Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpe:
la ragione conversazionale e la logica come scienza storica – la scuola d’Imola
– la scuola di Bologna – filosofia bologense – filosofia romagnuola – filosofia
emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Imola).
Keywords: storia della filosofia italiana. Filosofo bolognese. Filosofo romagnuolo.
Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Imola, Bologna, Emilia-Romagna. Essential
Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia a Bologna laureandosi in filosofia
sotto il filosofo ebreo-italiano MONDOLFO (vedasi). Insegna al Galvani di
Bologna, l’Alighieri di Ravenna, e a Messina. Legato alla tradizione di GENTILE
(si veda), si dedica a questioni strettamente teoretiche e storico-filosofiche,
attestandosi infine su posizioni fortemente anti-idealistiche. Approda così
attraverso la ri-valutazione dell’ESPERIENZA dell’empirismo e dell’UMANO dell’umanesimo,
mantenendo un'impostazione fondamentalmente dialettico-materialistica in
costante confronto critico e polemico soprattutto con la dialettica hegeliana e
l'idealismo post-hegeliano, ma anche con le correnti positivistiche semiotica,
e con l'esistenzialismo. Questa svolta, testimoniata dal Discorso
sull'ineguaglianza, conduce a V. a un
sempre maggiore interesse per i problemi della filosofia politica e dell'etica,
considerati comunque in stretto rapporto con le questioni semiotiche. Non
abbandona comunque i propri interessi storico-filosofici. Tra i saggi quello
che, oltre ad aver avuto più ampia diffusione, rappresenta il più perspicuo esempio
della sua capacità di di muoversi con piena consapevolezza critica tra i piani
teoretico, storico e politico, è senz'altro il saggio su Rousseau e Marx, sul
concetto di libertà -- Grice, “Freedom” -- è perfettamente integrabile con la
dottrina di Rousseau, il quale quindi non sarebbe da considerarsi né tra i
teorici della rivoluzione borghese né tra i nostalgici di una società
parcellizzata in piccolissime unità cittadine, ma tra i più attuali
preconizzatori di una società egualitaria. Un altro dei punti nodali della
sua filosofia è il tentativo di elaborare una teoria estetica rigorosamente
materialista. Sottolinea il ruolo delle caratteristiche strutturali e del
processo sociale di produzione dell’espressione nella formazione del giudizio
estetico, in forte polemica con la dottrina dell'intuizione di CROCE -- da lui
considerata in continuità con la tradizione romantica e misticheggiante, elabora
il concetto di gusto come principale fonte del giudizio estetico. Presenta
nella filosofia una posizione contro-corrente. Altri saggi: L'idealismo
dell'atto e il problema delle categorie – GRANDY e WARNER PHILOSOPHICAL GROUNDS
OF RATIONALITY: INTENTIONS, CATEGORIES, ENDS – P. G. R. I. C. E. -- , Bologna,
Zanichelli, Le origini e la formazione della dialettica hegeliana; Hegel, romantico
e mistico, Firenze, Monnier; Il misticismo speculativo di Eckhart, Bologna,
Cappelli, La filosofia dell'ESPERIENZA, Firenze, Sansoni, Espressione, Bologna,
Meridiani, Il principio di contraddizione e la sostanza prima nel LYCAEUM Liceo
Lizio: contributo a una critica dei pensieri logici, Bologna, Azzoguidi; Crisi
dell'estetica romantica, Messina, Anna; Critica dei principi logici, Messina,
D'Anna; Discorso sull'ineguaglianza, con saggi sull'etica dell'esistenzialismo,
Roma, Ciuni; Emancipazione e tras-mutazione dei valori, Messina, Ferrara; Libertà:
saggio di una critica della ragion pura pratica, Messina, Ferrara; Studi sulla
dialettica mistificata; “Lo STATO RAPPRESENTATIVO, Bologna, UPEB; Umanesimo; Studi
e documenti sulla dialettica materialistica, Bologna, Zuffi; Logica come
scienza positiva, Messina, D'Anna; Eckhart o della filosofia mistica, Roma, Storia
e letteratura; La poetica del LYCAEUM Liceo Lizio nei commenti essenziali degl’umanisti,
Bari, Laterza; Il verosimile filmico e altri scritti di estetica, Roma, Film; La
nuova sinistra, Rousseau e Marx e altri saggi di critica materialistica, Roma,
Riuniti; Critica del gusto, Milano, Feltrinelli; Chiave della dialettica storica,
Roma, Samonà; Umanesimo ed emancipazione, Milano, Sugar; Critica dell'ideologia:
saggi di teoria dialettica, Roma, Riuniti; Schizzo di una storia del gusto, Roma,
Riuniti; Opere; Ambrogio, Roma, Riuniti; Violi, La Libra, Messina; Dizionario biografico
degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. P Svill,
PP° dell ° he g elis "'° SUl !° He sei, dopo aver affermato che il gran
mento dello H. sta nella scoperta della dialettica come relazione sintesi di
opposti e aver soggiunto che oltre la sintesi degli opposti c è la sintesi dei
distinti, conclude che il torto dello H è di aver confuso quella dialettica con
questa. Oltre gli opposti, essere e nulla, spiiito e natura, vero e falso,
ecc., i quali non sono reali che nella sintesi di cui costituiscono i momenti
astratti ; ci sono, dunque, pel Croce, i distinti: bello, vero, utile, buono, i
quali non si trovano fra loro nella stessa relazione degli opposti, reali solo
nella sintesi- ma sono, invece, egualmente, tutti reali e concreti, così da
poter sussistere I nno accanto all’altro. Posto ciò, il rapporto fra i gradi
orme dello spinto è, pel C., questo: esso procede per diadi (invece che per
triadi), nelle quali il primo termine sussiste da sè cornar 0 ’ PU k aV, end °
anch ’ esso una sua sussistenza concreta come tale, assorbe .1 primo: così,
l’arte, si è visto, è alogica, ma filosofia, sintesi di intuizione e concetto,
è anche arte, cioè ha etica^ ° rC espress . lv °: la volizione economica è
amorale, ma quella senni n* V, ’T economica > la volizione morale essendo
anche sempre utile Lo spinto, poi, è di natura circolare, e però passa da un
grado all altro: passa dal grado intuitivo al logico, all’econo¬ mico, all
etico, e dall’ultimo trapassa ancora al primo, all’intuitivo ornendo .1
contenuto pratico alla nuova intuizione, e così in eterno’ nfa°tfi ni a gra t
ÌmP ' ÌCÌta resistenza di tu, “ i quattro gradii nfatti, appunto perchè nel
grado intuitivo, ad es., è già implicito 11 ’° glC0 Sl P uò P assa re dall’uno
all’altro. E il passaggio consisterebbe, infine, nel divenire esplicito ciò che
era Lplidtò IL NEO HEGELISMO ITALIANO Ili Ora è necessario osservare subito,
che in questa teoria del Croce vengono così in contatto due dialettiche
contrarie: quella degli opposti e quella dei distinti. Sono, dunque, due
differenti specie di rapporti che concorrono al ritmo dialettico, crociano, dei
gradi: il mutuo rapporto dei gradi in quanto tali, cioè distinti, concreti, e
quello degli stessi in quanto astratti momenti di ognuno dei gradi concreti. Il
grado intuitivo, ad es., ha due significati ben diversi, quello di momento
della sintesi a priori logica (sintesi, si è visto, d’intuizione e concetto), e
quello di sintesi a priori estetica, grado concreto e indipendente, come tale,
dal grado logico, che, a sua volta, come tale, è in egual relazione verso di
quello. Ove è palese, che, nel primo caso su accennato, si ha una relazione di
opposti, e nel secondo una relazione di distinti. È in questo punto
dell’incontro delle due dialettiche, che si sono soffermati più a lungo i
critici del Croce. È stato osservato, ad esempio, che le due dialettiche si
annullano l’un l’altra (1); che il concetto dell’implicito-esplicito, che deve
spiegare il passaggio da un distinto all’altro, è un semplice mito, non
differente, essenzialmente, da quello del passaggio dall’inconscio al conscio;
che il concetto stesso di circolo è mitologico, e così via. Il carattere
espositivo di questo scritto c’impedisce di entrare nella questione: si è
ricordato ciò per informazione del lettore. Fin’ora si è discorso
dell’estetica, della logica, della filosofia della pratica: veniamo ora alla
Teoria della storiografìa che conclude il sistema della filosofia dello spirito
quasi con una brusca correzione. In quest’ultima opera il C. vuole integrare la
sua unificazione precedente della filo¬ sofia e della storia nel giudizio
percettivo, col concetto della con¬ temporaneità della storia. La storia,
antichissima o recente che sia, è storia contemporanea, cioè sempre relativa al
soggetto presente, che col pensarla la suscita, la fa; badando però a intendere
questa presenza come assoluta e ideale, tale, cioè, che condizioni essa e
superi l’empirico presente e passato del tempo. Ma intesa così la storia, come
procedente dall’universalità del soggetto, come attualità piena dello spirito,
essa appaga allora l’esi¬ genza filosofica di possedere la realtà nella sua
pienezza e totalità, e la filosofia come Logica, come un distinto momento dello
spirito, viene sminuita di valore. In relazione, infatti, al nuovo concetto di
storia, la filosofia, nel senso più adeguato e profondo, viene ad Ruggiero, La
Filosofia, N. Spirito, Il nuovo
idealismo italiano. V. essere il momento trascendentale della conoscenza
storica, alla quale appresta le categorie necessarie a pensare la totalità del
reale. « La filosofia non può essere altro che il momento metodologico della
storiografia, dilucidazione delle categorie costitutive dei giudizi
storici...». Dilucidazione che «si muove nelle distinzioni dell’Estetica e
della Logica, dell’Economica e dell’Etica; e tutte le congiunge nella filosofia
dello spirito ». Il pensiero del C. conclude, dunque, ad una sopravvalutazione
della storia, o filosofia in largo senso, di fronte alla logica, o filo¬ sofia
stricto sensu: conclude, infine, parrebbe a due concetti di filosofia: la
logica, o filosofia stretta, che come tale resta al di qua dell 'atto
storiografico, o filosofico in senso profondo. Ecco quel ch’è sfato chiamato,
anche recentemente, l’umanismo del Croce. Umanismo, si è detto, perchè tutta la
storia della storiografia assume il valore di una storia della filosofia
incentrata nel concetto dell’uomo, del mondo ch’è il suo mondo (Vico), e dei
suoi bisogni spirituali (1). È stato ancora osservato, che quel ch’è la
funzione della filosofia rispetto al problema della scienza nei filosofi del
neo-criticismo positivista, si ritrova nel Croce, come coscienza critica
immanente all’atto storiografico, di cui essa è il momento puramente
trascendentale. IL La formazione mentale di Gentile ha origini diverse da
quella crociana. A Spaventa, e, attraverso questi, a Hegel, Fichte, Kant,
Cartesio, e ai nostri Gioberti, Vico e Bruno, si riallaccia, fin dagli inizi,
la meditazione del fondatore dell’idealismo dell’atto. È, poi, partendo in
particolare dallo Hegel, con la riforma ch’ei propone, indipendentemente da
Croce, e sulle orme di Spaventa, della dialettica hegeliana, che il pensiero
del G. dà i primi frutti originali. Lo Spaventa, studiando le tre prime
categorie della Logica hegeliana, essere, non-essere, divenire, aveva
osservato, sorpassando i precedenti interpreti (Trendelenburg, Vera etc.), che
questa posizione imbrogliata dell’essere e del non-essere (lo stesso e non-lo
stesso) è la viva espressione della natura del pensare. Se si toglie di mezzo
il pensare non se ne capisce niente». E Gentile, negli studi intitolati, appunto,
La Riforma della dialettica hegeliana, affermò, che « Se l’essere non è più
un’idea in sè, ma una cateti) Carlini. IL NEO HEGELISMO ITALIANO] goria, e
categoria è atto mentale, come può realizzarsi l’atto della mente altrimenti
che come unità di essere e non-essere, cioè divenire? L’atto si fa, fit,
diviene. È in quanto diviene... Quando è semplicemente, non è». E potè
concludere, altrove. L’essere che Hegel dovrebbe mostrare identico al
non-essere nel divenire che solo è reale, non è l’essere che egli definisce
come l’assoluto indeterminato (l’assoluto indeterminato non può essere che
l’assoluto indeterminato I); ma l’essere del pensiero che definisce, e, in
generale, pensa: ed è, come vide Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo
(perchè, se fosse, il pensiero non sarebbe quello che è, ossia un atto), e
perciò ponendosi, divenendo». In conclusione, l’essere, il non-essere, il
divenire, non sono più, per Gentile, posizioni logiche, obbiettive del reale,
come sono per Hegel, ma momenti della coscienza in atto, del pensiero pensante,
in cui il divenire, come sintesi degli altri due termini, esprime nient’altro
che il processo del sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti,
rigidi, in cui l’analisi lo rompe: e cosi, com’è stato già osservato, tutta la
sovrastruttura della logica hegeliana crolla. Crolla, perchè vien mostrato che
la deduzione hegeliana delle categorie, che voleva essere sistematica, contro
quella empirica di Kant, e conciliare la molteplicità con l’assoluta unità, non
riesce a questa conciliazione, perchè anche in essa vi si analizzano concetti
invece di realizzarli nella loro unità vivente: è dialettica di pensieri
pensati usando la terminologia gentiliana; e cioè non-dialettica, perchè il
pensato, come tale, non si svolge, non si dialettizza. Manca, insomma, l’unità,
la vita: anche Hegel si smarrisce, a un tratto, dietro ipostasi, immobili e
ferme: platonismo, in fondo. L’unità, dice Gentile, non può esser data che dal
pensiero in atto, dall’atto in atto. La vera idea è atto, l’unica categoria è l’atto
spirituale; onde tutti gli atti del pensiero, quando non si considerino come
meri fatti, quando non si guardino dall’esterno, sono un atto solo. E però per
il nuovo idealismo le categorie sono infinite di numero, in quanto categorie
del pensare che si guarda come pensato, la storia; e sono una sola infinita
categoria, in quanto categoria del pensare nella sua attualità». Ma allora la
deduzione hegeliana si risolve proprio, anch’essa, in fondo, in una deduzione
empi¬ rica (anche Hegel ha, come Kant, numerato le categorie!); e la sua non
può essere la deduzione delle categorie, ma un caso fra infiniti casi possibili
di deduzione, o meglio un frammento o un moti ) Ruggiero V. mento della eterna
deduzione, in cui consiste la storia non pure del pensiero, come s’intende
comunemente, ma del mondo. Non pure del pensiero, ma del mondo, perchè l’atto,
a cui si riduce l’Idea pel ò., è occorre
dirlo? actus purus, nel senso più moderno e integrale, come atto che è tutta
forma perchè è tutta materia, generata dalla forma: forma formante, davvero: è
quel processo autocreatore del puro pensiero ch’è l’Autocoscienza nella sua
concreta individualità: onde l 'io empirico e particolare non è che l’attuarsi
dell’Io puro, trascendentale. La stessa istanza critica che la Riforma compie
in rapporto alla Logica hegeliana, l’Introduzione del Sommario di Pedagogia la
compie — come è stato acutamente osservato in rapporto alla fenomenologia. Come
il pensiero puro non ha bisogno di percorrere i gradi categorici dell’essere,
del conosciuto, secondo gli schemi della logica formale, per giungere alla
piena coscienza di sè, perchè si pone a priori come pensiero consapevole e
attuale; cosi non ha nemmeno bisogno di passare per i gradi psicologici della
conoscenza, la sensazione, la percezione, la rappresenta¬ zione, etc., perchè
non può mutuare da altri che da sè, non soltanto la sua forma, ma anche il suo
contenuto. La dottrina psicologica tradizionale che concepisce il processo
psichico effettuantesi per gradi monadisticamente distinti, è possibile
soltanto per una con¬ cezione analitica dello spirito; onde questo può essere
di volta in volta, sensazione, percezione, concetto etc., solo in quanto venga
consi¬ derato, naturalisticamente, come un aggregato di momenti giustapposti,
gli uni fuori degli altri. Ma se si concepisce io spirito come vivente unità
originaria, come pensiero pensante, pensare e non pensato, ogni molteplicità
scompare e tutti i gradi psichici si risolvono n eli’unico atto dello spirito.
Nella sensazione è già lo spirito nella sua intierezza, e la sensazione è
perciò necessariamente anche percezione, giudizio, concetto, conoscenza,
volontà, come tutti questi gradi non sono che sensazione: quel sensus sui ch’è,
infatti, lo spirito. Tuttavia non si creda che manchi nel O. il concetto di un
processo fenomenologico: c’è anzi, e originale: ed è una fenomenologia che,
identificatasi con la logica, non è altro che la stessa storia dello spirito.
Le distinzioni risorgono, dunque, nel processo spirituale, ma non più come
gradi tipici, giustapposti, ma come distinzioni concrete, storiche, vieppiù
ricche col progredire del processo. Cioè, ogni Ruggiero. HEGELISMO ITALIANO
atto dello spirito non è che la coscienza più profonda di un atto anteriore,
che è il contenuto del primo, il quale naturai mente è la forma di quello. La
sensazione-contenuto è dentro la sensazione- forma, risolta e assorbita
nell’attualità di questa ». Ogni atto di coscienza può dirsi percezione
rispetto a una sensazione precedente, la quale, in quanto atto spirituale, fu
anch’essa percezione. Cosicché si passa da percezione a percezione, o, è Io
stesso, da sensazione a sensazione. E in sostanza la sensazione è una sola:
l’atto spirituale nel suo interno mediarsi, e che, mediandosi m eterno, si
svolge attraverso infiniti momenti, infinite sensazioni. Venendo alla dottrina
propriamente pedagogica del Sommano, ne accenneremo il concetto fondamentale:
che educatore e educando sono due momenti di un’unica realtà, l’Universale, io
Spirito, onde hanno in esso la loro profonda unità: scompare così ogni hiatus
fra l’uno e l’altro; e il processo educativo non è che processo di reciproca
autoeducazione: ognuno vede nell’altro sè stesso, lo Spi¬ rito, e attraverso
l’altro forma un migliore, un più alto sè stesso. Processo di
universalizzazione, dunque, processo eminentemen e etico. 11 miracolo
dell'educazione è spiegato; e la prassi educativa ha nel concetto d
e\\’autoeducazione il suo miglior lume, la guida più certa. È stato
riconosciuto che nella storia della pedagogia 1 Sommario segna una tappa ideale
confrontabile solo con YEmilio. Questo realismo spiritualistico del Sommario
venne assumendo - è stato osservato - negli scritti successivi, L'esperienza
pura e la realtà storica, e Teoria generale dello spinto come atto puro un
carattere più univeversale in quanto dal problema del a formazione dell’uomo si
passò a quello di dimostrare in esso la radice di tutti gli altri problemi
concernenti la realta e le sue ca¬ tegorie. Il principio dell’idea come atto
acquistò sempre piu carat¬ tere metafisico. Già nel primo dei due scritti
suaccennati 1 atto viene concepito come pura esperienza che lo spirito fa di
sè, eliminando in tal modo qualunque presupposto dello spirito, sia oggettivo
che soggettivo, e generando da sè ogni realtà: tutta l’esperienza nelle sue
infinite concrete distinzioni è posta dall’atto e. nell’atto in un'esperienza
storica, non nei senso della storia presupposta all atto e quindi empiricamente
concepita, ma della storia che si attua quale vita eterna dello spirito.
Nell’atto veniva così risolta l’antitesi di a priori Carlini.V. e di a
posteriori, e si concludeva a un formalismo assoluto, o, che è lo stesso, a un
empirismo assoluto. Ma questo esplicito significato metafisico appare in tutto
il suo sviluppo nella Teoria, uno dei capolavori del G. Qui, attraverso i
problemi della storia della filosofia, attraverso soprattutto il problema
kantiano e hegeliano, è dimostrato da Gentile come lo spirito generi da sè
stesso la natura: il mondo del molteplice e crei nella sua dialettica
unificatrice — moltiplicatrice spazio e
tempo. Lo spirito viene concepito come conceptussui, concetto che pone sè stesso,
autoctisi. Ma questo porsi è, naturalmente, non immediato, ma me¬ diato. Lo
spirito si pone attraverso la natura, l’oggetto; il soggetto si pone mediandosi
come oggetto. Quell’unità ch’è lo spirito si pone, perciò, come molteplicità,
attraverso la molteplicità, appunto perchè non è unità immediata, statica, ma
mediata in sè stessa, dialettica, unità, insomma, dinamica e concreta, vivente.
In altri termini, lo spirito si afferma negando, non si svolge se non negando
perennemente il suo opposto, la natura, che è per ciò suo essenziale momento
dialettico, e però spirito anch’essa, e non un’entità a sè, concepibile come
astratta dallo spirito. La natura, insomma, come non-essere di quell’essere
ch’è lo spirito: e cosi l’errore, il male, il dolore sono egualmente il
non-essere di quel¬ l’essere; eterno momento del processo della verità, del
bene, della vita. Certo, se la verità, il bene, si concepiscono immutabili, ab
aeterno, l’errore, il male sono inconcepibili. Ma se la verità e il bene, come
pensa il Gentile, sono divenire, atto, essi devono perennemente superare sè
stessi, ritrovando in sè l’errore, il male da superare. E però, errore e
verità, male e bene non sono realtà di¬ stinte, indipendenti, ma i momenti di
una sintesi, che è « errore nella verità, come suo contenuto che si risolve
nella forma», è «male onde il bene si nutre, nel suo assoluto formalismo».
Finiremo con un cenno, purtroppo frettoloso e assai inadeguato, dell ultima
grande opera di Gentile, forse il suo maggior capolavoro, certo, a tutt oggi,
il suo testamento filosofico, per la compiutezza della sistemazione: il Sistema
di logica come teoria del conoscere. Uno dei concetti fondamentali della
speculazione gentiliana, na¬ turalmente implicito nei precedenti, è quello
dell’identità della filo¬ sofia con la sua storia: infatti se la filosofia è
concepita come processo di autocoscienza, essa è storia, storia eterna in
tempo; e però Carlini. ogni sistema coincide col corso storico del pensiero, in
quanto esso riassume e potenzia in sè, giustificandoli, i sistemi precedenti,
che non sono che momenti idealmente anteriori di que\Yunico processo di
pensiero autocosciente, ch’è
eminenter la filosofia. Orbene,
il sistema di logica attinge certo la sua capitale impor¬ tanza, nell’assieme
dell’opera del G., da questo: che esso vuol essere ed è l’ultima riprova
concreta, effettuale del suaccennato principio dell’identità di filosofia e
storia della filosofia. Esso ci mostra, di fatti, come il sistema gentiliano,
la nuova logica del pensiero pensante, si costituisca a patto di ricapitolare
in sè, di conservare e giustificare, inverandola, l’antica logica ari¬
stotelica, la logica del pensiero pensato. Infatti, la dialettica aristo-
teiico-scolastica vien mostrata come grado necessario alla dialettica del
concreto, in quanto essa, dandoci la legge del pensiero pensato (A — A) ci
spiega il momento dell 'oggettività del pensiero a sè stesso, oggettività
necessaria, se ricordiamolo il puro pensiero dev’essere concepito non come
immediata soggettività, ma come soggettività-oggettività, soggetto-oggetto,
mediazione, dialetticità. Occorre osservare, che qui il logo della logica del
pensato, dell’astratto, cioè A = A, viene negato al tempo stesso che
conservato, perchè non è più considerato a sè, da un punto di vista astratto,
ma è considerato dal punto di vista concreto, cioè in funzione del logo della
logica concreta, cioè del pensiero pensante, A = non A? Conservare ch’è negare;
inverare, come è, difatti, di quel divenire ch’è lo spirito, la filosofia. E
però è giusto -riconoscere, ancora, che in tal modo « tutto il processo storico
del concetto di logica si risolve, identificandovisi, nel nuovo concetto
dialettico: quello del Gentile; e che, ripetiamolo, la verità del principio del
circolo di filosofia e storia della filosofia, è dimostrata dal sistema stesso
del G.; che, mentre convalida quel principio, ne è, a sua volta, — si noti —
convalidato, fondato positivamente: storicamente. Croce e Gentile hanno
suscitato, da anni, un gran movi¬ mento di idee, e di discepoli, attorno a sè:
il primo soprattutto nell’ampio campo della cultura letteraria e storica in
genere: il secondo nel campo della filosofia teoretica e della storia della
filosofia. Nominare discepoli del Croce non è cosa facile, perchè, facenti)
Spirito. V. dosi sentire il suo influsso nel largo campo della cultura storico-
letteraria, tutti, in quest’ultimo ventennio, sono stati e sono ancora, in
certo senso, crociani: in ispecie i critici di letteratura e arte e gli storici
sono permeati di pensiero crociano, anche se lo negano- Soprattutto, il
concetto di CROCE dell’arte è, si può dire, entrato a far parte del patrimonio
di idee necessario a chi voglia pensare e vivere in armonia col progresso
effettivo del pensiero della storia. Dei critici letterari, che hanno subito,
consapevolmente o no, l’influsso dell’estetica crociana, ricordiamo qui
Borgese, che, per quanto staccatosi in seguito da Croce, serba traccie di
pensiero crociano nelle pagine migliori; CECCHI; Gargiulo, autore d’un
Annunzio; Russo, autore d’on Di Giacomo e di un Verga; e infine Momigliano
(Studi Manzoniani, Goldoni, Verga). Nella critica delle arti figurative ci
piace notare Venturi; nella critica musicale Torrefranca e Bastianeili. Piò
facile è far qualche nome di discepoli di GENTILE, essendo più tecnico, e
quindi più ristretto, il campo su cui si è irradiato il pensiero gentiliano:
filosofia teoretica e storia del pensiero speculativo, come si è detto.
Ricorderemo, anzitutto, due pensatori, Carlini e Saitta, che si posson dire i
rappresentanti di due interpretazioni e svolgimenti opposti del pensiero del
Maestro: la dottrina di destra — come è stato detto - di CARLINI, in cui si tenta di svolgere
entro l’ambito dell’attualismo alcune esigenze empiristiche come quella della
pluralità dei soggetti e quella di un mondo soggettivo, morale, distinto dal
mondo oggettivo, della percezione, della conoscenza: si veda La vita dello
Spirito; e la dottrina di sinistra del Saitta, che tende a un’ulteriore, più
profonda iden¬ tificazione di io empirico e Io trascendentale: si legga Lo
spirito come eticità. CARLINI, professore nella r. univ. di Pisa, proviene
dalla filosofia crociana. Egli tende a elaborare il lato spiritualistico
piuttosto che quello logico-dialettico della filosofia gentiliana. L’at¬
tualismo del maestro ubbidisce, a suo avviso, a due motivi diversi: l’uno
costituisce l'originalità propria della filosofia gentiliana, ed è il motivo
psicologico e lo sforzo di risolvere la dialettica nel ritmo stesso della vita
interiore, onde l’autocoscienza e la personalità coincidono nel processo auto-creatore
dello spirito; l’altro è un ritorno al problema hegeliano-spaventiano della
dialettica come logica melati) Spirito. IL HEGELISMO ITALIANO fisica, onde
l’atto, più che spiegare se stesso si assume il compito di spiegare il mondo
della natura e dello spirito. L’attualismo diventa cosi, dice il C., un
puntualismo, in cui tutte le distinzioni di problemi spirituali si
neutralizzano in un concetto generico dell’attività del pensare. Egli tenta,
perciò, di ripigliare la prima posizione e di svolgere il concetto del ritmo
interno all’atto come il problema fon¬ damentale dell’attualismo. L’atto
realizza se stesso come quello. « Io penso» ch’è unità in una dualità di vita e
di pensiero, di personalità morale e di riflessione filosofica su essa. La
distinzione posta in seno all’atto gli permette di riguardare questo come
condizione trascendentale di una dualità tra il mondo dell’esperienza sensibile
o mondo del conoscere, e quello dell’azione ch’è propriamente il mondo
storico-morale. Nello stesso tempo, l’atto, non coincidendo più dentro sè con
se stesso, fa appello a un punto di vista trascen¬ dente, in cui quel dissidio
venga pacificato, e pone così il problema fondamentale della vita religiosa. Carlini
e Saitta sono anche storici, in ispecie il secondo: a Carlini si deve un’ampia
monografia sul Locke, al Saitta monografie su GIOBERTI, su FICINO e vari saggi.
Alla destra appartengono ancora FERRETTI e CODIGNOLA, pedagogisti; alla
sinistra RUGGIERO, autore di un saggio sulla filosofia e di una storia della filosofia,
opere di carattere critico, prevalentemente. La posizione mentale di RUGGIERO,
di fronte all’idealismo di Croce e Gentile, può essere caratterizzata da una
più viva preoccupazione dell’importanza speculativa dei problemi sulla scienza
della natura. In una monografia dal titolo La scienza come esperienza assoluta
ripudia nettamente le dottrine prammatistiche della scienza accolta nel sistema
di CROCE e pone il problema dell’unità della scienza della natura e della
filosofia, abbozzando una teoria del positivismo assoluto, in cui le scienze,
guardate nella loro intima genesi spirituale, piuttosto che nell’astratta
oggettivazione naturalistica, sono re-integrate nella vita speculativa dello
spirito. E in un saggio sui problemi della scienza e della umanità ulteriormente
sviluppa questo punto di vista, mostrando la necessità che le due correnti
dell’idealismo, quello storicista che fa capo a Vico e a Hegel e quella
scientifica, che fa capo alla critica della ragion pura di Kant, a torto dissociate
dall’idealismo contemporaneo, vengano ricomposte in una unità articolata e
sintetica, per cui, pur riconoscendo il carattere storico della vita
spirituale, questa storia non s’isterilisca in un mero umanesimo, ma includa in
sè l’opera delle scienze naturali, e V. attraverso di esso, il mondo stesso
della natura nella sua pienezza. Ampia attività storica hanno esercitato altri
due pensatori più ligi alle dottrine del maestro: FAZIO, con saggi.su Galileo BONAITUI
e sulla teoria della libertà in Hegel-, ed OMODEO autore di una storia delle
origini cristiane. È da ricordarsi ancora ANZILOTTI (vedasi) , autore di un GIOBERTI
(vedasi), studiato nella sua filosofia e prassi politica. Radice, autore di una
Teoria e storia dell'educazione e di molti saggi pedagogici, è il maggiore
interprete e prosecutore della pedagogia idealistica del maestro, nella teoria
e nella pratica. POSTILLA BIBLIOGRAFICA SU CROCE E GENTILE. Delle seguenti opere si cita solo
l’ultima ediz. Croce (n. a Pescasseroli, prov. di Aquila): Estetica come,
scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e Storia 5» ediz. Bari,
Laterza; Logica come scienza del concetto puro. 4‘ ediz. Bari, Laterza, 1920;
Filosofia della pratica. Economica ed etica. Bari, Laterza; Teoria e storia
della storiografia. Bari, Laterza; Problemi di Estetica e contributi alla
storia dell’Estetica italiana. Bari; La Filosofia di VICO (si veda); Bari;
Saggio sullo Hegel, Bari; Saggi di estetica. Bari. Gentile (n. Castelvetrano,
prov. di Trapani): La riforma della dialettica hegeliana. Messina, Principato;
1 problemi della scolastica e il pensiero italiano, Bari, Laterza; Sommario di
Pedagogia come scienza filosofica. Bari; Teoria generale dello Spirito come
atto puro. 3* ed. Bari, id. 1920; Sistema di logica come teoria del conoscere.
2» ed. Bari, id.; Discorsi di religione. Firenze, Vallecchi; BRUNO (si veda) e
il pensiero del Rinascimento. Firenze; La Riforma dell’educazione. Bari,
Laterza, 1920; Frammenti di estetica e letteratura. Lanciano, Carabba, 1921. Galvano
Della Volpe. Volpe. Keywords: critica del gusto per l’antico, il gusto per
gl’antichi degl’antichi, chiave della dialettica storica, la logica come storia,
espressione. Refs.: H. P. Grice, The H.
P. Grice Papers, Bancroft; Luigi Speranza, “Grice e Volpe: l’espressione” – The
Swimming-Pool Library, Liguria. Volpe.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpi: la ragione conversazionale dell’essere
univoco – la scuola di Vicenza – filosofia vicentina – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Vicenza).
Keywords: equivocality thesis. Filosofo vicentino. Filosofo veneto. Filosofo
italiano. Vicenza, Veneto. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano.
“Wild clarity” in Heidegger! Insegna a Padova. Borsista della Humboldt di Bonn,
dell'Institut International de Philosophie, Parigi, dell'Istituto veneto di
scienze, lettere ed arti e dell'Accademia Olimpica di Vicenza. Insignito dei
premi Montecchio e Nietzsche. Altri saggi: Heidegger e Brentano; La filosofia
pratica, Francisci, Albano, Padova – Filosofia pratica e scienza politica, Francisci,
Albano, Padova; Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne, Padova, Il
nichilismo, Laterza, Roma, Guida a Heidegger, Laterza, Roma; I titani: una conversazione
con Jünger e Gnoli; Dizionario delle opere filosofiche, Il dio degl’acidi, conversazioni
con Hofmann e Gnoli; L'ultimo sciamano, conversazioni heideggeriane con Gnoli, Storia
della filosofia dall'antichità a oggi con Berti. Per Adelphi cura opere
di Schopenhauer, Heidegger e Schmitt. Collabora alla Repubblica. Mentre e in
sella alla sua bicicletta a Berici, e investito da un'auto e cadde in coma
irreversibile. Muore il giorno successivo. Commemorato dal preside assieme a
tutto il corpo docente di Padova. Istituto veneto di scienze, lettere ed
arti, Parolin, Commozione al Bo per l'addio a V., Giornale di Vicenza. Altri saggi: L'aristotelismo e il problema
dell'univocità dell'essere in Heidegger (Milani, Padova) – cf. Grice,
‘multiplicity of ‘being’, Grice’s equivocality thesis --; Il concetto di
decadenza divina; Filosofia politica; Hegel e i suoi critici, Laterza, Roma; Interprete
del pensiero contemporaneo, Incontro di studio, Padova, Vicenza, Accademia
Olimpica, Atti dell'incontro, comune di Lavarone; Il pudore, Brescia,
Morcelliana, Opere su Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Essere,
tempo, esistenza, Associazione Asia, Sul valore e la funzione della filosofia; Sul
significato e lo statuto di ‘Essere e tempo’ di Heidegger”, Capurro, Rezension
von V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM
Liceo Lizio, Daphne Editrice, Padova Zuerst erschienen in: W. Schirmacher
Hrsg.: Schopenhauers Aktualität. Ein Philosoph wird neu gelesen. Schopenhauer-Studien
1/2. Passagen Verlag, Wien. In seinem 1967 in der Akademie der Wissenschaften
und Künste in Athen gehaltenen Vortrag schreibt Heidegger: "Die Kunst entspricht das physis und ist
gleichwohl kein Nach- und Abbild des schon Anwesenden. Physisund téchne gehören
auf eine geheimnisvolle Weise zusammen. Aber das Element, worin physis und
téchne zusammengehören, und der Bereich, auf den sich die Kunst einlassen muß,
um als Kunst das zu werden, was sie ist, bleiben verborgen." (M.
Heidegger: Denkerfahrungen, Frankfurt a.M.). Für wen bleibt dieser Bereich
"verborgen"? Zumal für unsere technische Zivilisation, die sich mehr
und mehr, über alle Grenzen hinweg, ausbreitet und somit sich jeder Möglichkeit
einer selbstkritischen Distanz beraubt. Und dennoch: wir sind dem nicht
ausgeliefert. Heidegger wird öfter bekanntlich vorgeworfen, er verfalle mit
seiner Auffassung des "Seinsgeschickes" im pessimistischen
Mystizismus und ergreife die Flucht in die Antike durch seinen "Schritt
zurück". Nichts von alledem. Wir lesen im selben Vortrag: "Schritt zurück heißt: Zurücktreten des
Denkens vor der Weltzivilisation, im Abstand von ihr, keineswegs in ihrer
Verleugnung, sich auf das einlassen, was im Anfang des abendländischen Denkens
noch ungedacht bleiben müßte, aber dort gleichwohl schon genannt und so unserem
Denken vorgesagt ist." (ebda.)Das Thema Heidegger scheint indessen im deutschsprachigen
Raum und insbesondere in der Bundesrepublik weiterhin von aller Art von
Vorurteilen belastet zu sein. Man braucht nur an die klischeeartigen
Ausführungen von Jürgen Habermas in seinen Vorlesungen "Der
philosoophische Diskurs der Moderne" (Frankfurt a.M. 1985) zu denken, um
das Groteske dieses Mißverständnisses (falls der Versuch eines Verständnisses
unterstellt wird) zu exemplifizieren. Und Aristoteles? Er gilt inzwischen für
viele als "Urvater" bzw. "Urheber" der heute herrschenden
Technologie, nämlich der Informationstechnologie Die Bestrebungen der
"Künstlichen-Intelligenz-Forschung", etwa in der Herstellung von
"Expertensystemen", haben in der aristotelischen Logik ihr Rezeptbuch
gefunden. V. lädt uns mit seinem schlicht betitelten Buch Heidegger und
Aristoteles zu einer Begegnung dieser Denker ein, die, ganz außerhalb von
diesen Klischees, zur Sache selbst führt. Der Dialog Heideggers mit Aristoteles
ist zwar ein lebenslanger Dialog gewesen, aber der Verfasser betont mit Recht
drei Höhepunkte, nämlich die frühe
Anwesenheit des Aristoteles in Heideggers Seinsfrage, indem diese durch den
scholastischen Filter Brentanos und Braigs zu ihm drängt und zu Aristoteles
führt;die (etwa zehnjährige) Periode des Ausbrütens von Sein und Zeit, als die
entscheidende Zeit des Dialogs, die sich in den Marburger Vorlesungen sowie in
Sein und Zeit selbst niederschlägt;und schließlich die Anwesenheit Aristoteles'
nach der "Kehre".Dementsprechend fällt der Schwerpunkt von Volpis Ausführungen auf
den zweiten Höhepunkt, der mit der Überschrift "Wahrheit, Subjekt,
Zeitlichkeit" gekennzeichnet ist. Heidegger begegnet Aristoteles ausgehend
von den in der Husserlschen Phänomenologie offen gelassene Frage nach der
ontologischen Konstitution des menschlichen Lebens (bzw. der
"Lebenswelt"). In dieser Begegnung, die auf eine kategoriale
Differenzierung hinausläuft, öffnet sich der Blick für die Kantische Frage nach
der Einheit des Kategorialen, die, sofern sie auf ein endliches Subjekt
zurückgeführt wird, den Zusammenhang zwischen Subjektivität (bzw.
"Dasein") und Zeitlichkeit offenbart. Damit kündigt sich zugleich die
zentrale "These" Heideggers bezüglich des metaphysischen
Seinsverständnisses im Sinne von Anwesenheit, mit der dazugehörigen Privilegierung
der zeitlichen Dimension der Gegenwart an. Gegenüber einer kategorialen (bzw.
"gnoseologischen") Wahrheitsauffassung sucht Heidegger (Husserl
folgend) in Aristoteles die Spuren einer präkategorialen
"fundierenden" Wahrheit, wobei solange man den Bereich eines
endlichen Subjektes nicht verläßt, eine solche "Fundierung" auf die
Einheit von sinnlicher Wahrnehmung und Verstand bezogen bleibt. Der Verfasser
erläutert in klaren Umrissen die Kernpunkte der Heideggerschen Analysen aus De
interpretatione sowie aus ausgewählten Stellen der Metaphysik. Es geht dabei
u.a. darum zu zeigen, inwiefern die Struktur des prädikativen logos nicht nur
in die Frage nach der "Wahrheit", sondern vor allem in die nach dem
"Wahr-sein", also noch einem ontologischen vorprädikativen Sinne von
Wahrheit mündet. Die psyche ist
"in" der Wahrheit, d.h. sie ist in der Weise des
"Entbergens" (aletheuein). Während es bei den prädikativen Wahrheit
um die Wahrheit bzw. Falschheit der Aussage geht, geht es bei der ontologischen
Ebene um das "Vernehmen" bzw. "nicht Vernehmen" (noein /
agnoein) des Sich-Entbergenden. Mit anderen Worten, das Sein, temporal
vorverstanden als "Anwesenheit", ermöglicht erst die Prädikation des
"Wahren" und "Falschen". Dieses temporale Vorverständnis
des Seins bildet, wie der Verfasser richtig bemerkt, die eigentliche
"Entdeckung" Heideggers, die ihn zu einem kritischen Durchgang durch
die Geschichte der Metaphysik führt. In einem zweiten Schritt erläutert Volpi
die gewissen Parallelität zwischen den ontologischen Bestimmungen von
"Dasein", "Zuhandenheit" und "Vorhandenheit" (als
die drei Seinsmodi, die Heidegger in Sein und Zeit eingehend erörtert) und den
aristotelischen Unterscheidungen zwischen praxis, poiesis und theoria, wobei,
nach Ansicht Volpis, die Korrespondez praxis / "Dasein" zunächst
ungewöhnlich erscheint. Hier zeigt der Verfasser, wie mir scheint, den
entscheidenden Durchbruch Heideggers in seiner Kritik der bisherigen
Vorherrschaft einer kognitiv-theoretisch orientierten Bestimmung des Menschen. Hier liegt auch der
Anknüpfungspunkt Heideggers am "praktischen" Denken Aristoteles' in
der Nikomachischen Ethik (bes. im VI. Buch), wobei man erneut die erstaunliche
produktive (!) Parallelität, die aus diesem Dialog hervorgeht, feststellen kann,
z.B. in Bestimmungen wie "Gewissen" / phronesis, "Sorge" /
orexis, "Entschlossenheit" /
prohairesis, "Befindlichkeit" / pathe
bis hin zur Deuttung des "Verstehens" im Sinne des nous
praktikós. Im Hinblick auf die Frage nach der Zeit, den dritten Schwerpunkt von
Volpis Analysen dieses zweiten Höhepunktes in der Begegnung zwischen Heidegger
und Aristoteles, ist die (christlich-) kairologische gegenüber der
"chronologischen" Erfahrung der Zeitlichkeit für Heidegger
bedeutsam. Heidegger reift schrittweise,
so Volpi, zu seiner Auffassung, daß die Zeitlichkeit die Struktur menschlichen
Lebens darstellt. In diesem Reifungsprozeß setzt sich Heidegger kritisch mit
der naturalistischen Auffassung der Zeit bei Aristoteles auseinander, indem er,
aufgrund einer Analyse der Bestimmung der Zeit in der Physik, die
aristotelische Definition als die Frage nach dem Zusammenhang zwischen der Zeit
und der (zählenden) "psyche", d.h. also als die Frage nach der
ontologischen Bestimmung der "psyche" nachweist. Der Rezensent kann
hier nur auf den analytisch "glasklaren" Text des Verfassers
hinweisen, der diese schwierige Aus-einander-setzung zwischen Heidegger und
Aristoteles in einer so zentralen Frage meisterhaft bewältigt. von der
aristotelischen ("vulgären") Auffassung der Zeit führt dann der Weg
zur Analyse der "Zeitlichkeit" sowie der "Temporalität",
von wo aus erst das primus und posterius der Bewegung in ihrer Dimensionalität
(wozu auch das nunc gehört) erfaßt werden können. So gelangt Heidegger, von
Aristoteles ausgehend, zur Zeitlichkeitsstruktur des "Daseins" (in
Sein und Zeit). Die Anwesenheit Aristoteles' nach der "Kehre", so der
Titel des letzten Teils des Buches, weist zunächst auf die Heideggersche
Radikalisierung der Metaphysik (etwa in der "Physis"-Schrift), indem
das (metaphysische) Projekt einer "Fundamentalontologie" verlassen
wird, hin. Der Verfasser vertieft aber die Anwesenheit Aristoteles' in den
Jahren 1929 bis 1931, in denen die Fragen nach dem "Ort" des 'logos'
im Ereignis der Wahrheit (seine weltbildende Kraft), nach dem Sein als
Anwesenheit und als Wahrheit (Sein als "energeia") bis hin zur
entscheidenden Entdeckung des Seins als physis (wie es die
"Vorsokratiker", vermutlich erfahren haben) und seines
"Einfangens" in der techne im Vordergrund stehen. Das Phänomen der
Technik wird vom 'späten' Heidegger insofern radikal in Frage gestellt, als es
die (anfänglich positiv bewertete) Operationalität des "Zuhandenen"
beinahe monströsen bzw. zerstörerischen Dimensionen erreicht. Demgegenüber
betont aber Heidegger, daß techne bei den Griechen das eigentliche
"Gegenüber" der physis darstellt, d.h. das, wodurch die physis in
ihrer Offenheit und "Verborgenheit" aufgenommen wird, sowie das,
wodurch die physei onta so in ihren "Formen" (eidos, idea) erkannt
werden, daß man etwas Entsprechendes gegenüberstellt. Dieses
"Gegenüber" von techne und physisbedeutet aber (noch) nicht den
Verlust der physis in ihrer "überwältigenden" Dimension. Was
Heidegger in der "Physis"-Schrift leistet, so mit Recht der
Verfasser, ist eine (im doppelten Sinne des Wortes) "epochale"
Auslegung des Aristoteles, nämlich eine "Über-Setzung" von Fragen,
die längst überholt schienen, während sie in Wahrheit unserer modernen
Auffassung von Natur und Technik buchstäblich zugrundeliegen. Darauf weist
Volpi ausdrücklich im Schlußkapitel hin. Gerade für eine Analyse der
"Moderne" bietet der Dialog Heidegger-Aristoteles entscheidende
Anhaltspunkte. Zwei kritische Bemerkungen schließen diese Arbeit: Vollzieht
tatsächlich das Wesen der modernen Technik den originären impetus des
griechischen logos? Und inwiefern ist dem "Finitismus" Heideggers
zuzustimmen, daß die Zeit den logos formt (und nicht umgekehrt, wie für die
Griechen? V. deutet an, beide Fragen gewissermaßen vereinigend, daß es einen
"polyvalenten logos" gibt, den es gegenüber einem
"eindimensionalen logos" wiederzugewinnen gilt. Müßte man nicht auch
von einer 'polyvalenten techne' (bzw. Technik!) sprechen? Wie steht es aber
dann mit der Frage nach der Kunst? Ist nicht Eros ein großer Dämon, der zu verdolmetschen
weiß? Heidegger in Dialog mit Platon? Recensione
di V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne Editrice, Padova
Pubblicato per la prima volta in: W. Schirmacher Ed.: Schopenhauers Aktualität.
Un filosofo viene letto di nuovo. Schopenhauer-Studien 1/2. Passagen Verlag,
Wien. Nella sua conferenza tenuta nel 1967 all'Accademia delle Scienze e delle
Arti di Atene, Heidegger scrive: "L'arte corrisponde alla physis e
tuttavia non è una replica o un'immagine di ciò che è già presente. Fisico e
téchne si appartengono in modo misterioso. Ma l'elemento in cui physis e téchne
appartengono insieme, e l'area in cui l'arte deve impegnarsi per diventare ciò
che è in quanto arte, rimangono nascosti". (M. Heidegger: Denkerfahrungen,
Francoforte sul Meno). Per chi quest'area rimane "nascosta"?
Soprattutto per la nostra civiltà tecnica, che si sta diffondendo sempre di
più, oltre tutte le frontiere, e quindi si sta privando di ogni possibilità di
distanza autocritica. Eppure: non ne siamo in balia. PaganoEppure: non ne siamo
in balia. Come è noto, Heidegger è spesso accusato di cadere nel misticismo
pessimista con la sua concezione del "destino dell'essere" e di
spiccare il volo verso l'antichità facendo il suo "passo indietro".
Niente di tutto questo. Nella stessa conferenza si legge: "Fare un passo
indietro significa ritirare il pensiero dalla civiltà mondiale, allontanarsi da
essa, non negarlo, per coinvolgersi in ciò che dovrebbe rimanere impensato
all'inizio del pensiero occidentale, ma che tuttavia è già menzionato lì e quindi
predetto al nostro pensiero". (ibid.)Il tema di Heidegger, tuttavia,
sembra continuare ad essere gravato da ogni tipo di pregiudizio nel mondo di
lingua tedesca e in particolare nella Repubblica Federale. Basta pensare alle
osservazioni simili a cliché di Jürgen Habermas nelle sue conferenze "Il
discorso filosofico della modernità" (Francoforte sul Meno, 1985) per
capire la natura grottesca di questo equivoco (se il tentativo di comprendere
ilal fine di esemplificare la natura grottesca di questo malinteso (se si
presume un tentativo di comprensione). E Aristotele? Oggi è considerato da
molti come il "capostipite" o "l'originatore" della
tecnologia dominante di oggi, vale a dire la tecnologia dell'informazione. Gli
sforzi della "ricerca sull'intelligenza artificiale", ad esempio
nella produzione di "sistemi esperti", hanno trovato il loro
ricettario nella logica aristotelica. Con il suo libro intitolato semplicemente
Heidegger e Aristotele, V. ci invita a un incontro tra questi pensatori che, al
di là di questi cliché, porta alla questione stessa. Il dialogo di Heidegger
con Aristotele è stato effettivamente un dialogo che dura tutta la vita, ma
l'autore sottolinea giustamente tre punti salienti, vale a dire la presenza
precoce di Aristotele nella questione dell'essere di Heidegger, in quanto
spinge attraverso il filtro scolastico di Brentano e Braig fino a lui e conduce
ad Aristotele; il periodo (circa dieci anni) della schiusa dell'essere e del
tempo, quando periodo dell'incubazione di Essere e Tempo, come
tempo decisivo del dialogo, che si riflette nelle Lezioni di Marburgo così come
in Essere e Tempo stesso; e infine la presenza di Aristotele dopo il
"Kehre". Di conseguenza, il fulcro delle osservazioni di Volpi cade
sul secondo climax, che è contrassegnato dal titolo "Verità, Soggetto,
Temporalità". Heidegger incontra Aristotele sulla base della questione
della costituzione ontologica della vita umana (o del "mondo della
vita") lasciata aperta nella fenomenologia di Husserl. In questo incontro,
che equivale a una differenziazione categoriale, lo sguardo si apre alla
questione kantiana dell'unità del categorico, che, se ridotta a un soggetto
finito, rivela il nesso tra soggettività (o "Dasein") e temporalità.
Allo stesso tempo, la "tesi" centrale di Heidegger riguardo la
comprensione metafisica dell'essere negli SIn contrasto con una concezione
categoriale (o "gnoseologica") della verità, Heidegger (seguendo
Husserl) cerca in Aristotele le tracce di una verità "fondante"
precategoriale, per cui finché non si lascia il regno di un soggetto finito,
tale "fondamento" si riferisce all'unità della percezione sensoriale
e della comprensione rimane. L'autore spiega a grandi linee i punti chiave
delle analisi di Heidegger dal De interpretatione e da alcuni passaggi della
metafisica. Si tratta, tra l'altro, di mostrare fino a che punto la struttura
del logos predicativo conduca non solo alla questione della "verità",
ma soprattutto alla questione della "verità", cioè a un senso
ontologico pre-predicativo della verità. La psiche è "nella" verità,
cioè è in via di "scoperta" (aletheuein). Wä Mentre la verità
predicativa riguarda la verità o la falsità dell'affermazione, il livello
ontologico riguarda il "sentire" o il "non sentire" (noein
/ agnoein) dell'autorivelante. In altre parole, l'essere, temporalmente
preconcetto come "presenza", rende possibile predicare il
"vero" e il "falso". Questo preconcetto temporale
dell'essere, come giustamente nota l'autore, costituisce la vera
"scoperta" di Heidegger, che lo conduce a un passaggio critico attraverso
la storia della metafisica. In una seconda fase, Volpi spiega il certo
parallelismo tra le determinazioni ontologiche di "Dasein",
"Zuhandenheit" e "Vorhandenheit" (come i tre modi di essere
che Heidegger discute in dettaglio in Essere e tempo) e le distinzioni
aristoteliche tra praxis, poiesis e theoria, per cui, secondo Volpi, la
corrispondenza praxis / "Dasein" sembra insolita a prima vista. Qui
l'autore mostra, come mi sembra,La svolta decisiva di Heidegger nella sua
critica del precedente predominio di una definizione dell'essere umano
orientata alla teoria cognitiva. È anche qui che si trova il punto di contatto
di Heidegger con il pensiero "pratico" di Aristotele nell'Etica
Nicomachea (in particolare nel Libro VI), per cui la sorprendente (!)
parallelismo che emerge da questo dialogo, ad esempio in determinazioni come
"coscienza" / phronesis, "preoccupazione" / orexis,
"determinazione" / prohairesis, "sensibilità" / pathe, fino
all'interpretazione di "comprensione" nel senso di nous praktikós. Per
quanto riguarda la questione del tempo, il terzo punto focale dell'analisi di
Volpi di questo secondo climax nell'incontro tra Heidegger e Aristotele,
l'esperienza cairologica (cristiana) contro l'esperienza
"cronologica" della temporalità è importante per Heidegger. Heidegger
matura gradualmente, secondo Volpi, alla sua visione secondo cui la temporalità
rappresenta la struttura della vita umana Heidegger matura gradualmente,
secondo Volpi, alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura
della vita umana. In questo processo di maturazione, Heidegger esamina
criticamente la concezione naturalistica aristotelica del tempo dimostrando,
sulla base di un'analisi della determinazione del tempo in fisica, la
definizione aristotelica come la questione della connessione tra il tempo e la
"psiche" (contante), cioè come la questione della determinazione
ontologica della "psiche". Il recensore non può qui che fare
riferimento al testo analiticamente "cristallino" dell'autore, che
padroneggia magistralmente questo difficile confronto tra Heidegger e
Aristotele su una questione così centrale. dalla concezione aristotelica
("volgare") del tempo, il percorso conduce poi all'analisi della
"temporalità" così come della "temporalità", da cui si
possono cogliere solo il primus e il posterius del movimento nella loro
dimensionalità (a cui appartiene anche il nunc)da dove solo il primus e il
posterius del moto possono essere colti nella loro dimensionalità (a cui
appartiene anche il nunc). In questo modo Heidegger, a partire da Aristotele,
arriva alla struttura temporale del "Dasein" (in Essere e tempo). La
presenza di Aristotele dopo il "Kehre", come si intitola l'ultima
parte del libro, indica innanzitutto la radicalizzazione della metafisica da
parte di Heidegger (ad esempio nell'opera "Physis") abbandonando il
progetto (metafisico) di una "ontologia fondamentale". Tuttavia,
l'autore approfondisce la presenza di Aristotele negli anni dal 1929 al 1931,
in cui sono in primo piano le questioni del "posto" del
"logos" nell'evento della verità (il suo potere di formazione del
mondo), dell'essere come presenza e come verità (l'essere come
"energeia") fino alla scoperta decisiva dell'essere come physis (come
presumibilmente sperimentavano i "presocratici") e la sua
"cattura" nella techne. Il fenomeno della tecnologia è descritto dal
'tardo' Heidegger inradicalmente messa in discussione nella misura in cui
raggiunge l'operatività (inizialmente valutata positivamente) del "a
portata di mano" a dimensioni quasi mostruose o distruttive. D'altra
parte, Heidegger sottolinea che la techne rappresenta l'effettivo
"opposto" della physis per i greci, cioè ciò per cui la physis è
ricevuta nella sua apertura e "occultamento", così come quella per
cui i physei onta sono riconosciuti nelle sue "forme" (eidos, idea)
in modo tale che qualcosa di corrispondente è contrastato. Tuttavia, questo
"opposto" di techne e physis non significa (ancora) la perdita della
physis nella sua dimensione "travolgente". Ciò che Heidegger realizza
nell'opera "Physis", secondo l'autore giustamente, è
un'interpretazione "epocale" di Aristotele (in entrambi i sensi della
parola), cioè una "traduzione" di questioni che sembravano da tempo
superate, mentre in realtà sono letteralmente alla base della nostra moderna
concezione della natura e della tecnologia. Volpi lo sottolinea espressamente
nello Schl Volpi lo sottolinea espressamente nel capitolo finale.
Soprattutto per un'analisi della "modernità", il dialogo tra
Heidegger e Aristotele offre punti di riferimento decisivi. Due osservazioni
critiche concludono questo lavoro: l'essenza della tecnologia moderna realizza
davvero l'impeto originario del logos greco? E fino a che punto si può essere
d'accordo con il "finitismo" di Heidegger secondo cui il tempo forma
il logos (e non il contrario, come per i greci? V. suggerisce, unendo in una
certa misura entrambe le questioni, che esiste un "logos polivalente"
che deve essere riconquistato in contrapposizione a un "logos
unidimensionale"). Non si dovrebbe parlare anche di 'techne (o tecnica!)
polivalente? Ma che dire della questione dell'arte? Eros non è forse un grande
demone che sa interpretare? Heidegger in dialogo con Platone? Recensione
di V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne, Padova. Pubblicato in
Schirmacher, Schopenhauers Aktualität: un filosofo viene letto di nuovo.
Schopenhauer Studien, Passagen Verlag, Wien. Nella sua conferenza tenuta all'accademia
delle Scienze e delle Arti di Atene, Heidegger scrive, L'arte corrisponde alla
physis e tuttavia non è una replica o un'immagine di ciò che è già presente.
Fisi e téchne si appartengono in modo misterioso. Ma l'elemento in cui physis e
téchne appartengono insieme, e l'area in cui l'arte deve impegnarsi per
diventare ciò che è in quanto arte, rimangono nascosti. Heidegger:
Denkerfahrungen, Francoforte sul Meno. Per chi quest'area rimane nascosta?
Soprattutto per la nostra civiltà tecnica, che si sta diffondendo sempre di
più, oltre tutte le frontiere, e quindi si sta privando di ogni possibilità di
distanza auto-critica. Eppure: non ne siamo in balia. Come è noto, Heidegger è
spesso accusato di cadere nel misticismo pessimista con la sua concezione del destino
dell'essere e di spiccare il volo verso l'antichità facendo il suo passo
indietro. Niente di tutto questo. Nella stessa conferenza si legge: fare un
passo indietro significa ritirare il pensiero dalla civiltà mondiale,
allontanarsi da essa, non negarlo, per coinvolgersi in ciò che dovrebbe
rimanere impensato all'inizio del pensiero occidentale, ma che tuttavia è già
menzionato lì e quindi predetto al nostro pensiero. Il tema di Heidegger,
tuttavia, sembra continuare ad essere gravato da ogni tipo di pregiudizio nel
mondo di lingua tedesca e in particolare nella repubblica federale. Basta
pensare alle osservazioni simili a cliché di Habermas – Speranza, “Grice e
Habermas” citato in Habermas Pragmatics, MIT -- nelle sue conferenze Il
discorso filosofico della modernità, Francoforte sul Meno, -- Kemmerling: I
find Habermas too wishy washy to bother -- per capire la natura grottesca di
questo equivoco se il tentativo di comprendere ilal fine di esemplificare la
natura grottesca di questo malinteso se si presume un tentativo di comprensione.
E Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio? Oggi è considerato da molti come il capostipite
o l'originatore della tecnologia dominante di oggi, vale a dire la tecnologia
dell'informazione. Gli sforzi della ricerca sull'intelligenza artificiale, ad
esempio nella produzione di sistemi esperti, hanno trovato il loro ricettario
nella logica aristotelica. Con il suo saggio intitolato semplicemente Heidegger
e Aristotele, V. ci invita a un incontro tra questi pensatori che, al di là di
questi cliché, porta alla questione stessa. Il dialogo di Heidegger con
Aristotele è stato effettivamente un dialogo che dura tutta la vita, ma V.
sottolinea giustamente punti salienti, vale a dire: la presenza precoce di
Aristotele nella questione dell'essere – Grice: BEING – IZZING – Jones e
Speranza, IZZING -- di Heidegger, in quanto spinge attraverso il filtro
scolastico di Brentano e Braig fino a lui e conduce ad Aristotele LYCAEUM Liceo
lizio; il periodo della schiusa dell'essere e del tempo, quando -- periodo
dell'incubazione di Essere e tempo, come tempo decisivo del dialogo, che si
riflette nelle lezioni di Marburgo così come in Essere e Tempo stesso; e la
presenza di Aristotele dopo il "kehre". Di conseguenza, il fulcro
delle osservazioni di V. cade sul climax, che è contrassegnato dal titolo
"verità, soggetto, temporalità". Heidegger incontra Aristotele LYCAEUM
Liceo Lizio sulla base della questione della costituzione ONTOLOGIA – una dei
due rami della metafisica, l’altra e l’escatologia -- ontologica della vita
umana o del mondo della vita lasciata aperta nella fenomenologia di Husserl. In
questo incontro, che equivale a una differenziazione categoriale, lo sguardo si
apre alla questione kantiana dell'unità del categorico, che, se ridotta a un
soggetto finito, rivela il nesso tra soggettività o Dasein e temporalità. Allo
stesso tempo, la tesi centrale di Heidegger riguardo la comprensione metafisica
dell'essere negli S In contrasto con una concezione categoriale o gnoseologica
della verità, Heidegger seguendo Husserl cerca in Aristotele LYCAEUM Liceo
Lizio le tracce di una verità fondante pre-categoriale, per cui finché non si
lascia il regno di un soggetto finito, tale fondamento si riferisce all'unità
della percezione sensoriale e della comprensione rimane. V. spiega a grandi
linee i punti chiave delle analisi di Heidegger dal De interpretatione – Grice Acrkill
Minnio Paulello l’aequivoco di BOEZIO da alcuni passaggi della metafisica. Si
tratta, tra l'altro, di mostrare fino a che punto la struttura del logos
predicativo conduca non solo alla questione della verità, ma soprattutto alla
questione della "verità", cioè a un senso ontologico pre-predicativo
della verità. La psiche è "nella" verità, cioè è in via di
"scoperta" (aletheuein). Wä Mentre la verità predicativa
riguarda la verità o la falsità dell'affermazione, il livello ontologico
riguarda il "sentire" o il "non sentire" (noein / agnoein)
dell'autorivelante. In altre parole, l'essere, temporalmente preconcetto come presenza,
rende possibile predicare il vero e il falso. Questo pre-concetto temporale
dell'essere, come giustamente nota V., costituisce la vera scoperta di
Heidegger, che lo conduce a un passaggio critico attraverso la storia della
metafisica. V. spiega il certo parallelismo tra le determinazioni ontologiche
di Dasein, Zuhandenheit e Vorhandenheit come i modi di essere che Heidegger
discute in dettaglio in Essere e tempo e le distinzioni aristoteliche tra
praxis, poiesis e theoria, per cui, secondo V., la corrispondenza praxis/Dasein
sembra insolita a prima vista. Qui V. mostra, come mi sembra, La svolta
decisiva di Heidegger nella sua critica del precedente predominio di una
definizione dell'essere umano orientata alla teoria cognitiva. È anche qui che
si trova il punto di contatto di Heidegger con il pensiero pratico di
Aristotele nell'Etica Nicomachea, per cui la sorprendente parallelismo che
emerge da questo dialogo, ad esempio in determinazioni come coscienza/
phronesis, preoccupazione / orexis, determinazione / prohairesis, sensibilità /
pathe, fino all'interpretazione di comprensione nel senso di nous praktikós.
Per quanto riguarda la questione del tempo, il punto focale dell'analisi di V.
di questo secondo climax nell'incontro tra Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo
Lizio, l'esperienza cairologica cristiana contro l'esperienza cronologica della
temporalità è importante per Heidegger. Heidegger matura gradualmente, secondo
V., alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della
vita umana Heidegger matura gradualmente, secondo Volpi, alla sua visione
secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della vita umana. In questo
processo di maturazione, Heidegger esamina criticamente la concezione
naturalistica aristotelica del tempo dimostrando, sulla base di un'analisi
della determinazione del tempo in fisica, la definizione aristotelica come la
questione della connessione tra il tempo e la psiche contante, cioè come la
questione della determinazione ontologica della psiche. Il recensore non può
qui che fare riferimento al testo analiticamente cristallino di V., che
padroneggia magistralmente questo difficile confronto tra Heidegger e
Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio su una questione così centrale. dalla concezione
aristotelica volgare del tempo, il percorso conduce poi all'analisi della temporalità
così come della temporalità, da cui si possono cogliere solo il primus e il
posterius del movimento nella loro dimensionalità a cui appartiene anche il
nunc da dove solo il primus e il posterius del moto possono essere colti nella
loro dimensionalità a cui appartiene anche il nunc. In questo modo Heidegger, a
partire da Aristotele, arriva alla struttura temporale del Dasein in Essere e
tempo. La presenza di Aristotele dopo il Kehre, come si intitola l'ultima parte
del saggio, indica innanzitutto la radicalizzazione della metafisica da parte
di Heidegger (ad esempio nell'opera "Physis") abbandonando il
progetto metafisico di una ontologia fondamentale. Tuttavia, V. approfondisce
la presenza di Aristotele quando sono in primo piano le questioni del posto del
logos nell'evento della verità, il suo potere di formazione del mondo,
dell'essere come presenza e come verità, l'essere come "energeia, fino
alla scoperta decisiva dell'essere come physis, come presumibilmente
sperimentavano i presocratici di VELIA e la sua cattura nella techne. Il
fenomeno della tecnologia è descritto da Heidegger inradicalmente messa in
discussione nella misura in cui raggiunge l'operatività inizialmente valutata
positivamente del a portata di mano a dimensioni quasi mostruose o distruttive.
D'altra parte, Heidegger sottolinea che la techne rappresenta l'effettivo opposto
della physis per i greci e VELINI, cioè ciò per cui la physis è ricevuta nella
sua apertura e occultamento, così come quella per cui i physei onta sono
riconosciuti nelle sue forme, eidos, idea, in modo tale che qualcosa di
corrispondente è contrastato. Tuttavia, questo opposto di techne e physis non
significa ancora la perdita della physis nella sua dimensione travolgente. Ciò
che Heidegger realizza nell'opera "Physis", secondo V. giustamente, è
un'interpretazione epocale di Aristotele in entrambi i sensi della parola, cioè
una traduzione di questioni che sembravano da tempo superate, mentre in realtà
sono letteralmente alla base della nostra moderna concezione della natura e
della tecnologia. V. lo sottolinea espressamente. Soprattutto per un'analisi
della modernità, il dialogo tra Heidegger e Aristotele offre punti di
riferimento decisivi. Due osservazioni critiche concludono questo lavoro:
l'essenza della tecnologia realizza davvero l'impeto originario del logos
greco? E fino a che punto si può essere d'accordo con il finitismo di Heidegger
secondo cui il tempo forma il logos e non il contrario, come per i greci? V.
suggerisce, unendo in una certa misura entrambe le questioni, che esiste un logos
polivalente che deve essere riconquistato in contrapposizione a un logos
unidimensionale. Non si dovrebbe parlare anche di techne o tecnica!
polivalente? Ma che dire della questione dell'arte? Eros non è forse un grande
demone che sa interpretare? Heidegger in dialogo con Platone? Franco Volpi. Keywords:
dizionario dell’opere filosofico: Lucrezio, Cicerone, Vico, Croce, Gentile… -- multiplicity
of being in Aristotele, Lycaeum, Liceo,
Lizio, univocita dell’essere; equivocità dell’essere, Grice’s aequivocality
thesis, essere univoco, energeia, einheit, sein, als energeia, l’unita
dell’essere come energeia. H. P. Grice, The Grice Papers, Bancroft, MS. Luigi
Speranza, “Grice e Volpi: l’univocita dell’esere” – The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria. Volpi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpicelli:
la ragione conversazionale -- corpi e corpi – maschi fascisti – colossi
fascisti -- la flosofia italiana nel veintenno fascista -- filosofia fascista –
la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia. filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Keywords: corporazione, actions and events, morale
e legale. Filosofo romano.
Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “While Volpicelli does
use ‘spirito,’ he means ‘breath of air,’ since he is ultimately a naturalist,
like I am.” Essential Italian philosopher. Grice: “I read with interest his
“Nature and spirit.” At that time, at Oxford, there was not much of an Oxford
spirit, so it spirited me.” Prende
parte come sotto-tenente alla grande guerra. Si laurea in filosofia sotto GENTILE
(vide). Insegna a Urbino, Pisa, e Roma. Teorico del corporativismo integrale. Direttore
di Nuovi studi e Archivio di studi corporativi. Altri saggi: Natura e spirito; L'educazione
politica dell'Italia; I presupposti scientifici dell'ordinamento corporativo; Corporativismo
e scienza giuridica; La certezza del diritto e la crisi odierna; Dizionario di
Filosofia Franchi, Per una teoria dell'auto-governo,
ESI, Napoli. Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Diritto, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, su Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. La filosofia di V. costituisce un importante e, probabilmente,
ineludibile termine di confronto onde comprendere appieno, sul terreno proprio
del diritto, gli sviluppi più profondi dell'attualismo di GENTILE (si veda) e
le sue possibili conclusioni teoretiche circa la possibilità di ammettere, nel
suo seno, una filosofia del diritto. Il peculiare interesse per i risvolti
speculativi della sua dottrina nella corretta definizione di una
Rechtsphilosophie fanno, infatti, di V, un insostituibile interlocutore. Punto
di partenza della sua riflessione è, per l'appunto, la definizione di una FILOSOFIA
del diritto. La distinzione con una mera SCIENZA del diritto che investe in
primis la speculazione. [Tale problematica viene affrontata, parallelamente,
seppur da un versante più marcatamente economico e sociologico, da SPIRITO (si
veda), con il quale condivide le avventure e, soprattutto, le disavventure di “Nuovi
studi di diritto, economia e politica” che, raccoglie i loro principali saggi
e, in particolare, il loro tentativo di indagare - sulla base dell'insegnamento
di GENTILE - quegli ambiti delle scienze pratiche nei quali il complesso
rapporto con una FILOSOFIA unificatrice
ed escludente come l'attualismo determina l'esigenza di un approfondimento
speculativo particolare. I Nuovi studi, riprendendo la felice sintesi di
Franchi, possono] [teoretica tout court, ma che poi - come si vedrà - finisce
per calarsi perfettamente nella definizione del diritto e nella tipologia di
analisi e studio che concernono l'esperienza giuridica nel suo insieme? Fedele
trascrittore della lezione di GENTILE, V. separa schematicamente i due campi. La FILOSOFIA
è la considerazione integrale e, quindi, reale dei fenomeni singoli come
individuazioni assolute dell'intero universo. Scienza, invece, e una limitazione
operata sull'universale individuo, e, quindi, una considerazione parziale e
astratta della realtà. Se dunque l'UNIVERSALITA
FILOSOFICA si costituisce come determinatezza assoluta, occorre asserire che
l'astrazione e limitazione scientifica non si costituisce fuori o accanto, ma
sul fondamento e nell'ambito della conoscenza
filosofica. Perciò essa è distinta e autonoma, ma entro il circolo
invalicabile della filosofia -- e della storia d’ITALIA. Una storia da pensare,
si badi, sempre e comunque come l'immanente atto del pensiero concreto. La FILOSOFIA,
dunque, non costituisce un Prolog im Himmel, ossia un semplice e grezzo
materiale aggregato di preliminari nozioni scientifiche, ma piuttosto il
sostrato ontologico su cui la scienza può e deve modellare quelle categorie e
quelle nozioni idonee a favorire l'autentica conoscenza di determinati settori
della vita spirituale. Essa, in altre parole, ha il compito di realizzare un
determinato percorso gnoseologico il cui sviluppo non può prescindere dalla
consapevolezza che il processo di unificazione o unità conoscitiva non avviene
per opera della scienza, ma avviene già nella realtà. La scienza deve solo
'attuare', con i suoi termini e i suoi concetti, una realtà che storicamente
già si compie come processo unitario'. Un] [considerarsi come "il
manifesto dell'attualismo applicato alle scienze sociali Franchi, V.. Per una
teoria dell'auto-governo, Napoli. Sul tema pure Losano, Prefazione a Id. cur.,
Kelsen – V. Parlamentarismo, democrazia e corporatirismno, Torino. Sul punto
cfr. Gennaro, Crocianesimo e cultura giuridica, Milano. V., Orlando, in Nuovi
studi di diritto, economia e politica. Sul punto cfr. Riccobono, Intervento, in
La filosofia del diritto IN ITALIA; Alti del Congresso nazionale di filosofia
giuridica e politica, Napoli-Sorrento, Milano, Franchi. La scienza - sentenzia
altrove V. - è, infatti, vero ed effettivo conoscere (cfr. Corporativismo e
scienza del diritto, in Nuovi studi di diritto, economia e politica. Sul
binomio realtà-storia V., nel già citato passaggio chiarisce così: "La
realtà è una, categoricamente una ed omogenea, talché le sue distinzioni -
innegabili e imprescindibili all'esistenza del mondo o, meglio, della realtà
come mondo - non possono essere, e ciò per defini-zione, assolute, eterogenee;
non possono cioè importare una contraddittoria moltiplicazione reale
dell'unità. Le distinzioni sono e debbono essere per definizione omogenee, e
non sostanziali. Ciò val quanto affermare che sono storiche, se è vero che la
storia è il processo di differenziamento dell'uno: sì differenziamento e processo
unitario, e cioe tale da importare l’omogeneita processo unitario il cui
svolgimento, a sua volta, è contrassegnato da una dialettica intesa come «ritmo
della realtà nella sua spirituale natura», ovvero non come essere ma come farsi.
Ciò che V. tenta di raggiungere,
nell'ambito della riflessione giuridica, è la formulazione di un concetto del
diritto che sia capace di incarnare l'intima e l'immediata attuazione
'scientifica' della teoria 'filosofica' dell'identità di individuo e Stato», e,
al tempo stesso, di schivare il pericolo di una «arbitraria traduzione di essa
nei disparati termini empirici della scienza giuridica..Dimensione ontologica
della filosofia, funzione gnoseologica della scienza: sono questi i postulati
da cui occorre muoversi per intraprendere la costruzione tanto di una filosofia
quanto di una scienza del dintto. La realizzazione della prima passa per un
confronto-scontro con CROCE (si veda), più tenue, e con VECCHIO (si veda), più
violento, -- ossia con i due autori che con maggiore vigore si oppongono al
positivismo filosofico di fine secolo, ma da posizioni differenti: idealista
quella crociana, neo-kan-tiana quella del filosofo romano. La formazione della
seconda, viceversa, parte da una revisione critica della dottrina dei due
protagonisti, maestro e allievo, della pubblicistica italiana: Orlando eRomano.
Il problema di fondo che V. intende affrontare è, quindi, quello di ridefinire
la filosofia del diritto come scienza filosofica, ovvero come un'attività che
indaga su un fenomeno particolare dell'esperienza esistenziale, ovvero il diritto.
La particolarità del suo oggetto, seguendo questa impostazione, consentirebbe
la possibilità di essere concepita come scienza, 'filosofica', e quindi
subordinata alla filo-sofia, ovvero a quel processo speculativo che tende alla
universalità. Secondo V., infatti, un difetto ricorrente delle filosofie del
diritto coeve -soprattutto quelle di matrice positivista - era quello di
considerare «le filosofie par-ticolari» - e quindi quella del diritto - come
entità irrelative e intermedie tra la filosofia e la scienza. A causa della
deriva sociologistica e positivistica che conduce ad una «concezione
naturalistico-deterministica della realtà umana e perciò del diritto», la
filosofia del diritto alla fine dell'Ottocento, «non conserva che il] [sostanziale
dei suoi differenziati momenti, senza di che non c'è processo e passaggio ma
statica e irrelata molteplicità naturale (V. CORPORATIVISMO e diritto, V., La
teoria dell'identità di individuo e stato, in Nuovi studi di diritto, economia
e politica. V., Corporativismo e scienza del diritto, V. La teoria del diritto
di CROCE, in Nuovi studi di diritto, economia e politica] [nome. Il nodo
cruciale è, insomma, l'impossibile distinzione tra una filosofia generale ed
una speciale, come appunto si presenterebbe quella del diritto: una filosofia
generale che ammette filosofia speciali non è più in grado di risolvere «sul
suo terreno tutti i problemi della realtà. D'altro canto, una filosofia
speciale che «ap-plica passivamente lo schema e il metodo» di una filosofia
generale perde il suo compito essenziale ovvero «spiegare e necessitare il suo
oggetto. Una riaffermazione di una riflessione intimamente gius-filosofica,
quindi, «è possibile e intrinsecamente giustificabile» laddove si accetti il
presupposto che il diritto sia «una posizione o forma assoluta dello Spirito
stesso. Pertanto, oggetto e ragion d'essere della filosofia del diritto finiscono
per identificarsi con «la determinazione della forma giuridica nel suo
peculiare carattere e nella sua connessione intrinseca con le altre forme
spirituali»"'. Solo in questo modo la filosofia del diritto «non è
distinguibile dalla filosofia», ma nasce e si sviluppa «nell'ambito e nel
sistema di essa» con lo scopo di perseguire due finalità essenziali: da un
lato, in funzione anti-positivista, «considerare il diritto come attività dello
spirito e non come «fatto» o schema»; dall'altro, in funzione anti-naturalista,
«concepire storicamente il diritto come creazione incessante, progressiva ed
organica. All'interno di questo quadro, V. riconosce - in aperto contrasto col formalismo
neo-kantiano - dei meriti anche a Croce: in particolar quello di aver
ricomposto «il dissidio tra la filosofia e la storia, l'universalità e la
concretezza, la categoria e l'esperienza» grazie al superamento del dualismo
«di filosofia generale e filosofia particolari»'. Nonostante ciò, la posizione
crociana va rigettata nel suo complesso per la presenza di insuperabili limiti
speculativi: in particolare, in ambito filosofico-teoretico, la logica dei
distinti; su un piano più specificamente giuridico, invece, la visione della
legge come pseudo-concetto e la sua idea del rapporto tra società e Stato. Procediamo
per gradi. Per V., l'ipotesi di una dialettica tra i distinti è una mera
contraddizione in termini in quanto le distinzioni che accompagnano la V. Recenti
indirizzi italiani di filosofia del diritto, in Nuovi studi di diritto,
economia e politica. Si ripropone, perciò, il problema 'crociano'
"dell'essere o del non essere" della filosofia del diritto come
materia d'insegnamento. A. V., Recenti indirizzi italiani di filosofia del
diritto. V. La teoria del diritto di Croce, L'errore del giusnaturalismo non
consiste nel fatto della sua fissità, nel suo contraddire cioè alla
autorevolezza delle leggi ma nel carattere trascendente di esso, come
presupposto e limite a priori, e, solo conseguentemente, statico e fisso, della
volontà"] [costante e continua formazione dello spirito si rivelano
solamente nel «processo di auto-oggettivazione dell'Io. L'attività dello
spirito, prescindendo dalla sua manifestazione fenomenica, «è solo ed
essenzialmente attività etica»?': per cui l'autoco-scienza - del soggetto
agente - nell'atto stesso in cui costituisce la volontà come tale, ne
costituisce insieme e indistinguibilmente l'assoluto valore etico. Questa
ripresa lineare e rigida della dimensione morale dell'intero processo
spirituale dalla speculazione gentiliana è il presupposto che consente a V. di
attaccare frontalmente l'assurdità della distinzione spirituale tra attività
economica e attività etica, poiché non è possibile concepirsi una differenza
tra volontà universale e volontà individuale, ossia «tra fini che ci appagano
come individui e fini che ci appagano come uomini. Due sono, dunque, le
conseguenze derivanti da tali assunti: in primis, che l'utile «non è quella
forma distinta di attività dello spirito, ma di un semplice, necessario modo di
considerazione della volontà nel suo divenire. In secundis, che «il diritto è
una forma distinta dell'attività dello spirito», che può presentarsi «come economia»,
ma soltanto «in virtù di una distinzione gnoseologica operantesi e risolventesi
nel reale processo di svolgimento dello spirito come eticità. Rispetto dunque
al primo punto, la critica ai 'distinti conduce ad una parziale e vaga
accettazione dell'identità diritto-economia e ad una rapida e sbrigativa
descrizione della relazione tra i vari momenti della praxis: diversamente da
Gentile, e anche da Maggiore, in cui l'approdo alla moralità avviene in maniera
graduale e complessa, in Volpicelli costituisce un dogma non approfondito, ma
assiomaticamente sostenuto. V. La teoria del diritto di Croce. Gentile,
criticando la filosofia crociana dei distinti e, nel contempo, rigettando i
presupposti della dialettica hegeliana, sostiene che la morale investa
"ogni momento della vita dello spirito" in quanto proiezione di
"un dover essere imprescindibile hic et nunc in virtù della libertà GENTILE,
I fondamenti della filosofia del diritto, Firenze. Maggiore, invece, distinguendo,
in un primo tempo, teoria e prassi, colloca la morale al termine del percorso
dialettico di formazione della volontà (sul punto cfr. Maggiore, L'unità del
mondo nel sistema del pensiero, Palermo; in un secondo tempo, poi,
riconsiderando l'esperienza giuridica nel suo insieme, giunge a decretare la
sostanziale identità di diritto e morale (cfr. Id., Il diritto e il suo
processo ideale, V. La teoria del diritto di Croce. Gentile, criticando la
filosofia crociana dei distinti e, nel contempo, rigettando i presupposti della
dialettica hegeliana, sostiene che la morale investa "ogni momento della
vita dello spirito" in quanto proiezione di "un dover essere
imprescindibile hic et nune in virtù della libertà" (cfr. Gentile, I
fondamenti della filosofia del diritto, Firenze. Maggiore, invece,
distin-guendo, in un primo tempo, teoria e prassi, colloca la morale al termine
del percorso dialettico di formazione della volontà (sul punto cfr. Maggiore,
L'unità del mondo nel sistema del pensiero, Palermo; in un secondo tempo, poi,
riconsiderando l'esperienza giuridica nel suo insieme, giunge a decretare la
sostanziale identità di diritto e morale (cfr. Id., Il diritto e il suo
processo ideale, Palermo: un passaggio che segna l'inizio di un lento ma
inesorabile allontanamento dall'attualismo e dall'idealismo tout court che si
compirà negli anni successivi. Più in generale, sull'evoluzione della filosofia
di Maggiore si rimanda a URSO (si veda), L'emersione del giuridico'nella
filosofia di MAGGIORE (si veda): da L'unità del mondo a Il diritto e il suo
processo ideale, in Annali dell'Università degli Studi Suor Benincasa, Napoli. Il
vero problema filosofico-giuridico, del resto, è rappresentato dal rapporto tra
volontà e legge. Contro l'impostazione di Croce, che la vedeva semplicemente
come uno pseudo-concetto della sfera pratica, V. considera la legge «regola
imperativa» che costituisce la base di «un momento sui generis e irriducibile
dello spirito pratico»?. Essa, perciò, «non è una costruzione arbitraria»,
bensì «l'immanente proiezione astrattiva e generalizzante della concreta
volontà e ad una prima lettura la legge appare, perciò, come l'oggetto in cui
la volontà si pone ed è reale, nel momento in cui la voluntas se ne stacca,
diviene lo schema ideale dell'agire; seguendo tale ragionamento, si può
correttamente ritenere che «la sua dissoluzione è la condizione perché l'atto
volitivo sorga e si effettui,? H. P. Grice: Actions and events – action in the realm of ends – I may
have said to have payed Smith the money if my intention was to do it, not if I
did it. Il diritto, allora, non può non
identificarsi con la legge, cioè con il voluto «nella sua astrattezza e
rigidezza di posizione innanzi e contro al volere. Mentre la volontà etica pone
e risolve la legge nella sua libera ed intima creatività, la volontà giuridica
è quella in cui «la legge è esterna però co-attiva. Ecco il motivo per cui il
diritto assume la coattività e l'esteriorità come elementi - gnoseologicamente
- distinti dall'etica. Infine, V. intravede e contesta nella filosofia di CROCE
una lettura machiavellica della politica: concepita come la forma individuale o
utilitaria dell'attività pratica dello spirito, essa si apre all'idea che la
filosofia politica non ha più per oggetto lo stato e quindi la sintesi di
autorità e libertà, molteplicità e unità del valore. V., La teoria del diritto
di Croce, V., La teoria del diritto di Croce. V. considera essenziale separare
l'ambito gnoseologico da quello fenomenologico e deontologico: in particolare,
nel criticare le conclusioni che Vanni prospetta ne Il problema della filosofia
del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita - ovvero l'idea che la
filosofia costituisca un grado intermedio del conoscere mentre la scienza una
mera filosofia applicata - sostiene che "il problema gnoseologico include
quello fenomenologico, e questo esclude o sopprime il deon-tologico V., Indirizzi
italiani di filosofia del diritto. Questo approccio ricorda la distinzione
gentiliana tra la categoria in sé, ossia "concetto universale, o eterno
momento della vita dello spirito" (cfr. G. Gentile, Teoria generale dello
spirito come atto puro, Firenze), e la categoria considerata come
"contenuto di un certo atto conoscitivo ID., I fondamenti della filosofia
del diritto).V., La filosofia della politica di Croce, in Nuovi studi di
diritto, economia e politica, V. La teoria del diritto di Croce. V., La teoria
del diritto di Croce. V. considera essenziale separare l'ambito gnoseologico da
quello fenomenologico e deontologico: in particolare, nel criticare le
conclusioni che Vanni prospetta ne Il problema della filosofia del diritto
nella filosofia, nella scienza e nella vita - ovvero l'idea che la filosofia
costituisca un grado intermedio del conoscere mentre la scienza una mera
filosofia applicata - sostiene che "il problema gnoseologico include
quello fenomenologico, e questo esclude o sopprime il deon-tologico" (cfr.
A. V., Recenti indirizzi italiani di filosofia del diritto) . Questo approccio
ricorda la distinzione gentiliana tra la categoria in sé, ossia "concetto
universale, o eterno momento della vita dello spirito" (cfr. Gentile,
Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze), e la categoria
considerata come "contenuto di un certo atto conoscitivo" (cfr. ID.,
I fondamenti della filosofia del diritto. Volpicelli, La filosofia della
politica di Croce, in Nuovi studi di diritto, economia e politica/ Logica e
storia: l'attualismo giuridico di V. V. riconosce al formalismo giuridico di
ispirazione neo-kantiana un importante merito ma, di contro, attribuisce ad
esso un altrettanto decisiva responsa-bilità: il suo pregio consisterebbe
nell'aver riaffermato «l'identità e l'universalità del diritto», il suo difetto
nello essersi arrestato a un concetto astratto e antistorico della categoria
del diritto. Il formalismo critico, in altre parole, riaffermando l'apriorità e
categoricità del diritto, rivendicava legittimità ed autonomia della rispettiva
indagine filosofica. Un'autonomia che, in V., va sempre però concepita entro il
perimetro della filosofia generale e mai al di fuori e all'esterno di essa.
L'insuperabile limite del criticismo, allora, appare quello di inseguire
un'illusione, ossia di poter sostenere l'autonomia dottrinale di quella
particolare filosofia contro i congiunti ostacoli della filosofia generale e
della giurisprudenza. E arriviamo, così, all'analisi del maggiore e più
influente esponente del CRITICISMO ITALIANO, ovvero Vecchio. V. contesta due
aspetti fondamentali della sua teoresi: la distinzione tra concetto e idea del
diritto - che ripropone, sotto mentite spoglie, quella tra una giurisprudenza
che studia il diritto particolare e la filosofia che studia il diritto
universale; la riproposizione, consequenziale, dei tre compiti (gnoseologico,
fenomenologico, deontologico) del diritto. V., La teoria del diritto di Croce.V.,
nel ritenere che la filosofia del diritto come una parte della FILOSOFIA nasce
con Thomasius, interpreta la sua distinzione tra DIRITTO e MORALE
[philosophical jurist] ome specchio della distinzione tra diritto NATURALE e
diritto NON-NATURALE (Grice) o positivo (cfr. V., Indirizzi italiani di
filosofia del diritto). V., La teoria del diritto di Croce. Per comprendere
meglio la prospettiva volpicelliana, è interessante la lettura dell'opera di PETRONE
(si veda). Sebbene consideri la sua filosofia come unico sforzo compiuto dal
filosofismo accademico italiano per costruire una filosofia del diritto su
fondamenti speculativi, in essa traspare nitidamente il fatto che l'apriori
critico diviene una statica e trascendente idea innata e, di conseguenza, la
realtà fenomenica come una bruta empiria avente fuori di sé il suo principio
(cfr. Id., Indirizzi italiani di filosofia del diritto. Pertanto, nel suo
idealismo critico permane, in fondo, tenace la concezione positivistica. Quando
ci riferiamo criticismo ITALIANO, come sostiene nella sua ricostruzione
storico-filosofica TABARONI (si veda), possiamo individuare tre filosofi per
antonomasia, ovvero PETRONE (si veda), RAVÀ (i veda), e, per l'appunto,
Vecchio; in merito cfr. Tabaroni, La terza via critica. Della gius-filosofia IN
ITALIA, Napoli. Una problematica, questa, che viene approfondita da altri filosofi,
tra i quali certamente spicca CAMMARATA (si veda). Si ricordi, a riguardo,
soprattutto il contributo a una critica gnoscologica della giurisprudenza, in
cui emerge, come scrive Serra, la necessità di ridare legittimità alla
filosofia del diritto rifiutando l'elisione idealistica della realtà del
diritto (cfr. Serra, Cammarata: la critica gnoseologica della giurispru-denza,
Napoli. V. Indirizzi italiani di filosofia del diritto. In primo luogo, egli
ritiene che la fenomenologia del diritto coincide con la storia stessa del
concetto di diritto. Tra lo svolgimento dell'idea-diritto e la trasformazione
del concetto-diritto non vi è, dunque, alcun dualismo ma piuttosto una
sostanziale identità. Un'identità che consente a V. di accentuare
quell'avvicinamento tra forma e contenuto del diritto, già riconoscibile
nell'opera gentiliana e già intrapreso da MAGGIORE (si veda), che, pur
riprendendo nozioni critiche, le plasma e le adatta all'interno della sua
speculazione a consolidamento e sostegno della posizione attualista. La forma,
per V., è sempre forma viva, ossia concreta, processuale e differenziantesi:
una forma che, così intesa, può essere perfino definita come il contenuto
medesimo nella sua spiritualità. Una forma che non può mai identificarsi con la
vuota e indifferente nozione, di derivazione critiche, dell'universale logico.
Da qui, la seconda fondamentale critica a VECCHIO (si veda), ossia la sua fatua
distinzione tra essere e conoscere. Il fenomeno giuridico, infatti, va
concepito, secondo tale lettura, come un qualcosa che non cade fuori dall'atto
che la produce – il performativo o operativo nella legge scozese --, ma
piuttosto come una realtà in cui si individua, e cioè si converte e rifonde
senza residuo, l'universale attività concepente [costitutiva]. La riconduzione
dell'elemento fenomenico nell'ambito formativo del processo spirituale
determina, altresì, l'identificazione della conoscenza con il VALORE
(l’assiologia di H. P. Grice), o meglio, dell'attività conoscitiva con quella
valutativa. Lungi dall'accogliere la separazione weberiana tra giudizio di
fatto e giudizio di valore, V. perviene al rifiuto dell'altra importante
dicotomia nella filosofia delvecchiana, ossia quella tra idea logica e idea
valutativa, da cui derivano rispettivamente il giudizio storico-positivo e il
giudizio deontologico-razionale. Per l'allievo di Gentile, conoscere è,
indistinguibilmente, e in sé medesimo, VALUTARE perché ogni valutazione avviene
sempre in re, e non extra o post rem, e pertanto è possibile e giustificabile
solo nell'atto. Un concetto di diritto che non è nulla di diverso e distinto
dalle sue manifestazioni, ma è proprio, assolutamente, quest'ultima. Il critico
attualista è quello che apre all'identità hegeliana di reale e razionale
attraverso il ribaltamento del rapporto tra soggetto e oggetto e la negazione
della pre-esistenza della realtà al pensiero. Una tale conquista - osserva
Franchi - che capovolge il tradizionale rapporto tra il pensiero e l'essere, si
sarebbe però arrestata, secondo V., con il riconoscimento di un dato che
trascende il pensiero, cioè la materia, a cui il pensiero si limita a dare una
forma, e che avrebbe obbligato al CRITICO a introdurre nel suo sistema il
concetto di noumeno, elemento non conoscibile dall'intelletto, a fondamento
della stessa realtà naturale (cfr. Franchi, V.). V., Indirizzi italiani di
filosofia del diritto, Studi di diritto, economia e politica] conoscitivo, e
non fuori o dopo di esso. Il valore, dunque, finisce per identificarsi con
l'essere in maniera ancora più netta rispetto al fenomeno, essendo non altro
che la stessa formale ed infinita creatività dello spirito: un'identificazione
garantita dai suoi caratteri essenziali, ovvero l'autoposizione e l'infinità. Il
valore così definito svolge, all'interno della ricostruzione volpicelliana,
un'ultima importantissima funzione, ossia quella di offrire un ulteriore e
decisivo argomento contro ogni visione giusnaturalista. Non potendo, infatti,
rinunciare alla sua spirituale natura e immanenza, alla sua indole interiore e
cosciente e alla sua inesauribile dialettica, il valore, applicato al diritto,
trasforma questo in una peculiare espressione concreta della coscienza umana,
specificamente quella dell'essere doveroso e continuo: un diritto che è sempre
giusto. Alla luce di ciò, appare assolutamente INUTILE ipotizzare un diritto NATURALE
a priori, eterno, immutabile – H. P. Grice: “Stevenson always used ‘mean’ in
its natural usage in scare quotes!” --, espressione d’un ideale astratto sempre
esterno alla realtà. Il giusnaturalismo, in ogni sua formulazione, svela sempre
il suo carattere filosoficamente falso per questa sua incapacità di essere
immanente e procedurale all'interno della realtà dello spirito: idealità e
realtà, in definitiva, non si traducono mai in un dualismo, bensì si rapportano
sempre nell'alveo di un processo dialettico. Passando sul versante del diritto,
V. legge con interesse critico tanto l'opera d’Orlando quanto quella di Romano.
Il confronto con entrambi scaturisce dall'interesse per lo stato, in particolar
modo per la sua definizione e la sua funzione nell'ambito dell'esperienza
giuridica. In sintesi, pur condividendo sensibilità e fini che la scienza del
diritto pubblico mostra e per-segue, Volpicelli individua nella dottrina dei
due giuristi siciliani degli elementi critici da cui occorre allontanarsi
apertamente: in Orlando ravvisa il pericolo di una scissione tra diritto e
legge con la subordinazione del primo nei confronti della seconda; in Santi
Romano, invece, la riduzione dello Stato a species del genus diritto rappresenta
un presupposto incauto da cui potrebbe derivare una frammentazione
dell'universo giuridico e un abbandono del processo unitario che, viceversa, lo
con-trassegna.Ciò che, invero, preoccupa maggiormente Volpicelli sul piano
della scientia juris è quella che egli indica come «la tendenza più generale e
caratteristica della giurisprudenza, ossia quella di determinare e porre alla
base delle sue costruzioni il puro concetto di fatto giuridico; un concetto, in
altre parole, valido. Questa interiorità dell'atto conoscitivo,
sorprendentemente, viene trovata da V. come Grice nel regno dei fini di Kant
stesso, laddove il conoscere, formandosi secondo le forme funzionali
dell'auto-coscienza costituisce "già per ipotesi il nostro conoscere. V., Indirizzi
italiani di filosofia del diritto una volta per sempre e per tutti i possibili
fatti»'. E necessario, perciò, una forte contrapposizione a questo formalismo
che, come «mostro insaziabile», divora e annulla la scienza «nell'assurda
pretesa di rendere quanto più rigorosi e universali gli schemi
scientifici»52.Per V. la scienza, in generale, «non astrae dalla realtà», ma
piuttosto «in funzione» di essa. In questo senso, la logica - che è in capo a
qualsiasi concezione epistemologica - e la storia - che è l'incessante motore
della realtà ideale - determinano due verità che non possono non coincidere. La
logica, infatti, in quanto «immanente forma della realtà storica», non può mai
scindersi dalla cosa in sé, dalla concretezza dello spirito, ma fondersi sempre
con essa 4Ma la scienza non può 'spiegare sé stessa, dal momento che la sua
intima ragione può essere definita soltanto dal di fuori, ovvero dalla
speculazione filosofica, «nes-suna scienza può scientificamente dimostrare i
suoi presupposti» e quindi «la scienza giuridica non può pretendere di spiegare
giuridicamente il diritto»55. La genesi e i fondamenti del diritto «trascendono
la competenza e la stera della scienza giuridica» perché essi hanno una vera e
genuina natura META-GIURIDICA – cf. Grice BOOTSTRAP: do not turn your
meta-language stronger than your object-language or you’ll end up having to
pull yourself up by your own bootstraps]. La scienza giuridica è «distinta ed
autonoma nella politica o nella storia, ma non dalla politica e dalla storia.
Il grande torto di Orlando, come si vedrà, sarà quello di aver cercato di
rendere la scienza giuridica autonoma dalla politica, ovvero dalla storia, e
perciò di affrancarla dalla filosofia. V., in verità, apprezza di Orlando la
posizione antirazionalista e antigiu-snaturalista, nonché l'aver fondato una
scienza del diritto capace di cogliere organicamente quei principia juris che
costituiscono «le premesse storico-ideali informatrici delle istituzioni
giuridiche positive»8. Inoltre, egli sottolinea positivamente V., Romano, Diritto,
economia e politica, V., Orlando, Diritto, economia e politica. VITTORIO
EMANUELE ORLANDO V., in verità, apprezza di Orlando la posizione
antirazionalista e antigiu-snaturalista, nonché l'aver fondato una scienza del
diritto capace di cogliere organicamente quei principia juris che costituiscono
«le premesse storico-ideali informatrici delle istituzioni giuridiche
positive»58. Inoltre, egli sottolinea positivamente V., Romano, in Studi di
diritto, economia e politica. V., Orlando, in Nuovi studi di diritto, economia
e politica. V,, Orlando, Studi di diritto, economia e politica. In verità, come
osserva Pietro Costa, in questa riconosciuta affinità con l'impostazione
orlandiana, si può riscontrare quel più generale consenso verso "quella
pregiudiziale antropologica (di ispirazione anti-individualistica e
organicistica) che collega Volpicelli non solo ad Orlando, ma all'intera
tradizione giuspubblicistica" (cfr. COSTA (si veda), Lo stato immaginario.
Metafore e paradigmi della cultura giuridica ITALIANA, Milano] [l'atteggiamento
dichiaratamente critico del giurista palermitano nei confronti sia del
contrattualismo, sia del giusnaturalismo"".Ciò che, invece,
rappresenta - come detto - uno strappo che determina il rigetto della visione
orlandiana nel suo insieme è la distinzione, di matrice storicista, tra legge e
diritto". Una distinzione che riproporrebbe - in altro modo - il dualismo
tra diritto positivo e diritto naturale, laddove si affermi che «il diritto
positivo o vigente (legge) dichiara e impone l'antecedente, genuino ed autonomo
diritto so-ciale»61.In ciò non può non ravvisarsi, secondo l'interpretazione
volpicelliana, uno sdoppiamento che è matrice e, a un tempo, figlia della
medesima scissione tra Stato e società, già individuata e criticata - da
Gentile e Maggiore - nell'hegeliana dialettica tra bürgerliche Gesellschafte
Staaf2. Uno Stato che rimane mero titolare della legge con la quale riconosce e
sanziona un diritto che non nasce in esso e con esso, ma in una società che
precede sempre la sua formazione. Ma la società, secondo Vol-picelli, «non crea
il diritto, se non in quanto Stato», assumendo in tale veste il ruolo di
società politica 3.Il nesso tra diritto e politica, allora, costituisce il vero
nodo da sciogliere, il terreno su cui è possibile porre le solide fondamenta
della scienza giuridica, delineandone definitivamente caratteristiche e
confini. Diritto e politica rappresentano l'astratto e il concreto del processo
ideale che accompagna e contrassegna perpetuamente l'ente Stato. Se, perciò, il
diritto può essere pensato come «l'obiettivazione astratta» del «concreto
essere e operare» della politica, le scienze impegnate a studiare e definire i
rispettivi oggetti sono agevolmente identificabili: la scienza del [ Orlando,
infatti, da un lato considera il diritto come "una creazione spontanea,
incessante ed organica della società", dall'altro sia allontana da tutte
quelle dottrine che "ponevano a centro e a soggetto del mondo giuridico il
puro individuo come immediatamente dotato di naturali diritti" (cfr.A. V.,
Orlando.V. scorge in questa separazione un retaggio diretto della scuola
storica del diritto. Una corrente a cui viene riconosciuto un duplice merito:
"contro il contrattualismo, riafferma l'apriorità e originarietà della
società come fonte e principio del diritto; contro il giusnaturalismo, la
storicità e positività di quest'ultimo" (cfr. ibidem). E, infine,
"l'avversione costante e irriducibile di quella scuola alle codificazioni,
che pretende di arrestare il corso storico" e alle riforme imposte "da
una ragione arbitraria perché meta-storica. Ciò che, al contrario, valuta come
un limite è la negazione dello Stato come fuoco incessante della società: una
società descritta come "una realtà piena e perfetta prima e fuori dello
Stato" e quindi una realtà "immediatamente statuale e giuridica"
(cfr. A. V., Orlando. V., Orlando. Il confronto di gentile con la filosofia
hegeliana si traduce in un più complessivo abbandono dello schema triadico
della sua dialettica e nell'adozione di un processo di auto-sintesi che si
regge sulla continua contrapposizione tra 'concreto' ed 'astratto'; sul punto
soprattutto Gentile, La riforma confronto di Gentile con la filosofia di Hegel si
traduce in un più complessivo abbandono dello schema triadico della sua
dialettica e nell'adozione di un processo di auto-sintesi che si regge sulla
continua contrapposizione tra 'concreto' ed 'astratto'; sul punto soprattutto Gentile,
La riforma della dialettica hegeliana, Firenze. La critica di Maggiore ad
Hegel, invece, si sviluppa organicamente, seguendo per grandi linee la lettura
gentiliana, in Maggiore, Hegel, Milano. [diritto ha il compito di analizzare lo
Stato «ipostatizzandolo e irrigidendolo, considerandolo sempre come «obiettivo
e statico ordinamento istituzionale», la scienza politica ha viceversa la
funzione di approcciare alla realtà statuale nel suo divenire concreto, ovvero nel
suo interno rapporto con la progressiva e piena volontàumana. In sintesi,
diritto e politica - e con essi le relative scienze - sono senza dubbio
distinti, ma non del tutto separati perché «non rispondono affatto a due
concezioni opposte della realtà», ma piuttosto «poggiano su un fondamento
ideale comune», lo Stato, di cui incarnano l'astratto e il concreto. L'approccio
orlandiano, in questo senso, viene certamente 'salvato', dal momento che
l'analisi e il valore degli istituti pubblici «nella loro giuridica realtà»
costituiscono il fine della scienza giuridica: un fine che, tuttavia, non si
persegue correttamente se questi si staccano dal processo storico in cui si
enucleano. Proprio qui, infatti, affiorerebbe il secondo e decisivo limite
della ricerca di Orlando, ossia il tentativo impossibile «di accogliere e
conciliare in un più comprensivo sistema i motivi parimente essenziali, ma
inadeguati ed erronei nella loro unilateralità, delle due scuole di diritto
pubblico»: la scuola francese, che continua a dare forma alle premesse
politico-ideologiche della rivoluzione, e la scuola 'tedesca', che al contrario
«avvia e apre a sostanziali sviluppi l'assolutismo tradizionale Se, dunque, il
legame con la scuola storica lo conduce all'inaccettabile divaricazione tra
legge e diritto (rectius: società e Stato), l'attenzione al modello francofono
lo porta, viceversa, verso un imprudente abbandono proprio della dimensione
storica (rectius: politica) della realtà giuridica in quanto realtà
statuale"8. La vera 'colpa' di Orlando, dunque, sarebbe quella di non aver
realizzato la sintesi tra le due teorie, ovvero di non aver costruito una
scienza giuridica capace, a un tempo, di affermare «l'autonomia e l'assoluta
sovranità dello Stato», nonché «l'esigenza dello stato giuridico e della
libertà civile. Il suo vero fallimento è determinato dal vano sforzo di
conciliare la necessità delle prerogative sovrane della realtà statuale con
l'esigenza [. Sul rapporto tra diritto e politica, come suggerisce Stolzi, V. -
insieme a SPIRITO (si veda) con il quale condivide fino in fondo le avventure e
le disavventure dei Nuovi studi, rivendica la netta supremazia del momento
politico su quello giuridico, ossia "la necessità che la politica
diventasse l'effettivo motore dello stesso diritto" (cfr. I. Stolzi, Il
fascismo totalitario: il contributo della riflessione idealistica, in Historia
et ius, historiaetius.eu)). V., Orlando. In verità, rileva Sandulli, le
molteplici ascendenze culturali che caratterizzano la formazione della dottrina
orlandiana, possono essere ricondotte "ad un ceppo comune culturale"
rappresentato dalla "scuola storica di Savigny", dal quale poi si
distanzia per seguire "gli indirizzi dei più rilevanti approdi della coeva
giuspubblicistica tedesca", ovvero Gerber, Laband, e, infine, soprattutto
Jellinek (cfr. Sandulli, Costruire lo Stato. La scienza del diritto
amministrativo in Italia Milano. Orlando
di riconoscimento della libertà politica ad ogni individuo. Volpicelli risolve
questa, per lui, intollerabile giustapposizione orlandiana con la 'sintesi' dei
due elementi, sovranità statuale e libertà politica, nella nozione di libertà
civile che, andando a coincidere con l'autolimitazione statale, si realizza in
«un congruo e determinatosistema di norme giuridiche. La libertà civile, intesa
in senso volpicelliano, se traslata nel rapporto tra i singoli, può costituire
i presupposti della libertà giuridica, cioè di quella libertà «insita e
definita nello stesso diritto» che deriva «in modo indiretto, subordinato e
contingente dal diritto posto» e che trova «nella empirica formulazione di
legge il suo fondamento e i suoi limiti. Mentre, quindi, l'attributo civile
sembra connotare più propriamente i rapporti tra individuo e Stato, quella
giuridica pare riferirsi in maniera più manifesta alle relazioni
intersoggettive: due formulazioni della libertà che, da un lato, avallano una
differenziazione tra ius - in quanto materializzazione dello [ Ibidem. Il
problema dell'auto-limitazione dello Stato spinge Volpicelli ad un naturale
accostamento teoretico tra la dottrina Orlando e quella di Jellinek che
costituisce, per il giurista romano, l'occasione per un ulteriore chiarimento
concettuale. Se la dottrina di Jellinek ha il merito di mirare all’organica
coesistenza di sovranità e libertà, sulla limitazione del potere sovrano V. esprime
chiaramente la sua posizione differenziandola dalla teoria dei diritti
pubblici. Il problema dell'auto-limitazione dello stato italiano spinge V. ad
un naturale accostamento teoretico tra la dottrina d’Orlando e quella di
Jellinek che costituisce, per il giurista romano, l'occasione per un ulteriore
chiarimento concettuale. Se la dottrina di Jellinek ha il merito di mirare all’organica
coesistenza di sovranità e libertà, sulla limitazione del potere sovrano V. esprime
chiaramente la sua posizione differenziandola dalla teoria dei diritti pubblici
soggettivi. Secondo quest'ultima, infatti, la limitazione giuridica del sovrano
vuol dir soltanto relazione giuridica di esso col suddito -- relazione
insidente nell'atto stesso onde lo stato italiano legifera o pone il proprio
comando nella forma di legge V., Orlando (si veda). In V., dunque, è la legge
medesima a contenere in sé il senso del limite. Essa, infatti, non è mai e solo
un uni-laterale comando al suddito, ma è sempre un comando a se stesso, ossia
un continuo organizzarsi e procedere giuridicamente. Del resto, se FILOSOFICAMENTE
– MORALMENTE – CONCETTUALMENTE -- filosoficamente stato italiano e italiano si
identificano, in ambito giuridico LEGALE NON MORALE la teoria dei diritti
pubblici soggettivi non è accettabile perché presuppone l'auto-poiesi dello stato
italiano, che si astrattizza nella fictio iuris della “persona,” non
ontolgoica, ma meramente giuridica. Una fictio che poi s’sdoppia attraverso il
riconoscimento della persona giuridica del cittadino italiano. La teoria dei
diritti pubblici soggettivi presuppone la relazione tra due soggetti onto-logicamente
diversi. L’attualismo filosofico, invece, li considera come i momenti distinti
di un'unica sostanza. Il legame sovrano-suddito, stato-italiano/italiano è
sempre interno e mai esterno – Esterna puo essere l’implicatura – H. L. A. Hart
on Austin, the legal philosopher. Perciò, su un piano filosofico speculativo è
inaccettabile. Da un punto di vista della giurisprudenza, nel senso astratto
datogli da V., puo anche essere accettata, quanto meno nei suoi presupposti se
non in tutte le sue conclusioni. Rispetto ad ORLANDO (si veda), dunque, V. cerca
una sorta d’interpretazione attualisticamente orientata dell'opera di Jellinek
e della dottrina dell'auto-limitazione. Uno Jellinek il cui merito è quello d’essere
partito dal puro atto legislativo UT SIC [Grice, DEEMING A DOG A CAT], senza
pretesa alcuna di assegnare e imporre allo stato italiano un determinato e
MITICO atto legislativo iniziale, evitando così lo sdoppiamento tra sovranità e
popolo. Legiferare è limitarsi. Pertanto, lo stato italiano legislatore e lo stato
italiano giuridico non sono, in somma, DUE stati italiani – STATI NON SUNT
MULTIPLICANDA PRAETER NECESSITATEM -- o incluso PARTI [cf. Grice, THE POWER
STRUCTURE] staccate ed eterogenee d’un unico stato italiano- una originaria e
sottratta al diritto (auto-cratica, illimitata, assoluta) e l'altra postuma,
derivata e vincolata da esso, bensì i due momenti ideali e inscindibili d’un unico
stato italiano nel suo processo storico di posizione e costituzione di sé. Lo stato
italiano legislatore, in definitiva, è continuamente e inscindibilmente un
sempre nuovo determinato stato italiano giuridico, cosicché la legge è l'atto
che garantisce il continuo processo di produzione della giuridicità,Stato - e
lex - in quanto astrazione individuale dello spirito, fugando però il rischio
della scissione perpetrata d’ORLANDO (si veda), in cui rimane impossibile
conciliare la statualità del diritto con la sua pre-esistenza allo stato
italiano. In definitiva, attraverso tale duplice articolazione, V. finisce,
volente o nolente, per assecondare, tramite il diritto, quella indispensabile
identità gentiliana (GENTILE (si veda) di libertà e autorità: sovranità. Il
percolo di una separazione tra stato italiano e società, già paventatosi in ORLANDO
(si veda), trova, secondo V., con l'affermarsi dell'istituzionalismo romaniano
– ROMANO (si veda) --, un'ulteriore fonte di minaccia, ma anche un'apprezzabile
opportunità di sviluppo. Per far sì che la società sia l'immanente sostanza
dello stato italiano e che quest'ultimo si trasformi nella co-estensiva e
interiore organizzazione autorevole della societas medesima, occorre che il
diritto PUBBLICO, lungi dal ridursi alla figura del rapporto politico
tradizionale a-topicamente concepito, incominci a svolgersi e articolarsi in un
compatto sistema d'istituzioni attraverso cui circoli tutta la vita sociale. In
questo senso, V. può ben richiamarsi a [L'ordinamento giuridico, nel sostenere
che il diritto non è norma o regola estrinseca di rapporti atomistici, bensì
una compatta organizzazione sociale in cui le norme e i rapporti rientrano come
particolari e subordinati momenti. Ma, soprattutto, la realtà giuridica è una
organizzazione, in virtù della quale la società si articola e costituisce in un
ente unitario ed autonomo rispetto ai vari elementi che lo compongono. In
sostanza, in tale lettura si accetta, come fondamento incontestabile,
l'inscindibile connubio tra IVS e societas. Un connubio che trova la sua
primigenia unità nell'individuum. V., ORLANDO (si veda). Sul rapporto tra
individuo e Stato inV. cfr. Gennaro, Crocianesimo – CROCE (si veda) e cultura
giuridica. Cfr. GENTILE (si veda), I fondamenti della filosofia del diritto.
Sul rapporto tra autorità e libertà in GENTILE (si veda), tra le possibili
letture cfr. Barbuto, Nichilismo e stato italiano totalitario, Napoli. V., ROMANO
(si veda). Per V. la norma è una linea divisoria tra le azioni umane, una
connessione tra ordinamento giuridico e realtà umana openstarts.units. V.,
Orlando. Sul rapporto tra individuo e Stato inV. Gennaro, Crocianesimo e
cultura giuridica. Gentile, I fondamenti della filosofia del diritto. Sul
rapporto tra autorità e libertà in Gentile, tra le possibili letture cfr.
Barbuto, Nichilismo e Stato totalitario, Napoli. V., Romano. Per V. la norma è
una linea divisoria tra le azioni umane, una connessione tra ordinamento
giuridico e realtà umana che costituisce un limite oggettivo con "due FACCE
(Face to face) assolutamente congrue. Cfr. V., Romano (continuo e fine), in Studi
di diritto, economia e politica. Più in generale, l'attenzione per le teorie
romaniane è un tratto comune a molti teorici appartenenti alla scuola
gentiliana o comunque in qualche modo aderenti o vicini alla filosofia
attualista. Oltre a V., come ricorda Stolzi, anche MAGGIORE (si veda) e PANUNZIO
(si veda) riconobbero a Romano il merito di aver sollevato la questione della
identità profonda del fenomeno giuridico e di aver chiarito come tale identità
non puo in alcun modo esser ricavata dalla mera superficie normativa, dal
semplice sistema del diritto POSITIVO (Stolzi, L'ordine CORPORATIVO: poteri
organizzati e organizzazione del potere nella riflessione giuridica dell'Italia
FASCISTA, Milano).V., Romano] [medesimo. La società e il diritto, nel senso più
genuino e completo, sono, infatti, presenti già nell'individuo isolato [IDIO di
H. P. Grice – IDIO-LETTO – MEANING WITHOUT AN ADDRESSEE], il quale, malgrado
rimane chiuso della sua vita interiore, in quanto espressione della
soggettività concreta dello spirito, costituisce un solido e articolato sistema
di VOLIZIONI e mezzi di vita, di poteri e istituti, di garanzie e di norme, di
facoltà e obblighi, e quindi una forma di redenzione essenziale di sé con sé,
motivo per il quale va considerato, senza ombra di dubbio, come una società – o
POPOLAZIONE come preferisce C. A. B. Peacocke -- formalmente piena e perfetta. Tuttavia,
ciò che rimane estraneo all'ortodosso attualismo volpicelliano è l'idea di un
diritto oltre lo stato italiano. Il diritto, infatti, è l'obiettivazione
positiva della volontà dello stato italiano, ossia l'organizzazione statica e
obiettiva in cui, di momento in momento, si configura e conchiude il vivente
processo politico dello stato italiano. Esso è certamente organizzazione - come
sostiene Romano - ma soltanto quella che si incarna nella forma, ma soprattutto
nella sostanza, dello stato italiano. Inoltre, è la sua presupposta mutevolezza
a fornire quella solida e irrinunciabile garanzia di adeguamento continuo
all'azione dello stato italiano e, di conseguenza, della società tout court. In
definitiva, se, da un lato, viene accolta favorevolmente, in funzione
anti-formalista e anti-normativista la nozione del diritto come istituzione,
dall'altro non è possibile sostenere la conseguente visione pluralista,
derivante - per il vero - da una lettura accentuatamente progressista e
innovatrice del saggio di Romano. L'istituzione, in ultima analisi, secondo V.,
non può che essere lo stato italiano, ossia il soggetto che, per affrancarsi
definitivamente dalla sua ipostatizzazione,V., del resto, legge in chiave assai
personale anche la crisi dello stato italiano.Nella sua ottica, il superamento
dello statualismo rappresenta il passaggio dalla concezione normativa, e quindi
individualistica e privatistica, a quella istituzionale e pubblicistica del
diritto, ovvero dalla concezione atomistica e formalistica a quella
socialitaria ed ORGANICA dello stato italiano (V., Romano (continuo e fine)). In
realtà, la teoria di Romano anda letta come un tentativo di conservazione attraverso
l'adozione di un modello organicistico e anti-individualistico, dello
statualismo. Uno statualismo che, tuttavia, dove definitivamente accantonare le
forme giuridiche. In tal senso, come scrive CASSESE (si veda), la visione di
Romano rappresenta il contrario del pluralismo (Cassese, Lo stato italiano,
stupenda creazione del diritto italiano, e vero principio e vita, Rivista di
diritto pubblico, in Quaderni fiorentini, Milano. Pertanto, seguendo le parole
di CATANIA (si veda), si può ulteriormente concludere che Romano elabora una
concezione giuridica che, lungi dal riflettere e comunque lungi dal mettere in
evidenza anche la possibilità di una lettura conflittuale della società,
giuridifica la realtà stessa, in questo senso la formalizza, in questo senso
depotenzia il conflittualismo perché in qualche modo la visione giuridica,
nella sua struttura ordinamentale ed organizzatoria, tende ad esaltare tutti i
momenti in cui appunto l'azione sociale si mostra fondativa e corroborativa
dell'organizzazione stessa, senza che minimamente si formulino ipotesi sulla
reale composizione e sul reale scontro delle organizzazioni sociali irrompenti
sulla scena storico-politica (cfr. CATANIA (si veda), Formalismo e realismo nel
pensiero di Romano, Teoria e filosofia del diritto. Temi, problemi, figure,
Torino. Sull'interpretazione della dottrina romaniana, ancora cfr. SANSULLI (si
veda), COSTRUIRE LO STATO – cf. Grice, LOGICAL CONSTRUCTION. [cideve assumere
l'attributo dell'organizzazione. L'addivenire ad una qualsiasi teoria della
pluralità degl’ordinamenti giuridici rappresenta il LOGICO corollario di una
concezione formalistica del diritto e, a un tempo, la negazione flagrante della
istituzionalità del diritto. Il diritto, in altre parole, è istituzione
solamente se e perché il mondo dei rapporti giuridici si origina, si sviluppa e
si conserva come una compatta unità. Ciò che, dunque, finisce sotto la lente
critica volpicelliana è l'ipotesi di una elaborazione dottrinaria, da parte
della giurisprdenza, di una teoria che consideri il diritto o l'istituzionVT
SIC, nella sua purità e generalità, e che risponde così, in maniera fatua ma
pericolosa, al più tormentoso ed insistente problema della giuspubblicistica,
ovvero quello di legare o subordinare lo stato italiano al diritto. Un'operazione
considerata vanamente astuta perché, passando da una surrettizia e apparente
identificazione tra stato italiano e ordinamento, si traduce in
un'inaccettabile riduzione del primo termine a species del genus istituzione,
come il linguaggio, il dizionario, ecc. SINGER. Nel rigettare contestualmente
l'identità stato-diritto e l'assorbimento dell'ordinamento statuale nella più
ampia nozione di istituzione, V. ravvede il verificarsi di una FALLACIA
ANALOGIA A QUELLA NATURALISTA dennunciata da Moore. Sebbene, infatti, lo
statualismo è-, storicamente e filosoficamente, antitetico al GIUS-NATURALISMO perché
dà al diritto una'fonte' immanente e positiva, ovvero un istituto, esso finisce
per cadere nella stessa fallacia, ossia di subordinare al diritto lo stato
italiano, che da tale subordinazione trade la propria esistenza e
legittimazione giuridica. L'unica legittima identificazione, su un piano
filosofico, di stato italiano e diritto è quella che vede il secondo come
l'incessante organizzazione obiettiva del concreto processo politico, laddove politico
corrisponde con ETICO – cf. Grice on the priority of LEGAL RIGHT OVER MORAL
RIGHT. Questa familiare dialettica tra oggetto (diritto) e soggetto (stato
italiano), tra astratto e concreto, che trova ampio riscontro nella filosofia
di Gentile, in V. viene ulteriormente sviluppata attraverso l'approccio al tema
del diritto inter-nazionale – tra, ad essempio, lo stato italiano e lo stato
tedesco. Se lo stato italiano è, dunque, quella concreta realtà politica che
pone e riforma e vivifica incessantemente se stesso come entità o istituzione
giuridica, si pone il problema di definire, in maniera coerente con le premesse
dell'attualismo filosofico, l'ordinamento fra Italia e la GERMANIA, ovvero
rifiutando qualsiasi soluzione dualistica e, a maggior ragione, pluralistica. V.
affronta la questione sostenendo che l'ordinamento fra l’ITALIA e LA GERMANIA,
no una corporazione, trascende e comprende bensì il singolo STATO ITALIANO come
soggetto giuridico -- rectius: i singoli ordinamenti giuridici statuali -- ma
mai e in nessun modo LO STATO ITALIANO come soggetto politico in quanto centro vitali,
costruttore e riformatore. V., Romano] [dell'organizzazione
giuridica tra due stati – ITALIA-GERMANIA. Solo in questo senso l'ordinamento tra
due stati – ITALIA/GERMANIA può delinearsi come unica istituzione o
organizzazione giuridica all'interno della quale sussistano molteplici
relazioni giuridiche che sono appunto d’ordine intra-istituzionale. Ecco,
allora, svelata la ragione del mantenimento della nozione di istituzione in un
sistema rigidamente identitario e monistico come quello implicitamente o
esplicitamente avallato dalla filosofia attuale. Lo stato italiano si
identifica col diritto astrattamente, ma non concretamente. Sia nel rapporto
interno, sia nel rapporto esterno, il processo identitario a cui V.
continuamente fa ricorso concerne l'analisi giuridica (e quindi giusplubblicistica),
non quella POLITICA, e quindi filosofica. Lo stato italiano, come realtà
concreta e agente, crea sempre il diritto con cui, nell'atto creativo, va a
identificarsi. Una cosa è, pertanto, lo stato FASCISTA italiano politicamente, o
meglio, ETICAMENTE, inteso; un'altra lo stato italiano nella sua obiettivazione
giuridica. Alla natura distintamente ontologica o NOUMENICA del primo,
corrisponde - rimanendone ineluttabilmente separata ed estranea – la mera natura
fenomenica e contingentemente storica del secondo. V. Urso, V. -- Arnaldo
Volpicelli. Volpicelli. Keywords: natura, spirito, corpi e corpi, corporazione.
H. P. Grice Papers, Bancroft. Luigi Speranza, “Grice e Volpicelli: il
naturalismo,” Luigi Speranza: Grice e Volpicelli: natura e naturalismo” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Volpicelli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Voltaggio—FILOSOFIA
SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola, la scienza della fantasia di Vico -- la
ragione conversazionale del ‘vel’: p v ~p – fondamenti della logica – la scuola
di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – filosofia siciliana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Palermo). Keywords: Vico. Filosofo palermitano.
Filosofo siciliano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I
enjoyed “What Leibniz actually said and not just implicated.” “Voltaggio also clarified Husserl to me.” Filosofo italiano. Si laurea a Roma sotto ANTONI. Insegna
a Roma, Mogadiscio e Macerata. Cappo ridattore di Sapere, collabora con Il
manifesto, Lettera, di cui è socio fondatore, Apeiron, Janus, e Medical. Consulente
di Sigma Tau di Roma e dell'istituto psico-nanalitico per le ricerche sociali,
membro del seminario di filosofia di Senigallia. Altri saggi: Fondamenti di
logica, Milano, Comunità; La funzione critica, Roma; Che cosa ha veramente
detto Leibniz, Roma, Ubaldini; Scienza, Milano, Comunità; I filosofi e la
storia, Milano, Principato; L'arte della guarigione, Torino, Bollati; Il
filosofo nel bosco, Roma, Di Renzo; Scienza filosofica, Roma, Laterza; Italia mediterranea:
I flussi migratori nelle principali città rivierasche, Roma, Edup; Antigone
tradita: una contraddizione: libertà e STATO nazionale Roma, Internazionali; Il
paradosso dell'infinito, Milano, Feltrinelli; Epistemologia e politica della
ricerca, Roma, Armando; L'evoluzione di un evoluzionista, Roma, Armando; La conoscenza
inespressa, Roma, Armando -- ‘a bit like my ‘tacit knowledge’ – Grice. --; L'ora
della socio-biologia, Roma, Armando; L'arte della ricerca scientifica, Roma,
Armando; Il potere: processi e strutture: un'analisi dall'interno, Roma, Armando;
Progresso e razionalita della scienza, Radnitzky, Andersson, Armando, Roma); Verene:
“VICO: La Scienza della fantasia” Armando, Roma; L'intelligenza scientifica:
un'indagine sull'immaginazione creatrice dello scienziato; Roma, Armando; Filosofi
per la pace, Roma, Riuniti; Galeno: Trattato sulla bile nera, Torino, Aragno. Voltaggio.
Keywords: Vico, “la scienza della fantasia” fundamenti della logica –
fundamenti della logica di voltaggio – veramente detto Vico – veramente
impiegato Vico --. Refs.: Luigi
Speranza, “Voltaggio: what Leibniz implicated, as explicated by Grice.” H. P. Grice, “Voltaggio,” BANC MSS 90/135 c. Luigi
Speranza, “Grice e Voltaggio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vopisco: La ragione conversazionale all’orto di
Roma– filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Roma). Keywords: il giardino. L’orto. Filosofo
italiano. L’Orto. Patron of STAZIO (si veda). Grice: “When I say ‘Garden’ I
mean: ‘filosofo che segue la dottrina dell’Orto” – i. e. Marius, the Epicurean!
The category of
‘patron’ is more or less publicly unknown in Oxonian philosophy. The term is
applied to what the stereotypical patron was applied, as when we say ‘Mecenas’
without meaning ‘Mecenas.’ Inglobati
nel parco di Villa Gregoriana sono i resti di una antica villa romana. Essendo
consoli a Roma Quinto Ninio Asta e V., dal genitore di V. e infatti edificata a
Tivoli una villa di cui il STAZIO (si veda) ci dà conferma nelle sue “Sylvae.”
Questa lussuosa villa e tanto spaziosa che si estende dall'attuale ingresso di
Villa Gregoriana fino all'ex albergo Sirene. Le fonti antiche infatti ci dicono
che la dimora e abbastanza articolata ed estesa. Il terreno e attraversato da
un canale di acqua, proveniente dal vicino Aniene, che la divide in due parti:
una era posta all'interno di Villa Gregoriana mentre l'altra e situata appunto
vicino all'ex hotel Sirene. La scelta del luogo ove edificarla e influenzata
dal fatto che qui si estende il bosco sacro di Tiburno, qui c'e la grotta della
Sibilla, qui si ergevano i templi magnifici ed imponenti dell'acropoli. Dagli
studi compiuti alcuni sostengono però che la villa Vopisco non sarebbe stata
costituita da due ma da tre aree, attraversate dai canali Stipa e Chiavicone o
V. i quali sono una specie di valvola di sfogo quando l'Aniene e in piena.
Stipa dà luogo alla cascata del Bernini, dal Bernini che ri-struttura il canale
di origine romana. STAZIO (si veda), nella sua opera, Sylvae, considera
un'attrattiva della villa V. il fatto di essere fornita di acqua potabile
dall'Acqua Marcia. Interessante a tal proposito è la fistola trovata in piombo.
Nella villa infatti, nel corso delle esplorazioni, è stato rintracciato un
acquedotto così come è documentata la presenza di una piscina utilizzata per
l'allevamento ittico. Attualmente della villa rimangono solo 13 ambienti aperti
e finalizzati ad essere delle sostruzioni su cui poggiare le varie parti edili
della villa sovrastante. L'idea dell'architetto e che essi, guardandoli,
dessero l'impressione di trovarsi davanti a delle grotte naturali e per questo
motivo dove e possibile si lascia intatto il terreno roccioso. Tuttavia si
suppone, basandoci sulla testimonianza di fonti, che la dimora e costituita da
vari padiglioni isolati. Non è semplice oggi però la lettura di ciò che resta
del complesso anche se Canina tenta di ricostruire come la villa doveva essere.
Publio Manlio Vopisco. Keywords: la villa del filosofo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Vopisco”. Vopisco.


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