corpo
dell'opera. Perché e come egli prende cosi forte interesse a codeste forme
inferiori e alle società primitive e storie barbariche che le rappresentavano,
è anche qui, nell'aspetto estrinseco, spiegato dagli studi che V. ebbe a
condurre sul DIRITTO ROMANO e sui tropi
e le figure rettoriche – GRICE, FIGURE OF SPEECH --, dalla tradizione
umanistica ancora viva in Italia, dal culto allora rinvigorito pelle scienze
archeologiche, dalla curiosità che spinge
a indagare L’ANTICHISSIMA CIVILTA ITALIANA, e via enumerando. Ma altri
non pochi, nel suo tempo e nel suo stesso paese, trattarono le medesime materie senza punto acquistare la
predilezione e la penetrazione del fantastico, dell'ingenuo, del violento: cose
delle quali lo stesso V. possede la predilezione, ma non ancora la
penetrazione, quando compone il De
antiquissima. Sicché la ragione piena di queir interessamento si vede
quando si consideri l'origine del V. filosofo e si tenga presente il carattere della sua mente,
antitetica allo spirito cartesiano. Il cartesianismo, tatto rivolto alle forme
universalizzanti e astrattive, trascura le individualizzanti; e tanto più V.
dove essere attirato d’esse come d’un mistero. Il cartesianismo rifuggiva con
orrore dalla selva selvaggia della storia; e V. s'interna bramoso in quella
parte appunto della storia, nella quale,
per cosi dire, è più forte il sentore della storicità: nella storia che è più
lontana e diversa dalla psicologia dell’età colte. Il cartesianismo generalizza
questa psicologia a tutti i tempi e a tutti i popoli, e V. era portato a
indagare nelle loro profonde differenze e opposizioni i modi di sentire e di
pensare delle varie età. Lo sforzo grande che bisogna fare, e che egli stesso fa,
per riprendere, attraverso l'intellettualismo, la coscienza della psicologia
primitiva, è espresso da V., dove parla delle aspre difficultà che gli era
costata la ricerca per discendere da
queste nostre umane nature ingentilite a quelle affatto fiere ed immani, le
quali ci è affatto negato d'imaginare e solamente a gran pena ci è permesso
d'intendere; o, poco diversamente, quando insiste sull'impossibilità ora che le
menti umane sono troppo ritirate dai sensi perfino presso il volgo, adusate ai
tanti vocaboli astratti, assottigliate coll'arte dello scrivere, quasi
spiritualizzate dalla pratica dei numeri d’entrare nella vasta immaginativa dei
primi uomini, le menti dei quali di
nulla sono astratte, di nulla assottigliate – GRICE ONE OFF IMPLICATURE --, di
nulla spiritualizzate, anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate dalle
passioni, tutte seppellite nei corpi, e di formare l'idea, per es., della
natura simpatetica. E quello sforzo, doloroso ma trionfante, che aveva dovuto
compiere, era un'altra delle ragioni pelle
quali egli sente come nuova la scienza. Di questa infatti, ossia della ricerca
sulla forma ideale e sull'epoca storica del certo, manca, egli dice,
tutta la filosofìa. L’ACCADEMIA la
tenta invano nel Cratilo, perché gli era rimasta ignota LA LINGUA dei primi
legislatori, dei poeti eroi, tratto in inganno dalle forinole emendate e
ammodernate che le leggi erano venute
rivestendo via via in Atene. In un errore analogo sono caduti BORDONE (vedasi) Scaligero,
Sanchez e Schopp, che presero a spiegare le lingue coi
principi della logica, e della logica del LIZIO, sorta tanti secoli DOPO le
lingue. E Grozio, Selden, Pufendorf e gl’altri
filosofi del diritto naturale meditarono anch'essi sulla natura – GRICE NATURAL MEANING -- umana
ingentilita dalla religione e dalle leggi, sicché ritrassero il corso storico
cominciando dalla metà in giù; ossia si fermarono sull'intelletto e ignorano la
fantasia, sulla volontà moralmente disciplinata e trascurarono la
selvaggia passione. Egli stesso, V., se
col prendere a indagare l'antichissima
sapienza ITALIANA da segno del suo interessamento per quel problema,si
era, per altro, sviato nella ricerca, seguendo l’orme dell'autore del Cratilo. Sotto
l'aspetto filosofico, la scienza, per questa preponderanza che vi ha l'indagine
delle forme individualizzanti e in ispecie della fantasia, la dottrina dei
primi popoli come poeti e del loro pensare
per caratteri poetici è, dice V., la chiave maestra dell'opera, si
potrebbe non troppo paradossalmente definire una filosofia dello spirito con
particolare riguardo alla filosofia della
fantasia, cioè all'Estetica. L'Estetica è da considerare veramente una
scoperta di V.: sia pure colle riserve onde s'intendono sempre circondate tutte
le determinazioni di scoperte e di
scopritori, e quantunque egli non la tratta in un saggio speciale – GRICE
IMPLICATURE --, né le da il nome fortunato col quale doveva battezzarla Baumgarten.
Del resto, giova notare che nella terminologia della scienza nuova s'incontra
un nome simile ad alcuno degl’equivalenti che Baumgarten passa in rassegna pell'Estetica:
quello di Logica poetica. Ma, in fondo,
il nome importa poco, e assai importa la cosa; e la cosa è che V. espone una
idea della poesia, che era a quei tempi, e dove rimanere per un pezzo ancora,
un'ardita e rivoluzionaria novità. Persiste allora la vecchia idea praticistica
o pedagogica, che dalla tarda antichità, attraverso il Medioevo, si era
trapiantata e radicata nel Rinascimento,
della poesia come ingegnoso rivestimento popolare di sublimi concetti
filosofici – METAFORA, IPERBOLE, MEIOSI, SINEDOCCHE -- e teologici – ANALOGIA,
ALLEGORIA; e, accanto a questa, sebbene
in grado minore, l'altra che la considera come prodotto o strumento di svago e
di voluttà -- rettorica e prammatica infernza, non logica – PRATT GRICE
BERKELEY. Queste concezioni avevano alterato perfino il senso originale del
trattato del LIZIO della Poetica, nel quale venivano introdotte e poi lette
come se effettivamente il LIZIO le avesse pensate e scritte. Né il
cartesianismo le rettificò, ma piuttosto, com'era d’aspettare, data la sua
generale tendenza, attenuò e annullò
l'oggetto medesimo di quelle definizioni, come cosa di nessuno o di
trascurabile valore. In un tempo in cui si cerca di ridurre a forma matematica
la metafisica e l'etica, in cui si dispregia l'intuizione del concreto, s’escogitavano
una letteratura e una poesia atte a diffondere la scienza nel volgo o nel bel
mondo, s'iniziano tentativi per foggiare
lingue artificiali – il
deutero-esperanto di Grice -- logiche più perfette di quelle storiche e
viventi, e perfino si tene possibile di stabilire regole per comporre arie
musicali senza essere musicisti e poemi senza essere poeti; in codesto ambiente
distratto, gelido, nemico, beffardo, solo un miracolo sembra potesse
risvegliare una diversa e opposta
coscienza, una coscienza calda e veemente di quel che sia veramente la poesia e
della sua originale funzione; e questo miracolo fa compiuto dallo spirito
tormentato, agitato e scrutatore di V., il quale critica tutt' insieme le tre
dottrine della poesia, come esornatrice e mediatrice di verità intellettuali –
GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE --, come cosa di mero diletto, e come
esercitazione ingegnosa di cui si possa senza danno far di meno. La poesia non
è sapienza riposta, non presuppone la logica intellettuale, non contiene
filosofemi: i filosofi che ritrovano queste cose nella poesia, ve le hanno
ficcato dentro essi stessi, senza avvedersene. La poesia non è nata per
capriccio di piacere – cf. LORD GRICE
AESTHETIC INSTRUMENTALISM – maximise pleasure --, ma per necessità di natura.
La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile che, senza d’essa, non sorge il
pensiero: è la prima operazione della mente umana. L'uomo, prima d’essere in
grado di formare universali, forma fantasmi; prima di riflettere con mente pura, avverte con animo perturbato e
commosso; prima d’articolare, canta; prima di parlare in prosa, parla in versi;
prima d’adoperare termini tecnici, metaforeggia, e il suo parlare per metafore
è tanto proprio quanto quello che si dice proprio – FIGURA DE-FIGURA, RE-FIGURA.
La poesia, non che essere una maniera di divulgare la metafisica, è distinta e opposta alla
metafìsica: l'una purga la mente dai
sensi, l'altra ve la immerge e rovescia dentro; l'una è tanto più
perfetta quanto più s'innalza agl’universali, l'altra quanto più s’appropria
ai particolari, al concreto; l'una
infievolisce la fantasia, l'altra la richiede robusta; quella ci ammonisce di
non fare dello spirito corpo, questa si
diletta di dare corpo allo spirito; le sentenze poetiche sono composte di sensi
e passioni, quelle filosofiche di riflessioni, che, usate nella poesia, la
rendono falsa e fredda: non mai, in tutta la distesa dei tempi, uno stesso uomo
fu insieme grande metafisico e grande
poeta -- LUCREZIO. Poeti e filosofi possono dirsi gli uni il senso, gl’altri l'intelletto dell'umanità; e in tale
significato è da ritenere vero il detto delle scuole che niente è
nell'intelletto che prima non sia nel senso – ma l’intelletto medesimo. Senza il senso, non si
dà intelletto; senza poesia, non si dà filosofia né civiltà alcuna. Quasi più
miracoloso di questa concezione della
poesia è che V. intravedesse la qualità genuina della lingua: problema non meglio risoluto e
assai meno agitato e investigato dalla
filosofia. La lingua si sole, a volta a volta, o confonderlo colla logicità o
abbassarlo a semplice SEGNO estrinseco e convenzionale o, per disperazione,
dichiararlo d’origine divina. V. intende
che l'origine divina è, in questo caso, un rifugio da pigri, e che la lingua
non è né logicità NÉ ARBITRIO, e, al pari della poesia, non è prodotto
né di sapienza riposta NÉ DI PLACITO o convenzione. La lingua sorge NATURALMENTE.
Nella prima forma d’essa, gl’uomini si spiegarono con atti muti, ossia per cenni,
e con corpi aventi naturali rapporti all’idee che vuoleno SIGNIFICARE, ossia
per oggetti simbolici. Ma, anche pella
lingua articolata e la lingua volgare, con troppo di buona fede, cioè con
iscarso accorgimento, è stato ricevuto d’ogni filologo che esse SIGNIFICANO A
PLACITO; laddove, pell’anzidette origini, dovettero SIGNIFICARE NATURALMENTE –
Grice, MEANING NATURAL AND NON-NATURAL --, e ogni parola volgare cominciare certamente d’un singolo individuo –
GRICE IDIOSYNCRASY – d’una nazione e provenire dalla lingua primitiva per cenni
e per oggetti. Nella lingua del LAZIO, come nelle altre, s’osserva che quasi
ogni voce è formata per proprietà naturali o per trasporti; e il maggior corpo d’ogni
lingua, presso ogni nazione, è costituito dalla metafora – Grice YOU’RE THE
CREAM IN MY COFFEE. La diversa opinione deriva dall'ignoranza dei grammatici, i
quali, abbattutisi in gran numero di vocaboli che offrono idee confuse e
indistinte, non sapendone l’origini onde sono un tempo luminose e distinte,
escogitarono, per darsi pace, la dottrina del PLACITO e la convenzione, e vi
trassero il LIZIO e Galeno, armandoli contro l’ACCADEMIA e Giamblico. La grave
difficoltà che si suole mettere innanzi contro l'origine naturale del
linguaggio e in favore della convenzione, la diversità delle lingue volgari
secondo i popoli, si scioglie col considerare che i popoli, pella diversità dei
climi, temperamenti e costumi, guardarono le medesime utilità o necessità della vita sotto aspetti
diversi, e perciò produssero lingue diverse; com'è comprovato altresì dai
proverbi, che sono massime di vita umana sostanzialmente identiche, eppure
spiegate in tanti diversi modi quante sono state e sono le nazioni.
Singolarmente importante è poi l'insistenza onde V. professa d’avere ritrovato
le vere origini delle lingue nei
principi della poesia: con che viene, per una parte, riasserita l'origine
spontanea e fantastica della lingua, e dall'altra, se non per esplicito, certo
per implicito, si tende a sopprimere la dualità di poesia e lingua. Nei quali
principi della poesia V. ritrova non
solamente l'origine della lingua, ma anche quella delle lettere o
scritture, dichiarando errore di
grammatici la separazione fatta tra le due origini, che sono congiunte per
natura e che come tutt'una cosa si presentano nella lingua primitiva mutola,
per cenni e per oggetti. La sapienza riposta e la
convenzione non hanno luogo neppure qui: i geroglifici non sono un ritrovato di
filosofi per nascondervi dentro i misteri delle
loro grandi idee, ma comuni e naturali necessità d’ogni primo popolo; e
solamente le scritture alfabetiche nacquero tra i popoli già inciviliti per
effetto di libera convenzione. In altri termini, V. viene a distinguere, sia
pure in modo confuso, nelle cosi dette scritture quella parte che è
propriamente scrittura e perciò convenzione, dall'altra che è invece DIRETTA ESPRESSIONE – DAVIS GRICE MEANING AND
EXPRESSION – ESTETICA DI CROCE --, e perciò lingua, favola, poesia, pittura.
Caratteristica di queste scritture espressive o lingue è l'inseparabilità del
contenuto dalla forma; la loro ragione poetica è tutta qui: che la favola e L’ESPRESSIONE
sono una cosa stessa, cioè una metafora
comune ai poeti e ai pittori, sicché un mutolo senza espressione verbale
possa dipingerla. V. arreca in esempio d’esse alcuni aneddoti tradizionali,
come le cinque parole reali, la ranocchia, il topo, l'uccello, il dente
d'aratro e l'arco da saettare, che Idantura, re degli sciti, manda in risposta
a Dario che gli aveva intimato guerra; e l'apologo degl’alti papaveri che re TARQUINIO svolge innanzi agl’occhi
dell'ambasciatore di suo tìglio Sesto circa il modo di domare Gabì:
procedimenti ESPRESSIVI non diversi da costumanze che s’osservano ancora presso
popolazioni selvagge e presso i volghi; e poi, altresì, l’imprese, le bandiere,
gl’emblemi delle medaglie e monete. Una frivola favoletta – FAVOLA – FAME --,
che rimpicciolisce e calunnia l'ufficio
vero dell’imprese, narra come esse venissero inventate nei tornei di Germania,
qual costume di galanteria, dai garzoni che gareggiavano per meritare l'amore
delle nobili donzelle. Ma l’imprese, nel Medioevo, sono cosa seria, come a dire
la scrittura geroglifica di quell'età: un parlare – GRICE PARABOLARE -- muto,
che suppliva la povertà dei parlari convenuti o delle scritture alfabetiche; e
solamente più tardi, nei tempi colti, diventarono gioco e diletto, si
convertirono in imprese galanti ed erudite, le quali bisogna animare coi motti,
perché, ora, hanno SIGNIFICAZIONI solamente analoghe, laddove quelle primitive
e naturali sono mutole e tuttavia
parlano senza bisogno d'interpetri – Those spots didn’t mean anything to me,
but to the doctor they meant that he had the measles. In questa schietta
naturalità perdurano nei tempi colti alcune di tali forme espressive; per es.,
le insegne o bandiere, che sono una certa lingua armata, colla quale le
nazioni, come prive di FAVELLA, si fanno intendere tra loro nei maggiori affari
del diritto naturale delle genti, nelle guerre, alleanze e commerci. Cosi, al
lume del concetto estetico pensato da V., poesia, parole, metafore, scritture, simboli
figurati, tutto si rischiara di lampi e dà guizzi di vita: cose grandi e cose
piccole, l'EPOS e l'araldica. La dottrina delle forme fantastiche riceve un avviamento nuovo
affatto nella storia dell’idee; perché se
V. s’oppone coi suoi concetti alle scuole del suo tempo e specie alla
cartesiana, nemmeno poi annoda e ripiglia altra scuola o tradizione più o meno
remota. Egli stesso sente la propria opposizione come diretta non contro una
scuola particolare, ma contro tutte quelle
che, nei secoli, avevano formolato dottrine sull'argomento. Circa la
poesia dice che egli rovescia tutto ciò che se n’è pensato da Platone e poi da
Aristotele via via fino ai recenti Patrizzi, Scaligero BORDONE e Castelvetro
(si veda), i quali si perderono in inezie tali che fa vergogna fin riferirle. Patrizzi
fa nascere la poesia dai canti degl’uccelli
e dal sibilo dei venti! Circa la lingua,
il suo intendimento non è rimasto soddisfatto né da Platone né dai Lazio,
Scaligero BORDONE e Sanchez. Circa le lettere, rifiutata l'origine divina che
era sostenuta da Mallinkrot ed Elingio, o, che vale il medesimo, interpetratala
a suo modo, dà saggio per iscandalo delle vane opinioni, incerte, leggiere,
sconce, boriose e ridevoli, che le
facevano provenire dai goti e per essi d’Adamo e dalla personale comunicazione
di Dio, o più direttamente dal paradiso terrestre, o d’un gotico Mercurio
inventore. Circa l’imprese, infine, osserva che i tanti che n’avevano composto
trattati, non n’avevano inteso nulla, e, solo per caso e indovinando,
lasciavano trapelare un seniore della
verità col chiamarle eroiche. In realtà, sarebbe difficile assegnare veri e
propri precedenti ai concetti estetici di V., e tutt'al più si potrebbero
ritrovarne vaghe suggestioni in certe sparse sentenze che egli raccoglie;
qualche stimolo più prossimo nelle dispute secentesche sulle differenze tra
intelletto e ingegno, ragione e immaginativa,
dialettica e rettorica; e qualche riscontro di particolari estrinseci,
come nei ravvicinamenti fatti da qualche retore di quel tempo, il Tesauro,
delle arguzie rettoriche parlate colle arguzie figurate. Senonché quei
concetti, nati da cosi possente getto d’originalità, non appena dai loro
lineamenti generali si passi alle determinazioni particolari, dall'idea o ispirazione originaria agli svolgimenti
effettivi, si vedono come turbarsi, ondeggiare, barcollare. Lasciamo da parte
le varie successive opinioni che V. tenne, e che si legano al processo storico
del suo spirito, sulla poesia, sulla lingua o sulla metafora, dalle orazioni
accademiche e poi dal De ratione e dal De antiquissima al Diritto universale,
e ancora da questo alla prima, e dalla prima alla seconda Scienza
nuova: indagine che potrebbe porgere argomento a un'apposita dissertazione e
che non entra nel quadro della nostra esposizione. Ma, anche nella forma ultima
del suo pensiero estetico, coesistono dottrine contradittorie. Egli non sta
pago a dire, come ha detto, che la forma poetica è la
prima operazione della mente, che
essa è costituita da sensi di passione, è tutta fantastica, priva di concetti e
di riflessioni; ma aggiunge che la poesia, diversamente dalla storia,
rappresenta il vero nella sua idea ottima, e compie perciò quella giustizia e
attribuisce quel premio e quella pena che spetta a ciascuno e che non sempre s’ottiene
nella storia, dominata sovente dal
capriccio, dalla necessità e dalla fortuna. Dice ancora che la poesia ha per
suo fine l'animazione dell'inanimato, essendo il più sublime lavoro d’essa
indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate. Dice che la poesia non è
altro che imitazione, e che i fanciulli, i quali valgono assai nell'imitare,
sono poeti, e che i popoli primitivi,
fanciulli del genere umano, furono in Si veda il capo della parte storica della
Estetica di CROCE.] sieme sublimi poeti. Dice che la poesia ha per propria materia l'impossibile credibile, com'è impossibile che i corpi siano menti e pure fu
creduto che il cielo tonante è Giove, onde i poeti non s’esercitarono in altro
maggiormente che nel cantare i prodigi
compiuti dalle maghe per opera d'incantesimi. Dice che la poesia è nata d’inopia,
ossia che è un effetto d'infermità dello spirito; perché l'uomo rozzo e di
debole cervello, non potendo soddisfare il bisogno che prova del generale e
dell'universale, foggia a sostituzione i generi fantastici, gl’universali o
caratteri poetici; e che, per
conseguenza, il vero dei poeti e il vero dei filosofi sono lo stesso,
questo astratto e quello rivestito d'immagini, questo una metafisica ragionata
e quello una metafisica sentita e immaginata, confacente all'intendimento
popolaresco. Parimente d’inopia, cioè dall'incapacità ad articolare, nasce il
canto, e perciò i muti e gli scilinguati escono in suoni che sono canti; e dall'incapacità a SIGNIFICARE
le cose in modo PROPRIO, le metafore – GRICE YOU’RE THE CREAM IN MY COFFEE. Dice, infine, che lo scopo della poesia è d'INSEGNARE
al volgo l'operare virtuosamente. In questi detti sono accennati i più diversi
concetti sulla poesia, alcuni conciliabili colla dottrina fondamentale, ma proposti senza mediazione e perciò
effettivamente non conciliati; altri, affatto inconciliabili. V. potrebbe
essere, a volta a volta, sul fondamento di singoli testi, presentato come
sostenitore dell'estetica moralistica, pedagogica, astratta e tipeggiante,
mitologica, animistica, e via discorrendo. E se non ricasca nelle vecchie
teorie che egli aborre, e se non si
dissipa tra gl’errori nuovi che precorre, si deve al fatto che su tutte quelle
varietà e incoerenze sormonta costante il pensiero che la poesia è la prima
forma della mente, anteriore all'intelletto e libera da riflessione e
raziocini. Come non seppe, valendosi del suo principio capitale, sceverare e
accorciare gl’altri che circa la natura della poesia esistevano nella tradizione scientifica o
erano stati da lui escogitati, cosi non riusci a liberarsi dalla tirannia delle
classificazioni empiriche, vecchie e nuove. In cambio, si sforza di
filosofarle, e tenta di dedurre serialmente le diverse forme della poesia,
epica lirica drammatica; del verso e del metro, spondaico giambico prosastico;
del parlare figurato, metafora metonimia
sineddoche ironia – GRICE LEECH CONVERSATIONAL RHETORIC; delle parti del discorso, onomatopee
interiezioni GRICE OUCH pronomi particelle nomi – Figgo is shaggy -- verbi,
modi e tempi del verbo, al qual proposito richiama perfino un caso d’afasia da
lui osservato in Napoli in persona d’un uomo onesto tócco da grave apoplessia, il quale mentova
nomi e si è dimenticato affatto de’verbi, delle scritture, geroglifiche simboliche
alfabetiche; delle lingue secondo la loro crescente complessità, che va dalle
parole monosillabiche alle composte e dalla prevalenza di vocali e dittonghi
alla prevalenza delle consonanti. In questi tentativi dissemina
dappertutto interpetrazioni nuove e
parzialmente vere di fatti particolari; ma non giunse, e non poteva, a
sistemazione scientifica. E neppure vide chiaro nella relazione della poesia colle
altr’arti, che talora unificò con quella, come quando considera intrinsecamente
identiche pittura e poesia, e viene notando analogie tra la poesia e la pittura
del Medioevo; e, tal'altra, stranamente
separò, come quando pretende che la delicatezza delle arti sia frutto delle
filosofie e che delicatissime siano pittura, scultura, fonderia e intaglio,
perché debbono astrarre le superficie dai corpi che imitano. Queste incoerenze
ed errori, che abbiamo passati in rapida rassegna, se in parte derivano da
scarsa capacità di distinzione e d’elaborazione,
per un'altra e maggiore parte si riportano più direttamente al già chiarito
vizio fondamentale che è nella strattura della Scienza nuova e qui,
propriamente, allo scambio fatto da V. tra il concetto filosofico della forma
poetica dello spirito e il concetto empirico della forma barbarica della
civiltà, talché, egli stesso dichiara, questa prima età del mondo si può dire con verità
tutta occupata d'intorno alla prima operazione della mente. Ma la prima età del
mondo, essendo costituita d’uomini in carne ed ossa e non da categorie
filosofiche, non potè essere occupata intorno a una sola operazione della
mente. Quest'una poteva, come si suol dire, prevalere (e la parola stessa
scopre il carattere quantitativo e
approssimativo del concetto); ma tutte l’altre dovevano essere in atto insieme
con lei, la fantasia e l'intelletto, la percezione e l'astrazione, la volontà e
la moralità, il cantare e il numerare. A siffatta evidenza V. non poteva
sottrarsi, epperò in quella fase di civiltà introdusse non solo il poeta, ma
anche il teologo, il fisico, l'astronomo,
il pater familias, il guerriero, il politico, il legislatore; senonché l’attività
di tutti costoro volle considerare e chiamare poetiche, con metafora tratta
dall'asserita prevalenza della forma fantastica dello spirito, e il complesso d’esse
sapienza poetica. Il carattere metaforico della denominazione è accusato, o
balza agl’occhi, in alcuni luoghi
caratteristici; come dove le
arti, ossia le arti meccaniche, produttrici pratiche d’oggetti per gl’usi
della vita, sono definite poesie in certo modo reali, e l'antico DIRITTO ROMANO,
per l'abbondanza delle formole e cerimonie onde si riveste, è detto poema
drammatico serio. Ma le metafore sono pericolose, quando, come nel caso della
Scienza nuova, trovano terreno
favorevole alla loro conversione in concetti; e, infatti, l'età storica,
barbarica, metaforeggiata come sapienza poetica, non tarda a trasformarsi,
presso V., nell'età ideale della poesia, conferendo a quest'ultima tutte le
proprie attribuzioni. Colà erano teologi, e la poesia fu considerata da V. come
teologia, sebbene fantastica; educatori, e fu fatta educatrice, sebbene di
volgo; sapienti di cose fisiche, e fu fatta sapienza, sebbene di fisica
immaginaria. E poiché quei barbari non potevano non pensare per concetti, rozzi
che questi fossero e involti nelle immagini, i fantasmi della poesia,
individuati, singolarizzati, le sentenze d’essa sempre corpulente, si
falsificarono in universali fantastici,
che sarebbero qualcosa di mezzo tra l'intuizione, che è individualizzante, e il
concetto, che universalizza: la poesia, che dove rappresentare il senso, lo
schietto senso, rappresenta invece il senso già intellettualizzato, e il detto
che niente si trova nell'intelletto che non sia già nel senso, acquistò il
significato che l'intelletto è il senso
stesso, schiarito, o il senso l'intelletto stesso, confuso; onde non si ebbe
più bisogno dell'aggiunta cautela: nìsi intellectus ipse. Per converso, la
civiltà barbarica divenne come una mitologia o allegoria dell’ideale età
poetica; e i primi popoli furono trasformati in moltitudini di sublimi poeti;
come poeti furono fatti, nella
ontogenesi corrispondente a tale
filogenesi, perfino i fanciulli. Il concetto dell'universale fantastico come
anteriore all'universale ragionato concentra in sé la duplice contradizione
della dottrina; perché all'elemento fantastico dovrebbe essere congiunto in
quella formazione mentale l'elemento dell'universalità, il quale, per sé preso,
sarebbe poi un vero e proprio universale, ragionato e non fantastico: donde
una petitio principii, per la quale la genesi degl’universali ragionati, che
dovrebbe essere spiegata, viene presupposta. E, d'altro canto, se l'universale
fantastico s'interpetrasse come purificato dell'elemento universale e logico,
cioè come mero fantasma, la coerenza si ristabilirebbe certamente nella
dottrina estetica; ma la sapienza
poetica o civiltà barbarica verrebbe mutilata d’una parte essenziale del suo
organismo, perché privata d’ogni sorta di concetti, e, per dir cosi, disossata.
Per risolvere la contradizione conveniva dissociare poesia e sapienza poetica;
del che, in verità, s'incontra qualche accenno presso V. Egli confessa
talvolta, quasi involontariamente, la
non corrispondenza tra la categoria filosofica e il tipo sociale, e per
quest'ultimo è costretto a ricorrere ai press'a poco, e ai più o meno. Gli
accade di dire, per es., che gli uomini primitivi erano nulla o assai poco
ragione e tutti robustissima fantasia, quasi tutti corpo e quasi niuna
riflessione; ovvero, dopo avere distinte con
filosofiche pretese tre lingue degli dèi, degl’eroi e degl’uomini,
osserva che la lingua degli dèi fu quasi tutta muta e pochissimo articolata; la lingua degl’eroi mescolata
egualmente di articolata e di muta; la lingua degl’uomini quasi tutta
articolata e pochissimo muta. La favella poetica, ammette ancora, sopravvive alla sapienza poetica e
scorre per lungo tratto dentro il tempo
istorico o età civile, come, dice con magnifica immagine, i grandi rapidi fiumi
si spargono molto dentro il mare e serbano dolci l'acque portatevi colla
violenza del corso. Anche nei tempi moderni non si può dismettere il parlare
fantastico, e per ispiegare i lavori della mente pura ci han da soccorrere i
parlari poetici per trasporti de'sensi.
La poesia non sembra che sia finita colla fine della barbarie, perché pur nei
tempi civili sorgono poeti; e che quelli della prima epoca fossero fantastici
per natura, e i nuovi tali si facciano per arte ed industria, ossia, come V.
vuole, collo sforzarsi di perdere memoria delle parole proprie, di purgarsi
delle filosofie, di riempirsi la mente
di pregiudizi fanciulleschi o volgari, di rimettere la mente in ceppi
costringendosi, tra l'altro, all'uso della
rima, queste restrizioni, del resto facilmente confutabili, s’affaticano
invano a sminuire l'importanza del fatto riconosciuto: che la poesia è di tutti
i tempi, e non di quello solo barbarico; è una categoria ideale e non un fatto
storico. Ma le restrizioni anzidette,
come la rarità e la timidezza degl’accenni ricordati, provano che V. non era in
grado d’eseguire la dissociazione tra poesia e sapienza poetica, impeditone
dall'ibridismo del concetto e del metodo stesso della Scienza nuova. Se, per
altro, l'idea della poesia come pura fantasia, nonostante tutte le confusioni e
incoerenze nelle quali s’avvolge, non
fosse rimasta salda nel fondo del pensiero di V., e non avesse operato, per
cosi dire, nel sottosuolo della Scienza nuova, non sarebbe agevole, né forse
possibile, intendere la concezione capitale che domina la sua filosofia dello
spirito, e che è strettamente legata con quell'idea. Diciamo, la concezione
dello spirito come sviluppo, o, per adoperare la terminologia propria di V.,
come corso o spiegamento: concezione la quale, pur senza espressa
contrapposizione, supera quella ordinaria, limitantesi quasi esclusivamente a
enumerare e classificare le facoltà dello spirito. La dottrina degl’universali
fantastici come spontanee formazioni mentali, universali rozzi ma forniti d’un motivo di vero, era certamente bastevole come
strumento per debellare l'empirica teoria che fa sorgere le civiltà d’un'alta e
ragionata saggezza ordinatrice, opera personale di Dio o di uomini sapienti,
sorti NON SI SA COME e piovuti NON SI SA DONDE. V. pone chiaro il dilemma delle
due e non più guise di spiegare l'origine della civiltà: o nella riflessione d’uomini sapienti, ovvero in un certo senso e istinto umano d’uomini
bestioni; e si risolve pella seconda ipotesi, per i bestioni che via via s’erano
fatti uomini; cioè pel pensiero che s’evolve dall'universale fantastico a
quello ragionato, per l'assetto sociale che procede via via dalla forza all'EQUITÀ.
Ma era quella concezione bastevole per
fondare la storia ideale o filosofia dello spirito? Nella filosofia dello spirito, essa si
sarebbe tradotta in qualcosa di simile, se non d'identico, alla dottrina che,
per effetto del cartesianismo e anche d’una certa tal quale rinascita che ebbe
la scolastica di Duns Scotus, corre ai tempi di V., e secondo cui la vita dello
spirito s’esplica nei gradi successivi
del concetto oscuro, confuso, chiaro e distinto: Leibniz, com'è noto, fa
argomento di speciale studio le percezioni oscure e confuse, le petltes perceptions. Dottrina nel suo intrinseco intellettualistica, perché i concetti,
confusi e oscuri che fossero, erano pur sempre concetti; e impotente perciò a
dare ragione, nonché della poesia, neppure
delio sviluppo spirituale, che non può intendersi, nella sua dialettica
quando sia costituito di differenze meramente quantitative, le quali, in
realtà, non sono differenze ma identità e perciò immobilità; e, infatti, tutto
quell'indirizzo fa, insieme, antiestetico e statico, privo d’una vera dottrina
della fantasia e d’una vera dottrina dello sviluppo. Il pensiero di V. ò, invece, avverso
all'intellettualismo, simpatico alla fantasia, tutto dinamico ed evolutivo; lo
spirito è, per lui, un eterno dramma; e, poiché il dramma vuole tesi e
antitesi, la sua filosofia della mente è impiantata sull'antinomia, cioè sulla
reale distinzione e opposizione di fantasia e pensiero, poesia e metafisica,
forza ed EQUITÀ, passione e moralità,
per quanto egli sembri talvolta, pelle ragioni già note, disconoscerla o,
piuttosto, per quanto venga talvolta a ingarbugliarla con indagini e dottrine
empiriche e con determinazioni storiche. Anche la dottrina di V. sul mito, se è
non meno originale e profonda di quella circa la poesia, non è del tutto
limpida, perché le relazioni tra poesia
e mito sono cosi strette che l'ombra gettata sull'una deve necessariamente
stendersi in qualche modo sull'altro. Proseguendo a indagare, come abbiamo
fatto sin qui e faremo sempre nel séguito, lo stato delle cognizioni ai tempi di
V. secondo le varie discipline e problemi che egli prese a trattare,
ricorderemo in breve, circa gli studi sulla
mitologia, come tra il Cinque e il Seicento non solamente si mettessero
insieme grandi compilazioni letterarie di miti, delle quali già aveva dato
esempio, nel Trecento, Boccaccio, ma venissero dottamente propugnate le due
teorie esplicative già note all'antichità classica e non ignote del tutto al
Medioevo: la teoria del mito come allegoria di verità filosofiche, morali, politiche, e via
discorrendo, e quella del mito come storia di personaggi effettivamente
esistiti e d’avvenimenti accaduti, adornate dall'immaginazione che divinizza gl’eroi,
evemerismo. L'allegorismo ispira, tra l'altre, l'opera di Conti, MythologicB
sive explanationis fabularum libri decerti e il De sapientia veterum di
Bacone; dove, per altro, quel sistema
era proposto non senza qualche dubbio e colla espressa cautela che, se anche
non vale come interpetrazione storica, avrebbe potuto sempre mantenere il suo
valore di moralizzazione, aut antiqultatem illustrabimus aut res ipsas. Il
neoevemerismo era rappresentato autorevolmente da Giovanni Ledere, Clericus, l'erudito ginevrino-olandese verso cui tanta reverenza
e gratitudine ebbe a professare V. per aver degnato d’attenzione il suo Diritto
universale, e del quale fece epoca, in materia mitologica, l'edizione della
Teogonia esiodea; lo segui tra gl’altri Banier, autore di Les fables expllquèes par l'histoire. Un terzo sistema, anch'esso non senza qualche
precedente antico, deriva i miti da
popoli particolari, dagl’egiziani o dagl’ebrei, ovvero dall'opera di singoli
filosofi e poeti inventori; e, quando non si risolve in una pura e semplice
ipotesi storica sulla formazione di alcuni o di tutti i miti trasmessi
dall'antichità o non si riporta alla rivelazione divina, è chiaro che implica
la teoria che il mito sia non già una
forma eterna, ma un contingente prodotto dello spirito, il quale, com'è
nato una volta, cosi possa morire o sia già morto. V. s’oppone risolutamente
alla prima e alla terza scuola, all'allegorismo e alla dottrina della
derivazione storica; e ricorda, perla prima, il trattato di BACONE dal quale tratta
incentivo a meditare sull'argomento, ma ch'egli
giudica più ingegnoso che vero; e per l'altra scuola, considerante i
miti come storie sacre alterate e corrotte dai gentili e in particolare dai
greci, il De theologla gentili di Vossio, la Demonstratio evangelica di Huet, e
il Phaleg et Canaan di Bochart. I miti o favole non contengono sapienza
riposta, cioè concetti ragionati, avvolti consapevolmente nel velo della favola; e perciò non sono allegorie.
L'allegoria – GRICE SCATOLOGIA FILOSOFICA -- importa che s’abbia, d’una parte, il concetto o significato, dall'altra
la favola o involucro, e tra le due cose l'artifizio che le fa stare insieme.
Ma i miti non si possono scindere in questi tre momenti, e neppure in un
significato e un significante: i loro
significati sono univoci. Importa altresì, quella teoria che chi crede
al contenuto non creda alla forma; ma i creatori dei miti dettero ingenua e
piena fede a quelle loro creazioni; e fintasi, per es., la prima favola divina,
la più grande di quante mai se ne finsero in appresso, GIOVE ROMANO re e padre
degli dèi e degl’uomini in atto di fulminante,
essi stessi che se lo finsero lo credettero, e con ispaventose religioni
lo temerono, riverirono e osservarono. Il mito, insomma, non è favola ma
storia, quale possono formarsela gli spiriti primitivi, e da questi è
severamente tenuta come racconto di cose reali. I filosofi che sorsero
posteriormente, servendosi dei miti per esporre in modo allegorico le loro dottrine – cleaning the stables at
Oxford – GRICE --, ovvero illudendosi di ritrovarvele per quel senso di
riverenza che si porta all'antichità tanto più venerabile quanto più oscura,
ovvero stimando comodo di giovarsi di tale espediente per i loro fini politici,
e cosi Platone omerizzando e, nel tratto stesso, platonizzando Omero; resero i
miti favole, quali in origine non erano
e intrinsecamente non sono. Onde è da dire che filosofi e mitologi furono
piuttosto essi i poeti che immaginarono tante strane cose sulle favole, laddove
i poeti o creatori primitivi furono i veri mitologi e intesero narrare cose
vere dei loro tempi. Per la medesima ragione, ossia per essere i miti parte
essenziale della sapienza poetica o
barbarica, e come tale spontanei in tutti i tempi e luoghi, non si può attribuirli
a un singolo popolo che li avrebbe inventati e dal quale si sarebbero trasmessi
agl’altri, quasi ritrovato particolare d’uomini particolari od oggetto di
rivelazione. Codesta dottrina, superante l'allegorìe mò e lo storici 5 srao, è
un altro aspetto della rivendicazione
che V. compi delle forme conoscitive alogiche contro l' intellettualismo, il
quale le nega appunto col presentarle ora come forme artificiali ora come
prodotti accidentali o dovuti a cause soprannaturali. Né sembra accettabile
l'opinione che aggrega V. all'indirizzo
neoevemeristico, da lui in verità non combattuto espressamente e verso il quale presenta anche, se si vuole, alcune
superficiali somiglianze, ma insieme colle somiglianze questa radicale
diversità: che per lui le favole non sono alterazioni di storie reali né si
riferiscono di necessità a individui reali – BELLEROPHON RODE PEGASUS GRICE --,
ma sono intrinsecamente verità storica, nella forma che la verità storica suol prendere nelle menti primitive. Altra
più precisa determinazione circa la natura del mito V. non dà né poteva,
appunto perché essendo in lui ondeggiante il concetto stesso della poesia, egli
non era in grado di segnare i limiti tra le due forme. Parlò, in genere, di
poesia e di mito come di cose distinte, ma non fermò la distinzione. Eppure, V.
si era bene imbattuto nel concetto che
porge quel criterio distintivo, e l'aveva enunciato; senonché, in cambio di
valersene pella dottrina del mito, ne aveva fatto una o alcune delle sue
parecchie definizioni della poesia. Quel carattere poetico, quell'universale
fantastico che, introdotto nell'estetica come principio esplicativo della
poesia, dà origine a tante insuperabili
difficoltà, è invece, pell'appunto, la definizione del mito, e come tale
fornisce alla scienza della mitologia il vero principio che le bisogna. Se il
concetto del compiere grandi fatiche pel comune vantaggio non si sa staccare
dall'immagine d’un uomo particolare che abbia compiuto alcuna di quelle fatiche
– GRICE THE STABLES OF OXFORD --, quel concetto diventa il mito, per es., di ERCOLE;
ed Ercole è insieme un individuo che fa azioni individuali e uccide l'idra di
Lerna e il leone nemeo o LAVA LE STALLE D’AUGIA – GRICE RETROSPECTIVE EPILOGUE
--, ed è un concetto; come il concetto dell'operosità utile e gloriosa è un
concetto ed è, insieme, Ercole: è un
universale – AND SOURCE OF IDIOMS -- e un fantasma: un universale fantastico –
that every Oxonian learns about, even if rich. Anche quel sublime lavoro., che V.
dice proprio della poesia, di dare vita alle cose inanimate, spetta non
propriamente alla poesia ma al mito – those spots naturally NATURA DEVS mean
measles. Il quale, incorporando i
concetti in immagini, ed essendo l’immagini sempre qualcosa d'individuale,
viene ad atteggiarli come esseri viventi. Cosi gl’uomini primitivi, che non
conoscevano la cagione del fulmine – or of dark clouds -- e perciò non ne
possedevano la definizione fisica fisiologica naturale, erano tratti,
miteggiando, a concepire il cielo come un
vasto corpo animato con una mente che menta – MEAN STEVENSON ‘The
barometer ‘means’ that --, che a somiglianza d’essi medesimi quando erano in
preda alle loro violentissime passioni, urlando, brontolando, fremendo,
parlasse e volesse dire qualche cosa. E del mito e non della poesia si deve
riconoscere l'origine nell'inopia, nella debolezza della mente e nella sua inadeguazione ai
problemi che vuole risolvere, nell’incapacità a pensare per universali
ragionati e a esprimersi con termini propri, onde sorgono gl’universali
fantastici e le metonimie e le sineddoche e ogni sorta di metafore ed
IMPLICATURE -- espresse. Le contradizioni, notate da noi nell'universale
fantastico e che lo rendono inadatto a
fondare la dottrina estetica – GRICE: I EXPRESS MY BELIEF --, stanno
perfettamente a posto nella dottrina del mito; il quale è, pell'appunto, questa
contradizione: un concetto che vuol essere immagine e un'immagine che vuol
essere concetto, e perciò un'inopia, anzi un'impotenza potente, un contrasto e
una transizione spirituale, dove il nero non è ancora e il bianco muore.
Infine, la sapienza poetica, cioè la teologia, fisica, cosmografia, geografia,
astronomia e tutto il complesso delle restanti idee e credenze dei popoli
primitivi, esposte da V., erano effettivamente mito e non, come egli dice,
poesia, pella buona ragione ch'egli stesso adduce che quelle erano le loro
storie; e la poesia è poesia e non
istoria, neppure più o meno fantasticata. Poesia, i poemi omerici in quanto
esprimevano i sentimenti e le umane aspirazioni della grecità – I’ve been
washing the stables --; storia, gli stessi poemi omerici, in quanto erano
cantati e ascoltati come racconti di fatti realmente accaduti: due forme di prodotti
spirituali che, se sembrano
materialmente raccogliersi in una stessa opera, non per ciò s'identificano.
Tutto questo V. vede e non vede, o, meglio, ora intravede e ora travede e
perciò non si può dire che riesca a determinare veramente la distinzione e a
risolvere il problema dei rapporti tra mito e poesia. Un altro importante e
ancora assai dibattuto problema della
scienza mitologica, se cioè il mito sia filosofia o storia, potrebbe
credersi, invece, da lui risoluto in modo netto; perché egli ripete molte volte
che i miti contengono sensi storici, e non già filosofici, dei popoli
primitivi; ma, in realtà, ove si faccia bene attenzione, si scorge che egli,
nonché risolverlo, non se lo propone neppure. I sensi storici, che V. assevera, sono contrapposti non propriamente
ai sensi filosofici in genere, ma ai sensi mistici d’altissima filosofia e ai
sensi analogi – GRICE ANALOGIA COME IMPLICATURA --, che i mitologi da lui
criticati vi ritrovavano; cioè, d’una parte ripetono la critica all'allegorismo
e, dall'altra, combattono quel cattivo modo d'interpetrazione storica che trasferisce idee e costumi moderni ai
popoli antichi. La sua teoria si concilia, a dir vero, alla pari con quella che
avvicina il mito alla filosofia, e coll'altra che l'avvicina alla storia; coll'eclettica
che ammette entrambi gl’elementi, e colla speculativa, che li ammette altresì
entrambi ma perla ragione che filosofia e storia, cosi in sé medesime come nel mito, costituiscono, in fondo, una cosa
sola e indivisibile. Come inopia, il mito deve essere superato. La mente umana
che agogna naturalmente d’unirsi a Dio donde ella viene, cioè al vero Uno, e
che non potendo per l’esuberante natura
sensuale dell'uomo primitivo esercitare la facoltà, sepolta sotto i loro sensi
troppo vigorosi, d’astrarre dai subietti
le proprietà e le forme universali, s’era finta le unità immaginarie, i generi
fantastici o i miti, nel suo successivo SPIEGARSI – EXPLICATURA -- o esplicarsi
risolve via via i generi fantastici in generi intelligibili, gl’universali
poetici in ragionati, e si libera dai miti. L'errore del mito passa cosi nella
verità della filosofia. V. conosce e
adopera un concetto dell'errore, dell'errore propriamente detto,
nascente dalla volontà e non dal pensiero, il quale quanto a sé non erra mai, mens
enim semper a vero urgetur quia nunquam aspectu amittere possumus Deum; dell'errore
che consiste in vuote parole arbitrariamente combinate, verbo, autem scepissime
veri vini voluntate MENTIENTIS – GRICE MEANING -- eludimi oc mentem deserunt,
immo nienti vim faciunt et Dea obsistunt; dell'errore, insomma, che, per
adoperare la sua efficace descrizione, si ha quando gl’uomini mentre colla
bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente è dentro il
falso, che è nulla. Ma sa anche che l'errore non è mai del tutto errore, appunto perché, non potendosi dare idee false
e consistendo il falso soltanto nella sconcia combinazione delle idee, in esso
è sempre il vero, e ogni favola ha qualche motivo di verità. Perciò, lungi dal
disprezzare le favole, ne riconosce il valore quasi d’embrione del sapere
riposto o della filosofia che si svolge poi. I poeti, ossia, nel nuovo
significato che assume in V. questa
parola, i creatori dei miti, sono il senso, cioè, nel nuovo significato, la filosofia rudimentale e
imperfetta – stone-age physics --; e i filosofi sono l'intelletto dell'umanità
(vale a dire, la filosofia più compiuta, che nasce dalla precedente). L'idea di
Dio s’evolve a poco a poco da Dio, che colpi la fantasia dell'uomo isolato,
al Dio delle famiglie, divi parentum, al
Dio della classe sociale o della patria, divi patrii, al Dio delle nazioni,
fino a quel Dio che a tutti è GIOVE, al Dio dell'umanità. Le favole destarono
Platone a intendere le tre pene divine, che gli dèi solamente, e non gl’uomini,
possono infliggere: l'oblio, l'infamia e il rimorso; il passaggio pell’Inferno
gli suggerì il concetto della via
purgativa onde l'anima si purifica dalle passioni, e l'arrivo agl’elisi quello
della via unitiva onde la mente va ad unirsi a Dio per mezzo della
contemplazione delle eterne cose divine. Dalle somiglianze e metafore dei poeti
Esopo trasse gl’esempì e gl’apologi con cui dette i suoi avvisi; e
dall'esempio, che si fonda sopra un caso
solo e soddisfa le menti rozze, si svolge l'induzione, che si vale di
più casi simili, quale l'insegnò Socrate colla dialettica, e successivamente il
sillogismo, che Aristotele scoperse e che non regge senz’un universale. L’etimologie
delle parole svelano le verità intraviste dai primi uomini e deposte nella loro
lingua; per es., -- MEAN GRICE -- ciò che
i filosofi con gravi ragioni hanno dimostrato che i sensi fanno essi le
qualità sensibili, è già adombrato nella parola OLFACERE – GRICE ODOUR SMELL --
della lingua del LAZIO, che implica il pensiero che l'odorato faccia l'odore – GRICE, SOME REMARKS ABOUT
THE SENSES -- V. attribuisce tanta importanza a questa connessione tra universali poetici e universali ragionati,
tra mito e filosofia, d’essere tratto ad affermare che le sentenze dei
filosofi, le quali non trovino precedente e riscontro nella sapienza poetica e
volgare – the lay and the learned --, debbano essere errate. Anzi, è questo un
altro significato che egli assegna talvolta al rapporto tra filosofia e
filologia – THE WAY OF WORDS --: d’una conferma reciproca tra sapienza volgare –
the lay -- e sapienza riposta – the
learned --, conciliate entrambe
nell'idea d’una filosofia perenne dell'umanità. Colla teoria del mito e del
rapporto d’esso colla filosofia V. dato,
tutt'insieme, la sua teoria della religione e del rapporto tra religione e
filosofia. Due pensieri circolano, a
questo proposito, per entro la Scienza nuova: l'uno, che la religione nasca,
nella fase della debolczza e dell'incultura, dal bisogno mentale di dare pace
alla curiosità e d'intendere in qualche modo le cose della natura e dell'uomo. di
spiegare, per es., il fulmine – or the dark clouds meant by Nature --, l'altro,
che la religione s'ingeneri negli animi
pel terrore di colui che minaccia fulminando – those spots are killing us. E si
potrebbero chiamare le due teorie, dell'origine teoretica e dell'origine
pratica della religione; e poiché, conformemente alle dottrine di V., l'uomo è
nient'altro che intelletto e volontà, è chiaro come, fuori di queste due
origini, la religione non possa averne altre.
Ora, lasciando da parte la religione nel significato pratico, della
quale si discorre più innanzi, la religione nel significato teoretico che cosa
è altro se non l'universale fantastico, l'ANIMISMO – spots ‘mean’ measles -- poetico, il mito? A essa si lega
quell'istituto che V. chiama la divinazione, il complesso dei metodi coi quali
si raccoglie e interpetra la lingua di Giove, le parole reali, I SEGNI
ie cenni del Dio, finto nell'universale fantastico e creato dall'immaginazione
animatrice. E come dal mito procede la scienza e la filosofia, cosi, parimente,
dalla divinazione la conoscenza delle
ragioni e cause, la previsione filosofica e scientifica. V., a questo modo, si
libera dal pregiudizio che comincia a
prevalere al suo tempo, si ricordino la storia degl’oracoli antichi di Van
Dale, resa popolare da Fontenelle, e il libro già citato di Banier, e tanta
efficacia ebbe per un secolo ancora, delle religioni come impostura d'altrui,
quando erano invece, egli dice, nate da propria credulità. Colui che non
ammette l'origine artificiale dei miti, non poteva ammetterla neppure delle religioni. Ma come
egli rifiuta altresì l'origine soprannaturale o rivelata dai miti, cosi nello
stesso atto pronunzia né più né meno che l'origine naturale, anzi umana,
delle religioni; e, quel che più
specialmente è da notare, la ripone in una forma inadeguata dello spirito,
nella forma semifantastica, che è il mito. Né bisogna fare caso di qualche suo breve detto
incidentale, che sembra in contrasto con questa teoria; come là dove dice che
la religione precede non solo le filosofie ma la lingua stessa, il quale
suppone la coscienza di qualcosa di comune tra gl’uomini: equivoci derivanti
dalla solita perplessità metodica e d’abito di poca chiarezza.
L'identificazione della religione col
mito, e l'origine umana delle religioni, non solo è insistentemente espressa,
ma è essenziale a tutto il sistema di V. Origine umana, che non esclude, nelle
parole di lui, un diverso concetto di religione: la religione rivelata, e
perciò d’origine soprannaturale. Egli, infatti, pone sempre, d’un canto, la
teologia poetica, che è mitologia, e la
teologia naturale, che è metafisica o filosofia; e, dall'altro, la
teologia rivelata. Ma quest'ultimo concetto è ammesso da lui, non perché si
leghi ai precedenti e tutti derivino d’un principio comune, si bene
semplicemente perché V. afferma gl’uni e afferma l'altro. L'origine umana, la
teologia poetica, di cui è séguito la teologia metafisica, è quella che vale pell'umanità gentilesca, ossia pell'umanità
intera, fatta eccezione del popolo ebreo che è privilegiato dalla rivelazione.
Per quali motivi V. serba questo dualismo, e sopra quali contradizioni pungenti
è a cagione d’esso costretto ad adagiarsi, anche questo si vedrà più oltre, e a
suo luogo. Ma appunto perché quel dualismo rimase in lui senza mediazione, noi dobbiamo, esponendo il suo
pensiero, tenere fermo ciascuno dei due termini del dualismo, e, per ora,
l'origine meramente umana: la religione quale prodotto del bisogno teoretico
dell'uomo giacente in condizioni di relativa povertà mentale. Concetto che ha
rapporti solamente indiretti con quellodi BRUNO della religione come cosa necessaria alla moltitudine rozza e poco
sviluppata, e con quello di CAMPANELLA della religione naturale o perpetua,
eterna filosofia razionale coincidente col cristianesimo spogliato dai suoi
abusi; e che ha rari e deboli riscontri negli scrittori del tempo, i quali,
anche quando v’accennano di passaggio, l'intendono in modo superficiale e
lo presentano senza nessuna coerenza colle
altre loro idee: battono sulla religione in quanto ignoranza e trascurano la
sapienza di quell’ignoranza, la religione come verità. L’altre dottrine di V.
di ragion teoretica, cioè di logica della filosofia, delle scienze fisiche e
matematiche e delle discipline storiche, sono state già esposte nell 'esporre
la sua gnoseologia, e si desumono quasi
tutte dai primi scritti, perché nella Scienza nuova la fase della mente tutta
spiegata appare, più che altro, come un limite della ricerca. Soltanto giova
notare che V. tocca altresì il problema del rapporto tra poesia e storia, ma,
sempre a causa dell' indistinzione tra filosofia e scienza sociale, non gli
riesce di risolverlo pienamente. Sotto
un aspetto, sembra a lui che la storia sia anteriore alla poesia, perché
questa, dice, presuppone la realtà e contiene una imitazione di più; sotto un
altro aspetto, che la poesia costituisca la forma prima, perché presso i popoli
primitivi la loro storia è la loro poesia – la battaglia di Maldon -- e i primi
storici sono i poeti. A ogni modo, egli insiste sull'elemento poetico, intrinseco
alla storia; e d’Erodoto, padre della greca storia, osserva che non solo i
libri di lui sono ripieni la più parte di favole, ma lo stile ritiene
moltissimo dell'omerico, nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli
storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica
e la volgare: VERBA FERME POSTARVM,
come ripete altrove facendo suo un detto di CICERONE. Né si trovano svolti
particolarmente in V. i rapporti fra teoria e pratica, intelletto GRICE JUDGING
e volontà GRICE WILLING, benché dappertutto egli SUGGERISCA – sub-gest – Grice,
implicate -- il pensiero generale che come in Dio intelletto e volontà coincidono, similmente nell'uomo, immagine di
Dio; onde la mente o spirito non è divisa in un pensiero e in una volontà –
GRICE PSI-ING --, in un pensiero che proceda per un verso e in una volontà che
proceda per un altro, ma pensiero e volontà si compenetrano e formano un tutto
solo: concezione assai superiore a quella della filosofìa del suo tempo, cioè del leibnizianismo, in cui
persiste il concetto dell'arbitrio divino, e perciò dell'irrazionalità. Un
altro suo e singolare pensiero importerebbe invece, per chi concluda
frettolosamente, la precedenza della pratica – GRICE VOLITING DEFINES JUDGING
-- sulla teoria; perché V. dice che i filosofi pervengono ai loro concetti
mercé l'esperienza dell’istituzioni
sociali e delle leggi nelle quali gl’uomini s’accordano come in qualcosa d’universale,
e che Socrate e Platone, per es., presuppongono la democrazia e i tribunali
ateniesi, e CARNEADE presuppone CATONE. Ma questa successione delle religioni
che generano la repubblica, della repubblica che genera la legge, della legge che genera l’idee filosofiche, e che
egli chiama una particella della storia della filosofia narrata filosoficament,
è, appunto, teoria d'importanza non filosofica ma sociologica. Per quel che
concerne le dottrine di ragion pratica, delle quali ora entriamo a trattare,
potrebbe parere che V., diversamente che in quelle di ragion teoretica, non sia
in recisa opposizione alle idee del suo
tempo, ma anzi si ricolleghi proprio a un movimento del suo tempo: alla scuola
del diritto naturale. Il capo della scuola, l'iniziatore del movimento, Grozio,
era da lui chiamato uno dei suoi quattro autori – per Grice: due: Quine e
Chomsky --, insieme con Platone, in cui trova appagata la sua brama d’una
filosofia idealistica, con Bacone che
gli fa sorgere in mente l'idea d’una scienza positiva e storica delle società,
e con TACITO, che vedremo più innanzi qual servizio gli rese o V. crede d’averne
ottenuto. E insieme col Grozio ricorda perpetuamente gl’altri principali autori
del diritto naturale, Selden e Pufendorf, trascurando gl'innumerevoli loro
seguaci, che considera, piuttosto che
autori di scienza, semplici adornatori del sistema di GROZIO. Il
ricollegamento, in un certo senso, è evidente e confessato e professato dallo
stesso V.; ma anche è indubitabile che egli non aderì semplicemente a quella
scuola, neppure la continua al modo di chi serbi i concetti generali e
direttivi, e svolga o corregga i
particolari. La continua solamente in significato dialettico, cioè in
quanto ne ebbe a contrastare le tesi capitali o ad accoglierle cangiandole
profondamente. Il diritto naturale gl’offerse non soluzioni ma problemi, e di
questi anche s’alcuni gl’offerse ben determinati, altri, e più gravi, suscita
solamente nel suo spirito: problemi dunque o non risoluti o neppure veduti, che V. si propone e in
parte risolve. Gl’aspetti e le tendenze del diritto naturale erano molteplici,
e conviene preliminarmente distinguerli ed enumerarli. In primo luogo, in
quella scuola, presa nel suo complesso e nei suoi tratti essenziali, s’esprime
il progresso sociale, onde l'Europa, uscendo dal feudalesimo e dalle guerre di religione, si da una nuova coscienza,
spiccatamente borghese e LAICA: si ricordi che la formazione d’essa fu quasi
contemporanea alla nascita dell'anticlericale e borghese istituto della
massoneria. Naturale voleva dire, tra l'altro, non soprannaturale – GRICE ON
MOORE --; e, quindi, ostilità o indifferenza di fronte al soprannaturale e alle
istituzioni che lo rappresentavano e ai conflitti sociali che ingenera. Non a caso
Grozio fu arminiano; Pufendorf ebbe liti con teologi; TOMASIO è rammentato tra
i promotori della libertà di coscienza. Le proteste di reverenza verso la
religione e verso la chiesa, che con molta abbondanza quei pubblicisti solevano
inserire nei loro scritti (i quali ne sono come
soffusi d’un velo di pietà), erano cautele da politici, che procurano di
minare il nemico senza lasciarsi scorgere, di ferire coprendosi. Cautela
lodata, per es., nel Grozio d’uno dei seguaci della scuola, l'autore della
Pauco plenior iuris naturalis historia, che celebra il maestro come
instrumentum divince providentice, quasi Messia venuto a redimere il lumen naturale dalla servitù al super naturale, e fornito perciò di tutta la forza
e di tutta l'abilità occorrenti; talché, esperto delle persecuzioni
scolastiche, caute versabatur ne maius
bilem adversus prudentiam naturalem et rationalem ex latebris productam tara
minis irritaret, e procedendo a separare le leggi umane dalle divine, non
prende di fronte la scuola teologica coll'attaccarne
gli errori fondamentali, anzi perfino la loda nei prolegomeni dell'opera sua.
Naturale significa altresì ciò che è comune agl’individui delle varie nazioni e
stati; onde, sotto l'aspetto pratico, forniva un ottimo motto d'ordine per
riunire in certi desideri, speranze e lotte comuni la borghesia dei vari paesi.
I trattati del diritto naturale furono pella
borghesia quel che il Manifesto dei
comunisti e il grido: Proletari di tutto il mondo, unitevi, tentarono d’essere
pella classe operaia. In quanto quella scuola e quella pubblicistica erano
manifestazione d’un moto pratico, l'interesse filosofico v’aveva parte
subordinata e ufficio sussidiario. Per questa ragione, in secondo luogo, le trattazioni del diritto
naturale, filosoficamente considerate, non si levano di solito sopra un chiaro
e popolare empirismo. I principi, sui quali si appoggiano, non sono
approfonditi e assai spesso neppure estrinsecamente unificati; i concetti, che
adoperano, sono piuttosto rappresentazioni generali; la forma della trattazione
è solo apparentemente sistematica. Qualcuno
di quegli scrittori procura di collegare le sue dottrine giusnaturalisticbe colla
filosofia platonica, del PORTICO o cartesiana, risaliva ad assiomi logici e
metafisici, si giova della deduzione e del metodo matematico. Ma tutto codesto
era accostamento e non fusione, adornamento e non ravvivamento; e, tutt'al più, vale come prova di diligenza e di
serietà d'intenzioni. La filosofia, pell’altro, implicita più o meno nei
trattatisti del diritto naturale ed esplicita nei filosofi che presero a
elaborarlo speculativamente, s’accorda collo spirito del tempo, del quale ci
sono noti i caratteri generali. Cosicché terzo aspetto del giusnaturalismo fu,
in etica, o l'utilitarismo, ora più o
meno larvato ora apertamente dichiarato, e a volta a volta ragionato con
filosofia piuttosto matematizzante o piuttosto sensistica, di tendenze
materialistiche o di tendenze razionalistiche; ovvero, che è quasi il medesimo,
un astratto e intellettualistico moralismo, che minaccia di precipitare a ogni
istante nell'utilitarismo. Dal quale
intellettualismo e utilitarismo, combinati coll'impronta pratica e
rivoluzionaria di quel moto spirituale, che era rivolto piuttosto a un
semplicistico diritto da far trionfare che non a riconoscere quello realmente
svoltosi nella storia e ricco di tante forme e vicende, deriva il quarto
carattere d’esso, cioè la mancanza di senso storico, l'antistoricismo della scuola, la quale stabiliva l'astratto
ideale di’una natura umana fuori della storia umana o non fusa e vivente in
questa. Infine, borghese, anticlericale, utilitario o materialistico com'era,
il giusnaturalismo aveva un quinto e importante carattere, l'avversione alla
trascendenza e la tendenza a una concezione immanentistica dell'uomo e della
società. Carattere poco esplicato e poco ragionato dottrinalmente, ma non
pertanto facilmente riconoscibile nel complesso dei concetti di quella scuola.
Ora, l'ispirazione di V. era genuinamente ed esclusivamente teoretica, punto
pratica o riformistica; altamente speculativo il suo metodo, e disdegnoso
dell'empirismo; idealistico, e perciò antimaterialistico e antiutilitaristico, il suo spirito; la sua
gnoseologia anelante al concreto, al certo, e però storicizzante. Per
conseguenza, la sua dottrina della ragion pratica, pure prendendo le mosse dal
giusnaturalismo, dove uscire diversa, anzi contraria a questo, in tutti i primi
quattro caratteri da noi enunciati. E se in qualcosa coincide, non nella
via per pervenirvi, ma nel risultamento, era appunto dove meno
l'autore avrebbe voluto: nel carattere immanentistico e areligioso. Ma poiché
il nostro proprio tema non è già la critica e modificazione che il diritto
naturale ebbe nel pensiero di V., si bene questo pensiero stesso, sarà
opportuno, ripigliando il filo dell’esposizione, seguire ordine alquanto
diverso da quello tenuto nel
ricapitolare i vari caratteri del giusnaturalismo, e cominciare dal vedere
l'opposizione di V. all'utilitarismo dichiarato o larvato di quella scuola, e
la dottrina ch’egli svolge sul principio dell'etica. I due principali
rappresentanti dell'utilitarismo che V. ha sempre innanzi agl’occhi, sono
Hobbes e Spinoza; ma ricorda insieme con essi
Locke e Bayle e, MACHIAVELLI e, risalendo all'antichità, IL PORTICO
ROMANO col suo concetto del fato, L’ORTO ROMANO con quello del caso, Carneade
col suo scessi, e perfino l'inconsapevole dottrina che è contenuta nel motto Vce victis, attribuito al Brenno o capo
dei Galli invasori di Roma. Di Hobbes ammira lo sforzo magnanimo nel cercare d’accrescere la filosofia d’una
teoria che l’era mancata nei bei tempi della Grecia, cioè della teoria
dell'uomo considerato in tutta la società del genere umano; ma dice infelice
l'evento, fallito il tentativo, che, come anche quello di Locke, nel fatto
risulta assai prossimo all'ORTO ROMANO. Hobbes non s’era accorto che egli non
si sarebbe potuto neppure proporre il
suo problema del diritto naturale dell'umanità, s’il motivo non gliene fosse
stato fornito pell'appunto dalla religione cristiana, la quale comanda verso
tutto il genere umano, nonché la giustizia, la carità. Al PORTICO ROMANO
invece, al suo fato e al suo determinismo onde furono incapaci a ragionare
adeguatamente di repubblica e di leggi,
a codesti spinosisti dell'antichità, si collega idealmente Spinoza, del cui
utilitarismo, diverso di spiriti tanto dal lockiano quanto dall'hobbesiano, perché
Spinoza mente, non sensu de veris rerum diiudìcat, non isfuggiva a V. la
singolarità. Ma, per singolare che debba dirsi, esso costrinse Spinoza a
ragionare di repubblica in modo poco
elevato, come d’una società che sia di mercadanti. Quelle dottrine utilitarie,
calunniose dell'umana natura, parvero a V. proprie d’uomini disperati, che pella
loro viltà non ebbero mai parte nello stato, o pella loro superbia si stimarono
tenuti bassi e non promossi agl’onori dei quali pella loro boria si credevano
degni; e annovera tra costoro il povero
Spinoza, il quale, non avendo, perché ebreo, niuna repubblica, mosso da livore,
si sarebbe dato a escogitare una metafisica da rovinare tutte le repubbliche
del mondo. Severo è il suo giudizio sulle condizioni dell'etica ai suoi tempi,
che era quale poteva essere sulla base d’una metafisica meccanica e
materialistica, senza lume di finalità.
Cartesio fu affatto sterile in quel campo, perché le poche cose che sparsamente
ne lascia scritte non compongono dottrina e il suo trattato delle Passioni
serve piuttosto alla medicina che alla morale; similmente sterili Malebranche e
Nicole, e i Pensieri di Pascal, solitaria eccezione, sono pur lumi sparsi. Degl’italiani,
PALLAVICINO offri appena un abbozzo d’etica
nel suo trattato Del bene, e MURATORI, nella sua Filosofia morale, fece prova
assai infelice. L' utilità non è principio esplicativo della moralità, perché
proviene dalla parte corporale dell'uomo e, per tale provenienza, è caugevole,
laddove la moralità, l' honestas, è eterna. Derivare la moralità dall'utilità --
THE OUGHT CASHED OUT ON A HIGHER-ORDER WANT – GRICE -- è scambiare l'occasione colla causa, fermarsi
alla superfìcie e non spiegare per nulla i fatti. Nessuno dei vari modi nei
quali il principio utilitario viene atteggiato dai filosofi, la frode o
impostura, la forza, il bisogno, rende conto delle differenziazioni, cioè
dell'organismo sociale. Quale frode
poteva mai sedurre e trarre in inganno i supposti primi semplici e parchi posseditori
di campi, i quali vivevano affatto contenti della sorte loro? Quale forza, se i
ricchi, i pretesi usurpatori, erano pochi, e i poveri, i derubati, molti?
Codeste spiegazioni sono giochetti, indegni del grave problema. Quei forti,
quei potenti erano, in realtà, potenti
d'altro che di sola forza; tanto che si facevano protettori dei deboli e
oppugnatori delle tendenze distruttive e antisociali: la loro legge era, si, di
forza, ma a natura prcestantiori dlctata, cosa che ben era lecito ignorare al barbaro
Brenno, ma non a uomini filosofi. La forza creatrice e organizzatrice delle
prime repubbliche fa tutta umanità generosa,
alla quale si debbono richiamare sempre gli Stati, quantunque acquistati
coll'impostura e colla forza, perché reggano e si conservino; conformemente al
detto di MACHIAVELLI di richiamarli all’origini, ma coll'intesa che l’origini
profonde si trovano nella clemenza e nella giustizia. Gl’uomini sono tenuti
insieme da qualcosa di più saldo dell'utilità.
Società d'uomini non può incominciare e durare senza fede scambievole;
senza che altri riposino sopra l’altrui promesse e s’acquetino alle altrui
asseverazioni di fatti occulti. Si può forse ottenere questa fede col rigore
delle leggi penali contro la menzogna? Ma le leggi sono prodotto della società,
e, perché sorga società, è necessaria quella fede scambievole. Si dirà, come dice Locke, che si
tratta d’un processo psicologico, pel quale gl’uomini via via s’avvezzano a
credere quando altri loro dica e prometta di narrare la verità? Ma, in questo
caso, quegli uomini già intendono l'idea d’un vero, che basti rivelare per
obbligare altrui a doverlo credere senza niun documento umano; e il
principio psicologico dell'abitudine è
oltrepassato. La causa vera della società umana non è, dunque, l'utilità, la
quale favorisce soltanto, come occasione, l'azione della causa, e fa si che gl’uomini,
per natura sociale deboli e indigenti, e divisi dal vizio d’origine, si
traggano a celebrare la loro natura sociale, REBVS IPSIS DICANTIBVS, secondo la
formola di POMPONIO, che V. ripete con predilezione. Cose, fatti, circostanze
mutano nella moralità che non muta; e di qui l'illusione degl’utilitaristi, che
guardano dall'esterno e si tengono alle apparenze e vedono il mutamento e non
la costanza. L'omicidio è vietato; ma l'approvazione che si dà a colui il
quale, minacciato nella vita, non potendo altrimenti salvarsi, uccide l'ingiusto aggressore, non
importa mutevolezza del criterio morale circa l'omicidio, perché, in quelle
particolari circostanze, non si tratta, in realtà, d’omicidio, ma di pena
capitale che l'ingiustamente aggredito, trovandosi in solitudine, infligge
quasi per tacita delegazione sociale. Il furto è vietato; ma colui che, per
tenersi in vita, prende altrui un pane,
non viola la moralità, perché esercita un diritto fondato sull'equobono. La
sola filosofia che porti con sé una vera etica sembra a V. la platonica,
risalente a un principio metafisico, l'idea eterna che educe da sé e crea la
materia; laddove l'etica aristotelica è fondata sopra una metafisica che
conduce a un principio fisico, alla
materia, dalla quale s’educono le forme particolari facendo di Dio un
vasellaio che lavori le cose fuori di
sé. L'etica dei GIURECONSULTI ROMANI abbonda, senza dubbio, di splendidi
aforismi, ma non è altro che una semplice arte d’equità, insegnata con
innumerabili minuti precetti di giusto naturale, che quelli indagano dentro le
ragioni delle leggi e la volontà del
legislatore; epperò non può considerarsi come filosofia morale, dove fa d'uopo procedere
da pochissime verità eterne, stabilite in metafìsica d’una giustizia ideale.
Per ragioni analoghe V. non poteva appagarsi di Grozio e degli altri
giusnaturalisti; circa i quali nota in genere cosa verissima, cioè che i loro
grossi volumi recano, si, titoli
magnifici, ma poi non contengono nulla più di ciò che è volgarmente risaputo.
Se si pesano i principi del Grozio colla bilancia esatta della critica,
risultano tutti piuttosto probabili e verisimili che necessari e invitti. Nella
questione dell'utilità Grozio non coglie il punto giusto, non distinguendo
l'occasione dalla causa; né inchioda, ossia non
definisce, l'antichissima disputa s’il diritto sia in natura o solo
nelle opinioni degl’uomini, nella quale filosofi e teologi ancora contendono collo
scettico Carneade e coll’ORTO ROMANO; propone l'ipotesi degl’uomini primitivi
che siano semplicioni, ma si dimentica affatto di ragionarla. E poiché quei
suoi semplicioni, accortisi dei danni della
solitudine bestiale, vengono alla vita comune, e questa determinazione è
loro dettata dall'utilità, Grozio scivola anche lui, senza avvedersene,
nell'utilitarismo e nell'ORTO ROMANO. Ma V., invece, alla domanda s’il diritto
sia per natura o per convenzione --
GRICE NATURAL CONVENTIONAL -- risponde colla solenne dignità: Le cose
fuori del loro stato naturale né vi s’adagiano
né vi durano. Alla domanda donde nasca la società risponde richiamando il senso
umano, la coscienza, il bisogno che ha
l'uomo di salvarsi dal nemico interno che gli rode il petto. L'origine è
certamente nel timore, ma nel timore di sé stesso, non della violenza altrui; è
nel rimorso che punge, nel pudore che
tingendo di rosso il volto dei primi uomini fa risplendere pella prima
volta la moralità sulla terra. Dal pudore nascono tutte le virtù, l'onore, la
frugalità, la probità, la fede nelle promesse, la verità nelle parole – GRICE
LE MASSIME CONVERSAZIONALI WARNOCK OBJECT MORALITY --, l'astensione
dall'altrui, la pudicizia. Celebrando la
società, l'uomo celebra la natura umana. Il pudore o coscienza morale –
L’IMMANUELE CONVERSAZIONALE --, tradotto
nella corrispondente scienza empirica,
dà il senso comune degl’uomini d'intorno alle umane necessità o utilità, che è
la fonte del diritto naturale delle genti. Questo senso comune, dice V., è un giudizio senza alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un
ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione e da tutto il genere umano.
Giudizio senza riflessione non è veramente giudizio, dal quale la riflessione è
inseparabile; non è giudizio anche perché sentito e non pensato. Ma non è
neppure – MASSIME – what WE DO FOLLOW that we OUGHT to follow -- quello che poi
si disse sentimento, termine vago, ignoto a V. non meno che alla filosofia
tradizionale. È piuttosto un atteggiamento pratico che, simile a un di presso
negl'individui viventi in condizioni simili, produce i simili costumi dei vari
gruppi sociali, da quelli d’una classe particolare a quelli dell'intera
umanità. Atteggiamento affatto spontaneo,
e, anche per questo definito privo di riflessione, onde i costumi si generano
dall'interno e non dall'esterno, e sono simili senza che siano copiati gl’uni
dagl’altri, senza prendere esempio l'una nazione dall'altra. Attraverso quel
senso comune la coscienza morale s'incorpora in compatti e resistenti istituti;
ed esso accerta l'umano arbitrio, che è
di sua natura incertissimo. Ma il timore interno, il pudore, la coscienza morale
è svegliata negl’uomini dalla religione: il timore è timore di Dio, il pudore è
vergogna innanzi a lui. Gl’uomini primitivi errano pella terra solitari,
selvaggi, feroci, senza lingue articolate, senza concubiti certi, in preda alle
loro disordinate violentissime passioni;
piuttosto che uomini, bestioni. Chi li frenerà? Donde verrà il soccorso
che loro impedisca di distruggersi a vicenda? Non possono indirizzarli uomini
sapienti, che non si sa donde o come s'introdurrebbero in mezzo a loro; non può
salvarli l'intervento di Dio: Dio si è ritirato nel suo popolo eletto e non ha
nessun commercio colla restante umanità,
coll'umanità gentilesca. Ma quei bestioni son pur uomini: Dio,
nell'abbandonarli, lascia nel fondo del loro cuore una favilla dell'esser suo.
Ecco: il cielo fulmina, i bestioni stupiscono, si fermano, temono; s’accende in
loro la confusa idea di qualcosa che li supera, d’una divinità. Ed essi
pensano, o piuttosto immaginano, un primo Dio, un Cielo o un Giove fulminante; e a quel Dio si rivolgono
per placarlo o per invocarlo a soccorso. Ma per placarlo e averlo soccorritore
debbono conformare la propria vita a questo intento: umiliarsi alla divinità,
domare l'orgoglio e la fierezza, astenersi da certi atti, COMPIERNE altri. Dal
pensiero della divinità riceve forza dunque il conato ossia la libertà, che è propria della volontà umana, di tenere in
freno i moti impressi alla mente dal corpo per acquetarli o per dare loro altra
direzione. E con questi atti di dominio sopra sé stesso, colla libertà, è nata
insieme la moralità: il timore di Dio ha posto il fondamento alla vita umana.
La terra si copre di are; le grotte dei suoi monti, dove il maschio trascina
ora la femmina, vergognoso dei concubiti
innanzi al volto del Cielo o di Dio, assistono ai primi riti nuziali,
proteggono le prime famiglie; il grembo della terra s’apre ad accogliere il pio
deposito dei morti corpi. Le prime e fondamentali istituzioni etiche, culto
religioso, matrimoni, sepolture, sono sorte. Questa potenza etica e sociale
dell'idea di Dio si riafferma nel corso
della storia posteriore; perché, quando i popoli sono infieriti colle armi, e
nessun potere hanno più sopra di loro le umane leggi, l'unico mezzo di ridurli
è la religione. Si riafferma nello svolgimento individuale della vita umana: ai
fanciulli, infatti, non si può altrimenti insegnare la pietà che col timore di
qualche divinità; e, nella disperazione
di tutti i soccorsi della natura, l'uomo desidera un essere superiore che lo
salvi, e questo essere è Dio. Tutte le nazioni credono in una divinità PROVVIDENTE:
popoli che vivano in società senza alcuna coscienza di Dio, per es., in alcuni
luoghi del Brasile, in Cafra, nell’Antille, sono novelle di viaggiatori, che
procurano smaltimento ai loro libri con
mostruosi ragguagli. S’è cosi. e cosi è
certamente, nessuna dottrina è più stolta di quella che pretende concepire
morale e civiltà senza religione. Come delle cose fisiche non si può avere
certa scienza senza la guida delle verità astratte fornite dalle matematiche,
delle cose morali non si può senza la scorta delle verità astratte metafisiche, e perciò senza l'idea di Dio.
Quando si spegne o si oscura la coscienza religiosa, insieme si spegne e s’oscura
il concetto di società e di stato. Ebrei, cristiani, gentili e maomettani
ebbero quel concetto, perché tutti credettero in qualche divinità, sia come
mente infinita libera, sia come più dèi composti di mente e di corpo, sia come
un unico Dio, mente infinita libera in
corpo infinito. Ma non lo ha L’ORTO ROMANO, che attribuisce a Dio il solo corpo
e col corpo il caso; né IL PORTICO Romano, che lo fa soggetto al fato. E
ottimamente CICERONE dice ad ATTICO, DELL’ORTO ROMANO, di non potere istituire
con lui ragionamento intorno alle leggi, se prima non gli concede che vi sia un divino PROVVIDENTE. Hobbes,
che rinnova L’ORTO ROMANO, e Spinoza, rinnovatore del PORTICO ROMANO, si è
visto che non intesero nulla di quel che siano società e stato. Tra gl’empì
uomini primitivi, brutti, irsuti, squallidi, rabbuffati, dovrebbero andarsi a
disperdere quei dotti dalla sfumata
letteratura, e a capo d’essi Bayle, che sostengono che senza religione
possa vivere, e viva di fatto, umana società. La manchevolezza nell'idea di Dio
è altresì il principale argomento della critica che V. muove a due di coloro
che egli altamente onora come principi del diritto naturale, a Grozio e a Pufendorf.
Né l'uno né l'altro, egli dice,
statuisce per primo e proprio principio il
divino PROVVIDENTE. Grozio non già che propriamente la neghi, ma, pello stesso
grande affetto che porta alla verità, per meglio assodare la necessità
razionale dell'umana società, ne vuol prescindere, e professa che il suo
sistema regga, tolta anche ogni cognizione di Dio; onde V. lo taccia di
socinianismo, perché pone la naturale
innocenza in una semplicità di natura umana. Peggio Pufendorf, il quale
addirittura sembra sconoscere il PROVVIDENTE e comincia con un'ipotesi
scandalosa dell’ORTO ROMANO, supponendo 1'uomo gettato in questo mondo senza
niun aiuto e cura di Dio, senza neppure quella scintilla chiusa in petto, che
si dilata in fiamma morale; della
qual cosa essendo stato ripreso, da Schwartz,
cerca di giustificarsi con una particolare dissertazione, l'Apologia, ma non
giunse a scorgere il principio vero che solo rende possibile spiegare la
società. Ora perché mai, essendoci note tutte codeste energiche affermazioni e
polemiche di V. sulla condizionalità religiosa della morale, abbiamo asserito
che il solo punto in cui egli si trovi
veramente d'accordo con Grozio, con Pufendorf, e in genere colla scuola del
diritto naturale, è la concezione affatto immanente dell'etica? Perché, se ben s’osserva, V. non
s’oppone al metodo tenuto dai giusnaturalisti; che anzi anch'egli costruisce la
sua scienza della società umana prescindendo, come Grozio, d’ogni idea di Dio, e, come Pufendorf, ponendo
l'uomo senza aiuto e cura di Dio, cioè prescindendo dalla religione rivelata e
dal Dio d’essa. Come per quei due, materia della sua indagine è il diritto
naturale e non il soprannaturale, il diritto delle genti e non quello del
popolo eletto, il diritto che sorge spontaneo nelle caverne e non quello che scende
giù dal Sinai – MT SINAI PERHAPS MOISES
BROUGHT MORE THAN THE 10 COMMS – GRICE --
L'opposizione di V., da lui esposta colla consueta confusione e oscurità,
s’aggira non sopra codeste affermazioni, ma sul concetto stesso di religione.
La religione, insomma, della quale egli parla, non è la medesima di cui
parlano, o non parlano, Grozio e Pufendorf. Religione, come già sappiamo, vale
per V. non già rivelazione ma concezione della realtà; o che s’affermi, come
nei tempi della mente tutta spiegata, in forma di metafisica intelligibile, e
mova dal pensiero di Dio per schiarire la logica nei suoi raziocini e
discendere a purgare il cuore dell'uomo colla morale; o che s’affacci, come nei primordi dell'umanità, in forma di
metafisica poetica. Dalla religione rivelata, quando si ricerchi il fondamento della morale, si può ben prescindere;
ma in qual modo si potrebbe da quella religione naturale, che è tutt'una cosa
colla coscienza della verità? Plutarco, descrivendo le primitive religioni
spaventevoli, pone in problema se,
invece di venerare cosi empiamente gli dèi, non sarebbe stato meglio che
non fosse esistita religione alcuna; ma egli dimentica che da quelle fiere
superstizioni si svolsero luminose civiltà e sull'ateismo non crebbe mai nulla.
Senza una religione, mite o feroce, ragionata o immaginosa, che dia l'idea più
o meno determinata e più o meno elevata di
qualcosa che superi gl'individui e in cui gl’individui tutti si
raccolgano, mancherebbe alla volontà morale l'oggetto del suo volere. E a
questo punto si chiarisce quello che abbiamo distinto come il secondo
significato, pratico o etico, della parola religione in V. Nel qual significato
egli rivendica e giustifica il detto degli empì che il timore fa gli dèi; o, anche, addita la radice della religione
nel desiderio che gl’uomini hanno di vivere
eternamente, mossi d’un senso comune d'immortalità nascosto nel fondo
della loro mente. La religione è, in questo secondo significato, un fatto
pratico ossia la moralità stessa, come nel primo era la verità stessa. Intesa
dunque la religione da V. o, nel primo
significato, come condizione o, nel
secondo, come sinonimo della moralità, è chiaro che, col censurare
Grozio e Pufendorf pella loro
trascuranza di questo importantissimo concetto, egli non fa altro in sostanza
che ribadire la critica all'insipido moralismo e al larvato utilitarismo di
quei due pensatori. E pel medesimo fine ebbe anche altre volte ricorso all'efficace strumento del concetto
di religione. Perché se alla filosofìa attribuì talora l'ufficio di giovare il
genere umano sollevando e reggendo l'uomo caduto, tal'altra giudicò che essa
sia piuttosto adatta a ragionare, e che le massime GRICE ragionate dai
filosofi intorno alla morale servano
solamente all'eloquenza per accendere i sensi a
compiere i doveri della virtù, laddove solo la religione è efficace a
far virtuosamente operare. Nella scienza empirica, poi, che corrisponde a
questa parte della filosofia dello spirito, V., mutate in due epoche storiche
la religione, o metafisica poetica, e la filosofia, fatto della prima il
carattere dell'epoca barbarica e della seconda quello dell'epoca civile, è ovvio che dove sostenere, come
sostenne, che sola fondatrice d’ogni civiltà e della stessa filosofia è la
religione, e rigettare il detto, che egli, non senza ritoccarlo, attribuisce a
Polibio, che, se ci fossero al mondo filosofi, non farebbero uopo religioni.
Come potrebbero sorgere filosofi, egli obietta, se prima non sorgano le
repubbliche ossia le civiltà? e come le
repubbliche potrebbero sorgere, senza l'opera delle religioni? Quel detto si
deve dunque invertire: senza religione,
nessuna filosofia. Fu la religione, fa il divio provvidente, che addimesticò i
figliuoli dei Polifemi e via via li ridusse all'umanità degl’Aristidi e dei SPERATI,
dei Lelì e degli Scipioni Africani. Anche il concetto dello stato ferino, che nei libri dei
giusnaturalisti serve d’ipotesi e d’espediente didascalico, sia per isvolgere
la trattazione indipendentemente dalla teologia mistica senza sollevare troppi
scandali, sia per insinuare le loro teorie utilitaristiche, in V. ricompare con
nuovo ufficio è nuovo contenuto. Cattolico di pure intenzioni, avendo dato pace
al suo animo col separare la religione
rivelata da quella umana, egli è in grado d’assumere lo stato ferino come vera
e propria realtà. Verità ideale, in quanto rappresenta nella dialettica della
coscienza pratica un momento necessario pella genesi della moralità, il momento premorale; realtà
storica ed empirica, come approssimativa condizione di fatto in quei periodi d’anarchia e fermentazione che
precedono il sorgere della civiltà o seguono alle crisi di queste. I
giusnaturalisti fanno ossequio, ora più ora meno, alla dottrina tradizionale
della chiesa, cioè che l'umanità gentilesca, nella dispersione seguita alla
confusione babelica, avesse portato seco un residuo di religione rivelata, un
vago ricordo del vero Dio, donde
l'origine della vita sociale e degli dèi falsi e bugiardi, barlume del Dio
vero; e per questa ragione lo stato ferino veniva proposto nel loro sistema
come astratto e irreale. V. eseguiva sul
serio la distinzione tra ebrei e gentili, e concepiva lo stato ferino come
privo d’ogni aiuto che provenisse dall'anteriore rivelazione: uno stato nel quale l'uomo era, per cosi dire, da solo
a solo colle proprie sconvolte e turbolente passioni. Stato di fatto senza
moralità, ma. diversamente che nell'ipotesi utilitaria, tutto pregno d’esigenze
morali, e dal quale s’esce col farsi esplicito di questo implicito IMPLICATURA
GRICE. Ma si esce naturalmente e non già per effetto della grazia divina: la vera grazia divina è la stessa natura
umana, a cui partecipano i gentili al pari degl’ebrei, tutti irraggiati nel
volto d’un lume divino. L'uomo ha libero arbitrio, ma debole, di fare delle
passioni virtù; e nel suo travaglio verso la virtù è aiutato in modo naturale
dal divino provvidente. Di certo, V. non intende disconoscere l'efficacia
altresì della diretta e personale grazia
divina; ma, col suo solito metodo, la separa del divino provvidente NATURALE,
che solo gì’importa e solo considera. A lui piacque sempre, per quel che
concerne le controversie sulla grazia, di tenersi lontano dai due estremi,
tipicamente rappresentati, secondo lui, dal pelagianismo e dal calvinismo; e studiando
le opere di Ricardo, il gesuita Deschamps, teologo della Sorbona, ne
accetta la dimostrazione circa l'eccellenza della dottrina d’AGOSTINO, appunto
perché media tra quegli estremi. Siffatta temperata dottrina gli sembra propria,
dice, per meditare un principio di diritto naturale delle genti, che spiega
l'origine del DIRITTO ROMANO e d’ogni altro
gentilesco, e per tenersi nel tempo stesso in accordo colla religione
cattolica. Era disposto a concedere che vi sia una nazione privilegiata, l'ebrea; e che l'uomo
cristiano, nella lotta contro le passioni, sia più forte del non cristiano,
perché, dove non giunge la grazia naturale, può essere soccorso dalla
soprannaturale. Ma, infine, il miracolo è miracolo [WAR IS WAR, WOMEN ARE WOMEN
--, e la Scienza nuova non è scienza di miracoli. Che tale non sia, è
confermato dalla critica di V. al terzo dei tre principi del diritto naturale,
a Selden, celebre ai suoi tempi quanto dimenticato poi, autore del De iure
naturali et gentium iuxta disciplinam hebrceoì'um. Diversamente da Grozio, e
avversario di lui anche in altre
questioni, Selden non nega anzi sublima l'efficacia della religione, né
concepiva possibilità alcuna di vita morale e civile pel genere umano, fuori
della rivelazione. La quale, fatta da Dio al popolo ebreo, da questo sarebbe
passata ai gentili per molteplici vie di trasmissione: Pitagora, per es.,
avrebbe avuto per maestro Ezechiele;
Aristotele, al tempo della spedizione d’Alessandro in Asia, si sarebbe
stretto in amicizia con Simone il giusto; a NUMA Pompilio sarebbe giunta
qualche notizia della Bibbia e dei profeti. C'era di che soddisfare ogni animo
di credente, che si ritraesse timoroso dai libri degl’altri giusnaturalisti
avvertendone le tendenze eterodosse. Ma V. non vuol sapere di codesto sistema ultrareligioso. Se
Grozio prescinde del divino PROVVIDENTE e
Pufendorf lo sconosce, Selden aveva il torto, egli dice, di supporlo, di farne cioè un deus ex
machina, senza spiegarla coll’intrinseca natura della mente umana. Contrario
alla filosofia, quel sistema non era meno contrario alla storia sacra, la quale
anche pell’ebrei ammette in certo modo
un diritto non rivelato ma naturale, e solamente perché essi ne persero
coscienza nel tempo della schiavitù d'Egitto, fa intervenire l'opera diretta di
Dio con la legge – il decalogo conversazionale di Grice -- data a Mosé; e non
era conforme, nell'asserita trasfusione di cognizioni e leggi dagl’ebrei nei
gentili, a quel che dice Flavio Giuseppe
degl’ebrei, sempre restii a qualsiasi contatto con popoli stranieri, e a quel
che V. suppone fosse detto anche a questo proposito da Lattanzio, come in
genere era privo di qualsiasi più elementare sussidio di documenti. Cosicché la
conclusione di V. è sempre la medesima: gl’ebrei si giovarono altresì d’un
aiuto straordinario del vero Dio, ma le restanti nazioni s'incivilirono per
opera dei soli lumi ordinari dal divino provvidente. Se poi V. interpetra
esattamente Grozio e Pufendorf ed esattamente ne riferisse le parole, è quesito
per noi di lieve peso, perché non tanto e'importa il modo nel quale V. espose e
giudica gl’altri filosofi, quanto l’idee che egli sostenne pur attraverso i suoi fraintendimenti storici,
che, a dir vero, non sono pochi. Tuttavia, sarà bene indicare di volo, circa le
difficoltà che possono incontrarsi su questo punto, la soluzione che a noi
sembra plausibile. Senza dubbio, chi, dopo aver letto le censure di V., apra il De iure belli et pacis e vi trovi che
Grozio include espressamente fra i suoi tre
principi fondamentali, accanto alla RAGIONE e alla socialità, la volontà
divina, e che quel suo prescindere da Dio suona poco più d’una semplice frase
enfatica a significare la forza della socialità e della ragione, le quali
avrebbero efficacia etiamsi daremus non esse Deum o che Dio non si curi delle
cose umane, quod sine summo scelere davi nequit, chi apra Pufendorf e vi legga il più solenne rifiuto
dell'ipotesi groziana, empia ed assurda, e la dichiarazione che la legge naturale
resta sospesa in aria, priva di forza,
senza la volontà d’un Dio legislatore, può essere tratto a tacciar V. di poca
diligenza o di strana puntigliosità ortodossa nella critica che muove a questi
suoi predecessori. Ma V., in verità, non
sa che cosa farsi d’un Dio messo accanto alle altre fonti della moralità, o
messovi disopra come una superflua fonte della fonte; egli, che cerca Dio nel
cuore dell'uomo, sente e scorge l'abisso che lo separa da coloro che non
l'avevano più nel cuore e appena, per abito o per prudenza, lo serbavano nelle
parole. Più sottilmente si potrebbe
domandare perché mai, se V. era d'accordo coi giusnaturalisti nel
prescindere dalla rivelazione, e s’egli, anziché rigettare, approfondiva la
loro superficiale dottrina immanentistica, s’atteggia a loro risoluto
avversario e fa la voce grossa e insiste presso prelati e pontefici
nell'attribuirsi il vanto d’aver esso pel primo formato un sistema del
diritto naturale, diverso da quello dei
tre autori protestanti e adatto alla chiesa romana. L'ipotesi che opera cosi
per politica cautela la proporremmo, se, invece di lui, avessimo innanzi, per
es., un appassionato e magnanimo ma furbo frate, un CAMPANELLA; ma la candida
personalità di V. l’esclude affatto, e solo si può concedere che, poco chiaro
com'era sempre nelle sue idee, questa
volta s’adagia alquanto nella poca chiarezza e, trasportato dalla sua calda
fede, alimenta le sue illusioni, fino a idoleggiarsi dentro di sé colla veste
di defensor ecclesia nell'atto stesso che soppianta la religione della chiesa
con quella dell'umanità. Da TACITO, insomma, egli avrebbe ricevuto la spinta al
suo gran lavoro, che fu di rendere
concreto l'ideale, e d'inserire, come dice, adattando un detto di CICERONE, la
repubblica di Platone nella feccia di Romolo. Come lo spirito conoscitivo passa
dal sentire senza avvertire all'avvertire con animo perturbato e commosso e
indi al riflettere con mente pura; cosi, analogamente, lo spirito volitivo
passa dalla ferinità al certo pratico e
da questo al vero. Nella correlativa scienza empirica il passaggio è press'a
poco quello dallo stato ferino all'eroico o barbarico e dall'eroico al civile.
Tutte le manifestazioni della vita si conformano a questi tre tipi sociali:
donde tre spezie di nature, tre spezie di costumi, tre spezie di diritti e
quindi di repubbliche, tre spezie di lingue
e di scritture, tre spezie d’autorità, di ragioni, di giudizi, tre sètte
di tempi. Per quanto V. sia confuso e talvolta contradittorio nel determinare i
particolari delle varie corrispondenze, il suo pensiero generale è chiaro. Dove
la riflessione è scarsa e la fantasia gagliarda, sono anche gagliarde le
passioni, violenti i costumi, aristocratici ossia feudali gli stati, sottoposte alla rigida autorità
paterna le famiglie, dure le leggi, simbolici i procedimenti dei negozi
giuridici, metaforiche le lingue, geroglifiche le scritture. Per contrario,
dove la riflessione predomina, la poesia si dilegua o si riempie di filosofia,
i costumi si fanno miti, le passioni regolate, i popoli assumono i governi, i
componenti delle famiglie sono anzitutto
cittadini dello stato, le leggi si compenetrano d’equità, le procedure si
semplificano, la lingua si sfronda della metafora, le scritture diventano
alfabetiche. Forme miste, quali le vagheggiano artificiosamente alcuni
politici, sarebbero mostri; e sebbene s’osservino forme mescolate naturalmente,
ossia ritenenti il vezzo delle primiere,
ciascuna forma pella sua unità si sforza sempre, quanto più può, di scacciare
dal suo subbietto tutte le proprietà d’altre forme. Quale dei vari tipi sociali
sta a fondamento degl’altri e porge il criterio per giudicarli? o quale è il criterio e la misura per
giudicarli tutti quanti? Una siffatta domanda, per V., non ha senso. Ciascuno
di quei tipi ha la propria misura in sé
stesso. I governi, egli dice, debbono
essere conformi alla natura degl’uomini governati: la scuola dei principi è la
morale dei popoli. Si può inorridire innanzi alla guerra, al diritto del più
forte – GRICE NEOTRASIMACO NEOSOCRTE --,
alla riduzione dei vinti a schiavi, cioè a cose che ripugnano ai nostri
costumi ingentiliti; ma la società, che
s’esplica con quei costumi, era necessaria e perciò buona. La divinità della
forza, come si è detto di sopra, teneva il posto e compie l'ufficio del non
ancora possibile impero della ragione. Vengono di poi i tempi della ragione
umana tutta spiegata; e gl’uomini non si stimano più secondo la forza, ma si
riconoscono eguali nella natura
ragionevole, che è la propria ed eterna natura umana. Altri tempi, altri
costumi, e buoni non meno, ma non più,
dei primi. Tanto varrebbe domandare la
misura comune di questi vari tipi sociali, quanto se si domanda quale sia la
vera età della vita individuale, la misura comune della fanciullezza, della
giovinezza, della virilità, della
vecchiaia. Paragone che, pell'appunto, V. stesso mette innanzi. Come i
fanciulli tutto scelgono secondo il capriccio e si comportano con violenza –
GRICE GOLDING --, gl’adolescenti
vigoreggiano pella fantasia, gl’adulti guidano le cose con più pura ragione e i
vecchi con solida prudenza; cosi al genere umano, infermo, solitario e
indigentissimo nelle sue origini,
convenne crescere dapprima in isfrenata libertà, poi ritrovare i necessari,
utili e comodi della vita coll'ingegno e colla fantasia, che fu il secolo dei
poeti; e, infine, coltivare la sapienza colla ragione, che fu il secolo dei
filosofi. Parimente, il diritto naturale nasce dapprima con leggi, per cosi
dire, di giusta libidine e di giusta
violenza; poi fu rivestito con alcune favole di giusta ragione; infine, si afferma apertamente nella
sua schietta ragione e generosa verità. Con siffatto modo di considerare e
giudicare stati, leggi e costumi, V. respinge un'altra delle dottrine o delle
pretese capitali del giusnaturalismo: quell'astrattismo e antistoricismo, che
abbiamo ricordato a suo luogo, e del
quale era conseguenza la concezione di’un diritto naturale, che stia di sopra
al diritto positivo, e perciò una sorta di codice eterno, una legislazione
perfetta, non attuata ancora pienamente ma d’attuare, i cui lineamenti
traspaiono con molta nitidezza nelle opere dei giusnaturalisti attraverso il
tenue velame dottrinale e filosofico. Codice eterno, che era poi, nella sua
parte effettuale, un codice contingente e transitorio, o almeno la proposta di
un codice conforme alle tendenze riformistiche e rivoluzionarie di quegli
scrittori, piuttosto che filosofi, pubblicisti. V. si spaccia del codice ideale
eterno senza averne l'aria: prontissimo, anzi, a riconoscere che il ius
naturale philosophorum ò eterno nella
sua idea e severissimamente stabilito ad rationis mternee libellam. Ma dall'eternità
concessagli a parole e per ossequio alla vecchia filosofia scolastica e
tradizionale, della quale qua e là egli risente l'efficacia, passa a negargli
di fatto l'eternità e il carattere soprastorico, perché, invece di metterlo
sopra e fuori la storia, lo colloca al posto
che gli spetta, dentro la storia. Il diritto della violenza o eroico, cangiatosi
nel diritto incivilito, giunge via via a un certo termine di chiarezza, al
quale pella sua perfezione altro non rimane che alcuna setta di filosofi lo
compia e fermi con massime GRICE ragionate sull'idea d’un giusto eterno; e
questo raziocinamento e sistemazione è il ius naturale philosophorum, estrema forma dello
svolgimento storico del diritto e non già regola perpetua d’esso: risultamento,
non misura. Di qui l'accusa di V. a Grozio GRICEVS GRICEO GRIZEO che, per avere
scambiato il ius naturale philosophorum, il diritto composto di massime GRICE ragionate
da moralisti e teologi e in parte da giuristi, col ius naturale gentium, nella terminologia groziana,
per avere scambiato il diritto naturale con una forma di diritto arbitrario o
positivo), fraintese i giureconsulti romani, i quali intendeno parlare
solamente di questo secondo, e perciò propone correzioni e mosse loro censure i
cui colpi vanno a cadere nel vuoto. Il codice eterno, considerato
intrinsecamente, è un'utopia – un MITO
GRICE --; e poiché la prima e maggiore dell’utopie fu la Repubblica platonica –
H. P. GRICE, PLATO’S REPUBLIC -- , conviene, per meglio determinare il punto di
cui si tratta, osservare il comportamento di V. rispetto alla costruzione
politica platonica. A dare ascolto alle sue parole, la Repubblica platonica
sarebbe stata un altro dei tanti
incentivi e modelli che egli avrebbe avuti a concepire la Scienza nuova. Dallo
studio di Platone incomincia a destarsi in lui, senz'avvertirlo, il pensiero di
meditare un dritto ideale eterno che celebrassesi in una città universale
nell'idea o disegno del provvidente, sopra la quale idea son pure fondate tutte
le repubbliche di tutti i tempi, di
tutte le nazioni: che era quella repubblica ideale, che in conseguenza della
sua metafisica divina dove meditar Platone. Dove, ma non lo potè fare pell'ignoranza,
in cui egli era, del primo uomo caduto; cioè dell'originario stato ferino e
della sapienza, che gli successe, affatto poetica o volgare: ignoranza in cui
fu mantenuto per un errore comune delle
menti umane che misurano da sé le nature non ben conosciute d'altrui, di guisa
che egli innalza le barbare e rozze origini dell'umanità gentilesca allo stato
perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte, e sapientissimi di tal
sapienza riposta immagina quei primi uomini che furono invece, nella realtà,
bestioni tutti stupore e ferocia. In
conseguenza di quest'errore erudito Platone, in cambio di meditare sulla
repubblica eterna e sulle leggi del giusto eterno colle quali il provvidente ordina
il mondo delle nazioni e lo governa colle bisogne comuni del genere umano onde
esse si reggono sul comune senso di tutta l'umana generazione, medita in una
repubblica ideale ed in un pur ideale
giusto – GRICE JUSTICE AS FAIRNESS neosocrates neotrasimaco --, col quale le
nazioni non si conducono punto. E, anzi, se mai, dovrebbero discostarsenc e
purgarsene, perché tra quelle determinazioni di repubblica perfetta se ne
trovano alcune disoneste e d’aborrire, com'è la comunanza delle donne.
Cosicché, V. accetta da Platone l'idea d’una
repubblica eterna, sconvolgendola da cima a fondo con la soggiunta riserva: che
la vera repubblica eterna non è l'astratta platonica, ma il corso storico in
tutti i suoi vari e successivi modi, dai bestioni non esclusi a Platone
compreso. Di codesta, che è la generis Immani respublica, la magna generis
humani civitas, la respublica universa, egli intende studiare formarti,
ordines, societates, negotia, leges, peccata, pcvnas et scientiam in ea
tractandi iuris, e come tutte queste cose si venissero svolgendo a suis usque
primis human itatis originibus, divina providentia – provvidente -- moderante,
moribus gentium ac proinde auctoritate, cioè presso V. può essere, anzi è pell'appunto,
quello della persuasione circa il
provvidente, ossia l'idea che l'uomo ha di Dio, dapprima nella forma del mito,
dipoi in quella pura e ragionata della filosofia. L’antiche nazioni gentili, egli
dice, incominciarono la sapienza poetica metafisica di contemplare Dio pell'attributo
del provvidente, sulla quale furono fondati gl’auspici e la divinazione. Senza
del provvidente, dunque, non si forma nell'uomo la sapienza, che è coscienza
dell'infinito; non sorge la moralità, ch'è timore e riverenza del potere
superiore che governa le cose umane. Ma il provvidente, in tale significato,
non dà luogo a nuovo discorso, dopo di quello già fatto da noi a proposito cosi
del mito come dei rapporti tra morale e religione. Passando, dunque,
senz'altro, al provvidente nel secondo significato, ossia al suo vero e proprio
concetto, ci sembra opportuno prescindere per qualche istante da V. e fornire
alcuni schiarimenti dottrinali. È comune osservazione che altro è produrre un
fatto, altro conoscere il fatto prodotto. La conoscenza di ciò che realmente un
fatto è, s’ottiene talora, nella vita
dell'individuo, dopo parecchi anni, nella vita dell'umanità dopo parecchi
secoli. Coloro medesimi che sono i diretti agenti d’un fatto, non ne hanno di
solito la conoscenza o l'hanno assai imperfetta e fallace; tanto che sono
passate in proverbio le illusioni, che, come si dice, accompagnano l'attività
degl’uomini. Il poeta crede di cantare
la purità ed effettivamente canta la lascivia; crede di cantare la forza e
canta la debolezza; crede d’essere terribilmente pessimista ed è
fanciullescamente ottimista; crede d’essere Satana ed è un brav'uomo
inoffensivo. Non meno s'ingannano i filosofi; e dei loro inganni non dovremo,
in verità, andar lontano a cercare esempì, perché tanti e tanti ce ne viene porgendo proprio il
filosofo che stiamo studiando: uno di coloro che maggiormente s'illusero sulle
reali tendenze dei propri pensieri. E s'inganna l'uomo politico che, assai
spesso, credendo e professando di lottare pella libertà, è semplice aiutatore
di reazione, o credendo di servire alla reazione, incita a ribellarsi e serve
alla libertà. E via discorrendo.
Illusioni spiegabilissime, perché gl'individui e i popoli, nel fervore del
produrre o appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere il loro
stato d'animo, ma non farne quella critica che è il racconto storico; onde,
quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di sé stessi storie
fantastiche, verità e poesia commiste.
Anzi, in questa dimostrata difficoltà di conoscere l'agire nell'agire è
uno dei motivi della saggia raccomandazione a parlare il meno possibile di sé
medesimi, e della diffidenza che si prova pelle autobiografie e i libri di
memorie, curiosi e anche, se si vuole, importanti, ma che non porgono mai la
schietta verità storica dei fatti narrati. L’opere umane ci giungono, per tal modo, avvolte nei fumi
dell’illusioni che si sollevano dagl'individui. E lo storico superficiale si
ferma all'involucro e prende a raccontare come le cose siano andate, facendosi
portavoce di quelle illusioni. A questo modo la storia della poesia si viene
conformando come il racconto dell’intenzioni, dell’opinioni, dei fini del
poeta o di quelli che gl’attribuirono i
suoi contemporanei; la storia della filosofia, come l'aneddotica dei
sentimenti, delle bizze, e dei fini pratici dei filosofi; quella politica, come
un tessuto d'intrighi, di bassi interessi, di pettegolezzi, di miserie. Ma non
appena un più cauto o diverso ingegno storico s’avvicina a quelle storie, il
primo atto ch'egli compie è di soffiare
sulla nebbia, spazzare via gl'individui e le loro illusioni e guardare
direttamente le cose, quali si sono prodotte nella loro successione oggettiva e
nella loro origine sopraindividuale. La storia vera e reale emerge allora di là
dagl'individui, come un'opera che si compia dietro le loro spalle: opera d’una
forza diversa dagl'individui agenti:
Fato, Caso, Fortuna, Dio. Gl'individui, che prima erano tutto e
riempivano la scena coi loro gesti o coi loro gridi, ora, in questa seconda
guisa di storia, sono meno che nulla, e i loro atti e gridi, destituiti di
seria efficacia, destano riso o pietà – GRICE CAESAR RUBICONE -- Si guarda atterriti il Fato che li domina, si
stupisce alle strane combinazioni del Caso e ai capricci della Fortuna, s’adorano
i disegni imperscrutabili del divino provvidente. Di codeste forze gl'individui
appaiono a volta a volta l'inerte materiale, i leggieri giocattoli, i ciechi
strumenti. Senonché una più profonda considerazione va oltre anche questa
seconda veduta della storia. La pietà che sembrano destare gl'individui,
la comicità che suscitano, in effetti
non è meritata d’essi ma dalle loro immaginazioni, o, piuttosto, da coloro che
le scambiano per verità. La storia reale è fatta dall’opere e non dall’immaginazioni
e illusioni; ma l’opere sono poi compiute dagl'individui, non certamente in
quanto sognanti – il suicidio di CATONE --, ma, appunto, in quanto operanti;
non nella frivolezza del loro opinare, ma nell'ispirazione del genio, nel sacro
furore del vero, nel santo entusiasmo dell'eroismo d’ENEA, TURNO, e ROMOLO.
Fato, Caso, Fortuna, Dio sono spiegazioni che hanno tutto il medesimo difetto,
che è di separare l'individuo (AGENT, DOER) dal suo prodotto (ACT), e, invece
di cacciare via, come si argomentano, il
capriccio o l'arbitrio individuale – GIULIO RUBICONE GRICE -- dalla storia,
inconsapevolmente lo rafforzano e lo moltiplicano. Capriccioso è il cieco Fato,
il Caso stravagante, il tirannico Dio; epperò il Fato passa nel Caso e in Dio,
il Caso in Fato e Dio, e Dio si converte nell'uno e nell'altro, tutti eguali e
tutt'uno. L'idea, che supera e corregge
tanto la visione individualistica della storia quanto quella sopraindividualistica,
è l' idea della razionalità della storia. La storia è fatta dagl'individui; ma
l'individualità è la concretezza stessa dell'universale, e ogni azione
individuale, appunto perché individuale, è sopraindividuale. Non vi è né
l'individuo né l'universale come due
cose distinte, ma l'unico corso storico, i cui aspetti astratti sono
l'individualità priva d’universalità e l'universalità priva d'individualità.
Quest'unico corso storico è coerente nelle sue molteplici determinazioni, al
modo d’un'opera d'arte che è varia e una insieme e nella quale ogni parola s’abbraccia
coll'altra, ogni tono di colore si riferisce agli altri tutti, ogni linea si lega a ogni altra linea.
A tale patto solamente è dato intendere la storia, che altrimenti resta
inintelligibile, come inintelligibili restano un discorso senza significato e
una incoerente azione da folle. La storia dunque non è opera né del Fato né del
Caso, ma di quella necessità che non è fatalità e di quella libertà che non è
caso. E poiché la veduta religiosa che
la storia sia opera di Dio ha, sulle altre, il vantaggio e il merito
d'introdurre una causa della storia che non sia né fato né caso, e perciò
neppure pili propriamente causa ma efficienza creativa e spirito intelligente e
libero, è naturale che, per atto di gratitudine verso questa veduta più alta,
non meno che per opportunità di
linguaggio, si sia tratti a dare alla razionalità della storia il nome di Dio che
tutto regge e governa ed e provvidente. A denominarla cosi, purgando in pari tempo
la denominazione delle sue scorie mitiche, pelle quali Dio provvidente si
corrompevano di nuovo in un fato o in un caso. Onde il provvidente nella storia
ha, in quest'ultima sua forma logica, il
duplice valore d’una critica dell’illusioni individuali, allorché si presentano
come la piena e sola realtà della storia, e d’una critica della trascendenza
del divino. E si può dire che nel punto di vista d’essa si siano collocati e si
collochino sempre, come per istinto, cioè anche senza fare professione d’esplicita
teoria, tutti gì'ingegni naturalmente
forniti di quella particolare attitudine che si chiama senso storico. S’ora,
nel tornare a V., ricerchiamo quale soluzione egli da al problema della forza
che muove la storia, e quale contenuto preciso avesse in lui il concetto del
provvidente nel significato oggettivo, è agevole anzitutto escludere che la sua
fosse quel provvidente trascendente e
miracoloso, che aveva formato il tema dell'eloquente Discours di
Bossuet. Agevole, sia perché egli in tutta la sua filosofia non fa mai altro
che ridurre il trascendente all'immanente, e qui innumeri volte ripete che il
suo provvidente opera per vie naturali o, valendosi della terminologia della
scuola, per cause seconde; sia perché sopra questo punto c'è, si può dire, fra gl'interpetri consenso
generale. Non meno insistente è la sua critica del fato del PORTICO e del caso
DELL’ORTO, o, come talora tripartisce,
della fortuna, del fato e del caso. Egli avverte anche che la dottrina DEL
PORTICO del fato s’aggira in un circolo vizioso, perché la serie eterna delle
cagioni, colla quale esso tiene cinto e
legato il mondo, pende dall'arbitrio di Giove e Giove è insieme soggetto al
fato; onde c'è rischio che IL PORTICO resta avvolti in quella catena di Giove,
colla quale vogliono trascinare le cose umane. Quei tre concetti, ai quali
corrispondono le opportunità se si tratta di cose desiderate—GRICE HE IS A
LUCKY MAN --, l’occasioni se di quelle che avvengono oltre la speranza, e gl’accidenti se di quelle che si presentano
oltre l'opinione, sono distinzioni più che altro dell'apprendimento soggettivo,
perché oggettivamente pertengono a un'unica legge, la quale potrebbe chiamarsi
altresì fortuna, ove con Platone si riconosca per signora delle cose umane
l'opportunità; e tutte tre sono le
manifestazioni e le vie del divino provvidente, che è intelligenza,
libertà, necessità. Quello che fa il mondo delle nazioni fu pur Mente, perché'1
fecero gl’uomini con intelligenza; non fu Fato, perché'1 fecero con elezione;
non Caso, perché con perpetuità, sempre cosi facendo, escono nelle medesime
cose. V. lumeggia nei modi più immaginosi
quella commedia degl’equivoci, che sono l’illusioni circa i fini dell’azioni
che si compiono. Gl’uomini credettero di salvarsi dalle minacce del cielo
fulminante col portare via le femmine nelle grotte per isfogare la libidine
bestiale fuori dello sguardo di Dio; e, nel
tenerle ferme colà dentro, fondarono i primi concubiti pudici e le prime
società; cioè i matrimoni e le famiglie.
Si fortificarono in luoghi adatti col fine di difendere sé stessi e le loro
famiglie; e, in realtà, con quel fortificarsi in certi luoghi, ponevano fine
alla vita nomade, al divagamento ferino, e imparavano la cultura dei campi. I
deboli e sregolati, ridotti alle estreme necessità dalla fame e dalle
vicendevoli uccisioni, per campare la
vita corsero a chiedere riparo in quelle terre fortificate facendosi famoli
degl’eroi come ROMOLO; e cosi, senza sliperlo, vennero ad ampliare le famiglie
da famiglie di soli figliuoli a famiglie anche di famoli e da queste a stati
aristocratici e feudali. Gl’aristocratici o OTTIMATI, feudatari o patrizi,
credettero di difendere e perpetuare il loro
dominio quiritario sulle terre coll'usare la più stretta rigidità verso
i famoli o plebi che le lavoravano; ma a questo modo indussero i famoli, per
loro difesa, a unirsi tra loro, svegliarono in essi la coscienza della propria
forza, da plebe ne fecero uomini, e quanto più fieramente i patrizi ed OTTIMATI
si stimarono patrizi e si sforzarono di mantenersi tali, tanto più efficacemente concorsero a
distruggere lo stato patrizio o OTTIMO e a creare quello democratico. Cosi, dice
V., il mondo delle nazioni esce d’una mente spesso diversa ed alle volte tutta
contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch'essi uomini s’avevan
proposti; de'quali fini ristretti fatti mezzi per servire a fini più ampi,
gli ha sempre adoperati per conservare
l'umana generazione in questa terra. Ma già da talune di queste parole di V. si
potrebbe ritrarre che egli tende talvolta a concepire gl’uomini come coscienti
dei propri fini utilitari e incoscienti di quelli morali. Il che conduce
logicamente a spiegare la vita sociale con esclusivi principi utilitari, e la
moralità come un qualcosa d’accidentale
rispetto alla volontà umana e perciò di non veramente morale: una formazione
estrinseca più o meno potente a tenere insieme gl’uomini, o l'opera nascosta d’un
provvidente extramondano. L'utilitarismo s'insinua – IMPLICATURA -- soprattutto
in una pagina nella quale è detto che l'uomo, pella sua corrotta natura,
essendo tiranneggiato dall'amor proprio
pel quale segue principalmente la propria utilità e vuole tutto l'utile per sé
e niuna parte pel compagno e non può porre in conato le passioni per indirizzarle
a giustizia, nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e
generati figliuoli, ama la sua salvezza colla salvezza della famiglia; venuto a
vita civile, ama la sua salvezza colla
salvezza della città di ROMA; distesi gl'imperi sopra più popoli, ama la sua
salvezza colla salvezza della nazione ITALIANA; unite le nazioni in guerre,
paci, alleanze e commerci, ama la sua salvezza colla salvezza di tutto il
genere umano; e in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilità
propria. Pella qual ragione, non d’altri
che dal divino provvidente deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare
con giustizia la famigliare, la civile e finalmente l'umana società; per gli
quali ordini, non potendo l'uomo conseguire ciò che vuole, almeno voglia
conseguire ciò che dee dell'utilità, ch'è quel che dicesi giusto. La pubblica VIRTÙ
ROMANA, scrive altrove, non è altro che
un buon uso che il divino provvidente – Giove -- fa di si gravi, laidi e fieri
vizi privati, perché si conservassero la città di ROMA ne'tempi che le menti
degl’uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente intendere ben
comune. Senonché l'utilitarismo, come sappiamo, è affafto repugnante alla
concezione etica di V., fondata sulla
coscienza morale o sul pudore; e perciò queste sue affermazioni, che
inconsapevolmente vi condurrebbero, non possono spiegarsi se non come effetto
del turbamento che talora produce in lui la sopravvivenza del concetto
trascendente e teologico circa il divino provvidente, e anche della poca
chiarezza di pensiero, pella quale non
gli riusce di tenere ben distinto il concetto dell’illusioni individuali da
quello dei fini individuali e sostituiva talvolta il secondo dove avrebbe
dovuto trattare solamente del primo. S’il divino provvidente, 1'unità della
religione d'una divinità PROVEDENTE, è
l'unità dello spirito ch’informa e dà vita al mondo delle nazioni,
questa religiosità non può starsene al
pensiero dell'inconsapevole indirizzamento dei fini individuali –GOD WHO MADE
THEE MIGHTY -- a effetti universali, ma deve esplicarsi nel dar vita e vigore
ai fini universali direttamente, e l'uomo sarà tutt'insieme utilitario e
morale, oche s'illuda d’essere morale dov'è utilitario o d’esser utilitario
dov'è effettivamente morale – GRICE
MORALITY CASHING OUT ON DESIRE. A ogni
modo, e nonostante queste oscillazioni o piuttosto confusioni, concepire i fini
particolari di GUILIO CESARE o CATONE come veicolo degl’universali e l’illusioni
come accompagnanti e eoo peranti coll'azione importa concepire dialetticamente
il moto della storia e superare – IL NASO DI CLEOPATRA -- il problema del male.
In V., questo problema ha, infatti, pochissimo rilievo, tanto in lui domina
l'idea ch’il divino providente governi tutto; e perciò quel che si chiama male,
non solo gli si mostra voluto dagl’uomini sotto sembianza di bene, falsum sub
veri specie, mala sub bonorum simulaci ìs amplectimur, ma dove logicamente svelarglisi come esso stesso una
forma di bene, a quella guisa che bene è la barbarica forza costitutrice della
prima società. In qualche raro luogo dei suoi primi scritti nel quale gl’accade
d’accennare a tali questioni, V. nota che noi altri uomini, a causa della
nostra iniquità onde nosmetipsos, non hanc rerum universitatem spectamus,
le cose che ci contrariano stimiamo male,
quce tamen, quia in mundi commune conferunt, bona sunt. La concezione della
storia diventa in V. veramente oggettiva, affrancata dall'arbitrio divino, ma
non meno dall'impero delle piccole cause – DECAPITATION WILLED CHARLES I’S
DEATH -- e delle spiegazioni aneddotiche; e acquista coscienza del suo fine intrinseco, che è d'intendere il
nesso dei fatti, la logica degl’avvenimenti, d’essere rifacimento razionale d’un
fatto razionale. Gli studi storici, a quei tempi, non erano tanto danneggiati
dal primo errore, che anzi la concezione teologica, fin dagl’inizi del
Rinascimento ITALIANO, poteva considerarsi decaduta, quanto da quella forma
di storia che appunto allora venne
prendendo nome di PRAMMATICA GROZIANA GRICEIANA, e che restringendosi
all'aspetto personale degl’avvenimenti di GIULIO CESARE e non raggiungendo per
questa via la piena realtà storica, cerca di darsi calore e vita mercé le
riflessioni e gli ammaestramenti politici e morali. Un monumento di storia prammatica sorge nella stessa patria di V.,
contemporaneamente alla sua scienza: la storia civile del regno di Napoli dal
condannato GIANNONE, il quale è veramente l'uomo del suo paese e del suo tempo
e scrive un gran saggio di polemica e anche, per certi rispetti, di storia, ma
tale che, colla sua altezza, dà modo di segnare la tanto maggiore altezza dell'opera di V. Ben altro che
astuzie di papi, vescovi e abati, e semplicità di duchi e imperatori, avrebbe
saputo scoprire V., s’avesse dovuto narrare lui per filo e per segno l’origini
della proprietà e della potenza
ecclesiastica – ecclesiaste -- nel Medioevo. E ben altro, come vedremo, egli
scopri realmente nella storia, tutte le volte che prese a indagarne qualche parte. Nello spirito,
percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla sensazione innalzatosi
successivamente all'universale fantastico e poi a quello intelligibile, dalla
violenza all'equità, non può, in conformità della sua eterna natura, se non
ripercorrere il suo corso, ricadere nella violenza e nel senso, e di là
riprendere il moto ascensivo, iniziare
il ricorso. È codesto il significato filosofico del ri-corso di V., ma non è il
modo preciso in cui lo si trova espresso negli scritti di V., dove l'eterno
circolo viene quasi esclusivamente considerato nelle storie dei popoli, come ri-corso
delle cose umane civili. La civiltà va a terminare nella barbarie della
riflessione, peggiore della prima barbarie del senso, che era d’una fierezza
generosa, laddove l'altra è vile, insidiosa e traditrice; e perciò è necessario
che quella malnata sottigliezza d'ingegni maliziosi vada a irrugginire dentro
lunghi secoli di una nuova barbarie del senso. Tuttavia, dai fatti storici e
dallo schema sociologico bisogna estrarre e depurare il concetto del ri-corso,
non solo per rendersi conto
dell'assolutezza ed eternità che V. gl’attribuisce, ma anche per giustificare
la rappresentazione storica e la LEGGE SOCIO-logica che si fondano sopra d’esso
e d’esso principalmente attingono la loro forza. Le legge del ri-corso, che era
stat stabilita dai filosofi e politici romani antichi e da quelli italiani del
Rinascimento, si fondano certamente
anch'esse sopra qualche filosofia, ma assai superficiale; onde assumevano a
loro obietto l’estrinseche e vuote forme politiche, delle quali procuravano di
determinare la successione sopra dati di esperienza o su vaghi raziocini.
Ma V. ha per suo obietto le forme di
cultura, che abbracciano in sé tutti gl’atteggiamenti della vita,
l'economia e il diritto, la religione e
l'arte, la scienza e la lingua; e, riportandole alla loro intima fonte, che è
lo spirito umano, ne stabilisce la successione secondo il ritmo dell’elementari
forme dello spirito. Per questo, tutta l'erudizione che si è spesa per
ravvicinare il ri-corso di V. alle teorie di Platone o di Polibio, di
MACHIAVELLI o di CAMPANELLA, riesce
mediocremente inutile: tanto più che V., il quale, come sappiamo, pure
fraintendendo spesso i suoi predecessori, non si può dire che volesse celarli,
anzi, dove gli pare scorgere riscontri e consensi, se ne pompeggia, non senti
il bisogno di ricordarle o vi accenna con poca stima. L'àvay.óxXtoats di
Polibio, la sua economia della natura secondo la quale si cangiano e tramutano
e al medesimo punto gli stati ritornano, è sembrata quasi un'anticipazione
della storia ideale eterna; pure V. mette Polibio insieme cogl’ altri,
invitando i lettori a considerare quanto, poco, i filosofi abbiano con iscienza
meditato sui principi dei civili governi, e quanto, poco, con verità, Polibio
abbia ragionato sulle loro mutazioni. CAMPANELLA
connette i suoi circoli storici con leggi ASTRO-logiche; e MACHIAVELLI ecco come concepisce la
catastrofe – la congiura contro LORENZO -- che inizia il ri-corso: Quando
l'astuzia e malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di
necessità che il mondo si purghi per uno
dei tre modi, peste, fame e inondazione,
oltre quelli umani delle nuove religioni e lingue, acciocché gl’uomini, essendo
divenuti pochi e battuti, vivano più comodamente e divengano migliori. Il solo precedente al quale V.
quasi si gloria di riferirsi, è l'antichissima tradizione egiziana – IL NASO DI
CLEOPATRA -- sulla successione delle tre età degli dèi, degl’eroi e degl’uomini,
che interpetra in guisa tutta sua, alla napoletana, e riempie di contenuto
affatto nuovo. Se la filosofìa, che è nel fondo, conferisce forza alla teoria
sociologica di V. del ri-corso, il materiale storico col quale è, per cosi
dire, impastata, v'introduce qualche debolezza. V. ebbe pratica e predilezione
particolare pella storia specialmente
giuridica di ROMA, donde mossero le sue indagini e alla quale si dedica
per anni; e questa storia, sia perché da lui meglio ricercata, sia pella sua
stessa complessità, GRANDIOSITÀ e
durata, fini per parergli la storia tipica o normale, da servire di
misura tutte l’altre, e gli si confuse colla stessa legge del ri-corso. ROMA
offre V. l'asilo di ROMOLO, cioè il
passaggio dallo stato ferino – UOMINI LUPA LUPI -- all'ordinamento politico; l’aristocrazie
OTTIMO OTTIMATI, monarchiche REGNO dapprima solo in apparenza, e poi neppure
nell'apparenza; la REPUBBLICA, uscente dalla lotta contro gl’OTTIMATI e
terminante nell'effettivo PRINCIPATO, cioè
nella forma più perfetta della vita civile; e di qui, per processo degenerativo,
la barbarie della riflessione ossia della civiltà, che è incomparabilmente
peggiore della prima e generosa barbarie della LUPA D’ALBALONGA, e, conseguenza
d’essa, una seconda condizione di divagamento ferino, SENZA LA LUPA CAPITOLINA,
e la nuova barbarie, la nuova gioventù, il Medioevo. La storia di ROMA, a mala pena generalizzata
e integrata qua e là con quella d’ATENE –the importanc of being Dorian --, si
scorge nelle degnità di V. che formolano le leggi della dinamica sociale. Gl’uomini
prima sentono il necessario, dipoi badano all'utile, appresso avvertiscono il
comodo, più innanzi si dilettano del
piacere, quindi si dissolvono nel
lusso di NERONE, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. Ci vogliono
prima uomini immani e goffi come i Polifemi, affinché l'uomo ubbidisca all'uomo
nello stato delle famiglie, e per disporlo a ubbidire alla legge nello stato
futuro delle città. Ci vogliono i magnanimi e gl’orgogliosi come gl’Achilli o
ROMOLO o GIULIO CESARE, determinati a non cedere ai loro pari, affinché sulle
famiglie si costituiscano le repubbliche di forma aristocratica degl’OTTIMATI.
Quindi si richiedono i valorosi e giusti, quali gl’Aristidi e gli Scipioni
Africani – l’inizio della filosofia a ROMA – il circolo degli Scipioni --, per
aprire la strada alla libertà popolare. Più innanzi, personaggi
appariscenti con grandi immagini di
virtù accompagnata da grandi vizi, che presso il volgo fanno strepito di vera
gloria, quali gl’Alessandri e i Cesari, per introdurre le monarchie. Più oltre
ancora, i tristi riflessivi, quali i Tiberi, per istabilirle; e, finalmente, i
furiosi, dissoluti e sfacciati, quali i Caligola, i Neroni, i Domiziani, per
rovesciarle. Per effetto di questo
assottigliamento della storia romana a storia tipica, e insieme della
corpulenza che la storia tipica acquista nella storia di Roma, la legge di V.
del ri-corso è tutta rotta d’eccezioni, assai più frequenti e gravi che la
medesima legge empirica non comporta j talché se il suo schema empirico fosse
tutt'uno, come a lui sembra, colla legge ideale
dello spirito, parrebbe quasi ironia l'affermata costanza d’esso
nell'eternità e nei mondi infiniti. Il disegnato corso delle cose umane, egli scrive, non fecero, nell'antichità,
Cartagine, Capua e Numanzia le tre città che minacciarono di disputare a Roma
l'impero del mondo; perché i cartaginesi furono prevenuti dalla nativa acutezza
africana, che più aguzzarono nei
commerci marittimi; i capuani dalla mollezza del cielo e dall'abbondanza della
Campagna felice; i numantini, perché nel loro primo furore dell'eroismo furono
oppressi dalla potenza romana, comandata d’uno Scipione Africano, vincitore di Cartagine, e assistita
dalle forze del mondo. E dall'antichità saltando ai tempi moderni, gli americani correrebbero ora il corso delle
cose umane, se non fossero stati scoperti dagl’europei; Polonia e Inghilterra
persistono stati aristocratici, tale stima V. la BRITANNIA, perché, non
come la GALLIA, monarchia assoluta, ma
perverranno a perfettissime monarchie, s’il corso naturale delle cose umane
civili non sarà loro impedito da cagioni
straordinarie. Neppur il Medioevo poteva considerarsi, secondo la mente
di V., come un vero e proprio ritorno allo stato ferino – l’eta oscura --, se s’apri collo stabilimento dell’universita
di Bologna e la religione del vero Dio, del cristianesimo; né, a ogni modo,
quel ritorno alla ferinità e alla barbarie sembra che sia la sola via che s’offra
alle nazioni, giunte alla loro tbqiVj,
al loro culmine. C'è l'altra che le nazioni corrotte perdano l'indipendenza e
vengano sotto il dominio d’altre migliori. Né, infine, la decadenza è
inevitabile, se uomini di stato e filosofi, lavorando concordi, possono serbare
la perfezione raggiunta e raffrenare la dissoluzione minacciante, e se difatti,
come egli nota, le poche repubbliche
aristocratiche che sopravvivevano ai suoi tempi quali residui del Medioevo, per es., Venezia, riuscivano a conservarsi con
arti di sopraffina sapienza. I suoi propri tempi V. giudica d’alta civiltà: una
compiuta umanità, egli dice, sembra sparsa, oggi, per tutte le nazioni. Pochi
grandi monarchi reggono il mondo dei popoli, e quelli ancora barbari o durano pella perdurante
sapienza volgare di religioni fantastiche e fiere, o insiememente per effetto
del temperamento naturale dei vari popoli. Le nazioni, infatti, soggette allo
czar di Moscovia sono di mente pigra; quelle del chan di Tartaria, genti molli;
i popoli sui quali regnano il negus d’Etiopia e i re di Fez e di Marocco,
deboli e parchi. Nella zona temperata il
Giappone celebra un'umanità eroica, somigliante alla romana dei tempi delle
guerre cartaginesi, fieri nelle armi, con una lingua ch’arieggia la latina, qui V. fraintende il ragguaglio d’un missionario
gesuita, con una religione feroce di dèi orribili tutti carichi d'armi infeste,
e qui esagera alquanto un passo di BARTOLI; i cinesi, invece, con una religione
mansueta, coltivano le lettere e sono umanissimi; umani ed esercitanti l’arti
della pace, i popoli del gran Mogol; i persiani e i turchi mescolano alla
mollezza dell'Asia la rozza dottrina della loro religione, e i turchi in
ispecie temperano l'orgoglio colla magnificenza, col fasto, colla liberalità e
colla gratitudine. Umanissima per eccellenza l'Europa, composta in grandi
monarchie e dove dappertutto si professa la religione cristiana, la quale
insegna un'idea di Dio infinitamente pura e perfetta e comanda la carità verso
tutto il genere umano. V. ferma l'occhio
sulle confederazioni dei cantoni svizzeri e delle provincie unite d’Olanda, che
gli ricordano le leghe etolie ed achee,
e sul corpo dell'impero germanico, sistema di città libere e di principi
sovrani, che gli sembra quasi saggio d’un grande stato aristocratico, il più
perfetto di tutti – GRICE HEGEL PRUSSIA --, forma ultima degli stati civili,
perché non si può intenderne altra superiore, riproducendo essa la prima,
l'aristocrazia dei patrizi, re sovrani
nelle loro famiglie e uniti in ordini regnanti nelle prime città, ma
riproducendola non più barbarica, anzi sommamente civile. L'Europa sfolgora
dappertutto di tanta umanità, che vi s’abbonda di tutti i beni i quali possono
felicitare l'umana vita non meno pei piaceri della mente e dell'animo che pegli’agi
del corpo; e tutto ciò per virtù della religione cristiana che insegna verità sublimi, servita
dalle più dotte filosofie dei gentili e dalla maggiori lingua del mondo, la
latina, e riunente per tal modo la
sapienza comandata colla ragionata, la più scelta dottrina dei filosofi colla
più colta erudizione dei filologi. Codesta somma civiltà, garantita dal
cristianesimo, sarebbe andata o sta per andare incontro a un nuovo stato ferino? È diffìcile
conoscere quel che veramente V. pensa in proposito. C'è, tra i suoi versi, una
canzone cupamente pessimistica; ma è una effusione e, a ogni modo, piuttosto
che a decadenza sociale, accenna addirittura a un'imminente fine del mondo.
Nelle sue lettere, si fa un triste quadro delle condizioni dell’UNIVERSITA DI
BOLOGNA ai suoi tempi; ma non si spinge lo sguardo fuori di quel campo
ristretto, a considerare la vita sociale e politica. D'altra parte, in un suo
scritto filosofico, nel De mente heroica, volgendosi a quelli che dicevano
tutto essere ormai perfetto e non presentarsi nient'altro da fare, afferma che
s’era nel maggior fervore di progresso: Mundus
iuvenescit adhuc; nani septingentis non ultra ab hinc annis, quorum
tamen quadringentos barbaries percurrit, quot nova inventa? quot novee
artesf qnot novee scientice exeogitatee? Ma si potrebbe osservare che il
De mente heroica è un'orazione detta A NAPOLI, e che forse per questo V. vi fa
tacere i suoi dubbi o i suoi intimi convincimenti. In ogni caso, come adattare nella previsione d’una
imminente decadenza il sorgere di quel fatto del PROVIDENTE che era la sua Scienza,
la quale illumina la vita delle nazioni e ne rende possibile la diagnosi e la
cura? Tutto sommato, è probabile che il pensiero di V. circa le sorti della società a lui
contemporanea sia difficile tanto a cogliere perché, in verità, un pensiero determinato su quel
punto a lui manca, essendo il suo animo tratto in qua e in là da diverse e
opposte tendenze e agitato fra timori e speranze. Se non fosse stata turbata dallo schema della
storia di ROMA, la teoria empirica del ri-corso non sarebbe stata costretta ad
accogliere tante e tanto gravi eccezioni, né si sarebbe impigliata in cosi angosciose perplessità, e
avrebbe pili agevolmente allogato l’osservazioni storiche dell'autore, e,
insomma, si sarebbe presentata con tratti più semplici e generali. Essa sarebbe
consistita sopratutto nella determinazione e illustrazione del nesso tra epoche
di prevalenza fantastica ed epoche di prevalenza intellettiva, tra spontanee
e riflesse, onde dalle prime escono le
seconde per potenziamento e dalle seconde, attraverso la degenerazione e la
decomposizione, si torna alle prime. La storia politica mostra di continuo lo
spettacolo d’aristocrazie che, da forti che erano, si fanno vili e spregevoli,
e cedono all'urto di classi meno affinate o addirittura rozze ma moralmente
più energiche, fintanto che queste,
diventate a loro volta raffinate, raggiunta la più alta fioritura delle idee
storiche di cui portano il germe, entrano in un periodo di decadenza e di
fermentazione, dal quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente
barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positivistici e periodi
speculativi, l'irrigidirsi delle
soluzioni filosofiche nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ritorno alla
mera osservazione del fatto singolo, e il rinascente processo speculativo. E la
storia letteraria ci parla anch'essa di periodi realistici e idealistici,
romantici e classicisti, di corruttela classica che è alessandrinismo e
decadentismo d’ANNUNZIO, e di barbarie FUTURISTICA DI MARINETTI romantica che
da questo risorge. Ecco altrettanti casi di vero e proprio ri-corso vie hi ani.
Ma poiché la natura dello spirito, messa a fondamento di questi cicli, è fuori
del tempo ossia è in ogni istante del tempo, non bisogna esagerare la
distinzione dei periodi; e, se quella legge deve avere una certa rigidezza,
deve per altro serbare anche una certa
elasticità. Non bisogna mai dimenticare che in ogni epoca, per aristocratica o
democratica, romantica o classica, positiva – GRICE AYER VIENNESE BOMBSHELLS --
o speculativa che si dica, anzi in ogni individuo e in ogni fatto, è dato
notare momenti aristocratici e democratici, romantici e classici, positivi e
speculativi, e che quelle distinzioni su
grande scala sono quantitative e di comodo: il che non deve portarci né a
sostenere quella legge a tutti i rischi, cadendo nell'artificiosità, né a
combatterla a oltranza, ricusando i servigi che gli schemi generali e
approssimativi sogliono rendere. Perciò,
quando sia cosi intesa e corretta, non solo non' e' è bisogno d'introdurre in essa quelle grosse e stridenti eccezioni che
il modellamento – GRICE MODEL IMPLICATURE -- sulla storia
di ROMA e sulla sua catastrofe finale dai mani di goti fa necessarie, ma
le accuse mosse a V. di troppa
uniformità si dileguano. Cuoco, uno dei primi che prendeno a studiare con
intelligenza l'opera di V., nota, a proposito e contro il concetto
del ri-corso, che la natura non si rassomiglia mai a sé stessa, ed è l'uomo che
per comporre le sue osservazioni forma le classi e i nomi. Verissima sentenza,
ma che si volesse applicare a questo caso, non varrebbe solo contro il ri-corso
di V., ma contro ogni sorta di scienza umana di carattere empirico. Altri
rimprovera a V. d’avere trascurato ordini di cause che hanno importanza grande
nella storia, per es. il clima, le disposizioni naturali delle razze e dei
popoli, gl’avvenimenti straordinari. Ma, lasciando stare che V. fa menzione più
volte di tutte queste cose mettendo in rapporto i caratteri dei popoli e i
climi colle forme e vicende degli Stati e ricordando avvenimenti e circostanze
che affrettano il corso naturale ossia
ordinario delle nazioni, come, tra l'altro, nel discorrere della storia greca,
o l’eruzzione del Vesuvio pella fortuna d’ERCOLANO; il vero è che egli non dove
tenerne conto, o non poteva indugiarvisi, perché il suo assunto concerne le
uniformità e non le differenze, o certe uniformità e non certe altre, che
rispetto alle prime diventavano differenze
trascurabili. Allo stesso modo, e il paragone è calzante ed è più che un
paragone, chi si faccia a notare i caratteri generali delle varie età della
vita, dell’infanzia, della fanciullezza, dell'adolescenza e via dicendo,
trascure di notare gl’acceleramenti o ritardi di sviluppo secondo i vari climi
o le varie razze o i vari accidenti. Nel
medesimo gruppo d’addebiti, veri e inopportuni insieme, rientra che V. nega la
comunicabilità e compenetrazione reciproca delle civiltà col sostenere
insistentemente che la civiltà nasce separatamente presso i popoli senza sapere
nulla gl’uni degl’altri – ROMA ED ATENE, CARNEADE AL CAMPIDOGLIO -- e perciò senza prendere esempio reciproco. Il quale addebito è stato
controbattuto osservando che V. non manca di ricordare casi d’efficacia d’un
popolo sull'altro e di trasmissione delle civiltà e dei loro prodotti – IL
LAOCOONTE DEL BELVEDERE -- per es., della scrittura alfabetica dai caldei ai
fenici e da questi agli egiziani, e che, a ogni modo, la sua legge è non
empirica ma filosofica e si riferisce
alla spontaneità produttrice dello spirito umano. Senonché, ciò che è in
discussione è appunto l'aspetto empirico e non quello filosofico della legge; e
la risposta giusta sembra a noi, come si è già accennato, che V. non potesse e
non dove tenere conto delle altre circostanze, al modo stesso, per ripigliare
l'esempio, che chi nello studiare le
varie fasi della vita descrive le prime manifestazioni del bisogno sessuale nel
vago fantasticare o in altri fatti consimili della pubertà, non tiene conto
dell'iniziazione all'amore che gl’adolescenti meno esperti possono ricevere dai
piti esperti, quando l'assunto della ricerca concerna non le leggi sociali
dell'imitazione ma le leggi fisiologiche
dello sviluppo organico. E colui che affermasse che pur senza iniziazione e
ammaliziamento il bisogno sessuale si risveglia egualmente e si procaccia
soddisfazione, riaffermerebbe, senza dubbio, nient'altro che l'incontrastabile
verità d’un'antichissima novellina orientale che Boccaccio inseri nel
Decamerone, ma pronunzia insieme il più
esatto riscontro alla famosa e tanto contrastata dignità di V. Né il ri-corso di V. s’oppone di necessità,
come spesso s’è creduto, al concetto di progresso sociale. Si opporrebbero, se,
invece d’essere semplicemente uniformi, fossero identici, in conformità
dell'idea, che s’è affacciata nell'antichità e nei giorni nostri a qualche cervello stravagante,
dell'eterno ritorno delle cose singole e individuali. IL RI-PERCORSO DEL CORSO,
il circolo eterno dello spirito, può e deve, sebbene V. non lo dice, pensarsi
non solo diverso nel moto uniforme, ma continuamente arricchentesi e crescente
su sé stesso, in guisa che la nuova epoca del senso è in realtà arricchita di
tutto l'intelletto, di tutto lo
svolgimento precedente, e cosi la nuova epoca della fantasia o quella
della mente spiegata. La barbarie ritornata, il Medioevo, fu per tanti rispetti
uniforme all'antica barbarie ecetto BOLOGNA; ma non per ciò deve considerarsi
identica se contenne in sé BOLOGNA e il cristianesimo che compendia e supera il
pensiero antico romano. Tutt'altra
questione è se in V. è esplicito e rilevato il concetto di progresso. V.
non nega il progresso, vi fa anche, quando parla delle condizioni dei suoi
tempi, qualche accenno come a una realtà di fatto; ma non ne ha il concetto, e
molto meno gli dà rilievo. La sua filosofia, se procura l'alta visione del
processo dello spirito ubbidiente alla sua propria legge, ritiene tuttavia, da questa mancanza di
coscienza circa il progressivo arricchimento del reale, qualcosa di desolato e
di triste. Il carattere individuale degl’uomini e degl’avvenimenti –
L’ASSASSINIO DI GIULIO CESARE -- ò, in V., obliterato: individui e avvenimenti
stanno soltanto come casi particolari d’un aspetto dello spirito o d’una
fase della civiltà; e perciò, sempre,
Aristide con Scipione, Alessandro con Cesare, non mai Aristide come Aristide,
Scipione come Scipione, e Alessandro e Cesare come Alessandro e come Cesare.
Progresso importa ufficio privilegiato di ciascun fatto, di ciascun individuo,
ciascuno mettendo la propria nota, insostituibile, nel poema della storia,
e ciascuno rispondente con maggior voce
al suo predecessore. Ma la ragione pella
quale a V. dove fare difetto l'idea di progresso e la sua ricerca storica dove
riuscire unilaterale, non si può scorgere bene se non quando si sia dato uno
sguardo alla sua metafisica. Per metafisica – GRICE STRAWSON PEARS METAPHYSICS
PEARS THE NATURE OF METAPHYSICS -- intendiamo la concezione che ha V. e
COLLINGWOOD -- della realtà tutta e non del solo mondo umano; e includiamo nel
significato della parola anche l'eventuale conclusione negativa che afferma
l'inconoscibilità o l’imperfetta conoscibilità d’una o più -- KANT E CARNAP CITATI DA GRICE -- sfere del
reale, o di quella suprema in cui le
altre si riuniscono. V. pell'appunto, come ci è noto dalla sua gnoseologia,
segna una profonda linea divisoria tra mondo umano e mondo naturale: il primo
trasparente all'uomo perché fatto dall'uomo – UTTERER’S MEANING, e il secondo
opaco – THOSE SPOTS MEANT NOTHING TO ME, BUT MEASLES TO THE DOCTOR -- perché
Dio, che l'ha fatto, egli ne ha la scienza. E la sua concezione della realtà
totale e ultima, la metafisica da lui esposta tutt'insieme colla sua
gnoseologia, ritiene il solo valore, che questa le concede, d’una probabile ma
inverificabile congettura, la quale si compie nella certezza della teologia
rivelata – NATURE MEANS THAT THOSE SPOTS MEAN MEASLES. Essa rimane perciò senza
possibile congiungimento colla scienza, che procede con metodo sicuro di verità
e prescinde affatto dalla rivelazione. V. non la rifiutò mai; ne discorre nella
sua autobiografia che è contemporanea al sagio sulla scienza; la ricorda con
compiacimento, cioè dopo il saggio sulla scienza, quando la sua vita scientifica era, ed egli
stesso cosi la considera, terminata. Ma, sebbene non la rifiuta, la tenne
sempre come appartata in un angolo della sua mente. Sembrerebbe che, assodato
questo punto, non ci dove essere, circa la metafisica di V., altro da dire
d'importanza filosofica. Pure, non è cosi. E in primo luogo, poiché OGNI PARTE
DELLA FILOSOFIA IMPLICA L’ALTRE – like virtue, it is entire -- e dalla
trattazione d’una delle cosi dette scienze filosofiche particolari – la
filosofia della lingua di CESAROTTI -- si può SEMPRE desumere il carattere del
tutto, è legittimo cercar di determinare, scrutando il saggio sulla scienza,
quale metafisica vi è implicita, ossia quale
complemento filosofico quella scienza LOGICAMENTE sopporta e
richiede. Ora il saggio sulla scienza, che
afferma la conoscibilità piena delle cose umane, e non già nella loro
superficie come in una psicologia, ma nell'intima loro natura; la Scienza, che
raggiunge di là dagl'individui la conoscenza della Mente che informa il mondo
ed è il PROVIDENTE; quella Scienza, che con divino piacere contempla l'eterno
circolo dello Spirto: innalzata che s’era a tale altezza tende necessariamente
all'interpetrazione di tutta la realtà, della natura e di Dio come Mente. Che
questa tendenza fosse oggettiva, della
Scienza, e non soggettiva, di V., nel quale quella scienza, per cosi
dire, s’era pensata, è quasi superfluo
avvertire di nuovo. V., come persona, non solo non la favori, ma anzi la compresse
e represse con tanta energia che non ne lascia apparire traccia nei suoi saggi.
Di nessuna dottrina filosofica ebbe tanto terrore, e contro nessuna polemizza
con tanta frequenza, quanto contro il panteismo animista naturale di Grice; e
forse proprio questa preoccupazione polemica è la sola traccia, sebbene affatto
involontaria, che si possa notare nei suoi saggi, della tendenza che egli dove
sentire in sé. Egli era e voleva restare cristiano e cattolico: la
trascendenza, il Dio personale, la sostanzialità dell'anima, per quanto la sua
scienza non vi conduce, erano bisogni irrefrenabili della sua coscienza. Ma ciò, come permette a V. di
reprimere soltanto, e non di sopprimere – SVPPRESSIO FALSI VERI -- la logica e
intrinseca tendenza del suo pensiero, cosi dà a noi facoltà di riconoscerla
nella cosa stessa. E a ragione un critico italiano SPAVENTA ha ad affermare che
in V. s’affacci l'esigenza d’una metafisica; e un altro, tedesco e cattolico, defini il sistema di lui un
semipanteismo. Più arrischiato sarebbe forse, col ricordato critico italiano,
spingersi a dire – STONE AGE PHYSICS REGINA SCIENTIARVM -- che V. progredì sul
concetto delle due sostanze cartesiane e dei due attributi spinoziani e della
stessa monade leibniziana, sorpassando il parallelismo e l'armonia prestabilita col distinguere le due PROVIDENTI,
i due attributi, la natura e lo spirito, in modo che uno di essi sia scala
all'altro, e col concepire il punto d’unione e la derivazione del contrario
come spiegamento o sviluppo; onde la natura sarebbe il fenomeno e la base
propria dello spirito, il presupposto che lo spirito fa a sé stesso per
essere veramente spirito, vera unità.
Perché, potendosi dubitare che la distinzione dei due attributi o dei due PROVIDENTI,
la naturale e l'umana, sia ben fondata e ineluttabile conseguenza del concepire
la sostanza come spirito e come mente, non si può dedurre il passaggio
evolutivo dall'una all'altra come tendenza implicita nel concetto di V.
della mente. Per questa seconda e particolare tendenza
occorrono, insomma, prove particolari e documentarie, che s’hanno bensì ma
insufficienti e malsicure, e non nel sistema della Scienza, ma piuttosto in
quello che cronologicamente lo precede. Perché anche la metafisica che V.
delinea non è, com'è sembrato a parecchi e può sembrare a prima vista, priva
di ogni significato e importanza. Essa
dimostra la medesima avversione contro il materialismo e il medesimo amore pell’idealismo – GRICE WHAT
PLATO WAS AFTER -- che anima le
meditazioni della Scienza. La filosofia dell’ORTO ROMANO – del PATER che
Grice amava --, che prende a suo principio il
corpo già formato e diviso in parti
multiformi ultime, composte d'altre parti – IL DUALISMO DI RYLE CHE
GRICE CRITICA -- che per difetto di vuoto interposto si fingono indivisibili,
sembra a lui una filosofia da soddisfare le menti rozze dei fanciulli e le
deboli delle donnicciuole; e con quanto
diletto vede spiegate dall’ORTO ROMANO, ossia
nel poema di Lucrezio, le
forme della natura corporea,
con altrettanto o riso o compatimento lo vede tratto dalla dura necessità a
perdersi in mille inezie e sciocchezze per ispiegare le guise della mente. Di
falsa posizione, non meno dell dell’ORTO ROMANO, V. accusa la tìsica
cartesiana, che anch'essa ha per principio il corpo già formato, diversa da
quella dell’ORTO ROMANO e LUCREZIO in ciò che l'una ferma la divisibilità del
corpo negl’atomi, l'altra fa i suoi tre elementi divisibili all'infinito; l'una
pone il moto nel vano, l'altra nel pieno; l'una comincia a formare i suoi infiniti
mondi d’una casuale CLINAZIONE E DE-CLINAZIONE d’atomi dal moto in giù
del proprio loro peso e gravità; l'altra, i suoi indefiniti vortici – ABBAGNANO VEDAS – d’un impeto
impresso a un pezzo di materia inerte INORGANICA e quindi non divisa ancora,
che col moto impresso si divide in quadrelli e impedita dalla sua mole mette in
necessità di sforzarsi a movere in moto retto, e, non potendo per il suo pieno, incomincia, divisa nei suoi
quadrelli, a moversi circa il centro di
ciascun quadrello. Cosi se L’ORTO ROMANO commette il mondo al Caso, Cartesio lo
assoggetta al Fato; e invano, per salvarsi dal materialismo, egli sovrappone
alla sua fisica una meta-fisica alla maniera platonica – la res cogitans --,
con cui si studia di stabilire due sostanze, una distesa e l'altra
intelligente, e di far luogo a un agente
immateriale, perché queste due parti – che s’incontrano nella glandola
pineale -- non erano congruenti nel sistema, richiedendo la sua fìsica
meccanica dellle machine animate d’un fantasma -- una metafisica come la
dell’ORTO ROMANO, che stabilisce un sol genere di sostanza corporea operante.
Per simili o analoghe ragioni, V. respinge le
filosofie di GASSENDI, di Spinoza e di Locke; e le fisiche d’altri
autori, quella per es. di Boyle – qualita primaria del BULK --, gli parevano
profittevoli pella medicina e pella spargirica – alla CHURCHLANDS, inutili pella
filosofia. Di BONAIUTO GALILEI giudica che avesse mirato la fisica con occhio
di gran geometra, ma non con tutto il
lume della metafisica. Le sue simpatie si volgevano ai filosofi ch’erano
insieme geometri, e perciò alla fisica pitagorica o TIMAICA, secondo la quale
il mondo consta di numeri; alla metafisica dell’ACCADEMIA che dalla forma della
nostra mente, senz'alcuna ipotesi, stabilisce per principio di tutte le cose
l'idea eterna sulla scienza e coscienza
che abbiamo di certe eterne verità – GRICE THE CITY OF THE ETERNAL TRUTH
-- che sono nella nostra mente e che non possiamo sconoscere o rinnegare; alla
dottrina, che egli attribuiva a Zenone DEL PORTICO, non di VELIA, dei punti
metafisici; e, infine, alla filosofia del Rinascimento italiano, quando
risplendeno i FICINO,
i PICO della Mirandola, gli STEUCO, i NIFO, i MAZZONI, i PICCOLOMINI, gli ACQUAVIVA e i Patrizzi. Il
concetto fondamentale della sua cosmologia era dato dai punti metafisici, nei
quali trova applicazione il rioperamento della matematica sulla metafisica, da
lui ammesso come procedere analogico costruttivo. Al modo stesso che dal
punto geometrico nasce la linea e la
superficie, e il punto che viene definito non aver parti dà la dimostrazione
che le linee altrimenti incommensurabili si tagliano eguali nei loro punti;
cosi è lecito postulare punti non più geometrici ma metafisici, i quali, non
estesi, generino l'estensione. Tra Dio, che è quiete, e il corpo, che è moto,
s'interpone mediatore il punto
metafisico, il cui attributo è il conato, ossia l'indefinita virtù e sforzo
dell'universo a mandar fuori e sostenere le cose particolari tutte. L'esistenza
del corpo non è altro che un'indefinita virtù di mantenerlo disteso, la quale
sta egualmente sotto cose distese quantunque disuguali, ed è insieme indefinita
virtù di muovere che sta sotto ai moti
quanto si voglia disuguali. Sotto un granello d’arena – GRICE BLAKE -- vi
ha tal cosa che, dividendosi quel corpicello, dà e sostiene un'infinita
estensione e grandezza; sicché la mole dell'universo tutto, nel corpo del
granello, se non è in atto, è bene in potenza e in virtù. Questo sforzo
dell'universo, che è sotto ogni piccolissimo corpicciuolo, non è né l'estensione del corpicciuolo né
l'estensione dell'universo; è la mente di Dio, la quale, pura d’ogni
corpolenza, agita e muove il tutto. Ogni particolare determinazione della
realtà s’accorda con questa verità fondamentale. Il tempo si divide, l'eternità
è nell'indiviso; le perturbazioni dell'animo diminuiscono e crescono, la
tranquillità d'animo non conosce gradi;
le cose estese si corrompono, le inestese constano nell'indivisibilità; il
corpo tollera divisione, la mente non la tollera – GRICE THE POWER STRUCTURE OF
THE SOUL; le opportunità sono nel punto, i casi in ogni parte; la scienza non
si divide, l'opinione genera le sètte; la virtù non sta né più in qua né più in
là, il vizio spazia dappertutto; il
retto è uno, le cose prave innumerevoli; in ogni genere di cose, insomma,
l'ottimo viene collocato nell'indivisibile. La sostanza in genere, che sta
sotto e sostiene le cose, si divide nelle due specie della sostanza distesa,
che e quella che sostiene ugualmente estensioni disuguali, e della sostanza
cogitante, che sostiene ugualmente
pensieri disuguali; e siccome una parte dell'estensione è divisa
dall'altra ma indivisa nella sostanza del corpo, cosi una parte della
cogitazione, cioè a dire un determinato pensiero, è divisa dall'altra ed è
indivisa nella sostanza dell'anima. Proprio dell'anima è il conato, ossia la
libertà, negata affatto ai corpi – GRICE FREE FALL --; e Cartesio, che comincia la sua fisica dal conato dei corpi, l’incomincia
veramente da poeta e ricade nelle concezioni antropomorfiche ANIMISTA
NATURALISTA dei popoli primitivi. Quelli che i meccanici dicono conati, forme,
potenze, sono moti insensibili dei corpi, coi quali essi o s'appressano, come
voleva la meccanica antica, ai loro centri di gravità, o, secondo le teorie della meccanica nuova,
s'allontanano CENTRIPETATICAMENTE – STROPICAMENTE, non con entropia CENTRIFUGAMENTE
-- dai loro centri del moto. E, al pari del conato, e inconcepibile nei corpi
la comunicazione del moto o L’ANIMAZIONE,
concedere la quale tanto varrebbe quanto concedere la compenetrazione dei corpi, non essendo altro il moto che il corpo
che si muove: la percossa data a una palla è soltanto occasione perché lo
sforzo dell'universo, il quale era si debole nella palla da far sembrare ch’essa
si mantene quieta, si spieghi di più e cosi ci dia apparenza di più sensibile
moto. Coi cartesiani, per altro, e in ispecie con Malebranche, V. s'accorda
circa l'origine dell’idee, inclinando
alla concezione che Dio le crei in noi volta per volta; coi cartesiani altresì
tene che i bruti – GRICE SQUARREL TOBY -- sono macchine; e con tutta la
filosofia del suo tempo riconosce la soggettività delle qualità sensibili.
Lasciando queste ultime dottrine, alle quali V. accenna appena e che non gli
sono proprie, tutta sua veramente è
quella fondamentale dei punti metafisici; giacché l'attribuzione d’essa a un
fantastico Zenone DEL PORTICO, nella cui persona erano fusi e confusi
l'eleate di VELIA e quello del PORTICO, secondo un errore comune nella
letteratura filosofica del tempo, non può ingannare nessuno, e non inganna il
medesimo V. che, messo alle strette,
spiega come fosse stato condotto a interpetrare a quel modo ciò che di Zenone
riferisce Aristotele e conclude che, se quella dottrina non si voleva ricevere
come zenoniana, la si prende per sua propria e non assistita da nomi grandi.
Né, d'altro canto, si può riportarla alla monadologia leibniziana, che è dubbio
se fosse nota a V., che V. a ogni modo
non mentova, laddove pur mentova, con parole d’alta reverenza, Leibniz, e colla
quale la somiglianza è molto vaga, perché i punti metafisici non
sono monadi. Se mai, qualche efficacia si può affermare che avesse sopra d’essa
la scoperta leibniziana e newtoniana, che allora si comincia a divulgare in
Italia anche per opera di taluni amici
personali di V., del calcolo infinitesimale; i cui termini
d'infiniti massimi, minori, maggiori e
via dicendo, egli dice, stravolge l'umano intendimento, perché l'infinito è
schivo d’ogni moltiplicazione e comparazione, se non soccorre una metafìsica la
quale stabilisca che sotto tutti gl’attuali distesi e attuali movimenti sia una
virtù o potenza di estensione e di moto
sempre uguale a sé stessa, cioè infinita. E più giustamente ancora è stato
indagato il confluire nella concezione di V. delle correnti platoniche, del platonismo
della Rinascenza, e di BONAIUTO
GALILEI, particolarmente di queste ultime; il che, per altro, non ne diminuisce
l'originalità. Originalità, senza dubbio, di’un pensare fantasticheggiante e arbitrario, che per tal
ragione rimane senza possibilità di svolgimento e senza efficacia diretta sulla
restante concezione di V. Al recensente del Giornale dei letterati, che chiama
quella metafisica un abbozzo, l'autore risponde che era affatto compiuta: un ABORTO,
invero, piuttostq ch’un abbozzo, e, COME ABORTO, COMPIUTO. E nella Scienza,
oltre qualche richiamo alla negata attribuzione del conato ai corpi, c'è un
solo fuggevole ma curioso tentativo di connessione con una metafìsica
geometrica o aritmetica sul tipo di quella ora delineata; ed è là dove s’afferma
che sull'ordine delle cose civili corpulente e composte si conviene l'ordine
dei numeri, che sono cose astratte e
purissime, e s’osserva che, infatti, i governi cominciano dall'uno colle
monarchie familiari, passano ai pochi coll’OLIGARCHIA – the many and the wise
few -- le aristocrazie, s'inoltrano ai molti e tutti nelle repubbliche, e
finalmente ritornano all'uno nel principato civile assoluto, sicché l'umanità corre sempre
dall'uno (ROMOLO) all'uno (OTTAVIANO),
dall'assolutismo del paterfamilias a quello de principe illuminato. Ma se si
può e si deve negar valore alla cosmologia di V.; se le contradizioni e l’oscurità
in cui s’avvolge sono manifeste e furono notate dai critici del tempo; è anche
innegabile il carattere ch’essa ha di dinamismo, in opposizione al meccanicismo
della filosofìa contemporanea.
L'escogitazione dei punti metafisici, nella quale Dio appare il gran geometra
che conoscendo fa e facendo conosce le cose dell'universo, è come il simbolo
della necessità di risolvere la natura in termini idealistici. Un V.
teologizzante, un V. agnostico, perfino un
V. immaginoso inventore di romanzi cosmologici e tìsici, si trova qua e là; ma un V. materialista non si
trova in nessuna parte dell'opera sua. Anche questa non ardita metafisica destò
sospetto di panteismo, benché l'autore insiste nella dottrina teologica che il
fare di Dio si converte ab intra col generato e ab extra col fatto, e che
perciò il mondo è creato in tempo; che l'anima umana, la quale, specchio
della divina, pensa l'infinito e l'eterno, non è terminata
da corpo e quindi neppure da tempo, e perciò è immortale; e che in qual modo
l'infinito sia disceso nelle cose finite—IL CIRCOLO DI GRICE -- ciò, se anche
Dio l'insegna, non si potrebbe intendere dall'uomo. Comunque, egli stima
necessario chiudere le risposte ai suoi critici col raccogliere le proposizioni che dimostrano il suo
ortodossismo, e ribadire che essendo Dio altrimente sostanza e altrimente le
creature, e la ragion d'essere – GRICE RATIO ESSENDI -- o l'essenza essendo
propria della sostanza, le sostanze create, anche in quanto all'essenza, sono
diverse e distinte dalla sostanza di
Dio. La trascendenza limita la mente di V. e,
impedendogli di raggiungere l'unità del reale, gì'impede anche la
conoscenza veramente completa di quel mondo umano, ch'egli aveva cosi
potentemente, con opposto principio, rischiarato. Ed ecco ora perché V., senza
negare il progresso, non poteva averne il concetto. E stato osservato che il
concetto di progresso è estraneo al cattolicismo e prende origine dalla riforma protestante, e che
perciò il cattolico V. dove inibirselo. Ma altresì il concetto del providente
immanente è inconciliabile col cattolicismo, e tuttavia V. lo pensa
profondamente. Il che vuol dire che non l'impulso gli manca, ma piuttosto la
possibilità d’andar oltre un certo segno, dove la sua fede sarebbe stata messa
a troppo aperto sbaraglio. Il progresso,
dedotto dal providente immanente e introdotto nella Scienza, accentua la
differenza nell'uniformità, il sorgere del nuovo a ogni istante, il perpetuo arricchimento del corso
a ogni ri-corso; avrebbe cangiato la storia, d’un rassegnato percorrere e ri-percorrere
il solco tracciato da Dio sotto l'occhio di Dio, in un dramma che ha in sé la propria ragion d'essere – GRICE
METIER --; avrebbe trascinato nelle sue spire l'intero cosmo e reso reale il
pensiero dei mondi infiniti. V., all'affacciarsi di questa visione, arretra
pauroso, si ferma ostinato, e il filosofo è sostituito in lui dal credente.
Dalle cose precedentemente discorse è chiaro che la parte storica della Scienza
non poteva configurarsi come una storia
del genere umano, nella quale ai popoli e agl'individui fosse riconosciuto
l'ufficio proprio e singolare che ciascuno d’essi esercita nel corso degl’avvenimenti.
A tal uopo V. avrebbe dovuto chiudere il suo sistema di pensiero, che in un
punto rimane spezzato e aperto alla concezione religiosa; e innalzare la sua divinità PROVIDENTE a
divinità progrediente, determinando il corso ed il ri-corso come il ritmo interno del
progresso. Ovvero, per raggiungere nella
storia, in senso diametralmente opposto, la visione dell'individualità, dove
abbandonare la sua germinale filosofia idealistica, togliere la divisione tra il
PROVIDENTE ordinario e straordinario, darsi
totalmente in braccio alla fede e alla tradizione religiosa, e tracciare
la storia dell'umanità sul disegno che Dio aveva rivelato o permetteva d'
intravvedere. Come credente, egli repugna al primo partito, come filosofo, al
secondo; onde la storia da lui ricostruita non poteva essere, e non fu, storia
universale. Per conseguenza, non fu neppure quello che si chiama filosofia della storia, se a
questa denominazione si rida il significato originario d’una storia universale,
cioè che abbia l'occhio alle maggiori e più nascoste iuncturce rerum, narrata
filosoficamente, vale a dire, più filosoficamente che non si sole dai cronisti,
dagl’aneddotisti e dagli storiografi cortigiani, politici e nazionali. La controversia se a V. o a Herder spetti d’aver fondato la
filosofia della storia, dovrebbe francamente risolversi a favore di Herder,
perché l'opera di costui ha quell'andamento di storia universale che manca alla
Scienza; sebbene, d'altro canto, sia agevole trovare a Herder precursori in
buon numero, a cominciare dai profeti ebraici e dallo schema delle quattro monarchie, che rimase non solo
nel Medioevo ma ben oltre nei tempi moderni lo schema costruttivo della storia
universale. Né sarà fuori luogo soggiungere che la cosi detta filosofia della
storia in quanto storia universale non costituisce una speciale scienza
filosofica o una storia nettamente distinguibile da altre forme di storia, salvo che, per ismania di renderla autonoma, non se
ne faccia il mostro d’una storia astratta o d’una filosofia storicizzata; e
quando a V. o a Herder s’attribuisce il
vanto d’avere creato colla filosofia della storia una scienza, si rivolge loro
un complimento di dubbia lega: il quale, per ciò che in particolare concerne V.,
è stato cagione che non si scorge il
valore vero dall'opera sua. Infatti, la Scienza d'intorno alla comune
natura delle nazioni, intesa come l'equivoca scienza della filosofia della
storia, Philosophie de l'histoire intitola Michelet la sua riduzione galla dell'opera
di V., non ha lasciato vedere la Scienza come nuova filosofia dello spirito e
iniziale metafisica della mente. Il dissidio che era, nella sua concezione generale, tra scienza e
credenza, riappare, nella storiografia di
V., come divisione e opposizione
tra storia degl’ebrei e storia delle genti, tra storia
sacra e storia profana. La storia ebraica non anda soggetta alla legge della
storia della gente, ha un corso tutto proprio – GRICE E HART --, si spiega con
principi affatto particolari, cioè con l'azione diretta di Dio. La Scienza, che
nella sua parte filosofica non ne da i principi esplicativi, non avrebbe dunque
dovuto trattarne altrimenti nella sua parte storica. E tale sarebbe stato, forse,
il desiderio di V. Ma al desiderio s’oppone, senza parlare del bisogno in cui
egli era di premunirsi della taccia d’empietà, che non sarebbe mancata, il suo scrupolo di uomo di fede e di buona
fede, che lo spinge a cercare una qualche armonia tra le due storie, le quali,
per quanto divise egli le pone, ricordando in proposito che anche un autore
gentile, Tacito, chiama gl’ebrei uomini
insocievoli, entrambe si erano svolte sulla terra e avevano avuto
reciproche relazioni, non foss'altro che all'origine dell'umanità e nella sua palingenesi per opera
del cristianesimo. Accadde che V. il quale voleva e dove, per l'indirizzo
stesso della sua mente, evitare il racconto della storia universale, e
attenersi insieme ai soli problemi filosoficamente e filologicamente
trattabili, non potesse esimersi dal rompere talvolta il suo proposito, e dal
tentare un qualche congiungimento tra le
due storie, e in pari tempo una qualche apologia della storia sacra cogl’argomenti
forniti dalla scienza e dalla storia. E questa la parte più infelice ma
altamente significante dell'opera sua. Egli era costretto ad ammettere, in
contrasto a tutte le sue scoperte, con istrazio di tutta la sua mente, che gl’ebrei
avevano goduto il privilegio di serbare
intatte le loro memorie fino dal principio del mondo, della qual cosa le altre
nazioni si vantavano a vuoto, e che perciò l'origine e successione certa della
storia universale dove domandarsi alla storia sacra. E l'esigenza di connettere
i suoi concetti circa le civiltà primitive colla cronologia biblica, coll'anno
che si sole assegnare alla creazione del
mondo, colla tradizione del diluvio universale e con quella dei giganti, di
trovare, com'egli dice, la perpetuità della storia sacra colla profana, lo porta
a immaginare le cose più stravaganti. Imperversato dunque nell'anno 1656 dalla creazione il diluvio, e
separatisi i figli di Noè, mentre gl’ebrei iniziano o proseguono la loro
sacra storia con Abramo e gli altri
patriarchi, e poi colla legge data da Dio a Mosè GRICE, tutti i restanti semiti
e i camiti e giapetici, i primi più tardi e per minor tempo, i secondi e i
terzi più presto e per tempo più lungo, caddero nello stato ferino ed errarono
pella terra, bestioni stupidi e feroci. E laddove gl’ebrei, sottomessi al
governo teocratico, severamente educati
e praticanti le abluzioni, rimasero di giusta statura, i componenti delle altre
razze, senza disciplina né morale né fisica, travolgendosi nel fango, nello
sterco e nell'urina e assorbendo sali nitrici, cosi come di sterco e d’urina la
terra s'ingrassa e diventa feconda, crebbero in corpi mostruosi e giganteschi.
Cento anni pei semiti e dugento per le
altre due razze dura lo stato ferino; fino a quando la terra, che era rimasta a
lungo inzuppata dall'umidore del diluvio universale, asciugandosi manda fuori
esalazioni secche o materie ignite in aria a ingenerare i fulmini. Coi fulmini,
come già sappiamo, e colla mitologia del cielo fulminante che è Giove, si
sveglia nei bestioni la coscienza di Dio
e la coscienza di sé, onde diventano uomini. S’apre cosi l'età degli dèi, che
socialmente è quella di ROMOLO e delle
monarchie familiari dove il padre è re e
sacerdote e nel corso della quale si viene costituendo il sistema delle deità
maggiori, e i giganti mercé le spaventose religioni e l'educazione domestica
che doma la loro carne e sviluppa in
essi l'elemento spirituale, e mercé le lavande, degradano via via alla giusta
corporatura quale hanno gl’uomini che s'incontrailo agl’inizi della susseguente
età eroica. Tale, indicata per sommi capi, come TURNO ED ENEA, E ROMOLO, è la
bizzarra costruzione, fatta da V., dei cominciamenti della storia umana sulla
terra, messi in armonia coi racconti
della storia sacra; e d’essa si sarebbe riso o sorriso meno, se si fosse
guardato al dramma che vi è sotto, alla tormentosa coscienza del credenteche,
lottando col pensatore, cerca rifugio in quelle stravaganze. Colle quali, a
ogni modo, V. valica sopra una serie di sassi vacillanti. il diluvio, i
giganti, le esalazioni secche, la
fiumana della tradizione religiosa e raggiunge il terreno sodo della
storia critica, dove scopre altresì il primo appoggio della sua filosofia dello
spirito, la ferinità. È d’osservare inoltre che il rapporto colla storia
ebraica, la sola che a lui s'impone come storia vera e propria, cioè come un
unicum, sebbene in modo miracoloso, affatto
individuato, gli suggerì i
rari accenni che s' incontrano nei suoi
scritti ad assegnare ai vari popoli uno speciale ufficio o missione; onde gli
parve talvolta che gl’ebrei rappresentassero la mens, i caldei la ratio e i
giapetici la pliantasia. Parallelamente a questa storia fantastica dei
cominciamenti del genere umano sulla terra, corrono i tentativi d’apologetica
biblica. V. non tralascia d’arrecare
prove che dovrebbero profanamente confermare i racconti della storia sacra.
Conferma, per es., del diluvio e dei giganti sarebbero i simiglianti racconti
dei greci e di altri popoli; il governo teocratico, del quale nessuna storia
profana ha notizia precisa e oscuramente vi alludono i poeti nelle loro favole,
si riscontrerebbe nel governo degl’ebrei
innanzi e dopo il diluvio; gl’ebrei avrebbero ignorato la divinazione, perché
vivevano in diretti rapporti col vero Dio, laddove i caldei ebbero la magia o
divinazione secondo i moti degli astri e i popoli d’Europa quella per auspici.
Si sente in tutto ciò, senza dubbio, qualcosa di voluto, un voler vedere o un
voler non vedere, un darsi sulla voce,
un eccitarsi alla persuasione; come è consueto, del resto, in molti credenti
colti e scientificamente educati. V. scrive perfino una volta, nell'esporre la
genesi storica delle forme grammaticali e nell'asserire che i verbi
cominciarono dagl’imperativi – GRICE JUDGING IN TERMS OF VOLITING -- e cioè dai
comandi monosillabici che i padri danno
a mogli, figliuoli e famoli, ES, STA, I, DA, FAC, ecc. – Fido is shaggy, che da
ciò si ricava un'indiretta dimostrazione della verità del cristianesimo, perché
in ebraico la terza persona singola e maschile del perfetto è rappresentata
dalla nuda radice senza alcun segno flessivo: prova evidente che i patriarchi
dovettero dare gl’ordini nelle loro
famiglie a nome di un sol Dio, Deus dixit. Questo, a suo parere, era un fulmine
d’atterrare tutti gli scrittori cheoppinano
gl’ebrei essere stati una colonia uscita da Egitto, quando,
dall'incominciar a formarsi, la lingua ebraica incomincia d’un solo Dio. Sono
fulmini, a dir vero, che invece di fulminare i miscredenti, illuminano la
povertà degl’argomenti sui quali
l'apologetica s’appoggia anche in un uomo come V.; e, oggettivamente
considerando, la divisione introdotta per iscrupolo religioso tra storia sacra
e storia profana, col conseguente trattamento critico di questa e dommatico di
quella, e colle conseguenti strane ipotesi e difese, fa pensare
irresistibilmente che il sottrarsi della
storia sacra alla scienza umana provenga non dall'impotenza della
scienza umana, ma dall'impotenza della storia sacra, cioè, dall'impotenza a
serbarsi inalterata nella scienza; sicché di rado uno scrupolo religioso fu di
tanto pericolo alla causa della religione. Ma V. aveva troppo genuino e
rigoroso senso scientifico da mettersi a fare, e per giunta a contraggenio, Selden o Bossuet; onde
l'armonizzamento colla storia sacra o l'apologetica rimangono in lui episodi,
dai quali si può prescindere. E poiché, d'altra parte, gli era vietato di
profanare del tutto la filosofia e la storia, e di rappresentare il movimento
storico complessivo in base al criterio del progresso, non gli resta se non
guardare i fatti dall'aspetto che la sua
filosofia gli concede libero: quello del re-corso, dell'eterno processo e delle
eterne fasi dello spirito. Qui era la sua forza, qui poteva riconoscere il
carattere specifico, se non propriamente quello individuale, di leggi, costumi,
poesie, favole, d'intere formazioni sociali e culturali che erano state
fraintese dalla storiografia fino ai
suoi tempi. E per questa ragione egli, anziché narrare la storia, dove
restringersi a mettere in luce gl’aspetti comuni di certi gruppi di fatti,
appartenenti a tempi e nazioni varie. Nella Scienza si ha, egli dice, tutta spiegata la storia, non già
particolare ed in tempo delle leggi e dei fatti de’ROMANI, ma sull'identità in
sostanza d'intendere e diversità dei
modi lor di spiegarsi. S’arrecheranno, dice ancora in altra occasione, i fatti
a modo di esempli perché s'intendano in ragion di principi, imperocché vedere
avverati i principi nella quasi innumerabile folla delle conseguenze, egli si
dee aspettare da altre opere che da noi o già se ne son date fuori o già sono
alla mano per uscire alla luce delle stampe.
Ossia, come sappiamo, in quella scienza si ha da una parte una filosofia e
dall'altra una descrittiva empirica, storicamente esemplificata, nella qualeI
ROMANI non stanno COME ROMANI, ma in ciò che hanno di comune con ogni nazione;
la storia di ROMA sotto i re o ai primi tempi della repubblica spiega le sue
affinità con quella dei primi secoli del
Medioevo; e Omero non sta come Omero, ma come esempio della poesia primitiva e,
attraverso i secoli, ritrova e abbraccia il suo fratello, ALIGHIERI. Forza e
limite insieme, perché la storia non consiste di certo, essenzialmente, in
queste somiglianze; ma senza la percezione delle somiglianze come si
giungerebbe a fissare le differenze?
ALIGHIERI non è Omero, i baroni non sono i
patres r l'ateniese Solone non è il romano PUBLILIO FILONE, il
feudalismo dell'età carolingia e in genere medievale non è la costituzione sociale delle età primitive
di Roma; ma certamente, per taluni rispetti, Alighieri è più vicino a Omero che
non al Petrarca, i baroni della prima epoca
più prossimi ai patres che non alla posteriore nobiltà di corte, Solone
somiglia più a un tribuno o a un dittatore romano che a qualche altro dei sette
savi coi quali suole andare congiunto, il feudalismo medievale si rischiara col
ravvicinamento alle società fondate sull'economia agraria. Notare queste
somiglianze significa negare o rigettare indietro altre più superficiali e
aprire la via alla conoscenza dell'individualità, indicando la regione
approssimativa dove si trova la verità piena. V., piuttosto che narrare e
rappresentare, classifica; ma c'è classificazione e classificazione: quella che
si fa a servigio di un pensiero superficiale e quella che si fa a servigio di
un pensiero profondo. E la parte storica
della Scienza è una grande sostituzione di classificazioni superficiali con
classificazioni profonde. In questo àmbito, dov'è la forza della storiografia di
V., le deficienze e gli errori provengono non dal dì fuori dei limiti
tracciati, ma da cagioni operanti dentro
quei limiti stessi. È stato allegato, in discolpa di V., che gran parte dei
suoi errori sono d’attribuire ai
materiali scarsi e insufficienti dei quali egli dispone; ma scarsi e
insufficienti rispetto alla nostra brama di sapere sono, sempre, i materiali di
studio, e nel giudicare uno storico non può essere questione di ciò, si del
modo cauto o incauto nel quale egli adopera i materiali di cui dispone. Ancora
è stato detto che V. ebbe i difetti del
suo tempo; e qui s’è dimenticato che egli nasce nel secolo nel quale s’era
svolta la criticissima filologia di Scaligero BORDONE e di tutta la scuola
olandese, e Che suoi contemporanei sono in Italia Zeno, Maffei e Muratori. Il
vero è che la forma mentale da noi giù, descritta, di V., come turba la pura
trattazione filosofica colle determinazioni della scienza empirica e dei dati
storici, cosi turba la ricerca storica col miscuglio della filosofia e della scienza
empirica. V. è in uno stato come d’ebrezza: confondendo categorie e fatti, si
sente molto spesso sicuro a priori di quel che i fatti gli diceno e non li
lascia parlare e subito mette loro in bocca la sua risposta. Una frequente
illusione gli fa ravvisare rapporti tra
cose che non ne avevano alcuno; gli muta ogni ipotetica combinazione in
certezza; gli fa leggere negl’autori, invece delle parole esistenti, altre non
mai scritte e ch'egli medesimo senz'accorgersene interiormente pronunzia e
proietta negli scritti altrui. L'esattezza gl’è impossibile, e in quella sua
eccitazione ed esaltazione di spirito,
quasi la disprezza; perché, infatti, dieci, venti, cento errori particolari che
cosa avrebbero tolto alla verità sostanziale? L'esattezza, la diligenza, egli
dice, dee perdersi nel lavorare d'intorno ad argomenti e' hanno della
grandezza, perocché ella è una minuta e, perché minuta, anco tarda virtù.
Etimologie immaginose, interpetrazioni mitologiche arrischiate e infondate, scambi di nomi e
tempi, esagerazioni di fatti, citazioni fallaci s'incontrano a ogni passo nelle
sue pagine e molte se ne possono vedere notate nella bella edizione della
Scienza, curata da Nicolini, e qualcuna ne noteremo via via anche noi a mo'di
saggio, ma guardandoci dal dargli di continuo sulla voce, e qualche volta rettificando tacitamente le sue citazioni.
Sicché, come parlando della sua filosofia abbiamo osservato che V. non era
ingegno acuto, cosi, parlando della sua storiografia, dobbiamo ora dire che
egli non era ingegno critico. Ma come, negandogli colà l'acume in piccolo, gli
riconoscevamo quell'acume in grande che e la profondità, cosi anche qui dobbiamo aggiungere che, se V. manca di senso
critico in piccolo, abbonda di quello in grande. Negligente, cervellotico,
affastellato nei particolari; circospetto, logico, penetrativo nei punti
essenziali; scopre il fianco, e talora tutta la persona ai colpi del pili
meschino e meccanico erudito, e intimidisce ed è atto a ispirare reverenza a
ogni critico e storico, per grande che
sia. E se spaziando sempre negli universali e tutto preso dalle sue geniali
scoperte, molte volte non die tempo ài tempo e non die agio e campo alla sua
forza indagatrice e osservatrice di spiegarsi, e invece di storia inventa miti
e intessé romanzi; dove poi lascia che quella forza liberamente si spiega,
compi anche nel campo della storia cose
mirabili, come c'industrieremo di venire mostrando nei capitoli che seguono. Ma
passare a rassegna l’interpetrazioni storiche di V. per confrontarle, come da
molti si è fatto ed è comune vezzo, con quelle della storiografia odierna e
lodarle o censurarle di conseguenza, sarebbe poco concludente; perché, dove c'è
accordo tra i due termini del confronto,
l'accordo potrebbe essere fortuito, e, dove c'ò divergenza, la dottrina recente
potrebbe essere pur tuttavia svolgimento o conseguenza del tentativo antico, e,
a ogni modo, lo stato odierno delle cognizioni storiche non porge in niun caso
una misura assoluta. E, d'altra parte, sarebbe fuori luogo, oltreché superiore
alle nostre forze, ripigliare tutti i
problemi che V. tratta e tocca per esaminare quel che' di vero o di falso fosse
nelle sue conclusioni, perché tanto varrebbe scrivere un’altra Scienza, meglio
conforme ai nostri tempi. A noi spetta indicare soltanto i principali problemi
storici che egli si propone, riassumere le soluzioni che ne da, e avere
l'occhio sempre allo stato della scienza
non già ai tempi nostri ma ai tempi suoi, per determinare quali progressi si
debbano a V. nella storia degli studi storici. Il periodo storiografico che
precede V. è tutt'altro che di credulità e di acrisia – cf CRISIA. Trascorsi d’un
pezzo erano i tempi in cui si compilano le cronache del mondo e s’accoglie ogni
favola e ogni più grossolana
falsificazione come storia: i semi sparsi d’alcuni umanisti portano i loro
frutti negl’eruditi italiani, nella scuola giuridica galla, nella già ricordata
di BORDONE, in tutti i grandi cronologi, epigrafisti, archeologi,topografi e
geografi, ch’ordinano le prime e colossali raccolte critiche di fonti pella
storia dell'antichità romana. Anzi, nel
tempo stesso che i filologi andano correggendo e perfezionando i loro metodie
sfatavano imposture e riempivano lacune, si diffonde, per effetto della
filosofia intellettualistica, lo scetticismo, o pirronismo storico come anche è
chiamato, con Bayle, con Fontenelle, con Saint-Evremond e altri molti,
precursori di quella polemica contro la verità e l'utilità della storia di ROMA, che dove
diventare cosi vivace. Quest'ultimo indirizzo è, piuttosto che critico,
ipercritico, mettendo capo alla distruzione della storia in genere; e poiché lo scetticismo storico
rivesti assai spesso il carattere di paradosso a uso della società elegante e
dei belli spiriti, la sua efficacia sul progresso degli studi è assai scarsa,
o, tutt'al più, valse a provocare vigorose reazioni, d’una delle quali è
rappresentante V., a favore della tradizione e dell'autorità. Giova invece
notare le deficienze del primo e seriamente scientifico indirizzo dei filologi
e antiquari: i quali restituivano testi, svelavano falsificazioni,
ricostruivano serie di sovrani e di magistrati, raddrizzavano la cronologia, contestano perfino alcune
leggende; ma, sia pella mentalità consueta dei puri eruditi e filologi, sia pell'ambiente
generale della cultura, pur vivendo
sempre a contatto dell'antico e del
primitivo, non sentivano punto, e non facevano sentire, l'antico e il
primitivo. Fortissimi nei particolari, erano deboli nelle cose essenziali.
Anche quando alcuno dei più geniali s’accorge,
per es., dell'importanza dei canti
popolari, mezzo di trasmissione storica in tempi in cui manca o era rarissimo
l'uso della scrittura, da queste e simili osservazioni non riceve tale scossa d’esserne
spinto a rinnovare da cima a fondo la sua concezione della vita primitiva, come
accadde invece a V., il quale, quasi a un tempo, intese la forma filosofica
del certo e i due periodi di vita spirituale e sociale, che le corrispondevano
nella storia reale: il periodo oscuro e quello favoloso. Anch'egli moveva d’una
sorta di scetticismo, scetticismo concernente i pregiudizi dei dotti e delle
nazioni circa l'indole e i fatti dell'antichità romana; e statuiva, nel
combatterli, una serie di canoni o
degnità, che paiono ispirati agl’idola di Bacone, di cui offrono come l'analogo nel
campo della ricerca storica. V. mette in guardia in primo luogo contro le
magnifiche opinioni che s’erano avute fino ai suoi tempi intorno alla
lontanissima e sconosciuta antichità romana: ingenua illusione di cui
trova la sorgente in ciò che l'uomo,
allorché si rovescia nell'ignoranza, fa di sé regola dell'universo e qui è più
vicina l'analogia con Bacone, perché tale enunciato somiglia pell'appunto alla
classe degl’idola tribus in cui la mente fa di sé regola delle cose, ex
analogia hominis, non ex analogia universi. Sopra la medesima osservazione si
fonda il detto che fama crescit eundo, e il di Tacito omne ignotum prò
magnifico est. Donde il vezzo d'interpetrare i costumi antichi coll'aspettazione
di trovarli simili o migliori di quelli moderni e civili. Cosi CICERONE, per un
trasporto di fantasia ammira la mansuetudine degl’antichi romani, che chiamano ospite
il nemico di guerra; non avvedendosi che la cosa sta proprio al rovescio e che gl’ospiti sono HOSTES, stranieri e
nemici. Parimente Seneca, per provare che convenga usare umanità verso gli
schiavi, ricorda che i padroni sono detti in antico padri di famiglia: quasi
che i patresfamilias non fossero stati disumanissimi, nonché contro gli schiavi
e famoli, contro i medesimi loro figliuoli, adeguati ai famoli. E pello
stesso pregiudizio Grozio, che veramente
V. scambia qui col suo esegeta Gronovio e di costui fraintende le parole,
volendo dimostrare la mitezza degl’antichi germani, reca un gran numero di
leggi barbariche, nelle quali l'omicidio è punito colla multa di pochi danari:
documento, per contrario, di quanto fosse tenuto a vile il sangue dei poveri
vassalli rustici, che sono pell'appunto
gli homìnes, di cui parlano quelle leggi. In secondo luogo, ammoniva di non
prestare fede alla boria delle nazioni, che, come osserva Diodoro siculo, tutte
sia romane sia barbare, caldei, sciti, egizi, cinesi, si vantarono d’avere,
ciascuna prima delle altre, fondata l'umanità, ritrovati i comodi della vita e
serbate le loro memorie fin dall’origini
del mondo. Ciascuna d’esse, non avendo per molte migliaia d'anni avuto
commercio colle altre onde potesse accomunare le notizie, fu, nel buio della
sua cronologia, simile a un uomo che, dormendo in una stanza piccolissima,
nell'errore delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quanto colle
mani la toccherà poi. Chi prenda quei
sognati vanti per notizie sicure, si trova nell'imbarazzo di scegliere fra
tante nazioni e tante memorie, tutte, con pari fondamento, offrentisi a gara
come primitive. Colla boria delle nazioni V. mette la boria dei dotti, i quali
ciò ch’essi sanno vogliono che sia antico quanto il mondo; e perciò si
compiacciono nell'immaginare una
inarrivabile riposta sapienza degl’antichi, che coincide poi pell'appunto,
mirabilmente, colle opinioni professate da ciascuno di quei dotti e d’essi
ammantate d’antichità per imporne pili solennemente l'accettazione. In tale
errore cadde non solo Platone, specialmente nelle ricerche del Cratilo, ma
quasi tutti gli storici, antichi e moderni: v’era caduto lo stesso V., che potè, dunque, studiarlo
assai bene in sé medesimo, quando nel De antiquissima crede di trovare nell’etimologie
dei vocaboli latini le prove d’una METAFISICA ITALIANA perfettamente concorde
con quella sua propria della conversione tra verum e factum e dei punti
metafisici. Ai quali tre pregiudizi, e più strettamente alla boria dei dotti, va di séguito il quarto che ora si
chiama delle fonti o degl’influssi di cultura, e che V. sarcasticamente designa
come quello della successione delle scuole pelle nazioni. Secondo tale
dottrina, Zoroastro, per es., avrebbe istruito Beroso pella Caldea, Beroso a
sua volta Mercurio Trismegisto pell'Egitto, Mercurio Atlante legislatore
dell'Etiopia, Atlante Orfeo missionario
della Tracia, e finalmente Orfeo ferma la sua scuola in Grecia. Lunghi viaggi,
e agevoli, in verità, a quelle prime
nazioni che, appena uscite dallo stato selvaggio, vivevano appollaiate sulle
montagne in siti poco accessibili, sconosciute alle loro medesime confinanti! E
questi lunghi viaggi avrebbero avuto per oggetto di diffondere invenzioni, che ciascuna nazione
poteva fare senz'altro da sé, e che se poi, conosciutisi tra loro i popoli per
guerre e trattati, si ritrovarono simili, è perché contenevano un motivo comune
di vero e nascevano dalle medesime necessità umane. C'era bisogno di supporre
l'efficacia del diritto ateniese o di quello mosaico sul ROMANO, come usano i pareggiatori delle leggi o
trattatisti del diritto comparato, per ispiegare come si fosse formato il
diritto, riconosciuto in Roma, d’uccidere il ladro di notte? C'era bisogno che
Pitagora anda diffondendo la dottrina della trasmigrazione dell’anime, che si
ritrova perfino in India? Resta il pregiudizio circa gli storici antichi
considerati come informatissimi dei
tempi primitivi, i quali, invece, nel racconto dell’origini, seppero quanto o
meno di noi posteri. Per la storia, V.
legge, o meglio crede di leggere, in Tucidide la confessione che, fino alla
generazione a questo storico precedente, non si conosce nulla della propria
antichità; e osserva altresì che gli storici solo al tempo di Senofonte
cominciarono ad avere qualche notizia precisa delle cose. LA STORIA DI ROMA si
sole principiarla d’ALBA LONGA; ma con Roma certamente non nasce il mondo, la
quale è una città fondata in mezzo a un gran numero di minuti popoli del Lazio;
e per Roma stessa LIVIO dichiara di non entrare mallevadore della verità dei
fatti concernenti il principio di quella storia colla LUPA, e a proposito della
guerra cartaginese, di cui è in grado di scrivere con più verità, ingenuamente
confessa di non sapere da qual parte
Annibale fa il suo grande e memorabile passaggio in Italia, se dall’Alpi eozie
o dall’appennine. Tanto gli storici antichi erano bene informati! Per questi e
altrettali motivi di scetticismo, tutto
quanto si narra dei romani fino alla guerra cartaginese parve a V. TUTTO
INCERTISSIMO: un territorio quasi res nullius, ove si poteva entrare col
diritto del primo occupante. Egli vi entra armato dei canoni positivi che
nascevano accanto, anzi dal grembo di quelli negativi, che abbiamo riferiti.
Perché, se V. nega fede agli storici
lontani dai tempi e luoghi dei fatti che raccontano, se scredita le
vanterie nazionali, se svela l’illusioni e le ciarlatanerie dei dotti, non
rimane pago per altro a quest'opera di distruzione; e al posto del vecchio e
malfido cacciato via bada a sostituire il nuovo di migliore qualità e di
maggiore resistenza, cioè un complesso di metodi mercé i quali era dato procacciarsi nuovi documenti collo
studiare meglio quelli già posseduti. Ogni avanzamento nelle conoscenze
storiche non s’effettua, in verità, in altra guisa che con questo ritorno dal
racconto ricevuto al documento sottostante, col quale solamente è dato
confermare, rettificare e arricchire il racconto. Il primo metodo che V.
addita, la prima fonte che egli schiude
pella conoscenza delle società antichissime, è l'etimologia della lingua del
LAZIO, che si sole esercitare ai suoi tempi in modo affatto arbitrario, col
raffrontare i suoni di qualche sillaba o lettera, e cercare altre superficiali
somiglianze, inferendone la derivazione d’un vocabolo dal latino. Ma affinché
l'etimologizzare sia fruttuoso, bisogna
non dimenticare che la lingua del LAZIO e il testimonio più grave degl’antichi
costumi del popolo del LAZIO, che si celebrarono al tempo in cui si forma essa
lingua; e illuminare perciò, perpetuamente, la lingua del LAZIO coi costumi e i
costumi colla lingua del LAZIO. Cosi l’etimologie d’un vocabolo astratto
(SHAGGINESS) ci porta nel bel mezzo d‘una
società affatto contadinesca, perché 1'INTELLIGERE, per es., richiama il LEGERE
o raccogliere i frutti dei campi, donde LEGUMINA; il DISSERERE, lo spargere
semenze; e la maggior parte dell’espressioni intorno a cose inanimate (those
spots meaning measles) si svelano trasporti dal corpo umano e dalle sue
parti e dagl’umani sensi e passioni,
come bocca per ogni apertura, labbro per orlo di vaso, fronte e spalle per
avanti e dietro, e simili. V. vagheggia un etimologico comune a la lingua del LAZIO, composto di radici
monosillabiche e in gran parte onomatopeiche; un altro delle voci d’origine
straniera, introdotte dopo che le nazioni si furono conosciute tra loro; un terzo, universale, pella scienza
del diritto delle genti, dal quale apparisse come gli stessi uomini, fatti o
cose, guardati con diversi aspetti dalle varie nazioni, avessero ricevuto
diversi vocaboli; e, infine, un dizionario di voci mentali, comuni a tutte le
nazioni, che, spiegando le idee uniformi circa le sostanze e le modificazioni
diverse che le nazioni ebbero nel
pensare intorno alle stesse necessità umane o utilità comuni a tutte, secondo
la diversità dei loro siti, cieli, nature e costumi, narra l’origini delle
diverse lingue vocali, che tutte convengono in una lingua ideale comune. La
seconda fonte, schiusa da V., è l'interpetrazione dei miti o favole, che,
conforme alla sua dottrina, non erano
allegorie, invenzioni o imposture, ma la scienza stessa dei popoli primitivi.
Nel Diritto universale V. distinse quattro sensi pei quali gli dèi passarono:
dapprima significando cose naturali – those spots mean measles --, Giove il
cielo, Diana le acque perenni, Dite o Plutone la terra inferiore, Nettuno il
mare, e cosi via; poi, cose umane naturali,
per es. Vulcano il fuoco, Cerere il frumento, Saturno i seminati; in terzo luogo, fatti sociali; fintanto che, in
ultimo, salirono al cielo, furono assunti agli astri, e le cose terrene e umane
vennero divise dalle divine. Ma nelle Scienze mise in rilievo quasi
esclusivamente il terzo significato, quello sociale, che diventò per lui
l'originario; perché, sembra che egli
pensa, le prime nazioni erano troppo intente a sé stesse, troppo immerse nella
loro dura e difficile vita, da speculare
astraendo dalle cose sociali. Cosi nei miti egli trova riflesse l’istituzioni,
le scoperte, le divisioni sociali, le lotte di classe, i viaggi, le guerre, dei
popoli primitivi. Anche pei tempi abbastanza progrediti V. fu alieno dalle interpetrazioni naturalistiche o filosofiche;
e il Conosci te stesso, attribuito all'antico savio, gli parve nient'altro che
un monito alla plebe ateniese perché conoscesse le proprie forze, trasportato
dipoi a sensi metafisici e morali. Oltre questa ermeneutica sociale, un altro
principio assai importante egli stabilisce: vale a dire che i significati
galanti, lubrici e osceni delle favole
furono tutti intrusi in tempi tardi e corrotti, che interpetrarono i costumi
antichi sui propri o presero a giustificare le proprie lascivie coll'immaginare
che gli dèi ne avessero dato l'esempio. Onde s’ebbero Giove adultero, Giunone
nemica a morte della virtù degl’Ercoli, la casta Diana che sollecita gl’abbracciamenti
degl’addormentati Endimioni, Apollo che infesta fino alla morte le pudiche
donzelle, Marte che come se non basta commettere adulteri in terra li trasporta
fin dentro il mare con Venere, e, peggio ancora, gl’amori di Giove con GANIMEDE
– convito dell’ACCADEMIA -- e dello
stesso Giove trasformato in cigno con Leda: dipinture atte a sciogliere il freno al vizio, come per l'appunto accadde
nel giovinetto Cherea dell'Eunuco di Terenzio. Ma nella loro forma e
significato originari le favole furono tutte severe e austere, degne di
fondatori di nazioni; e, per es., Apollo che insegue Dafne allude agl'indovini
o àuspici delle nozze, che perseguitavano pelle selve le donne ancora in preda
ai concubiti vagabondi e nefarì; Venere,
che si copre le vergogna col cesto, era simbolo pudico di matrimoni solenni; gl’eroi,
figliuoli di Giove, non erano già i frutti degl’adulteri, ma gl’eroi nati da
nozze certe e solenni, celebrate colla volontà di Giove che si rivela negl’auspici.
Omnia intenda mundis et immunda immundis: le selve e i picchi delle
montagne non potevano produrre immagini
d’alcove e postriboli. Oltre queste due ricche fonti della lingua del LAZIO e
dei miti, V. ne menziona e adopera una
terza, che chiama dei sima real donzella Polissena, della rovinata casa del
poc'anzi ricco e potente Priamo, divenuta misera schiava, non gli venga
sacrificata sul sepolcro e le sue ceneri assetate di vendetta non bevano l'ultima goccia di quel
sangue innocente. E giù. nell'inferno Achille, domandato d’Ulisse come vi stia
volentieri, risponde che vorrebbe essere un vilissimo schiavo, ma vivo! Questo è l'eroe che Omero, coll'aggiunto
perpetuo d'irreprensibile, àjiójAwv, canta ai popoli in esempio della virtù
eroica. Un siffatto eroe, che pone tutta
la ragione nella punta della lancia, non si può altrimenti intendere se
non come un uomo orgoglioso, il quale ora si direbbe che non si faccia passare
la mosca per innanzi alla punta del naso. Se i più grandi caratteri di Omero
sono tanto sconvenevoli alla nostra natura civile, le comparazioni delle quali
egli si vale hanno a lor materia belve e altre
cose selvagge. E se per i costumi che rappresenta da fanciulli pella
leggerezza delle menti, da femmine pella robustezza della fantasia, da
violentissimi giovani pel fervido bollore della collera, e pelle favole degne
di vecchierella che intrattenga bimbi ond'è piena l'Odissea, non si può
attribuire a Omero nessuna sapienza riposta j quel suo cotanto riuscire nelle fiere comparazioni non è certamente
da ingegno addimesticato e incivilito da alcuna filosofia. Né da animo che sia
umanato e impietosito da filosofia potrebbe nascere quella truculenza e
fierezza di stile, onde si descrivono tante e si varie e sanguinose battaglie, tante
e si diverse e tutte in istravaganti guise crudelissime specie di ammazzamenti, che particolarmente formano la
sublimità dell'Ilìade. Ma chi fu, in realtà, Omero? Che cosa di lui dicono gli
antichi scrittori, che cosa si trae dai suoi poemi? A leggere l'Iliade e
l'Odissea senza pregiudizi, a ogni passo ci si avventano agli occhi e ci
offendono stravaganze e incoerenze. Incoerenze di costumi, che trasportano or
di qua or di là a tempi lontanissimi tra
loro: da una parte si vede Achille, l'eroe della forza; dall'altra, Ulisse,
l'eroe della saggezza; da una parte, la crudezza, la villania, la ferocia,
l'atrocità; dall'altra, i lussi di Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di
Circe, i canti delle sirene, i passatempi dei proci, che tentano anzi assediano
le caste Penelopi; da una parte, costumi
rustici e ruvidi, dall'altra giuochi, vesti magnifiche, cibi squisiti e arti
d'intagliare in bassorilievo e fondere in metalli; da una parte, rigida società
eroica, dall'altra, perfino, accenni a libertà popolari. Questi costumi cosi
delicati mal si convengono con gli altri tanto selvaggi e fieri, che nello
stesso tempo si narrano dei medesimi eroi,
particolarmente nell'Iliade. Messi insieme tutti a un tempo, riescono
incompossibili: dai costumi dell'età troiana si sbalza senza transizione a
quelli del tempo di NUMA; talché, ne placidi s coè'ant inmitia, si è costretti
a pensare che i due poemi furono per più età e da più mani lavorati e condotti.
Incoerenze di allusioni geografiche, che anch'esse trabalzano in ambienti fisici diversi e lontani:
l'Iliade all'oriente della Grecia, verso settentrione; l'Odissea,
all'occidente, verso mezzodì. Incoerenze di linguaggio, sconcezze di favellari,
che permangono nonostante l'emendazione d’Aristarco, e pella quale si sono
proposte le più strane teorie, come quella che Omero sarebbe andato
raccogliendo il suo linguaggio da tutte
le varie popolazioni. Dai poemi passando alle tradizioni circa il loro autore,
nessuna fede meritano le vite di Omero scritte da Erodoto, o da chi altri ne
sia l'autore, e da Plutarco, dallo pseudo Plutarco. Intorno a Omero mancano le
notizie più elementari: proprio dove dagli antichi si tratta di questo che fu
il maggior lume di Grecia, siamo
lasciati affatto al buio. Non si sa di Omero né il tempo in cui visse né il
luogo di nascita: ciascuno dei popoli di Grecia lo rivendica suo cittadino. Si
narra bensì ch'egli fosse povero e cieco; ma codeste sono di quelle minute
particolarità che mettono sospetto, come muove a riso ciò che dice Longino che
Omero componesse l' Iliade e piu tardi l'Odissea.
Mirabile che si conoscessero queste private faccende di un uomo del quale s'
ignoravano poi due cose da nulla: il tempo e il luogo! E la critica deve
domandarsi, anzitutto, come mai fosse possibile che un sol uomo compone due
cosi lunghi poemi, in un'età nella quale non esiste ancora la scrittura;
giacché le tre iscrizioni eroiche, una
di Anfitrione, l'altra d'Ippocoonte e la terza di Laomedonte, delle quali con
troppo buona fede parla Vossio, sono imposture, simili alle tante che sogliono
eseguire i falsificatori di medaglie antiche. Per tutte queste considerazioni
sorse in V. il sospetto che Omero non fosse, per lo meno in tutto e per tutto,
un personaggio reale, ma anch'esso pella
meta uno di quei caratteri poetici ai quali si erano riportate nell'antichità
lunghe serie di azioni, opere e avvenimenti. Se infatti ci si prova a pensare
che i poemi omerici non siano l'invenzione di un individuo, ma due grandi
tesori dei costumi della Grecia antichissima, che contengono la storia del
diritto naturale e dell'età eroica delle genti
greche; se invece che a uno o due poeti singoli si pensa a un popolo
intero poetante; invece che a due opere di getto, a una poesia popolare
svoltasi per secoli: tutto si rischiara e si riaccorda. Si spiegano le
stravaganze delle favole, perché la composizione dell' Iliade e dell'Odissea
appartiene alla terza età di quelle, vere e severe presso i poeti teologi, alterate e corrotte presso gli eroici, e
ricevute cosi corrotte nei due poemi. Si spiegano le varietà dei costumi,
richiamanti le varie età della composizione; e altresì l'Omero, simbolo del più
antico (Illiade) e del più recente (Odissea) tempo della Grecia primitiva. Si
spiega la varietà dei luoghi di nascita e di morte, assegnati al loro autore, e
le varietà dei suoi linguaggi, perché
vari furono i popoli che produssero quei canti. Si spiega, infine, perché ogni
popolo greco volle Omero suo concittadino, pella ragione cioè che essi popoli
pell'appunto furono quest'Omero; e perché fosse detto cieco e mendico, perché
tali erano di solito i cantori che girano pelle fiere recitando le storie.
Bisogna dunque che Omero, perché sia
inteso nella sua verità, venga sperduto dentro la folla dei popoli e
considerato come un'idea o carattere eroico di uomini in quanto narravano
cantando le loro storie. Cosi quelle che sono sconcezze e inverisimiglianze
nell'Omero finora creduto, diventano nell'Omero qui ritrovato tutte
convenevolezze e necessità. E, innanzi
tutto, gli s’aggiunge una sfolgorantissima lode d'essere stato il primo
storico a noi pervenuto. In Omero si ha il documento della primitiva identità
di storia e poesia, e una conferma di quel che V. crede di leggere in Strabone, cioè che prima d’Erodoto, anzi
prima d’Ecateo milesio, la storia dei popoli fu scritta dai poeti.
Nell'Odissea, volendosi lodare alcuno
per avere ben narrata una storia, si dice averla raccontata da musico e da
cantore. V. non si perde in poco feconde congetture istituendo indagini più
particolari circa il modo di elaborazione dei poemi omerici. Propende tuttavia per
due principali autori poeti, l'uno pell'Iliade, nativo dell'oriente di Grecia,
verso settentrione, l'altro pell’Odissea,
nativo dell'occidente verso mezzodì; e il nome Omero intende come di
compositore e legatore di favole. Ma, d'altro canto, a causa del significato
puramente ideale che per lui ha quel nome, non è da escludere, forse,
l'interpetrazione che i due Omeri
fossero, a loro volta, due correnti poetiche e due gruppi di popoli o di
cantori popolari. Le persone storiche,
che egli si trova innanzi, sono i rapsodi, uomini volgari che paratamente, chi
uno chi altro, andano recitando i canti d'Omero nelle fiere e nelle feste pelle
città. Lunga età corse dalla primitiva composizione fino ai Pisistratidi, i
quali fecero dividere e disporre i canti omerici nei due gruppi dell’Iliade e
dell'Odissea, donde si deduce quanto
innanzi dovessero essere stati una confusa congerie di cose, e ordinarono che
d'indi in poi fossero cantati dai rapsodi nelle feste panatenaiche. Comunque, non è di certo in questa
risoluzione materialmente intesa dell'individuo Omero in un mito o carattere
poetico l'importanza, come, forse, non è la verità, della teoria di V. Dalle incoerenze ch'egli non pel primo nota, e non
sempre con esattezza, la qual cosa, per altro, è di poco rilievo, essendo
agevole compensare le osservazioni inesatte con le molte altre esatte da lui
tralasciate, non c'era rigoroso passaggio logico all'affermazione della non
esistenza di un Omero individuo, principale autore di uno o di entrambi i
poemi. Quelle incoerenze valevano a
dimostrare che il poeta o i poeti lavorarono sopra una ricca materia
tradizionale, della provenienza più varia per luoghi e per tempi, e non tanto
disposta a strati secondo la provenienza, che era a un dipresso l'fpotesi messa
innanzi da Aubignac, quanto piuttosto in tutti i suoi strati mescolata e
sconvolta. Uno o molti poeti, ovvero
molti poeti e un abile collettore dei loro canti, o una società di abili
collettori; queste e altrettali ipotesi si potevano proporre, come si sono
proposte di poi, con pari diritto, e sostenere, come sono state sostenute, con
argomentazioni parimente valide e parimente difettose perché non documentabili.
Ma nel fondo di quella risoluzione di
Omero in un carattere poetico, come analogamente in altre simili
risoluzioni fatte o tentate da V., era la scoperta della lunga e laboriosa
genesi storica attraverso cui era passata la materia di quei poemi, che, in
questo senso, ben potevano dirsi prodotto di collaborazione d’un intero popolo. La sostituzione a Omero di un popolo
di Omeri fu, anche questa volta, la
mitologia tessuta da V. sulla propria
scoperta: mitologia che omnes quivìtes tenerent. L'autorità del SENATO ROMANO
ne venne ristretta, perché laddove, precedentemente, di quel che IL POPOLO
ROMANO delibera i padri si fanno auctores, ora i padri sono essi autori al popolo, che approva la legge secondo
la forinola proposta dal SENATO ROMANO,
o le antiqua, cioè dichiara di non volere novità. La plebe ottenne, inoltre,
l'ultima magistratura ancora non comunicata, la CENSVRA. La legge petelia, che
segui pochi anni dopo, cancella l'ultimo vestigio di legame feudale, il nesso, nexus,
che rende i plebei, per causa di debiti, vassalli ligi dei nobili e li costringe sovente
a lavorare tutta la vita nelle private prigioni di costoro. Quando FABIO
MASSIMO alla divisione tra patriziato e plebe, coi corrispondenti comizi
curiati e tributi, ebbe sostituita la divisione secondo i patrimoni dei
cittadini, ripartiti nelle tre classi di senatori, cavalieri e plebei, l'ordine
dei nobili venne a sparire affatto, e senatore e cavaliere non furono più sinonimi di patrizio, né plebeo d'ignobile. Ma al senato rimase il
dominio sovrano sopra i fondi del romano imperio, che era già passato nel
popolo; e, mercé i cosi detti senatoconsulti ultimi o ultimce necessitatis, lo
mantenne con la forza delle armi finché la romana fu repubblica popolare; e
quante volte il popolo tentò di disporne, tante
il senato armò i consoli, i quali dichiararono ribelli e uccisero i tribuni della plebe che
avevano promosso quei tentativi. Il che si spiega con una ragione di feudi
sovrani soggetti a maggiore sovranità, come a V. pare confermato dal detto di
Scipione Nasica nell'armare il popolo CONTRO Tiberio Gracco: Qui rempublicam
salvam velit, consulem sequatur. Aperta
con le leggi la porta degli onori alla moltitudine che comanda nelle
repubbliche popolari, non resta altro in tempo di pace che contendere di potenza,
non colla legge ma colle armi; e mercé atti di potenza comandare leggi per
arricchire, quali furono le agrarie dei Gracchi, onde provennero in pari tempo
guerre civili in casa e ingiuste fuori. Tutta
la società, col trionfo della plebe e colla mutazione dello stato d’aristocratico
in popolare, muta fisonomia. Muta, in
primo luogo, la flsonomia della famiglia: nella quale, durante l'impero del
patriziato, per serbare le ricchezze dentro l'ordine, solo tardi furono ammesse
le successioni testamentarie e facilmente i testamenti venivano annullati;
dalla successione paterna era escluso il figliuolo emancipato; l'emancipazione
aveva l'effetto di una pena; le legittimazioni non erano permesse; è da
dubitare che le donne succedessero. Ma nella società democratica, poiché la
plebe pone tutta la sua ricchezza, tutta la sua forza e potenza nella
moltitudine dei figliuoli, si comincia a sentire la tenerezza del sangue, e i pretori ne
considerano i diritti e prendono a fargli ragione con le honorum possessiones e
a sanare coi loro rimedi i vizi o i difetti dei testamenti, agevolando cosi la
divulgazione delle ricchezze, che sole sono ammirate presso il volgo. Muta il
significato degli istituti della proprietà: il dominio civile non è più di
ragion pubblica e si disperde per tutti
i domini privati dei cittadini, che formano ora la città popolare; il dominio
ottimo non è più quello fortissimo, non infievolito da niun peso reale, neppure
pubblico, e significa semplicemente quello che sia libero da ogni peso privato:
il quiritario non è più il dominio di cui il nobile era signore feudale e che
dove venire a difendere nel caso che
ne fosse decaduto il cliente o plebeo,
ma è diventato dominio civile privato, assistito da rivendicazioni,
diversamente dal bonitario che si mantiene col solo possesso. Le forme dei
processi, cosi frondose di finzioni, di forinole solenni, di atti simbolici,
sono semplificate e razionalizzate: si comincia a far uso dell'intelletto, ossia della mente del legislatore e i
cittadini si conformano in un'idea di comune ragionevole utilità, intesa come
spirituale di sua natura. Le caussce, che prima erano forinole cautelate di
proprie e precise parole, diventano affari o negozi, che si solennizzano coi PATTI
convenuti e, nei trasferimenti di dominio, colla tradizione naturale; e
solamente nei CONTRATTI che si dicono compiersi colle parole, nei contratti
verbali, cioè nelle stipulazioni, le cautele rimangono caussce, nell'antica
proprietà di questo termine. Cosi il certo della legge, essendosi la ragione
umana spiegata tutta, mette capo nel vero delle idee, determinate colla ragione
delle circostanze dei fatti, che è una forinola informe di ogni forma particolare, formula naturai,
come dice VARRONE, che a guisa di luce informa di sé, in tutte le ultime
minutissime parti della superficie loro, i corpi opachi dei fatti sopra i quali
ella è diffusa. Nelle repubbliche popolari regna l’cequum bonum, l'equità naturale. Le crudelissime
pene, che si usavano nel tempo delle monarchie familiari e delle società eroiche, le leggi delle
dodici tavole condannavano a essere bruciati vivi coloro che avevano dato fuoco
alle biade altrui, precipitati giù dalla rupe Tarpea i falsi testimoni GRICE
MASSIMA, fatti vivi in brani ì debitori falliti, vengono sostituite da pene
benigne, perché la moltitudine, che è composta di deboli, è di sua natura
incline a compassione. La legge,
che era nelle aristocrazie unica, ferma e religiosamente osservata, si moltiplica
nella democrazie e si fa cangevole e flessibile. Gli spartani, che serbarono
l'aristocrazia, dicevano che in Atene si scrivevano molte leggi, ma le poche
che erano in Isparta s’osservavano: la plebe romana, a guisa dell'ateniese,
comanda tutto dì leggi singolari, e
invano Silla, capoparte dei nobili, cerca di ripararvi alquanto colle questioni
perpetue, perché, dopo di lui, si moltiplicarono di nuovo. Le stesse guerre,
crudelissime nelle repubbliche aristocratiche, che distruggevano le città
conquistate e riducevano i vinti in gruppi di giornalieri sparsi pelle campagne
a coltivare a prò dei vincitori, si mitigano nelle repubbliche popolari, le
quali, togliendo ai vinti il diritto delle genti eroiche, lasciano loro quello
naturale delle genti umane. Gl'imperi si dilatano, perché le repubbliche
popolari valgono assai più delle aristocratiche pelle conquiste, e più ancora
vi valgono le monarchie. Eppure, in questo generale umanarsi dei costumi, scema
la sapienza di governo, la virtù
politica. Gli antichi patrizi fanno duramente rispettare la legge; e, avendo
privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilità, a questo grande interesse
particolare, che veniva loro conservato dalla repubblica, posponevano
gl'interessi privati minori, e perciò magnanimamente difendevano il bene dello
stato e saggiamente consigliano intorno
ad esso. Per contrario, negli stati popolari, e perché i cittadini comandano il
bene pubblico che si ripartisce loro in minutissime parti quanti sono essi i
cittadini che compongono il popolo, e pelle cagioni che producono siffatta
forma di stati, che sono affetto d'agi, tenerezza di figliuoli, amore di donna
e desiderio di vita, gli uomini sono
portati ad attendere alle ultime circostanze dei fatti che promuovono le loro
private utilità, e perciò all'equobono, che è ciò solo di cui le moltitudini
sono capaci. A cotal punto balza spontanea, perché di lunga mano preparata e
resa necessaria, la monarchia: quella monarchia che gli ordinari scrittori di
politica facevano venir fuori, senza
il precorso di tante e si varie cagioni che debbono condizionarla, di un
tratto, al bel principio della storia umana, cosi come, dice V., nasce,
piovendo l'està, una ranocchia. E molto meno sorse artificialmente, per effetto
della favoleggiata legge regia dell'ignorante grecuzzo Triboniano, colla quale
il popolo romano si sarebbe spogliato
del suo sovrano e libero imperio per conferirlo a Ottavio Augusto. La
legge, che le die vita, fu una legge naturale, concepita con questa forinola di
eterna utilità: che poiché nelle repubbliche popolari tutti guardano ai loro
privati interessi ai quali fanno servire le pubbliche armi in eccidio della
propria nazione, per impedire che le nazioni vadano in rovina debba sorgere un solo, come tra i
romani Augusto, qui »j come scrive Tacito, cuncta beììis civililms fessa nomine
principia su imperium accepit; un solo, che colla forza delle armi richiami a
sé tutte le cure pubbliche e lasci ai soggetti l'attendere alle loro cose
private o a quel tanto delle cose pubbliche che viene loro permesso, e si
circondi di pochi sapienti di stato per
consultare coll'equità civile nei gabinetti circa i pubblici affari. Quel solo
è invocato alla pari da nobili e da plebei: dai nobili, che dopo essere stati
abbassati e sottomessi al governo plebeo, abbandonata l'antica aristocratica
volontà d'impero, non pensano se non ad avere salva almeno la vita comoda; e
dai plebei, che dopo avere sperimentato
l'anarchia o la sfrenata demagogia, della quale non si dà tirannide peggiore,
essendo tanti i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti delle città, fatti
accorti dai propri mali, chiedono pace e protezione. La monarchia è, dunque, una nuova forma del
governo popolare. Perché un potente diventi sovrano, è necessario che il popolo parteggi per lui, ed egli deve
governare popolarmente, agguagliare tutti i soggetti, umiliare i grandi per
tenere libera e sicura la moltitudine dalla loro oppressione, mantenere il
popolo soddisfatto e contento circa il sostentamento che gli bisogna pella vita
e circa gli usi della libertà naturale, e adoprare un ben ponderato sistema di
concessioni e privilegi o a interi
ordini, nel qua! caso si chiamano privilegi di libertà, o a persone
particolari, promovendo fuori d'ordine uomini di merito straordinario e di
virtù eccezionali. Nella monarchia, che è governo umano al pari della
democrazia, prosegue e s'intensifica quel processo di umanamente o
ingentilimento dei costumi e della legge, che le repubbliche popolari iniziano. Si sciolgono
sempre più i rigidi vincoli della famiglia paterna e gentilizia. Gl'imperatori,
ai quali faceva ombra lo splendore della
nobiltà, si diedero a promuovere le ragioni della natura umana, comune a
nobili e a plebei; e Augusto attese a proteggere i fedeco in messi, coi quali
nei tempi innanzi, mercé la puntualità
degli eredi gravati, i beni erano passati agi'incapaci di eredità, e li
trasformò in necessità di ragione, costringendo gli eredi a mandarli ad
effetto. Successe una folla di senatoconsulti, coi quali i cognati entrarono
nell'ordine degli agnati; finché Giustiniano tolse le differenze tra legati e
fedecommessi, confuse la quarta falcidia e trebellianica, distinse poco i testamenti dai codicilli e adeguò ab
intestato, in tutto e per tutto, gli agnati e i cognati. Tanto la legge romana
ultima si profuse in favorire i testamenti che, laddove anticamente per ogni
leggi ero motivo essi erano invalidati, poi si dovettero interpetrare nel modo
che meglio conduce a mantenerli saldi. Caduto affatto il diritto ciclopico,
che i padri avevano esercitato sulle
persone dei figliuoli, anda cadendo altresì quello economico sugli acquisti dei
figliuoli; onde gl'imperatori introdussero prima il peculio castrense per
attrarre i uomini alla guerra, poi il
quasicastrense per invitarli alla milizia palatina, e finalmente, per tenere contenti quelli che non erano né
soldati né letterati, il peculio
avventizio. Tolsero l'effetto della patria potestà alle adozioni, le quali non
si contennero più ristrette nella cerchia di pochi congiunti; approvarono
universalmente le arrogazioni, difficili alquanto perché è difficile che un
pater familias, un sui iiiris, si sottometta alla patria potestà d'un estraneo;
reputarono le emancipazioni quali benefizi e
dettero alle legittimazioni, degn.; le cosi dette prove metafisiche di
V., i fatti dubbi sono asseriti da V. in conformità delle leggi e ritenuti da
lui verità meditate in idea; Il
certo, Opere, la sapienza poetica costituisce quasi tutto il corpo
della scienza; le aspre difficultà per
discendere dalle nostre nature ingentilite a quelle degli uomini primitivi
e l'idea della natura simpatetica; una delle ragioni perché nuova la Scienza di
V.; errori di Platone, Giulio Cesare Scaligero, Sanchez, Schopp; gli
errori di Grozio, Selden e Puffendorf; V. confessa l'errore commesso da lui
medesimo nel De antiquissima; la sapienza poetica è la chiave maestra della Scienza;
la Logica poetica; la sapienza riposta
fu intrusa nella poesia dai filosofi; la
poesia è necessità di natura e la prima operazione della mente umana; l'uomo, prima di riflettere, avverte
con animo commosso e, prima di articolare, canta; la poesia è anteriore alla
prosa; il linguaggio proprio e il linguaggio improprio; la poesia e la
metafìsica; nessuno fu insieme gran metafisico e gran poeta; i poeti sono il senso, i filosofi
l'intelletto dell'umanità; il linguaggio
per atti muti; le lingue articolate non sono per convenzione; le origini delle
lingue furon trovate da V. nei principi
della poesia; una e medesima è l'origine del linguaggio e della scrittura; i
geroglifici; identità tra favola, poetica, ed espressione; le cinque parole
reali d' Idantura; gli alti papaveri
troncati dal re Tarquinio; analoghi
procedimenti espressivi presso popolazioni selvagge e i volghi; le
imprese, bandiere, medaglie, monete; la favoletta sull'origine delle imprese; le
improse primitive furon mutole; le insegne e bandiere sono una sorta di lingua armata; le teorie di Platone,
Aristotele, ecc. sulla poesia son rovesciate da
quella di V.; Il De Cristofaro è
il noto matematico e giureconsulto napoletano, pel quale si veda Amodeo,
Vita matematica napoletana,
Napoli, Giannini, e fu amico di V..
Altre notizie intorno ALL’ORTO ROMANO di Napoli di quel tempo, in
Carducci, Opere, Lettera, erano mai
codesti errori e debolezze; E quando usci il De universi iurte tino principio et fine uno, anzi la Sinopsi
che ne da il programma, le prime voci
avverse, che V. senti levarsi, erano tinte da una simulata pietà;
contro le quali egli trova scudo e conforto nella religione stessa, cioè
nell'assenso di Giacchi, primo lume del pili severo e più santo ordine
de'religiosi. Ma come delle accuse che su questo punto gli si facevano non ci resta notizia particolare,
cosi dei dubbi religiosi, che poterono travagliarlo, non si ha nemmeno la
generica certezza. Tutti gli scritti di V. mostrano che nel suo animo s’assideva
grave, salda, immota, come colonna adamantina, la religione cattolica: salda e
forte cosi da non essere neppure in piccola parte intaccata dalla critica,
che egli inaugura, dei miti. Né soltanto
in tutte le esteriori dimostrazioni V. fu cattolico irreprensibile, e sottomise
sempre ogni parola che mette in istampa alla doppia censura, pubblica e
privata, degli amici ecclesiastici, e fra zimarre sacerdotali e cocolle
fratesche, più ancora che fra toghe di giuristi, menò la sua vita filosofica e
letteraria; ma egli giunse perfino allo
scrupolo d'intermettere il commento a Grozio, non sembrandogli dicevole che un
cattolico commenta un autore protestante; ed ebbe cosi delicato punto d'onore
cattolico da non accettare nemmeno la polemica circa i suoi sentimenti
religiosi: Questa difficoltà, dice ai critici del Giornale de'letterati, come
quella che mi fate sull'immortalità
dell'anima, dove par che premiate la
mano con ben sette argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io
giudicherei che andassero più altamente a penetrare in parte la quale,
quantunque si pro i Autob. tegga e sostenga colla vita e coi costumi, pure
s'offende colla stessa difesa. Ma trattiamo le cose! Il suo cattolicesimo si
mostra scevro di materialità e
superstizioni, cosi generali nel costume del tempo, e specie a Napoli dove in
ogni avvenimento della vita privata e pubblica interveniva attore e direttore
san Gennaro: era cattolicesimo di animo e di mente alta, e non di volgo. Ma
neppure contro le credenze popolari e le superstizioni V. assunse le parti di
censore; pago di non parlarne, come non
si parla delle debolezze di persone e d'istituzioni che sono oggetto della
nostra reverenza. Disposizione d'animo analoga per più rispetti a quella verso la
religione ebbe V. verso la vita politica e sociale. Non era nulla in, lui dello
spirito combattivo da apòstolo, propagandista, agitatore e congiurato, che fu
di alcuni filosofi della Rinascenza; in
ispecie di quel Bruno e di quel Campanella, che egli, benché, e forse PERCHÉ
NAPOLETANO non nomina mai. Certo, il suo tempo e il suo paese non furono luogo
e tempo di rivolgimenti e rivoluzioni e di quegli ardenti contrasti che
suscitano grandi azioni e passioni politiche. Pure, vi s’agitarono partiti
politici, il gallo e
l'austriaco, e si profilò un
certo desiderio d'indipendenza nazionale, e sorsero uomini che dettero l'opera
e la vita a questi fini, e furono perseguitati e andarono profughi; e,
segnatamente, giunge in quel tempo al più
alto punto la lotta dello Stato contro la Le cose, cioè, non le
obiezioni religiose, che a lui suonano come offesa personale Risposta al
Giornale de' letterati, in Orazioni ecc.,
ed. Gentile-Nicolini. Chiesa, e
di Napoli contro Roma, con Giannone, del quale come di tutto quel movimento
tacque sempre e parve non essersi nemmeno accorto. La vita politica sta alta
sopra il suo capo, come il cielo e le stelle; ed egli non si protese mai nel
vano sforzo di attingerla. Come le controversie religiose, cosi quelle politiche e sociali furono il
limite della sua attività. Era veramente uomo apolitico. Di che non si può
fargli colpa né accagionarlo di fiacchezza, perché ogni uomo ha il suo limite,
e una lotta esclude l'altra, un lavoro esclude gli altri lavori.Non che egli si
ritraesse da ogni contatto colla politica e coi rappresentanti di essa.
Purtroppo, dovette corteggiare assai di
frequente e l'una e gli altri, con istorie, orazioni, versi ed epigrafi, latini
e italiani; i quali basterebbero da soli a ricostruire la serie delle vicende
cui andò soggetta Napoli: il viceregno, la congiura e rivoluzione tentata dagli
autonomisti, la reazione e il rassodato viccrcgno, la conquista austriaca, il
viceregno austriaco, la riconquista e il
regno di Carlo Borbone. Ma egli, molto pei suoi bisogni conversevole, e
professore d’eloquenza nella regia università, dove fornire i componimenti
letterari, richiesti dalle solennità del giorno; cosi come il drappiere lavora,
pelle medesime occasioni, le frange, e lo stuccatore le volute e gli svolazzi.
E quali frange e quali svolazzi! Perdura
la moda letteraria; e 'ciò basta per gran parte a spiegare quel che nelle lodi
profuse da V. ci sembra, ed è,
iperbolico e barocco. Del suo animo indifferente e innocente può dare esempio
quel In Autob., ecc.. luogo dell'autobiografia, dove, dopo
aver fatto ricordo del Panegyricus Philippo V inscriptus, da lui composto per
ordine dell'ultimo viceré duca di
Ascalona, continua, come se niente fosse, col riattacco di un semplice
appresso: Appresso, ricevutosi questo reame al dominio austriaco, dal signor
conte Wirrigo di Daun, allora governatore delle armi cesaree in questo regno,
ebbe l'ordine di comporre le iscrizioni pei funerali espiatori di Capece e di
Sangro; cioè dei due ribelli contro
Filippo V, che il governo
precedente aveva MESSI A MORTE nella repressione della congiura di Macchia, da V.
narrata, veridicamente bensì ma con ossequio al governo costituito, nel De
parthenopea coniuratione. Ma non c'è, in
V., bassezza; e, se deve dirsi, in quei suoi scritti, retore e panegirista, non
può dirsi adulatore. L'adulatore, l'uomo
senza coscienza, vilipende e calunnia gli avversari degli uomini da lui
adulati, o colpisce i vinti; e questo è bassezza. V., il quale, pur conoscendo
chi fosse l' italiano, anzi il napoletano, che aveva inviato agli Ada
lipslensìa la noterella contumeliosa contro di lui, e fremendo d'ira, e potendo
facilmente rovinarlo, perché quella noterella era anticattolica, generosamente non volle mai svelare quel
nome, presta, si, i suoi servigi di professore d'eloquenza, ma non traffica
cogl’interessi dei suoi lodati padroni. Della Vita di Carafa, composta per
commissione, e col provento della quale marita una figliuola, dice che la
lavorò temprata di onore del subietto, di riverenza verso i principi e di
giustizia che si dee aver pella verità.
E, per tornare Autob., Lettera; in Autob.,
ecc., Autob.] al caso
sopraricordato di Capece e di Sangro, quando nel De parthenopea conluratione
egli narra la morte di quei due nemici della parte trionfante, mostra anche
allora, in taluni particolari, il suo animo gentile; e di Capece, che non volle
arrendersi ai soldati, scrive ostentali
s pectus ned eamque infestis armis efflagitans, inexoratus occubuit,
fortissimum mortis genus si causa cohonestasset; e per Sangro, riferita la voce
della grazia fattagli da Luigi XIV e giunta troppo tardi, aggiunge: unde maior
damnati, qui iam poenas persolverat, miserano. Senza dubbio, non poteva
essergli, e non gli era, nascosto che la
più parte degli individui da lui lodati vale ben poco. A leggere i suoi
scritti panegiristici pare che Napoli ha allora una nobiltà splendida di virtù,
di cultura, di dottrina; eppure, informando Vitry che gli aveva chiesto notizie
circa le condizioni degli studi in Napoli, V. non cela la realtà: i nobili sono addormentati da'piaceri
della vita allegra -- ONLY THE POOR
LEARN AT OXFORD -- Un suo motto satirico circa quella nobiltà, spesso pezzente
ma sempre fastosa e capace di soffrire la fame in casa pur di sfoggiare in
pubblico con cocchi e altre gale, ci è stato serbato dal suo scolaro GENOVESI.
A proposito del letterato duca di Laurenzano formula la teoria che gli
scrittori nobili non possono essere se
non eccellenti; eppure, tra le sue carte io ho trovato il manoscritto di un
libro di quel signore, riscritto da cima a fondo dallo stesso Opp., ed. Ferrari, e Croce, Critica, Autob., ecc., Dice che molti tiravano le carrozze colle budella! In
Autob., ecc., V. K
Contradizioni e transazioni da pover'uomo, schiacciato dalla miseria e
divenuto riguardoso e timido; tanto che
riesce difficile determinare fino a qual punto egli ammira a parole e per
compiacenza, e fin a qual altro il suo sentimento d' inferiorità sociale si
muta in effettiva ammirazione per coloro che avevano e ricchezze e dignità e
tutto quello che a lui manca, e che stavano cosi in alto, ed erano i signori.
in Perché, com'è risaputo, le sue condizioni economiche sono sempre
tristissime. Figliuolo d’un libraiuccio di Napoli, è dapprima costretto a recarsi come
precettore domestico in un borgo selvaggio del Cilento; poi, tornato a Napoli,
tenta invano d’ottenere il posto di segretario della città, e, avuta per
concorso la cattedra di rettorica, rimane in
quell'ufficio collo stipendio annuo di cento ducati, lire 425. Invano tenta di passare a cattedra di
maggiore importanza: fosse sfortuna, fosse inabilità, uomo di poco spirito
intorno alle cose che riguardano l'utilità, si riconosce esso stesso, dove
rinunziare a ogni avanzamento
universitario. È costretto, dunque, ad aiutarsi un po'coi lavori
letterari del genere detto di sopra, e
più ancora colle lezioni private; e non solamente, oltre quella nella pubblica università, tene scuola a casa sua,
ma sale e scende le altrui scale come insegnante di grammatica. Non è fortunato
nella famigli. La moglie è analfabeta, senza le virtù delle donne analfabete,
incapacissima di curare le più piccole Antob.] faccende domestiche; cosicché il marito dove farne le parti. Dei figliuoli, una femmina gli muore dopo
lunga malattia, e dopo quei lunghi
dispendi che inacerbiscono le malattie dei poveri; un figliuolo maschio gli da
grandi dolori ed egli è costretto a
invocare l'intervento della polizia per chiuderlo in una casa di correzione. La
sua irrazionale e sublime tenerezza paterna
è tanta, in questa occasione, che al vedere dalla finestra gl’uffiziali
di polizia da lui richiesti i quali venivano a portar via il figliuolo
sciagurato ed amato, corre a costui gridandogli, Figlio mio,
salvati! Ha, invero, animo affettuosissimo: il che si può ritrarre, fra
l'altro, dall'orazione piena di nobiltà e di dolcezza che compone pella morte
della sua amica donna Angela Cimini,
dagli accenti di pietà e di sdegno che ha nella Scienza pelle plebi oppresse,
di cui investiga la storia, o pelle dolenti figure di Priamo e di Polissena, di
cui risente la poesia; e perfino da certi sparsi segni stilistici, come, per
es., in quella dignità dove ricorda che
le streghe, per solennizzare le loro stregonerie, uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi
innocenti bambini, e tutto si turba, in modo inopportuno ma significante, pella
sorte di quei piccini, che adorna nella commossa fantasia di superlativa
amabilità! I maggiori conforti domestici gli vennero dalla figliuola Luisa,
colta e poetessa, e dal figliuolo Gennaro, che lo supplì e poi gli successe
nella cattedra. Quando, nell'elogio
della contessa d'Althann, accenna sarcasticamente ai filosofi che ragionano
passeggiando pegl’ameni giardini o sotto i portici dipinti, non nauseati né
afflitti dalle mogli che infantano e dai figliuoli che nei morbi
Villakosa, nelle aggiunte
alVAuloò. languiscono, si sente che parla per diretta esperienza e che
lo pungono ricordi angosciosi della
propria vita familiare. Accade molto spesso, specie ai giorni nostri, di
osservare gli uomini di qualche ingegno emanciparsi da questo o quello dei più
umili doveri; e tanto più bisogna ammirare quest'uomo di genio, che invece li
accetta tutti e, per adoperare una parola che Flaubert disse di sé medesimo,
pensando da semidio, visse costantemente
da borghese, anzi da popolano. Egli aveva preso l'abitudine di leggere,
scrivere, meditare e comporre i suoi lavori ragionando con amici e tra lo
strepito de'suoi figliuoli. La salute ebbe sempre malferma; gli amici lo
chiamano mastro Tisicuzzo: debole, straziato d’ulceri alla gola, da dolori alle
cosce e alle gambe. Insomma, quel
riposo, quell'ozio, quella tranquillità, che altri filosofi goderono per
tutta la loro vita, o per lunghi tratti di questa, a V. MANCA
SEMPRE. Egli dove fare da Marta e da Maddalena: travagliandosi pelle necessità
pratiche sue e dei suoi; travagliandosi insiememente con sé stesso, per
adempiere alla missione assegnatagli fin dalla nascita e dare forma concreta al mondo spirituale che gli s’agita
dentro. Non c'è bisogno, dunque, di
foggiare o desiderare un V. eroe, cercandolo nella vita religiosa, sociale e politica, quando il V. eroe ci sta innanzi, ed è appunto questo:
l'eroe della vita filosofica. E stato notato da altri Opp., ed.
Ferrari, Autob., Autob.] che egli
ebbe carissima la parola eroe e tutti
i derivati di essa, eroismo, eroico,
ecc.; e ne fece continuo uso e svariatissime applicazioni. L'eroismo è,
per lui, la forza vergine e strapotente, che appare negli inizi e riappare nei
ri-corsi della storia. Questa forza egli dove sentire in sé medesimo, nel
lavorare pella verità e nell'aprire, abbattendo ostacoli d'ogni sorta, nuove
vie alla scienza. Per questa forza,
superate le incertezze, gli smarrimenti, gli avvilimenti, che talvolta lo
fecero cadere in un cupo pessimismo individuale e cosmico, come si vede dalla
canzone Affetti d'un disperato, potè sollevarsi alla sicura professione di
metodo scientifico, che enunciò nel De nostri temporis studiorum ratione, e al
suo primo tentativo di applicazione
filosofico-storica, rappresentato dal DE ANTIQUISSIMA ITALORVM SAPIENTIA, e da
questo, poi, disfacendo in parte il suo stesso pensiero e ritessendo col resto
una nuova tela, giungere al De uno universi iuris principio et fine uno e alla
Scienza: dopo anni, egli dice delle
scoperte contenute in questa, di continova ed aspra meditazione. L'opera, menata a termine da
quel povero maestro di grammatica e rettorica, da quel pedagogo che un satirico
contemporaneo raffigura stralunato e smunto, colla ferula in mano, da quel
tormentato pater familias, stupisce e, quasi, spaventa: tanta somma di energia
mentale vi è condensata. È un'opera di reazione e di rivoluzione insieme: reazione al presente per riattaccarsi alla
tradizione dell'antichità e del rinascimento; rivoluzione contro il presente e
il passato per fondare l’avvenire. Nel campo della scienza, l'umile popolano diventa
aristocratico; e quello stile da signori, che egli falsamente loda nelle misere
scritture dei superbi cavalieri e dei pomposi mitrati, era veramente il suo. Egli aborriva la letteratura galante e
socievole, che comincia a diffondersi dalla Gallia in Italia e negli altri
paesi d'Europa, i libri pelle dame. Ma
non meno rifuggiva da quella maniera di trattazioni che si chiamano ora
manuali, e in cui s’espongono per filo e per segno definizioni elementari e
cose già da altri accertate: ibri che
possono giovare soltanto ai cui per
altro V. già abbastanza si sacrifica nella cerchia della scuola perché dove poi
sacrificar loro anche qualcosa della propria inviolabile vita scientifica. In
questa mira ad altro pubblico che a cavalieri: quando scrive, il suo primo
pensiero, la sua prima pratica era: Come
riceverebbero le cose da lui meditate un Platone, un VARRONE, un QVINTO
MUZIO SCEVOLA?; e la seconda: Come
riceverà queste cose la posterità. Dei contemporanei, aveva innanzi agli occhi,
esclusivamente, la Repubblica letteraria, l'Ordine dei dotti, le Accademie di Europa; un pubblico, a
cui non bisognava ripetere ciòche già era stato trovato e detto nel corso della
storia delle scienze e che esso aveva
bene a mente, ma porgere soltanto pensieri che fossero reale avanzamento
del sapere: non libri voluminosi, ma piccioli libricciuoli, tutti pieni di cose
proprie. Un pubblico ideale, insomma, che
ingenuamente egli confonde talvolta con quello dei dotti di professione
e dei critici da riviste letterarie;
donde,. la Autob., In Autob.,
Ordz., ecc., Scienza,
ed. Nicolini, Oraz.] poi, le frequenti sue delusioni. I
libri brevi, in materia metafisica, sembra a lui che avessero, come infatti
hanno, particolare efficacia, acconciamente paragonata alle meditazioni sacre,
che brievemente propongono pochi punti, le quali fanno molto più profitto nelle
cose dello spirito che non le prediche più eloquenti e più spiegate da facondissimi predicatori. Per
quest'amore alla brevità, fu restio dall'aggravare di troppi libri la
repubblica letteraria, che già non regge sotto il peso; lasciò inedite le orazioni, stampò per
dovere il De ratione, ed ebbe, infine, a manifestare più volte il desiderio
che, di tutte le sue opere, sola gli sopravvive la Scienza, la quale contene
condensate e perfezionate tutte le sue indagini. All'aristocrazia dell'ideale s’accompagnavano
nella sua concezione della vita scientifica il più nobile decoro e la più
profonda lealtà. Dalle sue polemiche si potrebbe ricavare un intero catechismo
circa il modo in cui si debbono condurre le dispute letterarie. Bisogna, egli
dice, non mirare a vincere nella
disputa, ma a vincere nella verità -- EPAGOGE DIAGOGE --; onde voleva che
quelle si svolgessero con sedatissima maniera di ragionare, perché chi ha
potenza non minaccia e chi ha ragione non ingiuria; variate tutt'al più da
piacevoli motti, i quali diano a divedere gli animi de'ragionatori esser
placidi e tranquilli, non perturbati e commossi. Agli avversari, che movevano obiezioni vaghe,
face notare: Il giudizio è in termini troppo generali: e gli uomini gravi non
hanno mai di risposta deguato se non le particolari e determinate opposizioni,
che loro sono fatte. Ai medesimi, quando si appellavano alraffinato Oraz., Tra
le altre, nella lettera a Galiani
Autob., e il cui autografo è presso di
me. buon gusto del secolo, il quale ha sbandito, ecc.
ecc., risponde sdegnoso: Questa è invero una grande opposizione, perché
opposizione non è; perché, ritirandosi gli avversari al tribunale del proprio
giudizio, con quel dire di codesto che tu dici non ho idea, da avversari
divengono giudici. Alle autorità non intendeva appoggiarsi, ma neppure le disprezza; dovendo l'autorità farci considerati a investigare le cagioni
che mai potessero gli autori, e massimamente gravissimi, indurre a questo o a
quello opinare. E, accusato di avere commesso il medesimo peccato di Aristotele
attribuendo errori ai filosofi per poterli con agevolezza confutare, protesta
dignitosamente: Io mi contento del mio
poco sapere ingenuo, che essere comparato di mal costume ad un gran
filosofo. Della sua equanimità può dare esempio lo splendido elogio che egli fa
di Cartesio, contro il quale pure era rivolto tutto lo sforzo maggiore del suo
pensiero. La sua lealtà è attestata dal pronto riconoscere i propri errori: Confesso,
dice, in un punto, ai critici del
Giornale dei letterati, che la mia
divisione è VIZIOSA. Né già questo, scrive nella Scienza, dee sembrare fasto a taluni che noi
non contenti de'vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle nostre opere, dopo
le disapproviamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma
venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi scrittori
sostengono le loro opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli ammende
d'altrui; altri, che per avventura sono di cuor picciolo, s'empiono
de'favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più s'avanzano a
perfezionarle; ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno ingrandito l'animo
di correggere, sup 1
Si vedano pass,
le Risposte, in
Oraz., ecc.] plire ed anco in
miglior forma di cangiar questa nostra. Vita scientifica proba, come di serio
ricercatore del vero: vita sentimentale commossa e rapita, come di chi giunga a
faccia a faccia col vero a lungo bramato e cercato, ed esulti di poterlo
annunziare agli uomini. Di qui la sua
alta poesia, che è non già nei
versi, ma nelle prose, e, segnatamente,
nella Scienza. V. è poeta, scrive Tommaseo: dal fumo dà luce,
dalle metafisiche astrazioni trae imagini vive: raccontando, ragiona e,
ragionando, dipinge; e pelle cime de'pensieri non passeggia, ma vola; onde in
un suo periodo sovente è più estro lirico che in odi assai. Certo, fossero anche tutte immaginazioni le sue
dottrine, quella nascita che egli descrive della società, quella
rappresentazione delle età primitive e delle lotte in cui si travagliano e
assurgono, plenderebbe ognora, colle sue
gigantesche figure, colle sue robuste
passioni, col divino immanente in quegli aspri petti, come un mirabile poema; e
Sanctis vide infatti nella Scienza l'andamento di un poema, quasi di
una nuova Divina commedia. E, come ALIGHIERI sublime,
fu anche più di Dante severo; e se le labbra del ghibellin fuggiasco pur si
mossero talvolta un poco a riso, V. leva veramente innanzi alla storia un volto
che giammai non rise. Del resto, egli che ha avuto tante censure pel suo
stile, non era scrittore volgare; anzi,
studioso della buona forma e della toscanità, non meno che sottile estimatore,
al dire di Capasso, di vocaboli latini Scienza
V. e il
suo secolo, La storia civile nella letteraria, Torino, Loescher; un giudizio su V.
scrittore. Più ampiamente ora, Nicolini, nella introd. alla sua ediz. della
Scienza Autob., Opp., ed.
Ferrari, Autob. Ma compone male i
suoi libri, perché la sua mente non padroneggia tutta la materia filosofica e
storica che accumula; scrive confusamente, perché con furore e come in preda a un dèmone: donde, le
sproporzioni nelle varie parti dell'opera, nelle singole pagine, nei singoli periodi. Rende
talora immagine di quella bottiglia di cui
parla il poeta, piena d'acqua e capovolta di botto, nella quale l'umore,
che vorrebbe uscire, tanto s'affretta e intrica pella via angusta, che a goccia
a goccia fuori esce a fatica. A fatica o a fiotti, disordinatamente. Un'idea
che egli sta enunciando, gliene richiama un'altra, e questa un fatto, e il fatto un altro fatto; ed egli vuol dire tutto in una volta, e perciò le parentesi s’aprono nelle parentesd,
con ritmo spesso vorticoso. Ma quei suoi periodi disordinati, come erano
materiati di pensieri originali, cosi sono tutti contesti di frasi possenti, di parole scultorie, di espressioni
commosse, d'immagini pittoresche. Egli scrive male, se cosi piace dire; ma di
quello scriver male, del quale i grandi
scrittori portano con sé il segreto.
L'eroismo filosofico di V. non s’afferma soltanto nella lotta interiore con sé
stesso pell'elaborazione della scienza, ma fu sottomesso ad altre e più dure
prove. La posizione mentale, da lui
raggiunta, avversa al presente e, sotto specie di reazione, vòlta all'avvenire,
lo condanna necessariamente all'incomprensione. È codesta, senza dubbio, la sorte di tutti gli uomini di genio: incompresi
intimamente, anche quando la fortuna sociale sembra secondarli ed essi
sollevano entusiasmi e trovano in folla scolari e ripetitori. Il motto che,
secondo la leggenda, Hegel pronunzia sul letto di morte, uno solo de'miei
scolari m’ha inteso, e questi m’ha frainteso, esprime a meraviglia tale necessità storica: chi è perfettamente
inteso nel suo tempo, muore col suo tempo. Pure, di rado o non mai la
sproporzione tra il proprio pensiero e la incomprensione dei contemporanei fu
cosi grande come nel caso di V. Se altre cagioni d'infelicità non l'avessero
tormentato, sarebbe bastata quest'una. Il desio di laude, che è poi negli animi
non volgari desio di vedere
compartecipato, assentito e universalizzato negli altri spiriti ciò che a essi
sembra vero e buono, rimase sempre per lui un van desio. Tanto pid l'incomprensione
e l'indifferenza lo angosciano, in quanto, com'è facile supporre, aveva piena
coscienza, dell'importanza delle proprie scoperte. Egli sa che il providete gli
aveva affidato una missione altissima;
sa di esser nato pella gloria della sua patria, e in conseguenza dell'Italia,
perché quivi nato, e non in Marrocco, esso riusci letterato. Allorché mandò
fuori la Scienza, gli pare come di avere dato fuoco a una mina, e ne aspetta da
un momento all'altro lo scoppio e il fragore. Non ne segui nulla: la gente non
gliene parlava; onde egli scrive a un
amico, dopo qualche giorno: In questa città si io fo conto d’averla mandata al
deserto; e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a'quali
l'ho mandata, e, se per necessità egli
addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un
riscontro di averla ricevuta, mi confermano l'opinione che io l'abbia mandata al deserto. Egli aveva
creduto, addirittura, a un effetto rapido e immediato; e sperato di trovare gli
animi pronti e gl'intelletti aperti a ricevere e a fecondare i suoi pensieri, In
Aulob., Lettera a Giacchi,
in Anteo., nientemeno che tra i suoi
contemporanei e conoscenti di Napoli: tra i frati occupati a comporre e mandare
a memoria prediche verbose, tra i
verseggiatori che rimano sonettuzzi, tra gli avvocati che scrivevano
allegazioni! Trovò, invece, moltissimi scettici e indifferenti, e non pochi
irrisori. Già il libro sul Diritto universale, quando comparve, venne
generalmente ripreso per oscuretto, come c'informa Metastasio; e fu poco letto
e avventatamente censurato pelle
stravaganze che la lettura disattenta e a salti fa trovarvi in ogni punto. Paoli,
cui l'autore ne aveva donato copia, vi scrisse sopra un distico celiando
sull'incomprensibilità dell'opera. Peggio fu pella Scienza: si sa che Capasso, che pure era
dotto uomo e bene affetto verso V., provatosi a leggerla, credè di avere
smarrito ogni scintilla d'intendimento,
e, buffoneggiando, eorse a farsi tastare il polso dal medico Cirillo. Un
erudito senese, nel riferire le impressioni d’una sua visita a V. e della lettura di qualche suo scritto, lo
definì stravagante, privo di criterio e seccatore. Un nobile napoletano,
interrogato a Venezia da Finetti circa quel che si pensa a Napoli di V., disse che, per un certo tempo costui era passato per uomo
davvero dotto, ma che dipoi, pelle
strane sue opinioni, aveva acquistato fama di squilibrato. E quando die fuori la Scienza? insiste
Finetti. Oh, allora, rispose l'altro, era già diventato affatto pazzo! I
maldicenti lo Latterà a Giacchi in
Aniob., In Autob., Lettera di Bandiera ed. da
Nicolini e ristamp.
Critica In Autob.] colpivano
perfino nella modesta professione da cui traeva il sostentamento, dicendolo
buono ad insegnare dopo aver fatto tutto il corso de'loro studi, cioè quando
erano stati da essi già resi appagati
del lor sapere; o, più insidiosamente, che egli era adatto non a insegnare, ma
a dar buon indirizzo ad essi maestri; e, cioè,
riconoscevano la sua superiorità soltanto per farsene un argomento da
danneggiarlo nella già cosi stentata sua vita pratica. Né alla generale
indifferenza e alla leggerezza o alla malignità dei critici potevano formare
compenso gli amici e lodatori, che anche a V. non mancano. Come sarebbero
potuti mancargli, se egli ne fa una trepida ed attenta cultura artificiale? Si
veda, per es., in qual modo coltiva Giacchi. Lodava di costui le opere
ammirabili, il divinissimo ingegno, la rara sublimità delle meravigliose e
divine idee. Gli annunzia di aver dato a leggere ai letterati della città
l'epistola elogiativa ricevuta da lui, e che tutti ne avevano ammirato il
sublime torno del concepire, eppure
egli proprio, rifaceva in latino
d'oro le iscrizioni che Giacchi compone in un latino fratesco! Gli comunica,
altra volta, che le lodi di un Giacchi avevano destato invidia ed erano state
prese da taluni per adulazioni. Eguali fatiche spende per propiziarsi Gaeta, un
vanitoso, tutto pieno del proprio merito, negli Elogi di Gimma fa perfino
lodare la sua avvenenza, e che non sa parlare
se non di sé stesso, autore di un panegirico Autob. Furono pubblicate da CROCE
in Napoli nobiliss., e di ììtftvo
in Sscondo nappi,
alla BUA. deh. di Benedetto XIII, pel quale, lodato e
rilodato da V., non si sazia mai, e
provoca, anzi chiede espressamente, nuove
lodi. E V. a inaffiarlo pazientemente della
linfa desiderata: la maravigliosa opera di V. S. I.
; il suo dire da signore; le digressioni demosteniche; l'eloquenza, che fu la
favella filosofica, colla quale parlano gli antichi accademici, tra i
latini Cicerone, e tra gl'italiani niun altro che V. S. I.! A Solla, che gli era stato scolaro e si
era poi ritirato in provincia, insinua che la sua Scienza aspetta che egli fosse tra i pochissimi forniti d'alto
intendimento, che volessero riceverla con mente sgombra di tutti i pregiudizi
circa i principi dell'umanità. Erano artifizi ingenui, fanciullaggini pietose,
colle quali procura di dare un'illusoria soddisfazione al suo bisogno di
riconoscimento e di lode, e un calmante ai suoi nervi eccitati. Ma anche a
questo modo raccoglie frutti assai poveri. Nelle lettere di Giacchi, non è
parola che provi che costui avesse intesa una sola delle dottrine di V. o che almeno le avesse considerate con serio
interesse. Gaeta, dopo molti giri eli frasi, gli confessa di avere più ammirate
che intese le opere di lui; e, certamente, non le aveva neppur lette, tutto
occupato ad ammirare la propria prosa.
Solla, nel quale V. sembra riporre tante speranze, giudica l'orazione pella
morte di Cimini cosa superiore a tutte le altre opere dell'autore e alla stessa
Scienza. Un simile incauto complimento rivolge a V. un altro ammiratore, pur
caldo e affettuoso, Esteban. Lodi generiche o banali gli giungevano talvolta, ma
più spesso per In Autob. darà vano,
ostinati, la trascuranza e il silenzio, in ricambio di alcuno dei tanti
esemplari delle proprie opere, che invia non solamente ai letterati di Napoli,
ma a quelli di Roma, di Pisa, di Padova, anzi di Germania, di Olanda,
d'Inghilterra: ne manda, perfino, a Newton. Egli ottenne, tutt'al più, di farsi considerare erudito tra
centinaia di eraditi e letterato tra
migliaia di letterati: dotto uomo, insomma; ma niente altro. Senza dubbio, V.
ebbe, tra i modesti, tra gl’oscuri, tra i giovani, schietti ammiratori. Di
costoro era il poeta, poi oratore sacro, Angelis; i già ricordati Solla ed
Esteban; Concina di Padova; e altri pochi. Ma, se il loro affetto era grande,
la loro intelligenza era scarsa. Anche il
Concilia confessa, in mezzo i1 fervore dei suoi entusiasmi, di non
intendere troppo bene: I HAVE NO IDEA WHAT THIS MEANS – I HOPE YOU DO Oh quanti
fecondissimi e sublimissimi lumi vi sono per entro! Cosi avessi io talento da
farne uso e da comprendere il fondo ed il mirabile artificio, che panni
alquanto di ravvisare! Il miglior ufficio,
che codesti amici potessero adempiere, era di lenire con parole buone,
se non con intima corrispondenza di pensieri, l'animo esacerbato di V. Cosi fa Esteban, concludendo la lettera
nella quale procura di rimediare a quel che gli era scappato dalla penna a
proposito dell'orazione per Cimini, e ripete frasi che aveva dovuto cogliere
sulla bocca del maestro: Vivete
sicuro che il providente, per canali da V. S.
non immaginati, farà sorgere a V. S. una fonte perenne di glorie immortali!
LodoV., autore del distico, che si legge sotto il ritratto di V., ricevuta la
Scienza Autob., In Autob., nuova,
manda all'autore, con pratico senno, un po' di vino della cantina e un po'di
pane del forno della casa della Nunziatella, con una graziosa letterina nella
quale lo prega di accettare codeste cosucce, comeché semplici, quando né pure
il bambino Gesù rifiuta le rozze offerte de'rustici pastorelli. E gli suggeriva
di aggiungere nella simbolica dipintura che precede l'opera, accanto
all'alfabeto, un piccolo nano in atteggiamento di chi ammirando ammuta come il montanaro di Dante, scrivendovi sotto
con significante dieresi il nome: Lodo-V.! Tra i tanti giovani della sua
scuola, erano alcuni, tutti pieni della dottrina di lui, pronti a difendere il
maestro a spada tratta T ma si sa che cosa valgano codesti entusiasmi di
giovani. Se quegli scolari avessero penetrato davvero le dottrine o qualche
parte delle dottrine di V., se ne
sarebbero vedute le tracce nella letteratura e nella cultura della generazione
che segui a V.; e, invece, non ne fu
nulla o quasi. Appena qualche sentenza, qualche affermazione storica, qualche
concetto isolato e superficialmente inteso fu ripetuto a Venezia da Conti, a
Padova da Concina, da Luzàn, il quale aveva dimorato a
Napoli negli anni della pubblicazione della Scienza, e qualche cosa di
più nella patria dell'autore, da Genovesi e particolarmente da Galiani. GÌ' invidi, i leggieri, i pettegoli, i
calunniatori, gl'inintelligenti eccitavano in V. scoppi di collera violenta. Di
questo suo peccato si confessa nell'autobiografia, dicendo che con maniera
troppo risentita inveiva contro o gli
errori d' ingegno o di dottrina o mal costume dei letterati suoi emuli, che
dove con cristiana carità, e da vero fi
i In Autob., losofo, o dissimulare o compatirgli. Ma,
in fondo, quel peccato non gli spiace: al pari di Dante, vi trova qualche
bellezza. L'orazione per Cimini contiene una
specie d'inno alla collera, alla
collera eroica, che negli animi
generosi co' suoi bollori turbando e dall'imo confondendo ogni mal nata
riflessione della mente, da cui nasce la razza vile della fraude, dell'inganno,
della menzogna, fa ella gli eroi aperti, veritieri e fidi, e si, interessandoli
della verità, li arma forti campioni della ragione incontro ai torti ed alle
offese. Benché nello scrivere si
guardasse a tutto potere dal cadere in quella passione, la collera si
sente tumultuare mal repressa nelle lettere private, in tutte quelle punte
contro i dotti cattivi, che amano più l'erudizione che la verità, contro il
comune degli uomini che è tutto memoria e fantasia, e via dicendo. Nella
conversazione poi, era, a quel che sembra, mordacissimo. Quando, Romano pubblica un libro contro la tesi di V.
relativa alle dodici tavole, V., racconta
Romano medesimo, sebbene vi fosse stato trattato coi titoli di dottissimo e di celeberrimo
e con ogni altra dimostrazione di reverenza, ci addenta in maniera che fu di ribrezzo
e di orrore a chiunque vi si trovò presente, vedendo egli di malissima voglia
che un garzone come noi si fusse con lui
cimentato. Ma agli scoppi di collera s’alternavano le ricadute nella più
profonda tristezza. In un sonetto, egli si dice oppresso da quel fato che
l'ingiusto odio altrui creò sovente, onde si era np i
Opp-ì eJ. Ferrari,
Autob., In Autob.,
partato dal consorzio umano a vivere solo con sé stesso. Da quel torpore
si riscoteva, talvolta, per qualche
istante: Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi cure sospinto a tornar là
dov'era, di me, non per mia colpa, ho da dolermi. Eppure, fra tanti tormenti e
contrarietà e delusioni, in mezzo a questa tristezza che veniva frequente a
ricoprirlo dei suoi neri veli, V. provò
una delle più alte felicità dell'uomo: quel vivere di meditazione scevra e pura di passione, che
allora senza la compagnia tumultuosa e grave del corpo vive veramente l'uomo
solo; quella vita di sicuro possesso, perché medesimata coll'anima, sempre
presta e presente, che gli dimostra il suo essere fisso nell'Eterno che tutti i
tempi misura, e spaziante nell'infinito che tutte le finite cose comprende;
e si il colma di una eterna immensa
gioia, non in certi luoghi invidiosamente né in certi tempi avaramente
ristretta, ma che senza uggia di emulazione, senza tema di scemamento, per ciò
unicamente in esso lui accrescere si
potrebbe se ella fosse tuttavia a più e più umane HVMANIORES menti
comunicata e diffusa. Della verità raggiunta non dubitò mai, pur continuando sempre a elaborarla:
sopra il sistema presentato nel libro del Diritto universale la sua mente, egli dice, riposa sodisfatta. Le fatiche, e gli
stessi dolori che aveva cosi acerbamente sofferti, gli erano cari, perché
attraverso di essi era pervenuto alle sue
scoperte: In Autob., Opp., ed.
Ferrari, Lettera a Giacchi in
Autob., Benedico ben anni da me spesi
nella meditazione di siffatto argomento, ed in mezzo le avversità della mia
fortuna e le remore che mi facevano gli esempli infelici degl'ingegni, che han
tentato delle nuove e gravi discoverte. Come poteva non benedire quelle fatiche
e quei dolori e quelle avversità, se ogni qual volta si solleva dal tumulto
passionale dell'uomo empirico e dalle
lotte dell'uomo pratico, la sua mente gli mostra la necessità ineluttabile e di
quanto egli aveva operato e di quanto aveva sofferto, e l'ima e l'altra
necessità strette in modo tra loro da formarne una sola e indivisibile? La sua stessa dottrina filosofica gli porge
dunque la medicina del male, e promoveva nel suo animo la catarsi liberatrice: quella dottrina che
aveva per centro l'idea del providente immanente o, come si disse poi, della
necessità storica. Sia pur sempre lodato il providente, che quando agl'infermi
occhi mortali sembra lui tutto severa giustizia, allora più che mai è impiegato
in una somma benignità! Perché da questa opera io mi sento aver vestito un nuovo uomo e provo rintuzzati quegli stimoli
di più lamentarmi della mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla
corrotta moda delle lettere che mi ha fatto tal'avversa fortuna; perché questa
moda, questa fortuna mi hanno avvalorato e assistito a lavorare quest'opera.
Anzi, non sarà per avventura egli vero, ma mi piace che fosse vero,
quest'opera mi ha informato di un certo
spirito eroico, per lo quale non più mi perturba alcun timore della morte e
sperimento l'animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente, mi ha
fermato come sopra un'alta adamantina
ròcca il giudizio Lettera a Corsini
in Autob., di Dio, il quale fa giustizia
alle opere d'ingegno colla stima dei saggi, degli uomini cioè di altissimo intendimento, di erudizione
tutta propria, generosi e magnanimi,
intenti a conferire opere immortali nel comune delle lettere, che sempre
e da per tutto furono pochissimi. Il providente gli mostra, dunque, la
necessità di tutto ciò che gli era accaduto e ancora gli accade nella vita, e,
inculcandogli la rassegnazione, gli promette la
Gloria. Cosi l'uomo collerico diventa perfino tollerante: di quella
tolleranza, di quella indulgenza superiore che non è da confondere col volgare tollerantismo.
L'Università, nella quale aveva sperato fare avanzamento e verso cui aveva
rivolto il pensiero nel comporre le prime opere, non aveva voluto sapere di
lui; ed egli si era tutto ritirato in sé
stesso a meditare la Scienza.
Dunque, dice con sorriso in cui si sente ancora alcunché d’amaro, questa mia
opera io la debbo all'Università, che, riputandomi immeritevole della cattedra e non volendomi occupato a trattar
paragrafi, mi ha dato l'agio di meditarla: posso io avergliene più grado di
questo? Un amico, il fiorentino Sostegni, in un sonetto a lui indirizzato, usciva in parole di
biasimo contro la città di Napoli, che aveva tenuto in poco conto il suo gran
figlio. E V., nella risposta, giustifica
con nobili parole la patria, dura con lui perché molto da lui aspettala e molto
aveva voluto ottenerne: In Autob.,
Lettera a Giacchi in
Autob..Severa madre non vezzeggia in seno figlio, che ne fia poscia oscura e vile; ma grave in viso ancor
l'ode e rimira. Da questa condizione di spirito nasce l’Autobiografia, opera
che è stata mal giudicata e del tutto fraintesa da Ferrari, il quale vi biasima
il teleologismo dominante e vi lamenta la mancanza di una spiegazione
psicologica della vita di V. Come se V. medesimo non avesse professato che l'aveva scritta da filosofo! E che cosa significa scrivere da
filosofo la vita d’un filosofo, se non intendere l'oggettiva necessità del suo
pensiero e scorgerne gli addentellati anche dove all'autore, nel momento che lo
pensò, non apparivano del tutto chiari? V. medita nelle cagioni cosi naturali
come morali, e nell'occasioni della fortuna; medita nelle sue ch'ebbe fin da fanciullo o inclinazioni o
avversioni più ad altre spezie di studi che ad altre; medita nell'opportunitadi
o nelle traversie onde fece o ritardò i suoi progressi; medita, finalmente, in
certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi diritti, i quali poi avevangli a
fruttare le riflessioni, sulle quali lavora l'ultima sua opera della Scienza,
la qual appruovasse tale e non altra
aver dovuto essere la sua vita letteraria. L' Autobiografia di V. è, insomma, l'applicazione della Scienza
alla biografìa dell'autore, alla storia della propria vita individuale – H. P.
Grice, Prejudices and predilections; which become, The life and opinions of H
P. Grice; e il metodo ne è, quanto originale, altrettanto giusto e vero. Che poi V. riuscisse solo in parte
nel suo assunto, e, cioè, non potesse fare la critica e la storia di sé stesso come sono in In Autob., Nell'introd. Opere. Autob., grado di farla i critici e gli
storici odierni, e altrimenti saranno quelli futuri, è troppo ovvio perché vi
si debba insistere. L'Autobiografia termina anch'essa con una benedizione
alle avversità, un riconoscimento del providente e una certezza
di fama e di gloria. Negli ultimi anni di sua vita V., aggravato dalla
vecchiaia, dalle domestiche cure e dalle malattie, rinunzia affatto agli studi.
Da la tremante man cade il mio stile e de'pensier s'è chiuso il mio tesauro,
esclama in due versi, pieni di lacrime, di un sonetto. Prepara allora, per una possibile ristampa, le aggiunte e correzioni
alla Scienza, e le incorporò nel definitivo manoscritto dell'opera; pensò per
un momento di mettere a stampa l'operetta De cequilibrio corporis animantìs,
composta molti anni prima e che andò poi smarrita; adempiè ancora a qualche
obbligo di uffizio, come, all'orazione pelle nozze di re Carlo Borbone. Il figliuolo cominciat a sostituirlo
nella scuola, e riceve definitivamente la cattedra dalla quale il padre si ritira. Vive V. tra i suoi, come un
soldato exacta militici, nel ricordo delle battaglie combattute, nella
coscienza del dovere compiuto. Il buon figliuolo gli faceva,
Autob., In Autob.,
sonetto pellle nozze di Sangro Autob., ed.
cit., Sec. tuppL,
In Aidob.y ogni giorno, qualche ora di lettura dei
classici latini da lui più amati e studiati un tempo. E, in questo suo
tramonto, gli fu risparmiato, almeno, il tormento dei tormenti: quello che
straziò negli ultimi anni di vita un filosofo tanto di lui più fortunato, Kant, ansioso di dare séguito e compimento al
suo sistema filosofico e consumantesi in
una sterile lotta coi pensieri che gli sfuggivano e le parole che non più gli
obbedivano. V. aveva detto tutto ciò che doveva dire, e conobbe da sé stesso,
quale grande storico di sé stesso, il momento in cui il providente aveva terminato in lui
l'opera sua, chiudeva il tesoro dei pensieri che gli aveva cosi largamente
aperto per tanti anni e gli comanda di
deporre la penna. La narrazione delle
vicende alle quali anda soggetta la fama di V. non dev'essere sostituita o
frammischiata all'esposizione e giudizio del pensiero di V., perdendo di vista
la storia della filosofia propriamente detta o turbandola colla storia della
cultura. Ma anche quando poi si passi a questa seconda storia, bisogna guardarsi da un altro genere di
errore: dalla pretesa di giungere a determinare, mercé quella narrazione, se
l'opera di V. fosse o no culturalmente utile, e quanti gradi di utilità le si
debbano riconoscere. Siffatta indagine è priva di significato e la corrispondente misurazione impossibile et eseguire; perché,
se ben si consideri, un unico discepolo
può valere le decine e le centinaia, un effetto solo prodottosi dopo secoli
compensare un'efficacia ritardata per secoli, un oblio immeritato riuscire
altrettanto memorabile e ammonitivo quanto una fama meritatissima, e una mede
Restringo in breve i principali risultati delle ricerche da CROCE fatte
sull'argomento ed esposte nella
Bibliografia di V. e nei annessi Supplementi, ai quali lavori rimando
per maggiori particolari e pella documentazione delle cose che qui si
affermano. sima verità, scoperta due
volte in modo indipendente, da questa stessa duplicazione e apparente
superfluità ricevere come il crisma della sua ineluttabile necessità. L'opera di
V., si è concluso di solito, fu del
tutto inutile, perché apparsa fuori tempo ossia troppo presto, e rimasta
sconosciuta o giunta a notizia quando non poteva insegnare più nulla. E, col
dire ciò, si è blasfemato contro la storia, la quale non ammette nulla
d'inutile ed e sempre, in ogni sua parte, opera, avrebbe detto V., del
providente, alle cui ampie utilità non è lecito
applicare piccole misure umane, corte di una spanna. Ebbe V. rinomanza, lettori, intenditori e seguaci?
Si è risposto, con pari risolutezza, no e si; e, a provare la risposta
affermativa, si sono andati raccogliendo con molta diligenza i ricordi che del
nome e delle dottrine di V. si trovano sparsi negli scritti dei filosofi, accumulando sospetti e
indizi su tracce inconfessate delle sue
idee, che si scorgerebbero in libri. Ma un pensatore come V. non si può dire
propriamente conosciuto se non quando di lui sia stato còlto il pensiero
fondamentale e risentito lo spirito animatore. Ora la maggior parte dei fatti
arrecati a documento dell'efficacia dell'opera sua concernono dottrine
particolari, che, avulse dal complesso,
furono accettate o contestate né più né meno di quelle di qualsiasi altro
critico ed erudito o dicitore di paradossi del tempo suo. Tale è il caso, in
primo luogo, della teoria circa l'origine della legge delle dodici tavole,
discussa nella polemica che s’agita fraTanucci e Grandi, oppugnata da Romano,
accolta nella Gallia da Bonamy e
rammentata da Terrasson; delle
interpretazioni storiche circa i primi tempi di Roma, ricordate da Chaslellux,
seguite e svolte da Duni e, attraverso costui, sfruttate da Bignon; delle
ipotesi sulla preistoria e sulle origini dell'umanità, adoperate e alterate da
Boulanger nella Gallia e da Pagano in Italia; dei concetti storici e politici,
e di quelli sulla poesia e sulla lingua
del LAZIO che si trovano presso Galiani, Pagano, Cesarotti e qualche altro.
Questione pili sostanziale era quella del metodo di studiare e giudicare le
istituzioni politiche e le leggi; pella qual parte Montesquieu fu messo a
paragone con V. e accusato di essersi valso largamente della Scienza senza
citarla. È ormai accertato che Conti in
Venezia consiglia al futuro autore dell'Esprit des lois, come risulta dai diari
di quest'ultimo, di comprare a Napoli il libro di V.: consiglio che fu certamente messo in atto
quando Montesquieu si reca a Napoli,
perché un esemplare della Scienza si serba ancora nella biblioteca del castello
de la Bròde. Ma ingegno troppo diverso rispetto al V., e troppo meno profondo, era quello dello
scrittore gallo, da trarre vitale nutrimento da un'opera come la Scienza; e i
vestigi d' imitazione, che si è creduto di scorgere nell'Esprit des lois, sono
assai contestabili e, in ogni caso, di scarsa importanza. Deve dirsi, per
altro, che il merito generalmente attribuito al Montesquieu, di avere
introdotto l'elemento storico nel
diritto positivo, prendendo per tal modo a considerare in guisa veramente
filosofica, come poi scrisse Hegel, la legislazione, quale momento dipendente
di una totalità in rapporto a tutte le altre determinazioni che formano il
carattere di un popolo o di un'epoca; questo inerito, in ordine cosi di tempo
come di eccellenza, spetta invece a V. Come Montesquieu pella scienza della
legislazione, cosi Wolf pella questione omerica, fu sospettato di essersi
giovato tacitamente delle speculazioni di V. Ma Wolf, quando die fuori i Prolegomena ad Homerum,
ignora, almeno direttamente, la Scienza, che non conobbe se non di nome e poi di
fatto pel dono che di quel libro gli fece
Cesarotti. È da notare per altro che i concetti di V. circa il carattere
barbarico e la mancanza di riposta sapienza nell'epos omerico erano, forse per
opera di Galiani, divulgati dalla Gazette Uttéraire de l'Europe del Suard e d’Arnaud;
e, meglio ancora, che la Scienza era conosciuta e adoperata dal filologo e
archeologo Zoega, il quale la cita in un
suo saggio su Omero; e che con
Zoega teneva carteggio Heyne, il quale
accusò poi Wolf di avere attinto alle sue lezioni pella teoria
presentata nei Prolegomena – cf GRICE CAJOLED -- IN THE NEW WORLD -- e, in
verità, sin d’anti, manifesta l'idea di
una genesi graduale dei poemi omerici; e, infine, che quelle teorie già si
profilavano in Wood e in alcune memorie
di Merian. I concetti di V. con o senza il nome del loro autore – SIDONIO,
IMPLICATURA -- erano dunque penetrati in qualche misura nell'ambiente
filologico; e Wolf ne ebbe indubbiamente un certo sentore indiretto. E, in ogni
caso, resta sempre, anche qui, il fatto riconosciuto da tutti coloro che hanno
studiato la questione: che la teoria
omerica, cosi come si trova esposta dal Wolf, dovrebbe dirsi non wolfiana ma
vichiana, GRICEIANA perché tale è veramente in quasi tutti i suoi tratti
fondamentali. Del resto, Wolf, filologo di gran lunga superiore a V. ma
anch'esso pensatore assai minore – KRETZMANN ON GRICE --, non era in grado
d'intendere le motivazioni ideali che
avevano condotto il suo predecessore a quella dottrina intorno a Omero; com'è
chiaro dall'articolo, alquanto superficiale, che vi scrisse intorno. Certamente
a Napoli fu in molti una confusa coscienza della grandezza dell'opera di V.; ma
in che propriamente questa grandezza consistesse non si sa determinare, perché
facevano ancora difetto l'esperienza e
la preparazione adeguate. E fuori d'Italia, e in Germania in particolare – i
tedeschi amano gl’italiani --, dove questa preparazione c'era, o almeno ce
n'era assai di più, l'opera di V. rimane
generalmente sconosciuta, in parte per il discredito di NAPOLI in cui erano
caduti i libri italiani, in parte pelle difficoltà che lo stile di V. offre
agli stranieri. Quando la Scienza capitò tra le mani di uomini atti a
comprenderla, sembra come se il caso si divertisse a impedirne loro la seria
lettura e l'intelligenza. Hamann si procurò la Scienza da Firenze, in un tempo in cui si occupava di
economia e di fisiocrazia, immaginando che vi si trattassero tali materie; e
rimase deluso quando, nella scorsa che
le dette, si avvide di avere innanzi una selva di ricerche filologiche,
eseguite per giunta con scarsa acribia. Goethe l'ebbe a Napoli, con grandi
raccomandazioni, da Filangieri e la porta seco in Germania e la presta a
Jacobi; ma solo per una felice combinazione, piuttosto che per una vera conoscenza
o per un chiaro intuito, avvicinò il
nome di V. a quello di Hamann. Herder, che anch'esso conobbe l'opera di V.
non forse mercé l'accenno fattogliene da Hamann nel loro carteggio, ma
piuttosto nel suo viaggio d'Italia, ne discorse in termini affatto generici e
senza avvertire nessuno dei molteplici rapporti che a V. lo stringevano, in
ispecie nelle dottrine sulla lingua del LAZIO e
sulla poesia. I soli che veramente
penetrassero la tendenza fondamentale di V. e, pur senza volerlo, ne riconoscessero
la genuina grandezza, furono, a nuova conferma della salda contestura
spirituale del cattolicesimo, gli avversari cattolici, che egli, allora, ebbe
in buon numero: Romano, Lami, Rogadei, e sopra tutti, Finetti. Videro costoro
che V., nonostante i suoi fermi
propositi di ortodossia religiosa, coltiva un' idea del providente affatto
difforme da quella della teologia cristiana, e di Dio fa continua menzione a
parole, ma non lo lascia poi operare effettivamente, come Dio personale,
nella storia; che distacca con taglio
cosi netto storia profana e storia sacra da giungere a una dottrina affatto naturale e umana delle origini della
civiltà, mercé lo stato ferino, e di quelle della religione, mercé il timore,
il pudore e l'universale fantastico, laddove la dottrina tradizionale cattolica
ammette una certa comunicazione tra la storia sacra e la profana, e nella
religione e civiltà pagana riconosce il lievito operante di una qualche
notizia,sia pur vaga, della primitiva
verità rivelata; che, pure protestando
di accogliere e rafforzare l'autorità della Bibbia, egli la mina e scrolla in
molti punti; che la sua critica alla tradizione storica profana, condotta con
spirito superbo di ribellione al passato, poteva aprire l'adito a dannosissimi
abusi, perché istiga ad applicare il medesimo spirito e metodo alla storia sacra, come fece poi Boulanger.
Un'invettiva, insomma, nella quale erano già accuratamente indicate tutte le
parti che dovevano dipoi entrare a comporre il grandioso elogio che s’avrebbe
indirizzato a V.. Nacque per tal modo tra gli uomini di chiesa una certa
diffidenza verso questo autore; di che, tra l'altro, fu effetto più tardi, al
tempo della restaurazione, la polemica
anti-V. di Colangelo, preceduta da un giudizio di Giustiniani, che dice la
Scienza: un libro il quale da luogo a segnare un'epoca molto infelice in Europa.
La critica dei cattolici contro V. porse materia a un libro assai istruttivo di
Labanca: più oltre in questo volume. Quasi a contrasto, tra i filosofi che in
Napoli coltivano con ardore gli studi
sociali e politici e s’accingevano all'opera attiva della imminente
rivoluzione, V. comincia a essere considerato come filosofo anticlericale e
anticattolico, e sorse la leggenda che V. avesse di proposito e per
accorgimento reso oscuro il suo libro per salvarsi dalla censura ecclesiastica.
Quei filosofi presero a leggere e a vantare la
Scienza; disegnarono di ristamparla, perché era divenuta rara, colle
altre opere dell'autore e cogli scritti
inediti; prepararono lavori espositivi e critici sul sistema filosofico
e storico di V.; taluno, come Pagano, si prova a rielaborarlo mescolandolo colle
idee del sensismo gallo, e tal altro, come Filangieri, benché molto lo
ammirasse, non ne fu distolto dai sogni
del più roseo riformismo; il tedesco
Gerning, che capita a Napoli, nota questo fervore di studi intorno a V. e augura
una traduzione o almeno un estratto tedesco della Scienza. E quando la caduta
della repubblica napoletana spinse quei filosofi, quelli, tra essi, che
scamparono dalle stragi e dai patiboli della reazione borbonica, agli esili nell'Italia superiore e specialmente in
Lombardia, la fama di V. ebbe i suoi primi ardenti apostoli e missionari.
Cuoco, Lomonaco, Salii e altri patrioti meridionali fecero conoscere la Scienza
a Monti, che ne toccò nella sua prolusione universitaria di Pavia; a Foscolo,
che ne accolse parecchi pensieri nel carme dei Sepolcri e nei saggi di
critica; a Manzoni, che dove poi
istituire nel Discorso sulla storia lombarda un celebre raffronto tra V. e Muratori;
e ad altri minori. Cuoco informò intorno a V.
Degérando, che allora lavor alla sua Histoire comparée des sgstèmes
philosophiques; un altro esule, Angelis, mette la Scienza tra le mani di
Michelet; Salti discorre di V. negli
articoli della Revue encyclopèdique e in
volumi ed opuscoli scritti in francese. Anche per suggerimento di quei
napoletani, fu a Milano ristampata la Scienza; e altre edizioni e raccolte di
opere minori vicinane non tardarono a comparire. Per tali vicende, V., da
reputazione quasi esclusivamente municipale e napoletana, pervenne a
reputazione nazionale e italiana.
Senonché, conforme alle loro personali disposizioni e alle tendenze
del tempo, il primo e principale
ammaestramento che i patrioti studiosi di V. trassero dal suo pensiero, fu POLITICO
o di filosofia politica; e cioè, la critica di quel giacobinismo e di quel filo-gallismo
che avevano fatto cosi cattiva prova negli avvenimenti a Napoli. Il pensiero di V. li guida a concetti più concreti, e generò
un'opera di capitale importanza, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana
di Cuoco. Similmente, Ballanche, nei suoi Essais de palingénesie
sociale, scrive che V., se fosse stato noto nell Gallia piu temprano avrebbe
esercitato un'azione moderatrice e benefica sulle rivoluzioni sociali che
seguirono. Un altro particolare aspetto di V., la riforma ch'egli inizia della
metodologia storica e della scienza sociale a servigio della storia, fu avvertito e lumeggiato da Iannelli
nel libro: Sulla natura e necessità della scienza delle cosa e delle storie
umane. Foscolo principalmente, e coloro che da lui presero ispirazione, fecero
penetrare nella critica e storia letteraria qualcosa delle concezioni di V.
sulla interpetrazione storica della poesia. Invece, in Germania, Jacobi, che
aveva letto il De 1 quali V. trasse un
opuscolo: De (Equilibrio corporis animantis, che molti anni dipoi pensa di
pubblicare e che è andato perduto; onde di quelle, come delle sue speculazioni
di fisica, che dovevano costituire il
Liber physicus, non si sa altro
se non ciò che egli stesso dice nell'autobiografia. Tralasciando gli scritti rettorici e per
commissione, dei quali il più esteso è il De rebus gestis Antonii Campitevi, Napoli,
Mosca, i nuovi frutti del suo pensiero, che si andò concentrando sui problemi
morali e storici, prima accennati in una
prolusione della quale il sommario è nell'autobiografia, furono
condensati da V., in italiano, in un programma a stampa di quattro
pagine fitte a due colonne, noto sotto il nome di Sinopsi del diritto
universale, e svolti nell'ampia trattazione: De universi iuris uno principio et
fine uno liber units, Napoli, Mosca,
compiuta l'anno dopo dal Liber alter qui est de constantia iurisprudentis, e accresciuta
dalle Kotce in dioos libros, ecc., che rappresentano un ulteriore
avanzamento; la quale opera si suole designare nel suo complesso, seguendo
l'esempio dello stesso autore, col nome di Diritto universale. Questo libro,
secondo Cantoni rappresenta il culmine dell'attività scientifica di V.: giudizio
non meno inaccettabile del precedente.
L'autore (Opp.) rifiutò il diritto universale, perché gli pare che vi
perdurassero il pregiudizio e la pretesa di scendere dalla mente di Platone e degli
altri filosofi a quelle degli uomini primitivi, onde in esso avrebbe errato in
alquante materie ma lo disse anche a ragione, abbozzo della Scienza, qual è
veramente. Le idee sulla poesia vi sono
ancora perplesse, Omero non vi è ancora
un mito, i canoni mitologici sono meno unitari di quel che divennero poi, per
l'origine delle XII tavole s’affaccia un'ipotesi ibrida, la teoria del ri-corso
vi è appena debolmente adombrata, e insomma cosi la storia ideale eterna come
la gnoseologia, sulla quale essa si
fonda, sono ancora immature. L'opera è rifusa nelle posteriori, salvo ciò che riguarda la
generale filosofia etica e giuridica, che non è molto originale, e salvo alcuni
svolgimenti storici che nelle opere posteriori ricompaiono solo in accenno. È
andato perduto il manoscritto di un'opera italiana, divisa in due libri, in cui
V. espone le sue dottrine per via negativa, ossia con metodo prevalentemente
polemico. In modo positivo, invece, e in forma concisa, le espose nei Principi
di una Scienza intorno alla comune natura delle nazioni, pella quale sì
ritrovano i principi di altro sistema del diritto naturale delle genti, Napoli,
Mosca, che sono coKOsciuti colla denominazione, anche questa proveniente
dall'autore medesimo, di scienza. Nello stesso
anno in cui pubblicò la scienza V. narra la storia dei suoi studi:
Vita di V. scritta da sé medesimo, che
fu inserita nella Raccolta di opuscoli scientifici e filologici di Calogerà, Venezia,
Zani. Dei minori scritti di questo periodo sono notevoli altresì le due
orazioni in morte della contessa di Althann e della marchesana della Petrella
Angiola Cimini; il volumetto Vici
vindicice, Napoli, Mosca, contenente una difesa di carattere personale, con
un'importante digressione teorica sul riso, contro una maligna noterella
inserita negli Acta lipsiensia intorno alla Scienza; e alcune lettere
bellissime a Giacchi, a Angioli, a Esperti,
a Vitry e a Solla, sul contrasto tra la sua opera e le condizioni degli
studi a quel tempo. Alla scienza V.
pensò di aggiungere una lunga serie di Annotazioni, effettivamente poi scritte ma andate disperse, in una ristampa
che se ne prepara a Venezia. Ma poiché questa non ebbe più effetto e, d'altro
canto, quel libro non lo soddisfaceva se non proprio pelle materie, egli dice, pell'ordine tenuto, Opp., si risolse a
dare un'esposizione affatto nuova delle
sue dottrine nei libri de' principi di una Scienza d'intorno alla comune natura
delle nazioni, in questa impressione con più propia maniera condotti e di molto
accresciuti, Napoli, Mosca, che formano la scienza. Quantunque Cantoni consideri
quest'opera come una variazione del pensiero di V., essa è invece il risultato necessario e la forma perfetta a
cui mettono capo i tentativi precedenti; ed è il libro che, insieme col De
antiquissima e coll'autobiografia, basta a fornire tutto l'essenziale pella
conoscenza del pensiero di lai. Nel Diritto universale e nella Prima scienza
nuova si può spigolare soltanto qualche particolare dipoi tralasciato; ma, pel
resto, vi compaiono le medesime dottrine
della scienza in un modo meno profondo e meno sicuro, e, certamente, meno
vichiano. Il confronto particolare tra queste tre opere fu eseguito con
diligenza nei sommarietti apposti da Ferrari alle sue edizioni della scienza; e
moltissimi altri riscontri e più particolareggiati possono vedersi ora nella
edizione della Scienza, curata da
Nicolini. Anche alla redazione V., senza
quasi più mutarne l'ordine e la sostanza, andò facendo molte variazioni e
aggiunte, che poi incorporò per gran parte nel testo in un manoscritto
definitivo, sul quale fu condotta l'edizione dei Principi di una Scienza
d'intorno alla comune natura delle nazioni, uscita dopo la morte di V.—GRICE
STUDIES IN THE WAY, Napoli, nella stamperia muziana. Sono serbati nella
Biblioteca di Napoli gli autografi cosi di questo manoscritto come di altri
anteriori di aggiunte e correzioni, dai quali trassero alcuni brani rimasti
inediti Giordano, Napoli, e Giudice, Napoli, e ora tutti i brani inediti e le
varianti ha estratto Nicolini pella sua
edizione. Dopo la scienza, V.
scrisse pochissime cose notevoli, tra esse, l'orazione De mente heroica, Napoli, l'aggiunta
all'autobiografia e alcuni sonetti, nei
quali, sebbene composti, come quasi tutti i suoi versi, per occasione e
commissione, risuona, qua e là, una nota personale. Degli scritti minori di V.
si fecero raccolte, una delle sole Latince
orationes, a cura di Daniele, Napoli, e l'altra, ricca di cose inedite
ma non esente da raffazzonature dell'editore, degli Opuscoli italiani e
latini, a cura del marchese di Villarosa,
Napoli. Villarosa ebbe tutto ciò che avanza delle carte di V. dal figliuolo di costui, Gennaro; e i
preziosi autografi si serbano ancora a Napoli in casa dei miei cari amici ingegneri Tommaso e incenzo, de Rosa di Villarosa. Delle Opere
complete la prima, e si può dire unica edizione perché riprodotta in tutte le
altre, è quella di Ferrari, Milano, Classici italiani, ristampata con qualche
miglionnento. Le Opere a cura di Corcia, Napoli, tipografia della Sibilla,
sono, invece, una scelta; e le Opere a cura di Preclari, Milano, Bravetta, si
arrestano al primo e disordinato volume. Incompleta e disordinata è anche
l'edizione di Napoli, Iovene, che segue l'edizione di Ferrari, ma pur contiene
qualche bazzecola inedita. Materialmente condotta sulla ferrariana, e poco
corretta, è l'edizione napoletana delle Opere presso la tipografia dei Classici
italiani, e Morano; la quale, per altro,
e la più completa di tutte, essendovi unite la Sinopsi, le Istituzioni oratorie
e le Orazioni latine edite da Galasso, che vennero fuori dopo l'edizioAe
Ferrari); vi sono aggiunte anche versioni italiane del De ratione, del
De antiquissima e del Diritto universale, a cura di Pomodoro. Scritti inediti o sparsi di V., non compresi in nessuna di tali edizioni, sono raccolti nel Croce,
Bibliografìa vichiana e supplementi,
e ricerche e in un opuscolo di
Donati: si veda più oltre. Una
edizione critica della scienza è stata pubblicata nella Collana dei
classici della filosofia moderna diretta da Croce e Gentile, Bari, Laterza. È
dovuta a Nicolini, che si e valso per essa degli autografi ed ha arricchito l'edizione Ferrari, che contene
solo i brani soppressi, di tutti i brani delle redazioni intermedie fino al
testo; ha, inoltre, riscontrato le citazioni vichiane e recato in nota i luoghi
degli autori classici e moderni ai quali si riferiva V.; additati i molti
errori d'erudizione, procurando sempre che fosse possibile di mostrarne la
genesi; schiariti i punti oscuri col
riferimento alle altre opere di V.; e, finalmente, riforma, secondo un
desiderio più volte espresso anche da autorevoli letterati come Tommaseo, l'ortografia
e la punteggiatura. Dell'edizione ferrariana sono riprodotti in questa di
Nicolini, ma alquanto ritoccati, gli utili sommarietti. In un'ampia
introduzione si studia V. scrittore e
si da notizia delle sue cessive
redazioni e rimanipolazioni della Scienza, escursi mostrano come V. giunse via via alla sua teoria omerica e
all'altra analoga sulla Legge delle XII Tavole; e le ricerche sono agevolate da
un minuto indice analitico. Lo stesso Nicolini, con Croce e con Gentile,
attende a una edizione delle Opere complete, che fa parte della raccolta degli Scrittori a Italia del
Laterza e il cui disegno e indice particolareggiato si può leggere nel Croce, Supplemento alla Bibliografia vichiqna. Di questa edizione sono stati
pubblicati Le orazioni inaugurali, il De italorum sapientia e le polemiche, a
cura di Gentile e di Nicolini, e L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di Croce.
Le opere latine di V. sono state più volte tradotte in italiano: il De
antiquissima da un anonimo, che forse fu Monti, e poi da Sarchi; il primo libro
del Diritto universale da Corcia, d’Amante, da Giani e da Sarchi, e tutti i due
libri, nonché il De ratione e il De antiquissima, da Pomodoro. La scienza fu tradotta in gallo, ma molto
abbreviata, da Michelet, col titolo Principes
de la philosophie de l'histoire, Paris, Renouard, e più volte ristampata, e di
nuovo, completa, da un anonimo che si designa come l'auteur de l'Essai sur la
formation du dogme catkolique e che fu la principessa di Belgioioso Cristina
Trivulzi, Paris, Renouard. Completa anche, e fornita di ottime note, è la
traduzione tedesca di Weber, Leipzig,
Brockhaus, che suggerimenti e aiuti ebbe da Orelli. In britannico, si ha solo
la versione del libro su Omero, condotta sulla francese di Michelet e inserita
nell'opera di Coleridge, Introduction to the study of the greek classic poets, London,
Murray. Michelet traduce alcune delle operette minori di V., che si
accompagnano alla Scienza nell'edizione
CEuvres choisies de V., Paris, Hachette, e in ristampe. Del primo libro del
Diritto universale si ha un compendio in tedesco di Miiller, primo volumetto di
una serie non proseguita di Kleine Schriften di V., Neubrandeburg, Brùnslow. A
supplemento dell'autobiografia, Villarosa raccolse le notizie degli ultimi anni
della vita di V., e le mise come
continuazione di quello scritto nella sua edizione degli Opuscoli. Questo
supplemento, e tutto ciò che di poi è venuto fuori di documenti o di ricordi di
contemporanei intorno a V., si trovano raccolti nella edizione delle opere di
V., intitolato: L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di
Croce, Bari, Laterza. Posteriormente, alcune aggiunte, in Croce, Nuove
ricerche, e Nuove curiosità storiche, Napoli, Ricciardi, e nel volumetto di Donati. Le tre sole monografie intorno a V.,
che possano ancora essere lette con frutto, quella di Ferrari, pur cosi
benemerito editore, La mente di V., è degna di essere pietosamente dimenticata,
sono: Croce, La filosofìa di V. Cantoni, V., studi critici e comparativi, Torino, Civelli. Per
alcune riserve Faggi, Rivista filosofica
italiana, e Gentile, Critica, Werner, V.
als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien, Braumùller, Zeitschrift far
Philosophie und philos. Kritik, Flint, V. Edinburgh a. Londo. Traduzione italiana
di Finocchietti, Firenze. Dei lavori
hi'cvi di carattere generale hanno
singolare pregio Spaventa, V., Prolusione e introduzione alle lezioni di
filosofia, Napoli, Vitale: opera ristampata col titolo: La filosofia italiana
nelle sue relazioni colla filosofia europea, a cura di Gentile, Bari, Laterza;
Sanctis, Storia della letteratura italiana, Napoli, Morano; molte ristampe, Fiorentino, Lettere sopra la Scienza, Firenze; ristampate in Scritti vari,
Napoli, Morano, Cauer, V. und seine Stellung zur modernen Wissenscìiaft nel Deutsclies Museum, diretto da Prutz e
Woelfsohn, Leipzig, Hinrichs. Pella trattazione più o meno larga di parti
speciali sono da tenere presenti Wolf, V. iiber den Homer nel Museum der Alterthumsicissenschaft,
Berlino, Orelli, V. und Nìebuhr nello
Scìnceizerisches Museum di Aarau, Iannelli,
Sulla natura e necessità della scienza delle cose e delle storie umane, Napoli,
Porcelli, e Milano, Fontana, Amari,
Critica di una scienza della legislazione comparata, Genova, Istituto dei
sordomuti. Intorno a questo libro Werner, E. A. in seinem Verhàltniss zu V., Wien; dai Sitzung sberi elite der phil.-histor.
Classe della Accademia imperiale di Vienna, Acri, Teoria di V. intorno alle
idee o paradimmi, Abbozzo di una teoria delle idee, Palermo, Lao; e con modificazioni nel volume:
Vidcbimus in aenigmate, Bologna,
Mareggiani, Cenni, esposizione della metafisica di V., del volume nel
quale nessuno la cercherebbe, perché il
titolo suona: Considerazioni sull'Italia ad occasione del traforo del Gottardo,
Firenze, Cellini, Bouvy, De V. Cartesii
adversario, Paris, Hachette, Bouvy, La critique dantesque: Dante et V., Paris, Leroux, Sorel, Etude sur V. nel Devenir
social, Parigi; e si veda, altresì, dello stesso autore: Le système historique
de Renan Paris, Jacques, Labanca, V. e i
suoi critici cattolici, Napoli, Pierro, Rossi, V. nei tempi di V. Rivista filosofica
italiana, Maugain, Etude sur revolution intellectuelle de l'Italie, Paris,
Hachette, Finsler, Homer in der Neuzeit von Dante bis Goethe, Leipzig, Teubner,
Gentile, Studi vichianì, Messina, Principato. Contiene, tra l'altro,
un'importante monografia su Lo
svolgimento della filosofia di V.,
Nicolini, Galloni e V., Giorn. stor. d. leti. Hai., Divagazioni omeriche, Firenze,
Ariani, Gemmingen, V., Hamann und Herder, Inaugural dissertation, Bona-Leipzig,
Noske, Scrocca, V. nella critica di Croce, Napoli, Giannini, dal punto di vista
cattolico. Donati, Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi, note pella storia del
pensiero di V., Bologna, Zanichelli. Circa
i lavori di CROCE precedenti su
V., s’avverta che la materia del capitolo sulla dottrina estetica
vichiana, Croce, Estetica, Bari,
Laterza, è rielaborata; lo critto sull'Etica di V., Critica, è rifuso; e cosi quello sui Lineamenti di
storia, letteraria in V.;
gli altri scritti sparsi hanno, in
genere, interesse solamente erudito, filologico o polemico. Posteriormente alla
prima ed. di questo libro, Croce pubblica Le fonti della gnoseologia vichiana, Atti d. Acc. Pontan.; ristamp. nel
voi. Saggio sullo Hegel e altri scritti di storia della filosofia, Bari, La
dottrina del riso e dell'ironia in V.,
ristamp., e la critica omerica, ristamp., Bianchini e V., ristamp. in
Conversazioni critiche, Bari, V. e Ferrari. Dell'influsso di V. sugli studi
italiani CROCE tratta ampiamente nella Storia della storiografia italiana, Bari.
Sulla posizione di V. nella storia della critica dantesca, v. La poesia di Dante,
Bari. Del resto, tutta la letteratura vichiana, con estratti dei libri,
opuscoli e articoli più rari e con
documenti inediti, come tutte le più minute notizie sulle edizioni degli
scritti di V., si trovano raccolte nelle tre memorie, alle quali più volte si è
fatto riferimento: Croce, Bibliografìa
vichiana contenente il catalogo delle edizioni, traduzioni e manoscritti delle
opere di V., quello dei giudizi e lavori
storico-critici intorno a V, lettere inedite
di V. e a V., documenti e altri scritti inediti o rari, e varie
appendici illustrative, Napoli; estratto dagli Atti dell'Accademia pontanianal
di Napoli; Supplemento alla Bibliografia vichiana, estr. dagli Atti cit., e
Secondo supplemento, estr. dagli
Atti cit., riunite anche tutte e
tre in un sol volume col titolo: Bibliografia viciliana, raccolta di tre memorie presentate all'Accademia
pontaniana di Napoli, con appendice di
Nicolini,Bari, Laterza. Continuazione di queste memorie sono le Nuove ricerche
sulla vita e le opere di V. e sul vìchismo, Critica. Si veda anche Pella
biografia di V., ora in Nuove curiosità storiche, Napoli, Ricciardi. OPERE
COMPLETE DI GENTILE A CURA DELLA FONDAZIONE GENTILE PER GLI
STUDI FILOSOFICI GENTILE OPERE, GENTILE STUDI VICHIANI, edizione
riveduta e accresciuta, cur. BELLEZZA, SANSONI, FIRENZE Stampato in Italia.
All’amico NICOLINI delle opere di V. editore e illustratore
diligentissimo e intelligente. GENTILE aaccolge in questo volume,
rivedendoli e introducendovi ai luoghi opportuni le aggiunte consigliatemi
da studi posteriori da GENTILE ed altrui, alcuni saggi concernenti la
storia del pensiero di V., la sua biografia e la sua
fortuna. Lo studio sullo svolgimento della filosofia di V. inaugura, li
pare a GENTILE, un nuovo genere di ricerche, che da GENTILE sono state
appena iniziate, ma promettono una viva luce intorno all'origine e al
significato proprio delle idee di V. V. è stato studiato pell’innanzi in
relazione col suo tempo e colla filosofia dell crisi e post-crisi, ala
quale egli genialmente drecorse. Ma, se alla cultura di certo non rimase
estraneo, e in essa pertanto bisogna pure che dallo storico sia collocato. V. è anche
e sopra tutto un autodidatta, che molto studia, a suo modo,di antichi
pensatori e filosofi italiani precedenti, alla cui tradizione attinse
taluni de’suoi concetti fondamentali, che elabora bensì e trasforma
profondamente, ma senza riuscire, com’ è naturale, a cancellarne l’
impronta originaria. E questa impronta GENTILE si è studiato di
rimettere alla luce. Palermo. fr. ca De di etnei L’edizione
contiene di più e di meno di quella previa. È un'aggiunta il sagio che
forma un capitolo; e ne è rimasto fuori lo studio sul CUOCO, con relativa
appendice, entrato ora a far parte d'un mio volume dedicato a CUOCO,
pubblicato dalla Nuova Italia, Venezia. Ma gli altri saggi che sono nella
prima edizione qui sono tutti conservati, con correzioni e molte aggiunte rese
necessarie da nuovi studi, specialmente di NICOLINI. Al quale vedrà
il lettore quanto gli studi di GENTILE devono di nuove notizie ed osservazioni
sulla biografia e sulla cronologia vichiana. Roma. Degli scritti raccolti
in Studi su V., Il pensiero italiano nel secolo di V. consta di due
recensioni pubblicate nella Critica del CRCE.La prima fase della
filosofia di V. è la prima volta dato in luce nel vol. di Studi pubblicati
in onore di Torraca, Napoli. La seconda e la terza fase usce dapprima in
francese col titolo La philosophie di V. nella rivista France-Italie,
e in tedesco col titolo V.s Stellung in der Gesch. der europàischen
Philosophie, Monatsschrift Jùr Wissenschaft Kunst u. Technik di
Berlino. Dal concetto della grazia a quello della provvidenza è pubblicato
la prima volta nella prima edizione di questi Studi vichiani. Le varie
redazioni della Scienza nel Giorn. Stor.
d. letter. ital.; e sul Figlio di V. nell’Arch. Stor. per le prov. napoletane,
Napoli, Pierro. Roma. L’edizione è accresciuta d’una Appendice,
in cui sono raccolti due discorsi e una relazione. V. nel ciclo delle
celebrazioni campane, è tenuto nell’aula magna della R. Università di
Napoli nel ciclo delle celebrazioni campane promosse dalla Confederazione dei
professionisti e degli artisti, ed è pubblicato in Celebrazioni campane, Urbino,
nella Tiv. Leonardo e a parte nella Biblioteca del Leonardo, Firenze.
V. nel secondo centenario della morte è tenuto all'Accademia d’Italia, in
Firenze, è pubblicato nella Nuova Antologia. La relazione su Cartesio e V. È discussa
alla Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali,
storiche e filologiche, e quindi pubblicata negli Atti di quella
Accademia. Roma. IE AS SERIO A PRIZE I POSE I AES ROSI E PE 67
RS IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO di V. CI ie LL SEO Leopoldo
de’ Medici fonda l'Accademia del Cimento. Per la prima volta, dopo la
condanna di Galileo, scienziati italiani associano i loro sforzi allo
scopo di studiare la natura con ogni indipendenza, e di ripigliare,
contro i ciechi amici della tradizione, la lotta rimasta interrotta nel
1633, quando il maestro era stato condannato e aveva dovuto ritrattare la
dottrina dei Massimi sistemi. L’esempio degli accademici toscani è
imitato dagli Investiganti di Napoli; e nel ’68 è fondato a Roma il primo
Giornale de’ letterati, organo de’ moderni. Verso lo stesso tempo vengono
in voga in Italia Lucrezio e Gassendi. D'altra parte, verso
la metà del secolo seguente, Galileo ottiene la suprema riparazione. Nel 1737 i
suoi resti sono raccolti nel mausoleo di Santa Croce; sl fa una
pubblicazione autorizzata del Dialogo già condannato: Il metodo sperimentale
trionfa. La filosofia di Locke si diffonde per tutta la Penisola, che vi
resterà fedele per Circa ottant'anni. Tra il ’42 e il ’50 si spengono gli
scrittori più notevoli che l’ Italia aveva avuti in quel secolo:
Fagiuoli, V., Giannone, Conti, Muratori e Zeno. Un valente studioso francese,
il Mougain, ha voluto studiare 1 lo svolgimento intellettuale italiano
durante I GABRIEL MaucaIn, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1°
Italie de 1657 à 1750 environ, Paris, Hachette. Ted. ALZI
-—-/*/*/%*/(*‘)4*\w*À*+>J,o. Tr da (0...] questo periodo di
fermento e di preparazione, in cui, tolto V., solitario, e dal Maugain, a
dir vero, non abbastanza staccato dallo sfondo del suo quadro, benché non
possa non rilevarne l’opposizione alle idee correnti del tempo, l’ Italia
non produce nulla di originale !. Essa lavora unicamente a riformare la
propria cultura, liberandola dal peso schiacciante della tradizione e
procurando di partecipare alla vita europea. Poiché il centro di questa
vita, rimasto fin allora tra noi, s'era già trasferito, dopo Galileo e dopo
Campanella, in altri paesi. I nomi più insigni che eccellono in questo
secolo, più che alla storia letteraria o alla storia della scienza,
appartengono alla storia della cultura, nel senso che danno i tedeschi a
questa espressione; giacché, tolto sempre V., non creano idee nuove;
ripetono, commentano, difendono, oppugnano, agiscono piuttosto sulla
società che sulla scienza, anche se preparino un nuovo sapere, come
chi, agendo appunto sullo spirito del suo tempo, promuove le condizioni
favorevoli a un nuovo progresso reale dello spirito. Soltanto la
tradizione galileiana vive; ma vive appunto delle idee che aveva messe in
onore Galileo, definendo filosoficamente i nuovi concetti della
scienza naturale e della natura: che furono per lui una nuova
filosofia, anzi la sola filosofia. Ma di vita religiosa, di vita
artistica, di vita filosofica dello spirito, in cui ogni istante è una
posizione nuova e una creazione, in cui insomma lo spirito vive
realmente, nessuna traccia: ossia, nessuna traccia cospicua.
Questa atonia spirituale ci spiega la gran fortuna incontrata al
principio di questo periodo in Italia dal G assendi, del quale attrae
l’attenzione soltanto la concezione I Contro questa tesi vedi ora
gli studi che B. Croce vien pubblicando nella Critica (1926): Il pensiero
italiano nel Seicento. I quali per altro non modificano sostanzialmente
il concetto della filosofia italiana in quel secolo, quantunque mettano
giustamente in rilievo alcuni notevoli movimenti d'idee finora poco noti.] meccanica,
conforme, metafisicamente, al fiorente naturalismo galileiano; e alla fine dal
Locke, di cui si nota e si apprezza principalmente l’empirismo, che
giustifica anch'esso, gnoseologicamente, la scienza sperimentale
della natura, e, come allo spirito dei gretti galileiani importava, questa
sola. Cartesio sul cadere del Sei e nei primi trent'anni del Settecento
suscita entusiasmi e opposizioni tenaci, fiere polemiche, un vivo
appassionamento: ma non sveglia nessuno spirito di filosofo. Gl’Italiani
accettano e mettono in versi la diottrica, la fisica, la fisiologia
meccanistica di lui: ne adottano il metodo, come assunto, meramente
formale ed estrinseco, di libertà di filosofare; assunto, che in Italia
era trionfato nella storia viva dello spirito scientifico fin dal primo
affermarsi dell’ Umanismo; ed era stato celebrato nella scuola del
Galilei, e particolarmente nell'Accademia dei Lincei:, e non aveva quindi
bisogno, in realtà, del nuovo puntello straniero. Ma della metafisica cartesiana
appena si bisbiglia; né se ne vede scosso profondamente nessuno. Son
dilettanti, che fanno della filosofia un passatempo e un argomento di
moda nei salotti (Maugain ricorda Aurelia d’ Este, renatista; e avrebbe
potuto ricordare anche Giuseppa Eleonora Barbapiccola, traduttrice
dei Principii di filosofia»: sono medici, fisici e avvocati, i
quali, compiacendosi degli ultimi portati letterari della filosofia,
polemizzano con gli uomini del mestiere, legati Sempre, anima e corpo,
alla Scolastica; 0 tutt'al più Professori di filosofia, che cambiano
autore, come oggi sì cambia testo nei licei, senza nessuna profonda
ragione 1 Vedi G. GABRIELI,
JI) carteggio scientifico ed accademico fra î primi lincei (1603-1630);
nelle Mem. d. R. Acc. dei Lincei, cl. sc. mor.. serie 68, vol. I, fasc.
2°, 1925. ? B. Croce, Supplem. alla Bibliografia vichiana, Napoli. Incontreremo
la Barbapiccola anche nello scritto sul Figlio di V., cap. I. Sul Concina e sui
suoi rapporti col V., cfr. V., Autobiografia, ed. Croce, indice dei nomi, al
nome. spirituale, e che, per difendere la loro infrazione alle tradizioni
della scuola italiana, scrivono anch'essi qualche libercolo pro e contro.
La metafisica, in realtà, sarebbe dimenticata, se non avesse una cattedra
negli studi pubblici; e Concina, nella sua prolusione a Padova,
ringraziava il governo veneto di non essersi arreso ai consigli di chi tentava
far sopprimere quella cattedra come inutile e indegna d’una sì illustre
università *. Il Maugain, che giustamente ha preso i Giornali
dei letterati, che in questo tempo si pubblicavano in Italia, a
guida delle sue laboriose ricerche, trovandovi l’eco continua delle
questioni che si venivano dibattendo tra le persone colte, avrebbe anche
dovuto seguire la storia dei principali insegnamenti nelle varie
università, i quali coi programmi e le provvisioni delle autorità, i
libri degl’ insegnanti, le loro polemiche e le attinenze rispettive coi
loro avversari, sono anch'essi i centri di riferimento della cultura temporanea. Pure
la fine del sec. XVII e la prima metà del successivo sono l’epoca del maggior
fiorire degli studi storici in Italia. È il tempo in cui il benedettino
Benedetto Bacchini pubblica e illustra il Liber pontificalis (1708),
e col Noia, col Grandi, col Lami e col sommo Muratori imprende
arditamente la critica delle leggende agiografiche; Maffei distrugge le
favolose origini dell'ordine costantiniano e illustra con vasta
erudizione le antichità veronesi; Muratori, dopo avere indagato con occhio
di lince le antichità italiane del Medio Evo, mette insieme con lena
infaticabile e con sagace I MAUGAIN critica la sua monumentale raccolta:
per non dire dello stuolo numeroso dei minori eruditi, che coadiuvano
i maggiori con l'ordinamento delle biblioteche, la compilazione dei
giornali, la raccolta e la critica dei documenti. Come si spiega questa
vivacità d’interesse storico durante la stasi generale della vita più
profonda dello spirito, se nella storia si concentrano le energie dello
spirito, se la storia non è concepibile senza le grandi passioni e
senza quindi le grandi intuizioni della vita ? Oggi noi pensiamo la
storia come la stessa concretezza della filosofia. Il Maugain, con giusto
fiuto della verità, ricollega gli studi storici che mettono capo al
Muratori, e che più propriamente sono studi di erudizione, al fiorire delle
scienze sperimentali: Cette renaissance a lieu durani la lutte
décisive d’où sortent victorieux les Italiens qui n’admettent sans
contròle aucune proposition relative aux phénomènes naturels ou aux étres
organisés. Bien
mieux, plusieurs de ceux qui, à la fin du XVII’ siècle et dans la
première moité du XVIII’, se sont illustrés comme érudits,
connaissaient en détails et admiraient les progrès accomplis depuis
une centaine d’années par le sciences expérimentales. Parfois, ils y avaient
personnellement contribué ». E altrove, non meno giustamente, osserva che
V. si distingue non soltanto dai cartesiani di Napoli ma presso che da
tutti gl’ Italiani contemporanei, quantunque altrove nella Penisola
prosperassero le ricerche storiche che i cartesiani disdegnavano. Mais selon quelle méthode s’y livre-t-on
? On publie avec le plus grand soin des inscriptions, des textes
importanis et devenus rares. On reproduit par le dessin et l’on décrit
minutieusement des statues antiques, des médarlles, des monnaies. On les
examine de près pour fixer quelque point d’érudition jusqu'alors
incertain, on ne va plus loin; on a épuisé toute la curiosité dont on
était capable. I O. c. Tutto questo è
verissimo. Anche di recente abbiamo assistito a questo fenomeno del
decadere della filosofia nel momento stesso in cui risorgevano e
vigoreggiavano gli studi storici; e abbiamo veduto dagli stessi cultori
di questi raccostare spesso il metodo da essi seguîìto al metodo
delle scienze sperimentali, o, come questa volta si diceva, della
filosofia positiva: raccostamento, che aveva un lato di vero in quanto
positivismo e metodo storico, ciascuno a modo suo e nel suo campo, si
proponeva di ricostruire una verità certa: ossia una verità che constasse
al soggetto, con di più il presupposto ingenuo, che questa ricostruzione
possa aver luogo senza che il soggetto — cioè la mente conscia di sé e
quindi capace di render conto di sé — ci metta nulla del proprio,
delle sue leggi e di tutto il suo essere storicamente divenuto.
Allora, come ora (o almeno qualche anno fa), ci erano gli studi storici,
in Italia; mancava la storia, come comprensione dello spirito nella sua
concreta attualità. Allora, la storia era morta col Sarpi e col
Pallavicino, rappresentanti di due grandi, opposte, concezioni della
vita; la prima delle quali tentava risorgere nell’ Istoria civile
del Regno di Napoli del Giannone, ma senz’attinenza intrinseca colle idee
dominanti nella generale cultura italiana, e con radici sprofondate nella
storia economica e politica del Napoletano: anch'essa, come la
Scienza Nuova, staccata dal quadro generale dello spirito italiano
contemporaneo. Non già, beninteso, che negli studi storici
muratoriani non ci sia nulla della storia: perché anch'essi sono
tutti storia; ma storia in germe, immatura, frammentaria, e perciò,
nel suo insieme, estrinseca, meccanica: storia, che non ha raggiunta la
sua forma vera della comprensione comunque determinata del processo
storico, perché non poteva raggiungerla, non animata, com'era, da
nessuna sorta di filosofia. La storia vera, viceversa, come intuizione di
idee che si realizzano nei fatti, non poteva mancare, e non manca in una mente
come quella del V.; e va cercata nella parte più propriamente storica
della Scienza Nuova *. E nessuno meglio di V., nell’orazione De
nostri temporis studiorum ratione, nella lettera a Francesco Solla e nella
stessa opera maggiore, intese questo vuoto spirituale che vaneggiava
negli studi contemporanei. In conchiusione, la storia che con tanto
amore e tanta fatica ha indagata il Maugain, non è una storia che
ci sì possa compiacere di mostrare fuori di casa nostra. È una
storia assai malinconica. Tolta la tradizione galileiana, che è storia di
epigoni, ancorché non pochi insigni, è tutto lavorio di ripercussione, d’
imitazione, di traduzione e adattamento. Sorgono i Giornali de’
letterati, segno, senza dubbio, di una certa vita, espressione d’un
certo bisogno di studi; ma ad imitazione, e il primo quasi edizione
italiana, del Journal des sgavans. Fioriscono, come s’ è detto, gli studi
critici intorno alle fonti della storia; e Muratori è gloria italiana incontestabile;
ma gl’ Italiani e lo stesso Muratori si muovono dietro le tracce
del Mabillon e degli altri famosi benedettini francesi. I riformatori della
letteratura, che levano la bandiera del vero e dell’utile, riecheggiano
l’estetica razionalistica postcartesiana. Prodotto italiano è l’Arcadia,
dei poeti senza poesia; l’arcadia pastorale, come l’arcadia della
scienza ?, espressione significativa dell’ indifferenza degli spiriti
verso il loro contenuto; e la stessa arcadia sacra, che era cominciata,
per altro, dai primi del Seicento: versificazione di testi religiosi,
mescolati ai motivi comuni allo stile poetico del tempo: Les poètes, dice il Mau I Come ha
dimostrato B. Croce, La filosofia di G. B. V., Bari, Laterza, 1911 (23
ed., 1922), capp. XIII-XVIII. è Studiata da E. BERTANA nello scritto
L'Arcadia della scienza, Parma, Battei, 1890; rist. nel vol. In Arcadia,
saggi e profili, Napoli, Perrella.gain !, ne songeaient aucunement à y
méditer sur les grands problèmes du catholicisme, non plus qu'à exprimer
leurs émottons religieuses. Ils se bornaient à traduire un paragraphe de
théologie ou à rimer quelque passage de la vie des saints. Malinconica storia, dunque, e
specchio dell’estrema ruina della decadenza italiana. Dopo la metà del
secolo XVIII, da questa morte rinascerà la vita, e si preparerà l’Italia che
accoglierà la Rivoluzione. Essa si riscuoterà tutta, e riprenderà la sua
via in tutte le manifestazioni della vita spirituale, e si aprirà un varco
nella politica de’ grandi Stati, e risorgerà come nazione. Ma devo
pur dire che nel modo, che ha tenuto l’egregio Maugain a rimettercela innanzi,
essa diventa assai più malinconica che forse non sia nel fatto: tutta senza
colore, senza anima, né anche piccola, né anche frammentaria: senza
significato. Ora, una realtà storica così non c' è. Come ha costruito il
suo libro Maugain ? Ce lo dice egli stesso nella prefazione. Spogliò otto
collezioni di giornali pubblicati in Italia tra il 1668 e 1750, dove, se
non sempre l’analisi, trovava per lo meno il titolo preciso di
opere, delle quali ritrovò poi e lesse gran numero a Firenze, Roma,
Bologna, Venezia, Padova, Verona, Bergamo, Milano, Torino e Genova. Scorse
parecchie raccolte importanti di lettere e il Mare magnum della Marucelliana;
cercò e studiò articoli e monografie e libri indicati dal Catalogo
metodico della Camera, dal Giornale storico, dalla Bibliothèque des
éerivains de la Compagnie de Jésus di Backer-Sommervogel. Gli venne così fatto
di raccogliere una gran quantità I O. c.. 2 — (ii —=m_t2t“ zz
ic ‘cir —. II di documenti, che gli parve di poter
classificare in tre parti, secondo che si riferissero alla credulità e
allo spirito critico (conseguenza della condanna di Galileo, movimento
delle scienze sperimentali, contrasti tra antichi e moderni, studi di
critica storica); alle lotte tra spiritualisti e materialisti (fortuna di
Gassendi, Cartesio e Locke in Italia e polemiche dei loro seguaci con gli
scolastici, attacchi di Doria e di V.); al vero e all’utile nelle
lettere (idee intorno alla poesia prevalse dalla Poetica del Gravina in
poi, giudizi e polemiche, come quella BouhoursOrsi, sulla letteratura italiana,
ritorno ai modelli greci e latini, caratteri principali della letteratura
italiana del tempo). Fatta questa classificazione, il Maugain si è
messo, senz'altro, a stendere il suo lavoro, ordinando ed esponendo
secondo legami cronologici, topografici e per soggetti il suo vasto
materiale. Per copia e sistemazione di materiale bibliografico ne è
venuto infatti un lavoro eccellente, fondamentale per chi vorrà tentare
qualunque studio sulla storia dello spirito italiano di questo
periodo: e dobbiamo tutti esser grati a questo studioso dello strumento
prezioso di ricerca apprestatoci. I giudizi generali da lui formulati e
gl’ indirizzi delineati dimostrano pure ottimo criterio e larghezza di
vedute storiche. Ma rimane a chi legge il suo libro, — pur leggendolo con
profitto, un senso profondo d’ insoddisfazione, come di chi assista a uno
spettacolo interessante, ma troppo da lungi per poter udire le parole
degli attori, e seguirne con l'occhio il commento che ne vien facendo in
ciascuno la fisionomia. In uno studio come questo non è possibile, certo,
rappresentare nella loro varietà psicologica i singoli attori, che vi
rientrano, e ritrarre di ciascuno la fisionomia morale. Una storia dello
svolgimento generale dello spirito in un dato tempo e paese dev'essere
per necessità schematica. Ma, d’altro lato, lo stesso schema, divenendo
oggetto di rappresentazione storica, deve assumere una vita
sua nella mente dello storico. Le idee nei loro tratti salienti,
vissute da diversi spiriti, devono venirvi innanzi vive insieme coi
motivi che le sorressero, articolarsi nelle forme in cui si concretarono,
riflettere una situazione storica: avere insomma, anch'esse, quella
individualità che è proprietà necessaria del fatto storico. A ciò i
titoli dei libri, come le designazioni generiche e le etichette
estrinseche, è ovvio, non giovano. Per meschina che sia, poniamo, la filosofia
di un cartesiano d’ Italia, non basterà dire che egli difendeva Cartesio:
bisogna mostrare come lo difendeva, e perché; quale vita il cartesianismo
assumeva in lui, quale propriamente era il suo cartesianismo.
Occorreva, se così può dirsi, che il Maugain esponesse con un po’
più di simpatia storica la materia del suo dotto studio: perché allora ci
saremmo visto innanzi, non un gran movimento, ma un movimento; non
degli spiriti creatori, ma degli spiriti: quella vita che l’ Italia
pensante visse tra la metà del Sei e la metà del Settecento, l’avremmo pure
avuta. Giacché non bisogna dimenticare che quella stessa che diciamo morte, è
tale soltanto in un senso relativo; non sarà una vita palese,
appariscente; sarà una vita segreta, torpida, e presso che invisibile, e
pure condizione e momento di quella che fu dopo la vita più intensa ed
evidente; e senza intendere l’una, non è possibile giungere all’
intendimento dell’altra. La stasi del periodo studiato dal Maugain non è
il progresso della creazione, ma è pure progresso, se è preparazione al
progresso che seguirà. Noi infatti non potremmo intendere l’ Italia nuova,
nutrita dalla cultura europea compenetrata con la tradizione nostra,
quale la troviamo p. e. nella poesia del Foscolo e nell’ Italia tutta
del tramonto del secolo XVIII e degli albori del seguente, se la
innestassimo immediatamente all’ Italia tutta italiana, creatrice in filosofia
come in arte, maestra ancora all’ Europa tutta, e vivente di una vita
spirituale sua, del Cinque e del primo Seicento. L’ Italia dal
1657 al 1750 è l’ Italia che accoglie il riflusso della cultura
europea, su cui ha esercitato ella precedentemente un’azione storica
rinnovatrice: e in questo lavoro di riassorbimento, che dev'essere ed è
anche di reazione (esempio solenne V.), è la vita sua nuova rispetto al
passato. Il senso di questa vita nuova, se non m' inganno, non c’ è nel
libro di Maugain: forse perché esso è un semplice saggio », che per
diventare una vera storia avrebbe bisogno di una ricerca e di una ricostruzione
più profonda e più intima in ogni sua parte. Il secolo del V. è
stato in Italia negli ultimi tempi argomento di studio di molti, che
variamente hanno tentato di scuotere la vecchia tesi di Giuseppe
Ferrari, sostanzialmente giusta benché espressa in formula troppo
rigida e contornata da più di un giudizio paradossale, secondo il gusto di
quello scrittore. Tra questi studiosi merita che qui si menzioni, anche
come tipico esempio di quella passione che in ogni tempo suscitò con le
parti stesse misteriose del suo pensiero e della sua vita Giambattista V.
nelle province meridionali, uno scrittore erudito e ingegnoso, quantunque
variamente indulgente alle tendenze di una cultura dilettantesca:
Raffaele Cotugno. Il quale nel 1890 pubblicò un opuscolo su G. 8. V., il
suo secolo e le sue opere. E nel 1914 tornò sul tema in un volume *1,
dove raccolse il miglior frutto de’ suoi lungbi studi. CoTUuGNO, La
sorte di V. e le polemiche scientifiche e letterarie dalla fine del sec. XVII
alla metà del XVIII secolo, Bari, Laterza. Da vari decenni infatti egli
era vissuto col suo autore, non solo come studioso e ammiratore
intelligente, ma quasi come un coetaneo ed amico: raccogliendo libri
e ricordi rari non solo del V., ma di quanti ebbero rapporti con
lui, o appartennero in qualunque modo allo stesso mondo, in cui alla
fantasia rievocatrice del Cotugno piace vedere e amare il suo V.; leggeva
e rileggeva, e godeva, come amico che torna sempre con piacere a
conversare con l’amico; e gli piace rendersi sempre più familiare non solo il
suo spirito attuale, ma i casi passati della sua vita, e tutti i
particolari, in cui può vagheggiarlo con l'immaginazione. Non giudica, non
critica, non esamina. Tutto ciò che può tornare ad onore dell’amico gli è
bene accetto, ancorché contraddica all’ idea ch'egli se n’ è formato. Il
Cotugno plaude di gran cuore al V. del Croce. V. crociano (come ad alcuno
con giudizio affrettato piacque affermare »)? — Ma che! Esso è la
più vasta, profonda, ed il più che sì poteva, completa esposizione delle
dottrine del sublime pensatore la cui anima nessuno seppe più e meglio [del
Croce] comprendere e penetrare ». — E come va allora che il vostro V.
non è quello del Croce ? Come va, per dirne una, che voi fate del
Gravina, in estetica, un precursore del V.; e il Croce invece ha detto
che precursore egli si può dire nel senso che V., riprendendo le
medesime questioni, le risolse in modo perfettamente opposto a
quello del Gravina ? E come non vi siete accorto che, se V. del Croce è
il vero V., per la vostra tesi bisognava cercare nel pensiero contemporaneo e
anteriore idee a cui potessero rannodarsi le dottrine estetiche,
gnoseologiche, metafisiche, etiche e storiche, che sono il V. del Croce ?
— Egli è che il culto del Cotugno pel V. non è un culto critico; e però
nulla di strano che, senza andar pel sottile, si fondano in un’ immagine
sola quel V. che egli è uso a vedere e V. esaltato dallo studio del
Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia intorno al pensiero vichiano.
Quest’atteggiamento del Cotugno verso il suo autore ha
evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo pregio: e l’uno è
inseparabile dall’altro. Si vuol dimostrare che G. B. V. non era stato un solitario, un
anacronismo tra i suoi contemporanei (che non lo avevano compreso),
ma sibbene una voce de’ tempi, un genio sublime che aveva sintetizzato il
suo secolo » 1; e l’ultimo capitolo, a cui è indirizzata tutta la
dimostrazione dei tre precedenti (i più importanti del volume), e che è intitolato,
come tutto il libro, La sorte di G. B. V., torna a ribadire quello che già si
sapeva e s’era sempre detto, che V. non passò inosservato al suo tempo
(tutt'altro !), ma non fu punto capito. Fu dunque un anacronismo, o
no ? Se fosse stato la maggior voce del suo secolo, tutti i pensatori del
tempo avrebbero trovato nella Scienza Nuova la più profonda espressione
del loro stesso pensiero, la soddisfazione più adeguata ai loro maggiori
bisogni spirituali. Ciò che anche il Cotugno documenta che non
avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò che ormai non ha più bisogno
di esser dimostrato; ma pare creda di dimostrare il contrario.
Lo stesso difetto di critica nel primo capitolo del libro, dove
l’autore si rifà dal Medio Evo e dalle contese d’allora tra Chiesa e
Stato e dalla Scolastica, per venire al risorgimento filosofico e al
rinnovamento sperimentale delle scienze: il tutto per cenni che son
troppo e troppo poco agl’ intenti del libro. Lo stesso difetto nella
indeterminatezza di molti giudizi particolari; ma sopra tutto nella
incompiutezza delle citazioni: che sono un accessorio, ma un accessorio
di non piccolo interesse in un libro come questo. Il quale raccoglie
attorno al V. una messe 10. c., p. v. copiosa di notizie
dirette su uomini e libri oscuri e non facilmente reperibili, né pur
nelle biblioteche napoletane, intorno alla cultura scientifica,
filosofica, letteraria, giuridica dell’ambiente in cui V. formò la sua; e in
cui bisogna perciò rivivere col V., chi voglia intenderne
pienamente la concreta mentalità. È il mondo stesso della sua mirabile
Autobiografia, che è già essa una guida attraverso lo svolgimento
progressivo del pensiero vichiano, ma ricercato e rifrugato in tutti gli
angoli, in cui posò o passò la faccia malinconica e meditabonda del
filosofo, concentrato bensì nel suo pensiero, ma non sì, com’ è naturale,
che non si guardasse intorno, e non ne risentisse sempre nuovi stimoli
all’originalità delle sue idee. Malgrado tutto, gli studiosi
si gioveranno molto del nuovo libro del Cotugno, che porta molte aggiunte
e rettifiche all’ opera del Maugain; e gli sapranno anche grado di
un curioso documento inedito di cui, per comunicazione dello stesso Cotugno,
aveva dato notizia il Croce nelle note all’Autobiografia, ma che dal
Cotugno è integralmente pubblicato nell’appendice del suo volume: contenente
una minuta relazione dell'ultima disgrazia toccata al povero V., dopo
morte, per le strane e villane gelosie della confraternita laica, a cui
era ascritto, e che ne avrebbe dovuto curare perciò il seppellimento; e
invece, dopo aver costretti i professori universitari, recatisi in
forma ufficiale e solenne alle esequie, a ritirarsi, abbandonò il feretro nel
cortile in cui era stato intanto calato, per nuove contestazioni di
prerogative col parroco. La sorte avversa non gli dava requie né pur dopo
morte! Della prima fase di una filosofia si può parlare, com’ è
ovvio, in un senso relativo; perché questa fase, per prima che sia,
suppone un processo già avviato, di cui non sarebbe possibile assegnare l’
inizio assoluto; né è così chiusa in se stessa, da potersi nettamente
distinguere da quelle che le succederanno; e le succederanno con una
continuità di processo, che costituisce l’unità assoluta, solo
astrattamente divisibile, del sistema nel suo storico svolgimento. Il primo
momento di una filosofia può, dunque, essere soltanto quella forma, nella
quale noi possiamo conoscerla attraverso i documenti più antichi, che di
fatto ne possediamo: forma da studiarsi e definirsi per quello che
possiamo sapere anticipatamente che essa fu: ossia come germe o
avviamento del pensiero ulteriormente svolto nella coerenza maggiore e
quindi nel significato più profondo che l’autore seppe conferire al
sistema delle proprie idee. Ogni germe si conosce infatti dal
frutto. Del V. gli studiosi conoscono soltanto due filosofie,
o due momenti più rilevanti della sua filosofia: il primo dei quali è
rappresentato dalla orazione De nostri temporis Studiorum ratione (18
ottobre 1708), dal libro De antiquissima Italorum sapientia, e dalle due
Risposte che V. oppose alle critiche mosse a questo suo libro dal
Giornale dei letterati d’ Italia: il secondo, iniziato nel 1720 col De
universi iuris uno princidio et fine uno, si spiega nel lungo laborioso
processo della Scienza Nuova, tante volte redatta o rimaneggiata,
come si vedrà, e la cui ultima edizione venne in luce nell’anno stesso
della morte del filosofo. Lo stesso V., ricostruendo nella Autobiografia
lo svolgimento del proprio pensiero, fa cominciare dal 1708,
dall’orazione sul metodo degli studi de’ suoi tempi, la storia della
propria filosofia. Prima sentiva di non aver ritrovato se stesso. Dal 1693 in
poi era venuto pubblicando versi e orazioni rettoriche 1. Dal ’99, come
professore di rettorica, aveva’ letto quasi tutti gli anni
l’orazione inaugurale nell’università di Napoli, usando proporre universali argomenti, scesi
dalla metafisica in uso della civile »°. E nell’Autobiografia, dopo aver
riferito sommariamente gli argomenti di quelle sue orazioni, fino al
1707, dice: Fin dal tempo della prima orazione..., e per quelle e per
tutte l’altre seguenti e più di tutte per queste ultime, apertamente si
vede che V. agitava un qualche argomento e nuovo e grande nell'animo,
che in un principio unisse egli tutto ilsapere umano e divino)»; cioè il
principio di una filosofia ciceronianamente intesa dal nostro professore
di rettorica come rerum divinarum et humanarum scientia; ma tutti
questi da lui trattati ne eran troppo lontani. Ond’egli godé non aver
dato alla luce queste orazioni, perché stimò non doversi gravare di più
libri la repubblica delle lettere, la quale per la tanta lor mole non
regge; e solamente dovervi portare in mezzo libri d’ importanti discoverte e di
utilissimi ritrovati ». I Anzi fin al 1699 egli s'era illuso
d'essere molto più un poeta che non un filosofo. Cfr. F. NicoLINI, Per la
biografia di G. B. V., puntata I, Firenze, 1925 (estr. dall’Arch. stor. ital.),
p. 59. 2 L’Autobiografia, il carteggio e le poesie varie a cura di
CROCE, Bari, Laterza (vol. V delle Opere, a cura di B. Croce, G.
Gentile, e F. Nicolini, nella collezione degli Scrittori d’ Italia. Da
quest'Autobiografia, quando non sia altrimenti avvertito, sono tolti
tutti i luoghi e le parole del V. riferite qui appresso nel
testo. Così, nel 1725, V. rifiutava le sue orazioni scritte tra il
1699 e 1l 1707. Ma sei anni dopo rifiutava non solo i due libri del
Diritto Universale, ma anche, salvo tre soli capitoli, la prima Scienza
Nuova, scrivendo in una prefazione a una nuova edizione della seconda:
Né già questo dee sembrare falso a taluni, che noi, non contenti de’
vantaggiosi giudizi da tali uomini [quali Giovanni Le Clerc] dati alle nostre
opere, dopo le disappruoviamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è
argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali
uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi scrittori
sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli
ammende d’altrui; altri, che, per avventura, sono di cuor picciolo,
s'tempiono de’ favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più
s’avvanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno
ingrandito l’ animo di correggere, supplire ed anco in miglior forma di
cangiar questa nostra » *. V., autodidatta, com’egli si compiaceva
di affermarsi *, fu tormentato tutta la vita dall’assillo dei grandi
autodidatti; i quali si trovano quasi d’un tratto, con la cultura
personale e tutta propria raccolta nel loro cervello, a cozzare con
quella dei contemporanei; e mal riescono ad orientarsi, e con fatica e
con pentimenti continui e smarrimenti penosi s’ incamminano per la
propria via. Sempre scontenti di se medesimi, travagliati da un bisogno
incessante di chiarire il proprio pensiero, porre in termini più netti i
loro problemi, trovarne soluzioni più adeguate: impotenti a guardare con
un solo sguardo la realtà, a volta a volta diversa secondo che la mirano
quale essi avevano imparato per loro conto a vederla, o sì
pro Scienza Nuova, ed. Nicolini, p. 10. bi Va forse con una certa
esagerazione: cfr. NICOLINI, Per la bdiografia di G. B. V., puntata II.
DI vano a mirarla qual’ è per i contemporanei:
fluttuanti, quindi, con l'animo tra due mondi, che gl’ ingegni più
vi- gorosi si sforzeranno tutta la vita di unificare. V. sentì
tragicamente questa legge della sua cultura; e ne fu, fino a un certo
punto, la vittima, poiché alla chiarezza delle idee, che covavano nella
sua mente, egli non pervenne mai, benché vi lavorasse, con eroica
costanza, per più di un quarto di secolo, se non tutti gli anni
quarantaquattro, che visse nel sec. XVIII; e si può dire che tutto il
suo pensiero sia rimasto dentro di lui allo stato di gestazione.
Gestazione dolorosa ! Il maggior corso di studi, comegli stesso
ci fa sapere, lo fece da sé nei nove anni (1686-1695) * pas- sati a
Vatolla, in quel di Salerno, piccola terra di poche centinaia d’abitanti,
dove attese alla istruzione dei figli del marchese Domenico Rocca: cioè
dai diciotto ai venti- sette anni di sua vita, lontano, a suo dire?, da
ogni moto di cultura viva, com'era allora quella di Napoli, sotto l’
in- flusso della scuola galileiana, e poi di Gassendi e di De-
scartes. Quando V. ne partì, era avviato per gli studi giuridici; e in
giurisprudenza egli afferma 3 d’aver dovuto istituire i figli del Rocca.
Aveva bensì, ben per tempo, mostrato in che modo di siffatti studi
avrebbe potuto far I Questa la data assegnata ora al soggiorno
vatollese dal NICOLINI, Per la biografia cit., puntata II.
2 A suo dire », giacché ora gli
studi di DONATI (Auto- grafi e documenti vichiani inediti 0 dispersi,
Bologna, Zanichelli, 1921, 38 sgg.), e, ancor più, quelli del NicoLINI
(Per la biografia cit., pun- tata II), hanno mostrato che il così detto
novennio vatollese » fu intramezzato da parecchie e non brevi dimore a
Napoli e a Portici, e che anzi, forse, durante quei nove anni, V. dimorò
più a Napoli che non a Vatolla. 3 Anche quest'altra
affermazione dell’Autobiografia è revocata in dubbio e con buone ragioni,
dal NicoLINI (Per la biografia cit., pun- tata II), secondo il quale
V. sarebbe entrato in casa Rocca come aio; e, soltanto negli ultimi tempi
del suo soggiorno in quella casa, avrebbe data qualche lezione di
giurisprudenza all’ultimo figliuolo del Rocca (Saverio).
pascolo della sua mente: poiché in essi aveva portato un abito
mentale, di analisi e di penetrazione speculativa, che della
giurisprudenza doveva fare semplice materia di ri- flessione filosofica.
Il giovinetto aveva avuto a maestro un gesuita nominalista, il quale lo
aveva spinto allo studio delle Summule di Pietro Ispano e di Paolo
Veneto: e se l'ingegno ancor debole da reggere a quella specie di
logica Crisippea (come rifletteva più tardi lo stesso V.) si
smarrì, si stancò e abbandonò l’ impresa, da quella di- sfatta dovette
restargli una natural ripugnanza a tale ma- niera di filosofare, tutta
astratta, artificiosa e formale, propria dei terministi. E se un qualche
profitto ne ricavò, non poté essere altro che negativo: il senso forse
della va- nità di una filosofia che, staccati i concetti dalla realtà,
e perduto perciò ogni intimo contatto con la verità, si riduce a
giuocare con la combinazione de’ suoi concetti; un senso di scetticismo,
che gli s’ insinuò allora nell'animo, e non poté esserne snidato dagli
studi di filosofia poco stante ri- presi e continuati sotto la guida d’
un altro gesuita, uomo di
acutissimo ingegno, scotista di setta, ma zenonista nel fondo » :.
Presso costui V. ricorda com’egli apprendesse con piacere che le
sostanze astratte hanno più di realtà che i modi del maestro nomi-
nalista. Lo scotista lo trattenne a lungo nella metafisica dell’ente e
della sostanza, e lo invogliò poi a studiarsi da sé le Disputationes
metaphysicae di Suarez, su cui V. passò un intero anno. Perché, posta
pure la realtà delle sostanze astratte, chi assicurerà l’animo invaso
una I Zenonismo è la filosofia dal V. attribuita a Zenone
nel De an- liquissima: specie di monadismo dinamico, qui attribuito allo
sco- tista perché questi doveva spiegare la realtà fisica con principii
meta- fisici. Ma intorno al significato di questo zenonismo » nella filosofia del tempo,
vedi il pregevole studio di GIovaNNI Rossi, V. ne' tempi di V.: La
cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica del 1907,015-7. 24
STUDI VICHIANI volta dallo scetticismo, che le nostre idee siano
identiche a quelle astratte sostanze ? Sulla via della speculazione
della sostanza, aperta da Suarez, si misero pure i grandi padri della
filosofia moderna, Cartesio e Spinoza !: e riu- scirono a una metafisica
che è una matematica, ossia a una costruzione della realtà meramente
pensata, o sol- tanto possibile, come cominciò ad avvertire Leibniz;
di contro alla quale Kant trovò giustificabile lo scetticismo di
Hume. Comunque, nutrito di studi siffatti, non poteva il V.
acconciarsi alle lezioni del giurista, dal quale man- dollo poi il padre
?: tutte ripiene di casi della pratica più minuta dell'uno e dell’altro
fòro e dei quali non ve- deva i principii, siccome quello che dalla
metafisica aveva già incominciato a formare la mente universale a
ragio- nar de’ particolari per assiomi o sien massime ». Sì di-
stolse quindi anche da quella scuola, e prese a studiare da sé le
Istituzioni civili del Vulteio e le Canoniche del Canisio. E qui, specie
nel Vulteio, si trovò a suo genio. Sentiva un sommo piacere in due cose:
una in riflettere, nelle somme delle leggi, dagli acuti interpetri
astratti in massime generali di giusto i particolari mo- tivi
dell’equità, ch’avevano i giureconsulti e gli impera- tori avvertiti per
la giustizia delle cause: la qual cosa l’affezionò agl’interpetri
antichi, che poi avvertì e giu- I V. CARL LupEWIG, Die Substanztheorie bei
Cartesius im Zusammenhang mit der scholastischen und neueren Philosophie,
Fulda, 1893; FREUDENTHAL, Spinoza und die Scholastik, in Philos. Aufsdtze
Eduard Zeller gewidmet, Leipzig, 1887 e una recens. in Zettschr. f.
Philos. u. philos. Krit., t. CVI,113-15; L. BRruNSCHVvICcG,
La révolution cartésienne et la notion spinoziste de la substance, in Revue de
métaphys. et de morale, sept. 1904; G. TH. RICHTER, Spinozas philos.
Terminologie historisch u. immanent Rkritisch untersucht, I Abth.
Leipzig, Barth, 1913; e le mie note all’ Etica, Bari, Laterza,
1914. 2 Francesco Verde. Sul
quale, sul suo insegnamento e sul tempo in cui V. frequentò la sua scuola
privata (1684), vedere ora NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,44
Sg8., 54 S88. dicò essere i filosofi dell’equità naturale;
l’altra, in osservare con quanta diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano
le parole delle leggi, de’ decreti del Senato e degli editti de’ pretori,
che interpetrano: la qual cosa il conciliò agl’ interpetri eruditi,
che poi avvertì ed estimò essere puri storici del dritto civile romano »
1. Non Vultelo, dunque, e i giureconsulti romani furono il suo nutrimento
spirituale; ma quella filosofia e quella storia o filologia, che egli
costruiva per mezzo di essi; né la nozione giuridica del diritto era
materia del suo sommo piacere, ma quello che egli vedeva o poneva
in questo diritto con la tendenza astrattiva di uno scotista, con la sottigliezza
filologica di un terminista e di un secentista (poiché, secondo l’andazzo
dei tempi, anch'egli era solito spampinare nelle maniere più corrotte del
poetare moderno, che con altro non diletta che coi trascorsi e col falso
» e della poesia s’era fatto un esercizio d’ ingegno in opere di argutezza »).
La giurisprudenza diventava occasione o materia indifferente a trovare nelle
determinazioni dello spirito umano i principii, i concetti fondamentali,
le sostanze reali, in cui per lo scotismo si risolve tutto il reale, e a
tormentare le parole, in cui tutte le determinazioni dello spirito
pigliano corpo, per farne sprizzare fuori l’anima, il senso riposto.
Che era un primo avviamento del problema vichiano della constantia
iurisprudentiae come constantia philosophiae et constantia philologiae, e
della Scienza nuova come scienza a un tratto del vero e del certo.
I Questo il racconto dell’Autobiografia (1728); alla quale
continuo ad attenermi, quantunque il NicoLINI sospetti essa sia, a
siffatto proposito, anacronistica, e cioè che V. (in perfetta buona fede, s'
intende), abbia intruso, in quella che fu l’effettiva forma mentale dei
suoi diciotto anni, parecchio dell’esperienza spirituale di chi aveva già
scritta la prima Scienza Nuova (1725): cfr. Per la biografia cit., puntata I.] Intanto
con questo mondo filosofico, in cui il giovanetto si chiudeva, attraverso lo
studio del diritto si poneva la realtà che doveva essere oggetto della
sua filosofia. Il mondo del diritto è un mondo umano, creato dalla
volontà. Dentro di esso la natura non si vede; né V. poteva
trovarvela. Approfondendone la conoscenza, come fece nei suoi studi di
Vatolla, doveva necessariamente imbattersi nella volontà, nello spirito
come libertà. Profondando, eglici dice, lo studio delle leggi e dei
canoni, al quale lo portava l’obbligazione contratta col Rocca, in
grazia della ragion canonica inoltratosi a studiar de’ dogmi, si ritrovò
poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica d’ intorno alla materia
della grazia »; e gli accadde di conoscere e appropriarsi tale
dottrina per l'esposizione di un teologo che faceva vedere la
dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la
calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che o all’una di queste due o
all’altra sì avvicinano ». Posizione, che servì poi al V., secondo egli
stesso dichiara, a spiegare storicamente (umanamente) le origini del
diritto romano ed ogni altra forma di civiltà gentilesca, senza
contraddire alla sana dottrina della grazia; che fu perciò, possiamo
dire, il primo nucleo del suo concetto della Provvidenza, che è
l’arbitrio umano accertato e determinato dal senso comune *: una volontà, non
immediata, generica, astratta, ma determinata e concreta attraverso la
storia, nel cui corso razionale si realizza una volontà superiore a
quella dell’ individuo, un fine in cui si risolvono i fini particolari
dei singoli uomini: la grazia. Ma questa unità di divino e di umano, se è
un'esigenza della posizione media tra calvinismo e pelagianismo (astratta
posizione della grazia o volontà divina, e quindi negazione della umana;
ed astratta posizione della volontà I S. N., dign.] umana, e quindi
negazione della divina), ha bisogno, com'è facile intendere, di maturare
per divenire un concetto !. Intanto V. non dissocia lo studio
del pensiero da cui discende il diritto, dallo studio delle parole, in
cui il diritto vive. Le Eleganze del Valla lo rimandano a Cicerone.
Studia Virgilio e Orazio; e questi lo disgustano del secentismo, e gli
fan cercare Dante, Boccaccio e Petrarca =. Orazio gli fa osservare che la
suppellettile più ricca alla poesia è fornita dalla lettura dei filosofi
morali. E studia l’etica aristotelica, che gli mostra il fondamento del diritto
romano essere nella ideale giustizia, di cui parla il filosofo,
architetta nel lavoro delle città. Dalla morale così intesa si volge
alla metafisica di Aristotele; ma questa non gli spiega la ragione del
giusto ideale. Perché ? Allora non sapeva rendersene conto. Passò a Platone; e
vi trovò il fatto suo, perché vi ebbe una metafisica, in cui la realtà è
pura idea: che era ciò che egli, l’alunno dello scotista e lettore
di Suarez, andava cercando, per non cadere, rispetto all’ idea della giustizia
o giustizia ideale, nel nominalismo. Nell’Autobiografia spiega
perché alla sua morale trovò il fondamento in Platone e non in
Aristotele, dando delle due dottrine la seguente caratteristica: Perché la metafisica d'Aristotele
conduce a un principio fisico, il quale è materia, dalla quale si educono
le forme particolari, e si fa Iddio un vasellaio che lavori le cose fuori
di sé; ma la metafisica di Platone conduce a un principio metafisico, che
è lor idea eterna, che da sé educe e crea la 1 Vedi in proposito
qui appresso il cap. IV: Dal concetto della grazia a quello della
Provvidenza. 2 Così l’Autobiografia. Ma a determinare il passaggio
del V. dal Secentismo al purismo trecentesco concorse moltissimo, sebbene
egli non lo dica, l'influsso di Leonardo di Capua. Cfr. NicoLINI, Per
la biografia cit., puntata III. materia medesima, come uno
spirito seminale che esso stesso si formi l’uovo ». Dove non è
propriamente definita né la metafisica di Aristotele, né quella di
Platone. L’ Iddio aristotelico che pensa se stesso, è troppo pago di sé
perché possa fare questo mestiere del vasellaio, che tragga le forme
dalla materia. Tutte le forme le ha in sé; e quindi anche quella della
giustizia. D'altra parte, l’ idea, che è l’ente, per Platone, ha fuori di
sé la materia, che è il non-ente, e non può edurla quindi da sé. Questo
platonismo polemizzante con Aristotele non è filosofia platonica, ma posteriore
ad Aristotele, neoplatonica. E più in là, dove V. accenna allo studio
della fisica gassendiana e cartesiana da lui potuto fare in quello stesso
torno di tempo, a Vatolla, su Lucrezio e sui Fundamenta physicae del
Regio, dice esplicitamente che queste fisiche gli erano come divertimenti
dalle meditazioni severe sopra i metafisici platonici » 1. E altrove
ricorda i Marsili Ficino, i Pico della Mirandola, e lamenta che i
letterati napoletani, che dianzi volevano le metafisiche chiuse nei chiostri,
poi per la moda cartesiana avessero preso a tutta voga a coltivarle, non
già sopra i Platoni e i Plotini coi Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono
tanti gran letterati, ma sopra le Meditazioni di Renato delle Carte ».
I Anche a codesto proposito, l’Autobiografia, secondo il Nicolini,
è anacronistica. Antigassendiano e soprattutto anticartesiano, V. secondo lui,
fu soltanto dal 1710 in poi. Nella sua gioventù,invece, anch'egli
partecipò all'’ammirazione dei suoi amici e concittadini per Lucrezio
(sul quale è da vedere un suo importante giudizio in Opere, ediz. Ferrari, VI,
138, e cfr. Croce, Filos. di G. B. V.2, p. 203); e, pur con riserve in
fatto di estetica (comuni, del resto, al Caloprese e agli altri
cartesiani napoletani) fu anch’egli per non pochi anni, cartesiano.
Vedere al riguardo NIcOLINI, Per la biografia, puntata III. Aggiungo per
curiosità che le opere di ARISTOTELE furono studiate dal V. in un esemplare
della magnifica edizione giuntina del 1550 sgg., il quale, serbato Oggi
dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, reca ancora l’ex libris del
convento di Santa Maria della Pietà di quella terra. E quell’edizione
reca appunto il gran commento » di Averroè. Cfr. NICOLINI, Per la
biografia, puntata II. L’aristotelismo rifiutato dal giovane V. era
dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè !;
il platonismo da lui abbracciato è il monismo emanatistico di Plotino
così strettamente affine a quello del De la causa di Bruno 2. Lo spirito
seminale è il Xyog otepuatimnòe O tvebpa orsppatixòv: quei spiritalia et
vIvifica semina, onde, secondo il Ficino, l’anima del mondo, emanazione
di Dio e vita vitarum, avviverebbe la natura. Punto di capitale
importanza nella storia del pensiero di Giambattista V.. Dal
neoplatonismo egli dovette ricevere un forte impulso ad approfondire il
concetto agostiniano della grazia come mediazione della volontà umana
I Cfr. Autob., p. 11: La metafisica non lo aveva soccorso per gli
studi della morale, siccome di nulla soccorse ad Averroè....» e p. 19:
Ne’ chiostri.... era stata introdotta fin dal sec. XI la metafisica
d’Aristotile, che quantunque per quello che questo filosofo vi conferì
del suo ella avesse servito innanzi agli empi averroisti....». Qui
risuona l'eco della polemica di Marsilio Ficino contro l’averroismo. Un
ravviÌcinamento del pensiero vichiano a quello del Ficino fece già F. DE
SANCTIS, St. d. letter. ital., ed. Croce. Bari, Laterza, 1912, II, 290-1;
e poi meglio K. WERNER, G. B. V. als Philosoph und gelehrter
Forscher, Wien, Braumiiller, 1881,8-9; per cui cfr. FLINT, V.,
Edimburgh a. London, 1884,74-5, 128-9. In una recensione della prima
edizione di questi studi un critico della Civiltà Cattolica, quaderno del
5 febbraio 1916, osservava che se V. nella pref. al Diritto Universale
dice che Aristoteles in Ethicis
doctrinae civilis principia vecte aut a divina philosophia esse
repetenda: namque haec metaphysices argumenta Philosophi alteram
philosophiae partem statuebant, et ‘ verum divinarum * nomine
significabant »: da ciò appare come V. non avesse nella prima fase de’
suoi studi rifiutato, secondo vorrebbe il Gentile, l’aristotelismo, quasi
dualismo rigido, a cui esso si era ridotto in Averroè ». Ma io avevo
detto: L'aristotelismo rifiutato dal giovane V. era dunque quel dualismo
rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè ». Dunque, non io avevo
affermato che V. avesse respinto l’ aristotelismo: questo lo dice esso V..
Io dicevo invece che, sotto nome di aristotelismo, V. aveva respinto
l’averroismo. Questo è nomato da’ Platonici fabro del mondo [cfr. il
fabbro del mondo delle nazioni di V.].... Plotino lo dice padre e
progenitore, ed è il prossimo dispensator de le forme. Da nol si chiama
artefice interno, perché forma la materia e la figura da dentro, come da
dentro del seme o radice manda ed esplica lo stipe; da dentro lo stipe
cacci i rami» ecc. Così G. Bruno, De la causa, in Opere italiane, ed. Gentile,
I2, 179, e cfr. De minimo, I, 3, in Opera latine conser, I, III,
142. 3 e della divina, e attingere il primo bisogno dell’immanenza
del divino nella natura e nella storia. Una pagina della Theologia
Platonica (IV, I) del Ficino dovette fermare certamente la sua attenzione,
poiché un’eco ne risuona, molti anni dopo, nelle teorie fondamentali del
De antiquissima e della stessa Scienza Nuova; e merita esser
riletta. | Proinde si ars humana nihil est aliud quam naturae
imitatio quaedam, atque haec ars per certas operum rationes
fabricat opera, similiter efficit ipsa natura, et tanto vivaciore
sapientioreque arte, quanto efficit efficacius et efficit pulchriora. Ac
si ars vivas rationes habet, quae opera facit non viventia, neque principales
formas inducit, neque integras, quanto magis putandum est vivas naturae
rationes inesse, quae viventia generat, formasque principales producit et
integras ! Quid est ars humana? Natura quaedam materiam tractans
exstrinsecus [cfr. il vasellaio del V.]. Quid natura ? Ars intrinsecus
materiam temperans, ac si faber lignarius esset in ligno. Quod si ars
humana, quamvis sit extra materiam, tamen usque adeo congruit et
propinquat operi faciundo, ut certa opera certis consummet ideis, quanto
magis ars id naturalis implebit, quae non ita materiae superficiem per
manus aliave instrumenta exteriora tangit, ut geometrae anima pulverem,
quando figuras describit in terra, sed perinde ut geometrica mens
materiam intrinsecus phantasticam fabricat. Sicut enim geometrae mens, dum
figurarum rationes secum ipsa volutat, format imaginibus figurarum
intrinsecus phantasiam, perque hanc spiritum quoque phantasticum absque
labore aliquo vel consilio, ita in naturali arte divina quaedam
sapientia per rationes intellectuales vim ipsam vivificam et motricem
ipsi coniunctam naturalibus seminibus imbuit, perque hanc materiam quoque
facillime format intrinsecus. Quid artificium ? mens artificis in materia
separata. Quid naturae opus ? naturae mens in coniuncta materia. Tanto
igitur huius operis ordo similior est ordini qui in arte est naturali,
quam ordo artificii hominis arti; quanto et materia propinquior est
naturae quam homini, et natura magis quam homo materiae dominatur. Ergo
dubitabis certorum operum certas in natura ponere rationes ? Imo
vero sicut ars humana quia superficiem tangit materiae, et per
contingentes fabricat rationes, formas similiter solum efficit
contingentes, é sic naturalem artem, quia formas gignit
sive eruit substantialis ex materiae fundo, constat funditus operari per
rationes essentiales atque perpetuas !. E si riscontri quest'altro
luogo dello stesso Ficino nel suo Commento al Parmenide platonico:
Cum enim nos per cognitionem non simus authores rerum, nulla
forsan est ratio quare percipiamus eas, nisi proportio quaedam; cum vero divina
scientia sit causa prima rerum, non ideo res cogniturus est Deus, quia
congruat cum natura rerum, sed ideo cognoscit quoniam ipse est causa
rerum. Qui, cognoscendo se ipsum principium omnium, omnia statim et
cognoscit et facit ?. Nella tradizione platonica italiana questa
equazione tra conoscere e fare rimase un punto fermo, e fu ripetuta
talvolta come un luogo comune anche da filosofi che non fecero poi su
questo concetto tanta attenzione da sentire il bisogno di svilupparlo e
connetterlo intimamente con le altre loro dottrine. Così nel trattato De
arcanis aeternitatis di G. Cardano s'incontra una chiara formulazione
della stessa dottrina vichiana, quantunque lasciata lì senza svolgimento
e senza rilievo. Il Cardano dice: Anima humana in corpore posita
substantias rerum attingere non potest, sed in illarum superficie vagatur
sensuum auxilio, scrutando mensuras, actiones, similitudines ac
doctrinas. Scientia vero mentis, quae res facit, est quasi ipsa res,
velut etiam in humanis scientia trigoni, quod habeat tres angulos duobus
rectis aequales, eadem ferme est ipsi veritati: unde patet
naturalem scientiam alterius generis esse a vera scientia in nobis
3. E non avrà letto V. questa pagina del Cardano ? Egli non
cita mai né Bruno, né Campanella. Ma non è Ficino, Opera, Basilea, 1561,
t. I, p. 123. 2? Comm. in Parm., c. 32, in Opera, II, 1149. 3
Tract. de arc. aetern., c. 4. Cfr. FIORENTINO, B. Telesio, I, 212. meraviglia,
chi pensi ai suoi profondi scrupoli religiosi. Che egli tuttavia, con
quella sua insaziabile curiosità, che gli faceva cercare ogni sorta di
libri, non leggesse anche di questi filosofi famosi ancorché esecrati
quel che trovava nella biblioteca del Valletta, a lui, come sappiamo
di sicuro, ben nota :, non è credibile. Ora in quella biblioteca sì
conservava (e si conserva tuttavia nella Biblioteca dei Gerolamini, dove
i libri del Valletta passarono) l’esemplare della Scelta d’alcune poesie filosofiche
di Settimontano Squilla cavate da’ suoi libri detti La Cantica con
l’esposizione, stampato l'anno MDCXXII » che era stato usato e corretto
dall'autore medesimo. Ed era libro che il Valletta non solo possedeva, ma
aveva letto? egli stesso, e poteva perciò aver avuto egli stesso
occasione di additare all'amico filosofo e gran divoratore di
libri. In quelle Poesîe V. poté leggere i seguenti versi: Ma
lo Senno Primero che tutte cose feo tutte è insieme, e
fue; né per saperle, in lor si muta Deo, S’egli era
quelle già in esser più vero. Tu, inventor, l’opre tue
sai, non impari; e Dio è primo ingegniero. I Autob. ed.
CROCE,41, 113, 192. È anzi tanto più sicuro che con la biblioteca
Valletta V. avesse familiarità fin dai suoi primi studi, in quanto il
Valletta appunto, ch'egli aveva conosciuto nella sua puerizia, fu uno dei suoi
primi protettori e colui che lo indusse a porre a stampa le sue
prime poesie: cfr. NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I,30 sgg., e
puntata III. 2 [Cfr. infatti L. AMABILE, Il Santo Officio della
Inquisizione in Napoli, Città di Castello, 1892, II, 67 n. 1. E come la Scelta
di poesie, così il Valletta possedeva e aveva lette altre opere del
Campanella. Ho ricevuto »,scriveva, per
es., in una sua lettera inedita al Magliabechi, serbata nel magliabechiano
segnato VIII, 1090, ho ricevuto l’
Incredulo senza scusa del p. SEGNERI, dove ho lette molte cose riportate
dal padre CAMPANELLA nel suo Afeismo trionfato....». (Comunicazione di F.
NICOLINI)}. Dio primo ingegniero » è frase che infatti si
ritroverà nello stesso V. !. Il quale, nell'esposizione degli
stessi versi, poté trovare che Dio
è il primo ingegniere avanti la Natura; però sa il tutto; l’ insegna e
non l’ impara »?. E in altro luogo3 dell’esposizione: Se l’alma non
sa come s’ è fabbricato il corpo, né come fece tante membra a tanti
usi, né come si frena il calore etc., è segno ch’essa non fece il
corpo»n4. Da questa dottrina neoplatonica non è dubbio che,
quando l’avrà covata nel suo cervello e fecondata di sue osservazioni, V.
trarrà l’opposizione scettica della gnoseologia del De antiquissima tra
il sapere divino che è formazione intrinseca della natura, e il sapere
umano che è la formazione estrinseca e superficiale, di cui parla
il Ficino 5; ma trarrà anche la sua intuizione dinamica o, I
De antiquissima, in Opere I, 179, e Vindiciae, in Opere, ed. Fer. rari,
IV, 309-310. ® CAMPANELLA, Poeste, ed. Gentile, p. 33.
3 O. c.. 4 Niun dubbio, io credo, che al V. doverono esser
note anche altre opere del Campanella, e che meriti di essere studiato il
problema delle suggestioni che dové riceverne. Alle osservazioni di A.
SARNO, (Campanella e V., nel Giornale critico della filosofia ital., IV,
1924, p. 137) altre importanti ce ne sarebbero da aggiungere. Cfr. il
mio G. Bruno e il pensiero del Rinascimento?, Firenze, Vallecchi,
1925, p. 276. Aggiungo qui un riscontro alla dottrina vichiana della
Provvidenza relativa alla eterogenia dei fini. Campanella (nella Città del
sole ed. Kvaéala, p. 65) dice: Però gli
spagnoli trovaro il resto del mondo, benché il primo trovatore fu il
Colombo nostro genovese, per unirlo tutto a una legge; e questi filosofi
saranno testimoni della verità eletti da Dio; e si vede che noi non sappiamo
quello che facemo, ma siamo instrumenti di Dio: quelli vanno per avarizia
di danari cercando nuovi paesi, ma Dio intende più alto fine. Il sole cerca
struggere la terra, non far piante e uomini; ma Dio si serve di loro: in
questo sia laudato ». Cfr. ed. Paladino, p. 59. 5 La derivazione
neoplatonica di questa dottrina vichiana è ormai riconosciuta. Vedi
Croce, Fonti della gnoseologia vichiana, in Saggio sullo Hegel seguito da
altri scritti ecc., Bari, Laterza, 1913,250-I. GIAN PaoLo ricorda anche
lui questo concetto del conoscere come fare, attribuendolo agli
scolastici: So wie nach den Scholastikern Gott alles erkennt, weil er es
erschafft, so bringht das Kind nur ins geistige Erschaffen hinein; die
Fertigkeit des erkennden Aufmerkens folgt dann von selber »: Levana, $
131. Ma si tratta di una vaga reminiscenza. com’egli, confondendo
in uno Zenone d’ Elea con quello di Cizio, userà dire, zenonistica !: che
è vero e proprio panteismo. E quell’opposizione, se dapprima potrà
dar luogo allo scetticismo della metafisica vichiana, più tardi
renderà possibile la profonda concezione — che è la scoperta di V. — della
scienza del mondo umano, 0, com’ è stato detto, della metafisica della
mente. Giacché, una volta ammesso il concetto neoplatonico, svolto
anch'esso dal Ficino ?, che Deus omnia agit et servat, et in
omnibus omnia operatur, poiché causae rerum sequentes Deum nihil
agunt absque virtute actioneque divina, Dio, immanente nell’operare di
una natura esterna a noi, sarà fuori di noi (onde la nostra conoscenza
della natura non potrà aver verità); ma Dio immanente nella volontà umana
sarà I Nell’ Autobiografia, nel De antiquissima, nella Sec.
risposta al Giorn. d. letterati V. parla indifferentemente di Zenone e
della sua scuola (de Zenone eiusque secta, Zenonii) e di Zenone e degli
stoici, mostrando perciò di unificare i due Zenoni. E Znv@vetot in Dio.
L., VII, 5 son detti gli stoici. La dottrina di Zenone, che V. dice
malamente riportata e combattuta da Aristotele (nel VI della Fisica), è
la celebre aporia dell’ Eleate intorno alla molteplicità, dove si arresta
la divisione del continuo a quel minimo, che egli poi dimostra non
potersi insieme non concepire come massimo. Ma la ricostruzione che V.
stesso nella Sec. risposta $ 4 dà della sua interpretazione dei punti
metafisici (che parrebbero questi minimi), risalendo ai numeri
zenoniani-pitagorici, è fantastica. Realmente egli aveva contaminato il
concetto dell’ Eleate con la dottrina stoica, ed il dinamismo del De
antiquissima è di origine stoica. Si chiamino punti metafisici i X6yot
orepuatixot, e la metafisica di V. avrà la sua base nello stoicismo. Con
la cui rpévota, quale si ritrova nei neoplatonici, da Plotino (Enn. III,
2, 3) a Ficino (7A. pI. II, 13), dovrebbe pure essere messa in relazione
la Provvidenza della Scienza Nuova. Ma non mi par dubbio che al V. lo
stoicismo perviene attraverso i neoplatonici. E mi par degno di nota che
la polemica vichiana contro il concetto della divisione all’ infinito opposto
da Aristotele a Zenone (De ant. c. IV, $ 2) si riscontra puntualmente con
quella che contro lo stesso concetto aveva rivolta fin dal 1591 il Bruno
nel De triplici minimo, I, 6-8: in cui può parere che si ripiglino gli
argomenti lucreziani in favore dell’atomo, ma in realtà, come in V., si
trasforma l’atomo in conato, o operazione dell'anima del mondo (v.
GENTILE, G. Bruno e il pensiero del Rinascimento,223-4). Le radici delle due
filosofie, bruniana e vichiana, si toccano e s' intrecciano.
2 Theol. plat., II, 7. in nol, proprio come diceva Bruno, più che
noi medesimi non siamo dentro a noi (e la conoscenza del nostro
mondo sarà certa) !. A Vatolla giungevano bensì le novelle di
Napoli e delle forme di cultura che colà venivano in auge. La notizia
del nuovo epicureismo, messo in onore dal Gassendi, fa studiare al V.
Lucrezio: la cui dottrina, data già la sua intuizione metafisica, non
poteva non apparirgli quale gli apparve, o almeno, egli asseriva
molti anni più tardi, che gli era apparsa ?: una filosofia da soddisfare le
menti corte de’ fanciulli e le deboli delle donnicciuole ». Questo studio
gli servi di gran motivo di confermarsi vie più ne’ dogmi di Platone »
3; cioè dei neoplatonici; pensando 4
essere principio delle cose tutte una idea eterna, tutta scevera
da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia 5, crea tutte le cose
in I Cfr. il concetto vichiano dell’astuzia della Provvidenza, per
cui il vero soggetto nostro trascende neoplatonicamente il nostro
soggetto empirico e i suoi fini particolari e finiti. ® Si
veda sopra p. 28 nota 1. Qui si aggiunge che della voga goduta a Napoli dal
poema lucreziano, V., più che da lontano e per sentito dire, ossia a
Vatolla, ebbe notizia molto da vicino e per conoscenza diretta, vale a dire a
Napoli stessa. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. 3 Ma
non forse, com’ è detto nell’ Autobiografia, durante il periodo
vatollese, bensì alcuni anni più tardi, e forse non troppo prima del
1708. Cfr. NicoLINI, Per la biografia, puntata III. 4 Autob.,
p. 17. 5 Non operari eum
[Deum] externos effectus per meram intelligentiam, nisi accedat voluntatis
assensus »: Ficino, Th. fI., II, 11; t. I, p. 107. Può parere la dottrina
di S. Tommaso, Summa theol., I, q. XIV, a. 8. Se non che, per Ficino,
come già per Plotino, come per Bruno e per Spinoza, la volontà razionale
di Dio coincide con l'intelligenza, ed è quindi libera in quanto
necessaria. Vedi
Th. pi., II, 12: Si ubi plus est rationis, ibi sortis est minus, in Deo,
qui summa ratio est, vel fons rationis, nihil potest cogitari
fortuitum.... Necessitas autem ipse est Deus.... Et quoniam necessitati
nulla praeest necessitas, ideo ibi est summa libertas.... At in Deo idem
est re ipsa esse, intelligere, velle. Quamobrem ita est per voluntatem
suam intelligentiae essentiaeque suae compos, ut non modo sicut est et
sicut intelligit suapte natura, ita quoque velit, verum etiam sicut vult,
ita intelligat atque existat ». Cfr. PLotINO. Enn.] tempo e le contiene dentro di sé e
contenendole le sostiene » !. A Napoli era salita in pregio la
fisica sperimentale, e si magnificava il nome di Roberto Boyle. V. ne
ebbe sentore; ma egli stesso ci dice di averla voluta da sé
lontana.... perché nulla conferiva alla filosofia dell’uomo.... ed egli
principalmente attendeva allo studio delle leggi romane, i cui principali
fondamenti sono la filosofia degli umani costumi e la scienza della
lingua e del governo romano, che unicamente si apprende sui latini scrittori ».
Il suo spirito graviterà sempre più verso il mondo umano; di un
umanesimo concepito come accade di concepirlo a chi la realtà umana sia
avvezzo a mirare nel diritto positivo, ossia come società. Ond’ è che non gli
parrà mai morale quella degli stoici né quella degli epicurei, siccome quelle che entrambe sono una morale
di solitari ». Poi venne a sapere aver oscurato la fama di tutte
le passate la fisica di Renato delle Carte »; e cercò averne
contezza. Ma già infatti l'aveva studiata e giudicata nell’opera del Regio, e
l'aveva respinta perché meccanica al pari di quella di Epicuro.
Tornò definitivamente a Napoli; e trovò tutta Napoli cartesiana; e
per amor di Cartesio tornata anche alla metafisica 2. Si erano cominciate a coltivare le
Meditazioni metafisiche ». Egli, l’autodidatta, tuttavia immerso
nelle meditazioni severe sopra i
metafisici platonici », non provò per la metafisica cartesiana la stessa
ripugnanza che per la fisica. Vide e non vide il carattere di questa
filosofia: non la trovò coerente, perché
alla sua fisica con I Deus
ideo est in omnibus, quia omnia in eo sunt, quae nisi essent in eo,
essent nusquam, et omnino non essent »: FicIino, op. cit., II, 6; G.
Pico, Heptaplus, V, 6. 2? Naturalmente, nell’affermarsi assai
sorpreso di trovar Napoli affatto diversa da quella ch’egli aveva
lasciata, V. esagera, secondo il Nicolini, giacché, come s’è detto, i
suoi contatti con la sua città natale durante il novennio vatollese erano
stati frequenti e talora abbastanza lunghi.] verrebbe una metafisica che
stabilisse un solo genere di sostanza corporea operante »: e quindi alla
sua metafisica una fisica fondata sui principii spirituali (spiriti
seminali) dei corpi. Ed aveva ragione, come dimostrava in quel
torno, a insaputa di V., il Leibniz, che movendo dal cogito cartesiano,
trasformava il meccanismo nel dinamismo. E in conclusione quello sterile
abbozzo metafisico delle Meditazioni, soffocato dal meccanismo quindi
incapace di svolgimento sistematico, parve al V. niente più che un
brandello del platonismo suo. Più tardi, quando s'acuì il suo senso di
avversione al cartesianismo, scrisse addirittura il Descartes non aver
fatto altro che tracciare alquante prime linee di metafisica alla maniera
di Platone.... per avere un giorno il regno anche tra’ chiostri, dove una
metafisica materialista non sarebbe stata mai accolta ». Ingenuo giudizio
postumo. Quando, intorno al 1695, poté conoscere le Meditazioni dovette
scorgervi tracce luminose di verità, rese più visibili dal
contrasto di esse col giudizio che egli aveva dato della fisica
cartesiana e con l’aspettativa, poi delusa, che questa gli aveva fatto
nascere rispetto alla metafisica. L’ inconseguenza cartesiana dové
parergli una felix culpa, da render degno di stima anche ai suoi occhi il
celebrato filosofo francese; e con l’acrisia ermeneutica, della quale
doveva dare nelle sue opere così curiosa dimostrazione !, dovette in un
primo momento piuttosto esagerare che attenuare il merito del
Cartesio, scorgendovi più platonismo che realmente non vi sia, e che lo
stesso V. più tardi non vi riconoscesse. Il suo neoplatonismo non era la
preparazione più adatta per entrare nello spirito del
cartesianismo, né per quel che è il difetto, né per quel che è il pregio
di esso. Ei rimase chiuso dentro di sé a rimuginare il suo I
V. le note del NicoLinI alla sua edizione della Scienza Nuova.
pensiero; e quel Cartesio che vi ammise, fu un Cartesio
neoplatonico. Giova chiarire brevemente questa situazione. L’
intuizione fondamentale cartesiana (metafisica) è direttamente opposta
alla platonica e neoplatonica: in quanto questa è orientata verso l’ Uno,
o l’ Idea, o Dio, come oggetto o come verità; quella invece verso il
pensiero, come soggetto o certezza. Il problema di Platone è appunto il
concetto della verità, quello di Cartesio il concetto della certezza.
Dentro ciascuno di questi concetti le due filosofie ricomprendono,
naturalmente, e costruiscono tutta la realtà, la quale nell’uno e
nell’altro è diversa soltanto se si considera come contenuto del rispettivo
concetto, in cui si organizza. Lo stesso concetto della certezza, c’ è nel
platonismo, ma come momento del concetto della verità; e questo c’ è nel
cartesianismo, ma come momento del concetto della certezza. La differenza, in
altri termini, è nel punto di partenza, in quanto Platone muove
dalla massima oggettività (le idee come mondo intelligibile), e Cartesio dalla
massima soggettività (1’ idea come attività intelligente). V.,
platoneggiando, muove dalla massima oggettività (quella idea, che egli
dice scevera da corpo): e però in Cartesio, quando vi trova solo
alquante linee di metafisica platonica, non vede il principio, il centro
stesso, intorno a cui tutto gravita: la certezza; o meglio, vi vede questo
concetto, platonicamente, come momento della verità. Le critiche che farà più
tardi a Cartesio attesteranno appunto questo capovolgimento che egli
fa del cartesianismo. Ma queste critiche, com’ è naturale, verranno più
tardi in conseguenza della logica che egli metteva dentro al suo concetto del
cartesianismo. Qui è l'urto dell’autodidatta col pensiero del
tempo suo: poiché col vecchio cervello esercitato sulle opere della
libreria dei Minori Osservanti di Vatolla egli si trova a pensare un
mondo nuovo, prodottosi intanto nella cultura europea. Lo
scetticismo intorno alle scienze naturali, che trovò a Napoli sostenuto da
uomini come Tommaso Cornelio e Leonardo da Capua ', non doveva fargli
specie: anzi veniva incontro a quella opposizione tra sapienza umana e divina,
che egli aveva trovata nei neoplatonici. La filosofia galileiana di un Luca
Antonio Porzio, suo stretto amico ?, dovette parergli una
esemplificazione appunto dell’arte umana incapace d’entrare nell’ interno della
natura. Bacone, conosciuto in quel tempo, non destò per altro la sua
ammirazione, che per avere nel De augmentis esposto l’elenco dei
desiderati della scienza. Quell’altro aspetto della soggettività, a cul
mirava il filosofo inglese nella sua polemica contro la logica
aristotelica e nella rivendicazione del sapere come ricerca della causa
reale, non poteva fermare la sua attenzione. Questa nuova
filosofia non poteva avere un significato per lui, rimasto cogli
occhi intenti sulla realtà platonica, oggetto del pensiero.
Eppure il suo cuore non era in quella realtà. La filosofia egli l'aveva
cercata per intendere il mondo umano. Per questo aveva cercato l’etica
aristotelica; per questo ne aveva schivato la metafisica intesa a mo’
degli averroisti, e s'era volto ai platonici. Per questo mondo, che è
mondo dell’umana volontà, s'era affacciato alle controversie sulla grazia, e
s'era fermato in un concetto che non negasse l'autonomia del volere
umano, ma né pure l'azione su di esso del volere divino. E facendo sua
la metafisica degli zenonisti, per salvare il suo mondo, era
scantonato innanzi alla loro morale. E perché il suo interesse era tutto in
cotesto mondo, non lo aveva attratto I Autob.,21, 33; e del
CORNELIO v. il De ratione philosophandi, in Progymnasmata physica,
Napoli, 1688,66 e sgg. Cfr. ora il citato scritto del Croce, Fonti della
gnoseologia vichiana. 2 Autob., p. 37. Boyle con la
sua fisica da tutti vantata; ed egli poté consentire con gli scettici della
scienza della natura, e, oltre Platone raffigurante l’uomo quale deve
essere, leggere Tacito che lo rappresenta quale è, e in Bacone
ammirare il magnanimo programma della storia umana futura. Questo
umanesimo è dentro lo stesso vecchio cervello del platonico filosofante;
e preme da dentro per rompere la corteccia, o scioglierla, piuttosto, e
riassorbirla nel circolo della sua vita. Poiché V. non resterà di qua da
Cartesio e da Bacone; anzi se li lascerà indietro; ma con quanta fatica,
si sforzerà di procedere, e di dare intera la vita a quell’umanesimo che
gli si agita dentro ! Né dalla contraddizione si libererà mai del
tutto. Quando nel dicembre 1697 si bandisce il concorso per
la cattedra di rettorica dell’universià, qual meraviglia che il nostro
umanista, abituato a cercare il pensiero nelle parole, e nelle parole il
pensiero, lettore assiduo di poeti e di filosofi, a intelligenza del suo
diritto romano, vi slinscriva ? Il 31 gennaio 1699 è nominato
professore di rettorica, alla cattedra di cui si dovrà contentare
per tutta la vita. Ma qual meraviglia se il nuovo professore,
dovendo per l’ ufficio suo recitare nell’annuale inaugurazione degli studi un
discorso d’occasione, trasformerà ogni volta l’ordinaria parenesi
rettorica in una meditazione filosofica ? II. I primi
documenti diretti del pensiero filosofico del V. (poiché finora abbiamo
ragionato dei suoi primi studi vagliando i suoi ricordi, non anteriori al
1725), sono le sei orazioni inaugurali da lui scritte tra l’ottobre 1699
e l'ottobre 1707: la prima e le ultime quattro pubblicate da
Antonio Galasso nel 1867 ! di sul manoscritto, in cui l’autore, non avendole
messe a stampa, le aveva raccolte e donate al suo amico p. Antonio
da Palazzuolo; la seconda acefala, dal Villarosa nel 1823 ?, e
quindi ristampata più volte nelle varie raccolte delle opere vichiane; ma
dal Galasso integrata del principio che si desiderava. Questi scritti,
per altro, da mezzo secolo che sono venuti alla luce, non sono stati mai
studiati con l’attenzione che meritano le prime manifestazioni di un
pensiero così profondamente originale. Quando furono pubblicati, il
Cantoni, che due anni prima aveva pubblicato sul V. un’ampia monografia
(dalla quale, a dir vero, non risulta perché l’autore giudicasse il
filosofo napoletano degno di un così largo studio) 3, se trovò lodevole
l’opera del Galasso 4, non esitò a dire che queste orazioni si aggirano
intorno ai vantaggi del sapere e dello studio, e per verità, meno qualche
considerazione qua e là, esse non escono dai luoghi comuni delle
mille orazioni accademiche che si fecero sopra un tale argomento » 5.
Roberto Flint, che è stato degli studiosi più accurati della filosofia
vichiana, riconobbe che le prime tracce di questa son da cercare in
queste orazioni, vedendo qual conto fosse da fare del giudizio che ne dà
nella sua Vita lo stesso V.; e fece di queste orazioni una succinta
I Cinque orazioni latine inedite di G. B. V. pubbl. da un cod. ms.
della Bibl. naz. [di Napoli] per cura di A. GaLasso, Napoli, Morano,
1869. Una nuova edizione è nel primo volume delle Opere, a cura di
Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, e a questa edizione mi riferisco in
questo volume ove cito soltanto: Opere, I. 2 JoH. B. Vici,
Opuscula, Neapoli,191-208. 3 V. le mie Orig. della filos. contemp.
în Italia, 1%,280-85, e A. FacGI, Cantoni e V., nella Riv. filos., IX
(1906),593 S8g8 4 Il Galasso premise alle orazioni un lungo discorso col
titolo Storia intima della Scienza Nuova; il quale gira molto largo, e
non stringe mai da presso la questione del valore storico delle orazioni
pubblicate. 5 C. CANTONI, recensione del vol. del Galasso nella
Nuova Antologia del 1870, vol XIV, p. 392. analisi !,
additando alcuni concetti, che saranno ripresi e svolti nelle opere
posteriori. Ma l’analisi merita di essere ripresa e guidata da un più
pieno concetto storico dello svolgimento di tutto il pensiero
vichiano. Soggetto della prima orazione è la dimostrazione
della sentenza: Suam ipsius cognittonem ad omnem doctrinarum orbem brevi
absolvendum maximo cuique esse incitamento; ossia che la conoscenza dello
spirito contiene in sé i principii di tutto lo scibile, poiché nello
spirito umano si contraggono tutte le forme del reale. Era stato un
concetto eloquentemente svolto dal Pico nel De hkomanis dignitate, e anche
altrove. Dio, secondo il Pico, creato il mondo e fatto Adamo, avrebbe
detto a questo: Nec certam sedem,
nec propriam faciem, nec munus ullum peculiare tibi dedimus, o Adam, ut
quam sedem, quam faciem, quae munera tute optaveris, ea, pro voto, pro
tua sententia, habeas et possideas. Definita caeteris natura intra
praescriptas a nobis leges coèrcetur; tu nullis angustiis coèrcitus, pro tuo
arbitrio, in cuius manu te posui, tibi illam praefinies. Medium te mundi
posui, ut circumspiceres inde commodius quicquid est in mundo. Nec te
coelestem, neque terrenum, neque mortalem, neque immortalem fecimus,
ut tur 1psius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor, in
quam malueris, tute formam effingas. Poteris in inferiora, quae sunt
bruta, degenerare; poteris in superiora, quae sunt divina, ex tui animi
sententia regenerari ». All’uomo perciò è dato habere quod optat, 1d esse
quod velit. I bruti, da che nascono, portano seco quel che potranno mai
possedere. Gli spiriti supremi (gli angeli) furono fin da
principio, o poco dopo, ciò che saranno in eterno. Nascenti homini
omnifaria semina et omnigenae vitae germina indidit Pater. FLINT, V.,50-58. Un
breve cenno, proporzionato all’ indole del suo libro, ne ha fatto B. Croce, La
filosofia di G. B. V. A seconda di quello che ne avrà coltivato, ognuno
crescerà e fruttificherà. S7 vegetalia, planta fiet; si sensualia,
obbrutescet; si rationalia, coeleste evadet animal; si intellectualia, angelus
eritt et Dei filius. Et si, nulla creaturarum sorte contentus, in
unitatis centrum suae se receperit, unus cum Deo spiritus factus, in
solitaria Patris caligine, qui est super omnia constitutus, omnibus
antestabit »*. E per questa sua onnifaria natura l’uomo si può dire possegga
l’ immagine di Dio. Non la sua natura spirituale, intelligibile,
invisibile e incorporea è il carattere privilegiato che fa ritrovare in
lui un'immagine di Dio. La stessa natura è negli angeli, e più
eccellente, e meno commista alla natura contraria. La proprietà,
onde l’uomo si assomiglia a Dio, è questa, che kominis substantta omnium
in se mnaturarum substantias et totius universitatis plenitudinem re ipsa
complectitur ». Re ipsa: vale a dire, non in quanto le può pensare, ma in
quanto può realizzarle. Con questa sola differenza tra Dio e
l’uomo: che il primo contiene in sé tutto, come principio di tutto;
1l secondo contiene tutto, come medio tra tutti gli esseri, onde in lui
tutti gli esseri inferiori si nobilitano e i superiori degenerano ?. Ccen
questo panteistico concetto dell’uomo, V. richiama il sacro detto che era
scritto a lettere d’oro sul tempio di Apollo: Tvad. cexvtév: due parole
piene di tanta verità, che dagli antichi, quantunque alcuni le
attribuissero a Pitagora, molti a Talete, altri a Biante, altri a Chione,
tutti, per consentimento generale, vere colonne dell’umana sapienza, si
finì col toglierle a questi stessi sapientissimi uomini, e ascriverle per
unanime consenso all’oracolo pizio. Così parve meraviglioso che, tam
pressa brevitate, questo motto potesse contenere tale ab I Pico, Opera,
Basilea, 1601, p. 208. 2 Cfr. Heptapl.] bondanza di significato profondo.
Giacché questo motto non fu escogitato a reprimere la superbia umana,
come pur si crede volgarmente, quasi inculcasse di considerare la
scarsezza delle forze umane; anzi ad eccitare e incorare gli uomini a
quanto v’ è di grande e di sublime, riconoscendone loro la capacità.
Difficile bensì questa piena cognizione di se medesimo. Difficile
in ogni tempo: ma allora poi, a Napoli, difficilissima. V. ricorderà nella sua
Vita: che allora, negli anni estremi del sec. XVII, tra i suoi
concittadini ai quantunque dotti e grandi ingegni, perché si eran
prima tutti e lungo tempo occupati in fisiche corpuscolari, in
isperienze ed in macchine », le Meditazioni cartesiane riuscivano astrusissime
appunto per la difficoltà di ritrar da’ sensi le menti per meditarvi;
onde l'elogio di gran filosofo era: — Costui intende le Meditazioni di
Renato ». Non fisiche corpuscolari, esperienze e macchine, ma la
contemplazione del mondo intelligibile, in cui si sono esercitati i platonici,
occorreva per una metafisica come la cartesiana. E cartesiano egli, in
quanto platonico, poteva sentirsi nel 1699 dicendo magnus ingenti conatus est revocare mentem a
sensibus et a consuetudine cogitationem abducere». In una dignità della Scienza
Nuova (la LXIII) dirà che la mente umana è inchinata naturalmente
co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo
della riflessione ad intendere se medesima ». L’ascenso, infatti, pei
platonici è arduo, difficile, e di pochi. Quell’abducere a consuetudine
cogitationem innesta bensì sul vecchio motivo platonico un elemento
cartesiano, che è la critica del sapere ricevuto, della tradizione o della storia
positiva. Ma V. non se n’'accorge, e insiste nel motivo platonico: Af mentis actes, quae omnia invisit, se
ipsam intuens, hebescit. Vel hoc 1 dutob., p. 25.
ipso agnoscis animi iui divinitatem, eumque Dei Opt. Max. simulacrum esse
animadvertis ». Par di riudire Pico. L’animo pel V. è expressissimum
simulacrum di Dio, per la medesima ragione per cui tutti i neoplatonici,
da Plotino fino, si può dire, a Spinoza, concepiscono Dio come uno,
non moltiplicabile per se stesso, e quindi tutto in tutto, e come Dio
l’uno: ossia come sua emanazione, suo modo, ogni unità.
Ut enim Deus per ca, quae facta suni atque hac rerum universitate
continentur, cognoscitur; ita et animus der rationem, qua dpraestat, per
sagacitatem + et motum, per memoriam et ingenium divinus esse percipitur
». La molteplicità del mondo fa conoscere Dio, come la molteplicità delle
operazioni psichiche fa conoscere l’anima. Ma, come il molteplice fa
conoscere l’ Uno ? Ci sono due modi di passare dal molteplice all’ Uno: uno
dei quali è quello di S. Tommaso (degli argomenti a posteriori
dell'esistenza di Dio), per cui il molteplice è sostanzialmente
differente dall’ Uno: e l’ Uno si può concepire perciò senza il
molteplice, né questo contiene in sé quello; e l’altro è quello di
Spinoza (dell'argomento 4 prior: o ontologico), per cui il molteplice non
è pensabile senza l’ Uno, poiché solo l’ Uno è pensabile; ma 1’ Uno non
si può pensare se non nell’ infinità dei suoi attributi (che ne
costituiscono l'essenza). Il modo di V. è questo di Spinoza, e non
quello di Tommaso: è il panteista. Ut
enim Deus in mundo, ita animus in corpore est. Deus per mundi elementa,
animus per membra corporis humani perfusus; uterque omni concretione
secreti omnique corpore meri I È qui da confrontare questo luogo
di Bruno: Sagacitas facultas distinctiva et apprehensiva circa errores,
qui a deceptoribus fabulosis et impostoribus ingerantur; et consistit in
potentia partim indicativa, partim scrutativa, qua, sicut naribus odorem
percipimus, ita ingenio sophistam et circumventorem »: G. BruNO, Lampas
trig. stat., in Opera, III, 143. 4 purique
agunt». L'uno e l’altro non si confondono (concretione secreti) con la materia,
in cui agiscono. Onde Dio e l’anima senza il mondo e il corpo saranno, ma
non si potranno conoscere. Per ea quae facta sunt cognoscuntur.
Così, se V. dice che mundus vivit quia Deus est; si mundus pereat,
etiam Deus erit, e analogamente corpus sentit quia viget animus; si
corpus occidat, animus tamen est immortalis, egli però premette: Deus
semper actuosus, semper operosus animus; e così pareggia le partite,
perché l’agire lega Dio al mondo e l’anima al corpo, e in generale
l’ Uno al molteplice, o, nel linguaggio cartesiano, la sostanza ali suoi
attributi. Che è cartesianismo rigoroso, come coraggiosamente poi
l’affermò Spinoza; ma è pure il neoplatonismo, assai più antico di
Spinoza e di Cartesio. Par di leggere Giordano Bruno: Er Deus in mundo, et in corpore animus
ubique adest, nec usquam comprehenditur: Deus enim in aethere movet sydera, in
aère i1ntorquet fulmina, in mari procellas ciet, in terra denique cuncta
gignit [quindi anche i pensieri della mente e i decreti della volontà];
mec coelum, nec mare, nec tellus Dei circumscriptae sunt sedes: mens
humana in aure audit, in oculo videt, in stomacho tirascitur, ridet 1n
liene, in corde sapit, in cerebro intelligit, nec in ulla corporis
parte habet finitum larem. Deus combplectitur et regit ommia, et
extra Deum nihil est; animus, ut cum Sallustio loquar, ‘ rector humani
generis, ipse agit atque habet cuncta, neque ipse habetur’ » 3.
I Cfr. G. Bruno, De la causa, dial. II: Se l’anima del mondo e
forma universale [cioè la divinità] se dicono essere per tutto, non s’ intende
corporalmente e dimensionalmente; perché tali non sono; e così non
possono essere in parte alcuna; ma sono tutti per tutto spiritualmente. Come
per esempio, anche rozzo, potreste imaginarvi una voce, la quale è tutta
in una stanza, e in ogni parte di quella; perché da per tutto se intende
tutta »: Opere ital., 12, 195. Cfr. anche 183-4 e Opera lat., III, 41, 57.
L'anima individuale in relazione col corpo ha la stessa individualità,
perché sta all'anima del mondo come il modo alla sostanza spinoziana (v.
GENTILE, G. Bruno e il pens. del [ Non ci vuole molto ad accorgersi che,
per quanto, con tutti 1 neoplatonici da Plotino a Bruno, V. si
sforzi di attenuare l’unità e identità di Dio e dell'anima, chiamando
questo simulacro di quello, o, come dirà altrove 1, riferendosi al
concetto svolto in questa orazione, una specie di divinità, parlando
soltanto, come qui fa, di una divina quaedam vis cogitandi (per
definire la facoltà umana del pensiero), il rapporto in cui lo
spirito umano è posto con Dio, è rapporto d’ identità, poiché alla
distinzione di Deus e animus precede il concetto panteistico ficiniano: Deus
omnia agit. Procedendo su questa strada, V. si trovò più
d'una volta ad essere accusato delle conseguenze pericolose, a cui
la sua filosofia poteva condurre. Il recensore del Giornale de’ letterati
vide profondamente dentro il De antiquissima quando della sostanza
vichiana, punto metafisico (tal quale il minimo di Bruno) inesteso e principio
di estensione, notò che, convenendo cotesti concetti altresì alle
sostanze spirituali e pensanti, se ne potrebbe dedurre che queste ancora sieno
principio di estensione; il che per altro è un manifesto assurdo ». Non
assurdo per V., che per l’appunto, emanatisticamente, superando il corpo
formato, a cui s'arrestava per una falsa posizione la fisica
corpuscolare, intendeva edurre la materia dallo spirito. — V. rispose:
Queste difficultà, come quelle che fate dell’ immortalità dell’anima,
dove par che premete la mano con ben sette argomenti, se non mi fusser
fatte da voi, io giudicherei che andassero più altamente a penetrare in
parte, la quale, quantunque si protegga e sostenga con la vita e col
co Rinascimento, p. 218 sgg.). Per Ficino, v. sopra p. 34, e cfr.
Theol. plat., XV, 5 (I, p. 337):
Anima tota est in qualibet particula corporis ». Cfr. PLotINO,
Enn.. VI, 4, 12; e anche A. StEUCO, De perenni philos. (1540), IX, 5; IX,
14; IX, 23. 1 Autob. stumi, pure s’offende con l’ istessa difesa »
1, E soggiunge, quasi per pura cortesia, un argomento, che schiva
bensì l’assurdo, ma conferma l’ interpretazione monistica
dell'avversario; laddove quella ombrosa sensibilità religiosa, quel
ricoverarsi sotto lo scudo della vita e dei costumi svelano che egli,
come Bruno, assegnava la religione allo spirito pratico, sottraendo la
ricerca speculativa ad ogni preoccupazione religiosa 2. La stessa
contraddizione ingenua di Bruno innanzi ai suoi giudici veneti è in fondo
al lamento, onde V. nel 1720 si doleva oscuramente col p. Giacco di certe
accuse religiose suscitategli contro dalla pubblicazione della Sinopsi
del Diritto universale 3: Le prime
voci che in Napoli ho sentito contro da coloro che han voluto troppo in
fretta accusarmi dal medesimo saggio che ne avea dato, erano tinte di una
simulata pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia
d’opprimermi con quelle arti, con le quali sempre han soluto gli ostinati
delle antiche o piuttosto loro opinioni rovinare coloro che hanno fatto
nuove discoverte nel mondo dei letterati». Onde non sai se per cerimonia
o se per ingenua incapacità di apprezzare accuse di cotesto genere,
si confortava dicendo al suo corrispondente: Però il grande Iddio ha permesso per sua
infinita bontà I Opere, I, 226-7, 266. ? Per Bruno, v.
il mio G. Bruno,160 sgg. 3 Qualcuno a Napoli nel 1720 ricordava
forse ancora qualche debolezza giovanile del V., in fatto di religione. Fausto
Nicolini mi comunica in proposito:
Che V. attraversasse nella sua gioventù un periodo di cupo
pessimismo, è cosa che gli Affetti di un disperato non potrebbero
mostrare in modo più chiaro. Di più, ancora nel 1710, V. dirà (prologo
del De antiquissima) che i suoi amici più cari erano Agostino Ariani,
Nicola Galizia e Giacinto De Cristofaro. E proprio contro l’ultimo fu
intentato nel 1687-1693 un clamorosissimo processo per ateismo dal Sant’
Ufficio: processo di cui discorre a lungo l’AMABILE nel suo libro sul
Sant’ Ufficio a Napoli (ne aveva già parlato il GIANNONE) e del quale
esiste anche uno spezzone inedito nella Biblioteca Nazionale (molte
notizie complementari si trovano anche nei Giornali inediti del CONFUORTO
e soprattutto nei carteggi cifrati del nunzio pontificio a Napoli, serbati
nella Vaticana). Dal pro che la religione istessa mi servisse di scudo, e
che un padre Giacchi, primo lume del più severo e più santo ordine
de’ religiosi, desse tal giudizio, per bontà sua, delle mie debolezze »
!. Comunque, il suo pensiero viveva dentro questo mondo, in
cui tutto è Dio; e questo suo pensiero egli stesso viveva con profondo
sentimento, che ricollega nella storia del nostro pensiero, direttamente, V. a
Bruno, suo forse ignorato precursore; ed è da entrambi chiamato, con
termine neoplatoneggiante, mente eroica, o spirito eroico ?
cesso e dagli atti sussidiari appare che il De Cristofaro faceva gran
propaganda e che affetta da lebbra epicureo-lucreziana-atomistica-ateistica
fosse parte della gioventù studiosa napoletana (compreso il Galizia). Finora il
nome del V. non è venuto fuori (disgraziatamente molti nomi nel processo
sono indicati con segni convenzionali). Ma, tenuto conto di tutte le
circostanze, non sarebbe illegittimo congetturare che anche lui, come tanti
giovani suoi coetanei, avesse una parentesi ateistica o semiateistica. E si
consideri poi una coincidenza per lo meno curiosa. Nel Diritto Universale
e anche nelle due Scienze Nuove V. pone ripetutamente l’equazione filii Dei o filii Jovis = eroi, nobili
». Orbene quest’equazione appunto era addebitata nel 1693, come un forte
capo di accusa, al De Cristofaro e agli altri coaccusati, i quali, al dir
dei denunzianti, ne cavavano la conseguenza che l’attributo di filius Dei» dato a Cristo volesse dire, non
già che egli fosse davvero figlio di Dio, ma, alla stessa guisa degli
eroi dell’antichità pagana, che fosse soltanto un uomo illustre ». Ma lo
stesso Nicolini non crede di esser giunto sopra questa materia a
conclusioni definitive. I Autob., p. 143. 2 V. lett.
del 25 nov. 1725, in Autob., p. 175. Che V. abbia potuto leggere qualcuno
degli scritti del B. è reso probabile dal fatto che questi, a tempo del V.,
dovevano essere familiari tra gli amici stessi del V.. Che Tommaso
Cornelio ne avesse letto qualcuno lo dimostrano i suoi Proginnasmi. Ma quel
Giuseppe Valletta, nella cui biblioteca, come abbiamo visto (p. 32), V. poté
leggere Campanella, aveva pure il De l’ infinito universo e mondi del
Nolano. In un suo libro cominciato a stampate ma rimasto incompiuto (conservato
tra i Mss. della Bibl. Naz. di Napoli, colla segn. 149 Q. 26) Sul
procedimento del Sant’ Uffizio,LKXXIHI e LXxXII, s'incontra la seguente
citazione importantissima per la storia della fortuna che ebbero le opere del
Bruno: Il p. Cantini, non sapendo, o fingendo di non sapere ciò che
disse Sant'Agostino nel libro VII della Città di Dio: Mundus unus est,
et in eo uno omnia sunt, e nel Sermone XII sulle parole
dell’Apostolo: Unum mundum condidisti, ed egualmente nel cap. X del libro
3 Contro gli Accademici, si pose egli ad esplicare la probabilità di sì
fatta sentenza », e audacemente dice.... che noi non dobbiamo condannare
il parere In questo suo mondo V. potrà trovare il principio della
Scienza Nuova (il concetto della provvidenza realizzantesi nella storia).
In questa prima fase del suo filosofare egli ha in mente, ma non vede,
l’unità del divino e dell'umano; e però parla di simulacro, come Pico
della Mirandola. Non la vede, perché non ha ancora viva coscienza della
realtà umana; e la sua realtà vera è an di altri filosofi intorno alla
pluralità de’ Mondi, quasi ripugnante alle Sacre lettere, perché, se
alcun s’applicasse, dic’egli, a considerar la cosa più da presso e più
naturalmente, inveniet cam certe multum habere probabilitatis. Il che
reca non poco di meraviglia in un uomo di tanta autorità quanto egli
certamente si era; e potrebbe, se non altro, dar luogo alla calunnia, di
dire che egli abbia per avventura approvato la dottrina di Giordano
Bruno; la quale avesse piaciuto al Cielo, che fosse rimasta affatto
incenerita nelle giustissime fiamme, in cui arse l’autore e non vivesse
ancora nel suo abbominevole libro scritto della pluralità di Mondi. Questo, con
idea non più intesa, disotterrando le più stravaganti opinioni, già
sepolte de’ Greci, de’ Caldei e degli Egizi, fece un nuovo ed inudito
sistema; dove a pruova risplende l’umano ardimento e la libertà non meno
di pensar tutto ciò, che è possibile, che di scrivere tutto ciò che può
pensarsi. Nî/ mortalibus arduum, coelum ipsum petitur stultitié. Giace,
dice egli, nel mezzo del nostro Mondo immobile il Sole; e la Terra con
perpetue vertigini intorno a quello s’aggira: come in un Madrialetto,
posto nel terzo dialogo: Quanto nel Cielo, e sotto il Ciel si
mira, Non sta, si volge, e gira. Né di ciò contento, vuole
che ogni pianeta sia una terra, e ciascuna stella sia un altro sole; e
che detti pianeti non siano quei pochi, che noì osserviamo, nettampoco le
stelle: ma infiniti ed innumerabili, e quelli e queste sparse nello
spazio infinito dell’ Universo; che, essendo com'’ei dice, immagine dell’
Onnipotenza infinita, non dee riconoscere termine alcuno. E non bastando questo
alla vastità della sua immaginazione, s'avanza a dire che tutti questi infiniti
Mondi sono abitati da sostanze diverse e forse migliori della nostra: e che l’
interminata ampiezza dell’ Universo sia assistita e governata da un'anima
universale, non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare. Alla fine
questo scellerato, prevedendo gli effetti della sua disperata libertà,
così, dopo apportati gli argomenti per la sua opinione, traboccando d’una
in altra empietà, fa parlare nel primo dialogo a I'iloteo: Questi, se non
sono semplici, sono demostrativi sillogismi, tuttavolta che da alcuni
degniì Teologi non se admettano; perché provvidamente considerando, sanno
che gli rozzi popoli ed ignoranti, con questa necessità vegnono a non
posser concipere come possa star la elettione, e dignità, e meriti di
giusticia: onde, confidati o desperati sotto certo fato, sono
necessariamente scelleratissimi. Come talvolta certi correttori di leggi, fede
e religione, volendo parere SI cora per lui, come per
i platonici, quella che fa Dio: la natura, la stessa natura di Ficino, di
Bruno e di Spinoza. E rispetto a questa natura, l’uomo non è dentro, ma
fuori della realtà divina; e può solo intuirla risalendo all’ Uno, cioè come
operazione non propria, ma di questo Uno (che è il dommatismo
spinoziano). Qui si ferma V., restando innanzi al dualismo, e quindi
allo scetticismo, che corrode alla radice la metafisica del De
antiquissima. Concludendo, nella Orazione del 1699, il confronto
tra Dio e lo spirito umano, V. dice:
Tandem Deus naturae artifex; animus artium, fas sit dicere, Deus » 1.
Formola che coincide a capello con quella del Ficino, e anticipa la
gnoseologia del De antiquissima. C'è l’unità e c' è l'opposizione:
l’unità nelle arti (mondo delle nazioni, si dirà nella Scienza Nuova),
dove, se è vero, come V. ha detto, che Dio en terra cuncta gignit,
lo spirito non crea se non in quanto è esso stesso Dio (senza metafora);
l'opposizione nella natura, dove Dio crea, e l’uomo guarda da
fuori. Da questo punto di partenza V. potrà giungere alla
Scienza Nuova, ma non potrà mai superare la posizione del De
antiquissima; perché quella natura, di cui la metafisica può avere un’ intuizione
indimostrabile, essendo fuori dello spirito, non potrà mai risolversi
nello spirito *. savii, hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir
più barbari e scellerati che non eran prima, dispregiatori del ben fare, ed
assicuratissimi ad ogni vizio e ribalderia, per le conclusioni che tirano
da simili premisse. Però non tanto il contrario dire appresso gli
sapienti è scandaloso, e detrae alla grandezza ed eccellenza divina,
quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile conversazione e contrario
al fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso, tanto
per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che non son capaci
de intenderlo, senza jattura de’ costumi ». (Cfr. BRUNO, Opere ital. ed.
Gentile, 1%,339 € 301). Su codesto scritto del Valletta, e l'occasione a
cui si riferisce, v. AMABILE, Il Sant Offizio, II, 64. I
Opere, I, 8. 2 Accenno alla tesi dello Spaventa circa il concetto
della metafisica della mente, di cui la Scienza Nuova dimostrerebbe per lo
meno L'avrebbe superata, se avesse potuto cangiare il suo
mondo, e non essere insomma V. neoplatonico, riportante tutto a Dio e mirante
quindi la natura come parallela allo spirito nelle manifestazioni di Dio,
per concepire non più questa dualità di natura e artes, ma una
natura essa stessa ars di quel Dio che è animus; e ridurre insomma tutto
ad ars. Elementi corrosivi dell’oggettività platonicamente
trascendente del reale, che si organizzeranno alla meglio a poco a poco
per la laboriosa meditazione del mondo umano del diritto e in generale
della storia, nella Scienza Nuova, ce ne sono, e di grandissima
importanza, già in questa Orazione del 1699. Poiché fin da questo scritto
il nostro filosofo ha un acuto intuito dell’attività creatrice
dello spirito. La fantasia, nello stesso senso della Scienza Nuova,
autrice di un suo mondo pieno e perfetto, contemplato dalla sapienza poetica,
fa qui la sua prima apparizione: Vis
vero illa rerum imagines conformandi, quae dicitur ‘ phantasia ‘, dum
novas formas gignit et procreat, divinitatem profecto originis asserit et
confirmat. Haec finxit maiorum minorumque gentium deos; haec finxit
heroas; haec rerum formas modo vertit, modo componit, modo secernit; haec
res maxime remotissimas ad oculos pontt....». Né questa facoltà di
creare gli dèi è assegnata incidentalmente alla fantasia. Quel luogo d’oro
di Giamblico nel De mysteriis Aegyptiorum, che sarà ricordato nella
Scienza Nuova a riprova della teoria dei caratteri poetici (dign. XLIV),
che cioè gli Egizi tutti 1 ritrovati_r_r-@y666 l'esigenza; e sono
d’accordo col Croce (La filos. di G. B. V., p. 137; 2% ed. p. 141), nel
ritenere che non si possa parlare di unificazione di natura e spirito in V.:
il quale s’arrestò, e doveva arrestarsi, alla dualità degli attributi. Ma
è vero che se egli non sa svolgere l’esigenza implicita nella posizione
della S. N., e deve mantenere la metafisica del De ant., cotesta
esigenza, che noi vediamo nella sua mente, è tale da distruggere la
posizione del De ant. Per la sua esigenza, V. va al di là di Spinoza e di
Leibniz, ed è kantiano prima di Kant. utili alla vita umana
attribuissero a Mercurio Trimegisto, doveva esser noto al V. fin da
quando scriveva nel ’99: Quid vero illa, quae aut singularem
utilitatem, aut summam admirationem hominibus voluptatemve attulerunt,
nonne ethnici homines, suimet ipsorum ignari, sive ad deos quosdam
retulerunt, sive deorum dona esse existimarunt? Leges, quod iis vitae
societas conservetur, deorum donum
» Demosthenes dixit; at eae donum humani animi vestrum similis fuit. Socrates
moralem philosophiam de coelo dictus est devocasse; at is potius animum
in coelum intulit. Medicinam Graecia ad Apollinem retulit, eloquentiam ad
Mercurium; at ii homines, ut quivis vestrum fuere. Orphei lyra, Argus
navis, inter sidera invecta, vestras hominum mentes luculento testimonio
caelestes esse confirmant. Et, ut hanc rem omnem brevi complectar, dii
omnes, quos ob aliquod beneficium in hominum societatem collatum coelo
appinxit antiquitas, vos estis. Razionalismo evemeristico, che si
fonde nel pensiero fondamentale dell’animus artium deus (poiché leggi,
filosofia morale, medicina, eloquenza, musica e poesia son tutte arti); e
dà alla fantasia creatrice degli dèi, propria degli uomini suimet ipsorum
ignari, un posto nella metafisica generale del nostro pensatore. Che poi la
fantasia creatrice di questi, come dirà più tardi V., caratteri
poetici o ritratti ideali, che sono gli dèi degli antichi, non sia pur
fatta creatrice di tutti gli dèi, antichi o moderni — poiché anche la religione
è un’ars — non vorrebbe dir nulla, se V. avesse la forza di rovesciare il
suo mondo sulla propria base, per fondarlo sullo spirito: allora la sua
fantasia, il suo spirito diverrebbe creatore davvero del cielo e della terra.
Per esser tale, infatti, non avrebbe bisogno di saperlo; anzi non
dovrebbe saperlo: suimet ipsius ignarus. V., interrogato, a rigore non
potrebbe non negare. Questa è, e rimarrà, una pura esigenza del suo
pensiero: non far creare misteriosamente l'uomo da Dio, ma,
razionalmente, Dio dall’uomo. Certo, da queste prime formule del suo
pensiero fino alle dignità più solide e definitive di esso, sta per V.
che gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con
animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura» (dign.
LIII); e in generale, come per Schelling, prima è il fare e poi il sapere
di aver fatto; verum ipsum fecisse (prima aver fatto); e la Scienza
Nuova può essere una dimostrazione di fatto storico della
Provvidenza, perché dee essere una
storia degli ordini, che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio,
e sovente contro essi proponimenti degli uomini, ha dato a questa gran
città del genere umano » ®. È dunque stretta dottrina del V., che la
piena coscienza del suo pensiero non può esser nel suo pensiero, ma solo nella
riflessione posteriore. Né la fantasia crea soltanto le religioni.
Crea le lingue, con sorprendente rapidità; sì che a due anni, al più a
tre, si sanno omnia verba et res quibus communis vitae usus continentur;
che se si volesse redigerne un vocabolario, vi occorrerebbero di gran volumi.
Così ognuno di noi ha in sé una filosofia, tutto lo scibile: e non lo
sa. Basta attendervi. L’ innatismo platonico si colorisce di
immagini stoiche, dove V. esorta ad eccitare 2/as nobis tot rerum atque
tantarum a prima veritate insitas et quasi consignatas notiones, quae in
animo, tanquam igniculi sepulti, occluduntur; et magnum cunctae
eruditionis incendium excitabimus. Ricorda poi la storia del Menone
platonico, dove lo schiavo ignaro di geometria, accortamente interrogato, si
palesa geometra. Vobiscum
sunt, vobiscum scientiae omnes, adolescentes, si vosmet 1sos recte
novenitis, fortunatissimi. Questo innatismo è un modo della inconsapevolezza
originaria dell’anima, quale va concepita nella dottrina I S.
N.. IT. neoplatonica del descenso in contrapposto all’ascenso.
Lo spirito umano è, in quanto è ignaro dei tesori celati nel suo
grembo !. Ne acquista coscienza con la volontà, come richiede il
platonismo, dall’&owg del Convito all'amor Dei intellectualis dell’ Ethica.
O insignem desidiosorum ignominiam, eos sapientes non esse! Cur? quia
noluerint; quando ut sapientes simus, id voluntate maxime constat ». E a
persuadere che questo tesoro è già nell'animo, e che basta quindi volere, che
cioè veramente lo spirito non possiede soltanto quello che sa di
possedere, come Leibniz nei Nuovi Saggi anche V. scende all'osservazione
di quelle che il filosofo di Lipsia dirà piccole percezioni. Quivis vestrum
cottidie tabulas pictas intuetur, sed innumera non videt quae pictores
observant; cottidie symphonias et cantus audit, sed quam multa eum
fugiunt, quae exaudiunt in eo genere exercitatt ! Non vi manca altro,
conchiude V., che l’arte del vedere e dell’udire. Che più ?
La stessa filosofia non è se non una scoperta, che chi vuole fa dentro di sé,
di un mondo che reca in se stesso, anche se non vi rifletta mai su. A
dimostrazione di ciò, neoplatonicamente, V. esemplifica ai suoi uditori
il processo filosofico come un itinerario della mente a Dio: a sui ad Dei
cognitionem ascensto. Ma l’esposizione di questo processo riesce affatto nuova
e sorprendente a chi, familiare col V. delle opere da lui pubblicate, legga per
la prima volta queste orazioni che egli, maturata la sua filosofia,
rifiutò. L’acerbo critico di Cartesio qui ci apparisce cartesiano.
Vediamo. Etsi de omnibus omnino rebus mens humana haereat dubitetque,
nullo usquam pacto ambigere potest quod cogitet, nam id ipsum ambigere
cogitatio est. Cum itaque nequeat se non cogitationis consciam agnoscere,
ab ea cogitandi conscientia conficit primum, quod sit res quaedam; nam,
si nihil esset, qui cogitaret ? Questo è il cogito ergo sum
cartesiano, se anche non esposto con tutta la precisione desiderabile
(poiché con quel nam sî nihil esset la verità della proposizione
cessa di essere quella res per se nota simplici mentis intuitu che
Cartesio voleva). Ma V. prosegue: Deinde sibi infinitae cuiusdam rei
notionem esse insitam sensit; tum adsumit tantundem in caussa esse
oportere quantum in re est, quae ab ea caussa producatur: hinc denuo
colligit, eam infinitae rei notionem a re, quae sit infinita, provenire. Heic
se finitum et imperfectum agnoscit: itaque infert eam notionem sibi ab
infinita quadam re, cuius ipse aliqua sit particula, obortam esse.
Hoc explicato, adsumit: — Quod infinitum est, in se continet omnia,
nec a se quicquam excludit. — Hinc rursus complectitur eam notionem sibi
esse a natura omnium perfectissima ingenitam. Proponit iterum: — Quod
perfectissimum est, id omnibus est erfectionibus cumulatum. —
Colligit denuo: Itaque ab eo nulla
secreta est. Ad haec
assumit: Perfectio est quid esse. Tandem denique concludit: Est igitur Deus. Cumque Deus sit omnia, est
omni pietate dignus !. È, come ognun vede, uno stringato estratto dalla
terza Meditazione cartesiana. Se non che, in qual modo si deve
intendere questo cartesianismo della prima fase della filosofia di V. ?
L’anticartesianismo è la sola norma legittima della sua interpetrazione. Nel De
antiquissima e nella polemica col Giornale de’ letterati egli svolgerà
una critica della certezza cartesiana, che ha due momenti
inseparabili. I) La certezza del cogito è coscienza,
nonscienza. Scire est tenere genus seu formam, quo res fiat;
conscientia autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare
I Opere.] non possumus!. O altrimenti: la scienza è aver cognizione di
quella causa che per produrre l’effetto non ha bisogno di cosa forestiera?:
onde il criterio di avere scienza di una cosa è il mandarla ad effetto; e
che il pruovare della causa sia il farla; e questo essere assolutamente
vero, perché sì converte col fatto, e la cognizione di esso e la operazione
è una cosa istessa »3. V. avverte che egli non rifiuta perciò
l’analisi con la quale il Cartesio perviene al suo primo vero ». Sarebbe
cioè ancora disposto a farla sua, come nella Orazione del 1699. Io
l’appruovo e l’appruovo tanto, che dico anche i Sosi di Plauto, posti in
dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da un genio fallace, acquetarsi a quello
sed quom cogito, equidem sum. Ma dico che quel cogito è segno indubbitato
del mio essere; ma, non essendo cagion del mio essere, non m'’ induce
scienza dell’essere » 4. 2) Il vero processo per V. è quest'altro:
Quid in me cogitat; ergo est: in cogitatione autem nullam corporis
ideam agnosco; id igitur quod in me cogitat, est purissima mens, nempe
Deus. Perciò egli, approvando l’analisi cartesiana, può illustrare il
significato del cogito, dicendo che questo cogito non è ‘causa, ma signum
dell’ esse: Nisi forte mens humana ita sit comparata, ut cum ex
rebus, de quibus omnino dubitare non possit, ad Dei Opt. Max. cognitionem
pervenerit, postquam eum morit, falsa agnoscat vel ca, quae omnino
habebat indubia. Ac proinde ex genere omnes îdeae de rebus creatis prae
idea summi Numinis quodammodo falsae sint, quia de rebus sunt, quae
ad Deum relatae non esse ex vero videntur: de uno I Opere, I,
139. 2 Prima risp., II e III in fine; Sec. risp., $ IV. 3
Sec. risp., $ IV: Opere, I, 258. 4 Prima risp., II; cfr. De ant.] autem
Deo idea vera sit, quia is unus ex vero est » 1. E però V. rimprovera al
Malebranche, che pur platoneggiava, di non essersi accorto che la mente
umana può ricavare la cognizione, non pure del corpo, ma di se
medesima, soltanto da Dio; ita ut nec se quoque cognoscat, nisi in
Deo se cognoscat. È così, completando il processo già esposto: Mens cogitando se exhibet: Deus in me
cogitat: in Deo igitur meam ipsius mentem cognosco ». Sicché
la critica vichiana, se si guarda nel suo primo momento, ha un
significato; nel suo complesso ne ha un altro. A V. sfugge interamente il
valore del cogito cartesiano, perché lo vede sempre in quel mondo, in
cui non è centro il pensiero come pensare (ego cogito), ma il
pensiero come pensato: l’ Idea, l’ Uno, il Dio platonico e neo-platonico.
Il cogito non può essere la causa dell’esse (cogitansì, come pure evidentemente è per chi attribuisce
al cogito il valore e l'autonomia che gli spetta, perché V. non vuol
dimenticare (e Cartesio stesso, per altro lo dimentica fino a un certo
punto) quello che ha appreso dalla vecchia filosofia: che l’esse,
lo stesso esse cogitans, non è causa sui, non è sostanza, ma res creata,
la quale perciò non ha in sé nessuna verità, e va riportata alla sua
causa, che è la sua sostanza. Il punto di vista vichiano contro Cartesio
è panteistico e antispirituale, precisamente come quello di Spinoza
?, che, persuaso, da buon neoplatonico, che ad essentiam hominis
non pertinet esse substantiae, opponeva la stessa critica a Cartesio:
vulgus philosophicum incipere a creaturis, Cartesium incepisse a mente, se
incipere a Deo 3. Cotesto punto di vista V. non sorpassò mai; e in
I De ant., c. VI; in Opere, I, 173-4. ? V. Epist. 2; la
pref. del MEyER ai Princ. philos. Cartes., e Eth., II, prop. X, sch.
2. 3 Tschirnhaus a Leibniz, in L. STEIN, Leibniz u. Spinoza, Berlin.]
certe aggiunte, poi rifiutate, che faceva nel 1731 alla Scienza Nuova *,
ripeteva con leggiere varianti, la stessa critica, sul principio che gli
addottrinati non debbono ammettere alcun vero in metafisica che non
cominci dal vero ente, ch’ è Dio ». Ricorda quivi e critica anche
Spinoza, sforzandosi (con argomenti che dovevano contentar poco lui
stesso, e più tardi infatti vi rinunziò) di dimostrare una reale distinzione
tra il mio essere e il vero Essere. La questione già gli si
era presentata nel De antiquissima; quando arditamente asseriva: 1n Deo meam
1ipsius mentem cognosco; facendo Dio omnium motuum sive corporum sive
animorum primus Auctor. Gli s'era affacciata negli stessi termini che a Plotino
e a tutti quelli che s’eran messi sulle tracce di lui, finché Spinoza non
trasse col coraggio del genio filosofico la conseguenza necessaria,
che sola poteva chiarire il gran difetto di quel primus Auctor. Unde mala?
V. sente tutta la difficoltà: sed heic illae syrtes, illi scopuli.
Quonam pacto Deus mentis humanae motor, et tot prava, tot foeda, tot
falsa, tot vicia ? ». Cartesio che, appena raggiunta la sola realtà
certa del pensiero, la smarrisce ricascando nel platonismo della
cognizione intellettuale, che è passiva intuizione delle idee oggettive,
spiega del pari platonicamente l'errore con la volontà: che non si sa poi
perché non debba essere della stessa passività dell’ intelletto, se
la sua libertà non importa altro che la possibilità dell'errore. La soluzione
del V. è più profonda. Nessuno, come insegna il Vangelo di Giovanni, può
andare al Padre, misi Pater idem traxerit. E la volontà ? Quomodo
trahit, st volentem trahit? V. aveva accettato e accetta la dottrina
agostiniana come la più conforme alla so I Pubblicate per la prima volta
nell’ed. Nicolini,242-3, ma da lui anticipate nella Critica, VIII (1910),
p. 479. stanza (necessità) della volontà divina, e alla libertà
della nostra; mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana; o
meglio quella in questa. Giacché, spinozianamente, egli nega
l’assolutezza del male, nega il finito come finito, che non sia modo
dell’ infinito. Questo luogo del De antiquissima non è stato mai ben
considerato, ma è di grande importanza per l’ intelligenza del pensiero
vichiano: Hinc fit quod in ipsis erroribus Deum aspectu non
amittimus nostro: nam falsum sub veri specie, mala sub bonorum
simulacris amplectimur: finita videmus, nos finitos sentimus; sed
id ipsum est, quod infinitum cogitamus: motus a corporibus
excitari, a corporibus communicari nobis videre videmur; sed eae ipsae motus
excitationes, eae ipsae communicationes Deum, et Deum mentem, motus
authorem asserunt et confirmant; prava ut recta, multa ut unum, alia ut idem,
inquieta ut quieta cernimus !. Nel De antiquissima quindi
conchiude tornando a dire ambiguamente: Sed cum neque rectum, neque
unum, neque idem, neque quietum sit in natura; falli în his rebus
nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel falsos de creatis
rebus in ipsis imitamentis Deum Opi. Max. intueri »; come se realmente l’
intelligibilità da lui veduta nel molteplice non fosse l’uno, e nel movimento
la quiete, e così via. Ma il fiore sboccerà nella Scienza Nuova: dove
i bestioni diverranno la prima forma necessaria dello spirito divino nel
corso dell’umanità: e la grazia agostiniana diventerà quindi assoluta
immanenza. Ma torniamo al cartesianismo vichiano del 1699. È
chiaro ormai ch’esso è tutto un cartesianismo platonico, e come dire,
capovolto. Tutti i mistici medievali, da Agostino in poi, movendo da
Plotino, rientrano în ?1nteriore homine, per risalire quindi sopra la mente a
Dio. E V. aveva ragione di dire che quel che c’era di nuovo
I De ant., c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere2, ed. Ferrari, III, LA PRIMA FASE
DELLA FILOSOFIA VICHIANA per lui, in Cartesio, era falso, e il vero era
vecchio: non cartesianismo, ma platonismo. Ecco qui che cosa aveva
egli letto, per esempio, nella Teologia platonica del Ficino *:
Neque audiendi sunt sceptici, si negaverint in animis nostris esse
veritatem, quia videantur de singulis dubitare. Non enim
de omnibus dubitat animus, ut apparuit in omnibus necessariis veritatibus
quas narravimus, et similibus. Hoc mihi candidum videri scio. Hoc mihi iucunde olere
scio. Hoc dulciter gustum attingere scio. Quis nesciat summum bonum esse,
quo nihil praestantius ? Et esse vel in homine, vel extra hominem, et si in
homine, vel in animo, vel in corpore, vel in utroque ? Quis non certo
sciat Deum esse, vel non esse ? et si sit, oportere unum esse, vel
plures, et si plures, aut finitos numero, aut infinitos ? oportere Deum esse
corporeum, vel incorporeum, ac si non sit corporeus, esse necessario
incorporeum ? [Fin qui è benissimo espresso il carattere della vecchia
metafisica scrollata dal cogito cartesiano: tutta concetti senza realtà,
0, se sì vuole, tutta verità senza certezza). Item regulas multas
astrologiae et medicinae certas esse declarat effectus [che è, si badi,
il concetto dell'esperimento, non baconiano, dunque, ma ficiniano di V.]*,
ut arithmeticas et geometricas praetermittam, quibus nihil est certius
[che è pure la dottrina vichiana) 3. Et quod maius
est, si quando animus de re aliqua dubitat, tunc etiam de multis est
certus. Nam se tunc
dubitare non dubitat. ‘Acsi certum habet se esse dubitantem, a
veritate certa id habet certum. Quippe qui se dubitantem intelligit,
verum intelligit, et de hac re quam intelligit, certus est, de vero
igitur est certus. Atque omnis qui utrum sit veritas dubitat, in seipso habet
verum, unde non dubitet. Nec ullum verum nisi veritate verum est. Nonigitur oportet I
Lib. XI, c. 7; ed. cit. I, p. 263. 2 Cfr. De ant., c. I, $ 2:
Opere, I, 136: In physica ea meditata probantur, quorum simile quid
operemur: et ideo praeclarissima habentur de rebus naturalibus cogitata, et
summa omnium consensione excipiuntur, si iis experimenta apponamus,
quibus quid naturae simile faciamus ». 3 Cfr. sopra30-31, e ancora
Theol. plat., VIII, 2 (I, p. 185) e 4 (p. 189), dove il Ficino chiarisce
il carattere soggettivo o mentale delle realtà matematiche. eum de
veritate dubitare, qui potuit undecumque dubitare, ut Augustinus inquit,
praesertim cum non modo se dubitare intelligat, sed quod hoc intelligit
animadvertat, et quod animadvertit agnoscat, ac deinceps in infinitum.
Discernit praeterea dubium animum ab indubio. Nec eum latet quanto satius
foret non dubitare, et quam ardenter cupiat veritatem. Certitudinem
cum dubio comparat, quo fit ut de utrisque sit certus. Est insuper
certus se investigare, sentire, vivere, esse. Siquidem nihil dubitat qui
non est, vivit, sentit, et investigat. Certus quoque est se non esse primam
veritatem, quippe cum ipsa per se non dubitet. Scit eam dubitatione
et errore non implicare Qui il cartesianismo di V. c’ è tutto; ma
a suo posto: la verità trovata dalla mente, in se stessa, è atto
della verità che trascende la mente, e si celebra in un’altra
mente, la quale agisce in noi. Giacché in questa assenza della mente
nostra a se medesima, o in questa passività della mente, in quanto mente
infinita, si fonda neoplatonicamente il concetto della inconsapevolezza
originaria dello spirito come fantasia, quale si vede, per la prima
volta, nella nostra Orazione. Il legame intimo dei due concetti è chiaro
appunto in Ficino, e mi permetto di riportare ancora un lungo passo di
lui per l’ interesse che ha qui il chiarimento di questo punto: Mens
autem, quae supra nos est, quia purus intellectus est, puro intelligibili
pascitur, id est pura fruitur veritate. Eadem nostra mens assidue
vescitur, si epulis superioris mentis accumbit. Nec iniuria
intelligentiam in anima essentialem perpetuamque locamus, quia ex eo est
in anima, quod convenit cum perpetuis eius essentiae causis. Et sicut animae
ingenitus est appetitus boni perpetuus atque essentialis, ita et ipsius
veri naturalis essentialisque intuitus, sive tactus aliquis potius, ut Iamblici
verbis utar. Tactus, inquam, omni cognitione discursuque prior
atque praestantior 1. Eiusmodi sententiam hac insuper ratione
divinus ! Cfr. il celebre luogo del CAMPANELLA, Metaph. I, proem.:
A Deo errantes per fiagella reducti sumus ad viam salutis et
cognitio- [Iamblicus confirmavit, quod quemadmodum temporalia
contingentiaque per temporalem contingentemque cognitionem attingimus, ita
oportet necessaria et aeterna per essentialem et perpetuam attingere notionem,
quae non aliter inquisitionem nostram antecedit, quam status motum.
Temporalis vero cognitio ita inquisitionem sequitur, ut contingens
effectus motum sequitur ac ‘tempus. Putant autem divinum ipsum mentis
actum, qui quodam intuitu et quasi tactu divinorum fit, propter
actiones inferiores non intermitti quidem in seipso, quamvis quod
animadversionem pertinet, in viribus inferioribus intermittatur, atque
actus intellectus rationalis, vel rationis intellectualis, qui discursione
fiunt, propter operationes inferiores soleant intermitti, atque e
converso. Verum cur non animadvertimus tam mirabile nostrae illius
divinae mentis spectaculum ? Forsitan quia propter continuam spectandi
consuetudinem admirari et animadvertere desuevimus. Aut quia mediae vires
animae, videlicet ratio et phantasia, cum sint ut plurimum ad negotia
vitae procliviores, mentis illius opera non clare persentiunt, sicut
quando oculus praesens aliquid aspicit, phantasia tamen, in aliis
occupata, quod oculus videat non agnoscit. Sed, quando mediae vires agunt
ocium, defluunt in eas intellectualis speculationis illius scintillae
velut in speculum. Unde et vera ratiocinatio nascitur ex intelligentia
vera, et humana intelligentia ex divina. Neque mirum est aliquid in mente
illa fieri quod nequaquam persentiamus. Nihil enim animadvertimus nisi
quod in medias transit vires. Ideo licet saepe vis concupiscendi esuriat
atque sitiat, non prius tamen hoc animadvertimus quam in phantasiam
transeat talis passionis intentio. Nonne nutriendi virtus assidue agit ?
Assiduam tamen actionem eius haudquaquam perpendimus, itaque neque
perpetuam mentis intelligentiam. Neque ex hoc est intelligentia illa
debilior, quod intelligere nequaquam nos agnoscamus; imo est potius
vehementior. Saepe enim dum canimus aut currimus, canere nos aut currere
nequaquam excogitamus, atque ex hoc attentius operamur. Animadversio enim
actionis intentionem distrahit animae, ac minuit actionem. Tyrones in
qualibet arte opera eius artis sine attentione non agunt, veterani autem,
etiam nem divinorum, non per syllogismum, qui est quasi sagitta
qua scopum attingimus a longe absque gustu, neque modo per authoritatem,
quod est tangere quasi per manum alienam, sed per tactum intrinsecum in
magna suavitate ». si non attendant, habitu quodam et quasi natura
operantur. Quid prohibet talem esse continuam mentis intelligentiam ?
!. Intuizione, che da Bruno? fino a Schelling, Schopenhauer e Hartmann
avrà grande fortuna, finché non si saprà scorgere la potenza creatrice
dello spirito, e però l’unità di queste che Ficino dice mens e ratio.
Anche per V., da principio, la cognizione originaria, la vera cognizione,
base d'ogni riflessione, è questo tesoro non nostro, e quest’asinità,
come l’aveva detto Bruno, che sarà essere, o sostanza, ma non è pensiero;
onde l'asino, per dirla ancora con Bruno, solo se è predestinato,
può arrivare alla Gerusalemme della beatitudine e visione aperta
della verità divina: perché gli
sopramonta quello, senza il qual sopramontante non è chi condurvesi
vaglia » 3. V. nella Scienza Nuova scoprirà una Gerusalemme della ragione tutta
spiegata, a cui si conduce l'uomo con le sue forze; ma potrà scoprirla in
quanto, profondandosi sempre più nella stessa intuizione neoplatonica,
troverà che le forze dell’uomo sono la stessa forza divina; e l’asino e
il cavaliere bruniani diventeranno a’ suoi occhi un essere solo.
III. Con la seconda Orazione (18 ottobre 1700) si rimane
nella cerchia della filosofia neoplatonica; e mal si potrebbe scorgervi un
accento personale e una traccia di elaborazione originale del pensiero
vichiano. Pure il V., quando già aveva tutte quante scritte queste
sei orazioni anteriori al De nostri temporis studiorum ratione,
1 Theol. plat., libr. XII, c. 4; I, p. 273. * Cabala del cavallo
pegaseo. 3 Opp. ital., ed. Gentile, IT,245-6. questa
orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder la luce per istampa.
Poiché una sua dedica del dicembre 1708 a Marcello Filomarino ! dimostra
che almeno allora non era dell’opinione espressa più tardi nell’
Autobiografia e già da noi ricordata, poiché questa seconda almeno
pensava allora di darla alla repubblica delle lettere; quantunque il suo
disegno non avesse poi esecuzione. La preferenza dell’autore per questa
seconda orazione non può aver altro significato se non che V. attribuiva
uno special valore alle verità quivi contenute, e le sentiva più
vivamente nel suo animo. Profondità e intimità, che ci viene per altro
attestata dalla forte eloquenza con cui l’autore esprime il suo pensiero in
questa orazione, che è tra le pagine più belle del V.. Egli
vi espone principii dell'etica, di cui nella precedente orazione aveva
abbozzata la metafisica. Hostem hosti infensiorem infestioremque quam
stultum sibi esse neminem. Tema, che in forma più piana può
formularsi così: la felicità consiste nella cognizione del saggio
che conosce se stesso (nel senso della prima Orazione) e, in se
stesso, Dio. Il concetto medesimo classicamente svolto da Spinoza nell’
Etica, sorretto dalla intuizione neoplatonica del bene come Uno immanente nello
stesso molteplice: onde ogni essere tende all’unità da cui deriva. V.
comincia dal contrapposto, che abbiamo visto in Pico della Mirandola *,
tra la natura e l’uomo: la natura, governata da leggi necessarie,
assolutamente inviolabili, per cui ogni cosa non può essere che se stessa
e non può realizzare se non la propria legge; l’uomo, dotato di una
prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la libertà, onde
può accogliere in sé le più aspre contraddizioni. La natura è fatta, l’uomo si
fa: o, come dice Opere, ed. Ferrari, VI, 80-81. ® Vedi anche Ficino,
Theol. plat.] V., nella natura omnia ad aeternum exemplar facta,
aeternoque consilio regi; nell'uomo nedum diversa et contraria, sed a sua
communique natura aliena atque abhorrentia studia, e però, lungo il corso del
tempo, un alzum a se atque alium fieri. È meglio esser fatto o farsi ?
Pel V. della Scienza Nuova la risposta non sarà dubbia, quantunque,
come ha nettamente veduto il Croce 1, né anche V. si liberi del tutto
della trascendenza in modo da poter conquistare un pieno concetto del
progresso. In questa orazione tentenna, come Pico, come Ficino, come ogni
neoplatonico; e, in fondo, se si va a vedere, questa che si dice libertà,
è servitù, e la vera libertà è quella per cui si nega la prima, senza
conservarla, senza mostrare che soltanto per la prima si giunge alla
seconda. Ad ogni essere Dio prescrive la sua legge. All’uomo
questa, scolpita da V. nello stile delle XII Tavole: Homo mortali
corpore, aeterno animo esto. Ad duas res, verum et honestum, sive adeo
mihi uni, nascitor. Mens verum falsumque cognoscito. Sensus menti ne
imponunto. Ratio vitae auspicium, ductum imperiumque habeto. Cupiditates
rationi ancillantor. Ne mens de rebus ex opinione, sed sui conscia
iudicato; neve animus ex libidine, sed ratione bonum amplectitor. Bonis animi
artibus aeternam sibi nominis claritudinem parato. Virtute et
constantia humanam felicitatem indipiscitor. Si quis stultus, sive
per malam fraudem, sive per luxum, sive per ignaviam, sive adeo per imprudentiam
secus faxit, perduellionis reus sibi 1psi bellum indicato » 2.
La legge dell’uomo, adunque, è un valore che non è valore; è un
dover essere, che è essere; è una volontà, I La filos. di G. B. V.,143-4;
28 ed.,147-8. 2 Riferita con qualche variante dal V. nell’Autob., ed.
Croce, p. 28. mere Ade ii LA PRIMA FASE
DELLA FILOSOFIA VICHIANA che è piuttosto natura. Si determina in imperativi
che, mentre par sì dirigano da Dio all'uomo, sono rivolti da Dio a
se medesimo. L’essere anima e corpo, il tendere naturalmente (nascitor) a
Dio come verità e come bene, il conoscer la mente il vero e il falso,
sono, e devono essere, volontà di Dio; non sono, né possono essere,
volontà dell’uomo. E se le altre determinazioni della legge umana fossero
dello stesso tenore, l’uomo non si farebbe da sé quel che è (stultus o
sapiens); sarebbe tale per volere di Dio. V., non occorre dirlo, da
questo genere di determinazioni passò ad altre determinazioni che
come libere potessero essere rimesse alla libertà umana (non
sottomettere la ragione ai sensi, ma dar l'impero alla ragione, e a
questa soggiogare gli appetiti, mirando al fine da essa prescritto, e
superando per tal modo la guerra tra le passioni e le razionali
aspirazioni); ma, poiché esse non sono se non le definizioni della natura
umana, quale può esser data dalla cognizione della propria divinità (onde
V. conchiude che lex, quam Deus humano generi sanxit, sapientia est),
poiché questa cognizione non può essere del senso, ma solo della mente,
la quale per natura cognoscit verum et falsum, ed è quindi incapace
di errore, non si vede come la legge potrebbe esser mai liberamente
violata: non si vede cioè come queste altre determinazioni potrebbero
esser leggi per la volontà umana (leggi morali) e non più per la divina
(leggi naturali), se V., come altri prima di lui, non sottintendesse una
volontà, che non è mens né sensus, o meglio è insieme mens e sensus, e
però può farsi questo e tornare ad essere quella. Il motto, pertanto, di
questa prima etica vichiana, è quello della morale stoica e neoplatonica:
seguir la natura: Si sapientiae studiis animum adiungamus, naturam
sequimur: sin ab ea ad stultitiam traducamur, a nostra declinamus natura,
et in cam facimus legem ». Liberar la propria natura (concepita nella sua
originaria divinità astratta) dall’elemento estraneo sensuale, è
il processo morale: morale, perché eudemonologico, come fu
concepito dalla filosofia greca; eudemonologico, perché
intellettualistico, come fu concepito da Socrate, dalle scuole socratiche
e nel neoplatonismo, per cui il supremo fastigio dello spirito è amor Dei
intellectualis. V. comincia dal ritrarre co’ più foschi colori
una truce immagine della guerra: scontro degli eserciti avversi, e
fiammeggiare degli odii sul campo, quando ferve inesorabile l’ ira e il
furore acceca le menti e una prepotente libidine di strage infierisce negli
animi. E i volti efferati minacciano eccidio, e gli occhi rossi di
fiamme cercano nel nemico il punto da ferire, e la mano assale
pugnace, e il ferro passa da parte a parte. Se gli uni respinti indietreggiano,
gli altri incalzano: se questi stan fermi, quelli fanno impeto; dove si
scompiglian le file, penetrano gli avversari. Quindi, spettacolo
miserando, il campo seminato di strage, dopo la vittoria. E poi gli
orrori delle devastazioni, dei saccheggi, delle desolazioni.
Ebbene, assai più terribili sono i mali arrecati dalla guerra che
dentro di sé lo stolto fa a se medesimo: onde si perde patria, felicità,
libertà e ogni fortuna. L’anima è parte razionale, parte irrazionale.
Nell’anima irrazionale, secondo l’ immagine di Filone, ci sono come due
cavalli, maschio e femmina; uno irascibile e l’altro
concupiscibile: uno tutto forza e impeto, l’altro tutto debolezza e
languore. Nato l’appetito di alcun bene apparente (frava cupiditas
alicuius apparentis boni), l’anima è gittata nelle passioni
(perturbationes), di cui la sorgente è l’amore; che è desiderio,
seilbeneè lontano; speranza, se sl può conseguire; gaudio, se presente;
gelosia, se si ritiene così alto, che uno solo ne possa godere; e quindi
emulazione, invidia se altri .ne ha molto, e noi poco. Ma, ottenuto lo
scopo e strappata la maschera, resta la cosa, e il bene diventa
male, l’amore diventa odio, e se il male è assente, ne viene
l’avversione (abominatio et fuga); se presente, la tristezza e il dolore.
Edecco riscuotersi l’altro cavallo, il maschio, l'ira; che si fa audacia,
se può vincere il male; se dispera della vittoria, rinasce
l'appetito (della parte concupiscibile): e se il male è tollerabile, ne viene
la noia (faedium); se trasmoda, lo sbalordimento (stupor). Le gioie
s’alternano perpetuamente ai dolori; ma quanto fugaci le gioie, e come
fallaci tutte le promesse a cui si arrende l'appetito ! Gli stolti
che gli si danno in balìa, veggono talvolta Il soave diletto di un
Archimede occupato, durante il saccheggio di Siracusa, nelle sue
dimostrazioni geometriche; di uno Scipione che, mal compensato da Roma
della distruzione di Cartagine, si ritira tranquillo in una villetta a
studiare e, chiuso nella sua virtù, godere delle meditazioni della
filosofia e del ricordo delle sue grandi gesta. Ma che perciò ? Basta
forse la bellezza della virtù, a metterli, destando il desiderio di sé,
sulla via che sola conduce a quella dolce gioia che non è premio della
virtù, ma la virtù stessa ? La virtù è scienza: scienza del giusto
mezzo o di quei termini, per dirla del poeta, Quos ultra citraque
nequit consistere rectum; è coerenza logica, per cui non si può
lodare la virtù e Seguire il vizio; è ragionevolezza, per cui l'uomo si
sottrae all’insania delle gioie vane e delle tormentose cupidigie.
Stulti vita semper ingrata, semper trepida est, semperque is sibi
dissidet, secumque pugnat: semper fastidio sui Llaborat, suique taedet ac
poenitet. Nunquam ei velle ac nolle decretum est ». Lo stolto, dice V.,
semper foris est; nunquam secum habitat. Sconfitto nella
guerra con se stesso, egli vien cacciato dalla sua patria. Dalla patria
del sapiente: non dalla piccola città che un muro e una fossa
serra, ma dalla grande, cui circondano i flammantia moenia del
poeta; non dalla terra, che è governata dalla mente dell’uomo con
umano diritto; sì dal mondo, che aeterno regitur iure: dalla città, in
cui con Dio abitano i saggi: il mondo divino, che è la natura degli stoici e
dei neoplatonici, panteisticamente intuita nella sua divinità: etenim ius,
quo haec maxima civitas fundata est, divina ratio est toti mundo et
partibus eius inserta, quae omnia permeans mundum continet et tuetur ».
Quella ragione, che è in Dio, e costituisce la sapienza divina, è conosciuta
dall’uomo, e costituisce la sapienza umana (ma già dev’essere, com’ è
detto nella prima Orazione, anche nell'uomo, perché questi non la conosce
se non in se stesso); quella ferfecta ratio, come V. dice pure
esplicitamente, qua Deus cuncta
operatur, sapiens cuncta intelligit ». Cuncta: anche le passioni, la cui
conoscenza viene ad essere perciò sapientia, quindi superamento della
stultitia, e però libertà virtù, felicità: tal quale in Spinoza. La quale
virtù, appunto come in Spinoza, allo stringer dei nodi, poiché Dio
operando tutto, deve pur operare quell’ intelligenza onde noi
intelligimus omnia, cioè siamo virtuosi, non è operazione dell’uomo, ma dello
stesso Dio. A V. infatti par troppo superbo il pensiero degli stoici, che
la virtù (dell’uomo) faccia il sapiente simile a Dio; e gli par più
vero e più profondo dire: una re nos Deus sur similes reddit, virtute,
qua nedum humanae, sed cum caelestibus etiam aeternae nos compotes facit
felicitatis ». L'amore intellettuale della mente verso Dio, aveva detto
Spinoza, col quale V. era portato
necessariamente ad incontrarsi spesso dalla logica del suo pensiero
1, è lo stesso amore di I
Sarebbe tema degno di studio speciale quello dei rapporti ideali di V.
con Spinoza. Intorno ad alcuno dei probabili rapporti storici v. B.
CROCE, La filosofia di G. B. V., p. 198; 28 ed., p. 204. I riscontri
della metafisica vichiana con quella dello Spinoza notati da Dio:
l’amore cioè con cui Dio ama se medesimo, non in quanto è infinito, ma in
quanto si può esplicare per l’essenza della mente umana considerata sub specie
aeternitatis; o in altri termini, l’amore intellettuale della mente
CARLO SARCHI, Della dottrina di B. Sp. e di G. B. V., Milano,
Bortolotti, 1877,103-7, 195-6, additano certamente rassomiglianze non
trascurabili, quantunque qualcuna di esse sia inesatta; ma non dimostrano
nessun rapporto né storico, né ideale; perché non concernono nessun
concetto specifico dello spinozismo. Ecco invece alcune coincidenze
significative che potranno fornire materia a una speciale indagine.
Spinoza (Età. III, def. 1) distingue due specie di causa: Causam
adaequatam appello eam, cuius effectus potest clare et distincie per
eandem percipi. Inadaequatam autem seu partialem illam voco, cuius
effectus per ipsam solam intelligi non potest». E V. nella Prima risp. al
Giorn. d. Letter. (Opere, I, 221) avverte: Per vera cagione intendo
quella che per produrre l’effetto non ha di altra bisogno », 0, come
spiega nella Sec. risp. (I, 257), non ha di cosa forestiera bisogno »:
quella causa insomma nella cognizion della quale la scienza consiste, poiché il
criterio di avere scienza di una cosa, è il mandarla ad effetto ». Tutta
spinoziana, più che cartesiana, è la dottrina della sostanza e degli
attributi propugnata nel De antiq., e così riassunta nella Sec. risp. (I,
267): Sostanza in genere dico esser ciò che sta sotto e sostiene le cose,
indivisibile in sé, divisa nelle cose ch’ella sostiene; e sotto le divise
cose, quantunque disuguali, vi sta egualmente. Dividiamola nelle sue
spezie:sostanza distesa è quella che sostiene estensioni disuguali
egualmente; s o stanza cogitante è quella che sostiene pensieri disuguali
egualmente; e siccome una parte dell’estensione è divisa dall'altra, ma
indivisa nella sostanza del corpo, così una parte della cogitazione, cioè
a dire un pensiero, è divisa dall’altra, cioè da altro pensiero, ed è indivisa
nella sostanza dell’anima ». Cfr. De uno, lemm. I (Opp.?, ed. Ferrari,
III, 16). V., De antiq., c. IV, $ 2
(Opere), riproduce anche la distinzione spinoziana di attributum e modus.
Spinoziano è pure quel che V. dice nella Sec. risposta (I, 268) intorno
all’errore: Io non mai ho inteso dire false le apprensioni nell’esser
loro; perché i sensi, anche allorquando ingannano, fanno fedelmente
l'ufficio loro; ed ogni idea, quantunque falsa, porta seco qualche
realità, essendo il falso, perché nulla, impercettibile. Ma le ho dette
false, in quanto sono urti e spinte al precipizio della mente in giudizii
falsi ». Cfr. SPINozA, Eth., II, prop. 17 sch., prop. 35 etc. Per Spinoza (E#h., II, pr. 7) ordo et
connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum; e per V. egualmente:
L'ordine dell’ idee dee procedere secondo l’ordine delle cose » e le
dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che trattano
»: due dignità (LXIV e CVI) che, intese alquanto meglio che non suonino
le parole, si riferiscono allo stesso ordo di Spinoza. Per Spinoza è un corollario della cit.
proposizione quod Dei cogitandi potentia aequalis est ipsius actualì
agendi potentiae; hoc est, quicquid ex infinita Det DI
verso Dio è parte dell’ infinito amore onde Dio ama se stesso
!. Lo stolto, vinto dalle passioni, ci rimette la propria
felicità: perché la virtù, come dice Spinoza, è premio a natura
sequitur formaliter, id omne ex Dei idea eodem ordine eademque connexione
sequitur in Deo obiective»: che è il verum factum convertuntur rispetto a
Dio, di V.. Per Spinoza (E#à., I,
app.) il concetto delle cause finali è antropomorfico (quod scilicet
communtiter supponant homines, omnes res naturales ut ipsum propter finem
agere) e l’interrompere la ricerca delle cause meccaniche ricorrendo ad
Dei voluntatem è un ad ignorantiae asylum confugere. E V.: Gli uomini ignoranti delle naturali
cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per
cose simili, essi dànno alle cose la loro propria natura.... », e La
fisica degli ignoranti è una volgar metafisica, con la quale rendon le
cagioni delle cose ch’ ignorano alla volontà di Dio, senza considerare i
mezzi de’ quali la volontà divina si serve » (dign.). E altri riscontri si possono aggiungere
come i seguenti: Primum verum
metaphysicum et primum verum logicum unum idemque esse »: V., Notae al
Diritto Universale, in Opere?, ed. Ferrari, III, 21 (Scienza Nuova?, dign. CVI:
Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che
trattano »; cfr. pure dign.). Cfr. Spinoza, Eth., I, 10 sch. La fantasia
tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio » (Sc. N.2, dign.
XXXVI; e cfr. oltre,84 sgg.). Cfr. Spinoza, Tract. Theol.pol., c. 2: Nam qui maxime imaginatione pollent, minus
apti sunt ad res pure intelligendum, et contra, qui intellectu magis
pollent, eumque maxime colunt, potentiam imaginandi magis
temperatam, magisque sub potestatem habent et quasi freno tenent, ne cum
intellectu confundatur ». Anche per lo
Spinoza (Etàh., IV, 37 sch. I e 68 sch. e le note mie all’Ethica, Bari,
Laterza, 1914, parte IV, nn. 40, 80) la religione è, come pel V., il
principio della vita civile dell’umanità.
A Spinoza manca certamente la profonda teoria vichiana del certo
(v. oltre,120 sgg.); ma un accenno a questo concetto è nella sua dottrina
del valore probativo dei fatti storici (a proposito delle profezie) nel
Trattato teologico-politico. Notevole questo luogo delle Annot. in Tract.
th.-pol., VIII, in Opera, Vloten-Land, II, 177: Per res perceptibiles non illas tantum
intelligo, quae legitime demonstrantur, sed etiam illas, quae morali
certitudine amplecti et sine admiratione audire solemus, tametsi
demonstrare nequaquam possunt. Euclidis demonstrationes a quovis
percipiuntur priusquam demonstrantur. Sic etiam historias rerum tam futurarum
quam praeteritarum, quae humanam fidem non excedunt, ut etiam jura,
instituta et mores, perceptibiles voco et claros, tametsi nequeunt
mathematice demonstrari. Caeterum hieroglyphica et historias, quae fidem
omnem excedere videntur, imperceptibiles dico.Eth., V, prop. 36. Era
dottrina neoplatonica. Mi piace citare qui un luogo di un nostro
neoplatonico, di cui subì l’ influsso anche Spinoza, Leone Ebreo; il quale nei
Dialoghi di amore (1516) dice che se stessa: la virtù, che è rerum
scientia, certa scire, quindi mente adire Deum, che è il sommo bene. Il
saggio, ritraendosi con la mente dentro se stesso, riacquista la perduta
libertà (quella libertà che sarebbe stato meglio non avesse mai
compromessa e smarrita per il libero arbitrio !): poiché egli agnoscit quae in nobis sunt, natura sua
libera et propria esse: extra autem postta, serva et alieni iuris
». Lo stolto infine, sconfitto e fatto prigioniero di se medesimo, è
gittato nel carcere del corpo:
Tenebricosus carcer esì corpus; triumviri, opinio, falsitas,
error; custodes, sensus, qui in pueris acerrimi, in senibus hebetes, et
in omni vita pravis affectionibus corruptissimi ». Il nosce
te ipsum della prima Orazione diviene nella seconda: sequere naturam. Ma
è sempre lo stesso pro ]» amor divino non solamente ha dell’onesto, ma
contiene in sé l’onestà di tutte le cose e di tutto l’amor di quelle, come che
sia: perché la divinità è principio, mezzo e fine di tutti gli atti
onesti.... È principio, perché dalla divinità depende l’anima
intellettiva agente di tutte l’onestà umane, la quale non è altro che un
piccolo raggio dell’ infinita chiarezza di Dio appropriato all'uomo per
farlo razionale, immortale e felice. E ancora questafanima intellettiva,
per venire a fare le cose oneste, bisogna che partecipi del lume divino:
perché, non ostante che quella sia prodotta chiara, come raggio della
luce divina, per l’ intendimento della colligazione che tiene col corpo,
e per essere offuscata dalla tenebrosità della materia, non può pervenire all’
illustri abiti de la virtù e lucidi concetti della sapienzia, se non
ralluminata dalla luce divina in tali atti e condizioni, che così come
l’occhio, se ben da sé è chiaro, non è capace di vedere i colori, le
figure e altre cose visibili, senza esser illuminato dalla luce del sole,
la quale, distribuita nel proprio occhio e nell'oggetto che si vede e
nella distanzia, che è fra l’uno e l’altro, causa la visione oculare
attualmente, così il nostro intelletto, se ben è chiaro da sé, è di tal
sorte impedito negli atti onesti e sapienti dalla compagnia del rozzo corpo e
così offuscato, che gli è di bisogno essere illuminato dalla luce divina....»;
ed. Venezia, D. Giglio, 1558, p. 19. Pei rapporti di Leone con Spinoza
vedi E. SoLMI, B. S. e Leone Ebreo, Modena, Vincenzi, 1903; e GENTILE,
Studi sul Rinascimento, Firenze, Vallecchi, 1923, p. 96 sgg. Dopo, un
importante lavoro su Leone fu pubblicato da Ernst AppPEL, Leone Medicos
Lehre vom Weltall u. ihv Verhdltniss zu griech. u. zeitgenòssichen
Anschauungen, notevole per la illustrazione delle fonti di Leone
(Plotino, Ficino): in Arch. f. Gesch. d. Philos., XX (1907), 287-403,
456-96. Vedi ora gli studi del SAITTA nel Giorn. Crit. d. filos. ital.,
1924-25; e H. PFLAUM, Die Idee der Liebe, Leone Ebreo, Tiibingen, Mohr,
1926. cesso: onde la metafisica diviene un'etica, ma
un'etica che è una metafisica: un'etica naturalistica, come quella
di Bruno e di Spinoza, dove l’uomo non può trovare la sua libertà perché
è un modo della sostanza. Se V. fosse rimasto a questo punto, in cui Deus
operaur e l’uomo non può se non intelligere quel che fa Dio, al
concetto della storia, di un mondo creato dall'uomo, non sarebbe mai
pervenuto. Ma egli ora va ricercando come l’ intelligere umano possa
essere un operari di Dio; unità di contrari, senza di cui la storia della
Scienza Nuova non sarebbe nata nemmeno ?. La terza Orazione (che V.
dice recitata il 18 ottobre 1701, che è, a dir vero, dell’anno successivo) =
riprende la concezione dell’etica adombrata nella precedente, mantenendo
l’opposizione dualistica di natura e uomo, ragione e senso, virtù e
passioni, e quindi il concetto della libertà come prerogativa fatale
dell’uomo, prima origine di tutti i suoi vizi; onde tutto il male che fa
l’uomo, lo fa lui, e tutto il bene, in fondo, lo fa Dio. È
rafforzata l'opposizione tra la necessità naturale e la libertà
umana coi colori presso a poco di cui s’era servito, come s' è
1 Pel tema di questa Orazione cfr. il De uno, c. XXX, e la nota
del Ferrari a q. 1. in Opere2, III, 25. I concetti stoici dell’ Orazione
ricompaiono nello stesso De uno, cc. XII-XXXVIII. 2 [Infatti nel
1701, causa la così detta rivoluzione del principe di Macchia, lo Studio
napoletano si riaprì, non secondo la tradizione, il giorno di San Luca
(18 ottobre), bensì, senza alcuna cerimonia inaugurale, il ro novembre. Inoltre
in certi Giornali inediti di ANTONIO BuLIFON (amico del V.), alla data
del 18 ottobre 1702, è detto che, nella riapertura degli Studi avvenuta
in quel giorno, il signore Giovanni de V. fe’ una erudita orazione come lettore
di rettorica » (Comunicazione di F. NicoLINI, al cui lavoro rimando per una più
precisa documentazione)]. veduto, il Pico. Ma esplicitamente
deplorata, a differenza del Pico, la sua prerogativa. At utinam Deus fecisset immortalis
naturam humanam sibi itidem, ut reliquae, mancipatam ! ». Se
non che, nell’etica di quest'anno spunta un elemento nuovo, che rompe
l’ascetismo dell’ Orazione precedente. L'uomo, tornando in se stesso, per
seguire la propria natura, vi trova una legge che lo riporta fuori
di se stesso: Maxima quidem et
potentissima illa vis est in hominum animis insita, quae alium alii
consociat et comungit ». Pel V. la filosofia è ancora una naturae vestigatio;
ma in questa natura comincia ad esserci veramente qualche cosa, che non è la
natura fatta da Dio, e che non è male: ed è la soctetas. Questa realtà
non è più l’ Uno astratto del neoplatonico, perché si realizza
nella molteplicità; talché la stessa sapientia, che prima era quel
dio che l’ individuo trovava nel fondo della propria essenza, ora essa
stessa è un legame, una comunità, di cui compartecipano i filosofi. È il
mondo del diritto, che comincia a premere in V. sul neoplatonismo: un
empirismo contro una filosofia, ma che ha su questa il vantaggio di affermare
il valore di quel mondo umano, vario, diverso, non raggomitolato nel
pensiero immutabile dell’immutabile verità, ma spiegantesi attraverso l’amore
e l'odio per trionfarne. Legge della società è che il socio
aut rem aut operam conferat in commune; e V. in questa Orazione
svolge pedagogicamente la necessità che i soci di quella società
che è costituita dai letterati, dagli scienziati e dai filosofi adempiano
in buona fede secondo il monito del giureconsulto
romano (inter bonos bene agier)
cotesta legge. Scarsa l’ importanza scientifica dei singoli
precetti di questa morale letteraria esposta nel séguito dell’orazione;
ma nelle esemplificazioni e nella deduzione di essi V. ha occasione di
darci notizie assai interessanti per la storia del suo pensiero
filosofico, e indizi manifesti di una crisi che in lui vien
maturando. Dove riprende i filosofastri che contravvengono
alla buona legge della repubblica letteraria non recandovi il
contributo di opere proprie, ma badando a lacerare le altrui, reca ad
esempio le ingiurie che si sogliono scagliare contro Platone, anilium
fabellarum auctorem; contro Zenone, vanum mirabilium promissorem,
magnificum, suderbum et fastus plenum; contro Democrito ed Epicuro,
carneos homines; contro Cartesio, naturae pottastrum, € contro
Aristotele, al quale non se ne risparmia nessuna. Lo studioso di buona
fede deve, invece, lodare in ogni scrittore quel che c’è da lodare; e
attribuire gli errori all’umana debolezza. Si te
philosophiae dedidisti, audi Platonem, quae disserat de animorum
immortalitate, de divinarum aeterna et infatigabili vi idearum, quae de
geniis, quae de Deo summo bono, quae de amore a libidine defoecato; et
eum divini cognomentum lure promeruisse cognosces. Audi Stoicos,
quam graviter et severe sapientis constantiam doceant; et tute rigidos ac
torvos virtutis custodes dixeris. Audi Aristotelem, quanto acumine
facultatem dissertatricem universam complexus sit: cui nihil hactenus
aliud, nisi quam explicationem, rationem, et aliquod utilius exemplum
addiderunt: quo corde de re oratoria et poética praecepta tradat;
absolutissimum illud de morum philosophia systema perlege; et ingeniorum
miraculum ultro fateberis. Audi Democritum, quam verisimillima de
principiis rerum, de corpusculorum effluvio, de sensibus contempletur; et
Naturae praelucem appellabis. Audi Carthesium, quae de corporum
motu, de passionibus animi, de sensu videndi nova et admiranda
investigarit, quae de primo vero sit meditatus; ut geometricam methodum
in physicam doctrinam invexit; et philosophum dices non ad aliorum
exemplar factum. Dove, se non m’ inganno, è un documento assai notevole delle
opinioni filosofiche di V. al 1702. Platone coi rimaneggiamenti
neoplatonici (caratteristici il de geniis e il de Deo summo bono) è
sempre, com'era da aspettarsi, il fondamento: su cui si accettano degli
stoici la morale (cfr. Orazione precedente); di Aristotele la logica,
la rettorica, la poetica e l’etica (fusa con la stoica); e, quel
che è più interessante, si fa buon viso non solo a Cartesio, di cui già
la prima Orazione accettava la teoria del primo vero, che il De
antiquissima combatterà, e il metodo geometrico, che sarà sempre, più o
meno, vagheggiato come l’ ideale della dimostrazione scientifica in tutte
le opere, fino alla Scienza Nuova; ma, quel che non ci saremmo
davvero aspettati, anche a Democrito, anche a quella fisica corpuscolare
democrito-epicurea e cartesiana, che dal De antiquissima in poi V.
avverserà vigorosamente dallo stesso punto di vista dal quale
contemporaneamente, e per analoghe ispirazioni, la scalzava il Leibniz.
La dottrina dei punti metafisici non era ancor nata; ma è lecito anche
sospettare che per allora V. non vedesse nettamente l’ irriconciliabile
contrasto che c’è tra il meccanismo della fisica corpuscolare e il
dinamismo della sua metafisica platonica. Non è per altro da trascurare
che fin d’allora V. non riconosceva valore di verità, ma soltanto una
certa verisimiglianza a quella dottrina fisica, come probabilmente alla
teoria democritea, che poco prima aveva rinnovato il Locke, della
soggettività delle qualità secondarie (cui forse si allude col de
sensibus). Poiché in questa stessa Orazione spuntano quelle riserve, che egli
farà più tardi esplicitamente circa la portata dimostrativa del metodo
geometrico, su cui il razionalismo cartesiano faceva troppo assegnamento;
e s’affaccia quello scetticismo rispetto
alla scienza della natura che sarà
svolto poi nel De antiquissima, quando V. acquisterà la chiara coscienza
(una trentina d’anni prima di D. Hume) che la scienza della natura ci è
vietata dall’ impossibilità di conoscer le cause reali; e affermerà
esplicitamente che il razionalismo dei filosofi dal fastoso
placito sapientem nihil opinari, genera l’ordine tutto opposto degli
scettici: e opporrà al vero dei matematici i probabile dei filosofi!. Nella
fisica corpuscolare doveva vedere nel 1702 una verisimiglianza
equivalente alla probabilità propria della metafisica del De
antiquissima. E insomma di fronte a quella fisica è da credere che
rimanesse in atto di non irriverente scetticismo; secondo una tendenza ovvia
del suo neoplatonismo (e se ne è colta l’espressione nel Ficino), che
contrappone l’operare di Dio nella natura all’operare della mente
nell'animo: dualismo, per questo lato non diverso da quello onde
l’empirismo inglese doveva minare la scienza razionalistica cartesiana.
Tra gli altri precetti di buona fede scientifica V. appunto
raccomanda di non finger di sapere quello che s’ ignora. E nella
illustrazione di questo precetto fermenta certo lievito di scetticismo,
indice di studi nuovi e di nuovi bisogni mentali. Esempio di
ignoranza dissimulata sotto la maschera della scienza: l’antipatia. La si
definisce: una facoltà che non ne soffre un’altra. Ma che Dio ti benedica, spiègami in che
cosa è riposta questa facoltà. In
certa facoltà occulta. Ma appunto
di questo ti prego: spiegami questa facoltà occulta. E zitto. Perché non dire piuttosto fin
da principio: non so ? ?. Fin qui è la polemica cartesiana contro
le entità metafisiche e le qualità occulte degli aristotelici. Poi segue
un altro esempio, che è la satira di un'applicazione car I Sec. visp., in
Opere, I, 273-4. 2 Nel De antiq., c. IV, $ 2 e nella Sec. risposta,
$ IV in Opere, I, 261, V. poi diede torto così agli aristotelici, che
guardano le cose fisiche con aspetto di metafisici per potenze e virtù, e
così credono esser luce quelle cose che sono opache »; come ai
cartesiani, che con l'aspetto di
fisici guardano le metafisiche cose, per atti e forme finite, cioè non
credono esser luce se non dove ella riflette ». tesiana del metodo
geometrico in fisica. Donde apparisce che fin da principio V. doveva in
quella sorta di fisica incontrare insormontabili difficoltà, e si scorge
una certa anticipazione di una arguta censura mossa più tardi
all'abuso di certi metodi strepitosi: S' immagina che un cartesiano,
movendo dalle sue regole, definizioni e postulati, voglia dimostrare che
i corpi lanciati sien portati non dalla gravità, bensì dalla circumpulsione
dell’aria, con la pretesa di dare alla dimostrazione la stessa evidenza
di quella, che gli angoli di un triangolo sono eguali a due
retti. V. non la vede così
chiara. Ma tu hai concesso i
principil. SÌ, perché sono molto
verisimili. E allora? Ma, chi sa? Qualcuna di queste
regole del moto di Cartesio potrebbe anche esser falsa. Ossia, potrebbe!
Forse che il Malebranche ne ha scoperta falsa una sola? In conclusione: Quid simulamus et
geometricas demonstrationes homini sanae mentis obtrudimus, quas non
assequatur ? Sarebbe come chi ha buona vista, è sveglio, e non vede la
luce del sole. Ma confessiamo qualche volta la debolezza della
nostra natura: :n hoc studia valeant, ut hoc sciamus vel nescire,
vel admodum pauca scire. La differenza tra l’ ignorante e il dotto, si
sa, è che il primo crede di sapere, e il secondo sa d’
ignorare. Nella quarta Orazione (che dall’autore è attribuita al 18
ottobre 1704)? V. illustra un concetto ancor più alieno dal mero
ascetismo: che i maggiori vantaggi che sì possono ritrarre dagli studi
sono quelli che coincidono Sec. risp., $ IV: Opere, I 272. 2 Vedi
Nota più avanti,92 sgg. So coi fini morali propri degli studi
stessi indirizzati a pro della comunità civile. Egli s’allontana sempre
più dalla concezione mistica dello spirito, attratto dal vivo senso
della realtà storica della natura umana: onde finirà col vedere il vero e
il certo dello spirito soltanto nel senso comune degli uomini. Il sommo
bene non è più soltanto Dio (il Dio immediato, astratto); ma è anche la
vita comune, la realtà storica (Dio concreto, mediato). Non è
cangiato il punto di vista; ma la legge morale si riempie di un
contenuto, al quale lo spirito prima era indifferente, e che accentua il motivo
dell’ immanenza, di contro a quello della trascendenza del panteismo
acosmico dei neoplatonici. La sapienza o cognizione di Dio si
orienta verso la realtà umana; pur rimanendo mera cognizione, ed
un'etica, perciò, eudemonistica. V. sente il bisogno di spezzare una lancia in
favore dell’ intellettualismo socratico, combattuto da Aristotele,
pigliandosela con coloro che omnium primi hanc humanae societati
perniciosissimam invexerunt horum verborum ‘utilis honestique’ distinctionem;
et quod natura unum idemque est, falsis opinionibus distraxerunt ».
Per V., come per Spinoza! e per tutti i platonizzanti, la felicità,
consistendo nella cognizione, che è pure la virtù, non può scompagnarsi
da questa, anzi coincide con questa. V., per altro, introduce di suo una
distinzione notevole: distingue beni fisici e beni spirituali,
tralasciando di dimostrare (ma non negando) nei primi la identità
socratica dell’utile e dell’onesto; e restringendosi ai secondi. Officia, egli nota, quae a mentis opibus
animique proveniunt, non sunt ciusmodi, ut vita, fundus, aedes, quas qui
insumit non utitur, qui utitur non insumit; sed res eius miri generis sunt, ut
qui eas tenent, non habeant; qui donant, hoc ipso quod donani,
conser t Eth., IV, prop. 24. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA
vent; et argute ac vere carum avaros înopes, liberales dixeris copiosos.
Et vero caussarum patrocinia, morborum curationes, agendorum
fugiendorumque consilia uter în suis rationibus referat îs, qui accepit
has res, an qui dederit ? Quod si ita se res habet, necessario illud
conficitur: quo quis eiusmodi officiorum finem sibi ampliorem proponit,
uberius eorum facere compendium mnecesse est. Quis autem amplior
finis, quam velle iuvare quam plurimos, quo uno homines, alius alio
proprior ad Deum Opt. Max. accedit, cuius ea est natura, iuvare omnes ?
>. Qui abbiamo, mi pare, un nuovo orientamento, non per l’
indirizzo etico, che rimane immutato, ma pel concetto fondamentale dello
spirito. L’accessio ad Deum, in cui si continua sempre a risolvere il
processo dello spirito, non è veduta come un ritrarsi dello spirito dalla
molteplicità (della natura corporea) nella propria unità; anzi come un
uscire dalla propria astratta unità e realizzarsi nella molteplicità
(dello stesso spirito, come comunità sociale). V. non guarda più alla
natura, in cui non ha trovato mai il suo mondo, e da cui si sforzava di
raccogliersi in sé; ma comincia a guardare alla storia, dove ha ritrovato
sempre se stesso, studiando il diritto. Onde il processo spirituale gli
si rovescia, e se prima era un ascenso a ritroso del descenso divino, ora
comincia ad apparirgli un descenso anch’esso parallelo al divino; e
con questo di vantaggio, che il descenso divino del neoplatonico è decremento
di realtà, e il descenso dello spirito è un incremento di realtà, e
quindi piuttosto un ascenso. Lo spirito si realizza nella comunicazione;
non si diffonde perciò, ma si concentra. Non si tratta più di cieco
emanatismo, ma di veramente provvidenziale, finalistico, processo
teogonico. V. intravvede già oscuramente la via sua, e
comincia a staccarsi dalla vecchia filosofia. E sulla nuova via
risolutamente s’avanza nella successiva Orazione (18 ottobre 1705)
*, che, proponendosi di provare respublicas tum maxime belli gloria
inclytas et rerum imperio potentes, cum maxime literis florueruni, ha
occasione di svolgere il concetto dialettico dello spirito che è spuntato
nell’ Orazione dell’anno innanzi. Poiché essa si aggira intorno al
concetto della guerra, che riapparisce in aspetto affatto diverso da
quello, in cui era stata rappresentata nell’ Orazione del 1700. Lì la guerra
era dell’uomo in balìa del senso, accecato dalle passioni, artefice di
male agli altri e a se stesso, errante fuori della sua razionale
natura, nella cui immoltiplicabile unità non può nascere conflitto
di sorta. Nata dall’errore, essa non poteva non esser deplorata come
l’errore: effetto di una libertà malaugurata, non manifestava la divinità, anzi
la miseria dell’uomo alienatosi dalla sua divina origine. Qui invece
l’errore stesso comincia ad apparire all'uomo, che ha meditato sul mondo
umano, qualche cosa di necessario: ut ad quod verum vecta pergere nati
sumus, non nisi per viarum amfractus circumducamur. Che è ben altra cosa da
quella facile impresa che pareva una volta la filosofia a V. (Oraz.
I), per cui ognun che volesse non aveva che a guardar il tesoro di divina
sapienza recatosi in seno dalla nascita. Qui la filosofia è un’ impresa
non meno virile ed ardua della gesta guerriera. Le forze dello spirito si
sublimano ai suoi occhi; non per la loro natura od origine, ma pel loro
valore e destino. An ignoramus,
quanta sit animi vis, quamque admirabilis?... Qui sapientiam
ociosam putant, non plane norunt. Ea enim est hominis emendatio.
Nam mens et animus homo: mens autem erroribus obrupta, animus
cupiditatibus depravatus. Sapientia utrique medetur malo, et mentem veritate, animum
virtute format. Virtus instar ignis actuosa semper.... ». Qui tutto è
capovolto. La stessa mens, contro cui lo stolto della seconda I Se
questa data assegnata dal V. è esatta.] Orazione si metterebbe arrendendosi
agli appetiti, non è verità, ma errore anch'essa. Il punto di partenza
(la natura umana) non è più il bene, ma il male. L'uomo comincia ad
apparire originariamente non più l’Adamo dell’ Eden, ma il bestione postdiluviano.
La ragione tutta spiegata non è a principio, ma alla fine; e il
processo non è un tornare indietro dopo vani erramenti, ma un
andare avanti, sempre avanti, dall’errore alla verità. I conflitti,
quindi, che la guerra deve risolvere, non sono più accidentali, ma
naturali e necessari; e le guerre stesse quo res componanit vengon
dichiarate necessarie al genere umano !. Quid enim sibi volunt graves ex
eo 1ure conceptae formulae, nisi bona pace iniurias ad iuris hostimentum
revocari; sin per pacem non liceat, ut armata vi vindicare inferendas,
ulcisci acceptas ius sit: et fas nationum supremamque iuris gentium legem,
conservationem humanae societatis, quam sapientes volunt, omnium
officiorum moderatricem, armatos milites asserere ac vindicare? ». Le
guerre, secondo V., si devono definire turis 1udicia; la scienza della
guerra humani iuris prudentia, giurisprudenza internazionale; e, perché tale,
atta a nutrirsi, come è dimostrato anche dallo studio della storia, di
tutta la ricchezza spirituale che in uno Stato è tesorizzata dal
fiorire d'ogni cultura letteraria, scientifica, filosofica, 0, in genere,
dello spirito. Sì comincia così ad intravvedere un vero certo,
un razionale provato dalla realtà, un diritto prodotto dai fatti;
un bene che sfavilla dal cozzare dei mali; una sapienza, a cui collabora
il genere umano, in una fatica che non è più vana. V. distingue due
specie di guerre, bella generis inferioris e bella generis superioris; le
guerre di Attila, devastatrici e barbariche, e le guerre di Senofonte,
civili ed edificatrici di civiltà. Inutile qui rilevare il carattere
empirico della distinzione. V. ha distratto il suo sguardo
dal mondo intelligibile dei filosofi platonici; è concentrato nella
contemplazione dell’uomo. Nella sesta Orazione (18 ottobre 1707) ®
affronta, come farà più ampiamente nell’orazione notissima dell’anno
dopo, il problema dello svolgimento pieno e graduale dello spirito dal
lato che interessa la pedagogia: Corruptae hominum naturae cognitio ad
universum ingenuarum artium scientiarumque orbem absolvendum invitat, ac
rectum, facilem ac perpetuum in tis addiscendis ordinem exponit. È il
problema stesso della prima Orazione, dove il nosce te ipsum non faceva
scoprire altro che l’astratta natura divina dello spirito umano, e
qui invece mette innanzi tutto un processo di sviluppo di questo spirito,
dalla sua natura corrotta alla scienza. Sviluppo, che non è niente
di accidentale, ma la realizzazione dello spirito; e a cui perciò il
pedagogista si appella contro l’usanza di avviare i giovani allo studio
di questa o quella determinata scienza o arte, filiorum ingenio ad
quaenam id factum natumque sit inexplorato, et eorumdem naturae viribus
inexpensis, ex sua animi libidine.... vel invita quam sacpissime Minerva 2.
V. comincia dal descrivere al vivo gli effetti del peccato
originale, oltre il quale la sua mente più tardi non risalirà a
vagheggiare lo stato originario dell’uomo perfetto. Di qua da esso l’uomo
non ha più nella lingua lo strumento di espressione adeguato del proprio
pensiero; nella mente non ha più lo strumento del vero; e quindi si
travaglia tra le apparenze fallaci e le mutevoli opinioni; e, quel che
più lo affligge, l'animo non gli serve 1 Vedi Nota più avanti,92
sgg. 2 Cfr. S. Nuova, Dign. VIII: Le cose fuori del loro stato
naturale né vi si adagiano né vi durano.] più se non a gettarlo in preda
alla tempesta delle passioni. L'emendazione dello spirito consisterà
pertanto nell’eloquenza, nella scienza e nella virtù. Il fine dell’uomo,
si può dire, è quello di farsi uomo: certo scire, recte agere, digne
loqui. Uomini divini son quelli che stimolano efficacemente gli uomini al
raggiungimento di cotesto fine. Nec sane alio fictis fabulis poètae
sapientissimi Orpheum lyra mulxisse feras, Amphionem cantu movisse saxa,
t1sque sese sponte sua ad symphoniam congerentibus, Thebas moenisse
muris; et ob ea merita illius lyram, delphinum huius in coelum invectum
astrisque appictum esse finxerunt. Saxa illa, illa robora, illae ferae
homines stulti sunt: Orpheus, Amphion sapientes, qui divinarum scientiam
huma-. narumque prudentiam cum eloquentia coniunzeruni, erusque
fleramina vi homines a solitudine ad coetus, hoc est a suo ipsorum amore
ad humanitatem colendam, ab inertia ad industriam, ab effrena libertate
ad legum obsequia traducuni ; et viribus feroces cum imbecillis rationis
aequabilitate consociant ». Orfeo e Anfione diverranno per V., più tardi,
ritratti ideali e fantastici universali della prudenza incivilitrice dell’uomo:
ma qui appariscono come i rappresentanti della forza plasmatrice (flexamina
vis) tutta propria della spiritualità umana: per cui gli uomini da se medesimi
escon di solitudine, celebrano l’umanità loro nelle città, nel lavoro,
costringono la libertà sotto il freno delle leggi, consociano le loro
forze selvagge al mite governo della ragione: quello insomma che si dirà
il mondo delle nazioni. Is perpetuo est horum studiorum
verissimus, amplissimus et praeclarissimus finis. Siamo ben lontani dal non
doversi altrove il fine degli studi riporre che in coltivare una specie
di divinità nell'animo nostro, come sosteneva la prima Orazione !
A dichiarazione del metodo proposto come l’unico da seguire per il
raggiungimento del fine proprio degli studì, V. premette un disegno
dell’enciclopedia (:9sam sapientiae suppellectilem omnem
instrumentumque). Disegno, che dà luogo a due osservazioni. La scienza
delle cose divine è distinta in scienza delle cose naturali, quarum
Deus natura est, e scienza delle cose divine propriamente dette, quarum
natura Deus est. Distinzione, come si vede, neoplatonica, fondata sulla
distinzione di un Deus-natura e un Deus supra naturam, com’ è in
Bruno. Le scienze naturali sono: la matematica, di cui è
un’applicazione, operaria appendix, la meccanica; e la fisica, a cui van
riportate l’anatomia, studio della fabbrica del corpo umano, e la
medicina, fisica del corpo umano ammalato, e corollario pratico
dell’anatomia. Di queste due scienze naturali qui per la prima
volta sì presenta esplicito il concetto, che sarà sostenuto tra
breve nel De antiquissima, dove prenderà corpo lo scetticismo prenunciato nell’
Orazione terza: Naturalium rerum contemplamur vel ca, de quibus tam inter
homines conventt et constat, formas et numeros, de quibus mathesis suas
conficit apodixes ; vel caussas, de quibus maxime inter doctissimos homines
disceptatur, quas explicat physice ». E più innanzi dello studio delle
matematiche si dice: Eo facto
adolescentes in rebus, de quibus iam inter homines conventi, ex dato vero
verum conficere assuefiunt; ut in physicis, de quibus maxime contenditur,
idem praestare possint ». Il nucleo centrale di quella che è stata detta
prima forma della gnoseologia vichiana è già formato. L’ex dato
vero accenna già all’artificiosità delle matematiche, di queste verità,
che son tali per noi perché fatte da noi. Il verum conficere prelude da
vicino al verum factum. L'applicazione della matematica alla fisica è già
dichiarata impotente a conferire a questa la certezza di quella.
Ma, come or ora vedremo, V. non ha raggiunto ancora la chiara
coscienza della esigenza di una fisica dinamistica contenuta nella sua
metafisica. Enumerate tutte le discipline, fa osservare che, salvo
le matematiche, la logica e la metafisica, a causa della somma
astrattezza dei loro oggetti, tutte le altre hanno non soltanto una parte
teorica (le instituttones quae rerum genera prosequuntur), ma anche una
parte storica; che, nel pensiero del V., non è propriamente la storia
delle singole discipline, ma la concretezza del loro contenuto,
l'applicazione delle teorie ai particolari, l’esemplificazione dei
concetti generali nelle specie. Giacché altro è studiare, poniamo,
la lingua latina, in astratto, altro studiarla nei suoi ottimi scrittori;
altro studiare la rettorica, altro gli oratori; e lo studio della
poetica si compie e integra con quello dei poeti. La fisica non deve né
anch’essa contentarsi di generalità; ma descrivere i fenomeni
particolari. I diari clinici con la nota dei così detti rimedi specifici
sono la storia della medicina. La teologia si storicizza nei libri sacri,
nei dommi e nella tradizione perpetua dell’ insegnamento e della
disciplina della Chiesa. La giurisprudenza ha la sua storia nelle singole
leggi, nelle interpretazioni singole dei giureconsulti, nei vari esempi
delle cose giudicate. La dottrina dell’uomo e del cittadino (moralis et
civilis), non occorre dirlo, hanno la loro storia in quella che è
la storia per antonomasia, le memorie e gli annali degli uomini
grandi e i pubblici monumenti. Concetto, di cui non c’ è bisogno di
rilevare la grande importanza e le attinenze intime con quell’unità del
vero col certo, della filosofia con la filologia, che sarà una
delle intuizioni principali, la principale, della Scienza Nuova.
Definito quindi il disegno di una compiuta istruzione onde lo
spirito può instaurare la propria natura, V. trae il suo criterio
metodico dalla norma già altra volta invocata a instaurazione dello
spirito etico: in guisa che, per stabilire l’ordine degli studi, naturam,
egli dice, se 88 DI quamur ducem. E infatti la deduzione del
suo metodo è una filosofia dello spirito, di cui in questa ultima
delle sue Orazioni inedite egli segna alcune linee definitive. Le quali
saranno riprese nell’ Orazione dell’anno appresso De nostri temporis
studiorum ratione, e non saranno più cancellate nella ulteriore
elaborazione del pensiero vichiano. La prima proposizione, in cui
culmina un pensiero già incontrato nella prima Orazione, d'origine
neoplatonica, suona: Nullum sane
dubium est, quin pueritia, quantum ratione infirma aetas est, tantum
memoria valeat »; la quale poco più oltre vien integrata con l’altra: n
ephoebis phantasia plurimum pollet.... nil autem rationi magis,
quam phantasia adversatur », sicché, a suo tempo, phantasia attenuanda est, ut per cam ipsam
ratio invalescat » *. Che saranno due delle più famose dignità della
Scienza Nuova: La fantasia tanto più è robusta quanto è più debole
il raziocinio » 2; e ne’ fanciulli è
vigorosissima la memoria; quindi vivida all'eccesso la fantasia,
ch'altro non è che memoria dilatata o composta»: e tutte insieme
uno dei concetti più importanti e suggestivi della filosofia del V.. Che
la memoria sia potente nei fanciulli vien confermato dall’osservazione,
già fatta nella prima Orazione, circa il ricchissimo patrimonio
linguistico che i fanciulli son capaci di accumulare nei primi tre
anni; e dall'altra, che V. dimenticherà nel De antiquissima, ma
rinnoverà più tardi, facendone uno dei canoni capitali della Scienza
Nuova: che cioè la lingua non è creazione della ragione, ma della memoria
(o fantasia), perché pro en I Nella Orazione IV già aveva
detto: Atque ea omnia quae memorari
facienda sunt ab adolescentibus, qua aetate et sensus maxime vigent et
phantasia plurimum pollet, et mens, quia tum primum materiae vinculis
relaxetur, angustissima sit; et ratio, cum in summa versetur ignoratione
rerum, sit ad vicium usque curiosa »: Opere, I, 37. ? Dign.] dotto
popolare, e non frutto di sapienza riposta *. Il corollario pedagogico è,
che le lingue sono gli studi più adatti alla prima età. Superata la
quale, spunta la ragione. Ma lo sviluppo di questa è impedito dal
fluttuare delle opinioni, ‘dal prepotere "della ‘fantasia. Chi non
sa che, quando questa ci ha fatto immaginare da giovinetti città e
regioni lontane e mai viste, a stento col progredire degli anni riusciamo
a formarci un'idea diversa ? Tam alte prior caelata est, ut complanari, et
alia super ca induci non posstt. E dell'opposizione tra fantasia e
ragione si fa esperienza nelle donne; le quali, appunto perché ci
superano nella fantasia, fanno meno uso della ragione: onde più degli
uomini soggiacciono alle passioni. L’attenuazione della fantasia è, come siè
accennato, il miglior modo di favorire il vigore della ragione: e però 1
giovani, dopo le lingue, devono studiare la matematica, che è tutto un
esercizio d’ immaginazione, la quale deve spiegare tutte le sue forze per
tener dietro a lunghissime serie di figure e di numeri e cogliere quindi
la verità delle dimostrazioni. Intanto la fantasia in cosiffatto
esercizio (per una specie di eterogenia di fini, onde si gioverà
tanto la Scienza Nuova a intendere lo sviluppo dello spirito), vien
rimettendo ogni crassezza e corpulenza (crassitie et corpulentia): la
fantasia, si direbbe, nega se stessa nella considerazione dei punti e
delle linee: la mente umana si liquefà, comincia a purgarsi, e dal senso
passa al pensiero. Giacché, dopo le matematiche, si può volgere alla
fisica, ossia agli oggetti che non sono più sensibili, e pur sono
corpi; atque ex rebus, quae sensu
percipiuntur, par est, quae omnem sensum effugiuni colligere, adhuc
corpora tamen »; appunto mercé la fisica, che studia « insensibilia
Nulla doctrina ratione minus, magis memoria constat, quam sermonis, nam
eius ratio consensus et usus populi est: quem penes arbitrium est, et
ius, et norma loquendi»: Opere, I, 63-4. corpora
corumque insensibiles et figuras et motus, quae sunt naturalum rerum
principia et caussae ». (Siamo,
come si vede, ancora alla fisica corpuscolare, che sarà detta poi di
falsa posizione in quanto non trascende i corpi per ispiegarli). Così la
mente, fer gradus, attraverso 1 dati della matematica e i dubbi della
fisica, si vien depurando, e liberando dal senso, e può elevarsi
allo studio delle cose spirituali, e conoscere con intelletto puro
(la mente pura della Dign. LIII) se stessa, e per se stessa Dio. Scoperta
quindi la regola del vero e del falso, si potrà studiar la logica; e,
conosciuto Dio, volgersi alla teologia; e quindi all’etica, che consegue
dall’ intera scienza delle cose divine ed umane. Ma poco importano
1 particolari del ciclo, onde si conchiude lo sviluppo dello spirito:
molto la legge di questo sviluppo, che è quella a cui s’'atterrà il
pensiero vichiano; e, liberatosi nel De antiquissima dalla intuizione
neoplatonica del mondo, in cui aveva, per così dire, impegnati i suoi
occhi (mondo della natura, da cui si risale a Dio, ma da cui non si
può salire all'uomo), se ne farà una fiaccola, nel Diritto Universale e
nella sua opera maggiore, che è poi la vera sua opera, per penetrare in
quell’oscuro mondo dell’uomo, in cui l’uomo crea se stesso: il mondo, che
era affatto ignorato da tutta la filosofia precedente. Conchiudendo:
la prima fase del pensiero vichiano si distingue dalla seconda e dalla
terza come l’unità ancora indistinta di entrambe; quell’unità, a cui
bisognerà guardare per intendere le due fasi consecutive, ciascuna delle
quali la porterà tuttavia oscuramente in se stessa. In questa fase c’ è
la metafisica antica dell’essere, in cui la mente è in quanto cessa di
esser mente, il molteplice nega la sua molteplicità, lo sviluppo si
contrae nel suo punto di partenza, e il mondo, come mondo, non ha valore,
e rappresenta un decadimento e una diminuzione di realtà. È la
metafisica antica, platonica per antonomasia; verità senza certezza;
oggetto senza spirito: e quindi trascendenza e scetticismo: il dommatismo di
Spinoza e lo scetticismo di Hume. Ma c’è anche un’altra metafisica, che
non è dell’essere, bensì dello spirito, il cui essere non è se non in
quanto si fa (spiritualmente), attraverso contrasti, sempre composti e sempre
rinascenti, in cui si svolge con incremento continuo la realtà, che non è
più concetto astratto (genera, gli universali della logica
aristotelica), ma storia, particolari, onde si realizza
l’universale: individuo. La prima metafisica è svolta nel De
antiquissima. La seconda nelle opere con cui, dieci anni dopo, dal
Diritto Universale in poi, il filosofo riprese la sua attività letteraria. Ma,
come il conato della prima metafisica porta l’ Uno a moltiplicarsi e lo
spirito a farsi natura, la natura umana della seconda è naturalmente
portata a dilettarsi dell'uniforme (Dign. XLVII); ossia un nuovo conato: spinge
il molteplice a unificarsi, la natura (la natura dello spirito, il
sentire senza avvertire) a farsi spirito (riflessione con mente pura),
che, come senso comune (Dign. XII), supera ogni arbitrio dello spirito
finito, ed è la stessa Provvidenza divina, Dio 2. Ora, come il
primo conato lega Dio al mondo, e quindi la metafisica a una storia
che, per non esser nostra, non può esser conosciuta da noi; il secondo
lega il mondo come umanità a Dio, e quindi fa della storia la nostra vera
metafisica. Ma V. 1 Scienza Nuova?, ed. Nicolini,183, 238. .,* E
questo istesso è argomento che tali pruove [della S. N.] sieno d'una
Specie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un divin piacere.] ha
perfettamente ragione nella Scienza Nuova di ripetere quel che è lo
scetticismo del De antiquissima, e però di conservare la metafisica che
non è nostra (di quel mondo naturale, di cui Dio solo ha la
scienza)! insieme con la nostra metafisica. Le due vedute, le due
opere vichiane,"s’ integrano a vicenda. Il che vuol dire che a
fondamento del processo dalla natura a Dio della Scienza Nuova rimane
sempre pel V. un processo da Dio alla natura, un descenso platonico, che
spiega così la tendenza vichiana al panteismo e all’ immanenza e
però al soggettivismo e alla metafisica della mente, come la tendenza,
anch’essa incontestabilmente vichiana, al teismo e alla trascendenza, e
però al platonismo e alla metafisica dell’essere. La luce è anche in V.
cinta da un emisfero di tenebre. NOTA Un
valente studioso, DONATI pubblica (negli Annali della Fac. di Giurispr. della
Univ. di Perugia, vol. XXX) un’ importante memoria sui Prolegomeni
della filosofia giuridica del V. attraverso le Orazioni inaugurali dal
1699 al 1708. Dove è indagato con molta sagacia lo svolgimento del pensiero
vichiano attraverso le Orazioni inaugurali, compresa quella del 1708 De
nostri temporis studiorum ratione; e ciò in relazione col Diritto
Universale. E si vuol mostrare come a grado a grado si venissero
svolgendo i germi che giunsero a dare i loro frutti maturi nel De uno. E
non si può non congratularsi di questa nuova analisi dei primi scritti
del V., che fino a pochi anni fa solevano passare quasi inosservati:
poiché il Donati mette nella più chiara luce gli addentellati che in essi
hanno taluni dei concetti principali del periodo posteriore della speculazione
vichiana, T- -» I
Dee recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di
conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale perché Iddio
egli il fece, esso solo ne ha la scienza.] spiegando ottimamente perché le
prime sei Orazioni V. non avesse più pubblicate, e in qual senso
rifiutasse tutte le opere anteriori alla Scienza Nuova seconda;
quantunque troppo forse egli si giovi delle tardive illustrazioni e
dichiarazioni dell’Awutobiografia per accertare l’originario significato dei
primissimi scritti. Tutte le sette Orazioni inaugurali sono
considerate strettamente connesse tra loro e tutte destinate a preparare la
trattazione del De uno con la discussione di tutti i problemi critici 0
introduttivi: e andrebbero divise in tre gruppi, distribuendo le prime
sei dal V. lasciate inedite in due trilogie (come le vuol denominate il
Donati): l’una sul fondamento della sapienza, e l’altra sulla
destinazione di questa. Alle quali trilogie seguirebbe da ultimo, a modo
di conclusione, l’ Orazione sul metodo. E poiché il fondamento della
sapienza, ossia dello svolgimento dell’attività razionale conoscitiva
dello spirito, consiste nella natura dello spirito considerata dal V. non
come astratta unità isolata, ma, unità del molteplice, e quindi
individualità che ha la sua concretezza nella storia, nelle attinenze sociali e
nella vita comune, dalla prima trilogia è ovvio il passaggio logico alla
seconda, destinata a illustrare i fini della scienza desunti dalla vita, e a
mostrare nella scienza stessa uno strumento per l’azione e il principio
della retta volontà. Onde entrambe le trilogie si possono a ragione
considerare una preparazione analitica di quella sintesi, che è
rappresentata dall’ Orazione sul metodo del 1708, e che V. nella sua
Autobiografia dice come un abbozzo
dell’opera che poi lavorò: De universi iuris uno principio ecc., di cui è
appendice l’altra De constantia iurisprudentis ». La
esposizione che ne fa il Donati in correlazione col De uno è meritevole
d’ogni lode: precisa, netta, chiara e rigorosa, in modo da riuscire una
illustrazione efficacissima dell’ordine di pensieri adombrati dal
filosofo napoletano nella forma alquanto rettorica di quegli antichi suoi
tentativi. Ma, né mi pare che ne venga un risultato nuovo per gli studi
intorno alla formazione della filosofia vichiana; né che riesca
sufficientemente dimostrata la tesi finale dell’autore, circa l'autonomia
del Diritto Universale, come trattazione speciale di filosofia del
diritto, e conclusiva d'un periodo d’indagini filosofico-giuridiche, dalla
Scienza Nuova, come quadro più vasto, a cui il problema del diritto si
sarebbe esteso dopo il De uno. In un punto il Donati accenna
ad una interpretazione della Orazione del 1699 diversa da quella data da
me. Egli ritiene che le dichiarazioni del V. in quella Orazione circa la
potenza creatrice dello spirito nel mondo umano bastino a salvare l’autonomia
dell’uomo; né quindi si potrebbe convenire con me per l’ identità che io
vidi in quello scritto tra l’uomo e Dio. Ma nello stesso luogo io
richiamai altri pensieri analoghi di scrittori del nostro Rinascimento
(v. sopra p. 46; e ora lo studio intorno al Concetto dell’uomo nel
Rinascimento, nel mio volume G. Bruno e il pensiero del Rinascimento);
pensieri i quali mettono fuor di dubbio che questa celebrazione dell’uomo
era un motivo tradizionale, caro sopra tutto agli scrittori neoplatonici,
ignari ancora d’ogni vero principio di distinzione dello spirito umano
dal divino, e insufficiente quindi da sola a quella coscienza
dell’assoluta libertà dell’uomo, alla quale più tardi tenderà con tanto
ardore V.. E sta logicamente che, se già nel 1699 V. avesse raggiunto
questa nozione dell'autonomia dell’uomo, non avrebbe potuto, undici anni
dopo, incorrere nello scetticismo del De antiquissima. E quanto ai
rapporti del De uno con la Scienza Nuova, sono essi da considerare o no,
come due redazioni diverse e successive della stessa opera ? Va da sé che
l’accentuazione dello speciale problema del diritto dal V. non ravvisato mai nella sua
caratteristica differenziale che
l’autore può aver fatto nel De uno per ragioni estrinseche, come quelle
de’ suoi interessi accademici, non può aver peso per decidere se,
sostanzialmente, il tema in cui si travaglia in entrambe le opere la
mente del V. sia sostanzialmente il medesimo. E tra tutti i rilievi fatti
in proposito dal Donati, quello che, secondo lui, dovrebbe togliere
perplessità ed equivoci (p. 81), si riduce a chiarire, secondo lo stesso
autore, che quando il proposito del V. nel De uno ritorna per dar materia
alla Scienza Nuova, si allarga nella sua estensione, si precisa nel suo
significato » (ivi). Il che non costituisce certamente una differenza
sostanziale, per la quale s’abbia a conferire al problema del diritto
nella filosofia vichiana quell’ importanza specifica che esso non ha:
almeno fino a che il Donati non ci abbia dato una dimostrazione più
conclusiva di questa, con cui si chiude il suo bello opuscolo.
Un'altra serie di studi molto importanti, di carattere biografico e
cronologico, ma che potrebbero avere conseguenze di gran rilievo rispetto
alla storia intellettuale del V., sono quelli che vien conducendo
sull’Autobiografia il NicoLINI. Il quale dagli errori cronologici
commessi dal V. nella ricostruzione della sua vita e del suo pensiero e
fors’anche nella datazione delle sue vecchie Orazioni inedite, è
indotto a dubitare se per avventura non solo l’anticartesianismo ma
fors’anche lo stesso neoplatonismo di questa prima fase del pensiero vichiano
non sia, almeno in parte, una coloritura tardiva che l’autore medesimo
fece del proprio pensiero. Codesti suoi dubbi il Nicolini mi ha
amichevolmente comunicati. E sebbene a me sembrino eccessivi, sopra tutto
se si tien presente la logica dello stesso sviluppo del pensiero vichiano, non
voglio qui tralasciare di riferire talune sue osservazioni, delle quali
bisogna tener conto ancorché non bastino a suffragare le conclusioni che il
Nicolini tende a ricavarne. Prima di tutto a proposito del cenno
autobiografico sul Di Capua da me richiamato a p. 39: Non ho
fatte ancora ricerche speciali sulle derivazioni del V. da Tommaso
Cornelio. Ma quanto a Lionardo di Capua (che abitava a Napoli a pochi
passi dalla casuccia del V., a San Biagio dei Librai), posso affermare di
sicuro che V. nella sua gioventù fu un fervente ‘ capuista ’, e che il
giudizio non favorevole dato nell’Autobiografia sullo scetticismo del Di
Capua è, al solito, anacronistico; e cioè rappresenta lo stato d'animo
del V. nel 1728, non nel 1695. Tutto ciò è mostrato nella terza
puntata del mio lavoro Per la biografia, ove, tra altri argomenti,
son messi in rilievo questi: a) la prosa giovanile del V.
(periodo, costruzione, terminologia e giro di frase) è modellata esattamente su
quella di Lionardo di Capua; b) ancora nel 1715-17 V. era (almeno
letterariamente) così capuista, da ricalcare la sua Vita di Antonio
Carafa sulla Vita di Andrea Cantelmo del Di Capua (fu già osservato
anche dal CROocE nel suo scritto sulla Vita di Antonio Carafa);
c) nella famosa disputa tra il Di Capua e l’Aulisio, che per anni
tenne divisa la Napoli dotta in due partiti avversissimi, che
polemizzarono tra loro nel modo più violento, V., insieme con altri suoi
amici capuisti, si schierò risolutamente accanto al Di Capua; tanto che
per parecchi anni l’Aulisio gli serbò il broncio e gli perdonò soltanto
nel 1709, dopo che V. ebbe pubblicato il De studiorum ratione (cfr.
Autobiografia, p. 33). Insomma, qui come in molti altri punti dell’
Autobiografia, V., nel discorrere dei suoi studi giovanili, trasportò
alla sua forma mentis giovanile quella dei suoi sessant'anni: da che
la conseguenza che, per la ricostruzione della primissima fase del
suo pensiero, l’Autobiografia è una fonte assai infida. Diverso,
naturalmente, dovrebb’essere il caso per la ricostruzione del pensiero
vichiano dal 1699 in poi, perché di esso si dovrebbero pure avere
documenti contemporanei nelle Orazioni inaugurali. Senonché, queste, nel
testo in cui ci son pervenute, ci offrono l'effettivo e successivo svolgimento
della mente del V. dal 1699 al 1707 ? Questa la questione. Che il
codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, donde prima il Galasso, poi
tu e io pubblicammo quelle Orazioni, ne contenga non la prima stesura
(quella recitata via via all’ Università) e nemmeno la seconda (di cui restan
soltanto alcune Emendationes), ma soltanto una terza stesura, dimostrai già nella Nota bibliografica
di quel nostro volume vichiano. Resta ora a vedere: I) in qual
tempo V. allestì codesta terza stesura; 2) se nell’allestirla,
egli v’introdusse soltanto correzioni di forma, o non anche mutamenti
filosofici più o meno profondi e correlativi al grado di maggiore
maturità raggiunto dal suo pensiero. Quanto al primo punto, è
cosa più che certa che la terza stesura delle Orazioni può esser bensì
posteriore, non mai anteriore al 1708. Basti dire che nel codice che ce l’ ha
serbata (tutto di pugno di Giuseppe V. con correzioni autografe di
Giambattista), le sei Orazioni inaugurali formano un sol corpo col De
studiorum ratione (recitato il 18 ottobre 1708), e tutte sette s'
intitolano complessivamente: De studiorum finibus naturae humanae convenientibus.
Anzi, poiché da alcuni raffronti che ho iniziati, la redazione del De
studiorum ratione contenuta dal codice anzidetto comincia a sembrarmi non
anteriore ma posteriore al testo a stampa (pubblicato nell'aprile 1709),
la data dell’ intero codice potrebbe anche esser fissata tra la fine del 1709
e 1 principii del 1710. Se poi nell’allestire codesta stesura
definitiva V. introducesse anche nelle prime sei Orazioni mutamenti correlativi
alla sua forma mentale del 1709-10, è impossibile naturalmente dimostrare
con una prova documentaria, perché manca il meglio: il testo primitivo su
cui compiere il raffronto. Tuttavia alcune circostanze, che ti verrò
enumerando, rendono, a mio vedere, la cosa altamente probabile.
1) Il pensiero del V., come tu ben sai, non fu mai statico, ma
sempre ultradinamico. Per citare un esempio solo tra cento, dalla
pubblicazione del De constantia iurisprudentis (1721) a quella delle Note
al Diritto universale (1722) corrono appena pochi mesi: eppur nelle Note V.
svolse, sopra tutto in fatto di mitologia, di estetica e di critica
letteraria, ‘canoni ’ affatto diversi e talora diametralmente opposti a
quelli ch’egli medesimo aveva posti pochi mesi prima. Per contrario, le
Orazioni inaugurali, sebben tra la prima e la sesta intercedano ben otto
anni (1699-1707), esibiscono non un pensiero in continua gestazione
e dall’una all’altra Orazione sempre più progredito, ma un pensiero già bell’e
formato e, sia pur provvisoriamente, consolidato. L’una illustra l’altra;
tutte si compiono a vicenda; nella sesta si riprende, con altri sviluppi,
ma senza alcun mutamento fonda mentale, il motivo centrale della prima: tutte
sei, insomma, col De studiorum ratione, che dell’edificio è il magnifico
coro namento, formano, come V. voleva che formassero, un blocco solo, un
tutto armonico. Salvo dunque a supporre che il dinamicissimo V. del 1720-44
fosse invece nel 1699-1709 il più statico dei filosofi e degli scrittori,
è da ritenere che, allorché nel 1709 o nel 1710 egli si risolse a riunire
tutte le sette Orazioni (De studiorum ratione compreso) nel De siudiorum
finibus naturae hum anae convenientibus, introducesse, sopra tutto nelle più
antiche, mutamenti così profondi da farle sembrar tutte scritte in
un momento solo. O, per dir la medesima cosa con altre parole, le
sette Orazioni non sono sette documenti di sette momenti diversi del
pensiero del V., ma un documento unico d’un momento solo, naturalmente,
l’ultimo (1709 o 1710). 2) Non mancano indizi che V. allestisse il
testo definitivo delle Orazioni inaugurali, non voglio dire senza guardar
nem meno la stesura primitiva, ma tenendo di questa un conto molto
relativo. Nel testo recitato via via all’ Università (1699, 1700, ecc.
ecc.) era materialmente impossibile che V. sbagliasse le date delle
singole Orazioni. Invece curiosissimi errori del genere si trovano nella
stesura definitiva e nel riassunto che V. stesso ne die’ poi
nell’Autobiografia. Ho già fatto osservare che la terza Orazione (‘terza
’, sempre che le Orazioni furono recitate effettivamente nell'ordine dal V. e
questi non introdusse anche, nella stesura definitiva, qualche inversione),
che la terza Orazione, dicevo, fu pronunziata il 18 ottobre, non del 1701,
secondo afferma V., ma del 1702. E molto maggiori, e più aggrovigliate,
sono le incongruenze cronologiche che si osservano nella quarta Orazione,
alla quale, così nel testo definitivo come nell’Autobiografia, V. assegna la
data del 18 ottobre 1704. A principio di essa si dice che, nei due
precedenti anni scolastici, non c’era stata all’ Università alcuna
Orazione inaugurale. E, nemmeno a farlo apposta, ce n’era stata una all’
inizio dell’anno scolastico 1703-4, e l’ aveva recitata l’ amico e
collega del V. Giovanni Chiaiese, nominato il 28 luglio 1703 lettore
di Istituzioni di diritto civile (Praelectio ad initium legis ecc.
ecc. a D. JOHANNE CHIAIESIO, în inclyta Academia Neapolitana habita,
Neapoli, 1703); e un’altra, a principio dell’anno scolastico 1702-3,
l'aveva recitata proprio Giambattista V. ! V. soggiunge che causa del suo
supposto silenzio nei due anni precedenti era stata la preparazione
della riforma dell’ Università napoletana compiuta dal cappellano
maggiore Diego Vincenzo Vidania per incarico del viceré marchese di
Villena. Ma codesta riforma (dalla quale il filosofo ricavò il beneficio
che la sua cattedra di rettorica, da quadriennale, divenisse perpetua) era
stata già bell’e compiuta venti mesi prima dell’ottobre 1704 mercé la
nota prammatica del 28 febbraio 1703. c) Nell’Autobiografia,
infine, V. aggiunge che dopo che, il 18 ottobre 1704, aveva recitata ‘
metà’ di questa quarta Orazione, entrò nell’aula ‘il signor don Felice Lanzina
Ulloa, presidente del Sacro Real Consiglio, in onor di cui egli con molto
spirito diede altro torno e più breve al già detto, e attaccollo con ciò
che restava a dire’. E il 18 ottobre 1704 don Felice Lanzina Ulloa era
già morto da diciotto mesi, giacché la Gazzetta di Napoli reca il suo decesso
(e proprio di lui, presidente del Sacro Real Consiglio) nel numero del 20
marzo 1703. 3) Alla sesta Orazione V. assegna, così nella stesura
definitiva come nell’ Autobiografia, la data del 18 ottobre 1707. Ma tre
mesi prima le truppe austriache erano entrate a Napoli; al due volte
secolare viceregno spagnuolo era sottentrato il viceregno austriaco; e come
loro re i napoletani non avevan più Filippo V di Spagna, ma Carlo d’Austria. È
mai possibile che, in una solenne prolusione universitaria, in un
discorso ufficiale tenuto appena tre mesi dopo avvenimenti così
clamorosi, non si trovi nessun accenno a essi, non una parola sola di
omaggio al nuovo dinasta ? e che non vi accennasse proprio V., i cui
scritti ufficiali, come dice argutamente il Croce, ‘basterebbero da
soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli
dalla fine del secolo decimosettimo alla metà del decimottavo ’ ?
il qual V., anzi, l’ 11 ottobre 1707 (sei giorni prima dell’
Orazione) aveva avuto incarico ufficiale dal nuovo governo di
preparare una solenne commemorazione dei martiri della congiura di
Macchia ? Allora una delle due: o l’ Orazione fu recitata in anno diverso
dal 1707, oppure nella stesura definitiva V. soppresse qualsiasi
accenno politico. E, nell’un caso o nell’altro, si giunge sempre al
risultato, che la stesura definitiva è diversa dal testo primitivo.
Comprendo io pel primo che questi dati di fatto sono ancor troppo
poca cosa perché possan già far configurare diversamente la cronologia
(che in questo caso è storia) del pensiero vichiano. E non mancherò
certo, nelle mie future postille all’Autobiografia, di allargare e
approfondire l’ indagine. Ma, in fin dei conti, nessuno potrà sconvenire che la
sicurezza, che finora avevamo tutti, che al neoplatonismo V. passasse per
lo meno fin dal 1699 (data della prima Orazione) comincia a essere
alquanto scossa. E correlativamente comincia a delinearsi la possibilità che
codesto passaggio, almeno in forma decisiva, avvenisse soltanto nel
1708 O 1709, cioè quasi alla vigilia del giorno in cui, col De
antiquissima (1710), V. spiegherà risolutamente la bandiera anticarte-
siana. Neoplatonismo e anticartesianismo, insomma, potrebbero nel V.
esser coevi o quasi: come quasi coevi, del resto, li dice
l’Autobiografia, salvo ad anticipare al 1686-95, e ad asserir già bell'e
compiuto nel 1695, un atteggiamento spirituale, che forse in lui non
cominciò a prender consistenza se non molti anni dopo. Che se poi questi
miei dubbi assurgessero un giorno a certezza, sarebbe molto interessante
indagare se e in qual misura il neo- platonismo del V. venisse
determinato dalle sue lunghe e appas- sionate conversazioni filosofiche
con Paolo Mattia Doria, ricor- date dal V. medesimo nel prologo del De
antiquissima e nel- l’Autobiografia ». LA SECONDA E LA TERZA
FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA La filosofia di V., se si può da una
parte con- siderare come una delle forme più eminenti dello
schietto spirito italiano e una delle maggiori forze autoctone svi-
luppatesi dalla storia particolare d’ Italia, apparisce, dall'altra, a
chi ne investighi accuratamente i più profondi motivi ideali, quasi uno
specchio dei principii fonda- mentali della moderna filosofia europea:
francese, inglese e tedesca. Essa, insomma, come le affermazioni più
vigo- rose dello spirito, unisce in sé e concilia in un solo atto
di vita la più larga universalità ideale con la più con- creta
determinatezza storica. E l’aver guardato per solito all'una o all'altra
faccia del pensiero vichiano ha reso molto difficile la piena
intelligenza della sua storica indi- vidualità, mentre ha prodotto, come
conseguenza né- cessaria, quella strana storia della fortuna dello
scrittore, che non so se abbia riscontro in altro scrittore di
qual- Stasi letteratura: quella storia anch'essa a doppia faccia di
un illustre ignoto »: di un grande, anzi
grandissimo filosofo per gl’ Italiani, che da un secolo e mezzo non
né Tipetono il nome senza sentirsi vivamente compresi di
ammirazione mista a riverenza come innanzi a uno de’ genti maggiori della
loro stirpe, di quelli che la coscienza d o popolo consacra nel tempio
de’ suoi spiriti tutelari; e d'un filosofo, d’altra parte, ignorato come
tale, malgrado sporadici omaggi di simpatie, di lodi, e di plagi,
nel mondo della cultura internazionale *, Contrasto tanto più
significativo, se sl considera che l'ammirazione universale e sconfinata
degli Italiani per V. non aveva punto radici in sentimenti e
tempera- menti spirituali di geloso nazionalismo, poiché V. sorge
in mezzo a una cultura impregnata d'’ influssi stranieri, segnatamente
francesi, e la sua fama postuma vive e grandeggia attraverso tutto quel
secolo XIX, in cui l’ Italia non lavora che ad affiatarsi con la
filosofia stra- niera, dal Galluppi, che meditò tutta la vita la
filosofia francese e la tedesca di Kant, fino a Bertrando Spaventa
hegeliano o a Roberto Ardigò riecheggiante in Italia il positivismo
francese e inglese; e si pon mente, d'altro canto, che gli stranieri, se
disconoscevano il valore d’un filosofo della forza del V., non
indugiavano a scorgere ‘ e pregiare in giusta misura altri dei maggiori
rappre- sentanti della genialità italiana. Basti per tutti
ricordare il Goethe, di cui invano Gaetano Filangieri richiamò
l’attenzione sulla Scienza Nuova, e che ebbe invece animo così pronto a
intendere e gustare Giordano Bruno, p. es., e il Manzoni. Onde è chiaro
che non, per così dire, la generica italianità di V. fu ostacolo all’
intelligenza del suo pensiero fuori d’ Italia, ma la sua italianità
parti- colare, riuscita oscura agli stessi Italiani preoccupati
delle forme, in cui gli stessi problemi vichiani si erano pre-
sentati nella filosofia straniera: ossia appunto in quella filosofia che
era stata il maggior pascolo delle loro menti. Uno dei caratteri
più appariscenti della italianità del V. è il suo atteggiamento negativo
e polemico verso I Tutti i documenti di questa singolare storia
sono stati con grande amore raccolti da B. Croce, Bibliografia vichiana,
Napoli, 1904 (negli Atti dell’Accademia Pontaniana) col Supplemento del 1907,
il Secondo supplemento del 1910 (negli stessi Atti) e nuove aggiunte
nella Cri- tica.] la cultura del suo tempo, quando lo spirito italiano
era tributario della cultura straniera, e accoglieva passivo le
idee dominanti oltre Alpi, sopra tutto in Francia: in filosofia, nelle
due forme dell’atomismo gassendista e del matematicismo cartesiano. E V.
alla intuizione mate- rialistica e naturalistica dell’atomismo
contrappone la concezione idealistica e umanistica della storia, e
all'astratta contemplazione delle idee chiare e distinte, oggetto di
intuizione e deduzione matematica, il processo autogenetico della
umanità, che vien creando il suo mondo, e nel suo mondo se stessa. La
storia dell’umanità, prima del V. e attorno al V., in Italia e fuori d'’
Italia, era erudizione (o filologia, per usare la parola dello
stesso V.): rivolta più a raccogliere i documenti esterni dell’attività
dello spirito umano, che a penetrarvi dentro e giovarsene a intendere l’
intimo sviluppo di quest’attività medesima. Movimento, di certo,
tutt’altro che trascurabile, anzi di grandissima importanza nella
storia dello spirito italiano, nella quale LudoV. Antonio Muratori occupa
un posto cospicuo: ma che aveva nondimeno nel suo presupposto speculativo quel
difetto che V. avvertì: di vedere il solo aspetto esterno di quella
realtà, che è il processo storico: quel difetto, di cui lo stesso V.
additò profondamente la correzione nella sua unità di filologia e
filosofia. E anche per questa parte è ormai noto che le menti italiane
entravano in una corrente che moveva dalla Francia *. Contro questa
cultura in voga, di cui notava accortamente le origini forestiere, V. si
vantava di essere autodidascalo » e di far parte per se stesso
riannodandosi alla tradizione italiana dei filosofi del Quattro e del
Cinquecento: ai Ficino, ai Pico, ai Patrizzi, ai Mazzoni, 1 Vedi
G. Maucain, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie de 1657 à
1750 environ,93 sgg.; agli Steuco. E in realtà la mentalità del V. si
spiega meglio nel suo svolgimento se si ricollega col pensiero italiano
del Rinascimento, anzi che con quello de’ suoi contemporanei. Non
s'intenderebbe mai, per dirne una, perché V. affermi con tanta insistenza
di essere un platonico, egli che è pure l’autore di una delle filosofie
più avverse al platonismo, senza considerare le tracce di platonismo
rimaste nel suo pensiero dallo studio dei filosofi italiani neoplatonici e
neoplatonizzanti del sec. XV e del XVI *. Ma fuori di questa
intima parentela italica della mente vichiana non s’' intenderebbe
neppure un’altra delle caratteristiche più speciali della sua filosofia, che
non è stata tra le minori cause della sua scarsa fortuna nella
storia internazionale del pensiero speculativo: voglio dire la sua forma,
affatto impropria, per cui non c’è uno scritto del V., che si possa
additare come esposizione adeguata o approssimativa della sua dottrina, a
quel modo che si fa per Cartesio, per Spinoza, per Leibniz, per
Locke, per Hume e per tanti altri filosofi del periodo stesso, a
cui V. appartiene. Questi, invece, non sì propone mai chiaramente e
direttamente la trattazione del problema, che agita realmente il suo pensiero,
e vi riceve infatti una soluzione. Il suo pensiero filosofico
fondamentale, per motivi estranei alla sua interna struttura logica, ci è
presentato in una forma più atta a deviare l’attenzione da esso che non a
fermarvela sopra e concentrarvela: in una forma impostagli violentemente
dall’autore, più sollecito, apparentemente, d’accentuare questa forma
estrinseca arbitraria che non la sostanza vera ed originale del suo pensiero.
Le opere capitali del V. son due: il De antiquissima Italorum sapientia
ex linguae latinac originibus eruenda (1710) e 1 Principii d'una scienza
nuova d’ intorno alla comune natura delle nazioni (1725, 2% edizione 1730
e ’44). Nella prima l’autore, come attesta lo stesso titolo, si propone
per l’appunto di dimostrare quale sia la filosofia che può e deve
ricavarsi dalle origini della lingua latina, come quella dottrina che una
volta dové esser professata da’ più antichi saggi d’Italia; e nella
seconda come argomento principale della ricerca viene annunziata una
scienza nuova intorno alla natura della società umana (come si vien
realizzando attraverso la storia). Ora la critica ha dimostrato che i
problemi, intorno ai quali si travaglia la mente del V. in queste
due opere, non sono né l’uno né l’altro di questi qui enunciati, nei quali è
pure innegabile che egli abbia impegnato di proposito copiose riserve di
dottrina e d’ ingegno, segnatamente nella Scienza Nuova. Chi voglia intendere
il De antiquissima, non deve tenere nessun conto del suo titolo e
del proemio, e di tutte le vane investigazioni che qua e là vi ricorrono,
dei riposti concetti, che, secondo 1l V., supporrebbero talune voci
latine, ma limitarsi a considerare in se stessa questa dottrina che egli
pretende rimettere in luce dal più vetusto tesoro della mente italica, e
che non è altro che una dottrina modernissima, quale poteva essere costruita
da esso V. nel 1710. E chi voglia parimenti penetrare nel pensiero nuovo,
che è il nocciolo sostanziale della Scienza Nuova, non deve arrestarsi
agli sforzi faticosi, con cui V. si argomenta di dimostrare come infatti
l’umanità civile percorra e ripercorra nel tempo una storia ideale eterna,
ossia come il processo storico obbedisca a una legge costante
immanente alla natura dello spirito umano (che sarebbe soltanto l’assunto
di quel contestabile problema filosofico, che si disse poi di filosofia della storia »); ma guardare più
addentro, per mirare a quella profonda speculazione (su cui pur
costantemente s’aggira il pensiero vichiano) intorno alla natura dello
spirito umano. Della quale egli scopre in 108 STUDI VICHIANI
fatti una scienza nuova, ma che non è altro che una nuova filosofia, un
nuovo sistema filosofico. Il pensiero vichiano perciò è un nocciolo
chiuso dentro un forte guscio; e chi non è in grado di rompere il guscio,
non può gustare quel pensiero. Ora questo guscio, come
dicevo, non si spiegherebbe senza la cultura speciale del V.: cultura
anacronistica, certamente, ma italiana. Quella inutile fatica che si
dà l’autore del De antiquissima di sforzare il significato di
talune voci latine per farne altrettanti documenti di un pensiero
italiano antichissimo, da farsi risalire, secondo probabili congetture,
fino alla filosofia degli egiziani !, richiama bensì il Cratzlo di Platone 2,
ma si riconnette ben più da presso al metodo dei neoplatonici italiani
del Rinascimento, che aveva, a sua volta, la sua buona ragion d'essere nel sec.
XV e nel XVI, ma diventa una semplice maniera » letteraria nel XVIII;
quantunque qualche suggerimento o incoraggiamento ad usarne possa V.
aver ricevuto dagli stessi scrittori contemporanei 3. Il neoplatonismo
italiano del Quattrocento risaliva anch'esso, per la trafila di Platone,
Filolao, Pitagora, Aglaofemo, Orfeo, Mercurio Trimegisto, fino all’arcana
e favolosa sapienza egiziana 4: ed era uso comune a tutti i filosofi
platonizzanti di esporre il proprio pensiero come dottrina de’ più famosi
ed antichi, ancorché non mai esistiti, filosofi e sapienti. Tipico per questo
rispetto il sincretismo del De perenni philosophia di Agostino Steuco
(1540), dal V. menzionato tra gli autori da lui tenuti in maggior
considerazione. I V., Seconda risposta al Giorn. dei letterati, $
1; Opp., I, 242-8. 2 Ricordato dallo stesso V. nel Proemio.
3 GIOVANNI RossI, V. nei tempi di V.: La cosmologia vichiana, nella
Rivista filosofica, vol. X (1907),602 sgg. 4 Ficino, Argomento
premesso alla sua trad. del Pimandro. LA II E LA II FASE DELLA FILOSOFIA
VICHIANA Quanto alla Scienza Nuova, non parmi possibile spieGare la genesi del
problema, nella forma in cui vi è proPosto, senza rifarsi da Platone, dal V.
così lungamente meditato in compagnia de’ suoi filosofi del
Rinascimento, € tenuto poi sempre per la maggior guida al vero
filoSofare, quantunque la concezione filosofica incarnatasi nella Scienza
Nuova sia, com’ho accennato, diametralmente contraria ai principii del
platonismo. Che altro, infatti, è la Repubblica platonica se non una
sorta di storia ideale eterna del corso delle nazioni, dedotta in qualche
modo dalla speculazione della natura dello spirito umano; storia,
in cui campeggia una forma di Stato ideale, punto di partenza ideale e ideal
punto di arrivo dei singoli periodi ciclici della perpetua vicenda del mondo,
ma che anch'essa non può, nel suo divenire, spiegarsi se non pel
natural moto dei sentimenti e delle idee umane ? Nella prima
edizione della Scienza Nuova, dove discorre della estrema difficoltà, in
cui si trova chi indaghi le prime origini ideali dell'umanità, a ridursi
in quello stato di somma ignotanza », libero dalle comuni invecchiate
anticipazioni », in cui è pur necessario collocarsi per assistere al
primo Svegliarsi d’ogni senso d’umanità », V. dice: Tutte Queste dubbiezze, insieme unite,
non ci possono in niun conto porre in dubbio questa unica verità, la qual
dee esser la prima di sì fatta scienza; poiché in cotal lunga e
densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle
gentili nazioni egli è stato Pur certamente fatto dagli uomini; in
conseguenza della quale per sì fatto immenso oceano di dubbiezze, appare
questa sola picciola terra, dove si possa fermare il piede; che i di lui
principii si debbono ritruovare dentro la natura della nostra mente
umana, e nella forza del nostro intendere». E Platone aveva detto
che quante sono le forme degli Stati,
altrettante rischiandi essere le forme dell’anima »: cinque quelle,
cinque queste !; essendo chiaro, come dice altrove ?, che non dal
rovere e dal macigno procedono le forme politiche, sì dai costumi dei
popoli che nel loro mutare trascinan seco tutto il resto. La differenza
tra la ricerca platonica e la vichiana è certo grandissima per la diversa
concezione da cui muovono, della storia o dell'umanità: ma,
senza dire delle analogie particolari, qui si vuole fermar l’attenzione
sul loro comune carattere di speculazione ambigua intorno alla storia,
ora intesa come storia ideale, e ora come storia empirica e
cronologica. E così nella Scienza Nuova come nella Repubblica
questa impostazione della ricerca è una superfetazione, che deve superare
chi voglia scoprire la sostanza di pensiero filosofico viva nelle due opere. La
teoria delle idee e l'etica della Repubblica infatti non ha che vedere
con le fiacche speculazioni politiche sovrappostevi dall’autore;
come le dottrine intorno al mondo dello spirito svolte dal V. nella
Scienza Nuova non hanno intrinseco legame con la filosofia storica dei
corsi e dei ricorsi. E come il filosofo antico, in quella sua indagine
della ideale successione delle forme di reggimento politico, ritenne
3 più opportuno, perché più evidente, @c vapyfotepov, indurre dall’
indole degli Stati l’ indole degli uomini che li creano anziché quella
dedurre da questa, e cioè contemplare la natura dello spirito non in se
medesima, nei suoi eterni caratteri, ma nella sua manifestazione storica
; così il moderno si svia dietro uno sforzo improbo di rielaborazione
logica (e però incongrua) della materia storica, per farne sprizzare
quell’organismo di categorie spirituali, che sono il proprio oggetto
della sua speculazione. I Rep.] Di qui un errore capitale della
sua costruzione, che sì ripeterà nella filosofia della storia di Hegel, e
che si può definire come quel riflesso del dualismo, per cui si
pone fuori dell’eterno il temporaneo, e si persegue pertanto il riscontro del
primo nel secondo. Giacché V. è tratto dal suo pensiero verso la storia
ideale eterna, la quale, per essere eterna, non può avere fuor di sé
il tempo, e non deve quindi né applicarsi, né verificarsi in
riscontri assurdi. L’eterno è la risoluzione del tempo; e però realtà
eterna è quella che, se essa è, non può esser altro che essa. E se, dopo
aver concepito una realtà eterna, ne concepiamo ancora una
temporanea, egli è che noi mettiamo da parte la prima per concepire
la seconda. La violenta mescolanza che il V., dualisticamente, è indotto
a fare, sulle orme di Platone, della considerazione speculativa (sub specie
aeterni) della storia con la considerazione empirica (sub specie
temdoris), ha fatto della Scienza Nuova una filosofia della storia, laddove
essa avrebbe dovuto esser nella forma, come è nella sostanza e in ciò che
costituisce il suo valore, una filosofia dello spirito, cioè una
metafisica della realtà intesa come spirito. E come filosofo
della storia bisogna dire che V. è stato conosciuto piuttosto largamente,
anche fuori d' Italia. Se non che, come tale, egli, salvo particolari
fortunati, come la sua celebre teoria omerica (non fortunati, per
altro, per le profonde radici che essi avevano in tutta la speculazione
vichiana) non poteva conquistare uno di quei Primi posti, a cui egli
senza dubbio ha diritto, nella storia generale della filosofia. Il
guscio, assai duro a rompersi, celava il nocciolo prezioso.
Ma quando, intorno al 1860, la sua opera maggiore fu riletta
attentamente da un pensatore italiano espertissimo nell’ intendimento dei
più vivi pensieri attraverso i quali si è venuta costituendo la filosofia
moderna, Bertrando Spaventa, uno dei più forti pensatori che abbia
avuto l’ Italia, poco noto anche lui fuori d’ Italia per la cagione
stessa del V., cioè per la sua intensa italianità, il guscio fu infranto
:; e dentro al filosofo della storia si cominciò a vedere il filosofo
originalissimo. Del quale un'analisi e ricostruzione ampia e sistematica
diede per primo Benedetto Croce =, mettendo in luce in modo magistrale
quelle che si possono dire le scoperte del celebre pensatore napoletano,
ed eloquentemente dimostrando le ragioni dell'alta valutazione che di esso deve
farsi nella storia universale. Ora, invece che l'originalità del V., io
vorrei qui brevemente rilevare la larga risonanza che hanno in Europa i
pensieri fondamentali della sua filosofia nella seconda e nella terza ed ultima
fase del suo svolgimento e dimostrare così che essa non è un frutto fuor
di stagione, sì uno dei fuochi più potenti in cui si concentrò la
speculazione umana nel sec. XVIII, in guisa da non pure raccogliere la più
ricca eredità del passato, ma da anticipare altresì le più valide
conquiste dell’avvenire. La filosofia vichiana, superata la sua
prima fase di preparazione e di orientamento, in cui rimane sotto l’
influsso del neoplatonismo e si sforza di conquistare il proprio punto di
vista, e affermatasi quindi nella sua autonomia, si svolge per due
principali gradi, nettamente distinti, quan I Da vedere tra i suoi
Scritti filosofici (ed. Gentile, Napoli, Morano, 1900) la prolusione
Carattere e sviluppo della filosofia italiana dal sec. XVI, sino al
nostro tempo (1860), la lettera Paolottismo, positivismo, razionalismo (1868),
e La Filosofia ital. nelle sue rela. con la filos. europea (1861), lez.
VI, ed. Gentile, Bari, Laterza, 1908; 2% edizione 1926. è La
filosofia di G. B. V., cit. tunque il secondo sia evidentemente lo
svolgimento del primo. L’uno è rappresentato dall’ Orazione De
nostri temporis studiorum ratione (1708) e dal De antiquissima
(1710); l’altro dal Diritto Universale © (1720-21) e dalla Scienza Nuova.
In quello si hanno 1 lineamenti di una filosofia kantiana insieme con
taluni dei motivi fondamentali della filosofia, da cui Kant prese le mosse; in
questo sono affermati i principii stessi della filosofia
postkantiana, cioè dell’ idealismo tedesco. Dall’uno all’altro c’ è
infatti un passaggio analogo a quello per cui l’idealismo soggettivo
della Critica della ragion pura = diventa in Hegel un idealismo
assoluto. Come nella filosofia kantiana confluiscono la
metafisica del razionalismo leibniziano e lo scetticismo dell’empirismo
inglese, così nella prima filosofia vichiana il principio kantiano della
sintesi costruttiva del sapere umano si presenta come l’accordo di uno
scetticismo che ha molti punti di contatto con quello, posteriore di
trent'anni, di David Hume, e di una metafisica che ha strane somiglianze
con quella di Leibniz, da cui è storicamente indipendente. V. infatti
segue questi stessi indirizzi, in cui sì moveva da una parte l’empirismo
inglese e dall'altra il razionalismo francese e tedesco; ma stringendoli
insieme, e riuscendo perciò a cavarne conseguenze che precorrono di
almeno sessant’anni le più profonde vedute del criticismo. | Egli
scorge con Bacone, e più acutamente, il valore dell'esperimento, onde il
fisico sa della natura quel che n E _ I Come si suole designare,
sull'esempio dell’autore, il suo trattato De universi iuris uno principio
et fine uno (1720), compiuto l’anno dopo con un secondo libro: De
constantia îurisprudentis. è Il primo a notare il riscontro della
dottrina gnoseologica del De antiquissima col criticismo kantiano fu F.
H. JacoBr nel 1811 nel suo scritto Von den gottlichen Dingen u. ihrer
Offenbarung (Werke.] riesce a rifarne (utpote 1d pro vero in natura
habeamus, cuius quid simile per experimenta facimus) :: restando
negli stessi limiti della dottrina baconiana che, ferma nel supposto
empirista della opposizione della natura allo spirito, non può
riconoscere all’attività di questo una produttività reale: sicché
l’esperimento riesce non a far la natura, ma soltanto a rifarla, oa farne
un quid simile. La teoria vichiana dell'esperimento, del pari
che in Bacone e in Galileo, presuppone la teoria dell’esperienza
sensibile come solo mezzo di conoscenza diretta della realtà naturale.
Ma, con più coerenza di Galileo, V. si sottrae alla illusione dell’oggettività
della geometria o della matematicità della natura, e combatte il metodo
geometrico di Cartesio e dei cartesiani, e in generale la concezione
razionalistica del reale con un nominalismo empirico, che è scala allo
storicismo della sua seconda filosofia. E viene perciò ad incontrarsi con
Hume, che separerà la conoscenza della natura dalla conoscenza
matematica, contrapponendole l'una all’altra in quanto l’una ha per oggetto
verità di fatto e l’altra mere relazioni ideali; e assegnando quindi alla prima
un compito, che non si potrebbe ragionevolmente ascrivere alla seconda,
quantunque neppure alla prima riesca di assolverlo: la scoperta della
causa, non quale antecedente empirico dell'effetto, ma quale potere o
forza produttiva, per cui solo è possibile, I De antiq., concl. Cfr.
cap. II, p. 144-5: Genus humanum
innumeris novis veris ditarunt ignis et machina, istrumenta, quibus
utitur recens physica, rerum, quae sint similes peculiarium naturae
operum, operatrix », e Vici Vindiciae (in Opere*, ed. Ferrari, IV,
309): Utinam philosophiae opera daretur
cum Verulamii Organo, ut quod philosophi meditarentur, id ii verum esse
experimentis ipsis demonstrarent.... Nam, si ita physicae incumberetur, non
solum non pluris fierent a Socrate sutores quam sophistae, cum illi tamen
aliquod faciant opus humano generi utile, hi vero nullum omnino; sed in
eo sane Deo Opt. Max. quodammodo similes fierent, cuius intelligentia
et opus unum idemque sunt». LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA
VICHIANA secondo che nota Hume, concepire il rapporto causale come connessione
necessaria. La ragione per la quale Hume nega alla matematica la facoltà
di conferire alla fisica il carattere necessario proprio di essa come
scienza razionale e a priori, coincide con quella del V.: ed è l'assoluta
opposizione della mente alla natura, il cui processo è un processo
interno, diverso e remoto da quello della mente, che nell’esperienza può
seguire soltanto le semplici apparenze sensibili nel loro contingente succedersi.
La realtà, in questa seconda forma della filosofia vichiana, è esterna
alla mente. E però V. si schiera contro la Scolastica e la logica del
sillogismo, e contro l’ innatismo e l’astrattismo razionalistico di Cartesio.
Condanna Aristotele, che metaphysicam recta in physicam intult ;
quare de rebus physicis metaphysico genere disserit. per virtutes et
facultates »; convinto che naturae iam
exstantis phaenomena non virtute et potestate explicare par est», e
vedendo con soddisfazione che tam meliorum virtute Pphysicorum illud
disserendi genus per studia et averstonesnaturae, per arcana eiusdem constlia,
quas qualitates occultas vocani, tam, inquam, sunt e physicis scholis
eliminata » *. Loda il Descartes ?, che
volle il proprio sentimento regola del vero; perché era servitù troppo
vile star tutto sopra l'autorità »; e
volle l’ordine nel pensare; perché già sì pensava troppo
disordinatamente con quelli tanti e tanto sciolti tra loro obiicies
primo, obiicies secundo ». Sta con Bacone contro Il sillogismo e quella
deduzione analitica del Descartes, che egli paragona al sorite stoico, e
combatte con la tenacia stessa e gli stessi motivi con cui contro la
logica di Crisippo stettero in campo nell’antichità gli Accademici 1
De antig., c. IV, $$ 2 e 3: Opp., I, 158, 161: cfr. Sec. risp., $ IV:
Opere, I, 261-63. Cfr.83-85. 2 Sec. risp., in Opere, I, 274-5.
(al V. familiari per le Accademiche di Cicerone, da lui
espressamente citate, e per le [fotipost di Sesto Empirico, che deve pure
avere studiate, se non altro, attraverso l’ Examen vanitatis doctrinae gentium
et veritatis Christianae disciplinae di Giovan Francesco Pico della
Mirandola) *. DI Il metodo deduttivo anche per V. è
sterile: presuppone la scienza, non la costituisce: non tam utilis est ut
nova inveniamus, quam ut ordine disponamus inventa. Così egli paragona i
fisici contemporanei, tutti soddisfatti della loro fisica razionale,
chiusa in un sistema statico di idee ben ordinate, ma senza alcun
rapporto vivo con l’esperienza mutevole, a coloro, quibus aedes a parentibus
relictae sunt, ubi nihil ad magnificentiam et usum desideretur, ut iis tantum
amplam supellectilem mutare loco, aut aliquo tenui opere ad seculi morem
exornare relinquatur ». Costoro, nota V. profondamente, scambiano la
natura con la loro fisica (pongono infatti le loro idee chiare e distinte
come la stessa realtà, o verità, da cono 1 Per Cicerone v. la Sec.
rîisp., $ IV, p. 272 (dove appunto si riferisce ad Acad., II, 16, 49). Per
Sesto cfr. De antiq., Il, p. 146 (argomento degli aequivoca) con Hyp. Pirr. II,
23; De antig., I, 3 (dottrina dei segni) con H. P., II, 10. Per la
critica del sillogismo e del sorite v. De nostri temp., VI, in Opere, I,
89-90, De antig., VII, 5 (Opere, I, 183-4) e Scienza Nuova?, ed.
Nicolini,358-9; e non occorre ricordare la famosa e perentoria critica
del sillogismo di Sesto, H. P., II, 14. Pel Pico v. per ora F. STROWSKI,
Montaigne (nella Collezione dei Grands philosophes), Paris, Alcan,
1906,125-30. Un primo accenno allo scetticismo accademico prevalso in
questa seconda fase della filosofia vichiana si può scorgere in questo
luogo della Orazione III (1701), in Opere, I, 36: Te iactas, philosophe, principia rerum et
caussas assecutum. In quo te iactas ? in quo animos effers, ubi adversae
sectae alius te putat errare ? Addiscamus igitur verum studiorum usum;
et sciamus, vetitam primi parentis curiositatem in nobis esse vera
rerum cognitione mulctatam. Hoc disciplinae doctos a vulgo distinguat.
Utrique nesciunt: sed vulgus se scire putat, eruditus ignorare se noscit.
Ita sapiens in omnibus verat; si omnia cum illa exceptione affirmet: ‘
Aio, ni rectius, aut verisimilius obstet’. Ita nunquam falletur, nec
unquam fallet; ita nunquam ullam stultorum profert vocem: ‘ Aliter
putabam ’ ». Cfr. il De mostri temporis, in Opere, I, 83: Academici antiqui, Socratem secuti, qui
nihil se scire, practerquam nescire affirmabat, abundantes et ornatissimi
». scere); sicché sarebbero quasi da ringraziare perché con
la loro scienza ci tolgono l’ incomodo di più oltre studiare la natura:
nos tanto negotio naturae ultra contemplandae liberarunt ®. Che è la più
efficace critica che possa farsi del vecchio apriorismo in nome dei
diritti dell'esperienza. L’empirismo, come ho accennato, trae V.
alle. sue conseguenze nominalistiche, dov’ è il fondamento ultimo della
critica del razionalismo astratto. Combatte infatti nel De nostri temporis
l'applicazione del sorite (metodo deduttivo) alla medicina, avvertendo che
nella deduzione non si procede da una verità antica a una verità nuova,
ma si rende esplicito l’ implicito, cioè si rimane nel vero già
posseduto. Afqui morbi semper novi sunt
et alri, ut semper alia sunt aegrotantes. Neque enim ego idem nunc
sum, qui modo fui, dum aegrotantes proloquerer: innumera namque temporis
momenta tam actatis meae praeterieruni, et innumeri motus, quibus ad
summum diem impellor, tam facti sunt». E nel De antiquissima poco
dopo dirà: ‘ Rectum’ et ‘idem’ res metaphysicae sunt. Idem ipse mihi
videor; sed perenni accessu et decessu rerun, quae me intrani, a me
exeunt, quoquo temporis momento sum alius». E ancora: Haec est vita
rerum, fluminis nempe instar, quod idem videtur, et semper alia
atque alia aqua proflut » 2. I De mostri temp., $ IV. ? De
nostri temp., c. VI e De antigq., c. 1V, $$ 4-5; in Opere, I, 102, 164.
Cfr. per la VI Orazione qui sopra86-87. V. così fa sua la dottrina, che
PLATONE (Teeteto 154 A) combatteva, o meglio dalla quale egli, che moveva
dall’eraclitismo, cercava liberarsi. E prima del V. l'aveva fatta sua in
Italia Tommaso Campanella, a cui V. qui sì rannoda. Basta leggerne questo
curioso brano che ha così vivo sapore di modernità: Però gran stoltizia è credere, che la scienza
consista nel sapere gli universali: che saprò io, se intendo che Pietro è
uomo animale razionale, mentre non intendo le sue qualità e proprietà
minutamente ? Vero è che, essendo impossibile cognoscere tutti gl’
individui, per mancamento fu bisogno imparare le scienze in universali e in
confuso; ma Dio sa le minutissime particolarità d’ogni cosa; e questa è
vera, certa sapienza. Ma la medicina per il bisogno si avvisa, che non
basta sapere [Così nel De studiorum ratione conclude che la definizione
del concetto generico non coglie quel che vi è di proprio nei singoli
casi; e però miglior partito sarà guardare al concreto (ut particularia
consectemur), e attenersi alla induzione. Che febra è
questa, ma quando, come assale, e la complessione dell’ infermo particolare, e
del morbo, e del medicamento; non in communi, cioè del reubarbaro, ma di
questo reubarbaro, che se ha da dare sino alla tale ora »: Del senso
delle cose, ed. Bruers, II, 22 (Bari, Laterza, 1925, p. 106). CAMPANELLA,
Metaph., V, 2, a. 2: Itaque principia scientiarum sunt nobis historiae »; e in
proposito, RITTER, Gesch. d. Phil., X, p. 26. BACONE, letto e ammirato da
V., dei difetti della medicina del suo tempo aveva detto nel De augm.
scient., IV, 2, (ed. Ellis-Spedding?, I, 590): Solent autem homines naturam tanquam ex
praealta turri et a longe despicere, et circa generalia nimium occupari; quando
si descendere placuerit, et ad particularia accedere, resque ipsas
attentius et diligentius inspicere, magis vera et utilis fieret comprehensio.
Itaque huius incommodi remedium non in eo solum est, ut organum ipsum vel
acuant vel roborent, sed simul ut ad objectum propius accedant. Ideoque
dubitandum non est quin si medici, missis paulisper istis generalibus,
naturae obviam ire vellent, compotes ejus fierent, de quo ait poéta
[Ovid., Rem. am. 525]: Et quoniam variant morbi, variabimus
artes; Mille mali species, mille salutis erunt ». E tra i
desiderata per i progressi della medicina aveva osservato (ivi,
I,591-2): Primum est, intermissio
diligentiae illius Hippocratis, utilis admodum et accuratae, cui moris erat
narrativam componere casuum circa aegrotos specialium; referendo qualis fuisset
morbi natura, qualis medicatio, qualis eventus. Atque hujus rei nactis
nobis jam exemplum tam proprium atque insigne, in eo scilicet viro
qui tanquam parens artis habitus est, minime opus erit exemplum
aliquod forinsecum ab alienis artibus petere; veluti a prudentia
jurisconsultorum, quibus nihil antiquius quam illustriores casus et novas
decisiones scriptis mandare, quo melius se ad futuros casus muniant et
instruant ». Ma più degno di considerazione, per le sue probabili
relazioni col pensiero del V. è forse un brano della Dissertatio logica
(1681) del medico napoletano Luca ANTONIO Porzio ultimo filosofo italiano della scuola
di Galileo » (come lo chiama V. nell’Autob., p. 37, ricordando la stretta
amicizia e gli spessi ragionamenti avuti con lui). In questo brano, dopo aver
accennata la dottrina platonica e cartesiana delle idee innate, è detto: Coeterum licet haec majori ex parte
verissima censeri possint; homini tamen, ut satis excultus animo sit, non
sufficere existimo, universalia et communia scientiarum principia.
Oportet enim non raro ad particularia descendere, et singularem alicujus rei
nobis scientiam comparare. Quod non fit nisi assumpto etiam peculiari et
proprio aliquo quaesitae rei principio. Sed non inficiabor, ingenium excolendi
et exercendi gratia, posse Qual'è, si domanda altrove :, la causa
del gran discredito in cui è caduta oggi la fisica aristotelica ? È
troppo universale, laddove gli esperimenti della fisica moderna
riproducono fenomeni peculiari determinati. Così nella giurisprudenza
l’arte non consiste nel possedere summum et generale regularum, ma nel
vedere le circostanze prossime, alle quali non sempre si possono applicare le
disposizioni generali della legge. Ottimi oratori non sono quelli che
discorrono per luoghi comuni, ma quelli che, per dirla con Cicerone, haerent
in propriis. Né gli storici possono contentarsi di narrare i fatti all’
ingrosso, assegnandone cause generiche. Né la sapienza della vita si
giova di massime astratte, poiché il sapiente dev’esser tale Caso
per caso, e non affidarsi ai sistemi, come fanno 1 dottrinari (fhematici),
poiché la realtà è sempre nuova: e nova, mira, inopinata universalibus
illis generibus non providentur. Così, nel discorso, ogni parola conviene
sia propria e adatta a ciò che a volta a volta si vuol dire;
nos arbitratu nostro quaecumque velimus determinare, et cuiuscunque
speculationis, quod lubet statuere principium, atque inde quaenam
investigare. Quod si ea quae inveniuntur, consona fuerint tum ei, quod
sumpsimus, hypothesi scilicet prius factae, tum scientiarum dignitatibus, hoc
est propositionibus per se notis, et communibus hominum Opinionibus, tunc
affirmare poterimus, recte nos fuisse speculatus. Si quid vero
consequatur, quod vel repugnet axiomati alicui, vel sit contra
hypothesim, tunc certi esse possumus de fallacia aliqua nostrarum
cogitationum.... Quamobrem si non idcirco philosophamur, ut ingenium
tantummodo exerceamus, verum etiam ut speculationum et inventionum nostrarum
aliquis sit usus, deducendae illae sunt tum ab universalibus scientiarum
principiis et communibus hominum opinionibus, tum ex peculiari non ficto
principio, non ficta hypothesi; sed quae sit secundum rei naturam, quam
indagandam suscepimus. Atque ideo meo quidem iudicio summe custodienda
atque promovenda est rerum omnium historia sive civilium sive bellicarum,
sive physicarum sive aliarum, quarumcunque rerum, utcunque observatarum.
Etenim cum vel ipsa natura universalia non edoceat, observatarum rerum
historia particularia nobis praebet principia unicuique scientiae propria,
quibus adjuti pleraque, quae nobis occulta erant, dignoscere valeamus »:
Opera omnia medica, philosophica et mathematica, Neapoli, Mosca,
MDCCXXXVI, t. 1,379-80. 1 De antiq., c. II, in Opere, I, 144.
giacché loqui universalibus verbis infantium est aut barbarorum.
Ed ecco spuntare una dottrina, che avrà un grande valore nella terza
forma della filosofia vichiana: la dottrina del certo.
IIIl Il certo nel pensiero del V. è il determinato, il
positivo, l’effettuale o il concreto, fuori del quale non v’ ha realtà,
ma astrazione: dottrina, che si collega da una parte con la teoria dell’
induzione e dall’altra con quella della percezione. In molti luoghi del
De nostri temporis studiorum ratione e del De antiquissima Italorum
sapientia, nonché della polemica a cui questo libro diede luogo, V.
raccomanda l’ induzione baconiana, come l'organo proprio della scienza,
che vuol costruire il vero sulla base del certo 1. Ma in un paragrafo del
De antiquissima ?, svolge una teoria della conoscenza che va assai più in
là di Bacone. Attribuisce alla mente tre operazioni:
percezione, giudizio e raziocinio ; donde provengono le tre arti
della to pica, o arte di trovare, della critica, o arte di giudicare, e
del metodo,o arte di ordinare razionalmente le materie: ma fondamentali
sono la topica e la critica, ossia le funzioni del percepire e del
giudicare. E tra le due quella che costituisce ed estende il
dominio del sapere, la propria sciendi facultas, è la funzione del
percepire, che V. ama chiamare ingegno?3: che è qualche cosa di analogo,
ma anche qualche cosa di supe I E il concetto ritorna nella Scienza
Nuova*, ed. Nic.,358-9. 2? Cap. VII, $ 5. 3 Oltre il De
antig., vedi le Vicî vindiciae, Nota q, in Opere, ed. Ferrari, IV,
309. riore alla esperienza o intuizione sensibile di Kant.
Alla celebre proposizione di questo, che l’ intuizione è cieca
senza il concetto, e il concetto vuoto senza l’ intuizione, 11 V. prelude
nel suo linguaggio dicendo: Neque
inventio sine tudicio, neque tudicium sine inventione certum esse potest
». E il gi udizio vichiano è proprio quello che è il concetto puro
kantiano, se fuso con l’invenzione o percezione: laddove si muta in un’
idea a priori, in una prolessi dommatica a mo’ degli stoici, o in
un' idea innata a mo’ di Cartesio, se diviso dalla percezione. La quale, come
operazione propria dell’ ingegno, non è soltanto l’ intuizione del dato
(come l’ intuizione di Kant), ma ogni intuizione del certo, ossia del
nuovo, del proprio o singolo, del reale, onde si estende la sfera
del conoscere, e però propriamente si sa. Di guisa che l’ ingegno è la
forza dello scopritore di regioni per l’ innanzi inesplorate nel dominio
della natura, ma è anche la forza del poeta nella sua originale
creazione, e dello scienziato che scopre rapporti ideali non più veduti:
onde la dottrina vichiana dell’ ingegno supera il concetto dell’
intuizione kantiana, e accenna alla dottrina del genio dei romantici
tedeschi. La percezione è insomma non tanto la esperienza passiva di Kant, base
alla funzione attiva dello Spirito, quanto la stessa pura attività
mentale, creatrice e costruttiva, con cui non si rielabora un contenuto
già acquisito, ma si acquista o si pone il contenuto stesso; e non si
rimane perciò nel già noto, ma si procede di là dal suoi confini: non
analytica via, sed sinthetica, per usare le stesse parole del V., che
anticipa con esse la famosa distinzione della Critica della ragion
pura. Academici toti în arte inveniendi, în illa iudicandi
toti Stoici fuerunt: utrique prave »: e gli Accademici erano per V.
i filosofi che non avevano costruito con la ragione sull'esperienza, ma
s’eran limitati a raccogliere le apparenze sensibili e i dati di fatto, senza
né pur giudicarli per affermarli o negarli; i puri empirici, insomma;
laddove gli Stoici, contro cui gli Accademici avevan battagliato, s'erano
sbizzarriti a dommatizzare con la loro presunta scienza naturale della natura;
cioè i razionalisti. Correggere perciò gli opposti difetti degli uni e
degli altri vuol essere pel V. lo stesso programma annunziato nelle
prime parole della Critica di Kant: Non
c’ è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia con l’esperienza.... ma non per
questo tutta la nostra conoscenza deriva dalla esperienza »: il superamento
e la conciliazione del pretto empirismo e della metafisica
razionalistica. Ma, come Kant na tuttavia una manifesta
propensione per gli empiristi contro i metafisici, si direbbe pure che
il V. abbia una particolar simpatia per i suoi Accademici. Egli
serba tutti i suoi strali per gli Stoici (leggi Cartesio '*), come Kant
intitola Critica della ragion pura la sua opera, che avrebbe pur potuto
capovolgere e intitolare Critica
della pura esperienza ». Per questa simpatia verso gli Accademici V. accentua
da una parte lo scetticismo della sua tesi empirica, e, risentendo, assai più
che tra qualche decennio David Hume, anch'egli, com’ è noto,
tornato ad ispirarsi alla filosofia accademica ?, il motivo
umanistico-socratico di questa, s’apre la via dallo scetticismo del De
antiquissima alla filosofia positiva della Scienza Nuova. Al
dommatismo cartesiano, che, agli occhi del V., rinnovava quello degli
Stoici, egli contrappose il pro b a bilismo di Carneade 3, salvandone, come
Hume, le matematiche. Le quali sono scienze del vero; ma di
un I .... Stoicis, quibus recentiores respondere videntur »: De
nostri temp. in Opere, I, 97; Cfr. De antiquissima, ivi,138-9.
2? Hume, An enquiry concerning human understanding, sect. V, part.
I in princ., e sect. XII. 3 Cfr. la critica di Descartes nel De
antig., I, 3 e la Sec. risp., in Opere. Vero senza certezza; come il
certo del probabile è senza verità. Lo stesso cogîto cartesiano agli
occhi del V. diventa quel che è agli occhi di ogni empirista e di ogni
scettico: un fatto, un certo, com’egli dice; un probabile, come avrebbero
detto gli Accademici: qualche cosa che è oggetto di coscienza, non di
scienza; quindi privo della certezza, nel senso cartesiano di esclusione
del dubbio. L’essere dell’ I o che pensa, per esser vero, e
non semplicemente probabile, dovrebbe potersi dimostrare come
l'eguaglianza degli angoli di un triangolo a due retti. Ma in che
consiste la dimostrazione del matematico? o, in altri termini, in che
consiste la verità del suo sapere ? Se la scienza della natura è
offuscata dall’ ignoranza ineliminabile dell’ intimo processo della natura,
onde la causalità cessa di essere una connessione necessaria, e uno
schema d'’ intelligibilità sistematica dei fatti naturali, nella
matematica ci dev'essere quel che manca alla fisica: la conoscenza del
processo per cui si generano i numeri e le figure (che son la realtà del
matematico); e come quel processo pei fatti naturali è inattingibile,
perché la natura è una realtà opposta allo spirito che la conosce, così
il processo generatore della realtà matematica dovrà, per essere
conoscibile, coincidere col processo conoscitivo; e la causazione essere
la stessa conoscenza. Di qui la or: mula vichiana: verum et factum
convertuntur. A questo concetto della matematica in opposizione
al concetto della fisica, che del resto serpeggiava, ancora
immaturo, in Galileo e nella sua scuola, V. fu spinto e dallo studio dei
Neoplatonici (poiché nel Ficino egli aveva letto qualche cosa di simile)
1, e dal confluire nel suo spirito della nuova gnoseologia delle
matematiche, dell’empirismo della sua scepsi accademizzante e dei vecchi
concetti platonici e scolastici intorno al rapporto di !
Cfr. la dimostrazione precedente,30 sgg. e più avanti139588. Dio col
mondo. Posto il carattere di verità delle matematiche, riconosciuto da tutta la
filosofia, dal Rinascimento in poi; posto lo scetticismo come negazione
della conoscenza causale della natura come realtà estramentale; posta la
naturaco me realizzazione del pensiero divino (quale la concepiscono
tutti gli scolastici e quei neoplatonici, a cui V. amava rannodarsi); il
dommatismo matematico doveva apparire il rovescio del ricamo dello
scetticismo fisico. E così V. fu condotto a scoprire il suo grande
principio del verum factum, per cui la scienza è solo di ciò che si fa:
che è lo stesso concetto con cui Kant doveva, molto più tardi,
giustificare il valore della scienza, quale cognizione, non di un oggetto
che si porga bello e costituito alla mente umana, anzi di un
oggetto costruito appunto dall’atto stesso del conoscere. La
scienza, rispetto alla quale sorge nel De antiquissima la nuova gnoseologia
vichiana, è bensì una scienza puramente formale: piena di verità, ma
vuota di certezza. Vuota di certezza, perché la realtà pel V., nel De
antiquissima, resta la natura (l’opera di Dio): la natura stessa degli
empiristi, ma neoplatonicamente o (che, qui, è lo stesso)
spinozisticamente considerata, cioè superata: non però nel monismo
meccanico del filosofo di Amsterdam, sì in una specie di pluralismo
dinamico, che richiama quello di Leibniz. Come Spinoza, V.
pone una natura estesa irriducibile al pensiero: ma, pel suo scetticismo,
supera Spinoza, come lo supera Hume; giacché non iscambia la
causalità razionale (che è l’intelligibilità della matematica, o
della verità senza certezza) con la causalità reale della natura, e
tiene ben distinto l’ordine delle verità di fatto dall’ordine delle verità di
ragione. Spinoza risolve la sua natura corporea o la molteplicità
infinita dei modi dell'estensione nell’unità della sostanza estesa, la
quale nella sua unità è la negazione del corpo e del moto; ma la sostanza
per LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Spinoza non si sveste mai
né può svestirsi dell’estensione, che è attributo irriducibile ad altri
attributi. Per V., invece, come per Leibniz, l’esteso ha il suo principio
nello inesteso, talché la sostanza degli stessi modi corporei è
inestesa 1. Né il movimento si risolve nel meccanismo dell’ impulso che un
corpo esercita sopra un altro corpo, come nel determinismo spinoziano;
bensì nel conato stesso della sostanza, che è a base del corpo.
L'’inesteso è il punto metafisico, che nella metafisica vichiana ora
par molti, ora uno, con un'esitazione che non è in Leibniz, ma che
può dimostrare una vista più acuta di quella di Leibniz: perché la
molteplicità è uno dei caratteri fantastici della monade leibniziana, la quale,
come principio del composto, ossia del molteplice, dovrebb'essere
esclusione assoluta della molteplicità. La scienza del punto
metafisico viene ad essere pel V. una sorta di geometria del divino, per
la quale non si penetrerà già nell’attualità o nel certo della
natura (oggetto della fisica), destinato a rimanere un libro chiuso
con sette suggelli; al punto che, se Dio volesse insegnarci egli stesso
come l’ infinito (la sostanza) sia sceso in questi finiti (i modi), noi
non potremmo, dice risolutamente il V., comprenderlo: perché cotesta è
propria scienza di Dio, che fa dell’ infinito il finito. Si ricordi la
dotta ignoranza, o cognizione negativa del Cusano, che V. non pare abbia
conosciuto, ma alle cui fonti dirette o indirette s'’abbeverò anche lui.
Senza trascendere tuttavia la sfera della conoscenza formale concessa
all'uomo, una metafisica è possibile in un senso analogo a quello per
cui Kant può, senza sconfinare dai limiti segnati dalla t In
mundo, quem Deus condidit, est quaedam individua virtus extensionis,
quae, quia individua est, iniquis exstensis ex aequo sternitur » (De antig.,
IV, 2; Opp., I, 156). Per le relazioni di questa dottrina con quelle
affini di Bruno, di Spinoza e di Hegel, v. SPAVENTA, Saggi di critica, Napoli,
Ghio.] Critica, indagare i Principii metafisici della scienza della
natura; una metafisica che, conforme allo spirito d’umile agnosticismo
della religione 1, stia nei termini della geometria 2; e sia una geometria che
renda pensabili i dati dell'esperienza, procurando di spiegare il mondo
che è fuori della mente con quello che è dentro di essa, come pure
avran pensato di fare i Pitagorici 3, quando dei numeri fecero il principio di
tutte le cose. La fisica infatti ci dà corpi e moto. Ora, pensare quelli
e questo non è possibile senza trascenderli: ché l’essenza del
corpo, ciò che noi pensiamo dicendo corpo, non è niente di esteso e
divisibile, come i corpi, bensì un che d'’ inesteso e indivisibile. Né
l’essenza del movimento si muove; e dev'essere perciò posta di là dal
moto. Ma, se il corpo realizza la propria essenza, questo è un inesteso
che si estende; e se il moto realizza la sua essenza, questa non è
neppure l’assoluta quiete, ma il principio del movimento in fieri. L’inesteso,
essenza dell’esteso, è il punto, concuiinfatti la geometria costruisce le
linee, le figure e, in generale, l’esteso; e se l’esteso si muove,
il suo principio sarà principio di movimento, oltre che di estensione:
conato. Il punto metafisico (che è lo stesso concetto del punto
geometrico, non come definizione nominale, ma reale) e il conato sono i due
concetti che, secondo V., rendono intelligibile la fisica quale
apparisce alla mente umana. Ma la metafisica non può andar oltre, e
dire come e perché la sostanza inestesa, unica, infinita col suo
sforzo IChristianae fidei commoda m»: De antig., concl.
2 Et ea ratione geometria a metaphysica suum
verum accipit, et acceptum in ipsam metaphysicam refundit »: De antig.,
IV, 2, in Opere Nec.... cum
de naturae rebus per numeros disseruerunt, naturam vere ex numeris
constare arbitrati sunt: sed mundum, extra quem essent, explicare per
mundum, quem intra se continerent, studuerunt »: O. c., in Opere.] si
estenda, si moltiplichi, si determini, si muova e dia luogo alla natura.
La quale è opera di Dio, e perciò è conosciuta soltanto da lui. Pure quel
semplice sguardo negativo gettato dentro al segreto della natura basta
a farci apparire tutta la meccanica del determinismo una apparenza
seco stessa contradittoria. Come Leibniz, V. non sa più concepire quiete
assoluta, né comunicazione di movimento. Accetta da Malebranche
l’occasionalismo 1, e con lui ascrive a Dio ogni attività: Lo sforzo dell’universo, che sostiene ogni piccolissimo
corpicciuolo,... non è né l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione
dell'universo. Questa è la mente di Dio, pura d'ogni corpolenza, che agita e
muove il tutto » 2. E quel che Dio è al corpi, è anche alle menti, in cui
V., traendo audacemente alla massima coerenza l’ intuizione neoplatonica
del Malebranche 3, non ammette se non quello che vi pensa Dio, omnium
motuum, sive corporum sive animorum, primus auctor. Sicché il
dinamismo vichiano del De antiquissima rispecchia quella critica interna del
meccanismo cartesiano che, attraverso Geulincx e Malebranche, perviene in
Leibniz al superamento della fisica come scienza dei fenomeni (dei corpi
formati, come dice V.) nella speculazione dei punti metafisici, che
caratterizza, come tutti sanno, la prima fase della filosofia
leibniziana; ma non raggiunge il concetto della monade. Giacché,
per quanto si sforzi V. d’ introdurre e affermare nella sua stessa
intuizione emanatistica il concetto della libertà dello spirito (che è la
nota più profonda della monade), I Dunque la percossa non serve ad
altro che di occasione che lo sforzo dell’universo, il quale era sì
debole nella palla, che sembrava star queta, alla percossa si spieghi
più, e, più spiegandosi, ci dia apparenza di più sensibile moto »: Sec.
risposta, in Opere, I, 265. * Prima risp., $ III, Opere.
3 Cfr. De antiq., cap. VI. questo concetto rimane affatto estraneo
al suo pensiero; e il suo punto metafisico, come conato, ondeggia
sempre tra il concetto dell’unica mente di Dio (che è il solo
centro reale di questo mondo) e il concetto dei molti centri individuali
di forza. IV. Ma il concetto della spiritualità e
della libertà del reale nello sviluppo ulteriore del pensiero vichiano fu
affermato ben più validamente che nella monadologia leibniziana. Lo
sguardo gettato sulla metafisica della natura, nel suo significato
negativo, è una tappa nella speculazione del V.. Tappa, in cui V. si è
sbarazzato del meccanismo, e si è raffermato nella sua intuizione giovanile
dell’ immanenza di Dio nel reale, e quindi nella mente umana. Della quale
intanto aveva scoperta la legge intrinseca: che è quella di creare il
mondo che è suo, e non poter penetrare nella costituzione di un mondo
derivante da un principio diverso. Questa scoperta, a cui la
meditazione dell’antico scetticismo lo aveva condotto, era suscettibile di un
grandioso ampliamento, pur che V. avesse volto l'animo a un altro
importante suggerimento implicito in uno dei motivi principali dello
scetticismo accademico: voglio dire nel concetto socratico della conversione
della ricerca speculativa dalle cose naturali o divine alle umane:
concetto centrale nella filosofia accademica, considerata perciò da
taluno de’ suoi seguaci e de’ suoi storici quasi un ritorno al
punto di partenza originario della filosofia platonica, a Socrate.
Ora dall’ Orazione De mostri temporis studiorum ratione: come dalla
Seconda risposta al Giornale de’ letterati* si vede chiaramente quanto ben
disposto fosse l'animo del V. ad accogliere quel suggerimento e a
fecondarlo dentro di sé, già fin dal tempo della sua metafisica negativa. Nel
primo scritto infatti lamenta, come grave danno arrecato dal metodo
dommatico e scientifico prevalente nella cultura contemporanea, quel
chiudersi negli studi delle scienze naturali, considerando la
natura solo oggetto possibile di scienza, cioè di cognizione universale e
necessaria, e trascurare ogni dottrina morale perché hominum natura est
ab arbitrio incertissima. Certamente, il metodo aprioristico della scienza
fallisce nelle cose umane, dove il variare delle occasioni e la
scelta generano l’ imprevedibile. Ma il senno pratico (frudentia civilis
vitae) non si giova della ricerca del vero (dell’astratto), né i fatti
umani possono valutarsi ex ista mentis regula, quae rigida est; anzi
debbono misurarsi con quella flessibile regola lesbia, che non adatta a
sé i corpi, ma essa si adatta ai corpi; con una specie pertanto di
cognizione, che non guardi alle vette della scienza, sì alle infime
particolarità delle cose individuali, e segua la realtà (il certo) in
tutti i suoi mutevoli accidenti mercé il senso comune, che, in luogo del
vero, si contenta e si giova del verisimile. E nello scritto
polemico, contro il matematicismo cartesiano V. asserisce che la
repubblica delle lettere fu così da prima fondata, che 1 filosofi si
contentassero del probabile, esi lasciasse a’ matematici trattare il
vero. Mentre si conservaron questi ordini al mondo, del quale avem
notizia, diede la Grecia tutti i principii delle scienze e delle
arti, e quei felicissimi secoli furono ricchi di inimitabili repubbliche,
imprese, lavori e detti e fatti grandi; e godé l’umana società, da’ greci
incivilita, tutti i commodi e tutti 1 piaceri della vita sopra de’ barbari.
Sorse la setta stoica, I $ IV. Questa Sec. risp. è del 1712.
e, ambiziosa, volle confonder gli ordini, e occupar il luogo de’
matematici con quel fastoso placito: Sapientem nihil opinari; e la
repubblica non fruttò alcuna cosa migliore ». Dove chi abbia qualche
notizia della dottrina di Carneade non può non riconoscere il suo
probabilismo in servizio della gpévnotc, che è la stessa prudenza
vichiana; come non è possibile disconoscere la parentela della critica
vichiana della morale stoica e giansenista ! con la polemica anticrisippea
di Carneade. Per V., dunque, come per Carneade e per tutta la
tradizione accademica, l’ ideale del filosofo tornò ad essere Socrate,
che anche lui parve primus a rebus occultis et ab ipsa natura involutis,
in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam
et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et vitiis, omninoque de
bonis rebus et malis quaereret »*. Socrate, che sconsigliava dallo speculare sulle cose
celesti e sul come la divinità produca ciascuno di quei fenomeni » per
non dare in vaneggiamenti non meno assurdi di quelli in cui era
venuto Anassagora; quell’Anassagora, che si era dato così gran vanto di
sapere spiegare gli artifizi messi in opera dagli dei » 3. Socrate, che,
tutto raccolto per la parte sua nello studio dell’uomo, domandava se, a quella guisa che gli
studiosi delle cose umane si credono in grado di effettuare.... quello
che avranno imparato, così parimente gli indagatori delle cose divine credono,
scoperte che abbiano le cause di ciascun fenomeno, di poterlo produrre
quando vogliano, e formare, a un bisogno, i venti, le pioggie, le
stagioni e ogni altra cosa di simil genere » 4. Parole, di cui par di
sentire un'eco lontana in quelle con cui V. enuncia insieme ed illustra
la sua più matura I CROCE, 0. C.,97-8; e cfr. qui appresso, p. 143
Sgg. ? CIcER., Ac., I, 15. 3 SENOFONTE, Memor., IV, 7, 6 (tr.
Bertini). 40. c., I. 1, 15. LA Il E LA III FASE DELLA
FILOSOFIA VICHIANA concezione del problema della scienza: Questo mondo civile egli certamente è stato
fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare
i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo
che, a chiunque vi rifletta, dee recar meraviglia come tutti i filosofi
seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo
naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e
trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo
civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano
conseguire la scienza gli uomini » *®. Non occorre dire che questo
concetto della filosofia, se ha attinenze storiche, di cui non è
possibile non tener conto, con idee della filosofia socratica e
accademica, è, nel suo proprio significato, assolutamente originale;
come lo scetticismo del De antiquissima, malgrado le sue manifeste
ispirazioni accademiche, è, col suo concetto kantiano delle scienze formali
matematiche, più moderno dello stesso scetticismo di D. Hume. Ora, se nel
De antiquissima V. anticipava Kant, qui, nella Scienza Nuova egli
precorre a dirittura Hegel. Lì la mente umana era considerata creatrice
di un mondo astratto, avente perciò esclusivamente valore pel soggetto
che lo costruisce, mentre ha fuori di sé la realtà, opera di Dio. E lo spirito
geometrico era dio di un mondo di figure, come Dio poteva dirsi il
geometra di un mondo reale =. Qui invece lo spirito appare creatore di un mondo
saldo, in sé perfetto, qual è il mondo delle nazioni, la civiltà, la
storia. La profonda meditazione di quella realtà umana, a cui il
suo scetticismo lo richiamava, ha fatto scoprire in questa I
Scienza Nuova, ed. Nicolini,172-3. 2 Geometra in illo suo figurarum
mundo est quidam Deus, uti Deus Opt. Max. in hoc mundo animorum et
corporum est quidam geometra». Così ripete ancora nel 1729 V. nelle
Vindiciae: Opere, ed. Ferrari.] realtà un essere ignoto all’autore del De
antiquissima, tutto preso dalla vista dell’essere naturale posto da
Dio. Il conato cieco dei punti metafisici, che si risolve nello
sforzo dell’universo, e quindi in Dio, di cui è atto, diventa ora il
conato, il qual è proprio dell’umana volontà, di tener in freno i moti
impressi alla mente dal corpo, effetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì
della libera volontà, la qual’è domicilio e stanza di tutte le virtù »
1. Il punto metafisico quindi diventa monade; ma anche ben più che
monade. Perché nel concetto della monade leibniziana rimane qualche cosa del
concetto dell’estensione, che vuol superare; giacché ogni monade, come
elemento costitutivo del composto, ha accanto a sé tante altre monadi;
sicché è sì spirito, ma limitato e particolare; è individuo, ma di una
individualità che non contiene ancora in sé l'universalità; quella universalità
interna, senza la quale non ci è spirito. La monade vichiana invece è
la trasformazione del punto metafisico, quale lo concepiva V.,
tendente a identificarsi con Dio stesso: l’unico spirito, unità che non ha
altre unità fuori di sé, ed è perciò vera, assoluta unità. L’umano
arbitrio (che è il conato della Scienza Nuova) è determinato (accertato,
nel linguaggio vichiano) dal senso comune degli uomini; e questo ‘
senso comune vien definito un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente
sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da
tutto il genere umano »: il gran criterio insegnato alle nazioni dalla
Provvedenza divina per diffinire il certo d’ intorno al diritto natural
delle genti » 2, onde s’ intesse tutta la trama della storia. In guisa
che lo spirito non è più concepito né come individuale, che abbia fuori di sé
l’uni -_& I S. N, ed. Nic., p. 183. 2
S. N.2, Dign.] versale, né come universale che abbia fuori di sé l’
individuale: anzi individuale, in quanto universale, secondo il concetto
che V. era venuto maturando del certo, già accennato nella dottrina
dell’unità della percezione e del giudizio. Il certo delle
leggi », dice ora 1, è un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta
dall’autorità, che le ci fa sperimentare dure nel praticarle, e siamo
necessitati praticarle per lo di lor certo, che in buon latino
significa particolarizzato o, come le scuole dicono, individuato; nel qual
senso certum e commune, con troppo latina eleganza, sono opposti tra loro
». Troppo, perché, secondo V., il comune nel certo può essere
oscuro, come quando si vede nel diritto il solo lato positivo o della
forza; ma non può mancare. E in un’altra tesi fondamentale 2: La filosofia contempla la ragione, onde
viene la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità dell'umano arbitrio,
onde viene la coscienza del certo ». La scienza del vero è la scienza
stoica, cartesiana; la scienza delle verità di ragione di Hume: il
dommatismo dell’universale astratto. La co scienza del certo è l’attualità del
fenomeno, che V. nella già accennata critica di Cartesio ha detto
non esser negata neppur dagli scettici: è la verità di fatto di
Hume. Alla matematica del De antiquissima mancava la coscienza del
certo: come alla fisica mancava la scienza del vero. Qui la Scienza Nuova
supera l’astrattezza di quelle due scienze, mercé il concetto della
storia, in cui appunto vero e certo coincidono. E però dopo le
parole testé riferite V. soggiungeva, che quella sentenza dimostrava,
aver mancato per metà così i filosofi che non I Dign. CXI. *
Dign. X. accertarono le loro ragioni con l’autorità de’
filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro
autorità con la ragion de’ filosofi; lo che se avessero fatto,...
ci avrebber prevenuto nel meditar questa scienza »; la quale si
propone di essere l’unità della filologia e della filosofia. Il vero
accertato o il vero certo è unità di ragione e di fatto, perché è la
stessa ragione che si attua nella volontà (l'umano arbitrio). Non è pura
speculazione sul fatto altrui, ma verum-factum, la realizzazione
stessa dello spirito. La realtà dunque della Scienza Nuova
non solo è mente, ma mente come autocoscienza: non astratta
universalità, quale apparisce a se stessa la mente considerata come
oggetto di sé (idea, mondo intelligibile, Dio trascendente), ma quella
concreta universalità che è il soggetto che si pone per sé, e si attua
raccogliendosi nella coscienza di sé. È insomma la mente quale si
realizza nella storia. Infatti natura di cose altro non è che
nascimento di esse in certi tempi e con certe guise » 1; e la mente
vien manifestando, anzi costituendo, la sua attraverso il processo
storico. Che è il concetto dello spirito o dell’ idea assoluta, come si
sforzerà di pensarlo Hegel. Non è possibile indagare qui fino a che
punto V. sia riuscito a svolgere un tal concetto. Il suo maggior
difetto consiste nel non essersi liberato del tutto dalla trascendenza e
dal dualismo; aver lasciato accanto alla nuova realtà da lui scoperta
(che non tollera compagnia) quella del De antiquissima, ossia la natura
opera di Dio; e aver concepito poi la storia, oggetto della Scienza
Nuova, come qualche cosa per sé stante (un’altra specie di natura) di
rimpetto alla scienza, quasi storia che debba esser rifatta dallo
storiografo: dualismo del tutto analogo a quello con cui V. si
rappresentava nel I Dign.] l'esperimento l’opera del fisico rispetto
all’opera indipendente della natura. Ma questi gravi residui della
concezione dualistica antica permangono anche nell’idealismo assoluto
hegeliano, come ora si viene chiarendo: e l’opera del V. precede di poco meno
che un secolo quella di Hegel. NOTA Riproduco
qui appresso un brano d’una mia risposta (pubbl. nella Critica del 1916)
a una recensione che della prima edizione di questo libro fu fatta nella
Civiltà Cattolica del 5 febbraio di quell’anno. Il punto
principale dove io e altri (Jacobi, Spaventa, Croce) avremmo preso un
grosso abbaglio, e lo scrittore della Civiltà Cattolica pretende
rimettere le cose a posto, è quel che riguarda la celebre dottrina
gnoseologica del De antiquissima, da me raccostata, per la sua parte negativa,
allo scetticismo di Hume, e per la parte positiva intesa, come dagli
altri maggiori interpreti, quale dottrina analoga alla kantiana, e
raffrontata a certe osservazioni del Ficino. Qui, mi dispiace dirlo, il
recensore non ha capito proprio di che si tratta. La
distinzione », egli dice, onde V.
separava la geometria e l’aritmetica dalle altre scienze, si fonda sul
supposto che quelle due sono fatte dall’uomo, e le altre no. Né si
accorgeva il bravo uomo che non diversa è la posizione del nostro
intelletto davanti alla matematica di quel che sia di fronte a qualunque
altro 0ggetto delle cose; e anche il punto, la linea, la superficie e la
matematica, che diceva dall'uomo creati ad Dei instar ex nulla re
substrata, tanquam ex mnihilo, erano accolti nella mente per una
astrazione, alta quanto si voglia, dalla materia delle cose corpulente, giacché
gli spiriti non hanno né punti né linee né superficie » (p. 340).
Gran brav’uomo davvero quel V.! In primo luogo, è da fermar bene
che non le scienze matematiche diceva egli esser fatte dall'uomo: ché
questo era carattere comune (da tutti am messo) a ogni scienza, la
teologia esclusa; ma la differenza specifica del sapere matematico, per la
quale questo sapere si salva dallo scetticismo, è pel V. questa, che cioè
anche il suo o0ggetto è fatto da noi. In secondo luogo, non è possibile stare
a ripetere che la matematica è scienza d’astrazione (ossia
empirica) senza lasciarsi sfuggire tutto il significato della dottrina
vichiana; la quale non si riferisce alle relazioni matematiche che il
recensore dice già esistenti e fatte nelle cose e negli oggetti della
nostra contemplazione scientifica », ma a quelle altre, onde l’uomo
mundum quemdam formarum et numerorum sibi condidit, quem intra se
universum combplecteretur: l’oggetto delle matematiche pure, che è in sé
compiuto e perfetto, senza nessun rapporto con gli oggetti
dell’esperienza. Quanto poi agli elementi di cotesto universo interno
alla mente, il punto e l’unità, s’accomodi pure il recensore se crede che
già ineriscano alla materia delle cose corpulente. Noi amiamo stare col
brav’uomo: Atqui utrumque fictumi
punctum enim, si designes, puncium non est; unum si multiplices, non est
amplius unum » (De ant., I, $ 2). Questo, ad ogni modo, sarà
apprezzamento, non accertamento del pensiero vichiano. Ma, dove si tratta
di definire il senso di esso, ecco lo storico della Civiltà Cattolica
saltar su a confondere e cancellare i tratti essenziali della dottrina di
cui si vuol discutere 1: Va però
osservato, a non esagerare di troppo la tendenza scettica della norma vichiana,
esser cioè veri criterium et regulam ipsum fecisse, che V., quando
afferma la minor certezza delle altre scienze rimpetto alle matematiche, non
diceva cosa nuova, e ripeteva ciò che in parte aveva già letto nella
metafisica di Suarez, e forse nel commento dell’Aquinate, le cui parole
non sembrano sconosciute al V.. Non pare pertanto che, come afferma il
Gentile, proprio dalla schietta dottrina neoplatonica V. deducesse la sua
gnoseologia.... » (p. 341). Malgrado l’abilità dello stile (che vuol dire
e non dire), qui evidentemente si afferma che almeno un addentellato alla
gnoseologia del verum-factum (senza il colorito scettico che assume nel
V.) può trovarsi in Suarez I Del resto, a proposito di un’
interpretazione arbitraria che io avrei fatta di alcune parole di V., la
Civiltà Cattolica ci addita una novissima e mai sospettata
interpretazione del verum-factum, scrivendo: Se, secondo V.,il vero si
converte col fatto, occorre]affermare che nel fatto (!) delle sue parole
sia la verità (!) della sua mente quale intese farcela conoscere » (p. 345). In
verità, non si può essere interpreti più fedeli del pensiero d’un
filosofo ! einS. let. 3, Ma (2.0
Re laphysi Mathen Talibus fecta superio
Modo esse te i haec ulteriu Parter Plicite
Quod Per ns0 di condert pol di
la tele gin È of cer” dicev*
Jla DE i paso! -r.] e in S. Tommaso. Del primo
dei quali si cita Metaph., Disp. I, lect. 5, n. 26; e del secondo Comm.
alla metaf., lib. I, lect. 2. Ma ecco integralmente il luogo del
Suarez: Respondetur ! ergo primo fortasse in aliquo statu posse
Metaphysicam humanam esse perfectiorem et certiorem quam sint
Mathematicae: nam, licet acquirendo hanc scientiam solis natu- ralibus
viribus et ordinario modo humano non possit tam per- fecta obtineri, si
tamen noster intellectus iuvetur ab aliqua superiori causa in ipsomet
discursu naturali, vel si ipsa scientia modo supernaturali fiat, licet
res ipsa sit naturalis, potest forte esse tam clara et evidens ut Mathematicas
superet. Quia vero haec responsio magis est theologica quam philosophica,
addo ulterius, quamvis Metaphysica in nobis semper sit, quoad hanc
partem, inferior Mathematica in certitudine, nihilominus sim- pliciter et
essentialiter esse nobiliorem: ad quod multum refert quod sit secundum se
et ex parte obiecti certior: nam dignitas obiecti maxime spectat ad
dignitatem scientiae et illa est quae per se redundat in scientiam:
imperfectiones autem quae ex parte nostra miscentur, sunt magis per
accidens: et ad hoc tendit definitio data, in quo sensu nullam involvit
repugnantiam». Dove, per aguzzare che si faccia la vista, non si
vede nulla della dottrina vichiana. E S. Tommaso, commentando quel
testo della Metafisica aristotelica, che dice più certe (propriamente,
più esatte, &xprBéotepar) le scienze aventi oggetti più semplici e
più elementari, come l’aritmetica rispetto alla geometria, che richiede
qualche dato di più (I, 2, p. 982 a 25-28), dice: I Al n. 23, a
proposito del luogo di ARIST., Metaph., II, 3, p. 995 a, 14-16, s'era
proposta la distinzione tra la metafisica in noi che ha minor certezza
della matematica, e la metafisica in sé, a cui la matematica stessa è
subordinata, e dal cui valore perciò dipende, poiché res illae de quibus
Mathematicae tractant, includunt communia et trascendentia praedicata de
quibus Metaphysica disserit ». Alla qual difesa della metafi- sica, nel
numero 25 si opponeva: Haec scientia
[sc. Metaph.], prout in nobis est, semper est minus certa in hac parte,
quam Mathematica: ergo simpliciter est minus certa, quia Metaphysica de
qua agimus non est alia nîsì humana: haec tantum in nobis est. Quid ergo
vefert ad nobili- tatem Metaphysicae, quod secundum se sit angelica ?
illud enim erit verum de Metaph. angelica, non de nostra. Unde tractando
de mostra, videtur involvi repugnantia in illa distinctione secundum se
et prout in nobis. Haec enim optime quadrat et ita est illa
usus saepe Arist.in 1° Poster. etin principio Phys. et Metaph. At vero
acconimodata actibus vel habitibus nostris nullo modo videtur posse
habere locum ». Quanto aliquae scientiae sunt priores naturaliter,
tanto sunt certiores: quod ex hoc patet, quia illae scientiae, quae
dicuntur ex additione ad alias, sunt minus certae scientiis, quae
pauciora in sua consideratione comprehendunt, ut Arithmetica certior
est Geometria; nam ea, quae sunt in Geometria, sunt ex additione ad
ea quae sunt in Arithmetica. Quod patet, si consideremus id quod utraque
scientia considerat in primum principium, scic. unitatem et punctum.
Punctus enim addit super unitatem situm. Nam ens indivisibile
rationem unitatis constituit; et haec, secundum quod habet rationem
mensurae, fit principium numeri. Punctus autem supra hoc addit situm. Sed
scientiae particulares sunt posteriores secundum naturam universalibus
scientiis, quia subiecta earum addunt ad subiecta scientiarum
universalium, sicut patet quod ens mo- bile, de quo est naturalis
philosophia addit supra ens sim- pliciter, de quo est Metaphysica, et
supra ens quantum, de quo est Mathematica: ergo scientia illa, quae est
de ente et maxime universalibus, est certissima. Nec illud est
contrarium, quod dicitur esse ex paucioribus, cum supra dictum sit quod
sciat omnia. Nam universale quidem compre- hendit pauciora in actu, sed
plura in potentia. Et
tanto aliqua scientia est certior, quanto ad sui subiecti considerationem
pau- ciora actu consideranda requiruntur. Unde scientiae operativae
sunt incertissimae, quia oportet quod considerent multas singu- larium
operabilium circumstantias ». La certezza di cui parla qui Tommaso
d’Aquino, l’&xptBoXoyla di Aristotele, non ha nulla da vedere con la
certezza di cui parla V., la certitude cartesiana, che è il problema di
Hume, di Kant e di tutta la filosofia moderna. Quella è, si può dire, una
certezza oggettiva, e corrisponde all’ idea chiara di Descartes;
questa invece è la certezza soggettiva, o presenza del soggetto
nell’og- getto, del cui significato storico il mio recensore avrebbe
potuto rendersi conto già per quel poco che io pure ebbi occasione
di dirne nel mio studio. Senza dire poi che per Aristotele e per
Tom- maso d’Aquino, di questa certezza, è sì più certa l’aritmetica
della geometria, e tutte due della fisica; ma più certa ancora dell’aritmetica
è la metafisica. E senza dire che il concetto di questa qualsiasi
certezza non ha (com’ è naturale) nessun punto di contatto con la
dottrina del verum-factum. Sicché, non volendo dire che lo scrittore
della Civiltà Cattolica abbia citato i due luoghi di Suarez e di S.
Tommaso per gettar polvere negli occhi, bisogna pensare che non si sia
fatto ancora una chiara idea di quel che significhi la dottrina del V..
I riscontri invece tra il concetto del V. e la dottrina del Ficino,
seguitata dal Campanella, di cui ho pure additato luoghi molto
significativi, sono così evidenti, che bisogna proprio voler tenere gli
occhi ben chiusi per non vederli. Il mio recensore vi sorvola per notare
poi che sulla identità del vero col
fatto, dal Gentile e dal Croce meglio si poteva citare ciò che il Ficino
dice della verità divina, ove afferma che Dio è veritas, quia
producendo esse dat omnibus (Opera, ed. 1561, I, 97)» e in un altro
luogo dove l’arte umana è paragonata alla divina, e quindi si distingue
una veritas operis humani, adaequatio eius ad hominis mentem e una
veritas operis naturalis, quod est divinae mentis opus, adaequatio ad divinam
mentem. Ma egli stesso poi deve affrettarsi a soggiungere: In ciò il
filosofo cristiano platonico non diceva nulla di nuovo né di diverso
dagli scolastici e dall’Aquinate » (p. 342). O allora ? Se per trovare
l’origine del concetto vichiano che lo
stesso recensore è costretto a riconoscere come diverso dal concetto scolastico si deve cercare in un concetto analogo,
è inutile cercare in quelle pagine del Ficino, dove questi non si
allontana dagli scolastici; ma bisogna rivolgersi a quegli altri punti, sui
quali si fermò la mia attenzione, e che il recensore si guarda bene dal
considerare. Ai quali mi piace qui aggiungerne un altro, che sempre più
conferma che il concetto vichiano della verità non è nel filosofo fiorentino
un’osservazione fortuita e senza radici nel suo pensiero. Nella stessa
Theologia platonica, XIII, 3, leggiamo: Unum est illud in primis
animadvertendum, quod artificis solertis opus artificiose constructum non
potest quilibet qua ratione quove modo sit constructum discernere, sed
solum qui eodem pollet artis ingenio. Nemo enim discerneret qua via
Archimedes sphaeras constituit aeneas, eisque motus motibus caelestibus similes
tradidit, nisi simili esset ingenio praeditus. Et qui propter ingenii
similitudinem discernit, is certe posset easdem constituere, postquam
agnovit, modo non deesset materia. Cum igitur homo caelorum ordinem, unde moveantur,
quo progrediantur, et quibus mensuris, quidve pariant, viderit, quis
neget eum esse ingenio, ut ita loquar, pene eodem quo et author ille
caelorum ? ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta nactus
fuerit, materiamque caelestem postquam facit eos nunc, licet ex
alia materia, tamen persimiles ordine ? Nel suo Commentario al Parmenide
poi, cap. si trova un’osservazione, che fu già da noi riferita a p. 31,
dove il Ficino dice che la cognizione umana delle cose materiali, poiché
noi non siamo gli autori delle cose non è altro che una proportio
quaedam, laddove Dio le conosce veramente, perché ne è la causa.
Che se qui pare dubitativamente concedere potersi la cognizione umana
intendere forse come proporzione al conosciuto, ossia come adequazione del
soggetto all’oggetto, più oltre, e nella pagina stessa, dimostrando
perché la cognizione divina non importi congruenza dell’ intelletto
divino con le cose materiali e transeunti, mette bene in chiaro la natura
affatto soggettiva d'ogni conoscenza, l’umana compresa: Multo minus
actio in agente manens, id est cognitio, adducit agentem, id est
cognoscentem, pro ipso cognoscendorum modo cognoscere: quod omne
cognoscens non simpliciter pro rei cognitae qualitate, sed pro ipsa
cognitivae virtutis natura, forma et dignitate, cognoscat et iudicet,
hinc apparet, quia hominem nobis obiectum aliter quidem sensus exterior,
aliter autem imaginatio viderat, aliter item ratio, aliter intellectus. Sensus
enim solam rem praesentem percipit et accidentia sola; imaginatio
et absentem repetit et quodammodo substantiam suspicatur, componit,
dividit, sola summatim conficit quae singulatim quinque sensus; ratio
vero et haec efficit omnia, et praeterea ad universalem speciem incorporeamque
naturam argumentando se transfert; intellectus denique simul quodam intuitu
conspicit, quae ratio multifariam argumentando circumspicit,
quemadmodum visus obiectum globum semet percipit ut rotundum, tactus
autem saepius attingendo.... Neque rerum cognitarum conditiones,
sed naturam ipsam suam sequitur [sc. întellectus] cognoscendo: naturam
inquam uniformem, indivisibilem, immutabilem ». Dottrina tra le più
atte a confermare la tendenza della gnoseologia del verum-factum: tendenza
scettica, finché non si risolva il dualismo del soggetto e
dell’oggetto. Dal Ficino, e in generale dal platonismo, ho
sostenuto che il V. fosse anche indirizzato verso quella intuizione
panteistica, che è, suo malgrado, nel fondo di tutto il suo
pensiero filosofico. Sono affatto inutili e fuor di luogo le osservazioni
che si tornano a fare ancora una volta circa l’avversione del V. al
panteismo. Nessuno ha mai dubitato di ciò, e la questione non è questa.
Il punto ora contestato è che dal Ficino il filosofo napoletano potesse
ricevere suggestioni panteistiche. Contestato, LA II E LA III FASE DELLA
FILOSOFIA VICHIANA bensi, col solito dire e disdire: perché prima si assicura
che se V. lesse e studiò le opere
del Ficino e dei Platonici, non ne bevve però gli errori dommatici »: il
che vorrebbe dire che questi errori intanto nel Ficino ci sono; poi si
garentisce che quel letterato [cioè, il Ficino appunto] era assai ben
ferrato in teologia cattolica » e che la sua Theologia platonica altro
non è che una teologia cristiana » e che è assai difficile
ammettere che il F. e dopo di lui V. accogliessero il panteismo »
(341-2). Che diamine ! Bruno sì: egli, tra il Ficino e V., egli
accolse il panteismo, perciò incorse nelle condanne della Chiesa ».
Ma sta a vedere chei sognatori alemanni e i nuovi hegeliani napoletani
hanno scoperto essi che il buon canonico di Santa Maria del Fiore accolse
l’emanatismo plotiniano, pure sforzandosi di accomodarlo coi dommi
cristiani. Io confesso di non conoscere storico della filosofia degno di
questo nome, che lo metta in dubbio; e mi pare che potrebbe bastare
per tutti il Vacherot, autore di una Histoire critique de l’école
d’Alexandrie, che è della metà del secolo passato, ma che non è stata
ancora sostituita. Il quale, dopo dimostrato che nella stessa Theologia
il Ficino espose la dottrina di Plotino avec un ordre, une clarté, une
précision qu'on ne retrouve point dans les Ennéades, osserva: En devenani Alexandrin, Ficin voudrait rester
orthodoxe. Mais
il est facile de s’apercevoir qu’ il ne conserve guère que la langage de
la théologie chrétienne. Il préte è Dieu tous les attributs
Psychologiques dont le dépouillait l’ idéalisme néoplatonicien.... mais
il les détruit pour les définitions et les explications tout Alexandrines qu’
il en donne.... La psychologie de Ficin est encore Plus compléiement
alexandrine que sa théologie», ecc. (t. III, 180-1). Sicché questa almeno del panteismo
ficiniano non è poi la grande eresia alemanna o napoletana ! DAL
CONCETTO DELLA GRAZIA A QUELLO DELLA PROVVIDENZA La quistione della
grazia, come s’ è veduto, fu studiata dal V. negli anni passati a Vatolla
(1686-95). In grazia della ragion canonica », racconta di sé
nell’Autobiografia, inoltratosi a studiar de’ dogmi, sì ritruovò poi nel giusto
mezzo della dottrina cattolica d’intorno alla materia della grazia, particolarmente
con la lezion del Ricardo, teologo sorbonico, che per fortuna si
aveva seco portato dalla libreria di suo padre ». E la dottrina di questo
teologo V. stesso riassume dicendo che costui con un metodo geometrico fa
vedere la dottrina di sant'Agostino posta in mezzo come a due estremi tra
la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che all'una di
queste due o all’altra si avvicinano; la qual disposizione riuscì a lui
efficace a meditar poi un principio di dritto natural delle genti, il quale e
fosse comodo a spiegar le origini del dritto romano ed ogni altro
civile gentilesco per quel che riguarda la storia, e fosse conforme
alla sana dottrina della grazia per quel che ne riguarda la morale
filosofica ». Dove c’è un’interpretazione del Ricardo e una genealogia
della propria dottrina, per così dire, postuma: data dal V. più di
trent'anni dacché aveva letto il teologo sorbonico, e dopo che il suo
pensiero (almeno su questo punto) aveva fatto molto cammino. Non è quindi privo
d’ interesse ricordare quanto del V. ci sia nell’ interpretazione del
Ricardo, e quanto del Ricardo nella genesi del pensiero vichiano. Ne
deriverà qualche nuovo chiarimento intorno a un punto essenziale di questa
filosofia. Il Ricardo, a cui V. si riferisce, è il gesuita
francese Stefano Dechamps (1613-1701), professore della Sorbona,
confessore del principe di Condé, autore di vari scritti polemici di
teologia, pubblicati anonimi o sotto lo pseudonimo di Antonius Richardus *.
Gran diffusione ebbero, nel fervore della lotta tra giansenisti e
gesuiti, la sua Disputatio theologica de libero arbitrio, qua defenditur
censura sacrae Facultatis Theol. Parisiensis lata 27 iunii r560, et
plures novi dogmatis propositiones ab eadem merito proscribi et S.
Augustini aliorum Patrum ac veterum theologorum doctrinae adversari
demonstratur (1645); di cui una quarta edizione fu pubblicata a Parigi
nel 1646, e una quinta a Colonia nel 1653; e il grosso ?n-folio, al
quale V. certamente allude, De haeresi Janseniana ab apostolica sedes
merito proscripta, in tre libri, la cui prima edizione, incompleta, è del
1645, e la seconda del ‘54. A documentare la posizione tenuta dal
Dechamps meglio di ogni esposizione possono giovare alcune citazioni
testuali. Basterà limitarsi ai punti più importanti. Contro l’accusa di
pelagianismo, che Martino Chemnitz aveva mossa ai gesuiti, il Dechamps
riferisce la risposta datagli dal gesuita Andradio, che fu de’ teologi
del Concilio di Trento: Et
sane, inquiunt, quamvis nos a divina misericordia pendeamus; quamvis nihil boni
operetur fidelis, quod in illo non efficiat Deus; quamvis non solum
gratia conferatur ut converti possimus, sed etiam ut convertamur; etsi
gratia haec, quae ad operandum necessaria est et velle facit, non sit
quaecumque inspiratio aut cogitatio sancta, sed efficax Dei operatio:
quamvis I BACKER-SOMMERVOGEL, Biblioth. d. écriv. de la Comp. de
Jésus, part. I, t. II, coli. 1863-9. V. anche SoMMERVvOGEL, Dictionn. des
our. anonymes et pseudon.., Paris, 1884, s. Richardus. Citerò
quest’ultima, Lutetiae Paris, Cramoisy.] haec omnia vere admittamus, homini
tamen semper liberum relinquitur divinae operationi praebere
impedimentum, eamque vel amplecti, vel etiam repudiare ». Haeccine verba,
Chemniti, sunt liberum arbitrium a divina gratia segregantium !...
Haec est Coloniensium patrum Societatis Iesu sententia, quam Pelagianismi
insimulare numquam desinis !, Per Giansenio non c’è termine medio
tra grazia e libero arbitrio; quel libero arbitrio, che i pelagiani
avrebbero preso dalla filosofia profana, e introdotto in teologia ad
extenuandam Christi gratiam. Né vale richiedere, oltre al libero
arbitrio, la grazia: qui semel liberum hominis lapsi arbitrium
indifferentem ad utrumlibet facultatem esse definienit, etsi postea
gratiam ad bene agendum necessariam esse fateatur, abire tamen non
potest, quin, S. Augustino iudice, in Pelagir haeresim incidat ».
Tutte calunnie, secondo il Dechamps. Il quale contesta che non si possa
conciliare il concetto della libertà con quello della grazia, e che
Agostino abbia condannato come pelagiano qualsiasi concetto della
libertà, secondo che Giansenio pretende. In primo luogo bisogna osservare
che il libero arbitrio può esser considerato in due modi, Primo,
pro naturali facultate secundum se sumpta quae pro libito potest
alterutrum e duobus eligere, sive quae, positis omnibus ad agendum requisitis,
agere potest et non agere. Secundo, pro facultate omnibus ad bene agendum
viribus instructa. Quae duo quantum inter se distent, hoc exemplo
intelligetur. Aliud est oculum posito lumine videre posse, aliud habere
lumen ad videndum. Nam qui caecus non est, etsi tenebroso claudatur specu
et nulla collustretur luce, oculos tamen habet, quibus, cum lux adfuerit,
videre poterit. Ita aliud est hominis voluntatem esse eiusmodi, ut,
positis omnibus ad agendum praerequisitis, agere possit et non agere;
aliud ea omnia ad bene agendum praerequisita habere. Primum ad libertatem
naturae spectat; secundum Lib, I, disp. III, ad libertatem gratiae, sive
ad laudabilem illum liberi arbitrii statum, ad quem divina gratia
evehimur. Prima libertas deleri peccato non potest. Nam, etsi voluntas
necessariis ad bene agendum praesidiis spolietur, et, infami daemonis servituti
mancipata, ne levissimum quidem melioris vitae votum de se concipere
possit, talis est tamen semper, ut, cum aliunde necessaria ad bene
agendum subsidia adfuerint et caelestis gratiae aura afflaverit, agere
possit et non agere. Secunda, primi parentis culpa periit. Nam tum omnibus
gratiae praesidiis destituti, cam in miseriam incidimus, ut non simus
sufficientes cogitare aliquid ex nobis, tanquam ex nobis. Qui cum Calvino
aliisque superioris aevi haereticis congressi sunt Catholici, hanc utriusque
libertatis distinctionem diligenter observaverunt; quod ex illa totius de
libero arbitrio controversiae disceptatio penderet. Hinc Bartholomaeus
contra Calvinum scribens (lib. I de lid. arbit., cap. 3); Ignoras»,
inquit, aliud esse hominem
libertatem arbitrii habere, hoc est potentiam consentiendi vel dissentiendi, ut
dixi: quod naturae liberum dicitur arbitrium; aliud vero libertatem
meritorie operandi iustitiam: quod liberatum liberum dicitur arbitrium»!.
In secondo luogo, poi, è da notare che non pensa diversamente
sant’Agostino: il quale, quando nega contro Pelagio il libero arbitrio,
intende di questa libertà liberata, principio attivo di bene; ma non nega mai
in conseguenza del peccato di Adamo il libero arbitrio, anche come
principio di male. Fides Catholica, egli
dice, neque liberum arbitrium negat, neque tantum eci tribuit, ut
sine gratia valeat aliquid ». E altrove più chiaramente: Peccato Adae liberum arbitrium de hominum
natura periisse non dicimus, sed ad peccandum valere in hominibus
subditis diabolo ; ad bene autem vivendum non valere, nisi ipsa
voluntas hominis Dei gratia fuerit liberata, et ad omne bonum actionis,
cogitationis, sermonis adiuta ». I Lib. III, disp. II, cap.
18. Questo concetto insufficiente della libertà negativa s'
è già incontrato nel V., nell’ Orazione del 1700 *. Ma in quella
stessa Orazione abbiamo visto com'’egli sentisse pure il bisogno di
qualche cosa di meglio. Certo, nel suo teologo non trovava un libero
arbitrio che senza l’estrinseco aiuto della divina grazia bastasse a bene
operare; quantunque dovesse, senz’alcun dubbio, esser più soddisfatto da
questa dottrina che un’ombra almeno di libertà lasciava all'uomo;
all’ucmo di quella che egli chiamerà umanità gentilesca, artefice
anch'egli del mondo delle nazioni. E non poteva egualmente non
propendere alla sentenza della teologia sorbonica nella questione famosa
della grazia efficace, che è l’altro mcmento della negazione della
libertà nel giansenismo: per cui, l’uomo non è libero prima d'esser redento
dalla grazia, perché, per effetto del peccato, è in potere del diavolo; e
non è libero né anche dopo, perché l’efficacia della grazia
redentrice consiste nella necessità della redenzione. Prima la sua
volontà è principio del male, e soltanto del male; poi, del bene, e
soltanto del bene. E non vien concepita mai come principio degli opposti,
quale dev'essere, per esser libera. Anche qui il gesuita distingue; e se
la distinzione tra grazia sufficiente che non è sufficiente e grazia
efficace provocherà il sorriso del Pascal, essa però ha una profonda
ragion d'essere, e mira a salvare insieme con la grazia la libertà, senza
la quale la grazia edificherebbe la distruzione. Il Ricardo riferisce in
proposito un luogo del De spiritu et littera (c. 33) di Agostino, che
egli dice un compendio di tutti i libri scritti dal Santo contro i
nemici della grazia e del libero arbitrio: un muro di bronzo contro
pelagiani, manichei, luterani, calvinisti e simili pesti.
1 Vedi sopra65 sgg.. Attendat et videat non ideo tantum
istam voluntatem divino muneri tribuendam, quia ex libero arbitrio est,
quod nobis naturaliter concreatum est; verum etiam quod visorum
suasionibus agit Deus ut velimus et ut credamus: sive extrinsecus per
Evangelicas exhortationes, ubi et mandata legis aliquid agunt, si ad hoc
admonent hominem infirmitatis suae, ut ad gratiam iustificantem credendo
confugiat; sive intrinsecus, ubi nemo habet in potestate quid ei veniat
in mentem; sed consentire vel dissentire propriae voluntatis est.
His ergo modis quando Deus agit cum anima rationali, ut ei credat;
neque enim credere potest quolibet libero arbitrio, si nulla sit suasio
vel vocatio, cui credat; profecto et ipsum bonum velle Deus operatur in
homine, et in omnibus misericordia eius praevenit nos: consentire vocationi
Dei, vel ab ea dissentire, sicut dixi, propriae voluntatis est!.
Anche il Concilio di Trentc ?, ispirandosi a questa dottrina di
Agostino, sentenziò lhominem praevenienti gratiae posse dissentiri. Basta
perciò questa grazia a salvar l’uomo, nel senso che non gli occorre
altro, se egli vuole salvarsi. Ma egli deve volere. La grazia risana
la volontà (e si dice perciò medicinale). Ma all'uomo già di sana
volontà Agostino 3 afferma Deum permisisse atque dimisisse facere quod vellet,
e però gratiam in eius arbitrio reliquisse. E qui c'è un punto, che dové
fermare l’attenzione del V. 4: Insignis est in hanc sententiam
planeque divinus locus ille, quo S. Augustinus Petilianum Donatistarum
episcopum sic affatur: Si tibi proponam quaestionem, quomodo Deus Pater
attrahat ad filium homines, quos in libero dimisit arbitrio, fortasse eam
difficile soluturus ess Quomodo enim attrahit, si dimittit ut quis quod
vo I Lib. III,
disp. III, cap. 1. 2 Sess. 6, can. 4. 3 De corrept. et
gratia, c. 12. CONCETTO DELLA GRAZIA E
DELLA PROVVIDENZA ISI luerit eligat? Et tamen utrumque verum est,
sed intellectu hoc penetrare pauci valent. Si ergo fieri potest, ut quos
in libero dimisit arbitrio attrahat tamen ad Filium Pater, sic fieri
potest, ut ea quae legum coércitionibus admonentur, non auferant liberum
arbitrium ». Haec S. Augustinus scribit ad Donatistarum querelas
retundendas, qui cum propositis suppliciis ab haeresi sua deterrebantur,
de Catholicis graviter expostulabant in haec verba: Cur vos non liberum arbitrium unicuique
sequi permittitis, cum ipse tamen Dominus Deus liberum arbitrium
dederit hominibus ? ». Respondet S. Augustinus liberum arbitrium legum
coéèrcitionibus non eripi, quemadmodum divina per gratiam tractione non
violatur. Unde concludit: Nemo
ergo vobis aufert liberum arbitrium, sed vos diligenter attendite
quid potius eligatis: utrum correcti vivere in pace, an in malitia
perseverantes falsi martirii nomine vera supplicia sustinere ». Qua ex
disputatione certissime conficitur quod pugnamus. Primo, quia clarissime
et expressis verbis de gratia medicinali S. Augustinus affirmat, quod
gratiae nullam agendi necessitatem inferentis argumentum esse Jansenius
profitetur: nempe Deum per gratiam homines trabhere: et tamen in
libero dimittere arbitrio, ut quis quod voluerit eligat. Secundo,
quia inepta esset illa comparatio, et contra S. Augustini mentem, si
divina ratio sequendi necessitatem imponeret; nam ex illa Petilianus continuo
colligeret, quod unum contendebat: nimirum intentata a legibus supplicio
necessitatem parendi imponere, adeoque libertatem illam, quae necessitati
est inimica, hominibus adimere. V. riferisce ed accetta,
come abbiamo visto !, nel De antiquissima questa soluzione agostiniana
del problema che nasce dal versetto del Vangelo di Giovanni (VI, 44):
Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum ». V.
condensa la soluzione nel motto: Non solum volentem, sed et lubentem
trahit, et voluptate trahit »?; e nel De constantia iurisprudentis (1721)
dirà: Ex divini sacrificiù meritis divina gratia ita trahit
- +À# I Pagg. 59-60. * De an., in Opere, I, 174. ad
Deum homines, ut, quemadmodum appositissime D. Augustinus * ex Poeta
docet: .... trahit sua quemque voluptas ». Intorno a questa
voluftas 1 Dechamps disputa molto sottilmente ?, a proposito della grazia
a perseverare concessa da Dio agli angeli e all'uomo prima del peccato.
Per la quale osserva che Agostino non adopera mai nessuno dei termini da lui usati
per esprimere i moti della volontà, sia come impulsi di essa, sia come
aiuti attuali inerenti a lei stessa. E nota ben dodici di questi
termini; sel che si riconducono all’amor indeliberatus (come
spiritus charitatis, inspiratio charitatis, ecc.); e sei che hanno
per tipo la delectatto, ma suonano anche: suavitas, dulcedo,
condelectatio, incunditas, voluptas 3. Tutti proprii dell’uomo beneficato dalla
grazia dopo il peccato, ed esprimenti tutti, perciò, non l’unità primitiva, in
cui la natura ha in se stessa la grazia, ma un'unità che presuppone
l'opposizione. Cum igitur S. Augustinus eiusque discipuli, de
statu innocentiae disputantes, his nominibus natura, naturalis
possibilitas, liberum arbitrium, non solam voluntatem sine vitio, sed
ipsam quoque habitualem gratiam, quae completam bene agendi potestatem
illi conferebat, plerumque intelligant, quid mirum si bona status illius opera
vel libero arbitrio adscribant, vel naturae opera appellent, vel,
quod durius videtur, naturaliter fieri contendant ? Audi S. Augustinum de
bono opere disputantem: Hoc opus est
gratiae, non naturae: opus est, inquam, gratiae, quam nobis attulit
secundus Adam; non naturae, quam totam perdidit in semetipso primus Adam,
etc. Non est igitur gratia in natura liberi arbitrii, quia liberum
arbitrium ad diligendum Deum primi peccati gran 1 V. rimanda qui al
Tract. XXII in Iohannem. Correggi: XXVI, 4. 2 Lib. III, disp. III, c. 16.
| 3 E per la voluptas cita appunto il luogo del Tract. XXVI in Iohann.] ditate
perdidimus ». Quibus verbis manifeste significat opus bonum, quod iam
gratiae tribuit, si Adam non peccasset, fore opus naturae; sed huius rei
caussam inde repetit, quod ante primum peccatum gratia Dei esset in
natura liberi arbitrii: gratia, inquam, illa, quae ad bene agendum
ex parte voluntatis requiritur !. Questa natura liberi arbitrit, in
cui, prima del peccato, era immanente la gratta, dopo del peccato è
perduta; e per quanta voluptas Dio ci faccia sentire nell’assenso
al suo divino suggerimento, essa non può considerarsi una espressione
della stessa umana natura: come la sua voluptas del poeta latino. E quando
perciò V. nel De constantia iurisprudentis raccosta la voluptas
agostiniana a quella virgiliana (e il raccostamento è già implicito
nel lubentem del De antiquissima), egli mette in Agostino e nel
Ricardo un po’, anzi molto del suo pensiero, che tende a risolvere il
dualismo insuperabile del domma della grazia in una fondamentale
unità. Ma, tanto nel De antiquissima quanto nel Diritto Universale V.,
pure accennando con questa interpretazione sforzata della dottrina agostiniana
a superare il concetto trascendente della grazia, crede tuttavia di
doversi arrestare. E mantiene la necessità della grazia per spiegare il
processo dello spirito. Nella seconda delle due opere testé menzionate si
propone esplicitamente il problema. Contrapposta la stoltezza dell’uomo caduto
alla eroica sapienza di Adamo anteriore al peccato, concepisce la
vita umana come un processo di realizzazione dell’ infinito, ossia dello
spirito. Dio è fosse, nosse, velle infimitum; l’uomo, poiché è corpo,
oltre che spirito, e poiché il corpo è limitato, è mosse velle posse
finitum quod tendit ad infinitum. L’uomo aspira a unirsi con Dio,
che è il suo principio; e questa aspirazione può compiere ! Lib.
III, disp.] soltanto conformandosi all’ordine della natura, nel quale
sovrasta per la ragione a tutti gli animali; ossia sommettendo la volontà alla
ragione. Sommissione, in cui consistette la natura hominis integra,
conferita da Dio ad Adamo, ut nullo sensuum tumultu agitaretur, sed et
in sensus ed in cupiditates liberum pacatumque exerceret imperium. Questa
natura integra dell’ucmo, conforme all’ordine delle cose, è la mnaturalis
honestas integra. Ma questa rettitudine naturale dell’uomo venne corrotta
per colpa dell’uomo: in che modo ? Ut voluntas rationi dominaretur. Donde
nasce la passione (cupiditas), che non è altro che amor sui ipsius, e
l’errore, ossia quella iudicii temeritas, qua de rebus 1udicamus,
antequam eas habeamus plane exploratas. Or, come riconquistare la verità,
e ristaurare il processo divino dell’ uomo ? Com? nel De antiquissima *, V.
sente la necessità di ammettere un minin.o di umanità a capo
dell’umanità. Sed homo Deum aspectu amittere omnino non potest suo;
quia a Deo sunt omnia; et quod a Deo non est, nihil est; nam Dei lumen in
omnibus rebus, nisi reflexu, saltem radiorum refractu cernere cuique
datur. Quare homo falli nequit, nisi sub aliqua veritatis imagine; vel
peccare nequit, nisi sub aliqua boni specie 2. Ma queste
immagini della verità, questi semi di bene non bastano ancora pel V. a
spiegare l’umanità. Hinc aeterni veri semina in homine corrupto non
prorsus extincta; quae, gratia Dei adiuta, conantur contra naturae
corruptionem. Conato, che è l’effetto della provvidenza e della
grazia divina, come una cosa sola. Giacché, se qui parla di gra I
Vedi sopra59-60. 2 Opere, ed. Ferrari, III, p. 26. zia, poco
prima ha detto provvidenza »; dove,
definendo gli attributi di Dio, ne fa consistere la bontà in ciò,
quod omnibus rebus a se creatis quemdam conatum, quoddam 1ngenium indit
se conservandi. Così, quando per corporeae naturae vitia, quibus dividitur,
atteritur et corrumpitur, singula quaeque in sua specie conservari non
possunt, divina Bonitas per ipsarum vitia rerum erumpit, et conservati în
suo quaeque genere cuncia. Di guisa che questa bontà non ha funzione
diversa dalla sapienza divina; la quale, quatenus suo quaeque tempore cuncia
promat, Divina Providentia appellatur. Quella divina Provvidenza,
le cui vie sono le opportunità, le occasioni, gli accidenti, attraverso
ai quali erompe la divina Bontà, e fa nascere la virtù, com? virtù
dianoetica o sapienza, e virtù etica, infrenatrice degli affetti,
imperfetta nei gentili, o perfetta, qual’ è soltanto la virtù cristiana,
che, reprimendo la filautia, piega l’uomo all’umiltà:. La virtù si
può bensì distinguere in prudenza, temperanza e fortezza; ma a patto che
vadano tutte insiem= congiunte perché la virtù è una, e non dell’uomo.
Sed Dei virtus est, divina gratia, quae suo lumine Christianis
perspicue recta vitae agenda demonstrat: et efficit ut uno genere assensionis
et rebus contembplandis et rebus in vita agendis assentiamur. Uno genere
assensionis, perché spinozianamente o, com'’egli preferisce dire,
socraticamente, V. tiene a confermare quel che ha stabilito nel lemma 4°
(Prolog.), che cioè la volontà libera o razionale coincide con l’
intelletto (voluntas et intellectus unum et idem sunt, aveva detto
SPINOZA, Eth., II, prop. 49 sch.): Unum esse genus assensionis, et quo
rebus contemplandis, et quo rebus in vita agendis, perspicue, ut tamen
utrarumque fert natura, demonstratis assentimur. Nam qui officio faciendo
non assentitur, is perturbatione aliqua animi id perspicue faciendum non
cernit: quare ubi perturbatio sedata sit, et animus ea sit defoecatus,
hominem poenitet prave facti: quod quia in geometricis rebus ex. gr. non
evenit, quia linearum nulla sunt studia sive affectus nulli, quibus
perturbari homines possint, idcirco in iis ac in vitae officiis faciendis
diversum assensionis genus esse videtur »: V., Op.2, ed. Ferrari, III, 17; cfr.42-43.
La virtù concreta è adunque virtù divina; o almeno quel lume della
divina grazia, che rende possibile il volere umano instauratore
dell’ordine morale. Che è pel V. un ordine naturale, ossia ideale, eterno
di giustizia: immutabile come fato, quasi sanctio et veluti vox divinae
mentis, al dire di Agostino. E l’uomo vien instaurando questa
eterna giustizia secondo le occasioni di utilità e di necessità, che la
Provvidenza gli vien presentando affinché esso affini e svolga la sua
natura primitiva. Homo erat factus ad Deum contemplandum
colendumque et ad caeteros homines ex Dei pietate complectendos, quae
erat honestas integra: bonae igitur occasiones fuere usus et
necessitas, quibus Divina Providentia rebus ipsis dictantibus », ut
eleganter ait Pomponius, hoc est ipsarum sponte rerum, homines originis
vitio dissociatos, non ex honestate integra, quae ex animo tota erat,
prae Dei pietate, quia non integros, sed ex aliqua honestatis parte,
nempe ex corporis utilitatum aequalitate, quae magna et bona parte
corruptos ad colendam societatem retraheret. Uti corpus non est causa,
sed occasio, ut in hominum mente excitetur idea veri, ita utilitas
corporis non est causa sed occasio, ut excitetur in animo voluntas iusti
!. Qui, evidentemente, la Provvidenza, senza la quale non ci
sarebbe giustizia, e quindi non ci sarebbe società, è identica con la
grazia: la quale opera sulla volontà umana illuminandola e traendola a
Dio con quell’azione che vien definita dalla sana teologia agostiniana.
Onde nella seconda parte del Diritto Universale (De const.
iurisprud.) V. crederà di poter dire che i suoi tur:s principia sunt
maxime conformia santiori de gratia doctrinae. Ratio enim
naturalis est, qua gentes ipsae sibi sunt lex: eaque est lumen divini
vultus super omnes signatum »; et immutabiliter tuetur libertatem humani
arbitrii, ut possimus, I Pagg. 30-31. si volumus,
subsistere motus cupiditatis. Sed gentes vel Christianae ipsae, exsortes
divinae gratiae, aliis cupiditatibus, ut humana gloria, non tam
subsistunt, quam deflectant motus cupiditatis, unde edunt imperfectae virtutis
facinora: sola Christi gratia victrix praestat, quam diximus esse verae
virtutis notam !. In una lettera del 1726 all’ab. Esperti V. accennava
alla morale giansenistica, deplorando che in odio della probabile s’
irrigidisse in Francia la cristiana morale » ?. Morale da stoici, secondo
lui, «i quali vogliono l’ammortimento de’ sensi » e «negano la Provvidenza,
facendosi strascinare dal fato, ignari che la filosofia, per giovar al
genere umano, dee sollevar a reggere l’uomo caduto e debole, non
convellergli la natura »; ignari «che si dia Provvidenza divina » e « che
si debbano moderare l’umane passioni con la giustizia e da quella sì
moderate farne umane virtù » 3. Tutte determinazioni che nella
Scienza Nuova V. riferisce bensì agli stoici, ma a quegli stoici,
coi quali si confondevano nella sua mente i razionalisti cartesiani, e
quella sorta di razionalisti, che col loro fatalismo e rigorismo erano pure, ai
suoi occhi, i giansenisti 4. Il rigorismo, conseguenza necessaria del
carattere trascendente della dottrina giansenistica della grazia, era pel
V. un lato solo della verità, che egli certamente, nel suo platonismo,
non voleva disconoscere. E nel Diritto Universale, stabilita l’eternità
come nota propria del diritto naturale, ossia della morale, soggiunge: «
Indidem ruris naturalis immutabilitatem, quam meliores moralis
Christianae auctores rigorem appellant, aeternam in I Pagg. 220-1.
* Opere, V, 186. 3 S. N, ed. Nic., p. 118 (secondo il testo
1730). Cfr. S. N.! in Opere, ed. Ferr., p. 14. 4 Egli
conosceva e ammirava, pur dichiarandoli «lumi sparsi» e semplici
tentativi, i Pensieri di Pascal e i Saggi di Nicole: Opere2, ed. Ferr.,
VI, 127, e Opere, V, 19, 238. telligis »; e nota che di qui viene
l’ immutabilità dello stesso giusto volontario: Quod fateri
verum omnes necesse est, qui de divina gratia cum moelioribus sentiunt
post D. Augustinum, qui saepe docet « Deum suo immutabili decreto nostram
arbitrii libertatem tueri »; atque hac ratione iurisprudentiae
Christianae propria principia docerent !. E qui interviene
il concetto della sintesi del vero e del certo, ossia della ragione e
dell’autorità o volontà. Nella Scienza Nuova del 1725 della grazia
non si parla, e V. si contenta di speculare su quella Provvidenza
scoperta nel Diritto Universale, che qui dice «l’architetta di questo
mondo delle nazioni » mediante la sapienza del genere umano: «mente
eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto; la quale, per
sua infinita bontà, in quanto appartiene a questo argomento, ciò che
gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro fini,
per li quali principalmente proposti essi anderebbero a perdersi, ella
fuori e bene spesso contro ogni loro proposito dispone a un fine universale;
per lo quale, usando ella per mezzi quegli stessi particolari fini, li
conserva » *. E nelle successive rielaborazioni dell’opera si
profonda sempre più nella speculazione di questa razionalità
positiva del giusto, della civiltà, del processo storico, insomma,
dello spirito umano. Onde, condensando nelle dignità della seconda
Scienza Nuova tutta la filosofia delle sue indagini, finirà con
l’accorgersi che la sua Provvidenza prescinde affatto dall’opera del
Cristo, e perciò non ha Opere, ed. Ferr., V, p. 52. Per Sant'Agostino V.
qui cita dell'edizione dei Maurini (Parigi, 1679-1700): De civ. Dei, V, 10,
VII, 30 (to. VII): De 7r._ nit., III, 4, e De corrept. et gr., c. 8,
n. 14 (to. X).Il Ferrari
riproduce la nota con qualche inesattezza. 2 Opere, ed. Ferrari, IV,
39-40, 41. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA più niente che fare
con la grazia. Laddove la filosofia, secondo la Dign. VI, considera
l’uomo quale deve essere, la legislazione considera l’uomo qual è per
farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia,
dell’avarizia, dell'ambizione, che sono gli tre vizi che portano a
traverso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e,
sì, la fortezza, l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre
grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana
generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità ». Donde il
corollario: Questa Degnità pruova
esservi Provvedenza divina, e che ella sia una divina mente legislatrice,
la quale delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro
private utilità, ne fa la giustizia, con la quale si conservi umanamente
la generazione degli uomini, che si chiama gener umano ». La Provvidenza
qui, evidentemente, è la stessa logica onde si rende intelligibile lo
stesso fatto storico dell'umanità. Il quale basta, per V., nella
successiva Dignità, a provare che c’è un diritto di natura o, che è
lo stesso, che l’umana natura è socievole,
poiché il gener umano da che si ha memoria del mondo ha
vivuto e vive comportevolmente in società », e le cose fuori del
loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ». E tutto ciò! prova
che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle passioni
virtù; ma che da Dio è aiutato, naturalmente con la divina
Provvedenza e, soprannaturalmente, dalla divina grazia». Ed
ecco esplicitamente messa da parte la grazia, e ricondotta alla sola
Provvidenza come razionalità immanente ogni spiegazione della realtà umana, o
di quella natura comune delle nazioni » che V. chiama sub & I Dign.] bietto
adeguato » della propria scienza 1. La grazia non è negata, di certo, ma
dichiarata estranea alla ricerca vichiana. Se non che, e questa è
l’importanza delle riflessioni spese dal V. nella questione della grazia,
il suo concetto della Provvidenza, nato da quello della grazia e
spiccatosi da esso quando V. sentì il bisogno d’una grazia immanente,
conserva sempre la primitiva impronta della dottrina della grazia, quale
è propugnata dal Dechamps. In un corollario infatti della Dign. CIV
(la consuetudine è simile al re.... ») che conferma l’ VIII, l’autore
torna a dedurne che l’uomo non è ingiusto per natura assolutamente, ma
per natura caduta e debole ». E soggiunge: E ’n conseguenza
[questa Degnità] dimostra il primo principio della cristiana religione,
ch’ è Adamo intiero, qual dovette nell’ idea ottima essere stato criato da Dio.
E quindi dimostra i catolici principii della grazia: che ella operi
nell'uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buone opere, e
sì, ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia; che
perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale
naturalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza.... sulla quale la
cristiana conviene con tutte l’altre religioni 2. Dove la dottrina
della grazia coincide perfettamente con quella che abbiamo vista difesa
dal Ricardo, se si bada a quel principio dell’arbitrio libero, la cui
necessità si tiene ad affermare accanto alla grazia efficace; ma
dalla grazia si distingue la Provvidenza, non propria del Cristianesimo,
bensì comune a tutte le religioni, e dal V. concepita come la legge
stessa di quel processo dal finito all’ infinito, che è per lui la vita
dello spirito come unità 1 Mi attengo qui al testo del 1730, che è
più affine al pensiero del Diritto Universale, ponendo la giustizia
termine medio tra Dio e l’arbitrio umano. 2 S. N.*, ed.
Nicolini CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA I6I di questi
due opposti. Sicché, terminando la Scienza Nuova, ei potrà dire che
quella mente che fece il mondo delle Nazioni, è bensì una sovrumana
sapienza, ma che opera senza forza di leggi, anzi facendo uso degli stessi costumi degli
uomini, de’ quali le costumanze sono tanto libere d’ogni forza,
quanto lo è agli uomini celebrare la lor natura»: E la grazia
veniva quindi per lui ad identificarsi, per quanto oscuramente, con la
stessa natura. I S. N, ed. Nicolini LE VARIE REDAZIONI DELLA
SCIENZA NUOVA » E LA SUA ULTIMA EDIZIONE Digitized by
Google Non spetta a me di lodare Fausto Nicolini del lavoro
faticoso e difficile da lui condotto a termine nei tre magnifici volumi della
sua edizione della Scienza Nuova 3; quantunque io sia dei pochissimi che
possano personalmente attestare l’amore, l'entusiasmo che ha sorretto per
sei anni o sette questa tempra fortissima di studioso sagace,
instancabile e geniale attraverso la lunghissima via percorsa per rifare
parola per parola la composizione, così singolare anche per gli sforzi
tormentosi costati all'autore, di quest’'oscuro e vasto monumento del
pensiero italiano che è l’opera maggiore del V.. L’amore, l'entusiasmo
del Nicolini non ha bisogno d’altri testimoni, oltre il suo libro. Il
quale si apre con una lucidissima introduzione, che illustra acutamente
le complicate difficoltà in cui rimase fatalmente avvolto il pensiero vichiano,
e 1 molteplici tentativi ond’esso si venne a grado a grado accostando
alla sua espressione finale nell'ultima I GIAMBATTISTA V., La
Scienza Nuova giusta l’edizione del 1744, con le varianti dell’edizione
del 1730 e di due redazioni intermedie inedite e corredata di note
storiche, a cura di FAUSTO NICOLINI (nei Classici della Filosofia
moderna, n. XIV), Bari, Laterza, 1911, 1913 e 1916 (8°, un vol. in tre
parti diLXXXxIV-1274, con ritratto). Del volume uscì contemporaneamente
un'edizione di lusso in cento esemplari numerati, di carta a mano, formato 8°
grande. Dell'opera il N. ha ora in corso di stampa, negli Scrittori d’
Italia, una nuova edizione in due volumi. Nel primo sarà dato il testo e
una scelta delle varianti di maggiore interesse. Nel secondo saranno
condensate, in un'’esposizione continua, le note, arricchite di molte
giunte. forma della Scienza Nuova, per rifare quindi la storia dei
manoscritti e delle stampe; e dimostra così l'opportunità dei criteri a
cui s’ è inspirata la nuova edizione. Si conchiude con un ricchissimo indice
analitico, dove tutti gli elementi sparsi nel contenuto del difficile
libro sono ad uno ad uno disarticolati e classificati e ordinati
alfabeticamente. E tutte le mille e dugento pagine mostrano il valente
editore vigile scrutatore d'ogni parola, d’ogni sillaba, d'ogni virgola
del suo testo, a ricostruire e, qua e là, perfino a emendare, ma con
molta discrezione, l’ intricata né sempre corretta sintassi dell'autore, a
indagare le fonti e le inesattezze e gli equivoci delle citazioni e
dei richiami affollantisi dietro alle deduzioni vichiane, e
schiarire oscurità, e illustrare argomentazioni, e rannodare pensieri; e
non posar mai, insomma, finché non abbia accompagnato il suo gran V. al
termine del suo viaggio. Il nome di V. non potrà più disgiungersi da
quello del Nicolini; perché nessuno più studierà la Scienza Nuova
senza servirsi di questa edizione e attingere al tesoro di erudizione,
ammassatovi nelle note a dichiarazione degli accenni e riferimenti onde è
sempre complicato il pensiero vichiano. E questo è il maggior premio e la
lode più bella che il Nicolini potesse ambire. Singolare opera la
Scienza Nuova per la sua struttura ! Merito capitale della edizione del
Nicolini è appunto il darci fedelmente il processo di questa struttura,
per ciò beninteso che si riferisce a quella che l’autore stesso
battezzò Scienza Nuova seconda. Giacché, dopo il De antiquissima Italorum
sapientia (1710), che contiene per
alcune parti una dottrina in diretta antitesi con quella della Scienza
Nuova, ma contiene pure il principio filosofico più profondo, che animerà
l’opera maggiore, V. tutti gli
altri trentaquattro anni della sua vita li visse nella meditazione dei
problemi, che sono argomento della Scienza Nuova. Intorno al ’19 1 suoi
pensieri avevano preso già corpo. Ma da quell’anno fino al ’35 o ‘36,
quando si può ritenere abbia data l’ultima forma al libro cui
intendeva affidare il suo nome, lavorò a ben quattro esposizioni diverse
del suo pensiero. La prima volta gli die’ forma nei due libri De universi
iuris uno principio et fine uno (1720) e De constantia turisprudentis
(1721): due parti di una stessa opera, che V. stesso dice del
Diritto Universale. Il De constantia comprendeva alla sua volta due
parti: una, molto breve, De constantia philosophiae, esposizione dei
principii filosofici che illuminano tutta la storia del diritto nella sua
concreta realtà, che è tutta la vita spirituale dell’uomo, ossia la
civiltà; e l’altra, assai ampia, De constantia fhilologiae, ricostruzione
dei fatti dalle testimonianze rimasteci, interpretate al lume di quei
principii. E qui era un capitolo: Nova scientia tentatur; donde » (come dirà V.
stesso nella sua Autobiografia) s’ incomincia la filologia a ridurre a
principii di scienza, e.... sopra tal sistema vi si facevano molte ed
importanti scoverte di cose tutte nuove e tutte lontane dall’oppinione di
tutti i dotti di tutti i tempi »!. I Autobiografia ed.
Croce,41-2. Sui rapporti fra Dir. Universale e Scienza Nuova, v. ora
anche NIcoOLINI, Vita di G.B. V., nel Giorn. crit. di filos. ital., 1925.
Ma quanto alla data assegnata dal V. alla Scienza Nuova in forma
negativa, il NICOLINI stesso mi comunica ora qualche suo dubbio: Par difficile che alla Scienza Nuova in
forma negativa V. cominciasse a lavorare fin dal 1722. Basta pensare
che nel 1722 V. lavorava intorno alle Note al Diritto Universale, le
quali furon finite di stampare non prima dell’agosto 1722. Pertanto,
malgrado l'affermazione dell’Autobiografia, credo che alla Scienza Nuova
negativa V. si accingesse non prima ma do po la disavventura
universitaria dell’aprile 1723. Essa era già a buon punto nell’ottobre
1723, giacché il 30 di quel mese Anton Francesco Maria Marmi, informato
da [A questa prima forma ne seguì ben presto un'altra, che non fu
più stampata, quantunque già pronta per la stampa, e già riveduta e
approvata dal censore ecclesiastico. La quale è andata smarrita. Essa dovette
essere scritta nel '22 o nel ’23; perché nella Autobiografia il V.,
dopo aver narrato la disavventura toccatagli nel concorso alla cattedra
mattutina di leggi (che ebbe luogo tra il gennaio e l’aprile del ’23),
soggiunge che per ciò egli non si ritrasse punto di lavorare altre opere;
come in effetto ne aveva già lavorata una divisa in due libri,
ch'avrebbono occupato due giusti volumi in quarto; nel primo de’ quali
andava a ritrovare I princip del diritto naturale delle genti dentro quegli
dell’umanità delle nazioni per via d’ inverisimiglianze, sconcezze ed
impossibilità di tutto ciò che ne avevano gli altri innanzi più imaginato
che raggionato; in conseguenza del quale, nel secondo, egli spiegava la
Generazione de’ costumi umani con una certa cronologia raggionata di
tempi oscuro e favoloso de’ greci »*: la Scienza Nuova, insomma,
«in forma negativa ». Questo manoscritto non poté essere
stampato perché troppo voluminoso; e al povero V. falli la speranza
riposta nel card. Lorenzo Corsini (poi Clemente XII) di averne le spese
della stampa in contraccambio della dedica offertagli. Ed ecco quindi la
necessità (di cui parve qualche suo corrispondente napoletano,
informava a sua volta il Muratori che V. «lavorava sopra un’opera che
voleva intitolare Dubbi e desidèri intorno alla teologia de’ gentili ».
Quasi compiuta l’opera era già nel novembre 1724, e cioè quando V. mandò
al Corsini, per mezzo del Monti, la minuta della dedica (divenuta poi
dedica della Scienza Nuova prima). Ma pronto per la stampa il ms. non
fu se non nel maggio 1725: tempo in cui V. lo dié al canonico Torno
per la revisione. Il titolo definitivo che V. voleva dare a codesta
Scienza Nuova în forma negativa, era, come ha dimostrato il DONATI
(Autografi e documenti vichiani,153 Sgg.): Scienza nuova dintorno aì
principii dell'umanità ». 1 Autobiografia] al V. dover esser grato alla
Provvidenza) di riscrivere la sua opera in forma più stretta e, come a
lui parve, anche più stringente: abbandonando quel metodo negativo
che procedeva « per via di dubbi e desiderii; maniera la qual fa più
tosto forza che soddisfa la mente umana »; e facendo un’altra opera « più
picciola in vero » (scriveva V. stesso, un mese dopo stampatala, il 20
nov. 1725), «ma, se non vado errato, di gran lunga più efficace;
nella quale per mezzo di tre verità positive, sperimentate
dall’universale delle nazioni, che si prendono per principli, e per un gran
séguito di rilevantissime discoverte, dando altro ordine e più breve e
più spedito a quelle medesime cose che si dubitavan e si ricercavano
nella prima, si truovano tali principii convincere di fatto e 1
filosofi obbesiani e i filologi baileani », ecc. *. Ed ecco la Scienza
Nuova in forma positiva, che è quella che, col titolo di Principit di una
Scienza Nuova intorno alla natura delle nazioni, per la quale si
ritruovano i principii di altro sistema del diritto naturale delle genti,
venne in luce nel ’25; e che divenne più tardi, pel V. e per gli
studiosi, la prima Scienza Nuova. Ad essa seguì nel ’30 una nuova
edizione, che, cominciata come un’ illustrazione della prima, riuscì poi
una seconda Scienza Nuova, modificata in alcuni particolari, ma
sostanzialmente conservata, nella terza ed ultima edizione, pubblicata
postuma nel ’44. Sicché le redazioni principali dell’opera son quattro:
il Diritto Universale e tre Scienze Nuove, la prima delle quali, in forma
negativa, non ci è pervenuta, e le altre due sono a stampa. Ma
queste sono soltanto le principali! Già la quarta forma non ebbe, alla
sua volta, meno di quattro redazioni: due rappresentate dalle edizioni
ricordate del ’30 e del ‘44; e due, rimaste inedite, e soltanto ora note
per t Lettera a L. Corsini, in A utobiogr. l’accuratissimo
spoglio fattone dal Nicolini dai rispettivi autografi conservati nella
Biblioteca Nazionale di Napoli; e sono due forme intermedie, dove più
compendiose dove più ampie della Scienza Nuova terza, l’una del 1731
e l’altra del ’34 circa. Dal Diritto Universale alla Scienza Nuova
del ’44 ben sette redazioni dunque: attraverso le quali gli stessi
problemi vengono risoluti e ripresi complicandosi con nuovi problemi per essere
tornati a risolvere in forma sempre più adeguata, finché sulle tormentate carte
non cadde la stanca mano: da la tremante man cade lo stile e
de’ pensier si è chiuso il mio tesauro; come lo stesso V. dice nel
suo sonetto a Gaetano Brancone, nel 1735 !. Né basta. Le due
redazioni intermedie suddette, rimaste inedite, sono entrambe intitolate
Correzioni, miglioramenti ed aggiunte perché destinate ad essere
incorporate all'opera nella ristampa della Scienza Nuova” seconda
», come V. soggiunge al titolo di quelle del 1731. In realtà, più
che una revisione del testo del ’30, ne sono, le une e le altre, un
rifacimento: come quel testo, a sua volta, era riuscito un rifacimento
affatto nuovo del testo anteriore del ’25, quantunque V. credesse prima
di poterlo intitolare: Trascelto delle annotazioni e dell’opera
dintorno alla natura comune delle nazioni, in una maniera eminente
ristretto ed unito, e principalmente ordinato alla discoverta del vero
Omero =. Il titolo si spiega con l’origine di queste ulteriori redazioni,
le quali, quasi per generazione spontanea, nascevano a volta a volta accanto
al testo anteriore per l’ insoddisfazione che V. provava, Autobiografia.]
appena data forma concreta e determinata al proprio pensiero. Sicché
cominciava da prima a riempire di postille i margini de’ suoi libri, e poi a
stendersi in annotazioni ordinate con rinvii ai vari luoghi che gli
parevano bisognosi d'ampliamenti e schiarimenti; e poi finiva col
rifarsi da capo per dare sistema e unità alle stesse annotazioni, sì da farne
un’opera nuova. Così fece col Diritto Universale, di cui prima
tempestò di postille marginali alcuni esemplari; ma, dopo quello
con particolar cura annotato pel principe Eugenio di Savoia, sentì di
dover fare seguire le Notae în duos libros alterum De uno universi etc.,
alterum De constantia t1urisprudentis (1722): note tanto importanti da
contenere p. e. per la prima volta la teoria vichiana intorno al
vero Omero. Così fece per la Scienza Nuova del ’25, che, appena
pubblicata, gli die’ materia a scrivere un commento di 600 pagine,
che nel ’28 egli, a richiesta del p. Lodoli e di Antonio Conti, mandava a
stampare a Venezia; e se ne iniziava infatti la stampa colà, poi
interrotta per dissidii sorti con l’editore, e non più proseguita !. E
il manoscritto, richiamato dal V. a Napoli, fu da cima a fondo
rifatto tra il 25 dicembre 1729 e il 9 aprile del ’30, con un estro quasi
fatale », al dire dello stesso V.: e fu la Scienza Nuova del ’30. Ma non
aveva ancor finito la stampa del Trascelto, ed eran già cominciate le
prime Correzioni, miglioramenti e giunte (CMA*), che l’autore
faceva in tempo ad aggiungere a guisa di Errata, in I [Così, fin
ora, hanno affermato i biografi, compreso il Nicolini. Il quale, per
altro, per ragioni che sarebbe troppo lungo riassumere, è giunto ora alla
conclusione che le parole dell’Autobiografia:
ma, dopo essersi stampato più della metà di detta opera, avvenne
un fatto », ecc. (ediz. Croce, p. 72), si riferiscano non alle
Annotazioni alla Scienza Nuova prima, di cui anzi non fu stampata nemmeno
una riga, ma alla Scienza Nuova seconda, ossia all'edizione del 1730. V.,
insomma, riebbe da Venezia il ms. delle Annotazioni, dopo che già aveva
stampata a Napoli più della metà della Scienza Nuova seconda, e cioè
circa a metà del 1730). fondo al volume. E divulgate appena
le prime copie della nuova edizione, ecco V., quasi felice che un
errore provvidenziale notatogli dal principe di Scalea gli dia occasione
di pubblicare una Lettera, a cui può aggiungere una nuova serie d’
importanti giunte, tra le quali un nuovo capitolo: Dell’origine de’ comizi
curiati (CMA?). Ma queste prime revisioni rapidissime avevan dato luogo
soltanto ad aggiunte relative ad alcuni luoghi particolari. In dodici
paginette del Trascelto (pp. 46578) sono le CMA: e nelle dodici paginette della
Lettera al Principe di Scalea sono comprese, oltre questa lettera,
le CMA=?. Dalla continuazione dello stesso lavoro di revisione, in modo più
riposato e in forma più larga, nascono le CMA:3, che è un manoscritto di
duecento pagine fittissime, nel corso del quale V. s’accorge di fare
opera che sta già a sé, ben diversa dalla Scienza Nuova prima
(1725): anzi finisce da ultimo col rifiutarla, salvo tre capitoli come
rifiuta il Diritto Universale, salvando anche di questo due capitoli
soli, di cui era tuttavia contento. E quando, due o tre anni dopo, rifà
nelle CMA4 questo nuovo lavoro in un altro grosso manoscritto di
centoquaranta pagine, toglie ancora e aggiunge, e mostra di non essere
per anco soddisfatto a pieno della forma raggiunta dal proprio pensiero. Che
infatti tornerà a rielaborare in quella che sarà la Scienza Nuova terza,
ossia la definitiva forma della Scienza Nuova seconda, ch'egli non
poté vedere stampata, e che ci rappresenta l’ultimo sforzo fatto
dall’autore per svolgere con ordine e con sistema tutto il vasto
materiale che gli si avvolgeva dentro la mente, solcato in tutti i sensi,
ma non mai illuminato in pieno, dai lampi del suo genio
speculativo. Sicché, al trar dei conti, e non contando, per la
brevità loro, le CMA: e le CMA?, il Nicolini ha potuto dirci, che
ben nove sono state le redazioni (più o men diverse tra loro) della
Scienza Nuova: I. Diritto Universale ; 2. Note al
Diritto Universale ; 3. Scienza Nuova in forma negativa
(smarrita); 4. Scienza Nuova prima; 5. Scienza Nuova
veneta (ossia, Scienza Nuova prima con Annotazioni e commenti, andati
anch'essi smarriti); 6. Scienza Nuova seconda (1730);
7. CMA3; 8. CMA4; o. Scienza Nuova terza (1744;
ma scritta tra il ’35 e il '36 e continuamente corretta fino al
1743). E pure il conto non si può dire rigorosissimo. Se sl
contano le Note al Diritto Universale, si potrebbe pure contare il saggio » del
D. U. che iì V. pubblicò nel ’20, la Sinopsi del D. U.; quantunque questa
supponga forse già scritto, almeno in gran parte, il D. U. Ma
certamente al Diritto Universale bisogna far precedere una prima
redazione, a noi non giunta: per cui la somma complessiva delle redazioni della
Scienza Nuova deve salire a dieci. Il Nicolini stesso ricorda un
documento, sul quale aveva fermato la sua attenzione il Croce, unico
frammento di un’opera vichiana che non possediamo, e che nel 1837
fu pubblicato dal Ferrari (in appendice alla sua Mente di V.) come
prefazione al perduto Commento a Grozio del V. 1. Il Croce osservò ?, che
quella pagina I. non è una prefazione, ma la nota finale di un’opera (in
operis calce, ecc.); 2. non si riferisce ad annotazioni, ma a una
opera originale (sî hos legeris libros); 3. non si riferisce a un commento
a Grozio, perché, nel citare l’opera di questo, se ne dà il titolo per
disteso e s’ invita a metterla a raffronto con quella di esso V....; 4.
si riferisce, invece, I Nelle Opere del V., vol.
I,280-1; nella 28 ed., vol. I,250-I. 2 Secondo Supplemento alla
Bibliografia vichiana,3-4. 12 a un’opera del V. in
più libri (n tertia universae nostrae tractationis parte). L'opera
trattava de metaphysica, de philologia, de re morali ac civili, de
lingua, historia et iurisprudentia romana..., de ture naturali gentium; V.
sì preoccupava di essere in essa riuscito oscuro; vi aveva esposto cose
‘inaudite’; nella terza parte si dimostrava falso il labefactare
inconditis rationibus et distractis auctorum locis, quamquam numero
plurimis, et magis memoria quam mente. Che questa nota finale non possa
concernere il secondo e terzo libro del De antiquissima, è certo,
perché quei due libri non furono mai scritti. Essa dunque o appartiene al
disegno di un’opera che fu la prima idea del Diritto Universale; o (il
che ci sembra più probabile) era destinata a questa opera stessa; la
quale, benché divisa in due libri, essendo il secondo di questi
bipartito, si può considerare come composta di tre parti». Il
Nicolini prende le mosse da quest’acuta analisi del Croce, e ne
trae una conclusione alquanto diversa: che cioè il lavoro, di cui,
dunque, ci sarebbe rimasto il commiato, dev'essere ritenuto un lavoro
originale, il quale non può essere se non un primo (o secondo, o terzo, o
quarto) getto dell’opera capitale del V. » (p. XXVI). Che si tratti
della materia stessa del Diritto Universale è indubbio. Non solo le
parole rilevate dal Croce, ma altre anche più precise c’ informano con
certezza del contenuto dell’opera, là dove l’autore invita
l’equanime lettore che volesse criticarla a metterglisi contro
faribus armis; e a vedere an ex aliis tam paucis, quam sunt numero sepiem
vera, ci tam simplicibus, quantum sunt metaphysica, quae ut agnoscas vera,
hominem esse sat est, alia faciliori et feliciori methodo plura quam nos,
in universa historia profana, re poetica, grammatica, morali,
civilique doctrina ad Christianam iurisprudentiam omnia accomodate in
unum systema componas, et sic efficies, ui nostrum sua sponte corruerit.
Tutte queste materie rientrano appunto nel programma del D. U. Ma né la pagina
di cui si tratta, può attribuirsi proprio al D. U., né credo, a ben
riflettervi, si possa parlare di due, e tanto meno di tre o quattro getti
di cotesta opera. Che non sia propriamente il Diritto Universale, quale fu
pubblicato nel 1720-21, risulta da questa sfida lanciata dall’autore
al suo immaginario critico, di fare quanto aveva fatto lui nel suo
libro, componendo un ugual numero di scoperte di storia profana
universale, di poetica, di grammatica, di dottrina morale e civile, in un
sistema di cristiana giurisprudenza; deducendo il tutto da non più che
sette principii metafisici, ricavati dalla stessa natura della
mente umana (quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est). Numero sette,
che non vedo dove si possa rintracciare nel Diritto Universale, o che si cerchi
nei principii del De uno, o che si cerchi in quelli del De constantia
philosophiae. Questi sette principii o verità (vera), così come sono
definiti, parrebbero aver riscontro nei tre elementi d’ogni erudizione divina e
umana (mosse, velle, posse), che nel Diritto Universale sono messi a base
di tutto, come quelli quae tam existere, et nostra esse, quam nos
vivere, certo scimus (Ferrari?, p. 14): ma non sono questi tre elementi.
I quali pure erano stati annunziati come principio di unificazione d’ogni
sapere, nell’Orazione inau LI gurale del 1719, che non ci è
stata conservata, ma di I Nel De Uno questa triade veramente è
Posse, nosse, velle (Ferr.?, p. 21). E V. citando, al solito, a memoria,
dice ut D. Augustinus in
Confessionibus definit ». Ma Sant'Agostino (nelle Confess. XIII, 11) dà
invece quest'altra triade: (Esse, nosse, velle). Nell’ Orazione del 1719
(Autob., p. 40) egli stesso aveva data la sua con diverso ordine: Nosse,
velle, posse. Ma, in un modo o nell’altro, il concetto vichiano non credo
risalga direttamente ad Agostino; bensì forse piuttosto al Campanella (che V.,
per ovvie ragioni, non ama nominare) che tanto nella Metafisica e nelle
Poesie aveva insistito sulla sua dottrina delle primalità, o della monotriade »: Posse, nosse, velle. Cfr.
(anche per luoghi della Metafisica) Poesie filosofiche, ed. Gentile,31,
44, 133. E per i rapporti tra V. e Campanella, vedi sopra31-33.cui V. ci
riferisce nella Autobiografia l'argomento, poi ripetuto testualmente nel
Proloquium del Diritto Universale. E si badi alla partizione che fin d'allora
faceva dell'argomento: Quod quo
facilius facitamus, hanc tractationem universam divido in partes tres: in
quarum prima omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, divinum
lumen sive acternum verum per haec tria quae proposuimus elementa omnes
scientias permeare, casque omnes una arctissima complexione colligatas
alias in alias dirigere et cunctas ad Deum ipsarum principium revocare;
in tertia, quicquid usquam de divinae ac humanae eruditionis principiis
scriptum dictumve sit quod cum his principiis congruerit, verumy quod
dissenserit, falsum esse demonstremus. Atque adeo de
divinarum atque humanarum rerum notitia haec agam tria: de origine, de
circulo, de constantia.... » ®. Partizione precisamente identica a quella
presupposta dal commiato dell’opera di cui si tratta, dove l’autore
dice al suo critico: .... Sin postules inconditis rationibus, et
distractis auctorum locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria,
quam mente, hanc nostram doctrinam labefactare, ignosce, quaeso, si tibi nihil
respondeam: nam silentum non mihi adrogantia, res ipsa faciet, quod ea
illa ipsa fuerint, quae in tertia nostrae universae tractationis
parte, hoc ipso, quod cum nostris principiis non congruerini, falsa esse
demonstravimus ». Dove l’accenno al contenuto della terza parte diventa
chiarissimo quando si riscontri con l'argomento dell’ Orazione del ’19,
messo poi a capo anche del Diritto Universale. Conviene
osservare altresì che le tre parti De uno, Constantia philosophiae e
Constantia philologiae non sono propriamente quelle che l’autore distinse
nella sua succinta trattazione del ’19, né quindi quelle in cui era
distinta l’opera smarrita: giacché nell’Autobiografia egli, t
Autobiogr., p. 40; cfr. D. U. Ferrari?, p. 14. LE VARIE REDAZIONI DELLA
SCIENZA NUOVA per indicare come nel Diritto Universale mantenesse le
superbe promesse dell’ Orazione del ’19, dice esplicitamente che nel De uno
pruova la prima e la seconda parte della dissertazione » (cioè, de
origine, de circulo); e nel De constantia turisprudentis più a minuto sì pruova la terza parte
della dissertazione, la quale in questo libro si divide in due parti, una
De constantia philosophiae, altra De constantia philologiae » *.
Dunque, il Diritto Universale fu scritto dopo la dissertazione del ’19 (e
quando nel ’20 V. pubblicò soltanto il primo libro, De uno, certo egli
aveva ancora da scrivere il secondo, De constantia), la quale
altrimenti avrebbe rispecchiato l’organamento dell’opera, di cui sarebbe
venuta ad essere un riassunto. E poiché essa invece rispecchia la
sistemazione che la materia aveva nell'opera perduta, questa piuttosto
deve ritenersi anteriore alla dissertazione del ‘19. E per questa
ragione, come per la discrepanza avvertita circa i principii tra l’opera
perduta e il Diritto Universale, bisogna conchiudere che piima di
questa opera (scritta tra il ’19 e il ’21), prima dell’ Orazione inaugurale del
’19, V. dové scrivere un’opera che possiamo dire la prima forma così del
Diritto Universale come della Scienza Nuova, e di cui ci è giunto
il solo commiato. Quando la scrisse ? Certamente dopo la Vita di
Antonio Carafa (1716), perché nell’apparecchiarsi a scrivere questa vita,
ll V. si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De iure belli et
pacis », che fu il suo quarto auttore »
=; aggiuntosi allora a Platone, Tacito e Bacone: Ugone Grozio, che
pone in sistema di un dritto universale tutta la filosofia e la teologia
in entrambe le parti di questa ultima, sì della storia delle cose o
favolosa o certa, sì della storia I O. c., p. 4I. 2
Autobiogr.] delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre
lingue dotte antiche che ci son pervenute per mano della cristiana
religione »1. Quando scrisse l’opera perduta, egli non solo aveva letto
il De rure delli et pacis (da cui si può dire, in certo senso, che
togliesse il problema), ma lo avea, come ora si direbbe, superato,
potendo enunciare hactenus inaudita. Ciò che suppone qualche inter- vallo
tra il ’16 e la nascita della detta opera, nel quale cade un altro lavoro
vichiano; perché nell’Autobdiografia si legge che V. molto più poi si fe’
addentro in quest'opera del Grozio, quando, avendo ella a ristampare, fu
richiesto che vi scrivesse alcune note, che ’1 V. cominciò a scrivere,
più che al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il
Gronovio...; e già ne aveva scorso il primo libro e la metà del
secondo; delle quali poi si rimase, sulla riflessione che non conveniva
ad uom cattolico adornare di note opera di auttore eretico » 2. Si
rimase, sopra tutto, è da credere, perché dal lavorio delle note, dall’
intensa meditazione del problema dovette cominciare a sorgergli nella mente e
a prender forma e figura quel systema che doveva esser suo. Con questi studi », continua infatti V., con queste cognizioni, con questi
quattro autori che egli ammirava sopra tutt’altri, con desiderio di
piegarli in uso della cattolica religione, finalmente V. intese
[tra il ’17 e il 18] non esservi ancora nel mondo delle lettere un
sistema, in cui accordasse la miglior filosofia, qual’ è la platonica
subordinata alla cristiana religione, con una filologia che portasse
necessità di scienza in entrambe le sue parti, che sono le due storie,
una delle lingue, l’altra delle cose.... Ed in questo intendimento
egli tutto spiccossi dalla mente del V. quello che egli era ito nella
mente cercando nelle prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur
grossolanamente nella dissertazione De nostri temporis studiorum ratione
e, con un poco più di raffinamento, nella Metafisica. Ed in una
apertura di studi pubblica solenne dell’anno 1719 propose questo
argomento ». Che è quello che conosciamo: e che egli poté proporre,
perché già s’era spiccato dalla sua mente il sistema che fin dalle prime
Orazioni (dal 1699) era andato cercando: e che dev’essere appunto
quell’opera anteriore al Diritto Universale, primissimo incunabulo
della Scienza Nuova. Della quale, per concludere queste osservazioni, si
può dire con tutta verità che sono state ben dieci le redazioni distinte
e da considerare come altrettante stazioni attraverso le quali venne posando
e passando il pensiero vichiano. Di queste dieci redazioni
tre, dunque, sono per noi perdute: questa del ’17 o ’18; la Scienza Nuova
in forma negativa, e la Scienza Nuova veneta. Delle sette rimaste,
due, Diritto Universale e Note al Diritto Universale, possono pure
riguardarsi come un’opera sola, e fondersi insieme, come fece il Ferrari;
quantunque, dato il diverso momento che esse rappresentano nello svolgimento
della dottrina, meglio forse sarebbe aggiunger le Note a guisa di
appendice, all’opera cui si riconnettono. Resta a sé la Scienza Nuova:
del ’25; e fanno corpo insieme le altre quattro redazioni: Scienza
Nuova?, CM A3, CM A4, Scienza Nuova: con le migliori aggiunte CMA*-:, già
a stampa. III. Il Nicolini, facendo l’edizione di
questa terza Scienza Nuova, è partito dal metodo già adottato
parzialmente dal Ferrari. Il quale, giustamente, non credette di
accontentarsi della sola lezione del 1744, e notò tutte le
varianti delle edizioni del 1730 e tutte le aggiunte inserite in quella
del 1744 »; cosicché ogni lettore potesse, diceva, assistere allo spettacolo delle ultime idee
di V., vedere in qual modo egli stesso si avvedesse di avere
qualche volta naufragato contro la realtà istorica; e.... conoscere
le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di V. dinanzi all’ indifferenza
de’ suoi contemporanei » :. Ma ha esteso questo metodo a CMA:, CMA?, CMA3
e CMA4, in guisa da darci prospetticamente, per intero, tutto il
processo di formazione della Scienza Nuova dalla seconda alla terza
edizione fattane dallo stesso autore. Quanta fatica debba esser
costata al Nicolini questo riscontro e raccordo, può vedere ognuno che
scorra con l'occhio la varia provenienza delle varianti che accompagnano
in serie perpetua il testo, contrassegnate ciascuna dalla sigla della
rispettiva redazione a cui appartiene. Ed è questa forse la parte del suo
lavoro, per cui il Nicolini ha più bene meritato degli studi vichiani, ove
si consideri che mercé sua non solo sono cronologicamente distinti
tutti gli elementi di questo tormentoso processo di pensiero che in
cinque o sei anni fece e rifece tante volte con erculei sforzi
l’elaborazione d’un vastissimo materiale di fatti e di idee, ma sono
anche portati a nostra cognizione molteplici documenti o frammenti finora
ignorati di questo pensiero, che con le sue stesse angosclose oscurità esercita
tanto fascino e desta tanto interesse in noi, che vogliamo leggervi fino al
fondo. Di CMA4 due brani aveva pubblicati il bibliotecario
della Biblioteca Borbonica (ora Nazionale) di Napoli, il can. Antonio
Giordano nel 1818 ?. E messo sulle tracce di questi dimenticati
manoscritti vichiani, ora tutti I Opere, ed. Ferrariz, V, p.
XXIII. 2 Lettera ed altri pezzi inediti del ch. G. B. V. tratti da un
ms., ecc., Napoli, Giovannitti LE VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA
raccolti, come si è accennato, in quella Nazionale, altri pochi brani,
tra i più significativi, dalle stesse CMA4 e da CMA3 aveva potuti
pubblicare, ma poco correttamente, Giuseppe Del Giudice nel 1862 !; poscia
riprodotti nel vol. VII delle Ofere vichiane (1865) nella ingloriosa ma
tutt’altro che spregevole edizione napoletana curata da Francesco Saverio
Pomodoro. Ma questi brani staccati non apparivano nella loro importanza;
e ora ci tornano innanzi accompagnati da tutto lo spoglio dei
manoscritti a cui spettano, nel sistema compiuto di tutto lo svolgimento
del pensiero vichiano: ora forma imperfetta di quello che V. sentì poi di poter
esprimere più efficacemente, o più pienamente, o con maggior concisione;
ora elementi espunti più tardi, probabilmente perché sembrati accessori o
discordi dal filo del pensiero principale, o non più soddisfacenti a quel
poderoso intelletto così vigorosamente autocritico: ma che in ogni caso
riescono, qual più qual meno, documenti di alto interesse per lo
studioso. Segnatamente la redazione del ’'31 (CMA3) meritava
di essere così tutta accuratamente analizzata e messa in luce. Redazione quasi del tutto inedita », avverte
il Nicolini, e pure di singolare interesse per lo svolgimento delle
idee vichiane », giacché l'edizione del
1730 formava (almeno nella mente del V.) tutt'uno con la Scienza
Nuova prima, la quale appunto perciò vi è sempre citata, non con questo
nome, ma con l’altro generico di ‘ opera ’ o di ‘ Scienza Nuova’,
senz'altro. Invece nella nuova redazione, l’edizione del 1725 non solo non è
più presupposta (e quindi V. comincia a citarla col nome, che è poi
restato, di Scienza Nuova prima), ma, tranne tre capitoli, rifiutata. E
rifiutati altresì sono i due libri del I Scritti inediti di G. B.
V. tratti da un autografo dell’A., Napoli, Stamp. R. Università,
1862. Diritto Universale, e la Scienza Nuova in forma
negativa e tutto ciò che V. aveva fino allora scritto di
filosofico. Basta ciò a mostrare quanto di nuovo si debba trovare
in questa.... redazione, in cui V. aveva voluto raccogliere quel che del suo
pensiero credeva degno di essere trasmesso alla posterità. Delle quattro
redazioni della seconda Scienza Nuova, questa senza dubbio è la più
piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di fronte a quella del
1730, essa, oltre che molti e lunghi brani intercalati qua e là, presenta
ben quindici capitoli in più », ecc. E si badi che di questi capitoli
soltanto sette rimangono in CMA4. Ebbene, degli altri otto
solo una parte rientrarono nel testo del ’44; e 1 rimanenti e i molti
singoli brani soppressi delle stesse CM 43 come delle CM A* era
necessario pure far conoscere. E il Nicolini è stato colpito dalla
importanza di questo nuovo materiale, rimasto fuori dalla redazione
definitiva; e dove ha potuto, ossia dove trattavasi di capitoli interi, l’ ha
incorporato senz'altro nel testo, avvertendone bensì sempre la
provenienza. Risoluzione certamente arbitraria, quantunque scusata dal
carattere di questa edizione, che vuol essere pure una storia
illustrativa di tutto il testo vichiano; e che per altro non crederei più
giustificata in un’edizione che, pur fornendo notizia delle varianti (se
pure ciò sarà più necessario dopo questa monumentale fatica, che non
sarà più da rifare), ci mettesse innanzi in forma criticamente
corretta quella che per l’autore fu, comunque, la forma definitiva del
suo pensiero 1. Tutti i capitoli, adunque, soppressi dopo CM A3, sono dal
Nicolini restituiti al testo; e con essi una sorta di prefazione, che in
quella redazione l’autore aveva scritta col titolo Occasione di
meditarsi I E infatti, nella nuova edizione che va ora preparando,
lo stesso Nicolini ha relegati tutti codesti capitoli soppressi nelle varianti.]
quest'opera, e un'appendice, in cui intendeva, oltre due Ragionamenti,
uno dintorno alla legge delle XII tavole venuta da fuori in Roma, e
l’altro dintorno alla legge regia di Triboniano, rifacimenti e
riadattamenti di alcune pagine del Diritto Universale, riprodurre tre
luoghi della Scienza Nuova prima, come tutto ciò che all’autore pareva
nel 31 di dover conservare di quei primi abbozzi della sua opera,
che erano stati Diritto Universale e Scienza Nuova *. Di questi
brani e interi capitoli restituiti al testo della Scienza Nuova o
soggiunti a pie’ di esso tra le ‘varianti, buona parte era già nota,
benché scorrettamente pubblicata dal Del Giudice insieme con quella prefazione
e l’appendice. Ma due capitoli compaiono ora come affatto nuovi
nella edizione del Nicolini (pp. 238-44), senza dire delle moltissime
varianti, alcune lunghe, e altre brevi, ma assai significative. E
benissimo ha fatto il Nicolini a darceli col resto dell’opera, benché bisogna pur dirlo a onore del V., che lavorò
con gli occhi aperti attorno a queste sue numerose redazioni, e non
soppresse, credo, mai nulla a caso,
ragionevolmente fossero stati soppressi dall’autore nell’ulteriore
revisione del libro. Dei due infatti (lib. II, sez. 1, capp. 3 e 4) il
primo, Come da questa debbano tutte l’altre scienze prender i loro
principii, ripete concetti qua e là accennati, e spesso meglio chiariti,
in tutto il corso dell’opera. E il secondo ?, Riprensione delle
metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di Giovanni
Locke, è un documento notabilissimo della posizione intellettuale del V., ma
non colpisce nessuno dei tre pensatori, presi a bersaglio; o perché mira
più alto, o perché mira più basso, e mai al segno giusto. E V.
forse sentì che la sua critica contro il soggettivismo cartesiano era stata
fatta per l'appunto da Spinoza (infatti I Pagg. XXXVII-IX. ?
Venne già anticipato nella Critica egli dice che cotal maniera di filosofare diede lo
scandalo a B. Spinosa »)! e andava a finire nello spinozismo; e non
gli consentiva quindi più la critica alla quale egli subito passa dello
Spinoza. In sostanza V., faccia a faccia col panteismo, che era nel fondo
del suo pensiero, doveva dare addietro, e sopprimere il suo pericoloso
saggio di critica. Quanto al Locke, che V. non doveva aver letto, e
che giunge a riguardare come un materialista, egli non poteva non aver
qualche dubbio a dirlo costretto a dar
un Dio tutto corpo operante a caso »; né quindi poteva fermarsi a credere
veramente efficace contro l’empirismo del filosofo inglese il
concetto del vero Essere »
anteriore ad ogni esperienza, compresa quella che il soggetto fa di se
stesso. In generale credo sl possa dire (occorrerebbe un’analisi molto
minuta e lunga per dimostrarlo) che l’autore fu bene avvisato, come
sarebbe già da presumere a friori, nei tagli e nelle modificazioni che
venne via via apportando al suo lavoro. Che, del resto, non diede poi
subito al tipografo, poi che l’'ebbe condotto a termine: anzi lo
trattenne parecchi anni presso di sé, e per quanto la luce della sua
intelligenza s'andasse in quegli ultimi anni della sua vita affievolendo, egli
certamente avrebbe avuto tempo e forze per prendere dalle precedenti
redazioni e restituire nell’ultima pezzi già pronti, di cui potesse dirsi
soddisfatto. E quando non lo fece, avrà avuto le sue ragioni.
Il Nicolini bensi ha preferito abbondare, una volta avviato il
lavoro; e ha profuso fatiche e notizie e commenti, dotti, arguti, inattesi, e
sempre luminosi, nel ricchissimo commento, allargatosi da ultimo per
alcuni punti sostanziali in excursus e note illustrative che sono
vere e proprie memorie; come quella, la più lunga, mi I Cfr. SPINoZzA,
Eth., ed. Gentile, note 33 alla parte I e 23 alla parte II. LE VARIE
REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA rabile di lucidità, intorno alla teoria
vichiana sulla legge delle XII Tavole: nota premessa al primo dei
già ricordati Ragionamenti dell’Appendice. Ma l’erudizione del Nicolini,
ancorché laboriosa e densa, è agile sempre e quasi festosa, perché
sorretta e animata da un gioioso spirito indagatore, che è più contento
della difficoltà che delle vie piane ed aperte, per l'occasione che ne ha
a cercare, a scrutare, ad esercitare il suo acume e il suo fiuto di
segugio valente, e stare attorno al suo V. a fargli lume e rendergli
l’omaggio, profondamente sentito, bleno corde, della propria infinita
devozione. Giacché il Nicolini ha vivamente amato il suo V.; e chi dava
di quando in quando un'occhiata amichevole e confortatrice alle
stampe del suo lavoro, se da principio tentò arginare e frenare, come non
del tutto necessaria, quella foga e quell’ impeto di copiosa vena
irrompente in questo commento, fatto di ingegno, di dottrina e di amore, ha
dovuto a poco a poco ceder egli stesso terreno, e tòrsi di mezzo, e
lasciar fare: e ora non può che plaudire a una somma di lavoro così
difficile, così utile, così disinteressato, e così degno in tutto del
gran V., che aspettava da quasi due secoli questo studio
rivendicatore. Entrare, a questo punto, nell’analisi di questo
commento, aggiungere, discutere, esaminare a parte a parte, informare di
tutto, è impossibile: o per lo meno, questa recensione dovrebbe
quintuplicarsi; e resterebbe sempre da invitare il lettore della
recensione a prendere in mano 1 tre volumi del Nicolini, e studiarseli, e
studiarsi V., ora che lo studio è tanto agevolato; e quindi a
scrutare anche lui, la sua parte, dentro ai pensieri di questo
grande spirito e alle tante congetture che lo strenuo commentatore ha
dovuto pur fare assai spesso per illustrarlo. Io preferisco perciò
fermarmi qui, solo citando un luogo, dei più curiosi, e singolarmente
caratteristico del fare vichiano e degli enigmi che la sua forma presenta
non di rado all’annotatore: esempio tipico delle difficoltà, in cui
l’annotatore s’ è dovuto dibattere. Latona, dice il V. nell’ Iconomica
poetica, partorì i suoi figliuoli, Apollo e Diana, presso l’acque delle
fontane perenni, ch’abbiamo detto; al cui parto gli uomini diventaron
ranocchie, le quali nelle piogge d’està nascono dalla terra, la qual fu
detta ‘ madre de’ giganti ’, che sono propriamente della Terra figliuoli
» (p. 431). Ranocchie ? Non sappiamo »,
scappò qui a protestare certo pedante dei tanti abbattutisi in V., non sappiamo in nessun modo intendere come
l’autore si facesse a mandar fuori che al parto di Latona gli uomini
diventassero ranocchie, dappoiché questa circostanza non è punto un mito
e solo si rinviene nell’alterata fantasia dell’autore ». Ma, assai
probabilmente », nota il Nicolini, V. aveva in mente quelle che più sopra
ha chiamate ‘ ranocchie di Epicuro ’ »; che sono (p. 181) gli uomini allo
stato di pura natura, prima che incominciassero, come dice V., a
umanamente pensare ». E perché poi ranocchie ? e dove ne ha parlato
Epicuro ? L'immagine avrebbe potuto essere illustrata da quel luogo di
Censorino, De die nat., 4, 9, che ci serba notizia della dottrina
epicurea intorno all'origine naturale dell’uomo: Democrito Abderitae ex aqua limoque
primum visum esse homines procreatos. Nec longe secus Epicurus: is enim
credidit limo calefacto uteros nescio quos radicibus terrae cohaerentes
primum increvisse et infantibus ex se editis ingenitum lactis umorem
natura ministrante praebuisse, quos ita educatos et adultos genus
propagasse » (Usener, Epicurea,225-6) *1. Questi uteri I [Ora, il
Nicolini mi comunica di essere riuscito a trovare il mito a cui
precisamente voleva alludere V. e la fonte a cui, pur con°qualche
libertà, egli attinse. Si tratta del passo delle Metamorfosi ovidiane ov’
è detto che Latona, dopo aver partorito, nell’ isola Ortigia, Diana e
Apollo ed essere stata cacciata di là da Giunone, giunse coi due neonati
in Licia, presso un piccolo lago, e poiché alcuni villani volevano
impedirle di dissetarsi, ella li maledisse e li trasformò in rane]. LE
VARIE REDAZIONI DELLA SCIENZA NUOVA nella fantasia corpulentissima del V.
diventano quelle ranocchie che nella credenza popolare nelle piogge d’està nascono dalla terra
». Non dunque ranocchie, ma uomini, e grossi uomini goffi e fieri », giganti, i Polifemi di
Omero, primi padri del genere umano, per V. come già per Platone.
Le ranocchie son simbolo dei primi uomini, che il mito fa nascere dalla
terra: dalla terra e dall’acqua, come dice Epicuro, e come si può leggere
in fondo al mito di Latona che partorisce presso alle fonti: mito,
secondo il quale V. dice perciò che gli uomini diventaron ranocchie, cioè si
rappresentarono alla fantasia quasi, al pari dei batraci, sorti ex aqua
limoque. Enigmi come questi brulicano in tutta la mitologia
vichiana; e trovan la maggior parte il loro Edipo nel bravo Nicolini, che
ne toglie spesso materia a note argutissime, come quella sullo scudo » funebre
napoletano di p. 420. Ma ho detto di non volermi dilungare in
questa materia. E basta anche cogli esempi; e faccio punto !.
I A proposito di quel che ho detto nelle174 sgg., Fausto Nicolini mi
comunica le seguenti osservazioni: Quando, a proposito dell’opera
di incerto titolo, ho parlato di un primo getto dell’opera capitale del V.,
volevo alludere alla Scienza Nuova nel senso largo della parola, e cioè
intesa come quel complesso di problemi a cui V. die’ poi il titolo di
Scienza Nuova. Primo getto dunque del Diritto Universale. E a confermarmi
nella mia opinione mi conforta proprio ciò che in codeste tue pagine è
detto dei contatti evidentissimi tra quest’opera di titolo incerto e la
prolusione del 1719. Insomma la cosa più ovvia sembra a me che V.
scrivesse prima la prolusione del 1719; indi la sviluppasse ai principii
del 1720 in un’opera di poco più ampia e divisa in tre libri (l’opera d’
incerto titolo); e per ultimo, non più contento di questo lavoro ancor
troppo ristretto, si desse a scrivere, sempre nel 1720, la prima parte
del Diritto Universale. Che l’opera d’ incerto titolo sia anteriore al Diritto
Universale è evidente; ma che essa sia anteriore anche alla prolusione del
1719, mi sembra non solo non evidente (e a ogni modo non provato), ma
anche pochissimo verisimile. Aggiungo, a sostegno della mia opinione,
proprio la sfida all’ immaginario critico che tu adduci. Critico che non è
tanto immaginario. Narra infatti V. nell’Autobiografia che, dopo aver
recitata la prolusione del 1719, ‘ sembrò a taluni l'argomento,
particolarmente per la terza parte, più magnifico che efficace, dicendo
che non di tanto si era compromesso Pico della Mirandola quando propose
sostenere conclusiones de omni scibili’, ecc. A questi critici appunto, tra i
quali par che fossero il Capasso e altri professori universitari
capassiani, è rivolta la sfida. Inoltre, nel prol/oquium del Diritto
Universale V. dice che fu consigliato da Gaetano Argento a svolgere ampiamente
il tema della prolusione da oratore, filosofo e giureconsulto (cioè in tre
parti), e poi dal nipote dell’Argento, Francesco Ventura, a ricavare
tutte le innumerabili conseguenze derivanti dai principii posti nell’ Orazione
del 1719; il che, a giudicarne dal commiato superstite, par che egli
facesse o volesse fare nell’opera d’incerto titolo (che poté anche non
essere scritta, ma soltanto abbozzata). Pertanto la Scienza
Nuova avrebbe avute le seguenti redazioni: I. Commento a Grozio (1717-8);
2. Orazione del 1719; 3. Opera d° incerto titolo (sviluppo dell’
Orazione) (1720); 4. Sinopsi del Diritto Universale (1720); 5. Diritto
Universale; 6. Note al Diritto Universale (1722); 7. Scienza Nuova
negativa; 8. Scienza Nuova prima; 9. Scienza Nuova veneta; 10. Scienza Nuova
seconda; 11. Corr. migl. e agg. terze (1731); 12. Corr. migl. e agg.
quarte (1732 o 1733); 13. Scienza Nuova terza (1734-1744). Ciò
senza calcolare alcuni riassunti totali o parziali, come per es. la
Giunone in danza (1721); una conferenza (forse soltanto detta e non mai
scritta) tenuta dal V. in casa del suo antico discepolo Giambattista
Filomarino della Rocca (1721 o 1722); la lettera a Monsignor Monti del 18
novembre 1724; l’ampio riassunto della Scienza Nuova prima recato
nell’Autobiografia (1728), ecc. ecc. ». IL FIGLIO DI V. E GL INIZI
DELL INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA ITALIANA A NAPOLI. LA FAMIGLIA DEL V.
Di figli, veramente, G. B. V. ne ebbe più d'uno. E se Angelo
Fabroni gli aveva attribuito binos libderos, nel 1818 il marchese di
Villarosa corresse l'affermazione del biografo pisano, portando quel
numero a sei. E sarebbero stati: Luisa, Ignazio, Teresa, un primo Gennaro,
morto in tenera età, un altro Gennaro e Filippo 1. Ma la famiglia del V.
fu anche più numerosa, come dimostrano i registri parrocchiali del Duomo di
Napoli. Egli si ammogliò il 12 dicembre 1699 =. Il 17
settembre 1700 ebbe la prima figlia, a cui furono imposti i nomi di
Luisa Gaetana 3. Il 17 luglio 1703, ebbe una seconda figlia, non ricordata
dal Villarosa, e che fu chiamata Carmelia Nicoletta 4. Il 31 dicembre
1704, una terza figlia, Filippa Anna Silvestra 5, ignorata anch'essa
dal Villarosa. Ma entrambe queste bambine devono essere morte ben
presto e aver lasciato poca memoria di sé I Opuscoli di G. B. V., racc.
e pubbl. da C. A. DE Rosa, march. di ViLLarosa, Napoli, Porcelli,
1818-23, I, 228. 2 VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. 3 Loisa
Caetana, secondo l’atto di battesimo, in data 21 settembre 1700 (Parrocchia del
Duomo, Battesimi, lib. XI, fol. 87). Ringrazio l’amico cav. Lorenzo Salazar
della cortesia con cui volle ricercarmi queste notizie nella parrocchia del
Duomo. 4 Atto di battesimo addì 19 luglio 1703, nello stesso libro
XI, fol. 109. È Atto di battesimo addì 1° gennaio 1705, nello
stesso lib. XI, fol. 121. nella famiglia :. Il quarto
figlio, finalmente, fu un maschio; nacque il 31 luglio 1706, e si chiamò
Ignazio Nicolò Gaetano Geronimo: fu tenuto al fonte battesimale da
donna Teresa Stiammone de’ duchi di Salza =. Dopo, un’altra femmina, che
non ebbe nome Teresa, come dice il Villarosa, ma Angiola 3, nata nel
luglio 1709. Il primo Gennaro vide la luce il 19 luglio 1712; ma non
visse fino al dicembre 1715, quando nacque il secondo Gennaro, che
ebbe altri due nomi: Emanuele e Filippo. Nel febbraio 1720 infine chiuse la
serie l'ottavo figlio: Filippo Antonio Francesco Gaetano 4.
Di tutti questi figli due soli sembra siano sopravvissuti al padre 5.
Giacché Niccolò Solla 6, autore di una Vita del V., e amico e scolaro del
V. stesso, onorato », come egli dice, di
tutta la sua confidenza ed amore », scrive: Rimasero di lui due figliuoli: il prime
de’ quali gli è stato anche successore nella cattedra di I [E
infatti dai Libri dei defunti della parrocchia del Duomo appare che Carmelia Nicoletta
morì il 27 luglio 1703, e Filippa Anna Silvestra il 28 luglio 1705
(Comunicazione di Fausto NICOLINI, che darà la documentazione delle sue
giunte e correzioni, qui inserite, in un suo studio su G. B. V. nella
vita domestica))]. 2 Atto di battesimo dell’ 8 agosto 1706: lib.
XII (Battesimi dal 17006 al 1739), fol. 4. 1 3 [Più
esattamante: al fonte battesimale ricevè i nomi di Angela Teresa
Ippolita, ma in famiglia solevan chiamarla Teresa (Comunicazione di F.
NICOLINI)]. 4 Tenne al fonte Angiola donna Ippolita Cantelmi,
duchessa di Bruzzano (le cui nozze V. aveva cantate nel 1696 nella
canzone D'’amaranti immortali ornai la fronte: v. Opere, V, 105: e diede
il parere per la stampa di certe Stanze di lei scritte nel 1729,
ristampato dal NICOLINI, in B. Croce, Sec. supplem., p. 81), il 23 luglio
1709 (lib. XII dei Battesimi cit., fol. 21). Il primo Gennaro fu
battezzato il 24 luglio 1712 (ivi, fol. 41); il secondo, il 26 decembre
1715 (ivi, fol. 64); Filippo, il 18 febbraio 1720 (ivi, fol. 84).
5 [Veramente, quattro: Gennaro II, Filippo, Luisa e Angiola Teresa. Il
Solla, com= si vede, non tenne conto delle femmine (Comunicazione di F.
NicoLINI)]. Erano ridotti a cinque nel 1729, com’ è attestato da un luogo delle
Vindiciae: CROCE nelle note all'Autobd., p. 123. 6 B. Croc£,
Bibliografia vichiana, Napoli, 1904,45-06. eloquenza » 1; cioè,
come si vedrà, Gennaro: e l’altro,
ce lo dice il Villarosa =,
Filippo, morì impiegato nella Regia Dogana di Napoli 3.
Di un figliuolo, il cui nome non gli piacque di ricordare, il
Villarosa stesso 4, che ebbe modo d’esserne informato, ci fa sapere che
amareggiò assai il padre per la sua cattiva indole. Cresciuto questi in età, lungi di dar opera
agli studi ed alle oneste discipline, diessi interamente in preda
ad una vita molle ed oziosa, ed in processo di tempo a’ vizi di ogni
maniera, in guisa che il disonore divenne dell’ intera famiglia ».
Riuscite vane le ammonizioni e le minacce del padre e di autorevoli
amici, il povero V. fu, suo malgrado, costretto a ricorrere alla
giustizia per farlo imprigionare.
Ma nel momento che ciò si eseguiva, avvedendosi che i birri già
montavan le scale della casa di lui, e l'oggetto sapendone, trasportato
dal paterno amore, corse dal disgraziato figlio, e tremando gli
disse: Figlio, salvati. Ma un tal passo di paterna tenerezza
non impedì, che la giustizia avesse il corso dovuto, poiché il figlio
condotto venne in prigione, ove dimorò lunga pezza, finché non diede
chiari segni di esser veramente ne’ costumi mutato » 5. Fu costui Filippo
o Ignazio ? I Vita di G. B. V., nel Giornale arcadico del 1830, t.
XLVIII, 97-8. % Opuscoli, I, 228. 3 [Chi, di
sicuro, morì impiegato nella Dogana napoletana fu, veramente, Ignazio. Ma
potrebbe anche darsi che Filippo, dopo il 1744, avesse un posto simile a
quello del suo maggior fratello (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 4
Opuscoli, I, 161-2; cfr. ora Opere, V, 79. 5 [Il racconto del
Villarosa, che non è al certo inverisimile e sarà magari vero, non ha
trovato alcuna conferma nei documenti contemporanei venuti finora alla luce. I
quali, per altro, dicono che l’ 8 febbraio 1730 Ignazio V. sposò la ventenne
Caterina Tomaselli senza che i genitori di lui, a differenza che per gli
altri loro figliuoli, intervenissero al matrimonio (da che parrebbe che non lo
volessero); e che al matrimonio stesso fu fatto inutile impedimento canonico
da una Grazia Maddalena Pascale, con la quale sembra che Ignazio avesse
una relazione intima (Comunicazione di F. NicoLINI)]. 194
STUDI VICHIANI Un documento rintracciato tra le carte vichiane,
conservate tuttavia dagli eredi del marchese Villarosa 1, mi fa
propendere a vedere piuttosto l’ultimo dei due ora nominati nello
sciagurato figlio, che addolorò tanto l’animo paterno. È una Breve nota
di ragioni per D. Giov. Battista di V. contro la magnifica Caterina
Tomaselli, in una causa che fu trattata, non è detto quando, ma certo
negli anni più tardi della vita del V. ?, innanzi al Sacro Real
Consiglio. Era morto Ignazio V., lasciando una figlia, a nome Candida; e
la vedova, Caterina Tomaselli, sosteneva che spettasse a lei l'educazione della
bambina, e dovesse esserne escluso l’avo paterno, richiamandosi a
decisioni analoghe del magistrato 3. L’avvocato del V. risponde non
essere applicabili tali decisioni al caso presente; perché, in una di esse,
s'era considerato che il padre della pupilla era emancipato, e quindi
poteva far testamento e lasciare per tutrice la madre; e s'era
anche avuto riguardo al fatto che la madre era persona prudente ed
onestissima, mentre l’avo paterno odiava la pupilla. Di un’altra
decisione la ragione era stata che I Rendo qui le più vive grazie
ai signori ing. Tommaso e Vincenzo De Rosa dei marchesi di Villarosa, i
quali hanno gentilmente messe a mia disposizione le preziose carte
vichiane, che già furono del loro bisavolo C. A. De Rosa marchese di
Villarosa, benemerito editore degli Opuscoli di V.. Un catalogo di queste
carte pubblicò poi il NICOLINI in B. CROocE, Secondo
supplemento,35-43. 2 [Infatti la causa ebbe inizio negli ultimi
giorni del luglio 1737 (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 3
(Ignazio, che con la moglie e la figliuola Candida (nata il 5 aprile
1731) conviveva col padre, morì il 10 maggio 1737, lasciando, in un
testamento commoventissimo, la tutela della figlia, coniunctim et non
divisim, al V. e alla Tomaselli, alla quale impose di continuare a vivere coi
suoceri e di prestar loro obbedienza e rispetto. Ma, appena un paio di
mesi dopo (26 luglio 1737), il filosofo fu costretto a cacciar di casa la
nuora. Da che la lite, terminata o sospesa in un primo momento col
trionfo del V. che riuscì, fino alla sua morte, a tener con sé la nipote;
la quale, peraltro, nel giugno 1744, mercé nuovo intervento della giustizia, fu
dalla nonna consegnata alla madre (Comunicazione di F. NICOLINI)].
VI. l’avo era un dissipatore. Di una terza, che l’avo non era persona di
buona fama e condizione. Nella specie della presente causa,
concorre tutto l'opposto; poiché D. Gio. Battista di V., avo paterno, è
persona di somma prudenza, virtù et integrità, come a tutti è noto; ed
all’ incontro detta Caterina Tomaselli persona stravagante ed imprudente
e di non retti costumi, come ben consta. Onde per ogni ragione e
giustizia la tutela ed educazione di detta pupilla deve deferirsi al
predetto D. Gio. Battista di V. avo paterno. Anco perché detto Ignazio di
V., padre di detta pupilla, era figlio di famiglia, e come tale, oltre non
poter fare testamento, ma nemmeno lasciare tutore alla sua figlia....
Detto D. Gio. Battista deve a sue proprie spese mantenere et alimentare
detta pupilla per la tenuità del peculio di suo padre, che, come
profettizio, sarebbe d’esso Gio. Battista. Se il figlio
innominato, di cui parla il Villarosa, non fosse quest’ Ignazio,
bisognerebbe dire che non uno, ma due figli fossero stati il tormento di
Giambattista V. *. Egli amava 1 suol con eccesso di tenerezza;
contento piuttosto di una rispettosa amicizia, che d’un
servile Nella commedia in quattro atti di GruLio GENOINO, Giovan Battista V.,
Napoli, Stamp. della Società Filematica, 1824, il figliuolo cattivo
sarebbe Filippo. Se non che il Genoino cita tutte le sue fonti (gli
Opuscoli di V. a cura del Villarosa); né accenna a tradizioni orali.
Questa del Genoino dovette essere la commedia dal titolo G. B. Vizo, che
il Programina giornaliero degli spettacoli di Napoli annunziò per la sera
del 7 settembre 1850 e poi per quella del 26 ottobre 1854 al Teatro dei
Fiorentini, senza indicare il nome dell'autore. C’ è bensì nell’elenco
dei personaggi un Don Vincenzo » che non
compare nella commedia del Genoino. Ma può trattarsi d’una leggera modifica
della scena 38, atto IV del Genoino, dov’ è descritto l’ incontro di Don
Vincenzo Milesio, suocero di Filippo V., con costui e col padre suo
Giambattista. Nessuna delle raccolte delle commedie del bar. Gio. Carlo
Cosenza conservate nelle Biblioteche di Napoli, compresa la Lucchesi-Palli, ne
contiene una su G. B. V.; e sospetto che la citazione trovatane dal
CrocE, Supplem., p. 7, possa esser nata da uno scambio col Genoino. Un
dramma Giambattista V. pubblicò nel 1845 DomENIco BureFA (Torino, presso
Carlo Schiepati): e anche qui, come ricavo da una recensione di un tal
Pier MURANI (Giornale Euganeo, a. III, quad. 5, maggio 1864, Padova),
comunicatami da B. CROCE, ci sono pure alcune scene in cui l’autore ci mostra V. in
196 STUDI VICHIANI timore » 1. La moglie Caterina Destito 2,
analfabeta e meno che mediocre massaia, costrinse lui a pensare a
provvedere non solo a’ vestimen*i, ma di quanto altro i piccoli suoi
figliuoli avean di bisogno » 3. Attese alla loro educazione ed istruzione
da se medesimo; ed è bello pensare che, tra un pensiero e un altro della
sua alta speculazione, egli rivolgesse l’animo a coltivare l’
intelligenza delle sue figliuole predilette: Luisa e Angiola. Furono la
sua più cara consolazione. Al p. Benedetto Laudati, cassinese, quello
stesso che, nel gennaio 1716, diede per la censura ecclesiastica il
parere sulla Vita di Antonio Carafa, trovando un giorno il filosofo a
scherzare tra le figliuole, spianata la fronte e un sorriso spensierato
su quella faccia per solito meditabonda, tornarono sulle labbra quei
versi del Tasso: Mirasi qui fra le meonie ancelle
Favoleggiar con la conocchia Alcide. E V. ne rise. La Luisa era il
suo orgoglio. Dotata di raro ingegno, aveva largamente corrisposto alle
cure paterne, ed era capace di scrivere de’ versi non inferiori
famiglia, amato e venerato da pochi buoni e dai figli suoi, tranne
da un Filippo, giovane sventato più che malvagio, il quale lo
amareggia con gherminelle insolenti e poco drammatiche ». Il Buffa
probabilmente avrà avuto la prima idea del suo dramma dal Genoino.
1 SOLLA, Vita, p. 97. 2 Figlia di uno scrivano fiscale di
Vicaria; nata il 26 novembre 1678: VILLAROSA, Opuscoli, I, 208.
Sopravvisse di quindici anni al marito, risultando dal necrologio della
chiesa dei Padri dell’ Oratorio, detta dei Gerolamini, che fu ivi sepolta
il 3 giugno 1759. Cfr. G. TaGLIALATELA, Commemorazione di A. Galasso, p. 26, in
Atti dell’Acc. Pontaniana, vol. XXII. 3 [Così il Villarosa. E
la cosa potrà anche esser vera. I documenti contemporanei, per altro,
dicon soltanto che V. aveva conosciuta la Caterina da bimbetta (eran
vicini di casa), che la sposò per amore, e che ancora dopo trent'anni di
matrimonio parlava di lei con grande affetto e riconoscenza. S’aggiunga
inoltre che la Destito era non figlia, ma sorella di Pietro, scrivano
fiscale di Vicaria (Comunicazione del NICOLINI)]. a quelli
che scrivevano tutte le persone colte, i dotti, come allora si diceva,
della società in cui V. sl aggirava. I versi di lei, il suo canto dovevano
scendere al cuore del padre, che tante amarezze ebbe nella sua vita
affaticata. Perché aveva quell’ornamento in casa 1, egli che
ebbe sempre abitazioni così modeste, poteva accogliere presso di sé
uomini insigni e gentildonne dell’alta società napoletana; e certo doveva
condurla seco negli intellettuali ritrovi presso le nobili dame da lui
frequentate con Paolo Doria e gli altri letterati del tempo: fino al 1727
ordinariamente presso Angiola Cimini, marchesa della Petrella. Oh
il rimpianto pel salotto di questa marchesa, quando, quell’anno, donna
Angiola morì! Chi non conosce l'elogio magnifico che V. ne scrisse e
premise a una raccolta di scritti di tutti i frequentatori di quel
salotto, da lui curata ed ornata del ritratto della marchesa e di molti
finissimi fregi? La raccolta, che allora fece molto rumore in
Napoli, e tanto se ne parlò che una mala lingua ne fece una satira
?. In quell’ Orazione, V., celebrando la grazia di questa
novella Aspasia, anche lei poetessa e curiosa di sapere e di entrare in
questioni filosofiche, ricorda:
Ippolita Cantelmi-Stuarta, principessa della Roccella, donna
che con la maestà che le corona la fronte, coll'augusto aspetto e
colle sovrane maniere, congiunte alla singolare altezza I [La
Luisa, per altro, cessò di convivere col padre fin dal settembre 1717, tempo in
cui sposò un Antonio Servillo, e prese a dimorare col marito presso la chiesa
della Pietrasanta (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 2
FRANcEscO VESPOLI, il cui nome s'incontra non di rado nelle raccolte
poetiche di quel tempo, a proposito degli Ultimi onori di letterati amici in
morte di A. Cimini (Napoli, Mosca, 1727) e di uno speciale libro di versi
pubblicato in quell'occasione stessa da Gherardo De Angelis, scrisse una
satira in ternari, non priva di spirito, tuttora inedita, che pubblico in
appendice (v.343-53) come documento della società a cui V.
appartenne. dell’animo, alla grandezza de’ suoi pensieri ed allo splendore
delle sue azioni, non che tra le nazioni ingentilite, tra’ barbari stessi
dell’ Africa o della Zembla non potrebbe dissimulare e nascondere
d’essere degno generoso rampollo del ceppo reale di Scozia, per una volta sola
che nella nostra casa conobbela, ne concepì tanta ammirazione ed
amore! ...». E chi sa quante altre delle gentildonne celebrate
dai versi del V., oltre la Cantelmi (che era, s'è veduto, sua
comare), frequentavano la sua casa! Letterati, scolari del V., come il De
Angelis 2, professori, frati, predicatori, tutto il circolo degli amici
ed ammiratori di lui, doveva spesso adunarsi nella modesta dimora del
Largo dei Gerolamini al n. 12 (dove V. abitò dal 1704 al ’18), o, più
tardi, in quella nel V. delle Grotte della Marra, e poi nel V. delle
Zite, e dal 1741 a San Giovanni a Carbonara, e per ultimo ai Giardini dei
Santi Apostoli 3. V’intervenne per qualche tempo anche Pietro Metastasio,
giovanissimo, che improvvisava 4. Si leggevano versi: e Luisa 5
leggeva +rr__rm I Opere, ed. Ferrari, VI, 265.
2 Su Gherardo De Angelis o degli Angioli v. ora lo scritto di
ENRICO PERITO, G. D. A., in Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze
Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908,249-54, nonché LuIci PAPA,
G. D. A., Verona, 1914. 3 Vedi l’art. del MANDARINI, // centenario
di V., ne La Carità, riv. relig. scientif. letter., a. III, quad. VI,
1868; la nota del CORRERA, in Arch. stor. nap., IV (1879), 407-8; e ora F.
NICOLINI, Per la biografia cit., punt. I,181. 4 F. NUNZIANTE,
Metastasio a Napoli, nella Nuova Antologia del 15 agosto 1895, p. 722, e
A. SALZA, in Giorn. stor. letter. ital., LX, p. 206, n. 2. Nella Vita del
signor abate Pietro Metastasio poeta cesareo, aggiuntevî le massime e sentenze
estratte dalle sue opere, Roma, 1786, a spesa di Gioacchino Puccinelli,
p. 98, si asserisce che la canzonetta Grazie agl’ inganni tuoi fu scritta
dal Metastasio in Napoli nella sua
verde età per la figlia del celebre letterato G. B. V. », col quale
spesso trattava, onde non seppe difendersi di non esser preso da’ vezzi
di lei». Ma questo vago accenno, avverte un accuratissimo studioso della
biografia del M. (SALZA, l. c.), non è confermato. D'altronde, come s’ è
detto, Luisa era maritata fin dal 1717. 5 Il Villarosa diceva di
avere presso di sé molte poesie mss. di VI. IL FIGLIO DI G. B. V.
I99 i suoi. Spesso anche cantava. Ecco come ce la presenta
uno dei frequentatori di quel circolo nel 1727: Il mover dolce di
costei mi suole Fermar i sensi, e gli occhi, e lo ’ntelletto Al
vago riso intenti, e al vestir schietto, E più alle saggie oneste alme
parole ! Ma, quando scioglier l’angelico vuole Suo canto dal
gentil candido petto, Lo mio spirto volar sovra è costretto A’ giri
eterni, oltra le vie del sole, Sciolto nuotando in que’ diletti
immensi; Tal che il ritorno obblia, né sa l’ incanto, Se alcun poi
nol richiama, e riconsiglia. E ben mi spiace il farmi desto
intanto, Dicendo all’alma: Or dove
star mai pensi ? Tu ascolti del tuo gran Mastro la figlia!.
In un altro sonetto, lo stesso poeta si rivolge a Luisa: O figliuola di
Lui, che °l tutto intese, e le augura serenità di spirito e animo di
attendere alla poesia: Né amare indegne di Fortuna offese,
Né d’aspri mali tempestoso verno Turbin mai lo bel tuo lucido
interno Spirto, che a saper nuovo il cammin prese. Che se in
te vedi, hai potestate accolta Di spezzar l’armi a’ minaccevoli
astri, Luisa, trovate tra le carte del padre, oltre quelle che
sono sparse per le tante raccolte stampate del tempo: Opuscoli, I,
228. 1 Rime scelte di GHER. DE ANGELIS, Firenze, MDCCXXX (con
pref. di G. B. V.), p. 185. Ma il 3° libro di queste Rime, a cui questo
e l’altro sonetto, che sarà citato, appartengono, era stato stampato
integralmente la prima volta nel 1727. Ad aprir siegui or tua limpida e
colta Vena, che sazia i più superbi mastri: O forte e saggia,
quanto adorna e bella !. Ma erano augurii meramente rettorici.
Luisa ebbe marito; e certamente a lei Giambattista V. diede i mille
ducati, guadagnati con la Vita di A. Carafa, che gli servirono, come raccontava
Gherardo De Angelis, per mandare a marito una sua figliuola » =. Ed ebbe
figli, o almeno una figlia, che, nella qualesima del 1729, era
gravemente ammalata, e si temeva che morisse. E se Luisa era la figlia
prediletta, s'immagini il dolore dell’avo. In quella quaresima, venne a
predicare in Duomo il p. Michelangelo da Reggio, cappuccino
eloquentissimo; e contrasse amicizia con parecchi uomini di lettere
e col V., che lo ascoltarono con ammirazione. Frequentò anche lui
la casa del filosofo, allora centro di una vera e propria scuola
letteraria, non ancora ben nota, e degna di essere studiata 3; e confortò
la giovane madre palpitante per la salute della figliuola. Di che V.
credé quasi di aversi a sdebitare, promovendo una raccolta in lode
del cappuccino, pubblicata infatti quell’anno stesso con una dedica
del V., che divotamente consacra un rinfuso vago fascetto di fiori colti
in Parnaso », cioè di componimenti poetici scritti in onore di p. Michelangelo
da alquanti gentili spiriti » 4.
I Rime scelte, p. 1Io. ® VILLAROSA, Opuscoli, I, 225.
3 Da vedere per ora A. Fusco, Nella Colonia Sebezia, Benevento,
tip. Forche Caudine, 1901, e M. Bruno, G. B. V. poeta, saggio critico con
un'appendice di sonetti inediti e rari, Catanzaro, tip. G. Caliò, 1910.
4 Componimenti in lode del P. Michelangelo da Reggio di Lombardia
cappuccino predicatore nel duomo di Napoli nella quaresima dell’anno
MDCCXXIX. Napoli, Mosca, s. a. La dedica del V. è ristampata dal
ViLLaROosA, Opuscoli, II, 284-5. Ma non è riprodotta né dal Ferrari, né
dagli altri editori posteriori. Ora è ristampata dal NICOLINI, Sec.
supplem.,74-5. IL FIGLIO DI G. B. V. 20I Vi sono
distici latini e sonetti italiani di parecchi letterati del solito circolo
vichiano; uno, che giova rilevare, di Gaetano Maria Brancone 1,
personaggio di grand'’affare, che presto incontreremo in un momento
importante della biografia ael V.. Ve ne sono, naturalmente, anche
di questo ?. Dopo un sonetto di una giovane donna, il cui
nome ri- corre sovente anch'esso nelle raccolte contemporanee, e
che era amica a Luisa V., e cultrice di studi filosofici 3, oltre che di
poesia, Giuseppa Lionora Barbapiccola, ce n'è uno della nostra Luisa, che
ha un accento personale e I Ap. 13. * Ve ne sono due,
ristampati dal ViLLarosa, Opusc., III, 11-12. Ma il primo di essi, che
nell’ediz. Villarosa comincia: Alma mia, che perdesti il bel candore,
nella raccolta del ’29 cominciava: Alma mia tutta al di fuore. E non
saprei dire di chi sia la correzione. Noto anche che il 3° dei sonetti,
che, nell’ediz. del Ferrari (VI, 416) e nelle successive (ed. Pomodoro,
p. 318), è dato come in lode di p. Mich. da Reggio, non si trova in
cotesta raccolta del 1729; e nella racc. del Villarosa (p. 53) reca per titolo
solo: In lode di un Sacro Oratore. Comincia: Ammirdro già un tempo Atene e
Roma. Il Villarosa lo trasse dall'autografo: v. NICOLINI, Sec. supplem., p.
52. 3 In un sonetto dello stesso lib. III delle Rime (1727), il DE
ANGELIS, rivolgendosi alla Barbapiccola, dice: Questa è colei, che
aggiunse altro splendore Al gran RENATO, del ver tanto amico;
E "1 monte aspro di gloria, ov’ i0 m’ implico, Vinse,
pascendo d’onestate il core. Vieni a mirarla, o tu Francia superba,
Che sì le tue donne al cielo înnalzi e canti; Qui scrive
ancora in sua stagione acerba. Più d’essa non la greca Aspasia
vanti Ciascuna età, che le più degne serba ... La
Barbapiccola, ricorda uno scrittore napoletano,
per saggio di aver coltivate le moderne dottrine, produsse in
italiano una versione della filosofia di Cartesio » (NAPOLI-SIGNORELLI,
Vicende della coltura, vol. V. Napoli, 1786, p. 497). Vedi infatti I
principii della filosofia di Renato Des-cartes, tradotti dal francese,
col confronto del latino in cui l’Autore gli scrisse, da
GIUSEPPA-ELEONORA BARBAPICCOLA tra gli arcadi MiRISTA, Torino, Mairesse,
1722. Un vol. in 4° di40 + 350 + 18 con figure intercalate. Vedi pure F.
AMoDEO, Dai fratelli Di Martino a Vito Caravelli, negli Atti dell’Accad.
Pontan., XXXII, 1902, p. 15 N, e CRocg, Suppl. alla Bibl. vich., Napoli o
900 T, ci) 0 “x f dA % a 07, N 7 o U td \\ et | NA S UN II NN si O LÒ Wa:
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Pim < SEEN A tata y KEÉ N Nt Sap to tnt
POL IL FIGLIO DI V. Due anni appresso, in una raccolta nuziale, che
reca anche un sonetto di Pietro Metastasio (Vanne, sposa leggiadra,
ove sospira), Luisa rispose con un sonetto a rime obbligate all’amica
Barbapiccola, che le diceva: O tu, che forte incontro a rei
martiri Donna saggia ne vai, lucido esempio Di quel valor che
signoreggia l’empio Fato, e in alto ten posi, e al vero aspiri;
Vieni, e tu aita i giusti miei desiri De la gran coppia a dir ciò, ch’ io
contempio ecc. E Luisa di rimando: Poic’ ho sì l’alma
carca di martiri Fatta degl’ infelici un raro esempio, A cui turba
e confonde il rio Fat'empio Ogni voglia leggiadra, ov’ella aspiri,
Com’ornar posso i tuoi giusti desiri Per l’alta coppia, in cui miro e
contempio Mille belle speranze entro il gran tempio Che virtù
alzossi in su gli eterni giri ? Lionora, tu colla tua fronte lieta
Chiama Imeneo, a cui, madre d’eroi, Partenope gentil applaude e
gode. E tessi al chiaro innesto or degna lode Fra dotti cigni co’
be’ carmi tuoi, Ch’ io non oso toccar tant’alta meta !. Meno
male che donna Luisa, in fine, aveva questa distrazione della letteratura
!?. I Vari componimenti per le felicissime nozze degli
eccellentissimi signori D. Tomaso Caracciolo marchese di Casalbore,
principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de' duchi d’ Erce raccolti da
PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce
[...], in Firenze. Il son. del Metastasio è a p. 64. Ve n’ è uno di
Francesco Vespoli (p. 37), e uno (a p. 25) di G. B. V., che non è stato
mai ristampato: Benché io mi veggia da quel fato oppresso. Credo opportuno
ristamparlo in appendice. [Poi fu ristampato anche dal NICOLINI, 0. C.,
p. 57]. 2 Un altro sonetto di Luisa V. fu ristampato da G. FERRARI,
nelle Opere, IV, 419. Comincia: Poiché della mortal terrestre spoglia,
ed . PRIMI ANNI DI GENNARO V. CORSINI E LA PRIMA SCIENZA
NUOVA Ma tra tutti i figli, quello che a lungo sopravvisse al padre,
attese, e seriamente, agli studi stessi di lui, continuò il suo insegnamento
universitario e quasi la tradizione domestica; quello che confortò del suo
affetto filiale gli estremi anni infelici del vecchio filosofo, e ne
proseguì poi con pietoso culto la memoria; quel figlio del V.,
insomma, che tutti gli studiosi conobbero, in Napoli, durante tutto il
sec. XVIII, e al quale fecero spesso capo per notizie sul padre, è
Gennaro, nato nel dicembre 1715. E di lui ho creduto opportuno
raccogliere le notizie che ci rimangono, perché ne può derivar qualche
luce sulla stessa biografia di Giambattista e sulla sua fama postuma. E
già il grande filosofo fu così tenero de’ suoi figliuoli e così
poco avventurato, che può quasi parere un debito di riconoscenza verso di lui
adunare attorno al suo nome le fronde sparte delle sue memorie
domestiche. La prima volta che vien ricordato Gennaro nella
vita del padre, è nel suo carteggio col card. Lorenzo Corsini, a
proposito della prima Scienza Nuova *: carteggio, le cui date non sono
scevre di qualche incertezza. Già il Croce notò che non si comprende come
la risposta negativa del Corsini alla istanza del V. per le spese di
stampa era stato pubblicato nella Raccolta în morte di D. Giuseppe
Alliata Paruta Colonna principe di Villafranca, 1729, per cui G. B. V. scrisse
il sonetto Morte, o d’ invidia vil ministra e fera. I Un
accenno veramente a questo figliuolo aveva già fatto V. stesso nel De
const. iurisprud., II, c, XII, $ 12, in Opere2, ed. Ferrari, III, 270; ed è
stato rilevato da ANTONIO SARNO (Origini dell’ incivilimento, Napoli,
1926). della prima Scienza Nuova sia, com’è data dal Villarosa
1, del luglio 1726, quando la prima Scienza Nuova era stata già
pubblicata nell’ottobre 1725 ?. La stessa avvertenza doveva aver fatta il
Ferrari, che corresse senz'altro la data di quella lettera in 20 luglio
1725 3. Correzione, secondo me, indispensabile (ed è confermata da quanto
dirò in seguito). E, se si accetta questa correzione, si rifletta
un po’ alla conseguenza che ne deriva, e che non è priva
d'interesse. Nella sua Vita, Giambattista V., dopo avere accennato
alla primitiva redazione dell’opera sua (che avrebbe occupato due giusti
volumi in-4°»), della quale ci rimane solo il disegno esposto
dall’autore, nella lettera del 19 novembre 1724, a mons. Filippo M. Monti
4, continua dicendo: Già l’opera
era stata riveduta dal signor don Giulio Torno, dottissimo teologo della
chiesa napoletana, quando esso [V.], riflettendo che tal maniera
negativa di dimostrare [seguìta nella primitiva redazione], quanto
fa di strepito nella fantasia, tanto è insuave all’intendimento, poiché con
essa nulla più si spiega la mente umana; ed altronde per un colpo di
avversa fortuna, essendo stato messo in una necessità di non
poterla dare alle stampe, e perché pur troppo obbligato dal proprio
punto di darla fuori, r itrovandosi aver promesso di pubblicarla, restrinse
tutto il suo spirito in un’aspra meditazione per ritro I Opuscoli,
II, 254. Ho riscontrato l’autografo servito alla stampa del Villarosa, ed
esso concorda, per la data, con la stampa. È, tranne la firma, di mano
del segretario del Corsini. * Bibliogr. cit., p. 97, n. 2.
3 Cfr. anche la ristampa delle Opere, Napoli, Jovene, 1840, IV,
134, e quella Pomodoro, 1860, VI, 80. w 4 CROCE, Bibliografia
vichiana,96-7; e ora Carteggio, in Opere, s 167. 14
varne un metodo positivo, e sì più stretto, e quindi più ancora
efficacep»!; che fu il metodo della edizione uscita in luce
precisamente nel novembre 1725. Il colpo di avversa tortuna, non c'è
dubbio, è la delusione inflittagli dal Corsini, a cui la promessa, qui
accennata, di pubblicare l’opera, doveva essere stata fatta con lettera
del maggio 1725; la lettera, con la quale V. aveva dovuto
accompagnare al cardinale l’invio della sua dedicatoria, che ha per
l’appunto la data dell’8 maggio 1725. Si ricordi infatti la celebre
postilla fatta dal povero V. alla sconfortante risposta del Corsini 2; Lettera di S. E. Corsini, che non ha
facultà di somministrare la spesa della stampa dell’opera precedente alla
Scienza Nuova [cioè, della redazione primitiva 3], onde fui messo in
necessità di pensar a questa della mia povertà, che restrinse il
mio spirito [dopo la risposta del cardinale, cioè dopo il luglio] a
stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che avea, ove era un
diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei pagarne
la stampa e la legatura degli esemplari del libro, il quale, perché me ’1
trovava promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor Cardinale »
4. Si badi: il parere del revisore ecclesiastico don Giulio
Torno, che è in fondo al libricciuolo, con la data del 15 luglio 1725,
non può essere se non lo stesso parere ricordato dal V. nella sua Vita
come già scritto dal Torno per la prima redazione. È vero che vi si dice
il libro mole exiguum; ciò che non si sarebbe potuto dire della
prima forma; ma questa dev'essere stata una mutazione forse la sola, introdotta nella stampa del parere,
I Opere, V, 48. 2 Postilla che ho riletta sull’autografo, in
un margine esterno. 3 Lo ha notato anche il CROCE, op. e loc.
cit. 4 Stamp. la prima volta dal ViLLarosa, Opuscoli, II, 255 n.;
ora in Opere, V, 77. perché richiesta dalla mutata mole del
libro, rimasto d’altronde sostanzialmente il medesimo, e non
sottoposto quindi a una nuova revisione ecclesiastica. Il parere,
invece, del censore civile, Giovanni Chiajese, è scritto dietro ordine
del 3 ottobre, e seguito dall’approvazione per l’imprimatur del 12
ottobre. Sicché devesi riferire alla redazione pubblicata e già allora
certamente tutta stampata, poiché il 18 novembre successivo ! l’autore
poté mandare un certo numero di esemplari del libro, belli e
legati, a Roma 2. E uno di essi andò, naturalmente, al Corsini 3.
Al quale V., scrivendo due giorni dopo, era costretto a spiegare
anche perché l’opera, per metodo e per estensione, non fosse più quella
che gli aveva propriamente offerta nel maggio innanzi. Non si rileggono
senza pietà queste parole:
Riflettendo io al mio sommo onore, che Vostra Eminenza mi aveva
già compartito per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuta nella
vostra alta protezione l’opera da me scritta in due libri, nella quale
per via di dubbi e desiderii, maniera la qual fa più tosto forza che
soddisfa la mente umana, si andavano ritrovando i principii dell'umanità
delle nazioni, e quindi quei del diritto natural delle genti, 1a qual
opera già era alla mano I Cfr. le importanti lettere del V. all’
Esperti e al Corsini del 18 e 20 novembre 1725, pubblicate dal CROCE,
Bibliogr.,98-100; e ora Opere, V, 172, 173. Anche la lettera precedente a
Celestino Galiani è del 18 novembre (non ottobre: l’autografo, ora
posseduto dal Croce, potrebbe leggersi in un modo e nell’altro).
® [Anzi, fin dal 25 ottobre 1725, dopo averne già donati alcuni esemplari
ad amici e conoscenti napoletani, V. ne inviava ad Arienzo un altro a suo
p. Giacchi; e fin dal 3 novembre una cassetta con altri esemplari partiva
da Napoli per Livorno, diretta al letterato ebreo Giuseppe Athias
(Comunicazione di F. NICOLINI)]. 3 [Era magnificamente rilegato in
marocchino e oro: rilegatura che costò, certamente, al povero V. un’altra
cavata di sangue. Ma il Corsini, senza neppur leggerlo, lo die’ prima a
esaminare, e poi lo donò (decembre 1725) al marchese Alessandro Gregorio
Capponi, che, alla sua morte (1746), lo lasciò, con la restante sua
biblioteca, alla Vaticana, ove tuttora si serba (Comunicazione di F.
NICOLINI)]. per istamparsi; e considerando altresì la mia avanzata e
cagionevole età; mi determinai finalmente affatto abbandonar quella, e
consacrare a Vostra Eminenza quest'opera, più picciola in vero, ma, se non
vado errato, di gran lunga più efficace della prima » !.
Questa seconda opera, dunque, nei mesi che corsero dal luglio al
settembre dello stesso anno 1725, ossia non più che in due mesi, obbligò V.,
impegnato ormai alla pubblicazione nonché alla dedica già annunziate al
cardinale, diventatone poi immeritevole, a restringere, com'egli ci
racconta, tutto il suo spirito in un’aspra meditazione, per ritrovare il
metodo positivo e più stretto ».
Soprattutto più stretto, povero V.!uSì fatta opera », scrive egli al
Corsini, nella stessa lettera del 30 novembre, aveva io destinato dare
alla luce qualche anno dopo, come per soluzione della prima, quasi
d’un problema innanzi proposto ». Non solo però dare alla luce, ma
scrivere anche: benché l'animo gentile vieti al V. di far intendere al
cardinale la pena che questi gli ha cagionata. Il lavoro
vagheggiato quale riposato lavoro di qualche anno, come avrà affaticato, in
quei due mesi, il grande spirito! Aspra meditazione la disse egli stesso;
e la brevità del tempo e il tormento della promessa fatta a un principe
di Santa Chiesa, non devono pure tenersi in conto, per intendere le
ragioni dell’oscurità maggiore della prima Scienza Nuova, e del bisogno
che V. sentì di mutare e rimutare le espressioni di essa, e con le
postille sui margini di tanti esemplari donati agli amici 2, e con
l'edizione del 1730, nonché poscia, del rifacimento radicale della
edizione del ’44 ? CROCE, Bibliogr., 99; V., Opere, V., 173. 2 Vedi, per
gli esemplari postillati, CROCE, Bibliogr.,25-6. Altre difficoltà
cronologiche sorgono dalla lettura della seguente bozza d’una lettera del
V. al Corsini, di cui ho trovato l’autografo inedito tra le solite carte
del Villarosa !: Con l’umiliazione più ossequiosa m'inchino a
professar a Vostra Eminenza gl’ infiniti obblighi per l’altezza
dell’animo, onde ha Ella degnato con sensi sì generosi, e proprj della
Vostra Grandezza di gradire una mia umile, e riverente offerta, che io
non avendo l’ardire da me stesso, m’avvanzai d’umiliargliela per
mezzo del sig. D. Francesco Buoncuore?. Talché benedico tutte le mie
lunghe e penose fatighe che per lo spazio di tanti anni ho speso
nella meditazione di questa mia Opera che sta per uscire alla luce, ed in
mezzo le avversità della mia Fortuna abbia menato tant’oltre la Vita che
portassi a compimento questo lavoro, che mi ha prodotto il merito,
0 per meglio dire la buona ventura di compiacersene un principe di
S. Chiesa di tanta Sapienza, e grandezza, di quanta la Fama da per tutto
con immortali laudi la celebra. Onde per non perdere una tanto per me
onorevole occasione, con l’istessa umiltà di spirito mi fo ardito di dare
a V.ra Em.za una piena testimonianza dell’animo mio grato e riverente, di
annunciarle propizio questo giorno tanto nella Chiesa segnalato, e
memorabile.... Di questa bozza tutta la parte che non è in
carattere spaziato si ritrova nella lettera pubblicata dal
Villarosa, Ora è stampata nel Carteggio a cura di B. CROCE, Opere,
V,168-9, lett. n. XXVII. ® Per Francesco Buonocore (o
Boncore), Philippi V Hispaniarum
regis medico clinico, Caroli Borbonii regis utriusque Siciliae archiatro
et in Regno Neapolitano medicamentariis universis praefecto », V.
scrisse, nel 1738, un’ iscrizione pubblicata dal FERRARI (Operez, VI,
309). V. nel 1721 lo aveva pur ricordato nella Giunone in danza:
Opere, V, p. 288. Questa notizia della parte avuta anche dal Buonocore
nella offerta del V. al Corsini è nuova. Sullo stesso Buonocore v.
SCHIPA, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli, Pierro,
1904, 72, 94. 260, 268, 545. 778, 779. con la data del
15 dicembre 1725 *. E l’autografo corrispondente reca infatti questa data. Ora
si può domandare: come mai nella prima bozza di questa lettera del 15
dicembre, V. poteva dire della Scienza Nuova sta per uscire alla luce »,
se da un mese egli ne aveva mandato al Corsini, come s'è visto, alcuni
esemplari, e se fin dall’ 8 dicembre ? il cardinale lo aveva ringraziato del
dono ricevuto ? Inoltre: che cosa offrì V. per mezzo del
protomedico Buonocore ? Non certo l’opera stampata, che V. fece
consegnare al Corsini nel novembre, per
mano del signor abate Giuseppe Luigi Esperti»3. La dedica? Ma,
nella stessa lettera del novembre al Corsini, V. ricorda il sommo onore,
che Sua Eminenza gli aveva già compartito per mezzo di monsignor Monti,
di aver ricevuto nella sua alta protezione l’opera » nella primitiva
redazione 4. Infine: in un'altra bozza di lettera (che trovasi
nella stessa pagina della precedente, e, a riscontro di essa, reca
il testo originale, pure autografo e senza data, della lettera del V. al
Corsini, stampata dal Villarosa 5 con la data del 26 dicembre 1725), è
detto, che l’onore, onde il cardinale l’aveva colmato, compiacendosi di
gradire l'umile ed ossequioso disiderio, di consegnare sotto l'alto
e potente patrocinio del Cardinale un debol parto del suo scarso ingegno,
che era per uscire alla luce, gli dava ora lo spirito di non perdere una
tanto per lui onorevole occasione, di dare a S. E. una piena
testimonianza del suo animo umile e riverente, di annunciarle
propizio I Opuscoli, II, 171-2 (lett. XXXVI nella racc. del
CROCE). Vedi questa lettera in VILLAROSA, II, 251-2, ristampata poi
dal Ferrari e dagli editori posteriori. 3 V. la lett. del 20
novembre 1725 al Corsini. 4 Cfr. anche la lettera del 18 novembre
1724 allo stesso Monti, in CROCE, Bibliogr.,96-7; ora in Opere, V,
167. 5 Opuscoli, II, 173-4. questo giorno tanto per
noi segnalato e memorabile, augurandoglielo con que’ più fervidi voti, che
l’animo mio può concepire, continuato da una lunghissima serie d’anni »,
ecc. Parole che si riscontrano tutte nella stampa. Sicché,
ancora il 26 dicembre 1725, l’opera stava per uscire alla luce, e V.
introduceva in questa lettera le parole d’augurio già inserite nella
bozza della prima, di dieci giorni innanzi, e poi soppresse.
Non una sola difficoltà, come si vede, sorge da questi documenti,
se non si ammette che, scrivendo a un principe della Cristiana Repubblica », V. non abbia
voluto nella data segnare questa volta l’anno ab incarnatione, anzi
che l’anno comune: trasportando così le due lettere al 1724 !. E questa
soluzione vien suggerita dallo stesso stato delle due minute. V., dopo
aver tentato, nel novembre 1724, la via di monsignor Monti (al
quale tornò nel maggio successivo), aveva indi a poco trovato più
speditivo l'intervento del medico Buonocore, per I E questa
dev'essere anche la spiegazione della data 20 luglio 1726 della lett. del
Corsini, di cui sopra si disse. È noto che Innocenzo XII (Pontefice dal
1691 al 1700) tolse l’uso di far cominciare l’anno, nelle date delle
bolle, dal 25 marzo. Vedi L’art de vérifier les dates, Paris, Desprez,
1770, p. 324. E, nei volumi della corrispondenza di monsignor Celestino
Galiani, donati da Fausto Nicolini alla Biblioteca della Società Storica
Napoletana, si hanno lettere di Alessandro Rinuccini al Galiani, del
tempo in cui questi dimorò a Roma per le trattative del concordato, con
la doppia data 1738-9 e 1739-40 (Corrispond., vol. VI, carte 119 sgg.,
169 sgg.). Ciò che prova come anche allora durasse l’uso di far
cominciare l’anno ab incarnatione, scrivendo da Roma o a Roma. [Le
correzioni qui sopra proposte alla cronologia del carteggio del V. col
card. Corsini sono state accettate dal CRrocE nella sua ed. delle lettere
vichiane, salvo che per la lett. XXXVI, pubbl. dal Villarosa e mantenuta
anche dal Croce con la data del 15 dic. 1725: per la quale il Croce
osserva: Anche per questa lettera
sarebbe da accettare la data proposta dal Gentile del 1724, se essa non
fosse scritta sullo stesso foglio che contiene la lettera del Corsini
dell’ 8 dicembre 1725, esprimente i ringraziamenti per gli esemplari ricevuti
della Scienza Nuova. È, dunque, effettivamente del 15 dicembre 1725; e
quanto alla sua relazione con l’altra del dicembre 1724 (n. XXVII), è da
ritenere che V., serbando tra le sue carte l’abbozzo di una lettera
officiosa non spedita, si valesse di alcune frasi di essa l’anno dopo »:
p. 341). aprire al Corsini il suo desiderio di dedicargli
l’opera, che presto avrebbe data alla luce. Ottenuto così il consenso, il
15 dicembre dello stesso anno 1724, se non prima, dové scrivere la minuta
d’una lettera di ringraziamento e d’augurii pel prossimo Natale. Ma dopo,
sembrandogli che fino al 25 avrebbe indugiata troppo questa sua
azione di grazie, la quale, nel suo pensiero, doveva amicargli
ancor più l’animo del cardinale (prima di accennargli la sua speranza del
sussidio per la stampa), rimandò gli augurii a un altro giorno, e scrisse
la lettera, che spedì subito, e che è quella a stampa con la data del 15
dicembre 1725. Ma conservò la prima minuta, quasi per ricordarsi degli augurii
che aveva poi da inviare: e, a fianco di essa, dieci giorni dopo, scrisse
infatti l’altra lettera, che spedi senza altri mutamenti, riprendendo per
gli augurii quasi i termini stessi già preparati. Nel maggio
poi, si fe’ animo, e chiese. Ma, dopo più di un mese, il Corsini, di
ritorno dalla visita allora fatta alla sua diocesi di Frascati, in cui
gli occorse di metter mano a molte esorbitanti spese », gli confidava
di non aver modo di secondare la sua istanza. E V. non rifiatò.
Stampare un libro di 500 fogli, di due volumi in-4°, con lo stipendio che
aveva dall’università, di 100 ducati annui! Ma era corsa la promessa a un
sì gran signore: e bisognò restringersi, e dare come i risultati
dell’opera, e così stampare, dedicare e mandare al cardinale il libro,
che era costato tanto pensiero, tanta gioia e tanta amarezza.
Un raggio di speranza gli rimise in cuore la lettera con cui il
Corsini, l’ 8 dicembre :, lo ringraziò; e, protestando la propria riconoscenza,
lo esortò a ripromettersene altresì i
proporzionati effetti », pur che gli avesse indicato le convenevoli
aperture d’impiegarlo in cose VILLAROSA, Opusc, II, 251-2. Ristampata nelle
edizioni posteriori. IL FIGLIO DI V. di suo servigio ».. Che aperture ? Al
povero uomo, che aveva allora 57 anni, cresceva costumato e
promettente quel suo figliuolino, Gennaro, di così diversa indole
da Ignazio. Aveva dieci anni: era il penultimo ‘dei figli, come s'è
veduto. Ed egli l’amava tanto ! È per
natura », rifletteva nell’ Orazione per la Cimini, che gli ultimi
parti soglionci esser più cari per questi due occulti sensi di umanità:
tra perché essi sono li più innocenti, e per conseguenza, che ci hanno
recato maggior piacere, meno disgusti; e perché essi han bisogno di più
lunga difesa, la quale i padri credono, per la loro avanzata età, poter
a quelli al maggior uopo mancare »!. Se il cardinale procacciasse
a Gennaro un benefizio per farlo chiericare ? La lettera che gli deve
avere scritta, non l’abbiamo. Ma abbiamo la risposta del Corsini,
del IQ gennaio 1726 :. Era stato pronto a rifarsi d’animo il V., e
a ritentare. E gli toccò un’altra delusione. Il cardinale gli ridava sì buone
parole, ma nessuna promessa, nessuna speranza; e accampava di quelle
difficoltà, che svelano il poco buon volere: Nel particolare poi del far conseguire
qualche benefizio a cotesto suo signor figliuolo, lo v’incontro delle
difficoltà; imperciocché, oltre all’età tenera di esso figliuolo, che può
fare non piccolo ostacolo, vi è da considerare ancora, che si trovano in
oggi nel palazzo apostolico tante persone di Regno, che non sì
tosto vaca qualche cosa, che già prima assai della vacanza sentesi la
provista ». Vana fatica, dunque, battere a questa porta. E V.,
come soleva, scrisse malinconicamente sul dorso del foglio del cardinale:
Lettera di S. E. Corsini, con cui dice non poter proccurarmi un beneficio
da potersi ordinare 1 Opuscoli, ed. Villarosa, I, 250-1; Opere,
ed. Ferrari, VI, 258. * In VILLAROSA, II, 252 e nelle edizioni
posteriori. un mio figliuolo » *. Nel foglio stesso, dopo un mese,
lo sconsolato filosofo, il 20 febbraio 1726, trovò la forza per
offrire le sue più umili grazie, e dichiararsi convinto che il differimento
dell’effetto egli nasca dall’impossibile ». E mitigava frattanto la sua
avversa fortuna con la speranza, anzi fiducia di vivere sotto la
potente protezione » di Sua Eminenza ?. Gennaro non si chiericò
più; e, quando, quattro anni dopo, il padre ristampò, sempre a sue spese,
la Scienza Nuova, la dedicò un’altra volta al Corsini, già divenuto
Clemente XII: Al quale », racconta nelle
aggiunte postume alla Vita, da Gennaro date a pubblicare certo più di
mezzo secolo dopo che papa Corsini era morto anche lui, al quale era
stata la prima [edizione] essendo cardinale, dedicata, e si dovette a Sua
Santità anche questa dedicarsi » ! 3. E il cardinal Neri Corsini, nipote
a Lorenzo, gli dava, il 6 gennaio 1731, la consolazione della
notizia, che questa seconda edizione aveva
incontrato nel clementissimo animo di Sua Santità tutto il
gradimento ». Nient'altro. Allora, colmato V. di tanto onore », è V.
che parla, non ebbe cosa al mondo più da
sperare: onde per l'avanzata età, logora da tante fatiche, afflitta
da tante domestiche cure, e tormentata da spasimosi dolori nelle
cosce e nelle gambe, e da uno stravagante male, che gli avea divorato
quasi tutto ciò, ch'è al di dentro tra l’osso inferior della testa e ’1
palato, rinunziò affatto agli studi ». 1 Dall’autografo. Ora
in Opere, V, p. 1809 n. 2 La lettera fu pubblicata anch'essa dal
VILLAROSA, II, 172-3; ora V., Opere, V, 192. In questa lettera, è detto
che il figliuolo, che si sarebbe dovuto ordinare, era Gennaro.
3 Opere, V, 74, dov'è pure la lettera di N. Corsini.
PASSAGGIO DELLA CATTEDRA DEL V. AL FIGLIO E MORTE DEL FILOSOFO
Il buon Gennaro continuò con amore gli studi sotto la direzione
paterna !, e pensò a farsi la sua strada col lavoro. E ne aveva bisogno. Al
padre, con l’età, cominciava a pesare indicibilmente quella scuola eterna che
era costretto a tenere in casa, per ingrossare un po’ il sottile
soldo universitario. Quando partirono quelle sanguisughe degli austriaci,
e venne a Napoli Carlo di Borbone, incorato forse dal cappellano maggiore
Celestino Galiani, V. si fece innanzi, chiedendo la carica di regio
istoriografo ?, nel giugno 1734. L'’infante don Carlo, si ricordi,
non era entrato in Napoli che il 10 maggio ! Le strettezze del V.
dovevano essere grandi. L’animo amico del Galiani si scorge da
questa consulta, ancora inedita, mandata al Montealegre:
Illustrissimo Signore, Con riveritissimo biglietto di V. S. Illma
dei 30 del caduto mese ho ricevuto i supremi veneratissimi comandi di S.
M., che Iddio guardi, di riferire sopra un memoriale presentato alla M.
S. da Gio. Battista V., lettore di Rettorica in questa Regia Università;
in cui, dopo avere esposte le sue dotte fatiche letterarie, I Vedi
VILLAROSA, Ritratti poetici, ed. 1842,61-62. 2 La supplica del V. è
passata nella Raccolta degli autografi di scienziati ed artisti, esposta
nel Museo dell'Archivio di Stato di Napoli, insieme con la relazione
inedita del Galiani, che io pubblico. Una copia di entrambe è nel vol.
XIV, incartamento 13, delle Scritture diverse raccolte dalle Segreterie
di Stato di Acton. La supplica del V. fu pubblicata, il 19 aprile 1885,
nella Napoli letteraria, giornale della domenica, a. II, n. 16. Devo alla
cortesia dell’egregio prof. N. BARONE se ho potuto rintracciare
nell'Archivio di Stato i documenti inediti su G. B. e Gennaro V., di cui
mi servo in questo lavoro. supplica S. M. della carica di suo
Istoriografo; acciocché possa coronar i suoi studj col mandare alla
posterità le gloriosissime gesta della M. S. Su di ciò con
tutto il maggiore ossequio debbo riferire a V. S. Ill.ma, esser più che
vero quanto il suddetto V. espone delle sue opere date alla luce. Egli è
certamente uno de’ primi letterati d’ Italia, e singolarissimo ornamento di
questa Regia Università, a cui colle sue dotte fatiche è stato di
grand’onore. Î: pur vero, ch'egli sia il decoro di tutt’i lettori
della medesima Università, ed insieme poverissimo, non rendendogli più la
sua cattedra, dopo il lungo corso di tanti anni che serve il pubblico,
che cento ducati l’anno, oltre a pochi altri ducati, che ricava dalle
fedi, che fa per gli studenti che dagli studi di lettere umane passano a
quei delle leggi; e trovandosi carico di famiglia, trovasi certamente in
grande miseria, dalla quale recargli qualche sollievo in questi ultimi
periodi della sua vita sarebbe cosa degnissima della somma regal clemenza e
carità della M. S. Qui finora non vi è stato l’impiego d’
Istoriografo. Ma ora che ’1 Signore Iddio ha fatto a questo Regno il
tanto desiderato beneficio di concedergli un proprio Re, che qui risegga,
nella maniera che praticasi negli altri stati ben regolati, un tal
impiego vi vorrebbe; e il detto V. certamente sarebbe abilissimo ad
esercitarlo con tutto il maggior decoro ed applauso che potesse
desiderarsi 1, E sottoponendo tutto all’alta comprensione della M.
S., con tutta osservanza resto Di V. S. IllLlma
Napoli, 5 luglio 1734 Dev.mo ed obl.mo servidore C. Arcivescovo
di Tessalonica Cappellano Maggiore. I Nella minuta di questa
consulta (Arch. Sta. Napoli, Relaz. del Cappellano Magg., vol. 6°, dal
giugno 1732 all'agosto 1735) sono, dopo questo punto, cancellate le
parole seguenti: Quando poi piacesse
al Regal animo di S. M. onorare e consolare un vecchio di tanto
merito, coll'appoggiargli la suddetta carica di suo Istoriografo, per
assegnargli una mercede che non fusse di peso al Regio Erario, gli si
potrebbe assegnar una pensione ecclesiastica di quella quantità che alla
M. S. più piacesse, sopra qualche Vescovato di regia prelazione allora
quando ve ne sarà l’apertura ». Ma Carlo ebbe da pensare ad
altro, allora, che alla nomina del suo istoriografo. Solo il 2 luglio
dell’anno seguente, il Montealegre annunziava al Galiani che il re
si era degnato onorare G. B. V. del titolo ed impiego di suo
istoriografo. E fu notizia
applauditissima » in Napoli, secondo riscriveva il cappellano maggiore,
pronto, il 17 di quello stesso mese, a sollecitare il decreto nei termini
più onorevoli per il vecchio V. 1. E il 22 luglio, finalmente, quel
ministro comunicava al filosofo la sua nomina, e l’assegno di otros cien
ducados =. Meschino soldo anche questo. Comunque, aggiunto a
quello che V. percepiva da 38 anni, lo raddoppiava. Né qui si arrestarono
le premure di Celestino Galiani. Il 26 luglio, cioè dopo quattro giorni
che V. ebbe notizia del raddoppiamento del suo soldo, fu nominata
una commissione, già sollecitata dal Galiani stesso, incaricata di
proporre le riforme possibili per un migliore assetto dell'organico dell’
Università. La commissione, a capo della quale fu il Galiani,
si riunì alla presenza del segretario di Stato, marchese di
Montealegre, e del Tanucci; e il 9 ottobre 1735 presentò la sua
Relazione per la riforma dell’ Università. In essa, la cattedra del V.
non era dimenticata: Dell’ Eloquenza
latina col soldo di ducati 100. Si esercita dal dottor Giambattista V.,
Istoriografo della M. V.; secondo la nuova pianta, avrà di dote ducati
200 ». Il 2 novembre successivo, il re approvava questa parte delle
proposte; la quale era stata particolarmente raccomandata da
Bernardo Tanucci, nel suo parere sui lavori della commis I Questo doc.,
da una copia esistente nella biblioteca della Società nap. di storia
patria, è stato pubblicato da M. ScHIPA, Carlo di Borbone,739-40; e dal Croce,
Bibliogr., p. 85-6. è Pubblicata la prima volta dal VILLAROSA,
nelle sue aggiunte alla Vita del V., Opuscoli, I, 163: quindi ristampata
in tutte le edizioni della Vita. sione del 17 ottobre *. Il
Tanucci anzi avrebbe voluto che, in riguardo della persona por el merito, por la necesidad y
honrra de istorico R.° que tiene Juan B.à de V. a lo menos se le deviesen
asignar otros cientos » ?. Non si volle confuso il valore della cattedra
con quello del cattedratico ! Ad ogni modo, erano altri 100 ducati:
non aveva mai sperato tanto V. dalla sua misera cattedra
quadriennale. Ma don Giambattista non reggeva più alla fatica dell’
insegnamento. Gennaro, non saprei dire se dottorato in legge, frequentava
la Vicaria, e cercava anche lui di fare un po’ di quattrini, come
avvocato. E il padre, che gli aveva insegnato con tanta cura il latino, e
fatto leggere gli scrittori, cominciò anche a farsi aiutare da lui;
dapprima, forse, nel solo insegnamento privato. Giacché, com’ ho
accennato, V. aveva sempre tenuto in casa una scuola di eloquenza e
lettere latine 3, frequentata dai figli dei più scelti gentiluomini
della Capitale ». E uno scolaro del V. ci dice che egli in casa
abbassavasi fino a spiegar Plauto, Terenzio e Tacito. Conservava
nondimeno in questa stessa sua umiliazione tutta la grandezza del proprio
carattere. Erano da lui, come di passaggio, avvertiti i mezzi della
lingua, le or gini e proprietà delle voci, la bellezza e signoria delle
espressioni. Ma, nell’affacciarsi alla sua mente le immagini delle nostre
passioni, a miracolo dipinte in Plauto e Terenzio, I Vedi detta
Relazione, £.0 196: Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania
maggiore, vol. 34. Di questa relazione e dell'esito che ebbe, rese conto
sommario il prof. F. AMoDbEO, Le riforme universitarie di Carlo III e
Ferd. IV Borbone, negli Atti dell’Acc. Pont., serie 22, vol. VII, 1902,Ir
sgg. 2 Al soldo della cattedra si riferisce infatti l'estratto di
questa relaz. del Tanucci, copiato, a quel che pare, da F. Daniele e
pubbl. dallo ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 740, n. 3 e dal CROCE, Bibl.,
p. 86. I doscientos ducados », che
sembravan focos al Tanucci, erano proprio quelli proposti per la cattedra di
eloquenza. VILLAROSA, nelle sue Aggiunte alla Vita del V..
penetrando egli ne’ più segreti recessi del nostro cuore, intrattenevasi
lungamente a scoprire le sorgenti delle umane azioni: e quindi, scorrendo
di dovere in dovere, secondo le varie relazioni che noi abbiamo con Dio,
con noi medesimi e cogli altri uomini, passava a descrivere le
prime linee della moral filosofia e del diritto universal delle genti,
condotte poscia a maggior lume e dimostrate in pratica sulle acutissime
riflessioni di Tacito » !. In questa scuola privata, Gennaro
dovette fare le sue prime prove d’insegnante, sotto la guida del padre.
Ma le condizioni di questo s’aggravavano sempre più; e già non si
sentiva la forza di trascinarsi fino all’università, per le sue lezioni
ordinarie. Il 1° settembre 1736, un suo entusiasta
ammiratore, professore di metafisica a Padova, il domenicano Nicola
Concina, per notizie avute allora da Napoli (forse da suo fratello
Daniele, amico anch'egli del V. ?), e per quello che doveva avergli detto
di sé V. stesso, gli scriveva:
Ella si faccia coraggio, e si governi; ed io non mancherò di
pregare il Signore che la conservi, e l’invigorisca per suo, e mio, e
comune vantaggio del mondo letterato. Mi riverisca quel suo figliuolo,
che intendo di essere di una grande espettazione, per cui sento un
ardentissimo amore, e gli bramo ogni miglior fortuna » 3. E V. gli
rispondeva, il 16 dello stesso mese: La
lode del profitto, che Gennaro mio figliuolo, che umilmente vi inchina,
fa negli I SOLLA, Vita di G. B. V., in Giorn. arc., 1830, t.
XLVIII, p. 95. Per questa scuola privata devono essere state scritte le
Ammnotazioni sopra gli Annali di C. Tacito, pubblicate nel 1840,
nell’ediz. Jovene delle Opere, IV, 409-418. Ad essa devono anche
appartenere la maggior parte dei mss. vichiani posseduti dal sig.
Raffaele Mottola, sui quali v. la Rassegna critica d. lett. it, del prof.
Pércopo, II, 95; e NICOLINI, Sec. supplem.,42, 85-93. 2 Cfr.
il brano di lett. di Nicola a Daniele, pubbl. da B. CROCE, Bibl., 107-8;
e ora in Opere, V, 218-3. 3 In VILLAROSA, II, 274, e nelle raccolte
posteriori. studi migliori, la qual scrive esserle con piacere
giunta all’orecchia, e l’amore che gentilmente perciò gli portate,
gli sono forti stimoli a più vigorosamente correre la strada della virtù
» !. Questa voce giunta fino a Venezia, dove, in quei mesi,
trovavasi il Concina, doveva esser nata dall’approvazione generalmente
incontrata da Gennaro quell’anno, per aver cominciato a sostituire
felicemente il padre nella cattedra di rettorica, con gran compiacimento
di quanti stimavano e amavano V., e gli desideravano pace all’età
stanca. Gennaro, quell’anno, cominciò infatti il suo insegnamento
universitario, come sostituto del padre; e divenne poi il titolare della
cattedra, che conservò, vedremo, fino al 1805. Ma ecco come, in una
supplica indirizzata a Ferdinando IV, al principio del 1797, lo stesso Gennaro
ricordava da vecchio l’ inizio del suo insegnamento. Nelle sue parole
trema ancora la commozione che il giovane provò, nel ’36, a prendere il
posto del padre e maestro venerato: S. R. M.
Signore, Gennaro V., pubblico professor di rettorica nella
Vostra Regia Università de’ studj di Napoli, prostrato a’ piedi del
Vostro Real Trono, umilmente l’espone, come finora ha avuta la gloria
d’aver servito la M. V. ben sessant’anni, lungo corso della vita d’un
uomo, che è quanto dire fin da che la M. V. era nel seno dell’ Eternità;
onde ora è il Decano dell’ Università. Poiché Gio. Battista V., suo
padre, mancando di giorno in giorno per le sofferte lunghe fatighe del
tavolino, tarlo potentissimo a rodere insensibilmente la salute del
corpo; al che si aggiungeva, che a misura che le forze del corpo gli s’
indebolivano, del pari l'abbandonava il vigor della mente, logorata dalle
continue profonde meditazioni, il supplicante, mal soffrendo di vederlo
con tanto stento trascinarsi per andar a far lezione, d’ inverno,
in I In VILLAROSA, II, 210, e nelle raccolte posteriori.
tanta distanza, gliene dimezzò la fatiga con incaricarsi prima
della dettatura, perché, quando poteva, venisse Egli a farne la spiega.
Un giorno, mentre dettava, vennegli talento, per liberarnelo intieramente, di
avventurarne anche la spiegazione; Dio sa con qual ribrezzo e
palpitazione; e Dio gliela benedisse. Bastogli questo primo cimento, che
gli era stato il più difficile e pericoloso, che tornato in casa disse a
suo padre, che avesse pensato solamente a tirar avanti la sua vita, e a
non più imbarazzarsi della lezione; narrandogli il tentativo fatto, e
quanto gli era riuscito felice. Andò a darne parte a Monsignor Galiani,
allora Cappellano Maggiore, il quale dimostronne sommo piacere, e
d'allora cominciò, forse per ciò che disegnava, a non far passar quasi
settimana che non venisse a sentirlo per la spiega in latino, com’ è
costume: e per maggiormente esporlo, gli diede l’ incarico di far
l’Orazione per l’apertura de’ studj. Finalmente, dopo d’aver servito per
quattro anni da sostituto di suo padre, ne umiliò supplica
all’Augustissimo Vostro Genitore di gloriosissima memoria, ed ottenne
dalla di Lui Real Clemenza, in virtù di favorevolissima consulta del
Cappellano Maggiore, la Cattedra in proprietà nell’anno 1740; la quale di
padre in figlio già n’ è scorso un secolo, che per Sovrana Munificenza
gode sua casa, avendola detto suo padre ottenuta nel 1696 !. Lasciando
passare quest’ultima data, che, in una supplica di poco posteriore, lo stesso
Gennaro corregge in 1697 (e avrebbe dovuto correggere in 1699), per
l’esattezza storica bisogna avvertire due /afsus memoriae, ne’
quali incorre il più che ottuagenario V. secondo; uno, che la
Orazione per l'apertura degli studi, la sua prima Orazione, fu letta da lui non
prima, ma nello stesso anno in cui ebbe la cattedra in proprietà; e
l’altro, che la cattedra ei non l’ebbe nel 1740, ma nel gennaio 1741. Ne
abbiamo i documenti. Vista la buona prova fatta per quattro anni da
Gennaro, e preoccupandosi dello stato di Giambattista, l'ottimo
= .rr I Arch. Sta. Napoli, Espedienti di Consiglio, fascio 837, I,
12 dicembre 1797. Questo non’ è se non un brano, da principio, della
istanza, il cui séguito darò innanzi.] Galiani volle, al principio dell’anno
accademico 17401741, regolare e assicurare la condizione del primo nell’
Università. Dové esortare il vecchio filosofo a presentare al sovrano la
seguente supplica, che ci rimane, autografa, nell’incartamento del
relativo espediente di Consiglio: e che io pubblico per la prima volta. È
il pietoso testamento del V., che chiede di lasciare al figliuolo quella
cattedra, che, bene o male, era servita a sostertare la sua
famiglia. S. R. M. Signore, Gio. Battista
V., Historiografo regio, e Professor d’ Eloquenza ne’ Regj studj, prostrato a’
piedi della M. V., umilmente supplicandola, l’espone come esso da
quaranta e più anni ha servito e serve in questa regia Università nella
cattedra di Rettorica, col tenue soldo di cento ducati annui!, co’quali
miseramente ha dovuto sostentar sé, e la sua povera famiglia; e perché
ora è giunto in un’età assai avanzata, ed è aggravato, e quasi oppresso
da tutti que’ mali, che gli anni, e le continue fatighe sofferte soglion
seco portare; e sopra tutto è stretto dalle angustie domestiche, e dalli
strapazzi dell’avversa fortuna, da’ quali sempre, ed ora più che mai,
troppo crudelmente viene malmenato; quali mali del corpo, accompagnati ed
uniti ai più potenti, quali sono quelli dell’animo, l’ hanno reso in uno
stato affatto inabile per la vita, non potendo più trascinare il corpo
già stanco, e quasi cadente; di maniera che miseramente vive quasi
inchiodato in un letto: per la qual cosa si è venuto nella necessità di
sostituire in suo luogo interinamente nella Cattedra della Rettorica un
suo figliuolo, per nome Gennaro, il quale da più anni s’ ha indossato il peso
di questa carica, ed in essa se ne disimpegna con qualche soddisfazione
del pubblico, e della gioventù; del che ne può essere bastante pruova il
mantenersi l’ istessa udienza, e l’ istesso concorso di giovani, che esso
supplicante soleva avere; e perché esso già si vede in età cadente, e
dall’angustie presenti nelle quali esso ed i suoi vivono, ne considera e
prevede le mag cm. I V.
qui ricorda lo stipendio goduto per 38 dei suoi 43 ann di servizio.
giori, nelle quali la sua povera famiglia dovrà cadere cessando
esso di vivere: laonde supplica umilmente la Vostra Real Clemenza a volersi
degnare con suo real ordine di conferire la futura sostituzione
proprietaria della mentovata Cattedra di Rettorica in persona di detto
suo figliuolo, acciocché la sua famiglia, dopo la sua mancanza, possa
almeno avere un qualche ricovero, donde in qualche maniera tener da sé
lontana una brutta e vergognosa povertà, nella quale certamente andrà a
cadere; e lo riceverà dalla Vostra Real Munificenza a grazia ut Deus
4. Dal 1737 ministro dell’ecclesiastico era quel Gaetano Maria
Brancone, persona dottissima, al dire dei contemporanei 2, che già abbiamo
incontrato in relazioni letterarie col V.. Il quale, nel 1735, nella raccolta
per le nozze di don Raimondo de Sangro, principe di Sansevero, con
donna Carlotta Gaetani di Laurenzana, indirizzò a lui un sonetto, in cui
malinconicamente gli diceva: Né corone, né ostro, o gemme ed
auro Giamai mi ponno, o mio Brancon gentile, Rimenare il mio già
caduto aprile; Né qual serpe di nuovo al sol m’ innauro;
Da la tremante man cade lo stile, E de’ pensier si è chiuso
il mio tesauro 3. Il Brancone conosceva, dunque da vicino lo stato
del V.. E appena avuta la supplica. si affrettò a trasmetterla, per la
consulta, al Galiani con questo decreto 4: Ill.mo Signore,
Haviendo recurrido al Rey con el memorial incluso Juan Bap.ta de V.
haciendo instancia que en remuneracién de sus I Arch. Sta. Napoli.
R. segreteria dell’ecclesiastico. Espedienti di Consiglio, gennaio 1741,
fascio 42: Cautelas de la semana de 8 por todo los 14 de Enero de
1741. ? ScHIPA, Carlo di Borbone Opere, V, 326. 4
Dispacci dell’ Ecclesiastico.] largos y sefialados servicios se digne conferir
4 Genaro su hijo la Cathedra de Rectoria (sic) que està exerciendo con la
aprobaci6n que es notoria por la indisposiciòén del suplicante, me ha
ordenado S. M. remitirlo à Usted para que informe con lo que se le
ofreciere y pareciere; D. G. Nap. a 31 de dic.re 1740. G. M. B. Galiani intanto era
dovuto tornare a Roma per le trattative del Concordato, che indi a poco
si conchiuse. Ma, dopo soli sei giorni dal decreto del Brancone,
scriveva e spediva la seguente consulta, nobilissima per le cose
che dice, e pel modo: S. R. M. Si è servita V.
M. con lettera della Segreteria di Stato per gli affari ecclesiastici dei
31 del caduto mese rimettermi un memoriale di Giambattista di V., regio
istoriografo, e professor d’eloquenza ne’ regj studj: nel quale, dopo aver
esposto il suo lungo servizio renduto a’ regj studj per lo spazio di
quaranta anni coll’annuo soldo di soli cento ducati, fin a tanto che la sovrana
clemenza di V. M. gliel'accrebbe fino a dugento; e le angustie della sua
povera famiglia, ch’egli prevede assai maggiori colla sua morte non molto
lontana, attesa la sua età troppo avanzata, e le malattie del corpo, che
soffrisce; supplica la M. V. che con suo regal chirografo voglia degnarsi
conferire in proprietà a Gennaro suo figliuolo la cattedra d’eloquenza,
che egli, facendo le veci d’esso supplicante, esercita da qualche anno a
questa parte. . Non vi è dubbio, S. M., che il supplicante Giambattista
di V. è benemerito della Regia Università degli Studj, alla quale
egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore; e perciò richiede la
pubblica gratitudine, che gli si abbia qualche riguardo. Il suddetto suo
figliuolo Gennaro è giovine d’abilità, e nell’esercizio della detta
cattedra incontra certamente tutto l'applauso. Solo mi dà fastidio,
ch’egli nell’ istesso tempo pensi applicarsi al foro, perché il dover
frequentare la Vicaria, che richiede certamente tutto l’uomo, e fare il
professore in una cattedra d’eloquenza, che richiede profondo studio
degli autori greci e latini de’ migliori tempi; sono due mestieri, che insieme
non possono star bene, e per necessità conviene trapazzare o l’uno o
l’altro, o pure cn
mt = ur € ev _ pr ne amendue. Quindi sarei di
parere, quando non sembri altrimenti al purgatissimo giudizio della M.
V., che potesse il supplicante Tendersi consolato, ogni qualunque volta
però si fusse certo, che il suo figliuolo, lasciate da parte le
occupazioni forensi, fusse Per voltar tutto l’animo suo agli studj di
eloquenza, ed a quei, Che sono necessarj per riuscir eccellente in tal
non facile e stimatissima professione. Che è quanto su di ciò ho
stimato dover sottoporre alla sovrana comprensione della M. V. La Sagra
Regal Persona il Sig.r Iddio sempre più prosperìi e conservi.
Roma, 6 gennaio 1741. Umilissimo Vassallo e
Cappellano C. Galliano Arciv.o di Tessalonica 1. Non era
giunta da Roma questa consulta, che il Brancone portò, il 12 gennaio, la
supplica del V. col parere del Galiani in Consiglio di Stato. E, in quel
giorno, sollecitò da Carlo il seguente decreto, che si legge a fianco
della relazione della segreteria di Stato al re =: A 12 gennaio
1741. Nel Consiglio di Stato:
Essendo il supplicante benemerito della R. Università degli Studj,
alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore, ed essendo
il suo figliuolo Gennaro giovine di abilità, e nell’esercizio della suddetta
Cattedra avendo incontrato tutto l'applauso, S. M. si è degnato conferire
in proprietà a Gennaro la suddetta Cattedra di Eloquenza, la quale egli
ha esercitata facendo le veci di suo Padre da qualche anno a questa
parte. Si vede che 11 Brancone non credette necessario
assicurarsi, prima, che Gennaro averebbe abbandonato il foro. E, quel
giorno stesso, poteva far riporre tutto l’incartamento I Nell’
incartamento cit. degli Espedienti di Consiglio: Cautelas de semana 8-14,
I, 1741. La minuta di questa consulta è nel vol. 4° delle Relazioni del
Cappellano maggiore, dal 6 gennaio al 26 maggio I74I (mandate da Roma
alla corte di Napoli). 2 Vedi questa relazione in Appendice I.] con
la nota apposta sotto il decreto ora riferito: ex.do en dicho dia a la
sec.ria de Hazienda y al M. Capellan M vy. Infatti recano la stessa
data, del 12 gennaio, i due seguenti dispacci del Brancone al segretario
dell'azienda Giovanni Brancaccio, e all’obispo de Puzol, cioè a
Nicola de Rosa, vescovo di Pozzuoli e cappellano maggiore interino,
nell’assenza del Galiani. A Brancaccio, Decreto:
Precedente suplica que ha hecho al Rey don Juan Bap.ta de V.
Historiografo Regio para que se confiera 4 su hijo Don Genaro la Cathedra de
Eloquencia en la Universidad de Estudios que posee y presentemente la
està exerciendo el mismo, respecto 4 que por le edad muy adelantada en
que se halla, y por los muchos achaques que le han sobrevenido, no puede
continuar 4 desempefiarla, como por lo pasado, ha venido S. M. en
atenci6n 4 ser el suplicante benemerito de la Universidad de los
Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha hecho honor, y par
consiguiente es capaz de publica gratitud, y assimismo et que su hijo
Genaro es de mucha habilidad como lo ha manifestado de algunos
afios 4 esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra
supliendo las veces de su Padre, en conferir en propiedad por gracia
especial al dicho D. Genaro de V. la citada Cathedra de Eloquencia,
con el sueldo que 4 la misma està sefialado, en remuneraci6n de las
circunstancias expresadas. Y de Real orden lo prevengo 4 Usted por que
por la Secretaria 4 su cargo se dé lo conveniente 4 la Contadoria
principal, por que execute el asiento y libramento de dicha cathedra y sueldo,
4 favor del citado Genaro de V., y que se la satisfaxa, como y quando et los
demés cathedràticos. D. G. Pal. à 12 de
Enero 1741. G. M. B.!. Al Obispo de Puzol: Ill.mo
Sig. Atendiendo el Rey 4 la supplica que le ha hecho D.n Juan
Bap.ta de V. Historiografo Regio, y Cathedratico de la Eloquencia
1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (novembre 1740-gennaio
1741), carte 131-132 £. VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 227
en la Universidad de los Estudios, paraque en resguardo à la edad
adelantada que tiene, y a los muchos achaques que le han Sobrevenido, y
le impiden de poder continuar 4 esercer la dicha cathedra, como lo ha
executado por lo passado con mucho beNeficio de la misma Universidad y de los
Estudiantes, se dignase Conferirla a D.n Genaro su hijo, que la està
presentemente desempefiando con publica satisfaciòn; i teniendo su Mag.d al
mismo tiempo consideracibn 4 que el suplicante es benemerito de la
Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha hecho
mucho honor, por lo que es capaz de una publica gratitud, y assimismo et que
su hijo Don Genaro es de mucha havilidad, como lo ha manifestado de
algunos afios à esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra, supliendo
las vezes de su Padre, se ha dignado por gracia especial conferir en
propiedad al referido D.n Genaro de V. la enunciada cathedra de
Eloquencia, con el sueldo que està sefialado 4 la misma en remuneracién
de las circunstancias expressadas; i de orden de su Mag.d lo
prevengo a Usted, 4 fin que en esta inteligencia disponga su
complimiento, pues ya se ha dado lo conveniente 4 la contaduria principal
para el asiento de la Cathedra y libramento del sueldo. Dios
guarde. Palo 4 12 de Enero 1741
Ill.mo Sig.r Don Gaetano M.a Brancone !. Questi documenti rettificano le
inesattezze in cui incorse il Villarosa, nel suo racconto di questo
passaggio della cattedra dal V. padre al V. figlio; dove attribuisce al
proprio congiunto Nicola de Rosa ? il merito di quest’ultimo omaggio reso
dallo Stato di Napoli alla gloriosa vecchiezza di G. B. V..
Dev’essere poi del Brancaccio questo altro dispaccio, di cui ho
trovato copia a capo dei pagamenti del soldo di ducati 200, per rate
quadrimestrali, a Gennaro V. dal 1752 in poi, in un Ordinario della
Scrivania di razione: 1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. cit.,
cc. 128 b-129 bd. 2 Nelle Aggiunte alla vita del V., Opusc., I, 164
(ora Opere, V, 81) e nella Prefaz. allo stesso vol. p. xv. Secondo il
VILLAROSA, il vescovo di Pozzuoli avrebbe riferito al re sull’ istanza
del V. padre. Su
Magestad con Real orden 4 12 de Henero de 1741, compa- decido de los
muchos achaques y aîios que tiene Don Juan Bap.ta de V. Historiografo
Regio, por cuyos motivos suplicé a su Real piedad se dignase conferir à
Don Genaro de V. su hijo la citada cathedra de la Universidad de los
estudios que sirve de algunos afios 4 esta parte por sus indisposiciones,
vino en conceder por gracia especial la mencionada Cathedra 4 Don Genaro
de V., en atencion 4 su abilidad, y al mucho honor y credito con
que la desempena y a los particulares meritos de su Padre y mandé
se le considerasse y pagasse el sueldo que le correspondia desde el mismo
dia 12 de Henero de 1741, en adelante al mismo tiempo que 4 los demas
cathedraticos. Nell’ Ordinario segue la nota: cuya gracia fué
con- firmada con otra Real Orden de S.M. de 18 de sept.re de 1745
*; cioè, dopo la morte del padre, e in perpetuo. Quando si diffuse la notizia, nel
gennaio 1741, fu anch'essa
applauditissima » per Napoli. Francesco Serao scrisse al venerando
filosofo, congratulandosi vivamente che fosse toccato a un napoletano la
lode di aver promosso sì nobile e liberale provvedimento, qual era la
promozione di Gennaro iuvenis doctrinae probitatisque laude
florentis- simi: e pensava che fosse dovuta al Vescovo di Pozzuoli
o al Brancaccio, o ad entrambi. Ego,
soggiungeva, qui unus e multis, sed minime vulgari aut tralaticio
animo, familiae tuae decora atque commoda prosequor, nullum finem
faciam plausu ac praedicatione tam illustre facinus concelebrandi : tum
animus est collegas lectissimos exci- tandi, ut de gratiarum actione,
tamquam pro publico 1 Scrivania di vazione. Ordinario I: Lettori
pubblici 1754-1805, vol. 32, c. 23. In questa carta e nella successiva
sono segnati tutti i pagamenti fatti a Gennaro V. dal 1° dic. 1752 al 5
aprile 1783. A c. 134, ricomincia la nota dei pagamenti al medesimo dal 6
giugno 1783 al 2 giugno 1797. A pie’ del doc. riferito nel testo, è
avvertito che il real ordine del 1741 acompafia el Pliego de la fué Contadoria
Principal del mismo (G. V.); e la conferma del 1745 acompaòia el Pliego
de D.n Blas Troise, ossia il Dispaccio del 18 settembre 1745 firmato dal
Brancone, che ricorderò più innanzi.] ‘ngentique beneficio, ad supremos aulae
proceres habenda, cogutent. Nihil profecto aequius ; nihil universae
scholae honorificentius fortasse et fructuosius fuerit » 3.
Tra le carte di Gennaro si trova anche l’orazione che egli lesse
nell’occasione dell'apertura degli studi, il primo anno che ebbe da
titolare la cattedra che era stata del padre. Trattò questo tema: Sola
efficax voluntas littera- rum studiosam iuventutem perquam doctissimam
efficere dotest. Giova qui riferirne l’esordio: Cum ego die
multumque mecum animo volutassem quam difficile sit ex hoc loco ad
dicendum amplissimo verba facere, in quem nihil nisi ingenio elaboratum
et industria perfectum et perpolitum adferri oportere comperio; dicendum
est enim in hoc tam frequenti consessu tot doctissimis Antecessoribus,
am- plissimis patribus, lectissimisgue Auditoribus referto et
constipato, magis magisque huius diei subeundum periculum animus
de- spondebat, cum me et dicendi rudem et rerum omnium impe- ritum
ac pene hospitem, et meas infirmas vires huic tanto oneri, quod
suscipiendum aggredior, omnino impares reputarem; nam cum id diu
usquequaque versassem, humeros meos prorsus per- ferre non posse
intelligebam: ad haec et summus timor, pudorque meus et vestra dignitas
me quoque ab incoepto deterrebat. His tot tantisque difficultatibus
jactato, quae me ab hoc optatissimo laudis aditu prohibebant, occurrebat
pietatis erga optime de me meritum patrem officium; quum eum conspicerem
senio malisque pene absumptum, curis confectum, et adversa fortuna
usque vexatum et nunc quam maxime saeviente, corpus vix ac ne vix
quidem trahere, aequum esse duxi me labentem iam aetatem ejus aliqua ex
parte substentare; atque ita quodammodo in animum induxi meum ejus vices,
quamquam deterrima comparatione, explere; etenim erga patrem officium
praetendendo, me facile temeritatis vitium effugere posse, eaque pietatis
professione, si non aliqua laude, at certe excusatione dignum fore
arbitratus sum. Cum tandem aliquando me recreavit refecitque
Munificentissimi et Sapientissimi Regis nostri consilium, quo me in
ordinarium 1 Lett. pubbl. da B. Croce, nella Bib/., p. 109; e poi
in Opere, V, 256-7. Antecessorum numero referri placuit 1;
cum enim me hoc tanto tamque praeclaro munere, nullo ingenii mei periculo
facto, di- gnum et parem censuisset, ejus sacratissimam mentem, qua
hoc pene immensum civile corpus informat et inspirat, et cuncta
ratione et consilio recte atque ordine regit et moderatur, plus vidisse,
et meas ingenii vires, quas ego in me non sentirem melius perlustrasse et
penitius introspexisse putavi; quapropter auctus animo, Augustissimi
Principis praesertim judicio, quod mihi maximum adversus obtrectatores
propugnaculum esse poterit, hoc mihi impositum onus alacri animo
suscipiendum potius, quam deponendum censui. Il manoscritto
fu riveduto dal padre, che segnò qua e là, in margine, qualche parola da
aggiungere. Così, a un certo punto, Gennaro diceva: Nulla animi affectio homi- nis tam
propria, quam curiositas, quae mihil aliud est, quam veri quaedam
investigandi cupiditas, qua cuncti rerum caussas rimando veram rerum
scientiam prosequun- tur ». E il padre aggiungeva al margine un fiore
poetico: unde, Felix qui potuit rerum cognoscere caussas ! ».
E già, col consiglio del padre e sulle orme di consimili orazioni
di lui, Gennaro aveva dovuto scrivere questa sua. Si scoprono, in fatti,
in più luoghi i soliti pensieri, i soliti movimenti oratorii di
Giambattista. Gennaro dice ai giovani:
Ne desides et inertes supina vota concipiatis, ut vobis in sinu de
coleo decidat sapientia .... Neve imperitum hominum vulgus imitemini, qui
ventri et somno dediti, et rei familiari solum intenti, id tantum ab
hac publica sapientia mutuari oportere arbitrantur, quantum rebus
bene în vita gerendis sufficere possit ». E il padre, I Queste
parole non potevano essere scritte prima del 12 gennaio 1741. Ma l’ Orazione
doveva già essere preparata dalla metà di dicembre, perché in un angolo
dell’ultima pagina (che fa da copertina al ms.), si legge, della mano
stessa di Gennaro, una fede di studi in data Neap. Il che significa che il Brancone
e il Galiani avevano già assicurato l'esito della supplica al V..] nella
solenne Orazione De mente heroica aveva detto, con ispirazione bensì
molto più alta: Ne supina vota
concipiatis, ut dormientibus vobis in sinum de coelo cadat sapientia,
eius efficaci desiderio commoveamini, improbo, invictoque labore
facite vestri pericula, quid possitis .... vestras mentes excutite; et
incalescite Deo, quo Dleni estis ». Gennaro, dunque, consolò
gli anni estremi del padre, che morì il 23! gennaio 1744. Ma
Gennaro solo nel 1789 ? poté fargli murare nella chiesa dei Gerolamini,
in cui era stato seppellito, una modesta lapide, che rammenta con quello
del padre il nome della madre
coniuge lectissima. Buon figliuolo ! 1 Per la data del
giorno v. Croce, in V., Opere, V, 124. 2 Non 1799, come dice, credo
erroneamente, A. RANIERI, Scritti vari, Napoli, Morano, 1879, I, 144;
cfr. VIiLLAROSA, Aggiunte, in Opusc., I, 167-8. Tra le lettere di P.
Napoli-Signorelli pubblicate da C. G. MININNI nel suo vol. P. N.-S.,
vita, opere, tempi, amici, con lett. e docc., Città di Castello, Lapi,
1914, ce n’è una (p. 456) ad Agostino Gervasio, al quale il N.-S.
invia due iscrizioni di Gennaro V. per
suo Padre » che aveva trovate tra le proprie carte. LA
CARRIERA ACCADEMICA DI GENNARO V. Il padre morì, come è pur noto, nella
casa sui Gradini a Santi Apostoli. E qui ancora abitava Gennaro nel 1768
1. Qui continuò egli la quieta vita del padre, tra l’università,
gli studi, la conversazione dei signori e dei dotti. Gennaro non si elevò
mai alle speculazioni di Giambattista, ma seguì l’indirizzo umanistico e
rettorico degli studi paterni. Continuò, insomma, la men difficile
tradizione domestica. Non scrisse versi; ma compose più epigrafi del
padre e studiò con pari amore le più leggiadre eleganze della lingua
latina. Dev’essere stato un ottimo insegnante della sua materia; e le
idee didattiche accennate nelle sue Orazioni inaugurali, che ci sono
giunte, confermano tale giudizio. Ebbe anche dottrina classica e acume
non volgari: ma fu modestissimo, e il suo titolo maggiore restò sempre
quello di essere figliuolo di Gian Battista V.. Né egli avrebbe
ambito di più, conscio, benché confusamente, della paterna
grandezza. Nel 1756, lesse per l'apertura degli studi un’
Orazione sul tema: Dissidium linguae ab animo factum praecipuum
corruptae eloquentiae causam fuisse. E, sul principio di questa, accenna
a un’altra Orazione, letta fere multis abhinc annis, nella quale aveva
indagato quidnam esset, quod plures omnibus in artibus, quam in dicendo
admairabiles extitissent. Ma questa non si trova tra le sue carte.
Una quarta volta, a nostra notizia, gli spettò di leggere l’ Orazione
inaugurale, e fu al principio dell’anno I In una copia d’una
Orazione per le nozze di Ferdinando IV (1768) trovo segnato l’ indirizzo
di Gennaro così: A S. Apostolo il
Signor D. Gennaro V.. Attaccato
alla porteria ». scolastico 1774, il 13 novembre; e trattò un tema
molto affine a quello della prima Orazione: Optima studendi ratio
ab ipso studio petenda. Ma, qualche anno prima, il 5 novembre 1768, ebbe
a parlare in occasione più solenne alla gioventù studiosa: In regiis Ferdinandi
IV Neap. ac Sicil. Regis et Mariae Carolinae Austriae nupius. E
queste due Orazioni die’ alle stampe in un nitido volumetto nel 1775, amicis
summo opere adnitentibus, siccome attesta, nel suo parere, il revisore
civile 1, E veramente in quelle occasioni il buon Gennaro sì fece onore.
Lo stesso revisore ricorda che le due Orazioni erano state lette
tota ltteratorum plaudente cavea ; e, per conto suo, era un professore di teologia, ne giudicava così: In e:s tantum nitoris ac dignitatis, totque
Latialis eloquir veneres ubique emicant, ut cas numquam satis laudare
quiverim, mihi si linguae centum sint, oraque centum. Sane parentem
ejus doctissimum, Jo. Baptistam Vicum, immortalis memoriae virum, latine
loquentem audire jam videor. Adeo verum plerumque illud est
: Fortes creantur fortibus
et bonis » 2. Il Decreto reale, già ricordato, del 18 settembre 1745,
aveva stabilito la dotazione fissa di ciascuna cattedra, lasciando quella
di eloquenza latina con 200 ducati 3. I L'opuscolo ha questo
frontespizio: In regiis Ferdinandi IV. Neap. ac Sicil. regis et Mariae
Carolinae Austriae oratio a JANUARIO V. Regio Eloquentiae Professore, ad
studiosam Juventutem in R. Neapolitana Academia solemniter habita Non.
Ma l’ Orazione per le regie nozze va da p. WI a p. LI; e da p. LI a
p. LXXXII segue l’ Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, ad
studiosam juventutem habita. La data di pubblicazione risulta dall'ordine
dell’ imprimatur (p. LxxxIv), in data 29 settembre 1775. i 2
Il parere di questo revisore, p. Felice Cappiello, reca la data del 30
agosto 1775. 3 Vedi il Dispaccio del Brancone nel Cod. delle leggi
del Regno di Napoli di AL. DE SaRIS, Napoli, 1796, lib. X, tit. IV,41-42.
Ma Ma, nel 1777, il marchese della Sambuca elevò la dotazione
complessiva dell’ Università da ‘7000, qual’era rimasta fin dal ’45, a
duc. 12613,99. Si accrebbero quindi gli stipendi dei professori. E della
cattedra di Gennaro, chiamata ora di Rettorica e poetica, nel nuovo piano
che 11 marchese della Sambuca comunicò al ministro dell’ecclesiastico con
dispaccio del 26 settembre 1777 !, è detto: Questa Cattedra nella
Università gode ora ducati 200, insegnando sette mesi dell’anno la sola
Rettorica. Si accresce fino a ducati 300, con l'obbligo però
d’insegnare per tutto l’anno, a riserva del mese di ottobre, anche
la Poetica » =. Fu duro a Gennaro V., passati i 62 anni, restare a
insegnare tutta l’estate, rinunziando per quell'aumento di soldo, a tre mesi di
vacanza 3! Ce lo farà dire egli stesso, tra poco, in una relazione del
Cappellano maggiore su certa sua istanza al re, che riporteremo più
innanzi. Ma ad alleggerirgli il peso, nel giugno successivo (1778), quando
appunto, negli anni precedenti, soleva smettere le sue lezioni, venne a
incorarlo un altro segno della regia benevolenza. È noto il
dispaccio del marchese della Sambuca del 22 giugno 1778 4, per cui fu
creata la RR. Accademia delle il testo originale di esso è tra i
Dispacci del GATTA, parte II, t. III, 449-55. Vi sono stabiliti tutti gli
stipendi dei singoli insegnanti, a cominciare da quello di Biagio Troisi
di duc. 800. Ivi
a p. 454: Eloquencia latina que se lee
por le Dotor Don Gennaro V., dos cientos ducados ». I Vedilo in DE SARIIs, lib. X, tit.
IV,51-3. Cfr. anche AMoDEO (Rif. universitarie,25, 55) il quale ignora
che questi docc. erano stati pubblicati dal De Sariis, fin dal
1796. 2 Il DE SARIS, ha per isbaglio: Pratica. 3 Fino
al 1777 il Calendario di Corte chiama la cattedra di G. V.: Rettorica. In
quello del 1777 (p. 68) si comincia a dire: Rettorica e poetica. Non è
esatto quel che dice sul proposito l’AMODEO, Riforme,24-5 4 Ristampato dal
Minieri Riccio, Cenno stor. delle Acc. fiorite nella città di Napoli, in
Arch. stor. nap., V (1880), 586-7; ma già pubblicato dal DE SARIIS, lib. X,
tit. VI, p. 55 e insieme cogli Statut dell'Accademia nel t. XIII della
Nuova Collez. delle Prammatiche del Regno di Napoli del GiusTINIANI
(Napoli, Stamp. Simoniana, 1805), scienze e belle lettere. L’
Accademia veniva compartita in quattro classi: due per le scienze,
Matematica e Fisica, e due per le lettere: Storia ed erudizione antica e
Storia ed erudizione dei mezzi tempi. Si nominava il presidente, il
vice-presidente e un segretario per ciascuno dei due rami dell’
Accademia; infine, quattro accademici pensionari ( coll’assegnamento ad
ognuno di essi di annui ducati sessanta »), uno per classe: per la Storia ed erudizione antica, don
Gennaro V. ». Presidente, vice-presidente segretari e questi primi
quattro accademici dovevano riunirsi per formare il piano e le regole
dell’ Accademia », proporre il
numerc degli accademici pensionari e onorari, e i soggetti per occuparne
le piazze, con riferirsi tutto al Re per la sovrana approvazione ».
L’annunzio si dice destasse in Napoli grande entusiasmo, e nessuno pare
sì meravigliasse dell’onore segnalato che riceveva Gennaro V..
Certo, egli doveva essere ben veduto dalla Corte; ma, tra per i suoi
meriti personali, e tra per un certo riflesso della gloria paterna, che
veniva affermandosi ogni giorno più saldamente, doveva essere stimato
ed amato anche dagli studiosi. Gli statuti, a cui lo stesso Gennaro
collaborò, furono approvati dal Re con dispaccio del Beccadelli del 30
settembre di quello stesso anno. 57 S8gg.: pubblicazioni sfuggite,
tutte e due al BELTRANI, nella sua memoria, del resto assai diligente, La
R. Acc. di Scienze e belle lettere fond. in Napoli nel 1778, negli Atti
dell’Accademia Pontaniana vol. XXX. Napoli, 1900; dov’ è detto (p. 62)
che il Minieri-Riccio pubblicò il dispaccio 22 giugno 1778. E dalla
pubblicazione del MinieriRiccio il Beltrani non poté intendere il vero
carattere del doc., che egli prende per una semplice /ettera del marchese
della Sambuca al principe di Francavilla, maggiordomo reale (p. 3); laddove si
tratta d’un regolare dispaccio di segreteria, ossia della ordinaria forma
ufficiale onde erano annunziate tutte le determinazioni reali. Su
quell’accademia vedere anche F. NICOLINI, in GALIANI, Dialetto
napoletano, Napoli, Ricciardi, 1923, Introd., $$ 2, 3. I Sono
pubbl., oltre che nel Del de Regimine Studiorum (N. Collez. ecc., t.
XIII,58 sgg.), nel vol. rarissimo: Statuti della R. Acc. delle scienze e
delle belle lettere, eretta in Napoli dalla Sovrana Munificenza, Stamp.
Reale, 1780. Ivi è anche il lungo elenco dei soci. Facevasi obbligo agli
accademici pensionari d’intervenire a
tutte le private e pubbliche assemblee », e di non allontanarsi dalla capitale, senza averne
prima ottenuto in iscritto l'autentica permissione del presidente ».
Infine, si stabiliva: Ogni accademico pensionario sarà nell’obbligo
indispensabile di comporre in ogni anno una memoria su quell’argomento, che
egli, a propria elezione, scerrà dalla serie degli argomenti dei lavori
scientifici annuali ». Giacché non era riconosciuto ai singoli soci il
diritto di scrivere su qualunque soggetto; ma sì di presentare ogni anno in iscritto un breve parere sul metodo,
sugli argomenti e sulla qualità de’ lavori letterari e scientifici, che
potrebbero per tutto il resto dell’anno in ogni Classe eseguirsi ». Tutti
i pareri poi dovevano essere esaminati da una Deputazione di uomini savi e
intelligenti », nominata, per ciascuna classe, dal presidente, che,
com'era stato ordinato nel dispaccio del 22 giugno, sarebbe stato sempre
il maggiordomo maggiore di S. M. Gennaro fu messo a capo della classe di
Erudizione e storia antica, che, nel dispaccio posteriore del 19 gennaio
1783, fu detta di Alta antichità *. | Nel 1788, uscì il primo ed
unico volume degli Atti di quest’ Accademia, contenente gli atti dalla
fondazione sino all'anno 1787 =. Non vi è nessuna memoria del V. 3;
ma il segretario, Pietro Napoli-Signorelli, nel Discorso istorico
preliminare, esponendo i lavori eseguiti dall’ Acca- [In questo dispaccio
(MINIERI-Riccio, in Arch. Stor. Nap., V. 587), si ordinava ai pensionari
di non astenersi senza il real permesso dal presentare ogni anno una
memoria. Non potendo, si domandasse la grazia di passare tra gli
onorari. 2 Atti della R. Acc. delle scienze e belle lettere di
Napoli, Napoli, Don. Campo, 1788, diXCVIII-374 in -4°, con 18
tavole. 3 Né di altri soci del ramo letterario, salvo una di Dom.
Diodati (della 4® classe, Mezzana Antichità), letta nel 1784 e nel 1786:
Illustrazione delle monete che si mominano nelle Costituzioni delle Due
Sicili. (pp. 313-370). demia in quel primo decennio,
ricorda anche la parte di Gennaro: L'eruditissimo accademico
pensionario della III classe don Gennaro V., degno figliuolo dell’ immortale
autore dei Principit di una Scienza Nuova e suo successore nella cattedra
di Eloquenza nel Liceo Napolitano, prese in una dissertazione con piena
erudizione e fina critica ad illustrar Pompei, celebre città della Campania,
sepolta da diciassette secoli dalle ceneri del Vesuvio. Non ebbe per
oggetto di adornar alcune delle discoperte parti di essa, ma di
considerarla col solo lume degli antichi scrittori e di rilevarne le vicende.
Saggio e modesto quanto sagace osservatore, lontano da ogni ambizione di
produrre cosa nuova in un argomento venerabile per la sua antichità, egli
conseguì la rara lode di saper raccogliere con giudizio e disporre e
combinare insieme con discernimento e dottrina que’ languidi e dispersi
barlumi lasciatici dai greci e dai latini intorno a sì famosa città, e di
apportar somma luce e dar sembianza di novità alle sue erudite ricerche
!. E ne riporta un largo sunto ?, compilato con le parole
stesse dell’autore, come risulta dal confronto con l’originale manoscritto,
conservato tra le carte Villarosa. Codesta memoria il Signorelli assegna
agli anni anteriori al 1783, anno dei terremoti delle Calabrie e di
Messina, che diedero occasione a speciali indagini e studi dell’
Accademia 3. Un'altra memoria del V. ricorda poi, letta nel 1787,
sull’antica repubblica di Locri»; e dice che di essa si attendeva la
continuazione, per pubblicarla nel volume seguente, che non venne più.
Questa memoria era stata preparata da Gennaro con grandissima cura, come
apparisce da molti appunti, che sono tra le sue carte. Dove pure si trova
un buon tratto della medesima, col titolo: Dissertazione sull’ origine,
dominio, legislazione, governo, AttiLXII sgg. ® Pagg.
LXIII-LXX. 3 Vedi su ciò la cit. memoria del BELTRANI. ed
uomini illustri della Repubblica di Locri nella Magna Grecia di G.
V. Parte I: Dell’origine della
Repubblica di Locri ®. Ma altro dové scrivere per
l'Accademia, anche dopo il 1787; e lo stesso Napoli-Signoi:elli, lodando
altrove il medico Silvestro Finamore di Lanciano d'una memoria
sulle antichità lancianesi mandata all'Accademia in forma d’una serie di
questioni, accenna ai dottissimi giudizi portati su di essa da due nostri
valorosi accademici, il giureconsulto Domenico Diodati ed il regio
professor di eloquenza Gennaro V. »; il quale prende per mano tutti
i punti additati nella memoria, e ne illustra buona parte in quanto gli
permette quel periodo tenebroso; e certamente il di lui esame merita (se
pure torni un tempo che ci si conceda ?) che si renda di pubblica
ragione » 3. Quel tempo non tornò più: ma della relazione del V.
sulla memoria del Finamore ci resta una copia di mano del marchese di
Villarosa, insieme con una lettera del 22 giugno 1804 del Finamore, che,
avuto sentore, per la notizia del Napoli-Signorelli, di quella relazione,
e non sperando di vederla presto pubblicata, prega Gennaro V., con
cui era entrato in relazione epistolare, di volergliela comunicare manoscritta
*. E altro fors’'anco scrisse, di cui non ci resta notizia, per
l'Accademia. Certo, quest'occasione a lavori di erudizione
storica troppo tardi sorse nella vita di Gennaro, perché egli fosse
ancora in tempo di produrre molti e notevoli frutti. Il suo genere erano
sempre state, come vedremo, ora I Non resta una copia completa, né anche
della parte I; invece, della Dissertazione sulla città di Pompei ci sono
tre esemplari, fra cui due autografi. ? Per le angustie
finanziarie in cui si trovò l'Accademia, vedi BELTRANI, La RR. Acc. ecc.
3 P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV adombrato în tre
volumi, t. I, Napoli, Migliaccio, 1798, p. 381. I Vedila in
Appendice I] zioni ed epigrafi: il suo ideale letterario, l’elegante
espressione, la frase classica pura: non era andato più oltre. Il suo
mondo, sempre, quel circolo chiuso de’ professori e degli eruditi. Tra i
ricordi della sua lunga vita neppure un alito di affetti domestici. Si
trae un largo respiro, svolgendo le sue carte muffite, quando,
finalmente, s'incontra la seguente lettera, che ci dà al viso quasi
un soffio d’aria fresca. Una villeggiatura di don Gennaro, forse
per una cortesia usatagli dal marchese di Campolattaro. Dalla cui villa
immagino Gennaro scrivesse alla marchesa: Godo immensamente
in sentirvi tutti bene: et infinitamente ringrazio V. S., il Marchesino e
don Andrea della memoria, che avete di me; e le dico che desidererei
poter meglio meritare le cortesie che ricevo. Quelle pere che
le mandai, furono da me raccolte per terra, e come che alla giornata
cadono immature, essendone io ora incaricato, voglio che V. E. ed il
Marchesino le vedano; ed intanto le mandai, perché le avesse riposte,
avendomi detto Giovanni che, accadendo l’ istesso alle sue, egli le
ripone perché col tempo vengono alla maturità, sapendo bene che queste
pere d’ inverno anche si colgono immature, e si ripongono. Io sempre mi
dichiaro non solo pronto, ma anche ambizioso di ricevere l’onore di
tutte l’ EE. VV., ma sempre con quella condizione; e desidererei che
il Marchesino non misurasse me alla sua misura, e che si facesse
carico della gran disparità della condizione e dello stato suo e mio, ed
ancora della mia corte compendiosissima; perché una brieve anticipazione
porta, che, se non posso far quel che devo, almeno fo quel che posso.
Onde tanto Lui quanto V. E. faccino conto di tener qui un fattore di campagna:
basta che si diano la pena di mandarmi l’ordine, per far conoscere il
piacere di eseguirlo. Poiché state colla falsa prevenzione che,
favorendomi con anticipazione, io mi metta in cerimonie (veramente vi
feci truovar archi e trofei!) per toglier ogni briga, e per aver l’onore
[dei] vostri favori, fo una solenne dichiarazione, col contentarmi
che la medesima sia anche ridotta in forma di pubblico istromento
da potermi esser liquidato in ogni corte e foro, rinunciando ex nunc pro
hinc ad ogni eccezione, così dilatoria come perentoria e declinatoria di
foro, la quale è del tenore seguente, videlicet: Dichiaro e mi obbligo
etiam cum juramento quatenus opus, che, anticipandomi l’avviso de’ vostri
favori, io sia tenuto farvi truovare non più né meno né altro di quello che è
mio ordinario mangiare, intendendosi d’anticipazione a solo fine che
non restiamo tutti digiuni !. Intorno al 1790, a cagione di
grave infermità sopravvenutagli, Gennaro V. fu costretto a smettere il
suo insegnamento. Non potendo più leggere la memoria d’obbligo
all'Accademia, perdette, non saprei dir quando, anche quel posto. E si
preparò al triste tramonto. Dissi sopra * che, nel 1797, rivolse una
supplica a Ferdinando IV, per esporgli il suo misero stato, e chiedere un
sussidio. Dopo il tratto già riferito, il vecchio V. continuava a
raccontare di sé: Anni addietro essendoglisi aperto un gran tumor
cistico, che da tanti anni aveva alla gola, con un fiume perenne di
sangue, che per cinque mesi lo tenne inchiodato in un fondo di
letto, disperato da’ medici, il fu don Nicola Frongillo, degnissimo
Lettore dell’ Università, lo curò, ed espressamente gli proibì, che non
avesse pensato più a montar sulla Cattedra, perché avrebbe corso evidente
pericolo di discenderne morto. Il quale ancor tiene I La lettera
nella minuta, da cui la pubblico, non ha né data né intestazione; ma
nello stesso foglio, a riscontro della minuta della lettera, sono due
abbozzi, pure di mano di Gennaro, della seguente epigrafe:
Villam hanc suburbanam breve otii negotiique confinium
atîris salubritate laxiorisque amoenitate prospectus facile
principem N. Blanch Campilactaris Marchio sibi emptam sibi
auctam atque ad ingeniosissimam elegantiam
compositam instructamque genio suo comparavit. Mi par
ovvio che la epigrafe sia stata composta dove fu scritta la lettera, cioè
nella villa Blanch, ora Famiglietti, a Mojarello (Capodimonte).] aperto. Nel
principio del suo male, per non far mancanza, stabilì per suo Sostituto
il Sacerdote secolare don Ignazio Falconieri 1, conosciuto per le sue
opere. Lo partecipò tosto a monsignor Cappellano Maggiore, per averne il
permesso, il quale molto ne commendò la scelta; sempre però che la M. V. si
degni di confermarla. Ed il medesimo ha continuato con soddisfazione,
dovendolo il supplicante mantenere a suo costo, con detrarlo dalle
angustissime sue finanze, non avendo il suo sostentamento altro appoggio, che
quello della Vostra Real Munificenza. Continuava, rammentando i
favori già ottenuti da’ Borboni, e confidava implorando un generoso
sussidio dalla munificenza reale. Ma pare che la supplica rimanesse
dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare l’istanza,
abbre 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la prima volta nel
1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto un'edizione
del 1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La giovinezza
di F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri, fu,
com’ è noto, afforcato il 31 ottobre 1799. Era gran patriota, molto impiegato e
stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ». Così
D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il
sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei
Calendari di corte, da me veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non
compare mai il nome del Falconieri come sostituto del V.. Questi vi
figura sempre come insegnante. Doveva perciò essere una sostituzione
affatto privata. E chi sa che il modo, in cui fu messo fuori dall’
insegnamento universitario, non sia stato pel Falconieri un motivo
personale per fare quel che fece nel 1799, e che è ricordato nella
sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli avvenimenti del
1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per servire
alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe
addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di aver educato i giovani
per la Repubblica ». Fu infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce,
La Rivoluzione napoletana del 1799, Bari, Laterza, 1912, p. 87. Commissario per
l’organizzazione repubblicana del Volturno, ebbe segretario Vincenzo
Cuoco: SANSONE, p. 356 e RucGIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico,
Rocca S. Casciano, 1903, p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M.
D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti della libertà e della patria
uccisi dal carnefice, Roma, 1883,264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre
la Rettorica, pubblicò altre opere letterarie, che sono indicate dal
D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un
breve rapporto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser
sottomessa nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe
dovuto esser segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è
traccia. 242 STUDI VICHIANI viando tutta la parte
della prima supplica, che abbiamo riferita: e conservando, nel resto, i
termini stessi, che sono i seguenti: Ora, essendo giunto all’età di
82 anni, indebolito da tutti que’ mali, che ne sono l’ indispensabile
conseguenza; ed ammirando alla giornata la somma Munificenza della M. V.
verso di tutti, per cui tanto si assomiglia al Beneficentissimo Dio,
di cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è chi per qualche
suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte inesausto
di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dissetato; anzi la M. V. è
talmente trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne previene li
voti, e ne risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante ben due
volte l’ ha sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la
Real Accademia delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta
Antichità, Greca e Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la
Reale Accademia è divisa: dovendo far la scelta de’ Maestri per
istruir nelle scienze S. A. R. il principe Ereditario, senza che esso
neppur osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo per precettore ne’ studi
delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo onore per l’eccezione della sua
cagionevole salute, per cui doveva spesso, e lungo tempo mancare, non
poté conseguire. Or, se cotesto Sacro Fonte basta che sappia su di chi
debba diffondersi, che da sé si apre, ed a larga mano versa le sue
Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in se stesso, in
quanta maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando in mano
la chiave delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita esso
vi è ricorso: la prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e
ritornossene supra vota pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda,
al Trono di V. M., che ne siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora
un generoso sussidio dalla Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua
cadente età, in cui ha bisogno preciso di qualche comodo maggiore, non
abbia da sempre luttare coll’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e
l’avrà a grazia, ut Deus. I In questa seconda istanza
corregge l’anno 1696, in cui, la prima volta, aveva detto essere stata
conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo e gli altri docc. qui
appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono tolti dagli
Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 dicembre 1797 (Arch. Sta.
Napoli). In cima alla nuova supplica dalla Segreteria
dell’eccleslastico fu apposta (forse, in seguito ad ordine reale) la nota
seguente: 25 febbraio 1797. Informi, e
manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica stessa
dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua
consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del V.,
aggiungeva: Poiché la M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso
Febbraio mi ha comandato, che informi, e manifesti il mio parere,
debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i lunghissimi
servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal
padre don Gio. Battista V., illustre letterato, e dal figlio
supplicante don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a
questa Regia Università degli Studi, con decoro della medesima, e
con profitto della studiosa gioventù. Sono ancora vere le
circostanze della cagionevole salute dello stesso supplicante don
Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di
circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un
tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa
provvedere ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa degnarsi V. M.
conferirgli una pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di
altro fondo che stimi più proprio. Il signore Iddio conservi
lungamente e sempre prosperi la vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6
Maggio 1697 = Umilissimo Vassallo = L. Arciv. di Colosso Capp. M.
Il ritardo della consulta derivò dal ritiro, accaduto nel corso dell’anno
1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto Capobianco, arcivescovo
di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel febbraio 1798. Il
successore nella cappellania maggiore, del quale si ha notizia, è
mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel
dicembre 1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di
Colosso, dal maggio, forse, al dicembre. Vedi il Catalogo de’ Cappellani
Maggiori del Regno di Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P.
Luici Guarini], Napoli, Coda, Il 23 maggio, la supplica, con la
relazione del cappellano, fu presentata al re, che era a Foggia, e dispose
che gli si proponga questo
espediente al suo felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto,
il 12 luglio. E sulla pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M.
indichi gli esempi delle pensioni accordate a’ lettori emeriti dell’ Università
degli Studi, e quale sia il soldo, che gode il ricorrente.
Questi ordini furono trasmessi al cappellano maggiore, con dispaccio dell’ecclesiastico
del 22 luglio 1797. Qual differenza dalla sollecitudine usata nel ’40 e
nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di Giambattista V. !
L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra relazione al
Re: Signore, In adempimento del Real comando, le fo
presente, riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è
isolata e non ha ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di
grado in grado giungono alle primarie. Non vi è esempio di Lettore
emerito a cui sieno state accordate pensioni; ma non vi è esempio
altresì di Lettore, il quale abbia servito 60 anni, che fa il corso di
una lunga vita, con potersi anche considerare, che già sia scorso
un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza
interruzione la Cattedra di Rettorica nella Regia Università.
Riguardo alla seconda parte, debbo rassegnarle che il padre del
supplicante don Gio. Battista V., il quale illustrò questa Regia
Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo di soli docati cento:
che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a docati duecento, e
così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V. ordinò che l’
Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche
Sulla origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo,
Palermo, Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons.
Capobianco. I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145
(Arch. Sta. Napoli). al Salvadore; nel qual passaggio, essendo la
sua Cattedra entrata nel ruolo di quelle, che debbono leggere fino alli
28 di Settembre, per tale accrescimento di fatighe gli furono aggiunti
altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già servito quarant’anni,
per avere il soldo di docati trecento che godono anche i lettori
più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta
l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno,
ed a dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està
andassero di séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia
Reale delle scienze V. M. si degnò eleggere il supplicante per direttore
del Ramo dell'Alta antichità colla pensione di docati sessanta, e questa
gli è mancata: altri piccioli emolumenti dice di essergli minorati: ed a
queste detrazioni si aggiunge che per la sua cadente età dovrà
pagare docati 30 annui per lo mantenimento del Sostituto. Quindi
egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi, della sua età
e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo sostentamento
della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti docati
annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la
Vostra Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umilissimo
Vassallo = L. Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica
nel Consiglio, il 26 agosto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro V.
sì desse la giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti,
che ha perduti». E il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini,
segretario dell’ecclesiastico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al
principe d’ Ischitella, segretario dell’ azienda. Giubilato V., si
ordinò tosto il concorso per la cattedra di rettorica. Ma, per allora,
non ebbe effetto. Ecco in proposito una relazione del cappellano
maggiore, curioso documento di quel che fosse allora un concorso
universitario: ue usata ! Vedili in Appendice
I. Il Sig.r...Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra
di Rettorica per la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore
don Gennaro di V., e si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il
concorso per la provvista di tale Cattedra, con doversi prima riferire i
nomi, cognomi e patria di coloro, che dopo l’editto si ascrivono per
detto concorso. Si è di già affisso l’editto a norma de’ Sovrani
ordini; ma, frattanto che non si diverrà all’elezione del proprietario
professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la quale
è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura
dalla gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il
Sacerdote don Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel
Seminario arcivescovile, il quale coll’acclusa supplica si è offerto d’
insegnare le Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima
sin tanto che si eseguirà l’ordinato concorso, senza pretendere soldo o
riconoscenza veruna, ma soltanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode
ragioni di accettare questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato
non solo per l'abilità nella materia, in grado già di Professore, ma
è noto eziandio pel costume irreprensibile, e pe’ puri sentimenti
morali e di attaccamento al Regio Trono: e perché, senza alcun
pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede al bene
pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione
necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla
intelligenza di V. M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi
approvare che il Sac. don Niccola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie
nella Cattedra di Rettorica della Università dei Regi studi, sin a che
non sia provvista del professore in esito dell’ordinato concorso, in
qualità di sostituto, e senza poter pretendere né soldo, né
riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !. A
Gennaro V. però dispiacque la giubilazione, e più una notevole perdita
che l'abbandono della cattedra e la trasformazione del soldo in pensione
gli avrebbe arrecata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il quale,
I Relazioni del Cappellano maggiore.] deferito al re, non ebbe se non
questa dura risposta, segnata in margine alla pratica: Da
Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa risoluzione.
Ma V. non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso, con lievi mutamenti di
forma. Riferisco questo secondo: Ss. R. M. Signore,
Gennaro V., pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia
Università de’ Studi, prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V.,
umilmente le rappresenta, che essendosi per sua Real Munificenza degnata,
con sua real Carta de’ 9 del caduto, ordinare che gli si dia la
giubilazione coll’intiero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti:
esso supplicante si dà lo spirito di umilmente esporle, che il soldo è
immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, la quale gli
scema il pieno godimento del soldo intiero, che la M. V. si è degnata
concederli: onde la supplica a volersi compiacere di accordargli l’
intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto, secondando in questo la
generosa inclinazione del Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla cattedra
di Rettorica è privatamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica
!; e questo gli si è dimezzato; ma ne ritiene ed esige l’altra mettà.
Egli si augura che la mente di V. M. sia, I L’esame di Rettorica
era una specie di baccellierato. La Prammatica del conte di Lemos del 1616,
parte III, tit. II, art. I dice:
Ordiniamo e comandiamo che niuno studente grammatico possa passare
ad intendere niuna facoltà o scienza, senza prima essere stato esaminato per lo
cattedratico, seu lettore di Rettorica, il quale a quello che approverà
per sufficiente ed abile, darà una fede firmata di sua mano, nella quale
dichiarerà averlo trovato idoneo, per poter passare alla facoltà che
domanda; e lo Studente che sarà passato in qualsivoglia altro modo, non
guadagnerà il corso in quella facoltà, che passò infin a tanto che non
sarà esaminato ». L'art. 4 stabilisce che per questo esame lo studente, sia
approvato o sia riprovato, paghi all’esaminatore mezzo carlino ». Cfr. ora N.
CORTESE in Storia della Università di Napoli, Napoli, Ricciardi.] che su
quel che ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha perduto; dovendosi
intender l’ istesso sul soprasoldo, che godeva di duc. 47, solito
distribuirsi alli Lettori più emeriti, dimenticato nella sua prima
supplica; e questo anche è decimato, esigendone duc. 38. Il che fa
crescere la somma del compenso accordatogli dalla Vostra Real Clemenza a
duc. 130, inclusivi li duc. 60 dell'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M.
V., che è quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed
umilmente la supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo
immune da decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne
il compenso accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti
annessi alla cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba
ripeterlo. Qualora poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene ed
esige in essi emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe a duc.
200, che, uniti alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc. 500: nel qual
caso potrebbe la M. V. degnarsi ordinare, che gli si corrispondano duc.
500 annui, immuni ed esenti da decima, e da ogn’altro peso, essendogli
sensibile ogni qualunque detrazione nella sua cadente età, in cui ha
bisogno di qualche comodo maggiore: confidando di tutto conseguire
dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in considerazione di un
povero suo suddito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto
riceverà a grazia, ut Deus. Gennaro V. supplica come
sopra. Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine
seguente, eseguito il 18 novembre ‘97:
Il C. M. s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo
presente l’antecedente sua relazione, volendo S. M. che si riesamini ».
Il cappellano maggiore rispose, questa volta con una lunga relazione, in
cui premette la storia della lunga pratica; e prosegue: In oggi lo
stesso don Gennaro V., con ricorso umiliato nelle vostre Reali mani,
espone, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta
alla decima, e chiede che gli si faccia godere il soldo intero senza
alcun peso. Espone inoltre che alla Cattedra di Rettorica è
privativamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica, e questo gli
si è dimezzato: che anche il soprasoldo che godea di annui D.ti
47, si è minorato ad annui D.ti 38, onde fa ascendere il compenso da V.
M. ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora dovesse lasciare i detti
emolumenti, il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al soldo di detti D.ti
300, formano la somma di D.ti 500; e quindi implora la grazia di
ordinarsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti
da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra
detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo
maggiore. Debbo inoltre aggiungere, che lo stesso don Gennaro V.,
essendosi a me presentato, mi ha fatto conoscere, che avrebbe desiderato
il solo domandato sussidio senza la giubilazione; affinché gli fosse continuato
l’onore di pubblico Regio Professore fino alla morte. Quindi
sommetto io alla sovrana intelligenza, che l’emolumento delle fedi di Rettorica
non si è dimezzato al supplicante don Gennaro V., se non che per la
condizione de’ tempi, in cui è minore il numero di coloro che si prendono
la laurea dottorale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di
novello Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali
fedi, giacché il giubilato de V. non potrebbe attestare ciò che non
potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don Gennaro V.
continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla pensione di annui
D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe con queste un giusto
compenso per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta
antichità dell’ Accademia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e
negli emolumenti delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di
annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora avesse per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano, il quale si è
offerto di leggere in tale qualità senza pretendere soldo o riconoscenza
veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per la sostituzione nella
stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino a che non fosse
provvista di proprietario in esito del concorso ordinato; essendo detto
Ciampitti riputato non solo per l’abilità in grado di Professore, ma noto
eziandio per lo costume irreprensibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di
attaccamento al Regio Trono. La giubilazione, o Signore, del
ricorrente don Gennaro V., non vi ha dubbio, che sia stato un effetto
della vostra Sovrana Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi,
considerando il lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli
ama di proseguire per quanto può nel servigio, e morire coll’onore
di Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò che ha perduto,
così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno amore il
risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e continui
ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica, accordandogli per
sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo o riconoscenza
alcuna, come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore Iddio
lungamente conservi e sempre prosperi la vostra Sagra Real Persona. = Di
V. M. = Napoli 25 novembre 1797 = L. Arciv. di Colosso. Allora, il
12 dicembre 1797, il re prese la seguente decisione: Il Re,
prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore
di Rettorica don Gennaro V., permette, che lo stesso rimanga nella
Cattedra valendosi di un sostituto; e nel tempo stesso, per dare al
medesimo un segno di sua sovrana beneficenza, gli accorda l’annua
pensione di ducati 120 sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della
decima. Nel comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che,
rispetto al sostituto nominato, la M. S. li comunicherà appresso i
suoi R.li ordini. Resti accordato per sostituto il proposto
don Nicola Ciampitti, qualora la Giunta di Stato non l’abbia notato, e perciò
se gli faccia la domanda. C[orradini]. es.° a
19. Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i processi del 1794, e
che tutta la cultura è venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini,
adunque, dové prima assumere le informazioni politiche relative al
Ciampitti; che gli vennero con questa lettera del principe di
Castelcicala: Dalla consulta della Suprema particolare Giunta
delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre, avendo rilevato il Re
che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna nota o
indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal
Cappellano Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica
ne’ Regj Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato,
Affari esteri, Marina e Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua
intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2 del suddetto Dicembre. = Palazzo
16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala Sig. Marchese
Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare
questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: Si comunichi al
Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua,
accordando al Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica
». Ed ecco, infine il decreto, in data 19 dicembre 1797, con
cui si chiuse questo piato lungo e pietoso: Il Re, prendendo in
considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore di Rettorica
don Gennaro V., permette che lo stesso rimanga nella cattedra, valendosi
del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel tempo stesso, per
dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana beneficenza, è
venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul
Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo
di Real Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella
prevenzione di essersi dati gli ordini alla Camera, per la pensione al
Monte Frumentario. Palazzo, 19 dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig.
Principe d’ Ischitella 2. Così nel Calendario di Corte del 1798,
per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto al nome di Gennaro V.
sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I Segnato in
margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 In
vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro V.
Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc.
ecc. Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135
a. Seguono ivi i pagamenti delle rate fatti al V. fino al 21 marzo 1805
(c. 135 d). A c. 168 d sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giugno e 5
dicembre 1805. In pari data era comunicato lo stesso Decreto al
Cappellano maggiore. Dispacci dell’ Ecclesiastico, 534, fol. 3 db.
Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di razione: R. Studj Pompei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti
di soldo fatti a Gennaro V. sostituto. Ma, disgraziatamente, non
ci restano 1 Calendari degli anni 1799-1804. Per quanti anni
insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero pensare che fino
alla morte di Gennaro V. egli continuasse a sostituirlo: Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi,
ad occupar la cattedra di Eloquenza nella R. Università degli Studi, che
per la decrepita età di Gennaro V. era stata dal medesimo abbandonata.
Nella qual palestra, avendo egli mostrato non volgar valore, come
ordinario professore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1. Ma, nel
Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro V., don Nicola
Rossi, che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del liceo
arcivescovile 2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie
furono inaugurate nel chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università
tornò al Gesù Vecchio, il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’
Oratio Nicolai Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et
Poetic. Prof. subst. habita in aedibus Montis Oliveti in prima solemni
studiorum instauratione An. MDCCCV 5. dal 21 ottobre 1799 al 5
dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12 leggesi anche una
serie di pagamenti al medesimo, per gli anni precedenti. I Elogio
di N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria
del Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche
del metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VILLAROSA, Ritratti
poetici, Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti,
pron. nell’ad. gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, 7-8) parla anche
lui della nomina di sostituto nel 1798, della decrepitezza del V., e della
nomina d’ordinario nel 1806 per
proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche
RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO
GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224.
2 C'è infatti un Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus
auctore NicoLAo Rossio in Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùiterarum
professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo, Cron. civ. e milit. delle Due
Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli, 1857, p. 213. 4
DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita
civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursinum, di32, s. a. VI. IL
FIGLIO DI V. Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua
peritanza per la solennità dell’occasione, dice fra l’altro: Moveor etiam 1ipsius loci insolentia, qui ut
prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo ominosum vitio
meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam offensionem
habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo, non
la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe
sostituito V. anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima
rata del suo stipendio il 5 dicembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe
toccato nel marzo 1806. Nel qual anno Gennaro morì 3. Un decreto del 31
ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte, riordinava, come vedremo, gli studi dell’
Università; sopprimeva varie cattedre fra cui quella di Rettorica »; e disponeva: Tutti 1 professori proprietari delle
cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubilazione
» 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la giubilazione
a ventidue professori universitari, fra i quali sono 1 titolari delle cattedre
soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre istituiva
bensì, come vedremo, una cattedra di
Eloquenza antica e moderna ». Ma appunto a questa un decreto del 14 novembre
° nominava il canonico Nicola Ciampitti. V., adunque, morì poco
dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. * Vedi sopra
p. 251 n. 2. 3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro,
che fu pubblicato il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due
giorni prima. 4 V. Collez. degli editti, determinazioni, decreti e
leggi di S. M. da' 15 febbr. a’ 31 dic. 1806, Napoli, Stamp.
Simoniana,384, 385. Lo stesso Decreto è nella Collez. delle leggi, de’
decr. e di altri atti riguardante la P. S. promulgati nel già Reame di
Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63, I, 6 sgg. 5
Collez. degli editti cit., 465-6. 6 Ivi, 424-5 7 Il march. di
ViLLarosa, nel suo art. biografico su G. V., nei Ritratti poetici, ed.
1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il Ritratto
» di V.), GLI SCRITTI DI GENNARO V. E IL SUO INSEGNAMENTO
Quando Gennaro V. lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’ Origine
della repubblica di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era
l’abate Filippo De Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in
esametri latini del Tempio di Cnido del Montesquieu (1786),
l’autore dell’anonimo Hirpini poétae in Germanum Penthecatosticon contro
l’ Archenholz (1789), e di varie opere erudite, come i commentari Ad sex
primorum Caesarum genealogicam arborem, pubblicati. L’ab. De
Martino, che sapeva comporre esametri e distici per ogni occasione ?,
salsus attice doctissimus
eloquio lepidissimus colloquio 3, fu
ispirato dalla sua facile musa a indirizzare a Gennaro V. i seguenti
versi, che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché
illeggibile scrittura 4 dell’autore: non indica nessuna data; o
meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli Opuscoli di V. da lui pubblicati,
ma sbaglia indicando il 1816 invece del 1818. Dice che Gennaro finì di vivere
nell’età di anni 78. Ma è un errore, come hanno dimostrato i nostri docc.
E così erronea è l'indicazione di una Oratio ibid. (sc. in R. Neapolit.
Acad.) în solemni studior. instauratione, An. 1768; che è l’ Orazione Optima
studendi ratio del 1774, pubblicata con quella In Regiis Nuptiis del
1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA, Ritratti
poetici, 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu
pubblicata a Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta
per lui nel Sepulcretum amicabile di E. CAMPOLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il
NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic.,
Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p. 190: « E tuttavia risuona fra noi la
cetra armoniosa dell’ab. Filippo Martini, il quale presso a compiere il
sedicesimo lustro di sua età serba in vecchie membra giovanile vigore e
fecondità e facilità pari alla vena ovidiana ». 4 Anche il
VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe stato age AL = _ E
Ri © n n onice ci i ce a = ZA Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem
quis te virtutis jam paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget
? Ambo fortuna digni meliore, sed ambo Sprevistis caecam.
Gloria parta satis: Trans Apenninos, Alpes gelidamque
Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis erit. Ad
eundem pro Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos,
pene sepultos, Et nitido praefers lumine jam facem. Hesperia !
reducis magnis hinc bobus abactis Amphitryoniadis maxima pompa
fuit. Et terrae motum ?, quo corruit Vrbe theatrum, Pompej,
Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum, tristi sed
corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam
foedum vidit quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium
3 Arrosos ungues scalptum caput, osque columnae Innixum nobis
nobile monstrat opus. Ad eundem pro Dissertatione de Locris
Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam studium, vigilemque
lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae regio
Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit.
Hic Locros memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus
innumerasque vices, « amicissimo », diceva (l. c.) di possedere
moltissimi versi del medesimo scritti col di lui poco intelligibil
carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla leggenda
menzionata anche nella Dissertazione del V., e che si trova in SoLIno
(II, 5); la quale spiega il nome di Pompei quia [Ercole, fondatore di
Pompei] pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d.
C. 3 Commodum gladiatorem (Postilla del De M.). Hinc
mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano Vitigatore nihil.
Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem; mentitur
Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem
? Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui
amantissimum tibique addictissimum, quod sponte talis, amare perge.
PH. TUUS. Del resto anche nell’invettiva contro il dotto tedesco
aveva esaltato Gennaro V. insieme col padre glorioso: En Vicum
ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo per loca trita
solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par
animo natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla
enumerazione degli altri maggiori discepoli del V., a capo dei quali
pel De Martino stava Gennaro
patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle
note, aggiungendo: Multas etiam edidit orationes ac dissertationes,
easque eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquentram
meritissimus patris successor docet ». Multas, no: DI
ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I Accenna al curioso
fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo V. nella sua Dissertazione su
Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori antichi, che le
cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero mute, e al di
qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno studioso del luogo, al quale Gennaro
V. per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe
informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se
notavasi ancora il curioso fenomeno, rispondeva: Quel che si dice delle cicale mutole e vocali
non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi
abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De
M.). 3 Hyrpini potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ.
Simoniana, 1789, 17 e 48; cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere
del V. e sul vichianismo, in Critica. E col De Martino un altro poeta, Giovanni
Fantoni, Labindo, che allora era a Napoli e stretto in amicizia a
Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non in versi, alla sua dotta
dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse quattro anni più tardi,
quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera del 1791, in
occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte Antonio
di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario V.,
eruditissimo viro ac amico suavissimo, in obitu Lycophontis :
Desine, Vice, meum lacrimis urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore
regnat amor. Regnat, et assiduis late loca questibus implet Et
frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes
magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così
via per altri undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro
si può vedere dalla risposta in prosa che egli fece ai distici del De
Martino, e che non vale certo meno di essi. In questa lettera c'è tutto
lui: Philippo De Martino Januarius Vicus S. D.
Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi comite
adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia
fu pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte
di D. Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Cantalupo Principe di S. Martino
Marchese di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4°
(s.a.); ma è stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle
Poesie, a cura di Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una
cortese comunicazione dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa
determinazione del tempo in cui l’elegia fu scritta.
Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata virtus cum
compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus
decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a
me ipso quasi abductus ea inexplebili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot
tantarumque venustatum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua
molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed
longe absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia:
illa enim tempore egent, ut conficiantur; haec facillime
concoquuntur, ac statim in vires et sanguinem transeunt. Quapropter cum
res tuas legendas, imo potius admirandas suscipio, in quibus cum
sententiarum splendorem, tum, velut in vermiculato emblemate, sic structa
verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere audeam, ea
jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam, quod
sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim
Tuo lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne
mihi, ne tibi desim, te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut
quedam officia vel cum aliquo periculo praestanda sint. Fortasse
inquies, quid agis ? Satin’ sanus es? qui me postules ad te vocare ? Vide ne
quid temere facias! Visne tuum pusillum censum absumere ? audio: ineptus,
profusus, impudens videar, quidvis, potius, dum ne sim inofficiosus.
Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola duas Oratiunculas ?,
quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et pro dignitate
tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita canentes
stipem emendicant. Quanto
sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me opinionem, quaecumque ea
esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis modo recipiat,
etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave quidem
et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus incidas:
cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria, sed
libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano
Patrizi (1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’
Università, dotto giureconsulto, autore anche di una Dissertazione sul Teatro
(inedita), che è lodata dal Metastasio, vedi ViLLAROSA, Ritratti, 55-57.
2 Le due Orazioni stampate: In Regiis Nuptiis e Optima studendi
ratio. homines morosi et difficiles ut nodum in scirpo quaerant. Haec
eo dico, ne me putes laureolam in mustaceo quaerere voluisse: quod
vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere cessaverim; magnum sane
nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud me plurimum possunt,
voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare desinerem. Nunc
tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum tuarum:
pone, quaeso, munditias, pone lautitias tuas; illam denique eruditissimi
palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone: da te
mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque
omnium egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in
coena panem atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos
frictos et silvestria poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori
servires ? Quidni amici tempori inservias? et siquid ei exciderit, quod tibi
minus probetur (id vero pro meo jure postulem) transverso calamo signes ?
Utinam ne cuncta: atque ejus causam suscipias ? Equidem liquido jurare
possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis: tantum iis dignationis
accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male
factum: aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et
sanctissimae monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu
versari !. Quid ? visne solus
ignorare, vulgo quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas,
inarescere ? Credis id Manes curare sepultos ?
ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi
non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma
irreprensibile, e non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria
di chi lo scrisse ci assicura la doppia copia ?, che se ne trova
tra le carte di Gennaro, e ci fa pensare che questi la dové dare a
leggere a qualche amico. Certo, già questa lettera I Della sorella
Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle Cappuccine di Aversa, e
morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è ricordata dal
VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza
tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta.] dimostra
una conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico.
Ma s’ingannerebbe chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma
fosse tutto. Non era stato questo l’insegnamento paterno. Chi non ha letta
l’orazione di G. B. V. De nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In
essa 1l professore di rettorica si permetteva di criticare l’indirizzo di
tutti gli studi del tempo suo, e di additare a tutti un’altra via. Onde
sulla fine sospettava che altri potesse ammonirlo: Quid tua, inquiet,
ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt, disserenda suscipere ? » e
rispondeva: Nihil mea Ioh. Baptistae a V.; at mea multum eloquentiae
professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc studiorum
universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias artesque
doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere
ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae
regi dat de ordinanda studiorum universitate consilium, ut
adolescentes, non omni doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae
studiis prohibeantur. Nam quid aliud est eloquentia nist sapientia, quae ornate
copioseque et ad sensum communem accommodate loquatur?»:. E, nelle
Institutiones oratoriae, che V. dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la
filosofia è detta rhetoricae instrumentum maxime necessarnum. E, nelle aggiunte
postume alla propria Vita, parlando del suo insegnamento di rettorica, ci
fa sapere che egli non ragionò mai delle cose dell’eloquenza, se
non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza altro non è, che
la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella che doveva
indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre attendevano
alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr. IL
FIGLIO DI V. questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti
ben sl corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che
di parole. E che non dissimile, mutatis mutandis, debba
essere stato anche quello del figlio, basta ad attestarcelo
l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab animo ecc., della
quale giova dare particolare notizia, come documento dell’indirizzo
mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto
allontanati dall’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem,
species ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ?
E fa la curiosa e giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti
grandi oratori prima che s’inventasse la rettorica; laddove il decadimento
dell’oratoria incomincia proprio dalla invenzione di questa. E già anche
il padre, nelle Istituzioni, aveva detto:
Sine natura, sine exercitatone, ars misera dicendi officina est. Omnes
enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque
evasit eloquens, sive adeo disertus ? Itaque praestare putarim hanc artem
praeceptionibus parce parcam, optimorum vero exemplorum tradere adolescentibus
maxime copiosam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu
in eius subtili disputatione immorantur»?. Già il padre dunque aveva scosso la
fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam
constat quod, inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc
dicendi studium tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix
singuli mediocres oratores extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam,
tam longe latedue dissitam definiendam magis aptum excogitari potuit,
quam eam in arte redigere, quae nonnisi cognitis penitusque perspectis,
et nunquam pallentibus rebus continetur ? Nonne nobis facillime actu
videatur, quod quae observata sunt in usu et ratione dicendi, haec ab
homi I Opere, V, 75. ? V., Instituz. orat. e scritti inediti,
Napoli, Morano, 1865, p. 9. nibus acutissimis animadversa, notata,
verbis designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod
illi sive natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente
natura, atque aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri
debet, quod quibus adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae
fere reconditis atque abditis fontibus hauriuntur, tantum incrementum
sunt adeptae, iis haec dicendi ratio, quae in communi hominum more et
sermone versatur, tantum accepit detrimentum, ut difficile dijudicari
possit, utrum artis inventio profuerit magis an funditus everterit hanc
liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai moderni l’intelligenza
degli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi, che gli ingegni
moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu figlio del sec.
XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis
inventis, novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio
non animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locupletatam,
ut nihil fortasse quicquam quod ad humanos usus pertineat amplius excogitandum,
nihilque in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera
ragione sta proprio, secondo Gennaro, nell'insegnamento della rettorica; non,
di certo, per colpa della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di
chi l’in segna: Non enim tam infestum animum in artem gero, ut
putem eam nullius bonae frugis esse; nec ignoro multa adjumenta
atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse subministrata; at
rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere, quae nec
arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi ad
commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi
proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad
excolendum oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem
quaedam limare posse, et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae
non optima, aliquo tamen modo acui posse et corrigi: at contra sic
sentio, nisi subsit materia, in qua versetur, nihil quicquam proficere
posse. Verum, seposita arte, cum ista artificum intemperie mihi res
est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae studiis, sine quibus eloquentia
consistere nequit, in lingua tantum exercenda occupati, ex hujus
artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e maximo dicendi
emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse contendunt;
eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam, in eam
fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus
laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent,
nihil omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit
incommodum, haec gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac
seclusa verborum aquula juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et
perenni sapientiae fonte, a quo solida omnis et generosa dicendi virtus
promanavit, avertere atque abducere conantur. Hic factum est ut nostrorum
temporum diserti sapientiae studia reformident; in paucissimos sensus, in
inanem verborum sonitum, nulla re subjecta, in angustas sententias
detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo atque in pistrinum aliquod
dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut ducem,
verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire
dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della
filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores:
at postquam isti verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a
sapientia, quae natura ipsa conjunctae erant, dissociarunt, et facto
quodam linguae a corde divortio, quo alii nos sapere, alii dicere docerent,
dum linguam in quaestu ponunt, animum desidia et socordia tabescere
patiuntur, uberrimus fons eloquentiae prorsus exharuit. Gennaro V.
si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo che la vera
eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso dell’argomento. E lo
dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est, quam
isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae,
etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen
occultam suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim
multarum artium scientia etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi
minime credas, eminet atque excellit: atque adeo si, quod isti ipsi
celeri lingua et exercitata operarii fatentur, verum est, quod
persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse
eloquentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis
scientia illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verborum volubilitas
inanis est atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam
gignit: quonam pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere
vagari liceat, atque ubicumque constiterit, consistere in suo, nisi ei qui
dicit, ea de quibus dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere
et ab angustis ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in amplissimum
generum campum causam educere, nisi res subsit ab oratore percepta penitusque
cognita ? V., quindi, si fermava a provare partitamente come
i fini principali dell’oratoria presuppongano la conoscenza delle parti
principali della filosofia, per conchiudere anche lui, come già il padre:
eloquentiam nihil aliud esse, nisi copiose loquentem sapientiam. Ma quale
filosofia ? E s’insegnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia
capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B. V., nel 1711, aveva
detto: Per ciò che riguarda la
filosofia; come anticamente né la dottrina degli epicurei, né degli
stoici era utile all’eloquenza (quando gli epicurei della nuda e semplice
esposizione delle cose si contentavano, e gli stoici col troppo affettare sublimità,
ciò che nell’orazione e nello stesso spirito ha di generoso, infrangeano
e cincischiavano, e tolto ogni succo ne denudavan le ossa disciolte per
soprappiù di lor giunture); così oggi né la cartesiana, né l’aristotelica
del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni
e rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto, che io
stimo l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur coltivasi
diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi
principalmente corrotta perché le cose filosofiche senza splendore
alcuno, senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756
insegnava filosofia, già dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio
Genovesi. Pure Gennaro, da buon figliuolo di Giambattista, dice
vichianamente al suo uditorio accademico: Audacter dicam quod
sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum eloquentiae
afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed
tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae
studiis instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari
conantur, moralem penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de
humani generis ingenio, ejusque affectibus, de propriis virtutum et
vitiorum notis, deque illa decori arte omnium difficillima disserit:
atque adeo praestantissima de republica doctrina nobis deserta et inculta
jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit veritas, vestigamus rerum
naturam, quae certa est, hominum naturam non vestigamus, quae ab arbitrio
est incertissima. Anche nelle ultime parole pare di scorgere una
reminiscenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo della
seconda Scienza Nuova: A chiunque vi rifletta,
dee recar maraviglia, come tutti i filosofi seriosamente sì studiarono di
conseguire la scienza di questo mondo naturale; del quale, perché Iddio
egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su
questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché
l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini
». Non più che una reminiscenza: già lo spirito è diverso.
Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in
ciò Gennaro segue da presso il padre. I Institut. orat., 7-8. Ho
citato la trad. del Parchetti, pel suo sapore vichiano. Epicurus,
etsi eum in sapientum numero! censeo, nuda ac simplici rerum expositione
contentus dimittebat. Pyrrhoni vero quas in hoc opere partes habere
potuisset, qui judices essent, apud quos verba faciat, reum pro quo loquatur,
Senatum, in quo sit dicenda sententia, non liquebat. Zenonem, utpote ab
hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto ejiciendum; nam cum
illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum esse, atque
eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane
fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere,
cui nemo illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur.
Accedit etiam quod, nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in
oratione generosius, frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut
Stoici, qui fere omnes prudentissimi fuere in disserendo, traducti a
disputando in dicendum, steriles et inopes reperti sint. Aristoteles
studiose quodam oratorio (?) non immerito laetat, et sane ejus disserendi
ratio utilis quidem esset, nisi hodie in vermiculatis illis
quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per
Gennaro il porto, che offre un sicuro rifugio, è quello della filosofia
platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia
dicendi: e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare
la dialettica, come mirabilmente atta ad acuire le menti con quel
suo procedere quo adolescentes ex seipsis vera invenire conarentur, secondo il
principio socratico: neque scientias, neque virtutes doceri, sed
auditorum mentibus atque animis educi 3. Pensieri e ricordi in tutto
degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi, Carlo di
Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla
fine del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel
che segue nel ms. è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto.
2 Sono le parole stesse del padre, nel l. c. 3 Gennaro
confonde il metodo socratico con la dialettica platonica. Ma,
raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai dialoghi
di Platone. tralascia di richiamare alla loro mente i premi che riservava
ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate
doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam
constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum
detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem
prolata in iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo
circumfusa jacuerunt. Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non
aveva se non a lodarsi; e non si lasciò sfuggire occasione di
tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in Napoli che Carlo
sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di scrivere la
seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe
Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re
Carlo :: Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam
datum est tibi, Vir Amplissime, innotescere, igniculum quendam animo
injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua me semper excipere soles,
responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me benevolentiae documentum
praeberes, libellum mihi dono dedisti a te elucubratum.... (sic) mole quidem
exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro sua aeterna salute
collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo
angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie
versare non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane
et sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro
religiosissimis moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis
veram pietatem, solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e
il Catalogo de’ cappellani maggiori e de’ confessori delle persone reali
(del P. Luigi Guarini), Napoli, Coda, 1819, p. 123. La data della lettera
risulta in modo certo dal contenuto. Nella Pianta della Famiglia della Regina (Maria
Amalia) » del febbraio 1738 (in SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come
confessore (della regina) il frate Giuseppe da Madrid, teologo e predicatore del re o Era egli
il Bolafios ? A lei potrebbe essere scritta questa lettera del V..
nostrae religionis praecepta, omniumque Christianarum virtutum disciplinam
acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes verum Christiani Principis
exemplar habeatur!: pro quibus maximis immortalibusque beneficiis quas
Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet? Quibus vocibus, quibusque
laudibus te efferre, qui tantam ejus curam suscepisti, egregiamque
alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem conformare
studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc dico ?
Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic
praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut
merito parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati
Hispania (eheu, quem dono datum nobis putabamus, commodatum aegre
intelligimus!) rursus repetit, et suo jure quodammodo sibi vindicat: ea
est rerum humanarum vicissitudo. Verum enimvero ut Magni Alexandri animo
terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita haec tanta virtus nimis
angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras nec Europae
terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia
moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari
posset. Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis
proferre audeo, grassetur in via virtutis, capessat potentissimum
universae Europae imperium, et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex
parte in tuam laudem, Praesul Amplissime, redun- datura: non enim
conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis incolumitatem expetemus,
faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc tantum omnibus
praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis liberis apud
nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem utpote
ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et
observantis animi mei testimonia. Vale. Sulla religiosità di Carlo
vedi l’ Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III (Napoli,
Perger, 1789) del prete dell’ Oratorio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, XXII sgg.
2 Nella minuta: demissum. 3 Questo desiderio non poteva
formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando si celebrò la solenne cessione
del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né gli auguri pel buon
viaggio possono essere anteriori al 10 agosto 1759, giorno della morte di
Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra l’agosto e
l’ottobre 1759. Questi medesimi sentimenti espresse con maggior
larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già
ricordai, nell’ Università, Per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina
(1768), giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua
Orazione le nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a
magnificare i nuovi destini di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli
auspicî dalla memoria di tutto che di grande e di utile era stato
compiuto dal primo. Sicché una buona parte del discorso è consacrata a re
Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve ed efficace storia
in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e in classico
stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma, senza
colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle
secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne
risulta un concetto abbastanza compiuto di quel periodo così importante
della storia napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica
fondamentale, della costituzione del regno indipendente, per opera
del Borbone: si Quisnam enim unquam in animum sibi inducere
potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc annos, tot tantasque
rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium imperio subjectum,
sui tandem juris factum, in suam ditionem perventurum, Neapolitanorumque
cervices diuturno externae dominationis servitio suetas suavissimum proprii
Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze
storiche (specialmente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta
Farnese), a cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non
può a meno di rammentare un principio della Scienza Nuova, che non saprei
peraltro quanto da lui esattamente compreso: Abeant hinc, et facessant,
qui stultissime putant humana ratione fieri, quae Divino tantum
consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine rectores terris
dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili imprese
militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guadagnatosi dei soldati, i
costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio
all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il
rapido acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit
potestatem, ut haud quisquam cursu cam, quam victoria
peragraverit), nonché il trionfale ingresso in Napoli. Della città
ricorda la singolare tranquillità con queste efficaci parole:
Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus nosmetipsi, qui
velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de nobis res
ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in summo
otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem spectabamus
». Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per compiere il
ricordo dei fatti militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in
cui l’infante don Carlo fece la sua prima entrata nella capitale (Io
maggio 1734); e ricorda il giubilo della città in quell’occasione 1.
Detto poi delle virtù pubbliche e private del re, accenna le
principali riforme da lui promosse, a capo delle quali il riordinamento
della magistratura, e poi la restituzione della Università nel Palazzo degli
Studi, il cui riattamento era stato già celebrato con un'epigrafe da G.
B. V. =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche lui di
quelle feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del V. un
documento interessante; IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste
di Napoli pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 Inter
praecipua pacis ornamenta, quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius
visum (utpote non ignaro bonarum artium disciplinas rerum humanarum esse
moderatrices) quam Musis, regno suo passa ad enumerare le opere
pubbliche, le imprese d’arte e di storia, cui provvide Carlo di Borbone.
Questa la parte più curiosa e caratteristica dell’orazione; e merita
d’esser conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione del S.
Carlo: Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi
tantum comparasse, neve populus expers esset honestissimarum voluptatum,
quae pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta,
Theatrum totius ferme Europae magnificentissimum tanto temporis spatio
excitavit, quantum vix ad opus designandum tignumque comparandum satis
esset. Dei lavori per la Strada Nuova verso Porta del Carmine,
eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del Carmine, pel quale
fu composta un'iscrizione dal Mazzocchi 2, Gennaro dice: Quid
dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare, strata civium
commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari intermittit,
pontibus continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum, curribus nunc
equisque pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc
rotas pati, perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra
etiam duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum
mare productae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui
portum effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo
dei poveri, cominciata nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa
stabilique sede errabundis, vixque precario hospitio [a S. Domenico]
exceptis, pristinum domicilium nitidius elegantiusque restituere » (pp.
XVI-XVII). Per la parte di G. B. V. nel ripristino dell’ Università nel
Palazzo degli Studi vedi l’ importante articolo di GiusePPE CECI, Il palazzo
degli Studi, nella Napoli nobilissima, vol. XIII, 1904, 182-3. I
Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p. cxxx; CROCE, I teatri di Napoli,
Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA, o. c., p. 28I. è D’
ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA.] Exhauriendae
sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo compellerentur
imae plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati dehonestamento
essent. E delle ville acquistate e abbellite da Carlo ::
Quid tot villas ad urbium instar aedificatas, Bacchi, Florae
Pomonaeque certamina, amplitudine, elegantia, amoenitate adeo
admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum magnitudine jure contendere
audeamus. E della cascata di Caserta: Praeterea quasi
terrae ac maria sibi satis non essent, per vetitum ruens, caelum ipsum tentare
ausus est. Quis unquam fando audivit per aérem volitantia sua natura
reptantia filumina ? altissimis jugis profundissimae aequatae
valles, perfossi montes, ‘amnisque longissime arcessitus, ac Regiae
Villae sublimis invectus. Jactet quamvis Romana magnitudo sua immania
opera, templa, theatra, basilicas, villas denique suas, magna quidem
admirandaque, quorum rudera adhuc extantia animos omnium stupore
defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa; at rerum ordinem
invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum moliri, nobis concedere
cogatur. E
gli arazzi di Parma e le porcellane di Capodimonte 3 famose. Gennaro ha
un accenno anche per queste arti fiorite in quel felice periodo della
storia napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut
perfectis dicam ? Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta
consulto praeteream, scimus figulinam ab eo institutam, summoque
studio Myrrhina pocula perfecta adeo, ut levitate, candore, perspicuitate cum
Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio antea comparabantur, facile
contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. 287
sgg. ? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p.
Cxx, e L. DE LA VILLE, La r. fabbrica di porcellane in Capodimonte durante il
regno di Carlo Borbone, e La v. fabbrica di porcellane in Napoli durante 1l
regno di Ferdinando IV, in Nap. nobiliss., III (1894), 131-8,
182-7. Degli scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato
dall’estro encomiastico, afferma che la gloria di averla scoperta
non fu per Carlo maggiore che non fosse per la città quella di
essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva desiderato di starsene
diciassette secoli sotterra per aspettare tanto scopritore !
Res natura occultas et latentes indagare quoque et inquirere curiosissime
aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae viscera rimando,
Herculanum Vesuvii incendio haustum patefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum
jacere optavit, ut a regum Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a
Principis gloria lucis acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere
videretur. Poi, com'era da aspettarsi, vien la volta dell’
Accademia, e in fine anche del Museo Ercolanese: cunctis gentibus,
nedum earum rerum studiosis, tanquam antiquitatis miraculum spectandum
contemplandumque. E Pompei? Perché Carlo non s’è accinto anche
agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto vi risponde Gennaro con classica
reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed ammonimento, ut ejus gloriae, quam maximam
jam sibi comparaverat, materram Ferdinando filio, regi nostro
amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche l’ordine di S.
Gennaro, istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato:
Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta rependeret,
amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, maximorum praemium meritorum
?. Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio di
Ferdinando. ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ, p.
CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis, XVI-XX.
274 STUDI VICHIANI È vero che per costui almeno si sarebbe
dovuto attendere. E infatti, Gennaro dapprima preferisce insistere
sull'esempio da imitare che Carlo aveva lasciato al figlio. Ma poi
s’interrompe: At quorsum abeo ? fortes degenerem nunquam gignunt aquilae
columbam! E si rivolge allo stesso Ferdinando con parole
affettuose: Cogita Te non advenam, sed indigenam esse; non
traducem peregre accersitum, sed heic satum; non aliis, at nobis autem
natum esse: easdem nobiscum auras spirare coepisse; eodem caelo
tectum; eadem moenia suo te complexu nobiscum continere; idem
solum, patriam, patrios Divos communes habere nobiscum; nostris moribus
institutisque imbutum; atque adeo civem nostrum esse!, etc. Si
ricordi: Ferdinando aveva allora 17 anni; ma, come si vede, s'avviava a
diventare il Re Lazzarone! Di Maria Carolina è lodata la bellezza, la serenità
della fronte, la tranquillità dell’aspetto, la grazia, il sorriso.
Tacitus enim ei inest lepos, qui vultus, oris, oculorum alit augetque
quodammodo venustatem, in quibus charites, tribus velut arcibus
insidentes, excubare videntur, ad omnium animos te intuentium alliciendos
2. Che avrà detto il buon Gennaro de’ suoi amabili principi nel
’99, quando gl’impiccarono anche il suo Falconieri? In quell’occasione delle
nozze di Ferdinando, compose anche quest’iscrizione, che forse fu apposta
alla porta dell’ Università il giorno stesso, in cui fu letta l’
Orazione: Carolo III Borbonio Hispaniarum Regi
Potentissimo semper Augusto in communi omnium plausu pro
firmata auspicatissimis Ferdinandi IV et Mariae Carolinae
Austriae nuptiis Neapolitanarum felicitate vel ipse Musarum
Numen Apollo e suis excitus adytis Laeta omina futura
canens tanquam praesentissimo Numini pro tanto beneficio
aucturo Caelitum numerum supplicationes ac pulvinaria decernendo
respondit. Del re Carlo, quando morì (14 dicembre 1788) non
so se Gennaro V. abbia avuto l’incarico di leggere l’elogio. Tra le
sue carte non ci resta se non un frammento di minuta di un’ Orazione in
lode di questo re. Ma sono a stampa le quattro iscrizioni latine da lui
composte pel funerale celebrato in onore di Carlo III dalla Real
Compa gnia de’ Bianchi ', il 12 febbraio 1789. L'ultima di esse
dice: Si tuis precibus pronae Dei aures sì votîs
invocari incipis pro ea în quam nos vecepisti
fide te prolixe obsecramus ut Ferdinando et Mariae Carolinae
DD. NN. Augustaeque proli 1 Solennità funebre
all’eterna memoria di Carlo III, celebrata nella Real Compagnia de’
Bianchi della Carità sotto l’invocazione di Santa Sofia e Capuano di
Napoli, s. a. In questo opuscolo, dopo descritto il mausoleo, è
detto: Vi si leggevano delle nobili
Iscrizioni composte dal regio prof. della Università don Gennaro V. » (p.
3). L’elogio fu So dal sacerdote don Bartolomeo De Cesare,
professore di S. Teoogia.] semper propitius adsis cum in eorum
incolumitate securitas et felicitas nostra contineantur.
Gennaro V. non fu regio istoriografo come il padre: ma, fosse obbligo, in
certo modo, della sua cattedra di rettorica, fosse gratitudine per i
benefici ricevuti dalla dinastia, fu panegirista ed epigrafista del re.
Così nel 1781, quando tutta Napoli si profuse in dimostrazioni di lutto
per la morte di Maria Teresa (27 novembre 1780) 1, Gennaro diede
anche lui in luce un elogio dell’imperatrice, che non risulta, per altro,
scritto per incarico ufficiale 2. Ma il suo genere era l’epigrafe, in cui
gareggiava col collega, professore di lingua latina e antichità romane, don
Emanuele Campolongo, le cui iscrizioni furono raccolte in due volumi,
intitolati Sefulcretum amicabile (1781-2). Infatti, quando il 28 giugno
1790 furono celebrati i funerali d’un professore dell’ Università, il
valente naturalista Gaetano. De Bottis, le iscrizioni attorno al mausoleo
furono composte dal Campolongo, e una, la più importante, da collocare sotto il
ritratto dell’estinto, scritta dal V.:
che in tale genere », dice il narratore di quei funerali, han presso di noi raggiunto lo schietto
ed aureo genio dell’antichità » 3. I Vedi le due raccolte
miscellanee di prose e versi in morte di Maria Teresa nella Bibl. naz. di
Napoli ai segni 156, L 3 e 155, K 16. Vi è anche un’ Orazione del sac.
MARCELLO Eus. ScoTTI pei funerali celebrati in Procida il 19 febbraio 1781:
Napoli, Stamp. Simoniana, s. a. Anche un martire del ’99! 2?
Elogium Mariae Teresae Augustae a JANUARIO V. inscriptum; Neapoli, ex
tip. Bernardi Perger Vindobonensis [s. a.], di 7 più I inn. in-4°. Stampa
di lusso. 3 Solenne funerale di D. Gaet. De Bottis prof. [...]
celebrato nella Torre del Greco sua patria, Napoli, MDCCXC, Stamp.
Migliaccio, p. 6. L’epigrafe di G. V.
che contiene tutta la biografia del morto è a p. 7. V’è anche
(pp. 34-9) una canzone dell’ab. don Antonio Jerocades. Tra
le carte di Gennaro sono quattro abbozzi d’una epigrafe per una
principessina reale, morta nel luglio 1783. L'ultimo, al quale pare
l’autore si fermasse, è questo: Regia Infantula Ferd. IV et
Mariae Carolinae Austriae filia infelicissima quasi esset parum ab
omnibus naturae et summae Fortunae bonis ejici luce orba
utraque carens nomine a suorun columbario etiam prohibita ad
hoc tantum mata ui omnium expers esset | heic condita®.
Nel 1787 morì, ancora in tenerissima età, un altro figliuolo della
feconda Maria Carolina; e Gennaro scrisse quest'altra epigrafe:
Have Animula innocentissima Caroli Titi dulcissima
Augustae Domus Regnique primula nec dum quadrimula spes e 3
Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae moerentissimorum
Parentum sinu et complexu acerbissimo funere erepta
amarissimo cunctis relicto desiderio tui. Vixit annis III. mens. XI dieb.
XIII Coelo recepta Ter I à I A 2 i
Questo verso nel primo abbozzo segue: X/V. Kal. Sextil. e ® Ve
n'ha tra le carte di Gennaro anche un’altra bozza. Dai funerali alle
nozze. In occasione del matrimonio di Francesco Borbone il mancato discepolo di Gennaro V. con Maria Clementina d’ Austria, i fratelli
Terres presentarono ai principi una tavola di marmo, in cui erano
insieme rappresentate le due effigie regali; e vi scrisse la dedica
Gennaro: Faustissimo Francisci Borboni et Mariae Clementinae
Austriae conjugio dulcissimae spei ac nostrae posteritatis
praesidio comperientis ! nostram felicitatem ex pene tisdem
quibus ad nos fontibus ad seipsam promanare hac marmorea tabula novo
picturae genere dedita opera expresso ut quae corporum conjunctio în
speciem oculis subjicitur eadem animorum, dissecto marmore, penitus
inveniatur F. T. pronti et venerabundi D. D. D. 1 Pare si
accenni propriamente al 1790, quando si celebrò il matrimonio di Maria Teresa e
Luigia Amelia di Borbone con Francesco d'Austria e Ferdinando granduca di
Toscana, e si formò, come dice il COLLETTA (lib. II, c. II, $ 34), a
Vienna il terzo matrimonio tra le due case di Napoli e di Vienna: questo
di Francesco con Maria Clementina. ? L’anno innanzi, o quell’anno
stesso, una tavola simile, con l’effigie di S. Domenico, fu mandata dai
fratelli Terres a Ferdinando duca di Parma. E pel regalo onde il duca
compensò i fratelli Terres, Gennaro scrisse la seguente epigrafe, la cui minuta
è sul retro d’una lettera in data 12 marzo 1789: Ferdinando Parmae Placentiaeque Duci
Qui praeclarum Borbonidarum
munificentiae cum Farnesiorum in fovendis alendisque pacis artibus singulari studio fida societate conjunxit marmoream tabellam cum
Divi Dominici ei praecipuo cultu habiti effigie
indelebili quodam picturae genere
marmovi coalescente haud pridem
invento atque anaglyptico opere
exornatam - cujus libenter accepta vel
maximum proemium fuisset manus
munere sive potius cultum culto
rependens suam imaginem maximo aureo numismate graphice expressam colendam misiît cuius pars aversa drammaticae Poéèseos coronatio ut omnes cognoscerent Parmensem ditionem uti pridem, ita
modo etiam Musarum esse domicillum atque optimarum artium culiricem pro quo summo beneficio Fratres Terres Neapolitani Bibliopolae proni et venerabundi cum gratia agunt tum maximas habent et immortales.
Pare che i Terres stampassero anche un’incisione della medaglia
ricevuta, con un’altra iscrizione del V. che comincia: En cur honor
VI. IL FIGLIO DI G. B. V. 279 Ferdinando IV fa ricostruire
un ponte sul Garigliano; e Gennaro detta l’epigrafe che ne tramandi il
ricordo ai posteri®. Nasce a Ferdinando un altro figlio; e V.
raccoglie in un’epigrafe a S. Gennaro i ringraziamenti del
popolo: St antea Dive Januari hanc sacerdotum
sacra fronde redimitorum solemnem pompam caste celebravimus
nunc vero solido gaudio perfusi ingentes tibi gratias agimus
quod Maria Carolina felice foecunditate Ferdinandum
alio dulcissimo praesidio auxit quo Augusta Domus pluribus
munimentis insisteret nostraque felicitas stabilius
firmaretur. Si celebra la solita festa a S. Gennaro, e sono del V.
le quattro iscrizioni che si leggono quel giorno nel Duomo; in una delle
quali si prega il santo di voler rappresentare, in suo liquenti cruore »,
Ferdinando et Carolinae DD.
NN. Totique Domui Augustae perpetuam incolumitatem felicitatemque ac proinde nostram securitatem.
alit artes en cos ingeniorum en effigies
Parmae et Placentiae Ducis; e accenna anch'essa alla tavola di S.
Domenico ignoto pingendi genere et
nova diaglyphice nulla ferri ope eleganter exornata. I Vedi questa
e altre epigrafi in Appendice I, scelte tra le molte che restano tra le
carte di Gennaro, per lo più sepolcrali. Con le lodi di Carlo III
e di Ferdinando IV si apre anche la Dissertazione sulla città di Pompei :
del primo, per gli scavi di Ercolano e per l’ Accademia Ercolanese,
che veniva certo in proposito di ricordare in uno scritto con cui
s’inauguravano i lavori della classe d’ Alta Antichità nella nuova Accademia; e
del secondo, pel nuovo impulso dato ai medesimi studi con la nuova
istituzione. Per adempiere [continua l’autore modestissimo] per
quanto la scarsezza de’ miei talenti e la cortissima estensione delle
mie cognizioni mi permettono, l’incarico superiore di gran lunga a
me stesso impostomi dalla Sovrana Munificenza, prendo per oggetto delle
mie ricerche la città di Pompei, non già sull’ idea di adornar alcuna
delle discoperte parti di quel tutto, che ancor giace sepolto; ma di
considerarlo al solo lume degli antichi scrittori; e coll’autorità dei greci e
de’ latini, tra i di cui confini alla mia Classe è stato circoscritto il
commercio, di tutti il più ricco, e ’1 più nobile, perché di tutto da
essi abbiam ricevuto il sapere; rilevarne, per quanto mi sia possibile,
le di lei vicende. Né sulla lusinga di produrre cosa nuova in un
argomento, il qual solamente è venerabile per la sua antichità:
quantunque il raccogliere, disporre e combinar insieme que’ languidi e
dispersi barlumi, lasciatici dagli antichi, potrebbe conciliarsi una
qualche sembianza di novità, se fossero da più dotta e più maestra mano
stati ordinati e composti. Ma sulla speranza che siccome que’ venerabili
avanzi di antichità, che da Ercolano si estrassero, furon cagione, che s’
instituisse l’Accademia Ercolanense, così a vicenda questa real Accademia
istituita potesse cominciar li suoi fasti dall'epoca gloriosissima del
risorgimento di Pompei, dopo essere stata per l’ immemorabil corso di ben
XVII secoli sepolta: poiché.... se que’ rottami ercolanensi svelti ed
infranti, rivestiti di sì dotta ed erudita luce da tanti chiarissimi
ingegni, che vi travagliarono, si son resi non meno ammirabili per il
buon lume ricevuto, che per la loro antichità; onde il Museo Ercolanense
è divenuto nell’ Europa cotanto celebre, che può dirsi essere una delle
cagioni del frequente concorso in questa città, per se stessa
luminosissima, di tante culte nazioni: quanta, e quanta maggior
confluenza ne attirerebbe, se mai potesse vedersi una nobilissima città, unico
esempio nella storia di tutti i tempi, intieramente esposta alla luce del
sole, e quindi all’ammirazione dell'universo ? Gli scavi di
Pompei, com'è noto, furono intrapresi nell'aprile 1748 !; ma rimasero presto
interrotti; e s’è visto che Gennaro ne faceva un'eredità di gloria
lasciata da re Carlo a Ferdinando. Certo, il nome del figliuolo del V.
va ricordato tra coloro che incitarono efficacemente a quest'opera
importantissima. E, come già altri ha notato ?, a torto è dimenticata la
sua monografia su Pompei, la cui parte più notevole è, come si disse,
riferita dal NapoliSignorelli nella sua Storia dell’ Accademia delle scienze
e belle lettere. In questa monografia è innegabile profonda
conoscenza e acuta critica delle fonti letterarie. Chi vorrà
studiare il bel tema degli studi d’erudizione antica in Napoli durante il
sec. XVIII, non potrà trascurare questo scritto del V., e il frammento che ci
resta dell’altro su Locri. Ma non è qui il luogo di farne particolare
esame. Dirò soltanto che ci si vede l’erudito, ma non l’antiquario di
professione. Rifiutate le leggende, non subentra lo sforzo di spremere dalle
scarse testimonianze superstiti quello che esse non possono darci; e il
buon senso mette in guardia contro le sottigliezze e gli artifizi
congetturali, che facilmente attraggono lo studioso dell’antichità. Ciò è
particolarmente notevole nella relazione sulla memoria del Finamore
intorno alle origini di Lanciano; dove, nonostante la cadente età » e la languidezza dello
spirito », accusate sul principio dall'autore, spunta qua e là anche il
bonario sorriso del buon senso contro certi arzigogoli del Finamore, per
ottenere che l’ Accademia riconoscesse nell’antica Lanciano un municipio
anzi che una colonia romana. Dopo un minuto esame delle epigrafi
lancianesi mandate dallo stesso Finamore all’ Accademia, I
FIORELLI, Descriz. di Pompei, Napoli, 1875, p. 22; o Pomp. antiq.
historia, Neapoli, 1860, dov’ è la storia degli scavi. ® BELTRANI, La R.
Acc. di scienze e belle lett., p. 37. Il lavoro del V. non è citato, nota
lo stesso Beltrani, p. 88, nella Bibliografia di Pompei, Ercolano e
Stabia di FRIEDRICH FURCHEIM, Napoli, 1901. il buon V. viene a
questa conclusione, che mi piace riferire: Avrei bramato soddisfare
il dotto ed erudito sig. Finamore, se li monumenti me ne avessero
somministrati i mezzi. Ed in questa occasione sperimento pur troppo vera
la natura dell’ambizione, che non respiciîit, che non si volta mai indietro; la
quale, quantunque vizio, quando però si propone per oggetto la
virtù ed il sapere, deve riputarsi ambizione lodevolissima: siccome
Quintiliano dice: quamquam ipsa sit vitium, frequenter tamen causa
viriutum est: e l'ambizioso più si duole di un solo, che abbia innanzi,
che l’attraversi il conseguimento del suo fine, che goda di tanti meno
felici, che gli vengono appresso; e le passioni più commendabili devono
essere regolate sempre da quel ne quid nimis; perché Virtus
est medium vitiorum et utrimque reductum. Avrebbe desiderato il
dotto ed erudito cittadino assiem col suo collega il sacerdote don
Uomobuono de’ Buchachi!, con cui est studiorum societate conjunctus, che
Lanciano fosse stato dichiarato municipio, la quale quasi già non lo è; e non
si volge dietro a considerare tant’altre città di condizione meno
ragguardevole che Lanciano, che le vengono appresso. Mi lusingava di
dover fare da avvocato del sig. Finamore in questa sua onestissima
causa; e, mio malgrado, devo farvi la comparsa da fiscale, perché
l'autorità e li monumenti l’oppugnano, e quelli stessi, che egli ha
prodotti, punto non lo suffragano: ma non per questo può dirsi, che egli
abbia intieramente perduta la sua causa: perché quod petit intus habet.
Non sente essersi talmente confusi li diritti, e le prerogative de’
municipi con quelle delle colonie, e questi in quelli trasfusi in guisa,
che gli uni dagli altri non sì distinguevano ? Non sente da Gellio il
nome di municipio già dileguato
obscura et obliterata suni municipiorum jura, quibus uti per
innotitiam non queunt ? Non ha inteso, che li municipi pretesero di
cangiar la loro condizione in quella delle colonie, e non vede le istesse
città I È lo stesso BOocHAcHE, autore del Saggio storico-critico
della città di Lanciano, che si conserva ms. nella Biblioteca del
Ginnasio di Lanciano ? Un brano ne pubblicò il prof. L. GAMBERALE,
Notizie sui fatti di Agnone nel 1799 tratte dall’appendice al Saggio ecc.
Campobasso, Colitti, 1900. essersi appellate colonie e municipi ?
Non ha inteso li distinti cittadini municipali in sì poco conto presso li
romani ? Non conosce quindi, che il tutto si riduce alla distinzione del
nome ? Perché Struggersi per investir la sua patria di un pregio, che, in
tempo che valeva, era in sì poco conto, ed ora si riduce a un nome
vano, in guisa che, se allora municipium e colonia eran riputati lo
stesso, ora questo istesso è divenuto un nulla ? !. In
questa dotta relazione, dove l’ immortal Muratori » è vichianamente
detto, con ammirazione, ingordo voracissimo rivolgitor di biblioteche », è pur
degna di nota, in mezzo all’erudizione archeologica, una disgressione
filosofica, o disgressione in astratto », come dice l’autore; e che egli
chiede di poter fare, giudicandola non
capricciosa, perché avvalorata dall’autorità; se poi applicabile alla
nostra ricerca, lo sottopongo al giudizio de’ dotti ». Da quale autorità,
Gennaro non dice; ma basta sentirne il principio per indovinare
l’allusione: È costante che le lingue sieno indici, che ci
scoprono li costumi delle nazioni; e perché fide interpreti dell'animo,
dovettero nascere aspre, dure, orride, esprimendo la rozzezza e la
ferocia delle nazioni, che le parlavano; a misura poi che li costumi a poco
a poco s'ingentilirono colle arti dell’ umanità, si raddolcirono anche le
lingue: del che ce ne somministra una testimonianza la lingua latina, la
quale tale la scorgiamo in que’ frammenti delle leggi delle XII Tavole; e
pure cominciava il quarto secolo della fondazione di Roma. Tal dovette
essere, e fu la lingua di Lucilio, di Pacuvio, di Livio Andronico, di
Ennio; e Plauto, che ci è restato, e provenne assai più tardi, essendo
morto nel consolato di Fublio Claudio Pulcro e di L. Porzio Licinio, cioè
nel 570 di Roma, di quante ruvidezze e racidumi è pieno ! Come, per
esempio, nel Prologo dell’Anfitrione: I Di questa relazione rimane
una copia di mano del marchese di Villarosa. Anche all'Accademia credo
sia stata letta una breve Relazione intorno a certe dissertazioni su Virgilio
di A. DE SANCTIS, che resta tra le carte di Gennaro, curioso documento
della sua bonarietà, contraria a ogni ipercritica, e un po’ anche alla
stessa critica. Ut vos în vostris voltis mercimoniis Emundis
vendundisque. Uno scrittore del secolo d’oro avrebbe detto:
Ut vos in vestris vultis mercimoniis Emendis vendendisque.
Or l’ istesso dovette accadere in tutte le lingue delle altre nazioni:
che, a proporzione che colle arti dell’ umanità depressa [fu] la ferocia
de’ costumi, così le lingue la loro asprezza, e quel rumoroso strepito di
voci [perderono]. L’ istesso vediamo esser avvenuto nella ricorsa
barbarie in tutti i dialetti della lingua italiana, che fu una corruzione
della latina: le lingue, le quali ora parliamo, quanto sono differenti da
quelle di tre o quattro secoli addietro ! Si ricordi la
Dignità XVII della seconda Scienza Nuova: I parlari volgari debbon esser
i testimoni più gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si
celebrarono nel tempo, ch’essi si formaron le lingue ». Ma tutto il
pensiero e le espressioni di questo brano sono di (G. B. V.. Le cui
opere Gennaro dové custodire sempre come cosa sacra, e leggere e
rileggere, benché non avesse intelletto pari alle speculazioni paterne; ma per
compiacersi in ammirar i monumenti della grandezza del padre, alla
cui ombra svolgevasi la sua vita tranquilla. Custodiva gelosamente quei
libri. Dev’essere un suo parente chi gli scriveva, nel 1780, la seguente
lettera: Casa, 27 luglio 1789. Veneratissimo mio Sig.r don
Gennaro, Il Sig.r don Francesco Esperti 1, a che (sîc) molto devo,
desidera la prima edizione della Scienza Nuova solamente per incon I
L’avv. Franc. Sav. Esperti, nipote di mons. Esperti, corrispondente di G. B. V..
Nel 1792 pubblicò in un opuscoletto la lettera del V. allo zio, relativa
appunto alla 18 Scienza Nuova. Vedi VILLAROSA, Opuscoli, 368-9, e CROCE,
Bibliogr.] trare (sic) certo passo, e restituirvela. Spero dunque che
l’abbiate, e me la favorite, che sarà mia cura di restituirla; e sicuro
de’ vostri favori, resto pieno di stima dicendomi Vostro
devot.mo servitore obbl.mo Nicolò Santaniello 1. Non pare
che egli abbia avuto nessuna parte nel preparar la raccolta delle Latinae
orationes del padre, pubblicata nel 1767 da Francesco Daniele 2. Ma questi
dové più tardi rivolgere nell’animo il proposito di raccogliere
tutti gli scritti sparsi del V.. E allora certo ricorse a Gennaro 3. Se
non che il Daniele in fine non ne fece nulla; e Gennaro per un momento
poté sperare di far lui la desiderata edizione delle opere paterne. È.
ormai I Il ViLLarosa, Opuscoli, III, p. v, parla della casa de’
signori Santaniello, ultimi eredi del V., sita nella strada dei Mannesi
»; e dice che in essa conservavasi il ritratto di G. B. V. dipinto dal Solimena,
che fu distrutto con la casa stessa da un incendio intorno al 1819 (v.
anche Croce, Bibdl., p. 116). [Filippo Santaniello (mi comunica il Nicolini),
sposò Candida V., figlia di Ignazio, e due figli, Mercurio e Carlo, nati da
questo matrimonio, son nominati nel testamento di Gennaro V., in data 2
settembre 1805). 2 Nella dedica del libro al Targiani, il Daniele
dice d’aver raccolto da sé e da molto tempo quelle Orazioni. Cfr. CROCE,
Bibl., p. 30. 3 Nel 1804 faceva ricerca di scritti del V. e di sue
lettere, scrivendone ad amici a Roma e altrove. Il Croce (Bib/., p. 30) ha
richiamato l’attenzione su due lettere del card. Borgia (del 1804) al
Daniele, che sono nel carteggio inedito di costui, conservato dalla Soc.
storica napoletana. Importante è anche il seguente brano d’una lettera
allo stesso Daniele, scritta da Jacopo Morelli (l’erudito bibliotecario
veneziano, a cui il Villarosa dedicò il 1° volume degli Opuscoli), da Venezia:
Ho fatto ricerche per le Lettere del V. richieste, e nulla si è
trovato. Per quelle all’ab. Conti ho fatto esaminare le casse di lui, già
possedute in Padova dal professore Toaldo, ed ora dal Cheminello. Per
quelle al Lodoli non vi sono ricerche da fare, essendo perite le casse di
lui in uno dei Pubblici Archivi, dove erano trasportate dopo la morte di
lui; perché vi si trovavano scritture di affari di Stato mescolate, e si fece
un’asporto (sic) totale senza discrezione. Per quelle al Porcìa ho fatto
cercare in Udine presso li discendenti del corrispondente col V., e nulla si è
trovato. Sicché null’altro mi resta da fare » (Carteggio di F. Daniele,
vol. III, c. 305; Soc. stor. nap.). Le relazioni del V. coll’abate
Conti e col Lodoli il Daniele non poté conoscerle se non dalle aggiunte,
allora inedite, alla Vita del 19 nota la minuta della
prefazione ! che egli già aveva preparata pel primo volume, che avrebbe dovuto
contenere la Scienza Nuova del 1744. Tandem tot
flagitatoribus, tot obtrectatoribus mihi tanquam parum officioso
exprobantibus morem gero, a quibus quasi obsessus quotidie oppugnabar;
tandem rogari, atque invitus negare desino, cum non mea me voluntas, sed
rationes meae ab incepto prohiberent: fidem meam absolvo, dato
fidejussore satis superque locuplete, honestissimo Neapolitano Michaele
Stasio, qui onus in se suscepit: tandem Patris mei (cujus etsìi eundem
muneris ordinem adeptus, utinam eodem dignitatis gradu explessem !) opera
omnia.... in unum corpus collecta, in lucem prodeunt. Accennando
alla diuturna meditazione in cui s'era maturata la Scienza Nuova, Gennaro
dice che è questa la ragione principale della pretesa oscurità trovata in
quell’opera da taluni, qui, ne de grege
imperitae multitudinis habeantur, quae ca magis admiratur quae minus
intelligit, prorsus damnant quod non intelligunt ». Aliud
est, dice Gennaro, e nelle sue parole bisogna vedere un pochino lo stato
d’animo di lui stesso quando leggeva la Scienza Nuova ; aliud est dicere, non intellago, aliud, non
intelligitur : illud modestiae, et suae cujusque conscientiae
potius tribuendum; hoc autem summae arrogantiae indicium, quod firmissimum
supinae ignorantiae argumentum; nam quid est aliud, quam se supra omnes
extollere ac postulare, quod ipse non intelligit, e nemine intelligi posse ?
Nam vere docti quantum sibi desit, sciunt. V., che erano
presso Gennaro, se già questi non le aveva date al march. di Villarosa. A
quell’anno, infatti, devono pur risalire le avvertenze del Daniele comunicate
al Villarosa per una ristampa della Vita del V. (cfr. Croce, Bibl., p.
110); dalle quali apparisce e la conoscenza delle carte vichiane
possedute da Gennaro V., e la familiarità del Daniele con quest’ultimo, già
decrepito. Potrebbe anche pensarsi che queste ricerche pel Borgia e pel
Morelli ei cominciasse a farle per compiacere al marchesino Villarosa ». I Fu pubblicata
dal Croce, Bibl., 112-13. Non credo poi Gennaro tanto modesto da
non credersi uno di questi vere doctt! Egli ben sentiva per sua
esperienza che la Scienza Nuova non est ex eo librorum genere,
saeculi commoditati obsecundantium, quos sagina graves, in lecto strati, supini
et oscitantes, aut fallendi temporis aut somni conciliandi gratia in
manus sumuntur, in quibus omnia extant omnium oculis exposita. Si
iterum legas, leges eundem, ut animum despondens tertio legendi; aurum
autem natura occultum et latens, indagatione ex terrae visceribus, in
quibus jacet, patefaciendum eruendumque. Oh l’animo intento e la
commozione di Gennaro, quando rileggeva per la ventesima o trentesima
volta (non aveva letto 35 volte il suo Tacito il padre, scoprendovi
sempre qualche cosa di nuovo ?) la maggiore opera paterna, con la testa
fra le mani, e la memoria che correva indietro a rivedere il vecchio
Giambattista, languente in un angolo tristo della casa, dove Gennaro
rimase! E qual dolore non dové essere per lui che l'edizione non si
facesse più! Negli anni più tardi vi fu chi gli rifece nascere la
speranza di veder ristampati in un corpo gli scritti paterni. Sollecitava
l'edizione un giovane di grande ingegno, che studiava profondamente V. ed
era capace d’intenderlc. A Gennaro forse fu presentato dal suo sostituto
Ignazio Falconieri, che con quel giovane aveva dimestichezza, e
doveva di lì a poco metterlo a grave repentaglio, traendolo seco segretario
nell’organizzazione repubblicana d’un dipartimento della repubblica del
’99. Questo giovane era Vincenzo Cuoco. Il quale però, pochi anni più tardi,
nel 1804, scrivendo da Milano all’ideologo De Gérando, ricordava: Una buona edizione di V. [...] forse si
sarebbe fatta in Napoli, ed eransi a tal fine preparati molti materiali.
Si era invitato il figlio, allora ancor vivo !, a ! Al Cuoco, da cinque
anni lontano da Napoli, pareva impossibile che il vecchio Gennaro vivesse
tuttavia ! somministrare i manoscritti del padre. Si eran
raccolte molte cose ancor inedite. Una parte di ciò che erasi preparato
trovavasi in casa mia; un’altra in casa di quel mio amico che voleva far
l’edizione: ed ambedue le case furono nel saccheggio
anglo-russo-turco-napoletano saccheggiate. Ed addio edizione di V. »!.
Intorno al 1804, infine, per lo stesso motivo, Gennaro vecchissimo
fu visitato dal marchese Villarosa. Il quale, nella prefazione al primo
volume degli Opuscoli =, non pubblicato, per altro, prima del 1818,
quando Gennaro era morto da tredici anni, racconta che
nell’accingersi alla sua raccolta, si diresse al figlio di Gio.
Battista, uomo di antichissimi costumi, per informarlo del suo
proposito e pregarlo che volesse fargli dono di quegli opuscoli del
padre, che aveva presso di sé. Il buon vecchio, gravato dagli anni, e più da’
malori, quasi pianse della letizia per un tale avviso ». E gli diede
infatti i pochi manoscritti rimastigli, e un abbozzo delle aggiunte
alla Vita pubblicata dal Calogerà. Anche i libri del padre a uno a uno
gli erano stati portati via dagli amici; ma conservava un Tacito tutto dal padre nel margine
postillato e qualche altro latino libro ». Qualche ferro, insomma, del
mestiere ! Giacché anche gli storici il professore di rettorica
doveva leggere e illustrare. Delle origini di questa cattedra si sa
poco, come in generale delle origini di tutti gl’insegnamenti dello Studio di
Napoli. Pare sia sorta per le esigenze umanistiche del Rinascimento
napoletano, sotto gli Aragonesi. Il maestro del Sannazzaro, Giuniano
Maio, l’autore del De Matestate, e di un dizionario latino De priscorum
proprietate verborum, il precettore d’ Isabella I RUGGERI, V.
Cuoco, 191-92; e cfr. ora Cuoco, Scritti vari, ed. Cortese-Nicolini, I,
314-15. 2? Opusc., I, XIV-XV. d’ Aragona, lesse nello Studio
(riaperto nel 1451 da Alfonso I) dal 1465 al 1488 rettorica, poesia
o arte oratoria, col soldo di trenta o quaranta ducati 1. E nello stesso
anno 1465, re Ferdinando creava per Costantino Lascaris, venuto da Milano
al séguito di Ippolita Sforza, di cui era stato maestro, una cattedra di
eloquenza, ma ad lecturam Graecorum auctorum, poétarum scilicet et
oratorum *. Non risulta, del resto, che il Lascaris v’insegnasse più d'un
anno; e alla sua partenza la cattedra dové cadere. Non così quella di
rettorica latina, detta poi anche di umanità, che ebbe maestri di
fama, come Pomponio Gàurico, il quale v’insegnò sempre con la provvisione di 40
ducati dal 1512 al 15193, e l’amico del Pontano, Pietro Summonte,
dal 1520 al ’26 4. Ma questa, come le altre cattedre dello Studio,
ebbe un assetto stabile dalla prammatica del 1616, che (parte II, tit. I)
ordinò una cattedra di rettorica con I00 ducati di salario 5 l’anno: ha
da leggere i precetti di essa, o per Aristotile, o per Quintiliano, o per
il libro Ad Herennium, et parte dell’anno alcun oratore, o istoriografo
per poter esemplificare detti precetti » 6. In questo programma,
d'altronde, bisogna scorgere la conseguenza I Pércopo, Nuovi docc.
sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Arch. stor. nap.,
XIX, 740-1; e introd. alle Rime del Cariteo, Napoli, 1892, p. CCXVIII; e
CANNAVALE, Lo Studio di Napoli nel Rinascimento, Napoli, Tocco, 1895, docc.
cit. nell’ Indice dei nomi, s.
Mayo de Juliano ». % CANNAVALE, doc. 13, p. XXI.
3 Pércopo, L’umanista Pomponio Gàurico e Luca Gàurico ultimo degli
astrologi, Napoli, Pierro, 1895, 69 e 173-7. 4 PÉRCOPO, od. cit. 69
e 177-9. Per altri nomi oscuri vedi oltre il Pércopo, l. c., il
CANNAVALE, p. 87. 5 Dai documenti pubblicati dal Cannavale risulta
(p. 63) che il soldo era salito a 60 duc. nell’anno 1532-33. Ridisceso a
50 duc. nel 1568-69 (p. 70), risalì a 60 nel 1574-75 (p. 72); e vi si
mantenne fino al 1580 (p. 74), ultimo anno per cui si abbia notizia d’un
lettore d’humanità: e forse fino al 1616. Per maggiori particolari sulla
cattedra si veda ora il cit. vol. miscellaneo sulla Storia della
Università di Napoli. 6 V. Nuova Coll. delle Pramm. del Regno, t.
XIII, p. 17. dello stesso sviluppo storico di quell’insegnamento,
che in esso ebbe quasi la sua codificazione. Quando, nel 1711, G.
B. V. dettò di suo le Institutiones oratoriae, in fondo non fece uno
strappo al programma, perché la sostanza era sempre quella tradizionale.
E Gennaro non fece di certo lui la rivoluzione. Fino al ‘77 insegnò la
solita rettorica; dopo gli toccò anche di formare » le Istituzioni
poetiche. Era sempre l’insegnamento greco e romano, rinnovato dagli
umanisti e perpetuatosi dal Quattrocento in poi, col perdurare del
generale indirizzo strettamente classico della cultura e della letteratura.
Vedremo tra poco come timidamente, durante la vita stessa del
nostro Gennaro, farà capolino nello Studio un insegnamento
letterario moderno; e quanta fatica durerà ad affermarsi con carattere e
spirito veramente nuovo e indipendente da questo vecchio istituto
umanistico. A Gennaro, che, per altro, non fu l’ultimo dei
maestri di rettorica latina, bisogna render merito dei sani
criteri, che, per ispirazioni paterne, seppe mantenere nella sua
disciplina, insistendo sempre sull'importanza del contenuto, combattendo il
puro studio della forma vuota, le virtuosità stilistiche e sofistiche, le
minuzie grammaticali :, ed incitando i giovani agli studi seri e
profondi. Nell’ Orazione inaugurale del 1774: Optima studendi ratio
ab ipso studio petenda, tornando sul tema già trattato nel 1741?, fatta
una dipintura satirica delle abituali occupazioni della gioventù
effeminata del tempo, affermava questo bisogno degli studi coltivati con
ardore d’animo e vigoria di volere: aeque naturalis et facilis est vobis
sapientiae adipiscendae ratio, quae est vestramet ipsa voluntas 3.
I Sono degni d’esser letti gli Avvertimenti per l’ insegnamento del
latino, da lui dati, pare, per l'istruzione di qualche figliuolo di
signori, e che io sono costretto a rimandare all’Appendice I. ?
Vi sono ripetuti anche de’ periodi. 3 Pag. LXIv. La
volontà vince anche i difetti della natura. Non c’è difficoltà che non si
superi col buon volere. Ma il fine degli studi non è da riporre nel
guadagno. Sordida haec et vilia sunt litterarum pretia, quae vobis
contemnentibus ultro abunde suppetent. Qui studio flagrat cognitionis et
scientiae, is nullo emolumento ad eas res impellitur: quin etiam qui
ingenuis studiis delectantur, eos videmus nec valetudinis nec rei
familiaris habere rationem; omnia perpeti ipsa cognitione et scientia
captos: cum maximis laboribus compensare eam, Rara in discendo capiunt
voluptatem. Di che adduceva ad esempi Anassagora, Carneade,
Archimede, Pitagora, Demostene: e meglio avrebbe potuto ricordare il
padre, se non l'avesse trattenuto certo pudore domestico, che mai non gli
fece pronunciare quel sacro nome, quando sulla sua bocca potesse
suonare lattanza.LA CATTEDRA DI LETTERATURA ITALIANA DALLA SUA
ORIGINE ALLA RIFORMA DEL 31811 Da uno sdoppiamento della vecchia cattedra
di rettorica, nell’ Università di Napoli, trasse origine l’insegnamento di
letteratura italiana. Quello stesso marchese della Sambuca, che nel 1778,
per porre in attività il genio della nazione e il talento dei sudditi»!
di Sua Maestà, die’ vita, come s’è visto, all’ Accademia delle scienze
e belle lettere, in. quel torno stesso, tentò anche un ammodernamento
dell’ Università con la riforma, che qualche modificazione importò anche
alla cattedra di Gennaro V.. Nel dispaccio con cui comunicava a Carlo
Demarco, ministro del culto (da cui la pubblica istruzione dipendeva), il
nuovo piano dell’ Università, scriveva: La pubblica
educazione, che è stata sempre tra le cure principali di ogni ben
regolato governo, per la influenza, che ha sul costume de’ popoli e su la
floridezza dello Stato, con la cognizione e con l’esercizio delle
scienze e delle arti liberali e meccaniche, necessarie non meno
alla cultura ed alla politezza delle nazioni, che alla sua ricchezza e
potenza, col promuoverne e sostenerne il com‘mercio, avea già richiamata
l’attenzione del Re ». Si sente il linguaggio del tempo dei lumi.
Sono quindi ricordate le precedenti cure di Ferdinando IV per
l’istruzione. Dopo queste sue prime
sovrane disposizioni, ha il Re voluto rivolgere ancora il suo pensiero
all’ Università degli studi .... Ed avendo S. M. veduto, che siccome
nelle I Disp. cit. pubbliche scuole stabilite nella R. Casa
del Salvatore vi erano alcune lezioni, che anche nell’ Università degli
studi faceansi; e così in questa e in quelle ne mancavano poi
molte, che le nuove scoverte fatte nelle scienze e nelle arti rendevano
interessanti: ha perciò disposto che si combinassero insieme; e,
togliendo per una parte quel che vi fosse di superfluo, e aggiungendo
quel che mancasse per l’altra, e alcuni soldi, ch’'erano nelle scuole,
sopprimendo, ed altri, che nell’ Università eran troppo. tenui,
aumentando, si formasse un corpo intero e compiuto di tutto ciò, ch’ è
necessario alla perfetta istituzione della gioventù, cominciando da’
primi elementi fin alla Facoltà delle scienze più sublimi » 1. Affinché
tutto questo corpo completo di studi fosse raccolto in un sol edificio,
l’ Università passò allora nella casa del Salvatore, dov'era già il
convitto. Né qui si sono arrestate le
paterne cure del Re. Ha determinato di più, e disposto, che si formino,
oltre all’ Accademia della pittura, scultura ed architettura ....
altre due Accademie, una per le scienze e l’altra per le belle lettere,
con avere stabilite le pensioni corrispondenti ‘agli accademici ed ai
segretari dell'una e dell’altra, che saranno a suo tempo dalla M. S.
dichiarati, col presidente delle medesime. E siccome queste Accademie si
terranno nell’edifizio, ove sin ora è stata l’ Università degli studi
2, ha disposto ancora S. M. che nel medesimo si situino le
magnifiche due regali Biblioteche, Farnesiana e Palatina, destinandole
all’uso del pubblico. Ed oltre ciò, vi saranno trasportati li due
ricchissimi suoi regali Musei, Farnesiano ed Ercolanese, per lo stesso uso ».
E, perché I Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania
maggiore, vol. 34, f.° 230 sgg. Ma il dispaccio è pubblicato nel DE
SARIIS, Cod. di leggi del Regno di Napoli, lib. X, tit. IV, Napoli,
Orsini, 1796, 47 S8g 2 Il Palazzo degli Studi. Sbaglia perciò il COLLETTA
(Storîa, lib. II, cap. II, $ 13) ponendo tutti quest’ istituti insieme
con l’ Università al Salvatore. nulla mancasse alla
perfezione di que sta grande opera, ed alla compiuta istruzione della
gioventù, si disponeva l'istituzione di una cattedra di storia naturale,
di un orto botanico, di un laboratorio chimico, e che vi sieno
tutte le macchine per fare le esperienze, e le altre operazioni corrispondenti
». Tutto ciò nel Palazzo degli Studi. Si ordinava altresì all’ Ospedale
degli Incurabili una cattedra di ostetricia e la formazione di un teatro
anatomico. Infine, si era annunziato l’ordinamento di un Osservatorio
astronomico nella casa del Salvatore. In questa, che si può dire la
riforma universitaria dell’illuminismo, tra le cattedre nuove comprese
nel piano dell’ Università, troviamo appunto quella di Eloquenza
italiana. Si dee provvedere», è detto nel Piano, anch'esso del 26
settembre 1777, col soldo di
ducati 300 » ®. E a questa, come alle altre cattedre nuove, si doveva
provvedere per concorso: Solamente »,
diceva il marchese della Sambuca al Demarco nel suo dispaccio, solamente, per questa prima volta li maestri
delle nuove cattedre si proporranno al Re da V. S. Ill. ma con la
mia intelligenza, per combinarsi colla Riforma fatta ». Non
passarono infatti tre mesi, che il ministro Carlo Demarco spediva al
cappellano maggiore del tempo, don Matteo Gennaro Testa Piccolomini,
arcivescovo di Cartagine, il seguente dispaccio: Essendosi
fatta presente al Re la rappresentanza di V. S. I. de’ 19 dello scorso
novembre, contenente le terne de’ soggetti proposti per le nuove cattedre
aggiunte all’ Università dei Regi Studi, S. M. ha scelto per l’Eloquenza
italiana don Luigi Serio; per la meccanica, p. Nicola Cavallo; per
l’Arte Critica e Diplomatica, il p. don Emanuele Caputo Cassinese;
per la Storia sagra e profana il prete don Francesco Conforto; I
Arch. Sta. Nap., Scritture cit., vol. 34, f.° 252 db; DE SARIIS, p. 52. IL
FIGLIO DI G. B. V. 295 per l'Agricoltura don Nicola d’Andria; per
l’Architettura Civile e Geometria pratica il Canonico Taralli; per la
Geografia e Nautica il p. don LodoV. Marrano; coll’obbligo però, che
debbano tutti tali lettori di persona far le lezioni, senz'ammettersi
sostituti in loro vece nelle cennate rispettive cattedre nuovamente
aggiunte. Rispetto poi alla cattedra di Logica e Metafisica, S. M. si ha
riservato di risolvere in appresso, ed allora a suo tempo comunicherò a
V. S. I. la Real risoluzione. Nel Real nome pertanto comunico a V.
S. I. tal’elezioni de’ cennati lettori, fatte dalla M. S. perché ne
disponga il possesso e l'adempimento; siccome ne ho dato l’avviso a’
medesimi per loro intelligenza.
Palazzo, 10 dicembre 1777 !. Chi era don Luigi Serio ? Nato
nel 1744 a V. Equense, esercitava in Napoli la professione d’avvocato; ma
già intorno al ’65 era diventato una celebrità come improvvisatore. A
differenza dei soliti poeti estemporanei, il Serio aveva solida cultura letteraria
e scientifica. Né era privo di buon gusto, come dimostrano alcune sue
polemiche letterarie. La
fraseologia dei novatori, della gente alla moda, gallicizzante ed
anglizzante, delle anime sensibili, dei filosofanti, era un suo odio
particolare. Contro costoro scrisse, tra l’altro, un opuscoletto,
pubblicato anonimo, col titolo: Cose e non parole, mettendo in caricatura
gli obblighi filosofici e utilitari, che si volevano addossare alla
poesia. Ma non pare che questo suo odio fosse effetto di un pensiero
profondo »?. Le sue Rime, del resto, raccolte in due volumi nel 1772 e
1775, hanno I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 426 (novembre
1777 a gennaio 1778), ff. 140-141; nonché tra le Scritture diverse della
Cappellania Maggiore, vol. 34, i ff. 228-229. Parzialmente lo stesso
dispaccio fu pubblicato dal prof. N. BARONE, Breve memoria intorno ai
proff. di diplom. e paleografia nell’ Univ. e nel G. Archivio, Valle di Pompei CROCE,
L. Serio, nel vol.: Aversa a D. Cimarosa, Napoli, Giannini; e poi nel volume
dello stesso Croce, Aneddoti e profili settecenteschi, Palermo, Sandron, 1914.
Sul Serio scrisse più tardi uno studio il prof. M. Bruno, L. S. letterato e
patriota napoletano del Settecento, negli Studi di letteratura italiana,
pubblicati da E. Pércopo, vol. VI, fasc. 1-2. STUDI VICHIANI
scarsissimo valore. Nel 1771 die’ in luce alcuni Pensieri sulla
poesta*, dedicati all'abate Galiani: al quale diceva (salvo, nove anni
dopo, nel Vernacchio, a colmarlo di vituperii): Voi siete un letterato di vivacissimo
spirito, di sublime ingegno, e di vasta erudizione .... Vedete
dunque, se io senta qualche cosa avanti nella ragion poetica, ed il
vostro giudizio mi servirà di perpetua norma ». Ma più che a questi
Pensieri, in cui pure non mancano buone osservazioni sul mutare degli
ideali artistici col mutare dei secoli, e sui difetti della vuota poesia
del tempo, il Serio dové la cattedra di Eloquenza italiana alla stima
guadagnatasi in Corte con le sue ammirate improvvisazioni, che già
quell’anno, 1777, gli avevano procacciato la nomina di poeta di Corte,
nonché l’incarico di rivedere le opere teatrali e provvedere ai bisogni
poetici del S. Carlo*. . Delle ragioni che indussero all’istituzione
della nuova cattedra letteraria, il Napoli-Signorelli, facendone
risalire il merito fino a Ferdinando IV, scriveva nel 1798: Vide il nostro Re che la gioventù
dedita alla greca e latina eloquenza od a svolgere Demostene, Pindaro ed Omero,
o Tullio, Orazio e Virgilio, riusciva così rozzamente a disviluppare i
propri concetti nella materna lingua volgare, come si ravvisa
singolarmente negl’immensi mucchi I Di cui non conosciamo altro
che le prime 12 conservate in una Miscellanea (III st., XV, F., 25) della
Società storica napoletana. 2 Intorno alle lotte che dové
sostenere, come revisore teatrale, per la riforma del melodramma, vedi B.
Croce, I teatri di Napoli, Napoli, Pierro, 1891, 575 Sgg., 592 Sgg., 624 Sgg.,
733 sgg. P. Calà
ULLOA, che non era privo di gusto, né di buon senso scrive: On peut reconnaître encore dans
quelques pages de Luigi Serio, plus éloquantes et plus spécieuses que
raisonnables, des pensées neuves, et des images heureuses à còté des
traits les plus hasardés. Il eut le torte de semer dans l’arène du palais
les fleurs et les ornements de la poésie. Ses discours portaient
l’empreint d’une éloquence factice et d’un goùt passager; il avait plus
d’imagination que de force d’exprit ». Altri, d’ ingegno anche inferiore,
se laissaient aller, comme Serio, à inonder leur auditoire de fleurs
d’une déclamation académique »: Pensées et souvenirs sur la littérature
contemporaine du Royaume de Naples, Genève, 1859-60, I, 33-4. d’allegazioni
ed altre scritte forensi; ed accorse ad ovviare a tale inconveniente col
fondare una cattedra di Elo quenza italiana, e fece sì che la lingua di
Dante, del Petrarca e del Boccaccio e de’ tersi scrittori del
secolo decimosesto s’intendesse, s’imparasse per principii e si
pregiasse ». Il pensiero risale certo ad A. Genovesi, che fu il
primo, com'è noto, a insegnare nell’ Università in italiano, quando
iniziò le sue lezioni di Economia civile. E quando, dopo la cacciata de’
gesuiti, nel 1767, ebbe incarico dal Tanucci di formare un piano di
scuole che poi non poté essere
adottato, almeno interamente propose
anche una scuola di lingua, di
eloquenza e di poesia toscana ; perciocché, mirando già tutte le nazioni di
Europa a rendere volgari e comuni le regole delle arti e delle scienze,
parve all'abate Genovesi necessario che i giovani si avvezzassero
di buon’ora a sapere parlare e scrivere con nettezza ed eleganza la
propria lingua ». Ma questo studio sì
necessario », concludeva il biografo del Genovesi, nel 1770 *, è intanto
il più negletto nella nostra educazione ». Importante è quello che
lo stesso Napoli-Signorelli, dopo avere accennato alle altre cattedre
moderne stabilite con la riforma del 1777, ci dice della impressione che
di quelle novità ebbero i contemporanei:
Chi crederebbe », egli esclama, che queste gloriose novità
dovessero sembrare innovazioni inutili a certi vecchioni che non hanno
mai inteso più oltre delle istituzioni mediche, legali e teologiche, della
fisica di Aristotele o di Cartesio, e della nuda pedanteria (ma non
altro) delle lingue dotte ? E pure odonsi alcune sparute larve, ignoranti
dell'importanza di tali stabilimenti, mormorarne e torcere il muso: Quali cattedre ! (van dicendo) lingua
italiana, agricoltura, chi I G. M. GALANTI, Elogio stor. del sig. ab. A.
Genovesi, 33 ed., Firenze, 1781, 7I, 9I1-3, 109. mica, commercio,
diplomatica, storia naturale, geografia fisica ! Fa mestieri di un
pubblico professore per istudiar la lingua volgare che parliamo dalle
fasce .... Così favellano certi noti
annosi maestri, che non mai seppero passare oltre dei confini della
pedanteria e cacciar da sé prisci vestigia ruris. Ma il gran Ferdinando
che d’ingegno e di cognizioni, come di grandezza d’animo, di possanza e
di maestà tutti sorpassa, ad onta di codesti idioti eruditi alla vecchia
maniera, ha fondate queste nuove scuole importantissime per rimuovere
la gioventù da’ rancidumi, onde non più comparisca inceppata e coperta di
timidezza da collegio a fronte di chi bevve in migliori fonti » 1.
Tra cotesti vecchioni, eruditi alla vecchia maniera, vi sarà stato
anche Gennaro V. ? Non parrà improbabile, se si considera che realmente,
così come nacque, l’insegnamento della letteratura italiana fu una
duplicazione della vecchia rettorica, che s’insegnava nell’ Università
di Napoli dalla metà del Cinquecento; e se si ripensa alle sue
lamentele del 1797 per la sorte toccatagli, di raggiungere dopo 40 anni
d’insegnamento quello stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto
tanto più presto: p. es. don Luigi Serio ! Che cosa abbia precisamente
insegnato il Serio sì può argomentare da un interessante documento
rimastoci ?: cioè dal manifesto, con cui. dopo 14 anni
d'insegnamento, annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che
non sembra vedessero poi la luce. Esso reca la data di Napoli,
16 maggio 179I: Agli amatori della bella letteratura:
I P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV, Napoli, Migliac cio,
1798, 242, 244-5. 2 Misc. XV, F. 25, nella Bibl. della Soc. stor.
napoletana. Dalla stamperia di Vincenzo Flauto usciranno alla
pubblica luce le istituzioni dell’eloquenza e della poesia italiana
dell’avv. Luigi Serio, regio cattedratico. Quest'opera sarà divisa in
quattro tomi: il primo conterrà le più importanti questioni intorno
all'origine, all’ indole ed al carattere della lingua; e in esso si
tratterà eziandio di tutto ciò, che principalmente alla grammatica
appartiene, ma con animo di veder come esser possa una delle fonti
dell’eloquenza. Nel secondo e nel terzo tomo va l’autore ritrovando i mezzi,
onde si pervenga alla perfezion del gusto, e crede di esservi riuscito,
facendo le seguenti ricerche: I. In che consiste l’artifizio delle metafore, e
quale utilità se ne ricava ? II. Perché le figure, che si addimandan retoriche,
facciano mirabili effetti in qualunque specie di scrittura e di discorso ? E se
ne additerà la cagione nelle passioni, di cui esse sono, e devono esser
il linguaggio. III. Che cosa sono i pensieri ingegnosi e i
concetti, e perché rapiscono ed incantano gli animi altrui, o riescon
freddi e puerili ? IV. Coloro che declaman tanto contro il periodo,
hanno pur ragione di farlo ? E qui si farà un’ analisi diciò che
forma l'armonia del discorso in generale, e della lingua italiana in
particolare. V. L’eleganza e l’elocuzione son voci, che esprimono idee distinte
o confuse ? e possono esser soggette a un maggiore schiarimento ? VI. Che cosa
è stile ? E qui, abbracciandosi l’antica divisione di stile semplice,
temperato e sublime, se ne dimostreranno i caratteri, e con questa occasione si
faranno per lo stile semplice molte osservazioni sulle lettere familiari,
su’ dialoghi, sulle materie didascaliche o sieno instruttive, e sulla
istoria; e per lo stile sublime si andrà esaminando in che consista il
merito di que’ fortunati pensieri, che in prosa o in verso riempiscono
gli animi de’ lettori in un medesimo tempo di gioia, di maraviglia e di
nobile ardimento. VII. Si faranno finalmente opportune riflessioni
sull’eloquenza del pulpito e del foro. Il quarto tomo è destinato alla
poesia italiana, e conterrà questi sei trattati, cioè l'origine della
nostra poesia, il metro e le rime; l'armonia del verso, e come possa
servire all’ imitazione; la locuzione poetica e il dar persona alle idee;
la lirica poesia in generale, e le sue diverse specie; e i principii
della poesia drammatica, e dell’epica.... Addio. L'insegnamento
del Serio era, come si vede, il pendant della rettorica e della poetica
insegnata da Gennaro V.. Questi esemplificava i suoi precetti con la
lettura dei classici latini; il Serio con quella degli scrittori
italiani. A’ suoi commenti danteschi accenna il marchese di
Villarosa, quando in uno di quei suoi sciagurati Ritratti poetici fa dire
al Serio: Dell’ itala eloquenza, in Dante oscura, Talora i
pregi di svelarne avviso. Gli stessi precetti e le teoriche
dovevano spesso dar luogo ad esemplificazioni, e quindi a letture di
classici, secondo era richiesto già dall’antico programma di Rettorica.
Lo stesso Villarosa ci dice che, esercitando il suo ufficio, il Serio ne
riscosse non mentite lodi, perciocché le sue lezioni, pronunziate con
brio e piacevolezza, eran ripiene di recondito sapere, le bellezze
additando dell’idioma gentil sonante e puro». Ma la pagina più
bella, scritta dal Serio, fu quella della sua morte » 3. È noto il
racconto commovente del Colletta. Il 13 giugno 1790, il Serio si trasse
dietro i nipoti a combattere contro le schiere di Ruffo, che
assaltavano Napoli: Il vecchio, per grande animo e natural difetto
agli occhi, non vedendo il pericolo, procedeva combattendo con le armi e
con la voce. Morì su le sponde del Sebeto: nome onorato da lui, quando
visse, con le muse gentili dell'ingegno, ed in morte col sangue » 4. Il
borbonico Villarosa nota amaramente che le Muse non furono capaci a
salvarlo, ed illagrimato non poté evitar la taccia di arrogante ed
ingrato ». E per lo sdegno, forse, contro questa ingratitudine
dei poeti, Ferdinando IV per un pezzo non volle più saperne di
professori di Eloquenza italiana. Nell’ Almanacco di Corte del 1805 la
cattedra si dà ancora per vacante 5. Ed. cit., p.
21. O. c., p. 84. B. CROcE, Aneddoti, p. 298. 4
COLLETTA, Storia, lib. IV, c. III, $ 32. 5 Calendario e notiziario
della Corte per l’anno 1805, 122-3 (Napoli, 1805). Venuto Giuseppe
Bonaparte, il 31 ottobre 1806 emanò un decreto, come fu sopra accennato,
per riorganizzare gli studi universitari sopprimendo parecchie cattedre,
anche di quelle stabilite nel 1777, e alcune istituendone nuove *.
Tra le soppresse con quelle di Diritto di natura, Testo d' Ippocrate,
Etica, Teologia primaria, Testo di S. Tommaso, Storia de’ concili, ecc., v'è
anche, come dissi già, la Rettorica: la cattedra di V. 2. L’ Università
fu divisa in cinque Facoltà: Diritto, Teologia, Medicina, Filosofia
3 e Scienze naturali. Ma alle Facoltà erano aggiunte sei cattedre
diverse : Commercio; Critica e diplomatica; Eloquenza antica e moderna; Lingua
greca; Lingua ebraica; Lingue orientali. Nell’ Eloquenza antica e
moderna pare s’intendesse fondere i due insegnamenti di Gennaro V. e di L.
Serio; e vi fu nominato 1l già sostituto di Gennaro, il can. Nicola
Ciampitti (decreto 31 dicembre 1806); il quale conservò la cattedra con
quel titolo fino al 1811. Ma non passarono due anni, che un decreto
del 20 gennaio 1808 erigeva nell’ Università una cattedra di Letteratura
antica e moderna, nominandone titolare (col soldo di professore di 3*
classe, come tutti gli altri delle
cattedre diverse ») certo Angelo Marinelli. Ci è arrivata la
Prolusione che il Marinelli lesse quell'anno stesso în occasione dell'apertura
della nuova cattedra di letteratura antica e moderna eretta nella R.
Università degli studi di Napoli ; ed essa accenna alle ragioni, per
cui la coltissima » Accademia di
storia e d’antichità, fondata I Vedi questo Decreto nella Collez.
degli editti, determinaz., decreti e leggi di S. M. da’ 15 febbr. ai 31
dic. 1806 (Napoli, Stamp. Simoniana), 384 Sgg., nonché nell’altra
Collezione (pressoché ignota e pure importantissima) delle leggi, de’ decreti e
di altri atti riguardanti la P. I. promulgati nel già Reame di Napoli
dall’anno 1806 in poi, Napoli, Fibreno, 1861-3 (3 voll.), I, 6-7.
2 Allora (per l’art. 58 di questo decreto) l’ Università, che nel
1805 era passata a Monteoliveto, tornò al
palazzo detto del Gesù vecchio ». 3 In questa Facoltà furono
comprese 6 cattedre: 1) logica e metafisica; 2) matematica semplice; 3)
matematica trascendentale; 4) meccanica; 5) fisica sperimentale; 6) astronomia.
l’anno innanzi da Giuseppe !, aveva proposta e garantita » al governo l'istituzione
della nuova cattedra. E ci dà insieme un'idea di quello che tale
insegnamento doveva essere. Non era un uomo volgare questo
Marinelli. Fratello primogenito di Diomede, autore dei noti Giornali, ora
in parte pubblicati, così utili allo storico degli avvenimenti
napoletani dal 1794 al 1820 ?, egli, sebbene sacerdote, fu, come il
fratello, caldo fautore della repubblica del 1799. Ma più del fratello
dové compromettersi, se, appena caduta la repubblica, il 14 giugno venne
arrestato e condotto al Ponte della Maddalena, quartier generale del
Ruffo, poscia su un bastimento 3. Ne scese il 14 agosto; ed ha sofferto
molto dalla vil plebe », notava quel giorno il fratello 4, come gli
altri; e tra l’altro, gli ponevano in bocca ogni lordura, che trovavano
in terra ». Il 27 settembre il fratello notava ancora 5: Quest’oggi mio fratello Angelo Marinelli mi
ha mandato a dire, ch'è stato condannato ad esser deportato fuori il
territorio napole I Con decreto del 17 marzo 1807: vedi la Col/ez. ora
citata, I, 30-32. Questa Accademia fu poi, com'è noto (COLLETTA, Storia,
lib. VI, c. III, $ 29; MINIERI Riccio, Arch. Stor. Nap., V, 1880, 595-7)
incorporata nella Società reale di Napoli, istituita da Giuseppe con
decreto 20 maggio 1808 (Co/l. cit., I, 53-56), diventata nel 1817 Società
Borbonica. Nei Giornali del Marinelli, t. XII, 80-82, è riferito il
decreto di costituzione dell’Accademia del 1807; e segue questo
ricordo: Per decreto di S. M. sono
nominati Accademici dell’Accademia Reale d’ Istoria e di Antichità i
signori p. Andrés, cav. Arditi, arcivescovo Capecelatro, abbate Gaetano
Carcani, Domenico Cotugno, Francesco Carelli, abbate Nicola Ciampitti,
Francesco Daniele, consigliere di Stato Delfico, professore Gargiulo,
abbate Donato Gigli, abbate Gaetano Greco, vescovo Lupoli, abbate Girolamo
Marano, generale Parisi, abbate Bartolomeo Pezzetti, vescovo Bosini,
canonico Francesco Rossi, cav. Villa-Rosa ». 2 Vedi la nota su D.
Marinelli in B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 17993, Bari, Laterza,
1912, 187-88; e la cit. pubblicazione della I parte dei Giornali di D. M.
a cura di A. FIORDELISI. 3 Giornali di D. M., ed. Fiordelisi, 81-2.
4 Ivi, p. 88. 5 Ivi p. 96. tano, e portato in
Marsiglia ». E il 19 novembre, infatti, Angelo, in Sant’ Elmo, firmava
l'obbligo di andare in esilio sua vita durante » *. Onde il 14 dicembre
Diomede poteva registrare con piacere che nella notte il fratello
era stato imbarcato per Marsiglia: Sto
contento », scriveva, temendo di peggio » =. Non ne seppe altro fino al
giugno dell’anno dopo, quando Angelo, dopo sei mesi, gli diede finalmente
notizie di sé da Marsiglia 3. Ma non doveva rivederlo che nel 1807 la
sera del 12 ottobre, dopo otto anni d'esilio ! 4. Questi
meriti patriottici del Marinelli, che, per altro, aveva esercitato sempre
la professione dell’insegnamento, ne fecero un professore dell’
Università, con cattedra istituita per lui, sotto Giuseppe Bonaparte. La sua reputazione », dice l’ Ulloa 5, e una
vita esente da rimproveri furono forse le vere cause della sua riuscita e
del favore pubblico ». Oh! l’animo di Diomede, quando il giovedì 28
aprile 1808 poté scrivere nel suo diario ©: Questa mattina Angelo mio
fratello ha principiato le lezioni della nuova cattedra, ne’ Regi Studi,
di letteratura antica e moderna !» Ma non convissero quindi che
pochi anni. Ecco la necrologia di Angelo inserita nei Giornali 7:
Angelo Marinelli, mio fratello germano, nato nel 17658, è passato
a miglior vita nella notte a sei ore venendo il sabato di marzo del 1813.
Mi è avvenuta questa disgrazia dopo una tediosa malattia di quasi tre
mesi con idropisia, e poi è terminata con cangrena nella verga. È stato
seppellito il sabato a sera nella I Ivi, p. 112. 2
Ivi, p. 117. 3 Ivi, p. 130. 4 Sotto questa data nel ms.
t. XI, p. 708: Questa sera verso le ore 3 è giunto Angelo mio fratello
dopo l’esilio di otto anni ». 5 Pensées cit., I, 114. 6
Ms. t. XI, p. 723. 7 Dal ms. cit. XI, p. 733. 8 Nacque
probabilmente a Longano nel Molise. Congregazione di S. Caterina a
Formello. Esso mio fratello era sacerdote, e professore dell’ Università
di Napoli. Gli primi studi gli fece nel seminario d’ Isernia, e vi fu
lettore e rettore per pochi anni. Nel 1795 venne in Napoli per studiare
maggiormente, e aprì scuola privata. Nel 1799 fu arrestato dalla
populazione della nota rivoluzione, e fu sbarcato a Marsiglia, e poco vi
si trattenne essendo passato in Italia poco dopo. Fu professore nel Liceo
di Alessandria e di Casal Monferrato. Finalmente nel dì 12 ottobre
del 1807 si ritirò in mia casa, e poco dopo fu fatto professore nell’
Università, e confirmato dell’organizzazione seguìta a dì 18 gennaio
1811. Era uomo portato all’ ipocondria, sentenzioso e grave. Studioso
all'eccesso ed era il suo idolo la gloria ed onore nelle scienze. Giusto
nelle sue deliberazioni, e non capace di offendere niuno in fatti, sebbene in
parole spacciasse che la vendetta era il nettare di Giove. Amava la gioventù
e principalmente i suoi allievi. È stato pianto da tutti quei che lo
conobbero, non che da me. È passato a miglior vita monìto con tutt’i
sagramenti, ch’ ha eseguiti, con edificazione degli astanti 1. Ma
torniamo alla Prolustone. Il Marinelli dice che la nuova cattedra ha di
mira particolarmente l’analisi critica e ragionata de’ classici antichi e
moderni » per formare di una maniera facile e breve » il gusto dei
giovani, e abituarli ad apprezzare e leggere gli autori con discernimento,
pronunziare sul loro merito il proprio giudizio con sicurezza, e,
proponendoseli per modelli, lavorare componimenti solidi e degni
dell'immortalità ». I classici da leggere sono i grandi scrittori di
queste quattro epoche: la Grecia di Pericle e di Alessandro, la
Roma di Cesare e di Augusto, l’ Italia di Leone X e dei Medici, la
Francia di Luigi XIV. Da essi trar
bisogna l’abbondanza e la ricchezza de’ termini, la varietà delle figure,
la maniera di comporre, le immagini, i movimenti, l’armonia e tutto ciò che
evvi di bello, di grande e di squisito I Un nipote di Angelo
Marinelli affermava nel 1887 che un’opera dello zio su la Fisonomia
dell’uomo si conservava manoscritta presso l'arciprete di Longano (Croce,
O. c., p. 187): ma non se ne sa altro. IL FIGLIO DI G. B. V. 305
nel carattere del loro ingegno e del loro stile ». Dunque, lettura
ed analisi di Omero, Sofocle, Euripide, Pindaro, Tucidide, Virgilio,
Orazio, Sallustio, Petrarca !, Tasso, Ariosto, Corneille, Racine,
Fénelon. Studio importantissimo ai tempi nostri, dice il Marinelli, perché oggi più che mai si trascurano i
grandi originali, che soli formar possono il nostro spirito ». Del resto,
il novello insegnante non intendeva presentare questi classici per
modelli perfetti all’ammirazione cieca degli scolari. Anzi
annunziava una critica severa », che,
rilevando le imperfezioni, avrebbe fatto meglio risplendere il merito,
come il fuoco dà un nuovo lustro
alla purezza dell’oro ». La censura non fece forse migliori i cittadini
di Roma? Bisogna distinguere le buone guide dalle pericolose. Chi non sa che Seneca, Lucano e Marino
hanno in diverse epoche contribuito a corrompere il gusto della gioventù
? ». Ricordarsi poi che negli autori migliori non tutto è egualmente
buono, né tutto ciò che è buono, conviene egualmente in tutti i tempi e
luoghi. Chi oserebbe imitare
oggidì le noiose enumerazioni d’ Omero e le similitudini ch'egli prende
da cose basse e triviali; i dettagli minutissimi d’ Ovidio; lo stil concettoso
del Marino; le leggi drammatiche tante volte trascurate dal gran
Corneille ? ». Questa dev'essere scuola di critica e di buon gusto
». E quando questa novella cattedra », dice il Marinelli a’ suoi
uditori, non servisse ad altro ch’ a distruggere quel resto d’amore pe’
concetti e per le arguzie, che regna in quegli spiriti, il di cui gusto
non è ancora depurato, a far amare da coloro che si piccano di comporre,
quella saggia sobrietà che forma la solidità dello stile; a mostrare che
nelle cose piuttosto che ne’ termini bisogna I Dante non c'entra:
forse perché non si poteva tirare come il Petrarca (per via degl’
imitatori), al secolo di Leone X. Del resto il Marinelli conchiude: Questi ed altri scrittori celeberrimi.] cercare
la nobiltà dell’espressione; ad evitare ne’ discorsi quella grandiosità
affettata, la quale egualmente che la semplicità triviale, è contraria
alla dignità della dizione; insomma a scrivere sensatamente, ciò bastar
dovrebbe a convincervi della sua utilità ». Siamo, come sì
vede, a un livello molto più alto che col Serio. Il fondo
dell’insegnamento è ancora la rettorica: ma che rivoluzione ! Tutta la
precettistica, tutto il convenzionalismo, e il formalismo classico e
pedantesco sono iti: Marinelli è uno schietto romantico; e in qualche
accento ti parrebbe di sentir già il De Sanctis, se non stonasse, tra
tanto buon senso e indipendenza di giudizio, qualche accenno a quel
filosofismo, di cui il Marinelli doveva essersi imbevuto già prima del
’99, e anche più nelle sue peregrinazioni in Francia e nella
Cisalpina. Terminando il suo discorso, esponeva brevemente il
metodo che avrebbe seguito. In primo luogo si sarebbe studiato di
sviluppare le cagioni fisiche (sc) e morali, che hanno contribuito alla
nascita, all'incremento ed allo splendore di ciascuna letteratura ».
Avrebbe cercato perché essa, come una pianta, in alcuni climi si è
veduta nascere e fiorire spontaneamente; perché, esotica altrove,
non ha prodotto dei frutti che a forza di cultura, o perché selvatica ha
resistito alle cure che si son prese di ccltivarla ». Avrebbe indagato il
perché della mirabile fioritura delle quattro epoche letterarie. Compiuto
questo quadro filosofico delle vicende e della storia letteraria de’
quattro secoli », sarebbe venuto quindi all’esame dei classici. Ma
bisogna sentire quanto nei criteri qui enunciati per tale esame questo
Marinelli, rimasto finora quasi interamente ignorato, s’avvicini a
principii e metodi molto recenti: Di quelli che col lor
sapere e coll’opera loro si renderon più illustri, parlerò più
ampiamente; più brevemente di quelli che non furon per equal modo
famosi. Della vita de’ più rinomati scrittori accennerò in iscorcio le
cose le più importanti, e quelle particolarmente che contribuir possono a dar
lume e risalto maggiore alle lor produzioni; più diffusamente ragionerò
di ciò che appartiene al loro carattere, al loro sapere, al loro stile.
Rileverò i pregi e le bellezze che sfolgoreggiano nelle opere loro, per
promuoverne l’ imitazione. Non passerò sotto silenzio i difetti che
intrusi vi sono, affinché s’evitino. E se parlar dovrassi di due o più
scrittori, che si saranno nello stesso genere segnalati, non tralascerò
di farne il parallelo e di mostrare in che l’ uno sull’altro
primeggi. Infine il Marinelli credeva di conchiudere, che
questo insegnamento avrebbe istruita la gioventù senza obbligarla al
meccanismo de’ precetti, e senza ingolfarla nelle minuzie grammaticali,
che sono per lo più disgradevoli alle persone di già avanzate negli studi
». Ben presto però il carattere speculativo di un tale insegnamento
dovette prevalere sulla sua parte storica, e la materia trasformarsi in
una filosofia dell’eloquenza. Filosofia dell’eloquenza s'intitola infatti
il libro pubblicato dal Marinelli nel 1811, e dedicato (in data di
Napoli, I La filosofia dell’eloquenza di AnGELO MARINELLI,
professore di letteratura classica nella Regia Università di Napoli, e
socio di varie Accademie italiane e straniere. In Napoli, 1811, presso
Angelo Trani; di VI-103, in-8°. A_pp. 68 sgg., è un cenno di quello che
l’Autore avrà svolto nel suo corso: ossia intorno alle cause del fiorire
delle lettere nei quattro secoli accennati nella Prolusione del
1808. Una Filosofia dell’eloquenza
o sia l’eloquenza della ragione aveva pubblicata nel 1783 in due grossi
volumi in-16° (in Napoli, presso Vincenzo Orsini) l'avv. FRANC. ANT.
ASTORE, uno de’ martiri del ’99, nato a Casarano, in Puglia, nel 1742,
autore nel 1799 d’un Catechismo repubblicano e d’una trad. dei Diritti e
doveri del cittadino del MaBLY. Vedi su di lui una notizia di N. MORELLI,
in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli del Gervasi, vol
IX, Napoli, 1822; D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti ecc., Roma, 1883, 34-41,
e B. Croce nell'Albo della vivoluz. napol. del 1799, p. 28. Per la sua
condanna v. SANSONE, Glîì avvenimenti del 1799 nelle Due Sicilie, p.
cxcI, Palermo, 1901; e per la sua fine Croce, La Rivol. napoletana. La
Filosofia dell’eloquenza ebbe una ristampa a Venezia, e fu tradotta in
francese dall’ Yverdun; ed è certamente opera notevole per la profonda
conoscenza che dimostra della letteratura estetica straniera, specie francese
ed inglese, e per lo strano miscuglio che, come ne’ Saggi politici
pubblicati quel 2 di luglio 1811) al conte Giuseppe Zurlo, capo della
pubblica istruzione, versando sulla riforma dello studio dell’eloquenza
». Scopo del libro era quello di mostrare che, più degli aridi precetti de’
retori, una felice disposizione della natura, il genio, l'entusiasmo, la
conoscenza del mondo ed un ricco corredo di cognizioni filosofiche
formano l’uomo eloquente ». Questa, dice il Marinelli nella sua dedica, è
una teoria da me già dimostrata ad evidenza ». (Dove dimostrata, se non nelle
sue lezioni ?) Pure a giudizio di alcuni essa sembra ancora un problema
». Da qui parrebbe che il suo insegnamento avesse suscitato qualche
critica e forse anche un certo scandalo. Che insegnava egli dunque ? Un cenno di questo libro non si riterrà
fuor di luogo, se si tien conto delle felici osservazioni che vi
abbondano e la grande rarità di esso. l’anno stesso dal Pagano, vi
si fa, delle idee del V. con quelle dei sensisti. La menziona il CROcE
nelle sue Varietà di storia dell’estetica, nella Rassegna crit. di lett.
ital. del Pércopo, VII (1902) p. 5 (poi in Probl. di estetica e
contributi alla storia dell’estetica italiana, Bari, 1910, p. 385), ma
merita uno studio particolare. In quest'opera però la rettorica è elaborata
filosoficamente, ma non è criticata. Il libro non ha altro che il titolo
in comune con la Filosofia del Marinelli. Un lavoro sull’A. fu
pubblicato nel 1905 dal prof. F. DE SIMONE BroUWER, Franc. Ant. Astore,
patriota napoletano, nei Rend. dei Lincei, Sc. mor., serie 58, vol. XIV, 299-315.
L’Astore fu in amicizia con Gennaro V., com'è dimostrato da una sua letterina
pubblicata dal DE SiMONE, p. 303, dov’ è detto:
Vi acchiudo due esemplari di certe bagattelle poetiche.... di un vostro
amico.... il quale.... ve ne presenta un esemplare per vostro uso....
L'altro esemplare al nostro signor V. ». Insieme coi libri del
Marinelli e dell’Astore può esser ricordato il Saggio filosofico
sull’eloguenza dell’ab. GrusEPPE GENTILE (Siracusa, Pulejo, 1795, 2 voll.). Ne
ho potuto vedere soltanto il 2° volume, dove l'A. si dimostra un
sensista, e si riferisce più d’una volta all’Astore. Questo saggio », dice D. ScINÀ
(Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII, Palermo,
1824-27, III, 440-4I), è modellato sul
Batteux, e su quelli francesi, che scrivono di eloquenza più colla
teorica, che col sentimento, e più colla metafisica che col gusto; e come
manca di quel senso delicato, vero e naturale che ci fa il bello sentire;
così avviene che di sugose osservazioni scarseggi, e venga nella scelta
degli esempii non di rado a fallare. Cioè non di meno, se il Gentile non
è atto a formare degli oratori o pur de’ poeti, ha il pregio di tener lontani i
giovani dalla pedanteria ». È diviso in due parti, una
negativa, Del vero carattere dell’eloquenza, in cui l’autore critica la
vecchia rettorica; e una positiva, Vedute filosofiche intorno alla
scienza del comporre, che espone le dottrine critiche del
Marinelli. L'esposizione procede per considerazioni aforistiche ed
epigrammatiche; ed è più una serie di appunti, che una trattazione vera e
propria. Rilevata l’importanza del linguaggio nello sviluppo
dello spirito, accennati gli effetti per esso conseguibili quando tocchi
il grado dell’eloquenza, l’autore afferma che questi effetti annunciano la forza ed il potere di
un’anima che signoreggia sulle anime mercé l'ascendente della parola » +.
E nota subito: Quel che evvi però di
singolare si è, che alcuni hanno creduto supplire colle regole ad
un talento sì raro. Ciò sarebbe, a parer mio, lo stesso che il
ridurre, se si potesse, il genio a precetti. E colui che ha preteso il
primo, che gli uomini eloquenti si debbano all’arte, o 11 dono della
parola certamente non possedeva, o era molto sconoscente ed ingrato verso
la natura ». La natura sola fa l’uomo eloquente. Gli ornamenti studiati
delle rettoriche hanno rispetto all’eloquenza il valore” della scolastica
di fronte alla vera filosofia. Qual cosa, infatti, più triviale
quanto il professare e mettere in pratica un’eloquenza sì ridicola ?
Figure ammonticchiate, grandi parole, che non dicono nulla di grande,
movimenti imprestati, che non partono dal cuore, e che per conseguenza non
vi giungono giammai, non suppongono al certo nell’autore e nel
maestro alcuna elevazione di spirito, alcuna sensibilità. Ma la vera
eloquenza essendo l'emanazione di un’anima ad un tempo semplice, forte, grande
e sensibile, bisogna in sé concentrare tutte I L’ULLOA (Pensées,
1, 114), il quale dice anche lui, che
questa Filosofia dell’eloquenza ne manquait pas d’apergus nouveaux et
intéressants » (1, 116), a proposito dei
discorsi letti dal Marinelli nella Pontaniana nota che in quel tempo la
conduite des écrivains était inégale et incorrecte. À ce défaut
près, l’auteur a de la méthode, de l’érudition et du jugement.] queste qualità per dar precetti ed eseguirli. Poiché,
diciamolo pur con franchezza, chi è penetrato vivamente dal bello, dal
sorprendente, dal sublime, lungi non è dall’esprimerlo !. I
precetti non hanno prodotto mai nessun capolavoro. Infatti i grandi
scrittori sono d’accordo nel dire che
gli squarci più sorprendenti delle loro opere hanno quasi sempre
loro costato minor fatica, perché sono stati ad essi come ispirati,
producendoli. L’eloquenza è nata avanti le regole della rettorica. Cmero
sparso avea di tratti sublimi e magnifici i suoi poemi divini, ed il
teatro greco vantava un Eschilo, un Sofocle ed un Euripide, prima che lo
stile sublime fosse stato definito da Demetrio Falereo, ed il
filosofo di Stagira prescritto avesse regole sulla tragedia ». La
rettorica v’insegna l’uso della figura: ma il popolo stesso usa il
linguaggio figurato, e nulla più frequente dei tropi sulla sua
bocca. Come nelle leggi la lettera uccide e lo spirito
vivifica, così le teorie rettoriche sono diventate altrettante
gravi catene, di cui si è caricato il genio. Le istituzioni dei
retori moderni, modellate su quelle degli antichi, rigurgitano di definizioni, di regole e
di particolarità, necessarie forse per leggere con profitto gli oratori
latini, ma assolutamente inutili e contrarie anche al genere di
eloquenza, che si professa ai giorni nostri ». Questi retori, «
fanatici per l’antichità che si millantavano di conoscere, ci
dettero per modelli tutto ciò ch'essa ci ha lasciato, e posero,
senza discernimento, l’esempio, e l’autorità al luogo del sentimento e
della ragione ». Leggi ce ne saranno, ma bisogna ricavarle dagli stessi principii delle cose », dallo studio
degli uomini, della natura e delle arti medesime. Non devono essere regole, a
cui il genio abbia da sottomettersi servilmente, senza il diritto di
scostarsene ogni volta che ZII gli siano di peso e d’imbarazzo.
Abbia egli la regola per far bene, ma anche la libertà, per far meglio.
Il Gravina avrebbe voluto che il Metastasio radesse il suolo, schiavo della regola,
quando era fornito di penne per tentare un volo di Dedalo, ed apprendesse
le leggi del teatro dalle usanze de’ greci, quando, per ispirazione di
Melpomene, st leggeva l’arte dentro il suo cuore ». Fortuna che la
natura la vinse sull’autorità del maestro! La scuola lo rese autor del
Giustino; il genio ne fece un classico ». Sicché le opere artistiche
bisogna giudicarle non dalle imperfezioni e dalle quisquilie che vi si
rinvengono, ma dalle bellezze che vi brillano ». Detto profondo e,
almeno per l’ Italia, novissimo. Il De Sanctis ne farà un principio
fondamentale della sua critica. Il poema
di Klopstock », dice il nostro Marinelli, è forse meglio condotto
della Eneide; ma venti bei versi di Virgilio sopraffanno tutta la
regolarità della Messiade. I drammi di Shakespeare e la Divina Commedia
di Dante hanno delle imperfezioni barbare e disgustevoli; ma a traverso
di quella densa caligine folgoreggiano quei tratti di genio che eglino
soli potevano avventurare ». Lasciate libera da ogni freno
l’immaginazione; lasciate saltellare e correre a suo bell’agio quel
destrier generoso; esso non è giammai sì bello quanto ne’ suoi
traviamenti .... Abbandonato a se stesso, alle volte cadrà certamente; ma
che ? anche nella sua caduta conserverà quella fierezza e quell’audacia
che perderebbe colla libertà. La turba dei retori definisce
l’eloquenza: l’arte di ben dire acconciamente per persuadere ». Meglio
il D’ Alembert: il talento di far passare con rapidità, ed
imprimere con forza nell’anima altrui il sentimento profondo di cui siamo
penetrati ». In tutte le lingue vi sono I Pagg. squarci eloquentissimi,
che non provano nulla, e quindi non si può dire che siano atti a
persuadere; eloquenti sono perché scuotono potentemente chi legge od
ascolta. Quando Andromaca fa a Cesira il quadro dell’esterminio di
Troia, o le rammemora il congedo che da lei prese Ettore sul punto di
andare a battersi con Achille, non ha certamente disegno di persuaderla.
Ella geme e, piena del dolore che la desola, cerca di aprire agli altri
il suo cuore esulcerato ». C'è l’'eloquenza poetica e l’eloquenza
prosaica, non tanto diverse, che, attingendo le loro ricchezze nella
medesima sorgente, non si ravvicinino qualche volta, non si tocchino, non
si confondano ». La distinzione tra poesia e prosa è propriamente
distinzione tra arte e scienza: delle cui attinenze il Marinelli ha un
concetto prettamente vichiano. I poeti classici precedono sempre i
prosatori; ed è agevol cosa a
trovarne la ragione. La poesia non è che l’opera della fantasia e
del sentimento. Or i popoli che sortono dalla barbarie, avendo idee
ristrette e limitate, sono per conseguenza sommamente immaginosi. Ciò osservasi
di leggieri nei fanciulli che un simulacro sono de’ popoli selvaggi. Al
contrario, la prosa richiede intelletto e spirito di osservazione.
Quindi negli uomini sviluppandosi più presto quelle prime facoltà, che i
talenti, i quali suppongono la maturezza del giudizio, è avvenuto che
l’eloquenza pcetica ha sempre fiorito prima della prosastica in tutte
l’epoche della letteratura ». Dopo di che fa veramente meraviglia
che il Marinelli si affanni a dimostrare che la filosofia, lungi dal
nuocere, giova anzi moltissimo alle produzioni del genio », e che
il più bello squarcio di eloquenza, se manca del fondo di verità che vien
compartito dallo spirito filosofico, rassomiglia a quel fiorellino, che,
pompeggiando in mezzo al prato, sorprende i primi sguardi, ma, appena
colto, langue e si scolora ». Miscuglio di falso e di vero, in
cui senti l’influenza della filosofia di moda, come là dove Dio non
è altrimenti nominato che Ente supremo »
da questo curioso prete della rivoluzione, il quale si dice amasse
vestire sempre da laico *. Pure, un fondo di verità, per dirla con
lo stesso Marinelli, nel suo pensiero c’è; e si scopre subito, quando
l’autore soggiunge che per sentire il
pregio dell’espressione, bisogna, come i Platoni, i Montaigne, i Baconi
da Verulamio, i Montesquieu e i Filangieri, unire l’arte di
scrivere all’arte di ben pensare ». Non si respira qui l’aria
romantica ? Da anteporre a tutti gli studi dei libri, il più utile e 11
più necessario, lo studio degli uomini e della vita. Volete
conoscere gli uomini ? Vedeteli da vicino, ascoltateli, osservateli
continuamente: Una parola, un
colpo d'occhio, un atteggiamento, un gesto ed il silenzio stesso è
alle fiate quel che dà la vita, l’espressione » ?. Non sta negli
ornamenti estrinseci il vero pregio di un’opera d’arte: il capolavoro,
spogliato di essi, conserva tutto il suo interesse. Vuole lo scrittore
rendersi interessante ? S’investa bene della parte sua, ed esamini a
fondo le cagioni e gli effetti degli avvenimenti. Quando una volta si è
renduto padrone della sua materia; quando si è investito del carattere
che dee rappresentare; quando la sua anima si è riscaldata, per così
dire, ai riverberi della sua immaginazione; quando essa è montata al
livello del soggetto e delle circostanze, la sua eloquenza è tale
quale convien che sia. Ella si esprime con nettezza. Il valore del sentimento
interiore si spande su tutto il suo discorso ». Sobrietà, sopra tutto, e
naturalezza. Se un sol I CROCE, La Rivol. napol.] tratto ha
espresso una passione violenta, ogni aggiunta non fa che guastare. Romantica
è anche l’idea del Marinelli, che bisogna essere originali, ma che, se
avete disegno di depredare le idee altrui, siano almeno quelle, che non
alla vostra, ma all'estere nazioni si appartengono .... Trasporterete tra
i vostri nazionali un nuovo fondo di dottrine, e dilaterete così la
sfera delle loro cognizioni ». C'è ancora in questo libretto,
certamente, molto vecchiume rettorico; ma c’è pure una tendenza, che ha
una importanza storica notevole; e qua e là lampeggia un ingegno
critico non comune. I A questo proposito il Marinelli fa una
critica del Laocoonte di Virgilio, la quale dimostra buon gusto, acume e
libertà di giudizio (PP. 73-4). Aggiungerò qui in nota che
negli Atti della Società Pontaniana (alla quale il Marinelli appartenne
come socio residente), vol. I, Stamp. Reale, 1810, 93-120, e 213-39, sono
due memorie del Marinelli: Cagioni dei progressi straordinari dei greci
nella letter. e nelle belle arti, letta ai 20 dicembre 1808; e Origine e
progressi della letter. e delle belle arti presso 1 Romani, letta nella
sed. de’ 30 maggio 1809. La prima è una dimostrazione di quell'amore
della bellezza che i greci portarono in tutte le forme della loro
attività. Curioso questo brano in cui si vuol spiegare la semplicità
greca: I greci erano semplicissimi, per la ragione ch’essendo repubblicani,
esser dovevano più liberi e generalmente popolari. Sì, quella libertà ch’eleva l’animo dei
cittadini, fu la prima cagione che contribuì allo sviluppo di quel popolo
classico, poiché la forma del governo influisce essenzialmente sulle arti
e sulle scienze di tutte le nazioni. I sovrani che, rispettando il codice
eterno della natura, lasciano ai sudditi la porzione della libertà ch'è
loro necessaria per illuminarsi, bisogno non hanno di minacce e di catene
per tenerli a freno, né innalzar debbono baluardi sulle frontiere per garentire
lo stato dagli insulti stranieri. Il genio, il valore, i lumi e la virtù
sono i figli della libertà ». La seconda memoria è un abbozzo di
storia letteraria romana. A p. 215 n., l’A., a proposito dell’origine
greca delle leggi delle XII tavole, dice:
Non s’ignora che Giambattista V. nella sua Scienza Nuova intorno
alla natura delle cose (sic) ha messo in forse questo fatto; ma il dotto
avvocato Antonio Terrasson in una delle sue memorie inserita negli atti
dell’Accademia delle Iscrizioni, tomo XII, l’ ha difeso in modo, che
sembra non potersene più dubitare ». Pur
citando il Terrasson (Sulle leggi delle XII tavole), il Cuoco, invece,
nel suo Platone, $ LXIV, aveva sostenuto con acume e con brio la
tesi vichiana. DALLA RIFORMA DEL ALLA FINE DEL REGNO. Una Filosofia
dell’eloquenza aveva proposta nel 1809 un altro molisano d’ingegno, intelletto veramente superiore, nel piano degli studi universitari, al
luogo della cattedra del Ciampitti (Eloquenza antica e moderna)e di
quella del Marinelli, il cui titolo era propriamente, come s’è veduto:
Letteratura antica e moderna. Il Rapporto e progetto di legge
presentato nel 1809 a G. Murat dalla Commissione straordinaria pel
riordinamento della pubblica istruzione nel Regno di Napoli, di cui fece
parte quello spirito illuminato di Melchiorre Delfico, ma fu relatore e vero
autore Vincenzo Cuoco, è il documento pedagogico e scientifico più
notevole, in cui ci sia accaduto d’incontrarci in questa nostra ricerca.
Questa scrittura del potente scrittore di Civitacampomarano, insieme col
Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, è anzi, vorrei dire, ciò che di
più notevole produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati
tra il 'gge il ’20. Tra i letterati e professori del suo tempo il Cuoco
grandeggia in questo Rapporto come un alto spirito solitario, giacché
egli si rannoda direttamente al pensiero d’un grande morto, rimasto nome
sacro ma incompreso per tutto il periodo che abbiamo qui addietro
percorso, e per cui si distese la vita presso che vuota di Gennaro V.. Il
nome del padre di costui ricorre in questo scritto più d’una volta. Sono
esplicitamente richiamate alcune delle idee più geniali dell’ Orazione De
nostri femporis studiorum ratione*. Ma quando gli accade di
I V. Cuoco, Scritti pedagogici ined. o rari racc. e pubbl. con note e
appendice di docc. da G. GENTILE, Roma, Albrighi, Segati menzionare la Scienza
Nuova, l’autore esce a dire di essa:
Una delle opere le più ardite che lo spirito umano abbia tentate;
e se quell’opera non ha prodotto ancora tutto quello effetto che dovea
produrre, ciò è solo perché era superiore di mezzo secolo all’età in cui
fu scritta. Ma è degno di osservazione, che le idee di V. vanno
sbocciando nelle menti altrui, a misura che la filosofia
dell’erudizione progredisce; e si spacciano da per tutto molte teorie
come novità, mentre non sono altro che semplicissimi corollari
della dottrina di V.. Noi non ne facciamo l’enumerazione, perché forse potrebbe
dispiacere a molti, i quali saranno inventori di quelle cose, delle quali
potrebbero esser creduti plagiari:, se mai le opere di V. fossero
tanto note, quanto meriterebbero di esserlo. Quello però che possiam dire
con sicurezza si è, che la dottrina di V. è nota e adottata quasi tutta
intera nelle sue applicazioni; ma n’è rimasta oscura la teoria generale, da
cui tali applicazioni dipendono, e da cui sl possono rendere più
ampie e più certe » ?. Il Cuoco non è certo un plagiario del V., né
anche in questo Rapporto 3: dal V. trae ispirazioni e germi fecondi
di pensiero nuovo. Un esame dell'intero scritto p. 98. Lo scritto
del Cuoco nella cit. Collez. delle leggi e decr. della P.I. (dove fu
ristampato nel vol. I) è riferito al 1811. Il RUGGIERI, o. c., p. 61, lo
riferisce al 1812. Ma documenti inediti dell'Archivio di Stato di Napoli
(da me pubblicati nel volume Scritti pedagogici inediti o rari, 251-6) ci
attestano che il Rapporto e il Progetto risalgono al 1809. Si vegga ora
in Scritti varii del Cuoco, II, 1 sgg. I Il Cuoco non prende questo
termine nel senso ora corrente: ma vuol dire ripetitori, non originali.
Intorno a questa fortuna delle idee vichiane si può vedere del Cuoco
l’Abbozzo di lettera al De Gérando, pubblicato dal RUGGERI, 186-99 (cfr.
sopra, 287-88), e una sua Pagina inedita data in luce da M. Romano nel
vol. Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De
Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, 181-92. 2 O. c., 132-3. Sui
rapporti del Cuoco col V. si può anche vedere quel che ne ho detto nella
Critica del 20 gennaio 1904, III, 39 sgg.; nel mio Saggio su V. C.
pedagogista, che sarà prossimamente ristampato con la mia Commemorazione
di V. C., 1924 [ora in V. Cuoco?, vol. XXII delle Opere di G. GENTILE,
Firenze, Sansoni, 1964 (n. dell’ed.)]. sarebbe qui fuor di luogo.
Tuttavia non è possibile, prima di vedere il disegno che il Cuoco propone
e propugna per l'insegnamento letterario dell’ Università, non dare
anche uno sguardo alle sue profonde osservazioni sull’insegnamento
letterario nella scuola media. Il Cuoco inizia per questa una riforma
capitale, mettendo a capo di tutte le materie da insegnarvi la lingua
italiana, della quale nelle scuole mezzane non s’era pensato ancora a
far oggetto di studio speciale 1. E bisogna sentire come ragiona la sua
proposta. Il linguaggio », egli dice, non è solamente la veste delle
nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n’è anche l’istrumento. La
prima lingua che noi dobbiamo sapere, è la propria. L'educazione
de’ nostri collegi dava troppo, ed inutilmente, allo studio grammaticale
delle lingue morte. Le lingue non sì possono 1 Dopo la cacciata
dei gesuiti, la riforma fatta nel 1770 dal Tanucci, che ordinò in Napoli
il collegio del Salvatore e altri reali collegi in Aquila, Bari, Capua,
Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera e Salerno, restrinse ancora tutto l’
insegnamento letterario al latino e al greco. Vedi il Regolamento degli
studi del Collegio napoletano del SS. Salvatore e de’ Collegi
Provinciali, in DE SARIIS, lib. X, tit. VI, (pp. 53-54) e nelle
Prammatiche De reg. studiorum (pp. 42-50). Vedi pure le Istruzioni per le
scuole del Salvatore e delle Provincie, anche del Tanucci (1771), nelle
stesse collezioni. Solo per i convittori del convitto in queste
istruzioni si stabili un'ora al giorno di scuola particolare perlostudio
delle lingue italiana, francese e spagnuola, in due soli anni del corso, che
era di otto; fuori, dunque, del programma comune. Nell’ istituzione dei
collegi il Tanucci fu detto seguisse i consigli di Ferdinando Galiani.
Vedi la Vita dell’ab. F. Galiani di L. DiopaTI, Napoli, Orsino, 1788, 35-6.
Nelle Lettere di F. Galiani a B. Tanucci, Napoli, Pierro, 1914,
pubblicate da NICOLINI ce n’ è infatti una da Parigi, 4 gennaio 1768,
riguardante gli istituti d’ istruzione che si dovevano fondare dopo
l’espulsione dei gesuiti. Rispetto al metodo, l’ab. Galiani dice solo che si
potrà dar la cura di distenderne il piano ai più valenti professori dell’
Università; ma intanto che si faccia, si potrà senza esitazione servirsi
di que’ regolamenti distesi dal sig. E. Ferdinando di Leon, Commissario di
Campagna per il nuovo Collegio di Sora, messo sotto la sua cura. Kegolamenti,
che fan conoscere non meno l’adequatezza e acume della mente, che le
profonde cognizioni di questo Magistrato. Tutti gli altri regolamenti dal
medesimo pensati per il vitto, vestito, distribuzioni di ore ecc. di quel
Collegio, meritano d'esser a parer mio con applauso adottati. apprendere
bene per via di grammatiche e di vocabolari; lo avverte benissimo il
proverbio: alzud est grammatice, aliud est latine loqui; e l’esperienza
giornaliera lo conferma. I precetti della grammatica in ogni lingua sono
pochi e semplici; e tra le grammatiche la più breve è sempre la
migliore. Lo studio della lingua, e non già della grammatica, deve esser lungo;
ma ogni studio soverchio, che si dà alla grammatica, è tolto al vero
studio della lingua, la quale non si apprende se non colla lettura e
retta imitazione de’ classici ». Tanto buon senso non dico
che precorre il tempo del Cuoco; perché troppi ancora non ne sono capaci.
Certo, meglio del Cuoco oggi non si potrebbe dire su questo punto. Noi diremo anche di più », continua il
Cuoco: rende più facile lo studio delle lingue morte il saper bene
la propria e vivente. Tutte le lingue hanno un meccanismo comune, il quale
dipende dalla natura comune delle menti umane ». Da questo principio
vichiano il Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a proposito
della lingua nostra, una grammatica generale, una grammatica con metodo
filosofico, che faciliti l'apprendimento delle altre lingue. Allo studio
dell’italiana vuole unito quello delle lingue classiche, perché quando esse si potessero senza danno e
senza vergogna ignorare dagli altri popoli, non si debbono ignorare da noi ».
Ma con lo studio delle lingue (tra cui non crede trascurabili le moderne,
sopra tutto la francese) il Cuoco intende che vada di pari passo la lettura
dei classici, così latini e greci come italiani: E questa continuerà per tutto il tempo
delle scuole; e perché non per tutta la vita ? Sarà cura della Direzione
? il fare una I Il Cuoco doveva avere in mente la Grammatica
generale del Du Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei
tropi. 2? Avrebbe dovuto essere (Progetto di Decreto, art. 4) un
ufficio preposto a tutta la P. I., alla dipendenza del Ministero dell’
Interno. ripartizione dei nostri classici; onde ve ne siano degli
adattati alla diversa età e capacità dei giovanetti: sarà cura de’
professori manodurli in questa lettura, più utile di qualunque lezione;
renderla più utile ancora colle imitazioni, colle versioni, e con tutti quegli
altri generi di esercizi scolastici, de’ quali, siccome notissimi, non
occorre parlare ». Il concetto, come ognun vede, giu-tissimo,
del Marinelli. Ma dove si nota anche più la modernità del Cuoco, è nei
colpi che dà alla vecchia carcassa della poetica e della rettorica.
Bisogna riferir questo luogo, che è un documento storico di molto
valore: Noi non parliamo particolarmente della poetica e della
rettorica. Nella prima il meccanismo della versificazione è tanto facile
ad apprendersi, che bastano quattro o cinque lezioni nel finir della
grammatica, seguendo il metodo degli antichi, che tali lezioni alla
grammatica solevano unire. Ma quanta distanza vi è fra il conoscere il
meccanismo della versificazione, ed il saper fare de’ bei versi ? E
quanta ancora dal far dei bei versi al fare un bel poema? Tutto ciò non
si fa, se non a forza di genio e di bene intesa imitazione de’ grandi
esemplari. Lo stesso dicasi per la rettorica. Che s’ insegna colle
rettoriche ordinarie ? L’invenzione, quasi che l’inventare consistesse in
altro, che nel paragonar due idee, che già si hanno, per farne sorgere
una terza, che non si ha ancora; e quasi potesse inventare chi non ha idee, e
non ha acquistato, a forza di esercizi matematici e logici, quella
versatilità, che è necessaria per farne più rapidamente i paragoni! La
disposizione, quasi che il disporre abbia altra ragione, che quella di
ordinar le idee ed i sentimenti in modo, che producano il massimo effetto
possibile; e quasi che questo non sia l’ultimo risultato della più profonda
cognizione del cuore e dell’ intelletto umano! L’elocuzione, quasi che la
forza intrinseca, principale dello stile, non dipenda dalla varia
associazione e coordinazione delle idee! Che rimane dunque in quella, che
chiamasi rettorica? L'esposizione delle figure delle parole, o sia de’ t
ro pi, la cognizione de’ quali appartiene alla grammatica, ed è di sua
natura tanto facile, che il più grande forse, e certamente il più
filosofo degli scrittori, che ne han trattato (Du Marsais), ha dimostrato,
che que’ modi, che noi sogliam chiamar figurati, sono i modi più naturali
di esprimerci !. Che altro finalmente ? La nomenclatura delle varie parti
di un nostro discorso: nomenclatura, chesi può apprendere, e si apprende
benissimo, anche senza maestro; perché si richiede ben poco a sapere, che
quando taluno racconta, fauna narrazione, quando descrive fa
unadescrizione. È tutto questo materia sufficiente per un corso
particolare di lezioni ? AI risorgere delle lettere ci ha
nociuto la mala intesa imitazione degli antichi: abbiam ritrovati di essi
alcuni trattati particolari sopra talune parti della rettorica,
sull'invenzione, sui tropi, sull’elocuzione..: gli abbiamo compendiati,
gli abbiamo riuniti, e ne abbiam formato un corpo di scienza, che
abbiam destinata pe’ giovinetti. Avean destinati ai giovinetti i loro
libri anche gli antichi ? Aristotele non parla di rettorica al suo grande
allievo, se non dopo i più profondi studi di morale e di politica; e
l’opera rettorica, che di lui abbiamo, ben dimostra che non poteva esser
diversamente: essa non potrebbe intendersi da un giovine di collegio.
Tutta la scuola platonica credeva non esservi, propriamente parlando,
alcun’arte rettorica; e che il saper bene parlare non altro fosse, che il
saper ben pensare e vivamente sentire. Ed alla scuola platonica non si
può per certo rimproverare di disprezzare ciò che non sapeva. Cicerone ha
voluto difendere contro Platone la sua arte; ed ha voluto dimostrare, che
l’oratore ha bisogno di qualche altra cosa, oltre del sapere. La disputa
forse non è ancora decisa; ma lo stesso Cicerone non ha potuto
negare, che all’oratore il sapere era indispensabile. Perché
invertiamo l'ordine della natura, e vogliamo insegnare a parlare a coloro
che non ancora sanno pensare ? Onde poi ne avviene, che i giovani
de’ nostri collegj sanno tutto Cygne ? e tutto De Colonia, e non sanno
scrivere un biglietto? Perché turbiamo la classificazione delle scienze,
e riuniamo alla rettorica ciò che deve esser il risultato di altri studi,
i quali sono egualmente necessari ? Perché finalmente non imitiamo i grandi
esempi ? Presso gli antichi, lo studio dell’eloquenza era l’ultimo di
tutti; e Cicerone aveva compiuti tutti suoi studi, quando si esercitava
sotto Molone. Cfr. CROCE, Estetica 3, 502-3. 2 Cioè l’Ars rethorica
(1659) tante volte ristampata, di CYGNE, gesuita. Il libro del De Colonia è più
noto. Vedremo subito quale sia questa eloquenza che il Cuoco rimanda
a studi superiori. Ora voglio notare soltanto, che questo assalto alla
rettorica non è mosso da quello spirito, per cui certamente l’avrà
approvato M. Delfico, da quel filosofismo astratto che era al fondo della
cultura di costui, ma era solo una verniciatura di quella del Cuoco, e
che dichiarò anch’esso guerra alle regole, alle tradizioni, alle
pedanterie. Il Cuoco era altra tempra intellettuale: il suo libro è la
Scienza Nuova. Basterebbe leggere, per accertarsene, ciò che dice con
profondità da cui rimangono ancora assai lontani i compilatori di certi
non ancor dimenticati programmi e pedagogisti della scuola media. Basta
anche notare questa sua osservazione: La storia deve esser collezione di
fatti, e non di riflessioni: quindi non sono del tutto lodevoli quelle
tante istituzioni di storie che coi titoli pomposi di filosofiche, si
sono pubblicate in questi ultimi tempi, per uso de’ giovinetti. Se
fate che le riflessioni precedano i fatti, voi non date più storia,
ma riflessioni: e siccome la storia tiene nelle cose morali il luogo
dell’esperienza, voi rassomigliate ad un maestro di fisica, il quale in
vece di esperienza dia sistemi, in vece di dati dia conseguenze». Questo
era genuino pensiero vichiano; era la buona tradizione paesana.
Prima che queste idee del Cuoco nella scuola trionfino, passeranno
ancora diecine d’anni. Bisognerà aspettare F. De Sanctis che dia mano,
nella scuola di V. Bisi, alle lezioni sulla rettorica, o piuttosto
sull’anti-rettorica »; per insegnare
allora per la prima volta a una gioventù che ascolterà plaudente
come alla rivelazione della verità
che la rettorica ha per base l’arte del ben pensare, e perciò non
può insegnarsi che ai già provetti nelle discipline filosofiche »; che essa
fu una invenzione e quasi un gioco dei
sofisti» e produsse l’indifferenza verso il contenuto e il disprezzo della
verità »; che le regole rettoriche non hanno la loro verità che nelle forme
del pensiero, materia della logica. Ma, come la rettorica non ti dà il ben
dire, così neppure la logica ti dà il ben pensare, essendo le sue forme
staccate da quel centro di vita che si chiama lo spirito »!: che la
parola non manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa », e che
bisogna perciò studiare le cose con serietà e libertà d’intelletto. E così
rinnovare la critica delle figure rettoriche e conchiudere proprio come Cuoco che la rettorica
svia da’ forti studi, guasta l’intelletto e il cuore », e che bisogna
buttare al fuoco tutte le rettoriche, e che ci vuole il verbum factum
caro, la parola fatta cosa » =. Il De Sanctis rifarà da sé il cammino: ma
l’indirizzo di pensiero, da cui trarrà i motivi della sua critica, sarà
pure una continuazione di quello del Cuoco, a lui per questo rispetto
rimasto ignoto. Ma tutto il pensiero del Cuoco si compie in ciò
che egli dice dell’insegnamento universitario. Egli propone era la
prima volta la costituzione d’una
speciale Facoltà di Belle lettere e filosofia;ela vuole anzia capo
di tutte (lasciando le altre cinque del 1806, ma in un ordine diverso 3).
In essa, oltre l’ideologia e l’etica, o teoria de’ sentimenti
morali (nell'ordinamento del 1806, l’etica religiosa e filosofica »
era stata aggregata alla Facoltà di teologia, e nella Facoltà di
filosofia s’era istituita una cattedra di logica e metafisica, rimasta immutata
fino al 1860), chiede una disciplina filosofica del tutto nuova: quella
dell’eloquenza, I Per
imparare a ragionare », aveva detto il Cuoco nel Rapporto (Scritti, p.
94), è necessità aver ragionato ». La logica non insegna a ragionare, ma
a riflettere sulle operazioni logiche dello spirito. ? Vedi per
tutto ciò La giovinezza di F. De Sanctis, cap. 25, 252-3, 254,
250-7. 3 Cioè: 2) scienze matematiche e fisiche; 3) medicina; 4)
giurisprudenza; 5) teologia. A quest’ultima, oltre l’esegesi e la storia, non
lasciava che la teologia dogmatica e
morale evangelica ». Vedi il Prog. di Decreto, artt. 46-59; negli
Scritti, 197-200. o, per meglio dire, della filosofia dell’eloquenza,
la quale chiamar si potrebbe il complemento della filosofia
istrumentale ». Contro la sua proposta il Cuoco prevede due sorta
opposte di avversari: Alcuni troveranno
questa cattedra inutile, perché contraria agli antichi metodi d’insegnare
la rettorica; altri, perché per mezzo di essa non si faranno mai
degli uomini eloquenti ». Ma ai primi la risposta è facile. È da qualche
tempo, che la filosofia si è impadronita delle materie dell’eloquenza.
Questa che i pedanti vorrebero far credere un’usurpazione, non è che una
legittima rivindica di ciò che la filosofia possedeva nei tempi antichi
». E accenna quindi compendiosamente quanta luce la filosofia avesse
fatta sulla vecchia materia empirica della rettorica. Ritorna col Du
Marsais (ma un Du Marsais cuochiano, o vichiano che si voglia dire) a
rilevare gli errori degli antichi teorici. E dopo aver disegnato a
grandi tratti il quadro di tutto ciò che la filosofia ha operato
sull’eloquenza », entra in un ordine di considerazioni più fondamentale e
più opportuno : Diremo che tutto ciò non sia che visione ed errore
? Questo sarebbe duro a dirsi, durissimo a credersi; ma, quando anche
si dicesse e si credesse, non basterebbe. Quando anche tutte le
osservazioni finora fatte fossero false, non ne verrebbe perciò, che non
se ne dovessero fare delle vere; perché non ne verrebbe mai che i
precetti potessero rimaner senza ragioni. E se queste ragioni si debbono
ricercare, poiché esse non altronde si possono trarre che dalla natura
dell’uomo, ne verrà sempre che, abbandonate le officine de’ retori,
siccome diceva Cicerone, si debba ritornare alle accademie de’ filosofi.
È vero, i pedanti perderanno il diritto di censurare il Tasso, perché
avea messo il canto al principio del verso, mentre Virgilio l’avea messo
nel mezzo; i sonettisti, imitatori del gran Petrarca, non spingeranno la
servile imitazione fino al punto di comporre lo stesso numero di sonetti,
di canzoni, di sestine, di ballate, o d’ innamorarsi anche essi di
venerdì santo; i precetti cesseranno di esser esempi, il che è sempre o
servile, se non vi discostate dall’originale, o pericoloso, se volete al
tempo istesso e discostarvene ed imitarlo; il genio avrà un campo
più libero a correre, ed avrà sempre la ragione per guida. Ecco la
differenza tra la rettorica ordinaria e quella che da noi si propone.
Non è un’affermazione netta: ma chi non vede che cosa avrebbe
dovuto essere questa teoria razionale dell’arte, questa filosofia ? La
critica filosofica della rettorica conduceva dove doveva condurre:
all’estetica. Il Cuoco conviene cogli altri oppositori, che questa
sua rettorica non formerà mai l’uomo eloquente. E quale altra mai
lo potrebbe ? Non vi è eloquenza, ove non vi è ricca vena di pensieri e
di affetti ». Ma non è questo il fine di tale insegnamento. La gioventù
ne’ suoi primi anni non si esercita che a sentire le bellezze
dei grandi modelli e ad imitarle: quando avrà già molto sentito,
incomincerà a riflettere sulle proprie sensazioni; e questa
riflessione, lungi dall’infievolire o distruggere le prime sensazioni,
le conserva e le rinvigorisce. I giovani si arresteranno a
riflettere sul bello ». Saranno
eloquenti, se la natura gli avrà fatti tali; e se la natura tali non gli
avrà fatti, almeno non saranno né stentati, né affettati, per imitare le
parole, i perlodi, lo stile di un antico, che esponeva idee ed
affetti diversi dai loro; saranno semplici ed originali, il che è
grandissima parte di bello ». Insomma, non doveva essere una
precettistica, ma una teoria: cioè, per l'appunto, l’estetica. Lo studio
degli scrittori, a cui, non i soli letterati, ma tutte le persone
colte devono essere iniziate, nei ginnasi; e nell’ Università questo studio profondo della teoria dell’eloquenza
restituito alla filosofia ». Il Marinelli, conterraneo del Cuoco,
liberale moderato come il Cuoco, suo compagno d’esilio a Marsiglia 1,
quando I Anche il Cuoco, com’ è noto, fu esiliato dalla Giunta di
Stato nell'aprile 1800, e dové partire per Marsiglia, dove nel marzo
l’aveva nel luglio 1811 pubblicava la sua Filosofia dell’eloquenza,
si può credere che non ne avesse già a lungo discorso con l’autore del
Rapporto ? Il libro pare pubblicato col fine di ottenere la nuova
cattedra, qualora le idee del Cuoco fossero trionfate. A ogni modo, le
attinenze del pensiero del Cuoco col libro del Marinelli, dopo tutto
ciò che si è detto, sono innegabili. La sola parte che un
programma di studi moderno desidererebbe, e non sì trova nel piano del
Cuoco, è la storia della letteratura; forse perché egli intendeva
che questo studio dovesse, con l’esame degli scrittori, farsi nei
ginnasi e nei licei. Quanto infatti sapesse pregiare il sapere storico si
scorge in questo stesso Rafporto da quel che dice con acume e larghezza
mirabili delle due cattedre, che propone, di filologia latina e filologia
greca +1: alle quali voleva congiunto l'insegnamento della
Paleografia e della Critica diplomatica (in una sola cattedra); e
congiunta anche ardimento veramente
notabilissimo ! una cattedra di filologia universale, ossia della
scienza speciale del V.. Anche la
filologia », dice il Cuoco, ha le sue idee astratte, ha la sua parte
filosofica; perché ha le sue regole universali applicabili ai fatti di
tutte le nazioni. Dalla filologia appunto dei particolari popoli il
nostro V. trasse i principii, che poscia espose nella Scienza Nuova ». E,
fatto l’elogio, che s’è visto, di questo libro, continua: Noi abbiam creduto e glorioso ed utile
per la nostra nazione stabilire una cattedra, nella quale tal filologia
universale s’insegnasse ». Filologia, per cui l’erudizione diventa
filosofia, e quello che sappiamo dei preceduto l’altro molisano,
cugino suo, Gabriele Pepe. Vedi RUGGIERI, O. C., 24-25 e M. Romano,
Ricerche su V. Cuoco, Isernia, 1904, p. 23. _* Questa
filologia è intesa, alla maniera del Boeckh, come arte di conoscere e
intendere tutti i monumenti, che a noi sono pervenuti dall’antichità
greci e dei romani diventa utile a intendere ciò che ignoriamo o conosciamo
molto imperfettamente della filologia delle altre nazioni. La stessa
filologia greca e romana si illuminano di una luce tutta nuova; come ha
dimostrato V. nel De antiquissima Italorum sapientia e nel De uno
universi juris principio et fine uno. Le parole e i miti sono considerati
conseguenza certa della intrinseca natura della mente umana », e soggetti
a regole costanti. La cattedra proposta, conchiude il Cuoco, è
forse unica in Europa. Ma che
importa ? Esiste o non esiste questa scienza ? Ciò non si può negare, né
anche da coloro che non conoscono V.. Essa esiste tanto, che il solo
spirito filosofico del secolo ne ha fatte sviluppare molte varietà
di dettaglio nella testa di molti: perché dunque non insegnarne l’insieme ? ».
E chi l’avrebbe insegnata ? Non credo che il Cuoco ci avesse pensato, e
molto meno che vi si sarebbe potuto o voluto provare. Certo, non altri
che lui allora ne sarebbe stato capace !. Ma, se su questo
punto imbarazzo ebbe il consigliere Cuoco, ci fu chi ne lo cavò subito.
Gabriele Pepe, che era in grado d'esser bene informato, nella Necrologia
di V. Cuoco, ci fa sapere che il progetto di questo non fu
accettato da re Gioacchino per le opposizioni di un altro molisano (di
Baranello), Giuseppe Zurlo, ministro dell’ Interno (da cui dipendeva l’
Istruzione); il quale ne aveva già presentato uno suo, che naturalmente
pre 1 Nel 1792 era stata istituita nell’ Università una cattedra di
storia della filologia, e data ad Antonio Jerocades, di cui ci rimane la
prolusione: Orazione intorno alla concordia della filosofia e della
filologia, s. l. e a., e l'opuscolo Bacone e V., ossia Disegno delle
parti della filosofia corrispondenti alle parti della filologia secondo
il piano di Bacone e dì V. (Napoli, 1792]; cfr. CRocE, Varietà cit., 6-7, e
ora Probl. di estetica, 385-6. La biblioteca della Società storica per
le province napoletane possiede anche un quaderno delle lezioni del
Jerocades, scritte da un suo scolaro, l’ insigne giureconsulto Nicola Nicolini.
Ma presentano assai scarso interesse. Sul Jerocades vedi G. CaPASSO. Un abate
massone nel sec. XVIII, Parma, valse :. Ed è quello promulgato col decreto 20
novembre 1811. Il quale, per ciò che concerne l’insegnamento letterario,
tornò allo statu quo: la lingua italiana nei licei non ci entrò; la
Facoltà di lettere e filosofia fu bensì costituita, ma con le cattedre
antecedenti alla riforma del 1806: Eloquenza italiana, Eloquenza e poesia
latina. Nessuna novità degna di nota. Alla Lingua greca si aggiunse
la Letteratura; si introdussero l’ Archeologia greco-latina, la
Cronologia e l’ Arabo. Ma, rispetto alla Letteratura italiana, si tornò
indietro. Si tornò all’erudizione pura e alla vecchia rettorica: V. e la
filosofia furono sconfitti. Cuoco era andato troppo oltre; e si
ripiombò nel sec. XVIII. Marinelli, perduta la cattedra ili letteratura
antica e moderna, non ebbe 1’ Eloquenza italiana, malgrado la sua
Filosofia dell’eloquenza dedicata a don Giuseppe Zurlo. Gli toccò di
passare, credo nel 1812, alla Cronologia, e l’ Eloquenza italiana fu data
un’altra volta al poeta di Corte, più propriamente bibliotecario
1 Vedi lo stesso Romano, o. c., p. 39. Oggi, grazie alle ricerche
del Nicolini, sappiamo più precisamente come andarono le cose. Il Progetto
primitivo del Cuoco fu approvato dalla Commissione dell’ Istruzione. Ma la
Commissione stessa, vista la resistenza del Consiglio di Stato (Sezione
Interno) compilò un secondo progetto modificato (ottobre 1809). Progetto
modificato che fu rinviato al Consiglio di Stato (1° novembre 1809) perché lo
approvasse in seduta plenaria. Ma lo Zurlo, ch’era divenuto frattanto (1
o 2 novembre) ministro dell’ Interno, lo fece bocciare (3 novembre). Nel
settembre 1811 lo Zurlo compilò (o meglio fece compilare da Matteo Galdi)
un terzo progetto, che pare fosse bocciato dalla Sezione dell’ Interno
del Consiglio di Stato. Il Murat allora nominò una seconda Commissione di
quattro ministri, che, con l’ intervento palese di Melchiorre Delfico e
quello clandestino del Cuoco, compilò un quarto progetto, che finalmente
fu approvato (29 novembre 1811) dal Consiglio di Stato e divenne legge il
13 dicembre 1811. E quest’ultimo progetto s’accosta più al progetto Cuoco
che non al progetto Zurlo. Cfr. NICOLINI, in Cuoco, Scritti vari, II, 4IO
SQg. ? Collezione cit., I, 230-240.
Non è esatto, dunque, ciò che si dice nelle Notizie intorno alla
origine, formazione e stato presente della R. Università di Napoli per l’
Esposizione nazionale di Torino nel 1884: rettore G. Capuano, Napoli,
1884, p. 48, intorno alla sorte del progetto Cuoco. del re e più
tardi lettore della regina, Angelo Maria Ricci, che si apprestava a
cantare i Fasti di Gioacchino Murat, ma aveva cominciato già a tesserne
le lodi fin dal 18009 con le ottave La Pace e nel 1810 ne aveva cantato
il felice ritorno nell’ode La Verità*. Con lo spirito leggiero e
vuoto del Ricci, si riebbe l'insegnamento del Seric. E lo studio della
letteratura italiana non si rialzò più fino al 1860. In una
breve notizia biografica sul poeta di Monopolino, sfuggita ai due recenti
studiosi che si sono occupati di lui, il marchese di Villarosa ? dice che
il Ricci ottenne per lasua
intemerata condotta intempo della militare occupazione alcuni letterari
impieghi, e fra questi di esser professore di Eloquenza italiana nella
regia Università degli studi, impiego che conservò anche nel ritorno di
re Ferdinando. Dovette tal onorevole carica rinunziare per motivi di
salute, e ritornare ne’ patrii lari». Il che accadde sul finire del
18173. Il suo insegnamento non I Vedi G. B. FicoRILLI, A. M.
Ricci: la sua vita e le sue opere, Città di Castello, Lapi, 1899, p. 21,
e A. SACCHETTI-SASSETTI, La vita e le opere di A. M. Ricci, Rieti, 1898, 22-23.
Il 29 ott. 1901 dalla città di Rieti fu pubbl. un Numero unico A! poeta
A. M. Ricci, Città di Castello, Lapi, 20; contenente ritratti, autografi
ecc., con una notizia biografica del prof. Sacchetti-Sassetti. Non si trova nella raccolta degli Almanacchi
di corte posseduta dalla Soc. storica napoletana (la più ricca che si
abbia) quello del 1812. Nell’Almanacco del 1811, p. 369, Ciampitti
insegna ancora Eloquenza antica e moderna e Marinelli Letteratura antica e
moderna. Nell’Alm. del 1813, p. 320, Ciampitti è all’Eloquenza e
poesia latina, Ricci all’Eloquenza e poesia italiana, e Marinelli
alla Cronologia. 2 In nota alle Lettere indiritte al marchese di
Villarosa da diversi uomini illustri racc. e pubbl. da M. TARSIA, con
note biografiche dello stesso Villarosa, Napoli, 1844, 337-39. Una
biografia del Ricci aveva il VILLAROSA inserita già nelle Notizie di
alcuni cavalieri del Sacro Ordine Gerosolimitano, Napoli, Fibreno, 1841; ed è
citata dal SACCHETTISASSETTI, p. X. 3 FICORILLI, 0. c., p. 26. Il
lavoro del Ficorilli è molto accurato e attendibile, per le molte carte e
corrispondenze dell’Archivio di casa Ricci, di cui l’A. poté
servirsi. IL FIGLIO DIG. B. V. durò, dunque, più di sei
anni. E il Villarosa ricorda appunto di essersi procurata l'amicizia di
lui udendo spesso le lezioni di Eloquenza italiana, che allor dettava
nella regia Università degli studi, e che spesso terminava con la
recita di qualche suo poetico componimento ». Della qual parte
d’insegnamento si possono cercare i documenti nelle molte centinaia di
poesie da lui pubblicate, raccolte in parte nelle Poesie varie, date in
luce in Rieti in sei volumi dal 1828 al 1830. I documenti del resto li
diede egli pubblicando nel 1813 Della vulgare eloquenza libri due
*, indirizzati, come già le lezioni del Serio, Agli amatori delle lettere
italiane. Nulla di nuovo, e pochissimo
del mio offro al pubblico », dice l’autore. Tentai per ardito esperimento di essere
oratore e vate ancor io .... Conobbi nell’arduo cammino quali fossero le
regole di véto lusso magistrale, e quali quelle che contengono teorie
fondamentali, appoggiate al buon senso. Quindi, come ape, mi proposi di
sceglier da tutte il più bel fiore ». Ecco la materia che vi è
trattata, poiché la semplice indicazione di essa può bastare a provarci
che siamo ricascati nelle vecchie teorie trite, false od inutili.
Nel lb. I: Origine delle lingue volgari: lingua italiana Eloquenza
italiana Del sublime Del bello
Del gusto: modo di acquistarlo e di perfezionarlo: modelli che
corrispondono al gusto universale
Del genio Degli ornamenti del
discorso, ossia delle figure Dello
stile, e sue qualità generiche
Stile epistolare Stile di
dialoghi Stile didascalico Stile istorico Stile oratorio Stile di novelle, e romanzi. Nel
lb. II: Della poesia Della poesia
descrittiva Della poesia pastorale Della poesia lirica Della poesia didascalica 1 Non
m’ è riuscito di vedere se non l’edizione, fatta a Napoli, Stamp. del Giornale
delle Due Sicilie (di vVII-199 in-16°), e non ne conobbe una anteriore il
Sacchetti-Sassetti. Ma quella del 1813 è nota al FICORILLI (pp. 21 e
168), il quale cita una lunga recensione che dell’opera fu fatta nel
Nuovo Giornale dei Letterati. Della
poesia epica Della poesia
drammatica Della tragedia Della commedia Del dramma musicale: della favola
pastorale: del dramma sentimentale. Quanto alla materia », dice un
recente critico, in gran parte non sì tratta che dei soliti precetti
letterarii; ma tuttavia è notevole nell’autore la erudizione vasta e
la cognizione sicura che mostra d’avere di tutti i capolavori
dell’arte antica e moderna, nostrana e in parte straniera » 1. Curioso quello
che soggiunge lo stesso critico: Se, come vasta la erudizione, avesse
avuto egli profondo il giudizio, corretto il gusto e squisito il
sentimento artistico, avrebbe potuto far opera eccellente ». Se cioè non
l’avesse scritta il Ricci, ma un altro, l’opera poteva anche essere
eccellente. Disgraziatamente però, la scrisse il Ricci; il Ricci,
disgraziatamente, diede l’avviata a questo nuovo lungo inglorioso periodo
dell’insegnamento della letteratura nella Università.
L’opera, pur troppo» (è sempre lo stesso critico) contiene
osservazioni, precetti e regole che sono, come ho detto, le solite » =.
Dopo il Marinelli, si torna un’altra volta a dire, p. es.: Che sia negletta la trina unità drammatica,
colla quale si pretende che in teatro una sia l’azione, uno sia il luogo,
uno il protagonista ecc., non sì può concedere senza smentire l’arte e
offendere la verisimiglianza ». Quando era professore di
eloquenza a Napoli », scrive un altro critico recente, il quale ha fatto
una lunga analisi I Questa cognizione è specialmente dimostrata
nella 3* edizione del libro, Rieti, 1828, in 2 volumi, dove i precetti
sono accompagnati da copiosi esempi di classici. E a questa 3® ediz. è
aggiunto qualche nuovo capitolo; ma non ha più che fare con la storia di
cui ci occupiamo, dell’ insegnamento della letteratura nell’
Università. 2 FICORILLI, p. 168. di questa Vulgare
Eloquenza*, il Ricci comprese bene di non poter mai adempiere il suo
debito che seguendo le tracce degli antichi maestri, e in ispecie di
Aristotele ». Peccato che non l’avessero compreso, né bene né male,
né il Marinelli né il Cuoco! Partito che fu il Ricci, alla
cattedra si dové provvedere per concorso. Fu il primo che si facesse per
questa disciplina. Il 12 marzo 1816 furono pubblicati i nuovi Statut: per
la R. Università degli Studi del Regno di Napoli?, rimasti immutati fino
alla fine del Regno. Questi statuti mantennero la Facoltà di filosofia e
letteratura»yeinessa la cattedra di Eloquenza e poesia latina,
aggiungendovi, in una cattedra sola, la letteratura; all’ Eloquenza
italiana del 1811 sostituirono la Lette ratura italiana3. Ma fu solo un
cambiamento di nomi; la sostanza rimase quella. Gli statuti prescrivevano
il concorso per l’elezione dei professori (art. 50). Si ricordi come
seccò la cosa al Galluppi, quando nel 1831 volle entrare
nell’insegnamento universitario 4. Il concorso sl faceva nella stessa
Università, sotto la sorveglianza del presidente della commissione della
P.I. o del rettore dell’ Università. Da un trattato delle materie sulle
quali versava l’insegnamento, a cui si voleva provvedere, si
prendeva a caso, o si ricavava un quesito, che uno dei professori della
Facoltà, delegato dal decano, avrebbe proposto a’ concorrenti; i quali
dovevano tutti SACCHETTI-SASSETTI Questi addirittura conclude che
l’opera si poteva considerare come un eccellente Corso elementare di
letter. italiana ». ? Collez. cit., I, 424 Sg8& 3 Novità
notabile fu l’ istituzione di una cattedra di
Principii generali della Storia », la quale però non fu subito coperta.
Il titolare G. Mazzarella non v’insegnò niente che avesse valore. Vedi le
sue Lezioni Sulla scienza della storia, Napoli, 1854; e quello che di lui
e del libro ho detto nelle mie ricerche Dal Genovesi al Galluppi,
Napoli, ed. della Critica, 1903, 307-8 in nota. 4 Dal
Genovesi al Galluppi.] commentare e risolvere lo stesso punto o quesito in
latino: raccolti tutti in una sala, col permesso di consultare i
libri che avessero portato seco. Di che dovevasi fare particolare e
distinta menzione negli atti del concorso (art. 51-53). | Del
concorso, che sulla fine del 1817 o al principio del ’18 si fece per la
letteratura italiana, chi lo vinse, il canonico Michele Bianchi, che dal
1832 al ’35 ebbe tra i suoi scolari L. Settembrini, raccontava, dopo
tanti anni, com'era andato; e il Settembrini nelle Ricordanze ne ha
lasciato memoria: Prima del 1820 quando
s’ebbe a fare 11 professore di letteratura italiana nell’ Università,
si presentarono al concorso parecchi, fra i quali il Puoti e il
poeta Gabriele Rossetti. Il tema fu: scrivere un comento itallano ad un
sonetto del Petrarca, ed una dissertazione latina sopra non so qual
secolo della nostra letteratura. La benedetta dissertazione latina decise
il merito. Il Bianchi, professore in un collegio, avendo abito e facilità
di scrivere in latino, poté dire agevolmente tutto quello che sapeva,
dove che gli altri, più o meno impacciati dalla lingua, dissero meno di quello
che sapevano: onde, giudicati imparzialmente su gli scritti, il
Bianchi ebbe il primo luogo, e l’ultimo toccò al povero Rossetti,
che fece qualche errore di grammatica, tutto che avesse quell’ingegno e
quella beata vena di poesia »*. Al canonico Ciampitti, che tirò innanzi nella Elo quenza, poesia e letteratura
latina fino al 1832, anno della sua morte ? si venne, dunque, ad 1
Ricordanze, Napoli, Morano, 1881, I, 79-80. ® La sua cattedra fu
coperta da un altro canonico, don Nicola Lucignano, nel 1835. L'Almanacco del
1834 la dà ancora come vacante. Del concorso, a cui prese parte anche
Carlo De Sanctis, zio di Francesco, sono ricordati nella Giovinezza di F. De
Sanctis, 66-70, alcuni gustosi particolari. accompagnare il
canonico Bianchi ', Al quale toccò subito di comparire in una pubblicazione
ufficiale dei professori dell’ Università. Giacché sulla fine del 1818,
Ferdinando I ammalò mortalmente, e il Colletta, non sospetto, ci
dice che palpitarono a quel
pericolo i napoletani più accorti, per sospetto che il figlio mutasse in
peggio gli ordini civili ; giacché, tenuto proclive al male, avverso alle
blandizie di governo, intimo amico del Canosa .... Ma quei guarì,
ed ebbe feste sacre e civiche, dove 1 migliori ingegni rappresentarono
l’universale contento con rime e prose, in grosso volume raccolte » 2. In
questo volume Pro recuperata valetudine Ferdinandi I utriusque Sic. Regis
Archigymnasti Neapolitani officium3, miscellanea di scritti
gratulatori ed elogiativi in italiano, in latino, in greco e in
ebraico, come il Ciampitti mise un’orazione latina, e B. Quaranta,
professore di archeologia e letteratura greca, un Aébyog (seguito bensì
dalla relativa traduzione), il Bianchi inserì una Orazione italiana,
oltre un Carmen latino, un Epigramma greco e alcuni altri distici latini. Orazione
notevole, perché non è una filza di vuote adulazioni; ma un buon
riassunto di tutto il bene realmente fatto da Ferdinando. Degno ancora di esser
letto è quello che vi si dice dei provvedimenti e delle riforme relative
alla pubblica istruzione, durante il regno di Ferdinando. Tutte le
Orazioni di questo tempo, a giudizio dell’ Ulloa, che fu scolaro, credo, del
Bianchi, rappresentano un periodo di transizione dalla licenza precedente
alla tirannia del purismo; ed egli reca ad esempio questa del Bianchi
où d’incontestables mérites couvrent quelques défauts, et Il primo
Almanacco di Corte, tra quelli da me potuti vedere, che porti il nome del
Bianchi, come titolare della cattedra di letteratura italiana, è quello
del 1820 Storia, lib. VIII, cap. II, $
40. FF 3 Pridie Id., Typis Josephi M. Porcelli, di carte 57
(num. nel solo recto) in-fo. Pubblicazione di lusso.
font de l’oraison entière une ocuvre remarquable. Le style est clair,
rapide, parfois incisive, et entraîne le lecteur. Comment n’étre pas
frappé des observations et des faits qu'il présente rapidement, attestani
l’étroite relation de la criminabité et de l’ignorance ? IL a su toucher
avec convenance, avec retenue, à toutes les phases historiques de
l’époque précédente, qui sous la plume d’un autre écrivain auraieni du
étre difficilement traitées » 3. Dei difetti di stile notati in
questo discorso, il Bianchi si sarebbe liberato nelle sue Istituzioni,
dove all’ Ulloa pare di scorgere uno stile più puro, più paziente e
più elaborato, e teorie di buon critico. E altrove ?, dopo aver
ricordati gli Elementi di belle lettere di Cristoforo Mazzogatti, e l’
Arte del dire di Vito Fornari: Mais, soggiunge, c'est l’ouvrage du
chanoine Michele Bianchi qui dépasse tous ceux qui écrivent dans le
but ordinaire de dicter des lecons de rhétorique ». Il Bianchi era stato uno
dei letterati la cui stima e benevolenza avevano incoraggiati i lavori
della sua prima giovinezza, e l’ Ulloa lo trovava tel qu'il était dans
son ouvrage » 3. Giacché, come insegnante dell’ Università, aveva
quasi un obbligo di pubblicare le sue istituzioni 4, nel 1832 egli
die’ in luce le Lezioni di belle lettere ad uso de’ giovanetti 5, di cui
così rende ragione nella prefazione: Da che presi a dettare le mie
lezioni nella cattedra di Lingua e letteratura italiana fui sovente
richiesto d’ indicare l’opera di 1 Pensées, I, 322 e 323. L’ Ulloa
riferisce anche un tratto dell’ Orazione. 2 Pensées, I, 335.
3
Notava tuttavia che, anche nelle Lezioni, les mots ne sont souvent que des
clous rivés à téte d’or ». 4 L'art. 70 degli Statuti del 1816 diceva: Ogni professore, quando non abbia
ancora stampato le sue istituzioni o trattati, dovrà fare un elenco delle
materie che insegnerà, il quale al principio dell’anno scolastico dovrà
affiggere alla sua cattedra, acciò il sostituto, o l’aggiunto, e gli
scolari possano esser preparati pe’ rispettivi esercizi ». 3 Vol.
I. Napoli, Criscuolo, 1832. Nel 1833 uscì il 2° volumetto. IL FIGLIO DI G.
B. V. cui mi giovavo all’uopo. E poiché fu da me risposto, avermi io compilato
che che mi occorreva per l’affidato insegnamento, si chiese e s’
insistette, anche da persone autorevoli, che divulgassi per le stampe
que’ divisamenti riputati adatti e buoni a formare il gusto letterario
de’ giovanetti studiosi. Lasciai nondimeno trascorrere molti anni prima
che m'’ inducessi a secondare simili desiderii e premure. Ma infine il
pensiero che avrei potuto recare alcun utile agli alunni delle lettere
vinse il mio ritegno. E così dalle lezioni scritte per la cattedra mi
feci a tòrre quel tanto, che nel corso di un anno o poco più potesse
nelle scuole insegnarsi. Più che lezioni, sono brevi
dissertazioni, non molto strettamente connesse tra loro. La prima
Sull’origine e sulle vicende della lingua italiana è una breve storia
della lingua dalle origini fino alle polemiche contemporanee tra 1
puristi e gli antipuristi, e combatte così le affettazioni arcaiche degli
uni, come le esagerazioni e la scioperataggine degli altri. Il Bianchi, uomo di
non grande levatura, ma di buon senso, preferisce attenersi al giusto
mezzo. Segue un Cenno sul bello e sulle varie sue forme, che non contiene
altro che vacue trivialità sul povero Bello, distinto, per conto della
natura » in sensibile, intelligibile e morale, e per conto degli oggetti » in generale,
particolare e convenzionale. L’Orator e il De oratore di Cicerone fanno
le spese dell’erudizione estetica del Bianchi. Quindi, dopo un
capitoletto sul Sublime, seguono queste altre dissertazioncelle, di cui
basterà il titolo: Influenza delle lettere nella civiltà e nella morale
dei popoli. Analisi delle qualità necessarie ad ogni parlare colto.
Rettorica ragionata per le varie sue parti e Poetica ragionata per li
suor rami diversi. Queste ultime tre parti sono la materia del secondo
volumetto. Su per giù, la stessa materia della Vulgare
eloquenza del Ricci, trattata con minor calore e minore sfoggio di
dottrina, ma con modestia e buon senso. Aurea mediocritas : molto
mediocre e poco aurea! A che, del resto, affannarsi a salire in regioni
più elevate per quello scarso uditorio che aveva il canonico Bianchi
? Eravamo ascoltatori soliti », ricorda
il Settembrini, un quattro o cinque giovani .... Il Bianchi ragionava con noi,
come con amici, e soltanto quando ci capitava qualche sconosciuto faceva un po’
di diceria distesa. Non usava come gli altri professori, che come
scoccava la mezz’ora rompevano a mezzo il discorso, ma s’intratteneva con
noi lungamente, e ci diceva molte belle cose, e finita la lezione lo
accompagnavamo per buon tratto di via, e seguitavamo a ragionare. Quando
era io solo con lui, egli usciva alla politica, parlava de’ tempi
trascorsi, di molti uomini, di molti avvenimenti, e ne giudicava
con senno severo: e se parlava di quella che egli chiamava casta
pretesca, non sapeva frenare lo sdegno, e diceva: È nemica di Dio e di
Cesare: fu, è, e sarà principale cagione della servitù d’ Italia. Credete
a me che conosco quali visi si nascondono sotto quelle maschere »
!. Insomma era egli», come soggiunge il Settembrini stesso,
un uomo che bisognava guardare da vicino, e allora lo stimavi e lo amavi.
Poco eloquente, di maniere modeste, un po’ pedante, ma dotto assai,
liberi sensi, gran bontà di animo ». Il Settembrini ci dice che ogni
volta 1 Ricordanze, I, 77. Sarà stato come dice il Settembrini un
prete liberale, ma alla Gioberti: perché teneva alle glorie e
benemerenze della Chiesa, e quando nel 1825 pronunziò la sua Oratio in
solemnt studiorum instauratione (a MicHAELE BIANCHI Palatinae Ecclesiae
Canonico et Litteraturae Italicae Professore in R. Archigymnasio Neapolitano
habita, s. d., di 24 in-4°) tolse a discorrere
quam bene de humanitate vel ideo meruit catholica religio, quod ad
excolendos a barbarie per Europam bonis artibus animos plurimum contulit
» (p. 5). Un'altra Orazione inaugurale lesse nel dicembre 1843: De
litterarum efficientia în animis mentibusque egregie formandis, Neapoli,
Cuomo, MDCCCXLIII, di 20, in-4°. Il discorso è tutto nel titolo. Di lui è pure a stampa l’opuscolo Alla
Consulta de’ Reali dominii di qua dal Faro ragguaglio della Memoria
umiliata al Re mostro signore per la reintegrazione del Vescovo di
Cajazzo, Napoli, Criscuolo, 1831 (di 24 in-4°): ma non ha interesse
letterario. IL FIGLIO DI G. B. V. che si partiva dal Bianchi, egli aveva
imparato qualche cosa; e che però la sua memoria gli era cara e
onorata. Egli fu, che, letti con piacere e lodati due dei primi
scritti del Settembrini, li fece vedere a monsignor Colangelo, pregando
costui di proporlo come professore in un collegio. E poiché il Colangelo
rispose che quelle cattedre si davano per esame, fu il Bianchi a spronare
il Settembrini all'esame, e fece, quindi, di lui un professore. Non
avesse fatto altro, per amore del Settembrini, destinato a salire quella
cattedra stessa di letteratura italiana, il buon canonico meriterebbe il
nostro ricordo e la nostra simpatia. Ma la vera e viva scuola di
letteratura a Napoli allora non era nell’ Università. Lo stesso
Settembrini rammenta che mentre
nell’ Univer ità il Bianchi leggeva agli scanni e a quattro studenti, il
marchese Basilio Puoti aveva in casa sua una fiorita scuola di lettere italiane,
dove convenivano oltre dugento giovani » 1. E dagli eccitamenti del Puoti
a uno studio amorosc degli scrittori, ma sopra tutto dal potente lievito
degli studi filosofici promossi dal Galluppi e dal Colecchi con l’esposizione e
la critica delle moderne dottrine germaniche, e quindi da quel fervore
di pensiero, che dagli scritti dell’eclettismo francese, da Hegel,
da V. attingeva materia di speculazioni non più tentate e motivo a una
trasformazione filosofica degli stessi studi letterari, eromperà la prima
scuola di F. De Sanctis, quale ci è rappresentata nel libro della sua
Giovinezza. Il movimento, iniziato da Marinelli e da Cuoco, e
subito arrestatosi, sarà ripreso per virtù di una mente geniale,
che creerà la critica e la storia della letteratura italiana: il
contenuto più razionale dell’insegnamento, di cui ho narrato i timidi
inizi e il primo incerto svolgimento. Ricordanze Bianchi insegnò fino al
1853. Nell’ Almanacco di Corte dell’anno seguente comparisce professore
emerito; e per la cattedra rimasta vacante di Letteratura italiana non
c’è che un sostituto: Stefano Lombardi. Il quale nel 1831 aveva pubblicate
alcune Od: di Q. Orazio Flacco recate in versi italiani * (20 odi scelte
dai quattro libri e 2 epodi): lavoro rapido e incompleto », dice l’
Ulloa, ma che rivela nel traduttore un
bel talento di traduttore » 2. Nel 1854 appunto die’ alle stampe
una canzone Alla Maestà di Ferdinando II. _ Nel 1850 il 6
marzo era stato pubblicato un nuovo Decreto col quale st modificava
l'organico della R. Università degli Studi di Napoli 3. L’ Università,
divise le scienze fisiche dalle matematiche, veniva a scomporsi in
sei Facoltà, anzi che in cinque, come nel 1816, e nella Facoltà di
Belle lettere e filosofia, l’Archeologia e letteratura greca di prima si mutava
in Lingua e archeologia greca, l’Eloquenza, poesia e letteratura
latina in Eloquenza, poesia ed archeologia latina. Le due
letterature classiche così eran bandite: né rimasero più 1 Principii
generali della storia. Ma la Letteratura italiana rimase intatta.
Stefano Lombardi è ancora sostituto nel 1855. Nel 1856 o 1857 il
Bianchi dev'essere morto. Perché nell’ Almanacco del 1857 non c’è più il
suo nome come di professore emerito. E la sua cattedra ha per titolare don
Geremia Ro I Napoli, tip. del Sebeto, 1831, 79, in-16°. Nella prefazione
l’A. dice: Dette Odi non andarono
esenti di applausi, cosicché mi son reso ardito a farne dono al pubblico
colle stampe. Che se, ora che al giudizio degli occhi fedeli son elleno
sottoposte, pari applausi, benché del pari infruttuosi, mi arrecheranno,
io mi reputerò fortunato ». Dové aspettare un quarto di secolo a cogliere
il frutto ? ® Pensées, II, 172. 3 Collez. cît., IV,
25-8. mano, sostituto sempre il Lombardi. Doveva esser morto anche
il Lucignano, a cui successe don Gennaro Seguino. Il Romano credo
-ia stato l’ultimo professore di letteratura italiana dell’antico regime. Chi
era costui? Un Carneade, come il Lombardi: e la sua oscurità non è
senza significato in questo tramonto della vecchia cattedra con
l'ordinamento che la sorreggeva. Fi lui non ho trovato se non alcune osservazioni
Sopra un pezzo d'avorio dorato esistinte nel R. Museo borbonico in Napoli
(dove si dà appunto per regio professore) pubblicate nel 1858 ::
memorietta archeologica bene scritta, con erudizione e non senza
spirito. Ricorderò infine il primo ordinamento che, dopo la
caduta dei Borboni, fu dato all’ Università con decreto del prodittatore
G. Pallavicino, dal ministro R. Conforti. Alla Facoltà di filosofia e
lettere, oltre la Letteratura italiana, la latina, la greca, fu
data una Storia della letteratura. A questa venne sostituita, nella
successiva legge di P. E. Imbriani del 16 febbreio 1861, la cattedra di
Letteratura comparata. Chi abbia insegnato dalle due cattedre di
Letteratura italiana e Letteratura comparata, e che cosa sia stato insegnato, è
noto a tutti. Luigi Settembrini fu nominato alla prima il 24 ottobre 1861
*. Alla seconda il De Sanctis nel 1863; ma la coprì solo per
quattro anni, dopo che ve l’ebbe richiamato un decreto del 15 ottobre 1871
3. I Stamperia del Fibreno, di 16 in-169. Misc. 180, I della
Bibl. Naz. di Napoli. ® Sul Settembrini v. TORRACA, L. S.,
Notizia, Napoli, Morano. CROCE, pref. al vol. F. DE SANCTIS, La letter. ital.
nel sec. XIX, Napoli, Morano; e TORRACA, F. De S. e la sua seconda
scuola, nel periodico La Settimana del 7 dicembre 1902; e poi nel vol.
Per F. De S., Napoli, Perrella L’ ANGIOLA Capitolo
serio-burlesco di VESPOLI !. Donn’Angiola Cimina era una donna,
ì Ch’eccetto quando stava ignuda in letto, Come ogni altra portò
sempre la gonna. Sol piacevale andar col busto stretto, 4
Onde poi vogliono i contemplativi, Che le venisse l'asma e ’1 mal di
petto. Benché da certi cicisbei corrivi, 7 Che fur della
buon’anima divoti, Ma d'ogni di lei grazia e favor privi;
Dico di certi poetuzzi ignoti, 10 Pieni di boria e di presunzione,
Senza creanza e di scienza vuoti, I Da una copia esistente in un
volume miscellaneo ms. posseduto dalla Soc. nap. di st. patria (XXII, c.
12) da carta 10 a c. 21. Nello stesso volume precede un Capitolo di D.
Francesco Vespoli sopra il Genio alemanno, anch'esso in terzine; diretto
contro il partito degli austriacanti rimasto in Napoli dopo la conquista
borbonica. L’Angiola consta di 300 versi. Ne pubblico la parte che ha più
interesse per la conoscenza della società vichiana. I versi del Vespoli
furono già indicati dallo ScHIPA, Il regno di Napoli.] I quali entro l’Angelica
magione Andavan sol per essere stimati Uomini savi e
d’erudizione: Benché da certi cotali accennati Si dica, che
patì Sua Signoria La Marchesana il mal de’ letterati, Cioè
d’ostruzione e d’eticìa: Mal, che vien per lo studio e ’l meditare:
O maledetta, o brutta malattia ! Dico adunque così
primieramente: È certo, che le donne per natura Son tutte sceme e
deboli di mente; Sembiano nell’estrinseca figura Più
perfette dell’uomo, e più capaci, Non che più vaghe, e belle di
fattura; Ma con ragioni chiare ed efficaci Il contrario si
prova dagli antichi E moderni filosofi veraci. E, senza che
in recarle m'’affatichi, L'esperienza, mastra delle cose, Te ’1 fa
vedere, e par che te lo dichi: Paion le donne a noi meravigliose
In bellezza, in savere ed in valore, E tutte l’opre lor miracolose;
Quando c’entra per esse un po’ d'amore, Questo è quel che ci fa
poi travedere, Quest’ è cagione d’ogni nostro errore. Né mi stia a dir
Platone l’ ideate Specie dell’amor suo; ché da lui quelle Per
ingannare il vulgo fur trovate. Virtude e amore, uomini e donne
belle, Che star possano insieme, e senza alcuna Malizia praticar
elli con elle, Aristotile il nega, ed a quest’'una Opinion del suo
maestro assegna Il concavo profondo della luna. 67
Sapea, che il senso la ragion disdegna, 70 E che, venendo insieme
a competenza, La ragione va fuori, e ’l senso regna. Io non
intendo entrar nell’altrui messe, Ma dico sol, che non mi meraviglio Di
certe decantate poetesse. E senza che ad alcuna io dia di piglio,
79 Si sa, ch’ogni lor parto o fu supposto, O vi pose qualch’uom
parte e consiglio; Che che intenda provare a tutto costo ss
Il nobil Doria in un volume intero Sebben la giunta strugga il fin
proposto !. I Accenna ai Ragionamenti tre, ne’ quali si dimostra
la donna în quasi che tutte le virtù più grandi non essere all’uomo inferiore,
pubbl. da P. M. Dorta nel 1716. Dal Doria e dal V. (come narra questi
in Opere, ed. Ferrari, VI, 264) la Cimini fu iniziata alla filosofia. E
di P. M. Doria c’è pure un sonetto per la morte della Cimini, nella
raccolta qui appresso citata (p. 129); come molte poesie a lui
indirizzate sono tra le Rime scelte di GH. DE ANGELIS (con pref. del V.),
Firenze. Intanto V. stralunato e smunto Colla ferola in mano e ’1
Passerazio 1 N’appella, e vuol ch'io torni al primo assunto. Ei, che
suol porre alle parole il dazio, 131 Nella Raccolta fatta a onore e
gloria Della signora ha posto un gran prefazio? x
Lo qual non so s’ è calendario o storia, isà Se avvisi 3, o pur
relazione nova, Se carta scritta per farne baldoria, Ivi il
Soave-Austero4 si ritrova Laù Ch’ è l’acro-dolce, che sa fare un
cuoco, O l’irco-cervo, ch’in sua mente cova. V’ è dell’arte
rettorica ogni loco; 130 E ’l tanto a lui diletto paradosso: Chi
più ne legge, più n’ intende poco ». Passerat, maestro d’umanità, autore
de’ Commentariù in Catullum, Tibullum et Propertium (Parisiis, 1608), gran
repertorio di erudizione filologica latina; nonché di altre opere di minore
importanza. L’ Orazione în morte di Angiola Cimini marchesana della
Petrella, che V. inserì nel vol. Ultimi onori di letterati amici in morte
di A. C. ecc., Napoli, Mosca. Cfr. CROCE, Bibliogr., p. 17. Citerò la
ristampa che è negli Opuscoli della ed. Ferrari? (vol. VI delle Opere). Ma noto
qui l'errore commesso dal VILLAROSA, nella sua edizione degli Opuscoli, e
ripetuto dagli editori successivi (v. ed. Ferrari, p. 261) per non aver
capito (il Villarosa se ne dovette accorgere troppo tardi) che la nota fatta
dal V. a un certo punto dell’ Orazione, doveva nella ristampa
incorporarsi nel testo, essendo essa una correzione e un’aggiunta. Vedila
tra le Correzioni » innanzi al
volume Ultimi onori. 3 Vecchie gazzette. 4 Sul
principio della sua Orazione, V. ne accennava quasi il tema, dicendo che
la Cimini a tutti i saggi uomini che ebbero la sorte di conoscerla e
riverirla, fece intendere i tempi più colti della gentilissima Atene;
siccome quella che fu loro il grande esempio della rara difficil tempra
onde si mesce e confonde il soave austero della virtù » (p. 249). Con
identiche parole l’Orazione si chiude; e il soave austero vi ricorre spesso nel
mezzo. Ivi vuol comparir da gran colosso, Ma vi si scuopre
un piedestallo basso E reo s’accusa, allor che fa il
Minosso. Orazion la chiama il babbuasso, ia Ma è lunga e sciocca sì,
che non la puoi Leggere, senza dir più volte: ahi lasso!
Com’ è possibil ch’egli non t’annoi sn Con quel proemio vecchio e
riscaldato, E colle cose che seguon dappoi ? Precise quando del di
lei casato ses Fa la descrizione, ed a minuto Narra la vita e ’1l
transito beato ? Quando ci fa veder l’applauso muto, ia
Ch'essa facea sporgendo il petto in fuori O con un giro d’occhi il bel
rifiutot? Quando la di lei collera egli onora 148 Col titolo
d’eroica, e dietro a lei Cesare allega, ed Alessandro ancora??
I V. racconta che, nei trattenimenti letterari soliti in casa
della Cimini, ella, al dirsi le cose degne di applauso, applaudivale o
con un leggiadro movimento del dilicato corpo, il casto petto sporgendo
in atto come di chi incomincia a levarsi da sedere, o con un soave giro
de’ suoi bellissimi occhi inverso il cielo;... a’ quali atti i riguardanti
ammiravano in lei e l’acutezza dello ’ngegno e la gravità del giudizio, e
sopra tutto la somma modestia, con la quale si guardava di parere
intendente col non professando d’ intendere, o vero di sembrar saggia col non
diffinitivamente approvare » (p. 266). 2? Parlando del temperamento
collerico di Angiola, V. avverte che la sua era collera ragionevole e generosa e quale appunto a
donna di eroica virtù convenivasi.... Fin dalla sua più tenera età questa
nobil fanciulla diede pur troppo gravi segni di tal collera eroica ». E
diede saggio insieme di eroica virtù, di quella specie onde lasciarono
di sé tanto mondano romore i Cesari e gli Alessandri. Quando abortir la
fa ne’ mesi sei, ini E piagne gli campioni iti sotterra Ch’eran,
Dio buono! tutti maschi, e bei? Quando la fa veder distesa in
terra ie Battere il capo al duro pavimento ?: O ‘1 gran fatto! o ’1
malanno che l’afferra ! E questo detto sia per compimento
iui Di tutta l’opra di sopr’accennata Di questo arcipedante pien di
vento. Ond' io non so capir, dove appoggiata sea Sia la gran lode,
che ne fa il Sostegni, Con che, se non è burla, è una frittata 3.
Cesare Augusto, ch’ebbe tanti regni, 163 Che piantarvi i confini
gli convenne E porvi ancor del non plus ultra i segni; 1 La
Cimini morì a 27 anni, per male cagionatole da parto prematuro; ché la collera
virile », dice V., di che ella abbondava, depredando l’umidore che
facevale mestieri per nmudrire i feti già fatti grandi, fece per mala
sorte che tutti nel sesto mese, funesto da’ medici giudicato, ella
facessegli aborti» (p. 270). E l’ultimo le fu fatale. Ma V. non parla dei
« campioni » della satira. 2 V., facendo la storia della collera
eroica della Cimini, ricorda pure, che bambina «ove mai non era ella
compiaciuta di un qualche suo fanciullesco talento, si crucciava a tal
segno, che, gittatasi lunga a terra, tutta vi si affliggeva, fino a percuotersi
sul duro pavimento il tenero capo » (p. 254). 3 Nella
Introduzione di Roberto Luigi Sostegni, canonico regolare lateranense,
agli Ultimi onori, si dice (p. 10) l’ Orazione del V. « sublimissima », e che
per essa «si scorge, poter l’Italiana Eloquenza ascendere a quell’altezza
a cui la Grecia e la Romana pervenne, qualora l’istessa morale, e civil
sapienza.... l’invigorisca e sostengala ». Un sonetto del Sostegni al V.
(Opere2, VI, 410) finisce: O chiaro V., o sol pari a te stesso. Nello
stesso vol., p. 80, un sonetto del De Angelis dice: E basta
poi per simulacro eterno Di sue virtudi, e d'altri pregi eletti, La
prosa del divin V. e Roberto! Nipote al zio, che vinse, vide, e venne,
1% Pur quando si partì per l’altra vita, Tal onor da’ vassalli non
ottenne, Qual Donn’Angiola nostra, poiché gita 19 AI ciel se
n’è, da’ Letterati Amici! Ha per tributo, come lor favorita.
E siccome gli Orfei per l’ Euridici ATA Si mostrar grati, ed i Petrarchi
e i Danti Per le loro Laurette e Beatrici, Così per lei si
veggon tanti e tanti in Nostri partenopei cigni canori, Che non v’
ha qui de’ frati zoccolanti. Vi son poeti, medici e dottori, 178
Plebei, civili, dame, e cavalieri, E laici, e cherci, anco
predicatori; E congiunti, e paesani, e forestieri, lei E
buoni, e tristi, ed ottimi, e mezzani, La maggior parte innamorati
veri. Non altramenti che al carname i cani, Sono accorsi
costoro a tal impresa; E Dio il voglia, non vengano alle mani. Nacque
da precedenza la contesa Tra quei che furo ammessi alla Raccolta.
Ma poi tra lor s’ è nova briga accesa: Cosa, che ha posto la città
in rivolta, Talché hinc inde vi son forti partiti, E se non sai il
perché, di grazia, ascolta. I V. nella perorazione della sua Orazione:
«Letterati amici, che con uguale ossequio la onoraste e la riveriste »
ecc. (p. 272). Ma la frase è già nel frontispizio della Raccolta. Un
tal Gerardo, ch'ora gli eruditi Della scuola d’ Ulloa 1 scrivon
Gherardo. Giovine d’anni ventidue compiti 2, Piccolo di
statura, ma gagliardo, Di bocca grande e di naso canino, D'occhi
che ti spaventan collo sguardo: Di viso magro, giallo e
saturnino, Col mento fesso e un poi rivolto in suso, Bello come la
statua di Pasquino, Veste di negro di paglietta all’uso,
Cammina alla carlona, e sempre astratto, Parla da vecchio 3, e scrive
assai confuso, Vogliono alcuni che sia mezzo matto; Io credo
che sia tutto; e testimonio N° è quanto ha scritto, ed anche il
suo ritratto. Or egli, che al comporre è un gran demonio,
Vo’ dir che spaccia versi anche dormendo, Per grazia special di
Sant'Antonio, Improvvisante più del reverendo Quondam
Fanelli e del siciliano, Ch’or ha nel molo un concorso
stupendo, L'avv. Niccolò Ulloa-Severino, che scrisse una canzone per
la Cimini (Ultimi onori, p. 122) e al quale è indirizzato un sonetto
nel Quarto libro delle Rime del DE ANGELIS, p. 50. Chi legge la
canzone di quest’ Ulloa per la Cimini, tutta affettature arcaizzanti,
intende la punta satirica del Vespoli. N. ULLOA-SEVERINO pubblicò un
volume di Lettere erudite, Napoli, 1699. ? Infatti Gherardo
De Angelis era nato ad Eboli (prov. di Salerno). 3 Visi potrebbe
vedere un’allusione contro l’epigramma, che nel 1725 il p. Sostegni aveva
apposto al ritratto del De Angelis, nel 1° volume delle sue Rime
toscane: Adspicis hunc quarto vix dum pubescere lustro ? Perlege;
dispeream ni tibi Nestor erit. APPENDICE L’ ha fatta alli compagni
suoi di mano, sà Col libro, c' ha stampato in questo mese: Azion
veramente da villano ! Azion, che non ha scuse o difese, 217
Azion di lui degna e di suoi pari, Azion da scriverla al paese,
Dove i nobili sono i bufalari, Paese di mal’aria e mal
costume, Buono bensì per pascervi i somari. N’era Priapo il
protettore e ’1 nume; das Or Eboli si vanta aver costui, Che ’n
istampa gli ha dato onore e lume. Ma ritorniamo all’azion di lui,
ciù Ch’ io non vorrei, col troppo andar vagando, Tirarmi addosso la
censura altrui. Il fatto è come siegue. Allora quando sii
Nella Raccolta dagli amici s'era Di Lei detto il più bello e ’1 più
ammirando; Anzi Gerardo in mezzo a quella schiera ass
Contribuito avea la maggior parte 1, La qual potea passar per lode
intera; Volle egli solo poi farla da Marte. 235 Ed ecco, presto
presto, ha dato in luce Su lo stesso soggetto un libro a parte.
Per Quarto di sue Rime lo produce ass Senza il Terzo d’avanti; e,
ad ingrandirlo, Rime vecchie per entro vi riduce ?. ! Del DE ANGELIS
infatti ci sono una canzone e tredici sonetti (Pp. 75-91). l
2 Angiola Cimina Marchesana della Petrella defunta, poesia (sic) d’ANGELIS,
Firenze, 1728. A p. 9: Inco- [Leggilo,
e dimmi poi se puoi capirlo, E se a me ne dimandi, io ti rispondo,
Che ’n leggerlo mi venne il capogirlo. Gran cose vi vedrai
dell’altro mondo, E ridicoli conti puerili, E fatti inverisimili in
abbondo; Un gran mescuglio di contrari stili, Improprietà di
voci, oscuri sensi, Componimenti rozzi e pensier vili; E
barbarismi, e solecismi immensi, Ed atti di superbia e di
dispregio, E dati ad altri ed a se stesso incensi. E queste
cose, che sarian di sfregio In altri, non che error sommi e
notabili, Sono oggigiorno in lui di stima e pregio ! Ma
presso chi ? presso cervelli instabili, O presso pochi, che l’adulan
solo Per farlo andare in tutto agl’ Incurabili *. Gli
dicon, che sua fama ha fatto un volo Sì strepitoso ed alto, che già
s’ode Il nome suo dall’uno all’altro polo. ]mincia il quarto libro
de le giovanili rime di Gh. De A., J. C.» ecc. Nella dedica a donna
Emmanuela Pignatelli Silva Aragona, l’A. dice: Sendosi partita da questa
terra l’anima benedetta di A. C., santa, e saggia nobile Donna, come a V.
E. e per l’ Italia si è già noto, dopo aver pubblicata in laude sua la
sublimissima Orazione il gran Giambattista V. maestro mio, e molti altri
elevati ingegni che la conobbero, prose e rime, le quali un libro
compongono, io, fra tutti gli amici suoi e per l’età e per consiglio
minore, ho voluto in onor di sì alta memoria, agli uomini che verranno queste
poesie tramandare ». ! Famoso Spedale di Napoli. Né s’accorge il
meschino, che tal lode Ha dato al suo profitto un tal tracollo, Per
non aver le basi vere e sode. Io son pronto a giurare, e a porvi
il collo, Ch’ancor costui non sa dov’ è Parnaso, Né che son tra lor
le Muse e Apollo; Che se sapesse onde pisciò il Pegaso, Tante carte
sporcato non avrebbe, Né de’ classici autor parlato a caso. Infatti,
colmé suole, ei non direbbe, Che ’1 Bembo, il Casa ed il Petrarca ha
vinto, E che il gran Tasso buono stil non ebbe. O dove sei, gran
papa Sisto quinto ! E pur quel tuo poeta una parola, Per forza
della rima a dir fu spinto. Ma il vizio, che s’'apprende in detta scuola,
sn Quest’ è, di morder gli altri, e assiem grattarsi, Quando cavano
fuor qualche lor fola. Procura bensì ognun di segnalarsi 280
In far meglio dell’altro l’antiquario, Con voci malagevoli a
spiegarsi; Anzi il lor mastro ! un nuovo dizionario i S°' ha
fatto di vocaboli a capriccio, Che non mai registrò il vocabolario. Quindi
è che, s’egli scrive, fa un pasticcio ade Pieno di fracidume; e,
se discorre, Fa l’alto-basso che suol fare il miccio. V.. PER
LE NOZZE DI TOMMASO CARACCIOLO E DONNA IPPOLITA DE DURA
Sonetto di G. B. V.!. Bench’ io mi veggia da quel fato
oppresso, Che l’ ingiust'odio altrui creò sovente, E affatto lungi
dalla molta gente Viva, che appena me trovi in me stesso; Poiché il
raro valor dal Ciel concesso A voi, bell’alme, unisce Amor
possente, Al pubblico piacer mio spirto sente Disio di riveder
l’alto Permesso, E cantar lieto in dilettosa schiera Vostro
nodo real, gli onor degli avi, E svelar que’ futuri invitti germi.
Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi Cure sospinto a tornar
là dov'era, Di me, non per mia colpa, ho da dolermi. Dalla raccolta:
Vari componimenti per le felicissime nozze degli eccellentissimi signori
D. Tommaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di Torrenova [...]
e D. Ippolita di Dura de’ Duchì d’ Erce, raccolti da GENNARO PARRINO, e
dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce, Firenze. Di
questa rarissima raccolta si conserva copia nella Biblioteca Villarosa.
RELAZIONE DELLA SEGRETERIA DI STATO AL RE SULLA SUPPLICA DJ G. B. V. PEL
CONFERIMENTO DELLA SUA CATTEDRA AL FIGLIO. Sefior,
Exponiendo 4 V. M. Juan Bapt.ta de V., Historiografo Regio y
Profesor de eloquencia en la Universidad de Estudios, son ya mas de quarenta
afios, que ha servido y sirve en dicha Universidad la Cathedra de
Rectorica, col en tenue sueldo de cien Ducados annuales, que le ha servido
para el mantenimiento de su pobre familia, hallandose ya en edad
muy adelantada agravado y oprimido de muchos achaques, y con especialidad
de las angustias domesticas, y de la contraria fortuna, por lo que se ha visto
obligado et substituir en su lugar interinamente en el servicio de dicha
Cathedra 4 su hijo Genaro, mozo de habilidad, y que asta aora ha
sabido cumplir con publica satisfaciòn, suplica 4 V. M. se digne conferir
la propiedad de dicha Cathedra al mismo Genaro, para que despues del
fallecimiento del mismo, pueda su pobre familia quedar con algun
apoio. El Capellan Maior representa a V. M. que el sobredicho
Juan Bap.ta de V. es benemerito de la Regia Universidad de Estudios, 4 la
qual con sus doctos trabajos ha hecho mucho onor; por lo que requiere la
publica gratitud, que se le atienda; que siendo el expresado su hijo mozo
de habilidad, y portandose ciertamente en el exercicio de su Ca 358 STUDI
VICHIANI thedra con todo aplauso, solo puede ser de algun reparo
que la aplicazion del mismo et los tribunales, pueda serle de embarazo,
requiriendo una y otra aplicacion, cadauna por si, todo un hombre, y la
Cathedra de Eloquencia un profundo estudio en los Autores Griegos y
Latinos; por lo que le parezze puede V. M. consolar al suplicante; quando
haya la certidumbre de que dicho su hijo, dejando la aplicacion 4
los tribunales, vuelva todo su animo à los estudios de la eloquencia, y 4
los demàs que son necessarios para ser excelente en tal profesion no facil, y
éstimadissima. DISPACCI
PER LA GIUBILAZIONE DI V, I. Al Cappellano maggiore. Informato
il Re da quanto V. S. I. ha rappresentato con l’ultima sua consulta del
12 del caduto agosto, che al Lettore emerito di Rettorica nella R. Università
degli Studi D. Gennaro V. siano mancati ducati 120 l’anno, cioè ducati
60, che godea come direttore dell’Alta antichità nell’Accademia Regale, ducati
30 pel sostituto che dee mantenere, e per altri emolumenti che gli sono
minorati; ha S. M. con suoi sacri caratteri risoluto che gli si dia la
giubilazione con l’intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha
perduto. Nel real nome lo partecipo a V. S. I. per intelligenza
sua e del ricorrente, e per l'adempimento. Palazzo, 9
settembre Alla Segreteria dell’ Azienda. Informato il Re da quanto
gli ha consultato il Cappellan maggiore, che al Lettore benemerito di
Rettorica nella Regia I Arch. Sta. Napoli: Dispacci dell’
Ecclesiastico. Università degli Studi D. Gennaro Vigo (sîc) siano mancati
docati centoventi l’anno, cioè docati sessanta che godeva come Direttore del
Ramo dell’Alta antichità nell’Accademia Reale, docati trenta per il Sostituto
che deve mantenere, e per altri emolumenti che gli sono minorati, ha S.M.
con suoi sacri caratteri risoluto, che gli si dia la giubilazione coll’
intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduti. Lo partecipo di suo
real ordine a V. S. Ill.ma, affinché da codesta Scrivania di razione se
ne disponga l'adempimento. Palazzo, ‘a 9 settembre 1797 = Ferd.
Corradini = Sig. Principe d’ Ischitella. Arch. Sta. Napoli: Ordinario 82:
Scrivania di razione, Lettori pubblici. EPIGRAFI DI V.: I,
Lirim Saepe robora cautesque Et quicquid sibi obstet Nedum fluitantem scafam Secum în praeceps abridientem Ac proinde moriem trajicientibus Minitabundum Ferdinandus IV Bonc Reip. natus Optimo censilio Firmissimi pontis Quadrato lapide extructi Patientem
effecit ut qui antea multos dies in ripis haerere Cogebantur
In posterum Ejus furorem Despectantes Tuto et continuo itinere Transtirent ?. Utinam Pie VI Pontifex O. M. Isthaec tua marmorea effigies Tuorum in Catholicum Orbem menitorum
Memoria non vinceretur. Deus vere Averrunce Si Per
te clades Per te calamitates Avertuntur
Uno ore tuam fidem imploramus 1 Traggo dagli autografi
posseduti dai sigg. Villarosa queste altre quattro epigrafi di Gennaro V.
per l’ interesse storico che esse possono avere, lasciando ad altri di
ricercare le occasioni per cui vennero scritte. » Di questa
iscrizione si trovano tra le carte di Gennaro altre varianti, ma di poca
importanza. Adsis dexter adsis praesens semper propitius adsis Et cuncta nobis merito ingruentia
mala Prohibeas In Vesuvit
Jam propinqui hostis Cladem Subjectis longinquisque Semper minitantis Iram cohibes
Qui anno superiore Annum
integrum et plus eo Quasi ratione
et consilio Sensim ignem in alvo
concepit = Paulatim egessit Eoque levi lapsu In rivos deductum Doctus iter melius Innocuus devolvit Forsitan uti metu antea tuo nutui
semper parut Posthac consuetudine
tuae voluntati votisque nostris obsecundare assuescet. Regium
hoc Templum Maximum Cavense Sanctae Dei Genttricis Elisabetham invisentis Nomine, et tu tela augustum A. D. N. Ferdinando IV Rege Jure Patronatus sibr vindicatum Erigi a
solo coeptum An. MDVII Tum mole
fatiscens sua refectum Consecratum
vero VI Non. Majas Terrae dehinc motibus. Labefactum et restitutum Quum adhuc ultimam manum expeciaret Ordo Populusq. Cavensis Eadem pecunia publica, quae illud
evexit, refecitque Collata ut alias a
suis Pontificibus In opus symbola Absolutum tandem sublaqueavit Omnique ex parte prisco squalore deterso Picturis opereque albario
exornatum In novam hanc splendidioremque
formam Redigendum curavit I Credo
accenni al gran miracolo, operato [da S.
Gennaro il 22 di ottobre del 1767], quando nel comparir sul Ponte [della
Maddalena] la statua d’argento del Santo, cessò di botto l'eruzione » del
Vesuvio (D’OnoFRJ, Elogio, p. LXxIH). Onde fu collocata sul Ponte stesso la
statua del Santo, con la destra levata verso il vulcano. AVVERTIMENTI
! PER L’INSEGNAMENTO DEL LATINO di V. Essendo il ragazzo, siccome si
scrive, di talento, e che promette di sé liete speranze, sia cura del
dotto ed avveduto maestro non immergerlo troppo ne’ rudimenti di grammatica, li
quali poi dovrà dediscere; ma sopratutto esercitarlo nelle coniugazioni e
declinazioni, e nei principali precetti della sintassi; e tutto il di più
farglielo apprendere dall’ interpretazione de’ scrittori latini, essendo
grandissima la distanza del parlare de’ grammatici dal parlare de’ latini.
Questo basti: che nello spiegare lo scrittore latino gli facci fare in
ogni membro una minuta analisi delle parti che lo compongono, e non lasci
passare neppur la menoma particella senza spiegargliene la proprietà e la
significazione; e nella ripetizione farsene render conto. Di poi quel
tratto che ha spiegato, obbligarlo a riportarlo in iscritto tradotto,
acciocché il fanciullo di buon’ora si avvezzi a ben concepire, a
nobilmente spiegare le idee, non essendoci esercizio più profittevole per la
gioventù quanto quello delle traduzioni; poiché, avendo il giovane [da]
trasportare da lingua in lingua, ed avendo ciascuna lingua un genio
particolare di concepire, e quindi spiegare le idee, egli è costretto di
riflettere I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa.] ed
esaminare la maniera propria con cui lo scrittore latino ha concepito, e
quindi spiegato quel pensiero, per poi studiarsi di concepirlo e di
spiegarlo secondo il gusto particolare della sua lingua natìa. E questo è
quello che si chiama spirito di lingua, che rende l’acquisto di una
lingua tanto difficile, che vi bisogna la vita di un uomo, per poterla
conseguire; dovendosi la diversità de’ termini e dei vocaboli riputare
più tosto un giuochetto di memoria. Quindi si rileva quanto vantaggio
rechi ad un giovane il continuo esercizio delle versioni, che, oltre al
conseguire lo spirito della lingua da cui trasporta, senza accorgersene,
acquista e la norma di saper con naturalezza ordinare li pensieri, e
quindi saperli con felicità concepire, e quindi con nobiltà e chiarezza
spiegarli, consistendo tutta la difficoltà nel concepire. Un pensiero
felicemente concepito, sarà sempre facilmente spiegato: Verba
provisam rem non invita sequuntur. Onde Cicerone disse: Oplimus dicendi
magister stylus. Sento che sia esercitato nel tradurre Cornelio
Nipote e Virgilio. Perché due scrittori così vicini per l’età in cui
fiorirono, e così lontani per il genere in cui scrissero ?_ Non istimo
proprio ad un ragazzo, che appena sta imparando il volgar latino, metter
in mano Virgilio, che, come poeta, studia di allontanarsene quanto più può,
secondo quel detto di Cicerone, poétae alia lingua loquuntur. È l’istesso
che se, per far apprendere ad un oltramontano la nostra volgare lingua
italiana, si mettesse in mano Petrarca, Tasso, Ariosto. Li poeti, perché
alia lingua loquuntur, devono riserbarsi all’ultimo. Il giusto metodo d'’
istituire la gioventù nello studio della lingua latina sarebbe farle
prima apprendere la lingua volgare e familiare latina, e per questa
dovrebbesi ricorrere alli purissimi due fonti inesausti di essa, Plauto e
Terenzio, essendo gli argomenti delle comedie avvenimenti che sì
raggirano nell’uso della vita privata; ma non si deve, per far apprendere
la purità della volgar lingua, esporre la gioventù al pericolo di
corrompere la purità de’ costumi, che è quel che più deve interessare. Si
eviti questo scoglio e si sostituiscano l’ Epistole familiari di Cicerone, li
di cui argomenti sì versano presso a poco sull’ istesso: ed ecco che il
giovane acquista il sermone volgar latino. Spedito che sia il
giovane nell'acquisto della lingua volgare privata, mettergl’ in mano gli
elegantissimi Commentari di Giulio Cesare, ne’ quali acquisterà la lingua
pubblica, tanto necessaria per le arti della pace e della guerra; ed in
essi la conseguirà nella sua somma purità e chiarezza, e tale e
tanta, che ne riportò il grande elogio di Cicerone, che, parlando de’
Commentari di Cesare, dice che egli li lasciò, perché poi ci fosse stato chi
potesse scriverne l’ istoria: ma poi soggiunge: stultis gratum facere
potuit, perché gli uomini dotti ed avveduti disperarono poterne scrivere
una storia con quella limpidezza e eleganza, con cui Cesare scrisse li
suoi Commentari. | E Virgilio fu il solo tra i latini che non
solamente sostenne, ma ancora rivendicò la gloria del nome romano contro la
superbia de’ disprezzanti greci, che solevan distinguersi da tutte le
altre nazioni; e ciò con qualche ragione in rapporto alla felicità della lor
lingua. Il qual pregio li romani stessi, che chiamavano barbara la
maestosa lingua latina quante volte volevano metterla al confronto della
greca, con somma ingenuità confessarono; come, fra gli altri
attestati, ve n'è quello di Plauto nella comedia intitolata
Asinara, ove fa dire al Prologo, che l’autore di quella comedia era
stato Demofilo, poeta greco, e che M. Accio Plauto l’aveva tradotta in
latino: Demophilus scripsit, Marcus vortit barbare, cioè latine. Così, al
contrario, di rimbalzo, li romani poterono rivendicare la gloria del loro
nome con opporre a tutta la Grecia il solo Virgilio, ché tutta la Grecia
non aveva prodotto un ingegno così stupendo e quasi divino, il quale
feliciter audax era riuscito egualmente ammirabile in tutti tre li
caratteri del dire, nel tenue ed umile nelle sue Bucoliche, nel florido ed
ornato nelle Georgiche, nel grande e sublime nell’ Eneide: e Torquato
Tasso ardì d’imitarlo e riuscì felice in due solamente: essendo costante
in tutti li scrittori di qualunque genere sieno, che chi è riuscito in
una delle tre note, non è riuscito nelle altre due; e così a
vicenda: ed in fatti nella pittura,
la quale è sorella della poesia: Poéma est pictura loquens,
mutum pictura poéma. li principi delle tre famose scuole che fecero risorgere
tanto felicemente la pittura in Italia, Raffaello d’ Urbino nel carattere
tenue e delicato, Tiziano nel complesso e carnuto, Michelangelo Buonarota
nel robusto e lacertoso, ciascuno non uscì fuori dei confini che si aveva
prescritti. Non dico poi di Orazio, il quale nelle sue liriche non
solo tentò di gareggiare con Pindaro; ma si foggiò una forma di
dire tutta nuova e tutta di conio suo così inimitabile, che dopo di lui
fiorirono tra i latini molti nobili poeti, ma niuno osò scrivere in quel
genere di poesia, in cui Orazio summum tetigerat; così inimitabile che
può dirsi, che egli fu il primo e l’unico che vi fosse riuscito.
Finalmente, per ritornare all’ intento, e render la ragione perché
li poeti debbano riserbarsi all’ultimo, essendo la loro locuzione
lontanissima dalla volgare, intendendo di escludere in rapporto della
locuzione li poeti comici, li quali solamente sono poeti riguardo all’
invenzione della favola; imperciocché, per quel che s’appartiene alla
locuzione, devono usare una locuzione affatto volgare, come sopra si è
detto. Poi farlo passare alla lezione di chi cerca di elevarsi
un poco al di sopra del sermon volgare; ed a questo primo grado
subentia la locuzione oratoria, la quale, quantunque deve conformarsi al
senso comune, nulla di meno deve usare una maniera di ragionare più culta
e più elaborata, in guisa però che facciasi intendere dall’uom volgare;
quindi passare alla lezione delle Orazioni di Cicerone. Spedito
che sarà il giovane degli oratori, passi alla storia; la quale usa una
locuzione posta in mezzo tra la locuzione oratoria e la locuzione
poetica, perché lo storico ha da far due parti in comedia, le parti di
oratore, nelle allocuzioni, che fanno generali all’eserciti, magistrati a
popoli, come sono ammirabili quelle di Livio; ed ha da sostener le
parti di poeta nelle descrizioni di battaglie, di assedi, di espugnazioni di
città; onde Cicerone dice, che in historia funduntur verba prope pottarum: non
assolutamente poetiche; ma prope pottarum. Finalmente far passare il
giovane alla lezione de’ poeti; la di cui locuzione è lontanissima dalla
volgare, perché, siccome devono dilettare colla novità delle favole, così
ancora colle novità della locuzione, dall’ammirazione delle quali novità nasce
il diletto: usano nuove forme di dire che inebbriano l’anima di piacere;
richiamano in uso voci antiche e disusate, le quali, perché disusate,
chiamate in uso, sembrano nuove; adoperare voci straniere, le quali,
come le mode straniere, sogliono dilettare; e ciascuno si foggia un nuovo
genere di dire: ed ecco quel di CICERONE, 04tae alia lingua loquuntur. E questo
sarebbe il metodo profittevole alla gioventù nella lezione de’ scrittori
latini. LETTERA DI FINAMORE A V, Ill.mo Signore, Signore e Padrone
Col.mo, Contestando la vostra favoritissima de’ 12 andante
con quella semplicità di espressioni e veracità di sentimenti che
inspira la fama de’ vostri rari talenti e della vostra [mo]destia 1; mi fo un
dovere di ringraziarvi distintament[e delle] gentilissime espressioni,
onde, ad onta del mio de[bole ingegno ?], mi onorate. Quindi protesto le mie
indelebili.... zioni alla vostra generosità che si compiacque.... non
solo di compatire una mia memoria sullfe antichi]tà di questa mia patria,
rimessavi dalla R. A[ccademia, ma] anche di considerarmi non indegno di esservi
aggregato. Allora io non seppi qual ne fosse stato il degno censore,
mentre ne ottenni la patente di socio nazionale; ma, colla pubblicazione
che nel 1798 fece il dotto segretario Napoli-Signorelli del primo
tomo del Regno di Ferdinando IV, p. 381, dove rilevai che vi compiaceste
fare alla stessa memoria vari commenti e proporre alcuni dubi da
sciogliersi da me medesimo, mi cadde il pensiero di leggere le vostre
erudite riflessioni ed approfittarmene pria che si pubblicassero negli
atti della R. A. Questo medesimo desiderio, anziché mancare, mi si
avanza di più in più, dopocché ho acquistata la vostra pa 1 Supplisco,
quanto è possibile, quel che manca per uno strappo dell’autografo.] dronanza,
e vi prego quanto so e posso di rimettermene una copia, giacché non
sappiamo quando si potranno riaprire le adunanze accademiche. Son sicuro che vi
compiacerete di soddisfare queste mie premure, e compatirete il mio
ardimento con quella urbanità che è propria d’un animo grande.Veramente
da una medaglia urbica disotterrata qui anni a dietro, del peso di una
libra di bronzo, coll’epigrafe greca ANZANON e nel rovescio ®P, si
conosce che il nome poi latinizzato di Anxanum, sempre identico a questa
città, sia di origine greca; ma non saprei donde derivi la sua vera
etimologia. Fatemi grazia d’illuminarmi su tal particolare, scusando
sempre la mia impertinenza. Ai maestri di filosofia si dee sempre
ricorrere in simile rincontro. Volendomi onorare di vostri
graditissimi comandi non meno de’ vostri caratteri, vi prego di
diriggermi le vostre lettere per la posta, e di significarmi se per la
stessa possa diriggervi a dirittura le mie. Sono intanto con
la più perfetta stima e divozione di V. S. Illma
Lanciano. Div. obblig.mo Serv. Vostro FINAMORE !. I
Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa. Se Giambattista V.
redivivo vedesse questa Italia senza né Spagnuoli né Austriaci, padrona
di sé, grande tra le grandi nazioni di Europa direttrici della civiltà,
conscia della sua dignità, fiera della gloria de’ suoi figli maggiori,
che anche nei secoli più bui e più duri della divisione politica e
della servitù la fecero con l’altezza dell’ ingegno celebrata e ricercata
da tutte le genti più culte, potente collaboratrice, maestra privilegiata
d’ogni arte più splendida e d’ogni più originale scienza: la vedesse
questa Italia tutta qui convenuta in ispirito a rendergli onore in questa aula
magnifica della sua rinnovata università; Giambattista V. sarebbe, non
sorpreso, ma sbigottito di così insigne riconoscimento, che egli non
avrebbe mai sperato. Ma poiché, per alta che fosse la sua
intelligenza, l’animo era ingenuo come di fanciullo e sensibile alla
lusinga della lode, lo sbigottimento facilmente cederebbe il luogo alla
schietta commozione, con la quale tornerebbe a ringraziare ancora una
volta la Provvidenza delle traversie d'ogni genere sofferte durante tutta la
sua grama esistenza; poiché queste traversie infine erano state la causa
per cui egli si ritirasse e concentrasse sempre più nella sua solitaria
meditazione e facesse le sue scoperte, e scrivesse il suo capolavoro, la
Scienza Nuova; e fosse, insomma, Giambattista V.. Aveva pubblicato da
poche settimane, anzi da pochi giorni, il suo gran libro; e con quanta
trepidazione ne aspettasse i primi giudizi dei concittadini nessuno dei
quali (egli pur lo sapeva !) era propriamente preparato a rendersi conto
dei profondi concetti animatori della sua opera, si può vedere
dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e superba, ma
tutta piena di alta fede religiosa: In questa città sì io fo conto
di averla mandata al diserto, e sfuggo tutti i luoghi celebri per non
abbattermi in coloro a’ quali l’ ho io mandata; che, se per necessità
egli addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non dandomi essi né
pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano l’oppenione di averla
io mandata al diserto. Io poi devo tutte le altre mie deboli opere d’ ingegno a
me medesimo, perché le ho lavorate per mie utilità propostemi affine di
meritare alcun luogo decoroso nella mia città: ma poiché questa
università me ne ha riputato immeritevole, io certamente debbo questa
sola opera tutta a questa università, la quale, non avendomi voluto
occupato a legger paragrafi, mi ha dato l’agio di meditarla ». (Dove si
accenna alla gravissima delusione toccatagli nel concorso alla importante
cattedra di Diritto civile della mattina, alla quale aspirava e si veniva
preparando da molto tempo). Sia per
sempre lodata la Provedenza, che, quando agli infermi occhi mortali
sembra ella tutta rigor di giustizia, allora più che mai è impiegata in
una somma benignità ! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito un
nuovo uomo, e pruovo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi
della mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta
moda delle lettere, che mi ha fatto tale avversa fortuna, perché
questa moda, questa fortuna mi hanno avvalorato ed assistito a
lavorare quest'opera. Anzi (non sarà per avventura egli vero, ma mi
piace stimarlo vero) quest'opera mi ha informato d'un certo spirito
eroico, per lo quale non più mi perturba alcuno timore della morte e
sperimento l’animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente mi
ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il giudizio di Dio, il
quale fa giustizia alle opere d’ ingegno con la stima de’ saggi, i quali,
sempre e da per tutto, furono pochissimi » !. Lett. al p. Giacco, in V.,
L’Autob., il Carteggio e le poesie varie, ed. Croce-Nicolini. V. nasce in
uno stambugio sopra la botteguccia del padre, in via San Biagio dei
Librai, n 3I. Giacché il padre era libraio, figlio d’un contadino di
Maddaloni: modestissimo libraio, sposato a una povera donna, figliuola, a
sua volta, d’un carrozziere. Famiglia numerosa: otto figli. Ambiente
povero, buio, triste: dove, anche senza la tremenda caduta da una scala
per cui il fanciullo settenne si ruppe il cranio e perdette molto sangue ed
ebbe bisogno di tre anni di cure per riaversi o muore, prediceva il cerusico, o sopravvive
idiota! era impossibile che non
crescesse gracile, malinconico, infermiccio, come restò tutta la vita.
Dal n. 31 il padre si trasferì al n. 23, di rimpetto al Banco della Pietà
!: anche qui bottega e mezzanino soprastante. Poca aria e poca luce, e povertà.
Quando perciò il fanciullo a dieci anni poté tornare a scuola,
l’anda1e e il venire erano boccate d’aria vivificanti; quantunque
non ci fossero giuochi né spassi per lui studiosissimo, cresciuto
tra i libri, impaziente della necessaria lentezza e gradualità
dello studiare in comune con coetanei men veloci nell’apprendere. E
per la sua malinconia e precocità, ombroso, puntiglioso. Abbreviò il
corso elementare de’ suoi studî, fin d'allora autodidatta; e iscrittosi poi nel
Collegio dei Gesuiti (al Gesù Vecchio) alla seconda classe di grammatica, se ne
ritrasse però prima della fine dell’anno scolastico per un torto fattogli
dai maestri in una gara in cui aveva vinto i primi della classe. Si
chiuse nella libreria paterna e nel mezzanino di sopra. E giorno e notte
sui libri. Da sé quindi, a furia, compì gli studî di grammatica e di
umanità: tutta la sua istituzione letteraria. Scoraggiato, per la
filosofia, da una astrusissima logica, che gli era stata consigliata, si
svogliò e distrasse. Tentò più tardi tornare dai Gesuiti; ma quantunque
il maestro quivi gli desse ! Per tutte le abitazioni del V. cfr. Note
all’Autobiografia, dove sono i risultati delle molteplici sagaci
esaurienti ricerche del Nicolini.] il gusto d’una metafisica che andò a genio
al giovinetto allora forse quindicenne, gli parve che troppo costui andasse
per le lunghe con le sue scolastiche distinzioni e sottodistinzioni;
e si ritrasse pertanto da capo a studio privato, e da sé condusse a
termine, con grande applicazione, il corso di filosofia; dal quale si
accedeva alla Università. In questa, dopo avere fatto da sé, solo
frequentando per un paio di mesi lo studio d’un canonico vicino di casa,
insegnante di diritto di molta fama, s' immatricolò nel 1688 alla facoltà
di Leggi; e vi fu iscritto per quattro anni. Ma non vi mise mai piede,
dividendo il suo tempo tra gli studî giuridici, i lette1arî e i filosofici,
pei quali allora come sempre qui a Napoli grande era l’ interesse
delle persone colte. Una volta tentò i tribunali, in una causa
civile, in difesa del padre. E la fortuna gli arrise; ma sentì egli
che non era nato per la carriera forense. Accettò l'offerta di recarsi a
Vatolla, nel Cilento, precettore privato in casa di certi signori. E lì
rinvigorì la salute, che tia gli stenti di Napoli era minacciata da tisi;
e lontano dalle angustie familiari ebbe per nove anni ozio e serenità
d’animo e agio per compiere il maggior corso, com'’egli più tardi
ricordava, de’ suoi studî. Non aveva peraltro trovato la sua via. Le
letture dei libri recenti di cui nelle sue gite a Napoli si provvedeva,
non erano ordinate. Ma ogni autore metteva in movimento lo spirito
del giovane, lo faceva pensare. E quelle meditazioni assidue erano più
feconde d’ogni più metodica lettura. Ci rimane di quel tempo una canzone
Affetti di un disperato, documento del pessimismo a cui di tratto in
tratto lo spingevano l’ incertezza dell'avvenire, il pensiero della famiglia
lontana miserabile, e sopra tutto il bisogno inappagato di trovare, in
quella sua indole raccolta e meditabonda, una soluzione a certi
problemi angosciosi. Erano i problemi che letture e forse ricordi
di conversazioni avute a Napoli coi letterati inclini all’ateismo
venuto di moda tra gli spiriti forti, gli avevan fatto intravvedere prima
confusamente, poi scorgere in maniera sempre più chiara e paurosa per la
sua anima severamente educata nella fede religiosa e di tempra
profondamente mistica. Ma anche i dubbî, gli errori, che più tardi
ricorderà !, degli anni giovanili, erano pungolo a scrutare più addentro
nel proprio pensiero; finché non gli parve di trovare in Platone e nei
Platonici sopra tutto del Rinascimento italiano il fondamento speculativo
incrollabile alle sue sante credenze. Il periodo del ritiro cilentano
ebbe termine; e V. tornò a Napoli. Aveva ventisette anni; il padre
vecchio; sui fratelli non era da fare assegnamento. Bisognava provvedere
alla famiglia, oltre che alla propria persona. Ricerca affannosa di un’occupazione
stabile, anche umile. E intanto ripetizioni, anche elementari, mal
retribuite e difficili a trovare. Lavori letterari d'occasione
(orazioni, sonetti, canzoni) procuravano bensì qualche magra
soddisfazione alla ambizione del giovane ormai maturo, a cui invano
autorevoli personaggi cercavano onorato collocamento. Un d'essi non seppe
far di meglio che consigliargli di farsi frate. Chiese la carica di
segretario del Municipio, che era ufficio, allora, da letterato, poiché
si carteggiava in lingua latina. Ma la domanda non fu accolta. Due anni
dopo, finalmente, concorse alla cattedra universitaria di Eloquenza; e l'ottenne.
Lo stipendio però era di 100 ducati l’anno, poco più di 35 lire al mese,
oltre gli emolumenti non cospicui provenienti dai certificati che l'insegnante
di quella cattedra rilasciava per l’immatricolazione degli studenti alle
varie facoltà. E di cento ducati rimase lo stipendio di V., finché
nel 1735 una riforma di tutto l’ordinamento universitario I Lett.
al p. Giacco del 12 ottobre 1720. Per questi errori giovanili del V. v. CROCE,
La filos. di G. B. V.3, p. 286 e Intr. a FINETTI, Difesa dell’autorità
della S. Scrittura contro G. B. V., Bari; NICOLINI, La giovinezza di G. B. V.,
Bari; A. Corsano, Umanesimo e religione in G. B. V., Bari. non
glielo raddoppiò; nello stesso anno che il nuovo re Carlo di Borbone,
seguendo il suggerimento del suo cappellano maggiore, uomo di larga mente e
dottrina, molto benevolo estimatore di V., lo nominò istoriografo regio con
altri cento ducati di assegno. Ma V. era già presso che al termine della
sua carriera; e se fin allora, pur tra disagi, rinunzie e sacrifizi
inenarrabili aveva potuto trascinare avanti l’esistenza, s'era dovuto aiutare
con i proventi d’uno studio privato di rettorica, aperto in una sua
casetta in V.lo dei Giganti, mutata cinque anni dopo in altra alquanto
più ampia al largo dei Gerolamini. Cambiò casa ancora tre volte; e
finalmente nel ’43 andò ad abitare ai Gradini dei Santi Apostoli, dove muore. Appena
ottenuta la cattedra universitaria, V. non perdette tempo: sposò una povera
donna analfabeta e, quel che è più, inetta al governo della casa; e ne
ebbe via via otto figli, cinque dei quali sopravvissero; e due
procurarono al padre grandi gioie, ma uno altresì dolori acerbissimi.
Com’egli vivesse in mezzo ad essi fanciulli, lo dice egli stesso
nell’accenno che reiteratamente ! fa ne’ suoi scritti al costume suo di
meditare e scrivere in mezzo alle conversazioni dei familiari e allo
strepito de’ figliuoli. Altro che la quiete e il silenzio di cui sente il
bisogno ogni scrittore ! Ma la stessa cattedra modesta avuta in sorte gli
procurava almeno una volta l’anno una segnalata soddisfazione;
poiché al professore di Eloquenza spettava di leggere, nel giorno dell’
inaugurazione degli studî, un’orazione latina, sopra argomento d’ interesse
generale e filosofico, alla presenza di tutti 1 colleghi e degl’illustri
personaggi che erano invitati allora come oggi a tale solenne cerimonia. V.
ne aveva occasione I Autob.] ad esporre nel latino aureo, di cui
la familiarità quotidiana con gli scrittori classici lo aveva reso
maestro, i più alti concetti che nelle sue meditazioni veniva maturando
intorno alla natura dello spirito umano, alla società, a Dio. In nuce
oggi possiamo scorgere in quei concetti quasi tutta la filosofia
posteriore. E V. doveva in quelle occasioni cominciare ad assaporare il
gusto del pensiero, che, levandosi sovrano sopra tutte le cose e tutte le
idee, acquista la coscienza di non so che divino, che è la sua forza e la
sorgente della sua superiore certezza. Onde a lui veniva fatto di dire,
non potersi il fine degli studî altrove collocare che nel proposito di
coltivare una specie di divinità dell'animo nostro ». La sua
filosofia platonizzante lo confermò poi sempre in questa intuizione
della divina essenza delle idee, che l’uomo scopre con la riflessione
dentro il proprio animo, e quindi di questa natura eroica, come già diceva
Platone, ossia partecipe del divino, che è propria dello spirito umano
che venga in possesso della verità. Intuizione, che fu sempre l'’
ispirazione più profonda del carattere religioso del suo pensiero e di quella
lirica commozione che scuote ognora più vigorosamente la sua filosofia.
Scrive infatti vivendo il suo pensiero come una demoniaca rivelazione
interiore, che lo eleva al di sopra di sé e gli dà quella certezza che il
pensiero umano attribuisce alla mente divina. Comporre quelle
orazioni, leggerle a quegli uditori d’eccezione, in cui si raccoglieva
il fiore dell’ intelligenza e della cultura napoletana, e poi per
giorni e giorni serbare le impressioni provate in quell’ora solenne, e
illudersi magari sul valore degli applausi di cui, sì sa, raramente
l’uditorio è avaro all’oratore che finisce di parlare, era pure un motivo
di compiacimento. In parte era anche appagamento dell’amor proprio di
letterato, a cui V., come i suoi coetanei spasimanti per gli ozî, le
parate e i mutui incensi delle accademie era sensibile (e forse in modo
anche superiore all’ordinario, in ragione del candore dell’uomo vissuto
per lo più fuori del mondo); ma in parte era la gioia che prova ogni
nobile spirito al cospetto della verità o di quella che innanzi gli
splende come tale. Lampi di luce che rischiaravano a un tratto la
penombra faticosa e triste a cui il povero filosofo abitualmente era
condannato. Ma l’animo ne era spinto a innalzarsi dalle miserie della
vita quotidiana al puro cielo dei grandi pensieri luminosi e rinfiancato
a durare nella fatica e nella meditazione. Lezioni pazienti e umili,
prosaiche cure domestiche, e letture di grandi scrittori antichi e
moderni che lo traevano in su, alle cose serene e immortali. Quelle
orazioni, salvo qualche riecheggiamento di filosofia cartesiana, allora
diffusa a Napoli come l’ultimo figurino di Francia, si aggirano tra le
idee platoniche. Ondeggiano pertanto tra la raffigurazione di un divino
mondo trascendente, di là da questo della vita nostra mista di luce e di
tenebre, di dolori e di gioie, di essere e di non essere, e un acuto senso
dell’unità profonda del divino e dell'umano, e però della grandezza e
potenza creatrice dell’uomo considerato in quella sua spirituale essenza, dove
l’alta vena del divino preme a scorgere l’uomo alla cognizione del vero e
alla volontà del bene e ad ogni arte che conferisce ai mortali il dominio
delle loro passioni e delle forze stesse della natura. Ma cogli anni
l’orizzonte di V. si allargava e arricchiva. Leggeva Bacone, che con la
sua critica dell’antico sapere, fondato su presupposti razionali e
costruito per deduzione raziocinativa, col suo vigoroso appello
all’esperienza, al particolare, al mondo che non è nel pensiero, ma di fronte
ad esso, non conosciuto a priori, ma da conoscere, da studiar
sempre perché non mai abbastanza conosciuto, con l’alto suo grido
dell’ instauratio magna ab imis fundamentis a cui la scienza moderna
doveva accingersi, gli aprì quasi gli occhi ad una seconda vista.
Cogttata et visa (titolo di uno scritto baconiano) divenne uno de’ motti
prediletti di V.. Pensare, analizzare i pensieri, criticare le opinioni
ricevute nell’animo, sì; ma prima vedere, percepire, aprire l’animo al
nuovo, con cui la vigile esperienza ad ora ad ora lo investe, lo scuote,
lo trasforma. Cartesio a lui platonico aveva già mostrato chiaramente
il carattere tutto moderno di quel pensiero a cui il filosofo francese
richiamava; e che non era più pensiero in sé, la verità divina a cui lo
spirito umano aspira, ma il pensare dell’uomo che ha coscienza di sé, del
fatto in cui esso consiste. Fatto umano, ma certo. Coscienza, non
propriamente scienza. Fatto che è lì nello spirito umano, nella coscienza
che questo ha di sé; non più. Ma, come tal fatto, investito d’un valore
che è discutibile che possa attribuirsi alla verità, quale il
pensiero, analizzando e deducendo, ce la pone innanzi. Si tratta di
quel valore di certezza, che è il primo postulato del pensiero moderno,
stanco d'ogni dommatismo e di ogni affermazione, per logica che sia,
della quale naturalmente si possa dubitare. Altro il vero, altro il
certo. E la sete di certezza, ossia di una verità che non sia
passivamente ricevuta, ma acquistata come la verità che consti, e sia
nostra verità, della quale non si possa dubitare senza rinunziare al
pensare, e che perciò regga a ogni critica, e sia da accogliere non
perché si abbia la fortuna o sfortuna di appartenere a una chiesa, a una
scuola, a una gente, ma perché si è uomini dotati di ragione; questa
è l’ inquietudine salutare che muove il pensiero moderno: nella
filosofia, come nella religione, nella politica e in ogni forma della
cultura. Inquietudine non di spiriti scettici, rassegnati alla propria
ignoranza, anzi di spiriti positivi, costruttori, che han bisogno di possedere
saldamente la realtà. E questa inquietudine riempie l’animo di V.
quando nel 1708, riprendendo l’abitudine da un biennio intermessa
delle orazioni inaugurali, scrisse il discorso De nostri temporis
studiorum ratione, pubblicato con aggiunte l’anno dopo. È una polemica
contro l’ imperante cartesianismo, contro quel filosofare superbo,
sprezzante di ogni erudizione storica od esperienza o poesia, o forma, in
genere, della vita spirituale che non sia puro pensiero o astratta ragione:
filosofare sordo alla storia, alla vita sociale, ai sensi, alle passioni,
d’un astratto spirito tutto ragione, senza né memoria, né fantasia, né
percezione sensibile, chiuso in sé e lavorante nel vuoto. Rivendicazione quindi
del concreto, del particolare, dello storicamente determinato; di quello
che non si deduce, ma si apprende, direttamente, materia di topica», come
V. ama dire nel linguaggio della retorica tradizionale, prima che di critica». Filologia, non filosofia. Ma
affermazione insieme della necessità della critica, della filosofia a
complemento e intelligenza d'ogni sapore filologico o comunque di fatto.
Certo e insieme vero. Su questo punto si concentrò l’attenzione del
filosofo, che l’anno appresso si trovava ad aver delineato nella mente
tutto un sistema di filosofia, di cui pubblicò nel 1710 la prima
parte contenente la metafisica; tre anni dopo abbozzò, in un opuscolo,
stampato postumo verso la fine del secolo in una rivista napoletana
finora irreperibile, la parte seconda relativa alla fisica; e tralasciò
la terza, la morale, poiché la materia di essa venne assorbita nelle
maggiori opere posteriori. Questo De antiquissima Italorum sapientia
diede fama all'autore, facendolo conoscere fuori di Napoli, specialmente per l’
importante polemica che ne seguì tra gli scrittori del Giornale de’
Letterati d' Italia, che si pubblicava a Venezia, e V.. Ma quel che
attrasse l’attenzione fu piuttosto la cornice che il quadro: non la
dottrina espostavi, in cui era l'originalità e l’importanza storica,
notevolissima, dell’operetta, ma l’ ipotesì artificiosa e falsa con cui questa
dottrina era presentata come dottrina antichissima degli Italiani,
attestata dalle etimologie di alcune voci della lingua latina interpretate
col metodo arbitrario usato da Platone nel Cratilo. Ipotesi di cui
il primo a fare più tardi la critica perentoria sarà esso V., quando
dimostrerà l’assurdo dei dotti, che da Platone in poli avevano attribuito
ai primitivi una sapienza riposta, ossia una vera e propria filosofia. Ma
la cornice, come accade, compromise il quadro, poiché gli uomini guardano
più alla forma che alla sostanza; e la sostanza, che era una
scoperta da fare epoca, passò inosservata. Era la soluzione del
problema della moderna filosofia, dell’unità, come dirà V. stesso,
del vero col certo, del pensiero con l’esperienza, delle idee con i
fatti, o, secondo una formula prediletta da V., della filosofia con la
filologia. Giacché in questa prima parte del De antiquissima V. premetteva
alla stringata esposizione della sua metafisica una sorta di dinamismo spiritualistico
analogo alla contemporanea monadologia leibniziana, che ben servirà di
sfondo alla filosofia che V. svolgerà poi nella Scienza Nuova un cenno di teoria del conoscere che ha
una strana somiglianza, pur essendone differentissima, con la celeberrima
teoria che sarebbe stata esposta settant'anni dopo da Kant nella Critica
della ragion pura. Dove tutti gli storici della filosofia asseriscono
aver ricevuto del pari soddisfazione, ed essere stati quindi conciliati,
gli opposti indirizzi filosofici precedenti dell’età moderna: quello
empiristico che comincia con Bacone e giunge allo scetticismo di D. Hume
e quello razionalistico che da Cartesio arriva alla metafisica di
Leibniz. Ma la conciliazione era stata fatta qui a Napoli settant'anni
prima in questo modestissimo libricciolo vichiano con la teoria fermata
in un motto di conio scolastico diventato poi quasi proverbiale: verum et
factum convertuntur; ossia, il vero consiste nel fatto, poiché chi sa è chi fa,
e della natura non fatta da noi, noi non possiamo osservare perciò e
conoscere se non le apparenze, o i fenomeni, come aveva pur detto
Galileo; e del perché, della essenza dell’operare che a noi si manifesta
in forme fenomeniche, non ci è dato fare altro che una scienza per
congettura, probabile e soddisfacente per la ragione, ma priva di quella
certezza, che è carattere specifico del sapere scientifico. Con certezza
noi possiamo sapere quel tanto di cui noi siamo autori. Poco, secondo le
prime riflessioni suggerite a V. dalla sua scoperta: ossia le grandezze
matematiche, che sono innanzi a noi ed esistono, in quanto noi le
costruiamo (numerando o tracciando triangoli e quadrati). Così
anche per V. in questa prima forma della sua gnoseologia, le matematiche,
come per Galileo e per la massima parte dei pensatori contemporanei,
rimangono il tipo della scienza perfetta. Non impoita per altro qui
vedere quali scienze V. conceda alla mente umana; importa invece il
carattere che egli attribuisce alla scienza: questo carattere costruttivo della
realtà che ne è l'oggetto. Concetto che evidentemente nega la
preesistenza dell’oggetto alla mente che lo conosce, e conferisce a
questa un’attività creatrice di quel mondo che essa è in grado di
conoscere; sicché la certezza del fatto viene a coincidere con questa intimità
della mente al mondo di cui è artefice. È la certezza del poeta che è il
creatore de’ suoi fantasmi, come Dio crea gli uomini vivi; ed è perciò
dentro di essi, e ne conosce tutti i segreti. La verità è, sì, pensiero
(evidenza delle idee alla mente), come voleva Cartesio; ma il
pensiero non è spettatore di quel che si rappresenta, bensì
produttore. Il fatto di cui perciò siamo certi, non è quello di cui siamo
testimoni; ma quello invece di cui noi siamo gli attori (costruendolo o
ricostruendolo). Si vedrà poi se noi siamo costruttori e creatori
di astratti numeri e di astratte entità geometriche, o di qualche
cosa di più saldo e reale; e cioè di quanto il nostro potere s’assomiglia
a quello che attribuiamo a Dio. Intanto la via è aperta. E V.
procederà. Procede speculando, chiuso nel suo cervello, anche nei
colloqui amichevoli e tra gli strepiti domestici. I coetanei non
sospetteranno questo nuovo mondo che egli viene tentando e scrutando con
trepidazione. Quelle sue pretese etimologie delle parole più filosofiche
della lingua latina lo avevan fatto apparire agli occhi dei letterati
piuttosto un pedante che un pensatore: lo avevan screditato cervello
balzano e incline ad abusare della dottrina, anziché dimostrare l’elevatezza
eccezionale del suo ingegno filosofico. Un lavoro storico scritto
tra per commissione, la Vita di Carafa, gli diede occasione di leggere il De
iure belli et pacis di Ugo Grozio; e questo poi gli fece cercare gli
altri autori famosi di diritto naturale, Giovanni Selden e Samuele
Pufendorf; e gli spiegò innanzi al pensiero più vasto e concreto
orizzonte che non fosse quello degli astratti concetti ricavabili o no da
poche etimologie latine: il mondo della storia al suo primo uscire dalla
barbarie alla civiltà mediante il formarsi del diritto. Tutta una storia
da ricostruire solo in piccola parte filologicamente, e nel suo
complesso invece per congetture e argomenti di ragione appoggiata a
considerazioni filosofiche intorno alla natura umana. Il problema dell’origine
storica e ideale del diritto gli si affacciò subito come il problema
dell’origine e della natura dell’umanità, o della civiltà (poesia e religione,
istituzioni sociali e giuridiche, scienze e filosofia): tutto l'insieme
delle cose umane, dipendenti comunque dalla volontà o dalla intelligenza
dell’uomo: quello che più tardi V. stesso dirà
mondo delle nazioni ». Problema di preistoria, che era poi un
problema di storia, ma sopra tutto un problema di filosofia. Poiché
le origini non si prestavano a essere ricostruite e interpretate se
non al lume della stessa natura operante nel processo storico del diritto
e in genere della civiltà; e quindi in base al concetto di questa natura
onde si rende intelligibile ogni punto del processo storico. Il grande
posto che occupava nella cultura e nell'ordinamento universitario il
Diritto romano veniva per tal via ad illuminarsi agli occhi del V. di
nuova luce. Quelle antiche fonti della giurisprudenza romana, che agli
occhi suoi erano state fin allora argomento di osservazioni
filologiche, a un tratto si innalzarono a sorgenti della più
veneranda sapienza; le parole diventarono cose, la filologia si
trasfigurò in filosofia. Donde una più intensa applicazione
del V. al diritto. Quindi l’idea di non più tentate ricostruzioni del
diritto romano e di tutta la storia che nel diritto converge; e la
pubblicazione del Diritto Universale, ossia di due volumi, uno De
universi juris uno principio et fine uno e l’altro De constantia
iurisprudentis, preceduti dalla Sinopsti del diritto universale (foglio
volante che anticipava l’ idea dell’opera) e seguito nel ’22 dalle Notae,
contenenti aggiunte e correzioni. Quindi la speranza per qualche anno
accarezzata e finita nella dolorosissima delusione che s'è veduta, di
poter aspirare alla grande cattedra mattutina di Jus civile (che gli avrebbe
sestuplicato il troppo magro stipendio). Ma, sopra tutto, il primo
scontro, per così dire, in campo aperto, di V., studioso, filosofo,
scopritore di nuove idee e grande riformatore della scienza del suo
tempo, coi rappresentanti di questa, che erano poi gli uomini con cui egli
doveva vivere e fare 1 conti. Il largo giro delle questioni abbracciate
nel Diritto Universale, non pure giuridiche e filosofiche, ma religiose,
storiche e letterarie, interessanti ogni genere di studiosi di
scienze morali, e l'originalità delle tesi che in ogni campo l’autore
vi propugnava, in un primo abbozzo di quella che pochi anni dopo
sarà la Scienza Nuova (pubblicata dall'autore la prima volta nel '25, la
seconda nel ’30 e l’ultima nel ’44) non poteva non mettere in qualche modo il
campo a rumore. Ma la sorte del Diritto Universale fu subito quella che sarà
più tardi la sorte dell’opera maggiore e più matura. La forma del
pensiero vichiano era così paradossale e, in apparenza, così intenzionalmente
rivoluzionaria rispetto alle opinioni tradizionali, così ostentata, col
solito candore del filosofo, la propria originalità, così frammentarie e
affrettate le prove filologiche dove ne occorressero, così pregnanti e
sommarie quelle filosofiche a cui più spesso si faceva ricorso, così rapida e
pure involuta e contorta l'andatura del pensatore, tutto rapito nella
gioia delle sue intuizioni e nulla curante del pubblico a cui pur s'
indirizzava, da procurare al V. la taccia di oscurità, che pesò a lungo, in
vita e dopo, sulla opinione che si ebbe di lui e impedì l’ intelligenza e
la fortuna del suo pensiero, e gli diede mala voce tra i contemporanei.
Gli venne la fama di spirito malinconico, bizzarro, senza criterio, privo
di buon senso, stravagante, cervello imbrogliato e fantastico; e
anche peggio. Amici, o malevoli, tutti celieranno sulla oscurità
del filosofo. Era ripreso comunemente per oscuretto, scrisse con la sua
mite bonomia il Metastasio. L’acre Giannone dava ragione a quel dotto
napoletano che si stomacava in
vedere che i compilatori degli Att# di Lipsia tanto si travagliano
per intendere le fantastiche ed impercettibili idee del V., quando, per
non torcersi il cervello, non dovrebbero nemmeno fiutare i suoi
librettini »; e quando vide l’autobiografia vichiana, non si peritò di
battezzarla la cosa più sciapita e trasonica insieme che si potesse mai
leggere. Di certe composizioni letterarie del filosofo, come di
quell’orazione che egli scrisse con magnificenza di stile per la morte
d’una culta gentildonna, che lo aveva degnato della sua benevola
amicizia, Angiola Cimini marchesana della Petrella, si rideva; e un
letterato di buon umore ne fece strazio in una satira bernesca, che
girò per Napoli manoscritta, rappresentando il filosofo maestro di scuola.
V. stranulato e smunto Colla ferola in mano e ’l Passerazio
(che era un commentario ai poeti elegiaci romani). Della orazione per
un’altra dama, che V. stesso mostrava a un letterato senese venuto a
fargli visita nel 1726, questi scriveva a un amico le stranezze notatevi,
aggiungendo: Il bello che vi ha in
questo discorso è che nella prima sola facciata vi sono due periodi, nel
primo dei quali tra ’1 nome agente ed il verbo ci corrono undici versi e
nel secondo quattordici ». Il lucchese Sebastiano Paoli, sopra un
esemplare della Scienza Nuova inviatogli dall'autore annotò un suo
distico: Culpa mea est, solus si non capio tua dicta; Culpa tua est,
nemo si tua dicta capit. E certamente era in buona parte colpa del
V. se nessuno, proprio nessuno, lo capiva. Vero quello che egli sentenzia
in una sua bellissima lettera del ’29, quasi a propria discolpa: So
bene che ’1 comune degli uomini è tutto memoria e fantasia: e perciò hanno
sparlato tanto della Nuova scienza, perché quella rovescia tutto ciò che
essi con errore si ricordavano e si avevano immaginato de’ principî di tutta la
divina ed umana erudizione. Pochissimi sono mente » 1. Vero altresì
quel che egli dice nella stessa lettera e altrove della cultura
contemporanea, tutta dietro ai metodi, per se stessi vuoti I
Autob.] e infecondi, e all’analisi laddove l’ ingegno è sintesi, e alla
critica, che genera lo scetticismo, sempre a caccia del facile, del
chiaro, ignorando che la facilità così fiacca ed avvelena gl’ ingegni
siccome la difficoltà gl’ invigorisce ed avviva; e quel correr dietro ai
compendî, ai manuali, ai dizionari, che sono il cimitero delle scienze.
Tutto verissimo; ma restava che egli, fisso nelle idee che sgorgavano con
vena abbondante e impetuosa dalla sua potente ispirazione, ne era
trascinato come da un estro, da un furore eroico, e non sentiva più
il freno dell’arte; non era più in grado di mettersi avanti il suo
pensiero per introdurvi quell’ordine, che si richiede a dare unità così a
un periodo, come ad un libro o a tutto un sistema di idee. Ma coloro che
favoleggiano di tragedia vichiana, di una lotta trilustre incessante del V.
con la sua materia, ribelle ad ogni regola, ad ogni lavoro che la
riducesse a lucidus ordo, a forma efficace e persuasiva, e la rendesse
prima di tutto ben chiara e distinta allo stesso V., non distinguono in
questa famosa questione della oscurità di V. due cose differentissime.
C'è l'oscurità oggettiva, per dir così, e c’ è l'oscurità soggettiva.
L'una propria del pensiero non logicamente configurato, quale dev’essere perché
possa valere in sé, essere comunicato altrui ed inteso da chi ascolta
come da chi parla, da chi legge come da chi scrive. L’altra è l’oscurità
sentita dallo stesso autore, che vede e non vede, ma sospetta le lacune
che non sa colmare nel suo pensiero, e non possiede insomma la verità che
gli brilla da lungi davanti, che egli si sforza di raggiungere ma non vi
riesce. La proclamazione frequente che s’ incontra in V. delle proprie
scoperte dimostra una coscienza fermissima d’essere in possesso del vero;
e lo stesso stile poetico, tutto fantasia corpulenta ed espressioni scultoree
che si scolpiscono infatti nella fantasia del lettore e non si
dimenticano più, sprezzante di ogni cura didascalica, tutto vibrante di
passione e infuso di trionfante eloquenza che si spande con l’empito d’una
forza di natura tutte qualità che sono caratteristiche della prosa
vichiana e ne costituiscono la grande attrattiva, e stavo per dire l’
incanto dimostrano che egli è convinto
bensì di trattare cose molto difficili, e che richiedono lunga e aspra
meditazione ad essere intese; ma è convinto altresì che gli altri, per
difetto loro, trovano oscuro quel che splende alla sua mente di
luce abbagliante. Non è un maestro esemplare perché, sotto la
spinta del dèmone che lo possiede, non pensa più agli scolari che stanno
ad ascoltarlo; e si chiude in un soliloquio, che non deve servire se non
per lui stesso. Così, perché il V. si affida sempre alla memoria, che
troppo spesso l’ inganna e lascia correre ne’ suoi libri tante citazioni
sbagliate ? Perché non s' è presa la cura di controllare i ricordi delle
sue letture e magari corredare le sue affermazioni con note esatte
che confortassero e alutassero il lettore al riscontro delle fonti
di cui egli si serviva ? È lo stesso motivo che fa sdegnare a ogni
schietto poeta il commento della sua poesia, quantunque un buon commento
storico e filologico riesca sempre utilissimo alla piena intelligenza del
lavoro poetico. Ma il poeta, in quanto tale, è assorto in un suo mondo,
dove non sono né lettori né ascoltatori: ed è solo, l’unico, infinito,
come Dio. V., quantunque sia tornato nove o dieci volte sul tema suo dal
primo abbozzo del Diritto Universale all'ultima forma della Scienza
Nuova e fino all’estremo della vita, si può dire, abbia sempre tenuto
presente l’opera sua, postillando, aggiungendo, correggendo, in essa,
sottraendosi alle angustie della vita terrena, domestica e sociale, fu
assorto, felice. E in quel continuo sforzo di revisione e ritocco è
l’artista che accarezza la sua creatura, e rinnova il calore e il dolce
gusto della creazione. Bisogna sentire questo calore, questo vigore
poetico dello scrittore per rendersi conto di siffatti caratteri dello
stesso pensiero vichiano. Mi permetterò quindi di leggere una pagina
presa a caso dalla seconda Scienza Nuova; una pagina dove si assiste al
primo apparire dei sensi di umanità tra gli uomini, ancora fieri
bestioni: Con tali nature [ossia, con nature di fanciulli pronti a
crear le cose con la fantasia] si dovettero ritruovar i primi autori
dell'umanità gentilesca quando dugento
anni dopo il diluvio per lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia....
(perché tanto di tempo v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che,
disseccata dall’umidore dell’universale innondazione, mandasse
esalazioni secche, o sieno materie ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i
fulmini) il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni
spaventosissimi, come dovett’avvenire per introdursi nell’aria la prima
volta un’ impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che
dovetter esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi
sull’alture de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro
covili, eglino, spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non
sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché
in tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca
all’effetto la sua natura.e la natura loro era in tale stato, d’uomini
tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro
violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato,
che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette
maggiori, che col fischio de’ fulmini e col fragore de’ tuoni volesse
loro dir qualche cosa. In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima
favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè
Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante;
si popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi che sel
finsero, sel credettero, e con ispaventose religioni il temettero, il
riverirono e l’osservarono ! AI centro del quadro, dunque, la religione.
Essa crea e mantiene, secondo V., la civiltà, stringe gli uomini a una legge,
è fondamento e forza dello Stato, perché primo principio e radice
di tutta la vita dello spirito. Il quale con l’idea, 10zza da principio e
tutta materiale, d'un Dio che vede l’uomo, gli parla e può correggerlo con
la sua forza strapotente, dà inizio alla sua vita e dispiega i germi
segreti che sono nella sua natura, passando dalla venere vaga al
matrimonio e ai primi nuclei sociali, dal nomadismo errabondo alle sedi
fisse, all'occupazione della terra, all'agricoltura, e a tutte le forme
della vita civile. E quando le società decadono, dalla religione debbono
rifarsi, e però da quello stato tutto fantasia in cui l’uomo crea la sua
fede e ne è investito, sorretto, animato, S. N. ed. Nicolini (Bari, Laterza, 1928) capoverso
377. e irrompe perciò nella più potente poesia, tutta passione ed
estro. Ma la religione di V. scopritore della scienza nuova
non è propriamente quella di V. cattolico sincero e fervente: non è
quella che interviene dall’alto nella vita umana naturale per salvarla con una
forza superiore di cui l’uomo non potrebbe venire mai in possesso da se
medesimo. Egli distingue infatti il popolo eletto, privilegiato della grazia
divina, dalle nazioni gentili, o
tutte perdute » 1, come dice una volta; la cui storia si propone
di spiegare con rigoroso senso scientifico per vie affatto naturali; in
quanto ogni uomo, come uomo, è creatore del suo mondo. E la nuova scienza
è appunto quella del mondo umano storico, che, a differenza del
mondo naturale, è conoscibile perché prodotto della mente umana, e
intelligibile secondo la logica di questa mente; e dà luogo perciò a
questa nuova scienza che non è, come una volta si diceva, la filosofia
della storia, ma, al dire dello stesso V., la metafisica della mente » 2.
E questa non può ammettere, per la sua natura filosofica, presupposto di sorta;
neanche religioso. Come Cartesio partiva dal dubbio universale (de
omnibus dubitandum) per assistere allo svolgimento di una scienza che
potesse dedursi da un principio certo, V. a capo della sua ricerca
insiste sulla necessità di vestire per alquanto, non senza una vtolentissima
forza, la natura degli uomini primitivi che andarono tratto tratto a
disimparare la lingua d’Adamo, e, senza lingua e non con altre idee che
di soddisfare alla fame, alla sete e al fomento della libidine, giunsero
a stordire ogni senso d’umanittà 3. Perciò, ridurci in uno stato di una
somma ignoranza di tutta l’umana e divina erudizione.... poiché in cotal
lunga e densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo
delle gentili nazioni egli è stato pur certamente fatto dagli uomini». In
mezzo a un oceano di dubbiezze su queste remote origini
dell'umanità, I S. N. ed. Nic. cv. 47. ? S. N.! ed. Nic. cv. 40 e
passim. Questa metafisica è filosofia dell’Umanità per la serie delle cagioni
»; filosofia dell’Autorità o storia universale delle nazioni per lo séguito degli effetti. S. N.! cv. .3
S. NI ed. Nic. cv. cit. non ricorrere alla rivelazione (domma sacrosanto
della nostra fede, ma pel quale non est hic locus) appare questa sola picciola terra dove
si possa fermare il piede: che i di lui principii sì debbono ritruovare dentro
la natura della nostra mente umana e nella forza del nostro intendere »
1. Infatti quella Provvidenza che per V. illumina la mente
dell’uomo, genera il conato ? della sua volontà, promuove il libero
volere a operare in quel modo per cui si viene a grado a grado tessendo
questa tela del mondo delle nazioni, tutto provvidenziale, logico, indirizzato
al dispiegarsi dell’umana natura ossia all’arricchimento progressivo
dell'umanità di questo mondo, non è la Provvidenza trascendente o
soprannaturale, che faccia agire gli uomini quasi inconsapevoli strumenti
di fini superiori. L'uomo ha libero arbitrio, osserva V., per
quanto debole; arbitrio di fare delle passioni virtù; arbitrio che da Dio
è aiutato naturalmente con la divina provvidenza, e soprannaturalmente dalla
divina giazia ». Questo aluto soprannaturale della grazia V. non
nega; è ben lontano dal dubitarne; ma non entra nel suo quadro,
dove campeggia l’azione naturale della Provvidenza. Essa è l’architetta
di questo mondo delle nazioni. E perché ? Perché, nota V., non possono gli uomini in umana società
convenire, se non convengono in un senso umano che vi sia una divinità la
quale vede nel fondo del cuor degli uomini » 3. È questo senso umano, che
fa il miracolo: quello che V.Da tener presente il classico luogo della seconda
Scienza Nuova: Ma, in tal densa notte di tenebre ond’ è coverta la prima
da noi lontanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non
tramonta, di questa verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in
dubbio: che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli
uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono ritruovare i principî
dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a
chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi
seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo
naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la
scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia
mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano
conseguire la scienza gli uomini » (S. N. 1744 ed. Nic. cv. ). Sul
conato, che è libertà v. S. N. 1744 cv. 340; cfr. cv. 504, 689. 3
S. NU ed. Nic. cv. 45. dice senso comune, anch'esso definito da lui fabbro di questo mondo delle nazioni»:
quello che a tutti i più antichi sapienti delle nazioni gentili fa temere
spaventosamente gli déi ch'essi stessi si avevano finti. E coincide
perciò come unità della religione
d’una divinità provvedente» con l’ unità dello spirito, che informa e dà
vita a questo mondo di nazioni » 1, Questa Provvidenza è anche platonicamente definita
una mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto, la
quale.... ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro
fini, per gli quali.... essi anderebbero a perdersi, fuori e bene spesso
contro ogni loro proposito, dispone a un fine universale » 2. Opera essa
con la regola della sapienza volgare, la quale è un senso comune di
ciascun popolo o nazione, che regola la nostra vita socievole in tutte
le nostre umane azioni così che facciano acconcezza in ciò che ne sentono
comunemente tutti di quel popolo o nazione ». Ogni nazione ha il suo
senso comune; ma tutti i sensi comuni convengono e concorrono nella sapienza
del genere umano » 3. Giacché questo senso comune che fa
tutto, non va confuso con lo spirito individuale del singolo uomo. Opera
tante volte attraverso il singolo, come s'è visto, contro il proposito e
l’ intendimento di lui. Perché pur gli uomini», conferma V. a conclusione
della sua opera nell’edizione definitiva, hanno essi fatto questo mondo
di nazioni: ma egli è questo mondo, senza dubbio uscito da una mente
spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi
fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti; quelli fini
ristretti, fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre
adoperati per conservare l’umana generazione in questa terra.
Imperciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disperdere i loro
parti, e ne fanno la castità de’ matrimoni, onde surgono le famiglie;
vogliono i padri esercitare smoderatamente gl’ imperi paterni sopra i clienti,
e gli assoggettiscono I S. N. 1744 ed. Nic. cv. 9I6 e 915. 2
S. N.! ed. Nic.] agl’ imperi civili, onde surgono le città; vogliono gli
ordini regnanti ne’ nobili abusare la libertà signorile sopra i
plebei, e vanno in servitù delle leggi, che fanno la libertà
popolare; vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi,
e vanno nella soggezion de monarchi; vogliono i monarchi in tutti i
vizi della dissolutezza, che gli assicuri, invilire i loro sudditi, e gli
dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni più forti; vogliono le
nazioni disperdere se medesime, e vanno a salvarne gli avanzi dentro le
solitudini, donde, qual fenice, nuovamente risurgono ». Ebbene: Questo che fece tutto ciò, fu pur
mente, perché ’1 fecero gli uomini con intelligenza; non fu fato, perché
’1 fecero con elezione; non caso, perché con perpetuità, sempre così
faccendo, escono nelle medesime cose » !. La storia è
prodotto della libertà dello spirito; il quale ha la sua logica
universale, divina, provvidenziale, consistente nella legge dello stesso
sviluppo spirituale. Questo attraversa tre gradi: senso, ancora inconsapevole;
avvertimento di questo senso; ragione o
mente tutta spiegata ». E tutta la storia con ritmo costante passa
eternamente per tre stati, divino, eroico ed umano, correndo e ricorrendo
questo libero processo dello spirito, e informando a volta a volta tutte
le forme della propria vita alla legge del grado di sviluppo in cui
lo spirito viene a trovarsi: ora vedendo da per tutto la divinità e tutto
attribuendo alla sua forza eccedente ogni umano potere; ora sentendo in sé la
divina natura e fidando nell’ invitta forza del proprio eroico volere;
ora riconoscendo l'universalità della natura umana e placando perciò l’
impeto e la fierezza del più forte per piegarlo al diritto della ragione
eguale per tutti. Dalla religione e quindi dalla poesia alla scienza,
alla filosofia, alla riflessione che doma il costume violento e la
forza immoderata della giovinezza, e la raggentilisce. Ma pur finisce per
fiaccare la fibra vigorosa che è necessaria alla sanità degl’ individui e
delle nazioni. Onde queste decadono, ma per risorgere, poiché la
dissoluzione della civiltà, che si è tutta piegata nella struttura
giuridica e morale dello Stato, è ri I S. N. 1744, ed. Nic.] torno alla
barbarie primitiva; ossia al provvidenziale principio da cui la civiltà trae la
sua origine. L'uomo infatti allo stato primitivo non è cosa inerte che
debba essere messa in moto da una forza estranea; ha in sé, nei semt
eterni di vero che, secondo V., giacciono sepolti in noi, in quella
sorta di mens anim di cui parlavano i Latini, il principio del
movimento. Lo spirito è autonomo, non aspetta né prende nulla da fuori:
né arte né scienza né leggi né 1eligione. Uno dei corollari più celebri
di questa dottrina, la negazione vichiana della origine greca delle Leggi delle
XII tavole. E la legge dei corsi e ricorsi, per cui le nazioni
risorgono tornando ai principii, se giova a spiegare il Medio Evo
come una barbarie ricorsa dopo la decadenza del mondo classico e a
scoprire la sorgente della civiltà moderna; se ci fa intendere la grandezza di
Dante che per il primo V. giudica,
con altezza di criterio estetico, come un nuovo Omero, il toscano Omero »
3 è pure e prima di tutto la legge
eterna della mente umana. La quale non aspetta secoli e millennii
per tornare ai suoi principii. Torna e ritorna con eterno moto circolare
in ogni ideale momento della sua vita. È il ritmo della sua costante,
immanente natura. Giacché se può dirsi che l’ individuo abbia, nel corso
irreversibile della sua vita naturale, come tre età distinte e
successive, una fanciullezza divina e tutta poetica, una giovinezza
eroica e una maturità fatta di riflessione, la vita tutta dello spirito
si mantiene per uno sviluppo che è acquisto di forme nuove e
conservazione delle precedenti. L’uomo sano, finché non infermi e
discenda per la china degli anni, non perde né la divina ingenua fanciullezza,
né l’eroica animosa giovinezza dello spirito. Soltanto così è possibile
la poesia dell’artista provetto, e l’operare risoluto e magnanimo dell’uomo
esperto delle leggi della vita. E ben fa ogni uomo anche avanti negli
anni a invocare la divina giovinezza che torni a rinsaldare il suo
braccio e I S. N. ed. Nic. cv. 2 S. N. , ed. Nic., cv. .
3 S. N. 1744, ed. Nic. cv. 786. Cfr. S.N. cv. 312; Lett. 26 dic. 1725, in Autob., p.
195; e il Giudizio sopra Dante, in Opere ed. Ferrari.] a fermare il suo cuore;
anzi a tener vivo nel suo segreto il fanciullino pascoliano, senza di cui
la stessa natura s’ inaridisce e il mondo, spopolato dei nostri fantasmi,
diviene un deserto. V. non attribuì mai a’ suoi corsi e ricorsi quella
rigidità meccanica, che altri ha creduto. Quanta luce egli
con tal suo concetto dello spirito umano e della storia in cui questo si
specchia abbia gettato sul mondo dell’arte, sulla morale, sul diritto;
quante intuizioni felici e divinatrici abbia quindi avute nell’
interpretazione e ricostruzione dei tempi oscuri e favolosi, segnatamente per i
primi secoli della storia romana, anticipando Niebuhr e Mommsen,
ancorché costoro abbiano preferito tacere e misconoscere il precursore
geniale; come egli abbia creato del pari la moderna critica omerica, non
è possibile dire con la necessaria chiarezza in quest'ora. Né v’ è modo
qui di illustrare il carattere preromantico del pensiero vichiano, cioè il suo
antirazionalismo e la sua accentuazione dei momenti prelogici dello
spirito: nonché il suo profondo concetto della storicità della
realtà spirituale che si fa gradualmente quello che è, senza salti
né arbitrii. Onde è stato detto che tutto il secolo decimonono è
già nella Scienza Nuova. Certo, essa fu il libro oscuro, ma
singolarmente suggestivo, che i patrioti napoletani del ’99 studiarono,
anche senza intenderlo tutto, come il libro sacro delle nuove
generazioni. Il libro che Cuoco, quando, fallita la rivoluzione
giacobina, il problema dell’ Italia una e indipendente cominciò a
porsi con una profonda coscienza storica, realistica e veramente
politica, esaltò come il vangelo dell’avvenire. E gli esuli napoletani lo
additavano a Milano al principio del secolo, quando l’ Italia si
svegliava: e Monti, Foscolo e Manzoni sentivano la potente originalità
delle dottrine vichiane e ne traevano suggestioni e idee ispiratrici; e V.
diventava il filosofo italiano. E se dal Cuoco Mazzini attinse o fu
confortato ad accogliere l’ ideale dell’unità e la convinzione che l’
Italia non potesse esser fatta se non dagl’ Italiani; se Rosmini e
Gioberti, lavorando a dare agli Italiani una coscienza filosofica che li
riscattasse da ogni servaggio spirituale, che non è mai altro che un
aspetto del servaggio politico, ebbero un nome, un grande nome a cui
appellarsi, di filosofo che altamente rappresentasse l’ ingegno speculativo italiano;
l’ Italia moderna, ricordando V., deve sentire che da lui comincia
la sua nuova storia. È Lo storico che prenda a studiare le relazioni del V.
con Caitesio, si trova innanzi a due problemi distinti e diversi.
Uno è quello dei giudizi del filosofo italiano sul francese; l’altro
delle reali attinenze storiche tra i problemi della filosofia vichiana e quelli
venuti su per opera di Cartesio. Il problema dei giudizi, sui quali
preferiscono insistere gli studiosi del V., e in Italia negli ultimi
quaranta anni ne abbiamo avuti di veramente insigni basta nominare B. Croce e F. Nicolini,
che hanno fatto ogni possibile luce sugli angoli più oscuri della vita,
degli scritti, dei tempi e della fortuna del V.
è un problema che appartiene più alla biografia che alla storia della
filosofia, quantunque non sia possibile staccare del tutto il pensiero dalla
personalità del filosofo, né si possa prescindere dai motivi che a volta a
volta egli ebbe per assumere questi o quegli atteggiamenti verso i
rappresentanti tipici di certe dottrine, senza rischiare di togliere al
pensiero di un filosofo tutto il suo colorito e il suo significato
storico. D'altra parte, nella biografia d’un filosofo la sua filosofia
non è un elemento secondario o da collocarsi sullo stesso piano con altri
elementi che possono sembrare di pari importanza. Perché infine la
sostanza della personalità ideale o storica d’un filosofo è nel pensiero,
anzi nella logica del pensiero in cui vennero assorbiti tutti
gl’interessi della sua vita. Di guisa che se i particolari biografici
d’un pensatore rischiarano la sua mente e le sue dottrine, di quei particolari
stessi non è possibile intelligente valutazione e rappresentazione
efficace e concludente, a chi non li sappia scorgere nella luce del
pensiero in cui essi storicamente ebbero il principio vivente di quel tanto di
realtà che spetta loro storicamente. Si potrà dire che in una
rappresentazione compiuta e coerente della realtà storica d’un filosofo
elementi biografici e speculativi debbono richiamarsi reciprocamente e
costituire tutti insieme un sistema unico e compatto. Ma bisogna
soggiungere che l’anima di questo sistema sarà evidentemente la
logica delle dottrine che lo dominarono. Sostanziale dunque e
preliminare il secondo problema, relativo alle attinenze storiche
obbiettive tra filosofia vichiana e filosofia cartesiana. Attinenze che
non è facile fissare, a mio parere, se non si distinguono nella prima tre
fasi diverse, tutte connesse intrinsecamente tra loro in guisa da
costituire un unico processo di svolgimento, ma nettamente distinte
l’una dall'altra in maniera da spiegare per quali vie il pensiero di V.
sia pervenuto alla sua forma più matura, quale si trova nella Scienza
Nuova, anzi nella seconda edizione di questa. Queste tre fasi
sono: La fase neoplatonizzante, rappresentata dalle giovanili Orazioni
inaugurali, da V. riordinate e ritoccate, ma non giudicate mai degne di
venire alla luce, e pubblicate infatti solo nel secolo XIX. La fase
critico-empirizzante rappresentata principalmente dal De nostri temporis
studiorum ratione, dal De antiquissima Italorum sapientia e dalle polemiche che
tennero dietro a quest’operetta col Giornale dei letterati. La fase
metafisica in cui si disegnò la nuova filosofia della storia, come
filosofia della mente, abbozzata da prima nel Diritto Universale e svolta
quindi nella prima e seconda Scienza Nuova. La prima fase contiene i
germi della seconda e della terza, ma non ancora distinti e non fecondati
dal vivo soffio dei problemi a cui la mente del V. si aprì per effetto
dell’ intensa meditazione dei motivi della filosofia moderna, di cui
son documento evidente i nuovi atteggiamenti speculativi da lui
assunti nella seconda fase. Sicché la chiave di volta di tutta la sua
filosofia è in questa seconda fase, quando da Cartesio, da Bacone, dalle
correnti prevalse anche per opera del Galilei nel pensiero moderno, V.,
per dirla kantianamente, si svegliò dal sonno dommatico della vecchia
metafisica, in cui la lettura e l'ammirazione dei nostri grandi Platonici
del Rinascimento l'avevano già immerso. Con Cartesio egli comincia a sentire
il problema della certezza; con Bacone scorge la sterilità del procedere
deduttivo astratto della pura ragione, caro alla Scolastica medievale e
contemporanea, e di quel metodo. geo- metrico che con i Cartesiani eta
venuto in grande onore tra i facili filosofanti alla moda della seconda
metà del Seicento; e la necessità del fatto, del nuovo, del concreto,
dell’esperienza e dell'esperimento: ma sente pure la fenomenalità del
sapere scientifico intorno ai fatti della natura, tra i quali ogni nesso
causale interno è impossibile allo spirito umano che la natura sì
rappresenta dualisticamente come esterna ed estranea allo spirito. Quel
dubbio, che Cartesio, dopo averlo energicamente svegliato, sopisce col
dommatismo dell’ idea di Dio, e che attraverso l’empirismo dovrà
necessariamente sboccare allo scetticismo di Hume, è il potente lievito
della speculazione vichiana, tutta rivolta nel secondo e nel terzo
periodo a risol- vere il problema d’un sapere che unisca il certo
dell’empirismo col vero della ragione, della logica, del pensiero puro.
Problema che egli potrà risolvere quando, in luogo della natura,
assumerà ad oggetto del pensiero lo stesso pensiero o quello che il
pen- siero nel suo sviluppo crea. Ma il dubbio, ossia la profonda
coscienza dell'autonomia del soggetto nella sua assoluta posizione di
puro soggetto che si stacca
dall'oggetto, e deve uscire da questa sua astratta e vuota soggettività
per ricon- quistare l’oggetto, dov’ è la sua vita, questo dubbio affatto cartesiano e
punto platonico, che non s’ è impossessato an- cora del V. nelle
giovanili Orazioni inaugurali (nella prima delle quali l’autore
cartesianeggia, ma ripetendo Cartesio senza metterne in rilievo
l’originalità, anzi mettendolo sullo stesso piano di Agostino e Ficino);
questo dubbio che nel De antiquissima V. sente anche più profondamente
del filosofo francese, con la sua distinzione tra scientia e conscientia,
la sua teoria tutta fenomenistica e scettica del signum che non è
causa; esso è il punto di partenza della più significativa teoria di V.
da lui formulata col celebre motto: verum et factum convertuntur. Che
sarà il tema della Scienza Nuova. Quando V. intende e fa suo il problema
cartesiano della certezza egli
diventa il primo vero cartesiano nella folla dei cartesiani di Napoli; ma
un carte- siano che già combatte Cartesio; perché non si contenta
più del carattere intuitivo e immediato del cogito ergo sum che non è, ai suoi occhi, se non
semplice accorgimento, constata- zione, coscienza di un fatto; non è
spiegazione e quindi reale possesso o scienza della verità che per tale
coscienza si viene a intuire. La certezza sì è il più urgente bisogno del
nuovo sa- pele: ma la certezza non è coscienza o intuito dell’essere
che il pensiero non può non trovare nella sua propria esperienza di
essere pensante; è bensì scienza, deduzione, costruzione (tenere formam
seu genus quo res fiat) di questo essere. Il quale, cioè, allora
veramente si conosce e si apprende e di- venta saldo scoglio in mezzo a
quell’oceano di dubbiezze in cui lo spirito è gittato dalla critica
cartesiana, quando s' in- tenda quale esso è: non essere immediato, ma
essere che è sviluppo, spiegamento, attuazione e conquista di se
medesimo. Quindi non idee chiare e distinte come essenza dello
spirito; non innatismo; non razionalismo (quel razionalismo che
sarà poi un secolo più tardi illuminismo); ma graduale passaggio
dello spirito dall’ ignoranza al sapere, dalla fantasia corpu- lenta,
anzi dal senso oscuro, alla ragione tutta spiegata; e restituito il suo
valore alla memoria e alla cognizione del passato, e alle lingue e alla
filologia; e la religione anch'essa non lasciata in disparte e come
espulsa dal processo razionale dello spirito, salvo ad essere invocata da
ultimo a complemento e puntello della vita morale e sociale dell’uomo, ma
rimessa al suo posto, alle origini della vita spirituale, dove essa
anticipa, consacra e rinsalda la fede dello spirito nel prodotto della
sua creatrice potenza. Insomma, quando co- mincia ad essere cartesiano, V.
è già anticartesiano, e non risparmia più gli strali della sua ben munita
faretra contro Cartesio e cartesiani, contro metodi e dottrine del
proprio tempo. E pai che rimandi sempre dal nuovo all’antico, da
Cartesio a Platone e seguaci, laddove il motivo della sua insistente
polemica è più moderno ancora di tutti i motivi della filosofia
contemporanea: è un cartesianismo approfon- dito e affrancato dalle
catene del dommatismo vecchio stile con cui Cartesio s'era da se medesimo
tornato a incatenare. V. ebbe un senso acuto della novità e originalità
assoluta del suo filosofare. Basti rammentare il titolo della sua
opera maggiore, preannunziata in modo solenne nel Diritto
Universale (nova scientia tentatur !) +. E chi si lascia prendere a’ suoi
con- tinui appelli a Platone, e si sforza di confondere la sua
dottrina con quella di Agostino, non ha occhi per vedere la luce
del sole. V., senza dubbio, ha incertezze? e ambiguità di espressione. Ce
ne sono in tutti i filosofi. E nessuno che abbia familiarità con la storia del
pensiero umano, si può meravigliare delle professioni di fede e delle
personali proteste in cui egli De const. iurispr. Caratteristica, a mio
avviso, quella che V. ebbe nella serie di Correzioni, miglioramenti e
aggiunte alla Scienza Nuova seconda, scritte nel 1731, e che il NicoLINI
nella sua edizione inserì a suo luogo nel testo lib. II, cap. 4 ma
giustamente relegò in appendice nella nuova edizione, dal titolo
Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinoza
e di Locke. Preparata per una futura ristampa della seconda S. N.,
l’autore invece non l’accolse nella ristampa. Perché? Pel sapore
panteistico di essa, come è stato creduto ? Certo il rimesce di frequente nel
trepidante ma schietto candore delle convinzioni che gli sono confitte
più addentro nell’animo, poiché l’uomo, nella sua formazione mentale, fu
naturalmente investito da poderose correnti di cultura tradizionale e
costretto quindi, in un faticoso travaglio tre e quattro volte decennale,
a lottare contro la sua vecchia anima per liberarsi da ogni scoria che
gl’ impedisse di veder chiaro co’ propri occhi e fare del froprio
sentimento regola del vero, giusta il monito cartesiano, che V. accetta e
apprezza nel suo giusto valore (Sec. risp., in Opere, ed.
Laterza). Quello che V. riesce a dire di nuovo, di suo, quella
verità nella cui coscienza egli si esalta e sente la propria vita
immortale, non è platonico, né baconiano, né cartesiano, né lockiano, né
tanto meno conforme alla dottrina tradizionale dei Padri o dei dottori della
Chiesa. È la sua scoperta. La quale contrappone il mondo delle nazioni, o
della storia, o della mente (com’egli pur dice), al mondo della natura,
per attuare rispetto al primo quel che solo rispetto al primo è possibile,
un ideale di scienza non più tentata mai nel passato: dove Dio opera nella sua
razionalità o provvidenza attraverso il senso comune degli uomini: ossia
mediante lo stesso pensiero umano nel suo universale cammino dal
senso alla ragione, dalla schiavitù alla libertà: un cammino il cui
ritmo è intelligibile perché divino insieme ed umano, anzi divino
veramente in quanto umano. E il dualismo è superato, perché per intendere
e sapere il pensiero può rinunziare all’ inutile conato di uscir da sé, anzi
deve profondarsi in se medesimo. Rispetto a questo umanismo, o
spiritualismo che si dica, o piuttosto, se mi sì consente, rispetto a
questo idealismo provero che vi si muove a Cartesio, rinverga con quello
analogo di Spinoza, che cioè il filosofo francese abbia cominciato dal
pensiero dell’uomo anziché da un’ idea semplicissima quale è quella di Dio,
eterno, infinito, libero. Ma il vero è che questo modo di filosofare,
spinoziano o no, per cui si comincia da un'idea e si procede more
geometrico, era di quel genere metafisico (tutto verità senza certezza) a
cui V. aveva voltato le spalle e che non poteva rientrare più nel quadro
del suo sistema. della Scienza Nuova, il mondo di Cartesio, con le sue tre
sostanze, una primaria (Dio) e due secondarie (pensiero ed estensione) è
un’anticaglia da relegare per sempre in soffitta. La filosofia cessa di
essere quella vuota metafisica, che sarà condannata da Kant, e di cui il
pensiero moderno, malgrado tutti gli sforzi che si fanno sempre per
galvanizzare i morti, non vuol proprio più sapere. Non è più metafisica, perché
diventa tutt'uno, come inculca V., con la filologia: con la scienza del
certo, del fatto, che è fatto per noi che se ne ha esperienza, ed è
perciò nostro fatto, immediata posizione del soggetto nel suo mondo. E
quindi il vero della filosofia, l’ idea, oggetto una volta di pura
speculazione, o meglio costruzione di un astratto pensiero dommatico,
senza base nell’ intimo dell'esperienza, che è lo stesso sentire, o il
soggetto, è tiamontato. Il cogito cartesiano che nel tempo stesso
che V. cominciava a filosofare aveva incontrato l’ irriducibile
opposizione del sentire di Locke, veniva per tal modo da V., anche
più risolutamente che non sarà da Kant mezzo secolo dopo, risoluto
e inverato nella sintesi dei due termini opposti. Il 23 gennaio di
quest'anno si compiva il secondo centenario della morte di Giambattista V.. E
se le contingenze presenti non consentono che la data sia celebrata come
la grandezza dell’uomo meriterebbe, e come infatti ci si preparava a
celebrarla quando non erano ancora prevedibili i luttuosi avvenimenti
degli ultimi mesi; non è possibile che l'Accademia la lasci passare sotto
silenzio. Che se il rimbombo dei cannoni potesse infatti coprire la voce
d’Italia, che suona tra le genti Dante, Michelangelo, V. e dice Roma,
Firenze, Napoli, allora veramente dovremmo credere che la barbarica
forza della civiltà meccanica possa prevalere sulle forze immortali dello
spirito. E se le ansie dell’ora ci costringono a limitare a breve ed
austera cerimonia la commemorazione di V., questa tuttavia deve
significare il sentimento profondo religioso con cui il popolo italiano
intende custodire i ricordi sacri delle sue origini e dei fondatori della
sua realtà morale. Potranno gli stranieri non conoscere l’altezza spirituale
di V., come si può dire s’ inchinino tutti universalmente innanzi a Dante
o Michelangelo; come certamente non riescono ad ostentare un fiero
disprezzo per i valori che si compendiano nei nomi di Roma e di Firenze, città
privilegiate di più vasta orma dello spirito creatore dell’uomo, senza
una segreta trepidazione come per un atto di sacrilega infamia. Per
molto tempo gli stessi Italiani ignorarono le ragioni della grandezza di V.;
di lui avevano piuttosto un sentore che un chiaro concetto; a lui
s'accostavano con la sacra reverenza con cui gli uomini s’accostano a un
Nume, tanto più esaltato nell'animo, quanto più misterioso, e cioè men
conosciuto ed inteso. Grande il fascino esercitato dallo scrittore, e
avidamente cercate per un secolo dalla sua morte le sue opere, di cui le
edizioni si moltiplicavano, principalmente a Napoli e a Milano, ed eran
citate in ogni sorta di libri; e tracce della lettura di quelle opere
sono frequenti presso che in tutti gli scrittori italiani degli ultimi
decenni del Settecento e dei primi del secolo seguente: molte le
monografie e le ricerche intorno ad alcune delle più celebrate dottrine
del filosofo. Il quale per altro, anche dopo la doppia edizione delle
sue opere complete dovuta a Giuseppe Ferrari, alla vigilia e all'indomani
del ’48, doveva aspettare chi lo scoprisse e ne svelasse criticamente il
pensiero: ciò che fecero due insigni storici napoletani, Bertrando
Spaventa e Francesco De Sanctis. Paragonabile anche per questo rispetto a
Dante, che, sia detto subito, V. fu il primo a scoprire nella sua
schietta sostanza poetica guardata per la prima volta e intesa
dall'alto punto di vista estetico a cui V. con la sua filosofia si
sollevò. A Dante per più secoli segno di sconfinata ammirazione,
consacrato col titolo di divino », ma stretto dentro una folta selva di
letteratura dotta, più o meno filosofica o mistica, ed erudita e ingegnosa
ed anche astrusa, ma aliena dalla poesia dantesca; e tutta esteriore:
commenti e discussioni e lezioni accademiche sull’ interpretazione
dell’allegoria, sulla struttura dei tre regni, sul sistema morale e
punitivo dell’Alighieri, e illustrazioni filologiche e polemiche. Storia
lunga copiosa accidentata della fortuna esterna del Poeta, da farne
una biblioteca; la quale può dimostrare come si possa infinitamente amare un
genio come un uomo qualsiasi, dell'uno o dell’altro sesso, senza
intenderlo. La stessa sorte toccata a V. nel primo secolo dalla sua
morte. Ma non accade altrettanto agli uomini grandi anche nella vita quotidiana
? Una folla di mediocri li riverisce e si dà attorno per provar
loro una sconfinata devozione: ombre che li seguono per tutto dove
possono, e fan corteo pompeggiandosi dell'onore che è per loro la familiarità
con quegli uomini illustri. E in verità la costoro intelligenza, per
modesta che sia, non è del tutto chiusa a una certa vaga ma insistente e
ferma intuizione di ciò che è grande; ed è causa infatti che i grandi si
rassegnino e non sentano fastidio di siffatti corteggiamenti e
persecuzioni da sottrarvisi a forza; giacché, sia pure in forma banale
e stucchevole, una testimonianza è loro tributata da siffatta
compagnia: la testimonianza ingenua e perciò immediata, schietta, sincera
di un consenso che è conforto ambito dal genio: la conferma del valore
della sua opera che nell’approvazione ed ammirazione degl’ incolti e dei
semplici può avere anche maggior peso del giudizio dei dotti fondato su
ragioni sempre discusse e sempre discutibili. Che se l’uomo grande
sente dentro di sé la voce che l’approva e l’assicura, quando questa voce
interna riecheggia da altre anime plaudenti, acquista solennità, come di
voce di popolo che è voce di Dio. Dentro perciò la fortuna esterna
corre un filo d’oro, più o meno consapevole, di critica interna e di
serio e obbiettivo giudizio, quasi di progressiva conquista che il genio
fa gradatamente degli spiriti di un popolo, attraverso i quali si viene
rivelando e si attua in tutta l’energia della sua potenza ispiratrice e
formativa anche al di là dei limiti segnati alla coscienza dell’ individuo
dalla sua esistenza mortale. Tanto è difficile dire ciò che della realtà
storica è opera di un individuo determinato, e ciò che dei suoi fantasmi
e de’ suoi pensieri è svolgimento e maturazione dovuta alla
collaborazione delle menti, in cui la vita di quello si perpetua e più
compiutamente si realizza. La fortuna esterna di V. culmina nelle
ricordate edizioni delle sue opere a cura di Giuseppe Ferrari, che
sciolse il voto ardente dei patrioti napoletani del ’99, specialmente
di Vincenzo Cuoco, raccoglitore sui primi del secolo degli scritti
vichiani dispersi, propagatore assiduo di alcuni de’ concetti più
originali di V. nella Milano di Monti, Foscolo e Manzoni e propugnatore
appunto di una edizione completa delle opere. I lavori illustrativi e
critici di Ferrari sono ancora parziali e talvolta unilaterali intuizioni
di quella mente di V., che lo
scrittore milanese fece tema di molte esercitazioni storiche e filosofiche
tra l’erudito e il brillante. Ma hanno valore di gran lunga inferiore
delle sparse osservazioni in cui, poco meno di mezzo secolo innanzi,
aveva spaziato l’alto intelletto di Cuoco, storico e pensatore politico
di razza. La vera scoperta di V. fu resa possibile dopo Ferrari,
quando la storia del pensiero italiano si rinnovò e trasfigurò
sotto l'influsso dei movimenti spirituali d’oltralpe del periodo
romantico. Comunque, nei decenni della lunga vigilia V. fu presente
e operò nel pensiero italiano. Quello che ne apprese Cuoco e trasfuse nel
suo Saggio sulla rivoluzione napoletana e nel suo romanzo Platone in
Italia, s' è dimostrato in tutta la sua importanza quando codeste opere
negli ultimi decenni le abbiamo potute a nostra volta rileggere e vedere
nello spirito che le animava e che più chiaro ed organico era
manifesto negli articoli anonimi che Cuoco nei primi anni del
secolo pubblicò a Milano nel Giornale Italiano. Articoli per più di
un secolo dimenticati; ma avevano fecondato le menti dei lettori
contemporanei, e più tardi fermata l’attenzione di Mazzini giovane; il
quale ne trascrisse qualcuno ne’ suoi Zibaldoni, traendone ispirazione
alla politica unitaria e costruttiva di cui doveva essere l’apostolo. Quella
politica che insegnò agl’ Italiani, ed è da augurarsi che possa
tuttavia insegnare, che la libertà
e quindi l’unità e l’ indipendenza d’un popolo non può essere un
grazioso dono degli altri, ma una conquista a prezzo di sacrifici e di
piena dedizione. Che era concetto vichiano: non esserci valore spirituale
che possa provenire d’altronde che dallo spontaneo sviluppo della
stessa attività dello spirito. E non basta il binomio Cuoco-Mazzini
a provare la grande importanza storica dell’azione esercitata dal V. in
questo periodo in cui si può dire che egli ancora si cerchi e non
si trovi? Ma giova pure avvertire che tutto vichiano, quasi nello
stesso tempo, è il concetto dell’uomo, e quindi dell’ Italiano, di Vittorio
Alfieri: vichiana l’anticipazione ch'egli pur fa della conquista
ulteriore di uno degli elementi più cospicui dell’ italianità quale prese
forma e splendore nella coscienza della nuova Italia: voglio dire del
giudizio su Dante, che prima V. e poi l’Alfieri cominciano a vedere nella
sua reale grandezza poetica. E da V. e da Alfieri il giudizio passa
in Foscolo, Mazzini e Gioberti, massime in questo, e diventa uno dei
cardini della coscienza nazionale esaltata nel Primato. Non è
possibile asserire che Alfieri abbia letto V.. Ma, oltre il giudizio su
Dante, un altro punto ravvicina Alfieri a V.: il suo misogallismo, che in
V. è critica di Cartesio e del suo astratto razionalismo; critica che
diverrà uno dei motivi dominanti della filosofia giobertiana, ossia una
delle forme principali della mentalità italiana del secolo
decimonono, come fu in V. un precorrimento del Romanticismo. Con
Rosmini poi e con Gioberti, segnatamente con Gioberti, dei nostri
pensatori del Risorgimento il più affine a V. pel carattere realistico,
storicistico e spiccatamente religioso della sua filosofia, V. comincia a
campeggiare nel quadro del pensiero italiano; e la sua figura
giganteggia, erma colossale nel cammino del nuovo popolo che s’avanza
sulla scena della storia europea. Tutti gli altri nostri filosofi, dopo
il Rinascimento, parteciparono al lavoro speculativo degli altri paesi,
s’ interessarono a problemi sorti fuori d’ Italia, echeggiarono idee
maturate altrove; si tennero al corrente, ma non ebbero una propria
fisonomia. V. fu solo, in disparte, in alto, con una potente originalità
di pensiero, tanto connesso all’ intima storia della mente italiana,
quanto difforme e divergente da ogni filosofia esotica, e perciò poco
accessibile e poco apprezzato dagli stranieri. Filosofo italiano per
eccellenza, espressione profonda del genio della stirpe; il quale veniva
incontro a questa nel momento in cui questa sentiva più vivo il
bisogno di sentire indipendente e originale e possente la propria
personalità nazionale. Italianissimo V.; vichiana la nuova Italia, che,
riconquistando energica coscienza di sé, sentiva maturare in se stessa il
suo nuovo destino. Una delle guide spirituali dell’ Italia del
Risorgimento, come tutti sanno, Alessandro Manzoni. Di Manzoni, che
in gioventù fu amico di Cuoco e sentì la sua influenza anche per
l'apprezzamento di V., sono celebri quelle pagine del Discorso sopra
alcuni punti della storia Longobardica in cui si paragona Muratori a V., e
si esalta il secondo come complemento essenziale della storia tutta fatti e
documenti. Giudizio schiettamente vichiano anch’esso, poiché fu V.
a indicare, com’egli diceva, l’unità della filologia e della
filosofia come l’ ideale del sapere storico. Ma chi volesse scrutare
gli elementi vichiani della mentalità manzoniana, non si dovrebbe
arrestare a quelle pagine. E a me piace ravvisare uno degli effetti di
non minore significato dell’azione di V. su Manzoni in uno dei caratteri
fondamentali della personalità manzoniana. Il grande scrittore lombardo è
sì arguto, sorridente, ironico; ma s’ingannerebbe a partito chi,
guardando a questo suo aspetto, si lasciasse sfuggire la serietà
profonda, la religiosa austerità, quasi giansenistica, che è alla base
della filosofia con cui egli vede la vita in grande e in piccolo, nel
tragico de’ suoi eventi maggiori e anche nel comico dei piccoli
fatti e individui che vi concorrono. Serietà per cui tutto, anche
le cose più umili e banali, hanno il loro peso, e di tutto bisogna render conto
a Dio, poiché nulla vi è nella giornata di futile, né in alcun momento la
vità può togliersi come un passatempo, un giuoco, per cui sia dato
scherzare e agire a capriccio. Ogni cosa al suo posto è retta dalla
Provvidenza e ha una sua legge divina, che l’uomo deve sapere
scorgere e rispettare. E non solo fuero magna debetur reverentia,
ma anche all'uomo e al vecchio, e ai morti come ai vivi; e tutto si
deve prendere sul serio. Quando l’ Italia cominciò a svegliarsi, Manzoni le
insegnò quest’arte che è necessaria alla vita; e che, ahimè, non si può
dire che tutti gli Italiani abbiano bene appresa. Quanto avessero bisogno di
tale insegnamento sanno quanti pongono mente al boccaccesco, al bernesco,
o burchiellesco, e a quanto di letterario, e accademico, e arcadico l’Italia
barocca ereditò dal Rinascimento, quando l’arte e la letteratura fecero
divorzio dalla vita e dalla religione a cui la vita necessariamente s’
informa. Di tal vedere tutta la vita in questa serietà che pone
l’uomo sempre in faccia a Dio a rendergli conto d’ogni sua azione,
d’ogni suo pensiero, d’ogni suo sentimento, grande maestro agl’ Italiani
prima di Manzoni era stato Alfieri. Che scrive sì anche lui satire e
commedie; ma è poeta tragico e nelle sue più belle rime d’amore s’ispira
a una musa malinconica. Egli non ride, non sa più ridere. E Mazzini e
Gioberti? Chi ne conosce 1 ritratti non sa sospettare su quelle vaste
fronti un contrarsi anche fugace e atteggiarsi a riso giocondo. Sul loro
volto, come su quello del padre Alfieri, quale fu visto dal Foscolo
a Firenze, errare dov’Arno è più deserto, :/ pallor della morte e la
speranza. Ma il primo esemplare di questa serietà agli Italiani, che
avevano tanto riso di tante cose, era stato V., che i contemporanei di
Napoli poterono povero V. vissuto sempre
in angustie domestiche, in umiltà di stato, tra disagi dolorosi, in
malferma salute, costretto a mendicare come il pane quotidiano accattato
a frustoa frusto con lezioni private poiché lo stipendio universitario
era oltremodo magro, così il sorriso dei potenti e la stima dei
coetanei poterono, dico,
raffigurare satiricamente come un malinconico disgraziato; e che ne’ suoi
scritti non abbandona mai il tono solenne e sacerdotale del maestro di
verità, se non per qualche raro sfogo di polemica amara, ché nessuna
facezia, nessun tratto di spirito riesce mai a liberare lo scrittore
dalla stretta che lo avvince al suo argomento. Anche nel suo volto severo
il pallore della morte. Pregio ? difetto ? Il riso, che è
pure uno dei segni superiori dell'umana intelligenza, è sempre difetto se
prima non sia passato, come passa in Manzoni, attraverso il tragico, che
è sempre nella vita per l’uomo che senta Dio o il suo destino. E
finché questo tirocinio non sia compiuto, finché non si sia gustato del
calice amaro della vita sperimentata come duro sforzo di abnegazione
etica, il riso è fatuità insana e corruttrice. Da V. a Manzoni è un tono
affatto nuovo nella letteratura e cioè nell’anima italiana. Il tono di quegl’italiani
seri che giuravano di credere ora e sempre, e sentivano la santità del
giuramento; degli Italiani pronti a morire per la loro fede, che fu la
sostanza della loro Patria. V. per altro non si lega strettamente
alla storia del pensiero italiano come un precursore di idee e di
caratteristiche vitali del pensiero italiano posteriore. Egli una volta
apparve un’oasi nel deserto, un miracolo nel secolo dei razionalisti
e dei matematici: singolare nel tempo suo, staccato dal suo prossimo
passato come dal tempo che lo seguì; e tardi gli storici si accorsero di
dover ritornare a lui per continuarlo. Ma la verità è che come da V.
procede, dapprima in modo oscuro e poi con coscienza più chiara e
critica, l’ Italia moderna, egli non si stacca dal fondo del glorioso
Rinascimento, quando l’ Italia toccò le più alte cime della sua genialità
creatrice. Gli studi recenti hanno dimostrato che egli, quando leva
al cielo Platone, ha la mente piuttosto ai Platonici italiani del
Quattro e del Cinquecento, massime al Ficino e al Pico; e che a molti
segni è dato argomentare che del movimento platonizzante italiano che doveva pure esercitare un forte
influsso in Inghilterra da Bacone in poi orientata verso la scienza
italiana, come già verso la nostra letteratura — V. dové conoscere anche
i rappresentanti più maturi, se pur la pietà religiosa gli vietò di
nominarli, Bruno e Campanella; e opere di loro, molto rare, poté leggere
nella Biblioteca Valletta (passata poi ai Padri dell’Oratorio); e tracce del
loro pensiero si trovano infatti non infrequenti nei suoi scritti;
e partecipò al moto spirituale suscitato dal rinnovamento scientifico di
Galileo: anche lui legato al movimento filosofico dei platonici
fiorentini. Lo studio dei primi scritti e di alcune delle idee maestre di
V. ha messo in chiara luce questi suoi rapporti con la filosofia italiana
del Rinascimento. Della quale è traccia anche in certe forme antiquate
del suo pensiero — questioni che si propone, autori che amò citare,
ormai, al suo tempo, generalmente dimenticati, e modi di dire che
talora paiono sue invenzioni e hanno anch'essi una storia. E la dottrina
di Giambattista V. può per molti rispetti esser considerata la
conclusione di quella filosofia. Talché in lui si annodano e si saldano
la filosofia italiana dei nuovi tempi — che torna a partecipare con sue
proprie esigenze e una sua nota originale al comune lavoro speculativo
dell’ Europa — e la filosofia italiana del Rinascimento, che aveva fatto
epoca, e attirato l’attenzione universale; e di fronte alla Riforma e
alla Controriforma aveva rappresentato un indirizzo di pensiero libero
da’ più angusti preconcetti delle parti opposte, e quindi capace di
conciliare le avverse ragioni degli uni e degli altri in una
concezione realistica dell'unità insopprimibile dell’ individuo e della
obiettiva realtà storica; in quella che il Gioberti dirà la dialettica
della libertà e della autorità. In V. dunque il centro di tutto il
pensiero italiano. Riassume egli il passato e, approfondendo i principii,
anticipa l'avvenire. E quando nel secolo del Risorgimento si alza
nell'animo degli Italiani come il Maestro, in lui, ancorché oscuramente,
essi sentono rivivere tutti i grandi pensieri per cui l’Italia del
Rinascimento è un faro di luce a tutto il mondo: ed è l’Italia che eleva
l’uomo nella coscienza delle sue divine prerogative e della potenza
creatrice del suo pensiero, esploratore e dominatore della natura,
scopritore e inventore, instauratore del regno dello spirito nel mondo,
Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci; l’uomo conscio della miracolosa
arte che possiede nel pensiero, e che fa di lui un secondo Dio
continuatore del primo; e gli fa toccare il fondo della verità cristiana, per
cui Dio s’ incarna nell'uomo; dell’uomo peccatore, ma che deve redimersi
anche sulla croce per salvarsi e tornare a Dio; e su questa via di
redenzione è naturaliter Christianus, perché attua la sua vera natura;
portato perciò a creare un suo mondo: mente che non è solo mente umana,
ma umana insieme e divina. Grande fiducia perciò dell’uomo in se
medesimo; ma fondata sulla fede che è la sua vita, che nel suo pensiero
si adempia il pensiero di Dio, e che perciò questi sia presente a noi,
più che noi non si sia a noi medesimi. E sarà la gran fede
cristiana di Manzoni; ma sarà anche il grande insegnamento
religioso (ahi non sempre compreso !) del motto mazziniano: Dio e
Popolo; come sarà il significato della doppia formola (l'Ente crea
l'esistente e l'esistente torna all’ Ente) che il Gioberti metterà a base
d’ogni scienza e della sua stessa dottrina politica. Sono pensieri
vichiani; ma V. li estrasse dalla filosofia del nostro Rinascimento. E ne
fece la sua forza di resistenza a dottrine straniere in voga come il
germe del suo pensiero vitale. In Europa allora tenevano il
campo il razionalismo francese di Cartesio e l’empirismo inglese di
Locke. Da Cartesio era venuto Spinoza col suo monismo panteistico; e si
era aperta la via all’illuminismo. Da Locke cominciava a dilagare
il sensismo, il materialismo e ogni dottrina negativa della libertà
e della sostanzialità dello spirito; nonché lo scetticismo scrollatore di ogni
fede nell’attività costruttiva dell’ intelligenza. A questi movimenti in
vario modo metafisici e dommatici o distruttivi del valore del sapere
scientifico, e tutti in fine avversi alle credenze morali e religiose che
sono a fondamento della sana vita spirituale dell’uomo, si opporrà
nell’ultimo ventennio del secolo XVIII la filosofia critica di Kant;
la quale finirà col battere in breccia empirismo e razionalismo e
col restaurare il concetto della scienza e della libertà umana, operando
una radicale rivoluzione nel punto di vista fondamentale d’ogni pensiero.
Osservò Kant infatti che il mondo che noi dobbiamo conoscere e in cui ci
spetta di operare, non è concepibile se non in funzione dell’attività
costruttiva dello spirito; attività che è perciò condizione dell’esperienza
e non può essere un suo prodotto. Soggettivo quindi il sapere, ma di una
soggettività che non infirma il valore del pensiero, una volta che si
cessi dal cercare cotesto valore in un impossibile ragguaglio del pensiero con
una realtà in sé irraggiungibile e puramente fantastica. Purché si apra gli
occhi per riconoscere che la realtà da conoscere è la realtà che lo
Stesso pensiero costruisce col suo potere creatore universalmente valido,
derivante, di là dall’esperienza, da un principio trascendentale, da cui
l’esperienza stessa è resa possibile; e che insomma è l’uomo in quanto è
al centro attivo del mondo. Concetto che, una volta enunciato dal grande
filosofo germanico, ha svegliato nell'uomo la coscienza e la
responsabilità di questa sua posizione centrale nell'universo. E da
questa coscienza trassero origine le più grandi filosofie del
secolo scorso e tutto un nuovo modo di concepire la vita in ogni
ramo delle scienze morali e storiche: donde, nei primi decenni del
secolo, quel romanticismo che fu sì principalmente un movimento
letterario, ma fu pure una vasta riforma di tutta la vita dello spirito e
dell’atteggiamento dell’uomo nel mondo. Poiché allora l’uomo si sentì il
protagonista non pure di quel ristretto settore della realtà che
contrapponendosi alla natura è governato dalla libertà; ma dell’universa
realtà, la natura compresa, che l’uomo anima della sua propria vita
interiore, pervadendola del suo sentire e di tutta la forza del suo
spirito, traendola con l’ impeto della sua passione e con l’energia del
suo pensiero dentro alla sua stessa vita, partecipe della sconfinata e
possente attività che nella coscienza si svela a Se stessa e si compone e
indirizza in assoluta libertà verso 1 fini trascendenti dello
spirito. Questo romanticismo è la forma più cospicua della mentalità
del secolo XIX nel periodo creatore, che è della prima metà del secolo;
creatore del Risorgimento italiano e di tutte le rivoluzioni da cui sorse
la nuova Europa. Nella filosofia kantiana esso ebbe la sua forma classica, come
posizione di problemi radicalmente nuovi e avviamento a un concetto della
realtà; il quale poté offendere le intelligenze pigre e adagiate nella
comune e immediata concezione del mondo, e suscitare quindi ribellioni e
reazioni tenaci e fierissime a guisa di una santa battaglia in difesa del
senso comune; ma non perdé più terreno, e s’insinuò anche negli
avversari, e divenne a poco per volta come la seconda vista del pensiero
umano, sempre più convinto della verità elementare, che questo
mondo, in cui viviamo e moriamo, per cui batte il nostro cuore nella
scienza e nella vita, è certamente il mondo dell’uomo: il nostro mondo.
Di questo romanticismo il precursore è V., critico di Cartesio e di
Locke, nemico di ogni filosofare meccanizzante e matematizzante,
consapevole dell’originalità dello spirito e della sterilità di un sapere
tutto deduttivo e analitico; sensibilissimo alla profonda differenza tra la
realtà umana, che è sintesi, creazione, libertà e conoscenza di sé, e la
pretesa natura che l’uomo si trova davanti come creata da Dio senza
il suo intervento e concorso; tutto rivolto quindi a quello che egli
chiamava mondo delle nazioni », la
storia, creazione dell’uomo,
prodotto della umana mente ». Dentro il quale la mente perciò sl
ritrova, si orienta e opera sicura senza uscire da sé: e opera non pure
come ragione con la scienza e la filosofia, ma opera già come senso e
fantasia, già con l'animo ancora
perturbato e commosso ». E questo non ha bisogno di aspettare il
sorgere della ragione tutta spiegata per credere nella divinità, scoprire
la propria immortalità e farsi un sistema di concetti universali, sebbene
fantastici. Fantastici, ma già veri, pregni di sapienza poetica, che
ha la sua logica, e precede quella dei filosofi. E lo spirito è
sempre tutto, ogni sapere e ogni virtù, anche nella sua infanzia;
un eterno sviluppo, un continuo progresso, onde l’uomo è sempre lo
stesso uomo e un uomo sempre diverso, attraverso tutte le età della vita
individuale e tutte le epoche che si possono distinguere nella storia: un
uscir d'infanzia e procedere dalla fanciullezza all’età matura per tornare poi
alle origini, in un perpetuo ritmo di corsi e ricorsi, dalla
barbarie alla civiltà della ragione tutta spiegata ». Questo ritmo
rende possibile un Medio Evo barbarico dopo le età luminose di Grecia e
di Roma, ma non va preso, s’ intende, alla lettera, poiché a base del
processo temporale in cui le epoche si succedono V. vede una storia ideale
eterna, in cui la successione è contratta nell’ immanente vita dello spirito,
dove l’ infanzia e la fanciullezza son dentro allo stesso adulto;
come l’adulto è nel bambino; e la poesia non è cacciata di nido dalla
filosofia, ma ne è come l’anima interna e la scaturigine segreta.
Mai filosofo aveva visto così addentro nei recessi dello spirito, e
compreso come V. la serietà della poesia, cioè della forma più ingenua e
primitiva dello spirito; che i filosofi, da Platone a Cartesio, tendevano
piuttosto a disprezzare, quasi che la ragione con le idee innate di Platone, e le
idee chiare e distinte di Cartesio fosse una subitanea e immediata
rivelazione, una luce trascendente che potesse a un tratto folgorare e
distruggere, come inadeguati e vani tentativi, le forme inferiori dello
spirito. Per V. nel piccolo c’ è il grande; nella poesia la
serietà e il significato della più illuminata sapienza: ogni forma,
completa coscienza nell'uomo della sua interiore divinità. E questa fin
da principio presente nella religione, madre d’ogni umanità, e però
d'ogni civiltà: anch’essa destinata a purificarsi e ad elevarsi dalle
concezioni materiali a quelle più astratte e ideali: ma palese sempre in
ogni forma anche in apparenza più ripugnante al sentimento raffinato della
cultura; poiché la Provvidenza, come scopre V., fa degli umani vizi
virtù. La Provvidenza è quel comune senso » che fa uomo l’uomo, quel
pensiero profondo dalla logica infallibile che muove e dirige tutte le
azioni degli uomini, vicini a Dio e sotto la sua guida anche quando ne
sembrano più lontani. E tanto più l’uomo si profonda in se stesso, tanto
più si coltiva ed impara, e tanto più sente e scopre il divino nell’animo
proprio. E si accerta della verità del principio kantiano, da V.,
settanta anni prima della Critica della ragion pura, scolpito nel motto
famoso: verum et factum convertuntur, che diverrà la chiave di volta
della sua Scienza Nuova: che cioè la verità non è scoperta da noi, ma
fatta; ossia che il vero mondo non è un antecedente dello spirito ma il
mondo che egli crea come regno dello spirito: l’arte, la religione, la
scienza, lo Stato, tutta la storia, che diventa intelligibile se viene
intesa come opera dell’uomo. Diventa intelligibile, si giustifica e
riempie il cuore dell’uomo del nobile orgoglio della sua potenza e insieme del
più umile sentimento di religiosità: poiché egli non può non sentire in
sé autore del mondo una potenza superiore che trascende la sua limitata
personalità e attua all’ infinito la sua virtù creatrice.
Idee oscure, che sono però convinzioni piantate nel più profondo
dell'animo. Come V. le volle trovare e additare nel mondo del diritto
prima e poi in tutta la storia, splendenti di subitanei bagliori che
illuminano di luce vivissima aspetti vari e diversi della vita degli
individui e delle nazioni più familiari alla cultura classica e moderna
di V.. Semina flammae, pensieri suggestivi, verità improvvise e
lampeggianti, tanto più accolte con meraviglia e con gioia, quanto più
largamente profuse a piene mani in mezzo ad astruse osservazioni quasi
secentescamente ingegnose e ad un’erudizione classica e moderna non di
rado indigesta e mista di fantasie favolose. Molti motti pregnanti di V.,
come tanti versi di Dante, son divenuti proverbiali; e molti egli perciò
ne sigillò col nome di degnità», come a dire assiomi; e sono spesso il
distillato della più meditata filosofia. In queste luci, che nella
maggiore opera vichiana, che fu poi l’opera di tutta la sua vita,
abbozzata prima e poi ripresa più volte, e ritoccata sempre fino alla
morte con innumeri postille e annotazioni, brillano come stelle splendenti
in un firmamento caliginoso, è la bellezza, l’attrattiva, il fascino di V..
In queste luci il maggior motivo che, anche al lettore intricato nelle
mille difficoltà che in menti inesperte suscita la lettura dello
scrittore napoletano, fa amare questo libro difficile, aspro, duro; che
tuttavia non si può deporre senza che rinasca la brama di riprenderlo e
ritornare a leggerlo con la speranza di capirci prima o poi qualche cosa
di particolarmente importante e di scoprire una paglia d’oro in mezzo al
terreno sabbioso. Qui l’ incanto della Scienza Nuova, in cui gl’
Italiani vedranno sempre l’estratto della più riposta sapienza dei loro
padri e la sorgente inesausta della verità a cui s’abbevera il pensiero
moderno: il segreto della. filosofia che concilia l’uomo con Dio,
gl’infonde la fede nella vita, e gli fa sentire dentro non so che divino
che lo eleva al di là di tutti i limiti dell’umano e di tutte le miserie
terrene, senza farlo cedere perciò alla tentazione del maligno, anzi
raumiliandolo ad ora ad ora nel sentimento del nulla che l’uomo è appena
si allontani da Dio. Fu cattolico o immanentista ? Questione
spesso dibattuta quasi per dividere gli animi concordi nel sentire la
grandezza di V.: questione di scarso interesse storico e che si
risolve negando che per V. ci potesse essere tra i due termini
l’opposizione inconciliabile che c’è per chi si domanda se egli fu
cattolico o immanentista. Nessun dubbio che egli si sarebbe ribellato a
chi lo avesse voluto tirare da una parte o dall’altra. E nessun dubbio,
perciò, che l’ insegnamento di V. non è fatto per dividere gl’ Italiani;
i quali vogliono una filosofia dell’ immanenza, che concentri nella
libertà dello spirito l’ infinito universo, ma vogliono pure vivere della
fede della loro tradizione vittoriosa. Esso li inviterà sempre a
cercare in se medesimi il principio in cui le parti avverse
potranno conciliarsi superando gli esclusivismi che han sempre del
paradosso e del fazioso. Da V. impareranno sempre gl’ Italiani a disdegnare le
fazioni. Dedica Nota bibliografica Il pensiero italiano nel secolo del V.
La prima fase della filosofia vichiana La seconda e la terza fase della
filosofia vichiana Dal concetto della ‘grazia’ a quello della ‘provvidenza’ Le
varie redazioni della Scienza Nuova e la sua ultima edizione Il figlio di
V. e gl’inizi dell’ insegnamento di letteratura italiana nella Università
di Napoli La famiglia di V. Primi anni di Gennaro V.. Il card. Corsini e
la prima Scienza Nuova Passaggio della cattedra del V. al figlio e morte del
Filosofo 4. La carriera accademica di
Gennaro V. Gli scritti di V. e il suo insegnamento. La cattedra di letteratura
italiana dalla sua origine alla riforma. Dalla riforma alla fine del
Regno L'Angiola. Capitolo serio-burlesco di VESPOLI. II. Per le nozze di
Caracciolo e Donna Ippolita De Dura. Sonetto di V. Relazione della Segreteria di Stato al Re
sulla supplica di V. pel conferimento della sua cattedra al figlio. Dispacci
per la giubilazione di V. Epigrafi di V. Avvertimenti per l’ insegnamento del
latino di V. Lettera di Finamore a V. V. nel ciclo delle celebrazioni
campane. Cartesio e V. V.nell’anniversario della morte. OPERE
COMPLETE DI GENTILE OPERE SISTEMATICHE Sommario di
pedagogia. Vol. I: Pedagogia generale; vol. II: Didattica. Teoria generale
dello spirito come atto puro. I fondamenti della filosofia del
diritto. Sistema di logica come teoria del conoscere. La riforma
dell’educazione. La filosofia dell’arte. Genesi e struttura della
società. OPERE STORICHE Storia della filosofia (dalle origini
a Platone: inedita). Storia della filosofia italiana (fino a Valla).
I problemi della Scolastica e il pensiero italiano. Studi su ALIGHIERI. Il
pensiero italiano del Rinascimento. Studi sul Rinascimento. Studi
vichiani (V.). L'eredità d’Alfieni. Storia della filosofia italiana
dal Genovesi al Galluppi. Albori della nuova Italia. Cuoco.Capponi e la
cultura toscana. Manzoni e Leopardi. Rosmini e
Gioberti. I profeti del Risorgimento italiano. La riforma della
dialettica hegeliana. La filosofia di Marx. Spaventa. Il
tramonto della cultura siciliana. Le origini della filosofia
contemporanea in Italia Il modernismo e 1 rapporti tra religione e
filosofia. OPERE VARIE Introduzione alla filosofia. Discorsi di
religione. Difesa della filosofia. Educazione e scuola laica. La
nuova scuola media. La riforma della scuola în Italia. Preliminari
allo studio del fanciullo. Guerra e fede. Dopo la
vittoria. Politica e cultura FRAMMENTI Frammenti di
estetica e di teoria della storia. Frammenti di critica e storia letteraria. Frammenti
di filosofia. Frammenti di storia della
filosofia. EPISTOLARIO Carteggio Gentile-Jaja Carteggio Gentile-Maturi. Carteggi
vari.Civelli Via Faenza, Firenze. Giovanni Battista Vico. Giambattista
Vico. Keywords: Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Vico” “Vico e Grice,”
Villa Grice, for H. P. Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza. Vico.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vieri: la ragione conversazionale della filiale fiorentina
dell’accademia – la scuola d Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana
-- filosofia italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract. Keywords: love, accademia, dialettica
fiorentina – Grice on Athenian Dialectic, and Oxonian Dialectic – Florentine Dialectic.
Filosofo fiorentino. Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Firenze, Toscana.Essential Italian philosopher. Filosofo
italiano. Di famiglia nobile. Insegna a Pisa. Dell’ACCADEMIA, molto attivo. E
contestato dai colleghi per il suo vagheggiare un nuovo circolo dei filosofi
dell’Accademia, improntato su PICO. Suo principale avversario e BORRI. Saggi:
“Liber in quo a calumniis detractorum PHILOSOPHIA defenditur et eius
praestantia demonstrator” (Roma). Grice: “The term ‘accademia’ is mostly misused, as in
The British Accademy – strictly, it is Hekademos, and so, anything connected
with Plato, as in V.’s case! But V. is what I call a co-philosopher. Without
BORRI, or PICO, no V. – and his essay on his ‘demonstration’ of the excellence
of philosophy against her detractors is hardly a best-seller!” Crusca. LEZZIOne
DI M. FRANCESCO DE' VIERI
FIORENTINO, detto il Verino Secondo Per recitarla netf ^4 ce ademi a fiorentina,
nel Confo! afe di M. Federigo
StxoYz} DOVE SI RAGIONA DELL’IDEE
E Delle Bellezze. Dedicdtd all' illu fri (? ty Eccellenti^, signor Conte VL1sSE
Bcntitiogli . IN FIORENZA,
Appretto Giorgio Marcfcottt.
Con licenzi di*
ì»*trÌ4ri. ALL'ILLVSTRISSIMO ED ECCELLENTISS. Signore, llSì?. [onte OLISSE
Hmmglì Mto Sig.oJJeruandifìmo L
desiderio mio era in quella itate con leggere di nuouo all'Accademia di Firenze
fa tisfare in qualche parte a molti e molti obIighi, che io tengo col
Magnifico e prudentifTimo Signor Confblo, e col letteratiflimo e graziofiflìmo
fuo fratello M. Giouambatilfca Strozzi; ed in oltre fé il mio difeorfo era da
querti, & da molti altri così
intendenti, come gentili spiriti approuato e giudicato degno d’cflere vdito e Ietto
da grandi, e da A 2
nonobili, mandarlo in luce Cotto il pregiato nome di V. Ecc.
Ill. la quale (per quello, che mi ha riferito M. Alessandro Catani, uomo così
amatore del vero, come eccellenti^,
nell'arte della Medicina) non meno è fèmpre difpo-ila a difendere e
fauorire le lettere, & le virtù, et i loro profeflbri, che ella fi fia nata
nobiIe, Sc con nobiliffime perfbne di nuouo congiunta, quello dico era
tutto il difideno mio Uluftrifs. &c
Eccellentifs. mio Signore: ma l'infermiti mia, et alcuni negozi] di grandiflima
importanza, m'hanno in guifa impedito, che non (blamente io non ho potuta
leggere quella mia Lezzione, ma ne pure nuederla, & ripulirla, & nondimeno io non poffo, ne debbo mancare di
tetitiare m qualche modo a eentiliffimi Strozzi, et alli altri
gencihfii'mi fpintij & quella mia
fatica difiderà fiderà la protezzione di
V. Ecc. III. ElIa dunque
l'accetti con pronto, &c grato animo, come io prontamente, e con
ardentifsimo difìderio gnene offero, e raccomando, & come io fpero, cKe
ella fia per fare. Le bacio le mani, &c le difidero da Dio non meno ogni
felice contento, che io mi difideri, che ella tenga memoria di me, et di
chiunque rama, &: la nuerifce delli
amatori delle virtù, &c delle
lettere, fènza le quali il mondo altro non {àrebbe, che vn foi tifsimo bofco di
tenebre per Tignoranza, & vna fèlua (pauenteuole, &c brutta, mercè di vna
infinita di vizij, che ci (ì ritrouerrebbero. Dt V e. I.& molto
Mag, e gentile Senatore afFezzionatifsimo Francesco de Vieri detti il
ferino Secondo % 1]V
qual parte del del, in qualided
Lra l efempio, onde natura tot fé Quel bel Info leggiadra: in
ch'ella ^rolfe Afoffrar quaggiù, quanto
la sùpotea? Qual Ninfa in fonti, mfelue mai qual Dee chiome d'oro fi fino jc Laura fctolfe: Quand'^n cor tante in fé lurtute accolfe f Benché lafomma e di mia morte rea? Per diurna
bellezza m damo mira f chi gl’occhi
di cosieigiamai non ~>tde. Come soauemente ellagligira, iVon sa come ^morfana, cr come
ancide; chi non sa come dolce ella filtra 0 M orni dolce farla, e dolce ride
LEZZIONE DI M. FRANCESCO DE’V. detto il
Verino Secondo: Votte si ragiona delle Idee, e delle 'Bellezza . IL PROEMIÒ. É quefto sì honorato luogo, nel quale lòno
ftati per tanti e tanti anni infiniti spiriti
gentili, e vi hanno Magnifico Sig.Confolo, & nobilisfimi Accademici, et Vditori, con i loro leggiadriflìmi dilcorfi
con no minore contentezza, che con iftupore trattenuti. Se quefto luogo dico è
ordinato prima dalla feliciflìma memoria del prudentiflìmo, e magnanimo Gran Duca il
G. D. Cosimo de’ Medici, e poi mantenuto dal Sercniflìmo G.D. Francefco luo figliuolo a quefto fine
lòia mente, che molti colla
diligenza del dire bene, & co
ornamento di parole diuenghino ottimi ambafeiadori, e gentilifiìmi poeti, a
vtilita, grandezza, e diletto di quefìi ftati e di loro S. A. come alcuni fi
penfano; al Filologo dunque, il quale più della verità delle cole fpecolabili,
&deli'az7Ìonihumane tien conto che del graziolo ragionamento, non
apparterrà falire in quefto fteflb luogo: ma fi bene à quelli, i quali
fanno profeflìone di Oratori e di Poeti. Se
più oltre l'Accademia fia ancora inftituitai fine che in quefta lingua
fi eiprima da ogni perfona letterata ogni maniera di concetto^ onde fi
gioui A 4 à 8
Lezzione a quelli, i quali non hanno
potuto con altra lingua intcndere
£liarnhzij degl’oratori, e de Poeti, e gl’alti co certi Filolòfici. quelli Ioli deono qui l'altre de
letterari, e de Filoiolantiji quali da ogni altro penfiero hf.no l'animo
libero, et non io, prudemiflìir:i, & giudiziofìrTimi Ac cademici
Se Vditori, il quale negli ftudij
di Ariitotele e di Platone iò no tutto occupato à publica vtilità e nella cura
di tanta mia famiglia, ricercandoli alla
fpècolazione delle cole et al dire acconciamente ozio, e tranquillità d'animo,
con tutto ciò io fon tanto obliato al Magnifico Sig. Confolo, et à M. Giouambatiitaiuo fratello, che io non ho
potuto mancare di non nlalire dopo molti e molti anni in quello cosi degno
luogo per fatisfare per quanto io potrò a loro Signorie, et a voi altri
norbili: ìimi, et gentikiliiru accademici, et Vditori>& perche io non
pollo piacerai con la grazia del dire per non ne fare io proiezione, ne colla
fufHzienza della dottrina pelle molte Se molte occupa/ ioni, et perturbazioni,
ho pen-iamo di compiacerui colla nobiltà, e grandezza del loggetto, del quale
io ragionerò, che tiranno l'Idee delle cole, che (I contengono nella mente
di Dio, et le grazie, et le bellezze di
M. Laura: onde infìeme s'harà più
pròfonda, et più chiara intelligenza di quel dottiiìirno, et gra-2iofilfimo sonetto
del noiiro Petrarca, il cui principio e queito. in qualparte del Cielo, in qual
idea 0J Era l'esempio, onde natura tolfe 0, Quel bel yifo leggiadro: in cWella
x>lfe 3J Mostrar quaggiù, quanto lifiùpotea t Preconi
Magnanimo Sig. Cordolo, e voi nobili/Timi Accademici et Vditori, che vi degnate predarmi grata ydienza più perche
cosi conuiene alla dignità del ioggetto, che è nobilifiìmo, &:allo iplendore
dell’animo volito, che è di gradire le cole alte e diuine, che per alcuna mia
iurfizienza di dottrina, et che per alcuna mia grazia di parole. Per precedere
con più facilità, et con più ordinc,io
Huiderò tutto quello mio ragionamento in tre parti; nella nrima delle
quali fi disputerà, et determinerà delle
Idee, poiché in quello Sonetto il Poeta cene dà occafionemeila feconda pella
medefima ragione decorrerò delle bellerze di M. Laura; quanto pero fa
all'intelligenza di quello Sonetto; nella terza et vltima (urline che tutto
quello, che da me fi farà detto delle Idee, & della bellezza di queib donna
fi conofea elfere, non folo di parere de'più gran Filolòfi, quali fono flati Platone, et Aristotile: ma ancora
di eiYo Petrarcaa del qua le voi fiate cotanto ftudiofi, et il quale cotanto vi
e grato quanto ei merita per il ilio graziofiiìimo poema di eifere letto et vdito
) 10efporrò alcune parole deltcfìo, & moflrerrò l'arti^ io, che quefto
Poeta tiene in ragionare deH'Ic[ee, & della bellezza della (uà donna, et muouerò, et feiorrò alcune
dubita'/ ioni col faucre dunque di
colui; il quale è la vera iàpicn:?a,& la prima verità darò hora mai
principio à quanto io ho propoflo di dire. Intorno al primo punto deiridee, toccheròbre
ementc tre capi, il primo farà lo efporre con efempi quello, che fi unifichino
qtieiìe voci Idee, efempi, fpezie, et vnmerfali, che precedono la moltitudine
de particolari. il fiondo le lì danno l'Idee, ò nò; poiché Ariflotile in tanti luoghi cerca di leuarle via, et Platone
le concerìe quafi in ogni libro delle lue opere, et queito noiiro Poeca. lMtimo
capo farà di quante et quali cole fi ritrouinoi'jdee: da quali tre punti farà
facil cola raccorrc quelle ch'elle fi
Mano. Quanto al ^r imo la cognizione d'vna cofa in quanto ella Terne per
immagine e farne vn'altra, ò à giudicare fé è ben tarta; & ad intenderla à
punto, fi domanda elèmpio e modello ed Idea,
come quel ritratto, che ha nella mente vn'irtcfice d'vno artihzioio, e mirabile
palagio glifer ne à Hrne cosi bene vno, e molti e molti: et à giudicare i hUXi
ic iòno con tutte le regole
dell'arte fabbricati ò nò, io Lezzione
nò, et quanto e'vi fi accollino: quefti medcfimi efèmpl in quanto e1
rapprefentono le forme, che danno lo effcre fpeziale al foggetto, nel quale le fi riceuono, come le
forme nella materia fenfibile e corporale si chiamano spezie e forme. quefti
fteiTì modelli, e quefte fteffe notizie delle colè in quato le Tono vniuerfàli
di più cofe particolari, & di nature vniuerfàli, che ne particolari fi
ritro nano, et fono come cagioni di quefte precedédole di precedenza di natura,
come dell'eterne fecondo i Filofofi, ò ancora di tempo, come delle cofe temporali, et nuoue»
anzi l'Idee, et di precedenza di natura, e di tempo fon prima di qua! fi voglia
creatura, attefo che quelle fon sémpiterne, & ciò che è fuori della diuina
effenza di buono è flato creato di nuouo quado cominciò il tempo, & in que
ila maniera le fi domadono da Greci uniuerfàli innanzi a molti particolari,
come il modello nell'animo dello Scultore
d' vna ftatua, ad efempio del
qual ritratto molte e molte fimiglianti ftatue fi poflbn fare. E ben vero, che
il modello delh artefici, ò vero Idea, e quello, che da Platone, & d’Ariftotile
fi concede in Dio, et in vn certo modo
ancora nel Cielo, fono tra loro differenti; perche l'Idea dello artefice è
prima prela dalle cofe ben fatte da altri, come ancorar idea, & l'immagine, che riluce nello specchio, mercè della cofa, che glie dauanti.
ma l'ldea> che è in Dio et nel Ciclo precede alle cofe, & è caulà delle
cofe, che d fanno: dipoi l'ldea, che è nello arteficemon è fempiterna non
durando fempre l'artefice, ma fi bene quella, che é in Dio et nel Cielo
foftanze incorrottibili éc eterne. finalmente
l'Idea, ò notizia, che ha l'artefice Iella cofa ha due modi d'eflère, vno
vniuerfale nell'ime!letto poffibile, e
l'altroparticolare nel sènso di dentro: il Pittore efempigrazia ha
nell'intelletto l'Idea in vniuerlàle di donna graziofiflima, e nella fantafia
di rieletta, di Laura, ò di qualche
altra limile: il Filofofo naturale ha qucfto concetto dell'Intorno
nell'intelletto, che fa animale ragioneuole e mortale quanto al corpo, e lo
info Inferiori potenze, et immortale quanto alta mente, © vero ragione, e nel senso di dentro, quando
epji applica quefto concetto à Socrate, ò a Platone, ò à qualcun'uitro
particolare: come (ì caua d’Ariftotile nel terzo dell'anima, et nel principio del
primo libro dell'aite del dimoftrare. fecondo l'ordine di natura le notme
vniueriàli precedono le particolarità fecondo l'ordine dei noftro imparare fi
fono ritrouate l'arti, Se le fcicn7C dalla cognizione de'particolari di qui
peruenendo alla cognizione vniuerfale: come c'infegna il Filolòfo nel primo
libro della Metafifica, ò vero lì può
dire, che i concetti vniuerTali precedono i particolari in chi impara l'artì, e
le feien re da altri, che di elfe è perito, & f ciéziato: et poi gli efpe rimenta nelle
cofe particolari, le quali formano di loro fteife ne'sensi i particolari
concetti: Ma rifpcrto àgli inuentori
dell'arti, e delle feienze, prima nafeono i concerti particolari ne’sensi, che
gli’apprendono dalle cole come particolari, poi fene fanno gl’vniuerfali per
opera dell'intelletto agente, i quali rapprefentano le nature vniuerlali, che
ne’particolari fono nafeofte. Ma ritornando alla terza differenza, che è tra
l'Idee, che lono in Dio, e quelle che fono nell'animo dell’artefici, et de’Filofofi, e delli feienziati: quelle hanno
in Dio vn modo di effere, che non è ne vniuerfale ne (ingoiare, come in noi,
non vniuerfale, perche colla notizia vniuerlale delle colè ftà l'ignoranza
de'particolari. può efempigrazia {tare ch'io fappia vniuerlàlmente, che ognuno
degl’uomini è atto a ridere, et infierire non fappia di quelli, che fono
lontani come in Francia, ò in Ilpagna, ò al Perù, ò altroue fé fono atti à ridere, perche io
non so fé fono uomini non gl’auendo mai veduti,
ne vditi, come bene dice ancora Ariftotile nel primo capo dell'arte del
moftrare; ma in Dio non é lecito porre ignoranza, ò imperfezziotie alcuna, non
vi fono ancora i concetti particolari: perche quefti fono del Iònio, che e
virtù materiale, e corruttibile, et egli è immateriale et eterno j come
confck sono 1 nolln Theologi, e come fi
di morirà dal Filofofo nell'ottauo de’principi). reità dunque cheridec, &
con certi delle colè (lana in Dio in vn terzo modo più perretto, e tanto
eccellente che in noi, che dall'intelletto noterò non fi può comprendere, ne
con voce alcuna efplicare ad altri: (è noi potcffimo intendere come Dio intenda le cole, l'intelletto noftro
farebbe di tanta perfezione di quanta è
l'intelletto di Dio, come beniflìmo dif fé il gran Comentatore Auerroe nelle
lue difputazioni contro ad Algazcle: (blamente fi può dare ad intendere
ofciramente con alcuni efempi, vno de quali è queilojfe il fuoco, che è caldo
fecondo i Filolorì naturali in otto gradi i\
intenderle, intenderebbe inficine iè clfere participato fecondo tutti
quelli otto gradi da chi fecondo vn grado
folojcomc l'acqua tiepida, da chi fecondo due gradi, & cosi
decorrendo: Cosi Dio intendendo fé, intende ancora che la (ùa natura è
partecipata da tutte le creature^ più e meno, come confeflbno le cole ftelfe, et
Aristotile nel prime del Cielo al 1.1 00. & ALIGHIERI nel principio del
primo canto del Paradifo cosi dicédo La gloria di colu'h che tutto mttoue,
Ver l\nit*erfo penetra et njhlende
it In >na parte più, armeno
altrove. E quefto è Tefempio del gran Comentatore Auerroe. Tn'altro efempio e
de' Greci. quelli volendo farci comprendere, come Dio, il quale e vna natura
intellettuale indiuifibile intenda infieme le cofe fimilmente indiuifibili, come
lòn gli Angioli, Si le diuilìbili e corporali, come fono 1 corpi celeih, e tutte
l'altre di quaggiù, fuori che l'huomo >
Se cflò huomo ancora che delfvna, e dell'altra natura participa, per vn
mei/.o iòio, che e' la ileifo natura lua impartitale, ci danno lo elèni pio del
punto di mezzo del cerchio, il quale è vaio et indiuifibile, e da ef io denuano infinite linee, et infiniti punti,
che le terminano. Se quello punto ò vero centro fulfc vna natura in* tcUcuuaie, & fi ia:eiideiTe, mtcadereubc fimUmente le
ef ter caufà di tutte le lince, che da elio
deriuano, & de punti che le terminano: cosi Dio a guifa di quello punto
intendendo fc ftefio, donde deriuano
tutte le creature così diuifibili come indiuifibili, & noi iteflì, che
participiamo della condizione e di quefre e di quelle, tutte le intende e
conolce, e cosi noi fteiTì ; è
ben vero, che il punto è colla quantità, et hi fito, ma Dio è foftanza e
leparato dal (ito e da luogo, (e bene e per tutto come
fino a più eccellenti Filoiòh" confeflono come prima vnità, donde è nata
ogni moltitudine, e quefto fi caua da Platone nel Par. come prima forma, vltimo
fine, e primo principio produmuo del tutto, e tutto quello ancora ccnfefta il
medefimo Fiìofofo, parte nel Timeo, e parte nelle lue letcere, & Ariftotelc
ancora nel primo del Cielo, nell'otta 110
de'principij,S: nel 12 della Metafifìca j ancora Dio è per tutto come
ottimo Rè dell'Vnii.erfo, il quale regge
et gouerna col marauielioio ordine, che egli ha di tutte le cole dentro di fé.
E qui è daauuertire, che le bene Dio fi aììbmiglia al punto del circulo, donde
deriuano tutte le creature vgualmenre et immediatamente: non pero tutte lono di
vguaie bontà, et perfettione dotate, ma
quali più e quali meno ne participano, affine che fra loro fufle cosi
marauigliolo ordine, che fa allo ctfere, ed alla bellezza dell'universo, ed iteftimonianza della diuina sapienza, l'ufizio della quale è
dare ordine, e mifura a tutte le cole, et ferue per il cala ad alzare colla
cognizione il noftro intelletto di grado in grado fino a quelli, il quale e
l'alta cagion prima, et cosi coll'amore . dal qual amore, ne furge in noi ogni
atto piufto e retto concorrendoci però la Diuina grazia infieme colla fede colla
Speranza e colla carità, e coll'altre virtù, e doni: cosi ancora non efiendo
tutte le creature vgualmente buone, non fono ancora con vguaie amore in vn
certo modo amate, e dico in vn certo modo: perche quanto allo atto dell'amare.
cosi come Dio è in£nito, così co infinito amore tutte l'ama: ma quato a beni
che vuole e che dà à eia- fami Lezzione
fcuna non già; ma à qual più, et a qual
meno ò men degni: fecondo che le cóuiene loro, & parlando degl’uomini
giufti, & che (ì faluano, qucfti nell'altra vita tutti faranno felici e beati
in Dio, tra gl’angioli, et in sempiterno, ma non con vgtial mifura intenderanno,
e goderanno la Diuina Verità, e Bontà, ma quegli più, che più di qua haranno offeruato ifuoi
fanti comandamenti con fauore della grazia e quegli meno, che meno, come fi
couiene alla Diuina giuftitia, e quefte fono quei molti luoghi ò> molte
manfìoni, che fono nella cafa del celcfte pa-3re, come dirle il vero Maeftro
della verità Chrifto Giesù infìeme Dio ed uomo, e quello ci SIGNIFICA PAOLO Apostolo quando ei diflc, che
fi come le ftelle in cielo fon
differenti di chiarezza, e di fplendore, cosi faranno i giufti in cielo. Più
oltre ancora è da fàpere che tutte le creature quatto furon prodotte per
creatione di niente, furon fatte da Dio folo, et immediate: ma poi quelle di
quaggiù si conferuano per fuccefTione di nuoui particolari, concorrendoci
ancora i cieli, & le cagioni di quaggiù, perche la D. Bontà, come ha
farte partecipi le creature del bene, e dello edere, così ha volfuto,
che ancora elle habbmo virtù di dare lo eflere, & qualche perfezzione ad
altri, perche ci feopriffe il suo amore et i fuoi tanti benefizij,6^fuf fimo tanto più tenuti d’amarlo, e di
riuerirlo fòpra ogni altra poteftà: potrebbe Dio egli folo produrre ogni di
delle creature, e conlèruar le fpezie lènza l'aiuto delle caule feconde, come ci le creò; ma pelle cagioni dette non
volle: ne per quefto alcuna mutazione ònouitàfì pone in Dio: perche egli le
creò quando ab eterno ei propofè di crearle, c cosiauuerrebbe fè'ne creafle
di nuouo, & come accade dell'anime
umane. Platonc, & Aristotile pongano la creazione deH'Vniueriò, ma ab
eterno, come Simplicio ed AQUINO (si
veda) attribuirono loro; et come è forza di dire volendo parlare conforme ad alluce
loro autorità, come altrouc io ho dimoftro.il terz» et vltìmo efempio è de’Latini, i quali hano voluto efpor ci
l'vnità dell'Idea, e la fomma Tua
eccellenza inficme, et il loro efempio è d'vno feudo d'oro, e di vna gioia di
grà valutar quefto fcudo, poniamo per cafò,
vale cèto era zie, et la ^ioia vn
milione di feudi, fé quefto feudo s'intenderle intenderebbe infìeme fé valere
cento crazic: e così le intenderebbe per mezzo della fua natura, e non per
concetti d’argento, e di crazie: così fé la gioia fé conofcefle, conofcerebbe
quel milione di feudi: ma non pella natura dell'oro, ò dell'argéto, ne pella figura delli leu di, ò
delle crazie, ò d'altra moneta. Iddio è
vno feudo ò vna gioia che racchiude in
fé lo eflere, & la perfezzione di
tutte le creature e più in infinito, ma fotto natura di Deità, e così le
intende, e cosi in vn modo quanto allo effere di infinità, quanto allo
intelletto creato è incomprenfibile, e quanto al SIGNIFICARLO AD ALTRI è ineffabile: perche
come fi può dare ad intendere ad altri quello che per noi non polliamo capire, e quello che è infinito come infinito è incomprenfibile dall'intelletto creato, et finito, & Dio
poiché produce ogni cofa di niente (cosi come infinita è la proporzione tra il
niente e quello ch’è attualmente) cosi è d'infinita poteftà, non folo quanto al
durar fempre: ma ancora in vigore. Sino a qui penfcrò, che da voi gentiliflìmi
(piriti fi fia intelo benifs. quello, che SIGNIFICHINO qfte voci Idea,
vniucrfale innanzi a molti particolari, et eséplari, fegue hora che io vi proui breuemente che l'Idee, et efemplari
delle cofe fiano nella mente di Dio; la qual verità non iolamente è confefTata
da noftri Theologi, che non poflbno errare cauandola dalle diurne fcritture,
doue fi dice che Dio è sàpientiiTimo, ottimo, omnipotentiffimo, e che intende
fino i lègreti del cuore: ma ancora fi concede da Platone, e d’Ariftotile
Principi dell’umana fapienza
Platone nel Parmenide pone nell'vno, & nel primo
ente l'Idee, le quali participate ed imitate, fono cagioni
dello cflerc y et delia moltitudine delle cole: nel Timeo pone due mondi, il mondo efèmplare, che iòlo colla mente fi
comprende da noi: et poi il senfibile, che fi conofee ancora col
fenfò. Nel Conuito due Venere vna intellettuale, che é
?ordine, & la grazia, che
refulta dalla moltitudine delle Idee, l'altra celefte, che
confitte nell'ordine di tutte le creature del Cielo, e deirVniuerìo. Cosi
Ariftotile nel primo della Metafifica dice, che la fapienza é vna cognizione di
tutte le cofe pelle prime cagioni, la quale principalmente è in Dio, e di Dio:
adunque lècondo il maeftro ancora di coloro, chc fanno, e che lòno dotti nell’umana
Filofòfia le Idee, ò notizie cji tutte le cofe fono in efio Dio Principe deirVniuerib; nel decimo
delfEthica dimoftra come à Dio ci aflòmigliamo propriamente nell'atto
dell'intendere le cole diuine, et ipecolabilii come ancora quefto medefimo ci
proua Aleffandro Tuo eipofitore nel proemio Jbpra il primo libro della Priora, ò vero de Sillogi(mi; e nel duodecimo
della Metafifica ci infognano Ariftotile, & AleiTandro, che il bene defl'vniuerio è di due maniere, come ancora
il bene dell'elercito de' foldati, l'vno e
elio Capitano degli eferciti, nel
quale ftà principalmente il fine, che è la vittoria, l'altro è l'ordine
fenfibile delle file de'foldati, che pende dall'ordine, che quel Generale hi
nell'animo: coki Dio è bene dell'Vniuerfo in quato è quel ente, et quel bene,
che è amato e desiderato (òpra ogni coià, &
di più l'ordine intelligibile, che è nella mente di Dio di tutte le creami e, dal
quale pende l'ordine ienfibile di elle: Ecco che fecondo Ariftotiie ancora fa
di biiògno concedere l'Idee: come ancora con ragione fi può dimoflrarc,e prima fé a Dio fi niega l'atto dell'intendere
atto nobiliflimo, che operazione più nobile le gli può attribuire? certo ninna et
così fari in tutto oziolo: come bene argomentò quello gran Filoiòfo nel decimo
libro dell'Etnica^ vero de'coltami, e fé egli non intende tutte le codina folo
le ilcifojò le più nobili, adunque egli làprà me di noi, che se incendiamo di
molte et moke, come argomenta
Ariitotile contro ad Empedocle di GIRGENTI, che voleua che Dio non
intendere la difcordia, e le cole diicordanti: ma folo l'amicizia, e le colè
concordi, oltre che le fi concede, che
Dio intenda fc ftcflb, fa di bilògno ancora che egli intenda ih eflère caufa
dogri altra cola da elfo caufata, & dipendente, e la curia, e cioche pende
da eim fa, è oppofto per relazione; in guila che chi ne intende vno, intende
ancora l'altro. Adunque Dio intendendo le fteflò (come confeflbno Annotile, e il
fuo gran Cementatore Auerroe nel duodecimo della iua Metafifica altefto ?i
) s'intende come caufa vniuerlàle di tutte le cofe che da eflò
procedono: e cosi intende ancor quelle, &
quefte notizie ibno l'iftefle Idee, et ritratti delle cofe. Finalmente fé le
cofe delTvniuerfo Iòn ben goucrnate e per i debiti mezzi al loro debito fine
condotte, come si vede, e la natura non intende; adunque e retta eia chi le
intédc, & quelli ò è Dio, ò colà fuperiore à Dio, il che non fi può pure colll'animo fingere, e
penfàrc. La D. M. dunque intendendo le
cofe, & il bene di ciafeuna, & d quello indinzzandolc, come il làettatore la làetta alberzaglio non
conofeiuto da lei, le intende ancora, e le conosce benifiimo; di qui portiamo
intendere comc (b no molto più arroganti quei Filolòfi; i quali colle loro
fofifliche argomentazioni, e perche e' non
iànno rilòluere alcune obiezioni,
ardifcano di dire, che Dio non intende (è non fé ltefib, e che ei regge e
gouerna tutte le altre colè come la natura senza intenderle: di qui dico
polliamo conofeere che quefti tali fono molto più arrogacene non furono quelli
huomini così grandi et di corpò e d'animo, che ardirono mettendo monte (opra
monte di prendere il Cielo: però che
quefti così facendo fi penfàuano
arriuare à celefti corpi: ma quelli più su penlandò di peruenire fino à
Dio, lo priuono dell'intelligenza delle colè. Chi dunque bene e fottilmcnte
confiderà le autorità, & le ragioni non folo di Platone, ma ancora
quclle,che fi cauano da AriAoulc, è forzato di confcffare, u 8 Lezzione Tare, che le Idee e notizie
delle cofe fiano veramente in Dio: et ie bene cucilo filofofo in tanti e tanti luoghi, Se della Logica, e dell'Ethica, e della
Filosbfia naturale, e della Metafisica s'ingegna di leuarle via, inoltrando che
le non fanno ne alla produzione delle cole in alcun genere di caule, ne alla cognizione, e nel duodecimo della Metafifica fi dice che Dio non intende fé non
le itefTò: perche la liia faenza farebbe vile, (e ancora fi cftendeife
all'altre cole, le quali rilpetto a lui fon
molto vili, et imperfette: oltre che fé tante, e tante notizie follerò
nel ilio intelletto, come le fono nel noftro, e non farebbe firnpliciffuno atto
ne pura foftanza, ma vn comporto d'intelletto e di forme intelligibili, e cosi
non farebbe vgualmente perfettiflìmo,
perche la natura intellettuale in lui harebbe ragione di potenza, e le forme di
atti, & perfez.7Ìoni: accioche non legnino cotah incouenienti per non dire impietà, et à fine
(ì parli conforme ad Ariliotele, chc
-vuole 3 che in Dio fia laiapienza, e feienza del tutto, fi dee dire chc
quando egli niega l'Idee, le mega nel
fenso cattino et falso: nel quale l'erano intelc da molti: come bene di ciò
ciauuertilcono i Greci efpofitori: ma quelli dunque i quali penlano, che l'Idee
fiano agenti immediati urincipali, &
fuori delFeifenza diuina, s'ingannono non eifendo congiunte con
materia, nella quale lì fondano le qualità fenfibili, colle quali gl’agenti
naturali alterano 1 pazienti: ma bene l'Idee in Dio fono agenti che indirizzono
le cagioni naturali al bene, e rettamente adoperare; cosi chi penfa che l'Idee
eiìendo forme ieparate fiano Felfenza formale intrinseca delle colè> che
fono fuori di Dio prende grande errore:
ma non già quelli, il quale crede che quelle forme che hanno vno efiere formale
diftinto e multiplice, dipenda da quelle che hanno l'eHerc vnito nella diuina
Eifenza, e che fiano multiplicate folo virtualmente, come di fopra da me fi è
efpoito. E' ancora falfo il penfare che l'Idee fiano cagioni finali che terminino
le generazioni delle colè: attefo 1, 9
attefò che cotali fini
s'acquiftono di nuouo, e no precedono la generazione, ma fon fini per
cóformità in quanto i fini, à quali terminano le generazioni fi confermano con quelli del mondo ideale, et
intelligibil. in vltimo quando fi diccua che l’idee non feruono a conolcerc, ed
intendere le cofe, perche noi le intendiamo, apprendendo le fimilitudini da
effe per via de'ièntimcnti, e dello
intelletto. fi dee dire, che
quefto argomento folo conchiude che nel noftro intelletto porTibile nò fiano le
notizie delle cole, dì maniera che il noftro fàpere fia vn ricordarfi come penfauano i Platonici, percioche l'anime
noftre fono come tauole non iicritte – TAVOLA RASA – Locke – Grice – the bete
noire of Empiricism -- e libri no ilcritti, doue'ii può scriuere ogni
cognizione, perche fiamo nello flato doue fi va dall’imperfezzione alla
perfezzione, come dal non potere generare al potere, dal non làpere al fapere:
ma il primo huomo Adamo cosi come ei fu creato perfetto quanto al corpo, che
poteua lubito generare delh altri, così fu creato perfetto quanto all'anima, e
gli furono infufe da Dio le notizie e le
fpetie di tutte le colè quanto baftaua, acciò potetfe ammaestrare gli altri, &
perciò potette porre il nome conveniente ancora à tutte, come fi dice da Mosé
nel Genefi, et tutto quefto conlèntono i Theologi, come AQUINO nella prima
parte delia Somma alla dift.^.art^ . Non
lì niega dunque che le idee non fiano in qualche modo in Dio: anzi è
neceifario che le vi fiano: come da me fi è dimoftro, e fé
in Dio è la làpienza, e cognizione delle colè per la notizia di fé fteifo, che
è la prima cagionc, come Ariftotile confeifa nel primo della Metafifica, & altroue
Platone nel Timeo, & in molti altri luoghi. E qua do i peripatetici
opponendoli à quefta fermiiììma et importatiilìma verità dicono che Dio fi
auuilirebbe fé egli ìntendelie altro che le ftcilo. fi dee rifponderc chc Ariftotile per quefto
argomento nò niega in tutto et per tutto la cognizione dell'altre cole da Dio,
come li è prouato, ma la niega in quel modo che ella è in noi e che la hz
pòtrebbe concernere in Dio qualche imperfezzionCjCO* me auuerrebbe feUio nello intendere
dipcndelfc dalle cof., che fono fuori di lui, e da effe apprenderle le notizie
ci oselle, à guifa che facciamo noi 3
anzi la Icienza di Dio, tra Faltrc differenze ha ancora quella per la quale
ella fi diftingue dalla noìtra: perche
la iiia è caufa delle cofe, e la noitra da elle è cagionata come beniifimo ci
in'ccnail gran Comentatorc nel duodecimo libro della Mctarifica j ci quella altiflìma verità non
meno è conforme alla condizione dell'intelletto diuino, che ella (I fìa ad
Àriftptile, et à Piatene, i quali tra
tutti i filosofanti tengono il preircìpatò: e dico conforme alla condizione di
Dio l'intendere per vn mezzo interno che è la fua diluna efTenza, perche al
primo, e diuino intelletto, come atto puriffimo, e mafTimamcnte non (è gli
conuicne rice i-er le fpcv-ìc da akri,ne
auerle in fé fteife multiplicate: ma all'intelletto noftro come pura potenza, et
come congiunto à materia corporale a
ragione conaicne l'intendei per le fpezie e fimiglianze, riceuute da diuerfe
cole, e riformate dall'intelletto agente cosi ancora l'intendono quégli due
gran Fìiofofì, come di (opra fi è dipioftrato di Dio, e come del modo del
noftro intendere £ d.J chiara e fi tocca da Platone nel Filebo, doue ei dice che
l'anima npfìra è come vn libro non ifcritto, & che GLI SCRITTORI SONO I
CINQUE SENSI, e nel fettimo della republica coll’elèmpio di collii che è legato
in vna fpelonca in guiia che non vede (è non le fimilitudini, e l'ombre delle
colè, et noi fiiiolto le feorge chiariiTimamente, ci monVa co ipe 1 miprrip
dalla notivia delle colè di quaggiù s'alzi alla cognizione delie cofe diuine, et
d’Ariitotile nel ter-io dell'anima: deueper viade'fenfi, et rer virtù dell’ intellètto agente li efpone
come noi intendiamo tutte le cofe e nel icttimo della Metallica fi rende
ragione per rodotte, come determinano beniflìmo i Theolo-- i,& tré'
B j ° gli Lezzione tefo che per
quello che è diritto et retto fi giudica del
torto, & nó al cótrario, come dice Arift. nel 1. dell'anima. Più
oltre molti e molti affermano che in Dio ncn
fo- no i ritratti degli effetti carnali e fortuiti: perche cfuefti non procedono le non da cagioni
indcterminate, & di ra lo, e la
feienza è di quelle cole che dipendono dalle lo ro proprie cagioni et tèmpre; e
fé ciò è vero della faenza noftra quanto più della feienza diuina. Ma quefti fi
ingannano prefupponendo in pnma che rifpetto a Dio G. dia la fortuna ed il caso,
e gl’effetti fortuiti: attefo che Pio intende ogni colà, e rilpetto a lui quefti effetti procedono da cagioni certe, ma
R bene a noi incerte ed occulte, $c fon
«épre nelle loro caufe, come Jccliffe
del Sole, Del Verino. 2$
le;& della Luna nelle loro.
Si penlàno ancora molti de’Platonici che nella
D. Sapiéza nò (ìano i modelli di quelle colè che naicono di
putrcfaz.ione, comc efèmpiprazia de’vermi, si perch'eglino no pelano che in Dio
{ìano i ritratti delle colè vili, si
ancora perche e'fi dano ad intédere che cosi fatte cole nò fi riduchino fotto
l'ordine elsé-tiale delle creature: e nódimeno più dalla produzzione di cosi
fatte cole per virtù de'lumi, e del calore celefte proporzionato ììamo indotti
à venire in quella credè? a, che in Dio fiano Y Idee, che pell'altre cole,
perche elio folo sa quitti gradi di calore bilògna alla loro generazione
formazione, nò altramente che
l'eccellente fabbro sàquato caldo dee elfere il ferro per introdurui qualche
forma, & per farne qualche colà, come confella il grà Co mét. Auerroe: &
pili oltre participàdo quelle colè di qual che forma, e la forma è vn certo
bene e certa perfezzione della materia, con1e
C\ dice nel i.lib. de' princ. all'Si.t.
e mercè di lei la materia diuenta qualche cola lpeziale; per qfte cagioni io mi pélo che le bene le lìano vili
qua-to alla materia che le siano però di
qualche perfezzionc quato alla forma, e pche
fon buone a qualche colà, no ci' sedo da Dio, e dalla natura fatta colà alcuna
i damo, ma à qualche fine, & a qualche vtilità: E fé pur alcun voglia te
nerc che ciò che fi genera p putrefazione non fia dell'ordine efséziale delle
colè deH'vniuerib, ne di elle fiano le
Idee in Dio, nò perciò legue, che nò l'intenda per l'Idee di'qlle fpezie più
rimili, e che fono dell'ordine elséziale del Modo, quale di quefte due rifpoile
fia nò lòio più co forme alla dottrina de'più eccell. Filoforanti, ma ancora
(& qfto impòrta all'onore della
D.M.& alla làlute nra) io mene rimetto in quello, ed in ogni altra
cola da me pé fata, detta, ò fcntta, à più
giudiziofi, e lbpra tutto à quello che netiene e determina la
S.M. Chiela Cat. Ap. & Rom. Più oltre della materia prima non e
dicono alcuni Idea non eiìèndo ella forma, ne di lùa natura colà formata, mi;
Dio intendédo le forine, infieme intende il loro foggetto. B 4 t'iwls Lezziome finalmente de’generi delle
cofe non fi pone diftinta idea confiderata come elèmpio dall'Idea delle fpczie:
non fi ritrouando mai i generi fuori
delle loro fpezie. Da tutto cjuello che da me C\ è ragionato dell'Idee fi può raccorre quello
che le fiano, dicendo che le non iòno altro che la ilella divina efienza non
alfolutamettte, ma in quanto le fono fimilitudini, ò ragioni delie Tue creature,
e come quella che è partecipata da efle lotto diuerfi gradi di più, ò meno perfezione, mercè ancora delle
quali di tutte le cole ne ha ottima
prouidenza. Puoflì ancora quella dirHnizione dell'Idee con quella ragione
procedente per diuifione cosi ritronare, & confermare, argomentando in
quella maniera. O Dio intende le cole, che fono fuori della lua diuina
eilen7a,ò nò. non fi può dire che non
l'intenda, perche egli intende le ilef lo, e cosi fc eifere caula d'ogni cola, adunquc
egli intende ancora ciò che è fuori
di lui . il dire che non intenda
aflblutamente farebbe non folo fomma impietà ma ancora vna delle maggiori bugie
che fi poteife dire, perche qual più eccellente operazione Te gli può
attribuire, che lo intendere? più oltre le Dio produce le cofe bene, Se bene le
regge, & gouerna; adunque ancora l'intende, altramente d’n'intelletto
liiperiore iàrebbe retto e guidato, come gli linimenti dallo artefice che sà, & incende quello ch'ei
fa con eifi, & eglino nò: e dunque colà chiara et fermiilìma verità, che
Dio intende, e non lolamuc le fteflb, ma ancora l'altre cofe ch'egh produce, e gouerna,
e di più quelle che nò ha prodotte, & polche Dio l'in fède, e conofce, ò e'
fa quello p vn mezzo che fia fuori di le fteflo, ò che fia in lui. fé fuori di
le follò, ò le fono forme colla materia,
parlando delle cole matenali, ò le lòno fpezie, & fimilitudini
attratte dalla materia, no è ragione noie dire che in alcuno di qfti modi Dio
le intéda si per che'I Tuo lapere
dipéderebbe dalle cole come il noflro, 6c no farebbe in tutto perfetto, si
ancora poi in particolare, perche le egli incédeife le forme, come difterici
nella ma «cri* 2f tenia ad ette voltandola, no farebbe
proportione tra il fuo irttelletto, che è atto puro, & le
forme materiali. noi ancora non conofciamo le cole fé non per mezzo delle
fpezie attratte dalla materia e fpiritali, come fono i Icnfi, & molto piti l'intelletto,
fi.vilmente non lì dee credercene Dio intenda le forme materiali per le fpczie
attratte dalla materia, e dalle fiic condizioni, perche ò le lòno tali per
opera dell'intelletto adente, e cosi
lopra Diobiì ò- gnerebbe porre vn piu nobile intelletto che lo reduceffe
dalla potenza dello intendere e del lapere allo atto, e la dia fcicn7a non
farebbe fempiterna, ma nuoua, ò veramente quefte forme aitratte, 5: fuori di Dio, fòno di loro
natura tari,: cosi Dio nello intendere dependerebbe d’altri, e non farebbe
perfetti/fimo: in niun modo adunque Dio intende le cole per il mezzo che fia
fuori di lui. Kefta che lì vegga come ei
le conofea per vn mezzo che fia dentro di lui; dico adunque che ò que^e ìono le
forme, & le fyezie delle cole, ò elfa diuina elfcnza, fé le fpczie delle
colè, ò colla materia, e cosi egli farebbe materiale, Se non in tu ito ottimo, e
pur: filmo atto, ò lènza materia come l’immagini
fono nello specchio, il quale fé fulfe natura intelligente per effe
intenderebbe le cole, che iono fuori di lui; m quello modo ancora
non è da dire che Dio intenda le creature: però che egli non farebbe atto
purilTimo, ma vn comporto della natura intellettuale, come potenza e d’effe
forme, come atti, fìmilmente non farebbe in tutto ottimo, e perfettiilìmo:
perciò fi dee conchiudere che Dio intenda tutte ie cofè che lbno fuori di lui
per la fùa diuina clfenza, & non pereffa come infmìta: perche cosi intende le iìefio, il
quale è inrmito, fic le creature fono finite; e quale più e quai1 meno
participa dell’efferc e della perfezzione: adunque l'Idee in Dio non fono altro
che eflà diuina ellènza, come rappresentatrici al D. intelletto delle creature, e secondo che
ne partecipano più ò meno. AgoiHno Santo nelli%ro dcÙ'otcStatre ouiitioni alla quiitione
46 le
dirHnifcf CQH LEZZIONE cosi
dicendo che le fono certe fornicò rigioni ftabili, & v fempiterne, e no fono formate, & fi
contengono nella di ulna intelligenza, e che le h di ino lo prona cosi, perche
il Creatore [cf. Grice, the creatures] con retta ragione fa le cofe, &
co altra
l'uo-mo, & coll’altra il cauallo: e che le non pollino effer fuori
del Creatore è manifefto, dice, perche fuori di lui ei non cótéplaua cofa alcuna. AQUINO (si veda), la cui dottrina è
cotanto reale, sicura, e santa, ancor egli nella prima parte della Soma alla q. 15. tiene che
glie ncceflario porre l'Idee nella méte diuina: che le fono più, e che le non
fono altro che ella Diuina cifenz.a non allolutamente confiderata ma in quanto
è efempio et ragione delle cole create da Dio > 6 che pòtrebbe creare. Speditomi nella prima parte dal ragionamento dell'Idee,
leguita hora che in quella feconda io difeorra alquanto delle bellezze di M.
Laura, quanto però appartiene all'intelligenza di quefto Sonetto, doue fa di
bifogno primieramente intendere quello che fi fia la bellezfca, dipoi di quante
fpezie, & terzo in quello che le conuenghino tra loro e in quello che le
fiano differenti. Quanto al primo punto la
bellezza non è altro che vna certa proporzione e grazia che reliilta da
più cofe, onde per il contrario le colè brutte fon tutte quelle che fono
fproporzionate nelle loro parti, &
condizioni, & fenza alcuna grazia.-quetta difHnizione è più prelto
pre(a da principij interni iolamente, de quali ella è compofta, che altramente,
come fono in cambio di forma proporzione e grazia, e in cabio di materia più parti, ò più condizioni: legno di
ciò che vna colà fola, come vn'elemento non fi domanda bello. Puollì
ancora difKnire la bellezza più
perfettamente dicendo ch’ella è vn fiore, ed vna grazia, ò fplendpre. di più bontà, & perfezzioni vnite che è arde
tifììmaméte disiderata. dicesi fiore, grazia,
e splédore per 4i^inguerl4 dal iuo eontiario,, chc. e la bruttezza composta di
più perfezzioni defettiuc vnitc, ma
{proporzionate e discordanti. Più oltre
fi aggiugnc in più bontà, perche come fi é detto vna colà in tutto femplice, &
come fcmplice confiderata non fi domanda
bella, ancora che come partecipe della forma Tua iemplice fia buona, come
fi è'dato l'efempio d'vno elemento.
Terzo ho detto ardentiflìmamente disidcrata, perche cosi ancora la bellezza
Ci diilingue dal bene come bene, che
none cotanto amato e disiderato, e quando pure alcuna forte di bene fia troppo
amato, co . roc dagl’avari fono le
ricchezze, dagl’ambiziofi gl’onori, dal vulgo i piaceri del senso, e che Ci dice e' ne fono innamorati, quefto
auuiene per certa fimilitudine di ecceiliuo amore di qui fi poflbn cauare le
ragioni di alcune òccultilìime verità. Tvnaè, che la materia prima perche e lòftanza femplice, e non
è buona, non eflendo forma, ma lbggetto
atto à riccuere le forme non è bella ne brutta, e fi dee dire propriamente non
bella, & nò buona, & quella medefima cófideratacome informata di tutte
le forme séz’ordine e proporzione è buona: ma bruìta, e come informata delle
forme con ordine e propor.7ione é beila e buona. l'altra nafeoià verità è che Dio perche è Comma bontà e perche
con iòmma ed infinita proporzione et grazia
le contiene tutte in vn modo perfettiflimo, perciò è la fomma ed infinita bellezza, & merita d’eflere amato con ardentifììmo ed infinito
amore, 6 Ce gl’amanti delle terrene e create
bellezze sentono marauigliofi diletti senza alcuno difpiacere quando le ri
mirano come e3 vogliono: quanto più senza coinparatione ne sentono delimcreata, &
diurna bellezza gli An gipli sii in Cielo, e l'anime beate in eflètto, e quaggiù ì giufti et gl’eletti per
ifperanza. In vltimo fi può aggiugnere
alla predetta difhnizione e dire della bellezza veduta: perciochc fino à tanto
che la cofà bella no è veduta, ò con l'occhio corporale, ò eoo quello
dell'anima, eh e la
mente, niuno iène innamora. Onde il noftro Petrarca quando le bellezze della
ina donna gli danno di!piacere, fi doleua
d'auerla guardata dicendo. Occhi
pianate accompagnate il
core, Jt
Che divoftiofalltr morte foftiene.
E Cavalcanti nella lua così dotta, come ofeura Canzone dell'amore dice
che viene da veduta forma che s'intende. Quanto al fecondo punto, che era delle
fpezie dell'ai more quante et quali le fìano. fé vogliamo feguire il
parere di FICINO, il quale più
copioiamente, e più fottilmente chealcun'altro de'Platonici, ragiona d'Amore fopra Famorofo Convito di Platone fi dee dire che le fono di tre
maniere, vna dell'animo, qhe fi conoicc
colla mente, l'altra del corpo, che fi feorge
colla vissa, ed vna delle voci, la quale fi comprende co l'vdito, ma
fé fi riguarda à quello che fi è detto dell'Idee e della
bellezza con Platone e con
Ariftotele di fopra, ed alle parti principali dell'uomo, pare che le
bellezze fiero folo di due maniere, vna del corpo, che si conofee col senfo
della vista & coll'occhio corporale; e l'altra dell’animOjche fi contempla coll'occhio dell'anima, che è la
méte. É volendo difendere il nota M.
Marfilio {pudore apprellb di noi Latini
della Platonica Filofofia fi può dire
che la diuifione di Platone nelle due Venere, cioè nell’intelligibile, &
nella sènfibile, e le quali in quanto (ì
confiderono ncll'Vniuerfò, iòno da Ariitot'ile
chiamate ordine delle cofe intelligibili in Dio, ed ordine ienfibile
nelle ipezie del mondo fuori di Dio, fi può dico dire che quclta diuifione è
prefa dalle oppoite bellézze, atte(o che vna è immateriale ed in Dio,
raltrafcnfib;1e, & tuo ri della diiiina eiìenza, cos'i è preia da due diuerie potente che fono in
noi, e queite (òno l'intelletto ed il senfo.
Ma Ficino via la diuifione, et ibeto diuifione infieme volendo dire cosi
che iàbellezza, et mafiìmamente con- Édérata
neU'iiuomo>ò nella donna, è
ò dell'animo folo, del corpo lòlo, ò dciranimo, & del corpo infìeme: quale è
la bellezza e la grazia delle voci et
de1 gentili ragionamenti; perciochc in
quanto concionano all'orecchio & all'vdito corporale, & con moto
corporale dell'aria, é bellezza corporale, ma in quanto a' gentili concetti, c
nobili affezzioni, Se disij, che le SIGNIFICANO, che fono nell'animo, e
bellezza interna e dell'animo. Puofli ancora dire che le bellezze eflenziah del
mondo grande e del piccolo che e lhuomo, fono di due maniere vna intelligibile^ l'altra senfibile 5 delle
quali quefta cosi è fcala e mezzo à quella, come il senso ierue nelle
cófiderazioni all'intelletto. ma per accidente poi, perche all'intelletto in
noi non iolo ièruc la vifta, ma ancora rvdito, perciò ancora ci fu di bilbgno
della bellezza e grazia delle voci 5 E le alcuno dicerie fefonoeuenzialmente di
due forti di bellezze, ò di Venere una intelligibile, e l'altra sensibile:
donde nasce che alcuni de’maggiori platonici pongono tre sorti d'amori, uno bestiale,
che è IL DESIDERIO grande, che moki hanno di goder la bellezza sensibile co
diletto carnale del tatto. L’altro umano col quale dama la medefima bellezza
con onestà, ò per dir meglio con minore errore fermandoli in efla; ed il terzo
amore è intellettuale e divino e perfetto, perche termina alle diurne bellezze,
le quali iole co le tre divine persòne sono il vero oggetto fruibile, parea
ragionevole che quanti io no gli amori tante fiano le Venere, ò vero le
bellezze eiiendo queite cagioni dell'amore più oltre fi può cercare da qualche
bello ipirito, perche la bellezza fi chiami madre dell'amore, e non padre? e perche
la fi chiami col nome di femmina, fendo cola perfetta, et l'amore col nome di maftio, che è
imperfetto, & cógiunto colla pouertà ò mancamento. Al primo dubbio fi dee
riipondcre chc fecondo i duoi oggetti dell'amore eflenziali, che fono la
bellezza sensibile e l'intelligibile, sono
ancora due amori soli il sensibile, e l'intelligibile; ma per accidente poi; perche
alcune ni hanno dell'animale e del bruto seguendo i piaceri del Ieri lo: diquìé
che l'amor loro è sensuale e brutale insieme. Al secondo dico rimettendomene a
più lottili, ed à più intelligenti che la bellezza si domanda madre e non
padre, e con nome di femmina, e non di maftio, perche la bellezza senza
l'amante atto a innamorarli, e senza il dilcorrerui intorno è cagione
imperfetta dell'amore, come la femmina senza il maftio non può ancor ella
generare ne le ftelle fenza il Iole, Venendo
ora al terzo capo dico che la bellezza intelligibile e la senfibile conuengono
primieramente in più condizioni, poiché tutte e due lbn grazie, fiori, e fplendori,
tutte e due fono di più perfezzioni, & in pili forme, ò beni fi
fondano, & noninvnfolo. Terzo tutte
e due iòno oggetti di potenze cognoicitrici, e quarto fono difiderate di amoro{b, et vehementilfimo difiderio. Sono lecondariamente uuette due Venere ò bellezze
tra loro differenti primieramente perche vna è di cofe Ipiritali, l'altra corporali: dipoi vna fi comprende con
l'intelletto, Faitra col fènfo. Terzo vna ne guida Tempre al bene operare, che
è l'intelIettuale bellezza, l'altra talhora ne fa cadere in rei diade
rij,& in più fozzi fatti per
difetto però di noi, et queita è la senfibile. quarto l'intelligibile non fi conofee da noi per
fé fterTa, & chiaramente,
che le fi vedelfe chiaramente, molto più ci accenderebbe d’amoroso desiderio,
che ella non fi, il vederli chiaraméte tocca folo alla bellezza del corpose
però ella lòia ardentimmaméte da noi è amata: come ne moitra l'eiperienza in
ogni fecolo, come ne fanno ampiflìma
tede i'Iftorie, & Petrarca nel Trionfo d'Amore, et come
bene dice il Diuino Platone nel Fedro & la cagione perche la
bellezza fia lommamente amata e difiderata e perche il bene è colà amabile e difidcrabilc, più beni molto più, et le vi
è la grazia ancora in fommo, &
ardentifiìmamentc. In quella vltinia parte di quclto mio difeorfo fi dee
da me lpiegare il raara-iglielò ordine, che uenc in questo Sonetto Petrarca in
celebrare le bellezze della dia Madonna
Laura, et 'fi dcono efporre alcune voci
deltefro: accioche e l'artifizio, e tutto quello che qui dal poeta è detto
della sua donna, s'intenda chiariflimamente, e fi deono muouere Se iiciorre alcune
dubitazioni per difefa di quello che fi farà detto. Quanto all'artifizio, ò vero ordine io ci auuertifco
tre -cole la prima che il poeta primieramente nel primo quadernario ragiona
delle cagioni delle bellezze della tua M. Laura e poi nell'altro quadernario.
ne due terzetti parla delle bellezze,
ieguendo in ciò l'ordine di natura, fecondo il quale le cagioni precedono i
loro effetti. La seconda cola che io ci noto è, che queflo Poeta lodando le
gmzie di lei compitamente dalle loro più prediate cagionile celebra
prima dalle cagioni
antecedenti, che fono l'ideale
bellezza, il cielo, e la natura, dipoi dalla ca^ione che
accompagna quella suà donna, che è il iiio viiòcon legge e maeftria
fatto dalla natura: e terzo da quella, che fegue che è il fine che fegue
all'opera beila,& e per moitrar
quaggiù in terra
quàto lafsù potea. Vedete,vedete vi prego giudiziofiflimi accademici, come
compitamente, e con ordine efàlti le bellezze della lui amata: conforme al compimento
di ciascuna cosa, il quale stà nello aver tre parti il principio, il mezzo, ed il
fine, come con tre prcue ci dimostra il Lizio nel Cielo, cioè dell'autorità di grandinimi
filosofanti, quali furono i pitagorici, dai numero che fi via in ogni religione
di honorare il divino, che é il numero ternario, e dal perfetto modo di parlare
de’greci al quale gli induce la natura delle cose. La terza ed ultima cosa che
si dee avertire intorno all'ordine, che tiene M. Francesco in questo e leggiadria
ed aitifìziofifs. Sonetto in celebrare le maravigliose bellezze della sua donna
è, che egli procede nel fecondo quadernario e ne’due ternari. In questa
maniera te- ff Lezzione facendosi in prima dalla bellezza
del corpo più alta, quale e quella delle chiome corrispondenti a quella del sole
di cielo, dipoi segue di dire della occulta, conforme in qualche parte à quella
del sole diurno e mutabile, e terzo discende alle bellezze delle parti più basse,
e prima alla bellezza, e leggiadria degl’occhi, che con la vissa si comprende, et
poi della bocca dividendola in tre. Una,
che ancide per pietade, et confitte nel dolce sospirare. L’altra nel dolce esprimere
de’concetti. L'altra nel ridere dolcemente. E tutte e tre appartengono alla
bocca polla; di lòtto a gl’occhi, e quelli Iorio nel mez mezzo tra quella, e il capo, donde efeono i
capelli. Da tutto quello che io ho detto, potete ingegnosissìmi accademici conoscere
che quello nostro poeta non con minore
ordine ed artifìzio che con grazia, Sgmaeflà celebra ed ammira le bellezze e le
grazie del bel viso di M. Laura, e insieme
di qui si può da voi sapere come cosi le bellezze, come ogn'altro bene, s'ha dal
divino fonte d'ogni bontà, e d'ogni bellezza per mezzo de celesti lumi, e della
divina ed ideale bellezza. Quanto all’esposizione delle voci più ofeurc la
prima è quella qllo, che il poeta nitida [per parte del cielo;] alcuni
dellielpofitori di Petrarca per parte del Cielo dicono che egli intende le stelle
parti più dense de’celesti corpi, come i nocchi in un legno, e che egli parla
come accademico, tenendo che l'anime nostre sono tutte create ad vn tratto, e ciascuna
furie alìegnata alla sua stella; come racconta L’ACCADEMIA nel TIMEO (vedasi)
ma a me piace di cfporre per parte del
Cielo, tutta quella parte ò flellata, ò non iftellata, la quale con debito modo
riguarda il luogo dove è ingenerata – H. P. Grice, GENITOR -- , e dove nasce
quella si bella donna j attelb che dalla debita situazionc delle stelle
in cotal parte, come da cause uniuersali nasceno le grazie di lei: come
vogliono gli’astrologi, e cosi piace ancora a quello nostro poeta, come si può vedere in quella £iuzone, il cui principio è queilo. MJ Tdctr
D£L VERTNO. j| 0> Tacer non pcffo, e temo non adopre o, contrario
effetto la mia Imgua al core l dove nella quinta stanza ei dice 1/ dì
che coftei nasce sono UJlelle, Che prodvcon fra voi feliii effetti j, 1/7
luoghi altt er eletti uvna ver l'altra con amor converse. In questa parte del
Cielo: come in cagione efficiente,
mediante il lume et il moto è il bel viio di M. Laura, e nell'idea come
in eiempio [onde natura tolge.] Puoi si
per natura intendere la forma degl’agenti naturali i quali prendono il modello dell'operare bene dal divino, in
quanto da esso sono bene indirizzati fé bene non intendono. O vero per natura si
dee esporre il divino itesso, donde dipende tutta la natura, nel qual SIGNIFICATO
– H. P. Grice, NATURAL MEANING -ancora Tintele il LIZIO quando nel primo del
Cielo ei dice che fa natura fece bene a lpogliare il corpo celedte d’ogni
contrarietà, da che douea elìere eterno, secondo che e^lì lì pensa, piìi pretto guidato da ragioni
uumane che dall’infallibili verità – 2 + 2 = 4 -- , che altramente ci mostrano.
Più oltre leguitando [ per vn cuore dove sono unte virtudi
accolte] Petrarca intende non il cuore, che è parte corporale prima
dell'altre: ma o L’ANIMO, che rifiecie
nel cuore, nel qual ientimento vfìamo di
dire io ho in bocca cioche io ho nel cuore, o vero per l'uno e l'altro: anelò
che formalmente il cuore èl'iiteifo appetito sensitivo, del quale la virtù é
moderatrice, e delle parti materiali gli spiriti sono il soggetto delle spezie
di esse virtà come conofeiute, come
d'ogni altra cosa che si conosce. Quanto alle dubitazioni qui dirà qualche
ingegnoso spirito come può cilere, che il leggiadro viso di M. Laura fulge in
qualche parte del Cielo, e in qualche idea ì atteso che il bel viso di lei è cosa
particolare, e il Cielo, e l'Idea sono
cagioni universali. Dipoi come celebrali Petrarca la bellezza della sua donna, e
dice che la somma e di sua morte rea;
attclà C cht LEZZION E che fé le grazie
dell'ANIMO, e quelle del corpo di lei sono congiurate contro di lui, ed aspirano
a darli morte, sono crudeli, ed unto più fi deono biafimare che lodare quanto
la morte è cosa rea e la vita cosa buona. E finalmente come può Ilare che il
dolce riso di lei, i dolci sospiri, e il
dolce parlare, sono cagioni che amori
iani,e anci da, che
iòno effetti contranj, e douerrebbero nascere da contrarie cagioni, di
maniera che SE i dolci sospiri, il dolce parlare, e il dolce riso danno
all'amante la sanità e la vita; L’amaro sospirare,
RAGIONARE e ridere lo fanno infermare e lo
conduceno à morte. Al primo dubbio e primieramente quanto al cielo di co, che
egli si può considerare in due modi. In uno da per le lenza le cagioni particolari di quaggiù e senza la particolare materia e in un'altro inficine
con quelli agenti e con quella materia
jnel primo modo è vero che il cielo no può eiTerc causa delle cose particolari, come di
particolari leoni, cani, ed uomini, altramente in damo farebbe data dal divinio
la virtù del GENERARE – H. P. Grice GENITOR -- à questi inferiori agenti, nel secondo
modo è ben vero: atteso che ogni movimento di quaggiù fino all'alterazione, per
la quale lì dsipone la materia, e si
generano le cose pende dal movimento e da
lumi dei celesti corpi, come ne mostra cosi l’esperienza, come IL LIZIO ancora nel sècondo della GENERAZIONE – H. P.
Grice, GENITOR -- e della corruzzione e nel
primo della Metheora, oltre che la ragione il medesimo ci
confermalero che SE i cieli con il loro
moto, e con il loro lume non cor correderò gl’agéti di quaggiù alla produzzione
delle coae generali, non conosceremo come il divino è la prima ed uniceraale
cagione di tutte le cose, ed al cielo che interne coll'intelligenze participa
molto più della bontà, che le creature di quello mondo inferiore, farebbe
negata la virtù di comunicarla ad altri, ed all'altre creature mcn buone
conceduta, & l'vno et l'altro farebbe non meno inconveniente
che falso. Secondariamente quanto all'idee,
le quali sono nel divino dico che fé bene le fono cagioni vniuerfali delli
effetti in if pezic da per loro confidente, nondimeno con gli agenti
particolari, et con la particolare materia, fono ancora cagioni particolari.
Puoflì ancora dire che l'Idee, fé fi considerano come forme in Dio che è caufa vniuerfale, in quefta
maniera, ioti caule delli effetti Ipeciali, ed uniuerfali ma fé le fi
contemplano in Dio come cofa che è maftimamente in atto come ancora i
particolarità quella maniera Dio intende più prefto in particolare, che in
vniuerfale, et cosi ancora ne è cagione più oltre che cofà non iòlo fallà, &
empia, ma ancora ridicola farebbe quella de’ Fiiofòfanti, fé credeflero che Dio ch'e l'ottima,
Scleccellentifs. cagione, e che le foftanze particolari, fono più pertette che
Tvniuer(ali, come fi dimoftra d’Ariftotile nel capitolo della foftanza e
nondimeno più prefto fi penlàifero che Dio producefTe rvniuerfali cheleparticolaii,
& che più prefto di quelle che di quefteteneffe cura, perciò vfizio è di
huomo fàuio, pio, et amatore del vero, tenere, che Dio et in vniuerfale, ed in particolare fìa
autore delle cole, et tanto più in particolare, che in vniuerfale: quanto così
fono più perfette che in quel modo e cosi deono credere dello intendere di Dio
e chi non sa rifoluere le argomentazioni più forti che in contrario fono itate
ritrovate da fottili ingegni, dee più prefto in ciò confeffare lz fiia
ignoranza che per non fare quefro che farebbe fegno di modeftia incorrere in quelli tre
grandiflìmi vizij di stoltizia, di menzogna, e d'impietà. Alla terza ed vkima
difficultà fi può rifpódere che gli effetti contrarij poifon nafeere da vn
medefìmo agente ò da due agenti contrarij'. da vn medefìmo in più modi, ò
perche egli fìa diversamente dispotto, ò i fuoi finimenti, o la materia, ò
perche in diuerfit é piafpirià diuerfì fini può vn medefìmo agente effere diuerfamente difpofto &
così cagionare diuerfì eftetti come il gouernatore e maeftro di naue con
la fuà prefenza e coll’arte fùa faiua la
iauc dalle fortune del mare e de'corlali e colla suà C a alfe*
;£ Le 2 z ione fllTcn?!, ò non fapendo ben farti, è caufa
del contrario umilmente fé vn medelìmo agente fi lèrua di linimenti diuerfi,
farà diuerfe operazioni e contrarie, colle
tana- glie esépi grazia vn legnaiuolo caua gli aguti d'vn legno e col
martello ve gii ficca, vn'eccell. pittore le ha buon pennellij & buon
colori fa vna bella figura, le altramente brutta. Che più oltre vn'iftelfo
agente, mercè della divertita della
materia faccia contrarij effetti, è chiaro di qui perche il Sole indurifee la
terra, che e tenera per efiere mefcolata coll'acqua, ed intenerire la
cera. aelFaz.zioni umane vn'iftelfo capitano
delli elèrciti Ce ha per fine la
vittoria per quella rcpubl. pella quale e5 combatte la può conlèguire. fé la
perdita e la rovina ancora di cotanto male può eifere caufa; e cosi la
diuerfità de’fini è caufa ancora, che d’vna medemna cagione effettrice nafehino
diuerfi effetti, in vltimo, che duoi contrarij, contrarij effetti preduchino è
chiaro, il bene accende in noi desiderio
di le il eifo, & di qui è che ci muouiamo per acquiftarlo, il male cagiona
l'odio, ed il fuggirlo dalla fanità procedono le operazioni naturali Se buone, dairinfermità
fono impediti, e fatte imperfette, da queita diftinzione è manifefto come il
dolce sòspirare, parlare, e ridere dell'amata dia la làmta all'amante, fendo li
ella con quefte gra7ie prefente, e l'infermi, e dia morte con la fua ai-lènza, poi come contrarie cagioni
il dolce sòspirare, parlare e ridere, el fare tutto que :o con afprezza et sgarbatamente,
ne lègue ò la sanità e la vita o la malattia, 8c la morte nello amante, effetti
contrarij da contrarie cagioni procedenti. Da tutto quefto mio ragionamento può
ciafeuno di voi gentiliduni, et accortitììrni Accademici, e Vditori haucre comprelò,
chcilnoltro M. Petrarca non con minore
altezza ni concetti, ne con manco beilo ordine hi celebrate le bellezze et le
gra? ie delia suà M. Laura che con maeità e grazia di parole,
ateeiò che egli «el primo quadernario di quello sonetto l'eiàlta da tut- Del Verino.%f te le principali più degne cagioni come tra
le irrumentali è il Cielo con 1 fuoi più benigni lumi, i quali in luoghi alci ed
eletti si ridonarono il di che cortei
nacque, tra l'elemplari l'idea d'vna
graviofilTima donna, tra le agenti la natura prima, ò vero eifa prima, ed
iuprema cagione d'ogni cosa buona, et d'ogni rara bellezza, tra le formali più
notabilità grazia e la Ieggiadna, & tra le ma renali il vifo di queita iva
donna. Confederando più oltre che quello e dotto e gentil poeta nel lecondo
quadernario lèguita, ma più particolarmente
ài renderci ma rauigliofele bellezze di M. Laura, celebrandole fuechio
me, con agguagliarle al finiiììmo ore nel colore, e nello splendore e
preponendole alle chiome fparie all'aura di qual lì voglia ninfa, che (ì
ritroui ne' fonti, & di qual fi voglia
dea habitatrice delle lelue, e credo io, che à più eleuati ingegni
intenia di lodarla di carità attribuì» ta alle ninfe, le quali l'ardore delle
carnali dilettazioni eitinguono con
queita angelica virtù, non altraméte che il fuoco iìa eitinto dall'acqua cosi
voglia Ibpra modo significarci che ella ha in se raccolte le virtù in
eccellenza, il che e colà rara e solitaria come quelli che per attendere alle
diuine specolazioni, fuggono le conversazioni, Se li riducono ad abitare ne’dolchi,
e nelle felue nelmedefimo quadernario magnifica le virtù di queita dia donna dal gran numero che
ella n'ha raccolte nel suo animo quasi
volendo dire che doue nell'altre belle ne è vna, e óuq, ò poche più in lei iòn
tutte cosi dalleilremo poterebbe l'hanno in lui, che è di condurlo à morte per
l'infinite, e grandiilune pailìoni, eoa le quali tutta la fuà vita è mole-Hata,
e quello perche egli non teneua modo, ne anfora in amarle, onde ella molte
volte le gli moitraua disdegnofa, ed adirata;
e questo li reca infiniti tormenti, come pel contrario le benigne accoglierne
vq contento, vn allegrézza lenza termine Tcn#
$8 Lezzione Terzo ed vltimo più
in particolare ci efprimc le grafie e la forza d’alcune parti di
queftabelliiTima, e le?- giadriflìmà donna:
le quali grazie dico iono di alcune parti del corpo, come degl’occhi, del
cuore, e della bocca, e ci annunziano vna maggiore grazia che è quella del suo
bell'animo, quella degl’occhi è divina, e confifbe più che in altro nel
girargli con suavità, e perche per gl’occhi
molto si lcuoprono altrui, le qualità dell'animo: come i più dotti de Fisìonomi
ci dimostrano, & refperienzaftefla: di quìè che dal mouimento fòaue e gentile
degl’occhi si può prendere fpedito argomento del fuo bell'animo dal sòfpirare similmente con soavità,
si conosce vn'animo appaflìonatOi ma con certa moderanza comeauuicne in chi
modera gl’affetti col freno e colla legge della retta ragione. Le grazie
finalmente della bocca Tono il dolce parlare che ci dinota vna moderanza
nell'appetito iralabile che ci ìùole pella bellezza ò per qualche bene che
è m noi più che in altri inluperbire ed il dolce riio dolcezza e piaceuolezza nel
conversare, O Dio immortale con quanta
arte ci fai tu quaggiù in terra ed inquefta materia vedere la tua bontà e le
tue bellezze e con quanto ftupore cosi
dottamente e con tanta leggiadria di parole quefto poeta ce le ha
cfprefTe e cantate in quefto sonetto: perche non ho io potuto con quell'altezza
di concetti, con quel marauigliofo ordine, e con quella maeftà di parole, che fi conuenne, e che
io più defidcrauo difeorrerne digniilfimi accademici, ed uditori? perche dico
non ho io potuto così celebrarle alla presenza vostra? mercè credo io
della debolezza del mio intelletto, e della
rozzezza del mio dire, colle quali imperfezzioni è piaciuto alla diuina prouidenza che io fia, acciò più
illuftre e chiare apparifehino le perfezzioni e le
grazie di molti altri, & atfine che io comprenda, che tanto più fi Del Verino. 0 ri fono obbligato della
grata vdienza, che come corte fiiTimi mi auete data, quanto meno mi II conucniua, e perciò con tutto l’affetto
del cuore ve ne ringrazio. IO HO DETTO. Il Fini. Francesco Vieri. Keywords: Pico,
Accademia. Refs.: The H. P. Grice Papers, Bancroft; Luigi Speranza, “Grice e
Vieri: la dialettica fiorentina”, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria. Vieri.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vigellio: la ragione conversazionale al portico romano –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma).
Absract. Keywords: Storia della filosofia romana. Filosofo italiano. Amico ed
allievo di Panezio. Stoic philosopher. A friend and pupil of PANEZIO (vedasi), with
whom he also lives. He is noted by CICERONE in “De Oratore” to have also been a
friend of Lucio Licinio CRASSIO (vide), the greatest Roman orator prior to
CICERONE. All other information has been lost. See also List of Stoic
philosophers. References: Blits, “The Heart of Rome: Ancient Rome’s Political
Culture”; CICERONE. The first Stoic philosopher in Rome is the famous Panezio,
who joins The Scipionic Circle, lives for a while in SCIPIONE’s home and travels
with him for more than a year on a public embassy to the East. Besides SCIPIONE,
consul, and censor, at least six *other*
consuls study under Panaetius. They include LELIO and L. FURIO, both of whom,
along with SCIPIONE and Polibio, hear the three Greek philosophers at Rome; FANNIO;
Q. Elio TUBERONE, suffect consul, Q. Mucio SCEVOLA, and Rutilio RUFO. In
addition, Spurio Mummio, one of the legates sent to settle Greek affairs is
trained in the doctrine of il PORTICO (Cicero, “Bruto”). V., friend of CRASSIO,
consul, is Panezio’s friend and pupil, and lives with him (CICERONE, “De
oratore”); and Sesto POMPEO, son of the governor of Macedonia, brother of a
consul, and uncle of POMPEO maggiore, withdraws from politics in order to
devote himself to the philosophy of the Portico (CICERONE, Bruto, De oratore). Portico.
Pupil of Panezio. Marco Vigellio. Marcus Vigellius. Luigi Speranza for H. P.
Grice’s Play-Group, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Vigna: FILOSOFIA SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola --
la ragione conversazionale e la regola d’oro conversazionale – la scuola di
Rosolini – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosolini). Abstract. Keywords: inter-soggettivo
trascendentale. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Rosolini, Siracusa,
Sicilia. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia filosofia a
Milano, legandosi in special modo all'insegnamento di BONTADINI (vide) e SEVERINO
(vide). Con SEVERINO si laurea con la tesi, ‘La logica dell'astratto – generale
-- e la logica del concreto – particolare’”. Insegna filosofia a Milano e Venezia.
Presidente della Società italiana di filosofia morale. Si occupa della
filosofia del lizio, o peripato, e di neo-idealismo italiano. Si concentra in
maniera speciale sull'ontologia, proponendo una ‘semantizzazione’ del concetto
di ‘essere’ capace di risolvere la aporia del “parmenidismo” (vide VELIA) di SEVERINO,
che in qualche modo grava anche sulla speculazione di BONTADINI. Questa
‘semantizzazione’ permette di leggere nel ‘divenire’ (“x divenne y”), non
l'annullamento dell'ESSERE (“x e y”), ma piuttosto l’annullamento di UN ENTE.
La differenza fondamentale è proprio quella che passa tra l’essere ‘assoluto’
che *non* diviene, e UN ente finito che comincia e cessa di essere – cfr.
Grice, relative identity in Geach and Myro, and his schema on becoming after
von Wrigt in “Actions and events.” Questa impostazione ha consentito di
raffinare ulteriormente il tema della mediazione metafisica che sfrutta e
compone la posizione necessaria della totalità di un essere con la posizione
della totalità molteplice e mutabile dell'esperienza. Insieme all’analisi
di ontologia, si sono svolte quelle di etica (bio-etica). L'etica è intesa
fondamentalmente come un’annalisi del desiderio o volere, il quale, a sua
volta, è fondamentalmente desiderio di un altro desiderio (“meta-desiderio”),
cioè poi di un altro essere umano – il co-conversazionalista B -- che ci
desideri e ci riconosca. L'etica e così ri-condotta alle dinamiche di una
relazione inter-soggettiva, che si puo descrivere secondo tre modelli basilari.
Il primo modello è il modello griceiano – ariskantiano -- quello regolativo per
l'etica. E quello in cui le soggettività si riconoscono reciprocamente come
delle soggettività, e cioè come delle persone o degl’esseri che pensano e
desiderano in modo trascendentale. Il secondo modello, piu primitive, è quello
trasgressivo della ragione istrumentale. Quello in cui le soggettività
confliggono e cercano di dominare il soggetto che hanno di fronte, trattandolo
come un oggetto o istrumento -- o una cosa manipolabile a loro piacimento. Il
terzo modello, che si colloca a mezza strada fra i due precedenti, è
quello che V. definisce come modello griceiano ‘oblativo,’ in cui, mentre una
delle due soggettività riconosce l'altra e si dispone a trattare l'altra
secondo la cura e il rispetto che le convengono, l'altra soggettività non offre
nessun riconoscimento e cerca di imporsi sulla soggettività riconoscente come
soggettività dominante. Questa impostazione onto-etica si caratterizza per
il tentativo di fondare la regolatività etica del modello ariskantiano di Grice
su argomentazioni che partono dal rilievo irrefutabile della trascendentalità
della persona, la quale si trova invece contraddetta in tutte le situazioni di
rapporto inter-soggettivo ri-conducibili agl’altri due modelli (razionalita
istrumentale – Modelo II --, e razionalita di oppression – Modelo III). L’indagini
di antropologia trascendentale completano e chiudono questo percorso, ponendosi
come il termine medio che stringe e salda l'ontologia all'etica. Il concetto di
‘persona’ viene inteso alla Grice e Strawson come sinergia del concetto di
‘sostanza’ e di quello di relazione (la categoria della relazione di
Aristotele, la relati, o il ‘pros ti’. Sostanza (ousia,
sub-stantia, essential) è classicamente quello che permane e sta in
sé. La relazione, invece, è qui il rapporto intenzionale ad altro da sé. La
persona è una sinergia di sostanza e relazione perché è sia rapporto a se
stesso sia rapporto all'altro da sé, in quanto è essenzialmente una
intenzionalità trascendentale, ovverosia un orizzonte consistente di relazione
all'altro da sé, secondo il corso illimitato del desiderio che lo abita. Saggi:
“La dialettica di GENTILE” in “Giornale critico della filosofia italiana”, “La
religione nella filosofia di GENTILE”, “Giornale critico della filosofia
italiana”, “GENTILE, interprete di Marx”, in Enciclopedia. La
filosofia di GENTILE, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, “Ragione e
religione”(CELUC, Milano); “Filosofia e marxismo” (CELUC, Milano); “Le origini
del marxismo teorico in Italia: il dibattito tra LABRIOLA, CROCE, GENTILE, e
Sorel sui rapporti tra marxismo e filosofia (Città Nuova, Roma); “GRAMSCI: il
pensiero teorico e politico e la questione leninista” (Città Nuova, Roma);
“Invito al pensiero di Aristotele” (Mursia, Milano), “Sostanza e relazione: una
aporetica della persona,” in L'idea di persona, Melchiorre (Vita e Pensiero,
Milano); “L'enigma del desiderio” (San Paolo, Cinisello Balsamo); “La politica
e la speranza” (Lavoro, Roma); “Il frammento e l'intero: -- il toto e la parte
-- indagini sul concetto di essere e sulla stabilità del sapere” (Orthotes, Napoli);
“Sul trascendentale come inter-soggettività originaria”, in “Le avventure del
trascendentale,” Rigobello (Rosenberg, Torino); “Sulla verità e sul bene”
(Petite Plaisance, Pistoia); “Etica del desiderio come etica del
riconoscimento” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: indagini di
struttura sull'umano che ci è comune” (Napoli); “Studi su GENTILE” (Orthotes,
Napoli); “Studi su Marx” (Orthotes, Napoli); “Studi su Aristotele” (Orthotes,
Napoli); “La ragione e la dialettica: studi su Marx e VOLPE” (Marsilio,
Venezia); “Teorie della felicità” (Francisci, Abano Terme); “La qualità
dell'uomo: filosofi e psicologi a confronto” (Angeli, Milano); “Dio e la
ragione” (Marietti, Genova); “L'etica e il suo altro” (Angeli, Milano);
“Strutture del sapere filosofico” (Cardo, Venezia); “La libertà del bene” (Vita
e Pensiero, Milano); “Essere giusti con l'altro” (Rosenberg, Torino); ‘Introduzione
all'etica” (Vita e Pensiero, Milano); “Etica trascendentale e intersoggettività”
(Vita e Pensiero, Milano); “Multi-culturalismo e identità” (Vita e Pensiero,
Milano); “La persona e i nomi dell'essere: sritti di filosofia in onore di MELCHIORRE”
(Vita e Pensiero, Milano); “Libertà, giustizia e bene in una società plurale” (Vita
e Pensiero, Milano); “Etiche e politiche della post-modernità” (Milano, Vita e
Pensiero); “Etica del plurale: giustizia, riconoscimento, responsabilità” (Vita
e Pensiero, Milano); “Affetti e legami” (Vita e Pensiero, Milano); “La REGOLA
D’ORO come etica universale (Vita e Pensiero, Milano); “BONTADINI e la
metafisica” (Vita e Pensiero, Milano); “Metafisica e violenza” (Vita e
Pensiero, Milano); “Etica di frontiera: nuove forme del bene e del male” (Vita
e Pensiero, Milano); “Di un altro genere: etica al femminile” (Vita e Pensiero,
Milano); Pira. Un san Francesco nel Novecento (AVE, Roma); “Multi-culturalismo
e inter-culturalità: l'etica in questione” (Vita e Pensiero, Milano); “La vita
spettacolare: questioni di etica” (Orthotes, Napoli); “Etica dell'economia: idee
per una critica del riduzionismo economico (Orthotes, Napoli); “Differenza di
genere e differenza sessuale: un problema di etica di frontiera” (Orthotes,
Napoli); “Il dovere dell'ospitalità (Orthotes, Napoli). Dell'interpretazione di
GENTILE offerta da V. discutono, fra gl’altri, Berlanda, “GENTILE e l'ipoteca
kantiana. Linee di formazione del primo attualismo” (Vita e Pensiero, Milano); Bettineschi,
“Critica della prassi assoluta: analisi dell'idealismo di GENTILE” (Orthotes,
Napoli). Si vedano anche “Studi GENTILIANI” (Orthotes, Napoli). Cfr. “Studi
marxiani” (Orthotes, Napoli). Cfr. gli scritti raccolti in V., Studi
aristotelici” (Orthotes, Napoli); Saccardi, Semantizzazione dell'essere e
inferenza metempirica, in Pagani, “Debili postille. Lettere a V.” (Orthotes,
Napoli). Cfr. anche Messinese, “L'apparire del mondo: dialogo con SEVERINO
sulla ‘struttura originaria’ del sapere” (Mimesis, Milano). “V., invece, che
pur si è formato alla scuola di BONTADINI e di SEVERINO, non segue più i suoi
maestri, perché ormai ritiene che, se si accetta la “semantizzazione
parmenidea” (vide VELIA) dell’essere, non si può evitare di estendere gl’attributi
dell'essere assoluto all’ente, come precisamente è avvenuto nello svolgimento
della filosofia di SEVERINO. L'errore, però, prosegue V., sta proprio in questo
“aver trattato la questione dell'essere come una questione di ESSENZA.” L'errore
viene eliminato convincendosi che la “semantizzazione” dell'essere coincide con
la relazione d’essenza ed esistenza': questo è il 'tratto comune' tra tutti gl’enti". Cfr.
V., “Il frammento e l'intero, Sulla semantizzazione dell'essere.
L'eredità speculativa di BONTADINI, in “BONTADINI e la metafisica.” Si veda
inoltre SOLLIANI, “Dell'essere come essenza: per una rivisitazione del problema
a partire d'AQUINO” in Debili postille, Il frammento e l'Intero, Cfr. anche Pagani,
“Una rivisitazione della via del divenire e Peratoner, Intorno alla
conoscibilità di Dio, la ragione, la fede, in Debili postille, Si veda
poi Barzaghi, Percorsi di rigorizzazione della teologia naturale nella
filosofia neo-classica milanese”, “Rivista di filosofia neo-scolastica”. Cfr.
Vigna, Etica del desiderio umano (in nuce), in Introduzione all'etica,
Aporetica dei rapporti intersoggettivi e sua risoluzione, in Etica
trascendentale e inter-soggettività, Si veda anche il saggio di
Fanciullacci, “Dell'inter-soggettività e del riconoscimento, in Debili
postille, Cfr. V., Sul trascendentale come inter-soggettività originaria. Venuti,
La cura dell’altro come REGOLA D’ORO. Lettera aperta a V., e Zanardo, Sul dono
della differenza, in Debili postille, Per una discussione complessiva del
pensiero di V. si vedano i saggi contenuti in Pagani Debili
postille. Lettere a V.” (Orthotes, Napoli); “Sostanza e relazione: una
aporetica della persona.” Si può vedere anche Bettineschi, Finità e infinità
della soggettività. Lettera aperta a V., in Bettineschi, “Intenzionalità e
riconoscimento: scritti di etica e antropologia trascendentale” (Orthotes,
Napoli). Bergamo festival: l'intuizione, su you tube. Malato o persona?, su you
tube. L'etica, you tube.com. Treccani. Intervista a V.: la filosofia morale,
you tube. Tugnoli, V.: il desiderio come orizzonte trascendentale, su mondo-domani.
Venezia, su unive Bollettino della Società filosofica italiana, Centro di etica
generale ed applicata, su centro di etica. Centro inter-universitario per gli studi
sull’etica, su venus unive. Società italiana di filosofia morale, Intervento su
La Pira, su avvenire. Attualismo, problematicismo, metafisica, su filosofia. La
politica e il sacro, su in schibboleth. Bisognerebbe oggi parlare
piuttosto di metafisica del male comune… Siamo infatti dinanzi ad un
certo tramonto del politico, almeno nell’Occidente post-industriale: lo
siamo nel senso che la società civile, negli ultimi decenni, ha assorbito
in sé ciò che una volta era, almeno in parte, contenuto della sfera
politica; ma lo siamo soprattutto nel senso che il compito politico
sembra troppo difficile da eseguire ed è in effetti non di rado tradito
da coloro che ne sono in prima battuta responsabili. Ad una sorta di processo
di disseminazione di progettualità creativa in seno alla società civile sembra
corrispondere una sorta di discredito e di scetticismo quanto alla sfera
politica. La sfera politica sembra non riuscire più ad occuparsi della
cosa comune ed essere diventata, piuttosto, il luogo di una distribuzione
corporativa delle risorse. Quando non si giunge, come ad esempio in Italia (ma
certo non soltanto in Italia), a forme molto gravi di corruzione e di
spreco. Il cittadino medio tende perciò a ritrarsi dalla politica o
semplicemente cerca di profittarne. Di fronte all’ingestibilità della
progettualità politica, e pure di fronte al discredito della politica, si
capisce perché vi sia un generale movimento di conversione dai fini ai
fondamenti della comune convivenza. Ma questa conversione a me pare, in
realtà, non tanto una conversione dalla progettualità politica
all’amministrazione della società civile, quanto una qualche conversione
dalla politica all’etica. Ci si è convertiti all’etica, quasi per esaurimento
della sfera politica: questo ho appena suggerito. Ma l’etica non pare
offrire uno spettacolo diverso dalla politica, nonostante oggi la si
chiami fuori, l’etica, per dirimere, quasi giudice supremo, i conflitti tra il
politico, il sociale e il privato; anche l’etica, infatti, ha i suoi problemi,
né suscita consensi facili, quando si va a determinare caso per caso che
cosa può dirsi garantito dall’etica. Sono note ad es. le polemiche sulla
bioetica, tanto per citare uno dei temi oggi forse più rilevanti, anche per
le sue immediate ripercussioni in ambito politico. Dobbiamo dunque
mettere sul conto della nostra quotidianità una eclisse anche
dell’accordo sulle convinzioni etiche? Così pare. E il multiculturalismo
spinge nello stesso senso. Fino a qualche decennio fa la trasgressione
prendeva di mira la legge politica (si ricordi la temperie sessantottina); oggi
quel tipo di trasgressione sembra rientrata e sembra, appunto, presa di
mira anche l’etica. Cito solo un sintomo, ma vistoso: ciò che si discute
con sempre maggiore frequenza è la possibilità di stabilire regole per
tutti che siano regole puramente convenzionali o formalistiche, anche sul
piano etico. L’area anglosassone, più sperimentata in fatto di
multiculturalismo, ha avanzato non poche proposte in tal senso. Ma
bisogna pur dire che ogni formalismo convenzionalistico contiene in sé il
difetto radicale di valere tanto per le cose buone quanto per quelle
malvagie (anche una organizzazione mafiosa rispetta una serie di
convenzioni...), sicché serve solo a scansare il problema fondamentale,
anzi che a risolverlo. Ed è qui che il bisogno di stare al sostanziale
tende alla compensazione dell’etica, lmeno nel senso di ricorrere ad
elementi o frammenti di rimandi all’etica, per ottenere coesione e
consenso. Una certa fiducia nell’universale rispetto dell’essere umano e
un certo rimando ad una fede paiono non di rado un collante più potente
di qualsiasi considerazione ideologica, visto anche il discredito su larga
scala patito dalle ideologie novecentesche. Eppure, dell’etica e della
politica, in realtà, nessuno può fare a meno. L’etica e la politica, come
tutte le cose “necessarie” per la vita degli uomini, si raccomandano da
sole. Come tutte le cose necessarie, l’etica e la politica ricompaiono e
persino dominano anche là dove le si vuole a tutti i costi esorcizzare.
Solo che tutte queste cose prendono vesti diverse da quelle di una volta:
tendono a frantumarsi in molti rivoli o assumono andamenti carsici. Per
esempio, l’etica e la politica diventano oggi cura del mondo della natura
o riscatto del femminile, lotta per l’integrazione delle etnie o sostegno
per gli emigranti e gli emarginati. Comunque, quando e a misura che
appaiono onorate, queste dimensioni del senso della vita umana sembrano
rendere possibile la convivenza, perché esse si presentano come custodi di ciò
che accomuna gli esseri umani nel profondo. Più di quanto accada alla
semplice fattualità dell’ethos. L’etica e la politica sembrano qualcosa di
infinitamente più prezioso dell’ethos. Sono in effetti il giudizio
sull’ethos a partire dalla verità del desiderio umano, se intendiamo per ethos
ciò che appare come la realizzazione storico-fattuale di tale
desiderio. Abbiamo evocato la “verità” a proposito del desiderio umano. In
realtà, l’etica e la politica, sono solitamente intese come il luogo del
riferimento all’”oggettività” normativa. Ma l’”oggettività” qui che cos’è,
se non la “verità” di quel che il desiderio del singolo o della
collettività desidera? Una certa eclisse dell’etica e della politica, in
particolare, sembra l’eclisse della consapevolezza di questo legame originario
con la verità dell’esistenza. E allora? Come far fronte a questa “sfida”
paradossale del nostro tempo, che vorrebbe fare a meno dell’universale
verità, proprio mentre la invoca per governare la frammentazione delle
esperienze dei singoli e dei molti? Semplificando non poco, io azzarderei
questo tipo di risposta. Un codice universale di natura semplicemente
teorica, cioè veritativa, sembra diventato di fatto improponibile. Questo
non significa che sia impossibile. Significa semplicemente che la cultura
dominante, incline al relativismo e allo scetticismo, non lo cerca e non
lo vuole. In fondo, ne dispera. Eppure, tenta di rimediare a questo fallimento
epocale mediante la ricerca di un codice pratico. È degna di rilievo la
circostanza che gli “ultimi fuochi” della “fondazione” di qualcosa siano, nel
pensiero filosofico occidentale, di tipo eticopratico (cfr. ad es. le proposte
di Apel). Ma anche la fondazione dell’eticità, purtroppo, è un che di teorico.
Perciò non funziona più di tanto. Ossia: anche l’etica e la filosofia
della politica dividono. Sembra che unisca, piuttosto, la pratica tout
court, forse perché nella pratica ci si deve necessariamente determinare
così e così. La pratica è “reale”, si pensa, o è almeno la riconduzione
del pensiero alla realtà (laddove la teoria è la riconduzione della
realtà al pensiero e quindi sembra offrire un margine maggiore alla variazione
soggettiva). Per una metafisica del bene comune Ma non ci si illude
anche da questa parte? È possibile. E tuttavia la pratica, come alternativo
terreno di intesa, sembra più efficace della teoria, perché si orienta al
reale, e il reale tendenzialmente unifica, se e quando ci è dinanzi
(almeno in qualche modo), più di quanto non accada alla teoria, che
soffre degli equivoci insuperabili della comunicazione. Ma una maggiore
approssimazione al nostro obbiettivo richiede una manovra aggiuntiva. Noi
dobbiamo cercare ciò in cui gli esseri umani possono praticamente
convenire, ossia ciò che li può praticamente accomunare. Orbene, ciò che
tutti desideriamo è almeno questo: d’essere riconosciuti e onorati nella
nostra umana soggettività. Detto in altri termini, ogni soggettività umana
chiede d’essere riconosciuta come un orizzonte di senso inoltrepassabile,
cioè intenzionalmente infinito, perché tale essa è per via del logos che
la informa. Ma le soggettività sono molte. E come è possibile che più
orizzonti intenzionalmente infiniti coesistano? Non si riesce facilmente a
capire proprio questo. Sulle prime, più infinità, per quanto
semplicemente intenzionali, sembrano incompossibili. L’una sembra
togliere all’altra proprio tale carattere (Sartre). Di qui l’impulso al
conflitto e quindi alla potenziale esterminazione dell’altro. E in effetti l’esito
è inevitabile, se ogni soggettività viene innanzi esigendo, anzitutto,
dall’altra il riconoscimento della propria trascendentalità. Cioè
imponendolo. L’altra, per lo più, farà lo stesso con la prima. Così entrambe le
soggettività finiranno per lottare per la vita e per la morte. Non così,
se ogni soggetto, anziché esigere d’essere riconosciuto nella sua
trascendentalità, viene innanzi offrendo, anzitutto, il proprio
riconoscimento della trascendentalità dell’altro. Non così, se l’altro, riconosciuto,
viene innanzi riconoscendo a sua volta la trascendentalità del primo. Poiché la
trascendentalità in tal caso non è predata, ma reciprocamente offerta,
accade che ognuna delle due coscienze sia riconosciuta dall’altra. E
poiché ognuna liberamente riconosce, resta nella propria trascendentalità anche
quando lascia essere l’altra allo stesso modo. Due trascendentalità, così
chiasmaticamente incrociate, non sono più incompossibili, anzi si sostengono e
si alimentano a vicenda. L’inciampo dell’ostilità reciproca è qui tolto in via
di principio. Il primo codice universale e il più efficace è dunque il
principio del reciproco riconoscimento. In effetti, il principio del reciproco
riconoscimento è il codice universale più praticabile: un gesto di
riconoscimento può esser fatto da chiunque lo voglia. La sequenza che ho
sinora esposto si può riassumere così: possiamo tornare alla politica solo se
transitiamo per un’etica del riconoscimento reciproco. Ma il
riconoscimento reciproco implica inevitabilmente trattare ogni essere
umano come fine in sé. Cioè come qualcosa di inoltrepassabile. Cioè come
libero dall’ambiguità delle relazioni di dominio. La vita umana non può
che abitare questo luogo, se andiamo alla sua regola secondo verità. Ma come in
concreto si struttura la salvaguardia della vita umana nella società
civile? Credo che si possa agevolmente rispondere a questa domanda
riproponendo nel giusto ordine tre grandi convinzioni che da tempo
immemorabile gli esseri umani hanno tentato in un modo o nell’altro di
onorare: la libertà del gesto, che fa dell’azione una azione umana nella
sua dignità, la mira del bene, che riscatta la libertà da possibili ambiguità,
la giustizia del gesto che fa della mira del bene una questione non solo
della vita del singolo, ma anche della vita di tutti. Vediamo partitamente
queste tre convinzioni, che rendono possibile l’umana convivenza come
società civile e che devono essere protette dall’umana convivenza come
società politica. Il primo breve discorso che vorrei fare è quello sul
bene1, perché sono convinto del fatto che dal bene cominci propriamente
la possibilità di una determinazione equilibrata delle altre due parole:
la libertà e la giustizia e perché il bene custodisce in sommo grado la
natura sacro-santa della vita umana. La vulgata precedenza della libertà sul
bene e sulla giustizia è in realtà un capovolgimento della vera sequenza
teorica. Dobbiamo tale errata precedenza alla modernità. Essa compare con
solennità epocale per la prima volta nelle parole d’ordine della
rivoluzione francese: libertà, eguaglianza, fraternità. Da allora in poi
ha fatto, purtroppo, molta strada. Dico “purtroppo”, perché sono dell’avviso
che, cominciando dalla libertà si onora un essere umano, ma solo cominciando
dal bene lo si orienta in modo conveniente nei suoi propositi di vita,
singolare o collettiva. E un essere umano è libero soprattutto per
questo, per confrontarsi col bene. Il bene è infatti il fine d’ogni
azione e nella vita pratica tutto prende senso dal fine. Ma
lasciamo i discorsi formali e veniamo a qualche considerazione un po’ più
contenutistica. Chiediamoci, anzitutto, perché nel corso della modernità il
bene è stato gradualmente messo da parte (il grande discrimine è il Kant della
Critica della ragion pratica). La risposta a questo interrogativo è nota
ai metafisici solo la richiamo ed è duplice. Prima parte: il tema del
bene è stato accantonato, perché strettamente legato all’ontologia metafisica,
da Kant in poi (v. Critica della ragion pura), per comune convinzione,
considerata impossibile. L’ontologia metafisica, veicolata, specialmente
da Wolff in avanti, come un sapere sistematico, con l’aura
dell’assolutezza, era simbolicamente accostata, in termini politici, a
qualcosa come la monarchia assoluta e/o il papato. Ma questo, in molti
spiriti liberi, significava inevitabilmente dispotismo, autoritarismo,
inquisizione e simili. La modernità è rappresentabile, da questo punto di
vista, come la rivolta della soggettività contro un simile apparato, in
nome d’un nuovo fondamento di senso: la soggettività medesima, cui
appartiene essenzialmente l’attributo trascendentale della libertà. Il cogito
cartesiano inaugura questa stagione, anche se l’emergenza della figura
della libertà è da addebitare alla stagione illuministica. Ma
vediamo l’altra parte. Nella modernità il riferimento al divino, cui il bene
era da molti secoli, in ultima istanza, rapportato, si attenua fortemente
e gradualmente; dall’Umanesimo in avanti, viene innanzi, e anche occupa per intero
lo scenario, l’essere umano con il suo mondo. Il contenuto del bene
diventa proprio questo. Non è, il bene, sparito dalla circolazione delle
idee: ha solo mutato nome. E del resto non poteva sparire, perché fa
parte del modo in cui necessariamente viviamo. Dunque, il bene della
soggettività moderna in rivolta è la soggettività medesima: in versione
singolare o in versione comunitaria. Troviamo l’espressione più netta della
rotazione di senso nella prima e nella terza parola della sequenza della
1 Mi permetto rimandare al vol. da me curato, La libertà del bene, Vita e
Pensiero, Milano e spec. al mio saggio su Bene e male. Una
riconsiderazione. Per una metafisica del bene comune rivoluzione
francese: la libertà e la fraternità. A seconda che si propenda per il
primato dell’una o dell’altra parola, si avrà nel seguito il liberalismo o
il collettivismo. Da allora, a mio avviso, non è cambiato molto su questo
terreno. Tutti i pensatori etico-politici moderni e molti dei pensatori
contemporanei si schierano tendenzialmente da una parte o
dall’altra. Direi che questa vulgata ha per ora pochi avversari. Ma a
breve le cose potrebbero cambiare. Timidamente si fa innanzi presso
alcuni post-moderni (ad es. Foucault) e presso alcuni esponenti radicali
del pensiero verde (v. Bateson, ad es.) l’oltrepassamento della centralità del
soggetto e dei soggetti, in direzione di un paganesimo cosmicizzante.
Nietzsche è il piccolo padre anche di questa nuova ondata. La cosa era
forse in certo modo prevedibile. Una volta eliminato il Dio della metafisica
e della religione, il piccone della critica si è andato esercitando, anzi si è
andato accanendo sulla portata trascendentale della soggettività, e ne ha
decretato la fine. E allora, cosa può diventare riferimento ultimo del senso,
messo da parte Dio e l’uomo, se non il cosmo, che è poi la terza della
grandi parole della metafisica, ancora presenti nella critica kantiana
come indicazioni sistematiche ideali? Questa recente direzione di marcia
lavora sulla fine della soggettività trascendentale forse anche a partire
da un certo fascino indotto dalla vita materiale: la durezza delle dinamiche
economiche, apparentemente incontrollabili; il trionfo della tecnologia,
dilatabile, si opina, senza limiti; il fascino della biosfera, che fa
sognare una sorta di unità mistica quanto alle forme di vita, compresa la
vita umana; la rete mediatica che influisce potentemente sui costumi e produce
condotte eteronome di massa, l’enorme flusso migratorio, che relativizza
tutto ciò che la soggettività singola ha costruito come propria storia.
La soggettività moderna, insomma, ne sembra schiacciata. Marx pensava
ancora di mettere innanzi la grandezza della specie umana per governare
la storia. I contemporanei si sono arresi, quando anche questa variante
consolatoria è fallita. Le voci che fanno dell’umanità un giocattolo in
balia di mani più forti, come sono quelle della tecnologia o quelle delle
forze naturali, sono sempre più ascoltate. Personalmente, resto scettico di
fronte ai tentativi di oltrepassamento dell’orizzonte della soggettività in una
neutra oggettività. Neutra, poi, non proprio, perché si colora subito di
irrazionalità, arbitrarietà, crudeltà e cinismo. Nietzsche ancora una volta ha
già predetto l’essenziale, cioè ha visto in anticipo la deriva di ciò che
segue alla morte di Dio. Egli voleva reagire a questa deriva, con un
rinnovato umanesimo. E noi siamo forse ancora al punto in cui egli si era
fermato; dobbiamo, cioè, capire che fare quanto al nostro destino di umani,
ora che cominciamo a nutrire seri dubbi sulla capacità nostra di governare
la terra. Chiedersi da che parte andare è lo stesso che chiedersi
qual è il nostro bene, il bene per noi post-moderni. S’intende:
trattandosi del nostro bene, si tratta del bene non solo di un singolo,
ma anche dei molti e in una società pluralistica. Si tratta del bene
comune dell’intera umanità. A guardare le cose un po’ dall’alto, vien da
dire che oggi bisognerebbe decidere quale delle tre grandi parole della
metafisica prima citate può interessare una società pluralistica come
riferimento di senso. Dico “può interessare”. Faccio, in altri termini,
un discorso di “persuasività”, non un discorso di stretta “verità”. Se dovessi
fare un discorso di stretta verità, dovrei molto semplicemente affermare che il
primo e, in certo senso, l’unico oggetto degno dell’attenzione originaria
di un essere umano è l’assoluto. Cioè, solo Dio è degno, in ultima
istanza, dei nostri desideri e dei nostri pensieri. Nessun altro e
nient’altro. La stragrande parte degli uomini, in modo più o meno rozzo o più o
meno sofisticato, pensa spontaneamente così e in qualche modo cerca di
onorare questo modo di pensare. L’enorme impatto sulla faccia della terra
delle convinzioni religiose è lì a testimoniarlo. Solo una sparuta minoranza,
in realtà, per lo più abitante dell’Occidente opulento e
post-industriale, si permette, a questo riguardo, forme insistite o incistate
di scetticismo a trecentosessanta gradi. Se si vuol fare, tuttavia, un
discorso di persuasività etico-politica, cioè un discorso che si fonda su
una serie di evidenze abbastanza facili da percepire per i più, allora il
discorso sul bene in una società pluralistica non può che essere centrato
sugli esseri umani. Non certo sulla natura, la quale deve essere, sì,
oggetto di cura, perché è il nostro “grande corpo organico”, ma, appunto, di
una cura subordinata alla cura degli umani; non, purtroppo, su un Dio
trascendente, perché non tutti lo riconoscono, perché di Lui, comunque,
nulla possiamo sapere in linea puri intellectus, eccetto l’esistenza sua, e
quel che ne diciamo quanto alla sua essenza, ci divide più di qualsiasi
altra cosa. Insomma, resta l’uomo come fine. In termini etico-politici,
cioè di pragmatica possibilità di stringere accordi potenzialmente
universali, una impostazione come quella ad es. di Hans Jonas potrebbe
essere accettabile. Ma studiosi come Rawls o Habermas – cf. Habermas on Grice –
Thomson, Reading Habermas reading Grice – Speranza -- propongono strategie
simili. Del resto, se questo primato antropologico venisse perseguito a
fondo, sarebbe più facile per molti sentire in cuor proprio il bisogno di
volgersi all’origine ontologico-metafisica della buona qualità dei rapporti tra
noi, anche perché una parte, almeno, dell’umanità sicuramente continuerà
a testimoniare il nesso tra la pratica della fraternità e il rimando
inevitabile ad una suprema e universale Paternità. Lì abita in ultima
istanza il sacro-santo della vita. Ma qui devo lasciare in sospeso il
tema, perché andrebbe nel senso della teologia politica, su cui è bene
che sia altri a dire. Ora andiamo al tema della giustizia. Come è noto,
l’etica pubblica si divide tra i sostenitori del primato della giustizia come
elemento procedurale e formale dell’architettura della convivenza umana e
i sostenitori del primato del bene o dei beni come
acquisizione sostantiva. Lo abbiamo accennato prima. Io credo, invece, che
si tratti di due “cifre”, la giustizia e il bene, per nulla alternative,
anche perché entrambe “originarie”. Se ben si riflette, appare
sufficientemente chiaro che il giusto è un certo rapporto, mentre il bene è il
termine di un rapporto. Giusto, poi è il rapporto buono, mentre il bene non
si risolve semplicemente nel rapporto giusto. Il rapporto giusto è solo
uno dei beni possibili. I due significati, dunque, non sono propriamente
equivalenti (il bene, ad evidentiam, ha una estensione maggiore), anche
se l’uso linguistico tende a trattarli quasi in modo sinonimico. È vero,
piuttosto, che essi in qualche modo si determinano a vicenda, perché il bene
non È anche evidente che l’oggetto cui ci si rapporta è più importante
del rapporto. Il rapporto è una realtà intenzionale, mentre il bene è una
realtà ontologica. Naturalmente, anche la realtà intenzionale è in qualche
modo Per una metafisica del bene comune può prescindere da un certo
rapporto e il giusto non può fare a meno del riferimento al bene. E
tuttavia, se è vero che il bene non può fare a meno d’essere un rapporto, ciò
che nel determinare il bene importa è, in primo luogo, la natura
dell’oggetto cui ci si rapporta; parimenti, se il giusto non può fare a
meno di una relazione ai beni (questo è specialmente evidente nella
giustizia di tipo distributivo, ma poi appare anche in quella di tipo
commutativo), la natura del bene è per il giusto relativamente indifferente. Si
può stare nel giusto con beni piccoli o con grandi beni. Conta, appunto
la natura del rapporto, cioè che si tratti di un rapporto in cui non
manchi l’uguaglianza (commutativa o distributiva che sia). Che ne è della
giustizia in una società veramente civile? La domanda importa che si
trovi un rapporto giusto per tutti, indipendentemente da una certa identità
culturale. Ora, che cosa è anzitutto giusto per qualsiasi essere umano? Ossia:
quale rapporto un essere umano giudica come tale che non viola le proprie
attese originarie di giustizia? La risposta obbligata mi par questa: per
un essere umano è anzitutto giusto o ingiusto ciò che concerne l’immediato
rapporto suo con gli altri esseri umani. E il rapporto giusto è il rapporto
che rispetta, anzi onora e quindi si prende cura della soggettività nella
sua trascendentalità; è il rapporto che lascia essere gli esseri umani
come tali, cioè non li riduce a oggetti manipolabili; è il rapporto, per dirla
kantianamente, che tratta un essere umano sempre anche come fine e mai
come semplice mezzo. Abbiamo già detto che questo, universalmente praticato,
è proprio solo del rapporto di riconoscimento reciproco, perché solo nel
riconoscimento reciproco le due o più soggettività si lasciano essere come
tali. Bene e giustizia, dunque, qui convengono. Soltanto qui. E questo
per il fatto che l’essenza di un essere umano è d’essere un rapporto.
Egli è, dunque il bene del rapporto e, nel contempo, il rapporto del bene,
se si rapporta riconoscendo. S’intende, secondo le forme della
finitudine. Non ho inteso, con ciò, dimenticare la complessità e la
difficoltà di trovare criteri appropriati per la giusta distribuzione dei beni
della terra. Non v’è dubbio che il concetto di giustizia passa, innanzi
tutto e per lo più, per questa pratica quotidiana. Ma la giusta distribuzione
dei beni non è che l’effetto, in parte, e in parte l’individuazione
simbolica del giusto rapporto tra noi, che è, appunto, il rapporto di
riconoscimento reciproco. Giustizia dunque come riconoscimento della
dignità di un essere umano, delle sue opportunità d’ingresso alla vita e
del suo onesto disegno di fioritura. È a questo punto che può cominciare
l’istruzione del tema della libertà. La libertà non può che essere
l’ultima delle tre parole, e non la prima. Questo non significa che essa
non sia altrettanto originaria delle altre due. Significa solo che è
ordinata alle altre due, mentre non è vera l’affermazione reciproca. Lo
smarrimento di quest’ordine, che direi onto-etico, è forse una delle più
grandi sciagura della modernità. E noi viviamo ancora sull’onda di quella
deriva. I moderni hanno fatto della libertà una magica parola, cui tutto
dovrebbe essere sottomesso; ma la libertà, come prima ho ricordato, fa la
dignità del gesto di un essere umano, non ne fa, da sola, la bontà, anche
per il fatto incontestabile che esistono, e come!, gesti di libertà
cattivi. qualcosa e quindi ha una valenza ontologica, ma l’ha di seconda
battuta. Un po’ come accade alla verità rispetto all’essere. Una
società veramente civile è possibile pensarla, solo se si oltrepassa la
convinzione moderna del primato assoluto e incondizionato della libertà e
si accede al primato assoluto e incondizionato del bene di e per ogni
essere umano (che comprende di certo anche la sua condizione di libero,
ma non si riduce a quella). Né basta dire che la mia libertà finisce,
quando comincia la libertà dell’altro, che è lo slogan più noto della
tradizione liberale. Non basta, anzitutto, perché questo slogan confligge
teoricamente con l’idea del primato incondizionato della libertà. La
libertà dell’altro invocata come limitante è, infatti, un bene
dell’altro; quindi la libertà è limitata, come dev’essere, dal bene e non è
affatto incondizionata. Solo il bene lo è. Non basta poi perché, riducendo il
bene dell’altro alla libertà dell’altro, si tace di tanti altri beni dell’altro
che devono costituire, anch’essi, un limite alla mia libertà. Non è
sufficiente, infatti, che l’altro sia libero. Se l’altro è libero di morire di
fame, e io sono libero di mangiare a crepapelle, la mia libertà è la
maschera penosa e vigliacca di un delitto. Io mi approprio in esclusiva
dei beni della terra che sono comuni e di fatto escludo l’altro che ne ha
gli stessi diritti. Così lo lascio morire. C’è un senso, tuttavia, secondo
cui la libertà può esser concepita come incondizionata, ma non è il senso
difeso dalla tradizione teorica liberale: io la chiamo: la libertà del
bene, cioè la libertà di fare il bene. Qui la libertà è incondizionata,
perché gode, per una sorta di simbiosi, dell’incondizionatezza del bene.
Poiché in una società veramente civile, la libertà come arbitrio non può
avere solo l’altrui libertà come limite, ma deve avere come limite tutti
i diritti dell’altro, compreso certo anche quello della sua libertà, per questo
l’umana libertà deve farsi carico di tutto ciò che la giustizia invoca
per l’altro. È questa la ragione per cui le società liberali sono
incapaci di essere veramente civili, nonostante l’abbondanza delle
dichiarazioni in contrario. Esse dimenticano facilmente, o meglio, occultano il
lato della cura e della giusta promozione dell’altro e così proteggono di
fatto le situazioni discriminanti, che sono poi la radice permanente della
conflittualità endemica. La situazione nordamericana è un esempio per
molti versi eclatante. Sotto il manto della libertà, messicani, asiatici e neri
praticano in massa gli umili mestieri che consentono ai bianchi una vita
agiata. Sono liberi d’esser poveri… Più o meno come accade in Italia per la
fascia degli immigrati extracomunitari. Se la libertà del bene guida
l’azione, allora la mira è il bene dell’altro, cioè l’altro come bene. È
anche il mio bene, ma di me come l’altro di un altro. Solo così io posso
conseguire, storicamente parlando, il massimo bene. Sulle prime, questa
affermazione può parere per- sino patetica: l’invocazione del “buon
cuore” come regola di condotta in un mondo che il pluralismo tende
piuttosto ad indurire. Una riflessione accorta però è in grado di far vedere
che il mio bene, cioè poi la mia fioritura di vita, può avere senso solo se il
movimento del desiderio verso l’oggetto a lui conveniente, il bene,
appunto, compie il giro della referenza immediata all’alterità e di
quella all’identità in modo mediato. Mediato, appunto
dall’alterità. Rimando di nuovo al vol. La libertà del bene, cit., e
stavolta spec. alla mia Introduzione Per una metafisica del bene comune.
Provo a tirare in breve le fila del mio discorso. Posso anche far presto,
perché tutte le fila conducono, come si è di certo inteso, allo stesso
punto: alla cifra del riconoscimento come forma regolativa dell’esistenza
degli esseri umani. Una società veramente civile infatti è possibile, se
i molti si onorano reciprocamente, cioè appunto, reciprocamente si riconoscono.
È questo il senso primo (primo per noi) del bene comune. Nel reciproco
riconoscimento, ognuno è signore dell’altro (in quanto riconosciuto nella
propria trascendentalità, quindi come oriz- zonte inoltrepassabile di
senso) e ognuno è servo dell’altro (in quanto riconosce nell’altro la
signoria del senso). Le forme democratiche di vita politica tendono ad
approssimarsi a queste dinamiche più d’ogni altra forma. Nella democrazia
infatti l’autorità del cittadi- no su un altro cittadino è o dovrebbe
essere semplicemente di tipo funzionale. Tutti sono eguali, cioè tutti
sono signori, ma fatti signori gli uni dagli altri, mai da se
stessi. All’interno della cifra del riconoscimento, come regola
universale, prendono un sen- so determinato, come si è detto, tanto il
bene, quanto la giustizia e la libertà come realiz- zazione e, insieme,
protezione del bene comune. Bene significa voler ciò che consente la mia
fioritura di vita; bene è dunque volermi bene, volendo bene altri come quegli
che tale fioritura in me rende possibile. Altri, naturalmente, solo che
lo si voglia o, meglio, solo che lo si creda, può essere scritto –
dovrebbe anche essere scritto – con la maiuscola (la dinamica relazionale
è la stessa). Il bene comune in una società veramente civile è questo,
essenzialmente. Giustizia significa rendere ad ognuno ciò che gli spetta
(unicuique suum). Ma ciò che spetta ad ognu- no è anzitutto d’essere
trattato come una soggettività (trascendentale). Cioè come un essere
umano in totalità. La reciprocità riconoscente è dunque il luogo della massima
giustizia per ognuno di noi. Libertà significa non arbitrio
incondizionato, bensì libertà di fare il bene. E poiché il primo bene,
storicamente parlando, è l’esserci d’altri per me, libertà del bene vuol
dire di nuovo libertà di riconoscere l’altro come il mio bene. Come il bene che
tutti accomuna. Carmelo Vigna. Keywords: being, essence, essenza, essere, inter-soggetivo,
tre tipi di inter-soggetivo: trascendentale, oppressivo, istrumentale, being
and becoming. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS. Luigi Speranza, “Grice e
Vigna: la regola d’oro conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria. Vigna.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vignoli:
la ragione conversazionale della etologia filosofica – della legge fondamentale
dell’intelligenza nel regno animale – la scuola di Rosignano Marittimo –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rosignano Marittimo). Abstract. Keywords: from the banal to the bizarre –
method in philosophical psychology. Filosofo toscano. Rosignano Marittimo, Livorno, Toscana. Essential
Italian philosopher. Filosofo italiano. Grice: “I spent quite some time observing a species of
pirot: the squarrel – mainly I was in search of what Vignoli calls ‘la legge
fondamentale dell’intelligenza nel regno animale” – his ‘saggio,’ he says, is
in ‘psicologia comparata,’ but since it is vintage, I might just as well refer
to is as being one in ‘philosophical ethology’!” -- Si trasfere a Milano. Insegna antropologia presso la Reale Accademia di
Scienze e Lettere. Direttore del Museo di storia naturale. I suoi saggi apparisceno
sul Politecnico e la Rivista di filosofia scientifica. Due sue saggi hanno
risonanza: Della legge fondamentale dell'intelligenza nel regno animale: saggio
di psicologia comparata” -- e “Mito e scienza”. Il Lizio, as the Italians – some Italians – call Aristotle,
regarded types of soul psuche as Owen has it, dismissing a translation, as Grice
would suppose, of living thing, as forming a ‘developing series.’ Grice interprets
this idea as being the supposition that the psycho-logical theory for a given
type is an extension of, and includes, the psychological theory of its
predecessor-type. The realization of this idea is at least made possible by the
assumption that psychological laws may be of a ceteris paribus form, and so can
be modified without emendation. If this aspect of the programme can be made
good, we may hope to safeguard the unity of psychological concepts in their
application to animals and to human beings. Though (as Wittgenstein noted)
certain animals can only expect such items as food, while men can expect a
drought next summer, we can (if we wish) regard the concept of expectation as
being determined not by the laws relating to it which are found in a single
psychological theory, but by the sequences of sets of laws relating to it which
are found in an ascending succession of psychological theories. Life, soul, and
homonymous predication Let us examine the senses of synonymy and homonymy
in Aristotle and then see what use Plotinus is making of these terms in the
treatise On Well-being, 1.4[46]. In 1.4[46].3 Plotinus distinguishes between
synonymous and homonymous predication. It will prove useful to examine
Aristotle's understanding of homonymy. Aristotle defines as "synonymous"
predicates that share both a common name and a common definition, as
"animal" is predicable both of man and of ox. Such terms are also
said to be employed in one way only (Hovaxas leyóueva)* and to be predicated
with reference to one thing (a®' ё)? Homonymy per accidens
amounts only to a sharing of the same name or pure equivocation. This is not,
however, the only sense of the homonym which is, unlike the synonym, ambiguous.
Homonymy may include terms which have nothing truly in common (катà...кotvòv unèr) and those which are related by something
in common (кат í kovór)." A term that is used homonymously in
the latter sense is said to be employed in different senses
(1éyeTaL...ollaxws). Some homonymous predicates admit of unity of reference
appropriate to focal meaning (pòs Ev). Other homonymous terms enjoy that unity
and identity that derives from participation in a series: the kind that will
concern us here. Henry and Schwyzer properly refer us to Aristotle, CATEGORIAE
13.14b33 for the sense of avidiapeiv in 1.4 [461.3.17, where it describes a
simple classification by dichotomy or co-ordinate species as distinct from
predication in a hierarchy that exhibits priority and posteriority. The example
offered in CATEGORIAE 13 of predication by dichotomy are the terms
"half" and "double." Predication according to co-ordinate
species is exemplified by species of animal as having feet, winged, or aquatic.
The various species do not exhibit priority and posteriority, but are on the
same plane (áua). Cat. 1.1a6-12. Top. 1.15.106a9. Met. A.1.981a10; K.3.1060b31-1061a7; Top. 6.10.148a29-33. Cat. 1.1al; E.N. 1.6.1096b26-27. Met. К..3.1060b31-36. Met. Г.1.1003a33. Met. Г.1.1003a33-1003b2. Met. Г.1.1003a33-1003b2. Cf. also Armstrong (1966-88),
vol. 1, p. 178, note 1 and Harder et al. (1956-60), vol. 5b, p. 318 who also
refer us to De An. 2.2.413a22 and Met. B.999a6-10; for a lucid exposition of
the treatment of priority and posteriority in Aristotle, CATEGORIAE 12 and 13,
see Cleary (1988), pp. 20-32. Harder-Beutler-Theiler properly refer us to
Aristotle, De Anima 2.2.413a22 where it is said that
"life" is predicated in different senses (TEOvaxOS... EyouÉvOr) of
various organisms accordingly as they possess various faculties (intellect,
sensation, locomotion, change as diminution or increase). Now Aristotle
formally defines the soul as the first entelechy of a natural body potentially
endowed with life. ' To understand what Aristotle means by saying that ‘life’
is predicable in different senses, it is helpful to examine what he says about
the status of ‘soul’ as predicate. Aristotle argues that soul will not admit of
a common account (kolvòs lóyos) any more than will the succession of
geometrical figures. Thus there is no generic geometrical figure with reference
to which we may explain the triangle and the quadrilateral. The one is a
development from the other. Similarly, the various grades of soul, from the
simplest to the most complex, form such a series or succession, each a higher
stage and a development of the lower. For example, without the nutritive
faculty, there is no perceptive faculty, but the nutritive faculty may (as in
plants) exist in the absence of the perceptive faculty. Obviously, both ‘life’
and ‘soul’ are, for Aristotle, predicates that occur in such a series. It
is common, following Lloyd, to refer to such a series as an ordered series of
terms and to a group containing such terms as a p-series. Joachim and Grice call
such a succession a "developing series,"' which Joachim defines as ‘one
the terms of which increase in complexity, and are so ordered that the
succeeding terms imply the preceding ones, involving or containing them in an
altered form. Each succeeding term i) differs specifically from its
predecessor, yet (ii) is a development of it - depends upon it for its being
and carries it further. We have seen that Plotinus entertains the
possibility that ‘life’ might be predicated as a synonym of the various grades
of organism." Now that Harder et al. (1956-60), vol.
5, p. 318, note on 1.4 [46].3.16. De An. 2.1.412a27-28: this is
the first definition; the second (2.1.412b5-6) defines soul as the first
entelechy of a natural organic body. De An. 2.3 414620-415a13 De An. 2.3.414620-415a13. Lloyd (1962), p. 67. Joachim (1951), p. 38. Joachim (1951), p. 38 offers
as further examples "the series of natural numbers [EN 1.4.1096a18-19],
the successive forms of figure [De An. 2.3.414b21-22; 29-32], the forms of
friendship [EN8.3.1156a6-24], and the forms of constitution [Pol. 3.1.1275a34-1275b2]."
1 4 1275b2]." he has excluded this alternative, he argues that the
predicate is rather employed homonymously (óuovúws) of the various
grades.22 IV. Aristotle's critique of the Platonic Good and the
ordered series The commentators have correctly shown us the origin
of the Plotinian interest in the connection between life and well-being in the
Nicomachean Ethics of Aristotle. For the distinction between synonymous and
homon-ymous predication of "life" and "living well" in
Plotinus, they have correctly referred us to the Aristotelian use of these
terms in works other than the Nicomachean Ethics. What they have not done is to
demonstrate the vital debt of this distinction to an argument advanced against
the Platonic Idea of the Good in the Nicomachean Ethics. In the
Nicomachean Ethics Aristotle advances arguments against the Platonic Idea of
the Good. Among these is the contention that an ordered series, that exhibits
priority and posteriority, cannot admit of univocal predication. Thus even the
Platonists did not advance a Platonic Idea of numbers which do exhibit such a
series. Now "good" is predi-predicable in the categories of
substance, quality, and relation.?3 Obviously substance is prior
to relation (1.4.1096a11-21). In the ensuing argument (1.4.1096a 23-29),
Aristotle goes on to show that "good" is predicable in all the
categories. Joachim remarks, "How far they [the categories] could be shown
to constitute a developing series is doubtful. It is enough for Aristotle's
purpose to show - what is sufficiently obvious - that that whose being consists
in its relatedness to something else is derivative or posterior to that whose
being is substantial or self-dependent, that which exists in its own
right."24 The Eudemian Ethics 1.8.1218a 1-9, on the other hand, in argument
against the Platonic Form of the Good, specifically contends that
"good" is predicable within a developing series and thus cannot be
separate from the series in which "good" is predicated. If it were
separable, then the first term in the series would not be first. ThusIV.
Aristotle's critique of the Platonic Good and the ordered series
The commentators have correctly shown us the origin of the Plotinian interest
in the connection between life and well-being in the Nicomachean Ethics of
Aristotle. For the distinction between synonymous and homon-ymous predication
of "life" and "living well" in Plotinus, they have
correctly referred us to the Aristotelian use of these terms in works other
than the Nicomachean Ethics. What they have not done is to demonstrate the
vital debt of this distinction to an argument advanced against the Platonic
Idea of the Good in the Nicomachean Ethics. In the Nicomachean Ethics
Aristotle advances arguments against the Platonic Idea of the Good. Among these
is the contention that an ordered series, that exhibits priority and
posteriority, cannot admit of univocal predication. Thus even the Platonists
did not advance a Platonic Idea of numbers which do exhibit such a series. Now
"good" is predicable in the categories of substance, quality, and
relation.?3 Obviously substance is prior to relation (1.4.1096a11-21). In the
ensuing argument (1.4.1096a 23-29), Aristotle goes on to show that
"good" is predicable in all the categories. Joachim remarks,
"How far they [the categories) could be shown to constitute a developing
series is doubtful. It is enough for Aristotle's purpose to show - what is
sufficiently obvious - that that whose being consists in its relatedness to
something else is derivative or posterior to that whose being is substantial or
self-dependent, that which exists in its own right."24 The Eudemian Ethics
1.8.1218a 1-9, on the other hand, in argument against the Platonic Form of the
Good, specifically contends that "good" is predicable within a
developing series and thus cannot be separate from the series in which
"good" is predicated. If it were separable, then the first term in
the series would not be first. Thus 22. 1.4 [46].3.20. There were, of course, Platonic Forms of numbers such as Twoness,
Threeness, etc., considered not as members of a series, but as universal
natures, cf. Joachim (1951), p. 40. Joachim (1951), p. 41. Lloyd (1962), p. 69 does not
see this second argument, which he sees Aristotle's own (as distinct from the
argument of the Platonists) can depend upon what he calls a p-series, for then
he would simply be repeating the first argument.Io termino il mio saggio
iniiorno ad una Dottrina razionale del Progresso, inserito con una serie di
articoli nel Politecnico a Milano, diretto da Cattaneo, e ristampato a parte,
con queste parole e in queste sentenze,
risultato di tutti gli studi e argomenti
anteriori. Quésta libertà del pensiero cresce terello, soqo antiche e>
costanti nella mia mente. Onde due anni
or sono termina la mia prolusione ad un
corso d’antropologia generale gratuito
nella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano, al quale venni invitato d’ASCOLI
(si veda), gloria della glottologia
italiana — allora Preside di quel chiaro istituto. Siamo nuovi ancora si può
dire nei moderni studi, se volgiamo lo sguardo alle altre nazioni che ci superarono, ma i ri«
sultati ottenuti e che si vanno conqui« stando, sono augurio che sapremo perve«
nire a quella gloria che un giorno sì chiaramente ci segnalò tra le genti. Ma
molti RBPAZioini e per rispetto del pubblico ; e che infine
fui sempre consentaneo con i miei
principi, come tutti possono toccare con
mano dalla lettura dei brani sopra
trascritti, e stesi a lunghi intervalli
e dal presente mio opùscolo stesso. Che
se V ingegno è tapino, e il sapere non
così vasto come vorrei, e come dovrebbe essere, la colpa non è mia, né
della mia volontà : poiché tra i tanti difetti, che in me possono annidare, l'ozio certo, e l'ignavia
non vi si trovano:, perchè li sfuggii
sempre, come la peste più oscena, brut a
e nefanda di tutte, e la più dannosa ai
privati ed alle nazioni. Milano. Sitixa;25Ìoiie« Posta la nostra società odierna tra due sette
temerarie e procaccianti) diverse d'origine, ma identiche di propositi nefandi
e distruttori, i retrivi clericali, e i demagoghi incendiarli, non mai soverchia riuscirà la solerzia, la virtù, la virilità
di atti e di concetti ad allontanare e
vincere i mali, sociali, morali e materiali a cui esse mirano con tenacità
formidabile. Che se Tuna vorrebbe ridotto il mondo a un cenobio e a una triste tebaide, l'altra
procaccia che gli uomini ritornino alla
selvatichezza preistorica, e alla
squisitezza sociale delle caverne. Certamente
le magnanime speranze di questi tristi non si avvereranno, poiché la
mentalità umana, la libertà civile e le
suppellettili industriali tanto cresciute e potenti non lo concedono, e in Italia specialmente,
ove l'indole, gl'istinti, il senno proprio della razza, e le necessità
storielle assolutamente vi si oppongono ; ma
tuttavìa è d'uopo avvisare ai pericoli^ e alle sciagure parziali^ addottrinati dall'esempio miserando
di altre nazioni. I retrìvi e demagoghi
sono gli estremi faziosi e a cosi dire l'oscena e perversa caricatura dei due legittimi fattori della vita civile dei
popoli, e del loro intrinseco progresso,
i conservatori cioè e gl'innovatori, necessarii entrambi al perfetto e mobile
equilibrio delle forze, e al loro dinamico esplicamento : in quella guisa che nella compagine oi^anica,
e nell'esercizio delle sue funzioni, trovansi nervi moderatori, e stimolanti,
onde resulti quella armonia di effetti che vita si appella. Imperocché come in
questa si arresterebbe immoto il circolo
animatore se l'energia del freno prevalesse, e tanto si accelererebbe da distruggere sé medésimo quando quella
contraria eccedesse : parimente una nazione perirebbe, se V uno l'altro dei
fattori accennati rimanesse vincitore nella
lotta, che l'uno la renderebbe mummia o cristallo^ mentre il secondo la
dileguerebbe in vapore. La sapienza e la scienza civile consistono quindi nel
provvedere che un equo temperamento intervenga fra le due forze rivali, o a disporre le cose in
guisa che l'una a vicenda con l'altra
serva all'incremento del bene sociale, e
al sempre più largo, e sincero esercizio della libertà civile e politica Ma a raggiungere questo arduo e nobile scopo
l'intenzione e il desiderio non bastano: vuoisi non solò perizia grande d'uomini e di negozj, animo
pronto, profonda conoscenza dei fatti e
leggi "Bociali, risolutezza impavida nelle difficili prove, onestà
costante di mezzi, magnanimo sprezzo
d'insulti e guerre volgari; ma rìohiedesi altresì vasta e chiara dottrina
sto* rica, e quel senso sicuro dei
bisogni^ dell'indole^ delle ^piraadoni
legittime. del popolo^ e limpida intuizione
Clelia legge che regola i moti delle genti europee in generale; e di quella italiana in
particolare* Or qui in Italia ì, caduti
principati lasciarono copiosa eredità di
elementi conservatori e retrivi, fatti più rabbiosi •dal prevalere delle istituzioni ed istinti
democratici^ a^vviticchiàntisi con
disperato amplesso al papato, che i loro
rammarichi, ire, convinzioni, speranze rese domina religioso, ultimo strumento
alla assoluta sua signoria vacillante ; méntre d'altra parte le inveterate abitudini cospiratrici, l'intempestive brame
di utopie facilmente nascenti in popoli
non assuefati a libertà, gli antagonismi
regionali superstiti alla unificazione dei
varii Stati, le bieche e torbide imitazioni demagogiche d'altri paesi, e
l'arruffio anche di tristi, tengono la
nazione incerta, rinfocolano odii di parte, e la spingono soverchiamente nelle
avventure : e quindi tanto più difficile
riesce l'impemare stabilmente lo Stato, e
condurlo sapientemente. Tra
queste due forze rivali, ostacolo al retto andamento della cosa pubblica,
rimane poderósa zavorra, la maggioranza della nazione, la quale, aliena in parte dai mutamenti radicali, intenta alle
private faccende, e guidata dal senso
positivo delle cose, e dagli interessi
domestici, mantiene a cosi dire un meccanico equilibrio nelle loro lotte, e
fece si che sino ad ora né l'una, ne
l'altra prevalesse : e la nazione perciò
stette, e vinse prove che sbalordirono il mondo, e procacciò ai reggitori una gloria, che in
fondo e in parte derivava dalla sua
consapevole inerzia. Né si creda che io voglia, concludere non aver ben meritato della patria coloro^ che per vari v
anni stettero al timone della Bua nave.^ e che questa se noa pericolò e. si sommerse nelle tempeste ove fu
più di lina fiata travolta^ debba
soltanto la propria salute alla
indifferenza^ o agli istinti conservatori delle moltitudini : imperocché i
fatti mi sbugiarderebbero, e non
conoscerei affatto, o confusamente la nostra storia contemporanea. Certamente Visconti-
Venosta che a più riprese diresse e in condizioni sovente ardue e perigliose i
nostri rapporti con gli stranieri, seppe schivare con tatto fino, e con
squisitezza^ di modi, non disgiunti da
dignitosa fermezza, i rischi che ci
minacciarono, sia di lusinghe subdole, di altere brame, o di tenebrose
cospirazioni del Vaticano. E potrei pure
ricordare con encomio altri, che con
zelo ed onestà, si adoperarono a prò della nazione. Né si vuole poi dimenticare il grande partito
liberale, erede degli intendimenti di Camillo CavQur, il quale nei giornali, dalle cattedre, nelle
concioni, nel parlamento con costanza
segui in parte quelle caute e forti
norme, che ci condussero sino ai tempi presenti. Ma tutti questi saggi consigli
e propositi, edi fatti che vi
corrisposero, non avrebbero certamente
salvato dai perigli la nazione, se la maggioranza degli italiani col suo
contegno fermo, l'indole non eccitabile, e col veto, a cosi dire, della
passività, non avesse resi vani i
proponimenti, sventate le trame
sotterranee, e lasciati in secco gli apostoli del disordine e del
dispotismo : che anzi il più delle volte
scossa da evidente rischio, segnò col desiderio espresso virilmente in mille guise, la via da tenersi
dai reggitoli, e si può dire in un certo modo, che Ella fu che governò il paese, con senno suo proprio,
e con quegli spiriti liberali che
seppero infonderle molti valenti predecessori, e il grande intelletto del più
grande ministro del secolo. E CAVOUR (si
veda) potè essere concreatore di un
popolo,, perchè nella vasta mente raunò a cosi dire tutti i pensieri, le idee, i concetti, e
nell'animo i desiderii, i sentimenti, gl'istinti magnanimi di tutta la nazione che in lui si confidò : associandosi
senza tema, o gelosa inquietudine, in
momenti solenni, nell'impresa
unificatrice a GARIBALDI, che, quale soldato della libertà, fu a cosi dire la popolare
poesia del nostro riscatto : egli fu
grande perchè conscio dell'indole moderna dei popoli non si argomentò di rendere libera e indipendente la patria con mezzi
termini, con sussidii di una o altra
casta e fazione esclusiva, ma si armonizzando in un solo pensiero, e ad un solo e generoso scopo tutti i ceti, tutti
i partiti, tutte le forze vive della nazione, non pauroso di sette, o queste trasformando in leve
poderose ad inalzare dal servaggio l'
Italia : insomma ei fu grande e riusci,
perchè senti tutti gl'influssi, vasti e potenti
di un popolo intero: che sarà sempre, come per il passato r«/n hoc signo mnces!^ di coloro, che
fecero e faranno opere generose ed
immortali nel mondo. Morto Cavour
rimase al governo il partito che avevalo
ajutato in gran parte nell'opra santissima della redenzione della
patria, il quale si propose e si argomentò
di seguire quella via, che dischiuse la mente e l'operosità del grande
uomo, onde si compissero i fati della
nazione, e si raggiungesse il fine desiderato. Ma se il concetto politico e
Tindìrizzo del maestro fu compreso, e seguito all'ingrosso dai successori, e la
nazione si dispose ad effettuare i suoi disegni, nessuno però dei reggitori ebbe l'ingegno l'animo e
lo spirito del sommo cittadino, e
comecché mandassimo ad effetto difficili imprese, e si conseguisse il massimo
scopo della indipendenza e unità della
patria, pure alla lunga si manifestò a poco
a poco nel governo, e nel vasto partito,
d'onde visceralmente egli usciva, il difetto di
comprensione potente ed intera, e di quel senso generoso di libertà
piena ed operosa, ove si mostrò l'eccellenza del primo. Ne io* offendo l'amor
proprio di alcuno di quelli che mano
mano vennero impugnando le redini dello
Stato, con l'asserire che non raggiunse
l'ingegno, la perizia e l'animo suo, poiché è cosa evidente di per sé
stessa, e l'esemplare troppo noto e
cospicuo. Ed in vero uno degli uomini che maggiormente fecero parlare di
sé più frequentemente e sedette in
scranna al governo dello Stato, e si segnalò per varie vicende, è Minghetti, conosciuto
moltissimo eziandio dagli stranieri. Or
bene, chi non scorge a prima vista
quanto ei sia inferiore per molti versi a CAVOUR (si veda)? Per quanto io possa
avere dei contraddittori non mi perito
dire che il Minghetti è un mediocre uomo
di Stato, in quanto gli manca ogni nota che
distingue coloro che nacquero a tanto ufficio. Mente lucida e simmetrica, ma non acuta e profonda;
bel parlatore, ma più facondo che
eloquente, animo più ostinato, che
tenace, scrittore sensato e forbito, ma
privo di nerbo e di vena inventrice ; ambizioso, certo nobilmente, d'aura popolare, ma incapace a
raggiungerla : ondeggiante tra le diverse parti, non abile 3f dominarle: non q;ristocraticp per
proposito o arte di governo, ma
inclinato a riceverne di riverbero \^
fosforescenza : e non facile a sentire i fecondi in? flussi del popolo. Che se per ora pronunziò
raggiun^iQ il pareggio, e gli fu
attribuito come cosa sua, quando non una
legge di finanza gli è propria, e la longanimità e sofferenza invece del popolo
italiano ne è il più grande fattore, la
freddezza e indifferenza con che accolse
il paese questa notizia, che pure doveva
riempirlo di fervida letizia, è la miglior prova di quanto riserbo si senta per le cose sue
nell'animo degli italiani, e come egli
non abbia veramente radici nella fede
delle moltitudini. Si badi però che io parlando
si schiettamente del Minghetti, come Ministro e scrittore, solo
sindacabili in paese libero e dalla stampa
onesta, faccio e rendo omaggio alla sua vita priv^)t^, a.lla nobiltà dell'animo e delFingegno e in
altra occasione ne feci testimonianza e al disinteresse personale, che spiccò
sempre anche posto al governo della
cratica, osservata e giudicata con occhio scevro da prevenzioni, e con animo non travolto da
passioni o dA interessi parziali. Né
facciano illusione all^ intelletto alcune singole pretese, o desiderii in paesi
ove da poco la legge livellatrice civile tolse i privilegi d'ordini vecchi: imperocché tali avanzi
archeologici di tempi irremissibilmente
passati^ sono a cosi dire piante morte,
alle quali s' inaridiscono le radici, e
che fra i nuovi còlti, e rampolli rimangono in piedi senza vita e finitti, sinché cadano per
intrinseco e naturale sfacelo. Nella sola Inghilterra, e meno altrove, alcuni privilegi territoriaU o ereditarii
mantengono un ordine nello Stato, ma già
ne vennero scrollate le basi, e tra non
molto anche colà, se ne sono veduti i
sintomi, e i desiderii legalmente espressi testé, si dilegueranno del tutto. Quando nelle nazioni
Tegualità civile dei ceti si ottenne, e tutti vengono rappresentati in
parlamenti elettivi, e la stampa è libera,
la necessità della democrazia è già posta, e non può tardare a vincere in un avvenire più o meno
prossimo, a seconda dell'indole, dei costumi, e delle ragioni storiche delle
nazioni. GHi ordini nelle società una
volta spenti, o trasformati non si restaurano, e mal si oppongono coloro che carezzano Tidea
di un ritorno al passato in ogni genere
di istituzioni privilegiate ; solo provano che non sanno la storia, né
comprendono i itempi che corrono, né antivedono quelli avvenire. Che se nella caduta del romano
imperio e per le invasioni delleif.orde
settentrionali, il sorgere poi del
feudalismo si considera come un ritorno ad
un patriziato ereditario, oltreché il paragone non regge, poiché nella storia non si ripetono mai
esattamente le vicende e gli istituti
d'altra età, or sarebbe anche quel fatto
assolutamente impossibile, dacché mancano
inteme ed esteme condizioni ad awerarlo^E chi supponesse che a ciò
potesse bastare Tinflìisso in^retto^ o
la invasipne dei Russi; solo popolo che si accampi formidabile di fronte all'Europa mediana e
occidentale, non conoscerebbe affatto le condizioni civili in cui versa la Russia. Imperocché per
l'autocrazia di per sé stessa sempre
livellatrice, lo Czar attuale anche per
intendimenti di civiltà tolse in gran parte i resti di privilegi con Temancipazione, e la franchigia
dei servi, eguagliando) le persone
dinanzi alla legge, e quindi rese impossibili
una aristocrazia dominatrice. I Russi se invadesserc una parte d'Europa
limitrofa al vasto impero, recherebbero
per costumi e idee piuttosto principj comunistici, propri in alcune parti del
loro organamento municipale, ampliati e
resi più forti per le sette che
formiolano nel suo seno, e che la rodono con manifesto danno. Onde é
vano sperare anche stando ai calcili
meramente empirici, e all'osservazione superficiae, che in Europa possa
avvenire una restaurazioiB del patriziato, come ordine distinto per dritti dal resto della nazione. E ducimi che qua e
là in Itala ed altrove in special modo
tra giovani rampoli dejle vecchie, o più moderne famiglie gentilizie, riesca in alcuni un certo spasimo e languore
perle anicaglie, e si tenti quasi con
amminìl^i araldici, dJricostituire un
ceto a parte, separandosi con ridicio anacronismo dal resto del popolo. La quale
ubbia aguisce una ignoranza profonda
della epoca nostra, ci una nullità
prodigiosa nei nuovi, cxdtori dei caselli in rovina : Ut nomine Toagnifieo
segne otium tlaret! per dirla con
Tacito. Lungi da me il peniero di menomare il lustro, il decoro, la fama
di tÉinte famiglie storiche nostre :
sono anzi il primo a riverire un lungo
ordine di discendenti che ai segnalarono con la mente, o con le armi: questo è
patrimonio privato inviolabile } quanto altra mai pròprietà, e fanno bene a
tenersi care e onorate le memorie d'avi
illustri, quando furono veramente illustri, e vorrei che un tal culto fosse
sprone ad emularli nella eccellenza delle opere. Né la querela può venire oramai da invidia, e da astio, quatdo
ordini distinti non esistono più, e
tanto vale di &ccia alla legge e
alla nazione rispetto ai diritti, un ciabattino che un principe. Onde la gara
tra patrizj e plebei non può più rinascere, in quanto tutti aono popolo: e se
si parla di volgo, il volgo adesso può trovarsi in tutti i ceti, unica norma
alla stima sociale, essendo, la Dio
mercè, il valore personale. Parlo soltanto di quelli, e certamente son pochi,
che invece di adoperare le loro forze, i
loro ozj, le loro ricclezze ad egregio
scopo sia nelle arti, nella scienza, ielle
armi, in ogni argomento di progresso civile, si trastullano con le
ferraglie del medio-evo, sciupano tenpo
e decoro, e si preparano una vita squallida, vana funerea di mezzo a
quella fervida che già erompe dslle
viscere della nazione, che farà cerna dei forti e nu)vi rampolli, disperdendo, non col ferro, col
sangue, o altre nequizie, come gridano a squarciagola i pusilanimi gli astuti,
ma con la ferrea necessità di latura e della sua legge di selezione, i
neghittosi, e caboU di mente e di volontà. E tanto più desta meur viglia questa vanagloria di festuche
blasoniche in 4cuni, in quanto la eletta parte del patriziato italian die largo tributo di sussidj, di sapere, di
sangue A, nostro risorgimento, e si
segnalò per generosa cariti di patria:
ed anche oggi molti tra essi onorano TIt^a e gli avi loro con operose virtù
cittadine, e qual*cheduno con gU scritti e l'ingegno. Si ricordi che i tre più grandi poeti della nostra epoca,
animati da fieri e virili spiriti di
libertà, ALFIERI (vedasi), NICCOLINI (vedasi) e LEOPARDI (vedasi) uscirono
dalle loro fila; e del loro ceto fu pure
il più grande, e liberale Ministro della età nostra (!). Altri
s'immagina che la democrazia sia irrazionale
mente livellatrice, e la confondono con le utopie comunistiche,
impossibili ad effettuarsi, e non mai effettuate : onde rimpiangono i tempi
passati, ove tutto era ordine e casta
distinta, e già mirano le genti* europee in un non lontano avvenire, o
mummificate ed immote in una sterile
eguaglianza assoluta; ovverà scatenate
in passioni furibonde spargere dappertutto
fiamme, mine, stragi, ed avverarsi il finimondo. Tali piagnoai, o gufi di cattivo augurio, provano
una cosa sola, ehe non intendono nulla;
prendono l'accidente per li legge, il
particolare pel generale, il deviare di
una jetta pel costume dell'universale, e i loro sogni per i&altà. Certamente se questi
conservatori dirigessero le sirti dei
popoli, le tristi scene e nefarie che non a 11 patrizio Piola, seguendo l’esempio
della egr^ia e chiara famiglia, dio alla
luce neirannò scorso un libro di
eeoDmia, che certamente merita di essere segnalato. Che se alcuil non
potrà condividere tutte le idee, o ascriversi assolutamente ai luoi principj, trovansi nel suo trattato
cose ottime, e ricerche fate con lungo
studio ed amore : e fanno onore a chi le scrisse. Or be^e nessuno intraprese a parlarne, eziandio
criticandolo. Questo sibilo non é buon segno: l’esempio è eccellente anche per
Torifiée e il ceto dello scrittore: nò doveva trascurarsene ropportunità^ .nche civile. guari inorriditi vedemmo in
altri paesi; inevitabilmente accadrebbero, e con sempre più frequente ripetizione;
ma governandoci con altri intendimenti e
con più larghi e generosi propositi, quei mali diverranno sempre più
rari, e impossibili. Del resto a nessuno che abbia fior di senno verrà in mente
mai, o crederà, che nelle cose umane possa affatto il male evitarsi, quando lo
scopo a cui deve intendere ognuno, si è
il procacciare di sminuirlo con costante operosità. L'età d'oro e di ogni bene, i miti e i poeti
la posero al principio, o alla fine del
mondo; e ragionevolmente, perchè dell'una non ci ricordiamo,^ all'altra non siamo ancora pervenuti. La democrazia, intesa
come vedremo, tra poco, mentre suscita
tutte le forze vive della nazione, pone
in moto tutti i valori, fa con rapidità ricircolare nel corpo sociale i beni avvivatori, e tiene
desta la mente di tutti nella universale
concorrenza a vantag^o poi di tutti, non
livella matematicamente le rjmsse, come
con eleganza di eloquio, e con dignità cristiana chiamano il popolo :
poiché nella libera attività di i ciascuno, sorge una disuguaglianza
proporzionale, 6 l'aristocrazia legittima, cioè dell'ingegno e del valor
personale ; ed appunto perchè personale non la perpetua con violenza alla verità e alla giustizia,
nei successori. Onde i timidi del livello si rassicurino ; se lunno mente, vigore, volontà possono saUre nelle
società democratiche, con più decoro, al sommo della glorii, o del legittimo potere, quanto ai tempi dei
paladin: di Carlo Magno. Se una cosa
hanno da temere, temtno di quelle
dottrine, che frapponendo violenti ostacoU
alla libera esplicazione delle potenze e attività uman^^ raccolgono
legna agli incendii futuri, e preparano le
bufere sanguinose delle rivoluzioni delle plebi maneggiate allora dagli
arruffoni e dai demagoghi. La vittoria della democrazia, e il suo regno
duraturo nelle nazioni civili, dipende dalla natura medesima del principio che
la informa, che è un portato necessario della evoluzione sociale, e la distingue
dalle democrazie antiche, e da quelle che susseguirono al rinascimento dei
comuni nella età media di Europa. La
democrazia moderna è l'effetto di leggi
non solamente sociali, morali, economiche ìiella significazione loro
ordinaria, ma di leggi antropologiche,
che s'innestano, e s'immedesimano a quelle naturali, che governano l'evoluzione intera delle cose
che sono. £ questo nesso, questa
identità analogica della esplicazione delle razze e istituzioni umane, con le
leggi che signoreggiano la dinamica
universale degU esseri fii da tempo
avvertita, e nella Grran Bretagna, Germania, Francia, Russia stessa ed America
ha validi campioni che la sostengono, e
sarà certo la scienza sociale avvenire.
Coloro, che adesso sequestrano e dividono i fatti sociali, morali, storici
dalla generale forma evolutiva dei varii
fenomeni, nei quali, a dirla col grande poeta,
si squaderna la vita dell'universo, come se consistessero impomati in sé
medesimi, e separati dal mondo, non se ne intendono; e mal comprendono l'alto e
nuovo valore della scienza attuale, e
vìvono ancora della vita postuma dei nostri arcavoli^ E si badi che io non
ripongo tra i cultori dei nuovi metodi
storici, e della nuova scuola dinamica,
i vaporosi filosofi egeliani, od affini, che sbalordirono per poco il
mondo con le loro teoriche sperticaie e temerarie^ e lo stomacarono poi negli
stessi paesi ove nacque : teoriche si
disformi dall'indole delle menti
italiane^ e piuttosto delirii,. che scienza; ma si bene io intendo parlare di quelli, che
mediante norme osservatrici e
sperimentali, e con la sovrana leva dell'induzione, virilmente applicati
(secondo gli esempii ed i canoni del
divino BONAITUI (si veda), che primo nei moderni tempi ruppe non solo nelle scienze fisiche,
ma per analogia in quelle organiche e
morali stesse, i claustri e i ceppi scolastici del pensiero, e le
arbitrarie quisquilie a priori) seppero,
io dissi, ricondurre la mente alla
realtà delle cose in ogni ordine della scienza, e dare base solida alla enciclopedia, che deve
essere l'interprete, e lo specchio
sincero, e intellettivo della jiatura. E
certo alcuno non sarà si tracotante da negare gli splendidi effetti e le portentose
applicazioni che tali metodi in ogni ramo d'arte, di industrie, di scienze
produssero, e quanto se ne avvantaggiarono eziandio quelle discipline che
sembrano agli uomini superficiali maggiormente aliene à^ quei procedimenti :
poiché tutto il bene materiale e morale
e la stessa vittoria della libertà civile e politica nei presenti tempi, è
dovuta per chi ha fior di senno, a
questo sovrano e indipendente indirizzo della ragione. Io so che molti, che si
dicono con sorridente compiacenza di sé
medesimi, positivi e fanno professione di arguto realismo, e
canzonano coloro che non partecipano alla loro innata divinazione, trattano quasi da allucinati, e di spiriti
perduti nel vano delle sottili
astrazioni, quelli che dai fatti risalgono alle leggi, dalla norma sensata
degli atti sociali ai principii che ne governano l'esplicamento, daUa esperienza giomaUera dei negozii
privati e pub^ blici, alle profonde
ragioni che li rendono inevitabili. Ma
di tali Tersiti della scienza^ la scienza ha fatto giustizia^ e non ne possono certamente
arrestare il corso trionfale. Quando ci
mostreranno che la scienza^ qualunque
sia il proprio obbietto, è una raccolta inorganica di fatterelli, e di qualche
regoluccia metodica : che le varie
discipline non abbiano tra loro alcun
rapporto, e sieno disposte una dopo l’altra, senza intrinseco legame,
come le pietre migliari, avranno ragione : e allora confesserò contrito che il
manuale che accatasta, equilibrandoli,
sciolti materiali, ne sa più di
Archimede e di Newton. Ma ritornando al nostro argomento della natura della democrazia moderna, ripeto che ella si
disforma da quelle che con tal nome si
ebbero pel passato. Nell'antichità
stavano in generale di fronte due ordini di cittadini, ordini più o meno
distinti, gli ottimati e le plebi: e il valore di queste si argomentava nella
lotta contro i primi, che resistevano ad una
eguaglianza di diritti in parte civili, in parte pubblici, ereditarli
nella loro classe per lungo corso di
tempo: e, condizione sociale rilevantissima, viveva al di sotto di esse, un immane numero di
schiavi, i quali attendevano, mere
macchine animah, alla produzione delle cose necessarie, utili e superflue, ed
anche alle arti, e agli uffici indispensabili alla civile convivenza. Nella età media le lotte dei
borghesi e dei castellani sotto altra
forma è vero, ma lotte di potenza,
eguaglianza e sopreminenza politica si rin.novarono, e se schiavi nel
significato antico non c'erano, rimanevano però i vassalU e i servi della
gleba: ed U lavoro stesso nelle città libere veniva in ogni maniera vincolato dalle maestranze e dalle
corporazioni artificiali dei travagliatori. In tali società certamente non
esisteva esplicito un principio che involgesse la necessità di una vittoria
definitiva della democrazia^ e dì una
forma civile di evoluzione della operosità
di tutti^ e dello Stato medesimo. Non vi ha
dubbio che fin da quelle epoche lontane il principio generatore della democrazia moderna non
operasse; e le condizioni intermedie non
fossero per cosi dire anelli e spire per
le quali andasse svolgendosi con
irresistibile moto. Or quasi dappertutto in Europa quelle condizioni cambiarono: gli ordini
distinti si ruppero, e si fusero in
quello unico dello Stato: le arti, le
professioni divennero libere e comuni: il patriziato perdette i suoi privilegi,
come fu costretto a svestirsene il
clero, ed una uguaglianza perfetta e virtuale dinanzi alla legge si estese dai
sommi agli imi, dal ricco al povero, dal
dotto all'ignorante, dal manuale sino ai maggiori uffizii di Stato. Quindi
nessun ordine di cittadini potendo
consistere e perpetuarsi per via di
privilegi, e tutti dovendo personalmente
bastare a se stessi, privi di appoggio artificiale che in qualunque evento ne garantisse il possesso,
rimane che runico principio che informa
e mantiene la società moderna nella eguaglianza legale assoluta dei cittadini, è il lavoro nella indefinita
molteplicità delle sue forme: il lavoro,
etemo generatore di tutte le cose,
spirito vivificatore del mondo, arte divina che
tutte le cose produce, e produsse, e le spinge, le evolve a sempre nuovi e splendidi effetti: il
lavoro, il quale elevò alla loro altezza
morale e intellettuale Tuomo e la
società, e li redense: conforto e premio
nel tempo stesso; causa ed effetto della democrazia moderna, e garanzia perpetua della sua
durata, e dei suoi progressi. Le lotte contro gli ordini- privilegiati,
del popolo, e delle plebi serve con
Teguaglianza civile cessate, a poter
vivere e durare rimane a tutti e inevitabile il lavoro: e poiché questo è libero, chi non vede, che
per la inesorabile legge della selezione
naturale, il neghittoso dee alla lunga scomparire, anche per la radicale divisione dei beni tra i figli, e lasciare il
posto agli operosi : provvidenziale
magisterio del mondo, che una legge
fisica e organica, si trasmuti socialmente in una giustizia morale! La democrazia moderna è
invincibile per questo appunto che tutta quanta s' impema e vive nel lavoro, reso formidabile e
irresistibile nei suoi effetti dalla
eguaglianza di tutte le classi; onde
ogni specifica distinzione anteriore delle diverse forme di Stati nel loro interno componimento
sparisce, e rimane splendida per tutti, chiara e nobilissima quella di popolo, che tutti comprende, tutti inalza,
tutti redime in un alto e dignitoso nome : in quella guisa. che uno pure ne resta il principio vivificatore,
premio ai buoni, minaccia ai tristi e
agli ignavi che lo dispregiano, il lavoro. A questa conclusione di fatti e
di ragioni storiche e sociali provenne
la razza nostra per una lenta evoluzione
delle sue potenze, governata da leggi
fisse organiche e morali, che poi tutte in una
si convertono, nella costante esplicazione delle forze in ogni ordine di fenomeni dalla genesi
siderale sino alla costituzione della
città moderna. Or vedasi quanto fanno
mostra di avvedimento, di senno, di sapere coloro che si argomentano e sperano
di ricondurre le società presenti alla
forma di quelle passate, sia vagheggiando le antiche repubbliche, o più tristi
le miserande anticaglie del medio evo. Arrestare il corso dei firmamenti, la
produttività della natura, mutar le sue
leggi, sembra a tutti impossibile, e concetto di mente stravolta: orbene, altrettanto impossibile ò
il far retrócedere la umana società, e rifare il cammino percorso, e ritornare
don^de partimQio. La legge del moto
sociale è invitta ed etema ; Tonda trasformatrice della vita passa e non rinverte Spingete, o retrogradi, pure rocchio d'intorno : nessuna orda
selva^a, o popolo rozzo, che possa, invadendo, ripristinare le squisitezze
feudali: all'interno con F eguaglianza assoluta
e col lavoro che la nutre e la difende, nessun modo di elevarsi a casta dominatrice : poichà se >
lo tentassero, sarebbero dispersi in
pochi giorni dal genio libero e
insofferente di privilegi moderno : genio non sorto da condizioni speciali o da particolari
necessità in un breve giro di mura, di
provincia, di popolo, ma effetto e compimento di una legge eterna, in tutta la
razza nostra. Quindi sono vaghe
lusinghe, sperpero di fantasia, sogno sterile, e che uccide miseramente il
sognatore ; poiché mentre ei si travaglia in un lavoro improduttivo e
chimerico, altri si inalza con quello maschio e
fecondo, e rovescia chi perdeva il tempo a insidiarlo. Alcuno potrà credere forse che in altri paesi
d'Europa la legge che noi abbiamo formulato non valga, o sia lontana ancora dal compimento come da
noi latine nazioni, avvenne più o meno
perfettamente. S'inganna! Della più lontana jRussia parlammo, e vedemmo che ivi pure oramai l'eguaglianza
si effettuava, e con la eman \U 4à'"fe. iSX I Ideet dello stato. Definita
liella sua natura^ nel suo valore storico y
e per la sua genesi la moderna demoera^a^ e fatti certi ohe ella consiste e si fonda sulla
eguaglianza assoluta dei diritti ciyili
« politici di tuttì^ e sul lavoro libero, indipendente e affatto personde,
vediamo quale sia la forma genkulna e necessaria dello stato che visceralmente ne germo^a, e quale
l'idea che del medesimo se ne svolga, e
si disegni. Trala pevsonate egualmente. Quindi il diritto di proprietà è
ìmplicitameiite contenuto, e identificato a cosi dire nel diritto al libero esercizio delle
personali potenze, poiché il lavoro, che
è la condizione assoluta della vita e
della libertà delle società moderne, non si consuma soltanto nel suo atto
presente, ma si continua negli effetti
suoi, giacché in essi restarono scolpiti
inerenti, consustanziati gli atti successivi via via delle potenze che li produssero. Imperocché se
prodotto un oggetto, od attuato un fatto
qualunque economico, materiale o
intellettivo, cessa il lavoro della facoltà, e dell'arte nostra a produrlo,
egli è perciò ancora una emanazione
della nostra persona, fa parte della medesima, nò potrebbe essermi tolto
gratuitamente, e di forza, senza che
venga io stesso violato in una appartenenza della mia propria persona : ed è
appunto per questo che TeguagUanza vera,
e la condizione sua, il lavoro, fattori
della libertà privata e pubblica, presuppongono
la proprietà, e la proprietà dei prodotti: onde nel lavoro libero,
abbiamo non solo un principio economico,
ma giuridico. Ed in vero se la proprietà, prodotto del lavoro, o la possibilità di possedere
stabilmente secondo i canoni della legge
di eguaglianza, non fosse un fatto, un
diritto d'ogni singolo, eguaglianza e lavoro sarebbero nomi vani, e la
proprietà come fu durante secoli molti un privilegio di pochi, e di caste. Quindi i comunisti e socialisti che
distruggono o violano per arbitrarie teoriche il diritto pieno di proprietà,
distruggono a un tempo eguaglianza, libertà
e lavoro, annichilando gU effetti della evoluzione generale della
società umana, *e spegnerebbero ogni
progresso. Ma l'uomo vive di libertà, e a libertà si muovono le genti, e con la libertà alla
dignità morale e intellettiva: senza eguaglianza di diritto^ che piresuppone lavoro, e virtualmente proprietà,
libertà e benessere non sussistono: il
principio loro quindi riinane sempre
economico, in cui implicitamente è
contenuto e connaturato il giuridico. Le attitudini umane sono
svariatissime e molte> plici:'le
indoli diverse, dissimiU i desiderii, le aspirazioni, gli scopi, come distinte
le condizioni economiclie di ciascheduno ; onde nasce e pullula una infi*nita
varietà di lavori, di atti, di esercizio, di prodòtti, di gara che avvivano, rimutano, conunovono e
corroborano la società, ove lìberamente possono effettuarsi. Ma per la ragione appunto per cui tutte
queste attitudini e facoltà debbono pel libero lavoro esplicarsi^ ed operare in una società d'uomini eguali
virtualmente in ogni diritto fra loro, sorge la necessità di rispettare reciprocamente il lavoro, e il suo
prodotto in ciascheduno: il che implica
nel diritto il dovere^ e la ragione
reciproca loro. Imperocché sarebbe affatto vana illusione l'eguaglianza^ e con
essa la libertà del lavoro, e la
proprietà dei prodotti, che indi
risultano, se a tutti vicendevolmente si concedesse di violare Tesercizio degli
^ altri ; ed- illusione sarebbe pure
l'effetto della legge di evoluzione storica, che in quella eguaglianza di
diritti si conchiudeva, e sciaguratamente inutili tanti sacrificj, tanto sangue, tante violenze sofferte € superate
dai derelitti lungo i secoli, per conquistarla. Quindi come nel fette economico del lavoro, era implicito,
inchiuso, consustanziato quello
giuridico, cosi c'è pure involuto fu la forza, 3 o e l'UTILITA IMMEDIATA
RECIPROCA (Grice). E si badi che io sono
lontano dall'affermare e come npl sarei,
se il sipposto è ridicolo? che questa
forza, questa utiltà, causa e tutela
delle prime aggregazioni, foss3 voluta per deliberato proposito e
cosciente degli sciani rozzi a
selvatichi : che nulla nelle origini umaae avviene per esplicito divisamente,
ma tutto pet spontanea evoluzione delle
potenze nostre nella coitorrenza e
operosità loro, secondo ragioni di
luogo, di tempo, di razza. Verità che non dee mai dimenticarsi, e canone storico da non mai
trascurare da tutti,!che desiderano
raggiungere con certezza le reali ori(ini
d'ogni umana istituzione e credenza.
Quandoinvero le intelligenze dei singoli uomini primitivi fano si umili,
e sì nel senso implicate, e le
volontèrsì poco esplicite per razionale valutazione di motivi e mentre le necessità di natura,
d'altra parte, appar^nen ti tutte alla
conservazione individuale gli spingv^a
ad aggregarsi, nessun altro stimolo, oltre la legg legame che quello della forza sia di uno
o di più a norma dei varii modi di ordinarsi valeva a tenerne stretta la
convivenza. In quel primo stadio, in
quella prima forma se possa cosi chiamarsi, di
stato, nessun principio teocratico, mitico, simbolico era sorto, dappoiché le intelligeme erano
ancora troppo chiuse, e involute e non
pote-^ano sollevarsi a quelle idee,
proprie d'altre età, e coniizioni psicologiche successive. In questo stadio gF
Stinti animali prevalevano, e la mente
sordamente in quando tra essi sorgono ingegni che o per senso di umanità^ o per ambizione personale, o sete
di gloria si fanno campioni di più giuste leggi^ e preparano i rirolgimenti sociali. Al di sotto di questi
ordini superiori^ altri minori stanno sinché si giunga alle plebi, le quaU benché non serve, pure non
usufruiscono di tutti i diritti dei
primi, e per ultimo vive una moltitudine di servi, cose e non uomini. Or tutto
questo immenso numero di meno
privilegiati, e di servi, mentre è materia infiammabile per chi nacque in alto,
e vuole per buono o malvagio fine
adoprarla, essa stessa é spontanea
artefice d' insurrezioni o rivoluzioni sociali, che conducono in ultimo alla
eguaglianza delle persone e dei cet^. E
ciascuno sa, come sempre in un modo
nell' altro, continuamente ciò avvenne, per
lungo corso di Secoli : fatti che predispongono ed avviano lo stato alla
terza sua forma, la simbolica. In questa novella forma in cui si risolve
l'idea dello Stato antecedente, i
diversi ordini e poteri, comecché permangano ancora nominalmente, cangiono però d'origine e d'indole propria per la
comune eguaglianza che quasi si raggiunse, sancita dai nuovi codici e dagli statuti.
L'investitura divina del supremo potere,
la quale a sua volta istituiva ordini, e delegava uffici in virtù di questa
sublime prerogativa cessò quasi,
rimanendo ancora, qualunque sia il nome
del governo, soltanto come fede pubblica, nella elezione continua ed
ereditaria delle famiglie regnanti non
solo per volontà nazionale, ma si per la divina
grazia. Il quale presupposto teologico però per l'incremento della
mentalità, ed il progresso intellettivo
della cittadinanza, ed un sentimento implicito nelle classi inferiori
della ' eguaglianza civilei anche quando
e dove non si rese universale, divenne piuttosto un simbolo sociale che una fede positiva ad un fatto religioso
come per il passato. In qualunque confessione
religiosa tra i popoli civili, l'adagio che ogni potere viene da Dio, come ogni evento è
signoreggiato dal medesimo, resta nella
fede e nella abitudine generale degli
spiriti eziandio allora che il pensiero tanto si aflfòrzò, ed emancipò da dileguare ogni
mitica rappresentazione, -e valutare più razionalmente le leggi della natura e quelle che reggono i moti del mondo
sociale, dove veracemente il principio
etemo si matdfesta. Onde Tidea di un
influsso divino, e di un regime
provvidenziale immediato negli ordini politici perdura nel nuovo concetto della vita dei popoli, e
cinge per cosi dire di una aureola
religiosa le persone che esercitano le più alte funzioni dello Stato: benché a
queste non presiedano più, tranne la famiglia dominatrice, classi privilegiate,
che ne ereditano gli ufficii. La quale
discrepanza tra le idee e le cose, tra gU
ufficii e le persone, tra la costituzione razionale, a dir così, dello Stato, e le abitùdini degli
spiriti nel supporlo preordinazioni
divine, dà vita appunto alla forma
simbolica, di cui discorriamo. Le leggi razionalmente sono discusse e ordinate,
i poteri dello Stato si esercitano in
forza di queste leggi, le persone che
gli rappresentano non sono più identificate con I medesimi, il
sentimento della libertà umana è profondo,
e quello della eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, diviene una verità sempre più chiara,
amata e voluta; ma pure ogni grado pel
quale sì ascende dalle funzioni infime
alle supreme, è vivificato da una rappresentazione simbolica ^ ove continua
sotto una certa forma fantastica e
incoscente, la mitica e teecratica natura dei poteri della fase anteriore. Cosi
la grazia divina pei principi,
Temanazione della giustizia persoi^ale, la permanenza legale, se non
privilegiato, dell'ordine patrizio, e la facoltà di aggiungere membri al medesimo con titoli vecchi, la
costituzione dei diversi poteri come
entità sostanziali, e via discorrendo, sono tutti simboli sociali a cui si
attribuisce un valore pubblico, mentre
in sostanza le condizioni civili e
intellettuali del popolo ripugnano a queste
credenze. Questa forma simbolica
della idea dello Stato perchè si effettui e si manifesti, è d'uopo che
l'eguaglianza dei cittadini nel giure civile, se non in quello politico, sia raggiunta: poiché il simbolo
sottentra appunto alla personificazióne effettiva di una emanazione o
delegazione divina neUe famiglie, o ceti preposti al potere, e con esso quindi
identificate : perchè il sentimento
della eguaglianza comune già esplicito
nelle moltitudini, e legittimamente stabilito nei rispetti civili, scassina, abbatte, ruina l'idolo
teocratico che dianzi regnava: onde la
forma simbolica dello Stato è propria di
quelle nazioni civili che avanzarono nella
democrazia, e preposero agli ordini e ai moti sociali del medesimo un principio affatto razionale:
come si vede, a modo di esempio, in
quasi tutti gli odierni Stati d'Europa.
E quindi mentre gl'intendimenti più
esplicitamente manifesti, verso l'eguaglianza, là libertà la
rappresentanza nazionale prevalgono nel governo
della cosa pubblica, e nella formazione delle leggi, contemporaneamente perdurano formolo, fatti,
istituti che con quelli intendimenti sono in contraddizione^ e che solo hanno ragione transitoria di vita,
in quanto sono meri simboli di più
antiche credenze, dommi, costumi. Cosi
molte formule di diritto e di procedura,
d'investitura agli ufficii, e via discorrendo, come creazione di nobiltà
nuova, distribuzione di titoli, ordini
cavallereschi, le quali cose tutte non avendo oramai alcun valore reale e positivo, restano come
meri simboli nella costituzione dello Stato. Se, come dimostreremo, cagione e
fonte di questa terza forma, fu il
principio di eguaglianza civile, ed un sentimento più esplicito della libertà morale e
giuridica, che distruggevano gli antichi idoli, egli è un vero progresso di fronte alle forme antecedenti, ed una
ultima preparazione alla forma pura e razionale deUa democrazia futura, o a
quella che i^oi appellammo funzione: e
già ne delineammo per sommi capi la natura, e
l'organamento. In questa ultima forma che è quella verso cui corrono le società moderne, per
adagiarvisi completamente, effettuandone
in ogni singola parte il principio
generatore, i simboli cadono, come cadde la
forza, ed il mito, e la saldezza dello Stato dipende e rampolla da una legge naturale di
esplicamento necessario delle società umane, intrecciantesi con tutte le altre che armonicamente compongono e reggono r ordine universale. La quale legge
riassumendo in sé stessa tutto il valore
morale, giuridico, economico della
operosità singolare dell'uomo consociato in politico e civile ordinaùiento,
possiede di fronte alla ragione particolare e sociale quella assoluta
autorità, che per l'innanzi fondavasi in
finzioni legali, o nella forza.
Imperocché nella democrazia moderna ogni potere emana legittimamente dal
popolo, chiamato nei suoi liberi comizi,
come ogni delegazione di nfficii deriva
da lui direttamente o indirettamente: quindi
nella quarta forma dello Stato, ogni potere rampollando dal fette
concreto del suflfragio comune, ed ogni
delegazione agli ufficii per essere legittima ed autorevole per diretto
o indiretto fecendosi dal medesimo ; e i
varii ufficii costituendo le funzioni che via via s'ingradano a sempre più alto
valore, a comporre nell'insieme loro il vivo organamento della nazione, non vi ha più luogo a qualsiasi finzione, e cade
pure la pericolosa nozione dello Stato, come astrazione legale : la quale fu più volte cagione d'errori, di
sventure, di tirannide mostruosa.
Imperocché rese possibile Tincamazione dello Stato in una persona, secondo la
vana e stolta sentenza del più fastoso e
pernicioso dei despoti francesi; e die e dà occasione alle teoriche e conati impossibili e micidiali della civiltà,
dei comunisti e socialisti di tutte le epoche storiche. Or se riflettasi e
s'indaghi quale sia stato il principio trasformatore della costituzione dello
Stato per il lungo corso della storia in
queste quattro forme che assunse,
vedremo di nuovo mostrarsi il sentimento, il concetto, la vittoria mano mano
della eguaglianza morale, civile e politica tra gli uomini, che a poco a poco ridussero e spensero la
prevalenza della forza, distrussero gli
ordini e i poteri privilegiati, dissipano i simboli che ancor rimangono ad
offuscare la pura razionalità civile, e
preparano la vittoria della libertà e
della legge in tutte le classi dei cittadini. Onde, abbattuta ogni finzione,
autorità arbitraria, mito, simbolo,
privilegio, resta a sussidio unico di esistenza. IDBA. DELLO STATO di progresso
economico, intellettivo, e di libertà, il lavoro libero, che come provammo fin
da principio, è il cardine e lo spirito
creatore delle società moderne: e quindi
seguendo il corso della evoluaione storica
dello Stato in Europa, e nelle razze che la popolano, e che via via si allargano a vivificare le
altre parti del mondo, si pervenne alla
medesima conclusione, cioè che il
sentimento del^a eguaglianza che ha per
strumento il lavoro fisico-intellettuale, e la sua estrinsecazione in un
fatto giuridico, è il resultato, come è
il fattore di tutta la storia antecedente: e la democrazia, forma attuale e
necessaria delle società moderne, è l'effetto per una parte, e il principio
per l'altra, del generale incivilimento.
Noi dicemmo che le nazioni moderne
riposano tutte sopra un fatto e un
principio economico, poiché riposano inevitabilmente e s'impemano nel lavoro,
ed in questo si risolve tutto quanto il valore e l'ordine della attuale iTOLo ni metterebbe l’atto della più violenta
tirannide, e la democrazia civile non
sarebbe phe una turpe copia di quei
sistemi d'intolleranza, cui ella combatte da secoli. Quindi ove l'eguaglianza
giuridica del cittadino è un fatto, e la democrazia prevalse, la libertà di
coscienza, o la inviolabilità del foro interiore, è una condizione della sua
legge, è la sua essenza medesima. Noi
abbiamo adunque in Italia nemico alla unità
nostra, alla indipendenza, alla libertà, il Papato, che da pertutto d'altronde si pone come tale di
fronte alle nazioni, e al pensiero: e poiché il Papato è una istituzione rehgiosa, la forma di un sistema
spirituale di credenze, una fede, così
per lo Stato importa, come sentimento
individuale, una inviolabilità assoluta pel
principio della libertà di coscienza, condizione impreteribile della
vera democrazia. Quindi a combatterlo abbisognano armi adeguate alla smisurata
potenza, e che non oflFendano i diritti
dei cittadini. L'unico strumento, l'unico modo di lottare, e di vincere, è
la.divisione assoluta, ma veramente assoluta dello Stato dalla Chiesa: non ce n'è altro, né vi può
essere, che tutti si romperebbero
dinanzi alla sua forza. Le persecuzioni, le minaccie, l'intromettersi ad ogni
ora nelle cose attinenti strettamente
alla Chiesa, non lo debilita, lo
invigorisce, perchè la fede della maggioranza ingigantisce nella fantasia il
castigo, e lo trasforma in martirio, e tronca i nervi allo Stato. Ogni ingerenza di questo sia a favorire una parte
del clero, per abbatterne un' altra, è
seme di futuro danno, è un intricarsi in
un dedalo senza uscita, è un appoggio indiretto alla istituzione che vuoisi
conibattere. Lo Stato nella democrazia moderna, appunto perchè sorto e informato da questa, dovendo
tutelare con forza e scrupolo la libertà
di coscienza, dee essere indifferente alle varie forme di fede, di culto: tutte sono eguali dinanzi a lui: e la sua
operosità e ingerenza in queste materie
dee solo versare nelr impedire che i varii culti con fatti si cozzino, e
si osteggino, ed offendano cosi la
generale libertà di coscienza. GHi ordini e gli atti religiosi e civili possono
nello Stato moderno vivere insieme, ma assolutamente distinti, senza mai
confondersi, senza mai, come
erroneamente si crede, a vicenda rafforzarsi; essi sono indipendenti l'uno
dall'altro. La vita civile è una cosa,
quella religiosa un'altra: la loro confusione è dispotismo inevitabile,, e il
più tristo e il più feroce. H matrimonio
civile, i riti funebri estrinseci, r
insegnamento, l'educazione, la libera espressione del pensiero, la costituzione delle leggi, il
governo della cosa pubbKca, sono diritti
propri dello Stato e della società
laicale: né si dee permettere che tra queste
facoltà, e le correlative religiose vi sia mischianza, e confusione mai: quantunque sia lecito alla
diverse confessioni religiose
risguardare quegl'atti dal proprio e
spirituale punto di vista, ed ai cittadini il conformarvisi, quando non ledano
l'ordine pubblico. La chiesa nell'esercizio dei suoi riti, del suo culto, nelr
insegnamento religioso, in tutto ciò, in una parola, che spetta alla sua indole
interna spirituale, è libera, e deve
essere, dall'intromissione dello Stato, quando
non assalga apertamente le sue istituzioni, e non offenda i suoi diritti:
ma l'insegnamento pubbKco dei cittadini,
popolare, secondario, superiore, tutto, dee ni essere esclusivamente per quanto
concerne i gradi^ i diplomi, i diritti
che ne provengono di pertinenza assoluta dello Stato, e sotto la di lai unica e
sola direzione. Come tutti i cittadini sono eguali dinanzi alla legge, tutte le istituzioni civili dallo
Stato dipendono: e quindi il clero in quanto alle persone fa parte del diritto comune: nessun privilegio
sostenendolo ove egli infranga le leggi: il codice e la procedura penale
colpiscono il sacerdote, come il laico sia
nelle transazioni civili, come in quelle d'ordine pubblico. La giustizia
perfetta richiederebbe che lo Stato non
s' ingerisse affatto nelle rendite dei diversi culti, ne spendesse una lira a mantenerli: poiché in
un popolo essendo diverse le confessioni, se lo stato ne sussidii una sola, ne sc'ende la mostruosa
consegueìiza che taluni, come
contribuenti, paghino pel culto non
proprio, e che anzi ripudiano. Ogni culto dovrebbe sostenersi "dalla libera concorrenza e
cooperazione dei propri credenti, e lo
Stato non avrebbe sulla proprietà di ciascuno altro sindacato che la tutela
delle medesime, sciolte da qualunque vincolo arbitrario, sottoposte alle medesime leggi, e agli stessi
tributi. Questa condizione civile dei
culti è V unica giusta, e lo Stato dee
intendere ad affrettarne il compimento. La divisione della Chiesa dallo Stato
nei termini accennati è necessaria al
vercJ progresso delle nazioni, ed è
l'unico modo della sconfitta del papato, come
ostacolo alla libertà civile dei popoli. H fondamento alla secolarizzazione dello Stato consiste
principalmente nella direzione esclusiva delle scuole, nelle quali non dovrebbero immischiarsi legalmente
i chierici, né compartirvi nelle medesime alcun insegnamento positivo delle
religioni, essendo tutte queste fuori
della cerchia delle attribuzioni dirette del governo. Poiché se fosse concessa
l'istruzione intomo ad una sola nelle
scuole, sia pure la più prevalente, i
cittadini che appartengono ad altre religioni verrebbero lesi nei loro
diritti, in quanto e difetterebbero di
uno speciale insegnamento, pel quale pure pagano il loro tributo, o sarebbero costretti ad
assistere a definizioni dommatiche che
non approvano ; onde verrebbe in parte lesa quella eguaglianza che è
l'anima d'ogni Stato che voglia essere
civile. L'insegnamento religioso poi
affidato a laici non può riuscire che vano,
e incompleto, destituito pel fatto stesso delle persone, di autorità, e
di competenza: quindi si rischia, tenuto
conto delle varie opinioni dei docenti, che riesca più di danno che di profitto. La dottrina
elementare dommatìca meglio si imparte nel seno delle famiglie, l'autorità patema e materna essendo più viva
e sentita che quella di estranei ; e più propriamente nella Chiesa, per bocca di coloro che a ciò sono
superiormente ordinati; ove Uberamente e con efficacia si professa. Nelle scuole dovrebbesi diffondere,
rinforzare ad ogni occasione quel
sentimento di civile onestà, ove
consiste ogni dignità morale, comune a tutti gli nomini, a qualunque fede appartengano. Che
se, come altri notò, il rimuovere dalle scuole
l'insegnamento religioso per mezzo dei
chierici, o il toglierlo affatto, temesi
occasione di allontanamento dalle medesime di
grande copia di alunni, è questo uno dei soliti timori, prodotti da fatti particolari innalzati dalle
fantasie e dagli interessi di vario
genere, a legge, e che producono inevitabilmente questo effetto solo, cioè di
non osare mai avanzare, avendo paura della propria ombra. Quando a nessuna professione,
a nessun tirocinio, a nessuno utile esercizio sociale non si potesse pervenire, od essere legalmente abilitato a
goderne i vantaggi, se non frequentando
le scuole dello Stato, sottomesso ai
loro esami, e ai diritti che ne rampollano, Tallontanamento non sarebbe di
lunga durata, e dopo qualche oscillazione, o ricalcitranza, tutti volentieri e senza ombra di scrupolo vi
interveprrebbero. Ben poco conosce gli uomini e.i tempi nostri colui che dubiterebbe di una tal
verità: gli esempi che la testimoniano
in altri ordini di fajtti, non m^cano
tutti i giorni. Certamente, e questa è
la condizione assoluta della riuscita, il governo dee curare con assidua e scrupolosa attenzione, e
ferma volontà che le scuole dello Stato sieno le migliori di tutte quelle che sotto altro nome possano
sorgere, e quindi i maestri dai gradi
infimi ai supremi sieno degi^ dell'alto
magisterio a cui si consacrano senza
cerna partigiana, e che gli stipendi si accrescano, onde onestamente
possano vivere e con quejla dignità e
decoro atti ad infondere eziandio per sé stessi nelle giovani menti il sentimento di autorità:
poiché pur troppo lo squallore, la
miseria, gli stenti palesi, degni di altissimo rispetto, quando sieno
virtuosamente sopportati, non sempre
accrescono per la fralezza e vanità
umana, merito in chi ne è vittima immeritevole. Finché risolutamente non si
porrà mano ad un tale riordinamento
radicale dell'insegnamento, e non verrà
divisa la Chiesa dallo Stato nelle pertinenze
civili, vano é lo sperare di vincere grinflussi faziosi clericali, e la continua intromittenza loro
nelle facende laicali* Non oso sperare^ tanta e la nostra fiacchezza^ un si
gran bene^ e si necessario^ prontamente,
benché sia Tunieo modo di vincere. Ma quello di cbe sono certissimo; si è che dovrà farsi^ quando
che sia, perchè è Funico argomento per
combattere il pertinace iiiimico. Alcuni
sottilmente sillogizzando potrebbero opporre
a queste nostre dottrine l'obiezione, dimandando il perchè lo Stato solo e nella democrazia
prevalente, può foggiare la forma
interna di sé medesimo, secondo il
canone del giure civile esclusivamente, negando
questa facoltà a quello ecclesiastico, che si radica parimente nella
inviolabilità personale dei cittadini. Alla quale speciosa obiezione facile è
la risposta : poiché Fattuazione
organica delle funzioni e delle leggi onde
risulta poi la nazione legalmente costituita, dipende e si evolve da quelle facoltà e potenze
individuali che spettano all'esercizio
d'atti esteriori, di fatti econonùci, di procedure eflfettive, riguardano fini
essenzialmente terreni ed eudemonici, i di cui profitti e utiUtà sono per sé
medesimi così definiti e certi che
acquistano spontaneamente l'assenso dell'universale : mentre il sentimento religioso, e le formolo
onde obiettivamente si veste, variando da persona a persona, e riguardando interessi, e speranze che
effettivamente qui BuUa terra non hanno
compimento, se dovessero dar forma a
così dire civile, ed estrinsecarsi in un
ordine pubblico di popolo, recherebbero confusione e anarchia, o prevalendo il più forte,
ritornerebbe a galla lo stato
teocratico, che è la più bieca e turpe
tirannide. Quindi mentre il sentimento religioso che nella democrazia
vera dee risolversi nella assoluta liberta di coscienza viene tutelato come DIRITTO
INALIENABILE [cf. Grice on Locke on the inalienable right to make a word stand
for a idea] dallo Stato, non può^ come il fatto meramente giuridico, assumersi a principio organatore
della società medesima, come qualunque altro sentimento dell'animo umano. Ma
alcuno, e ce ne sono molti, più
appassionato amatore,, che fidente nei benefici effetti della libertà, insorgerà a ripetere ciò, che
si andò ripetendo dai dottori in
politica soventi volte, che^ concessa
questa separazione dello Stato in tutti i suoi ordini dalla chiesa, basterà poi
a contrapporsi vittoriosamente al gigante che ci sovrasta, e agli influssi perniciosi del medesimo verso la civiltà in
generale, e la libertà della nazione in
particolare? Una potenza cosi
formidabile verrà poi sconfitta, in quanto agli
effetti civili, con un tale metodo, e non userà invece della libertà sconfinata che le concediamo, a
schiacciarci più prontamente? Vane paure! Se il papato conta una vita di diciotto secoli, se la sua
efficacia penetra da per tutto, se sotto
gli ordini suoi milita una moltiforme
schiera di sudditi operosi e ubbidienti,
e formolo adesso nel sillabo la teorica^ del dispotismo teocratico, l'umanità e la razza nostra
europea numera d'altra parte, ben più secoli di vita: crebbe e si emancipò con lotte continue e pertinaci
d'onde uscivano più vive scintille di
luce intellettiva, prorompevano più fervidi desiderii di libertà ; si
rafforzarono propositi più civili di vittorie futurp, che andavano animando
mille e mille e poi milioni di adepti,
che poi si dilatavano baldi e procaci su tutta la terra^ recandovi non solo germi di verità e libertà,
ma istituzioni imperiture, Ed ora non solamente nel suo vasto e onnipotente
pensiero agita tutte le genti europeo; ma ravviva metà del nuovo mondo j fascia
le bollenti terre dell'Africa,
signoreggia l'Asia, ripopola l'Oceania,
e stende la mano minacciosa già sul Giappone e la China, che eccita a nuovi
fati, o li trasforma a sua immagine :£ già nell'animo e nell'intelligenza sua
stanno indelebili, consustanziati, e immoriali l'eguaglianza civile, politica e
la libertà del pensiero : tre libertà che non si spengono, tre soli che non vedranno tramonto, e che bastano di per
sé col tempo a sconfiggere qualunque
potenza. Al sillabo noi opponiamo il
codice del libero esame, e l'immenso
jcumulo delle conquiste della natura, che sono strumenti poderosi non di
servitù, ma di libertà, ed emanjcipazione: al servaggio delle menti, la
vittoria vivi£catrice della scienza moderna, al mito il vero, alle jsquallide e lugubri letane dei mistici, lo
splendido e stridente carro
dell'incivilimento. Chi dubita della
finale vittoria, chi crede di fronte alla civiltà moderna ultrapotente il Papato, non intese la storia,
o non comprese la legge indefettibile
della nostra intrinseca evoluzione, e
non sentì nell'anima quella voce divina
che grida alla nostra umanità. Sorgi e cammina! Che se vuoisi opporre
all'esito favorevole della lotta, anche la enorme virtù della unità del Papato,
come forza direttrice, tenacemente nelle
sue compagini costituita, e presente per tutto, si pensi che adèsso la nostra razza omogenea e identica nei tratti
suoi principali, e animata degli stessi sentimenti, è parimente diffusa e organizzata nel mondo, e che la sua
unità morale si va compiendo ogni
giorno. Perchè per i trovati meravigliosi della scienza e dell'arte, che
assoggettarono alla volontà umana le potenti energie della natura^ il pensiero
che da prima esemplò sé stesso e^ scolpì
nelle pietre; nei bronzi^ nelle pergamene dei
popoli separati^ o inimici^ or non solo con la stampa si moltiplicò con la velocità quasi del
concepimento in innumerevoli copie, ma
identificandosi con l'immane rapidità
deirelettrico in un istante, e in un punto
raccoglie tutto ciò che avviene su tutta la superficie del mondo: e le
merci, gli uomini, le dottrine, travalicano con l'impeto della ijieteora nejla
espansione del vapore, immensi spazi di
terre, perforano montagne, e sorvolano emulando i venti, gli oceani,
aeoumunando prodotti materiali e intellettivi in breve giro di giorni: onde, per la originaria
parentela e indole della stirpe or
dominatrice, tutte insieme le forze
domate della natura, van componendo l'unità di
pensiero^ di scopo, di istituzioni per ogni dove : contrapponendo ai
concili! jeratici, le splendide e provvide mostre dell'industria e del sapere
universale. La quale unità, perchè
effetto della spontanea e nativa
evoluzione della specie, non meccanico sistema di artificiale organismo,
è assai più potente di quella pontificale: ed ha nella legge che la governa, e
negli effetti che naturalmente ne
rampollano, la necessità d'infuturarsi,
e la inevitabilità della vittoria. Di fronte
alla cattolicità dommatica e ufficiale, la cattolicità deliastirpe, del
pensiero, delle istituzioni, della Civiltà va
costituendosi, e poderosa si accampa, libera signora di sé medesima. Pongasi mente a questo fatto
innegabile, e veggasi se le paure soverchie di chi nulla osa tentare, sieno giustificate dalle
condizioni generali del mondo. Ma si
rassicurino i timorati e i timorosi,, il
sentimento ingenuo e nobile religioso non verrk
Spento ma non verrà spenta neppure quella luce purìssima di verità, quel
calore di bene, quel fuoco di libertà
che crebbero, e trionfarono a costo di lacriimè, di sangue, di stragi, di roghi infami e
scellerati. Sia libera la chiesa, ma
libero lo stato e autonomo in ogni
ordine di sé medesimo, e sieno libere tutte le
religioni che in esso convivono : non temete, il resultato finale non è
dubbio, trionfo della libertà da una
parte, ed epurazione dall’altra. Altri forse può dubitare, pur
riconoscendo l'impossibilità della vittoria del sillabo nel mondo, che
parzialmente i popoli rischino secondo le proprie condizioni civili diverse, soccombere, ed in ispecie Y
Italia ove il papato ha la visibile sede, e regna il pontefice. Vero è che non
tutte le nazioni avanzarono siffattamente da superare e non temere gl'influssi
perniciosi del Papato, e sarebbe follia
il negarlo. Ma oltre gli aiuti che
vengono loro dal di fuori per la continua
efficacia del generale incivilimento, che da per tutto penetra e si diffonde, ciascuno di questi
popoli, appunto perchè affine alla comune razza europea, ha in sé medesimo la necessità della emancipazione,
la quale può parzialmente ritardare ad
effettuarsi, ma deve in ultimo avverarsi
per le ragioni discorse. In quanto poi
all' Italia in particolare, non conosce l' indole del popolo nostro chi crede alla sua etema e
congenita servilità religiosa
tramutantesi in quella civile; chi crede
che a questa posponga i suoi affetti e i suoi
interessi; che rinunzi alla terra ed ai suoi leciti godimenti; voglia,
parlo dell'universale, porre in non cale
la nazione, rinunziare all' indipendenza ed alla libertà per vivere una squallida vita di
chiostro, e salire per lugubre scala al paradiso. L'italiano è conservativo,
non retrivo, per indole, e non inerte nel
pensiero; e altrettanto rapido' ad afferrare il lato giusto, positivo
delle dottrine, valutare con abilità ingenita gli avvenimenti e considerare ed
estimare le sue condizioni; aperta una
via, sorto un barlume di vero alla sua
mente, vi s'innoltra con prudenza si^ ma virilmente, e con tenacità la segue.
Conosco, grazie al cielo, il mio paese, e a palmo a palmo io posso dire; conversai con tutti i ceti, in tutte le
parti della penisola, ed ho una chiara
idea delle loro condizioni morali; e
certamente in alcune provincie tali condizioni non sono liete e normali, e
richiedono tutta la sollecitudine
provvida e saggia dei governanti; ma non
si illuda l'osservatore superficiale, anche fra loro, come dappertutto,
l'agitazione operosa nazionale sotto
mille forme si propagò; l'idea del riscatto politico, il sentimento di libertà, una forma migliore e
più degna di vita, traversarono, mossero
quelle menti e quegli animi, ed
all'occorrenza saprebbe deludere le cieche
mene dei retrogradi e dei demagoghi. Cosi dunque non temasi in Italia
della libertà concessa alla chiesa e alle chiese, e si proceda con risolutezza;
si armi dei suoi diritti naturali lo Stato, e
si lasci il clero esercitare il suo ufficio, e di fare e disfare in casa propria in quelle cose che
strettamente si attengono al suo
ministerio. Contro la fazione clericale, non v'ha altra politica possibile;
ogni aggressione è vana, ogni minaccia non rintuzza ma fortifica l'avversario, ed ogni ingerenza dello Stato
nelle cose interne delle chiese, riesce
poi di danno a sé stesso. I clericali, e
parlo della fazione politica loro, ben
sanno del resto^ (gli abili e che hanno il mestolo in mano) che senza lo Stato e il suo appoggio,
le loro forze sono monche e sfatate ;
imperocché il giorno nel quale in
Italia^ per una ipotesi impossibile avessimo
un parlamento del loro colore e spirito, e quindi un governo uscito dalle loro viscere, sarebbe
l'ultima ora della loro fazione, poiché nessun popolo di Europa vorrebbe e
potrebbe mantenere rapporti col nero e funesto governo, mentre una riscossa di
tutte le gradazioni dei partiti liberali della penisola fora inevitabile o
spaventosa. Questa i clericali sanno, e quindi
non tentano, né tenteranno l'ultima prova, e solo procacceranno di
tenere Ymo zampino ed un addentellato
nel giure pubblico della nazione, perché lo Stato da sé medesimo, per gli errori servili o erroneamente aggressivi, si procuri una certa rovina.
Quindi, qualunque sia il governo che resti al timone della nostra patria, non
devii dalle norme che ora tracciammo;
ogni altra politica sarebbe funesta; con l'apparenza della forza e della
libertà troncherebbe i nervi a sé
stesso. Adoperandoci di questa guisa, noi renderemo a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che
é di Pia, secondo il detto profonda del
Nazzareno ; e mentre daremo saldi fondamenti alla libertà ed al suo incrementa, faremo un bene eziandio alla
chiesa, poiché, toltole ogni speranza d' ingerenza nelle cose civili, e richiamata al suo morale ministerio,
abbraccerà nella carità religiosa anche
la patria ; come sanno molti buoni fra
loro, i quali sentono che per conquistare,
secondo la loro fede, la'^patria celeste, bisogna amare e difendere quella terrena. L'altra fazione
che tenta e vorrebbe sconvolgere l’attuale ordine di cose civili, quali vennero
prodotte dal lento moto della evoluzione
sociale, è la demagogia anarchica e selva^ia, avente gradazioni diverse, come diversi propositi, diffusa da per
tutto,^e stretta da vincoli, patti,
associazioni, e guidate da uomini
risoluti. E da prima è d'uopo, per giusta ed equa estimazione d'uomini e di cose, distinguere
ed assolutamente separare da una tale fazione il partito repubblicano che si
agita anch'esso da per tutto, e che in
varie parti del mondo ha vita effettiva e legale riconoscimento. Vero è che una tale
distinzione sarebbe superflua e stolta, se pur troppo lo zelo improvvido o
l'ignoranza, non spingesse molti a confondere cose insociabili, e a far tutto
un mazzo, sieno buoni o rei, di quelli
che a puntino non partecipano al grado
presente del loro liberalismo. Il partito repubblicano, quando come in generale
si mostra, segue la legge sana della
democrazia moderna, riposa sui medesimi
fondamenti giuridici e éivili dei popoli retti
a monarchia rappresentativa; mantiene saldi i principj di proprietà, di
famiglia, d'ordine, senza cui convivenza umana non è possibile, ed è una
naturale e necessaria evoluzione sociale. Quindi è d'uopo non fraintendersi, né recare violentemente e con
palese ingiustizia le colpe, i danni, i pericoli alla forma repubblicana, che
sono propri esclusivamente della demagogia.
Dispregiare con puerile sussiego questa torbida fazione, è follia; la
fidanza di sterminarla con le sole armi,
è concetto che non può capire che in un cervello da Don Chisciotte ;
combatterFa con palliativi o discorsi, è
troppo ingenua bredulità. A mali morali,
profondi, tenaci, universali come quelli di cui trattìatnO; si può
ovviare soltanto con serii e virili propositi, e Còli rimedi adeguati alla
forza che li produce IEj prima condizione a sapersi schermire da un tale nemico, è quella al solito di non farsi
illusione alcuna intorno alla sua
potenza, indagarne l'origine, e non
attenuarne il pericolo. E questo si farà per noi il più brevemente possibile, onde premunirsi in
Italia anticipatamente dagli influssi e danni di questo malanno, perchè la libertà sana e la civiltà non ne
soffrano detrimento. La demagogia o
l'insurrezione anarchica delle classi
povere e proletarie non è nuova, e si può dire che i germi sbocciarono col costituirsi delle
società primitive; imperocché di fronte ai più potenti, ai più agiati e felici, stettero sempre i derelitti
dalla fortuna, i deboli, i miseri, qualunque ne fossero le cagioni. Ma se il
sentimento, il mobile, lo scopo si
mantenne identico di mezzo alle trasformazioni sociali, la forma della demagogia cambiò, e i suoi
seguaci e proseliti crebbero
spaventosamente di numero. Quindi
nell'età nostra, per quanto si estende la civiltà europea sopra la
terra, assunse una forma consuonante con
quella naturale del progresso sociale, delle condizioni economiche presenti, e
con l'immenso accrescimento della popolazione. Or noi si vide che il
fondamento, il fatto che costituiva l'indole propria della società moderna e dell'incivilimento stesso,
è un fatto economico, il lavoro, reso
libero, scevro di qualsiasi privilegio
od ostacolo, e sostegno unico dei singoli
associati, nella moltiforme sua natura, e nella immensa varietà dei suoi atti, dal rozzo manuale al
più alto intelletto, il sentimento di
questa feconda e santa mT-erità, pel naturale svolgimento che in tutti lo
produsse e lo suscitò; nacque nell'animo di tutte le classi vagamente le eccitò, spingendole di un salto
con Timmaginativa agli effetti ultimi e salutari di questo principio, valicandone i necessari intervalli
per ignoranza da una parte, e per impeto di bisogno dall'altra. Indi la foga
pertinace, perseverante, ma più calma, o
Torrido assalto subitaneo di selvaggie ire
contro quei medesimi sostegni, quelle istituzioni che Bono anzi i mezzi di giungete gradatamente ad
una condizione migliore di tutti. Cosi
nacquero per un verso le associazioni della
cosi detta intemazionale, o le
improvvise ruine della comune. Ma nel tempo
stesso che noi dobbiamo combattere le funeste teoriche di queste sette,
e soffocarne con pronta energia i
delirii nefandi, non bisogna, lo ripeto, fanciullescamente cullarsi nella idea,
che fatti cosi universali, e che in un
modo o nell'altro si mostrano per quanto
fii stende il campo civile delle nazioni, sia un mero capriccio
momentaneo d' ebbre moltitudini, vapore di
idioti, e fenomeno che non abbia fondamento di sorta nella storia; né in se, in mezzo al profondo
errore che l'offusca, e lo insozza, un
raggio e un filo di vero. E noi vedemmo
già che la demagogia ha la sua storia, antica quanto il mondo, e svolgentesi e
sgomitolandosi con i secoli parallela alla trasformazione fiociale della nostra stirpe. Ed il vero, che
questa fazione nelle sue teòriche micidiali racchiude è questo: che ad ogni uomo, ad ogni cittadino, sia
qualunque la nascita, l'economica
condizione, incombe egualmente l'obbligo
salutare del lavoro, ed è compartecipe di
tutti i doveri che stringono autorevolmente tutti i consociati a prò di
tatti con reoiprocft operosità; imperocché l'ozio infecondo, e soltanto
consumatore et cormttore, è oramai agli
occhi di tutti il più tristo, squallido
e vituperevole vizio sociale, la causa e il
fomite di ogni disordine e, d' (^ni ruina. Ma questo vero, che or comincia, rispetto al suo valore
sociale, a risplendere alle menti di
tutti, e che mano mano che la società
progredisce, sempre più palese si farà,
e che dee divenire la fede comune, nelle sette demagogiche si trasformò
in ribellione ad ogni sano principio, e
divenne piuttosto sorgente di miserie e
di lutti, che fonte di prosperità per gli stessi che si Intano in suo nome. Quindi la fallacia nella
credenza di poter sterminare ogni sentimento religioso come quello che secondo essi sostiene i perni
della società attuale; la puerile fidanza del condividere i beni fra tutti, e ritornare, per essere
felici e mirabili, alle delizie
animalesche delle prime orde umane. II
sentimento religioso in sé, astraendo dalle forme dommatiche che può
rivestire, è in quella vece sì
connaturato all'uomo, appena gli balenò un ra^io di intelligente attività nella mente, è un.
bisogno cosi profondo, che il supporlo
nell'universale temporario periturio,
riesce un errore sì madornale, quanto il
credere che possa miù cessare il sentimento del bello, del buono, dell'utile, e così via
discorrendo. Un tal sentimento muterà
forma, materia, simbolo, a sempre più
puro e razionale aere s'innalzerà, ma rimarrà e quando anche in tutti si trasmutasse
in effettiva intellezione dell'ordine
infinito del mondo, e dell'eterna energia che lo vivifica, e continua, avrà
sempre una efficacia potente negli animi umani, e una autorità suprema nei loro
atti. Quindi, sicc^ome è vano l'assunto,
è assurdo il crederlo effettuabile ; e di questo si persuadano coloro che eccitano a simili
fantaami le moltitudini. In quanto poi
alla proprietà e alla famiglia, sarebbe con esse distrutto l'ordine civile,
ogni speranza di miglioramento, ogni libertà. Poiché l'ultimo fatto sociale a cui" pervenne il moto
evolutivo umano è Tuniversale libero
lavoro, questo senza la proprietà non
può sussistere, in quanto mancherebbe di sussidi, e dei giusti stimoli ad
esercitarsi. Che se il lavoro è un
dovere, un godimento, una dignità, la sola nobiltà possibile oramai nel mondo, oltre avere un
effetto che giova alla generale
convivenza nella reciprocanza di ragioni
e d'influssi che l'anima, è pure un modo di
rendere più lieta, agiata e amabile la vita; poiché colui che vuole rendere l'uomo misticamente
perfetto, e che tutto versi e si travagli nella carità, e non senta e non provi gli onesti piaceri, e
rinunzi ai comodi, agli agi, agli utili personali, non solo disconosce la umana natura, ma annienta la storia.
Laonde la proprietà ed in conseguenza la
famiglia, sono condizioni indispensabili del lavoro, e con esso della
civiltà tutta quanta, e della libertà che
a tutti è si cara, e desiderata. Questi
sono i veri contro cui infuriano i propositi dell'intemazionale, i quali se
venissero ad effetto, ogni bene sarebbe distrutto; sono errori in cui cadono e caddero non una sola volta, quelli
che, vivificati da un sentimento giusto e da un vero che balena incerto e confuso nelle loro menti,
credono raggiungere la meta sterminando gli argomenti che vi conducono. Egli è certo però che tali
sette sono or formidabili e sparse da per tutto: hanno associazioni, pecunia,
giornali, conventicole e cattedre: e gl'iniziati si mescolano in tutti gli ordini della vita, e
gli arruffoni ne sfruttano la credulità, o ne inveleniscono, rinfuocano le ire:
pericolo tanto più tremendo, quanto più
è avvalorato da un sentimento giusto di una verità male intesa. Or che
contrapporrete a questa fiumana? La Forza? è tentato, ma l'idra rinasce: oltre,
che la forza contro il sentimento e il numero non prevale, e senza un principio
che la sostenga, è vano amminicolo. Combatterlo con principii contrarii? si
sperimentò, risorse, e sempre più sì
estende. Con gl'influssi religiosi? Ma ella imperversò maggiormente ove
le genti erano guidate e ispirate dal clero, e si agita nei paesi, ove la fede
è più viva, poniamo che non sia la
cattolica, tralasciando anche che alcune
tendenze, ire, dispetti clericali sono fomite a queste sette, e piuttosto che
attutarle, le attizzano. Forse pej: mezzo delle esortazioni, le per« suasioni, i libri, e i giornali? Certamente
questi modi, e argomenii quando sieno
bene appropriati e condotti, hanno un
grande valore, e maggior della forza, e
degli influssi religiosi, perchè vanno a poco a poco componendo una opinione
favorevole ai suoi principj, e
l'opinione oggi è regina, e può molto: ma
la sua efficacia è in parte frustrata dai giornali, dalle associazioni della setta, onde è lento e
stentato il benefico risultamento. Dunque non hawi rimedio? I rimedii
opportuni, i soli efficaci, e che, spero, saranno riconosciuti tali a poco a
poco da tutti, se vogliamo salvare la civiltà, sono di due sorta, privati
e pubblici: e ne discorreremo
partitamente le loro ragioni. Odesi tutto giorno dalle persone di ogni ordine
e d'ogni ceto, tra quelli più agiati^
lamenti e querimonie rispetto ai
pericoli che ci sovrastano da parte della
demagogia universale^ e si paventa^ si trema^ s'impreca^ o si pronostica
il finimondo. Ma sciaguratamente tutto
questo tumulto dì sgomenti^ predizioni^ spasimi
si risolve in parole, in chiacchere, in vaniloquio effervescente, e
nessuno, parlo in generale, fa nulla, o
aspetta da un arcangelo la spada salvatrice, o grida contro il governo e i governi che non
uccidono a soffocano nella culla il
mostro divoratore. E mi fanno la figura
di chi, appreso lentamente il fuoco in un
canto della propria casa, corra in piazza a gemere^ a piangere la imminente ruina delle sue mura,
imprecando perchè il sindaco non distrugga i zolfanelli, causa immediata del danno, invece di
provvedere tosto e virilmente al pericolo, tenue da principio, con la propria
persona, o con gli ajuti che ai forti e volonterosi non mancano mai. Cosi
presso a poco va la faccenda per tutti
coloro, e sono innumerevoli, che
presentendo l'avvento della cosi detta questione sociale, credono
rimediare al male col vociferare ai
quattro venti il prossimo diluvio, o volendo che altri gli soccorra con modi, che neppure essi sanno
in che veramente consistono. Ma in tale
maniera l'acqua arriva alla gola, e
senza rimedio, perchè il neghittoso è spiacevole a tutti, utile a nessuno. Egli
è oramai tempo di mutare registro, e se
veramente stanno a cuore gli averi, i
diritti, la giustizia, non fosse che rispetta
ai privati vantaggi, bisogna persuadersi, perdio! che il tempo è venuto, ove chi non opera, e
fortemente vuole e lavora, verrà
travolto non solo dalla fiumana impura ch^ paventano^ ma dalla indole della
civiltà presìHite, nella quale il
volontarìp infingardo nozi può trovare
modo durevole di vita. E innanzi tutto la società è solidale d'ogni bene^
d'ogni male, e chi non sente q^uesto
alto dovere, è indegno di chiamarsi uomo
civile: e quindi ognuno è strettamente tenuto a co-operare [cf. Grice,
PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL HELPFULNESS] al maggior benessere possibile della
nazione. E si badi che questa, di cui
parlo, non è mica una carità estrinseca
e contingente, che possa a volontà con
minore o maggiore zelo esercitarsi, come avviene in altri fatti di pubblica o
privata beneficenza, ma è una necessità
intrinseca, senza la quale la società
minerebbe. La quale cosa si fa a tutti palese anche materialmente, se riflettono ajla
solidarietà, sempre più stretta e
generale che nasce fra tutti gì' interessi,
sia per associazioni a scopi diversi di utilità personale, o di
prodotti, sia per la dipendenza d'ogni ordine di fatti economici fra loro, sia
nel più vasto e universale credito dello Stsito, da cui dipendono una immensa varietà di fortune particolari.
Quindi il lavoro libero, ma co-operativo [GRICE, PRINCIPLE OF CONVERSATIONAL
HELPFULNESS] dei singoli, onde si conservino intatte e abbondanti le fonti .di
ricchezza e di sussistenza nazionale,
anche per questo lato, è lavoro necessario: che se egli allentasse,
svigorisse., o venisse meno, il popolo perirebbe senza rimedio. Adunque tra i rimedii privati che possono
contrastare all' ampliarsi delle sette demagogiche a danno di tutti, è l'operosità di tutti, e in specie
di quelli che più avrebbero a perdere, e
nei quali quanto è più grande la
ricchezza e l'agio, tanto più cresce e
ingigantisce il dovere dell'opera. Si persuadano che nelle moltitudini adesso il prestigio solo
delle ricchezze, o del nome; o del fasto è scemato, e va scemando, grazie al
cielo, rapidamente, e invano si atteggerk a pavone, chi sotto le splendide
penne, e r iridiscente folgore delle
piume, cela miseramente una cornacchia.
D popolo non dispregia- né nomi, né
fasto, quando coloro che li portano, o V esercitano senza jattanza, sono degni
della civiltà nostra, la quale consiste tutta nel lavoro, utile e generoso.
Bisogna adunque che coloro a là crescente onda delle mene demagogidie, è una
necessità delle stesse condizioni civili deUe nazioni moderne, un diritto e un
dovere. Dichiarati brevemente i rimedi privati, consideriamo quali sieno,o
possano essere quelU pubblici, o di pertinenza dello Stato, e del suo governo.
Questi a divisarli compiutamente si
disbrancano in lare ordini, e possono essere quindi di tre specie:
mo^?ali, amministrativi e poUtìci. . Un
grande rimedio aU'errore, al vizio e alle miserie, è certamente V
istruzione diffusa, e più tra quelle
classi che di per sé mal saprebbero provvedervi, e alle quali manc^ lo stimolo proprio ad avanzare, vale a dire alle plebi
della città e delle campagne. Che questo
sia precipuo ed assoluto dovere di ogni governo civile, è chiaro, e
sarebbe anche più chiaro, se non fossero
ancora alcuni, e non. son pochi, nei
quali si mantiene la dignitosa e generosa ctedenza, che l’ignoranza delle
moltitudini lavoratrici, è un ingrediente e un sussidio nòbilissimo di governo, e s’affidano nella loro maravigliosa
attitudine, di contrastare ad ogni male, puntellati all'arte provvida di pochi,
e all'uni vergfale e servile asinaggine. E tatLto più stupore arreca una tale
saggia sentenza, in qitanto di preferenza è sostenuta da quelli non
parlo certamente di tutti che
bazzicano frequentemente per le chiese,
e fanno pompa di cristiana pietà. Brutta e ridicola contraddizione, la
quale se ingenuamente professata, indica
in essi una ignoranza proporzionata al grottesco proposito; se ad afte pensata, è iniqua e degna deff universale
dispregia. Jn ciasctm uomo come sono
eguali potenzialmente i diritti e i
doveri, sono eguali i bisogni e la necessità
deiihi dignità della vita; ora in tutti in quella guisa dello stato, e migliorare le loro condizioni
economiche; ma parlandosi di suffragio
fermarsi alle porte del salterio e dell'abbaco, è tale stravaganza che la
maggiore non si può immaginare; si crede
d'essere' del nostro' secolo, e viviamo
delle idee dei bisarcavoli! CICERONE (si veda) assennatamente dicera essere gF
ignoranti capaci di verità^ poiché T
ignoranza ^ cioè la mente primitiva^ non
ingombra da sfumature; e il più delle
volte arruffata da un sapere rachitico, entrato a spruzzi anarchici nel celabro, è tutt'altro che
chiusa alle verità pratiche della vita ; che anzi quando queste vertono intomo
a positive questioni d' interessi generali,
ma consuonanti o influenti con e su quelli particolari della famiglia, del comune, della provincia,
sono pronte a colpirne il nocciolo
principale, e a scegliere le persone più idonee a risolverle secondo le
necessità del momento. Se non fosse
così, se noi attendessimo ad allargare
il diritto di suff'ragio che virtualmente è di
tutti, quando tutti fossero dotti, ed uomini di stato almeno in cacchioni, io credo che si
aspetterebbe indarno quel giorno, e si aprirebbero le universali urne dei trapassati allo squillo finale
dell'arcangelo, più presto che quelle
generali del popolo pel comune sufeagio. Ma ribadiscono gli oppositori : voi
desiderate estendere il diritto di suffragio mentre ^ nessuno, o da pochi si chiede : attendete che il desiderio
nasca, si diffonda, giunga legalmente al
parlamento, e allora si aprirà la mano,
ma sempre con prudente riserva. E cosi, soggiungerò io, noi liberi cittadini di
libero stato, e un governo che dalla libertà è sorto, e a questa deve intendere
con tenaci propositi, saremo meno
generosi, meno magnanimi dei governi dispotici ? In questi sovente, e la
storia anche contemporanea è piena di
esempj, il governo costringe spontaneamente
le moltitudini riluttanti a incivilirsi, e con violenta mano le sforza ad accettare .riforme civili,
amministratìve, economiofae: noi BEtremo il contrario: in nome delia libertà, teleremo lontani dalle riforme
utili e necessarie quelle moltitudini chC; secondo il ^iblime concetto,
persistono nella ignoranza, o nella indifferenza politica. Un governo onesto di
libero popola dee spingere al meglio di
proprio impulso le genti confidate al
suo senno: nò dee nelle leggi fondamentali attendere che altri domandi, ma generosamente anticipare opportune riforme. Ma se del resto
tuUi non chiedono o vogliono il diritto
di suffragio, questi è sorto nella
coscienza dei più, emana spontanearmente dal nostro giure pubblico, è una
necessità dei tempi, è un dovere civile.
Che se un tale dovere, per ipotesi
impossibile, non si sentisse, o si dissimulasse, p^r durare in un certo grado matematicamente
misurato, e fisso di libertà, a prò di minoranze qua quando anche, per ipotesi, ciò avvenisse, Teffetto sólo che
produrrebbe, fora certamente una'^pìù grande e viva operosità nei partiti
liberali, e una agitazione legale più
intensa, le quali riuscirebbero in fine a risolvere più presto e ricisamente una tale questione
interna, e scongiurare più virilmente i
pericoli, onde è gravida per la nazione.
Altro benefizio che recherebbe seco la
partecipazione, larga del popolo al Suffragio, sarebbe quello di stimolare,
(essendo più vasto il sindacato, e le possibili peripezie del voto), e costringere
i- deputati ad intervenire scrupolosamente al parlamento^ e smettere il brutto
sciopero in cui sono caduti molti ripetutamente, e in modo da far credere cronico il morbo pernicioso, che gl'infesta,
e li rende colpevoli dinanzi alla
nazione. Più e più volte gli atti e le
discussioni del parlamento, d'importanza capitale per la prosperità e ordine
del paese, non poterono aver termine necessario, o sanzione legale, per Io scarso numero degli intervenuti, e ancKe
quando giungevano alla cifra
prestabilita, di fronte alla totalità dei rappresentanti, erano si può dire al
disotto del decoro del parlamento. Se
coloro che pur brigano, e fauno chiasso
per essei'c assunti al grave incarico, e rappresentano ciò che v'ha di più vivo
nella na ssioney e la funzione più
eccelsa di un popolo, che è quella
4'essere il legislatore di sa medesimo^ danno
un si tristo esempio di trascuranza agli alti doveri, e di abbandono alla alacrità civile della vita
pubblica, B0^ è da atupire, se gli aitai
alla base imitano nel laìiguote, nella
cascarne, nella dimenticanza dei diritti e doveri civili, i loro rappresentanti
; e «'ingeneri nella na2doDe quell'ozio politico, che è la lue più deleteria, e corruttrice delle viscere
della medesima; sintomo, se i rimedii non intervengono pronti ed energici, di inevitabile morte. O non
cercare, desiderare r^lezioùe e intromettersi in ogni maniera per ottenerla, o ottenuta, attendere con lealtà e
perseveranza al proprio mandato, ^d esercitarlo costantemente, risparmiando cosi un malo esempio al popolò \
intero, un acerbo e giusto rimprovero a
sé medesimi; lasciando aperto il corso ai più degni, e più operosi, e non ocisasionando cosi la morale decadenza
dell'autorità del parlamento, come pur troppo fra noi già per moltissimi accadeva : e che io dica il vero
faccio appello alla stampa quotidiana di tutti i colori piena sovente di acuti,
e meritati riinbrotti ai neghittosi legislatori. Bispetto al pericolo del
cesarismo, che secondo altri sarebbe il
mostro che uscirebbe dal voto generale,
come quei fantocci deformi e strani, che scattano all’improwiso dalla
scatola magica, a stupose e terrore dei
nostri fanciulli, temerlo da senno in Italia, è cosa che non Val la pena di confutare. Il
cesarismo è solo possibile in un paese, sconvolto ^à, sconquas' fiato, disordinato a più riprese, e dove la
furia delle fazioni anaik^hicbe^ o le gare di pretendenti più meno apocrifi, tanto scrollarono le
fondamenta d'ogni ordine, e tanto impaurirono le maggiorante, che, conservatrici sempre, si appigliano di
iiecessità all'unico modo di salvezza che si presenta, sia pute Tautonta
irra:dónaie della sciabola, o la potenza moi'ale di un nome: poiché ove è questione di
anarchia di forze brute tenzonanti, il
popolo si rivolge a quella che ha
maggiore probabilità di vittoria, e di ristabilire quindi la pace, e la
cancordia nel caos informe sociale. Ma
un tal voto, quando è generale, se manifestasi sostenitore di una forma
dittatoriale in un dato momento ove egli
è necessario, apparisce anche come
fondatore di repubblica, quando una tal forma
di reggimento ad un dato momento, sia Tunica arra di durevole ordine, come intervenne in
Francia : nella quale, nonostante la
lunga cospirazione della caduta
assemblea, e del suo governo, retrogrado e monarchico, e tutto rìmmienso
arrabbattarsi dei clericali, e dei
funzionari governativi, sorse testé la repubblica da quelle Urne rurali^ che secondo i giusti
estimatori del senno delle moltitudiiii, dovevano imporre alla Francia il -^èsaitfismo na^Kileonico^ o il lugubre
spettro della rameica tirannide
legittimista. Che se invece avvenne il
contrario della comune aspettativa, si deve solo a ciò, che tra i varii e funesti pretendenti al
trono francese, e delle loro ingenerose
e tristi fazioni, il popolo senti, che
runico governo d'ordine, era il rejpubblicano, che tagliava a tutti la
cresta, e li poneva fuori dell'astioso e cupido combattimento, e per la
repubblica votò. In Italia non vi sono
affatto elementi per un cesarismo possibile, e mancano condizioni antecedenti
per un tal rini Bultato; qui non sfacelo, qui non anarchia^ qui non odii; rancori^ ambizioni^ rafforzati dal
sangue sparso da vendette nefande, da rappresaglie inique ; qui nessun bisogno
di salvatore, o d'incoronare col servaggio del popolo, un fortunato vincitore
di eroiche battaglie. Da noi le istituzioni, grazie al cielo, possono per poco affievolirsi, o venire in meglio
modificate, ma legalmente operano, e sono fisse nella coscienza pubblica, né alcuno anche dei partiti
possibili più risoluti, e accentuati,
pensa a rovesciarle, perchè in Italia
c'è senso in tutti della realtà, né ci si scapriccia in utopie senza pratico
costrutto: in Italia la dinastia
regnante è politicamente insigne pel rispetto alle leggi, né vi attenta, né vi
corrìe rischio, (quando esercita il suo
mandato, come ora fa) di v^enire rejetta, e inimicata dalla nazione^ e F
esercito nostro, quanto valoroso, fedele^
onesto, e nel quale in bella armonia si
fusero tutti gli elementi fortf della
nazione, sia patrizi, sia popolani, se è tutela delle leggi, dell'ordine, della integrità della
patria, non è una accolta di pretoriani,
e conosce a prova quali sieno i suoi
doveri di soldato leale e devoto e quelli di
cittadino. Indi il timore e lo spauracchio di Cesari possibili in Italia è affatto chimerico, e
non conosce certo il popolo nostro, né
le nostre condizioni civili interno in
tutti i loro elementi, chi paventa di un
tale babau, E dico adunque che
si dee proporre legalmente e stabilire
una tal forma di suffragio, senza indugio^
poiché la libertà lo richiede, la dignità della nazione lo esige, la prudenza Io consiglia. Le
moltitudini eleggono, non governano; immenso ' divario ; ed esse in media secondo tempi, luoghi, e coadisiom
sociali soelgono' seeipmi pia opportuni ai bisogni presenti. Io 80 a rn^AA dito tatto quello che poseono
rispondere, e obiettAi^é coloro ohe sono
di contrario avviso : e m'invitératino ad inchieste del come si fanno e si
fecero le elezioni' in varie provincie
della penisola, sia per brogli, tàsir
per persone e mi sopraffaranno di una
quai^tità enorme di fatti, e' di aneddoti; ma queste cose^ e questi riposti archivi!,li
conosciamo: ed è appunto perchè U conosciamo, che invochiamo la riforma del
voto. Poiché il ragionamento dì alcuni fra
gli awersarii consiste a dire: il voto, nella guisa che ora si esercita, è vero, non dà buoni
restdtati, dunque Voi attendete una
conclusione necessaria: ohibò! la logica
loro è più stupènda: dunque conserviamolo!
Altri potrebbe opporre : concesso che la moltitudine, la gt»nde
maggioranza delle nazioni sieno di fatto e
sempre conservatrici, perchè allora prevalsero via via, e vinsero le
rivoluzioni, effettuando ad onta di quel
freno costante, mutamenti radicali nel costume e nelle idee dei popoli? La ragione e la spiegazione
di un tale fette è ovvia a trovarsi;
poiché per una parte le moltitudini,
perchè conservatrici, e lontane e aborrenti per le loro faccende, dal moto e
dall'agitazione delle minoranze, che
vivono in special modo di pensieiV)^ e di abitudini innovatrici, nulla iniziano
spontaneamente, e rimangono estranee agli influssi delle novelle idee; e dall'altra non chiamate a
manifestare legalmente i loro
sentimenti, non possono arrestare,
moderare o piegare il corso degli avvenimenti, o modificame i
resultamenti sociali. Le moltitudini vivono m sciolte y guardando ciascuno ai
propri negozii^ e non possono congregarsi facilmente in assemblee, in comitati,
in conventicole, come è facile alle minoranze appunto perchè minoranze. Ma una
tale inerzia, una tale paziente
annegazione, non rimane senza effetto col tempo; inquanto se le minoranze si
spinsero oltre certi confini morali e civili e vollero trionfanti principii che
offendono il sentimento ereditario della moltitudine, cadono poi in seguito le
loro esagerazioni stesse, non nutrite e
sostenute dall'universale, e solo resta
il progresso possibile, pratico, buono, il quale, comechè nuovo, pure non perturbando le
coscienze e abitudini della maggioranza
nazionale, viene a poco a poco a
consustanziarsi con le medesime: e cosi i popoli camminano e vanno
perfezionandosi. E che ciò sia vero,
oltre la testimonianza palese di tutte le storie, basta fermarsi a considerare
il corso delle rivoluzioni moderne di tutti gli Stati, perchè la realità della dottrina nostra salti agli occhi ai più
miopi. Affine dunque che le moltitudini non per lunga e sempre faticosa efficacia, come freni
conservativi, operanti spontaneamente e fuori del giure positivo, riescano
immediatamente salutari all'equabile e fruttuoso progresso dei popoli civili, è d'uopo
renderle partecipi della vita pubblica,
chiamandole alla elezione di coloro che sono poi i legislatori della nazione, è
debbono guidarla alla libertà e ai beni che essa racchiude^ con ordine e operosità. Così facendo, con
quei temperamenti richiesti dalla moralità e dignità stessa del voto, si otterrà una maggiore attività
politica ; la nazione non sonnecchierà mai, né ristagnerà; i partiti che pervengono al governo dello Stato, nella
vicenda continua di nuovi biefogni^ non crìstalUzzeranno^ e riposeranno in una
beata e grassa quiete^ ringipvaniti e
stimolati sempre dal voto popolare^ donde tutto nelle democrazie fluisce e sorge ^ e viene
legittimato; si avrà sempre una benefica
remora alle intemperanze delle fazioni,
e quello che più importa, un ostacolo, e, si radichi bene nella mente, l’unico
ostacolo all' imperversare della furibonda demagogia. Io non aspiro alla divina prerogativa della
infallibilità, e lascio ad altri senza
rammarico questa modesta ed umile virtù
; ma per quello che io valgo a discernere
dopo lungo studio e lungo amore pel pubblico bene, crèdo fermamente alla efficacia, necessità,
utilità delle mie proposte, come sono
certo che quadrano a capello con le
norme positive di una scienza sociale, veramente degna di questo nome. Tali sono
le proposte, che coscienziosamente e dopo
maturo e scrupoloso esame, e modestia, venni svolgendo in questo mio
scritto ; tali le riforme che credo
indispensabili per la durata, la esplicazione naturale e la salute delle
nostre istituzioni, e pel decoro e la
prosperità della patria. Certamente non si possono tutte e subito attuare, e Roma non fii fatta
in un giorno; ma necessario è che gli
uomini a qualunque partito nazionale
appartengano, proposti al governo della cosa
pubblica, vi si accingano con tenace proposito, e vi aspirino costantemente. Un
sentimento di malessere indefinito
occasionò la crisi presente, e la
nazione sta raccolta attendendo che i diversi ordini dello Stato meglio rispondano all'indole loro
e dei tempi, e si ritemperi a vita più
robusta e libera la fibra dei cittadini;
e tale è il compito di coloro che ora salirono; è giudicheremo dai fatti se
sono da tanto. Quelli che caddero ^ il
partito cioè che fino ad o^ resse i
destini d' Italia^ operò cèrto molte cose buotie e condusse a termine, stimolato però dalla
piÙL viva e impaziente parte della
nazione e laicamente eoa; diuvato da
questa, Tunità territoriale e politica della
patria^ protetto da fortuna propizia e da eventi insperati, trasmutanti
in vittoria eziandio la sconfitta; ma a
poco a poco, ritirandosi in sé medesimo e chiuso troppo forse agli influssi sempre salutari
della maggioranza del popolo, si aflSevoll ed obbliò le origini sue, e la natura essenzialmente democratica
degli Stati moderni. L'Italia oramai è
giunta a quel temperamento civile ehe esclude la violenza e T illegale intromissione di fazioni perturbatrici, ma
vuole ed esige che si avanzi e che si
cammini di pari alle nazioni più civili; che gli uomini che la
capitaneggiano si governino con le idee
nuove, e si lascino i metodi troppo
curialeschi e scolastici nell' indirizzo della cosa pubblica. Or non è più
tempo, e tra poco lo vedranno anche i
più restii e ostinati, di grette abilità e di piccoli e scuciti mezzi, giorno
per giorno, di reggere gli Stati ; tutte
le questioni sono larghe e grandi, e non
si risolvono che con intendimenti e principj larghi e generosi; in ogni vertenza è conflata, a cosi
dire, la vita di tutto un popolo, anche
per i rapporti che essa ha o può avere
con tutte le nazioni civili. Isolarsi, fetcendo i suoi affari alla guisa di un
agente di fattoria, è impossibile,
dannoso e indecoroso; la necessità presente spinge i popoli europa all'unità
morale della razza loro, ed all'equilibrio econoiiiicO civile e politico di tutte le membra ; ciò che non
importa ima yi^ota cosmopQlitia alla maniera dei politici mistici: m ogoji
inombro e nazione vive della sua vita
particolare; ma in conserto di vincoli si stretti, e una reciprocità di r^oni che costringono tutti ad
avanz^ure perire; poiché la selezione naturale governa anche 1a vita dei pppoli. Né valga il dire,
come da molti si ripete che il governo
è, od era assai più liberale della
na:pione, e quindi ogni spinta o riforma
riuscire inutile, o inopportuna; poiché, oltre essere questo in generale vero per tutti i governi,
in quanto sono al di sopra del sapere e
del civile temperamento delle
moltitudini, suscita spontaneamente questo dilemma: o il governo, in uno Stato
libero, possiede minori spiriti liberi
del popolo, e quindi dee, in virtù della
legge fondamentale di un libero stato, ritirarsi, perchè violatore moralmente della medesima; o
si confessa più liberale del paese, e
allora piuttosto che ristarsi e mantenere
il grado fisso del valore civile del
medesimo, dee spingerlo innanzi e trasformarlo
alla sua immagine; che se sta, non procacciando di eccitarlo alla riforma, è indegno dell'alto
loco che occupa. Queste teoriche di accomodamenti pratici non sono più d'uso, e solo argomentano una
profonda imperizia del come si dirigano le società moderne, e dei doveri effettivi dei governanti. Sciolto da
qualunque legame di disciplina, come dicesi, di partiti, perchè uomo affatto
privato ed oscuro, e al di sopra di
questi, come debbo essere lo scrittore imparziale, non consigliandomi con altre
norme che con quella che io credo il
giusto, scevro da qualunque ambizione personale, né stimolato da ire o passioni
di parte, liberamente dissi, comecché
sempre con rispetto in olle persone, ciò
che stimava opportuno ed utile, devoto
in tutta la mia vita ad una cosa sola, ma quella grandissima e santa, la
verità. Se altri mi provi che io mi
ingannai, sarò ancora felice quando il contrario di ciò che credetti, profitti alla mia patria. In
ogni modo, nel piccolo giro delle mie
facoltà, avrò soddisfatto all'obbligo di cittadino ; ciascuno dovendo servire
la patria in quel modo che gli è concesso. Solo una cosa detesto in questo ordine di fatti: la
petulante vanità dei neghittosi. Altri
saggi: S^Uo ai ierehi: DELLK CONDIZIONI
INTELLETTUALI D.' ITALIA ITm
preparmziùHe ì SELLA LEGGE FONDAMENTALE DELLA INTELLIGENZA ffCL RC6II0
ANIMALC S t'Udii di Psicologia
compartita. Se- rv;.ft- Tito Vignoli. Vignoli. Keywords: squirrel, squarrel,
psicologia comparata, etologica filosofica, una legge della intelligenza
degl’animali – mito e scienza – mitos e logos – animale, legge, legge della
psicologia, psicologia comparata, etologia comparata, evoluzione. Refs.: The H.
P. Grice Papers, Bancroft MS, Luigi Speranza, “Grice e Vignoli” – “La etologia
filosofica di Grice e Vignoli” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria. Vignoli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vinadio:
la ragione conversazionale della prassi e del valore – la scuola di Torino –
filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Abstract. Keywords: being, value, and
colloquenza. Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “Of
course, Vinadio is bound to be a good dialectician, since Italian neo-idealists
take Hegel’s Dialektik – or colloquenza, as the count prefers – much more
seriously than the most Hegelian of Oxonians! (And I don’t mean Bradley!”)
-- Grice: “I like Vinadio; but then I’m
English and we like an earl!” – “My favourite of his tracts is the one about
dialettica which he understood just as Plato did, only better!” -- Felice Balbo
di Venadio, conte di Venadio, vide, “Il conte di Vinadio” --. Considerato una delle voci più significative della
filosofia italiana e un intellettuale impegnato in un vasto progetto di ri-fondazione
della filosofia politica nell'immediato secondo dopoguerra. Figlio di Enrico
Balbo di V., naque in via Bogino, nel palazzo che e del conte Cesare Balbo di
V., ministro di casa Savoia. Dopo la laurea, partecipa alla seconda guerra
mondiale, prima come sottufficiale degll’apini, poi come membro della resistenza.
Come consulente d’Einaudi cura una collana di filosofia. Insegna filosofia a
Roma. Si raccolge attorno a lui un gruppo di filosofi per discutere sulla crisi
dei valori nella società e sui modi di superarla mediante l'impegno sociale. Il
suo impegno trova espressione inoltre con i contributi alle riviste “Cultura e
realtà” e “Terza generazione”. Vicino all’organizzazioni della sinistra e al partito
comunista, comprende come il mutamento centrale della società e avvenuto nel
rapporto tra lavoro umano e tecnica. Assunto all'IRI presso il Servizio
problemi del lavoro. Si interessa di formazione del personale. Direttore del
Centro IRI per lo studio delle funzioni direttive aziendali. Saggi: “L'uomo
senza miti”; “Il laboratorio dell'uomo”; “Studi in memoria di SOLARI [vide] dei
discepoli” (Torino, Ramella); “La sfida storica del comunismo al cristianesimo
e le sue conseguenze filosofiche” (Mulino); “Idee per una filosofia dello
sviluppo umano” (Torino, Boringhieri); “Opere” (Torino, Boringhieri)’ “Essere e
progresso”; “Lezioni di etica” (Roma, Lavoro); “Lettere a Ludovica”; Archinto. Boringhieri,
“Per un umanesimo scientifico. Storia di libri, di mio padre e di noi” (Torino,
Einaudi); Cavalieri, “Scienza economica e umanesimo positivo. la critica della
ragione economica” (Milano, Angeli); Tassani, “La Terza Generazione: tra stato
e rivoluzione” (Roma, Lavoro); Tassani, “Lezioni di etica” (Roma, Lavoro); Invitto,
“Una filosofia pragmatica dello sviluppo” (Mulino, Bologna); Invitto, “Di
fronte a fenomenologia ed esistenzialismo” (Salentina, Lecce); Invitto, “Una
questione aperta, "Italia contemporanea", Dizionario storico del
movimento cattolico in Italia: i protagonisti” (Marietti, Torino); Grotti (Boringhieri,
Torino); Grotti, “Un altro futuro è possible” (Egeria); Possenti, “La filosofia
dell'essere” (Vita e Pensiero, Milano); “Tra filosofia e società” (Angeli,
Milano); Invitto, “Il superamento delle ideologie” (Roma, Studium); Ricci, “Cattolici
e marxismo: filosofia e politica” (Milano, Angeli); Dal marxismo ad economia umana”
(Brescia, Morcelliana); “La prassi e il valore: la filosofia dell'essere” (Roma,
Aracne); “Il cristianesimo nella sfida della “modernità” su storia e futuro” -Dizionario
biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofi
italiani Insegnanti italiani Professore. INVITTO Le idee di V. Una filosofia
pragmatica dello sviluppo, IL MULINO, L'istanza manageriale. L'uscita dal PCI
non determina l'ingresso di V. in schieramenti alternativi, ma lo porta ad
assumere una azione di fiancheggiamento, di compagno di strada per alcune forze
interne allo schieramento cattolico, in chiara antitesi alla linea degasperiana.
È Dossetti ad avvicinarsi a V. e a subire la sua in fluenza e nel senso della
visione della catastrofe del sistema e
nel rifiuto delle tesi maritainiane, fino ad allora costante ideologica degli
intellettuali cattolici di sinistra. L'accostamento Dossetti-V. è stato
importante in quanto, nel momento della dissoluzione del gruppo dossettiano, il
suo leader, ma solo per una breve stagione, ha pensato di poter avere nel
pensiero balbiano una integrazione teorica. Ben presto t Non ritengo di
condividere nella sostanza quanto afferma Giura Longo. V., invece di Rodano,
segui altre strade, giungendo a farsi ispiratore di un gruppo di intellettuali
democristiani, attraverso la rivista Terza generazione 'che ha dato qualche
contributo (si pensi ad un Morlino) sul piano dell'impegno politico
dell'attuale gruppo dirigente democristiano (La sinistra cattolica in Italia.
Dal dopoguerra al Referendum Storia documentaria, cur. Giura Longo, Bari). teli
sembra che sia, piuttosto, un gruppo di intellettuali cattolici, anche
impegnati nella D.C., ad interessarsi al pensiero di Balbo (che allora era ad
una chiara svolta) ed a tentare di annetterlo e di mutuarlo. G. Baget-Bozzo. Nel
convegno di Merano dei giovani democristiani, la mediazione del pensiero di V.,
portata da Baget-Bozzo, consenti di ristabilire alla dirigenza DC quell'unità
di linguaggio che lo scioglimento del dossettismo aveva posto in crisi. La
presenza in politica dei cattolici -- in quanto tali -- era giustificata dal
fatto che la chiesa aveva conservato la filosofia perenne e, quindi, il
principio della ripresa culturale e civile . Si ebbe, cosí, il superamento del
maritainismo portato da Lazzati. 3 Se
Cronache Sociali si era
interessata a Balbo (cfr. A. Romanò, op. cit.; S. Lombardini scrive che
Dossetti personalmente ancora ebbe
occasione di esprimere a Bianchi] simpatie per la sinistra cristiana anche i
cattolici-comunisti si erano Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva
Dossetti si accorge che il tentativo di filtrare i suoi motivi attraverso
quelli balbiani non può avvenire per una nainteressati alla rivista di Dossetti
(Pombeni, Le Cronache Sociali di Dossetti). Anzi possiamo dire che,
soprattutto con La Pira, c'erano stati accostamenti (A. Ossicini, a nome del
gruppo Roma-Sud di Azione Cattolica, aveva evidenziato a La Pira l'urgenza di un impegno diretto nell'azione
politica, e La Pira ammise che questo era necessario, anche se le forme di esso
era difficile prevederle e prospettarle. Rispose esplicitamente: ` Fate;
comunque, qualcosa uscirà ' ; A. Cuccchiari). Il futuro sindaco di Firenze
prenderà le distanze ideologiche necessarie, criticando i cattolici-comunisti,
perché, secondo lui, il materialismo dialettico è causa
del materialismo storico: Ora
l'effetto non è mai separabile dalla causa
(G. La Pira, Premesse della politica, Firenze; riportato da L. Fiorillo,
Il fondamenti teorici dell'impegno politico di Giorgio La Pira, in Novecento
minore). Anche su Cultura e realtà era stato un dibattito sul dossettismo,
attraverso un intervento di Rodano (l'articolo, Laicismo e Azione cattolica in
Italia, è però firmato da Novacco) e una risposta di Baget-Bonzo. Secondo
Possenti la diversità fra V. e Dossetti è costituita dal fatto che, mentre il
torinese manteneva aperta la possibilità
di una azione civile sulla base di una cultura rinnovata , Dossetti si stava
volgendo verso la tesi della estraneità del cristiano al civile e verso una
visione panmonastica. Mi sembra, invece,
che anche la concezione di Dossetti monaco recuperi il civile in una sfera più
alta. Infine, ricordo a titolo di testimonianza che Giuseppe Dossetti, in uno
scambio di battute avute con me a Bologna, mi diceva che a V. era stato legato
da profondo affetto e che V. era stato
molto importante in un certo periodo de lla sua vita . Ciò non toglie la
differenza di temperamento, di cultura, di problematica tra i due; differenze
che sembrano determinanti a chi ha avuto lunga consuetudine con entrambi (mi
riferisco a quanto mi dicevano Marcella e Giuseppe Glisenti). 4 Due storici
della sinistra cattolica italiana, pur partendo da presupposti storiografici
diversissimi, hanno notato che l'accostamento fra Dossetti e V. (che avrebbero
avuto come comune preoccupazione
apologetica quella di inserire la Chiesa
fra le masse operaie, anche se proponendo vie alternative; cfr. L. Bedeschi, La
sinistra cristiana ecc.) non è casuale nelle motivazioni, né nel tempo in cui é
avvenuto. Scrive Campanini: Infatti,
sembra consumarsi l'illusione, comune e insieme diversa, di V. e di Dossetti.
La prima, quella di condizionare dall'interno il partito comunista italiano e
di potere operare in esso come cattolici; la seconda, quella di condizionare
dall'interno la Democrazia Cristiana e di spostarla nel suo complesso a
sinistra. L'uscita di V. dal PC e di Dossetti dalla DC appaiono cosí in un
certo senso il segno emblematico de lla conclusione di questa vicenda (Campanini, Fede e politica). Lo stesso
Campanini ricorda che nel '51 (al congresso dell'UCIIM tenuto a Camaldoli nel- tura
diversa dei due pensieri: da una parte Balbo ribadisce il primato della tecnica
filosofica, dall'altra Dossetti è fermo al primato della prassi, mistica o
politica. In questa forma di gramscismo balbiano (gli intellettuali forza
trainante nella prassi politica) è da ritrovare una chiara eredità della corrente Politecnico , relativa al concetto
di eccedenza della cultura sulla politica 6. All'interno
della cultura cattolica la posizione di Balbo era di assoluta novità non tanto
perché si contrapponeva ai due integralismi in auge: quello di destra geddiano,
quello di sinistra, dossettiano, come è stato molto schematicamente definito '. La novità è costituita da lla pregnanza
filo-l'agosto), Dossetti svolse una relazione che si può considerare il suo testamento politico
. In essa, parlò del fascismo come
autobiografia della nazione
e sbocco inevitabile del
liberalismo , evidenziando l'accostamento ad alcune tesi portate avanti in
quegli stessi anni da V. Da testimonianze indirette, si sa che l'ultimo
Dossetti, per intenderci il.monaco che vive a Gerico, insiste nelle sue
prediche sulla situazione di
catastrofe della civiltà occidentale.
Anche questo concetto, tipicamente balbiano, può essere stato acquisito da
Dossetti nel periodo del loro avvicinamento. È utile aggiungere, però, che già
nel gruppo dossettiano era presente il tema dell' apocalittica dell'ora
decisiva (che Pombeni riconduce a un
clima generale nell'Europa post-bellica; cfr. Il dossettismo). Il tentativo di Dossetti
avvenne. Sul fallimento di questa mossa, scrive Baget-Bozzo: Probabilmente le tesi di V. gli [a Dossetti]
apparvero troppo esclusivamente filosofiche ed intellettuali: una causalità assoluta
e primaria della filosofia sullo sviluppo storico non era facile da accettarsi
per una persona cosí legata alla concretezza dell'agire. Aveva scritto
vittorini a Togliatti che la cultura che si adegua alle masse è politica, ed è
cultura quella che si impegna nella ricerca:
Ma se tutta la cultura diventa politica, e si ferma su tutta la linea, e
non vi è pii ricerca da nessuna parte, addio
(Politica e cultura, cit.).7 L'accusa di
integralismo di sinistra a
Dossetti è di A. Del Noce Genesi e significato ecc. ed è confutata da Baget-Bozzo
con argomenti definitivi. Anche Pombeni prende chiara posizione contro
l'ipotetico integralismo di Dossetti, aggiungendo che quasi sempre il termine
si usa in maniera imprecisa e generica Il
dossettismo. A proposito del termine integralismo, spesso usato phi per
evitare un giudizio che non per esprimerlo in concreto, mi viene in mente ciò
che V. ha scritto sul termine borghese e sul suo uso. Oggi si chiama da alcuni borghese
tutto quello che si vuol respingere. Borghese ha soltanto piú un significato
negativo, è un segno non posto di fronte a un qualunque sostantivo, e quindi
privo totalmente di contenuto (V., Politica e cultura, Torino. L'istanza
manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivasofica della
proposta di V., che non si limita ad operare all'interno delle masse cattoliche
organizzate, ma, delineando un profilo della crisi umana del Novecento,
ripropone un ribaltamento anzitutto del progetto filosofico, come ritorno al
senso comune e, quindi, l'opzione per una via pragmatica ed anti-utopica allo
sviluppo.In questa rifondazione filosofica ci si è chiesto quale sia stata la
prospettiva dominante: se quella di Maritain o quella di Mounier. Del Noce dice
che la sinistra cristiana dimostra la sua simpatia prima per Maritain, poi per
Teilhard de Chardin, ma aggiunge che il vero iniziatore della sinistra
cristiana è stato Mounier (che sta a Maritain, come Gobetti sta a Croce) s. Ora
bisogna dire che per Noce, Mounier è di molto inferiore a Maritain, e V.
avrebbe di fatto incoraggiato la diffusione del suo pensiero in Italia 9.
Questo è vero solo in parte in quanto il pensiero di Mounier, assolutamente
assente dagli scritti di V., è invece reperibile in esperienze culturali
diverse da Il Politecnico a
Cronache sociali. Comunque l'accostamento alla cattolicità ufficiale
vede da parte di questa un tentativo di
catturare V. e di aiutarlo
finanziariamente per un programma di elaborazione di una scienza dello sviluppo. Il programma, che
impegnerà V. è basato su un gruppo di
ricercatori di filosofia e di scienze sociali 1`. La suddiCfr. Noce, Pensiero
cristiano e comunismo ecc. L'interesse [fu] portato sul tanto inferiore
Mounier, in cui tutto c`, veramente esplicito, senza germe alcuno che abbia
bisogno di maturare; col che non intendo dire che V. abbia incoraggiato
volontariamente la fortuna italiana di Mounier, ma che contribuí, per
l'abbandono dell'aspetto filosofico-politico del pensiero di Maritain, allo
spostamento di interesse verso la sua opera
(Noce, Genesi e significato ecc.). Su
Il Politecnico appare un articolo
di E. Mounier, Agonia del Cristianesimo (il termine agonia è preso d’Unamuno), con presentazione di
Fortini (Fr. F.). Su Cronache Sociali
c'è una intervista a Mounier; nel 1951 appaiono due articoli di
Scoppola, uno sul filosofo francese ed uno su
Esprit Questa linea si affianca a quella maritainiana
di Lazzati.11 Leonarcli dice che tramite per il finanziamento fu L. Gedda La
suddivisione fatta da V. era in cinque settori che corrisponvisione rappresenta
i settori nei quali la crisi è avvenuta in maniera globale, e attraverso i
quali una ripresa rivoluzionaria può avvenire. Non è, però, assolutamente il
caso di gonfiare l'espediente dei gruppi (che era piú una metodologia) a
sistema. Il pensiero, l'impegno di V. non si risolvono nei quintetti . La crisi è per lui caduta di un
rapporto di funzioni nell'ambito del sistema sociale globale: il sistema
teoretico deve svolgere funzione di rinnovamento, il sistema etico ha funzione
di sviluppo, quello economico la funzione di innovazione, quello politico la
funzione di movimento, í1 sistema giuridico-statuale la funzione di
conservazione Sulla base di questi
schemi ideali (che qualcuno definirà utopici) si svilupperà una nuova
iniziativa-esperienza-tentativo cui partecipa V.: Terza generazione . Il gruppo balbiano cerca
di conservare una propria rilevanza
pubblica inserendosi nell'ideazione di
questa rivista mensile. Si è parlato molto, ma si è scritto un po' di meno
su Terza generazione . Anzitutto c'è da
definire il rapporto con il degasperismo nell'indirizzo della rivista. Sappiamo
già come il distacco tra V. e il PCI non colmi la diffidenza e il rifiuto di
Balbo nei confronti de lle tesi degasperiane. D'altra parte è appurato l'aiuto
finanziario dato da De Gasperi a lla rivista, ma meno noto è il disinteresse
pratico dello statista per Terza generazione.
La nascita della rivista non fu ritenuta underebbero a cinque scienze autonome:
diritto, economia, sociologia, morale e politica. Responsabili dei gruppi
erano: C. Napoleoni, M. Motta, G. Sebregondi, U. Scassellati, N. Novacco (cfr.
Leonardi, e le Note biografiche in V., Opere). Baget-Bozzo. Confrontando lo
schema proposto da Leonardi e quello proposto da Baget-Bozzo, troviamo
l'assimilazione tra momento sociologico e momento teoretico (cfr. Leonardi). anche
Baget-Bozzo Leonardi, che fu redattore nella rivista nella seconda fase, in una
conversazione con chi scrive, nel novembre 1975, diceva che De Gasperi finanziò
la rivista, ma che probabilmente non l'ha mai letta. L'interesse di Gasperi per
l'iniziativa era stato sollecitato da padre Delbono ( Leonardi; l'autore
riprende L. Garruccio (pseud. di L. Incisa di Camcrana), La politica era
tuttoL'istanza manageriale Dalla rivoluzione collaborazione inventivafatte
r, strutturale ma una iniziativa congiunturale , derivata dalle elezioni, per
lo meno a quanto dice uno dei suoi responsabili ', ma ebbe ambizioni strutturali
e di rifondazione ideologica. Ciccardini, nel ricostruirsi le fonti,
integra le nutrici balbiane de Il
Politecnico con alcuni autori cattolici
i-`, ma riafferma la congiuntura catastrofica della realtà 's. V., nell'unico
suo scritto sulla rivista, puntualizza il senso della crisi come crisi del
modello di autosufficienza dell'individuo che andava dalla Grecia a Mara ', e
il riconoscimento del fallimento di tutta la storia 0. La via che Balbo e Terza generazione cercano di perseguire e però una via
assolutamente nuova rispetto a quelle tentate da lle altre forzepolitiche,
culturali, economiche: la proposta di una diversa classe manageriale.La nuova
dirigenza, scrive V. a Ciccardini, deve reggersi sul piano dell'invenzione e
non su quello dello sfruttamento delle doti naturali; dirigenze sociali di nuovo tipo faranno salvi gli indici
intellettuali, morali e tecnici dell'intera soviet ì 2t. La dirigenza sociale
proposta(Cronache d’una generazione), in
L'Europa). to Cfr. Lelnardi. Eleggemmo a nostri maestri Maritain e
Ferrero, Mounier, Dorso, Sturzo, Giobetti e Gramsci : Ciccardini, L.: politica:
era tutto, in Terza generazione , num.
di presentazione, V. Scrive. Dobbiamo rifarci essenzialmente ai nomi di Gobetti
e di Dorso e di Gramsci (Cultura anti-fascista). is Se non appare unsi soluzione. 1a nostri so
ìer ì si :ivvi:i :alla disgregazione ed alla catastrofe (Ciecirdini).t^ Cfr. F. Balbo, Le soluzioni
stanno ogi davanti a noi, in Terza
generazione , num. di presentazione; ora in Opere. V. scrivcral in seguito:
Comprendendo la verit:t di Mari si viene a riconoscere la fine dell'epoca
moderna e il fallimento di tutta la storia fino ad oggi se non si origini uno
nuovi storta a livello superiore ; in Per la rilevazione e l,: critica delle: scoperta
essenziale d MMfart, in Studi in memoria di Solari, Torino; orsin Opere. Cfr.
Le soluzioni stanno oggi davanti a noi. Questi originale identificazione trai
imprenditore cd intellettualeun° degli spunti pití interessanti della proposta
bailbiana. intatti, anche questo il periodo in cui V. tentava a Torino il Centro dì relazionc c sperimentava in Irpinia. assieme ad altri
ricercatori, tipi cui Achille Ardigò, un nuovo modo di impostare l'iniziativa
agri olai. Quel da V. è qualcosa di diverso dall'operatore privato e
dall'operatore pubblico, in tal senso è qualcosa di pii dell'imprenditore di
tipo gobettiano, che è sempre l'operatore privato anche . se aperto all'uso
sociale dei suoi beni 2. Ciò che sollecita questa proposta ultimativa è, ancora
una volta, la coscienza di una crisi
finale del sistema storico-sociale
dominante, cioè quello illuministicodemocratico o individualistico che ha incluso
e raggiunto ogni altro sistema. E come sistema individualistico, V. pone anche
quello comunista per la sua originaria e
íneliminabile ispirazione anarchica. In questo senso, Ter-za generazione nasce dal crollo della generazione
precedente, quella resistenziale e antifascista. C'è l'illusione nei giovani
redattori de lla rivista di superare la generazione che aveva dato vita al Politecnico a Cronache
Sociali ad Iniziativa Socialista. Invece, per certi versi, esiste una palese
continuità tra questi fatti culturali e, addirittura, alcune impostazioni
redazionali di Terza generazione ricordano esplicitamente la rivista
vittoriniana. L'ambiguità unanimistica del nuovo tentativo è chia-periodo é
ricordato come quello dei pomodori
.Tutto ciò ci dice la fondatezza delle motivazioni di chi ha respintoun
appiattimento teoreticistico del pensiero balbiano (P. Pratesi, La filosofia di
V., in L'Avvenire d'Italia, contro
l'in-terpretazione di Noce).È anche questo il caso di Penati che, però, critica
il ridimensiona-mento balbiano della teoresi (cfr. Penati, rec. Idee, in Rivista di Fil. neoscolastica Gobetti parla
di imprenditori nuovi ( i soli che abbiano diritto a chiamarsi borghesi nel
senso economico della parola ) all'interno di un sistema capitalistico del
quale però sia possibile un esito socialista ( Il socialismo è conquista da
parte del proletariato di una relativa indispensabile autonomia economica e
l'aspirazione delle masse ad affermarsi nella storia. Anche il nostro
liberalismo è socialista se si accetta il bilancio del marxismo e del
socialismo da noi offerto pii volte. Basta che si accetti il principio che
tutte le libertà sono solidali ). I brani sono presi, rispettivamente, da
Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale, in La Rivoluzione Liberale; ora in Gobetti,
Scritti politici; e da Liberalismo socialista, in La Rivoluzione Liberale, nota non firmata a
un articolo di C. Rosselli; ora in Scritti politici. Sull'ultimo brano, v. pure
L. Valiani, Gobetti, uno dei nostri, in
L'Espresso. Le soluzioni stanno oggi davanti a noi. u B. Ciccardini. L'istanza
manageriale145 Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivaramente enunciato
da Leonardi quando parla di richiami per la sinistra e per la destra (per la
prima era determinante il carattere
utopico della proposta di V., per
la seconda il superamento di fascismo e antifascismoribadito da Scassellati).
Naturalmente la critica successiva ha privilegiato una categoria o l'altra.
Comunque non dovrebbe esser messa più in discussione la leadersbip
di V. sul gruppo 27, anche se si tratta di un primato p1625 Leonardi.
Alla discussione intorno alla ipotesi di una sostanziale utopia del pensiero
balbiano è dedicato il quinto capitolo di questa seconda parte. Leonardi ci
presenta la storia delle interpretazioni di Terza generazione come fatto di
destra. Ricorda gli articoli di Panorama (Cinque per cinque; J profeti armati)
dove si parla del gruppo di Terza generazione come di un gruppo che stava
preparando una svolta totalitaria di destra in Italia . Ricorda pure un
articolo su Astrolabio , a cui risponde A. Paci, con la lettera Un discepolo di
V., ioi. Anche Parri risponde su Astrolabio. Se Lotta Continua definisce V. un
cretino (cfr. Leonardi), Giura Longa ba visto nella rivista inquinamenti di
carattere reazionario Giura Longo. Pregiudizi partitici? Autosuggestioni? di
si, se un intellettuale come N. Bobbio ha parlato di Terza generazione come di
un gruppo avanzato che ha gli occhi sulle cose del nostro paese (Cultura ueccbia e politica nuova, in II
Mulino; ora in V., Politica e cultura). un giornalista-scrittore, che ha la
destra politica ineccess,ivJ 'lU!]'alla, ha scritto di V.: in Francia o in o
anche income un rivoluzionario culturale in sensoNonscrittodoveconosce (G. F. in
alcune sociali e dice che le Einaudi) .i fosse vissuto, poniamo, sarebbe oggi
riconosciuto un paese cattolico. odierno che V. non abbia affrontato: chiunque
abbiaultimi trent'anni, pertra la società politica, se non rio improvvisa fa
cadere l'autore i cattolici comunisti con i cristianodi V. sono state
pubblicate dastoriche. È sempre Leonardi a riportare la critica. Lo stesso
Ciugni, che dala prospettiva umanistica che costituiscebalbiano (Giugnì dice
che deveduttivo ma l'iniziativaun ordine capace di garantiresioni ; in J m i t
i in cui abbiamone , num. di present.). Inè presentata in maniera piti
scopertaper l'organizzazione della cultura, in
Terza generazione , I, n. 2, no-146 del punto (op. cit., socialista,
assume nodale del discorso non solo il lavoro proI'invcnzione creativa umana in
tutte le sue dimenii Terza generazio-l'Ipotesi balbiana immediata (cfr Paci,
Appunti di fatto, che non per decisione esplicita,L'ipotesi chiave è la
situazione di zero alla partenza , a cui esser fedeli senza guardare il
passato, sicuri che non tutto è politica, come afferma V., e come dice
Cìccardini nell'editoriale di presentazione, Ma la situazione di zero alla partenza e il rifiuto del totus
politicus erano già de Il Politecnico,
sulla linea, anche in ciò, di un involontario crocianesimo, La rivista entra,
però, in serie contraddizioni. La esperienza di Scassellati alla direzione
mette in crisi lo stesso V. perché, secondo Leonardi, aveva dimostrato il
carattere utopico di fondo del suo pensiero che era in grado di mobilitare
delle forze, ma non di soddisfarle, Con l'avvento della linea di Claudio
Leonardi, abbiamo una ulteriore contraddizione formale ed esplicita con lo
schema balbiano, in quanto il neo responsabile privilegia il momento morale,
rispetto alle altre tecniche 32, Se V. non accetta la posizione politica
divernbre. Chi, tra gli altri, ha sostenuto la tesi della egemonia culturale di
V. su Terza generazione è stata la Buongiorno Veroi che afferma essere stato V.
il vero animatore della rivista (cfr. T. Buongiorno Veroi, Terza generazione ,
in Il Veltro , La stessa fa dipendere la fine della rivista da una autonoma
decisione di V., dopo una riunione ristretta in cui il filosofo avrebbe fatto
l'autocritica per l'errore pelagiano in cui si era caduti. Cfr. Le soluzioni
stanno oggi davanti a noi, Ciccardini, op. cit., tra l'altro dice: Ma la
politica era tutto: morale e rivoluzione, speranze e novità d'esperienze,
conservazione e poesia. Era un fatto molto vitale in cui ciascuno cercava la
sua parte e vi si trovava a suo agio, La polemica di Vittorini con Togliatti
era basata, come si è già ricordato, sul rifiuto di una concezione della
cultura come realtà totale. Poco prima della polemica in questione, CROCE scrive
a Togliatti: lo ripugno a diventare toius politicus come (e non la invidio
perché talvolta penso che debba soffrirne) è Lei in ogni Suo gesto e parola (la
lettera è pubblicata in Rinascita Garin, nel commentare il brano, aggiunge che,
però, Croce è semper politicus (cfr.
Intellettuali italiani). Leonardi. È dunque il fatto stesso di porci il
problema dello sviluppo che ci obbliga immediatamente a porre il problema della
moralità ; Leonardi, La questione prcgiudiziale, in Terza generazione Dalla rivoluzione alla collaborazione
inventivaScassellati, non accetta neanche quella di Baget o di nardi, che vede
legati a prospettive integralistiche 33. Cosi muore questo tentativo culturale,
lasciando però, anche qui, qualche eredità balbiana. L'uomo cerca una sua
collocazione precisa, degli strumenti adeguati alla realizzazione delle sue
intuizioni speculative, un modo nuovo di essere intellettuale, o meglio, di
essere un filosofo non intellettuale. Si presentano, su questa linea, due
avvenimenti-svolta nell'esistenza di V.: gli ultimi significativi fatti che,
rappresentando dei momenti di professionalità, sono anche due nuovi modi di
dimostrare una nuova figura di filosofo. Mi riferisco alla assunzione di Balbo
presso l'IRI, per il settore Problemi
del lavoro e all'incarico di Filosofia Morale avuto al Magistero di Roma.
Comincia cosi a lavorare come l'altra
gente 35. Se l'insegnamento universitario gli permet-33 Per il filosofo torinese, infatti, la
dimensione ecclesiale era una condizione personale del ricercatore, che non
poteva mai intervenire direttamente nel discorso storico ; Baget-Bozzo. Se
l'inizio di Terza generazione era stato possibile anche grazie al sostegno
economico di De Gasperi, la fine della rivista si ebbe un mese dopo la morte
dello statista. Ma neanche qui esiste un rapporto di causalità fra i due fatti.
La rivista fu chiusa dopo varie riunioni indette da Balbo e dal suo gruppo
rivoluzionario (cfr. Leonardi, Terza generazione ecc.); il filosofo torinese
accusò il gruppo redazionale di eresia
semi-pelagiana (con un termine
dossettiano); Lconardi, invece, vede nel fallimento della rivista il limite
dell'esperienza pluri-idcologica di V.; la velleità di partire da zero
ingenerava componenti moralistiche e attivistiche [Leonardi intuisce, senza il
nucleo pragmatico del pensiero di Balbo?], e dunque nuove. Una eredità di
questa esperienza rimane anche in Baget-Bozzo, che in essa rappresentava di
fatto l'alternativa teorica all'impostazione di V.. Dice il teologo genovese
che nel periodo della rivista L'Ordine
civile egli risente delle posizioni culturali che lo hanno influenzato: il
dossettisrno, Terza generazione V.( la nozione della crisi della civiltà e
della necessità di nuove forme di pensiero e di azione autonome dallo Stato
come condizione per la stessa ripresa dell'azione dello Stato; Baget-Bozzo, I l
partito cristiano e l'apertura a sinistra La DC di Fanfani e di Moro, Firenze Scrive
Ginzburg: V. andò a vivere a Roma, e lasciò la casa editrice. Poi annaspò per
anni fra progetti assurdi ed errori. Infine ebbe un vero lavoro. Imparò a
lavorare come l'altra gente te di approfondire alcune tematiche interne ai suoi
interessi etico-politici, l'impegno all'IRI, accettato per necessità, lo porta
a non considerarsi un intellettuale in senso classico in quanto rifiuta, come
nota Baget, un compito legato solo alla parola, che è strumento di
mistificazione 38, Nel frattempo il suo discorso tende a mettere in luce,
ancora una volta, sotto prospettive diverse, la novità di Marx, ma anche i suoi
sotismi. La premessa metodologica che Balbo ritiene indispensabile è
riconoscere come imprescindibile necessità teorica e pratica quella di un integrale ricominciamento storico dalla
filosofia alle istituzioni 39, Sempre sulla linea di un marxismo italiano che
privilegia i Manoscritti (vedi Volpe), il pen[Argomenti dei corsi universitari
di V. sono quelli della urnanizzazione dell'uomo nella moderna civiltà
industriale, della proprietà privata e del bene comune, del problema
dell'utopia di Mannheim e Weil, il problema del diritto naturale in L. Strauss,
la crisi dei valori in M. Scheler (cfr. Note biografiche). Il metodo
d'insegnamento seguito da V. consisteva nel prendere spunto da fatti realmente
accaduti e da questi risalire a considerazioni teoriche.37 Il dover lavorare
alle dipendenze dello Stato non fu una scelta di comodo per V., ma, come
testimoniano le persone a lui più vicine, gli fu imposto dalla necessità di
dover vivere (problema che prima non si era mai posto in termini concreti).
Pertanto ci sembrano OlLllJLLUX:, su tale argomento, le critiche teoreticistiche di Lconardi a intoppo esistenziale del
filosofo ( Il sistema obiettivamente moralmente più forte. Ci pare che la
presenza di V. nell'Llc.L, che iniziò poco dopo, come la sua ultima produzione
siano lemeno significative della sua attività, e rappresentinovistoso del suo
limite laicistico ; Terza generazione
ecc"). Più aderente alla realtà, nei suoi toni l'intuizionechi
afferma che V. spari nel gorgo, e diversi anni pni tardi morf, ingoiato da una
professione di prestigio certote accettato con la rassegnazione implicita in
casi (G. F.). Mi piace ripetere ora una affermazione di Pombeni: l~ malsano
tentare interpretazioni del dossetìisrno traendo spunto dalle tuali vicende dei
suoi personaggi (Il dossettismo ecc.), È un invito a non mescolare le carte e i
piani del discorso ed è premessa indispensabile per ogni metodologia corretta, Baget-Bozzo,
Il partito cristiano al potere, Per la rilevazione e la critica ecc. su'questo
tema Duso, Il nodo Hegel-Marx nel dibattitodel '48, in Gli intellettuali in
trincea. Pavese ci parla di orrore di V. e del gruppo romano, quandoin una
riunione della Einaudi, egli aveva proposto la pubblicazione delL'istanza
manaueriaie Dalla rivoluzione alla collaborazione inventivasatore torinese
coglie la verità filosofica fondamentale del marxismo-leninismo nel vedere come
le idee, i comportamenti e le manifestazioni dell'uomo, in quanto
prodotti,41.Mediando certi temi del marxismo con le istanze della43,Il limite
del marxismo, limite teorico-pratico, è individuabile nel concetto di sintesi,
come fine o soppressione semplice della proprietà privata. In questo modo non
si arriva, secondo V., al superamento ma alla disgregazione; un reale processo
dialettico non dovrebbe comportare una oppressione positiva della proprietà
privata, ma una forma superiore del sistema di appropriazione, deve essere la nascita di istituzioni
superanti (ossia superiori sistematicamente) il nostro attuale sistema
istituzionale Capitale, estravagante ,
in una collana assieme alla Bibbia e a Mille Volevano linciarmi (lettera ad Einaudi eunanote:, in Lettere). Cfr.
Per la rilevazione e la critica ecc.. V. affermache la contraddizione del
marxismo è stata centrata da VOLPE (vedasi), NOCE (vedasi) e Löwith. Aggiunge
che si rimane nell'apologia del marxismo anche in casi di altissimo livello culturale , come in GRAMSCI
(vedasi) e Lukàcs. É evidente che V. sta rivedendo il suo giudizio su Gramsci.La
forza-lavoro o pratica attività sensibile è indubbiamente il presupposto reale
attivo (causa efficiente) della produzione come tale cosí come la natura ne è
il presupposto reale passivo (causa materiale). Ma altrettanto indubbiamente
non sono e non possono essere i presupposti reali di ogni ` modo particolare '
della produzione , escludendo cosí la peculiarità dell'uomo, cioè la produzione
razionale come specifica. Si ricorda su ciò una polemica con Rodano. V.
sarebbe, invece, piú vicino alla visione dell'antropologia culturale, secondo
la quale ogni forma storico-culturale è un prodotto umano. Moravia, La ragione
nascosta ecc. Per la rilevazione e la critica ecc., sottostanno alle leggi
della produzioneper V. costituisce il sofisma marxiano è il far coincidere ogni
forma di produzione anche quella razionale con la attività pratica-sensibile,
cadendo nel materialismo dialettico . antropologia culturale suo complesso ciò
che include tutta la storia umana, e ciò che misura la realizzazione della
natura umana: Dove c'è produzione c'è storia e realizzazione umana, dove non
c'è produzione non c'è storia né realizzazione umana V. vede nella produzione
nelCiò che, invece, Infatti, l'eliminazione di uno dei termini dialettici
non risolve la contraddizione e rappresenta, invece, elemento di corruzione
della storia esistente, in quanto conserva all'infinito la contraddizione invece
di superarla Non si tratta piú di sopprimere istituzioni, ma di crearne altre
nel quadro di una espansione organica totale. Quindi non si parla di fine dello
Stato, ma della nascita di nuove
dirigenze dello sviluppo continuo della società
(l'istanza manageriale), non di fine della filosofia nella rivoluzione,
ma di definitiva acquisizione della indispensabilità della47.filosofia come
funzione socialequesta fase del suo pensiero, V. ha ormai raggiunto alcune
linee abbastanza precise e nei confronti del marxismo (che non si tratta piú di
integrare, ma di correggere), e anche nei confronti di un quadro globale delle
istituzioni sociali: riaffermazione della proprietà privata, trasferita su un
piano di solidarietà umana non adeguatamente definita, ripresa della proposta manageriale,
corroborata da una nuova figura di filosofo. L'errore essenziale di Marx
sarebbe di aver voluto impostare una problematica, aristotelica o realistica in
termini hegeliani rore che si accompagna alla verità delle domande poste da
Marx, domande per le quali non esiste ancora, a livello storico, una filosofia
adeguata. V. comunque dice che la via per rispondere esiste ed è l'assumere la
posizione filosofica di Aristotele e di san Tommaso (non la loro filosofia, ma
il loro punto di vista sul reale).In sostanza
da Marx in avanti, resta tutto da fare in teoria e in pratica. Marx,
affossatore e vittima della dialettica hegeliana, annulla la dimensione
creativa di V. afferma che Marx demistifica la dialettica hegeliana, manon la
rifiuta; perciò il rovesciamento della prassi riduce il marxismo a empirismo praticistico collettivistico. Sotto
questo aspetto, gli ultimi scritti di Stalin (probabilmente il filosofo si
riferisce alle trad. it. apparsc in quegli anni di Questioni di leninismo,
Roma, e di Problemi economici del socialismo nell'URSS, Roma)
rappresenterebbero il tentativo di una
specie di ' revisionismo pratico ' interno alL'istanza manageriale Come si può
notare, inun er Dalla rivoluzione alla collaborazione inventival'uomo; anche a
certe interpretazioni pii disponibili per l'uomo non si può dar credito perché
non sono conformi alla norma base della verità del sistema S 1. Una ripresa
delle tesi umanistiche non può avvenire che come ripresa filosofica: una storia
priva di filosofia a livello
storico è quella storia disumana e
catastrofica, dice V., che il marxismo ci ha svelato. Se prima la filosofia ha
solo conosciuto o solo mutato la storia, ora si deve contemporaneamente
conoscerla e mutarla S2.Il filosofo che deve conoscere e mutare il mondo non è
in questo autosufficiente, ma deve strumentare i suoi interventi attraverso
organismi intermedi. Quello su cui la riflessione e la funzione organizzativa
di Balbo si appuntano maggiormente è il
gruppo di lavoro . Ogni elaborazione specifica è sempre inquadrata in
una visione pití ampia e piú fondata teoricamente. V. afferma che il problema
primario dell'ontogenesi sociale non è quello dello Stato o dell'assetto
giuridico-economico della proprietà come dice Marx, ma è quello della giusta
forma so-ciale dei lavoro, cioè il
trascendimento effettivo del sistema sociale da parte della persona, senza
evasione , cosa che Marx addirittura nega, sostanzializzando la realtà collettiva
S3. Alla istanza etica di recupero dell'uomo va, pertanto, affiancata una
tecnica adeguata, al pari di quan-marxismo e tendente ad impedire, o almeno a
ritardare, le conseguenze ultime, tecnocratico-burocratiche, dell'essere
teoretico tipico del marxismo ; (Per la rilevazione e la critica ecc.. V. si
riferisce a Lenin e a Gramsci come elaboratori delle tesi sull'umanità dell'uomo all'interno del marxismo. Cfr. Il piccolo
gruppo di lavoro e la sua funzione nella grande organizzazione, in Termine e
concetto di Costume, Atti del Convegnolaboratorio del Centro Intern. delle Arti
e dei Costume, Venezia (Brescia); ripubblicato in Rivista di Organizzazione
aziendale; ora in V., Opere. Petrilli ricorda alcuni passi di V. relativi a lla
pianificazione e al lavoro come ritrovamento dell'ordine (Petrilli, Dal progresso alla crescita,
in Civiltà delle macchine).St L'etica senza tecnica adeguata non vive,
infatti, nella societ ì umana. Vive in alcuni momenti della vita degli individui,
può risorgere continuamente e come intenzione pura. Ma, poichi. gli uomini non
sono to è avvenuto in America (come fenomeno secondario e non primario).
Infatti 11 vi è stata la scoperta
dell'umanità dell'uomo da parte della società industriale: è stata una
scoperta empirica e sperimentale della non riducibilità dell'uomo a fattore economico , attraverso nuovi modi di
gestione del lavoro nell'industria S5. In questo orizzonte, ci deve essere una
chiara collaborazione fra metodo sperimentale e metodo filosofico: ciò che si
ottiene con l'uno, non si ottiene con l'altro, e viceversa. Il piccolo gruppo
di lavoro diventa quindi il risultato di unaconvergenza tra istanze
filosofiche, morali, manageriali: Il
piccolo gruppo umano e in particolare il piccolo gruppo di lavoro viene
considerato oggi dagli scienziati, tecnologi ed educatori come una unità
sociale primaria, avente realtà, proprietà e caratteri distinti da quelli dei
singoli individui, che lo compongono S'.
Se il tecnicismo può essere liberato dai suoi vizi e dai suoi mali, questo,
affermaangeli, non può esistere socialmente senza tecnica corrispondente e a
livello tecnico dell'ambiente. Peggio, l'intenzione etica retta pub
congiungersi con una porzione di ambiente tecnico opposto e determinare delle
vere e proprie mostruosità sociali di cui la nostra epoca è ricca. V. si
riferisce all'esperimento di Mayo alla Western Electric. L'esperimento in
questione va con il nome di Hawthorne, perché ebbe luogo negli stabilimenti
Hawthorne della Western Electric C., che si trovano a Cicero, alla periferia di
Chicago. La sostanza dell'esperimento consiste nel tentativo di scoprire il
rapporto tra il rendimento dell'operaio e le condizioni umane
del lavoro. Il resoconto phi ampio di questo esperimento è nel vol. dei
diretti esecutori Roethlisberger e Dickson, Management and the Worker, Boston;
Cambridge, Mass. Si leggano pure
Mayo, The human problems of an industrial civilization, New York; una sec. ed.
è The social problems of an industrial civilization, Boston. Una buona esposizione è in Madge, Lo sviluppo dei
metodi di ricerca empirica in sociologia, Bologna è una bibliografia de lla
critica alla scuola di Mayo. Sugli stessi temi, ritornano gli scritti di
Zaleznik, Christensen, Roethisberger, Motivazioni, produttività e soddisfazione
nel lavoro, Bologna. Per un rifiuto globale delle human relations, e delle comunità
di fabbrica come trappola ormai logora , Illuminati, Lavoro e
rivoluzione, Milano. In particolare, dove l'autore vede Mayo inglobato nel
taylorismo. Cfr. Il piccolo gruppo di lavoro ecc.. S7 l bick, L'istanza
manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione inventiva V., può
avvenire attraverso il piccolo gruppo di lavoro, diventato generatore delle
norme etiche e tecniche della grande organizzazione, che può soltanto
applicarle ".È un po' la critica allo Stato etico, ribaltata a livello di
impresa industriale: a V. interessa tanto la umanità del lavoro, quanto la
produttività dello stesso, privilegiando il primo momento rispetto al secondo
che, invece, poteva essere pii presente nell'esperimento di Hawthorne. Quella
balbiana è una ricerca di soluzione all'interno delle strutture malate: si
tratta non di modificare il sistema, ma di giungere a forme pii umane di lavoro
e quindi a una maggiore produttività. V. sembra essersi rassegnato al sistema
capitalistico, non prospetta alternative strutturali, ma solo terapie per
l'individuo e vede nel piccolo gruppo la nuova cellula in cui ogni realtà, ogni
fatto della vita del gruppo, ogni elemento del suo lavoro può essere a portata
diretta dei sensi, dell'intelligenza e del fare di ogni singolo componente E 0.
In questo quadro si colloca il riemergere, nella filosofia di V., delle istanze
antropologiche, il riesame delle possibilità storiche dell'uomo e una
definizione ottimistica della vita terrena. Se si è parlato di pessimismo
cristiano è stato per l'esperienza dello scarto tra la condizione umana di
peccato .e il presentimento del possibile essere, mentre il pessimismo pagano è
irreversibile in quanto parte dallo stato di decadenza e dalle perdite
definitive dell'età dell'oro. II discorso di V. sembra riecheggiare il clima de
Il Politecnico, quando nota una reciproca universale necessità di ogni uomo per
ogni uomo, in quanto in ogni uomo si sostanzia l'essere urnaV. afferma che la
vita terrena è incoativa, quella ultraterrenaé perfettiva; ma aggiunge che
questo non comporta una concezione
attesista e una svalutazione
della vita terrena (cfr. Il futuro e l'al di là, Note di ricerca metafisica
sull'uomo, Archivio di Filosofia, Metafisica ed esperienza religiosa; poi in
Idee per una filosofia dello sviluppo umano, I1 motivo dell'io umano onni-esistenziale è unodei pii complessi all'interno del
pensiero di V., inquanto ha matrici non bene definite o, al limite, può es-sere
il minimo comune denominatore di fonti diverse,talvolta opposte. Analizzando la mia esistenza intendodunque
analizzare l'essere umano che è in me come inogni altro che ha la mia stessa
natura: dalle lettere paoline, a Croce e Gentile, si trova tutto in questa
defi-nizione, ma l'ancoraggio è costituito da una solida filosofia65.ritrovata
mediante la ricerca e la dimostrazione razionale, mentre la nozione religiosa è
dogmatica 6. Alla fine non possono, però, divergere e V. definisce l'uomo come
o il poter essere sussistente dal punto
di vista dinamico, dell'azione pratica, della produttività. Una ripresa, ancora
una volta puramente lessicale, di termini marceliani troviamo quando il pensatore
torinese enuclea le categorie antropologiche e dice che l'uomo ha bisogno di
essere, di avere e di dare; ma la categoria dell'avere è quella maggiormente
rilevante, per una continuità ed integrazione anche a livello ontico.
Direttamente legato I1 riferimento a lla rivista è, in questo caso, molto
mediato. Infatti su Il Politecnico appare il brano di J. Donne, premesso ai
romanzo di Hemingway, Per chi suona la campana, Milano. Sulla rivista di
Vittorini è pubblicata la trad. a puntate, a cura di Foà e B. Zevi, con il
titolo Per chi suonano le campane. Il brano di Donne è questo. Nessun uomo è
un'Isola in sé compiuta; ogni uomo è un frammento del Continente, una parte del
tutto; se il Mare inghiotte una zolla di terra, l'Europa ne è diminuita, come
se quella zolla fosse un Promontorio, o la Casa dei tuoi amici o la tua
propria; la morte di ogni uomo diminuisce me, perché io sono parte
dell'Umanità. E cosí non mandar mai a chiedere per chi suonano le campane:
suonano per te (trad. de Il Politecnico ). Idee per una filosofia
dello sviluppo umano. Ferrarotti scrive. V. passa dall'io trascendentale de lla
filosofia moderna all'io umano onni-esistenziale de lla filosofia dell'essere
che in assoluta libertà di spirito, al di là degli schemi consueti del tomismo
e della scolastica, si apprestava ad elaborare: una filosofia come attività. Cfr.
Il futuro e l' al di la. L'uomo ha
bisogno di avere per affermare ed espandere l'esseredell'essere L'antropologia
di V., a questo punto, è critica eL'istanza manageriale Dalla rivoluzione
alla collaborazione inventivaa questa categoria antropologica è il lavoro,
fatto metafisicamente costitutivo dell'uomo, tanto nella fase terrena incoativa
quanto nella fase ultraterrena
perfettiva ; ma del lavoro necessario pure nella vita ultraterrena non
possiamo dire niente se non per rivelazione divina. Attraverso il lavoro si
attua quella integrazione con gli altri che è sintesi nuova e non somma di
elementi; perciò V. dice che questa sintesi nuova è un dato reale cherende
essenziale l'integrazione nella ricerca dell'umanità. È facile riscontrare in
queste affermazioni, accanto alla teorizzazione dei molteplici gruppi
costituiti nelle varie esperienze culturali di V., la sua nuova ipotesi di una
filosofia costruibile in gruppo; cosí come, dal punto di vista manageriale, si
può vedere una riproposta del piccologruppo come cellula nuova dell'organismo
industriale da ristrutturare.Alla base di questa speculazione è oramai
chiaramente individuabile l'impronta di una ontologia leggibile
in termini aristotelico-tornisti, ma V. ricorda che i termini non glieli
suggerisce la tradizione filosofica bensí
la fortissima vergine evidenza della verità cui cerca di corrispondere Aveva detto la
stessa cosa AQUINO a proposito de lle sue fonti Nell'ammettere un imporsi della
verità attraverso la evidenza dei principi è ilche è secondo le potenze ad esso
proprie. Ha bisogno di avere per continuare ad essere ciò che è e non morire.
Ha anche bisogno di avere per essere ciò che non è ancora, ma che può essere La
ripresa filosofica di V. è citata in questo senso anche da C. Napoleoni (cfr.
L'enigma del valore, in Rinascita , AQUINO
(si veda) ha pii volte ripetuto che l'argomento dell'autorità è il pii debole
(Summa Theol.; In Phys.); che la sapienza non procede propter auctoritatem
dicentium, bensí propter rationem dictorum (Sup. I3oët. de Trinit.). Infine scrive.
Studium philosophiæ non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint, sect
qualiter se habeat veritas rerum (De Coelo). Erroneamente SERTILLANGES (si veda) (La filosofia d’AQUINO (si veda), Roma)
traduce il qualiter con di sapere quello che han detto di vero, inquinando le
intenzioni e il testo tomistici che eliminano la mediazione dei filosofi e
dicono che occorre conoscere in che modo si abbia la veritil. tomismo di V., o,
come preferisce dire il filosofo, il punto dove anche AQUINO (si veda) tocca la
verità. Quindi tale AQUINISMO consiste, ora, nel tema della evidenza dei
principi primi pratici, incorruttibile garanzia morale del potere dell'uomo sul
futuro. Anzi V. rilegge la sua prima produzione proprio sotto il tema della
sinderesi. Lo sguardo appuntato sulla funzione dell'uomo di cultura ci mostra
ancora un Balbo in parte legato all'immagine dell'intellettuale che esce da lla
Resistenza. Parla, infatti, di un intellettuale che non deve appartenere a coloro che decidono, o
che muovono le masse, ma a coloro che propongono, che sollecitano, che ideano e
aprono nuove vie, che portano a verità l'opinione confusa e contraddittoria,
che scoprono ed enunciano nuovi bisogni, nuovi doveri, che determinano, in una
parola, il primo atto in ogni processo di umanizzazione degli uomini. L'autonomia,
o distinzione dell'intellettuale nei confronti del
politico, comporta un eroismo di preveggenza 7S, una priorità di mansioni (che
nello sviluppo della speculazione balbiana si riaccostano sempre piú a
tematiche crociane a livello di’auto-coscienza), e rischia di isolarlo in una
casta, quando Balbo parla della necessità della vocazione, aggiungendo, però, che
con questo Cfr. Il futuro e l'al di là. Nella nota V. afferma che L'uomo senza
miti, malgrado le insufficienze e le oscillazioni, verte, in fondo, tutto sulla
tematica della sinderesi . Come ho già chiarito prima, non è corretto parlare,
a proposito del primo libro di V., di tomismo, inteso come ripresa diretta di
teorie torniste, quanto piuttosto di una confluenza teorica tra la visione
balbiana di un ripristino della evidenza e quella tomistica della sinderesi,
cui solo dopo V. si avvicina chiaramente. La funzione dell'intellettuale L'intellettuale,
per V., non deve avere il coraggio fisico delle armi, ma l'eroismo dei momenti
non eroici: La vedetta ha il suo momento
eroico nel resistere al sonno delI'alba, quando gli altri dormono, e non nel
darsi da fare con gli altri quando la nave è finita tra gli scogli. a
Intellettuale [non è uno status sociologico], mi pare, è chi esprime con la
parola, o manifesta con l'esempio dei valori universali nel tnomento storico, e
cioè chi produce l'autocoscienza storica del suo tempo. L'istanza managcriale Dalla
rivoluzione alla collaborazione inventivatermine non vuole indicare altro che
una particolare capacità alla funzione, al compito intellettuale n. E che
l'intellettuale abbia un primato nei confronti del politico è, per Balbo,
evidenziato dal fatto che non è mai una struttura organizzativa a dare la
giustizia sociale, ma l'ethos trasformato e sviluppato n.Il nodo che gli
intellettuali italiani, ed europei in generale, si trovano a dover affrontare e
risolvere, dopo la destalinizzazione in Russia, è quello di un possibile
dilemma tra le istanze dell'individualismo liberale e que lle di un
collettivismo che ha annullato tutta la sua potenzialità positiva nelle forme
radicali del regime sovietico. V. afferma che il dilemma tra individualismo e
collettivismo non si risolve scegliendo uno dei termini, ma superando la
contraddizione in una nuova realtà che
include ciò che tutti i contrari includono e ciò che la loro contrarietà
esclude ". Questo tema del superamento e del rifiuto di una logica
dicotomica, inteso come somma dei valori positivi inclusi nelle tesi,
ridimensiona il tema marxiano della lotta di classe che, se è vista come
principio, può dare origine a una evasione permanente, o a una centralizzazione
di tutto il potere in una classe, o in un gruppo, o in un individuo B0. Il
rifiuto della lotta rivela nelle tesi di V. una sfiducia progressiva verso la
dialettica politico-economica, ridefinisce la lotta come mezzo e non come
principio perché in tal caso non dà origine
ad altra realtà che la lotta stessa. Questa Cfr. Note filosofiche sul
problema della giustizia sociale, conf. tenuta a lla Fac. di Magistero di Roma,
in u Atti della SOCIETÀ FILOSOFICA ROMANA; poi in Tesi filosofiche per lo
sviluppo sociale, dispense redatte da V. o sul corso tenuto da lui alla Fac. di
Magistero di Roma; ora in Opere. Il futuro e l'al di là. sa Cfr. Note
filosofiche sul problema della giustizia sociale Ibidem. La teoria statuale di V.
è ripresa in un convegno organizzato a Lucca dalla Democrazia Cristiana. In
quella sede, G. De Rosa ricordò V., come un
profondo filosofo della nostra età
(cfr. Orfci, L'occupazione del potere, Milano, e G. Galli, Storia della
Democrazia Cristiana, Bari polemica
strisciante con le teorizzazioni
marxiste della società borghese, come società essenzialmente conflittuale, è
interna a tutta la revisione che Balbo ha operato della sua lettura del
marxismo; revisione il cui punto centrale è costituito dallo spostamento di
giudizio sulla ateologicit à che diventa ateismo e anti-religione marxista. Il
pensatore torinese non rinunzia, però, ancora a rintracciare, oltre l'ateismo
dichiarato, un'orma di Dio nel desiderio di giustizia presente nel
marxismo s3Da una angolazione piú chiaramente po litica, l'ideologo della
Sinistra Cristiana, che aveva fondato la scelta di classe anche per i
cattolici, ora propone la collaborazione di classe come risultato di una certa
lotta che miri appunto all'equilibrio
per integrazione di soggetti autentici di interessi e di poteri: si può
considerare cioè che esista una lotta di classe che non cerca di sopprimere uno
dei termini della lotta, che cerca anzi l'equilibrio effettivo dei termini e
che quindi coincide con la collaborazione di classe. L'interclassismo era stato
uno dei motivi teorici per cui non si era realizzata la fusione tra la Sinistra giovanile cattolica e il partito degasperiano nel '43Galli
critica come ovvietà
tardoilluministiche il concetto balbiano
di Stato rappresentativo, gestito dai piú forti o dall'equilibrio dei gruppi
phi forti: è questa, chiaramente, una banalizzazione del pensiero di V. sul
superamento della lotta di classe). La stampa vedrà proprio nella riscoperta di
Balbo l'aspetto phi interessante di quel convegno (cfr. M. Scarano, Affrontare
la sfida, Il giorno). Cfr. Il futuro e l'al di la. Chiamo il desiderio di
giustizia presupposto reale e non principale del COMMUNISMO, perché, mentre il COMMUNISMO
non lo riconosce come elemento del proprio sistema teorico e pratico, esso è
d'altra parte la forza senza la quale il COMMUNISMO stesso non avrebbe corso
storico. Il COMMUNISMO a mio avviso rica la sua forza storica piú profonda dal
fatto di apparire come il realizzatore della desiderata giustizia, vera ed
effettiva, e come il giustiziere della morale e del diritto astratti. Note
filosofiche sul problema della giustizia sociale Cfr. Casula, Il Movimento dei
comunisti e la Resistenza a Roma, I1 movimento di liberazione in Italia; poi in
Casula, Comunisti ecc.. Per il programma interclassista della DC i documenti
fondamentali sono Il programma di Milano e le Idee ricostruttive della
Democrazia Cristiana, che possono essere letti nella stesura originaria in
Rossi, Dal Partito Popolare alla Democrazia Cristiana, L'istanza manageriale Dalla
rivoluzione alla collaborazione inventiva emerge ora una proposta inter-classista
avanzata da un V. che abbandona i programmi massimalistici per un riformismo
non ipocrita, ma comunque ambiguo ed eterogeneo al quadro della sua
speculazione anteriore. Infatti ora il filosofo teorizza la tesi per cui è
necessario che gl’interessi e le classi sussistano e non si sopprimano con
violenza diretta o indiretta. Né riteniamo di poter accostare questo inter-classismo
ai temi di GOBETTI (si veda) nei quali il termine di “classe” è pura astrazione.
Quindi ci puo essere annullamento delle classi, ma non loro collaborazione.
Invece, per V. si deve instaurare un equilibrio dinamico fra le classi, ossia
un equilibrio che si fondi su di un'autonoma, effettiva e adeguata, sostanzialmente
e non solo quantitativamente, partecipazione al potere in tutte le sue forme da
parte di ogni classe, di ogni interesse, singolo e collettivo. Il che sarebbe
appunto la giustizia sociale. Questo inter-classismo ha motivazioni
antropologiche ed etiche che per certi versi richiamano temi dell'anarchismo di
Sartre, ma solo perché convergono nell'identificare la libertà nella
liberazione, e la integrazione creativa nel movimento. Bologna, Scoppola parla,
pure, delle difficoltà interne alla DC, che non riusciva ad esprimere
compiutamente la proposta inter-classista di cui la società italiana ha bisogno
(cfr. Scoppola, La proposta politica di Gasperi, Bologna; esamina acutamente e
attraverso documenti spesso inediti l'atteggiamento di Gasperi nei confronti
della Sinistra e il suo incunearsi tra essa e il Vaticano. Una collaborazione
di classe che non riconosca i termini dei contrasti fondamentali e particolari
di classe, che non riconosca la esistenza, la natura e le ragioni dei
contrastanti interessi sociali e delle lotte aperte o nascoste che conseguono a
tali contrasti, non è una collaborazione di classe, ma la maschera ipocrita del
dispotico dominio, o tentativo di dominio, di una classe sull'altra, di un
interesse sull'altro (Note filosofiche sul problema della giustizia sociale). Scrive
GOBETTI (si veda). Nella concreta realtà dell'atto spirituale gli schemi
perdono la validità loro. Le classi diventano meri fantasmi (Definizioni: la
Borghesia, La Rivoluzione Liberale, ora in Scritti politici, Note filosofiche sul
problema della giustizia sociale. Gl’uomini non sono liberi ed eguali in senso
rigoroso se non nella loro integrazione creativa per lo sviluppo umano, per la
giustizia prospettiva riformistica, in chiave inter-classista, non può che
realizzarsi tornando agli incroci tra privato e pubblico, tra momento di
analisi e momento di sintesi deliberativa. Cosi V., che cerca di correggere la
struttura industriale intervenendo sui piccoli gruppi di lavoro, ritiene che il
problema centrale della democrazia sia nelle erme ï collettive, dove di tatto è
il potere e il controllo delle masse. Quelle entità sono diventate, dopo la
Resistenza, delle macchine, senza spazi reali per le decisioni di base. Il
filosofo scrive che solo con un'azione individuale e collettiva, teorica e
pratica, centrale, non centralistica, e periferica d’invenzione si può
realizzare un equilibrio dinamico di interessi e si può realizzare l giustizia
sociale, cioè un crescente influsso di collettività di persone sulla proprietà,
sull'uso, sulla destinazione dei mezzi di produzione. L'ipotesi balbiana è
quella di intervenire sugl’organismi intermedi come strutture portanti di un
regime democratico. Il discorso dei rapporti economici diventa, quindi, un tema
consequenziale e derivato. t un ridare il primato alla politica, ma, come tiene
a specificare il filosofo, non il primato al pensiero politico. Il pensiero è
solo la premessa statica dei partiti, una premessa generica e spesso
mistificatrice presa in prestito e non creata dalla loro attività, strumento di
persuasione o momento subordinato dell'organizzazione. Ciò che sociale. Sartre
dice che il superamento della dialettica tra soggetto e oggetto è il gruppo,
per la sua impresa e per quel suo movimento costante d'integrazione che tende a
farne una praxis pura e a sopprimere in esso tutte le forme d'inerzia (Critica;
della ragione dialettica, Teoria degli insiemi pratici, Milano, Cfr. Note
filosofiche sui problema della giustizia sociale, Vita cita e illustra la
teoria balbiana del piccolo gruppo, nel suo saggio Piccoli gruppi e società in
trasformazione, Milano. Note filosofiche sul problema della giustizia sociale,
La sfida storica del comunismo al Cristianesimo e le sue consegueuze
filosofico-sociali, in Il Mulino; unito a Ancora su Cristianesimo, comunismo e
azione politica, L'istanza manageriale Dalla rivoluzione alla collaborazione
inventiva costituisce realmente i partiti (clic Balbo ritiene le arterie della
democrazia) è l'essere strumenti di organizzazione della volontà e degli
interessi politici. È rilevante sottolineare che questo tema del partito
politico come struttura portante è una ulteriore caratterizzazione ciel
pensiero filosofico di V. che lo pone a metà strada tra la concezione del
materialismo storico e quelle, estranee ma parallele, dello storicismo crociano
(CROCE (si veda)) e della storia cone storia filosofica di NOCE (si veda). C'è
quindi, nell'autore di L'uomo senza miti, questa esigenza esasperata di
sceverare nelle sue esperienze teoriche una linea di unificazione, anche se la sua
filosofia della storia propende verso
una accentuazione dei motivi di
materialità (o nel senso delle
istituzioni, o nel senso del bisogno economico), rispetto alle urgenze
puramente ideali.L'operare dall'interno del sistema, pid che rassegnazione alla
sconfitta, è caparbietà pragmatica e machiavellica nel voler trasformare le
cose e frenare la catastrofe. Non sempre la proposta speculativa di V. è, però,
adeguata alle sue istanze, è ora in Opere, con il titolo Comunismo e
Cristianesimo. Cfr. ibidem.as Riguardo a questo dissenso, Del Noce afferma che
fu tra le cause clic gli vietarono di aderire alle trii di Balbo, nel periodo
della Sinistra Cristiana. Da ciò il sorgere tra lui e Balbo a di una
discussione, che per l'uno e per l'altro era piuttosto un monologo che un
dialoga; non certosensodl una sordia, ma anzi in quello di una fusione
masatma,nel,per cui ognuno combatteva nell'altro una posizione che ritenevadl
aver Avissuto '(e non soltanto obiettivam ente pensato) e oltrepas atrt^ r (Ge
netle significato ecc). Felice Balbo Vinadio, conte di Vinadio. Felice Balbo Vinadio.
Keywords. Being, value, and colloquenza. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS
– Luigi Speranza, “Grice e Vinadio: being, value – and colloquenza!” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Vinadio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Vio: Unificazione analoga e gl’AQUINISTI SPECULATIVI -- la
ragione conversazionale e le categorie del lizio – un senso, un’analogia – la
scuola di Gaeta – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Gaeta). Abstract: unificazione analoga.
Keywords: unificazione analoga. Filosofo Lazio. Filosofo italiano. Gaeta,
Latina, Lazio. Essential Italian philosopher. Grice: “While the typical Englishman
is more interested in the fact that Vio never thought that Henry VIII did divorce
Aragon, I prefer his commentary on the ‘prae-dicamentum’ of Aristotle, via
‘Porfirio’!” -- Grice was irritated that when ‘Vio’ became a saint, the
Italians list him under ‘c’. O. P.
cardinale di Santa Romana Chiesa. V. riceve Lutero, Template-Cardinal. Incarichi
ricoperti. Maestro generale dell'ordine dei predicatori, cardinale presbitero di
San Sisto, arcivescovo metropolita di Palermo, arcivescovo-vescovo di Gaeta, cardinale
presbitero di Santa Prassede. Ordinato presbitero, nominato arcivescovo da Leone
X, consacrato arci-vescovo da Fieschi, creato cardinale da Leone X. Religioso
domenicano, generale dell'ordine: filosofo, teologo e diplomatico pontificio. Incontro
tra V. e Lutero in una stampa d'epoca. Entra tra i frati domenicani del
monastero di Gaeta, e prosegue i suoi studi in filosofia a Napoli, Bologna e
Padova. Insegna filosofia a Pavia e Roma. Acquisce una considerevole fama
in seguito ad un pubblico dibattito con PICO a Ferrara. Generale dell'ordine e consigliere
dei papi, dimostra grande zelo nel difendere il diritto del papa contro il concilio
di Pisa, polemizzando contro Almain in una serie di articoli messe al bando
dalla Sorbona e bruciati per ordine di Luigi XII. Leone X crea V. cardinale, e fatto
arci-vescovo di Palermo. Arci-vescovo di Gaeta, inviato in Germania come legato
apostolico per partecipare alla dieta di Augusta, si adopera con profitto per
l'elezione di Carlo V d'Asburgo ad imperatore del sacro romano impero -- prevalendo
sull'altro concorrente Francesco I -- e lì cerca di arginare la nascente riforma
protestante di Lutero. Fa rientro in Roma senza essere riuscito a convincere Lutero
ad abbandonare i suoi propositi di riforma. Aiuta il papa nell'estensione della
bolla “Exsurge domine” rivolta a contrastare il dilagare della riforma di
Lutero. Oganizza la resistenza contro i turchi. Venne fatto prigioniero
durante il sacco di Roma dai Lanzichenecchi, inviati da Carlo V per punire
Clemente VII per il tradimento della parola datagli. Pronuncia la sentenza
definitiva di validità del matrimonio di Enrico VIII e Caterina d'Aragona,
rifiutando il divorzio al sovrano inglese. Accanto alla produzione filosofica
e di teologia filosofica, secondo la linee della scuola d’AQUINO, V. si distinque
come esegeta. Ignora attamente l’ebraico, ma consulta esperti rabbinici e
grazie alla sua familiarità con il testo greco, ubblica un commentario dei
libri sacri di giuidei e galilei. L’enfasi alla Grice di V. sulla ricerca del SIGNIFICATO
letterario o LITERALE dell’Eneide o altri testi pone V. alle origini della tradizione
esegetica del cattolicismo contro le sette delle differenti nazioni. Saggi:
“Summula Caietani”; “Opuscula omnia” (Giunta); “Commentaria super tractatum de
ente et essentia [di Aquino]”; “De nominum analogia”; “Commentaria in III
libros Aristotelis de anima”; “Auctoritas pape et concilii sive ecclesie
comparata” (Silber); “Oratio in secunda sessione concilii lateranensis” (Berlin);
“Apologia de comparata auctoritate pape et ecclesie”; “De divina institutione pontificatus
romani pontificis”; “Jentacula Nuovo Testamento, expositio LITERALIS sexaginta
quatuor notabilium sententiarum Novi Testamenti” (Roma). Francesco senese De
Franceschi; “In Porphyrii Isagogen ad Prædicamenta Aristotelis”; “Opera omnia”;
“Scripta philosophica”; “De conceptu entis”; “De comparatione auctoritatis papæ”;
“Apologia”. Allaria, V.: cardinale -- Roma; Treccani, Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degl’italiani, Conferenza
Episcopale Italiana. ALCUIN,
Università di Ratisbona. V. philosophised
extensively on free will, and had a colourful dispute with, of all people, Luther,
well represented in a painting that Grice adored. Shropshire borrowed
his proof for the immortality of the soul from V. Prelate and theologian. Born
in Gæta from which he take his name, he enters the Dominican order and studies
philosophy at Napoli, Bologna, and Padova. V. becomes a cardinal, and travels
to Germany, where he engages in a theological controversy with Luther. His
major work is a Commentary Aquino’s summa theologiæ, which promotes a renewal
of interest in scholastic and ‘Thomistic’ philosophy. In agreement with Aquino,
V. places the source of knowledge in sense perception. In contrast with Aquino,
V. *denies* that the immortality of the soul and the existence of the divine as
our creator may be proved. V.’s work in logic is based on the traditional
syllogistic logic that he called ‘dal Lizio,’ but is original in its discussion
of the notion of “analogy” – vide H. P. Grice, Aristotle on the multiplicity of
being – ANALOGICAL UNIFICATION. V. distinguishes *three* types of analogy:
analogy of inequality, analogy of attribution, and analogy of proportion.
Whereas he rejects “analogy of inequality” and “analogy of attribution” as improper,
fallacious, and invalid, V. regards the analogy of proportion as valid and basic
and appeals to it in explaining how humans may come to know propositions about
the divine and how analogical reasoning,
applied to both the divine, and the divine’s creatures, may avoid being æqui-vocal.
H. P. Grice – Equivocality thesis. DE NOMINUM ANALOGIA. QUOTUPLEX SIT ANALOGIA,
CUM DECLARATIONE PRIMI MODI Invitatus et ab ipsius rei obscuritate, et a nostri
æui flebili profundarum litterarum penuria, de nominuin analogia in his vacationibus
tractatum edere intendo. Est
siquidem eius notitia necessaria adeo, ut sine illa non possit metaphysicam [ONTOLOGIA
PRIMA FILOSOFIA ESCATOLOGIA] quispiam discere, et multi in aliis scientiis ex
eius ignorantia errores procedant. Quod si ullo usquam tempore accidit, hac ætate
id evenire clara luce videmus, dum analogiam, vel indisiunctionis, vel ordinis,
vel conceptus præcisi unitate, cum inæqualis participatione constituunt. Ex
dicendis namque patebit, opiniones huiusmodi a veritate, quae ultro se
offerebat, per abrupta deviasse. Analogiae igitur vocabulum proportionem sive
proportionalitatem, ut a graecis accepimus, in proposito sonat. Adeo tamen
extensum distinctumque est, ut multa nomina analoga abusive dicamus; et
multarum distinctionum adunatio si fieret, confusionem pareret. Ne tamen rectum
obliqui iudicio privetur, et singularitas in loquendo accusetur, unica
distinctione trimembri omnia comprehendemus, et a minus proprie analogis ad vere
analoga procedemus. Ad tres ergo
modos analogiae omnia analoga reducuntur: scilicet ad analogiam inaequalitatis,
et analogiam attributionis, et analogiam proportionalitatis. In his
explorations on unity of signification, Grice turns to a mode of unification,
which he would describe as Cajetan in nature, and as what is possibly the most
baffling of the various ways explicitly suggested by Aristotle LYCAEUM LICEO
LIZIO as being those in which what Grice calls the unification -- or
aequi-vocality thesis – of the apparent multiplicity of significations may
arise, even if made less baffling by Vio – vide Ashford. The cases are those
cases in which the application of an epithet or expression E to a range of
items is accounted for by the analogy detectable within that range. More
explicitly, it is the analogy, either between a specific ‘universal’ which
determines the application of the epithet or expression, or between an
exemplification of that ‘universal’ by this or that type of item. Even more
explicitly, it is the analogy either between universals U1, U2, … Un, which
determines the application of the epithet or the expression, or between an
exemplification of U1, U2, … Un, by an items of the sorts ly. lo etc. The
puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number
of different factors, and it has been even applied to ‘essere’ by some. First,
there are a few things which Aristotle himself might have done to aid our
comprehension. He might have given us a firmer list of examples of epithets or
expressions, the application of which to a given range of items is to be
accounted for by way of analogy. Alternatively, Aristotle might have given us a
reasonably clearer characterisation of the kind of accounting which analogy is
supposed to provide, leaving it to us to determine the range of application of
this kind of accounting. Unfortunately, Aristotle does neither of these things,
so Vio finds himself to be in big trouble – or deep semantic waters. Aristotle offers
us only the most meagre hints about the way in which analogy might ‘unify,’ via
the aequi-vocality thesi, that is, the various applications of an epithet. We
are told, for example, that as ‘seeing’ is in the body – the eye --, ‘understanding’
is in the soul -- with the attending implicature that it is this fact which accounts
for the application of the originally physical ‘see’ videre both to a
case of physical – or bodily -- optical vision, and a case of intellectual
‘vision.’ “I see what you mean.” – in which case you have greater eyes than
most. Il Lizio also suggests that it isanalogy which is responsible for the
application of the adjective – not shaggy – but ‘calm’ calmus to either an
undisturbed body of sea water, or to an undisturbed expanse of thin air! Such
offerings do not get us very far. Furthermore, not surprisingly, where
Aristotle seems to fear to tread his commentators, except of course, Vio, are
most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion
comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but, after Vio, the
influential Oxford, indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as
Aristotle's view, that the application of ‘good’ bonum is attributable
to the fact that, within one category C1, an item or specimen, which is good –
say, a cabbage -- is related to an item in general belonging to that category –
cabbages are by definition good cabbages --, in a way which is analogous – analogum
– or proportionale – a:b::c:d -- to the way in which a good item (say, a
good king) in some second category or sub-category C2 is related to the general
run of items which belong to that second category. Apart from the obscurity in
the presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something
which Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the
epithet bonum good is one exemplification of unification or
aequi-vocality of a value-oriented concept which is the outcome of an analogy,
or as Vio and Cicerone prefer, a proportio -- proporzione. Ross's suggestion
about bonum good – such a substantive-angry,in Austin’s word, Casanova,
in Nowell-Smith’s, bit of a word -- would, moreover, be at best only a
description of one special case of analogical – or analogous, or PROPORTIONAL
-- unification with a view to the aequi-vocality thesis, and would not give us
any general account of such analogous – or proportional – unification,
per via della proporzione. Grice adds that little supplementary assistance is
derivable from those who study this or that general concept. Such a philosopher
may be adhering to the principle that silence is golden when it comes to
discussion of such questions as the relation between analogy, or as Cicerone
prefers, PROPORZIONE -- and her sisters: metaphor – or as Cicerone prefers,
TRANSFERENTIA --, simile – similia -- , allegory, and parable, or PARABOLA. So
far as The Lizio Aristotle himself is concerned, it seems fairly clear to Grice
that the primary notion behind the concept of analogy is, as preventing some
criticism by Cicerone, that of ‘proportion’, or PRO-PORZIONE. In logical form: a:b::c:d.
The notion of such a four-term PRO-PORZIONE is embodied, for example, in
Aristotle's treatment not of moral bonum, as was Ross’s obsession, but of iustum
-- just. where one kind of iustum just is alleged to consist in a due two-termed,
rather than four-termed, proportion PROPORZIONE between return, reward, or
penalty, and antecedent desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of
a mystery how what starts life as, or as something approximating to, a
quantitative relationship – DIRECT OR INVERSE PROPORZIONE -- gets converted
into a non-quantitative or qualitative relation of correspondence or affinity.
It looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be some
inspired conjecture by the Peripatetic. Grice, as Vio had done before him, takes
as task the provision of an example, congenial to Aristotle, of how the
unification by analogy or PROPORZIONE of the application to a range of items of
some epithet might proceed. Grice expects this UNIFICAZIONE PER PROPORZIONE to
involve the detection of some analogical link between the exemplifications of
the variety of this or that universal which the epithet may be used to
‘signify.’ Grice’s chosen specimen is the inchoative crescere -- grow.
In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be
thought of as possessing an analogical unification that delivers the
aequi-vocality thesis. One of these would be examples of shifts in respect of
what might be termed a syntactical, metaphysical, or ontological category. By
syntactical category Grice means a part of speech. A substantia, indeed
an inert or inorganic physical substance, like a lump of wax or a mass
of metal, may be said to grow, or if we must use the copula, is growing –
crescit. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved
‘universal,’ that of increase in size, or getting larger, provides the
foundational, original—etymologically and DIACHRONICALLY valid --instance of
the literal ‘signification’ or Fregean sense of a universal by the application
of the expression grow or crescere. We have here, so to speak, the
'ground-floor' signification – dictiveness -- of grow: the
truth-conditions. But now, not only the physical inert and inorganic substance
itself but some accident of that substance – THAT BIT OF WAX NOT JUST
IZZES BUT HAZZES ‘GROWTH’ -- may also be said to grow. Not only the piece of
wax, but its magnitude, some event or process in its history – vide Grice,
“ACTIONS AND EVENTS” --, its powers, or causal efficacy, and its aesthetic
quality, or sheer beauty, might each be said to grow. And it seems not
unplausible to suggest that though the grow on the part of each of these
non-substantial accidents is different, and more or, again, less boringly
connected with growth on the part of the substance, there will always be some
kind of correspondence, indeed analogical connection, between grow in the case
of a non-substantial item and grow in the initial LITERAL case of this physical
inert or inorganic substantial item. Another and different kind of categorial
variation may separate some of the universals which the grow may be used to
‘signify’ from other such universals. These will be connected with differences
in, now, some sub-category within the same category of substantia
– the syntactical class of nouns -- within which fall different sorts of items
which may be said or deemed to grow. Different universals seem to be
‘signified’ by an utterer who says – still DICTIVELY -- of an ANIMATE substance,
such as a plant, as growing and by another uterer who says – still within
the dictive realm -- of a human being – such as a child, Grice’s Timothy -- as
growing. The connection between these diverse ‘realisations’ or instantiations
of grow may rest on now, say, vegetal, analogy. In what is said to be
the grow of a plant, such as a rose, internally originated increase in
size seems to occupy a prominent place. In the case of a human being, such as Grice’s
son Timothy, the kind of development which may be involved in the grow may be
much more varied and complex – “I know in the case of Timothy IS.” The link
between the two distinct universals which may be ‘signified’ might be provided,
now by an analogy, or proporzione, between the role which such a change fulfill
in the development of the very different kinds of substances which are being
characterised. No doubt many further kinds of analogical connection would
emerge within the general practice of attributing this or that grow – Grice’s
favourite was Martha Kneale’s THE GROWTH OF LOGIC --- “I can’t think whey she
changed it to the dull ‘Development’ of Logic when the thng was published!”
Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some general account of the
way in which the presence of analogy serves to unify the alleged multiplicity
of a ‘signification,’ which has originally deemed to belong in the PHYSICAL
realm of inert and inorganic matter. If such an account should be found to
offer prospects of distinguishing analogy or PROPORZIONE from some other
concept, particularly TRANSFERENTIA or metaphor (as conversational implicature,
as in the song title, ‘You’re the cream in my coffee’ to use Grice’s example in
‘Logic and conversation,’ – She is the cream in my coffee, to use the
copula -- which belongs to the same general family – along with Simile,
similia, ALLEGORIA – as in Lewis’s The allegory of love – or PARABOLA, as those
by Christ --, that would be a welcome aspect of the account. It is Grice’s idea
that, in metaphorical -- rather than dull and plain literal -- description, a
universal is ‘signified’ (she is the cream in my coffee +> she is
Grice’s pride and joy), which though distinct from that which underlies the
literal signification of the epithet (the cream in Grice’s coffee, or the lemon
in Strawson’s tea) is nevertheless recognisably similar to the literal
signification. Grice comes then to the concept of Cajetan and Ciceronian
PROPORZIONE or analogy itself. Grice starts by considering this or that item,
I1, I2, … In -- any one of which may be called an S. Grice initially supposes
that being an S consists in belonging to a substantial type or
kind, or category S – a noun -- , though that supposition may be relaxed.
Grice’s move is to assume that being an S, consists in being subject to
a system of laws – hence ana-logia, the logos is involved -- which jointly
express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si. Further, these
‘ontological’ laws, which furnish the core theory of S, -- as ichthyology
furnishes the core theory of fish --, are to be formulated in terms of a finite
set of Si-core predicative properties -- let us say P1 to Pn – as in S is P. Each
law involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any
fully authentic Sy. This totality may well not include every law which applies
to S,: but it does include every law which is deemed to be relevant to the
identity or identification of Sy, every law which determines whether or not a
particular item I1, I2, … In, is to count or be deemed as an 5 – “as in that
Oxford college – Hartford – who deemed the president’s dog to be a the subject
of the predicate ‘feline.’. Grice next considers not merely things each of
which is an S, but also things each specimen of which is an Sz. It
remains an open question whether or not the type S is to be deemed identical
with the analogous or proportionate type S1. – In any case, identity reduces to
general being (Pegasus = Pegasus if Pegasus is a flying horse). Grice assumes
that, as in the case of S, membership of S, is determined by conformity to a
system of such ordinary – indeed Stone-Age Physical --laws relating to those
properties P1, P2, … Pn which are central to S2. Grice symbolises these
properties by the set of devices Or ... Q.. We now have various possibilities
to consider. The first is that every law which is central to the determination
of Sz is a mirror image or strict counterpart of a law which is central to S,;
and that the converse of this supposition also obtains. To this end, we must assume
that the properties which are central to being an S, are the properties of the
devices O, through Os; and that if a law involving a certain ordered extract
from the set P through P, belongs to the central theory of S to a law involving
an exactly corresponding ordered extract from the set O, through O, belongs to
the central theory of S; and that the same holds in reverse. In that case, we
are in the position to say that there is a perfect proportion or analogy
between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also be
tempting to say that the types S, and S, are essentially identical, at a
particular time – vide Grice-Myro Geach-type of time-relative identity. We
should recognize that, if we yield to this temptation, we are not thereby
forced to say that Sy and S, are indistinguishable. They might, for example, be
differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible
to physical sight – a horse, but not horseness. We shall only be forced to
allow that essentially, or theoretically, the types are not really THAT distinct.
The possibility just considered is that of a total perfect (alla Mary
Poppins) PROPORTION or analogy between the central theories of S, and Sa. There
is also, however, the possibility of a merely partial pertect analogy between
S, and Sz. That is to say, part of the central theory of one type, say S, may
mirror the whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of
a central theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one
case, that the type S, is a special case of the type S,; or, in another
case, that the types S, and S, both fall under a common super-type, determined
by the limited area of perfect analogy between the central theories of S, and
Sz. Another possibility will be that no perfect analogy, either total or
partial, will hold between the two central theories. The best that can be found
is an imperfect PROPORTION or analogy which will consist in laws central to one
type approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of
laws central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the
characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz, etc., which
till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial (nominal)
types or kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse
of a theoretical or ‘alethic’ sort – Eddington’s wavicles and Grice’s quarks. But
Grice allows for such symbols as being allowed to relate to what he hopes might
be legitimately regarded as an informal precursor of the afore-mentioned
substantial types, as expressing this or that concept of one or other
classificatory or taxonomic sort, concepts which will be deployed in an
unregimented description or explanations as pre-theoretical, if not
pre-categorial. Examples of such unregimented classificatory or taxonomic concepts
might be concepts such as that of an investor, a doctor, a vehicle,
a confidante, and so on. Grice would hope that, in many ways, their
general character or metier might run parallel to that of their more regimented
counterpart. In particular, Grice hopes and expects that the nature of such a concept
as investor, doctor, vehicle, and confidante, would
be bound up with conformity to a certain set of central generalities, like
platitudes, truisms, etc. For an x to be an investor or a doctor
or a vehicle or a confidante will be to perform a metier, that
is, to do a sufficient number of the kinds of things which are typically, even
stereotypically, done by an investor, a doctor, a vehicle,
large utility, or a confidante. Grice expects, however, that the variety
of possible forms of generalisation might considerably exceed the meagre
armament which a theoretical enquirer normally permit themselves to employ.
Grice also hopes and expects that the generalities which would be expressive of
the nature of a particular classificatory or taxonomic concept would be
formulable in terms of a limited body of features – Leech’s semantical
features: bachelor = unmarried male – In defence of a dogma -- which would be
central to the concept in question. This material might be sufficient to
provide for the presence, from time to time, of some sense of PROPORTION or analogy
in the universe, at least of imperfect analogy, between such generalities which
aro expressive of distinct classificatory or taxonomic concepts. When it does occur,
such a proportion or analogy might be sufficient to provide for some unity or
uni-vocality of ‘signification’ – thus verifying Grice’s aequivocality thesis
-- in the employment of a single epithet to ‘signify’ even different
classificatory concepts. This unity or aequi-vocality of ‘signification’, in
turn, seems toGrice sufficient to justify the idea that, in such a case, the
expression in question is used with a single ‘significatoin,’ lexical meaning,
or Fregean sense – to which you may attach as many implicatures as you wish. Grice
concludes his ‘Aristotle on the multiplicity of being’ with some suggestions
about the interpretation of the concept of proportion or analogy as a possible
foundation for the unity of ‘signification’ with two supplementary comments.
His first comment is that there seems to be a good case for supposing that
anyone who, like VIO, and the Lizio before him, did, accepts an account of an
analogy- or proportion-based unity or of signification (MONOSEMY at the dictive
level, with a multiplicity of potential implicatures) should NOT feel free to
combine it with a rejection of the so-called analytic-synthetic distinction,
or, in other words, hope for some defence of it, howeer dogmatic! After all,
the alleged analogy- or proportion-based unity account relies crucially on a
connection between the application of a particular concept and the application
of a system of laws, or some such generalities, which is expressive of that
concept. This, in tum, relies on the idea of a stock of further comential concepts,
in terms of which these laws and generalities are to be formulated, being
central to the concept in case (‘bachelor’ = unmarried male’). But it seems
plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality involves a non-contingent
connection between the concept in focus and the concepts which are said to be
central to it, a connection which cannot he admitted by one who denies the
analytic/synthetic distinction, as Quine and his fellow nominalists did – or Occam,
whom Vio hated – for years! So either one does accept the analytic/synthetic
distinction, or one rejects at least this account of analogy-based or
proportion-based unity of ‘signification.’ Grice makes no attempt here to
decide between these alternatives – “but Ocham shall know!” Grice’s second
comment is that material introduced in Grice’s suggested elaboration of the
notion of proportion or analogy, particularly the connection between concepts
and conformity to laws or some such generalities, may serve to provide a needed
explanation and justification of the idea that the applicability of a single
defining formula, couched in terms of the FOCAL ideas of genus, but also
species, and, last but not least, differentia is a paradeigmatic
condition, if not an indispensable condition, for identity or individuation of
‘signification,’ never mind unity. We might, for a start, agree to treat a
situation in which the applicability of an epithet to an item I1 rests on a
conformity to exactly the same laws or generalities as does its application to
item I2, as being a limiting case of partially perfect analogy. But a situation
in which no such interpretation at all is required may be treated as a limiting
case of a situations in which, though re-interpretation is required, one such
re-interpretation is available which achieves such partial perfect analogy. As
one might say, a law is perfectly analogous with itself. Another situation,
then, in which an epithet or expression E applies to a range of items I1, I2, …
In, solely by virtue of the presence of a single ‘universal,’ and so of a
single set of laws, may be legitimately regarded as a specially exemplary
instance of a kind of unity which is required for identity or individuation of
‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's contribution to
metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’ and studies in
the theory of meaning themselves might profit from a somewhat less localised
attention to questions about the relation between a ‘universal’ and
‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in mind to
raise not the general question whether, despite what he calls the school of
latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires some abstract
entity that Ockham denied, such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an
affirmative answer, but rather the question in what way the concept of a
‘universal’ is to be supposed to be relevant to the analysis of
‘signification.’ Consideration of the practices of latter-day lexicographers –
notably Kilgariff, I do not believe in word senses – cf. Wiggins’s reliance on
Grice for a theory of dictionaries --, so far from supporting a charge that, at
least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an illegitimate
divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of ‘signification’
suggests that it would be proper to go, alla Henry VIII, a deal further than
did Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many
different forms of connection between the varieties of the concept of a
‘universal’ which may be ‘signified’ by an ultimately non-equivocable
expression beyond that countenanced by the tradition of the theory of
definition alla Robinson, and even perhaps beyond the extensions to that theory
envisaged by Aristotle himself. These forms will include some form of
connection like that involved, nor just in Analogy and her sisters – Metaphor,
Simile, Alleory, and Parable – but in metonymy, metophnymy, and synecdoche,
recognised by later grammatical theorists and philosophers of language, within
and without Oxford, and no doubt others as well. It would, Grice suggests, be a
profitable undertaking to study carefully the contents of a good modern
dictionary – “as I always told Austin that would be ‘Byzantine’!”--, with a
view to constructing an inventory of these various modes of connection. Such an
investigation would, Grice suspects, reveal both that, in a given case, the
invocation of one mode of connection may be sub-ordinate and posterior to the
invocation of another, and also that there is no prescribed order or limitation
of order which such invocations must observe. Grice suspects, also, that it
might emerge that the question whether variations in ‘signification’ are
thought of as not synchronic but diachronic – as in his example of ‘crescere’--
has no bearing on the nature of a uniting connection (His example: when ‘animal’
ceased to ‘signify’ what the Lizio Aristtole meant by it, but ‘a middle-sized
mammal: Urmson: There is an animal in the backyard +> not an ant, not my
aunt. The same form of connection may be available in both cases, and either
case may in turn well be found to correspond with the range of such different, many
and varied, figures of speech which conversational practice may typically
employ, or even intentionally MIS-employ, for the effect of implicature. Should
this conjecture turn out to be correct, the underlying explanation of its truth
might, Grice would guess, run along the following lines. Allegd rational
communication, of the co-operative kind, in pursuit, that is, of some purpose of
helpfulness or benevolence, encounters a boundless, indeed unpredictable,
multitude – indeed multiplicity or plurichrastic, as Owen has it in his “Aristotle
and the snare of ontology”-- of distinct situations. Perhaps unlike a computer,
or like Owen himself, we shall not have, ready made, any vast array of forms of
description and explanation from which to select what is suitable for a
particular conversational occasion. We shall have to rely on our time-honoured
Oxonian rational capacities, particularly those for imaginative construction
and combination, to provide for our needs as they arise. It would not then be
surprising that the operations will reflect, in this or that way, the character
of the capacities on which we rely. Grice confesses to only the haziest
of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which is a long
way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his fourth
Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of an
attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality
thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression
is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is
veiled under the guise of unification, but the spirit lives on! Quamuis
secundum ueram uocabuli proprietatem et usum Aristotelis, ultimus modus tantum
analogiam constituat, primus autem alienus ab analogia omnino sit. 4.
Analoga secundum inaequalitatem uocantur, quorum nomen est commune, et ratio
secundum illud nomen est omnino eadem, inaequaliter tamen participata. Et
loquimur de inaequalitate perfectionis: ut corpus nomen commune est corporibus
inferioribus et superioribus, et ratio omnium corporum (in quantum corpora
sunt) eadem est. Quaerenti enim quid est ignis in quantum corpus, dicetur:
substantia trinae dimensioni subiecta. Et similiter quaerenti: quid est caelum in quantum
corpus, etc. Non tamen secundum aequalem perfectionem ratio corporeitatis est
in inferioribus et superioribus corporibus.
5. Huiusmodi autem analoga Logicus uniuoca appellat, Philosophus uero
aequiuoca, eo quod ille intentiones considerat nominum, iste autem naturas.
Unde et in X Metaph., text. ultim. Aristoteles dicit quod corruptibili et
incorruptibili nihil est commune uniuocum, despiciens unitatem rationis seu
conceptus tantum. Et in VII Physic., text. 13 dicitur iuxta genus latere
aequiuocationes; quia huiusmodi analogia cum unitate conceptus non dicit unam
naturam simpliciter, sed multas compatitur sub se naturas, ordinem inter se
habentes, ut patet inter species cuiuslibet generis, specialissimas et
subalternas magis. Omne enim genus analogum hoc modo appellari potest, (licet
non multum consueuerint nisi generalissima et his propinqua sic uocari), ut
patet de quantitate et qualitate in praedicamentis, et corpore, etc. 6.
Hanc analogiam S. Thomas, in I Sent., dist. 19 uocat analogiam secundum esse
tantum, eo quod analogata parificantur in ratione significata per illud nomen
commune, sed non parificantur in esse illius rationis. Perfectius enim esse
habet in uno, quam in alio, cuiuscumque generis ratio, ut in Metaphysica
pluries patet. Non solum enim planta est nobilior minera; sed corporeitas in
planta est nobilior corporeitate in minera: et sic de aliis. 7. Perhibet quoque huic analogiae testimonium Auerroes
in XII Metaph., text. 2 dicens, cum unitate generis stare prioritatem et
posterioritatem eorum, quae sub genere sunt. Haec pro tanto analoga uocantur,
quia considerata inaequali perfectione inferiorum, per prius et posterius
ordine perfectionis de illis dicitur illud nomen commune. Et iam in usum uenit,
ut quasi synonime dicamus aliquid dici analogice et dici per prius et
posterius. Abusio tamen uocabulorum haec est; quoniam dici per prius et
posterius, superius est ad dici analogice. In huius modi autem analogis,
quomodo inueniantur unitas, abstractio, praedicatio, comparatio, demonstratio
et alia huiusmodi, non oportet determinare; quoniam uniuoca sunt secundum
ueritatem, et uniuocorum canones in eis seruandi sunt. ANALOGIA ATTRIBUTIONIS QUID SIT, ET QUOT MODIS FIAT, ET
QUAE EIUS CONDITIONES. Analoga autem secundum attributionem sunt, quorum nomen
commune est, ratio autem secundum illud nomen est eadem secundum terminum, et
diuersa secundum habitudines ad illum: ut sanum commune nomen est medicinae,
urinae et animali; et ratio omnium in quantum sana sunt, ad unum terminum
(sanitatem scilicet), diuersas dicit habitudines. Si quis enim assignet quid est animal in quantum
sanum, subiectum dicet sanitatis; urinam uero in quantum sanam, signum
sanitatis; medicinam autem in quantum sanam, causam sanitatis proferet. Ubi
clare patet, rationem sani esse nec omnino eamdem, nec omnino diuersam; sed
eamdem secundum quid, et diuersam secundum quid. Est enim diuersitas
habitudinum, et identitas termini illarum habitudinum. 9. Quadrupliciter autem fieri potest
huiusmodi analogia, secundum quatuor genera causarum (uocando pro nunc causam
exemplarem causam formalem). Contingit siquidem multa ad unum finem, et ad unum
efficiens, et ad unum exemplar, et ad unum subiectum, secundum aliquam unam
denominationem et attributionem diuersimode habere: ut patet ex exemplis
Aristotelis, IV Metaph., text. 2. Ad causam enim finalem pertinet exemplum de
sano in III Metaph., text. 2, ad efficientem uero exemplum de medicinali ibidem
positum; ad materialem autem analogia entis ibidem subiuncta; ad exemplarem
demum analogia boni, posita in I Ethic., cap. 7. 10. Attribuuntur autem huic analogiae multae
conditiones, ordinate se consequentes: scilicet quod analogia ista sit secundum
denominationem extrinsecam tantum; ita quod primum analogatorum tantum est tale
formaliter, caetera autem denominantur talia extrinsece. Sanum enim ipsum
animal formaliter est; urina uero, medicina et alia huiusmodi, sana
denominantur, non a sanitate eis inhaerente, sed extrinsece, ab illa animalis
sanitate, significatiue uel causaliter, uel alio modo. Et similiter idem est de
medicatiuo et de substantia, quae sunt formaliter in primo; in caeteris uero
denominatiua significatione denominantur et extrinsece. Boni quoque ratio in
bono per essentiam saluata, quo exemplariter caetera denominantur bona, in solo
primo bono formaliter inuenitur; reliqua uero extrinseca denominatione,
secundum illud bonum, bona dicuntur. 11.
Sed diligenter aduertendum est, quod hæc huiusmodi analogiæ conditio, scilicet
quod non sit secundum genus causæ formalis inhærentis, sed semper secundum
aliquid extrinsecum, est formaliter intelligenda et non materialiter: idest non
est intelligendum per hoc, quod omne nomen quod est analogum per attributionem,
sit commune analogatis sic, quod primo tantum conueniat formaliter, cæteris
autem extrinseca denominatione, ut de sano et medicinali accidit; ista enim
uniuersalis est falsa, ut patet de ente et bono; nec potest haberi ex dictis,
nisi materialiter intellectis. Sed est ex hoc intelligendum, quod omne nomen
analogum per attributionem ut sic, uel in quantum sic analogum, commune est analogatis
sic, quod primo conuenit formaliter, reliquis autem extrinseca denominatione. Hoc siquidem uerum est, ex
formali intellectu præcedentium; ex eisque manifeste sequitur. Ens enim quamuis
formaliter conueniat omnibus substantiis et accidentibus etc., in quantum tamen
entia, omnia dicuntur ab ente subiectiue ut sic, sola substantia est ens
formaliter; cætera autem entia dicuntur, quia entis passiones uel generationes
etc. sunt; licet entia formaliter alia ratione dici possint. Et simile est de
bono. Licet enim omnia entia bona sint, bonitatibus sibi formaliter inhærentibus,
in quantum tamen bona dicuntur, bonitate prima effectiue aut finaliter aut
exemplariter, omnia alia nonnisi extrinseca denominatione bona dicuntur:
illamet bonitate, qua Deus ipse bonus formaliter in se est. Et ex hac conditione statim infertur alia:
scilicet quod illud unum, ad quod diuersæ habitudines terminantur in huiusmodi
analogis, est unum non solum ratione, sed numero. Quod dupliciter intelligi
potest, secundum quod analogata dupliciter sumi possunt: scilicet uniuersaliter
et particulariter. Si enim sumantur
analogata particulariter, illud unum necessario est unum numero uere et
positiue. Si autem sumantur uniuersaliter, illud
unum necessario est unum numero negatiue, idest non numeratur in illis
analogatis ut sic, quamuis in se sit uniuersale quoddam, et non unum numero.
Verbi gratia, si sumantur hæc urina sana, hæc medicina sana, et hoc animal
sanum: hæc omnia dicuntur sana a sanitate quæ est in hoc animali, quam constat
unam numero uere esse. Sortes enim dicitur sanus, quia habet hanc sanitatem;
medicina, quia illam facit; urina, quia eamdem significat, etc. Si uero
sumantur animal sanum in communi, et urina sana in communi et medicina sana in
communi: sic, formaliter loquendo, sanitas a qua huiusmodi sana dicuntur, non
est una numero in se: eo quod causæ uniuersales effectibus uniuersalibus
comparandæ sunt, ut II Phys., text. 39 dicitur. Et simile est de signis, et instrumentis, et
conseruatiuis, et aliis huiusmodi; sed est una numero in istis analogatis
negatiue. Non enim numeratur sanitas in animali,
urina et diæta; quoniam non est alia sanitas in urina, et alia in animali, et
alia in diæta. 13. Et sequitur conditio
ista ex præcedenti: quoniam commune secundum denominationem extrinsecam non
numerat id a quo denominatio sumitur in denominatis, sicut uniuocum
multiplicatur in suis uniuocatis; et propter hoc dicitur unum ratione tantum,
et non unum numero in suis uniuocatis. Alia est enim animalitas hominis, et alia equi, et alia
bouis, animalis nomine adunatæ in una ratione.
14. Ex hac autem conditione infertur alia, quod scilicet primum
analogatum ponitur in definitione cæterorum, secundum illud nomen analogum;
quoniam cætera non suscipiunt illud nomen, nisi per attributionem ad primum, in
quo formaliter saluatur eius ratio. Cadit siquidem in ratione medicinæ, et diætæ,
et urinæ etc., in quantum sanæ sunt, animalis sanitas: sine qua intelligi cætera
sana non possunt. Et simile est de aliis iudicium. 15. Ex hoc autem sequitur ulterius, quod
nomen sic analogum, unum certum significatum commune omnibus partialibus eius
modis, seu omnibus analogatis, non habet. Et consequenter, quod nec conceptum
obiectiuum, nec conceptum formalem abstrahentem a conceptibus analogatorum
habet; sed sola uox cum identitate termini diuersimode respecti communis est:
ita quod cum in hac analogia sint tria: uox scilicet, terminus et respectus
diuersi ad illum; nomen analogum terminum quidem distincte significat, ut sanum
sanitatem; respectus autem diuersos ita indeterminate et confuse importat, ut
primum distincte uel quasi distincte ostendat, cæteros autem confuse, et per
reductionem ad primum. Sanum enim respectus multos ad sanitatem, puta habentis,
significantis, causantis, etc., sic in una uoce sanitatem distincte importante
confundit, ut respectum primum scilicet habentis seu subiecti, distincte
significet (Sanum enim absolute dicimus sanitatem habentem, ut subiectum); cæteros
autem respectus indeterminate importat et per attributionem ad primum, sicut
patet ex dictis. 16. Et propter hoc tria
de huiusmodi analogo dicuntur: scilicet quod commune est omnibus analogatis non
secundum uocem tantum; - et quod simpliciter prolatum stat pro primo; - et quod
non est prius primo analogato, in quo tota sua ratio formaliter saluatur.
Primum quidem peculiarius significat, et super omnia analogata superius
significatum non habet. 17. Diuiditur
autem a sancto Thoma analogia hæc in analogiam duorum ad tertium, ut urinæ et
medicinæ ad animal sanum; et in analogiam unius ad alterum, ut urinæ uel
medicinæ ad animal sanum 18. Nec habet
ista diuisio alia membra a supradictis: quoniam hæc circuit analogiam secundum
omnia genera causarum. Sed ad hoc facta est, ut ostendatur differenter suscipi
nomen analogum, quando ponitur primum analogatum ex una parte, et cætera ex
altera parte; et quando secundorum analogatorum unum hinc et alterum inde
ponitur, secundum quodcumque genus causæ analogia fiat. Primo enim et cæteris
sic commune est analogum, ut nihil eis prius ponat aut significet: et propterea
uocatur analogia unius ad alterum, ponendo omnia alia a primo, loco unius.
Secundis autem analogatis sic commune est nomen analogum, ut aliquid omnibus
eis prius ponat: primum scilicet ad quod omnia secunda attribuuntur. Et uocatur analogia duorum ad tertium, uel multorum
ad unum: quia non inter se est attributio, sed ad primum. Appellantur autem hæc analoga a Logico æquiuoca,
ut in principio Prædicamentorum patet, ubi animal æquiuocum dicitur ad animal
uerum et animal pictum. Animal enim pictum non pure æquiuoce, sed per
attributionem ad animal uerum, animal dicitur; et in ratione eius in quantum
animal manifeste patet animal uerum accipi. Quærenti enim: quid est animal
pictum in eo quod animal? respondebitur: imago animalis ueri. 20. A philosophis uero Græcis, nomina ex uno,
uel ad unum, aut in uno, et media inter æquiuoca et uniuoca dicuntur, ut
pluries in Metaphysica patet; et expresse in I Ethic. huiusmodi nomina contra
analoga distinguuntur, ut infra amplius dicetur. A Latinis autem uocantur
analoga uel æquiuoca a consilio. 21.
Hanc analogiam S. Thomas in I Sent., dist. 19, q. 5 a. 2 ad 1 uocat analogiam
secundum intentionem, et non secundum esse: eo quod, nomen analogum non sit hic
commune secundum esse, idest formaliter; sed secundum intentionem, idest
secundum denominationem. Ut enim ex dictis patet, in hac analogia nomen commune
non saluatur formaliter nisi in primo; de cæteris autem extrinseca
denominatione dicitur. Hæc ideo apud Latinos analoga dicuntur: quia proportiones
diuersas ad unum dicunt, extenso proportionis nomine ad omnem habitudinem.
Abusiua tamen locutio hæc est, quamuis longe minor quam prima. 22. Quomodo autem de huiusmodi analogis sit scientia, et
contradictiones et demonstrationes, et consequentiæ et alia huiusmodi de eis
fiant, ex dictis, et consuetudine Aristotelis patet. Oportet enim
significationes diuersas prius distinguere (propter quod ambigua apud Arabes hæc
dicuntur), et deinde a primo ad alia procedere, sicut a centro ad
circumferentiam diuersis proceditur uiis. DE ANALOGIA PROPORTIONALITATIS: QUID
SIT ET QUOTUPLEX SIT, ET QUOD SOLA PROPRIE ANALOGIA VOCETUR 23. Ex abusiue igitur analogis ad proprie
analogiam ascendendo, dicimus: analoga secundum proportionalitatem dici, quorum
nomen est commune, et ratio secundum illud nomen est proportionaliter eadem.
Vel sic: Analoga secundum proportionalitatem dicuntur, quorum nomen commune
est, et ratio secundum illud nomen est similis secundum proportionem: ut uidere
corporali uisione, et uidere intellectualiter, communi nomine uocantur uidere;
quia sicut intelligere, rem animæ offert, ita uidere corpori animato. Quamuis
autem proportio uocetur certa habitudo unius quantitatis ad aliam, secundum
quod dicimus quatuor duplam proportionem habere ad duo; et proportionalitas
dicatur similitudo duarum proportionum, secundum quod dicimus ita se habere
octo ad quatuor quemadmodum sex ad tria: utrobique enim dupla proportio est,
etc.; transtulerunt tamen Philosophi proportionis nomen ad omnem habitudinem
conformitatis, commensurationis, capacitatis, etc. Et consequenter
proportionalitatem extenderunt ad omnem similitudinem habitudinum. Et sic in
proposito uocabulis istis utimur. 25.
Fit autem duobus modis analogia hæc: scilicet metaphorice et proprie.
Metaphorice quidem, quando nomen illud commune absolute unam habet rationem
formalem, quæ in uno analogatorum saluatur, et per metaphoram de alio dicitur:
ut ridere unam secundum se rationem habet, analogum tamen metaphorice est uero
risui, et prato uirenti, aut fortunæ successui; sic enim significamus hæc se
habere, quemadmodum homo ridens. Et huiusmodi analogia sacra Scriptura plena
est, de Deo metaphorice notitiam tradens. Proprie uero fit, quando nomen illud
commune in utroque analogatorum absque metaphoris dicitur: ut principium in
corde respectu animalis, et in fundamento respectu domus saluatur. Quod, ut
Auerroes in comm. septimo I Ethic. ait, proportionaliter de eis dicitur. 27. Præponitur autem analogia hæc cæteris
antedictis dignitate et nomine. Dignitate quidem, quia hæc fit secundum genus
causæ formalis inhærentis: quoniam prædicat ea, quæ singulis inhærent. Altera
uero secundum extrinsecam denominationem fit.
28. Nomine autem, quia analoga nomina apud Græcos (a quibus uocabulum
habuimus) hæc tantum dicuntur; ut ex Aristotele etiam colligitur, qui in
Metaphysica nomina quæ dicimus analoga per attributionem, ex uno, uel ad unum,
uel in uno uocat: ut patet in principio IV et in VII, text. 15. In V autem
Metaphysicæ, cap. de uno, text. 12, definiens unum secundum analogiam, ut
synonimis utitur unum analogia et unum proportione; et definit ea esse, « quæcumque
se habent ut aliud ad aliud »: aperte insinuans illam esse proprie analogatorum
definitionem, quam diximus. Quod tamen clarius habetur in Arabica translatione,
ubi dicitur: « Illa quæ sunt unum secundum æqualitatem, scilicet
proportionalem, sunt quorum proportio est una, sicut proportio alicuius rei ad
aliam rem ». Ubi Auerroes exponens ait: « Et illa dicuntur unum, quæ sunt unum
secundum proportionalitatem; sicut dicitur, quod proportio rectoris ad
ciuitatem et gubernatoris ad nauem, est una ». In secundo quoque Posteriorum, cap. XIII huiusmodi
nomina proportionalia, analoga uocat. Et quod plus est, in I Ethic., cap. 7
distinguit supradicta nomina ad unum aut ex uno, contra analoga; dum, loquens
de communitate boni ad ea quæ bona dicuntur, ait: « Non assimilantur a casu æquiuocis;
sed certe ei, quod est ab uno esse, uel ad unum omnia contendere, uel magis
secundum analogiam ». Et subdens exemplum analogiæ dicit: « Sicut enim in
corpore uisus, in anima intellectus ». In quibus uerbis diligenti lectori, non
solum nomen analogiæ hoc, quod diximus, sonare docuit; sed præferendam esse in
prædicationibus metaphysicis hanc insinuauit analogiam (in ly magis), ut S.
Thomas ibidem propter supradictam rationem optime exponit. 29. Scimus quidem secundum hanc analogiam
rerum intrinsecas entitates, bonitates, ueritates etc., quod ex priori analogia
non scitur. Unde sine huius analogiæ notitia, processus metaphysicales absque
arte dicuntur. Acciditque huiusmodi ignorantibus, quod antiquis nescientibus
logicam, ut in II Elenchorum dicitur. Nec fuit forte ab Aristotelis tempore tam
periculosus casus iste, sicut modo apud nos est; quoniam blasphemare fere
uidetur, qui metaphysicales terminos analogos dicens, secundum
proportionalitatem communes exponit. Cum tamen Auerroes dicat super prædicto textu: « Et
dignius his tribus modis est, ut sit nomen boni dictum de eis secundum uiam, quæ
dicitur de proportionalibus ». Vocatur
quoque a Sancto Thoma in I Sent., dist. 19, ubi supra, analogia secundum esse
et secundum intentionem; eo quod analogata ista, nec in ratione communis
nominis, nec in esse illius rationis parificantur, et tamen tam in ratione
illius nominis, quam in esse eiusdem, proportionaliter, conueniunt. Sed
quoniam, ut dictum est, obscura et necessaria ualde res hæc est, accurate
distincteque dilucidanda est per plura capitula. QUOMODO ANALOGUM AB ANALOGATIS DISTINGUATUR. Quoniam
autem analogia media est inter æquiuocationem puram et uniuocationem, ex
extremis natura medii declaranda est. Et quia in nominibus tria inueniuntur,
scilicet uox, conceptus in anima, et res extra, seu conceptus obiectiuus: ideo
singula perlustrando, dicendum est, quomodo analogum ab analogatis distinguatur 32. Et a rebus incipiendo, quia priores
conceptibus et nominibus sunt, dicimus quod, nomine æquiuoco ita diuersæ res
significantur, quod ut sic non nisi uoce adunantur. Uniuoco uero diuersæ res
ita significantur, quod, ut sic, ad rem in se simpliciter unam abstractam et præcisam
in esse cognito ab eis, adunantur. Analogo autem nomine res diuersæ ita
significantur, quod ut sic ad res diuersas secundum proportionem unam uniuntur.
Vocatur autem in proposito res, non solum natura aliqua, sed quicumque gradus,
quæcumque realitas, et quodcumque reale in rebus inuentum. Unde inter
uniuocationem et analogiam hæc est differentia: quod res fundantes
uniuocationem sunt sic ad inuicem similes, quod fundamentum similitudinis in
una est eiusdem rationis omnino cum fundamento similitudinis in alia: ita quod
nihil claudit in se unius ratio, quod non claudat alterius ratio. Ac per hoc
fundamentum uniuocæ similitudinis, in utroque extremorum æque abstrahit ab
ipsis extremis. Res autem fundantes analogiam, sic sunt similes, quod
fundamentum similitudinis in una, diuersæ est rationis simpliciter a fundamento
illius in alia: ita quod unius ratio non claudit id quod claudit ratio
alterius. Ac per hoc fundamentum analogæ similitudinis, in neutro extremorum
oportet esse abstractum ab ipsis extremis; sed remanent fundamenta distincta,
similia tamen secundum proportionem; propter quod eadem proportionaliter uel
analogice dicuntur. 34. Et ut possint
omnibus prædicta patere, declarantur exemplariter in uniuocatione huius nominis
animal, et analogia huius nominis ens. Homo, bos, leo et cætera animalia, quia
habent in se singulas naturas sensitiuas, seu proprias animalitates, quas
constat diuersas secundum rem esse, et mutuo similes: sic quod in quocumque
extremo, puta homine aut leone, consideretur secundum se animalitas, quæ est
similitudinis fundamentum, inuenitur æqualiter abstrahens ab eo in quo est, et
nihil includens in uno quod non in alio. Ideo et in rerum natura fundant
secundum suas animalitates similitudinem uniuocam, quæ identitas generica
uocatur; et in esse cognito adunantur non ad duas uel tres animalitates, sed
unam tantum, quæ animalis nomine in concreto per se primo significatur, et
uniuoce uocatur communi nomine animal. Omnium siquidem eorum, secundum quod
naturas sensitiuas habent, indistincta omnino est ratio ab omnibus abstracta,
quæ illius rei, quam animalitatem uocauimus, adæquata est definitio. Substantia
autem quantitas, qualitas etc., quia non habent in suis quidditatibus aliquid
prædicto modo abstrahibile, puta entitatem, (quoniam supra substantialitatem
nihil amplius restat), ideo nullam substantialem uniuocationem inter se
compatiuntur. 35. Et quia cum hoc, quod
non solum eorum quidditates sunt diuersæ, sed etiam primo diuersæ; retinent
similitudinem in hoc, quod unumquodque eorum secundum suam proportionem habet
esse; ideo et in rerum natura non secundum aliquam eiusdem rationis in extremis
sed secundum proprias quidditates, ut commensuratas his propriis esse fundant
analogam idest proportionalem similitudinem. Et in intellectu adunantur ad tot
res, quot sunt fundamenta, proportionis similitudine unitas, significatas
(propter illam similitudinem) entis nomine, et analogice communi nomine
uocantur ens. Differenter ergo res adunantur sub nomine Analogo et Uniuoco. 36. Conceptus quoque mentalis non eodem modo
inuenitur in uniuocis et analogis: quoniam nomen uniuocum et omnia uniuocata ut
sic, unum tantum conceptum in mente habent perfecte et adæquate eis
correspondentem; quia fundamentum uniuocæ similitudinis (quod significatum
formale est nominis uniuoci), unius omnino rationis est in omnibus uniuocatis;
ac per hoc in uno repræsentato, omnia repræsentari necesse est. In analogis
uero, quoniam fundamenta analogæ similitudinis diuersarum rationum sunt
simpliciter, et eiusdem secundum quid, idest secundum proportionem: oportet
duplicem analogi mentalem conceptum distinguere, perfectum et imperfectum; et
dicere quod analogo et suis analogatis respondet unus conceptus mentalis
imperfectus, et tot perfecti, quot sunt analogata. Quia enim unum analogatorum
ut sic, simile est alteri: consequens est, quod conceptus repræsentans unum,
repræsentet alterum, iuxta illam maximam: Quidquid assimilatur simili ut sic,
assimilatur etiam illi, cui illud tale est simile. Quia uero talis similitudo secundum
proportionem tantum est, quæ diuersam rationem in altero fundamento habet:
conceptus perfecte repræsentans unum analogatorum, a perfecta repræsentatione
alterius deficit; et per consequens oportet alterius analogati alterum adæquatum
conceptum esse. Unde et analogum unum habere mentalem conceptum, et plures
habere conceptus mentales: uerum est diuersimode; quamuis simpliciter loquendo,
magis debeat dici, analogi esse plures conceptus; nisi loquendi occasio aliud
exigat. Dico autem hoc: quoniam cum secundum
dicentes, analoga omnino carere uno conceptu mentali, sermo est; unum eorum
conceptum absolute dicere non est reprehendendum. Propter quod oportet solerti
discretione lectorem uti quando inuenitur scriptum, quod analogata conueniunt
in una ratione, et quando inuenitur dictum alibi, quod analogata non conueniunt
in una ratione. Est ergo differentia
inter analogiam et uniuocationem quoad conceptum mentalem, ita quod uniuoci et
uniuocatorum ut sic, unus est conceptus perfecte et adæquate eis respondens, ut
de conceptu animalis patet. Analogi uero et analogatorum ut sic, plures
necessario sunt conceptus perfecte ea repræsentantes, et unus est conceptus
imperfecte repræsentans. Non tamen ita quod sit unus conceptus adæquate
respondens nomini analogo, et inadæquate analogatis: quoniam secundum ueritatem
nomen illud uniuocum esset; sed ita quod conceptus unus repræsentans perfecte
alterurn analogatum ut sic, imperfecte repræsentat reliquum. Quoad uocem autem,
non est inter analoga et uniuoca differentia.
39. His autem prælibatis, intentum facile patere potest: quomodo
scilicet disfinguitur analogum, puta ens, ab analogatis, puta substantia,
quantitate et qualitate. Uniuocum enim, puta animal, distinguitur ab
uniuocatis, puta homine et leone, quoad rem significatam seu conceptum
obiectiuum, et quoad conceptum mentalem, sicut unum simpliciter abstractum
etc., a multis simpliciter etc. Analogum uero, quoad rem, seu conceptum
obiectiuum, distinguitur sicut unum proportione a multis simpliciter; uel (et
idem est) sicut multa ut similia secundum proportiones a multis absolute. Verbi
gratia, ens distinguitur a substantia et quantitate, non quia significat rem
quamdam eis communem; sed quia substantia quidditatem tantum substantiæ
importat, et similiter quantitas quidditatem quantitatis absolute significat;
ens autem significat ambas quidditates, ut similes secundum proportiones ad sua
esse; et hoc est dicere ut easdem proportionaliter. 40. Quoad conceptum autem mentalem adæquatum,
hoc quoque eodem omnino modo distinguitur. Secundum uero conceptum mentalem
imperfectum, quamuis distinguatur sicut unum simpliciter a multis simpliciter;
non tamen sicut unum abstrahens in repræsentando ab illis multis, quemadmodum
in uniuocis contingit. Quoniam, ut ex dictis patet, conceptus ille, puta
qualitatis, in quantum ens, alterius analogati, idest ipsius qualitatis,
secundum quod se habet ad suum esse, est adæquate repræsentatiuus, et a
qualitatis quidditate non abstrahens; cæterorum uero, puta quantitatis et substantiæ,
imperfecte tantum est repræsentatiuus, in quantum eis similis est
proportionaliter. QUALIS SIT ABSTRACTIO ANALOGI AB ANALOGATIS. Oportet autem ex
præmissis ostendere, qualiter analogum abstrahat ab his, quibus commune
secundum analogiam dicitur, puta qualiter ens abstrahat a substantia et
quantitate. Insurgit siquidem difficultas quædam in re hac, et ex parte rerum,
et ex parte conceptus. Ex parte siquidem rerum, quia uidetur analogi nominis
res significata, eodem abstrahibilis et abstracta modo, quo res uniuoco nomine
significata. Quoniam cum, ut in V Metaph. dicitur, unum in qualitate faciat
simile, nulla apparet ratio, cur a quibusdam similibus sit una res
abstrahibilis, et a quibusdam non; licet euidens ratio sit, cur ab his
similibus, puta Sorte et Platone, abstrahibilis sit res magis una, et ab illis,
puta homine et lapide, minus una. Unde si substantia et quantitas assimilantur
in hoc, quod utraque est ens, et consequenter in eis est aliquid unum, quod est
fundamentum illius similitudinis: quid uetat ab eis abstrahi rem unam utrique
communem? Ex parte uero conceptus, quia
uidetur eodem modo conceptus analogi abstrahere ab analogatis, sicut uniuocum
ab uniuocatis: eo quod analogum nomen importat in confuso singulas proportiones
analogatorum, et distincte non significat nisi proportionem in communi. Verbi
gratia, ens non significat habens se ad esse sic uel sic, puta ut substantia,
aut ut quantitas; sed si proportionale nomen est, significare uidetur, habens
se ad esse secundum aliquam proportionem, quæcumque illa sit. Hoc autem constat
esse æque abstractum a substantia et a quantitate; et consequenter per modum
uniuoci in analogis abstractio conceptus apparet. 43. Ut autem euidens fiat huius ambiguitatis
determinatio, sciendum est, quod licet abstrahere diuersa significet, cum
dicimus intellectum abstrahere animal ab homine et equo, et cum dicimus animal
abstrahere ab homine et equo: eo quod tunc significat ipsam intellectus
operationem attingentem in eis unum et non alia; nunc uero significat extrinsecam
denominationem ab illa intellectus operatione, qua res cognita abstracta
denominatur: in unum tamen et idem semper tendit, quoniam semper sonat
intelligi unum, non intellecto altero.
44. Ideoque nihil aliud est agere de abstractione analogi ab analogatis
quam inquirere et determinare, quomodo res significata analogo nomine intelligi
possit, non cointellectis analogatis; et quomodo conceptus illius habeatur,
absque conceptibus istorum. 45. Cum
igitur ex supradictis, et ex ipso analogiæ uocabulo pateat, quod analogo nomine
non simpliciter una res, sed res proportione una significatur, talis autem idem
est quod res diuersæ, ut similes proportionaliter: facile deduci potest, quod
res analoga potest quidem intelligi, non cointellectis analogatis, et
consequenter abstrahere ab eis. 46. Sed
non sicut in uniuocis res una, (puta natura sensitiua, seu animal intelligitur,
non cointellectis omnino natura humana et equina ut sic), sed sicut duæ res ut
proportionaliter similes intelliguntur, non cointellectis ipsismet duabus rebus
secundum suas proprias naturas absolute. Ita quod analogi abstractio non
consistit in cognitione unius et non cognitione alterius; sed in unius et
eiusdem intellectione ut sic, et non intellectione absolute. Verbi gratia,
entis abstractio non consistit in hoc, quod entitas apprehenditur, et
substantia aut quantitas non; sed in hoc: quod substantia aut quantitas
apprehenditur ut sic se habens ad proprium esse; (in hoc enim similitudo
proportionalis attenditur) et non apprehenditur substantia, aut quantitas
absolute. Et simile est de aliis rebus analogis, quales sunt fere omnes
metaphysicales. 47. Unde concedi potest,
rem analogam abstrahere, et non abstrahere ab analogatis diuersimode. Abstrahit
quidem, pro quanto abstrahit ab eis, quemadmodum res ut sic, idest ut res
similis alteri proportionaliter abstrahit a se absolute sumpta. Non abstrahit uero, pro quanto res ut sic accepta
seipsam necessario includit, et absque seipsa intelligi non potest. Quod de uniuocis dici non
potest: quia res uniuoca, absque aliis quibus est uniuoce communis,
intelligitur sic, quod res in suo intellectu nullo modo actualiter includit ea
quibus est comm unis, ut patet de animali
48. Obiectioni autem in oppositum adductæ, ex analogæ similitudinis
natura facile satisfit, dicendo, quod cum unum multipliciter dicatur, non
oportet omnem similitudinem attendi secundum unum simpliciter; sed quandoque
sufficit, quod unum secundum proportionem faciat simile. Unum autem
proportionaliter non est simpliciter unum; sed multa similia secundum
proportiones, a quibus ideo non potest abstrahi res una simpliciter: quia
similitudo ipsa proportionalis tantum est, et fundamentum non est unum nisi
proportionaliter 49. De ratione siquidem
unius proportionaliter est habere quatuor terminos (ut in V Ethicorum dicitur).
Quoniam proportionalitas qua similitudo proportionum fit, inter quatuor ad
minus, (quæ duarum proportionum extrema sunt), necessario est; et consequenter
unum proportione non unificatur simpliciter, sed distinctionem retinens, unum
pro tanto est et dicitur, pro quanto proportionibus dissimilibus diuisum non
est. Unde sicut non est alia ratio quare unum proportionaliter non est unum
absolute, nisi quia ista est eius ratio formalis; ita non est quærenda alia
ratio, cur a similibus proportionaliter non potest abstrahi res una; hoc enim
ideo est, quia similitudo proportionalis talem in sua ratione diuersitatem
includit. Et accidit ulterius procedentibus, ut quærant id, quod sub quæstione
non cadit: ut quare homo est animal rationale, etc. De abstractione quoque conceptus, eodem modo
est dicendum: abstrahit enim conceptus analogi nominis non sicut unum
simpliciter, sed sicut unum proportione, seu simile secundum proportiones a
multis absolute. Sed quia in obiciendo
tangitur de abstractione conceptus analogi a specialibus conceptibus illius
analogiæ, et abusiue analogata ibidem uocantur partiales analogi rationes; ideo
diligenter cauendum est, ne apparentia in obiectione tacta in illum errorem
ducat, qui ibi tangitur. Sciendum siquidem est, quod licet in analogis secundum
attributionem in hoc omnia analogata conueniant, quod eamdem formam omnino
respiciunt, ita quod non solum conueniunt in uno termino, sed in hoc, quod est
respicere illum: erroneum tamen est, analogo per attributionem conceptum unum
respectus in communi ad illum terminum, per abstractionem a tali et tali
respectu, attribuere. Verbi gratia: animal in quantum sanum, urina in quantum
sana, et medicina in quantum sana, licet conueniant et in sanitate tamquam
termino: cuius animal est subiectum, urina signum, et medicina causa; et
conueniant in hoc, quod est respicere sanitatem (quodlibet enim eorum sanitatem
respicit, licet diuersimode); ab his tamen specialibus respectibus non
abstrahitur respectus in communi ad sanitatem, importatus nomine sani, in cuius
conceptu omnes speciales respectus ad sanitatem, confuse et in potentia
clauduntur. 52. Falsum enim est, quod
sanum significet hoc quod dico, respiciens uel aliqualiter se habens ad
sanitatem. Tum quia sic sani nomen uniuocum uere esset ad urinam et animal
etc., ut patet ex uniuocorum definitione. Tum quia hoc est contra intentionem
dicentium, urinam aut diætam sanam. Percunctantibus siquidem, quid est urina in
quantum sana, non respondetur: respiciens sanitatem; sed omnes respectum illum
specificant respondentes: signum sanitatis; et similiter de diæta respondetur,
quod est conseruatiua sanitatis, etc. Tum quia contra omnes Philosophos et
Logicos (hucusque a me uisos) hoc est.
Sicut autem in prædictis analogis prædictus cauendus est error, ita in
analogis secundum proportionem (quæ sola simpliciter analoga sunt) similis
cauendus est error, ex simili causa apparentiæ firmitatem trahens. Quia enim
analogata conueniunt in hoc, quod unumquodque eorum commensuratum seu
proportionatum est (licet diuersimode), credi potest quod ab his specialibus
proportionibus abstrahatur proportionatum in communi, et nomine analogo significetur.
Ac per hoc analogum habeat conceptum unum, in quo confuse et in potentia
claudantur omnes speciales proportiones analogatorum; uerbi gratia, ut quia
substantia proportionata est suo esse, et similiter quantitas et qualitas
(licet diuersimode) ideo a substantia et quantitate et qualitate etc.,
diuersimode proportionatis suis esse, abstrahatur res seu quidditas
proportionem habens ad esse, qualiscumque sit illa proportio, et hoc sit entis
primarium significatum, in quo omnes speciales proportiones substantiæ
quantitatis et qualitatis etc., ad sua esse confuse claudantur et in
potentia. 54. Sed hoc falsissimum est.
Tum quia hoc quod dicitur, scilicet res proportionata ad hoc quod sit, non est
res una simpliciter etiam in esse obiectiuo, nisi chimerice. Tum quia
proportionalia nomina uniuoca essent (ut patet ex uniuocorum definitione), et
consequenter periret proportionalitatis ratio, quæ extrema unum simpliciter
esse non compatitur; et sic essent proportionalia et non proportionalia: quod
intellectus capere nullo modo potest. Tum quia contra Aristotelis auctoritatem,
in II Poster. inferius adducendam, et adductam ex I Ethic., et S. Doctorem et
Auerroem et Albertum expresse est. Unde confusio, qua analogum tam secundum
attributionem quam secundum proportionem, importat speciales habitudines aut
proportiones: non est confusio plurium conceptuum in uno communi conceptu; sed
est confusio significationum in una uoce, licet difformiter. Quoniam in
analogia attributionis uox analoga primum distincte significat, cætera autem
confuse. In analogia uero proportionis, nomen analogum ad omnes suas
significationes indistincte se habere permittitur. Cautum tamen et attentum
oportet hic esse; quia cum analogi rationes dupliciter sumi possint: scilicet
secundum se, et ut eædem et ipsæ ut eædem propter identitatis proportionalis
naturam non abstrahant a seipsis, et tamen aliquid conuenit eis ratione
identitatis, seu in quantum eædem sunt, quod non conuenit eis ratione
diuersitatis, ut patet de communibus eis: uidetur quod duo incompossibilia
secundum apparentiam, analogi rationibus conueniant; scilicet quod ipsæ ut eædem
non abstrahant a seipsis, et quod ipsæ ut eædem aliquid causent et habeant,
quod non ut diuersæ; reduplicarique possint ut eædem, non reduplicatis ut
diuersæ sunt. Hæc enim non solum compossibiliter, sed necessario sibi simul
uindicat identitas proportionalis; quoniam et extrema uniri omnino non patiens,
ab eis abstrahi omnino non permittit; et extrema aliqualiter indiuisa et eadem
ponens, ut eadem ea considerabilia et reduplicabilia exigit. 56. Sicque fit, ut in analogo secundum
identitatem in se clausam, ad diuersitatem rationum in se quoque clausam
comparato, abstractio quædam, quæ non tam abstractio quam quidam abstractionis
modus est inueniatur; propter quam non solum ab analogatis (puta substantia et
quantitate), analogum (puta ens), abstrahere dicitur, ut supra diximus; sed ab
ipsis eius rationibus, seu a diuersitate ipsarum rationum eius: puta rationis
entis in substantia, et rationis entis in quantitate. Non quia quamdam rationem
eis communem dicat: quia hoc est fatuum; nec quia illæ rationes sint omnino eædem,
aut eas omnino uniat: quia sic non esset analogum, sed uniuocum; sed quia eas
proportionaliter adunans, et ut easdem proportionaliter significans, ut easdem
considerandas offert: annexa inseparabiliter, diuersitate quasi seclusa; et
identitate proportionali unit, et confundit quodammodo diuersitatem rationum.
Sicque non sola significationum in uoce confusio, analogo conuenit, sed
confusio quædam conceptuum, seu rationum fit in identitate eorum proportionali,
sic tamen ut non tam conceptus, quam eorum diuersitas confundatur. Et quoniam
analogum talem identitatem præcipue importat, et tali confusione frequenter
utimur; analoga nomina ab omni rationum eius diuersitate abstrahere dicentes,
dum confuse pro omnibus supponere ipsum pluries exponimus, ideo non mediocri
opus est uigilantia, ne in uniuocationem labi contingat. Abstrahit ergo analogum a suis analogatis,
puta ens a substantia et quantitate, sicut unum proportione a multis; seu sicut
similia proportionaliter a seipsis absolute, tam quoad conceptum obiectiuum,
quam mentalem, siue sit sermo de abstractione totali siue de formali. Hæ enim
abstractiones non differunt in eodem, nisi secundum præcisionem et non præcisionem,
ut alibi declarauimus. Unde nihil aliud est dicere ens abstractum a naturis prædicamentorum
abstractione formali, quam dicere naturas prædicamentales proportionales ad sua
esse ut sic præcise; a specialibus autem seu singulis analogiæ rationibus
extremis, non tertio conceptu simplici, sed uoce communi et identitate
proportionali earumdem, quodammodo abstrahit.
QUALIS SIT PRÆDICATIO ANALOGI DE SUIS ANALOGATIS Videbitur autem forte
alicui ex his, quod prædicatio analogi de suis analogatis, puta entis de
substantia et quantitate, aut formæ de anima et albedine etc., sit sicut prædicatio
æquiuoci de suis æquiuocatis; ita quod non sit prædicatio superioris de suis
inferioribus, nec communioris de minus communi, nisi sola uoce; sed eiusdem de
seipso. Non est enim analogo una res significata, quæ in utroque analogatorum
saluetur; absque hoc autem prædicatio communioris aut superioris non inuenitur
secundum intrinsecam denominationem, seu inexsistentiam. Sic enim analogum
secundum proportionalitatem commune esse dictum est. 60. Fouere quoque potest non parum opinionem
hanc processus iuxta I Topicorum. Aut scilicet analogum est prædicatum
conuertibile, aut inconuertibile, seclusa uocis communitate. Et cum constet non
esse inconuertibile, - quoniam substantia ut sic se habens ad suum esse, quod
ens de substantia dictum prædicat, conuertitur cum substantia: et similiter
quantitas sic commensurata suo esse, cum quantitate conuertitur, et sic de
aliis, - consequens est, quod analogum tamquam superius, de analogatis prædicari
non possit. Superioris enim intentionem suscipere non
potest, quod conuertibile esse comprobatur.
61. Et quoniam secundum ueritatem analogum ut superius prædicatur de
analogatis, et non sola uoce commune est eis, sed conceptu unico
proportionaliter: cuius unitas ad hoc, quod prædicatum aliquod superioris
rationem habeat, sufficit: quia superius nihil aliud sonat, quam unum prædicatum
ad plura se extendens; unum autem non per accidens, neque aggregatione, sicut
aceruum lapidum; sed per se, constat esse etiam unum proportione: ideo ad huius
ueritatis claritatem ex extremis procedendo, sciendum est, quod quia analogum
medium est inter uniuocum et pure æquiuocum: consequens est, quod analogum
aliquo modo idem, et non idem aliquo modo de suis prædicet analogatis. Et quia
prædicat aliquid abstrahens aliquo modo a suis analogatis, ut ex præmisso patet
capite; consequens est, quod comparetur ad sua analogata ut maius ad minora,
seu ut superius ad inferiora; licet non omnino unum secundum rationem sit, quod
imponit. Quod ut clarius pateat,
figuraliter declaratur sic: Tam in uniuocis, quam in æquiuocis, quam in
analogis quatuor inueniuntur, scilicet duæ res ad minus, æquiuocatæ, uniuocatæ,
aut analogatæ; et duæ res, seu rerum rationes, æquiuocationem, uniuocationem
aut analogiam fundantes. Verbi gratia: In æquiuocatione canis inueniuntur hæc quatuor:
scilicet canis marinus, et canis terrestris, et ratio illius, et ratio istius
secundum canis nomen. In uniuocatione quoque animalis inueniuntur quatuor:
scilicet homo, et bos, et natura sensitiua hominis et natura sensitiua bouis,
quæ animalis uniuocationem fundant. In analogia similiter entis quatuor sunt:
scilicet substantia et quantitas, et substantia in quantum commensurata suo
esse, et quantitas secundum quod suo esse proportionatur. Et licet prima duo,
scilicet æquiuocata et analogata, eodem modo quantum ad propositum spectat in
omnibus his distinguantur, quia ubilibet ex opposito condistincta sunt; altera
tamen duo uniuocationem, æquiuocationem et analogiam fundantia, diuersimode
unita aut distincta sunt. In æquiuocis namque rationes illæ, puta canis marini
et terrestris, sunt omnino diuersæ secundum rationem; et propter hoc id quod prædicat
canis de marino cane, nullo modo prædicat de terrestri, et e conuerso; et ideo
sola uoce communius aut maius æquiuocatis dicitur et est. 64. In uniuocis uero res illæ, puta
animalitatis in boue et animalitatis in leone, licet et numero et specie diuersæ
sint, ratione tamen omnino eædem sunt; ratio enim unius est omnino eadem quod
ratio alterius, et, e conuerso; et propter hoc id quidem quod prædicat animal
de homine, idem prædicat omnino de boue, et uniuocum dicitur et superius
homine, leone boueque. In analogis autem res analogiam fundantes (puta
quantitas ut sic se habens ad esse, et substantia ut sic se habens ad esse),
licet diuersæ sint et numero et specie et genere; ratione tamen eædem sunt non
omnino, sed proportionaliter; quoniam unius ratio proportionaliter eadem est
alteri. 66. Et propterea, id quod prædicat
analogum, puta ens de quantitate, illud idem proportionaliter prædicat de
substantia, et e conuerso; est enim illudmet proportionaliter id quod in
substantia ponit, et e conuerso. Et propter hoc analogum, puta ens, non sola
uoce communius, maius aut superius analogatis est; sed conceptu, ut dictum est,
proportionaliter uno. Ita quod analogum et uniuocum conueniunt in hoc, quod
utrumque communioris et superioris rationem habet. Differunt autem in hoc, quod
illud est superius analogice seu proportionaliter, hoc uero uniuoce. 67. Et merito, quia fundamentum superioritatis
utrobique saluatur, uniuocationis autem non. Fundatur enim superioritas super
identitate rationis rei significatæ, idest super hoc quod res significata
inuenitur non in hoc tantum, sed illamet non numero sed ratione inuenitur in
alio. Uniuocatio autem supra modo identitatis omnimodæ scilicet identitate
rationis rei significatæ, idest super hoc quod ratio rei significatæ in illo et
in isto est eadem omnino. 68. Quamuis
enim in analogis hic identitatis modus non inueniatur, quem in uniuocis
inueniri pluries dictum est, identitas tamen ipsa rationum inuenitur. Est
namque identitas proportionalis, identitas quædam. Et ideo non minus analogum
(puta ens) est prædicatum superius, quam uniuocum (puta animal), sed alio modo:
analogum enim est superius proportionaliter, quia fundatur supra identitate
proportionali rationis rei significatæ; uniuocum autem præcise et simpliciter,
quia supra omnimoda identitate rationis rei significatæ eius superioritas
fundatur. Propter quod S. Thomas, superioritatis fundamentum aspiciens, in V
Metaph. dicit, quod ens est superius ad omnia, sicut animal ad hominem et
bouem. 69. Unde obiectiones ad oppositum
adductæ in hoc peccant, quod inter identitatem et modum identitatis non
distinguunt. Fatendum enim est, quod ad hoc, quod aliquis terminus denominetur
superior aut communior, oportet ut rem unam et eamdem in utroque ponat; sed
sophisma consequentis committitur inferendo ex hoc: ergo oportet quod dicat rem
unam et eamdem omnino. Et est semper sermo de identitate secundum rationem, seu
definitionem. Identitas enim et unitas continent sub se non solum unitatem et
identitatem omnimodam, sed proportionalem, quæ in analogi nominis ratione
saluatur. Negandum est igitur quod in analogis non prædicetur idem de uno et de
alio analogato: quoniam unum et idem proportionaliter de omnibus analogatis
dicitur; et propterea inter prædicata non conuertibilia numerandum est.
Quantitas enim licet adæquet ens de quantitate uerificatum secundum rationem
omnino eamdem, non tamen secundum rationem illam proportionaliter: quoniam
entis ratio non alia proportionaliter ad substantiam et quantitatem se
extendit. Verum quia analogum sonat identitatem proportionalem, ideo huiusmodi
rationibus formaliter respondendo, nullo pacto concedendum est conuerti
analogum cum analogato aliquo. Ad materiam tamen descendendo, potest intrepide
dici, quod quia analogum rationem unam tantum proportionaliter prædicat, et
unum proportionaliter plura esse proportionibus similia manifestum est;
dupliciter potest secundum singulas rationes ad analogata comparari. Uno modo
absolute: et sic secundum singulas rationes cum singulis analogatis
conuertitur; quia nulla omnino una analogi ratio in duobus analogatis
inuenitur. Alio modo secundum identitatem proportionalem, quam habet una cum
altera: et sic cum nullo analogato conuertitur, quoniam omnes analogi rationes
indiuisæ sunt proportionaliter, et una est altera proportionaliter. Et quia, ut
dictum est, analogum hanc sonat identitatem, ideo formaliter et simpliciter
loquendo, analogum inconuertibile et communius prædicatum, concedendum est
esse. Non tamen genus, aut species, aut proprium, aut definitio, aut
differentia, aut accidens uniuersaliter est. Nec propterea Aristoteles
diminutus fuit aut Porphyrius, quoniam prædicabile, quod unum est simpliciter,
edocebant; ac per hoc inter æquiuoca, analoga numerarunt. Ex prædictis autem
manifeste patet, quod analogum non conceptum disiunctum, nec unum præcisum inæqualiter
participatum, nec unum ordine; sed conceptum unum proportione dicit et prædicat.
De ordine tamen in analogis incluso inferius tractabitur. Unde cum dicitur de
homine, aut albedine, aut quocumque alio, quod est ens: non est sensus, quod
sit substantia, uel accidens; sed sic se habens ad esse. 72. Utor autem ly sic, quoniam de propriis
nominibus proportionum ad esse in actu exercito eas importantibus, disputare
nolo ad præsens; quoniam Metaphysici negotii opus hoc est, et exemplariter hic
de ente loquimur. Simile siquidem est de actu, potentia, forma, materia,
principio, causa, et aliis huiusmodi, indicium.
QUALIS SIT ANALOGATORUM SECUNDUM ANALOGI NOMEN DEFINITIO. Apparere quoque alicui poterit, quod in ratione unius
analogati, (puta qualitatis) secundum analogi (puta entis) nomen, alterius
analogati, puta substantiæ, uel quantitatis ratio secundum idem nomen analogi
cadere debeat, sicut in analogia attributionis contingere dictum est.
Fundamentum autem inde apparentia hæc sumit: quia ratio unius analogati ut
eadem proportionaliter est alteri, absque illa altera exprimi nequit complete.
Dictum est autem, quod analogo nomine rationes hæ importantur, ut eadem
proportionaliter sunt. 74. Et confirmat
hoc expositio ipsa analogiæ ab Aristotele, Auerroe et S. Thoma in I Ethic.
posita. Exponunt enim quod bonum, seu perfectio, analogice dicitur de uisu et
intellectu, quia sicut uisus in corpore, ita intellectus in anima perfectio
est. Constat autem, quod non est intelligibile hoc se habere sicut illud, nisi
utrumque extremorum percipiatur. Necessario igitur uidetur, unum analogatorum
secundum analogi nomen per aliud definiendum esse. 75. Ut autem liqueat huius ambiguitatis solutio,
recolendum est analoga hæc dupliciter inueniri, scilicet proprie et
metaphorice. Diuersimode enim hæc se habent ad propositam quæstionem. In
analogia siquidem secundum metaphoram, oportet unum in alterius ratione poni,
non indifferenter; sed proprie sumptum, in ratione sui metaphorice sumpti
claudi necesse est; quoniam impossibile est intelligere quid sit aliquid
secundum metaphoricum nomen, nisi cognito illo, ad cuius metaphoram dicitur.
Neque enim fieri potest, ut intelligam quid sit pratum in eo quod ridens, nisi
sciam quid significet risus nomen proprie sumptum, ad cuius similitudinem
dicitur pratum ridere. 76. Est autem
huius ratio radicalis, quia analogum metaphorice sumptum, nihil aliud prædicat,
quam hoc se habere ad similitudinem illius, quod absque altero extremo
intelligi nequit. Et propter hoc huiusmodi analoga prius dicuntur de his, in
quibus proprie saluantur, et posterius de his, in quibus metaphorice
inueniuntur et habent in hoc affinitatem cum analogis secundum attributionem,
ut patet. 77. In analogia uero, in qua nominis saluatur
proprietas, nullum analogi membrum per alterum definiri oportet, nisi forte
gratia materiæ, ut S. Thomas in qq. de Verit., q. 2, a. 11 docuit. Sunt enim analogatorum
rationes secundum analogi nomen quodammodo mediæ inter analoga secundum
attributionem, et uniuoca. In analogis enim secundum attributionem, primum
definit reliqua. In uniuocis uero neutrum alterum definit, sed unius definitio
est completa alterius definitio, et e conuerso. In analogis autem neutrum alterum
definit; sed unius definitio est proportionaliter alterius definitio. Et
loquimur semper de ratione secundum nomen commune. Verbi gratia, in definitione
cordis, secundum quod principium animalis, non ponitur fundamentum secundum
quod principium domus, nec e conuerso; sed eadem proportionaliter est principii
ratio utrobique, ut Commentator ubi supra dicit. Duabus autem opus est
distinctionibus uti in hac re: ea scilicet, quæ in logica, traditur de actu
signato et exercito; et ea quæ a metaphysico ut plurimum tractatur, de ordine
rerum sub uno nomine ex parte rei, et ex parte impositionis nominis. 79. Ex prima siquidem distinctione scimus
duo. Primo, quod sicut animal dictum de homine et de equo importans
uniuocationem in actu exercito, non prædicat de homine totum hoc, scilicet
naturam sensitiuam eamdem omnino secundum rationem naturæ sensitiuæ equi et
bouis, sed naturam sensitiuam simpliciter; quam tamen ad hoc, quod uniuoca sit
prædicatio, oportet omnino esse eamdem secundum rationem naturæ sensitiuæ equi
et bouis, - ita ens importans proportionalitatem in actu exercito, non prædicat
de quantitate totum hoc, scilicet habens se ad esse sic proportionaliter sicut
substantia, aut qualitas ad suum esse; sed habens se ad esse sic absque alia
additione; quod tamen oportet, ad hoc quod analoga sit prædicatio, idem
proportionaliter esse cum altero, sic se habere ad esse quod de substantia aut
qualitate ens prædicat. 80. Secundo,
quod sicut ex declaratione, qua manifestatur animal esse uniuocum, quia dicit
unam et eamdem omnino rationem in omnibus, non fallimur, nec confundimur, nec
uagamur circa hominis et bouis secundum animalis nomen rationem; sed
quiescimus, intuentes quod animal exercet, quod uniuocorum definitio et
expositio significat: - ita ex hoc, quod declaratur ens aut bonum, aut
quodcumque aliud esse analogum, quia dicit rationes plures easdem
proportionaliter, et importat hoc se habere quemadmodum proportionaliter illud
se habet ad esse uel appetitum etc., non debemus turbari et inquirere in
analogi nominis (puta boni) ratione significationem istam; sed sat sit,
distinguendo inter actum signatum et exercitum, inspicere quod analogi nominis
ratio id exercet, quod analogi ratio et declaratio significat. 81. Ex his autem duobus patere iam potest
intentum, quod scilicet non oportet unum analogiæ membrum per alterum definire,
ex eo quod analogum significat ea esse eadem proportionaliter, quoniam hæc in
actu exercito significat. 82. Ex secunda
uero distinctione scimus, non solum - quod præposterus est ordo rerum et
significationum quandoque sub nomine analogo, ita quod prior secundum rem
ratio, posterior interdum significatione est (ut de ente et bono et aliis
huiusmodi communibus Deo et creaturis accidit: ratio enim quam in Deo quodlibet
horum ponit, significatione quidem posterior, re autem prior est); et quod
propter alterum horum dicitur analogum prædicari de suis analogatis secundum
prius et posterius ipsam analogi rationem. - Sed etiam scimus, quod quando
ratio, quam ponit analogum in uno, ex ratione quam in altero ponit, exponitur:
non ideo fit, quia unum in alterius ratione cadat; sed quia unius ratio
posterior altera est significatione; et per priorem, utpote notiorem
declaratur: ut S. Thomas in I p., q. XIII, art. 2 fecit: declarans quod,
dicendo: Deus est bonus: sensus est, id quod bonitatem in creaturis dicimus, præexsistit
in Deo proportionaliter etc. Et eadem intelligendum est ratione fieri, si
posterior secundum rem per priorem declaretur. Non definit ergo analogum
secundum unam rationem, seipsum secundum alteram, licet exponat et declaret. 83. Obiectionibus autem in oppositum, quamuis
ex dictis satisfactum sit, formaliter responderi potest, quod cognosci aliqua
ut eadem proportionaliter, seu hoc se habere sicut illud, dupliciter contingit.
Uno modo formaliter,
idest quoad relationem identitatis et similitudinis, et sic absque extremis
cognitio hæc haberi non potest. Alio modo fundamentaliter, et sic in ratione
unius non cadit reliquum; sed ratio unius est ratio alterius omnino, uel
proportionaliter. Constat autem quod analogum nomen, puta ens aut bonum, non
relationem identitatis aut similitudinis significat, sed fundamentum; et ideo
obiectiones quæ iuxta primum sensum procedunt, nihil concludunt contra
intentum. Patet autem facillime, hæc esse uera exempla de uniuocis, ponendo et
applicando ad identitatem uniuocationis. Significat namque nomen uniuocum
plura, in quantum eadem sunt uniuoce, seu secundum rationem omnino. Et
identitatis relatio in nullo extremorum absque altero intelligibilis est.
QUALIS SIT IN ANALOGO COMPARATIO. Difficultas etiam non parua, quæ multos
inuasit ac superauit, de comparatione in analogo, dilucidanda est. Creditum
enim est a quibusdam, quod non posset, analogia posita, sermo ille nisi extorte
exponi, quo unum analogatum magis aut perfectius tale secundum analogi nomen
diceretur. Verbi gratia: substantia est magis, aut perfectius ens quam
quantitas. Moti sunt autem ex eo, quod comparatio in
uno communi, utrinque facienda est, etiam secundum grammaticos; quod in analogo
non inueniri uidetur. Et potest formari ratio pro eis talis: Aut comparantur
analogata in una communi eis ratione, aut in suis rationibus. Non in ratione
communi: quia illa analogum caret; nec in rationibus propriis: quia tunc falsum
est, substantiam magis esse ens quam quantitatem. Non enim minus aut imperfectius
quantitas est sua ratio, quam ens in ea ponit, quam substantia sua etc. Nullo igitur modo uidetur comparationem cum analogia
saluari posse. 86. Succumbitur autem
difficultati huic, quia proprium comparationis fundamentum non consideratur.
Fundatur enim super identitate seu unitate rei, in qua fit comparatio, et non
super modo identitatis aut unitatis; sicut de intentione superioritatis prædictum
est. Unde cum analogum ex dictis constet rem unam, licet proportionaliter,
dicere; nihil prohibet in ipso comparari analogata, licet non eo modo, quo
uniuoca fit comparatio. Ad comparationem siquidem cum requirantur et sufficiant hæc tria: scilicet
distinctio extremorum, et identitas eius, in quo fit comparatio, et modus
essendi illius in extremis, scilicet eaque, uel magis aut minus perfecte; sub
identitate autem seu unitate, proportionalis unitas seu identitas contineatur,
consequens est, quod si in diuersis idem proportionaliter eaque uel magis aut
minus perfecte esse habet, comparatio secundum illud proportionale fieri
possit, comparatione non uniuoca, sed analoga.
88. Sicut enim, quia natura sensitiua est in boue, et illamet omnino
secundum rationem est in homine, et perfectius esse habet in homine quam in
boue: homo perfectius animal boue dicitur, uniuoca comparatione; sic quia sic
se habere ad esse est in substantia, et hoc idem proportionaliter est in quantitate,
et imperfectius esse habet in quantitate quam in substantia: dicitur substantia
magis seu perfectius ens, quam quantitas, analoga comparatione. Unde S. Thomas in art. 7, quæst. VII de Potentia Dei,
tripliciter comparationem fieri docens, duos modos analogicæ comparationis
ponit: aperte ex hoc insinuans, comparationem non solum super identitate
numerali, specifica aut generica fundari, sed etiam proportionali. 89. Modi autem comparationis ibidem traditi
sunt, hi scilicet secundum solam quantitatem rei participatæ: et sic unum album
dicitur altero albius. Vel extendendo, propter præsens propositum, hunc modum
ad omnem comparationem uniuocam, dicatur quod primus attenditur secundum
quantitatem rei participatæ, eiusdem omnino secundum rationem, siue illa ratio
sit specifica, siue generica: ut calidum magis calidum altero dicitur, et homo
perfectius animal leone est. 90.
Secundus uero modus attenditur secundum quod res aliqua in uno inuenitur
participatiue, in altero uero est per essentiam: quemadmodum homo Platonicus
longe perfectior homo esset nobis. Et abstractione intellectus utendo, quemadmodum bonitas
longe melior est quocumque bono, quod participatiue bonum dicitur. 91. Tertius autem modus attenditur secundum
quod res aliqua in uno inuenitur formaliter et secundum se, in altero autem
uirtualiter et eleuatum ad rem superioris ordinis. Quemadmodum dicitur quod sol
est magis calidus quam ignis; uel quod calor perfectius esse habet in sole,
quam in igne. Nec est dubium hos duos
modos uniuocam comparationem impedire, ut S. Thomas ibidem dicit, et
Aristoteles in I Ethic. de primo modo testatur: ubi bonum commune non uniuoce,
sed secundum proportionalitatem dicendum docet, bonitati separatæ et bonis cæteris
per participationem. Patet igitur ex
his, eadem proportionaliter ut sic esse comparabilia; quamuis, physice
loquendo, in sola specie aut genere comparatio fiat. 93. Ad obiectionem autem in oppositum,
dicitur quod utroque modo in analogis comparatio fit. Comparantur siquidem
analogata, puta substantia et quantitas, in ratione una et communi proportionaliter,
quam analogi nomen, puta ens, dicit, et addit supra analogata, ut ex dictis
patet. Et comparantur secundum suas rationes, secundum tamen analogi nomen, quæ
earum sit perfectior, secundum quod dicimus substantiam esse perfectius ens
quantitate; quia ratio entis in substantia perfectior est ratione entis in
quantitate. Ita quod iuxta istam comparationem est sensus: Substantia habet,
secundum entis nomen, perfectiorem rationem quam quantitas; et non quod
substantia est magis aut perfectius substantia quam quantitas sit quantitas, ut
quidam somniare uidentur. 94. Unde
comparatio ista extenditur usque ad analoga secundum attributionem, licet in
tali analogia non nisi abusiue comparatio fieri possit. Dicimus enim quod ens reale est
magis et perfectius ens ente rationis, quod per attributionem ad illud ens
dicitur in IV Metaph. text. com. II; quia ens reale habet, secundum entis
nomen, perfectiorem rationem. Iuxta quem modum, si usus admitteret, diceremus:
animal est magis sanum urina; quia perfectiorem secundum sani nomen rationem
habet. QUALIS SIT ANALOGI DIVISIO ET
RESOLUTIO 95. Qualiter autem analogum
diuidendum sit, ex dicendis manifestum est. Potest siquidem trifariam analogi diuisio intelligi.
Primo, ut diuidatur uox in suas significationes. Dictum est enim, quod analogum
plures rationes significat immediate, et hæc diuisio conuenit sibi, in quantum æquiuocum
quoddam est. Secundo, ut diuidatur significatum eius in quasi
membra eius: eo modo quo eius, quod proportionaliter unum est, sic et sic
proportionatum, membra dici possunt. Dictum est enim, quod analogum non ita diuersas rationes
significat, quin significet unam rationem proportionaliter. Omnes namque
rationes analogo nomine immediate significatæ eædem proportionaliter sunt.
Ratio autem una proportionaliter, cum constituatur ex pluribus rationibus
proportionalibus, in eas secari potest. Hæc autem non est diuisio analogi in
sua analogata: quoniam rationes hæ in ipsius analogi ratione intrinsece
clauduntur, et analogata ea sunt, in quibus rationes illæ saluantur, et non ipsæ
rationes. Entis enim analogata sunt substantia et quantitas, et non rationes
entis in substantia et quantitate. Rationes enim ut dictum est, analogæ
sunt. 97. Unde tertio modo potest diuidi
analogum, diuidendo significatum eius in sua analogata per diuersos modos,
quibus analogi rationem proportionalem analogata ipsa diuersimode suscipiunt:
ita quod diuisum est significatum unum proportionaliter, diuidentia sunt modi
fundantes et facientes in analogatis proprias proportiones, secundum quas fit
analogia; constituta autem per diuisionem, ut partes subiectiuæ, sunt analogata
ipsa. Verbi gratia: quando ens diuiditur in substantiam et quantitatem, diuisum
est ratio entis nomine significata, quæ omnes in se entis nomine significatas
rationes claudit, utpote una proportionaliter; diuidentia sunt substantiuum et
mensuratiuum, seu per se et in alio, sicut ex quibus substantia et quantitas
habent quod diuersas entis rationes subintrent; partes autem subiectiuæ sunt
substantia et quantitas, quæ in entis ratione analogantur. Et quia hæc est
propria analogi diuisio, idcirco distincte explicandum est, quomodo differat
diuisio hæc ad uniuoca. Tripliciter siquidem differunt. Primo ex parte diuisi: quia diuisione uniuoca unum
omnino secundum rationem secatur; hic autem unum proportionaliter. 99. Secundo ex parte diuidentium: quia
differentiæ secantes genus, extra genus sunt; modi autem secantes analogum, in
ipsius analogi ratione clauduntur, quemadmodum ipsa analogata (ut in capitulo
de abstractione declaratum est); propter quod in III Metaph. text. comm. X ens
genus esse negatur. 100. Tertio ex parte
ipsarum partium subiectiuarum, quæ per diuisionem fiunt: quia partes diuisionis
uniuocæ, licet ordinem habeant secundum se, et originis: ut dualitas est prior
trinitate; et perfectionis: ut albedo est perfectior nigredine; tamen secundum
diuisi rationem, puta numeri, aut coloris, neutra altera prior, aut posterior
est; sed omnes æqualiter in diuisi ratione communicant. Analogata uero, quæ
analoga diuisione constituuntur, non solum secundum se, sed etiam in ipsius
analogi quod diuiditur ratione ordinem habent; et aliud prius aliud posterius
est; adeo ut in uno eorum, tota ratio diuisi saluari dicatur; in alio autem
imperfecte et secundum quid. Quod non est sic intelligendum quasi analogum
habeat unam rationem, quæ tota saluetur in uno, et pars eius saluetur in alio.
Sed cum totum idem sit quod perfectum, et analogo nomine multæ importentur
rationes, quarum una simpliciter et perfecte constituit tale secundum illud
nomen, et aliæ imperfecte et secundum quid: ideo dicitur, quod analogum sic
diuiditur, quod non tota ratio eius in omnibus analogatis saluatur, nec æqualiter
participant analogi rationem, sed secundum prius et posterius. 101. Cum grano tamen salis accipiendum est,
analogum simpliciter saluari in uno et secundum quid in alio. Sufficit enim hoc
uerificari: uel absolute, ut patet in diuisione entis in substantiam et
accidens; (illa enim absolute loquendo dicitur ens simpliciter, hoc autem secundum
quid); uel in respectu, ut patet in diuisione entis in Deum et creaturam. Utrumque enim licet ens
simpliciter sit et dicatur, absolute loquendo; creatura tamen in respectu ad
Deum, ens secundum quid, et quasi non ens est et dicitur. 102. Circa resolutionem autem analogatorum,
sciendum est: quod cum uniuersaliter, primum in compositione sit ultimum in
resolutione, et per diuisionem in ea, quæ actu in aliquo sunt resolutio fiat:
eodem modo resoluenda sunt analogata in suum analogum, quo cætera resoluuntur,
scilicet utendo diuisione prædicta (quæ uocatur diuisio in partes essentiæ uel
rationis), et a posterioribus secundum consequentiam ad priora procedendo, si
longa esset resolutio facienda. Ad rationem autem analogi cum deuentum fuerit,
singulis analogatis in suas rationes secundum analogi nomen resolutis: cum illa
analogi ratio ex multis constituatur rationibus, ordinem inter se et
proportionalem similitudinem habentibus: uel ordinate ad primam resolutio fiat,
ueniendo semper ad similius et propinquius primæ, et id, in quo dissimilitudo
est, relinquendo. Vel si non sic ordinatas inter se
contingit esse rationes illas, ad primam omnes modo prædicto reducendæ sunt.
Ordinem enim ad primam nulla subterfugere potest. Nec refert in proposito, an
fiat resolutio ad rationem primam, significatione, uel secundum rem.
Intelligenda enim sunt hæc in suo ordine, scilicet, significationum aut rerum. QUALITER DE ANALOGO SIT
SCIENTIA . Visum est autem quibusdam de
analogo scientiam esse non posse, nisi quemadmodum de æquiuocis scientia
habetur: eo quod plures rationes dicit licet similes. Imo fallaciam æquiuocationis
committi in syllogismis, in quibus, analogo pro medio sumpto, certum analogatum
subsumitur, (nisi forte gratia materiæ bonus esset processus) astruunt ex eadem
ratione. Nec posse ex unius analogati ratione,
secundum analogi nomen, concludi alterum analogatum tale formaliter esse; sed
semper prædictum incidere uitium, ratione prædicta, confirmant. Verbi gratia:
si ponamus sapientiam esse analogice communem Deo et homini, ex hoc quod
sapientia, in homine inuenta, secundum formalem rationem præcise sumpta, dicit
perfectionem simpliciter: non potest concludi: ergo Deus est formaliter
sapiens, sic arguendo: Omnis perfectio simpliciter est in Deo; sapientia est
perfectio simpliciter; ergo etc. Minor enim distinguenda est: et si ly
sapientia pro ratione sapientiæ, quæ est in homine stat, argumentum est ex
quatuor terminis: quia in conclusione, sapientia stat pro ratione sapientiæ
quam ponit in Deo, cum concluditur: ergo sapientia est in Deo. Si autem pro
ratione sapientiæ in Deo, stat in minore; non concluditur, ex perfectione
sapientiæ creatæ, Deum esse sapientem; cuius oppositum et philosophi et
theologi omnes clamant. 106. Decipiuntur
autem isti, Scotum (cuius est ratio hæc I Sent., dist. 3, q. I) sequentes: quia
in analogo diuersitatem rationum inspicientes, id quod in eo unitatis et
identitatis latet, non considerant. Rationes enim analogi (ut superius etiam
diximus) possunt dupliciter accipi: Uno modo secundum se, in quantum ab inuicem
distinguuntur, et ea quæ conueniunt eis ut sic, seu ex hoc. Alio modo in
quantum eadem sunt proportional iter. Primo modo acceptæ, uitium æquiuocationis
inducerent, si quis eis uteretur, ut patet. Secundo autem modo eis utendo,
peccatum nullum incurritur: eo quod quidquid conuenit uni, conuenit et alteri
proportionaliter; et quidquid negatur de una, et de altera negatur
proportionaliter: quia quidquid conuenit simili, in eo quod simile, conuenit
etiam illi, cui est simile, proportionalitate semper seruata. Unde si ex immaterialitate animæ, concluditur
eam esse intellectualem; ex immaterialitate proportionaliter posita in Deo
optime concluderetur, Deum esse intellectualem proportionaliter: ut quantum
immaterialitas illa excedit istam, tantum intellectualitas illa excedit istam
etc. Propter quod S. Thomas in quæstione II De Potentia Dei, art. 5, analogata
omnia sub una analogi distributione cadere dixit. Et merito, quia unitas analogiæ
non esset in coordinatione unitatum numeranda, nisi unum proportionaliter, unum
esset affirmabile et negabile, et consequenter distribuibile et scibile, ut
subiectum, et medium, et passio. Unde ad obiecta in oppositum dicitur, quod quia, ut
in II Elenchorum cap. X dicitur, æquiuocatio latens in huiusmodi
proportionalibus peritissimos etiam latet: ideo oportet, huiusmodi analogis
nominibus utendo ex parte unitatis, semper modum proportionalitatis
subintelligi; aliter in uniuocationem lapsus fieret. Nisi enim præ oculis
haberetur proportionalitas, cum dicitur immateriale omne esse intellectuale,
tamquam uniuoce dictum acciperetur, et latens æquiuocatio non uisa
obreperet. 109. Proportionalitate autem
seruata, de analogis scientiam esse: et diui Thomæ processus de bono et uero et
aliis huiusmodi, et quotidianum conuincit exercitium. Testatur quoque
demonstratiuæ artis pater Aristoteles, in II Poster., cap. XIII incipiente: Ut
habeamus autem proposita (uel problemata) analogum causam adæquatam esse
alicuius passionis, et in medium oportere quandoque a demonstratore assumi, dum
uenationem propter quid docens, inquit: « Amplius alius modus est secundum
analogiam eligere. Unum enim idem non est accipere quod oportet uocare sepion,
et spinam, et os. Sunt autem quæ sequuntur et hoc, tamquam natura una huiusmodi
exsistente ». Et sequenti cap. ait: « Secundum autem analogiam eiusdem, et
medium se habet secundum analogiam ». In quibus uerbis non solum docuit,
analogum ut medium assumi quandoque in demonstrationibus; sed etiam ipsum non
esse unum in se expressit, et cum hoc habere passionem adæquatam, ac si unius
esset naturæ. 110. Nec impedit analogia
hæc processum formalem ad concludendum de Deo et creaturis prædicatum aliquod
eis commune: quoniam accepta sapientiæ ratione, et segregatis ab ea per
intellectum eis, quæ sunt imperfectionis, ex hoc quod id, quod est sibi
proprium formaliter sumptum, perfectionem absque imperfectione claudit,
concluditur ergo sapientiæ ratio non omnino alia, nec omnino hæc, sed hæc
proportionaliter est in Deo: quia similitudo inter Deum et creaturam non est
uniuoca, sed analoga. Nec pari ratione
potest concludi, Deum esse lapidem proportionaliter: quia ratio lapidis
formaliter sumpta, quantumcumque expoliata, imperfectionem aliquam claudit, quæ
prohibet tam ipsam secundum se, quam ipsam proportionaliter in Deo reperiri,
nisi metaphorice: quemadmodum dictum est: Petra autem erat Christus. Unde, cum
fit huiusmodi processus: Omnis perfectio simpliciter est in Deo; sapientia est
perfectio simpliciter; ergo etc.; in minore ly sapientia non stat pro hac uel
illa ratione sapientiæ, sed pro sapientia una proportionaliter, idest, pro
utraque ratione sapientiæ non coniunctim uel disiunctim; sed in quantum sunt
indiuisæ proportionaliter, et una est altera proportionaliter, et ambæ unam
proportionaliter constituunt rationem
Significantur enim analogo nomine in quantum eædem sunt; unde non
oportet analogum distinguere, ad hoc quod contradictionem fundet, et
enuntiationis subiectum, aut prædicatum fiat; sed ratione identitatis
preportionalis in se clausæ, et quam principaliter dicit, ex se ad hoc
sufficit. Contradictio enim dicitur consistere in affirmatione et negatione
eiusdem de eodem etc., et non in affirmatione et negatione uniuoci de eodem
uniuoco. Identitas siquidem tam rerum quam rationum, ut pluries replicatum est,
ad identitatem proportionalem se extendit.
Ex hoc autem apparet, Scotum in I Sent., dist. 3, q. I, uel male
exposuisse conceptum uniuocum uel sibi ipsi contradicere: dum, uolens
uniuocationem entis fingere, alt: « Conceptum uniuocum uoco, qui ita est unus,
quod eius unitas sufficit ad contradictionem, affirmando et negando ipsum de
eodem ». Et sic uniuocum uult esse ens. Si enim identitas sufficiens ad
contradictionem, uniuocatio dicitur; constat quod, ponendo ens esse analogum,
et secundum proportionalitatem tantum unum, satisfiet uniuocationi: quod scoticæ
doctrinæ aduersatur, tenenti ens habere conceptum unum simpliciter, et omnino
indiuisum, (ut de uniuocis diximus). Si autem non omnis talis identitas
sufficit ad uniuocationem, non recte igitur uniuocatio conceptus declarata est
esse eam, quæ ad contradictionem sufficit, quasi proportionalis identitas ad
hoc non sufficiat. DE CAUTELIS NECESSARIIS CIRCA ANALOGORUM NOMINUM INTELLECTUM
ET USUM. Quia uero Aristoteles in prædicta ex Elenchis auctoritate, doctissimos
uiros circa horum nominum conceptus errare dicit, ob latentem eorum unitatis
modum: idcirco necessarium fore duximus, in fine huius tractatus cautelas
quasdam tradere, quibus possit se quis ab errore multiplici in re hac præseruare. Cauendum est igitur in primis, ne ex
uniuocatione ipsius nominis analogi respectu quorumdam, credamus simpliciter
ipsum esse uniuocum: omnia enim fere analoga proprie, prius fuerunt uniuoca, et
deinde extensione, analoga communia proportionaliter illis quibus sunt uniuoca
et aliis uel alii, facta sunt. Sapientiæ enim nomen primo impositum est humanæ
sapientiæ, et uniuocum omnium hominum sapientiis erat. Deinde, ad diuinæ naturæ
cognitionem ascendentes, proportionalemque similitudinem inter nos ut sapientes
et Deum contemplantes, sapientiæ nomen extenderunt ad id in Deo significandum,
cui nostra sapientia proportionalis est; sicque uniuocum nobis, analogum factum
est nobis et Deo. Et similiter de aliis accidit. Falli autem contingit faciliter ex hoc, quia
illa ratio prior, utpote notior et familiarior et prior quoad nos, semper
profertur ab illustribus uiris, et ab eorum sequacibus, cum analogi
significatio quæritur; et dicitur esse tota analogi ratio, pro qua simpliciter
prolatum stat, et omnia analogata illam participare: ut patet cum sapientiæ
ratio redditur. Assignatur enim differentialis eius conceptus pro ratione,
secundum quam communis ponitur Deo et creaturis. Et similiter est in aliis.
Creditur enim ex hoc, quod illa sit ipsa analogi ratio, et incaute uniuocatio
acceptatur: non enim illa ratio est ratio analogi, sed eius origo quoad nos;
quoniam non illa, sed illa proportionaliter in altero analogato inuenitur, ut
ex dictis patet. Cauendum secundo est, ne nominis unitas, aut diuersitas
rationum, analogam unitatem obnubilet; hoc enim tamquam quoddam accidens, in re
hac suscipiendum est. Nihil enim minus analogice idem sunt sepion, os, et
spina, unum non habentia nomen, quam si unum nomen haberent. Nec magis idem
essent, si unum nomen haberent, et tamen si communi nomine ossa uocarentur, ita
quod defectu uocabulorum, uel rerum proportionali similitudine ossis nomen ad cætera
extensum esset, crederemus eiusdem esse naturæ et rationis, ossa, sepion, et
spinas. Præsertim quia, ut dictum fuit, ad ea quæ sunt proportionaliter eadem,
consequuntur passiones tamquam si eorum esset natura una. Cauendum tertio est,
ne uocalis unitas rationis analogi nominis mentem inuoluat. Ex eo namque uerbi
gratia, quod principium dicitur esse id ex quo res fit, aut est, aut
cognoscitur; et hæc ratio in omnibus quæ principia dicuntur, saluatur:
principii nomen uniuocum creditur. Erratur autem, quia ratio ipsa non est una
simpliciter, sed proportione et uoce. Vocabula enim, ex quibus integratur,
analoga sunt, ut patet; neque enim fieri, neque esse, neque cognosci, neque ly
ex unius omnino est rationis, sed proportionalis saluatur. Et propterea ratio
illa in omnibus utpote proportionalis saluatur: sicut et principii nomen
proportionaliter commune dicitur. 119.
Cauendum demum est, ne diuersa doctorum dicta de analogis nos perturbent.
Considerandum quippe est quod, quia analogum medium inter uniuocum et æquiuocum
est, et medium extremorum naturam sapiens: ad alterum comparatum, alterum
induit; adeo ut quando medio, secundum id quod de uno extremo habet, utimur,
illius extremi conditiones ei attribuamus, ut in V Physic., text. comm. 6 et 52
patet. Ideo plerumque doctores utentes analogo ex parte unitatis, quam ex
uniuocis participat, uniuocorum non solum conditiones, puta abstractionem,
indistinctionem, etc. sed etiam nomen ei attribuunt. Utentes uero analogo ex
parte diuersitatis, quam ex æquiuocis trahit, conditiones quoque supradictis
oppositas, et nomen illi imponunt æquiuoci.
120. Et ut de multis pauca dicantur, Aristoteles in II Metaph., text.
comm. 4, ens et uerum uniuoca uocat; quia ex parte identitatis illis utitur, ut
processus suus aperte ostendit. S. Thomas quoque pluries dicit, in ratione
alicuius analogi, puta paternitatis communis diuinæ et humanæ paternitati,
omnia contenta esse indiuisa et indistincta; et quod paternitas, uerbi gratia,
abstrahit a paternitate humana et diuina: quia utitur analogo ex parte
identitatis. 121. Nec tamen falsæ sunt
aut abusiuæ prædictæ utriusque locutiones et similes; sed amplæ potius et largæ,
quemadmodum pallidum nigro contrarium est et dicitur. Saluatur siquidem in
analogis identitas nominis et rationis, in qua (ut ex dictis patet) non solum
analogata, sed etiam singulæ analogi rationes uniuntur, et quodammodo
confunduntur, utpote abstrahentes aliqualiter ab earum diuersitate. Rursus pater Aristoteles in I Physic., ex
parte diuersitatis ente utens contra Parmenidem et Melissum, multiplex seu æquiuocum,
(ut ipsemet illum textum sic exponendum specialiter in II Elenchorum tradit)
uocauit. Unde et Porphyrius, Aristotelem dicere ens esse æquiuocum accepisse
uidetur, utens ente ex parte diuersitatis. Quod tamen Scotus, in I Sent., dist.
3, q. 3, in Logica Aristotelis non inueniri ideo dixit: quia prædictos textus
non coniugauit. Propter quod, ibidem quoque contra textum, glossauit principium
Aristotelis contra Parmenidem in I Physic., text. comm. 13, ut in Elenchis (ut
dictum est) clare patet. Thomas etiam, ens prius non esse primo analogato,
nihilque Deo prius secundum intellectum esse, dicit pluries: utens analogo ex
parte diuersitatis rationum eius. Quælibet siquidem eius ratio secundum se,
quia proprium analogatum in se claudit, et in sui abstractione illud secum
trahens, cum illo conuertitur, ut supra diximus: ideo prior secundum
consequentiam, aut abstractior suo analogato negatur. Ac per hoc, primo
analogato et Deo nihil est prius: quia eius ratio secundum analogi nomen, quæ
ipso prior secundum se non est, sed conuertitur, cæteris prior est rationibus.
Cum his tamen stat, quod ratio illa in Deo ut eadem est proportionaliter alteri
rationi, secundum idem nomen superior, et secundum consequentiam prior logice
loquendo sit, ut ex dictis patet. Dico autem logice: quia physice loquendo,
analogum nec est prius secundum consequentiam omnibus analogatis (quia ab eorum
propriis abstrahere non potest, quamuis ut saluatur in uno sit prius altero),
nec potest esse sine primo analogato, ubi analogata consequenter se
habent. 125. Unde si quis falli non
uult, solerter sermonis causam coniectet, et extremorum conditiones medio
applicaturum se recolat; sic enim facile erit omnia sane exponere, et ueritatem
assequi, quæ a prima est Veritate. Cuius cognitio ex hoc exaltetur et firmetur
Opusculo. Completo in conuentu S.
Apollinaris, Papiæ suburbio, EXPLICIT TRACTATUS DE NOMINUM ANALOGIA. Gætano. V..
Caietanus Vio. Cajetano Vio. Cætano Vio. Gætano Vio. Al secolo: Giacomo De Vio.
Jacopo De Vio. Tommaso De Vio. Cardinal
Cætano. Cardinal Gætano. Tommaso De Vio da Gæta, detto il Gætano. COMMENTARIO
di V. Sulla INTERPRETAZIONE del LIZIO. THOMÆ DE VIO CAIETANI ORDINIS PRÆDICATORUM S. R.
IN E. CARDINALIS COMMENTARIA
RELIQUUM LIBRI SECUNDI PERI HERMENDE INTERPRETATIONE EIAS AD LECTOREM
Humano: capiti cervicem. nitor. equinam
Addere: da veniam, si nova monstra iuvant. —H—
LECTIO (Cano. CarrTANt lect.
1). DE NUMERO ET HABITUDINE
ENUNCIATIONUM IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM EST
ET SUBIICITUR NOMEN FINITUM UNIVERSALITER SUMPTUM, VEL NOMEN INFINITUM,
ET IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM:
ADIECTIVUM Ὁμοίως δὲ ἔχει κἂν καθόλου τοῦ ὀνόματος ἦ ἡ κατάφάσις"
olov, πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: ἀπόφασις τούτου, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: πᾶς ἔστιν ἄνθρωπος οὐ δίκαιος, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος οὐ δίχαιὸς. Πλὴν οὐχ ὁμοίως τὰς κατοὸ διάμετρον ἐνδέχεται συναληθεύειν: ἐνδέχεται δὲ ποτέ. Αὗται μὲν οὖν δύο ἀντίκεινται, ἴλλλαι δὲ δύο πρὸς τὸ οὐχ ἄνθρωπος, ὡς ὑποκείμενόν τι προστεθέν- ἔστι δίκαιος οὐκ ἄνθρωπος, οὐχ ἔστι δίχαιος οὐχ ἄνθρωπος" ἔστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ἐστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος. ' Πλείους δὲ τούτων οὐχ ἔσονται ἀντιθέσεις. Αὗται δὲ χωρὶς ἐκείνων αὐταὶ καθ᾽ ἑαυτὰς ἔσονται, ὡς ὀνόματι τῷ οὐχ ἄνθρωπος χρώμεναι.
"Eg ὅσων δὲ τὸ ἔστι pod ἁρμόττει, olov ἐπὶ τοῦ ὑγιαίνει καὶ βαδίζει, ἐπὶ τούτων τὸ αὐτὸ ποιεῖ οὕτω. τιθέμενον, ὡς ἂν εἰ τὸ ἔστι προσήπτετο;
olov, ὑγιαίνει à πᾶς ἄνθρωπος; οὐχ ὑγιαίνει πᾶς ἄνθρωπος, ὑγιαίγει πᾶς οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει πᾶς οὐκ ἄνθρωπος. Οὐ γάρ ἐστι τὸ οὐ πᾶς ἄνθρωπος λεχτέον' ἀλλὰ τὸ οὔ, τὴν ἀπόφασιν, τῷ ἄνθρωπος προσθετέον" τὸ γὰρ πᾶς οὐ τὸ καθόλου σημαίνει, ἀλλ᾽ ὅτι καθόλου. ᾿ Δῆλον δὲ ἐκ τοῦδε, ὑγιαίνει ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει ἄνθρωπος"
ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος. Ταῦτα γὰρ ἐχείνων διαφέρει τῷ μὴ καθόλου εἶναι. Ὥστε τὸ πᾶς, ἢ οὐδείς, οὐδὲν ἄλλο προσσημαίνει;
ἢ ὅτι χαθόλου τοῦ ὀνόματος ἢ κατάφασιν
7) ἀπόφασιν. : Τὰ δὲ ἄλλα τὰ αὐτὰ δεῖ προστιθέναι" *
Similiter autem se habent, et si universalis nominis sit affirmatio; ut est,
omnis homo iustus est; negatio huius,
non omnis est homo iustus, omnis est homo non iustus, non omnis est homo non iustus. Sed non similiter angulares contingit veras esse;
contingit autem aliquando. Hæ igitur duæ oppositæ sunt. Aliæ
autem duæ ad id quod est, non homo, quasi ad subiectum aliquod additum; ut, est iustus non
homo, non est iustus non homo; est non
iustus non homo, non est non iustus non homo. Plures autem his non erunt oppositæ. Hæ autem extra illas, ipsæ secundum se erunt,
ut nomine utentes eo, quod est non
homo. In his vero, in quibus, est, non
convenit ut in eo. quod est valere vel
ambulare, idem faciunt sic positum, ac
si, est, adderetur, ut, sanus est omnis homo, non sanus est
nus omnis homo; sanus est omnis
non homo, non sæst omnis non homo. Non enim dicendum est, non omnis homo; sed,
non, negationem ad id quod est homo addendum est; omnis enim non universalem significat, sed quoniam
universaliter. Manifestum est autem ex
eo quod est, valet homo, non valet homo;
valet non homo, non valet non homo. Hæc
enim ab illis differunt, eo quod universaliter non sunt. Quare omnis vel nullus nihil
significant aliud, nisi quoniam
universaliter de nomine, vel affirmant vel
negant. Ergo et cætera eadem
oportet apponi. * Seq. cap. x. II ostquam Philosophus α distinxit enunciationes in
quibus subiicitur nomen infinitum non
universaliter sumptum, hic S * Ed.
c: indefinitas. * * Num.
4. Num. 8. intendit
distinguere enunciationes, in
)quibus subiicitur nomen finitum univerCsaliter sumptum. Et circa hoc
tria facit: primo, ponit similitudinem
istarum enunciationum ad infinitas * supra positas; secundo, ostendit dissimilitudinem earumdem; ibi: Sed non
similiter * etc. ; tertio, concludit
numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: Hæ duæ igitur 2.
* Lib. II, lect. ui, n. 5.
Ammonius. Porphyrius. * Lect.
xi, n. 5, seq. * Ed.
c: quam sura posuimus. orphyrius.
et * etc. Dicit ergo primo
quod: similes sunt enunciationes, in
quibus est nominis universaliter sumpti affirmatio. Quoad primum notandum est quod in
enunciationibus indefinitis supra positis * erant duæ oppositiones et quatuor enunciationes, et affirmativæ
inferebant negativas, et non inferebantur ab eis, ut patet tam in expositione
Ammonii, quam Porphyrii. Ita in enunciationibus
in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum inveniuntur duæ oppositiones et quatuor
enunciationes: affirmativæ inferunt
negativas et non e contra. Unde
similiter se habent enunciationes supradictæ, sj nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio
universaliter. Fierit enim tunc quatuor
enunciationes: duæ de prædicato finito,
scilicet omnis bomo est iustus, et eius negatio quæ est, non ommis bomo est iustus; et duæ de prædicato
infinito, scilicet omnis bomo. est non iustus, et eius negatio quæ est, non omnis bomo est non iustus. Et quia
quælibet affirmatio cum sua negatione unam integrat oppositionem, duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de
indefinitis dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus universalibus loquens particulares inseruit; quoniam sicut
supra de
indefinitis et suis
negationibus sermonem fecit, ita
nunc de afhrmationibus universalibus sermonem faciens de earum negationibus est coactus loqui.
Negatio siquidem universalis affirmativæ non est universalis negativa, sed particularis negativa, ut in I libro
habitum est * 3. Quod autem similis sit
consequentia in istis et supradictis indefinitis patet exemplariter. Et ne multa loquendo
res clara prolixitate
obtenebretur, formetur primo figura de
indefinitis, quæ supta posita est * in expositione Porphyrii, scilicet ex una
parte ponatur affirmativa finita, et sub
ea negativa infinita, et sub ista negativa privativa. Ex altera parte primo negativa finita, et sub
ea affirmativa infinita, et sub ea affirmativa privativa. Deinde sub illa figura formetur alia figura similis illi
universaliter: ponatur scilicet ex una parte universalis affirmativa de prædicato
finito, et sub ea particularis negativa de prædicato infinito, et ad complementum similitudinis
sub ista particularis negativa de prædicato privativo; ex altera vero
parte ponatur primo particularis
negativa de prædicato infinito, Quibus
ita dispositis, exerceatur consequentia semper in ista proxima figura, sicut supra in
indefinitis exercita est: sive sequendo
expositionem: Ammonii, ut infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se
habent ad ipsas finitas ; finitæ autem
non se habeant ad infinitas medias, sicut privativæ se habent ad ipsas
infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii, ut affirmativæ inferant
negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni
suprascriptæ deserviunt figuræ, ut patet diligenter indaganti. Similiter ergo
se habent enunciationes istæ universales ad indefinitas in tribus, scilicet in
numero propositionum, et numero oppositionum, et modo consequentiæ. 4. Deinde cum dicit: Sed non similiter
angulares etc., ponit. ctas dissimilitudinem inter istas universales et
supradiindefinitas, in hoc quod angulares non similiter contingit veras esse.
Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam, quam credimus esse ad mentem
Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios. Angulares ex
enunciationes in utraque figura suprascripta vocat eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet
affirmativam finitam uno
angulo, et affirmativam infinitam sive
privativam ex alio angulo: et similiter negativam finitam ex uno angulo,
et negativam infinitam vel privativam ex alio angulo. 5. Enunciationes ergo in qualitate similes
angulares vocatæ, eo quod angulares,
idest diametraliter distant, dissimilis
veritatis sunt apud indefinitas et universales.
Angulares enim indefinitae tam in diametro affirmationum, quam in
diametro negationum possunt esse simul
verae, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc intellige in materia contingenti.
Angulares vero in figura universalium
non sic se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum
impossibile est esse simul veras in quacumque materia. Angulares
autem secundum diametrum negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando
scilicet fiunt im materia contingenti :
in materia enim necessaria et remota * impossibile est esse ambas veras. Hæc
est Boethii, quam veram credimus,
expositio. 6. Herminus * autem, Boethio
referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem inter universales et indefinitas quoad numerum enunciationum: et.
oppositionum, oppositiones. tàmen aliter accipit in universalibus et
aliter in indefinitis. Oppositiones siquidem. indefinitarum infinitas
numerat sicut et nos numeravimus, alteram scilicet inter finitas
affrmativanr et negativam, et alteram
inter affirmativam et negativam,
quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic numerat oppositiones, sed
alteram sumit inter universalem
affirmativam finitam et particularem negativam finitam, scilicet.
Ammonius. Porphyrius. * Cf. lib. 1,
lect. xut, n. 3. Boethius.
*Edd. Hermenius, Cf. lib.
IL, lect. n, not. 0. . omnis bomo est iustus, hon omnis bomo est
iustus, et sub ea universalis affirmativa de prædicato
finito, et,Sub ista universalis affirmativa de prædicáto privativo, LI hoc
modo: Figura indefinitarum Homo est iustus Homo non est non iustus Homo non ést iniustus Homo non est iustus Homo est non iustüs Homo est iniustus Figura universalium Omnis homo est iustus Non omnis homo est non iustus Non omnis homo est non iustus — Omnis homo
est iüstus Nón omfis homo est iniustus.
— — 'Ornnis homo est iniustus a)
Postquam Philosophus. Hoc supplementum ad commentaria s.Thomæ in secundum
librum Peri hermeneias, quod Caietanus complevit anno
1496, impressum est eodem anno in ed. Veneta c Peri hermeneias et
Posteriorum analyticorum. Quocirca dd istam exegimus præet alteram inter eamdem universalem affirmativam
fini«tam et universalem affirmativam infinitam, scilicet omnis bomo est iustus, omnis bomo est non iustus. Inter has enim
est contrarietàs, inter illas vero contradictio. - Dissimilitudinem
etiam universalium ad indefinitas aliter ponit. Non enim nobiscum fundat dissimilitudinem inter
angulares universalium et indefinitarum
supra differentia quæ est inter
angulares universalium affirmativas et negativas, sed supra differentia quæ est inter ipsas
universalium angulares inter se ex utraque parte. Format namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali
affirmativa finita, universalis
affirmativa infinita est; et ex alia parte
cipue hanc nostram eiusdem supplementi editionem. — Editio præfata
c incipit: « Deinde cum dicit: Similiter
autem se habent etc., intendit » distinguere enunciationes in quibus
subiicitur nomen finitum univer» saliter
sumptum, οἵ circa hoc tria facit » etc. CAP. X, LECT. III sub particulari negativa finita, particularis
negativa infinita ponitur; sicque angulares sunt disparis qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format hoc
modo: ut
89 ly bæ demonstret enunciationes
finitas et infinitas quoad prædicatum
sive universales sive indefinitas, et
tunc est sensus, quod hæ enunciationes supradictæ habent duas
oppositiones, alteram inter affirmationem fiOmnis homo est iustus
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o 1 Omnis homo est non iustus
Homo est justus ESSEEE ENS:
Homo est non iustus Non omnis homo Contradictoriæ e fe
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F1 ys r Non omnis homo ἴ est non iustus Homo non est
justus Homo non est non iustus
Quibus ita dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares indefinitarum mutuo se invicem
compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius angularis veritas suæ
angularis veritatem infert undecumque incipias.
Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad *Par.
fo et Ven.1557: *
1557 Edd. Ven. c et
1526 omitt. nom, sed
erronee. —. Herminus. IT
ante EXPERS, Mrd
ope UR Me
RN EE NRI
EET Rer METCUNERE
veritatem, sed ex altera parte
necessitas deficit illationis. * Si enim
incipias ab aliquo universalium et ad suam angularem procedas, veritas
universalis non * ita potest esse simul
cum veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis
est vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul veræ.
Et si ista universalis contraria est
falsa, sua contradictoria particularis,
quæ est angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario vera: impossibile
est enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias e converso
ab aliqua. particularium et ad suam
angularem procedas, veritas particularis ita potest stare cum veritate suæ
angularis, quod tamen non necessario infert eius veritatem: quia licet sequatur: Particularis est vera;
ergo sua universalis. contradictoria est falsa; non tamen sequitur ultra : Ista. universalis contradictoria est falsa;
ergo sua universalis contraria, quæ est angularis particularis assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse simul
falsæ. 7. Sed. videtur expositio ista deficere ab
Aristotelis mente quoad modum sumendi
oppositiones. Non enim intendit
hic loqui de oppositione quæ est inter finitas et infinitas, sed de ea quæ est inter
finitas inter se, et infinitas inter se.
Si enim de utroque modo oppositionis exponere
yolumus, iam. non duas, sed tres oppositiones invenie-, mus; primam inter finitas, secundam inter
infinitas, tertiam .quam ipse Herminus dixit inter finitam et infinitam. Figura
etiam quam formavit, conformis non est ei,
quam Aristoteles in fine I Priorum formavit, ad quam nos remisit, cum dixit: Hæc igitur quemadmodum
in. Resoluloris dictum. est, sic sunt. disposita. In. Aristotelis namque figura, angulares sunt affirmativæ
aflirmativis, et negativæ negativis. 8.
Deinde cum dicit: Hæ igitur duæ etc., concludit numerum propositionum. Et
potest dupliciter exponi; primo, ut ly bæ demonstret universales, et sic est
sensus, quod. hæ universales finitæ et
infinitæ habent duas oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest
exponi Opp. D. Tnuowar T. I. nitam
et eius negationem, alteram inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem
mihi magis secunda expositio, quoniam
brevitas cui Aristoteles studebat, replicationem non exigebat, sed potius quia
enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas
oppositiones omnes reducere, terminando
earum tractatum, voluit. 9. Deinde cum
dicit: Aliæ autem ad id quod est etc.,
intendit declarare diversitatem enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur nomen
infinitum. Et circa hoc tria facit:
primo, proponit et distinguit eas; secundo,
ostendit quod non dantur plures supradictis; ibi: Magis autem * etc.; tertio, ostendit habitudinem
istarum ad alias ; ibi: Hæ autem extra*
etc. Ad. evidentiam primi advertendum est tres esse species enunciationum de
inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum est.- Quædam sunt, quæ subiecto sive finito sive infinito nihil
habent additum ultra verbum, ut, homo
est, non bomo est.- Quædam vero sunt quæ
subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum sive finitum sive
infinitum, ut, bomo est iustus, bomo est
non iustus.- Quædam autem sunt quæ subiecto
infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum sive
infinitum, ut, non bomo est iustus, non bomo est non iustus. Et quia de primis iam
determinatum est, ideo de ultimis tractare
volens, ait: Aliæ autem sunt, quæ habent
aliquid, scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id quod est, mon
bomo, quasi ad subiectum, idest ad
subiectum infinitum. Dixit autem
quasi, quia sicut nomen infinitum deficit a ratione nominis *, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem nominis
infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam importat, esf, tertium adiacens.
Enumerat quoque quatuor enunciationes et
duas oppositiones in hoc ordine, sicut
et in superioribus fecit. Distinguit etiam istas ex
finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones inter affirmativam et negativam
habentes subiectum infinitum et prædicatum
finitum, dicens: Ut, non bomo est
iustus, non bomo non est iustus. Secundo, ponit
oppositionem alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum
infinitum: et prædicatum infinitum, dicens : Ut, non bomo est non iustus, non
bomo non est non iustus. το. Deinde cum dicit: Magis autem.
plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones enunciationum supradictis. Ubi notandum est quod
enunciationes de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum «est, sive
secundum, sive tertium adiacens, de quibus loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra positæ;
et consequenter oppositiones earum secundum affirmationem et
negationem non. sunt nisi sex. Cum enim in tres ordines divisæ sint
enunciationes, scilicet in illas de secundo adiacente, in illas de tertio.
subiecti finiti, et in illas de tertio
subiecti infiniti, et in quolibet ordine sint
quatuor enunciationes; fiunt omnes enunciationes duode| cim, et oppositiones sex. Et quoniam
subiectum earum in quolibet ordine
potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate, particularitate,
et singularitate, et indefinitione; ideo istæ duodecim multiplicantur in
quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo faciunt. Nec possibile est plures his
imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi
viginti harum expresserit, octo in primo
ordine, octo in secundo, et quatuor in tertio, attamen per eas reliquas
voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et ordinandæ secundum singulos ordines, ut
affirmationi negatio prima ex opposito
situetur, ut oppositionis ini2 * * *
* Num. seq. Infra num. Π. Cf. lib.I. lect.iv, n. 13.
SPEO 9o tentum clarius videatur. Et sic contra
universalem afhrmativam non est ordinanda universalis negativa, sed
particularis negativa, quæ est illius negatio; et e converso, contra particularem affirmativam non est
ordinanda particularis negativa, sed universalis negativa quæ est eius II negatio. Ad clarius autem intuendum numerum,
coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis quantitatis, simul in recta linea, distinctis tamen ordinibus
tribus supradictis. Quod ut clarius elucescat, in
hac subscripta videatur figura: Primus
Socrates est Quidam homo
.est Homo est Omnis homo est Socrates
non est Quidam homo non est Homo non est
Omnis homo non est e Ordo
Non Socrates est Quidam non homo
est Non homo est Omnis non homo est Secundus Ordo
Socrates est iustus Quidam homo
est iustus Homo. est iustus Omnis homo est iustus Socrates non est
iustus Quidam homo non est iustus Homo non est iustus Socrates est non iustus Non Socrates non est Quidam non homo non est Non homo non est Omnis non homo non est Socrates non est non iustus Quidam homo est non iustus Quidam homo non est non iustus Homo est non iustus —
Omnis homo non est iustus Non
Socrates est iustus Quidam non homo est
iustus Non homo est iustus Omnis non homo est iustus - Non Socrates non
est iustus Quidam non homo non est
iustus Non homo non est iustus - Tertius Omnis homo est non iustus Ordo
Non Socrates est non iustus
Homo non est non iustus Omnis
homo non est non iustus Non Socrates non
est non iustus Quidam non homo est non
iustus — Quidam non homo non est non iustus
Non homo est non iustus Omnis
non homo non est iustus Quod autem
plures his non sint, ex eo patet quod non
contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum penes finitum
et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum subiectum.
Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes prædicatum
finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod sufficienter factum apparet.
Enunciationes autem de tertio adiacente
quadrupliciter variari possunt, quia aut
sunt subiecti et prædicati finiti, aut utriusque infiniti, aut subiecti finiti et prædicati infiniti,
aut subiecti infiniti et prædicati finiti. Quarum nullam prætermissam esse superior docet figura. 11. Deinde cum dicit: Hæ autem extra illas
etc., ostendit habitudinem harum quas in tertio ordine numeravimus ad illas, quæ
in secundo sitæ sunt ordine, et dicit
quod istæ sunt extra illas, quia non sequuntur ad illas, nec e converso. Et rationem assignans subdit:
Ut momine ulenles 60 quod est non bomo,
idest ideo istæ sunt extra illas, quia
istæ utuntur nomine infinito loco nominis,
dum omnes habent subiectum infinitum. Notanter autem dixit enunciationes subiecti infiniti uti ut
nomine, infinito nomine, quia cum subiici in enunciatione proprium sit nominis, prædicari autem commune nomini
et verbo, omne subiectum enunciationis
ut nomen subiicitur. Deinde cum dicit:
In bis vero in quibus est etc.,
determinat de enunciationibus in quibus ponuntur verba adiectiva. Et circa hoc tria facit: primo,
distinguit eas; se Num. 13. Num.
16. cundo, respondet cuidam tacitæ quæstioni
; ibi: Non enim dicendum est * etc.;
tertio, concludit earum conditiones; ibi:
Ergo et cætera eadem * etc. Ad evidentiam primi resumendum est, quod inter enunciationes in quibus
ponitur es? secundum adiacens, et eas in quibus ponitur es! tertium adiacens
talis est differentia quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter
fiunt oppositiones; scilicet ex parte
subiecti tantum variati per finitum et infinitum; in his vero, quæ habent est tertium. adiacens
dupliciter fiunt oppositiones, scilicet et ex parte prædicati et ex parte
subiecti, quia utrumque variari potest per finitum et infinitum. Unde unum
ordinem tantum enunciationum de secundo
adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes diversimode quantificatas et
duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio adiacente oportuit partiri in
duos ordines, quia sunt in eis quatuor
oppositiones et octo enunciationes, ut
supra dictum est.- Considerandum quoque est quod enunciationes, in quibus
ponuntur verba adiectiva, quoad
significatum æquivalent enunciationibus
Non homo non est non iustus Omnis
non homo est non iustus — Omnis non homo non est non iustus de tertio adiacente, resoluto verbo adiectivo
in proprium participium et es/, quod
semper fieri licet, quia in omni verbo
adiectivo clauditur verbum substantivum. Unde idem significant ista, omnis bomo currit, quod
ista, omnis bomo est currens. Propter quod Boethius vocat
enunciationes cum verbo adiectivo de
secundo adiacente secundum vocem, de tertio autem secundum potestatem, quia
potest resolvi in tertium adiacens, cui æquivalet.
Quoad numerum autem enunciationum et oppositionum, enunciationes : verbi adiectivi formaliter sumptæ non æquivalent
illis de tertio adiacente, sed æquivalent
enunciationibus, in quibus ponitur esf
secundum adiacens. Non possunt enim fieri
oppositiones dupliciter in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte
subiecti et prædicati, sicut fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia
verbum, quod prædicatur in adiectivis,
infinitari non potest. Sed oppositiones adiectivarum fiunt simpliciter,
scilicet ex parte subiecti tantum variati per infinitum et finitum diversimode
quantificati, sicut fieri didicimus supra in enunciationibus substantivis de
secundo adiacente, eadem ducti ratione, quia
præter verbum nulla est affirmatio vel negatio *, sicut præter nomen
esse potest. Quia autem in præsenti tractatu non de significalionibus, sed de mumero
enunciationum et oppositionum sermo intenditur, ideo
Aristoteles determinat diversificandas esse enunciationes adiectivas secundum
modum, quo distinctæ sunt enunciationes in
quibus ponitur es? secundum adiacens. Et ait quod in his enunciationibus, in quibus non contingit poni
hoc verbum est formaliter, sed aliquod aliud, ut, currit, vel, ambulat, idest
in enunciationibus adiectivis, idem faciunt quoad numerum oppositionum et
enunciationum sic posita, scilicet nomen
et verbum, ac si est secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent enim
et istæ adiectivæ, sicut illæ, in quibus
ponitur es/, duas oppositiones tantum,
alteram inter finitas, ut, omnis bomo currit, omnis bomo mon currit, alteram inter infinitas quoad
subiectum, ut, omnis non bomo currit,
omnis non bomo mon currit. ip 13. Deinde cum dicit: Non enim dicendum est
etc., respondet tacitæ quæstioni. Et circa hoc facit duo: primo, ponit solutionem quæstionis; deinde, probat
eam; ibi: Manifestum est autem* etc. Est
ergo quæstio talis: Cur negatio infinitans numquam addita est supra signo
universali aut particulari, ut puta, cum vellemus infinitare istam, omnis bomo currit, cur non sic infinitata
est, om omnis bomo currit, sed sic,
omnis non bomo currit? Huic namque quæstioni respondet, dicens quod quia nomen
infi* Cf. lib. I, lect. vit, n. 9.
* Num. 44. CAP. X, LECT. IIl nitabile debet significare aliquid
universale, vel singulare; omnis autem et similia signa non significant
aliquid universale aut singulare, sed
quoniam. universaliter aut
particulariter; ideo non est dicendum, mom ommis bomo, si infinitare volumus (licet debeat dici, si
negare quantitatem enunciationis quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat aliquid
universale, addenda est, et dicendum,
omnis non bomo. 14. Deinde cum dicit:
Manifestum est autem. ex eo quod est εἴς.» probat hoc quod dictum est,
scilicet quod omnis et similia non
significant aliquod universale, sed quoniam
universaliter tali ratione. Illud, in quo differunt enunciationes præcise
differentes per habere *et non habere ly
omnis, est non universale aliquod, sed quoniam umi91 particularitatis absolute, sed applicatum
termino distributo. Cum enim dico, omnis bomo, ly omnis denotat universitatem
applicari illi termino /omo, ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat
quoniam universaliter, per ly quoniam
insinuavit applicationem universalitatis
importatam in ly ommis in actu exercito, sicut et in T per
Posteriorum, in. definitione scire applicationem causæ notavit illud verbum quoniam, dicens: Scire est
rem per causam cognoscere, et quoniam.
illius est causa.- Ratio autem
versaliter; sed illud in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly
ommis, est significatum per ly omnis;
ergo significatum per ly ommis est non
aliquid universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita in
textu, ex se clara est. Id enim in quo,
cæteris paribus, habentia a non habentibus aliquem terminum differunt,
significatum est illius termini. Maior vero in littera exemplariter declaratur
sic. Illæ οὐ τὸ. νιν. OG REIR
RN enunciationes, bomo currit, et
omnis bomo currit, præcise differunt ex
hoc, quod in una est ly omnis, et in
altera non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod
una sit universalis, alia non
universalis. Utraque enim habet subiectum
universale, scilicet ly bomo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur de
subiecto universaliter, in altero autem. non universaliter. Cum enim dico, bomo currit, cursum attribuo homini
universali, sive communi, sed non pro
tota humana universitate; cum autem
dico, ommis bomo currit, cursum inesse homini
pro omnibus inferioribus significo.- Simili modo declarari potest de
tribus aliis, quæ in textu adducuntur,
Scilicet, bomo non currit, respectu suæ universalis universaliter, omnis
bomo mon currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod, omnis et nullus et
similia signa nullum universale
significant, sed tantummodo significant, quoniam universaliter de homine
affirmant vel negant. I$. Notato hic
duo: primum est quod non dixit omnis et
nullus significat universaliter, sed quoniam universaliter; secundum est, quod
addit, de homine affrmant vel negant.- Primi
ratio est, quia signum distributivum non significat modum ipsum universalitatis
aut secundi insinuat differentiam inter terminos
categorematicos et syncategorematicos. Illi siquidem ponunt significata supra terminos absolute; isti
autem ponunt ' significata sua supra
terminos in ordine ad prædicata. Cum
enim dicitur, bomo albus, ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi
addendum. Cum vero dicitur, ommis bomo, ly omnis etsi hominem
distribuat, non tamen distributio intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod prædicatum intelligatur.
Cuius signum est, quia, cum dicimus,
omnis bomo currit, non intendimus
distribuere hominem pro tota sua universitate absolute, sed in ordine ad cursum. Cum autem dicimus,
albus bomo currit, determinamus hominem
in seipso esse album et non in ordine ad
cursum. Quia ergo ommis et nullus, sicut
et alia syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi quia determinant subiectum in
ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et negatione fieri nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi
quoniam universaliter de nomine, idest de subiecto, affirmant vel negant, idest affirmationem vel negationem
fieri determinant, ac per hoc a categorematicis ea separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit, affirmant vel
negant, ad ipsa signa, scilicet omnis et
nullus, quorum alterum positive
distribuit, alterum removendo. 16. Deinde cum dicit: Ergo et cætera
eadem etc., concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat enim quod adiectivæ enunciationes idem faciunt
quoad oppositionum numerum, quod substantivæ de secundo adiacente; et hoc
declaraverat, oppositionum numero exemplariter
subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia quoad
finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et earum
multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt huiusmodi
enumerata; ideo concludit: Ergo et cætera, quæ in illis servanda erant, eadem, idest similia istis
apponenda sunt. II LECTIO
(Can. CarkTANI lect. 11). NONNULLÆ
CIRCA EA QUÆ DICTA SUNT DUBITATIONES MOVENTUR AC SOLVUNTUR ᾿Επεὶ δὲ ἐναντία ἀπόφασίς ἐστι τῇ, ἅπαν. ἐστὶ ζῷον δίκαιον, ἡ σημαίνουσα ὅτι οὐδέν ἐστι ζῷον δίκαιον, αὗται μὲν φανερὸν ὅτι οὐδέποτε ἔσονται οὔτε ἀληθεῖς ἅμα οὔτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ, αἱ δὲ ἀντικείμεναι ταύταις ἔσονταί ποτε, οἷον, οὐ πᾶν ζῷον δίκαιον, xai ἔστι τι ζῷον δίχαιον. ᾽᾿Ακολουθοῦσι δὲ αὑται, τῇ μὲν πᾶς ἄνθρωπος οὐ δίχαιός ἐστιν, ἡ, οὐδείς ἐστιν ἄνθρωπος δίκαιος: τῇ δὲ ἔστι
τις
ἄνηρωπος δίκαιος, ἡ ἀντιχειμένη, ὅτι οὐ πᾶς
ἄνθρωπος ἐστὶν οὐ δίκαιος" ἀνάγκη γὰρ εἶναί τινα. Φανερὸν δὲ καὶ ὅτι ἐπὶ μὲν τῶν καθ᾽ ἕχοστον εἰ ἀληθές ἐρωτηθέντα ἀποφῆσαι, ὅτι καὶ χαταφῆσαι ἀληθές" οἷον, ἄρά γε Σωχράτης σοφός; οὔ. Σωχράτης ἄρα οὐ
σοφός. ᾿Επὶ δὲ τῶν καθόλου οὐχ ἀληθὴς ἡ ὁμοίως
λεγομένη: ἀληθὴς δὲ ἡ ἀπόφασις, οἷον, ἀρά γε πᾶς
ἄνθρωπος σοφός; οὔ: πᾶς ἄρα ἄνθρωπος οὐ σοφός" τοῦτο γὰρ ψεῦδος: ἀλλὰ τὸ, οὐ πᾶς ἄρα, ἄνθρωπος
σοφός, ἀληθές" αὕτη δέ ἐστιν ἡ ἀντικειμένη, ἐχείνη
δὲ ἡ ἐναντία. Αἱ δὲ χατὰ τὰ ἀόριστα ἀντιχείμεναι ὀνόματα καὶ ῥήματα, ὥσπερ
οἷον ἐπὶ τοῦ μὴ ἄνθρῳπος καὶ μὴ δίκαιος, ἀποφάσεις ἄνευ ὀνόματος χαὶ ῥήματος δόξειαν ἂν εἶναι" οὐχ εἰσὶ δέ. " Acl 12e ἀληθεύειν ἀν ἄγχη ἢ
ψεύδεσθαι τὴν ἀπόφασιν’ ὁ δ᾽ εἰπὼν, οὐκ ἄνθρωπος, οὐδὲν μᾶλλον τοῦ εἰπόντος, ἄνθρωπος, ἀλλὰ καὶ
ἧττον ἠλήθευχέ τι ἢ ἔψευσται, ἐὰν μή τι προστεθῇ. Σημαίνει δὲ τὸ, ἔστι πᾶς οὐχ ἄνθρωπος δίκαιος, οὐδεμιᾷ ἐκείνων ταὐτόν’ οὐδὲ ἡ ἀντιχειμένη ταύτῃ, ἡ) οὐχ ἔστι πᾶς οὐκ ἄνθρωπος δίκαιος" τὸ δὲ, πᾶς οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, τῷ, οὐδεὶς δίκαιος
οὐχ ἄνθρωπος, ταὐτὸν σημαίνει. Μετατιθέμενα δὲ τὰ ὀνόματα καὶ τὸ ῥήματα ταὐτὸν Εἰ
σημαίνει, olov, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος, ἔστιν ἄνθρωπος
λευχός. γὰρ Xj τοῦτό ἐστι, τοῦ αὐτοῦ πλείους ἔσονται ἀποφάσεις" ἀλλ᾽ ἐδέδεικτο, ὅτι μία μιᾶς" τοῦ μὲν γάρ; ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἀπόφασις τὸ οὐχ ἔστι λευχὸς
ἄνθρωπος" τοῦ δὲ ἔστιν ἄνθρωπος Acuxóc, εἰ μηὴ ἡ αὐτή ἐστι τῇ, ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἔσται ἀπόφασις ἤτοι τὸ οὐχ ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός, ἢ τό, οὐχ ἔστιν
φασις
ἄνγηρωπος λευκός. ᾿Αλλ’ ἡ ἑτέρα
μέν ἐστιν ἀπότοῦ, ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός" ἡ ἑτέρα δὲ
τοῦ, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" ὥστε ἔσονται δύο μιᾶς. Ὅτιμεὲν οὖν μετατιθεμένου τοῦ ὀνόματος καὶ τοῦ ῥήματος ἡ αὐτὴ γίνεται κατάφασις καὶ ἀπόφασις, δῆλον. enunciationum,
hic intendit removere quædam dubia circa prædicta. Et circa hoc 2facit sex secundum numerum. dubiorum, quæ suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod. in universalibus non similiter
contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ angulares non possunt esse simul veræ, negativæ autem sic;
poterat quispiam dubitare, quæ est causa
huius diversitatis. Ideo nunc illius
dicti causam intendit assignare talem, quia,
scilicet, * Cf. lib. I, lect.ix, n. s et lect. xt, n. 6. *Cflib.Llec.x, angulares affirmativæ sunt contrariæ inter
se; contrarias autem in nulla materia
contingit esse simul veras *. Angulares
autem negativæ sunt subcontrariæ illis
oppositæ; subcontrarias autem contingit esse simul veras *. Et circa hæc duo facit: primo,
declarat condin. P: CU*C-3- tones contrariarum et subcontrariarum ; secundo,
quod angulares affirmativæ sint contrariæ
et quod angulares * Quoniam vero contraria est negatio ei quæ
est, omne animal est iustum, illa quæ
significat quoniam, nullum animal est
iustum; hæ quidem manifestum est quoniam
nunquam erunt, neque veræ simul, neque in eodem ipso; his vero oppositæ erunt aliquando: ut,
non omne animal iustum est, et, aliquod
animal iustum est. Sequuntur vero eam quæ
est, omnis homo est non iustus, illa quæ est, nullus homo est iustus; illam
vero quæ est, aliquis homo iustus est,
opposita, quoniam, non omnis est homo non iustus. Necesse est enim
aliquem esse. Manifestum est autem
etiam, quod in singularibus si est verum interrogatum negare, quoniam et
affirmare verum est. Ut, putasne
Socrates sapiens est? non. Socrates igitur
non sapiens est. In universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur: vera autem negativa
est. Ut, putasne omnis
homo sapiens est? non; omnis igitur homo
non sapiens est: hoc enim falsum
est: sed, non igitur omnis homo sapiens
est, vera est. Hæc enim opposita est; illa vero contraria. Illæ vero secundum infinita contraiacentes
sunt nomina vel verba, ut in eo quod
est, non homo, vel, non iustus, quasi
negationes sine nomine et verbo esse videbuntur. Sed non sunt. Semper enim vel veram esse vel
falsam necesse est negationem; qui vero
dixit, non homo, nihil magis quam qui
dicit, homo, sed etiam minus verus vel
falsus fuit, si non aliquid addatur.
Significat autem, est omnis non homo iustus, nulli illarum idem; nec huic opposita ea quæ est, non est
omnis non homo iustus: illa vero, quæ est, omnis non iustus non homo
est, illi quæ est, nullus est iustus non
homo, idem significat. Transposita vero nomina et verba
idem significant, ut, est albus homo,
et, est homo albus. Nam si hoc non est,
eiusdem multæ erunt negationes; sed
ostensum est, quod una unius est: eius enim quæ
est, est albus homo, negatio est, non est albus homo: eius vero quæ est, est homo albus, si non
eadem est ei quæ est, est albus homo, erit negatio, vel ea
quæ est, non est non homo albus, vel ea
quæ est, non est homo albus. Sed altera
quidem est negatio eius, quæ est, est
non homo albus; altera vero eius quæ est, est
homo albus. Quare erunt duæ unius. Quod igitur transposito nomine vel verbo, eadem sit
affirmatio vel negatio, manifestum
est. negativæ sint subcontrariæ; ibi:
Sequuntur vero * etc.Dicit ergo resumendo: quoniam in Primo dictum est
quod enunciatio negativa contraria illi
affirmativæ universali, scilicet, omne
animal estiustum, est ista, nullum animal est
iustum ; manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem tempore, meque im eodem ipso,
idest de eodem subiecto esse veræ. His
vero oppositæ, idest subcontrariæ inter
se, possunt esse simul veræ aliquando,
scilicet in materia contingenti, ut, quoddam animal
est iustum, non omne animal est iustum
*. 2. Deinde cum dicit: Sequuntur vero
etc., declarat quod angulares affirmativæ
supra positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ. - Et primum quidem ex
eo quod universalis affirmativa infinita
et universalis negativa simplex æquipollent; et consequenter utraque earum est
contraria universali affirmativæ simplici, quæ est altera angularis. Unde dicit quod hanc universalem nega* * Seq.
c. x. Num. seq. Cf. lib. I, lect *
citt. CAP., LECT. tivam finitam, wullus bomo est iustus,
sequitur æquipollenter illa universalis affirmativa infinita, omnis bomo est
non iustus. Secundum vero declarat ex eo quod
particularis affirmativa finita et
particularis negativa infinita æquipollent. Et consequenter utraque earum est
subcontraria particulari negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut
in figura supra posita inspicere potes.
Unde subdit quod illam párticularem affirmativam finitam, aliquis bomo est iustus, opposita sequitur æquipollenter
(opposita intellige non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ
infinitæ), mom ommis bomo est mom iustus. Hæc
enim est contradictoria eius. Ut autem clare videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes, formetur figura quadrata, in cuius uno angulo
ponatur universalis negativa finita, et
sub ea contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero parte locetur
universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria particularis negativa infinita, noteturque contradictio
inter angulares et collaterales inter
se, hoc modo: Nullus homo T»
"poil . est iustus
e Ξ 2
E E d
25 o Quidam homo
i est lustus Omnis homo
Æquivalentes e o
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SU o “πᾶ ὁ S
ow [73 Æquivalentes
t est non justus e
n ( T
[i E" ξ
-— $
E o Non omnis homo "
est non iustus His siquidem sic
dispositis, patet primo ipsarum universalium mutua consequentia in veritate et
falsitate, quia si altera earum est
vera, sua angularis contradictoria est
falsa; et si ista est falsa, sua collateralis contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera, et
similiter procedit quoad falsitatem
particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela. Si enim altera
earum est vera, sua angularis
contradictoria est falsa, ista autem existente
falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera particularis erit
vera; simili quoque modo procedendum est
quoad falsitatem. 3. Sed est hic
unum dubium. In I enim Priorum, in fine,
Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de universali negativa et universali
affirmativa infinita. Et superius in hoc
Secundo *, super illo verbo: Quarum duæ
se babent secundum consequentiam, duæ vero
minime, Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod negativa simplex sequitur
affirmativam infinitam, sed non e converso.
Ad hoc dicendum est, secundum
Albertum, quod negativam finitam
sequitur affirmativa infinita subiecto
constante; negativa vero simplex sequitur affirmativam absolute.
Unde utrumque dictum
verificatur, et quod inter eas est mutua
consequentia cum subiecti constantia,
et SS. Thomas. *
Nempe in primo modo primæ gue eros» syllogisquod inter eas non est mutua
consequentia absolute. Potest dici
secundo, quod supra locuti sumus de infinita
enunciatione quoad suum totalem significatum ad formam prædicati reductum; et secundum hoc, quia
negativa finita est superior affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic autem loquimur de ipsa
infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc adducendo Ammonii expositionem dixit, secundum hunc modum
loquendi: negativa simplex, in plus est
quam affirmativa infinita. 'Textus vero
I Priorum ultra prædicta loquitur de
finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum est autem quod universalis affirmativa sive
finita sive infinita non concluditur
nisi in primo primæ *. Univer93 salis
autem negativa quæcumque concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo
secundæ. 4. Deinde cum dicit: Manifestum
est autem. etc., movet secundum dubium de vario situ negationis, an
scilicet quoad veritatem et falsitatem
differat præponere et postponere
negationem. Oritur autem hæc dubitatio,
quia dictum est nunc quod non refert quoad veritatem si dicatur, ommis bomo est non iustus, aut si
dicatur, omis bomo non est iustus; et
tamen in altera postponitur negatio, in altera præponitur, licet multum referat
quoad affirmationem et negationem.
Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod
in singularibus enunciationibus eiusdem
veritatis sunt singularis negatio et infinita affirmatio eiusdem, in
universalibus autem non est sic. Si enim
est vera negatio ipsius universalis non oportet
quod sit vera infinita affirmatio universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria,
qua existente vera, non est necesse suam
subalternam, quæ est contraria suæ contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde dicit quod
in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum negare interrogatum, idest, si est vera
negatio enunciationis singularis, de qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit affirmatio
infinita eiusdem singularis. Verbi
gratia: putasne Socrates estsapiens ? Si vera
est ista responsio, z/.9 ; - Socrates igitur non sapiens est,
idest, vera erit ista affirmatio
infinita, Socrates est non sapiens. In
universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate negationis universalis
affirmativæ in| terrogatæ non sequitur
vera universalis affirmativa infinita, quæ similis est quoad quantitatem et
qualitatem enunciationi quæsitæ; vera
aulem est eius negatio, idest, sed ex
veritate responsionis negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ
negationem, idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis bomo
est sapiens? Si vera est ista responsio,
non; - affirmativa similis interrogatæ quam quis ex hac responsione
inferre intentaret est illa: igitur
omnis bomo est non sapiens. Hæc autem
non sequitur ex illa negatione. Falsum est enim
hoc, scilicet quod sequitur ex illa responsione; sed. inferendum est,
igitur non ommis bomo sapiens est.- Et ratio utriusque
est, quia hæc particularis ultimo illata est opposita, idest contradictoria
illi universali interrogatæ quam
respondens falsificavit; et ideo oportet quod sit vera. Contradictoriarum enim si una est falsa, reliqua est
vera. Illa vero, scilicet universalis
affirmativa infinita primo illata,
est contraria illi eidem
universali interrogatæ. Non est autem opus quod si
universalium altera sit falsa, quod
reliqua sit vera. In promptu est autem causa huius diversitatis inter
singulares et universales. In singularibus enim
varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in
universalibus autem variat, ut patet. Ideo fit ut de se patet.
non sit eadem veritas negantium
universalem in quarum altera præponitur,
in altera autem postponitur negatio,
ut 5. Deinde cum dicit: ΠΙᾺ vero secundum. infinita. etc., solvit tertiam dubitationem, an infinita
nomina vel verba sint negationes. Insurgit autem hoc dubium, quia
dietum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum est nunc quod non refert in
singularibus præponere et postponere negationem: si enim infinitum nomen est
negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum vel prædicatum, erit
negativa et non afhrmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem, probando quod nec nomina nec verba infinita
sint negationes, licet videantur. Unde duo circa hoc facit: primo, pro: ponit solutionem dicens: Illæ vero, scilicet
dictiones, conPCT 94 II iraiacenies: verbi gratia: mom bomo, et, bomo
non iustus et iustus. Vel sic: Illæ vero, scilicet dictiones,
secundum infinita, idest secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba. (utpote quæ removentes
quidem nomina et verba significant, ut
som bomo et mon iustus et mon currit, quæ
opponuntur contra ly bomo, ly iustus et ly
currit), illæ, inquam, dictiones infinitæ videbuntur prima facie
esse quasi negationes sine nomine
et verbo ex eo quod comparatæ nominibus
et verbis contra quæ iacent, ea removent, sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia nomen infinitum,
nominis natura caret, et verbum infinitum verbi natura non possidet. Dixit
quasi, quia nec nomen infinitum a nominis ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate
omnino semota sunt. Unde, si negationés apparent, videbuntur sine
nomine et verbo non omnino sed quasi.
Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione.
Semper est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est
enunciatio alicuius ab aliquo; nomen
autem infinitum non dicit verum vel fal
sum; igitur dictio infinita non est negatio. - Minorem declarat, quia. qui dixit, mom bomo, nihil
magis de homine dixit quam qui dixit, bomo. Et quoad significatum quidem clarissimum est: non bomo, namque,
nihil addit supra hominem, imo removet
hominem. Quoad veritatis vero vel falsitatis
conceptum, nihil magis profuit qui
dixit, non bomo, quam qui dixit, bomo, si aliquid aliud non
addatur, imo minus verus vel falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui
dixit, wom bomo, quam qui dixit, homo:
quia tam veritas quam falsitas in compositione consistit; compositioni autem
vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit, quam dictio
infinita, quæ nec ponit, nec componit,
idest nec positionem nec compositionem
importat. 6. Deinde cum dicit:
Significat autem. etc., respondet quartæ
dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum supradictum de enunciationibus
habentibus subiectum infinitum: Hæ autem. extra. illas, ipsæ secundum se
erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati consequentiam, et non solum quantum ad ipsas
enunciationes formaliter. Unde duas habentes subiectum infinitum, universalem
scilicet affirmativam et universalem negativam adducens, ait quod neutra earum
significat idem alicui illarum, scilicet
habentium subiectum finitum. Hæc
enim universalis affirmativa, omnis nom bomo est iustus, nulli habenti subiectum finitum significat
idem: non enim significat idem quod
ista, omnis bomo est iustus ; neque quod
ista, omnis bomo est non iustus. Similiter opposita negatio et universalis negativa habens subiectum
infinitum, quæ est contrarie opposita
supradictæ, scilicet omnis non bomo non
est iustus, nulli illarum de subiecto finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate subiecti in
istis et in illis. Deinde cum dicit: Illa vero quæ est etc., respondet quintæ
quæstioni, an scilicet inter enunciationes de
subiecto infinito sit aliqua consequentia. Oritur autem dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter
eas ad invicem assignata consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas
est consequentia. Nam universalis
affirmativa de subiecto et prædicato
infinitis et, universalis negativa de
subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent. Ista namque, omnis non bomo est mon iustus, idem
significat illi; cium
nullus non. bomo est iustus. Idem autem est iudide particularibus
indefinitis et singularibus similibus supradictis. Cuiuscunque enim quantitatis
sint, semper affirmativa de utroque extremo infinita et negativa subiecti quidem infiniti, prædicati autem
finiti, æquipollent, ut facile potes exemplis videre. Unde Aristoteles
universales exprimens, cæteras ex illis intelligi voluit. 8. Deinde cum dicit: Transposita vero nomina.
etc., solvit sextam dubitationem, an
propter nominum vel verborum transpositionem varietur enunciationis
significatio. Oritur autem hæc quæstio
ex eo, quod docuit transpositionem negationis variare enunciationis
significationem. Aliud enim dixit
significare, ommis bomo mon est iustus,
et aliud, non omnis bomo est
iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an. similiter contingat circa nominum
transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem varient, sicut negatio transposita. Et circa hoc duo
facit: primo, ponit solutionem dicens,
quod transposita nomina et verba idem
significant: verbi gratia, idem significat, est
albus homo, et, est bomo albus, ubi est transpositio nominum. Similiter
transposita verba idem significant, ut, est
albus bomo, et, bomo albus est. 9.
Deinde cum dicit: Nam si boc mon est etc., probat prædictam solutionem ex numero negationum
contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali ratione. Si hoc non est, idest si nomina transposita
diversificant enunciationem, eiusdem affirmationis erunt duæ negationes;
sed ostensum est in I libro *, quod una
tantum est negatio unius affirmationis; ergo a destructione consequentis ad destructionem antecedentis transposita
nomina non variant enunciationem. Ad
probationis autem consequentiæ claritatem formetur figura, ubi ex uno latere
locentur ex ambæ suprapositæ affirmationes, transpositis
nominibus ; et altero contraponantur duæ negativæ, similes
illis quoad terminos et eorum
positiones. Deinde, aliquantulo
interiecto spatio, sub affirmativis ponatur affirmatio infiniti
subiecti, et sub negativis illius negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem et
duas negationes primas, et inter secundam aflirmationem et omnes tres
negationes, ita tamen quod inter ipsam et infimam negationem notetur contradictio non vera, sed
imaginaria. Notetur quoque contradictio inter tertiam affirmationem et tertiam
negationem inter se. Hoc modo: Est
albus homo Est homo
albus Est non homo albus
His ita dispositis, probat consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis, est albus bomo, negatio
est, mom est albus bomo ; ilius autem
secundæ affirmationis, quæ est, est bomo
albus, si ista affirmatio non est eadem illi
. supradictæ affirmationi,
scilicet, est albus bomo, propter Non
est albus - Coníradictoriæ — e o
C o cn —"
s * nalf
e bi 7.
dde Kn Gontradictoriæ EN “Ὁ
36 b" Contradictoriæ homo Non est homo
albus Non est non homo albus
Lect. xir. CAP. X, nominum transpositionem, negatio erit altera
istarum, scilicet aut, non est non bomo
albus, aut, non est bomo albus. Sed utraque habet affirmationem oppositam alia
ab illa assignatam, scilicet, est bomo
albus. Nam altera quidem dictarum negationum, scilicet, nom est mon bomo albus,
negatio est illius quæ dicit, est mom bomo albus; alia vero, scilicet, »on est bomo albus,
negatio est eius affirmationis, quæ
dicit, est albus bomo, quæ fuit prima
affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum afferatur contradictoria
illi mediæ, sequitur quod sint duæ
unius, idest quod unius negationis sint duæ affirmationes, et quod unius
affirmationis sint duæ negationes: quod
est impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante hypothesi erronea, quod illæ affBrmationes
sint propter nominum transpositionem
diversæ. 10. Adverte hic primo quod Aristoteles per illas
duas negationes, non est non bomo albus,
et, non est bomo albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam
negationem | *
Lect. xi, n. 5 "seq. e ΤΡ) DOR
illius affirmationis, est bomo albus, cæteras intellexit, quasi diceret: Aut negatio talis affirmationis
acceptabitur illa uæ est vere eius
negatio, aut quæcunque extranea negatio ponetur; et quodlibet dicatur, semper,
stante hypothesi, sequitur unius
affirmationis esse plures negationes, unam
veræ quæ est contradictoria suæ comparis habentis nomina transposita, et
alteram quam tu ut distinctam acceptas, vel falso imaginaris; et e contra
multarum affirmationum esse unicam negationem, ut patet in apposita figura, Ex quacunque enim illarum quatuor
incipias, duas sibi oppositas aspicis.
Unde notanter concludit indeterminate: Quare erunt duæ unius. 11.
Nota secundo quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria
primæ affirmationis sit contradictoria secundæ, et similiter quod
contradictoria secundæ affirmationis sit contradictoria primæ. Hoc enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non
possunt simul esse veræ neque simul falsæ,
ut manifeste patet præposito sibi
termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo istæ
duæ, Socrates est albus bomo, Socrates non
est bomo albus. Nec turberis quod eas non singulares proposuit. Noverat
enim supra dictum esse in Primo * quæ
LECT. IV 95 affirmatio et negatio sint contradictoriæ et
quæ non, et ideo non fuit sollicitus de
exemplorum claritate. Liquet ergo ex eo
quod negationes affirmationum de
nominibus transpositis non sunt diversæ quod nec ipsæ affirmationes sunt diversæ et sic nomina et
verba transposita idem significant.
I2. Occurrit autem dubium circa
hoc, quia non videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio.
Non enim valet: omnis bomo est animal; ergo
omne animal est bomo. Similiter, transposito verbo, non valet: bomo est amimal rationale; ergo bomo
animal rationale est, de secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur,
tamen non sequitur primam. Ad hoc est
dicendum quod sicut in rebus naturalibus
est duplex transmutatio, scilicet
localis, scilicet de loco ad locum, et
formalis de forma ad foit? ita in enunciationibus est duplex transmutatio,
situalis scilicet, quando terminus præpositus
postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus, qui erat prædicatum
efficitur subiectum, et e converso vel
quomodolibet, simpliciter etc.- Et sicut quandoque fit in naturalibus
transmutatio pure localis, puta quando
res transfertur de loco ad locum, nulla
alia variatione facta; quandoque autem
fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum variatione formali, sicut quando transit
de'loco frigido ad locum calidum: ita in enunciátionibus
quandoque fit transmutatio pure
situalis, quando scilicet nomen vel
verbum solo situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio situalis et formalis simul,
sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum
tertium adiacens fit secundum. - Et quoniam hic intendit Aristoteles de
transmutatione nominum et verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum
præsefert, ideo dixit quod transposita
nomina et verba idem significant, insinuare volens quod, si nihil aliud præter
transpositionem nominis vel verbi
accidat in enunciatione, eadem manet
oratio.- Unde patet responsio ad instantias. Manifestum est namque quod in utraque non sola
transpositio fit, sed transmutatio de
subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in secundum. Et per hoc patet
responsio ad similia. LECTIO Cann.
CargraNr lect, ui). DE MULTIPLICITATE
ENUNCIATIONUM IUXTA QUOSDAM MODOS, QUIBUS NON UNAM, SED PLURES ESSE CONTINGIT UNAM
ENUNCIATIONEM. ^" B Té δὲ ἕν κατὰ πολλῶν ἢ πολλὰ καθ᾽ ἑνὸς χαταφάναι
ἢ ἀποφάναι, ἐὰν uw ἕν τι ἡ τὸ ἐκ τῶν πολλῶν δηλούμενον, οὐχ ἔστι κατάφασις μία οὐδὲ ἀπόφασις. Λέγω δὲ ἕν οὐχ ἐὰν ὄνομα ἕν ἢ κείμενον, pm ἦ δὲ ἕν
τι
ἐξ ἐχείνων, olov, ὁ ἄνθρωπος ἴσως ἐστὶ καὶ ζῷον καὶ δίπουν καὶ ἥμερον, ἀλλὰ x«l ἕν τι γίνεται ἐκ τούτων’ Ex δὲ τοῦ λευχοῦ, xai τοῦ ἀνθρώπου, καὶ τοῦ βαδίζειν, οὐχ ἕν: ὥστε οὔτε ἐὰν ἕν τι x&v. τούτων καταφήσῃ τις; μία κατάφασις, ἀλλὰ φωνὴ μὲν μία, καταφάσεις δὲ πολλαί: οὔτε ἐὰν καθ’ ἑνὸς
ταῦτα, ἀλλ᾽ ὁμοίως πολλαί. Εἰ οὖν ἡ ἐρώτησις ἡ διαλεχτιχὴ ἀποχρίσεώς ἐστιν αἴτησις) ἢ τῆς προτάσεως, ἢ θατέρου μορίου τῆς ἀντι' φάσεως; ἡ δὲ πρότασις ἀντιφάσεως μιᾶς μόριον, οὐκ
ἂν εἴη ἀπόχρισις μία πρὸς ταῦτα" οὐδὲ γὰρ ἡ ἐρώτῆσις
μία, οὐδὲ ἐὰν ἡ ἀληθής" εἴρηται δὲ ἐν τοῖς Τοπικοῖς περὶ αὐτῶν. "Apa δὲ δῆλον
ὅτι οὐδὲ τὸ τί ἐστιν ἐρώτησίς ἐστι διαλεκτική, Δεῖ
dp δεδόσθαι ix τῆς ἐρωτήσεως ἑλέσθαι, ὁπότερον βούλεται τῆς ἀντιφάσεως μόριον ἀποφήνασθαι. ᾿Αλλὰ εἴ
τὸν
ἐρωτῶντα προσδιορίσασθαι, πότερον τόδε ἐστὶν ὁ ἄνθρωπος, ἢ οὐ τοῦτο. jtem
enunciationis unius provenientem ex
additione negationis infinitatis, hic intendit D determinare quid accidat enunciationi ex
hoc quod additur aliquid subiecto vel prædicato
tollens eius unitatem. Et circa hoc duo facit: quia *
* * Lect. seq.
Num. 4. Lect. vri, n. 12 seq.
Porphyrius. primo, determinat
diversitatem earum ; secundo, consequentias earum; ibi: Quoniam vero bæc quidem
* etc. Circa primum duo facit: primo,
ponit earum diversitatem; secundo,
probat omnes enunciationes esse plures; ibi:
Si ergo dialectica * etc.- Dicit ergo quoad primum, resumendo quod in Primo dictum fuerat *, quod affirmare
vel negare unum de pluribus, vel plura
de uno, si ex illis pluribus: non fit
unum, non est enunciatio una affirmativa vel negativa. Et declarando quomodo intelligatur unum debere esse subiectum aut prædicatum, subdit quod
unum dico non si nomen unum impositum
sit, idest ex unitate nominis, sed ex
unitate significati. Cum enim plura conveniunt
in uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis significatum, tunc solum vocis unitas
est. Cum autem unum nomen pluribus impositum est, sive
partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem significatione concludat, tunc et vocis et significati
unitas est, et enunciationis unitas non impeditur. 2.
Secundum quod subiungit: Ut bomo est fortasse animal et mansuelum et
bipes obscuritate non caret. Potest enim
intelligi ut sit exemplem ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate nominis impositi pluribus
ex quibus non fit tale unum, quemadmodum
homo est unum quoddam ex animali et mansueto et bipede, partibus suæ
definitionis. Et ne quis crederet quod hæ essent veræ definitionis nominis
partes, interposuit, fortasse. Porphyrius
autem, Boethio referente et approbante, separat has textus particulas, dicens quod Aristoteles hucusque
declaravit enunciationem illam esse
plures, in qua plura subiicerentur uni, vel de uno prædicarentur plura, ex
quibus non fit unum. In istis autem
verbis: Ut bomo est fortasse etc.,
* At vero unum de pluribus, vel
plura de uno affirmare, vel negare, si
non sit unum aliquid quod ex pluribus
significatur, non est affirmatio neque negatio una. Dico autem unum, non si unum nomen positum sit,
non sit autem unum aliquid ex illis, ut
homo est fortasse et animal et bipes et mansuetum, sed ex his unum fit, ex albo autem et homine et ambulare, non est
unum; quare nec si unum aliquid de his affirmet aliquis, erit
affirmatio una: sed vox quidem una, affirmationes vero multæ, nec si de uno ista, sed similiter
plures, Si ergo dialectica interrogatio
responsionis est petitio vel
propositionis vel alterius partis contradictionis, propositio vero unius
contradictionis est pars, non erit una
responsio ad hæc. Neque enim interrogatio una, nec si sit
vera. Dictum est autem de his in
Topicis. Simul autem manifestum est, quod nec hoc ipsum, quid est, dialectica
interrogatio est. Oportet enim datum esse ex interrogatione eligere, utram velit contradictionis partem
enunciare: sed oportet interrogantem
determinare utrum hoc sit homo, an non hoc.
intendit declarare enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex quibus fit unum subiiciuntur vel
prædicantur; sicut cum dicitur, bomo est animal et mansuetum.| et bipes, copula interiecta, vel morula, ut
oratores faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret
hoc contingere posse, necessarium autem
non esse. 3. Possumus in eamdem
Porphyrii, Boethii et AIberti sententiam incidentes subtilius textum
introducere, ut quatuor hic faciat. Bs Et
primo quidem, resumit quæ sit enunciatio in communi dicens: Enunciatio plures
est, in. qua unum de pluribus, vel plura
de uno. enunciantur. Si tamen ex illis pluribus non fit
unum, ut in Primo * dictum et expositum fuit.
Deinde dilucidat illum terminum de uno, sive unum, dicens: Dico autem unum, idest, unum nomen
voco, non propter unitatem vocis, sed
significationis, ut supradictum est.
Deinde tertio, dividendo declarat, et declarando dividit, quot modis
contingit unum nomen imponi pluribus ex
quibus non fit unum, ut ex hoc diversitatem enunciationis multiplicis insinuet.
Et ponit duos modos, quorum prior est,
quando unum nomen imponitur pluribus ex
quibus fit unum, non tamen in quantum ex eis fit unum. Tunc enim, licet materialiter et per accidens
loquendo nomen imponatur pluribus ex
quibus fit unum, formaliter tamen et per
se loquendo nomen unum imponitur pluribus, ex quibus non fit unum: quia
imponitur eis non in quantum ex eis est
unum, ut fortasse est hoc nomen, bomo,
impositum ad significandum animal et mansuetum
et bipes, idest, partes suæ definitionis, non in quantum adunantur in unam hominis naturam per modum
actus et
potentiæ, sed ut distinctæ sint inter se actualitates. Et insinuavit quod accipit partes definitionis
ut distinctas per illam coniunctionem,
et per illud quoque * adversative
additum: Sed si ex bis unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat quod ex eis unum fit. Addidit
autem, fortasse, quia hoc nomen, bomo,
non est impositum ad signifi Cap. xr.
Porphyrius. Boethius. Albertus. .
Lect. cit. Ed. quoque.
c omittit candum partes sui definitivas, ut distinctæ
sunt. Sed si impositum esset aut
imponeretur, esset unum nomen pluribus
impositum ex quibus non fit unum. Et quia
idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo similiter illæ plures partes definitivæ
possunt dupliciter accipi. Uno modo, per
modum actualis et possibilis, et sic
unum faciunt; et sic formaliter loquendo vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ
sunt continuata oratione, et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est enim
ista una sicut et ista, bomo currit. Alio modo, accipiuntur prædictæ definitionis partes ut distinctæ sunt inter
se actualitates, et sic non faciunt unum: ex duobus enim actibus ut
sic, non fit unum, ut dicitur VII Metaphysicæ ; et sic faciunt enunciationes plures et
pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel
coniunctione interposita, dicendo, bomo
est animal et mansuetum. οἱ bipes ; sive, bomo est animal, mansuetum, bipes, rethorico more. Quælibet
enim istarum est enunciatio multiplex.
Et similiter ista, Socrates est bomo, si homo est impositum ad illa, ut
distinctæ — *
* Pm E WC acm οὐ
ORI οτὔὖὦο
UPS δ... δου, Lect. xit, n.
9. Num. 8. RESP
actualitates sunt, significandum. Secundus autem modus, quo unum nomen impositum est pluribus
ex quibus non fit unum, subiungitur, cum dicit: Ex albo autem et bomine. et
ambulante etc., idest, alio modo hoc fit,
quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri unum, qualia sunt: bomo, album,
et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus
definitivis, clare liquet quod nomen
aliquod si eis imponeretur, esset nomen non unum significans, ut in Primo
dictum fuit * de hoc nomine, íumica,
imposita homini et equo. 4. Habemus ergo
enunciationis pluris seu multiplicis
duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter, efficiuntur quatuor
modi. Primus est, quando subiicitur vel
prædicatur unum nomen impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum; secundus
est, quando ipsa plura ex quibus fit
unum, in quantum sunt distinctæ
actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi est unum
nomen impositum pluribus ex quibus non
fit unum; quartus est, quando ista plura ex
quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et notato quod cum enunciatio secundum membra
divisionis ilius, qua divisa est, in
unam et plures, quadrupliciter variari
poss't, scilicet cum unum de uno prædicatur, vel unum de pluribus, vel plura de uno, vel plura
de pluribus; postremum sub silentio præterivit, quia vel eius pluralitas de se clara est, vel quia, ut
inquit Albertus, non intendebat nisi de
enunciatione, quæ aliquo modo una est,
tractare. Demum concludit totam sententiam,
dicens: Quare nec si aliquis affirmet unum. de bis pluribus, erit affirmatio una secundum. rem: sed
vocaliter quidem erit una, significative
autem non una, sed multæ fient affirmaliones. Nec si e converso de uno ista plura. affrmabuntur,
fiet affirmatio una. Ista namque, bomo est albus,
ambulans et musicus, importat tres
affirmationes, scilicet, bomo est albus et est ambulans et est musicus, ut
patet ex illius contradictione. Triplex
enim negatio ili opponitur correspondens triplici affirmationi positæ. 5. Deinde cum dicit: Si ergo dialectica etc.,
probat a posteriori supradictas
enunciationes esse plures. Circa quod
duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum consequentiæ;
deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: Dictum est autem de his* etc. Quoad primum talem rationem
inducit. Si interrogatio dialectica est petitio responsionis, quæ sit
propositio vel altera pars contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit
responsio una; ergo nec ipsa
interrogatio est una, sed plures. Cuius raOpp. D. Tnowas T. I. 9y
tionis primo ponit antecedens: Si ergo etc. Ad huius intelligendos
terminos nota quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim
dicitur, cælum est animatum, in quantum
enunciat prædicatum de subiecto,
enunciatio vocatur; in quantum autem quærendo proponitur, interrogatio;
ut vero quæsito redditur, responsio appellatur. Idem ergo erit probare non esse
responsionem unam, et interrogationem
non esse unam, et enunciationem non esse unam. Adverte secundo
interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem
contradictionis eligendam proponens; et hæc vocatur dialectica, quia dialecticus habet viam ex probabilibus
ad utramque contradictionis partem
probandam. Altera vero determinatam ad unum
responsionem exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod
demonstrator in unum determinate tendit.
Considera ulterius quod interrogationi
dialecticæ dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo
interrogationi, sive affirmative sive negative;
ut si quis petat, cælum est
animatum? et respondeatur, est; vel,
Deus non movelur? et respondeatur, mon: talis
responsio vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo;
ut si quis petat, cælum est animatum,
et respondeatur, non; vel Deus
non movetur? et respondeatur, movetur: talis responsio vocatur
contradictionis altera pars, eo quod
affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo
dialectica est petitio annuentis
responsionis, quæ est propositio, vel contradicentis, quæ est altera pars
contradictionis secundum supradictam Boethii expositionem. 6. Deinde subdit probationem consequentiæ, cum ait: Propositio vero unius contradictionis est
etc. Ubi notandum est quod si responsio dialectica posset esse
plures, non sequeretur quod responsio
enunciationis multiplicis non posset
esse dialectica; sed si responsio dialectica non potest esse nisi una enunciatio, tunc recte
sequitur quod responsio enunciationis
pluris, non est responsio dialectica, quæ una est. Notandum etiam quod si
enunciatio aliqua plurium
contradictionum pars est, una non esse
comprobatur: una enim uni tantum contradicit. Si autem unius solum contradictionis pars est, una est
eadem ratione, quia scilicet unius affirmationis unica est negatio, et e converso. Probat ergo Aristoteles
consequentiam ex eo quod propositio,
idest responsio dialectica unius contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa
vel negativa. Ex hoc enim, ut iam dictum
est, sequitur quod nullius enunciationis
multiplicis sit responsio dialectica,
et consequenter nec una responsio
sit. Nec prætereas quod cum
propositionem, vel alteram partem contradictionis, responsionemque præposuerit
dialecticæ interrogationis, de sola propositione subiunxit, quod est una; quod ideo fecit, quia illius alterius
vocabulum ipsum unitatem præferebat. Cum
enim alteram contradictionis partem
audis, unam affirmationem vel negationem statim
intelligis. Adiunxit autem
antecedenti ly ergo, vel insinuans hoc
esse aliunde sumptum, ut postmodum
in speciali explicabit, vel, permutato situ, notam consequentiæ huius inter
antecedens et consequens locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur,
si ergo Socrates currit, movetur ; pro
eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo. movetur. Sequitur deinde consequens: Nom erit una
responsio ad boc ; et infert principalem
conclusionem subdens, Quod neque una
erit interrogatio etc. Si enim
responsio non potest esse una, nec
interrogatio ipsa una erit. Quod autem
addidit: Nec si sit vera, eiusmodi est.
Posset aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari responsio una, quando id de quo
quæstio fit non potest de omnibus illis
pluribus affirmari vel neBoethius.
13* TAS 98
gari (ut cum quæritur, canis est animal? quia non potest vere de omnibus responderi, est, propter cæleste
sidus, nec vere de omnibus responderi,
som est, propter canem latrabilem, nulla
possit dari responsio una); attamen quando id quod sub interrogatione cadit
potest vere de omnibus affirmari aut
negari, tunc potest dari responsio una; ut
si II nec ipsa quæstio quid est, est interrogatio
dialectica: verbi gratia; si quis quærat,
quid est amimal? talis non quærit
dialectice. Deinde subiungit probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid
est, non est quæstio dialectica; et intendit quod quia interrogatio dialectica
optionem respondenti offerre debet, utram velit contradictionis quæratur, camis est substantia? quia potest
vere de omnibus responderi, esí, quia
esse substantiam omnibus canibus convenit, unica responsio dari possit.
Hanc erroneam existimationem removet
dicens: Nec si sit vera, idest, et dato
quod responsio data enunciationi multiplici
de omnibus verificetur, nihilominus non est una, quia unum non significat, nec unius
contradictionis est pars, sed plures
responsio illa habet contradictorias, ut de se patet. 8. Deinde cum dicit: Dictum est autem de bis
in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate eorum quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a
signo. Et circa hoc duo facit. Primo,
ponit ipsum signum, dicens: Quod
similiter etc., cum auctoritate Topicorum, manifestum est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet
quod dialectica interrogatio est petitio
responsionis affirmativæ vel neQuoniam nec ipsum quid est, idest ex eo
quod gativæ. partem, et ipsa quæstio quid est talem
libertatem non proponit (quia cum
dicimus, quid est animal? respondentem ad definitionis assignationem
coarctamus, quæ non solum ad unum
determinata est, sed etiam omni parte
contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse dicat); ideo
ipsa quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde dicit:
Oportet enim ex data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc
respondentem eligere posse utram velit
contradictionis partem, quam contradictionis utramque partem interrogantem
oportet determinare, idest determinate proponere, hoc modo: Utrum. boc animal sit bomo an mon: ubi evidenter apparet
optionem respondenti offerri. Habes ergo
pro signo cum quæstio dialectica petat
responsionem propositionis, vel alterius
contradictionis partem, elongationem quæstionis quid est a quæstionibus
dialecticis. CAP. , LECT. LECTIO
(Canp. CargTANr lect. 1v) EX.
ALIQUIBUS DIVISIM. PRÆDICATIS DE SUBIECTO SEQUITUR ENUNCIATIO. DE EISDEM CONIUNCTIM IN EODEM SUBIECTO, EX ALIQUIBUS
AUTEM NON SEQUITUR "Excel δὲ τὰ μὲν κατηγορεῖται συντιθέμενα, ὡς ἕν τὸ πᾶν
κατηγόρημα τῶν χορὶς κατηγορουμένων; τὰ δ᾽ οὔ: τίς ἡ διαφορά; κατὰ γὰρ τοῦ ἀνθρώπου ἀληθὲς εἰπεῖν καὶ χωρὶς ζῷον, καὶ χωρὶς δίπουν, καὶ ταῦτα ὡς fv καὶ
ἄνθρωπον, καὶ λευκόν, καὶ ταῦθ᾽ ὡς ἕν. * 99
Quoniam vero hæc quidem prædicantur composita, ut ' Seq. c. x. unum omne prædicatum fiat eorum quæ extra prædicantur,
alia vero non; quæ differentia est? De homine enim verum est dicere, εἴ extra animal, et extra bipes; et hæc ut unum: et, hominem, et, album;
et 'AXX
οὐχί; εἰ ὀκυτεὺς καὶ ἀγαθός, xal σκυτεὺς ἀγαθός. Εἰ γάρ, ὅτι ἑκάτερον ἀληθές, εἶναι δεῖ καὶ τὸ συνάμφω, πολλὰ καὶ ἄτοπα ἔσται. Κατὰ γὰρ τοῦ ᾿ἀνθρώπου καὶ τὸ ἄνθρωπος ἀληθὲς καὶ τὸ λευχόν- ὥστε xal τὸ «muy. Πάλιν, εἰ τὸ λευκὸν αὐτό, καὶ τὸ ἅπαν, στε ἔσται ἄνθρωπος λευχὸς λευχός, καὶ τοῦτο εἰς ἄπειgov. Καὶ πάλιν μουσικός, λευχός, βαδίζων" καὶ ταῦτα πολλάκις πεπλεγμένα εἰς ἄπειρον. "Ect, εἰ ὁ Zoxpdτῆς τῆς Σωχράτης καὶ ἄνθρωπος, καὶ Σωχράτης Σωχράἄνθρωπος.
Καὶ εἰ ἄνθρωπος, καὶ δίπους" καὶ ἄνθρωπος ἄνθρωπος δίπους"
Ὅτι μὲν οὖν, εἴ τις ἁπλῶς φήσει τὰς συμπλοχοὶς γίνεσθαι, πολλὰ συμβαίνει λέεἰν Τῶν ἄτοπα, δῆλον. Ὅπως δὲ θετέον, λέγωμεν νῦν. αὐτοῦ δὴ κατηγορουμένων καὶ ἐφ᾽ οἷς χατηγορεῖσθται συμβαίνει, ὅσα μὲν λέγεται κατὰ συμβεβηκὸς ἢ κατὰ τοῦ ἢ θάτερον xavd
θατέρου, ταῦτα οὐχ ἔσται ἕν, οἷον ἄνθρωπος λευχός ἐστι xxl μουσιχός., ἀλλ᾽ οὐχ ἕν τὸ λευκὸν καὶ τὸ μουσικόν"
συμβεβηκότα γὰρ ἄμφω τῷ αὐτῷ. Οὐδ᾽ εἰ τὸ λευκὸν μουσικὸν ἀληθὲς εἰπεῖν, ὅμως οὐχ ἔσται τὸ μουσικὸν λευκὸν ἕν cv χατὸὰ συμβεβηκὸς γὰρ τὸ μουσικὸν λευχόν"
ὥστε οὐκ ἔσται τὸ λευχὸν μουσικὸν ἕν τι. Διὸ οὐδ᾽ ὁ σχυτεὺς ἁπλῶς ἀγαθὸς, ἀλλὰ ζῷον δίπουν. οὐ γὰρ κατὰ συμβεβηκός. Ἔτι οὐδ᾽ ὅσα ἐνυπάρχει ἐν τῷ ἑτέρῳ. Διὸ οὔτε τὸ λευκὸν πολλάχις, οὔτε ὁ ἄνθρωπος ἄνθρωπος ξῷόν ἐστιν ἢ δίπουν"
ἐνυπάρχει γὰρ ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τὸ ζῷον καὶ τὸ δίπουν.
vá aJ yostquam declaravit diversitatem
multiplicis enunciationis, intendit
determinare de earum consequentiis. Et
circa hoc duo facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit; ibi: Verum autem est dicere * etc.
Circa primum tria facit: primo, proponit
quæstionem; secundo ostendit
rationabilitatem quæstionis; ibi: Si enim quoniam * etc.; tertio, solvit eam ;
ibi: Eorum igitur ** etc. Est ergo
dubitatio prima: Quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur
enunciatio, in qua illamet unitæ prædicantur
de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc
diversitas oritur? Verbi gratia; ex istis, Socrates est amimal et est
bipes ; sequitur, ergo Socrates est. animal. bipes ; et similiter ex istis, Socrates est bomo et
est albus; sequitur, ergo Socrates est
bomo albus. Ex illis vero, Socrates est bonus,
et. est. citbaroedus ; non sequitur, ergo est bonus
citbaroedus. Unde proponens quæstionem
inquit: Quoniam vero bæc, scilicet prædicta,
ita prædicantur composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra
prædicantur, idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero
prædicata non sunt talia, quæ est inter
differentia; unde talis innascitur diversitas? Et subdit exempla iam
adducta, et ad propositum applicata: quorum
primum continet prædicata ex quibus fit unum per se, hæc
est ut et
unum. Sed non si
citharoedus (coriarius) bonus,
etiam citharoedus ('coriarius) bonus. Si
enim quoniam utrunque, verum, esse oportet et simul utrunque multa inconvenientia erunt. De
homine enim verum est et hominem, et
album dicere; quare et omne. Rursus si
album, et omne. Quare erit homo albus
albus; et hoc in infinitum. Et rursus musicus
albus ambulans; et hæc eadem frequenter implicita in infinitum. Amplius si Socrates, Socrates est,
et homo; et Socrates Socrates homo; et si homo et bipes,
erit homo homo bipes. Quod igitur si
quis simpliciter dicat complexiones
fieri, plurima inconvenientia contingere
manifestum est. Quemadmodum ponendum est nunc dicimus.
Eorum igitur quæ prædicantur, et de quibus prædicari accidit quæcumque secundum accidens dicuntur,
vel de eodem, vel alterum de altero, hæc
non erunt unum; ut, homo albus est et
musicus; sed non est unum album et musicum; accidentia enim sunt utraque eidem.
Nec, si album, musicum verum est dicere,
tamen non erit musicum album unum
aliquid: secundum accidens enim album
musicum dicetur; quare non erit album musicum unum aliquid. Quocirca nec citharoedus (coriarius) bonus
simpliciter; sed animal bipes: non enim
sunt secundum accidens. Amplius nec quæcunque
insunt in alio. Quare neque album frequenter dictum, neque homo homo animal
est, vel bipes; insunt enim in homine
animal et bipes. scilicet, animal et
bipes, genus et differentia; secundum
autem prædicata ex quibus fit unum per accidens, scilicet, bomo albus;
tertium vero prædicata ex quibus neque
unum per se neque unum per accidens inter se fieri sequitur; ut,
cilbaroedus et bonus, ut declarabitur.
2. Deinde cum dicit: Si enim
quoniam etc., declarat veritatem
diversitatis positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter prædicata non esset
talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit autem hoc ratione ducente ad inconveniens, nugationem
scilicet. Et quia nugatio duobus modis
committitur, scilicet explicite et
implicite; ideo primo deducit ad nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: Amplius, si
Socrates etc. Ait ergo quod si nulla est
inter quæcumque prædicata differentia, sed de quolibet indifferenter censetur
quod quia alterutrum separatum dicitur,
quod utrumque coniunctim dicatur, multa
inconvenientia sequentur. De aliquo enim
homine, puta Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est; quare et omne, idest
et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et de eodem Socrate potest dici separatim quod, est homo
albus, et quod, est albus; quare et
omne, idest, igitur coniunctim dicetur,
Socrates est homo albus albus: ubi manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum
dicas sepa100 ratim quod, est homo albus
albus, verum dices et congrue quod est
albus, et secundum hoc, si iterum hoc repetes
separatim, a veritate simili non discedes, et sic in infinitum sequetur,
Socrates est homo albus, albus, albus in infinitum. Simile quod ostenditur in
alio exemplo. Si quis de Socrate dicat
quod, est musicus, albus, ambulans, cum
possit et separatim dicere quod, est musicus, et quod, est II
accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque membrum explanavit, ut insinuaret quod
distinctio illa non erat in diversa prædicata
per accidens, sed in eadem diversimode
comparata. Album enim et musicum, comparata ad hominem, sub primo cadunt
membro; comalbus, et quod, est ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans, musicus, albus,
ambulans. Et
quia pluries separatim, in eodem tamen tempore, enunciari potest,
procedit nugatio sine fine. Deinde
deducit ad implicitam nugationem, dicens,
cum de Socrate vere dici possit separatim quod,
est homo, et quod, est bipes, si
coniunctim inferre licet, sequetur quod,
Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes enim circumloquens
differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis ratione. Unde ponendo loco hominis suam rationem (quod
fieri licet, ut docet Aristoteles II Topicorum), apparebit
manifeste nugatio. Dicetur enim:
Socrates est homo, idest, animal bipes,
bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia sequuntur si quis ponat
complexiones, idest, adunationes prædicatorum
fieri simpliciter, idest, absque diversitate
aliqua, manifestum est ex dictis. Quomodo autem faciendum est, nunc,
idest, in sequentibus dicemus. Et nota
quod iste textus non habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia non
discrepat, legat quicunque ut vult. 3.
Deinde cum dicit: Eorum igitur etc., solvit propositam quæstionem. Et circa hoc
duo facit: primo, respon* *" Num. 11.
Num. 7. det instantiis in ipsa propositione
quæstionis adductis; secundo, satisfacit
instantis in probatione positis; ibi:
Amplius nec quæcumque * etc. Circa
primum duo facit: primo namque, declarat
veritatem ; secundo, applicat ad
propositas instantias; ibi: Quocirca * etc. Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum
sive subiectorum plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per
se. Si per accidens, hoc dupliciter
contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno tertio, vel quia alterum de altero mutuo per
accidens prædicatur. Quando illa plura
divisim prædicata sunt per accidens
quovis modo, ex eis non sequitur coniunctim prædicatum; quando autem sunt per
se, tum ex eis sequitur coniuncte prædicatum.
Unde continuando se de ad
præcedentia ait: Eorum. igitur quæ prædicantur, et quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur secundum accidens (et per hoc innuit
oppositum membrum, scilicet per se), vel
de eodem, idest accidentaliter
concurrunt ad unius tertii denominationem, vel. alterutrum. de altero, idest accidentaliter mutuo se
denominant (et per hoc ponit membra duplicis divisionis), ba:c, scilicet plura per accidens, mom erunt
unum, idest non inferent prædicationem
coniunctam. 4. Et explanat utrumque
horum exemplariter. Et primo, primum,
quando scilicet illa plura per accidens dicuntur de tertio, dicens: Ut si bomo albus est et
musicus. divisim. Sed non est idem,
idest non sequitur adunatim, ergo bomo
est musicus albus. Utraque enim
sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum
illa plura per accidens de se mutuo prædicantur,
subdens: Nec si album. musicum. verum
est dicere, idest, et etiamsi de se
invicem ista prædicantur per accidens ratione subiecti in quo uniuntur, ut
dicatur, bomo est albus, et est musicus,
el album est musicum, non tamen sequitur quod
album musicum unite prædicetur, dicendo, ergo bomo est albus musicus. Et causam assignat, quia album
dicitur de musico per accidens, et e
converso. $. Notandum est hic quod cum
duo membra per parata autem inter se,
sub secundo. Diversitatenr ergo
comparationis pluralitate membrorum, identitatem autem prædicatorum unitate exempli astruxit. 6. Advertendum est ulterius, ad evidentiam
divisionis factæ in littera, quod,
secundum accidens, potest dupliciter accipi. - Uno modo, ut distinguitur contra
perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic: quoniam cum dicitur plura prædicata secundum
accidens, - aut ly secundum accidens
determinaret coniunctionem inter se,
et ma sic manifeste esset falsa regula; quoniam
inter priprædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est prædicatio secundum accidens hoc modo
(differentia enim in nullo modo
perseitatis prædicatur de genere, et
tamen Aristoteles in textu dicit ea non esse prædicata per accidens, et asserit quod est optima
illatio, est amimal et bipes, ergo est
animal bipes); - aut determinaret coniunctionem illarum ad subiectum, et sic
etiam inveniretur falsitas in regula: bene namque dicitur, paries est coloratus,
et est visibilis, et tamen coloratum
visibile non per se inest parieti. - Alio modo, accipitur ly secundum accidens,
ut distinguitur contra hoc quod dico, ratione sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat, quod, per aliud: et
hoc modo accipitur hic. Quæcunque enim
sunt talis naturæ quod non ratione sui
iunguntur, sed propter aliud, ab illatione
coniuncta deficere necesse est, ex eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et ratione
sui ea adunata denotat ut potentiam et actum. - Est ergo sensus
divisionis, quod prædicatorum plurium,
quædam sunt per accidens, quædam per se,
idest, quædam adunantur inter se ratione
sui, quædam propter aliud. Ea quæ per se uniuntur inferunt coniunctum, ea autem quæ propter
aliud, nequaquam. 7. Deinde cum dicit:
Quocirca nec. citbaroedus etc., applicat declaratam veritatem ad partes quæstionis.
Et primo, ad secundam partem, quia sclicet non sequitur: est bonus et est citharoedus; ergo est bonus
citharoedus, dicens: Quocirca nec citbaroedus bonus etc.; secundo, ad aliam partem quæstionis, quare sequebatur: est
animal et est bipes; ergo est animal
bipes: et ait: Sed animal bipes etc. Et
subiungit huius ultimi dicti causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum accidens
coniuncta inter se rum
aut in tertio, sed per se. Et per hoc explanavit altemembrum primæ
divisionis, quod adhuc positum non
fuerat explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem tenens
sententiam de citharoedo et bono et musico et albo, conclusit quod album et musicum non
inferunt coniunctum prædicatum; ideo nec
citharoedus et bonus inferunt
citharoedus bonus simpliciter, idest coniuncte.
Est autem ratio dicti, quia licet musica et albedo dissimiles sint
bonitati et arti citharisticæ in hoc, quod bonitas nata est denominare et
subiectum tertium, puta hominem et ipsam artem citharisticam (propter quod
falsitas manifeste cernitur, quando
dicitur: est bonus et citharoedus; ergo bonus citharoedus ), musica vero et
albedo subiectum tertium natæ sunt denominare tantum, et non se invicem (propter quod latentior est casus cum
proceditur: est albus et est musicus;
ergo est musicus albus), licet, inquam,
in hoc sint dissimiles, et propter istam
dissimilitudinem processus Aristotelis minus sufficiens videatur;
attamen similes sunt in hoc quod, si servetur
identitas omnimoda prædicatorum quam servari oportet, si illamet divisa debent inferri coniunctim,
sicut musica non denominat albedinem,
neque contra, ita nec bonitas, de qua
fit sermo, cum dicitur, bomo est bonus, denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum
enim bonum sit æquivocum, licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione citharoedi, et alia de
perfectione hominis. Quando namque
dicimus, Socrates est bonus, intelligimus
bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter (analogum siquidem simpliciter positum
sumitur pro potiori); cum autem infertur, citharoedus bonus, non boni101 9. Nec obstat quod album faciat unum per
accideüs cum homine: non enim dictum est
quod unitas per accidens aliquorum impedit ex diversis inferre coniunctum, sed quod unitas per acccidens aliquorum
ratione tertii tantum est illa quæ
impedit. Talia enim quæ non sunt unum
per accidens nisi ratione tertii, inter se nullam hatatem moris sed artis prædicas:
unde terminorum identitas non salvatur. Sufficienter igitur et subtiliter
Aristoteles eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi ratio etc. 8. Nec prætereundum est quod, cum tres
consequentias adduxit quæstionem
proponendo, scilicet; est animal et
bipes; ergo est animal bipes: et, est homo et albus; ergo est
homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est bonus citharoedus; et duas primas posuerat
esse bonas, tertiam vero non ; huius
diversitatis causam inquirere volens, cur solvendo quæstionem nullo modo
meminerit secundæ consequentiæ, sed
tantum primæ et tertiæ. Indiscussum
namque reliquit an illa consequentia sit bona
—-an ve, SUB -w
mala. - Et ad hoc videtur mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam illius consequentiæ
naturam insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax apparet cum dixit quod, non sunt unum album et
musicum etc., ut scilicet non tantum
indicet quod expositum est, sed etiam
eius causam, ex qua natura secundæ consequentiæ elucescit. Causa namque
quare album et musicum non inferunt coniunctam, prædicationem est, quia in prædicatione
coniuncta oportet alteram partem alteri supponi, ut
potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo. modo unum, et altera a reliqua denominetur (hoc
enim vis coniunctæ prædicationis
requirit, ut supra diximus de partibus
definitionis); album autem et musicum secundum
se non faciunt unum per se, ut
patet, neque unum per accidens. Licet
enim ipsa ut adunantur in subiecto uno
sint unum subiecto per accidens, tamen ipsamet quæ adunantur in uno, tertio subiecto, non
faciunt inter se unum per accidens: tum
quia neutrum informat alterum (quod
requiritur ad unitatem per accidens aliquorum inter se, licet non in tertio); tum quia non
considerata subiecti unitate, quæ est
extra eorum rationes, nulla remanet inter
ea unitatis causa. Dicens ergo
quod album et musicum non sunt unum,
scilicet inter se, aliquo modo, causam
expressit quare coniunctim non infertur ex eis prædicatum. Et quia
oppositorum eadem est disciplina, insinuavit
per illamet verba bonitatem illius consequentiæ. Ex eo enim quod homo et albus se habent sicut
potentia et actus, (et ita albedo
informet, denominet atque unum faciat cum
homine ratione sui), sequitur quod ex divisis potest inferri coniuncta prædicatio; ut dicatur: est bomo et
albus; ergo δὲ bomo albus. Sicut per oppositum
dicebatur quod ideo musicum et album non
inferunt coniunctum prædicatum quia
neutrum alterum informabat. bent
unitatem; et propterea non potest inferri coniunctum, ut dictum est, quod
unitatem importat. Illa vero quæ sunt
unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut, bomo albus, cum coniuncta accipiuntur,
unitate necessaria non carent, quia
inter se unitatem habent. Notanter autem
apposui ly tantum : quoniam si aliqua duo sunt unum per accidens, ratione tertii subiecti scilicet,
sed non tantum ex hoc habent unitatem,
sed etiam ratione sui,ex hoc quod
alterum reliquum informat, ex istis divisis non prohibetur inferri coniunctum. Verbi gratia, optime
dicitur: est quantum et est coloratum; ergo est quantum coloratum: quia color informat quantitatem. IO.
Potes autem credere quod secunda
illa consequentia, quam non explicite confirmavit Aristoteles respondendo, sit
bona et ex eo quod ipse proponendo quæstionem
asseruit bonam, et ex eo quod nulla istantia
reperitur. Insinuavit autem et Aristoteles quod sola talis unitas impedit illationem coniunctam, quando
dixit quæcunque secundum. accidens dicuntur vel de eodem vel alterutrum. de
altero. Cum enim dixit, secundum. accidens de eodem, unitatem eorum ex sola
adunatione in tertio posuit (sola enim hæc
per accidens prædicantur de eodem,
ut dictum est); cum autem
addidit, vel alterutrum de altero, mutuam accidentalitatem ponens, ex nulla
parte inter se unitatem reliquit. Utraque ergo per accidens adducta prædicata,
in tertio scilicet vel alterutrum, quæ impediant illationem coniunctam, nonnisi
in tertio unitatem habent. 11. Deinde cum dicit: Amplius nec etc.,
satisfacit instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus
explicita committebatur nugatio, et in
illis in quibus implicita; et ait quod
non solum inferre ex divisis coniunctum non
licet quando prædicata illa sunt per accidens, sed mec etiam quæcunque insunt im alio: idest, sed
nec hoc licet quando prædicata includunt
se, ita quod unum includatur in significato formali alterius intrinsece, sive
explicite, ut album in albo, sive implicite, ut animal et
bipes in homine. Quare neque album
frequenter dictum divisim infert coniunctum, neque bomo divisim ab animali
vel bipede enunciatum, animal bipes *,
coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo Socrates est bomo bipes, vel
animal bomo. Insunt enim in hominis ratione, animal et bipes actu et
intellectu, licet implicite. Stat ergo solutio
quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in tertio tantum et nugatio, impediunt ex
divisis inferri coniunctum ; et consequenter, ubi neutrum horum inven'tur, licebit inferre coniunctum. divisis
ex quando divisæ sunt simul veræ
de eodem etc. Et hoc
intellige * vel bipes.
Ed. c: animal 102 ᾿ II LECTIO (Can. CargTAN: lect. v) AN EX ENUNCIATIONE HABENTE PLURA PRÆDICATA
CONIUNCTIM INFERRE LICEAT ENUNCIATIONEM
QUÆ EADEM PRÆDICATA DIVISIM CONTINET ᾿Αληθὲς δέ ἐστιν εἰπεῖν χατὰ τοῦ τινὸς χαὶ ἁπλῶς, οἷον τὸν τινὰ ἄνθρωπον ἄνθρωπον, 5 τὸν τινὰ λευχὸν ἀνθρωπον ἄνθρωπον. λευκόν: οὐχ ἀεὶ δέ. ᾽Αλλ᾽ ὅταν μὲν ἐν τῷ προσχειμένῳ τῶν ἀντιχειμένων τι ἐνυπάρχῃ; ᾧ ἕπε ται ἀντίφασις, οὐχ ἀληθές, ἀλλὰ y: 930oc, οἷον τὸν τεθνεῶτα ἄνθρωπον ἄνθρωπον εἰπεῖν" ὅταν δὲ Un ἐνυπάρχῃ; ἀληθές. "H ὅταν μὲν ἐνυπάρχῃ, ἀεὶ οὐκ ἀληθές: ὅταν δὲ μὴ ἐνυπάρχῃ, οὐκ ἀεὶ ἀληθές, ὥσπερ, Ὅμηρός ἐ ἐστί τι, οἷον
ποιητής" ἄρ᾽ οὖν καὶ ἔστιν, ἢ 00; χατὰ cup ps βηχὸς γὰρ “κατηγορεῖται τοῦ Ὁμήρου τὸ
ἔστι" ὅτι 12e ποιητής ἐστιν, ἀλλ᾽ οὐ καθ᾽ αὐτὸ κατηγορε εἴται χατὰ τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστιν. Ὥστε ἐν ὅσαις κατηγορίαις μήτε ἐναντιότης ἔνε στιν, Hu λόγοι ἀντ᾽ ὀνομάτων λέγονται; καὶ xa ἑαυτὸ χατηγορῆται; χαὶ μὴ κατὰ “συμβεβηκός, ἐπὶ τούτων τὸ τὶ χαὶ ἁπλῶς ἀληθὲς ἔσται εἰπεῖν. "
Τὸ δὲ μὴ ὄν, ὅτι δοξαστόν, οὐχ ἀληθὲς εἰπεῖν ὄν τι’ δόξα γὰρ αὐτοῦ οὐχ ἔστιν, ὅτι ἔστιν, ἀλλ᾽ ὅτι οὐκ
i» ὩΣ secundam dubitationem. Et circa
hoc tria fa* * *
Num.seq. Num. 17. Num. 8.
Ξ
ys do solvit eam; ibi: Sed quando in adiecto * etc., tertio, ex hoc excludit quemdam errorem;
ibi: Quod autem non est* etc. Est ergo
quæstio: an ex enunciatione habente prædicatum coniunctum, liceat inferre
enunciationes dividentes illud coniunctum; et est quæstio: contraria superiori.
Ibi enim quæsitum est an ex divisis inferatur coniunctum; hic autem quæritur an
ex coniuncto sequantur divisa. Unde
movendo quæstionem dicit: erum aulem.
aliquando est dicere de aliquo et. simpliciter, idest divisim, quod scilicet
prius dicebatur coniunctim, ΜῈ quemdam
hominemalbum esse bominem, aut quoddam album hominem. album esse, idest ut ex
ista, Socrates est. bomo albus, sequitur
divisim, ergo Socrates est bomo, ergo Socrates est albus. Non autem. semper, idest aliquando autem ex
coniuncto non inferri potest divisim;
non enim sequitur, Socrates est bonus
citbaroedus, ergo est bonus. Unde hæc est differentia, quod quandoque licet et quandoque non. Et
adverte quod notanter adduxit
exemplum de homine albo, inferendo
utramque partem divisim, ut insinuaret quod intentio quæstionis est investigare quando ex
coniuncto potest utraque pars divisim
inferri, et non quando altera tantum. 2.
Deinde cum dicit: Sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit: primo, respondet
parti negativæ quæstionis, quando
scilicet non licet; secundo, ibi: Quare
in quantiscumque * etc., respondet parti affirmativæ, quando scilicet licet. Circa primum
considerandum quod quia dupliciter
contingit fieri prædicatum coniunctum, uno
modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo duo facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato
coniuncto ex oppositis possunt inferri eius partes divisim; secundo, quod nec hoc licet universaliter in
prædicato coniuncto ex non oppositis,
ibi: Pel etiam quando etc. Ait ergo quod
quando in termino adiecto inest aliquid de
numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio inter * Verum autem est dicere de aliquo et
simpliciter; ut aliquem ' Sea. c. xr. hominem hominem, aut aliquem
album hominem, hohominem album: non autem semper. Sed quando in adiecto aliquid quidem
oppositorum insit, quod consequitur
contradictio, non verum sed falsum est;
ut, hominem mortuum, hominem dicere: quando
autem non insit, verum est. Aut quando insit quidem, semper
non verum est: quando vero non insit,
non semper verum est; ut, Homerus
est aliquid, ut poeta: utrum
igitur est, an ergo etiam est; non? Secundum accidens enim prædicatur, est, de
Homero; (quoniam est enim poeta), sed
non secundum se prædicatur de Homero ipsum est.
Quare in quantiscunque prædicationibus neque contrarietas, [aliqua aut nulla oppositio] inest, si
definitiones pro nominibus dicantur, et secundum se prædicantur et non secundum
accidens, in his aliquid et simpliciter verum
erit dicere. Quod autem non est,
quoniam opinabile est, non est verum
dicere esse aliquid: opinio enim eius non est, quoniam est, sed quoniam non est. ipsos terminos, »on verum. est, scilicet
inferre divisim, sed falsum. Verbi
gratia cum dicitur, Cæsar est bomo mortuus,
non sequitur, ergo est bomo: quia ly mortuus, adiacens homini,
oppositionem habet ad hominem, quam. sequitur
contradictio inter hominem et mortuum: si enim est homo, non est mortuus, quia .non est corpus
inanimatum; et si est mortuus, non est
homo, quia mortuum est corpus
inanimatum. Quando autem mon inest, scilicet talis. oppositio, verum
est, scilicet inferre divisim. Ratio
autem quare, quando est oppositio in
adiecto, non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti
oppositione corrumpitur in ipsa
enunciatione coniuncta. Corruptum autem
seipsum absque corruptione non infert, quod illatio divisa sonaret. 3. Dubitatur hic primo circa id quod
supponitur, quomodo possit vere dici, Cæsar
est bomo mortuus, cum enunciatio non
possit esse vera, in qua duo contradictoria
simul de aliquo prædicantur. Hoc enim est primum principium. Zomo autem
et mortuus, ut in littera dicitur,
contradictoriam oppositionem includunt, quia in
homine includitur vita, in mortuo non vita. - Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam
reprobat Aristoteles: videtur enim . optima. Cum enim ex enunciatione prædicante
duo contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet copulativæ), aut
neutrum, (quia destruit seipsam), et
enunciatio supradicta terminos oppositos contradictorie prædicet, videtur sequi
utraque pars, quia falsum est neutram
sequi. 4. Ad hoc simul dicitur quod
aliud est loqui de duobus terminis secundum se, et aliud de eis ut unum
stat sub determinatione alterius. Primo
namque modo, bomo et moriuus, contradictionem inter se habent, et
impossibile est quod simul in eodem inveniantur. Secundo autem modo, bomo et
mortuus, non opponuntur, quia homo
transmutatus iam per determinationem corruptivam importatam in ly
mortuus, non stat pro suo significato secundum se, sed secundum exigentiam
termini additi, a CAP. , quo suum significatum distractum est. Ad
utrunque autem insinuandum Aristoteles duo dixit, et quod habent oppositionem quam sequitur contradictio,
attendens significata eorum secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera
enunciatio cum dicitur, Socrates est bomo moriuus, attendens coniunctionem eorum alterius
corruptivam. Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad utramque siquidem dicitur, quod non
enunciantur duo contradictoria simul de
eodem, sed terminus ut stat sub
distractione *, seu transmutatione alterius,cui secundum se * Ed.
c: distinclione. esset
contradictorius. 5. Dubitatur quoque
circa id quod ait: /mest aliquid
oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur addi
illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita consequitur contradictio, ut
patet discurrendo in singulis; pater enim est non filius, et album non nigrum,
et videns non cæcum etc. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt
dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio modo denominative, seu
subiective. Verbi gratia, pater et
filius possunt accipi pro paternitate et
filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat
oppositione aliqua, ut dicitur in X
Metapbysicæ, supponatur omnino distincta
esse opposita. Dicendum ergo est quod, licet ad
omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se
formaliter sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio
inter ipsa denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui
negationem inferant inter se formaliter,
quia paternitas est non filiatio, et filiatio
est non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem
non necessario inferunt. Non enim sequitur,
Socrates est pater; ergo mon est filius; nec e
converso. Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque opposita
colligata impediunt divisam illationem
(quia non illa quæ habent contradictionem annexam formaliter tantum, sed
illa quæ,habent contradictionem et
formaliter et secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur contradictio, in tertio scilicet
denominato. Et usus est satis congrue
vocabulo, scilicet, consequitur : contradictio enim ista in tertio est
quodammodo extra ipsa opposita. 6. Deinde cum dicit: Vel etiam quando est
etc., declarat quod ex non oppositis in tertio coniunctis secundum unum prædicatum,
non universaliter possunt inferri partes divisim. Et primo, hoc proponit quasi
emendans quod immediate dixerat, subiungens: Vel etiam quando est, scilicet
oppositio inter terminos coniunctos, falsum
est semper, scilicet inferre divisim ; quasi diceret : dixi quod quando inest oppositio, non verum sed falsum
est inferre divisim; quando autem non
inest talis oppositio, verum est inferre
divisim. Vel etiam ut melius dicatur, quod
quando est oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis oppositio, non semper verum
est. Et sic modificavit supradicta
addendo ly semper, et, nom semper. Et
subdens exemplum quod non semper ex non oppositis sequatur divisio, ait: Ut,
Homerus est aliquid ut poeta; ergo
eliam. est? Non. Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato, altera pars,
ergo Homerus est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ partes
colligatæ, est et poeta, non. habent oppositionem, ad quam sequitur contradictio. Igitur non semper ex
non oppositis coniunctis illatio divisa tenet etc. . 7.
Deinde cum dicit: Secundum. accidens etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera
pars istius compositi, scilicet, est, in
antecedente coniuncto prædicatur de Homero secundum accidens, idest ratione
alterius, quoniam, scilicet poeta, prædicatur de Homero, et LECT.
non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod tamen infertur, cum concluditur: ergo Homerus est.
- Considerandum est hic quod ad solvendam illam conclusionem negativam, scilicet, - non semper ex non
oppositis coniunctis infertur divisim, -
sufficit unam instantiam suæ oppositæ
universali affirmativæ afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus
enunciationum, in quo altera pars
coniuncti est aliquid pertinens ad actum animæ.
Loquimur enim modo de Homero vivente in poematibus suis in mentibus
hominum. In his siquidem enunciationibus
partes coniunctæ non sunt oppositæ in
tertio, et tamen non licet inferre utramque partem divisim. Committitur
enim fallacia secundum quid ad simpliciter. Non enim valet, Cæsar est laudatus,
ergo. est: et simile est de
esse in effectu dependente in conservari.
Quomodo autem intelligenda sit ratio ad
hoc adducta ab Aristotele in sequenti
particula dicetur. 8. Deinde cum dicit:
Quare in quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis, quando
scilicet ex coniunctis licet inferre
divisim. Et ponit duas conditiones
oppositas supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis consequentia;
scilicet, quod nulla inter partes
coniuncti oppositio sit, et quod secundum
se prædicentur. Unde dicit
inferendo ex dictis: Quare in
quantiscunque prædicamentis, idest prædicatis ordine quodam adunatis,
meque contrarietas aliqua, in cuius ratione
ponitur contradictio in tertio (contraria enim sunt quæ mutuo se ab eodem expellunt), aut
universaliter nulla oppositio inest, ex qua scilicet sequatur contradictio in
tertio, si. definitiones pro. nominibus sumantur. Dixit hoc, quia licet in quibusdam non appareat oppositio,
solis nominibus positis, sicut, bomo mortuus, et in quibusdam appareat, ut,
vivum mortuum; hoc tamen non obstante,
si, positis nominum definitionibus loco nominum, oppositio appareat,
inter opposita collocamus. Sicut, verbi gra.tia, bomo mortuus, licet
oppositionem non præseferat, tamen si
loco hominis et mortui eorum definitionibus
utamur, videbitur contradictio. Dicemus enim corpus animatum rationale,
corpus inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam, coniunctis nulla est
oppositio, ef secundum se, et non secundum | accidens. prædicantur, in.
bis verum. erit. dicere et. simpliciter,
idest divisim quod fuerat coniunctim
enunciatum. 9. Ad evidentiam secundæ
conditionis hic positæ, nota quod ly
secumdum se potest dupliciter accipi: uno
modo positive, et sic dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti modi; alio modo
negative, et sic idem sonat quod non per
aliud. - Rursus considerandum est quod cum Aristoteles dixit de prædicato
coniuncto quod, secundum se prædicetur,
ly secundum. se potest ad tria referri,
scilicet, ad partes coniuncti inter se, ad totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes
coniuncti respectu subiecti. Si ergo accipiatur ly secumdum se positive, licet
non falsus, extraneus tamen a mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque
illorum trium referatur. Licet enim valeat, est bomo risibilis, ergo.
est bomo et est risibilis, et, est
animal rationale, ergo est animal et est rationale; tamen his oppositæ inferunt
similes consequentias. Dicimus enim, est
albus musicus, ergo est musicus et est.
albus: ubi nulla est perseitas, sed est coniunctio per accidens, tam inter
partes inter se, quam inter totum et
subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur quod non accipit
Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset talis additio, quæ ab oppositis non facit in hoc differentiam.
Ad quid enim addidit, secundum se, et
non, secundum accidens, si tam illæ quæ
sunt secundum se, modo exposito, quam illæ
quæ sunt secundum accidens ex
coniuncto, inferunt di104 II visum? - Si
vero accipiatur secundum se, negative, idest,
non per aliud, et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula. Nam non licet dicere,
est bonus cilbaroedus ; ergo est. bonus
et citlbaroedus ; et tamen ars
citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter contingit, si referatur ad totum
coniunctum respectu subiecti, ut in eodem
exemplo apparet. Totum enim hoc,
citbaroedus bonus, non propter aliud convenit
homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad partem coniuncti respectu
subiecti referatur, et sit sensus:
quando aliqua coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur,
idest, quod utraque pars prædicatur de
subiecto non propter alteram, sed
propter seipsam et subiectum, tunc ex conAverroes. Boethius. * Ed. c: idest, negative. * Ed.
c: opinionem. iuncto infertur divisa prædicatio. το. Et hoc modo exponunt Averroes et Boethius; et vera invenitur regula, ut inductive facile
manifestari potest, et ratio ipsa suadet. Si enim partes alicuius
coniuncti prædicati ita inhærent
subiecto quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod
veritatem impediat divisarum. Est et
verbis Aristotelis consonus sensus iste.
Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex
quibus coniunctum infert divisam prædicationem, et eas quibus hæc non
inest consequentia. Istæ siquidem ultra
habentes oppositiones in adiecto, sunt
habentes prædicatum coniunctum, cuius una partium alterius est ita
determinatio, quod nonnisi per illam subiectum respicit, sicut apparet in
exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est poeta. Est siquidem ibi non
respicit Homerum ratione ipsius Homeri,
sed præcise ratione poesis relictæ; et
ideo non licet inferre, ergo Homerus
est. Et simile est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non
est paries, non licet inferre,
ergo Socrates mon est, eadem ratione,
quia esse non est negatum de Socrate,
sed de pariete in Socrate. 11. Et
per hoc patet qualiter sit intelligenda ratio in textu superiore adducta. Accipitur enim ibi,
secundum se negative *, modo hic exposito,
et secundum accidens, idest propter aliud.
In eadem ergo significatione est usus ly
secundum. accidens, solvendo hanc et præcedentem quæstionem: utrobique
enim intellexit secundum accidens,
idest, propter aliud, coniuncta, sed ad diversa retulit. Ibi namque ly secundum. accidens determinabat
coniunctionem duorum prædicatorum inter
se; hic vero determinat partem coniuncti prædicati in ordine ad subiectum.
Unde ibi, album et musicum, inter ea quæ
secundum accidens sunt, numerabantur;
hic autem non. 12. Sed occurrit circa
hanc expositionem * dubitatio non parva.
Si enim ideo non licet ex coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit
subiectum propter se, sed propter
alteram partem (ut dixit Aristoteles de
ista enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio
adiacente ad secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de
tertio adiacente, est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se
etc. 13. Ad huius difficultatis
evidentiam, nota primo hanc
distinctionem. Aliud est tractare regulam, quando ex tertio adiacente
infertur secundum et quando non,
et aliud quando ex coniuncto fit illatio
divisa et quando non. Illa siquidem est
extra propositum, istam autem venamur.
Illa compatitur varietatem terminorum, ista non. Si namque unus
terminorum, qui est altera pars coniuncti, secundum significationem seu
suppositionem varietur in separatione,
non infertur ex coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. - Nota secundo
hanc propositionem: Cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur identitas terminorum. Liquet ista
quoad illum terminum, es/. Dictum
siquidem fuit supra a sancto Thoma *, quod aliud importat est secundum
adiacens, et aliud est tertium adiacens.
Illud namque importat actum essendi
simpliciter, hoc autem habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo varietas
unius termini cum ex tertio adiacente
infertur secundum, et consequenter non
fit illatio divisi ex coniuncto. - Unde
prælucet responsio ad obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum,
numquam tamen ex tertio adiacente licet
inferri secundum tamquam ex coniuncto divisum, quia inferri non potest
divisim, cuius altera pars ipsa
divisione perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem
dicatur quod, optime concludit quod
talis illatio est illicita infra limites
illationum, quæ ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. I4. Sed contra hoc instatur. Quia etiam
tanquam ex per
coniuncto divisa fit illatio, Socrates est albus, ergo est, locum a parte in modo ad suum totum, ubi
non fit varietas terminorum. - Et ad hoc
dicitur quod licet homo albus sit pars
in modo hominis (quia nihil minuit de
hominis ratione albedo, sed ponit hominem simpliciter), tamen est album non est
pars in modo ipsius est, eo quod pars in
modo est universale cum conditione non
minuente, ponente illud simpliciter. Clarum est autem quod album minuit rationem ipsius esf, et non
ponit ipsum simpliciter: contrahit enim
ad esse secundum quid. Unde apud
philosophos, cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum
quid. 15. Sed instatur adhuc quia
secundum hoc, dicendo, est animal, ergo
est, fit illatio divisa per eumdem locum.
Animal enim non minuit rationem ipsius est. - Ad hoc est
dicendum quod ly est, si dicat veritatem propositionis, manifeste
peccatur a secundum quid ad simpliciter.
Si autem dicat actum essendi, illatio est bona, sed non est de
tertio, sed de secundo adiacente. 16.
Potest ulterius dubitari circa principale: quia sequitur, est quantum
coloratum, ergo est quantum, et, est. coloratum ; et tamen coloratum respicit
subiectum mediante quantitate: ergo non
videtur recta expositio supra adducta. - Ad hoc et similia dicendum est quod
coloratum non ita inest subiecto per
quantitatem quod sit eius determinatio et ratione talis determinationis
subiectum denominet, sicut bonitas artem citharisticam determinat ; cum
di-citur, est citbaroedus bonus; sed potius subiectum ipsum primo coloratum denominatur, quantum vero
secundario coloratum. dicitur, licet
color media quantitate suscipiatur. Unde notanter supra diximus, quod tunc
altera pars coniuncti prædicatur per
accidens, quando præcise denominat subiectum, quia denominat alteram partem.
Quod nec in hac, nec in similibus
instantiis invenitur 17. Deinde cum
dicit: Quod autem non est etc., excludit quorumdam errorem qui, quod "on
est, esse tali syl- logismo concludere
satagebant: Quod est, opinabile est. Quod
non est, est opinabile. Ergo quod non est, est. - Hunc siquidem processum elidit Aristeteles
destruendo primam propositionem, quæ
partem coniuncti in subiecto divisim prædicat,
ac si diceret: est opinabile, ergo est. Unde as- sumendo subiectum conclusionis illorum ait:
Quod autem non est; et addit medium
eorum, quoniam opinabile est; et subdit
maiorem extremitatem, »om est verum dicere, esse aliquid. Et causam assignat, quia talis
opinatio non pro- pterea est, quia illud
sit, sed potius quia non est. pere * et
im. Lib. II, lect. 1 LECTIO
(Canp. CareTANt lect. v1) DE
PROPOSITIONIBUS MODALIBUS EARUMQUE INTER SE OPPOSITIONE Τούτων δὲ διωρισμένων, σχεπτέον ὅπως ἔχουσιν αἱ ἀπο- φάσεις χαὶ χαταφάσεις πρὸς ἀλλήλας, αἱ τοῦ δυνα- τὸν εἶναι καὶ μὴ δυνατόν, χαὶ ἐνδεχόμενον καὶ μὴ ἐνδεχόμενον, καὶ περὶ τοῦ ἀδυνάτου τε καὶ ἀναγκα- (ou* ἔχει γὰρ ἀπορίας τινάς. Εἰ γὰρ τῶν συμπλεκομένων αὗται ἀλλήλαις ἀντίχεινται ἀντιφάσεις, ὅσαι χατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τάτ- : His
vero determinatis, considerandum est quemadmodum se se habent negationes et affirmationes ad
se invicem; quæ sunt de possibili esse
et non possibili, et de con- tingenti,
et de impossibili, et necessario; habent enim
aliquas dubitationes. Nam si
eorum, quæ corpplectuntur, illæ sunt sibi invicem oppositæ contradictiones, quæcunque secundum
esse τονται, οἷον τοῦ εἶναι ἄνθρωπον ἀπόφασις τὸ μὴ
εἶναι ἄνθρωπον, οὐ τὸ εἶναι μιὴ ἄνθρωπον, καὶ τοῦ
εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, τὸ, p εἶναι λευκὸν ἄνθρω- πον, ἀλλ᾽ οὐ τὸ εἶναι μὴ λευχὸν ἄνθρωπον" εἰ γὰρ — χατὰ παντὸς ἡ κατάφασις ἢ ἡ ἀπόφασις, τὸ ξύλον
ἔσται ἀληθὲς εἰπεῖν εἶναι μιὴ λευκὸν ἄνθρωπον εἰ δὲ
τοῦτο οὕτως, καὶ ὅσοις τὸ εἶναι μὴ προστίθεται, τὸ
αὐτὸ ποιήσει τὸ ἀντὶ τοῦ εἶναι λεγόμενον, οἷον τοῦ, ἄνθρωπος βαδίζει, οὐ τὸ οὐχ ἄνθρωπος βαδίζει, ἀπό- φάσις ἔσται, ἀλλὰ «0, οὐ βαδίζει ἄνθρωπος- οὐδὲν
dg διαφέρει εἰπεῖν, ἄνθρωπον βαδίζειν, ἢ ἄνθρωπον
ζαλζοντα εἶναι. Ὥστε, εἰ οὕτως πανταχοῦ, καὶ τοῦ υνατὸν εἶναι ἀπόφασις ἔσται τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλ᾽
οὐ τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Δοχεῖ δὲ τὸ αὐτὸ δύνασθαι χαὶ εἶναι καὶ μὴ εἶναι: πᾶν do τὸ δυνατὸν τέμνεσθαι ἢ βαδίζειν, καὶ μὴ βα- ίζειν xa μὴ τέμνεσϑαι δυνατόν: λόγος δέ, ὅτι ἅπαν
τὸ οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀεὶ ἐνεργεῖ, ὥστε ὑπάρξει αὐτῷ
'χαὶ ἡ ἀπόφασις: δύναται γὰρ καὶ μὴ βαδίζειν τὸ
βαδιστικόν, καὶ μὴ ὁρᾶσθαι τὸ ὁρατόν. ᾿Αλλὰ μιὴν ἀδύνατον χατὸὺ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύεσθαι τας ἄντι- χειμένας φάσεις. Οὐχ ἄρα τοῦ δυνατὸν εἶναι ἀπό- ασίς ἐστι τὸ, δυνατὸν μὴ εἶναι. Συμβαίνει γὰρ ἐκ τούτων ἢ τὸ αὐτὸ φάναι xal ἀποφάναι
ἅμα κατὰ τοῦ αὐτοῦ, ἢ μὴ κατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ
εἶναι τὰ προστιθέμενα γίνεσθαι φάσεις καὶ ἀποφά- σεις. Εἰ οὖν ἐχεῖνο ἀδύνατον, τοῦτ᾽ ἂν εἴη αἱρετόν. gj ostquam determinatum est de
enunciationi- Sybus, quarum partibus
aliud additur tam rema- MZ'nente quam
variata unitate, hic intendit de-
clarare quid accidat enunciationi, ex eo quod. aliquid additur, non suis partibus, sed
com- positioni eius. Et circa hoc duo
facit: primo, determinat de E"
Eest. x. . Num. 7. *Ed. c: et
sibili. oppositione earum ;
secundo, de consequentiis; ibi: Conse-
quentiæ vero* etc. Circa primum duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo, exequitur; ibi: Nam
si eorum * etc. Proponit ergo quod iam
perspiciendum est, quomodo se pos- i
habeant affirmationes et negationes enunciationum de * possibili et non possibili etc. Et causam
subdit: Habent enim multas dubitationes
speciales. - Sed antequam ulterius pro-
cedatur, quoniam de enunciationibus, quæ modales vo- cantur, sermo inchoatur, prælibandum est esse
quasdam modales enunciationes, et qui et
quot sunt modi reddentes: propositiones
modales; et quid earum sit subiectum et
quid prædicatum ; et quid sit ipsa enunciatio modalis ; quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ
necessi- tas sit specialem faciendi
tractatum de his. Quia ergo possumus dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum alia, alio
modo, compositionem factam declarando
qualis sit, insurgunt duo enunciationum
genera; quædam scilicet enunciantes Opp.
D. Tgowaz T. I. » et non
esse disponuntur, ut eius quæ est, esse hominem, negatio est, non esse hominem,
non autem ea quæ est, esse non hominem: et eius, quæ est,
esse album hominem, ea quæ est, non esse
album hominem, sed non ea quæ est, esse
non album hominem (5i énim de omni aut affirmatio aut negatio est, lignum
erit verum dicere esse non album
hominem): quod si hoc modo et in
quibuscunque esse non additur, idem faciet quod pro esse dicitur; ut eius, quæ
est, homo ambulat, non hæc, ambulat non
homo, negatio erit, sed hæc, non ambulat
homo. Nihil enim differt dicere hominem ambulare, vel hominem ambulantem esse.
Qua're si hoc modo ubique, et eius, quæ est, possibile esse, negatio erit possibile non esse, sed non ea
quæ est, non possibile esse. Videtur autem idem posse et esse et non esse.
Omne enim quod est possibile dividi, vel
ambulare, et non ambulare, et non dividi possibile est. Ratio autem est,
quoniam omne quod sic possibile est, non semper in actu est; quare inerit ipsi etiam negatio: potest
enim et non ambulare quod est
ambulativum, et non videri quod est
visibile. At vero impossibile est de eodem oppositas veras esse
affirmationes et negationes. Non igitur eius quæ est, possibile esse, negatio est hæc,
possibile non esse. Contingit autem ex
his, aut idem affirmare et negare simul
de eodem, aut non secundum esse vel non esse, quæ opponuntur, fieri affirmationes et
negationes. Si ergo illud impossibile
est, hoc erit magis eligendum. aliquid
inesse vel non inesse alteri, et hæ vocantur de
inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam vero enunciantes modum compositionis prædicati
cum subiecto, et hæ vocantur modales, a
principaliori parte sua, modo scilicet. Cum
enim dicitur, Socratem currere est
possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit compositio cursus cum Socrate ἢ, scilicet possibilis. Signanter
autem dixi modum compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex est. Quidam enim
determinat verbum, vel ratione
significati ipsius verbi, ut Socrates
currit velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates currit hodie; quidam autem
determinat compositionem ipsam prædicati cum subiecto; sicut cum dicitur, Socratem. currere est possibile. In illis
namque determinatur qualis cursus insit
Socrati, vel quando; in hac autem, qualis
sit coniunctio cursus cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui compositionem determinant,
modales enunciationes reddunt, eo quod
compositio veluti forma totius totam
enunciationem continet. 3. Sunt autem
huiusmodi modi quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et impossibile,
necessarium et contingens.-Verum namque
et falsum, licet supra compositionem cadant cum dicitur, Socratem currere est
uerum, vel hominem. esse quadrupedem
est. falsum, attamen modificare Cap.
xit. Ed. c: de Socrate. *
Ed. c et 1526. promitur. II facit: primo, movendo quæstionem arguit ad
partes; seproprie non videntur compositionem ipsam. Quia modificari proprie dicitur al'quid, quanlo
redditur aliuale, non quando fit
secundum suam substantiam. Compositio autem quando dicitur vera, non aliqualis
propon'tur *, sed quod est: nihil enim
aliud est dicere, Socratzm currere. est
erum, quam quod compos:tio cursus cum Socrate est. Et similiter
quando est falsa,
nihil aliud dicitur, quam quod
non est: nam nihil aliud est dicere, Socratzm currere est falsum, quam quod
compositio cursus cum Socrate non est. Quando vero compositio dicitur
possibilis aut contingens, iam non ipsam
esse, sed ipsam al'qualem esse dicimus: cum s'quidem dicitur, Socratzm
currere est possibile, non
substantificamus compositionem cursus cum
Socrate, sed qual'ficamus, asserentes illam esse possibilem. Unde Aristoteles hic modos proponens, veri et
falsi nullo modo meminit, licet infra
verum et non verum inferat, propter causam ibi assignandam. 4. Et quia enunciatio modalis duas in se
continet compositiones, alteram inter partes dicti, alteram inter dictum et
modum, intelligendum est eam compositionem
modificari, idest, quæ est inter partes dicti, non eam quæ est
inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius enunciat'on's modalis, Socratzm esse
album est. possibile, duæ sunt partes ; altera est, Socratzm esse album,
altera est, possibile. Prima dictum
vocatur, eo.quod est id quod dicitur per
eius indicativam, scilicet, Socrates est a!bus: qui enim profert hanc, Socratzs est albus, nihil
aliud dicit nisi Socratem esse album:
secunda vocatur modus, eo quod modi
adiectio est. Prima compositionem quandam in se
continet ex Socrate et albo; secunda pars primæ opposita, compos'tionem aliquam sonat ex dicti
compos:tione et modo. Prima rursus pars,
licet omnia habeat propria, subiectum scilicet, et prædicatum, copulam et
compositionem, tota tamen subiectum est modalis enunciationis; secunda autem
est prædicatum. Dicti ergo compositio subiicitur et modificatur in enunciatione
modali. Qui enim dicit, Socratem esse
album est possibile, non significat qualis
est se, coniunctio possibilitatis cum hoc dicto,
Socrat»m esse album, sed insinuat qualis
sit compositio partium dicti inter scilicet
albi cum Socrate, scilicet quod
est compositio possibilis. Non dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse, vel non inesse, sed dicti
potius modum enunciat. Nec proprie
componit secundum significatum, quia
compositionis non est compositio, sed rerum compositioni modum apponit. Unde
nihil aliud est enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa. 5. Nec propterea censenda est enunciatio plures modalis,
quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de unica compositione enunciat,
licet illius compositionis plures sint partes. Plura enim illa ad dicti
compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est
supra quod enunciationis unitatem non
impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est: alba, est enunciatio multiplex,
licet domus ex multis consurgat
partibus. 6. Merito autem est, post
enunciationes de inesse, de modalibus
tractandum, quia partes naturaliter sunt toto
priores, et cognitio totius ex partium cognitione dependet; et specialis sermo de his est habendus, quia
proprias habet difficultates. Notavit
quoque Aristoteles in textu multa. Horum
ordinem scilicet, cum dixit: His vero determinatis etc. modos qui et quot sunt, cum eos expressit et
inseruit; variationem eiusdem modi, per
affirmationem et negationem, cum dixit: Possibile et non possibile, contingens
et non
conlingens; necessitatem cum addidit: Habent enim multas dubitationzs proprias etc. 7. Deinde cum dicit: Nam si eorum etc.,
exequitur tractatum de oppositione
modalium, Et circa hoc duo cundo,
determinat veritatem ; ibi: Contingit autzm * etc. Est autem
dubitatio: an in enunciationibus modalibus fiat contradictio negatione apposita
ad verbum dicti, quod dicit rem; an non,
sed potius negatione apposita ad modum qui
qualificat. Et primo, arguit ad partem affirmativam, quod scilicet addenda sit negatio ad verbum ;
secundo, ad partem negativam, quod non
apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi:
Vid»tur autzm * etc. 8. Intendit ergo
primo tale argumentum; si complexorum contradictiones attenduntur penes esse et
non esse (ut patet inductive in
enunciationibus substantivis de secundo adiacente et de tertio, et in
adiectivis), contradictionesque omnium hoc modo sumendæ sunt,
contradictoria huius, possibile esse,
erit, possibile mon esse, et non illa, non
possibile esse. Et consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam
oppositionem in modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile
esse, et, possibile non esse, negatio
cadit supra esse. Unde dicit: Nam si
eorum, qua» complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicom. sunt
oppositæ contradictionzs, quæ secundum esse vel
non esse disponuntur, idest in quarum una affirmatur esse, et in altera negatur. 9. Et
subdit inductionem, inchoans. a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ
est, esse hominem, idest, bomo est,
negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, bomo non est; et non
est eius negatio ea quæ est, esse non
hominem, idest, non bomo est: hæc enim
non est quæ negativa,
sed affrmativa de subiecto infinito,
simul est vera cum illa prima, scilicet, homo est. ro. Deinde prosequitur inductionem in
substantivis de tertio adiacente: ut,
eius quæ est, esse album hominem, idest,
ut, illius enunciationis, homo est albus, negatio est, non esse album hominem, ubi verbum
negatur, idest, homo non est albus; et
non est negatio illius ea, quæ est,
esse;non album hominem, idest, homo est non albus. Hæc enim non est. negativa,
sed affirmativa de prædicato infinito. - Et quia istæ duæ affirmativæ de prædicato
finito et infinito non possunt de eodem verificari, propterea quia sunt de prædicatis oppositis,
posset aliquis credere quod sint contradictoriæ; et ideo ad hunc errorem tollendum interponit rationem
probantem quod hæ duæ non sunt
contradictoriæ. Est autem ratio
talis. Contradictoriorum talis est
natura quod de omnibus aut dictio, idest
affirmatio aut negatio verificatur. Inter
contradictoria siquidem nullum potest inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes, scilicet, est bomo
albus, et, est bomo mon albus, sunt
contradictoriæ per se; ergo sunt talis
naturæ quod de omnibus altera verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo
albus, erit verum dicere de eo, scilicet
ligno, esse non album hom'nem, idest, lignum est homo non albus. Quod est
manifeste falsum: lignum enim neque est homo albus, neque est
homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est simul falsa de eodem, quod non sit inter eas
contradictio: Sed contradictio fit
quando negatio apponitur verbo. 1r. Deinde prosequitur inductionem in
enunciationibus adiectivi verbi, dicens: Quod si boc modo, scilicet supradicto, accipitur contradictio, et.
im quantiscunque enuncialionibus esse non ponitur explicite,
idem faciet! quoad oppositionem sumendam, id quod pro esse ;dicitur (idest verbum adiectivum, quod locum ipsius esse
tenet, pro quanto, propter eius
veritatem in se inclusam, copulæ officium facit), ut eius enunciationis quæ
est, bomo ambulat, negatio est, non ea
quæ dicit, mom bomo ambulat (hæc enim est affirmativa de subiecto infinito),
sed negatio illius est, bomo non ambulat
; sicut et in illis. de verbo
substantivo, negatio verbo addenda erat. Nihil enim *
* Num. 14. Num. 13.
differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat, vel substantivo, homo est
ambulans. Deinde ponit secundam partem
inductionis dicens: Et si boc modo in
omnibus sumenda est contradictio, scilicet; apponendo negationem ad esse,
concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit, possibile
esse, negatio est, possibile non esse,
et non illa quæ dicit, non possibile esse. Patet conclusionis sequela: quia in illa,
possibile non esse, negatio apponitur
verbo; in ista autem non. Dixit autem in principio huius rationis: Eorum quæ complectuntur, idest complexorum,
contradictiones fiunt secundum esse et
non esse, ad differentiam incomplexorum quorum oppositio non fit negatione
dicente mon 107 non semper actu est, sequitur quod sit
possibile non esse. Quod enim non semper est, potest
non esse. Bene ergo intulit Aristoteles ex his duobus: Quare inerit 'etiam
negatio possibilis et non solum
affirmatio; potest igitur et non. ambulare, quod est ambulabile, et non.
videri, quod est visibile. Maior vero
subiungitur, cum ait: 4t vero impossibile est. de eodem. veras esse
contradictiones. Infertur quoque ultimo conclusio: Nom est igitur ista
(scilicet, possibile non esse) negatio ilius, quæ dicit, possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem. - Caveto autem
ne ex isto textu putes possibile, ut est
modus, debere semper accipi pro
possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra declarabitur esse falsum; sed
considera quod satis fuit intenesse, sed
ipsi incomplexo apposita, ut, homo, et, non bomo, legit, et, non legit. 153.
Deinde cum dicit: Videtur autem. idem. etc., arguit ad quæstionis partem negativam (scilicet quod
ad sumendam contradictionem in modalibus non addenda est negatio verbo), tali
ratione. Impossibile est duas contradictorias esse simul veras de eodem; sed
supradictæ, scilicet, possibile esse, et, possibile non esse, simul
verificantur de eodem; ergo istæ non
sunt contradictoriæ: igitur contradictio modalium non attenditur penes verbi
negationem. Huius rationis primo ponitur in littera
minor cum sua probatione; secundo maior;
tertio conclusio. Minor quidem cum
dicit: Videtur autem. idem. possibile
esse, el, non possibile esse. Sicut verbi gratia, omne quod est possibile dividi est etiam possibile non
dividi, et quod est possibile ambulare
est etiam possibile non ambulare. Ratio autem. huius minoris est, quoniam omne quod sic
possibile est (sicut, scilicet, est possibile ambulare et dividi), non semper actu esi: non enim semper
actualiter ambulat, qui ambulare potest;
nec semper actu dividitur, quod dividi
potest. Quare inerit etiam negatio possibilis, idest, ergo non solum possibilis est affirmatio, sed
etiam negatio eiusdem. - Adverte quod
quia possibile est multiplex, ut infra
dicetur, ideo notanter Aristoteles addidit ly sic, assumens, quod sic possibile
est, nom semper actu est. Non enim de omni possibili verum est dicere quod
non semper UTE. TNT ΞΜ
D — »w
actu est, sed de aliquo, eo
scilicet quod est sic * possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota
ulterius quod quia tale possibile habet duas conditiones,
scilicet quod potest actu esse et quod
non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum
dicere, possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod sit possibile esse; ex eo
vero quod denti declarare quod in
modalibus non sumitur contradictio ex verbi negatione, afferre instantiam in
una modali, quæ continetur sub modalibus de possibili. 14. Deinde cum dicit: Contingit autem unum ex
bis εἴς.» determinat
veritatem huius dubitationis. Et quia duo
petebat, scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi fiat an non, et, an potius ex negatione
modi; ideo primo, determinat veritatem
primæ petitionis, quod scilicet contradictio harum non fit negatione verbi;
secundo, determinat veritatem secundæ
petitionis, quod scilicet fiat modalium
contradictio ex negatione modi; ibi: Est ergo
negatio * etc. - Dicit ergo quod propter supradictas rationes evenit unum ex his duobus, quæ conclusimus
determinare, aut idem ipsum, idest, unum et idem dicere, idest affirmare et
negare simul de eodem: idest, aut quod duo
contradictoria simul verificantur de eodem, ut prima ratio conclusit; aut affirmationes vel negationes
modalium, quæ opponuntur contradictorie,
fieri nom secundum. esse vel non 6556,
idest, aut contradictio modalium non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio
conclusit. Si ergo illud est
impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul esse
vera de eodem, boc, scilicet quod contradictio modalium non fiat
secundum verbi negationem, erit magis
eligendum. Impossibilia enim semper vitanda sunt. Ex ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum
aliquid obstat. Sed quia primo obstat impossibilitas quæ
acceptari non potest, secundo autem nihil aliud obstat nisi quod negatio supra enunciationis copulam
cadere debet, si negativa fieri debet
enunciatio, et hoc aliter fieri potest
quam negando dicti verbum, ut infra declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio
modalium non fiat secundum negationem verbi,
eligendum est: primum vero est omnino abiiciendum. *
Lect. seq. II LECTIO
(Canp.. CargrANr lect. vi) DE
NEGATIONE APPONENDA NON VERBO SED MODIS IN CONTRADICTIONIBUS PROPOSITIONUM MODALIUM Ἔστιν ἄρα ἀπόφασις τοῦ δυνατὸν εἶναι τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Ὁ χαὶ δ᾽ αὐτὸς λόγος καὶ περὶ τοῦ ἐνδεχόμενον εἶναι" καὶ 13e τούτου ἀπόφασις τὸ μὴ ἐνδεχόμενον εἶναι, ἐπὶ τῶν ἄλλων δὲ ὁμοιοτρόπως, οἷον ἀναγκαίου τε καὶ ἀδυνάτου. Γίνεται γάρ, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐκείνων τὸ εἶναι καὶ τὸ μὴ εἶναι προσθέσεις,) τὰ δ᾽ ὑποχείμενα πράγματα, τὸ μὲν λευχόν, τὸ δὲ ἄνθρωπος: οὕτως ἐνταῦθα τὸ μὲν εἶναι
xai μὴ εἶναι, ὡς ὑποχείμενον γίνεται, τὸ δὲ δύνασθαι καὶ τὸ ἐνδέχεσθαι, προσθέσεις διορίζουσαι, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐχείνων τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι, τὸ ἀληθὲς xa τὸ ψεῦδος, ὁμοίως αὖται ἐπὶ τοῦ εἶναι δυνατὸν χαὶ εἶναι οὐ δυνατόν. Τοῦ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ οὐ δυνατὸν εἶναι, ἀλλὰ τὸ οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι, καὶ τοῦ δυνατὸν εἶναι οὐ τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μιὴ δυνατὸν εἶναι. Διὸ καὶ Hs
Pp μὰ ἂν δόξειαν ἀλλήλαις αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι χαὶ δυνατὸν μὴ εἶναι’ τὸ γὰρ αὐτὸ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" οὐ γὰρ ἀντιφάσεις ἀλλήλων αἱ τοιαῦται, τὸ δυνατὸν εἶναι καὶ δυνατὸν μὴ εἶναι"
* Est ergo negatio eius quæ est, possibile esse, ea quæ est ' Seq. cap.
xir. non possibile esse. Eadem quoque
ratio est et in eo quod est contingens
esse: etenim negatio eius est, non
contingens esse; et in aliis quoque simili modo, ut in necessario et impossibili. Fiunt enim quemadmodum in illis, esse et non
esse, appositiones, subiectæ vero res, hoc quidem album, illud vero homo: eodem quoque modo hoc in loco,
esse quidem et non esse, ut subiectum fit, posse vero et conüngere appositiones
sunt, determinantes (quemadmodum in illis esse et non esse) veritatem et
falsitatem, similiter hæ in eo quod est,
esse possibile et esse non
possibile. Eius vero, quæ est,
possibile non esse, negatio est non ea
quæ est, non esse, sed ea quæ est, non possibile; et eius quæ est, possibile esse, non ea quæ est,
possibile non esse,
sed ea quæ est, non possibile esse.
Quare et sequi sese invicem videbuntur, possibile esse et
possibile non esse. Idem enim possibile esse et non esse. ἀλλὰ τὸ δυνατὸν εἶναι χαὶ μὴ δυνατὸν εἶναι οὐδέποτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἅμα ἀληθεύονται" ἀντίκεινται Te, οὐδέ γε τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ οὐ δυνατὸν
pen εἶναι οὐδέποτε ἅμα ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύονται. Ὁμοίως δὲ xài τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι"
τοῦ δὲ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι, τὸ per ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. Καὶ τοῦ al θελα εἶναι οὐ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι: τοῦ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναί. Καὶ καθόλου 3£, ὥσπερ εἴρηται, τὸ μὲν εἶναι καὶ μὴ εἶναι δεῖ τιθέναι, ὡς τὰ ὑποκείμενα, κατάφασιν δὲ Non enim
contradictiones sunt sibi invicem huiusmodi, possibile esse et possibile non
esse; sed possibile esse et non possibile esse, nunquam simul sunt in eodem veræ sunt: opponuntur enim : neque
ea quæ . est, possibile non esse et non
possibile non esse, nunquam simul in eodem veræ sunt. Similiter autem et eius. quæ est, necessarium est, negatio non
est quæ est, necessarium non esse, sed
ea quæ est, non necessarium esse; eius vero quæ est, necessarium non esse, ea quæ est, non necessarium non esse.
Et eius quæ est, impossibile esse, non
ea quæ est, impossibile non esse, sed hæc,
non impossibile esse; eius vero quæ est,
impossibile non esse, ea quæ est, non impossibile non esse. A Universaliter vero, quemadmodum dictum est,
esse quidam et xal ἀπόφασιν ταῦτα ποιοῦντα πρὸς τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι συντάττειν. Καὶ ταύτας οἴεσθαι χρὴ εἶναι τὰς ἀντικειμένας φάσεις" δυνατόν, οὐ δυνατόν" ἐνδεχόμενον; οὐχ ἐνδεχόμενον: ἀδύνατον, οὐχ ἀδύνατον, ἀναγκαῖον, οὐχ ἀναγκαῖον"
ἀληθές, οὐχ ἀληθές. qpeterminat ubi ponenda sit negatio ad
assumenΞΔ dam modalium
contradictionem. Et circa hoc (ἡ [quatuor
facit: primo, determinat veritatem I.
summarie; secundo, assignat determinatæ veritatis rationem, quæ dicitur rationi
ad oppo Num. seq. Num. 4.
Num. 5. Ed. c: et verba non addenda in ea
declar. situm inductæ; ibi: Fiunt
enim * etc.; tertio, explanat eamdem veritatem in omnibus modalibus; ibi: Eius
vero * etc.; quarto, universalem regulam
concludit; ibi: Universaliter vero *
etc. Quia igitur negatio aut verbo aut modo apponenda est, et quod verbo non
addenda est *, declaratum est per locum
a divisione; concludendo determinat: Es!
ergo negatio eius quæ est possibile esse, ea quæ est non possibile esse,
in qua negatur modus. Et eadem est ratio in
enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio est, non contingens
esse. Et in alis, scilicet de mecesse et
impossibile idem est iudicium. 2. liones
Deinde etc., cum
subdit dicit: Fiust
enim in illis apposihuius veritatis rationem talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas
enunciationes et non esse oportet ponere quemadmodum subiecta, negationem vero et affirmationem hæc
facientem, ad esse non esse apponere. Et has oportet putare esse oppositas dictiones: possibile non possibile;
contingens non contingens; impossibile non impossibile;
necessarium non necessarium; verum non verum.
oportet ponere negationem super appositione, idest coniunctione prædicati
cum subiecto; sed in modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus
negatio apponenda est modo, ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in
littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod quemadmodum in illis enunciationibus de
imesse appositiones, idest prædicationes,
sunt esse et non esse, idest verba
significativa esse vel non esse (verbum enim
semper est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective vero
appositionibus res sunt, quibus esse vel non
esse apponitur, ut album, cum
dicitur, album est, vel homo, cum dicitur,
homo est; eodem modo hoc in loco in
modalibus accidit: esse quidem subiectum fit, idest dictum sunt.
significans esse vel non esse subiecti locum tenet ; contingere vero et posse oppositiones, idest
modi, prædicationes Et quemadmodum in
illis de inesse penes esse et non esse
veritatem vel falsitatem determinavimus, ita
in istis modalibus penes modos. Hoc est enim quod subCAP. , LECT. dit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi
modi veritatem, quemadmodum in illis esse et non esse, eam * determinat. 109 negatio, possibile non esse, sit illa, non
possibile non esse: : Mu
præced. 3. Et sic patet responsio ad
argumentum in oppositum primo adductum *, concludens quod negatio verbo apponenda sit, sicut illis de inesse. Dicitur
enim quod cum modalis enunciet modum de
dicto sicut enunciatio de inesse, esse
vel esse tale, puta esse album de subiecto,
eumdem locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super idem proportionaliter
cadit negatio hic et ibi. Eadem enim, ut
dictum est, proportio est modi ad
dictum, quæ est verbi ad subiectum. - Rursus cum veritas et falsitas
afhrmationem et negationem sequantur,
penes idem. attendenda est affirmatio vel negatio enunciationis, et
veritas vel falsitas eiusdem. Sicut autem in
enunciationibus de igesse veritas vel falsitas esse vel non esse consequitur, ita in modalibus modum.
Illa namque modalis est vera quæ sic
modificat dictum sicut dicti compositio
patitur, sicut illa de imesse est vera, quæ sic
significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut
ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis
quoad veritatem et falsitatem enunciationis. 7 Adverte quod modos, appositiones, idest, prædicationes
vocavit, sicut esse in illis de inesse, intelligens per modum totum prædicatum enunciationis modalis,
puta, est possibile. In cuius signum
modos ipsos verbaliter protulit dicens: Contingere vero et posse appositiones
sunt. Contingit enim et potest, totum prædicatum modalis continent. 4. Deinde cum dicit: Eius vero quod est
possibile est non esse etc., explanat
determinatam veritatem in omnibus
modalibus, scilicet de possibili, et necessario, et impossibili. Contingens
convertitur cum possibili. Et quia quilibet modus facit duas modales
affirmativas, alteram habentem dictum affirmatum *, et alteram habentem
dictum negatum; ideo explanat in
singulis modis quæ cuiusque
affirmationis negatio sit. Et primo in illis de possibili. Et quia primæ affirmativæ de possibili (quæ
scilicet habet dictum affirmatum)
scilicet possibile esse, negatio assignata fuit, non possibile esse; ideo ad
reliquam affirmativam de possibili transiens ait: Eius vero, quæ est possibile
non esse (ubi dictum negatur) megatio est mom possibile non esse. Et hoc
consequenter probat per hoc quod
contradictoria huius, possibile non esse, aut est, possibile esse, aut
illa, quam diximus, scilicet, non possibile
non esse. Sed illa, scilicet, possibile esse, non est eius contradictoria. Non enim sunt sibi invicem
contradicentes, possibile esse, et,
possibile non esse, quia possunt simul esse
veræ. Unde et sequi sese invicem putabuntur: quoniam, ut supra dictum fuit, idem est - possibile
esse, et - non esse, et consequenter
sicut ad, posse esse, sequitur, posse
non esse, ita e contra ad, posse non esse, sequitur, posse esse.
Sed contradictoria illius, possibile esse, quæ non potest simul esse vera est, non possibile
esse: hæ enim, ut dictum est,
opponuntur. Remanet ergo quod huius
neret. hæ namque simul nunquam
sunt veræ vel falsæ. Dixit quod
possibile esse et non esse sequi se invicem putabuntur, et non dixit quod se
invicem consequuntur: quia secundum
veritatem universaliter non sequuntur se, sed
particulariter tantum, ut infra dicetur; propter quod putabitur quod
simpliciter se invicem sequantur. Deinde decarat hoc idem in illis de
necessario. Et primo, in affirmativa habente dictum affirmatum, dicens:
Similiter eius quæ est, necessarium.
esse, megatio non est ea, quæ dicit
necessarium. mon esse, ubi modus non negatur, sed ea quæ est, non necessarium. esse. Deinde subdit de
affirmativa de necessario habente dictum
negatum, et ait: Eius vero, quæ
est, necessarium. mom esse,
megatio est ea, quæ dicit, mon necessarium. mon.
esse. Deinde transit ad illas de
impossibili, eumdem ordinem servans, et inquit: Et eius, quæ dicit, impossibile esse, negatio non est ea
quæ dicit, impossibile non esse, sed, non impossibile esse: ubi idm modus
negatur. Alterius vero afhrmativæ, quæ est,
impossibile non es$e, negatio est ea quæ dicit, won impossibile non
esse. Et sic semper modo negatio addenda
cst. 5. Deinde cum dicit: Unmiversaliter
vero etc., concludit regulam universalem
dicens quod, quemadmodum dictum est, dicta
importantia esse et non esse oportet ponere in
modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest contradictionis oppositionem,
facientem, oportet apponere tantummodo ad suum eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus
negari, qui prius affirmabatur, si
contradictio esse debet. Et exemplariter: explanans quomodo hoc fiat, subdit:
Et oportet putare bas esse oppositas
dictiones, idest affirmationes et
negationes in modalibus, possibile et non possibile, contingens et mon
contingens. Item cum dixit negationem alio
tantum modo ad modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est
singulare in modalibus quod eamdem
oppositionem facit, negatio modo addita, et eius verbo. Contradictorie enim
opponitur huic, possibile est esse, non
solum illa, non possibile est esse, sed
ista, possibile non est esse. Meminit autem
modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret
quod negatio verbo modi postposita, modo
autem præposita, idem facit ac si modali verbo præponeretur, et quia,
cum modo numquam caret modalis
enunciatio, semper negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi
carere contingit modalem, ut cum
dicitur, Socrates currit necessario; et ideo semper verbo negatio aptari
potest. - Quod autem in fine addidit,
verum et non verum, insinuat, præter
quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam compositionem enunciationis determinant,
puta, verum et non verum, falsum et non
falsum: quos tamen inter modos supra non
posuit, quia, ut declaratum fuit, non
proprie modificant. II
LECTIO (Canp. CareTANI lect.
vir) DE PROPOSITIONUM MODALIUM
CONSEQUENTIIS Καὶ αἱ ἀκολουθήσεις δὲ κατὰ λόγον γίνονται οὕτω τιθεμένοις: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι τὸ ἐνδέχεσθαι εἶναι, καὶ τοῦτο ἐχείνῳ ἀντιστρέφει, καὶ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι χαὶ τὸ Un ἀναγκαῖον εἰναι" τῷ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι τὸ μὴ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι καὶ τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τῷ δὲ
μὴ δυνατὸν εἶναι καὶ y ἐνδεχόμενον εἶναι τὸ ἀναγχαῖον νὴ Ξἶναι xa τὸ ἀδύνατον εἰναι; τῷ δὲ μὴ δυγατὸν
μὴ εἶναι, xal μὴ ἐνδεχόμενον [um εἰναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι καὶ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι. Θεωρείσθω δὲ ἐκ ἧς ὑπογραφῆς ὡς λέγομεν, LN ΄ δυνατὸν εἶναι, ἐνδεχόμενον εἶναι; οὐκ ἀδύνατον εἶναι, οὐκ ἀναγκαῖον εἶναι; δυνατὸν μὴ εἶναι, ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι; οὐχ
αδυνατον μὴ εἰναι» οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ δυνατὸν εἶναι. οὐκ ἐνδεχόμενον εἶναι. ἀδύνατον εἶναι. ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι. οὐχ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι. ἀδύνατον Un εἶναι. ἀναγκαῖον εἰναι. *
Consequentiæ vero secundum rationem fiunt cum ita 'Cap.xm. ponuntur illam enim quæ est, possibile esse,
sequitur illa quæ est, contingit esse,
et hæc illi convertitur, et, non impossibile esse et non necessarium esse;
illam vero non quæ
est, possibile non esse, et, contingens non
esse, ea quæ est, non necesse non esse, et, non impossibile esse:
illam autem quæ est, non possibile
esse, et, non contingens esse, ea quæ est, necessarium non
esse, et impossibile esse: illam vero quæ est, non possibile non esse, et, non contingens non
esse, ea quæ est, necesse est esse, et,
impossibile non esse. Consideretur autem ex subscriptione quemadmodum
dicimus: Possibile est esse, Contingens est esse, Non impossibile est esse, Non necessarium est esse, Possibile est non esse, Contingens est non esse, Non impossibile est non esse, Non possibile est esse. Non contingens est esse. Impossibile est esse. Necessarium est non esse. Non possibile est non esse. Non contingens est non esse. Impossibile est non esse. Non necessarium est non esse, Necessarium est
esse. Τὸ μὲν οὖν ἀδύνατον καὶ οὐκ ἀδύνατον τῷ ἐνδεχομένῳ χαὶ δυνατῷ καὶ οὐχ ἐνδεχομένῳ καὶ μὴ δυνατῷ ἀχολουθεῖ μὲν ἀντιφατικῶς, ἀντεστραμμένως δέ: τῷ μὲν
γὰρ δυνατὸν εἶναι ἡ ἀπόφασις τοῦ ἀδυνάτου ἀκολουθεῖ, τῇ δὲ ἀποφάσει ἡ κατάφασις. Τῷ γὰρ οὐ δυνατὸν εἶναι τὸ ἀδύνατον εἶναι: κατάφασις γὰρ τὸ ἀδύνατον εἶναι, τὸ δ᾽ οὐκ ἀδύνατον εἶναι ἀπόφασις. δ" δ᾽ ἀναγκαῖον πῶς, ὀπτέον. Φανερὸν δὴ ὅτι οὐχ οὕ-, ε:ὰ e H, τως
σεις
γάρ, ἔχει, ἀλλ᾽
χωρίς" ἐστιν » αἱ, ἐναντίαι ἕπονται" αἱ δ᾽ ἀντιφά- kJ ἀπόφασις τοῦ ἀνάγχη μὴ εἶναι τὸ οὐχ
ἀνάγκη εἶναι: ἐνδέχεται γὰρ ἀληθεύεσθαι ἐπὶ τοῦ
M] 5,, ὁ
Ζ
» IB,, 5 αὐτοῦ ἀμφοτέρας" τὸ qup ἀναγκαῖον μη εἶναι οὐχ ἀναγκαῖον εἶναι. ὅτι
Αἴτιον δὲ τοῦ μὴ ἀκολουθεῖν τὸ ἀναγκαῖον ὁμοίως τοῖς
ἑτέροις, ἐναντίως τὸ ἀδύνατον τῷ ἀναγκαίῳ ἀποδίδοται, τὸ αὐτὸ δυνάμενον. Εἰ γὰρ ἀδύνατον
εἶναι, ἀναγκαῖον τοῦτο οὐχ εἶναι, ἀλλὰ μὴ εἶναι" εἰ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τοῦτο ἀνάγχη εἶναι: ὥστε
εἰ
ἐχεῖνα ὁμοίως τῷ δυνατῷ καὶ μή, ταῦτα ἐξ ἐναντίας, ἐπεὶ οὐ σημαίνει γε ταὐτὸν τό τε ἀναγκαῖον
xai τὸ ἀδύνατον, ἀλλ᾽ ὥσπερ εἴρηται, ἀντεστραμμένως. ᾿
ἀδύνατον οὕτως κεῖσθαι τὰς τοῦ ἀναγκαίου ἀντιφάPS ; Ξ
σεις; τὸ μὲν γὰρ ἀναγκαῖον εἶναι δυνατὸν εἶναι" εἰ N γὰρ μή; ἡ ἀπόφασις ἀκολουθήσει: ἀνάγκη γὰρ ἢ φάναι
ἢ ἀποφάναι: ὥστ᾽ εἰ μὴ δυνατὸν εἶναι, ἀδύνατον εἶναι: ἀδύνατον ἄρα εἶναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι, ὅπε ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν τῷ γε δυνατὸν εἶναι τὸ οὐχ ἀδύνατον εἶναι ἀκολουθεῖ, τούτῳ δὲ τὸ μὴ ἀναγκαῖον
εἶναι: docs συμβαίνει τὸ ἀναγχαῖον εἶναι μὴ ἀναγxatov εἶναι, ὅπερ ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν οὐδὲ τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἀχολουθεῖ τῷ δυνατὸν εἶναι. οὐδὲ τὸ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι: τῷ μὲν γὰρ
duo. ἐνδέχεται συμβαίνειν, τούτων δὲ ὁπότερον ἂν ἀληθὲς ἥ, οὐκέτι ἔσται ἐκεῖνα ἀληθῆ. "Apa γὰρ δυγατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" εἰ δ᾽ ἀνάγκη εἶναι 7) μὴ
Hæ igitur, impossibile, et, non impossibile, eam quæ est, contingens, et possibile, et non contingens,
et non possibile sequuntur quidem contradictorie, sed conversim. Eam
enim quæ est, possibile esse, negatio impossibilis sequitur, quæ est, non impossibile esse:
negationem vero affirmatio. Illam enim,
non possibile esse, ea quæ est,
impossibile esse: affirmatio enim est, impossibile esse; non impossibile vero, negatio. Necessarium autem quemadmodum se habeat, considerandum
est. Manifestum est autem quod non eodem modo
se habet, sed contrariæ
sequuntur, contradictoriæ autem sunt extra.
Non enim est negatio. eius, quæ est, necesse non esse, ea quæ
est, non necesse esse: contingit enim veras esse utrasque in eodem: quod enim est necessarium
non esse, non est necessarium esse. Causa autem huius est, cur non sequitur
necessarium cæteris similiter: quoniam contrarie, impossibile esse, necessario
redditur idem valens. Nam quod impossibile
esse, necesse hoc non quidem esse, sed potius non esse: quod vero impossibile non esse, hoc
necessarium esse. Quare si illa
similiter sequuntur possibile, et, non
possibile: hæc ex opposito: quoniam non significant idem necessarium et impossibile; sed (ut
dictum est) conversim. Aut certe impossibile est sic poni necessarii
contradictiones. Nam quod necessarium
est esse, possibile est esse: nam si
non, negatio consequetur: necesse est enim aut affirmare, aut negare. Quare si
non possibile est esse, impossibile est esse. Igitur impossibile est esse quod
necesse est esse: quod est inconveniens. At vero illam quæ est, possibile esse, non impossibile
esse, sequitur: hanc vero, ea quæ est,
non necessarium est esse; quare
contingit quod necessarium esse, non necessarium esse: quod est inconveniens. At
vero neque necessarium esse,
sequitur eam quæ est, possibile esse,
neque ea quæ est, necessarium non esse.
Illi enim utraque contingit accidere: harum autem utralibet vera fuerit,
non erunt illa vera: simul enim possibile esse, et, non esse. Si vero necesse
esse, vel non esse, CAP. XIII, εἶναι, οὐκ ἔσται δυνατὸν ἄμφω. Λείπεται τοίνυν τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι ἀκολουθεῖν τῷ δυνατὸν εἶναι. Τοῦτο γὰρ ἀχηθὲς xxl
xxcvd τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι. Καὶ qde αὕτη γίνεται ἀντίφασις τῇ ἑπομένῃ τῷ οὐ δυνατὸν εἰναι"
ἐχείνῳ vp ἀχολουθεῖ τὸ ἀδύνατον εἶνα!:
xal ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ ἡ ἀπόφασις τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. ᾿Ακολουθοῦσί τε ἄρα xal αὐται αἱ ἀντιφάσεις χατὰ τὸν εἰρημένον τρόπον, καὶ οὐδὲν ἀδύνατον συμβαίνει τιθεμένων οὕτως.
I. y ERN S
(Q9 ; Jo lium, hic determinare intendit de
consequenD^ tradit veritatem; secundo, movet quandam dubitationem circa determinata; ibi:
Dubita* * *
Lect. seq. Num. 5. dun
bit autem * etc. Circa primum duo facit: primo, ponit consequentias
earum secundum opinionem aliorum; secundo,
examinando et corrigendo dictam opinionem, determinat veritatem ; ibi: Ergo impossibile * etc. 2. Quoad primum considerandum est quod cum quiliLect. præced.
bet modus faciat duas affirmationes, ut dictum fuit *, et un
' *Lect. xi. *
Ed. c τος quabus-affirmationibus opponantur duæ negationes,
ut etiam dictum fuit in Primo * ;
secundum quemlibet modum fient quatuor
enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et
duæ negativæ. Cum autem modi sint quatuor, effcientur sexdecim modales:
quaternarius enim in seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes,
quælibet cuiusque modi, undecumque incipias, habet unam tantum cuiusque modi se consequentem, ideo ad
assignandas consequentias modalium, singulas ex singulis modis accipere oportet et ad consequentiæ
ordinem inter se adunare. 3. Et hoc modo
fecerunt antiqui, de quibus inquit
Aristoteles: Consequentiæ vero. fiunt secundum infrascriptum ordinem, antiquis ita. ponentibus.
Formaverunt enim quaomittit se. Averroes.
tuor ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se * consequuntur collocaverunt. - Ut autem
confusio vitetur, vocetur, cum Averroe, de cætero, in quolibet modo, affirmativa de De et modo, affirmativa
simplex ; afhrmativa autem de modo et negativa de dicto, affirmativa declinata; negativa vero de modo et non
dicto, negativa simplex; negativa autem
de utroque, megativa d:clinata: ita quod
modi affirmationem vel negationem simplicitas,
dicti vero declinatio denominet. - Dixerunt ergo antiqui quod affirmationem simplicem de possibili,
scilicet, possibile est esse, sequitur affirmativa simplex de contingenti, Scilicet, contingens est esse (contingens
enim convertitur cum possibili); et
negativa simplex de impossibili, scilicet,
non impossibile esse; et
similiter negativa simplex de
necessario, scilicet, non necesse est esse. Et hic est primus ordo
modalium consequentium se. - In secundo au3 QE ecaftema- feih dixerunt quod
affirmativas * declinatas de possibili
et contingenti, scilicet, possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ declinatæ de
necessario et impossibili, scilicet, non
necessarium non esse, et, non
impossibile non esse.- In tertio vero ordine dixerunt quod negativas simplices de possibili et
contingenti, scilicet, non possibile esse, non contingens esse, sequuntur afBrmativa declinata de necessario, scilicet,
necesse non esse, et affirmativa simplex
de impossibili, scilicet, impossibile esse. - In quarto demum ordine dixerunt
quod negativas declinatas de possibili
et contingenti, scilicet, non possibile
non esse, et, non contingens non esse, sequuntur affirmativa simplex de
necessario, scilicet, necesse esse, et
affirmativa declinata de impossibili, scilicet, impossibile est non esse. 4. Consideretur autem ex subscriptione
appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut clarius elucescat depictum. non
erit possibile utrunque. Relinquitur ergo non necessarium non esse, sequi eam
quæ est, possibile est esse. Hæc enim vera est, et de necesse
esse. Hæc enim fit contradictio eius, quæ sequitur illam quæ est, non possibile
esse: illam enim sequitur ea quæ est, impossibile esse,
cesse et, necesse non esse, cuius negatio est, non
nenon esse. Sequuntur igitur et hæ
contradictiones secundum prædictum modum: et nihil impossibile contingit sic
positis. CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM
MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB
ANTIQUIS POSITÆ ET ORDINATÆ Primus Ordo
Possibile est esse Contingens est
esse Non impossibile est esse Non necessarium est esse Tertius Ordo
Non possibile est esse Non contingens
est esse Impossibile est esse Necessarium est non esse Secundus Ordo
Possibile est non esse
Contingzens est non esse Non
impossibile est non esse Non necessarium
est non esse Quartus Ordo Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Necesse est esse 5. Deinde
cum dicit: Ergo impossibile et non impossibile etc., examinando dictam op'nionem, determinat
veritatem. Et circa hoc duo facit: quia
primo examinat consequentias earum de
impossibili; secundo, illarum de necessario; ibi: Necessarium. autem * etc. Unde ex præmissa
op' nione concludens et approbans, dicit: Ergo ista, scilicet,
impossibile, et, non impossibile,
sequuntur illas, scilicet, contingens et
possibile, non contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam,
coniradictoriz, idest ita ut contradictoriæ de impossibili contradictorias de
possibili et contingenti consequantur, sed comversim, idest, sed non ita quod
affirmatio affirmationem et negatio
negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem negatio et
negationem affirmatio. Et explanans hoc
ait: lllud enim quod est possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio
sequitur impossibilis, idest, non
impossibile esse; negationem vero
possibilis affirmatio sequitur impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista,
impossibile est esse ; hæc autem,
scilicet, impossibile esse, affirmatio est; illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio
est; hic s'quidem modus negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in
quolibet ordine quoad consequentias illarum de
impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet, semper ex
affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione possibilis affirmationem
impossibilis inferunt. .6. Deinde cum
dicit: Necessarium autem. etc., intendit
examinando determinare consequentias de necessario. Et circa hoc duo facit: primo examinat dicta
antiquorum ; secundo, determinat veritatem
intentam; ibi: 4t vero neque necessarium
* etc. Circa primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male
dictum sit ab antiquis in hac re. - Ubi
attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes de necessario, ut dictum
est, differentes inter se sécundum
quantitatem et qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta
morem illarum de ine$$£; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis contradictoriæ, ut patet in
hac figura. Necesse esse
Non necesse non esse Necesse
Contrariæ e 2
$3, € S S [2
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o *o "v.
Subcontrariæ non esse e
e δ Non
fiecesse esse * * Num.
seq. Num. 1. 112 Il
Quia ergo antiqui universales contrarias bene intulerunt ex aliis,
contradictorias autem earum, scilicet particulares, male intulerunt; ideo dicit
quod considerandum restat de his, quæ
sunt de necessario, qualiter se habeant
in consequendo illas de possibili et non possibili. Manifestum est autem
ex dicendis quod non eodem modo istæ de
necessario illas de possibili consequuntur, quo easdem sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de impossibili recte illatæ sunt ab antiquis.
Enunciationes autem de necessario non
omnes recte inferuntur: sed duæ earum,
quæ sunt contrariæ, scilicet, necessé est esse, et, necesse est nom esse, sequuntur, idest recta
consequentia * Cf. supra, n. 4. Boethius.
Averroes. deducuntur ab antiquis,
in tertio scilicet et quarto ordine *;
reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non necesse non esse, et, non necesse esse, quæ sunt
contradictoriæ supradictis, sunt extra
consequentias illarum, in secundo
scilicet et primo ordine. Unde
antiqui in tertio et quarto ordine omnia
recte fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed
quoad enunciationes de necessario tantum.
7. Secundo cum dicit: Non enim est negatio eius etc., respondet cuidam tacitæ obiectioni, qua
defendi posset consequentia
enunciationis de necessario in primo ordine
ab antiquis. facta. Est autem obiectio tacita talis. Non possibile esse, et, necesse non esse,
convertibiliter se sequuntur in tertio
ordine iam approbato; ergo, possibile
esse, et, non necesse esse, invicem se sequi debent in primo ordine.
Tenet consequentia: quia duorum convertibiliter se sequentium contradictoria
mutuo se sequuntur; sed illæ duæ tertii
ordinis convertibiliter se sequuntur, et
istæ duæ primi ordinis sunt earum contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet, possibile esse,
et, non necesse esse, mutuo se
sequuntur. - Huic, inquam, obiectioni respondet Aristoteles hic interimendo
minorem quoad hoc quod assumit, quod
scilicet necessaria primi ordinis et
necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde dicit: Non enim est negatio eius quod est, necesse
mon esse (quæ erat esse,
in tertio ordine), illa quæ dicit, mom mecesse est quæ sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit utrasque simul esse veras in
eodem; quod contradictoriis repugnat.
Illud enim idem, quod est necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium siquidem est hominem non esse lignum et non
necessarium est hominem esse lignum. Adverte quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas
posuerunt antiqui. in primo et tertio
ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt
simul veræ), et deberent esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. 8. Boethius autem et Averroes non
reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus particulam, sed narrative utranque simul iungentes.
Narrare enim aiunt Aristotelem
qualitatem suprascriptæ figuræ quoad
consequentiam illarum de necessario, postquam narravit quo modo se habuerint illæ de impossibili, et
dicere quod secundum præscriptam figuram
non eodem modo sequuntur illas de
possibili illæ de necessario, quo sequuntur illæ de impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ de
impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario non
dicuntur sequi illas contradictorias de
possibili, sed potius eas sequi dicuntur
contrariæ de necessario: non inter se
contrariæ, sed hoc modo, quod affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur,
negationem vero possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ
sit contradictoria illi negativæ quæ
ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de necessario contrario.
Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex primo et tertio ordine, quorum capita sunt
negatio et affirmatio possibilis, et extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt
contradictoriæ. Non enim est negatio
eius, quæ est, necesse non esse, non
necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa
scilicet, necesse non esse, est
contraria contradictoriæ huius, scilicet, non necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis consona est
introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur ab aliis
exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio
meo, acceptanda est expositio et ad antiquorum reprehensionem referendus
est textus. 9. Tertio cum dicit: Causa
autem cur etc., manifestat id quod præmiserat,
scilicet, quod non simili modo ad illas
de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario. Antiquorum enim hoc peccatum
fuit tam in primo quam in secundo ordine, et quod simili
modo intulerunt illas de impossibili et
necessario. In primo siquidem ordine, sicut posuerunt negativam simplicem
de impossibili, ita posuerunt negativam
simplicem de necessario, et similiter in secundo ordine utranque negativam declinatam * locaverunt. Hoc ergo quare
peccatum sit, et causa autem quare necessarium som sequitur
possibile, similiter, idest, eodem modo cum cæteris, scilicet, de
impossibili, est, quoniam impossibile redditur idem valens necessario, idest, æquivalet
necessario, comtrarie, idest, contrario modo sumptum, et non eodem modo. Nam
si, hoc esse est
impossibile, non inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed, hoc non esse est necesse. Quia
ergo impossibile et necesse mutuo se sequuntur, quando dicta eorum contrario
modo sumuntur, et non quando dicta eorum simili modo sumuntur, sequitur quod
non eodem modo ad possibile se habeant
impossibile et necessarium, sed
contrario modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum affirmatum de impossibili, sequitur
dictum negatum de necessario; et e contrario. Quare autem hoc accidit infra
dicetur. Erraverunt igitur antiqui quod similes
enunciationes de impossibili et necessario in primo et in secundo ordine locaverunt. ro.
Hinc apparet quod supra posita nostra expositio conformior est Aristoteli. Cum enim hunc
textum induxerit ad manifestandum illa verba: Manifestum. est autem. quoniam non eodem modo, etc., eo accipiendo
sunt sensu illa verba, quo hic per
causam manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis veræ
inter necessarias et impossibiles in
consequendo possibiles, et non
dissimilitudinis falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex
vera causa nonnisi verum concluditur. Ergo reprehendendo
antiquos, veram dissimilitudinem inter necessarias, et impossibiles in
consequendo possibiles, quam non
servaverunt illi, proposuisse tunc intelligendum est, et nunc
eam manifestasse. Quod autem dissimilitudo illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et
impossibiles, sit falso posita, ex infra
dicendis patebit. Ostendetur enim quod
contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim;
et quod in hoc non differunt ab his quæ
sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod
modo diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum
est similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium
dictum est contrarium, ut infra clara luce videbitur. 11. Quarto cum dicit: Aut certe impossibile
est etc., manifestat aliud quod proposuerat, scilicet, quod contradictoriæ de
necessario male situatæ sint secundum consequentiam ab antiquis, qui
contradictiones necessarii ita
ordinaverunt. In primo ordine posuerunt contradictoriam negationem, necesse esse, idest, non necesse
esse; et in secundo contradictoriam negationem, necesse non esse, idest, Albertus.
* Ν Cf. supra, n..3. CAP.,
non necesse non
esse. Et probat hunc consequentiæ modum esse malum in primo ordine. Cognita
enim malitia primi, facile est secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali ratione ducente ad
impossibile. Ad necessarium esse
sequitur possibile esse: aliter sequeretur non possibile esse, quod manifeste
implicat; ad possibile esse sequitur non impossibile esse, ut patet; ad
non impossibile esse, secundum antiquos,
sequitur in primo ordine non necessarium
esse; ergo de primo ad ultimum, ad
necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est
inconveniens, quia est manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur
ergo quod male dictum sit, quod non
necessarium esse consequatur in primo ordine. Ait ergo et certe impossibile est poni sic secundum
consequentiam, ut antiqui posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas
duas enunciationes de necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum
duarum de necessario. Nam ad id quod
est, necessarium esse, sequitur, possibile
est esse: nam si non, idest quoniam si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur
illam, scilicet, necesse esse. Necesse
est enim de necessario aut dicere, idest
affirmare possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel
negatio vera. Quare si dicas quod, ad
necesse esse, non sequitur, possibile esse, sed, non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi
quæ dicit, impossibile est esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur,
impossibile esse, et idem erit, necesse esse et impossibile esse: quod est
inconveniens. Bona ergo erat prima
illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est esse. Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse,
sequitur, non impossibile esse, ut patet
in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet,
non impossibile esse, secundum antiquos eodem
primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare contingit de primo
ad ultimum); ad id quod est, necessarium
esse, sequitur, non necessarium esse: quod est inconveniens, immo
impossibile. 12. Dubitatur hic: quia in
I Priorum dicitur quod ad possibile
sequitur non necessarium, hic autem dicitur
oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile sumitur dupliciter. Uno
modo in communi, et sic est quoddam superius ad necessarium et contingens ad
utrunque, sicut animal ad hominem et bovem; et sic ad possibile non sequitur
non necessarium, sicut ad animal non
sequitur non homo. Alio modo sumitur possibile pro una parte possibilis in communi, idest pro
possibili seu contingenti, scilicet ad
utrunque, scilicet quod potest esse
et non esse; et sic ad possibile
sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non
esse, non necessarium est esse, et
similiter non necessarium est non esse. Loquimur
ergo hic de possibili in communi, ibi vero in speciali. 13. Deinde cum dicit: 4f vero neque
necessarium etc., determinat veritatem
intentam. Et circa hoc tria facit: primo, determinat quæ enunciatio de
necessario sequatur ad possibile;
secundo, ordinat consequentias omnium modalium; ibi: Sequuntur enim etc. Quoad primum, sicut duabus viis reprehendit antiquos, ita ex illis
duobus motivis intentum probat. Et
intendit quod, ad possibile esse, sequitur,
non necesse non esse. - Primum motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse, non sequitur
(ut probatum est), non necesse esse, at
vero neque, necesse esse, neque, necesse
non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam,
non necesse non esse: non enim dantur plures enunciationes de
necessario. Huius communis divisionis primo
proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: At vero neque necessarium. esse, neque necessarium.
nom esse, sequitur ad, possibile non
esse ; secundo probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum
antecedens: tunc enim oppositum consequentis staret cum antecedente; sed
utrunOpp. D. Tnuowar T. I. LECT. que horum, scilicet, necesse esse, et,
necesse non esse, minuit possibile esse; ergo, etc. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: Illi enim,
scilicet, possibile esse, utraque,
scilicet,esse et non esse, contingit accidere;
horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet verum fuerit, non erunt illa duo,
scilicet, esse et non esse, vera simul in potentia. Et primum horum explanans ait: cum dico, possibile esse, simul
est possibile esse et non esse. Quoad
secundum vero subdit. Si vero dicas,
necesse esse vel necesse non esse, non remanet
utrunque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse est
esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse
est non esse,
possibilitas ad esse removetur.
Utrunque ergo istorum minuit illud antecedens, possibile esse, quoniam ad esse et non esse se
extendit, etc. Tertio subdit
conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est ei quæ
dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo
ordine. 14. Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod
dicit quod, ad possibile non sequitur
necessarium, cum superius dixerit quod
ad ipsum non sequitur non necessarium. Cum
enim necessarium et non necessarium sint contradictoria opposita, et de quolibet sit affirmatio vel
negatio vera, non videtur posse evadi
quin ad possibile sequatur necessarium,
vel, non necessarium. Et cum non sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut dicebant
antiqui. - Augetur et dubitatio ex eo
quod Aristoteles nunc * usus est tali
argumentationis modo, volens probare quod ad necessarium sequatur possibile. Dixit enim: Nam si non
negatio possibilis consequatur. Necesse
est enim aut dicere aut negare. 15. Pro
solutione huius, oportet reminisci habitudinis quæ est inter possibile et
necessarium, quod scilicet possibile est
superius ad necessarium, et attendere quod
superius potestate continet suum inferius et eius oppositum, ita quod
neutrum eorum actualiter sibi vindicat, sed
utrunque potest sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et
non homo: et consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris
ad. habendum affirmationem et negationem
unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad affirmativam et negativam futuri
contingentis. Utrobique enim neutrum habetur, et salvatur potentia ad
utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec affirmatio nec fiegatio est determinate
vera, sed sub disiunctione altera est necessario
vera, ut in fine Primi * conclusum est;
ita nec affirmatio nec negatio inferioris
sequitur determinate affirmationem vel negationem superioris, sed sub
disiunctione altera sequitur necessario.
Unde non valet, est
animal, ergo est homo, neque, ergo non
est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium,
ideo optime determinavit Aristoteles
neutram contradictionis partem de
necessario determinate sequi ad possibile. Non
tamen dixit quod sub disiunctione neutra sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de
quolibet est affirmatio vera vel
falsa. Ad id autem quod additur, ex
eadem trahitur radice responsio. Quia
enim necessarium inferius est ad possibile,
et inferius non in potentia sed
in actu includit suum superius, necesse
est ad inferius determinate sequi suum
superius: aliter determinate sequetur eius contradictorium. Unde per
dissimilem habitudinem, quæ est inter
necessarium et possibile et non possibile, ex una parte, et inter
possibile et necessarium et non necessarium, ex
altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram contradictionis
partem determinate, et hic optimus ad neutram
determinate. 16. Oritur quoque
alia dubitatiuncula. Videtur enim quod
Aristoteles difformiter accipiat ly possibile in praepy) * "ES ἃ: nunc.
* Lect. xin. nunc
114 II cedenti textu et in isto.
Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic videtur
accipere ipsum specialiter pro possibili
ad utrumlibet, quia dicit quod possibile
est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod
uniformiter usus est possibili. Nec eius
verba obstant: quoniam et de possibili
in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet,
esse et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur
etiam de suo superiori, licet non eodem
modo; tum quia possibile in communi
neutram contradictionis partem sibi determinat,
et consequenter utranque sibi advenire compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem,
quemadmodum possibile ad utrunque. 17.
Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ
obiectioni antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: Hoc enim
verum est etc. Ubi notandum quod Aristoteles
sub illa maiore adducta pro antiquis (scilicet, convertibiliter se
consequentium contradictoria se mutuo consequuntur), subsumit minorem: sed
horum convertibiliter se sequentium in
tertio ordine (scilicet, non possibile esse et
necesse non esse), contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse (quoniam modi negatione eis
opponunquuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non esse, . tamquam contradictoria duorum se mutuo
consequentium. 18. Deinde cum dicit:
Sequuntur enim. etc., ordinat omnes consequentias modalium secundum
opinionem propriam; et ait quod, hæ
contradictiones, scilicet, de necessario, sequuntur illas de possibili,
secundum modum prædictum et approbatum
illarum de impossibili. Sicut enim
contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet
conversim; ita contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario
sequuntur conversim: licet in hoc, ut
dictum est, dissimilitudo sit quod, contradictoriarum de possibili et
impossibili similiter est dictum, contradictoriarum autem de possibili et
necessario contrarium est dictum, ut in
sequenti videtur figura: CONSEQUENTIÆ
ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR
ORDINES AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ.
Primus Ordo Possibile est
esse Contingens est esse Non impossibile est esse Non necesse est non esse . Secundus
Ordo Possibile est non esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse. Non necesse est esse tur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile esse
et non necesse non esse) se consequuntur
et in primo locandæ sunt ordine. Unde motivum tangens ait: Hoc enim, quod
dictum est, verum est, idest verum esse
ostenditur, et de necesse non esse,
idest, et ex illius, scilicet, non necesse non esse, opposita, quæ est, necesse
non esse. Vel, boc enim, scilicet, non
necesse non esse, verum est, scilicet, contradictorium illius de necesse non esse. Et minorem subdens ait:
Hæc enim, scilicet, non necesse non
esse, fit contradictio eius, quæ
convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et explanans hoc in terminis subdit. Illud enim, non
possibile esse, quod est caput tertii
ordinis, sequitur hoc de impossibili,
scilicet, impossibile esse, et hæc de necessario, scilicet, necesse non
esse, cuius negatio seu contradictoria est, non
necesse non esse. Et quia, cæteris paribus, modus negatur, et illa, possibile esse, est (subauditur)
contradictoria illius, scilicet, non
possibile; igitur ista duo mutuo se conseTertius Ordo Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est esse Necesse est non esse Quartus Ordo
Non possibile est non esse Non
contingens est non esse Impossibile est
non esse Necesse est esse Ubi vides quod nulla est inter Aristotelem et
antiquos differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad illas
de necessario. Præpostero
namque situ usi sunt antiqui, eam de necessario,
quæ locanda erat in primo ordine, in
secundo ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et
aspice quoque quod convertibiliter se
consequentium semper contradictoria se
consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ primi ordinis contradictoriæ sunt; et
similiter singulæ quarti ordinis
singulis, quæ in secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non
observarunt. CAP. LECT. LECTIO
(Canp. CarerANr lect. 1x) AN AD
ILLUD QUOD EST, NECESSARIUM ESSE, SEQUATUR ID QUOD EST, POSSIBILE ESSE? ᾽Απορήσειε δ᾽ ἄν τις εἰ τῷ ἀναγκαῖον εἶναι τὸ δυνατὸν
εἶναι
ἕπεται. Εἴ τε γὰρ μὴ ἕπεται, ἡ ἀντίφχοσις ἀχολουθήσει, τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι" καὶ εἴ τις ταύτην μὴ φήσειεν εἶναι ἀντίφασιν, ἀνάγκη λέγειν τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι: ἅπερ ἄμφω ψευδῇ κατὰ τοῦ ἀναγκαῖον 115 * Dubitabit
autem aliquis, si ad illud quod est, necessarium esse, illud quod est, possibile esse,
sequatur. Nam si εἶναι. ᾿Αλλὰ μὴν πάλιν τὸ αὐτὸ εἶναι δοχεῖ δυνατὸν τέμνεσθαι καὶ μὴ τέμνεσθαι, καὶ εἶναι καὶ μιὴ εἶναι, ὥστε ἔσται τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἐνδεχόμενον po εἶναι: τοῦτο δὲ
ψεῦδος. 3 ἢ
ε
Φανερὸν δὴ ὅτι οὐ πᾶν τὸ δυνατὸν ἢ εἶναι ἢ βαδίζειν
xxi τὰ ἀντικείμενα δύναται, ἀλλ᾽ ἔστιν ἐφ᾽ ὧν οὐκ ος͵ ἀληθές" πρῶτον μὲν ἐπὶ τῶν μὴ κατα λόγον δυνατῶν, οἷον τὸ πῦρ θερμαντικὸν καὶ ἔχει δύναμιν ἄλογον. Αἱ μὲν οὖν μετὰ λόγου δυνάμεις αἱ αὐταὶ πλειόνων καὶ τῶν ἐναντίων, αἱ δ᾽ ἄλογοι οὐ πᾶσαι, ἀλλ᾿ ὥσπερ εἴρηται, τὸ πῦρ οὐ δυνατὸν θερμαίνειν καὶ μή, οὐδ᾽
ὅσα ἄλλα ἐνεργεῖ ἀεί. "ἔνια μέντοι δύναται xal τῶν χατὰ τὰς ἀλόγους δυνάμεις ἅμα τὰ ἀντιχείμενα δέἕξασται. ᾿λλλὰ τοῦτο μὲν τούτου χάριν εἴρηται, ὅτι οὐ πᾶσα δύναμις τῶν ἀντικειμένων, οὐδ᾽ ὅσαι λέγονται χατὸὰ τὸ αὐτὸ εἴδος. mew [TAS
TA necesse. Et duo facit: quia
primo dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione alium or* *
Wr ed Ὁ TE ϑ, να MPPT T
Lect. seq. Num. 5. dinem earumdem consequentiarum modalibus
statuit ; ibi: Et est fortasse * etc. Circa primum duo facit: primo, movet quæstionem; secundo, determinat eam; ibi:
Manifestum est * etc. Movet ergo quæstionem:
primo dicens: Dubitabit autem. aliquis
si ad id quod est. necesse esse sequatur. possibile &5$£; et secundo, arguit ad partem
affirmativam subdens: Nam si non
sequatur, contradictoria eius. sequetur, scilicet non possibile esse, ut supra deductum est:
quia de quolibet est affirmatio vel negatio vera. Et si quis dicat
hanc, scilicet, non possibile esse, non esse contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea
subterfugiendum velit argumentum, et
dicere quod neutra harum sequitur ad
necesse esse; talis licet falsum dicat, tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit ipsum dicere
illius contradictoriam fore, possibile non esse. Oportet namque aut non possibile esse aut possibile non esse,
esse contradictoriam, possibile esse; et tunc in eumdem redibit errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse
et possibile non esse, falsæ sunt de eo
quod est, necesse esse. Et consequenter
ad ipsum neutra sequi potest. Nulla enim
enunciatio sequitur ad ilam, cuius veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad necesse esse
sequitur possibile esse. Tertio, arguit
ad partem negativam cum subdit: 4 vero
rursus etc., et intendit talem rationem. Si ad necesse esse
sequitur possibile esse, cum ad possibile sequatur possibile non esse (per conversionem in
oppositam qua"litatem, ut dicitur in I Priorum, quia idem est
possibile esse et non
6556), sequetur de primo ad ultimum quod
necesse esse est possibile non esse: quod est falsum manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: 44:
vero non sequatur, contradictio
sequetur, quæ est, non possibile esse: et si quis hanc non dicat esse
contradictionem, necesse est dicere, possibile non esse: quæ utræque falsæ sunt
de necesse esse. At vero rursus idem
videtur esse possibile aliquid incidi et
non incidi, et esse et non esse: quare erit necesse esse, contingens non esse. Hoc autem falsum est. Manifestum est autem quod non omne possibile,
vel esse, vel ambulare, etiam opposita
potest; sed est in qu:bus non sit verum.
Primum quidem in his quæ non secundum rationem possunt; ut ignis calefactibilis
est, et habet vim irrationalem. Quæ igitur secundum rationem potestates
sunt, eædem plurium etiam
contrariorum sunt. Irrationales vero non
omnes: sed (quemadmodum dictum est)
ignem non esse possibile calefacere et non;
neque quæcunque alia semper agunt. Alia vero possunt, et
secundum irrationales potestates simul opposita suscipere. Sed hoc huius
gratia: dictum est, quoniam non omnis
potestas oppositorum susceptiva est, neque quæcunque secundum eamdem speciem
dicuntur. rursus videtur idem possibile
esse et non esse, ut domus, et possibile
incidi et. non. incidi, ut vestis. Quare
de primo ad ultimum necesse esse, erit
contingens non esse. Hoc autem est
falsum. Ergo hypothesis illa, scilicet, quod possibile sequatur ad necesse, est
falsa. 3. Deinde cum dicit: Manifestum.
est. autem. etc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem
simpliciter; secundo, applicat ad. propositum; ibi: Hoc igitur possibile*
etc. Proponit ergo primo ipsam veritatem declarandam, dicens: Manifestum
est autem, ex dicendis, quod non omne
possibile esse vel ambulare, idest operari: idest, non omne possibile secundum actum primum vel
secundum ad opposita valet, idest ad
opposita viam habet, sed est invenire
aliqua possibilia, in quibus non sit verum dicere quod possunt in opposita. Deinde, quia
possibile a potentia nascitur, manifestat qualiter se
habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc
enim clarum erit quomodo possibile se liabeat ad opposita. Et circa hoc duo
facit: primo manifestat hoc in potentiis
eiusdem rationis; secundo, in his quæ æquivoce
dicuntur potentiæ; ibi: Quasdam vero
potentiæ * etc. Circa primum tria facit: quia primo manifestat qualiter potentia irrationalis se
habeat ad opposita; et ait quod potentia irrationalis non potest in opposita.
4. Ubi notandum est quod, sicut dicitur IX Metapbys., potentia activa, cum nihil aliud sit quam
principium quo in aliud agimus, dividitur
in potentiam rationalem et irrationalem. Potentia rationalis est, quæ cum
ratione et electione operatur; sicut ars
medicinæ, qua medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et volens
applicat remedia. Potentia autem
irrationalis vocatur illa, quæ non ex
ratione et libertate operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor
ignis potentia irrationalis est, quia
calefacit, non ut cognoscit et vult, sed ut natura sua exigit. Assignatur autem ibidem duplex
differentia proposito deserviens inter istas potentias.- Prima est quod activa potentia irrationalis non potest duo
opposita, sed * * * Seq. c. xut.
Lect. seq. Lect. seq. RN"
116 est II determinata ad unum oppositorum, sive sumatur
oppositum contradictorie sive contrarie. Verbi gratia: calor non potest calefacere et non calefacere, quæ
sunt contradictorie opposita, reque potest calefacere et frigefacere, quæ sunt contraria, sed ad calefactionem
determinatus est. Et hoc intellige per se, quia per accidens
calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum scilicet, vel per antiperistasin contrarii.
Et similiter potest non calefacere per
accidens, scilicet si calefactibile deest.
Potentia autem rationalis potest in opposita et contradictorie et
contrarie. Arte siquidem medicinæ potest medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ
sunt contradictoria; et adhibere remedia
sana et nociva, quæ sunt contraria. - Secunda differentia est quod
potentia activa irrationalis, præsente
passo, necessario operatur, deductis
impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si
nihil impediat; potentia autem
rationalis, passo præsente, non necessario operatur: præ-: sente
siquidem. infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere.
É 5. Dimittantur autem
metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum redeamus. Ubi narrans
quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum, ait: Et primum quidem, scilicet, non est verum
dicere quod sit potentia ad opposita in
his quæ. possunt non secundum rationem,
idest, in his quorum posse est per potentias
irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et babet vim, idest, potentiam istam
irrationalem. Ignis siquidem non potest frigefacere; neque in eius
potestate est calefacere et non
calefacere. Quod autem dixit primum
ordinem, nota, ad secundum genus possibilis infra dicendum, in quo etiam
non invenitur potentia ad opposita. 6.
Secundo, manifestat quomodo potentia rationalis
se habeat ad opposita, intendens quod potentia rationalis potest in opposita. Unde subdit: Ergo
potestates secundum rationem, idest
rationales, ipsæ eædem sunt contrariorum,
a non solum duorum, sed etiam
plurimorum, ut arte medicinæ medicus plurima iuga contrariorum adhibere
potest, et multarum operationum contradictionibus
abstinere potest. Præposuit autem ly
ergo, ut hoc consequi ex dictis
insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint proprietates, et potentia
irrationalis ex eo quod irrationalis ad
opposita non se extendat; oportet potentiam rationalem ad opposita viam habere, eo quod rationalis
sit. 7. Tertio, explanat id quod dixit
de potentiis irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et intendit quod illud quod dixit de potentia
irrationali, scilicet quod non potest in
opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. - Ubi nota quod
potentia irrationalis dividitur in
potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ est
principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in posse calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis
irrationalibus verum est quod non possunt in opposita, .ut declaratum est; in potentiis autem
passivis non est verum. Illud enim quod
potest calefieri, potest etiam frigefieri, quia eadem est materia, seu potentia
passiva contrariorum, ut dicitur in II De cælo et mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum
privationis et formæ, ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando,
ait: Irralionales vero potentiæ mom omnes a posse in opposita excludi intelligendæ sunt, sed
illæ quæ sunt quemadmodum potentia ignis
calefactiva (ignem enim non posse non
calefacere manifestum est), et universaliter, quæcunque alia sunt talis potentiæ,
quod semper agunt, idest quod quantum
est ex se non possunt non agere, sed ad
semper agendum ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt, ut
declaravimus, omnes potentiæ activæ
irrationales. Alia vero sunt talis conditionis
quod etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas, simul possunt in quædam
opposita, ut ær potest calefieri et frigefieri. Quod vero ait, simul, cadit supra ly possunt,
et non supra ly opposita; et est sensus,
quod simul aliquid habet potentiam
passivam ad utrunque oppositorum, et non
quod habeat potentiam passivam ad utrunque oppositorum simul habendum.
Opposita namque impossibile est haberi
simul. Unde et dici solet et bene, quod in huiusmodi est simultas potentiæ, non
potentia simultatis. Irrationalis igitur potentia non secundum totum suum
ambitum a posse in opposita excluditur, sed secundum partem eius, secundum potentias scilicet
activas. 8. Quia autem videbatur
superflue addidisse differentias inter activas et passivas irrationales, quia
sat erat proposito ostendisse quod non omnis potentia oppositorum est; ideo subdit quod hoc idcirco dictum est,
ut notum fiat quoniam nedum non omnis
potestas oppositorum est, loquendo de
potentia communissime, sed neque quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem
speciem ad opposita possunt. Potentiæ
siquidem irrationales omnes sub una
specie irrationalis potentiæ concluduntur, et tamen non omnes in opposita
possunt, sed passive tantum. Non supervacanea ergo fuit differentia inter passivas
et activas irrationales, sed necessaria
ad declarandum quod non omnes potentiæ
eiusdem speciei possunt in opposita. Potest etly boc demonstrare
utranque differentiam, scilicet, inter
rationales et irrationales,et inter irrationales activas et. passivas inter se; et tunc est sensus, quod
hoc ideo fecimus, ut ostenderemus quod
non omnis potestas, quæ scilicet
secundum eamdem rationem potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in aliquid ut rationalis
et irrationalis, neque etiam omnis
potestas, quæ sub eadem specie continetur, ut irrationalis activa et passiva
sub specie irrationalis, ad opposita potest.
CAP. LECT. LECTIO (Canp. CargrANI
lect. x) DECLARATIS POTENTIIS QUÆ ÆQUIVOCÆ
DICUNTUR, SUMITUR RATIO ZMPOSSIBILIS AD
DETERMINANDUM QUODNAM EX POSSIBILIBUS AD NECESSARIUM SEQUATUR ' *, Ν b Ἔνιαι δὲ δυνάμεις ὁμώνυμοί εἰσι. Τὸ γὰρ δυνατὸν οὐχ ἁπλῶς λέγεται, ἀλλὰ τὸ μὲν ὅτι ἀληθὲς ὡς ἐνεργείᾳ
* 117, Quædam vero potestates æquivocæ sunt. Possibile enim * Sea. c. xu. : non
L4 ὄν, 1
olov ^ à
* L] δυνατὸν e
f. δίζε e
(Q δίζε ^ ὶ e NI ῥαδίζειν ὅτι βαδίζει, καὶ ὅλως δυ-,
"^, νατὸν εἶναι ὅτι ἤδη ἔστι xav ἐνέργειαν ὃ λέγεται
E ^ εἰ, i εἶναι δυνατόν, τὸ δὲ ὅτι ἐνεργήσειεν ἄν, οἷον δυνα[i * τὸν εἶναι βαδίζειν ὅτι βαδίσειεν ἄν. Καὶ αὕτη μὲν ἐπὶ τοῖς κινητοῖς ἐστὶ μόνοις ἡ δύναμις, ἐκείνη δὲ καὶ ἐπὶ τοῖς ἀχινήτοις, Γλμφω δὲ ἀληθὲς εἰπεῖν τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι βαδίζειν ἢ εἶναι, xai
τὸ βαδίζον ἤδη καὶ ἐνεργοῦν καὶ τὸ βαδιστιχόν. Τὸ μὲν οὖν οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀληθὲς χατο τοῦ ἀναγχαίου ἁπλῶς εἰπεῖν, θάτερον δὲ ἀληθές. “Ὥστε ἐπεὶ 7 τῷ ἐν μέρει τὸ καγόλου ἕπεται, τῷ ἐξ ἀνάγχης ὄντι ἕπεται τὸ δύνασθαι εἶναι, οὐ μέντοι πᾶν. Καὶ ἔστι δὴ ἀρχὴ ἴσως τὸ ἀναγκαῖον καὶ μὴ ἀνάγκαϊον πάντων ἢ εἶναι ἢ μιὴ εἶναι, καὶ τἄλλα ὡς τούτοις ἀχολουθοῦντα ἐπισκοπεῖν δεῖ. Φανερὸν δὴ ix τῶν εἰρημένων. ὅτι τὸ ἐξ ἀνάγκης ὃν χατ᾽ ἐνέργειάν ἐδτιν, ὥστε εἰ πρότερα τὰ ἀίδια, καὶ ἡ ἐνέργεια δυνάμεως προτέρα. οὐσίαι, τὰ Καὶ τὰ μὲν ἄνευ δυνάμεως ἐνέργειαί εἰσιν, olov αἱ πρῶται δὲ μετὰ δυνάμεως, ἃ τῇ μὲν φύσει πρότερα, τῷ δὲ χρόνῳ ὕστερα, vd δὲ οὐδέποτε ἐνέργειαί εἰσιν, ἀλλὰ δυνάμεις μόνον. 3
ntendit declarare quomodo illæ quæ æquiUP vocæ dicuntur potentiæ, se
habeant ad oppoE. sita. Et circa hoc duo facit: primo, declarat £j)
* Num. 3. naturam talis potentiæ; secundo, ponit
differentiam et convenientiam inter ipsas et supradictas, ibi: Et bæc quidem*
etc. Ad evidentiam primi advertendum est quod V et TX Metapbys., Aristoteles
dividit potentiam in potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in potentias, quæ non ea ratione qua prædictæ
potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce
potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ, et rationales,
et irrationales. Quæcunque enim posse
dicuntur per potentiam activam vel
passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet est in eis vis principiata
alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo
autem membro comprehenduntur potentiæ
mathematicales et logicales. Mathematica potentia est, qua lineam posse dicimus
in quadratum, et eo quod in semetipsam
ducta quadratum constituit. Logica potentia est, qua duo termini coniungi absque
contradictione in enunciatione possunt. Sub logica quoque potentia continetur
quæ ea ratione potentia dicitur, quia est.
Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ nullam virtutem activam vel
passivam prædicant; et quod possibile istis modis dicitur, non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat
virtutem ad hoc agendum vel patiendum,
sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad opposita sint activæ vel
passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates
dicuntur ad opposita non se habent. De his ergo loquens ait: Quædam
vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad opposita non se habent. 2. Deinde declarans qualis sit ista potestas æquivoce dicta, subdit divisionem usitatam possibilis
per quam hoc simpliciter dicitur: sed
hoc quidem, quoniam verum est, quod in actu est; ut possibile ambulare, quoniam
ambulat iam, et omnino possibile esse, quoniam
iam est in actu, quod dicitur esse possibile: illud vero, quoniam actu esse posset; ut possibile
ambulare, quoniam ambulabit. in Et hæc quidem in mobilibus solis est
potestas, illa vero et immobilibus. Utrunque vero verum est
dicere, non impossibile esse ambulare
vel esse, et quod iam ambulat et agit,
et ambulativum. Hoc igitur possibile non
est verum de necessario dicere
simpliciter, alterum autem verum est. Quare quoniam partem universale sequitur, illud quod ex
necessitate est, consequitur posse esse, sed non omne. Et est fortasse quidem principium, quod
necessarium est, et quod non necessarium est, omnium vel esse,
vel non esse: et
oportet. alia, veluti horum
consequentia, considerare Manifestum est
autem ex his quæ dicta sunt, quod id
quod ex necessitate est, secundum actum est: quare si priora sunt sempiterna, et quæ actu sunt
potestate priora sunt. Et hæc quidem sine potestate actus sunt, ut primæ
substantiæ: alia vero cum potestate, quæ natura quidem priora sunt, tempore vero posteriora. Alia
vero numquam actus sunt, sed potestates tantum.
scitur, dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur
possibile eo quod verum est ut in actu,
idest ut actualiter est; ut, possibile
est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter
possibile est esse, quoniam est actu iam quod
possibile dicitur. Secundo modo autem possibile dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter,
sed quia forsitan aget, idest quia
potest agere; ut possibile est ambulare,
quoniam ambulabit. Ubi advertendum est quod ex divisione bimembri
possibilis divisionem supra positam potentiæ declaravit a posteriori. Possibile
enim a potentia dicitur: sub primo
siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem
potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod
quia possibile dupliciter dicitur, quod
etiam potestas duplex est. Declaravit
autem potestates æquivocas ex uno earum
membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo
proposito. 3. Deinde cum dicit: Et bæc
quidem etc., assignat differentiam inter utranque potentiam, et ait quod
potentia hæc ultimo dicta physica, est
in solis illis rebus, quæ sunt mobiles ; illa autem est et in rebus
mobilibus et immobilibus. Possibile
siquidem a potentia dictum eo quod
possit agere, non tamen agit, inveniri non potest absque mutabilitate eius, quod sic posse
dicitur. Si enim nunc potest agere et
non agit,si agere debet, oportet quod
mutetur de otio ad operationem. Id autem quod possibile dicitur eo quod
est, nullam mutabilitatem exigit in
eo quod sic possibile dicitur.
Esse namque in actu, quod talem
possibilitatem fundat, invenitur et in rebus necessariis, et in immutabilibus,
et in rebus mobilibus. Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius est
illo quod physicum appellari solet. 4. Deinde subdit convenientiam inter
utrunque possibile, dicens quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum est non impossibile esse, scilicet,
ipsum ambulare, quod iam actu ambulat
seu agit, et quod iam ambulabile est;
idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur possibile ex II
CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM
SECUNDUM QUATUOR ORDINES ALIO CONVENIENTI SITU AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ: Primus Ordo
eo * Cf. lect. præc. n.
5. quod actu est, sive ex eo quod potest
esse, de utroque verificatur non
impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile, quoniam ad non
impossibile sequitur possibile. Hoc est
secundum genus possibilis, respectu cuius Aristoteles supra dixit: Et primum
quidem * etc., in quo non invenitur via
ad utrunque oppositorum, hoc, inquam,
est possibile quod iam actu est. Quod enim tali
ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex eo quod actu esse suppositum est. Non ergo possibile
omne ad utrunque possibile est, sive
loquamur de possibili physice, sive logice.
5. Deinde cum dicit : Sic igitur possibile etc., applicat determinatam
veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis, declarat habitudinem
utriusque possibilis ad necessarium,
dicens quod hoc ergo possibile, scilicet
physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere Necesse est esse Non possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse Tertius Ordo
Non. necesse est esse Possibile
est non esse Contingens est non
esse Non impossibile est non esse Secundus Ordo
Necesse est non esse Non
possibile est esse Non contingens est
esse Impossibile est esse Quartus Ordo
Non necesse est non esse
Possibile est esse Contingens est
esse Non impossibile est esse Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod
necessariæ quæ ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit fortasse, non
dubitantis, sed absque determinata
ratione rem proponentis est. et prædicare de necessario simpliciter: quia
quod simpliciter necessarium est, non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut
dictum est. Addit autem ly simpliciter,
quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum
tractare, sed solummodo id insinuare.
Quod ut præservaret se ab illis modis
necessarii qui non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly
simpliciter. De tali enim necessario possibile physicum non
verificatur. Alterum autem possibile
logicum, quod in rebus immobilibus invenitur, verum est de illo enunciare,
quoniam nihil neces* c *
Lect. præced. a Cf. lect. præc. n. I.
* Num. seq. sitatis adimit. Et per hoc solvitur ratio
inducta * ad partem negativam quæstionis. Peccabat siquidem in hoc, -quod ex
necessario inferebat possibile ad utrunque quod
convertitur in oppositam qualitatem.
6. Deinde respondet quæstioni formaliter intendens quod affirmativa pars * quæstionis tenenda
sit, quod scilicet ad necessarium sequitur possibile; et assignat causam. Quia ad partem subiectivam sequitur
constructive suum totum universale; sed
necessarium est pars subiectiva possibilis: quia possibile dividitur in logicum
et physicum, et sub logico
comprehenditur necessarium ; ergo ad
necessarium sequitur possibile. Unde dicit: Quare, quoniam partem, scilicet subiectivam, suum
totum universale sequitur, illud quod ex necessitate est, idest necessarium,
tamquam partem subiectivam, consequitur posse
esse, idest possibile, tamquam totum universale. Sed mon omnino, idest sed non ita quod omnis species
possibilis sequatur; sicut ad hominem
sequitur animal, sed non omnino, idest
non secundum omnes suas partes subiectivas sequitur ad hominem: non enim valet:
est homo, ergo est animal irrationale.
Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem affirmativam, expressius solvit
rationem adductam ad partem negativam,
quæ peccabat secundum fallaciam
consequentis, inferens ex necessario possibile,
descendendo ad unam possibilis speciem, ut de se patet. 7. Deinde cum dicit: Et est fortasse quidem
etc., ordinat easdem modalium
consequentias alio situ, præponendo
necessarium omnibus aliis modis. Et circa hoc duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo,
assignat causam dicti ordinis; ibi:
Manifestum est autem* etc. Dicit ergo: Et
est fortasse principium omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest, affirmativarum vel
negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet considerare alia,
scilicet, possibile contingere et impossibile esse, sicut borum, scilicet, necessarii et non necessarii,
consequentia, hoc modo: 8. Deinde cum dicit: Manifestum est
autem. etc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat
causam, quare præposuerit necessarium possibili tali ratione.
Sempiternum est prius temporali; sed necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in
actu, excludendo omnem mutabilitatem, et
consequenter temporalitatem, quæ sine
motu non est imaginabilis), possibile autem
dicit temporalitatem (quia non excludit quin possit esse et non
esse); ergo necesse merito prius ponitur quam
possibile. Unde dicit, proponendo minorem: Manifestum est autem ex bis quæ dicta sunt etc.,
tractando de necessario: quoniam id quod
ex necessitate est, secundum actum est
totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad oppositum: si enim mutari posset
in oppositum aliquo modo, iam non esset necessarium. - Deinde subdit maiorem per modum antecedentis
conditionalis : Quare si priora sunt
sempiterna temporalibus etc. - Ultimo
ponit conclusionem: et quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt potestate, idest
possibilibus, quæ omnino actu esse non
ponunt, licet compatiantur. 9. Deinde cum dicit: Et bæ
quidem etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales statuti, tali
ratione. Universi triplex est gradus. Quædam
sunt actu sine poteillæ state, idest
sine admixta potentia, ut primæ substantiæ, non
quas in præsenti diximus primas, eo quod
principaliter et maxime substent, sed illæ quæ sunt primæ, quia omnium
rerum sunt causæ, Intelligentiæ scilicet. - Alia sunt actu cum possibilitate,
ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu sunt priora natura seipsis secundum id quod habent de
potentia, licet e contra sit, aspiciendo ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia priora
tempore seipsis secundum id quod habent
de actu. Verbi gratia, Socrates prius
secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter philosophus. Potentia ergo
præcedit actum secundum ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis et
dignitatis e converso contingit. Prior
enim secundum dignitatem, idest dignior
et perfectior habebatur Socrates cum philosophus actualiter erat, quam cum philosophus esse
poterat. Præposterus est igitur ordo potentiæ et actus in unomet, utroque ordine, scilicet, naturæ et temporis
attento, - Alia vero nunquam sunt actu
sed potestate tantum, ut motus, tempus,
infinita divisio magnitudinis, et infinita augmentatio numeri. Hæc enim, ut IX
Metapbys. dicitur, nunquam exeunt in
actum, quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid eius
expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de his
alio tractandum est loco. Nunc hæc ideo
dicta sint ut, inspecto ordine universi, appareat quod illum imitati sumus in
nostro ordine. Posuimus siquidem primo
necessarium, quod sonat actu esse sine
potestate seu mutabilitate, imitando primum
gradum universi. - Locavimus secundo loco possibile et contingens, quorum utrunque sonat actum cum
possibilitate, et sic servatur conformitas ad secundum gradum universi. - Præposuimus autem possibile et
non contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim nominis respicit defectum causæ,
qui ad potentiam pertinet: defectus enim
potentiam sequitur; et ex hoc conforme
est secundæ parti universi, in qua actus
est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus.- Ultimum autem locum impossibili
reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima
universi pars dicta est illa, quæ
nunquam actu est. Pulcherrimus igitur
ordo statutus est, quando divinus est observatus. IO. Quia autem suppositæ modalium consequentiæ nil aliud sunt quam æquipollentiæ earum, quæ
ob varium negationis situm, qualitatem, vel quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad completam
notitiam consequentium se modalium, de
earum qualitate et quantitate pauca admodum necessaria dicenda sunt. Quoniam igitur natura totius ex partium naturis
consurgit, sciendum est quod subiectum enunciationis modalis et dicit esse vel non esse, et est dictum unicum, et
continet in se subiectum dicti; prædicatum
autem modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum est (
quia explicite vel implicite verbum
continet, quod est semper nota eorum quæ
de altero prædicantur: propter quod
Aristoteles dixit quod modus est ipsa appositio), et continet in se vim
distributivam secundum partes temporis.
Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel
simpliciter vel tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. 11. Nascitur autem ex his quinque
conditionibus duplex in qualibet modali qualitas, et triplex quantitas. -
Ex eo
enim quod tam subiectum quam prædicatum modalis verbum in se habet,
duplex qualitas fit, quarum altera
vocatur qualitas dicti, altera qualitas modi. Unde et supra dictum est* aliquam esse: affirmativam de
modo et non de dicto, et e converso. -
Ex eo vero quod subiectum modalis
continet in se subiectum dicti, una quantitas
consurgit, quæ vocatur quantitas subiecti dicti: et hæc distinguitur in universalem, particularem et
singularem, Sicut et quàántitas illarum
de inesse. Possumus enim dicere, Socratem, quemdam hominem, vel omnem hominem,
vel nullum hominem, possibile est currere. Ex eo autem quod subiectum unius
modalis dictum unum * Ed. c: scilicet omne dictum cu tusque E
isttus modalis re,
est universalis, scilicet dictum
. est, consurgit alia quantitas, vocata
quantitas dicti; et hæc unica est
singularitas: secundum * omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius
universalis, scilicet dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse album est possibile, exponitur
sic, hoc dictum, hominem esse album, est
possibile. Hoc dictum autem singulare
est, sicut et, hic homo. Propterea et dicitur quod omnis modalis est singularis
quoad dictum, licet quoad subiectum
dicti sit universalis vel particularis. - Ex
eo autem quod prædicatum modalis, modus scilicet, vim distributivam habet, alia quantitas consurgit
vocata quantitas modi seu modalis; et hæc distinguitur in universalem et
particularem. 12. Ubi diligenter: duo
attendenda sunt. Primum est quod hoc est
singulare in modalibus, quod prædicatum
simpliciter quantificat propositionem modalem, sicut et simpliciter qualificat. Sicut enim illa est
simpliciter affirmativa, in qua modus affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur; ita illa est simpliciter
universalis cuius modus est universalis,
et illa particularis cuius modus est
particularis. Et hoc quia modalis modi naturam sequitur. 119
Secundum attendendum (quod est causa istius primi ) est, quod prædicatum modalis, scilicet modus,
non habet solam habitudinem prædicati
respectu sui subiecti, scilicet esse et non esse, sed habitudinem
syncategorematis distributivi, sed non secundum quantitatem partium subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum
quantitatem partium temporis eiusdem. Et
merito. Sicut enim quia subiecti
enunciationis de inesse propria quantitas est penes divisionem vel indivisionem ipsius subiecti
(quia est nomen quod significat per
modum substantiæ, cuius quantitas est
per divisionem continui: ideo signum quantificans in illis distribuit secundum
partes subiectivas), ita quia subiecti
enunciationis modalis propria quantitas est
tempus (quia est verbum quod significat per modum motus, cuius propria quantitas est tempus),
ideo modus quantificans distribuit ipsum
suum subiectum, scilicet, esse vel non
esse, secundum partes temporis. Unde subtiliter
inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis proprii subiecti modalis enunciationis quantitas est,
scilicet, ipsius esse vel non esse. Ita
quod illa modalis est simpliciter
universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro omni tempore: vel simpliciter, ut, hominem
esse animal est necessarium vel
impossibile; vel accepto, ut, hominem
currere hodie, vel, dum currit, est necessarium vel impossibile. Illa
vero est particularis, in qua non pro omni,
sed aliquo tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal, est possibile vel
contingens. Est ergo et ista modalis
quantitas subiecti sui passio (sicut et
universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed derivatur a modo, non
in quantum prædicatum est (quod, ut sic,
tenetur formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet ex eo quod
proprie modus est. 13. Sunt igitur
modalium (de propria earum quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ,
ut illæ de necessario, quia distribuunt
ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ de impossibili, quia
distribuunt ad nunquam esse; aliæ
particulares affirmativæ, ut illæ de
possibili et contingenti, quia distribuunt utrunque ad aliquando esse; aliæ particulares negativæ,
ut illæ de non necesse et non
impossibili, quia distribuunt ad aliquando non esse:sicut in illis de inesse,
omnis, nullus, quidam, non omnis, non
nullus, similem faciunt diversitatem. Et quia, ut dictum est, hæc quantitas
modalium est inquantum modales sunt, et de his,
inquantum huiusmodi, præsens tractatus
fit ab Aristotele; idcirco æquipollentiæ,
seu consequentiæ earum, ordinatæ sunt
negationis vario situ, quemadmodum æquipollentiæ illarum de inesse: ut
scilicet, negatio præposita modo faciat æquipollere
suæ contradictoriæ; negatio autem modo
postposita, posita autem dicti verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et postposita
suæ subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab Aristotele formata. In qua, tali præformata
oppositionum figura, clare videbis omnes se mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere,
et consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium, quarto vero
subalternum. Necesse
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Possibile esse Impossibile e
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120 II LECTIO DECIMATERTIA (Cann. CargTANI lect. xi) CONTRARIETAS IN ANIMI OPINIONIBUS
CONSTITUITUR EX ALIQUA VERI FALSIQUE
OPPOSITIONE. Πότερον δὲ ἐναντία ἐστὶν ἡ κατάφασις τῇ ἀποφάσει ἢ ἡ κατάφασις τῇ χαταφάσει, καὶ ὁ λόγος τῷ λόγῳ; ὁ λέγων ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ οὐδεὶς ἄνθρωπος δίκαιος ἢ τὸ πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, οἷον ἔστι Καλλίας δίκαιος, οὐχ ἔστι Καλλίας δίκαιος, Καλλίας ἄδιχός ἐστι" ποτέρα δὴ Εἰ ἐναντία τούτων ;
γὰρ τὰ μὲν ἐν τῇ φωνῇ ἀχολουθεῖ τοῖς ἐν τῇ διανοίᾳ, ἐκεῖ δὲ ἐναντία δόξα ἡ τοῦ ἐναντίου, οἷον ὅτι πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῇ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, καὶ ἐπὶ τῶν ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεων ἀνάγχη ὁμοίως ἔχειν. Εἰ δὲ ped ἐχεῖ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα ἐναντία ἐστίν, οὐδὲ ἡ κατάφασις τῇ καταφάσει ἔσται ἐνανvla, ἀλλ᾽ ἡ εἰρημένη ἀπόφασις. Ὥστε σχεπτέον ποία δόξα ἀληθὴς ψευδεῖ δόξη ἐναντία. πότερον ἡ τῆς ἀποφάσεος ἢ ἡ τὸ ἐναντίον εἶναι δοξάζουσα. Λέγω δὲ ὧδε. Ἔστι τις δόξα ἀληθὴς τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν, ἄλλη δὲ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν ψευδής, ἑτέρα δὲ ὅτι χακόν. Ποτέρα δὴ τούτων ἐναντία τῇ ἀληθεῖ; xal εἰ ἔστι μία, x40
' ὁποτέραν ἡ ἐναντία: μὲν δὴ τούτῳ οἴεσθαι τὰς ἐναντίας δόξας ὡρίσθαι, τῷ τῶν ἐναντίων εἶναι, ψεῦδος" τοῦ γὰρ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ τοῦ καχοῦ ὅτι κακὸν ἡ αὐτὴ ἴσως καὶ ἀληθὴς ἔσται εἴτε πλείους εἴτε μία ἐστίν. ᾿Εναντία δὲ ταῦτα. ÀAXA' οὐ τῷ ἐναντίων εἶναι ἐναντία, ἀλλὰ μᾶλλον τῷ ἐναντίως. Εἰ δὴ ἔστι μὲν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἐστὶν ἀγαθὸν δόξα, ἄλλη δ᾽ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, ἔστι δὲ ἄλλο τι ὃ οὐχ ὑπάρχει οὐδ᾽ οἷόντε ὑπάρξαι, τῶν μὲν δὴ ἄλλων οὐδεμίαν θετέον, οὔτε ὅσαι ὑπάρχειν τὸ μιὴ ὑπάρχον δοξαάζουσιν, οὔθ᾽ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον (ἄπειροι γὰρ ἀμφότεραι, καὶ ὅσαι ὑπάρχειν δοξάζουσι τὸ μὴ ὑπάρyov, καὶ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον);
SEN ene ostquam determinatum est
de enunciatione se(Q5) (oy cundum quod diversificatur tam ex additione facta ad terminos, quam ad compositionem S. Thomas.
* * * Num.
5. Num. 8. Lect. seq.
J7 eius, hic secundum divisionem
a s. Thoma in principio huius Secundi
factam, intendit Aristoteles tractare quandam quæstionem circa
oppositiones enunciationum provenientes
ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi. Et circa hoc quatuor facit:
primo, movet quæstionem; secundo,
declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione prætractanda; ibi: Nam
si ea, quæ sunt in voce * etc.; tertio,
determinat illam aliam quæstionem; ibi: Nam arbitrari * etc.; quarto, redit ad
respondendum quæstioni primo motæ; ibi: Quare si in opinione* etc. Quæstio quam movere intendit est: utrum
affirmativæ enunciationi contraria sit
negatio eiusdem prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu
privativo? Unde dicit: Utrum contraria
est affirmatio. negationi. contradictoriæ, scilicet, et universaliter oratio
affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ dicit, omnis bomo est iustus, illi contraria sit orationi
negativæ, nullus bomo est iustus, aut
illi, omnis bomo est iniustus, quæ est
affirmativa de prædicato privativo? Et similiter ista
affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ
negationi, Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato
privativo? * Utrum autem contraria est affirmatio
negationi, aut affirmatio affirmationi et oratio orationi, quæ dicit, quod omnis homo iustus est, ei quæ est, nullus
homo iustus est; aut, omnis homo iustus
est, ei quæ est, omnis homo iniustus est;
ut, Callias iustus est, Callias iustus
non est, Callias iniustus est;
utra harum contraria est? Nam s. a, quæ
suntin voce, sequuntur ea, quæ sunt in
intellectu, illic autem contraria est opinio contrarii, ut
quod, omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est, et etiam in his, quæ,sunt
in voce, affirmationibus, necesse est
similiter se se habere. Quod si neque illic contrarii opinatio contraria
est, nec affirmatio affirmationi contraria erit; sed ea quæ dicta est negatio. Quare considerandum est quæ opinio vera opinioni falsæ contraria est, utrum
negationis, an ea, quæ contrarium esse
opinatur. Dico autem hoc modo. Est quædam
opinatio vera boni, quod bonum est ;: alia
vero, quod non bonum, est falsa; alia vero, quod malum: utra harum
contraria veræ? et si est una, secundum quamnam contraria est? Nam arbitrari contrarias opiniones definiri,
eo quod contrariorum sunt, falsum est: boni enim, quod bonum est, et mali, quod malum est, eadem fortasse
opinio est et vera, sive plures,sive una
sit. Sunt autem ista contraria. Sed non eo quod contrariorum sint contraria
:sunt sed magis eo quod contrarie. Si ergo est boni quidem, quod est bonum,
opinio, alia autem quod non est bonum: est vero aliquid aliud quod non est, neque potest esse: aliarum quidem
nulia ponenda est, neque quæcunque esse, quod non est, opinantur, neque quæcunque
non esse quod est (infinitæ enim utræque
sunt, et quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse quod est). 2. Ad evidentiam tituli huius quæstionis, quia
hactenus indiscusse ab aliis est relictus, considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet
ipsa enunciatio seu significatio et
modus enunciandi seu significandi, duplex inter enunciationes fieri potest
oppositio, una ratione ipsius
enunciationis, altera ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species
oppositionis in latitudine enunciationum
inveniemus, contrarietatem scilicet et
contradictionem. Divisæ enim superius sunt
enunciationes oppositæ in contrarias et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi
enunciandi est quando idem prædicatur de
eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut sicut unum
contradictorium nil ponit, sed alterum
tantum destruit, ita una enunciatio nil
asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ contradictoriæ vocantur,
scilicet, omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus, Socrates est iustus, Socrates nom est
iustus, ut de se patet. Et ex hoc
provenit quod non possunt simul veræ aut
falsæ esse, sicut nec duo contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi
enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut sicut unum contrariorum ponit
materiam sibi et reliquo communem in
extrema distantia sub illo | genere, ut patet de albo et nigro, ita una
enunciatio ponit * Y Cap.
xiv. CAP. XIV,
subiectum commune sibi et suæ oppositæ in extrema distantia sub illo prædicato. Huiusmodi
quoque sunt omnes illæ quæ contrariæ in
figura appellantur, scilicet, omnis bomo est iustus, omnis bomo non. est
iustus. Hæ enim faciunt subiectum,
scilicet hominem, maxime distare sub
iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini, non quocunque modo, sed universaliter; ista
autem enunciat iustitiam abesse homini, non qualitercunque, sed universaliter.
Maior enim distantia esse non potest quam ea,
quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum de
universitate habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul veræ, sicut nec
contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse simul falsæ, sicut et contraria simul non inesse
eidem possunt. * Ed. c: posita
sunt. Si vero ipsam enunciationem
sive eius significationem attendamus
secundum unam tantum oppositionis speciem,
in tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem, scilicet
secundum veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum significationes
entia positiva * sunt, ac per hoc neque contradictorie neque privative
opponi possunt, quia utriusque
oppositionis alterum extremum est
formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur, ut
clarum est, restat ut nonnisi contrarie opponi possunt. 3.
Consistit autem ista contrarietas in hoc quod duarum enunciationum altera
alteram non compatitur vel in veritate
vel in falsitate, præsuppositis semper conditionibus contrariorum, scilicet
quod fiant circa idem et in eodem
tempore. Patere quoque potest talem oppositionem esse contrarietatem ex natura
conceptionum animæ componentis et
dividentis, quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones siquidem animæ adæquatæ
nullo alio modo opponuntur
conceptionibus inadæquatis nisi
contrarie, et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt, contrariæ quoque dicuntur. Unde
verum et falsum, contrarie opponi
probatur a s. Thoma in I parte, qu. xvii
*. Sicut ergo hic, ita et in enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie opponuntur
inædequatis, idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ, contrarie
quoque opponuntur inter se, si contingat
quod se non compatiantur, salvis semper contrariorum conditionibus. Est igitur in enunciationibus
duplex contrarietas, una ratione modi, altera ratione significationis, et unica contradictio, scilicet ratione modi.
Et, ut confusio vitetur, prima contrarietas vocetur contrarietas modalis,
secunda contrarietas formalis. Contradictio autem non ad confusionis vitationem quia unica est,
sed ad proprietatis expressionem contradictio modalis vocari potest. Invenitur autem contrarietas formalis
enunciationum inter omnes
contradictorias, quia contradictoriarum altera alteram semper excludit; et
inter omnes contrarias modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul
veræ, licet non inveniatur inter omnes
quoad falsitatem, quia possunt esse
simul falsæ. 4. Quia igitur Aristoteles
in hac quæstione loquitur de
contrafietate enunciationum quæ se extendit ad contrarias modaliter, et
contradictorias, ut patet in principio
et in fine quæstionis (in principio quidem, quia proponit utrasque contradictorias dicens: Affirmatio
negationi etc.; et contrarias modaliter
dicens: Ef oratio orationi etc., unde et
exempla utrarunque statim subdit, ut patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse quam
conclusit esse contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in
contrariam modaliter universalem
negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non careret,
nisi conclusisset contrariam formaliter,
ut de se patet), quia, inquam, sic
accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum quæstio
intelligenda est. Et est quæstio valde
subtilis, necessaria et adhuc nullo modo superius tacta. Opp. D. Tuowaz T. I. LECT. XIII
121 Est igitur titulus. quæstionis;
utrum affirmativæ veræ contraria
formaliter sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa falsa de prædicato
privativo, vel contrario? Et sic patet
quis sit sensus tituli, et quare non
movet quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia
scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit
contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas inveniatur
inter contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Ὁ Dictum vero fuit a s. Thoma * provenire hanc
dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo
adiacente enunciationes attendantur, non
habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici enunciationi, idest subiecto
et verbo substantivo, additur aliquid,
scilicet práedicatum, nascitur dubitatio
circa oppositionem, an illud additum' in
contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat esse prædicatum
contrarium seu privativum, absque negatione præposita
verbo. 5. Deinde cum dicit: Nam siea
etc., declarat unde sumenda sit decisio
huius quæstionis. Et duo facit: quia
primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia quæstione, ex illa scilicet: utrum opinio,
idest conceptio animæ, in secunda
operatione intellectus, vera, contraria
sit opinioni falsæ negativæ eiusdem prædicati, an falsæ afürmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa quæstio dependet ex ista, quia
scilicet enunciationes vocales sequuntur mentales, ut effectus adæquati causas
proprias, et ut significata signa * adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque
natura. Unde inchoans ab hac causa ait:
Nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ed,
quæ sunt in anima, ut dictum est in principio I libri, et illic, idest in
anima, opinio contrarii prædicati circa
idem subiectum est contraria illi alteri,
quæ affirmat reliquum contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis bomo
est iustus, omnis bomo est iniustus); si
ita inquam est, etiam et in his
affrmationibus quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est
similiter se habere, ut scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem
subiecto et prædicatis contrariis. Quod si neque illic, idest in anima, opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter
mentales enunciationes constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali
contraria erit de contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit
negatio eiusdem prædicati. 6. Dependet
ergo mota quæstio ex ista alia sicut effectus ex causa. Propterea et
concludendo addit secundum, quod
scilicet de hac quæstione prius tractandum est, ut ex
causa cognita effectus innotescat dicens: Quare considerandum est,
opinio vera cui opinioni falsæ contraria est: utrum negationi falsæ am certe ei affirmationi falsæ,
quæ contrarium esse opinatur. Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo: Sunt tres opiniones de bono, puta
vita: quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est, puta, quod vita sit bona; alia vero
falsa negativa, scilicet, quoniam bonum
non est, puta, quod vita non sit bona;
alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet, quoniam malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur
ergo quæ harum falsarum contraria est
veræ? 7. Quod autem subdidit: Et si est
una, secundum quam contraria est,
tripliciter legi potest. Primo, dubitative, ut
Sit pars quæstionis; et tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ: et simul
quæritur, si est tantum una harum
falsarum secundum quam fiat contraria
ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium,
ut dicitur in X Metaphysicæ, quærendo
quæ harum sit contraria, quæremus etiam
an una earum sit contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus:
quæ16 * * Supra lect. 1, n. I.
* Ed. c: singula. 122 II
ritur quæ harum sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed una earum est secundum quam
fit contrarietas. - Tertio modo, potest legi dividendo hanc particulam, Et si
est una, ab illa sequenti, secundum quam
contraria est; et tunc prima pars expressive, secunda vero Boethius.
dubitative legitur; et est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ, non solum si istæ
duæ falsæ inter se differunt in
consequendo, sed etiam si utraque est
una, idest alteri indivisibiliter unita, quæritur secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo
exponit Boethius, dicens quod
Aristoteles apposuit hæc verba propter
contraria immediata, in quibus non differt contrarium a privativo. Inter
contraria enim mediata et immediata hæc est differentia, quod immediatis a
prwativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus
colorabile est non album, ergo est
nigrum: potest enim esse rubrum. In
immediatis autem valet; verbi gratia: amimal est mon sanum, ergo infirmum ; numerus est non par,
ergo impar. Voluit ergo Aristoteles
exprimere quod nunc, cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et
affirmativæ contrarii, sit contraria affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ
indivisibiliter se sequantur, sive non.
8. Deinde cum dicit: Nam arbitrari, prosequitur hanc secundam quæstionem. Et circa hoc quatuor
facit. Primo, declarat quod contrarietas
opinionum non attenditur penes
contrarietatem materiæ, circa quam versantur, sed potius penes oppositionem veri vel falsi; secundo,
declarat quod non penes quæcunque
opposita secundum veritatem et
falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: Si ergo boni etc.; tertio, determinat quod contrarietas
opinionum attenditur penes per se primo
opposita secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: Sed im quibus
primo falla- cia etc.; quarto, declarat
hanc determinationem inveniri in omnibus
veram; ibi: Manifestum. est igitur etc.
Dicit ergo proponens intentam conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu
determinari de- bere contrarias ex eo
quod contrariorum obiectorum sunt. Et
adducit ad hoc duplicem tationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem
opinio; sed contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non
sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum
sunt. - Secunda est: opiniones contrariæ
non sunt simul veræ; sed opiniones
contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul veræ quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ
ex hoc quod contrariorum sunt.- Harum
rationum, suppositis maioribus, ponit
utriusque minoris declarationem simul,
dicens: Boni enim, quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem forlasse opinio est, quoad
primam. Et subdit esse vera, sive plures
sive una sit, quoad secundam. Utitur
autem dubitativo adverbio et disiunctione,
quia non est determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo est eadem et
aliquo modo non. Si enim loquamur de
habituali opinione, sic eadem est; Si
autem de actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio
actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse
malum, licet eodem habitu utrunque
cognoscamus, illud per se primo, et hoc
secundario, ut dicitur IX Metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad
declarationem minorum sumpta sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt
ac etiam contrarietate sumpta stricte in
moralibus, per hoc congrua usi sumus
declaratione. Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum opiniones sunt, contrariæ sunt, sed magis in
eo quod contrariæ, idest, sed potius
censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo
quod contrarie adverbialiter, scilicet contrario modo, idest vere et false
enunciant. Et sic patet primum. 9. Si ergo boni etc. Quia dixerat quod
contrarietas opinionum accipitur secundum oppositionem veritatis et falsitatis
earum, declarat modo quod non quæcunque secundum veritatem et falsitatem
oppositæ opiniones sunt contrariæ, tali
ratione. De bono, puta, de iustitia, quatuor
possunt opiniones haberi, scilicet quod iustitia est bona, et quod non est bona, et quod est fugibilis,
et quod est non appetibilis. Quarum
prima est vera, reliquæ sunt falsæ.
Inter quas hæc est diversitas quod, prima negat
idem prædicatum quod vera affirmabat ; [secunda affirmat aliquid aliud quod bono non inest; tertia
negat id quod bono inest, non tamen
illud quod vera affirmabat. Tunc
sic. Si omnes opiniones secundum
veritatem et falsitatem sunt contrariæ, tunc uni, scilicet veræ opinioni
non solum multa sunt contraria, sed
etiam infinita: quod est impossibile,
quia unum uni est contrarium. Tenet consequentia, quia possunt infinitæ
imaginari opiniones falsæ de una re,
similes ultimis falsis opinionibus adductis,
affirmantes, scilicet ea quæ non insunt illi, et negantes ea quæ
illi quocunque modo coniuncta sunt: utraque
namque indeterminata esse et absque numero constat. Possumus* enim opinari quod iustitia est
quantitas, quod est relatio, quod est
hoc et illud; et similiter opinari quod
iustitia non sit qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus. Unde ex supradictis in propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum contra unam
veram, ait: Si ergo est opinatio vera
boni, puta iustitiæ, quoniam est bonum;
et si est etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam mon est quid
bonum; est vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid aliud inesse
illi, quod non inest nec inesse potest,
puta, quod iustitia sit fugibilis, quod sit illicita; et hinc intelligitur
quarta falsa quoque, quæ scilicet negat
aliquid aliud ab eo quod vera opinio
affirmat inesse iustitiæ, quod tamen inest, ut puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus;
si ita inquam est, nulla aliarum
falsarum ponenda est contraria opinioni
veræ. Et exponens quid demonstret per ly aliarum, subdit: Neque quæcumque
opinio opinatur esse quod mom est, ut tertii
ordinis opiniones faciunt: meque quæcumque opiEt nio opinatur non. esse quod est, ut quarti
ordinis opiniones significant. causam subdit: Infimitæ enim utræque sunt, el quæ esse opinantur quod mom est, el
quæ mon esse quod est, ut supra
declaratum fuit. Non ergo quæcunque opiniones oppositæ
secundum veritatem et falsitatem contrariæ sunt. Et sic patet secundum. d. c et :
po ssum LECTIO
(Cann. CarkrANI lect. xi1) ILLA
VERI FALSIQUE OPPOSITIO, QUÆ OPINIONUM CONTRARIETATEM CONSTITUIT, EST OPPOSITIO SECUNDUM AFFIRMATIONEM ET
NEGATIONEM EIUSDEM DE EODEM. ἀλλ᾽ ἐν ὅσαις ἐστὶν ἡ ἀπάτη. Αὐται δέ εἰσιν ἐξ ὧν αἱ αἱ
t, γενέσεις" ἐκ τῶν ἀντικειμένων δὲ αἱ γενέσεις, ὥστε χαὶ, ^,
* E ἀπάται. Ei οὖν τὸ ἀγαθὸν xal ἀγαθὸν xal οὐ χαχόν ἐστι; xad τὸ μὲν καθ᾽ ἑαυτό, τὸ δὲ χατὰ συμβεβηκός (συμβέβηκε γὰρ αὐτῷ οὐ καχῷ εἶναι), μᾶλλον δὲ ἑκάστου, Sed in quibuscunque fallacia est. Hæ autem
sunt ex his * Seq.c.xiv. ex quibus sunt
generationes: ex oppositis vero generationes sunt: quare etiam fallacia. Si ergo quod bonum est, et bonum, et non
malum est; et ἀληθὴς ἡ καθ᾽ ἑαυτό, καὶ ψευδής, εἴπερ καὶ ἀληθής. Ἡ μὲν οὖν ὅτι οὐχ ἀγαθὸν τὸ ἀγαθὸν τοῦ καθ᾽ ἑαυτὸ
ὑπάρχοντος, ψευδής, ἡ δὲ τοῦ ὅτι χακὸν τοῦ κατὰ
συμβεβηκός. “Ὥστε μᾶλλον ἂν εἴη ψευδής τοῦ ἀγαθοῦ
ἡ τῆς ἀποφάσεως, ἢ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα. Διέψευσται δὲ μάλιστα περὶ ἕκαστον ὁ τὴν ἐναντίαν ἔχων. δόξαν: τὰ γὰρ ἐναντία τῶν πλεῖστον διαφερόντων περὶ τὸ αὐτό. Εἰ οὖν ἐναντία μὲν τούτων ἡ ἑτέρα; ἐναντιωτέρα δὲ ἡ τῆς ἀποφάσεως, δῆλον ὅτι αὑτὴ ἂν εἴη ἐναντία. Ἢ δὲ τοῦ ὅτι κακὸν τὸ ἀγαθὸν συμ.πεπλεγμένη ἐστί: xol γὰρ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἀνάγχη
ἴσως ὑπολαμβάνειν τὸν αὐτόν. hoc quidem
secundum se, illud vero secundum accidens (accidit enim ei non malum esse);
magis autem in unoquoque vera est, quæ
secundum se est etiam falsa, est falsa
siquidem et vera. Ergo ea quæ est, quoniam non bonum quod bonum est, eius, quæ secundum
se est;
eius, quæ illa
vero quæ est,
quoniam malum est, est secundum
accidens. Quare magis erit falsa de bono
ea, quæ est negationis opinio, quam ea,
quæ est contrarii. Falsus autem est maxime circa singula, qui habet contrariam opinionem:
contraria enim sunt eorum, quæ plurimum
circa idem differunt. Si igitur harum
contraria est altera, magis vero negationis
est contraria; manifestum est
quoniam hæc erit contraria. Illa vero quæ
est, quoniam malum est, quod bonum est,
implicita est. Etenim quoniam non bonum Ἔτι δέ, εἰ καὶ ἐπὶ τῶν ἄλλων ὁμοίως δεῖ ἔχειν, καὶ
ταύτῃ ἂν δόξειε καλῶς concava ἢ γὰρ πανταχοῦ τὸ τῆς ἀποφάσεως ἢ οὐδαμοῦ. Ὅσοις δὲ μή ἐστιν
ἐναντία, περὶ τούτων ἔστι μὲν ψευδὴς ἡ τῇ ἀληθεῖ
ἀντικειμένη, οἷον ὁ τὸν ἄνθρωπον οὐχ ἄνθρωπον οἰόμενος ον
Ei οὖν ἄλλαι αἱ τῆς ἀποφάσεως. αὗται ἐναντίαι. xal αἱ : Ἔτι ὁμοίως ἔχει ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ ἡ τοῦ
^, μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, xad πρὸς ταύταις ἡ τοῦ
ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθόν, καὶ ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. Τῇ οὖν τοῦ μηὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἁ αθὸν ἀληθεῖ οὔσῃ δόξῃ τίς ἂν εἴη ἡ ἐναντία ; οὐ γὰρ δ᾽ὴ ἡ λέγουσα ὅτι Xa dv ἅμα γὰρ ἄν ποτε εἴη ἀληθής, s? hail δὲ ἀληθὴς ἀληθεῖ ἐναντία. Ἔστι γάρ τι μὴ ἀγαθὸν χακόν, ὥστε ἐνδέχεται ἅμα ἀληθεῖς εἶναι. Οὐδ᾽ αὖ ἡ ὅτι οὐ κακόν: ἀληθὴς γὰρ καὶ αὕτη" ἅμα γὰρ καὶ ταῦτα ἂν εἴη. Λείπεται οὖν τῇ τοῦ μὴ
ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἐναντία ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ
ὅτι ἀγαθόν" ψευδὴς γὰρ αὕτη. Ὥστε χαὶ ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν τῇ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. V Φανερὸν δὲ ὅτι οὐδὲν διοίσει οὐδ᾽ ἂν καθόλου τιθῶμεν
τὴν κατάφασιν: ἡ γὰρ καθόλου ἀπόφασις ἐναντία
ἔσται, οἷον τῇ δόξῃ τῇ Sobakoóon, ὅτι πᾶν ὃ ἂν dj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστιν, ἡ ὅτι οὐδὲν τῶν ἀγαθῶν ἀγα0óv: Ἢ γὰρ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἁ αθόν, εἰ χαθόλου τὸ ἀγαθόν, ἡ αὐτή ἐστι τῇ ὅτι ὃ ἂν ἡ ἀγαθὸν δοξαζούσῃ
ὅτι ἀγαθόν" τοῦτο δὲ οὐδὲν διαφέρει τοῦ ὅτι πᾶν ὃ
ἂν fj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστι. 'Ομοίως $: xal ἐπὶ τοῦ μὴ
ἀγαθοῦ. “Ὥστε εἴπερ ἐπὶ δόξης οὕτως ἔχει; εἰσὶ δὲ αἱ ἐν τῇ φωνῇ
καταφάσεις καὶ ἀποφάσεις σύμβολα τῶν ἐν τῇ ψυχῇ, δῇλον ὅτι χαὶ καταφάσει ἐναντία μὲν ἀπόφασις ἡ περὶ τοῦ αὐτοῦ χαθόλου, οἷον, τῇ ὅτι πᾶν ἀγαθὸν
ἀγαθόν, ἢ ὅτι πᾶς ἄνθρωπος ἀγαθός, ἡ ὅτι οὐθὲν
ἢ οὐδείς, ἀντιφατικῶς $n ἢ οὐ πᾶν ἢ οὐ πᾶς. est, necesse est
forte idem ipsum opinari. Amplius si
etiam in aliis similiter oportet se habere, et
hoc modo videbitur bene esse dictum. Aut enim ubique ea, quæ est contradictionis, aut nusquam.
Quibus vero non est contrarium, de his
quidem est falsa ea, quæ est veræ
opposita; ut qui hominem non putat esse hominem, falsus est. Si ergo hæ contrariæ sunt, etiam aliæ quæ sunt contradictiones. Amplius similiter se habet opinio boni, quoniam
bonum est, et non boni, quoniam non
bonum est. Et præter has boni, quoniam
non bonum est, et non boni quoniam bonum est. Illi ergo quæ est, non boni
quoniam non bonum est; veræ opinationi
quænam est contraria? non enim ea, quæ dicit quoniam malum est: simul enim
aliquando veræ erunt. Nunquam autem vera
veræ est contraria: est enim quidquam non bonum malum. Quare contingit simul esse veras. At
vero nec illa, quæ est, quod non malum:
vera enim et, hæc: simul enim et hæc erunt. Relinquitur ergo, ei, quæ est non-bonum, quoniam non bonum est, contraria
ea, quæ est, non boni, quoniam bonum
est. Falsa enim hæc. Quare et ea, quæ
est boni, quoniam non bonum est, ei, quæ
est boni, quoniam est bonum. Manifestum
est autem quoniam nihil interest nec si universaliter ponamus affirmationem.
Universalis enim negatio contraria erit; ut opinioni, quæ opinatur, quoniam
omne .quod est bonum, bonum est, ea quæ est,
quoniam nihil horum quæ bona sunt, bonum est. Nam ea quæ
est boni quoniam bonum est, si universaliter
sit bonum, eadem est ei quæ opinatur, quod quidquid bonum est, quoniam bonum est. Hoc autem nihil
differt ab eo quod est, quod omne quod est bonum, bonum est. Similiter autem et
in non bono. Quare si in opinione sic se
habet; sunt autem hæ quæ sunt in voce
affirmationes et negationes notæ eorum
quæ sunt in anima; manifestum est quoniam affirmationi contraria quidem
negatio est, quæ de eodem universaliter; ut ei, quæ est, quoniam omne bonum
bonum est, vel quoniam omnis homo bonus, ea quæ est, quoniam nullum vel nullus: contradictorie
autem quæ est, quod non omne aut non
omnis. 124 II Φανερὸν δὲ ὅτι καὶ ἀληθῇ ἀληθεῖ οὐχ ἐνδέχεται ἐναντίαν εἶναι οὔτε δόξαν οὔτε ἀπόφασιν. ᾿Εναντίαι μὲν
γὰρ αἱ περὶ τὰ ἀντικειμενα περὶ ταῦτα δὲ ἐνδέχεται
τὸν
ἀληθεύειν
αὐτόν: x s οὐχ ἐνδέχεται τὰ ἐναντία ὑπαάρχειντῷ αὐτῷ. uia subtili indagatione ostendit quod nec
materiæ contrarietas, nec veri falsique qualisτῷ hcunque oppositio
contrarietatem opinionum ZA constituit,
sed quod aliqua veri falsique oppo77
sitio id facit, ideo nunc determinare intendit qualis sit illa veri falsique oppositio, quæ
opinionum contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe quæstioni satisfit. Et
intendit quod sola oppositio opinionum secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem etc. constituit
contrarietatem earum. Unde intendit probare istam conclusionem per quam ad quæsitum respondet:
Opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ; et
consequenter illæ, quæ sunt oppositæ
secundum aflirmationem contrariorum prædicatorum de eodem, non sunt contrariæ,
quia Manifestum est autem, quoniam et
veram veræ non contingit esse contrariam, nec opinionem nec contradictionem.
Contrariæ enim, quæ circa opposita sunt; circa
eadem autem contingit verum dicere eumdem; simul autem non contingit eidem inesse
contraria. et illi inter quos est primo fallacia, quia
utrobique termini sunt affirmatio et negatio.
ἡ
4. Deinde cum dicit: Si ergo quod bonum est etc., intendit probare
maiorem principalis rationis. Et quia iam
declaravit quod ea, in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et negatio, ideo utitur, loco
maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus primo est fallacia,
sunt contrariæ, sua conclusione,
scilicet, opiniones. oppositæ secundum
affirmationem et negationem eiusdem sunt
contrariæ. Æquivalere enim iam
declaratum est. Fecit autem hoc consuetæ
brevitati studens, quoniam sic procedendo, et probat maiorem, et respondet
directe quæstioni, et applicat ad propositum simul. Probat ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam
quæstionis, hanc, scilicet: Opiniones
oppositæ secundum affirmasic affirmativa vera haberet duas contrarias, quod
est impossibile. Unum enim uni est
contrarium. 2. Probat autem istam conclusionem tribus
rationibus. -Prima est: opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones oppositæ secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in quibus primo est fallacia; ergo opiniones oppositæ
secundum affirmationem et negationem
eiusdem de eodem sunt contrariæ. - Sensus maioris est: opiniones quæ primo
ordine naturæ sunt termini fallaciæ,
idest deceptionis seu erroris, sunt contrariæ: sunt enim, cum quis fallitur seu
errat, duo termini, scilicet a quo
declinat, et ad quem labitur. Huius rationis in littera primo ponitur maior,
cum dicitur: Sed in. quibus primo fallacia est ; adversative enim continuans
sermonem supra dictis, insinuavit non tot enumeratas opiniones esse contrarias,
sed eas in quibus primo fallacia est
modo exposito. Deinde subdit probationem
minoris talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex quibus sunt fallaciæ;
sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem; ergo
et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et negationem. Quod erat
assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius prosyllogismi, ait: Hæc autem, scilicet fallacia, est ex bis,
scilicet terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et
subsumit minorem: Ex oppositis vero,
scilicet secundum affirmationem et negationem, et generationes fiunt. Et demum
concludit: Quare etiam fallacia, scilicet, est ex oppositis secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem.
3. Ad evidentiam huius probationis scito quod idem faciunt in processu intellectus cognitio et
fallacia seu error, quod in processu
naturæ generatio et corruptio. Sicut
namque perfectiones naturales generationibus acquiruntur, corruptionibus
desinunt; ita cognitione perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus
autem seu deceptionibus amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio est inter affirmationem et
negationem, ut proprios terminos, ut dicitur V Pbysic.; ita tam cognoscere aliquid, quam falli circa illud, est inter
affirmationem et negationem, ut proprios terminos: ita quod id ad quod primo attingit cognoscens aliquid in
secunda operatione intellectus est
veritatis affirmatio, et quod per
se primo abiicitur est illius
negatio. Et similiter quod per se primo
perdit qui fallitur est veritatis affirmatio, et quod primo incurrit est veritatis negatio.
Recte ergo dixit quod iidem sunt termini
inter quos primo est generatio,
tionem et negationem eiusdem sunt contrariæ; et
non illæ, quæ sunt oppositæ secundum
contrariorum affrmationem de eodem. Et intendit talem rationem. Opinio vera et
eius magis falsa sunt contrariæ opiniones;
'oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera
et eius magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum
affirmationem et negationem sunt contrariæ.
Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt contraria; vera autem et eius magis
falsa plurimum distant circa idem, ut
patet. Minor vero probaturex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de
eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se falsa magis falsa
est quacunque alia. Unumquodque enim quod est per se tale, magis tale est quolibet quod est per aliud
tale. 5. Unde ad suprapositas opiniones
in propositione quæstionis rediens, ut
ex illis exemplariter clarius intentum ostendat, a probatione minoris inchoat
tali modo. Sint quatuor opiniones, duæ
veraé, scilicet, bonum est bonum, bonum
non est malum, et duæ falsæ, scilicet,
bonum non est bonum, et, bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est ratione sui,
secunda autem est vera secundum accidens,
idest, ratione alterius, quia scilicet non esse malum est coniunctum ipsi bono:
ideo enim ista est vera, bonum non est
malum, quia bonum est bonum, et non e
contra; ergo prima quæ est secundum
se vera, ést magis vera quam
sécunda: quia in unoquoque genere quæ secundum se est vera est magis vera.
sunt, Illæ autem duæ falsæ eodem modo censendæ quod scilicet magis falsa est, quæ secundum
se est falsa. Unde quia prima earum,
scilicet, bonum non est bonum, quæ est
negativa, est per se et non ratione alterius falsa, relata ad illam
affirmativam, bonum est bonum; et secunda, scilicet, bonum est malum, quæ
est affirmativa contrarii, ad eamdem
relata est falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim, scilicet,
bonum est malum, non immediate
falsificatur ab illa vera, scilicet
bonum est bonum, sed mediante illa alia falsa, scilicet, bonum non est bonum); idcirco magis falsa
respectu affirmationis veræ est negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod
erat assumptum in minore. 6. Unde
rediens ad supra positas (ut dictum est) opiniones, infert primas duas veras
opiniones dicens: Si ergo quod bonum.
est et bonum est et. mon. est malum; et hoc quidem, scilicet quod dicit prima
opinio, est verum secundum se, idest ratione sui; illud vero, scilicet quod
dicit CAP. XIV, ecunda opinio, est verum secundum accidens,
quia acci: it, idest, coniunctum est ei,
scilicet bono, malum non esse. In
unoquoque autem ordine magis vera est illa quæ
secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum se falsa est: siquidem et vera huius
est naturæ, ut declaratum est, quod scilicet magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum
opinionum falsarum in quæstione
propositarum, scilicet, bonum non est
bonum, et, bonum est malum, ea quæ est dicens,
quoniam non est bonum quod bonum est, idest negativa, scilicet, bonum non est bonum, est consistens
falsa secundum se, idest, ratione sui continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa opinio, quæ est
dicens, quoniam malum est, idest,
affirmativa contraria, scilicet, bonum
est malum, eius, quæ est, idest, illius affirmationis dijd. * Ed.
e et CTS "ENT
AQUINO. TRENT ἀπ᾿ : j
centis, bonum est bonum, secundum accidens, idest, ratione alterius
falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: Quare erit magis
falsa de bono, opinio negationis, quam
contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod, semper magis falsus circa singula
est ille qui babet contrariam opinionem,
ac si dixisset, veræ opinioni magis
falsa-est contraria. Quod assumptum erat in maiore. Et eius probationem subdit, quia contrarium
est de num?ro eorum. quæ. circa idem.
plurimum differunt. Nihil enim plus
differt a vera opinione quam magis falsa circa illam *. 7. Ultimo directe applicat ad quæstionem
dicens: Quod si (pro, quia) barum
falsarum, scilicet, negationi eiusdem et
affirmationis contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero
contradictionis, idest, negationis eiuslem de eodem, magis est contraria
secundum falsitatem, idest, magis est
falsa, manifestum est quoniam hæc,
scilicet opinio falsa negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e
contra. Illa vero opinio quæ est dicens, quoniam malum est quod bonum est,
idest, affirmatio contrarii, non contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se veræ contrariam, scilicet,
bonum non est bonum. Etenim necesse est
ipsum opinantem affirmationem contrarii opinari, quoniam idem de quo
affirmat contrarium non est bonum.
Oportet siquidem si quis opinatur quod
vita est mala, quod opinetur quod vita
non sit bona. Hoc enim necessario sequitur ad illud, et non e converso; et ideo affirmatio contrarii
implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de eodem implicita non est.- Et sic finitur prima ratio. . 8.
Notandum est hic primo quod ista regula generalis tradita hic ab Aristotele de contrarietate
opinionum, quod Scilicet contrariæ
opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et negationem eiusdem de
eodem, et in se et in assumptis ad eius
probationem propositionibus scrupulosa est. Unde multa hic insurgunt
dubia.Primum est quia cum oppositio secundum affirmationem et negationem non constituat contrarietatem
sed contradictionem apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles opiniones oppositas secundum affirmationem et
negationem ex hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia dixit quod ea in quibus primo est fallacia
sunt contraria, et tamen subdit quod sunt oppositæ sicut termini
generationis, quos constat contradictorie opponi. Nec dubitatione caret quomodo
sit verum id quod supra diximus ex intentione s. Thomæ, quod nullæ duæ
opiniones opponantur contradictorie; cum
hic expresse dicitur aliquas opponi secundum affirmatiónem et negationem. Dubium secundo insurgit circa id quod
assumpsit, quod contraria cuiusque veræ
est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam contraria istius veræ,
Socrates est albus, est ista, Socrates
non. est albus, secundum determinata;
et tamen non est per se falsa. Sicut
namque sua opposita affirmatio est per
accidens vera, ita ista est LECT. per accidens falsa. Accidit enim isti
enunciationi falsitas. Potest enim
mutari in veram, quia est in materia
contingenti. Dubium est tertio circa id quod
dixit: Magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle
quod utraque, scilicet, opinio
negationis et contrarii, sit contraria veræ affirmationi; et consequenter vel
uni duo ponit contraria, vel non
loquitur de contrarietate proprie
sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. 9. Ad evidentiam omnium, quæ primo loco
adducuntur, sciendum quod opiniones seu conceptiones intellectuales, in secunda
operatione de quibus loquimur, possunt tripliciter accipi: uno modo, secundum
id quod sunt absolute; alio modo,
secundum ea quæ repræsentant absolute;
tertio, secundum ea quæ repræsentant, ut sunt
in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est præsentis
speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum repræsentata,
sic invenitur inter eas et
contradictionis, et privationis, et contrarietatis oppositio. Ista siquidem
mentalis enunciatio, Socrates est
videns, secundum id quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est
videns, contradictorie; privative autem illi,
Socrales est cæcus; contrarie autem illi, Socrates est luscus ; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim
dicitur ἴῃ Postprædicamentis,
non solum cæcitas est privatio visus,
sed etiam cæcum esse est privatio huius quod est esse videntem, et sic de aliis. - Si vero
accipiantur opiniones tertio modo, scilicet, prout repræsentata per eas sunt in ipsis, sic nulla oppositio inter eas
invenitur nisi contrarietas: quoniam
sive opposita contradictorie sive
privative sive contrarie repræsententur, ut sunt in opinionibus, illius
tantum oppositionis capaces sunt, quæ
inter duo entia realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia sunt. Regulare enim est quod
quidquid convenit alicui secundum esse quod habet in alio, secundum modum et naturam illius in quo est sibi
convenit, et non secundum quod exigeret
natura propria.Inter entia autem realia
contrarietas sola formaliter reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa. Opiniones ergo hoc modo
sumptæ, si oppositæ sunt, contrarietatem
sapiunt, sed non omnes proprie contrariæ
sunt, sed illæ quæ plurimum differunt
circa idem veritate et falsitate. Has autem probavit Aristoteles esse
opiniones affirmationis et negationis eiusdem
de eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem ad has contrariæ
dicuntur. IO. Ex his patet quid ad
obiecta dicendum sit. Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis
contradictionem constituunt; in opinionibus vero existentes contrarietatem
inter illas causant propter extremam distantiam, quam ponunt inter entia
realia, opinionem scilicet veram et
opinionem falsam circa idem. Stantque ista duo
simul quod ea, in quibus primo est fallacia, sint opposita ut
termini generationis, et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim opposita
contradictorie ut termini generationis
secundum repræsentata ; sunt autem contraria, secundum quod habent in seipsis
illa contradictoria. Unde plurimum
differunt. - Liquet quoque ex hoc quod
nulla est dissentio inter dicta Aristotelis et
s. Thomae, quia opiniones aliquas opponi secundum affirmationem et
negationem verum esse confitemur, si ad
repraesentata nos convertimus, ut hic dicitur. 1I. Tu
autem qui perspicacioris ac provectioris ingenii es compos, hinc habeto quod
inter ipsas opiniones oppositas quidam
tantum motus est, eo quod de affrmato in affirmatum mutatio fit: inter ipsas
vero secundum repraesentata, similitudo
quaedam generationis et corruptionis invenitur, dum inter affirmationem et
negationem mutatio clauditur. Unde et
fallacia sive error quandoque S. Thomas. RI ERIS
126 et motus et mutationis
rationem habet diversa respiciendo,
quando scilicet ex vera in per se falsam, vel e converso, II Secundum autem dictum simpliciter verum est,
quoniam quis mutat opinionem ; quandoque
autem solam mutationem imitatur, quando scilicet absque praeopinata veritate
ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque
vero motus undique rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam circa idem
contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur radix
est oppositio affirmationis et
negationis, merito ea in quibus primo
est fallacia, sicut generationis terminos opponi dixit. 12.
Ad dubium secundo loco adductum dico quod
peccatur ibi secundum aequivocationem illius termini per se falsa, seu per se vera. Opinio enim et
similiter enunciatio potest dici dupliciter per se vera seu falsa. Uno
modo, in seipsa, sicut sunt omnes verae
secundum illos modos perseitatis qui
enumerantur I Posteriorum, et similiter
falsae secundum illosmet modos, ut, bomo non est animal. Et hoc modo non accipitur in hac regula de
contrarietate opinionum et enunciationum
opinio per se vera aut falsa, ut
efficaciter obiectio adducta concludit. Si enim ad contrarietatem opinionum hoc exigeretur non
possent esse opiniones contrariae in
materia contingenti: quod est
falsissimum. Alio modo potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut falsa respectu suae
oppositae. Per se vera quidem respectu
suae falsae, et per se falsa respectu suae
verae. Et tunc nihil aliud est dicere, est per se vera respectu illius,
nisi quod ratione sui et non alterius verificatur ex falsitate illius. Et similiter cum
dicitur, est per se falsa respectu
illius, intenditur quod ratione sui et non alterius falsificatur
ex illius veritate. Verbi gratia; istius verae, Socrates currit, non est per se falsa,
Socrates sedet, quia falsitas eius non
immediate sequitur ex illa, sed mediante
ista alia falsa, Socrates non
currit, quae est per se illius falsa,
quia ratione sui et non per aliquod medium ex illius veritate falsificatur, ut patet. Et similiter
istius falsae, Socrates est. quadrupes, non est per se vera ista, Socrates est
bipes, quia non per seipsam veritas istius illam falsificat, sed
mediante ista, Socrales mon est quadrupes,
quae est per se vera respectu illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de se patet.
Et hoc secundo modo utimur istis
terminis tradentes regulam de contrarietate opinionum et enunciationum.
Invenitur siquidem sic universaliter vera in omni materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et
eius per se vera, sunt contrariae. Unde
patet responsio ad obiectionem, quia
procedit accipiendo ly per se vera, et per se falsa primo modo.
13. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter opiniones ad se invicem
pertinentes nulla alia est oppositio
nisi contrarietas, coactus fuit Aristoteles (volens terminis specialibus
uti) dicere quod una est magis contraria
quam altera, insinuans quidem quod utraque contrarietatis. oppositionem habet respectu illius verae.
Determinat tamen immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio,
contraria est affirmationi verae. Subdit enim: Manifestum est quoniam. baec
contraria erit. Duo ergo dixit, et quod
utraque, tam scilicet negatio eiusdem
quam affirmatio contrarii, contrariatur affirmationi verae, et quod una tantum earum, negatio scilicet,
est contraria. Et utrunque est verum.
Illud quidem, quia, ut dictum est, ambae
contrarietates oppositione contra affirmationem moliuntur; sed difformiter,
quia opinio negationis primo et per se
contrariatur, affirmationis vero contrarii
opinio secundario et per accidens, idest per aliud, ratione scilicet
negativae opinionis, ut declaratum est: sicut
etiam in naturalibus albo contrariantur et nigrum et rubrum, sed illud
primo, hoc reductive, ut reducitur scilicet ad nigrum illud inducendo, ut
dicitur V Pbysicor. simpliciter
contraria non sunt nisi extrema unius latitudinis, quae maxime distant; extrema
autem unius distantiae non sunt nisi duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem opiniones unum extremum teneat
affirmatio vera, reliquum uni tantum
falsae dandum est, illi scilicet quae
maxime a vera distat. Hanc autem negativam opinionem esse probatum est. Haec igitur una tantum
contraria est illi, simpliciter
loquendo. Caeterae enim
oppositae ratione istius contrariantur,
ut de mediis dictum est. Non ergo uni
plura contraria posuit, nec de contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo
dicebatur. 14. Deinde cum dicit: Amplius
si etiam etc., probat idem, scilicet
quod affirmationi contraria est negatio eiusdem, et non
affirmatio contrarii secunda ratione, dicens: Si in aliis materiis oportet opiniones se habere
similiter, idest, eodem modo, ita quod
contrariae in aliis materiis sunt
affirmatio et negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et
mali opinionibus, videtur esse bene dictum,
quod scilicet contraria affirmationi boni non est affirmatio mali, sed
negatio boni. Et probat hanc consequentiam subdens: Aut enim ubique, idest, in
omni materia, ea quae est contradictionis altera pars censenda
est contraria suae affirmationi, aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam
opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo accipiatur contraria
opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio eiusdem de eodem
affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de eodem contraria erit affirmationi.
Deinde intendens concludere a positione antecedentis, affirmat antecedens ex sua
causa, dicens quod illae materiæ quibus
non inest contrarium, ut substantia et quantitas,
quibus, ut in Prædicamentis dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est pér se falsa ea, quæ est
opinioni veræ opposita contradictorie,
ut qui putat hominem, puta Socratem non esse hominem, per se falsus est
respectu putantis, Socratem esse hominem. Deinde affirmando ipsum antecedens formaliter, directe concludit
intentum a positione antecedentis ad positionem consequentis dicens: Si ergo bæ, scilicet, affirmatio et negatio in
materia carente contrario, sunt contrariæ,
et omnes aliæ contradictiones contrariæ
censendæ sunt. Deinde cum dicit: Amplius similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: Sic se habent
istæ duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est bonum, sicut se habent istæ duæ de non
bono, scilicet, non bonum non est bonum, et, non bonum est bonum. Utrobique
enim salvatur oppositio contradictionis.
Et primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens hanc maiorem
quoad primas veras utriusque combinationis ait: Similiter se babet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni
quoniam mon est bonum. Et subdit quoad
secundas utriusque falsas: Et super bas
opinio bomi quoniam mon est bonum, et. non boni
quoniam .est bonum. Hæc est maior. Sed illi veræ opinioni de non
bono,scilicet, non bonum non est bonum,
contraria non est, non bonum est malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato
contrario, sed illa, non bonum est
bonum, quæ est eius contradictoria ;
ergo et illi veræ opinioni de bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria,
scilicet, bonum non est bonum, et non
affirmatio contrarii, scilicet, bonum est malum. Unde subdit minorem
supradictam dicens: Illi ergo veræ opinioni non boni, quæ est dicens quoniam
scilicet non bonum non est bonum, quæ est. contraria. Non enim est sibi contraria ea opinio, quæ
dicit affirmativæ prædicatum contrarium, scilicet, quod non bonum CAP. , LECT.
est malum: quia istæ duæ aliquando erunt simul veræ. Nunquam autem vera opinio veræ contraria est.
Quod autem istæ duæ aliquando simul sint
veræ, patet ex hoc quod quoddam non
bonum malum est: iniustitia enim quoddam
non bonum est, et malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras: quod
est impossibile. At vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa opinio, quæ est dicens prædicatum
contrarium negativæ, scilicet, non bonum non est malum, eadem ratione, quia
simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est
quoddam non bonum, de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est mala.
Relinquitur ergo tertia pars minoris
quod ei opinioni veræ quæ, est dicens
quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio. non boni, quæ est
dicens quod est bonum, quæ est
contradictoria ilius. Deinde subdit
127 mativæ quæ est, omne bonum
est bonum, vel, omnis homo est bonus,
contraria est universalis negativa, ea
scilicet, nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est bonus: singula singulis referendo.
Contradictoria autem negatio, contraria
illi universali affirmationi est, aut, non
omnis homo est bonus, aut, non omne bonum est bonum, singulis singula similiter referendo. - Et
sic posuit utrunque divisionis membrum, et declaravit. 18. Sed est hic dubitatio non dissimulanda.
Si enim affirmationi universali
contraria est duplex negatio, universalis scilicet et contradictoria, vel uni
duo sunt contraria, vel contrarietate large utitur Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. -- Augetur et
dubitatio: quia in præcedenti textu
dixit Aristoteles quod, nihil interest
si universalem negationem faciamus ita contrariam universali affBrmationi,
sicut singularem singulari. conclusionem intentam: Quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum est bonum, contraria est ea boni
opinio, quæ dicit quod bonum non est
bonum, idest, sua contradictoria. Contradictiones ergo contrariæ in omni
materia censendæ sunt. 16. Deinde cum
dicit: Manifestum est igitur etc., declarat determinatam veritatem extendi ad
cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de indefinitis, et particularibus,
et singularibus iam dictum est, eo quod
idem evidenter apparet de eis in hac re
iudicium (indefinitæ enim et
particulares nisi pro eisdem supponant sicut singulares, per modum affirmationis et negationis non
opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo
ad eas, quæ universalis quantitatis sunt
se transfert, dicens, manifestum esse quod
nihil interest quoad propositam quæstionem, si universaliter ponamus
affirmationes. Huic enim, scilicet, universali affirmationi, contraria est
universalis negatio, et non universalis
affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne bonum est
bonum, contraria est, nihil horum, quæ
bona sunt, idest, nullum bonum est
bonum. Et declarat hoc ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens:
Nam eius quæ est boni, quoniam bonum
est, si universaliter sit bonum : idest, istius opinionis universalis,
omne bonum est bonum, eadem est, idest, æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid
est bonum est bonum; et consequenter sua
negatio contraria est illa quam dixi,
nihil horum quæ bona sunt bonum est, idest, nullum bonum est bonum.
Similiter autem se habet in non bono:
quia affirmationi universali de non bono reddenda est negatio universalis eiusdem, sicut de bono
dictum est. 17. Deinde cum dicit: Quare
si in opinione sic se ba/-* Cf. lect. præced. n. 1, 5 seqq. *
* Num. 2r. Cf. lect. præced. n. 5, seqq. æe Ὑ I eu
ER CP πο INCUBE
FRE bet etc., revertitur ad
respondendum quæstioni primo motæ *,
terminata iam secunda, ex qua illa dependet. Et
circa hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni; secundo, declarat
quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi: Manifestum est autem quoniam *
etc. Circa primum duo facit. Primo, directe respondet quæstioni, dicens: Quare si in opinione sic se' babet
contrarietas, ut dictum est; et
affirmationes et negationes quæ sunt in
voce, notæ sunt eorum, idest, affirmationum et negationum quæ sunt in
anima; manifestum. est. quoniam. affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ,
contraria erit negatio circa idem,
idest, enunciatio negativa eiusdem de
eodem, et non enunciatio affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua quærebatur,
an enunciationi affirmativæ contraria
sit sua negativa, an affirmativa
contraria ἢ. Responsum est enim quod negativa est
contraria. Secundo, dividit negationem
contrariam affirmationi, idest,
negationem universalem et contradictoriam, dicens: Universalis, scilicet, negatio, affirmationi
contraria est etc. Ut exemplariter
dicatur, ei enunciationi universali affirEt ita declinari non potest quin
affirmationi universali duæ sint
negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur
de contrarietate Aristoteles. I9.
Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est loqui de contrarietate quæ est inter
negationem alicuius universalis
affirmativæ in ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui de illamet
universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affrmativæ
contradictoriam. Verbi gratia: sint
quatuor enunciationes, quarum nunc
meminimus, scilicet, universalis affirmativa,
contradictoria, universalis negativa, et universalis affirmatio
contrarii, sic dispositæ in eadem linea recta: Omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus,
omnis bomo non est iustus, omnis bomo
est iniustus: et intuere quod licet primæ
omnes reliquæ aliquo modo contrarientur, magna
tamen differentia est
inter primæ et cuiusque earum
contrarietatem. Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ contrariatur ratione universalis
negationis, quæ ante ipsam sita est:
quia non per se sed ratione illius falsa
est, ut probavit Aristoteles, quia implicita est*. Tertia autem, idest universalis negatio, non per se
sed ratione secundæ, scilicet negationis
contradictoriæ, contrariatur primæ eadem
ratione, quia, scilicet, non est per se falsa
illius affirmationis veritate, sed implicita: continet enim negationem contradictoriam, scilicet, nom
ommis bomo est iustus, mediante qua
falsificatur ab affirmationis veritate,
quia simpliciter et prior est falsitas negationis contradictoriæ
falsitate negationis universalis:
totum namque compositius et posterius est partibus. Est
ergo inter has tres falsas ordo, ita
quod affirmationi veræ contradictoria
negdtio simpliciter sola est contraria, quia est simpliciter respectu illius per se falsa; affirmativa
autem contrarii est per accidens contraria, quia est per accidens
falsa; universalis vero negatio, tamquam
medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii
affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata
autem ad negationem contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut
rubrum ad nigrum est album, et ad album
est nigrum, ut dicitur in V Physicorum. Aliud igitur est loqui de negatione universali in ordine ad
affirmationem contrarii, et aliud in
ordine ad negationem contradictoriam.
Si enim primo modo loquamur, sic
negatio universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo, non est per se falsa, nec
contraria affirmationi. 20. Quia ergo agitur ab Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem
quæ earum contraria sit affirmationi veræ,
et non agitur quæstio ipsarum negationum
inter se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi afhrmationi, ut patet in toto
processu quæstionis; ideo Aristoteles indistincte dixit quod
utraque negatio est contraria
affirmationi veræ, et non affirmatio
* Cf.supra n. 4, seqq.
E 128 contrarii. Intendens per hoc declarare
diversitatem quæ IIl, CAP., LECT.:
est inter affirmationem contrarii ét negationem in
hoc quod veræ aífirmationi
contrariantur, et non intendens dicere
quod utraque negatio est simpliciter contraria. Hoc enim in dubitatione non est quæsitum, sed
illud tantum.- Et similiter dixit quod nihil interest si quis ponat negationem universalem: nihil enim interest
quoad hoc, quod affirmatio contrarii
ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod inquirimus. Plurimum autem
interesset, si negationes ipsas inter se discutere vellemus quæ earum esset affirmationi contraria.- Sic
ergo patet quod subtilissime Aristoteles
locutus de vera contrarietate enunciationum, unam uni contrariam posuit in
omni materia et quantitate, dum
simpliciter contrarias contradictiones asseruit. Deinde cum dicit: Manifestum est autem etc.,
resumit quoddam dictum ut probet illud, dicens: Manifestum est autem. ex dicendis quod mom contingit
veram. veræ contrariam esse, nec in opinione mentali, mec in
contradictione, idest, vocali
enunciatione. Et causam subdit: quia contraria sunt quæ circa idem opposita
sunt; et consequenter enunciationes et
opiniones veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa idem autem
contingit simul omnes veras
enunciationes et opiniones verificari,
sicut et significata vel repræsentata earum simul illi insunt: aliter
veræ tunc non sunt. Et consequenter omnes
veræ enunciationes et opiniones circa idem contrariæ non sunt, quia contraria non contingit eidem
simul inesse. Nullum ergo verum sive sit
circa idem, sive sit circa aliud, est
alteri vero contrarium. Et sic finitur
expositio huius libri Perihermenias. Anno Nativitatis Dominicæ 1496, in Festo
Divi Thomæ Aquinatis. Cui sit honor et
gloria, eo quod dederit opus a se inceptum, tanto tempore incompletum, perfici.
III. 1 Postquam philosophus distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen
infinitum non universaliter sumptum, hic intendit distinguere enunciationes, in
quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum. Et circa hoc tria facit:
primo, ponit similitudinem istarum enunciationum ad infinitas supra positas;
secundo, ostendit dissimilitudinem earumdem; ibi: sed non similiter etc.;
tertio, concludit numerum oppositionum inter dictas enunciationes; ibi: hæ duæ
igitur et cetera. Dicit ergo primo
quod similes sunt enunciationes, in quibus est nominis universaliter sumpti
affirmatio. Having distinguished enunciations in which the subject is an
infinite name not taken universally, Aristotle now distinguishes enunciations
in which the subject is a finite name taken universally. He first proposes a
similarity between these enunciations and the infinite enunciations already
discussed, and then shows their difference where he says, But it is not
possible, in the same way as in the former case, that those on the diagonal
both be true, etc. Finally, he concludes with the number of oppositions there
are between these enunciations where he says, These two pairs, then, are
opposed, etc. He says first, then, that enunciations in which the affirmation
is of a name taken universally are similar to those already discussed. 2 Quoad
primum notandum est quod in enunciationibus indefinitis supra positis erant duæ
oppositiones et quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas, et
non inferebantur ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam Porphyrii.
Ita in enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum universaliter sumptum
inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes: et affirmativæ inferunt
negativas et non e contra. Unde similiter se habent enunciationes supradictæ,
si nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio universaliter. Fient enim tunc
quatuor enunciationes: duæ de prædicato finito, scilicet omnis homo est iustus,
et eius negatio quæ est non omnis homo est iustus; et duæ de prædicato
infinito, scilicet omnis homo est non iustus, et eius negatio quæ est, non
omnis homo est non iustus. Et quia quælibet affirmatio cum sua negatione unam
integrat oppositionem, duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de indefinitis
dictum est. Nec obstat quod de enunciationibus universalibus loquens
particulares inseruit; quoniam sicut supra de indefinitis et suis negationibus
sermonem fecit, ita nunc de affirmationibus universalibus sermonem faciens de
earum negationibus est coactus loqui. Negatio siquidem universalis affirmativæ non est
universalis negativa, sed particularis negativa, ut in I libro habitum est. It
is to be noted in relation to Aristotle’s first point that in indefinite
enunciations there were two oppositions and four enunciations, the affirmatives
inferring the negatives and not being inferred by them, as is clear in the
exposition of Ammonius as well as of Porphyry. In enunciations in which the
finite name universally taken is the subject there are also two oppositions and
four eminciations, the affirmatives inferring the negatives and not the
contrary. Hence, enunciations are related in a similar way if the affirmation
is made universally of the name taken as the subject. For again, four
enunciations will be made, two with a finite predicate-"Every man is
just,” and its negation, "Not every man is just”-and two with an infinite
predicate-"Every man is non-just” and its negation, "Not every man is
non-just.” And since any affirmation together with its negation makes one whole
opposition, two oppositions are made, as was also said of indefinite
enunciations. There might seem to be an objection to his use of particulars
when speaking of universal enunciations, but this cannot be objected to, for
just as in dealing with indefinite enunciations he spoke of their negations, so
now in dealing with universal affirmatives be is forced to speak of their
negations. The negation of the universal affirmative, however, is not the do
universal but the particular negative as was stated in the first book. V. lib. 2 l. 3 n. 3Quod autem
similis sit consequentia in istis et supradictis indefinitis patet
exemplariter. Et ne multa loquendo res clara
prolixitate obtenebretur, formetur primo figura de indefinitis, quæ supra
posita est in expositione Porphyrii, scilicet ex una parte ponatur affirmativa
finita, et sub ea negativa infinita, et sub ista negativa privativa. Ex altera
parte primo negativa finita, et sub ea affirmativa infinita, et sub ea
affirmativa privativa. Deinde sub illa figura formetur alia figura similis illi
universaliter: ponatur scilicet ex una parte universalis affirmativa de
prædicato finito, et sub ea particularis negativa de prædicato infinito, et ad
complementum similitudinis sub ista particularis negativa de prædicato
privativo; ex altera vero parte ponatur primo particularis negativa de
prædicato infinito, et sub ea universalis affirmativa de prædicato finito, et
sub ista universalis affirmativa de prædicato privativo, hoc modo: (Figura).
Quibus ita dispositis, exerceatur consequentia semper in ista proxima figura,
sicut supra in indefinitis exercita est: sive sequendo expositionem Ammonii, ut
infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se habent ad ipsas finitas;
finitæ autem non se habeant ad infinitas medias, sicut privativæ se habent ad
ipsas infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii, ut affirmativæ inferant
negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni suprascriptæ deserviunt figuræ,
ut patet diligenter indaganti. Similiter
ergo se habent enunciationes istæ universales ad indefinitas in tribus,
scilicet in numero propositionum, et numero oppositionum, et modo consequentiæ.
A table will make
it evident that the consequence is similar in these and in indefinite
eminciations. And lest what is clear be made obscure by prolixity let us first
make a diagram of the indefinites posited in the last lesson, based upon the
exposition of Porphyry. Place the finite affirmative on one side and under it
the infinite negative, and under this the privative negative. On the other side
put the finite negative first, under it the infinite affirmative, and under
this the privative affirmative. Then under this diagram make another similar to
it but of universals. On one side put the universal affirmative of the finite
predicate, under it the particular negative of the infinite predicate, and to
complete the parallel put the particular negative of the privative predicate
under this. On the other side, first put the particular negative of the
infinite predicate, under it the universal affirmative of the finite
predicate,” and under this the universal affirmative of the privative
predicate. Thus: DIAGRAM OF THE INDEFINITES Man is just Man is not just Man is
not non-just Man is non-just Man is not unjust Man is unjust DIAGRAM OF THE
UNIVERSALS Every man is just Not every man is just. Not every man is non-just
Every man is non-just Not every man is unjust Every man is unjust In this
disposition of enunciations, the consequence always follows in the second
diagram just as it followed in regard to indefinites in the first diagram. This
is true if we follow the exposition of Ammonius in which infinites are related
to finites as privatives are related to the same finites, and the finites not
related to the infinite middle enunciatious as privatives are related to those
infinites. It is equally true if we follow the exposition of Porphyry, in which
affirmatives infer negatives and not vice versa. That the tables serve both
expositions will be clear to one studying them. These universal enunciations,
therefore, are related in like manner to indefinite entinciations in three
things: the number of propositions, the number of oppositions, and the mode of
consequence. 4 Deinde cum dicit: sed non similiter angulares etc., ponit
dissimilitudinem inter istas universales et supradictas indefinitas, in hoc
quod angulares non similiter contingit veras esse. Quæ verba primo exponenda
sunt secundum eam, quam credimus esse ad mentem Aristotelis, expositionem;
deinde secundum alios. Angulares enunciationes in utraque figura suprascripta
vocat eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet affirmativam finitam ex uno
angulo, et affirmativam infinitam sive privativam ex alio angulo: et similiter
negativam finitam ex uno angulo, et negativam infinitam vel privativam ex alio
angulo. When he says, But it is not possible, in the same way as in the former
case, that those on the diagonal both be true, etc., he proposes a difference
between the universals and the indefinites, i.e., that it is not possible for
the diagonals to be true in the case of universals. First we will explain these
words according to the exposition we believe Aristotle had in mind, then
according to the opinion of others. Aristotle means by diagonal eminciations
those that are diametrically opposed in the diagram above, i.e., the finite
affirmative in one corner and the infinite affirmative or the privative in the
other; and the finite negative in one corner and the, infinite negative or
privative in the other. 5 Enunciationes ergo in qualitate similes angulares
vocatæ, eo quod angulares, idest diametraliter distant, dissimilis veritatis
sunt apud indefinitas et universales. Angulares
enim indefinitæ tam in diametro affirmationum, quam in diametro negationum
possunt esse simul veræ, ut patet in suprascripta figura indefinitarum. Et hoc
intellige in materia contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic
se habent, quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est
esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum
negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt in materia
contingenti: in materia enim necessaria et remota impossibile est esse ambas
veras. Hæc est Boethii,
quam veram credimus, expositio. Enunciations that are similar in quality, and
called diagonal because diametrically distant, are dissimilar in truth, tben,
in the case of indefinites and universals. The indefinites on the corners, both
oil the diagonal of affirmations and the diagonal of negations can be
simultaneously true, as is evident in the table of the indefinite entinciations.
This is to be understood in regard to contingent matter. But diagonals of
universals are not so related, for angtilars on the diagonal of affirmations
cannot be simultaneously true in any matter. Those on the diagonal of
negations, however, can sometimes be true simultaneously, i.e., when they are
in contingerlt matter. In necessary and rernote matter it is impossible for
both of these to be true. This is the exposition of Boethitis, which we believe
to be the true one. 6 Herminus autem, Boethio referente, aliter exponit. Licet enim ponat similitudinem
inter universales et indefinitas quoad numerum enunciationum et oppositionum,
oppositiones tamen aliter accipit in universalibus et aliter in indefinitis.
Oppositiones siquidem indefinitarum numerat sicut et nos numeravimus, alteram
scilicet inter finitas affirmativam et negativam, et alteram inter infinitas
affirmativam et negativam, quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic
numerat oppositiones, sed alteram sumit inter universalem affirmativam finitam
et particularem negativam finitam, scilicet omnis homo est iustus, non omnis
homo est iustus, et alteram inter eamdem universalem affirmativam finitam et
universalem affirmativam infinitam, scilicet omnis homo est iustus, omnis homo
est non iustus. Inter has enim est contrarietas, inter illas vero contradictio.
Dissimilitudinem etiam universalium ad indefinitas aliter ponit. Non enim
nobiscum fundat dissimilitudinem inter angulares universalium et indefinitarum
supra differentiam quæ est inter angulares universalium affirmativas et
negativas, sed supra differentiam quæ est inter ipsas universalium angulares
inter se ex utraque parte. Format
namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali affirmativa finita,
universalis affirmativa infinita est; et ex alia parte sub particulari negativa
finita, particularis negativa infinita ponitur; sicque angulares sunt disparis
qualitatis, et similiter indefinitarum figuram format hoc modo: (Figura).
Quibus ita dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares
indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius
angularis veritas suæ angularis veritatem infert undecumque incipias.
Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad veritatem, sed ex altera
parte necessitas deficit illationis. Si enim incipias ab aliquo universalium et
ad suam angularem procedas, veritas universalis non ita potest esse simul cum
veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis est
vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul veræ.
Et si ista universalis contraria est falsa, sua contradictoria particularis,
quæ est angularis primæ universalis assumptæ, erit necessario vera: impossibile
est enim contradictorias esse simul falsas. Si autem incipias e converso ab
aliqua particularium et ad suam angularem procedas, veritas particularis ita
potest stare cum veritate suæ angularis, quod tamen non necessario infert eius
veritatem: quia licet sequatur: particularis est vera; ergo sua universalis contradictoria
est falsa; non tamen sequitur ultra: ista universalis contradictoria est falsa;
ergo sua universalis contraria, quæ est angularis particularis assumpti, est
vera. Possunt enim
contrariæ esse simul falsæ. Herminus, however, according to Boethius, explains
this in another way. He takes the oppositions in one way in universals and in
another in indefinites, although he holds that there is a likeness between
universals and indefinites with respect to the n timber of enunciations and of
oppositions. He arrives at the oppositions of indefinites we have, i.e., one
between the affirmative and negative finites, and the other between the
affirmative and negative infinites. But he disposes the oppositions of
universals in another way, taking one between the finite universal affirmative
and finite particular negative, "Every man is just” and "Not every
man is just,” and the other between the same finite universal affirmative and
the infinite universal affirmative, "Every man is just” and "Every
man is non-just.” Between the latter there is contrariety, between the former
contradiction. He also proposes the dissimilarity between universals and
indefinites in another way. He does not base the dissimilarity between
diagonals of universals and indefinites on the difference between affirinative
and negative diagonals of universals, as we do, but on the difference between
the diagonals of universals on both sides among themselves. Hence he forms his
diagram in this way: under the finite universal affirmative be places the
infinite universal affirmative, and on the other side, under the finite
particular negative the infinite particular negative. Thus the diagonals are of
different quality. He also diagrams the indefinites in this way. Every man is
just? contradictories? Not every man is just contraries subcontraries Every man
is non-just? contradictories? Not every man is non-just Man is just Man is
non-just Man is not just Man is not non-just With enunciations disposed in this
way he says their difference is this: that in indefinite enunciations, one on
the diagonal is true as a necessary consequence of the truth of the other, so
that the truth of one enunciation infers the truth of its diagonal from
wherever you begin But there is no such mutual necessary consequence in
universals—from the truth of one on a diagonal to the other—since the necessity
of inference fails in part. If you begin from any of the universals and proceed
to its diagonal, the truth of the universal cannot be simultaneous with the
truth of its diagonal so as to compel it to truth. For if the universal is true
its universal contrary will be false, since they cannot be at once true; and if
this universal contrary is false, its particular contradictory, which is the
diagonal of the first universal assumed, will necessarily be true, since it is
impossible for contradictories to be at once false; but if, conversely, you
begin with a particular enunciation and proceed to its diagonal, the truth of
the particular can so stand with the truth of its diagonal that it does not
infer its truth necessarily. For this follows: the particular is true,
therefore its universal contradictory is false. But this does not follow: this
universal contradictory is false, therefore its universal contrary, which is
the diagonal of the particular assumed, is true. For contraries can be at once
false. 7 Sed videtur expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad modum
sumendi oppositiones. Non enim intendit hic loqui de oppositione quæ est inter finitas et
infinitas, sed de ea quæ est inter finitas inter se, et infinitas inter se. Si
enim de utroque modo oppositionis exponere volumus, iam non duas, sed tres
oppositiones inveniemus: primam inter finitas, secundam inter infinitas,
tertiam quam ipse herminus dixit inter finitam et infinitam. Figura etiam quam
formavit, conformis non est ei, quam Aristoteles in fine I priorum formavit, ad
quam nos remisit, cum dixit: hæc igitur quemadmodum in resolutoriis dictum est,
sic sunt disposita. In Aristotelis
namque figura, angulares sunt affirmativæ affirmativis, et negativæ negativis.
But the way in which oppositions are taken in this exposition does not seem to
be what Aristotle had in mind. He did not intend to speak here of the
opposition between finites and infinites, but of the opposition between finites
themselves and infinites themselves. For if we meant to explain each mode of
opposition, there would not be two but three oppositions: first, between
finites; second, between infinites; and third, the one Herminus states between finite
and infinite. Even the diagram Herminus makes is not like the one Aristotle
makes at the end of I Priorum, to which Aristotle himself referred us in the
last lesson when he said, This, then, is the way these are arranged, as we have
said in the Analytics; for in Aristotle’s diagram affirmatives are diagonal to
affirmatives and negatives to negatives. 8 Deinde cum dicit: hæ igitur duæ etc., concludit numerum
propositionum. Et potest dupliciter exponi; primo, ut ly hæ demonstret
universales, et sic est sensus, quod hæ universales finitæ et infinitæ habent
duas oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest exponi ut ly hæ
demonstret enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum sive universales
sive indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ enunciationes supradictæ habent
duas oppositiones, alteram inter affirmationem finitam et eius negationem,
alteram inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem mihi
magis secunda expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat, replicationem
non exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas quoad
prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas oppositiones
omnes reducere, terminando earum tractatum, voluit. Then Aristotle says, These
two pairs, then, are opposed, etc. Here he concludes to the number of
propositions. What he says here can be interpreted in two ways. In the first
way, "these” designates universals, and thus the meaning is that the
finite and infinite universals have two oppositions, which we have explained
above. In the second, "these” designates enunciations which are finite and
infinite with respect to the predicate, whether universal or indefinite, and
then the meaning is that these enunciations have two oppositions, one between
the finite affirmation and its negation and the other between the infinite
affirmation and its negation. The second exposition seems more satisfactory to
me, for the brevity for which, Aristotle strove allows for no repetition;
hence, in terminating his treatment of the enunciations he had enumerated—those
with a finite and infinite predicate according to diverse quantities—he meant
to reduce all the oppositions to two. 9
Deinde cum dicit: aliæ autem ad id quod est etc., intendit declarare
diversitatem enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur nomen
infinitum. Et circa hoc tria facit: primo, proponit et distinguit eas; secundo,
ostendit quod non dantur plures supradictis; ibi: magis autem etc.; tertio,
ostendit habitudinem istarum ad alias; ibi: hæ autem extra et cetera. Ad
evidentiam primi advertendum est tres esse species enunciationum de inesse, in
quibus explicite ponitur hoc verbum est. Quædam sunt, quæ subiecto sive finito
sive infinito nihil habent additum ultra verbum, ut, homo est, non homo est. Quædam
vero sunt quæ subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum sive
finitum sive infinitum, ut, homo est iustus, homo est non iustus. Quædam autem
sunt quæ subiecto infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum
sive infinitum, ut, non homo est iustus, non homo est non iustus. Et quia de
primis iam determinatum est, ideo de ultimis tractare volens, ait: aliæ autem
sunt, quæ habent aliquid, scilicet prædicatum, additum supra verbum est, ad id
quod est, non homo, quasi ad subiectum, idest ad subiectum infinitum. Dixit autem quasi, quia sicut nomen infinitum deficit
a ratione nominis, ita deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem
nominis infiniti non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam
importat, est, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas
oppositiones in hoc ordine, sicut in superioribus fecit. Distinguit etiam istas
ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo, ponit oppositiones inter
affirmativam et negativam habentes subiectum infinitum et prædicatum finitum,
dicens: ut, non homo est iustus, non homo non est iustus. Secundo, ponit oppositionem
alteram inter affirmativam et negativam, habentes subiectum infinitum et
prædicatum infinitum, dicens: ut, non homo est non iustus, non homo non est non
iustus. When he says, and
there, are two other pairs if something is added to "non-man” as a
subject, etc., he shows the diversity of enunciations when "is” is added
as a third element and the subject is an infinite name. First, he proposes and
distinguishes them; secondly, he shows that there are no more opposites than
these where he says, There will be no more opposites than these; thirdly, he
shows the relationship of these to the others where he says, The latter,
however, are separate from the former and distinct from them, etc. With respect
to the first point, it should be noted that there are three species of absolute
[de inesse] enunciations in which the verb "is” is posited explicitly.
Some have nothing added to the subject—which can be either finite or
infinite—beyond the verb, as in "Man is,” "Non-man is.” Some have,
besides the verb, something either finite or infinite added to a finite
subject, as in "Man is just,” "Man is non-just.” Finally, some have,
besides the verb, something either finite or infinite added to an infinite
subject, as in "Non-man is just,” "Non-man is non-just.” He has
already treated the first two and now intends to take tip the last ones. And
there are two other pairs, he says, that have something, namely a predicate.
added beside the verb "is” to "non-man” as if to a subject, i.e., to
an infinite subject. He says "as if” because the infinite name falls short
of the notion of a subject insofar as it falls short of the notion of a name.
Indeed, the signification of an infinite name is not properly submitted to
composition with the predicate, which "is,” the third element added,
introduces. Aristotle enumerates four enunciations and two oppositions in this
order as he did in the former. In addition he distinguishes these from the
former finiteness and infinity. First, he posits the opposition between
affirmative and negative enunciations with an infinite subject and a finite
predicate, "Non-man is just,” "Non-man is not just.” Then he posits
another opposition between those with an infinite subject and an infinite
predicate, "Non-man is non-just,” "Non-man is not non-just. 10 Deinde cum dicit: magis autem
plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones enunciationum
supradictis. Ubi notandum est quod enunciationes de inesse, in quibus explicite
ponitur hoc verbum est, sive secundum, sive tertium adiacens, de quibus
loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra positæ; et consequenter
oppositiones earum secundum affirmationem et negationem non sunt nisi sex. Cum
enim in tres ordines divisæ sint enunciationes, scilicet in illas de secundo
adiacente, in illas de tertio subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti
infiniti, et in quolibet ordine sint quatuor enunciationes; fiunt omnes
enunciationes duodecim, et oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in
quolibet ordine potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate,
particularitate, et singularitate et indefinitione; ideo istæ duodecim
multiplicantur in quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo
faciunt. Nec possibile est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi
viginti harum expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in
tertio, attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et
ordinandæ secundum singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito
situetur, ut oppositionis intentum clarius videatur. Et sic contra universalem
affirmativam non est ordinanda universalis negativa, sed particularis negativa,
quæ est illius negatio; et e converso, contra particularem affirmativam non est
ordinanda particularis negativa, sed universalis negativa quæ est eius negatio.
Ad clarius autem intuendum numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis
quantitatis, simul in recta linea, distinctis tamen ordinibus tribus
supradictis. Quod ut clarius
elucescat, in hac subscripta videatur figura: (Figura). Quod autem plures his non sint,
ex eo patet quod non contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum
penes finitum et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum
subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes
prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod sufficienter
factum apparet. Enunciationes autem de tertio adiacente quadrupliciter variari
possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati finiti, aut utriusque infiniti,
aut subiecti finiti et prædicati infiniti, aut subiecti infiniti et prædicati
finiti. Quarum nullam
prætermissam esse superior docet figura. Then he says, There will be no more
opposites than these. Here he points out that there are no more oppositions of
enunciations than the ones be has already given. We should note, then, that
simple [or absolute] enunciations—of which we have been speaking—in which the
verb "is” is explicitly posited whether it is the second or third element
added, cannot be more than the twelve posited. Consequently, their oppositions
according to affirmation and negation are only six. For enunciations are
divided into three orders: those with the second element added, those with the
third element added to a finite subject, and those with the third element added
to an infinite subject; and in any order there are four enunciations. And since
their subject in any order can be quantified in four ways, i.e., by
universality, particularity, singularity, and indefiniteness, these twelve will
be increased to fortyeight (four twelves being forty-eight). Nor is it possible
to imagine more than these. Aristotle has only expressed twenty of these, eight
in the first order, eight in the second, and four in the third, but through
them be intended the rest to be understood. They are to be enumerated and
disposed according to each order so that the primary negation is placed
opposite an affirmation in order to make the relation of opposition more
evident. Thus, the universal negative should not be ordered as opposite to the
universal affirmative, but the particular negative, which is its negation.
Conversely, the particular negative should not be ordered as opposite to the
particular affirmative, but the universal negative, which is its negation. For
a clearer look at their number all those of similar quantity should be
co-ordered in a straight line and in the three distinct orders given above. The
following diagram will make this clear. FIRST ORDER Socrates is Socrates is not
Non-Socrates is Non-Socrates is not Some man is Some man is not Some non-man is
Some non-man is not Man is Man is not Non-man is Non-man is not Every man is No
man is Every non-man is No non-man is SECOND ORDER Socrates is just Socrates is
not just Socrates is non-just Socrates is not non-just Some man is just Some
man is not just Some man is non-just Some man is not non-just Man is just Man
is not just Man is non-just Man is not non-just Every man is just No man is
just Every man is non-just No man is non-just THIRD ORDER Non-Socrates is just
Non-Socrates is not just Non-Socrates is non-just Non-Socrates is not non-just
Some non-man is just Some non-man is not just Some non-man is non-just Some
non-man is not non-just Non-man is just Non-man is not just Non-man is non-just
Non-man is not non-just Every non-man is just No non-man is just Every non-man
is non-just No non-man is non-just It is evident that there are no more than
these, for the subject and the predicate cannot be varied in any other way with
respect to finite and infinite. Nor can the finite and infinite subject be
varied in any other way, for the enunciation with a second adjoining element
cannot be varied with a finite and infinite predicate but only in respect to
the subject. This is clear enough. But enunciations with a third adjoining
element can be varied in four ways: they may have either a finite subject and
predicate, or an infinite subject and predicate, or a finite subject and
infinite predicate, or an infinite subject and finite predicate. These
variations are all evident in the above table. 11 Deinde cum dicit: hæ autem
extra illas etc., ostendit habitudinem harum quas in tertio ordine numeravimus
ad illas, quæ in secundo sitæ sunt ordine, et dicit quod istæ sunt extra illas,
quia non sequuntur ad illas, nec e converso. Et rationem assignans subdit: ut
nomine utentes eo quod est non homo, idest ideo istæ sunt extra illas, quia
istæ utuntur nomine infinito loco nominis, dum omnes habent subiectum
infinitum. Notanter autem dixit enunciationes subiecti infiniti uti ut nomine,
infinito nomine, quia cum subiici in enunciatione proprium sit nominis,
prædicari autem commune nomini et verbo, omne subiectum enunciationis ut nomen
subiicitur. Then when he says, The latter, however, are separate from the
former and distinct from them, etc., he shows the relationship of those we have
put in the third order to those in the second order. The former, he says, are
distinct from the latter because they do not follow upon the latter, nor
conversely. He assigns the reason when he adds: because of the use of
"non-man” as a name, i.e., the former are separate from the latter because
the former use an infinite name in place of a name, since they all have an
infinite subject. It should be noted that he says enunciations of an infinite
subject use an infinite name as a name; for to be subjected in an enunciation
is proper to a name, to be predicated common to a name and a verb, and therefore
every subject of an enunciation is subjected as a name. 12 Deinde cum dicit: in
his vero in quibus est etc., determinat de enunciationibus in quibus ponuntur
verba adiectiva. Et circa hoc tria facit: primo, distinguit eas; secundo,
respondet cuidam tacitæ quæstioni; ibi: non enim dicendum est etc.; tertio,
concludit earum conditiones; ibi: ergo et cætera eadem et cetera. Ad evidentiam
primi resumendum est, quod inter enunciationes in quibus ponitur est secundum
adiacens, et eas in quibus ponitur est tertium adiacens talis est differentia
quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter fiunt oppositiones,
scilicet ex parte subiecti tantum variati per finitum et infinitum; in his
vero, quæ habent est tertium adiacens dupliciter fiunt oppositiones, scilicet
et ex parte prædicati et ex parte subiecti, quia utrumque variari potest per
finitum et infinitum. Unde unum ordinem tantum enunciationum de secundo
adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes diversimode quantificatas et
duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio adiacente oportuit partiri in
duos ordines, quia sunt in eis quatuor oppositiones et octo enunciationes, ut
supra dictum est. Considerandum quoque est quod enunciationes, in quibus
ponuntur verba adiectiva, quoad significatum æquivalent enunciationibus de
tertio adiacente, resoluto verbo adiectivo in proprium participium et est, quod
semper fieri licet, quia in omni verbo adiectivo clauditur verbum substantivum.
Unde idem significant ista, omnis homo currit, quod ista, omnis homo est
currens. Propter quod Boethius vocat enunciationes cum verbo adiectivo de
secundo adiacente secundum vocem, de tertio autem secundum potestatem, quia
potest resolvi in tertium adiacens, cui æquivalet. Quoad numerum autem
enunciationum et oppositionum, enunciationes verbi adiectivi formaliter sumptæ
non æquivalent illis de tertio adiacente, sed æquivalent enunciationibus, in
quibus ponitur est secundum adiacens. Non possunt enim fieri oppositiones
dupliciter in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte subiecti et
prædicati, sicut fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia verbum, quod
prædicatur in adiectivis, infinitari non potest. Sed oppositiones adiectivarum
fiunt simpliciter, scilicet ex parte subiecti tantum variati per infinitum et
finitum diversimode quantificati, sicut fieri didicimus supra in
enunciationibus substantivis de secundo adiacente, eadem ducti ratione, quia
præter verbum nulla est affirmatio vel negatio, sicut præter nomen esse potest.
Quia autem in præsenti tractatu non de significationibus, sed de numero
enunciationum et oppositionum sermo intenditur, ideo Aristoteles determinat
diversificandas esse enunciationes adiectivas secundum modum, quo distinctæ
sunt enunciationes in quibus ponitur est secundum adiacens. Et ait quod in his
enunciationibus, in quibus non contingit poni hoc verbum est formaliter, sed
aliquod aliud, ut, currit, vel, ambulat, idest in enunciationibus adiectivis,
idem faciunt quoad numerum oppositionum et enunciationum sic posita, scilicet
nomen et verbum, ac si est secundum adiacens subiecto nomini adderetur. Habent
enim et istæ adiectivæ, sicut illæ, in quibus ponitur est, duas oppositiones
tantum, alteram inter finitas, ut, omnis homo currit, omnis homo non currit,
alteram inter infinitas quoad subiectum, ut, omnis non homo currit, omnis non
homo non currit. Next he takes up enunciations in which adjective verbs are
posited, when he says, In enunciations in which "is” does not join the
predicate to the subject, etc. First, he distinguishes these adjective verbs;
secondly, he answers an implied question where he says, We must not say
"non-every man,” etc.; thirdly, he concludes with their conditions where
he says, All else in the enunciations in which "is” does not join the
predicate to the subject will be the same, etc. It is necessary to note here
that there is a difference between enunciations in which "is” is posited
as a second adjoining element and those in which it is posited as a third
element. In those with "is” as a second element oppositions are simple,
i.e., varied only on the part of the subject by finite and infinite. In those
having "is” as a third element oppositions are made in two ways—on the
part of the predicate and on the part of the subject—for both can be varied by
finite and infinite. Hence we made only one order of enunciations with
"is” as the second element. It had four enunciations quantified in diverse
ways, and two oppositions. But enunciations with "is” as a third element
must be divided into two orders, because in them there are four oppositions and
eight enunciations, as we said above. Enunciations with adjective verbs are
made equivalent in signification to enunciations with "is” as the third
element by resolving the adjective verb into its proper participle and
"is,” which may always be done because a substantive verb is contained in
every adjective verb. For example, "Every man runs” signifies the same
thing as "Every man is running.” Because of this Boethius calls
enunciations having an adjective verb "eminciations of the second
adjoining element according to vocal sound, but of the third adjoining element
according to power.” He designates them in this manner because they can be
resolved into enunciations with a third adjoining element to which they are
equivalent. With respect to the number and oppositions of enunciations, those
with an adjective verb, formally taken, are not equivalent to those with a
third adjoining element but to those in which "is” is posited as the
second element. For oppositions cannot be made in two ways in adjectival
enunciations as they are in the case of substantival enunciations with a third
adjoining element, namely, on the part of the subject and predicate, because
the verb which is predicated in adjectival enunciations cannot be made infinite.
Hence oppositions of adjectival enunciations are made simply, i.e., only by the
subject quantified in diverse ways being varied by finite and infinite, as was
done above in substantival enunciations with a second adjoining element, and
for the same reason, i.e., there can be no affirmation or negation without a
verb but there can be without a name. Since the present treatment is not of
significations but of the number of enunciations and oppositions, Aristotle
determines that adjectival enunciations are to be diversified according to the
mode in which enunciations with "is” as the second adjoining element are
distinguished. And he says that in enunciations in which the verb "is” is
not posited formally, but some other verb, such as "matures” or
"walks,” i.e., in adjectival enunciations, the name and verb form the same
scheme with respect to the number of oppositions and enunciations as when is as
a second adjoining element is added to the name as a subject. For these
adjectival enunciations, like the ones in which "is” is posited, have only
two oppositions, one between the finites, as in "Every man runs,”
"Not every man runs,” the other between the infinites with respect to
subject, as in "Every non-man runs,” "Not every non-man runs.” 13 Deinde cum dicit: non enim
dicendum est etc., respondet tacitæ quæstioni. Et circa hoc facit duo: primo,
ponit solutionem quæstionis; deinde, probat eam; ibi: manifestum est autem et
cetera. Est ergo quæstio talis: cur negatio infinitans numquam addita est supra
signo universali aut particulari, ut puta, cum vellemus infinitare istam, omnis
homo currit, cur non sic infinitata est, non omnis homo currit, sed sic, omnis
non homo currit? Huic namque quæstioni respondet, dicens quod quia nomen
infinitabile debet significare aliquid universale, vel singulare; omnis autem
et similia signa non significant aliquid universale aut singulare, sed quoniam
universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, non omnis homo, si
infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem enunciationis
quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod significat aliquid
universale, addenda est, et dicendum, omnis non homo. Then he answers an implied
question when he says, We, must not say "non-every man” but must add the
negation to man, etc. First he states the solution of the question, then he
proves it where he says, This is evident from the following, etc. The question
is this: Why is the negation that makes a word infinite never added to the
universal or particular sign? For example, when we wish to make "Every man
runs” infinite, why do we do it in this way "Every non-man runs,” and not
in this, "Non-every man runs.” He answers the question by saying that to
be capable of being made infinite a name has to signify something universal or
singular. "Every” and similar signs, however, do not signify something
universal or singular, but that something is taken universally or particularly.
Therefore, we should not say "non-every man” if we wish to infinitize
(although it may be used if we wish to deny the quantity of an enunciation),
but must add the infinitizing negation to "man,” which signifies something
universal, and say "every non-man.” 14 Deinde cum dicit: manifestum est autem ex eo quod est
etc., probat hoc quod dictum est, scilicet quod omnis et similia non
significant aliquod universale, sed quoniam universaliter tali ratione. Illud,
in quo differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly
omnis, est non universale aliquod, sed quoniam universaliter; sed illud in quo
differunt enunciationes præcise differentes per habere et non habere ly omnis,
est significatum per ly omnis; ergo significatum per ly omnis est non aliquid
universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita in textu,
ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a non habentibus
aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in
littera exemplariter declaratur sic. Illæ enunciationes homo currit, et omnis
homo currit, præcise differunt ex hoc, quod in una est ly omnis, et in altera
non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una
sit universalis, alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale,
scilicet ly homo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur
de subiecto universaliter, in altera autem non universaliter. Cum enim dico,
homo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed non pro tota
humana universitate; cum autem dico, omnis homo currit, cursum inesse homini
pro omnibus inferioribus significo. Simili modo declarari potest de tribus aliis, quæ in
textu adducuntur, scilicet, homo non currit, respectu suæ universalis
universaliter, omnis homo non currit: et sic de aliis. Relinquitur ergo, quod,
omnis et nullus et similia signa nullum universale significant, sed tantummodo
significant, quoniam universaliter de homine affirmant vel negant. Where he says, This is
evident from the following, etc., he proves that "every” and similar words
do not signify a universal but that a universal is taken universally. His
argument is the following: That by which enunciations having or not having the
"every” differ is not the universal; rather, they differ in that the
universal is taken universally. But that by which enunciations having and not
having the "every” differ is signified by the "every.” Therefore,
that which is signified by the "every” is not a universal but that the
universal is taken universally. The minor of the argument is evident, though
not explicitly given in the text: that in which the having of some term differs
from the not having of it, other things being equal, is the signification of
that term. The major is made evident by examples. The enunciations "Man
matures” and "Every man matures” differ precisely by the fact that in one
there is an "every,” in the other not. However, they do not differ in such
a way by this that one is universal, the other not universal, for both have the
universal subject, "man”; they differ because in the one in which
"every” is posited, the enunciation is of the subject universally, but in
the other not universally. For when I say, "Man matures,” I attribute
maturing to "man” as universal or common but not to man as to the whole
human race; when I say, "Every man matures,” however, I signify maturing to
be present to man according to all the inferiors. This is evident, too, in the
three other examples of enunciations in Aristotle’s text. For example,
"Non-man matures” when its universal is taken universally becomes
"Every non-man matures,” and so of the others. It follows, therefore, that
"every” and "no” and similar signs do not signify a universal but
only signify that they affirm or deny of man universally. 15 Notato hic duo: primum est
quod non dixit omnis et nullus significat universaliter, sed quoniam
universaliter; secundum est, quod addit, de homine affirmant vel negant. Primi
ratio est, quia signum distributivum non significat modum ipsum universalitatis
aut particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum enim
dico, omnis homo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino homo,
ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter, per ly
quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly omnis in actu
exercito, sicut et in I posteriorum, in definitione scire applicationem causæ
notavit per illud verbum quoniam, dicens: scire est rem per causam cognoscere,
et quoniam illius est causa. Ratio
autem secundi insinuat differentiam inter terminos categorematicos et
syncategorematicos. Illi siquidem ponunt significata supra terminos absolute;
isti autem ponunt significata sua supra terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur, homo albus,
ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad aliquod sibi addendum. Cum vero dicitur, omnis homo, ly omnis etsi hominem
distribuat, non tamen distributio intellectum firmat, nisi in ordine ad aliquod
prædicatum intelligatur. Cuius signum est, quia, cum dicimus, omnis homo
currit, non intendimus distribuere hominem pro tota sua universitate absolute,
sed in ordine ad cursum. Cum autem dicimus, albus homo currit, determinamus
hominem in seipso esse album et non in ordine ad cursum. Quia ergo omnis et
nullus, sicut et alia syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi
quia determinant subiectum in ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et
negatione fieri nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi quoniam
universaliter de nomine, idest de subiecto, affirmant vel negant, idest
affirmationem vel negationem fieri determinant, ac per hoc a categorematicis ea
separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit, affirmant vel negant, ad ipsa
signa, scilicet omnis et nullus, quorum alterum positive distribuit, alterum
removendo. Two things should
be noted here: first, that Aristotle does not say "every” and "no”
signify universally, but that the universal is taken universally; secondly,
that he adds, they affirm or deny of man. The reason for the first is that the
distributive sign does not signify the mode of universality or of particularity
absolutely, but the mode applied to a distributed term. When I say, "every
man” the "every” denotes that universality is applied to the term
"man.” Hence, when Aristotle says "every” signifies that a universal
is taken universally, by the "that” he conveys the application in actual
exercise of the universality denoted by the "every,” just as in I
Posteriorum [2: 71b 10] in the definition of "to know,” namely, To know
scientifically is to know a thing through its cause and that this is its cause,
he signifies by the word "that” the application of the cause. The reason
for the second is to imply the difference between categorematic and
syneategorematic terms. The former apply what is signified to the terms
absolutely; the latter apply what they signify to the terms in relation to the
predicates. For example, in "white man” the "white” denominates man
in himself apart from any regard to something to be added; but in "every
man,” although the "every” distributes man,” the distribution does not confirm
the intellect unless it is under stood in relation to some predicate. A sign of
this is that when we say "Every man runs” we do not intend to distribute
"man” in its whole universality absolutely, but only in relation to
"running.” When we say "White man runs,” on the other hand, we
designate man in himself as "white” and not in relation to "running.”
Therefore, since "every” and "no” and the other syncategorematic
terms do nothing except determine the subject in relation to the predicate in
the enunciation, and this cannot be done without affirmation and negation,
Aristotle says that they only signify that the affirmation or negation is of a
name, i.e., of a subject, universally, i.e., they prescribe the affirmation or
negation that is being formed, and by this he separates them from categorematic
terms. They affirm, or deny can also be referred to the signs themselves i.e.,
"every” and "no,” one of which distributes positively, the other
distributes by removing. 16 Deinde cum dicit: ergo et cætera eadem etc., concludit
adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat enim quod adiectivæ
enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum, quod substantivæ de
secundo adiacente; et hoc declaraverat, oppositionum numero exemplariter
subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam sequitur convenientia quoad
finitationem prædicatorum, et quoad diversam subiectorum quantitatem, et earum
multiplicationem ex ductu quaternarii in seipsum, et si qua sunt huiusmodi
enumerata; ideo concludit: ergo et cætera, quæ in illis servanda erant, eadem,
idest similia istis apponenda sunt. When he says All else in enunciations in which
"is”does not join the predicate to the subject, etc., he concludes the
treatment of the conditions of adjectival enunciations. He has already stated
that adjectival enunciations are the same with respect to the number of
oppositions as substantival enunciations with "is” as the second element,
and has clarified this by a table showing the number of oppositions. Now, since
upon this conformity follows conformity both with respect to finiteness of
predicates and with respect to the diverse quantity of subjects, and also-if
any enunciations of this kind are enumerated—their multiplication in sets of
four, he concludes, Therefore also the other things, which are to be observed
in them, are to be considered the same, i.e., similar to these. IV. 1. Postquam
determinatum est de diversitate enunciationum, hic intendit removere quædam
dubia circa prædicta. Et circa hoc facit sex secundum numerum dubiorum, quæ
suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod in universalibus non
similiter contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ angulares non
possunt esse simul veræ, negativæ autem sic; poterat quispiam dubitare, quæ est
causa huius diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam intendit assignare
talem, quia, scilicet, angulares affirmativæ sunt contrariæ inter se;
contrarias autem in nulla materia contingit esse simul veras. Angulares autem
negativæ sunt subcontrariæ illis oppositæ; subcontrarias autem contingit esse
simul veras. Et circa hæc duo facit: primo, declarat conditiones contrariarum
et subcontrariarum; secundo, quod angulares affirmativæ sint contrariæ et quod
angulares negativæ sint subcontrariæ; ibi: sequuntur vero et cetera. Dicit ergo
resumendo: quoniam in primo dictum est quod enunciatio negativa contraria illi
affirmativæ universali, scilicet, omne animal est iustum, est ista, nullum
animal est iustum; manifestum est quod istæ non possunt simul, idest in eodem
tempore, neque in eodem ipso, idest de eodem subiecto esse veræ. His vero
oppositæ, idest subcontrariæ inter se, possunt esse simul veræ aliquando,
scilicet in materia contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal
est iustum. Having treated the diversity of enunciations Aristotle now answers
certain questions about them. He takes up six points related to the number of
difficulties. These will become evident as we come to them. Since he has said
that in universal enunciations the diagonals in one case cannot be at once true
but can be in another, for the diagonal affirmatives cannot be at once true but
the negatives can,” someone might raise a question as to the cause of this
diversity. Therefore, it is his intention now to assign the cause of this:
namely, that the diagonal affirmatives are contrary to each other, and
contraries cannot be at once true in any matter; but the diagonal negatives are
subcontraries opposed to these and can be at once true. In relation to this he
first states the conditions for contraries and subcontraries. Then he shows that
diagonal affirmatives are contraries and that diagonal negatives are
subcontraries where he says, Now the enunciation "No man is just” follows
upon the enunciation "Every man is nonjust,” etc. By way of resumé,
therefore, he says that in the first book it was said that the negative
enunciation contrary to the universal affirmative "Every animal is just”
is "No animal is just.” It is evident that these cannot be at once true,
i.e., at the same time, nor of the same thing, i.e., of the same subject. But the
opposites of these, i.e., the subcontraries, can sometimes be at once true,
i.e., in contingent matter, as in "Some animal is just” and "Not
every animal is just.” 2 Deinde cum dicit: sequuntur vero etc., declarat quod
angulares affirmativæ supra positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ.
Et primum quidem ex eo quod universalis affirmativa infinita et universalis
negativa simplex æquipollent; et consequenter utraque earum est contraria
universali affirmativæ simplici, quæ est altera angularis. Unde dicit quod hanc
universalem negativam finitam, nullus homo est iustus, sequitur æquipollenter
illa universalis affirmativa infinita, omnis homo est non iustus. Secundum vero
declarat ex eo quod particularis affirmativa finita et particularis negativa infinita
æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria particulari
negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra posita
inspicere potes. Unde subdit quod illam particularem affirmativam finitam,
aliquis homo est iustus, opposita sequitur æquipollenter (opposita intellige
non istius particularis, sed illius universalis affirmativæ infinitæ), non
omnis homo est non iustus. Hæc enim est contradictoria eius. Ut autem clare
videatur quomodo supra dictæ enunciationes sint æquipollentes, formetur figura
quadrata, in cuius uno angulo ponatur universalis negativa finita, et sub ea
contradictoria particularis affirmativa finita; ex alia vero parte locetur
universalis affirmativa infinita, et sub ea contradictoria particularis
negativa infinita, noteturque contradictio inter angulares et collaterales
inter se, hoc modo: (Figura). His siquidem sic dispositis, patet primo ipsarum
universalium mutua consequentia in veritate et falsitate, quia si altera earum
est vera, sua angularis contradictoria est falsa; et si ista est falsa, sua
collateralis contradictoria, quæ est altera universalis, erit vera, et
similiter procedit quoad falsitatem particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela. Si enim
altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa, ista autem
existente falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera particularis
erit vera; simili quoque modo procedendum est quoad falsitatem. When he says, Now the
enunciation, "No man is just” follows upon the enunciation "Every man
is nonjust,” etc., he shows that the diagonal affirmatives previously posited
are contraries, the negatives subcontraries. First he manifests this from the
fact that the infinite universal affirmative and the simple universal negative
are equal in meaning, and consequently each of them is contrary to the simple
universal affirmative, which is the other diagonal. Hence, he says that the
infinite universal affirmative "Every man is non-just” follows upon the
finite universal negative "No man is just,” equivalently. Secondly he
shows this from the fact that the finite particular affirmative and the
infinite particular negative are equal in meaning, and consequently each of
these is subcontrary to the simple particular negative, which is the other diagonal.
This you can see in the previous diagram. He says, then, that the opposite
"Not every man is non-just” follows upon the finite particular "Some
man is just” equivalently (understand "the opposite” not of this
particular but of the infinite universal affirmative, for this is its
contradictory). In order to see clearly how these enunciations are equivalent,
make a four-sided figure, putting the finite universal negative in one corner
and under it the contradictory, the finite particular affirmative. On the other
side, put the infinite universal affirmative and under it the contradictory,
the infinite particular negative. Now indicate the contradiction between
diagonals and the contradiction between collaterals. No man is just equivalents
Every man is non-just contradictories contradictories Some man is just
equivalents Not every man is non-just This arrangement makes the mutual
consequence of the universals in truth and falsity evident, for if one of them
is true, its diagonal contradictory is false; and if this is false, its
collateral contradictory, which is the other universal, will be true. With
respect to the falsity of the particulars the procedure is the same. Their
mutual consequence is made evident in the same way, for if one of them is true,
its diagonal contradictory is false, and if this is false, its contradictory
collateral, which is the other particular, will be true; the procedure is the
same with respect to falsity. 3 Sed est hic unum dubium. In I enim priorum, in
fine, Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de universali
negativa et universali affirmativa infinita; et superius in hoc secundo, super
illo verbo: quarum duæ se habent secundum consequentiam, duæ vero minime,
Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt quod negativa simplex
sequitur affirmativam infinitam, sed non e converso. Ad hoc dicendum est, secundum Albertum, quod
negativam finitam sequitur affirmativa infinita subiecto constante; negativa
vero simplex sequitur affirmativam absolute. Unde utrumque dictum verificatur,
et quod inter eas est mutua consequentia cum subiecti constantia, et quod inter
eas non est mutua consequentia absolute. Potest dici secundo, quod supra locuti
sumus de infinita enunciatione quoad suum totalem significatum ad formam
prædicati reductum; et secundum hoc, quia negativa finita est superior
affirmativa infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic autem loquimur de
ipsa infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc adducendo Ammonii
expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa simplex, in plus est
quam affirmativa infinita. Textus vero I priorum ultra prædicta loquitur de
finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum est autem quod
universalis affirmativa sive finita sive infinita non concluditur nisi in primo
primæ. Universalis autem
negativa quæcumque concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo
secundæ. However, a question arises with respect to this. At the end of I
Priorum [46: 51b 5], Aristotle determines from what he has proposed that the
judgment of the universal negative and the infinite universal affirmative is
not the same. Furthermore, in the second book of the present work, in relation
to the phrase Of which two are related according to consequence, two are not.
Ammonius, Porphyry, Boethius, and St. Thomas say that the simple negative
follows upon the infinite affirmative and not conversely.” Albert answers this
latter difficulty by pointing out that the infinite affirmative follows upon
the finite negative when the subject is constant, but the simple negative
follows upon the affirmative absolutely. Hence both positions are verified, for
with a constant subject there is a mutual consequence between them, but there
is not a mutual consequence between them absolutely. We could also answer this
difficulty in this way. In Book II, Lesson 2 we were speaking of the infinite
enunciation with the whole of what it signified reduced to the form of the
predicate, and according to this there was not a mutual consequence, since the
finite negative is superior to the infinite affirmative. But here we are
speaking of the infinite itself formally taken. Hence St. Thomas, when he
introduced the exposition of Ammonius in his commentary on the above passage,
said that according to this mode of speaking the simple negative is wider than
the infinite affirmative. In the above mentioned text in I Priorum [46: 52a
36], Aristotle is speaking of finite and infinite enunciations in relation to
the syllogism. It is evident, however, that the universal affirmative, whether
finite or infinite is only inferred in the first mode of the first figure,
while any universal negative whatever is inferred in the second mode of the
first figure and in the first and second modes of the second figure. 4 Deinde
cum dicit: manifestum est autem etc., movet secundum dubium de vario situ
negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat præponere et
postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio, quia dictum est nunc quod
non refert quoad veritatem si dicatur, omnis homo est non iustus, aut si
dicatur, omnis homo non est iustus; et tamen in altera postponitur negatio, in
altera præponitur, licet multum referat quoad affirmationem et negationem.
Hanc, inquam, dubitationem solvere intendens cum distinctione, respondet quod
in singularibus enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et
infinita affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est
vera negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio
universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria, qua
existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria suæ
contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul falsæ. Unde
dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si est verum
negare interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis singularis, de
qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare, idest, vera erit
affirmatio infinita eiusdem singularis. Verbi gratia: putasne Socrates est
sapiens? Si vera est ista responsio, non; Socrates igitur non sapiens est,
idest, vera erit ista affirmatio infinita, Socrates est non sapiens. In
universalibus vero non est vera, quæ similiter dicitur, idest, ex veritate
negationis universalis affirmativæ interrogatæ non sequitur vera universalis
affirmativa infinita, quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem
enunciationi quæsitæ; vera autem est eius negatio, idest, sed ex veritate
responsionis negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ
negationem, idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis homo est
sapiens? Si vera est ista responsio, non; affirmativa similis interrogatæ quam
quis ex hac responsione inferre intentaret est illa: igitur omnis homo est non
sapiens. Hæc autem non sequitur ex illa negatione. Falsum est enim hoc,
scilicet quod sequitur ex illa responsione; sed inferendum est, igitur non
omnis homo sapiens est. Et ratio utriusque est, quia hæc particularis ultimo illata est opposita,
idest contradictoria illi universali interrogatæ quam respondens falsificavit;
et ideo oportet quod sit vera. Contradictoriarum
enim si una est falsa, reliqua est vera. Illa vero, scilicet universalis
affirmativa infinita primo illata, est contraria illi eidem universali
interrogatæ. Non est autem opus
quod si universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est
autem causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus
enim varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in
universalibus autem variat, ut patet. Ideo fit ut non sit eadem veritas
negantium universalem in quarum altera præponitur, in altera autem postponitur
negatio, ut de se patet. When he says, And
it is also clear with respect to the singular that if a question is asked and a
negative answer is the true one, there is also a true affirmation, etc., he
presents a difficulty relating to the varying position of the negation, i.e.,
whether there is a difference as to truth and falsity when the negation is a
part of the predicate or a part of the verb. This difficulty arises from what
he has just said, namely, that it is of no consequence as to truth or falsity
whether you say, "Every man is non-just” or "Every man is not just”;
yet in one case the negation is a part of the predicate, in the other part of
the copula, and this makes a great deal of difference with respect to
affirmation and negation. To solve this problem Aristotle makes a distinction:
in singular enunciations, the singular negation and infinite affirmation of the
same subject are of the same truth, but in universals this is not so. For if
the negation of the universal is true it is not necessary that the infinite
affirmation of the universal is true. The negation of the universal is the
contradictory particular, but if it is true [i.e., the contradictory
particular] it is not necessary that the subaltern, which is the contrary of
the contradictory, be true, for two contraries can be at once false. Hence he
says that in singular enunciations it is evident that if it is true to deny the
thing asked, i.e., if the negation of a singular enunciation, which has been
made into an interrogation, is true, there will also be a true affirmation,
i.e., the infinite affirmation of the same singular will be true. For example,
if the question "Do you think Socrates is wise?” has "No” as a true
response, then "Socrates is non-wise,” i.e., the infinite affirmation
"Socrates is non-wise” will be true. But in the case of universals the
affirmative inference is not true, i.e., from the truth of a negation to a
universal affirmative question, the truth of the infinite universal affirmative
(which is similar in quantity and quality to the enunciation asked) does not
follow. But the negation is true, i.e., from the truth of the negative response
it follows that its negation is true, i.e., the negation of the universal
asked, which is the particular negative. Consider, for example, the question
"Do you think every man is wise?” If the response "No” is true, one
would be tempted to infer the affirmative similar to the question asked, i.e.,
then "Every man is non-wise.” This, however, does not follow from the
negation, for this is false as it follows from that response. Rather, what must
be inferred is "Then not every man is wise.” And the reason for both is
that the particular enunciation inferred last is the opposite, i.e., the
contradictory of the universal question, which, being falsified by the negative
response, makes the contradictory of the universal affirmative true, for of
contradictories, if one is false the other is true. The infinite universal
affirmative first inferred, however, is contrary to the same universal
question. Should it not also be true? No, because it is not necessary in the
case of universals that if one is false the other is true. The cause of the
diversity between singulars and universals is now clear. In singulars the
varying position of the negation does not vary the quantity of the enunciation
‘ but in universals it does. Therefore there is not the same truth in
enunciations denying a universal when in one the negation is a part of the
predicate and in the other a part of the verb. V. lib. 2 l. 4 n. 5Deinde cum dicit: illæ vero
secundum infinitætc., solvit tertiam dubitationem, an infinita nomina vel verba
sint negationes. Insurgit autem hoc
dubium, quia dictum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum
est nunc quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si
enim infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum
vel prædicatum, erit negativa et non affirmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem,
probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur.
Unde duo circa hoc facit: primo, proponit solutionem dicens: illæ vero,
scilicet dictiones, contraiacentes: verbi gratia: non homo, et, homo non iustus
et iustus. Vel sic: illæ vero, scilicet dictiones, secundum infinita, idest
secundum infinitorum naturam, iacentes contra nomina et verba (utpote quæ
removentes quidem nomina et verba significant, ut non homo et non iustus et non
currit, quæ opponuntur contra ly homo ly iustus et ly currit), illæ, inquam,
dictiones infinitæ videbuntur prima facie esse quasi negationes sine nomine et
verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ iacent, ea removent,
sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo quia nomen infinitum, nominis
natura caret, et verbum infinitum verbi natura non possidet. Dixit quasi, quia nec nomen infinitum a nominis
ratione, nec verbum infinitum a verbi proprietate omnino semota sunt. Unde, si
negationes apparent, videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed quasi.
Deinde probat distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione. Semper
est necesse negationem esse veram vel falsam, quia negatio est enunciatio
alicuius ab aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel falsum; igitur
dictio infinita non est negatio. Minorem declarat, quia qui dixit, non homo, nihil magis
de homine dixit quam qui dixit, homo. Et quoad significatum quidem clarissimum
est: non homo, namque, nihil addit supra hominem, imo removet hominem. Quoad
veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil magis profuit qui dixit, non
homo, quam qui dixit, homo, si aliquid aliud non addatur, imo minus verus vel
falsus fuit, idest magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit, non homo,
quam qui dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione consistit;
compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ aliquid ponit, quam dictio
infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest nec positionem nec compositionem
importat. Then he says, The
antitheses in infinite names and verbs, as in " non-man” and
"nonjust,” might seem to be negations without a name or a verb, etc. Here
he raises the third difficulty, i.e., whether infinite names or verbs are
negations. This question arises from his having said that the negative and
infinite are equivalent and from having just said that in singular enunciations
it makes no difference whether the negative is a part of the predicate or a
part of the verb. For if the infinite name is a negation, then the enunciation
having an infinite subject or predicate will be negative and not affirmative.
He resolves this question by an interpretation which proves that neither infinite
names nor verbs are negations although they seem to be. First he proposes the
solution saying, The antitheses in infinite names and verbs, i.e., words
contraposed, e.g., "non-man,” and "non-just man” and "just man”;
or this may be read as, Those (namely, words) corresponding to infinites, i.e.,
corresponding to the nature of infinites, placed in opposition to names or
verbs (namely, removing what the names and verbs signify, as in "non-man,”
"non-just,” and "non-runs,” which are opposed to "man,”
"just” and "runs”), would seem at first sight to be quasi-negations
without Dame and verb, because, as related to the names and verbs before which
they are placed, they remove them; they are not truly negations however. He
says without a name or a verb because the infinite name lacks the nature of a
name and the infinite verb does not have the nature of a verb. He says quasi
because the infinite name does not fall short of the notion of the name in
every way, nor the infinite verb of the nature of the verb. Hence, if it is
thought that they are negations, they will be regarded as without a name or a
verb, not in every way but as though they were without a name or a verb. He
proves that infinitizing signs of separation are not negations by pointing out
that it is always necessary for the negation to be true or false since a
negation is an enunciation of something separated from something. The infinite
name, however, does not assert what is true or false. Therefore the infinite
word is not a negation. He manifests the minor when he says that the one who
says "non-man” says nothing more of man than the one who says "man.”
Clearly this is so with respect to what is signified, for "non-man” adds
nothing beyond "man”; rather, it removes "man.” Moreover, with
respect to a conception of truth or falsity, it is of no more use to say
"non-man” than to say "man” if something else is not added; rather,
it is less true or false, i.e., one who says non-man is more removed from truth
and falsity than one who says man,” for both truth and falsity depend on
composition, and the finite word which posits something is closer to
composition than the infinite word, which neither posits nor composes, i.e., it
implies neither positing nor composition. 6 Deinde cum dicit: significat autem
etc., respondet quartæ dubitationi, quomodo scilicet intelligatur illud verbum
supradictum de enunciationibus habentibus subiectum infinitum: hæ autem extra
illas, ipsæ secundum se erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati
consequentiam, et non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde
duas habentes subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et
universalem negativam adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui
illarum, scilicet habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis
affirmativa, omnis non homo est iustus, nulli habenti subiectum finitum
significat idem: non enim significat idem quod ista, omnis homo est iustus;
neque quod ista, omnis homo est non iustus. Similiter opposita negatio et
universalis negativa habens subiectum infinitum, quæ est contrarie opposita
supradictæ, scilicet omnis non homo non est iustus, nulli illarum de subiecto
finito significat idem. Et hoc clarum est ex diversitate subiecti in istis et in illis. When he says, Moreover,
"Every non-man is just does not signify the same thing as any of the other
enunciations, etc., he answers a fourth difficulty, i.e., how the earlier
statement concerning enunciations having an infinite subject is to be
understood. The statement was that these stand by themselves and are distinct
from the former [in consequence of using the name "non-man”]. This is to
be understood not just with respect to the enunciations themselves formally,
but with respect to the consequence of what is signified. Hence, giving two examples
of enunciations with an infinite subject, the universal affirmative and
universal negative,” he says that neither of these signifies the same thing as
any of those, namely of those having a finite subject. The universal
affirmative "Every non-man is just” does not signify the same thing as any
of the enunciations with a finite subject; for it does not signify "Every
man is just” nor "Every man is non-just.” Nor do the opposite negation, or
the universal negative having an infinite subject which is contrarily opposed
to the universal affirmative, signify the same thing as enunciations with a
finite subject; i.e., "Not every non-man is just” and "No non-man is
just,” do not signify the same thing as any of those with a finite subject.
This is evident from the diversity of subject in the latter and the former. V.
lib. 2 l. 4 n. 7Deinde cum dicit: illa vero quæ est etc., respondet quintæ
quæstioni, an scilicet inter enunciationes de subiecto infinito sit aliqua
consequentia. Oritur autem dubitatio hæc ex eo, quod superius est inter eas ad
invicem assignata consequentia. Ait ergo quod etiam inter istas est
consequentia. Nam universalis affirmativa de subiecto, et prædicato infinitis
et universalis negativa de subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent.
Ista namque, omnis non homo est non iustus, idem significat illi, nullus non
homo est iustus. Idem autem est
iudicium de particularibus indefinitis et singularibus similibus supradictis.
Cuiuscunque enim quantitatis sint, semper affirmativa de utroque extremo
infinita et negativa subiecti quidem infiniti, prædicati autem finiti,
æquipollent, ut facile potes exemplis videre. Unde Aristoteles universales exprimens, cæteras ex
illis intelligi voluit. When he says, But "Every non-man is non-just”
signifies the same thing as "No non-man is just,” he answers a fifth
difficulty, i.e., is there a consequence among enunciations with an infinite
subject? This question arises from the fact that consequences were assigned
among them earlier.” He says, therefore, that there is a consequence even among
these, for the universal affirmative with an infinite subject and predicate and
the universal negative with an infinite subject but a finite predicate are
equivalent, i.e., "Every non-man is non-just” signifies the same thing as
"No non-man is just.” This is also the case in particular infinites and
singulars which are similar to the foresaid, for no matter what their quantity,
the affirmative with both extremes infinite and the negative with an infinite
subject and a finite predicate are always equivalent, as may be easily seen by
examples. Hence, Aristotle in giving the universals intends the others to be
understood from these. V. lib. 2 l. 4 n. 8Deinde cum dicit: transposita vero
nomina etc., solvit sextam dubitationem, an propter nominum vel verborum
transpositionem varietur enunciationis significatio. Oritur autem hæc quæstio
ex eo, quod docuit transpositionem negationis variare enunciationis
significationem. Aliud enim dixit significare, omnis homo non est iustus, et
aliud, non omnis homo est iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an similiter
contingat circa nominum transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem
varient, sicut negatio transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit
solutionem dicens, quod transposita nomina et verba idem significant: verbi
gratia, idem significat, est albus homo, et, est homo albus, ubi est
transpositio nominum. Similiter transposita verba idem significant, ut, est albus homo, et, homo
albus est. When he says,
When the names and verbs are transposed, the enunciations signify the same
thing, etc., he resolves a sixth difficulty: whether the signification of the
enunciation is varied because of the transposition of names or verbs. This
question arises from his having shown that the transposition of the negation
varies the signification of the enunciation. "Every man is non-just,” he
said, does not signify the same thing as "Not every man is just.” This
raises the question as to whether a similar thing happens when we transpose
names. Would this vary the enunciation as the transposed negation does? First
he states the solution, saying that transposed names and verbs signify the same
thing, e.g., "Man is white” signifies the same thing as "White is
man.” Transposed verbs also signify the same thing, as in "Man is white”
and "Man white is.” V.
lib. 2 l. 4 n. 9Deinde cum dicit: nam si hoc non est etc., probat prædictam
solutionem ex numero negationum contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali
ratione. Si hoc non est, idest si nomina transposita diversificant
enunciationem, eiusdem affirmationis erunt duæ negationes; sed ostensum est in
I libro, quod una tantum est negatio unius affirmationis; ergo a destructione
consequentis ad destructionem antecedentis transposita nomina non variant
enunciationem. Ad probationis autem consequentiæ claritatem formetur figura,
ubi ex uno latere locentur ambæ suprapositæ affirmationes, transpositis
nominibus; et ex altero contraponantur duæ negativæ, similes illis quoad
terminos et eorum positiones. Deinde, aliquantulo interiecto spatio, sub
affirmativis ponatur affirmatio infiniti subiecti, et sub negativis illius
negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem et duas negationes
primas, et inter secundam affirmationem et omnes tres negationes, ita tamen
quod inter ipsam et infimam negationem notetur contradictio non vera, sed
imaginaria. Notetur quoque contradictio inter tertiam affirmationem et tertiam
negationem inter se. Hoc modo: (Figura). His ita dispositis, probat
consequentiam Aristoteles sic. Illius affirmationis, est albus homo, negatio est, non
est albus homo; illius autem secundæ affirmationis, quæ est, est homo albus, si
ista affirmatio non est eadem illi supradictæ affirmationi, scilicet, est albus
homo, propter nominum transpositionem, negatio erit altera istarum, scilicet
aut, non est non homo albus, aut, non est homo albus. Sed utraque habet
affirmationem oppositam alia ab illa assignatam, scilicet, est homo albus. Nam
altera quidem dictarum negationum, scilicet, non est non homo albus, negatio
est illius quæ dicit, est non homo albus; alia vero, scilicet, non est homo
albus, negatio est eius affirmationis, quæ dicit, est albus homo, quæ fuit
prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum negationum afferatur contradictoria
illi mediæ, sequitur quod sint duæ unius, idest quod unius negationis sint duæ
affirmationes, et quod unius affirmationis sint duæ negationes: quod est
impossibile. Et hoc, ut dictum est, sequitur stante hypothesi erronea, quod
illæ affirmationes sint propter nominum transpositionem diversæ. Then he proves the solution
from the number of contradictory negations when he says, For if this is not the
case there will be more than one negation of the same enunciation, etc. He does
this by a reduction to the impossible and his reasoning is as follows. If this
is not so, i.e., if transposed names diversify enunciations, there will be two
negations of the same affirmation. But in the first book it was shown that
there is only one negation of one affirmation. Going, then, from the
destruction of the consequent to the destruction of the antecedent, transposed
names do not vary the enunciation. To clarify the proof of the consequent, make
a figure in which both of the affirmations posited above, with the names
transposed are located on one side. Put the two negatives similar to them in
respect to terms and position on the opposite side. Then leaving a little
space, under the affirmatives put the affirmation with an infinite subject and
under the negatives the negation of it. Mark the contradiction between the
first affirmation and the first two negations and between the second
affirmation and all three negations, but in the latter case mark the
contradiction between it and the lowest negation as not true but imaginary.
Mark, also, the contradiction between the third affirmation and negation. (1)
Man is white - contradictories - Man is not white (2) White is man –
contradictories - White is not man (3) Non-man is white - contradictories -
Non-man is not white Now we can see how Aristotle proves the consequent. The
negation of the affirmation "Man is white” is "Man is not white.” But
if the second affirmation, "White is man,” is not the same as "Man is
white,” because of the transposition of the names, its negation, [i.e., of
"White is man”] will be either of these two: "Non-man is not white,”
or "White is not man.” But each of these has another opposed affirmation
than that assigned, namely, than "White is man.” For one of the negations,
namely, "Non-man is not white,” is the negation of "Non-man is
white”; the other, "White is not man” is the negation of the affirmation
"Man is white,” which was the first affirmation. Therefore whatever
negation is given as contradictory to the middle enunciation, it follows that
there are two of one, i.e., two affirmations of one negation, and two negations
of one affirmation, which is impossible. And this, as has been said, follows
upon an erroneously set up hypothesis, i.e., that these affirmations are
diverse because of the transposition of names. 10 Adverte hic primo quod
Aristoteles per illas duas negationes, non est non homo albus, et, non est homo
albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam negationem illius affirmationis,
est homo albus, cæteras intellexit, quasi diceret: aut negatio talis
affirmationis acceptabitur illa quæ est vere eius negatio, aut quæcunque
extranea negatio ponetur; et quodlibet dicatur, semper, stante hypothesi,
sequitur unius affirmationis esse plures negationes, unam veram quæ est
contradictoria suæ comparis habentis nomina transposita, et alteram quam tu ut
distinctam acceptas, vel falso imaginaris; et e contra multarum affirmationum
esse unicam negationem, ut patet in opposita figura. Ex quacunque enim illarum
quatuor incipias, duas sibi oppositas aspicis. Unde notanter concludit
indeterminate: quare erunt duæ unius. Notice first that Aristotle through these
two negations, "Non-man is not white” and "White is not man,” taken
under disjunction to find the negation of the affirmation "Man is white,”
has comprehended other things. It is as though he said: The negation which will
be taken will either be the true negation of such an affirmation or some
extraneous negation; and whichever is taken, it always follows, given the
hypothesis, that there are many negations of one affirmation—one which is the
contradictory of it, having equal truth with the one having its name
transposed, and the other which you accept as distinct, or you imagine falsely.
And conversely, there is a single negation of many affirmations, as is clear in
the diagram. Hence, from whichever of these four you begin, you see two opposed
to it. It is significant, therefore, that Aristotle concludes indeterminately:
Therefore, there will be two [negations] of one [affirmation]. 11 Nota secundo
quod Aristoteles contempsit probare quod contradictoria primæ affirmationis sit
contradictoria secundæ, et similiter quod contradictoria secundæ affirmationis
sit contradictoria primæ. Hoc
enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non possunt simul esse veræ neque
simul falsæ, ut manifeste patet præposito sibi termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo
istæ duæ, Socrates est albus homo, Socrates non est homo albus. Nec turberis
quod eas non singulares proposuit. Noverat enim supra dictum esse in primo quæ
affirmatio et negatio sint contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit
sollicitus de exemplorum claritate. Liquet ergo ex eo quod negationes
affirmationum de nominibus transpositis non sunt diversæ quod nec ipsæ
affirmationes sunt diversæ et sic nomina et verba transposita idem significant.
Note secondly
that Aristotle does not consider it important to prove that the contradictory
of the first affirmation is the contradictory of the second, and similarly that
the contradictory of the second affirmation is the contradictory of the first.
This he accepts as self-evident since they can neither be true at the same time
nor false at the same time. This is manifestly clear when a singular term is
placed first, for "Socrates is a white man” and "Socrates is not a
white man” cannot be maintained at the same time in any mode. You should not be
disturbed by the fact that he does not propose these singulars here, for he was
undoubtedly aware that he had already stated in the first book which
affirmation and negation are contradictories and which not and for this reason
felt that a careful elaboration of the examples was not necessary here. It is
therefore evident that since negations of affirmations with transposed names
are not diverse the affirmations themselves are not diverse, and hence
transposed names and verbs signify the same thing. 12 Occurrit autem dubium
circa hoc, quia non videtur verum quod nominibus transpositis eadem sit
affirmatio. Non enim valet:
omnis homo est animal; ergo omne animal est homo. Similiter, transposito verbo,
non valet: homo est animal rationale; ergo homo animal rationale est, de
secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur primam.
Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus est duplex transmutatio,
scilicet localis, scilicet de loco ad locum, et formalis de forma ad formam;
ita in enunciationibus est duplex transmutatio, situalis scilicet, quando
terminus præpositus postponitur, et e converso, et formalis, quando terminus,
qui erat prædicatum efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet,
simpliciter et cetera. Et sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure
localis, puta quando res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione
facta; quandoque autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum
variatione formali, sicut quando transit de loco frigido ad locum calidum: ita
in enunciationibus quandoque fit transmutatio pure situalis, quando scilicet
nomen vel verbum solo situ vocali variatur; quandoque autem fit transmutatio
situalis et formalis simul, sicut contingit cum prædicatum fit subiectum, vel
cum verbum tertium adiacens fit secundum. Et quoniam hic intendit Aristoteles
de transmutatione nominum et verborum pure situali, ut transpositionis
vocabulum præsefert, ideo dixit quod transposita nomina et verba idem
significant, insinuare volens quod, si nihil aliud præter transpositionem
nominis vel verbi accidat in enunciatione, eadem manet oratio. Unde patet
responsio ad instantias. Manifestum est namque quod in utraque non sola
transpositio fit, sed transmutatio de subiecto in prædicatum, vel de tertio
adiacente in secundum. Et per hoc patet
responsio ad similia. A doubt does arise, however, about the point Aristotle is
making here, for it does not seem true that with transposed names the affirmation
is the same. This, for example, is not valid: "Every man is an animal”;
therefore, "Every animal is a man.” Nor is the following example with a
transposed verb valid: "Man is a rational animal and (taking "is” as
the second element), therefore "Man animal rational is”; for although it
is nugatory as a whole combination, nevertheless it does not follow upon the
first. The answer to this is as follows. just as there is a twofold
transmutation in natural things, i.e., local, from place to place, and formal,
from form to form, so in enunciations there is a twofold transmutation: a
positional transmutation when a term placed before is placed after, and
conversely, and a formal transmutation when a term that was a predicate is made
a subject, and conversely, or in whatever mode, simply, etc. And just as in
natural things sometimes a purely local transmutation is made (for instance,
when a thing is transferred from place to place, with no other variation made)
and sometimes a transmutation is made according to place—not simply but with a
formal variation (as when a thing passes from a cold place to a hot place), so
in enunciations a transmutation is sometimes made which is purely positional,
i.e., when the name and verb are varied only in vocal position, and sometimes a
transmutation is made which is at once formal and positional, as when the
predicate becomes the subject, or the verb which is the third element added
becomes the second. Aristotle’s purpose here was to treat of the purely
positional transmutation of names and verbs, as the vocabulary of the
transposition indicates; when he says, then, that transposed names and verbs
signify the same thing, he intends to imply that if nothing other than the
transposition of name and verb takes place in the enunciation, what is said
remains the same. Hence, the response to the present objection is clear, for in
both examples there is not only a transposition but a transmutation of subject
to predicate in one case, and from an enunciation with a third element to one
with a second element in the other. The response to similar questions is
evident from this. V. 1. Postquam Aristoteles determinavit diversitatem
enunciationis unius provenientem ex additione negationis infinitatis, hic
intendit determinare quid accidat enunciationi ex hoc quod additur aliquid
subiecto vel prædicato tollens eius unitatem. Et circa hoc duo facit: quia
primo, determinat diversitatem earum; secundo, consequentias earum; ibi:
quoniam vero hæc quidem et cetera. Circa primum duo facit: primo, ponit earum
diversitatem; secundo, probat omnes enunciationes esse plures; ibi: si ergo
dialectica et cetera. Dicit ergo quoad
primum, resumendo quod in primo dictum fuerat, quod affirmare vel negare unum
de pluribus, vel plura de uno, si ex illis pluribus non fit unum, non est
enunciatio una affirmativa vel negativa. Et declarando quomodo intelligatur
unum debere esse subiectum aut prædicatum, subdit quod unum dico non si nomen
unum impositum sit, idest ex unitate nominis, sed ex unitate significati. Cum enim
plura conveniunt in uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis
significatum, tunc solum vocis unitas est. Cum autem unum nomen pluribus
impositum est, sive partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem
significatione concludat, tunc et vocis et significati unitas est, et
enunciationis unitas non impeditur. After the Philosopher has treated the diversity in an
enunciation arising from the addition of the infinite negation, he explains
what happens to an enunciation when something is added to the subject or
predicate which takes away its unity. He first determines their diversity, and
then proves that all the enunciations are many where he says, In fact, if
dialectical interrogation is a request for an answer, etc. Secondly, he
determines their consequences, where he says, Some things predicated separately
are such that they unite to form one predicate, etc. He begins by taking up
something he said in the first book: there is not one affirmative enunciation
nor one negative enunciation when one thing is affirmed or denied of many or
many of one, if one thing is not constituted from the many. Then he explains
what he means by the subject or predicate having to be one where he says, I do
not use "one” of those things which, although one name may be imposed, do
not constitute something one, i.e., a subject or predicate is one, not from the
unity of the name, but from the unity of what is signified. For when many
things are brought together under one name in such a way that what is signified
by that name is not one, then the unity is only one of vocal sound. But when
one name has been imposed for many, whether for subjective or for integral
parts, so that it encloses them in the same signification, then there is unity
both of vocal sound and what is signified. In the latter case, unity of the
enunciation is not impeded. 2 Secundum quod subiungit: ut homo est fortasse animal et
mansuetum et bipes obscuritate non caret. Potest enim intelligi ut sit exemplum
ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate nominis impositi pluribus
ex quibus non fit tale unum, quemadmodum homo est unum quoddam ex animali et
mansueto et bipede, partibus suæ definitionis. Et ne quis crederet quod hæ
essent veræ definitionis nominis partes, interposuit, fortasse. Porphyrius
autem, Boethio referente et approbante, separat has textus particulas, dicens
quod Aristoteles hucusque declaravit enunciationem illam esse plures, in qua
plura subiicerentur uni, vel de uno prædicarentur plura, ex quibus non fit
unum. In istis autem verbis: ut homo est fortasse etc., intendit declarare
enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex quibus fit unum subiiciuntur
vel prædicantur; sicut cum dicitur, homo est animal et mansuetum et bipes,
copula interiecta, vel morula, ut oratores faciunt. Ideo autem addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret
hoc contingere posse, necessarium autem non esse. Then he adds, For example,
man probably is an animal and biped and civilized. This, however, is obscure,
for it can be understood as all example of the opposite, as if he were saying,
"I do not mean by ‘one’ such a ‘one’ as the unity of the name imposed upon
many from which one thing is not constituted, for instance, ‘man’ as ‘one’ from
the parts of the definition, animal and civilized and biped.” And to prevent
anyone from thinking these are true parts of the definition of the name he
interposes perhaps. Porphyry, however, referred to with approval by Boethius,
separates these parts of the text. He says Aristotle first states that that
enunciation is many in which many are subjected to one, or many are predicated
of one, when one thing is not constituted from these. And when he says, For
example, man perhaps is, etc., he intends to show that an enunciation is many
when many from which one thing is constituted are subjected or predicated, as
in the example "Man is an animal and civilized and biped,” with copulas
interjected or a pause such as orators make. He added perhaps, they say, to
imply that this could happen, but it need not. 3 Possumus in eamdem Porphyrii,
Boethii et Alberti sententiam incidentes subtilius textum introducere, ut
quatuor hic faciat. Et primo quidem, resumit quæ sit enunciatio in communi
dicens: enunciatio plures est, in qua unum de pluribus, vel plura de uno
enunciantur. Si tamen ex illis
pluribus non fit unum, ut in primo dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat
illum terminum de uno, sive unum, dicens: dico autem unum, idest, unum nomen
voco, non propter unitatem vocis, sed significationis, ut supra dictum est.
Deinde tertio, dividendo declarat, et declarando dividit, quot modis contingit
unum nomen imponi pluribus ex quibus non fit unum, ut ex hoc diversitatem
enunciationis multiplicis insinuet. Et ponit duos modos, quorum prior est,
quando unum nomen imponitur pluribus ex quibus fit unum, non tamen in quantum
ex eis fit unum. Tunc enim, licet materialiter et per accidens loquendo nomen
imponatur pluribus ex quibus fit unum, formaliter tamen et per se loquendo
nomen unum imponitur pluribus, ex quibus non fit unum: quia imponitur eis non
in quantum ex eis est unum, ut fortasse est hoc nomen, homo, impositum ad
significandum animal et mansuetum et bipes, idest, partes suæ definitionis, non
in quantum adunantur in unam hominis naturam per modum actus et potentiæ, sed
ut distinctæ sint inter se actualitates. Et insinuavit quod accipit partes
definitionis ut distinctas per illam coniunctionem, et per illud quoque
adversative additum: sed si ex his unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat
quod ex eis unum fit. Addidit autem, fortasse, quia hoc nomen, homo, non est
impositum ad significandum partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed si
impositum esset aut imponeretur, esset unum nomen pluribus impositum ex quibus
non fit unum. Et quia idem iudicium est de tali nomine, et illis pluribus; ideo
similiter illæ plures partes definitivæ possunt dupliciter accipi. Uno modo,
per modum actualis et possibilis, et sic unum faciunt; et sic formaliter
loquendo vocantur plura, ex quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata
oratione, et faciunt enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale
currit. Est enim ista una sicut et ista, homo currit. Alio modo, accipiuntur
prædictæ definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et sic
non faciunt unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum, ut dicitur VII
metaphysicæ; et sic faciunt enunciationes plures et pronunciandæ sunt vel cum
pausa, vel coniunctione interposita, dicendo, homo est animal et mansuetum et
bipes; sive, homo est animal, mansuetum, bipes, rhetorico more. Quælibet enim
istarum est enunciatio multiplex. Et similiter ista, Socrates est homo, si homo
est impositum ad illa, ut distinctæ actualitates sunt, significandum. Secundus
autem modus, quo unum nomen impositum est pluribus ex quibus non fit unum,
subiungitur, cum dicit: ex albo autem et homine et ambulante etc., idest, alio
modo hoc fit, quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non potest fieri
unum, qualia sunt: homo, album, et ambulans. Cum enim ex his nullo modo possit
fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus definitivis, clare
liquet quod nomen aliquod si eis imponeretur, esset nomen non unum significans,
ut in primo dictum fuit de hoc nomine, tunica, imposito homini et equo. While agreeing with the
opinion of Porphyry, Boethius, and Albert, we think a more subtle construction
can be made of the text. According to it Aristotle makes four points here.
First, he reviews what an enunciation is in general when he says, The enunciation
is many in which one is enunciated of many or many of one, unless from the many
something one is constituted... as he stated and explained in the first book.
Secondly, he clarifies the term "one,” when he says, I do not use
"one” of those things, etc., i.e., I call a name one, not by reason of the
unity of vocal sound, but of signification, as was said above. Thirdly, he
manifests (by dividing) and divides (by manifesting) the number of ways in
which one name may be imposed on many things from which one thing is not
constituted. From this he implies the diversity of the multiple enunciation.
And he posits two ways in which one name may be imposed on many things from
which one thing is not constituted: first, when one name is imposed upon many
things from which one thing is constituted but not as one thing is constituted
from them. In this case, materially and accidentally speaking, the name is
imposed on many from which one thing is constituted, but it is formally and per
se imposed on many from which one thing is not constituted; for it is not
imposed upon them in the respect in which they constitute one thing; as perhaps
the name "man” is imposed to signify animal and civilized and biped (i.e.,
parts of its definition) not as they are united in the one nature of man in the
mode of act and potency, but as they are themselves distinct actualities.
Aristotle implies that he is taking these parts of the definition as distinct
by the conjunctions and by also adding adversatively, but if there is something
one formed from these, Neither the Greek nor the Latin text of Aristotle has
the "if” that Cajetan puts into this phrase.The correct reading is
"...but there is something one formed from these.” Close as if to say,
"when however it holds that one thing is constituted from these.” He adds
perhaps because the name "man” is not imposed to signify its definitive
parts as they are distinct. But if it had been so imposed or were imposed, it
would be one name imposed on many things from which no one thing is
constituted. And since the judgment with respect to such a name and those many
things is the same, the many definitive parts can also be taken in two ways:
first, in the mode of the actual and possible, and thus they constitute one
thing, and formally speaking are called many from which one thing is
constituted, and they are to be pronounced in continuous speech and they make
one enunciation, for example, "A mortal rational animal is running.” For
this is one enunciation, just as is "Man is running.” In the second way,
the foresaid parts of the definition are taken as they are distinct
actualities, and thus they do not constitute one thing, for one thing is not
constituted from two acts as such, as Aristotle says in VII Metaphysicæ [13:
1039a 5]. In this case they constitute many enunciations and are pronounced
either with conjunctions interposed or with a pause in the rhetorical manner,
for example, "Man is an animal and civilized and biped” or "Man is an
animal–civilized–biped.” Each of these is a multiple enunciation. And so is the
enunciation, "Socrates is a man” if "man” is imposed to signify
animal, civilized, and biped as they are distinct actualities. Aristotle takes
up the second way in which one name is imposed on many from which one thing is
not constituted where he says, whereas from "white” and "man” and
"walking” there is not [something one formed]. Since in no way can any one
nature be constituted from "man,” white,” and "walking” (as there can
be from the definitive parts), it is evident that if a name were imposed on
these it would be a name that does not signify one thing, as was said in the
first book of the name "cloak” imposed for man and horse. 4 Habemus ergo enunciationis
pluris seu multiplicis duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter,
efficiuntur quatuor modi. Primus est, quando subiicitur vel prædicatur unum
nomen impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum; secundus
est, quando ipsa plura ex quibus fit unum, in quantum sunt distinctæ
actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi est unum
nomen impositum pluribus ex quibus non fit unum; quartus est, quando ista plura
ex quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur. Et notato quod cum
enunciatio secundum membra divisionis illius, qua divisa est, in unam et
plures, quadrupliciter variari possit, scilicet cum unum de uno prædicatur, vel
unum de pluribus, vel plura de uno, vel plura de pluribus; postremum sub
silentio præterivit, quia vel eius pluralitas de se clara est, vel quia, ut
inquit Albertus, non intendebat nisi de enunciatione, quæ aliquo modo una est,
tractare. Demum concludit totam sententiam, dicens: quare nec si aliquis
affirmet unum de his pluribus, erit affirmatio una secundum rem: sed vocaliter
quidem erit una, significative autem non una, sed multæ fient affirmationes. Nec si e converso de uno ista plura affirmabuntur,
fiet affirmatio una. Ista namque, homo est albus, ambulans et musicus, importat tres
affirmationes, scilicet, homo est albus et est ambulans et est musicus, ut
patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio illi opponitur correspondens triplici affirmationi
positæ. We have, therefore, two modes of the many (i.e., the multiple
enunciation) and since both are constituted in two ways, there will be four
modes: first, when one name imposed on many from which one thing is constituted
is subjected or predicated as though the name stands for many; the second, when
the many from one which one thing is constituted are subjected or predicated as
distinct actualities; the third, when one name is imposed for a many from which
nothing one is constituted; the fourth, when many which do not constitute one
thing are subjected or predicated. Note that the enunciation, according to the
members of the division by which it has been divided into one and many, can be
varied in four ways, i.e., one is predicated of one, one of many, many of one,
and many of many. Aristotle has not spoken of the last one, either because its
plurality is clear enough or because, as Albert says, he only intends to treat
of the enunciation which is one in some way. Finally [fourthly], he concludes
with this summary: Consequently, if someone affirms something one of these
latter there will not be one affirmation according to the thing: vocally it
will be one; significatively, it will not be one, but many. And conversely, if
the many are affirmed of one subject, there will not be one affirmation. For
example, "Man is white, walking, and musical” implies three affirmations,
i.e., "Man is white” and "is walking” and "is musical,” as is
clear from its contradiction, for a threefold negation is opposed to it,
corresponding to the threefold affirmation. 5 Deinde cum dicit: si ergo
dialectica etc., probat a posteriori supradictas enunciationes esse plures.
Circa quod duo facit: primo, ponit rationem ipsam ad hoc probandum per modum
consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ consequentiæ; ibi: dictum est
autem de his et cetera. Quoad primum talem rationem inducit. Si interrogatio
dialectica est petitio responsionis, quæ sit propositio vel altera pars
contradictionis, nulli enunciationum supradictarum interrogative formatæ erit
responsio una; ergo nec ipsa interrogatio est una, sed plures. Cuius rationis
primo ponit antecedens: si ergo et cetera. Ad huius intelligendos terminos nota
quod idem sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur, cælum est animatum, in quantum
enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio vocatur; in quantum autem quærendo
proponitur, interrogatio; ut vero quæsito redditur, responsio appellatur. Idem
ergo erit probare non esse responsionem unam, et interrogationem non esse unam,
et enunciationem non esse unam. Adverte secundo interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem
contradictionis eligendam proponens; et hæc vocatur dialectica, quia
dialecticus habet viam ex probabilibus ad utramque contradictionis partem
probandam. Altera vero determinatam ad unum
responsionem exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod
demonstrator in unum determinate tendit. Considera ulterius quod interrogationi
dialecticæ dupliciter responderi potest. Uno modo, consentiendo interrogationi,
sive affirmative sive negative; ut si quis petat, cælum est animatum? Et respondeatur, est; vel, Deus
non movetur? Et respondeatur, non: talis responsio vocatur propositio. Alio modo, potest responderi interimendo; ut si quis
petat, cælum est animatum? Et respondeatur, non; vel Deus non movetur? Et
respondeatur, movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars, eo
quod affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio ergo
dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio, vel
contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam
Boethii expositionem. Then when he
says, In fact, if dialectical interrogation is a request for an answer, etc.,
he proves a posteriori that the foresaid enunciations are many. First he states
an argument to prove this by way of the consequent; then he proves the
antecedent of the given consequent where he says, But we have spoken about
these things in the Topics, etc. Now if dialectical questioning is a request
for an answer, either a proposition or one part of a contradiction, none of the
foresaid enunciations, put in the form of a question, will have one answer.
Therefore, the question is not one, but many. Aristotle first states the
antecedent of the argument, if dialectical interrogation is a request for an
answer, etc. To understand this it should be noted that an enunciation, a
question, and an answer sound the same. For when we say, "The region of
heaven is animated,” we call it an enunciation inasmuch as it enunciates a
predicate of a subject, but when it is proposed to obtain an answer we call it
an interrogation, and as applied to what was asked we call it a response.
Therefore, to prove that there is not one response or one question or one
enunciation will be the same thing. It should also be noted that interrogation
is twofold. One proposes either of the two parts of a contradiction to choose
from. This is called dialectical interrogation because the dialectician knows
the way to prove either part of a contradiction from probable positions. The
other kind of interrogation seeks one determinate response. This is the
demonstrative interrogation, for the demonstrator proceeds determinately toward
a single alternative. Note, finally, that it is possible to reply to a
dialectical question in two ways. We may consent to the question, either
affirmatively or negatively; for example, when someone asks, "Is the
region of heaven animated,” we may respond, "It is,” or to the question
"Is not God moved,” we may say, "No.” Such a response is called a
proposition. The second way of replying is by destroying; for example, when
someone asks "Is the region of heaven animated?” and we respond,
"No,” or to the question, "Is not God moved?” we respond, "He is
moved.” Such a response is called the other part of a contradiction, because a
negation is given to an affirmation and an affirmation to a negation.
Dialectical interrogation, then, according to the exposition just given, which is
that of Boethius, is a request for the admission of a response which is a
proposition, or which is one part of a contradiction. 6 Deinde subdit probationem
consequentiæ, cum ait: propositio vero unius contradictionis est et cetera. Ubi
notandum est quod si responsio dialectica posset esse plures, non sequeretur
quod responsio enunciationis multiplicis non posset esse dialectica; sed si
responsio dialectica non potest esse nisi una enunciatio, tunc recte sequitur
quod responsio enunciationis pluris, non est responsio dialectica, quæ una est.
Notandum etiam quod si enunciatio aliqua plurium contradictionum pars est, una
non esse comprobatur: una enim uni tantum contradicit. Si autem unius solum
contradictionis pars est, una est eadem ratione, quia scilicet unius
affirmationis unica est negatio, et e converso. Probat ergo Aristoteles
consequentiam ex eo quod propositio, idest responsio dialectica unius
contradictionis est, idest una enunciatio est affirmativa vel negativa. Ex hoc
enim, ut iam dictum est, sequitur quod nullius enunciationis multiplicis sit
responsio dialectica, et consequenter nec una responsio sit. Nec prætereas quod
cum propositionem, vel alteram partem contradictionis, responsionemque
præposuerit dialecticæ interrogationis, de sola propositione subiunxit, quod
est una; quod ideo fecit, quia illius alterius vocabulum ipsum unitatem
præferebat. Cum enim alteram contradictionis partem audis, unam affirmationem
vel negationem statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly ergo, vel
insinuans hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali explicabit, vel,
permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et consequens
locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo Socrates currit,
movetur; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo movetur. Sequitur
deinde consequens: non erit una responsio ad hoc; et infert principalem
conclusionem subdens, quod neque una erit interrogatio et cetera. Si enim responsio non potest esse una, nec
interrogatio ipsa una erit. He adds the proof of the consequent when he says, and a proposition is a
part of one contradiction. In relation to this it should be noted that if a
dialectical response could be many, it would not follow that a response to a
multiple enunciation would not be dialectical. However, if the dialectical
response can only be one enunciation then it follows that a response to a
plural enunciation is not a dialectical response, for it is one [i.e., it
inclines to one part of a contradiction at a time]. It should also be noted
that if an enunciation is a part of many contradictions, it is thereby proven
not to be one, for one contradicts only one. But if an enunciation is a part of
only one contradiction, it is one by the same reasoning, i.e., because there is
only one negation of one affirmation, and conversely. Hence Aristotle proves
the consequent from the fact that the proposition, i.e., the dialectical
response, is a part of one contradiction, i.e., it is one affirmative or one
negative enunciation. It follows from this, as has been said, that there is no
dialectical response of a multiple enunciation, and consequently not one
response. It should not be overlooked that when he designates a proposition or
one part of a contradiction as the response to a dialectical interrogation, it
is only of the proposition that he adds that it is one, because the very
wording shows the unity of the other. For when you hear one part of a
contradiction, you immediately understand one affirmation or negation. He puts
the "therefore” with the antecedent, either implying that this is taken
from another place and he will explain in particular afterward, or having
changed the structure, he places the sign of the consequent, which should be
between the antecedent and consequent before the antecedent, as when one says,
"Therefore if Socrates runs, he is moved,” for "If Socrates runs,
therefore he is moved.” Then the consequent follows: there will not be one
answer to this, etc.; and the inference of the principal conclusion, for there
would not be a single question. For if the response cannot be one, the question
will not be one. 7 Quod autem addidit: nec si sit vera, eiusmodi est. Posset
aliquis credere, quod licet interrogationi pluri non possit dari responsio una,
quando id de quo quæstio fit non potest de omnibus illis pluribus affirmari vel
negari (ut cum quæritur, canis est animal? Quia non potest vere de omnibus
responderi, est, propter cæleste sidus, nec vere de omnibus responderi, non
est, propter canem latrabilem, nulla possit dari responsio una); attamen quando
id quod sub interrogatione cadit potest vere de omnibus affirmari aut negari,
tunc potest dari responsio una; ut si quæratur, canis est substantia? Quia
potest vere de omnibus responderi, est, quia esse substantiam omnibus canibus convenit,
unica responsio dari possit. Hanc erroneam existimationem removet dicens: nec
si sit vera, idest, et dato quod responsio data enunciationi multiplici de
omnibus verificetur, nihilominus non est una, quia unum non significat, nec
unius contradictionis est pars, sed plures responsio illa habet
contradictorias, ut de se patet. He adds, even if there is a true answer,
because someone might think that although one response cannot be given to a
plural interrogation when the question concerns something that cannot be
affirmed or denied of all of the many (for example, when someone asks, "Is
a dog an animal?” no one response can be given, for we cannot truly say of
every dog that it is an animal because of the star by that name; nor can we
truly say of every dog that it is not an animal, because of the barking dog),
nevertheless one response could be given when that which falls tinder the
interrogation can be truly said of all. For example, when someone asks,
"Is a dog a substance?” a single response can be given because it can
truly he said of every dog that it is a substance, for to be a substance
belongs to all dogs. Aristotle adds the phrase, even if there is a true answer,
to remove such an erroneous judgment. For even if the response to the multiple
enunciation is verified of all, it is nonetheless not one, since it does not
signify one thing, nor is it a part of one contradiction. Rather, as is
evident, this response has many contradictories. 8 Deinde cum dicit: dictum est
autem de his in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate
eorum quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et circa hoc duo facit.
Primo, ponit ipsum signum, dicens: quod similiter etc., cum auctoritate
topicorum, manifestum est, scilicet, antecedens assumptum, scilicet quod
dialectica interrogatio est petitio responsionis affirmativæ vel negativæ. Quoniam nec ipsum quid est,
idest ex eo quod nec ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica: verbi
gratia; si quis quærat, quid est animal? Talis non quærit dialectice. Deinde
subiungit probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est quæstio
dialectica; et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem respondenti
offerre debet, utram velit contradictionis partem, et ipsa quæstio quid est
talem libertatem non proponit (quia cum dicimus, quid est animal? Respondentem
ad definitionis assignationem coarctamus, quæ non solum ad unum determinata
est, sed etiam omni parte contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse
dicat); ideo ipsa quæstio quid est, non est dialectica interrogatio. Unde
dicit: oportet enim ex data, idest ex proposita interrogatione dialectica, hunc
respondentem eligere posse utram velit contradictionis partem, quam
contradictionis utramque partem interrogantem oportet determinare, idest
determinate proponere, hoc modo: utrum hoc animal sit homo an non: ubi
evidenter apparet optionem respondenti offerri. Habes ergo pro signo cum
quæstio dialectica petat responsionem propositionis, vel alterius
contradictionis partem, elongationem quæstionis quid est a quæstionibus
dialecticis. Where he says,
But we have spoken about these things in the Topics, etc., he proves the
antecedent in two ways. First, he proves it on the basis of what was said in
the Topics; secondly, by a sign. The sign is given first where he says,
Similarly it is clear that the question "What is it?” is not a dialectical
one, etc. That is, given the doctrine in the Topics, it is clear (i.e.,
assuming the antecedent that the dialectical interrogation is a request for an
affirmative or negative response) that the question "What is it?” is not a
dialectical interrogation, e.g., when someone asks, "What is an animal?”
he does not interrogate dialectically. Secondly, he gives the proof of what was
assumed, namely, that the question "What is it?” is not a dialectical
question. He states that a dialectical interrogation must offer to the one
responding the option of whichever part of the contradiction he wishes. The
question "What is it?” does not offer such liberty, for in saying
"What is an animal?” the one responding is forced to assign a definition,
and a definition is not only determined to one but is also entirely devoid of
contradiction, since it affirms neither being nor non-being. Therefore, the
question "What is it?” is not a dialectical interrogation. Whence he says,
For the dialectical interrogation must provide, i.e., from the proposed
dialectical interrogation the one responding must be able to choose whichever
part of the contradiction he wishes, which parts of the contradiction the
interrogator must specify, i.e., he must propose the question in this way:
"Is this animal man or not?” wherein the wording of the question clearly
offers an option to the one answering. Therefore, you have as a sign that a
dialectical question is seeking a response of a proposition or of one part of a
contradiction, the setting apart of the question "What is it?” from
dialectical questions. VI. 1 Postquam declaravit diversitatem multiplicis
enunciationis, intendit determinare de earum consequentiis. Et circa hoc duo
facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit; ibi: verum
autem est dicere et cetera. Circa primum tria facit: primo, proponit
quæstionem; secundo, ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: si enim quoniam
etc.; tertio, solvit eam; ibi: eorum igitur et cetera. Est ergo dubitatio
prima: quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur enunciatio, in qua
illamet unita prædicantur de eodem, et ex aliquibus non. Unde hæc diversitas oritur?
Verbi gratia; ex istis, Socrates est animal et est bipes; sequitur, ergo
Socrates est animal bipes; et similiter ex istis, Socrates est homo et est
albus; sequitur, ergo Socrates est homo albus. Ex illis vero, Socrates est bonus,
et est citharoedus; non sequitur, ergo est bonus citharoedus. Unde proponens
quæstionem inquit: quoniam vero hæc, scilicet prædicta, ita prædicantur
composita, idest coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra prædicantur,
idest, ut ex eis extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero prædicata non
sunt talia, quæ est inter differentia; unde talis innascitur diversitas? Et
subdit exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum primum continet
prædicata ex quibus fit unum per se, scilicet, animal et bipes, genus et
differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per accidens,
scilicet, homo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per se neque
unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, citharoedus et bonus, ut
declarabitur. Having explained
the diversity of the multiple enunciation Aristotle now proposes to determine
the consequences of this. He treats this in relation to two questions which he
solves. The second begins where he says, On the other hand, it is also true to
say predicates of something singly, etc. With respect to the other question,
first he proposes it, then he shows that the question is a reasonable one where
he says, For if we hold that whenever each is truly said of a subject, both
together must also be true, many absurdities will follow, etc. Finally, he
solves it where he says, Those things that are predicated—taken in relation to
that to which they are joined in predication, etc. The first question is this:
Why is it that from some things predicated divisively of a subject an
enunciation follows in which they are predicated of the same subject unitedly,
and from others not? What is the reason for this diversity? For example, from
"Socrates is an animal and he is biped” follows, "Therefore, Socrates
is a biped animal”; and similarly, from "Socrates is a man and he is
white” follows, "Therefore, Socrates is a white man.” But from
"Socrates is good and he is a lute player,” the enunciation,
"Therefore, he is a good lute player” does not follow. Hence in proposing
the question Aristotle says, Some things, i.e., predicates, are so predicated
when combined, that there is one predicate from what is predicated separately,
i.e., from some things that are predicated separately, a united predication is
made but from others this is riot so. What is the difference between these;
whence does such a diversity arise? He adds the examples which we have already
cited and applied to the question. Of these examples, the first contains
predicates from which something one per se is formed, i.e., "animal” and
"biped,” a genus and difference; the second contains predicates from which
something accidentally one is formed, namely, "white man”; the third
contains predicates from which neither one per se nor one accidentally is
formed, "lute player” and "good,” as will be explained. V. lib. 2 l.
6 n. 2Deinde cum dicit: si enim quoniam etc., declarat veritatem diversitatis
positæ, ex qua rationabilis redditur quæstio: si namque inter prædicata non
esset talis diversitas, irrationabilis esset dubitatio. Ostendit autem hoc
ratione ducente ad inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio duobus
modis committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit ad
nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: amplius, si Socrateset
cetera. Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed
de quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur, quod
utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De aliquo enim homine, puta
Socrate, verum est separatim dicere quod, homo est, et albus est; quare et
omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates est homo albus. Rursus et de eodem
Socrate potest dici separatim quod, est homo albus, et quod, est albus; quare
et omne, idest, igitur coniunctim dicetur, Socrates est homo albus albus: ubi
manifesta est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas separatim quod,
est homo albus albus, verum dices et congrue quod est albus, et secundum hoc,
si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non discedes, et sic in
infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus in infinitum. Simile
quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate dicat quod, est musicus,
albus, ambulans, cum possit et separatim dicere quod, est musicus, et quod, est
albus, et quod, est ambulans; sequetur, Socrates est musicus, albus, ambulans,
musicus, albus, ambulans. Et
quia pluries separatim, in eodem tamen tempore, enunciari potest, procedit
nugatio sine fine. Deinde deducit ad implicitam nugationem, dicens, cum de
Socrate vere dici possit separatim quod, est homo, et quod, est bipes, si
coniunctim inferre licet, sequetur quod, Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes
enim circumloquens differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis
ratione. Unde ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet, ut docet
Aristoteles II topicorum), apparebit manifeste nugatio. Dicetur enim: Socrates
est homo, idest, animal bipes, bipes. Quoniam ergo plurima inconvenientia
sequuntur si quis ponat complexiones, idest, adunationes prædicatorum fieri
simpliciter, idest, absque diversitate aliqua, manifestum est ex dictis;
quomodo autem faciendum est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod
iste textus non habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia
non discrepat, legat quicunque ut vult. When he says, For if we hold that whenever each is
truly said of a subject, both together must also be true, etc., he shows that
there truly is such a diversity among predicates and in so doing renders the
question reasonable, for if there were not such a diversity among predicates
the question would be pointless. He shows this by reasoning lead-ing to an
absurdity, i.e., to something nugatory. Now, something nugatory is effected in
two ways, explicitly and implicitly. Therefore, he first makes a deduction to
the explicitly nugatory, secondly to the implicitly, where he says,
Furthermore, if Socrates is Socrates and a man, Socrates is a Socrates man,
etc. If, he says, there is no difference between predicates, and it is supposed
of any of them indifferently that because both are said separately both may he
said conjointly, many absurdities will follow. For of some man, say Socrates,
it is true to say separately that he is a man and he is white; therefore both
-together, i.e., we may also say conjointly, "Socrates is a white man.”
Again, of the same Socrates we can say separately that he is a white man and
that he is white, and both together, i.e., therefore conjointly, "Socrates
is a white white man.” Here the nugatory expression is evident. Further, if of
the same Socrates that you again say separately is a white white man it will be
true and consistent to say that he is white, and according to this, if again
repeating this separately, you will not deviate from a similar truth, and this
will follow to infinity, then Socrates is a white white white man to infinity.
The same thing can be shown by another example, If someone says of Socrates
that he is musical, white, and walking, since it is also possible to say
separately that he is musical, and that he is white, and that he is walking, it
will follow that Socrates is musical, white, walking, musical, white, walking.
And since these can be enunciated many times separately, yet at the same time,
the nugatory statement proceeds without end. Then he makes a deduction to the
implicitly nugatory. Since it can be truly said of Socrates separately that he
is man and that he is biped, it will follow that Socrates is a biped man, if it
is licit to infer conjointly. This is implicitly nugatory because the
"biped,” which indirectly expresses the difference of man in act and in
understanding, is included in the notion of man. Hence, if we posit the
definition of man in place of "man” (which it is licit to do, as Aristotle
teaches in II Topicorum [2: 110a 5]) the nugatory character of the enunciation
will be evident, for when we say "Socrates is a biped man,” we are saying
"Socrates is a biped biped animal.” From what has been said it is evident
that many absurdities follow if anyone proposes that combinations, i.e., unions
of predicates, be made simply, i.e., without any distinction. Now, i.e., in
what follows, we will state how this must be settled. This particular text is
not uniformly worded in the manuscripts, but since no discrepancy of thought is
involved one may read it as he wishes. 3 Deinde cum dicit: eorum igitur etc.,
solvit propositam quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo, respondet
instantiis in ipsa propositione quæstionis adductis; secundo, satisfacit
instantiis in probatione positis; ibi: amplius nec quæcumqueet cetera. Circa primum duo facit: primo namque, declarat
veritatem; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: quocirca et cetera.
Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive subiectorum
plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se. Si per
accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per accidens de uno
tertio, vel quia alterum de altero mutuo per accidens prædicatur. Quando illa
plura divisim prædicata sunt per accidens quovis modo, ex eis non sequitur
coniunctim prædicatum; quando autem sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte
prædicatum. Unde continuando se ad præcedentia ait: eorum igitur quæ
prædicantur, et de quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque dicuntur secundum
accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet per se), vel de eodem,
idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii denominationem, vel alterutrum
de altero, idest accidentaliter mutuo se denominant (et per hoc ponit membra
duplicis divisionis), hæc, scilicet plura per accidens, non erunt unum, idest
non inferent prædicationem coniunctam. When he says, Those things that are predicated—taken
in relation to that to which they are joined in predication, etc., he solves
the proposed question. First he makes an answer with respect to the instances
cited in proposing the question; secondly, he solves the problem as related to
the instances posited in his proof where he says, Furthermore, predicates that
are present in one another cannot be combined simply. In relation to the first
answer, he states the true position first and then applies it to the instances
where he says, This is the reason "good” and "shoemaker” cannot be
combined simply, etc. He settles the question with this distinction: there are
two kinds of multiple predicates and subjects. Some are accidental, some per
se. If they are accidental this occurs in two ways, either because both are
said accidentally of a third thing or because they are predicated of each other
accidentally. Now when the many predicated divisively are in any way
accidental, a conjoined predicate does not follow from them; but when they are
per se, a conjoined predicate does follow from them. In answering the question,
therefore, Aristotle connects what he is saying with what has gone before: Of
those things that are predicated and those of which they are predicated, i.e.,
subjects, whichever are said accidentally (by which he intimates the opposite
member, i.e., per se), either of the same subject, i.e., they unite accidentally
for the denomination of one third thing, or of one another, i.e., they
denominate each other accidentally (and by this he posits the members of a
two-fold division), these (i.e., these many accidentally) will not be one,
i.e., do not produce a conjoined predication. 4 Et explanat utrumque horum
exemplariter. Et primo, primum, quando scilicet illa plura per accidens
dicuntur de tertio, dicens: ut si homo albus est et musicus divisim. Sed non
est idem, idest non sequitur adunatim, ergo homo est musicus albus. Utraque
enim sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando solum illa
plura per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: nec si album musicum verum
est dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista prædicantur per accidens
ratione subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, homo est albus, et est musicus,
et album est musicum, non tamen sequitur quod album musicum unite prædicetur,
dicendo, ergo homo est albus musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de musico per
accidens, et e converso. He explains both of these by examples. First, the many
said accidentally of a third; for example, man is white and musical divisively.
But they are not the same, i.e., it does not follow unitedly that "Man is
musical white” for both are accidental to the same third thing. Then he
explains the second member by an example. In it the many are predicated only of
one another. Even if it were true to say white is musical, i.e., even if these
are predicated accidentally of each other by reason of the subject in which
they are united, so that we may say "Man is white and he is musical, and
white is musical,” it still does not follow that "musical white” is
predicated as a unity when we say, "Therefore, man is musical white.” He
gives as the cause of this that "white” is said of "musical”
accidentally and conversely. 5 Notandum est hic quod cum duo membra per
accidens enumerasset, unico tamen exemplo utrumque membrum explanavit, ut
insinuaret quod distinctio illa non erat in diversa prædicata per accidens, sed
in eadem diversimode comparata; album enim et musicum, comparata ad hominem,
sub primo cadunt membro; comparata autem inter se, sub secundo. Diversitatem
ergo comparationis pluralitate membrorum, identitatem autem prædicatorum
unitate exempli astruxit. It must be noted here that although he has enumerated
two accidental members, he explains both members by this single example so as
to imply that the distinction is not one of different accidental predicates,
but of the same predicates compared in different ways. "White” and
"musical” compared to "man” fall under the first member, but compared
with each other, under the second. Hence he has provided diversity of
comparison by the plurality of the members, but identity of predicates by the
unity of the example. 6 Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis
factæ in littera, quod, secundum accidens, potest dupliciter accipi. Uno modo,
ut distinguitur contra perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic:
quoniam cum dicitur plura prædicata secundum accidens, aut ly secundum accidens
determinaret coniunctionem inter se, et sic manifeste esset falsa regula;
quoniam inter prima prædicata, animal bipes, seu, animal rationale, est
prædicatio secundum accidens hoc modo (differentia enim in nullo modo
perseitatis prædicatur de genere, et tamen Aristoteles in textu dicit ea non
esse prædicata per accidens, et asserit quod est optima illatio, est animal et
bipes, ergo est animal bipes); aut determinaret coniunctionem illarum ad
subiectum, et sic etiam inveniretur falsitas in regula: bene namque dicitur,
paries est coloratus, et est visibilis, et tamen coloratum visibile non per se
inest parieti. Alio modo, accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur
contra hoc quod dico, ratione sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat,
quod, per aliud: et hoc modo accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ
quod non ratione sui iunguntur, sed propter aliud, ab illatione coniuncta
deficere necesse est, ex eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et ratione
sui ea adunata denotat ut potentiam et actum. Est ergo sensus divisionis, quod
prædicatorum plurium, quædam sunt per accidens, quædam per se, idest, quædam
adunantur inter se ratione sui, quædam propter aliud. Ea quæ per se uniuntur
inferunt coniunctum, ea autem quæ propter aliud, nequaquam. To make this
division evident it must also be noted that accidentally can be taken in two
ways. It may be taken as it is distinguished from "posterioristic
perseity.” This is not the way it is taken here, for "many predicates
accidentally” would then mean that the "accidentally” determines a
conjunction between predicates, and thus the rule would clearly be false, for
the first predicates he gave as examples are predicated accidentally in this
way, namely, "biped animal,” or "rational animal” (for a difference
is not predicated of a genus in any mode of perseity, and yet Aristotle says in
the text that these are not predicated accidentally, and has asserted that
"He is an animal and biped, therefore he is a biped animal” is a good
inference). Or it would mean that the "accidentally” determines a
conjunction of the predicates with the subject, and thus also the rule would be
false, for it is valid to say, "The wall is colored and it is visible,”
yet visible colored is not per se in the wall. Accidentally” taken in the
second way is distinguished from what I call "on its own account,” i.e.,
not because of something else; "accidentally” then means "through
another.” This is the way it is taken here, for whatever are of such a nature
that they are joined because of something else, and not on their own account,
do not admit of conjoined inference, because a conjoined inference subjects one
to the other, and denotes the things united on their own account as potency and
act. Therefore, the sense of the division is this: of many predicates, some are
accidental, some per se, i.e., some are united among themselves on their own
account, some on account of another. Those that are per se united infer
conjointly; those that are united on account of another do not infer conjointly
in any way. 7 Deinde cum dicit: quocirca nec citharoedusetc., applicat
declaratam veritatem ad partes quæstionis. Et primo, ad secundam partem, quia
scilicet non sequitur: est bonus et est citharoedus; ergo est bonus
citharoedus, dicens: quocirca nec citharoedus bonus etc.; secundo, ad aliam
partem quæstionis, quare sequebatur: est animal et est bipes; ergo est animal
bipes: et ait: sed animal bipes et cetera. Et subiungit huius ultimi dicti
causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum accidens coniuncta
inter se aut in tertio, sed per se. Et per hoc explanavit alterum membrum primæ divisionis,
quod adhuc positum non fuerat explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem
tenens sententiam de citharoedo et bono et musico et albo, conclusit quod album
et musicum non inferunt coniunctum prædicatum; ideo nec citharoedus et bonus
inferunt citharoedus bonus simpliciter, idest coniuncte. Est autem ratio dicti,
quia licet musica et albedo dissimiles sint bonitati et arti citharisticæ in
hoc, quod bonitas nata est denominare et subiectum tertium, puta hominem et
ipsam artem citharisticam (propter quod falsitas manifeste cernitur, quando
dicitur: est bonus et citharoedus; ergo bonus citharoedus), musica vero et albedo
subiectum tertium natæ sunt denominare tantum, et non se invicem (propter quod
latentior est casus cum proceditur: est albus et est musicus; ergo est musicus
albus), licet, inquam, in hoc sint dissimiles, et propter istam
dissimilitudinem processus Aristotelis minus sufficiens videatur; attamen
similes sunt in hoc quod, si servetur identitas omnimoda prædicatorum quam
servari oportet, si illamet divisa debent inferri coniunctim, sicut musica non
denominat albedinem, neque contra, ita nec bonitas, de qua fit sermo, cum
dicitur, homo est bonus, denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum
enim bonum sit æquivocum, licet a consilio, alia ratione dicitur de perfectione
citharoedi, et alia de perfectione hominis. Quando namque dicimus, Socrates est
bonus, intelligimus bonitatem moralem, quæ est hominis bonitas simpliciter
(analogum siquidem simpliciter positum sumitur pro potiori); cum autem
infertur, citharoedus bonus, non bonitatem moris sed artis prædicas: unde
terminorum identitas non salvatur; sufficienter igitur et subtiliter
Aristoteles eamdem de utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi
ratio et cetera. When he says,
This is the reason "good” and "shoemaker” cannot be combined simply,
etc., he applies the truth he has stated to the parts of the question. He
applies it first to the second part, i.e., why this does not follow: "He
is good and he is a shoemaker, therefore he is a good shoemaker.” Then he
applies it to the other part of the question, i.e., why this follows: "He
is an animal and he is biped, therefore he is a biped animal.” He adds the
reason in the case of the latter: "biped” and "animal” are not
predicates accidentally conjoined among themselves, nor in a third thing, but
per se. This also explains the other member of the first division which has not
yet been explicitly posited. Notice that he maintains the same judgment is to
be made about lute player and good, and musical and white. He has concluded
that "white” and "musical” do not infer a conjoined predicate; hence
neither do "lute player” and "good” infer "good lute player”
simply, i.e., conjointly. There is a reason for saying this. For although there
is a difference between musical and white, and goodness and the art of
luteplaying, they are also similar. Let us consider their difference first.
Goodness is of such a nature that it denominates both a third subject, namely,
man, and the art of lute-playing. This is the reason the falsity is clearly
discernible when we say "He is good and a lute player, therefore he is a
good lute player.” Musical and whiteness, on the other band, are of such a
nature that they denominate only a third subject, and not each other, and
hence, the error is less obvious in "He is white and be is musical,
therefore he is musical white.” Now it is this difference that makes
Aristotle’s process of reasoning appear somewhat inconclusive. However, they
are similar. For if identity of predicates is kept in every way that is
required for the same things divided to be inferred conjointly, then, just as
"musical” does not denominate "whiteness,” nor the contrary, so
neither does "goodness,” of which we are speaking when we say "Man is
good,” denominate the art of lute-playing,,nor conversely. For "good” is
equivocal—by choice though—and therefore is said of the perfection of the lute
player by means of one notion and of the perfection of man by means of another.
For example, when we say, "Socrates is good” we understand moral goodness,
which is the goodness of man absolutely (for the analogous term posited simply,
stands for what is mainly so); but when good lute player is inferred, it is not
the goodness of morality that is predicated but the goodness of art; whence
identity of the terms is not saved. Therefore, Aristotle has adequately and subtly
expressed the same judgment about both, i.e., "white” and "musical,”
and "good” and "lute player,” for the reason here is the same as
there. Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit quæstionem
proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes: et, est homo
et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est homo
albus: et, est citharoedus et bonus; ergo est bonus citharoedus; et duas primas
posuerat esse bonas, tertiam vero non; huius diversitatis causam inquirere
volens, cur solvendo quæstionem nullo modo meminerit secundæ consequentiæ, sed
tantum primæ et tertiæ. Indiscussum namque reliquit an illa consequentia sit
bona an mala. Et ad hoc videtur mihi dicendum quod ex his paucis verbis etiam
illius consequentiæ naturam insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax
apparet cum dixit quod, non sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non
tantum indicet quod expositum est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ
consequentiæ elucescit. Causa namque quare album et musicum non inferunt
coniunctam prædicationem est, quia in prædicatione coniuncta oportet alteram
partem alteri supponi, ut potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo modo
unum, et altera a reliqua denominetur (hoc enim vis coniunctæ prædicationis
requirit, ut supra diximus de partibus definitionis); album autem et musicum
secundum se non faciunt unum per se, ut patet, neque unum per accidens. Licet
enim ipsa ut adunantur in subiecto uno sint unum subiecto per accidens, tamen
ipsamet quæ adunantur in uno, tertio subiecto, non faciunt inter se unum per
accidens: tum quia neutrum informat alterum (quod requiritur ad unitatem per
accidens aliquorum inter se, licet non in tertio); tum quia non considerata
subiecti unitate, quæ est extra eorum rationes, nulla remanet inter ea unitatis
causa. Dicens ergo quod album et musicum non sunt unum, scilicet inter se,
aliquo modo, causam expressit quare coniunctim non infertur ex eis prædicatum.
Et quia oppositorum eadem est disciplina, insinuavit per illamet verba
bonitatem illius consequentiæ. Ex eo enim quod homo et albus se habent sicut
potentia et actus (et ita albedo informet, denominet atque unum faciat cum
homine ratione sui), sequitur quod ex divisis potest inferri coniuncta
prædicatio; ut dicatur: est homo et albus; ergo est homo albus. Sicut per
oppositum dicebatur quod ideo musicum et album non inferunt coniunctum
prædicatum quia neutrum alterum informabat. There is another point that must be
mentioned. Aristotle in proposing the question draws three consequences:
"He is an animal and biped, therefore he is a biped animal” and "He
is a man and white, therefore he is a white man” and "He is a lute player
and good, therefore he is a good lute player.” Then he states that the first two
consequences are good, the third not. His intention was to inquire into the
cause of this diversity, but in solving the question he mentions only the first
and third consequences, leaving the goodness or badness of the second
consequence undiscussed. Why is this? I would say in answer to this that in
these few words he has also implied the nature of the second consequence, for
there is a more profound meaning to the statement in the text that whiteness
and being musical is not one. It is a meaning that not only indicates what has
already been explained but also its cause, and from this the nature of the
second consequence is apparent. For the reason "white” and "musical”
do not infer a conjoined predication is that in conjoined predication one part
must be subjected to the other as potency to act such that in some way one
thing is formed from them and one is denominated from the other (for the force
of the conjoined predication requires this, as we have said above concerning
the parts of the definition). "White” and "musical,” however, do not
in themselves form one thing per se, as is evident, nor do they form one thing
accidentally. For while it is true that as united in a subject they are one in
subject accidentally, nevertheless things that are united in one third subject
do not form one thing accidentally among themselves: first, because neither
informs the other (which is required for accidental unity of things among
themselves, although not in a third thing); secondly, because, considered apart
from the unity of a subject, which is outside of their notions, there is no
cause of unity between them. Therefore, when Aristotle says that whiteness and
being musical are not one, i.e., among themselves, in some measure he expresses
the reason why a predicate is not conjointly inferred from them. And since the
same discipline extends to opposites, the goodness of the second consequence is
implied by these words. That is, man and white are related as potency and act
(and so, on its own account whiteness informs, denominates, and forms one thing
with ‘man’); therefore from these taken divisively a conjoined predication can
be inferred, i.e., "He is man and white, therefore be is a white man”;
just as, in the opposite case, it was said that "musical” and "white”
do not infer a conjoined predicate because neither informs the other. 9 Nec
obstat quod album faciat unum per accidens cum homine: non enim dictum est quod
unitas per accidens aliquorum impedit ex diversis inferre coniunctum, sed quod
unitas per accidens aliquorum ratione tertii tantum est illa quæ impedit. Talia
enim quæ non sunt unum per accidens nisi ratione tertii, inter se nullam habent
unitatem; et propterea non potest inferri coniunctum, ut dictum est, quod
unitatem importat. Illa vero quæ
sunt unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut, homo albus, cum coniuncta
accipiuntur, unitate necessaria non carent, quia inter se unitatem habent.
Notanter autem apposui ly tantum: quoniam si aliqua duo sunt unum per accidens,
ratione tertii subiecti scilicet, sed non tantum ex hoc habent unitatem, sed
etiam ratione sui, ex hoc quod alterum reliquum informat, ex istis divisis non
prohibetur inferri coniunctum. Verbi gratia, optime dicitur: est quantum et est
coloratum; ergo est quantum coloratum: quia color informat quantitatem. There is no opposition
between the position just stated and the fact that white forms an accidental
unity with man. For we did not say that accidental unity of certain things
impedes inferring a conjunction from divided things,” but that accidental unity
of certain things only by reason of a third thing is the one that impedes.
Things that are one accidentally only by reason of a third thing have no unity
among them selves; and for this reason a conjunction, which implies unity,
cannot be inferred, as we have said. But things that are one accidentally on
their own account, i.e., among themselves, as for example, "white man,”
when taken conjointly, have the necessary unity because they have unity among
themselves. Notice that I have added "only.” The reason is that if any two
C are one accidentally, namely, by reason of a third subject, and they not only
have unity from this but also on their own account (because one informs the
other), then from these taken divisively a conjoined inference can be made. For
example, we can infer, "It is a quantity and it is colored, therefore it
is a colored quantity,” because color informs quantity. V. lib. 2 l. 6 n.
10Potes autem credere quod secunda illa consequentia, quam non explicite
confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse proponendo
quæstionem asseruit bonam, et ex eo quod nulla instantia reperitur. Insinuavit
autem et Aristoteles quod sola talis unitas impedit illationem coniunctam,
quando dixit quæcumque secundum accidens dicuntur vel de eodem vel alterutrum
de altero. Cum enim dixit, secundum accidens de eodem, unitatem eorum ex sola
adunatione in tertio posuit (sola enim hæc per accidens prædicantur de eodem,
ut dictum est); cum autem addidit, vel alterutrum de altero, mutuam
accidentalitatem ponens, ex nulla parte inter se unitatem reliquit. Utraque
ergo per accidens adducta prædicata, in tertio scilicet vel alterutrum, quæ
impediant illationem coniunctam, nonnisi in tertio unitatem habent. You can
hold as true that this second consequence is good even though Aristotle has not
explicitly confirmed it by returning to it, both from the fact that in
proposing the question he has claimed it as good and also because there is no
instance opposed to it. Moreover, Aristotle has implied that it is only such
unity that impedes the conjoined inference where he says: which are said
accidentally, either of the same subject or of one another. By accidentally of
the same subject, he posits their unity to be only from union in a third thing
(for only these are predicated accidentally of the same subject, as was said).
When he adds, or of one another—positing mutual accidentality—no unity at all
is left between them. Therefore, both kinds of accidental predicates, namely,
in a third thing or in one another, that impede a conjoined inference have
unity only in a third thing. 11 Deinde cum dicit: amplius nec etc., satisfacit
instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus explicita
committebatur nugatio, et in illis in quibus implicita; et ait quod non solum
inferre ex divisis coniunctum non licet quando prædicata illa sunt per
accidens, sed nec etiam quæcunque insunt in alio: idest, sed nec hoc licet
quando prædicata includunt se, ita quod unum includatur in significato formali
alterius intrinsece, sive explicite, ut album in albo, sive implicite, ut
animal et bipes in homine. Quare neque album frequenter dictum divisim infert
coniunctum, neque homo divisim ab animali vel bipede enunciatum, animal bipes,
coniunctum cum homine infert; ut dicatur, ergo Socrates est homo bipes, vel
animal homo. Insunt enim in
hominis ratione, animal et bipes actu et intellectu, licet implicite. Stat ergo
solutio quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in tertio tantum et
nugatio, impediunt ex divisis inferri coniunctum; et consequenter, ubi neutrum horum
invenitur, ex divisis licebit inferre coniunctum. Et hoc intellige quando
divisæ sunt simul veræ de eodem et cetera. Then when he says, Furthermore, predicates that are
present in one another cannot be combined simply, etc., he gives the solution
for the instances (both the explicitly nugatory and the implicitly nugatory)
cited in the proof. It is not only not licit, he says, to infer a union from
divided predicates when these are accidental, but it is not licit when the
predicates are present in one another. That is, it is not licit to infer a
conjoined predicate from divided predicates when the predicates include one
another in such a way that one is included in the formal signification of
another intrinsically, or explicitly, as "white” in white,” or implicitly,
as "animal” and "biped” in "man.” Therefore, white” said
repeatedly and divisively does not infer a conjoined predication, nor does
"man” divisively enunciated from "animal” or "biped” infer
"biped” or "animal” conjoined with man, such that we could say,
"Therefore, Socrates is a biped-man” or "animal-man.” For animal and
biped are included in the notion of man in act and in understanding, although
implicitly. The solution of the question, then, is this: the inferring of a
conjunction from divided predicates is impeded when there is unity of the many
accidentally only in a third thing and when there is a nugatory result.
Consequently, where neither of these is found it will be licit to infer a
conjunction from divided predicates. It is to be understood that this applies
when the divided predicates are at once true of the same subject. VII. 1.
Postquam expedita est prima dubitatio, tractat secundam dubitationem. Et circa
hoc tria facit: primo, movet ipsam quæstionem; secundo, solvit eam; ibi: sed
quando in adiecto etc., tertio, ex hoc excludit quemdam errorem; ibi: quod
autem non est et cetera. Est ergo quæstio: an ex enunciatione habente
prædicatum coniunctum, liceat inferre enunciationes dividentes illud coniunctum;
et est quæstio contraria superiori. Ibi enim quæsitum est an ex divisis inferatur coniunctum;
hic autem quæritur an ex coniuncto sequantur divisa. Unde movendo quæstionem
dicit: verum autemaliquando est dicere de aliquo et simpliciter, idest divisim,
quod scilicet prius dicebatur coniunctim, ut quemdam hominem album esse
hominem, aut quoddam album hominem album esse, idest ut ex ista, Socrates est
homo albus, sequitur divisim, ergo Socrates est homo, ergo Socrates est albus.
Non autem semper, idest aliquando autem ex coniuncto non inferri potest
divisim; non enim sequitur, Socrates est bonus citharoedus, ergo est bonus.
Unde hæc est differentia, quod quandoque licet et quandoque non. Et adverte
quod notanter adduxit exemplum de homine albo, inferendo utramque partem
divisim, ut insinuaret quod intentio quæstionis est investigare quando ex
coniuncto potest utraque pars divisim inferri, et non quando altera tantum. Aristotle now takes up the
second question in relation to multiple enunciations. He first presents it, and
then solves it where he says, When something opposed is present in the adjunct,
from which a contradiction follows, it will not be true to predicate them
singly, but false, etc. Finally, he excludes an error where he says, In the
case of non-being, however, it is not true to say that because it is a matter
of opinion, it is something, etc. The second question is this: Is it licit to
infer from an enunciation having a conjoined predication, enunciations dividing
that conjunction? This question is the contrary of the first question. The
first asked whether a conjoined predicate could be inferred from divided
predicates; the present one asks whether divided predicates follow from
conjoined predicates. When he presents the question he says, on the other hand,
it is also true to say predicates of something singly, i.e., what was
previously said conjointly may be said divisively; for example, that some white
man is a man, or that some white man is white. That is, from "Socrates is
a white man,” follows divisively, "Therefore Socrates is a man,”
"There fore Socrates is white.” However, this is not always the case,
i.e., some times it is not possible to infer divisively from conjoined
predicates, for this does not follow: "Socrates is a good lute player, therefore
he is good.” Hence, sometimes it is licit, sometimes not. Note that in
inferring each part divisively he takes as an ex ample "white man.” This
is significant, for by it he means to imply that his intention is to
investigate when each part can be inferred divisively from a conjoined
predicate, and not when only one of the two can be inferred. 2 Deinde cum
dicit: sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit: primo,
respondet parti negativæ quæstionis, quando scilicet non licet; secundo, ibi:
quare in quantiscumque etc., respondet parti affirmativæ, quando scilicet
licet. Circa primum considerandum quod quia dupliciter contingit fieri
prædicatum coniunctum, uno modo ex oppositis, alio modo ex non oppositis, ideo
duo facit: primo, ostendit quod numquam ex prædicato coniuncto ex oppositis
possunt inferri eius partes divisim; secundo, quod nec hoc licet universaliter
in prædicato coniuncto ex non oppositis, ibi: vel etiam quando et cetera. Ait ergo quod quando in termino adiecto inest aliquid
de numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio inter ipsos terminos, non
verum est, scilicet inferre divisim, sed falsum. Verbi gratia cum dicitur,
Cæsar est homo mortuus, non sequitur, ergo est homo: quia ly mortuus, adiacens
homini, oppositionem habet ad hominem, quam sequitur contradictio inter hominem
et mortuum: si enim est homo, non est mortuus, quia non est corpus inanimatum;
et si est mortuus, non est homo, quia mortuum est corpus inanimatum. Quando autem non inest, scilicet
talis oppositio, verum est, scilicet inferre divisim. Ratio autem quare, quando est oppositio in adiecto,
non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti oppositione
corrumpitur in ipsa enunciatione coniuncta. Corruptum autem seipsum absque corruptione non infert,
quod illatio divisa sonaret. When he says, When something opposed is present in
the adjunct, etc., he solves the question, first by responding to the negative
part of the question, i.e., when it is not licit; secondly, to the affirmative
part, i.e., when it is licit, where he says, Therefore, in whatever
predications no contrariety is present when definitions are put in place of the
names, and wherein predicates are predicated per se and not accidentally, etc.
It should be noted, in relation to the negative part of the question, that a
conjoined predicate may be formed in two ways: from opposites and from
non-opposites. Therefore, he shows first that the parts in a conjoined
predicate of opposites can never be inferred divisively. Secondly, he shows
that this is not licit universally in a conjoined predicate of non-opposites,
where he says, Or, rather, when something opposed is present in it, it is never
true; but when something opposed is not present, it is not always true.
Aristotle says, then, that when something that is an opposite is contained in
the adjacent term, which results in a contradiction between the terms
themselves, it is not true, namely, to infer divisively, but false. For
example, when we say, "Cæsar is a dead man,” it does not follow,
"Therefore he is a man,” because the contradiction between 11 man” and
"dead” which results from adding the "dead” to "man” is opposed
to man, for if he is a man he is not dead, because he is not an inanimate body;
and if he is dead he is not a man, because as dead he is an inanimate body.
When something opposed is not present, i.e., there is no such opposition, it is
true, i.e., it is true to infer divisively. The reason a divided inference does
not follow when there is opposition in the added term is that in a conjoined
enunciation the other term is destroyed by the opposition of the added term.
But that which has been destroyed is not inferred apart from the destruction,
which is what the divided inference would signify. V. lib. 2 l. 7 n. 3Dubitatur hic primo circa id quod
supponitur, quomodo possit vere dici, Cæsar est homo mortuus, cum enunciatio
non possit esse vera, in qua duo contradictoria simul de aliquo prædicantur. Hoc
enim est primum principium. Homo autem et mortuus, ut in littera dicitur, contradictoriam
oppositionem includunt, quia in homine includitur vita, in mortuo non vita.
Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam reprobat Aristoteles: videtur
enim optima. Cum enim ex enunciatione prædicante duo contradictoria possit
utrumque inferri (quia æquivalet copulativæ), aut neutrum (quia destruit
seipsam), et enunciatio supradicta terminos oppositos contradictorie prædicet,
videtur sequi utraque pars, quia falsum est neutram sequi. Two questions arise at this
point. The first concerns something assumed here: how can it ever be true to
make such a statement as "Cæsar is a dead man,” since an enunciation
cannot be true in which two contradictories are predicated at the same time of
something (for this is a first principle). But "man” and "dead,” as
is said in the text, include contradictory opposition, for in man is included
life, and in dead, non-life. The second question concerns the consequent that
Aristotle rejects, which appears to be good. The enunciation given as an
example predicates terms that are opposed contradictorily. But from an
enunciation predicating two contradictory terms, either both can be inferred
(because it is equivalent to a copulative enunciation), or neither (because it
destroys itself); therefore both parts seem to follow, since it is false that
neither follows. V. lib. 2 l. 7 n.
4Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus terminis secundum se, et
aliud de eis ut unum stat sub determinatione alterius. Primo namque modo, homo
et mortuus, contradictionem inter se habent, et impossibile est quod simul in
eodem inveniantur. Secundo autem modo, homo et mortuus, non opponuntur, quia
homo transmutatus iam per determinationem corruptivam importatam in ly mortuus,
non stat pro suo significato secundum se, sed secundum exigentiam termini
additi, a quo suum significatum distractum est. Ad utrunque autem insinuandum
Aristoteles duo dixit, et quod habent oppositionem quam sequitur contradictio,
attendens significata eorum secundum se, et quod etiam ex eis formatur una vera
enunciatio cum dicitur, Socrates est homo mortuus, attendens coniunctionem
eorum alterius corruptivam. Unde patet quid dicendum sit ad dubitationes. Ad
utramque siquidem dicitur, quod non enunciantur duo contradictoria simul de
eodem, sed terminus ut stat sub distractione, seu transmutatione alterius, cui
secundum se esset contradictorius. These two questions can be answered simultaneously. It
is one thing to speak of two terms in themselves, and another to speak of them
as one stands under the determination of another. Taken in the first way,
"man” and "dead” have a contradiction between them and it is
impossible that they be found in the same thing at the same time. In the second
way, however, "man” and "dead” are not opposed, since "man,”
changed by the destructive element introduced by "dead,” no longer stands
for what it signifies as such, but as determined by the term added, by which
what is signified is removed. Aristotle, in order to imply both, says two
things: that they have the opposition upon which contradiction follows if you
regard what they signify in themselves; and, that one true enunciation is
formed from them as in "Socrates is a dead man,” if you regard their
conjunction as destructive of one of them. Accordingly, the answer to the two
questions is evident. In a case such as this two contradictories are not
enunciated of the same thing at the same time, but one term as it stands under
dissolution or transmutation from the other, to which by itself it would be
contradictory. V. lib. 2 l. 7 n. 5Dubitatur quoque circa id quod ait: inest
aliquid oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur addi
illa particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita consequitur
contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non filius, et
album non nigrum, et videns non cæcum et cetera. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt
dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata; alio
modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius possunt accipi
pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo qui denominatur pater
vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat oppositione aliqua, ut dicitur in
X metaphysicæ, supponatur omnino distincta esse opposita. Dicendum ergo est quod,
licet ad omnia opposita seu distincta contradictio sequatur inter se formaliter
sumpta, non tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa
denominative sumpta. Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem
inferant inter se formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est
non paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non
necessario inferunt. Non enim sequitur, Socrates est pater; ergo non est
filius; nec e converso. Ut persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque
opposita colligata impediunt divisam illationem (quia non illa quæ habent
contradictionem annexam formaliter tantum, sed illa quæ habent contradictionem
et formaliter et secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur
contradictio, in tertio scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet,
consequitur: contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa
opposita. There is also a question about something else that Aristotle says,
namely, something opposed is present... from which a contradiction follows. The
phrase from which a contradiction follows seems to be superfluous, for
contradiction follows upon all opposites, as is evident in discoursing about
singulars; for a father is not a son, and white is not black, and one seeing is
not blind, etc. Opposites, however, can be taken in two ways: formally, i.e.,
according to what they signify, and denominatively, or subjectively. For
example, father and son can be taken for paternity and filiation, or they can
be taken for the one who is denominated a father or a son. But, again, since
every distinction is made by some opposition, as is said in X Metaphysicæ [3:
1054a 20], it could be supposed that opposites are wholly distinct. It must be
pointed out, therefore, that although contradiction follows between all
opposites or distinct things formally taken, nevertheless, contradiction does
not follow upon all opposites denominatively taken. Father and son formally
taken infer a mutual negation of one another, for paternity is not filiation
and filiation is not paternity, but in respect to what is denominated they do
not necessarily infer a contradiction. It does not follow, for example, that
"Socrates is a father; therefore he is not a son,” nor conversely.
Aristotle, therefore, in order to establish that not all combined opposites
prevent a divided inference (since those having a contradiction applying only
formally do not prevent a divided inference, but those having a contradiction
both formally and according to the thing denominated do prevent a divided
inference) adds, from which a contradiction follows, namely, in the third thing
denominated. And appropriately enough he uses the word follows, for the
contradiction in " the third thing denominated is in a certain way outside
of the opposites themselves. V. lib. 2 l. 7 n. 6Deinde cum dicit: vel etiam
quando est etc., declarat quod ex non oppositis in tertio coniunctis secundum
unum prædicatum, non universaliter possunt inferri partes divisim. Et primo,
hoc proponit quasi emendans quod immediate dixerat, subiungens: vel etiam
quando est, scilicet oppositio inter terminos coniunctos, falsum est semper,
scilicet inferre divisim; quasi diceret: dixi quod quando inest oppositio, non
verum sed falsum est inferre divisim; quando autem non inest talis oppositio,
verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur, quod quando est
oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis oppositio, non
semper verum est. Et sic modificavit
supradicta addendo ly semper, et, non semper. Et subdens exemplum quod non
semper ex non oppositis sequatur divisio, ait: ut, Homerus est aliquid ut
poeta; ergo etiam est? Non. Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato,
altera pars, ergo Homerus est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ
partes colligatæ, est et poeta, non habent oppositionem, ad quam sequitur
contradictio. Igitur non semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa
tenet et cetera. When he says, Or,
rather, when something opposed is present in it, it is never true, etc., he
explains that the parts cannot universally be inferred divisively in the case
of a conjoined predicate in which there is a non-opposite as the third thing
denominated. He proposes this—Or, rather, when something opposed is contained
in it, i.e., opposition between the terms conjoined—as if amending what he has
just said, namely, it is always false, i.e., to infer divisively. What he is
saying, then, is this: I have said that when there is inherent opposition it is
not true but false to infer divisively; but when there is not such opposition
it is true to infer divisively; or, even better, when there is opposition it is
always false but when there is not such opposition it is not always true. That
is, he modifies what he first said by the addition of "always” and
"not always.” Then he adds an example to show that division does not
always follow from non-opposites: For example, Homer is something, say, a poet.
Is it therefore true to say also that Homer "is,” or not? From the
conjoined predicate, is a poet, enunciated of Homer, one part, Therefore Homer
is, does not follow; yet it is evident that these two conjoined parts,
"is” and "poet,” do not have the opposition upon which contradiction
follows. Therefore, in the case of conjoined non-opposites a divided inference
does not always hold. V. lib. 2 l. 7 n. 7Deinde cum dicit: secundum accidens
etc., probat hoc, quod modo dictum est, ex eo quod altera pars istius
compositi, scilicet, est, in antecedente coniuncto prædicatur de Homero
secundum accidens, idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta, prædicatur
de Homero, et non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod tamen infertur,
cum concluditur: ergo Homerus est. Considerandum est hic quod ad solvendam
illam conclusionem negativam, scilicet,- non semper ex non oppositis coniunctis
infertur divisim,- sufficit unam instantiam suæ oppositæ universali affirmativæ
afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo illud genus enunciationum, in quo
altera pars coniuncti est aliquid pertinens ad actum animæ. Loquimur enim modo
de Homero vivente in poematibus suis in mentibus hominum. In his siquidem
enunciationibus partes coniunctæ non sunt oppositæ in tertio, et tamen non
licet inferre utramque partem divisim. Committitur enim fallacia secundum quid
ad simpliciter. Non enim valet,
Cæsar est laudatus, ergo est: et simile est de esse in effectu dependente in
conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad
hoc adducta ab Aristotele in sequenti particula dicetur. When he says, The "is”
here is predicated accidentally of Homer, he proves what he has said. One part
of this composite, namely, "is,” is predicated of Homer in the antecedent
conjunction accidentally, i.e., by reason of another, namely, with regard to
the "poet” which is predicated of Homer; it is not predicated as such of
Homer. Nevertheless, this is what is inferred when one concludes
"Therefore Homer is.” To validate his negative conclusion, namely, that it
is not always true to infer divisively from conjoined non-opposites, it was
sufficient to give one instance of the opposite of the universal affirmative.
To do this Aristotle introduces that genus of enunciation in which one part of
the conjunction is something pertaining to an act of the mind (for we are
speaking only of Homer living in his poems in the minds of men). In such
enunciations the parts conjoined are not opposed in the third thing
denominated; nevertheless it is not licit to infer each part divisively, for
the fallacy of going from the relative to the absolute will be committed. For
example, it is not valid to say, "Cæsar is praiseworthy, therefore he is,”
which is a parallel case, i.e., of an effect whose existence requires
maintenance. Aristotle will explain in the following sections of the text how
the reasoning in the above text is to be understood. V. lib. 2 l. 7 n. 8Deinde
cum dicit: quare in quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis,
quando scilicet ex coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas conditiones
oppositas supradictis debere convenire in unum, ad hoc ut possit fieri talis
consequentia; scilicet, quod nulla inter partes coniuncti oppositio sit, et
quod secundum se prædicentur. Unde
dicit inferendo ex dictis: quare in quantiscunque prædicamentis, idest
prædicatis ordine quodam adunatis, neque contrarietas aliqua, in cuius ratione
ponitur contradictio in tertio (contraria enim sunt quæ mutuo se ab eodem
expellunt), aut universaliter nulla oppositio inest, ex qua scilicet sequatur
contradictio in tertio, si definitiones pro nominibus sumantur. Dixit hoc, quia
licet in quibusdam non appareat oppositio, solis nominibus positis, sicut, homo
mortuus, et in quibusdam appareat, ut, vivum mortuum; hoc tamen non obstante,
si, positis nominum definitionibus loco nominum, oppositio appareat, inter
opposita collocamus. Sicut, verbi gratia, homo mortuus, licet oppositionem non
præseferat, tamen si loco hominis et mortui eorum definitionibus utamur,
videbitur contradictio. Dicemus enim corpus animatum rationale, corpus
inanimatum irrationale. In quantiscunque, inquam, coniunctis nulla est
oppositio, et secundum se, et non secundum accidens prædicantur, in his verum
erit dicere et simpliciter, idest divisim quod fuerat coniunctim enunciatum. When he says, Therefore, in
whatever predications no contrariety is present when definitions are put in
place of the names, etc., he replies to the affirmative part of the question,
i.e., when it is licit to infer divisively from conjoined predicates. He
maintains that two conditions—opposed to what has been said earlier in this
portion of the text—must combine in one enunciation in order that such a
consequence be effected: there must be no opposition between the parts
conjoined, and they must be predicated per se. He says, then, inferring from
what has been said: Therefore, in whatever predicaments, i.e., predicates
joined in a certain order, no contrariety, in virtue of which contradiction is
posited in the third thing denominated (for contraries mutually remove each
other from the same thing), is present, or universally, no opposition is
present, i.e., upon which a contradiction follows in the third thing
denominated, when definitions are taken in place of the names.... He says this
because it may be the case that the opposition is not apparent from the names
alone, as in "dead man,” and again it may be, as in "living dead,”
but whether apparent or not it will be evident that we are putting together
opposites if we posit the definitions of the names in place of the names. For
example, in the case of "dead man,” if we replace "man” and
"dead,” with their definitions, the contradiction will be evident, for
what we are saying is "rational animate body, irrational inanimate body.”
In whatever conjoined predicates, then, there is no opposition, and wherein
predicates are predicated per se and not accidentally, in these it will also be
true to predicate them singly, i.e., say divisively what had been enunciated
conjointly. V. lib. 2 l. 7 n. 9Ad evidentiam secundæ
conditionis hic positæ, nota quod ly secundum se potest dupliciter accipi: uno
modo positive, et sic dicit perseitatem primi, secundi, universaliter, quarti
modi; alio modo negative, et sic idem sonat quod non per aliud. Rursus
considerandum est quod cum Aristoteles dixit de prædicato coniuncto quod,
secundum se prædicetur, ly secundum se potest ad tria referri, scilicet, ad
partes coniuncti inter se, ad totum coniunctum respectu subiecti, et ad partes
coniuncti respectu subiecti. Si ergo accipiatur ly secundum se positive, licet
non falsus, extraneus tamen a mente Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque
illorum trium referatur. Licet enim valeat, est homo risibilis, ergo est homo et
est risibilis, et, est animal rationale, ergo est animal et est rationale;
tamen his oppositæ inferunt similes consequentias. Dicimus enim, est albus
musicus, ergo est musicus et est albus: ubi nulla est perseitas, sed est
coniunctio per accidens, tam inter partes inter se, quam inter totum et
subiectum, quam etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur quod non accipit
Aristoteles ly secundum se positive, ex eo quod vana fuisset talis additio, quæ
ab oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim addidit, secundum se,
et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum se, modo exposito,
quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto, inferunt divisum? Si vero accipiatur secundum se, negative, idest, non
per aliud, et referatur ad partes coniuncti inter se, falsa invenitur regula.
Nam non licet dicere, est bonus citharoedus; ergo est bonus et citharoedus; et
tamen ars citharizandi et bonitas eius sine medio coniunguntur. Et similiter
contingit, si referatur ad totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem
exemplo apparet. Totum enim hoc, citharoedus bonus, non propter aliud convenit
homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut ad
partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua
coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur, idest,
quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter alteram, sed propter
seipsam et subiectum, tunc ex coniuncto infertur divisa prædicatio. In order to make this second
condition clear, it should be noted that "per se” can be taken in two
ways: positively, and thus it refers to "perseity” of the first, of the
second, and of the fourth mode universally; or negatively, and thus it means
the same as not through something else. It should also be noted that when
Aristotle says of a conjoined predicate that it is predicated "per se,”
the "per se” can be referred to three things: to the parts of the
conjunction among themselves, to the whole conjunction with respect to the
subject, and to the parts of the conjoined predicate with respect to the
subject. Now if "per se” is taken positively, although it will not be
false, nevertheless in reference to any of these three the meaning will be
found to be foreign to the mind of Aristotle. For, although these are valid:
"He is a risible man, therefore he is man and he is risible” and "He
is a rational animal, therefore he is animal and he is rational,” nevertheless
the opposite kind of predication infers consequences in a similar way. For
example, there is no 11 perseity” in "He is a white musician, therefore he
is white and he is a musician”; rather, there is an accidental conjunction, not
only between the parts among themselves and between the whole and the subject,
but even between the parts and the subject. It is evident, therefore, that
Aristotle is not taking "per se” positively, for an addition that does not
differentiate this kind of predication from the opposed kind of predication
would be useless. Why add "per se and not accidentally,” if both those
that are per se in the way explained and those that are conjoined accidentally
infer divisively? If "per se” is taken negatively, i.e., as not through another,
and is referred to the parts of the conjoined predicate among themselves, the
rule is found to be false. It is not licit, for example, to say, "He is a
good lute player, therefore he is good and a lute player”; yet the art of
lute-playing and its goodness are conjoined without anything as a medium. And
the case is the same if it is referred to the whole conjoined predicate with
respect to the subject, as is clear in the same example, for the whole,
"good lute player,” does not belong to man on account of another, and yet
it does not infer the division, as has already been said. Therefore, "per
se” is referred to the parts of the conjoined predicate with respect to the
subject and the meaning is: when the predicates are conjointly predicated per
se, i.e., not through another, i.e., each part is predicated of the subject,
not on account of another but on account of itself and the subject, then a
divided predication is inferred from the conjoined predication. 10 Et hoc modo exponunt Averroes
et Boethius; et vera invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest,
et ratio ipsa suadet. Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent
subiecto quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod
veritatem impediat divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus sensus iste.
Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex quibus coniunctum infert
divisam prædicationem, et eas quibus hæc non inest consequentia. Istæ siquidem
ultra habentes oppositiones in adiecto, sunt habentes prædicatum coniunctum,
cuius una partium alterius est ita determinatio, quod nonnisi per illam
subiectum respicit, sicut apparet in exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est
poeta. Est siquidem ibi non respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise
ratione poesis relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile
est in negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non licet
inferre, ergo Socrates non est, eadem ratione, quia esse non est negatum de
Socrate, sed de pariete in Socrate. This is the way in which Averroes and Boethius explain
this and, explained in this way, a true rule is found, as can easily be
manifested inductively; moreover, the reasoning is compelling. For, if the
parts of some conjoined predicate so inhere in the subject that neither is in
it on account of another, their separation produces nothing that could impede
the truth of the divided predicates. And this meaning is consonant with the
words of Aristotle, for by this he also distinguishes between enunciations in
which the conjoined predicate infers a divided predicate, and those in which
this consequence is not inherent. For besides the predicates having opposition
in the additional determining element, there are those with a conjoined
predicate wherein one part is a determination of the other in such a way that
only through it does it regard the subject, as is evident in Aristotle’s
example, "Homer is a poet.” The "is” does not regard Homer by reason
of Homer himself, but precisely by reason of the poetry he left. Hence it is
not licit to infer, "Therefore Homer is.” The same is true with respect to
negative enunciations of this type, for it is not licit to infer from
"Socrates is not a wall,” "Therefore Socrates is not.” And the reason
is the same: "to be” is not denied of Socrates, but of "wallness” in
Socrates. 11 Et per hoc patet qualiter sit intelligenda ratio in textu
superiore adducta. Accipitur enim ibi, secundum se negative, modo hic exposito,
et secundum accidens, idest propter aliud. In eadem ergo significatione est
usus ly secundum accidens, solvendo hanc et præcedentem quæstionem: utrobique
enim intellexit secundum accidens, idest, propter aliud, coniuncta, sed ad
diversa retulit. Ibi namque ly secundum accidens determinabat coniunctionem
duorum prædicatorum inter se; hic vero determinat partem coniuncti prædicati in
ordine ad subiectum. Unde ibi, album et musicum, inter ea quæ secundum accidens
sunt, numerabantur; hic autem non. Accordingly, it is evident how the reasoning
in the text above is to be understood. "Per se” is taken negatively in the
way explained here, and "accidentally” as "on account of another.”
The "accidentally” is used with the same signification in solving this and
the preceding question. In both he understands "accidentally” to mean
conjoined on account of another, but it is referred to diverse things. In the
preceding question "accidentally” determines the way in which two
predicates are conjoined among themselves; in the latter question it determines
the way in which the part of the conjoined predicate is ordered to the subject.
Hence, in the former, "white” and "musician” are numbered among the
things that are accidental, but in the latter they are not. 12 Sed occurrit
circa hanc expositionem dubitatio non parva. Si enim ideo non licet ex
coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti non respicit subiectum
propter se, sed propter alteram partem (ut dixit Aristoteles de ista
enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod numquam a tertio adiacente ad
secundum erit bona consequentia: quia in omni enunciatione de tertio adiacente,
est respicit subiectum propter prædicatum et non propter se et cetera. This
exposition seems a bit dubious, however. For if it is not licit to infer
divisively from a conjoined predicate because one part of the conjoined
predicate does not regard the subject on account of itself but on account of
another part (as Aristotle says of the enunciation, "Homer is a poet”), it
will follow that there will never be a good consequence from the third determinant
to the second, since in every enunciation with a third determinant, "is”
regards the subject on account of the predicate and not on account of itself.
13 Ad huius difficultatis evidentiam, nota primo hanc distinctionem. Aliud est
tractare regulam, quando ex tertio adiacente infertur secundum et quando non,
et aliud quando ex coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem
est extra propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem
terminorum, ista non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti,
secundum significationem seu suppositionem varietur in separatione, non
infertur ex coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. Nota secundo hanc
propositionem: cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur identitas
terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, est. Dictum siquidem fuit supra a
sancto Thoma, quod aliud importat est secundum adiacens, et aliud est tertium
adiacens. Illud namque importat actum essendi simpliciter, hoc autem
habitudinem inhærentiæ vel identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo
varietas unius termini cum ex tertio adiacente infertur secundum, et
consequenter non fit illatio divisi ex coniuncto. Unde prælucet responsio ad
obiectionem, quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum,
numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam ex coniuncto
divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera pars ipsa divisione
perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad probationem dicatur quod,
optime concludit quod talis illatio est illicita infra limites illationum, quæ
ex coniuncto divisionem inducunt, de quibus hic Aristoteles loquitur. To make
this difficulty clear, we must first note a distinction. It is one thing to
treat of the rule when inferring a second determinant from a third determinant,
and when not; it is quite another thing when a divided inference is made from a
conjoined predicate, and when not. The former is an additional point; the
latter is the question we have been inquiring about. The former is compatible
with variety of the terms, the latter not. For if one of the terms which is one
part of a conjoined predicate will be varied according to signification, or
supposition when taken separately, it is not inferred divisively from the conjoined
predicate, but the other is. Secondly, note this proposition: when a second
determinant is inferred from a third, identity of the terms is not kept. This
is evident with respect to the term "is.” Indeed, St. Thomas said above
that "is” as the second determinant implies one thing and "is” as the
third determinant another. The former implies the act of being simply, the
latter implies the relationship of inherence, or identity of the predicate with
the subject. Therefore, when the second determinant is inferred from the third,
one term is varied and consequently an inference is not made of the divided
from the conjoined. Accordingly, the response to the objection is clear, for
although the second determinant can sometimes be inferred from the third, it is
never licit for the second to be inferred from the third as divided from
conjoined, because you cannot infer divisively when one part is destroyed by
that very division. Therefore, let the consequence of the objection be denied
and for proof let it be said that the conclusion that such an inference is
illicit under the limits of inferences which induce division from a conjoined
predicate-is good, for this is what Aristotle is speaking of here. 14 Sed
contra hoc instatur. Quia etiam tanquam ex coniuncto divisa fit illatio,
Socrates est albus, ergo est, per locum a parte in modo ad suum totum, ubi non
fit varietas terminorum. Et ad hoc dicitur quod licet homo albus sit pars in
modo hominis (quia nihil minuit de hominis ratione albedo, sed ponit hominem simpliciter),
tamen est album non est pars in modo ipsius est, eo quod pars in modo est
universale cum conditione non minuente, ponente illud simpliciter. Clarum est autem quod album
minuit rationem ipsius est, et non ponit ipsum simpliciter: contrahit enim ad
esse secundum quid. Unde apud
philosophos, cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum
quid. But the objection is raised against this that in the case of
"Socrates is white, therefore be is,” a divided inference can be made as
from a conjoined predicate, in virtue of the argument that we can go from what
is in the mode of part to its whole as long as the terms remain the same. The
answer to this is as follows. It is true that white man is a part in the mode
of man (because white diminishes nothing of the notion of man but posits man
simply); is white, however, is not a part in the mode of is, because a part in
the mode of its whole is a universal, the condition not diminishing the
positing of it simply. But it is evident that white diminishes the notion of
is, and does not posit it simply, for it contracts it to relative being. Whence
when something becomes white, philosophers do not say that it is generated, but
generated relatively. 15 Sed instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est
animal, ergo est, fit illatio divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit
rationem ipsius est. Ad hoc est dicendum quod ly est, si dicat veritatem
propositionis, manifeste peccatur a secundum quid ad simpliciter. Si autem
dicat actum essendi, illatio est bona, sed non est de tertio, sed de secundo
adiacente. In accordance with this, the objection is raised that in saying
"It is an animal, therefore it is,” a divided inference is made in virtue
of the same argument; for animal does not diminish the notion of is itself. The
answer to this is that if the is asserts the truth of a proposition, the
fallacy is committed of going from the relative to the absolute; if the is
asserts the act of being, the inference is good, but it is of the second
determinant, not of the third. 16 Potest ulterius dubitari circa principale:
quia sequitur, est quantum coloratum, ergo est quantum, et, est coloratum; et
tamen coloratum respicit subiectum mediante quantitate: ergo non videtur recta
expositio supra adducta. Ad hoc et similia dicendum est quod coloratum non ita
inest subiecto per quantitatem quod sit eius determinatio et ratione talis
determinationis subiectum denominet, sicut bonitas artem citharisticam
determinat; cum dicitur, est citharoedus bonus; sed potius subiectum ipsum
primo coloratum denominatur, quantum vero secundario coloratum dicitur, licet
color media quantitate suscipiatur. Unde notanter supra diximus, quod tunc
altera pars coniuncti prædicatur per accidens, quando præcise denominat
subiectum, quia denominat alteram partem. Quod nec in similibus instantiis
invenitur. There is another doubt, this time about the principle in the
exposition; for this follows, "It is a colored quantity, therefore it is a
quantity and it is colored”; but "colored” regards the subject through the
medium of quantity; therefore the exposition given above does not seem to be
correct. The answer to this and to similar objections is that "colored” is
not so present in a subject by means of quantity that it is its determination,
and by reason of such a determination denominates the subject; as goodness,”
for instance, determines the art of lute-playing when we say "He is a good
lute player.” Rather, the subject itself is first denominated "colored”
and quantity is called "colored” secondarily, although color is received
through the medium of quantity. Hence, we made a point of saying earlier that
one part of a conjoined predicate is predicated accidentally when it
denominates the subject precisely because it denominates the other part.93 This
is not the case here nor in similar instances. 17 Deinde cum dicit: quod autem
non est etc., excludit quorumdam errorem qui, quod non est, esse tali
syllogismo concludere satagebant: quod est, opinabile est. Quod non est, est
opinabile. Ergo quod non est, est. Hunc siquidem processum elidit Aristoteles
destruendo primam propositionem, quæ partem coniuncti in subiecto divisim
prædicat, ac si diceret: est opinabile, ergo est. Unde assumendo subiectum
conclusionis illorum ait: quod autem non est; et addit medium eorum, quoniam
opinabile est; et subdit maiorem extremitatem, non est verum dicere, esse
aliquid. Et causam assignat, quia talis opinatio non propterea est, quia illud
sit, sed potius quia non est. When he says, In the case of non-being, however, it is not true to say
that it is something, etc., he excludes the error of those who were satisfied
to conclude that what is not, is. This is the syllogism they use: "That
which is, is ‘opinionable’; that which is not, is ‘opinionable’; therefore what
is not, is.” Aristotle destroys this process of reasoning by destroying the
first proposition, which predicates divisively a part of what is conjoined in
the subject, as if it said "It is ‘opinionable,’ therefore it is.” Hence,
assuming the subject of their conclusion, he says, In the case of that which is
not, however; and he adds their middle term, because it is a matter of opinion;
then he adds the major extreme, it is not true to say that it is something. He
then assigns the cause: it is not because it is but rather because it is not,
that there is such opinion. VIII. 1 Postquam determinatum est de
enunciationibus, quarum partibus aliud additur tam remanente quam variata
unitate, hic intendit declarare quid accidat enunciationi, ex eo quod aliquid
additur, non suis partibus, sed compositioni eius. Et circa hoc duo facit:
primo, determinat de oppositione earum; secundo, de consequentiis; ibi:
consequentiæ vero et cetera. Circa primum duo facit: primo, proponit quod
intendit; secundo, exequitur; ibi: nam si eorum et cetera. Proponit ergo quod iam
perspiciendum est, quomodo se habeant affirmationes et negationes enunciationum
de possibili et non possibili et cetera. Et causam subdit: habent enim multas
dubitationes speciales. Sed antequam ulterius procedatur, quoniam de enunciationibus,
quæ modales vocantur, sermo inchoatur, prælibandum est esse quasdam modales
enunciationes, et qui et quot sunt modi reddentes propositiones modales; et
quid earum sit subiectum et quid prædicatum; et quid sit ipsa enunciatio modalis;
quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ necessitas sit specialem faciendi
tractatum de his. Now that he has
treated enunciations in which something added to the parts leaves the unity
intact on the one hand, and varies it on the other, Aristotle begins to explain
what happens to the enunciation when something is added, not to its parts, but
to its composition. First, he explains their opposition; secondly, he treats of
the consequences of their opposition where he says, Logical sequences result from
modals ordered thus, etc. With respect to the first point, he proposes the
question he intends to consider and then begins his consideration where he
says, Let us grant that of mutually related enunciations, contradictories are
those opposed to each other, etc. He proposes that we must now investigate the
way in which affirmations and negations of the possible and not possible are
related. He gives the reason when he adds, for the question has many special
difficulties. However, before we proceed with the consideration of enunciations
that are called modal, we must first see that there are such things as modal
enunciations, and which and how many modes render propositions modal; we must
also know what their subject is and their predicate, what the modal enunciation
itself is, what the order is between modal enunciations and the enunciations
already treated, and finally, why a special treatment of them is necessary. 2
Quia ergo possumus dupliciter de rebus loqui; uno modo, componendo rem unam cum
alia, alio modo, compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo
enunciationum genera; quædam scilicet enunciantes aliquid inesse vel non inesse
alteri, et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo; quædam
vero enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto, et hæ vocantur
modales, a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum enim dicitur, Socratem
currere est possibile, non enunciatur cursus de Socrate, sed qualis sit
compositio cursus cum Socrate, scilicet possibilis. Signanter autem dixi modum
compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex est. Quidam enim
determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi ut Socrates currit
velociter, vel ratione temporis consignificati, ut Socrates currit hodie;
quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati cum subiecto; sicut cum
dicitur, Socratem currere est possibile. In illis namque determinatur qualis
cursus insit Socrati, vel quando; in hac autem, qualis sit coniunctio cursus
cum Socrate. Modi ergo non illi qui rem verbi, sed qui compositionem
determinant, modales enunciationes reddunt, eo quod compositio veluti forma
totius totam enunciationem continet. We can speak about things in two ways: in one,
composing one thing with another; in the other, declaring the kind of
composition that exists between the two things. To signify these two ways of
speaking about things we form two kinds of enunciations. One kind enunciates
that something belongs or does not belong to something. These are called
absolute [de inesse] enunciations; these we have already discussed. The other
enunciates the mode of composition of the predicate with the subject. These are
called modal, from their principal part, the mode. For when we say, "That
Socrates run is possible,” it is not the running of Socrates that is enunciated
but the kind of composition there is between running and Socrates-in this case,
possible. I have said "mode of composition” expressly, for there are two
kinds of mode posited in the enunciation. One modifies the verb, either with
respect to what it signifies, as in "Socrates runs swiftly,” or with
respect to the time signified along with the verb, as in "Socrates runs
today.” The other kind modifies the very composition of the predicate with the
subject, as in the example, "That Socrates run is possible.” The former
determines how or when running is in Socrates; the latter determines the kind
of conjunction there is between running and Socrates. The former, which affects
the actuality of the verb, does not make a modal enunciation. Only the modes
that affect the composition make a modal enunciation, the reason being that the
composition, as the form of the whole, contains the whole enunciation. 3 Sunt
autem huiusmodi modi quatuor proprie loquendo, scilicet possibile et impossibile,
necessarium et contingens. Verum namque et falsum, licet supra compositionem
cadant cum dicitur, Socratem currere est verum, vel hominem esse quadrupedem
est falsum, attamen modificare proprie non videntur compositionem ipsam. Quia modificari proprie dicitur aliquid, quando
redditur aliquale, non quando fit secundum suam substantiam. Compositio autem
quando dicitur vera, non aliqualis proponitur, sed quod est: nihil enim aliud
est dicere, Socratem currere est verum, quam quod compositio cursus cum Socrate
est. Et similiter quando
est falsa, nihil aliud dicitur, quam quod non est: nam nihil aliud est dicere,
Socratem currere est falsum, quam quod compositio cursus cum Socrate non est.
Quando vero compositio dicitur possibilis aut contingens, iam non ipsam esse,
sed ipsam aliqualem esse dicimus: cum siquidem dicitur, Socratem currere est
possibile, non substantificamus compositionem cursus cum Socrate, sed
qualificamus, asserentes illam esse possibilem. Unde Aristoteles hic modos
proponens, veri et falsi nullo modo meminit, licet infra verum et non verum
inferat, propter causam ibi assignandam. This kind of mode, properly speaking, is fourfold:
possible, impossible, necessary, and contingent. True and false are not
included because, strictly speaking, they do not seem to modify the composition
even though they fall upon the composition itself, as is evident in "That
Socrates runs is true,” and "That man is four-footed is false.” For
something is said to be modified in the proper sense of the term when it is
caused to be in a certain way, not when it comes to be according to its
substance. Now, when a composition is said to be true it is not proposed that
it is in a certain way, but that it is. To say, "That Socrates runs is
true,” for example, is to say that the composition of running with Socrates is.
The case is similar when it is false, for what is said is that it is not; for
example, to say, "That Socrates runs is false” is to say that the
composition of running with Socrates is not. On the other hand, when the
composition is said to be possible or contingent, we are not saying that it is
but that it is in a certain way. For example, when we say, "That Socrates
run is possible,” we do not make the composition of running with Socrates
substantial, but we qualify it, asserting that it is possible. Consequently,
Aristotle in proposing the modes, does not mention the true and false at all,
although later on he infers the true and the not true, and assigns the reason
for it where he does this. 4 Et quia enunciatio modalis duas in se continet
compositiones, alteram inter partes dicti, alteram inter dictum et modum,
intelligendum est eam compositionem modificari, idest, quæ est inter partes
dicti, non eam quæ est inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius
enunciationis modalis, Socratem esse album est possibile, duæ sunt partes;
altera est, Socratem esse album, altera est, possibile. Prima dictum vocatur,
eo quod est id quod dicitur per eius indicativam, scilicet, Socrates est albus:
qui enim profert hanc, Socrates est albus, nihil aliud dicit nisi Socratem esse
album: secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio est. Prima compositionem
quandam in se continet ex Socrate et albo; secunda pars primæ opposita
compositionem aliquam sonat ex dicti compositione et modo. Prima rursus pars,
licet omnia habeat propria, subiectum scilicet, et prædicatum, copulam et
compositionem, tota tamen subiectum est modalis enunciationis; secunda autem
est prædicatum. Dicti ergo compositio subiicitur et modificatur in enunciatione
modali. Qui enim dicit, Socratem esse album est possibile, non significat
qualis est coniunctio possibilitatis cum hoc dicto, Socratem esse album, sed
insinuat qualis sit compositio partium dicti inter se, scilicet albi cum
Socrate, scilicet quod est compositio possibilis. Non dicit igitur enunciatio modalis aliquid inesse,
vel non inesse, sed dicti potius modum enunciat. Nec proprie componit secundum
significatum, quia compositionis non est compositio, sed rerum compositioni
modum apponit. Unde nihil aliud est enunciatio modalis, quam enunciatio dicti
modificativa. Since the modal
enunciation contains two compositions, one between the parts of what is said,
the other between what is said and the mode, it must be understood that it is
the former composition that is modified, i.e., the composition between the
parts of what is said, not the composition between what is said and the mode.
This can be seen in an example. In the modal enunciation, "That Socrates
be white is possible,” there are two parts: one, "That Socrates be white,”
the other, "is possible.” The first is called the dictum because it is
that which is asserted by the indicative, namely, "Socrates is white”; for
in saying "Socrates is white” we are simply saying, "That Socrates be
white.” The second part is called the mode because it is the addition of a
restriction. The first part of the modal enunciation consists of a certain
composition of Socrates and white; the second part, opposed to the first, 4
indicates a composition from the composition of dictum and mode. Again, the
first part, although it has all the properties of an enunciation—subject,
predicate, copula, and composition—is, in its entirety, the subject of the
modal enunciation; the second part, the mode, is the predicate. In a modal
enunciation, therefore, the composition of the dictum is subjected and
modified; for when we say, "That Socrates be white is possible,” it does
not signify the kind of conjunction of possibility there is with the dictum
"That Socrates be white,” but it implies the kind of composition there is
of the parts of the dictum among themselves, i.e., of white with Socrates,
namely, that it is a possible composition. The modal enunciation, therefore,
does not say that something is present in or not present in a subject, but
rather, it enunciates a mode of the dictum. Nor properly speaking does it
compose according to what is signified, since it is not a composition of the
composition; rather, it adds a mode to the composition of the things. Hence the
modal enunciation is simply an enunciation in which the dictum is modified. 5 Nec propterea censenda est
enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de
unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes.
Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit
unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod enunciationis
unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus est alba, est enunciatio
multiplex, licet domus ex multis consurgat partibus. Because the modal enunciation
has everything duplicated, it must not on that account be thought to be many.
It enunciates one mode of only one composition, although there are many parts
of that composition. The many concurring for the composition of the dictum are
like the many that concur to make one subject, of which it was said above that
it does not impede the unity of the enunciation.” The enunciation, "The
house is white,” is also a case in point, for it is not multiple, although a
house is built of many parts. 6 Merito autem est, post enunciationes de inesse, de
modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt toto priores, et cognitio
totius ex partium cognitione dependet; et specialis sermo de his est habendus,
quia proprias habet difficultates. Notavit quoque Aristoteles in textu multa.
Horum ordinem scilicet, cum dixit: his vero determinatis etc.; modos qui et
quot sunt, cum eos expressit et inseruit; variationem eiusdem modi, per
affirmationem et negationem, cum dixit: possibile et non possibile, contingens
et non contingens; necessitatem cum addidit: habent enim multas dubitationes
proprias et cetera. Modal
enunciations are rightly treated after the absolute enunciation, for parts are
naturally prior to the whole, and knowledge of the whole depends on knowledge
of the parts. Moreover, a special discussion of them was necessary because the
modal enunciation has its own peculiar difficulties. Aristotle indicates in his
text many of the things we have taken up here: the order of modal enunciations,
when he says, Having determined these things, etc.; what and how many modes
there are when he expresses and lists them, the variation of the same mode by
affirmation and negation when he says, the possible and not possible,
contingent and not contingent; the necessity of treating them, when he adds,
for they have many difficulties of their own. 7 Deinde cum dicit: nam si eorum
etc., exequitur tractatum de oppositione modalium. Et circa hoc duo facit:
primo, movendo quæstionem arguit ad partes; secundo, determinat veritatem; ibi:
contingit autem et cetera. Est autem dubitatio: an in enunciationibus modalibus
fiat contradictio negatione apposita ad verbum dicti, quod dicit rem; an non,
sed potius negatione apposita ad modum qui qualificat. Et primo, arguit ad
partem affirmativam, quod scilicet addenda sit negatio ad verbum; secundo, ad
partem negativam, quod non apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: videtur autem
et cetera. Then he investigates the opposition of modal enunciations, where he says,
Let us grant that of those things that are combined, contradictories are those
opposed to each other by being related in a certain way according to "to
be” and "not to be,” etc. First, he presents the question and in so doing
gives arguments for the parts; secondly, he determines the truth, where he
says, For it follows from what we have said, either that the same thing is
asserted and denied at once of the same subject, etc. The question with respect
to the opposition of modals is this: Is a contradiction made in modal
enunciations by a negation added to the verb of the dictum, which expresses
what is; or is it not, but rather by a negation added to the mode which
qualifies? Aristotle first argues for the affirmative part, that the negation
must be added to the verb; then he argues for the negative part, that the
negation must not be added to the verb, where he says, However it seems that
the same thing is possible to be and possible not to be, etc. 8 Intendit ergo
primo tale argumentum; si complexorum contradictiones attenduntur penes esse et
non esse (ut patet inductive in enunciationibus substantivis de secundo
adiacente et de tertio, et in adiectivis), contradictionesque omnium hoc modo
sumendæ sunt, contradictoria huius, possibile esse, erit, possibile non esse,
et non illa, non possibile esse. Et
consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam oppositionem in
modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile esse, et, possibile
non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit: nam si eorum, quæ
complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicem sunt oppositæ
contradictiones, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in quarum
una affirmatur esse, et in altera negatur. His first argument is this. If of combined things,
contradictions are those related according to "to be” and "not to be”
(as is clear inductively in substantive enunciations with a second determinant,
in those with a third determinant, and in adjectival enunciations) and all
contradictions must be obtained in this way, the contradictory of
"possible to be” will be "possible not to be,” and not, "not
possible to be.” Consequently, the negation must be added to the verb to get
opposition in modal enunciations. The consequence is clear, for when we say
"possible to be” and possible not to be” the negation falls on "to
be.” Accordingly, he says, Let us grant that of those things that are combined,
i.e., of complex things, contradictions are those opposed to each other which
are disposed according to "to be” and "not to be,” i.e., in one of
which "to be” is affirmed and in the other denied. Et subdit inductionem,
inchoans a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ est, esse hominem,
idest, homo est, negatio est, non esse hominem, ubi verbum negatur, idest, homo
non est; et non est eius negatio ea quæ est, esse non hominem, idest, non homo
est: hæc enim non est negativa, sed affirmativa de subiecto infinito, quæ simul
est vera cum illa prima, scilicet, homo est. He goes on to give an induction,
beginning with an enunciation having a second determinant. The negation of
"Man is,” is, "Man is not,” in which the verb is negated. The
negation of "Man is,” is not, "Non-man is,” for this is not the
negative but the affirmative of the infinite subject, which is true at the same
time as the first enunciation, "Man is.” V. lib. 2 l. 8 n. 10Deinde
prosequitur inductionem in substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est,
esse album hominem idest, ut illius enunciationis, homo est albus, negatio est,
non esse album hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est albus; et non
est negatio illius ea, quæ est, esse non album hominem, idest, homo est non
albus. Hæc enim non est negativa, sed
affirmativa de prædicato infinito. Et quia istæ duæ affirmativæ de prædicato
finito et infinito non possunt de eodem verificari, propterea quia sunt de
prædicatis oppositis, posset aliquis credere quod sint contradictoriæ; et ideo
ad hunc errorem tollendum interponit rationem probantem quod hæ duæ non sunt
contradictoriæ. Est autem ratio
talis. Contradictoriorum talis est natura quod de omnibus aut dictio, idest
affirmatio aut negatio verificatur. Inter contradictoria siquidem nullum potest
inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes, scilicet, est homo albus, et, est
homo non albus, sunt contradictoriæ per se; ergo sunt talis naturæ quod de
omnibus altera verificatur. Et sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo
albus, erit verum dicere de eo, scilicet ligno, esse non album hominem, idest,
lignum est homo non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim neque est
homo albus, neque est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est simul
falsa de eodem, quod non sit inter eas contradictio. Sed contradictio fit quando
negatio apponitur verbo. He continues the induction with substantive
enunciations having a third determinant. The negation of the enunciation
"Man is white” is "Man is not white,” in which the verb is negated.
The negation is not "Man is nonwhite,” for this is not the negative, but
the affirmative of the infinite predicate. Now it might be thought that the
affirmatives of the finite and infinite predicates are contradictories since
they cannot be verified of the same thing because of their opposed predicates.
To obviate this error, Aristotle interposes an argument proving that these two
are not contradictories. The nature of contradictories, he reasons, is such
that either the assertion, i.e., the affirmation, or the negation, is verified
of anything, for between contradictories no middle is possible. Now the two
enunciations, that something "is white man” and "is nonwhite man” are
per se contradictories. Therefore, they are of such a nature that one of them
is verified of anything. For example, it is false to say "is white man” of
wood; hence "is nonwhite man” will be true to say of it, namely of wood,
i.e., "Wood is nonwhite man.” This is manifestly false, for wood is
neither white man nor nonwhite man. Consequently, there is not a contradiction
in the case in which each is at once false of the same subject. Therefore,
contradiction is effected when the negation is added to the verb. 11 Deinde
prosequitur inductionem in enunciationibus adiectivi verbi, dicens: quod si hoc
modo, scilicet supradicto, accipitur contradictio, et in quantiscunque
enunciationibus esse non ponitur explicite, idem faciet quoad oppositionem
sumendam, id quod pro esse dicitur (idest verbum adiectivum, quod locum ipsius
esse tenet, pro quanto, propter eius veritatem in se inclusam, copulæ officium
facit), ut eius enunciationis quæ est, homo ambulat, negatio est, non ea quæ
dicit, non homo ambulat (hæc enim est affirmativa de subiecto infinito), sed
negatio illius est, homo non ambulat; sicut et in illis de verbo substantivo,
negatio verbo addenda erat. Nihil enim differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat,
vel substantivo, homo est ambulans. He continues his induction with enunciations having an
adjective verb: Now if the case is as we have stated it, i.e., contradiction is
taken as said above, then in enunciations in which "to be” is not the
determining word added (explicitly), that which is said in place of "to
be” will effect the same thing with respect to the opposition obtained (i.e.,
the adjective verb that occupies the place of "to be,” inasmuch as the
truth of "to be” is included in it, effects the function of the copula).
For example, the negation of the enunciation "Man walks” is not,
"Non-man walks” (for this is the affirmative of the infinite subject) but
"Man is not walking.” In this case, as in that of the substantive verb,
the negation must be added to the verb, for there is no difference between
using the adjective verb, as in "Man walks,” and using the substantive
verb, as in "Man is walking.” 12 Deinde ponit secundam partem inductionis
dicens: et si hoc modo in omnibus sumenda est contradictio, scilicet, apponendo
negationem ad esse, concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit,
possibile esse, negatio est, possibile non esse, et non illa quæ dicit, non
possibile esse. Patet conclusionis sequela: quia in illa,
possibile non esse, negatio apponitur verbo; in ista autem non. Dixit autem in
principio huius rationis: eorum quæ complectuntur, idest complexorum,
contradictiones fiunt secundum esse et non esse, ad differentiam incomplexorum
quorum oppositio non fit negatione dicente non esse, sed ipsi incomplexo
apposita, ut, homo, et, non homo, legit, et non legit. Then he posits the second
part of the induction: And if this is always the case, i.e., that contradiction
must be gotten by adding the negation to "to be,” we must conclude that
the negation of the enunciation that asserts "Possible to be” is "possible
not to be,” and not, "not possible to be.” The consequent of the
conclusion is evident, for in "possible not to be” the negation is added
to the verb, in "not possible to be,” it is not. At the beginning of this
argument, Aristotle said, Of those things that are combined, i.e., complex
things, the contradictions are effected according to "to be” and "not
to be.” He said this in reference to the difference between complex and
incomplex things, for opposition in the latter is not made by the negation
expressing "not to be,” but by adding the negative to the incomplex thing
itself, as in "man” and "non-man,” "reads” and "non-reads.”
V. lib. 2 l. 8 n. 13Deinde cum dicit: videtur autem idem etc., arguit ad quæstionis
partem negativam (scilicet quod ad sumendam contradictionem in modalibus non
addenda est negatio verbo), tali ratione. Impossibile est duas contradictorias
esse simul veras de eodem; sed supradictæ, scilicet, possibile esse, et,
possibile non esse, simul verificantur de eodem; ergo istæ non sunt
contradictoriæ: igitur contradictio modalium non attenditur penes verbi
negationem. Huius rationis primo ponitur in littera
minor cum sua probatione; secundo maior; tertio conclusio. Minor quidem cum dicit: videtur
autem idem possibile esse, et, non possibile esse. Sicut verbi gratia, omne
quod est possibile dividi est etiam possibile non dividi, et quod est possibile
ambulare est etiam possibile non ambulare. Ratio autem huius minoris est,
quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est possibile ambulare et
dividi), non semper actu est: non enim semper actualiter ambulat, qui ambulare
potest; nec semper actu dividitur, quod dividi potest. Quare inerit etiam negatio possibilis, idest, ergo
non solum possibilis est affirmatio, sed etiam negatio eiusdem. Adverte quod quia possibile est
multiplex, ut infra dicetur, ideo notanter Aristoteles addidit ly sic,
assumens, quod sic possibile est, non semper actu est. Non enim de omni
possibili verum est dicere quod non semper actu est, sed de aliquo, eo scilicet
quod est sic possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota ulterius quod quia
tale possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest actu esse et quod
non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum dicere,
possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod
sit possibile esse; ex eo vero quod non semper actu est, sequitur quod sit
possibile non esse. Quod enim non semper est, potest non esse. Bene ergo
intulit Aristoteles ex his duobus: quare inerit etiam negatio possibilis et non
solum affirmatio; potest igitur et non ambulare, quod est ambulabile, et non
videri, quod est visibile. Maior vero subiungitur, cum ait: at vero impossibile
est de eodem veras esse contradictiones. Infertur quoque ultimo conclusio: non
est igitur ista (scilicet, possibile non esse) negatio illius, quæ dicit,
possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem. Caveto autem ne ex isto textu putes possibile, ut est
modus, debere semper accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra
declarabitur esse falsum; sed considera quod satis fuit intendenti declarare
quod in modalibus non sumitur contradictio ex verbi negatione, afferre
instantiam in una modali, quæ continetur sub modalibus de possibili. When he says, However, it
seems that the same thing is possible to be and possible not to be, etc., he
argues for the negative part of the question, namely, to get a contradiction in
modals the negation should not be added to the verb. His reasoning is the
following: It is impossible for two contradictories to be true at once of the
same subject; but "possible to be” and "possible not to be” are
verified at once of the same thing; therefore, these are not contradictories.
Consequently, contradiction of the modals is not obtained by negation of the
verb. In this reasoning, the minor is posited first, with its proof; secondly,
the major; finally, the conclusion. The minor is: However, it seems that the
same thing is possible to be and possible not to be. For instance, everything
that has the possibility of being divided also has the possibility of not being
divided, and that which has the possibility of walking also has the possibility
of not walking. The proof of this minor is that everything that is possible in
this way (as are possible to walk and to be divided) is not always in act; for
he who is able to walk is not always actually walking, nor is that which can be
divided always divided. And so the negation of the possible will also be
inherent in it, i.e., therefore not only is the affirmation possible but also
the negation. Notice that since the possible is manifold, as will be said
further on, Aristotle explicitly adds "in this way” when he assumes here
that that which is possible is not always in act. For it is not true to say of
every possible that it is not always in act, but only of some, namely, those
that are possible in the way in which to walk and to be divided are possible.
Note also that "possible in this way” has two conditions: that it is able
to be in act, and that it is not always in act. It follows necessarily, then,
that it is true to say of it simultaneously that it is both possible to be and
possible not to be. From the fact that it can be in act it follows that it is possible
to be; from the fact that it is not always in act it follows that it is
possible not to be, for that which not always is, is able not to be. Aristotle,
then, rightly infers from these two: and so the negation of the possible will
also be inherent in it; and not just the affirmation, for that which could walk
could also not walk and that which could be seen not be seen. The major is: But
it is impossible that contradictions in respect to the same thing be true. The
final conclusion inferred is: Therefore, the negation of "possible to be”
is not, "possible not to be” because they are true at once of the same
thing. In relation to this part of the text, be careful not to suppose that
possible as it is a mode, is always to be taken for possible to either of two
alternatives, for this will be shown to be false later on. If you consider the
matter carefully you will see that it was enough for his intention to give as
an instance one modal contained under the modals of the possible in order to show
that contradiction in modals is not obtained by negation of the verb. 14 Deinde cum dicit: contingit
autem unum ex his etc., determinat veritatem huius dubitationis. Et quia duo
petebat, scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi fiat an non, et,
an potius ex negatione modi; ideo primo, determinat veritatem primæ petitionis,
quod scilicet contradictio harum non fit negatione verbi; secundo determinat
veritatem secundæ petitionis, quod scilicet fiat modalium contradictio ex
negatione modi; ibi: est ergo negatioet cetera. Dicit ergo quod propter
supradictas rationes evenit unum ex his duobus, quæ conclusimus determinare,
aut idem ipsum, idest, unum et idem dicere, idest affirmare et negare simul de
eodem: idest, aut quod duo contradictoria simul verificantur de eodem, ut prima
ratio conclusit; aut affirmationes vel negationes modalium, quæ opponuntur
contradictorie, fieri non secundum esse vel non esse, idest, aut contradictio
modalium non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio conclusit. Si ergo illud
est impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul esse vera de
eodem, hoc, scilicet quod contradictio modalium non fiat secundum verbi
negationem, erit magis eligendum. Impossibilia enim semper vitanda sunt. Ex
ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum aliquid obstat. Sed quia
primo obstat impossibilitas quæ acceptari non potest, secundo autem nihil aliud
obstat nisi quod negatio supra enunciationis copulam cadere debet, si negativa
fieri debet enunciatio, et hoc aliter fieri potest quam negando dicti verbum,
ut infra declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio modalium
non fiat secundum negationem verbi, eligendum est: primum vero est omnino
abiiciendum. Aristotle
establishes the truth with respect to this difficulty where he says, For it
follows from what we have said, either that the same thing is asserted and
denied at once of the same subject, etc. Since he is investigating two things,
i.e., whether contradiction of modals is made by the negation of the verb or
not; and, whether it is not rather by negation of the mode, he first determines
the truth in relation to the first question, namely, that contradiction of
modals is not made by negation of the verb; then he determines the truth in
relation to the second, namely, that contradiction of modals is made by
negation of the mode, where he says, Therefore, the negation of "possible
to be” is "not possible to be,” etc. Hence he says that because of the
foresaid reasoning one of these two follows: first, that either the same thing,
i.e., one and the same thing is said, i.e., is asserted and denied at once of
the same subject, i.e., either two contradictories are verified at once of the
same thing, as the first argument concluded; or secondly, that assertions and
denials of modals, which are opposed contradictorily are not made by the
addition of "to be” or "not to be,” i.e., contradiction of modals is
not made by the negation of the verb, as the second argument concluded. If the
former alternative is impossible, namely, that two contradictories can be true
of the same thing at once, the latter, that contradiction of modals is not made
according to negation of the verb, must obtain, for impossible things must
always be avoided. His mode of speaking here indicates that there is some
obstacle to each alternative. But since in the first the obstacle is an
impossibility that cannot be accepted, while in the second the only obstacle is
that the negation must fall upon the copula of the enunciation if a negative
enunciation is to be formed, and this can be done otherwise than by denying the
verb of the dictum, as will be shown later on, then the second alternative must
be chosen, i.e., that the contradiction of modals is not made according to
negation of the verb, and the first alternative is to be rejected. IX. 1.
Determinat ubi ponenda sit negatio ad assumendam modalium contradictionem. Et
circa hoc quatuor facit: primo, determinat veritatem summarie; secundo,
assignat determinatæ veritatis rationem, quæ dicitur rationi ad oppositum inductæ;
ibi: fiunt enim etc.; tertio, explanat eamdem veritatem in omnibus modalibus;
ibi: eius veroetc.; quarto, universalem regulam concludit; ibi: universaliter
vero et cetera. Quia igitur negatio aut verbo aut modo apponenda est, et quod
verbo non addenda est, declaratum est per locum a divisione; concludendo
determinat: est ergo negatio eius quæ est possibile esse, ea quæ est non
possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in enunciationibus de contingenti.
Huius enim, quæ est, contingens esse, negatio est, non contingens esse. Et in
aliis, scilicet de necesse et impossibile idem est iudicium. Aristotle now determines
where the negation must be placed in order to obtain contradiction in modals.
He first determines the truth summarily; secondly, he presents the argument for
the truth of the position, which is also the answer to the reasoning induced
for the opposite position, where he says, For just as "to be” and
"not to be” are the determining additions in the former, and the things
subjected are "white” and "man,” etc.; thirdly, he makes this truth
evident in all the modals, where he says, The negation, then, of "possible
not to be” is "not possible not to be,” etc.; fourthly, he arrives at a
universal rule where he says, And universally, as has been said, "to be”
and "not to be must be posited as the subject, etc. Since the negation
must be added either to the verb or to the mode and it was shown above in
virtue of an argument from division that it is not to be added to the verb, he
concludes: Therefore, the negation of "possible to be” is "not
possible to be”, that is, the mode is negated. The reasoning is the same with
respect to enunciations of the contingent, for the negation of "contingent
to be” is "not contingent to be.” And the judgment is the same in the
others, i.e., the necessary and the impossible. V. lib. 2 l. 9 n. 2Deinde cum
dicit: fiunt enim in illis appositiones etc., subdit huius veritatis rationem
talem. Ad sumendam contradictionem inter aliquas enunciationes oportet ponere
negationem super appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in
modalibus appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo,
ut fiat contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in
littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod
quemadmodum in illis enunciationibus de inesse appositiones, idest
prædicationes, sunt esse et non esse, idest verba significativa esse vel non
esse (verbum enim semper est nota eorum quæ de altero prædicantur), subiective
vero appositionibus res sunt, quibus esse vel non esse apponitur, ut album, cum
dicitur, album est, vel homo, cum dicitur, homo est; eodem modo hoc in loco in
modalibus accidit: esse quidem subiectum fit, idest dictum significans esse vel
non esse subiecti locum tenet; contingere vero et posse oppositiones, idest
modi, prædicationes sunt. Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non
esse veritatem vel falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes
modos. Hoc est enim quod subdit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi
veritatem, quemadmodum in illis esse et non esse, eam determinat. When he says, For just as
"to be” and "not to be” are the determining additions in the former,
and the things subjected are "white” and "man,” etc., he gives the
argument for the truth of his position. To obtain contradiction among any
enunciations the negation must be applied to the determining addition, i.e., to
the word that joins the predicate with the subject; but in modals the
determining additions are the modes; therefore, to get a contradiction in
modals, the negation must be added to the mode. The major of the argument is
subsumed; the minor is stated in Aristotle’s wording by a further similitude to
absolute enunciations. In absolute enunciations the determining additions,
i.e., the predications, are "to be” and "not to be,” i.e., the verb
signifying "to be” or "not to be” (for the verb is always a sign of
those things that are predicated of another). The things subjected to the
determining additions, i.e., to which to be” and "not to be” are applied,
are "white,” in "White is, "or man,” in "Man is.” This
happens in modals in the same way but in a manner appropriate to them. "To
be” is as the subject, i.e., the dictum signifying "to be” or "not to
be” holds the place of the subject; "is possible” and "is
contingent,” i.e., the modes, are the predicates. And just as in absolute
enunciations we determine truth or falsity with "to be” and "not to
be,” so in modals with the modes. He makes this point when he says, determining
additions, i.e., these modes effect truth just as "to be” and "not to
be” determine truth and falsity in the others. 3. Et sic patet responsio ad
argumentum in oppositum primo adductum, concludens quod negatio verbo apponenda
sit, sicut illis de inesse. Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de
dicto sicut enunciatio de inesse, esse vel esse tale, puta esse album de
subiecto, eumdem locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et consequenter super
idem proportionaliter cadit negatio hic et ibi. Eadem enim, ut dictum est,
proportio est modi ad dictum, quæ est verbi ad subiectum. Rursus cum veritas et
falsitas affirmationem et negationem sequantur, penes idem attendenda est
affirmatio vel negatio enunciationis, et veritas vel falsitas eiusdem; sicut
autem in enunciationibus de inesse veritas vel falsitas esse vel non esse
consequitur, ita in modalibus modum. Illa namque modalis est vera quæ sic
modificat dictum sicut dicti compositio patitur, sicut illa de inesse est vera,
quæ sic significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut
ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad veritatem et falsitatem
enunciationis. Adverte quod modos, appositiones, idest, prædicationes vocavit,
sicut esse in illis de inesse, intelligens per modum totum prædicatum
enunciationis modalis, puta, est possibile. In cuius signum modos ipsos
verbaliter protulit dicens: contingere vero et posse appositiones sunt.
Contingit enim et potest, totum prædicatum modalis continent. Thus the response to the
argument for the opposite position, which he gave first, is evident. That
argument concluded that the negation should be added to the verb as it is in
absolute enunciations. But since the modal enunciates a mode of a dictum—as the
absolute enunciation enunciates "to be” or "not to be” such, for
instance, "to be white” of a subject—the mode holds the same place here
that the verb does there. Consequently, the negation falls upon the same thing
proportionally here and there, for the proportion of mode to dictum is the same
as the proportion of verb to subject. Again, since truth and falsity follow
upon affirmation and negation, the affirmation and negation of an enunciation
and its truth and falsity must be controlled by the same thing. In absolute
enunciations truth and falsity follow upon "to be” or "not to be,”
hence in the modals they follow upon the mode; for that modal is true which
modifies the dictum as the composition of the dictum permits, just as that
absolute enunciation is true which signifies that something is as it is.
Therefore, negation is added here to the mode just as it is added there to the
verb, since the power of each is the same with respect to the truth and falsity
of an enunciation. Notice that he calls the modes "determining additions,”
i.e., predications—as "to be” is in absolute enunciations—understanding by
the mode the whole predicate of the modal enunciation, for example, "is
possible.” As a sign of this he expresses the modes themselves verbally when he
says, "is possible” and "is contingent” are determining additions.
For "is contingent” and "is possible” comprise the whole predicate of
the modal enunciation. V. lib. 2 l. 9 n. 4Deinde cum dicit: eius vero quod est
possibile est non esse etc., explanat determinatam veritatem in omnibus
modalibus, scilicet de possibili, et necessario, et impossibili. Contingens
convertitur cum possibili. Et quia quilibet modus facit duas modales
affirmativas, alteram habentem dictum affirmatum, et alteram habentem dictum
negatum; ideo explanat in singulis modis quæ cuiusque affirmationis negatio
sit. Et primo in illis de possibili. Et quia primæ affirmativæ de possibili
(quæ scilicet habet dictum affirmatum) scilicet possibile esse, negatio
assignata fuit, non possibile esse; ideo ad reliquam affirmativam de possibili
transiens ait: eius vero, quæ est possibile non esse (ubi dictum negatur)
negatio est non possibile non esse. Et hoc consequenter probat per hoc quod contradictoria
huius, possibile non esse, aut est, possibile esse, aut illa, quam diximus,
scilicet, non possibile non esse. Sed illa, scilicet, possibile esse, non est
eius contradictoria. Non enim sunt sibi invicem contradicentes, possibile esse,
et, possibile non esse, quia possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese invicem
putabuntur: quoniam, ut supra dictum fuit, idem est, possibile esse, et, non
esse, et consequenter sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse, ita e
contra ad, posse non esse, sequitur, posse esse; sed contradictoria illius,
possibile esse, quæ non potest simul esse vera est, non possibile esse: hæ
enim, ut dictum est, opponuntur. Remanet
ergo quod huius negatio, possibile non esse, sit illa, non possibile non esse:
hæ namque simul nunquam sunt veræ vel falsæ. Dixit quod possibile esse et non
esse sequi se invicem putabuntur, et non dixit quod se invicem consequuntur:
quia secundum veritatem universaliter non sequuntur se, sed particulariter
tantum, ut infra dicetur; propter quod putabitur quod simpliciter se invicem
sequantur. Deinde declarat hoc idem in illis de necessario. Et primo, in
affirmativa habente dictum affirmatum, dicens: similiter eius quæ est,
necessarium esse, negatio non est ea, quæ dicit necessarium non esse, ubi modus
non negatur, sed ea quæ est, non necessarium esse. Deinde subdit de affirmativa
de necessario habente dictum negatum, et ait: eius vero, quæ est, necessarium
non esse, negatio est ea, quæ dicit, non necessarium non esse. Deinde transit
ad illas de impossibili, eumdem ordinem servans, et inquit: et eius, quæ dicit,
impossibile esse, negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non
impossibile esse: ubi iam modus negatur. Alterius vero affirmativæ, quæ est,
impossibile non esse, negatio est ea quæ dicit non impossibile non esse. Et sic semper modo negatio
addenda est. When he says, The negation, then, of "possible not to be” is
[not, "not possible to be” but] "not possible not to be,” etc., he
makes this truth evident in all the modals, i.e., the possible, the necessary,
and the impossible (the contingent being convertible with the possible). And
since any mode makes two modal affirmatives, one having an affirmed dictum and
the other having a negated dictum, he shows what the negation of each
affirmation is in each mode. First he takes those of the possible. The negation
of the first affirmative of the possible (the one with an affirmed dictum),
i.e., "possible to be,” was assigned as "not possible to be.” Hence,
going on to the remaining affirmative of the possible he says, The negation,
then, of "possible not to be” [wherein the dictum is negated] is,
"not possible not to be.” Then he a proves this. The contradictory of
"possible not to be” is either "Possible to be” or "not possible
not to be.” But the former, i.e., "possible to be,” is not the
contradictory of "possible not to be,” for they can be at once true. Hence
they are also thought to follow upon each other, for, as was said above, the
same thing is possible to be and not to be. Consequently, just as
"possible not to be” follows upon "possible to be,” so conversely
"possible to be” follows upon "possible not to be.” But the
contradictory of "possible to be,” which cannot be true at the same time,
is "not possible to be,” for these, as has been said, are opposed.
Therefore, the negation of "possible not to be” is, "not possible not
to be,” for these are never at once true or false. Note that he says, Wherefore
"possible to be” and "possible not to be” would appear to be
consequent to each other, and not that they do follow upon each other, for it
is not true that they follow upon each other universally, but only particularly
(as will be said later); this is the reason they appear to follow upon each
other simply. Then he manifests the same thing in the modals of the necessary,
and first in the affirmative with an affirmed dictum: The case is the same with
respect to the necessary. The negation of "necessary to be” is not,
"necessary not to be” (in which the mode is not negated) but, "not
necessary to be.” Next he adds the affirmative of the necessary with a negated
dictum: and the negation of "necessary not to be is "not necessary
not to be.” Next, he takes up the impossible, keeping the same order. The
negation of "impossible to be” is not, "impossible not to be” but,
"not impossible to be,” in which the mode is negated. The negation of the
other affirmative, "impossible not to be” is "not impossible not to
be.” The negation, therefore, is always added to the mode. V. lib. 2 l. 9 n.
5Deinde cum dicit: universaliter vero etc., concludit regulam universalem
dicens quod, quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet
ponere in modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem hoc, idest
contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo ad suum
eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus negari, qui prius
affirmabatur, si contradictio esse debet. Et exemplariter explanans quomodo hoc
fiat, subdit: et oportet putare has esse oppositas dictiones, idest
affirmationes et negationes in modalibus, possibile et non possibile,
contingens et non contingens. Item cum dixit negationem alio tantum modo ad
modum apponi debere, non exclusit modi copulam, sed dictum. Hoc enim est
singulare in modalibus quod eamdem oppositionem facit, negatio modo addita, et
eius verbo. Contradictorie enim opponitur huic, possibile est esse, non solum
illa, non possibile est esse, sed ista, possibile non est esse; meminit autem
modi potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod
negatio verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali
verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio, semper
negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo: verbo enim modi
carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit necessario; et ideo
semper verbo negatio aptari potest. Quod autem in fine addidit, verum et non
verum, insinuat, præter quatuor prædictos modos, alios inveniri, qui etiam
compositionem enunciationis determinant, puta, verum et non verum, falsum et
non falsum: quos tamen inter modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit,
non proprie modificant. Then he says, And
universally, as has been said, "to be”and "not to be” must be posited
as the subject, and those that produce affirmation and negation must be joined
to "to be” and "not to be,” etc. Here he concludes with the universal
rule. As has been said, the dictums denoting "to be” and "not to be”
must be posited in the modals as subjects, and the one making this an
affirmation and negation, i.e., the opposition of contradiction, must be added
only to the selfsame mode, not to diverse modes, for the selfsame mode which
was previously affirmed must be denied if there is to be a contradiction. He
gives examples of how this is to be done when he adds, And these are the words
that are to be considered opposed, i.e., affirmations and negations in modals,
possible–not possible, contingent–not contingent. Moreover, when he said
elsewhere but in another way that the negation must be applied only to the
mode, he did not exclude the copula of the mode, but the copula of the dictum.
For it is unique to modals that the same opposition is made by adding a
negation to the mode and to its verb. The contradictory of "is possible to
be,” for instance, is not only "is not possible to be,” but also "not
is possible to be.” There are two reasons, however, for his mentioning the mode
rather than the verb: first, for the reason we have just given, namely, so as
to imply that the negation placed after the verb of the mode, the mode having
been put first, accomplishes the same thing as if it were placed before the
modal verb; and secondly, because the modal enunciation is never without a
mode; hence the negation can always be put on the mode. However, it cannot
always be put on the verb of a mode, for the modal enunciation may lack the
verb of a mode as for example in "Socrates runs necessarily,” in which
case the negation can always be adapted to the verb. In adding "true” and
"not true” at the end he implies that besides the four modes mentioned
previously there are others that also determine the composition of the
enunciation, for example, "true” and "not true,” "false” and
"not false”; nevertheless he did not posit these among the modes first
given because, as was shown, they do not properly modify. Postquam determinavit
de oppositione modalium, hic determinare intendit de consequentiis earum. Et
circa hoc duo facit: primo, tradit veritatem; secundo, movet quandam
dubitationem circa determinata; ibi: dubitabit autem et cetera. Circa primum
duo facit: primo, ponit consequentias earum secundum opinionem aliorum;
secundo, examinando et corrigendo dictam opinionem, determinat veritatem; ibi:
ergo impossibile et cetera. Having established the opposition of modals,
Aristotle now intends to determine their consequents. He first presents the
true doctrine; then, he raises a difficulty where he says, But it may be
questioned whether "Possible to be follows upon "necessary to be,”
etc. In presenting the true doctrine, he first posits the consequents of the
opposition of modals according to the opinion of others; secondly, he
determines the truth by examining and correcting their opinion, where he says,
Now the impossible and the not impossible follow contradictorily upon the
contingent and the possible and the not contingent and the not possible, but
inversely, etc. 2 Quoad primum considerandum est quod cum quilibet modus faciat
duas affirmationes, ut dictum fuit, et duabus affirmationibus opponantur duæ
negationes, ut etiam dictum fuit in primo; secundum quemlibet modum fient
quatuor enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et duæ negativæ. Cum autem modi
sint quatuor, efficientur sexdecim modales: quaternarius enim in seipsum ductus
sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes, quælibet cuiusque modi, undecumque
incipias, habet unam tantum cuiusque modi se consequentem, ideo ad assignandas
consequentias modalium, singulas ex singulis modis accipere oportet et ad
consequentiæ ordinem inter se adunare. Before we consider these consequents
according to the opinion of others, we must first note that since any mode
makes two affirmations and there are two negations opposed to these, there will
be four enunciations according to any one mode, two affirmatives and two
negatives. And since there are four modes, there will be sixteen modals. Among
these sixteen, anyone of each mode, from wherever you begin, has only one of
each mode following upon it. Hence, to assign the consequents of the modals, we
have to take one from each mode and arrange them among themselves to form an
order of consequents. V. lib. 2 l. 10 n. 3Et hoc modo fecerunt antiqui, de
quibus inquit Aristoteles: consequentiæ vero fiunt secundum infrascriptum
ordinem, antiquis ita ponentibus. Formaverunt enim quatuor ordines modalium, in
quorum quolibet omnes quæ se consequuntur collocaverunt. Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum Averroe, de
cætero, in quolibet modo, affirmativa de dicto, et modo, affirmativa simplex;
affirmativa autem de modo et negativa de dicto, affirmativa declinata; negativa
vero de modo et non dicto, negativa simplex; negativa autem de utroque,
negativa declinata: ita quod modi affirmationem vel negationem simplicitas,
dicti vero declinatio denominet. Dixerunt ergo antiqui quod affirmationem
simplicem de possibili, scilicet, possibile est esse, sequitur affirmativa
simplex de contingenti, scilicet, contingens est esse (contingens enim
convertitur cum possibili); et negativa simplex de impossibili, scilicet, non
impossibile esse; et similiter negativa simplex de necessario, scilicet, non
necesse est esse. Et hic est primus ordo modalium consequentium se. In secundo
autem dixerunt quod affirmativas declinatas de possibili et contingenti,
scilicet, possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ
declinatæ de necessario et impossibili, scilicet, non necessarium non esse, et,
non impossibile non esse. In tertio vero ordine dixerunt quod negativas
simplices de possibili et contingenti, scilicet, non possibile esse, non
contingens esse, sequuntur affirmativa declinata de necessario, scilicet,
necesse non esse, et affirmativa simplex de impossibili, scilicet, impossibile
esse. In quarto demum ordine dixerunt quod negativas declinatas de possibili et
contingenti, scilicet, non possibile non esse, et, non contingens non esse,
sequuntur affirmativa simplex de necessario, scilicet, necesse esse, et
affirmativa declinata de impossibili, scilicet, impossibile est non esse. The modals were ordered in
this way by the ancients. They disposed them in four orders placing together in
each order those that were a consequent to each other. Aristotle speaks of this
order when he says, Logical consequents follow according to the order in the
table below, which is the way in which the ancients posited them. Henceforth,
however, to avoid confusion let us call the affirmative of dictum and mode in
any one mode, the simple affirmative, as it is by Averroes, among others;
affirmative of mode and negative of dictum, the declined affirmative; negative
of mode and not of dictum, the simple negative; negative of both mode and
dictum, the declined negative. Hence, simplicity of mode designates affirmation
or negation, and so, too, does declination of dictum. The ancients said, then,
that simple affirmation of the contingent, i.e., "contingent to be”
follows upon simple affirmation of the possible, i.e., "Possible to be”
(for the contingent is converted with the possible); the simple negative of the
impossible also follows upon this, i.e., "not impossible to be”; and the
simple negative of the necessary, i.e., "not necessary to be.” This is the
first order of modal consequents. In the second order they said that the
declined negatives of the necessary and impossible, i.e., "not necessary
not to be” and "not impossible not to be,” follow upon the declined
affirmative of the possible and the contingent, i.e., "possible not to be”
and "contingent not to be.” In the third order, according to them, the
declined affirmative of the necessary, i.e., "necessary not to be,” and
the simple affirmative of of the impossible, i.e., "impossible to be,”
follow upon the simple negatives of the possible and the contingent, i.e.,
"not possible to be” and not contingent to be.” Finally, in the fourth
order, the simple affirmative of the necessary, i.e., "necessary to be,”
and the declined affirmative of the impossible, i.e., "impossible not to
be,” follow upon the declined negatives of the possible and the contingent,
i.e., "not possible not to be” and "not contingent not to be.” 4
Consideretur autem ex subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut
clarius elucescat depictum. Consequentiæ enunciationum modalium secundum
quatuor ordines ab antiquis positæ et ordinatæ. (Figura). To make this ordering
more evident, let us consider it with the help of the following table. CONSEQUENTS
OF MODAL ENUNCIATIONS IN THE FOUR ORDERS POSITED AND ORDERED BY THE ANCIENTS
FIRST ORDER It is possible to be It is contingent to be It is not impossible to
be It is not necessary to be SECOND ORDER It is possible not to be It is
contingent not to be It is not impossible not to be It is not necessary not to
be It is not possible to be It is not contingent to be It is impossible to be
It is necessary not to be FOURTH ORDER It is not possible not to be It is not
contingent not to be It is impossible not to be It is necessary to be V. lib. 2
l. 10 n. 5Deinde cum dicit: ergo impossibile et non impossibile etc.,
examinando dictam opinionem, determinat veritatem. Et circa hoc duo facit: quia
primo examinat consequentias earum de impossibili; secundo, illarum de
necessario; ibi: necessarium autem et cetera. Unde ex præmissa opinione
concludens et approbans, dicit: ergo istæ, scilicet, impossibile, et, non
impossibile, sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non
contingens, et, non possibile, sequuntur, inquam, contradictorie, idest ita ut
contradictoriæ de impossibili contradictorias de possibili et contingenti
consequantur, sed conversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem
et negatio negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem
negatio et negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: illud enim quod est
possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur impossibilis,
idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis affirmatio sequitur
impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse, sequitur ista,
impossibile est esse; hæc autem, scilicet, impossibile esse, affirmatio est;
illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio est: hic siquidem modus
negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in quolibet ordine quoad
consequentias illarum de impossibili, quia, ut in suprascripta figura apparet,
semper ex affirmatione possibilis negationem impossibilis, et ex negatione
possibilis affirmationem impossibilis inferunt.When he says, Now the impossible
and the not impossible follow contradictorily upon the contingent and the
possible and the not contingent and the not possible, but inversely, etc., he
determines the truth by examining the foresaid opinion. First, he examines the
consequents of enunciations predicating impossibility; secondly, those
predicating necessity, where he says, Now we must consider how enunciations
predicating necessity are related to these, etc. From the opinion advanced,
then, he concludes with approval that the impossible and the not impossible
follow upon the contingent and the possible and the not contingent and the not
possible, contradictorily, i.e., the contradictories of the impossible follow
upon the contradictories of the possible and the contingent, but inversely,
i.e., not so that affirmation follows upon affirmation and negation upon
negation, but inversely, i.e., negation follows upon affirmation and
affirmation upon negation. He explains this when he says, The negation of
"impossible to be” follows upon "possible to be,” i.e., the negation
of the impossible, i.e., "not impossible to be,” follows upon the
affirmation of the possible, and the affirmation of the impossible follows upon
the negation of the possible. For the affirmation, "impossible to be”
follows upon the negation, "not possible to be.” In the latter the mode is
negated, in the former it is not. Therefore, the ancients were right in saying
that in any order, the consequences of enunciations predicating impossibility
are as follows: from affirmation of the possible, negation of the impossible is
inferred; and from negation of the possible, affirmation of the impossible is
inferred. This is apparent in the diagram. V. lib. 2 l. 10 n. 6Deinde cum
dicit: necessarium autem etc., intendit examinando determinare consequentias de
necessario. Et circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum; secundo,
determinat veritatem intentam; ibi: at vero neque necessarium et cetera. Circa
primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab antiquis
in hac re. Ubi attendendum est quod cum quatuor sint enunciationes de
necessario, ut dictum est, differentes inter se secundum quantitatem et
qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta morem illarum de
inesse; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis contrariis
contradictoriæ, ut patet in hac figura. (Figura). Quia ergo antiqui universales
contrarias bene intulerunt ex aliis, contradictorias autem earum, scilicet
particulares, male intulerunt; ideo dicit quod considerandum restat de his, quæ
sunt de necessario, qualiter se habeant in consequendo illas de possibili et
non possibili. Manifestum est autem ex dicendis quod non
eodem modo istæ de necessario illas de possibili consequuntur, quo easdem
sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de impossibili recte illatæ sunt
ab antiquis. Enunciationes autem de necessario non omnes recte inferuntur: sed
duæ earum, quæ sunt contrariæ, scilicet, necesse est esse, et, necesse est non
esse, sequuntur, idest recta consequentia deducuntur ab antiquis, in tertio
scilicet et quarto ordine; reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non
necesse non esse, et, non necesse esse, quæ sunt contradictoriæ supradictis,
sunt extra consequentias illarum, in secundo scilicet et primo ordine. Unde antiqui in tertio et quarto ordine omnia recte
fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non quoad omnia, sed quoad
enunciationes de necessario tantum. When he says, Now we must consider how enunciations
predicating necessity are related to these, etc., he proposes an examination of
the consequents of enunciations predicating necessity in order to determine the
truth about them. First he examines what was said by the ancients; secondly, he
determines the truth, where he says, But in fact neither " necessary to
be” nor "necessary not to be” follow upon "possible to be,” etc. In
his examination of the ancients, Aristotle makes four points. First, he shows
what was well said by the ancients and what was badly said. It must be noted in
regard to this that, as we have said, there are four enunciations predicating
necessity, which differ among themselves in quantity and quality, and hence
they make up a diagram of opposition in the manner of the absolute
enunciations. Two of them are contrary to each other, and two are contradictory
to these contraries, as is clear in the diagram below. necessary to be
contraries necessary not to be not necessary not to be subcontraries not
necessary to be Now the ancients correctly inferred the universal contraries
from the possibles, contingents, and impossibles, but incorrectly inferred
their contradictories, namely, particulars. This is the reason Aristotle says
that it remains to be considered how enunciations predicating necessity are
related consequentially to the possible and not possible. From what Aristotle
says, it is clear that those predicating necessity do not follow upon the
possibles in the same way as those predicating impossibility follow upon the
possibles, for all of the enunciations predicating impossibility were correctly
inferred by the ancients, but those predicating necessity were not. Two of
them, the contraries, "necessary to be” and "necessary not to be,”
follow, i.e., correct consequents were deduced by the ancients in the third and
fourth orders; the remaining two, "not necessary not to be” and "not
necessary to be,” which are contradictories of the contraries, are outside of
the consequents of these, i.e., in the second and first orders. Hence, the
ancients represented everything correctly in the third and fourth orders, but
in the first and second they erred, not with respect to all things, but only
with respect to enunciations predicating necessity. V. lib. Secundo cum dicit:
non enim est negatio eius etc., respondet cuidam tacitæ obiectioni, qua defendi
posset consequentia enunciationis de necessario in primo ordine ab antiquis
facta. Est autem obiectio tacita talis. Non
possibile esse, et, necesse non esse, convertibiliter se sequuntur in tertio
ordine iam approbato; ergo, possibile esse, et, non necesse esse, invicem se
sequi debent in primo ordine. Tenet consequentia: quia duorum convertibiliter
se sequentium contradictoria mutuo se sequuntur; sed illæ duæ tertii ordinis
convertibiliter se sequuntur, et istæ duæ primi ordinis sunt earum
contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis, scilicet, possibile esse, et, non
necesse esse, mutuo se sequuntur. Huic, inquam, obiectioni respondet
Aristoteles hic interimendo minorem quoad hoc quod assumit, quod scilicet
necessaria primi ordinis et necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde
dicit: non enim est negatio eius quod est, necesse non esse (quæ erat in tertio
ordine), illa quæ dicit, non necesse est esse, quæ sita erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit
utrasque simul esse veras in eodem; quod contradictoriis repugnat. Illud enim
idem, quod est necessarium non esse, non est necessarium esse. Necessarium
siquidem est hominem non esse lignum et non necessarium est hominem esse
lignum. Adverte quod, ut infra patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt
antiqui in primo et tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ),
et deberent esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. Secondly, he says, For the
negation of "necessary not to be” is not "not necessary to be,” since
both may be true of the same subject, etc. Here he replies to a tacit
objection. This reply could be used to defend the consequent of the enunciation
of the necessary made by the ancients in the first order. The tacit objection
is this: "not possible to be” and "necessary not to be” follow
convertibly in the third order which has already been shown to be correct;
therefore, "possible to be” and "not necessary to be” ought to follow
upon each other in the first order. The consequent holds; for the contradictories
of two that convertibly follow upon each other, mutually follow upon each
other; but those two follow upon each other convertibly in the third order and
these two in the first order are their contradictories; therefore, those of the
first order, i.e., "possible to be” and "not necessary to be,”
mutually follow upon each other. Aristotle replies here to this objection by
destroying what was assumed in the minor, i.e., that the necessary of the first
order and the necessary of the third order are contradictories. He says, For
the negation of "necessary not to be” (which is in the third order) is not
"not necessary to be” (which has been placed in the first order). He also
gives the reason: it is possible for both to be true at once of the same
subject, which is repugnant to contradictories. For the same thing which is
necessary not to be, is not necessary to be; for example, it is necessary that
man not be wood and it is not necessary that man be wood. Notice, as will be
clear later, that these two which the ancients posited in the first and third
orders, are subalterns and therefore are at once true, whereas they should be
contradictories; hence the ancients were in error. V. lib. 2 l. 10 n. 8Boethius
autem et Averroes non reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus
particulam, sed narrative utramque simul iungentes. Narrare enim aiunt
Aristotelem qualitatem suprascriptæ figuræ quoad consequentiam illarum de
necessario, postquam narravit quo modo se habuerint illæ de impossibili, et dicere
quod secundum præscriptam figuram non eodem modo sequuntur illas de possibili
illæ de necessario, quo sequuntur illæ de impossibili. Nam contradictorias de possibili contradictoriæ de
impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem de necessario non
dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed potius eas sequi
dicuntur contrariæ de necessario: non inter se contrariæ, sed hoc modo, quod
affirmationem possibilis negatio de necessario sequi dicitur, negationem vero
possibilis non affirmatio de necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria
illi negativæ quæ ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de
necessario contrario. Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex
primo et tertio ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et
extrema sunt, non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt
contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non esse, non
necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed illa
scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius, scilicet, non
necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia sequenti litteræ magis
consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto consentit, et extorte videtur
ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima, iudicio meo, acceptanda est expositio
et ad antiquorum reprehensionem referendus est textus. Boethius and Averroes read
both this and the preceding part of the text, not reprovingly, but as
explanatorily joined together. They say Aristotle explains the quality of the
above table with respect to the consequents of enunciations predicating
necessity after he has explained in what way those predicating impossibility
are related. What Aristotle is saying, then, is that those of the necessary do
not follow those of the possible in the same way as those of the impossible
follow upon the possible. For contradictories of the impossible follow upon
contradictories of the possible, although inversely; but contradictories of the
necessary are not said to follow the contradictories of the possible, but
rather the contraries of the necessary follow upon them. It is not the
contraries among themselves that follow, but contraries in this way: the
negation of the necessary is said to follow upon the affirmation of the
possible; but what follows on the negation of this possible is not the
affirmation of the necessary contradictory to that negative of the necessary
following upon the possible, but the contrary of such an affirmation of the
necessary. That this is the case is evident in the first and third orders. The
sources are negation and affirmation of the possible, and the extremes are
"not necessary to be” and "necessary not to be.” But these are not
contradictories, for the negation of "necessary not to be” is not
"not necessary to be,” for it is possible for them to be at once true of
the same thing. "Necessary not to be” is the contrary of the contradictory
of "not necessary to be,” which contradictory is "necessary to be.”
In my judgment, however, the first exposition should be accepted and this
portion of the text taken as a reproof of the ancients, because the contraries
seem to be explained in a forced way by others, whereas our introduction is
more in accord with what follows in the next part of the text; in addition, it
agrees with Albert’s interpretation. V. lib. 2 l. 10 n. 9Tertio cum dicit:
causa autem cur etc., manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili
modo ad illas de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario.
Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in
primo quam in secundo ordine, et quod simili modo intulerunt illas de
impossibili et necessario. In primo siquidem ordine, sicut posuerunt negativam
simplicem de impossibili, ita posuerunt negativam simplicem de necessario, et
similiter in secundo ordine utranque negativam declinatam locaverunt. Hoc ergo
quare peccatum sit, et causa autem quare necessarium non sequitur possibile,
similiter, idest, eodem modo cum cæteris, scilicet, de impossibili, est,
quoniam impossibile redditur idem valens necessario, idest, æquivalet
necessario, contrarie, idest, contrario modo sumptum, et non eodem modo. Nam
si, hoc esse est impossibile, non inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed,
hoc non esse est necesse. Quia ergo impossibile et necesse mutuo se sequuntur,
quando dicta eorum contrario modo sumuntur, et non quando dicta eorum simili
modo sumuntur, sequitur quod non eodem modo ad possibile se habeant impossibile
et necessarium, sed contrario modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum
affirmatum de impossibili, sequitur dictum negatum de necessario; et e
contrario. Quare autem hoc accidit infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui
quod similes enunciationes de impossibili et necessario in primo et in secundo
ordine locaverunt. Thirdly, he says,
Now the reason why enunciations predicating necessity do not follow in the same
way as the others, etc. Here Aristotle shows why enunciations predicating
impossibility and necessity do not follow in a similar way upon those
predicating possibility. This was the error made by the ancients in both the
first and second orders, for in the first order they posited the simple
negative of the impossible, and in a similar way the simple negative of the
necessary, and in the second order their declined negatives, the reason being
that they inferred those predicating impossibility and necessity in a similar
way. The cause of this error, then, and the reason why enunciations predicating
necessity do not follow the possible in the same way, i.e., in a similar mode,
as the others, i.e., as the impossibles, is that the impossible expresses the
same meaning as the necessary, i.e., is equivalent to the necessary,
contrarily, i.e., taken in a contrary mode, and not in the same mode. For if
something is impossible to be, we do not infer, therefore it is necessary to
be, but it is necessary not to be. Since, therefore, the impossible and
necessary mutually follow each other when their dictums are taken in a contrary
mode—and not when their dictums are taken in a similar mode — it follows that
the impossible and necessary are not related in the same way to the possible,
but in a contrary way. For the negated dictum of the necessary follows upon
that possible which follows the affirmed dictum of the impossible, and
contrarily. Why this is so will be explained later. Therefore, the ancients
erred when they located similar enunciations of the impossible and necessary in
the first and in the second orders. V. lib. 2 l. 10 n. 10 Hinc apparet quod
supra posita nostra expositio conformior est Aristoteli. Cum enim hunc textum
induxerit ad manifestandum illa verba: manifestum est autem quoniam non eodem
modo, etc., eo accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per causam
manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis veræ inter
necessarias et impossibiles in consequendo possibiles, et non dissimilitudinis
falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex vera causa nonnisi verum concluditur.
Ergo reprehendendo antiquos, veram dissimilitudinem inter necessarias, et
impossibiles in consequendo possibiles, quam non servaverunt illi, proposuisse
tunc intelligendum est, et nunc eam manifestasse. Quod autem dissimilitudo
illa, quam antiqui posuerunt inter necessarias et impossibiles, sit falso
posita, ex infra dicendis patebit. Ostendetur enim quod contradictorias de
possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim; et quod in hoc non
differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod modo
diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum est
similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium dictum
est contrarium, ut infra clara luce videbitur. Hence it appears that our
exposition is more in conformity with Aristotle. For he introduced this text to
manifest these words: It is evident that the case here is not the same, etc. By
taking this meaning, then, these words are made clear through the cause.
Moreover, it is evident that here the cause is given of a true dissimilitude
between necessaries and impossibles in following the possibles, and not of a
dissimilitude falsely held by the ancients, for from a true cause only the
truth is concluded. Therefore in reproving the ancients it must be understood
that a true dissimilitude between the necessary and impossible in following the
possible, which they did not beed, has been proposed, and now has been made
manifest. It will be clear from what will be said later that the dissimilitude
posited by the ancients between the necessary and impossible is falsely posited,
for it will be shown that contradictories of the necessary follow
contradictories of the possible inversely, and that in this they do not differ
from enunciations predicating impossibility. They do differ, however, in the
way we have indicated, i.e., the dictum of the possibles and of the impossibles
following on them is similar, but the dictum of the possibles and of the
necessaries following on them is contrary, as will be seen clearly later. V.
lib. 2 l. 10 n. 11 Quarto cum dicit: aut certe impossibile est etc., manifestat
aliud quod proposuerat, scilicet, quod contradictoriæ de necessario male
situatæ sint secundum consequentiam ab antiquis, qui contradictiones necessarii
ita ordinaverunt. In primo ordine posuerunt contradictoriam
negationem, necesse esse, idest, non necesse esse; et in secundo
contradictoriam negationem, necesse non esse, idest, non necesse non esse. Et
probat hunc consequentiæ modum esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia
primi, facile est secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali
ratione ducente ad impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse:
aliter sequeretur non possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile
esse sequitur non impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse, secundum
antiquos, sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de primo ad
ultimum, ad necessarium esse sequitur non necessarium esse: quod est
inconveniens, quia est manifesta implicatio contradictionis. Relinquitur ergo
quod male dictum sit, quod non necessarium esse consequatur in primo ordine.
Ait ergo et certe impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui
posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de
necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de necessario.
Nam ad id quod est, necessarium esse, sequitur, possibile est esse: nam si non,
idest quoniam si hanc negaveris consequentiam, negatio possibilis sequitur
illam, scilicet, necesse esse. Necesse est enim de necessario aut dicere, idest
affirmare possibile, aut negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel
negatio vera. Quare si dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile
esse, sed, non possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit,
impossibile est esse, relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile
esse, et idem erit, necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens.
Bona ergo erat prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est
esse. Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile
esse, ut patet in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile esse,
secundum antiquos eodem primo ordine, sequitur, non necesse est esse (quare
contingit de primo ad ultimum); ad id quod est, necessarium esse, sequitur, non
necessarium esse: quod est inconveniens, immo impossibile. Fourthly, when he says, Or is
it impossible to arrange the contradictions of enunciations predicating
necessity in this way? he manifests another point he had proposed, namely, that
contradictories of enunciations predicating necessity were badly placed
according to consequence by the ancients when they ordered them thus: the
contradictory negation to "necessary to be,” i.e., "not necessary to
be,” in the first order, and the contradictory negation to "necessary not
to be,” i.e., "not necessary not to be,” in the second. Aristotle only
proves that this mode of consequence is incorrect in the first order, for when
this is known the mistake in the second order is readily seen. He does this by
an argument leading to an impossibility. "Possible to be” follows upon
"necessary to be”; otherwise "not possible to be” would follow, which
it manifestly implies. "Not impossible to be” follows upon "possible
to be” as is evident, and, according to the ancients, in the first order,
"not necessary to be” follows upon "not impossible to be.” Therefore,
from first to last, "not necessary to be” follows upon "necessary to
be,” which is inadmissible because there is an obvious implication of
contradiction. Therefore, it is erroneous to say that "not necessary to
be” follows in the first order. He says, then, that in fact it is impossible to
posit contradictions of the necessary according to consequence as the ancients
posited them, i.e., in the first order the contradictory negation of
"necessary to be,” i.e., "not necessary to be” and in the second the
contradictory negation of "necessary not to be,” i.e., "not necessary
not to be.” For "possible to be” follows upon "necessary to be”; if
not, i.e., if you deny this consequence, the negation of the possible follows
upon "necessary to be,” since the possible must either be asserted of the
necessary or denied, the reason being that of anything there is a true
affirmation or a true negation. Therefore, if you say that "possible to
be” does not follow upon "necessary to be,” but "not possible to be”
does follow, then, since the latter is equivalent to the former, i.e.,
"not possible to be” to "impossible to be,” "impossible to be”
follows upon "necessary to be” and the same thing will be "necessary
to be” and "impossible to be,” which cannot be admitted. Consequently, the
first inference was good, i.e., "It is necessary to be, therefore it is
possible to be.” But again, "possible to be” follows upon "not
impossible to be,” as is evident in the first order, and according to the
ancients, "not necessary to be” follows upon "not impossible to be”
in the same first order. Therefore, from first to last we arrive at this:
"not necessary to be” follows upon "necessary to be,” which is
unlikely, not to say impossible. 12
Dubitatur hic: quia in I priorum dicitur quod ad possibile sequitur non
necessarium, hic autem dicitur oppositum. Ad hoc est dicendum quod possibile
sumitur dupliciter. Uno modo in communi, et sic est quoddam superius ad
necessarium et contingens ad utrunque, sicut animal ad hominem et bovem; et sic
ad possibile non sequitur non necessarium, sicut ad animal non sequitur non
homo. Alio modo sumitur possibile pro una parte possibilis in communi, idest
pro possibili seu contingenti, scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse
et non esse; et sic ad possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non
esse, non necessarium est esse, et similiter non necessarium est non esse. Loquimur ergo hic de possibili in communi, ibi vero
in speciali. There is a doubt
about this, for in I Priorum, it is said that the not necessary follows upon
the possible, while here the opposite is said. The possible, however, is taken
in two ways: commonly, and thus it is superior to the necessary and the
contingent to either of two alternatives, as is the case with animal in
relation to man and cow; taken in this way, the not necessary does not follow
upon the possible, just as not-man does not follow upon animal. In another way
the possible is taken for one part of the possible commonly, i.e., for the
possible or contingent to either of two alternatives, namely, for what can be
and not be. The not necessary follows upon the possible taken in this way, for
what can be and not be is not necessary to be, and likewise is not necessary
not to be. In the Prior Analytics, then, Aristotle is speaking of the possible
in particular; here of the possible commonly. Deinde cum dicit: at vero neque
necessarium etc., determinat veritatem intentam. Et circa hoc tria facit:
primo, determinat quæ enunciatio de necessario sequatur ad possibile; secundo,
ordinat consequentias omnium modalium; ibi: sequuntur enim et cetera. Quoad primum, sicut duabus viis
reprehendit antiquos, ita ex illis duobus motivis intentum probat. Et intendit quod, ad possibile esse, sequitur, non
necesse non esse. Primum motivum est per locum a divisione. Ad, possibile esse,
non sequitur (ut probatum est), non necesse esse, at vero neque, necesse esse,
neque, necesse non esse. Reliquum est ergo ut sequatur ad eam, non necesse non
esse: non enim dantur plures enunciationes de necessario. Huius communis
divisionis primo proponit reliqua duo membra excludenda, dicens: at vero neque
necessarium esse, neque necessarium non esse, sequitur ad possibile non esse;
secundo probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc
enim oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrumque horum,
scilicet, necesse esse, et, necesse non esse, minuit possibile esse; ergo, et
cetera. Unde, tacita maiore, ponit minoris probationem dicens: illi enim,
scilicet, possibile esse, utraque, scilicet, esse et non esse, contingit
accidere; horum autem, scilicet, necesse esse et necesse non esse, utrumlibet
verum fuerit, non erunt illa duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in
potentia. Et primum horum
explanans ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse.
Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non esse,
non remanet utrumque, scilicet, esse et non esse, possibile: si enim necesse
est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si necesse est non esse,
possibilitas ad esse removetur. Utrumque ergo istorum minuit illud antecedens,
possibile esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, et cetera. Tertio
subdit conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est
ei quæ dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo ordine.
When he says, But
in fact neither "necessary to be” nor "necessary not to be” follow
upon "possible to be,” etc., he determines the truth. First he determines
which enunciation of the necessary follows upon the possible; secondly, he
orders the consequents of all of the modals, where he says, Thus, these
contradictions also follow in the way indicated, etc. Aristotle has reproved
the ancients in two ways; on the basis of these two he now proves which
enunciation of the necessary follows upon the possible. What he intends to show
is that "not necessary not to be” follows upon "possible to be.” The
first argument is taken from a locus of division. "Not necessary to be”
does not follow upon possible to be” (as has been proved), but neither does
"necessary to be” nor "necessary not to be.” Therefore, "not
necessary not to be” follows upon "possible to be,” since there are no
more enunciations of the necessary. He first proposes the remaining two members
that are to be excluded from this common division: But in fact neither
"necessary to be” nor "necessary not to be” follow upon
"possible to be.” Then he proves this: no formal consequent diminishes its
antecedent, for if it did, the opposite of the consequent would stand with the
antecedent; but both of these, namely, "necessary to be” and
"necessary not to be,” diminish possible to be”; therefore, etc. The major
is therefore implied and he gives the proof of the minor when he says that
"possible to be” admits of two possibilities, namely, "to be” and
"not to be”; but of these, namely, "necessary to be” and
"necessary not to be” (whichever should be true), these two, "to be”
and "not to be,” will not be true at the same time in potency. He explains
the first point thus: when I say "possible to be” it is at once possible
to be and not to be. With respect to the second, he adds: if you should say,
"necessary to be” or "necessary not to be,” both do not remain, i.e.,
possible to be and not to be do not remain, for if a thing is necessary to be,
possibility not to be is excluded, and if it is necessary not to be,
possibility to be is removed. Both of these, then, diminish the antecedent,
possible to be, for it is extended to "to be” and "not to be,” etc.
Thirdly, he concludes: it remains, therefore, that "not necessary not to
be” accompanies "possible to be,” and consequently will have to be placed
in the first order. V. lib. 2 l. 10
n. 14 Occurrit in hac parte dubium circa hoc quod dicit quod, ad possibile non
sequitur necessarium, cum superius dixerit quod ad ipsum non sequitur non
necessarium. Cum enim necessarium et non necessarium sint contradictoria
opposita, et de quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non videtur posse
evadi quin ad possibile sequatur necessarium, vel, non necessarium. Et cum non
sequatur necessarium, sequetur non necessarium, ut dicebant antiqui. Augetur et
dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc usus est tali argumentationis modo,
volens probare quod ad necessarium sequatur possibile. Dixit enim: nam si non
negatio possibilis consequatur. Necesse est enim aut dicere aut negare. A
difficulty arises at this point with respect to his saying that the necessary
does not follow upon the possible, since he has also said that the not necessary
does not follow upon it. For the necessary and the not necessary are opposed
contradictorily, and since of anything there is a true affirmation or negation,
it seems impossible to avoid the conclusion that either the necessary or the
not necessary follows upon the possible; and since the necessary does not
follow, the not necessary must follow, as the ancients said. Furthermore, the
difficulty is augmented by the fact that Aristotle just used such a mode of
argumentation when, to prove that the possible follows upon the necessary, he
said, for if not, the negation will follow; for it is necessary either to
affirm or deny. 15. Pro solutione huius, oportet reminisci habitudinis quæ est
inter possibile et necessarium, quod scilicet possibile est superius ad
necessarium, et attendere quod superius potestate continet suum inferius et
eius oppositum, ita quod neutrum eorum actualiter sibi vindicat, sed utrunque
potest sibi contingere; sicut animali potest accidere homo et non homo: et
consequenter inspicere debes quod, eadem est proportio superioris ad habendum
affirmationem et negationem unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad
affirmativam et negativam futuri contingentis. Utrobique enim neutrum habetur,
et salvatur potentia ad utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec
affirmatio nec negatio est determinate vera, sed sub disiunctione altera est
necessario vera, ut in fine primi conclusum est; ita nec affirmatio nec negatio
inferioris sequitur determinate affirmationem vel negationem superioris, sed
sub disiunctione altera sequitur necessario. Unde non valet, est animal, ergo
est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel non est homo. Quia ergo possibile superius est ad necessarium, ideo
optime determinavit Aristoteles neutram contradictionis partem de necessario
determinate sequi ad possibile. Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra
sequatur; hoc enim est contra illud primum principium: de quolibet est
affirmatio vera vel falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice
responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et inferius non in
potentia sed in actu includit suum superius, necesse est ad inferius determinate
sequi suum superius: aliter determinate sequetur eius contradictorium. Unde per
dissimilem habitudinem, quæ est inter necessarium et possibile et non
possibile, ex una parte, et inter possibile et necessarium et non necessarium,
ex altera parte, ibi optimus fuit processus ad alteram contradictionis partem
determinate, et hic optimus ad neutram determinate. In order to resolve this, we
must recall the relationship between the possible and the necessary, namely,
that the possible is superior to the necessary. Now the superior potentially
contains its own inferior and the opposite of it in such a way that neither of
them is actually appropriated by the superior, but each is possible to it; as
in the case of man and not-man in relation to animal. We must also consider
that the proportion of the superior as related to the affirmation and negation
of one inferior is the same (which is the proportion of some subject to the
affirmative and negative of a future contingent), for it is had by neither of
the two, and the potency to either is kept. Accordingly, as in future
contingents neither the affirmation nor the negation is determinately true, but
under disjunction one is necessarily true (as was concluded at the end of the
first book), so neither the affirmation nor negation of the inferior follows
upon the affirmation or negation of the superior determinately, but under
disjunction one follows necessarily. This, for instance, is not valid: "It
is animal, therefore it is man,” nor is "therefore it is not man” valid, but,
"therefore it is man or it is not man.” Since, then, the possible is
superior to the necessary, Aristotle has correctly determined that neither part
of the contradiction of the necessary determinately follows upon the possible.
However, he has not said that under disjunction neither follows; for this would
be opposed to the first principle, that of anything there is a true or false
affirmation. The response to what was added, beginning with "Furthermore,
the difficulty is augmented,” etc., is based upon the same point. Since the
necessary is inferior to the possible, and the inferior does not include its
superior in potency but in act, the superior must follow determinately upon the
inferior; otherwise the contradiction of it would follow determinately. Hence,
because of the dissimilar relationship between the necessary and the possible
and not possible on the one hand, and between the possible and the necessary
and not necessary on the other, the movement of the earlier argument to one
part of the contradiction determinately was quite right, and the movement here
to neither determinately was quite right. 16. Oritur quoque alia dubitatiuncula. Videtur enim
quod Aristoteles difformiter accipiat ly possibile in præcedenti textu et in
isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut sequitur ad necessarium; hic
videtur accipere ipsum specialiter pro possibili ad utrumlibet, quia dicit quod
possibile est simul potens esse et non esse. Et ad hoc dicendum est quod
uniformiter usus est possibili. Nec eius verba obstant: quoniam et de possibili
in communi verum est dicere quod potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse
et non esse: tum quia quidquid verificatur de suo inferiori, verificatur etiam
de suo superiori, licet non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram
contradictionis partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire
compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum
possibile ad utrunque. There is another
slight difficulty, for it seems that Aristotle takes the possible in a
different way in the preceding text and in this. There he takes it commonly as
it follows upon the necessary; here he seems to take it specifically for the
possible that is indifferent to alternatives, since he says that the possible
is at once possible to be and not to be. But in fact Aristotle has used the
possible uniformly. Nor are his words at variance, for it is also true to say
of the possible as common that it admits of both possibilities, i.e., of
"to be” and "not to be”; first, because whatever is verified of its
inferior is verified also of its superior, although not in the same mode;
secondly, because the possible as common determines neither part of the
contradiction to itself and consequently admits of either happening, although it
does not affirm a potency to each part, as does the possible to either of two
alternatives. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ obiectioni
antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: hoc enim verum est et cetera.
Ubi notandum quod Aristoteles sub illa
maiore adducta pro antiquis (scilicet, convertibiliter se consequentium
contradictoria se mutuo consequuntur), subsumit minorem: sed horum
convertibiliter se sequentium in tertio ordine (scilicet, non possibile esse et
necesse non esse), contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse
(quoniam modi negatione eis opponuntur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile
esse et non necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ sunt ordine. Unde motivum tangens ait: hoc
enim, quod dictum est, verum est, idest verum esse ostenditur, et de necesse
non esse, idest, et ex illius, scilicet, non necesse non esse, opposita, quæ
est, necesse non esse. Vel, hoc enim, scilicet, non necesse non esse, verum
est, scilicet, contradictorium illius de necesse non esse. Et minorem subdens
ait: hæc enim, scilicet, non necesse non esse, fit contradictio eius, quæ
convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et explanans hoc in terminis
subdit. Illud enim, non possibile esse, quod est caput tertii ordinis, sequitur
hoc de impossibili, scilicet, impossibile esse, et hæc de necessario, scilicet,
necesse non esse, cuius negatio seu contradictoria est, non necesse non esse.
Et quia, cæteris paribus, modus negatur, et illa, possibile esse, est
(subauditur) contradictoria illius, scilicet, non possibile; igitur ista duo
mutuo se consequuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non esse,
tamquam contradictoria duorum se mutuo consequentium. The second grounds for
proving the same thing corresponds to the tacit objection of the ancients he
excluded above: For this, he says, is true also with respect to "necessary
to be,” etc. It should be noted here that Aristotle subsumes under the major
cited as a proof for the position of the ancients (namely, contradictories of
consequences convertibly following each other mutually follow upon each other)
this minor: but the contradictories of those following upon each other
convertibly in the third order (i.e., of "not possible to be” and
"necessary not to be”) are "possible to be” and "not necessary
not to be” (for they are opposed to them by negation of mode); therefore, these
two (i.e., "possible to be” and "not necessary not to be”) follow
upon each other and are to be placed in the first order. Hence, with respect to
the basis of the above argument, he says, For this, i.e., what has been said,
is true, i.e., is shown to be true, also with respect to "necessary not to
be,” i.e., of the opposite of "not necessary not to be,” i.e.,
"necessary not to be.” Or, For this, namely, not necessary not to be,” is
true, namely, is the true contradictory of necessary not to be.” He gives the
minor when he says, For "not necessary not to be” is the contradictory of
what follows upon "not possible to be.” Then he states this explicitly:
for "not possible to be,” which is the source of the third order is
followed by this impossible, namely, "impossible to be,” and by this one
of the necessary, namely, "necessary not to be,” of which the negation or
contradictory is "not necessary not to be.” And since, other things being
equal, the mode is negated, and, "possible to be” is (it is understood)
the contradictory of "not possible to be,” therefore, these two mutually
follow upon each other, namely, "possible to be” and "not necessary
not to be,” as contradictories of the two mutually following upon each other. V.
lib. Deinde cum dicit: sequuntur enim etc., ordinat omnes consequentias
modalium secundum opinionem propriam; et ait quod, hæ contradictiones,
scilicet, de necessario, sequuntur illas de possibili, secundum modum prædictum
et approbatum illarum de impossibili. Sicut enim contradictorias de possibili
contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; ita contradictorias
de possibili contradictoriæ de necessario sequuntur conversim: licet in hoc, ut
dictum est, dissimilitudo sit quod, contradictoriarum de possibili et
impossibili similiter est dictum, contradictoriarum autem de possibili et
necessario contrarium est dictum, ut in sequenti videtur figura: consequentiæ
enunciationum modalium secundum quatuor ordines ab Aristotele positæ et
ordinatæ. (Figura). Ubi vides quod nulla est inter Aristotelem et antiquos
differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad illas de necessario. Præpostero namque situ usi sunt antiqui, eam de
necessario, quæ locanda erat in primo ordine, in secundo ponentes, et eam quæ
in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et aspice quoque quod
convertibiliter se consequentium semper contradictoria se consequi ordinavit.
Singulis enim tertii ordinis singulæ primi ordinis contradictoriæ sunt; et
similiter singulæ quarti ordinis singulis, quæ in secundo sunt, contradictoriæ
sunt. Quod antiqui non
observarunt. When he says, Thus, these contradictions also follow in the way
indicated, etc., he orders all of the consequents of modals according to his
own opinion. He says, then, that these contradictions, namely, of the
necessary, follow those of the possible, according to the foresaid and approved
mode of those of the impossible. For just as contradictories of the impossible
follow upon contradictories of the possible, although inversely, so
contradictories of the necessary follow contradictories of the possible
inversely. In the latter, however, as has been said, there is a dissimilarity
in that the dictum of the contradictories of the possible and impossible is
similar, but the dictum of the contradictories of the possible and necessary is
contrary. This can be seen in the following table. CONSEQUENTS OF MODAL
ENUNCIATIONS POSITED AND ORDERED BY ARISTOTLE ACCORDING TO FOUR ORDERS FIRST
ORDER It is possible to be It is contingent to be It is not impossible to be It
is not necessary to be SECOND ORDER It is possible not to be It is contingent
not to be It is not impossible not to be It is not necessary not to be It is
not possible to be It is not contingent to be It is impossible to be It is
necessary not to be FOURTH ORDER It is not possible not to be It is not
contingent not to be It is impossible not to be It is necessary to be Here you
see that there is no difference between Aristotle and the ancients except in
the first two orders with respect to those of the necessary. The ancients
inverted the position of these, placing the necessary that should have been
placed in the first order in the second order, and the one that should have
been in the second in the first. Notice, too, that he has ordered them in such
a way that the contradictories of those following upon each other convertibly,
always follow each other, for each one in the first order is the contradictory
of each one in the third order, and similarly, each of the fourth order the
contradictory of each in the second. This the ancients did not observe.
Postquam Aristoteles declaravit modalium consequentias, hic movet quandam
dubitationem circa unum eorum quæ determinata sunt, scilicet quod possibile
sequitur ad necesse. Et duo facit: quia primo dubitationem absolvit; secundo,
ex determinata quæstione alium ordinem earumdem consequentiarum modalibus
statuit; ibi: et est fortasse et cetera. Circa primum duo facit: primo, movet
quæstionem; secundo, determinat eam; ibi: manifestum est et cetera. Movet ergo
quæstionem: primo dicens: dubitabit autem aliquis si ad id quod est necesse
esse sequatur possibile esse; et secundo, arguit ad partem affirmativam
subdens: nam si non sequatur, contradictoria eius sequetur, scilicet non
possibile esse, ut supra deductum est: quia de quolibet est affirmatio vel
negatio vera. Et si quis dicat hanc, scilicet, non possibile esse, non esse
contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea subterfugiendum
velit argumentum, et dicere quod neutra harum sequitur ad necesse esse; talis
licet falsum dicat, tamen concedatur sibi, quoniam necesse erit ipsum dicere
illius contradictoriam fore, possibile non esse. Oportet namque aut non
possibile esse aut possibile non esse, esse contradictoriam, possibile esse; et
tunc in eumdem redibit errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse
et possibile non esse, falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter ad ipsum neutra sequi potest. Nulla
enim enunciatio sequitur ad illam, cuius veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad
necesse esse sequitur possibile esse. Now that he has explained the consequents
of modals, Aristotle raises a question about one of the points that has already
been determined, namely, that the possible follows upon the necessary. He first
raises the question and then settles it where he says, It is evident by now
that not every possibility of being or walking is one that admits of opposites,
etc. Secondly, he establishes another order of the same consequents from the
determination of the present question, where he says Indeed the necessary and
not necessary may well be the principle of all that is or is not, etc. First,
then, he raises the question: But it may be questioned whether "Possible
to be follows upon "necessary to be.” Secondly, he argues to the
affirmative part: Yet if not, the contradictory, "not possible to be,”
would have to follow, as was deduced earlier, for either the affirmation or the
negation is true of anything. And if someone should say "not possible to
be” is not the contradictory of "possible to be,” because he wants to
avoid the conclusion by saying that neither of these follows upon
"necessary to be,” this may be conceded, although what he says is false.
But then he will have to say that the contradictory of "possible to be” is
"possible not to be,” for the contradictory of "possible to be” has
to be either "not possible to be” or "possible not to be.” But if he
says this, he will fall into another error, for it is false to say it is not
possible to be of that which is necessary to be, and it is false to say it is
possible not to be. Consequently, neither follows upon it, for no enunciation
follows upon an enunciation whose truth it destroys. Therefore, "possible
to be” follows upon "necessary to be.” 2. Tertio, arguit ad partem
negativam cum subdit: at vero rursus etc., et intendit talem rationem. Si ad necesse esse sequitur possibile esse, cum ad
possibile sequatur possibile non esse (per conversionem in oppositam
qualitatem, ut dicitur in I priorum, quia idem est possibile esse et non esse),
sequetur de primo ad ultimum quod necesse est possibile non esse: quod est
falsum manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: at vero rursus videtur
idem possibile esse et non esse, ut domus, et possibile incidi et non incidi,
ut vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse, erit contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo
hypothesis illa, scilicet, quod possibile sequatur ad necesse, est falsa.
Thirdly, he argues to the negative part where he says, On the other hand, it
seems possible for the same thing to be cut and not to be cut, etc. His
argument is as follows: If "possible to be” follows upon "necessary
to be,” then, since "possible not to be” follows upon the possible
(through conversion to the opposite quality, as is said in I Priorum, for the
same thing is possible to be and not to be), from first to last it will follow
that the necessary is possible not to be, which is clearly false. In this
argument, Aristotle supplies a hypothesis opposed to the position that possible
to be follows upon necessary to be: On the other hand, it seems possible for
the same thing to be cut and not to be cut, for instance a garment, and to be
and not to be, for instance a house. Therefore, from first to last, necessary
to be will be possible not to be. But this is false. Therefore, the hypothesis
that the possible follows upon the necessary is false. 3. Deinde cum dicit:
manifestum est autemetc., respondet dubitationi. Et primo, declarat veritatem
simpliciter; secundo, applicat ad propositum; ibi: hoc igitur possibile et
cetera. Proponit ergo primo ipsam veritatem
declarandam, dicens: manifestum est autem, ex dicendis, quod non omne possibile
esse vel ambulare, idest operari: idest, non omne possibile secundum actum
primum vel secundum ad opposita valet, idest ad opposita viam habet, sed est
invenire aliqua possibilia, in quibus non sit verum dicere quod possunt in
opposita. Deinde, quia possibile a potentia nascitur, manifestat qualiter se
habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim clarum erit quomodo possibile se
habeat ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo manifestat hoc in potentiis
eiusdem rationis; secundo, in his quæ æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: quædam
vero potentiæ et cetera. Circa primum tria facit: quia primo manifestat
qualiter potentia irrationalis se habeat ad opposita; et ait quod potentia
irrationalis non potest in opposita. When he says, It is evident by now that not every possibility
of being or walking, etc., he answers the question he proposed. First, he
manifests the truth simply, then applies it to the question where he says, So
it is not true to say the latter possible of what is necessary simply, etc.
First, then, he proposes the truth he is going to explain: It is evident by now
that not every possibility of being or walking, i.e., of operating; that is,
not everything possible according to first or second act admits of opposites,
i.e., has access to opposites; there are some possibles of which it is not true
to say that they are capable of opposites. Then, since the possible arises from
potency, he manifests how potency is related to opposites; for it will be clear
from this bow the possible is related to opposites. First he manifests this in
potencies having the same notion; secondly, in those that are called potencies
equivocally where he says, But some are called potentialities equivocally, etc.
With respect to the way in which potencies of the same specific notion are
related to opposites, he does three things. First of all he manifests how an
irrational potency is related to opposites; an irrational potency, he says, is
not a potency that is capable of opposites. V. lib. 2 l. 11 n. 4Ubi notandum
est quod, sicut dicitur IX Metaphys., potentia activa, cum nihil aliud sit quam
principium quo in aliud agimus, dividitur in potentiam rationalem et
irrationalem. Potentia rationalis est, quæ cum ratione et electione operatur;
sicut ars medicinæ, qua medicus cognoscens quid sanando expediat infirmo, et
volens applicat remedia. Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex
ratione et libertate operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor
ignis potentia irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed
ut natura sua exigit. Assignatur autem
ibidem duplex differentia proposito deserviens inter istas potentias. Prima est
quod activa potentia irrationalis non potest duo opposita, sed est determinata
ad unum oppositorum, sive sumatur oppositum contradictorie sive contrarie.
Verbi gratia: calor non potest calefacere et non calefacere, quæ sunt
contradictorie opposita, neque potest calefacere et frigefacere, quæ sunt
contraria, sed ad calefactionem determinatus est. Et hoc intellige per se, quia
per accidens calor frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum
scilicet, vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere
per accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis potest
in opposita et contradictorie et contrarie. Arte siquidem medicinæ potest
medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ sunt contradictoria; et adhibere
remedia sana et nociva, quæ sunt contraria. Secunda differentia est quod
potentia activa irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis
impedimentis: calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si
nihil impediat; potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario
operatur: præsente siquidem infirmo, non cogitur medicus remedia adhibere. It must be noted in this
connection that active potency, since it is the principle by which we act on
something else, is divided into rational and irrational potency, as is said in
IX Metaphysicæ [2: 1046a 36]. Rational potency operates in connection with
reason and choice; for example, the art of medicine by which the physician,
knowing and willing what is expedient in healing an illness, applies a remedy.
Irrational potency operates according to its own natural disposition, not
according to reason and liberty; for example, the heat of fire is an irrational
potency, because it heats, not as it knows and wills, but as its nature
requires. In the Metaphysics, a twofold difference between these potencies is
assigned which is relevant here. The first is that an irrational active potency
is not capable of two opposites, but is determined to one opposite, whether
"opposite” is taken contradictorily or contrarily; e.g., heat cannot heat
and not heat, which are opposed contradictorily; nor can it heat and cool,
which are contraries, but is deter mined to heating. Understand this per se,
for heat can cool accidentally, either by destroying the matter of heat,
namely, the humid, or through alternation of the contrary. It also has the
potentiality not to heat accidentally, if that which can be heated is lacking.
A rational potency, on the other hand, is capable of opposites, both
contradictorily and contrarily; for by the art of medicine the physician can
employ a remedy and not employ it, which are contradictories, and employ healing
and harmful remedies, which are contraries. The second difference is that an
irrational active potency necessarily operates when a subject is present and
impediments are with drawn; for heat necessarily heats when a subject that can
be heated is present, and nothing impedes it. A rational potency, however, does
not necessarily operate when a subject is present; e.g., when a sick man is
present the physician is not forced to employ a remedy. 5. Dimittantur autem
metaphysico harum differentiarum rationes et ad textum redeamus. Ubi narrans
quomodo se habeat potentia irrationalis ad oppositum, ait: et primum quidem,
scilicet, non est verum dicere quod sit potentia ad opposita in his quæ possunt
non secundum rationem, idest, in his quorum posse est per potentias
irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et habet
vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem non potest frigefacere; neque in eius
potestate est calefacere et non calefacere. Quod autem dixit primum ordinem,
nota, ad secundum genus possibilis infra dicendum, in quo etiam non invenitur
potentia ad opposita. The reasons for
these differences are given in the Metaphysics, but let us return to the text.
Explaining bow an irrational potency is related to opposites, he says, First of
all, this is not true, i.e., it is not true to say that there is a potency to opposites
in those which are not according to reason, i.e., whose power is through
irrational potencies; as fire which is calefactive, i.e., capable of heating,
has this power, i.e., this irrational potentiality, since it is not able to
cool, nor is it in its power 4 to heat and not to heat. Note that he speaks
here of a first kind. This is in relation to a second genus of the possible
which he will speak of later, in which there is not a potency to opposites
either. 6. Secundo, manifestat quomodo potentia
rationalis se habeat ad opposita, intendens quod potentia rationalis potest in
opposita. Unde subdit: ergo potestates secundum rationem, idest rationales,
ipsæ eædem sunt contrariorum, non solum duorum, sed etiam plurimorum, ut arte
medicinæ medicus plurima iuga contrariorum adhibere potest, et a multarum
operationum contradictionibus abstinere potest. Præposuit autem ly ergo, ut hoc
consequi ex dictis insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint proprietates,
et potentia irrationalis ex eo quod irrationalis ad opposita non se extendat;
oportet potentiam rationalem ad opposita viam habere, eo quod rationalis sit. Secondly, he shows how a
rational potency is related to opposites, i.e., it is capable of opposites:
Therefore potentialities that are in conjunction with reason, i.e., rational
potencies, are capable of contraries, not only of two, but even of many; for
example, a physician by the art of medicine can employ many pairs of contraries
and he can abstain from doing or not doing many things. He begins with
"therefore” so as to imply that this follows from what has been said.”’
The argument would be: properties of opposites are opposites; an irrational potency,
because it is irrational, does not extend itself to opposites; therefore a
rational potency, because it is rational, has access to opposites. V. lib. Tertio, explanat id quod
dixit de potentiis irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et
intendit quod illud quod dixit de potentia irrationali, scilicet quod non
potest in opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. Ubi nota quod potentia irrationalis dividitur in
potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ est
principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in posse
calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis irrationalibus verum est quod non
possunt in opposita, ut declaratum est; in potentiis autem passivis non est
verum. Illud enim quod potest calefieri, potest etiam frigefieri, quia eadem
est materia, seu potentia passiva contrariorum, ut dicitur in II de cælo et
mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum privationis et formæ,
ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando, ait: irrationales vero
potentiæ non omnes a posse in opposita excludi intelligendæ sunt, sed illæ quæ
sunt quemadmodum potentia ignis calefactiva (ignem enim non posse non
calefacere manifestum est), et universaliter, quæcunque alia sunt talis
potentiæ, quod semper agunt, idest quod quantum est ex se non possunt non
agere, sed ad semper agendum ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt,
ut declaravimus, omnes potentiæ activæ irrationales. Alia vero sunt talis
conditionis quod etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas,
simul possunt in quædam opposita, ut ær potest calefieri et frigefieri. Quod
vero ait, simul, cadit supra ly possunt, et non supra ly opposita; et est
sensus, quod simul aliquid habet potentiam passivam ad utrunque oppositorum, et
non quod habeat potentiam passivam ad utrunque oppositorum simul habendum.
Opposita namque impossibile est haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod
in huiusmodi est simultas potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis
igitur potentia non secundum totum suum ambitum a posse in opposita excluditur,
sed secundum partem eius, secundum potentias scilicet activas. Thirdly, he explains what he
has said about irrational potencies. He will assign the reason for doing this
later. He makes the point that what he has said about irrational potentiality,
i.e., that it is not capable of opposites, is not true universally, but
particularly. It should be noted here that irrational potency is divided into
active potency, which is the principle of acting, and passive potency, which is
the principle of being acted upon; e.g., potency to heat is divided into
potentiality to heat and potentiality to be heated. Now it is true that active
irrational potencies are not capable of opposites, as was explained. This is
not true, however, of passive potencies, for what can be heated can also be
cooled, because the mat ter is the same, i.e., the passive potency of
contraries, as is said in II De cælo et mundo [7: 286a 23]. It can also not be
heated, since the subject of privation and of form is the same, as is said in I
Physic [7: 189b 32]. Therefore, in explaining about irrational potencies, he
says, But not all irrational potentialities should be understood to be excluded
from the capacity of opposites. Those like the potentiality of fire to heat are
to be excluded (for it is evident that fire cannot not heat) I and universally,
whatever others are potencies of such a kind that they always act, i.e., the
ones that of themselves cannot not act, but are necessitated by their form
always to act. All active irrational potencies are of this kind, as we have
explained. There are others, however, of such a condition that even though they
are irrational potencies (i.e., passive) are simultaneously capable of certain
opposites; for example, air can be heated and cooled. "Simultaneously”
modifies "are capable” and not "opposites.” What he means is that the
thing simultaneously has a passive potency to each opposite, and not that it
has a passive potency to have both opposites simultaneously, for it is
impossible to have opposites at one and the same time. Hence it is customary
and correct to say that in these there is simultaneity of potency, not potency
of simultaneity. Therefore, irrational potency is excluded from the capacity of
opposites, not completely, but according to its part, namely, according to
active potencies. Quia autem videbatur superflue addidisse differentias inter
activas et passivas irrationales, quia sat erat proposito ostendisse quod non
omnis potentia oppositorum est; ideo subdit quod hoc idcirco dictum est, ut
notum fiat quoniam nedum non omnis potestas oppositorum est, loquendo de
potentia communissime, sed neque quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem
speciem ad opposita possunt. Potentiæ siquidem irrationales omnes sub una
specie irrationalis potentiæ concluduntur, et tamen non omnes in opposita
possunt, sed passive tantum. Non
supervacanea ergo fuit differentia inter passivas et activas irrationales, sed
necessaria ad declarandum quod non omnes potentiæ eiusdem speciei possunt in
opposita. Potest et ly hoc
demonstrare utranque differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales,
et inter irrationales activas et passivas inter se; et tunc est sensus, quod
hoc ideo fecimus, ut ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet
secundum eamdem rationem potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest in
aliquid ut rationalis et irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ sub
eadem specie continetur, ut irrationalis activa et passiva sub specie
irrationalis, ad opposita potest. Because it might seem superfluous to have added the
differences between active and passive irrational potencies, since enough had
already been said to show that not every potency is of opposites, Aristotle
gives the reason for this. It was not only to make it known that not every
potency is of opposites, speaking of potency most commonly, but also that not
all that are called potencies according to the same species are capable of
opposites. For all irrational potencies are included under one species of
irrational potency, and yet not all are capable of opposites, but only the
passive potencies. It was not superfluous, therefore, to point out the
difference between passive and active irrational potencies, since this was
necessary in order to show that not all potencies of the same species are
capable of opposites. " This” in the phrase "this has been said”
could designate each difference, the one between rational and irrational
potencies, and the one between active and passive irrational potencies. The
meaning is, then, that we have said this to show that not every potentiality
which is said according to the same notion of physical power—namely, because it
can be in something as rational and irrational—not even every potentiality
which is contained under the same species, as active and passive under the
species irrational, is capable of opposites. Intendit declarare quomodo illæ quæ æquivocæ dicuntur
potentiæ, se habeant ad opposita. Et circa hoc duo facit: primo, declarat
naturam talis potentiæ; secundo, ponit differentiam et convenientiam inter
ipsas et supradictas, ibi: et hæc quidem et cetera. Ad evidentiam primi
advertendum est quod V et IX Metaphys., Aristoteles dividit potentiam in
potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in potentias, quæ non ea
ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce
potentias. Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ,
et rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam
activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt, quia scilicet
est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub secundo autem
membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et logicales. Mathematica potentia
est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et eo quod in semetipsam ducta
quadratum constituit. Logica potentia
est, qua duo termini coniungi absque contradictione in enunciatione possunt.
Sub logica quoque potentia continetur quæ ea ratione potentia dicitur, quia
est. Hæ vero merito æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ nullam
virtutem activam vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis dicitur,
non ea ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad hoc agendum
vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad opposita sint
activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur ad opposita non se
habent. De his ergo loquens
ait: quædam vero potestates æquivocæ sunt, et ideo ad opposita non se habent. Aristotle now proposes to
show in what way potencies that are called equivocal are related to opposites.
He first explains the nature of this kind of potency, and then gives the
difference and agreement all between these and the foresaid, where he says, This
latter potentiality is only in that which is movable, but the former is also in
the immovable, etc. In V and IX Metaphysicæ [V, 12: 1019a 15; 12, 1: 1046a 4],
Aristotle divides potency into those that are called potencies for the same
reason, and those that have the name potency for another reason than the
aforesaid potencies. The latter are named "potencies” equivocally. Under
the first member are included all active and passive, rational and irrational
potencies, for whatever are said to be possible through the active or passive
potency they have, are potencies for the same reason, i.e., because there is in
them the originative force of something active or passive. Mathematical and
logical potencies are included under the second member of this division. That
by which a line can lead to a square we call a mathematical potency, for a line
constitutes a square when protracted back to itself. That by which two terms
can be joined in an enunciation without contradiction is a logical potency.
Logical potency also comprises that which is called "potency” because it
is. The latter [mathematical and logical potencies] are named from the former
equivocally because they predicate no active or passive capacity; and what is
said to be possible in these ways is not termed possible in virtue of having
the capacity to do or undergo as in the first case. Hence, since the potencies
related to opposites are active or passive, the ones that are called
potentialities equivocally are not related to opposites. These, then, are the
potencies he speaks of when he says But some are called potentialities
equivocally, and therefore they are not related to opposites. V. lib. 2 l. 12 n. 2Deinde declarans qualis sit ista
potestas æquivoce dicta, subdit divisionem usitatam possibilis per quam hoc
scitur, dicens: possibile enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur
possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut, possibile
est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest universaliter possibile est
esse, quoniam est actu iam quod possibile dicitur. Secundo modo autem possibile
dicitur aliquid non ea ratione quia est actualiter, sed quia forsitan aget,
idest quia potest agere; ut possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi
advertendum est quod ex divisione bimembri possibilis divisionem supra positam
potentiæ declaravit a posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo
siquidem membro possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem
potentias univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod quia
possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est. Declaravit autem
potestates æquivocas ex uno earum membro tantum, scilicet ex his quæ dicuntur
possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo proposito. To clarify the kind of
potency that is called equivocal, he gives the usual division of the possible
through which this is known. "Possible,” he says, is not said in one way,
but in two. Something is said to be possible because it is true as in act,
i.e., inasmuch as it actually is; for example, it is possible to walk when one
is already walking, and in gene eral, i.e., universally, that is said to be
possible which is possible to be because it is already in act. Something is
said to be possible in the second way, not because it actually is, but because
it is about to act, i.e., because it can act; for instance, it is possible for
someone to walk because be is about to walk. Notice here that by this
two-membered division of the possible he makes the division of potency posited
above evident a posteriori, for the possible is named from potency. Under the
first member of the possible he signifies potencies equivocally; under the
second, potencies univocally, i.e., active and passive potencies. He means to
show, then, that since possible is said in two ways, potentiality is also
twofold. He explains equivocal potentialities in terms of only one member,
namely, those that are called possible because they are, since this was
sufficient for his purpose. V. lib. Deinde cum dicit: et hæc quidem etc., assignat
differentiam inter utranque potentiam, et ait quod potentia hæc ultimo dicta
physica, est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles; illa autem est et in rebus
mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a potentia dictum eo quod possit
agere, non tamen agit, inveniri non potest absque mutabilitate eius, quod sic
posse dicitur. Si enim nunc potest agere et non agit, si agere debet, oportet
quod mPombaur de otio ad operationem. Id autem quod possibile dicitur eo quod
est, nullam mutabilitatem exigit in eo quod sic possibile dicitur. Esse namque
in actu, quod talem possibilitatem fundat, invenitur et in rebus necessariis,
et in immutabilibus, et in rebus mobilibus. Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius
est illo quod physicum appellari solet. When he says, This latter potentiality
is only in that which is movable, but the former is also in the immovable,
etc., he specifies the difference between each potency. This last potency, he
says, [possible because it can be] which is called physical potency, is only in
things that are movable; but the former is in movable and immovable things. The
possible that is named from the potency which can act, but is not yet acting,
cannot be found without the mutability of that which is said to be possible in
this way. For if that which can act now and is not acting, should act, it is
necessary that it be changed from rest to operation. On the other hand, that
which is called possible because it is, requires no mutability in that which is
said to be possible in this way, for to be in act, which is the basis of such a
possibility, is found in necessary things, in immutable things, and in mobile
things. Therefore, the possible which is called logical, is more common than
the one we customarily call physical. V. lib. Deinde subdit convenientiam inter
utrunque possibile, dicens quod in utrisque potestatibus et possibilibus verum
est non impossibile esse, scilicet, ipsum ambulare, quod iam actu ambulat seu
agit, et quod iam ambulabile est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur
possibile ex eo quod actu est, sive ex eo quod potest esse, de utroque
verificatur non impossibile; et consequenter necessario verificatur possibile,
quoniam ad non impossibile sequitur possibile. Hoc est secundum genus
possibilis, respectu cuius Aristoteles supra dixit: et primum quidem etc., in
quo non invenitur via ad utrunque oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod
iam actu est. Quod enim tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex
eo quod actu esse suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile
est, sive loquamur de possibili physice, sive logice.Then he shows that there
is a correspondence between these possibles when he adds that not impossible to
be is true of both of these potentialities and possibles, e.g., to walk is not
impossible for that which is already walking in act, i.e., acting, and it is
not impossible for that which could now walk; that is, they agree in that not
impossible is verified of both—of either what is said to be possible from the
fact that it is in act or of what is said to be possible from the fact that it
could be. Consequently, the necessary is verified as possible, for possible
follows upon not impossible. The possible that is already in act is the second
genus of the possible in which access is not found to both opposites, of which
Aristotle spoke when he said, First of all this is not true of the
potentialities which are not according to reason, etc. For that which is said
to be possible because it is already in act is already determined, since it is
supposed as being in act. Therefore, not every possible is the possible of
alternatives, whether we speak of the physical possible or the logical. V. lib. Deinde cum dicit: sic igitur possibile etc.,
applicat determinatam veritatem ad propositum. Et primo, concludendo ex dictis,
declarat habitudinem utriusque possibilis ad necessarium, dicens quod hoc ergo
possibile, scilicet physicum quod est in solis mobilibus, non est verum dicere
et prædicare de necessario simpliciter: quia quod simpliciter necessarium est,
non potest aliter esse. Possibile autem physicum potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit
autem ly simpliciter, quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad
bene esse, quoddam ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed
solummodo id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui
non perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De tali enim necessario possibile physicum non
verificatur. Alterum autem possibile logicum, quod in rebus immobilibus
invenitur, verum est de illo enunciare, quoniam nihil necessitatis adimit. Et
per hoc solvitur ratio inducta ad partem negativam quæstionis. Peccabat
siquidem in hoc, quod ex necessario inferebat possibile ad utrunque quod
convertitur in oppositam qualitatem. When he says, So it is not true to say the latter
possible of what is necessary simply, etc., he applies the truth he has
determined to what has been proposed. First, by way of a conclusion from what
has been said, he shows the relationship of each possible to the necessary. So,
he says, it is not true to say and predicate this possible, namely physical,
which is only in mobile things, of the necessary simply, because what is
necessary simply cannot be otherwise. The physical possible, however, can be
thus and otherwise, as has been said. He adds "simply” because the
necessary is manifold. There is the necessary for well-being and there is also
the necessary from supposition, but it is not our business to treat these, only
to indicate them. In order, then, to avoid the modes of the necessary that do
not have the notion of the necessary perfectly and in every way, he adds
"simply.” Now the physical possible is not verified of this kind of
necessary [i.e., of the necessary simply], but it is true to enunciate the
logical possible, the one found in immovable things, of the necessary, since it
takes away nothing of the necessity. The argument introduced for the negative
part of this question”’ is destroyed by this. The error in that argument was
the inference—by way of conversion into the opposite quality—of the possible to
both alternatives from the necessary. V. lib. Deinde respondet quæstioni
formaliter intendens quod affirmativa pars quæstionis tenenda sit, quod
scilicet ad necessarium sequitur possibile; et assignat causam. Quia ad partem
subiectivam sequitur constructive suum totum universale; sed necessarium est
pars subiectiva possibilis: quia possibile dividitur in logicum et physicum, et
sub logico comprehenditur necessarium; ergo ad necessarium sequitur possibile.
Unde dicit: quare, quoniam partem, scilicet subiectivam, suum totum universale
sequitur, illud quod ex necessitate est, idest necessarium, tamquam partem
subiectivam, consequitur posse esse, idest possibile, tamquam totum universale.
Sed non omnino, idest sed non ita quod omnis species possibilis sequatur; sicut
ad hominem sequitur animal, sed non omnino, idest non secundum omnes suas
partes subiectivas sequitur ad hominem: non enim valet: est homo, ergo est
animal irrationale. Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem
affirmativam, expressius solvit rationem adductam ad partem negativam, quæ
peccabat secundum fallaciam consequentis, inferens ex necessario possibile,
descendendo ad unam possibilis speciem, ut de se patet. Then he replies to the
question formally. He states that the affirmative part of the question must be
held, namely, that the possible follows upon the necessary. Next, he assigns
the cause. The whole universal follows constructively upon its subjective part;
but the necessary is a subjective part of the possible, because the possible is
divided into logical and physical and under the logical is comprehended the
necessary; therefore, the possible follows upon the necessary. Hence he says,
Therefore, since the universal follows upon the part, i.e., since the whole
universal follows upon its subjective part, to be possible to be, i.e.,
possible, as the whole universal, follows upon that which necessarily is, i.e.,
necessary, as a subjective part. He adds: though not every kind of possible
does, i.e., not every species of the possible follows; just as animal follows
upon man, but not in every way, i.e., it does not follow upon man according to
all its subjective parts, for it is not valid to say, "He is a man,
therefore he is an irrational animal.” By this proof of the validity of the
affirmative part, Aristotle has explicitly destroyed the reasoning adduced for
the negative part, which, as is evident, erred according to the fallacy of the
consequent in inferring the possible from the necessary by descending to one
species of the possible. V. lib. Deinde cum dicit: et est fortasse quidem etc.,
ordinat easdem modalium consequentias alio situ, præponendo necessarium omnibus
aliis modis. Et circa hoc duo
facit: primo, proponit quod intendit; secundo, assignat causam dicti ordinis;
ibi: manifestum est autem et cetera. Dicit ergo: et est fortasse principium
omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest, affirmativarum vel
negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet considerare alia, scilicet, possibile
contingere et impossibile esse, sicut horum, scilicet, necessarii et non
necessarii, consequentia, hoc modo: consequentiæ enunciationum modalium
secundum quatuor ordines alio convenienti situ ab Aristotele positæ et
ordinatæ: (Figura). Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod necessariæ quæ
ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero dixit fortasse, non dubitantis, sed absque
determinata ratione rem proponentis est. When he says, Indeed the necessary and
not necessary may well be the principle of all that is or is not, etc., he
disposes the same consequences of modals in another arrangement, placing the
necessary before all the other modes. First he proposes the order of modals and
then assigns the cause of the order where he says, It is evident, then, from
what has been said that that which necessarily is, actually is, etc. Indeed, he
says, the necessary and not necessary may well be the principle of the "to
be” or "not to be” of all modal enunciations, i.e., the necessary and not
necessary is the principle of affirmatives or negatives. And the others, i.e.,
the possible, contingent, and impossible to be must be considered as consequent
to these, i.e., to the necessary and not necessary. THE CONSEQUENTS OF MODAL
ENUNCIATIONS ACCORDING TO THE FOUR ORDERS, POSITED AND DISPOSED BY ARISTOTLE IN
ANOTHER APPROPRIATE ARRANGEMENT FIRST ORDER It is necessary to be It is not
possible not to be It is not contingent not to be It is impossible not to be
SECOND ORDER It is necessary not to be It is not possible to be It is not
contingent to be It is impossible to be It is not necessary to be It is
possible not to be It is contingent not to be It is not impossible not to be
FOURTH ORDER It is not necessary not to be It is possible to be It is
contingent to be It is not impossible to be Nothing is changed here except the
enunciations predicating necessity. They have been allotted the first place,
whereas in the former table they were placed last. When he says "may well
be,” it is not because he is in any doubt, but because he is proposing this
here without a determinate proof. 8. Deinde cum dicit: manifestum est
autemetc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam,
quare præposuerit necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius
temporali; sed necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu,
excludendo omnem mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ sine motu non
est imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem (quia non excludit quin
possit esse et non esse); ergo necesse merito prius ponitur quam possibile.
Unde dicit, proponendo minorem: manifestum est autem ex his quæ dicta sunt
etc., tractando de necessario: quoniam id quod ex necessitate est, secundum
actum est totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad
oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non esset
necessarium. Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis: quare
si priora sunt sempiterna temporalibus et cetera. Ultimo ponit conclusionem: et
quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt potestate, idest
possibilibus, quæ omnino actu esse non possunt, licet compatiantur. When he
says, It is evident, then, from what has been said that that which necessarily
is, actually is, etc., he gives the cause of this order. First he gives the
reason for placing the necessary before the possible: the sempiternal is prior
to the temporal; but "necessary” signifies sempiternal (because it
signifies "to be in act,” excluding all mutability and consequently
temporality, which is not imaginable without movement) and the possible
signifies temporality (since it does not exclude the possibility of being and
not being); therefore, the necessary is rightly placed before the possible. He
proposes the minor of this argument when he says, It is evident, then, from
what has been said in treating the necessary, that that which necessarily is,
is totally in act, since it excludes all mutability and potency to the
opposite—for if it could be changed into the opposite in any way, then it would
not be necessary. Next he gives the major, which is in the mode of an
antecedent conditional: and if eternal things are prior to temporal, etc.
Finally, he posits the conclusion: those that are wholly in act in every way,
namely necessary, are prior to the potential, i.e., to possibles, which do not
have being in act wholly although they are compatible with it. V. lib. 2 l. 12 n. 9Deinde cum
dicit: et hæ quidem etc., assignat causam totius ordinis a se inter modales
statuti, tali ratione. Universi triplex est gradus. Quædam sunt actu sine
potestate, idest sine admixta potentia, ut primæ substantiæ, non illæ quas in
præsenti diximus primas, eo quod principaliter et maxime substent, sed illæ quæ
sunt primæ, quia omnium rerum sunt causæ, intelligentiæ scilicet. Alia sunt
actu cum possibilitate, ut omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu
sunt priora natura seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra
sit, aspiciendo ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia
priora tempore seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia, Socrates
prius secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter
philosophus. Potentia ergo præcedit actum secundum
ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis et dignitatis e
converso contingit. Prior enim secundum dignitatem, idest dignior et perfectior
habebatur Socrates cum philosophus actualiter erat, quam cum philosophus esse
poterat. Præposterus est igitur ordo potentiæ et actus in unomet, utroque
ordine, scilicet, naturæ et temporis attento. Alia vero nunquam sunt actu sed
potestate tantum, ut motus, tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita
augmentatio numeri. Hæc enim, ut IX Metaphys. dicitur, nunquam exeunt in actum,
quoniam eorum rationi repugnat. Nunquam enim aliquid horum ita est quin aliquid eius
expectetur, et consequenter nunquam esse potest nisi in potentia. Sed de his alio tractandum
est loco. Then he says, Some things are actualities without potentiality,
namely, the primary substances, etc. Here he assigns the cause of the whole
order established among modals. The grades of the universe are threefold. Some
things are in act without potentiality, i.e., not combined with potency. These
are the primary substances—not those we have called "first” in the present
work because they principally and especially sustain—but those that are first
because they are the causes of all things, namely, the Intelligences. In
others, act is accompanied with possibility, as is the case with all mobile
things, which, according to what they have of act, are prior in nature to
themselves according to what they have of potency, although the contrary is the
case in regard to the order of time. According to what they have of potency
they are prior in time to themselves according to what they have of act. For
example, according to time, Socrates first was able to be a philosopher, then
he actually was a philosopher. In Socrates therefore, potency precedes act
according to the order of time. The converse is the case, however, in the order
of nature, perfection, and dignity, for when he actually was a philosopher,
Socrates was regarded as prior according to dignity, i.e., more worthy and more
perfect than when he was potentially a philosopher. Hence, when we consider
each order, i.e., nature and time, in one and the same thing, the order of
potency and act is reversed. Others never are in act but are only in potency,
e.g., motion, time, the infinite division of magnitude, and the infinite
augmentation of number. These, as is said in IX Metaphysicæ, never terminate in
act, for it is repugnant to their nature. None of them is ever such that something
of it is not expected, and consequently they can only be in potency. These,
however, must be treated in another place. V. lib. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine
universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine. Posuimus siquidem
primo necessarium, quod sonat actu esse sine potestate seu mutabilitate,
imitando primum gradum universi. Locavimus secundo loco possibile et
contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic servatur
conformitas ad secundum gradum universi. Præposuimus autem possibile et non
contingens, quia possibile respicit actum, contingens autem secundum vim
nominis respicit defectum causæ, qui ad potentiam pertinet: defectus enim
potentiam sequitur; et ex hoc conforme est secundæ parti universi, in qua actus
est prior potentia secundum naturam, licet non secundum tempus. Ultimum autem
locum impossibili reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima
universi pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus igitur ordo
statutus est, quando divinus est observatus. This has been said so that once
the order of the universe has been seen it should appear that we were imitating
it in our present ordering. The necessary, which signifies "to be in act”
without potentiality or mutability, has been placed first, in imitation of the
first grade of the universe. We have put the possible and contingent, both of
which signify act with possibility, in second place in conformity with the
second grade of the universe. The possible has been Placed before the
contingent because the possible relates to act whereas the contingent, as the
force of the name suggests, relates to the defect of a cause-which pertains to
potency, for defect follows upon potency. The order of these is similar to the
order in the second part of the universe, where act is prior to potency
according to nature, though not according to time. We have reserved the last
place for the impossible because it signifies what never will be, just as the
last part of the universe is said to be that which is never in act. Thus, a
beautifully proportioned order is established when the divine is observed. V.
lib. Quia autem suppositæ modalium consequentiæ nil aliud sunt quam
æquipollentiæ earum, quæ ob varium negationis situm, qualitatem, vel
quantitatem, vel utranque mutantis, fiunt; ideo ad completam notitiam
consequentium se modalium, de earum qualitate et quantitate pauca admodum
necessaria dicenda sunt. Quoniam igitur natura totius ex partium naturis
consurgit, sciendum est quod subiectum enunciationis modalis et dicit esse vel
non esse, et est dictum unicum, et continet in se subiectum dicti; prædicatum
autem modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum est (quia
explicite vel implicite verbum continet, quod est semper nota eorum quæ de
altero prædicantur: propter quod Aristoteles dixit quod modus est ipsa
appositio), et continet in se vim distributivam secundum partes temporis.
Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel
tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. Since the consequents of
modals, i.e., those placed under each other, are their equivalents in meaning,
and these are produced by the varying position of the negation changing the
quality or quantity or both, a few things must be said about their quality and
quantity to complete our knowledge of them. The nature of the whole arises from
the parts, and therefore we should note the following things about the parts of
the modal enunciation. The subject of the modal enunciation asserts to be or
not to be, and is a singular dictum, and contains in itself the subject of the
dictum. The predicate of a modal enunciation, namely, the mode, is the total
predicate (since it explicitly or implicitly contains the verb, which is always
a sign of something predicated of another, for which reason Aristotle says that
the mode is a determining addition) and contains in itself distributive force
according to the parts of time. The necessary and impossible distribute in all
time either simply or in a limited way; the possible and contingent distribute
according to some time commonly. V. lib. Nascitur autem ex his quinque conditionibus
duplex in qualibet modali qualitas, et triplex quantitas. Ex eo enim quod tam
subiectum quam prædicatum modalis verbum in se habet, duplex qualitas fit,
quarum altera vocatur qualitas dicti, altera qualitas modi. Unde et supra
dictum est aliquam esse affirmativam de modo et non de dicto, et e converso. Ex
eo vero quod subiectum modalis continet in se subiectum dicti, una quantitas
consurgit, quæ vocatur quantitas subiecti dicti: et hæc distinguitur in
universalem, particularem et singularem, sicut et quantitas illarum de inesse.
Possumus enim dicere, Socratem, quemdam hominem, vel omnem hominem, vel nullum
hominem, possibile est currere. Ex eo autem quod subiectum unius modalis dictum
unum est, consurgit alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est
singularitas: secundum omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius
universalis, scilicet dictum. Quod ex eo liquet quod cum dicimus, hominem esse
album est possibile, exponitur sic, hoc dictum, hominem esse album, est
possibile. Hoc dictum autem singulare est, sicut et, hic homo. Propterea et
dicitur quod omnis modalis est singularis quoad dictum, licet quoad subiectum
dicti sit universalis vel particularis. Ex eo autem quod prædicatum modalis,
modus scilicet, vim distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata
quantitas modi seu modalis; et hæc distinguitur in universalem et particularem.
As a consequence
of these five conditions there is a twofold quality and a threefold quantity in
any modal. The twofold quality results from the fact that both the subject and
the predicate of a modal have a verb in them. One of these is called the quality
of the dictum, the other the quality of the mode. This is why it was said above
that there is an enunciation which is affirmative of mode and not of dictum,
and conversely. Of the threefold quantity of a modal enunciation, one arises
from the fact that the subject of the modal contains in it the subject of the
dictum. This is called the quantity of the subject of the dictum, and is
distinguished into universal, particular, and singular, as in the case of the
quantity of an absolute enunciation. For we can say: "That ‘Socrates,’
‘some man,’ ‘every man,”’ or "‘no man,’ run is possible’ " The second
quantity is that of the dictum, which arises from the fact that the subject of
one modal is one dictum. This is a unique singularity, for every dictum of a
modal is the singular of that universal, i.e.,dictum. "That man be white
is possible” means "This dictum, ‘that man be white,’ is possible.”
"This dictum” is singular in quantity, just as "this man” is. Hence,
every modal is singular with respect to dictum, although with respect to the
subject of the dictum it is universal or particular. The third quantity is that
of the mode, or modal quantity, which arises from the fact that the predicate
of the modal, i.e., the mode, has distributive force. This is distinguished
into universal and particular. V. lib. Ubi diligenter duo attendenda sunt. Primum est quod hoc est
singulare in modalibus, quod prædicatum simpliciter quantificat propositionem
modalem, sicut et simpliciter qualificat. Sicut enim illa est simpliciter
affirmativa, in qua modus affirmatur, et illa negativa, in qua modus negatur; ita
illa est simpliciter universalis cuius modus est universalis, et illa
particularis cuius modus est particularis. Et hoc quia modalis modi naturam
sequitur. Secundum attendendum (quod est causa istius primi) est, quod
prædicatum modalis, scilicet modus, non habet solam habitudinem prædicati
respectu sui subiecti, scilicet esse et non esse, sed habitudinem
syncategorematis distributivi, sed non secundum quantitatem partium subiectivarum
ipsius subiecti, sed secundum quantitatem partium temporis eiusdem. Et merito.
Sicut enim quia subiecti enunciationis de inesse propria quantitas est penes
divisionem vel indivisionem ipsius subiecti (quia est nomen quod significat per
modum substantiæ, cuius quantitas est per divisionem continui: ideo signum
quantificans in illis distribuit secundum partes subiectivas), ita quia
subiecti enunciationis modalis propria quantitas est tempus (quia est verbum
quod significat per modum motus, cuius propria quantitas est tempus), ideo
modus quantificans distribuit ipsum suum subiectum, scilicet, esse vel non
esse, secundum partes temporis. Unde subtiliter inspicienti apparebit quod
quantitas ista modalis proprii subiecti modalis enunciationis quantitas est,
scilicet, ipsius esse vel non esse. Ita quod illa modalis est simpliciter
universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro omni tempore: vel
simpliciter, ut, hominem esse animal est necessarium vel impossibile; vel
accepto, ut, hominem currere hodie, vel, dum currit, est necessarium vel
impossibile. Illa vero est particularis, in qua non pro omni, sed aliquo
tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal, est
possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas subiecti sui
passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed
derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic, tenetur
formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet ex eo
quod proprie modus est. Now, there are
two things about modal enunciations that must be carefully noted. The
first—which is peculiar to modals—is that the predicate quantifies the modal
proposition simply, as it also qualifies it simply. For just as the modal
enunciation in which the mode is affirmed is affirmative simply, and negative
when the mode is negated, so the modal enunciation in which the mode is
universal is universal simply and particular in which the mode is particular.
The reason for this is that the modal follows the nature of the mode. The
second thing to be noted (which is the cause of the first) is that the
predicate of a modal, i.e., the mode, not only has the relationship of a
predicate to its subject (i.e., to "to be” and "not to be”), but also
has the relationship to the subject, of a distributive syncategorematic term,
which has the effect of distributing the subject, not according to the quantity
of its subjective parts, but according to the quantity of the parts of its
time. And rightly so, for just as the proper quantity of the subject of an
absolute enunciation varies according to the division or lack of division of
its subject (since the subject is a name which signifies in the mode of
substance, whose quantity is from the division of the continuous, and therefore
the quantifying sign distributes according to the subjective parts), so,
because the proper quantity of the subject of a modal enunciation is time
(since the subject is a verb, which signifies in the mode of movement, whose
proper quantity is time), the quantifying mode distributes the subject, i.e.,
"to be” or "not to be” according to the parts of time. Hence, we
arrive at the subtle point that the quantity of the modal is the quantity of
the proper subject of the modal enunciation, namely, of "to be” or
"not to be.” Therefore, a modal enunciation is universal simply when the
proper subject is distributed throughout all time, either simply, as in
"That man is an animal is necessary or impossible,” or taken in a limited
way, as in "That man is running today,” or "while he is running, is
necessary or impossible.” A modal enunciation is particular in which "to
be” or "not to be” is distributed, not throughout all time, but commonly
throughout some time, as in "That man is an animal is possible or
contingent.” This modal quantity is therefore also a property of its subject
(in that, universally, quantity comes from the matter) but is derived from the
mode, not insofar as it is a predicate (because, as such, it is understood
formally), but insofar as it performs a syncategorematic function, which it has
in virtue of the fact that it is properly a mode. V. lib. Sunt igitur modalium
(de propria earum quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de
necessario, quia distribuunt ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ
de impossibili, quia distribuunt ad nunquam esse; aliæ particulares
affirmativæ, ut illæ de possibili et contingenti, quia distribuunt utrunque ad
aliquando esse; aliæ particulares negativæ, ut illæ de non necesse et non
impossibili, quia distribuunt ad aliquando non esse: sicut in illis de inesse,
omnis, nullus, quidam, non omnis, non nullus, similem faciunt diversitatem. Et
quia, ut dictum est, hæc quantitas modalium est inquantum modales sunt, et de
his, inquantum huiusmodi, præsens tractatus fit ab Aristotele; idcirco
æquipollentiæ, seu consequentiæ earum, ordinatæ sunt negationis vario situ,
quemadmodum æquipollentiæ illarum de inesse: ut scilicet, negatio præposita
modo faciat æquipollere suæ contradictoriæ; negatio autem modo postposita,
posita autem dicti verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et
postposita suæ subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab
Aristotele formata. In qua, tali præformata oppositionum figura, clare videbis
omnes se mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere, et
consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio contradictorium,
quarto vero subalternum. (Figura). Therefore, with respect to their proper
quantity, some modals are universal affirmatives, i.e., those of the necessary
because they distribute "to be” to all time. Others are universal
negatives, i.e., those of the impossible because they distribute "to be”
to no time. Still others are particular affirmatives, i.e., those signifying
the possible and contingent, for both of these distribute "to be” to some
time. Finally, there are particular negatives, i.e., those of the not necessary
and not impossible, for they distribute "not to be” to some time. This is
similar to the diversity in absolute enunciations from the use of "every,”
"no” "some,” not all,” and "not none.” Now, since this quantity
belongs to modals insofar as they are modals, as has been said, and since
Aristotle is now considering them in this particular respect, the modal
enunciations that are equivalent, i.e., their consequents, are ordered by the
different location of the negation, as is the case with absolute enunciations
that are equivalent. A negative placed before the mode makes an enunciation
equivalent to its contradictory; placed after the mode, i.e., with the verb of
the dictum, makes it equivalent to its contrary; placed before and after the
mode makes it equivalent to its subaltern, as you can see in the last table of
consequents given by Aristotle. In that table of oppositions, you see all the
mutual consequents, according to one of the three rules for making enunciations
equivalent. Consequently, the whole first order of equivalent enunciations is
contrary to the second, contradictory to the third, and the fourth is
subalternated to it. Necessary to be - contraries - Impossible to be subalterns
subalterns Possible to be - subcontraries - Contingent not to be TABLE OF
OPPOSITION OF EQUIPOLLENT MODALS This table is not V.’s but is a full
arrangement of the orders of modal enunciations asdeveloped in this lesson.
Close I Universal Affirmatives It is necessary to be It is not possible not to
be It is not contingent not to be It is impossible not to be contraries II
Universal Negatives It is necessary not to be It is not possible to be It is
not contingent to be It is impossible to be subalterns subalterns IV Particular
Affirmatives It is not necessary not to be It is possible to be It is
contingent to be It is not impossible to be subcontraries III Particular Negatives
It is not necessary to be It is possible not to be It is contingent not to be
It is not impossible not to be. XIII. 1 Postquam determinatum est de
enunciatione secundum quod diversificatur tam ex additione facta ad terminos,
quam ad compositionem eius, hic secundum divisionem a s. Thoma in principio
huius secundi factam, intendit Aristoteles tractare quandam quæstionem circa
oppositiones enunciationum provenientes ex eo quod additur aliquid simplici
enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo, movet quæstionem secundo,
declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia quæstione prætractanda; ibi: nam
si ea, quæ sunt in voce etc.; tertio, determinat illam aliam quæstionem; ibi:
nam arbitrari etc.; quarto, redit ad respondendum quæstioni primo motæ; ibi:
quare si in opinione et cetera. Quæstio
quam movere intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit negatio
eiusdem prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu privativo? Unde
dicit: utrum contraria est affirmatio negationi contradictoriæ, scilicet, et
universaliter oratio affirmativa orationi negativæ; ut, affirmativa oratio quæ
dicit, omnis homo est iustus, illi contraria sit orationi negativæ, nullus homo
est iustus, aut illi, omnis homo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato
privativo? Et similiter ista
affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi,
Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est affirmativa de
prædicato privativo? Now that he has
treated the enunciation as it is diversified by an addition made to the terms
and by an addition made to its composition (which is the division of the text
made by St. Thomas at the beginning of the second book), Aristotle takes up
another question about oppositions of enunciations. This question concerns the
oppositions that result from something added to the simple enunciation. First
he asks the question; secondly, he shows that this question depends upon
another, which must be treated first, where he says, For if those things that
are in vocal sound are determined by those in the intellect, etc.; third, he
settles the latter question where he says, It is false, course, to suppose that
opinions are to be defined as contrary because they are about contraries, etc.;
finally, he replies to the first question where he says, If, therefore, this is
the case with respect to opinion, and affirmations and negations in vocal sound
are signs of those in the soul, etc. The first question he raises is this: is
the contrary of an affirmative enunciation the negation of the same predicate
or the affirmation of a contrary or privative predicate? Hence he says, There
is a question as to whether the contrary of an affirmation is the contradictory
negation, and universally, whether affirmative speech is contrary to negative
speech. For instance, is affirmative speech which says "Every man is
just,” contrary to negative speech which says "No man is just,” or to the
affirmative of the privative predicate, "Every man is unjust”? And similarly,
is the affirmation "Callias is just” contrary to the contradictory
negation, "Callias is not just” or is it contrary to "Callias is
unjust,” the affirmative of the privative predicate? V. lib. Ad evidentiam
tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est relictus,
considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet ipsa enunciatio
seu significatio et modus enunciandi seu significandi, duplex inter
enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius enunciationis, altera
ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi attendimus, duas species
oppositionis in latitudine enunciationum inveniemus, contrarietatem scilicet et
contradictionem. Divisæ enim superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias
et contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio modo enunciandi; ut
sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum tantum destruit, ita una
enunciatio nil asserit, sed id tantum quod altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ
contradictoriæ vocantur, scilicet, omnis homo est iustus, non omnis homo est
iustus, Socrates est iustus, Socrates non est iustus, ut de se patet. Et ex hoc
provenit quod non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo
contradictoria. Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi
est quando idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut
sicut unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema
distantia sub illo genere, ut patet de albo et nigro, ita una enunciatio ponit
subiectum commune sibi et suæ oppositæ in extrema distantia sub illo prædicato.
Huiusmodi quoque sunt omnes illæ quæ contrariæ in figura appellantur, scilicet,
omnis homo est iustus, omnis homo non est iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet hominem, maxime
distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini, non quocunque
modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam abesse homini, non
qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse non potest quam
ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et nullum de universitate
habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt esse simul veræ, sicut nec
contraria possunt eidem simul inesse; et quod possunt esse simul falsæ, sicut
et contraria simul non inesse eidem possunt. Si vero ipsam enunciationem sive
eius significationem attendamus secundum unam tantum oppositionis speciem, in
tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem, scilicet secundum
veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum significationes entia
positiva sunt, ac per hoc neque contradictorie neque privative opponi possunt,
quia utriusque oppositionis alterum extremum est formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur,
ut clarum est, restat ut nonnisi contrarie opponi possunt. Since this question has not
been discussed by others, we must begin by noting that there are two things in
an enunciation, namely, the enunciation itself, i.e., the signification, and
the mode of enunciating or signifying. Hence, a twofold opposition can be made
between enunciations, one by reason of the enunciation itself, the other by
reason of the mode of enunciating. If we consider the modes of enunciating, we
find two species of opposition among enunciations, namely, contrariety and
contradiction. This point was made earlier when opposed enunciations were
divided into contraries and contradictories. There is contradiction by reason
of mode of enunciating when the same thing is predicated of the same subject in
a contradictory mode; so that just as one of a pair of contradictories posits
nothing but only destroys the other, so one enunciation 4 asserts nothing, but
only destroys what the other was enunciating. All enunciations that are called
contradictories are of this kind; e.g., "Every man is just,” "Not
every man is just”; "Socrates is just,” "Socrates is not just.” It
follows from this that they cannot be at once true or false, just as two
contradictories cannot be at once. There is contrariety between enunciations by
reason of mode of enunciating when the same thing is predicated of the same
subject in a contrary mode of enunciating; so that just as one of a pair of
contraries posits matter common to itself and to the other which is at the
extreme distance under that genus—as is evident for instance in white and
black—so one enunciation posits a subject common to itself and its opposite at
the extreme distance under that predicate. All the enunciations in the diagram
that are called contrary are of this kind, for example, "Every man is
just,” "No man is just.” These make the subject "man” distant to the
greatest degree possible under justice, one enunciating justice to be in man,
not in any way, but universally, the other enunciating justice to be absent
from man, not in any way, but universally. For no distance can be greater than
the distance between the total number of things having something and none of
the total number of things having that thing. It follows that contrary
enunciations cannot be at once true, just as contraries cannot be in the same
thing at once. They can, however, be false at the same time, just as it is
possible that contraries not be in the same thing at the same time. If we
consider the enunciation itself (viz., its signification) according to only one
species of opposition, we will find in the whole range of enunciations an
opposition of contrariety, i.e., an opposition according to truth and falsity.
The reason for this is that the significations of two enunciations are
positive, and accordingly cannot be opposed either contradictorily or
privatively because the other extreme of both of these oppositions is formally
non-being. And since significations are not opposed relatively, as is evident,
the only way they can be opposed is contrarily. V. lib. 2 l. 13 n. 3Consistit
autem ista contrarietas in hoc quod duarum enunciationum altera alteram non
compatitur vel in veritate vel in falsitate, præsuppositis semper conditionibus
contrariorum, scilicet quod fiant circa idem et in eodem tempore. Patere quoque
potest talem oppositionem esse contrarietatem ex natura conceptionum animæ
componentis et dividentis, quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones
siquidem animæ adæquatæ nullo alio modo opponuntur conceptionibus inadæquatis
nisi contrarie, et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt,
contrariæ quoque dicuntur. Unde
verum et falsum, contrarie opponi probatur a s. Thoma in I parte, qu. 17. Sicut
ergo hic, ita et in enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie
opponuntur inadæquatis, idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ,
contrarie quoque opponuntur inter se, si contingat quod se non compatiantur,
salvis semper contrariorum conditionibus. Est igitur in enunciationibus duplex
contrarietas, una ratione modi, altera ratione significationis, et unica
contradictio, scilicet ratione modi. Et, ut confusio vitetur, prima
contrarietas vocetur contrarietas modalis, secunda contrarietas formalis.
Contradictio autem non ad confusionis vitationem quia unica est, sed ad proprietatis
expressionem contradictio modalis vocari potest. Invenitur autem contrarietas
formalis enunciationum inter omnes contradictorias, quia contradictoriarum
altera alteram semper excludit; et inter omnes contrarias modaliter quoad
veritatem, quia non possunt esse simul veræ, licet non inveniatur inter omnes
quoad falsitatem, quia possunt esse simul falsæ. The contrariety spoken of here consists in this: of
two enunciations one is not compatible with the other either in truth or
falsity—presupposing always the conditions for contraries, that they are about
the same thing and at once. It can be shown that such opposition is contrariety
from the nature of the conceptions of the soul when composing and dividing,
each of which is an enunciation. Adequate conceptions of the soul are opposed
to inadequate conceptions only contrarily, and inadequate conceptions, if each
cancels the other, are also called contraries. It is from this that St. Thomas
proves, in [Summa theologiæ] part I, question 17, that the true and false are
contrarily opposed. Therefore, as in the conceptions of the soul, so in
enunciations, adequate significations are contrarily opposed to inadequate,
i.e., true to false; and the inadequate, i.e., the false, are also contrarily
opposed among themselves if it happens that they are not compatible, supposing
always the conditions for contraries. There is, therefore, in enunciations a
twofold contrariety, one by reason of mode, the other by reason of
signification, and only one contradiction, that by reason of mode. To avoid
confusion, let us call the first contrariety modal and the second formal. We
may call contradiction modal—not to avoid confusion since it is unique—but for
propriety of expression. Formal contrariety is found between all contradictory
enunciations, since one contradictory always excludes the other. It is also
found between all modally contrary enunciations in regard to truth, since they
cannot be at once true. However it is not found between the latter in regard to
falsity, since they can be at once false. V. lib. Quia igitur Aristoteles in
hac quæstione loquitur de contrarietate enunciationum quæ se extendit ad
contrarias modaliter, et contradictorias, ut patet in principio et in fine
quæstionis (in principio quidem, quia proponit utrasque contradictorias dicens:
affirmatio negationi etc.; et contrarias modaliter dicens: et oratio orationi
etc., unde et exempla utrarunque statim subdit, ut patet in littera. In fine vero, quia ibi expresse quam conclusit esse
contrariam affirmativæ universali veræ dividit, in contrariam modaliter
universalem negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non
careret, nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de se patet), quia,
inquam, sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum
quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria et adhuc
nullo modo superius tacta. Est igitur titulus quæstionis; utrum affirmativæ
veræ contraria formaliter sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa
falsa de prædicato, vel contrario? Et sic patet quis sit sensus tituli, et
quare non movet quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia
scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit
contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas inveniatur
inter contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Dictum vero fuit a s.
Thoma provenire hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici
enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo adiacente
enunciationes attendantur, non habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici
enunciationi, idest subiecto et verbo substantivo, additur aliquid, scilicet
prædicatum, nascitur dubitatio circa oppositionem, an illud additum in
contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione apposita verbo, an debeat
esse prædicatum contrarium seu privativum, absque negatione præposita verbo. Aristotle in this question is
speaking of the contrariety of enunciations that extends to contraries modally
and to contradictories. This is evident from what he says in the beginning and
at the end of the question. In the beginning, he proposes both contradictories
when he says, an affirmation... to a negation, etc.; and contraries modally,
when he says, and in the case of speech whether the one saying... is opposed to
the one saying... etc. It is evident, too, from the examples immediately added.
At the end, he explicitly divides what he has concluded to be contrary to a
true universal affirmative, into the modally contrary universal negative and
the contradictory. It is clear at once that this division would be false unless
it comprised the contrary formally. Since he takes contrariety in this way the
question must be understood with respect to formal contrariety of enunciations.
This is a very subtle question and one that has to be treated and has not been
thus far. The question, therefore, is this: whether the formal contrary of the
true affirmative is the false negative of the same predicate or the false
affirmative of the privative predicate, i.e., of the contrary. The meaning of
the question is now clear, and it is evident why he does not ask about any
other oppositions of enunciations-no other opposition is found in them
formally. It is also evident that he is taking contrariety properly and
strictly, notwithstanding the fact that such contrariety is found among
contradictories modally and contraries modally. St. Thomas has already pointed
out that this question arises from the fact that something is added to the
simple enunciation, for as it far as simple enunciations are concerned, i.e.,
those with only a second determinant, there is no occasion for the question.
When, however, something is added, namely a predicate, to the simple
enunciation, i.e., to the subject and the substantive verb, the question arises
as to whether what ought to be added in contrary enunciations is the selfsame
predicate with a negation added to the verb or a contrary, i.e., privative,
predicate without a negation added to the verb. 5. Deinde cum dicit: nam siea
etc., declarat unde sumenda sit decisio huius quæstionis. Et duo facit: quia
primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia quæstione, ex illa
scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in secunda operatione
intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ eiusdem prædicati, an
falsæ affirmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare illa
quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur
mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa
adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde inchoans ab
hac causa ait: nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ea, quæ sunt in anima, ut
dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima, opinio contrarii
prædicati circa idem subiectum est contraria illi alteri, quæ affirmat reliquum
contrarium de eodem (cuiusmodi sunt istæ mentales enunciationes, omnis homo est
iustus, omnis homo est iniustus); si ita inquam est, etiam et in his
affirmationibus quæ sunt in voce, idest vocaliter sumptis, necesse est
similiter se habere, ut scilicet sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem
subiecto et prædicatis contrariis. Quod
si neque illic, idest in anima, opinatio contrarii prædicati, contrarietatem
inter mentales enunciationes constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi
vocali contraria erit de contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria
erit negatio eiusdem prædicati. When Aristotle says, For if those things that are in vocal sound are
determined by those in the intellect, etc.; he shows where we have to begin in
order to settle this question. First he shows that the question depends on
another question, namely, whether a true opinion (i.e., a conception of the
soul in the second operation of the intellect) is contrary to a false negative
opinion of the same predicate, or to a false affirmative of the contrary, i.e.,
privative, predicate. Then he gives the reason why the former question depends
on this. Vocal enunciations follow upon mental as adequate effects upon proper
causes and as the signified upon adequate signs. So, in this the nature of each
is similar. He begins, then, with the reason for this dependence: For if those
things that are in vocal sound are determined by those in the intellect (as was
said in the beginning of the first book) and if in the soul, those opinions are
contrary which affirm contrary predicates about the same subject, (for example,
the mental enunciations, "Every man is just, "Every man is unjust”),
then in affirmations that are in vocal sound, the case must be the same. The
contraries will be two affirmatives about the same subject with contrary
predicates. But if in the soul this is not the case, i.e., that opinions with
contrary predicates constitute contrariety in mental enunciations, then the
contrary of a vocal affirmation will not be a vocal affirmation with a contrary
predicate. Rather, the contrary of an affirmation will be the negation of the
same predicate. V. lib. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut effectus
ex causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de hac
quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus innotescat dicens:
quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ contraria est: utrum
negationi falsæ an certe ei affirmationi falsæ, quæ contrarium esse opinatur.
Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo: sunt tres opiniones de bono, puta
vita: quædam enim est ipsius boni opinio vera, quoniam bonum est, puta, quod
vita sit bona; alia vero falsa negativa, scilicet, quoniam bonum non est, puta,
quod vita non sit bona; alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet,
quoniam malum est, puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum falsarum
contraria est veræ? The first question, then, depends on this question as an
effect upon its cause. For this reason, and by way of a conclusion to what he
has just been saying, he adds the second question, which must be treated first
so that once the cause is known the effect will be known: We must therefore
consider to which false opinion the true opinion is contrary, whether it is to
the false negation or to the false affirmation that it is to be judged
contrary. Then in order to propose the question by examples he says: what I
mean is this; there are three opinions of a good, for instance, of life. One is
a true opinion, that it is good, for instance, that life is good. The other is
a false negative, that it is not good, for instance, that life is not good.
Still another, likewise false, is the affirmative of the contrary, that it is
evil, for instance, that life is evil. The question is, then, which of these
false opinions is contrary to the true one. V. lib. Quod autem subdidit: et si
est una, secundum quam contraria est, tripliciter legi potest. Primo,
dubitative, ut sit pars quæstionis; et tunc est sensus: quæritur quæ harum
falsarum contraria est veræ: et simul quæritur, si est tantum una harum falsarum
secundum quam fiat contraria ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut
dicitur in X metaphysicæ, quærendo quæ harum sit contraria, quæremus etiam an
una earum sit contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus:
quæritur quæ harum sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed una
earum est secundum quam fit contrarietas. Tertio modo, potest legi dividendo
hanc particulam, et si est una, ab illa sequenti, secundum quam contraria est;
et tunc prima pars expressive, secunda vero dubitative legitur; et est sensus:
quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ, non solum si istæ duæ falsæ
inter se differunt in consequendo, sed etiam si utraque est una, idest alteri
indivisibiliter unita, quæritur secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo
exponit Boethius, dicens quod Aristoteles apposuit hæc verba propter contraria
immediata, in quibus non differt contrarium a privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc est
differentia, quod in immediatis a privativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus
colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum. In
immediatis autem valet; verbi gratia: animal est non sanum, ergo infirmum;
numerus est non par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles exprimere quod nunc,
cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et affirmativæ contrarii,
sit contraria affirmativæ veræ, quærimus universaliter sive illæ duæ falsæ
indivisibiliter se sequantur, sive non. Then he adds, the question, and if there is one, is
either one the contrary. This passage can be read in three ways. It can be read
inquiringly so that it is a part of the question, and then the meaning is:
which of these false opinions is contrary to the true opinion, and, is there
one of these by which the contrary to the true one is effected? For since one
is contrary to one other, as is said in X Metaphysicæ, in asking which of these
is the contrary we are also asking whether one of them is the contrary. This
can also be read adversatively, and then the meaning is: which of these is the
contrary, given that we know it is not both but one by which the contrariety is
effected? This can be read in a third way by dividing the first clause,
"and if it is one” from the second clause, "is either one the
contrary.” The first part is then read assertively, the second inquiringly, and
the meaning is: which of these two false opinions is contrary to the true
opinion if the two false opinions differ as to consequence, and also if both
are one, i.e., united to each other indivisibly? BOEZIO explains this passage
in the last way. He says that Aristotle adds these words because of immediate
contraries in which the contrary does not differ from the privative. For the
difference between mediate and immediate contraries is that in the former the
contrary is not inferred from the privative. For example, this is not valid:
"A colored body is not white, therefore it is black”—for it could be red.
In immediate contraries, on the other hand, it is valid to infer the contrary
from the privative; e.g., "An animal is not healthy, therefore it is
number is not even, therefore it is odd.” Therefore, Aristotle intends to show
here that when we ask which of these false opinions, i.e., negative and
affirmative contraries, is contrary to the true affirmative, we are asking
universally whether these two false opinions follow each other indivisibly or
not. 8. Deinde cum dicit: nam arbitrari, prosequitur hanc secundam quæstionem.
Et circa hoc quatuor facit. Primo, declarat quod contrarietas opinionum non
attenditur penes contrarietatem materiæ, circa quam versantur, sed potius penes
oppositionem veri vel falsi; secundo, declarat quod non penes quæcunque
opposita secundum veritatem et falsitatem est contrarietas opinionum; ibi: si
ergo boni etc.; tertio, determinat quod contrarietas opinionum attenditur penes
per se primo opposita secundum veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi:
sed in quibus primo fallacia etc.; quarto declarat hanc determinationem
inveniri in omnibus veram; ibi: manifestum est igitur et cetera. Dicit ergo
proponens intentam conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri
seu determinari debere contrarias ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et
adducit ad hoc duplicem rationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem
opinio; sed contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt
contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt. Secunda est: opiniones contrariæ non
sunt simul veræ; sed opiniones contrariorum, sive plures, sive una, sunt simul
veræ quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ ex hoc quod contrariorum
sunt. Harum rationum, suppositis maioribus, ponit utriusque minoris declarationem
simul, dicens: boni enim, quoniam bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem
fortasse opinio est, quoad primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una sit, quoad
secundam. Utitur autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia non est
determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia aliquo modo est
eadem et aliquo modo non. Si enim loquamur de habituali opinione, sic eadem
est; si autem de actuali, sic non eadem est. Alia siquidem mentalis compositio
actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et alia concipiendo malum esse
malum, licet eodem habitu utrunque cognoscamus, illud per se primo, et hoc
secundario, ut dicitur IX metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad
declarationem minorum sumpta sunt, scilicet bonum et malum, contraria sunt
etiam contrarietate sumpta stricte in moralibus, ac per hoc congrua usi sumus
declaratione. Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum
opiniones sunt, contrariæ sunt, sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed
potius censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo quod contrariæ adverbialiter,
scilicet contrario modo, idest vere et false enunciant. Et sic patet primum. When he
says, It is false, of course, to suppose that opinions are to be defined as
contrary because they are about contraries, etc., he proceeds with the second
question. First he shows that contrariety of opinions is not determined by the
contrariety of the matter involved, but rather by the opposition of true and
false; secondly, he shows that there is not contrariety of opinions in just any
opposites according to truth and falsity, where he says, Now if there is the
opinion of that which is good, that it is good, and the opinion that it is not
good, etc.; third, he determines that contrariety of opinions is concerned with
the per se first opposites; according to truth and falsity, for three reasons,
where he says, Rather, those opinions in which there is fallacy must be posited
as contrary to true opinions, etc.; finally, he shows that this determination
is true of all, where he says, It is evident that it will make no difference if
we posit the affirmation universally, for the universal negation will be the
contrary, etc. Aristotle says, then, proposing the conclusion he intends to
prove, that it is false to suppose that opinions are to be defined or
determined as contrary because they are about contrary objects. He gives two
arguments for this. Contrary opinions are not the same opinion; but opinions
about contraries are probably the same opinion; therefore, opinions are not contrary
from the fact that they are about contraries. And, contrary opinions are not
simultaneously true; but opinions about contraries, whether many or one, are
sometimes true simultaneously; therefore, opinions are not contraries because
they are about contraries. Having supposed the majors of these arguments, he
posits a manifestation of each minor at the same time. In relation to the first
argument, he says, for the opinion of that which is good, that it is good, and
of that which is evil, that it is evil are probably the same. In relation to
the second argument he adds: and, whether many or one, are true. He uses
"probably,” an adverb expressing doubt and disjunction, because this is
not the place to determine whether the opinion of contraries is the same
opinion, and, because in some way the opinion is the same and in some way not.
In the case of habitual opinion, the opinion of contraries is the same, but in
the case of an actual opinion it is not. One mental composition is actually
made in conceiving that a good is good and another in conceiving that an evil
is evil, although we know both by the same habit, the former per se and first,
the latter secondarily, as is said in IX Metaphysicæ [4: 1051a 4]. Then he adds
that good and evil—which are used for the manifestation of the minor—are
contraries even when the contrariety is taken strictly in moral matters; and so
in using this our exposition is apposite. Finally, he draws the conclusion:
however, opinions are not contraries because they are about contraries, but
rather because they are contraries, i.e., opinions are to be considered as
contrary from the fact that they enunciate contrarily, adverbially, i.e., in a
contrary mode, i.e., they enunciate truly and falsely. Thus the first argument
is clear. V. lib. Si ergo boni et cetera. Quia dixerat quod contrarietas
opinionum accipitur secundum oppositionem veritatis et falsitatis earum,
declarat modo quod non quæcunque secundum veritatem et falsitatem oppositæ
opiniones sunt contrariæ, tali ratione. De bono, puta, de iustitia, quatuor possunt opiniones
haberi, scilicet quod iustitia est bona, et quod non est bona, et quod est
fugibilis, et quod est non appetibilis. Quarum prima est vera, reliquæ sunt
falsæ. Inter quas hæc est diversitas quod, prima negat idem prædicatum quod
vera affirmabat; secunda affirmat aliquid aliud quod bono non inest; tertia
negat id quod bono inest, non tamen illud quod vera affirmabat. Tunc sic. Si
omnes opiniones secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ, tunc uni,
scilicet veræ opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam infinita: quod
est impossibile, quia unum uni est contrarium. Tenet consequentia, quia possunt
infinitæ imaginari opiniones falsæ de una re similes ultimis falsis opinionibus
adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non insunt illi, et negantes ea quæ illi
quocunque modo coniuncta sunt: utraque namque indeterminata esse et absque
numero constat. Possumus enim opinari quod iustitia est quantitas, quod est
relatio, quod est hoc et illud; et similiter opinari quod iustitia non sit
qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus. Unde ex supradictis in
propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum contra unam veram, ait:
si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam est bonum; et si est
etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam non est quid bonum; est
vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid aliud inesse illi, quod
non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit fugibilis, quod sit
illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque, quæ scilicet negat aliquid
aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse iustitiæ, quod tamen inest, ut
puta quod non sit qualitas, quod non sit virtus; si ita inquam est, nulla
aliarum falsarum ponenda est contraria opinioni veræ. Et exponens quid
demonstret per ly aliarum, subdit: neque quæcunque opinio opinatur esse quod
non est, ut tertii ordinis opiniones faciunt: neque quæcunque opinio opinatur
non esse quod est, ut quarti ordinis opiniones significant. Et causam subdit:
infinitæ enim utræque sunt, et quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse
quod est, ut supra declaratum fuit. Non
ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum veritatem et falsitatem contrariæ
sunt. Et sic patet
secundum.When he says, Now, if there is the opinion of that which is good, that
it is good, and the opinion that it is not good, etc., he takes up the second
point. Since he has just said that contrariety of opinions is taken according
to their opposition of truth and falsity, he goes on to show that not just any
opposites according to truth and falsity are contraries. This is his argument.
Four opinions can be held about a good, for instance justice: that justice is
good, that it is not good, that it is avoidable, that it is not desirable. Of
these, the first is true, the rest false. The three false ones are diverse. The
first denies the same predicate the true one affirmed; the second affirms
something which does not belong to the good; the third denies what belongs to
the good, but something other than the true one affirmed. Now if all opinions
opposed as to truth and falsity are contraries, then not only are there many
contraries to one true opinion, but an infinite number. But this is impossible,
for one is contrary to one other. The consequence holds because infinite false
opinions about one thing, similar to those cited, can be imagined; such
opinions would affirm of it what does not belong to it and deny what is joined
to it in some way. Both kinds are indeterminate and without number. We can
think, for instance, that justice is a quantity, that it is a relation, that it
is this and that; and likewise we can think that it is not a quality, is not
desirable, is not a habit. Hence, from what was said above in proposing the
question, Aristotle infers a plurality of false opinions opposed to one true
opinion: Now if there is the opinion of that which is good, for instance
justice, that it is good, and there is a false opinion denying the same thing,
namely, that it is not good, and besides these a third opinion, false also,
affirming that some other thing belongs to justice that does not belong and
cannot belong to it (for instance, that justice is avoidable, that it is
illicit) and a fourth opinion, also false, that denies something other than the
true opinion affirms, something, however, which does belong to justice (for
instance, that it is not a quality, that it is not a virtue), none of these
other false enunciations are to be posited as the contrary of the true opinion.
To explain what he is designating by "of these others,” he adds, neither
those purporting that what is not, is, as opinions of the third order do, nor
those purporting that what is, is not, as opinions of the fourth order signify.
Then he adds the reason these cannot be posited as the contrary of the true
opinion: for both the opinions that that is which is not, and that which is
not, is, are infinite, as was shown above. Therefore, not just any opinions
opposed according to truth and falsity are contraries. Thus the second argument
is clear. V. lib. Quia subtili indagatione ostendit quod nec materiæ
contrarietas, nec veri falsique qualiscunque oppositio contrarietatem opinionum
constituit, sed quod aliqua veri falsique oppositio id facit, ideo nunc
determinare intendit qualis sit illa veri falsique oppositio, quæ opinionum
contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe quæstioni satisfit. Et intendit
quod sola oppositio opinionum secundum affirmationem et negationem eiusdem de
eodem etc. constituit contrarietatem earum. Unde intendit probare istam
conclusionem per quam ad quæsitum respondet: opiniones oppositæ secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ; et consequenter
illæ, quæ sunt oppositæ secundum affirmationem contrariorum prædicatorum de
eodem, non sunt contrariæ, quia sic affirmativa vera haberet duas contrarias,
quod est impossibile. Unum enim uni est contrarium.Aristotle has just completed
a subtle investigation in which he has shown that contrariety of matter does
not constitute contrariety of opinion, nor does just any kind of opposition of
true and false, but some opposition of true and false does. Now he intends to
determine what kind of opposition of true and false it is that constitutes
contrariety of opinions, for this will answer the question directly. He
maintains that only opposition of opinions according to affirmation and
negation of the same thing of the same thing, etc., constitutes their
contrariety. Accordingly, as the response to the question, he intends to prove
the following conclusion: opinions opposed according to affirmation and
negation of the same thing of the same thing are contraries; and consequently,
opinions opposed according to affirmation of contrary predicates of the same
subject are not contraries, for if these were contraries, the true affirmative
would have two contraries, which is impossible, since one is contrary to one
other. V. lib. Probat autem istam conclusionem tribus rationibus. Prima est:
opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones oppositæ
secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in quibus primo est
fallacia; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem
de eodem sunt contrariæ. Sensus maioris est: opiniones quæ primo ordine naturæ
sunt termini fallaciæ, idest deceptionis seu erroris, sunt contrariæ: sunt
enim, cum quis fallitur seu errat, duo termini, scilicet a quo declinat, et ad
quem labitur. Huius rationis in littera primo ponitur maior, cum dicitur: sed
in quibus primo fallacia est; adversative enim continuans sermonem supradictis,
insinuavit non tot enumeratas opiniones esse contrarias, sed eas in quibus
primo fallacia est modo exposito. Deinde subdit probationem minoris talem:
eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex quibus sunt
fallaciæ; sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem et
negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et
negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius
prosyllogismi, ait: hæc autem, scilicet fallacia, est ex his, scilicet
terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et subsumit minorem: ex
oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et negationem, et generationes
fiunt. Et demum concludit: quare etiam fallacia, scilicet, est ex oppositis
secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem. Aristotle uses three
arguments to prove this conclusion. The first one is as follows: Those opinions
in which there is fallacy first are contraries. Opinions opposed according to
affirmation and negation of the same predicate of the same subject are those in
which there is fallacy first. Therefore, these are contraries. The sense of the
major is this: Opinions which first in the order of nature are the limits of
fallacy, i.e., of deception or error, are contraries; for when someone is
deceived or errs, there are two limits, the one from which he turns away and
the one toward which he turns. In the text the major of the argument is posited
first: Rather, those opinions in which there is fallacy must be posited as
contrary to true opinions. By uniting this part of the text adversatively with
what was said previously, Aristotle implies that not just any of the number of
opinions enumerated are contraries, but those in which there is fallacy first
in the manner we have explained. Then he gives this proof of the minor: those
things from which generations are and from which fallacies are, are the same
proportionally; generations are from opposites according to affirmation and
negation; therefore fallacies, too, are from opposites according to affirmation
and negation (which was assumed in the minor). Hence he posits the major of
this prosyllogism: Now the things from which fallacies arise, namely, limits,
are the things from which generations arise—proportionally however. Under it he
posits the minor: but generations are from opposites, i.e., according to
affirmation and negation. Finally, he concludes, therefore also fallacies,
i.e., they are from opposites according to affirmation and negation of the same
thing of the same thing. V. lib. Ad evidentiam huius probationis scito quod
idem faciunt in processu intellectus cognitio et fallacia seu error, quod in
processu naturæ generatio et corruptio. Sicut namque perfectiones naturales
generationibus acquiruntur, corruptionibus desinunt; ita cognitione
perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus autem seu deceptionibus
amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio est inter affirmationem
et negationem, ut proprios terminos, ut dicit V Physic.; ita tam cognoscere
aliquid, quam falli circa illud, est inter affirmationem et negationem, ut
proprios terminos: ita quod id ad quod primo attingit cognoscens aliquid in
secunda operatione intellectus est veritatis affirmatio, et quod per se primo
abiicitur est illius negatio. Et similiter quod per se primo perdit qui fallitur est
veritatis affirmatio, et quod primo incurrit est veritatis negatio. Recte ergo
dixit quod iidem sunt termini inter quos primo est generatio, et illi inter
quos est primo fallacia, quia utrobique termini sunt affirmatio et negatio. This proof will be more
evident from the following: Knowledge and fallacy, or error, bring about the
same thing in the intellect’s progression as generation and corruption do in
nature’s progression. For just as natural perfections are acquired by generations
and perish by corruptions, so intellectual perfections are acquired by
knowledge and lost by errors or deceptions. Accordingly, just as generation and
corruption are between affirmation and negation as proper terms, as is said in Physicæ
so both to know something and to be deceived about it is between affirmation
and negation as proper terms. Consequently, what one who knows attains first in
the second operation of the intellect is affirmation of the truth, and what he
rejects per se and first is the negation of it. In like manner, what he who is
deceived loses per se and first is affirmation of the truth, and acquires first
is negation of the truth. Therefore Aristotle is correct in maintaining that the
terms between which there is generation first and between which there is
fallacy first are the same, because with respect to both, the terms are
affirmation and negation. V. lib. Deinde cum dicit: si ergo quod bonum est etc.,
intendit probare maiorem principalis rationis. Et quia iam declaravit quod ea,
in quibus primo est fallacia, sunt affirmatio et negatio, ideo utitur, loco
maioris probandæ, scilicet, opiniones in quibus primo est fallacia, sunt
contrariæ, sua conclusione, scilicet, opiniones oppositæ secundum affirmationem
et negationem eiusdem sunt contrariæ. Æquivalere enim iam declaratum est. Fecit
autem hoc consuetæ brevitati studens, quoniam sic procedendo, et probat
maiorem, et respondet directe quæstioni, et applicat ad propositum simul. Probat
ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam quæstionis, hanc,
scilicet: opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem sunt
contrariæ; et non illæ, quæ sunt oppositæ secundum contrariorum affirmationem
de eodem. Et intendit talem rationem. Opinio vera et eius magis falsa sunt
contrariæ opiniones; oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt vera et
eius magis falsa; ergo opiniones oppositæ secundum affirmationem et negationem
sunt contrariæ. Maior probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt
contraria; vera autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut
patet. Minor vero probatur ex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de
eodem est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se falsa magis falsa est quacunque
alia. Unumquodque enim
quod est per se tale, magis tale est quolibet quod est per aliud tale. When he
says, Now, if that which is good is both good and not evil, the former per se,
the latter accidentally, etc., he intends to prove the major of the principal argument.
He has already shown that the opinions in which there is fallacy first are
affirmation and negation, and therefore in place of the major to be proved
(i.e., opinions in which it there is fallacy first are contraries) he uses his
conclusion—which has already been shown to be equivalent—that opinions opposed
according to affirmation and negation of the same thing are contraries. Thus
with his customary brevity he at once proves the major, responds directly to
the question, and applies it to what he has proposed. In place of the major,
then, he proves the conclusion principally intended, i.e., that opinions
opposed according to affirmation and negation of the same thing are contraries,
and not those opposed according to affirmation of contraries about the same
thing. His argument is as follows: A true opinion and the opinion that is more
false in respect to it are contrary opinions, but opinions opposed according to
affirmation and negation are the true opinion and the opinion that is more
false in respect to it; therefore, opinions opposed according to affirmation
and negation are contraries. The major is proved thus: those things that are
most distant in respect to the same thing are contraries; but the true and the
more false are most distant in respect to the same thing, as is clear. The
proof of the minor is that the opposite according to negation of the same thing
of the same thing is per se false in relation to the true affirmation of it.
But a per se false opinion is more false than any other, since each thing that
is per se such is more such than anything that is such by reason of something
else. V. lib. Unde ad suprapositas opiniones in propositione quæstionis
rediens, ut ex illis exemplariter clarius intentum ostendat, a probatione
minoris inchoat tali modo. Sint quatuor opiniones, duæ veræ, scilicet, bonum est
bonum, bonum non est malum, et duæ falsæ, scilicet, bonum non est bonum, et,
bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est ratione sui, secunda
autem est vera secundum accidens, idest, ratione alterius, quia scilicet non
esse malum est coniunctum ipsi bono: ideo enim ista est vera, bonum non est
malum, quia bonum est bonum, et non e contra; ergo prima quæ est secundum se
vera, est magis vera quam secunda: quia in unoquoque genere quæ secundum se est
vera est magis vera. Illæ autem duæ falsæ eodem modo censendæ sunt, quod
scilicet magis falsa est, quæ secundum se est falsa. Unde quia prima earum,
scilicet, bonum non est bonum, quæ est negativa, est per se et non ratione
alterius falsa, relata ad illam affirmativam, bonum est bonum; et secunda,
scilicet, bonum est malum, quæ est affirmativa contrarii, ad eamdem relata est
falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim, scilicet, bonum est malum,
non immediate falsificatur ab illa vera, scilicet bonum est bonum, sed mediante
illa alia falsa, scilicet, bonum non est bonum); idcirco magis falsa respectu
affirmationis veræ est negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod erat assumptum in
minore. Accordingly, returning to the opinions already given in proposing the
question so as to show his intention more clearly by example, he begins with
the proof of the minor. There are four opinions, of which two are true, "A
good is good,” "A good is not evil”; two are false, "A good is not
good” and "A good is evil.” It is evident that the first is true by reason
of itself, the second accidentally, i.e., by reason of another, for not to be
evil is added to that which is good. Hence, "A good is not evil” is true
because a good is good, and not contrarily. Therefore, the first of these
opinions, which is per se true, is more true than the second, for in each genus
that which per se is true is more true. The two false opinions are to be judged
in the same way. The more false is the one that is per se false. The first of
them, the negative, "A good is not good,” in relation to the affirmative,
"A good is good,” is per se false, not false by reason of another. The
second, the affirmative of the contrary, "A good is evil,” in relation to
the same opinion, is false accidentally, i.e., by reason of another (for
"A good is evil” is not immediately falsified by the true opinion, "A
good is good,” but mediately through the other false opinion "A good is
not good”). Therefore, the negation of the same thing is more false in respect
to a trite affirmation than the affirmation of a contrary. This was assumed in
the minor. V. lib. 2 l. 14 n. 6Unde rediens ad supra positas (ut dictum est)
opiniones, infert primas duas veras opiniones dicens: si ergo quod bonum est et
bonum est et non est malum, et hoc quidem, scilicet quod dicit prima opinio,
est verum secundum se, idest ratione sui; illud vero, scilicet quod dicit
secunda opinio, est verum secundum accidens, quia accidit, idest, coniunctum
est ei, scilicet bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine magis vera est
illa quæ secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum se
falsa est: siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est, quod scilicet
magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum opinionum
falsarum in quæstione propositarum, scilicet, bonum non est bonum, et, bonum
est malum, ea quæ est dicens, quoniam non est bonum quod bonum est, idest
negativa; scilicet, bonum non est bonum, est consistens falsa secundum se,
idest, ratione sui continet in seipsa falsitatem; illa vero reliqua falsa
opinio, quæ est dicens, quoniam malum est, idest, affirmativa contraria,
scilicet, bonum est malum, eius, quæ est, idest, illius affirmationis dicentis,
bonum est bonum, secundum accidens, idest, ratione alterius falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: quare erit magis falsa
de bono, opinio negationis, quam contrarii. Deinde ponit maiorem dicens quod,
semper magis falsus circa singula est ille qui habet contrariam opinionem, ac
si dixisset, veræ opinioni magis falsa est contraria. Quod assumptum erat in
maiore. Et eius probationem subdit, quia contrarium est de numero eorum quæ
circa idem plurimum differunt. Nihil enim plus differt a vera opinione quam
magis falsa circa illam. As was pointed
out above, Aristotle returns to the opinions already posited, and infers the
first two true opinions: Now if that which is good is both good and not evil,
and if what the first opinion says is true per se, i.e., by reason of itself,
and what the second opinion says is trite accidentally (since it is accidental
to it, i.e., added to it, that is, to the good, not to be evil) and if in each
order that which is per se true is more true, then that which is per se false
is more false, since, as has been shown, the true also is of this nature,
namely, that the more true is that which per se is true. Therefore, of the two
false opinions proposed in the question, namely, "A good is not good,” and
"A good is evil,” the one saying that what is good is not good, namely,
the negative, is an opinion positing what is per se false, i.e., by reason of
itself it contains falsity in it. The other false opinion, the one saying it is
evil, namely, the affirmative contrary in respect to it, i.e., in respect to
the affirmation saying that a good is good, is false accidentally, i.e., by
reason of another. Then he gives the minor: Therefore, the opinion of the
negation of the good will be more false than the opinion affirming a contrary.
Next, he posits the major, the one who holds the contrary judgment about each
thing is most mistaken, i.e., in relation to the true judgment the contrary is
more false. This was assumed in the major. He gives as the proof of this, for
contraries are those that differ most with respect to the same thing, for
nothing differs more from a true opinion than the more false opinion in respect
to it. V. lib. 2 l. 14 n. 7Ultimo directe applicat ad quæstionem dicens: quod
si (pro, quia) harum falsarum, scilicet, negationis eiusdem et affirmationis
contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero contradictionis,
idest, negationis eiusdem de eodem, magis est contraria secundum falsitatem,
idest, magis est falsa, manifestum est quoniam hæc, scilicet opinio falsa
negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e contra. Illa vero opinio quæ
est dicens, quoniam malum est quod bonum est, idest, affirmatio contrarii, non
contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se veræ contrariam,
scilicet, bonum non est bonum. Etenim necesse est ipsum opinantem affirmationem
contrarii opinari, quoniam idem de quo affirmat contrarium non est bonum.
Oportet siquidem si quis opinatur quod vita est mala, quod opinetur quod vita
non sit bona. Hoc enim necessario sequitur ad illud, et
non e converso; et ideo affirmatio contrarii implicita dicitur. Negatio autem eiusdem de
eodem implicita non est. Et sic finitur prima ratio. Finally, he directly
approaches the question. If (for "since”), then, of two opinions (namely,
false opinions—the negation of the same thing and the affirmation of a
contrary), one is the contrary of the true affirmation, and, the contradictory
opinion, i.e., the negation of the same thing of the same thing, is more
contrary according to falsity, i.e., is more false, it is evident that the
false opinion of negation will be contrary to the true affirmation, and
conversely. The opinion saying that what is good is evil, i.e., the affirmation
of a contrary, is not the contrary but implies it, i.e., it implies in itself
the opinion contrary to the true opinion, i.e., "A good is not good.” The
reason for this is that the one conceiving the affirmation of a contrary must
conceive that the same thing of which he affirms the contrary, is not good. If,
for example, someone conceives that life is evil, he must conceive that life is
not good, for the former necessarily follows upon the latter and not
conversely. Hence, affirmation of a contrary is said to be implicative, but
negation of the same thing of the same thing is not implicative. This concludes
the first argument. V. lib. Notandum est hic primo quod ista regula generalis
tradita hic ab Aristotele de contrarietate opinionum, quod scilicet contrariæ
opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et negationem eiusdem de
eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem propositionibus scrupulosa
est. Unde multa hic insurgunt dubia. Primum est quia cum oppositio secundum
affirmationem et negationem non constituat contrarietatem sed contradictionem
apud omnes philosophos, quomodo Aristoteles opiniones oppositas secundum
affirmationem et negationem ex hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia
dixit quod ea in quibus primo est fallacia sunt contraria, et tamen subdit quod
sunt oppositæ sicut termini generationis, quos constat contradictorie opponi.
Nec dubitatione caret quomodo sit verum id quod supra diximus ex intentione s.
Thomæ, quod nullæ duæ opiniones opponantur contradictorie, cum hic expresse
dicitur aliquas opponi secundum affirmationem et negationem. Dubium secundo insurgit circa id quod assumpsit, quod
contraria cuiusque veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam
contraria istius veræ, Socrates est albus, est ista, Socrates non est albus,
secundum determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per accidens
vera, ita ista est per accidens falsa. Accidit enim isti enunciationi falsitas.
Potest enim mutari in veram, quia est in materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod
dixit: magis vero contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod
utraque, scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ
affirmationi; et consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de
contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. The general rule about the
contrariety of opinions that Aristotle has given here (namely, that contrary
opinions are those opposed according to affirmation and negation of the same
thing of the same thing) is accurate both in itself and in the propositions
assumed for its proof. Many questions may arise, however, as a consequence of
this doctrine and its proof. First of all, all philosophers hold that
opposition according to affirmation and negation constitutes contradiction, not
contrariety. How, then, can Aristotle maintain that opinions opposed in this
way are contraries? The difficulty is augmented by the fact that he has said
that those opinions in which there is fallacy first are contraries, yet he adds
that they are opposed as the terms of generation are, which he establishes to
be opposed contradictorily. In addition, there is a difficulty as to the way in
which the assertion of St. Thomas, which we used above, is true, namely, that
no two opinions are opposed contradictorily, since here it is explicitly said
that some are opposed according to affirmation and negation. The second uestion
involves his assumption that the contrary of each true opinion is per se false.
This does not seem to be true, for according to what was determined previously,
the contrary of the true opinion "Socrates is white” is "Socrates is
not white.” But this is not per se false, for the opposed affirmation is true
accidentally, and hence its negation is false accidentally. Falsity is
accidental to such an enunciation because, being in contingent matter, it can
be changed into a true one. A third difficulty arises from the fact that
Aristotle says the contradictory opinion is nwre contrary. He seems to be
proposing, according to this, that both the opinion of the negation and of a
contrary are contrary to a true affirmation. Consequently, he is either
positing two opinions contrary to one or he is not taking contrariety strictly,
although we showed above that he was taking contrariety properly and strictly. V.
lib. Ad evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones
seu conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur,
possunt tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio
modo, secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ
repræsentant, ut sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia non est
præsentis speculationis, scito quod si accipiantur secundo modo secundum
repræsentata, sic invenitur inter eas et contradictionis, et privationis, et
contrarietatis oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio, Socrates est videns,
secundum id quod repræsentat opponitur illi, Socrates non est videns,
contradictorie; privative autem illi, Socrates est cæcus; contrarie autem illi,
Socrates est luscus; si accipiantur secundum repræsentata. Ut enim dicitur in
postprædicamentis, non solum cæcitas est privatio visus, sed etiam cæcum esse
est privatio huius quod est esse videntem, et sic de aliis. Si vero accipiantur
opiniones tertio modo, scilicet, prout repræsentata per eas sunt in ipsis, sic
nulla oppositio inter eas invenitur nisi contrarietas: quoniam sive opposita
contradictorie sive privative sive contrarie repræsententur, ut sunt in
opinionibus, illius tantum oppositionis capaces sunt, quæ inter duo entia
realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia sunt. Regulare enim est
quod quidquid convenit alicui secundum esse quod habet in alio, secundum modum
et naturam illius in quo est sibi convenit, et non secundum quod exigeret
natura propria. Inter entia autem realia contrarietas sola formaliter
reperitur. Taceo nunc de oppositione relativa. Opiniones ergo hoc modo sumptæ,
si oppositæ sunt, contrarietatem sapiunt, sed non omnes proprie contrariæ sunt,
sed illæ quæ plurimum differunt circa idem veritate et falsitate. Has autem
probavit Aristoteles esse opiniones affirmationis et negationis eiusdem de
eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem ad has
contrariæ dicuntur. In order to
answer all of the difficulties in regard to the first argument it must be noted
that opinions, or intellectual conceptions in the second operation, can be
taken in three ways: according to what they are absolutely; (2) according to
the things they represent absolutely, according to the things they represent,
as they are in opinions. We will omit the first since it does not belong to the
present consideration. If they are taken in the second way, i.e., according to
the things represented, there can be opposition of contradiction, of privation,
and of contrariety among them. The mental enunciation "Socrates sees,”
according to what it represents, is opposed contradictorily to. Socrates does
not see”; privatively to "Socrates is blind”; contrarily to "Socrates
is purblind.” Aristotle points out the reason for this in the Postpredicamenta
[Categ.]: not only is blindness privation of sight but to be blind is also a
privation of to be seeing, and so of others. Opinions taken in the third way,
i.e., as the things represented through opinions are in the opinions, have no
opposition except contrariety; for opposites as they are in opinions, whether
represented contradictorily or privatively or contrarily, only admit of the
opposition that can be found between two real beings, for opinions are real
beings. The rule is that whatever belongs to something according to the being
which it has in another, belongs to it according to the mode and nature of that
in which it is, and not according to what its own nature would require. Now,
between real beings only contrariety is found formally. (I am omitting here the
consideration of relative opposition.) Therefore, opinions taken in this mode,
if they are opposed, represent contrariety, although not all are contraries
properly. Only those differing most in respect to truth and falsity about the
same thing are contraries properly. Now Aristotle proved that these are -
judgments affirming and denying the same thing of the same thing. Therefore,
these are the true contraries. The rest are called contraries by reduction to
these. V. lib. Ex his patet quid ad obiecta
dicendum sit. Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis
contradictionem constituunt; in opinionibus vero existentes contrarietatem
inter illas causant propter extremam distantiam, quam ponunt inter entia
realia, opinionem scilicet veram et opinionem falsam circa idem. Stantque ista
duo simul quod ea, in quibus primo est fallacia, sint opposita ut termini
generationis, et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim
opposita contradictorie ut termini generationis secundum repræsentata; sunt
autem contraria, secundum quod habent in seipsis illa contradictoria. Unde
plurimum differunt. Liquet quoque ex hoc quod nulla est dissentio inter dicta
Aristotelis et s. Thomæ, quia opiniones aliquas opponi secundum affirmationem
et negationem verum esse confitemur, si ad repræsentata nos convertimus, ut hic
dicitur. From this the
answer to the objections is clear. We grant that affirmation and negation in
themselves constitute contradiction. In actual judgments,”’ affirmation and
negation cause contrariety between opinions because of the extreme distance
they posit between real beings, namely, true opinion and false opinion in
respect to the same thing. And these two stand at the same time: those in which
there is fallacy first are opposed as the terms of generation are and yet they
are contraries by the use of the foresaid distinction—for they are opposed
contradictorily as terms of generation according to the things represented, but
they are contraries insofar as they have in themselves those contradictories
and hence differ most. It is also evident that there is no disagreement between
Aristotle and St. Thomas, for we have shown that it is true that some opinions
are opposed according to affirmation and negation if we consider the things
represented, as is said here. 11. Tu autem qui perspicacioris ac provectioris
ingenii es compos, hinc habeto quod inter ipsas opiniones oppositas quidam
tantum motus est, eo quod de affirmato in affirmatum mutatio fit: inter ipsas
vero secundum repræsentata, similitudo quædam generationis et corruptionis
invenitur, dum inter affirmationem et negationem mutatio clauditur. Unde et
fallacia sive error quandoque et motus et mutationis rationem habet diversa
respiciendo, quando scilicet ex vera in per se falsam, vel e converso, quis
mutat opinionem; quandoque autem solam mutationem imitatur, quando scilicet
absque præopinata veritate ipsam falsam offendit quis opinionem; quandoque vero
motus undique rationem possidet, quando scilicet ex vera affirmatione in falsam
circa idem contrarii affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur
radix est oppositio affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est
fallacia, sicut generationis terminos opponi dixit. It will be noted, however,
by those of you who are more penetrating and advanced in your thinking, that
between opposite opinions there is something of true motion when a change is
made from the affirmed to the affirmed; but according to the order of
representation there is a certain similitude to generation and corruption so
long as the change is bounded by affirmation and negation. Consequently,
fallacy or error may be regarded in different ways. Sometimes it has the aspect
of both movement and change. This is the case when someone changes his opinion
from a true one to one that is per se false, or conversely. Sometimes change
alone is imitated. This happens when someone arrives at a false opinion apart
from a former true opinion. Sometimes, however, there is movement in every
respect. This is the case when reason passes from the true affirmation to the
false affirmation of a contrary about the same thing. However, since the first
root of being in error is the opposition of affirmation and negation, Aristotle
is correct in saying that those in which there is fallacy first are opposed as
are the terms of generation. 12.
Ad dubium secundo loco adductum dico quod peccatur ibi secundum æquivocationem
illius termini per se falsa, seu per se vera. Opinio enim et similiter
enunciatio potest dici dupliciter per se vera seu falsa. Uno modo, in seipsa,
sicut sunt omnes veræ secundum illos modos perseitatis qui enumerantur I
posteriorum, et similiter falsæ secundum illosmet modos, ut, homo non est
animal. Et hoc modo non accipitur in hac regula de contrarietate opinionum et
enunciationum opinio per se vera aut falsa, ut efficaciter obiectio adducta
concludit. Si enim ad contrarietatem opinionum hoc exigeretur non possent esse
opiniones contrariæ in materia contingenti: quod est falsissimum. Alio modo
potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut falsa respectu suæ oppositæ.
Per se vera quidem respectu suæ falsæ, et per se falsa respectu suæ veræ. Et
tunc nihil aliud est dicere, est per se vera respectu illius, nisi quod ratione
sui et non alterius verificatur ex falsitate illius. Et similiter cum dicitur,
est per se falsa respectu illius, intenditur quod ratione sui et non alterius
falsificatur ex illius veritate. Verbi gratia; istius veræ, Socrates currit,
non est per se falsa, Socrates sedet, quia falsitas eius non immediate sequitur
ex illa, sed mediante ista alia falsa, Socrates non currit, quæ est per se
illius falsa, quia ratione sui et non per aliquod medium ex illius veritate
falsificatur, ut patet. Et similiter istius falsæ, Socrates est quadrupes, non
est per se vera ista, Socrates est bipes, quia non per seipsam veritas istius
illam falsificat, sed mediante ista, Socrates non est quadrupes, quæ est per se
vera respectu illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de
se patet. Et hoc secundo modo utimur istis terminis tradentes regulam de
contrarietate opinionum et enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter
vera in omni materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et falsa et
eius per se vera, sunt contrariæ. Unde patet responsio ad obiectionem, quia
procedit accipiendo ly per se vera, et per se falsa primo modo. With respect to the second
question, I say that there is an equivocation of the term "per se false”
and "per se true” in the objection. Opinion, as well as enunciation, can
be called per se true or false in two ways. It can be called per se true in
itself. This is the case in respect to all opinions and enunciations that are
in accordance with the modes of perseity enumerated in I Posteriorum.
Similarly, they can be said to be per se false according to the same modes. An
example of this would be "Man is not an animal.” Per se true or false is
not taken in this mode in the rule about contrariety of opinions and enunciations,
as the objection concludes. For if this were needed for contrariety of opinions
there could not be contrary opinions in contingent matter, which is false.
Secondly, an opinion or enunciation can be said to be per se true or false in
respect to its opposite: per se true with respect to its opposite false
opinion, and per se false with respect to its opposite true opinion.
Accordingly, to say that an opinion is per se true in respect to its opposite
is to say that on its own account and not on account of another it is verified
by the falsity of its opposite. Similarly, to say that an opinion is per se
false in respect to its opposite means that on its own account and not on
account of another it is falsified by the truth of the opposite. For example,
the opinion that is per se false in respect to the true opinion "Socrates
is running "is not, "Socrates is sitting,” since the falsity of the
latter does not immediately follow from the former, but mediately from the
false opinion, "Socrates is not running.” It is the latter opinion that is
per se false in relation to "Socrates is running,” since it is falsified
on its own account by the truth of the opinion "Socrates is running,” and
not through an intermediary. Similarly, the per se true opinion in respect to
the false opinion "Socrates is four-footed” is not, "Socrates is
two-footed,” for the truth of the latter does not by itself make the former
false; rather, it is through "Socrates is not four-footed” as a medium,
which is per se true in respect to "Socrates is four-footed”; for
"Socrates is not four-footed” is verified on its own account by the
falsity of "Socrates is four-footed,” as is evident. We are using
"per se true” and "per se false” in this second mode in propounding
the rule concerning contrariety of opinions and enunciations. Thus the rule
that the true opinion and the per se false opinion in relation to it and the
false opinion and the per se true in relation to it are contraries, is
universally true in all matter. Consequently, the response to the objection is
clear, for it results from taking "per se true” and "per se false” in
the first mode. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter opiniones ad se
invicem pertinentes nulla alia est oppositio nisi contrarietas, coactus fuit
Aristoteles (volens terminis specialibus uti) dicere quod una est magis
contraria quam altera, insinuans quidem quod utraque contrarietatis
oppositionem habet respectu illius veræ. Determinat
tamen immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio, contraria
est affirmationi veræ. Subdit enim: manifestum est quoniam hæc contraria erit.
Duo ergo dixit, et quod utraque, tam scilicet negatio eiusdem quam affirmatio
contrarii, contrariatur affirmationi veræ, et quod una tantum earum, negatio
scilicet, est contraria. Et utrunque est verum. Illud quidem, quia, ut dictum
est, ambæ contrarietates oppositione contra affirmationem moliuntur; sed
difformiter, quia opinio negationis primo et per se contrariatur, affirmationis
vero contrarii opinio secundario et per accidens, idest per aliud, ratione
scilicet negativæ opinionis, ut declaratum est: sicut etiam in naturalibus albo
contrariantur et nigrum et rubrum, sed illud primo, hoc reductive, ut reducitur
scilicet ad nigrum illud inducendo, ut dicitur V Physic. Secundum autem dictum
simpliciter verum est, quoniam simpliciter contraria non sunt nisi extrema
unius latitudinis, quæ maxime distant; extrema autem unius distantiæ non sunt
nisi duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem opiniones unum extremum
teneat affirmatio vera, reliquum uni tantum falsæ dandum est, illi scilicet quæ
maxime a vera distat. Hanc autem negativam opinionem esse probatum est. Hæc
igitur una tantum contraria est illi, simpliciter loquendo. Cæteræ enim oppositæ ratione
istius contrariantur, ut de mediis dictum est. Non ergo uni plura contraria posuit, nec de
contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo dicebatur. The answer to the
third difficulty is the following. Since there is no other opposition but
contrariety between opinions pertaining to each other, Aristotle (since he
chose to use limited terms) has been forced to say that one is more contrary
than another, which implies that both have opposition of contrariety in respect
to a true opinion. However, he determines immediately that only one of them,
the negative opinion, is contrary to a true affirmation, when he adds, it is
evident that it must be the contrary. What he says, then, is that each, i.e.,
both negation of the same thing and affirmation of a contrary, is contrary to a
true affirmation, and that only one of them, i.e., the negation, is contrary.
Both of these statements are true, for both contrarieties are caused by an
opposition contrary to the affirmation, as was said, but not uniformly. The
opinion of negation is contrary first and per se, the opinion of affirmation of
a contrary, secondarily and accidentally, i.e., through another, namely, by
reason of the negative opinion, as has already been shown. There is a parallel
to this in natural things: both black and red are contrary to white, the former
first, the latter reductively, i.e., inasmuch as red is reduced to black in a
motion from white to red, as is said in V Physicorum. However, the second
statement, i.e., that only one of them, the negation, is contrary, is true
simply, for the most distant extremes of one extent are contraries absolutely.
Nov,, there are only two extremes of one distance and since between opinions
pertaining to each other true affirmation is at one extreme, the remaining
extreme must be granted to only one false opinion, i.e., to the one that is
most distant from the true opinion. This has been proved to be the negative
opinion. Only this one, then, is contrary to that absolutely speaking. Other
opposites are contrary by reason of this one, as was said of those in between.
Therefore, Aristotle has not posited many opinions contrary to one, nor used
contrariety in a broad sense, both of which were maintained by the objector. V.
lib. Deinde cum dicit: amplius si etiam etc., probat idem, scilicet quod
affirmationi contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio contrarii secunda
ratione, dicens: si in aliis materiis oportet opiniones se habere similiter,
idest, eodem modo, ita quod contrariæ in aliis materiis sunt affirmatio et
negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni et mali opinionibus,
videtur esse bene dictum, quod scilicet contraria affirmationi boni non est
affirmatio mali, sed negatio boni. Et probat hanc consequentiam subdens: aut enim ubique,
idest, in omni materia, ea quæ est contradictionis altera pars censenda est
contraria suæ affirmationi, aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam
opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo accipiatur
contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio eiusdem de
eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio eiusdem de eodem
contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a positione
antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illæ materiæ quibus
non inest contrarium, ut substantia et quantitas, quibus, ut in prædicamentis
dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est per se falsa ea, quæ est opinioni veræ
opposita contradictorie, ut qui putat hominem, puta Socratem non esse hominem, per
se falsus est respectu putantis, Socratem esse hominem. Deinde affirmando ipsum
antecedens formaliter, directe concludit intentum a positione antecedentis ad
positionem consequentis dicens: si ergo hæ, scilicet, affirmatio et negatio in
materia carente contrario, sunt contrariæ, et omnes aliæ contradictiones
contrariæ censendæ sunt. When Aristotle
says, Further, if this necessarily holds in a similar way in till other cases
it would seen that what we have said is correct, etc., he gives the second
argument to prove that the negation of the same thing is contrary to the
affirmation, and not the affirmation of a contrary. If opinions are necessarily
related in a similar way, i.e., in the same way, in other matter, that is, in
such a way that affirmation and negation of the same thing are contraries in
other matter, it would seem that what we have said about the opinions of that
which is good and that which is evil is correct, i.e., that the contrary of the
affirmation of that which is good is not the affirmation of evil but the
negation of good. He proves this consequence when he adds: for the opposition
of contradiction either holds everywhere or nowhere, i.e., in every matter one
part of a contradiction must be judged contrary to its affirmation—or never,
i.e., in no matter. For if there is a general art which deals with contrary
opinions, contrary Opinions must be taken everywhere and in every matter in one
and the same mode. Consequently, if in any matter, negation of the same thing
of the same thin- is the contrary of the affirmation, then in all matter
negation of the same thing of the same thing will be the contrary of the
affirmation. Since he intends in his proof to conclude from the position of the
antecedent, Aristotle affirms the antecedent through its cause: in matter in
which there is not a contrary, such as substance and quantity, which have no
contraries, as is said in the Predicamcnta [Categ.], the one contradictorily
opposed to the true opinion is per se false. For example, he who thinks that man,
for instance Socrates, is not man, is per se mistaken with regard to one who
thinks that Socrates is man. Then he affirms the antecedent formally and
concludes directly from the position of the antecedent to the position of the
consequent. If then these, namely, affirmation and negation in matter which
lacks a contrary, are contraries, all other contradictions must be judged to be
contraries. Deinde cum dicit:
amplius similiter etc., probat idem tertia ratione, quæ talis est: sic se
habent istæ duæ opiniones de bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est
bonum, sicut se habent istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est bonum,
et, non bonum est bonum. Utrobique enim salvatur oppositio contradictionis. Et
primæ utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens
hanc maiorem quoad primas veras utriusque combinationis ait: similiter se habet
opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam non est bonum. Et subdit
quoad secundas utriusque falsas: et super has opinio boni quoniam non est
bonum, et non boni quoniam est bonum. Hæc est maior. Sed illi veræ opinioni de
non bono, scilicet, non bonum non est bonum, contraria non est, non bonum est
malum, nec bonum non est malum, quæ sunt de prædicato contrario, sed illa, non
bonum est bonum, quæ est eius contradictoria; ergo et illi veræ opinioni de
bono, scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria, scilicet,
bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est malum.
Unde subdit minorem supradictam dicens: illi ergo veræ opinioni non boni, quæ
est dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est contraria. Non
enim est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ prædicatum contrarium,
scilicet, quod non bonum est malum: quia istæ duæ aliquando erunt simul veræ.
Nunquam autem vera opinio veræ contraria est. Quod autem istæ duæ aliquando
simul sint veræ, patet ex hoc quod quoddam non bonum malum est: iniustitia enim
quoddam non bonum est, et malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras:
quod est impossibile. At vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa
opinio, quæ est dicens prædicatum contrarium negativæ, scilicet, non bonum non
est malum, eadem ratione, quia simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est quoddam
non bonum, de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est
mala. Relinquitur ergo tertia pars minoris quod ei opinioni veræ quæ, est
dicens quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio non boni, quæ
est dicens quod est bonum, quæ est contradictoria illius. Deinde subdit
conclusionem intentam: quare et ei opinioni boni, quæ dicit bonum est bonum,
contraria est ea boni opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum, idest, sua
contradictoria. Contradictiones
ergo contrariæ in omni materia censendæ sunt. Then he says, Again, the opinions
of that which is good, that it is good and of that which is not good, that it
is not good, are parallel. This begins the third argument to prove the same
thing. The two opinions of that which is good, that it is good, and that it is
not good, are related in the same way as the two opinions of that which is not
good, that it is not good and that it is good; i.e., the opposition of
contradiction is kept in both. The first opinion of each combination is true,
the second false. Hence with respect to the first true opinions of each
combination he proposes this major: Again, the opinions of that which is good,
that it is good, and of that which is not good, that it is not good, are
parallel. With respect to the second false judgment of each combination he
adds: so also are the opinions of that which is good, that it is not good, and
of that which is not good, that it is good. This is the major. But the contrary
of the true opinion of that which is not good, namely, the true opinion
"That which is not good is not good,” is not, "That which is not good
is evil,” nor "That which is not good is not evil,” which have a contrary
predicate, but the opinion that that which is not good is good, which is its
contradictory. Therefore, the contrary of the true opinion of that which is
good, namely, the true opinion "That which is good is good,” will also be
its contradictory, "That which is good is not good,” and not the
affirmation of the contrary "That which is good is evil.” Hence he adds
the minor which we have already stated: What, then, would be the contrary of
the true opinion asserting that that which is not good is not good? The
contrary of it is not the opinion which asserts the contrary predicate
affirmatively, "That which is not good is evil,” because these two are
sometimes at once true. But a true opinion is never contrary to a true opinion.
That these two are sometimes at once true is evident from the fact that some
things that are not good are evil. Take injustice; it is something not good,
and it is evil. Therefore, contraries would be true at one and the same time,
which is impossible. But neither is the contrary of the above true opinion the
one asserting the contrary predicate negatively, "That which is not good
is not evil,” and for the same reason. These will also be true at the same
time. For example, a chimera is something not good, and it is true to say of it
simultaneously that it is not good and that it is not evil. There remains the
third part of the minor: the contrary of the true opinion that that which is
not good is not good is the opinion that it is good, which is the contradictory
of it. Then he concludes as he intended: the opinion that a good is not good is
contrary to the opinion that a good is good, i.e., its contradictory.
Therefore, it must be judged that contradictions are contraries in every
matter. 16. Deinde cum dicit: manifestum est igitur etc., declarat determinatam
veritatem extendi ad cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de indefinitis, et
particularibus, et singularibus iam dictum est, eo quod idem evidenter apparet
de eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares nisi pro eisdem
supponant sicut singulares, per modum affirmationis et negationis non
opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis quantitatis
sunt se transfert, dicens, manifestum esse quod nihil interest quoad propositam
quæstionem, si universaliter ponamus affirmationes. Huic enim, scilicet,
universali affirmationi, contraria est universalis negatio, et non universalis
affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur, quoniam omne bonum est
bonum, contraria est, nihil horum, quæ bona sunt, idest, nullum bonum est
bonum. Et declarat hoc ex quid nominis universalis affirmativæ, dicens: nam
eius quæ est boni, quoniam bonum est, si universaliter sit bonum: idest, istius
opinionis universalis, omne bonum est bonum, eadem est, idest, æquivalens, illa
quæ opinatur, quidquid est bonum est bonum; et consequenter sua negatio
contraria est illa quam dixi, nihil horum quæ bona sunt bonum est, idest,
nullum bonum est bonum. Similiter autem se habet in non bono: quia affirmationi
universali de non bono reddenda est negatio universalis eiusdem, sicut de bono
dictum est. He then says, It is evident that it will make no difference if we
posit the affirmation universally, etc. Here he shows that the truth he has
determined is extended to opinions of every quantity. The case has already been
stated in respect to indefinites, particulars, and singulars. On this point
their status is alike, for indefinites and particulars, unless they stand for
the same thing, as is the case in singulars, are not opposed by way of
affirmation and negation, since they are at once true. Therefore he turns his
attention to those of universal quantity. It is evident, he says, that it will
make no difference with respect to the proposed question if we posit the
affirmations universally, for the contrary of the universal affirmative is the
universal negative, and not the universal affirmation of a contrary. For
example, the contrary of the opinion that everything that is good is good is
the opinion that nothing that is good (i.e., no good) is good. He manifests
this by the nominal definition of universal affirmative: for the opinion that
that which is good is good, if the good is universal, i.e., the universal
opinion "Every good is good,” is the same, i.e., is equivalent to the
opinion that whatever is good is good. Consequently, its negation is the
contrary I have stated, "Nothing which is good is good,” i.e., "No
good is good.” The case is similar with respect to the not good. The universal
negation of the not good is opposed to the universal affirmation of the not
good, as we have stated with respect to the good. Deinde cum dicit: quare si in opinione sic se habet
etc., revertitur ad respondendum quæstioni primo motæ, terminata iam secunda,
ex qua illa dependet. Et circa hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni;
secundo, declarat quoddam dictum in præcedenti solutione; ibi: manifestum est
autem quoniam et cetera. Circa primum duo facit. Primo, directe respondet
quæstioni, dicens: quare si in opinione sic se habet contrarietas, ut dictum
est; et affirmationes et negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum, idest,
affirmationum et negationum quæ sunt in anima; manifestum est quoniam
affirmationi, idest, enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa
idem, idest, enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio
affirmativa contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua quærebatur,
an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an affirmativa
contraria. Responsum est enim quod negativa est contraria. Secundo, dividit
negationem contrariam affirmationi, idest, negationem universalem et
contradictoriam, dicens: universalis, scilicet, negatio, affirmationi contraria
est et cetera. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi universali affirmativæ
quæ est, omne bonum est bonum, vel, omnis homo est bonus, contraria est
universalis negativa, ea scilicet, nullum bonum est bonum, vel, nullus homo est
bonus: singula singulis referendo. Contradictoria autem negatio, contraria illi
universali affirmationi est, aut, non omnis homo est bonus, aut, non omne bonum
est bonum, singulis singula similiter referendo. Et sic posuit utrunque divisionis membrum, et
declaravit. Then he says, If, therefore, this is the case with respect to
opinion, and. affirmations and negations in vocal sound are signs of those in
the soul, etc. With this he returns to the question first advanced, to reply to
it, for he has now completed the second on which the first depends. He first
replies to the question, then manifests a point in the solution of a preceding
difficulty where he says, It is evident, too, that true cannot be contrary to
true, either in opinion or in contradiction, etc. First, then, he replies
directly to the question: If, therefore, contrariety is such in the case of
opinions, and affirmations and negations in vocal sound are signs of
affirmations and negations in the soul, it is evident that the contrary of the
affirmation, i.e., of the affirmative, enunciation, is the negation of the same
subject. In other words, the negative enunciation of the same predicate of the
same subject will be the contrary, and not the affirmative enunciation of a contrary.
Thus the response to the first question—whether the contrary of the affirmative
enunciation is its negative or the contrary affirmative—is clear. The answer is
that the negative is the contrary. Next, he divides negation as it is contrary
to affirmation, i.e., into the universal negation, and the contradictory: The
universal, i.e., negation, is contrary to the affirmation, etc. In order to
state this division by way of example he relates one enunciation to one
enunciation: the contrary of the universal affirmative enunciation "Every
good is’ good” or "Every man is good,” is the universal negative "No
good is good” or "No man is good.” Again, relating one to one, he says
that the contradictory negation contrary to the universal affirmation is
"Not every man is good” or "Not everything good is good.” Thus he
posits both members of the division and makes the division evident. V. lib. Sed
est hic dubitatio non dissimulanda. Si enim affirmationi universali contraria
est duplex negatio, universalis scilicet et contradictoria, vel uni duo sunt
contraria, vel contrarietate large utitur Aristoteles: cuius oppositum supra
declaravimus. Augetur et dubitatio: quia in præcedenti textu dixit Aristoteles
quod, nihil interest si universalem negationem faciamus ita contrariam
universali affirmationi, sicut singularem singulari. Et ita declinari non potest quin affirmationi
universali duæ sint negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur de
contrarietate Aristoteles. A difficulty arises at this point which we cannot disregard. If the
contrary of the universal affirmative is a twofold negation, namely, the
universal and the contradictory, either there are two contraries to one
affirmation or Aristotle is using contrariety in a broad sense, although we
showed that this was not the case apropos of an earlier passage of the text.
The difficulty is augmented by the fact that Aristotle said in the passage
immediately preceding that it makes no difference if we take the universal
negation as contrary to the universal affirmation, i.e., as one of its
negations. Hence, the conclusion cannot be avoided that in the mode in which
Aristotle speaks of contrariety here, there are two contrary negations to the
universal affirmative. C. lib. Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est
loqui de contrarietate quæ est inter negationem alicuius universalis
affirmativæ in ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui
de illamet universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affirmativæ
contradictoriam. Verbi gratia: sint quatuor enunciationes, quarum nunc
meminimus, scilicet, universalis affirmativa, contradictoria, universalis
negativa, et universalis affirmatio contrarii, sic dispositæ in eadem linea
recta: omnis homo est iustus, non omnis homo est iustus, omnis homo non est
iustus, omnis homo est iniustus: et intuere quod licet primæ omnes reliquæ
aliquo modo contrarientur, magna tamen differentia est inter primæ et cuiusque
earum contrarietatem. Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ
contrariatur ratione universalis negationis, quæ ante ipsam sita est: quia non
per se sed ratione illius falsa est, ut probavit Aristoteles, quia implicita
est. Tertia autem, idest universalis negatio, non per se sed ratione secundæ,
scilicet negationis contradictoriæ, contrariatur primæ eadem ratione, quia,
scilicet, non est per se falsa illius affirmationis veritate, sed implicita:
continet enim negationem contradictoriam, scilicet, non omnis homo est iustus,
mediante qua falsificatur ab affirmationis veritate, quia simpliciter et prior
est falsitas negationis contradictoriæ falsitate negationis universalis: totum
namque compositius et posterius est partibus. Est ergo inter has tres falsas ordo, ita quod
affirmationi veræ contradictoria negatio simpliciter sola est contraria, quia
est simpliciter respectu illius per se falsa; affirmativa autem contrarii est
per accidens contraria, quia est per accidens falsa; universalis vero negatio,
tamquam medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii
affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata autem ad negationem
contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut rubrum ad nigrum est
album, et ad album est nigrum, ut dicitur in V physicorum. Aliud igitur est
loqui de negatione universali in ordine ad affirmationem contrarii, et aliud in
ordine ad negationem contradictoriam. Si enim primo modo loquamur, sic negatio
universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo, non
est per se falsa, nec contraria affirmationi. To clear up this difficulty we must note that it is
one thing to speak of the contrariety there is between the negation of some
universal affirmative in relation to the affirmation of a contrary, and another
to speak of that same universal negative in relation to the negation
contradictory to the same affirmative. For example, the four enunciations of
which we are now speaking are the universal affirmative, the contradictory, the
universal negative, and the universal affirmation of a contrary: "Every
man is just,” "Not every man is just,” "No man is just,” "Every
man is unjust.” Notice that although all the rest are contrary to the first in
some way, there is a great difference between the contrariety of each to the
first. The last one, the affirmation of a contrary, is contrary to the first by
reason of the preceding universal negation, for it is false, not per se but by
reason of that negation, i.e., it is implicative, as Aristotle has already
proved. The third, the universal negation, is not per se contrary to the first
either. It is contrary by reason of the second, the contradictory negation, and
for the same reason, i.e., it is not per se false in respect to the truth of
the affirmation but is implicative, for it contains the contradictory negation
"Not every man is just,” by means of which it is made false in respect to
the truth of the affirmation. The reason for this is that the falsity of the
contradictory negation is prior absolutely to the falsity of the universal
negation, for the whole is more composite and posterior as compared to its
parts. There is, therefore, an order among these three false enunciations. Only
the contradictory negation is simply contrary to the true affirmation, for it
is per se false simply in respect to the affirmation; the affirmative of the
contrary is per accidens contrary, since it is per accidens false; the
universal negation, which is a medium partaking of the nature of each extreme,
is per se contrary and per se false as related to the affirmation of a
contrary, but is per accidens false and per accidens contrary as related to the
contradictory negation; just as red in a motion from red to black takes the
place of white, and in a motion from red to white takes the place of black, as
is said in V Physicorum. Therefore, it is one thing to speak of the universal
negation in relation to affirmation of a contrary and another to speak of it in
relation to the contradictory negation. If we are speaking of it in the first
way, the universal negation is per se contrary and per se false; if in the second,
it is not per se false or contrary to the affirmation. Quia ergo agitur ab
Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem quæ earum
contraria sit affirmationi veræ, et non agitur quæstio ipsarum negationum inter
se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi affirmationi, ut patet in toto
processu quæstionis; ideo Aristoteles indistincte dixit quod utraque negatio
est contraria affirmationi veræ, et non affirmatio contrarii. Intendens per hoc
declarare diversitatem quæ est inter affirmationem contrarii et negationem in
hoc quod veræ affirmationi contrariantur, et non intendens dicere quod utraque
negatio est simpliciter contraria. Hoc
enim in dubitatione non est quæsitum, sed illud tantum. Et similiter dixit quod
nihil interest si quis ponat negationem universalem: nihil enim interest quoad
hoc, quod affirmatio contrarii ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod
inquirimus. Plurimum autem interesset, si negationes ipsas inter se discutere
vellemus quæ earum esset affirmationi contraria. Sic ergo patet quod
subtilissime Aristoteles locutus de vera contrarietate enunciationum, unam uni
contrariam posuit in omni materia et quantitate, dum simpliciter contrarias
contradictiones asseruit. Since Aristotle
is now treating the question as to which is the contrary of a true affirmation,
affirmation of a contrary or the negation, and not the question as to which of
the negations is contrary to a true affirmation—as is clear in the whole progression
of the question—bis answer is that both negations are contrary to the true
affirmation without distinction, and that affirmation of a contrary is not. His
intention is to manifest the diversity between the negation, and the
affirmation of a contrary, inasmuch as they are contrary to a true affirmation.
He does not intend to say that both negations are contrary simply, for this is
not the difficulty in question here, but the former is. With respect to his
saying that it makes no difference if we posit the universal negation, the same
point applies, for in regard to showing that affirmation of a contrary is not
contrary to a true affirmation, which is the question at issue here, it makes
no difference which negation is posited. It would make a great deal of
difference, however, if we wished to discuss which negation was contrary to a
true affirmation. It is evident, then, that Aristotle’s discussion of the true
contrariety of enunciations is very subtle, for he has posited one to one
contraries in every matter and quantity, and affirmed that contradictions are
contraries simply. 21. Deinde cum dicit: manifestum est autem etc., resumit
quoddam dictum ut probet illud, dicens manifestum est autem ex dicendis quod
non contingit veram veræ contrariam esse, nec in opinione mentali, nec in
contradictione, idest, vocali enunciatione. Et causam subdit: quia contraria
sunt quæ circa idem opposita sunt; et consequenter enunciationes et opiniones
veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa idem autem contingit simul
omnes veras enunciationes et opiniones verificari, sicut et significata vel
repræsentata earum simul illi insunt: aliter veræ tunc non sunt. Et
consequenter omnes veræ enunciationes et opiniones circa idem contrariæ non
sunt, quia contraria non contingit eidem simul inesse. Nullum ergo verum sive
sit circa idem, sive sit circa aliud, est alteri vero contrarium. Et sic
finitur expositio huius libri perihermenias. When he says, It is evident,
too, that true cannot be contrary to true, either in opinion or in
contradiction, etc., he returns to a statement he has already made in order to
prove it. It is evident, too, from what has been said, that true cannot be
contrary to true, either in opinion or in contradiction, i.e., in vocal
enunciation. He gives as the cause of this that contraries are opposites about
the same thing; consequently, true enunciations and opinions about diverse
things cannot be contraries. However, it is possible for all true enunciations
and opinions about the same thing to be verified at the same time, inasmuch as
the things signified or represented by them belong to the same thing at the
same time; otherwise they are not true. Consequently, not all true enunciations
and opinions about the same thing are contraries, for it is not possible for
contraries to be in the same thing at the same time. Therefore, no true opinion
or enunciation, whether it is about the same thing or is about another is
contrary to another. VIO ORDINIS
PRÆDICATORUM S. R. IN E. CARDINALIS COMMENTARIA
RELIQUUM LIBRI SECUNDI PERI HERMENEIAS AD LECTOREM Humano: capiti
cervicem. nitor. equinam Addere: da veniam, si nova monstra iuvant.
—H— LECTIO (Cano. CarrTANt lect. 1). ^ DE NUMERO ET
HABITUDINE ENUNCIATIONUM IN QUIBUS PRÆDICATUR VERBUM EST ET SUBIICITUR
NOMEN FINITUM UNIVERSALITER SUMPTUM, VEL NOMEN INFINITUM, ET IN QUIBUS
PRÆDICATUR VERBUM: ADIECTIVUM Ὁμοίως δὲ ἔχει κἂν καθόλου τοῦ ὀνόματος ἦ ἡ
κατάφάσις" olov, πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: ἀπόφασις τούτου, οὐ πᾶς
ἐστὶν ἄνθρωπος δίκαιος: πᾶς ἔστιν ἄνθρωπος οὐ δίκαιος, οὐ πᾶς ἐστὶν ἄνθρωπος
οὐ δίχαιὸς. Πλὴν οὐχ ὁμοίως τὰς κατοὸ διάμετρον ἐνδέχεται συναληθεύειν: ἐνδέχεται
δὲ ποτέ. Αὗται μὲν οὖν δύο ἀντίκεινται, ἴλλλαι δὲ δύο πρὸς τὸ οὐχ ἄνθρωπος,
ὡς ὑποκείμενόν τι προστεθέν- ἔστι δίκαιος οὐκ ἄνθρωπος, οὐχ ἔστι
δίχαιος οὐχ ἄνθρωπος" ἔστιν οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ἐστιν οὐ δίκαιος
οὐχ ἄνθρωπος. ' Πλείους δὲ τούτων οὐχ ἔσονται ἀντιθέσεις. Αὗται δὲ
χωρὶς ἐκείνων αὐταὶ καθ᾽ ἑαυτὰς ἔσονται, ὡς ὀνόματι τῷ οὐχ ἄνθρωπος
χρώμεναι. "Eg ὅσων δὲ τὸ ἔστι pod ἁρμόττει, olov ἐπὶ τοῦ ὑγιαίνει
καὶ βαδίζει, ἐπὶ τούτων τὸ αὐτὸ ποιεῖ οὕτω. τιθέμενον, ὡς ἂν εἰ τὸ ἔστι
προσήπτετο; olov, ὑγιαίνει à πᾶς ἄνθρωπος; οὐχ ὑγιαίνει πᾶς ἄνθρωπος,
ὑγιαίγει πᾶς οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει πᾶς οὐκ ἄνθρωπος. Οὐ γάρ ἐστι
τὸ οὐ πᾶς ἄνθρωπος λεχτέον' ἀλλὰ τὸ οὔ, τὴν ἀπόφασιν, τῷ ἄνθρωπος
προσθετέον" τὸ γὰρ πᾶς οὐ τὸ καθόλου σημαίνει, ἀλλ᾽ ὅτι
καθόλου. ᾿ Δῆλον δὲ ἐκ τοῦδε, ὑγιαίνει ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει ἄνθρωπος"
ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος, οὐχ ὑγιαίνει οὐχ ἄνθρωπος. Ταῦτα γὰρ ἐχείνων διαφέρει τῷ
μὴ καθόλου εἶναι. Ὥστε τὸ πᾶς, ἢ οὐδείς, οὐδὲν ἄλλο προσσημαίνει; ἢ ὅτι
χαθόλου τοῦ ὀνόματος ἢ κατάφασιν 7) ἀπόφασιν: Τὰ δὲ ἄλλα τὰ αὐτὰ δεῖ
προστιθέναι" Similiter autem se habent, et si universalis nominis
sit affirmatio; ut est, omnis homo iustus est; negatio huius, non omnis
est homo iustus, omnis est homo non iustus, non omnis est homo non
iustus. Sed non similiter
angulares contingit veras esse; contingit autem aliquando. Hæ
igitur duæ oppositæ sunt. Aliæ autem duæ ad id quod est, non homo,
quasi ad subiectum aliquod additum; ut, est iustus non homo, non
est iustus non homo; est non iustus non homo, non est non iustus
non homo. Plures autem his non erunt oppositæ. Hæ autem extra
illas, ipsæ secundum se erunt, ut nomine utentes eo, quod est non
homo. In his vero, in quibus, est, non convenit ut in eo. quod est
valere vel ambulare, idem faciunt sic positum, ac si, est, adderetur, ut,
sanus est omnis homo, non sanus est nus omnis homo; sanus est
omnis non homo, non sæst omnis non homo. Non enim dicendum est, non
omnis homo; sed, non, negationem ad id quod est homo addendum est; omnis
enim non universalem significat, sed quoniam universaliter. Manifestum
est autem ex eo quod est, valet homo, non valet homo; valet non homo, non
valet non homo. Hæc enim ab illis differunt, eo quod universaliter
non sunt. Quare omnis vel nullus nihil significant aliud, nisi
quoniam universaliter de nomine, vel affirmant vel negant. Ergo et
cætera eadem oportet apponi. Seq.
cap. x. II ostquam Philosophus α distinxit enunciationes in quibus subiicitur nomen
infinitum non universaliter sumptum, hic S Ed. c: indefinitas. Num.
4. Num. 8. intendit distinguere enunciationes, in
)quibus subiicitur nomen finitum univerCsaliter sumptum. Et circa hoc tria
facit: primo, ponit similitudinem istarum enunciationum ad infinitas
supra positas; secundo, ostendit dissimilitudinem earumdem; ibi: Sed non
similiter etc. ; tertio, concludit numerum oppositionum inter dictas
enunciationes; ibi: Hæ duæ igitur 2. Lib. II, lect. ui, n.
5. Ammonius. Porphyrius.
Lect. xi, n. 5, seq.
Ed. c: quam sura posuimus. orphyrius. et etc.
Dicit ergo primo quod: similes sunt enunciationes, in quibus est nominis
universaliter sumpti affirmatio. Quoad primum notandum est quod in
enunciationibus indefinitis supra positis erant duæ oppositiones et
quatuor enunciationes, et affirmativæ inferebant negativas, et non inferebantur
ab eis, ut patet tam in expositione Ammonii, quam Porphyrii. Ita in
enunciationibus in quibus subiicitur nomen finitum universaliter
sumptum inveniuntur duæ oppositiones et quatuor enunciationes:
affirmativæ inferunt negativas et non e contra. Unde similiter se habent
enunciationes supradictæ, sj nominis in subiecto sumpti fiat affirmatio
universaliter. Fierit enim tunc quatuor enunciationes: duæ de prædicato
finito, scilicet omnis bomo est iustus, et eius negatio quæ est,
non ommis bomo est iustus; et duæ de prædicato infinito, scilicet omnis bomo.
est non iustus, et eius negatio quæ est, non omnis bomo est non iustus.
Et quia quælibet affirmatio cum sua negatione unam integrat oppositionem,
duæ efficiuntur oppositiones, sicut et de indefinitis dictum est. Nec obstat
quod de enunciationibus universalibus loquens particulares inseruit;
quoniam sicut supra de indefinitis et suis
negationibus sermonem fecit, ita nunc de afhrmationibus universalibus
sermonem faciens de earum negationibus est coactus loqui. Negatio
siquidem universalis affirmativæ non est universalis negativa, sed
particularis negativa, ut in I libro habitum est 3. Quod autem similis sit consequentia in
istis et supradictis indefinitis patet exemplariter. Et ne multa loquendo res clara
prolixitate obtenebretur, formetur primo figura de indefinitis, quæ supta
posita est in expositione Porphyrii, scilicet ex una parte ponatur affirmativa
finita, et sub ea negativa infinita, et sub ista negativa
privativa. Ex altera parte primo negativa finita, et sub ea affirmativa
infinita, et sub ea affirmativa privativa. Deinde sub illa figura
formetur alia figura similis illi universaliter: ponatur scilicet ex una parte
universalis affirmativa de prædicato finito, et sub ea particularis negativa de
prædicato infinito, et ad complementum similitudinis sub ista
particularis negativa de prædicato privativo; ex altera vero parte
ponatur primo particularis negativa de prædicato infinito, Quibus ita
dispositis, exerceatur consequentia semper in ista proxima figura, sicut
supra in indefinitis exercita est: sive sequendo expositionem: Ammonii,
ut infinitæ se habeant ad finitas, sicut privativæ se habent ad ipsas finitas
; finitæ autem non se habeant ad infinitas medias, sicut privativæ se
habent ad ipsas infinitas: sive sectando expositionem Porphyrii, ut affirmativæ
inferant negativas, et non e contra. Utrique enim expositioni
suprascriptæ deserviunt figuræ, ut patet diligenter indaganti. Similiter ergo se habent enunciationes istæ
universales ad indefinitas in tribus, scilicet in numero propositionum, et
numero oppositionum, et modo consequentiæ. 4. Deinde cum dicit: Sed non
similiter angulares etc., ponit. ctas dissimilitudinem inter istas
universales et supradiindefinitas, in hoc quod angulares non similiter
contingit veras esse. Quæ verba primo exponenda sunt secundum eam, quam credimus
esse ad mentem Aristotelis, expositionem; deinde secundum alios.
Angulares ex enunciationes in utraque figura suprascripta vocat
eas quæ sunt diametraliter oppositæ, scilicet affirmativam
finitam uno angulo, et affirmativam infinitam sive privativam
ex alio angulo: et similiter negativam finitam ex uno angulo, et negativam
infinitam vel privativam ex alio angulo. 5. Enunciationes ergo in
qualitate similes angulares vocatæ, eo quod angulares, idest
diametraliter distant, dissimilis veritatis sunt apud indefinitas et
universales. Angulares enim indefinitæ tam in diametro affirmationum,
quam in diametro negationum possunt esse simul veræ, ut patet in
suprascripta figura indefinitarum. Et hoc intellige in materia
contingenti. Angulares vero in figura universalium non sic se habent,
quoniam angulares secundum diametrum affirmationum impossibile est
esse simul veras in quacumque materia. Angulares autem secundum diametrum
negationum quandoque possunt esse simul veræ, quando scilicet fiunt im
materia contingenti : in materia enim necessaria et remota impossibile
est esse ambas veras. Hæc est Boethii, quam veram credimus,
expositio. 6. Herminus autem, Boethio referente, aliter exponit. Licet
enim ponat similitudinem inter universales et indefinitas quoad numerum
enunciationum: et. oppositionum, oppositiones. tàmen aliter accipit in
universalibus et aliter in indefinitis. Oppositiones siquidem.
indefinitarum infinitas numerat sicut et nos numeravimus, alteram
scilicet inter finitas affrmativanr et negativam, et alteram inter
affirmativam et negativam, quemadmodum nos fecimus. Universalium vero non sic
numerat oppositiones, sed alteram sumit inter universalem affirmativam
finitam et particularem negativam finitam, scilicet.
Ammonius. Porphyrius. Cf. lib. 1, lect. xut,
n. 3. Boethius. *Edd. Hermenius, Cf. lib. IL, lect. n,
not. 0. . omnis bomo est iustus, hon omnis bomo est iustus,
et sub ea universalis affirmativa de prædicato finito, et,Sub ista universalis
affirmativa de prædicáto privativo, LI hoc modo: Figura
indefinitarum Homo est iustus Homo non est non iustus Homo
non ést iniustus Homo non est iustus Homo est non iustüs Homo
est iniustus Figura universalium Omnis homo est iustus Non omnis homo est non iustus Non omnis
homo est non iustus Omnis homo est iüstus Nón omfis homo est iniustus. —
'Ornnis homo est iniustus a) Postquam Philosophus. Hoc supplementum ad
commentaria s.Thomæ in secundum librum Peri hermeneias, quod Caietanus
complevit anno 1496, impressum est eodem anno in ed. Veneta c Peri
hermeneias et Posteriorum analyticorum. Quocirca dd istam exegimus præet
alteram inter eamdem universalem affirmativam fini«tam et universalem
affirmativam infinitam, scilicet omnis bomo est iustus, omnis bomo est
non iustus. Inter has enim est contrarietàs,
inter illas vero contradictio. - Dissimilitudinem etiam universalium ad
indefinitas aliter ponit. Non enim nobiscum fundat dissimilitudinem inter
angulares universalium et indefinitarum supra differentia quæ est
inter angulares universalium affirmativas et negativas, sed supra
differentia quæ est inter ipsas universalium angulares inter se ex utraque
parte. Format namque talem figuram, in qua ex una parte sub universali
affirmativa finita, universalis affirmativa infinita est; et ex alia
parte cipue hanc nostram eiusdem supplementi editionem. Editio præfata
c incipit: « Deinde cum dicit: Similiter autem se habent etc.,
intendit » distinguere enunciationes in quibus subiicitur nomen
finitum univer» saliter sumptum, οἵ circa hoc tria facit » etc.
CAP., LECT. sub particulari negativa finita, particularis negativa
infinita ponitur; sicque angulares sunt disparis qualitatis, et similiter
indefinitarum figuram format hoc modo: ut 89 ly bæ demonstret
enunciationes finitas et infinitas quoad prædicatum sive universales sive
indefinitas, et tunc est sensus, quod hæ enunciationes supradictæ habent
duas oppositiones, alteram inter affirmationem fiOmnis homo est iustus
1 o E S Ξ 8 o 1 Omnis homo
est non iustus Homo est justus ESSEEE ENS: Homo
est non iustus Non omnis homo » Contradictoriæ e
fe s 4? 9, $ «Ὁ 9 ἢ *, 9
οι ἊΨ Contradictoriæ $9 ὸ .* EM ?, Ὁ
IX x : ? e ^e,
] est iustus [ o A H E δ
s F1 ys r Non omnis homo ἴ est non iustus
Homo non est justus Homo non est non iustus Quibus ita
dispositis, ait in hoc stare dissimilitudinem, quod angulares
indefinitarum mutuo se invicem compellunt ad veritatis sequelam, ita quod unius
angularis veritas suæ angularis veritatem infert undecumque incipias.
Universalium vero angulares non se mutuo compellunt ad *Par.
fo et Ven.: Edd.
Ven. c et 1526 omitt. nom, sed erronee. .
Herminus. IT ante EXPERS, Mrd ope UR
Me RN EE NRI EET Rer METCUNERE
veritatem, sed ex altera parte necessitas deficit illationis. Si enim incipias ab aliquo universalium et ad
suam angularem procedas, veritas universalis non ita potest esse simul
cum veritate angularis, quod compellit eam ad veritatem: quia si universalis
est vera, sua universalis contraria erit falsa: non enim possunt esse simul
veræ. Et si ista universalis contraria est falsa, sua
contradictoria particularis, quæ est angularis primæ universalis
assumptæ, erit necessario vera: impossibile est enim contradictorias esse simul
falsas. Si autem incipias e converso ab aliqua. particularium et ad suam
angularem procedas, veritas particularis ita potest stare cum veritate suæ
angularis, quod tamen non necessario infert eius veritatem: quia licet
sequatur: Particularis est vera; ergo sua universalis. contradictoria est
falsa; non tamen sequitur ultra : Ista. universalis contradictoria est
falsa; ergo sua universalis contraria, quæ est angularis particularis
assumpti, est vera. Possunt enim contrariæ esse simul falsæ.
7. Sed. videtur expositio ista deficere ab Aristotelis mente quoad
modum sumendi oppositiones. Non enim intendit hic loqui de oppositione quæ est inter
finitas et infinitas, sed de ea quæ est inter finitas inter se, et
infinitas inter se. Si enim de utroque modo oppositionis exponere
yolumus, iam. non duas, sed tres oppositiones invenie-, mus; primam inter
finitas, secundam inter infinitas, tertiam .quam ipse Herminus dixit inter
finitam et infinitam. Figura etiam quam formavit, conformis non est ei,
quam Aristoteles in fine I Priorum formavit, ad quam nos remisit, cum
dixit: Hæc igitur quemadmodum in. Resoluloris dictum. est, sic sunt. disposita.
In. Aristotelis namque figura, angulares sunt affirmativæ aflirmativis,
et negativæ negativis. 8. Deinde cum dicit: Hæ igitur duæ etc., concludit
numerum propositionum. Et potest dupliciter exponi; primo, ut ly bæ demonstret
universales, et sic est sensus, quod. hæ universales finitæ et infinitæ
habent duas oppositiones, quas supra declaravimus; secundo, potest exponi
Opp. D. Tnuowar T. I. nitam et eius negationem, alteram
inter affirmationem infinitam et eius negationem. Placet autem mihi
magis secunda expositio, quoniam brevitas cui Aristoteles studebat,
replicationem non exigebat, sed potius quia enunciationes finitas et infinitas
quoad prædicatum secundum diversas quantitates enumeraverat, ad duas
oppositiones omnes reducere, terminando earum tractatum, voluit. 9.
Deinde cum dicit: Aliæ autem ad id quod est etc., intendit declarare
diversitatem enunciationum de tertio adiacente, in quibus subiicitur
nomen infinitum. Et circa hoc tria facit: primo, proponit et distinguit
eas; secundo, ostendit quod non dantur plures supradictis; ibi:
Magis autem etc.; tertio, ostendit habitudinem istarum ad alias ;
ibi: Hæ autem extra* etc. Ad. evidentiam primi advertendum est tres esse
species enunciationum de inesse, in quibus explicite ponitur hoc verbum est.- Quædam
sunt, quæ subiecto sive finito sive infinito nihil habent additum
ultra verbum, ut, homo est, non bomo est.- Quædam vero sunt quæ
subiecto finito habent, præter verbum, aliquid additum sive finitum sive
infinitum, ut, bomo est iustus, bomo est non iustus.- Quædam autem sunt
quæ subiecto infinito, præter verbum, habent aliquid additum sive finitum
sive infinitum, ut, non bomo est iustus, non bomo est non iustus. Et quia
de primis iam determinatum est, ideo de ultimis tractare volens, ait:
Aliæ autem sunt, quæ habent aliquid, scilicet prædicatum, additum supra
verbum est, ad id quod est, mon bomo, quasi ad subiectum, idest ad
subiectum infinitum. Dixit autem
quasi, quia sicut nomen infinitum deficit a ratione nominis *, ita
deficit a ratione subiecti. Significatum siquidem nominis infiniti
non proprie substernitur compositioni cum prædicato quam importat,
esf, tertium adiacens. Enumerat quoque quatuor enunciationes et duas
oppositiones in hoc ordine, sicut et in superioribus fecit. Distinguit
etiam istas ex finitate vel infinitate prædicata. Unde primo,
ponit oppositiones inter affirmativam et negativam habentes
subiectum infinitum et prædicatum finitum, dicens: Ut, non bomo est
iustus, non bomo non est iustus. Secundo, ponit oppositionem alteram
inter affirmativam et negativam, habentes subiectum infinitum: et prædicatum
infinitum, dicens : Ut, non bomo est non iustus, non bomo non est non
iustus. το. Deinde cum dicit:
Magis autem. plures etc., ostendit quod non dantur plures oppositiones
enunciationum supradictis. Ubi notandum est quod enunciationes de inesse,
in quibus explicite ponitur hoc verbum «est, sive secundum, sive tertium
adiacens, de quibus loquimur, non possunt esse plures quam duodecim supra
positæ; et consequenter oppositiones earum secundum affirmationem
et negationem non. sunt nisi sex. Cum enim in tres ordines divisæ sint
enunciationes, scilicet in illas de secundo adiacente, in illas de tertio.
subiecti finiti, et in illas de tertio subiecti infiniti, et in quolibet
ordine sint quatuor enunciationes; fiunt omnes enunciationes duode|
cim, et oppositiones sex. Et quoniam subiectum earum in quolibet ordine
potest quadrupliciter quantificari, scilicet universalitate, particularitate,
et singularitate, et indefinitione; ideo istæ duodecim multiplicantur in
quadraginta octo. Quater enim duodecim quadraginta octo faciunt. Nec
possibile est plures his imaginari. Et licet Aristoteles nonnisi viginti
harum expresserit, octo in primo ordine, octo in secundo, et quatuor in
tertio, attamen per eas reliquas voluit intelligi. Sunt autem sic enumerandæ et ordinandæ secundum
singulos ordines, ut affirmationi negatio prima ex opposito situetur, ut
oppositionis ini2 Num. seq. Infra num. Π. Cf. lib.I. lect.iv,
n. 13. SPEO 9o tentum clarius videatur. Et sic contra
universalem afhrmativam non est ordinanda universalis negativa, sed
particularis negativa, quæ est illius negatio; et e converso, contra
particularem affirmativam non est ordinanda particularis negativa, sed
universalis negativa quæ est eius negatio. Ad clarius autem intuendum
numerum, coordinandæ sunt omnes, quæ sunt similis quantitatis, simul in
recta linea, distinctis tamen ordinibus tribus supradictis. Quod ut clarius elucescat, in
hac subscripta videatur figura: Primus Socrates est
Quidam homo .est Homo est Omnis homo est
—. Socrates non est Quidam homo non est Homo non
est Omnis homo non est e Ordo Non Socrates
est Quidam non homo est Non homo est Omnis non homo est
Secundus Ordo Socrates est iustus Quidam homo est iustus
Homo. est iustus Omnis homo est iustus - Socrates non est iustus
Quidam homo non est iustus Homo non est iustus -Socrates est non iustus Non Socrates
non est Quidam non homo non est Non homo non est Omnis non
homo non est Socrates non est non iustus Quidam homo est non iustus
— Quidam homo non est non iustus Homo est non iustus Omnis homo non est iustus Non Socrates
est iustus Quidam non homo est iustus Non homo est iustus
Omnis non homo est iustus - Non Socrates non est iustus Quidam non homo
non est iustus Non homo non est iustus Tertius Omnis homo est non
iustus Ordo Non Socrates est non iustus Homo non est non iustus Omnis homo non
est non iustus Non Socrates non est non iustus Quidam non homo est
non iustus Quidam non homo non est non iustus Non homo est non
iustus Omnis non homo non est iustus Quod autem plures his non sint, ex eo patet
quod non contingit pluribus modis variari subiectum et prædicatum penes
finitum et infinitum, nec pluribus modis variantur finitum et infinitum
subiectum. Nulla enim enunciatio de secundo adiacente potest variari penes
prædicatum finitum vel infinitum, sed tantum penes subiectum quod
sufficienter factum apparet. Enunciationes autem de tertio adiacente
quadrupliciter variari possunt, quia aut sunt subiecti et prædicati
finiti, aut utriusque infiniti, aut subiecti finiti et prædicati
infiniti, aut subiecti infiniti et prædicati finiti. Quarum nullam
prætermissam esse superior docet figura. 11. Deinde cum dicit: Hæ
autem extra illas etc., ostendit habitudinem harum quas in tertio ordine
numeravimus ad illas, quæ in secundo sitæ sunt ordine, et dicit quod istæ
sunt extra illas, quia non sequuntur ad illas, nec e converso. Et
rationem assignans subdit: Ut momine ulenles 60 quod est non bomo, idest
ideo istæ sunt extra illas, quia istæ utuntur nomine infinito loco
nominis, dum omnes habent subiectum infinitum. Notanter autem dixit
enunciationes subiecti infiniti uti ut nomine, infinito nomine, quia cum
subiici in enunciatione proprium sit nominis, prædicari autem commune
nomini et verbo, omne subiectum enunciationis ut nomen subiicitur.
12. Deinde cum dicit: In bis vero in quibus est etc., determinat de
enunciationibus in quibus ponuntur verba adiectiva. Et circa hoc tria
facit: primo, distinguit eas; se Num. 13. Num. 16. cundo,
respondet cuidam tacitæ quæstioni ; ibi: Non enim dicendum est etc.;
tertio, concludit earum conditiones; ibi: Ergo et cætera eadem etc. Ad
evidentiam primi resumendum est, quod inter enunciationes in quibus
ponitur es? secundum adiacens, et eas in quibus ponitur es! tertium adiacens
talis est differentia quod in illis, quæ sunt de secundo adiacente, simpliciter
fiunt oppositiones; scilicet ex parte subiecti tantum variati per finitum
et infinitum; in his vero, quæ habent est tertium. adiacens dupliciter
fiunt oppositiones, scilicet et ex parte prædicati et ex parte subiecti, quia
utrumque variari potest per finitum et infinitum. Unde unum ordinem tantum
enunciationum de secundo adiacente fecimus, habentem quatuor enunciationes
diversimode quantificatas et duas oppositiones. Enunciationes autem de tertio
adiacente oportuit partiri in duos ordines, quia sunt in eis quatuor
oppositiones et octo enunciationes, ut supra dictum est.- Considerandum
quoque est quod enunciationes, in quibus ponuntur verba adiectiva, quoad
significatum æquivalent enunciationibus Non homo non est non iustus
Omnis non homo est non iustus Omnis non homo non est non iustus de tertio
adiacente, resoluto verbo adiectivo in proprium participium et es/, quod
semper fieri licet, quia in omni verbo adiectivo clauditur verbum
substantivum. Unde idem significant ista, omnis bomo currit, quod ista,
omnis bomo est currens. Propter quod Boethius vocat
enunciationes cum verbo adiectivo de secundo adiacente secundum vocem, de
tertio autem secundum potestatem, quia potest resolvi in tertium
adiacens, cui æquivalet. Quoad numerum autem enunciationum et oppositionum,
enunciationes : verbi adiectivi formaliter sumptæ non æquivalent illis
de tertio adiacente, sed æquivalent enunciationibus, in quibus
ponitur esf secundum adiacens. Non possunt enim fieri oppositiones
dupliciter in enunciationibus adiectivis, scilicet ex parte subiecti et
prædicati, sicut fiebant in substantivis de tertio adiacente, quia verbum, quod
prædicatur in adiectivis, infinitari non potest. Sed oppositiones
adiectivarum fiunt simpliciter, scilicet ex parte subiecti tantum variati per
infinitum et finitum diversimode quantificati, sicut fieri didicimus supra in
enunciationibus substantivis de secundo adiacente, eadem ducti ratione,
quia præter verbum nulla est affirmatio vel negatio *, sicut præter nomen
esse potest. Quia autem in præsenti tractatu non de significalionibus, sed de
mumero enunciationum et oppositionum sermo intenditur, ideo
Aristoteles determinat diversificandas esse enunciationes adiectivas secundum
modum, quo distinctæ sunt enunciationes in quibus ponitur es? secundum
adiacens. Et ait quod in his enunciationibus, in quibus non contingit
poni hoc verbum est formaliter, sed aliquod aliud, ut, currit, vel, ambulat,
idest in enunciationibus adiectivis, idem faciunt quoad numerum oppositionum et
enunciationum sic posita, scilicet nomen et verbum, ac si est secundum
adiacens subiecto nomini adderetur. Habent enim et istæ adiectivæ, sicut
illæ, in quibus ponitur es/, duas oppositiones tantum, alteram inter
finitas, ut, omnis bomo currit, omnis bomo mon currit, alteram inter
infinitas quoad subiectum, ut, omnis non bomo currit, omnis non bomo mon
currit. Deinde cum dicit: Non enim dicendum est etc., respondet tacitæ
quæstioni. Et circa hoc facit duo: primo, ponit solutionem quæstionis;
deinde, probat eam; ibi: Manifestum est autem* etc. Est ergo quæstio
talis: Cur negatio infinitans numquam addita est supra signo universali aut
particulari, ut puta, cum vellemus infinitare istam, omnis bomo currit,
cur non sic infinitata est, om omnis bomo currit, sed sic, omnis non bomo
currit? Huic namque quæstioni respondet, dicens quod quia nomen infi* Cf.
lib. I, lect. vit, n. 9. Num. 44. CAP., LECT. nitabile
debet significare aliquid universale, vel singulare; omnis autem et similia
signa non significant aliquid universale aut singulare, sed quoniam.
universaliter aut particulariter; ideo non est dicendum, mom ommis
bomo, si infinitare volumus (licet debeat dici, si negare quantitatem
enunciationis quærimus), sed negatio infinitans ad ly homo, quod
significat aliquid universale, addenda est, et dicendum, omnis non
bomo. 14. Deinde cum dicit: Manifestum est autem. ex eo quod est εἴς.» probat hoc quod dictum est, scilicet quod omnis
et similia non significant aliquod universale, sed quoniam universaliter
tali ratione. Illud, in quo differunt enunciationes præcise differentes per
habere *et non habere ly omnis, est non universale aliquod, sed quoniam
umi91 particularitatis absolute, sed applicatum termino distributo. Cum
enim dico, omnis bomo, ly omnis denotat universitatem applicari illi termino
/omo, ita quod Aristoteles dicens quod omnis significat quoniam universaliter,
per ly quoniam insinuavit applicationem universalitatis importatam in ly
ommis in actu exercito, sicut et in T per Posteriorum, in.
definitione scire applicationem causæ notavit illud verbum quoniam,
dicens: Scire est rem per causam cognoscere, et quoniam. illius est
causa.- Ratio autem versaliter; sed illud in quo differunt enunciationes
præcise differentes per habere et non habere ly ommis, est
significatum per ly omnis; ergo significatum per ly ommis est non aliquid
universale, sed quoniam universaliter. Minor huius rationis, tacita in textu,
ex se clara est. Id enim in quo, cæteris paribus, habentia a non
habentibus aliquem terminum differunt, significatum est illius termini. Maior vero in littera exemplariter declaratur
sic. Illæ οὐ τὸ. νιν. OG REIR
RN enunciationes, bomo currit, et omnis bomo currit, præcise
differunt ex hoc, quod in una est ly omnis, et in altera non. Tamen non ita differunt ex hoc, quod una sit universalis,
alia non universalis. Utraque enim habet subiectum universale, scilicet
ly bomo, sed differunt, quia in ea, ubi ponitur ly omnis, enunciatur de
subiecto universaliter, in altero autem. non universaliter. Cum enim
dico, bomo currit, cursum attribuo homini universali, sive communi, sed
non pro tota humana universitate; cum autem dico, ommis bomo currit,
cursum inesse homini pro omnibus inferioribus significo.- Simili modo declarari potest de
tribus aliis, quæ in textu adducuntur, Scilicet, bomo non currit,
respectu suæ universalis universaliter, omnis bomo mon currit: et sic de aliis.
Relinquitur ergo, quod, omnis et nullus et similia signa nullum
universale significant, sed tantummodo significant, quoniam universaliter de
homine affirmant vel negant. I$. Notato hic duo: primum est quod non
dixit omnis et nullus significat universaliter, sed quoniam
universaliter; secundum est, quod addit, de homine affrmant vel negant.- Primi ratio est, quia signum distributivum non
significat modum ipsum universalitatis aut secundi insinuat differentiam
inter terminos categorematicos et syncategorematicos. Illi siquidem
ponunt significata supra terminos absolute; isti autem ponunt '
significata sua supra terminos in ordine ad prædicata. Cum enim dicitur,
bomo albus, ly albus denominat hominem in seipso absque respectu ad
aliquod sibi addendum. Cum vero dicitur, ommis bomo, ly omnis etsi
hominem distribuat, non tamen distributio intellectum firmat, nisi in
ordine ad aliquod prædicatum intelligatur. Cuius signum est, quia, cum
dicimus, omnis bomo currit, non intendimus distribuere hominem pro tota
sua universitate absolute, sed in ordine ad cursum. Cum autem dicimus,
albus bomo currit, determinamus hominem in seipso esse album et non
in ordine ad cursum. Quia ergo ommis et nullus, sicut et alia
syncategoremata, nil aliud in enunciatione faciunt, nisi quia determinant
subiectum in ordine ad prædicatum, et hoc sine affirmatione et negatione fieri
nequit; ideo dixit quod nil aliud significant, nisi quoniam
universaliter de nomine, idest de subiecto, affirmant vel
negant, idest affirmationem vel negationem fieri determinant, ac per hoc a
categorematicis ea separavit. Potest etiam referri hoc quod dixit,
affirmant vel negant, ad ipsa signa, scilicet omnis et nullus, quorum
alterum positive distribuit, alterum removendo. 16. Deinde cum dicit: Ergo et
cætera eadem etc., concludit adiectivarum enunciationum conditiones. Dixerat
enim quod adiectivæ enunciationes idem faciunt quoad oppositionum numerum,
quod substantivæ de secundo adiacente; et hoc declaraverat,
oppositionum numero exemplariter subiuncto. Et quia ad hanc convenientiam
sequitur convenientia quoad finitationem prædicatorum, et quoad diversam
subiectorum quantitatem, et earum multiplicationem ex ductu quaternarii in
seipsum, et si qua sunt huiusmodi enumerata; ideo concludit: Ergo et cætera,
quæ in illis servanda erant, eadem, idest similia istis apponenda
sunt. (Can. CarkTANI lect.). NONNULLÆ CIRCA EA QUÆ DICTA SUNT
DUBITATIONES MOVENTUR AC SOLVUNTUR ᾿Επεὶ δὲ ἐναντία ἀπόφασίς ἐστι τῇ, ἅπαν. ἐστὶ ζῷον δίκαιον, ἡ σημαίνουσα ὅτι οὐδέν ἐστι ζῷον δίκαιον, αὗται μὲν φανερὸν ὅτι οὐδέποτε ἔσονται οὔτε ἀληθεῖς ἅμα οὔτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ, αἱ δὲ ἀντικείμεναι ταύταις ἔσονταί ποτε, οἷον, οὐ πᾶν ζῷον δίκαιον, xai ἔστι τι ζῷον δίχαιον. ᾽᾿Ακολουθοῦσι δὲ αὑται, τῇ μὲν πᾶς ἄνθρωπος οὐ δίχαιός ἐστιν, ἡ, οὐδείς ἐστιν ἄνθρωπος δίκαιος: τῇ δὲ ἔστι τις ἄνηρωπος δίκαιος, ἡ ἀντιχειμένη, ὅτι οὐ πᾶς ἄνθρωπος ἐστὶν οὐ δίκαιος" ἀνάγκη γὰρ εἶναί τινα. Φανερὸν δὲ καὶ ὅτι ἐπὶ μὲν τῶν καθ᾽ ἕχοστον εἰ ἀληθές ἐρωτηθέντα ἀποφῆσαι, ὅτι καὶ χαταφῆσαι ἀληθές" οἷον, ἄρά γε Σωχράτης σοφός; οὔ. Σωχράτης ἄρα οὐ σοφός. ᾿Επὶ δὲ τῶν καθόλου οὐχ ἀληθὴς ἡ ὁμοίως λεγομένη: ἀληθὴς δὲ ἡ ἀπόφασις, οἷον, ἀρά γε πᾶς ἄνθρωπος σοφός; οὔ: πᾶς ἄρα ἄνθρωπος οὐ σοφός" τοῦτο γὰρ ψεῦδος: ἀλλὰ τὸ, οὐ πᾶς ἄρα, ἄνθρωπος σοφός, ἀληθές" αὕτη δέ ἐστιν ἡ ἀντικειμένη, ἐχείνη δὲ ἡ ἐναντία. Αἱ δὲ χατὰ τὰ ἀόριστα ἀντιχείμεναι ὀνόματα καὶ ῥήματα, ὥσπερ οἷον ἐπὶ τοῦ μὴ ἄνθρῳπος καὶ μὴ δίκαιος, ἀποφάσεις ἄνευ ὀνόματος χαὶ ῥήματος δόξειαν ἂν εἶναι" οὐχ εἰσὶ δέ. " Acl 12e ἀληθεύειν ἀν ἄγχη ἢ ψεύδεσθαι τὴν ἀπόφασιν’ ὁ δ᾽ εἰπὼν, οὐκ ἄνθρωπος, οὐδὲν μᾶλλον τοῦ εἰπόντος, ἄνθρωπος, ἀλλὰ καὶ ἧττον ἠλήθευχέ τι ἢ ἔψευσται, ἐὰν μή τι προστεθῇ. Σημαίνει δὲ τὸ, ἔστι πᾶς οὐχ ἄνθρωπος δίκαιος, οὐδεμιᾷ ἐκείνων ταὐτόν’ οὐδὲ ἡ ἀντιχειμένη ταύτῃ, ἡ) οὐχ ἔστι πᾶς οὐκ ἄνθρωπος δίκαιος" τὸ δὲ, πᾶς οὐ δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, τῷ, οὐδεὶς δίκαιος οὐχ ἄνθρωπος, ταὐτὸν σημαίνει. Μετατιθέμενα δὲ τὰ ὀνόματα καὶ τὸ ῥήματα ταὐτὸν Εἰ σημαίνει, olov, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος, ἔστιν ἄνθρωπος λευχός. γὰρ Xj τοῦτό ἐστι, τοῦ αὐτοῦ πλείους ἔσονται ἀποφάσεις" ἀλλ᾽ ἐδέδεικτο, ὅτι μία μιᾶς" τοῦ μὲν γάρ; ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἀπόφασις τὸ οὐχ ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" τοῦ δὲ ἔστιν ἄνθρωπος Acuxóc, εἰ μηὴ ἡ αὐτή ἐστι τῇ, ἔστι λευκὸς ἄνθρωπος, ἔσται ἀπόφασις ἤτοι τὸ οὐχ ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός, ἢ τό, οὐχ ἔστιν φασις ἄνγηρωπος λευκός. ᾿Αλλ’ ἡ ἑτέρα μέν ἐστιν ἀπότοῦ, ἔστιν οὐχ ἄνθρωπος λευχός" ἡ ἑτέρα δὲ τοῦ, ἔστι λευχὸς ἄνθρωπος" ὥστε ἔσονται δύο μιᾶς. Ὅτιμεὲν οὖν μετατιθεμένου τοῦ ὀνόματος καὶ τοῦ ῥήματος ἡ αὐτὴ γίνεται κατάφασις καὶ ἀπόφασις, δῆλον. enunciationum, hic intendit removere quædam dubia
circa prædicta. Et circa hoc 2facit sex secundum numerum. dubiorum,
quæ suis patebunt locis. Quia ergo supra dixerat quod. in universalibus
non similiter contingit angulares esse simul veras, quia affirmativæ angulares
non possunt esse simul veræ, negativæ autem sic; poterat quispiam
dubitare, quæ est causa huius diversitatis. Ideo nunc illius dicti causam
intendit assignare talem, quia, scilicet, Cf. lib. I, lect.ix, n. s et lect.
xt, n. 6. Cflib.Llec.x, angulares affirmativæ sunt
contrariæ inter se; contrarias autem in nulla materia contingit esse
simul veras *. Angulares autem negativæ sunt subcontrariæ illis
oppositæ; subcontrarias autem contingit esse simul veras *. Et circa hæc
duo facit: primo, declarat condin. P: CU*C-3- tones contrariarum et
subcontrariarum ; secundo, quod angulares affirmativæ sint contrariæ et
quod angulares Quoniam vero
contraria est negatio ei quæ est, omne animal est iustum, illa quæ
significat quoniam, nullum animal est iustum; hæ quidem manifestum est
quoniam nunquam erunt, neque veræ simul, neque in eodem ipso; his
vero oppositæ erunt aliquando: ut, non omne animal iustum est, et,
aliquod animal iustum est. Sequuntur vero eam quæ est, omnis homo est non
iustus, illa quæ est, nullus homo est iustus; illam vero quæ est, aliquis
homo iustus est, opposita, quoniam, non omnis est homo non iustus.
Necesse est enim aliquem esse. Manifestum est autem etiam, quod in
singularibus si est verum interrogatum negare, quoniam et affirmare verum
est. Ut, putasne Socrates sapiens est? non. Socrates igitur non
sapiens est. In universalibus vero non est vera,
quæ similiter dicitur: vera autem negativa est. Ut, putasne omnis homo sapiens
est? non; omnis igitur homo non sapiens est: hoc enim falsum est:
sed, non igitur omnis homo sapiens est, vera est. Hæc enim opposita est; illa vero
contraria. Illæ vero secundum infinita contraiacentes sunt nomina
vel verba, ut in eo quod est, non homo, vel, non iustus, quasi
negationes sine nomine et verbo esse videbuntur. Sed non sunt. Semper
enim vel veram esse vel falsam necesse est negationem; qui vero dixit,
non homo, nihil magis quam qui dicit, homo, sed etiam minus verus
vel falsus fuit, si non aliquid addatur. Significat autem, est
omnis non homo iustus, nulli illarum idem; nec huic opposita ea quæ est,
non est omnis non homo iustus: illa vero, quæ est, omnis non iustus
non homo est, illi quæ est, nullus est iustus non homo, idem
significat. Transposita vero
nomina et verba idem significant, ut, est albus homo, et, est homo
albus. Nam si hoc non est, eiusdem multæ erunt negationes; sed
ostensum est, quod una unius est: eius enim quæ est, est albus homo,
negatio est, non est albus homo: eius vero quæ est, est homo albus, si
non eadem est ei quæ est, est albus homo, erit negatio, vel ea quæ
est, non est non homo albus, vel ea quæ est, non est homo albus. Sed
altera quidem est negatio eius, quæ est, est non homo albus; altera vero
eius quæ est, est homo albus. Quare erunt duæ unius. Quod igitur
transposito nomine vel verbo, eadem sit affirmatio vel negatio,
manifestum est. negativae sint subcontrariæ; ibi: Sequuntur vero
etc.Dicit ergo resumendo: quoniam in Primo dictum est quod enunciatio
negativa contraria illi affirmativæ universali, scilicet, omne animal
estiustum, est ista, nullum animal est iustum ; manifestum est quod istæ
non possunt simul, idest in eodem tempore, meque im eodem ipso, idest
de eodem subiecto esse veræ. His vero oppositæ, idest subcontrariæ
inter se, possunt esse simul veræ aliquando, scilicet in
materia contingenti, ut, quoddam animal est iustum, non omne animal est
iustum *. 2. Deinde cum dicit: Sequuntur vero etc., declarat quod
angulares affirmativæ supra positæ sint contrariæ, negativæ vero subcontrariæ.
- Et primum quidem ex eo quod universalis affirmativa infinita et
universalis negativa simplex æquipollent; et consequenter utraque earum
est contraria universali affirmativæ simplici, quæ est altera
angularis. Unde dicit quod hanc universalem
nega Seq. c. x. Num. seq. Cf. lib. I, lect citt. CAP. X, LECT. IV tivam finitam, wullus
bomo est iustus, sequitur æquipollenter illa universalis affirmativa infinita,
omnis bomo est non iustus. Secundum vero declarat ex eo quod
particularis affirmativa finita et particularis negativa infinita
æquipollent. Et consequenter utraque earum est subcontraria particulari
negativæ simplici, quæ est altera angularis, ut in figura supra posita
inspicere potes. Unde subdit quod illam párticularem
affirmativam finitam, aliquis bomo est iustus, opposita sequitur
æquipollenter (opposita intellige non istius particularis, sed illius
universalis affirmativæ infinitæ), mom ommis bomo est mom iustus. Hæc
enim est contradictoria eius. Ut autem clare videatur quomodo supra dictæ
enunciationes sint æquipollentes, formetur figura quadrata, in cuius uno
angulo ponatur universalis negativa finita, et sub ea contradictoria
particularis affirmativa finita; ex alia vero parte locetur universalis
affirmativa infinita, et sub ea contradictoria particularis negativa
infinita, noteturque contradictio inter angulares et collaterales inter
se, hoc modo: Nullus homo T» "poil . est
iustus e Ξ 2 E E d 25 o
Quidam homo i est lustus Omnis homo Æquivalentes
e o C o ΝᾺ . SU o “πᾶ ὁ
S ow [73 Æquivalentes t est non justus
e n ( T [i E" ξ - $
E o Non omnis homo est non iustus His siquidem sic
dispositis, patet primo ipsarum universalium mutua consequentia in veritate et
falsitate, quia si altera earum est vera, sua angularis contradictoria
est falsa; et si ista est falsa, sua collateralis contradictoria,
quæ est altera universalis, erit vera, et similiter procedit quoad
falsitatem particularium. Deinde eodem modo manifestatur mutua sequela. Si enim
altera earum est vera, sua angularis contradictoria est falsa, ista autem
existente falsa, sua contradictoria collateralis, quæ est altera
particularis erit vera; simili quoque modo procedendum est quoad
falsitatem. 3. Sed est hic unum dubium. In I enim Priorum, in fine,
Aristoteles ex proposito determinat non esse idem iudicium de universali
negativa et universali affirmativa infinita. Et superius in hoc Secundo
*, super illo verbo: Quarum duæ se babent secundum consequentiam, duæ
vero minime, Ammonius, Porphyrius, Boethius et sanctus Thomas dixerunt
quod negativa simplex sequitur affirmativam infinitam, sed non e
converso. Ad hoc dicendum est, secundum Albertum, quod
negativam finitam sequitur affirmativa infinita subiecto constante;
negativa vero simplex sequitur affirmativam absolute. Unde utrumque dictum verificatur,
et quod inter eas est mutua consequentia cum subiecti constantia,
et AQUINO. Nempe in primo modo primæ
gue eros» syllogisquod inter eas non est mutua consequentia
absolute. Potest dici secundo, quod supra locuti sumus de infinita
enunciatione quoad suum totalem significatum ad formam prædicati
reductum; et secundum hoc, quia negativa finita est superior affirmativa
infinita, ideo non erat mutua consequentia: hic autem loquimur de ipsa
infinita formaliter sumpta. Unde s. Thomas tunc adducendo Ammonii
expositionem dixit, secundum hunc modum loquendi: negativa simplex, in plus
est quam affirmativa infinita. 'Textus vero I Priorum ultra prædicta
loquitur de finita et infinita in ordine ad syllogismum. Manifestum
est autem quod universalis affirmativa sive finita sive infinita non
concluditur nisi in primo primæ. Universalis autem negativa quæcumque
concluditur et in secundo primæ, et primo et secundo secundæ. 4. Deinde
cum dicit: Manifestum est autem. etc., movet secundum dubium de vario situ
negationis, an scilicet quoad veritatem et falsitatem differat
præponere et postponere negationem. Oritur autem hæc dubitatio,
quia dictum est nunc quod non refert quoad veritatem si dicatur, ommis
bomo est non iustus, aut si dicatur, omis bomo non est iustus; et tamen
in altera postponitur negatio, in altera præponitur, licet multum referat
quoad affirmationem et negationem. Hanc, inquam, dubitationem
solvere intendens cum distinctione, respondet quod in singularibus
enunciationibus eiusdem veritatis sunt singularis negatio et infinita
affirmatio eiusdem, in universalibus autem non est sic. Si enim est vera
negatio ipsius universalis non oportet quod sit vera infinita affirmatio
universalis. Negatio enim universalis est particularis contradictoria,
qua existente vera, non est necesse suam subalternam, quæ est contraria
suæ contradictoriæ esse veram. Possunt enim duæ contrariæ esse simul
falsæ. Unde dicit quod in singularibus enunciationibus manifestum est quod, si
est verum negare interrogatum, idest, si est vera negatio enunciationis
singularis, de qua facta est interrogatio, verum etiam est affirmare,
idest, vera erit affirmatio infinita eiusdem singularis. Verbi gratia:
putasne Socrates estsapiens ? Si vera est ista responsio, z/.9 ; -
Socrates igitur non sapiens est, idest, vera erit ista affirmatio
infinita, Socrates est non sapiens. In universalibus vero non est vera,
quæ similiter dicitur, idest, ex veritate negationis universalis
affirmativæ in| terrogatæ non sequitur vera universalis affirmativa
infinita, quæ similis est quoad quantitatem et qualitatem enunciationi
quæsitæ; vera aulem est eius negatio, idest, sed ex veritate responsionis
negativæ sequitur veram esse eius, scilicet universalis quæsitæ
negationem, idest, particularem negativam. Verbi gratia: putasne omnis bomo
est sapiens? Si vera est ista responsio, non; - affirmativa similis
interrogatæ quam quis ex hac responsione inferre intentaret est illa:
igitur omnis bomo est non sapiens. Hæc autem non sequitur ex illa
negatione. Falsum est enim hoc, scilicet quod sequitur ex illa
responsione; sed. inferendum est, igitur non ommis bomo sapiens est.- Et ratio utriusque est,
quia hæc particularis ultimo illata est opposita, idest contradictoria illi
universali interrogatæ quam respondens falsificavit; et ideo oportet quod
sit vera. Contradictoriarum enim si una est falsa,
reliqua est vera. Illa vero, scilicet universalis affirmativa infinita
primo illata, est contraria illi eidem universali interrogatæ. Non est autem opus quod si
universalium altera sit falsa, quod reliqua sit vera. In promptu est
autem causa huius diversitatis inter singulares et universales. In singularibus
enim varius negationis situs non variat quantitatem enunciationis; in
universalibus autem variat, ut patet. Ideo fit ut de se patet. non sit eadem veritas negantium universalem in
quarum altera præponitur, in altera autem postponitur negatio,
ut 5. Deinde cum dicit: ΠΙᾺ vero secundum. infinita. etc., solvit
tertiam dubitationem, an infinita nomina vel verba sint negationes. Insurgit autem hoc dubium, quia
dietum est quod æquipollent negativa et infinita. Et rursus dictum est
nunc quod non refert in singularibus præponere et postponere negationem: si
enim infinitum nomen est negatio, tunc enunciatio, habens subiectum infinitum
vel prædicatum, erit negativa et non afhrmativa. Hanc dubitationem solvit per interpretationem,
probando quod nec nomina nec verba infinita sint negationes, licet videantur.
Unde duo circa hoc facit: primo, pro: ponit solutionem dicens: Illæ vero,
scilicet dictiones, conPCT iraiacenies: verbi gratia: mom bomo, et, bomo
non iustus et iustus. Vel sic: Illæ vero, scilicet dictiones,
secundum infinita, idest secundum infinitorum naturam, iacentes contra
nomina et verba. (utpote quæ removentes quidem nomina et verba
significant, ut som bomo et mon iustus et mon currit, quæ opponuntur
contra ly bomo, ly iustus et ly currit), illæ, inquam, dictiones infinitæ
videbuntur prima facie esse quasi negationes sine nomine et
verbo ex eo quod comparatæ nominibus et verbis contra quæ iacent, ea
removent, sed non sunt secundum veritatem. Dixit sine nomine et verbo
quia nomen infinitum, nominis natura caret, et verbum infinitum verbi natura
non possidet. Dixit quasi, quia
nec nomen infinitum a nominis ratione, nec verbum infinitum a verbi
proprietate omnino semota sunt. Unde, si negationés apparent,
videbuntur sine nomine et verbo non omnino sed quasi. Deinde probat
distinctiones infinitas non esse negationes tali ratione. Semper est necesse
negationem esse veram vel falsam, quia negatio est enunciatio alicuius ab
aliquo; nomen autem infinitum non dicit verum vel fal sum; igitur dictio
infinita non est negatio. - Minorem declarat, quia. qui dixit, mom bomo,
nihil magis de homine dixit quam qui dixit, bomo. Et quoad significatum
quidem clarissimum est: non bomo, namque, nihil addit supra hominem, imo
removet hominem. Quoad veritatis vero vel falsitatis conceptum, nihil
magis profuit qui dixit, non bomo, quam qui dixit, bomo, si aliquid
aliud non addatur, imo minus verus vel falsus fuit, idest
magis remotus a veritate et falsitate, qui dixit, wom bomo, quam qui
dixit, homo: quia tam veritas quam falsitas in compositione
consistit; compositioni autem vicinior est dictio finita, quæ
aliquid ponit, quam dictio infinita, quæ nec ponit, nec componit, idest
nec positionem nec compositionem importat. 6. Deinde cum dicit:
Significat autem. etc., respondet quartæ dubitationi, quomodo scilicet
intelligatur illud verbum supradictum de enunciationibus habentibus
subiectum infinitum: Hæ autem. extra. illas, ipsæ secundum se
erunt. Et ait quod intelligitur quantum ad significati consequentiam, et
non solum quantum ad ipsas enunciationes formaliter. Unde duas habentes
subiectum infinitum, universalem scilicet affirmativam et universalem negativam
adducens, ait quod neutra earum significat idem alicui illarum, scilicet
habentium subiectum finitum. Hæc enim universalis
affirmativa, omnis nom bomo est iustus, nulli habenti subiectum finitum
significat idem: non enim significat idem quod ista, omnis bomo est
iustus ; neque quod ista, omnis bomo est non iustus. Similiter opposita
negatio et universalis negativa habens subiectum infinitum, quæ est
contrarie opposita supradictæ, scilicet omnis non bomo non est iustus,
nulli illarum de subiecto finito significat idem. Et hoc clarum est ex
diversitate subiecti in istis et in illis. 7. Deinde cum dicit: Illa vero
quæ est etc., respondet quintæ quæstioni, an scilicet inter enunciationes
de subiecto infinito sit aliqua consequentia. Oritur autem dubitatio
hæc ex eo, quod superius est inter eas ad invicem assignata consequentia. Ait
ergo quod etiam inter istas est consequentia. Nam universalis
affirmativa de subiecto et prædicato infinitis et, universalis negativa
de subiecto infinito, prædicato vero finito, æquipollent. Ista
namque, omnis non bomo est mon iustus, idem significat illi;
cium nullus non. bomo est iustus. Idem autem est iudide particularibus
indefinitis et singularibus similibus supradictis. Cuiuscunque enim quantitatis
sint, semper affirmativa de utroque extremo infinita et negativa subiecti
quidem infiniti, prædicati autem finiti, æquipollent, ut facile potes exemplis
videre. Unde Aristoteles universales exprimens, cæteras ex illis intelligi
voluit. 8. Deinde cum dicit: Transposita vero nomina. etc., solvit
sextam dubitationem, an propter nominum vel verborum transpositionem varietur
enunciationis significatio. Oritur autem hæc quæstio ex eo, quod docuit
transpositionem negationis variare enunciationis significationem. Aliud
enim dixit significare, ommis bomo mon est iustus, et aliud, non
omnis bomo est iustus. Ex hoc, inquam, dubitatur, an. similiter contingat circa
nominum transpositionem, quod ipsa transposita enunciationem varient,
sicut negatio transposita. Et circa hoc duo facit: primo, ponit
solutionem dicens, quod transposita nomina et verba idem significant:
verbi gratia, idem significat, est albus homo, et, est bomo albus, ubi
est transpositio nominum. Similiter transposita verba idem significant, ut,
est albus bomo, et, bomo albus est. 9. Deinde cum dicit: Nam si boc
mon est etc., probat prædictam solutionem ex numero negationum
contradictoriarum ducendo ad impossibile, tali ratione. Si hoc non est,
idest si nomina transposita diversificant enunciationem, eiusdem affirmationis
erunt duæ negationes; sed ostensum est in I libro *, quod una tantum est
negatio unius affirmationis; ergo a destructione consequentis ad
destructionem antecedentis transposita nomina non variant enunciationem.
Ad probationis autem consequentiæ claritatem formetur figura, ubi ex uno latere
locentur ex ambæ suprapositæ affirmationes, transpositis nominibus
; et altero contraponantur duæ negativæ, similes illis quoad
terminos et eorum positiones. Deinde, aliquantulo interiecto spatio, sub
affirmativis ponatur affirmatio infiniti subiecti, et sub negativis illius
negatio. Et notetur contradictio inter primam affirmationem et duas
negationes primas, et inter secundam aflirmationem et omnes tres
negationes, ita tamen quod inter ipsam et infimam negationem notetur
contradictio non vera, sed imaginaria. Notetur quoque contradictio inter
tertiam affirmationem et tertiam negationem inter se. Hoc modo: Est
albus homo Est homo albus Est non homo
albus His ita dispositis, probat consequentiam Aristoteles sic. Illius
affirmationis, est albus bomo, negatio est, mom est albus bomo ; ilius
autem secundæ affirmationis, quæ est, est bomo albus, si ista affirmatio
non est eadem illi . supradictæ affirmationi, scilicet, est albus
bomo, propter Non est albus -
Coníradictoriæ e o C o
cn " s nalf
e bi 7. dde Kn Gontradictoriæ EN “Ὁ 36 b" Contradictoriæ homo
Non est homo albus Non est non homo albus Lect.
xir. CAP., nominum transpositionem, negatio erit altera
istarum, scilicet aut, non est non bomo albus, aut, non est bomo albus.
Sed utraque habet affirmationem oppositam alia ab illa assignatam,
scilicet, est bomo albus. Nam altera quidem dictarum negationum, scilicet, nom
est mon bomo albus, negatio est illius quæ dicit, est mom bomo albus; alia
vero, scilicet, »on est bomo albus, negatio est eius affirmationis, quæ
dicit, est albus bomo, quæ fuit prima affirmatio. Ergo quæcunque dictarum
negationum afferatur contradictoria illi mediæ, sequitur quod sint duæ
unius, idest quod unius negationis sint duæ affirmationes, et quod unius
affirmationis sint duæ negationes: quod est impossibile. Et hoc, ut
dictum est, sequitur stante hypothesi erronea, quod illæ affBrmationes
sint propter nominum transpositionem diversæ. 10. Adverte hic
primo quod Aristoteles per illas duas negationes, non est non bomo albus,
et, non est bomo albus, sub disiunctione sumptas ad inveniendam
negationem | Lect. xi, n.
5 "seq. e ΤΡ) DOR illius
affirmationis, est bomo albus, cæteras intellexit, quasi diceret: Aut
negatio talis affirmationis acceptabitur illa uæ est vere eius negatio,
aut quæcunque extranea negatio ponetur; et quodlibet dicatur, semper, stante
hypothesi, sequitur unius affirmationis esse plures negationes,
unam veræ quæ est contradictoria suæ comparis habentis nomina
transposita, et alteram quam tu ut distinctam acceptas, vel falso imaginaris;
et e contra multarum affirmationum esse unicam negationem, ut patet in
apposita figura, Ex quacunque enim illarum quatuor incipias, duas
sibi oppositas aspicis. Unde notanter concludit indeterminate: Quare erunt duæ
unius. Nota secundo quod Aristoteles contempsit probare quod
contradictoria primæ affirmationis sit contradictoria secundæ, et similiter
quod contradictoria secundæ affirmationis sit contradictoria primæ. Hoc enim accepit tamquam per se notum, ex eo quod non
possunt simul esse veræ neque simul falsæ, ut manifeste patet præposito
sibi termino singulari. Non stant enim simul aliquo modo istæ duæ, Socrates est albus bomo,
Socrates non est bomo albus. Nec turberis quod eas non singulares
proposuit. Noverat enim supra dictum esse in Primo quæ LECT.
affirmatio et negatio sint contradictoriæ et quæ non, et ideo non fuit
sollicitus de exemplorum claritate. Liquet ergo ex eo quod negationes
affirmationum de nominibus transpositis non sunt diversæ quod nec ipsæ
affirmationes sunt diversæ et sic nomina et verba transposita idem
significant. I2. Occurrit autem dubium circa hoc, quia non videtur
verum quod nominibus transpositis eadem sit affirmatio. Non enim valet: omnis
bomo est animal; ergo omne animal est bomo. Similiter, transposito verbo,
non valet: bomo est amimal rationale; ergo bomo animal rationale est, de
secundo adiacente. Licet enim nugatio committatur, tamen non sequitur
primam. Ad hoc est dicendum quod sicut in rebus naturalibus
est duplex transmutatio, scilicet localis, scilicet de loco ad
locum, et formalis de forma ad foit? ita in enunciationibus est duplex
transmutatio, situalis scilicet, quando terminus præpositus postponitur,
et e converso, et formalis, quando terminus, qui erat prædicatum
efficitur subiectum, et e converso vel quomodolibet, simpliciter etc.- Et
sicut quandoque fit in naturalibus transmutatio pure localis, puta quando
res transfertur de loco ad locum, nulla alia variatione facta; quandoque
autem fit transmutatio secundum locum, non pura sed cum variatione
formali, sicut quando transit de'loco frigido ad locum calidum: ita
in enunciátionibus quandoque fit transmutatio pure situalis, quando
scilicet nomen vel verbum solo situ vocali variatur; quandoque autem
fit transmutatio situalis et formalis simul, sicut contingit
cum prædicatum fit subiectum, vel cum verbum tertium adiacens fit
secundum. - Et quoniam hic intendit Aristoteles de transmutatione nominum et
verborum pure situali, ut transpositionis vocabulum præsefert, ideo dixit
quod transposita nomina et verba idem significant, insinuare volens quod, si
nihil aliud præter transpositionem nominis vel verbi accidat in
enunciatione, eadem manet oratio.- Unde patet responsio ad instantias.
Manifestum est namque quod in utraque non sola transpositio fit,
sed transmutatio de subiecto in prædicatum, vel de tertio adiacente in
secundum. Et per hoc patet responsio ad similia. TIUS (Cann.
CargraNr lect, ui). DE MULTIPLICITATE ENUNCIATIONUM IUXTA QUOSDAM MODOS,
QUIBUS NON UNAM, SED PLURES ESSE CONTINGIT UNAM ENUNCIATIONEM.
^" B Té δὲ ἕν κατὰ πολλῶν ἢ πολλὰ καθ᾽ ἑνὸς χαταφάναι ἢ ἀποφάναι, ἐὰν uw ἕν τι ἡ τὸ ἐκ τῶν πολλῶν δηλούμενον, οὐχ ἔστι κατάφασις μία οὐδὲ ἀπόφασις. Λέγω δὲ ἕν οὐχ ἐὰν ὄνομα ἕν ἢ κείμενον, pm ἦ δὲ ἕν τι ἐξ ἐχείνων, olov, ὁ ἄνθρωπος ἴσως ἐστὶ καὶ ζῷον καὶ δίπουν καὶ ἥμερον, ἀλλὰ x«l ἕν τι γίνεται ἐκ τούτων’ Ex δὲ τοῦ λευχοῦ, xai τοῦ ἀνθρώπου, καὶ τοῦ βαδίζειν, οὐχ ἕν: ὥστε οὔτε ἐὰν ἕν τι x&v. τούτων καταφήσῃ τις; μία κατάφασις, ἀλλὰ φωνὴ μὲν μία, καταφάσεις δὲ πολλαί: οὔτε ἐὰν καθ’ ἑνὸς ταῦτα, ἀλλ᾽ ὁμοίως πολλαί. Εἰ οὖν ἡ ἐρώτησις ἡ διαλεχτιχὴ ἀποχρίσεώς ἐστιν αἴτησις) ἢ τῆς προτάσεως, ἢ θατέρου μορίου τῆς ἀντι' φάσεως; ἡ δὲ πρότασις ἀντιφάσεως μιᾶς μόριον, οὐκ ἂν εἴη ἀπόχρισις μία πρὸς ταῦτα" οὐδὲ γὰρ ἡ ἐρώτῆσις μία, οὐδὲ ἐὰν ἡ ἀληθής" εἴρηται δὲ ἐν τοῖς Τοπικοῖς περὶ αὐτῶν. "Apa δὲ δῆλον ὅτι οὐδὲ τὸ τί ἐστιν ἐρώτησίς ἐστι διαλεκτική, Δεῖ dp δεδόσθαι ix τῆς ἐρωτήσεως ἑλέσθαι, ὁπότερον βούλεται τῆς ἀντιφάσεως μόριον ἀποφήνασθαι. ᾿Αλλὰ εἴ τὸν ἐρωτῶντα προσδιορίσασθαι, πότερον τόδε ἐστὶν ὁ ἄνθρωπος, ἢ οὐ τοῦτο. jtem enunciationis unius
provenientem ex additione negationis infinitatis, hic intendit D
determinare quid accidat enunciationi ex hoc quod additur aliquid
subiecto vel prædicato tollens eius unitatem. Et circa hoc duo facit:
quia Lect. seq.
Num.. Lect. vri, n. 12 seq. Porphyrius. primo,
determinat diversitatem earum ; secundo, consequentias earum; ibi: Quoniam vero
bæc quidem etc. Circa primum duo facit: primo, ponit earum
diversitatem; secundo, probat omnes enunciationes esse plures; ibi:
Si ergo dialectica etc.- Dicit ergo quoad primum, resumendo quod in Primo
dictum fuerat *, quod affirmare vel negare unum de pluribus, vel plura de
uno, si ex illis pluribus: non fit unum, non est enunciatio una
affirmativa vel negativa. Et
declarando quomodo intelligatur unum debere esse subiectum aut prædicatum,
subdit quod unum dico non si nomen unum impositum sit, idest ex unitate
nominis, sed ex unitate significati. Cum enim plura conveniunt in
uno nomine, ita quod ex eis non fiat unum illius nominis significatum,
tunc solum vocis unitas est. Cum autem unum nomen pluribus impositum est, sive
partibus subiectivis, sive integralibus, ut eadem significatione
concludat, tunc et vocis et significati unitas est, et enunciationis unitas non
impeditur. 2. Secundum quod subiungit: Ut bomo est fortasse animal
et mansuelum et bipes obscuritate non caret. Potest enim intelligi ut sit
exemplem ab opposito, quasi diceret: unum dico non ex unitate nominis
impositi pluribus ex quibus non fit tale unum, quemadmodum homo est unum
quoddam ex animali et mansueto et bipede, partibus suæ definitionis. Et ne quis
crederet quod hæ essent veræ definitionis nominis partes, interposuit,
fortasse. Porphyrius autem, Boethio referente et approbante, separat has
textus particulas, dicens quod Aristoteles hucusque declaravit
enunciationem illam esse plures, in qua plura subiicerentur uni, vel de uno
prædicarentur plura, ex quibus non fit unum. In istis autem verbis: Ut
bomo est fortasse etc., At vero
unum de pluribus, vel plura de uno affirmare, vel negare, si non sit unum
aliquid quod ex pluribus significatur, non est affirmatio neque negatio
una. Dico autem unum, non si unum nomen positum sit, non sit autem
unum aliquid ex illis, ut homo est fortasse et animal et bipes et mansuetum,
sed ex his unum fit, ex albo autem et homine et ambulare, non est unum;
quare nec si unum aliquid de his affirmet aliquis, erit affirmatio
una: sed vox quidem una, affirmationes vero multæ, nec si de uno ista,
sed similiter plures, Si ergo dialectica interrogatio responsionis est
petitio vel propositionis vel alterius partis contradictionis, propositio
vero unius contradictionis est pars, non erit una responsio ad hæc. Neque
enim interrogatio una, nec si sit vera. Dictum est autem de
his in Topicis. Simul autem manifestum est, quod nec hoc ipsum, quid est,
dialectica interrogatio est. Oportet enim datum esse ex interrogatione
eligere, utram velit contradictionis partem enunciare: sed oportet
interrogantem determinare utrum hoc sit homo, an non hoc.
intendit declarare enunciationem aliquam esse plures, in qua plura ex
quibus fit unum subiiciuntur vel prædicantur; sicut cum dicitur, bomo est
animal et mansuetum.| et bipes, copula interiecta, vel morula, ut
oratores faciunt. Ideo autem
addidisse aiunt, fortasse, ut insinuaret hoc contingere posse,
necessarium autem non esse. 3. Possumus in eamdem Porphyrii, Boethii et
AIberti sententiam incidentes subtilius textum introducere, ut
quatuor hic faciat. Bs Et primo quidem, resumit quæ sit enunciatio
in communi dicens: Enunciatio plures est, in. qua unum de pluribus, vel
plura de uno. enunciantur. Si tamen ex illis pluribus non fit unum, ut in
Primo dictum et expositum fuit. Deinde dilucidat illum terminum de uno,
sive unum, dicens: Dico autem unum, idest, unum nomen voco, non
propter unitatem vocis, sed significationis, ut supradictum est. Deinde
tertio, dividendo declarat, et declarando dividit, quot modis contingit unum
nomen imponi pluribus ex quibus non fit unum, ut ex hoc diversitatem
enunciationis multiplicis insinuet. Et ponit duos modos, quorum prior
est, quando unum nomen imponitur pluribus ex quibus fit unum, non tamen
in quantum ex eis fit unum. Tunc enim, licet materialiter et per accidens
loquendo nomen imponatur pluribus ex quibus fit unum, formaliter
tamen et per se loquendo nomen unum imponitur pluribus, ex quibus non fit unum:
quia imponitur eis non in quantum ex eis est unum, ut fortasse est hoc
nomen, bomo, impositum ad significandum animal et mansuetum et bipes,
idest, partes suæ definitionis, non in quantum adunantur in unam hominis
naturam per modum actus et potentiæ, sed ut distinctæ sint inter se
actualitates. Et insinuavit quod accipit partes definitionis ut
distinctas per illam coniunctionem, et per illud quoque adversative
additum: Sed si ex bis unum fit, quasi diceret, cum hoc tamen stat quod
ex eis unum fit. Addidit autem, fortasse, quia hoc nomen, bomo, non est
impositum ad signifi* Cap. xr. Porphyrius. Boethius.
Albertus. Lect. cit. Ed. quoque. c omittit
CAP., LECT. V candum partes sui definitivas, ut distinctæ sunt. Sed
si impositum esset aut imponeretur, esset unum nomen pluribus
impositum ex quibus non fit unum. Et quia idem iudicium est de tali
nomine, et illis pluribus; ideo similiter illæ plures partes definitivæ
possunt dupliciter accipi. Uno modo, per modum actualis et possibilis,
et sic unum faciunt; et sic formaliter loquendo vocantur plura, ex
quibus fit unum, et pronunciandæ sunt continuata oratione, et faciunt
enunciationem unam dicendo, animal rationale mortale currit. Est enim
ista una sicut et ista, bomo currit. Alio modo, accipiuntur
prædictæ definitionis partes ut distinctæ sunt inter se actualitates, et
sic non faciunt unum: ex duobus enim actibus ut sic, non fit unum,
ut dicitur VII Metaphysicæ ; et sic faciunt enunciationes plures et
pronunciandæ sunt vel cum pausa, vel coniunctione interposita,
dicendo, bomo est animal et mansuetum. οἱ bipes ; sive, bomo est animal, mansuetum, bipes,
rethorico more. Quælibet enim istarum est enunciatio multiplex. Et
similiter ista, Socrates est bomo, si homo est impositum ad illa, ut
distinctæ Pm E WC acm οὐ ORI οτὔὖὦο UPS δ... δου, Lect. xit, n. 9.
Num. 8. RESP actualitates sunt, significandum. Secundus autem
modus, quo unum nomen impositum est pluribus ex quibus non fit unum,
subiungitur, cum dicit: Ex albo autem et bomine. et ambulante etc., idest, alio
modo hoc fit, quando unum nomen imponitur pluribus, ex quibus non
potest fieri unum, qualia sunt: bomo, album, et ambulans. Cum enim ex his nullo
modo possit fieri aliqua una natura, sicut poterat fieri ex partibus
definitivis, clare liquet quod nomen aliquod si eis imponeretur, esset
nomen non unum significans, ut in Primo dictum fuit de hoc nomine,
íumica, imposita homini et equo. 4. Habemus ergo enunciationis pluris seu
multiplicis duos modos, quorum, quia uterque fit dupliciter, efficiuntur
quatuor modi. Primus est, quando subiicitur vel prædicatur unum nomen
impositum pluribus, ex quibus fit unum, non in quantum sunt unum;
secundus est, quando ipsa plura ex quibus fit unum, in quantum sunt
distinctæ actualitates, subiiciuntur vel prædicantur; tertius est, quando ibi
est unum nomen impositum pluribus ex quibus non fit unum; quartus est,
quando ista plura ex quibus non fit unum, subiiciuntur vel prædicantur.
Et notato quod cum enunciatio secundum membra divisionis ilius, qua
divisa est, in unam et plures, quadrupliciter variari poss't, scilicet
cum unum de uno prædicatur, vel unum de pluribus, vel plura de uno, vel
plura de pluribus; postremum sub silentio præterivit, quia vel eius
pluralitas de se clara est, vel quia, ut inquit Albertus, non intendebat
nisi de enunciatione, quæ aliquo modo una est, tractare. Demum concludit
totam sententiam, dicens: Quare nec si aliquis affirmet unum. de bis
pluribus, erit affirmatio una secundum. rem: sed vocaliter quidem
erit una, significative autem non una, sed multæ fient affirmaliones. Nec si e converso de uno ista plura. affrmabuntur,
fiet affirmatio una. Ista namque, bomo est albus, ambulans et musicus,
importat tres affirmationes, scilicet, bomo est albus et est ambulans et est
musicus, ut patet ex illius contradictione. Triplex enim negatio ili
opponitur correspondens triplici affirmationi positæ. 5. Deinde cum
dicit: Si ergo dialectica etc., probat a posteriori supradictas
enunciationes esse plures. Circa quod duo facit: primo, ponit rationem
ipsam ad hoc probandum per modum consequentiæ; deinde probat antecedens dictæ
consequentiæ; ibi: Dictum est autem de his* etc. Quoad primum talem
rationem inducit. Si interrogatio dialectica est petitio responsionis, quæ sit
propositio vel altera pars contradictionis, nulli enunciationum
supradictarum interrogative formatæ erit responsio una; ergo nec ipsa
interrogatio est una, sed plures. Cuius raOpp. D. Tnowas T. I. 9y tionis primo
ponit antecedens: Si ergo etc. Ad huius intelligendos terminos nota quod idem
sonant enunciatio, interrogatio et responsio. Cum enim dicitur, cælum est
animatum, in quantum enunciat prædicatum de subiecto, enunciatio vocatur;
in quantum autem quærendo proponitur, interrogatio; ut vero quæsito redditur,
responsio appellatur. Idem ergo erit probare non esse responsionem unam,
et interrogationem non esse unam, et enunciationem non esse unam. Adverte
secundo interrogationem esse duplicem. Quædam enim est utram partem
contradictionis eligendam proponens; et hæc vocatur dialectica, quia
dialecticus habet viam ex probabilibus ad utramque contradictionis partem
probandam. Altera vero determinatam ad unum
responsionem exoptat; et hæc est interrogatio demonstrativa, eo quod
demonstrator in unum determinate tendit. Considera ulterius quod
interrogationi dialecticæ dupliciter responderi potest. Uno modo,
consentiendo interrogationi, sive affirmative sive negative; ut si
quis petat, cælum est animatum? et respondeatur, est; vel, Deus non
movelur? et respondeatur, mon: talis responsio vocatur propositio. Alio
modo, potest responderi interimendo; ut si quis petat, cælum est
animatum, et respondeatur, non; vel Deus non movetur? et
respondeatur, movetur: talis responsio vocatur contradictionis altera pars,
eo quod affirmationi negatio redditur et negationi affirmatio. Interrogatio
ergo dialectica est petitio annuentis responsionis, quæ est propositio,
vel contradicentis, quæ est altera pars contradictionis secundum supradictam BOEZIO
(vedasi) expositionem. 6. Deinde subdit probationem consequentiæ, cum ait:
Propositio vero unius contradictionis est etc. Ubi notandum est
quod si responsio dialectica posset esse plures, non sequeretur quod
responsio enunciationis multiplicis non posset esse dialectica; sed si
responsio dialectica non potest esse nisi una enunciatio, tunc recte
sequitur quod responsio enunciationis pluris, non est responsio
dialectica, quæ una est. Notandum etiam quod si enunciatio aliqua plurium
contradictionum pars est, una non esse comprobatur: una enim uni tantum
contradicit. Si autem unius solum contradictionis pars est, una est eadem
ratione, quia scilicet unius affirmationis unica est negatio, et e
converso. Probat ergo Aristoteles consequentiam ex eo quod propositio,
idest responsio dialectica unius contradictionis est, idest una enunciatio est
affirmativa vel negativa. Ex hoc enim, ut iam dictum est, sequitur
quod nullius enunciationis multiplicis sit responsio dialectica, et consequenter
nec una responsio sit. Nec prætereas quod cum propositionem, vel alteram
partem contradictionis, responsionemque præposuerit dialecticæ interrogationis,
de sola propositione subiunxit, quod est una; quod ideo fecit, quia
illius alterius vocabulum ipsum unitatem præferebat. Cum enim alteram
contradictionis partem audis, unam affirmationem vel negationem
statim intelligis. Adiunxit autem antecedenti ly ergo, vel insinuans
hoc esse aliunde sumptum, ut postmodum in speciali explicabit, vel,
permutato situ, notam consequentiæ huius inter antecedens et consequens
locandam, antecedenti præposuit; sicut si diceretur, si ergo Socrates currit,
movetur ; pro eo quod dici deberet, si Socrates currit, ergo.
movetur. Sequitur deinde consequens: Nom erit una responsio ad boc
; et infert principalem conclusionem subdens, Quod neque una
erit interrogatio etc. Si enim responsio
non potest esse una, nec interrogatio ipsa una erit. 7. Quod autem
addidit: Nec si sit vera, eiusmodi est. Posset aliquis credere, quod
licet interrogationi pluri non possit dari responsio una, quando id de
quo quæstio fit non potest de omnibus illis pluribus affirmari vel ne -- BOEZIO. TAS --
gari (ut cum quæritur, canis est animal? quia non potest vere de omnibus
responderi, est, propter cæleste sidus, nec vere de omnibus responderi,
som est, propter canem latrabilem, nulla possit dari responsio una);
attamen quando id quod sub interrogatione cadit potest vere de omnibus
affirmari aut negari, tunc potest dari responsio una; ut si II
nec ipsa quæstio quid est, est interrogatio dialectica: verbi
gratia; si quis quærat, quid est amimal? talis non quærit dialectice.
Deinde subiungit probationem assumpti, scilicet quod ipsum quid est, non est
quæstio dialectica; et intendit quod quia interrogatio dialectica optionem
respondenti offerre debet, utram velit contradictionis quæratur, camis
est substantia? quia potest vere de omnibus responderi, esí, quia esse
substantiam omnibus canibus convenit, unica responsio dari possit. Hanc
erroneam existimationem removet dicens: Nec si sit vera, idest, et dato
quod responsio data enunciationi multiplici de omnibus verificetur,
nihilominus non est una, quia unum non significat, nec unius
contradictionis est pars, sed plures responsio illa habet
contradictorias, ut de se patet. 8. Deinde cum dicit: Dictum est autem de
bis in Topicis etc., probat antecedens dupliciter: primo, auctoritate
eorum quæ dicta sunt in Topicis; secundo, a signo. Et circa hoc duo
facit. Primo, ponit ipsum signum, dicens: Quod similiter etc., cum
auctoritate Topicorum, manifestum est, scilicet, antecedens assumptum,
scilicet quod dialectica interrogatio est petitio responsionis
affirmativæ vel neQuoniam nec ipsum quid est, idest ex eo quod
gativæ. partem, et ipsa quæstio quid est talem libertatem non
proponit (quia cum dicimus, quid est animal? respondentem ad definitionis
assignationem coarctamus, quæ non solum ad unum determinata est, sed
etiam omni parte contradictionis caret, cum nec esse, nec non esse
dicat); ideo ipsa quæstio quid est, non est dialectica
interrogatio. Unde dicit: Oportet enim ex data, idest ex proposita interrogatione
dialectica, hunc respondentem eligere posse utram velit contradictionis
partem, quam contradictionis utramque partem interrogantem oportet determinare,
idest determinate proponere, hoc modo: Utrum. boc animal sit bomo an mon:
ubi evidenter apparet optionem respondenti offerri. Habes ergo pro signo
cum quæstio dialectica petat responsionem propositionis, vel
alterius contradictionis partem, elongationem quæstionis quid est
a quæstionibus dialecticis. (Canp. CargTANr lect. 1v) EX.
ALIQUIBUS DIVISIM. PRÆDICATIS DE SUBIECTO SEQUITUR ENUNCIATIO. DE EISDEM
CONIUNCTIM IN EODEM SUBIECTO, EX ALIQUIBUS AUTEM NON SEQUITUR "Excel
δὲ τὰ μὲν κατηγορεῖται συντιθέμενα, ὡς ἕν τὸ πᾶν κατηγόρημα τῶν χορὶς κατηγορουμένων;
τὰ δ᾽ οὔ: τίς ἡ διαφορά; κατὰ γὰρ τοῦ ἀνθρώπου ἀληθὲς εἰπεῖν καὶ χωρὶς ζῷον,
καὶ χωρὶς δίπουν, καὶ ταῦτα ὡς fv καὶ ἄνθρωπον, καὶ λευκόν, καὶ ταῦθ᾽
ὡς ἕν. 99 Quoniam vero hæc
quidem prædicantur composita, ut ' Seq. c. x. unum omne prædicatum fiat
eorum quæ extra prædicantur, alia vero non; quæ differentia est? De homine enim
verum est dicere, εἴ extra animal, et extra bipes; et hæc ut unum: et,
hominem, et, album; et 'AXX οὐχί; εἰ ὀκυτεὺς καὶ ἀγαθός, xal σκυτεὺς
ἀγαθός. Εἰ γάρ, ὅτι ἑκάτερον ἀληθές, εἶναι δεῖ καὶ τὸ συνάμφω, πολλὰ
καὶ ἄτοπα ἔσται. Κατὰ γὰρ τοῦ ᾿ἀνθρώπου καὶ τὸ ἄνθρωπος ἀληθὲς καὶ τὸ
λευχόν- ὥστε xal τὸ «muy. Πάλιν, εἰ τὸ λευκὸν αὐτό, καὶ τὸ ἅπαν,
στε ἔσται ἄνθρωπος λευχὸς λευχός, καὶ τοῦτο εἰς ἄπειgov. Καὶ πάλιν
μουσικός, λευχός, βαδίζων" καὶ ταῦτα πολλάκις πεπλεγμένα εἰς ἄπειρον.
"Ect, εἰ ὁ Zoxpdτῆς τῆς Σωχράτης καὶ ἄνθρωπος, καὶ Σωχράτης
Σωχράἄνθρωπος. Καὶ εἰ ἄνθρωπος, καὶ δίπους" καὶ ἄνθρωπος ἄνθρωπος
δίπους" Ὅτι μὲν οὖν, εἴ τις ἁπλῶς φήσει τὰς συμπλοχοὶς γίνεσθαι,
πολλὰ συμβαίνει λέεἰν Τῶν ἄτοπα, δῆλον. Ὅπως δὲ θετέον, λέγωμεν νῦν.
αὐτοῦ δὴ κατηγορουμένων καὶ ἐφ᾽ οἷς χατηγορεῖσθται συμβαίνει, ὅσα μὲν
λέγεται κατὰ συμβεβηκὸς ἢ κατὰ τοῦ ἢ θάτερον xavd θατέρου, ταῦτα
οὐχ ἔσται ἕν, οἷον ἄνθρωπος λευχός ἐστι xxl μουσιχός., ἀλλ᾽ οὐχ
ἕν τὸ λευκὸν καὶ τὸ μουσικόν" συμβεβηκότα γὰρ ἄμφω τῷ αὐτῷ. Οὐδ᾽ εἰ
τὸ λευκὸν μουσικὸν ἀληθὲς εἰπεῖν, ὅμως οὐχ ἔσται τὸ μουσικὸν λευκὸν
ἕν cv χατὸὰ συμβεβηκὸς γὰρ τὸ μουσικὸν λευχόν" ὥστε οὐκ ἔσται
τὸ λευχὸν μουσικὸν ἕν τι. Διὸ οὐδ᾽ ὁ σχυτεὺς ἁπλῶς ἀγαθὸς, ἀλλὰ ζῷον
δίπουν. οὐ γὰρ κατὰ συμβεβηκός. Ἔτι οὐδ᾽ ὅσα ἐνυπάρχει ἐν τῷ ἑτέρῳ.
Διὸ οὔτε τὸ λευκὸν πολλάχις, οὔτε ὁ ἄνθρωπος ἄνθρωπος ξῷόν ἐστιν ἢ
δίπουν" ἐνυπάρχει γὰρ ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τὸ ζῷον καὶ τὸ δίπουν.
vá aJ yostquam declaravit diversitatem multiplicis
enunciationis, intendit determinare de earum consequentiis. Et circa hoc
duo facit, secundum duas dubitationes quas solvit. Secunda incipit; ibi:
Verum autem est dicere etc. Circa primum tria facit: primo, proponit
quæstionem; secundo ostendit rationabilitatem quæstionis; ibi: Si enim
quoniam etc.; tertio, solvit eam ; ibi: Eorum igitur ** etc. Est ergo
dubitatio prima: Quare ex aliquibus divisim prædicatis de uno sequitur
enunciatio, in qua illamet unitæ prædicantur de eodem, et ex aliquibus
non. Unde hæc
diversitas oritur? Verbi gratia; ex istis, Socrates est amimal et est bipes ;
sequitur, ergo Socrates est. animal. bipes ; et similiter ex istis,
Socrates est bomo et est albus; sequitur, ergo Socrates est bomo albus.
Ex illis vero, Socrates est bonus, et. est. citbaroedus ; non
sequitur, ergo est bonus citbaroedus. Unde proponens quæstionem inquit:
Quoniam vero bæc, scilicet prædicta, ita prædicantur composita, idest
coniuncta, ut unum sit prædicamentum quæ extra prædicantur, idest, ut ex eis
extra prædicatis unite fiat prædicatio, alia vero prædicata non sunt talia, quæ
est inter differentia; unde talis innascitur diversitas? Et subdit
exempla iam adducta, et ad propositum applicata: quorum primum continet
prædicata ex quibus fit unum per se, hæc est ut
et unum. Sed non si citharoedus (coriarius)
bonus, etiam citharoedus ('coriarius) bonus. Si enim quoniam utrunque,
verum, esse oportet et simul utrunque multa inconvenientia erunt. De
homine enim verum est et hominem, et album dicere; quare et omne.
Rursus si album, et omne. Quare erit homo albus albus; et hoc in
infinitum. Et rursus musicus albus ambulans; et hæc eadem frequenter
implicita in infinitum. Amplius si Socrates, Socrates est, et homo;
et Socrates Socrates homo; et si homo et bipes, erit homo homo
bipes. Quod igitur si quis simpliciter dicat complexiones fieri, plurima
inconvenientia contingere manifestum est. Quemadmodum ponendum est
nunc dicimus. Eorum igitur quæ prædicantur, et de quibus
prædicari accidit quæcumque secundum accidens dicuntur, vel de
eodem, vel alterum de altero, hæc non erunt unum; ut, homo albus est et
musicus; sed non est unum album et musicum; accidentia enim sunt
utraque eidem. Nec, si album, musicum verum est dicere, tamen non
erit musicum album unum aliquid: secundum accidens enim album
musicum dicetur; quare non erit album musicum unum aliquid. Quocirca nec
citharoedus (coriarius) bonus simpliciter; sed animal bipes: non enim
sunt secundum accidens. Amplius nec quæcunque insunt in alio. Quare neque
album frequenter dictum, neque homo homo animal est, vel bipes; insunt
enim in homine animal et bipes. scilicet, animal et bipes, genus et
differentia; secundum autem prædicata ex quibus fit unum per accidens,
scilicet, bomo albus; tertium vero prædicata ex quibus neque unum per se
neque unum per accidens inter se fieri sequitur; ut, cilbaroedus et bonus, ut
declarabitur. 2. Deinde cum dicit: Si enim quoniam etc.,
declarat veritatem diversitatis positæ, ex qua rationabilis
redditur quæstio: si namque inter prædicata non esset talis diversitas,
irrationabilis esset dubitatio. Ostendit autem hoc ratione ducente ad
inconveniens, nugationem scilicet. Et quia nugatio duobus modis
committitur, scilicet explicite et implicite; ideo primo deducit ad
nugationem explicitam, secundo ad implicitam; ibi: Amplius, si Socrates etc.
Ait ergo quod si nulla est inter quæcumque prædicata differentia, sed de
quolibet indifferenter censetur quod quia alterutrum separatum dicitur,
quod utrumque coniunctim dicatur, multa inconvenientia sequentur. De
aliquo enim homine, puta Socrate, verum est separatim dicere quod,
homo est, et albus est; quare et omne, idest et coniunctim dicetur, Socrates
est homo albus. Rursus et de eodem Socrate potest dici separatim quod,
est homo albus, et quod, est albus; quare et omne, idest, igitur
coniunctim dicetur, Socrates est homo albus albus: ubi manifesta
est nugatio. Rursus si de eodem Socrate iterum dicas sepa100 ratim
quod, est homo albus albus, verum dices et congrue quod est albus, et
secundum hoc, si iterum hoc repetes separatim, a veritate simili non
discedes, et sic in infinitum sequetur, Socrates est homo albus, albus, albus
in infinitum. Simile quod ostenditur in alio exemplo. Si quis de Socrate
dicat quod, est musicus, albus, ambulans, cum possit et separatim dicere
quod, est musicus, et quod, est accidens enumerasset, unico tamen
exemplo utrumque membrum explanavit, ut insinuaret quod distinctio
illa non erat in diversa prædicata per accidens, sed in eadem
diversimode comparata. Album enim et musicum, comparata ad hominem, sub primo
cadunt membro; comalbus, et quod, est ambulans; sequetur, Socrates est
musicus, albus, ambulans, musicus, albus, ambulans. Et quia pluries separatim, in eodem tamen
tempore, enunciari potest, procedit nugatio sine fine. Deinde deducit ad
implicitam nugationem, dicens, cum de Socrate vere dici
possit separatim quod, est homo, et quod, est bipes, si coniunctim
inferre licet, sequetur quod, Socrates sit homo bipes. Ubi est implicita nugatio. Bipes
enim circumloquens differentiam hominis actu et intellectu clauditur in hominis
ratione. Unde ponendo loco hominis suam rationem (quod fieri licet,
ut docet Aristoteles II Topicorum), apparebit manifeste nugatio.
Dicetur enim: Socrates est homo, idest, animal bipes, bipes. Quoniam ergo
plurima inconvenientia sequuntur si quis ponat complexiones, idest,
adunationes prædicatorum fieri simpliciter, idest, absque
diversitate aliqua, manifestum est ex dictis. Quomodo autem faciendum
est, nunc, idest, in sequentibus dicemus. Et nota quod iste textus non
habetur uniformiter apud omnes quoad verba, sed quia sententia non
discrepat, legat quicunque ut vult. 3. Deinde cum dicit: Eorum igitur
etc., solvit propositam quæstionem. Et circa hoc duo facit: primo,
respon" Num. 11. Num. 7. det instantiis in ipsa
propositione quæstionis adductis; secundo, satisfacit instantis in
probatione positis; ibi: Amplius nec quæcumque etc. Circa primum duo facit: primo namque, declarat
veritatem ; secundo, applicat ad propositas instantias; ibi: Quocirca
etc. Determinat ergo dubitationem tali distinctione. Prædicatorum sive
subiectorum plurium duo sunt genera: quædam sunt per accidens, quædam per se.
Si per accidens, hoc dupliciter contingit, vel quia ambo dicuntur per
accidens de uno tertio, vel quia alterum de altero mutuo per
accidens prædicatur. Quando illa plura divisim prædicata sunt per
accidens quovis modo, ex eis non sequitur coniunctim prædicatum; quando autem
sunt per se, tum ex eis sequitur coniuncte prædicatum. Unde
continuando se de ad præcedentia ait: Eorum. igitur quæ
prædicantur, et quibus prædicantur, idest subiectorum, quæcumque
dicuntur secundum accidens (et per hoc innuit oppositum membrum, scilicet
per se), vel de eodem, idest accidentaliter concurrunt ad unius tertii
denominationem, vel. alterutrum. de altero, idest accidentaliter mutuo se
denominant (et per hoc ponit membra duplicis divisionis), ba:c, scilicet
plura per accidens, mom erunt unum, idest non inferent prædicationem
coniunctam. 4. Et explanat utrumque horum exemplariter. Et primo,
primum, quando scilicet illa plura per accidens dicuntur de tertio,
dicens: Ut si bomo albus est et musicus. divisim. Sed non est idem, idest
non sequitur adunatim, ergo bomo est musicus albus. Utraque enim
sunt accidentia eidem tertio. Deinde explanat secundum, quando
solum illa plura per accidens de se mutuo prædicantur, subdens: Nec
si album. musicum. verum est dicere, idest, et etiamsi de se invicem ista
prædicantur per accidens ratione subiecti in quo uniuntur, ut dicatur, bomo est
albus, et est musicus, el album est musicum, non tamen sequitur
quod album musicum unite prædicetur, dicendo, ergo bomo est albus
musicus. Et causam assignat, quia album dicitur de musico per accidens,
et e converso. $. Notandum est hic quod cum duo membra per parata
autem inter se, sub secundo. Diversitatenr ergo comparationis pluralitate
membrorum, identitatem autem prædicatorum unitate exempli astruxit.
6. Advertendum est ulterius, ad evidentiam divisionis factæ in littera,
quod, secundum accidens, potest dupliciter accipi. - Uno modo, ut distinguitur
contra perseitatem posterioristicam, et sic non sumitur hic: quoniam cum
dicitur plura prædicata secundum accidens, - aut ly secundum accidens
determinaret coniunctionem inter se, et ma sic manifeste
esset falsa regula; quoniam inter priprædicata, animal bipes, seu, animal
rationale, est prædicatio secundum accidens hoc modo (differentia
enim in nullo modo perseitatis prædicatur de genere, et tamen Aristoteles
in textu dicit ea non esse prædicata per accidens, et asserit quod est
optima illatio, est amimal et bipes, ergo est animal bipes); - aut
determinaret coniunctionem illarum ad subiectum, et sic etiam inveniretur
falsitas in regula: bene namque dicitur, paries est coloratus, et est
visibilis, et tamen coloratum visibile non per se inest parieti. - Alio modo,
accipitur ly secundum accidens, ut distinguitur contra hoc quod dico, ratione
sui, seu, non propter aliud, et sic idem sonat, quod, per aliud: et hoc
modo accipitur hic. Quæcunque enim sunt talis naturæ quod non
ratione sui iunguntur, sed propter aliud, ab illatione coniuncta deficere
necesse est, ex eo quod coniuncta illatio unum alteri substernit, et
ratione sui ea adunata denotat ut potentiam et actum. - Est ergo sensus
divisionis, quod prædicatorum plurium, quædam sunt per accidens,
quædam per se, idest, quædam adunantur inter se ratione sui, quædam
propter aliud. Ea quæ per se uniuntur inferunt coniunctum, ea autem quæ
propter aliud, nequaquam. 7. Deinde cum dicit: Quocirca nec. citbaroedus
etc., applicat declaratam veritatem ad partes quæstionis. Et primo, ad secundam
partem, quia sclicet non sequitur: est bonus et est citharoedus; ergo est
bonus citharoedus, dicens: Quocirca nec citbaroedus bonus etc.; secundo, ad
aliam partem quæstionis, quare sequebatur: est animal et est bipes;
ergo est animal bipes: et ait: Sed animal bipes etc. Et subiungit huius
ultimi dicti causam, quia, animal bipes, non sunt prædicata secundum
accidens coniuncta inter se rum aut in tertio, sed per se. Et
per hoc explanavit altemembrum primæ divisionis, quod adhuc positum non
fuerat explicite. Adverte quod Aristoteles, eamdem tenens
sententiam de citharoedo et bono et musico et albo, conclusit quod album
et musicum non inferunt coniunctum prædicatum; ideo nec citharoedus et bonus
inferunt citharoedus bonus simpliciter, idest coniuncte. Est autem ratio
dicti, quia licet musica et albedo dissimiles sint bonitati et arti
citharisticæ in hoc, quod bonitas nata est denominare et subiectum tertium,
puta hominem et ipsam artem citharisticam (propter quod falsitas
manifeste cernitur, quando dicitur: est bonus et citharoedus; ergo bonus
citharoedus ), musica vero et albedo subiectum tertium natæ sunt denominare
tantum, et non se invicem (propter quod latentior est casus cum proceditur:
est albus et est musicus; ergo est musicus albus), licet, inquam, in hoc
sint dissimiles, et propter istam dissimilitudinem processus Aristotelis
minus sufficiens videatur; attamen similes sunt in hoc quod, si servetur
identitas omnimoda prædicatorum quam servari oportet, si illamet divisa
debent inferri coniunctim, sicut musica non denominat albedinem, neque
contra, ita nec bonitas, de qua fit sermo, cum dicitur, bomo est bonus,
denominat artem citharisticam, neque e converso. Cum enim bonum sit
æquivocumn EQUIVOCO GRICE, licet a consilio, alia ratione dicitur de
perfectione citharoedi, et alia de perfectione hominis. Quando namque
dicimus, Socrates est bonus, intelligimus bonitatem moralem, quæ est
hominis bonitas simpliciter (analogum siquidem simpliciter positum
sumitur pro potiori); cum autem infertur, citharoedus bonus, non boni101
9. Nec obstat quod album faciat unum per accideüs cum homine: non enim
dictum est quod unitas per accidens aliquorum impedit ex diversis inferre coniunctum,
sed quod unitas per acccidens aliquorum ratione tertii tantum est illa
quæ impedit. Talia enim quæ non sunt unum per accidens nisi ratione
tertii, inter se nullam hatatem moris sed artis prædicas: unde terminorum
identitas non salvatur. Sufficienter igitur et subtiliter Aristoteles eamdem de
utrisque protulit sententiam, quia eadem est hæc, et ibi ratio etc.
8. Nec prætereundum est quod, cum tres consequentias adduxit quæstionem
proponendo, scilicet; est animal et bipes; ergo est animal bipes: et, est
homo et albus; ergo est homo albus: et, est citharoedus et bonus;
ergo est bonus citharoedus; et duas primas posuerat esse bonas,
tertiam vero non ; huius diversitatis causam inquirere volens, cur solvendo
quæstionem nullo modo meminerit secundæ consequentiæ, sed tantum primæ et
tertiæ. Indiscussum namque reliquit an illa consequentia sit
bona -an ve, SUB -w mala. - Et ad hoc videtur mihi
dicendum quod ex his paucis verbis etiam illius consequentiæ naturam
insinuavit. Profundioris enim sensus textus capax apparet cum dixit quod,
non sunt unum album et musicum etc., ut scilicet non tantum indicet quod
expositum est, sed etiam eius causam, ex qua natura secundæ consequentiæ
elucescit. Causa namque quare album et musicum non inferunt coniunctam,
prædicationem est, quia in prædicatione coniuncta oportet alteram partem alteri
supponi, ut potentiam actui, ad hoc ut ex eis fiat aliquo.
modo unum, et altera a reliqua denominetur (hoc enim vis coniunctæ
prædicationis requirit, ut supra diximus de partibus definitionis); album
autem et musicum secundum se non faciunt unum per se, ut patet,
neque unum per accidens. Licet enim ipsa ut adunantur in subiecto
uno sint unum subiecto per accidens, tamen ipsamet quæ adunantur in
uno, tertio subiecto, non faciunt inter se unum per accidens: tum quia
neutrum informat alterum (quod requiritur ad unitatem per accidens
aliquorum inter se, licet non in tertio); tum quia non considerata
subiecti unitate, quæ est extra eorum rationes, nulla remanet inter
ea unitatis causa. Dicens ergo quod album et musicum non sunt unum,
scilicet inter se, aliquo modo, causam expressit quare coniunctim non
infertur ex eis prædicatum. Et quia oppositorum eadem est disciplina,
insinuavit per illamet verba bonitatem illius consequentiæ. Ex eo
enim quod homo et albus se habent sicut potentia et actus, (et ita albedo
informet, denominet atque unum faciat cum homine ratione sui), sequitur
quod ex divisis potest inferri coniuncta prædicatio; ut dicatur: est bomo
et albus; ergo δὲ bomo albus. Sicut per oppositum
dicebatur quod ideo musicum et album non inferunt coniunctum
prædicatum quia neutrum alterum informabat. bent unitatem; et
propterea non potest inferri coniunctum, ut dictum est, quod unitatem importat.
Illa vero quæ sunt unum per accidens ratione sui, seu inter se, ut,
bomo albus, cum coniuncta accipiuntur, unitate necessaria non carent,
quia inter se unitatem habent. Notanter autem apposui ly tantum : quoniam
si aliqua duo sunt unum per accidens, ratione tertii subiecti scilicet,
sed non tantum ex hoc habent unitatem, sed etiam ratione sui,ex hoc
quod alterum reliquum informat, ex istis divisis non prohibetur
inferri coniunctum. Verbi gratia, optime dicitur: est quantum et est coloratum;
ergo est quantum coloratum: quia color informat quantitatem. IO.
Potes autem credere quod secunda illa consequentia, quam non explicite
confirmavit Aristoteles respondendo, sit bona et ex eo quod ipse
proponendo quæstionem asseruit bonam, et ex eo quod nulla istantia
reperitur. Insinuavit autem et Aristoteles quod sola talis unitas impedit
illationem coniunctam, quando dixit quæcunque secundum. accidens dicuntur vel
de eodem vel alterutrum. de altero. Cum enim dixit, secundum. accidens de
eodem, unitatem eorum ex sola adunatione in tertio posuit (sola enim hæc
per accidens prædicantur de eodem, ut dictum est); cum autem
addidit, vel alterutrum de altero, mutuam accidentalitatem ponens, ex nulla
parte inter se unitatem reliquit. Utraque ergo per accidens adducta prædicata,
in tertio scilicet vel alterutrum, quæ impediant illationem coniunctam, nonnisi
in tertio unitatem habent. Deinde cum dicit: Amplius nec etc., satisfacit
instantiis in probatione adductis, et in illis in quibus explicita
committebatur nugatio, et in illis in quibus implicita; et ait quod non
solum inferre ex divisis coniunctum non licet quando prædicata illa sunt
per accidens, sed mec etiam quæcunque insunt im alio: idest, sed nec hoc
licet quando prædicata includunt se, ita quod unum includatur in
significato formali alterius intrinsece, sive explicite, ut album
in albo, sive implicite, ut animal et bipes in homine. Quare neque album
frequenter dictum divisim infert coniunctum, neque bomo divisim ab
animali vel bipede enunciatum, animal bipes, coniunctum cum homine
infert; ut dicatur, ergo Socrates est bomo bipes, vel animal bomo. Insunt enim
in hominis ratione, animal et bipes actu et intellectu, licet implicite. Stat
ergo solutio quæstionis in hoc, quod unitas plurium per accidens in
tertio tantum et nugatio, impediunt ex divisis inferri coniunctum ; et
consequenter, ubi neutrum horum inven'tur, licebit inferre
coniunctum. divisis ex quando divisæ sunt simul veræ de eodem
etc. Et hoc intellige
vel bipes. Ed. c: animal (Can. CargTAN: lect. v)
AN EX ENUNCIATIONE HABENTE PLURA PRÆDICATA CONIUNCTIM INFERRE LICEAT
ENUNCIATIONEM QUÆ EADEM PRÆDICATA DIVISIM CONTINET ᾿Αληθὲς δέ ἐστιν εἰπεῖν χατὰ τοῦ τινὸς χαὶ ἁπλῶς, οἷον τὸν τινὰ ἄνθρωπον ἄνθρωπον, 5 τὸν τινὰ λευχὸν ἀνθρωπον ἄνθρωπον. λευκόν: οὐχ ἀεὶ δέ. ᾽Αλλ᾽ ὅταν μὲν ἐν τῷ προσχειμένῳ τῶν ἀντιχειμένων τι ἐνυπάρχῃ; ᾧ ἕπε ται ἀντίφασις, οὐχ ἀληθές, ἀλλὰ y: 930oc, οἷον τὸν τεθνεῶτα ἄνθρωπον ἄνθρωπον εἰπεῖν" ὅταν δὲ Un ἐνυπάρχῃ; ἀληθές. "H ὅταν μὲν ἐνυπάρχῃ, ἀεὶ οὐκ ἀληθές: ὅταν δὲ μὴ ἐνυπάρχῃ, οὐκ ἀεὶ ἀληθές, ὥσπερ, Ὅμηρός ἐ ἐστί τι, οἷον ποιητής" ἄρ᾽ οὖν καὶ ἔστιν, ἢ 00; χατὰ cup ps βηχὸς γὰρ “κατηγορεῖται τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστι" ὅτι 12e ποιητής ἐστιν, ἀλλ᾽ οὐ καθ᾽ αὐτὸ κατηγορε εἴται χατὰ τοῦ Ὁμήρου τὸ ἔστιν. Ὥστε ἐν ὅσαις κατηγορίαις μήτε ἐναντιότης ἔνε στιν, Hu λόγοι ἀντ᾽ ὀνομάτων λέγονται; καὶ xa ἑαυτὸ χατηγορῆται; χαὶ μὴ κατὰ “συμβεβηκός, ἐπὶ τούτων τὸ τὶ χαὶ ἁπλῶς ἀληθὲς ἔσται εἰπεῖν. " Τὸ δὲ μὴ ὄν, ὅτι δοξαστόν, οὐχ ἀληθὲς εἰπεῖν ὄν τι’ δόξα γὰρ αὐτοῦ οὐχ ἔστιν, ὅτι ἔστιν, ἀλλ᾽ ὅτι οὐκ i» ὩΣ secundam dubitationem. Et circa
hoc tria fa Num.seq. Num.
. Num. Ξ ys do solvit eam; ibi:
Sed quando in adiecto etc., tertio, ex hoc excludit quemdam errorem;
ibi: Quod autem non est* etc. Est ergo quæstio: an ex enunciatione
habente prædicatum coniunctum, liceat inferre enunciationes dividentes illud
coniunctum; et est quæstio: contraria superiori. Ibi enim quæsitum est an ex
divisis inferatur coniunctum; hic autem quæritur an ex coniuncto
sequantur divisa. Unde movendo quæstionem dicit: erum aulem. aliquando
est dicere de aliquo et. simpliciter, idest divisim, quod scilicet prius
dicebatur coniunctim, ΜῈ quemdam hominemalbum esse
bominem, aut quoddam album hominem. album esse, idest ut ex ista, Socrates est.
bomo albus, sequitur divisim, ergo Socrates est bomo, ergo Socrates est
albus. Non autem. semper, idest aliquando autem ex coniuncto non
inferri potest divisim; non enim sequitur, Socrates est bonus
citbaroedus, ergo est bonus. Unde hæc est differentia, quod quandoque
licet et quandoque non. Et adverte quod notanter adduxit
exemplum de homine albo, inferendo utramque partem divisim, ut insinuaret
quod intentio quæstionis est investigare quando ex coniuncto potest
utraque pars divisim inferri, et non quando altera tantum. 2. Deinde cum
dicit: Sed quando in adiecto etc., solvit quæstionem. Et duo facit:
primo, respondet parti negativæ quæstionis, quando scilicet non licet;
secundo, ibi: Quare in quantiscumque etc., respondet parti
affirmativæ, quando scilicet licet. Circa primum considerandum quod
quia dupliciter contingit fieri prædicatum coniunctum, uno modo ex oppositis,
alio modo ex non oppositis, ideo duo facit: primo, ostendit quod numquam
ex prædicato coniuncto ex oppositis possunt inferri eius partes divisim;
secundo, quod nec hoc licet universaliter in prædicato coniuncto ex non
oppositis, ibi: Pel etiam quando etc. Ait ergo quod quando in termino
adiecto inest aliquid de numero oppositorum, ad quæ sequitur contradictio
inter Verum autem est dicere de aliquo et simpliciter; ut aliquem ' Sea.
c. xr. hominem hominem,
aut aliquem album hominem, hohominem album: non autem semper. Sed quando
in adiecto aliquid quidem oppositorum insit, quod consequitur
contradictio, non verum sed falsum est; ut, hominem mortuum, hominem
dicere: quando autem non insit, verum est. Aut quando insit quidem, semper
non verum est: quando vero non insit, non semper verum est; ut,
Homerus est aliquid, ut poeta: utrum igitur est, an ergo
etiam est; non? Secundum accidens enim prædicatur, est, de
Homero; (quoniam est enim poeta), sed non secundum se prædicatur de Homero
ipsum est. Quare in quantiscunque prædicationibus neque
contrarietas, [aliqua aut nulla oppositio] inest, si definitiones pro
nominibus dicantur, et secundum se prædicantur et non secundum accidens, in his
aliquid et simpliciter verum erit dicere. Quod autem non est,
quoniam opinabile est, non est verum dicere esse aliquid: opinio enim
eius non est, quoniam est, sed quoniam non est. ipsos terminos, »on
verum. est, scilicet inferre divisim, sed falsum. Verbi gratia cum
dicitur, Cæsar est bomo mortuus, non sequitur, ergo est bomo: quia ly
mortuus, adiacens homini, oppositionem habet ad hominem, quam. sequitur
contradictio inter hominem et mortuum: si enim est homo, non
est mortuus, quia .non est corpus inanimatum; et si est mortuus, non est
homo, quia mortuum est corpus inanimatum. Quando autem mon inest,
scilicet talis. oppositio, verum est, scilicet inferre divisim. Ratio autem quare, quando est oppositio in
adiecto, non sequitur illatio divisa est, quia alter terminus ex adiecti
oppositione corrumpitur in ipsa enunciatione coniuncta. Corruptum
autem seipsum absque corruptione non infert, quod illatio divisa sonaret.
3. Dubitatur hic primo circa id quod supponitur, quomodo possit vere
dici, Cæsar est bomo mortuus, cum enunciatio non possit esse vera, in qua
duo contradictoria simul de aliquo prædicantur. Hoc enim est primum
principium. Zomo autem et mortuus, ut in littera dicitur, contradictoriam
oppositionem includunt, quia in homine includitur vita, in mortuo non
vita. - Dubitatur secundo circa ipsam consequentiam, quam reprobat
Aristoteles: videtur enim . optima. Cum enim ex enunciatione prædicante duo
contradictoria possit utrumque inferri (quia æquivalet copulativæ), aut
neutrum, (quia destruit seipsam), et enunciatio supradicta terminos
oppositos contradictorie prædicet, videtur sequi utraque pars, quia
falsum est neutram sequi. 4. Ad hoc simul dicitur quod aliud est loqui de duobus
terminis secundum se, et aliud de eis ut unum stat sub determinatione
alterius. Primo namque modo, bomo et moriuus, contradictionem inter
se habent, et impossibile est quod simul in eodem inveniantur. Secundo autem
modo, bomo et mortuus, non opponuntur, quia homo transmutatus iam per
determinationem corruptivam importatam in ly mortuus, non stat pro suo
significato secundum se, sed secundum exigentiam termini additi, a CAP.
, quo suum significatum distractum est. Ad utrunque autem insinuandum
Aristoteles duo dixit, et quod habent oppositionem quam sequitur
contradictio, attendens significata eorum secundum se, et quod etiam ex eis
formatur una vera enunciatio cum dicitur, Socrates est bomo moriuus,
attendens coniunctionem eorum alterius corruptivam. Unde patet quid dicendum
sit ad dubitationes. Ad utramque siquidem dicitur, quod non enunciantur
duo contradictoria simul de eodem, sed terminus ut stat sub
distractione *, seu transmutatione alterius,cui secundum se Ed. c: distinclione. esset
contradictorius. 5. Dubitatur quoque circa id quod ait: /mest aliquid
oppositorum quæ consequitur contradictio; superflue enim videtur addi illa
particula, quæ consequitur contradictio. Omnia enim opposita consequitur
contradictio, ut patet discurrendo in singulis; pater enim est non filius, et
album non nigrum, et videns non cæcum etc. Et ad hoc dicendum est quod opposita possunt
dupliciter accipi: uno modo formaliter, idest secundum sua significata;
alio modo denominative, seu subiective. Verbi gratia, pater et filius
possunt accipi pro paternitate et filiatione, et possunt accipi pro eo
qui denominatur pater vel filius. Rursus cum omnis distinctio fiat
oppositione aliqua, ut dicitur in X Metapbysicæ, supponatur omnino
distincta esse opposita. Dicendum ergo est quod, licet ad omnia opposita
seu distincta contradictio sequatur inter se formaliter sumpta, non
tamen ad omnia opposita sequitur contradictio inter ipsa denominative sumpta.
Quamvis enim pater et filius mutuam sui negationem inferant inter se
formaliter, quia paternitas est non filiatio, et filiatio est non
paternitas; in relatione tamen ad denominatum, contradictionem non necessario
inferunt. Non enim
sequitur, Socrates est pater; ergo mon est filius; nec e converso. Ut
persuaderet igitur Aristoteles quod non quæcunque opposita colligata impediunt
divisam illationem (quia non illa quæ habent contradictionem annexam
formaliter tantum, sed illa quæ,habent contradictionem et formaliter et
secundum rem denominatam), addidit: quæ consequitur contradictio, in
tertio scilicet denominato. Et usus est satis congrue vocabulo, scilicet,
consequitur : contradictio enim ista in tertio est quodammodo extra ipsa
opposita. 6. Deinde cum dicit: Vel etiam quando est etc., declarat quod
ex non oppositis in tertio coniunctis secundum unum prædicatum, non
universaliter possunt inferri partes divisim. Et primo, hoc proponit quasi
emendans quod immediate dixerat, subiungens: Vel etiam quando est, scilicet
oppositio inter terminos coniunctos, falsum est semper, scilicet inferre
divisim ; quasi diceret : dixi quod quando inest oppositio, non verum sed
falsum est inferre divisim; quando autem non inest talis oppositio,
verum est inferre divisim. Vel etiam ut melius dicatur, quod quando
est oppositio, falsum est semper, quando autem non inest talis oppositio,
non semper verum est. Et sic modificavit supradicta addendo ly semper,
et, nom semper. Et subdens exemplum quod non semper ex non oppositis
sequatur divisio, ait: Ut, Homerus est aliquid ut poeta; ergo eliam. est?
Non. Ex hoc coniuncto, est poeta, de Homero enunciato, altera pars, ergo
Homerus est, non sequitur; et tamen clarum est quod istæ duæ partes colligatæ,
est et poeta, non. habent oppositionem, ad quam sequitur contradictio.
Igitur non semper ex non oppositis coniunctis illatio divisa tenet
etc. Deinde cum dicit: Secundum. accidens etc., probat hoc, quod
modo dictum est, ex eo quod altera pars istius compositi, scilicet, est,
in antecedente coniuncto prædicatur de Homero secundum accidens,
idest ratione alterius, quoniam, scilicet poeta, prædicatur de Homero, et
non prædicatur secundum se ly est de Homero; quod tamen infertur, cum
concluditur: ergo Homerus est. - Considerandum est hic quod ad solvendam illam
conclusionem negativam, scilicet, - non semper ex non oppositis
coniunctis infertur divisim, - sufficit unam instantiam suæ
oppositæ universali affirmativæ afferre. Et hoc fecit Aristoteles adducendo
illud genus enunciationum, in quo altera pars coniuncti est aliquid
pertinens ad actum animæ. Loquimur enim modo de Homero vivente in
poematibus suis in mentibus hominum. In his siquidem enunciationibus
partes coniunctæ non sunt oppositæ in tertio, et tamen non licet inferre
utramque partem divisim. Committitur enim fallacia secundum quid ad
simpliciter. Non enim valet, Cæsar est laudatus, ergo. est: et
simile est de esse in effectu dependente in conservari. Quomodo autem intelligenda sit ratio ad hoc
adducta ab Aristotele in sequenti particula dicetur. Deinde cum
dicit: Quare in quantiscunque etc., respondet parti affirmativæ quæstionis,
quando scilicet ex coniunctis licet inferre divisim. Et ponit duas
conditiones oppositas supradictis debere convenire in unum, ad hoc
ut possit fieri talis consequentia; scilicet, quod nulla inter partes
coniuncti oppositio sit, et quod secundum se prædicentur. Unde
dicit inferendo ex dictis: Quare in quantiscunque prædicamentis, idest
prædicatis ordine quodam adunatis, meque contrarietas aliqua, in cuius
ratione ponitur contradictio in tertio (contraria enim sunt quæ
mutuo se ab eodem expellunt), aut universaliter nulla oppositio inest, ex qua scilicet
sequatur contradictio in tertio, si. definitiones pro. nominibus sumantur.
Dixit hoc, quia licet in quibusdam non appareat oppositio, solis
nominibus positis, sicut, bomo mortuus, et in quibusdam appareat, ut, vivum
mortuum; hoc tamen non obstante, si, positis nominum definitionibus loco
nominum, oppositio appareat, inter opposita collocamus. Sicut, verbi gra.tia,
bomo mortuus, licet oppositionem non præseferat, tamen si loco hominis et
mortui eorum definitionibus utamur, videbitur contradictio. Dicemus enim
corpus animatum rationale, corpus inanimatum irrationale. In quantiscunque,
inquam, coniunctis nulla est oppositio, ef secundum se, et non secundum |
accidens. prædicantur, in. bis verum. erit. dicere et. simpliciter, idest
divisim quod fuerat coniunctim enunciatum. 9. Ad evidentiam secundæ
conditionis hic positæ, nota quod ly secumdum se potest dupliciter
accipi: uno modo positive, et sic dicit perseitatem primi, secundi,
universaliter, quarti modi; alio modo negative, et sic idem sonat quod
non per aliud. - Rursus considerandum est quod cum Aristoteles
dixit de prædicato coniuncto quod, secundum se prædicetur, ly secundum.
se potest ad tria referri, scilicet, ad partes coniuncti inter se, ad totum
coniunctum respectu subiecti, et ad partes coniuncti respectu subiecti. Si ergo
accipiatur ly secumdum se positive, licet non falsus, extraneus tamen a mente
Aristotelis reperitur sensus ad quodcunque illorum trium referatur. Licet enim valeat, est
bomo risibilis, ergo. est bomo et est risibilis, et, est animal
rationale, ergo est animal et est rationale; tamen his oppositæ inferunt
similes consequentias. Dicimus enim, est albus musicus, ergo est
musicus et est. albus: ubi nulla est perseitas, sed est coniunctio per
accidens, tam inter partes inter se, quam inter totum et subiectum, quam
etiam inter partes et subiectum. Liquet igitur quod non accipit Aristoteles ly
secundum se positive, ex eo quod vana fuisset talis additio, quæ ab
oppositis non facit in hoc differentiam. Ad quid enim addidit, secundum
se, et non, secundum accidens, si tam illæ quæ sunt secundum se, modo
exposito, quam illæ quæ sunt secundum accidens ex coniuncto,
inferunt di104 visum? - Si vero accipiatur secundum se, negative,
idest, non per aliud, et referatur ad partes coniuncti inter se,
falsa invenitur regula. Nam non licet dicere, est bonus cilbaroedus ;
ergo est. bonus et citlbaroedus ; et tamen ars citharizandi et bonitas
eius sine medio coniunguntur. Et similiter contingit, si referatur ad
totum coniunctum respectu subiecti, ut in eodem exemplo apparet.
Totum enim hoc, citbaroedus bonus, non propter aliud convenit
homini; et tamen non infert, ut dictum est, divisionem. Superest ergo ut
ad partem coniuncti respectu subiecti referatur, et sit sensus: quando aliqua
coniunctim prædicata, secundum se, idest, non per aliud, prædicantur,
idest, quod utraque pars prædicatur de subiecto non propter
alteram, sed propter seipsam et subiectum, tunc ex conAverroes. Boethius. Ed. c: idest, negative. Ed. c: opinionem. iuncto infertur
divisa prædicatio. το. Et hoc modo exponunt Averroes et Boethius; et
vera invenitur regula, ut inductive facile manifestari potest, et ratio ipsa
suadet. Si enim partes alicuius coniuncti prædicati ita inhærent subiecto
quod neutra propter alteram insit, earum separatio nihil habet quod
veritatem impediat divisarum. Est et verbis Aristotelis consonus
sensus iste. Quoniam et per hoc distinguit inter enunciationes ex
quibus coniunctum infert divisam prædicationem, et eas quibus hæc non inest
consequentia. Istæ siquidem ultra habentes oppositiones in adiecto,
sunt habentes prædicatum coniunctum, cuius una partium alterius est ita
determinatio, quod nonnisi per illam subiectum respicit, sicut apparet in
exemplo ab Aristotele adducto, Homerus est poeta. Est siquidem ibi non
respicit Homerum ratione ipsius Homeri, sed præcise ratione poesis
relictæ; et ideo non licet inferre, ergo Homerus est. Et simile est in
negativis. Si quis enim dicat, Socrates non est paries, non
licet inferre, ergo Socrates mon est, eadem ratione, quia esse non est
negatum de Socrate, sed de pariete in Socrate. 11. Et per hoc patet
qualiter sit intelligenda ratio in textu superiore adducta. Accipitur enim
ibi, secundum se negative *, modo hic exposito, et secundum accidens,
idest propter aliud. In eadem ergo significatione est usus ly
secundum. accidens, solvendo hanc et præcedentem quæstionem: utrobique enim
intellexit secundum accidens, idest, propter aliud, coniuncta, sed ad
diversa retulit. Ibi namque ly secundum. accidens determinabat
coniunctionem duorum prædicatorum inter se; hic vero determinat partem
coniuncti prædicati in ordine ad subiectum. Unde ibi, album et musicum,
inter ea quæ secundum accidens sunt, numerabantur; hic autem non.
12. Sed occurrit circa hanc expositionem dubitatio non parva. Si enim
ideo non licet ex coniuncto inferre divisim, quia altera pars coniuncti
non respicit subiectum propter se, sed propter alteram partem (ut dixit
Aristoteles de ista enunciatione, Homerus est poeta), sequetur quod
numquam a tertio adiacente ad secundum erit bona consequentia: quia in omni
enunciatione de tertio adiacente, est respicit subiectum propter prædicatum et
non propter se etc. 13. Ad huius difficultatis evidentiam, nota primo hanc
distinctionem. Aliud est tractare regulam, quando ex tertio
adiacente infertur secundum et quando non, et aliud quando ex
coniuncto fit illatio divisa et quando non. Illa siquidem est extra
propositum, istam autem venamur. Illa compatitur varietatem terminorum,
ista non. Si namque unus terminorum, qui est altera pars coniuncti, secundum
significationem seu suppositionem varietur in separatione, non infertur
ex coniuncto prædicato illudmet divisim, sed aliud. - Nota secundo hanc
propositionem: Cum ex tertio adiacente infertur secundum, non servatur
identitas terminorum. Liquet ista quoad illum terminum, es/. Dictum
siquidem fuit supra a sancto Thoma *, quod aliud importat est secundum
adiacens, et aliud est tertium adiacens. Illud namque importat actum
essendi simpliciter, hoc autem habitudinem inhærentiæ vel
identitatis prædicati ad subiectum. Fit ergo varietas unius termini
cum ex tertio adiacente infertur secundum, et consequenter non fit
illatio divisi ex coniuncto. Unde prælucet responsio ad obiectionem,
quod, licet ex tertio adiacente quandoque possit inferri secundum,
numquam tamen ex tertio adiacente licet inferri secundum tamquam
ex coniuncto divisum, quia inferri non potest divisim, cuius altera
pars ipsa divisione perit. Negetur ergo consequentia obiectionis et ad
probationem dicatur quod, optime concludit quod talis illatio est
illicita infra limites illationum, quæ ex coniuncto divisionem inducunt,
de quibus hic Aristoteles loquitur. I4. Sed contra hoc instatur. Quia etiam tanquam
ex per coniuncto divisa fit illatio, Socrates est albus, ergo
est, locum a parte in modo ad suum totum, ubi non fit varietas
terminorum. Et ad hoc dicitur quod licet homo albus sit pars in modo
hominis (quia nihil minuit de hominis ratione albedo, sed ponit hominem
simpliciter), tamen est album non est pars in modo ipsius est, eo quod
pars in modo est universale cum conditione non minuente, ponente illud
simpliciter. Clarum est
autem quod album minuit rationem ipsius esf, et non ponit ipsum
simpliciter: contrahit enim ad esse secundum quid. Unde apud philosophos,
cum fit aliquid album, non dicitur generari, sed generari secundum quid.
15. Sed instatur adhuc quia secundum hoc, dicendo, est animal, ergo est,
fit illatio divisa per eumdem locum. Animal enim non minuit rationem
ipsius est. - Ad hoc est dicendum quod ly est, si dicat veritatem
propositionis, manifeste peccatur a secundum quid ad simpliciter. Si
autem dicat actum essendi, illatio est bona, sed non est de tertio,
sed de secundo adiacente. 16. Potest ulterius dubitari circa principale:
quia sequitur, est quantum coloratum, ergo est quantum, et, est. coloratum ; et
tamen coloratum respicit subiectum mediante quantitate: ergo non videtur
recta expositio supra adducta. - Ad hoc et similia dicendum est quod coloratum
non ita inest subiecto per quantitatem quod sit eius determinatio et
ratione talis determinationis subiectum denominet, sicut bonitas artem
citharisticam determinat ; cum di-citur, est citbaroedus bonus; sed potius
subiectum ipsum primo coloratum denominatur, quantum vero
secundario coloratum. dicitur, licet color media quantitate suscipiatur.
Unde notanter supra diximus, quod tunc altera pars coniuncti prædicatur
per accidens, quando præcise denominat subiectum, quia denominat alteram
partem. Quod nec in hac, nec in similibus instantiis invenitur 17.
Deinde cum dicit: Quod autem non est etc., excludit quorumdam errorem qui, quod
"on est, esse tali syllogismo concludere satagebant: Quod est, opinabile
est. Quod non est, est opinabile. Ergo quod non est, est. - Hunc
siquidem processum elidit Aristeteles destruendo primam propositionem,
quæ partem coniuncti in subiecto divisim prædicat, ac si diceret: est
opinabile, ergo est. Unde assumendo subiectum conclusionis illorum ait: Quod
autem non est; et addit medium eorum, quoniam opinabile est; et
subdit maiorem extremitatem, »om est verum dicere, esse aliquid. Et
causam assignat, quia talis opinatio non propterea est, quia illud sit, sed
potius quia non est. pere et im. Lib. II, lect. 1 (Canp.
CareTANt lect. v1) DE PROPOSITIONIBUS MODALIBUS EARUMQUE INTER SE
OPPOSITIONE Τούτων δὲ διωρισμένων, σχεπτέον ὅπως ἔχουσιν αἱ ἀποφάσεις χαὶ χαταφάσεις πρὸς ἀλλήλας, αἱ τοῦ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ δυνατόν, χαὶ ἐνδεχόμενον καὶ μὴ ἐνδεχόμενον, καὶ περὶ τοῦ ἀδυνάτου τε καὶ ἀναγκα(ou* ἔχει γὰρ ἀπορίας τινάς. Εἰ γὰρ τῶν συμπλεκομένων αὗται ἀλλήλαις ἀντίχεινται ἀντιφάσεις, ὅσαι χατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τάτ* 105 : His
vero determinatis, considerandum est quemadmodum se se habent negationes
et affirmationes ad se invicem; quæ sunt de possibili esse et non
possibili, et de contingenti, et de impossibili, et necessario; habent
enim aliquas dubitationes. Nam si eorum, quæ corpplectuntur, illæ
sunt sibi invicem oppositæ contradictiones, quæcunque secundum esse
τονται, οἷον τοῦ εἶναι ἄνθρωπον ἀπόφασις τὸ μὴ εἶναι ἄνθρωπον, οὐ τὸ εἶναι μιὴ ἄνθρωπον, καὶ τοῦ εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, τὸ, p εἶναι λευκὸν ἄνθρωπον, ἀλλ᾽ οὐ τὸ εἶναι μὴ λευχὸν ἄνθρωπον" εἰ γὰρ χατὰ παντὸς ἡ κατάφασις ἢ ἡ ἀπόφασις, τὸ ξύλον ἔσται ἀληθὲς εἰπεῖν εἶναι μιὴ λευκὸν ἄνθρωπον εἰ δὲ τοῦτο οὕτως, καὶ ὅσοις τὸ εἶναι μὴ προστίθεται, τὸ αὐτὸ ποιήσει τὸ ἀντὶ τοῦ εἶναι λεγόμενον, οἷον τοῦ, ἄνθρωπος βαδίζει, οὐ τὸ οὐχ ἄνθρωπος βαδίζει, ἀπόφάσις ἔσται, ἀλλὰ «0, οὐ βαδίζει ἄνθρωπος- οὐδὲν dg διαφέρει εἰπεῖν, ἄνθρωπον βαδίζειν, ἢ ἄνθρωπον ζαλζοντα εἶναι. Ὥστε, εἰ οὕτως πανταχοῦ, καὶ τοῦ υνατὸν εἶναι ἀπόφασις ἔσται τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι, ἀλλ᾽ οὐ τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Δοχεῖ δὲ τὸ αὐτὸ δύνασθαι χαὶ εἶναι καὶ μὴ εἶναι: πᾶν do τὸ δυνατὸν τέμνεσθαι ἢ βαδίζειν, καὶ μὴ βαίζειν xa μὴ τέμνεσϑαι δυνατόν: λόγος δέ, ὅτι ἅπαν τὸ οὕτω δυνατὸν οὐχ ἀεὶ ἐνεργεῖ, ὥστε ὑπάρξει αὐτῷ 'χαὶ ἡ ἀπόφασις: δύναται γὰρ καὶ μὴ βαδίζειν τὸ βαδιστικόν, καὶ μὴ ὁρᾶσθαι τὸ ὁρατόν. ᾿Αλλὰ μιὴν ἀδύνατον χατὸὺ τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύεσθαι τας ἄντιχειμένας φάσεις. Οὐχ ἄρα τοῦ δυνατὸν εἶναι ἀπόασίς ἐστι τὸ, δυνατὸν μὴ εἶναι. Συμβαίνει γὰρ ἐκ τούτων ἢ τὸ αὐτὸ φάναι xal ἀποφάναι ἅμα κατὰ τοῦ αὐτοῦ, ἢ μὴ κατὰ τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι τὰ προστιθέμενα γίνεσθαι φάσεις καὶ ἀποφάσεις. Εἰ οὖν ἐχεῖνο ἀδύνατον, τοῦτ᾽ ἂν εἴη αἱρετόν. gj ostquam
determinatum est de enunciationiSybus, quarum partibus aliud additur tam
remaMZ'nente quam variata unitate, hic intendit declarare quid accidat
enunciationi, ex eo quod. aliquid additur, non suis partibus, sed compositioni
eius. Et circa hoc duo facit: primo, determinat de E" Eest. x.
. Num. 7. Ed. c: et
sibili. oppositione earum ; secundo, de consequentiis; ibi: Consequentiæ
vero etc. Circa primum duo facit: primo, proponit quod intendit; secundo,
exequitur; ibi: Nam si eorum etc. Proponit ergo quod iam perspiciendum est,
quomodo se posi habeant affirmationes et negationes enunciationum
de possibili et non possibili etc. Et
causam subdit: Habent enim multas dubitationes speciales. - Sed antequam
ulterius procedatur, quoniam de enunciationibus, quæ modales vocantur, sermo
inchoatur, prælibandum est esse quasdam modales enunciationes, et qui et
quot sunt modi reddentes: propositiones modales; et quid earum sit
subiectum et quid prædicatum ; et quid sit ipsa enunciatio modalis
; quisque sit ordo earum ad præcedentes; et quæ necessitas sit specialem
faciendi tractatum de his. Quia ergo possumus dupliciter de rebus
loqui; uno modo, componendo rem unam cum alia, alio modo,
compositionem factam declarando qualis sit, insurgunt duo enunciationum
genera; quædam scilicet enunciantes Opp. D. Tgowaz T. I. »
et non esse disponuntur, ut eius quæ est, esse hominem, negatio est, non
esse hominem, non autem ea quæ est, esse non hominem: et eius, quæ
est, esse album hominem, ea quæ est, non esse album hominem, sed
non ea quæ est, esse non album hominem (5i énim de omni aut
affirmatio aut negatio est, lignum erit verum dicere esse non album hominem):
quod si hoc modo et in quibuscunque esse non additur, idem faciet quod
pro esse dicitur; ut eius, quæ est, homo ambulat, non hæc, ambulat non
homo, negatio erit, sed hæc, non ambulat homo. Nihil enim differt dicere
hominem ambulare, vel hominem ambulantem esse. Qua're si hoc modo ubique, et
eius, quæ est, possibile esse, negatio erit possibile non esse, sed non
ea quæ est, non possibile esse. Videtur autem idem posse et esse
et non esse. Omne enim quod est possibile dividi, vel ambulare, et non
ambulare, et non dividi possibile est. Ratio autem est, quoniam omne quod sic
possibile est, non semper in actu est; quare inerit ipsi etiam negatio:
potest enim et non ambulare quod est ambulativum, et non videri quod
est visibile. At vero impossibile est de eodem oppositas veras esse
affirmationes et negationes. Non igitur eius quæ est, possibile esse,
negatio est hæc, possibile non esse. Contingit autem ex his, aut idem
affirmare et negare simul de eodem, aut non secundum esse vel non esse,
quæ opponuntur, fieri affirmationes et negationes. Si ergo illud
impossibile est, hoc erit magis eligendum. aliquid inesse vel non inesse
alteri, et hæ vocantur de inesse, de quibus superius habitus est sermo;
quædam vero enunciantes modum compositionis prædicati cum subiecto,
et hæ vocantur modales, a principaliori parte sua, modo scilicet. Cum
enim dicitur, Socratem currere est possibile, non enunciatur cursus de
Socrate, sed qualis sit compositio cursus cum Socrate ἢ, scilicet possibilis. Signanter autem dixi modum
compositionis, quoniam modus in enunciatione positus duplex est. Quidam
enim determinat verbum, vel ratione significati ipsius verbi, ut
Socrates currit velociter, vel ratione temporis consignificati, ut
Socrates currit hodie; quidam autem determinat compositionem ipsam prædicati
cum subiecto; sicut cum dicitur, Socratem. currere est possibile. In
illis namque determinatur qualis cursus insit Socrati, vel quando; in hac
autem, qualis sit coniunctio cursus cum Socrate. Modi ergo non illi
qui rem verbi, sed qui compositionem determinant, modales
enunciationes reddunt, eo quod compositio veluti forma totius totam
enunciationem continet. 3. Sunt autem huiusmodi modi quatuor proprie
loquendo, scilicet possibile et impossibile, necessarium et
contingens.-Verum namque et falsum, licet supra compositionem cadant cum
dicitur, Socratem currere est uerum, vel hominem. esse quadrupedem est.
falsum, attamen modificare Cap. Ed. c: de Socrate. Ed. c et .
promitur. facit: primo, movendo quæstionem arguit ad partes; seproprie
non videntur compositionem ipsam. Quia
modificari proprie dicitur al'quid, quanlo redditur aliuale, non quando
fit secundum suam substantiam. Compositio autem quando dicitur vera, non
aliqualis propon'tur *, sed quod est: nihil enim aliud est dicere,
Socratzm currere. est erum, quam quod compos:tio cursus cum Socrate est. Et similiter
quando est falsa, nihil aliud dicitur, quam quod non
est: nam nihil aliud est dicere, Socratzm currere est falsum, quam quod
compositio cursus cum Socrate non est. Quando vero compositio
dicitur possibilis aut contingens, iam non ipsam esse, sed ipsam
al'qualem esse dicimus: cum s'quidem dicitur, Socratzm currere
est possibile, non substantificamus compositionem cursus cum
Socrate, sed qual'ficamus, asserentes illam esse possibilem. Unde
Aristoteles hic modos proponens, veri et falsi nullo modo meminit, licet
infra verum et non verum inferat, propter causam ibi assignandam. 4. Et
quia enunciatio modalis duas in se continet compositiones, alteram inter partes
dicti, alteram inter dictum et modum, intelligendum est eam compositionem
modificari, idest, quæ est inter partes dicti, non eam quæ est
inter modum et dictum. Quod sic perpendi potest. Huius enunciat'on's
modalis, Socratzm esse album est. possibile, duæ sunt partes ; altera est,
Socratzm esse album, altera est, possibile. Prima dictum vocatur, eo.quod
est id quod dicitur per eius indicativam, scilicet, Socrates est a!bus:
qui enim profert hanc, Socratzs est albus, nihil aliud dicit nisi
Socratem esse album: secunda vocatur modus, eo quod modi adiectio est.
Prima compositionem quandam in se continet ex Socrate et albo; secunda
pars primæ opposita, compos'tionem aliquam sonat ex dicti compos:tione
et modo. Prima rursus pars, licet omnia habeat propria, subiectum
scilicet, et prædicatum, copulam et compositionem, tota tamen subiectum est
modalis enunciationis; secunda autem est prædicatum. Dicti ergo compositio
subiicitur et modificatur in enunciatione modali. Qui enim dicit,
Socratem esse album est possibile, non significat qualis est
se, coniunctio possibilitatis cum hoc dicto, Socrat»m esse album,
sed insinuat qualis sit compositio partium dicti inter
scilicet albi cum Socrate, scilicet quod est compositio
possibilis. Non dicit igitur enunciatio modalis
aliquid inesse, vel non inesse, sed dicti potius modum enunciat. Nec
proprie componit secundum significatum, quia compositionis non est
compositio, sed rerum compositioni modum apponit. Unde nihil aliud est
enunciatio modalis, quam enunciatio dicti modificativa. 5. Nec propterea censenda est
enunciatio plures modalis, quia omnia duplicata habeat: quoniam unum modum de
unica compositione enunciat, licet illius compositionis plures sint partes.
Plura enim illa ad dicti compositionem concurrentia, veluti plura ex quibus fit
unum subiectum concurrunt, de quibus dictum est supra quod
enunciationis unitatem non impediunt. Sicut nec cum dicitur, domus
est: alba, est enunciatio multiplex, licet domus ex multis consurgat
partibus. 6. Merito autem est, post enunciationes de inesse, de
modalibus tractandum, quia partes naturaliter sunt toto priores, et
cognitio totius ex partium cognitione dependet; et specialis sermo de his
est habendus, quia proprias habet difficultates. Notavit quoque
Aristoteles in textu multa. Horum ordinem scilicet, cum dixit: His vero
determinatis etc. modos qui et quot sunt, cum eos expressit et
inseruit; variationem eiusdem modi, per affirmationem et negationem, cum
dixit: Possibile et non possibile, contingens et non conlingens;
necessitatem cum addidit: Habent enim multas dubitationzs proprias
etc. 7. Deinde cum dicit: Nam si eorum etc., exequitur tractatum de
oppositione modalium, Et circa hoc duo cundo, determinat veritatem ; ibi:
Contingit autzm etc. Est autem
dubitatio: an in enunciationibus modalibus fiat contradictio negatione apposita
ad verbum dicti, quod dicit rem; an non, sed potius negatione apposita ad
modum qui qualificat. Et primo, arguit ad partem affirmativam, quod
scilicet addenda sit negatio ad verbum ; secundo, ad partem negativam,
quod non apponenda sit negatio ipsi verbo; ibi: Vid»tur autzm etc.
8. Intendit ergo primo tale argumentum; si complexorum contradictiones
attenduntur penes esse et non esse (ut patet inductive in enunciationibus
substantivis de secundo adiacente et de tertio, et in adiectivis),
contradictionesque omnium hoc modo sumendæ sunt, contradictoria huius,
possibile esse, erit, possibile mon esse, et non illa, non possibile
esse. Et consequenter apponenda est negatio verbo, ad sumendam oppositionem in
modalibus. Patet consequentia, quia cum dicitur, possibile esse, et,
possibile non esse, negatio cadit supra esse. Unde dicit: Nam si
eorum, qua» complectuntur, idest complexorum, illæ sibi invicom. sunt oppositæ
contradictionzs, quæ secundum esse vel non esse disponuntur, idest in
quarum una affirmatur esse, et in altera negatur. 9. Et
subdit inductionem, inchoans. a secundo adiacente: ut, eius enunciationis quæ
est, esse hominem, idest, bomo est, negatio est, non esse hominem, ubi
verbum negatur, idest, bomo non est; et non est eius negatio ea quæ est,
esse non hominem, idest, non bomo est: hæc enim non est
quæ negativa, sed affrmativa de subiecto infinito, simul est vera
cum illa prima, scilicet, homo est. ro. Deinde prosequitur inductionem in
substantivis de tertio adiacente: ut, eius quæ est, esse album
hominem, idest, ut, illius enunciationis, homo est albus, negatio
est, non esse album hominem, ubi verbum negatur, idest, homo non est
albus; et non est negatio illius ea, quæ est, esse;non album hominem,
idest, homo est non albus. Hæc enim non est. negativa, sed affirmativa de prædicato
infinito. - Et quia istæ duæ affirmativæ de prædicato finito et infinito non
possunt de eodem verificari, propterea quia sunt de prædicatis oppositis,
posset aliquis credere quod sint contradictoriæ; et ideo ad hunc errorem
tollendum interponit rationem probantem quod hæ duæ non sunt
contradictoriæ. Est autem ratio
talis. Contradictoriorum talis est natura quod de omnibus aut
dictio, idest affirmatio aut negatio verificatur. Inter contradictoria
siquidem nullum potest inveniri medium; sed hæ duæ enunciationes,
scilicet, est bomo albus, et, est bomo mon albus, sunt contradictoriæ per
se; ergo sunt talis naturæ quod de omnibus altera verificatur. Et
sic, cum de ligno sit falsum dicere, est homo albus, erit verum
dicere de eo, scilicet ligno, esse non album hom'nem, idest, lignum est homo
non albus. Quod est manifeste falsum: lignum enim neque est homo albus,
neque est homo non albus. Restat ergo ex quo utraque est
simul falsa de eodem, quod non sit inter eas contradictio: Sed contradictio
fit quando negatio apponitur verbo. 1r. Deinde prosequitur
inductionem in enunciationibus adiectivi verbi, dicens: Quod si boc modo,
scilicet supradicto, accipitur contradictio, et. im
quantiscunque enuncialionibus esse non ponitur explicite, idem
faciet! quoad oppositionem sumendam, id quod pro esse ;dicitur (idest
verbum adiectivum, quod locum ipsius esse tenet, pro quanto, propter eius
veritatem in se inclusam, copulæ officium facit), ut eius enunciationis quæ
est, bomo ambulat, negatio est, non ea quæ dicit, mom bomo ambulat (hæc
enim est affirmativa de subiecto infinito), sed negatio illius est, bomo
non ambulat ; sicut et in illis. de verbo substantivo, negatio verbo
addenda erat. Nihil enim Num. 14. Num. 13. CAP., LECT.
differt dicere verbo adiectivo, homo ambulat, vel substantivo, homo est
ambulans. 12. Deinde ponit secundam partem inductionis dicens: Et
si boc modo in omnibus sumenda est contradictio, scilicet; apponendo negationem
ad esse, concluditur quod et eius enunciationis, quæ dicit,
possibile esse, negatio est, possibile non esse, et non illa quæ dicit,
non possibile esse. Patet
conclusionis sequela: quia in illa, possibile non esse, negatio apponitur
verbo; in ista autem non. Dixit autem in principio huius rationis:
Eorum quæ complectuntur, idest complexorum, contradictiones fiunt
secundum esse et non esse, ad differentiam incomplexorum quorum oppositio non
fit negatione dicente mon 107 non semper actu est, sequitur quod
sit possibile non esse. Quod enim non semper est, potest non esse. Bene ergo
intulit Aristoteles ex his duobus: Quare inerit 'etiam negatio possibilis
et non solum affirmatio; potest igitur et non. ambulare, quod est ambulabile,
et non. videri, quod est visibile. Maior vero subiungitur, cum ait: 4t
vero impossibile est. de eodem. veras esse contradictiones. Infertur quoque
ultimo conclusio: Nom est igitur ista (scilicet, possibile non esse) negatio
ilius, quæ dicit, possibile esse: quia sunt simul veræ de eodem. - Caveto
autem ne ex isto textu putes possibile, ut est modus, debere semper
accipi pro possibili ad utrumlibet: quoniam hoc infra declarabitur esse
falsum; sed considera quod satis fuit intenesse, sed ipsi incomplexo
apposita, ut, homo, et, non bomo, legit, et, non legit. Deinde cum
dicit: Videtur autem. idem. etc., arguit ad quæstionis partem negativam
(scilicet quod ad sumendam contradictionem in modalibus non addenda est negatio
verbo), tali ratione. Impossibile est duas contradictorias esse simul veras de
eodem; sed supradictæ, scilicet, possibile esse, et, possibile non esse, simul
verificantur de eodem; ergo istæ non sunt contradictoriæ: igitur
contradictio modalium non attenditur penes verbi negationem. Huius rationis primo ponitur in littera minor
cum sua probatione; secundo maior; tertio conclusio. Minor quidem
cum dicit: Videtur autem. idem. possibile esse, el, non possibile esse.
Sicut verbi gratia, omne quod est possibile dividi est etiam possibile
non dividi, et quod est possibile ambulare est etiam possibile non
ambulare. Ratio autem. huius
minoris est, quoniam omne quod sic possibile est (sicut, scilicet, est
possibile ambulare et dividi), non semper actu esi: non enim semper
actualiter ambulat, qui ambulare potest; nec semper actu dividitur,
quod dividi potest. Quare inerit etiam negatio possibilis, idest,
ergo non solum possibilis est affirmatio, sed etiam negatio
eiusdem. - Adverte quod quia possibile est multiplex, ut infra dicetur,
ideo notanter Aristoteles addidit ly sic, assumens, quod sic possibile est, nom
semper actu est. Non enim de omni possibili verum
est dicere quod non semper UTE. TNT ΞΜ D
»w actu est, sed de aliquo, eo scilicet quod est sic
possibile, quemadmodum ambulare et dividi. Nota ulterius quod quia tale
possibile habet duas conditiones, scilicet quod potest actu esse et quod
non semper actu est, sequitur necessario quod de eo simul est verum
dicere, possibile esse, et, non esse. Ex eo enim quod potest actu esse, sequitur quod
sit possibile esse; ex eo vero quod denti declarare quod in modalibus non
sumitur contradictio ex verbi negatione, afferre instantiam in una modali, quæ
continetur sub modalibus de possibili. 14. Deinde cum dicit: Contingit
autem unum ex bis εἴς.» determinat veritatem huius dubitationis. Et quia
duo petebat, scilicet, an contradictio modalium ex negatione verbi
fiat an non, et, an potius ex negatione modi; ideo primo, determinat
veritatem primæ petitionis, quod scilicet contradictio harum non fit negatione
verbi; secundo, determinat veritatem secundæ petitionis, quod scilicet
fiat modalium contradictio ex negatione modi; ibi: Est ergo negatio
etc. - Dicit ergo quod propter supradictas rationes evenit unum ex his
duobus, quæ conclusimus determinare, aut idem ipsum, idest, unum et idem
dicere, idest affirmare et negare simul de eodem: idest, aut quod duo
contradictoria simul verificantur de eodem, ut prima ratio conclusit; aut
affirmationes vel negationes modalium, quæ opponuntur contradictorie,
fieri nom secundum. esse vel non 6556, idest, aut contradictio modalium
non fiat ex negatione verbi, ut secunda ratio conclusit. Si ergo illud
est impossibile, scilicet quod duo contradictoria possunt simul
esse vera de eodem, boc, scilicet quod contradictio modalium non fiat
secundum verbi negationem, erit magis eligendum. Impossibilia enim semper
vitanda sunt. Ex ipso autem modo loquendi innuit quod utrique earum
aliquid obstat. Sed quia primo obstat impossibilitas quæ acceptari
non potest, secundo autem nihil aliud obstat nisi quod negatio supra
enunciationis copulam cadere debet, si negativa fieri debet enunciatio,
et hoc aliter fieri potest quam negando dicti verbum, ut infra
declarabitur; ideo hoc secundum, scilicet quod contradictio
modalium non fiat secundum negationem verbi, eligendum est: primum vero
est omnino abiiciendum. Lect.
seq. (Canp.. CargrANr lect. vi) DE NEGATIONE APPONENDA NON VERBO
SED MODIS IN CONTRADICTIONIBUS PROPOSITIONUM MODALIUM .
' Ἔστιν ἄρα ἀπόφασις τοῦ δυνατὸν εἶναι τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι. Ὁ
χαὶ δ᾽ αὐτὸς λόγος καὶ περὶ τοῦ ἐνδεχόμενον εἶναι" καὶ 13e
τούτου ἀπόφασις τὸ μὴ ἐνδεχόμενον εἶναι, ἐπὶ τῶν ἄλλων
δὲ ὁμοιοτρόπως, οἷον ἀναγκαίου τε καὶ ἀδυνάτου. Γίνεται γάρ, ὥσπερ
ἐπ᾽ ἐκείνων τὸ εἶναι καὶ τὸ μὴ εἶναι προσθέσεις,) τὰ δ᾽ ὑποχείμενα
πράγματα, τὸ μὲν λευχόν, τὸ δὲ ἄνθρωπος: οὕτως ἐνταῦθα τὸ μὲν εἶναι
xai μὴ εἶναι, ὡς ὑποχείμενον γίνεται, τὸ δὲ δύνασθαι καὶ τὸ ἐνδέχεσθαι,
προσθέσεις διορίζουσαι, ὥσπερ ἐπ᾽ ἐχείνων τὸ εἶναι καὶ μὴ εἶναι, τὸ
ἀληθὲς xa τὸ ψεῦδος, ὁμοίως αὖται ἐπὶ τοῦ εἶναι δυνατὸν χαὶ εἶναι οὐ
δυνατόν. Τοῦ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ οὐ δυνατὸν εἶναι, ἀλλὰ
τὸ οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι, καὶ τοῦ δυνατὸν εἶναι οὐ τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι,
ἀλλὰ τὸ μιὴ δυνατὸν εἶναι. Διὸ καὶ Hs Pp μὰ ἂν δόξειαν ἀλλήλαις αἱ
τοῦ δυνατὸν εἶναι χαὶ δυνατὸν μὴ εἶναι’ τὸ γὰρ αὐτὸ δυνατὸν εἶναι καὶ μὴ
εἶναι" οὐ γὰρ ἀντιφάσεις ἀλλήλων αἱ τοιαῦται, τὸ δυνατὸν εἶναι καὶ
δυνατὸν μὴ εἶναι" Est ergo negatio eius quæ est, possibile esse, ea
quæ est ' Seq. cap. xir. non possibile esse. Eadem quoque ratio est et in
eo quod est contingens esse: etenim negatio eius est, non
contingens esse; et in aliis quoque simili modo, ut in necessario et
impossibili. Fiunt enim quemadmodum in illis, esse et non esse,
appositiones, subiectæ vero res, hoc quidem album, illud vero homo: eodem
quoque modo hoc in loco, esse quidem et non esse, ut subiectum fit, posse vero
et conüngere appositiones sunt, determinantes (quemadmodum in illis esse et non
esse) veritatem et falsitatem, similiter hæ in eo quod est, esse
possibile et esse non possibile. Eius vero, quæ est, possibile non
esse, negatio est non ea quæ est, non esse, sed ea quæ est, non
possibile; et eius quæ est, possibile esse, non ea quæ est,
possibile non esse, sed ea quæ est, non possibile esse.
Quare et sequi sese invicem videbuntur, possibile esse et possibile
non esse. Idem enim possibile esse et non esse. ἀλλὰ τὸ δυνατὸν εἶναι
χαὶ μὴ δυνατὸν εἶναι οὐδέποτε ἐπὶ τοῦ αὐτοῦ ἅμα ἀληθεύονται" ἀντίκεινται
Te, οὐδέ γε τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ οὐ δυνατὸν pen εἶναι οὐδέποτε ἅμα ἐπὶ
τοῦ αὐτοῦ ἀληθεύονται. Ὁμοίως δὲ xài τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι ἀπόφασις οὐ τὸ
ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι" τοῦ δὲ ἀναγχαῖον μὴ
εἶναι, τὸ per ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. Καὶ τοῦ al θελα εἶναι οὐ τὸ ἀδύνατον μὴ
εἶναι, ἀλλὰ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι: τοῦ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι τὸ οὐκ ἀδύνατον
μὴ εἶναί. Καὶ καθόλου 3£, ὥσπερ εἴρηται, τὸ μὲν εἶναι καὶ μὴ εἶναι
δεῖ τιθέναι, ὡς τὰ ὑποκείμενα, κατάφασιν δὲ Non enim contradictiones sunt
sibi invicem huiusmodi, possibile esse et possibile non esse; sed possibile
esse et non possibile esse, nunquam simul sunt in eodem veræ sunt:
opponuntur enim : neque ea quæ . est, possibile non esse et non possibile
non esse, nunquam simul in eodem veræ sunt. Similiter autem et eius. quæ
est, necessarium est, negatio non est quæ est, necessarium non esse, sed
ea quæ est, non necessarium esse; eius vero quæ est, necessarium non
esse, ea quæ est, non necessarium non esse. Et eius quæ est, impossibile
esse, non ea quæ est, impossibile non esse, sed hæc, non impossibile
esse; eius vero quæ est, impossibile non esse, ea quæ est, non
impossibile non esse. A Universaliter vero, quemadmodum dictum est,
esse quidam et xal ἀπόφασιν ταῦτα ποιοῦντα πρὸς τὸ εἶναι καὶ
μὴ εἶναι συντάττειν. Καὶ ταύτας οἴεσθαι χρὴ εἶναι τὰς ἀντικειμένας
φάσεις" δυνατόν, οὐ δυνατόν" ἐνδεχόμενον; οὐχ ἐνδεχόμενον: ἀδύνατον,
οὐχ ἀδύνατον, ἀναγκαῖον, οὐχ ἀναγκαῖον" ἀληθές, οὐχ ἀληθές.
qpeterminat ubi ponenda sit negatio ad assumenΞΔ dam modalium
contradictionem. Et circa hoc (ἡ [quatuor facit: primo, determinat
veritatem I. summarie; secundo, assignat determinatæ veritatis rationem,
quæ dicitur rationi ad oppo Num. seq. Num. . Num.
. Ed. c: et verba non addenda in ea declar. situm
inductæ; ibi: Fiunt enim etc.; tertio, explanat eamdem veritatem in omnibus
modalibus; ibi: Eius vero etc.; quarto, universalem regulam concludit;
ibi: Universaliter vero etc. Quia igitur negatio aut verbo aut modo
apponenda est, et quod verbo non addenda est, declaratum est per locum a
divisione; concludendo determinat: Es! ergo negatio eius quæ est
possibile esse, ea quæ est non possibile esse, in qua negatur modus. Et eadem est ratio in
enunciationibus de contingenti. Huius enim, quæ est, contingens esse,
negatio est, non contingens esse. Et in alis, scilicet de mecesse et
impossibile idem est iudicium. liones Deinde
etc., cum subdit dicit: Fiust enim in illis
apposihuius veritatis rationem talem. Ad sumendam contradictionem inter
aliquas enunciationes et non esse oportet ponere quemadmodum
subiecta, negationem vero et affirmationem hæc facientem, ad
esse non esse apponere. Et
has oportet putare esse oppositas dictiones: possibile non possibile;
contingens non contingens; impossibile non impossibile; necessarium
non necessarium; verum non verum. oportet ponere negationem super
appositione, idest coniunctione prædicati cum subiecto; sed in modalibus
appositiones sunt modi; ergo in modalibus negatio apponenda est modo, ut fiat
contradictio. Huius rationis, maiore subintellecta, minor ponitur in
littera per secundam similitudinem ad illas de inesse. Et dicitur quod
quemadmodum in illis enunciationibus de imesse appositiones, idest
prædicationes, sunt esse et non esse, idest verba significativa esse vel
non esse (verbum enim semper est nota eorum quæ de altero prædicantur),
subiective vero appositionibus res sunt, quibus esse vel non esse
apponitur, ut album, cum dicitur, album est, vel homo, cum dicitur, homo
est; eodem modo hoc in loco in modalibus accidit: esse quidem subiectum
fit, idest dictum sunt. significans esse vel non esse subiecti
locum tenet ; contingere vero et posse oppositiones, idest modi,
prædicationes Et quemadmodum in illis de inesse penes esse et non
esse veritatem vel falsitatem determinavimus, ita in istis modalibus penes
modos. Hoc est enim quod
subCAP. XII, LECT. IX dit, determinantes, scilicet, fiunt ipsi modi
veritatem, quemadmodum in illis esse et non esse, eam determinat. 109 negatio, possibile non esse, sit illa, non
possibile non esse: : Mu præced. 3. Et sic patet responsio ad argumentum in
oppositum primo adductum *, concludens quod negatio verbo apponenda sit,
sicut illis de inesse. Dicitur enim quod cum modalis enunciet modum de
dicto sicut enunciatio de inesse, esse vel esse tale, puta esse album de
subiecto, eumdem locum tenet modus hic, quem ibi verbum; et
consequenter super idem proportionaliter cadit negatio hic et ibi. Eadem
enim, ut dictum est, proportio est modi ad dictum, quæ est verbi ad
subiectum. - Rursus cum veritas et falsitas afhrmationem et negationem
sequantur, penes idem. attendenda est affirmatio vel negatio
enunciationis, et veritas vel falsitas eiusdem. Sicut autem in
enunciationibus de igesse veritas vel falsitas esse vel non esse consequitur,
ita in modalibus modum. Illa namque modalis est vera quæ sic modificat
dictum sicut dicti compositio patitur, sicut illa de imesse est vera, quæ
sic significat esse sicut est. Est ergo negatio modo hic apponenda, sicut
ibi verbo, cum sit eadem utriusque vis quoad veritatem et falsitatem
enunciationis. Adverte quod modos,
appositiones, idest, prædicationes vocavit, sicut esse in illis de inesse,
intelligens per modum totum prædicatum enunciationis modalis, puta,
est possibile. In cuius signum modos ipsos verbaliter protulit dicens:
Contingere vero et posse appositiones sunt. Contingit enim et potest, totum
prædicatum modalis continent. 4. Deinde cum dicit: Eius vero quod est
possibile est non esse etc., explanat determinatam veritatem in
omnibus modalibus, scilicet de possibili, et necessario, et impossibili.
Contingens convertitur cum possibili. Et quia quilibet modus facit duas modales
affirmativas, alteram habentem dictum affirmatum *, et alteram habentem
dictum negatum; ideo explanat in singulis modis quæ cuiusque
affirmationis negatio sit. Et primo in illis de possibili. Et quia primæ
affirmativæ de possibili (quæ scilicet habet dictum affirmatum) scilicet
possibile esse, negatio assignata fuit, non possibile esse; ideo ad reliquam
affirmativam de possibili transiens ait: Eius vero, quæ est possibile non esse
(ubi dictum negatur) megatio est mom possibile non esse. Et hoc consequenter
probat per hoc quod contradictoria huius, possibile non esse, aut est,
possibile esse, aut illa, quam diximus, scilicet, non possibile non esse.
Sed illa, scilicet, possibile esse, non est eius contradictoria. Non enim
sunt sibi invicem contradicentes, possibile esse, et, possibile non esse,
quia possunt simul esse veræ. Unde et sequi sese invicem putabuntur:
quoniam, ut supra dictum fuit, idem est - possibile esse, et - non
esse, et consequenter sicut ad, posse esse, sequitur, posse non esse, ita
e contra ad, posse non esse, sequitur, posse esse. Sed
contradictoria illius, possibile esse, quæ non potest simul esse vera
est, non possibile esse: hæ enim, ut dictum est, opponuntur. Remanet ergo
quod huius neret. hæ namque simul nunquam sunt veræ vel
falsæ. Dixit quod possibile esse et non esse sequi se invicem putabuntur,
et non dixit quod se invicem consequuntur: quia secundum veritatem
universaliter non sequuntur se, sed particulariter tantum, ut infra
dicetur; propter quod putabitur quod simpliciter se invicem sequantur. Deinde
decarat hoc idem in illis de necessario. Et primo, in affirmativa habente
dictum affirmatum, dicens: Similiter eius quæ est, necessarium. esse,
megatio non est ea, quæ dicit necessarium. mon esse, ubi modus non
negatur, sed ea quæ est, non necessarium. esse. Deinde subdit de
affirmativa de necessario habente dictum negatum, et ait: Eius vero,
quæ est, necessarium. mom esse, megatio est ea, quæ dicit,
mon necessarium. mon. esse. Deinde transit ad illas de
impossibili, eumdem ordinem servans, et inquit: Et eius, quæ dicit,
impossibile esse, negatio non est ea quæ dicit, impossibile non esse, sed, non
impossibile esse: ubi idm modus negatur. Alterius
vero afhrmativæ, quæ est, impossibile non es$e, negatio est ea quæ
dicit, won impossibile non esse. Et sic semper modo negatio addenda est. Deinde
cum dicit: Unmiversaliter vero etc., concludit regulam universalem dicens
quod, quemadmodum dictum est, dicta importantia esse et non esse oportet
ponere in modalibus ut subiecta, negationem vero et affirmationem
hoc, idest contradictionis oppositionem, facientem, oportet apponere tantummodo
ad suum eumdem modum, non ad diversos modos. Debet namque illemet modus
negari, qui prius affirmabatur, si contradictio esse debet. Et
exemplariter: explanans quomodo hoc fiat, subdit: Et oportet putare bas
esse oppositas dictiones, idest affirmationes et negationes in modalibus,
possibile et non possibile, contingens et mon contingens. Item cum dixit
negationem alio tantum modo ad modum apponi debere, non exclusit
modi copulam, sed dictum. Hoc enim est singulare in modalibus quod eamdem
oppositionem facit, negatio modo addita, et eius verbo. Contradictorie enim
opponitur huic, possibile est esse, non solum illa, non possibile
est esse, sed ista, possibile non est esse. Meminit autem modi
potius, et propter hoc quod nunc diximus, ut scilicet insinuaret quod negatio
verbo modi postposita, modo autem præposita, idem facit ac si modali
verbo præponeretur, et quia, cum modo numquam caret modalis enunciatio,
semper negatio supra modum poni potest. Non autem sic de eius verbo:
verbo enim modi carere contingit modalem, ut cum dicitur, Socrates currit
necessario; et ideo semper verbo negatio aptari potest. - Quod autem in
fine addidit, verum et non verum, insinuat, præter quatuor prædictos
modos, alios inveniri, qui etiam compositionem enunciationis determinant,
puta, verum et non verum, falsum et non falsum: quos tamen inter
modos supra non posuit, quia, ut declaratum fuit, non proprie
modificant. (Canp. CareTANI lect. vir) DE PROPOSITIONUM MODALIUM
CONSEQUENTIIS Καὶ αἱ ἀκολουθήσεις δὲ κατὰ λόγον γίνονται οὕτω τιθεμένοις: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι τὸ ἐνδέχεσθαι εἶναι, καὶ τοῦτο ἐχείνῳ ἀντιστρέφει, καὶ τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι χαὶ τὸ Un ἀναγκαῖον εἰναι" τῷ δὲ δυνατὸν μὴ εἶναι χαὶ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι τὸ μὴ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι καὶ τὸ οὐκ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τῷ δὲ μὴ δυνατὸν εἶναι καὶ y ἐνδεχόμενον εἶναι τὸ ἀναγχαῖον νὴ Ξἶναι xa τὸ ἀδύνατον εἰναι; τῷ δὲ μὴ δυγατὸν μὴ εἶναι, xal μὴ ἐνδεχόμενον [um εἰναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι καὶ τὸ ἀδύνατον μὴ εἶναι. Θεωρείσθω δὲ ἐκ ἧς ὑπογραφῆς ὡς λέγομεν, LN δυνατὸν εἶναι, ἐνδεχόμενον εἶναι; οὐκ ἀδύνατον εἶναι, οὐκ ἀναγκαῖον εἶναι; δυνατὸν μὴ εἶναι, ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι; οὐχ αδυνατον μὴ εἰναι» οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ δυνατὸν εἶναι. οὐκ ἐνδεχόμενον εἶναι. ἀδύνατον εἶναι. ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. οὐ δυνατὸν μὴ εἶναι. οὐχ ἐνδεχόμενον μὴ εἶναι. ἀδύνατον Un εἶναι. ἀναγκαῖον εἰναι.
Consequentiæ vero secundum rationem fiunt cum ita 'Cap.xm.
ponuntur illam enim quæ est, possibile esse, sequitur illa quæ est,
contingit esse, et hæc illi convertitur, et, non impossibile esse
et non necessarium esse; illam vero non quæ est, possibile
non esse, et, contingens non esse, ea quæ est, non necesse non esse, et,
non impossibile esse: illam autem quæ est, non possibile
esse, et, non contingens esse, ea quæ est, necessarium non esse, et
impossibile esse: illam vero quæ est, non possibile non esse, et, non
contingens non esse, ea quæ est, necesse est esse, et, impossibile non
esse. Consideretur autem ex subscriptione quemadmodum dicimus: Possibile
est esse, Contingens est esse, Non impossibile est esse, Non
necessarium est esse, Possibile est non esse, Contingens est non
esse, Non impossibile est non esse, Non possibile est esse.
Non contingens est esse. Impossibile est esse. Necessarium est non
esse. Non possibile est non esse. Non contingens est non
esse. Impossibile est non esse. Non necessarium est non esse,
Necessarium est esse. Τὸ μὲν οὖν ἀδύνατον καὶ οὐκ ἀδύνατον τῷ ἐνδεχομένῳ χαὶ δυνατῷ καὶ οὐχ ἐνδεχομένῳ καὶ μὴ δυνατῷ ἀχολουθεῖ μὲν ἀντιφατικῶς, ἀντεστραμμένως δέ: τῷ μὲν γὰρ δυνατὸν εἶναι ἡ ἀπόφασις τοῦ ἀδυνάτου ἀκολουθεῖ, τῇ δὲ ἀποφάσει ἡ κατάφασις. Τῷ γὰρ οὐ δυνατὸν εἶναι τὸ ἀδύνατον εἶναι: κατάφασις γὰρ τὸ ἀδύνατον εἶναι, τὸ δ᾽ οὐκ ἀδύνατον εἶναι ἀπόφασις. δ" δ᾽ ἀναγκαῖον πῶς, ὀπτέον. Φανερὸν δὴ ὅτι οὐχ οὕ-, ε:ὰ e H, τως σεις γάρ, ἔχει, ἀλλ᾽ χωρίς" ἐστιν » αἱ, ἐναντίαι ἕπονται" αἱ δ᾽ ἀντιφά- kJ ἀπόφασις τοῦ ἀνάγχη μὴ εἶναι τὸ οὐχ ἀνάγκη εἶναι: ἐνδέχεται γὰρ ἀληθεύεσθαι ἐπὶ τοῦ M] 5,, ὁ Ζ » IB,,
5 αὐτοῦ ἀμφοτέρας" τὸ qup ἀναγκαῖον μη εἶναι οὐχ ἀναγκαῖον εἶναι. ὅτι Αἴτιον δὲ τοῦ μὴ ἀκολουθεῖν τὸ ἀναγκαῖον ὁμοίως τοῖς ἑτέροις, ἐναντίως τὸ ἀδύνατον τῷ ἀναγκαίῳ ἀποδίδοται, τὸ αὐτὸ δυνάμενον. Εἰ γὰρ ἀδύνατον εἶναι, ἀναγκαῖον τοῦτο οὐχ εἶναι, ἀλλὰ μὴ εἶναι" εἰ δὲ ἀδύνατον μὴ εἶναι, τοῦτο ἀνάγχη εἶναι: ὥστε εἰ ἐχεῖνα ὁμοίως τῷ δυνατῷ καὶ μή, ταῦτα ἐξ ἐναντίας, ἐπεὶ οὐ σημαίνει γε ταὐτὸν τό τε ἀναγκαῖον xai τὸ ἀδύνατον, ἀλλ᾽ ὥσπερ εἴρηται, ἀντεστραμμένως. ᾿ἀδύνατον οὕτως κεῖσθαι τὰς τοῦ ἀναγκαίου ἀντιφάPS ; Ξ σεις; τὸ μὲν γὰρ ἀναγκαῖον εἶναι δυνατὸν εἶναι" εἰ N γὰρ μή; ἡ ἀπόφασις ἀκολουθήσει: ἀνάγκη γὰρ ἢ φάναι ἢ ἀποφάναι: ὥστ᾽ εἰ μὴ δυνατὸν εἶναι, ἀδύνατον εἶναι: ἀδύνατον ἄρα εἶναι τὸ ἀναγκαῖον εἶναι, ὅπε ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν τῷ γε δυνατὸν εἶναι τὸ οὐχ ἀδύνατον εἶναι ἀκολουθεῖ, τούτῳ δὲ τὸ μὴ ἀναγκαῖον εἶναι: docs συμβαίνει τὸ ἀναγχαῖον εἶναι μὴ ἀναγxatov εἶναι, ὅπερ ἄτοπον. ᾿Αλλὰ μὴν οὐδὲ τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἀχολουθεῖ τῷ δυνατὸν εἶναι. οὐδὲ τὸ ἀναγχαῖον μὴ εἶναι: τῷ μὲν γὰρ duo. ἐνδέχεται συμβαίνειν, τούτων δὲ ὁπότερον ἂν ἀληθὲς ἥ, οὐκέτι ἔσται ἐκεῖνα ἀληθῆ. "Apa γὰρ δυγατὸν εἶναι καὶ μὴ εἶναι" εἰ δ᾽ ἀνάγκη εἶναι 7) μὴ Hæ igitur, impossibile,
et, non impossibile, eam quæ est, contingens, et possibile, et non
contingens, et non possibile sequuntur quidem contradictorie, sed
conversim. Eam enim quæ est, possibile esse, negatio
impossibilis sequitur, quæ est, non impossibile esse: negationem
vero affirmatio. Illam enim, non possibile esse, ea quæ est, impossibile
esse: affirmatio enim est, impossibile esse; non impossibile vero,
negatio. Necessarium autem quemadmodum se habeat, considerandum est.
Manifestum est autem quod non eodem modo se habet, sed contrariæ
sequuntur, contradictoriæ autem sunt extra. Non enim est negatio. eius,
quæ est, necesse non esse, ea quæ est, non necesse esse: contingit
enim veras esse utrasque in eodem: quod enim est necessarium non
esse, non est necessarium esse. Causa autem huius est, cur non sequitur
necessarium cæteris similiter: quoniam contrarie, impossibile esse, necessario
redditur idem valens. Nam quod impossibile esse, necesse hoc non quidem esse,
sed potius non esse: quod vero impossibile non esse, hoc
necessarium esse. Quare si illa similiter sequuntur possibile, et,
non possibile: hæc ex opposito: quoniam non significant idem
necessarium et impossibile; sed (ut dictum est) conversim. Aut
certe impossibile est sic poni necessarii contradictiones. Nam quod
necessarium est esse, possibile est esse: nam si non, negatio
consequetur: necesse est enim aut affirmare, aut negare. Quare si non possibile
est esse, impossibile est esse. Igitur impossibile est esse quod necesse est
esse: quod est inconveniens. At vero illam quæ est, possibile esse, non
impossibile esse, sequitur: hanc vero, ea quæ est, non necessarium est
esse; quare contingit quod necessarium esse, non necessarium esse:
quod est inconveniens. At vero neque necessarium esse,
sequitur eam quæ est, possibile esse, neque ea quæ est, necessarium non
esse. Illi enim utraque contingit accidere: harum autem utralibet vera
fuerit, non erunt illa vera: simul enim possibile esse, et, non esse. Si vero
necesse esse, vel non esse, CAP. XIII, εἶναι, οὐκ ἔσται δυνατὸν ἄμφω.
Λείπεται τοίνυν τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι ἀκολουθεῖν τῷ δυνατὸν εἶναι.
Τοῦτο γὰρ ἀχηθὲς xxl xxcvd τοῦ ἀναγκαῖον εἶναι. Καὶ qde αὕτη γίνεται ἀντίφασις
τῇ ἑπομένῃ τῷ οὐ δυνατὸν εἰναι" ἐχείνῳ vp ἀχολουθεῖ τὸ ἀδύνατον εἶνα!:
xal ἀναγκαῖον μὴ εἶναι, οὐ ἡ ἀπόφασις τὸ οὐχ ἀναγκαῖον μὴ εἶναι. ᾿Ακολουθοῦσί
τε ἄρα xal αὐται αἱ ἀντιφάσεις χατὰ τὸν εἰρημένον τρόπον, καὶ οὐδὲν ἀδύνατον
συμβαίνει τιθεμένων οὕτως. I. y ERN S (Q9 ;
Jo lium, hic determinare intendit de consequenD^ tradit veritatem; secundo,
movet quandam dubitationem circa determinata; ibi: Dubita Lect. seq. Num. 5. dun bit
autem etc. Circa primum duo facit: primo, ponit consequentias earum secundum
opinionem aliorum; secundo, examinando et corrigendo dictam opinionem,
determinat veritatem ; ibi: Ergo impossibile etc. 2. Quoad primum considerandum
est quod cum quiliLect. præced. bet modus faciat duas affirmationes, ut dictum
fuit *, et un ' Lect. xi. Ed. c τος quabus-affirmationibus opponantur duæ negationes,
ut etiam dictum fuit in Primo ; secundum quemlibet modum fient
quatuor enunciationes, duæ scilicet affirmativæ et duæ negativæ. Cum
autem modi sint quatuor, effcientur sexdecim modales: quaternarius enim in
seipsum ductus sexdecim constituit. Et quoniam apud omnes, quælibet cuiusque
modi, undecumque incipias, habet unam tantum cuiusque modi se
consequentem, ideo ad assignandas consequentias modalium, singulas ex
singulis modis accipere oportet et ad consequentiæ ordinem inter se
adunare. Et hoc modo fecerunt antiqui, de quibus inquit Aristoteles:
Consequentiæ vero. fiunt secundum infrascriptum ordinem, antiquis ita.
ponentibus. Formaverunt enim quaomittit se. Averroes. tuor
ordines modalium, in quorum quolibet omnes quæ se consequuntur
collocaverunt. - Ut autem confusio vitetur, vocetur, cum Averroe, de cætero, in
quolibet modo, affirmativa de De et modo, affirmativa simplex ;
afhrmativa autem de modo et negativa de dicto, affirmativa
declinata; negativa vero de modo et non dicto, negativa simplex; negativa
autem de utroque, megativa d:clinata: ita quod modi affirmationem vel
negationem simplicitas, dicti vero declinatio denominet. - Dixerunt ergo
antiqui quod affirmationem simplicem de possibili, scilicet, possibile
est esse, sequitur affirmativa simplex de contingenti, Scilicet,
contingens est esse (contingens enim convertitur cum possibili); et
negativa simplex de impossibili, scilicet, non impossibile esse; et
similiter negativa simplex de necessario, scilicet, non necesse est esse.
Et hic est primus ordo modalium consequentium se. - In secundo au3 QE ecaftema-
feih dixerunt quod affirmativas declinatas de possibili et contingenti,
scilicet, possibile non esse, et, contingens non esse, sequuntur negativæ
declinatæ de necessario et impossibili, scilicet, non necessarium non
esse, et, non impossibile non esse.- In tertio vero ordine dixerunt
quod negativas simplices de possibili et contingenti, scilicet, non possibile
esse, non contingens esse, sequuntur afBrmativa declinata de necessario,
scilicet, necesse non esse, et affirmativa simplex de impossibili,
scilicet, impossibile esse. - In quarto demum ordine dixerunt quod
negativas declinatas de possibili et contingenti, scilicet, non possibile
non esse, et, non contingens non esse, sequuntur affirmativa simplex de
necessario, scilicet, necesse esse, et affirmativa declinata de
impossibili, scilicet, impossibile est non esse. 4. Consideretur autem ex
subscriptione appositæ figuræ, quemadmodum dicimus, ut clarius elucescat
depictum. non erit possibile utrunque. Relinquitur ergo non necessarium
non esse, sequi eam quæ est, possibile est esse. Hæc enim vera est, et de
necesse esse. Hæc enim fit contradictio eius, quæ sequitur illam quæ est, non
possibile esse: illam enim sequitur ea quæ est, impossibile esse,
cesse et, necesse non esse, cuius negatio est, non nenon
esse. Sequuntur igitur et hæ contradictiones secundum prædictum modum: et
nihil impossibile contingit sic positis. CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM
MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB ANTIQUIS POSITÆ ET ORDINATÆ
Primus Ordo Possibile est esse Contingens est esse Non
impossibile est esse Non necessarium est esse Tertius Ordo
Non possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est
esse Necessarium est non esse Secundus Ordo Possibile est non
esse Contingzens est non esse Non impossibile est non esse
Non necessarium est non esse Quartus Ordo Non possibile est non
esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse
Necesse est esse Deinde cum dicit: Ergo impossibile et non impossibile
etc., examinando dictam op'nionem, determinat veritatem. Et circa hoc duo facit: quia primo examinat
consequentias earum de impossibili; secundo, illarum de necessario;
ibi: Necessarium. autem etc. Unde ex præmissa op' nione concludens et
approbans, dicit: Ergo ista, scilicet, impossibile, et, non impossibile,
sequuntur illas, scilicet, contingens et possibile, non contingens, et,
non possibile, sequuntur, inquam, coniradictoriz, idest ita ut contradictoriæ
de impossibili contradictorias de possibili et contingenti consequantur, sed
comversim, idest, sed non ita quod affirmatio affirmationem et negatio
negationem sequatur, sed conversim, scilicet, quod affirmationem negatio et
negationem affirmatio. Et explanans hoc ait: lllud enim quod est
possibile esse, idest affirmationem possibilis negatio sequitur
impossibilis, idest, non impossibile esse; negationem vero possibilis
affirmatio sequitur impossibilis. Illud enim quod est, non possibile esse,
sequitur ista, impossibile est esse ; hæc autem, scilicet, impossibile
esse, affirmatio est; illa vero, scilicet, non possibile esse, negatio
est; hic s'quidem modus negatur; ibi, non. Bene igitur dixerunt antiqui in
quolibet ordine quoad consequentias illarum de impossibili, quia, ut in
suprascripta figura apparet, semper ex affirmatione possibilis
negationem impossibilis, et ex negatione possibilis affirmationem
impossibilis inferunt. Deinde cum dicit: Necessarium autem. etc.,
intendit examinando determinare consequentias de necessario. Et
circa hoc duo facit: primo examinat dicta antiquorum ; secundo,
determinat veritatem intentam; ibi: 4t vero neque necessarium etc. Circa
primum quatuor facit. Primo, declarat quid bene et quid male dictum sit ab
antiquis in hac re. - Ubi attendendum est quod cum quatuor sint
enunciationes de necessario, ut dictum est, differentes inter se sécundum
quantitatem et qualitatem, adeo ut unam integrent figuram oppositionis iuxta morem
illarum de ine$$£; duæ earum sunt contrariæ inter se, duæ autem illis
contrariis contradictoriæ, ut patet in hac figura. Necesse
esse Non necesse non esse Necesse Contrariæ
e 2 $3, € S S [2 «9 o
x o *o "v. Subcontrariæ non esse
e e δ Non fiecesse esse Num. seq.
Num. 1. Quia ergo antiqui universales contrarias bene intulerunt ex
aliis, contradictorias autem earum, scilicet particulares, male intulerunt;
ideo dicit quod considerandum restat de his, quæ sunt de necessario, qualiter
se habeant in consequendo illas de possibili et non possibili. Manifestum
est autem ex dicendis quod non eodem modo istæ de necessario illas de
possibili consequuntur, quo easdem sequuntur illæ de impossibili. Nam omnes enunciationes de
impossibili recte illatæ sunt ab antiquis. Enunciationes autem de
necessario non omnes recte inferuntur: sed duæ earum, quæ sunt contrariæ,
scilicet, necessé est esse, et, necesse est nom esse, sequuntur, idest
recta consequentia Cf. supra, n.
4. Boethius. Averroes. deducuntur ab antiquis, in tertio
scilicet et quarto ordine; reliquæ autem duæ de necessario, scilicet, non
necesse non esse, et, non necesse esse, quæ sunt contradictoriæ
supradictis, sunt extra consequentias illarum, in secundo scilicet et
primo ordine. Unde antiqui in tertio et quarto
ordine omnia recte fecerunt; in primo autem et in secundo peccaverunt, non
quoad omnia, sed quoad enunciationes de necessario tantum. 7. Secundo cum
dicit: Non enim est negatio eius etc., respondet cuidam tacitæ
obiectioni, qua defendi posset consequentia enunciationis de necessario
in primo ordine ab antiquis. facta. Est autem obiectio tacita talis.
Non possibile esse, et, necesse non esse, convertibiliter se
sequuntur in tertio ordine iam approbato; ergo, possibile esse, et, non
necesse esse, invicem se sequi debent in primo ordine. Tenet consequentia: quia
duorum convertibiliter se sequentium contradictoria mutuo se sequuntur;
sed illæ duæ tertii ordinis convertibiliter se sequuntur, et istæ
duæ primi ordinis sunt earum contradictoriæ; ergo istæ primi ordinis,
scilicet, possibile esse, et, non necesse esse, mutuo se sequuntur. -
Huic, inquam, obiectioni respondet Aristoteles hic interimendo minorem quoad
hoc quod assumit, quod scilicet necessaria primi ordinis et
necessaria tertii ordinis sunt contradictoriæ. Unde dicit: Non enim est
negatio eius quod est, necesse mon esse (quæ erat esse,
in tertio ordine), illa quæ dicit, mom mecesse est quæ sita
erat in primo ordine. Et causam subdit, quia contingit utrasque simul esse veras in eodem;
quod contradictoriis repugnat. Illud enim idem, quod est necessarium non
esse, non est necessarium esse. Necessarium siquidem est hominem non esse
lignum et non necessarium est hominem esse lignum. Adverte quod, ut infra
patebit, istæ duæ de necessario, quas posuerunt antiqui. in primo et
tertio ordine, sunt subalternæ (et ideo sunt simul veræ), et deberent
esse contradictoriæ; et ideo erraverunt antiqui. 8. Boethius autem
et Averroes non reprehensive legunt tam hanc, quam præcedentem textus
particulam, sed narrative utranque simul iungentes. Narrare enim
aiunt Aristotelem qualitatem suprascriptæ figuræ quoad consequentiam
illarum de necessario, postquam narravit quo modo se habuerint illæ de
impossibili, et dicere quod secundum præscriptam figuram non eodem
modo sequuntur illas de possibili illæ de necessario, quo sequuntur illæ
de impossibili. Nam contradictorias de possibili
contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet conversim; contradictoriæ autem
de necessario non dicuntur sequi illas contradictorias de possibili, sed
potius eas sequi dicuntur contrariæ de necessario: non inter se
contrariæ, sed hoc modo, quod affirmationem possibilis negatio de
necessario sequi dicitur, negationem vero possibilis non affirmatio de
necessario sequi ponitur, quæ sit contradictoria illi negativæ quæ
ponebatur sequi ad possibilem, sed talis affirmationis de necessario contrario.
Et quod hoc ita fiat in illa figura ut dicimus, patet ex primo et tertio
ordine, quorum capita sunt negatio et affirmatio possibilis, et extrema sunt,
non necesse esse, et, necesse non esse. Hæ siquidem non sunt
contradictoriæ. Non enim est negatio eius, quæ est, necesse non
esse, non necesse esse (quoniam contingit eas simul verificari de eodem), sed
illa scilicet, necesse non esse, est contraria contradictoriæ huius,
scilicet, non necesse esse, quæ est, necesse est esse. Sed quia
sequenti litteræ magis consona est introductio nostra, quæ etiam Alberto
consentit, et extorte videtur ab aliis exponi ly contrariæ, ideo prima,
iudicio meo, acceptanda est expositio et ad antiquorum reprehensionem
referendus est textus. 9. Tertio cum dicit: Causa autem cur etc.,
manifestat id quod præmiserat, scilicet, quod non simili modo ad
illas de possibili sequuntur illæ de impossibili et illæ de necessario.
Antiquorum enim hoc peccatum fuit tam in primo quam in secundo
ordine, et quod simili modo intulerunt illas de impossibili et
necessario. In primo siquidem ordine, sicut posuerunt negativam simplicem
de impossibili, ita posuerunt negativam simplicem de necessario, et
similiter in secundo ordine utranque negativam declinatam locaverunt. Hoc
ergo quare peccatum sit, et causa autem quare necessarium som
sequitur possibile, similiter, idest, eodem modo cum cæteris,
scilicet, de impossibili, est, quoniam impossibile redditur idem valens
necessario, idest, æquivalet necessario, comtrarie, idest, contrario modo sumptum,
et non eodem modo. Nam si, hoc esse est impossibile, non
inferemus, ergo hoc esse est necesse, sed, hoc non esse est necesse. Quia
ergo impossibile et necesse mutuo se sequuntur, quando dicta eorum contrario
modo sumuntur, et non quando dicta eorum simili modo sumuntur, sequitur quod
non eodem modo ad possibile se habeant impossibile et necessarium,
sed contrario modo. Nam ad id possibile quod sequitur dictum affirmatum
de impossibili, sequitur dictum negatum de necessario; et e contrario. Quare
autem hoc accidit infra dicetur. Erraverunt igitur antiqui quod similes
enunciationes de impossibili et necessario in primo et in secundo ordine
locaverunt. ro. Hinc apparet quod supra posita nostra
expositio conformior est Aristoteli. Cum enim hunc textum induxerit ad
manifestandum illa verba: Manifestum. est autem. quoniam non eodem modo,
etc., eo accipiendo sunt sensu illa verba, quo hic per causam
manifestantur. Liquet autem quod hic redditur causa dissimilitudinis veræ
inter necessarias et impossibiles in consequendo possibiles, et non
dissimilitudinis falso opinatæ ab antiquis: quoniam ex vera
causa nonnisi verum concluditur. Ergo reprehendendo antiquos, veram
dissimilitudinem inter necessarias, et impossibiles in consequendo possibiles,
quam non servaverunt illi, proposuisse tunc intelligendum est, et
nunc eam manifestasse. Quod autem dissimilitudo illa, quam antiqui
posuerunt inter necessarias et impossibiles, sit falso posita, ex infra
dicendis patebit. Ostendetur enim quod contradictorias de possibili
contradictoriæ de necessario sequuntur conversim; et quod in hoc non
differunt ab his quæ sunt de impossibili, sed differunt in hoc quod
modo diximus, quod possibilium et impossibilium se consequentium dictum est
similiter, possibilium autem et necessariorum, se invicem consequentium dictum
est contrarium, ut infra clara luce videbitur. Quarto cum dicit: Aut certe
impossibile est etc., manifestat aliud quod proposuerat, scilicet, quod
contradictoriæ de necessario male situatæ sint secundum consequentiam ab
antiquis, qui contradictiones necessarii ita ordinaverunt. In primo
ordine posuerunt contradictoriam negationem, necesse esse, idest, non
necesse esse; et in secundo contradictoriam negationem, necesse non esse,
idest, Albertus. Ν Cf. supra, n..3. CAP.,
non necesse non esse. Et probat hunc consequentiæ
modum esse malum in primo ordine. Cognita enim malitia primi, facile est
secundi ordinis agnoscere defectum. Probat autem hoc tali ratione ducente
ad impossibile. Ad necessarium esse sequitur possibile esse: aliter
sequeretur non possibile esse, quod manifeste implicat; ad possibile esse
sequitur non impossibile esse, ut patet; ad non impossibile esse,
secundum antiquos, sequitur in primo ordine non necessarium esse; ergo de
primo ad ultimum, ad necessarium esse sequitur non necessarium esse:
quod est inconveniens, quia est manifesta implicatio
contradictionis. Relinquitur ergo quod male dictum sit, quod non
necessarium esse consequatur in primo ordine. Ait ergo et
certe impossibile est poni sic secundum consequentiam, ut antiqui
posuerunt, necessarii contradictiones, idest illas duas enunciationes de
necessario, quæ sunt negationes contradictoriæ aliarum duarum de
necessario. Nam ad id quod est, necessarium esse, sequitur,
possibile est esse: nam si non, idest quoniam si hanc negaveris
consequentiam, negatio possibilis sequitur illam, scilicet, necesse esse.
Necesse est enim de necessario aut dicere, idest affirmare possibile, aut
negare possibile: de quolibet enim est affirmatio vel negatio vera. Quare si
dicas quod, ad necesse esse, non sequitur, possibile esse, sed, non
possibile est esse; cum hæc æquivaleat illi quæ dicit, impossibile est esse,
relinquitur quod ad, necesse esse, sequitur, impossibile esse, et idem erit,
necesse esse et impossibile esse: quod est inconveniens. Bona ergo erat
prima illatio, scilicet, necesse est esse, ergo possibile est esse.
Tunc ultra. Illud quod est, possibile esse, sequitur, non impossibile
esse, ut patet in primo ordine. Ad hoc vero, scilicet, non impossibile
esse, secundum antiquos eodem primo ordine, sequitur, non necesse est
esse (quare contingit de primo ad ultimum); ad id quod est, necessarium
esse, sequitur, non necessarium esse: quod est inconveniens, immo
impossibile. 12. Dubitatur hic: quia in I Priorum dicitur quod ad
possibile sequitur non necessarium, hic autem dicitur oppositum. Ad hoc
est dicendum quod possibile sumitur dupliciter. Uno modo in communi, et sic est
quoddam superius ad necessarium et contingens ad utrunque, sicut animal ad
hominem et bovem; et sic ad possibile non sequitur non necessarium, sicut ad
animal non sequitur non homo. Alio modo sumitur possibile pro una
parte possibilis in communi, idest pro possibili seu contingenti,
scilicet ad utrunque, scilicet quod potest esse et non esse; et sic
ad possibile sequitur non necessarium. Quod enim potest esse et non
esse, non necessarium est esse, et similiter non necessarium est non
esse. Loquimur ergo hic de possibili in
communi, ibi vero in speciali. 13. Deinde cum dicit: 4f vero neque necessarium
etc., determinat veritatem intentam. Et circa hoc tria facit: primo,
determinat quæ enunciatio de necessario sequatur ad possibile; secundo,
ordinat consequentias omnium modalium; ibi: Sequuntur enim etc. Quoad primum, sicut duabus
viis reprehendit antiquos, ita ex illis duobus motivis intentum probat. Et intendit quod, ad possibile esse, sequitur,
non necesse non esse. - Primum motivum est per locum a divisione. Ad,
possibile esse, non sequitur (ut probatum est), non necesse esse, at vero
neque, necesse esse, neque, necesse non esse. Reliquum est ergo ut
sequatur ad eam, non necesse non esse: non enim dantur plures
enunciationes de necessario. Huius communis divisionis primo proponit
reliqua duo membra excludenda, dicens: At vero neque necessarium. esse,
neque necessarium. nom esse, sequitur ad, possibile non esse ; secundo
probat hoc sic. Nullum formale consequens minuit suum antecedens: tunc enim
oppositum consequentis staret cum antecedente; sed utrunOpp. D. Tnuowar T.
I. LECT. que horum, scilicet, necesse esse, et, necesse non esse,
minuit possibile esse; ergo, etc. Unde, tacita maiore, ponit minoris
probationem dicens: Illi enim, scilicet, possibile esse, utraque,
scilicet,esse et non esse, contingit accidere; horum autem, scilicet,
necesse esse et necesse non esse, utrumlibet verum fuerit, non erunt illa
duo, scilicet, esse et non esse, vera simul in potentia. Et primum horum explanans
ait: cum dico, possibile esse, simul est possibile esse et non esse.
Quoad secundum vero subdit. Si vero dicas, necesse esse vel necesse non
esse, non remanet utrunque, scilicet, esse et non esse, possibile: si
enim necesse est esse, possibilitas ad non esse excluditur; et si
necesse est non esse, possibilitas ad esse
removetur. Utrunque ergo istorum minuit illud antecedens, possibile
esse, quoniam ad esse et non esse se extendit, etc. Tertio subdit
conclusionem: relinquitur ergo quod, non necessarium non esse, comes est ei quæ
dicit, possibile esse; et consequenter hæc ponenda erit in primo
ordine. 14. Occurrit in hac parte dubium circa
hoc quod dicit quod, ad possibile non sequitur necessarium, cum
superius dixerit quod ad ipsum non sequitur non necessarium. Cum
enim necessarium et non necessarium sint contradictoria opposita, et de
quolibet sit affirmatio vel negatio vera, non videtur posse evadi quin ad
possibile sequatur necessarium, vel, non necessarium. Et cum non sequatur
necessarium, sequetur non necessarium, ut dicebant antiqui. - Augetur
et dubitatio ex eo quod Aristoteles nunc usus est tali
argumentationis modo, volens probare quod ad necessarium sequatur
possibile. Dixit enim: Nam si non negatio possibilis consequatur. Necesse
est enim aut dicere aut negare. Pro solutione huius, oportet reminisci
habitudinis quæ est inter possibile et necessarium, quod scilicet
possibile est superius ad necessarium, et attendere quod superius
potestate continet suum inferius et eius oppositum, ita quod neutrum eorum
actualiter sibi vindicat, sed utrunque potest sibi contingere; sicut
animali potest accidere homo et non homo: et consequenter inspicere debes quod,
eadem est proportio superioris ad. habendum affirmationem et negationem
unius inferioris, quæ est alicuius subiecti ad affirmativam et negativam futuri
contingentis. Utrobique enim neutrum habetur, et salvatur potentia ad
utrumlibet. Unde, sicut in futuris contingentibus nec affirmatio nec
fiegatio est determinate vera, sed sub disiunctione altera est necessario
vera, ut in fine Primi conclusum est;
ita nec affirmatio nec negatio inferioris sequitur determinate
affirmationem vel negationem superioris, sed sub disiunctione altera sequitur
necessario. Unde non valet, est
animal, ergo est homo, neque, ergo non est homo, sed, ergo est homo vel
non est homo. Quia ergo possibile superius est ad
necessarium, ideo optime determinavit Aristoteles neutram
contradictionis partem de necessario determinate sequi ad possibile.
Non tamen dixit quod sub disiunctione neutra sequatur; hoc enim est
contra illud primum principium: de quolibet est affirmatio vera vel
falsa. Ad id autem quod additur, ex eadem trahitur radice
responsio. Quia enim necessarium inferius est ad possibile, et
inferius non in potentia sed in actu includit suum superius, necesse est
ad inferius determinate sequi suum superius: aliter determinate sequetur
eius contradictorium. Unde per dissimilem habitudinem, quæ est inter
necessarium et possibile et non possibile, ex una parte, et inter
possibile et necessarium et non necessarium, ex altera parte, ibi optimus
fuit processus ad alteram contradictionis partem determinate, et hic optimus ad
neutram determinate. 16. Oritur quoque alia dubitatiuncula. Videtur
enim quod Aristoteles difformiter accipiat ly possibile in præpy) "ES ἃ: nunc. Lect. xin.
nunc cedenti textu et in isto. Ibi enim accipit ipsum in communi, ut
sequitur ad necessarium; hic videtur accipere ipsum specialiter pro
possibili ad utrumlibet, quia dicit quod possibile est simul potens esse
et non esse. Et ad hoc dicendum est quod uniformiter usus est possibili. Nec eius
verba obstant: quoniam et de possibili in communi verum est dicere quod
potest sibi utrunque accidere, scilicet, esse et non esse: tum quia quidquid
verificatur de suo inferiori, verificatur etiam de suo superiori, licet
non eodem modo; tum quia possibile in communi neutram contradictionis
partem sibi determinat, et consequenter utranque sibi advenire
compatitur, licet non asserat potentiam ad utranque partem, quemadmodum possibile
ad utrunque. Secundum motivum ad idem, correspondens tacitæ
obiectioni antiquorum quam supra exclusit, addit cum subdit: Hoc enim verum est
etc. Ubi notandum quod Aristoteles sub illa maiore adducta pro antiquis
(scilicet, convertibiliter se consequentium contradictoria se mutuo
consequuntur), subsumit minorem: sed horum convertibiliter se sequentium
in tertio ordine (scilicet, non possibile esse et necesse non esse),
contradictoria sunt, possibile esse et non necesse non esse (quoniam modi
negatione eis opponunquuntur, scilicet, possibile esse, et, non necesse non
esse,. tamquam contradictoria duorum se mutuo consequentium. Deinde
cum dicit: Sequuntur enim. etc., ordinat omnes consequentias
modalium secundum opinionem propriam; et ait quod, hæ contradictiones,
scilicet, de necessario, sequuntur illas de possibili, secundum modum
prædictum et approbatum illarum de impossibili. Sicut enim
contradictorias de possibili contradictoriæ de impossibili sequuntur, licet
conversim; ita contradictorias de possibili contradictoriæ de necessario
sequuntur conversim: licet in hoc, ut dictum est, dissimilitudo sit quod,
contradictoriarum de possibili et impossibili similiter est dictum,
contradictoriarum autem de possibili et necessario contrarium est dictum,
ut in sequenti videtur figura: CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM
SECUNDUM QUATUOR ORDINES AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ. Primus
Ordo Possibile est esse Contingens est esse Non impossibile
est esse Non necesse est non esse. Secundus Ordo Possibile est
non esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse.
Non necesse est esse tur); ergo istæ duæ (scilicet, possibile esse et non
necesse non esse) se consequuntur et in primo locandæ sunt ordine. Unde
motivum tangens ait: Hoc enim, quod dictum est, verum est, idest verum
esse ostenditur, et de necesse non esse, idest, et ex illius, scilicet,
non necesse non esse, opposita, quæ est, necesse non esse. Vel, boc enim,
scilicet, non necesse non esse, verum est, scilicet, contradictorium
illius de necesse non esse. Et minorem subdens ait: Hæc enim,
scilicet, non necesse non esse, fit contradictio eius, quæ
convertibiliter sequitur, non possibile esse. Et explanans hoc in
terminis subdit. Illud enim, non possibile esse, quod est caput tertii
ordinis, sequitur hoc de impossibili, scilicet, impossibile esse, et hæc
de necessario, scilicet, necesse non esse, cuius negatio seu contradictoria
est, non necesse non esse. Et quia, cæteris paribus, modus negatur,
et illa, possibile esse, est (subauditur) contradictoria illius,
scilicet, non possibile; igitur ista duo mutuo se conseTertius Ordo Non
possibile est esse Non contingens est esse Impossibile est
esse Necesse est non esse Quartus Ordo Non possibile est non
esse Non contingens est non esse Impossibile est non esse
Necesse est esse Ubi vides quod nulla est inter Aristotelem et antiquos
differentia, nisi in duobus primis ordinibus quoad illas de
necessario. Præpostero namque situ usi sunt
antiqui, eam de necessario, quæ locanda erat in primo ordine, in secundo
ponentes, et eam quæ in secundo ponenda erat, in primo locantes. Et aspice
quoque quod convertibiliter se consequentium semper contradictoria
se consequi ordinavit. Singulis enim tertii ordinis singulæ primi
ordinis contradictoriæ sunt; et similiter singulæ quarti ordinis
singulis, quæ in secundo sunt, contradictoriæ sunt. Quod antiqui non
observarunt. LECTIO (Canp. CarerANr lect. 1x) AN AD ILLUD QUOD EST,
NECESSARIUM ESSE, SEQUATUR ID QUOD EST, POSSIBILE ESSE? ᾽Απορήσειε δ᾽ ἄν τις εἰ τῷ ἀναγκαῖον εἶναι τὸ δυνατὸν εἶναι ἕπεται. Εἴ τε γὰρ μὴ ἕπεται, ἡ ἀντίφχοσις ἀχολουθήσει, τὸ μὴ δυνατὸν εἶναι" καὶ εἴ τις ταύτην μὴ φήσειεν εἶναι ἀντίφασιν, ἀνάγκη λέγειν τὸ δυνατὸν μὴ εἶναι: ἅπερ ἄμφω ψευδῇ κατὰ τοῦ ἀναγκαῖον 115 Dubitabit autem
aliquis, si ad illud quod est, necessarium esse, illud quod est,
possibile esse, sequatur. Nam si εἶναι. ᾿Αλλὰ μὴν πάλιν τὸ αὐτὸ εἶναι δοχεῖ δυνατὸν τέμνεσθαι καὶ μὴ τέμνεσθαι, καὶ εἶναι καὶ μιὴ εἶναι, ὥστε ἔσται τὸ ἀναγκαῖον εἶναι ἐνδεχόμενον po εἶναι: τοῦτο δὲ ψεῦδος. 3 ἢ ε Φανερὸν δὴ ὅτι οὐ πᾶν τὸ δυνατὸν ἢ εἶναι ἢ βαδίζειν xxi τὰ ἀντικείμενα δύναται, ἀλλ᾽ ἔστιν ἐφ᾽ ὧν οὐκ ος͵ ἀληθές" πρῶτον μὲν ἐπὶ τῶν μὴ κατα λόγον δυνατῶν, οἷον τὸ πῦρ θερμαντικὸν καὶ ἔχει δύναμιν ἄλογον. Αἱ μὲν οὖν μετὰ λόγου δυνάμεις αἱ αὐταὶ πλειόνων καὶ τῶν ἐναντίων, αἱ δ᾽ ἄλογοι οὐ πᾶσαι, ἀλλ᾿ ὥσπερ εἴρηται, τὸ πῦρ οὐ δυνατὸν θερμαίνειν καὶ μή, οὐδ᾽ ὅσα ἄλλα ἐνεργεῖ ἀεί. "ἔνια μέντοι δύναται xal τῶν χατὰ τὰς ἀλόγους δυνάμεις ἅμα τὰ ἀντιχείμενα δέἕξασται. ᾿λλλὰ τοῦτο μὲν τούτου χάριν εἴρηται, ὅτι οὐ πᾶσα δύναμις τῶν ἀντικειμένων, οὐδ᾽ ὅσαι λέγονται χατὸὰ τὸ αὐτὸ εἴδος. mew [TAS TA necesse. Et duo
facit: quia primo dubitationem absolvit; secundo, ex determinata quæstione
alium or Wr ed Ὁ TE ϑ, να MPPT T Lect.
seq. Num. 5. dinem earumdem consequentiarum modalibus statuit ;
ibi: Et est fortasse etc. Circa
primum duo facit: primo, movet quæstionem; secundo, determinat eam; ibi:
Manifestum est etc. Movet ergo quæstionem: primo dicens: Dubitabit
autem. aliquis si ad id quod est. necesse esse sequatur. possibile
&5$£; et secundo, arguit ad partem affirmativam subdens: Nam si non
sequatur, contradictoria eius. sequetur, scilicet non possibile esse, ut
supra deductum est: quia de quolibet est affirmatio vel negatio
vera. Et si quis dicat hanc, scilicet, non possibile esse, non esse
contradictoriam illius, scilicet, possibile esse, et propterea
subterfugiendum velit argumentum, et dicere quod neutra harum sequitur
ad necesse esse; talis licet falsum dicat, tamen concedatur sibi,
quoniam necesse erit ipsum dicere illius contradictoriam fore, possibile non
esse. Oportet namque aut non possibile esse aut possibile non esse, esse
contradictoriam, possibile esse; et tunc in eumdem redibit
errorem, quoniam utræque, scilicet, non possibile esse et possibile
non esse, falsæ sunt de eo quod est, necesse esse. Et consequenter ad
ipsum neutra sequi potest. Nulla enim enunciatio sequitur ad ilam, cuius
veritatem destruit. Relinquitur ergo quod, ad necesse esse sequitur
possibile esse. Tertio, arguit ad partem negativam cum subdit:
vero rursus etc., et intendit talem rationem. Si ad necesse esse
sequitur possibile esse, cum ad possibile sequatur possibile non esse
(per conversionem in oppositam qua"litatem, ut dicitur in I Priorum, quia
idem est possibile esse et non 6556), sequetur de primo ad
ultimum quod necesse esse est possibile non esse: quod est falsum
manifeste. Unde oppositionis hypothesim subdit: : vero non
sequatur, contradictio sequetur, quæ est, non possibile esse: et si quis hanc
non dicat esse contradictionem, necesse est dicere, possibile non esse: quæ
utræque falsæ sunt de necesse esse. At vero rursus idem videtur esse
possibile aliquid incidi et non incidi, et esse et non esse: quare erit
necesse esse, contingens non esse. Hoc autem falsum est. Manifestum est autem quod non
omne possibile, vel esse, vel ambulare, etiam opposita potest; sed est in
qu:bus non sit verum. Primum quidem in his quæ non secundum rationem
possunt; ut ignis calefactibilis est, et habet vim irrationalem. Quæ igitur
secundum rationem potestates sunt, eædem plurium etiam
contrariorum sunt. Irrationales vero non omnes: sed (quemadmodum
dictum est) ignem non esse possibile calefacere et non; neque quæcunque
alia semper agunt. Alia vero possunt, et secundum irrationales
potestates simul opposita suscipere. Sed hoc huius gratia: dictum est, quoniam
non omnis potestas oppositorum susceptiva est, neque quæcunque secundum
eamdem speciem dicuntur. rursus videtur idem possibile esse et non esse,
ut domus, et possibile incidi et. non. incidi, ut vestis. Quare de primo ad ultimum necesse esse, erit
contingens non esse. Hoc autem est falsum. Ergo hypothesis illa,
scilicet, quod possibile sequatur ad necesse, est falsa. 3. Deinde cum
dicit: Manifestum. est. autem. etc., respondet dubitationi. Et primo, declarat
veritatem simpliciter; secundo, applicat ad. propositum; ibi: Hoc igitur
possibile* etc. Proponit ergo primo ipsam veritatem declarandam, dicens:
Manifestum est autem, ex dicendis, quod non omne possibile esse vel
ambulare, idest operari: idest, non omne possibile secundum actum primum
vel secundum ad opposita valet, idest ad opposita viam habet, sed
est invenire aliqua possibilia, in quibus non sit verum dicere quod
possunt in opposita. Deinde, quia possibile a potentia nascitur,
manifestat qualiter se habeat potentia ipsa ad opposita: ex hoc enim
clarum erit quomodo possibile se liabeat ad opposita. Et circa hoc duo facit:
primo manifestat hoc in potentiis eiusdem rationis; secundo, in his
quæ æquivoce dicuntur potentiæ; ibi: Quasdam vero potentiæ * etc. Circa
primum tria facit: quia primo manifestat qualiter potentia irrationalis
se habeat ad opposita; et ait quod potentia irrationalis non potest in
opposita. Ubi notandum est quod, sicut dicitur IX Metapbys., potentia
activa, cum nihil aliud sit quam principium quo in aliud agimus,
dividitur in potentiam rationalem et irrationalem. Potentia rationalis est, quæ
cum ratione et electione operatur; sicut ars medicinæ, qua medicus
cognoscens quid sanando expediat infirmo, et volens applicat remedia.
Potentia autem irrationalis vocatur illa, quæ non ex ratione et libertate
operatur, sed ex naturali sua dispositione; sicut calor ignis potentia
irrationalis est, quia calefacit, non ut cognoscit et vult, sed ut natura
sua exigit. Assignatur autem ibidem duplex differentia proposito
deserviens inter istas potentias.- Prima est quod activa potentia
irrationalis non potest duo opposita, sed Seq. c. xut. Lect. seq.
Lect. seq. RN est determinata ad unum oppositorum, sive sumatur
oppositum contradictorie sive contrarie. Verbi gratia: calor non potest
calefacere et non calefacere, quæ sunt contradictorie opposita, reque potest
calefacere et frigefacere, quæ sunt contraria, sed ad calefactionem
determinatus est. Et hoc intellige per se, quia per accidens calor
frigefacere potest, vel resolvendo materiam caloris, humidum scilicet,
vel per antiperistasin contrarii. Et similiter potest non calefacere per
accidens, scilicet si calefactibile deest. Potentia autem rationalis
potest in opposita et contradictorie et contrarie. Arte
siquidem medicinæ potest medicus adhibere remedia et non adhibere, quæ
sunt contradictoria; et adhibere remedia sana et nociva, quæ
sunt contraria. - Secunda differentia est quod potentia activa
irrationalis, præsente passo, necessario operatur, deductis impedimentis:
calor enim calefactibile sibi præsens calefacit necessario, si nihil impediat;
potentia autem rationalis, passo præsente, non necessario operatur: præ-:
sente siquidem. infirmo, non cogitur medicus remedia
adhibere. É 5. Dimittantur autem metaphysico harum differentiarum
rationes et ad textum redeamus. Ubi narrans quomodo se habeat potentia
irrationalis ad oppositum, ait: Et primum quidem, scilicet, non est verum
dicere quod sit potentia ad opposita in his quæ. possunt non
secundum rationem, idest, in his quorum posse est per potentias
irrationales; ut ignis calefactivus est, idest, potens calefacere, et
babet vim, idest, potentiam istam irrationalem. Ignis siquidem non potest
frigefacere; neque in eius potestate est calefacere et non calefacere.
Quod autem dixit primum ordinem, nota, ad secundum genus possibilis infra
dicendum, in quo etiam non invenitur potentia ad opposita. 6. Secundo,
manifestat quomodo potentia rationalis se habeat ad opposita, intendens
quod potentia rationalis potest in opposita. Unde subdit: Ergo potestates
secundum rationem, idest rationales, ipsæ eædem sunt contrariorum,
a non solum duorum, sed etiam plurimorum, ut arte medicinæ medicus
plurima iuga contrariorum adhibere potest, et multarum operationum
contradictionibus abstinere potest. Præposuit autem ly ergo, ut hoc
consequi ex dictis insinuaret: cum enim oppositorum oppositæ sint
proprietates, et potentia irrationalis ex eo quod irrationalis ad
opposita non se extendat; oportet potentiam rationalem ad opposita viam
habere, eo quod rationalis sit. Tertio, explanat id quod dixit de potentiis
irrationalibus, propter causam infra assignandam ab ipso; et intendit
quod illud quod dixit de potentia irrationali, scilicet quod non potest
in opposita, non est verum universaliter, sed particulariter. Ubi nota quod potentia irrationalis dividitur
in potentiam activam, quæ est principium faciendi, et potentiam passivam, quæ
est principium patiendi: verbi gratia, potentia ad calorem dividitur in
posse calefacere, et in posse calefieri. In potentiis activis irrationalibus verum est quod non possunt
in opposita, .ut declaratum est; in potentiis autem passivis non
est verum. Illud enim quod potest calefieri, potest etiam frigefieri,
quia eadem est materia, seu potentia passiva contrariorum, ut dicitur in II De
cælo et mundo, et potest non calefieri, quia idem est subiectum
privationis et formæ, ut dicitur in I Physic. Et propter hoc ergo explanando,
ait: Irralionales vero potentiæ mom omnes a posse in opposita excludi
intelligendæ sunt, sed illæ quæ sunt quemadmodum potentia ignis
calefactiva (ignem enim non posse non calefacere manifestum est), et
universaliter, quæcunque alia sunt talis potentiæ, quod semper agunt,
idest quod quantum est ex se non possunt non agere, sed ad semper agendum
ex sua forma necessitantur. Huiusmodi autem sunt, ut declaravimus, omnes
potentiæ activæ irrationales. Alia vero sunt talis conditionis quod
etiam secundum irrationales potentias, scilicet passivas, simul
possunt in quædam opposita, ut ær potest calefieri et
frigefieri. Quod vero ait, simul, cadit supra ly possunt, et non
supra ly opposita; et est sensus, quod simul aliquid habet potentiam
passivam ad utrunque oppositorum, et non quod habeat potentiam passivam
ad utrunque oppositorum simul habendum. Opposita namque impossibile est
haberi simul. Unde et dici solet et bene, quod in huiusmodi est simultas
potentiæ, non potentia simultatis. Irrationalis igitur potentia non secundum
totum suum ambitum a posse in opposita excluditur, sed secundum partem
eius, secundum potentias scilicet activas. Quia autem videbatur superflue
addidisse differentias inter activas et passivas irrationales, quia sat erat
proposito ostendisse quod non omnis potentia oppositorum est; ideo subdit
quod hoc idcirco dictum est, ut notum fiat quoniam nedum non omnis
potestas oppositorum est, loquendo de potentia communissime, sed neque
quæcunque potentiæ dicuntur secundum eamdem speciem ad opposita possunt.
Potentiæ siquidem irrationales omnes sub una specie irrationalis potentiæ
concluduntur, et tamen non omnes in opposita possunt, sed passive tantum.
Non supervacanea ergo fuit differentia
inter passivas et activas irrationales, sed necessaria ad declarandum
quod non omnes potentiæ eiusdem speciei possunt in opposita. Potest etly boc demonstrare
utranque differentiam, scilicet, inter rationales et irrationales,et
inter irrationales activas et. passivas inter se; et tunc est sensus,
quod hoc ideo fecimus, ut ostenderemus quod non omnis potestas, quæ scilicet
secundum eamdem rationem potentiæ physicæ dicitur, quia scilicet potest
in aliquid ut rationalis et irrationalis, neque etiam omnis potestas, quæ
sub eadem specie continetur, ut irrationalis activa et passiva sub specie
irrationalis, ad opposita potest. Canp. CargrANI lect.DECLARATIS POTENTIIS
QUÆ ÆQUIVOCÆ DICUNTUR, SUMITUR RATIO ZMPOSSIBILIS AD DETERMINANDUM QUODNAM
EX POSSIBILIBUS AD NECESSARIUM SEQUATUR Ν b Ἔνιαι δὲ δυνάμεις ὁμώνυμοί εἰσι. Τὸ γὰρ δυνατὸν οὐχ ἁπλῶς λέγεται, ἀλλὰ τὸ μὲν ὅτι ἀληθὲς ὡς ἐνεργείᾳ, Quædam vero potestates æquivocæ sunt. Possibile enim Sea. c. xu. : non L4
ὄν, 1 olov ^ à
L] δυνατὸν e f. δίζε e (Q
δίζε ^ ὶ e NI ῥαδίζειν ὅτι βαδίζει, καὶ ὅλως δυνατὸν εἶναι
ὅτι ἤδη ἔστι xav ἐνέργειαν ὃ λέγεται E εἰ, i εἶναι
δυνατόν, τὸ δὲ ὅτι ἐνεργήσειεν ἄν, οἷον δυνα[i τὸν εἶναι βαδίζειν ὅτι βαδίσειεν ἄν. Καὶ
αὕτη μὲν ἐπὶ τοῖς κινητοῖς ἐστὶ μόνοις ἡ δύναμις, ἐκείνη δὲ καὶ ἐπὶ τοῖς ἀχινήτοις,
Γλμφω δὲ ἀληθὲς εἰπεῖν τὸ μὴ ἀδύνατον εἶναι βαδίζειν ἢ εἶναι, xai τὸ
βαδίζον ἤδη καὶ ἐνεργοῦν καὶ τὸ βαδιστιχόν. Τὸ μὲν οὖν οὕτω δυνατὸν
οὐχ ἀληθὲς χατο τοῦ ἀναγχαίου ἁπλῶς εἰπεῖν, θάτερον δὲ ἀληθές. “Ὥστε ἐπεὶ
7 τῷ ἐν μέρει τὸ καγόλου ἕπεται, τῷ ἐξ ἀνάγχης ὄντι ἕπεται τὸ δύνασθαι εἶναι,
οὐ μέντοι πᾶν. Καὶ ἔστι δὴ ἀρχὴ ἴσως τὸ ἀναγκαῖον καὶ μὴ ἀνάγκαϊον
πάντων ἢ εἶναι ἢ μιὴ εἶναι, καὶ τἄλλα ὡς τούτοις ἀχολουθοῦντα ἐπισκοπεῖν
δεῖ. Φανερὸν δὴ ix τῶν εἰρημένων. ὅτι τὸ ἐξ ἀνάγκης ὃν χατ᾽ ἐνέργειάν
ἐδτιν, ὥστε εἰ πρότερα τὰ ἀίδια, καὶ ἡ ἐνέργεια δυνάμεως προτέρα. οὐσίαι,
τὰ Καὶ τὰ μὲν ἄνευ δυνάμεως ἐνέργειαί εἰσιν, olov αἱ πρῶται δὲ μετὰ
δυνάμεως, ἃ τῇ μὲν φύσει πρότερα, τῷ δὲ χρόνῳ ὕστερα, vd δὲ οὐδέποτε ἐνέργειαί
εἰσιν, ἀλλὰ δυνάμεις μόνον. 3 ntendit declarare quomodo illæ quæ
æquiUP vocæ dicuntur potentiæ, se habeant ad oppoE. sita. Et circa hoc duo
facit: primo, declarat £j)
Num. 3. naturam talis potentiæ; secundo, ponit differentiam et
convenientiam inter ipsas et supradictas, ibi: Et bæc quidem* etc. Ad
evidentiam primi advertendum est quod V et TX Metapbys., Aristoteles dividit
potentiam in potentias, quæ eadem ratione potentiæ dicuntur, et in
potentias, quæ non ea ratione qua prædictæ potentiæ nomen habent, sed alia. Et has appellat æquivoce potentias.
Sub primo membro comprehenduntur omnes potentiæ activæ, et passivæ, et
rationales, et irrationales. Quæcunque enim posse dicuntur per potentiam
activam vel passivam quam habeant, eadem ratione potentiæ sunt,
quia scilicet est in eis vis principiata alicuius activæ vel passivæ. Sub
secundo autem membro comprehenduntur potentiæ mathematicales et
logicales. Mathematica potentia est, qua lineam posse dicimus in quadratum, et
eo quod in semetipsam ducta quadratum constituit. Logica potentia est, qua duo termini coniungi
absque contradictione in enunciatione possunt. Sub logica quoque potentia
continetur quæ ea ratione potentia dicitur, quia est. Hæ vero merito
æquivoce a primis potentiæ dicuntur, eo quod istæ nullam virtutem activam
vel passivam prædicant; et quod possibile istis modis dicitur, non ea
ratione possibile appellatur quia aliquis habeat virtutem ad hoc
agendum vel patiendum, sicut in primis. Unde cum potentiæ habentes se ad
opposita sint activæ vel passivæ, istæ quæ æquivocæ potestates dicuntur
ad opposita non se habent. De his ergo loquens ait: Quædam vero potestates æquivocæ
sunt, et ideo ad opposita non se habent. Deinde declarans qualis sit ista
potestas æquivoce dicta, subdit divisionem usitatam possibilis per quam
hoc simpliciter dicitur: sed hoc quidem, quoniam verum est, quod in actu
est; ut possibile ambulare, quoniam ambulat iam, et omnino possibile esse,
quoniam iam est in actu, quod dicitur esse possibile: illud vero,
quoniam actu esse posset; ut possibile ambulare, quoniam ambulabit.
in Et hæc quidem in mobilibus solis est potestas, illa vero
et immobilibus. Utrunque vero verum est dicere, non impossibile
esse ambulare vel esse, et quod iam ambulat et agit, et ambulativum.
Hoc igitur possibile non est verum de necessario dicere simpliciter,
alterum autem verum est. Quare quoniam partem universale sequitur, illud
quod ex necessitate est, consequitur posse esse, sed non
omne. Et est fortasse quidem principium, quod necessarium est,
et quod non necessarium est, omnium vel esse, vel non esse:
et oportet. alia, veluti horum consequentia, considerare
Manifestum est autem ex his quæ dicta sunt, quod id quod ex necessitate
est, secundum actum est: quare si priora sunt sempiterna, et quæ actu
sunt potestate priora sunt. Et
hæc quidem sine potestate actus sunt, ut primæ substantiæ: alia vero cum
potestate, quæ natura quidem priora sunt, tempore vero posteriora. Alia
vero numquam actus sunt, sed potestates tantum. scitur, dicens: possibile
enim non uno modo dicitur, sed duobus. Et uno quidem modo dicitur
possibile eo quod verum est ut in actu, idest ut actualiter est; ut,
possibile est ambulare, quando ambulat iam: et omnino, idest
universaliter possibile est esse, quoniam est actu iam quod possibile
dicitur. Secundo modo autem possibile dicitur aliquid non ea ratione quia
est actualiter, sed quia forsitan aget, idest quia potest agere; ut
possibile est ambulare, quoniam ambulabit. Ubi advertendum est quod ex
divisione bimembri possibilis divisionem supra positam potentiæ declaravit a
posteriori. Possibile enim a potentia dicitur: sub primo siquidem membro
possibilis innuit potentias æquivoce; sub secundo autem potentias
univoce, activas scilicet et passivas. Intendebat ergo quod
quia possibile dupliciter dicitur, quod etiam potestas duplex est.
Declaravit autem potestates æquivocas ex uno earum membro tantum,
scilicet ex his quæ dicuntur possibilia quia sunt, quia hoc sat erat suo
proposito. 3. Deinde cum dicit: Et bæc quidem etc., assignat differentiam
inter utranque potentiam, et ait quod potentia hæc ultimo dicta physica,
est in solis illis rebus, quæ sunt mobiles ; illa autem est et in
rebus mobilibus et immobilibus. Possibile siquidem a potentia dictum
eo quod possit agere, non tamen agit, inveniri non potest absque
mutabilitate eius, quod sic posse dicitur. Si enim nunc potest agere et
non agit,si agere debet, oportet quod mutetur de otio ad operationem. Id
autem quod possibile dicitur eo quod est, nullam mutabilitatem exigit in
eo quod sic possibile dicitur. Esse namque in actu, quod talem
possibilitatem fundat, invenitur et in rebus necessariis, et in immutabilibus,
et in rebus mobilibus. Possibile ergo hoc, quod logicum vocatur, communius est
illo quod physicum appellari solet. Deinde subdit convenientiam
inter utrunque possibile, dicens quod in utrisque potestatibus et
possibilibus verum est non impossibile esse, scilicet, ipsum
ambulare, quod iam actu ambulat seu agit, et quod iam ambulabile
est; idest, in hoc conveniunt quod, sive dicatur possibile ex
CONSEQUENTIÆ ENUNCIATIONUM MODALIUM SECUNDUM QUATUOR ORDINES ALIO
CONVENIENTI SITU AB ARISTOTELE POSITÆ ET ORDINATÆ: Primus
Ordo eo Cf. lect.
præc. n. 5. quod actu est, sive ex eo
quod potest esse, de utroque verificatur non impossibile; et consequenter
necessario verificatur possibile, quoniam ad non impossibile sequitur
possibile. Hoc est secundum genus possibilis, respectu cuius Aristoteles supra
dixit: Et primum quidem etc., in quo non invenitur via ad utrunque
oppositorum, hoc, inquam, est possibile quod iam actu est. Quod enim
tali ratione possibile dicitur, iam determinatum est ex eo quod
actu esse suppositum est. Non ergo possibile omne ad utrunque possibile
est, sive loquamur de possibili physice, sive logice. 5. Deinde cum dicit
: Sic igitur possibile etc., applicat determinatam veritatem ad propositum. Et
primo, concludendo ex dictis, declarat habitudinem utriusque possibilis
ad necessarium, dicens quod hoc ergo possibile, scilicet physicum quod
est in solis mobilibus, non est verum dicere Necesse est esse Non
possibile est non esse Non contingens est non esse Impossibile est
non esse Tertius Ordo Non. necesse est esse Possibile est non
esse Contingens est non esse Non impossibile est non esse
Secundus Ordo Necesse est non esse Non possibile est esse Non
contingens est esse Impossibile est esse Quartus Ordo Non
necesse est non esse Possibile est esse Contingens est esse
Non impossibile est esse Vides autem hic nihil immutatum, nisi quod
necessariæ quæ ultimum locum tenebant, primum sortitæ sunt. Quod vero
dixit fortasse, non dubitantis, sed absque determinata ratione rem
proponentis est. et prædicare de necessario simpliciter: quia quod
simpliciter necessarium est, non potest aliter esse. Possibile autem physicum
potest sic et aliter esse, ut dictum est. Addit autem ly simpliciter,
quoniam necessarium est multiplex. Quoddam enim est ad bene esse, quoddam
ex suppositione: de quibus non est nostrum tractare, sed solummodo
id insinuare. Quod ut præservaret se ab illis modis necessarii qui non
perfecte et omnino habent necessarii rationem, apposuit ly simpliciter. De tali enim necessario possibile physicum non
verificatur. Alterum autem possibile logicum, quod in rebus immobilibus
invenitur, verum est de illo enunciare, quoniam nihil neces* c Lect. præced. a Cf. lect.
præc. n. I. Num. seq. sitatis adimit. Et per hoc solvitur
ratio inducta ad partem negativam quæstionis. Peccabat siquidem in hoc, -quod
ex necessario inferebat possibile ad utrunque quod convertitur in
oppositam qualitatem. 6. Deinde respondet quæstioni formaliter
intendens quod affirmativa pars quæstionis tenenda sit, quod scilicet ad
necessarium sequitur possibile; et assignat causam. Quia ad partem
subiectivam sequitur constructive suum totum universale; sed necessarium
est pars subiectiva possibilis: quia possibile dividitur in logicum et
physicum, et sub logico comprehenditur necessarium ; ergo ad necessarium
sequitur possibile. Unde dicit: Quare, quoniam partem, scilicet
subiectivam, suum totum universale sequitur, illud quod ex necessitate est,
idest necessarium, tamquam partem subiectivam, consequitur posse esse,
idest possibile, tamquam totum universale. Sed mon omnino, idest sed non
ita quod omnis species possibilis sequatur; sicut ad hominem sequitur
animal, sed non omnino, idest non secundum omnes suas partes subiectivas
sequitur ad hominem: non enim valet: est homo, ergo est animal
irrationale. Et per hoc confirmata ratione adducta ad partem affirmativam,
expressius solvit rationem adductam ad partem negativam, quæ peccabat
secundum fallaciam consequentis, inferens ex necessario possibile,
descendendo ad unam possibilis speciem, ut de se patet. Deinde cum dicit:
Et est fortasse quidem etc., ordinat easdem modalium consequentias alio
situ, præponendo necessarium omnibus aliis modis. Et circa hoc duo
facit: primo, proponit quod intendit; secundo, assignat causam
dicti ordinis; ibi: Manifestum est autem etc. Dicit ergo: Et est fortasse
principium omnium enunciationum modalium vel esse vel non esse, idest,
affirmativarum vel negativarum, necessarium et non necessarium. Et oportet
considerare alia, scilicet, possibile contingere et impossibile esse, sicut
borum, scilicet, necessarii et non necessarii, consequentia, hoc
modo: 8. Deinde cum dicit:
Manifestum est autem. etc., intendit assignare causam dicti ordinis. Et primo, assignat causam, quare præposuerit
necessarium possibili tali ratione. Sempiternum est prius temporali; sed
necessarium dicit sempiternitatem (quia dicit esse in actu,
excludendo omnem mutabilitatem, et consequenter temporalitatem, quæ
sine motu non est imaginabilis), possibile autem dicit temporalitatem
(quia non excludit quin possit esse et non esse); ergo necesse
merito prius ponitur quam possibile. Unde dicit, proponendo minorem:
Manifestum est autem ex bis quæ dicta sunt etc., tractando de
necessario: quoniam id quod ex necessitate est, secundum actum est
totaliter, scilicet quia omnem excludit mutabilitatem et potentiam ad
oppositum: si enim mutari posset in oppositum aliquo modo, iam non esset
necessarium. Deinde subdit maiorem per modum antecedentis conditionalis
: Quare si priora sunt sempiterna temporalibus etc. Ultimo ponit
conclusionem: et quæ actu sunt omnino, scilicet necessaria, priora sunt
potestate, idest possibilibus, quæ omnino actu esse non ponunt, licet
compatiantur. Deinde cum dicit: Et bæ quidem etc., assignat causam totius ordinis a se
inter modales statuti, tali ratione. Universi triplex est gradus. Quædam
sunt actu sine poteillæ state, idest sine admixta potentia, ut primæ
substantiæ, non quas in præsenti diximus primas, eo quod
principaliter et maxime substent, sed illæ quæ sunt primæ, quia omnium rerum
sunt causæ, Intelligentiæ scilicet. - Alia sunt actu cum possibilitate, ut
omnia mobilia, quæ secundum id quod habent de actu sunt priora natura
seipsis secundum id quod habent de potentia, licet e contra sit, aspiciendo
ordinem temporis. Sunt enim secundum id quod habent de potentia priora
tempore seipsis secundum id quod habent de actu. Verbi gratia,
Socrates prius secundum tempus poterat esse philosophus, deinde fuit actualiter
philosophus. Potentia ergo præcedit actum
secundum ordinem temporis in Socrate, ordine autem naturæ, perfectionis
et dignitatis e converso contingit. Prior enim secundum dignitatem,
idest dignior et perfectior habebatur Socrates cum philosophus
actualiter erat, quam cum philosophus esse poterat. Præposterus est igitur ordo
potentiæ et actus in unomet, utroque ordine, scilicet, naturæ et temporis
attento, - Alia vero nunquam sunt actu sed potestate tantum, ut motus,
tempus, infinita divisio magnitudinis, et infinita augmentatio numeri. Hæc
enim, ut IX Metapbys. dicitur, nunquam exeunt in actum, quoniam eorum
rationi repugnat. Nunquam enim aliquid
horum ita est quin aliquid eius expectetur, et consequenter nunquam esse potest
nisi in potentia. Sed de his alio tractandum est loco. Nunc hæc ideo dicta sint ut, inspecto ordine
universi, appareat quod illum imitati sumus in nostro ordine. Posuimus siquidem primo
necessarium, quod sonat actu esse sine potestate seu mutabilitate,
imitando primum gradum universi. - Locavimus secundo loco possibile
et contingens, quorum utrunque sonat actum cum possibilitate, et sic
servatur conformitas ad secundum gradum universi. - Præposuimus autem
possibile et non contingens, quia possibile respicit actum, contingens
autem secundum vim nominis respicit defectum causæ, qui ad
potentiam pertinet: defectus enim potentiam sequitur; et ex hoc conforme
est secundæ parti universi, in qua actus est prior potentia secundum
naturam, licet non secundum tempus.- Ultimum autem locum impossibili
reservavimus, eo quod sonat nunquam fore, sicut et ultima
universi pars dicta est illa, quæ nunquam actu est. Pulcherrimus
igitur ordo statutus est, quando divinus est observatus. Quia autem
suppositæ modalium consequentiæ nil aliud sunt quam æquipollentiæ earum,
quæ ob varium negationis situm, qualitatem, vel quantitatem, vel utranque
mutantis, fiunt; ideo ad completam notitiam consequentium se modalium, de
earum qualitate et quantitate pauca admodum necessaria dicenda sunt.
Quoniam igitur natura totius ex partium naturis consurgit, sciendum est
quod subiectum enunciationis modalis et dicit esse vel non esse, et est
dictum unicum, et continet in se subiectum dicti; prædicatum autem
modalis enunciationis, modus scilicet, et totale prædicatum est ( quia
explicite vel implicite verbum continet, quod est semper nota eorum quæ
de altero prædicantur: propter quod Aristoteles dixit quod modus est ipsa
appositio), et continet in se vim distributivam secundum partes temporis.
Necessarium enim et impossibile distribuunt in omne tempus vel simpliciter vel
tale; possibile autem et contingens pro aliquo tempore in communi. Nascitur
autem ex his quinque conditionibus duplex in qualibet modali qualitas, et
triplex quantitas. - Ex eo enim quod tam subiectum quam prædicatum
modalis verbum in se habet, duplex qualitas fit, quarum altera vocatur
qualitas dicti, altera qualitas modi. Unde et supra dictum est* aliquam
esse: affirmativam de modo et non de dicto, et e converso. - Ex eo vero
quod subiectum modalis continet in se subiectum dicti, una
quantitas consurgit, quæ vocatur quantitas subiecti dicti: et hæc
distinguitur in universalem, particularem et singularem, Sicut et
quàántitas illarum de inesse. Possumus enim dicere, Socratem, quemdam hominem,
vel omnem hominem, vel nullum hominem, possibile est currere. Ex eo autem quod
subiectum unius modalis dictum unum
Ed. c: scilicet omne dictum cutusque E isttus
modalis re, est universalis, scilicet dictum . est,
consurgit alia quantitas, vocata quantitas dicti; et hæc unica est
singularitas: secundum omne enim dictum cuiusque modalis singulare est istius
universalis, scilicet dictum. Quod ex eo liquet quod cum
dicimus, hominem esse album est possibile, exponitur sic, hoc
dictum, hominem esse album, est possibile. Hoc dictum autem singulare
est, sicut et, hic homo. Propterea et dicitur quod omnis modalis est singularis
quoad dictum, licet quoad subiectum dicti sit universalis vel
particularis. Ex eo autem quod prædicatum modalis, modus scilicet,
vim distributivam habet, alia quantitas consurgit vocata quantitas modi
seu modalis; et hæc distinguitur in universalem et particularem. Ubi
diligenter: duo attendenda sunt. Primum est quod hoc est singulare in
modalibus, quod prædicatum simpliciter quantificat propositionem modalem,
sicut et simpliciter qualificat. Sicut enim illa est simpliciter
affirmativa, in qua modus affirmatur, et illa negativa, in qua modus
negatur; ita illa est simpliciter universalis cuius modus est
universalis, et illa particularis cuius modus est particularis. Et hoc
quia modalis modi naturam sequitur. Secundum attendendum (quod est causa
istius primi ) est, quod prædicatum modalis, scilicet modus, non
habet solam habitudinem prædicati respectu sui subiecti, scilicet esse et
non esse, sed habitudinem syncategorematis distributivi, sed non secundum
quantitatem partium subiectivarum ipsius subiecti, sed secundum
quantitatem partium temporis eiusdem. Et merito. Sicut enim quia
subiecti enunciationis de inesse propria quantitas est penes divisionem
vel indivisionem ipsius subiecti (quia est nomen quod significat per
modum substantiæ, cuius quantitas est per divisionem continui: ideo
signum quantificans in illis distribuit secundum partes subiectivas), ita
quia subiecti enunciationis modalis propria quantitas est tempus (quia
est verbum quod significat per modum motus, cuius propria quantitas est
tempus), ideo modus quantificans distribuit ipsum suum subiectum,
scilicet, esse vel non esse, secundum partes temporis. Unde
subtiliter inspicienti apparebit quod quantitas ista modalis
proprii subiecti modalis enunciationis quantitas est, scilicet,
ipsius esse vel non esse. Ita quod illa modalis est simpliciter
universalis, cuius proprium subiectum distribuitur pro omni tempore: vel
simpliciter, ut, hominem esse animal est necessarium vel impossibile; vel
accepto, ut, hominem currere hodie, vel, dum currit, est necessarium vel
impossibile. Illa vero est particularis, in qua non pro omni, sed aliquo
tempore distributio fit in communi tantum; ut, hominem esse animal, est
possibile vel contingens. Est ergo et ista modalis quantitas subiecti sui
passio (sicut et universaliter quantitas se tenet ex parte materiæ), sed
derivatur a modo, non in quantum prædicatum est (quod, ut sic, tenetur
formaliter), sed in quantum syncategorematis officio fungitur, quod habet
ex eo quod proprie modus est. Sunt igitur modalium (de propria earum
quantitate loquendo) aliæ universales affirmativæ, ut illæ de necessario,
quia distribuunt ad semper esse; aliæ universales negativæ, ut illæ de
impossibili, quia distribuunt ad nunquam esse; aliæ particulares
affirmativæ, ut illæ de possibili et contingenti, quia distribuunt
utrunque ad aliquando esse; aliæ particulares negativæ, ut illæ de
non necesse et non impossibili, quia distribuunt ad aliquando non esse:sicut in
illis de inesse, omnis, nullus, quidam, non omnis, non nullus, similem
faciunt diversitatem. Et quia, ut dictum est, hæc quantitas modalium
est inquantum modales sunt, et de his, inquantum huiusmodi, præsens
tractatus fit ab Aristotele; idcirco æquipollentiæ, seu consequentiæ
earum, ordinatæ sunt negationis vario situ, quemadmodum æquipollentiæ
illarum de inesse: ut scilicet, negatio præposita modo faciat æquipollere
suæ contradictoriæ; negatio autem modo postposita, posita autem dicti
verbo, suæ æquipollere contrariæ facit; præposita vero et postposita suæ
subalternæ, ut videre potes in consequentiarum figura ultimo ab Aristotele
formata. In qua, tali præformata oppositionum figura, clare videbis omnes se
mutuo consequentes, secundum alteram trium regularum æquipollere, et
consequenter, totum primum ordinem secundo contrarium, tertio
contradictorium, quarto vero subalternum. Necesse esse o qd Ε
S s E ὦ ri Possibile esse Impossibile
e Contrariæ eo E δα ES x ο x9
? . [d x Se, ἢ ᾿ς 6 Subcontrariæ
esse uU g& z E $ B
E Contingens non essc vtt (Cann. CargTANI lect.
xi) CONTRARIETAS IN ANIMI OPINIONIBUS CONSTITUITUR EX ALIQUA VERI
FALSIQUE OPPOSITIONE. Πότερον δὲ ἐναντία ἐστὶν ἡ κατάφασις τῇ ἀποφάσει ἢ
ἡ κατάφασις τῇ χαταφάσει, καὶ ὁ λόγος τῷ λόγῳ; ὁ λέγων ὅτι πᾶς ἄνθρωπος
δίκαιος τῷ οὐδεὶς ἄνθρωπος δίκαιος ἢ τὸ πᾶς ἄνθρωπος δίκαιος τῷ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος,
οἷον ἔστι Καλλίας δίκαιος, οὐχ ἔστι Καλλίας δίκαιος, Καλλίας ἄδιχός ἐστι"
ποτέρα δὴ Εἰ ἐναντία τούτων ; γὰρ τὰ μὲν ἐν τῇ φωνῇ ἀχολουθεῖ
τοῖς ἐν τῇ διανοίᾳ, ἐκεῖ δὲ ἐναντία δόξα ἡ τοῦ ἐναντίου, οἷον ὅτι πᾶς ἄνθρωπος
δίκαιος τῇ πᾶς ἄνθρωπος ἄδικος, καὶ ἐπὶ τῶν ἐν τῇ φωνῇ
καταφάσεων ἀνάγχη ὁμοίως ἔχειν. Εἰ δὲ ped ἐχεῖ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα ἐναντία
ἐστίν, οὐδὲ ἡ κατάφασις τῇ καταφάσει ἔσται ἐνανvla, ἀλλ᾽ ἡ εἰρημένη ἀπόφασις. Ὥστε
σχεπτέον ποία δόξα ἀληθὴς ψευδεῖ δόξη ἐναντία. πότερον ἡ τῆς ἀποφάσεος
ἢ ἡ τὸ ἐναντίον εἶναι δοξάζουσα. Λέγω δὲ ὧδε. Ἔστι τις δόξα ἀληθὴς τοῦ ἀγαθοῦ
ὅτι ἀγαθόν, ἄλλη δὲ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν ψευδής, ἑτέρα δὲ ὅτι χακόν. Ποτέρα δὴ
τούτων ἐναντία τῇ ἀληθεῖ; xal εἰ ἔστι μία, x40 ' ὁποτέραν ἡ ἐναντία:
μὲν δὴ τούτῳ οἴεσθαι τὰς ἐναντίας δόξας ὡρίσθαι, τῷ τῶν ἐναντίων εἶναι,
ψεῦδος" τοῦ γὰρ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ τοῦ καχοῦ ὅτι κακὸν ἡ αὐτὴ ἴσως
καὶ ἀληθὴς ἔσται εἴτε πλείους εἴτε μία ἐστίν. ᾿Εναντία δὲ ταῦτα.
ÀAXA' οὐ τῷ ἐναντίων εἶναι ἐναντία, ἀλλὰ μᾶλλον τῷ ἐναντίως. Εἰ δὴ ἔστι
μὲν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἐστὶν ἀγαθὸν δόξα, ἄλλη δ᾽ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, ἔστι δὲ ἄλλο
τι ὃ οὐχ ὑπάρχει οὐδ᾽ οἷόντε ὑπάρξαι, τῶν μὲν δὴ ἄλλων οὐδεμίαν
θετέον, οὔτε ὅσαι ὑπάρχειν τὸ μιὴ ὑπάρχον δοξαάζουσιν, οὔθ᾽ ὅσαι μὴ
ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον (ἄπειροι γὰρ ἀμφότεραι, καὶ ὅσαι ὑπάρχειν δοξάζουσι τὸ
μὴ ὑπάρyov, καὶ ὅσαι μὴ ὑπάρχειν τὸ ὑπάρχον); SEN ene ostquam
determinatum est de enunciatione se(Q) (oy cundum quod diversificatur tam ex
additione facta ad terminos, quam ad compositionem AQUINO Num.
. Num. . Lect. seq. J7 eius, hic secundum divisionem a
s. Thoma in principio huius Secundi factam, intendit Aristoteles tractare
quandam quæstionem circa oppositiones enunciationum provenientes ex eo
quod additur aliquid simplici enunciationi. Et circa hoc quatuor facit: primo,
movet quæstionem; secundo, declarat quod hæc quæstio dependet ab una alia
quæstione prætractanda; ibi: Nam si ea, quæ sunt in voce etc.; tertio,
determinat illam aliam quæstionem; ibi: Nam arbitrari etc.; quarto, redit ad
respondendum quæstioni primo motæ; ibi: Quare si in opinione etc. Quæstio
quam movere intendit est: utrum affirmativæ enunciationi contraria sit
negatio eiusdem prædicati, an affirmatio de prædicato contrario seu
privativo? Unde dicit: Utrum contraria est affirmatio. negationi.
contradictoriæ, scilicet, et universaliter oratio affirmativa orationi
negativæ; ut, affirmativa oratio quæ dicit, omnis bomo est iustus, illi
contraria sit orationi negativæ, nullus bomo est iustus, aut illi, omnis
bomo est iniustus, quæ est affirmativa de prædicato privativo? Et similiter ista
affirmatio, Callias est iustus, est ne contraria illi contradictoriæ negationi,
Callias non est iustus, aut illi, Callias est iniustus, quæ est
affirmativa de prædicato privativo?
Utrum autem contraria est affirmatio negationi, aut affirmatio
affirmationi et oratio orationi, quæ dicit, quod omnis homo iustus est,
ei quæ est, nullus homo iustus est; aut, omnis homo iustus est, ei quæ
est, omnis homo iniustus est; ut, Callias iustus est, Callias
iustus non est, Callias iniustus est; utra harum contraria
est? Nam s. a, quæ suntin voce, sequuntur ea, quæ sunt in
intellectu, illic autem contraria est opinio contrarii, ut quod,
omnis homo iustus est, ei quæ est, omnis homo iniustus est, et etiam in
his, quæ,sunt in voce, affirmationibus, necesse est similiter se se
habere. Quod si neque illic contrarii
opinatio contraria est, nec affirmatio affirmationi contraria erit; sed ea quæ
dicta est negatio. Quare considerandum est quæ opinio vera
opinioni falsæ contraria est, utrum negationis, an ea, quæ contrarium
esse opinatur. Dico autem hoc modo. Est quædam opinatio vera boni, quod
bonum est ;: alia vero, quod non bonum, est falsa; alia vero, quod malum:
utra harum contraria veræ? et si est una, secundum quamnam contraria est?
Nam arbitrari contrarias opiniones definiri, eo quod contrariorum sunt, falsum
est: boni enim, quod bonum est, et mali, quod malum est, eadem fortasse
opinio est et vera, sive plures,sive una sit. Sunt autem ista contraria.
Sed non eo quod contrariorum sint contraria :sunt sed magis eo quod
contrarie. Si ergo est boni quidem, quod est bonum, opinio, alia autem
quod non est bonum: est vero aliquid aliud quod non est, neque potest
esse: aliarum quidem nulia ponenda est, neque quæcunque esse, quod non est,
opinantur, neque quæcunque non esse quod est (infinitæ enim utræque sunt,
et quæ esse opinantur quod non est, et quæ non esse quod est). Ad
evidentiam tituli huius quæstionis, quia hactenus indiscusse ab aliis est
relictus, considerare oportet quod cum in enunciatione sint duo, scilicet
ipsa enunciatio seu significatio et modus enunciandi seu significandi,
duplex inter enunciationes fieri potest oppositio, una ratione ipsius
enunciationis, altera ratione modi enunciandi. Si modos enunciandi
attendimus, duas species oppositionis in latitudine enunciationum
inveniemus, contrarietatem scilicet et contradictionem. Divisæ enim
superius sunt enunciationes oppositæ in contrarias et
contradictorias. Contradictio inter enunciationes ratione modi
enunciandi est quando idem prædicatur de eodem subiecto contradictorio
modo enunciandi; ut sicut unum contradictorium nil ponit, sed alterum
tantum destruit, ita una enunciatio nil asserit, sed id tantum quod
altera enunciabat destruit. Huiusmodi autem sunt omnes quæ contradictoriæ vocantur,
scilicet, omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus, Socrates est
iustus, Socrates nom est iustus, ut de se patet. Et ex hoc provenit quod
non possunt simul veræ aut falsæ esse, sicut nec duo contradictoria.
Contrarietas vero inter enunciationes ratione modi enunciandi est quando
idem prædicatur de eodem subiecto contrario modo enunciandi; ut sicut
unum contrariorum ponit materiam sibi et reliquo communem in extrema
distantia sub illo | genere, ut patet de albo et nigro, ita una
enunciatio ponit Y Cap. . CAP. , subiectum commune sibi et suæ oppositæ
in extrema distantia sub illo prædicato. Huiusmodi quoque sunt
omnes illæ quæ contrariæ in figura appellantur, scilicet, omnis bomo est
iustus, omnis bomo non. est iustus. Hæ enim faciunt subiectum, scilicet
hominem, maxime distare sub iustitia, dum illa enunciat iustitiam inesse homini,
non quocunque modo, sed universaliter; ista autem enunciat iustitiam abesse
homini, non qualitercunque, sed universaliter. Maior enim distantia esse non
potest quam ea, quæ est inter totam universitatem habere aliquid et
nullum de universitate habere illud. Et ex hoc provenit quod non possunt
esse simul veræ, sicut nec contraria possunt eidem simul inesse; et quod
possunt esse simul falsæ, sicut et contraria simul non inesse eidem
possunt. Ed. c: posita sunt. Si vero ipsam enunciationem sive
eius significationem attendamus secundum unam tantum oppositionis
speciem, in tota latitudine enunciationum reperiemus contrarietatem,
scilicet secundum veritatem et falsitatem: quia duarum enunciationum
significationes entia positiva sunt, ac per hoc neque contradictorie
neque privative opponi possunt, quia utriusque oppositionis alterum
extremum est formaliter non ens. Et cum nec relative opponantur, ut clarum est,
restat ut nonnisi contrarie opponi possunt. 3. Consistit autem ista contrarietas in hoc quod
duarum enunciationum altera alteram non compatitur vel in veritate vel in
falsitate, præsuppositis semper conditionibus contrariorum, scilicet quod fiant
circa idem et in eodem tempore. Patere quoque potest talem oppositionem
esse contrarietatem ex natura conceptionum animæ componentis et
dividentis, quarum singulæ sunt enunciationes. Conceptiones siquidem animæ
adæquatæ nullo alio modo opponuntur conceptionibus inadæquatis nisi
contrarie, et ipsæ conceptiones inadæquatæ, si se mutuo expellunt,
contrariæ quoque dicuntur. Unde verum et falsum, contrarie opponi
probatur ad AQUINO (vedasi) in I parte, qu. xvii. Sicut ergo hic, ita et
in enunciationibus ipsæ significationes adæquatæ contrarie opponuntur
inædequatis, idest veræ falsis; et ipsæ inadæquatæ, idest falsæ, contrarie
quoque opponuntur inter se, si contingat quod se non compatiantur, salvis
semper contrariorum conditionibus. Est igitur in enunciationibus duplex
contrarietas, una ratione modi, altera ratione significationis, et unica
contradictio, scilicet ratione modi. Et, ut confusio vitetur, prima
contrarietas vocetur contrarietas modalis, secunda contrarietas formalis.
Contradictio autem non ad confusionis vitationem quia unica est, sed ad
proprietatis expressionem contradictio modalis vocari potest. Invenitur
autem contrarietas formalis enunciationum inter omnes contradictorias,
quia contradictoriarum altera alteram semper excludit; et inter omnes
contrarias modaliter quoad veritatem, quia non possunt esse simul veræ,
licet non inveniatur inter omnes quoad falsitatem, quia possunt esse
simul falsæ. 4. Quia igitur Aristoteles in hac quæstione loquitur
de contrafietate enunciationum quæ se extendit ad contrarias modaliter, et
contradictorias, ut patet in principio et in fine quæstionis (in
principio quidem, quia proponit utrasque contradictorias dicens:
Affirmatio negationi etc.; et contrarias modaliter dicens: Ef oratio
orationi etc., unde et exempla utrarunque statim subdit, ut patet in
littera. In fine vero, quia ibi expresse quam conclusit esse contrariam
affirmativæ universali veræ dividit, in contrariam modaliter universalem
negativam, scilicet, et contradictoriam: quæ divisio falsitate non careret,
nisi conclusisset contrariam formaliter, ut de se patet), quia, inquam,
sic accipit contrarietatem, ideo de contrarietate formali enunciationum
quæstio intelligenda est. Et est quæstio valde subtilis, necessaria et
adhuc nullo modo superius tacta. Opp. D. Tuowaz LECT. Est
igitur titulus. quæstionis; utrum affirmativæ veræ contraria formaliter
sit negativa falsa eiusdem prædicati, aut affirmativa falsa de prædicato
privativo, vel contrario? Et sic patet quis sit sensus tituli, et quare
non movet quæstionem de quacunque alia oppositione enunciationum (quia
scilicet nulla alia in eis formaliter invenitur), et quod accipit
contrarietatem proprie et strictissime, licet talis contrarietas inveniatur inter
contradictorias modaliter et contrarias modaliter. Ὁ Dictum vero
fuit a s. Thoma provenire hanc dubitationem ex eo quod additur aliquid simplici
enunciationi, quia si tantum simplices, idest, de secundo adiacente
enunciationes attendantur, non habet hæc quæstio radicem. Quia autem simplici
enunciationi, idest subiecto et verbo substantivo, additur aliquid,
scilicet práedicatum, nascitur dubitatio circa oppositionem, an illud
additum' in contrariis debeat esse illudmet prædicatum, negatione
apposita verbo, an debeat esse prædicatum contrarium seu
privativum, absque negatione præposita verbo. Deinde cum dicit: Nam siea
etc., declarat unde sumenda sit decisio huius quæstionis. Et duo facit:
quia primo declarat quod hæc quæstio dependet ex una alia
quæstione, ex illa scilicet: utrum opinio, idest conceptio animæ, in secunda
operatione intellectus, vera, contraria sit opinioni falsæ negativæ
eiusdem prædicati, an falsæ afürmativæ contrarii sive privativi. Et assignat causam, quare
illa quæstio dependet ex ista, quia scilicet enunciationes vocales sequuntur
mentales, ut effectus adæquati causas proprias, et ut significata signa
adæquata, et consequenter similis est in hoc utraque natura. Unde
inchoans ab hac causa ait: Nam si ea quæ sunt in voce sequuntur ed, quæ
sunt in anima, ut dictum est in principio I libri, et illic, idest in anima,
opinio contrarii prædicati circa idem subiectum est contraria illi
alteri, quæ affirmat reliquum contrarium de eodem (cuiusmodi sunt
istæ mentales enunciationes, omnis bomo est iustus, omnis bomo est
iniustus); si ita inquam est, etiam et in his affrmationibus quæ sunt in
voce, idest vocaliter sumptis, necesse est similiter se habere, ut scilicet
sint contrariæ duæ affirmativæ de eodem subiecto et prædicatis
contrariis. Quod si neque illic, idest in anima,
opinatio contrarii prædicati, contrarietatem inter mentales enunciationes
constituit, nec affirmatio vocalis affirmationi vocali contraria erit de
contrario prædicato, sed magis affirmationi contraria erit negatio eiusdem
prædicati. Dependet ergo mota quæstio ex ista alia sicut effectus ex
causa. Propterea et concludendo addit secundum, quod scilicet de hac
quæstione prius tractandum est, ut ex causa cognita effectus
innotescat dicens: Quare considerandum est, opinio vera cui opinioni falsæ
contraria est: utrum negationi falsæ am certe ei affirmationi falsæ, quæ
contrarium esse opinatur. Et ut exemplariter proponatur, dico hoc modo:
Sunt tres opiniones de bono, puta vita: quædam enim est ipsius boni opinio
vera, quoniam bonum est, puta, quod vita sit bona; alia vero falsa
negativa, scilicet, quoniam bonum non est, puta, quod vita non sit
bona; alia item falsa affirmativa contrarii, scilicet, quoniam malum est,
puta, quod vita sit mala. Quæritur ergo quæ harum falsarum contraria est
veræ? Quod autem subdidit: Et si est una, secundum quam contraria
est, tripliciter legi potest. Primo, dubitative, ut Sit pars quæstionis;
et tunc est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ: et
simul quæritur, si est tantum una harum falsarum secundum quam fiat
contraria ipsi veræ: quia cum unum uni sit contrarium, ut dicitur
in X Metaphysicæ, quærendo quæ harum sit contraria, quæremus etiam an una
earum sit contraria. Alio modo, potest legi adversative, ut sit sensus: quæ16
Supra lect. 1, n. I. Ed. c: singula. ritur quæ harum
sit contraria; quamquam sciamus quod non utraque sed una earum est
secundum quam fit contrarietas. - Tertio modo, potest legi dividendo hanc
particulam, Et si est una, ab illa sequenti, secundum quam contraria est;
et tunc prima pars expressive, secunda vero Boethius. dubitative
legitur; et est sensus: quæritur quæ harum falsarum contraria est veræ,
non solum si istæ duæ falsæ inter se differunt in consequendo, sed etiam
si utraque est una, idest alteri indivisibiliter unita, quæritur
secundum quam fit contrarietas. Et hoc modo exponit Boethius, dicens quod
Aristoteles apposuit hæc verba propter contraria immediata, in quibus non
differt contrarium a privativo. Inter contraria enim mediata et immediata hæc
est differentia, quod immediatis a prwativo contrarium non infertur. Non enim valet, corpus
colorabile est non album, ergo est nigrum: potest enim esse rubrum.
In immediatis autem valet; verbi gratia: amimal est mon sanum, ergo
infirmum ; numerus est non par, ergo impar. Voluit ergo Aristoteles
exprimere quod nunc, cum quærimus quæ harum falsarum, scilicet negativæ et
affirmativæ contrarii, sit contraria affirmativæ veræ, quærimus
universaliter sive illæ duæ falsæ indivisibiliter se sequantur, sive non.
8. Deinde cum dicit: Nam arbitrari, prosequitur hanc secundam quæstionem.
Et circa hoc quatuor facit. Primo, declarat quod contrarietas opinionum
non attenditur penes contrarietatem materiæ, circa quam versantur, sed
potius penes oppositionem veri vel falsi; secundo, declarat quod
non penes quæcunque opposita secundum veritatem et falsitatem est
contrarietas opinionum; ibi: Si ergo boni etc.; tertio, determinat quod
contrarietas opinionum attenditur penes per se primo opposita secundum
veritatem et falsitatem tribus rationibus; ibi: Sed im quibus primo fallacia
etc.; quarto, declarat hanc determinationem inveniri in omnibus veram;
ibi: Manifestum. est igitur etc. Dicit ergo proponens intentam
conclusionem, quod falsum est arbitrari opiniones definiri seu determinari
debere contrarias ex eo quod contrariorum obiectorum sunt. Et adducit ad
hoc duplicem tationem. Prima est: opiniones contrariæ non sunt eadem opinio;
sed contrariorum eadem est fortasse opinio; ergo opiniones non sunt
contrariæ ex hoc quod contrariorum sunt. - Secunda est: opiniones
contrariæ non sunt simul veræ; sed opiniones contrariorum, sive plures,
sive una, sunt simul veræ quandoque; ergo opiniones non sunt contrariæ ex
hoc quod contrariorum sunt.- Harum rationum, suppositis maioribus,
ponit utriusque minoris declarationem simul, dicens: Boni enim, quoniam
bonum est, et mali, quoniam malum est, eadem forlasse opinio est, quoad
primam. Et subdit esse vera, sive plures sive una sit, quoad
secundam. Utitur autem dubitativo adverbio et disiunctione, quia
non est determinandi locus an contrariorum eadem sit opinio, et quia
aliquo modo est eadem et aliquo modo non. Si enim loquamur de habituali
opinione, sic eadem est; Si autem de actuali, sic non eadem est. Alia
siquidem mentalis compositio actualiter fit, concipiendo bonum esse bonum, et
alia concipiendo malum esse malum, licet eodem habitu utrunque
cognoscamus, illud per se primo, et hoc secundario, ut dicitur IX
Metaphysicæ. Deinde subdit quod ista quæ ad declarationem minorum sumpta sunt,
scilicet bonum et malum, contraria sunt ac etiam contrarietate
sumpta stricte in moralibus, per hoc congrua usi sumus declaratione.
Ultimo inducit conclusionem. Sed non in eo quod contrariorum opiniones
sunt, contrariæ sunt, sed magis in eo quod contrariæ, idest, sed potius
censendæ sunt opiniones contrariæ ex eo quod contrarie adverbialiter,
scilicet contrario modo, idest vere et false enunciant. Et sic patet
primum. 9. Si ergo boni etc. Quia dixerat quod contrarietas opinionum
accipitur secundum oppositionem veritatis et falsitatis earum, declarat modo
quod non quæcunque secundum veritatem et falsitatem oppositæ opiniones
sunt contrariæ, tali ratione. De bono, puta, de iustitia, quatuor
possunt opiniones haberi, scilicet quod iustitia est bona, et quod non
est bona, et quod est fugibilis, et quod est non appetibilis. Quarum
prima est vera, reliquæ sunt falsæ. Inter quas hæc est diversitas quod,
prima negat idem prædicatum quod vera affirmabat secunda affirmat
aliquid aliud quod bono non inest; tertia negat id quod bono inest, non
tamen illud quod vera affirmabat. Tunc sic. Si omnes opiniones
secundum veritatem et falsitatem sunt contrariæ, tunc uni, scilicet veræ
opinioni non solum multa sunt contraria, sed etiam infinita: quod
est impossibile, quia unum uni est contrarium. Tenet consequentia, quia
possunt infinitæ imaginari opiniones falsæ de una re, similes ultimis
falsis opinionibus adductis, affirmantes, scilicet ea quæ non insunt illi,
et negantes ea quæ illi quocunque modo coniuncta sunt:
utraque namque indeterminata esse et absque numero constat.
Possumus* enim opinari quod iustitia est quantitas, quod est relatio,
quod est hoc et illud; et similiter opinari quod iustitia non sit
qualitas, non sit appetibilis, non sit habitus. Unde ex supradictis in
propositione quæstionis, inferens pluralitatem falsarum contra unam
veram, ait: Si ergo est opinatio vera boni, puta iustitiæ, quoniam est
bonum; et si est etiam falsa opinatio negans idem, scilicet, quoniam mon est
quid bonum; est vero et tertia opinatio falsa quoque, affirmans aliquid aliud
inesse illi, quod non inest nec inesse potest, puta, quod iustitia sit
fugibilis, quod sit illicita; et hinc intelligitur quarta falsa quoque,
quæ scilicet negat aliquid aliud ab eo quod vera opinio affirmat inesse
iustitiæ, quod tamen inest, ut puta quod non sit qualitas, quod non sit
virtus; si ita inquam est, nulla aliarum falsarum ponenda est contraria
opinioni veræ. Et exponens quid demonstret per ly aliarum, subdit: Neque
quæcumque opinio opinatur esse quod mom est, ut tertii ordinis opiniones
faciunt: meque quæcumque opiEt nio opinatur non. esse quod est, ut quarti
ordinis opiniones significant. causam subdit: Infimitæ enim
utræque sunt, el quæ esse opinantur quod mom est, el quæ mon esse
quod est, ut supra declaratum fuit. Non
ergo quæcunque opiniones oppositæ secundum veritatem et falsitatem contrariæ
sunt. Et sic patet secundum. d. c et: possum (Cann. CarkrANI
lect. xi1) ILLA VERI FALSIQUE OPPOSITIO, QUÆ OPINIONUM CONTRARIETATEM
CONSTITUIT, EST OPPOSITIO SECUNDUM AFFIRMATIONEM ET NEGATIONEM EIUSDEM DE
EODEM. ἀλλ᾽ ἐν ὅσαις ἐστὶν ἡ ἀπάτη. Αὐται δέ εἰσιν ἐξ ὧν αἱ αἱ
t, γενέσεις" ἐκ τῶν ἀντικειμένων δὲ αἱ γενέσεις, ὥστε χαὶ,
^, E ἀπάται. Ei οὖν τὸ
ἀγαθὸν xal ἀγαθὸν xal οὐ χαχόν ἐστι; xad τὸ μὲν καθ᾽ ἑαυτό, τὸ δὲ χατὰ συμβεβηκός
(συμβέβηκε γὰρ αὐτῷ οὐ καχῷ εἶναι), μᾶλλον δὲ ἑκάστου, Sed in quibuscunque
fallacia est. Hæ autem sunt ex his Seq.c.xiv. ex quibus sunt
generationes: ex oppositis vero generationes sunt: quare etiam fallacia.
Si ergo quod bonum est, et bonum, et non malum est; et ἀληθὴς ἡ καθ᾽
ἑαυτό, καὶ ψευδής, εἴπερ καὶ ἀληθής. Ἡ μὲν οὖν ὅτι οὐχ ἀγαθὸν τὸ ἀγαθὸν τοῦ
καθ᾽ ἑαυτὸ ὑπάρχοντος, ψευδής, ἡ δὲ τοῦ ὅτι χακὸν τοῦ κατὰ συμβεβηκός.
“Ὥστε μᾶλλον ἂν εἴη ψευδής τοῦ ἀγαθοῦ ἡ τῆς ἀποφάσεως, ἢ ἡ τοῦ ἐναντίου δόξα.
Διέψευσται δὲ μάλιστα περὶ ἕκαστον ὁ τὴν ἐναντίαν ἔχων. δόξαν: τὰ γὰρ ἐναντία
τῶν πλεῖστον διαφερόντων περὶ τὸ αὐτό. Εἰ οὖν ἐναντία μὲν τούτων ἡ ἑτέρα;
ἐναντιωτέρα δὲ ἡ τῆς ἀποφάσεως, δῆλον ὅτι αὑτὴ ἂν εἴη ἐναντία. Ἢ δὲ τοῦ ὅτι
κακὸν τὸ ἀγαθὸν συμ.πεπλεγμένη ἐστί: xol γὰρ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἀνάγχη ἴσως ὑπολαμβάνειν
τὸν αὐτόν. hoc quidem secundum se, illud vero secundum accidens (accidit
enim ei non malum esse); magis autem in unoquoque vera est, quæ secundum
se est etiam falsa, est falsa siquidem et vera. Ergo ea quæ
est, quoniam non bonum quod bonum est, eius, quæ secundum se
est; eius, quæ illa vero quæ est,
quoniam malum est, est secundum accidens. Quare magis erit falsa de
bono ea, quæ est negationis opinio, quam ea, quæ est contrarii. Falsus
autem est maxime circa singula, qui habet contrariam opinionem: contraria
enim sunt eorum, quæ plurimum circa idem differunt. Si igitur harum
contraria est altera, magis vero negationis est contraria;
manifestum est quoniam hæc erit contraria. Illa vero quæ est, quoniam malum
est, quod bonum est, implicita est. Etenim quoniam non bonum Ἔτι δέ,
εἰ καὶ ἐπὶ τῶν ἄλλων ὁμοίως δεῖ ἔχειν, καὶ ταύτῃ ἂν δόξειε καλῶς concava ἢ
γὰρ πανταχοῦ τὸ τῆς ἀποφάσεως ἢ οὐδαμοῦ. Ὅσοις δὲ μή ἐστιν ἐναντία,
περὶ τούτων ἔστι μὲν ψευδὴς ἡ τῇ ἀληθεῖ ἀντικειμένη, οἷον ὁ τὸν ἄνθρωπον οὐχ
ἄνθρωπον οἰόμενος ον Ei οὖν ἄλλαι αἱ τῆς ἀποφάσεως. αὗται
ἐναντίαι. xal αἱ: Ἔτι ὁμοίως ἔχει ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθὸν καὶ ἡ τοῦ
^, μὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθόν, xad πρὸς ταύταις ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθόν,
καὶ ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν. Τῇ οὖν τοῦ μηὴ ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἁ αθὸν
ἀληθεῖ οὔσῃ δόξῃ τίς ἂν εἴη ἡ ἐναντία ; οὐ γὰρ δ᾽ὴ ἡ λέγουσα ὅτι Xa dv ἅμα
γὰρ ἄν ποτε εἴη ἀληθής, s? hail δὲ ἀληθὴς ἀληθεῖ ἐναντία. Ἔστι γάρ τι
μὴ ἀγαθὸν χακόν, ὥστε ἐνδέχεται ἅμα ἀληθεῖς εἶναι. Οὐδ᾽ αὖ ἡ ὅτι οὐ κακόν:
ἀληθὴς γὰρ καὶ αὕτη" ἅμα γὰρ καὶ ταῦτα ἂν εἴη. Λείπεται οὖν τῇ τοῦ μὴ
ἀγαθοῦ ὅτι οὐχ ἀγαθὸν ἐναντία ἡ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν" ψευδὴς γὰρ
αὕτη. Ὥστε χαὶ ἡ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι οὐκ ἀγαθὸν τῇ τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι ἀγαθόν.
V Φανερὸν δὲ ὅτι οὐδὲν διοίσει οὐδ᾽ ἂν καθόλου τιθῶμεν τὴν κατάφασιν:
ἡ γὰρ καθόλου ἀπόφασις ἐναντία ἔσται, οἷον τῇ δόξῃ τῇ Sobakoóon, ὅτι πᾶν ὃ
ἂν dj ἀγαθὸν ἀγαθόν ἐστιν, ἡ ὅτι οὐδὲν τῶν ἀγαθῶν ἀγα0óv: Ἢ γὰρ τοῦ ἀγαθοῦ
ὅτι ἁ αθόν, εἰ χαθόλου τὸ ἀγαθόν, ἡ αὐτή ἐστι τῇ ὅτι ὃ ἂν ἡ ἀγαθὸν δοξαζούσῃ
ὅτι ἀγαθόν" τοῦτο δὲ οὐδὲν διαφέρει τοῦ ὅτι πᾶν ὃ ἂν fj ἀγαθὸν ἀγαθόν
ἐστι. 'Ομοίως $: xal ἐπὶ τοῦ μὴ ἀγαθοῦ. “Ὥστε εἴπερ ἐπὶ δόξης οὕτως
ἔχει; εἰσὶ δὲ αἱ ἐν τῇ φωνῇ καταφάσεις καὶ ἀποφάσεις σύμβολα τῶν ἐν τῇ ψυχῇ,
δῇλον ὅτι χαὶ καταφάσει ἐναντία μὲν ἀπόφασις ἡ περὶ τοῦ αὐτοῦ χαθόλου, οἷον,
τῇ ὅτι πᾶν ἀγαθὸν ἀγαθόν, ἢ ὅτι πᾶς ἄνθρωπος ἀγαθός, ἡ ὅτι οὐθὲν ἢ οὐδείς,
ἀντιφατικῶς $n ἢ οὐ πᾶν ἢ οὐ πᾶς. est, necesse est forte idem ipsum
opinari. Amplius si etiam in aliis similiter oportet se habere, et
hoc modo videbitur bene esse dictum. Aut enim ubique ea, quæ est contradictionis, aut
nusquam. Quibus vero non est contrarium, de his quidem est falsa ea,
quæ est veræ opposita; ut qui hominem non putat esse hominem, falsus est.
Si ergo hæ contrariæ sunt, etiam
aliæ quæ sunt contradictiones. Amplius similiter se habet
opinio boni, quoniam bonum est, et non boni, quoniam non bonum est. Et
præter has boni, quoniam non bonum est, et non boni quoniam bonum est.
Illi ergo quæ est, non boni quoniam non bonum est; veræ opinationi quænam
est contraria? non enim ea, quæ dicit quoniam malum est: simul enim aliquando
veræ erunt. Nunquam autem vera veræ est contraria: est enim
quidquam non bonum malum. Quare contingit simul esse veras. At vero
nec illa, quæ est, quod non malum: vera enim et, hæc: simul enim et hæc
erunt. Relinquitur ergo, ei, quæ est non-bonum, quoniam non bonum est,
contraria ea, quæ est, non boni, quoniam bonum est. Falsa enim hæc.
Quare et ea, quæ est boni, quoniam non bonum est, ei, quæ est boni,
quoniam est bonum. Manifestum est autem quoniam nihil interest nec si
universaliter ponamus affirmationem. Universalis enim negatio contraria erit;
ut opinioni, quæ opinatur, quoniam omne .quod est bonum, bonum est, ea quæ
est, quoniam nihil horum quæ bona sunt, bonum est. Nam ea quæ
est boni quoniam bonum est, si universaliter sit bonum, eadem est ei quæ
opinatur, quod quidquid bonum est, quoniam bonum est. Hoc autem nihil
differt ab eo quod est, quod omne quod est bonum, bonum est. Similiter autem et
in non bono. Quare si in opinione sic se habet; sunt autem hæ quæ
sunt in voce affirmationes et negationes notæ eorum quæ sunt in anima;
manifestum est quoniam affirmationi contraria quidem negatio est, quæ de eodem
universaliter; ut ei, quæ est, quoniam omne bonum bonum est, vel quoniam omnis
homo bonus, ea quæ est, quoniam nullum vel nullus: contradictorie autem
quæ est, quod non omne aut non omnis. Φανερὸν δὲ ὅτι καὶ ἀληθῇ ἀληθεῖ οὐχ ἐνδέχεται ἐναντίαν εἶναι οὔτε δόξαν οὔτε ἀπόφασιν. ᾿Εναντίαι μὲν γὰρ αἱ περὶ τὰ ἀντικειμενα περὶ ταῦτα δὲ ἐνδέχεται τὸν ἀληθεύειν αὐτόν: x s οὐχ ἐνδέχεται τὰ ἐναντία ὑπαάρχειντῷ αὐτῷ. uia subtili indagatione
ostendit quod nec materiæ contrarietas, nec veri falsique qualisτῷ hcunque oppositio contrarietatem opinionum
ZA constituit, sed quod aliqua veri falsique oppositio id facit, ideo nunc
determinare intendit qualis sit illa veri falsique oppositio, quæ opinionum
contrarietatem constituit. Ex hoc enim directe quæstioni satisfit. Et intendit
quod sola oppositio opinionum secundum affirmationem et negationem
eiusdem de eodem etc. constituit contrarietatem earum. Unde intendit probare
istam conclusionem per quam ad quæsitum respondet: Opiniones oppositæ
secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ; et
consequenter illæ, quæ sunt oppositæ secundum aflirmationem contrariorum
prædicatorum de eodem, non sunt contrariæ, quia Manifestum est autem,
quoniam et veram veræ non contingit esse contrariam, nec opinionem nec
contradictionem. Contrariæ enim, quæ circa opposita sunt; circa eadem
autem contingit verum dicere eumdem; simul autem non contingit eidem
inesse contraria. et illi inter quos est primo fallacia, quia
utrobique termini sunt affirmatio et negatio. Deinde cum dicit: Si ergo
quod bonum est etc., intendit probare maiorem principalis rationis. Et quia
iam declaravit quod ea, in quibus primo est fallacia, sunt
affirmatio et negatio, ideo utitur, loco maioris probandæ, scilicet, opiniones
in quibus primo est fallacia, sunt contrariæ, sua conclusione, scilicet,
opiniones. oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem
sunt contrariæ. Æquivalere enim iam declaratum est. Fecit
autem hoc consuetæ brevitati studens, quoniam sic procedendo, et probat
maiorem, et respondet directe quæstioni, et applicat ad propositum simul.
Probat ergo loco maioris conclusionem principaliter intentam
quæstionis, hanc, scilicet: Opiniones oppositæ secundum affirmasic
affirmativa vera haberet duas contrarias, quod est impossibile. Unum enim
uni est contrarium. Probat autem istam conclusionem tribus rationibus. Prima
est: opiniones in quibus primo est fallacia sunt contrariæ; opiniones
oppositæ secundum affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt in
quibus primo est fallacia; ergo opiniones oppositæ secundum
affirmationem et negationem eiusdem de eodem sunt contrariæ. - Sensus maioris
est: opiniones quæ primo ordine naturæ sunt termini fallaciæ, idest
deceptionis seu erroris, sunt contrariæ: sunt enim, cum quis fallitur seu
errat, duo termini, scilicet a quo declinat, et ad quem labitur. Huius
rationis in littera primo ponitur maior, cum dicitur: Sed in. quibus primo
fallacia est ; adversative enim continuans sermonem supra dictis, insinuavit
non tot enumeratas opiniones esse contrarias, sed eas in quibus primo
fallacia est modo exposito. Deinde subdit probationem minoris
talem: eadem proportionaliter sunt, ex quibus sunt generationes et ex
quibus sunt fallaciæ; sed generationes sunt ex oppositis secundum affirmationem
et negationem; ergo et fallaciæ sunt ex oppositis secundum affirmationem et
negationem. Quod erat assumptum in minore. Unde ponens maiorem huius
prosyllogismi, ait: Hæc autem, scilicet fallacia, est ex bis, scilicet
terminis, proportionaliter tamen, ex quibus sunt et generationes. Et
subsumit minorem: Ex oppositis vero, scilicet secundum affirmationem et
negationem, et generationes fiunt. Et demum concludit: Quare etiam fallacia,
scilicet, est ex oppositis secundum affirmationem et negationem eiusdem de
eodem. 3. Ad evidentiam huius probationis scito quod idem faciunt
in processu intellectus cognitio et fallacia seu error, quod in processu
naturæ generatio et corruptio. Sicut namque perfectiones naturales
generationibus acquiruntur, corruptionibus desinunt; ita cognitione
perfectiones intellectuales acquiruntur, erroribus autem seu deceptionibus
amittuntur. Et ideo, sicut tam generatio quam corruptio est inter
affirmationem et negationem, ut proprios terminos, ut dicitur V Pbysic.; ita
tam cognoscere aliquid, quam falli circa illud, est inter affirmationem et
negationem, ut proprios terminos: ita quod id ad quod primo attingit
cognoscens aliquid in secunda operatione intellectus est veritatis
affirmatio, et quod per se primo abiicitur est illius negatio. Et
similiter quod per se primo perdit qui fallitur est veritatis affirmatio,
et quod primo incurrit est veritatis negatio. Recte ergo dixit quod
iidem sunt termini inter quos primo est generatio, tionem et
negationem eiusdem sunt contrariæ; et non illæ, quæ sunt oppositæ secundum
contrariorum affrmationem de eodem. Et intendit talem rationem. Opinio vera et
eius magis falsa sunt contrariæ opiniones; oppositæ secundum affirmationem
et negationem sunt vera et eius magis falsa; ergo opiniones
oppositæ secundum affirmationem et negationem sunt contrariæ. Maior
probatur ex eo quod, quæ plurimum distant circa idem sunt contraria; vera
autem et eius magis falsa plurimum distant circa idem, ut patet. Minor
vero probaturex eo quod opposita secundum negationem eiusdem de eodem
est per se falsa respectu suæ affirmationis veræ. Opinio autem per se
falsa magis falsa est quacunque alia. Unumquodque enim quod est per se
tale, magis tale est quolibet quod est per aliud tale. Unde ad
suprapositas opiniones in propositione quæstionis rediens, ut ex illis
exemplariter clarius intentum ostendat, a probatione minoris inchoat tali
modo. Sint quatuor opiniones, duæ veraé, scilicet, bonum est bonum,
bonum non est malum, et duæ falsæ, scilicet, bonum non est bonum, et,
bonum est malum. Clarum est autem quod prima vera est ratione sui,
secunda autem est vera secundum accidens, idest, ratione alterius, quia
scilicet non esse malum est coniunctum ipsi bono: ideo enim ista est
vera, bonum non est malum, quia bonum est bonum, et non e contra; ergo
prima quæ est secundum se vera, ést magis vera quam sécunda: quia in
unoquoque genere quæ secundum se est vera est magis vera.
sunt, Illæ autem duæ falsæ eodem modo censendæ quod scilicet
magis falsa est, quæ secundum se est falsa. Unde quia prima earum,
scilicet, bonum non est bonum, quæ est negativa, est per se et non
ratione alterius falsa, relata ad illam affirmativam, bonum est bonum; et
secunda, scilicet, bonum est malum, quæ est affirmativa contrarii, ad
eamdem relata est falsa per accidens, idest ratione alterius (ista enim,
scilicet, bonum est malum, non immediate falsificatur ab illa vera,
scilicet bonum est bonum, sed mediante illa alia falsa, scilicet,
bonum non est bonum); idcirco magis falsa respectu affirmationis veræ est
negatio eiusdem quam affirmatio contrarii. Quod erat assumptum in minore.
6. Unde rediens ad supra positas (ut dictum est) opiniones, infert primas duas
veras opiniones dicens: Si ergo quod bonum. est et bonum est et. mon. est
malum; et hoc quidem, scilicet quod dicit prima opinio, est verum secundum se,
idest ratione sui; illud vero, scilicet quod dicit, ecunda opinio, est
verum secundum accidens, quia acci: it, idest, coniunctum est ei, scilicet
bono, malum non esse. In unoquoque autem ordine magis vera est illa
quæ secundum se est vera. Etiam igitur falsa magis est quæ secundum
se falsa est: siquidem et vera huius est naturæ, ut declaratum est, quod
scilicet magis vera est, quæ secundum se est vera. Ergo illarum duarum
opinionum falsarum in quæstione propositarum, scilicet, bonum non
est bonum, et, bonum est malum, ea quæ est dicens, quoniam non est bonum
quod bonum est, idest negativa, scilicet, bonum non est bonum, est
consistens falsa secundum se, idest, ratione sui continet in seipsa
falsitatem; illa vero reliqua falsa opinio, quæ est dicens, quoniam
malum est, idest, affirmativa contraria, scilicet, bonum est malum, eius,
quæ est, idest, illius affirmationis dijd. Ed. e et
CTS ENT AQUINO TRENT ἀπ᾿ : j centis, bonum est bonum, secundum
accidens, idest, ratione alterius falsa est. Deinde subdit ipsam minorem: Quare erit magis
falsa de bono, opinio negationis, quam contrarii. Deinde ponit maiorem
dicens quod, semper magis falsus circa singula est ille qui babet
contrariam opinionem, ac si dixisset, veræ opinioni magis falsa-est
contraria. Quod assumptum erat in maiore. Et eius probationem subdit,
quia contrarium est de num?ro eorum. quæ. circa idem. plurimum differunt.
Nihil enim plus differt a vera opinione quam magis falsa circa
illam. Ultimo directe applicat ad quæstionem dicens: Quod si (pro,
quia) barum falsarum, scilicet, negationi eiusdem et affirmationis
contrarii, altera est contraria veræ affirmationi, opinio vero contradictionis,
idest, negationis eiuslem de eodem, magis est contraria secundum
falsitatem, idest, magis est falsa, manifestum est quoniam hæc, scilicet
opinio falsa negationis, erit contraria affirmationi veræ, et e contra. Illa
vero opinio quæ est dicens, quoniam malum est quod bonum est, idest, affirmatio
contrarii, non contraria sed implicita est, idest, sed implicans in se
veræ contrariam, scilicet, bonum non est bonum. Etenim necesse est ipsum
opinantem affirmationem contrarii opinari, quoniam idem de quo affirmat
contrarium non est bonum. Oportet siquidem si quis opinatur quod vita est
mala, quod opinetur quod vita non sit bona. Hoc enim necessario sequitur
ad illud, et non e converso; et ideo affirmatio contrarii implicita
dicitur. Negatio autem eiusdem de eodem implicita non est.- Et sic
finitur prima ratio. Notandum est hic primo quod ista regula
generalis tradita hic ab LIZIO de contrarietate opinionum, quod
Scilicet contrariæ opiniones sunt quæ opponuntur secundum affirmationem et
negationem eiusdem de eodem, et in se et in assumptis ad eius probationem
propositionibus scrupulosa est. Unde multa hic insurgunt dubia.Primum est quia
cum oppositio secundum affirmationem et negationem non constituat
contrarietatem sed contradictionem apud omnes philosophos, quomodo
Aristoteles opiniones oppositas secundum affirmationem et negationem ex
hoc contrarias ponat. Augetur et dubitatio quia dixit quod ea in quibus
primo est fallacia sunt contraria, et tamen subdit quod sunt
oppositæ sicut termini generationis, quos constat contradictorie opponi. Nec
dubitatione caret quomodo sit verum id quod supra diximus ex intentione
AQUINO (vedasi), quod nullæ duæ opiniones opponantur contradictorie; cum
hic expresse dicitur aliquas opponi secundum affirmatiónem et negationem.
Dubium secundo insurgit circa id quod assumpsit, quod contraria cuiusque
veræ est per se falsa. Hoc enim non videtur verum. Nam contraria istius veræ, Socrates
est albus, est ista, Socrates non. est albus, secundum
determinata; et tamen non est per se falsa. Sicut namque sua opposita affirmatio est per
accidens vera, ita ista est per accidens falsa. Accidit enim isti
enunciationi falsitas. Potest enim mutari in veram, quia est in
materia contingenti. Dubium est tertio circa id quod dixit: Magis vero
contradictionis est contraria. Ex hoc enim videtur velle quod utraque,
scilicet, opinio negationis et contrarii, sit contraria veræ affirmationi; et
consequenter vel uni duo ponit contraria, vel non loquitur de
contrarietate proprie sumpta: cuius oppositum supra ostendimus. 9.
Ad evidentiam omnium, quæ primo loco adducuntur, sciendum quod opiniones seu
conceptiones intellectuales, in secunda operatione de quibus loquimur, possunt
tripliciter accipi: uno modo, secundum id quod sunt absolute; alio modo,
secundum ea quæ repræsentant absolute; tertio, secundum ea quæ
repræsentant, ut sunt in ipsis opinionibus. Primo membro omisso, quia
non est præsentis speculationis, scito quod si accipiantur secundo
modo secundum repræsentata, sic invenitur inter eas et contradictionis,
et privationis, et contrarietatis oppositio. Ista siquidem mentalis enunciatio,
Socrates est videns, secundum id quod repræsentat opponitur illi,
Socrates non est videns, contradictorie; privative autem illi, Socrales
est cæcus; contrarie autem illi, Socrates est luscus; si accipiantur
secundum repræsentata. Ut enim dicitur ἴῃ Postprædicamentis, non solum cæcitas est
privatio visus, sed etiam cæcum esse est privatio huius quod est
esse videntem, et sic de aliis. Si vero accipiantur opiniones tertio modo,
scilicet, prout repræsentata per eas sunt in ipsis, sic nulla oppositio
inter eas invenitur nisi contrarietas: quoniam sive opposita
contradictorie sive privative sive contrarie repræsententur, ut sunt in
opinionibus, illius tantum oppositionis capaces sunt, quæ inter duo entia
realia inveniri potest. Opiniones namque realia entia sunt. Regulare enim
est quod quidquid convenit alicui secundum esse quod habet in alio,
secundum modum et naturam illius in quo est sibi convenit, et non
secundum quod exigeret natura propria.Inter entia autem realia
contrarietas sola formaliter reperitur. Taceo nunc de oppositione
relativa. Opiniones ergo hoc modo sumptæ, si oppositæ sunt,
contrarietatem sapiunt, sed non omnes proprie contrariæ sunt, sed illæ
quæ plurimum differunt circa idem veritate et falsitate. Has autem
probavit Aristoteles esse opiniones affirmationis et negationis eiusdem
de eodem. Istæ igitur veræ contrariæ sunt. Reliquæ vero per reductionem
ad has contrariæ dicuntur. Ex his patet quid ad obiecta dicendum sit.
Fatemur enim quod affirmatio et negatio in seipsis contradictionem constituunt;
in opinionibus vero existentes contrarietatem inter illas causant propter
extremam distantiam, quam ponunt inter entia realia, opinionem scilicet
veram et opinionem falsam circa idem. Stantque ista duo simul quod ea, in
quibus primo est fallacia, sint opposita ut termini generationis,
et tamen sint contraria utendo supradicta distinctione: sunt enim opposita
contradictorie ut termini generationis secundum repræsentata ; sunt autem
contraria, secundum quod habent in seipsis illa contradictoria. Unde
plurimum differunt. - Liquet quoque ex hoc quod nulla est dissentio inter
dicta LIZIO et AQUINO, quia opiniones aliquas opponi secundum
affirmationem et negationem verum esse confitemur, si ad repræsentata nos
convertimus, ut hic dicitur. Tu autem qui perspicacioris ac provectioris
ingenii es compos, hinc habeto quod inter ipsas opiniones oppositas
quidam tantum motus est, eo quod de affrmato in affirmatum mutatio fit: inter
ipsas vero secundum repræsentata, similitudo quædam generationis et
corruptionis invenitur, dum inter affirmationem et negationem mutatio
clauditur. Unde et fallacia sive error quandoque et motus et mutationis
rationem habet diversa respiciendo, quando scilicet ex vera in per se
falsam, vel e converso, Secundum autem dictum simpliciter verum est,
quoniam quis mutat opinionem ; quandoque autem solam mutationem imitatur,
quando scilicet absque præopinata veritate ipsam falsam offendit quis
opinionem; quandoque vero motus undique rationem possidet, quando
scilicet ex vera affirmatione in falsam circa idem contrarii
affirmationem transit. Quia tamen prima ut quis fallatur radix est oppositio
affirmationis et negationis, merito ea in quibus primo est fallacia,
sicut generationis terminos opponi dixit. Ad dubium secundo loco adductum dico quod
peccatur ibi secundum æquivocationem illius termini per se falsa, seu per
se vera. Opinio enim et similiter enunciatio potest dici dupliciter per se vera
seu falsa. Uno modo, in seipsa, sicut sunt omnes veræ secundum illos
modos perseitatis qui enumerantur I Posteriorum, et similiter falsæ
secundum illosmet modos, ut, bomo non est animal. Et hoc modo non
accipitur in hac regula de contrarietate opinionum et enunciationum
opinio per se vera aut falsa, ut efficaciter obiectio adducta concludit.
Si enim ad contrarietatem opinionum hoc exigeretur non possent esse
opiniones contrariæ in materia contingenti: quod est falsissimum. Alio
modo potest dici opinio sive enunciatio per se vera aut falsa respectu
suæ oppositæ. Per se vera quidem respectu suæ falsæ, et per se falsa
respectu suæ veræ. Et tunc nihil aliud est dicere, est per se vera
respectu illius, nisi quod ratione sui et non alterius verificatur ex
falsitate illius. Et similiter cum dicitur, est per se falsa respectu
illius, intenditur quod ratione sui et non alterius falsificatur
ex illius veritate. Verbi gratia; istius veræ, Socrates
currit, non est per se falsa, Socrates sedet, quia falsitas eius non
immediate sequitur ex illa, sed mediante ista alia falsa, Socrates
non currit, quæ est per se illius falsa, quia ratione sui et non per
aliquod medium ex illius veritate falsificatur, ut patet. Et similiter
istius falsæ, Socrates est. quadrupes, non est per se vera ista, Socrates
est bipes, quia non per seipsam veritas istius illam falsificat, sed
mediante ista, Socrales mon est quadrupes, quæ est per se vera respectu
illius: propter seipsam enim falsitate istius verificatur, ut de se
patet. Et hoc secundo modo utimur istis terminis tradentes regulam de
contrarietate opinionum et enunciationum. Invenitur siquidem sic universaliter
vera in omni materia regula dicens quod, vera et eius per se falsa, et
falsa et eius per se vera, sunt contrariæ. Unde patet responsio ad
obiectionem, quia procedit accipiendo ly per se vera, et per se
falsa primo modo. Ad ultimum dubium dicitur quod, quia inter
opiniones ad se invicem pertinentes nulla alia est oppositio nisi
contrarietas, coactus fuit Aristoteles (volens terminis specialibus uti) dicere
quod una est magis contraria quam altera, insinuans quidem quod utraque
contrarietatis. oppositionem habet respectu illius veræ. Determinat tamen
immediate quod tantum una earum, scilicet negationis opinio, contraria est
affirmationi veræ. Subdit enim: Manifestum est quoniam. bæc contraria erit.
Duo ergo dixit, et quod utraque, tam scilicet negatio eiusdem quam
affirmatio contrarii, contrariatur affirmationi veræ, et quod una tantum
earum, negatio scilicet, est contraria. Et utrunque est verum. Illud
quidem, quia, ut dictum est, ambæ contrarietates oppositione contra
affirmationem moliuntur; sed difformiter, quia opinio negationis primo et
per se contrariatur, affirmationis vero contrarii opinio secundario et
per accidens, idest per aliud, ratione scilicet negativæ opinionis, ut
declaratum est: sicut etiam in naturalibus albo contrariantur et nigrum
et rubrum, sed illud primo, hoc reductive, ut reducitur scilicet ad nigrum
illud inducendo, ut dicitur Pbysicor. simpliciter contraria non sunt nisi
extrema unius latitudinis, quæ maxime distant; extrema autem unius distantiæ
non sunt nisi duo. Et ideo cum inter pertinentes ad se invicem opiniones
unum extremum teneat affirmatio vera, reliquum uni tantum falsæ dandum
est, illi scilicet quæ maxime a vera distat. Hanc autem negativam
opinionem esse probatum est. Hæc igitur una tantum contraria est
illi, simpliciter loquendo. Cæteræ enim oppositæ ratione istius contrariantur,
ut de mediis dictum est. Non ergo uni plura contraria posuit, nec de
contrarietate large loquutus est, ut obiiciendo dicebatur. Deinde cum
dicit: Amplius si etiam etc., probat idem, scilicet quod affirmationi
contraria est negatio eiusdem, et non affirmatio contrarii secunda
ratione, dicens: Si in aliis materiis oportet opiniones se habere
similiter, idest, eodem modo, ita quod contrariæ in aliis materiis
sunt affirmatio et negatio eiusdem; et hoc, scilicet quod diximus de boni
et mali opinionibus, videtur esse bene dictum, quod scilicet contraria
affirmationi boni non est affirmatio mali, sed negatio boni. Et probat hanc
consequentiam subdens: Aut enim ubique, idest, in omni materia, ea
quæ est contradictionis altera pars censenda est contraria suæ affirmationi,
aut nusquam, idest, aut in nulla materia. Si enim est una ars generalis accipiendi contrariam
opinionem, oportet quod ubique et in omni materia uno et eodem modo
accipiatur contraria opinio. Et consequenter, si in aliqua materia negatio
eiusdem de eodem affirmationi est contraria, in omni materia negatio
eiusdem de eodem contraria erit affirmationi. Deinde intendens concludere a
positione antecedentis, affirmat antecedens ex sua causa, dicens quod illæ
materiæ quibus non inest contrarium, ut substantia et
quantitas, quibus, ut in Prædicamentis dicitur, nihil est contrarium. De his quidem est pér se
falsa ea, quæ est opinioni veræ opposita contradictorie, ut qui putat
hominem, puta Socratem non esse hominem, per se falsus est respectu putantis,
Socratem esse hominem. Deinde affirmando ipsum antecedens formaliter,
directe concludit intentum a positione antecedentis ad positionem consequentis
dicens: Si ergo bæ, scilicet, affirmatio et negatio in materia
carente contrario, sunt contrariæ, et omnes aliæ contradictiones
contrariæ censendæ sunt. Deinde cum dicit: Amplius similiter etc., probat
idem tertia ratione, quæ talis est: Sic se habent istæ duæ opiniones de
bono, scilicet, bonum est bonum, et, bonum non est bonum, sicut se habent
istæ duæ de non bono, scilicet, non bonum non est bonum, et, non bonum est
bonum. Utrobique enim salvatur oppositio contradictionis. Et primæ
utriusque combinationis sunt veræ, secundæ autem falsæ. Unde proponens hanc
maiorem quoad primas veras utriusque combinationis ait: Similiter se
babet opinio boni, quoniam bonum est, et non boni quoniam mon est
bonum. Et subdit quoad secundas utriusque falsas: Et super bas opinio
bomi quoniam mon est bonum, et. non boni quoniam .est bonum. Hæc est
maior. Sed illi veræ opinioni de non bono,scilicet, non bonum non est
bonum, contraria non est, non bonum est malum, nec bonum non est
malum, quæ sunt de prædicato contrario, sed illa, non bonum est bonum,
quæ est eius contradictoria ; ergo et illi veræ opinioni de bono,
scilicet, bonum est bonum, contraria erit sua contradictoria, scilicet,
bonum non est bonum, et non affirmatio contrarii, scilicet, bonum est
malum. Unde subdit minorem supradictam dicens: Illi ergo veræ opinioni non
boni, quæ est dicens quoniam scilicet non bonum non est bonum, quæ est.
contraria. Non enim est sibi contraria ea opinio, quæ dicit affirmativæ
prædicatum contrarium, scilicet, quod non bonum est malum: quia istæ duæ
aliquando erunt simul veræ. Nunquam autem vera opinio veræ contraria est.
Quod autem istæ duæ aliquando simul sint veræ, patet ex hoc quod
quoddam non bonum malum est: iniustitia enim quoddam non bonum est, et
malum. Quare contingeret contrarias esse simul veras: quod est impossibile. At
vero nec supradictæ veræ opinioni contraria est illa opinio, quæ est
dicens prædicatum contrarium negativæ, scilicet, non bonum non est malum, eadem
ratione, quia simul et hæ erunt veræ. Chimæra enim est quoddam non bonum,
de qua verum est simul dicere quod non est bona, et quod non est mala.
Relinquitur ergo tertia pars minoris quod ei opinioni veræ quæ, est
dicens quoniam non bonum non est bonum, contraria est ea opinio. non boni, quæ
est dicens quod est bonum, quæ est contradictoria ilius. Deinde
subdit mativæ quæ est, omne bonum est bonum, vel, omnis homo est
bonus, contraria est universalis negativa, ea scilicet, nullum bonum est
bonum, vel, nullus homo est bonus: singula singulis referendo. Contradictoria
autem negatio, contraria illi universali affirmationi est, aut, non
omnis homo est bonus, aut, non omne bonum est bonum, singulis singula
similiter referendo. - Et sic posuit utrunque divisionis membrum, et
declaravit. 18. Sed est hic dubitatio non dissimulanda. Si enim
affirmationi universali contraria est duplex negatio, universalis scilicet et
contradictoria, vel uni duo sunt contraria, vel contrarietate large
utitur Aristoteles: cuius oppositum supra declaravimus. Augetur et
dubitatio: quia in præcedenti textu dixit Aristoteles quod, nihil
interest si universalem negationem faciamus ita contrariam universali
affBrmationi, sicut singularem singulari. conclusionem intentam: Quare et
ei opinioni boni, quæ dicit bonum est bonum, contraria est ea boni
opinio, quæ dicit quod bonum non est bonum, idest, sua contradictoria.
Contradictiones ergo contrariæ in omni materia censendæ sunt. Deinde cum
dicit: Manifestum est igitur etc., declarat determinatam veritatem extendi ad
cuiusque quantitatis opiniones. Et quia de indefinitis, et particularibus,
et singularibus iam dictum est, eo quod idem evidenter apparet de
eis in hac re iudicium (indefinitæ enim et particulares nisi pro eisdem
supponant sicut singulares, per modum affirmationis et negationis non
opponuntur, quia simul veræ sunt); ideo ad eas, quæ universalis
quantitatis sunt se transfert, dicens, manifestum esse quod nihil
interest quoad propositam quæstionem, si universaliter ponamus affirmationes.
Huic enim, scilicet, universali affirmationi, contraria est universalis negatio,
et non universalis affirmatio de contrario; ut opinioni quæ opinatur,
quoniam omne bonum est bonum, contraria est, nihil horum, quæ bona sunt,
idest, nullum bonum est bonum. Et declarat hoc ex quid nominis
universalis affirmativæ, dicens: Nam eius quæ est boni, quoniam bonum
est, si universaliter sit bonum : idest, istius opinionis universalis, omne
bonum est bonum, eadem est, idest, æquivalens, illa quæ opinatur, quidquid est
bonum est bonum; et consequenter sua negatio contraria est illa quam dixi,
nihil horum quæ bona sunt bonum est, idest, nullum bonum est bonum. Similiter
autem se habet in non bono: quia affirmationi universali de non bono
reddenda est negatio universalis eiusdem, sicut de bono dictum est.
Deinde cum dicit: Quare si in opinione
sic se ba/- Cf. lect. præced. n. 1, 5 seqq. Num. 2r. Cf. lect. præced.
n. 5, seqq. æe Ὑ I eu ER CP πο
INCUBE FRE bet etc., revertitur ad respondendum quæstioni
primo motæ, terminata iam secunda, ex qua illa dependet. Et circa
hoc duo facit: quia primo respondet quæstioni; secundo, declarat quoddam dictum
in præcedenti solutione; ibi: Manifestum est autem quoniam etc. Circa primum
duo facit. Primo, directe respondet quæstioni, dicens: Quare si in
opinione sic se' babet contrarietas, ut dictum est; et affirmationes et
negationes quæ sunt in voce, notæ sunt eorum, idest, affirmationum et
negationum quæ sunt in anima; manifestum. est. quoniam. affirmationi, idest,
enunciationi affirmativæ, contraria erit negatio circa idem, idest,
enunciatio negativa eiusdem de eodem, et non enunciatio affirmativa
contrarii. Et sic patet responsio ad primam quæstionem, qua quærebatur,
an enunciationi affirmativæ contraria sit sua negativa, an
affirmativa contraria ἢ. Responsum est enim quod negativa est contraria.
Secundo, dividit negationem contrariam affirmationi, idest, negationem
universalem et contradictoriam, dicens: Universalis, scilicet, negatio,
affirmationi contraria est etc. Ut exemplariter dicatur, ei enunciationi
universali affirEt ita declinari non potest quin affirmationi universali
duæ sint negationes contrariæ, eo modo quo hic loquitur de contrarietate
Aristoteles. Ad huius evidentiam notandum est quod, aliud est loqui
de contrarietate quæ est inter negationem alicuius universalis affirmativæ
in ordine ad affirmationem contrarii de eodem, et aliud est loqui de
illamet universali negativa in ordine ad negationem eiusdem affrmativæ
contradictoriam. Verbi gratia: sint quatuor enunciationes, quarum
nunc meminimus, scilicet, universalis affirmativa, contradictoria,
universalis negativa, et universalis affirmatio contrarii, sic dispositæ in
eadem linea recta: Omnis bomo est iustus, non omnis bomo est iustus,
omnis bomo non est iustus, omnis bomo est iniustus: et intuere quod
licet primæ omnes reliquæ aliquo modo contrarientur, magna
tamen differentia est inter primæ et cuiusque earum
contrarietatem. Ultima enim, scilicet affirmatio contrarii, primæ
contrariatur ratione universalis negationis, quæ ante ipsam sita est:
quia non per se sed ratione illius falsa est, ut probavit Aristoteles,
quia implicita est*. Tertia autem, idest universalis negatio, non per se
sed ratione secundæ, scilicet negationis contradictoriæ,
contrariatur primæ eadem ratione, quia, scilicet, non est per se
falsa illius affirmationis veritate, sed implicita: continet enim
negationem contradictoriam, scilicet, nom ommis bomo est iustus, mediante
qua falsificatur ab affirmationis veritate, quia simpliciter et prior est
falsitas negationis contradictoriæ falsitate negationis universalis:
totum namque compositius et posterius est partibus. Est ergo inter
has tres falsas ordo, ita quod affirmationi veræ contradictoria
negdtio simpliciter sola est contraria, quia est simpliciter respectu
illius per se falsa; affirmativa autem contrarii est per accidens
contraria, quia est per accidens falsa; universalis vero negatio, tamquam
medium sapiens utriusque extremi naturam, relata ad contrarii
affirmationem est per se contraria et per se falsa, relata autem ad
negationem contradictoriam est per accidens falsa et contraria. Sicut rubrum ad
nigrum est album, et ad album est nigrum, ut dicitur in V Physicorum.
Aliud igitur est loqui de negatione universali in ordine ad
affirmationem contrarii, et aliud in ordine ad negationem
contradictoriam. Si enim primo modo loquamur, sic negatio
universalis per se contraria et per se falsa est; si autem secundo modo,
non est per se falsa, nec contraria affirmationi. Quia ergo agitur ab
Aristotele nunc quæstio, inter affirmationem contrarii et negationem quæ
earum contraria sit affirmationi veræ, et non agitur quæstio
ipsarum negationum inter se, quæ, scilicet, earum contraria sit illi
afhrmationi, ut patet in toto processu quæstionis; ideo Aristoteles
indistincte dixit quod utraque negatio est contraria affirmationi veræ,
et non affirmatio Cf.supra n. 4, seqq. E
contrarii. Intendens per hoc declarare diversitatem quæ st
inter affirmationem contrarii ét negationem in hoc quod veræ
aífirmationi contrariantur, et non intendens dicere quod utraque negatio
est simpliciter contraria. Hoc enim in dubitatione non est quæsitum, sed
illud tantum.- Et similiter dixit quod nihil interest si quis ponat
negationem universalem: nihil enim interest quoad hoc, quod affirmatio
contrarii ostendatur non contraria affirmationi veræ, quod inquirimus. Plurimum
autem interesset, si negationes ipsas inter se discutere vellemus quæ
earum esset affirmationi contraria.- Sic ergo patet quod subtilissime
Aristoteles locutus de vera contrarietate enunciationum, unam uni contrariam
posuit in omni materia et quantitate, dum simpliciter contrarias
contradictiones asseruit. Deinde cum dicit: Manifestum est autem etc.,
resumit quoddam dictum ut probet illud, dicens: Manifestum est autem. ex
dicendis quod mom contingit veram. veræ contrariam esse, nec in opinione
mentali, mec in contradictione, idest, vocali enunciatione. Et causam
subdit: quia contraria sunt quæ circa idem opposita sunt; et consequenter
enunciationes et opiniones veræ circa diversa contrariæ esse non possunt. Circa
idem autem contingit simul omnes veras enunciationes et opiniones
verificari, sicut et significata vel repræsentata earum simul illi
insunt: aliter veræ tunc non sunt. Et consequenter omnes veræ
enunciationes et opiniones circa idem contrariæ non sunt, quia contraria
non contingit eidem simul inesse. Nullum ergo verum sive sit circa idem,
sive sit circa aliud, est alteri vero contrarium. Et sic finitur
expositio huius libri Perihermenias. Anno Nativitatis Dominicæ 1496, in Festo
Divi Thomae Aquinatis. Cui sit honor et gloria, eo quod dederit opus a se
inceptum, tanto tempore incompletum, perfici. Grice turns to a third mode
of unification, which he would describe as Cajetan in nature, and what is
possibly the most baffling of the various ways explicitly suggested by
Aristotle as being those in which what Grice is calling this unification or
aequi-vocality the multiplicity of significations may arise, even if made less
baffling by Vio – vide Ashford. These will be those cases in which the
application of an epithet or expression E to a range of items is accounted for
by an analogy detectable within that range. More explicitly, an analogy between
the specific ‘universal’ which determines the application of the epithet or
expression, or between an exemplification of that ‘universal’ by this or that
type of item. Even more explicitly, an analogy between the universals U1, U2, …
Un, which determines the application of the epithet or expression, or between
an exemplifications of U1, U2, … Un, by items of the sorts ly. lo etc., The
puzzling character of Aristotle's treatment of this topic arises from a number
of different factors. First, there are a few things which Aristotle himself
might have done to aid our comprehension. He might have given us a firm list of
examples of epithets or expressions, the application of which to a given range
of items is to be accounted for in this way. Alternatively, Aristotle might
have given us a reasonably clearer characterisation of the kind of accounting
which analogy is supposed to provide, leaving it to us to determine the range
of application of this kind of accounting. Unfortunately he does neither of
these things. Aristotle only offers us the most meagre hints about the way in
which analogy might ‘unify,’ via aequi-vocality, the various applications of an
epithet. We are told, for example, that as seeing is in the eye, so
understanding is in the soul with the implicature that this fact accounts for
the application of see both to a case of optical vision and a case of
intellectual ‘vision.’ He also suggests that analogy is responsible for the
application of the calm both to an undisturbed body of sea water and to an
undisturbed expanse of air. Such offerings do not get us very far. Furthermore,
not surprisingly, where Aristotle seems to fear to tread his commentators are
most reluctant to plant their own feet. Perhaps the least unhelpful suggestion
comes from a latter-day commentator, not Avicenna, but the influential Oxford,
indeed Scottish, philosopher W. D. Ross, who suggests, as Aristotle's view,
that the application of good is attributable to the fact that within one category
C1 items which are good are related to an item in general belonging to that
category, in a way which is analogous to the way in which a good item (say, a
good cabbage) in some second category C2 is related to the general run of items
which belong to that second category. Apart from the obscurity in the
presentation of this idea, Ross's suggestion takes for granted something which
Aristotle himself does not tell us, viz. that the application of the epithet
good is one exemplification of unification or aequi-vocality of a
value-oriented concept which is the outcome of analogy. Ross's suggestion about
good would, moreover, be at best only a description of one special case of
analogical unification via aequi-vocality, and would not give us any general account
of such unification. Grice adds that little supplementary assistance is
derivable from those who study general concepts. Such philosophers seem to
adhere to the principle that silence is golden when it comes to discussion of
such questions as the relation between analogy, and her sisters: metaphor,
simile, allegory, and parable. So far as Aristotle himself is concerned, it
seems fairly clear to Grice that the primary notion behind the concept of
analogy is that of ‘proportion’: a:b::c:d. This notion is embodied, for
example, in Aristotle's treatment of just. where one kind of just is alleged to
consist in a due proportion between return, reward, or penalty, and antecedent
desert, merit, or demerit. But it does remains a bit of a mystery how what starts
life as, or as something approximating to, a quantitative relationship gets
converted into a non-quantitative relation of correspondence or affinity. It
looks as if we might be thrown back upon what we might hope to be an inspired
conjecture. Grice takes as task the provision of an example, congenial to
Aristotle, of the unification by analogy of the application to a range of
objects of some epithet. Grice expects this to involve the detection of an
analogical link between the exemplifications of the variety of this or that
universal which the epithet may be used to ‘signify.’ Grice’s chosen specimen
is grow. In the case of grow, a number of different kinds of shifts might be
thought of as possessing an analogical unification by aequi-vocality. One of
these would be examples of shifts in respect of what might be termed a
syntactical metaphysical or ontological category. A substance, indeed a
physical substance like a lump of wax or a mass of metal, might be said to
grow. It would be tempting here to suggest that the relevantly involved
‘universal,’ that of increase in size or getting larger, provides the
foundational instance of the literal ‘signification’ or sense of a universal by
the application of th expression grow. We have here, so to speak, the 'ground-floor'
signification – dictiveness -- of grow. But now, not only the physical
substance itself but some accident of the substance may also be said to grow.
Not only the piece of wax, but its magnitude, some event or process in its
history, its powers or causal efficacy and its aesthetic quality or beauty
might each be said to grow. And it seems not unplausible to suggest that though
growth on the part of these non-substantial accidents is different, and more
or, again, less boringly connected with growth on the part of the substance,
there will always be some kind of correspondence, indeed analogical connection,
between grow in the case of a non-substantial item and grow in the initial case
of a substantial item. Another and different kind of categorial variation may
separate some of the universals which the grow may be used to ‘signify’ from
others. These will be connected with differences in some sub-category within
the category of substance within which fall different sorts of items which may
be said to grow. Different universals may be ‘signified’ by someone who speaks
of a plant as growing and by someone who speaks of a human being as growing.
The connection between these diverse realisations of grow may rest on, say,
vegetal, analogy. In what is called the grow of a plant, such as a rose,
internally originated increase in size seems to occupy a prominent place. In
the case of a human being, the kind of development which may be involved in the
grow may be much more varied and complex. The link between the two distinct
universals which may be ‘signified’ might be provided by analogy between the
roles which such changes fulfill in the development of the very different kinds
of substances which are being characterised. No doubt many further kinds of
analogical connection would emerge within the general practice of attributing
this or that grow. Grice’s next endeavour will be an attempt to supply some
general account of the way in which the presence of analogy may serve to unify
multiplicity of signification; and if such an account should be found to offer
prospects of distinguishing analogy from other concepts, particularly metaphor
(as conversational implicature, as in the song title, ‘You’re the cream in my
coffee’ to use Grice’s example in ‘Logic and conversation,’ which belongs to
the same general family, that would be a welcome aspect of the account. It is
Grice’s idea that, in metaphorical -- rather than literal -- description, a
universal is ‘signified’ (you’re my pride and joy), which though distinct from
that which underlies the literal signification of the epithet (the cream in the
coffee) is nevertheless recognisably similar to the literal signification.
Grice comes then to the concept of analogy itself. Grice starts by considering
this or that item, I1, I2, … In, any one of which may be called an S. Grice
initially supposes that being an S consists in belonging to a substantial type
or kind, or category S, though that supposition may be relaxed. Grice’s move is
to assume that being an S, consists in being subject to a system of laws which
jointly express the nature, metier, or essentia, of the type or kind Si.
Further, these laws, which furnish the core theory of S,, are to be formulated
in terms of a finite set of Si-core properties -- let us say P1 to Pn. Each law
involves an ordered extract from the core set. Their totality governs any fully
authentic Sy. This totality may well not include every law which applies to S,:
but it does include every law which is deemed to be relevant to the identity or
identification of Sy, every law which determines whether or not a particular
item I1, I2, … In, is to count as an 5. Grice next considers not merely things
each of which is an S, but also things each of which is an Sz. It remains an
open question whether or not the type S is to be deemed identical with the type
S1. Grice assumes that, as in the case of S, membership of S, is determined by
conformity to a system of laws relating to those properties which are central
to S2. Grice symbolises these properties by the set of devices Or ... Q.. We
now have various possibilities to consider. The first is that every law which
is central to the determination of Sz is a mirror image of a law which is
central to S,; and that the converse of this supposition also obtains. To this
end, we assume that the properties which are central to being an S, are the
properties of the devices O, through Os; and that if a law involving a certain
ordered extract from the set P through P, belongs to the central theory of S to
a law involving an exactly corresponding ordered extract from the set O,
through O, will belong to the central theory of S; and that the same holds in
reverse. In that case, we are in the position to say that there is a perfect
analogy between the central theories of S, and Sz; in which case, it may also
be tempting to say that the types S, and S, are essentially identical. We
should recognize that if we yield to this temptation we are not thereby forced
to say that Sy and S, are indistinguishable, they might, for example, be
differently related to perception, only one of them, perhaps, being accessible
to sight. We shall only be forced to allow that essentially, or theoretically,
the types are not distinct. The possibility just considered is that of a total
perfect analogy between the central theories of S, and Sa. There is also,
however, the possibility of a merely partial pertect analogy between S, and Sz.
That is to say part of the central theory of one type, say S, may mirror the
whole of the central theory of Sz, or again may mirror some part of a central
theory of Sz. In such a circumstance, one might be led to say, in one case,
that the type S, is a special case of the type S,; or, in another case, that
the types S, and S, both fall under a common super-type, determined by the
limited area of perfect analogy between the central theories of S, and Sz.
Another possibility will be that no perfect analogy, either total or partial,
will hold between the two central theories. The best that can be found are
imperfect analogies which will consist in laws central to one type
approximating, to a certain degree, with the status of being analogues of laws
central to the other. At this stage, Grice proposes a relaxation in the
characterization of the signification of such symbols as 'S!', 'Sz etc., which
till now I have been regarding as ‘signifying’ or denoting substantial types or
kinds, reference to which is made in more or less regimented discourse of a
theoretical or ‘alethic’ sort. But Grice allows for such symbols as being
allowed to relate to what he hopes might be legitimately regarded as an
informal precursor of the afore-mentioned substantial types, as expressing this
or that concept of one or other classificatory sort, concepts which will be
deployed in an unregimented description or explanations as pre-theoretical.
Examples of such unregimented classificatory concepts might be concepts such as
that of an investor, a doctor, a vehicle, a confidante, and so on. Grice would
hope that in many ways their general character or metier might run parallel to
that of their more regimented counterpart. In particular, Grice hopes and
expects that the nature of such concepts would be bound up with conformity to a
certain set of central generalities, like platitudes, truisms, etc. To be an
investor or a vehicle will be to perform a metier, that is, to do a sufficient
number of the kinds of things which are typically even stereotypically done by
an investor or a vehicle. Grice expects, however, that the variety of possible
forms of generalisation might considerably exceed the meagre armament which a
theoretical enquirer normally permit themselves to employ. Grice also hopes and
expects that the generalities which would be expressive of the nature of a
particular classificatory concept would be formulable in terms of a limited
body of features which would be central to the concept in question. This
material might be sufficient to provide for the presence, from time to time, of
analogy, at least of imperfect analogy, between such generalities which aro
expressive of distinct classificatory concepts. When they occur, such analogies
might be sufficient to provide for some unity or uni-vocality of
‘signification’ in the employment of a single epithet to ‘signify’ even
different classificatory concepts; and this unity or aequi-vocality of
‘signification’, in turn, might be sufficient to justify the idea that, in such
a case, the expression in question is used with a single ‘significatoin,’
lexical meaning, or Fregean sense. Grice concludes his ‘Aristotle on the
multiplicity of being’ with some suggestions about the interpretation of the
concept of analogy as a possible foundation for the unity of ‘signification’
with two supplementary comments. His first comment is that there seems to be a
good case for supposing that anyone who, like VIO did, accepts an account of an
analogy-based unity of signification should not feel free to combine it with a
rejection of the so-called analytic-synthetic distinction. After all, the
analogy-based unity account relies crucially on a connection between the
application of a particular concept and the application of a system of laws, or
some such generalities, which is expressive of that concept. This, in tum,
relies on the idea of a stock of further concepts, in terms of which these laws
and generalities are to be formulated, being central to the original concept.
But it seems plausible, if not mandatory, to suppose that such centrality
involves a non-contingent connection between the original concept and the
concepts which are said to be central to it, a connection which cannot he
admitted by one who denies the analytic/synthetic distinction, as Quine and his
fellow nominalists did. So either one does accept the analytic/synthetic
distinction, or one rejects at least this account of analogy-based unity of
‘signification.’ Grice makes no attempt here to decide between these
alternatives. Grice’s second comment is that material introduced in Grice’s
suggested elaboration of the notion of analogy, particularly the connection
between concepts and conformity to laws or some such generalities, may serve to
provide a needed explanation and justification of an initial idea that the
applicability of a single defining formula, couched in terms of the ideas of
genus, but also species, and differentia is a paradeigmatic condition, if not
an indispensable condition, for identity of ‘sigification,’ never mind unity.
We might, for a start, agree to treat a situation in which the applicability of
an epithet to an item I1 rests on a conformity to exactly the same laws or
generalities as does its application to item I2, as being a limiting case of
partially perfect analogy. But situations in which no such interpretation at
all is required may be treated as limiting cases of situations in which, though
re-interpretation is required, one such re-interpretation is available which
achieves such partial perfect analogy. As one might say, a law is perfectly
analogous with itself. Situations, then, in which an epithet or expression E
applies to a range of items I1, I2, … In, solely by virtue of the presence of a
single ‘universal,’ and so of a single set of laws, may be legitimately
regarded as a specially exemplary instance of a kind of unity which is required
for identity of ‘signification.’ Both a proper assessment of Aristotle's
contribution to metaphysics and the analysis of ‘meaning’ or ‘signification,’
and studies in the theory of meaning themselves might profit from a somewhat
less localised attention to questions about the relation between a ‘universal’
and ‘signification’ than is visible in Grice’s reflections. Grice has it in
mind to raise not the general question whether, despite what he calls the
school of latter-day nominalists, an analysis of ‘signification’ requires an
abstract entity such as a ‘universal,’ to which Grice assumes an affirmative
answer), but rather the question in what way the concept of a ‘universal’ is to
be supposed to be relevant to the analysis of ‘signification.’ Consideration of
the practices of latter-day lexicographers, so far from supporting a charge
that, at least on Grice’s interpretation of him, Aristotle proposes an
illegitimate divorce between the concept of a ‘universal’ and the concept of
‘signification’ suggests that it would be proper to go a deal further than did
Aristotle himself in championing such a divorce. There will be many different
forms of connection between the varieties of the concept of a ‘universal’ which
may be ‘signified’ by a non-equivocable expression beyond that countenanced by
the tradition of the theory of definition alla Robinson, and even perhaps
beyond the extensions to that theory envisaged by Aristotle himself. These
forms will include some form of connection like that involved in metonymy or
synecdoche, recognised by later grammatical theorists, and no doubt others as
well. It would, Grice suggests, be a profitable undertaking to study carefully
the contents of a good modern dictionary, with a view to constructing an
inventory of these various modes of connection. Such an investigation would,
Grice suspects, reveal both that, in a given case, the invocation of one mode
of connection may be subordinate and posterior to the invocation of another,
and also that there is no prescribed order or limitation of order which such
invocations must observe. Grice suspects, also, that it might emerge that the
question whether variations in ‘signification’ are thought of as synchronic or
diachronic has no bearing on the nature of these uniting connections. The same
form of connection may be available in both cases, and either case may in turn
well be found to correspond with the range of such different figures of speech
which conversational practice may typically employ for the effect of
implicature. Should this conjecture turn out to be correct, the underlying
explanation of its truth might, Grice would guess, run along the following
lines. Rational communication, in pursuit of its co-operative purpose,
encounters a boundless, indeed unpredictable, multitude – indeed multiplicity
-- of distinct situations. Perhaps unlike a computer we shall not have, ready
made, any vast array of forms of description and explanation from which to
select what is suitable for a particular conversational occasion. We shall have
to rely on our rational capacities, particularly those for imaginative
construction and combination, to provide for our needs as they arise. It would
not then be surprising that the operations will reflect, in this or that way,
the character of the capacities on which we rely. Grice confesses to only
the haziest of conception bow such an idea might be worked out in detail. Which
is a long way from the aequi-vocality of ‘being’! Enter Aequi-vocality. In his
fourth Kant lecture Grice confesses to have been so far in the early stages of
an attempt to estimate the prospects of what he names as an AEQUI-vocality
thesis,” – that is, a thesis, or set of theses, which claims that an expression
is UNI-vocal. In ‘Aristotle on the multiplicity of being’ the univocity is
veiled under the guise of unification, but the spirit lives on! Vio. Keywords:
analogia, commentary on Porphyry on Aristotle’s categories, the example of
‘healthy’[sanus, corpore, medicina, excrementum], analogy in philosophical
eschatology, analogy of proportion, aequivocality, Grice, “focal unity”,
“Aristotle on the multiplicity of ‘being’” – ‘healthy’ – an animal is healthy –
various types of analogy. Unfortunately, the Germans focus more on his, the
saint’s, fight with Luther!” Seminar by Grice and Austin on DE INTERPRETATIONE
– the Vio commentary. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e de Vio” – Luigi Speranza, “Grice e Vio: Le categorie”
-- The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. VIO.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Virgilio: la ragione conversazionale e la leggenda
d’Enea a Roma – la scuola d’Andes -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pietola). Abstract: Grice: “We English have Beowulf; the Romans
have Vergil!” --. Keywords: Portico, Orto. Filosofo romano. Filosofo italiano. Pietole, Borgo Virgilio, Andes,
Mantova. Publio Virgilio Marone Voce Discussione Leggi Modifica Modifica
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Virgilio (disambigua). Publio Virgilio Marone Publio Virgilio Marone,
noto semplicemente come Virgilio o Vergilio (in latino: Publius Vergilius Maro,
pronuncia classica o restituta: [ˈpuːblɪ.ʊs wɛrˈɡɪlɪ.ʊs ˈmaroː]; Andes –
Brindisi), è stato un poeta romano, autore di tre opere, tra le più famose e
influenti della letteratura latina: le Bucoliche[2][4] (Bucolica), le Georgiche
(Georgica), e l'Eneide (Aeneis). Al poeta viene attribuita anche una
serie di componimenti giovanili, la cui autenticità è oggetto di discussioni
accademiche, che si è soliti indicare nel complesso come Appendix Vergiliana
(Appendice Virgiliana).[1] V., per il senso sublime dell'arte e per
l'influenza che esercitò nei secoli, viene considerato il massimo poeta di
Roma,[1] nonché l'interprete più completo del grandioso momento storico che,
dalla morte di Giulio Cesare, conduce alla fondazione del Principato e
dell'Impero ad opera di Augusto.[1] L'opera di V., presa a modello e
studiata fin dall'antichità, ha avuto una profondissima influenza sulla
letteratura e sugli autori occidentali, in particolare su Dante Alighieri e la
sua Divina Commedia, nella quale V. funge anche da guida dell'Inferno e del
Purgatorio.[2] Biografia Immagine giovanile del poeta V., di
profilo e con la corona di alloro, di autore ignoto. A differenza di altri
poeti latini, sono molte le notizie giunte fino a noi, da fonti dirette o da
testimonianze indirette, in merito alla biografia di V.. La nascita
Casalpoglio, zona di Castel Goffredo, possibile luogo di nascita di V. Il poeta
nacque ad Andes, un piccolo villaggio sito nei pressi dell'antica città di
Mantua (odierna Mantova), nella Gallia Cisalpina (abolita ed annessa all'Italia
proprio durante la sua vita), il 15 ottobre del 70 a.C. da una benestante
famiglia di coloni romani, figlio di Marone Figulo, un piccolo proprietario
terriero, arricchitosi considerevolmente con l'apicoltura, l'allevamento e
l'artigianato, e di Màgia Polla, figlia a sua volta d'un facoltoso mercante,
Magio, al cui servizio aveva lavorato il padre del poeta in passato. Andes
(dalla radice etimologica and- che indica il cammino ad anse di un corso
fluviale) era il nome celtico del borgo sulla riva destra del fiume Mincio ove
nacque il Sommo Poeta, borgo che, rientrato nel feudo dei Canossa che ivi
costruirono l'importante pieve, nel medioevo mutò il nome in Pletule. Suo padre,
a quanto riferito, apparteneva alla gens Vergilia - di scarsa attestazione
all'infuori di sole quattro iscrizioni rinvenute nei pressi di Verona (3) e
dell'odierna Calvisano (1), che suggerirebbero pure una sua parentela con la
gens Munatia[6] -, mentre sua madre alla gens Magia, d'origine campana. Il
biografo Foca lo definisce "vates Etruscus" e le origini etrusche
vengono confermate dallo stesso poeta nell'Eneide: " Mantua dives
avis....ipsa caput populis: Tusco de sanguine vires" (E. X, 201
ss.). Il nome Marone (in latino Maro) deriverebbe dalla carica politica
etrusca di maru.[8] L'ubicazione esatta del borgo natio del Vate è stata
oggetto di controversie; tuttavia, stando all'identificazione più accreditata
facente capo agli studi dei più eminenti filologi classici e studiosi della
tradizione virgiliana[senza fonte], esso corrisponderebbe al borgo di Pietole,
in prossimità delle acque del Mincio, nelle vicinanze di Mantova, nome assunto
nel corso del Medioevo, divenuto poi, in tempi recenti, "Pietole
Vecchia" per distinguerlo da "Pietole Nuova" venuta a formarsi
tra Sette e Ottocento in prossimità della strada Romana, a due chilometri
dall'antico borgo natale sito in prossimità del fiume; il borgo natio del Poeta
ha ripreso alcuni anni fa l'antico nome celtico Andes ed è divenuto, nel 2014,
con la fusione dei comuni di V. e Borgoforte, una frazione del comune di Borgo V..
L'attuale Pietole corrisponde dunque a Pietole Nuova. La fama dell'antica
Pietole come luogo di pellegrinaggio e venerazione, poiché fu considerato sin
dai primi secoli dopo la morte il borgo natale del vate e "profeta di
Cristo", è testimoniata da Dante Alighieri nella Divina Commedia
(Purgatorio, XVIII 83) e dalle opere di Giovanni Boccaccio e di altri
scrittori[Chi?]. Altri studi[5] sostengono invece che il corrispettivo odierno
dell'antica Andes vada ricercato nella zona di Casalpoglio, frazione di Castel
Goffredo, così come anche per il comune di Calvisano è stata avanzata l'ipotesi
d'una sua identificazione col luogo di nascita del poeta, sulla base anche di
un'iscrizione recante il nome della gens paterna nei suoi pressi[13][14] (si
vedano in tal senso gli studi e le ricerche effettuate dal filologo ed
accademico inglese Conway). Secondo altri[chi?], corrisponderebbe all'odierno
Redondesco, comune situato a ovest di Mantova, lungo l'antica strada romana
Postumia. Analisi sul toponimo sembrano confermare questa ipotesi[senza
fonte]. La formazione e l'avvicinamento all'epicureismo V. frequenta la
scuola di grammatica a Cremona, poi la scuola di filosofia a Milano, dove si
avvicina alla corrente filosofica epicureista grazie a Sirone e infine la
scuola di retorica a Roma. Qui conobbe molti poeti e uomini di cultura e si
dedicò alla composizione delle sue opere. Inoltre nella capitale portò a
termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola di
Epidio, un maestro importante di quell'epoca. Lo studio dell'eloquenza doveva
fare di lui un avvocato e aprirgli la via per la conquista delle varie cariche
politiche. L'oratoria di Epidio non era certo congeniale alla natura del mite V.,
riservato e timido, e dunque quantomai inadatto a parlare in pubblico. Infatti,
nella sua prima causa come avvocato non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a
ciò V. entrò in una crisi esistenziale che lo portò, non ancora trentenne, a
spostarsi dopo il 42 a.C. a Napoli, per recarsi alla scuola dei filosofi
Filodemo di Gadara e Sirone per apprendere i precetti di Epicuro. La
crisi e la confisca dei possedimenti agricoli Le colonne terminali della
via Appia nei pressi della casa dove, secondo la tradizione, V. morì. Gli anni
in cui V. si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle
guerre civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta
di quest'ultimo a Farsalo, poi l'uccisione di Cesare in una congiura, e lo
scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e
Cassio) dall'altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.). Egli fu
toccato direttamente da queste tragedie come testimoniano le sue opere: infatti
la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in
grave pericolo le sue proprietà nel mantovano ma sembra che, grazie
all'intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno,
Mecenate e dunque lo stesso Augusto), V. sia riuscito (almeno in un primo
tempo) ad evitare la confisca. Si spostò poi a Napoli con la famiglia e
in seguito, nel 38 a.C., si fece assegnare da Mecenate un podere in Campania
come risarcimento per le proprietà perdute ad Andes. In Campania avrebbe
terminato le Bucoliche e composto le Georgiche, dedicate all'amico Mecenate,
che V. frequentava. V. entrò dunque nel circolo del "primo ministro
imperiale", che raccoglieva molti letterati famosi dell'epoca.
L'avvicinamento ad Augusto Il poeta frequentava le tenute terriere di Mecenate,
che egli possedeva in Campania nei pressi di Atella e in Sicilia. Attraverso
Mecenate, V. conobbe meglio Augusto. Divenne il maggiore poeta di Roma e
dell'Impero e le sue opere poetiche furono introdotte nell'insegnamento
scolastico da Quinto Cecilio Epirota ancor prima della sua morte, verso il 26
a.C. Dopo il 29 a.C. il poeta iniziò la stesura dell'Eneide, e tra il 27
a.C. e il 25 a.C., l'imperatore Augusto richiese a V. degli estratti del poema
in corso di stesura. Il poeta lesse ad Augusto alcune parti dell'Eneide, tra
cui quasi sicuramente, il celebre VI libro[20][21]. L'ultimo viaggio in
Grecia e la morte La Tomba di V. a Napoli V. morì a Brindisi il 21
settembre del 19 a.C. (calendario giuliano), di ritorno da un importante
viaggio in Grecia, forse per ricevere alcuni pareri tecnici sull'Eneide[21].
Secondo alcuni biografi fatali furono le conseguenze di un colpo di sole, ma
non è l'unica ipotesi accreditata. Prima di morire, V. raccomandò ai suoi
compagni di studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto
dell'Eneide, perché, per quanto l'avesse quasi terminata, non aveva fatto in
tempo a rivederla[22]: i due però consegnarono il manoscritto all'imperatore,
cosicché l'Eneide, pur recando tuttora qua e là evidenti tracce di
incompiutezza, divenne in breve il poema nazionale romano.[23] I resti
del grande poeta furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un
tumulo tuttora visibile, nel quartiere di Piedigrotta. L'urna che conteneva i
suoi resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre
epitaffio: (LA) «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope; cecini pascua rura duces» (IT) «Mi ha generato Mantova, il
Salento mi rapì la vita, ora Napoli mi conserva; cantai pascoli [le Bucoliche],
campagne [le Georgiche], comandanti [l'Eneide][24]» Opere Appendix
Vergiliana Lo stesso argomento in dettaglio: Appendix Vergiliana e Storia
della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.). Un primo gruppo di opere, la cui
autenticità e la partenità restano ancora oggi oggetto di dubbi, vengono
generalmente indicate con l'appellativo di Appendix Vergiliana; tale
appellativo è stato coniato per la prima volta dall'umanista Giuseppe Scaligero.
Alla spicciolata (Catalepton); La focaccia (Moretum); Epigrammi (Epigrammata):
che comprendono le Rose (Rosae), Sì e no (Est et non), Uomo buono (Vir bonus),
Elegiae in Maecenatis obitu, Hortulus, Il vino e Venere (De vino et Venere), Il
livore (De livore), Il canto delle Sirene (De cantu Sirenarum), Il compleanno
(De die natali), La fortuna (De fortuna), Orfeo (De Orpheo), Su sé stesso (De
se ipso), Le età degli animali (De aetatibus animalium), Il gioco (De ludo), De
Musarum inventis, Lo specchio (De speculo), Mira Vergilii experientia, Le
quattro stagioni (De quattuor temporibus anni), La nascita del sole (De ortu
solis), Le fatiche di Ercole (De Herculis laboribus), La lettera Y (De littera
Y), ed I segni celesti (De signis caelestibus). L'ostessa (Copa) (solo secondo
il biografo Servio); Maledizioni (Dirae); L'airone (Ciris); La zanzara (Culex);
L'Etna (Aetna); Storia romana (Res romanae), opera solo progettata e poi
abbandonata. Opere autentiche Lo stesso argomento in dettaglio:
Bucoliche, Georgiche, Eneide e Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14
d.C.). Bucolica, 1481 Queste tre opere si distinguono dalle precedenti,
in quanto composte sicuramente dal poeta latino[20]. Bucoliche
(Bucolica): composte tra il 42 e il 39 a.C. a Napoli, sono una raccolta di
dieci componimenti detti "ecloghe" o "egloghe" di stile
perlopiù bucolico e che seguono il modello del poeta siciliano Teocrito.[26] Le
Bucoliche, che significa canti dei bovari, sono dunque costituite da dieci
egloghe: la prima è un dialogo tra due contadini, Titiro e Melibeo. Melibeo è
costretto ad abbandonare la sua casa e i campi, che diverranno la ricompensa di
un soldato romano. Titiro invece può restare grazie all'influenza di un potente
(forse Ottaviano, o un nobile della sua cerchia, come Asinio Pollione); la
seconda egloga contiene il lamento d'amore del pastore Coridone, che si strugge
per il giovane Alessi; la terza egloga è una tenzone poetica fra due pastori,
svolta in canti alternati detti amebèi; la quarta egloga è dedicata a Pollione
ed è la celebre profezia circa la nascita di un puer il cui avvento rigenererà
l'umanità; la quinta è il lamento per la morte di Dafni, il "principe dei
pastori" (Elio Donato); nella sesta il vecchio Sileno canta l'origine del
mondo; nella settima Melibeo racconta la gara di canto tra due pastori;
l'ottava egloga contiene due canti d'amore ed è dedicata ad Asinio Pollione; la
nona egloga è molto simile alla prima, ma vi si canta un esproprio di terre
definitivo (i due protagonisti sono Lìcida e Meri) e la decima è dedicata a
Gallo e ne celebra gli amori infelici. Varo, Gallo e Pollione furono tre
potenti governatori della provincia Cisalpina presso cui il poeta aveva forse
sperato di trovare favore per rientrare in possesso delle proprie terre perdute
durante l'esproprio. Georgiche (Georgica): composte a Napoli. È un poema
didascalico sul lavoro dei campi, sull'arboricoltura (in particolare della vite
e dell'olivo), sull'allevamento e sull'apicoltura come metafora di un'ideale
società umana.[27] Ciascun libro presenta una digressione: il primo le guerre
civili, il secondo la lode della vita agreste, il terzo la peste degli animali
nel Norico, il quarto libro si conclude con la storia di Aristeo e delle sue
api (questa digressione contiene la famosa favola di Orfeo e Euridice). Secondo
il grammatico tardoantico Servio, nella prima stesura delle Georgiche, la
conclusione del IV libro era dedicata a Cornelio Gallo ma, caduto questi in
disgrazia presso Augusto, V. avrebbe concluso l'opera in modo diverso. L'opera
fu dedicata a Mecenate. Si tratta sicuramente di uno dei più grandi capolavori
della letteratura latina e l'espressione più alta dell'autentica e vera poesia
virgiliana. I modelli qui seguiti sono Esiodo e Varrone. Eneide (Aeneis): poema
epico composto forse fra Napoli e Roma, in dieci anni (tra il 29 a.C. e il 19
a.C.) e suddiviso in dodici libri. Opera monumentale, considerata dai
contemporanei alla stregua di un'Iliade latina, fu il libro ufficiale sacro
all'ideologia del regime di Augusto sancendo l'origine e la natura divina del
potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa narra la storia di
Enea, esule da Ilio e fondatore della divina gens Iulia. Il poema rimase privo
di revisione, e nonostante V. prima di partire per l'Oriente ne avesse chiesto
la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in caso di sua morte, esso fu
pubblicato per volere dell'imperatore.[28] Nel XV secolo il poeta Maffeo Vegio
compose in esametri il Supplementum Aeneidos, cioè il tredicesimo libro a
completare la vicenda narrata nel poema virgiliano. V. nella cultura
successiva Monumento a V. Piazza Virgiliana, Mantova. Mantova,
Piazza Broletto, statua di V. in cattedra[29] La fama del vate dopo la morte fu
tale che egli fu considerato una divinità degna di ricevere onori, lodi,
preghiere, e riti sacri. Già Silio Italico (appena un secolo dopo), che
acquistò la villa e la tomba di V., istituì una celebrazione in memoria del
Mantovano nel suo giorno di nascita (le Idi di ottobre). In tal modo questa
celebrazione si tramandò anno per anno nei primi secoli dell'era volgare,
diventando un punto di riferimento importante soprattutto per il popolo
napoletano che vide in V. ("Vergilius") il suo secondo patrono e
spirito protettore della città di Napoli, dopo la vergine Partenope. Ai suoi
resti (cenere e ossa), conservati nel sepolcro da lui stesso concepito secondo
forme e proporzioni pitagoriche, fu attribuito il potere di proteggere la città
dalle invasioni e dalle calamità. Nonostante le divinità pagane venissero dimenticate,
di V. si mantenne comunque intatto il ricordo, e le sue opere furono
interpretate cristianamente. Egli divenne in particolare un simbolo
dell'identità e della libertà politica di Napoli: fu per questo che nel XII
secolo i conquistatori normanni, col consenso interessato della Chiesa di Roma,
consentirono ad un filosofo e negromante inglese di nome Ludowicus di profanare
il sepolcro di V. con lo scopo di rimuovere e asportare il vaso con le sue
ossa, al fine di indebolire e sottomettere Napoli al potere normanno
distruggendo l'oggetto di culto che era la base simbolica della sua autonomia.
I resti di V. furono salvati dalla popolazione che li trasferì all'interno di
Castel dell'Ovo, ma in seguito vennero qui sotterrati e nascosti per sempre ad
opera dei Normanni. Da allora i napoletani ritennero che il potere protettivo
del Poeta verso la città fosse vanificato. Il ricordo di V. però,
soprattutto nel popolo napoletano, rimase sempre vivo. Alla fama di sapiente
per la tradizione colta, con il tempo si affiancò quella di mago nella
tradizione popolare, inteso come uomo che conosce i segreti della natura e ne
fa uso a fin di bene. Di tale interpretazione ci resta un corpus
basso-medievale di leggende che hanno come sfondo soprattutto le città di Roma
e Napoli: ad esempio, tanto per citarne una, quella che lo vede costruttore del
Castel dell'Ovo magicamente edificato sopra il guscio di un uovo magico di
struzzo che si sarebbe rotto solo quando la fortezza fosse stata
definitivamente espugnata, oppure quella che riguarda la creazione e
l'occultamento sotterraneo di una specie di palladio (una riproduzione in
miniatura della città di Napoli contenuta in una bottiglia vitrea dal collo
finissimo) che per magia protesse la città dalle sciagure e dalle invasioni
finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt, cancelliere
dell'imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a conquistare il Regno di
Sicilia (che allora comprendeva anche la città di Napoli). Durante l'Alto
Medioevo V. fu letto con ammirazione, il che permise alle sue opere di essere
tramandate completamente. L'interpretazione dell'opera virgiliana utilizzò
largamente lo strumento dell'allegoria: al poeta fu infatti attribuito un ruolo
di profeta di Cristo, sulla base di un brano delle Bucoliche (la IV ecloga)
annunciante la venuta di un bambino che avrebbe riportato l'età dell'oro e
identificato per questo con Gesù. V. venne quindi rappresentato come
vate, maestro e profeta nella Divina Commedia (Purgatorio, canto XXII, vv.
67-72) da Dante Alighieri, il quale ne fece la propria guida attraverso i
gironi dell'Inferno e del Purgatorio. «O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore che m' ha fatto cercar lo tuo
volume.» (Inferno) Da Dante al Rinascimento Georgica, Libro
IV, 497. Illustrazione di François Gérard in un'edizione del 1798 La presenza
di V. è costante nello svolgimento della letteratura italiana. L'eco della sua
poesia risuona sovente nelle opere dei nostri più grandi scrittori. Per
Dante Alighieri, l'Eneide diviene modello di alta poesia, fonte di ispirazione
di tanti suoi versi. È vero, egli avverte il fascino anche di altri grandi
autori del passato, di "Omero, poeta sovrano" di " Orazio
satiro", "Ovidio", "Lucano", e poi "Tullio e Lino
e Seneca morale" (Inferno) ma è V. la sua guida, V. "l'altissimo
poeta" (ibid.,80). Dante riconosce la grandezza morale, il peso del
pensiero antico e nella sua opera fa confluire insieme i valori dell'umanesimo
classico e quelli cristiani. Si può considerare pertanto il primo umanista
della nostra letteratura: un discepolo di V., al di là del pensiero medievale.
Dalla lettura delle sue opere apprese il senso di partecipazione al dolore
universale, la pietas, intesa quest'ultima nel senso morale di adesione al
cielo sì, ma anche di attenzione ai valori della terra. Egli si accosta al
mantovano non solo per capire "come l'uom s'eterna", ma anche per
perfezionare lingua e stile. Con diversa e più moderna sensibilità si
avvicina a V. un cultore degli studia humanitatis come Francesco Petrarca. Il
dolore umano alla scuola del poeta antico trova innumerevoli rivoli per
elevarsi in una poesia soavemente malinconica. Da lui deriva l'amore per le
belle lettere, la nobiltà dei sentimenti e del pensiero, da lui l'arte della
perfezione stilistica. La lingua italiana diviene, come vuole de Sanctis,
"la dolcissima delle lingue".[31] Intuisce e tramanda ai posteri i
più alti segreti della poesia del mantovano. Virgiliano nell'anima, vive a lui
unito nello spirito, gli dedica epistole. Petrarca venne salutato come il nuovo
V., modello di poeta, elegante, raffinato: si colloca tra i più grandi lirici
di tutti i tempi. Nell'Umanesimo è ancora V., unitamente a Cicerone,
l'autore più amato, più ricercato come guida di maestria linguistica. Con il
ritorno al mondo classico nasce la nuova civiltà in cui confluisce l'antica e,
nel contempo, una nuova visione della vita e del mondo. La lingua latina
per tutta la prima metà del Quattrocento domina incontrastata nella nostra
letteratura, ed è una letteratura elegante, che raggiunge come per miracolo
forme umanissime. Si pensi alle Neniae, le celebri ninne-nanne che il Pontano
scrive per il suo bambino; alle Sylvae del Poliziano, ben due dedicate a V.:
Manto, carica di suggestioni e risonanze dell'antica bucolica in cui si celebra
la poesia pastorale, e il Rusticus, che si ispira invece alle Georgiche,
ricolma di immagini e di echi virgiliani. Il Poliziano, complice V., viene
ritenuto il lirico più elegante che abbia scritto in latino. Della
riscoperta del mondo antico non solo la lingua latina viene a giovarsi, ma
anche la lingua volgare quando si torna a prediligerla. Jacopo Sannazaro,
considerato il "V. cristiano" per il suo De Partu Virginis,
nell'Arcadia riproduce la classica bucolica in una lingua armoniosa, piena di
fluidità e di malinconia. Non si può non parlare della Fabula di Orfeo del
Poliziano: Orfeo ed Euridice come nelle Georgiche rivivono il loro dramma
d'amore in un canto accorato, di estrema eleganza. Riporta altresì a V. quella
sorta di immersione nell'universo e nella natura presente nella favola del
giovane Julio nelle Stanze, così come la Giostra richiama la mente al senso di
vaga malinconia delle ombre virgiliane della sera. Ancor più determinante è
l'influsso di V. nel Rinascimento. Il volgare, assurto a piena dignità
letteraria, affronta temi alti, impegnativi e viene adottato dai grandi
scrittori del tempo. Il riferimento è all'Ariosto e al Tasso.
L'Incoronazione di V., parte di un ciclo di affreschi settecenteschi
sull'Eneide a Palazzo Pianetti, Jesi L'Eneide non poco contribuisce a portare
l'Orlando Furioso alle più alte vette della poesia rinascimentale e l'Ariosto
tra i più grandi artisti del tempo. Qui Cloridano e Medoro ritrovano il
fascino, l'umanità di Eurialo e Niso a rappresentare un sentimento alto come
l'amicizia, nobile come la fedeltà; e molte analogie si possono trovare nella
caratterizzazione dei guerrieri uccisi nel sonno dalle due coppie. Angelica
vive all'unisono con la natura che la circonda, ama le cose semplici e umili,
effonde intorno un sentimento virgiliano di pace, di serenità, appena velato di
malinconia. Per non riferire di altri temi comuni ai due poeti: l'amore, la
giovinezza, l'eroismo, la religione della vita, la rappresentazione dell'animo
umano in tutte le sue variazioni. E si arriva a Torquato Tasso, che da V.
eredita finezza e musicalità del dire. Le ingenue parole di Aminta, allorché
descrive il primo sbocciare di un amore nuovo nella favola pastorale che da lui
prende il nome, riportano insistentemente al mondo idillico popolato di prati,
ninfe, pastori, boschi, nel quale regna una lieve, sospesa virgiliana
malinconia. Il candore di Galatea torna a risplendere nella delicata figura di
Erminia, che si desta al "garrir" degli uccelli tra alberi e fiori
mentre "scherzan" con l'onda al suon di pastorali accenti
(Gerusalemme liberata). Al pari di Didone, Armida, creatura piena di mistero
riscopre l'umanità nel dolore e nell'amore. Come l'eroica Camilla, desta
commozione la fiera Clorinda. Nell'opera tutta aleggia quel senso di tristezza
per il quale molti hanno ritenuto la Liberata il poema italiano forse più
vicino all'Eneide[33], già a partire dall'incipit (il verso canto l'armi
pietose e il capitano richiama immediatamente il virgiliano arma virumque
cano). Al sommo poeta latino sono intitolate l'Accademia Nazionale Virgiliana
e il Liceo Classico di Mantova. Il Liceo, fondato nel 1584, è tuttora
considerato uno dei più prestigiosi licei classici d'Italia. La leggenda
virgiliana Come stretto amico di personaggi di potere e di grandissima
influenza come l'imperatore Augusto, del governatore provinciale Gaio Asinio
Pollione e del ricco Gaio Cilnio Mecenate, secondo leggende medioevali di
scarsa o nessuna attendibilità, il grande poeta avrebbe potuto beneficare in
molti modi la città di Napoli in cui tanto amava risiedere. I suoi biografi
medioevali infatti ci narrano che fu V. a proporre all'imperatore di costruire
un acquedotto (proveniente dalle sorgenti nei pressi di Serino, nell'Irpinia)
che servisse questa e anche altre città, come Nola, Avella, Pozzuoli e
Baia. Inoltre avrebbe esortato Augusto a creare per Napoli una rete di
pozzi e fontane per l'approvvigionamento idrico, un sistema fognario di cloache
e complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, per cui fu anche necessario
scavare un traforo nella collina di Posillipo, l'odierna "Grotta di
Posillipo", nota per tale motivo fino al XIV secolo come "Grotta di V.".
Infine, V., essendo grandemente appassionato di divinazione e del mondo della
religione in generale (come si nota dalle sue opere letterarie), avrebbe fatto
installare due sculture di teste umane in marmo, una maschile e allegra,
l'altra femminile e triste, sulle mura della città e precisamente ai lati della
porta di Forcella al fine di fornire un presagio casuale fausto o infausto (una
sorta di innocua cefalomanzia minerale) per i cittadini di passaggio. Con
le modifiche fatte in epoca aragonese, le teste furono trasferite nella
lussuosa villa reale di Poggioreale, ma andarono poi perdute a causa della
distruzione del complesso. Come riportano i suoi più antichi biografi, V.
aderì al neopitagorismo, corrente filosofica e magica allora molto diffusa
nelle colonie della Magna Grecia, in particolare a Neapolis, una delle poche
poleis magnogreche che dopo la conquista romana aveva conservato la sua vita
culturale genuinamente ellenica. In quanto filosofo neopitagorico e mago
gli sono attribuite diverse immagini magiche e talismani volti alla protezione
della città di Napoli che tanto amò, secondo alcuni biografi medievali e
rinascimentali. Omaggi A V. sono intitolate le Virgil Fossae sulla
superficie di Plutone[34] e il Museo Virgiliano a Borgo V..Letteratura Le
ultime ore di vita del poeta sono raccontate da Hermann Broch nel romanzo La
morte di V., dove il protagonista, sentendosi prossimo alla morte, avrebbe
voluto bruciare l'Eneide non perdonandosi di averla lasciata incompiuta. V. è
uno dei protagonisti di Un infinito numero, romanzo di Sebastiano Vassalli. Lo
stesso autore ha reso il poeta protagonista di uno dei racconti che compongono
la raccolta Amore Lontano. Nel romanzo del 2024 I demoni di Pausilypon di Pino
Imperatore V. agisce nelle vesti di detective. Videogiochi Nella serie Devil
May Cry, si trova un chiaro riferimento a V.: Vergil, fratello del protagonista
Dante e antagonista principale della saga. Note V., in Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 21 marzo
2018. V. Marone, Publio, in Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 2. ^ Virgìlio Maróne, Publio, in Treccani.it –
Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Le opere
di Publio V. Marone: "Bucoliche", "Georgiche",
"Eneide", in m.oilproject.org. Nardoni, La terra di V., in
Archeologia Viva. ^ Conway, Robert
Seymour. Where Was Vergil's Farm." Harvard Lectures on the Vergilian Age. Biblo et Tannen. Conway. Bonfante, Larissa Bonfante,
Lingua e Cultura degli Etruschi, Editori Riuniti, Telò, Massimo Telò, San
Michele et dintorni, Fotografie di Massimo Telò, Mantova Gualtierotti, Castel
Goffredo dalle origini ai Gonzaga, Mantova. ^ «V. naque ad Andes: ecco la
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augusteo ^ Comune di Calvisano, V.
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Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ (EN) Robert Seymour Conway, Where was Vergil's
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Storia della letteratura latina Perelli, Storia della letteratura latina,
pp.191-199. ^ Sulle lapidi sottostanti è scolpito: "+ Mantua me genuit,
Calabri rapuere, tenet nunc Partenope. Cecini pascua, rura, duces" e
"+ Millenis lapsis annis D(omi)niq(ue) ducentis / bisq(ue) decem iunctis
septemq(ue) sequentibus illos / uir constans a(n)i(m)o fortis sapiensq(ue) benignus
/ Laudarengus honestis moribus undiq(ue) plenus / hanc fieri, lector, fecit
qua(m) conspicis ede(m). / Tunc aderant secu(m) ciuili iure periti / Brixia
quem genuit Bonacursius alter eorum, / Iacobus alter erat, Bononia quem tulit
alta." ^ Augustin Renaudet, Dante humaniste, Paris, Les Belles Lettres. Sanctis,
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traduzione di Carlo Carena, Torino, UTET, Bucoliche, traduzioni di: Luca
Canali, Milano Rizzoli, 1978; Mario Geymonat, Milano, Garzanti, 1981; Massimo
Cescon, Milano, Mursia, 1986; Marina Cavalli, Milano, Mondadori Georgiche,
traduzioni di: Alessandro Barchiesi, Milano, Mondadori, 1980; Luca Canali,
Milano, Rizzoli, 1983; Mario Ramous, Milano, Garzanti, 1982; Eneide, traduzioni
di: Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1967; Luca Canali, Milano,
Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori, 1978-1983. Altri progetti Collabora a
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in lingua inglese di una delle più antiche biografie di V.. Essa deriva dalla
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Georgiche e dell'Eneide da The Latin Library (LA) IntraText Digital Library
Testi originali dei Catalepton, delle Bucoliche, delle Georgiche e dell'Eneide
con concordanze e liste di frequenza (da Intratext) (LA) Bibliotheca Augustana
Estratti di alcuni codici antichi dell'Università tedesca di Augusta.
Marcovalerio.it Traduzione in lingua italiana delle Ecloghe Bucoliche. (EN)
IntraText Digital Library Traduzione in lingua inglese dell'Eneide. Classici
Italiani Archiviato il 7 novembre 2009 in Internet Archive. "V. nel
Medioevo" di Domenico Comparetti . Napoli on the road Interessante
articolo sull'interpretazione magica di V. nel Medioevo. Virgil Murder Sito di uno studioso francese,
Maleuvre, che presenta le ipotesi sull'assassinio di V. da parte
dell'imperatore Augusto. Parco della Tomba di V. Sito della Soprintendenza per
il Patrimonio Storico-artistico dedicato al Parco della Tomba di V.. Parco
della Tomba di V. in Internet Archive. Sito sul Parco della Tomba di V.
all'interno della Rete dei Musei Napoletani. Scolii delle opere di V.: Marco
Valerio Probo, In Vergilii bucolica et georgica commentarius, accedunt
scholiorum veronensium et aspri quaestionum vergilianarum fragmenta, Henricus
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1999. Ettore Paratore, La santità di V. in un mondo disorientato Archiviato in
Internet Archive., Il Tempo. Opere di Virgílio presso la Biblioteca Nazionale
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(Paradiso)CasalpoglioAforisti romaniNeopitagorici[altre]Influssi lucreziani, e,
quindi, della filosofia dell’orto. Nato presso Mantova, muore a Brindisi.
Studia la filosofia dell’orto sotto SIRONE. In “Catal.” prende congedo dalle
muse per volgersi verso la scuola di SIRONE affinchè la filosofia gl’insegni a
liberare la sua vita dalle passioni. Esprime il proponimento di dedicare alla
filosofia il resto dell’esistenza. Nel “Ciris,” esaltando di nuovo
l'insegnamento dei filosofi dell’ORTO, manifesta l'intenzione di filosofare sui
fenomeni celesti. L’influsso dell’orto è esplicito nelle “Georgiche.” L' “Eneide",
invece, nella escatologia, dipende dalle correnti orfica e pitagorica – di
CROTONE --, mediata, si erede, da Posidonio, dal quale si fa derivare le
rappresentazioni dell’età dell'oro e dello sviluppo della civiltà umana e
alcune teorie d’impronta del PORTICO. Agl'interessi di psicologia
filosofica si collegano quelli naturalistici. In una ecloga, Sileno espone
una cosmogonia. Nelle "Georgiche" prega le muse d’interpretargli una
serie di fenomeni naturali. Nell’ “Eneide” Iopas tratta di problemi
naturalistici. Fa parte dell' “Appendix Vergiliana” il poemetto
"Aetna" sullo cause e gl’effetti di queso volcano -- del quale sono
incerte la paternità e la data. Fra i filosofi ai quali è stato attribuito
il "Aetna", trovano adesioni soprattutto V. e LUCILIO, l’amico di SENECA. Per
le teorie scientifiche particolari, l’autore dell'"Aetna" si serve
principalmente di Posidonio e ciò spiega l’affinità dell'"Aetna" con
le "Questioni Naturali" di Seneca che provengono dalla stessa
fonte. Per la filosofia, V. mescola ecletticamente elementi svariati e non
fusi, perchè espone dottrine del portico, dell’orto-lucreziane e inoltre
eraclitei, democritei, ecc. Grice: “It is interesting to study Virgil as the
author of what at Oxford we call “Beowulf,” an heroic narrative of origin. But in the history of
philosophy, -- and the history of Roman philosophy under the principate,
specifically, it was the exegesis of “Eneide” that we only have with Beowulf
when it comes to Tolkien and the monsters! On the other hand, the Roman aristocrats find
in “Eneide” a fabulous source for their even more fabulous philosophisings! My
favourite is Macrobio’s “Saturnalia” – it fits a gentleman’s pocket – but there
are others. The idea is to produce a didaskalia, i. e. a way to deal with
conceptual notions or philosophical concepts as we study one line or other from
“Eneide” as we did at Clifton! However false, the philosophy behind V. comprises
not only a physical theory (natural philosophy) – the theory of the three ages
– but a full moral theory – and one of philosophical psychology. The
Eurialo/Niso episode is an interesting one as a re-creation of the old
Achilles-Patroclus topos that has fascinated even Plato and the author of
“Maurice,” i. e. E. M. Forster. Usually, you won’t find Virgil listed in any
manual on Roman philosophy, but you should. It is fascinating also to trace the
influence, via Alighieri in “Commedia” down to Mussolini, where there were few
exhibitions of the Mostra della Revoluzione Fascista that would fail to quote
from Enea. Note that the iconography – and I don’t mix the effeminate one by
Flaxman, but the fascist one – helped!”. Publio V. Marone – He spent some time
in fellowship with a Garden community in Naples headed by Siro. He appears to
have been a particular favourite of Siro, inheriting the villa upon his death.
The extent to which the Garden influenced his poetry has long been debated. Approdato a Cuma, Enca consulta la Sibilla nell'antro
presso il tempio di Apollo e la prega di guidarlo negli Inferi. La Sibilla
accetta, ma l'eroe deve prima procurarsi il ramo d'oro da offrire in dono a
Proserpina e dare sepoltura a un compagno morto durante la sua assenza dalle
nasi. Dunque, Enea porta alla Sibilla il ramo d'oro, trovato nel bosco grazie
all'aiuto di Venere, e celebra i funerali di Miseno. Giunta la notte, e
compiuto il sacrificio propiziatorio alle divinità infernali, inizia il viaggio
verso gli Inferi, e l'eroe varca, con la Sibilla, la soglia dell'Averno. Essi
attraversano il vestibolo, pieno di mostri e simulacri di mali e malattie, e
arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove appare Caronte, il traghettatore
infernale.tra i quali spicca la figura di Marcello. Infine, Enea e la Sibilla
varcano la porta d'avorio e ritornano alla luce.libro 6 dell'Encide: la Sibilla
cumana e la discesa agli inferiEneide: analisi Libro 6 Cuma e la Sibilla nel
Libro 6 dell'Eneide Lapio po de i praga da pala, le da di ad ge di and in al
pre fite di Oli, nd e alce e esca cabr sua discendenza. In questa parte si
distinguono le fasi di un vero e proprio percorso iniziatico: rispettare gli
ordini di un sacerdote, la Sibilla dare prova della pietas celebrando i riti
trovare il ramo d'oro da donare a Proserpina, per poter entrare negli Inferi.
Enea viene assistito dalla madre nel recupero del ramo, mentre la Sibilla lo
aiuta nel viaggio verso gli Inferi. La catabasi è preceduta da due rituali: le
esequie di Miseno, e il rito propiziatorio agli dei inferi. Questi riti
sottolineano la sacralità dell'impresa. La differenza fra la catabasi di
Odisseo e quella di Enca sta nel fatto che quella di Odisseo non è altro che
l'ennesima avventura ai confini della realtà, mentre l'eroe virgiliano
intraprende un viaggio religioso per assecondare i voleri del Fato.Gli Inferi
nel Libro 6 dell'Eneide Celebrati i rituali, Enea e la Sibilla entrano nel
regno dei morti. Predominano le descrizioni dell'Aldilà, ma l'attenzione si
sposta sull'eroe nel momento in cui entrano in scena personaggi a lui
collegati. Per esempio, gli incontri con Palinuro e Didone permettono al poeta
di dare spazio ad Enca e alla sua umanità. Il passo delinea la concezione
virgilianadell'Oltretomba: un luogo in cui le ombre si aggirano rimpiangendo la
vita perduta, e in cui i giudici infernali, Minosse e Radamanto, assegnano la
dimora definitiva nel Tartaro alle anime malvagie, nei Campi Elisi ai beati.Dal
Tartaro ai Campi Elisi nel Libro 6 dell'Encide un bivio: a sinistra la Sibilla
mostra ad Enca il Tartaro, dove sono puniti gli empi, e poi lo conduce a
destra, verso la città di Dite. Dopo essersi purificato, Enea afligge sulla
porta delle case di Plutone il ramo d'oro, come dono a Proserpina. Poi prosegue
con la Sibilla verso i Campi Elisi. giovane Marcello, il giovane adottato da
Augusto ma morto precocemente, rappresenta un omaggio alla casa di Augusto, ma
nello stesso tempo sfuma in immagini di morte la visione trionfalistica del
destino di Roma. pitagorismo, l'orfismo, lo stoicismo. Nella parte finale del
libro, in ogni caso, domina l'esaltazione delle glorie romane, del periodo
augusteo e della missione civilizzatrice e ordinatrice di Roma. L'orgoglio di
appartenere a un popolo vincitore non impedisce a V. di condannare la guerra e
di celebrare i valori della pace della concordia. Completata l'analisi e il
riassunto del libro 6 dell'Eneide, ti potrebbero interessare altri
approfondimenti dei poemi epici di V. e Omero. UUPI^ HI Bott.
Ccdare 'Ranjoli MI m Ili DI V. PADOVA
R. Stilb. Tipo-Litografico P. Prosperini J^y/f,SOÌ.Ì
^-i:t--Cant ; il qunle verso
ci è rischiarato di queste parole del commento di Servio t" Aìiiùinì
Jooìs sìgnxim lapide m s ilice m put(werunt esse ». Tuttavia, anche dopo
T invasione dell' antropomorfismo greco, gli dèi romani conservamno questo loro
carattere vago ed astratto ; essi non riuscirono mai ad assumere a^ìì
occhi dei loro adoratori una individualità vera e propria, una ]»ersonalità ben
definita, cosicché ad ogni preghiera ed invocazione si fai^evano i>recedere
formole ambigue come : sire Deus sive Dea, sin* fetiuna :i^':-, ^ q*.::i:
es-ere essenzialmente un male: e T anima dal princi;^1: '" l'ù:, -d
•?-^>^re perei'» es>enzialmente un Wne È naturale che, rri.
s:~-i.:::. or line di idee, la religione consistesse nella i
ktrì/ìc/izìone iell'iz :..i j::e»i:inte !a mortificazione del corpo. — In
seguito, in uno -'^:o :^:• :;;±lc p.ù avanzato, nel .juale si verificò
che un capo puniva, in rune iella giiisii/ia, l'infrazione volontaria
della legge, il dolore apparve =r::'VL.e :I «nisiijo dovuto alla legge
violata. E allora si potè formare il e: ::•>;:•: della divinità
giusta, che vt^n-ìica la colpa, inrliggendo una animecii rnr-jrzlonata, ossia
un dolore E la religione consistè nel ^vx/d^ '-*//v all^i inesrrabile
esiirenza di ui.ì tale pers^-^nifioazione oltremondjkLA iella giustizia. In
pari tempo, per la osser>'a2ione, che il «lolore, ossia la punizione,
si veritlcava anche nei n«^n c»:»lpevoli, si dovette, affine di lib-erarr*
in qualeKe m'>io il conceno religioso fondamentale dalla contrai iizione,
rl.orrere allo spediente, suuigerito anch' ^l-S'-*^ da una osservaziorie di
fatto, del peccato originale. — 1 ni ultimo, avendo il progresso d»rLl'
incivilimento reso più mite l'animo e fat:o preiiominare il sentimento
della benevolenza e del perdono, la carità divenuta coscienza dell' uomo,
fu da tf^>so fH-rtata in dio : e insieme alla carità, la re«lenzione e U
perd:no, invece della riprovazione e del casii^ro senza scampo E ne venne
la religione, non totalmente servile, ma in parte figliale, drlla
conversione per mezzo del jr:n'r,r'r:,t'o inspirato dall'amore del bene,
e dimostrato colla so:ye^^'nza pas-iva rassegnata dei patimenti, e coli'
applicazione vo1 anuria di essi d, TalL al.'r»ra:.'ìati in utia
sintesi grand: sa che soio la mente del tìh>- :.» p::'« avvi>are. i
«juiutro gradini penarsi attraverso i seioli del senti ini^nt.» reli*n>so. I
e irutteri dt-l primo periodo sono evidentissimi nelle pn..;itive
reli-rivoi italiche, e nella relii:iv»ue rv»mana, la quale non perdette mai il
eamtt-re cup*.> e tenebroso che aveva in oriirine A differenza de! {-
p Io i:re« o, cLe ciclo e terra aveva s;iputo accornuuiire nella sua b ti
i \ e ri itrnte fantasia, il popolo romano non eMn? mai alcuna familiarità coi
propri d- i. che per lui fun^no sempre un oi:getto di sp;ìvento. ai •{i
vii Tu -in • n- lì pu'» avvicinarsi cbe tnMiiatido. : alla «uiale fa eoo
il detto •li Servio '.*"/«/if- .*'/ e\«'./i .s-'.tf : / ./' et
f>\(:!0 -» ta Non diverso concetto della religione doveva avere
il più grande degli epici latini, il quale, amiamo ripeterlo, per natura,
per abitudini, per sentimenti era portato ad essere l' interprete più
fedele e più sincero della religio patrum. Per fermo, nel sentimento
religioso che circola attraverso i poemi virgiliani, si possono anche
riscontrare diversi caratteri propri di uno stadio più evoluto della
religiosità: tale il concetto di una sanzione oltremondana dell' operare
umano, svolto ampiamente nel canto sesto dell' Eneide ; tale ancora il dualismo
tra V anima, considerata come il principio del bene, e il corpo, considerato
invece come principio del male, che si appalesa pure nel canto sesto, e
che noi esamineremo a suo luogo, studiando le manilestazioni del pensiero
platonico in V.. Ma questi elementi nuovi non informano di sé stessi il
sentimento religioso dominante, non fanno parte della convinzione intima del
poeta, e sono dovuti più che altro all'influsso di nuove idee, venute da
paesi stranieri. (ili dèi di V. hanno una potenza illimitata, della
quale usano ed abusano a loro piacere. Tutto quanto avviene nel mondo,
non è che un eftetto della loro volontà. Essi presiedono a tutti i
fenomeni naturali (4) e a tutte le azioni umane (5) ; essi possono
rivolgere il corso delle leggi ordinarie di natura, e scatenare i venti
(6), suscitare le tempeste e i terremoti (8;, cambiare gli uomini in
virgulti (9), mutare una intera flotta in tante Nereidi oceanine, fornire
ai mortali armi intangibili accrescere o
togliere loro la forza e il coraggio, predire il futuro direttamente , o
per mezzo di profeti (14, o per mezzo dei Penati e dei morti o per mezzo dei più vari portenti. Del
modo onde impiegano la loro potenza, essi non devono render conto ad
alcuno : « sic placitum » dice Giove nel narrare a Venere i futuri
destini di Enea; ìì Coelestium vis magna iubet)) dice Aletto a
Turno per costringerlo e ripigUare la guerra t me jussa Deàm cogunt », « sic Dii votuistis » « ubi primum anntierint superi t, dice ad ogni tratto Enea, e in
codeste frasi secche e recise è sintetizzato tutto il cieco dispotismo
degli dèi. L' uomo è lo schiavo della divinità, e nulhi può fare,
nulla può tentare se gli dèi non lo assistono : « Hea nihil invitis — esclama
Enea — fas quetnqitatn fidere Diois (22)». Non solo, ma allorché essi si
rivelanocontrari è empio e sacrilego ogni tentativo di resistenza:
Infelix, quae tanta animum denientia coepit ? Non vires alias,
conversaque numina sentis? Cede Deo. È questo V ammonimento
che Enea rivolge al forte Darete, atterrato e vinto dal vecchio Entello,
cui gli dèi avevano ispirato un ardore sovrumano. Quando la divinità ha
mostrato con segni non dubbi di essere / ostile, unico scampo è la
morte ; tal pensiero è espresso nel lamento di Anchise, colpito dai
tristi presagì di Giove: Facilis jaotura sepulcri. Jampridem invisus Divis, et
inutilis aonos Demoror, ex quo me Divùm pater atque hominum rex
Fulminis afilavit ventis, et contìgìt igni. Né la potenza illimitata di cui godono codeste
divinità è sempre rivolta a fin di bene ; tutt' altro. Crudeli, vendicative,
gelosissime delle proprie prerogative, esse non si piegano alle preghiere e
alle implorazioni, ma perseguitano senza posa e in tutti i modi gli
infelici che si attirarono i loro sdegni ingiustificati. Contro V ira dei
celesti non v'ha scampo, non V* ha speranza, non giova la purificazione
dell' anima mediante la mortificazione del corpo, non la soddisfazione ad
un concetto astratto di giustizia, che essi sono ancor lungi dal
personificare, non il pentimento che essi non sono capaci né di
comprendere né di inspirare. Con questi detti risponde la Sibilla alle
preghiere dell'infelice Palimiro, cui era impedito di traghettare
l'Acheronte, perché privo, senza sua colpa, di sepoltura : « donde, o
Palimìro, tanto funesto desiderio? Tu insepolto vedrai le acque Stigie e
il tremendo fiume delle Eumeneidi ? e contro il divieto ne varcherai la riva ?
Cessa di lusingarti che i voleri degli dèi si pieghino pregando », E così grida il re Latino al valoroso
Turno, che per difendere il patrio suolo dall' invasore troiano aveva iniziata
una guerra sacrilega contra omina e contra fata Deàm : Ipsi has
sacrilego pendetis sanguine poenas miseri. Te, Turno, nefas, te triste
manebit Supplicium; votisque Deos venerabere seris (26). E la
vendetta venne pe '1 misero Turno, terribile e senza scampo ; che, mentre
teneva testa da vero eroe ad Enea, cui lo scudo di Vulcano rendeva intangibile,
sente scemare ad un tratto l'usato vigore, i tristi presagi di Giove lo
colpiscono, gli vacillano sotto le ginocchia; e ad Enea, che imbaldanzito
lo incalza, gitta in faccia quel grido tanto naturale e straziante: e non
mi atterriscono le tue feroci parole, o uomo crudele; gli Dei mi
atterriscono, e Giove che mi è nemico . Ac velut in somnis, oculoa
ubi languida pressit Nocte quies, nequidquam avidos extendere
cursus Velie videmur, et in mediis conatibus aegri Succidimus: non
lingua valet, non corpore notae Sufficiunt vires, nec vox, aut verba
sequuntur : Sic Turno, quaqumque viam virtute petivit Successum Dea
dira negat . Spossato, atterrito, implorando salva la vita nel nome del
vecchio padre, il re dei Rutoli cade sotto i colpi ingenerosi del pio
Enea: Ast illi solvuotar frigore membra Vitaque cum gemitu
fugìt indignata sub umbras. Questi esempi credo possano essere sufficienti
per dare un' idea esatta del modo onde nei poemi virgiliani è concepita e
descritta l'azione della divinità; molti altri potremmo citarne, come
quello di Palinuro sacrificato dagli dèi per sfogare su un capo almeno
Tira concepita su molti (30); e la spaventosa descrizione delle Arpie,
delle loro ire e delle loro feroci imprecazioni; e il racconto di Diomede
intorno ai castighi inflitti dagli dèi a quanti avevano combattuto sotto
le mura di Troia (32); e le tremende profezie svelate dal veggente Proteo
ad Aristeo perseguitato dairira di un nume ; e la tetra descrizione della
peste cagionata da Tisifone (34). Ma l'esempio più convincente e
caratteristico della ferocia degli dèi ci è otìerto da Giunone, il cui
odio per la nazione troiana in genere, e per Enea in ispecie, costituisce
tutta la macchina che muove VEneide. In che cosa consiste infatti
l'intreccio del poema? Nei dissidio tra Venere e Giunone, la prima deile
quali protegge il figlio Enea in ogni sua impresa, mentre la seconda
cerca di impedire ch'egli venga in Italia a compiere il volere dei fati.
Dopo un sèguito di favolose avventure, nelle quali cosi Tuna che T altra
delle due dee mettono in azione tutti i mezzi che sono in loro potere per
riuscire nel proprio intento, la vittoria definitiva rimane alla dea dell'
amore, e cosi finisce il poema che è tutto compenetrato del sovrumano, e in cui
gli uomini non figurano che come deboli stromenti nelle mani degli dèi. Ma quaP
è la causa dell'odio di Giunone? Ce lo dice il poeta stesso nel principio del
suo racconto: Nec dum etiam causae irarum, saevictue dolores
Exciderant animo; manet alta mente repostum ludicium Paridis, spraetaeque
injuria formae, Et genus in visura, et rapti Ganimedìs honores. Ma
se tanto puerile e tanto meschina è la causa, terribili però ne sono gli
eff'etti; poiché, come dicemmo, lo sdegno di Giunone non ha limiti.
Uatrox Juno (36), aeternum servans sub pectore vulnics, la Juno
saevissima Quam nec longa dies, pietas nec mitigat ulla col suscitare
spaventose tempeste, col favorire da prima l'amore, poi gli sdegni
disperati di Didone, coir eccitare le dame troiane a bruciare le navi,
col mandare la terribile Aletto a suscitare la discordia e la guerra fra i
Latini, coirorcitare Turno a far impeto sui Troiani mentre Enea è lonlano
dal campo, col far rompere al re dei Rutoli gli accordi del prossimo duello,
non si stanca di frainiorre ostacoli e procurar danni al discendente di quel
Priamo che sprezzò la sua bellezza, al concittadino di quel Ganimede che
In da Gìoa'c prrferito alla figlia sua Ebe. Terribili specialmente sono
le imprecazioni che V ira insoddisfatta le fa uscire dall' animo: i|nando, ad
esempio, vide Enea che lieto cominciava a fabbricarsi le case sulle
sponde sicule « stette, pimta da acerbo dolore; poi, scrollando il capo,
versa fuori dal j>etto tali parole: Ahi! razza abominata, e destini dei
Frigi contrari ai nostri! Forse che poterono soccombere nelle campagne Sigee?
forse Troia ^\ì avvolse nelle sue fiamme? essi trovarono una via
ili scampo fi-ammezzo agli incendi e agli eserciti nemici. Ma io eredo
4'he la mia divinità, stanca aitine soggiaccia, ovvero io. satura di odi.
mi acc|ui(1ai *>. Poiché air odio suo irla forte rontro Enea, si
aggiunge anche la gelosia della propria potenza, il timore di iliminuire
nella venerazione degli uomini, la rabbia di vedersi vinta — essa, la moglie di
(jiove — non solo da una imniiirtale. Venere, ma anche da un semplice
mortale che Venere protegge. Cosi, quando vede Enea approdare in Sicilia,
esclama: ViiU'or ab Aenea. Quoti si mea numina non sunt
Magna satis^ duliiteia liaud ei iniziano i htdi noren^ftiale-s indetti
da Enea per onorare il padre. Cloanto riesce ad ottenere la vittoria
facendo questo vóto alle divinità del mare : e^o hoc
candtntem in litore taurum Constituam ante aras, voti reus, extaqiie
sals«iS Porriciam in fluctns. et vina lùiuentia fundam S\l Qui
non si tratta che di una semplice promes>a : ma poco più innanzi,
narrando il poeta la partenza della flotta troiana alla volta d'Italia,
cosi descrive il sacrificio col quale Enea cerca propiziarsi gli dèi del
mare : opoIo romano era chiamato a compiere nella storia del mondo:
l'autorità religiosa doveva ben guardarsi dall' intralciarla. Questo concetto è
espresso chiaramente nei versi — an«'or oggi pi eni di significato per il
popolo italiano — coi quali Turno rimprovera la vecchia Calibe,
sa«Nrdotessa di Giunone, che voleva spingerlo alla guerra:
Cura tibi, Divùin eflìgies et tempia tiieri: Bella viri
pacein^ue re-^ant, quìs bella merenda ^. — Se gli antichi commentatori, rnn le
loro interpretazioni allegoriche dell' E/ieif le. avevano fatto dire a V. una
infinità di corbellerie, che non gli eran mai {»as>ate per la mente, non
s'erano perO> ingannati nel ritenere che il poeta avesse voluto dare un
significato allegorico alla sua narrazione della venuta di Enea in
Italia. Infatti è facile comprendere — per «juanto compreso da pochi che il
viaggio fatale dell' eroe troiano dalle coste dell'Asia Minore alle terre
italiche, altro non significa che V introduzione nel Lazio di nuovi culti
e di nuove diNinità venute dallOriente: fatto importantissimo, avvenuto
in tempi assai lontani, e per il quale l'antica religione romana era rimasta
profondamente trasformata. Quest'allegoria traspare evidentissima da
tutta V Eneide, e semhra che il poeta n^niesimo, con accenni frequenti,
abbia voluto togliere ogni possibile dubbio intorno ad essa, (iià dal primo
libro egli ha cura dì farci sapere che l' impresa di Enea è voluta dai
destini 1). e che il compito dell'eroe è di trasportare i propri dèi nel
Lazio r2) : nel secóndo è il morto Ettore che c (:»v. preparandosi alla
fuga dalla patria, il primo pensiero di Enea è quello di affidare alle
pure mani di Anchise le cose sacre ed i patri numi (4); giunto a Creta,
sono le slesse ef'pges sacrae diimm ed i PJirigii penales che gli
compaiono durante il sonno e lo scongiurano a non fermarsi oltre su quelle
spiaggie. ed a procedere arditamente verso l'Esperia, dove saranno le
loro sedi (5, Durante tutto il fatidico suo viaggio Enea — che somiglia
più un sacerdote che un guerriero — non si mostra tanto preoccupato di conquistare
un regno, quanto dì ottenere un asilo per i propri dèi: u io non domando
altro che un posticino {sedem exiguam) per ripom i miei Penati » dice
egli al re del Lazio ((>) ; e quando è giunto al conspetto della Sibilla,
si alìVetta a farle conoscere che non è venuto a chiedere regni non
dovutigli, ma soltanto un luogo sicuro per i suoi numi erranti: da,
non indebita posco Regna nieis fatis, Latio considero Tencros,
Errantesque Deos agitataque numlna Trojae ^7). Ma Tallegoria ci
sembra tanto evidente, che crederemmo inutile insistervi oltre. Fin
qui il nostro studio è stato unicamente rivolto a porre in lue(^ quei
caratteri della religione di V. che corrispondono all'indole dell' antica
religione romana ; per rendere compiuto il nostro quadro dohhiamo dunque
esaminare anche questi elementi nuovi, che s'infiltrarono assai presto in
essa, e, pur lasciandole un fondo tutto proprio e particolare, l'accostarono
sensibilmente alle altre religioni dei popoli antichi, e specialmente dei
Greci. LMntroduzione del culto e degli dèi greci in Roma ha cause
diverse, prima delle quali Y uso di ricorrere ai Libri sibillini, che
provenivano da Gergis (rèpytc, ed erano stati portati a Roma sotto
Tarquinio il Superbo (8). La conservazione e l'interpretazione di codesti
libri fu affidata ad \\n collegio speciale di sacerdoti, i (juali,
da due che erano all' epoca dei re, ' s'accrebbero a poco a poco
fino a raggiungere sotto l'impero il numero di quindici, e furon detti
perciò Quindiceminri sacris faciundis. Quando avvenivano fenomeni
straordinari, come pestilenze, terremoti, inoncL^zioni, ecc., o prodigi affatto
nuovi, non contemplati nei libri pontificali, lo Stato ricorreva
solennemente al consiglio di codesti sacerdoti, i quali, dopo aver
consultato i libri loro affidati, prescrivevano le relative cennio nie di
preghiera e di purificazione. Siccome poi i libri sibillini
raccomandavano il culto degli dèi del lon* paese d'origine, così d'allora
in poi accanto al Romanus ritus si eblie il Graecus ritus, e accanto agli
antichi dèi italici le divinità dell' Olimpo greco, che finirono col
sovrapporsi quasi completamente ai primi. Questa mescolanza di riti e di
divinità possiamo agevolmente riscon trarla anche nella religione del
massimo fra gli epici latini. Insieme ai .*. dii patrii indAyetea^
appartenenti all'antichissimo ciclo degli dèi romano f sabini, quali Giano,
Pico, Vesta, Pilumno, Romolo, Fauno, Silvano, il suo '; Olimpo
contiene anche quegli dèi che, per contrapposto, eran detti dii ^,
peregriìii o novemsédes ; vale a dire divinità greche ed orientali come
» Febo, Apollo, Cibele, Bellona, Latona, Mercurio. Vulcano, Venere,
(giunone -' Cerere, Proserpina, Plutone, Esculapio (9); e infine
divinità greche identi ficatesi poi con divinità italiche, quali Saturno,
Nettuno, Artemide (= Diana in Aventino) ed Ercole (= Hercules domesticus
o Mars). Il culto che nei L poemi virgiliani è reso a tutte queste
divinità, varia naturalmente col va \ riare dell'origine loro ; cosi,
mentre gli dèi greci sono onorati secondo le (; norme del rito
greco, agli dèi patri è serbato l'antico rito romano. I primi hanno
auree statue, pompe solenni e templi di marmo dalle colonne di : bronzo e
dalle porte istoriate in oro ed avorio, i secondi conservano invece
la primitiva agreste semplicità : Vesta non ha altra imagine che "
il sacro fuoco, alla cui conservazione vegliano assiduamente le vergini
sacerdotesse ; Fauno è ancora rappresentato da un semplice t
oleaster foliis amaris », al quale i marinai salvati dalle onde solevano
atta(rcare i loro doni e le spoglie votive (11); il dio Tevere è adorato
nella sacra quercia, al cui tronco i guerrieri appendono le armi e le
exuriae (spoglie) dei nemici uccisi \V2). Insieme agli dèi ed
ai riti, anche Tantropomorfismo greco è penetrato largamente nella
religione virgiliana, togliendole, o, a dir meglio, attenuandole (luel
carattere incerto e nebuloso che vedemmo provenirle dalla astrattezza propria
delle antiche divinità italiche. Né poteva essere altrimenti; prima di
tutto perchè in Roma Tantropomorfismo s' era imposto alla imaginazione di tutti
fino dal tempo dei Taniuinj, poi perchè il poeta non avrebbe potuto
rinunziare al grande vantaggio, clie gli proveniva dal valersi di divinità
dotate di forma e passioni umane. Per tal modo, gli dèi che V. fa
soprassedere agli avvenimenti svolgentisi nelFEneide, sono, in fondo in
fondo, gli stessi di cui Omero s' era servito nell'Iliade e nelr Odissea. Essi
hanno un corpo simile in tutto e per tutto a quello dei semplici mortali,
con le identiche qualità e bisogni ad esso inerenti : vi è la sola
differenza che tali qualità sono portate ad un grado sovrumano, cosicché
anche quando gli dèi scendono in terra- e cercano nascondersi sotto
spoglie mortali, il suono della loro voce, il loro portamento, la loro
statura, la loro bellezza, il scintillare degli occhi, ne svelano
agevolmente Torigine divina. Quando Iride, deposto Tabito e l'aspetto di
dea, cerca persuadere le donne troiane a bruciare la flotta che doveva
condurle in Italia, la vecchia Pirgo, nutrice di Priamo, si accorge
subito che sotto -- l'apparenza della matrona Beroe era nascosta una dea,
e grida alle compagne: Non Beroe vobis, nou haec rhaeteia,
matres, Est Dorycii coniux. Divini signa decoris, Ardentesque
notate oculos; qui spiritiis illi, Qui vultus, voeisve sonus, vel gressus
eunti E quando la dea Venere appare ad Enea sotto V aspetto e V
armi di vergine cacciatrice spartana, e gii chiede con mentita voce se
avesse veduta alcuna delle sue sorelle, V eroe troiano risponde senza
esitazione: Nulla tuarum audita railii, neque visa sororum
(quam te raemorem ?) virgo: namque hand tibi vultus Mortalis,
nec vox hominem sonat. dea certe: An Phoebi soror? an nimpharuin sanguinis
uua? Ed è curioso notare come, nei poemi di V., V antropomorfismo non si
restringa agli dèi venuti dalla Grecia, ma si sia esteso persino a quelle
antiche divinità romane, le quali, nella loro originaria astrattezza ed
immaterialità, sembravano le più restie ad assumere forma umana. Il deus
Tiberinus era uno dei numi più vetusti e rispettati fra il popolo romano,
che lo considerava come il protettore naturale del patrio suolo, il
genius loci simbolizzante in sé stesso l' origine, le vicende e la gloria
di Roma : suo unico simulacro era, come vedemmo, T umile quercia, alla
quale i soldati vincitori appendevano divotamente le spoglie dei vinti nemici.
Or bene, anche il dio Tevere ha assunto neir Eneide veste, forma voce
umana, che lo fa rassomigliare in tutto ad un dio dell'Olimpo greco :
uscendo di tra i pioppi dell' amena sua corrente, egli si presenta ad
Enea in sembianza di vecchio, e eum tennis glauco velabat
amictu Carbasus, et crines umbrosa tegebat arundo ; Tum sic affari,
et curas bis demere dictis (15'. Come per le qualità fisiche, così anche
per le qualità morali gli dèi somigliano in tutto e per tutto agli uomini
: essi nutrono nel loro animo passioni, desideri e sentimenti al pari di
ogni mortale, ma con una forza ed una intensità di gran lunga superiore a
quella umana. I loro odi, i loro amori, le loro gelosie, le loro
vendette, che hanno tanta parte negli avvenimenti umani, sono riprodotte
da V. sulla falsariga di Omero, (lai quale il poeta mantovano ha mutuato
tutto il macchinismo mitologico. Ciò è tanto evidente, per chi abbia una
certa conoscenza dei poemi virgiliani che sarebbe affatto inutile ci
dilungassimo a mostrarlo. Noteremo soltanto che esagerarono quei critici i
quali vollero scorgere nella mitologia virgiliana una serietà ed una
moralità di molto superiori a quella omerica
4»' Ch*:? Li ma-gior rispetto del i)4)polo latino
verso gli dèi, la sua inatrj:- r»- izrtivirà, e il pn»}j:r^^>so stesso
compiuto dalla ragione umana in otto s^ci I: di riflessione, «li >tudi
e di ricerche, «ìovesJ^ero spingere il nostro j toeta a d^ire una
ve>te più severa e più casti^jata alle antiche favole > • . «n-ire
sul >uolo ell»-nni«*o. è cosa naturale, confermata anche dall'esame
•i-i p» «-uJ iVià nr-i tempi di poct) anterit>ri al poeta, codeste favole
sem! /.iVAi... :i: più sfa«NÌate, assurde, immorali, e contro di esse
protestava - .rrjicaiiit-ritt- il più trrande dejrli oratori romani: u
nec enim multo aì)-:!:•' :. r:i — es^Uma ej:li, «lopo aver esposto i giudizi
dei tilosofi sulla divi:.:-^ — >unt ea, quae poetarum vocibus fusa ipsa
suavitate nocuerunt,,'iì et ira inrI:ìmiiiatos et libidine furentis induxeruut
deos feceruntque. r.: ri:r;m hèUa. pro«-lìa, pugnas, vulnera videremus,
odia praeterea. dis-i.a. -i:^ or.iia.s, ortu>. iiiteritus. «|uerellas.
lamentationes. effusas in •:n.::: intrriiiprrantia libidines. aduUeria,
vincula, cum humano genere con^ r\i lvd> iiiortaii'[Uè ex iLimurtali procrea
tos » 17). Ma. come abbiam ve I :r . C:- eri'iie non aveva la natura
timida e profondamente religiosa di Vìrjil:?. né s'era accinto come
lui ad un poema epico il cui fine era di r. :.r. iurre i Romani ali"
aritica religiosità, e la cui materia si trovava già :r: -è -ie tu'ù
.libine divina: lo stesso pn»tagonista del poema è figlio di una dea,
jr Vrrnere, ol.e s«..ntratasi con Anchise sulle falde dell'Ida,
s'era congiunta P e n lui: Latino padr»- dì Lavinia e re del Lazio,
è figlio del dio Fauno S tr iella n:r*f:i Mari, a (IS). Ma questa
semidivinità di Enea e di Lavinia. % »^: ->:.•" nifi
n«^'lia tradizione, era necessaria al poeta non solo per aver
5 n. io i; L':;>t:n. are le favolose imprese del primo e l'aiuto che a
lui con ^ c-rÌLO jl. dèL lua aiii'he per dimosti*are ai Fiomani derivati
dal matri • !..?:.!• 'l-l prÌMio **olIa sfonda, la loro origine
divina, e con ciò in ^ iiirli ad es.>ere più religiosi. Fra i
guerrieri italici che scendono in guerra 1^ *.» re-enit» troiano, i
più devono la loro nascita al connubio di un « Iemale con rialclie
divinità : Turno ha per avo il dio Pilumno e per nia ^ dre li dea
Venilia li») Messapo è tìglio di Nettuno (2l>), Cecolo fu gene \ rat •
da Vulcano tra le greggi e trovato nel fuoco -21), Ebaio da Telone
i è dil!a iiinra Seb»'tidr' ;.^2) : il leggiadro Aventino è tìglio del
dio Ercole e i -Il.i >^acerd-te>*>a Rea. la quale
Furtivum parta sul» luiuìnis edìlit aurati, Mivta l>n»
imilior ; 41 ed anche in questo caso il
nostro poeta non fa che servirsi di una tradìzione antichissima, colla quale
può giustificare la prima sconfitta ecc. ecc. Sulle condizioni
della religione romana verso il finire della repubblica e sulle cause
della sua decadenza, vedi G. Boissier - La Belìgìon Bomaine, Paris, 1884,
Voi. I, pag. 37-63.
Joachin Marquardt - Le eulte chez les Bomains, Paris, 1889, Voi. I, pagg.
69-87. C. Schmidt - Essai hìstorique sur la Società civile dans le monde Bomain
et sur sa transformation par le Christianisme, Strasbourg, Havet - Lo Chrhtìanisme
et ses orìgines, Paris, Livio - Ab urbe condita- L. VI, 42; X, 6-9. La prima legge per la quale anche al popolo fu
aperta la via al sacerdozio, fu la lex Licinia (389-367); vennero poi la
lex Ogulnia e infine la lex Domitia. Zeller, Religion und Phìlosophie bei den Romern. Berlin,
Vortrage und Abhandlungen, Asìnaria, II, 1, 11. Persa, Iecc. CICERONE (vedasi) De Divinatione, Ennius
- Telamo Ribbeck Com' è noto, la notizia della traduzione, ora perduta, fatta
da Ennio della Storia sacra di Evemero, ci è data da Cicerone nel De nat.
deoi\ 1. I, C. 42 « gwae ratio maxime tractata ab Euhemeì'o est, quem
noster et interpretatus et secutus est praeter ceteros Ennius 9, Dei
brani della storia di Evemero sono riportati da Lattanzio, Justit,; le
maggiori notizie su di lui si trovano in R. de Block - Euhèmère son Ihrre
et sa doctrine, Bruxelles, 1876. Quanto al poema di Epicarmo, esso è
citato da Varrone nel De lingua latina V, 65. Una prova, fra le tante,
degli eilettì prodotti in Roma dal diffondersi della Storia sacra di
Evemero, ci è data da questo passo di Cicerone, De nat. deor.: An
Amphtaraus erit deus et Trophonins ? Nostri quidem publicnni, cum essent
agri in tìoeotia deorum immortalium excepti legi" censoria, negabant
immortali^ esse ullus, qui aliquando homines fuissent*. VARRONE,
che consacra il suo libro sulle Antichità divine a ia,r conoscere gli
antichi riti^ all'ignoranza dei quali attribuiva la decadenza della religione
romana, chiamava poi assurde le favole che si raccontavano sugli dei, e
confesssava che il culto romano era mal fatto^ e che non sarebbe più tale
se egli potesse rifarlo; cfr. S. Agostino, De civitate dei, IV, 31. Per
Lucilio, vedasi il modo con cui egli giudica le religioni popolari nelle sue
satire XV, 2; ed. Miìller, Lipsia Com' è noto, Cicerone era augure, ed a tale suo
officio teneva moltissimo, facendo feilelmente la guardia alla porta dei
templi. Con tutto questo egli non si fa scrupoli di combattere
recisamente, nel suo trattato sulla divinazione, l'opinione di coloro che
credevano possibile una scienza dell'avvenire, ne vuol permettere che la
superstizione sia posta sotto la protezione della filosofia. Nel trattato sulla
Natura degli Dèi si mostra titubante, incerto, né sa giungere ad una
conclusione recisa; tantoché non a torto vi fu chi ai nostri giorni credette
sorprendere, in codesta assenza di conclusioni formali, una prova di
ateismo. Boissier. Nelle lettere familiari, che ce lo mostrano nella vita
privata, di religione non ia quasi mai parola. I discorsi politici e
giudiziari sono per contro tutti compenetrati di religiosità, e ne
vedremo più avanti la ragione. In questa esagerazione cadono quasi tutti gli
autori sopra citati, specie il Marquadt (loc. cit, op, cit)
(14) Epist. ad famil., V, 16. (15) Ad. Att,, ì, 3. Cicero.
Act, in C Ve7rem, Havet. Vedcsi specialmente la Pro lege manilia, (quelle
In Catilinam, ([uelle contro Verre, già ricordate, ecc. ecc. Plutarco
— Le vite degli uomini illustri, trad. G. Pompei, Cremona, Ab urbe cond.Vedi
fram. del 1. XXXII. De rer. nat. Lentulo, il complice di Catilina, credeva
agli oracoli della Sibilla; cfr. Cicero In L' Calilinam orat^ ieri., 5. Siila,
che aveva rubato i tesori del tempio di Delfo, portava sempre con se una
piccola ima'^ine di Apollo che baciava di tempo in tempo; cfr. Plutarco,
Siila, Voi. VI, pa?. 490, Mario eonduceva sempre con sé la profetessa
Marta^ nella quale aveva grande fiducia e dietro ordine della quale
sacrificava; cfr. in Plutarco la vita di Mario. Vatinio, che affettava
incredulità per gli auspici, e\ oca va segretamente i morti e immolava
loro dei fanciulli; cfr. Cicerone, In Vatin,, 6. Quando apparo qualche
meteora, quando qualche statua divina ha sudato, quando qualche rumore
misterioso s*è fatto sentire sotto terra o nel cielo, il terrore invade
tutti, e per ordine del Senato si consultano ì libri della Sibilla e gli
auspici; CICERONE (vedasi), De Divinatione Le superstizioni funebri
dominano specialmente tra gli sventurati. Lucrezio ce li fa vedere, nelle ansie
e nelle sofferenze (leiresi^lio, affrettarsi a sacrificare ai mani e
immolare pecore nere là ove il caso li ha condotti; cfr. De rer^ nat-
III, n. 8. Quanto a Cicerone, vedemmo già com'egli attribuisse la propria
guarigione agli dèi e incaricasse la moglie di ringraziarli. Per verità,
al tempo di Cesare e di Cicerone, le matematiche pure ed applic^itct la fisica,
la scienza musicale, la meccanica, l'astronomia, la geografia, la storia
naturale ecc. si trovano ormai ad uno stato soddisfacente di sviluppo. Ma oltreché
molto delle verità più alte, come ad esempio il movimento della terra
intorno al sole, erano ancora al puro stato di ipotesi non dimostrate,
s'aggiungeva anche che coloro che nella loro gioventù avevano potuto
compiere una buona educazione scientifica, dimenticavano poi ogni cosa;
cfr. a tal proposito Polibio, IX, 24, e Cicerone De Republica I, 40, e
Academica II, 39. Per convincersi poi a qual punto di imperfezione era
ancora la cosmologia e l'astronomia, basta leggere le considerazioni di Lucrezio
.sugli antipodi, le dimensioni del sole, la durata dei giorni e dello notti, le
fasi della luna ecc.; cfr. De rer. nat. Che OTTAVIANO fosse grandemente
superstizioso, è cosa risaputa (cfr. Svetonio, Ang. 90, 94); ma ciò non implica
che fosse anche religioso nel vero e proprio senso della parola. Antonio
lo acculò di aver parodiato in modo così turpe durante un banchetto l'Olimpo
degli dèi, che Giove aveva abbandonato il Campidoglio per sottrarsi a
quella vista. Lo stesso Svetonio narra che, avendogli una tempesta distrutta
Tarmata navale, adirato cacciò Nettuno dal tempio (Ang,). Kpist. 1.
I, IV. LIVIO, M. Georg. Georg. En. En. Sulla religione
romana, vedasi, oltre le opere a;ià citate del Boissier, del Marquardt,
dello Sehmidt, dello Zeller e dell' Ha vet, anche Bouché — Leclerecq, Les
Ponti fes de rancieìine Rome. Paris, 1871; e, dello stesso, il Manuel des
ìnsliiU' tlons romaines. Paris, 1866. Preller, !.£s dkicv de /' ancienne
Rome, Paris. 1855;
Friedlaender — DarsCellungen nus der Sittengeschìchle Roms, Leipzig, 3
voi.; Inscriplìonum iMinarum amplissima collectio pubblicato a Zurigo dall'
Creili pei due primi volumi e dall' Hcrzen per il terzo; le Inscriptiones
regni Neapoletani pubblicate a Zurigo dal Mommsen ; io mi sono anche
servito di uno splendido e comprensivo riassunto della religione romana,
fatto dal Boissier in Remie de V histoire des religions, En. Hinc
Augustns agens Italos in poelia Caesar Cum patribus, populoque, penatibus
et magnis dis, Stans celsa in puppi : geminas cui tempora flammas
Laeta vomunt patriuinqne apei-itur vertice sidus. tll) Georg. Properzio
III, 22-20; Zeller, op. di. p. 6: Preller Hamisvke Mythologie, Diogini
d'Aliearnasso PcojiatxYj 'ApxatoXoyia, I En. Quando gli Arvali sacrificavano
due pecore alla divinità protettrice del luogo, pronunciavano queste
parole . Infatti, mentre i primi indirizzavano i loro inni a Giunone, a
Minerva, a Giano^ a Lucetins (Giove,; i secondi non cantavano che le
imprese di Ercole; ora il canto che V. pone in tM>ccg^. : li Massarani
— yei parentali di V., Mantova, 1883, paicg. i9 e seguenti. Nai. Deor, En. Eh. En En. En.
IV, 912 Giunone è detta cara Jovis coniux ; cfr. iinclic En. XII, 806 uUerius tentare veto. En.
Eru En. En. En. En C Uiad. XIV,
346-351. Y] pOL xal àyxàg Ijiapxs Kpóvou nal^ if^v Tiapixomv
Totoi 8' uno x^à)v Sìa qpiiev vsoOijXéa «oIt}v, Xa)xóv ^'IpoVìevxa t8è
xpóxov vj8' ftàxivO-ov Ttoxvòv xal {iaXaxóv, Sg ìtcò x^C &'+io'
èspYsv. xqi ivt Xegaoi'hjv ènl 8è vscyéXr^v Sooavxo xaXrjv
xpuoeCrjv. (38) A'n. Per
tutte queste notizie cl'r. A. Gabrielli. Sulla IV egloga di V.. Mantova
1. II. l41) 1. II. (42) V. Ogereaii. Easai sur le système
philosophique des Sloicìens — Paris Gabrielli, op. cit.; i>er vedere quale
diffusione avesse codesta leggenda in Italia, cfr. Ccnsorinus, De die
natali, 17. Sugli anni e i //ja^^ne /wt'fwe* dell'eglog, IV cfr. De
Romanorum anno saec ad Very. eclg. IV nc^li Archivi di Filologia dell'
Henghelmann. En. Riguardo ai carmi sibillini cfr. le opere già
citate. (49) Completo magno anno, omnia si/dera in ortus suos
redire et referri rursus eodem motu. Quod si est idem st/derum motus,
necesse est ut omnia qiiae fueiunt habeant iteratiorwm. Compareti,
op. ci/., C. VII; ed ancora Schickedanz: Unde VirgiUus argumentum quartae
eclogae hauseriU Servest. 1761 ; Frcj'mullcr: Die messianische Weùsagung in
Vergils Edoga IV, McUeii, 1852. (51) Sì confrontino i vorsi 10-45
con (lucsto frammento del carme dclhi 2»ibilla cumana. Cum
Deus ab alto llegem dimittet Olympo Junc terra omniparens friictas
mortalibus aegris Reddet inexaustos frumenti, vini, oleÌQUc; Dulcia
tunc mellis diffundent pocula coeli, Et niveo latices erumpent lacte
suaves. Oppida piena bonis, et pinguia eulta vigebunt, Nec gladios
metuet, nec belli Terra tumultus, Verum pax terris florebit omnibus
alta. Cumque lapis Agni per montes gramina carpent. Permistique
simul Pardi pascentur, et Hoedi ; Gum Vitulis Ursi degent, Armenta
sequentes Carnivorusque leo praesepia carpct uti bos: Cum pueris
capient somnos in noctc Dracones, Nec laedent, quoniam Domini manus
obteget illois. (52) Si confrontino ancora i versi 10-45 dell'egl.
IV, con queste parole di Isaia Ei erit justUia cingulum lumborum e.jus ;
ei fides cinclorìum renum ejus. liabitablt lupits cum agno, et pardus cum
hoedo occubabil et leu et ovis simul morahantur, et parvulm mbiabit eos. VltuliLS et ursus pascentur :
s'unuI requiescent catuli eorum ; et leo quasi bos comedet paleas. Et
delectabilur infaìia ab ubere supeì' foramine aspidis ; et in caverna
regulì, qui ablactatus fuerit. manuin sua mittet. Non nocebunt et non occident in universo monte sancto
meo; quia repleta est terra scientia Domini, sicut aqtuie maris
aperientes. Comparetti, op. cit. C. VII; Evangelicher Kalender. 1862, pan-
i7-5o. Vedasi il saggio veramente geniale di G. Negri « I Ricordi di Marco
Aurei in eie Confessioni di S- Agostino» in Meditazioni vagabomie,
Milano. riiica fra le sètte filosofiche deirantirhitii. la scuola di
Epicuro esclude nel modo i)iù assoluto la religione, nega ogni sorta di
miracoli, e bandisce il sovrannaturah* che l'ignoranza e la paura avevano
cui loi^ato nel seno dei fenomeni. La strana dottrina psicologica della
i^pO-rfyy;,, nhe pure ha un fondo indiscutibile di verità, aveva bensì
costretto il (ilosofo d'Abdera ad ammettere un Olimpo di dèi immortali,
ma essi non hanno alcun potere sul mondo e sugli uomini, sono formati da
una semplice successione di imagini prive affatto di consistenza, e
vivono riligati negli spazi intercosmici {intermundia). dai quali non
potrebbero uscire per la diversa natura degli atomi che li compongono.
Quindi riiomo min ha nulla da temere e nulla da sperare da codeste vane
ombre senza cor|)0, che non possono togliergli (jnello che l'epicureo
considera il massimo dei beni: la libertà dello spirito. In modo ben diverso
intendeviino razione divina le altre scuole, che si disputavano nel mondo
rintien la direzione degli animi. La dottrina del Portico, ad esempio,
era venuta, col suo mal definito panteismo, a giustificare ogni più
volgare superstizione, e ad ammettere nel mondo una incessante azione divina,
una rnntinua provvidenza, un perpetuo miracolo ; lo stoico, al pari di ogni
altro pagano, credeva alla fatalità, alla predestinazione e persino agli
oracoli e alla scienza augurale. Lo stesso può dirsi della filosofia
platonica, la quale, mistica ed ascetica già neirorigine. aveva
accentuato aiici^r più questi suoi caratteri passando
attraverso la speculazione degli Alessandrini, ed era giunta al punto di
accettare non solo, ma di giustificare col ragionamento filosofico
l'ermetica e la magia. L'epicureismo soltanto era recisamente nemico di
ogni religione, qualunque essa fosse : poiché ogni religione deve, dal
più al meno, poggiare su quelle idee di provvidenza, di creazione, di
miracolo, di solidarietà fra il mondo e dio, che il seguace d' Epicuro
esclude nel modo più assoluto, u Ce n' est donc pas sans raison, diremo anche
noi col Guyau, que le nom d'epicurien devint rapidement synonyme
d'incredule et d'irréligieux. Dato questo carattere della filosofia
epicurea, era possibile che il mite V., iJ cantore del pius Aeneas, il
ristauratore dell'antica religione romana, il poeta religioso per
eccellenza, accordasse il proprio assentimento alle dottrine dell’ORTO?
Assolutamente no; a meno che non si voglia ammettere che nell' animo suo
fosse tale il distacco tra i principi filosofici e le credenze religiose,
da poter negare in filosofia ciò che credeva in religione. Ma questa ipotesi
sarebbe assurda e priva di ogni fondamento. Tutta la storia del pensiero
umano ci dimostra che uno strettissimo legame ha sempre unito la religione e la
filosofia; ed anche al giorni nostri, se nel campo teorico i loro domìni sono
stati divisi, nel campo pratico delle coscienze individuali esse continuano a
rimanere strettamente, invincibilmente unite. Questo legame che unisce la
religione e la filosofia è al tempo stesso positivo e negativo : è
positivo in quanto Tana e l'altra soddisfano al bisogno imprescindibile
dell'anima umana di possedere la realtà superiore, l' unità suprema delle
cose ; negativo, o, dirò meglio, di esclusione, in quanto la seconda
sostituisce a poco a poco la prima nella esplicazione delle verità
superiori. Ed infatti, considerata storicamente, la religione non è
altro, secondo la definisce il Réville, che « la determinazione della vita
umana, per il sentimento di un legame che unisce lo spirito umano allo spirito
misterioso, di cui egli riconosce la dominazione sul mondo e sopra sé
stesso, ed al quale ama sentirsi unito » ; la filosofia invece,
considerata pure sul terreno strettamente storico, è la ricerca libera della
verità superiore nel mondo e nell'uomo sulla base delle conoscenze acquisite in
generale e deir osservazione della natura umana. La religione deriva dal
sentimento spontaneo che l' uomo ne ha, e che egli interpreta senza
rifiessione e senza metodo, sotto la direzione preponderante delle facoltà
imaginative ; la filosofia deriva dal bisogno che l'uomo prova di
correggere con formule razionali le ispirazioni del sentimento :i). Dove
la prima pone il piede, la seconda deve ritirarsi ; ed è soltanto quando
la filosofia si acconcia alle forme ed ai simboli della tradizione
religiosa, traducendo nel linguaggio tradizionale le sue idee e le sue
speculazioni, che l'una e l'altra possono trovarsi d'accoido sul medesimo
terreno. Ciò avvenne infatti nel pitagoreismo, nel platonismo, nello stoicismo,
nel giudaismo alessandrino ; ma non, come vedemmo nella dottrina d* Epicuro.
Quindi per noi la questione dell' epicureismo di V. è già a priori
risolta: essendo profondamente religioso, il nostro poeta non poteva
essere al tempo stesso epicureo. Ma non cosi l' intendono tutti coloro
che, nei tempi antichi e nei moderni, si occuparono in qualche modo delle
opinioni dei grande mantovano. Se fra tante verità stoiche non avessi
errato con qualche principio epicureo, non sarei pagano ». Queste parole,
che Fabio Pianciade Fulgenzio pone in bocca allo stesso V. nel suo De
continentia Virgiliana, riassumono, si può dire, l'opinione generale dei
grammatici e dei commentatori antichi e moderni intorno ai principi filosofici
professati dal nostro poeta. Non tutti codesti illustratori sono
certamente d' accordo nel considerare le dottrine stoiche come il fondamento
della filosofia virgiliana ; anzi a questo riguardo le divergenze sono
parecchie, inclinando alcuni per lo stoicismo, altri per il platonismo,
altri per il neo - pitagorismo, altri infine, e con maggior ragione, per
l'eclettismo stoico - platonizzante. Ma si trovano poi tutti
meravigliosamente uniti nelP affermare che Virgilio, tra il candore immacolato
delle sue dottrine spiritualistiche, non seppe andar esente da qualche
piccola macchia di queir epicureismo che fu sempre la filosofia degli
spiriti ribelli. Questa, ripeto, è Y opinione generale degli
illustratori di V. ; ma ben più recisa è a tal proposito l'opinione
volgare. Come osserva lo stesso Heyne nel suo celebrato commento, vulgo
prò Epicureo haheri solet Virgilius. E cosi è infatti. Oggi ancora i più
credono che il nostro poeta abbia non solo accordato spesse volte facile
«orecchio alle ttjntazioni delle dottrine epicuree, ma che sia stato un
epicureo vero e proprio, un seguace convinto e deciso, sebben mite, del
grande pensatore d'Abdera. Scevri da ogni idea preconcetta e da qualsiasi
preoccupazione filosofica e religiosa, che turberebbe la necessaria serenità
della ricerca, noi ora dobbiamo domandarci : quali sono le origini
storiche ed i fondamenti reali di questa, che non chiameremo la leggenda
dell' epicureismo virgiliano ? Lasciando completamente da parte Y opinione
volgare, che non potrebbe avere la più lontana giustificazione nei
documenti storici e letterari che ci sono rimasti, io credo che l'origine prima
dell'opinione dei commentatori risieda in quel noto paragrafo della P.
Virgilii Maronis ri/a di Tiberio Claudio Donato, nel quale si parla
appunto degli studi e delle opinioni filosofiche di V.. Il paragrafo dice
precisamente cosi: « Audivit a Syrone praecepta Epicuri : cuius doctrinae
socium habuit Varium. Quamvis diversorum Philosophorum opiniones libris suis
inseruisse de animo maxime videatur, ipse tamen fuit Academicus : nam Platonis
sententias omnibus aliis praetulit » (3). L' antichità medesima del
passo, r autorità sempre concessa al suo autore, non potevano in certo
qual modo non suggestionare critici e commentatori, così da convincerli
che à qualche traccia degli insegnamenti di Sirene doveva
necessariamente trovarsi nelle opere virgiliane, prima ancora di averne
ricavato la prova dall'esame spassionato di esse. Non c'è quanto mettersi
a studiare un autore con idee preconcette, per creder poi di vedere
confermate ad ogni momento e nel modo più indiscutibile quelle medesime
idee! Ma ci sono veramente, o nelle Bucoliche, o nelle Georgiche o
nelV Eneide degli elementi filosofici di indole tale da poter giustificare
in modo positivo questa opinione tanto universalmente diffusa?
Vediamolo. 11 primo luogo che quasi tutti i commentatori sono
concordi nel chiamare prettamente epicureo, è l'egloga sesta, nella quale
il mitico Sileno canta T origino degli uomini e delle cose. Ed è tanta la
loro sicurezza intorno alla natura di questo passo, che molti fra essi,
ed anche dei modernissimi, non dubitano di veder raffigurato in Sileno
Tepicureo maestro di V., Sirene, e nei due fanciulli V. stesso e il suo
condiscepolo Varo (1). Non v'ha dubbio che i concetti espressi in
quest'egloga, e la melodia soavissima dei verei che li accompagna, e la
pittura giocondamente serena colla quale incomincia, possono spiegare
sufficientemente l'illusione in cui sono caduti i commentatori. Il
vecchio padre di Bacco, gonfie le vene pe'l gran vino bevuto, seria
procul capiti delapsa, se ne giace dormendo in un antro. Lo vedono due
fanciulli, che il vegliardo avea spesso lusingato colla speranza di
rallegra^-li con un canto, ed unitisi ad Egle, Naiadum pulcherrima, lo
legano coi serti, gli impiastricciano la fronte e le tempie di sanguigne
more e lo costringono a cantare. Ed egli, dolum ridens^ fra l'esultanza dei
Fauni, delle piante e delle fiere, incomincia il suo canto narrando: uti
magnum per inane coacta Semina terrarumque animaeque marisquc
fnissent, Et liquidi simul ignis; ut liis exordia primis Omnia, et
ipse tener mundi concreverit orbis; Tum durare sohnn, et discludere Nerea
ponto Coeperit, et rerum paullatim sumere formas; Jamque novum
terrac stupeant lucescere solem Altius at) e specialmente dal Trezza (7),
che disvelò la profonda moralità inerente air epicureismo, mostrandone Y
eccellenza fra di tutti i sistemi filosofici antichi, io credo affatto
inutile sfatare un' accusa che ormai può solo essere accettata dalla
credulitii stolta dei volghi. (Hi è certo che fra i seguaci di Epicuro vi
furono molti che si fecero schermo delle sue dottrine per condurre una
vita scioperata ed immorale; ma oltreché non bisogna mai chieder conto ad
una dottrina dalle conseguenze illegittime che le passioni umane possono
dedurne (8), e' eran pure tra gli epicurei uomini forti ed eletti, che.
ispirati ad un alto ideale di dignità umana, liberi dalle umilianti
tirannie celesti, sapean trarre una vita virilmente austera nella serena
contemplazione del vero. Ma a completare l'illusione, vengono
infine i primi versi del canto di Sileno, che più sopra abbiamo
riportato. L' origine del mondo, il suo lento progressivo conformarsi, Y
iniziarsi dei fenomeni tellurici, il sorgere delle piante e degli
animali, tutto è narrato in cotesti versi senza il benché minimo accenno
ed una azione qualsiasi della divinità, senza la più piccola allusione al
sovrannaturale : ogni cosa ha principio dai semina^ ogni cosa che esiste
non è che 1' eftetto del loro accozzamento magnun per inane. Ora non é
questa appunto la dottrina d'Epicuro, secondo il quale tutto nasce, si
forma e muore per un puro aggregarsi e dissolversi di atomi nel seno del
vuoto infinito, senza che gli dèi, relegati negli spazi intercosmici,
quasi famiglia di monarchi spodestati, possano mai interrompere
l'addentellato delle leggi immanenti ed eterne di natura? Sembra
evidentissimo ; anzi, ad avvalorare sempre più questa opinione, si
aggiunge anche la circostanza che nei versi sopra citati apparisce manifesta ed
innegabile Y imitazione del massimo fra gii filosofi romani dell’ORTO LUCREZIO.
È proprio infatti d(»ir orazione lucreziana quel semina del verso :V2,
che Lucrezio usa tanto spesso per significare gli atomi, quel liquidus
ignis del verso ;53, queir anima che é adoperata nel verso 32 in luogo di
aer^ e che ci ricorda subito come per Lucrezio l'anima umana sia composta
degli stessi atomi levigati e sottili che compongono l'anima (9): è
decisamente lucreziano quel maguiim per inane del verso 31 m che ci
richiama tosto la concezione atomistica delV estensione pura, del vuoto
entità reale, inteso cioè come il luogo dove i corpi materiali, e quindi
estesi, possono trovar posto (10); bia di epicureismo. ( onìineiani il
no.stro poeta non avesse creduto di aggiungerne altri che distruggono
completamente il significato dei primi, avrebbe dimostrato, almeno in
questa parte, di seguire in tutto le idee già espresse dal grande poeta e
filosofo latino. Ma sembra che V. si sia proposto, nelle opere sue, di
togliere con una mano ciò che con l'altra concedeva; sembra che abbia
voluto, con (juesto continuo ondeggiare fra i due poli opposti della
filosofia, far perdere ai lettori ogni traccia del modello cui
s'inspirava, e dissipare non solo ogni giustificato sospetto di
professare dottrine men che ortodosse, ma anche di condividere una
qualunque teoria filosofica determinata. Questo vedemmo già, e vedremo
meglio proseguendo nella nostra ricerca; per ora possiamo averne una
prova indubbia nei versi che stiamo esaminando. Egli infatti prosegue il
suo racconto così : Prinius ab aetherio venit Saturnus Olympo Arma
lovis fugiens, et res^nis exiil ademtis. Is gcnus indocile ac dispersimi
montibiis altis Conposuit, legesque dedit, Latiumque vocari Maluit,
his quoniam hUuissot tutus in oris. Aurea quae perhibent, ilio sub rtge
fecerunt Saecula: sic placida in^pulo^ in pace regebat. Qui
la tradizione ha ripij^liato il sopravvento, imponendosi alla scienza ed
alla ragione che prima sombravano prevalere : il poeta, quasi spaventato del
soverchio suo ardire, rìtv>rna ad adagiai-si nelle braccia morbide del
mito, e canta il regno paradisiaco di Saturno, che fuggito air Olimpo
viene in Italia, ed accolto iv^pitalmente da Giano, ammaestra il popolo
noir agricoltura, ne corregge il vivere selvaggio, trasfonde in esso abitudini
di ordine, di moralità e di lavoro, iniziando cosi il periodo felice deir
età dell' oro. Tali ci»se narrava la leggenda, assai diffusa nel popolo
tra i tilosofi e i letterati (^J'i); tali, e non diverse, sono per V. le
prime storie della terra ancor giovane. Ce lo dice in modo egualmente
esplicito in un altro punto delle sue opere, e cioè sul finire della
seconda Georgica, ove descivendo con frasi idilliche la vita beatrma i
poemi virgiliani, credo possa esser tale da indurci a rispondere
negativaviieiite a una simile domanda. Non v' ha dubbio: dove il
soprannaturale si mescola ed incombe con tanta forza sul mondo, dove le
potenze dispoticb.vì d:::j»^:-i- >i «^zzarla a sua po-ìta. ivi non può
♦---ere uè ^l'iiiio -si'» il»^ in uu moiAo «o-ì s-^j-^:: • airinij»erió
di volontà oliraniondane. ^ la -«i^-nz;! '\^V.\ «livin tzioriM e d»:'i
riti: studiarsi di penetrare nel pen>i»ro r:jcere all'ii^m'.»
ii.^n«Mchiato e treuiani^r s-.tt»> la verga inesorabile del di«j. K
tale ir.faiti. Lis-:iando da [«arte gli inse-juanienu contenuti nelle
Georgiche, che >ono più che altro una meo»: Ila di precetti pratici
comuni a pirito super>tizio>o di cui è imlHrvuto, egli manifesta di
quando in «{uando certe, sia jiur vaghe, a^jirazi^.ni a conoscere la vera
natura delle cse. e specialmente i m»ti dt i coi-pi cele>ti. le
ecli-,^i del sole e le fasi della luna, le inondazioni, i terremoti, i fulnn'ni
ed altri simili fenomeni naturali, che colpendo i»er la loro apparente
irregolarità o per la lon» grandio>ità le menti incolte degli uomini
primitivi, dovevano maggiormente giustificare la credenza dell'intervento
divino nella produzione loro. Di questa cres, lunaenue labores:
Uride trcmor terris: qua vi maria alta tumescant Obijcìlma ruptis,
rur^iisque in se ipsa residant: Quid tantum Oceana i^roperent se tingere
soles Hìberni; vel ti tre versi, pure delle Georgiche, che riassumono,
quasi direi, commentano e giustificano i versi antecedenti:
Felix, qui [mtuit rerunj cognoscere causas, Attiue metiis omnes, éì
inesorabile fatum Subiecit pedibus, strepi tu mine Acheroiitis avari I
(iO) Non v* ha commentatore che, cfiuiìto a questi due luoghi, non
si faccia un dovere di avvertire ctie in essi è contenuta Teco distinta
degli insegnamenti di Sirene, citando anche a maggior conferma i versi
lucreziani dai quali il secondo è palesemente imitato (11); non v'ha critico
che si rispetti, il quale, trattando così ù\ passaggio delle opinioni
filosofiche di V., non citi questi due luoghi come una prova
indiscutibile delle sue tenden>:e epicuree. Ora tali conclusioni
sarebbero giustissime, ed io per primo le sottoscriverei a piene mani,
riconoscendo che almeno in questi due passi le traccìe delle dottrine
epicuree sono di una innegabile evidenza, se non vi si opponesse un
ostacolo addirittura insormontabile : vale a dire gli stessi versi che
seguono roi^i il primo come il secondo dei due luoghi, versi che non solo
ne infirmano il primitivo valore, ma conferiscono loro un significato
camplctamente, recisamente contrario. Infatti, al primo dei due passaggi
citati seguono immediatamente questi versi : Sin, Ims ne pomm
natm-ae accedere partes, Ffigidiis obstiterit circum praecordia
sanguis; Rura mìhi, et ridili placeant in vallibus amnes; FI amina
ameni silvasqiie ìn'^iorius! 0, ubi campi, Spercheosque, et virginibus
bacchata lacaenis, Taygetal o, qui me gelidìs in vallibus Haemi
Sistat, et ingenti ramorum protegat umbra! {ììk Al secondo seguono
immediatamente questi: Fortunatus et ille, Deos qui novit agrestes,
Panaque, Silvanumque senem, Nymphasque sorores! lllum non populi fasces,
non purpura regum Flexit, et infidos agitans discordia fratres Aut
coniuratio ecc. ecc. Veda ora il lettore spassionato come la citazione
integrale dei passi virgiliani, indispensabile per riprodurre con tutta
fedeltà il pensiero del poeta, muti di punto in bianco Y aspetto della
cosa ; veda ora con quanto fondamento i versi sopra citati, uniti a
questi ohe ne sono il sèguito naturale, possano essere interpretati come
un'aspirazione a conoscere la vera natura delle cose, a liberarsi dalle visioni
torbide delPoltretomba e dal timore degli dei ! Poiché, alla fin
fine, qual'è il significato dei versi che stiamo esaminando? che cosa intese di
esprimere con essi il nostro poeta? Semplicemente il contrario di quanto
intendono i commentatori. È certamente una bella cosa, dice V., penetrare
i segreti della natura, conoscere le cause dei fenomeni che atteriscono
la nostra imaginazione, apprendere le leggi che regolano i movimenti
degli astri, i terremoti, le inondazioni ; ma io non mi sento da tanto.
Io preferisco trascorrere la mia vita nella beata ingenuità del povero
agricoltore, sotto la santa protezione dei vecchi iddii trasmessimi in
sacro deposito dagli avi, ammirando le eterne bellezze della natura esteriore,
senza guastarmi la pace dell'animo e la tranquillità della coscienza con
ricerche pericolose e con verità inquietanti. Tuttavia, anche
intesi in questo modo, si potrebbe sempre obiettare che il nostro poeta
non nasconde la propria ammirazione per coloro che, con lo studio della
natura, avevano saputo liberarsi dai gioghi celesti, e giustifica la
preferenza data alla religione soltanto colla mancanza del suo coraggio e
la tardezza del suo ingegno {/rigidus circum pr^aecordia sangxiis\ e che
quindi può ritenersi ugualmente verace Topinione comune intorno
alPepicuroismo dei due passi. L' obiezione sarebbe giustissima nella
prima parte, ma assolutamente falsa nella conclusione ; e per dimostrarlo sarà
duopo fare alcune considerazioni sul sentimento religioso degli antichi,
che ci riveleranno la vera ed intima natura dei versi virgiliani. Come
abbiamo ripetutamente osservato^ le religioni antiche e la religione romana più
d'ogni altra, hanno un carattere triste e cupo, che induce facilmente neir
animo del divoto tutti i terrori della più cieca superstizione. Quelle
mille potenze sovrannaturali disseminate per la natura, quella schiavitù
continua al loro capriccioso dominio, quella cura incessante di
antivederne il volere, quella attenzione sempre desta di scongiurarne le
ire, dovevano rendere piena di ansie e quasi insopportabile la vita. «
EJisognerebbe conoscere - dice il Guyau - tutti i pensieri che assalgono
a' nostri giorni ancora un' anima superstiziosa, per comprendere quale poteva
essere la vita dei superstiziosi d' altri tempi, allora che la superstizione
era garantita ed incoraggiata dalla religione stessa, faceva parte delle
credenze dello stato, e che Cicerone stesso brigava per ottenere il titolo di
augure. Ora, a tal riguardo, noi al>biamo per fortuna un documento assai
importante di quei temi>i, vale a dire il trattato di Plutarco sulla
Superstizione. Plutarco, testimonio non sospetto e degno di fede, ci fa
un quadro assai fosco delle ansie e dei terrori suscitati negli animi
dalla superstizione, che egli chiama « malattia ripiena di passioni » « viltà
servile » « piaga delle coscienze » « fuoco che divora T anima » e
definisce cosi : « quale sia la natura della superstizione ci dimostra la voce
greca «siotdaiiiovfa che altro non significa clie aver paura degli dei,
ed è una affannosa opinione, e imaginazione che impaurisce, atterra e
consuma T uomo, il quale ben crede che esistono gli Dei, ma dispensatori
di dolore e di sventure ». Per tal modo, mentre chi non solca il mare non
teme le tempeste, chi non è soldato la guerra, chi non esce di casa i
ladri, ecc. * cohii invece che ha paura degli dèi teme tutte le cose, la
terra, il mare, Taria, il cielo, le tenebre, la luce, la fama, il
silenzio, i sogni i ; mentre ciascuno può sfuggire ai propri affanni, il
superstizioso non può sottrarsi alla sua paura né di giorno, né di notte,
e neppure colla morte; e mentre l'empio, caduto in disgrazia o in malattia,
ricerca le cause del suo male e vi pone rimedio, il superstizioso,
credendosi castigato dagli Dei, si spaventa, si dispera, e non vuol nemmeno
provvedere a sé stesso per non disobbedire alla volontìi divina. Che più
*? (c Cagione di gran gioia sogliono essere agli uomini le solennità
delle feste e i sacri conviti, che si celebrano nei templi, Tessere
ammesso alla religione, le misteriose cerimonie dei sacrifizi, le
preghiere, le adorazioni.... Ma il superstizioso ben vorrà, ma non può star
lieto... Tutto pallido e smorto nel volto pur si corona, sacrifica
insieme e trema di paura, e con voce tremante porge preghi a Dio, e con
la mano mal ferma sparge fumi e incensi. Insomma, mostra esser vano il
detto di Pitagora, che noi diventiamo migliori quando andiamo a Dio; perchè
non mai i superstiziosi sono più in pessimo stato e malavventuroso, che
quando entrano nei templi degli Dei, come se fossero covi di orsi,
ripostigli di serpenti o caverne di mostri marini ». In questo modo,
continua Plutarco, avviene che molti supei-stiziosi, mirando la quiete e
la libertà di spirito di cui godono gli empi, non solo li invidiano e
desiderano poter ridersi m come loro dei terrori religiosi, ma
giungano persino a farsi deliberatcìmente increduli ». (14)
Questa eloquente e vivace pittura degli effetti della superstizione
nella società greco-romana, getta un fascio di luce sui v*.tsì che stiamo
esaminando ; nei (inali diremmo quasi di sentire — se !ion temessimo di
cadere in un enorme anacronismo — Teco distinta dellu ultime parole di
Plutarco. Vi è la sola dilTerenza che, mentre lo storico e moraliata
arreco descrive gli effetti dalla superstizione sull'animo degli altri,
il poeta latino esprime gli effetti che essa produce sul proprio ; e
mentre il primo ci parla di superstiziosi che si davano addirittura in
brar-cio alla inrredulità, il secondo si limita a manifestare la propria
ammirazione per gli spiriti forti che sanno affrontare la luce del vero,
e gìttarsi sotto i piedi i timori religiosi, il fato inesorabile, gli
strepiti dell'avaro Acjieronte ; ma aggiunge subito che egli non si sente
capace di fare altrettanto. Che poi la religione di V. fosse una vera e
propria superstizione, nel senso che Plutarco dà a questa parola,
l'abbiamo a lungo dimastnito: come pure mostreremo a suo luogo quanto
fosse viva nel nostro poeta la (mura della morte e la preoccupazione
della vita futura. Ben diverso dal vero è adunque il significato che si
dà universalmente a ^piesti famosissìnii versi; i quali, in fondo in
fondo, non diversificano mollo per la loro natura da quelle subitanee
ribellioni alla tirannia degli (U'i, che stndirimmo più indietro.
Soltantochè in questo caso ci troviamo dinanzi mi uno stato d' animo
assai più complesso ed interessante ; là non si trattava che di Sfratti
vivaci e quasi incoscienti, tosto repressi; qui invece la ribellione è meno
fugace e più meditata ; quelli erano sempliri moti passionali, questi invece
racchiudono un vero e proprio raere sue: le Bucoliche rappresenterebbero
il primitivo indirizzo epicureo, VKneide Y indirizzo mistico platonico e quasi
cristiano, le Georgiche il ponte di passaggio tra Y una o Y altra
dottrina. In uno studio sul sentimento poetico in relazione con
Tarte, l'Aloardi descrive col suo stile imaginoso e fiorito questo
preteso mutan«ento avvenuto nelle opinioni filosofiche di V. : « invaghitosi da
giovane della I filosofìa d' Epicuro, la cantò nella ammirabile Egloga di
Sileno. anchV^di ricalcando con pie gentile le franche orme di
Lucrezio : poscia guardando con più delicato studio la natura, si tolse da
quella agitazione vertiginosa degli atomi, si accostò a Platone, si
rivolse a quel non so che di più spirituale, che gli fece cantare nella Eneide
lo stupendo canto dei Morti e dei Nascituri, nel quale si rivela una
confusa idea della immortalità dell' anima. Respirò gli effluvi balsamici che
una corrente arcana rei ava neir aria del nascente Impero, e prestando
orecchio airantico carme delle Sibille vaticinò un nuovo ordine di cose
più apertamente dei Profitti di Giuda ; e forse fece tesoro dei concetti
Bacchici, che innestati negli drtiei, nelle feste di Eleusi e nei Baccanali,
ivano sviluppando e purificando r idea di Dio e della seconda vita. Boissier
è ancora più pi eriso nel descrivere questi diversi atteggiamenti
dell'anima di V.. Egli esamina successivamente i tre poemi virgiliani, e
trova nelle Bucoiiclie la spensieratezza, 1' assenza di patriottismo e di
religione propria dei seguaci di Epicuro, nelle Georgiche le incertezze di un'
anima che sta per abbandonare, non senza qualche rammarico, le dottrine
fino allora seguite, nelYEneide tutti i caratteri del poeta che milita senza
esitazioni sotto le bandiere della filosofia platoneggiante (:3). Questa
nuova versione, oltre schivare gli scogli della logica, può anche
sembrare a tutta prima abbastanza seducente, e non del tutto priva di
sicuro fondamento. Piace raffigurarci il nostro poeta, già tanto assorto
negli artifizi della forma e nelle cure dello stile, approfondirsi anche
negli alti problemi della scienza filosofica, e rivolgerli ed agitarli
incessantemente nell' animo suo, cosi da abbandonare dopo lunghi dubbi V
opinione da prima formatasi per abbracciarne poi in modo definitivo un' altra
che gli sembrava più vera e più giusta. E d' altro canto, 1' aver egli
avuto per primo maestro di scienza filosofica r epicureo Sirone, V aver
frequentato nella sua gioventù la compagnia di Cornelio Gallo e di Asinio
PoUione; Tessersi più tardi staccato da essi e stretto invece di più intima
amicizia con Cesare Ottaviano, di cui interpretò d'allora in poi le idee
di restaurazione religiosa e morale: l'aver infine passata la seconda parte
della sua vita nella solitudine campestre, paiono rendere sempre più
valida questa ipotesi. Ma la prova più convincente, secondo i critici, ci
sarebbe data come vedremo dall'indole stessa intrinsecamente assai diversa dei
tre poemi ; che nella gaia amabilità delle Bucoliche, nell' assenza di ogni
preoccupazione politica e religiosa, nelle pitture soavemente idilliche
che le infiorano, sembra quasi riflesso quel sentimento epicureo della
natura, che nasce dalla contemplazione serena di essa, non turbata dalla
visione dolorosa di un ideale impossibile a raggiungersi; nella severa
mestizia delle Georgiche, nel lieve sotho di religiosità che le
attraversa, negli accenni frequenti alla incredulità da una parte e alla fede
dall'altra, sembra vedere rappresentato r uomo che tentenna ancora fra
due dottrine radicalmente opposte, ma accenna già a piegare per una di
esse ; mentre infine nel freddo misticismo che pervade da un capo all' altro il
poema d' Enea, tu vedi un animo ormai tutto compenetrato della potenza
infinita degli dèi, tutto dedito a conoscerne i voleri e piamente
obbedirli. Ora, questa supposta prova è tanto convincente quanto si
vuol far credere dai commentatori ? Io per fermo non vorrò escludere la
esistenza dei caratteri che distinguono fra loro i poemi virgiliani; credo
però di appormi al vero affermando che tali caratteri difierenziali non
derivano da una diversità fondameatale di concetti filosofici, e tanto
meno accennano ad una evoluzione successiva del nostro poeta dal campo dell*
epicureismo a quello dello spiritualismo stoico, platonico e pitagoreo,
ma sono un eff'etto necessario della natura diversa dei componimenti
poetici, e del diverso scopo propostosi dal poeta per ciascuno di essi e
infine della diversità del modello seguito. Cantando nelle Bucoliche —
dietro r ispirazione della ridente musa teocritea, e col solo
intendimento di sperimentare le proprie forze giovanili nel più tenue dei
componimenti poetivi — la vita primitiva, tranquilla, spensierata dei pastori e
dei loro armenti, il nostro poeta non poteva, senza contraddire alle leggi più
elementari dell'arte, usare quella maggiore gravità di stile e di
argomenti che adopera nelle Georgiche, componimento didattico e
scientifico per eccellenza, intessuto degli insegnamenti di Esiodo, di
Democrito, di Senofonte, di Aristotile, di Teofrasto e di Catone il censore, e
composto, dietro il consiglio di Mecenate, col proposito di richiamare i
suoi ccmcìttadini alla sana vita dei campi e alle pratiche della romana
religione^ da cui s'erano venuti allontanando : e così nelle bucoliche
come nelle TTeorgiche non avrebbe potuto introdurre quel soffio di gelido
misticismo, 4Ut^llH continua preoccupazione del divino, quella tetraggine
farisaica di riti t? di formule — per usare una espressione del Trezza —
che vedemmo essere caratteristica dell' Eneide; poiché questo è poema
religioso nel [ùù puro senso della parola, composto sulla guida di Omero
con triplice seoiJO politico religioso e morale, per narrare ai Romani
rimmi^rrazione delle nuove divinità elleniche ed il loro assorbimento da
parte delle itiiliebe, per ricordare a' suoi poco di voti concittadini la
loro origine divina ed il modo con cui dovevano comportarsi rispetto agli
dèi. Dimostrata per tal modo la insufficienza di questa prova, cade
anche il valore delle altre più sopra ricordate, le quali, se ben si
guardi, poggiavano più che altro sulla validità di quella or ora esaminata.
CosicchfV pure ammettendo che col crescere degli anni e col maturarsi
della riflessione s'aumentasse nel nostro poeta quella sua naturai
disposi/Joiir allo spiritualismo, rimane però esluso nel modo più
categorico che durante la sua gioventù abbia militato sotto le bandiere
di Epicuro. Ripojtandoci dunque alla conclusione esposta nel principio di
(jnesto paragrafo, «noi siamo autorizzati a conchiudere che in nessun
luogo delh? sue opere il poeta mantovano manifestò principi di carattere
epicureo, e che quindi, per quanto si può dedurre da questi soli
documenti rimasti, egli non appartenne, né poco né molto, alla scuola d'Epicuro.
Reville - Prolégomènes de V hìst. des relig, - Paris. Il solo ALIGHIERII
(vedasi), che pure conosce tanto bene le opere vir^iliaDo, mostra di
andare esente dall'errore comune. Ciò prova prima di tutto col non aver
collocato V. nel sesto cerchio dell' Inferno, ove sono « Con Epicuro
tutti i suoi seguavi Che r anima col corpo morta fanno; in secondo luogo,
ed h prova ben più importante, col pigliarlo a guida per quella prima
parte dell' allei^órìco suo viaggio, in cui l'anima, pur rimanendo in
ragione umana, purifica se stessa e d rende degna della visione
beatificante. Il Comparetti, nella sua splendida opera su V. nel medio
evo (V. I, p. 293>l crede ciò dipenda dal fatto che Dante conosceva assai
poco la dottrina epicurea, come appare dal C. IV, del Conviio, e come si
può desumere dal fatto che egli non conosceva il De Natura Deorum^ unico
libro dal quale avrebbe potuto averne notizie sicure. Lasciando pur da
parte i molti argomenti che si potrebbero opporre a questa opinione, io osservo
soltanto che ii Comparetti stesso, nella pagina precedente, aveva notato che
Dante doveva avere pure conoscenza delle diffusissime leggende medioevali
intorno all'epicureismo viri^iliano, «Poiché - dice il Comparetti - c'era
bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta latino si fosse
grandemente accostato ai princìpi cristiani, ma c'era anche nuella che
egli come pagano fosse caduto in più d' un errore, singolarmente epicureo.
Questo si accordava con la sua biografia che lo presenta come discepolo
di un epicureo, e anche col fatto, perchè realmente princìpi di indole
epicurea, com'è naturale in im poeta lii quella età in cui l'epicureismo
era tanto in favore presso i Romani, non uianeano nelle sue opere >.
Dunque, io dico, se anche allora come oggi V. passava agli occhi di tutti
per un semi-epicureo, Dante dovè avere un qualche motivo più forte ftie
non la sua ignoranza dell'epicureismo per allontanarsi in modo cosi indubbio
dal sentimento universale. Sia come si sia, le ultime righe del passo
citato ci provai uo se non altro come uomini dottissimi possano essere
trascinati dalle creilenze comuni ad errori grossolani, che un esame
oculato delle fonti varrebbe a ^orreggere^ Come vedremo più
innanzi. Gotti. Heyne - P. Virgilim Maro varietale lectionis et perpetua
adito* tallone illustratus - Ed. tertia – Lipsiae Tib. Claudii Donati -
De P. Virgilii Maronis vita. C. : in
Heyne, ad es. il commento di Arcangeli. Riferendomi alle considerazioni
che verrò facendo più avanti, le quali sfatano completamente questa
assurda interpretazione, osservo per ora che assai difficilmente V.
avrebbe potuto decidersi a raffigurare in un vecchio eternamente ubriaco, per
quanto semidio, il suo antioo maestro, che Cicerone ci fa conoscere come ottimo
uomo ed amicissimo suo,1 f. Ihf fin, II, 35, e Div. VI, II). là) V.
3Ì-40. Vedi aggiunta alle Note. k\) Constant Martha - Le poème
de Liccrèce Paris La morale d' i.piciire
– Paris Studi Increzioni – Torino Lìici'ezìo - Firenze i870; e Epicuro e V
epicureismo – Firenze Lo dice anche il Manzoni, nella Morale Cattolica, C.
VII. De rer. nat,; V, 715, ecc. anche Cfr. la dotta dissertazione di
Giussani intorno alla questione dell’inane, spatium, locus, vacuum
secondo LUCREZIO, in Studi lucreziani De rer. nat. e la lunga nota del
Giussani V,V. la lunga nota di Giussani dissimilis
formas varìasque figuras. la nota del Giussani. La plastica descrizione del coniectus
material. Univers. 5: Inter
ignem et terram aquam Deus animamque posuit. Anche Tmc. V, 1-19. per avere una idea dal modo erroneo con
cui è intesa, Schaper, Die sechste Ecloge des Vergilius, In lahrbh f,
class, PhiloL, Zeller - La philosophie des Grecs trad. Boutroux Paris Cfr. Zeller. Die Philosophie der Griechen -
Leipzig. , dice così riguardo a Posidenier : Posidenius, von seinen Vorgàngern
abwekherJ nur so viel leeren Bauni au^ser der Welt annehmen wolte, als
die Welt bei ihrer Auflosung durch die Ekpyrosis nóthig habe, E riguardo
agli altri filosofi del PORTICO. Atielten dieStoiker ein Leeres ausser der Welt
schon desshalb fùr nóthig, wcil die Welt sonst bei der Weltvcrbrennung
Keinen Raum bàtte, in den sie sich iiuflosen konnte, und sie glaubten
dasselbe unbegrenzt setzen zu mùssen, weil deni Unkorperlichcn und
Nichtseienden weder cine Greuze, nodi sonst eine Bestimmtheit ;iukommen
konne. Ogereau F. Le sisteme philosophique des Stoiciens. Paris, C, IC. L. V, En. Lucr. En. Lucr; En. e Lucr.
Georg. Ili, 242-45, LUCREZIO e anche Arìst. Ifktor. Anien. VI, 18; e
Lucci EpisL I, II, Per tutte queste ed altre notizie, cfr. Max Muller -
Nouvelles études (k MythoLogìe - Paris, Zeller. Igino - Fabularum lìber, Basilea Georg,; En Georg,
II, 343-45(19' V, 922 e segg. Giussani. E' un commento a Lucr. V, 1026,
ovi? è narrata appunto l'origine del linguaggio. L'A. fa un confronto fra
le teorie di Platone ed Epicuro intorno a questo problema, e pone in luce come
quest'ultimo abbia divinato concetti e teorie scientifiche
modernissime. Macrobio Sai. I; P. Vitt. De orìg. gent. Bom, I ecc. fine. ecc.
Nel V combatte invece coloro che vedono un segno della mente e della
volontà divina nel sistematico coordinamento delle parti del mondo, nella
regolarità delle leggi che lo governano, nella razionalità dello sviluppo
delFumano incivilimento. Georg. En. Lucrezio, Milano De rer. nat, Diog. L. X, 82. A
proposito degli dèi volgari, Epicuro diceva: 'Aaspfjg fi'oOy. 6
Toùg T(3v 7coXX(5v Bsoùg àvapffiv, àXX'6 xàg tc5v tioXXcSv 5óS*C ^«ofC
wpoodicxov (D- L.). GIAMBELLI
(vedasi) DelC Epicureismo di V. (in Album Virgiliano Per vedere quanto sia
diffusa la credenza nell'epicureismo di V., cfr. il Trezza {V Epicuro e
il Lucrezio) e il Giussani, Ea. Eglog. Heyne, En, VI, 850-51.Georg. III, Et metus ille foras praeceps Acherontis
agendus - Punditus humanam vitam qui turbat ab imo - Omnia suffundens mortis
nigrere, negus ullam Esse voluptatem puram liquidamque relinquit Georg. Guyau Plutarco
- Della Superstizione, in Opuscoli Morali, trad. Marcello Adriani,
Firenze C. I, Anche CICERONE (vedasi) De Fin, e Guyau. ì 5.
Guyau Nella rivista La filosofia delle scuole italiane, anno I, disp.
I. Boissier Racconta Cicerone, nel De Legibus (1), che un certo Gellio,
proconsole romano nella Grecia, trovandosi ad Atene, rimase stordito e
meravigliato delle lunghe discussioni dei filosofi intorno alla questione
del sommo bene: e credette suo dovere riunirli tutti, eccitandoli a
finirla una buona volta con codeste interminabili dispute, ed
assicurandoli che, qualora non si fossero mostrati ostinati e decisi ad
azzuffarsi per tutta la vita, la cosa si sarebbe potuta facilmente
combinare ; egli poi, da parto sua, prometteva di fare del suo meglio
perchè V accomodamento riuscisse. Lo scrittore latino aggiunge
maliziosamente che l'ingenuità del proconsole suscitò il riso universale.
E non torto; tuttavia codesto grazioso aneddoto può farci conoscere,
meglio di qualunque trattato, la poca attitudine dei Romani alle sottili
astrazioni, e il modo onde essi intendevano la filosofia. Propensi più al fare
che al dire, e ad apprezzare ogni cosa secondo la sua pratica utilità,
codesta scienza era rimasta loro per lungo tempo affatto sconosciuta, ne,
per vero, ne avevan mai sentita la mancanza: e soltanto al principio del
secolo 111 A. C, quando la dominazione romana si estese sulle colonie
greche dell' Italia meridionale, cominciarono a penetrare in Roma, insieme alle
favole e alle rappresentazioni drammatiche, gli insegnamenti della
sapienza greca. Più tardi, anche i filosofi greci %\^ la quale è solo
privilegio degli uomini (Xoytxà ;;(T)a) e degli dèi (f)). V. non mostra
di essersi scostato nemmeno per questa parte dalla dottrina degli stoici;
cosicché, sebbene anch' egli creda ch(? i bruti siano dotati di anima al
pari degli uomini, come ci manifesta nell'episodio dei vitelli che muoiono
nei lieti prati : Et dulces anìmas piena praesepia reddunt. e come ci
fa conoscere molte volte parlando delle api, e dei loro ìnotm aniiìiorum dei
loro contusos animos, e tnstabiles animos{ìd); e dei loro re i
quali Ingentes animos angusto in pectore versant; e del modo
con cui quando pungono tanùnas in vulnere po7iuntn if)); sebbene anch'
egli conceda agli animali sentimenti e passioni al pari degli uomini,
come prova la descrizione che egli fa dell' ira delle api e dello spavento da
cui sono prese alcune di esse durante i combattimenti e dell' allegria dei
bestiami dopo la pioggia; sebbene in fine ammetta che gli animali possano
compiere azioni tali che sembrano suggerite dalla intelligenza, come nel
commovente episodio del cervo addomesticato di Silvia, che, ferito da
Ascanio, nota intra tecta refugit Successitque gemens
stabulìs, questuque cruentus Atque imploranti similis tectum omne
replevit; tuttavia egli si dà cura di avvertirci che non si tratta né di
ragione né di intelligenza, ma solamente di istinti, di t ìiaiuras qitas
Tuppiter ipse addidìt. Col qual vocabolo « natuì^as » egli traduce
esattamente il xi Tipffixa xaxà cpóaiv con cui gli stoici solevano
indicare le tendenze primitive proprie degli animali. E trattando nel
primo delle (jeorgiche in qual modo l' agricoltore possa presagire ex
imbri sole et aperta serena, gli insegna la maniera con cui gh alcioni, i
ciacchi, i falchi, le civette e i corvi manifestano V approssimarsi del bel
tempo ; ed aggiunge di non credere affatto che ciò derivi dal possedere
tuli animali una intelligenza superiore a quella assegnata alla loro specie: Haud
eguideni credo, quia sit divinltus illis Ingenium, aut rerum fato
prudentia maior, ma solamente, seguendo anche in ciò una credenza assai
conmne tra i pitagorici i platonici e gli stoici (23), dalla diversa
densità degli elementi, dell' aria in special modo, che muta gli istinti
dei loro animi: Verum, ubi tempestas, et coeli mobilia huinor
Mutavere vias, et Jupiter uvidus Austris DenJ^et, erant quae rara modo,
et quae densa, relaxat: Vertuntur speries animorum, et pcctora
motus Nun alios, alios, dum nubila ventus agebat, J Concipiunt: liinc
ille aviiim conceotus in agris, ^ Et laetae pecudes, et ovantes
gutture corvi. ^ Vi è però un punto nel quale sembra che il nostro
poeta si scoEti '[ alquanto dall'opinione fin qui seguita, ed
inclini a concedere ai bruti quella intelligenza che prima aveva negata ;
ed è sul finire del canto decimo, ove Mezenzio, dopo aver fatto prodigi di
valore ed essere stato già- j Temente ferito ad una coscia, vedendosi
portare innanzi il cadavere esangue ì deir unico figlio, si rianima
di novello ardore e preparandosi a combattere; rivolge al preferito cavai
di battaglia quella splendida apostrofe, che non j possiamo
trattenerci dal citare integralmente: Rlioebe, diu, res si qua diu
mortalibus ulla est, i Viximus: aut hodie Victor spolia illa cruenta,
i Et caput Aeneae referes, Lausique doloruni ;i Ultor eris
mecum : aut, aperit si nulla viam vis, Occumbes pariter : neque
enim, fortissime, credo, lussa aliena pati, et doniinos dignabere
Teucros i Questo discorso,
che presupporrebbe in chi l'ascolta una intelligenza j simile a
quella di chi lo profl'erisce, ha fatto arricciare il naso ai soliti
commentatori (2()), per i quali Tirragionevolezza degli animali è un
dogmii su cui non è nemmeno permessa la discussione ; e lo stesso
Heyne ha ^ cura di avvertirci a questo punto che « displicuit haec ad
equam suuni | Mezentii ovatto venustioribus nostra aetate. Tanto
più che nel j canto seguente V. sembra confermare questa sua nuova
opinione, descrivendoci il cavallo Aethon, che segue piangendo il
cadavere di Pai- * laute, suo signore: Post bellator equus,
positis insignibus, Aetlion It lacrimans, guttisque humeetat
8:randìbus ora Che realmente il nostro poeta, dopo aver negato T intelligenza a
tutti gli animali, anche a quelli che, come le api, sembrano possederla
nel I modo più indubbio, voglia ora concederla soltanto ai cavalli
? I due passi' ora citati non sono tali per fermo da autorizzarci ad
ammetterlo. Poiché il discorrere dei guerrieri ai loro cavalli è cosa che
occorre assai fre- ] quente cosi negli antichi poemi eroici come
nei più moderni poemi cavallereschi; senza che con questo i loro autori abbiano
avuto nemmeno la lontana idea di atferniare la ragionevolezza degli
animali. Quanto al nostro poeta, egli dovè manifestamente ispirarsi all'
Iliade d' Omero, ove spesse volte così Ettore come Achille rivolgono la
parola ai loro destrieri (29); ed è pure una seiiiplice imitazione omerica quel
pianto del cavallo di Palhinte, che ci richiama subito alla mente i cavalli di
Achille piangenti la morte di Patroclo (30 . Ma, oltre a tutto ciò, non è
forse naturale e comune anche fra noi questo amare e rivolgere la parola a bruti
e perfino a cose inanimate cui ci sentiamo fortemente affezionati ? Possiamo
dunque concludere senza tema di errare che V., seguendo la opinione degli
stoici, non ammetteva la ragionevolezza in nessuna sorta di
animali. L'esposizione ohe nel sesto canto dell'Eneide fa Anchise della dottrina stoica dell'
anima del mondo, è ancora più ordinata e precisa di (luella che vedemmo
nelle Georgiche. Il vecchio padre di Enea, comincia prima di tutto col
rivelare al fìgliuol suo T esistenza di quel fuoco etereo universale, che
compenetra ed informa il cielo e la terra, la luna e gli astri :
Principio coelum ac terras, camposqiie liquentes, Lucentemquc
globuin Lunae Titaniaque astra, Spiritus intiis alit; Poscia
gli insegna come quest' anima ugualmente diffusa sia il « principio di
universale attività )> (xò tioioùv), per rapporto al quale tutto non è
che passivo, e il principio dirigente (f^rej^ovtxóv) che domina e governa
tutti gli esseri : totamque infusa per artus Mens ai^it it
molem, et nìa'^no se corpore miscet. Viene quindi a ricordargli come
questo fuoco divino non sia soltanto un semplice pensiero ragionante, che
si limita a combinare e comparare delle nozioni ; esso non è né l' idea
delle idee, né il pensiero dei pensieri, ma piuttosto un i ragione
seminale, uno auspnaTixòv Xó^ov Svia toO tlóoiìou (:t2): Inde hominuni
pecudumqiie genus, vitaeqiie volantum Et quae marmoreo fert nionstra sub
aequore pontus Per questo modo adunque gli esseri animati dovranno
contenere in sé stessi una scintilla dell' ignea essenza divina: Igneus
est ollis vigor et coelestis origo Semini busCerto che, per quanto
sufficientemente definita, questa esposizione della dottrina stoica non
ha quella determinatezza che pur sarebbe necessaria per rendere in tutta la sua
interezza il pensiero dei filosofi dello Sfoci . Qui non é fatta menzione
né dei due principi attivo e passivo, cioè qualità e materia, né degli
elementi e della loro uguale divisione in attivi e passivi, né dei modi onde
gli elementi attivi combinandosi lulLi massa sostanziale le danno unità,
qualità, vita e movimento; ne insointnu di tutti gli altri presupposti
teorici da cui gli stoici facevano disceiiilere per deduzione logica la
loro dottrina, concatenandola in un tutto fortemente organico e vitale. Ma,
come vedemmo, è carattere proprio lirllo stoicismo romano di rifuggire da
tutte le astrattezze della metafìsica, da tutte le minuzie della
dialettica, per ritenere di una data concezione filosofica soltanto quello che
poteva esservi di veramente importante e di pratico. Poiché i Romani non
avevano ricercato nello studio della filosofia un divertimento dello
spirito o la soddisfazione di una oziosa curiosità, ma le avevano chiesto
dei princìpi di condotta, delle regole per vivere e per morire, delle
norme sul modo di contenersi rispetto a sé stessi, ai propri simili, alla
divinità. Ora, le linee assai generali e sintetiche — oltre le quali io
non credo si estendesse molto la cognizione di nessuno dei Romani che
seguivano le dottrine del Portico — colle quali Vir^^àlio ci riproduce la
dottrina dell' anima del mondo, sono più che sufficienti per cavarne
quelle conseguenze morali, che sono per lui come per i suoi compatriotti
tutto ciò che vi ha di veramente serio nella filosofia. (JtuiU sono
adunque queste conseguenze morali? L'amore versoi propri simili, r
austerità verso sé stessi. Che la dottrina panteistica degli stoici dovesse
persuadere ^^H uomini ad amarsi ed aiutarsi a vicenda, ad osservare nei
loro mutui la]»porti i precetti della giustizia, della carità, della
benevolenza, a considerarsi tutti come uguali e fratelli anche oltre gli
artificiali confini della città delki nazione, è cosa che, sebbene negata
da certi storici della filosofia, a nessuno potrà sembrare strana, e che
fu infatti da essi professata fino ab antiquo, prima ancora che gli Esseni,
Filone ebreo * itosela il cristianesimo 1' adottassero e la bandissero, con si
scarso frutto, alle genti. Quella essenza divina uniformemente trasfusa
per il mondo, dalla quale ogni essere è derivato; (juel «legame interno
i> (sips^io^) che unisce fra loro tutti gli esseri particolari e fa
dell' universo, ad ogni ma-* mento della sua esistenza, un tutto coerente
e simpatico, un insieme le cui parti cospirano neir azione reciproca
universale, doveva necessariamente spingerli a proclamare per primi, e con
tanta energia, l' universale fraternità ed uguaglianza degli uomini. E
mentre Platone, nel quinto libro della sua Repubblica, ammette soltanto
la fratellanza di tutti i Oreci, escludendone i Barbari, Plutarco,
riferendo le dottrine di Zenone, dirà più tardi : « Noi non siamo divisi
per nazioni e per città, aventi ciascuna la sua giustizia particolare ;
noi siamo l)ensì tutti compatriotti e concittadini, viventi una medesima vita
sotto una medesima legge, come un greggie immenso retto da
un solo governo >> . Il mondo è per gli stoici una città
universale, governata dalla diritta ragione, e in cui tutti pos sono
venire ammessi ; nò importa V essere greco o barbaro, uscito di stirpe
reale o nato in condizione servile, ma basta essere un uomo. « Umis omnium parens, dice
Seneca, mundus est, sive libertini hahentur, sive servi, sive exterarum
/lomines. Tutti questi generosi sentimenti, che si
possono riassumere in due sole parole « umanità » e « cosmopolitismo » e
che ci riempiono di ammirazione per i seguaci di Zenone di Cizio, possono anche
riscontrarsi, profusi nella più larga misura, nelle opere del grande poeta
mantovano, già inclinato ad essi per la natura mite, gentile, affettuosa
deir animo suo. Nessuno di quei sentimenti altruistici che nobilitano il
cuore umano, e costituiscono il fondamento primo della moralità sociale,
manca di trovare un* eco sincera nelT animo di V.. Sensibile a tutte le
miserie che affliggono la umana famiglia, per ogni dolore ha una lacrima,
per ogni sventura una parola di conforto ; sembra che egli abbia assunto
per sua impresa quel noto verso dì Monandro, tradotto da Terenzio: Homo
sum, humani nil a me alienum puto; sono uomo, e quante cose nobili e belle
ha il pensiero e Y opera umana prodotte, quante affezioni dolorose o
liete ha la natura umana in sé accolte, in quelle io consento.
Enea, sbalzato dalla tempesta sulle spiagge di Libia, e venuto al
tempio di Cartagine, scorge dipinte sulla mura di esso le battaglie Iliache,
che la fama aveva già divulgate per il mondo intero. Colpito e commosso dalla
pietà di quei ricordi, si volge al fido Acato, e : Quis jam locus,
inquit, Adiate, Quae regio'in terris nostri non piena laboris? En
Priamus ! Sunt liic etiam sua praemla laudi ; Sunt lacrimae rerum, et
mentem mortalia tangunt. Solve metus : feret haec aliquam tibi fama
salutem. In questi versi, mirabili per arte e per affetto, è espressa la
compassione che piange sulle umane miserie, da qualunque parte esse
vengano, qualunque sia il popolo che le subisce. Ed alla commiserazione
segue poi un altro sentimento umanissimo, la misericordia. Poiché la
soave Elisa, la quale pure ha tanto amato e tanto sofferto, sopraggiunge
a soccorrere gli sventurati, ricordando che i dolori sofferti le
insegnano ad aiutare gli infelici: Quare agite, o tectis, juvenes,
succedite nostris. Me quoque per multos similis fortuna labores
Jactatam, hac demum voluit consistere terra. Non ignara mali miseris
succurrere disco (G). In questi due versi, dei quali come dice il Canna — uno è un gemito, r
altro una consolazione : Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia
tangunt, Non ignara mali miseris suocurrcre disco, in questi due
versi sono espressi due dei più nobili sentimenti che legano l'uomo al proprio
simile. Del quale vincolo che deve affratellare il mondo in una sola
immensa famiglia, sono espressione più evidente questi versi di Ilioneo, che
racconta g^ Didone le traversie dei profughi troiani : Quod genus
hoc Iio.ninum ? quaeve hunc tam barbara morelli Permittìt patria?
hospitio prohibimur arenaci Bella cient, primaqiie vetant consistere
terra. Si genus humanum et mortalia temnitis arma; At sperate Deos,
memores fanJi aUjue nefandi (8). Nella dolorosa meraviglia, nella
profonda indignazione con cui Ilioneo narra questo fatto di uomini che
non ospitano ed aiutano altri uamini colpiti dalla sventura, per quanto
stranieri, poveri e sconosriuli, unzi li respingono brutalmente dalle
loro spiagge, il cosmopolitismo degli stoici, il sentimento della
universale fratellanza umana sono espressi nel modo più chiaro, e
sembrano poi sintetizzati iu quel verso della regina dei Cartaginesi
: Tros Tyriusque mihi nullo discrimine agetur. Ma una delle
più belle manifestazioni della umanità di V., è r avversione profonda,
decisa, assoluta che egli, appartenente' al popolo più bellicoso del
mondo antico, nutre per V arte omicida della guerra. Noi esamineremo con
una certa larghezza questa avversione di V. per la scclerata insania
belli, coni' egli la chiama, pei'chè con ciò il nostro poeta seppe non
soltanto farsi interprete del vero ispirilo della filosofia del Portico,
ma anche preannunziare in certo modo la posi/ione che qualche secolo più
tardi lo stoicismo doveva prendere contro la guerra ed i suoi
ministri. Già prima di V., Dicearco aveva scritto un libro sulla
Distruzione degli uomini, nel quale si dimostrava come la guerra
recidesse maggior numero di esistenze di tutti gli altri fiagelli presi
insieme. Lo stesso CICERONE, quantunque cerchi di giustificarla, non
sempre riesce a comprimere quei sentimenti umanitari e civili, che lo
studio della sapienza greca avevano sviluppato neli' animo suo ; ed allora,
posta da canto ogni esitazione, condanna severamente come filosofo ciò
ch+^ aveva prìina ^usiitìoato come cittadino romano e come
uomo politico. A tutti sono noti 1 ^;ioi sdegni generosi per la barbara
distruzione di Corinto, che furono rviiardati come rammenda onorevole di
Roma alla Grecia, maestra del ^lUi-re umano. Nelle sue orazioni contro
Verre, egli si commuove >jK'Sso per le crudeltà commesse dai soldati
nelle battaglie. • Il popolo ivmano non può più resistere )> esclama
a«l un certo punto — non dirò ai sollevamenti, e alle resistenze armate,
ma ai pianti, alle lacrime, ai gemiti delle popolazioni. Ma tutte queste erano
proteste assai timide, olle non potevano scuotere alcuno. Soltanto verso
la fine del secolo d'Augusto e sotto il regno di Tiberio e di Nerone, lo
stoicismo sorgerà coraggiosamente, in nome della fratellanza umana, contro le guerre
e le carne(ìoìne. Seneca il retore, nelle sue Controcersiae, ha contro la
guerra delle lungiìe invettive, nelle quali il suo stile, di solito cosi
artificioso e imbellettato, ac(iuista un calore ed una vivacità insolita. La
guerra è per luL una cosa crudele e riprovevole, la cui origine si deve
sempre ricercare nelle più bieche passioni umane: «ecco due eserciti di
fronte; dai due lati le colline si coi)rono di cavalieri, il terreno è
seminato di corpi, e sparisce sotto la moltitudine dei cadaveri e di coloro che
li spogliano. Se si domanda (juaF è la causa che spinge in tal modo V
uomo contro l'uomo (poiché gli animali non si fanno tra loro la guerra; e
anche se la facessero, tali costumi non converrebbero alla specie umana,
che è fatta per la pace e si accosta alla natura divina) e quale malattia
crudele, quale furore, ([uale traviamento spinge voi, che siete una sola
famiglia e un solo sangue, a versare il sangue gli uni sugli altri; quale
fatalità o quale caso funesto ha messo in voi un simile delirio, si dovrà
dire che è per innalzare delle tavole ove segga un popolo intero? o
perchè la casa rifulga d'oro? e tutto ciò può valere dunque tali
fratricidi. Seneca il filosofo segue a questo riguardo le orme del padre ;
egli ha in orrore la guerra, e la persegue con tutti i suoi anatemi ; ad
Alessandro, che nelle scuole era preso come il modello del genio della
conquista e della forza distruttiva, ei contrappone Ercole, V ideale
stoico, il dio della forza che fa il bene (14,. t Se l'umanità ascoltasse
la voce del sapiente — esclama — comprenderebbe che essa non ha affatto
bisogno di sol[ dati. Queste ultime parole di Seneca sembrano preludiare a
quel il dissidio allora latente, ma che di necessità doveva
scoppiare più tardi, tra [ i filosofi da un lato e gli ufficiali
deir esercito dall' altro. Di questo dis l sidio ò rimasta un'eco nelle
Satire di Persio, Tallievo di Anneo Cornuto, f- e il più
rigidamente stoico dei poeti latini. Egli cerca di sfogare il proprio
i disprezzo per gli uomini di spada, che in quel governo essenzialmente
mi { litare rappresentavano la classe più numerosa, più forte e più
temuta, ac cusandoli di puzzare di caprone: t. r Hic
aliquis de gente hircosa centurionum (ìé) tu e di avere le varici
: Dixeris haec iiiter varieosos centuriones. I centurioni, dal
canto loro, si facevan beffe di codesti Arcesilai dalle barbe lunghe
incolte, dai visi pallidi e dagli abiti a brandelli, che cumini navano
per le vie di Roma mormorando sentenze. Ma la querela fini miìlamente per i
filosofi; poiché Domiziano, comprendendo quanto pericolo potesse venire
da codesti uomini, che screditavano il mestiere deli^' anni e predicavano
la virtù, la pace, la fratellanza, ordinò fossero cacciati tutti da Roma
(18). V. non condanna la triste belliim, la larrinvìbile belium,
come spesso la chiama, in virtù di astratte considerazioni filosofiche o
politiche, uè per i danni materiali che le ultime guerre disastrose, e
particolarmente le guerre civili, avevano arrecato alla patria. No: è la
delicatezza deir animo suo che lo spinge a commoversi tutto ed indignarsi
\h\^ vanti allo spettacolo delle bestiali passioni che le horrida bella
scatenano, delle stragi umane che arrecano, delle tante vite che recidono
sul fiore, dei dolori e delle ansie che portano ai padri, alle madri, ai
figli dei combattenti. Le dottrine largamente umanitarie dello stoicismo non
avevano fatto che rendere ancora più vibrante e sijuisita codesta innata
sensibilità d' animo. Cosicché, prima di accingersi a narrare una guerra
o a descrive! e una battaglia, quando t bello dal signum ranca cruentum òueCina
•, il suo pensiero corre sùbito trepidante ai dolori e alle eaiiieficine
imminenti: Dicam horrida bella; Dicam acies, actosque animis
in funera rec:es Tyrrhenamque maiium, totamque sub arnia coacta
llesperiam i21j ; e a quel pensiero increscioso si sente commuovere di
pietà, anclir per i nemici: «Ahi, quante stragi sovrastano ai miseri
Laurenti! padre Tevere quanti scudi e cimieri e corpi di prodi travolgerai
sotto le tue onde {t})^ >» Poiché sembra che egli stesso sperimenti
nel proprio animo le anguseie dei miseri genitori, i cui figli stanno per
esporsi ai tremendi pericoli della battaglia; e ci rappresenta le madri,
che ai primi rumori di guerra Vota metu duplicant propriusque
periclo It timor, et major Marti jam appan^t imago. E (juando la
guerra é già decisa, e la colonna dei combattenti, avvolta nella polvere e
lampeggiante d' acciaio, s' allontana giù giù in fondo alla pianura, egli
non le dimentica quelle povere madri, che, ferme sulle mura
deserte della patria, seguono con gli occhi, forse per Tultima volta, i
figli allontanantìsi : Stant pavidae in muris matres, oculisque
sequuntur Pulveream nubem, et fulgentes aere catervas. Ed è
col richiamargli al pensiero la vecchia madre, quella madre che non vive
che per V unico suo figlio, che Niso tenta sconsigliare V amico Eurialo
dal seguirlo in quella generosa e temeraria impresa, che doveva costare la
vita a tutt' e due : Neil inatri miserae tanti sim causa
doloris; Quae te sola, puer, luuitis e matribus ausa Prosequitur,
magni nec moenia curat Acestae. Preso da una brama ardentissima di lodi,
Eurialo non si lascia smuovere da questa esortazione dell' amico, e vuole a
tutti i costi essergli compagno. Ma prima di accingersi a partire, è il
pensiero della vecchia madre che gli si affaccia angoscioso alla mente;
ed a lulo, che gli andava proI mettendo ogni sorta di premi, egli risponde che
di un dono solo lo pre gava: consolasse la derelitta madre sua, che egli
lasciava di tutto ignara i I e senza addio, perchè non avrebbe potuto
sostenerne le lacrime; ed è I I tanto spontaneo il suo discorso,
tanto pieno del più tenero affetto filiale. '^ j che giustifica pienamente
la commozione di lulo e il pianto dei Dardani 1 .^ ;
ascoltanti. ' j : Ma dove V. raggiunge veramente la perfezione,
dove l'animo suo ' j t aperto a tutti i i)iù nobili sentimenti, dove la
delicatezza del suo sentire » i i e la soavità dell' arte sua ci si
rivelano sotto la luce più viva e più bella, j. '. ' è nei discorsi die
egli pone in bocca ai padri e alle madri dei combat I ! tenti. Tra questi
discorsi, è per me addirittura insuperabile il commovente j ; addio
di Evandro a Pallante, che parte con Enea per la guerra. Il vecchio
; ; * re, inexpletnm Idcrìinnns, e baciando convulsamente la destra
dell'unico .! : figlio, dopo aver sospirato T antica gagliardia che
gli avrebbe permesso di * i non staccarsi mai da quel dolce
abbraccio e di essere a fianco del figlio : anche fra i travagli
della guerra, con frasi brevi, rotte, in cui si sente quasi direi Tansimare del
suo petto agitato, rivolge agli Dei quella splen ; \ dida sua
invocazione, riboccante d' amor paterno : si numina vestra
Incoluiiiem Pallanta inihi, si fata reservant, Si visurus eum vivo, et
vcnturus in unum, Vitam oro: patiar quemvis durare laborcra. Sin
aliquem infandum casuin, fortuna, minaris, Nunc, nunc liceat crudelcm obrumpere
vitam, Dum curae ambi^uae, duin spes incerta futuri, Duin te, care
puer^ mea sera et sola voluptas, Complexu teneo: gravior ne nuncius
aures Vulneret. Quando finalnaente, accese dair insani Martis
amore (28j, le schiere nemiche si urtano, e la battaglia incomincia, sembra
che qualche volta l'animo del poeta si lasci trascinare dalle
reminiscenze omeriche air entusiasmo de' bei colpi dati e ricevuti, delle morti
eroiche, dei discoi-si feroci; ma è cosa che dura poco, poiché il cuore
ripiglia subito il suo sopravvento sulla rettorica, ed il vero, il miserando
spettacolo del campo di battaglia gli si para innanzi in tutta la sua
cruda realtà, et gemitus morientum, et sanguine in alto
Armaque, corporaque, et permixti caede virorum Semianimes volvuntur equi
(29); e non può trattenere le lacrime: (a al iter, qaiin
•l«rlia corrente, ma si renda d^no con Tiissiiluo lavoro di quelli
tVlioiui ohe s* ac«ompa«:na sempre alla virtù; poiché : labùr omnia
vìneit laiprobus, et Juris urgens in rebus egcstas 13 Ma jjiuuto r
inverno, può finalmente godere il frutto delle sue lunghe fatiche in
onorato riposo; allora celebra i giorni festivi, liba a Bacco steso neir
erba attorno a un gran fuoco, si esercita nella ginnastica e nel ^^^m^
bersaglio, mentre : dulces pendent circum oscula nati: Casta
pndi'-ìtiain servat dotnus 'U. Ria.ssumendo, T agricoltore
rappresentatoci da V. nelle Georgiche ha più che evidenti in sé stesso tutti i
caratteri del sapiente degli stoici : impassibilità alle passioni,
disprezzo per gli onori, le ricchezze, le lodi, venerazione per gli dèi.
austerità nei costumi, assiduità al lavoro, frugalità, amore p«'i figli e
per la famiglia. Attribuendo all' agricoltore tutte queste qualità, il
nostro poeta si è certamente scostato dal vero; ma se ciò può costituire
un difetto agli occhi del critico letterario, per noi non è che una prova
novella degli intenti educativi che animavano il poeta, e del ti/xj
ideale che gli servi di guida nella descrizione. 11 vero sapiente,
dice anche Orazio, « è colui che passa davanti ai mucchi d'oro
senza volgere gli occhi » tl5); colui che, il giorno in cui la ^
fortuna s' invola. « restituisce senza rammarico ciò che essa aveva
coii fc.. cesso, e avviluppandosi nella propria virtù, sposa volentieri,
senza dote, |r la povertà onesta » (!(>;. Ma non è
soltanto nella pittura della vita agreste che il nostro poeta ci appalesa
il suo entusiasmo e la sua adesione ai princìpi morali dello stoicismo;
poiché, come dicemmo, della rigidità stoica sono tutte compenetrate cosi le
(leorgiche come V Eneide. Quindi — lasciando da parte per il momento lo
studio dello spirito misogino profuso nei homo est qiiem graphics
Terentianus exprimit Chremes: homo sum ec€. »* Cfr. G. Canna, Della
umanità di V., Torino En. M. ) hi 574. (9) Eìh VU, 4i)t
(10) Cict^ro, l>e Ofnai.^. U, ù iììì Havet,.; e CICERONE (vedasi),
De Officiis, Or, Controvm'sme, De, lìfiicfìvìis, ; e ancbu f.ucano EpiMoip, Xi\
15^ Firenze, 1". aa) Salirae Nisard, Kludes de moeurs et de critique sur
les poè'tes latins de la décadence, Paris En. VEn. En. En En. En. En, En. En. En. En. En. En En. En
En. ; è degno di nota il fatto che questi versi si trovano proprio al
principio del poema, nel quale poi si narreranno tante battaglie. Per non
dilungarmi troppo in un argomento (ihe non è l'oggetto di questo studio,
ho qui dovuto riassumere in poche parole e assai imperfettamente una
delle dottrino più complicate e sottili dello stoicismo. L'uomo nasce
buono per natura, dicono gli stoici ; ma come avviene dunque che la maggior
parte degli uomini non sono virtuosi ? Perchè, rispondono essi, la
società li deprava. Questa risposta non fa che portare indietro il
problema; infatti, se la società deprava l'individuo, è apparentemente perchè essa
stessa è malvagia, ma in realtà la società non può esser tale che perchè
gli individui che la compongono sono essi stessi malvagi. La
contraddizione è evidente, e gli stoici cercarono di toglierla invocando
un' altra nigione : le tendenze naturali, essi dicono, sono sane e
dirette verso il bene, ma la loro intensità non ha, prima dell'esercizio,
quella giusta misura e quella perfetta sicurezza che la virtù esige. Il
giovine ha ricevuto dalla natura un ardore che lo porta ad affrontare il
pericolo, ma la sua inesperienza fa sì che egli non misuri con sicurezza la
natura del pericolo ohe egli affronta, che il suo slancio impetuoso lo
trasporti alla collera e alla temerità. All'Ogereau pare che così la
questione sia risolta; ma io non sono dello stesso avviso. Poiché, questa
debolezza \\e\Y assentimento 128 che precede V
atto, e questo eccesso nello sviluppo della tendenza, costituiscono per
gli stoici la passione, il cui complesso dà il vizio; quindi sì verrebbe a
concludere che r uomo nasce malvagio, contrariamente a quanto gli stoici
stessi ammettevano. (2) Epistole, passim. (3) Georg,
II, 458-474 i\ 495 fine. (4) Secondo gli stoici, Tuomo perfetto è
un saggio che s'ignora XeXt|d^€ oó(fO€. Seneca però, molto tempo più
tardi, comprendendo come assai difficilmente si avrebbe potuto capire che
un uomo possa essere felice senza sentire di esserlo, modificò la
dottrina primitiva dicendo che non è il saggio stesso che s'ignora, ma solo
colui eh' è sul punto di divenir saggio {Epist. Georg. Georg. Georg. Georg
Georg. II, Carmina li, Id. in, III
ecc. En. Georg. En. Epist.
Georg. En. L'Epicureismo En. En ICfr. le Controversiae Vi si trova, ad
esempio, questa sentenza : « I ricchi hanno molti vizi, il più grande dei
quali è di non amare » ; e più avanti : « povertà, come tu sei poco compresa! > ; vYj)^ l'altra la
restringe (pena-Xo'JiiTi). En. En. En. En. En. En.
Il nostro poeta, per la natura stessa
dell' animo suo e per i suoi propositi di riforma morale e religiosa, sentivasi
spinto irresistibilmente verso quello spiritualismo mistico, che era
allora rappresentato dalla filosofìa del Portico. Dicemmo ancora che nel
suo passaggio dal mondo greco al mondo romano lo stoicismo aveva subite
profonde modificazioni, dovute in parte alla diversità dell' ambiente, in parte
al mutato spirito dei tempi, in parte all'indole stessa dei filosofi che
l'avevano primi insegnato in Roma. Cosicché, durante i suoi cinque secoli
di vita attiva e rigogliosa tale dottrina ha attraversato tre diversi
periodi nettamente distinti l' uno dall' altro : il primo è rappresentato
da Zenone di Cizio, Cleante d'Assos, Crisippo di Soli, Zenone di Tarso,
Diogene di Seleucia e Antipatro di Tarso, ed ha il suo centro esclusivo
in Atene; il secondo da Panezio di Rodi e Posidonio d'Apanea, che ebbero
ambidue lunghe e frequenti relazioni con la società romana; il terzo da
Seneca, Cornuto, Musonio Rufo, Epitteto, Marco Aurelio, ed ha la sua sede
principale in Roma. Di questo terzo periodo, che si designa più
propriamente col nome di stoicismo platonizzaute, V. può essere considerato
come l'antesignano e il precursore. Qual' è adunque il carattere
che distingue dalle precedenti Y ultima fase dello stoicismo ? Ce lo dice
chiaramente il nome stesso col quale suol essere
designato : una maggiore immistione di quegli elementi platonici che
avevano già cominciato ad infiltrarvisi per opera di Panezio e di
Posidonio, e che si trovano tutti, più o meno sviluppati, nelle opere del
massimo fra gli oratori latini. Poiché la storia della filosofia romana
- chi ben la osservi - presenta questo particolarissimo carattere :
che cioè, tolto il breve periodo in cui le dottrine di Epicuro sembrano
prevalere, essa segue fedehnente nel suo svolgersi il primo impulso
datole da un uomo solo. Cicerone ; le cui opere formano, a cosi dire, il
perno su cui s' aggira tutta la filosofia posteriore, da Sestio a Marco
Aurelio, da Fabiano ad Apuleio. Ciò è dovuto, secondo me, non soltanto al
fatto che Cicerone fu il primo a scrivere dei veri e propri trattati di
filosofia, creando un linguaggio filosofico che non esisteva, ma anche
all'essersi la filosofia romana ristretta sempre più nel campo della
morale pratica. Ora, se nelle questioni teoriche le divergenze tra le
diverse scuole erano grandi, nelle applicazioni morali il loro accordo
era quasi completo ; perchè, come sempre avviene, mentre nelle prime poteva
sbizzarirsi liberamente il genio speculativo dei filosofi, nelle seconde esso
doveva di necessità conformarsi alle norme generali imposte dal
sentimento popolare. Il quale sentimento andava appunto orientandosi sempre più
verso quello spiritualismo dualistico che preparava la vittoria
definitiva del cristianesimo, e che Cicerone aveva attinto dalle opere
del sommo filosofo greco. Non è, per fermo, difficile impresa il
separare dall' organismo - poco solido invero? - della filosofia
ciceroniana, quei germi platonici che poi dovevano prendere tanto
sviluppo nel primo e secondo secolo dell'era volgare. Secondo Cicerone,
dio ha composto l'uomo di due principi assolutamente opposti r uno air altro :
e cioè di un corpo caduco e di una anima incorruttibile ed eterna ; « se
l' anima - egli dice - è il cuore o il sangue o il cervello, postochè
così è corpo, perini col rimanente del corpo : se è fuo%\\ si
estìnguerà : se è armonia si dissolverò Nulla è nell' a ninia di misto e
di concreto e neanche di umido, di aereo, di igneo: come non v'è nulla,
nella natura di queste cose, che abbia potenza di memoria, d* intelletto,
di pensiero, o che ritenga il passato, prevegga il futuro, e possa abbracciare
il presente: le quali sono facoltà divino. Xè si troverà mai donde possano
derivare le anime se non da dio. Per la qual cosa, checché sia ciò che
sente, che sa. che vuole, che vive, è celeste e divino, e deve di
necessità essere eterno. E dio stesso, quale da noi s' intende, non può
concepirsi in altro uumìo. se non come una mente libera sciolta,
segre^rata da ogni concretezza mortale, tutto senziente e movente, e dotata di
moto sempiterno « (1) Il coi-po rappresenta dunque il principio del male,
il carcere tenebroso nel quale T anima - principio del bone - è im])rigionata
; quindi V uomo deve studiarsi di tenere separata il più possibile V
anima dal corpo, e considerare la morte non come una sorte temibile, non
come la fine della vita, ma come una liberazione, come il cominciamento
della vera esistenza. « Separare il corpo dair anima non è altro che
imparare a morire. Per cui, credi a me, pensiamo il più che si può a
dividerci dai corpi ; vale a dire, avvezziamoci a morire. Questo, anche durante
la vita terrena, sarà qualche cosa di simile alla vita celeste ; e quando,
sciolti da questi lacci, saremo trasportati colà, verrà meno ritardato il corso
agli animi. Poiché quelli che si lasciarono sempre soggiogare dai lacci
del corpo, anche quando si trovan disciolti vi giungono più tardi; come
avviene di coloro che stettero molti anni in catene. E quando poi giungeremo
colà, allora si che finalmente vivremo. Poiché questa vita è pur troppo
una morte; ed io avrei, se volessi, di che lagnarmene >. Ma quale sarà
la condizione di queste anime dopo il loro distacco dal corpo? Conserverà
ciascuna la propria individualità distinta, o torneranno a confondersi
con l' anima universale ? Imprenderanno anch' esse il loro viaggio
attraverso i regni mitologici di Acheronte, o voleranno nella sfera del
fuoco purissimo per attendervi Tecpirosi ? Su questo punto
anche Cicerone come tutti gli antichi, da Socrate a Epitteto, si mostra
incerto e dubbioso. Tuttavia, se la saggezza aristocratica degli stoici sembra
attrarlo qualche volta, raffigurandogli una specie di senato ultramondano
ove soltanto le anime elette dei sapienti possono trovar luogo, assai più
spesso egli sembra prestar orecchio a quei racconti favolosi, che il grande
filosofo greco aveva primo raccolti dalle labbra del popolo e ridotti a
dogma nel Fedone. Neir ultima parte del De Senectute, egli mostra di non
credere che V immortalità sia privilegio di pochi eletti, come pretendeva
Crisippo, ma destino di tutti gli uomini : « perchè il saggio muore con
tanta serenità, e gli altri con tanto terrore ? Perchè colui che vede più
distintamente e più lontano, conosce di andare ad una vita migliore,
mentre l' altro ha la vista troppo corta e nulla scorge al di là . . . Io
ho messo il corpo di mio figlio sul rogo funebre; egli avrebbe dovuto
riporvi me; ma il suo spirito non m' ha abbandonato, s' è soltanto ritirato in
un soggiorno nel quale sapeva che io T avrei raggiunto. È sen}brato che
io sopportassi la mia sventura con fermezza; invece sofi*ersi molto, ma
mi consolai pensando che la separazione non sarebbe stata lunga tra noi due. Queste
parole, nelle quali parrebbe d'intendere .gli insegnamenti di un Padre
della Chiesa, non sono le sole che accennino alle dottrine platoniche
della seconda vita. Nel Sogno di Scipione, ad esempio, troviamo espressa
in questo modo la dottrina della purificazione delle anime: l'anima si
involerà tanto più presto verso la dimora ond' era discesa, quanto più
essa si sarà elevata al di sopra del corpo nella vita terrena, e quanto
più se ne sarà staccata contemplando le cose celesti. Ma le anime che si
sono date ai piaceri del corpo facendosene schiave, e che, trasportate dalle
passioni, ministre della voluttà, violarono le leggi degli dèi e degli
uomini, quando siano sfuggite dal corpo errano miserabilmente intorno
alla terra, e non ritornano al cielo che dopo lunghe espiazioni. Potremmo
continuare ancora nelle citazioni, ma sarebbe affatto inutile, perchè nei brani
che siam venuti riportando è più che evidente l'impronta di quel dualismo
platonico, che vedremo poi dispiegarsi con tanto vigore nelle opere degli
stoici delP ultimo periodo. Certo che in Cicerone, natura scettica e
positiva se altra mai, codeste corse nei campi nebulosi dello
spiritualismo voglion essere giudicate in un modo tutto particolare. Esse
non sono che atFermazioni teoriche, tesi brillanti che V autore sembra aver
scelto per esercizio di eloquenza ; mentre invece sulle labbra di Seneca,
di Epitteto, di Marco Aurelio acquistano una vivacità, un calore di
convinzione, che ci rivelano come non siano più semplici esercitazioni
rettoriche, ma debbano aver avuto non poca efficacia nella pratica della vita.
Ed è questa forse la ragione per cui essi possono sembrare agli occhi dei più
veri e propri innovatori, piuttosto che continuatori di un indirizzo già
esìstente nella filosofia romana. Questo strettissimo legame che unisce i
filosofi romani come tanti anelli di una medesima catena, ci era
necessario rilevarlo per poter meglio comprendere quale posto occupi in essa il
Mantovano, e quale fosse, a cosi dire, il clima filosofico che lo
circondava. Vissuto quando era ancor viva nella più eletta società romana
Tammirazione per i libri del nobilis Panaeti, come Orazio stesso lo
chiama (5), e per le dotte e brillanti dissertazioni dell' oratore arpìnate,
morto poco prima che vedesse la luce uno dei più attivi, dei più
popolari, dei più geniali tra i filosofi romani, Lucio Anneo Seneca, il
nostro poeta si ricollega per un lato allo stoicismo eclettico del
secondo periodo, e per l'altro preannunzia il sorgere di quell'indirizzo spiritualistico
i cui germi s'andavano già maturando nell'animo delle popolazioni. Non è a
credere però che V. si conformi in tutto e per tutto agli impulsi che gli
venivano dall' ambiente. La sua fibra delicatissima d'artista, l'ingenua e
sincera religiosità che domina in ogni suo pensiero, la solitudine stessa in
cui trascorse gran parte della sua vita, dovevano scostarlo tal poco
dall' indirizzo filosofico dei suoi contemporanei e successori. Per prepararci
a cogliere questo lato originale del pensier. di V., vediamo quale fosse
il carattere predominante dei due sistemi filosofici, che da Cicerone a
Marco Aurelio tendono a stringersi sempre più in intimo accordo. Per
quanto i Romani fossero portati di lor natura aireclettismo, per quanto
sul terreno delle applicazioni morali divenisse più agevole un accordo
tra le diverse tendenze del pensiero, pure il combinare tra loro due
sistemi originariamente così opposti come lo stoicismo e il platonismo, era
tale impresa che nemmeno un filosofo romano poteva acciiigervisi senza correre
il pericolo di inceppare ad ogni piò sospinto nelle più stridenti
contraddizioni. Poiché - chi ben guardi - la scuola del Portico è nel suo fondo
una delle più rigidamente materialistiche e razionalistiche che la storia della
filosofia ricordi : dio, la ragione, V anima umana, l'anima del mondo, le
qualità delle cose, le passioni, il vizio, la sapienza, il sommo bene,
tutto insomma ciò che esiste ed agisce è materia. « Et qiiocl fu et quod facit
corpus e.s7» dice Seneca; ed a tal grado di ridicola esagerazione era
giunto il materialismo degli stoici, che sostenevano pei*sino essere gli
anni, i mesi, i giorni tante entità materiali. Se adunque nulla esiste fuori
della materia, se tutto avviene per una semplice trasformazione di essa,
se la divinità stessa è materiale e compenetrata nel mondo, ne viene di
conseguenza che la vita terrena è sola e vera vita, che non esiste un «
al di là » dove la virtù ed il vizio abbiano una sanzione divina, e che Y
uomo può giungere per propria volontà a rendersi uguale a dio. Tali infatti
sono le norme ed i princìpi fondamentali dello stoicismo; e con essi la
natura era ristaurata nella multiforme unità delle sue leggi immanenti ed
eterne, era tolto ogni antagonismo che smezzasse il mondo fra i sensi e
le idee, fra la materia e lo spirito, fra T esperienza e la
trascendenza. Questa falsa dualità della vita era invece propria e
caratteristica della filosofia platonica, che Gaetano Trezza ha magistralmente
sintetizzato in queste poche parole : Platone spostò il mito dalla
fantasia nella ragione; le idee fattrici, universali, eterne,
costituivano la realtà verace; la vita era reminiscenza d' uno stato
uranico anteriore agli organi del corpo, una perenne ascensione verso le
idee ; V uomo dee slegarsi dai sensi come da catena dolorosa, per tornare
alla piena libertà delle idee. Il corpo è una tomba, il mondo prigione
delle anime piovute, per desiderio improvvido di peccato, a macularsi
quaggiù, abbandonando le convivenze serene della Psiche cosmica; il
termine della vita è fuor della vita, il presente un lungo gemito di
sepolti che tentano di spezzare le custodie del tempo e sottrarsi
all'ignominia dei sensi. Fra lo stoicismo e il platonismo Topposizione era
dunque assoluta, e un accordo non sarebbe stato possibile, se non qualora
Y una o Y altra delle due scuole avesse volontariamente sacrificato alle
esigenze della logica la massima parte delle proprie dottrine. Questo non
avvenne. I filosofi romani, troppo intenti per un lato nel conformare alle
mutevoli circostanze i loro precetti di morale pratica, e poco esperti dalP
altro nelle sottigliezze della dialettica, non sembrano accorgersi nemmeno
della disparatezza dei due sistemi, e si servono indilTerentemente ora dell'
uno ora dell'altro, riuscendo così al più babelico dei sincretismi.
Nessuno degli stoici del terzo periodo ne va esente ; nemmeno Y anima
delicata e pensierosa di Marco Aurelio ANTONINO. Ma quello che più d'ogni altro
incespica nelle contraddizioni, quello in cui il dire e disdire sembra
diventato, quasi direi, un male organico è appunto l'iniziatore di codesto
nuovo indirizzo dello stoicismo, Lucio Anneo Seneca. Questa
continua contraddizione ci si appalesa persino nelle cose più
insignificanti. Seneca disprezza quei filosofi della cattedra
{cathedrarii philosophi:, i quali nella vita pratica smentiscono le belle
massime che insegnano agli altri con tanta eloquenza ; ma poi, dal canto
suo, non si comporta diversamente. Egli possedeva trecento milioni di
sesterzi (sessanta milioni di lire), che pare avesse ammucchiato coli'
usura e coi denari dei proscritti, e dei quali sapeva valersi assai bene,
circondandosi di tutti gli agi della vita, arredando le proprie ville
cultius quam natiiralis icsus desiderat, e invitando gli amici a sontuosi
banchetti, nei quali si beveva del vino piìi vecchio di lui (10);
contuttociò egli non si fa scrupolo di predicare continuamente 1' amore alla
vita povera ed austera, lo sprezzo per le ricchezze, le voluttà, gli
onori, e di rimproverare i ricchi per la loro ambizione e ghiottoneria.
La dottrina stoica dell' uguaglianza di tutti gli uomini, doveva spingerlo a
cercare seguaci in ogni classe di persone; invece, per quanto egli
proclami che non v'ha distinzione fra schiavi liberi e cavalieri, e che la
virtù si trova più facilmente nella capanna del povero, e che tutti
possono aspirare alla sapienza [V2, ha cura di sciegliere i suoi
discepoli fra i giovani della più ricca nobiltà, fra i letterati e i
cittadini più potenti. Coi quali poi sa essere di una larghezza, di una
indulgenza davvero meravigliosa, trovando modo di giustificare non pure
le ricchezze, il lusso, V ambizione, ma persino V ubriachezza (14). E se
qualcuno gli rinfaccia di essere incoerente, allora risponde con
invidiabile disinvoltura : « hoc, malignissìma capita et optimo cuique
inimicissima^ Platoni obiectum est, óbì'ectum Epicuro, obiectum Zenoni-,
omnes enim isti dicebant non quemadmodum ipsi viverent, sed quemadmodum
esset ipsis vicendum. De virtute, non de me loquor, et cum vitiis
convicium facio, in primis ìueis facio : cum potuero^ vivam quomodo
oportet. È proprio il ragionameto di padre Zappata t Del
resto, se tutto ciò può rivelarci la natura intima dell' uomo, non ci
scuopre ancora quello stridente contrasto di princìpi filosofici di cui
più sopra parlavamo. Per ricercarlo dobbiam portarci sul terreno stesso
della discordia, al cospetto di quei problemi che stoici e platonici
consideravano e risolvevano in modo affatto opposto. E qui sembra proprio
che neir animo di Seneca esistano due distinte personalità, continuamente
in lotta tra di loro. Alcune volte è il materialismo degli stoici che
prevale nell'animo suo; ed egli ne espone i princìpi con una rigidezza e
una precisione di formule, che non possono lasciare alcun dubbio intorno
al suo pensiero : « totum hoc, quo continemur, et unum, est et deus: et
sodi sumus eius et membra; « omne hoc quod vides, quo divina atque
hiimana conclusa simt, unum est: membra sumus corporis "inagrii. Né
egli s'arresta davanti alle estreme conse^ruenze di tale dottrina:
siccome tutto ciò che esiste è materia, così per lin sono materiali anche il
tempo, la virtù, la benevolenza, l' amore, V ira, V invidili, la
malvagità (10). Perfino il bene è un corpo, e lo dimostra con nueslo la*
gionamento : « placet noslris, quod bonum est, corpus essf\ quìi f/utnl
honum est, facil, qaidquid facit, corpus est; quod bonum est, prof test,
faciat autem aliquid oportet, ut prosit; si facit, corpus est ^ (20).
Altre volte, per contro, è lo spiritualismo dualistico del filosofo
att^niese che s' impadronisce del suo pensiero ; allora divide la
filosofia njUurciìe in due parti, una che tratta delle cose materiali, T
altra delle spirituali (21). e con lo stesso calore di convinzione con
cui altrove aveva diniostnito che il tempo, la sapienza, le virtù, i vizi
sono entità corporee, nra invece si sforza di provare che non possono
essere se non iniorporee. Anche riguardo alla natura della divinità, in
cui erano tanto discordi la teologia stoica e quella platonica, il nostro
filosofo dà prova del wuo sincretismo. Talora, seguendo rigorosamente il
panteismo di ZtMn>ne e di Cleante, identifica la divinità col mondo,
colla natura, colla ragione, col destino e colla provvidenza; ìì quid est
deus? Quod vides lotum e
quod non rides totum^^; quid est deus ? Dioina ratio; mens Hìiityersi: animus ac
spiritus mundio (24). Questa divinità, non essendo che una pura
astrazione, è impersonale e indefinita; quindi T nomo rum deve né
temerla, né amarla, né rivolgerle preghiere, né otfrirle sacrifizi, Ma
quando il freddo razionalismo de' suoi maestri non può più servirgli per
consolare gli afflitti o dar ammaestramenti agli amici, allora abbandona
il dio rotondo della scuola per appigliarsi al dio personale di Platone :
e questo dio egli descrive come padre e creatore, che vede ogni nostro
aito, che assiste ad ogni nostra impresa, che nell'infinita sua bontii
ascolta ed esaudisce le preghiere degli uomini. Del resto, a lui sembra
importar poco che questa divinità sia personale o impersonale, ragiono cosmica
destino comune ; Seneca é a tal riguardo un indifferente, e lo mostra
presentando tutte le diverse ipotesi, senza sapersi dt/cidere per alcuna
: « id actum est, mihi crede, ab ilio quisquis formaior universi fuit,
sive ille deus et potens omnium, sive incorporalis ratio ii/f/entium
operum artifex, sice dicinus spiritus per omnia maxima aequali inlentione
difffcsus, sice fatum et immutabilis causarum inter .se cohaerentium
series. Ma dove l'incoerenza di Seneca e dei suoi seguaci raggiungo
rastremo limite dell'assurdo, è nella questione della vita futura VA
iniatti su questo punto i princìpi fondamentali delle due scuole
conducevano a conchiusioni affatto opposte e irreconciliabili. Poiché se
V anima è materiale, come sostenevano i primi stoici, essa dovrà puie
assogettiirsi alle condizioni della materia e perire insieme col corpo ;
se invece è spirituale, come insegnava Platone, essa sarà incorruttibile ed
eterna. Ora, gli stoici roinaoì ammettono beosi che l’anima rappresenti
un qualche cosa di divei-ìso dal corpo, anzi di opposto al corpo, ma
quando si tratta di decidere se essa è mortale o immortale e di
determinare quali siano le condizioni della seconda vita, si mostrano
indecisi, irresoluti, e ora ani mettono V inuaortalità ora hi negano, ora
sembrano accettare i dogmi incerti dì Crisippo, ora i favolosi racconti
di Platone. In questo punto V., pur cadendo nel resto in alcuna di
quelle contradLlizioiii die lino ad ora abbiamo rilevato in Seneca, si
mostra assai più coerente dei suoi succetison, e si stacca anche dai
filosofi che l' avevano preceduto. Avendo ai-cettato il principio platonico
della spiritualità deiranima, egli arcetta anche la dottrina
dell'immortalità e le leggende ruitolo^iclie suir oltretomba; a
descrivere la quale ha consacrato uno dei canti ^^ più belli e più
drammatici del suo divino poema. Noi faremo oggetto di lunt^o esame
questa parte tanto interessante del pensiero di V., che i commentatori
hanno intorbidato con ogni sorta di ipotesi ìissurde. Prima però dobbiamo
vedere con quali caratteri ed in qual misura il pensiero platonico si sia
trasfuso in V., e per che modo il nostro poeta si rieoUeglii agli stoici
platonizzanti delF ultimo periodo. Come abbiamo veduto, la filosofia di
Platone spostando l’interesse umano dal di qua al di là della tomba, induceva a
considerare il uiòudo e resistenza come un qualche cosa di provvisorio e
di sfuggevole, conìc un breve e doloroso intervallo che corre dalla
nascita alla morte, e jireludia alla vera vita, la vila eterna. Tutto
questo tempo - dice Socrate - che trascorre (ìalF inFanxia alla vecchiezza, non
è ben piccolo in eimlronto del tcnii>o lutto intiero? E non
credi tu che tutto ciò che è immortale debba preoccui>arsi non
di questa corta misura di tempo, ma di tutta la durata?» (Ij. Questo
senso della provvisorietà, se mi si permette il vocabolo, della vita
umana, era affatto estraneo non soltanto al vero spirito pagano, tutto
inteso a^di interessi iminein'f^. Stolto, dunque, colui che in questa
condizione si gonfia, si travaglia e si lamenta, dimenticando come sia piccolo
il tempo in cui deve soffrire i> . Le cose del mondo girano
continuamente, e su e giù, di eternità in eternità.,.. Già la terra ci
cuoprirà tutti ; e poi anche la terra si trasformerà ; e poi anche quello
in cui si sarà così trasformata si trasformerà air influito. Ma chi pensi
air incalzante ondeggiamento di queste trai^irormazioni e mutazioni e
alla loro rapidità, disprezzerà davvero of^ni cosa mortale, Il sentimento
di amarezza sconsolata che tras]»are da queste riflessioni di Marco Aurelio, la
soave Musa virgiliana V aveva già espt esso due secoli prima e con non
minore intensità. Alcune volte sono semplici e fugaci accenni, che
sembrano nubi passeggiere noir animo sereno del poeta : « o Rebo, siam
vissuti lungamente, se può dirsi che alcuna cosa duri lungamente tra i
mortali I » ; « Tutte le cose per volere dei destini cadono in peggio, e
cadute ritornano indietro, ecc. Ma più spesso sono vere e proprie
esclamazioni di scoraggiamento, che ci rivelano in qual conto V. tenesse
la vita umana e le cose terrene: Insere, Daphni, piros ; carpent
tua poma nepotes. Omnia fert aetas, animum quoque : saepc ego lunps
Cantando puerum memini me condere soles. lam fugit ipsa: lupi Moerim
videre priores (S). Tutto adunque si porta T età, pei^sino la
memoria, persino la voce: e mentre noi ci aggiriamo in questo mondo di
parvenze, l'ug^^e Irrepabile il tempo: Sed fugit interea, fugit
irreparabile terapus Singula dum capti circumvectamur amore (fi):
e a questi velasi sembrano far eco le parole di Seneca, rhe in modo
non diverso concepiva la vita umana : t labunt fiumana ac {ìuunt,
neque ulla pars vitae nostrae tam obnoxia aut tenera est, quam quae
mnxinie placet. Fugge adunque il tempo, e nel l'uggire si
trasporta i seco ogni giorno un brandello delle nostre illusioni, e
ci avvicina sempre più agli acciacchi della triste vecchiezza e alla
morte inesorabile : Optima quaeque dies niiseris mortalibus
aevi Prima fugit: subeunt morbi, tristisque senectus Et labor et
durae rapit inclementìa mortis. Seneca, che fra tutti i poeti romani
mostra una specialissima predilezione per V., al quale sentivasi maggiormente
vicino per idee, aspirazioni e sentimenti, riporta nel suo trattato sulla
brevità della vita questi versi del Mantovano, e li commenta poco più
avanti cosi « Praesens tempus brevissi'mus esl, adeo qmdeni, utquìbusdam
nullum videatxir; in cursu enim semper est fluii et praecipilatur ; ante
desinit esse quam venit, nec niagis moram patitur quam mundus aut sidera,
quorum inrequieta semper agitatio numfiuam in eodem vestigio nianet. Ma
tale, ad ogni modo, è il volere di dio, che determina a ciascuno dei
mortali le durata del soggiorno in questo carcere terreno, e fissa il
giorno della morte. Così infatti dice Giove al tìglio Alcide :
(/ Stat sua j^uique dies: breve et irreparabile tempus Omnibus est
vitae : sed famam extendere factis. Hoc virtutis opus. Troiae sub
moenibus allis Tot nati cecidere deum ; quin occidit una Sarpedon,
mea progenies. Etiam sua Turnum Fata vocant, metasque dati pervenit ad
aevi. Non altrimenti Socrate, nel proemio del Fedone, spiega ai
suoi discepoli che r uomo è lo schiavo degli dèi, e che egli deve quindi rima'
nere come a guardia in questo mondo, per tutto il tempo che gli im )
mortali hanno stabilito di lasciarvelo. l La vita corporea, la vita
dei sensi non è adunque la vera vita, ma \ piuttosto un doloroso
periodo di espiazione e di castigo, in cui la scin I tilla di essenza
divina, che costituisce T anima dell' uomo, si trova per " così dire
oppressa, contaminata dalFinvolucro corporeo che la imprigiona, j
Stretta in questo carcere, l'anima nostra non può giungere al possesso
^' di quelle realtà assolute che sono le idee divine, le quali, possedute
in una vita beata anteriore, le sono rimast * impresse soltanto
come un vago e lontano ricordo. Essa quindi deve accontentarsi di
conoscere quelle apparenze o fenomeni che offre la sensazione : fra
queste ombre, proiettate nel fondo della caverna terrestre dal sole che
illumina le realtà invisibili, trascorre la vita umana, lusingata di conoscere
il vero, e agitata dalle passioni che le derivano dal' contatto col
corpo: Igneus est olii vigor et coelestis ori^^o Seininibus,
quantum non noxia corpora tardant, Terrenique hebetant artus moribundaque
membrii. Hic metuunt cupiuntque; dolent gaudentque: ne^iuc auriis
Despiciunt clausae teuebris et carcere cocco ^ j Lo
spiritualismo ascetico di Platone c'è tutto i questi versi, e Tniitagonismo
esistente fra 1' anima e il corpo, tra lo spirito e la materia è,
espresso nel modo più chiaro. Anche per Platone il corpo i? un cieco
carcere (12), che impedisce all'anima di conoscere la veritu: «sino a che
noi abbiamo il corpo e V anima nostra è commista con sitfatto malanno
(TotdoTou xaxoD), uon c' è verso che si venga mai in adeguato possesso di
quello che desideriamo, eh' è, aftermiamo, il vero; perche cisiscun piacere e
dolore, come fornito d'un chiodo, la inchioda al rorpo e la conficca e la fa
corporea, inducendola a credere che quelle cose siano verti che il corpo
dice tali. Né questo disprezzo per tutto ciò che ò senso e materia, è
meno evidente in Seneca, in Epitteto. in ^lareu Aurelio, e, in generale, negli
ultimi stoici ; i quali usano spesso, riferendosi al corpo, le medesime
espressioni - cieco carceie, tenebri!, membra corruttibili - qui adoperate da V..
Si considerino, ad est^mpio, queste parole che Seneca rivolge alla
sconsolata madre di Metilio : a ftaec quae vides ossa cìrcum nobis,
nervos et obduciam culetn ruUuìnque et ministras nianus et cetera quibus
involuti sunius, vinnUa miimorum tenebraeque sicnt; obruitur Jiis animus^
effocatur, injhitar, ttrcetnr a reris et suis in f(dsa coniectus ; omne
itti cum hac carne grave certamen esl^ ne abstrahatur et sidat ; nititur ilio,
tende dimìssus est: ibi illum aeterna requies inanet e confusis
crassisque pura ac liqtuda nsentem w. Data adunque questa netta
separazione tra il principio spirituale^ divino, immutabile, e il
principio materiale, umano, caduco, diss^olubile, la morte non può essere
se non ciò che la definisce Socrate, vale a dire « la liberazione dell'anima
dal corpo, e l'esser morto..., il fai-si da parte il corpo di per sé
liberato^ dall'anima, e lo stare a partt* T anima, liberata dal corpo, di per
sé *. Infatti, anche per V. la morte è separazione dell' anima dal corpo ; e
con ciò egli si contrappone risolutamente ad una delle credenze più diffuse e
più tenaci fra il popolo l'omano, il cui persistere - anche dopo il diffondersi
della filosoJia - ci ò rivelato dalle cerimonie dei funerali : e cioè la
credenzn che nelle tombe sopravvivesse insieme coir anima anche il corpo.
Quando Didone vede Enea fuggente sulle navi, così impreca: Scquar
atris ignibus absens; Et, quum frigida mors anima seduxerit artus,
Omnibus umbra locis adero. Quando la sorella di Giove, addolorata dalla
lun^a e straziante agonia della infelice regina di Cartagine, vuol
liberarla da quelle pene, spedisce Iride, Quae luctantem
animain nexosque resolveret artus (17). Quando V invidioso Drance
insulta il re dei Rutoli, questi gli risponde cosi: Nunquam animain talem
dextra hac - absiste moveri Amittes; habitet tecum, et sit pectore in
isto. E qui mi fermo con gli esempi, perchè sarebbe affatto inutile
continuare nella dimostrazione di una cosa che traspira evidentissima da
tutti i poemi virgiliani. Cerchiamo piuttosto di vedere quali conseguenze
traesse seco questo dualismo assoluto tra Y anima e il corpo. Siccome F anima è
considerata come un principio essenzialmente buono, perchè di origine
divina, e il corpo come principio cattivo, perchè di origine umana, è
naturale che la vita terrestre, la quale risulta dal connubio delP una
coir altro debba essere considerato come un male, e infelicissimo il
giorno della nascita e felice quello della morte., e che Marco
Aurelio, con accento quasi cristiano, sconsiglierà più tardi con queste
parole: «è proprio dell'uomo amare coloro che lo ofleiiduno; ciò farai se
ti verrà in mente che sono tuoi simili e che fanno il male per ignoranza
e senza volerlo, o che, fra breve, e tu ed essi morrete >> (2H;. Lo
stesso avviene nel drammatico episodio che occupa tutto lo splendido libro
quarto. Anche ivi sembra che il suo cuore si sia riscalduto della più
umana delle passioni, per quella dolce e appassionata li^^ura di donna
che è la regina di Cartagine; ma è un /a//o passeggiero. Al primo
avvertimento che gli giunge dagli dèi, egli dimentica come per incanto
tutti i giuramenti d'amore, tutti i benefizi ricfìvuti, tutte le gioie
provate, e se ne va freddo, impassibile, indifTerente ai richiami
disperati di Didone, la cui sventura riusciva a commuovere non soltanto
gli dèi pagani, ma strappava le lacrime tanti secoli più tardi persino ad
uno dei santi maggiori della Chiesa, Agostino. I critici letterari hanno
giudicalo con severità questa glaciale freddezza di Enea, rimproverando a
V. di essere per tal guisa rimasto inferiore a tutti i poeti che
descrissero in qualche modo le passioni amorose, da Omero ad Apollonio,
da CatuUu ad Ovidio. dall'Ariosto al Tasso, dal Racine al Voltaire. E non
a torto: davanti air onda calda e generosa di passione che erompe dal
cuon^ della regina fenicia, davanti ai benefìci ed alle gentilezze ond'
essa avea ricolmo r uomo che amava. Enea ci appare non soltanto un
indifTerente. ma anche un ingrato. V. avrebbe potuto fare di lui un personaggio
più vivo, più simpatico, più umano, pur conservandolo rispettoso verso
gli dèi e obbediente ai loro comandi: la pietà non esclude T amore, i
doveri della religione e della patria non escludono i doveri della
riconoscetis'.a verso chi ci ha beneficato. Quando Mercurio, mandato da
Giove, investìsre (invadit) Enea con i suoi aspri rimproveri,
imponendogli di partire Immediatamente per l'Italia, il duca troiano non ha un
pentimento, non mia ribellione, non un rimorso : 1 s aspectu
obmatuit amens, Àrrectauque horrore comae, et vox faiicibus haesit
Ardet abire fuga, dulcesque relinquere terras, AttODÌtus tanto monìtu
imperioque deorum; e subito decide di partire, appigliandosi al meno
nobile degli spedienti : la dissimulazione e la Tuga segreta. Ma T
innamorata regina presente la sventura che sta per colpirla {quis f
altere i)Ossit aniantemì), e correndo forsennata tome Baccante per la
città, rivolge ad Enea quella sua lunga apostrofe^ che è un \-\.^vo
gioiello di spontaneità e di verità, un capolavoro di eloquenza caldu e
sentita, in cui tutti i moti di un cuore innamorato si succedono nel modo
più naturale. Ci basti riferirne una parte: Me ne fugisf Per ego
has lacriiuas dextramque tuam te, Quando aJiud mihi jam miserae nihil ìpsa
reliqui Per cuniiiibia nostra, per inceptos hymenaeos,
Sì bene uuid de te merui, fuit aut tibi (luidquaoi Diilci,'
meiim : miserere domus labentis^ et istam, Oru, ai qiiis adhuc
precibus locus, exne mentem. Ttì proptur Libycae gentes Nomadumque
tyranni Odere: inftinsi Tyrii; te propter eundem
Exstìnctuà pudor, et, qua sola sidera adibam, Fama priur; cui
me moribundara deseris, hospes? Hoc solurn noiiiea quoniam de
conjuge restat. Quid moror^ im mea Pygmalion dum moenia
frater Deitniat, aut (-aptam ducat Gaetulus Jarbas?
Saltelli sì '|ua mihi de te suscepta fuisset Ante fu^am
^itboles; sì quis mihi parvulus aula Luderel Aeiieas, qui te tameu
ore referret, Nun eqiudein oiunino capta ac deserta viderer. L'arte
sublime di V. ci si rivela tutta in questo squarcio imniortak^ di pousìa, che.
;dla distanza di due millenni, ha ancora la virtù di commuovere
(luaisiasi animo gentile. Ma non si commuove Enea: ei tiene iitiiiioto lo
sfjuardo sugli avvisi di Giove, e terminate le fervide parole di Elisa,
ris|»onde con glaciale fredde/za, dicendosi memore dei benetìzi rici'vuti,
nejj^ando dì aver mai pensato di partire furtivamente (questa è una
bugia!) e di lU'er mai fatto promesse di matrimonio : « se il destino
sofferisso che io vive.ssi secondo il mio talento - egli aggiunge - e compiessi
ì miei destini di piena volontà, innanzi tutto onorerei la città di Troia
e le amate ceneri de' miei : le alte case di Priamo rimarrebbero, e con
le mie mani avrei fondata ai vinti troiani una Pergamo risorta. Ma ora il
Grineo Apollo mi nomando di dirigermi alla grande Italia; le sorti di
Licia mi comandarono di pensare all' Italia. Ivi è l'amor mio, ivi la mia patria
{hic amor^ liaec patria est). 8e I*> rocche ili Càrtsigine
tratfen^ront^ te Fenicia, e V aspetto di una dttii di Libiti ha per te
va\ihe7//A\. ptTchè dunque tu hai invidia che i Teucri fenriìno le loro
sedi sulle fniìtrade d'Ausonia? Anche a noi è permesso di proracciaroi
regni stranieri..,., uniscila adunque di conturbare me e te con le tue
querimonie: non a mia voglia vado in traccia d'Italia». V., dt^bbiatu
confessarlo, avrebbe potuto facilmente raddolcire V asprezza eccessiva di
queste parole, pur mostrando il suo eroe incrollabile noi proposito di
andarsene: l'arte sua se ne sarebbe di molto avvantairtriatu. Poiché non
v'ha una parola, in tutta la risposta di Knea, cfie non sia un irisulto
ai più delicati sentimenti d'amore: quel rinfacciare a Didone di non aver
mai fatta una promessa di matrimonio; quel ringraziarla freddamente e
quasi a malincuore dei benefizi ricevuti; quel ricordarle che, anche ove gli
dei non avessero comandato altrimenti, egli non si sarebbe fei-mato a
Cartagine; la mal celata ironia di quell' accenno alla diversità della
loro schiatta e dei loro gusti; e, infine, la dura imperiosità delle
ultime parale, ^embrano tante lame di acciaio con cui il nostro eroe si diverta
a trafij^gere il cuore della sventurata regina. Tuttociò getta sul
protagonistfi dell' Knetde una luce supremamente antipatica, che s'
accresce durante 11 seguito dell' episodio, e raggiunge addirittura il
disgusto nell' ultima parte di eii^so. La fiotta troiana, staccatasi nottetempo
dalla spia;j^'ia, naviga a piene vele nel mezzo del golfo, fendendo le
onde agitate dall'Aquilone. Dalla riva un bagliore sinistro si proietta
sulle navi fuggenti: è il rogo sul quale abbrucia T infelice rp^ gina di
Cartagine. Ma quelle fiamme non dicono nulla al cuore di Enea: egli non ne
imagina nemmeno la causa, e j)rosegue injpassihìle il suo viaggio, senza
che mai un pensiero delT amante abbandonata ven^a a commovergli l'animo.
È bella, è verosimile, è umaiia questa inditrerenzat No; e di essa fu
fatto giustriinrtue rimprovero al iio.stro poeta. «Non si concepisce
affatto - dice il Tissut - la freddezza di Enea ; egli ha inteso le
iìnprecazioni di Bidone, egli ha assistito alla sua disperazione, e le
fiamme del rogo non lo avvertono che la regina di Cartagine sN"' data la
morte. Lungi dall' avere i presentimenti profetici delle passioni^ egli
non sospetta nemmeno ciò che gli animi più indifierenti divinano senza
fatica. Che V. non abbia fatto parlare Enea fìavanti a' suoi compagni in
questa circostanza, la riflessione mi spiega questa riserva necessaria :
ma che Enea rimanga inseuBibile allo spettacolo che colpisce i suoi
sguardi, non si riesce a spiegare tanta imlilTerenza. Teme egli per av
ventura di offendere gli dèi iisioltando la voce della pietà t Confessiamolo
senza sotterfugi: il principio di questo libro lascia molto a desiderare,
V. poteva conciliare facihnenti^ il rispetto delle convenienze, gli artifici
dovuti al carattere delTeroe, con la pittura dei movimenti naturali.
Euripide, Racine o Fénélon avrebbero detto a un dipresso. - La cansa di
io 148 ceduto incendio è sconosciuta ai
Troiani, ma il loro duce comprende anr*he troppo il fatale mistero; le
fiamme che rischiarano l'orizzonte sono quelle del rogo della regina,
egli lo sa, e distoglie da esse il suo sguardo con un dolore misto di
spavento. Tuttavia, dominando se stesso, rimane silenzioso davanti ai
suoi compagni; egli non sembra occupato che degli ordini di Giove. Ma il
suo cuore soffre uno strazio crudele; malgrado i comandi del re dell'
Olimpo, egli si rimprovera la morte di Dìdone : e, rivolgendo dal
profondo dell' animo un addio alla %ittima dell' amore, implora per lei a
Venere il soggiorno dei Campi Elisi. Ah, Bidone! se tu avessi potuto leggere nella
sua anima prima di ascendere l'altare del sacrificio, forse avresti
consentito a vivere, almeno non saresti discesa senza qualche
consolazione nel regno delle ombre. - Con queste precauzioni così
semplici, si sarebbe anche evitato di lasciar vagare su Enea dei sospetti che
contraddicono all'idea che il poeti ha voluto darci del suo eroe»
(ilo). Ma queste lacune e questi difetti del carattere di Enea, per
quanto giustamente rimproverati dalla crìtica, sono tante prove che
avvalorano il nostro asserto. Se V., poeta vero e grande, artefice
insuperabile di tipi profondamente umani, pittore efficacissimo di
sentimenti e di passioni, ha creduto conferire al protagonista del suo maggior
poema codesto carattere ascetico e contemplativo, contrario alle esigenze
dell'arte, ciò significa che esso corrisponde ad una particolare ed
intima disposizione dell'animo suo. Poiché del personaggio di Enea egli non
aveva inteso di fare una semplice creazione artistica, ma un modello di
uomo virtuoso e perfetto, nel quale fossero rispecchiate tutte quelle
virtù che i suoi concittadini avrebbero dovuto studiarsi di
imitare. Sarebbe inutile seguire Enea in tutte le vicende del suo
viaggio fatale. Solo negli ultimi canti del poema, che sì svolgono sulle
terre italiche, e^li accenna ad acquistare maggior vita ed energia; ma
il fondo del suo carattere rimane sempre il medesimo. Poiché, non è
proprio caratteristico tutto quel suo battagliare e cospargere il Lazio
di stragi e di rovine, e impadronirsi delle terre altrui, per rapire il
fidanzato a quella povera Lavinia, che non aveva mai né vista né
conosciuta, e alla quale non rivolge mai né una parola nò un pensiero?
Anche a questo riguardo furon mossi molti rimproveri a V.. Il Voltaire,
dopo aver rilevato come Turno raccolga tutte le simpatie del lettore, a
danno del protagonista, giungeva persino a proporre un rimaneggiamento
del poema, in cui la situazione dei personaggi è affatto mutata, ed Enea,
in luogo di essere il rapitore di Lavinia, né diveiUa il vendicatore
(36). Ciò r avrebbe roso iiidubbianiente più umano e naturale. Questa
scialba figura di asceta più che di soldato, questo spirito contemplativo
che non ama, non s' adira, non si vendica, sembra vivere in un altro
mondo ove tacciano le passioni e lo spirito può liberarsi in tutta la sua
purezza; ma la vita terrena egli la disprezza, e la subisce come
un pesante fardello, e anela staccarsene il più presto possibile : «Quale si
iiin [augurata vaghezza di veder la luce hanno quelle sciaurate?» domanda
attonito^ vedendo la schiera delle anime che dovranno ritornare nei corpi
mortali: e, questa domanda, in cui si sente alitare un soffio gelido di
ascetismo, ci richiama tosto, alla mente le parole che un altro
personaggio platonico e troppo virtuoso, il Goffredo del Tasso, rivolge
ad Ugone, che ^ì\ mostra, fra le sedi dei pii guerrieri, la sua: Quando
ciò Ha .. il mortai laccio Sciolgasi ormai, se al restar qui m*è
impaccio. E veniamo ora al secondo punto, al disprezzo di V. per
Taniore sensuale e la donna. Che V ascetismo, condannando tutto ciò che
avvìnce r anima al corpo e distrae lo spirito dalla contemplazione delle
cose divine, inspirasse agli uomini T orrore più profondo per l'amore dei
seirsì. è cosa che certamente non potrà sembrare strana. Se v' ha una
passione che più affetti il senso, la materia, la carne, e quasi le
simholi/ggi in sé stessa, questa è certamente la passione d' amore,
contro coi gli asceti antichi e moderni lanciarono i fulmini più infocati
della loro eloquenza. Tra questi è naturalmente il 6ommo filosofo
ateniese. Egli condanna severamente la voluttà, e dice che essa non pure è
malvagia per i mali che può trar seco, ma è anche riprovevole in sé
stessa, ■ perchè ci fa malamente godere». Egli consiglia a tutti la più
rigida castità, e predica una purezza di costumi che a quei tempi e in
quella societtt doveva sembrare, egli stesso lo sente, cosa strana ed impossibile.
Tutto ciò si trova anche nelle opere di V., cominciando dalle stesse
BucoHclie, il cui genere poetico può sembrare per verità il meno adatto
alla espressione di tal sorta di dottrine. Nelle Bucoliche V amore è descritto
dai lamenti degli innamorati come una passione cui non è postiibile
re sistere: Omnia vincit umor, et nos cedanios amori, come
triste divinità generata nelle più selvaggie contrade, tra le più barbare genti
: Nane scio, quid sit Amor; duris in ootibus illum Aut Tmaros, aut
Rhodope, aut cxtromi Garamantes Nec generis nostri puerum nec sanguinis
edunt, Esso sconvolge iV un sùbito V animo e la mente degli uomini,
trascinandoli al delirio ed all'errore: Ut vidi, ut perii, ut me
inalus abstulit error, facendo loro provare le pene più crudeli e
riducendoli l^en tosto a completa rovina: r .Ileu, heu, quam pingui
macer est milii taurus in arvo! Idem amor exitium pecori pecorisquo
magistro (42), f spingendoli da ultimo ai più nefandi
delitti, e inducendo persino le madri a macchiarsi le mani nel sangue dei
figli : Saevus amor docuit gnatorum sanguine matrem Commaculare
manus: crudelis tu quoque mater; Crudelis mater mai^is, au puor improbus
iile? tesso Bahellieo porco corre precipitoso, ed aguzzò i denti, e scava
col piode la terra, frega le coste ad un albero, e qua e là indura gli
omeri alle ferite» (lf>). Lo stesso dicasi delle puledre, del 9.
gennai acre lupò^ti/n atqae cfinuììi*, delle filynces Bacchi rariao^ dei
paurosi cervi, e, intìne, del toro, che l'agricoltore dovrà tener lontano
dalla giovenca, perchè Carpit... vires paulatim, urit^ue
videndo Femina, nec uemorum patitur mcininissc, n&.
herbae. Ma tutta questa esagerata descrizione degli t^tletti
dell'amore sui bruti, non serve al nostro poeta che come pret*'S4to pt r
vt air poscia a dipingere coi più neri colori le tristi conseguenze die
e^sio ha sugli uomini. E infatti, saltando rapidamente dal sabeUica:^ a^m alla
i^perìe uLiiana, egli si domanda : Quid juveuis, magnurn cui
vorsat in ossibas \%m\\\ Durus amor? La descrizione che
precede lascia agevolmente iinsigitmre quale duhba essere la risposta
: Ncinpo abruptis turbat^i iiroj^llis . Nocte natat cacca
sorui freta; iiucm super ìn^en* Porta tonat coeli» et scopulia illi^a
rcclanuuìt Aequora; noe aiiscri possunt revocare par^iut^^a, % Nec
nioritura super crudeli fuaere virgo Ctti). Né Virglio s'è
accontentato di descrivere in una maui*!ra cosi gene rale e, (]uasi
diremmo, teorica, i mali e le sciagure cIjl' trae sero l'ardore della carne.
Egli ha anclie voluto porre sotto gli occhi de* suoi concittadini un esempio
concreto, che servisse loro ^ Ipse ante alios pulcherrimus ouines
Infert se socium Aeneas, atquc agmina jun^it : Qiuilis ubi
bibernain Lyciain Xanthique fluenta Deserit, ac Delum' maternaui invisìt
Apollo, Instaiiratque clioros, mixtiquc alturia cìrcum Crctcsque
Dryopesque fremunt pictique Agathyrai ; Ipse jugis Cynthi graditur,
molliquo fluentom Fronde premit crioem fingens, atque implicat
auro; Tela sonant humeris Haud ilio segnior ibat Aeneas ; tantum
egregio decus enitet ore (50). Del resto, V. ci fa conoscere lo
scopo che lo muove in un'altra maniera, e cioè coi rimproveri che ora
questo ora quello dei personaggi rivolgono ad Enea per la sua
effemminatezza. Così Mercurio, il dio alato, lo chiama da prima servitore
di femmine^ poi addirittura pazzo; larba, nella sua preghiera a Giove, lo
dipinge come un Paride con corteggio di eunuchi, mitrato alla Meonia il mento e
profumata la chioma; e la fama va descrivendo ai popoli i due innamorati in
questo modo : Nunc hiemem Inter se luxu, quam longa,
fovere, 1^ KegQorum immeniores turpique cupidine captos (53).
Ma in Enea, come abbiam veduto, codesto amore è una cosa affatto
superficiale e passeggiera, che sparisce come per incanto al primo avvertimento
degli dèi. È in Bidone che esso è causa di irreparabili sciagure. i
^Plllipi —., u|j.iiiju|,|ij,,j|jppaj||pppp trascinandola prima
all'abbandono dei suoi doveri di regina, poi al disonore, e infine al suicidio.
Avanti della venuta di Enea, essa ed H suo popolo non avevano altra cura
che la prosperità della nuova patria, e V. si sofferma di proposito - per
far risaltare il contrasto - a d. La stessa Didone « lieta s' aggirava
tra i suoi sudditi, incoraggiando le opere e il futuro seggio del regno
;.... dava ordini e leggi, distribuiva il lavoro in giuste parti, e
traeva a sorte le fatiche e le opere • (54). Ma al [giungere di Enea sembra che
un vento di sventura si riversi sopra cotk-sto popolo laboVioso e felice.
Innamoratasi follemente del duce troiano, Tm/'elix Dido non pensa più che a soddisfare
la propria passione ; cosicché i Cartaginesi, sviati dalle continue
feste, privi di direzione e di consiglio, abbandonano l'impresa iniziata
con tanto entusiasmo, e anneghittisroiio neirozio. Frattanto i nemici
rumoreggiano minacciosi ai confini, ed i re \ affricani, delusi
nelle loro speranze, si preparano alla vendetta. i Tutte le pene,
tutti i sussulti, tutte le ansie che possono far palpitare \ un
cuore di donna follemente innamorata, tutte le febbri che possono scori-
\ volgere i suoi sensi eccitati, sono descritte nello splendido
libro quarto con una evidenza e una precisione, che ci rilevano ancora*
una voHa in V. il psicologo finissimo, oltreché l'artista insuperabile;
ma le tinte alquanto cupe ed esagerate ond'egli colorisce la sua descrizione,
la catastrofe con la quale finisce, il sèguito fosco che essa ha nei
iuycnteìi campi (campi del pianto), ove la miserrima Dido si dispera
ancora tra quegli infelici quos durus amor crudeli tabe
peredit (55), tutto ciò ne rivela, sotto l'artista e lo psicologo,
Tasceta che vuol ammonire l'umanità a fuggire le lusinghe della carne,
descrivendone al vivo i mali ed i pericoli, il moralista severo che
condanna l'amore quando è pura febbre dei sensi, non patto sancito dalle
leggi e dalla religione. «Prima del matrimonio tu devi serbarti puro il
più possibile dai piaceri corporali i dirà più tardi Epitteto (56) ; e
molti secoli prima Platone, riformando nelle sue Leggi la legge reale,
condannava il marito che teneva in sua casa una concubina, «anche quando
questa concubina è una schiavai. Didone non è moglie, ma
soltanto amante, e amante doppiamente colpevole in quanto ha rotto il
pegno di fedeltà giurato al defunto .Sicheo. É questo il suo unico, il
suo imperdonabile errore; ed è appunto il rimorso di violare la giurata fedeltà
coniugale, che le dà forza di resistere fino all'ultimo agli assalti
disperati delF amore. Agnosoo veteris vestigia flainmae. Sed
mibì vel tellus optein prius ima dehiscat, Vel Pater omnipotens adigat me
fulmine ad umbras, Pallentes umbras Èrebi, noctemque profundam,
Ante, pudor, quam te violo, aut tua jura resolvo (58)* Ma r impeto
della passione e il malanimo di una nemica divinità la travolgono alfine
: nella spelonca ove s' era rifugiata, sola con Enea, per ripararsi dal
temporale suscitato da Giunone, il gran delitto si compie : lUc
dies primus leti primusque malorum Causa fuit; ed allora, quasi per
nascondere ai propri occhi la vergogna dell' aver violato le leggi del pudore,
essa cerca di illudere sé stessa, di diminuire U propria colpa chiamando
u matrimonio » il nodo che la unisce ad En^i: Cooiugium vocat: hoc
praetexit uomine culpam fCO)/ Ma questo non è che un inganno di
peccatrice conscia di tutta l'enormità del proprio peccato, e da questo momento
V. Y ha già giuIflicata e condannata. Solo da ultimo sembra che ei voglia
perdonare V infelice regina; ed è precisamente quando ce la descrive nel regno
delle ombre, insensibile ai lamenti e alle proteste di Enea, tutta
assorta nel ricambiare l'amore dello sposo: Tandeiu corripuit
sese, at(iue inimica refugit Ili nemus umbrìferum; coniux ubi pristinus
illi Rcspondct curis, aequatque Sycliaeus aiiiorem. (Juesta arcigna severità, questo austero
disprezzo per le lusinghe della carne e dei sensi, doveva generare
inevitabilmente un sentimento di odio e di avversione per colei che dell'amore
è la partecipe necessaria e la ministra principale: la donna. Lo spirito
misogino è infatti una delle caratteristiche più spiccate della età di
maggiore ascetismo; — w,«-i--r-^ dove trovai'e, ad
esempio, maggior violenza di invettive contro la donna che nei Padri
della Chiesa e in tutta la letteratura sacra e profana dell' età di mezfo ?
Eppure Cristo aveva cercato di dittbndere tra ì suui seguaci un più alto
concetto della dignità femminile, e la religione cristiana, sebbene
accusasse Eva del primo peccato, venerava in Maria la salvatrice del
genere umano. Ma era inevitabile che la morale ascetica del cristianesimo,
contraddicendo alle stesse sue massime di fratellanza e dì amore, dovesse
condurre all'odio più intransigente contro la donna: «chi predicava - dice il
Frati - il distacco assoluto dello spirito umano dalie vanità terrene,
trovava nella donna il più forte ostacolo; poiché in essa sono
rappresentati tAti i più potenti vincoli che legano Tuomo alla vita, e
per essa r uomo commette i maggiori peccati. Chi non conosce la
lunga e roboante apostrofe contro la donna di Giovanni Boccadoro t «i nel
yesto secolo, si discusse a lungo e con tutta serietà se la donna aveva o
non aveva un'anima (4)! Lo stesso misoginismo noi possiamo
trovarlo in quei filosofi pagani^ le cui dottrine spiritualistiche ed
ascetiche prepararono nel mondo antico la vittoria del cristianesimo.
Platone mostra di avere della femmina un concetto non molto diverso da
quello dei Padri della Chiesa : vedendo nu giorno alcune donne che
piangevano una loro compagna defunta, esclamò; u il male s'attrista
perchè il male è partito» (5); e nella sua Repntibiica, volendo tracciare
il quadro di un^ scapigliata società denÉOcruiica, ci mostra, come supremo
assurdo, lo schiavo che rifiuta obbedienza al padrone e la moglie che
pretende d'essere uguale al marito (tJ). Gli stoici romani dell'ultimo
periodo sono anch'essi molto severi verso la gentile compagna dell' uomo,
e non le risparmiano i più acri rimproveri, u Tania qmmlam demcnlia lenel
- dice Seneca - ul sibi conlumeliu/ìi (ieri puleni ponine a tnuliere;
quid re/eri quam fiabeaìil, quod leclicarim habeniem, quam oneralas
aures, qua?n laxani sellami aeque impiruiìen^ aìiimal est^ et^ nisi
scienfia accessil ac malia erudilio, f'eimm^ CHpidifatujìi tnvimliutviò-».
Quanto a V., egli si ricongiunge anche per questo lato a (luelhi corrente
ascetica che, originatasi in Grecia coji Socrate e Platone, passando attraverso
alle scuole d'Alessandria e allo stoicismo platonizzante dell'impero romano,
sbocca da ultimo nel gran mare del misticismo cristiano. La sua avversione per
i piaceri della carne e per tutto ciò che vincola in qualche modo T anima
al corpo, non poteva non condurlo al misoginismo; e se in lui cercheremmo
invano le apostrofi violenti degli asceti cristiani o l'altero disprezzo di
Platone e (Ji Seneca, trovare mo però, e specialmente nell' Eneide, un'
inimicizia decisa per colei che induce l'uomo al peccato.
Dello spirito misogino di V. abbiamo già avuti alcuni recentissimi
esempi: vedemmo come egli, mirando ad un fine più alto, ammonisca r
agricoltore a tener lontani i tori dalle giovenche, «poiché la femmina
consuma loro a poco a poco le forze, e li strugge al solo mostrai*si »;
vedtimmo come i due soli suicidj che avvengono nell'Eneide siano di donne.
Aggiungiamo ora che così Amata come Bidone sono ^inte al suicidio per
aver sacrilegamente posto ostacolo alle imprese di Enea, volute ed
aiutate dagli dèi; che tanto l'una (jome T altra si uccidono dopo aver
dnto spettacolo di furori spaventevoli, che il poeta ha cura di indicarci
come propri soltanto della donna, chiamandoli wue feniìneae (8) e dimostrando
furens quid f emina possit; e che infine, trasgredendo alla verità
storica, egli ha voluto far morire la moglie di Latino d' una morte pili
infame di quella che la tradizione narrava; poiché, secondo Fabio
Pittore, Amata sarebbe morta non col laccio ma d'inedia (10). Altra circostanza
che ci pone sotto gli occhi il misoginismo virgiliano, è il fatto che di
tutte le traversie, di tutte le sventure subite dal condottiero dei
Teucri nella sua lunga e dolorosa odissea, è causa diretta o indiretta la
doimii. La leggenda omerica aveva già indicato una femmina, Elena, come
Foiigine prima della rovina di Troia. Seguendo accuratamente la via segnata da
questa tradizione, V. fa risalire a femminili ambizioni insoddisfatte
Todio implacabile di Giunone, causa di tutte le sventure di Enea:
Nec dum etiain causae irarum^ saevique dolores Exciderant animo;
manet alte mente repostum Judicium Paridis, spraetaeque injuria formae
(H); di più, è una femmina quella Bidone che, avvincendo Enea nelle
sottili ujaglìe d'amore, mette in perìcolo l'impresa d'Italia voluta dai
fati; sono femmine quelle matrone troiane che, eccitate da Iride, urlando
e schiamazzando incendiano con tizzoni ardenti la flotta di Enea per
impedirgli di partire dalle contrade sicule: At matres
attonitac iiionstris, actaeque furore Conclamant, rapiuntqiie focis
penetralibus ignem: Pars spoliant aras, frondcm ac virgulta,
faces(iue Conjiciunt: furit immissis Vulcanus habenis Transtra per,
et remos et pietas abiete puppes (12); v^^if^Z7;^r^'^r^ ^rr -^^-^ -,-^^y.--^yr^?-T.->
l -» i ^M.y,^..v^.v. i H^ » iuyy4. ' j ! ^gtPU ' «. ed è ancora per colpa di
una donna, 1^ fìglia di Latino, che tutto il Lazio è sconvolto da quella
lunga e sanguinosa guerra che occupa tutti i sei ultimi canti del
poema: Gau8a mali tanti coniux iteram, liospita Teucris, Externique
iteruiu thalami. Ma vi è un ultimo episodio, assai caratteristico, che ci
mostra nel modo più evidente quale concetto e quale stima avesse il
nostro poeta del ^sso gentile. È T episodio della vergine guerriera
Camilla, che armata di tutto punto, combatte con virile coraggio per la
difesa del proprio paese. Nata fra le orride balze e i dumi dei monti
solitari, nudrita con lacte ferino, educata fin da bambina ai più rudi
esercizi maschili, a maneggiare il giavellotto e la fionda, ad inseguire le
fiere per le selve, la figlia di Metabo serba l'animo insensibile alle
dolci lusinghe dell'amore; « invano molte madri tirrene agognarono averla per
nuora», perchè Camilla sola contenta Diana Àeternum telorum
et virgiaitas amorem intemerata colit Ma V. non si lascia
convincere da questa apparente virilità di Camilla. Antifemminista deciso
- come oggi si direbbe - egli vuol anzi dimostrarci che, per quanto
virilmente educata, la donna rimane sempre donna, vale a dire un essere
volubile, leggero, amante delle frivolezze e delle vanità. Poiché è
questo il concetto che egU ha della donna, e ce lo esprime chiarameiile e
seccamente in quella breve sentenza: Varium et mutabile semper
Femina, la femmina è un essere vario sempre e mutabile; la qual sentenza
ci appare tanto più ingiustificata e brutale inquantochè è riferita a
quelPappassionata Bidone che dimostrò coll'esempio di essere ben più ferma
nel proprio amore dell' uomo che l' avea sedotta. Tornando dunque all'
episodio di Camilla, s'aggirava tra le file troiane un tal Cloreo, la cui
splendida armatura frigia luccicava da lungi; aveva le gambiere alla
barbarica, la veste purpurea, l'arco e l'elmo d'oro, e teneva annodato
con aureo fermaglio il croceo manto e la giubba di lino. Lo splendore di
questo acconciamento - che il poeta descrive con una ironica minuziosità
e uno sfoggio malizioso di yezzeggiativi che non sfuggi nemmeno ai più
antichi commentatori (16) - attira l'attenzione di Camilla, la quale,
quantunque abituata dal padre a sprezzare i vani adornamenti e a coprirsi
di una 1 semplice pelle di tigre, sente iicciMulorsi tutta dal
capriccio donnesco, dalla feraniiuile vjighezza {/emàfeo atnore) di
adornarsi di quell'auree vestimenta. Ma fio fu causa duihi sua rovina: che,
mentre era tutta intenta ad inseguire Cloreo, non cunmflosi che di lui e
delle sue belle vesti, Anmte, còlto il destro, le vibra V asta sotto la
scoperta mammella e la ferisce a morte: Labi tur exanguis;
laEniatur frigida leto Lumina; lairptirous qnùndam color ora
reliquit. Vitrtque mm gemitìi fui^lt indignata sub umijras (i7). Ci
si potrebbe obbiettare che il misoginismo virgiliano non è affatto una
coiise^Lieoza dei principi morali del poeta, perchè nella società romana
la donna ora sempre stata coiisidei'ata come un essere inferiore, e
tenuta quasi in Ktato di schiavitù. Ma questo non è se non uno dei tanti
pregiudizi che pesano sul popolo romano, e traggono origine da una
imperfettissima conoscenza delle sue abitudini, dei suoi costumi, della sua
educazione. Chi si limltaase a prendere in esame la legislazione romana,
sarebbe indotto realmente a credere che la condizione della donna doveva
essere assai ini elice; ma cbij lasciando i testi delle leggi, si facesse a
studiarne la vita, si accorgerebbe che nella società romana la donna occupava
un posto eguale, se non superiore, a quello da essa occupato nella
società tnodenia. lu nessun popolo antico, e meno di tutti nel greco, la
madre di famiglia fu tenuta in maggior stima, più circondata di riguardo
e di venerazione delia matrona romana. Tra le pareti domestiche essa è
veranieute regina, rispettata dal marito, venerata dagli schiavi, dai
clienti e dai iìgli; ba parte neiramunnistrazione del p^atrimonio*e nel
governo della casa, compie i sacrifizi, custodisce l'altare dei lari, le
imagini degli antenati e il tesoro domestieo. Fuori della casa il potere
delle donne si va estendendo sempre più; esse avevano il diritto di riunirsi in
associazione, e sotto Eliugaliab giunsero pei^ino a formare un niccolo'
senato (senacidum) con attribuzioni speciuli. È nota a tatti la grande
influenza che esse esercì tiu^ono durante tutto T impero: bastava entrare nelle
grazie di qualche donna delFainstocrazia per essere sicuri di fare una
brillante carriera; Seneca stesso ottenne la questm^a per gli intrighi di
una sua zia. Ma la corjsuguenza tli gran lunga più importante che trae
seco l'opposizione tra r anima e il corpo, tra il princìpio spirituale e il
principio materiale, è la continua preoccupazione della vita futura. Ed
è, del resto cohseguenza naturalissima. Se la vera esistenza non è quella
che si conduce quaggiù, ma quella che si vive nelle regioni del sovrasensibile,
se la vita terrena non è che un transito doloroso preliijliante la vita
eterna deiroltretomìKU ove rauiiuti (ìcvt^^ purificarsi di tutte le
macchie contratte neirimmoiidu connubiu dei curpuj l'uomo deve sentirsi
continuamente i5d oppresso dal pensiero di codesta esistenza
oltremondana di dolere o di beatitudine, e dal desiderio di squarciare i
veli che la nascondono :il suo sguardo. Platone ci offre per primo
l'esempio più caratteristico di qnL^sUi preocoupazione dell'oltretomba^
che trasfusasi molti secoli più tnnlì nel cristianesimo, alimentò le
tetre e spaventose visioni degli asceti delT cU\ di mezzo. In ben quattro
luoghi delle opere platoniche il probabili^ st;ìto delle anime dopo la
morte del corpo offre argomento di lunghe rirmbe al sommo filosofo greco;
e in tutti quattro questi luoghi la desrrì/inne della vita futura,
ormeggiando pur sempre le credenze popolari e filosi illclir più diffuse,
è fatta in modo sensibilmente diverso. Il che ci provn am quale inquieta
sollecitudine, con quale ansia non mai soddisfai hi lu sguardo di Platone
cercasse di penetrare i paurosi misteri dolln vita futura. I romani,
popolo grave e riflessivo per natura, avevano coni infoiato assai presto
a prestar fede alla persistenza della vita dopo la morto: ti- I cerone,
nelle sue Tusculane, si compiace di constatare che questa crrdenza aveva
origini antichissime nella storia di Roma. Tuttavìa, sic come essi
credevano da principio che nella tomba persistesse Fani ma in sìenie col
corpo, e che i morti fossero tutti buoni e felici {manes=\*\ìnin), così
il problema della seconda vita non li preoccupava gran fatto. Mm do
poche, per i continui rapporti con l'Egitto, con la Grecia e con
FElrurìa, penetrarono anche in Roma le fosche visioni della fantasia
orientale v h' tragedie di Sofocle e di Euripide da un lato, i testi di
Platone dallaltro, ebbero diffuso le leggende greche del Tartaro e
dell'Eliso, la paura rupei*stiziosa degli inferni cominciò a turbare la mente
dei Romani. I tnisì come io le ho esposte, non s'addice ad uomo di mente;
ma però rhe o questo' ó qualcosa di simile succeda delle anime nostre e
delle loro di inni e, poiché mostra che l'anima nostra sia immortale,
ciò, mi sembra, s'addire; e vale il pregio d'arrischiarsi a crederlo;
poiché é bello il risiilo,^1 deve con simili credenze fare come
l'incantesimo a sé medesimi»,^i) Questi terrori divennero alla fine
tanto intollerabili, che La(i*e/ja cercò liberarne i suoi concittadini,
dimostrando loro che l'anima iinri e incorruttibile, ma si spegne insieme
col corpo, e che quindi niilla ah biamo a temere dopo la morte. Ma se la
calda parola del poeta della natura potè avere, come vedemmo, larga eco
nelle anime delle persone cólte sul finire della repubblica, perdette
ogni efficacia collo stabilirsi deir impero. I tempi di più in più tristi
favorivano V ascetismo, religioso, e la preoccupazione della vita futura tornò
ad agitare la cupa fantasia di quel popolo di oppressi. Plutarco, che pure
aveva combattuto con tanta copia di argomentazioni la dottrina epicurea
sulP annientamento dopo la morte, ci ha lasciato una preziosissima
testimonianza degli spaventi superstiziosi che suscitava l'oltretomba in
quei primi due secoli deir èra volgare. « La morte - egli dice - è la
fine della vita di tutti gli uomini, della superstizione non già ; ma
passa oltre a' termini del vivere, facendo più lunga la paura che la
vita, e congiungendo c/>n la morte una imaginazione di mali estremi;
ed allorché viene al riposo, si persuade che ricomincino altri travagli
da non aver mai fine. S' aprono le profondte porte di non so che Plutone
dio dell' inferno, e vanno discorrendo fiumi di fuoco, e si distende insieme la
corrente, e profonda riviera di Stige, s'ammassano d'ogni intorno tenebre
ripiene di mille e mille apparizioni dì spiriti, ed anime rappresentatrici
di imagini orrende alla vista, e voci pietose a udirsi, e sonvi molti
giudici, e tormentatori e profondi abissi, e caverne colme d'infiniti mali. E
cosi la miserabile superstizione che scampò in vita il castigo d' Iddio, non se
ne accorgendo si fabbrica aspettazione di mali inevitabili di morte,
ninno dei quali si ritrova nell'empietà» (23}. Questa
preoccupazione dei mali inevitabili di morte, questa triste fantasia di
tormenti e di tormentati, di profondi abissi e di spiriti gementi, ci è facile
riscontrarla nei poemi virgiliani, e più di tutto nel canto sesto
dell'Eneide. Noi studieremo nel paragrafo successivo la configurazione deir
inferno virgiliano, la distribuzione che vi è fatta dei premi e dei
castighi, l'intento che mosse il poeta a comporre codesto tragico canto
della morte, il modello che gli servi di guida; per ora ci basti trarre
in luce - a prova del nostro asserto - il carattere fosco e terribile che
domina in tutta codesta descrizione. E invero, V. non è rimasto
inferiore al filosofo ateniese ed ai tragici greci nel descrivere coi più
oscuri colori le domos Ditis vacuas et inanta regna (24) ; e noi non
dobbiamo stupirci se il libro sesto dell'Eneide, letto avidamente dai Romani,
ebbe per primo effetto di spingerli a preoccuparsi sempre più dello stato
delle anime dopo la morte e servi più tardi ai Padri della Chiesa per
rieccitare nei fedeli il timore dell'inferno (25). Fino dai primi versi, prima
ancora che il suo eroe discenda negli abissi, il nostro poeta comincia ad
assumere quel tono cupo che lo accompagnerà durante tutta la descrizione.
Siamo alle grotte del lago d'Averne, non lungi da Pozzuoli in Campania,
in cui la fantasia dei popoli italici riponeva da tempo l'apertura dei regni
infernali. Questa ere li] J Wypm! il ^W ^|>|y)||y^^B^>^
161 denza era diffusissima e durò fino alla completa
caduta del paganesimo, per quanto Lucrezio avesse cercato con ogni sforzo
di distruggerla (26). II luogo è bello e ridente, ma V. lo dipinge in
modo ben diverso: Spelunca alta fuit, vastoque immanis hiatu,
Scrupea, tuta lacii nigro nemorumque tenebris: Quam super iiaud ullae
poterant impune volantes Tendere iter pennis: talìs sese halitus
atris Faucibus effundens supera ad convexa ferebat (27). Enea
e la sibilla, fatti allontanare i profani, s'inoltrano nella paurosa caverna,
non senza che prima la sacerdotessa abbia esortato il compagno a munirsi di
tutto il suo coraggio, e che il poeta non si sia rivolto agli dèi « delle
tacite ombre e dei luoghi dove vastamente regna la silenziosa notte », per
ottenere il permesso « di palesare le cose sepolte nel profondo della
terra e involte nella caligine ». Giunti sulla soglia deirinferno, i più
orrendi mostri si avventano contro i due sotterranei pellegrini: il primo è
Orcus, il dio personificante la morte stessa, il dio che più d'ogni altro
empieva di terrori la mente dei Romani. Esso era rappresentato in tutte le
forme più spaventose : ora appariva come guerriero armato che dà al
morente il colpo di grazia; ora gira silenziosamente per i luoghi
abitati, picchiando a tutte poj^e ; ora volteggia per Tarla, demone notturno,
librandosi sulle immense ali nere (28). Dopo Orcus vengono le personificazioni
di tutti gli altri flagelli umani : i pallidi morbi, la triste
vecchiezza, Io spavento, la fame, la povertà, lerribiles oisu farmae; poi la
morte, la fatica, le voluttà, le furie, la guerra, e infine la
Discordia demens, Vipereum orinem vittis innexa cruentis. E
non basta ancora; accanto a queste figure allegoriche, prodotto di una
età più evoluta, V. pone a guardia dell' inferno tutti i mostri deir
antica mitologia omerica, come i Centauri, i Titani, le Gorgoni, le
Ai-pie, r idra di Lerno, horrendwn strìdéns, contro cui invano si slancia
Enea, per trapassarla con la spada. Frattanto sono giunti al tremendo
fiume, al tartareo Acheronte, « simbolo - dice il Preller - di tutti i terrori
e di tutte le paure che inspira il mondo sotterraneo, tantoché gli Etruschi
diedero il nome di Acherontica a tutta quella parte della loro
letteratura sacerdotale che tratta delle anime dei morti e del loro culto.
Li trasporta all'altra riva Caronte, il terribile nocchiero noto a tutti
i popoli antichi, spaventosamente pallido ed irsuto: Portitor lias
orreodus aquas et flumina servat Terribili squalore Charon: cui plurima
monto Canities inculta jacet; stant lumina flamma; Sordìdu» ex
humeris nodo dependet amictus, ";^f^rjP^-»F!^j ^cuor della notte, in
forme sempre strane, gigantesche, paurose : cosi Tornbra di Creusa appare
innanzi agli occhi del marito maggiore della nota figura (nota major
imago); quella dì Sicheo è ingigantita in modo meraviglioso nel pallido
aspetto {ora modis atloltens pallida miris); quella di Ettore è in forma
ancor più paurosa^ e par di sentire un fremito di raccapriccio nella
de^s^Tìzione che ne fa Enea : « Eni l' ora in cui la prima quiete
comincia ]>er gli stunclil mortali, e gratissima serpeggia per dono
degli dèi. Quand' ecco il mestissimo Ettore parve mi apparisse dinanzi, e
spargesse largo piantn, stra.scinato come un tempo dai carri, e lordo di
polvere sangui nule uta, e traforato dalle correggi e i piedi rigonfi. Ahimè,
com'era ridotto! quanto cangiato da queir Ettore che tornò vestito delle
spoglie d* Achille, o dopo lanciale le Frìgie fiamme sulle navi dei
Greci! Aveva squallida la barba, e i capelli raggrumati nel sangue, e
coperto di ijuelle ferite che innumerevoh ricevette sotto le paterne
mura». Altre volte le Lar%a- dei defunti assumono formo di lugubri uccelli, che
vagando nel cupo della notle perseguitano coi loro urli lamentevoli i
miseri mortali. È questo il destino dei morti Etoli, che riempiono di
terrore le ni (4:J). Poiché sarebbe inconcepitale che una qualsiasi
divinità del mare, del fuoco, della terra o del cielo, fosse pure Hiove o
Saturno, avesse T audacia di rompere un giuratjientu l'atto sulla testìnmnianza
degli dèi delr inferno: Cocyti stagna alta vides, Slydamque
pahideni, Di cuius jurare tiiiieat et fallerc niuneii ili di tutte
le altre divinità, poiché il loro cuore è incapace di alcun hentimento di
perdono : I ^1 IJi i pPH manesque regemque tremendiim,
Nessciaque humanis precibiis. mansuescere corda. Una delle [n\x terribili
tra le divinità infernali che ci sono ricordate nei poemi virgiliani, è
la pallida Tisipfione^ la maggiore delle tre Furie. Essa risiede
ordinariamente nella parte più profonda dell'inferno, in quel recìnto
circondato da tre girbni di mura e dal Flegetonte, in cui scontano le
loro pene i più scellerati tra i peccatori. Ivi, « impugnando un
flagello, con una mano percuote i rei schernendoli, e con la sinistra
aiTUotfindo orridi serpenti, chiama il feroce stuolo delle sorelle. Perù
questa officio è ben lungi dal bastarle ; a quando a quando essa
abbandona i morti regni per precipitarsi sulla terra, a portarvi lo spavento e
il dolore: ila squallida Tisifone, sortita alla luce dalle tenebre dello
Stìge. incrudelisce ; essa conduce davanti a sé i morbi e la paura, i e
ogni giorno più alto sorgendo, leva T ingordo capo. Altra terribile \
divinità infernale è quella che Giove manda a Giuturna, la dea delle
sorgenti e dei fìuniij per annunziarle la morte imminente del
fratello : « dicesi essere diu' maledizioni chiamate Dirne, che la orrida
Notte generò ad un parto con la Tartarea Megera, e V avvinse con uguali
serpenti, e Fanno di ali sventolanti. Queste appaiono innanzi al trono di
Giove e ' ^ sulla soglia de! re tremendo, e incutono spavento ai poveri
mortali, se ' talora il re de^di dèi minaccia morte orribile, e
malattie, ed atterrisce • con guerra cittìi colpevoli. All'
apparire dell' orrendo mostro, Giuturna comprende che la propria potenza di dea
è resa ormai inutile, e Turno noti tt^nta più nemmeno di difendersi dagli
assalti di Enea: Tlle membra novus solvit formidine torpor;
Arrectaeque horrore comae, et vox faucibus haesit. Ma di gran lunga più
terribile e spaventosa di tutte è la pestis aupera Aleelo^ le cui geste
occupano buona parte del libro settimo. Essa am:i y le tristi guerre, le
ire, le insidie, i notevoli delitti > ; ed è tanto orrenda che non
soltanto la temono i mortali, ma « tino lo stesso padre Plutone la odia,
fino le sue Tartaree sorelle odiano un tal mostro: in tanti aspetti si
trasmuta, tanto ne è orribile la figura, tanti serpenti spaventOfsaraente
le pullulano intorno ». Il suo genio malefico non ha contini, e Giunone,
che s'è rivolta a lei per far insorgere il Lazio contro Enea, le enumera con
compiacenza tutte le arti infernali di cui può disporre : ; per
scendere « fra le ombre crudeli », a « soffrirvi i inali estremi? Aveva
ben ragione il severo poeta della Natura : gli uomini, imagìnando una
continuazione della vita oltre la vita, s'erano illusi di risolvere il
tormentoso problema della* morte ; ma non avean lat to che rendere ancora più
paurosa quella che è la fine naturale ed inevitabile di ogni organismo
vivente. Se noi ci facciamo a considerare la catena degli
avvenimenti che costituiscono il poema di Enea, potremo accorgerci
facilmente che il libro sesto non ne rappresenta un anello necessario ;
la discesa del condottiero troiano neir inferno non è per nulla indispensabile
allo svolgimento dell' azione, né la fa procedere di un passo. Anche T episodio
dell' amore di Bidone, ad esempio, può sembrare a tutta prima affatto inutile
alla trama del poema; ma esso era invece indispensabile per dar modo al
poeta di esporre in forma drammatica e succinta, secondo i più savi
criteri dell'arte, gli antefatti dell'azione. Eppure, il libro sesto è
per avventura uno dei più belli, dei più succosi, dei più finiti che la
musa virgiliana abbia dettato; e lo stesso poeta mostrò di esserne
pienamente soddisfatto, leggendolo come saggio e come primizia
all'imperatore ed a' suoi famigliari, che l'ascoltarono ammirati e
commossi. Quale intento speciale persuase .dunque V. ad innestare al suo
poema codesto splendido canto dei morti e dei nascituri ? Furon molte le
ipotesi e le interpretazioni avanzate a tal proposito dai commentatori
d'ogni età e d' ogni paese, e noi fra breve sottoporremo ad esame alcuna
di quelle che hanno ancora maggior sèguito e possono sembrare più
fondate. Prima però sarà necessario esponiamo brevemente V ipotesi
nostra, per dimostrare poi, al confronto dì essa, qujinto abbiano le altre di
erroneo o d' incompleto. IVr quanto la credenza nella vita
futura fosse assai antica e diffusa tra ì Romani, pur tuttavia essa n^n
riuscì ad assumere per codesto popolo - come, in generale, per tutti i popoli
antichi - una forma chiara e ben determinata, se non dopo la vittoria definitiva
del cristianesimo. Prima di questo tempo, le leggende sulla seconda vita
avevano un carattere rtuttuante eii incerto, evi assumevano aspetti speciali di
età in età, da individuo ad indivìduo Da principio i Romani credevano che
nella tomba continuassero a vìvere insieme f anima ed il corpo ; e questa
credenza, rivelataci dalle cerimonie funebri e dalle iscrizioni delle
tombe, persìstette tino a quando tiiron distìnti neir uomo due elementi
opposti, la cui separazione dà luogo alla morte. Sì credette allora che
soprav\ivesse soltanto una parte del corpo, la parte più pura più leggera ed
imuiatMÙale. vale a dire T anima, e che tutte le anime si riunissero
insieme nel cenine dt Ha torni. Fino a questo punto, si ora sempre
creduto che i in rei f'^ssoro buoni e puri ('(#t\N' e ttì-ittcs): ma
dopAohè. per le vicende p.V.ìtìche, si feoero più intimi i IciTìnii che
univano Roma alFEtruria, i R^:!ii:ii v'Miìiluciaroiio a cre^lelv al pari
do^li Etruschi che i morti fosSfr-> oru ìeli, ma!erì/ì, amatiti dol sui::;ie
e delle stragi. Una iscrizione lar'.riu n.va .i::;e più aiì:>ii.\
reo.i qa-.^stt frase significativa « iiìortum E n:*n è a credete
c':ie, a ii.ar.o a man • ciu- ju-.-ste nuove credenze a: : ivi:: ^
r.up^:i-::i Isi. le ai.ti.^he sc^iìuwrissvr^ : per quanto assoluta
Ite mm^^^^T" ' ™i»i"*""^^WHm»wp "n
«inerite con t radei ito ri e, essa con ti mi aro no del pari a vivere le une a
e evinto alle altre, generando non poca incertezza e confasione. Cosi
acL'auto ai mane^* si ebbero le tarme etl ì lemure^\ spiriti malici,
mostruosi, vendicativi, a placare i rtnali si cele])ravui>o, durante le
notti del nove, undici e tredici maggio, speciali «'eriinonie teriebro^^e,
descritteci mi untamente da Ovidio, Si continuò a versare tazza di sangue
tepido e vi* sceri di animali uccìsi sulle tombe dei morti, ci'ede!ido li
amassero, ed a compiere tutte le altre cerimoiue funebri, clje
tlinotavano il persistere delle primitive superstizioni. Si continuò pnre
a cistruire nel centro delle c*tà il mMndiis, oiifrlnato dalla credenza
che le anime dei defunti si I riunissero nel centro della terra. Era esso
una fossa circolare a forma di cielo rovesciato, il cui fondo era
chiuso da una grossa pietra {lapis maj naiis), che si riteneva la porla del
regno sutlerraneo. Questa pietra ve niva tolta tre giorni ogni anno (^H
a^josto, 5 ottobre e 8 novembre) affin* che gli spiriti potessero uscire
ìiberamentie e vagare per la terra ; quindi codesti tre giorni eran
passati in religiosa contemplazione ed era interrotto j qualsiasi affare
importante di fiimiglia e di Stato (:])* Quandi» alla fine co ' minciaroim
a dit!bn Cicerone, come vedemmo, sembra inclinare per la soluzione
platonica, sebbene qualche volta si sottermi con compiacenza sui
dogmi aristocratici di Crisippo; Marco Aurelio è tutto compenetrato dal
concetto materiali-, stico del continuo disciogliersi e trasformarsi degli
elementi, quantunque egli pure accenni talvolta ad una esistenza
posteriore alla morte (5); Epitteto non si mostra meno incerto, ora
parlando con convinzione della vita futura e dell'inferno, ora burlandosi
delle leggende popolari sul Oocito e l'Acheronte. Ma quello che più d' ogni
altro appare incerto e titubante fra le due ipotesi contrarie è, anche in
questo caso, Lucio Anneo Seneca, il cui eclettismo molti tra gli storici della
filosofia ancora si ostinano a negare. Seneca è il più prossimo ai tempi
di V., giacche nacque circa due decenni dopo la morte del poeta ; vai
quindi la pena di esaminare un poco più partitamente quale fosse il
pensiero, ..dato che riusciamo a scuoprirlo) di codesto filosofo intorno
alla immortalità deir anima. Chi, aprendo a caso il libro
Della consolazione a Marcia, s'imbattesse a leggere il capitolo XIX, crederebbe
senza dubbio di aver a che fare con un filosofo rigidamente epicureo.
Ecco infatti con quali esortazioni e con quali ragionamenti Seneca cerca di consolare
la madre del defunto Metilio: E che mai, dunque, ti commove o Marcia?
fc^se che tuo figlio sia morto, o che non sia vissuto più a lungo? Se ti
addolori perchè è morto, avresti dovuto dolerti sempre, poiché sapevi
sempre che doveva morire. Pensa che un morto non è afflitto da alcun
male; clie 171 tutte quelle cose che ci rendono
spaventoso V inforno ^ono una fiaba ; che ai morti non sovrastano né
tenebre, né carcere, ne fiumi ardenti di ' fuoco, né acque d'oblio, né
tribunali e peccatori, né nuovi tiranni in quella libertà tanto larga.
Con tali favole i poeti si burlarono di noi t? ei turbarono l'animo con
vani terrori. La morte é lo svolt^iniento e la fine di tutti 1 dolori,
più in là della quale i nostri mali non vanno: essa ci pone in quella
tranquillità nella quale giacevamo prima di naiàcere. Se alcuno sente
compassione dei morti, la senta pure di chi non e nato. La morte non é né
un bene né un male, poiché può essere ben.' o male soltanto ciò che è qualche
cosa, ma ciò che non é nulla, ed o^'ni cosa riduce al nulla, non può
sottoporci ad alcuna sventura. Intatti 1 mali ed i beni vertono intorno a
qualche materia ; non può essere trattenuto dalla fortuna ciò che venne
rilasciato dalla natura, né pUit es^en^ intolice colui che non è niente.
Tuo figlio valicò i confini dentro i quali V uomo serve ; lo accolse una
profonda ed eterna pace ; egli non è più assalito dalla paura della
povertà, nò dalla cura delle ricchezze, ne dygli eeriiamecjti della
libidine, che prende gli animi all' esca del piacere : non è toccato dalla
invidia della felicità altrui, né oppresso dalla sua ; uè le sue pudiche
orecchie vengono straziate da parole villane; non vede alcuna sventura,
né pubblica né privata; non pende atfannoso dair evento del futuro, che
sempre inclina al peggio. Infine, egli si fermò là dove nulla lo scaccia,
dove nulla lo spaventa». Ma chi volesse da fiuestu brajio eloquente
trarre la conseguenza che Seneca non credeva atTatLo nella vita futura, e
condivideva a tal riguardo le dottrine scettiche di Epicuro, si ingannerebbe
a partito ; basti infatti considerare fiueste parole che, con uguale
calore di convinzione, egli rivolge all'amint Lucilio: « t'rnne il ventre
di nostra madre ci tiene nove mesi, apparei-chìandoci non a sé ma al
luogo nel quale slam dati alla luce, quando siamo preparati e capaci di
trarre il respiro e crescere, cosi per tutti > il tempo cite corre
dalla fanciullezza alla vecchiaia noi siamo come nel ventre della natura.
Altro nascimento, altro stato ci aspetta : noi non possiamo ancora sofferire il
cielo, se non dalla lunga. Tu devi attendere con sicurezza V ora in cui r
anima partirà dal corpo, perocché é l' ultima del corpo non dell' anima Quel
giorno che tu temi come ultimo, è nascita e comincia* mento di vita
perpetua. Abbandona dunque l'errore che ti opprime, e non dubitare.
L'opposizione tra questi due brani è tanto grande, che maggiore non si
potrebbe imaginare: ciò che il primo nega, il secondo afferma. E questo
si può riscontrare ad ogni pie sospinto nelle opere del tragico e
filosofo latino, dalle epistole alle consolazioni, dalle operette morali
alle questioni di natura. Io credo che nessnn filosofo, da Talete ai
nostri giorni, si sia mostrato più titubante e più indiù semplice colla
interpretazione che jj noi abbiali! data. L' ingtigno paradossale
del Warburton si è acconten ttato di accumulare analogie su analogie,
alcune delle quali molto stentate, senza teoer conto delle cundizioni del tempo
e dell' ambiente, e senza nemmeno soffermarsi davanti ad una obbiezione,
che pur doveva r presentargijsi facile alla mente. 1 misteri erano
spettacoli religiosi che si I» compievano nel più assoluto segreto
; a pochissimi era permesso 1' assi stervi, ed anche questi pochi dovevano
assogettarsi a lunghe prove preK» p:iratorie e promettere di non rivolar mai
nulla di quanto avevano veduto. Ohi avesse osato violare il se2reto dei sacri
misteri era ritenuto empio, e punito mi piti tremendi castighi. Noi
conosciamo già abbastanza la profondità e la sincerità del sentimento religioso
di V., il suo rispetto per i voleri degli dèi, la sua scrupolosa
timidezza nelF obbedire a tutti i più minuti precetti della religione, per
negare reìcisamente che egli avesse pensato a trasgredirli in modo così palese;
e questa obbiezione avrebtie ilovuto avere tanto maggior valore per il
Warhurlon^ in quanto, secondo la sua stessa interpretazione, V. ha collocato
Teseo e Piritoo n^\ più profondo del Tartaro appunto perchè colpevoli di
fòsserei hitrusi nei niislen e di averne violato il segreto. Se il
libro quarto dell' Eneide è uno dei più drammatici canti dell' amore che la
letteratura antica abbia lasciato, il libro sesto, considerato come Oliera
letteraria, è senza dubbio il più bel canto della morte che sia uscite da
fantasia di poeta avanti V immortale visione di Dante ^ Alighieri. I
mistici racconti della Nekya omerica, gli esametri artifìiiosi dì
Apollonio, le pitture esagerate dei^oeti latini della decadenza, non
possono certo competere con la splendida descrizione virgiliana del
viaggio sotterraneo di Enea, Ma il lìt)ro sesto non vuol essere guardato
soltanto sotto il rispetto artistica : come il poeta intese con es6o di
indicare lo stato delle anime nella vita d'oltretomba e di far opera più
di moralista e di credente che di letterato, così si deve giudicarlo
innanzi tutto quale complesso di opinioni e di dottrine, quale opera
filosofica e religiosa. E sotto questo riguardo il suo pregio appare
molto minore. Già gli antichi commentatori avevano osservato che T
inferno virgiliano, pur rivelando la profonda sapienza del poeta, appare
molto oscuro, confuso, non condotto sopra un piano ben detìnito; e Servio
ci ricorda che molti eruditi avevano composto trattati speciali, oggi
'perduti, intesi a chiarirne le difììcoltà e spiegarne le contraddizioni.
La critica moderna ha i mi wi,m. posto maggiormente in luce questi
difetti, giustificandoli col fatto chf? a V. mancò il tempo di completare
e limane il stio poema. Io non credo che questa sia Y unica causa
delle oscurità e delle contraddizioni che si notano nel libro sesto. Se anche
il poeta avesse avuto la ventura di poter dare l'ultima mano airripera
sxhì, codesto incertezze sarebbero ugualmente esistite, poiché tragtrono
origine più che tutto dalla diversità dei materiali su cui il libro
se.sto ì* costruito. Assai diversamente da Dante — cui la religione
offriva un coniples-so di dogmi precisi, già entrati nel consentimento
univei-snle V. non poteva attingere con sicurezza né alle credenze dei
contemporanei, uè ai dogmi' della religione nazionale: dacché, come
vedemmo, le prime enmo molto incerte, e la seconda, se pur conosceva gli
dei dell' inferno, Orcus, DisPater, Larunda, Mania ecc., non ammetteva in
origine una sanzione oltremondana dell'operare umano. E neppure avrei ibo
potuto aflìdarsi completamente alla descrizione del regno delle ombre, quale si
trovava nel libro undecimo del poema di Ulisse. Troppo primitivo, troppo
semplice, troppo rimoto dal sentimento dei contemporanei eia T inferno
omerico, per poter servire ad un poeta latino dell'ultimo secolo avanti
("risto. Himanevano le rappresentazioni mitiche della vita futuni che
Platone aveva esposto con tanto splendore di forma nel Gorgia, nel Fedro,
nella Ilepubblica e nel Fedone : ma la loro estrema complica'^ione e Je
profonde vedute filosofiche sulle quali erano intessute, obbligavano il
poeta a servirsene con molta cautela e soltanto in parte. V.
si vide quindi costretto a mod(^llare il proprio inferno su tutti questi
elementi di origine e di natura diversa, togliendo dalla religione nazionale
taluna delle antiche divinità sotterranee, dalla Nekya omerica alcuni
episodi e molti personaggi mitoUf^^^iri, e dai dialoghi platonici la
distribuzione generale dell'inferno, il concetto della purìHca/Jone e
della metempsicosi; conformando poi il tutto a quelle idee più generali del
Tartaro, dell'Acheronte e dell'Eliso che il teatro e ìa filosofia greca
avevano rese ormai comuni trft i suoi eoncìttatlini. Dobbìanio ora
meravigliarci se il pensiero del poeta non appare sempre limpido, sempre
coerente a sé stesso, e se la descrizione i^roef^de alquanto dilagata ed
incerta? Codesti difetti erano una conseguenza naturale del modo onde il
libro sesto era composto ; nò V. avrebbe potuto evitarli, per ;!
quanta cura ed attenzione avesse posto nell' unificare quei disparati
materiali. Tuttavia, le incoerenze e le contraddizioni sono più dei
particolari che della disposizione generale, poiché ben definito, corno
i'rn. Ijreve vedremo, era il concetto che dirigeva il poeta nel distribuire i
premi e le pene. L'inferno virgiliano si divide in tre regioni: i!
Tartaro, F Eliso, e una regione che per ora chiameremo intermedia, non
j^er il luogo che essa occupa, ma per la condizione delle anime ivi
raccolte. Esso è posto -i^k?:' nelle viscere della terra, e
circondato nove volte dall' Acheronte o Stige (et novi'es Styx interfasa
coèrcet (13) ), il quale a sua volta si getta nel Cocito (omnem Cocyto
eructat arena. L' Eliso poi è trascorso dal fiume Eridano, e il Tartaro è
circondato dal Piriflegetonte, o semplicemente Flegetonte, fiume di fuoco
: rapidus flainmis ambìt torrentibus amois Tartareus
Phlegethon, torquetqae sonantia saxa. Come si vede, T idrografia
dell' inferno virgiliano, pur ispirandosi a quelle di Omero e di Platone,
è assai diversa da esse e conforme alle idee non molto definite che se ne
aveva ai tempi del poeta. Per Omero il soggiorno dei morti è posto agli
estremi confini del mondo, vale a dire sulla spiaggia occidentale
dell'Oceano, il gran fiume che lambisce tutt"* intorno il disco della
terra: fjépt xal veqpéJLig x8xaX'j|X|iévoi ' où5é zox' aÙTOùg
yjéXtoc cfaéOtov xaxaSépxsxat axxiveoffiv, oOd-' ÒTióx' àv oxsixTÌ^^
'^pòc oùpavòv daxspóevxa, oOy 5x' òtv à;^ i%i y*^*^ *'^' oOpaviO-ev
iipoxpduTjxat, dXX' irJ. vOg àXof^ xixaxai fistXorot ^poxorotv; in
quel luogo è la sede del popolo dei Cinimerj, nascosti nel buio e nella
nebbia. Giammai il sole splendente li guarda dall'alto co' suoi raggi, né
quando trascorre pe'l cielo stellato, nò quando si volge dal cielo vei'so
la terra, ma una triste notte circonda sempre questi popoli infelici». Su
codeste spiaggie si alza una rupe smisurata, ai piedi della quale si
urtano tra loro, per gettarsi insieme nell'Acheronte, due fiumi: il
Cocito, che è un ramo dello Stige, e il Piriflegetonte. Il sistema idrografico
di Platone è assai più complesso: al disopra della cavità coperta di
nebbie nella quale vivono gli uomini, si stende una regione di
meravigliosa bellezza e splendente di luce purissima; al di sotto di tale
cavità si aprono baratri immensi e laghi e stagni percorsi e collegati tra loro
da quattro fiumi, Y Oceano, l'Acheronte, lo Stige e il 4Mriflege tonte, i quali
si gettano con foce distinta in un gran foro che trapassa da parte a
parte la terra, detto il Tartaro, quindi, come per un sistema di pompe,
risalgono alla superficie, formando tre di essi i fiumi terrestri, e il
quarto, il Flegetonte, le correnti di lava. V., staccandosi da Omero e da
Platone, ha collocato l'apertura dei regni infernali nelle grotte del
lago d'Averne, in Campania; e conciò ha voluto seguire una credenza assai
antica e diffusa tra i popoli italici, credenza che originatasi dai
fenomeni vulcanici frequenti in codesto paese. persistette
lìuo oltre il «luarto secolo deirèra vol^^are. In fondo a codeste grotte è il
vestibolo di-ir inferno, difeso da vari mostri mitologici, quali le
Seille, le Gorgoni, le Arpie, i Centauri ecc., e da altri mostri tulti
alla tragedia, i (inali non sono se non allegorie o fantasmi dei mali che
precodoiio o segnouo la morte: la vecchiezza, la fatica, la povertà, le
malattie, i piaceri illeciti^ hi guerra, la discordia, lo spavento e il
pianto, Nel mezzo del vestibolo stende i suoi rami e le annose braccia un
olmo smisurato, al quale s'attaccano i vani sogni. Oltre la soglia s'apre
la vìa che conduce al varco d'Acheronte, sulla cui sponda s' accalcano,
numerose come le fo«jflìe che cadono d'autunno, le anime dei defunti: u
madri e sposi, e salme di magnanimi croi, che hanno compiuta la loro
vita: faneinlll, vergini innuptae e giovani posti sui roglii sotto gli
occhi dei padri ». Nocchiero è il mitìi'o Caronte, ancora sconosciuto ad Omero,
ma che più tardi divenne assai popolare in Grecia, in Etruria (il
C/'Oriui dei sarcolaghi etruschi), e quindi in tutta Italia {19). V. ce Io
rappresenta come un vecchio orribilmente squallido, seti cruda rirùfìsque
senectus, dalla liarba foltn, bianca ed irsut^ì, coperto da un lurido
manto annoi lato sulle spalle. Egli accoglie nella su;t nera barca, per
trasportarli nlT ultra riva soltanto coloro che ebbero sepoltura,
respingendo irosumente coi remo le anime degli insepolti^ che devono
attendere cent" anni prima dì essere accolte. Dall'altra parte dello
Stige comincia il vero inferno, che si divide» come sopra vedemmo, in tre
distinte regioni; su codesta spiaggia, tutta fangosa e coperta di canne,
sta sdraiato un altro mostro mitologico, figlio di Tifaone ed Echidna:
Cerbero, il cane dalle tre teste e dalla coda di drago, che fa rintronare
co' suoi latrati il baratro infernale. La prima delle tre regioni
che s'incontra appena varcato io Stige è quella che denominammo intermedia,
e che ora possiamo chiamare sen* se* altro il limbo, su! principio del
quale Minosse giudica le anime dei defunti, determinando a ciascuna il luogo di
^,spia/jone. K qui ci si rivela sùbito r Intento che mosse V. a
descrivere la vita d'oltre sepolcro; egli si atlretta ad avvertire che in
codesta seconda vita i dolori e le gioie non sontJ distribuite a caso, ma
secondo un rigoroso criterio di giustizia: .rossima allo
Htige, é occupata dai bamlnni « cui T immatura moi-te staccr> dal seno della
madre e dalia dolce vita», da quelli che furono ingiustamente condannati
[ler talso delitto e dai suicidi. La seconda è tutta contornata e
nascosta da una folta siepe di mirtfj, e si chiama CamiJO delle Lacrime,
nel quale s'aggirano silenziosamente *H|uelU »,).l py l . l l^.. che
un amore infelice con cruda morte consunse; gli affanni non li abbandonano
nella stessa morte ». Fra costoro, oltre a molti personaggi mitologici, il
nostro poeta ci mostra anche T infelice regina di Cartagine, che davanti
alle lacrime di Enea rimane « più insensibile della dura selce o di un
Marpesio macigno». Nell'ultima parte hanno loro sede guerrieri famosi,
che palleggiano ancora le armi e salgono sui carri di battaglia: Enea vi
scorge le ombre dei compagni morti in difesa della patria, dei Greci
uccisi sotto le mura di Troia, e infine lo straziato simulacro di Deifobo, il
cui episodio è assai più commovente di quello di Elpenore descritto da Omero
(21). Tutte queste ànime che V. ha radunate nella prima parte del suo
inferno, non sono sottoposte a pena alcuna; tuttavia esse traggono una
esistenza supremamente lugubre e monotona in codeste tristi abitazioni, prive
di sole e di luce. Donde ha tolto V. codesto suo concetto di una
regione intermedia fra il Tartaro e l'Eliso, tra l'inferno e 1 beati regni?
•Questa è la domanda che si son sempre posta dinanzi i commentatori,
senza che alcuno sia mai riuscito a darle una risposta soddisfacente. Delle
ipotesi ne furono avanzate molte. Il Warburton, ad esempio, afferma che
Virgiho non ha inteso descrivere se non la prima parte dei misteri di
Eleusi, nella quale si facevano appunto comparire le anime dei neonati;
ma noi vedemmo già quale valore possa ragionevolmente attribuirsi a
codesta interpretazione. Boissier crede invece che il poeta siasi
ispirato a quella frase della descrizione platonica dell'inferno: t Di
coloro che appena nati morirono, o vissero sol breve tempo, altre cose ne
riferì, che ora non è il caso di ricordare» (t>2): ma a noi sembra
molto dubbio il vedere in codesto rapido e breve accenno l’origine del
complesso limbo virgiliano. Ad ogni modo, la questione è di tanta
importanza teologica e storica che merita di essere attentamente
considerata. Com'è noto, i teologi cattolici designano colla parola « limbo »
la prima parte del regno d' oltretomba, nella quale hanno sede le anime di quei
defunti che sono escluse dalle }?ioie del cielo senza essere condannate
ai tormenti dell' inferno; esso si divide in limbus Patram nel quale si
trovano i giusti pagani, e in ligiìlìits inlanihon nel (juale sono posti
i fiinciuUi morti senza aver ricevuto il battesimo. Quanto al limbo dantesco,
anch'esso è popolato d'2/ifanti. dì Icmttìine ^ ài n'n\ e posto sul lembo
superiore (il prww cerchio che raffisso ci^//ìc) di queirimmenso imbuto
costituito da nove cerchi digradanti e man mano restringentisi fino al
centro della terra, che è Tinlerno di Dante (li\). Ora ^'li storici delle
religioni - non certo i teologi cattolici - sono o^^gimai concordi nel
ritenere che la prima idea del limbo cristiano sia derivaUi appunto da
codesta rej:ione intermedia dell'inferno ili V.: poiciiè c»^sì la parola
limbo come il luogo che essa designa, non solo non si trovano mai
accennati da nessuno degli altri scrittori pagani, ma nemm»'no dai Padri
dei primi secoli della Chiesa. ÌFino ad AQUINO il soggiorno dei morti non si
concepiva che diviso in luogo di dannazione e luogo di premio, e la voce
latina limbus è adoperata per significare la parte estrema o l’orlo di un
vestimento, o il lato esteriore più vicino air estremità di un cerchio o
di qualsiasi figura rotonda. Quindi non si trova alcun accenno al limbo né
nella sacra scrittura né nei libri delle sentenze di Lombardo; e la
discesa di Cristo a quello che fu poi il limbo si esprime colle parole
generiche descendit ad in/eros. Lo stesso Agostino non pone ancora
gradazione alcuna fra la felicità e la dannazione, quindi insegna che i
fanciulli morti senza battesimo non solo sono privati della gloria
celeste, ma anche condannati eternamente, benché sottomessi a minori tormenti:
damnatio mitissima et tolerabilior (24). Per poter risolvere in
modo definitivo la questione dell'origine del limbo virgiliano, noi
crediamo si debl)a anzi tutto separarla in due questioni distinte; e cioè, da
chi sia stato tratto il nostro poeta a collocare suir orlo dell' inferno
le anime dei fanciulli, degli innocenti condannati, dei suicidi, delle
donne morte per amore e dei guerrieri uccisi in battaglia; quale criterio
affatto nuovo nella storia delle religioni antiche r abbia indotto a
privare codeste anime cosi dei supplizi del Tartaro come delle gioie
dell' Eliso. Riguardo al primo problema, un esame attento dell' inferno omerico
ci ha fermamente convinti che la collocazione del limbo virgiliano trae
origine da Omero. Quando Ulisse, disceso sulle spiaggie desolate dei
Cimmerj, vuol far apparire davanti a sé le ombre dei defunti, scava una larga
fossa vicino alla rupe ai cui piedi s' inabissano il Cocito e il
Flegetonte ; quindi riempie la fossa di miele di acqua di vino e di
farina, chiamando ad alta voce le anime dei trapassati. Non appena ha
terminata la sua invocazione, « ecco sorgere dall' Èrebo le pallide ombre
dei morti : vùp,(pat x' Y](^so( X8 TcoXóxXTjTof X8 Y^povxs^
iiapd-evtxaC x' àxaXal veoirevd'éa d-up-òv Ixouoat, 'izoXXoi 8' oòxòt'isvot
'/jxX%i\pZQ\.'^ éyX^^TÌ^^^» fivSpe^ àpTjfcpaxot ps^poxcoiiéva xetixe'
lyio^'^^Z' oli nokXoi TCSpl '^ò^po^ àcpo(xft)v àXXoO«v 9X\oz
V807i80tig lax^' ip-i 8è yiXmpò^ déog ijpetv. Queste anime che si presentano
prime ad Ulisse, sono duncpie a un dipresso le stesse che si presentano
ad Enea appena entrato nel vero inferno, vale a dire le stesse che popolano il
limbo virgiliano : « giovanette appena maritate, giovani non ancora
ammogliati, vecchi che molto hanno sofferto, vergini ancora acerbe che
hanno nell'animo una sciagura recente (d'amore), e molti guerrieri feriti
dalle bronzee lance e uccisi in battaglia colle armi ancora
insanguinate». Omero, com'è noto, non fa distinzione alcuna nel suo
inferno tra luogo di castigo e luogo di premio; le anime dei morti vi si
aggirano tutte alla rinfusa, tutte ugualmente addolorate della loro
condizione e rimpiangenti la vita: « Non cercare di consolarmi della
morte, o glorioso Ulisse - esclama Achille; - io amerei piuttosto servire
qualche contadino povero e con scarso alimento, che regnare su tutti
quanti i trapassati. Tuttavia, se le prime ombre che compaiono ad Ulisse
sono appunto quelle dei fanciulli e delle fanciulle, delle donne morte
per amore, dei guerrieri uccisi in battaglia, non è forse naturale il
supporre che esse abbiano la loro sede vicino alla porta delF Èrebo, vale
a dire sul lembo dell'inferno? Ma la questione del luogo non ha,
alla fin fine, che una importanza relativa. Omero non fa parola della
condizione di codeste anime, mentre V. ha immaginato per esse una maniera
speciale dell'esistenza d'oltretomba; è qui che si manifesta l'originalità del
pensiero di V., ed è qui che si appalesa tutta l'estensione del suo
intento morale e politico, col quale soltanto può risolversi la dibattuta
questione. Molti critici e commentatori hanno acerbamente rimproverato il
poeta latino per aver escluso dalle gioie dell'Eliso tutte codeste anime,
le quali, per cause nobilissime indipendenti dalla loro volontà, s'erano
divelto anzi tempo dal corpo: « che cosa si può immaginare di più
ributtante e di più scandaloso ~ esclama con enfasi Bayle - del castigo cui
sono sottoposte codeste piccole creature che non hanno ancora commesso
alcun peccato, e della pena di coloro la cui innocenza fu oppressa sotto
la calunnia? Ma questi rimproveri sono ingiustificati, e traggono origine
dall'ignoranza dell'altissimo fine sociale che animava il poeta. La
condizione dei fanciulli e, in generale, dei figli di famiglia, era lungi dall'
essere felice presso il popolo romano, perchè in nessun altro paese del
mondo la patria pòtestas era così assoluta e spinta alle sue estreme
conseguenze come in Roma: a nulli alti sunt hmnines - confessa lo stesso
Gaio - qui talem in filios sioos habe^it potestatem qualem nos liabemus.
La legge concedeva al padre un potere assoluto di disposizione sopra i
suoi figli, potere che non cessava se non colla morte; egli era
autorizzato ad esporli, a venderli e persino ad ucciderli. La pratica
crudele e snaturata di esporre i fanciulli era assai diffusa tra i
Romani, ed aveva grandemente affievolito nel loro animo i sentimenti della
natura e della morale; si esponevano gli aborti, i bambini malaticci e
quelli nati in un giorno di pubblica sventura {dies ater). Cosi Svetonio
ci ricorda che furono esposti tutti i fanciulli nati nel giorno della
morte di Germanico. Quanto al vendere i propri figli, Diocleziano fu il
primo a proibirlo con apposita legge ; e dobbiamo poi venire fino agli
imperatori cristiani per veder trattata di parricidium Y uccisione d' un
figlio. V. non poteva non commuoversi davanti a codesta triste condizione
di cose, non poteva non preoccuparsi dell'onta o del danno che ne
derivava alla Pi^^^'1 patria. Pensò quindi che nulla sarebbe stato
più efficace a ravvivare i ?^ enti menti e gli istinti naturali dei
genitori, a spingt^rli ad aver cura dei tigli, del mostrar loro che i
fanciulli morti in tenera età non vanno al Tartaro — che il suo animo
giusto e mite non V avrebbe consentito — ma nemmeno all' Elìso, come
potevano su^rgerirgli il suo cuore e la credenza comune, bensì in un luogo
intermedio di et». In tiuutìlo oiFioio che a Radamante attribuisce il
poeta, si appalesa ancora una volta il fine che lo indusse a descrivere
la vita futura; il qual fine si rivela pure nella qualità dei malvagi che
ivi sono sottoposti ai più tremendi castighi. Ed infatti, non
è stato sufficientemente posto in luce come tutte le colpe pujiite nel
Tartaro, sono quelle che si riferiscono al vivere sociale, ed erano più
particolarmente proprie della società romana. I dannati che V. pone neir
abisso infernale si possono dividere - a nostro giudizio - in sette
categorie. La prima è costituita dagli atei, da tutti coloro che furono
irrivrrenti o ribelli agli dèi, sia assaltando V Olimpo, sia arrogandosi onori
divini, sia imitando le folgori di Giove. Questi sono tutti eroi
mitologici, che il poeta latino ha tolto in gran parte dair epico greco,
come pure ha imitato da Omero i supplizi a cui codesti rei sono sottoposti
(^i^t). Appartengono alla seconda tutti coloro i cui delitti, pur essendo
dannosi alla morale e alla società, non cadono sotto la diretta sanzione delle
leggi umane: perciò il poeta ha voluto mostrare che tutti quegli
sciagurati che in vita odiarono i loro fratelli, o maltrattarono i propri
genitori, o ordirono frodi ai clienti, o godettero egoisticamente delle
ricchezze accumulate, senza farne parte ai legittimi eredi, e di questi
colpevoli maxima turba est, se in vita non possono essere puniti dagli Uomini,
ricevono però dopo morti il giusto castigo dagli dèi. La terza, p**r
contro, e composta da coloro che furono condannati a morte per adutteiio:
ponendoli nel profondo del Tartaro, V. ha inteso ammonire che codesto
crìmine, anche se punito colla più terribile delle pene umane, non sfugge
per questo al massimo dei castighi divini. Viene quindi la categoria di
coloro che non ebbero vergogna di tradire la fede giurata ai loro padroni,
o che suscitarono guerre scellerate e fratricide. Il ricordo delle guerre
civili appena sopite doveva presentare assai numerosa la loro schiera agli
occhi del poeta; il quale, accennando in altra parte dell'Eneide al regno
di Plutone, mostra infatti tra essi CatUina t appiccato ad un rovinoso
macigno, tutto tremante all' aspetto delle Furie » (34). Ai traditori
seguono gli empi, tra i quali è Teseo, condannato a rimanere eternamente
assiso, e Flegia, che grida senza posa ai peccatori che lo circondano: Dibcite
justitiain moniti, et non temnere Divos. Questo ammonimento di Flegia, che
provocava i frizzi mordaci di quello spirito bizzarro che fu Paul Scarron
/35), costituisce un' altra delle dif* fieoltà che i commentatori non
hanno mai saputo risolvere: non è perfettamente inutile e fuor di luogo —
osservano essi — il gridnre che imparino la giustizia e il rispetto verso gli
dèi ad infelici che non possono più sperare perdono ? Ma quando si voglia
riconoscere il Hne che indusse il poeta a descrivere la vita d' oltretomba, si
comprenderà lo scopo di codesto ammonimento, che è rivolto ai cittadini
romani non ai dannati senza scampo. Fanno parte della sesta categoria quelli
che vendettero la patria a prezzo d' oro, sottoponendola ad una odiosa
tirannide, e quei magistrati e dominatori che trasgredirono alle leggi da
essi medesimi pubblicate. L' ultima è costituita dagli incestuosi.
L'Eliso è una vasta e ridente regione, trascorsa da due llumì, T Eridano
e il Lete, e tutta a boschetti, valli, colline e verdi praterie; ha
costellazioni proprie, un proprio sole che la illumina di purpurea luce e
ditìfonde un più spirabil aere (largior aetlier) per quelle liete
cam])agne. Come nel Tartaro sono puniti i delitti che più nuociono al
vivere sociale, cosi neir Eliso ricevono il premio adeguato quelli che
con la loro virtù recarono maggior vantaggio alla patria e alla società.
Già Y oratore arpinate aveva detto nel suo sogno Sogno di Scipione^ che « a
tutti coloro i quali avranno conservata, aiutata e accresciuta la patria
è riservato un posto nel cielo, dove essi trascorrono una esistenza beata
ed eterna; perchè nessuna delle cose terrene è più accetta a Colui che
governa tutto il mondo, di quei consigli e compagnie di uomini
ragionevolmente raccolti, che si chiamano nazioni; per la qual cosa i rettori e
dìfensari di esse, dopo morti ritornano in cielo » (36). Ed infatti V. ha
riunito nelle beatas secles gli antichi legislatori, i fondatori di
città, quelli che soffersero ferite combattendo in difesa della patria, i
sacerdoti die sei)pero conservarsi casti, coloro che scopersero e insegnarono
agli uomini l-ll'lp" I le arti e le industrie, i poeti che
cantarono la religione, la patria, la I virtù, e quelli che
beneficarono in qualsiasi modo i propri simili, ren P; dendosi degni per
tal modo della loro riconoscenza. Essi non hanno una !* sede fissa
neir Eliso, ma s' aggirano per valli e per riviere, raggruppan 'r' dosi
secondo le proprie inclinazioni, e - conforme alla credenza degli antichi
- dilettandosi di quelle cose stesse che avevano maggiormente i
amate in vita. Così i poeti si riuniscono a banchettare sull'erba,
cantando •; inni giocondi di vittoria; i guerrieri trascorrono
invece il loro tempo tm f, i carri, le armi ed i cavalli,
poiché qiiae gratia curruum Armorumque fuit vivis, quae cura
nitentes Pascere equos^ eadeiu sequitur tellure repostos. E qui
finisce il vero e proprio inferno, V inferno tradizionale colle sue gioie
e i suoi tormenti, con la sua separazione di puniti e di premiati, con i suoi
mostri mitologici, co' suoi personaggi leggendari. Ora incomincia invece
l'inferno filosofico, che non solo è affatto diverso dal primo, ma che
col primo è in assoluta contraddizione. Fino ad ora noi siamo riusciti a
rischiarare tutte le oscurità che rendevano difficile la lettura di
questo canto, richiamandoci costantemente al palese intento morale che
aveva guidato il poeti nell'opera sua; ma giunti a questo punto dobbiamo
confessare che nessuno sforzo di critica sagace varrebbe a togliere lo
stridente dissidio che esiste tra la prima e la seconda parte del libro
sesto, perchè esso deriva appunto da quella disparatezza di fonti cui più
sopra abbiamo accennato. E infatti, due inferni distinti vi hanno nel
libro sesto : il primo, che il poeta fa percorrere da Enea, è costruito
per la maggior parte sulle leggende popolari di Roma; il secondo,
descritto da Anchise ad Enea, è tolto interamente dalle fantasie filosofiche
degli Orfici, di Pitagora e di Platone, ed ha per fondamento le dottrine
dell' anima del mondo, della purificazione e della metempsicosi. In
questo secondo inferno le condizioni delle anime sono ben diverse dal primo :
dopoché r anima umana che, come vedemmo,
è costituita dalla medesima essenza eterea dell' anima del mondo e della
divinità — s'è separata dal pesante involucro che la imprigionava, essa
deve purgarsi di tutte le macchie e le corporee lordure (corpot^eae
pestes) contratte nel suo lungo connubio colla materia terrena. La
purgazione può avvenire in diversi modi, a seconda della maggiore e
minore profondità di codeste macchie, vale a dire secondo che codeste
anime furono più o meno asservite alle cupidigie e ai piaceri del corpo.
Alcune di esse vanno errando qua e là in balia dei venti, altre sono
immerse nell' acqua, altre purificate col fuoco : r ^r l'il
io %m *exercentur poenk, vctenimque malortim Supplicia
expedunt. Aliae panduEitur jnaties Suspcnsae ad ventos: alìis mh piTfìk
vasto Infectum eluitur scelus, ani exiiritur igni: Qiiisque suos
patimur manes. Fin qui T imitazione platonica è evidentissima, nò occorre
ci ter* miamo a dimostrarlo, poiché tutte queste dottrint^ si possono
trovare largamente esposte nel Fedone nella Repubblica e nel Timeo . Riguardo
poi al quisque suos patimur 7nanes, ì commentatori non sono per anco
riusciti a mettersi d' accordo. Alcuni, come Ladewig, considerano i
nianes come spìriti usciti dal corpo, ancora tutti impressi dei vt^stigi
ilella materia e quindi soggetti alle prove dolorose delle catarsi ^18j ; altri
intendono per manes le Furie o gli altri minori dèi infernali, esecutori
delle sentenze pronunziate da Minosse, altri infine i maligni fantasmi
dei defunti, che sotto la guida della terribile dea Mania tormentano le
anime. Noi crediamo invece che con codesta frase il nostro poeta abbia
inteso alludere al genio o demone particolare, che, secondo la dottrina
platonica, ci accompagna durante tutta la vita quale testimonio delle
nostre opere, e durante la morte quale ministro dei castighi divini
(39). Quando adunque, dopo un lun^^o volger dì amil, le anime si
sono lavate dalla macchia congenita fconcretam labem) ed è riUiveJmto
puro il sentimento celeste e la scintilla del semplice fuoco divino
(aethermm sensum atqice aurai Simplicio ignem), dio le chiama tutte
intorno a sé, perchè tornino ad informare nuovi corpi. Prima però esse
sono costrette a bere una certa quantità di acqua del fiume Lete, affine
di perdere ogni ricordo della vita passata ed aver va)=rhej!;za di
ritornare sulla terra. Il fiume Lete scorre in una parte remota dell'
Eliso, lungo una stretta valle (reducta valle) coperta di boschi
silenziosi : sulle sponde di esso Enea scorge infatti una grande
moltitudine di popoli e di genti, che diffondono tutt' intorno un lieve
ronzio t come nei prati, ove le api nei giorni sereni deir estate posano
su vari fiori e s' aggirano intorno ai candidi gigli w. Secondo i miti
esposti dal filosofo ateniese neUa visione d' Er di l'ampilla, le anime
purificate, prima di bere IVac^na del Lete, dovevano presentarsi dinanzi a
Lachesi, una delle tre Moire, figlia della Necessità, la quale gettava
loro dinanzi le sorti delle anime e ogni fatta modelli di vita. Ciascuna
poteva scegliere a suo talento quella che più le piacesse; cosi r ignoto
soldato di Pampilia viena duri cent'anni, avvegnaché questa sia la misura della
vita umana affinchè scontino decupla la pena del lor peccato. V. ha
seguito anche in questo il filosofo greco: egli infatti stabilisce cosi la
durata della vita oltremondana: Has oinnes, ubi mille rotam volvere
per annos, Lethaeiitn ad fluvium deus evocat agmine magno :
Scilicet immemores, supera ut convexa revisant Rupsus, et incipiant in
corpora velie reverti. Però non deve intendersi, come fanno i più,
che tutte le anime siano assogettate a questo lungo periodo di purgazione
; secondo la dottrina platonica, qui seguita da V., alcune di esse, quelle cioè
che uscirono dalla terra incontaminate e pure, senza nulla trar seco
delle nequizie del corpo, sono inviate senz'altro aéreis in canipis latis
delr Eliso, ove rimangono poi eternamente. Questo ci sembra il vero e l’unico
senso delle parole di Anchise: per amplum Mittiuiur Elysium, et pauci
laeta arva tenemus; mediante questa interpretazione, che si ricollega
strettamente alle dottrine ascetiche esposte qui ed altrove dal poeta, e da
esse logicamente deriva, si risolve una delle maggiori difficoltà dell'
inferno filosofico di V.. E infatti, se tutte indistintamente le anime
fossero assoggettate ud un periodo millenare di purgazione, come
potrebbesi spiegare la presenza di Anchise, morto da poco tempo, nelle sedi dei
beati? Ed ora che conosciamo il sistema della vita futura esposto
nella seconda parte del libro sesto, ci riuscirà facile il comprendere quanto
esso sia diverso dall'altro esposto nella prima. In quello le ombre dei
morti sono traghettate nell'inferno da Caronte, giudicate da Minosse e assegnate
paa-te al Limbo, parte all'Eliso, parte al Tartaro, ove ad ogni delitto
corrisponde una pena proporzionata; in questo non esistono né regni
sotterranei, uè fiumi, né nocchieri, uè giudicij né separazioni di
colpevoli maggiori o minori, ma tutte le anime vengono divise in pure ed
impure, e le prime sono inviate al cielo le seconde purgate tielì'aria,
neir acqua o nel fuoco. Nel primo le anima conservano integro il ricordo
della loro esistenza terrena, con tutti gli affetti e gli odi, i sentimenti
e le passioni che le avevano agitate in vita; nel secondo esse non
i^einbrano avere né il ricordo dell' esistenza passata, né il presentimento
delr esistenza futura, e sfilano indifferenti e silenziose dinanzi ad
Enea, senza nemmeno mostrare di riconoscere il capostipilo della loro
schiatta. Neir inferno tradizionale Y espiazione è eterna, né potrà mai
cessare per quanto sia grande il castigo e sincero il pentimento ; in
quello iilosoHcu la purificazione dura per tutte le anime indistintamente
nulle anni, trascorsi i quali esse sono pure e ricominciano una novella
esistenza. Quindi mentre nel primo é posta l'immortalità deiranijna, nel
secondo è negata: poiché ivi non si tratta più di una medesima esistenza
che si prolunga eternamente al di là del sepolcro, ma di una serie di
esistenze nuove e distinte, che ricominciano ogni volta da capo. Avrebbe
dun(iue^ potuto il nostro poeta togliere queste stridenti contraddizioni?
Dissimularle foi^e, ma farle scomparire del tutto no, per quanta cura,
jn^r i[uanta arte, per quanto studio vi avesse posto. Esse sono, lo
ripetiamo, una conseguenza necessaria del modo onde il libro sesto è
stato composto, e si trovavano nelle credenze medesime dei contemporanei.
1 ijuali dovevano meravigliarsene assai meno di noi, perché ciascuno poteva
scoprirle nel fondo stesso della propria coscienza. Siamo giunti
così alla fine del viaggio sotterraneo di Enea e della sibilla. Le ombre
dei futuri eroi di Roma ^mo passate silenziosamente davanti al figlio
d'Anchise, ultima fra tutte T omlira dolorosa del giovine Marcello. Più
nulla ormai rimane da vedere o da conoscere al principe troiano, quindi i
due solitari pellegrini s’avviano per torniire supemun ad lumen. Due sono
le porte dalle quali si può uscire dal soggiorno dvi defunti: una é tutta
di corno, l'altra di candido avorio. Dalla prinia sortono le ombre veritiere,
dalla seconda i sstgni tailaci che ingannano i mortali ; Enea e la
sibilla escono per quet' ultima. Sunt geminae Sommi portae; quiirnm ultera
fertur Cornea, qua veris facilis datar e\itus iiiuiirìs; Altera
candenti perfecta nitens elciilianto; Sed falsa ad coelum mittunt
insoiniiKi nianes. His ubi tum natum Anchìses una'iuc Sil;yl1am
Prosequitur dictis, portaque emittìt ebiirniu Perchè V. ha fatto uscire il
suo eroe dalla porta d'avorio? Forse per slgniticare che ciò che Enea
aveva creduto di vedere non era che un vano sogno, e che quindi tutto
quello che è narrato in questo libro è una pura finzione ? La maggior
parte dei commentatori - quando non preferiscono tacere, come fanno il
Ladewig, il Rota, l'Arcangeli, ecc. - accettano questa seconda
interpretazione, giustificandola con argomenti più meno ingegnosi.
Servio, ad esempio, che è sempre fisso nel suo concetto della grande
sapienza di V., commenta cosi questi versi: Phùiologia vero hoc loco
habet. Per portani comeam oculi s igni ficantar, qui et cornei sunt coloris, et
duriores coeteris membris : nani frigus non aentiunt : sicut etiam
Cicei^o dicit in libris de natura deorum. Per eburneam vero portum os signifhatur
a dentibus. Et scimics quia quae loquimur, falsa esse possunt : ea vero
quae videmxis, sine dubio vera sunt. Ideo Aeneas per eburneam emittitur
portam. Warburton, naturalmente, ritrova in questi versi una nuova
conferma alla sua interpretazione favorita, asserendo che « con la prima
porta d' avorio V. vuol esprimere la realtà di una nuova vita futura, e
con la seconda le rappresentazioni enigmatiche che se ne faceva negli
spettacoli dei misteri : cosicché le visioni che ebbe Enea erano fallaci non
in quanto fosse falso il dogma della vita futura, ma perchè ciò che
egli vide non avvenne realmente negli inferni, bensì nel tempio di
Cerere» Rue, nel suo diligente commento, afferma senza tanti preamì)oli
che « cuin igitur Virgilius Aeneam eburnea porta emittit, indicai
profecto, quidquid a se de ilio inf'eriorum aditu dictum est^ in fabulis
esse numerandum » . Noi non possiamo ammettere che tale sia
realmente il significato riposto di questi ultimi versi. V. era troppo grande
artista per chiudere in un modo così meschino il canto più splendido del suo
poema immortale. Ma oltre che poeta sommo, V. era anche un credente
sincero, un caldo patriota, un buon cittadino : questa ci sembra la conclusione
più sicura di tutto il nostro studio. Egli non credeva soltanto alla
realtà di una vita oltremondana di premio o di castigo, ma voleva anche
che codesta credenza fosse condivisa dai suoi contemporanei, perchè aveva
compreso la grande efficacia morale che poteva esercitare su di loro. Il
libro sesto è insieme T espressione e il prodotto di questi suoi
convincimenti. Quindi le due porte d'uscita vogliono essere riguardate come un
semplice ornamento poetico, suggeritogli, qui come altrove, da una
diftusissima tradizione mitologica, contenuta già in questi vei*si di
Omero, che ha quasi letteralmente tradotti: fio'.al Y^P "f®
TtùXai àjisvrjvc5v eIoIv dvefpcav. ai [lèv Y^p xspdeoot xexsóxaxat, al
S'èXé^avxu x(5v 0^ [lèv x' 6X0-0)0. 5la :ip'.oxoO èXé^avxog, im ot
il 5tà ^laì^ì* xtpawv iX*(i>3*. ìHpat^t, Terminata cosi la nostra lunga
ricerca, crerìiamo affatto inutile rlafìSurnerne i resultati generali, per
stabilire a quale delle scuoio che allora fiorivano nel mondo romano il
nostro poeta siasi maggiormente accostato. Più volte abbiamo avuto ocrasiorte
di accennarlo, specie in tiuesl' uUiuia parte dell'opera; né il lettore che ci
abbia seguito pazientemente fin qui ha desiderio di sentirlo ripetere.
Quindi, anziché dilungarci in un inutìltì e pedestre lavoro di riassunto,
stimi amo miglior cosa chiarire le ultime difficoltà che potessero esser
rimaste nella mente dei lettori, richiamando a tal uopo i punti più
importanti della ricerca. Distrutta da prima la secolare e
diftusissima credenx.a che faceva di V. un timido seguace della scuola
epicurea, noi dimostrammo poscia com' egli si ricolleghi invece a q^4|^
corrente mistica e teologica^ che nella storia del [^easieru fìlosolico
sì^Mtrappone direttamente alla corrente scientìfica e positiva rappresentata
dall’ORTO. E come ai tempi del nostro poeta era lo stoicismo che
raccoglieva sotto le sue insegne gli spiriti più bisognosi di appoggiarsi al
sovrauJiaturale. più ligi al passato, più iedeli alle tradizioni
religiose, cosi le dottrine tilosofìche di V. sono tutte improntate air
antica sapienza del Portico. Ma lo stoicismo romano era ben diverso dal
primitivo stoicismo greco. Emigrando da Atene a Roma, le dottrine di
Zenone e di Cleante s erano protondameiUe trasformate sotto f intìusso
del nuovo ambiente e dei nuovi bisogni spirituali che s' andavano via via
maturando nel seno della società romana. Non il materialismo panteistico
dei primi stoici/ non il loro rigido determinismo, non le loro astrusità
dialettiche, si bene i dogmi spiritualistici ed ascetici del grande filosofo
ateniese potevano corrispondere ad un clima storico, nel quale già
lampeggiavano i primi bagliori di quella profonda rivoluzione delie
coscienze che fu il cristianesimo. Ed infatti la storia della fìlosotia romana
è caratterizzata da un sempre maggiore sovrapporsi del pensiero platonico
sul tronco delle dottrine del PORTICO, che timido ancora in Posidonio e in
Panezio diventa poi evidentissimo in Seneca, in Epitteto, in ANTONINO. V.,
di poco anteriore a Seneca e vissuta quando era ancor viva nel mondo
romano V ammirazione per ì libri di Parje:vrapparsi cosi completamente
all'antica religione romana, da cancellare quei caratteri particolari, che
le derivavano dalla natura stessa dei popoli onde aveva avuto l'origine.
E codesti caratteri sono ancora più manifesti in V., spirito
essenzialmente romano, educato e vissuto nelle gloriose memorie del
passato, al culto delle quali voleva anche ricondurre i suoi
concittadini. Sembrerà per avventura a taluni che noi abbiamo esagerato
non poco neir attribuire a V. una fede sincera ed oggettiva in quei
presagi divini, in quei miti ingenui, in quelle divinità chimeriche, in
quelle apparizioni notturne di defunti, che hanno tanta parte nei poemi
virgiliani. «Il macchinario mitologico dell'Eneide, ci osserva Negri, è cosi
artifizioso e così voluto, che mi pare proprio impossibile il vedervi l'
esposizione di una fede vera. Manzoni sì negli Inni sacri C~ crede davvero
a quello che dice, V. mi pare un credente in man canza di meglio. E il
meglio non doveva spuntare se non quel giorno in nix Y uomo cominciasse a
comprendere che la spiegazione della natura non sta nel sovrannaturale,
ma, bensì, nella natura stessa, e sapesse dare a tale idea uno
svolgimento razionale; cosa che Epicuro, il quale ne aveva avuto il
presentimento, non poteva fare, e che non divenne possibile se non quando si
abbandonò il concetto geo e antropocentrico dell' universo. A questa
obbiezione noi abbiamo già risposto, laddove dimostrammo i come V. fosse
uno spirito essenzialmente, profondamente religioso, e come le
prime impressioni della sua giovinezza, Y educazione ricevuta, la vita
trascorsa fra le ingenue popolazioni dei campi, le quali conservavano integro
il patrimonio dell' antica religione, tutto insomma dovesse contribuire a
fare di lui un credente sincero nei miti del paganesimo. La nostra
coscienza di uomini moderni, educata al metodo severo della critica, resa
scettica da venti secoli di vittorie scientifiche, si ribella a credere che
codeste favole, sempre assurde e spesso immorali, potessero acCDj4liei*e anche
per un istante il consenso dei più. Ma noi dobbiamo astrarre da ogni
sentimento nostro per trasportarci col pensiero a codeste ct:*i di
profonda ignoranza, quando la scienza, ristretta a poche verità malcerte,
doveva abbandonare una parte immensa dell' inesplorata natura ailMmpero
di potenze sovrannaturali. In questo modo soltanto riusciremo a romprendere
come il nostro poeta potesse credere in Giano bifronte, nelle Ninfe
sorelle, nelle ire di Giunone, nelle folgori di Giove, nei presugi divini,
nella scienza augurale, e in queir insieme di leggende, di formule, di riti e
di superstizioni, che, per qualche secolo ancora, doveva appagare
pienamente gli istinti superstiziosi delle popolazioni italiche.
Poiché non dobbiamo dimenticare che presso nessun popolo, in nessun
pnese le tradizioni religiose erano conservate con maggior tenacia e circon(liite
di maggior venerazione che in Roma. Si continuavano a cantare gli antichi
inni sacri [ad es. i Saliorum carmina) anche quando erano divenuti '\^r ^
^ • ^ » -^.'?-f^»f»5r'pi«^5« •^-^r^r;yvfT^ ^v ' -^ ' T »' v^^>^r/Jt^j
era questo il dilemma che, nella sua rude franchezza, il popolo romano
sembrava aver gittate in faccia ai filosofi greci quand' essi, piena la
niente di speculazioni ardite, avevano abbandonato le spiagge ormai
deserto del Pireo per risalire le bionde correnti del Tevere. La scuola
d' Epicuro, fedele alle dottrine del maestro, aveva continuato a
combattere la ^super stizione ; ed era sparita. La scuola del Portico
invece, animala da nn singolare ardore di proselitismo, più affine nel
suo panteismo naturalistico alle religioni popolari, potè non solo accordarsi
con esse, ma rafforzarle anche nella loro debolezza senile con una apparenza di
^n untiticazione scientifica; e divenne la filosofia officiale del mondo
romano. 11 dio rotondo di Cleante, l'anima dell'universo, il fuoco
artista (tgnis artificiosus) fu per tal guisa il Giove pagano o principio della
vita: Cerere una parte del fuoco divino penetrata nella terra; Nettuno
una parie penetrata nel mare, e cosi via via. Le leggende assurde o immorali
della mitologia furono spiegate e giustificate con allegorie fìsiche, e
la divinazione, gli oracoli, gli auspici, legittimati con ogni sorta di
argomentazioni filosofiche. Ma se l'accordo era possibile e facile
tra i princìpi fondamentali dello Stoa e i dogmi più vetusti della
religione romana, non era così per quelle dottrine platoniche che vedemmo
penetrare in larga vena nello stoicismo romano; poiché se esse non
s'opponevano direttamente alle credenze popolari, rappresentavano però
uno stadio ben più evoluto del sentimento religioso. Infatti, mentre
nella religione romana la divinità è conc+'pita come una potenza cieca ed
inclemente che si deve placare coi sacrifici, la teologia platonica
invece è tutta compenetrata del concetto, che tu poi cristiano, dell'
origine divina dell'anima, e della giustizia di dm ; per tal modo la
religione non consiste già nel placare i sognati furori celesti, ma nel purificare
l'anima mediante la mortificazione del corpo, e nel soddisfare alle
esigenze di codesta personificazione oltre-mondana della giustizia. Non era
dunque possibile che questi concetti tanto disparati avessero a
conciliarsi fra loro, perchè una conciliazione non sarebbe avveimta che
col sacrificio di ciò che di più intimo e di più t aralteristico aveva l'
antica religione. E come d' altro canto il naturale pro^^edire dei tempi
aveva aperto le coscienze dei più ai nuovi orizzonti spirituali, cosi la
religione filosofica e la religione popolare, quasi formazioni psicologiche
indipendenti, seguitarono a coesistere V una accanto air altra neir animo
dei Romani, fino a che il cristianesimo trionfante non ebbe distrutto
ogni rudere del passato pagano. Questo fatto, per quanto possa
sembrare strano, non deve tuttavia meravigliarci. La psiche umana è un'
unità naturale, in cui le produzioni veccliie persistono lungamente
accanto alle nuove, sebbene fra loro repugnanti, per il grado maggiore di
resistenza acquistato dalle prime: essa quindi presenta sempre, in
qualsiasi momento della sua storia, quella molteplicità varia e discorde
degli elementi costitutivi che si può riscontrare in tutte le altre unità
naturali. Ma è nei popoli eminentemente conservatori, quale fu il romano, è nei
momenti in cui si stanno maturando le più grandi rivoluzioni morali e
religiose, quale fu il cristianesimo, che la coscienza umana accoglie in
sé stessa maggior contrasto di sentimenti e di idee : e V., che
appartenne a quel popolo e visse in quel momento, ce n'ha offerto un esempio in
massimo grado suggestivo. Nell'aiiimo suo l'antica religione degli avi e le
correnti nuove del pensiero filosofico — che contenevano in germe la religione
dei nepoti — occupano un posto nettamente separato, né sarebbe possibile
riempire V abisso profondu che le divide. Come conciliare, ad esempio, le mille
potenze del suo politeismo antropomorfico, col dio unico ed incorporeo
che chiama le anime dei puri alle sponde del fiume Lete? e i commerci
impudichi p^ ^^m degli dèi con 0ì iioniinì. le toro ire, le loro
vendette, col concetto altÌBsiiììo di una divinità infinitamente buona e
perfetta i e le imprecazioni afjli dèi perchè riversino ogni male sui
propri nemici, col pietoso conipianto per gli stessi neinicì caduti in
hattaglia? e la pratica scrupolosa del sacrifìcio, col concetto della
divinità giusta che premia i buoni e punisce i malvagi ? e le frei|uenti alter
mozioni della implacabilità degli dèi, col concetto della sanzione
oltremondana dell' operare umano? Sono due mondi, due ten^^-ì-n\^'
-r»-*^ •^ y^.v ; yvT^.y "^'^'y'''^,^g"y L ! r ^isroTE m«cu/., I, 27, e II.
(2) TuscuL, I, 30. (3) Catone, che è il personaggio del
dialogo, parla qui dì suo tiglio; ma è manifesto che Cicerone, facendolo
parlare cosi, pensava alla propria figlia defunta. Il frammento del 1. IV
de fìepvòlica conservato da Macrobio. Orazio, Carmina: Nobilis libros
Panaetì, Epist- 117. Sul materialismo degli stoici, vedasi: C. A. Brolén,
De philosophìa L. i4. Senecae, Upsaliae, 1880, p. 46 e sogg.; e anche F.
Lange, Hisioire du maleiia' lisine, Paris. Ho voluto riportare le parole
del Trezza, perchè mi parve che assai difficilmente io avrei potuto riassumere
in cosi poche parole, e con tanta chiarezza e fedeltà, tutto il succo del
pensiero platonico. Pel resto ci siamo serviti deli* opera notissima del
Fouillée Paris, e dei Manuali dello Zeller, dell' Ueberweg Gi'undriss der
Geschkhte der Philosophie, Berlin e di FIORENTINO (vedasi) (Napoli li Negri ha rilevato, con l'abituale
acutezza, le profonde contraddizioni che esistono nel pensiero di Marco
Aurelio ANTONINO (vedasi). Quanto a Cornuto, Musoriio Rufo, Seneca ed
Epitteto abbiamo intenzione di dimostrarlo per disteso in uno studio cui
stiamo da tempo meditando. De brevitate vitae, C. X. Ad Gallionem de vita
beata, C XVil. Epist., XVU, ex, Epist. ecc.Tutti i discepoli di cui ci fu
conservata memoria, quali Lucilio, Sereno, NERONE, ecc. appartenevano alla
nobiltà. Epist. V; de tranq, animi, ecc. De vita beata Lo Zeller
sostiene che Seneca non fu eclettico, ma soltanto si spinse fino agli
estremi confini dello stoicismo, senza però varcarli [Phil ite?- Griech,, III,
1, p. 628). A noi sembra che questa volta il genialissimo storico della
filosofia sia caduto in un grave errore, il che apparirà dal seguito
della nostra dimostrazione, e ancor meglio da quel no^stro studio sugli
stoici platoni zzanti, che più sopra abbiamo preannunziato. Riguardo alla
filosofia di Seneca, oltre al Brolén già citato, si confronti: Holzherr Der
philosoph L. ^, Seneca, Rastatt, 1880; Burgnìann - Senecas Theologlae in
ihrem Verhalinss zum Stoicismus und zum Christenthum, Berlin; Schmidt -
Essai historiqìie sur la societé civile dans le mond Bomain et sur sa
transformation -T^ jr par le II, VII, V,
ecc. Quaest. nat,, proL; De benef,; De ot, V; Epist. 1, 3; 49, 41;
ad Helv. Vili; IX; XX, ecc. m) De benef, IV, 2; Epist, ecc. m) Ad Helv. X; de vita b.
II; ad Marc. XVI; de Benef V, 16; IV, 26; II, 30; Epht- ecc. Il
Buri^mann, in op. cit, p. 43, non credo che Seneca si sia allontanato
dalla dottrina stoica riguardo alla nAura dulia divinità; ma è opinione
insostenibile. Cons, ad Ilelviam, VII! Del resto, l'eclettismo di Seneca
si può desumere dallo sue stesse dichiarazioni: poiché ora si proclama
rigido seguace de^H stoici {EpiM. 8i), 1), e loda le loro dottrine (ad
Helv. XII; de Geni, li; de olio I), ora invece dice di non consentire in
tutto alle loro teorie (Epist.; ecc.; de Olio mp^ III; de vita b. IH;
Brev. vit. ecc.), che in parecchi luoghi
combatte aperlamente -- Epist.; ecc. Repubblica. / ricordi; Eneide, Georg. Seneca dice: omne futurum
incertum est et ad deteriora cerlius. Ad Marc. Eglog. Ecco la traduzione
di questo passo, che può offrire qualche tliflinjlt-i d'interpretazione:
«0 Dafni, innesta ì peri; i tuoi nepoti ne raccogliepaniio le frutta.
Tutto la età si porta, persino la memoria (animum quoque) ; mi ricorda
oh*^ fanciullo io cantava spesso, finché i lunghi soli tramontassero. Ora tante
canzoni dimenticai; la voce essa pure si dileguò da Meri: i lupi lo videro
primi t. Alludesi qui all' intercalare comune, per cui dicesi che si perde la
voce quando i lupi vedono noi prima che ce ne accorgiamo. Georg De
brevitate vitaé Georg. I versi surriferiti sono riportati da Seneca nel C. IX;
il brano che qui citiamo è tolto invece dal capitolo
successivo- Wp=^'^'•-•it-'sr.-^c:. En, ; si cfr. V Apologia di Socrate,
ove Piatone esprime l'identico pensiero. En. Fedone, VI. Avvertiamo fin
d'ora che per le opere platoniche ci serviamo della traduzione del Bonghi
(Roma, Bocca). Fcd., Ad Marciam, ; ed anche Episi. , i2; ecc. Fed.,
En., IV, 384-386. 1 Romani erano tanto formalisti, che continuavano a ripetere
le antiche formule e seguire gli autichi riti, anche quando non fossero pia
conformi alle loro nuove opinioni. V. ce ne offre un esempio caratteristico:
sebbene egli non presti più fede all'antica credenza che faceva
sussistere nel sepolcro l'anima e il corpo uniti, tuttavia, descrivendo i
funerali di Polidoro, ha questa espressione: animamqiie sepulcro
comjiimus, che si riferisce appunto all' antica credenza, ed è in piena
contraddizione con le sue dottrine sulla vita futura.En. En. De brevitate vitae
En. Negri - Rumori mondani, Milano, il saggio: « 11 Fedone e
l'immortalità dell' anima Havet Da queste considerazioni noi escludiamo,
naturalmente, la poesia filosofica vera e propria, quale, ad esempio, quella di
Lucrezio. (23) Cfr. Malfilatre - Le gènte de V,, Paris, Tissot - ludes sur Virgile,
compare avec tous les poètes épiques et dramatiques des anciens et dts
modemes, Bruxelles 1826, Voi. I,
specie a pag. XCIX e segg. Boissier En. IPer maggiore brevità d'ora
innanzi verrò citando, riguardo al carattere di Enea, solo quei passi non
altrove riportati. Fedone (trad. Meini, Roma Fedone En. II, 575-588.
(28) / Ricordi En. Agostino - Le
confessioni Tissot En. /6irf.,Tissot - Ètudes sur V.
Cfr. Essai sur le poème épique Tasso - Gerus. Havet Eglog. Eglog. Eglog. HI, 100-101.Eglog. En. Georg. Ili,
242-2U. ItM, En, En.: ille Paris, cum semiviro comitatu - Maeonia
merUum mitra crinemque madentem - Subnixus /élrf..En. En. Epìtteto –
Manuale Havet En. En.. Lodovico
Frati - La donna italiana, Torino Joau Chrys. - Ser in decollai. S. Jo.
Bapt. Orig. in Math. Traggo queste notizie da un saggio di Viazzi -
La lotta di sesso, Palermo Frati, op. cit, C. CICERONE (vedasi) traduce questo
passo nella sua Republica De const' sapientis. En. ; per la descrizione
dei furori di Amata cfr. ibid^ ; En. Dice l'Heyne, ; Hanc adeo mor
lem praetuUt poeta historiarum fidei, qua apud Seimum Fablus Piclor, Amata
inedia se interemisse tradiderat t. En. En. En. En. En. Dice infatti THeyne, III, p. 619: « liene autem
Servius: - sane armorum longa descriptio eo special, ut in eorum
vupididatem merito Camilla videatur esse succensa. - Sciiicet elsi virili
animi femirui, tamen a cultu et omalu intactam mentem non habuit. L. rT,-V^-yy^^,è77T'-^,yy^^r:^^7y;?V^y^^En.
XI, 8ia-819. i (18) Cons. ad Helv, XIX. Per la condizione della
donna a Roma vedansi: 6. Bois- 5 sior, op, ciLj Voi. II, p. 192-239; Gide -
Étude sur la condition de la femme, Paris, :i p. 98 e segg.; Marquardt -
La vie privée des Romains, Paris. CICERONE (vedasi) Tusculane Plauto - Captivi
Fedone, trad. Bonghi, In Opuscoli morali, il trattato:
Non poleì'si vivere felicemente secondo Epicuro, (trad. M. Adriani, Firenze In
Op, mor,, il trattato sulla Superstizione En. AMBROGIO (vedasi), De Sancto
Sptr, II, 5, 36. Quanto alla impressione destata fra i Romani dal 1. VI, vedasi
Boissier De re^\ nat„ En. . I versi che
veniamo citando in seguito, sono tolti dallo stesso libro Preller,
op. cit. P. VII. C. I. Preller, ibid, ; si vedano anche ivi le notizie su
Caronte. En En, X, 641-642. (33) En. 11,268 e segg. Circa la
credenza neirapparizione dei morti, diffusissima ' in tutto il mondo
antico, si Friedlaender.; e CICERONE
(vedasi), Tusc. En. En. En..En. En. V, 721-740. ^40) Orelli -
Inscript. lai. amplissima collectio Corpus inscript lat. (pubbl. dall'Accademia di Berlino) Voi. II, n.
4429. En. En. . (44»
En. VI, 323-324. Si abbia presente che per V. il vocabolo numen significa
sempre potenza divina; vedasi a tal proposito il diligentissimo studio di
R. Dietsch, Theologumenon Virgilianorum particula, off, Grim. Georg..
Riguardo all' implacabilità degli dèi infernali, vedasi ancora ihid. 505;
En. En. L, VII, lo7 - 4 Xp'bL^Tt'JC 54 "càg tttiv a^i^rijv
(/J^'jxàs) |idv5V (litt8Lat|iéviiV titxpì -rfje
ixwjp(;>aE(tì^)i, Per la rinesti^me pncrale, vedasi Ogereau, p OH e
seg^4, (5Ì Cfr Negri, op. ciL p- I2i, ovo si dinn>strit che il
lìoiKctto doli' iminurtal ita deir anima sembra assente dal pensiero di
Man'o Aurelio- Si consideri però ^[ue^sta frase dei Fiicordi, IV, 14: *
'EvuTiéaTT^; «g lispag. ^RvaqpavtaH^a'g xtp x^^ì'^^^ jidtUttìv (tì)
EpicL fimer^. li, 6; HI, i:). Ep'tsL C. II. Tutta «luesta lunga lettera è
aiia fervida diaiostranìoiic della immortalità dell anima. Epist En.
VI, 852-85^. A proposito del carattrre i^enerale del popolo ronjano e
della letteratura latina, vedasi : G. Michant, /.f? genie latin, Paris, 1900,
p. 9-62. Cosi il Brurietiòre, nel (luinto volume dei suoi EHules crUh/ues
definisce come so^ date la letteratura francese Mallilatre, U gmk de
Virgik, Parigi, : e Warbiirton, The
dinne legalion of }foses ecc* Londra, !7'iH-176.^, Voi. II parte 4,
tll) Ed infatti, ora tanto il ti moro di erodesti va*^he notizie ci
giunsero circa le cerimonie che s in Porfirio, fk antro Ni/rnpharum, C. Nel proemio al L VI ; ed. Venezia Gfiorg En. VI, 4;{n* Sali" idrografia
dell" inferno vìrsjiMano molto disputarono i commentatori, fra cui
ii Cerdanus, il Ruaens, l' lleyne e A. Jario Viaggio di Enea all' In fé?-
no e agli Eli»i secondo V.,' Napoli, 1831; la conclusione più coiunnc è die dal
T Acheronte derivi lo Stige a da questo il Cogito; ma uno studio attento
ci jiersiiase ohe Acheronte e Stille sono per V. una stessa eoaa En. Fldd. 5.H0-551,Odiss, Ft^dom, LIX - LX - LXI ; cfr
anchi.^ op, di. LIVIO (vedasi) Lucrezia, /> rer- naL Vi,
7V0; script NtapoL, Kruger - Charnn undThanatos, Ciiarlottenhurg En^ Odiss.lìoissier,
op. dU voL 1, p* 289. nota; lìepnJM. trad. Ferrai- castighi, elle pochissime ed assai
n compievano nei misteri. Si veda il limpido riassunto fattone da Negri, MoHimaen,
/n fe. i.Ma j m ^ mmmmmff^ Cfr. r opera dottisiiima del
P, Bottagisio - il Limbo daiUesco, Padovii^ S^ Asost. - Ep.Odiss. - Questi
versi sono [*ogtÌ tra parenUiit nelle edizioni crìtiche, perchè ritenuti di
funiiazione posteriore, come in generale tutti i ]uoy;lii in cui é
accenna ad una sanzione oitremoDdana dell' operare umano, i quali Sìuao da
attribuirsi alla poesia teosofica e teologica- Ad o^^ni modo, l'aggiunta non è
posteriore ai sec. V a. C, quindi rimane il valore della nostra
alferuiazione. Cfr- la lettera del Luechesini al Mìcalì Sopra alcuni
luoghi deli' Odis^ìm che si credono spuni, mìV Antologia del Vieusseux, t
YIU, ; e Coinparetti - Die Strafe des Tanialus navh Pimiar in Pkìhlogm IL
disp. %, n- Od'm. - V91.MaUllatrc, Gai
US - lìulii^ I, . Svetonio - Cai-, 5. 1*
Marquardt - Iji vie privée des Bomaineàj Paria, Eepuò, p. 497; Gorgia trad- Ferrai; En. Erh ; in
questo modo, e non altrimenti, vogliono essere interpretati questi versi, i
quali si potrebbero volgere in prosa cojii: ipse Tariarus bis tantum
desceìidU In profundum^ et sub umbì^as extendUur^ quantm est pròspeclus ìtidn
mi aethereum cotti olympum^ {%%] Uifxd^ Vili, 1*5; Esiodo, Teogon.
720, laov oùpctvóc ic ànò t^^j Fedone^ 410 B - 11^ E. Odiss- ecc. Nella
descrizione dello scudo di Vulcano, En. Nella sua Eneide traveslie, parodiando
questi versi lEìi. VI, ùfiì), esclama: Celle sentence est borine et beile - Mais en
Enfer de quol si^rl-eilef De RepuòL 1. VI, 3; e anclie Tiisc. 1. I, tO. j II Winson mi
suo Les religions avtuelks^ Paris II. dice che la teoria esposta da V.
nei versi che stiamo esaminando è quella dei;li Indiani. Nul invece
abbìamarte di essi riproduce la dottrina stoica deiranima dei mojido; e
diinostrei-emo ora che la seconda parte s'ispira direttamente alle
dottrine platoniche. 0* Trezza - Lum^esw^ Firenze,. rwta^ mi
Platone - Repubblica; Fedone, p- *07 d. HepubbL, ibld. C. XIV e
XV. BepubòL A tal proposito le osservazioni del BoisBÌer, op. cU.,
Voi. Ad Am. VK . ed. Parigi,
.AVaiburton; Malfilatre, op. clL^ loc cit Ruaeus (kiiss. , o():l-5fi7.
Questa tradizione era stata riprodotta anche da Ovidio, Orazio, Cicerone-
%\ confronti il gindizioso comm. dell'Heyne ad Aen. i
E' comparsa di questi ultimi giorni un'opera di E. Disa, Le previsioni
del tempo da V. ai di nostri (Torino, Bocca) nella quale l'A. dice, a
proposiU» degli insegnamenti contenuti nelle Georgiche, che V. « ebbe
incontestabilmente il senso scientifico del metodo sperimentale, ebbe
quell'acuto e potente concepinii^ntn che, dati i mezzi, giunge a grandi
scoperte; e riporta quindi il giiidi/Ì4> di due moderni scienziati
francesi, secondo i quali il nostro poeta avrebbe intuito le leggi delle
tempeste (fissateselo da pochi anni coli' aiuto del telegrafo, degli
stromeuti e degli Osservatori), e le leggi organiche del Darwin sulla
evoluzione degli organismi mediante la selezione. Addirittura! Scevri da
qualsiasi idolatria, noi abbiamo potuto vedere quale sia realmente il senso
scientifico di V. Notiamo frattanto che allo stesso Disa non è sfuggito che gli
insegnamenti di V., non mno dovuti ad intuizioni sue proprie, ma attinti
in parte alla sapienza volgare propria de' suoi tempi, in parte alle
opere greche, come dimostrò primo l'Orsini, e più lardi l'Eichofif, il
Ribbeck, il Knuche, il Morsch, e come Servio aveva già mostrato net suo
commento. CICERONE (vedasi) Accademica] É questo un brano di una lunga e
splendida lettera che l'illustre critico e filosofo ci scriveva dopo aver
lette le prime tre parti del nostro lavoro. Egli vorrà perdonarci se il
desiderio di far conoscere almeno una piccola parte -• non laudativa del suo
scritto, ci ha indotti a portare nel dominio pubblici» ciò che era destinato
a rimanere nell'ambito di una semplice corrispondenza privata. La
Prefazione alla trad. francese dell'opera più volte citata del Preller, CICERONE
(vedasi) De nat. deor. Zeller - Philos. dcr Griechen, III, ì, mi
e Prefuionfl daU'A Inì[iorUnza delia pfcsente ricerca, Deficienza
degli studi antichi e moderni sulla lìlosolia di V., Metodo ed estensione
del nostro lavoro Noie: KEIiIOIONE Le condiiioni della relipone romana ai tempi
di V. e le riforme d’OTTAVIANO, i- Poca sincerità dei lettcriitì
suoi colìaìioratori, La religiosità di V.,
la lui rivive l’antica religione romana con tutti ì suoi caratteri Segue
della religione romana in V., crudeltà e dispotismo degli dèi, Ribellioni al
loro volere, I 4» Il rituale romano in V., fi. Funerali e sacriliii, Spirito
pratico della religione romana, L'allegoria dell' Eneide I libri sibiiliai e
l'elemento greco asiatieo nella reiigione di V. L'antropomorfismo e la moralità
degli dèi L'egloga e il cristiauesimo di V., kX Pvrlfl II. i^'EFXCITBmSMO
L'epicureismo e la religione, Rapporti
storici tra la religione e la filosofiate^ -^ L'opinione dei critici e
dei commentatori suUepicureismodi V., L'egloga
Essa non ei^prime principi epicurei e nemmeno eni pedoelei o stoici,
tki. E" una eoniaminaiio di vari sistemi L'imitazione lucrexiana in V.
La prima età del mondo e l'uomo primitivo La descrizione della peste e il
gruppo plastico di Venero e Vulcano Lo spirito scientifico nella filosofìa
epicurea Credute aspiraKionì di V. a conoscere le cause dei fenomeni, Gli
effetti della superstizione, L'ultimo argomento, V. non è epicureo Fartd
in. - LO STOICISMO La filosofia a Roma L'amore alla filosofia nel secolo
di Augusto: Orazio La Scuola del Portico,
Lo Stoicismo e la tradizione religiosa La dottrina stoica dell'anima del
mondo in V.L'intelligenza degli animali, Conseguenze morali Umanità e
cosmopolitismo L'avversione alla guerra nello stoicismo romano e in V., I
doveri verso sé stessi, il5. Il saggio delle Georgiche secondo la dottrina
degli stoici Disprezzo delle ricchezze e degli onori Amore alla povertà Il
vizio Il suicidio IL PLATOITISMO Lo
stoicismo platonizzaute CICERONE (vedasi) e la filosofia romana L'eclettismo di
Seneca Il concetto pessimistico della vita umana L'ascetismo e lo
spiritualismo, Il carattere di Enea, Il disprezzo dell'amore e il
significato del libro IV dell'Eneide Il mìsoginismo negli scrittori
ascetici e in V. La preoccupazione dell'oltretomba Gli dèi infernali e le
apparizioni dei morti La credenza della vita futura a Roma e lo scopo del
libro VI dell'Eneide, Critica delle interpretazioni comuni e di quella del
Warburton, Le fonti dell* inferno virgiliano, Il limbo, sua vera origine
e significato Il Tartaro e l'Eliso L'inferno filosofico e le due porte d'uscita.
Publio Virgilio Marone. Virgilio. Keywords: catabasi. Luigi Speranza, per il Play
Group di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Virgilio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Virno:
la ragione conversazionale di un popolo di due -- filosofia ed azione – la
scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli).
Abstract. Keywords: filosofia della lingua, Cicerone. Filosofo napoletano.
Filoofo campaese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Essential Italian
philosopher. Grice: “Virno, like me, is a semiotician.” D’orientamento
operaista, insegna filosofia a Roma. Tra i principali esponenti
dell'organizzazione della sinistra extra-parlamentare, Potere Operaio, il suo
nome ricorse nelle cronache dei cosiddetti anni di piombo in Italia. Arrestato
e detenuto in prigione. Nel corso della detenzione elabora la sua filosofia che
trova espressione in Luogo comune. Democrazia è il fucile in spalla agl’operai
-- slogan attribuito a Potere Operaio. “Mi sono formato politicamente a Genova,
dove la mia famiglia vive e io faccio liceo. Genova e esposta all’influenza di
Torino, dove vi sono le prime occupazioni. Quindi, si mobilitarono gli studenti
del liceo – molto vivaci e in contatto con le organizzazioni tradizionai dei
partiti, UGI e via dicendo. Come studente del liceo fondo dunque il sindacato
degli studenti, che fa i primi scioperi sulla lotta all’autoritarismo,
solidarietà con Grecia dopo il golpe dei colonnelli e quant’altro. Per un
trasferimento di famiglia, vengo ad abitare a Roma, e di lì a non molto prendo
contatti e rapporti con il gruppo che divenne Potere Operaio, che allora
sostanzialmente a Roma e il gruppo delle facoltà. Entra in Potere operaio dopo
gl’episodi cruciali della primavera a Torino. Lavora a Milano come insegnante
all'Alfa Romeo di Arese e all'Innocenti, organizzando anche azioni collettive
nelle fabbriche sino alla dissoluzione di Potere operaio. Si laurea con la tesi,
Lavoro e coscienza –su Adorno, non Francesco. Partecipa attivamente alle
manifestazioni ad opera dei lavoratori precari e di altri emarginati. Fonda
Metropoli, organo ideologico del movimento politico. Nell'ambito
dell'inchiesta giudiziaria nota come 7 aprile, la redazione di Metropoli viene
accusata di appartenere in blocco all'organizzazione eversiva costituita in più
bande armate variamente denominate. “Siamo arrestati io, CASTELLANO, MAESANO,
e PACE -- che però sfugge all’arresto, di nuovo, giuro, non per sagacia. Noi siamo
arrestati, poi ci fanno confluire, ritroviamo
gl’altri nel cortile di Rebibbia, nel braccio speciale, stiamo un po’di mesi
lì, poi c’è la diaspora, cioè il ministero ordina di mandare ognuno di questi
detenuti in un carcere speciale diverso, perché ovviamente, tramite avvocati,
visite, benché ci fosse il regime di braccio speciale, quello e diventato una
specie di luogo in cui si elaborano documenti, lettere a giornali, si fa
campagna politica, c’e state delle lotte interne. Quindi, c’è la diaspora,
io vado a Novara. Oreste va a Cuneo; quell’altro va a Favignana. Quell’altro
ancora da un’altra parte. Comincia questo giro negli speciali, e ci ritroviamo
non tutti ma in parte nel carcere di Palmi, carcere per soli politici o per
detenuti comuni completamente politicizzati, una specie di “Kesh”. Là dentro c’e
una situazione curiosa, anche molto spettacolare, perché si incontrano
assolutamente tutti. Infatti, per un primo periodo con i compagni delle BR o
con Alunni o quelli dei NAP, si pensa anche di approfittare di questa
situazione per avviare una discussione larga, di carattere costituente. Però,
il problema è che anche lì c’è il fatto che i più spregiudicati di loro, come CURCIO,
sono d’accordo, hanno capito di aver perso l’essenziale, cioè il cambio di
paradigma, cioè il fatto che gl’operai sono non più riconducibili, altri invece
no. Riassumendo in breve, la mia detenzione e un anno, poi due anni liberi in
cui curai la serie continua di Metropoli, due anni ancora di carcere, condanna
a 12 anni in primo grado, un anno di arresti domiciliario e l’assoluzione, insieme
a tanti altri imputati, du la conferma. La travagliata esperienza politica e
esistenziale di questi anni e trasfusa nella pubblicazione di “Luogo Comune,”
una rivista dedicata all'analisi della vita nella situazione sociale del
"postfordismo". Lascia il lavoro di editore della rivista per
insegnare filosofia a Urbino e filosofia del linguaggio, semiotica ed etica
della comunicazione a Calabria da dove si trasferisce a Roma. Convinto della
necessità di un nuovo linguaggio della politica che chiarisca le trasformazioni
economiche, sociali e culturali che caratterizzano le società occidentali,
introduce nella “Grammatica della moltitudine” una riflessione sul contrasto
tra i termini di “popolo” – il “popolo” di Cicerone, S. P. Q. R -- e
moltitudine che generano una accesa polemica filosofica. Quando avvenne la
formazione dello stato nazionale e l’espressione “popolo” a prevalere. V. si
domanda se non sia venuto il tempo di restaurare l'altro concetto della “moltitudine”.
La multitude è quell'insieme di persone che nell'azione politica e in quella
economica, pur agendo collettivamente, non perdono il senso della propria
individualità, resistendo sempre alla riduzione a unica massa informe com'è nel
termine di "popolo". La “moltitudine” è dunque la base della libertà
civile – l’uno e i molti dei veliani. Una “moltitudine” e una dualita o
una pluralità che non si sintetizza nell'uno, il più grave pericolo per
l'autorità di uno stato che esercita il supremo imperio. Dopo i secoli
del “popolo” e quindi dello stato -- stato-nazione, stato centralizzato, ecc. -
torna infine a manifestarsi la polarità contrapposta. . La moltitudine come
ultimo grido della teoria sociale, politica e filosofica? Grice: “Peacocke popularized
‘population’ in the Oxford seminar organized by Evans and McDowell. Thus, I
cannot claim to have meant that p, unless ‘p’ means that p for a population –
of say, me and myself!” Forse.” Saggi:
“L'idea di mondo: intelletto pubblico e uso della vita” (Quodlibet); “Saggio
sulla negazione: per una antropologia linguistica” (Bollati); “E così via,
all'infinito: Logica e antropologia” (Boringhieri), “Motto di spirito e azione
innovative: per una logica del cambiamento” (Boringhieri); “Quando il verbo si
fa carne: linguaggio e natura umana” (Boringhieri); “Scienze sociali e natura
umana -- facoltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione”
(Rubbettino); “Grammatica della moltitudine: per una analisi delle forme di
vita contemporanee” (Derive Approdi); “Esercizi di esodo: linguaggio e azione
politica” (Ombre Corte); “Il ricordo del presente: saggio sul tempo storico”
(Bollati); “Parole con parole: poteri e limiti del linguaggio” (Donzelli); “Mondanità:
l'idea di “mondo” tra esperienza sensibile e sfera pubblica” (Manifesto libri);
“Convenzione e materialismo” (Theoria). Roma Tre Intervista, Hecceitas. Questo termine è
entrato nel linguaggio corrente per indicare un insieme di caratteristiche
economiche, sociali e istituzionali del nostro presente, avvertite
pessimisticamente come profondamente diverse rispetto al nostro
recente passato e in genere come molto negativamente mutate. Fordismo e
postfordismo. Qualche dubbio su alcune certezze della sinistra italiana. Protagonisti;
“Anni di piombo: potere operaio"; Lessico postfordista: dizionario di idee
della mutazione. Feltinelli, sito "Filosofico net". Virno. Keywords: populus, res publica res
populi, Cicerone, multus, unus e multi, due e moltitudine, linguaggio e azione,
linguaggio, base biologica, invariante biologica, rappori di produzioni, natura
umana, el verbo fatto carne. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS. Luigi
Speranza, “Grice e Virno”; “Grice e Virno: la conversazione: una popolazione di
due!” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Virno.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viroli:
la ragione conversazionale della res pvblica – Cicerone – res publica, res populi
-- e la filosofia italiana – la scuola di Forlì—filosofia emiliana – filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Forlì).
Abstract. Keywords: Cicerone, res publica, res populi. Filosofo emiliano. Filosofo
italiano. Forlì, Forlì-Cesena, Emilia-Romagna. Essential Italian philosopher. Actually
“Viroli-Cavalieri”? Grice, “I shall
be fighting soon.” “The loyalty for one’s country is not based on evidence.” Durante il settennato di Ciampi serve la presidenza
della repubblica italiana. Insegna a Lugano. I suoi campi di ricerca sono la filosofia
politica e la storia della filosofia politica. I suoi autori di riferimento
sono MACHIAVELLI, Rousseau, MAZZINI, CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI. La sua
ricerca si basa sul metodo contestualista di Skinner, a cui apporta alcune
innovazioni. Il suoi riferimenti politico-ideali sono il repubblicanesimo e l'azionismo
del partito dell’azione. Collabora ad alcune testate giornalistiche, tra cui La
stampa, il Sole 24 ORE e Il fatto quotidiano. Si laurea dal liceo Calbol di
Forlì. Come egli stesso racconta in L'autunno della Repubblic”, per mantenersi
agli studi, lavora come garzone di
bottega, cameriere d'albergo e operaio presso lo zuccherificio. Abitavo a Forlì
con i miei genitori, in via Mellini, in un appartamento angusto e freddissimo,
riscaldato soltanto da una stufa a gas tenuta, per la nostra povertà, sempre
con la fiammella azzurrognola al minimo. Al termine degli studi liceali si iscribe
a Bologna. Si laurea con la tesi su Engels. Svolge il servizio di leva a
Casarsa in Venezia Giulia. Il ritorno alla vita civile è stato
all'insegna del precariato. Perceve un piccolo salario organizzando convegni e
lavorando come redattore alla rivista Problemi della transizione all’istituto
Gramsci di Bologna. Studia Firenze. Di fronte alla commissione composta dai
Maihofer, Skinner, BOBBIO, Cranston, e Moulakisha, discute la tesi sulla società
bene ordinata, Mulino. Perfeziona la sua formazione svolgendo attività di ricerca.
Insegna comunicazione politica alla Svizzera. Dirige il Laboratorio di Studi
civili, Svizzera italiana. Finanzato dal Fondo Svizzero per la Ricerca
Scientifica con un progetto di ricerca che prevede l'impegno di un folto gruppo
di ricercatori. I suoi interessi di studio ruotano intorno alla filosofia
politica e alla sua storia. Studia il repubblicanesimo nella sua accezione
classica da MACHIAVELLI a Rousseau e in quella contemporanea. Si occupa di culto
uffiziale e politica, di retorica classica, libertà e tirannide, di
patriottismo e nazionalismo, di etica civile, di diritti e doveri. Pone
particolare attenzione ai fondamenti della convivenza civile. I suoi periodi
storici di riferimento sono il rinascimento con MACHIAVELLI, il risorgimento con
MAZZINI e il FASCISMO – con sui opponenti: CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI. I suoi filosofi
di riferimento sono Machiavelli, Rousseau, Mazzini, Croce, Rosselli e Rosselli. Come
impegno civile si occupa d'educazione civica e della difesa e dell'attuazione
della costituzione della repubblica italiana. Collabora colla direzione generale
dell'Ufficio Scolastico Regionale per le Marche a progetti di educazione alla cittadinanza.
Fonda il Master in Civic Education presso l'associazione Ethica di Asti. Coordina
e diregge progetti di Educazione civica per la Fondazione per la scuola della
Compagnia di San Paolo. Dirige un progetto a San Marino. Dirige il progetto
Lezioni di Casa Cervi-Scuola di Etica civile presso Casa Cervi. Prende parte
attivamente alle campagne referendarie svoltesi in occasione del referendum
costituzionale, contro la riforma proposta dal centro-destra, e del referendum
costituzionale contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Colleziona
inviti e incarichi di insegnamento presso prestigiose istituzioni culturali. Insegna
a Pisa, Trento, Molise, Ferrara, Catania ed Urbino. Collabora con Milano e la
Scuola Superiore della pubblica amministrazione, Scuola superiore di polizia,
Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, il Collegio Carlo
Alberto e l'Associazione Nazionale Comuni Italiani, la Fondazione Alcide Cervi
presso Casa Cervi. Spiega la le sua posizione politica. Non sono soltanto
uno studioso del repubblicanesimo, mi sento repubblicano. Amo il princìpio della
reppublica e cerco di applicarli nella vita e nell’analisi dei fatti politici e
sociali. Più oltre, in riferimento a Ciampi racconta. La prima volta che
incontro CIAMPI provo la sensazione di trovarmi di fronte ad un uomo di
straordinaria energia morale, l’esempio vero della migliore cultura del risorgimento
e dell’azionismo. Rammento ancora le parole che mi dice dopo aver ascoltato con
attenzione la mia considerazione sul significato del concetto di amor di patria.
Quello che Ciampi dice l’ho sempre sentito e vissuto nella mia coscienza. E
allora che realizzai che io sono prima uno studioso di repubblicanesimo e poi
un repubblicano. Ciampi è repubblicano nell’intimo della coscienza:
repubblicano e azionista. Anzi, credo, repubblicano perché azionista. Anche la
lotta contro il fascismo é rilevante nel patrimonio ideale. Trovo in Croce,
Rosselli, Parri, Rossi, Calamandrei -- per citare soltanto i nomi più noti -- non
solo idee e argomenti in perfetta sintonia con il mio anti-fascismo assoluto e
intransigente, ma anche e soprattutto le più convincenti riflessioni sulle
ragioni della fragilità della libertà. Il patriottismo si oppone al
nazionalismo, anzi, ne è l'antidoto. Ancora ne L'Autunno della Repubblica si
legge a proposito del Per amore della patria. In Italia abbiamo una tradizione
di patriottismo di straordinario valore morale e politico, la migliore che io
conosca. Mi riferisco in primo luogo al patriottismo di MAZZINI, fondato sul
principio che la patria non è il territorio -- bensì un principio di libertà, e
al patriottismo degl’anti-fascisti di Giustizia e Libertà, concordi
nell’affermare che la nostra patria coincide con il mondo morale delle persone
libere non e poi idea tanto peregrina sostenere che il patriottismo
repubblicano e il mezzo più efficace per combattere la marea del nazionalismo
che comincia a montare. Credo sia troppo tardi. Infine, ci spiega il suo
relativismo. Sulle questioni etiche sono stato sempre un convinto relativista,
con comprensibile scandalo di molti. Se il dovere esiste soltanto là dove la
coscienza morale personale lo riconosce come tale, segue necessariamente che ci
sono persone che riconoscono quali loro doveri determinati princìpi, altre che
riconoscono quali loro doveri princìpi diversi, se non del tutto opposti. Il
pluralismo e il contrasto dei doveri sono sotto gl’occhi di tutti. Ad alcuni il
dovere indica il servizio e la pratica della carità, ad altri la pura e
semplice affermazione di sé stessi, anche a costo di usare altri esseri umani
come mezzi. La ragione, tante volte invocata quale guida sicura all’agire
umano, non detta i fini ma solo i mezzi. Lo spiega in modo esemplare JUVALTA
(si veda). La ragione per sé non comanda nulla. Né l’egoismo né l’altruismo --
né la giustizia. La ragione cerca, e mostra, se le riesce, i mezzi che servono
a conservar la vita a chi la vuol conservare, a distruggerla a chi la vuol
distruggere. La ragione addita ai pietosi le vie della pietà, ai giusti le vie
della giustizia, e le vie del proprio tornaconto agl’uomini senza scrupoli. Ma
l’egoismo non è per sé più razionale dell’altruismo, né il regresso più
razionale del progresso. Né la conservazione dell’individuo più razionale di
quella della specie. Né l’utile proprio più razionale che l’utile della
collettività. Razionale non e il fine, ma la relazione del mezzo al fine. Ed è
così ragionevole che dia la vita per un’idea chi pregia più l’idea che la vita,
come che taccia la verità per un ciondolo chi ama più i ciondoli che la verità.
Consulente della Presidenza della Repubblica Italiana per le attività culturali
durante il settennato di Ciampi. Collabora con la Presidenza della Camera dei
Deputati durante la presidenza di Violante. Coordinatore del Comitato Nazionale
per la valorizzazione della Cultura della Repubblica presso il Ministero
dell'Interno. Presidente dell'ASSOCIAZIONE MAZZINIANA. Ufficiale
dell'Ordine al merito della Repubblica italianana strino per uniforme ordinaria;
Ufficiale dell'ordine al merito della repubblica italiana di iniziativa del presidente
della repubblica. Saggi: “Nazionalisti e patrioti” (Roma, Laterza); “Etica del
servizio e etica del commando” (Napoli, Scientifica); “L’autunno della repubblica”
(Roma, Laterza); “La redenzione dell’Italia: sul principe” (Roma, Laterza); “Il
sorriso di Machiavelli” (Roma, Laterza); “Scegliere il principe: i consigli di MACHIAVELLI
al cittadino elettore” (Roma, Laterza); “L’Intransigente” (Roma, Laterza); “Le
parole del cittadino” (Roma, Laterza); “La libertà dei servi” (Roma, Laterza);
“Lo scrittore di ricami” (Reggio Emilia, Diabasis); “Come se Dio ci fosse: religione
e libertà nella storia d’Italia” (Torino, Einaudi); “MACHIAVELLI, filosofo
della libertà” (Roma, Castelvecchi); “L’Italia dei doveri” (Milano, Rizzoli); “Il
dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia” (Roma, Laterza); “Dialogo
intorno alla repubblica” (Roma, Laterza); “Per amor alla patria: patriottismo e
nazionalismo nella storia” (Roma, Laterza); “Dalla politica alla RAGION DI
STATO” (Roma, Donzelli); “L’etica laica di JUVALTA” (Milano, Angeli); “La
civiltà statuale’, in “Cultura civica e civiltà statuale” (Bologna, Mulino); “Libertà
e profezia in MACHIAVELLI’, MACHIAVELLI e i confini del potere” (Milano,
Mimesis); “La passione civile e la scienza politica di Sartori’, Protagonisti
sempre. Un secolo di storia visto con gl’occhi dei ragazzi, Reggio Emilia,
Imprimatur ‘Prefazione’, in Mosca, Il prefetto e l’unità nazionale, Napoli,
Editoriale Scientifica. ‘Skinner’, ‘God’ and ‘Macaulay’, Enciclopedia
machiavelliana” Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vita di MACHIAVELLI”
(Roma, Castelvecchi); “La tradizione del Risorgimento” (Roma, Castelvecchi); “Se
è libero bisogna che creda”; “Cinque variazioni sul credere” (Torino, Abele); “L’attualità
del principe”; “Il principe e il suo tempo” (Roma, Complesso del Vittoriano,
Salone centrale, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana); “La moralità
della resistenza: l’esperienza del partigiano Bosco” (Benevento, Terre dei
Gambacorta); “Dalla patria allo stato: una biografia intellettuale di SPAVENTA”
(Roma, Laterza); “‘La costituzione repubblicana: un manuale di educazione
civica’, in Lessico civico: teorie e pratiche della cittadinanza (Reggio
Emilia, Diabasis); “Le origini meridiane del repubblicanesimo, Ethos
repubblicano e pensiero meridiano” (Reggio Emilia, Diabasis); “La dimensione
religiosa del risorgimento -- Cristiani d’Italia. chiese, società, stato” (Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana); “La libertà politica è un bene fragile’,
Lettera internazionale. Rivista europea;
“Ragione e passioni nell’educazione civica -- Questioni civiche. Forme, simboli
e confini della cittadinanza” (Reggio Emilia, Diabasis); “La costituzione: il
pilastro di cristallo” (Napoli, Pitagora); “MACHIAVELLI, il carcere, Il
Principe”, in Gl’anni di Firenze, Roma-Bari, in La Costituzione ieri e oggi.
Roma, Atti dei Convegni Lincei (Roma, Bardi); “Etica e diritto: la forza
intelligente per sconfiggere la violenza’ in Regione Piemonte, Piano regionale
per la prevenzione della violenza contro le donne e per il sostegno alle
vittime; “Religione e libertà nella Democratie en Amérique’, Fra libertà e
democrazia: l’eredità di Tocqueville e Mill” (Milano, Angeli); “Una nuova
utopia della libertà’, Quaderni del Circolo Rosselli, ‘Machiavelli’s Realism’,
Constellations, ‘Religione”; “Tutte le ragioni del liberalismo’, Dove Ratzinger
sbaglia”; “MACHIAVELLI oratore”; “Machiavelli senza i Medici, scrittura del
potere, potere della scrittura,” Atti del convegno di Losanna (Roma, Salerno); ‘Due
concetti di religione civile’, in “Rituali civili: storie nazionali e memorie
pubbliche in Europa” (Roma, Gangemi); “Patriottismo e rinascita civile’,
Aspenia, in MAZZINI, Scritti politici” (Torino,
POMBA); “Che cos’è l’uomo? Raccolta di pensieri” (Senigallia, MIUR, Le Marche);
“Repubblicanesimo”; “Dizionario di Politica” (Torino, POMBA); “Libertà
democratica, libertà repubblicana e libertà socialista”; “Repubblicanesimo, democrazia,
socialismo delle libertà”; “Incroci” per una rinnovata cultura politica” (Milano,
Angeli); “Il lavoro nobilita l’uomo e l’impresa’, Impegno. Mensile di cultura
sociale”; “Della lontananza’, La saggezza del vivere. Tracce di etica” (Reggio
Emilia, Diabasis); “Repubblicanesimo e costituzione della repubblica’ Almanacco
della Repubblica: storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le
simbologie repubblicane (Milano, Mondadori); ‘Europa contro America?’, Il
pensiero mazziniano, ‘Dio nella costituzione’, Il pensiero mazziniano, con BOBBIO,
‘Sul rientro dei Savoia’, Il pensiero mazziniano, ‘Scrivere la costituziuone.
L’esempio della storia americana’, Il pensiero mazziniano”; “Il despota e il
tiranno si sono fatti furbi’, Il pensiero mazziniano, ‘Il repubblicanesimo di
Machiavelli”; ‘Le ragioni di un dibattito’, Politica e cultura nelle
repubbliche italiane dal medioevo all’età moderna: Firenze, Genova, Lucca,
Siena, Venezia. Atti del convegno (Siena), Roma, Istituto Storico Italiano per
l’età moderna e contemporanea. ‘Giù le mani da CATTANEO’, Il pensiero
mazziniano, ‘Questioni attorno al repubblicanesimo”; “Il pensiero mazziniano”; “Repubblicanesimo, liberalism.
e comunitarismo”; Filosofia e questioni pubbliche; “Machiavelli’, Il pensiero
politico. Idee, teorie, dottrine. Età moderna” (Torino, POMBA); “La repubblica
romana’, Il pensiero mazziniano, ‘Repubblicanesimo’, ‘La sinistra non scordi la Patria’, Il
pensiero mazziniano, ‘I guerrieri di
Dio: chi sono i theo-conservatori che scendono in lotta contro aborto, eutanasia
e gay’, “La Stampa”, ‘L’arcipelago
progressista: l’orgogliosa cultura liberal, fra battaglie per le minoranze, ambientalismo
e progetti per riprendere il New Deal’, La Stampa, “Discussione americana e
caso italiano”; “Piccole patrie, grande mondo” (Roma, Donzelli); “Il
significato storico della nascita del concetto di RAGION DI STATO’, Aristotelismo
politico e RAGION DI STATOr. Atti del Convegno a Torino” (Firenze, Olschki); “Patrioti
o traditori?”; “L’Indice”; “Il ritorno della nazione’, I democratici,
‘L’etica politica di CICERONE e il suo significato moderno’, Nuova Civiltà
delle Macchine, ‘La cattiva retorica dell’autonomia della politica’, (Mulino); ‘Nazionalismo
e patriottismo’ (Mulino); “Una filosofia civile tra comunitari e liberali’, Ragioni
Critiche, ‘Introduction’, in Skinner, “Le origini del pensiero politico moderno” (Bologna,
Mulino); “L’Indice”; “Machiavelli e Rousseau: i dilemmi della politica
republicana”; “Teoria Politica, ‘“Revisionisti” e “ortodossi” nella storia
delle idee politiche”, Rivista di filosofia; “Dovere morale e pluralismo etico
in JUVALTA’, Rivista di Storia della Filosofia; “La “Morale dei Positivisti” e
l’etica del socialismo’, L’età del positivismo” (Bologna, Mulino); “Il Marxismo
e l’ideologia del socialismo italiano’, Despotismo e cittadini’, Transizione, JUVALTA
e la teoria della giustizia, Rivista di filosofia, ‘LABRIOLA, filosofo del socialismo”, Giornale
critico della filosofia italiana, ‘Aspetti della recezione di Engels in Italia:
tra socialismo scientifico e crisi del marxismo”; “L’Antidühring: affermazione
e deformazione del marxismo? Annale della Fondazione Issoco” (Milano, Angeli);
“Il problema dell’etica razionale in JUVALTA’, “Studi sulla cultura filosofica
italiana” (Bologna, CLUEB); Etica e marxismo: a proposito di una recente
discussione’, Problemi della Transizione”; “Socialismo e cultura, 'Studi Storici”;
“Il dialogo fra Engels e LABRIOLA”; “Critica marxista”; “Nella crisi del
positivismo: la ricerca teorica del divenire sociale,” “Giornale critico della
filosofia italiana”; “Filosofia e politica nell’Engels di Mondolfo’, Pensiero
antico e pensiero moderno” (Bologna, Cappelli); “Wellness. Storia e
cultura del vivere bene” (Milano, Sperling et Kupfer); “Libertà politica e
virtù [andreia] civile”; “Significati e percorsi del repubblicanesimo classico”
(Torino, Agnelli); “Lezioni per la repubblica: la festa è tornata in città” (Reggio
Emilia, Diabasis); “Ascesa e declino delle repubbliche” (Urbino, Quattro Venti);
“L'Autunno della Repubblica” (Laterza); “Per amore della patria. Patriottismo e
nazionalismo nella storia” (Laterza); Quirinale. blogspot issuu.com/edizioni-in-magazine/docs/forli
Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche della RAI profilo biografico da Ethica Forum profilo
dall'Università della Svizzera italiana Nello Ajello, Quanti servi in giro per
l'Italia, recensione a La libertà dei servi, la Repubblica, La libertà dei
servi, Associazione Labini; “La libertà dei servi; L'intransigente, da
Fahrenheit del Radio Tre. Grice: “At Oxford, we don’t have a republic!” -- Il
repubblicanesimo è una lunga e variegata tradizione del pensiero politico che
si ispira all'ideale della repubblica intesa quale comunità di cittadini
sovrani fondata sul diritto e sul bene comune. Il punto di riferimento ideale
più rilevante del repubblicanesimo è il concetto ciceroniano di res publica.
Repubblica per CICERONE vuol dite ciò che appartiene al popolo, res publica res
populi, e aggiunge che non è popolo ogni moltitudine di uomini riunitasi in
modo qualsiasi, bensì una società organizzata che ha per fondamento
l'osservanza della giustizia e la comunanza di interessi -- De re publica. Agli
albori dell'età contemporanea un altro esponente del repubblicanesimo,
Rousseau, ribadisce la medesima interpretazione del concetto di repubblica.
Chiamo repubblica, scrive, «ogni Stato retto dalle leggi, qualunque sia la sua
forma di amministrazione, poiché solo allora l'interesse pubblico governa e la
cosa pubblica è qualcosa » (Contrat Social. Per i teorici repubblicani la
repubblica è l'opposto del potere senza freno e senza regola, chiunque lo
eserciti, e della tirannide, ovvero il dominio di un uomo (o di una fazione o
di molti) contro l'interesse comune. La repubblica si contrappone anche alla
monarchia perché la libertà sotto il re è sempre dipendente dalla volontà
arbitraria di un uomo. Il re, anche nelle monarchie costituzionali, assume in
virtù della nascita prerogative e poteri che sono negati agli altri cittadini e
dunque viola il principio dell'uguaglianza repubblicana. Il concetto di
repubblica è connesso al principio che la vera libertà politica consiste nel
non essere dipendenti dalla volontà arbitraria di un uomo o di alcuni uomini ed
esige l'uguaglianza dei diritti civili e politici. La vera libertà, spiega
Cicerone, esiste «solo in quella repubblica in cui il popolo ha il sommo
potere» e comporta «una assoluta uguaglianza di diritti», in quanto «la
libertà non consiste nell'avere un buon
padrone, ma nel non averne affatto» (De re publica). Questo concetto di libertà
vale sia per l'individuo sia per lo stato. Uno stato può dirsi libero se non dipende
dalla volontà di un altro stato e non deve ricevere da altri gli statuti e
leggi o richiedere approvazione per i suoi atti.Come recitano le formule di
Bartolo da Sassoferrato, le città che vivono in libertà si governano da sole
(«proprio regimine»). Esse non riconoscono alcun potere superiore («civitas
quem superiorem non recognoscit»), e per questo il loro popolo è un popolo
libero. Rousseau, ma altri esempi si potrebbero citare, racchiude in una
formula precisa il concetto di libertà repubblicana: «un popolo libero
obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi,
ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli
uomini» (Jean-Jacques Rousseau, Lettres écrites de la montagne. Per i filosofi
politici repubblicani la libertà politica ha quale condizione necessaria il
governo della legge. Essi hanno sempre sottolineato che la vera legge è un
comando pubblico e universale che vale ugualmente per tutti i cittadini, o per
tutti i membri del gruppo rilevante. La limitazione o l'interferenza che la
legge impone sulle scelte degli individui non è dunque una restrizione della
libertà ma come un freno essenziale e benefico. Se il governo della legge è
scrupolosamente rispettato, nessun individuo può impone la sua volontà
arbitraria ad altri individui in virtù del fatto che egli può compiere con
impunità azioni che ad altri sono proibite sotto pena di sanzione. Se invece
sono gli uomini e non la legge a governare, alcuni individui possono imporre la
loro volontà arbitraria ad altri ed impedire ad essi di perseguire i fini che
essi vorrebbero perseguire, e quindi privarli della libertà (questo vale anche
nel caso in cui è la maggioranza degli uomini a governare, ovvero una
democrazia). Questa interpretazione della libertà politica è descritta in modo
eloquente in testi classici che diventarono il nucleo centrale del
repubblicanesimo moderno, in particolare un passo in cui Livio afferma che la
libertà dei romani consiste in primo luogo nel fatto che le leggi sono più
potenti degli uomini (Ab urbe condita) e un passo di Cicerone, citato infinite
volte dagli scrittori politici repubblicani: «Legum idcirco omnes servi sumus
ut Liberi esse possimus -- Pro Cluentio. Anche Machiavelli identifica la
libertà politica con le restrizioni che il diritto impone ugualmente a tutti i
cit-tadini. Se in una città vi è un cittadino che i magistrati temono, e che
può rompere i vincoli delle leggi, egli scrive, la città non è libera -- Discorsi.
Nelle Istorie fiorentine – Proemio -- osserva che si può chiamar libera solo
quella città in cui le leggi e gli ordinamenti costituzionali restringono in
modo efficacie i cattivi umori della nobiltà e del popolo. Per contro, tutti
gli esempi di oppressione che i repubblicani classici offrono nei loro scritti
sono violazioni del principio del governo della legge: il tiranno che si pone
al di sopra delle leggi civili e delle leggi costituzionali e quindi comanda ad
arbitrio; il cittadino potente che ha ottenuto per se un privilegio che è
negato ad altri cittadini; i governanti che hanno poteri discrezionali. Le
restrizioni che la legge impone sulle azioni dei governanti e dei cittadini sono
dunque, per i repubblicani, l'unica valida difesa contro la coercizione imposta
da individui: essere liberi vuol dire vivere sotto leggi eque. L'argomento
repubblicano che il governo della legge è la condizione necessaria affinché i
cittadini non siano assoggettati alla volontà arbitraria di alcuni individui o
di un solo individuo, e possano pertanto vivere liberi, è il tema di fondo di
uno dei più significativi dibattiti nella storia del repubblicanesimo, ovvero
la risposta di James Harrington a Hobbes, che nel Leviatano aveva sostenuto che
non è affatto vero che i cittadini di una repubblica come Lucca sono più liberi
dei sudditi di un sovrano assoluto come il sultano di Constantinopoli perché
tanto i primi quanto i secondi sono sottomessi alle leggi. Ciò che rende i
cittadini di Lucca più liberi dei sudditi di Costantinopoli, spiega Harrington,
è il fatto che a Lucca tanto i governanti quanto i cittadini sono sottoposti
alle leggi civili e costituzionali, mentre a Constantinopoli il sultano è al di
sopra delle leggi e può disporre arbitrariamente delle proprietà e della vita
dei sudditi, costringendoli in tal modo a vivere in una condizione di completa
dipendenza, e dunque di mancanza di libertà. I cittadini di Lucca sono liberi per
le leggi di Lucca -- by the laws of Lucca --, perché essi sono controllati solo
dalle leggi (James Harrington, The Commonwealth of Oceana and A System of
Politics, a cura di Pocock, Cambridge, Preliminaries). Nella sua lunga storia,
il repubblicanesimo si è caratterizzato non solo per gli ideali della
repubblica e della libertà ma anche per l'insistenza sull'idea che l'una e
l'altra hanno bisogno della virtù civile dei cittadini. Per virtù essi
intendono la saggezza che fa capire ai cittadini che il loro interesse
individuale è parte del bene comune, la generosità dell'animo che spinge a
partecipare alla vita pubblica, la forza interiore che dà la determinazione di
resistere contro i potenti e gli arroganti che vogliono opprimere. Nonostante
l'autorevole opinione di Montesquieu che considerava la virtù politica una
forma di rinuncia e di sacrificio, gli scrittori politici repubblicani dei
secoli precedenti interpretavano la virtù come una passione che non si
contrapponeva né all'interesse né alla ricchezza, ma solo all'avarizia e
all'ambizione sfrenata di dominio. Il repubblicanesimo è stato il linguaggio
politico dominante delle élites politiche e sociali delle repubbliche
commerciali d'Europa. Anche se non mancarono, come nel caso di Girolamo
Savonarola, pensatori repubblicani che teorizzarono la repubblica come una
Nuova Gerusalemme abitata da uomini dediti alla virtù cristiana, il pensiero
politico repubblicano, con i suoi pensatori più influenti, ha teorizzato un
ideale mondano e realistico di virtù. Accanto all'ideale della virtù civile, un
altro concetto fondamentale della tradizione repubblicana è il patriottismo.
Per il repubblicanesimo classico l'amore della patria è una passione, e più precisamente
un amore caritatevole per la repubblica (caritas reipublicae) e per i
concittadini (caritas civium). Anche se rispetta i principi della giustizia e
della ragione, e può quindi essere chiamato «amore razionale», l'amore della
patria è un affetto particolare per una particolare repubblica e per i suoi
cittadini che nasce fra i cittadini delle libere repubbliche perché essi
condividono molti e importanti beni, quali le leggi, la libertà, i consigli
pubblici, le pubbliche piazze, gli amici e i nemici, le memorie delle vittorie
e delle sconfitte, le speranze, le paure. Essa presuppone l'eguaglianza civile
e politica e si traduce in atti di servizio (officium) e di cura (cultus) per
il bene comune. Infine, la caritas reipublicae è una passione che irrobustisce
l'animo, dà ai cittadini la forza per compiere i loro doveri civici e ai
governanti il coraggio di assolvere gli obblighi, spesso onerosi, che la difesa
della libertà comune richiede. Il principio fondamentale del patriottismo
repubblicano è che vera patria è solo la libera 2 repubblica in cui vivono solo
cittadini liberi ed eguali. La parola patria si legge ad es. nell'Encyclopédie,
non significa il luogo in cui siamo nati, come vuole la concezione volgare,
bensí uno stato libero (état libre) di cui siamo membri e le cui leggi
proteggono le nostre libertà e la nostra felicità (D'Alembert, Diderot,
Encyclopédie, Neuchatel, Bouloiseau 1765, vol. XII, p. 178). Gli scrittori
repubblicani dell'età dell'Illuminismo usavano la parola «patria» come sinonimo
di «repubblica». Questa identificazione non era solo un motivo polemico;
riassumeva la considerazione che sotto il giogo del despota i cittadini sono
senza protezione e non possono partecipare alla vita pubblica, come se fossero
stranieri, e dunque non hanno patria. Il concetto di patria è dunque
strettamente connesso alla libertà e alla virtù, come scrive Jean Jacques
Rousseau: «La patria non può sussistere senza la libertà, né la libertà senza
la virtù, ne la virtù senza i cittadini -- Economie politique, in Oeuvres
Complètes. Anche MAZZINI sottolinea che la vera patria è quella che assicura a
tutti i cittadini non solo i diritti civili e politici, ma anche il diritto al
lavoro e all'educazione. Per Mazzini e per i repubblicani dell'Ottocento la
patria è la casa comune dove viviamo con persone che capiamo e che abbiamo care
perché le sentiamo simili e vicine. Ma è anche una patria accanto ad altre
patrie di ugual pregio.Quando siamo nella nostra casa dobbiamo assolvere i
nostri obblighi in quanto cittadini; quando siamo in casa di altri dobbiamo
assolvere i doveri verso l'umanità. La difesa della libertà è l'obbligo supremo
di ognuno, anche se viviamo in suolo straniero e anche se il popolo oppresso è
un popolo straniero. Gli obblighi morali verso l'umanità vengono prima degli
obblighi verso la patria. Prima di essere cittadini di una patria particolare,
siamo esseri umani.Nonostante l'accordo sui principi della repubblica, della
libertà, e del patriottismo, il repubblicanesimo non è mai diventato un corpo
dottrinario sistematico e ha assunto molteplici accentuazioni legate ai diversi
contesti storici e culturali nei quali si è sviluppato dall'antichità classica
all'età contemporanea. Il repubblicanesimo è dunque una tradizione del pensiero
politico solo nel senso che i teorici repubblicani hanno spesso elaborato le
proprie analisi riprendendo concetti di scrittori politici di epoche
precedenti. Ma è del pari vero che i teorici repubblicani hanno spesso
rielaborato in maniera anche radicale idee di altri scrittori politici appartenenti
alla medesima tradizione.Le divergenze più significative riguardano la forma di
governo considerata più atta a realizzare l'ideale della repubblica. Quasi
tutti i teorici repubblicani furono sostenitori del governo misto inteso quale
forma di governo che contempera gli aspetti positivi delle tre forme rette: il
governo di uno(monarchia), ilgoverno del pochi (aristocrazia) e il governo dei
molti (governo popolare o democratico). Mentre alcuni ritenevano che
nell'ambito del governo misto il popolo, il consiglio grande, dove avere un
ruolo preponderante, altri erano favorevoli ad assegnare tale ruolo
all'elemento aristocratico rappresentato da un senato, o da un consiglio
ristretto. Un'altra differenza è quella fra i sostenitori della repubblica che
garantisce i diritti politici alla maggioranza degli abitanti (repubblica
democratica) e i sostenitori di una repubblica che garantisce i diritti
politici solo ad una minoranza degli abitanti (repubblica aristocratica).
Inoltre, alcuni teorici repubblicani, come Machiavelli, sostenevano la
necessità dell'espansione territoriale sulla base del modello della repubblica
romana (o del modello federativo etrusco); altri, ad es. Rousseau, erano
convinti che la repubblica, per conservarsi incorrotta, doveva rimanere
confinata entro un piccolo territorio. Vi furono pensatori repubblicani che
propugnarono l'ideale di una repubblica unitaria, e pensatori che propugnarono
l'ideale di una repubblica fondata sul decentramento amministrativo e
sull'autogoverno, come Carlo Cattaneo. Infine, la storia del pensiero politico
repubblicano presenta pensatori favorevoli ad usare la religione per rafforzare
la lealtà dei cittadini verso la repubblica (Machiavelli) accanto ad altri che
raccomandarono la creazione di una vera e propria religione civile (Rousseau) e
altri ancora che si fecero banditori dell'idea religiosa come principio morale
interiore (Mazzini). Anche a causa della molteplicità di concezioni politiche
che si raccolgono all'interno del pensiero repubblicano, gli studiosi
contemporanei hanno opinioni diverse su importanti problemi storici e teorici.
Mentre John Pocock sostiene che il repubblicanesimo è una forma di
aristotelismo politico 3 fondato sull'idea che la vita politica è la massima
realizzazione dell'individuo, altri studiosi, in particolare Quentin Skinner,
sottolineano il ruolo prevalente del pensiero politico e giuridico ROMANO.
Anche l'interpretazione del concetto di libertà è materia di divergenze
interpretative. Philip Pettit sostiene che la mancanza di libertà consiste solo
nella dipendenza dalla volontà arbitraria di altri uomini; per Quentin Skinner
la mancanza di libertà può essere causata sia dalla dipendenza che
dall'interferenza. Vi sono inoltre autori che interpretano il repubblicanesimo
come una dottrina democratica, lontana dal liberalismo, che insiste sulla
partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche; altri avvicinano il
repubblicanesimo al comunitarismo, altri ancora sottolineano piuttosto
l'affinità fra repubblicanesimo e liberalismo radicale; altri infine ritengono
che tanto il liberalismo quanto la democrazia siano derivazioni del
repubblicanesimo. Nonostante le divergenze interpretative gli studiosi di
storia del pensiero politico e di filosofia politica sono in larga maggioranza
concordi nel riconoscere che il repubblicanesimo rappresenta un'autonoma e
distinta tradizione di pensiero politico che ha svolto un ruolo di primo piano
nella nascita e nella formazione delle moderne democrazie. BIBLIOGRAFIA. BARON, In
Search of Fiorentine Civic Humanism: Essays on the Transition from Medieval io
Modern Thought, Princeton, BOCK, Q. SKINNER,VIROLI, Machiavelli and
Republicanism, Cambridge University Press, Cambridge POCOCK, Il momento
machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la
tradizione repubblicana anglosassone Il Mulino, Bologna; SANDEL, Democracy's
Discontent: America in Search of a Public Philosophy, Harvard, PETTIT,
Repubblicanesimo, a cura di M. GEUNA, Feltrinelli, Milano; Q. SKINNER, The
Foundations of Modem Political Thought, Cambridge; Le origini del pensiero
politico moderno, a cura di V., Il Mulino, Bologna; ID., Libertà prima del
liberalismo, a cura di M. GEUNA, Einaudi, Torino, SMITH, Civic Ideals:
Conflicting Visions of Citizenship in U.S. History, Yale University Press, New
Haven, Conn. V., Repubblicanesimo, Laterza, RomaBari 1999. V.] Da N.Bobbio, N.
Matteucci, G. Pasquino, Il dizionario di Politica, UTET, Torino. Maurizio
Viroli. Keywords: Cicerone, ragion di stato, repubblica, repubblicanismo, la
repubblica romana, la morte, il crollo, il fine, la caduta della repubblica
romana, l’assassinio di Giulio Cesare, Catone uticense, la repubblica romana,
del re Romo alla repubblica romana, il ratto di Lucrezia – republicanism e
principato, storia della repubblica di Genova, la repubblica romana, il gusto
per l’antico; quasi-contratto, il sorriso di Macchiavelli. Refs.: H. P. Grice
Papers, Bancroft MS, Luigi Speranza, “Grice e Viroli: Contrattualismo e
quasi-contrattualismo” – Luigi Speranza: “Il sorriso di Viroli: Grice e
Machiavelli ironista” -- The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Virioli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vittielo:
la ragione conversazionale e il segno infranto in Lucrezio e nel Vico
topologico – la scuola di Napoli – filosofia napoleetana – filosofia campanese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: Lucrezio. Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. “Come la lingua dell’eroe
separa l’eroe dall’uomo, così la lingua volgare separa il filologo dal filosofo.
La lingua italiana volgare, comune a ogni uomo, non riusce a descrivere la
natura e le proprietà delle cose. Sorge la scissione tra un filosofo – come
Paul Grice -- che si dettero ad investigare sulla natura delle cose, e un filologo
– come H. P. Grice -- che, invece investiga sulle origini delle parole. Così la
filosofia e la filologia che sono nate tutte e due dalla lingua dell’eroe,
vennero ad essere divise dalla lingua volgare o commone. Essential Italian philosopher. Insegna a Salerno.
Studia VICO, l'idealismo, Nietzsche e Heidegger in rapporto con la filosofia
romana, elabora una teoria ermeneutica. La sua topo-logia si fonda su una re-interpretazione
del concetto di spazio come orizzonte trascendentale dell'operare umano. Gli
sviluppi della sua topologia riguardano in particolare la genealogia della
communicazione. Affronta più volte la fede da un punto di vista laico. Fonda Paradosso.
Collabora a Filosofia di Laterza e a numerose altre riviste filosofiche, tra
cui “aut aut.” Dirige Il pensiero. Collabora all'annuario Filosofia e all'annuario
sulla Religione. Pubblica in Teoria ed altre ancora. Svolge un’intensa attività
pubblicistica su quotidiani e periodici. Tenne cicli di conferenze e seminari.
Saggi: Filosofia della pratica e dottrina politica liberale in CROCE, Napoli; Etica
e liberalismo in CROCE, Napoli; Il carattere DISCORSIVO del conoscere, Napoli; ANTONI,
interprete di CROCE, Napoli; Storia e storiografia nella filosofia di CROCE, Scientifica,
Napoli; Sentimento e relazione nell’ESPERIENZA, Napoli; Il nulla e la
fondazione dello storico, Argalia, Urbino; Dialettica ed ermeneutica, Guida,
Napoli; Utopia del nichilismo, Guida, Napoli; Studi heideggeriani, Roma; Ethos
ed eros, ESI, Napoli; Logica e storia in Hegel, Napoli; Il problema del cominciamento,
Guida, Napoli; Hegel e la comprensione;Topologia, Marietti, Genova; La voce
riflessa, Logica ed etica della contraddizione, Lanfranchi, Milano; Elogio
dello spazio: ermeneutica e topologia, Bompiani, Milano; Cristianesimo senza
redenzione, Laterza, Roma; Non dividere il sì dal no: tra filosofia e letteratura
(Laterza, Roma); Filosofia teoretica: le domande fondamentali: percorsi e
interpretazioni (Milano); La favola di Cadmo (Laterza, Roma); “VICO (si veda) e
la topologia” (Cronopio, Napoli); “La vita e il suo oltre: sulla morte” (Roma);
“Il Dio possibile, esperienze di cristianesimo” (Città Nuova, Roma); “Hegel in
Italia, Milano); “Dire Dio in segreto” (Roma); “Cristianesimo e nichilismo:
Dostoevskij-Heidegger” (Morcelliana, Brescia); “Estetica e ascesi” (Modena); E
pose la tenda in mezzo a noi,” Albo Versorio, Il Decalogo. Ricordati di
Santificare le feste; I tempi della poesia. Ieri/oggi” (Mimesis, Milano); “Dipingere
Dio” (Albo Versorio); “VICO: storia, LINGUAGGIO, natura, Storia e Letteratura,
Roma); “Ri-pensare il cristianesimo” (De Europa, Ananke); “Oblio e memoria del
sacro” (Moretti, Bergamo); “Grammatiche del pensiero: dalla kenosi dell'io alla
logica della seconda persona, ETS, Celan; Heidegger” (Mimesis); “I
comandamenti. Non dire falsa testimonianza” (Il Mulino); “L'ethos della
topologia. Un itinerario di pensiero” (Lettere, Firenze); “Paolo e l'Europa: cristianesimo
e filosofia” (Città Nuova, Roma); “L'immagine infranta: linguaggio e mondo in VICO”
(Bompiani, Milano); “VICO: tra storia e natura,” aut aut; “Complessità e aporie
del moderno”, in Filosofia politica; “Dall'ermeneutica alla topologia”,“aut aut”;
“Goethe, interprete della modernità” aut aut; “Per amicizia: Epochè e metafora”;
“aut aut”, “Sentire le Radici, la Terra stessa”, i“aut aut”; “Zanzotto, ovvero:
la poesia come genealogia della parola”, in “aut aut”; “Redaelli, Il nodo dei
nodi; L'esercizio del pensiero in VATTIMO”, V. (Sini, ETS, Pisa); “Luoghi del
pensare” (Mimesis, Milano); Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche
di RAI Educational; "Filosofia". Appare la "seconda"
Scienza Nuova. Non è propriamente una seconda edizione dei Principj di una
Scienza Nuova intorno alla Natura delle Nazioni, apparsi cinque anni innanzi.
La revisione, a cui Vico ha sottoposto il testo, è tale da farne un'altra
opera: basterebbe ricordare l'inserimento della "discoverta del vero
Omero", argomento affatto nuovo e fondamentale che occupa un intero libro,
il terzo; invero è mutata la struttura stessa del lavoro, come anche una rapida
scorsa degli indici delle due edizioni mostra. Se, ciononostante, Vico ha
mantenuto anche nella successiva edizione il medesimo titolo, salvo piccole
varianti,2 è perché l'ampliamento e la diversa distribuzione della materia,
nonché la correzione dell'"errore" d'aver egli separato, nella prima
redazione, i principi delle idee da quelli delle lingue, che sono "per
natura tra loro uniti", non solo non hanno mutato l'orientamento di fondo
dell'opera, l'hanno bensì approfondito e sviluppato, specialmente riguardo al
tema del linguaggio. Tra le novità della seconda scienza spicca l'immagine
posta sul frontespizio dell'opera: una "dipintura allegorica"
commissionata dal filosofo a Vaccaro, noto pittore napoletano, che l'aveva
eseguita secondo precise indicazioni e sotto il controllo del committente. Che
l'uso di accompagnare un testo filosofico o letterario con un'immagine fosse
frequente al tempo di Vico è cosa nota: si citano come esempi illustri
l'Organon di Francesco Bacone, il Leviathan di Hobbes, i Second Characters di
Shaftesbury e da ultimo la Istoria universale provata con monumenti e figurata
con simboli degli antichi di Francesco Bianchini. Che il filosofo napoletano ne
sia stato influenzato, ben si ricava da quanto egli stesso dice nel primo
capoverso dell'Introduzione, dove spiega che l'immagine sul frontespizio
dell'opera serve a"ridurla più facilmente a memoria dopo di averla
letta".Ma che la funzione mnemonica di questa Tavola delle cose civili sia
affatto secondaria, è del tutto chiaro, premurandosi Vico di dire per prima
cosa che la dipintura serve al Leggitore per concepir l'idea di quest'opera
avanti di leggerla – scienza. Prima di chiarire questo punto che è essenziale
comprendere l'esigenza filosofica cui risponde la "dipintura", è
opportuno darle uno sguardo veloce. In alto, a sinistra dell'osservatore, è
dipinto un sole, al cui interno è un triangolo con dentro un occhio, dal quale
parte un raggio di luce che giunge al petto della fanciulla dalle tempie alate,
allegoria della Metafisica, che ha lo sguardo fisso al sole. Dal petto della
fanciulla, i cui piedi poggiano sul globo terrestre, il raggio si riflette sulla
statua collocata in basso a sinistra. Ai piedi della statua, che raffigura
Omero, vari arnesi: та оно, un timone, un aratro, una borsa; poi una tavola con
su scritte alcune lettere alfabetiche, quindi un fascio di verghe. Al lato
opposto della statua un altare, su cui scorgiamo un lituo, una fiaccola, un
orciuolo contenente acqua, quindi il fuoco accanto al globo su cui poggia la
fanciulla alata. La fascia che cinge il globo è quella dello zodiaco, con i
segni delle costellazioni della Vergine e del Leone in evidenza. In basso, a
destra, un'urna cineraria, ai margini di una gran selva. Vico concepì il
dipinto come "Idea dell'opera" - così nell'Introduzione dedicata alla
"spiegazione della dipintura proposta al frontespizio" - e cioè come
figura o immagine della scienza, ovvero della storia: della storia ideale
eterna e delle storie che "corron' in tempo". L'ampiezza e la
meticolosità della spiegazione attestano l'importanza ch'egli attribuiva alla
"traduzione" dei suoi argomenti in "immagine". L'immagine
doveva, infatti, integrare la voce, facendo cogliere uno actu - e non in
successione - i due aspetti che caratterizzano la storia: la cornice stabile e
permanente dell'eterna provvedenza, esemplata nel raggio di luce che parte
dall'occhio divino e, toccando la metafisica, illumina e regge il mondo degli
uomini, e l'operare umano nel tempo, volto, anche inconsciamente, a Dio,
testimoniato dallo sguardo della fanciulla alata, eternamente fisso sul
triangolo solare. E, pertanto, come l'immagine serviva ad integrare la voce,
così questa doveva a sua volta completare l'immagine, dacché soltanto la voce
dà in successione quello che in successione accade entro l'ordine necessario
della storia ideale eterna: il "correre in tempo" delle storie di
tutte le nazioni "ne' loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini
Scienza. Vico non intese questa congiunzione di voce e immagine - phonè kai
schêma, per dirla con le parole del Cratilo di Platone, di cui il filosofo
napoletano resta insuperato interprete - come una novità da lui introdotta in
filosofia. Al contrario la presenta come un'operazione di restauro. Per
comprenderne le ragioni, dobbiamo fare alcuni passi indietro nel tempo e
leggere quella nota che lui aggiunse al Il libro del diritto universale, il De
constantia jurisprudentis. Come prima la lingua eroica aveva diviso gli eroi
dagli uomini, così dopo la lingua volgare divise i filologi dai filosofi. Il
motivo di questa seconda osservazione è che, poiché la lingua volgare, in
quanto comune, non riusciva a descrivere la natura e le proprietà delle cose,
sorse la scissione tra i filosofi che si dettero a investigare sulla natura
delle cose, e i filologi che invece investigavano sulle origini delle parole; e
così la filosofia e la filologia, che erano nate tutte e due dalla lingua eroica,
vennero ad essere divise dalla lingua volgare.? La lingua volgare, così detta
perché lingua della comunicazione - in seguito Vico la chiamerà
"pistolare" (SN, Degnità) -, rende solo i caratteri
"comuni", "generici", delle cose, non la loro
"natura", ciò che ad esse è proprio, la loro concreta, reale,
determinatezza. Questo ha portato alla divisione della filologia, che s'interroga
sull'origine delle parole - quindi su come siano sorte le parole generiche,
vuote di determinatezza, della lingua "comune" -, dalla filosofia
che, invece, investiga direttamente la natura delle cose. Ma in che modo? Non è
anche la filosofia legata al linguaggio? GRICE STONE-AGE PHYSICS – linguistic categories
as ontological categories --. Vico s'avvide del cul-de-sac in cui s'era
cacciato. Ne uscì, con due mosse geniali. La prima fu l'abbandono del latino
delle scuole, lingua di pura comunicazione di concetti, priva di vero rapporto
con la vita quotidiana del popolo, fatta di eventi reali e cose concrete;
scelse di scrivere in volgare - ma bisogna aver confidenza con la lingua di
Vico, con il barocco napoletano della scienza, per capire la portata di questo
mutamento.La seconda mossa strategica fu "l'idea dell'opera": la
"dipintura allegorica", con cui egli volle ricongiungere voce e
immagine, o, per dirla con Nietzsche, il mondo dell'ascolto, della parola
(Hörwelt), e quello della visione, dell'immagine (Schauwelt). Vico opera,
consapevolemente, in controtendenza rispetto all'intera tradizione occidentale
e in particolare al suo tempo, che spingeva la lingua all'astrazione, secondo
il modello"matematico". Vico - ho detto; ma debbo subito precisare:
il filologo più che non il filosofo. Ché come filosofo non fu meno attratto dal
mos geometricum di quanto lo furono Cartesio e Spinoza, se volle estendere alla
storia quella mathesis universalis già da Grozio applicata al diritto. Come
filologo, invece, seppe risalire alle origini lontane, remote del linguaggio,
alle fonti antiche della poesia greca, con la "discoverta" del vero
Omero o dei molti Omeri, e della latina, leggendo insieme con VIRGILIO (vedasi)
e LUCREZIO (vedasi), e ORAZIO (vedasi), STAZIO (vedasi), Plauto, gli storici e
gl’eruditi, interpretando anche l'antico diritto romano qual serioso poema e
l'antica giurisprudenza come severa poesia. Né si ferma qui, ma piegandosi
sulla lingua dei contadini, sulle loro metafore e i loro gesti, vide con
l'occhio di una fervida immaginazione i primi abitanti della terra, i forti ed
empiamente pii Polifemi, atterriti dalla luce del lampo che squarcia le notti e
dal cupo rimbombo del tuono che fa tremare la Terra, emettere i primi suoni
inarticolati di una lingua naturale, inintenzionale, prima fonte della lingua ARTIFIZIALE
– Grice: non-natural --articolata dell'uomo. Scorse, talora come da dietro un
vetro opaco, la nascita dell'uomo dall'animale, della mente dal corpo, della
storia dall'ingens sylva, e ne descrisse lo sviluppo, non senza
"salti" e "confusioni" di tempi e forme linguistiche.
Philologia contra philosophia? In certo senso sì, se la filologia lo convinse
non solo a trattare dei miti, ma in qualche modo a "mimarne" il gesto
narrativo.10 Tentò una nuova lingua, logica e mitica ad un tempo, capace di
tenere insieme narrazione e logica, la contingenza della storia e la necessità
della mathesis. Anticipava con le sue folgoranti intuizioni, l'idea della
Mythologie der Vernunft,11 che nacque all'incirca mezzo secolo dopo in terra
germanica, ma che presto fu abbandonata, e proprio dal suo massimo
rappresentante, Hegel, che, anni dopo, avrebbe esaltato il linguaggio
alfabetico sulla lingua geroglifica, per essere quello costituito di nomi, che
sono bildlose Vorstellungen, rappresentazioni senza immagini. Ed è nei nomi che
noi pensiamo, La dipintura serve a Vico per ricostruire nella composizione di
parola e immagine quella unità di voce e gesto che l'uomo storico ha già
perduto molto prima che sorgesse la lingua della comunicazione - la lingua pistolare
della ragione riflessa -, già con la lingua eroica. Ma era, Vico, in ritardo
sul suo tempo. La frattura parola/immagine era solo l'aspetto "in
superficie" di una più profonda scissione.Vincenzo Vitielo. Vitielo. Keywords:
la lingua dell’eroe, la lingua degl’eroi, Lazio, lazini, italiano, volgare,
Lucrezio, confronto vichiano, vicho contro vico, la lingua eroica di Vico, Vico,
semiotica, Croce, Vico topologico, linguaggio in Vico. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft. Luigi
Speranza, “Grice e Vittielo” – “Topologia semiotica di Vico” – “Il Vico di
Vitielo” – Vico e il segno infranto”, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria. Vitielo.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Viveros: le implicature del deutero-esperanto –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma).
Abstract. Keywords: deutero-esperanto. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Tentativi
sono quelli di V., che presenta la lingua scinter, acronimo per lingua SC-entifico-INTER-nazionale
– cf. Grice on the formalists and the unity of science --, basata sia sul
latino che sul greco, e la cui tendenza è ancora una volta quella di creare una
lingua logica in cui vi sia un rapporto MONOSEMO -- UNIVOCO – H. P. Grice: equivocality
thesis -- e giustificato tra significato e significante. In questo senso egli
si discosta dal lavoro dei suoi colleghi e si avvicina più alle idee dei
filosofi, andando alla ricerca di una lingua ideale a priori, che egli
definisce lingua exacto mundiale. Proposta al Principe di Napoli di compilare
un dizionario scientifico internazionale. Proposta a MUSSOLINI di compilare un
dizionario scientifico internazionale. L’essatismo – Grice, ‘Avoid ambiguity’ –
Avoid polysemy -- di Burzio. Lingua scientifico internazionale. Lingua scinter. Grice: It
is a commonplace of philosophical logic that there are, or appear to be,
divergences in meaning between, on the one hand, at least some of what I shall
call the formal devices-~, A, V, J, (Vx), (Bx), (ux) (when these are given a
standard two-valued interpretation)-and, on the other, what are taken to be
their analogues or counterparts in natural language-such expressions as not,
and, or, if, all, some (or at least one), the. Some logicians may at some time
have wanted to claim that there are in fact no such divergences; but such
claims, if made at all, have been somewhat rashly made, and those suspected of
making them have been subjected to some pretty rough handling. Those who
concede that such divergences exist adhere, in the main, to one or the other of
two rival groups, which I shall call the formalist and the informalist groups.
An outline of a not uncharacteristic formalist position may be given as
follows: Insofar as logicians are concerned with the formulation of very
general patterns of valid inference, the formal devices possess a decisive
advantage over their natural counterparts. For it will be possible to construct
in terms of the formal devices a system of very general formulas, a
considerable number of which can be regarded as, or are closely related to,
patterns of inferences the expression of which involves some or all of the
devices: Such a system may consist of a certain set of simple formulas that
must be acceptable if the devices have the meaning that has been assigned to
them, and an indefinite number of further formulas, many of which are less
obviously acceptable and each of which can be shown to be acceptable if the
members of the original set are accept-able. We have, thus, a way of handling
dubiously acceptable patterns of inference, and if, as is sometimes possible,
we can apply a decisionprocedure, we have an even better way. Furthermore, from
a philosophical point of view, the possession by the natural counterparts of
those clements in their meaning, which they do not share with the corresponding
formal devices, is to be regarded as an imperfection of natural languages; the
elements in question are undesirable excres-cences. For the presence of these
elements has the result both that the concepts within which they appear cannot
be precisely or clearly de-fined, and that at least some statements involving
them cannot, in some circumstances, be assigned a definite truth value; and the
indef-initeness of these concepts not only is objectionable in itself but also
leaves open the way to metaphysics-we cannot be certain that none of these
natural language expressions is metaphysically "loaded." For these
reasons, the expressions, as used in natural speech, cannot be regarded as
finally acceptable, and may turn out to be, finally, not fully intelligible.
The proper course is to conceive and begin to construct an ideal language,
incorporating the formal devices, the sentences of which will be clear, determinate
in truth value, and certifiably free from metaphysical implications; the
foundations of science will now be philosophically secure, since the statements
of the scientist will be expressible (though not necessarily actually
expressed) within this ideal language. (I do not wish to suggest that all
formalists would accept the whole of this outline, but I think that all would
accept at least some part of it.) To this, an informalist might reply in
the following vein. The philosophical demand for an ideal language rests on
certain assumptions that should not be conceded; these are, that the primary
yardstick by which to judge the adequacy of a language is its ability to serve
the needs of science, that an expression cannot be guaranteed as fully
intelligible unless an explication or analysis of its meaning has been
provided, and that every explication or analysis must take the form of a
precise definition that is the expression or assertion of a logical
equivalence. Language serves many important purposes besides those of
scientific inquiry; we can know perfectly well what an expression means (and so
a fortiori that it is intelligible) without knowing its analysis, and the
provision of an analysis may (and usually does) consist in the specification,
as generalized as possible, of the conditions that count for or against the
applicability of the expression being ana-lyzed. Moreover, while it is no doubt
true that the formal devices are especially amenable to systematic treatment by
the logician, it remains the case that there are very many inferences and
arguments, expressed in natural language and not in terms of these devices,
whichare nevertheless recognizably valid. So there must be a place for an
unsimplified, and so more or less unsystematic, logic of the natural counterparts
of these devices; this logic may be aided and guided by the simplified logic of
the formal devices but cannot be supplanted by it. Indeed, not only do the two
logics differ, but sometimes they come into conflict; rules that hold for a
formal device may not hold for its natural counterpart. On the general
question of the place in philosophy of the reformation of natural language, I
shall, in this essay, have nothing to say. I shall confine myself to the
dispute in its relation to the alleged divergences. I have, moreover, no
intention of entering the fray on behalf of either contestant. I wish, rather,
to maintain that the common assumption of the contestants that the divergences
do in fact exist is (broadly speaking) a common mistake, and that the mistake
arises from inadequate attention to the nature and importance of the conditions
governing conversation. I shall, thereforc, inquire into the gen-cral
conditions that, in one way or another, apply to conversation as such,
irrespective of its subject matter. I begin with a characterization of the
notion of "implicature." Gaetano Viveros. Keywords: Implicature di Deutero-Esperanto, essatismo.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Viveros,” pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library. Viveros.


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