Luigi Speranza -- Grice e Camilla: la
ragione conversazionale e l'literae Humaniores – in literabus humanioris -- dell’huomo
– opp. Lit. div. – scuola di Genova – filosofia gnovese – filosofia ligure -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo
genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice: “You
gotta love Camilla; I mean, if his name were not Camilla, I would call him
Grice: he philosophised on all that I’m into: mainly ‘uomo’ (since he was an
ancient Italian, he used the mute ‘h’ (dell’huomo’): his anima, the concetti
dell’animma that he ‘dichara’ in il suo palare – la bellezza is without equal
--.” De'
misterii e maravigliose cause della compositione del mondo Giovanni Camilla
(scritto anche Camilli o Camillo) (Genova), filosofo. Opere Giovanni Camilla, De' misterii e
maravigliose cause della compositione del mondo, In Vinegia, Gabriele Giolito
de Ferrari, 1564. Note Camilla, Giovanni
CERL cnp Filosofia Matematica Matematica
Categorie: Medici italianiFilosofi italiani ProfessoreXVI Genova. Ma che dirassi
parlar del della lingua e diverso parlare cosi pronunciato distintamente,
beneficio de i denti e delle labra, il quale cosi bene DICHIARA I CONCETTI
DELL’ANIMA? CAM. Pensate che se piu l'huomo andasse considerando le cose maravigliose
del divino, tanto piu se gli infiammerebbe l'animo di riconoscerne altre e
contemplarne, e quanto piu sta involto e privo delle scienze e cognitione di
tai cose tanto manco ne prende maraviglia, e se ne in fiamma. Liv. Avanza,
l'uomo tutti gl’altri animali di sottigliezza di sangue, di memoria, bellezza
di corpo, e larghezza di spalle. cresce sino a XXII anni. Hora che veggiamo al
trissino da piccioli atti e quasi instrutti benissiino in diverse scienze oarti,
è cosa manifesta. Onde quel Mercurio gran filosofo Mercurio Trimegisto chiama
l'huomo Tremigi - un grande miracolo. Oltre poi, che con l'intelletto sto.
intende, capisce e discorre sopra ogni cosa, e chiamato un picciol mondo; e
tantage, cosi bella dignità di eso ON Elle 80 E. =.. 0. cica. la conoscevano
benissimo quegli ans huomo viene tutta dall'anima. E questo ui basti qudra to
alla dichiaratione di quelle cose, che sono chiamate naturali, veniamo hora
alle Mathematiche. CAM; Se io debbia hauere queſto a caro, laſciolo confiderda
re a uoi: essendo, che tai ragionamenti sopra tante ecoſi belle coſe, miſaranno
aſſai facile uia ad intendea re poi eſſe scienze. -- diverso parlare cosi
pronunciato distintamente beneficio de i denti e della labra, il quale cosi
benedichiara i concetti dell'anima? AVO PRIMO, OVERO Proemio. a carte; Della
virtù; Dell'amicitia; Dell'amore; Del Cielo e delle Stelle; De gl’elementi; Di
quelle cose che fi generano nell'aere; Dell'anima; Dell'anima dell'huomo; Delle
Piante; De gli animali sensitiui, e prima di quelli, che non hanno ſangue; Di
quelli Animali, che hanno sangue primieramente de pesci; De gli uccelli; De gl’animali
quadrupedi; Dell’uomo; Della Arithmetica, e fue parti; Della Muſica; Della
Geometria, e ſue parti; Della Coſmografia; Dell'arte del nauigare, e de'
precetti, chi fi debbono ofleruare a intender quella; Della fPerſpectiua, et inſiemedella
Symetria dell'uomo; Dell'Aſtronomia; Della Metafisica. DELLA PERSPESTTIVA, ET insieme
della Simetria dell'huomo; Sole pche Holl Utre, Duit 3 bel A PERSPETTIVA dunque,
Perspetti - stando nel mezo della Geometria 4a,. Aſtronomia, proua neceſſaridal
incnte molte coſe, che in eſſe ſi ri = * trouano. Onde che'l Sole illumini pru
dela metà della terra, e che lucendo non ſi poſſa illumini no ueder le stelle,
lo proua il Perſpettivo: dicendo,'piu della che ogni corpo luminoſosferico
illumina una piu pica metà della ciola sfera piu dela metà. Nella Geometria
etiandio queſto è manifefto, come nell'arte di rileuo, ſecondo*; ſi vedono in
Romaalcủne statue, con tanto artificio store fatte, che quantunque una ſia piu
grande dell'altra, @unapoſta in alto, l'altra a baſſo, paiono nondia 1: meno
tutte diunamedeſima groſſezza e grandezza. Effetti del la perſpect e cio come
ſi faccid', diſſe il Perſpettiuo', la comprena tiua, en fione della quantità
della coſa urſibile proceder dalla din comprenſione della piramideralioſa, e
dalla compaa ratione dellabafi alla quantità dell'angulo,o alla lun= ghezza
della diſtanza. Perla medeſima hanno detto gli Aſtrologile stelle effer corpi sferici'e
tondi: pera cioche daejja uien- lor"detto i corpi sferici da lunge ofind
pri parere piani; l'eſempio ſia di uno ouo: oltre di ciò Le ſtelle le stelle
nell'Orizonte apparere piu grandi, etiano, a ell'Ori dio l'iſteſſo Orizonte
alla terra contingente, e piu: zones apo lontano di qual ſi uoglia altro punto
aßegnato nel ciez iori, per lo. L'iſteſſo fàil naturale, il quale afferma, che
l'oca chio non baſterebbe a comprender la grandezza delle coſe,s'eglinon fuſſe
tondo. et etiandio ſenza luce 1. non uederſi niente. Per queſta ſi ſono
ritrouati gli fpecchi: imperoche il raggio dell'occhio cadente pera
pendicularmenteſopra delloſpecchio, ritorna adietro, e coſi fa, che l'imagine
èueduta. Si danno ancora le cagioni, perche nella piu parte de gli ſpecchiſi
ueda stig als t'imagine dalla banda dilà di ello ſpecchio, &in alcue ni
dinanzi: o oltre di ciò coſi diſcoſta e lontana dallo specchio, quanto é
l'occhio lontano da eſo, e di molte altre. si sà ancora la diuerſa
compofitioneloro, coa me de' tondi, concaui, colonnari, piramidalize triana
Pianeri og ifcintilla. gulari. Laſcioper hora, chela reuerberatione de nocome
raggi faccia le stelle fille ſcintillare: imperoche i pia = le ftefle
fiłnetinon ſcintillano. Proua ultimamente, perche nela l'acqua le coſe paiano
piu grandi, e fuori dal ſuo luos Perche le coſepaia. 80;imperochenon ſipuò
diſcernere e giudicare la no mag. grandezza di una coſa per raggio rotto: e per
ciò le giori nel ſtelle nell'orizonte appaiono piu uicine a noi, che nel
l'acqua. Meridiano. Si danno inſieme congnitioni di Iride, e molte altre; la
enumeratione delle quali troppo longa ſarebbe a dirle. CAM. Veramente tutte le
ſcienze ſono di talforte tra loro ordinate, che’n loro a punto ſi uede fe. COM
Iron chat lan ED fi uede una ciclopedia. Liv. Tal dunque è la pera ſpettiua, la
cui conſideratione e di raggio retto, rea feffo, erotto. nella quale non ui
marauigliate che ſi ueggiano coſi eccellenti e buoni Scultori: eſſendo che
scultura ciò ſiuedafacilmente nella Chimica,Ectypoſi, Celaa parci d tura,
Plaſtica, Proplaſtica, Paradigmatica, Tomia fa. ca., Colaptica, le quali
ſonotutte parti della Scultuz ra, o hanno della ſua cognitione bisogno. Hora di
queſte non voglio io parlare, eccetto ſe a voi pareſſe della simetria
dell'huomo; dcció da eſſa comprendiate ogn’hora piu le marauiglioſe opere di
Dio. Cam. Queſto miſarebbe di grandißimo contento, è maßime che per la
intelligenza loro ſi potrebbono etiandio conſiderar le parti de gli animali
ſenza ragione.Liv. Queſta miſura dunque, la quale Simetria chiamiamo, Simetria
duenga che'n tutte le coſe create da Dio ſia maraui: dell'huog glioſa, è però
di marauiglia e stupore grandißimo mo. nell'huomo. imperoche miſurate tutte le
parti effatta = mente, dalle quali è compoſto, iui non ſi uede altro, che ogni
coſa piena di harmonia e perfettißima in tuta ti i numeri. E perciò hanno
diuiſo il corpo dell'huomo in noue parti, le quali tutte ſi prendonodalla
faccid;. hauendola coſi poſta diſopra Iddio grandißimo,aca ciò tutte le altre
pigliaſſero la miſura da eſſa, come contenuta da tutto il corpo noue uolte:
s'intende però queſto degli huominifatti, e non de' fanciulli, i quaa li non
ſono eccetto quattro. La proportion poi de membri tra loroquanta fia, è coſa di
grande contemplatione. Quanto é dalle ciglia ſino alla fine del nära ſo, tanto
dal mento fino alla gola quanto dal labro di fopra ſino alla punta del naſo,
tanto é la larghezza del naſo di ſotto, è la concauità de gl'occhi, quanto
dalla cima del fronte fino alle ciglia, tanto ſino alla punta del naſo, o
etiandio fino al mento. Hora che tanto ſia la faccia, quant'è la mano, e dalle
congiunz ture di eſa fi ueggiano le proportioninella faccia,¿ coſa aſſai ben
chiara. Della larghezza, che ne dires di eſſo al naſo, tanto la larghezza della
bocca, quanto la longhezza del naſo, tanto é la larghezza delle anche, quanto
ſono due faccie inſieme. L'altezza poi, cioè quello, che uolge e circonda
all'intorno, e mard uigliosa. uolge la teſta, e in quella parte del fronte tre
faccie, il petto cinque, il uentre, paſſato però l'ombilico, quattro. Laſcio
ultimamente, che con tenga l'huomo la figura circolare, e quadrata, e che da
eſſo ſia cauata la proportione e miſura di far caſei, Fabriche Rocche, Caſtelli,
e Chieſe. Hauete hora viſto la dir moſtrate uifione del corpo del'huomo, quanto
ſia artificioſa, e dalla fime. tria del di quanta armonia e contemplatione. E
di qui conſie l'huomo. deriate qual Geometria,qual Muſico debbia eſſer l'aua
tore e fattore di tutto queſto, CA M. Veramente da tutte le coſe da D1o create
ſiamobenißimoinſegnati uiuer bene: imperoche hauendo ogni noſtra parte del
corpo con tal proportione diſpoſta, e fatta, ci mom che 3 stra, 1 C,. stra, che
ordiniamo i coſtuminoſtri; acciò in ſi bel corpo poſſa eſſere una bella anima.
Liv. E queſto ulbaſti in queſti ragionamenti, et andiamo alla Aſtro. nomia. Cam. Come a uoi pare. His “Enthusiasm” has a brief section on ‘parlare
humano’, parabolize – wondering how men can ‘express’ the ‘conceptions’ of
their ‘souls’ – via this ‘parlare’ – also philosophised on symmetry, which is
like K. O. Apel’s reciprocity. Literae humaniores, nicknamed classics, is
an undergraduate course focused on classics (Ancient Rome, Latin, and philosophy)
at Oxford. The name means literally "more human literature" and is in
contrast to the other main field of study when the Oxford began, i.e. res
divinae, or literae divine, “Lit. div.”. “Lit. Hum.” is concerned with *human*
learning; “Lit. div.” with learning treating of the divine. “Lit. Hum.”
originally encompassed mathematics and natural sciences as well. It is an
archetypal humanities course. Oxford's classics course, also known as
greats, is divided into two parts, lasting V terms and VII terms respectively,
the whole lasting IV years in total, which is one year more than most arts
degrees. The course of studies leads to a B. A. Lit. Hum. degree.
Throughout, there is a strong emphasis on first-hand study of primary sources
in Latin. In the first part -- honour moderations, “mods” – the pupil
concentrates on Latin; in the second part the pupil must choose VIII essays from
philosophy. The teaching style consists of a weekly tutorial in each of the two
main subjects chosen, supplemented by this or that lecture. The main teaching
mechanism is the weekly essay -- one on each of the two main chosen subjects,
to be read out at a 1-to-1 tutorial. This affords the pupil plenty of practice
at writing a short, clear, and well-researched essay. The emphasis is on the
study of an original text in Latin, assessed by gobbet, a short commentary on
an assigned primary source. In a typical ‘text’ essay, the pupil must comment
on an paragraph in Latin selected by the examiner -- from the set books. Marks
are awarded for recognising the context and the significance of the paragraph. The
course of moderation, – the exam
conducted by a moderator) runs for the initial V terms of the course. The aim
is for the pupil to develop an ability to read in Latin. Virgil is compulsory.
Other paragraphs are chosen from a given list. There are also unseen
translations from Latin, and compulsory translation into prose. The tutorial
fellow in philosophy is free to concentrate on teaching philosophy, not Latin.
The mods examination has a reputation as something of an ordeal.XII three-hour essays
across seven consecutive days. Pupils for Lit. Hum. mods face a much larger
number of exams than undergraduates reading for any other degrees at Oxford sit
for their mods, prelims or even, in many cases, finals. A pupil who
successfully passes his mods may then go on to study the full greats course in his
remaining VII terms. The traditional greats course consists of philosophy. The
philosophy includes Plato and Aristotle, and also modern philosophy, both logic
and ethics, with a critical reading of standard texts -- from Plato's Republic
and Aristotle's Nicomachean Ethics to more modern philosophers, such as Kant. The
regulations governing the combinations of essays are moderately simple. The
pupil must take at least four essays based on the study of ancient texts in the
original Latin. It is compulsory also to offer essays in unprepared translation
from Latin; these essays counted "below the line" — the pupil is
required to pass them, but they do not otherwise affect the overall class of
the degree. G. E. M. Anscombe, British analytic philosopher H. H. Asquith,
former Prime Minister of the United Kingdom J. L. Austin, philosopher of
language A. J. Ayer, British analytic philosopher Isaiah Berlin, historian of
ideas, Oxonian professor George Curzon, 1st Marquess Curzon of Kedleston,
Viceroy of India and Foreign Secretary Emma Dench, British ancient historian,
McLean Professor of Ancient and Modern History at Harvard University Peter
Geach, British analytic philosopher John Murray Gibbon, Canadian writer Barbara
Hammond, English social historian, first woman to take a double first R. M.
Hare, English moral philosopher, Oxonian professor H. L. A. Hart, British legal
philosopher Denis Healey, Labour politician Gerard Manley Hopkins, English poet
Alfred Edward Housman, English classical scholar and poet (failed in finals)
Boris Johnson, Prime Minister of the United Kingdom Knox, Catholic priest,
theologian, writer and apologist Anthony Leggett, theoretical physicist and
winner of Nobel Prize in Physics C. S. Lewis, novelist, poet, academic,
medievalist, literary critic, essayist, lay theologian, and Christian apologist
Harold Macmillan, Prime Minister of the United Kingdom, read mods (Latin and
Greek), the first half of the four-year Oxford greats course, at Balliol from
1912 to 1914, interrupted by service in the First World War Reginald Maudling,
Conservative politician Iris Murdoch DBE, novelist and philosopher Charles Prestwich
Scott, editor of the Manchester Guardian daily newspaper (now The Guardian)
Peter Snow CBE, British television and radio presenter, historian Reginald
Edward Stubbs, British colonial governor Ronald Syme, New Zealand-born
historian and classicist Oscar Wilde, Irish writer and poet, attained a double
first Bernard Williams, British moral philosopher, attained a double first with
formal congratulations in the second part Emily Wilson, British classicist,
first woman to publish a translation of Homer's Odyssey into English. N. T.
Wright, British Anglican bishop and academic Yang Xianyi, translator of Dream
of the Red Chamber into English See also Edit History
portal University of Oxford portal Philosophy, politics and economics
Quadrivium Trivium References: Standen, Naomi. "HIS 1023 Encounters: What
is a gobbet?" artsweb.bham.ac.uk. Retrieved 14 July 2018. External links
Edit Brown, Peter (2003). "Tempora mutantur". Oxford Today.. Cook.
Latin types. The Guardian. "The Classics Faculty at Oxford". The Philosophy
Faculty at Oxford". RELATED
ARTICLES Classics -- Study of the culture of (mainly) ancient Greece and
Ancient Rome; Honour Moderatons; Classical Tripos -- Degree course at the
University of Cambridge. Nome compiuto: Giovanni Camillo.
Giovanni Camilli. Giovanni Camilla. Keywords: dell’huomo. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Camilla,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Camillo – scuola di Portogruaro – filosofia veneziana –
filosofia veneta – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Portogruaro).
Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Portogruaro, Venezia,
Veneto. Giulio Camillo. Giulio Camillo Delminio.
Giulio Camillo detto Delminio, m. Milano. è stato un umanista e filosofo
italiano. Letterato, erudito e insegnante, è famoso per il suo trattato
sull'imitazione nell'arte e per il vagheggiato progetto utopistico del Teatro
della Memoria o Teatro della Sapienza, edificio ligneo costruito secondo il
modello vitruviano in cui avrebbe dovuto essere archiviato, tramite un sistema
di associazioni mnemoniche per immagini, l'intero scibile umano, un progetto
culturale precursore delle moderne enciclopedie. Le fonti sulla sua vita
sono due biografie scritte da Altan e Liruti. È possibile che il suo nome
di battesimo fosse, in realtà, Bernardino, mentre Giulio Camillo sarebbe uno
pseudonimo di sapore latineggiante, adottato secondo il costume degli umanisti
dell'epoca. Studia a Padova e si dedica quindi all'insegnamento di
eloquenza e logica. Fonda con altri, a Pordenone, l'Accademia Liviana. Trasferitosi
a Venezia, conobbe tra gli altri Pietro Bembo, Pietro Aretino e Tiziano, e
strinse amicizia con Erasmo da Rotterdam, che lo ricorda nella sua opera
Dialogus Ciceronianus, attribuendogli eccellenti doti di oratore. Si trova
a Udine, quale maestro d'umanità. Qui tenta di ottenere l'officio di cancelliere
della comunità. Dedicatosi allo studio della lingua ebraica e delle
lingue orientali, della cabala, del pitagorismo e della filosofia neo-platonica
dell’ACCADEMIA, in occasione di un viaggio a Roma, ha probabilmente occasione
di confrontarsi con il cardinale Egidio da Viterbo, uno dei massimi cabalisti
cristiani. Il Teatro della memoria Lo stesso argomento in
dettaglio: Teatro della Memoria. C. anda sviluppando l'idea di rappresentare la
conoscenza come un teatro dove, a differenza del teatro tradizionale, in cui lo
spettatore si siede in platea e lo spettacolo si svolge sul palco, egli stesso
si trova al centro del palco e lo spettacolo gli si dispiega intorno. Dal
palco, infatti, si dipartivano sette gradini, ognuno dei quali era
contrassegnato con una diversa immagine (Primo grado, Convivio, Antro, Gorgoni,
Pasifae, Prometeo) e ciascuno era suddiviso in sette parti, corrispondenti ai
sette pianeti (Luna, Mercurio, Marte, Giove, Sole, Saturno, Venere). Ognuna
delle quarantanove intersezioni che risultavano è contrassegnata da un'altra
immagine mnemonica desunta dalla mitologia, immagine come simboli, che
rappresentava una parte dello scibile umano. In pratica, il suo Teatro era un
edificio della memoria, rappresentante l'ordine della verità eterna e i diversi
stadi della creazione, un'enciclopedia del sapere e insieme l'immagine del
cosmo. In questo progetto si avvertono la tensione tipicamente rinascimentale
verso il sapere universale e la conoscenza del creato, nonché gli influssi
della filosofia ermetica e cabalistica iniziata da Pico della Mirandola.
Il trattato sull'Idea del Theatro C. espone le sue teorie nel trattato Idea del
Theatro (Venezia) e nell'apologetico Discorso di C. in materia del suo theatro
(dedicato a Trifone Gabriel). Queste trovarono un sostenitore e mecenate nel
sovrano francese Francesco I, che il Delminio incontrò a Milano. È comunque
improbabile che un prototipo di tale teatro sia stato veramente costruito. La
sua figura non convenzionale e le sue idee particolarissime gli attirarono
l'ammirazione di molti ma anche l'ostilità di altri, ed egli venne definito sia
un genio sia un ciarlatano. La sua stessa persona era circondata da un alone di
mistero, e anche la morte avvenne in circostanze poco chiare. Opere
Discorso in materia del suo Theatro; Lettera del rivolgimento dell'huomo a Dio;
La Idea del Theatro; Trattato delle materie; Trattato dell’Imitatione; Due
orationi; Rime, et lettere diverse; La Topica, overo dell’Elocutione; Discorso
sopra l'Idee d’Hermogene; La grammatica; Espositione sopra'l primo et secondo
Sonetto del Petrarca. Yates, L'arte della memoria, Einaudi, Stabile, C., Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, C.,
L'idea del theatro con L'idea dell'eloquenza, il De Transmutatione e altri
testi inediti, a cura di Lina Bolzoni, Adelphi, Milano Corrado Bologna, El
teatro de la Mente. De Giulio Camillo a Aby Warburg, Siruela, Madrid, Turello,
Anima artificiale. Il teatro magico di C., Aviani, Voci correlate Anfiteatro
della Memoria. C. Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Bindo Chiurlo, C., Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Giulio Camillo Delminio, in
Dizionario biografico dei friulani. Nuovo Liruti online, Istituto Pio Paschini
per la storia della Chiesa in Friuli. Modifica su Wikidata Opere di Giulio
Camillo Delminio, su Liber Liber. Opere di C. (altra versione), su MLOL,
Horizons Unlimited. Opere di C. Open Library, Internet Archive. Opere
riguardanti Giulio Camillo Delminio, su Open Library, Internet Archive. C., su
Goodreads. Frammento di orazione italiana in lode delle scienze in APUG
Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana Dell'imitazione
Archiviato il 27 agosto 2006 in Internet Archive., trattato sull'imitazione
nell'arte di Giulio Camillo detto Delminio Franco Pignatti, L'imitazione e la
retorica in Giulio Camillo, da Italica.RAI.it Floriana Calitti, Giulio Camillo Delminio,
L'idea del teatro, da Italica.RAI.it (IT, EN) Giulio Camillo e il Teatro della
Memoria da INFN.it Testo de L'idea del Theatro, su fluido.tv. Giulio Camillo
Delminio. Un'avventura intellettuale nel '500 europeo, su delminio.info. URL
consultato il 2 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 17 maggio 2014).
Portale Biografie Portale Filosofia Portale Letteratura
Categorie: Umanisti italiani Filosofi italiani Nati a Portogruaro Morti a
Milano [altre]. Nome compiuto: Giulio Camillo. Camillo. Keywords: implicatura,
chiave universale, deutero-esperanto, memoria ed identita personale. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Camillo,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Cammarata:
all’isola – FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del giusto – giussum giustum – giure – iure – giudico –
giudicare -- la giustizia – scuola di Catania – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grce, The Swimming-Pool
Library (Catania).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Caania,
Sicilia. Grice: “You gotta love Cammarata; for one, like Austin, he goes by
initials, and indeed like me, A. E. – he is the Italian Hart – he thinks
legality comes first, justice second – and he is possibly right – his example
is Oreste’s murder and the institution of justice in Athens – However, that’s
because of his Magna Grecia background – Speranza tells me that at Rome, things
are different, since it’s all Brutus and the beginning of the republic – ‘il
ratto di Lucrezia,’ as he puts it.” -- Fu uno dei più conosciuti rettori
dell'Trieste per la difesa della quale ricevette la medaglia d'oro della
Cultura e dell'Arte, mentre all'Ateneo fu conferita nel 1962 la medaglia d'oro
al valor civile. Biografia Nel corso
della sua carriera insegnò filosofia del diritto e altre materie giuridiche
nelle Messina, Macerata, Trieste, Napoli e Roma. Allievo di Giovanni Gentile,
aderì all'idealismo immanentista. Gli scritti principali di filosofia del
diritto sono inseriti, in massima parte, in Formalismo e sapere giuridico,
Giuffrè 1963. Buona parte degli scritti riguardanti invece la "questione
di Trieste" sono pubblicati in Fra la teoria del diritto e la questione di
TriesteScritti inediti e rari, Eut, Trieste. Fu anche un notevole fotografo,
come documentano le due mostre (Trieste Gorizia ) a lui dedicate. Cammarata, Angelo Ermanno, in Dizionario di
filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Opere di Angelo Ermanno Cammarata,. Filosofia
Università Università Filosofo Avvocati
italiani Insegnanti italiani Professore Catania RomaFilosofi del diritto. Il
secondo giorno sostenne tutto il contrario; onde gridano all'immoralità,
all’audacia e alla sfacciataggine del filosofo, che non si vergognò di difendere
contraddizione si anorme. Anche non tenendo conto che, se si applicasse questo
criterio, tutta la filosofia dei accademici sarebbe un' immoralità, perchè il
loro metodo e di difendere in ogni quistione le soluziori opposte. Idue
discorsi (tesi ed antitesi, positio e contra-positio, posizione e
contra-posizione), tenuti in giorni successivi, abbiano un'unità perfetta (la
sintesi, o com-posizione) e si propongano il medesimo fine: mostrare la falsità
della dottrina della tesi di Diogene intorno al giurato; e siccome costoro in
questa parte della filosofia, molto più che in altre, sono dipendenti da
Platone e da Aristotele, bisogna prendere le mosse da questi. Leggiamo in
Lattanzio. Carneades autem, ut Aristotelem refelleret ac Platonem, justitiae patronos,
prima illa disputatione collegit ea omnia, quae pro justitia dicebantur, ut
posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades, quoniam erant infirma, quæ a
philosophis adserebantur, sumsit audaciam refellendi, quia refelli posse
intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al trove. Nec immerito extitit
Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui refelleret istorum (Platone e
Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ fundamentum stabile non habebat,
everteret, non quia vituperandam esse iustitiam sentiebat, sed ut illos
defensores eius ostenderet nihil certi, nihil firmi de iustitia disputare
(Epit. 55, 5-8). Di qui è evidente che la prima orazione non era che un
esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione, un'esposizione
delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare nel
vegnente giorno (Cic., de rep.); confutazione, la quale non aveva per iscopo di
vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o almeno la
loro teoria dommatica – il domma.Non è la virtù stoica, che Carneade demole, ma
il sapere. Su questo si dovrà tornare più innanzi. E caso a noi pervennero
frammenti solamente della seconda orazione. Questa sola offriva una filosofia
nuova, dava una scossa inaspettata e forte all'intelligenza dei romani. Perciò
eam disputationem, qua iustitia evertitur, apud Ciceronem L. Furius recordatur
(Lattanzio, Instit. dio.). E noi ora possiamo tentare di ricostruire questo
singolare di scorso nelle sue linee generali. Per Carneade, non esiste una
giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se esso esistesse
le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste, buone o
cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le fredde, le
dolci e le amare. Invece chi conosce il mondo e la storia, sa che regna una
grandissima diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini tra
il popolo romano e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al
Trastevere, da tempo a tempo. I cretesi e gli etoli reputano cosa onesta il
brigantaggio. I Lacedemoni dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano
toccare col giavellotto. Gli Ateniesi solevano annunciare pubblicamente che
loro apparteneva ogni terra che producesse olive e biade. I barbari galli
stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento col lavoro, invece che colle
armi. I romani vietano ai Transalpini la coltivazione dell'ulivo e della vite,
per impedire la concorrenza ai loro prodotti e dar a questi un valore più
elevato. Gli semitici egiziani, che hanno una storia di moltissimi secoli,
adorano come divinità il bue e belve di ogni genere. I semitici Persiani,
disprezzano gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i tempii, persuasi essere cosa
illecita che gli dei, i quali hanno per abitazione tutto il mondo, fossero
rinchiusi tra pareti. Filippo il Macedone idea e Alessandro manda ad esecuzione
la guerra contro i greci per punire quei numi. I Tauri, gli Egiziani, i barbari
galli (“Norma”) e i Fenici credeno che tornassero assai accetti alle loro deità
il sacrifizio umano. Si dice: E dovere dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum)
ubbidire alla legge. Quale legge? A la legge di ieri, o alla legge di oggi? A
quelle fatte in questo lato del Tevere, o nel Trastevere? Se una un imperativo
o una legge suprema, universale, trascendente, kantiana, costante s'impone alla
coscienza dell’uomo, come pretende Diogene, coteste variazioni non sarebbero
possibili. Perciò non esiste un diritto naturale, nè un uomo che per natura
arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (ius) è una invenzione dell’uomo a
scopo di utilità e didifesa; come prova anche il fatto che non raramente la
legge, le quale e fatta dal sesso maschile, assicura a questo sesso un
particolare vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’,
attentamente esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio
fisso, naturale, vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non
isfugge che ogni disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata
appena non risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle
mani il potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera,
per istinto di natura, gli animali e le altre nazione come istrumenti della
propria conservazione e felicità (Cic., de rep.). La storia insegna che ogni
popolo che diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui, ma
unicamente ai proprii. Voi stessi o Romani, disse Carneade parlando a un
Scipione Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a Lelio il
saggio, al letterato Furio Filo, a Scevola il futuro giureconsult, all'erudito
Sulpicio Gallo, algrande oratore Galba, al vecchio Catone, l'implacabile nemico
di Cartagine, al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti
ostaggi achei trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale
Polibio. Voi stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla
giustizia. Se volete essere giusti, restituite le cose tolte agli altri,
ritornate alle vostre capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il
criterio direttivo della vostra vita non e il
giurato (iusiuratum), bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara;
poichè voi, coll'intimare la guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie*
sotto un pretesto di legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per
venuti al possesso di tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che
avesse potuto produrre negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori
della loro grandezza politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri
esempi, che sono celebri e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota
risposta data dal pirata catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve
tratto di mare con una sola fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o
Alessandro, infesti tutto il mondo con grande esercito e flotta. Il
patriottismo, questa virtù somma e perfetta, che suole essere portata fino al
cielo colle lodi, è la negazione del giurato (iusiuratum), perchè si alimenta
della discordia seminata tra gli uomini e consiste nell'aumentare la prosperità
del proprio paese, naturalmente a danno di un altro, coll’nvadere violentemente
il territorio altrui, estendere il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è
colui che acquista dei beni alla patria colla distruzione di altre città e
nazioni, colma l'erario di denaro, rese più ricchi i concittadini. E, quel che
è peggio, non solo il popolo e la classe incolta, ma eziandio i filosofi
esortano e incoraggiano a commettere cotali atti ingiusti. Cosicchè alla
malvagità non manca neppure l'autorità della scienza. Ovunque regnano inganno e
ingiustizia, che invano si tentano di nascondere e legittimare. Tutti
quelli che hanno diritto di vita e di morte sul popolo sono tiranni. Ma essi
preferiscono chiamarsire per volontà divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o
per ischiatta, o per potenza, hanno nelle mani l'amministrazione di una città,
costituiscono una setta. Ma i membri prendono il nome di “ottimato”. Se il
popolo ha il sopravvento nel maneggio dei pubblici affari, la forma di governo
si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè gli uomini si temono l'un l'altro, e
una classe ha paura dell'altra, interviene una specie di *patto* o contratto
fra popolo e potenti e si costituisce una forma mista di governo, dove la
giustizia è un effetto non di natura o di volontà, ma di debolezza. Ed è
naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve scegliere tra le seguenti condizioni:
recare *in-giuria* e non riceverne; e farne e riceverne; nè farne, nè
riceverne, egli repute ottima la prima, perchè soddisfa meglio i suoi istinti.
Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza; ultima e più infelice la
condizione di chi sia costretto ad essere continuamente in armi, sia perchè
faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo stato naturale
dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la guerra, la
discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la negazione del
giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita per effetto di
debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo, considera il
giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che l’istituzione
del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi avversari e dei
filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si acquista, non si
allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre, le vittorie; le
quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la distruzione di
città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati nei tempi, ne
dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle rapine
i tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità nemiche,
quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i trionfi dei
generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma
ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente
colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è
prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene
osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale
dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la
critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente
tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo
quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha
chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione
teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie
utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza
politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della
patria, estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con
nuove sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere
senza danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di
risparmiare tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a
ciascuno il suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non
sminuire la felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non
ha mai l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il
popolo attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto;
bensì al sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il
‘scitum’ i generali di ROMA hanno il soprannome di grandi. La violenza, la
forza, la negazione del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma
per nascondere la propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato
(iusiuratum), il popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando
delle favole da sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna
un titolo di nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli
stati liberi o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il
comandare con la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del
giurato (iusiuratum). La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e soffocano
il sentiment *dis-interessato*. Uno stato vuole vivere a prezzo di qualsiasi
negazione del giurato (iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con qualunque
mezzo acquistata, tien dietro la gloria. Nel concetto degli antichi, la fine
della propria nazione non sembra avvenimento naturale, come la morte di un
individuo, pel quale questa non solo è necessaria, ma talvolta anche
desiderabile. L'estinzione della patria era per essi in certo qual modo
l'estinzione di tutto il mondo. Dato questo concetto e un sentimento della
gloria diverso e molto più intenso che non sia in noi moderni, doveno in certa
guisa parere *giustificati* (giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum --
anche gli atti di violenza e di frode, che avevano per I scopo la conservazione
e la potenza del proprio stato; o, per meglio dire, il popolo e gl'individui
non hanno coscienza di un principio o imperativo che governa la propria vita.
Credeno, i Romani pei primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece
sommamente negano il giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire
questa opposizione tra fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il
giurato (iusiuratum) (Cic., de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il
‘scitum’ dimostra egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente
l'uomo che sa difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede
quello degli altri. Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e
assai chiari e appropriati alla vita romana affogata negli affari. Un tale vuole
vendere uno schiavo, che ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre. Egli
solo conosce questi difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si,
s'acquista fama di uomo onesto, perchè
non inganna, maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende
affatto; se no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma
malvagio, perchè inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro
per oricalco, o argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica
al venditore lo sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto
vorrà pagare a maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te
recherebbe vantaggio, sta per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe
velenoso, e tu il sai, dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai
improbo, ma accorto; se parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque
qui pure si presenta la contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente,
è ingiusto. Ma in questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di
denaro e di vantaggi più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento
e felice della povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto
diventerebbe più spiccato. Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano
dall'affogare, vede un altro più debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi
a una tavola, che vale a sostenere uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si
fa sua la tavola e si pone in salvo, lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se,
dopo che i suoi furono sconfitti, incontra nella fuga un ferito a cavallo, che
va sottraendosi al ferro dei nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se
stesso in sella, o si lasce raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si
salva a qualunque costo. Ma se poi antepone il morire al far morire, sarà
giusto, ma stolto. Tale è il giudizio che intorno al suo operato porteranno il
uomo. Cosicchè il giure naturale, la
giustizia naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è
lotta d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso
*contro* il giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo
essere un fatto che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse
a uomo -- principio che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far
conoscere quanto esteso fosse il dominio della negazione del giurato e dare
alla sua tesi una grande forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più
frammenti il difensore del giurato, ossia il suo contraddittore, viene
svolgendo la tesi opposta, perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a
utilità del stesso schiavo, il quale sotto un governo buono e forte vive in
maggiore sicurezza e viene meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio
comanda all'uomo, l'anima al corpo, la ragione alle parti appetitive
dell'anima, cosi il conquistatore tiene a freno il conquistato, il quale
diventa tali appunto perchè e peggiore di quello. Un tenue indizio ci sarebbe
anche per farci credere che egli risolve il rimorso nella paura della pena,
negando che fosse un sentimento più profondo e disinteressato. Diogene obbietta
che in questa ipotesi il malvagio sarebbe semplicemente un incauto e il buono
uno scaltro (Cic. de leg.). In conclusione: per Diogene, fondamento della
morale e del diritto è l'inclinazione ad amare gli uomini e a rispettare la
divinità, inclinazione che ha radice nella natura, la quale sola offre la norma
per distinguere il giurato dalla sua assenza, il bene dal male. Per Carneade,
generatrice del diritto è l'utilità, e l'utilità sola, e ogni giudizio morale e
altrettanta opinione, la quale non deriva da un imperativo kantiano, o un
principio naturale fisso, come provano la loro varietà e il dissenso degli
uomini (Cic., de leg.). Alla teoria giuridica di Carneade non si deve attribuire
un significato di domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione colle
premesse teoretiche della sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo proclamato
da Carneade in opposizione all'idealismo morale di Diogene, non è una dottrina
*precettiva*, alla Kant (il sollen) ma l'investigazione e l'esposizione di un
fatto psicologico e sociale – come il principio cooperativo di Grice. Carneade
non pare credere all'effetto pratico della morale normativa e si limita ad
analizzare il cuore dell’uomo, la ragione pratica, saggezza, prudential, il
quale, per la sua tendenza nativa, è assai lontano dal realizzare il precetto
dommatico stoico. Ma da filosofo prudente s'astiene dal proporne del proprio
precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che si presenta all'osservazione
quotidiana con tutti i caratteri della verosimiglianza più alta e sforzano a
credere o ad operare; ma nè costruisce una teoria assoluta, ne formula un
domma. iusiuro: swear to a binding formula.Wundt. Wundt Zeitungsausschnitte
100. Wundt. Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi Credaro an Wilhelm Wundt. Grice: “Excellent philosopher, comparable with Hart – only not Jewish
and thus friendly with the Fascists!” A student of Gentile, more of an idealist
than a positivist, but still. Nome compiuto: Angelo Ermanno Cammarata.
Keywords: la giustizia, H. L. A. Hart, il giusto, -- giusto – la persecuzione
dei Cristiana fatta da Nerone e giusta in accordo con la legge romana – Tacito
– Suetonio – Claudio – I Cristiani e I giudei di Trastevere confessano il deilitto dell’incendio di Roma. Cfr. la
rivincita del paganesimo, I giudei erano esclusi dalla prattiche religiose
romane, ma la setta Cristiana no. montanismo,
moiaismo. I Cristiani si refusano
ad assistir al rituale religioso romano. Tacito giudica al Cristiano enemico del genero umano. Giustizia
divina, giusto legale – giusto morale –
la persecuzione dei eretici dalla chiesa, l’inquisizione, la contra-riforma,
l’inizio della filosofia romana come una ‘woke’ da parte dall’elite romana dei
scipione sulla relativita del concetto del giusto. Il primo discorso di
Carneade e un cliché deliberativo. Fu il secondo discorso di Carneade che
dimostra ai romani il potere dell’argumentazione – questo culto
all’argumentazione dialettica fino al lit. hum. Oxon e la Unione di Parla –
l’argumentazione scolastica – tesi, responsio, objection, ad p, contra p.
tractatus – il dialogo filosofico, eirenico, diagoge, epagoge. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Cammarata,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Campa: la
ragioen conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’elogio della
stoltizia – scuola di Presicce – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Presicce).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Presicce, Lecce,
Puglia. Grice: “You gotta love Campa; he has a gift for unusual metaphors: la
fantasmagoria della parola, -- my favourite has to be his conjunct, ‘stupidity
and unfaithfulness!’ -- Grice:
“Philosophy runs out of names: there are British philosophers G. R. Grice and H.
P. Grice, and Itallian philosophers R. Campa, and R. Campa.” Riccardo Campa Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai
cercando il sociologo, vedi Riccardo Campa (sociologo). Riccardo Campa
con il premio Nobel Eugenio Montale, Riccardo Campa (Presicce), filosofo. Storico
della filosofia italiano, la cui indagine teorica si è incentrata sulla
relazione fra la cultura umanistica e la cultura scientifica, delineando il
percorso storico della cultura occidentale, in particolare nell'ambito europeo-latinoamericano.
Negli anni sessanta e settanta ha diretto la Biblioteca delle idee, sotto
la presidenza scientifica del premio Nobel Eugenio Montale e contemporaneamente
è stato condirettore responsabile del periodico Nuova Antologia, nel quale
ha pubblicato saggi di letteratura e filosofia sul pensiero del Novecento; vi
ha inoltre tradotto e pubblicato testi di Borges, Uscătescu, Segre, Chastel,
Kaufmann, Gasset. C.con Borges a Roma. )
«doctor honoris causa en las ciudades de Atenas y Nueva York, alfa y omega del
conocimiento de lo que constituye Occidente [...] Asombra en su obra la
recopilacion enciclopedica del pensamiento europeo, cimentada en la razon que
la describe.» «C. ha ricevuto dottorati honoris causa nelle città di
Atene e New York, l'alfa e l'omega della conoscenza di ciò che costituisce
l'Occidente Sorprende nella sua opera la raccolta enciclopedica del pensiero
europeo, fondata sulla ragione che lo descrive.» (Domingo Barbolla
Camarero, Prologo, in Riccardo Campa La razon instrumental. El mesianismo
nostalgico de la contemporaneidad, Madrid, Biblioteca Nueva, ) Ha partecipato,
a seguito di regolare concorso a livello internazionale, al Forum Europeo di
Alpbach, al Collège de France, e all'Universidad Internacional Menéndez Pelayo,
e ha insegnato presso diverse università italiane e straniere (Bologna,
Università degli Studi di Napoli Federico II, Università per stranieri di
Siena, Universidad de Morón), tenendo corsi di storia delle dottrine politiche,
storia della filosofia,,storia delle Americhe e diritto politico. C.
all'Università per Stranieri di Siena. Ha diretto l'Istituto Italiano di
Cultura di Buenos Aires e successivamente ha coordinato in Italia e nell'America
Latina le attività celebrative del V Centenario dell'America, per disposizione
del Ministero degli Affari Esteri.. Vicepresidente della Commissione Nazionale
per la promozione della cultura italiana all'estero. Quale ormai consolidata
personalità-ponte fra i due mondi, geograficamente separati ma culturalmente
legati dalle comuni radici, svolge le funzioni di Direttore del Centro Studi,
Documentazione e Biblioteca dell'Istituto Italo-Latino Americano di Roma. Contemporaneamente
è stato Vicedirettore della Società Alighieri. Ha presieduto il Forum
Internazionale sulla Società Contemporanea di Madeira e, alla scadenza di
questo mandato, è stato eletto a Roma presidente della Federazione
Internazionale di Studi sull'America Latina e i Caraibi. In questo
ambito, con il suo operato, ha garantito l'interscambio delle figure
intellettuali più significative fra la cultura latinoamericana e quella
europea, favorendone la reciproca conoscenza. Riceve la nomina di
Director Emeritus del Vico Chair of Italian Studies en Dowling, Nueva York nel.
Studioso di diverse discipline: dalla linguistica teorica alla filosofia del
linguaggio, dalla filologia all'analisi letteraria alla storia della lingua;
dalla filosofia teoretica alla filosofia della scienza, nella gestione della
complessa realtà istituzionale, ha assunto l'incarico di Direttore del Centro
di Eccellenza della Ricerca dell'Siena. Già Ordinario del S.S.D SPS/2
(Storie delle dottrine politiche) presso la Facoltà di Lingua e Cultura
Italiana dell'Università per Stranieri di Siena, gli è stato conferito il
titolo di "Professore emerito". Opere: Appartengono, fra gli
altri, alla produzione classica: Il potere politico nell'America Latina,
Edizioni di Comunità, Milano; Il riformismo rivoluzionario cileno, Marsilio,
Padova; Appunti per una storia del pensiero politico latino-americano, Lugano,
Pantarei; L'universo politico omogeneo, Istituto Editoriale Internazionale,
Milano; Las nuevas herejias, Biblioteca de Estudios Criticos, Madrid, Ediciones
Istmo; La visione e la prassi: profilo di Bolìvar (pref. diPignatti, intr. di
R. Medina Elorga, postfaz. di L. C. Camacho Leyva), Istituto Italo
Latino-Americano, Roma; A reta e a curvaReflexōes sobre nosso tempo
(Riflessioni con Oscar Niemeyer), São Paulo, Max Limonad, 1986; El estupor de
EpicuroEnsayo sobre Erwin Schrödinger, Buenos Aires-Madrid, Alianza; La emocion:
la filosofia de la infidelidad (prol. di R. H. Castagnino), Editorial
Sudamericana, Buenos Aires, La escritura y la etimologia del mundo (con un
saggio di Roland Barthes), Buenos Aires, Editorial Sudamericana; La malinconia
di EpicuroRiflessioni in penombra con Borges, Buenos Aires, Editorial
SudamericanaFondazione Internazionale Jorge Luis Borges, 1990; La primeva
unità: saggio sulla storia, Le Monnier, Firenze; La practica del dictamen: del
ius a la humanitas, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires, 1990; El sondeo
de la apariencia: el libro y la imagen, Gedisa, Buenos Aires; La trama del
tiempo: ensayo sobre Italo Calvino, Grupo Editor Latinoamericano, Buenos Aires,
L'avventura e la nostalgia: Omaggio al Portogallo, Presidenza dei Consiglio dei
Ministri, Roma 1994 La metarrealidad, Buenos Aires, Biblios, 1995; Le daimôn de
la persuasion, Toulouse Cedex, Éditions Universitaires du Sud; The Renaissance
and the invention of method, New York, Dowling College; La metafora
dell'irrealtà: saggio su "Le avventure di Pinocchio", M. Pacini
Fazzi, Lucca, 1999, L'esilio saggi di letteratura Latinoamericana, Il Mulino,
Bologna, 2000; Il sortilegio e la vanità: saggio su Louis-Ferdinand Céline,
Welland Ontario, Soleil; Caratterizzano la produzione più recente: L'immediatezza
e l'estemporaneità, New York, Dowling College PressBinghamton University, 2000;
L'età delle ombre, New York, Binghamton University, 2001; Dismisura, Bologna,
il Mulino; Le vestigia di Orfeo. Meditazioni in penombra con Jorge Luis Borges,
Bologna, Il Mulino, 2003; A modernidade, Lisboa, Fim de século, 2005; Della
comprensioneCompendio di mitografia contemporanea, Bologna, il Mulino; Ontem.
L'elegia del Brasile, Bologna, il Mulino; Vicinanze abissali. L'approssimazione
nell'epoca della scienza, Bologna, il Mulino, 2009; Langage et stratégie de
communication, Paris, L'Harmattan; El Inca Garcilaso de la Vega, Madrid,
Binghamton University, Ediciones ClasicasEdiciones del Orto,; I Trattatisti
spagnoli del diritto delle genti, Bologna, Il Mulino,; La place et la pratique
plébiscitaire, Paris, L'Harmattan,; El sortilegio de la palabra, Madrid,
Biblioteca Nueva,; Elegy. Essays on the Word and the Desert, University Press Of
The South,; L'America Latina. Un profilo, Bologna, Il Mulino,; La
filosofia de la crisis. Epicureismo y Estoicismo,
Editorial Sindéresis, Madrid,; El tiempo de la inedia. El invierno de Gunter,
AntropiQa 2.0, Badajoz,; La eventualidad y la inexorabilidad. El invierno de
Gunter, Editorial Sindéresis, Madrid,; La Destreza y el engano. Ensayo sobre
Don Quijote de Miguel de Cervantes Saavedra, Ediciones Clasicas, Madrid,;
L'America Latina. Un compendio, Bologna, Il Mulino,; Octavio Paz. El
desconcierto de la modernidad, Ediciones Clasicas, Madrid,; La parola, Bologna,
Il Mulino,; Cervantes. La linea del horizonte, Valencia, Albatros,, L'elegia
del Nuovo Mondo, Bologna, Il Mulino,. La mundializacion, Valencia, Albatros,.
Il convivio linguisttico. Riflessioni sul ruolo dell'italiano nel mondo
contemporaneo, Roma, Carocci, Note Anno di conseguimento del titolo di Professore. Ne ha diretto l'Istituto Storico-politico
della Facoltà di Scienze Politiche. Con
decreto del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, vi è
stato nominato Professore Emerito di Storia delle dottrine politiche. Dopo averne curato, il XII Congresso
Internazionale, designato dall'Accademia delle Scienze di Russia ed eletto
dall'Osaka. Luigi Trenti, Il viaggio
delle parole: scritti in onore di C., Perugia, Guerra, Antonio Requeni, Nueva
vision de la literatura argentina, "Les Andes", 16 settembre 1984, 3°
Seccion pag.1. Antonio Requeni, Presencia cultural de Italia en la Argentina,
"La Prensa"; Requeni, Los intelectuales del mundo: hoy, Riccardo
Campa: la Argentina, en el laberinto de Borges, "La Nacion", 20 Jesus
Francisco Sanchez, Crisis del neocapitalismo podria hacer renacer ideas del
socialismo y la izquierda: Ricardo Campa, "El Sol de Durango", 6/A Citazionio
su Riccardo Campa Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su Riccardo Campa Filosofia LetteraturaLetteratura Filosofo
del XX secoloFilosofi italiani del XXI secoloStorici della filosofia italiani; PresicceProfessori
dell'Università degli Studi di Napoli Federico II. De oxgin^natalibns et patria
Jlultitia. StultitiamN dturd cffe atnicam et humantgeneris per co\
inuos mulieru partm coferuatricein. Pueritia fdelem ejfe affeclam.
i vNec mn. Adolescentia. Omni homini ejfs nccejfariam. Senibmmaximofo
Utio. Uec agrauibits& cordatisvi' malienam. vt 1 1 . ttiam
commenthiis Gentilium deaftrufamiliarem. ix. Inea fouenda
muliehem maximefexttmoccHpari.. %, Eandem amoris et amicitia
effe conciliatricem luu Con ; ugia et conctltare et fouere. Onmihominttm
atati &ordi~ } ttifuccurrere. Ammum homhvbi»addere. x i v» i n
b: llis mx» n-m vim habere. '
Vti A B6VMET, ytietiamtn regendis Rebm pu~ hllLU,.
Et commodifmum etfe ' tam conferuandaquam recuptra,-
di, iibertatu remedium. xvi i. Gloria 6 bonoris inflrumen-
tum. xvi n.Wferiarum vitahuman opti» tnumcondtmentum x
i x. Fontem.UtitU ac bUaritatu ap. L Duicem et dmakikm ejfe de qu4
msagimiu stultittam. 1 1. Faettsfimiltarem. uu Nu
nonlttstrarum&morum Miagiftris. i v. Maxtm^TadagogU.
j v. ltew<L Grammatick Vulgatibus. vi.
LibrorumScriptoribm. vi i . Aftrologis. VI 1 1
Magis-KccromAnticis et Diui- natofibus. ix. tuforibus,
x. Htigantibus x i Chymic sjeu Akbymiftis. 1*4; A'rg vment Capit. Venatoribus. Attcupibus. Pifcatmbus. labricAntibus. Ambitiofo rvM. antibus. Amantibus Hofientibus.Vriuilegiatts.
iiiam Safritn Erasmo in Italia, Erasmo da Rotterdam. Nome compiuto: Riccardo
Campa. Campa. Keywords. la stoltizia. Stoltus, stoltizia, stolto, stolto per
Christo, pazzia, moria, enkoniom moirae ovvero laus stoltitiae. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Campa,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Campa: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della rivincita del
paganesimo romano – filosofia romana – scuola di Mantova – filosofia mantovana
– filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Mantova). Filosofo mantovano. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova,
Lombardia. Grice: “You gotta love Campa – he is right that ‘artificial species’
is an oxymoron – as is ‘transhuman’ – but his philosophising about the
heathens, which is how Nero found the Christians, is very relevant!” Conosciuto soprattutto per i suoi studi
nel campo dell'etica della scienza e del transumanesimo e, precisamente, per la
sua difesa dell'idea di evoluzione autodiretta. Svolge ricerche sia nella veste
di Professore associato di Sociologia della scienza e della tecnica
all'Università Jagellonica di Cracovia, sia nella veste di Presidente
dell'Associazione Italiana Transumanisti, della quale è fondatore. Si laurea a Bologna. Ha conseguito il titolo
di Giornalista professionista presso l'Ordine dei giornalisti di Roma, il
dottorato in Epistemologia all'Università Copernicus di Torun e l'abilitazione
in Sociologia all'Università Jagellonica di Cracovia. Nell'ambito della
sociologia della scienza, è annoverato tra gli allievi di Merton, fondatore di
questa disciplina. A differenza di alcuni continuatori della scuola
costruttivista, Merton ha sempre mostrato un atteggiamento positivo nei
confronti delle scienze, e C. è rimasto fedele a questa impostazione. A tal
proposito, il filosofo argentino-canadese Bunge ha rimarcato il fatto che
«Campa è uno degli ultimi esemplari rimasti di una specie in estinzione: lo
studioso pro-scienza della comunità scientifica». I suoi studi hanno ricevuto una certa
attenzione da parte dei media dopo che Fukuyama, all'epoca consigliere per la
bioetica del presidente statunitense Bush, ha definito il transumanesimo
«l'idea più pericolosa del mondo». Secondo Fukuyama il transumanesimo è una
nuova forma di biopolitica che, pur essendo liberale e non coercitiva, rischia
di minare il concetto di uguaglianza tra gli uomini. Simili posizioni critiche
hanno assunto, in Italia, Veneziani, Ferrara, Rossi, e diversi opinionisti del
quotidiano cattolico Avvenire, che hanno criticato le idee di C. e di altri
filosofi e scienziati transumanisti (tra i quali, Bostrom, Hughes, Stock, e More),
stimolando un dibattito ad ampio raggio sulle prospettive aperte dalle nuove
tecnologie. Campa ha difeso le idee transumaniste in numerose pubblicazioni,
interviste e dibattiti pubblici, apparendo talvolta anche in televisione, e
sostenendo che le tecnologie emergenti e convergenti GRIN (un acronimo per
Genetica, Robotica, Informatica e Nanotecnologia) non rappresentano un rischio
inutile, come lasciano intendere i critici, ma un'opportunità di sviluppo in
linea con l'atteggiamento prometeico che caratterizza la storia della civiltà
occidentale. Le sue valutazioni, sull'opportunità di allungare la vita media e
potenziare le facoltà mentali e fisiche dell'uomo, sono soprattutto di ordine
etico e sociale. È autore di numerosi articoli e saggi, tra i quali spiccano
sette libri monografici. Il filosofo è nudo (Marszalek) Etica della scienza
pura (Sestante) Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (Sestante) Le armi
robotizzate del futuro. Il problema etico (CEMISS) Trattato di filosofia
futurista (Avanguardia 21 Edizioni, ) La specie artificiale. Saggio di bioetica
evolutiva (D) La rivincita del paganesimo. Una teoria della modernità (D)
Creatori e Creature. Anatomia dei movimenti pro e contro gli OGM (D Editore, )
La società degli automi. Studi sulla disoccupazione tecnologica e sul reddito
di cittadinanza (D) Credere nel futuro: Il lato mistico del transumanesimo
(Orbis Idearum Press, ) È inoltre curatore della serie "Divenire. Rassegna
di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano". Cerimonia di
abilitazione all'Cracovia C. Cipolla, Manuale di sociologia della salute,
Angeli, C., Epistemological Dimensions of Robert K. Merton's Sociology,
Copernicus University Press, quarta di copertina. Fukuyama, “Transhumanism: The
World's Most Dangerous Idea”, Foreign Policy, La versione italiana è apparsa
sul Corriere della Sera con il titolo “Biotecnologie: la fine dell'uomo”,. M. Veneziani, “Attenti l'uomo è fuori moda.
La scienza prepara “l'oltreuomo”, Libero, G. Ferrara, “Mettere in dubbio il dubbio”, Il
Foglio, Rossi, Speranze, Il Mulino,
Bologna A. Galli, “Nietzsche, profeta
dell'eugenetica”, Avvenire, Rassegna
stampa degli articoli pro e contro il transumanesimo. “Nascita del superuomo”, documentario di RAI
3, Archiviato in.; “Futuro in pillole”, puntata de Le
Invasioni Barbariche condotta da Daria Bignardi, LA7;“Musica maestro”, servizio
biografico di RAI 1, Sito della rivista Divenire, Mazzotti, Il Prof che suonava
il rock, Gazzetta di Mantova, Guerra, Futurismo per la nuova umanità, Armando,
Roma. Il transumanismo. Cronaca di una
rivoluzione annunciata, Lampi di Stampa, Milano C. biografia e nel sito "transumanisti". RIVINCERE.
Di nuovo vincere. Lat. De nuo vincere. G. V. II, 1. E l'uno gli rubello Alamagoa,
el'altro la Spagna, poi le rivinselor oper forza. Dant. Conv. 127. e
questo senso non si acconcia cogli esempi di cassa riversala, nè digente
riversata. Conveniva adunque portare la dichiarazione così: Riversatoda
Riversare SII; nel qual paragrafo Riversare sta per Voltare a rovescio o sotto sopra.
E inquesto significato dee si prendere la cassa riversata di Landolfo. Riversalo
poi vale Resupino, Colla faccia volta all'insù nell'esempio d’ALIGHIERI, e
richiede paragrafo separato. 414 OsseRVAZIONE Che Riversato venga da riversare
siamo d'accordo. Ma il senso genuino di riversare è Versar di Nilovo, notato di
Giudice non è metafora alcuna. Ei parla del terreno preparato per ricevere i
denti del dragone da cui dovevano germogliare i guerrieri. E terreno
rivesciato, cioè rivoltato, aralo è parlar proprio, non metaforico. Nè VIRGILIO
parla figurało allorchè disse: Georg. I, 64. Pingue solum fortes inverlant
tauri; Vomere terras invertere. esempio sopra RIVERSATO.Add. da Riversare. BOCCACCIO
(si veda) nov.14,10. Che riversata, per forza Landolfo andò sotto l'onde.
ALIGHIERI, Inf.: Noi passamm'oltre là'velagelata Ruvida mente un'altra gente
fascia, Non volta in giù, ma tutta riversata. RIVESCIARE. S1. Permetaf. Guid. G.
Il campo dunque è rivesciato; Iasone ardito, e tosiano al dragone si dirizza.
OSSERVAZIONE Nell'. Per lunga riposanza in laoghi scuri, e freddi, e con
affreddare lo corpo dell'occhio con acqua chiara, rivinsi la virtù disgregata,
che tornai nel primo buono stato della vista. Sust, verbal. Il rivincere. Lat .
Recuperatio. Introd. Virt. Della rivinta delle terre di quà da mare, che fa la
fede cristiana. Osservazione — Non avendo noi il positivo Vivare, il composto
Rivivare o è scorretta lezione in luogo di Ravvivare, o è voce pessimamente
creata e indegna di starsi nella famiglia delle buone. E che bisogno n'ha ella
la nostra lingua possedendo già Ravvivare? Almeno la Crusca l'avesse data per
v. A. RIVOCARE. Richiamare, Far ritornare. s Per Mutare, Slornare, e Annullare
il falto. AGGIUNTA, Rivocare in forse per Mettere in dubbio. Car. ENEIDE VIII, 620.
E ti con questi preghi cessa di rivocar la possa inforse cel tuo volere.VIRGILIO.
Ib.v.403. Absiste precando Viribus indubitare tuis. m OSSERVAZIONE Se gl’accademici
avessero fatta magogiore attenzione agli esempi che ponevano sotto il verbo “rivincere”,
si sarebbero accorti che nell'ano e nell'altro propriamente esso valeRicuperare,2
non già Vinceredi nuovo, in lat. Denuo vincere. Quindi non sarebbero an dati
nella contraddizione di spiegare il sostantivo verbale Rivinta, e l'esempio che
gli corrisponde, col latino Recuperatio, dandogli origine dal verbo Rivincere
(in lat. recuperare) in un senso dal Vocabolario non accettato. Milano,
Ibrjglii e Segati: Torino, E. Loesclier: Paris, A. Fontennoing).
L'opuscolo che qui ripresento agli studiosi ha suscitato dappertutto
discussioni vivaci, ed era naturale che le suscitasse. Era naturale,
infatti, che molti facessero discendere la questione in un terreno scabro
ed irto di passioni; e pur gli altri, avvezzi per abito della mente e per
austera severità di propositi, a non mirare se non alle ragioni
obbiettive, era naturale che molto s' interessassero dell' argomento,
vedendo qui posti quesiti altissimi non di storia soltanto, ma altresì di
psicologia popolare, e tentatane, come meglio si è potuto, la soluzione.
Ora, dopo si lungo dibatter di ragioni avversarie, è tempo che riprenda
la parola io. La mia tesi si fonda sopra alcune contingenze di
fatti, la cui evidenza non può sfuggire ad un esame impregiudicato. Si
riassumano, di grazia, le ragioni delle due parti tra le quali pende 1'
accusa dell' incendio di Roma. Se da una parte troviamo un uomo,
scelleratissimo quanto si vuole, dall'altra troviamo una comunità
segreta, della quale alcuni membri sono dediti al delitto per testimonianza
degli scrittori pagani, Questa prefazione fu pubblicata dinanzi alla
seconda edizione (Torino 1900), e dinanzi alla edizione francese (Paris). L’incendio
di roma e I PRIMI CRISTIANI e dagli stessi apostoli son dichiarati
indegni di predicare Cristo. Ma quell' uomo quando seppe che la sua casa
bruciava, torna a ROMA, tenta arrestare le fiamm e, si mescolò in
mezzo al popolo, girò di qua e di là senza guardie prese tutti i provvedimenti consigliati
dalla immanità del disastro ; e, mentr'ei cercava porre riparo, scoppiò
novello incendio; degli altri si sa che di tanto in tanto prorompevano
alla rivolta, che predicavano la conflagrazione del mondo, cui doveva
seguire il regno della giustizia; che tal regno essi aspettavano dopo quello
dell'Anticristo, che per essi l'Anti-Cristo è NERONE, che credevano, durante la
loro vita, essere riserbati al nuovo regno di luce e di bene; che a
ROMA augurarono ancora, pel corso di lunghi secoli, distruzione e
sterminio, che dopo la rovina della potenza romana aspettavano il loro
trionfo; qual meraviglia che tutto questo complesso di aspettazioni
e speranze abbia eccitato le menti incolte e fanatiche degli schiavi miserrimi
e li abbia spinti all' atto forsennato? Si aggiunga a tutto questo, che gli
arrestati furon confessi, secondochè mi pare avere ora novellamente
dimostrato. In ogni movimento di rivendicazione sociale che si determina nelle
masse, vediamo tosto scindersi due partiti: quello dei più
esaltati, pronti all' azione immediata, e quello delle menti più
calme, che mal giungono a tenere a freno i primi. Quei generosi che,
scorti dal raggio della loro fede, vennero a dare alle plebi la coscienza
dei diritti umani, mal poterono con tutti i loro consigli di
temperanza, reprimerne le turbolenze impetuose. Qual nuova concezione
sarebbe mai questa, che la plebe romana, la cui vita, da secoli, era
stata tutto un seguito di convulsioni e di fremiti, di sedizioni e rivolte,
proprio all' epoca di NERONE fosse diventata di tanti agnellini,
quando più ributtante era lo spettacolo delle umane ineguaglianze, e più
turbinavano nel suo seno le nuove correnti rivendicatrici! Tutt' altro!
Anche in quella moltitudine erano i falsi dottori, dei quali parla la
cosiddetta Secunda Petri, i quali promettendo agli altri la libertà erano
però essi stessi servi della corruzione, i quali dopo esser fuggiti dalle
contaminazioni del mondo per la conoscenza di Gesù., si erano di nuovo in
quelle avviluppati; e, secondo le brutali immagini che ivi troviamo,
erano come cani tornati al vomito loro, come porche lavate che di nuovo
si voltolano nel fango. Quando certi stati di aspettazione angosciosa si
determinano nelle masse, basta una scintilla per spingerle ad eccessi
inopinati. L'aununzio della distruzione ignea decretata da Dio per la
loro generazione, la credenza che il regno di Dio non verrebbe, se non
fosse distrutta la romana potenza, fu la scintilla delle fiamme che
divamparono sterminatrici. Essi credevano compire la volontà divina,
essere gli esecutori della divina vendetta. Vano è parlare qui di significati
allegorici. Quando pur si potesse provare che le allegorie che or si
vogliono vedere sotto l' idea del fuoco, si scorgessero pure dai primi
proseliti, e come tali si spiegassero (il che non è affatto), tutto
ciò sarebbe vano lo stesso. Il popolo interpreta le parole nel loro senso
materiale, e quando sente fuoco, intende fuoco e nuli' altro. Un'
obbiezione, a prima giunta grave, mi fu fatta da un chiaro critico: come
mai ninno degli scrittori, anche pagani, accusa di tale scempio i cristiani
? Pure, la ragione di ciò credo poterla indicare. Il nodo della
questione credo che stia in ciò, che gii esecutori materiali furono veramente i
servi di NERONE, e che questi interrogati perchè scagliassero le faci,
dicevano di agire per istigazione altrui. La credenza nella colpevolezza
di NERONE si radicò quindi nelle coscienze, ed ancor più crebbe dopo la
morte di lui. Suole infatti avvenire che a quelli che si rendono
tristamente famosi per le turpitudini loro, tutte il popolo attribuisca le altre
scelleraggini, delle quali suoni incerta e dubbiosa la fama. E l' accusa
o il sospetto dovè nascere nel popolo per naturale reazione di pietà
verso i condannati, qualche tempo dopo il disastro e il processo; che
altrimenti non si spiegherebbe come Nerone non fosse stato ucciso dall' ira
popolare, quando si mescolò senza guardie in mezzo al popolo. E
dovè afforzarsi, quando Nerone o gli adulatori suoi espressero l'
intenzione di chiamar dal suo nome la rifatta città: che allora
l'ambizione parve al popolo sufficiente motivo, a spiegar lo sterminio. E
poiché NERONE dall'incendio di ROMA, che egli aveva visto, prese poi r
ispirazione per iscrivere il carme sulla rovina di Troia, carme che forse
cantò sul teatro della rinnovata sua casa, nacque più tardi in mezzo al popolo,
la fama che egli avesse cantato sulle rovine della patria. Del
resto, che vi fossero scrittori che esplicitamente accusassero i cristiani, non
credo sia da revocare in dubbio. Tacito stesso, direttamente o indirettamente,
deve averne usufruito qualcuno, come mi pare possa dimostrarsi. Perchè
tali scrittori non sieno stati conservati, è vano chiedere. Durò per
secoli la distruzione sistematica di tutto ciò che fosse avverso al
Cristianesimo. Gli scritti contro la nuova religione sono periti; le
accuse che al Cristianesimo si facevano, le conosciamo, salvo pochi
accenni qua e là, solo per bocca dei difensori. Or questi scritti
apologetici sono di alcuni secoli posteriori a Nerone e ciascuno di
essi parla delle dottrine e dei costumi dei cristiani del tempo suo;
non potremmo dunque aspettarci di trovare in essi alcun tentativo di difesa
contro un' accusa che ninno più muoveva, essendo ormai invalsa
anche tra i pagani 1' opinione che accusava Nerone. Ma se del fatto
determinato, e cioè dell' incendio Neroniano non si fa più parola, si fa
per contro parola molto spesso delle tendenze rivoluzionarie e
distruggitrici. Tali tendenze erano forse una di quelle scelleraggini
inerenti alla setta (flagitia cohaerentìa nomini), alle quali accenna PLINIO
(si veda), a proposito dei cristiani di Bitinia. L'accusatore dei
cristiani nell’Octavius di Minucio Felice narra che essi, raccolta
dalla peggior feccia i più ignoranti e le credule femminette, naturalmente
deboli per la debolezza del loro sesso, istituiscono una plebe di
sacrilega congiura; e più giù che essi alla terra e perfino all'universo
e alle stelle minacciano incendio (e cioè la conflagrazione cosmica), e
macchinano rovina. Ottavio ne li difende, e la sua difesa è pur molto
istruttiva per noi. E, secondo lui, un volgare errore il credere che non
possa venire improvviso l' incendio punitore; i saggi stessi
dell'antichità, egli dice, e i poeti han parlato della conflagrazione
cosmica, del fiume di fuoco e della Stigia palude, a punizione dei
perversi. Ma niuno, ei soggiunge che non sia sacrilego, delibera che
sieno puniti con tali tormenti, per quanto meritati, coloro che non
riconoscono Dio, come gli empii e gì' ingiusti. Ahimè, mite
filosofo antico, la storia posteriore ti ha dato torto! Non è
questa una risposta alle accuse e ai timori, che si nutrivano a riguardo dei
cristiani ? Se dunque dell' accusa particolare, quella riguardante l' incendio neroniano,
non si fa più motito, per le ragioni sopradette, non si può dire che-
ogni eco dell' accusa generica sia spenta per sempre. Altra
obbiezione mi fu fatta, circa il criterio informatore di queste ricerche. Voi,
mi si è detto, state al giudizio degli scrittori pagani, per quanto
riguarda la moralità dei primi cristiani. Ora per lunghi secoli
continuarono le accuse contro i cristiani, e furono fra le più atroci e
terribili. Gl’apologisti cristiani opposere ad esse recise smentite. Perchè non
si deve credere che sieno calunnie pur le accuse scagliate contro i
cristiani dei primi tempi? Senouchè, a proposito di queste ultime, le
accuse non partono solo da scrittori pagani, ma altresì da cristiani, in passi
dei quali r interpretazione non può esser dubbia. Ma tal giudizio non
riguarda tutta intera la comunità. Ohi nega che in questa fossero spiriti
superiori, ardenti dell' amore divino del bene ? Ma le novità, e novità
tali, quali eran quelle che nelF ordine sociale annunziava il
Cristianesimo, sogliono attrarre gli spiriti più turbolenti, e più esaltati,
cui non par vero di coprire con la nobiltà di un vessillo la licenza
degli atti proprii. E, se guardiani bene, pure tutte quelle orrende
accuse fatte in seguito ai cristiani, i riti dell' uccisione del
fanciullo, della Venere promiscua dopo la cena ed altri simili, hanno
tale spiegazione. Anche gli scrittori cattolici riconoscono che tali
calunnie si debbano a tutte quelle sette di Carpocraziani, Nicolaiti,
Gnostici, che tali orrendi riti praticavano, e si arrogavano il
nome di cristiani. Che la chiesa abbia potuto respingere dal proprio seno
questi sciagurati, e si sia andata man mano epurando, torna certo ad alta
sua gloria. Ma ciò stesso ne induce ad andar molto cauti, quando
vogliam negare a priori che nei primi tempi Si è sostenuto da alcuni che
la critica moderna riferisca a quistioui di dogma e di gerarcliia i noti passi
di Paolo, nei quali esorta i Cristiani di Roma all' obbedienza e alla
mansuetudine; e si è citato in proposito Renan. Ma Renan dice di quei passi (Saint Pani). Il semble qu'à l'epoque
où il écrivait cette épitre aux Romains diverses eglises, surtout
l'Église de Rome comptaient dans leur sein soit des disciples de Juda le
Gaulonite, qui niaient la légitimité de l'impot et préchaient la róvolte contre
l'autorité romaine, soit des ébionites qui opposaient absolument i'un à
l'autre le régne de Satan et le régne du Messie, et identificient le
monde présent avec l'empire du Démon {Epiph. haer., XXX, 16; Honiél.
pseudo-clém.). ldella
chiesa potesse esservi ima moltitudine di facinorosi, pronti ad interpretare a
lor modo le nuove dottrine e a trascendere ad ogni eccesso. E la
lettera di PLINIO si osserva, non è testimonio dell' innocenza cristiana?
Migriamo pure, se cosi vuoisi, da Roma in Bitiuia, dai tempi di NERONE
a quelli di Traiano. La lettera domanda all' imperatore se debba punirsi la
setta come tale o i delitti ad essa connessi, e riferisce che degli
interrogati alcuni dichiararono repiicatamente esser cristiani, e, senza
voler sapere che cosa ciò significasse, PLINIO, per la loro ostinazione,
li mandò al supplizio; altri negavano essere stati mai cristiani; altri
affermarono essere, e poi il negarono, dicendo essere stati, or più non
esserlo; tutti questi maledicevano Cristo, e veneravano l' immagine dell'
imperatore. Pur nel tempo in cui erano cristiani asserivano altro non
aver fatto se non raccogliersi, venerare Cristo come se fosse un Dio,
ed obbligarsi con giuramento non a commettere delitti, ma anzi a non
commetterne. Due ancelle messe ai tormenti, non rivelarono se non una
superstitio prava, ìmmodica. Se questi infelici erano così invasi
dalla paura, da indursi a sconfessare la loro fede e maledire Cristo, si
potrebbe mai aspettare da essi che rivelassero alcuna cosa che potesse
danneggiarli? Ma sieno stati pure innocentissimi i Cristiani di
Bitinia al tempo di Traiano; che cosa prova ciò per alcune fazioni
dei cristiani di Roma al tempo di Nerone? Questo credemmo opportuno
avvertire, circa le ragioni generali e di metodo. Alle osservazioni sui
singoli punti si risponderà nelle note o anche nel testo. Non era
possibile confutare partitamente ciascuno degli scritti venuti in luce. Quest'
opuscolo sarebbe diventato un volume, con poco frutto dei lettori e degli
studii. Ne del resto era decente sottoporre alla considerazione dei lettori,
scritti, nella maggior parte dei quali la forma irosa mal si dibatte fra
le scabrosità della materia, e dalle ambagi del ragionamento guizza
ed erompe il vituperio. I fatti e le ragioni apportate io ho tenuto in
conto; dei vituperii non mi curo, né di essi conservo rancore. Mi
conforta il consentimento pressoché unanime a me venuto da coloro che
rappresentano il più bel vanto degli studii italiani. In mezzo alle loro
voci o alle voci di quelli che, pur discordi, seppero tener la misura, suonò un
coro stridulo di voci insolenti. Persone rese fanatiche da
religioso ardore si scagliarono contro di me, a contaminare la
purità delle intenzioui mie. In tale impresa l' ignoranza e la malafede fecero
l'estrema lor possa. Io non perderò la calma per le intemperanze altrui.
Quel medesimo coro ha accompagnato sempre ogni opera di verità e di luce.
Mentre la procella batteva alla mia porta, io ripensavo mestamente che
cosa mai potesse suscitare in tanti animi impeti cosi vivaci contro
di me. Era là, in quei cuori angosciati, tutto lo schianto come di
una cara visione che si dilegui, come di una zona luminosa sulla quale
inopinatamente si effondano tenebre. Povere anime desolate, ebbre di
radiose speranze, io non ho offeso la vostra fede. Potreste voi mai
sostenere che, pur quando gran parte del mondo fu conquistata alla luce e
all'amore della vostra idea, il fanatismo e l'errore sieno tosto dispariti
dalla terra, e cieche cupidigie e biechi livori non abbiano ancora
agitato gli spiriti? Perchè dovrebbe dunque ripugnare alla vostra fede,
l'ammettere che ciò sia avvenuto pure agl'inizii della nuova era umana,
in mezzo a gente nei cui animi era 1' eredità di secolari rancori
? Il primo quesito che si presenti alla mente di chi esamini i
racconti degli storici snll' incendio neroniano, è questo: l'incendio fu
ordinato da Nerone? Degli scrittori più antichi lo affermano Suetonio e
Dione Cassio, i quali ci hanno pure esposto le ragioni di tal loro
convinzione: sicché la notizia da essi data ha solo valore in quanto
possano averlo tali ragioni: di che tosto vedremo. Tacito si avvale di
fonti diverse, né sembra aver fatto studio per rendere coerente il
racconto suo; sicché prendendo or dall'uno autore or dall'altro, riesce ad
indurre nel lettore ora 1' una convinzione or l'altra. Si mostra in principio
esitante tra due autorità di fonti: quelle che attribuivano il
disastro al caso e quelle che lo attribuivano a Nerone; ma Si potrebbe obbiettare che uno
storico può narrar cosa vera, ma poi sbagliare nell' assegnare lo cause.
E ciò è appunto quello che penso io, e che dichiaro pure più sotto; le particolarità
dell'incendio, narrate dagli storici non sono certo inventate da essi, e
sono, secondo ogni legittima presunzione, vere; la causa dell'incendio,
cioè l'ordine di Nerone, dobbiamo giudicarla alla stregua delle ragioni
che essi apportano di tal loro convinzione. Giacche 1' attribuire l'
incendio o al caso o all' ordine dell' uno dell'altro, è convinzione o
apprezzamento, non è fatto. Lo afierma anche PLINIO (si veda) il Veccbio;
e il suo accenno. N. II.: ad Neronis principis incendia, quihus cremava Urbem),
prova che pochi anni dopo l'incendio, l'opinione era già invalsa.
Verisimilmente la medesima convinzione espri ll' ipotesi del caso
doveva cadere per lui, che poco dopo narra come certo il fatto che
nessuno osò opporsi alla violenza del fuoco, poiché uomini minacciosi
vietavano di estinguere le fiamme, anzi le ravvivavano, dicendo di
agire per consiglio altrui. E bensì vero che Tacito aggiunge essere
incerto se ciò facessero, per potere senza freno abbandonarsi alle rapine
o per vero comando: ma è evidente che la prima ragione non regge. Giacché
se essi giungevano a imporsi tanto con le minacele da impedire ogni tentativo
di estinzione, potevano pure senz' altro esercitare liberamente il
saccheggio. E del resto il ripetersi della cosa, con i
medesimi particolari, per tutta Roma, non significa 1' obbedienza
ad una parola d' ordine? Questa esclude il caso. E lo esclude pure il
fatto che, tosto allo spegnersi del primo, si riaccese un secondo
incendio, che proruppe dagli meva PLINIO nelie Storie civili che furono
fonte a Tacito. La narrazione di Sulpicio Severo (II, 29) è presa
interamente da Tacito, di cui riproduce molte frasi. Quella di Orosio è
derivata, con qualche esagerazione di notizia, da Suetonio. L'iscrizione
in C. I. L., VI, 826 ha qvando vrbs per novem DIES — ARSIT
NERONIANIS TKMPORIBVS. Importanti monumenti sono pure le are site in
ciascuna regione della città, sulle quali nei tempi successivi si
celebravano il 23 Agosto i sagritìzi incendiorum arcendorum causa; alcune
di tali are sono conservate; cfr. Lanciani, Bull. com.; Hùlsen, Rom. Mitt.; Richter, Top.j- Una minaccia d' incendio
è attribuita a Nerone dall' autore dell' Ottavia, v. 882, Stazio nella
Silva dedicata alla vedova di Lucano ha infandos domini nocentis ignes. In
tutta la letteratura di opposizione a Nerone l'accusa dovè essere accolta
con fervore. Alcune di versità di particolari dalla narrazione tacitiana
sono nella corrispondenza apocrifa di Seneca e S. Paolo (v. Ramorino, Vox
Urbis). Tra i moderni, oltre Aubè, Schiller ed altri, lo Herstlet negò
con buone ragioni, l'attribuzione a Nerone (Treppenwitz der Weltg.).
Molti l'attribuiscono al caso (ad es. AUard, Marucchi). I
particolari dell' incendio sono contrari a tale ipotesi: per ammetterla,
bisognerebbe ritenere falsi tutti i particolari narrati dagli
antichi. orti di Tigellino e devastò un' altra parte della città.
Del resto Tacito sembra nou aver ridotto ad unità di pensiero questa
parte dell' opera sua: e aver piuttosto abbozzato appunti da fonti
discordi: vedremo infatti essere molto probabile che una delle sue fonti
accusasse esplicitamente i cristiani. Suetonio accusa Nerone. E l'accusa egli
fonda sopra tre fatti. In un banchetto, avrebbe un convitato detto
in greco: quando io sia morto, si mescoli la terra col fuoco, e
Nerone avrebbe soggiunto; auzi quando io sia vivo; di più, parecchi
consolari sorpresero nei loro possedimenti i servi imperiali, con stoppa
e faci; e per paura, neppur li molestarono; infine Nerone, de
'-> Altro indizio che Tacito non abbia riassunto in una concezione
unica il fatto storico, ma abbia solo unito notizie discordi da fonti diverse,
si trae anche da questo. Ei riferisce la voce che Nerone al tempo del
disastro cantasse l'incendio di Troia sul teatro domestico. Ma qual
teatro? Quando ei 'tornò da Anzio il palazzo imperiale bruciava ! Altra
contraddizione. Debbo notare a tal proposito come a me abbia prodotto ingrata
meraviglia, che del mio giudizio su Tacito altri abbia menato scalpore,
come di giudizio a bella posta indotto per iscemare l'autorità di lui ed
infirmarne la fede. Dopo tanti studii perseguiti da tanti anni, sul
materiale storico di Tacito, sul suo fosco vedere, sulle sinistre interpretazioni
sue, sulla sua costante avversione per alcuni personaggi, si avrebbe
il diritto di pretendere che tanta mole di lavoro non fosse stata
fatta invano. Il Fabia, Le sources de Tacite, osserva, contro L. Von
Ranke, che Tacito si astiene dall' accusare o dall' assolvere Nerone,
adoperando frasi come pervaserat rumor, videbatur, crederetnr. Ma a me
paiono giuste le seguenti considerazioni del Von Ranke,
Weltgeschichte, Leipzig: Es ware nun unsinnig zu denken, dass Nero, der
sich bei dern Brande wurdig betragen batte, jetzt, um eia durchaus
falsches Geriicht niederzuschlagen, zur Verfolgung \inschuldiger Lente
geschritten wàre. Man kann nicht anders als annehmen dass diese
Stelle aus des zweiten Nero anklagenden Ueberlieferung stammt.
Die Nichtswiirdigkeit des Kaisers liegt eben darin, dass er den
Brand selbst angelegt hat und auf anderen die Schuid schiebt. So die
zwejte Ueberlieferung.] siderando sul Palatino l'area di alcuni granai
costruiti con pietra, li fece prima abbattere e poi fece ad essi
appiccare il fuoco. Anche Cassio Dione è esplicito, e (juasi a riprova
della sua accusa apporta due fatti: die cioè Nerone aveva fatto voto di
vedere la distruzione di Roma e che egli chiamò felice Priamo, perchè
aveva visto perire la patria sua. [Or veramente, se questi sono i
fondamenti della secolare accusa, lo storico spassionato dovrà
rimanere ben perplesso prima di confermarla. Certo fu uomo di si
efferate nefandezze Nerone, che non è a temere gli si gravi troppo la
soma dei delitti con un altro misfatto; pure, giudicando senza
prevenzioni, è facile scorgere quanta sia la vacuità delle ragioni che
gli antichi apportano per incolparlo anche di questo. Quanto ai
servi di lui, sorpresi ad incendiare, il fatto ha ogni verosimiglianza,
ma ha ben altra spiegazione, come si dirà in seguito. Quanto ai granai
del Palatino, è naturale che, quando tutto intorno era distrutto, visti
superstiti quegl' informi ruderi, ei li facesse abbattere e incendiare, volendo
liberare l' area per la futura sontuosa sua casa. Quanto all'
aneddoto, raccontato da Dione Cassio, eh' egli avesse fatto voto di
veder distrutta la città, esso è infirmato dal fatto che, .saputo appena
che il fuoco s' approssimava al pa- [Questo passo di Suetonio (Ner.) ha
fatto uscire di careggiata non pochi. L'abbattimento e l'incendio dei
granai Suetonio lo apporta, perchè serve a dimostrare, secondo lui,
che Nerone non fece mistero dell' ordine d' incendiare {incendit
urbem tam palam ut bellicis machinis lahefactata atqiie
infiammata sint, ecc.). E chiaro che 1' argomentazione non è valida. Se
Nerone dette senza mistero 1' ordine di abbattere quei granai, dovè
dunque darlo quando tornò da Anzio; e allora tutto intorno era già
divorato dalle fiamme.] lazzo imperiale, egli rientrò in Roma, eppure non
si potè impedire (dice Tacito) che il Palatino e la reggia e tutti
i luoghi intorno fossero preda alle fiamme. Rimangono altri due aneddoti, e
quello di Priamo e quello del banchetto. E non è improbabile che
Nerone paragonasse sé stesso a Priamo, cui toccò di veder distrutta
la patria sua, e si chiamasse, ammettiamo pure, fortunato di veder cosa
unica al mondo: ma ciò non si può apportare qual prova a confermare
che l'ordine partisse da lui. Ne tale deduzione si può trarre dai
motti di spirito, che secondo Suetonio riferisce, avrebbe egli scambiato con un
suo convitato in un banchetto. Che anzi, chi ben guardi,
l'interpretazione di qu3Ì motti è ben altra. Giacché se il convitato
disse: Ivj.oò Savóvro? Y^ia at/Gr^uo ttd.oi egli voleva evidentemente
significare: purché io sia morto,
si mescoli la terra col fuoco, e cioè, a un dipresso: purché io non abbia
più a correrne pericolo, caschi pure il mondo! Ed è naturale quindi che Nerone
rispondesse: anzi, purché io continui a
vivere (immo inquit, i'j.o'j
Cwvioc). Ci siamo indugiati in siffatti particolari aneddotici, non per
conchiudere da essi soli, che fu ingiusta l'accusa, ma solo per affermare
che non ci è dato indagare la verità da siffatte fonti. Questi
scrittori hanno poco discernimento critico. Quando raccolgono fatti, ci
offrono materiale prezioso: quando li interpretano e ne tra^ggono
deduzioni, scoprono tutto il debole dell'arte loro. Noi dunque dobbiamo battere
altra via. Dobbiamo esaminare le par- [Ed era la casa sontuosa, eh' egli
stesso aveva fatto smisuratamente ingrandire, sicché comprendeva ormai tutta
l'area dal Palatino all'Esquilino. Il nome di Domus Transitoria
(Suet. Nei') trasse in uno strano errore il Renan, il quale
credette vedere in quello l'intenzione di Nerone di far, poi, una
casa definitiva. Ma transitoria significa solo che quella casa
metteva in comunicazione, come dice Tacito {Ann.) il Palatium con
gli orti di Mecenate ! Pascal] ticolarità tutte del disastro ìq relazione
al carattere ed ai fatti di Nerone. Dobbiamo vedere quale poteva
essere per lui il movente ad emanare l'ordine sciagurato, quali i mezzi per
attuare l' immane disegno. La capacità a delinquere di Nerone è
fuori di ogni discussione; e veramente, se solo ad essa noi dovessimo
aver ricorso, la questione non sussisterebbe più. Ma vi ha tempre e
caratteri diversi di delinquenza: alcuni sono nati alle audacie più
forsennate, alle più temerarie scelleraggini: altri praticano il delitto
per coperte insidie e per nascosti raggiri. Nerone, quale cÀ
risulta da tutti gli atti della sua vita, fu insidioso e vile; sospettoso di
tutto e di tutti, sempre premuroso d' ingraziarsi il popolo con feste e
largizioni; assalito alcuna volta da crisi convulse, e trepidante per divina
vendetta, superstizioso come un fanciullo. Quando scoppiò l' incendio,
egli era ad Anzio. Scoppiò per ordine suo? Ma allora il suo tristo
segreto fu affidato non ad uno o due dei più intimi, ma a centinaia,
forse a migliaia di servi e pretoriani!" Giacché per tutta Roma
furono dissemi- [Mi si è mosso rimprovero che tali particolarità io desuma
da quegli stessi scrittori, dei quali ho cercato infirmare la fede. Ma le
dichiarazioni che qui precedono sono esplicite; i fatti non sono certo inventati dagli
scrittori: le deduzioni che essi ne traggono sono erronee. In tutte
le scelleratezze di Nerone si vede manifesto lo studio di coprire nel
segreto dei pochi fidati il misfatto. Il mandare l'ordine da Anzio a Roma a
centinaia di servi e soldati, e il tornare poi in mezzo al popolo,
suppone un coraggio che non possiamo davvero attribuirgli. Né è dato supporre
che Nerone abbia confidato l'ordine solo a qualche intimo. Questi non
avrebbe potuto fare se non trasmettere gli ordini imperiali; e Nerone
capiva che 1' ordine sarebbe stato quindi annunziato ai servi o
soldati solo come ordine suo. lnati coloro che impedivano ogni
tentativo di estinzione, ed erano come riferisce Dione Cassio, anche
vigili e soldati che ravvivavano il fuoco. E si supponga pure che costoro nell'
ebbrezza forsennata di quelle notti infernali, obbedissero, senza
esitanza, ad un ordine che si diceva lor mandato dall' imperatore
lontano: ma quando poi l'imperatore tornò, e tentò arrestare le fiamme,
(Tac. Ann.), a chi obbedivano coloro che dagli orti di Tigellino fecero
prorompere novello incendio? E, se avesse dato l' ordine, sarebbe tornato
Nerone? Un ordine, diffuso fra tanti servi e soldati, non poteva rimanere
un segreto per il popolo: avrebbe Si potrebbe osservare: Perchè dovevano
essere centinaia ? Non bastavano forse anche pochi per appiccare l'incendio, se
questo cominciò dalle bofteghe ripiene di merci accensibili, e fu alimentato
dal vento? Sennonché supposto pure che pochi abbiano appiccato l'
incendio, moltissimi dovevano pure essere quelli che ordirono il
complotto. Ed infatti per tutta Roma erano sparsi coloro che impedivano
ogni tentativo di estinzione. Questi dovevano essere a parte del segreto,
e per essere sparsi in tutta Roma dovevano essere moltissimi. La
qual notizia della impedita estinzione non può essere revocata in dubbio.-
Se non v'era forte mano organizzata ad impedire 1' estinzione, molto
prima dei nove giorni si sarebbero sedate le fiamme. Non potevano
certo obbedire a Nerone, poiché da lui ricevevano ormai l'ordine di arrestare
le fiamme, non di riaccenderle. Si è sospettato potesse essere una finzione di
Nerone il tentativo di arrestare le fiamme. Ma ad ogni modo questa
finzione non poteva avere efletto se non con opere di estinzione. E non è
consentaneo al carattere di Nerone che egli in mezzo alla disperazione
del popolo si fosse esposto al pericolo di rinnovare l'ordine incendiario. E
Tigellino non avrebbe fatto incominciare dalla casa sua, lasciando intatto il
Trastevere. Si può pensare: col non tornare, avrebbe accresciuto i
sospetti. Ma questi apprezzamenti e calcoli di mente fredda disdicono al
carattere di Nerone. Si esamini, di grazia, il suo contegno dopo 1'
uccisione della madre (Tac. Ann.). E cosi quando gli fu annunziata la
defezione degli eserciti, non osò presentarsi in pubblico, temendo esser
fatto a brani (Suet. Ner.). egli affrontato la plebe, pazza d' ira e
di terrore? E perchè l' avrebbe dato, quest' ordine ? Perchè, si risponde, non
soffriva le vie tortuose e irregolari, con le loro pestifere esalazioni,
e voleva il vanto d'essere chiamato fondatore di Roma; ojDpure, perchè
voleva godere lo spettacolo delle fiamme e cantare l'incendio. Ed
altri ancora risponde: dette l' ordine in un accesso di pazzia.
Or veramente, quanto alle vie tortuose e strette, la ragione non
regge. L' incendio fu appiccato a tutte le regioni più nobili e suntuose
di Roma; perirono i templi vetusti, i bagni, le passeggiate, i luoghi di
delizia, le case più ricche. Le regioni dei poveri, rot>curo
Trastevere, il centro della comunità giudaica e cristiana, furono rispettati.
Eppure anche nel Trastevere aveva Nerone i suoi orti Domiziani e il suo
circo, che poteva desiderare di vedere sgombri dalle casupole e dalle
viuzze che li circondavano. Voleva godere lo spettacolo delle fiamme? Ma
si sarebbe subito mosso da Anzio; il ritardo poteva togliergli l'occasione di
goderlo! Rimane dunque che egli avesse ordinato l' incendio in un accesso
di pazzia. Ma quando egli tornò a Roma, e, come riferisce Tacito {Ann.
XV, 39\ cercò di opporsi al fuoco, ed aprì per ristoro al popolo il campo
di Marte, i portici e le terme di Agrippa, Che Nerone sin dalla prima
notte del suo ritorno si aggirasse senza guardie per la città, è afìermato da
Tacito stesso, quando narra che Subrio Flavio aveva già prima della
congiura Pisoniana fatto il disegno di uccidere Nerone cum ardente
domo per noctem huc Ulne cursaret incustoditus! (Ann.) '' Non poteva
regolare, si può dire, la direzione delle fiamme. Ma certamente, se il suo
scopo era quello di togliere le viuzze stretto e le case luride non
sarebbe ricorso alle fiamme. Bastava che il suo disegno d' abbellire Roma
egli enunciasse, per essere esaltato da tutto il popolo, e avere il
concorso di tutti i cittadini. E quando anche alle fiamme avesse voluto
ricorrere, avrebbe cominciato dai quartieri luridi, non da quelli nobili
e sontuosi.] gli orti suoi, e fece costrnire provvisorie capanne, e
diminuì il prezzo del frumento, era certamente nel possesso delle facoltà
sue: e allora chi rinnovò l' incendio negli orti di Tigellino? Ed ancora, si ponga mente ad altre
osservazioni. Nerone voleva salvare la casa sua, ed infatti vi si adoperò,
tornato a Roma: avrebbe egli ordinato che si cominciasse ad
appiccare il fuoco proprio a quella parte del circo. che era contigua al
Palatino? Nerone amava credersi e farsi credere artista fine e di greco gusto.
Non avrebbe egli fatto mettere al sicuro le più belle opere di
scultura, i monumenti dei più chiari ingegni, i capilavori dell'arte greca?
Anche questi perirono tutti, e Nerone mandò gli emissarii suoi, per l'Asia
e per la Grecia, a depredarne dei nuovi. Quanto più si consideri l'accusa
fatta a Nerone, tanto più essa risulta incoerente e contradditoria. Ma
dunque, chi ordinò l'incendio? Quali furono gì' incendiarii? Quale
scopo ebbero? Chi incolpò i Cristiani? E quali erano i Cristiani
allora? Dobbiamo, per l' esposizione nostra, cominciare dall'ultimo
quesito, e poi a mano a mano, attraverso gli altri, giungere sino al
primo. Sulla prima comunità cristiana in Roma abbiamo E
opportuno pnre notare che J racconto riguardante Nerone, che sulle rovine
ii Roma canta i' incendio di Troia è ritenuto, per buone ragioni, una
leggenda. Y. Renan, JJ Aniichrist che prese probabilmente i suoi
argomenti dalla nota del Fabricio a Cassio Dione. Non vale il dire:
ricevuto il comando, non si badò più a nulla. Sta pur sempre, che se il
primo incendio cominciò dalla casa di Nerone, e il secondo dalla casa di
Tigellino, le fiaiume forono appiccate da nomini che erano nemici di
tatto l'ordine sociale, che era rappresentato da quei di;
e. scarsissimi documenti: pure ci viene da essi qualche lume. Chi
immagina i Cristiani al tempo di Nerone, e anche prima, tutti intenti a
bizantineggiare su questioni di dogma, non può spiegare l' aggregarsi di
sempre nuovi proseliti alla parola evangelica. Se Tacito dice che i cristiani
erano allora una immensa
moltitudine, ninna ragione v' ha per iscemare il valore a siffatta
testimonianza. Ora una immensa moltitudine non si poteva commuovere per
controversie riguardanti solo il, dogma giudaico. Ci vuole altro per
muovere le turbe. Se soltanto tali quesiti avessero formato oggetto della
predicazione evangelica, i gentili avrebbero probabilmente risposto come
il proconsole Corinzio rispose ai Giudei che accusavano Paolo: sono questioni di parole: pensateci voi.
Il cristianesimo dovè invece assumere ben presto in Roma un contenuto
sociale ed economico. Quel che importava era il complesso delle
aspirazioni e delle rivendicazioni messianiche, era la parola dolce,
che per prima affermava 1' eguaglianza umana, e prometteva lo sterminio
degli empii, e prossimo il regno della giustizia. Ora questa sete ardente
di rivendicazioni umane era comune tanto al giudaismo quanto al
cristianesimo. La differenza era in ciò, che per il cristianesimo il Messia era
già venuto, ma doveva tosto tornare a disperdere le potenze maleJBche
sulla terra; il giudaismo non sapeva accomodarsi all'idea di un
Messia, che non avesse levato sugli empi la sua spada di fuoco, e
assicurato la supremazia al suo popolo La testimonianza di Tacito è
i-insaldata da quella di Clem. Rom. Ad, Cor., I, 6 (nokò t:).YjOoc;), e
da quella dell' ^joocalisse, VII, 9 {o/'koc, t:oXù<;) e da quella di S.
Paolo che ai Filippesi dice, parlando dei cristiani di Roma: Molti dei miei fratelli nel Signore. Contro
siffatte testimonianze non v'è una sola prova di fatto. Nulla trovo in
proposito nel lavoro dell' Harnach, GescJdchte der Verbreitung des
Christenthuvis, in Sitzunysb. d. Akad. d. Wiss. zu Berlin. leletto
e feimato l' impero nella divina Gerusalemme, bella d'oro, di cipresso e
di cedro. Ma in sostanza r una aspettazione e l' altra di un prossimo
rinnovamento umano aveva un contenuto sociale; e a guardar l'una e l'altra
dal di fuori, era facile confonderle. Quindi è che Giuseppe Flavio e
Giusto di Tiberiade non distinguono i cristiani dai giudei; e Tacito in
un passo (Bist.) confonde gli uni e gli altri; cosi Suetonio,
quando dice {Claud.) Jndaeos imimlsore Chresto assidne tumultuantes Roma
expnUf, intende evidentemente (per quanto stranamente sia stato interpretato
questo passo) per Judaei i Cristiani, immaginando Cristo ancor vivo ai
tempi di Claudio,v anzi eccitatore dei Giudei nei loro tentativi di
riscossa. Che poi la coscienza umana si sia spostata non verso il
giudaismo, ma verso il cristianesimo, la ragione è manife Impulsore non
può voler dire a cagione bensi
per eccitamento. È da mettere a riscontro questo passo di Suetonio
con un passo degli Atti degli Apostoli, nel quale si ha questa notizia
< [Paolo ^ trovato un certo Giudeo, per nome Aquila, di nazione
Pontico, da poco venuto in Italia, insieme con Priscilla sua moglie
(perciocché Claudio aveva comandato che tutti i Giudei si partissero di Roma),
si accostò a loro; e poiché egli era della medesima arte, dimorava in
casa loro. Ora è importante il fatto che Aquila e Priscilla erano
appunto cristiani: cfr. Rom.; Corint.; Tim.; Ada, E che il fossero anche prima
d'incontrarsi con Paolo si può con qualche probabilità dedurre dal fatto
che appunto in casa loro andò ad abitare Paolo a Corinto. Paolo, Eom., li
chiama suoi cooperatori. Cfr. De Rossi
Bnll. ardi, crisi; Allard, Hist. des persécut.. E probabile dunque che
Claudio scacciasse dalla città i Giudei cristiani, non tutti i Giudei: tanto
piìi che dei Giudei Cassio Dione dice che Claudio ritenendo pericoloso a
cagione del loro numero scacciarli dalla città, si limitò a interdirne
le adunanze. E che 1' espulsione ordinata da Claudio non riguardasse
propriamente i Giudei viene indirettamente provato dal fatto che Giuseppe
Flavio, solitamente cosi bene informato di tutto ciò che riguardai suoi
compatrioti, non menziona di Claudio se non atti di favore per essi {Ant,
Ind.). sta. L'uno infatti rimaneva chiuso nel suo rigido particolarismo di
razza, l'altro abbracciava nell'amor suo l'universo. L'uno esaltava il
popolo eletto dal Signore e destinato al trionfo; l'altro predicando
l'eguaglianza umana volse la propaganda sua tra i Gentili. Di più
ancora, gli uni spostavano indefinitamente i termini della dolce
promessa, gli altri annunciando imminente il desiderato ritorno, parevano
soddisfare la impazienza di rinnovamento umano, che è cosi caratteristica
della società romana del primo secolo. È facile immaginare quanto
larga e immediata diffusione avesse il cristianesimo tra gli schiavi, i
quali sentivano più che mai prepotente la brama di rivendicazioni e da
secoli prorompevano di tratto in tratto alla rivolta. D' altra parte,
come avviene in tutti i movimenti umani, si aggregava alle idee nuove
quel sostrato tenebroso della società che spunta fuori solo nei
giorni più torbidi, giungendo ad ogni eccesso cui spingano le bieche
passioni e i rancori lungamente soffocati. Tali uomini gettavano fosca
luce su tutta intera la chiesa. Tacito dice: odiati pei loro delitti i
Cristiani, e meritevoli di ogni pena più
esemplare (Ann.); e Suetonio parla di essi come di gente malefica
(Ner.). Tacito e Suetonio hanno delle virtù e delle colpe umane
gli stessi concetti che ne abbiamo noi. Quando essi parlano di delitti e
malefizi, non è possibile assumere tali parole in significato men tristo
dell'usuale. La castità, la temperanza, la rinuncia ai piaceri, l'odio
per le turpitudini, erano pure per essi tali pregi, che ne avrebbero
commosso di ammirazione reverente l'animo. Si potrebbe pensare a calunnie
sparse ad arte nel popolo. Ma è pur l'incendio di eoma e r primi cristiani
vero che nelle stesse fonti cristiane abbiamo la prova che molti nelle
varie chiese fossero indegni di predicare la croce di Cristo. Paolo stesso,
nella lettera scritta da Roma ai Filippesi, così parla di alcuni,
che si erano aggregati alla nuova fede:
Molti dei fratelli nel Signore, rassicurati per i miei legami,
hanno preso vie maggiore ardire di proporre la parola di Dio senza
paura. Vero è che ve ne sono alcuni che predicano Cristo anche per
invidia e per contesa, ma pure anche altri che lo predicano per buona
affezione. Quelli certo annunziano Cristo per contesa, non puramente,
pensando aggiungere afflizione ai miei legami; ma questi lo fanno per
carità, sapendo ch'io son posto per la difesa dell' evangelo. A
quante interpretazioni han dato luogo queste parole! Eppure a
dichiarazione di esse mi pare che possano servire quelle che Paolo
aggiunge poco dopo:Siate miei imitatori, o fratelli, e considerate coloro
che camminano cosi Perciocché molti camminano, dei quali molte volte vi
ho detto, e ancora al presente vi dico piangendo, che sono i nemici della
croce di Cristo; il cui fine è perdizione, il cui Dio è il ventre, la
cui gloria è nella confusione loro; i quali hanno il pensiero e l'affetto
nelle cose terrene. Noi viviamo nei cieli, come nella città nostra, onde
ancora aspettiamo il Salvatore. E più giù: La vostra mansuetudine Tali parole
scritte ai Filippesi liHiiiio riscontro con quelle della lettera ai
Romani lo vi esorto, fratelli, che
vi guardiate da coloro che commettono dissensi e scandali, contro la dottrina
che avete imparato e vi ritragghiate da essi. Perciocché essi non servono
al nostro Signore Gesù Cristo, ma al proprio ventre, e con dolce e
lusinghevole parlare seducono il cuore dei semplici. Dunque quelli
che non servono a Dio, ma al
proprio ventre, non si trovavano solo a Filippi, ma anche a Roma. Ingiusto è
quindi l'appunto mossomi dal sig. Fr. Cauer, in Beri, philol. Wock. Sulla
recensione del Cauer v. anche App. II, nota 1. Circa le varie questioni
riguardanti la lettera ai Filippesi, e propriamente la sua genuil' incendio di
roma e i primi cristiani sia nota a tutti gii uomini, il Signore è vicino.
Non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna. Il Signore è
vicino! Dunque, egli dice, siate mansueti, e cioè non vi abbandonate a
moti incomposti, aspettate con calma e fiducia. Il seme gettato aveva
fruttificato dovunque; era seme di amore e fruttificò la rivolta. Ed in
Roma quali erano coloro che predicavano Cristo per invidia e contesa?
Erano quelli che avevano l'animo alle cose terrene, che avevano invidia
dei beni altrui, e prorompevano in contese e sommosse: questi, sì,
aggiungevano afflizione ai legami di Paolo. Egli infatti doveva essere
giudicato da Cesare e aveva tutto l'interesse che non apparisse perturbatrice
dello Stato la sua dottrina; sul puro campo religioso l'assoluzione era
sicura, giacche Roma in religione non conobbe mai l' intolleranza. La
nascente chiesa cristiana era già fin d' allora scissa in fazioni. AH' infuori
delle dispute dommatiche che tanto travagliarono a Paolo la nobile vita, era
vivo nel primitivo cristianesimo il dissenso tra quelli che cercavano
inculcare l'aspettazione fidente della divina giustizia, e quelli che
volgevano le nuove dottrine a scopi di immediate rivendicazioni
materiali. Dagli scrittori moderni è stato ampiamente studiato in che cosa
consi- nità e l'unicità della sua composizione, v. gli autori citati
presso Clemen, Proleqom. z. Chron. der Paulinischen Briefe,
Halle, Qualche scrittore ha accennato che tutti questi passi si
riferiscano a scismi e divisioni interne della nascente Chiesa, per
questioni di dogmi e di gerarchia. Quale relazione abbiano il dogma e la
gerarchia col ve>itre, di cui parla Paolo, col pensiero e V affetto volto ai
beni terreni, non so vedere. Che se poi invece si vuol parlare di scismi
e divisioni riguardanti veramente l'attaccamento ai beni terreni, si vuol
supporre cioè che avessero assunto il nome di Cristiani, uomini avidi ed
invidiosi dei beni altrui, allora siamo pienamente d'accordo; ed io
posso anche nutrire non vana speranza che i miei contraddittori
siano per venire nell' avviso mio. l stessero i dissensi
dommatici; ma non per questo dobbiamo noi credere che solo ad essi si
riducessero le divisioni della prima chiesa. Anzi, chi ben guardi,
a riprovare il partito delle rivendicazioni sociali si trovavan concordi
pur quelli che nel dogma eran dissenzienti; e se da una parte Paolo protesta
esservi nella Chiesa alcuni che sono nemici della croce di Cristo,
perchè il loro Dio è il ventre, il loro affetto è alle cose terrene,
Pietro parla a lungo di quelli tra i Cristiani che sono schiavi di lor
lascivia, che come animali senza ragione vanno dietro all' impeto della
natura, destinati a perire nella loro corruzione, essi che reputano tutto
il loro piacere consistere nelle giornaliere delizie, e non restano giammai di
peccare, adescando le anime deboli, ed avendo il cuore esercitato all'
avarizia (II Petrij 2). E, come Paolo, anche Pietro, nella P'' epistola
(la cui attribuzione è sicura) esorta i Cristiani alla soggezione verso
le autorità terrene, i sovrani e i governatori, e a ritenerli come inviati da
Dio stesso, per punire i malfattori e premiare quelli che fanno bene.
L'esortazione prova appunto che tra i Cristiani fosse una fazione turbolenta
(cfr.Tim.). È dato pensare col Eénan {Saint Paul) a quelle sette
cristiane che negavano la legittimità dell' imposta, che predicavano la rivolta
contro l' impero, e identificavano anzi l' impero al regno di Satana.
La maggior parte della prima chiesa sarà stata di persone invase
dall'amor del bene e da fraterna carità; ma la turbolenza fremeva in
quella massa disforme, e la parola apostolica mal giungeva a frenarla. Or
qui è da richiamare quel che abbiam sopra visto, riferito da
Suetonio, che cioè sotto Claudio i Cristiani tumultuassero e fossero espulsi da
Roma. Anche quel passo è stato soggetto a tante interpretazioni! Pure a
conferma della nostra, basta rammentare il passo di Tacito [Ann.) quella perniciosa superstizione soffocata per
il momento, prorompeva di nuovo, il quale passo ci lascia anche
comprendere che più d' uno dovettero essere i tentativi di soffocare il
cristianesimo nascente. -' Perchè soffocarlo, se non fosse stata in
esso una fazione rivoluzionaria? In Roma tutti i culti vivevano alla luce
del sole. E che tal fazione avesse in Roma il Cristianesimo, si deduce
dalia lettera stessa di Paolo ai Romani. Vi s' industria in ogni maniera
di incutere il rispetto all' autorità, tenta perfino di far credere
divina la potestà terrena: Ogni persona
sia sottoposta alle potestà superiori, perciocché non vi è potestà
se non da Dio; e le potestà che sono, sono da Dio ordinate. Talché chi
resiste alla podestà, resiste all'ordine di Dio, e quelli che vi
resistono riceveranno giudizio sopra di loro ecc. (7?o?., 13). Indi pure si spiega
perchè ai cristiani si facesse accusa di professare l'odio del genere
umano. Tacito anzi dice che 1' accusa fu provata (Ann.) odio humanis
generis conoictì sunt Si è tentato
d' interpretare il passo, adducendo Pih d" uno, ho detto.^Le parole
di Tacito sono: Auctor nominis eius Christus, Tiberio iviperitante, jyer
procuratorem P. Pilatum sujypiicio adfectus fuerat; represscique in
praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebnt. Se Tacito avesse
voluto dire che la repressione fu una sola, avrebbe detto eruperat;
invece eruinpebat è imperfetto iteratiro, in relazione con quelV in praesens. E
il significato è: ogni volta che era
repressa erompeva di nuovo. I provvedimenti repressivi presi in Roma
contro certi culti e cerimonie fui-ono determinati da ragioni di moralità
e di quiete pubblica; cfr. Aubé, Histoìre des pemécutionfs; De
Marchi, Rendiconti Istituto Lomb.; Ferrini, Esposizione storica e
dottrinale del diritto penale romano, Milano, Se il Cristianesimo avesse avuto
un solo carattere religioso sarebbe stato tollerato, come era tollerato
anzi qualche volta (Joseph. Ant. jud.), anche favorito il giudaismo, che
pur pretendeva all'esclusiva verità del suo unico Dio, e pure aveva
contrario il sentimento pubblico Di simili accuse parlano spesso più
tardi gli apologisti, Tertulliano, Apol.; hostes maluistis rocare generis
humani; sicché a me sembra vano il tentativo d'inla rinuncia, che i cristiani
professavano, ai beni e ai piaceri della vita. Vani sforzi! Il mondo
classico aveva visto in tal genere le aberrazioni estreme della
scuola cinica, la quale tuttora vigeva (A)tn.); ed aveva ancora,
fiorente nel suo seno, l'ideale della virtù stoica. Gli è elle ogni
rivendicazione di una classe sociale contro l'altra, diventa
necessariamente lotta e quindi odio di classe. Strana sorte! Cristo e i
suoi apostoli insegnavano 1' amore; gettata la loro parola nelle
moltitudini, era seme che fruttava 1' odio umano. Fra quelle turbe,
inasprite da secolari dolori, avide della agognata riscossa, passò la
figura dolce e confortatrice di Paolo. Persegui tenacemente e con fervore
divino, l'opera sua; diresse con la mansuetudine quei cuori tempestosi,
convertì quanti più potè tra i Pretoriani ed i servi di Nerone (Ai
Filipp.). Finito poi, con l'assoluzione, il processo a suo carico,
non è certo che egli sia rimasto in Roma. L' ajino seguente, proruppe
l'incendio. Il Signore è vicino ! aveva annunziato Paolo, e tutta la
letteratura evangelica contiene questo grido angoscioso di aspettazione: Io vi dico in verità che alcuni di
quelli che sono qui presenti, non proveranno la morte, primachè non
abbiano veduto il Figliuolo dell' uomo venire nel suo regno. Io vi dico
che terpretare: d' essere odiati dal genere umano. Come può essere
per alcuno un capo di accusa l'odio alti-ui? E si poteva asserir
seriamente che tutto il genere umano si unisse ad odiare quella Chiesa
segreta ed ignota? E ad ogni modo quando pur si volesse sforzare la frase
sino a tal senso, ci si guadagnerebbe ben poco. V. però su tutta la
cronologia di Paolo, Harnack A., Die Chronologie des altchristlichen
Litteratur. questa generazione non perirà, prima che tutto questo
avvenga. Cielo e terra periranno, ma non periranno le mie parole. Così
concordemente gli evangeli di Matteo, di Marco e di Luca. E la lettera di
Jacopo. Siate pazienti, fortificate i cuori vostri, la venuta del
Signore è vicina. E la lettera agli Ebrei. Ancora un breve tempo e
colui che deve venire, verrà e non tarderà. E Paolo stesso ai Romani. La notte è avanzata,
e il giorno è vicino. È noto che il dogma posteriore spostò
indefinitamente la speranza di questo avvento divino ma i cristiani di allora
l'aspettavano per la loro generazione. Paolo nella prima ai Tessalonicesi così
dice: Noi viventi siamo riserbati sino alla venuta del Signore. E gli
oppressi, i conculcati, i disprezzati, si estasiavano al prossimo
adempimento della dolce promessa. Ma quando, quando tornerà il liberatore, a
sollevare gli umili, a punire gli empi ?
Quando avrete veduto l'abbominio della desolazione, detta dal
profeta Daniele, posta dove non si conviene rispondevano gli evangelii {Marc.). In quei giorni vi sarà afflizione tale, qual
mai non fu dal principio della creazione delle cose finora, ed anche mai
non sarà! E se il Signore non avesse abbreviati quei giorni, ninna carne
scamperebbe; ma per gli eletti suoi, il Signore li ha abbreviati
Allora se alcuno vi dice: Ecco qua Cristo, ovvero: Eccolo là, noi
crediate Ma in quei giorni, dopo quell'afflizione, il sole
oscurerà, la luna non darà più il suo splendore. E le stelle dal cielo
cadranno, e le potenze nei cieli saranno scrollate. E allora gii uomini
vedranno il Figliuolo dell'uomo venir dalle nuvole, con gran potenza e
gloria. Così l'idea del prossimo ritorno di Cristo era congiunta con quella
della fine del mondo, cui doveva far seguito la rinnovazione delle
cose, e la rigenerata umanità. Cristo stesso indicando i superbi palagi
di Gerusalemme aveva detto: Vedi
tu questi grandi edifici ? Ei non sarà lasciata pietra sopra pietra. E
Griovanni aveva annunziato :. Figliuoli è l'ultima ora, (Giov.), e Pietro: È prossima la fine delle cose. È
prossima? ma non era r età di Nerone 1' abbominio della desolazione di
cui aveva parlato il profeta ? ^° E non aveva promesso il Signore,
che sarebbero brevi quei giorni, perchè altrimenti niuno si salverebbe ? E dopo
la distruzione, il rinnovamento: dopo le ingiustizie secolari, 1'
eguaglianza e la pace ! E il recente convertito trovava nel fondo oscuro
della sua coscienza le reliquie del paganesimo, che vi persistevano tenaci: dunque,
pensava, lo stoicismo non s'ingannava, e pure attraverso il mondo
nostro era penetrato un raggio del vero: era penetrato per gli oracoli
delle Sibille, per le predizioni etrusche, per le dottrine degli stoici: tutti
annunziavano la fine delle cose e la novella progenie umana; tutti
annunziavano il prossimo regno del Sole, cioè del fuoco, che
rigenererebbe l' universo, e Vergilio stesso lo aveva cantato {Ed.). Ma
sopratutto lo stoicismo pareva dare a queste anime turbate il cupo
consiglio, lo stoicismo, che essi sostanzialmente non distinguevano dal
Cristianesimo per il suo contenuto morale, e che come contenuto sociale
aveva le stesse aspettazioni di rinnovamento umano. Or lo stoicismo predicava
l'ecp^ros/V, combustione cosmica, come fine del mondo, e principio della
nuova era umana. Per alcuni stoici questa combustione cosmica do- Nerone
era veramente per i cristiani l'Anticristo, la bestia nera {-o OY,piov lo
chiama V Apocalisse), l'uomo del peccato, il figliuolo della perdizione,
di cui parla la II di Paolo ai Tessalonicesi. Il suo regno era dunque annunzio
dell' imminente regno di Dio (v. la citata lettera di Paolo, cap. II);
cfr. Renan, S. Paul, L' àvOpiD-o; T-r,v àv&[j.[a; è
personificazione della potenza mondana, che deve rivelarsi con impeto
prima della fine del mondo; cfr. Ferrar, The Life and Work of St.
Paul, Sulla genuinità della Seconda ai Tessalonicesi, V. Weizsàcker,
Zeilschr. f. iciss. TlievL; Briickner, Chronol. Reihenfolge, veva essere
preceduta dal diluvio, secondo l'idea antica di Eraclito (v. il framm.
presso Clemente, Strom.). Tale è pure l' idea di Seneca, nel quale è così
ardente il desiderio di rinnovamento, che alcune parole di lui
sembrano uscite dalla bocca di un apostolo [Nat. Qw.). Anch' egli cupamente
anìiunzia: Non tarderà molto la
distruzione ! E come il vecchio Eraclito, e dietro di Ini le
scuole stoiche, simboleggiando nel fuoco l'anima divina dell' universo,
aveva detto (presso Ippolito): il
fuoco tutto assalendo giudicherà ed invaderà, così nel dogma cristiano si
assegnò all'incendio del mondo l'ufficio di purificazione e giudizio finale.
Gli antichi profeti d'Israele erano t\itti pieni di fremiti sdegnosi, di
ansiose aspettazioni dell' ora punitrice. Neil' anima di Isaia pare
accogliersi tutta la protesta dei miseri, l'onta per la dominazione
assira, l'odio per chi procurava la rovina al popolo. Egli scatta e
minaccia: Voi sarete come una
quercia di cui son cascate le foglie, come un giardino senz' acqua. Il
forte diventerà stoppa, l'opera sua favilla; l'una e l'altra saranno arse
insieme: non vi sarà niuno che spenga il fuoco (I). Questi fremiti sdegnosi si
risentiranno più tardi nell'Apocalisse cristiana. E l'idea della combustione
del mondo fu pur congiunta, nel dogma cristiano, a quella del secondo
avvento di Cristo: I cieli e la terra
del tempo presente per la medesima parola son riposti, giacché sono
riserbati al fuoco, nel giorno del giudizio e della perdizione degli
empi. Or quest'unica cosa non vi sia celata, diletti, che per il Signore
un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non
ritarda, come alcuni reputano, la sua promessa, anzi è paziente verso di
noi, non volendo che alcuni periscano, ma che tutti vengano a penitenza. E il
giorno del Signore verrà come un ladro di notte; in quello i cieli
passeranno rapidamente, gli elementi divampati si dissolveranno; la terra
e le opere che sono in essa, saranno arse. Poiché tutte queste cose hanno da
dissolversi, quali vi conviene essere in sante conversazioni e pietà,
aspettando e affrettandovi all' av venirti ento del giorno di Dio, nel
quale i cieli infuocati si dissolveranno, gli elementi infiammati si
distruggeranno ! (Così la così detta Petri, V. anche Cai-m. sibyll.).E
certamente, questi apostoli della dottrina avranno fatto ogni sforzo
per provare che il fuoco era divino, non umano, e per esortare alla calma
e all'aspettazione fidente di Dio. Questo risulta dalle parole che
abbiamo citato, anzi risulta da tutta intera la letteratura apostolica,
che è piena di consigli miti. Ma risulta altresì l'impazienza di alcuni.
Gettate una dottrina come questa, dell'imminente fuoco, punitore di tutti
i gaudenti della terra, in mezzo ad una turba di schiavi, di gladiatori,
di oppressi; e voi vedrete a tale annunzio in diversa guisa
manifestarsi r animo di ognuno, altri raccogliersi nelle trepidanze
angosciose, altri, i più violenti, i tristi per natura, correre a sfogare
le ultime agognate vendette. Rotti i vincoli e i freni umani, erompe
l'animo dei tristi a soddisfare con facile ardire le passioni prima represse
o celate. Le vendette, le violenze e il saccheggio sono le forme
consuete cui irrompono, in tal condizione di spiriti, le turbe forsennate.
Altri forse, illusi o fanatici, avranno creduto trovare giustificazione
nella stessa parola divina. Cristo stesso aveva detto: io sono venuto a portare il fuoco sopra
la terra (Luca), Essi credevano essere
gli esecutori della divina vendetta, essi dovevano iniziare l'opera
redentrice. Le masse esaltate dal fanatismo sprezzano i consigli della
moderazione e della calma. Fermentano allora in quelle coscienze
commosse tutte le ire e tutti i rancori; perduti ritegni e timori umani e
divini, gli animi si spingono ad ogni eccesso. e Pasotil. 14r; l'lu
quale altra comunità romana in quel tempo potevano essere così vivaci
gl'impulsi all'atto forsennato? Certo, anche gii Ebrei auguravano a Roma
stermioio; ma non aspettavano fiamme vendicatrici per la loro
generazione; nella Corte di Nerone erano bene accetti; in lui non
vedevano l'Anticristo, il mostro, l'uomo del peccato, annunzio del
prossimo regno di Dio. Solo dunque 1' ultimo strato sociale, cui si era
portata la parola dell' eguaglianza e dell'amore, poteva erompere
all' opera distruttrice. QuelT ultimo strato sociale era abbeverato di
odio contro tutto 1' ordine presente. Gli apostoli davano bensì consigli
di obbedienza ai loro padroni; ma dalle loro stesse parole risulta che
alcuni andavan predicando dottrine ben diverse. Si ascolti Paolo a
Timoteo. Tutti i servi che sono sotto il giogo reputino i loro signori
degni di ogni onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio e
la dottrina. E quelli che hanno signori fedeli non manchino ai proprii
doveri verso di essi, perchè son fratelli; anzi molto più li servano,
perchè son fedeli diletti e che partecipano del benefiziG^. Insegna
queste cose ed inculcale. /Se alcuno insegna/ diversa dottrina, e
non si attiene alle sane parole del signore Gesù Cristo, e alla dottrina
che è secondo pietà, esso si gonfia senza saper nulla, vaneggiando tra
dispute e logomachie, onde sorgono odi, contese, bestemmie, tristi
sospyetti, conjiitti di uomini viziati di mente e alieni dal vero, che
credono la pietà abbia ad essere un guadagno. Come scruta addentro
nelle latebre dell'anima lo sguardo profondo di Paolo! L' amore
universale, che egli aveva annunziato diventava naturalmente per il popolo
pretesa di rivendicazione: la pietà diventava guadagno. E non pure v'
erano quelli che agitavano la questione dello scuotere il giogo
secolare, come indubbiamente risulta dalle parole or citate di Paolo; ma
contro tutta la compagine e l'organizzazione sociale e l' imjjero stesso si
appuntavano gli odii loro. Anzi nel primitivo dogma era che allora
avverrebbe l' incendio del mondo e quindi il regno della giustizia,
(luaiido avvenisse la fine dell' impero. Certo, in tale forma noi
troviamo più tardi il dogma in Tertulliano.
Noi preghiamo, egli dice {Apolog.), per 1' impero e per lo stato romano,
noi i quali ben sappiamo che la massima rovina che sovrasta all'universo
intero, il chiudersi dell' èra nostra, che ci minaccia orrende
sciagure, di tanto sarà ritardata di quanto si prolungherà il romano
impero (così pure nel liher ad Scap
ulani). Qui 1' appressarsi del fato estremo è cagione di trepidanza,
come nel mille; nell'epoca neroniana era aspettata con fervore di
desiderio e si accusava Dio della ritardata promessa {Petri). Molti
passi della letteratura apostolica attestano il fermento degli
spiriti e la loro desiosa aspettazione dell'ora finale. A più eccitarli
si facevano perfino correre false apocalissi [li Tessal.). Si spiega quindi
come solo all' epoca neroniana, potè erompere l' impazienza all' atto
forsennato. E che anche nell'epoca neroniana si unissero i due concetti
della fine del mondo e della fine dell' impero, si deduce da quel che
sopra abbiamo visto, che il regno di Dio doveva esser preceduto dal regno
del mostro (11 Tessal.); il mostro era Nerone. Se dunque la
distruzione dell' impero, rauuientaraento dell'Anticristo era il principio della
divina giustizia, si richiederà, credo, una volontà ben salda per negare
ancora che questi poveri fanatici, forse indotti da eccitamenti malvagi,
abbiali voluto farla finita con r impero e con Roma. 11 fuoco, il fuoco
devastatore avrebbe posto fine all'abbominio e rigenerata l'umanità
neir innocenza. Come la potenza della luce era preceduta da quella delle
tenebre, e il regno di Dio da quello del mostro, cosi il fuoco divino
doveva esser preceduto dal fuoco umano, che avrebbe annientata la sede stessa
dell' impero." Ed ora, dopo aver esaminato quali passioni fremevano
nel cuore, quali dottrine esaltavano le menti di una parte di questa
comunità cristiana, torniamo alla narrazione dell'incendio. Di tante
centinaia di soldati e servi incendiari, è possibile che nessuno fosse
riconosciuto ? Non è possibile, che anzi si sapeva che erano i servi del
cubicolo imperiese e i soldati del pretorio. E quando furono riconosciuti ed
arrestati, perchè non avrebbero addotto 1' ordine di Nerone ? E
Nerone si sarebbe messo, dinanzi al popolo, allo sbaraglio di
questa terribile prova ? Invece i primi arrestati confessarono. S' iniziò il processo primamente, dice Tacito
{Ann.), contro i rei confessi; dipoi moltissimi altri, per denunzia di essi,
non furono tanto convinti di avere appiccato il fuoco, quanto di
odiare il genere umano (o secondo altri: di essere odiati !). Non
come prova, ma come elemento di fatto che può avere relazione col nostro
argomento, crediamo far menzione di una curiosa scoperta fatta a Pompei.
Sopra una muraglia, tracciate col carbone, si scopersero alcune lettere.
Il Kiessling {Bull. Ist. corr. ardi.) che primo, col Miuervini e
col Fiorelli vide il documento, credette poter leggere ignì gavdb
CHRISTIANE. Le lettere al contatto dell' aria si dileguarono. Due anni
dopo il De Rossi non ne vide più nulla e dovette contentarsi di un fac-simile
tracciato dal Minervini. Sul fac-simile credette dover leggere: avdi
cukistianos; e con altri residui di lettere sparsi qua e là per le
muraglie, tentò tutta una ricostruzione, a dir vero un po' romantica, contro la
quale qualche buona osservazione fece i' Aubé, lILst. des pers. I, pag.
418. •'Nell'interpretazione di questo passo troppe volte la
passione ha fatto velo all'intelligenza. Riportiamo tutto il passo, ed
esaminiamo le singole espressioni, avvalendoci, in parte, delle prove già
apportate da H. Schiller, in Commentationes in honorem Th. Mommseni, per
quanto noi non vogliamo giungere alle esagerate sue conclusioni. La
reità dunque fu provata solo in parte per la prima accusa; j)er tutti fu
provata la seconda accusa, quella Ergo, aholrndo rumori Nero subdidit
reos et quaesitiftsimis poenis affecit quos per flagitia invisos, vulgus
christianos appellabat. Auctor noìinnis e'ms Christus, ecc. Igitur
primiim. correpti qui fatebantur; deinde indicio eorum mnltitudo
ingens, haud perinde in crimine incenda quam odio humani generis
convicti sunt. Il subdidit reos si
vori-ebbe spiegare sostituì al vero
colpevole i falsi. Rimandiamo, per il valore della frase, all' app. Ili
di qnesto studio. Passiamo al primum correpti qui fatebantur. Corripere denota
l' inizio della procedura penale: cfr. Ann. II, ; III, , ; IV, , ; VI,
40; XII, 42. Se la procedura penale fu iniziata, dovè iniziarsi per il delitto
di cui si tratta, il crimen incenda; non potè essere per una causa
di religione, che del resto si sarebbe dovuto svolgere dinanzi al
Senato (cfr. Tac. Ann.; Suet. Tib.: Dione; Suet. Claudio). Nerone era
scelleratissimo, ma non era sciocco; e
una sciocchezza sarebbe stato accusare per il delitto d' incendio, e fare un
processo di religione. Pretendere che Nerone abbia fatto questo,
significa supporre senza prove che egli abbia introdotto nella legislazione
penale un delitto nuovo; e ciò proprio all'indomani dell'assoluzione di
Paolo, il quale aveva potuto per due anni predicare Cristo con ogni
franchezza e senza divieto {Atti upost.).
Furono dunque primamente processati d'incendio quelli che via via
confessavano. Confessavano che cosa ?
Quando fatevi o confiteri sono adoperati assolutamente in relazione a un
processo significano: dichiararsi reo di quello per cui si è accusati; cfr. Ili, 67; XI, 1; XI, 35; Cic.: Mil.
15; Lig. 10. Si vuole invece supplire se Christianos esse. Ma per tal
significato il verbo di Tacito sarebbe stato profiteri; cfr. Ilist, III, 51;
III, ; IV, ; IV, . Ann. I, 81; II, 10, 42. K dovendo giudicare dell'
incendio era assurdo il chiedere la confessione di altra colpa, dì cui
era competente a decidere solo il Senato. Altra colpa ? Si può proprio
seriamente affermare che si ritenesse allora dai Romani colpa il
professare una religione qualsiasi ? In ogni altro caso, trattandosi di
una accusa determinata, quella dell' incendio, a niuno mai sarebbe venuto
in mente che la confessione degli accusati potesse intendersi di altro
che di incendio; e il pre sentare tale ipotesi sarebbe parsa tale
enormità, qual sarebbe quella ad esempio di colui che nel passo di
Cicerone, Mil. 15 ni,si vidisset
posse absolvi eum. qui fateretur volesse
intendere il fateretur in un significato diverso da quello di essere reo confesso di omicidio. Ma la
passione spiega qualsiasi aberrazione. — Segue indicio eorum. Indicium è
la denuncia se più generica. E cioè: i primi, gli esecutori
materiali, confessarono e denunciarono i compagni (indicio
eorum): greta o la rivelazione fatta da accusati o da colpevoli contro
altri colpevoli (Ann.). E poiché l'accusa qui è delV incendio, anche indicium
si riferisce a tale accusa. Nella lettera di Plinio, X, 96 1' accusa
è invece deire.<fser cristiani; e index quindi significa denunziatore dei Cristiani e per questo anche nella medesima
lettera cuìifitentes vale quelli
che si confessavano cristiani : l'accusa era proprio questa! Si è
obiettato che i Cristiani non potevano denunziare i loro fratelli. Il che può
significare che questi non erano veri Cristiani, che erano povero volgo
ignai-o, aggregatosi al partito delle novità per ispirito di rivolta; ma
non ci potrà indurre a sostituire una interpretazione falsa ad una
vera. Anche i Cristiani di Bitinia, interrogati da Plinio, non potevano
maledire Cristo, sconfessare la fede e venerare l'immagine di Traiano; eppure omnes et imaginem. tiiam deorumque mnulacra
venerati suni et Christo male dixenmt
(Plinio). — Segue: haud, jìprinde
in crimine incenda quam odio Immani generis convicti sunt*. Haud perinde
quam, {haud proinde quam), non perinde quam significano: non tanto..., quanto; cfr. Ann. La seconda cosa si afferma dunque in
proporzioni maggiori della prima, ma tutte e due si affermano. E cioè,
nel caso nostro, la prova della partecipazione all' incendio si ebbe solo
per alcuni; tutti furono provati rei {convicti sunt) deW odio Immani
generis. Provati rei, da chi? mi si è detto. Dai ministri di Nerone. Non è
questo il significato del convicti sunt, che non denota la dichiarazione di
reità fatta da un giudice, bensi la prova inconfutabile e che non può
essere disconosciuta dallo stesso accusato. Qualcuno ha suggerito invece
del convicti coniuncti del Mediceo. Il coniuncti è stato forse indotto ilal
copista a cagione di quell' in crimine, che pareva non convenirsi alla
costruzione del convicti. E ad ogni modo non potrebbe significare se non: furono congiunti non tanto nell'accusa
d'incendio quanto. Il che tornerebbe a quel che dico io, indicherebbe cioè che
1' accusa di incendio non fu abbandonata: ma poiché non tutti furono trovati colpevoli
d' incendio, furono tutti coinvolti nell'accusa di odio contro il genere
umano. Debbo pure avvertire che le parole di Tacito [im): miseratio
oriebatur, tamquam non utilitate pnblica sed in saevifiam unius
absumerentur non significano già che Tacito credesse innocenti i Cristiani, e
non sono quindi in contraddizione con tutto ciò che precede Tacito non
dice nam, absumebantur; dice: nasceva compassione nel popolo quasiché
{tamquam) i Cristiani si facessero perire non per utilità pubblica, ma per
sod allora non si volle sapere altro, si fece l'arresto in
massa dei cristiani, e ninno di essi smenti la sua fede; solo questi
ultimi- dichiararono non aver preso parte all'incendio, come i primi; ma
era lo stesso, erano tutti rei di queir odio umano che aveva armato le
mani di fiaccole: furono tutti condannati. Come si vede.
Tacito prese questi particolari da una terza fonte, e credette doverli
registrare come fatti accertati, pure cercando di smorzare le tinte e
adoperare espressioni un poco oscure, per non nuocere all'intento suo di
gettare qualche sospetto su Nerone. Il che si rivela pure dalle
parole seguenti: nasceva compassione
(per i Cristiani condannati ai supplidisfare la crudeltà di un solo, il che si
riferisce alle voci che correvano nel popolo accusafcrici di Nerone.
Quando il popolo vide tra i condannati i servi di Nerone e i soldati del
pretorio, non potè non sospettare che essi avessero agito per ordine
dell'Imperatore. Tacito parla dei Cristiani come colpevoli, o convinti o
confessi, ma distinguendo evidentemente gli esecutori materiali da colui
che poteva aver dato 1' ordine, riferisce non senza qualche compiacimento
le voci popolari accusatrici di Nerone. Cosi in Ann.,gli fa volgere da
Subrio Flavio l'accusa di incendiai'iìis. In principio, egli presenta due
sole ipotesi: forte an dolo principis, parole alle quali si è attribuito
il senso che Tacito stesso escludesse ogni sospetto a riguardo dei Cristiani.
Ciò non è esatto. Bisogna distinguere gli esecutori materiali da colui
che poteva aver dato l' ordine. Quanto ai primi egli non ha alcun dubbio,
poiché li chiama sontes et novissima exempla meì'itos, parole che mal s'
intenderebbero, se non si riferissero ad un determinato ed unico delitto.
Quanto al secondo, egli esprime la convinzione che 1' ordine partisse da
Nerone. Convinzione che egli derivò forse dalle Storie Cimlt di Plinio, e
che ebbe del resto origine dal fatto che tra gli esecutori materiali
furono veramente gli schiavi di Nerone: ma appunto tra questi schiavi
erano numerosi i cristiani. Tacito riferisce pur l'ipotesi del caso: ma
la sua narrazione esclude l'ipotesi. Non altrimenti, ad esempio, ei
dichiara non potersi incolpare Tiberio per la morte di Druso, eppur getta su
lui anche per questo qualche ombra. Non vuol pronunziarsi se
Agricola sia morto di veleno per opera di Domiziano, ed ogni tanto
l' insinua. zii), benché si trattasse di uomini colpevoli e
meritevoli di ogni più inaudita pena esemplare. Ma perchè avrebbero confessato i primi
cristiani? Perchè avrebbero denunciato i compagni ? E qui,
oltre che può tornare in campo la ragione già detta del necessario
riconoscimento di alcuni, si può volgere la mente anche ad altro.
Neil' ardore del fanatismo, essi avranno creduto immediato il
miracolo. Iddio, Iddio ora tornerebbe, egli che aveva promesso di tornare
dopo la desolazione estrema: non finirebbe la loro vita prima che Iddio
tornasse. E confessavano, gloriosi, e denunciavano, per far partecipi alla
gloria. Immaginate questi esaltati a spiegare l'opera loro, la fede loro: l'eguaglianza
dei diritti umani voluta da Dio, la distruzione di tutto, necessaria per
1' avvento suo. I Romani primamente allora s' accorsero che quella fede aveva
un contenuto sociale, ed era un pericolo per lo Stato. E la
qualificarono dottrina di odio contro il genere umano. Era invece la
rivendicazione degli oppressi e degli schiavi: ma questi con erano
uomini. Ma c'è ancora di più: anche dopo, i cristiani non cessarono
di sperare ancora quelle fiamme vendicatrici, e di auspicarne il ritorno.
Alcuni anni dopo, il bagliore sinistro di quelle fiamme accende la fantasia
allo scrittore deìV Apocalisse. Si riconosce oramai da tutti, anche dagli
scrittori cattolici, che in questa, sotto il nome di Babilonia, si cela
quello di Roma, Ora ascoltate il grido di maledizione e di vendetta su
Roma, baccanale di Ripugna il pensiero che i livori delle fazioni nella
nascente chiesa, quei livori dei quali abbiamo visto muovere lagnanza Paolo, li
spingessero alle reciproche accuse. Clemente Rom. (ad Cor.) dice che le
sciagure dei Cristiani furono effetto della gelosia (St^/ Cr,)vOv). Anche
l'Arnold, Die neronische Christenverfolgung, Leipz. crede che le
denunzie contro i Cristiani sieno state fatte da Cristiani
dissidenti. Ogni turpitudine, che scaglia il profeta dell' Apocalisse: Poi
udii un' altra voce che diceva: uscite da essa, o popolo, mio, acciocché
non siate partecipi dei suoi peccati, e non riceviate delle sue piaghe. I suoi
peccati sono giunti l'uno dietro all'altro insiuo al cielo, e Iddio
si è ricordato delle sue iniquità. Rendetele il cambio di quello che essa
vi ha fatto; anzi rendetele secondo le sue opere, al doppio: nella coppa
nella quale ella ha mesciuto a voi, mescetele il doppio. Quanto ella
si è glorificata ed. ha lu.<suriato, tanto datele tormento e
cordoglio: perciocché ella dice nel cuor suo: io seggo regina e non sono
vedova, e non vedrò giaminai duolo. Perciò in uno stesso giorno verranno
le sue piaghe; morte e cordoglio e fame:
e sarà arsa col fuoco; perciocché possente è il Signore Iddio, il quale la
giudicherà. E i re della terra, i quali fornicavano e lussuriavano con lei, la
piangeranno, o faranno cordoglio di lei, quando vedranno il fumo del suo
incendio e così di seguito che è un sol fremito di protesta, un sol
grido di vendetta contro la meretrice
ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. E nel
capitolo seguente si pregusta con voluttà frenetica la gioia della sua
rovina; Allelluia! la salute e la
potenza e la gloria e 1' onore al Signore Iddio nostro. Perciocché veraci e
giusti sono i suoi giudizii; e infatti egli ha giudicato la gran
meretrice che ha corrotto la terra con la sua fornicazione, e ha
vendicato il sangue dei servi suoi, dalla mano di lei.... Alleluia! e il,
fumo di essa sale nei secoli dei secoli. Come si vede, appena pochi
anni dopo l'incendio, si tornava ai folli eccitamenti. Ed il sogno di
Roma divenuta preda alle fiamme turbò anche in seguito le menti
cristiane. In quella strana e lugubre miscela di fantasie
giudaico-cristiane, non senza qualche elemento pagano, che é conosciuta
sotto il nome di Oracoli sil' incendio
di roma e i primi cristiani billini
esso ritorna con cupa insistenza: VII, 113-114; Vili, 37-47; XII,
32-40. Verrà dall'alto anche su
te, superba Roma, la celeste sciagura: tu piegherai prima la
cervice, tu sarai distrutta, il fuoco ti consumerà tutta, piegata sulle
fondamenta; la tua ricchezza perirà; il tuo suolo sarà occupato dai lupi
e dalle volpi; sarai allora tutta deserta, come se giammai fossi stata.
Dove sarà allora il tuo Palladio? Qual Dio ti salverà ? Un
Dio d'oro, di pietra o di bronzo? Dove saranno allora i decreti del
tuo Senato? Dove quelli di Rea o di Crono? E la schiatta di Giove e di
tutti gli Dei che tu adoravi? Per quanto la punizione qui sia immaginata
come celeste, non è possibile non sentirvi la voce di una umana vendetta. Quando potrò io vedere tal giorno? dice poco dopo il poeta. E pure il più
antico dei poeti latini cristiani, il pio Commodiano, ha il medesimo voto
{i'arm. ap.). Dov'è più la dottrina della mansuetudine e del perdono? La
disposizione d'animo dei primi cristiani era ben altra. Il loro grido di
vendetta sembra, come si vede dagli esempii apportati, quasi echeggiare
pure in tempi più lontani. A noi
basterebbe, dice Tertulliauo {Apol. 37), se volessimo vendicarci, una sola
notte e qualche fiaccola. E poi tosto soggiunge: Ma non sia che con umano fuoco si
vendichi la divina setta. Infine, notiamo che attribuendo a queste prime
turbe cristiane, fanatiche ed avide delle loro rivendi Non vorrei che tali
parole venissero tratte da critici benigni a peggior sentenza eh' io non
tenni. Nelle parole di Tertulliano echeggia un grido di vendetta, cui tosto
segue un consiglio di moderazione, non di perdono. La vendetta, la
punizione si aspetta ancora, si aspetta dal fuoco divino. Che cosa sia
questo fuoco divino, spiegano a lungo gli apologisti, ad- cazioni, l'
incendio, le particolarità di esso si spiegano tutte, che invece abbiamo
mostrato inesplicabili, secondo la tradizione comune. Anzi dalle notizie che
abbiamo, ci è dato discernere perfino il piano della sciagurata impresa.
Anzitutto, si proiittò della lontananza di Nerone da Roma; la vigilanza
era allora diminuita; i principali cittadini, le cui case erano sacrate
al fuoco devastatore, avevano seguito la corte imperiale. Tra i
pretoriani ed i servi di Cesare erano numerosi i cristiani (Paolo, Ai FilijJ.):
si stabilì che fossero questi ad appiccare 1' incendio e ad
impedire l'estinzione: così tutti avrebbero creduto trattarsi di
ordini imperiali e ninno avrebbe osato opporsi. Richiesti perchè scagliassero
le faci, risponderebbero che agivano per istigazione altrui, senza dir di
chi (Tacesse sihi mictorem vociferahantur); tutti avrebbero interpretato che
essi avevano il comando da Cesare e il divieto di nominarlo. Tutti i
portici, le passeggiate, le opere d'arte, che avevano allietatogli czii
dei potenti, i templi ove si adoravano gì' idoli della corruzione e
della menzogna, tutti andrebbero distrutti. Il Trastevere, ove era stata
primamente accolta l' idea redentrice, le case dell' umile plebe, sarebbero
salve. Si comincerebbe dai magazzini di materie infiammabili presso
il Palatino: la prima a bruciare sarebbe la casa del mostro. Questo fu il
piano attuato e riuscito. Finito il primo incendio, si doveva riappiccare
l'incendio alla casa del secondo mostro dell'impero, il ministro delle
turpitudini imperiali, Tigellino. E di là nuovamente proruppero le fiamme
devastatrici. Per questi fanatici illusi, Nerone, nel
parossismo della ferocia, escogitò incredibili tormenti. Li fé'
ero- ducendo i fulmini e i vulcani (Miuucio; Tertul. Apol.): ina la
distinzione sarà stata fatta sempre, o meglio ancora, sarà stata fatta
mai dalle infime turbe ? cifiggere, o sbranare dai cani, o dannare alle
fiamme. Grli orti suoi furono illuminati da quelle fiaccole umane,
in mezzo alle grida selvagge della turba briaca e plaudente. Ma da quelle
fiaccole spirò più gagliardo il soffio della idea cristiana. D' allora in
poi quella idea, inoculata nel sangue della umanità, ne resse le sorti.
Tutta la trama della storia umana si svolse intorno ad essa. Quella
idea fu gloria e bassezza, eroismo e viltà, amore e ferocia. Per essa
quanto altro sangue fu sparso, quante altre volte le turbe furono
trascinate ad impeti forsennati! Pure, una volta, tornò a risuonare tra gli
uomini la parola buona, ed aleggiò sugli spiriti l'amore, e sorrise alle
genti affaticate la pietà del Francescano. Quella volta Cristo re^nò
sulla terra. Ludis quos prò aeternitate imperii susceptos appellavi
Maxiinos voluìt ex utroqiie ordine et sexit plerique ludicras partes
sustinuerunt. Nntissimus eques romanus elephanto supersedens per
catadromum decucurrit. Inducta est et Afranii togata qiiae Incendium
inscribitur: concessumque ut scenici ardentis domus suppellectilem
diriperentj ac sihi haberent. Sparsa et popido missilla omnium
rerum per omnes dies; singida (/uot/die millia avium cuiusque generis^
multiplex 2)(^nus^ tesstrae frmnentarlae^ vestis, auruvi, argentum,
gemmae, mn.rgaritae. tabulae pictae mancipia, iumenta, atque etiam
maìistietae ferae; novissime naves, insulae, agri. Hos ludos
spectavit e proscenii fastigio. Così Snetonio in Nero. In quale
occasione celebra Nerone questi ludi Maximiì Suetouio in questa parte
dell' opera sua enumera disordinatamente gli spettacoli dati da Nerone.
Quello qui accennato è stato identificato con quello di cui fa menzione
Cassio Dione, o meglio il suo compendi atore Xifilino, in LXI, 17 e
18. La somiglianza infatti è grande: i nobili romani che si prestarono a far da
attori e giocatori, 1' elefante funambolo che portava sul dorso un
uomo; i doni gettati al popolo. Di più Cassio Dione rammenta le commedie
e tragedie rappresentate. Chiama la festa |j.£7'.atT| 1 TtrAnizlzozc/.rq:
ma l'unione dei due aggettivi parmi che mostri che [j.sYiatYj è una
semplice qualifica data dall' autore alla festa, non è il nome
proprio di essa, e non risponde perciò al Maximos di Suetonio. Così pure
gli altri punti di simiglianza noii souo co^i caratteristici clie ci
facciano concludere alla identità delle due feste. Elefanti camminanti
sulla fune {per catadromum) si vedevano in tali feste (cfr.
Siiet. Galb.); senatori e cavalieri lottanti nell' arena se ne
videro spesso sotto Nerone (cfr. Suet. Kero^ ); donazioni al popolo Nerone ne
fece immense, ne fece, secondo Tacito {Hist.) per più di due miliardi di
sesterzi. Se dunque le somiglianze sono grandi, non sono tali che ci
obblighino a credere all' identità tra i giuochi rammentati nel passo di
Suetonio e quelli rammentati nel passo di Dione. Il passo di Dione parla
di festività celebrate in onore della madre. Corrispondono queste ai
circensi, rammentati da Tacito, in Ann. E possibile che a tali
circensi alluda Suetonio nelle parole immediatamente precedenti a quelle da noi
riportate: circensihus loca equitl secreta a ceteris trihuit; di essi
infatti dice Tacito che furono liaud promiscuo speciacido. Noi crediamo
che il passo di Suetonio riguardi i ludi celebrati dopo V incendio 1 e
cioè, probabilmente, celebrati dopo È pur da notare che Cassio Dione
parlando dei giuoclii detti Neronéi, li dice istituiti da Nerone per la
incolumità e diuturnità del suo regno. Ma probabilmente confonde tali
giuochi con quelli prò aeternitate impern, secondocliè già da gran tempo
fu riconosciuto (Pauly, lì. Encycì. s. v. Nero). I giuochi Neronéi furono gare
quinquennali di arte e di foiza, istituite sul modello dei giuochi greci;
cfr. Tac. Ann.; Suetonio, Nero. che Roma era stata già in gran parte
riedificata, per propiziarla agli dei. Saetonio dice che Nerone volle
si chiamassero ludi maximi, e cioè, parmi, volle sostituire al
positivo magni il superlativo maxìmi. Ora i ludi magni si celebravano in
occasione di grandi [jericoli, da cui Roma fosse salva; in occasione cioè
di guerre rischiose (Liv.) o di tumulti (LIVIO). Si potrebbe pensare che
1' adulazione avesse suggerito tale idea, adulazione a Nerone, che si
diceva scampato dalle trame di Agrippina. Ma i ludi, menzionati da
Suetonio, furono 2^'''^ aeternitate imperii; e mi par che questo ci porti
ben lontano dall' ipotesi che si volesse alludere al preteso pericolo, da
cui Nerone era scampato; e i ludi menzionati da Dione neppur furono per
lo scampato pericolo di Nerone, ma anzi furono in onore della madre. Qual
sarà dunque il fatto, durante il regno di Nerone, che metta in dubbio l'
esistenza stessa dell' impero? Io credo che sia 1' incendio; e ciò
crederei pure, quando non fosse molto suggestiva quella rappresentazione
della togata di Afranio intitolata Incendinm. Che in questi ludi
solenni, destinati ad auspicare, dopo la riedificazione di Roma,
l'eternità dell'impero, sieno stati celebrati alcuni degli spettacoli che
avevano più stupito i romani durante i giuochi circensi fatti dopo
la morte di Agri])pina, quale ad esempio quello dell' elefante funambolo,
non può, credo, far meraviglia ad alcuno. Qualche altro indizio che
andremo ora raccogliendo conferma la nostra ipotesi circa l'occasione e
lo scopo di questi ludi maxìmi. Nerone, verista in arte, volle riprodurre
sul teatro la scena deli' incendio: la casa rappresentata in mezzo alle fiamme
(Suet. ardentis domiis) era probabilmente la casa sua, la domus
transitoria che era bruciata (cfr. Tac., ardente domo). Egli volle che la
scena dell' incendio fosse intera, che gli antori depredassero la casa e si
tenessero la preda: ut scenici ardentis doinus stopellectilem diripeI
ì^eiit ac sihi habevent; cfr. Tao. Ann. ut raptus licentiiis
exercerent. Se il carattere stesso dei ludi maximi deve connetterli con
una grande pubblica calamità, se la rappresentazione dell' Incendium è così
suggestiva per noi, ci si consenta ora di fermarci brevemente su quel
che Suetonio dice, che i ludi furono sUscepti prò aeternitate
imiperii. Nella ricostruzione, che noi tentammo, del processo, noi ponemmo che,
dopo i primi confessi, arrestati in massa i Cristiani, quando s' indagò più
addentro la loro dottrina, e si seppe che essi aspettavano la fine
dell'impero e l'imminente regno di Dio, la dottrina stessa dovè essere
qualificata di odio contro il
genere umano. Questa parte della propaganda era stata certamente svolta
solo nelle predicazioni segrete: quindi il modo misterioso, e per noi
incomprensibile, con cui parla dell' Anticristo e del prossimo regno
di Dio Paolo ai Tessalonicesi, (Tess.). Fin da quando Caligola, con
sacrilega follia aveva voluto essere adorato come Dio, era cominciato il
fermento delle comunità cristiane che vedevano nell' imperatore
divinizzato l' immagine vera dell'Anticristo, ed aspettavano quindi
imminente la fine dell' impero ed il trionfo loro. A calmare tale
fermento è appunto diretta quella parte della lettera di Paolo. E la
dottrina sopravvisse pure all' eccidio; giacche ancora in Tertulliano {Apolog.;
Ad Scap.) coincidono i due termini; la fine dell'impero e l'inizio
del nuovo regno nel mondo. Se tal dottrina sentivano spiegare da quei
fanatici i Romani, è naturale che la qualificassero dottrina di odio
contro il genere umano, e cioè contro la civiltà romana, contro l' impero
romano, ' ed è pur naturale che, riedificata Roma, auspicassero l'eternità
dell'impero. Mi si consenta un' altra osservazione. Non fra
le sole turbe impazienti e insoddisfatte era 1' aspettazione della
prossima fine dell' impero. Era altresì negli alti gradi sociali, fra i
filosofi, specialmente stoici, fra gli aristocratici di antica tempra. La
congiura pisoniana mosse anzi, secondo Tacito, da questo principio:
(Ann. XV, 50) cium scelera princlpis et tìnem adesse imperii
deligendumque qui fessis rebus succurreret inter se aut inter amicos
iaciunt. Dopo tal congiura gran parte della città doveva essere già
riedificata; ed è naturale quindi che allora si celebrassero i ludi
maximi. E poiché i due gravi avvenimenti ultimi avevan dato la prova
di tante volontà decise ad aspettar la fine dell'impero, era
naturale pure che all' eternità dell' impero si dedicassero i ludi. Il racconto
dei quali doveva quindi cadere in una delle parti perdute di Tacito, dopo
il cap. 35 del lib. XVI degli Annali. Tutto questo, si dirà, è una
ricostruzione ipotetica. Ma v' è pure un documento che può dare a tale
ricostruzione non lieve conferma, documento che, ben Tac. Ann. odio Immani
generis. Genus humanian in Tacito ed in altri scrittori vfvle egli abitanti
dell'impero; cfr. Coen, Persecuz. neron. pag. 69 dell' estr. Un mio
illustre maestro, il prof. A. Ohiappelli {in Atti della R. Accademia
di Scienze Morali e Politiche di Napoli) sostiene che odiiim humani
generis debba essere interpretato per
misantropia. Che questo sia il significato della frase, quando sia
adoperato in senso filosofico, niuno nega. Ma il nostro caso è diverso.
La rinunzia ai piaceri, la vita ritirata e sdegnosa, la misantropia
insomma, o fosse cristiana, come forse per Pomponia Grecina (Ami.), o fosse
stoica, come per Rubellio Plauto {Ann.), Trasea Peto {Ann.) e tanti
altri, desta l'ammirazione di Tacito, gli commuove di reverenza il
C. Pascal. 11 che non riguardi i ludi maccimi, riguarda però cerimonie pur
dedicate all' eternità dell' impero. Questo documento è un frammento degli Atti
degli Arvali, che si riferisce all'anno 66 d. Cr. [Corp. Inscr. Lat.). Vi
si notano i sagrifizii stabiliti dagli Arvaii ob detecta nefariorum
Consilia, e tra gli altri quello aeternitati ìinperii (Un. 6). Così pure
alla linea 21: reddito sacrificio, quod fratves Arvcdes
voverant oh detecta nefariorum Consilia. Quali erano questi nefariorum
Consilia? Qu&Ui dei congiurati di Pisone, giacché anch' essi, come
abbiamo visto, aspettavano la fine dell' impero; ma pure quelli degl'
incendiarli; giacché il nesso tra le cerimonie dedicate all' eternità dell'
impero e l' incendio è stabilita dal fatto, che durante quelle cerimonie
si rappresentò la fabula Incendium. ' Né bisogna dimenticare un altro
fatto. Rimangono gli Atti degli Arvali del regno di Nerone, dall' anno 55 in
poi (C. I. L.); salvo quelli dell' anno 64, l' anno dell' incendio, e del
seguente. Ora gli Atti del 66 sono i primi nei quali alla serie di tutti
gli altri voti, fatti alle altre divinità si aggiungono quelli all'
Aeternitas imiMrii. Claudite rivos. Spero di non occuparmi più né
dell' incendio né di Nerone. Non fu forse vana questa lizza d' ingegni,
che ebbe origine, su tale speciale que petto, non è da lui
quaUficata fìagitmm, uon odium hìimoni generis. Non si possono dunque
spiegare né i fìagitia ne V odùim con ia misantropia. Neil' un caso e
nell'altro deve trattarsi, credo io, di ben altro. > È qui
importante il notare che per Nerone sono distinti i vota prò aeternìtate
imperii dai vota prò salute principis, che sono menzionati altrove (C. I.
L., lin. 2, 3 e 8: Tac. Ann. XVI, 22; Suet. NerOy 46). Per Domisciano
invece le cestione, dal romanzo del Sienkiewiecz; lizza nella quale
spiegarono armi poderose di critica e di dottrina uomini quali il Negri, il
Coen, il Ramorino, il Chiappelli, il Semeria, il Boissier; né dovrò tacere i
lavori, cosi corretti nella forma polemica, del Mapelli, dell'
Abbatescianni e del Profumo; ne quello, per più rispetti notevole, del
Ferrara. * Impulsi non nobili e ambizioncelle presuntuosette e piccine
trassero altri, impreparati, a scritture o invereconde o insensate, ma in
una questione siffatta, nella quale sembra esser così facile l'
erudizione, era naturale aspettarselo. rimonie si
congiunsero (C /. L.). Cosi pure per Settimio Severo (C /. L. II). V. De
Ruggiero, Diz. epigraf.. A Domiziano dunque allude Plinio il Giovane
quando dice a Traiano {Fanegyr.): Nuncupare vota et prò
aetei'nitate impeni et prò salute civium, immo prò salute principum
ac pì'oj)ter illos prò aetermtate imperii solebamus. Haec prò imperio
nostro in qiiae sint verba suscepta, ojjerae pretium est adnotare: si bene rem
]}ublicavi, et ex utilitate omnium rexeris: digna vota quae semper
suscìpiantur semperque solvantur. Diversa naturalnjente àdiW aeternitas imperii
è V aeternitas Augusta, titolo che prima fu attribuito solo agli Augusti
morti e consacrati (Boutkowski, Dici), e poi anche agli Augusti viventi; cfr.
Eckhel, Doctr.; Aeternitas imperii non si trova, ch'io sappia, prima di Nerone,
anzi prima dell'anno 66. Si trova poi più tardi, per Domiziano. Settimio
Severo, sulle monete di Caracalla, di Geta, ecc.: cfr. Eckhel. Non lavori
speciali, ma riassunti o giudizii pubblicarono il Vaglieri, il Borsari,
A. Avancini, D. Avancini, il Ricci (Corrado), Thomas, Toatain, MARTINAZZOLI
(vedasi), Dufourcq, GRASSO (vedasi), FABIA (vedasi), Bouvier, Reville, Andresen,
ed altri moltissimi. Molti altri articoli ed opuscoli sbocciarono qua e là
in confutazione del mio: nella maggior parte il fervore dell'intenzione
non corrispose al valore. Chi ne vorrà sapere qualche cosa, potrà leggere
i miei articoli in Vox Urbis; in Cultura, e in Bollett. Filai, class,. Ma,
pur dopo, gli scritti continuarono; e vi fu perfino chi nascondendosi
sotto il nome di Vindex pubblicò un impudente volume. Fortunatamente si tratta
di cosa destituita di ogni valore; e disdice quindi alla dignità
della scienza farne parola. Coen pubblica nell’ “Atene e Roma” un
lungo studio sulla persecuzione neroniana. Crediamo opportuno informare i
lettori della parte che riguarda le obbiezioni mosse alla mia tesi;
e fare infine qualche breve osservazione circa l'ipotesi presentata dal
chiaro autore. Che l'una o l'altra delle opinioni che io mi
provai ad avvalorare di argomenti nel mio opuscolo. L' incendio di Roma e
i Cristiani e stata già addotta da altri, è cosa rimproveratami da più
d'uno. Ma, a dir vero, i lettori del mio opuscolo debbono
riconoscere che io esamino e discuto le sole fonti antiche, da ciascuna
delle quali cerco trarre qualche elemento, che mi giovi poi a
ricostituire in una concezione unica il fatto storico. Il fare una
rassegna, sia pur fugace, delle opinioni e interpretazioni moderne su
ciascun passo, mi pareva lavoro arido, lungo e pressoché vano, e
per giunta, di necessità monco e incompiuto (ad es., il Coen stesso
non fa menzione dello Cliirac, che va molto al di là dell' Havet, Rev.
Socialiste). Fondamento principale alla mia tesi io posi
nella credenza diffusa tra i cristiani del primo secolo, che fosse
imminente l'incendio del mondo decretato da Dio, che dopo tale incendio
verrebbe il regno della giustizia, che la distruzione del mondo presente
coinciderebbe con la distruzione dell' impero romano. Tutta la
letteratura apostolica mostra l'impazienza di alcune fazioni cristiane nell'
aspettare il regno divino. Se c'è ipotesi che esca alla luce fornita di
tutti i numeri delia probabilità, panni proprio questa, che tale impazienza
abbia trascinato le turbe al fanatismo. Di tutto ciò non fanno quasi
parola i miei contraddittori. Xel citare le antiche scritture cristiane,
nelle quali tali dottrine sono contenute, io non ho preteso che
proprio quelle i Cristiani di Roma leggessero. Ho addotto quei passi per
dichiarare qual fosse il dogma dei Cristiani del j^rimo secolo, dogma che
sarà stato spiegato principalmente mediante la predicazione orale,
come del lesfco il Coen stesso riconosce. Altra obbiezione mi muove il chiaro
autore: onde io sappia che, prima del 64, Nerone fosse per i Cristiani r
Anticristo. La seconda di Paolo ai Tessalonicesi, egli argomenta, è scritta,
secondo la data più discreta, nel primo anno dell' impero di Nerone, o
anche prima; dunque i contemporanei non potevano vedere allusione a lui nelle
parole dell'Apostolo. Senonchè nel mio opuscolo io non sostengo che
contro l'imperatore coìne persona si appuntassero gli odii di
alcune fazioni cristiane; bensì come imperatore e adorato con divini onori
(Tessal.). L'imperatore rappresenta l’ordine costituito, che era per
quelle fazioni il regno di Satana; come Roma rappresentava la forza
e la potenza centrale di tal regno. Che ninno degli scrittori pagani (all'
infuori di Tacito Ann.) parli dei Cristiani come colpevoli dell'incendio,
malgrado tutte le accuse volte contro di essi in seguito, io spiegai con
l'ipotesi che r accusa contro Nerone nascesse tra i Pagani stessi,
al vedere tra gì' incendiarli i servi di lui. Il Coen mi obietta: Non consta che l'opinione la quale
faceva Nerone autore dell' incendio sia invalsa in maniera così
definitiva da far cadere in oblìo ogni altra versione. Consta anzi, egli dice,
il contrario, se cinquant' anni dopo Tacito pone ancora l'ipotesi del
caso. Che r opinione prevalesse in modo definitivo, solo dopo molti
anni, credo probabile; ciò non è infirmato dall' accenno che Tacito fa al
caso. Tutta la narrazione che egli fa esclude 1' ipotesi del caso. Tacito
però 1' ha registrata, perchè, com' egli dice, 1' ha trovata in una delle sue
fonti. Ma nessuna fonte poteva contenere tale versione, obietta ancora il
Coen, se fosse vera la ricostruzione eh' io faccio degli avvenimenti.
Perchè nessuna f Una fonte trascurata o non informata di tutti i
particolari narrati da Tacito,^ Suetonio e Dione. Ed ora, il numero dei primi Cristiani in
Roma. Tacito, Clemente Romano e l'Apocalisse affermano che erano una gran
moltitudine o numero. I primi due, si dice, hanno esagerato; quanta all'
Apocalisse si elevano dubbii di natura diversa. Esagerato? E perchè?
Perchè altra volta Tacito esagera. E sarà vero; ma qual prova v' è che abbia
esagerato questa volta ì E perchè avrebbe esagerato anche Clemente
Romano? Sia lecito del resto rammentare che Paolo (^h* Filii), dice dei
cristiani di Roma: MOLTI dei
fratelli nel Signore e concludere
quindi ancora una volta che ad infirmare 1' autorità di tali fonti
non ?;'è una sola prova di fatto. Quanto ai Jìagitia, posso
dispensarmi per ora dal discutere i singoli passi, se l'Autore stesso
dichiara: flagitium contiene ordinariamente il duplice concetto di azione
turpe e colpevole ad un tempo y. Non sarà dunque errata nell' uso
italiano la parola delitto. E che nei due paesi di Tacito (XV, 44) e
di Plinio (X, 96) si tratti di veri e propri delitti, io confermo per la
seguente ragione: che nell'uno seguono le parole: colpevoli e meritevoli di ogni maggior pena, e nell' altro i flagitia son da mettere in
relazione con gli scelera, dei quali Plinio parla dopo (v. qui
appr. App. IH). Circa al fatebaiitur, io aspetterò dai miei
contraddittori la prova, che esso, detto a proposito di uà processo, possa
significare altro che la confessione di un reato. Per ora, rimangono le
prove opposte. Mi sia lecito ora fare qualche breve motto, anche sull'ultima
parte dell'articolo di Coen. Questa parte tende a ricercare la ragione,
per la quale gli occhi di Nerone si appuntarono sui Cristiani.
L'indicazione gli sarebbe dunque venuta non dagli Ebrei, ma dal popolo
stesso, che vedeva i Cristiani rifiutarsi alle cerimonie propiziatorie, e
concepì su di essi il tristo sospetto. Con ciò 1' A., nella sua cauta
riserva, rinunzia ad esprimere il suo avviso sugli autori veri dell'
incendio. Lascia cioè sussistere ancora le due ipotesi: o il caso o
l'ordine di Nerone. Io oso credere tuttora, che 1' una ipotesi e 1' altra
non resistano all'esame di tutti i particolari dell'incendio,
tramandatici dagli scrittori. Tale esame mi sono adoperato a fare nel mio
opuscolo; né credo sarebbe opportuno ripeterlo qui. Mi basti solo accennare:
per attribuire l'incendio o al caso o a Nerone bisognerebbe ritener falsi
tutti i fatti narratici dagli antichi: che 1' ipotesi del caso non
ispiega come mai vi fossero scagliatori notturni di faci; e l'ipotesi
dell'ordine nerouiano non ispiega (a tacer di altre ragioni minori) come
mai l' incendio prorompesse proprio accanto al palazzo imperiale; e come
mai, quando Nerone tornò a Roma, e cercò arrestare il fuoco, e prese
tutti i provvedimenti atti a lenire il disastro, le fiamme di nuovo
si rinnovassero dagli orti di Tigellino, il secondo mostro dell' impero. Nuovo
ordine anche questo? Tutto si può supporre; ma si può proprio credere
che si sarebbero fatte abbruciare le regioni più belle e più nobili
di Roma, lasciando intatto il lurido Trastevere, il ceutro della comunità
giudaica e cristiana? Si può proprio credere che un uomo, dopo sei
giorni d' incendio, mentre con tutte le sue forze si adopera a dar
ric^to e pane alla plebe furibonda, possa cimentarsi, in mezzo alla
disperazione del popolo, a rinnovare un ordine simile? Un uomo vile, e che
dinanzi all' ira popolare fuggiva tremebondo, come Nerone? Le due
ipotesi quindi, il caso e 1' ordine di Nerone, non possono, a mio parere,
sussistere. Tacito le enuncia, ma perchè utriimque auctores prodidere; ma la
narrazione stessa che egli fa, esclude 1' una ipotesi e l'altra. Egli
evidentemente distingue gli esecutori matericdi dell' incendio, da colui
che poteva aver dato 1' ordine; che i primi fossero i Cristiani non ha
alcun dubbio, giacché parla di essi come confessi; solo è in dubbio
chi fosse qiieìV auctor che essi dicevano averli incitati; e riferisce la
voce popolare che 1' auctor fosse Nerone. E perciò appunto alla fine del
cap. 44 aggiunge che i Cristiani benché colpevoli, e meritevoli delle
maggiori pene, muovevano a pietà, quasiché perissero non pel pubblico
bene, ma per la soddisfazione della crudeltà di un solo (in saevitiam unius), e
cioè per averne eseguito gli ordini crudeli, secondochè mi pare che
si debba interpretare questo passo. Ad ogni modo, l'ipotesi che il
Coen oppone alla mia, che cioè l'indicazione dei Cristiani venisse
fatta a Nerone dal popolo, sdegnato che essi si negassero di
partecipare alle cerimonie di espiazione, non urta, se ben veggo, contro
l' ipotesi mia. Per qualunque ragione tale indicazione sia stata fatta,
quel che importa è di vedere se 1' indicazione fu giusta o no. Io penso
pur sempre che l' indicazione fu fatta per il necessario riconoscimento
di molti. Non è jjossibile che non fossero riconosciuti, giacche anzi si
sapeva che erano stati i pretoriani ed i servi di Nerone. Li dovettero,
ad esempio, riconoscere quegli uomini consolari, i quali, come riferisce
Suetonio, li sorpresero nei loro fondi ad appiccar l'incendio; e certamente
anche molti altri. Riconosciuti, fu giuocoforza che essi confessassero, e
che quindi contro di loro s'iniziasse il processo (Tac. carrepti qui
fatebantur). E logico il supporre che nel furore di repressione che invase gli
animi a tale scoperta non si badasse più che tanto; non si distinguessero
i Cristiani innocenti dai colpevoli, i calmi e pii dai fanatici e dagli
esaltati; è logico, perchè è umano; e in ogni repressione violenta
avviene sempre cosi; si supponga dunque pure che, oltre al necessario
riconoscimento di alcuni veri colpevoli, e alle denunzie di questi, molte
indicazioni di Cristiani venissero fatte per la ragione supposta dal
Coen; che cosa proverebbe ciò contro l' ipotesi mia? Senonchè
la congettura del Coen si fonda sopra un presupposto, a proposito del
quale pur mi tocca la mala ventura di non trovarmi d' accordo con lui.
Su questo presupposto, cioè, che in momenti di furore, il popolo
potesse aver tanta calma da ragionare così: gli ebrei sono nel loro
diritto, di non partecipare alle nostre funzioni; i gentili noi sono.
Sarebbero stati, credo io, ebrei e cristiani coinvolti insieme nella
medesima accusa; né i Cristiani erano allora considerati altrimenti che
come fazione dei giudei. Esce fuori dei limiti della mia ricerca la
seducente congettuì-a del Coen, sulle Banaidi menzionate da Clemente
Romano, e sulla probabile relazione che è tra il passo di Clemente {ad
Cor. I, 6) e il passo di Tacito:
profittata lurio per matronas^ prhnum in Capitolio, deinde apud
proximum mare, vnde hausta aqua temphim et simulacrum deae perspersiìm est. Poiché
le cerimonie qui descritte sono, come il Coen ben nota, singolari,
mi piace richiamare a proposito di quella lustrazione apud proximum mare,
alcuni versi oraziani: Vel nos in inare proximum Gemmas et lapides
aurum et inutile, Summi materiem mali, Mittamus, scelerum si bene
paenitet. {Carm.). La cerimonia apud proximum mare era adunque
rituale per espiazione di delitti? Anche Boissier ha voluto volgere al
nostro argomento la sagacia del suo ingegno; e gli studiosi saran certo grati
al grande scrittore ed erudito francese dello studio pubblicato nel
Journal des Savants, Dopo una esposizione sommaria della questione e della tesi
da me sostenuta, il Boissier così dice:
Assurément, tout cela n'est pas impossible: quelques insensés, quelques
anarchistes se seraient glissés parmi les premiers disciples du
Maitre, qu'il n'en faudrait pas étre trop surpris, ni en l'endre le
christianisme responsable. Remarquons pourtant
qua la société paienne n'avait pas encore manifeste sa baine implacable pour
les chrétiens, et n'ayant pas eu encore l'occasion de leur étre trop
sevère, leur devait étre moins odieuse. C est plus tard, quand'ils
furent poursuivis sans miséricorde qu'on rn'> s' étonnerait de trouver chez
eux des fanatiques capables de tous les excés. Or, nous voyons qn'à ce
moment; méme, où ils sont si durement traités par l'autorifcè et
par le peuple, ils se vantent d'étre des sujets soumis, irreprochables,
d'accepter Jes persécutions sans ré volte, de prier pour les princes qui
les envoient au supplice, et de ne répondre que par le bien au mal qu'on
leur faisait: il serait dono assez surprenant qu'ils eussent mis le
feu à Rome lorsqa'ils avaient moins à se venger d'elle. Se non
m'inganno, questo che il Boissier ha notato, è il corso fatale di ogni
setta, è la condizione stessa del suo vivere. Ogni setta cioè comincia
per essere rivoluzionaria, e, messa allo sbaraglio delle dure prove,
delle persecuzioni, dei tentativi di soppressione di ogni sorta, va
perdendo a poco a poco il suo carattere di opposizione e d' intransigenza,
cerca accomodarsi ai tempi, vivere nei suoi tempi, diventare, come oggi
si dice, legalitaria. È un processo naturale ed umano: che meraviglia è che
il vediamo riprodotta qui nella storia del cristianesimo? Non vediamo
noi un fatto che a prima giunta può parere più straordinario ancora: che
cioè quando le persecuzioni cessarono e il cristianesimo si fu affermato
vittorioso, allora appunto esso cominciò più tenacemente ad abbattere
istituzioni, monumenti, templi, cui gli editti imperiali mal giungevano a
salvare da quelle furie devastatrici? Non potrebbe qui pure il Boissier
domandarsi: perchè abbattere tutto, se ormai non avevano più da
odiare o da temere nulla, essi, i vittoriosi? li vero è che durante le
repressioni violente non scattano gl'impeti sovversivi; scattano prima,
quando ogni furia sembra ministra di giustizia contro un ordine di cose
odiato; scattano dopo, nell'irruenza dell'agognata vittoria: e
scattano nei più impulsivi e più fanatici, pur contro i consigli di
moderazione e di calma dei prudenti. Il Boissier continua: Tout ce qu'on
peut dire c'est que M. Pascal s'est fort habilement servi de son hj'^pothèse
pour expliquer les iacidents dont il vient d'étre question dans le récit
de Suétone et de Tacite. Si l'on crut recounaìtre, dans le gens qui
jetaient sur les maisons des étoupes eiiflamraées, des serviteurs de
l'empereur, c'est qu'en effet il y avait des chrétiens dans le palais de
Néron; saint Paul nous le dit, et M. Pascal pense que ce sout ceux-là qui
ont allume l'inceudie. Les consulaires, qui avaient l'occasion de les
reuconIrer souvent au Palatin, ne s'y sont pas trompés et l'on comprend
que, saisis de frayeur à leur aspect, et croyant qu'ils agissaient par
l'ordre du prince, ils les aient laissés faire. L'hypothèse est
ingénieuse, mais ce n'est qu'uue hypothèse; pour voir si elle est
d'accord avec les faits, reprenons le récit de Tacite. E qui il
Boissier si fa ad esaminare il famoso passo di Tacito, di che è discorso
nel nostro studio nella nota 27 e qui appresso in app. III. Egli
riconferma la sua opinione, già altre volte espressa, sopra il gran
numero dei cristiani di Roma; ed in ciò ho la fortuna di trovarmi d'
accordo con lui. Ma tal fortuna non mi tocca per 1' interpretazione del
fatehantur tacitiano. Se il processo era d' incendio, avevo detto io, la
confessione dei cristiani non può intendersi se non per il delitto
d'incendio. E Boissier mi oppone:
La nouvelle a dù s'en repandre partout; si elle était aussi
sùre, aussi evidente que le texte de Tacite, interprete de cette manière,
semble le dire, Néron avait tout intérét àia propager; il est impossible
qu'il n'ait pas profité avec empressement de cet aveu, qu'il travaillait
à obtenir, pour se giustifier lui-méme. Quelque détesté qu'il pùt étre, il u'j'
avait pas moyen qu'on persistàt à l'accuser d'un crime dont
d'autres se reconnaissaient les auteurs. Comment se fait-il donc
que Tacite, presque au moment méme où il nous rapporte cet aveu, ait pu dire
qu'on ne sait s'il faut attribuer l'incendie au hasard ou à la
malveillance? Et Suétone, si bien informe d'ordinaire, comment
n'a-t-il rien su de cette procedure, qui, pourtaiit, dufc étre rendue
publique? Comment le peuple, qui perdait tout à ce désasfcre, a-t-il été
touché de pitie pcur des gens, qui en étaient la cause et a-t-il crii
qu'on les sacrifìait uniquement à la cruauté d'un homme? M. Coen fait
remarquer avec beaucoup de force qu'il est aussi fort étrange que dans la
suite, lorsqu'on poursuivait avec tant d'acharnement les chrétiens et
pour tant de crimes imaginaires, aucune allusion n' ait été faite à
celui dont ils ne pouvaient pas se défendre puisqu'ils l'avaient avoué. Ora a
ciascuna di queste ragioni le risposte furono da me qua e là date: e mi
converrà ripeterle ora, poiché quelle ragioni, messe cosi tutte insieme in fila
serrata, sembrano invitto manipolo. Nerone, dice il Boissier, aveva il
maggiore interesse a divulgare la confessione. Certo, ed anzi appunto per
questo forse egli diede la maggiore pubblicità alle pene nefande! —
Secondo quesito: se Tacito pone il
dubbio che l'incendio fosse dovuto al caso, come può parlare di rei
confessi d'incendio? A mia volta
domanderò: se Tacito pone il dubbio che
l'incendio fosse dovuto al caso, come può dire che vi erano coloro che
impedivano ogni tentativo d'estinzione, aggiungendo l'ipotesi che
ciò facessero per comando altrui? Gli è che Tacito non sempre è
conseguente; prende da una fonte la ipotesi del caso, ma la sua
narrazione tutta esclude tale ipotesi. Terzo quesito: Suetonio – SVETONIO
(vedasi), sì bene informato, come non ha saputo niente di questo
processo, che pur dovette essere pubblico? O chi dice che non abbia
saputo niente? Suetonio accusa Nerone di avere ordinato l'incendio, non
di averlo appiccato: dice che gli esecutori materiali furono i servi di
Nerone; e del processo non fa menzione, forse appunto perchè si trattava
di uomini di infima condizione, che egli supponeva esecutori di ordini
imperiali. In altro luogo però pone tra le cose lodevoli del regno di
Nerone i supplizii inflitti ai Cristiani. — Quarto quesito: come il
popolo, che perdeva tanto, fu mosso da pietà per questi uomini, e credette
che essi fossero immolati alla crudeltà di un solo? Tacito dice che il popolo fu mosso a
pietà per l'inaudita crudeltà delle pene,
òeuchè si trattasse dì uomini colpevoli, e meritevoli delle lìinggiori
pene; si può esser più chiari? ed aggiunge; come se essi fossero immolati non al bene
pubblico, ma alla crudeltà di un solo, di quel solo cioè, che,
secondo egli presume, aveva ad essi dato 1' ordine. Erano poveri
schiavi esecutori di ordini: erano colpevoli, si, ma vittime della
crudeltà di chi aveva dato 1' ordine: questo il pensiero di Tacito. Ma
come potè spargersi la fama di quest' ordine dato da Nerone ? A me non
par difficile ravvisarlo. Dice Tacito, che durante l' incendio, gì'
incendiarli interrogati rispondevano agir per ordine. Probabilmente lo
stesso risposero al processo, né discoprirono il loro tristo
consigliere. E poiché tra quelli colti in flagrante e processati erano
pure i servi di Nerone, l' ordine fu interpretato da molti come ordine
dell' imperatore. Si potè credere che essi non volessero nominarlo
per paura di peggio, o jDerchè ne sperassero le ultime grazie. Ad
ogni modo, nato nel popolo il sospetto della colpa di Nerone, non era
possibile che si dileguasse: ne si dileguò. Ultimo quesito: ma come mai, dopo, furono accusati i
cristiani di tutti i delitti, ma non di questo? È facile rispondere : i
pagani stessi accusarono Nerone; la persecuzione contro i cristiani fu
messa come cosa affatto indipendente dall'incendio, e come tale è già in
Suetouio; chi più pensava che il fanatismo religioso fosse stato impulso
all'incendio ? Il popolo aveva ormai formato la leggenda sua: l'ordine
dato da Nerone ai propri! servi, per loro stessa confessione : chi
distingueva tra quei servi i cristiani dai non cristiani? I due fatti,
incendio e persecuzione, furono interamente disgiunti; e la leggenda di
Nerone incendiario tenne il campo incontrastato. Boissier aggiunge
due considerazioni d' indole filologica. Affinchè la frase famosa di
Tacito correpti qui fatebanhir, avesse il significato eh' io le
attribuisco, egli crede che dovrebbe suonare cosi: qui c07-repti erant
confessi sunt. Ma coìtìjjìo non ha il significato di arrestare, bensì quello di iniziare il procedimento penale; cfr.
nota 27 ; dunque corì-epti qui fatebantur ha precisamente il significato
di: si processarono quelli che erano rei confessi, e cioè di volta
in volta che alcuno confessava, veniva sottoposto a processo. Egli aggiunge che
nel significato da me voluto, si sarebbe aspettato confiteri, non fatevi,
trattandosi di delitto, e cita Cicerone, Pro Caecina^ IX: ita libenter
confitelur ut non solum fatevi sed etiam projìtevi videatur. Faccio
osservare prima di tutto che, secondo la ipotesi mia, i cristiani
confessi non dovevano pentirsi o vergognarsi di quel che avevano fatto ; e
poi, che, quando pure le norme dello stile ciceroniano potessero valere
per Tacito, questa che qui si j)one, non è costante neppure per Cicerone:
giacche Cicerone stesso adoperava /aferi per la confessione di omicidio
(Mil.). Ma, aggiunge Boissier, se Tacito avesse voluto dire
Cauer cosi sentenzia {Beri, philolog. Woch.): Tacitus
sagt: Die Gestàndigen wurden verhattet, nicht: die zuerst Verhafteten
waren gestilndig. Das
Gesttlndnis ging also der Verhaftung vorheri-. Ma covrepti non designa la
cattura, bensì il processo; ed è naturale clie la confessione fosse
anteriore al processo. Bene dunque hanno fatto il Gerber e il Greef nel
loro Lexikon 2'aciteum, col sottintendere al fatebantur del nostro passo .se
incendisse urbeni. che i priini cristiani si vantavano nel confessare
l'incendio, si sarebbe servito di yrofiteri. O donde mai questa regola? Si
vuole un esempio di Tacito in qwì fatevi^ denota un delitto confessato e
di cui il colpevole si gloria? Eccolo qui: Ann.: praecipuum auctorem
Asiaticum interficiendi C. Caesaris non extimuisse in contiene populi
Romani fateri gloriamque facinoris ulfcro petere. Infine circa il capo di
accusa contro i Cristiani, la conclusione cui giunge Boissier è la
seguente: L'expression non tam in crimine incendii qtiam odio generis
Immani coniunctì siint (cosi egli legge), semble bien indiquer qua
l'accusation d'incendie ne fut pas abandonnée, mais que, comme ou
n'esperait guère la faire accepter du public, on la dissimula suos
celle à^odium generis immani, qu'on étendit à tout le monde. Il che mi pare corrisponda all' opinione mia,
che ho scritto apj)Uuto: i primi,
gii esecutori materiali, confessarono e denunciarono i compagni (indicio eorum)
: allora non si volle sapere altro, si fece 1' arresto in massa dei
ci'istiani, e ninno di essi smentì la sua fede; solo questi ultimi
dichiararono non aver preso parte all'incendio, come i primi; ma era lo stesso,
erano tutti rei di queir odio umano che aveva armato le mani di
fiaccole : furono tutti condannati. Ed aggiungerò che la pena stessa del
vivicomburio è un indizio che l'accusa d'incendio rimase; giacché tal
pena è appunto quella che fino dal tempo delle XII Tavole era comminata
per gì' incendi dolosi (cfr. Ferrini, ESPOSIZIONE STORICA E DOTTRINALE DEL
DIRITTO PENALE ROMANO). Osservazioni sul passo di Tacito riguardante
l'accusa contro i Cristiani. (Uallfi Rivista di Filologia). Una delle
molte qne.stioni scaturite dalla trattazione di una tési, che è stata in questi
ultimi tempi in vario senso discussa, e che tuttora è oggetto di
discussioni non poche, si è quella relativa al significato della voce
jlagitium. Può Jlagitiuvi equivalere a
delitto scelleraggine, oppur sempre si deve limitarne il
significato, si che esso designi un' azione che sia solo ignominiosa
o vergognosa? Affinchè tal
questione non sembri peccare di sottigliezza soverchia, e si ravvisi anzi
subito qual vantaggio ridondi dalla soluzione di essa all'intelligenza di
alcuni passi, ci si consenta richiamare qui il ricordo di quei
luoghi, dalla cui controversa interpretazione questo nostro piccolo
quesito si può dire sbocciato. Tacito in Ann. chiama i Cristiani jper fiagitia
invisos. Così PLINIO (vedasi) il Giovane, nella famosa lettera a Traiano
sui Cristiani di Bitinia parla, a proposito di essi, di fiagitia
cohaerentia nomini. Che cosa è dunque che si imputa ai e. l'ancal.
12 Cristiani con la -pavola, Jlagitia? Quelli che ne vogliono limitare
il significato entro i termini più angusti, rammentano come alla mente dei
pagani dovessero sembrare vergognosi i severi disdegni dei Cristiani per
tutto ciò che fosse piacere ed ambizione terrena; e come tutto insomma il
contegno loro di rinunzia e di avversione al mondo si avesse tal taccia.
Ma non pochi scrittori e traduttori vedono in quei Jiagitia dei
veri delitti, che i pagani, a
ragione o torto, attribuivano alla nascente sètta cristiana. Non istarò, per
ora, ad esaminare se sia giusto il concetto, che, agli occhi di
scrittori, quali Tacito e Plinio, potesse sembrar vergognoso il contegno
austero di rinunzia e di spregio per tutti i piaceri mondani, che si
suole attribuire ai Cristiani; scrittori i quali, anzi, pare che allora
solo si commuovano di ammirazione reverente, quando si trovino a
discorrere di uomini nei quali sia invitta l'energia del carattere, non
cedevole a lusinghe di ambizione e di potenza o a blandizie ed
allettamenti terreni. Keppur domanderò, se, qualora di semplice
rinunzia al mondo si voglia parlare, trovino spiegazione le persecuzioni
feroci delle quali PLINIO (vedasi) stesso si rese colpevole, condannando, senza
processo, i Cristiani; e trovi spiegazione la domanda che egli fa a
Traiano, quando, sgomento dal continuar la persecuzione, si ferma a
porre il quesito, se la sètta cristiana in sé stessa o i Jiagitia ad essa
inerenti egli debba imnire; era dunque passibile di pena, per un Plinio,
pure la rinunzia ai mondo? Gioverà però, all' infuori di tali questioni,
trattare l'argomento nostro; ed esaminati altri esempli ed indagato il
significato di fiagìtium in essi, tornare poi, col risultato ottenuto, al
quesito onde prendemmo le mosse. L'opinione che il
significato di Jlagitiuin debba restringersi in più angusti confini rispetto a
quello di malejìcium, scehis, e simili, trova qualche consenso
negli scrittori di siuouimie. Così Schmaifed, Lateìnisclie
Syìionymik: Flagitiwn heisst eine den, der sie ausfiihrt, e n teli rende
Haudluug, Schandthat und b) oft geradezu Schande, infamia, dedecus,
e il passo apportato a suffragare tal significazione è quello noto della
Germania di Tacito, 12: tamquam
scelera estendi oporteat dum puniuutur, fiagitia abscondi, passo nel quale
la parola flagltia si riferisce alle colpe degl' ignavi et imhelles. Con
lo stesso esempio tacitiano prova lo Schultz, Sinon. latini, trad.
Germano-Serafini, la sua definizione: Flagitium bruttura, è un delitto
contro sé stesso, una violazione di sé stesso, non già con azioni
violente, ma con azioni moralmente turpi e vergognose. Con lo
stesso esempio infine il Coen, La persecuzione neroniana dei Cristiani, pag. 13
dell' esbr., conferma che '^fiagitia significhi azioni turpi piuttostochè
crinunose »; e sulla scorta anche di altri passi, determina il suo
concetto cesi: ftagitium contiene
ordinariamente il duplice concetto di azione turile e colpevole ad
un tempo; però quello della turpitudine primeggia; e primeggia tanto che
qualche volta l'altro manca. Ora in quel passo di Tacito, e in altri passi
affini, è evidente che fagitium è adoperato in significato ben
ristretto. Ma quando tal significato si vuol porre come costante in
Jlagitium, ed applicarlo in tutti i casi, a me pare che si vada troppo
oltre. Un utile riscontro può esser dato dalla nostra parola vergogna ». Certo se vergogna » è adoperato da solo, in
opposizione a parole di significato più grave, quali scelleratezze o delitti, ciascuno intenderà trattarsi, di
azioni moralmente, non penalmente condannabili. Ma una famiglia coperta di vergogna » si dirà
pur quella, nella Nulla trovo nello Schmidt, Handbuch des Lat. u.
Griech, Synonymik, Leipzig, quale il figlio sia ladro o la moglie
adultera; e del figlio, ad es., di un assassino si dirà che egli sente
il peso delle familiari vergogne. Gli è che tali parole hanno
duplice significato: l'uno specifico e l'altro generico; e per questo secondo
significato si trovano ad essere applicate a quelle medesime azioni, a
denotare le quali si richiederebbero nomi specifici ben più gravi.
Ne segue che a determinare di volta in volta il significato di tali
parole, occorra anzi tutto vedere a quali fatti si accenni, dei quali sia
nei singoli passi discorso. Non altrimenti io credo sia il caso per
jlagitium. Credo cioè che, quando jlagltnim sia adoperato in senso
specifico, denoti azione turpe e sol moralmente condannabile; ma che in senso
più lato, e con riferimenti a fatti concreti, possa applicarsi ad
azioni ben più gravi, a vere scelleratezze. A conferma del qual
significato, ne sia lecito apportare qualche esempio, che io sceglierò
esclusivamente da Tacito: Hist, an si ad moenia urbis Germani Gallique
duxerint, avvia patriae inferetisì horret animus tanti flagitiì
imagine. Trattandosi qui del portare le armi contro la patria,
credo non si reputerà adatta a rendere quel Jiagitium qualche parola
come turpitudine o bruttura; qui si tratterà invece di
vera e propria scelleratezza
o infamia o delitto; si tratta insou^ma di uno scelìis; e scelus è
infatti, immediatamente dopo, chiamata una tale azione: quis deinde t^celeris
exitus, cwn Romanae legiones se cantra derexerint) » La
medesima identità tv a Jiagitium e scelus si scorge pure nel capitolo
precedente, a proposito del giuramento fatto dai soldati romani allo straniero.
Ivi infatti si legge: {Hist.) ut,
flagitium incognitum Romani exercitus, in externa verba iurarent,
pignusquò tanti sceleris nece aut vinculis legatorum daretur ».
Pure utile al nostro intento è 1' altro passo {Ann.) leviore flagitio legatnm ìnterficietis, qnam
ab imperatore descìscitis », e 1' altro (Ann.) nel quale il liberto
Aerato, inviato nella Grecia e nell'Asia a commettere sacrilegi nei templi,
è chiamato cuicum-queflagitioiyvomptus
», e l'altro ancora (i4?in.), nel quale si dice che Nerone imputava ad
Agrippina tutti i flagìtia di Claudio, ^a^tYm dai quali quindi non
si potrebbero logicamente escludere le uccisioni di Silano e di Statilio Tauro
e delle ricche matrone e dei molti cavalieri, procurate da Agrippina,
dopo il matrimonio con Claudio. Non sarebbe difficile addurre altri
esempii: quelli addotti mi paiono per ora sufficienti a provare questo:
che fiagitium sia parola di significato molto vario circa la gravità del
fatto che con esso si imputa; tanto vario, che da semplice azione scandalosa » può di grado in grado discendere
fino a denotare vera e propria azione
delittuosa e scellerata; ed
essere, come abbiamo già visto, sinonimo di scelns. Il che tanto più deve
valere, se la parola è adoperata in senso giudiziario: scelas, peccatnm,
Jlagitùcm, maleficium, ^jrohriim, facinus si usano, dice il Ferrini,
[Esposizione storica e dottrinale del diritto penale romano P^g- 18j,
promiscuamente nelle fonti medesime, per indicare gli stessi reati. Vuol
dire che, a determinare la gravità della colpa indicata da fiagitium,
converrà esaminare nei singoli passi a quali fatti esso alluda. E
poiché nel passo di Tacito, Ann. per fiagitia invisos » si tratta
di tali tatti, per i quali l'A. ritiene evideatemente non disdicevole ai
Cristiani 1' accusa di incendiarli,
quell'accusa cioè per la quale egli dice poco dopo i Cristiani colpevoli
e meritevoli delle maggiori pene; e poiché nel passo di PLINIO (vedasi) fiagitia
cohaerentia nomini non può esser dubbio che i fiagitia sieno gli scelera dei
quali l'A. parla poco dopo {/urta, latrocinia ecc.), deve rimaner ferma
la conclusione che anche in questi due -pàssi fiagitia denoti vere e
proprie scelleratezze o delitti. È stata oggetto di controversia la
frase sitbdere reum, che si ritrova tre volte adoperata da Tacito.
I passi sono i seguenti: Ann. metuens ne reus suhderetuv.
Ann.: mos vulgo esf quamvis falsis reum suhdere. Ann.
abolendo rumori Nero stihdidit reos qiios. La maggior battaglia si è
veramente addensata sul terzo passo, quello riguardante i Cristiani.
Che cosa vuol dire Tacito? Che Nerone accusò falsamente i
Cristiani? Che li sostituì a se quali colpevoli dello incendio? O
semplicemente che, per isviar la voci pubbliche che lo accusavano, fece
iniziare il processo contro di loro? Sull'opinione di molti ha avuto
certamente efficacia non poca la frase sìibdere testamentum far comparire un
altro testamento e cioè, evidentemente, falso), che si ritrova in Tacito
stesso, Ann.: Ma questo verbo siibdere ha sì svariati significati, che,
se dovesse valere questa ragione analogica, si potrebbe, con pari
diritto, giungere alle più avventate conclusioni. E per limitarci a
Tacito solo, si vegga di grazia quanti sono gli usi e i significati
diversi che può presentare tal verbo. Pugionem capiti subdere in Hist. è
certamente « nascondere il pugnale sotto al guanciale » ; facem subdere
in Hist. e Ann., 4 è accostar di sotto la face » ; amphitheatro
fundamenta subdere in Ann. e animalia aratro subdere in Aìdi. è sottoporre;
imj)erio aliquem subdere in Ann. è « assoggettare all' imperio » ; rumor
eni subdere in Hist. e Ann. è far circolare la voce; subditis qui
accusatorum nomina sustinerent m Ann. è « avendo subornato alcuni a
sostenere le parti di accusatori » e « subornare » è pure nel testo. Una
espressione poi che si accosta molto alla nostra è quella degli Ann. ne
qìds necessarionim iuvaret j^ericUtantem^ maiestatis crìmina suhdehantur.
Qui si tratterà probabilmente dell'» imbastire processi di maestà ». Che
sia pur questo il significato della frase subdere reos? Al passo nostro
Ann. « abolendo rumori Nero subdidit reos quos tal significato non
disconverrebbe. Da tutto il passo risulta anzi che il processo contro i
Cristiani fu raffazzonato o imbastito alla peggio; tanto è vero, che non
solo i rei confessi d' incendio furono condannati, ma altresì tutti
gli altri che essi denunciarono quali aggregati alla loro sètta, e che
quindi furono convinti delVodium humani generis. Ma v' è un altro passo
cui tal significato non s' attaglia ed è Ann. I, 39, 6 « utcjue mas vìdgo
qìiamvis falsis reum .subdere ». Qui evidentemente Tacito vuol dire che
il volgo suole delle sue disavventure incolpare sempre qualcuno, anche se colpa
in realtà non esista. Saremmo dunque qui a un semplice incolpare o
attribuir la colpa, ma è da notare che reus è qui adoperato in un senso
traslato, non nel senso giudiziario; negli altri due passi invece nei quali si
ritrova presso Tacito 1' espressione subdere reiim, si tratta di
vero e proprio processo, e reus ha quindi il suo significato proprio di
accusato. Qual sarà dunque in questi due passi il significato della frase? A me
pare che l'uno di essi sia molto chiaro, e ci dia pur modo di
scorgere il significato di quello cosi controverso. Questo uno è il passo
Ann., che narra della uccisione di Agrippa Postumo. Tacito dice probabile
che Tiberio e Livia abbian procurato la morte di quel giovane sospetto ed
odiato. Ma quando il centurione anda ad annunziare a Tiberio essere stato
eseguito l'ordine, Tiberio rispose non aver nulla ordinato, e che se ne doveva rendere
ragione al Senato, Allora comincia a temere Sallustio Crispo, il quale era
a parte del segreto, ed aveva mandato al tribuno il biglietto con l’ordine
della uccisione. Comincia a temere che non ci andasse di mezzo lui,
che non fosse incolpato lui, semplice mandabario: mefuens ne reus subderetnr.
Si tratta dunque qui di un mandante che rimane nell' ombra, e di un
mandatario, il quale agisce per ordine suo, e si compromette, e può essere incolpato
lui di tutto. Il caso del processo contro i Cristiani è identico a
questo. Tacito cioè fa capire ogni tanto che Nerone possa essere il
mandante quegli che ha dato 1' ordine (cfr. dolo jprincipis'. mssum incendium):
ma non ha dubbio che i Cristiani sieno gli esecutori^ giacché anzi li
dice confessi; ^ quando dunque dice che Nerone suhdidit reos i Cristiani,
egli vuol solo dire che li mise sotto processo; benché egli come
mandante avesse la colpa maggiore. Questo il pensiero di Tacito: altra questione
è poi se sia attendibile la notizia, oppur solo il sospetto, che l'ordine
partisse realmente da Nerone. Intanto mi preme ram- mentare come questa
frase del suhdidit reos sia stata addotta da moltissimi come lo scoglio
contro cui sa- rebbe sempre andata a infrangersi l' interpretazione
ohe di tutto il passo Ann. XV, 44 presentai nell' opuscolo. L'incendio di Roma
e i primi Cristiani ». Questi rei erano dunque subditicii! si è detto.
Sì, subditicìij a 2 Tac. Ann.: correpti qui fatehantur. Fatevi
adope- rato assolutamente a proposito di un processo può riguardare
solo la confessione di quello appunto, che forma materia di ac- cusa. V.
V ine. di Roma, nota 27, in questa ediz. Qui si tratta di un processo
d'incendio; dunque la confessione è d'incendio. Nella lettera di Plinio
X, 96 [97J l' accusa è « di esser cri- stiani » ; e confitentes
sottintende se Christianos esse. Tacito stima più colpevole chi ordina il
male che chi lo eseguisce per ordine. Cfr. An7i. XIV, 14 « et eius flagitium est, qui jìecuniam oh
delieta.... dedit
» ; e poco dopo : < merces ab eo qui iubere potest vim necessifatis
affert. quello stesso modo che era subditìcius Sallustio Crispo, che
per comando di Tiberio aveva fatto uccidere Postumo! Nell'uno caso e nell'altro
il maggior colpevole per Tacito è chi ha dato l’ordine, non chi 1'
eseguisce. Questo passo, non che dunque infirmi, conferma anzi tutta l'
interpretazione mia; la quale fu, sempre, appunto questa: che, nella mente di
Tacito, i colpevoli di avere appiccato le fiamme fossero i Cristiani, il
colpevole di averlo ordinato fosse Nerone. Nome compiuto: Riccardo Campa.
Keywords: il concetto di rivincita –
rivincita -- la rivincita del paganesimo romano, filosofia romana. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Campa,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Campailla:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del concetto
di estassi – implicatura estasica – a room in Bloomsbury – scuola di Modica –
scuola di Ragusa – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Modica). Filosofo sicliano. Filosofo italiano. Modica, Ragusa, Sicilia. Grice:
“You have to love Campailla; when I philosophised on ‘be orderly,’ I was
drawing from Campailla: “Order is the first – ‘ordinato discorso dell’uomo;’
Campailla flouts the maxim: he allows that a man in ecstasi, in mutual
contemplation of beauty, say, may lose the order – Oddly, Campailla dedicates
more than a section to, then, ‘del disordinato discorso dell’uomo,’ or men, as
we’d prefer!” Grice: “You’ve gotta love
Campailla – I would have preferred he chose the Graeco-Roman mythology, but he
chose “Adamo,” and he provides, in verse, all I ever philosophised on – human
discourse – discorso umano – on top, he considers ‘amore’ as a ‘passione
dell’anima,’ and speaks of ‘self-love’ (amore proprio) and even virility and testicles
– a Renaissance man!” Nasce sotto la rupe del Castello dei Conti. C.,
incisione dall'Adamo (Roma-Palermo) Mostrò le sue migliori doti d'ingegno in
età matura, giacché, in gioventù, per la sua gracile costituzione, il padre
preferì educarlo in campagna affinché si irrobustisse all'aria aperta,
piuttosto che indirizzarlo agli studi. Si trasfere a Catania per studiarvi
giurisprudenza, ma l'improvvisa morte del padre, che lo lasciava erede di un
discreto patrimonio, lo costrinse a ritornare nella città natale, la sua cara
Modica, in cui rimase fino alla morte, senza mai muoversi da essa. Lì,
poté dedicarsi interamente agli amati studi, prevalentemente da autodidatta,
coltivando con passione ed abnegazione, fra le tante discipline, l'astronomia,
le lettere e la filosofia. Sempre da autodidatta, studiò Aristotele e i
classici, per poi dedicarsi alla fisica, forse spinto dall'onda emotiva
suscitata dal terribile sisma che distrusse Modica e tutto il Val di
Noto. Morì per un colpo apoplettico.. Il suo corpo fu sepolto sotto
l'altare maggiore del duomo di San Giorgio in Modica, del quale una lapide,
deposta alla sinistra dell'ingresso principale, lo ricorda. C., filosofo
e poeta Studioso di Cartesio, che vuole conciliare con la filosofia scolastica,
ne applicò i principi alle sue indagini conoscitive, fatte di osservazione ed
esperimenti, divenendo, insieme col filosofo trapanese Michelangelo Fardella,
uno dei principali divulgatori delle teorie cartesiane in Sicilia. Poeta
raffinato, fu accademico degli Assorditi di Urbino, dei Geniali di Palermo, e
della più celebre Accademia degli Arcadi di Roma; restaurò quindi l'Accademia
degli Infocati nella sua città natale. Da alle stampe i primi sei canti
(ispirati ai moduli letterari lucreziani) del poema filosofico, in due parti,
L'Adamo, ovvero il Mondo Creato, successivamente dedicato, nella sua stesura
completa (in XX canti) a Carlo VI d'Austria, Imperatore e Re di Sicilia. Il
poema, che conobbe una discreta fortuna e che è stato recentemente ristampato,
rappresenta una summa delle idee teologiche, cosmologiche, fisiche e
filosofiche dell'autore, alla luce del cartesianesimo. All'inizio del
Settecento, la fama del C., tra l'altro in corrispondenza epistolare con
importanti personalità fra i quali Ludovico Antonio Muratori (bibliotecario del
Duca di Modena), si diffuse anche all'estero, toccando Lipsia, Parigi, Londra,
tanto che il filosofo Berkeley volle conoscerlo personalmente e, poiché C. non
si muoveva mai dalla sua città natale (come Kant), fu lo stesso Berkeley a
recarsi in Sicilia a trovarlo, informandolo fra l'altro delle nuove teorie
newtoniane, le quali verranno poi usate dal C. nelle sue successive
opere. Il Muratori si fece intermediario persino per una cattedra
all'Padova da assegnargli, invito che venne pure da Londra, ma il suo ostinato
rifiuto a viaggiare e lasciare la sua Modica (in ciò, ancora simile a Kant) lo
portò a declinare tali prestigiose ed onorevoli proposte. Per lo stesso motivo,
invitato ad assistere all'incoronazione a Re di Sicilia, nella Cattedrale di
Palermo, del Duca Vittorio Amedeo II di Savoia, disdisse gentilmente la
visita. Pubblica, rimanendo però incompiuto, il poema sacro L'Apocalisse
di San Paolo, in cui, oltre ad affrontare i temi della grazia e della virtù
attiva, fornì pure una personale confutazione delle teorie di Miguel Molinos,
fondatore del "Quietismo", un'eresia che aspirava all'unificazione
con Dio. Infine, nello stesso periodo, iniziò a scrivere il primo volume di
un'opera sistematica intitolata Opuscoli filosofici, di cui uscì solo il primo
volume (in dialoghi) intitolato Considerazioni sopra la fisica di Newton, contemporaneamente
alla stesura di un trattato, in due volumi, di fisica cartesiana, pubblicato
postumo sotto il titolo Filosofia per principi e cavalieri. La cura della
sifilide con le botti di C. Pur non essendo medico di professione, C. riuscì
tuttavia a promuovere, nella Contea di Modica, gli studi di medicina. Infatti,
il suo impegno, quasi umanitario, lo portò a sperimentare le sue famose
"botti" (dette poi botti del C.) per la cura non solo della sifilide
(considerata, allora, il male del secolo, e ritenuta dalla Chiesa come un
castigo di Dio per i peccati degli uomini), ma anche dei reumatismi e, in
genere, di qualunque forma di artrosi. La "botte", in realtà, è
una stufa mercuriale con all'interno uno sgabello, sul quale il paziente veniva
fatto sedere, in attesa della cura. Questa consisteva nel versare, in un
braciere che si trovava pure all'interno della stufa, la relativa dose di
cinabro, da cui, per sublimazione, esalavano dei vapori di mercurio, che erano
poi assorbiti dal corpo del paziente in piena sudorazione. La novità introdotta
dal C. consistette nell'aggiunta di incenso all'interno della botte, in una
dose che consentiva, ai vapori sprigionati, di essere più
"respirabili" per un certo lasso di tempo, variabile dai 10 ai 20
minuti circa, a seconda dalle condizioni soggettive del paziente. Il
contributo del Campailla consentì pure di modificare la forma della botte,
rispetto alle altre già esistenti in Italia ed in Europa, le quali avevano un
foro in alto da cui fuoriusciva la testa del paziente che, in tal modo, non
poteva respirare i vapori di mercurio medicamentosi. Tuttavia, questi vapori,
così esalati, erano curativi solamente per i sifilomi che infestavano la cute,
i quali regredivano sì ma senza remissione del morbo (che solo con l'avvento
della penicillina si debellerà), con i germi patogeni che continuavano ad agire
e moltiplicarsi nel sangue dei soggetti infetti. Invece, grazie
all'innovazione del C., i pazienti, completamente all'interno della botte,
potevano ora respirare la miscela di mercurio e incenso, la quale, agendo così
in modo sottocutaneo, uccideva i germi diminuendone la carica patogena; spesso,
si ottenevano delle guarigioni, a volte anche definitive, che, all'epoca,
venivano considerate quasi miracolose. Infatti, un rapporto medico dell'epoca
riferisce che " [...] Dopo la cura mercuriale col metodo C., si può
assistere a delle rinascite complete di individui ridotti in condizioni
impressionanti di cachessia o con lesioni tali da rendersi impossibile
qualsiasi intervento curativo per via percutanea o
ipodermica". I risultati furono talmente soddisfacenti che
Modica acquisì notorietà in tutta Europa proprio per le botti del Campailla,
ancor oggi esistenti all'interno dell'antico Ospedale di S. Maria della Pietà e
visitabili all'interno di un percorso museale appositamente dedicato.
Negli anni a venire, le botti del C. furono, ma con scarsi risultati, imitate
altrove, sia in Italia che all'estero: ad esempio, sorse a Palermo, per volere
del prof. Mannino della locale facoltà di Medicina, un Sanatorio C. Fu poi costruita, a Roma, una cosiddetta Botte di
Modica; a Milano, ancora negli anni '50, furono costruite botti di vetro sul
modello di quelle del C.; mentre, a Parigi, furono fondati istituti a
imitazione del Sifilocomio C.palermitano, per la cura delle malattie reumatiche
e nevralgiche. Teatro La rappresentazione Cygnus, atto unico scritto da
Nausica Zocco, prende spunto dalla vita e dalle opere di Tommaso Campailla, ed
è stato portato in scena l'8 maggio a
Modica, per la regia di Tiziana Spadaro. Note L'esatta data di nascita è riscontrabile,
come quella di morte, negli appositi registri dell'Archivio Parrocchiale della
Chiesa Madre di San Giorgio in Modica.
Taluni, sulla base di nessuna fonte storica attendibile, hanno diffuso
l'infondata notizia secondo cui C. stesso sia stato vittima della sifilide,
contrariamente al fatto che lo studioso modicano costruì comunque le sue botti,
per il trattamento di questa infezione quando aveva solo 30 anni, ma morì a 72
anni, età veneranda e considerevole, per quei tempi, in cui la vita media di un
individuo di sesso maschile era di 55-58 anni, per non tener conto poi del
fatto che, nel Settecento (e così, fino all'avvento degli antibiotici nel
Novecento), un sifilitico aveva comunque delle bassissime aspettative di vita
dopo il manifestarsi della malattia, dell'ordine di pochissimi anni. Ad ogni
modo, le botti del C. raccolsero, per molti decenni, un gran numero di pareri
positivi a favore di un loro benefico influsso contro il morbo. C.,
"L'Adamo" ovvero "Il mondo creato" poema filosofico, Volume
unico, Messina, Chiaramonte e Provenzano, treccani/enciclopedia Cfr. D. Scinà, Prospetto della storia
letteraria di Sicilia nel secolo decimottavo, Tipografia Lorenzo Dato, Palermo,
Tratto dalla Rassegna di Clinica, Terapia e Scienze Affini, Secondio Sinesio,
Vita del celebre filosofo, e poeta Signor D. C., Patrizio modicano, Siracusa,
1783; ristampa Modica. Guccione, C. ed il suo museo in Modica, Leggio et Diquattro,
Ragusa, Ottaviano, Tommaso Campailla. Contributo all'interpretazione e alla
storia del cartesianesimo in Italia, introduzione e note Domenico D'Orsi, MILANI,
Padova, Criscione, C. Un poeta e filosofo modicano, Idealprint, Modica,
Guccione, C. il suo museo, la scuola medica modicana, Comune di Modica, Modica,
C. e la Scuola Medica Modicana, Ed. Ingegni Cultura Modica, Modica. C., su
Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C., in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di C., su openMLOL, Horizons Unlimited
srl. Sotto il titolo “Disordinato discorso dell’uomo” sono raccolti due saggi
pioneristici del filosofo modicano sul ruolo della mente nei sogni, nel
delirio, nell’estasi e nella follia. L'estasi (dal greco ἔκστασις, composto di ἐκ
o ἐξ + στάσις, ex-stasis,[1] «essere fuori») è uno stato psichico di
sospensione ed elevazione mistica della mente, che viene percepita a volte come
estraniata dal corpo: da qui la sua etimologia, a indicare un «uscire fuori di
sé». Nonostante la diversità delle religioni, culture e popoli in cui
l'estasi è stata sperimentata, le descrizioni circa il modo in cui essa viene
raggiunta risultano straordinariamente simili. Si afferma di provare in questi
momenti una sorta di annullamento di sé, e di identificazione con Dio o con
l'"Anima del mondo". Descrizione ed effetti. Manifestazioni
dell'estasi nell'antichità. Il corteo dionisiaco 2.2 L'estasi oracolare 2.2.1 Figure
oracolari 3 L'estasi nelle filosofie orientali 4L'estasi in Plotino 5L'estasi
cristiana 6L'estasi paradisiaca in Dante 7Il Rinascimento 8L'Ottocento e il
Romanticismo. Descrizione ed effetti Psichicamente è caratterizzata dalla
cessazione di ogni attività da parte dell'emisfero cerebrale sinistro (noto
anche come emisfero dominante o della "razionalità discorsiva"),
consentendo così all'emisfero destro (quello recessivo o passivo, detto anche
"emotivo") di attivarsi. È uno stato di estrema concentrazione simile
per certi versi all'ipnosi, quando ad esempio la mente rimane attonita nel
fissare un punto o un oggetto, dimentica di ogni altro pensiero. Generalmente
produce uno stato di notevole beatitudine e benessere interiore. Manifestazioni
dell'estasi nell'antichità Una simile condizione mentale era nota sin
dall'antichità ed era considerata manifestazione diretta della
divinità.[4] Il corteo dionisiaco Nell'antica Grecia erano famose le
menadi (o Baccanti), donne greche che partecipavano a riti non ufficiali. Si
trattava di culti misterici e iniziatici che si svolgevano al di fuori delle
mura della città ed erano aperti agli emarginati della società, quali appunto
le donne, gli schiavi e i meteci. I protagonisti di questi culti (detti anche
Misteri, connessi sia ai riti dionisiaci che a quelli orfici sorti intorno al
VII secolo a.C.), presi in uno stato di trance o estasi ballavano sfrenatamente
e uccidevano a mani nude degli animali. Si trattava di elementi legati
all'aspetto esoterico della religione greca, che convivevano sotterraneamente
con l'exoterismo della religiosità tradizionale.[6] L'estasi oracolare
L'estasi era ciò che rendeva possibili gli Oracoli, essendo vissuta come
momento di tramite fra la dimensione terrena e quella ultramondana. A volte lo
stato di estasi veniva raggiunto artificialmente mediante l'uso di sostanze
psicotrope; la persona coinvolta era portata così a compiere gesti o azioni
insoliti. Figure oracolari Figure emblematiche e famose per le loro estasi
collegate al dono della profezia erano le Sibille, donne laiche che gravitavano
presso un tempio di Apollo proprio per la loro capacità di connettersi col
divino, che proferivano i loro responsi restando nell'ombra, non mostrandosi
facilmente agli umani che le avessero consultate ed interrogate; oppure poi la
Pizia vera e propria sacerdotessa di Apollo che dimorava nel famoso santuario
apollineo di Delfi, la quale si mostrava ai fedeli e proferiva gli oracoli dopo
appositi riti e sacrifici. La Pizia raggiungeva uno stato di estasi indotto dai
vapori inebrianti che uscivano da una spaccatura del suolo, durante il quale
proferiva gli oracoli. In Magna Grecia era invece famosa la Sibilla di Cuma,
antica città greca situata nei Campi Flegrei. I responsi delle Sibille tuttavia
erano spesso oscuri e non facilmente interpretabili, venendo compresi ora in un
senso, ora in un altro.[9] L'estasi nelle filosofie orientali Nelle
religioni asiatiche, come l'induismo, il taoismo, e soprattutto il buddismo, l'estasi
è il momento sacro in cui avviene l'illuminazione, ed è il pieno sviluppo delle
potenzialità e delle qualità naturali presenti nell'individuo. Questo stato è
anche chiamato onniscienza oppure saggezza suprema e perfetta, dal sanscrito
anuttarā-samyak-saṃbodhi, comunemente detta semplicemente Bodhi, e corrisponde
all'illuminazione del Buddha; è lo stato in cui la mente diventa illimitata e
non più separata dal resto del mondo, il punto in cui il microcosmo della
persona si fonde con il macrocosmo dell'universo. Diventa così possibile una
condizione di nirvana, alla quale ci si allena sotto la guida di un maestro
tramite la meditazione, cioè la concentrazione su di sé e la consapevolezza
della propria energia. L'estasi in Plotino Secondo Plotino (filosofo ellenistico
neoplatonico), l'estasi è il culmine delle possibilità umane, che avviene dopo
aver compiuto a ritroso il processo di emanazione da Dio: essa è
un'autocoscienza, ed è la meta naturale della ragione umana, la quale,
desiderando ricongiungersi col Principio da cui emana, riesce a coglierlo non
possedendolo, ma lasciandosene possedere. Il pensiero cioè deve rinunciare ad
ogni pretesa di oggettività abbandonando il dinamismo discorsivo della
razionalità, ovvero negando se stesso. Tramite un severo percorso di ascesi,
che si serve del metodo della teologia negativa e della catarsi dalle passioni,
la ragione riesce così a uscire dai propri limiti, superando il dualismo
soggetto/oggetto e compenetrandosi con l'Uno. Quello di Plotino non è tuttavia
un semplice panteismo naturalistico, poiché per lui l'estasi è essenzialmente
un percorso in salita verso la trascendenza. Il circolo nella filosofia
di Plotino: dalla processione all'anima umana, e dalla contemplazione
all'estasi. Essendo l'Uno non descrivibile, perché descriverlo significherebbe
sdoppiarlo in un soggetto descrivente e un oggetto descritto (e quindi non
sarebbe più Uno, ma due), anche l'estasi è di conseguenza uno stato psichico
non descrivibile a parole, dato che l'estasi è la condizione stessa dell'Uno
che si auto-contempla. Intuirla è possibile solo per via di negazione: tramite
il suo contrario, prendendo coscienza di ciò che l'Uno non è, cioè del
molteplice. L'Uno stesso, in quanto autocoscienza del pensiero, per intuirsi
deve pertanto uscire fuori di sé, diventando molteplice. L'estasi è appunto
l'atto con cui l'Uno genera il molteplice: essa è un cogliere tutt'insieme
l'uno e i molti, in un circolo che dalla processione ritorna alla
contemplazione. Cusano, teologo cristiano del Quattrocento, dirà in maniera
simile che l'universo è l'esplicatio dell'Essere, ovvero il fuoriuscire di sé
da parte di Dio. A differenza del Cristianesimo però, secondo Plotino
l'estasi non è un dono della divinità, ma una possibilità naturale dell'anima.
Essa tuttavia si manifesta non per una propria volontà deliberata, ma da sé, in
un momento fuori della portata del tempo. Plotino stesso raggiunse l'estasi
solo tre o quattro volte nella sua esistenza. Viverla è infatti dato a
pochissimi, in rari momenti della loro vita. L'estasi inoltre non serve ad uno
scopo pratico; essendo contemplazione fine a se stessa, in questo mondo non c'è
nulla di più inutile. È solo nell'estasi però che l'essere umano ha la
rivelazione della sua condizione più vera e autentica. Per il resto la via
indicata da Plotino verso la saggezza consisteva in una vita retta, oppure
nella ricerca di espressioni artistiche come la musica. L'estasi
cristiana Santa Teresa d'Avila La filosofia plotiniana diede quindi avvio
a una lunga tradizione neoplatonica, che concepiva l'universo animato da un
eros o tensione amorosa mirante a ricongiungersi a Dio tramite l'estasi. La
teologia di Plotino fu ripresa in particolare da quella cristiana, e rivisitata
però alla luce dell'aspetto personale della Trinità. L'estasi venne intesa in
un senso più ampio: per il cristianesimo essa non è più soltanto una
contemplazione fine a se stessa, ma è funzionale all'azione; deve tendere cioè
non solo verso Dio, ma anche verso il mondo. Tale mutamento di prospettiva
venne introdotto affiancando all'amore greco di tipo ascensivo, corrispondente
al concetto di eros, un amore discensivo corrispondente al concetto evangelico
di àgape. L'esperienza estatica cristiana consiste così in una comunione, una
sorta di abbraccio col mondo e l'umanità in esso dispersa con lo scopo di
alleviarne le sofferenze e ricongiungerla al Padre. Essa avviene tramite
un'illuminazione operata direttamente da Dio. Questi fuoriesce nel mondo non
per un atto involontario (com'era nel plotinismo), ma perché ama le sue
creature. Identificarsi con la sua estasi divina è, secondo Agostino, la meta
naturale della ragione umana, la quale può riuscirci non per una deliberata
volontà individuale, ma per una rivelazione da parte di Dio stesso che si rende
presente alla nostra mente; l'estasi è dunque essenzialmente un dono, reso
possibile per intercessione dello Spirito Santo, grazie a cui l'essere umano
trascende i propri limiti e si rende strumento di Dio nel mondo.A differenza di
altre religioni la persona coinvolta non perde comunque la propria
individualità, pur compenetrandosi in Lui.Per i mistici medioevali, come San
Bernardo, o i neoplatonici tedeschi come Meister Eckhart, l'estasi è una
visione beatifica che avviene quando l'anima è rapita in Dio, e l'essere si
annulla in un Pensiero senza più limiti né contenuto: Dio infatti non può
essere oggettivato, perché non è oggetto, ma Soggetto. Si tratta di una
comunione mistica accesa da un fuoco d'amore, un'esperienza di beatitudine
suprema simile a quelle che saranno riferite in seguito anche da Santa Teresa
d'Avila, figura di riferimento della Controriforma. Un'altra testimonianza
sull'estasi in tal senso è quella medioevale del beato Jacopone da Todi nella
lauda O iubelo de core. L'estasi paradisiaca in Dante Nel Trecento Dante
Alighieri, nel Paradiso della Divina Commedia, di fronte alla visione beatifica
di Dio, negli ultimi versi della cantica prova così a descrivere l'estasi,
conscio della sua ineffabilità, dell'impossibilità di riferirla a parole in
maniera oggettiva: Dante contempla l'Empireo, incisione colorata
dell'originale di Doré «Qual è 'l geomètra che tutto s'affige per misurar lo
cerchio, e non ritrova, pensando, quel principio ond' elli indige, tal era io a
quella vista nova: veder voleva come si convenne l'imago al cerchio e come vi
s'indova; ma non eran da ciò le proprie penne: se non che la mia mente fu
percossa da un fulgore in che sua voglia venne. A l'alta fantasia qui
mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente
è mossa, l'amor che move il sole e l'altre stelle]» (Paradiso) Il
Rinascimento Il desiderio di estasiarsi godette quindi di una notevole fortuna
durante il Rinascimento. Al di là del significato religioso l'estasi assunse
allora principalmente una valenza artistica o estetica. Il bello era visto sia
dai filosofi rinascimentali che dagli idealisti romantici come la via
privilegiata per ricongiungersi a Dio. Bruno paragonò l'estasi a un eroico
furore: non un'attività pacifica che spegnesse i sensi e la memoria, ma al
contrario li acuisse, simile a un impeto razionale. A una rivalutazione
dell'estasi nell'Ottocento contribuirono sia la Critica del giudizio di Kant,
sia l'idealismo di Fichte e Schelling. Kant vedeva nel giudizio estetico un
sentimento universale di partecipazione con l'Assoluto, nel quale la ragione
non è più vincolata da un'attività conoscitiva soggetta alla necessità delle
relazioni causa-effetto, ma è libera nel formulare i propri legami associativi.
Per Fichte l'estasi è intuizione intellettuale, l'atto immediato con cui l'Io,
nel diventare autocosciente, può intuire se stesso solo in rapporto a un
non-io; così nel porre se stesso l'Io pone al contempo anche il molteplice al
di fuori di sé. Parimenti Schelling vedeva nell'estasi un'attività infinita con
cui Dio crea il mondo. L'uomo può riviverla nell'estasi artistica, che è la
manifestazione più tangibile dell'Assoluto, nel quale l'aspetto attivo e
passivo, il lato conscio e quello inconscio della mente, non sono più in
conflitto tra loro, ma si fondono in una sintesi armonica di comunione cosmica
con la Natura. Mantegazza, Le estasi umane, Marzocco, Firenze; La Civiltà
Cattolica; Legislative Reference Bureau, Roma; Enciclopedia Treccani alla voce
«estasi», di Marco Margnelli e Enrico Comba, Giovetti, Dizionario del mistero; Mediterranee,
Atlante illustrato della mitologia del mondo; Giunti; Bianchi, A. Motte e
AA.VV., Trattato di antropologia del sacro, Jaca Book, Milano; Diana Tedoldi,
L'Albero della musica: tamburo, stati altri di coscienza; Anima Srl; Burkert,
La religione greca di epoca arcaica e classica; Jaca, Messina, Riflessioni e verità; Edizioni
del Faro; Aa.vv., Dizionario della Sapienza Orientale: Buddhismo, Induismo,
Taoismo, Zen; Mediterranee; Kerouac, Il libro del risveglio, a cura di T.
Pincio, Mondadori; Evola, Oriente e Occidente; Mediterranee; «La scienza è
ragione discorsiva e questa è molteplicità: perciò, una volta caduta nel numero
e nella molteplicità, essa perde l'Uno. È necessario dunque trascendere la
scienza e non allontanarsi mai dal nostro essere unitario, ma abbandonare la
scienza. Perciò si dice che Egli è ineffabile e indescivibile» (Plotino,
Enneadi, VI, 9, 4, trad. di Faggin). Faggin, in La presenza divina; D'Anna
editrice, Messina-Firenze; Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo; Il
circolo nella filosofia di Plotino, Milano, Rizzoli; Faggin, Mazza, La
liminalità come dinamica di passaggio: la rivelazione come struttura
osmotico-performativa dell'"inter-esse" trinitario; Gregorian
Biblical BookShop; Sulla differenza terminologica tra agape ed eros, cfr. E.
Stauffer, Agapao, in G. Kittel-G. Fridrich, Grande lessico del Nuovo
Testamento, vol. I, Paideia, Brescia; Bonetti, Matrimonio in Cristo è
matrimonio nello Spirito, p. 63, Città Nuova; Julien Ries, Communio, p. 88, Jaca;
Come una piccola goccia d'acqua che cada in una grande quantità di vino sembra
diluirsi e sparire per assumere il sapore e il colore del vino; così ogni
affetto umano, nei santi, deve fondersi e liquefarsi per identificarsi alla
volontà divina. Come infatti Dio potrebbe essere tutto in tutto, se nell'uomo
restasse qualcosa di umano? Senza dubbio, la sostanza rimane, ma sotto un'altra
forma, un'altra potenza, un'altra gloria» (Bernardo di Chiaravalle, De
diligendo Deo, 10, trad. di G. Faggin). ^ Santa Teresa d'Avila descrive
l'estasi come un momento di "assenza" nel quale afferma di aver
percepito tutto il dolore provato da Cristo durante la Passione, ma anche una
così grande gioia interiore da coprire il dolore (cfr. Autobiografia). ^ Nella
descrizione di Dante si tratta di quella condizione paradossale di «estasi per
cui la mente esce di sé e perviene a un potenziamento di sé» (T. Di Salvo,
Paradiso, Zanichelli). ^ Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura: da Giorgione
a Magritte, p. 432, Pearson Italia S.p.a.; «Una delle qualità necessarie al sapiente, cioè
a colui che intende spingere l'ascesi conoscitiva fino all'estasi e
all'indiamento (farsi Dio), è un livello erocio di amore per la bellezza, un
furore divino nella terminologia di Ficino» (Ubaldo Nicola, Atlante illustrato
di filosofia, p. 238, Giunti). ^ Ubaldo Nicola, Atlante illustrato; Pozzolo, La
fede tra estetica, etica ed estatica, p. 64, Gregorian Biblical BookShop, 2011.
^ S. Mati Novalis, Del poeta regno sia il mondo. Attraversamenti negli appunti
filosofici, p. 81, Pendragon, Franco, Essere e senso: filosofia, religione,
ermeneutica, p. 170, Guida; Cfr. anche Luigi Pareyson, Lo stupore della ragione
in Schelling, in AA.VV., Romanticismo, esistenzialismo, ontologia della
libertà, Mursia, Milano; Carlo Landini, Psicologia dell'estasi, Franco Angeli,
Milano 1983 Ioan Petru Culianu, Esperienze dell'estasi dall'ellenismo al
Medioevo, Laterza, Bari; Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi, ed.
Mediterranee, Razzano, L'estasi del bello nella sofiologia di S. N. Bulgakov,
Città Nuova, Merlin, F. Vettori, Un'estetica estatica, edizioni Cleup, Padova; Beatitudine
Esperienza extracorporea Illuminazione (Buddhismo) Illuminazione
(cristianesimo) Indiamento Misticismo Sofianismo Trance (psicologia)
Transverberazione «estasi» Estasi, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Stati di coscienza; Filosofia Portale Filosofia Psicologia
Portale Psicologia Religione Portale Religione Categorie: Concetti e principi
filosoficiEmozioni e sentimentiFilosofia della menteMisticaTeologia Comie
ſi genera; Nima Ragionevole, come di Anima, come sà, che, fuor del ſuo ſcorre
nel Corpo Organico. St.1. Corpofieno, altre Coſe Corporee.27. Obbietti
Senſibili terminan le Idee Per le Idee degli Obbietti,nel Senſo nel Senſo
Comune. St. 2. Comune rappreſentatele. Corpi Striati, e loro ſtruttura, 3.
Cometalora s'inganna. Fornice, e ſua teſtura; Delirio nell'Ubriachezza; Setto
Lucido, e ſua fabrica. 5. Vino or fà dormire,or vegliare. 32. Corpo Calloſo, e
ſua anatomia. 6. Come alle volte porta il ſonno. 33 Senſo Comune ne 'Corpi
Striati. 7. Come talora induce vigilia. 34. Da quali paſſano tutti gli Spiriti
Ubriaco, perche Delira. 35. Motivi, e i Senſitivi. 8. Mania, eſuo Delirio.
Anima,in quanto ſente,riſiede ne’ Corpi Striati. 9. Siſpiega in particolare.
40. Fantaſia ſi eſercita nel Fornice. Io. Morficati dal Can rabbioſo, e lor
Memoria riſiede nel Corpo Callofo.1.1. Delirio. 43. Imaginativa, come ſérve al
Di Come prendon proprietà Canine. 44. ſcorrere.. E credono, eller Cani. 45.
Facoltà Motiva,coni'è eccitata. 13. Core procede tal Trasformazione.46. lilee
Senſibili,coine ſi formano,e 's' Delirio Febrile, ò Frene fiu. 48. imprimono
nel Cerebro. 14. Come faffi. 49. Spiriti Animali, fimilialla Luce.15. Come ſi
dà Febre ſenza Delirio, e Paragone fra queſta, e quelli. 16. Delirio ſenza
Febre. Spiriti Animali, comeformano le Cerebro deſtinato agli uficj Anima Idee.
17. li, e il Cerebello à i Vitali. FI. Idee non ſono, che una pittura, in
Anatomia del Cerebello. protata nelle pieghe del Cerebro.19. Nervi, che naſcono
dalCerebello. 53. Sterienza. · 20. La Mente non bà dominio ſul Cea Idee, come
laſciano la loro inpronta rebello. 54. nuel Corpo Calloſo. 22. Comunicazioni
fra il Cerebro, e il inima, come ſi rigorda. 24. Cerebello ſcambievoli. 55.
Guajti gli organi del Diſcorrere, Impreſſioni del Cerebro,come ſi par iguafla
il Diſcorſo Umano. 26. tecipano al Cerebello, e quelle 50. 52. del 227 84. del
Cerebello al Cerebro. 58. Come ſi genera. 79. Agitazione Febrile, cagionata al
Delirio dellº Incubo, come ſi forma.81. Cerebello, partecipanıloj al Ce
Maliæconia Ipocondriaca. rebro, induce il Delirio. 59. SueCagioniantecedenti.
85. Non comunicandoſi, no’l produce.62. Suoi triſti effetti. 86. Delirio de '
Sognanti. 63. Come induce ilDelirj. 89. Sonno, come ſi fa. 64. Per gli efluvj
degli Umori, corrotti Cbefia 68. nelle Viſcere, 90. Sogni, come ſi formano. 69.
| Rimedj, che riducono allo ſtato di Sogni, perchè ſi formano,à miſura Sanità
gli Organi, guariſcono, degli Appetiti, e delle Paffioni dal Delirio. 91.
attuali, 74. Diſcorſo depravato per erroriLoa Incubo. 77. gici, e ſuoi rimedja
IXIETAS2140S147 Μ Α Ν Ω. ARGOMENTO. 27482 A82FATIRAF ETAFARAYAX 2X1% XKAYARANJE
D E l'ordinato pria Diſcorſo Umano Dichiara la Meccanica ragione il dotto
Serafin, poi de l’ Inſano Le falſe Idee, l Opere prave eſpone: Qual ne i Senni,
anche Savj, il ſogno vana Le incongrue fantaſie finge, e compone; Qual la
Ragion prevarica, e travia L ' Ipocondriaca, à l' Uom, Malinconia. STATE 1
sãto, 2.Su queſte Midollar due fondamenta Del Corpo inilerabile, c mortale La
propria mole anteriore appoggia Compreſo lò dal tuo dir, cô doglia,e pianto, Il
Fornice, che il Cerebro ſoftenta, Lo ſtato lagrimevole, e fatale, Ed in Corpo
Calloſo ad alto poggia. Seguì à parlar, per conſolarmialquanto, Sul Midollo
allungato ei, dietro, afſenta De l'Anima si nobile, c Immortale; Due pic
poſterior, di Volta in foggia: Coin'ella, in queſta fua Corporca mole, Del
Palagio cosi de l'Alma intero Intende, idea, membra, diſcorre, e vuole. L'uno,
e l'altro loftien doppio Emisfero. 5 E il Serafin: Dopo che invia l'Obbietto Mà
del Fornice al tetto interiore, Il Carattere fuo nel Sento eſterno, Qual Zona,
un Setto lucido li appende; Per il canal de Nervi, ei và diretto Che, in mezo,
da la parte anteriore, Sè ad improntar nel comun Senfo interno. A la poſterior,
curvo, diſcende. Queſto è il luogo del Cerebro, ch'eletto A i lati fuoi, con
ſempre ugual tcnore E de moti ſenſibili al governo. Di quà, di là ſerie di
ſtrie, ſi ſtende, Qual van le linee al centro, in lui convienli, Che tutte in
lui riguardano egualmente, Ch’entrin tutte le Idee de gli altri Senſi. Il qual,
di Vetro in guiſa, è traſparente. 3. 6. Pria,che il Cervello i ſuoi due faſci
accoppi L'ampio Corpo Calloſo è ſovrapoſto In Midollo allungato, e poi Spinale,
Al Fornice, e sù quel li ammaſſa, e annette, Da quai ſpuntano pofcia, ad ordin
doppi E con ordin mirabile è compoſto Tutti i Nervi del Senſo univerſale,
D'inteſti filamenti à retinette, Di Cannei Midollar compon due groppi, Di cui
l'immenſo numero diſpoſto Conici, e curvi, in forma lunga ovale In fuperficie
vien piane perfette, Che, perchè ſono à lunghe ſtrie ſolcati, Molli così, che
ammettono, à l'azzione ' i detti laran Corpi ftriati. De gli Spirti, ogni
minima impreffione. Entro de i Midollar Corpi Striati, E de gli eſterni
Obbietti lor là dove La reſidenza il Comun Senſo ottiene, Hà la Malizia, d la
Bontà compreſa, C'hà de le proprie Glandole irrigati I principj de i Nervi
apre, e vi piove Le cavità, di Spiriti ripiene, Copia di Spirti, ove ella
vuole, inteſa: Atti ad eſſere impreſli, e conformati I Muſcoli ritira, e i
membri move In ogni Idea,che a lor da i Senſi viene, Al'ampleſſo, à la fuga, à
la difeſa; Azili, e fnelli, à figlirarſi eſpoſti E quando poi di quei reſta
ſicura D'infiniti, in cui fian, modi, diſpoſti. Più Spiriti non manda, e i
Nervi ottura 14. I Nervi in lor degli Organi Senſori Spiegami meglio (aggiūge
Adam )traslata, Tutti invian de gli Spiriti i refulli: Come i'ldea nel Comun
Senſo ha forma: E quei, da lor, de gli Orgeni Motori Come dal Settolucido
paſſata, Spontanei tutti han degli Spirti i fluſſi: Entro il Corpo Calloſo
imprime l'orma: Cid, che vien dentro ammeſio, ch'eſce fuori E come poi, che in
quel reſta improntata, Di Senſitivi, o di Motivi in Auſli, Entro la Fantafia la
Copia forma, Del Cerebro, ove l'Alma à regnar ſtarfi, Simile a quella Idea, che
pria l'affiſſe: Per queſta regia Via, convien, che palli Cosi ei richiede: E
così Quei gli diffe 9. 15. In queſti l'Alma Umana, in quanto ſente, Benchè
vario fra loro il naſcimento Corpi Striati aſſiſte, e ognor riſiede: Han la
Luce, e gli Spiriti Aninali: Quilegata, à gli Spirti intimamente, Che quella
dal ſottil Primo Elemento, La sè, incorporea, à i Corpi aggir concede: Queſti
portan dal Terzo i lor natali, Qui l'occhio Spirital ſempr’hàprefente: Ne la
velocità, nel movimento, Qui tocca, guſta, odora, afcolta, e vede: Nel Terbar
riflettendo angoli eguali Qul le potenze Senſitive hà immote, De l'incidenza à
l'angolo, ſembianti Qui non ſentir ciò, che s'idea,non puote. Fra lor ſon
inolto, c in eſſere rifranti. 16. La Fantaſia, del Fornice nel Setto Tra gli
ſpazi de GloboliCeleſti Lucido, fuole eſercitarli, cui Ruota in centro la Luce,
à vorticetti: Come pervio, e diafano perfetto Girano in centro ancor mobili
queſti Per ogni parte han via gli Spirti ſui, Sottilmente formatl in Globoletti:
Qui le Idee rappreſentano l'aſpetto, Son de la Luce i Corpi agili, e preſti,
Che dal Senſo Comun paſſano in lui: Atti à modificarli in vari aſpetti; Le mira
in queſto Specchio, e le contempla Queſti da Corpi,onde ſon mai rifelli, L'Alma,
e in sè Spirital l'Idee n'eſempla. Tornano poi modificati anch'eſſi. 17. La
Idea, dal Setto lucido, leggiera Quale il Lume de i Corpi, onde riflette Entro
il Corpo Calloſo alfin trapaſſa, Ovunque dirizzarſi abbia permeſſo, E ne le
tele ſue l'Iminago intera, Di quei le colorate Immagginette Imprime, e il ſuo
Carattere vi laffa. Modificate al par porta in sè ſteſſo: S'impronta in lor,
come Sugello in cera, Ne gli ſpirti de l'Ottiche fibrette Nè per tempo sì
facile fi caffa. Quelle dipinge, entro de l'Occhio ammeſlo: Altre Idee in altre
fibre impreffe poi Laſciando in quegli Spiriti i modelli Serbano à la Memoria i
teſor fuoi. Che ne la fuperficie ebb’ei di quelli. 12. 18. Se diſcorrer talor
la Mente hà brame Tal gli Spirti Senſor modificati Sù quelle Idee, che il Comun
Senſo invia Da gli obbietti, onde füro indietro ſpinti; Uop'è, che le trafcorſe
Idee richiame Nel Comun Senſo portano traslati, Dala Mémoria à la fua Fantaſia.
Quegl'Idoletti Mobili diſtinti, Ponle nel Setto lucido ad elame, Che nela Fantafia
rapprefentati, Le rigette, o le approva, odia, ò defia, Ne la Memoria alfin
reftan dipinti, A miſura, che trae da loro effenze Con quello ſteſſo colorato
aſpetto, Utili, a infaufte à sè le conſeguenze. Che in ſuperficie å vea
l'efferno Obbietto. L'Adamo del CampaiHas Mmm L'ldos ro. IL DISCORSO UMANO. L'idea,
che ne le fibre interiori In queſta forma, Adam, l'Umana Mente; Del Caitofo
Midol poi fi figura, Mêtre informa il ſuo Corpo,e leſuc Membra) Per mezo
de'caratteri impreſſori Da i fantaſmi di quello è dipendente: Non è, ch'una
verilima pittura, Con queſti ſente, immagina, e rimembra: Per via dipinca in
lor, non di colori, Mà in sè diſcorre, e vuol liberardente, Mà per mutazion de
la teſtura, E ciò clegge, che buon, che bel le ſembra: Chenegli Spiīti !!! tal
rifleſſo induce, Pur, de gli Enti Corporei, uop'e, che penſi, Quale iColor
riñettono la Luce. Per via d'Idee material di Senſi. 26. Non ſono i Color tutti
altro in sè ſterfi, Mà perd, che del Corpo i Morbi fono Che ſuperficie,
tal.configurata, Per l'intima union, Morbi de l'Alma, Sù cui rifranti i raggi,
e infiem rifleſſi, Perdendo il Corpo il natural ſuo tuono, Han si la rifleſſion
modificata, Se inferma è mai la fua Corporea Calma, Che imprimono ne l'Occhio i
color Ateli. La Mente, che nel Cerebro ha il ſuo trono Con cui la ſuperficie è
colorata: Tra gli Spirti animai non reſta in calma; Cosi Criſtal diafano hà
coſtume Perchè di lor difregolato il corſo, Sol culorir per Refrazzione, il
Lume. La perturbata Idea turba il Diſcorſo. 21. 27., Si diffé il Serafino, e
tenue Stile Che ſien fuori de l'Anima in Natura Che di piun colore affatto
intinſe, Corpi reali, e fisici, eſiſtenti, Sù quella, che il veſtia, tela
ſottile La Mente entro il ſuo carcere procura Scolpi la fuperficie, e la
dipinfe, Da i canvelli ſcoprir de'Sentimenti, E à colorata Immagine fimile, Sol
per mezo de'Senſi ella è ſicura, Immago in lei, fenza color, diſinfc, Che fieno
quelli al Corpo ſuo preſenti. Che in quel fcolpito Lin con par tenora Nel Comun
Senfo, à l'obbiettiva effenza, Il Lume riticttea, qual fa il Colore. De le coſe
attual så l'Efiſtenza. 28. Cosi (poi fegue à dir ) la ſola azzione. Sc al Comun
Senſo fuo fi rappreſenta De lo Spirto animal rr odifica to, Idea, che altronde
ella avvenir ti avvcda, Få nel Corpo calloſo impreſione, L'Obbietto, far non
può, che allor non ſenta, Con renderlo, in riflettervi', improntato. E ſentirlo
non può, che non lo creda. Tanto, ver'fua natia coſtituzione, Così à l'Occhio
ſe alcun ti ſi preſenta, E' quel Midollo tenero formato Tu già mai far potrai,
che non lo veda: A''Idea Spiritofa in lei rifleffa Così se ne lo Specchio
Immigo eſpreſſa, Ccde la superficie, e reſta impreſa. Noncrederla non puoi da
Obbietto impreſa.?? 29. De l'Occhio in modo tal sù la Retina, Or qualvolta à la
Mente Idea ſi porta Che ancor 'efla Soſtanza è Midollare, Entro il Senſo Comun
per altra via, Se talun filo 1 riguardar ſi oſtina Che per la regia, ed
ordinata porta, Illuminofo in Ciel Corpo Solarc, Onde al Senſo Comun l'Idea
s'invia, Per molto tempo,ancor, che il guardo inchina, Mà lo Spirto retrograda
la porta Del Sol P'linmago lucida gli appare; Da la Memoria, • da la Fantasia,
Elabbagliato acume ovunque gira, Per la ſtrada de'Senfi allor la crede Quell'infocato
lampo ognor rimira. Da Obbietto eſterno impreſa, e le dà fede. 24. 30. Mà fe di
ricordarti unqua defia E Fede tal, che giudica, e diſcorre, La Mente poi di un
traſandato Obbietto, Qual ſe agiffe, nel senſo eſterno Obbietto; Al Calloſo
Midot, placido, invia E a miſura ingannata amalo, dabborre, Di Spiriti animali
un rivoletto, Cheprova in sè ſvegliar gioja, è diſpetto; Che in quell'Idea
incontrandoſi per via, Agita i membri, e à un operar traſcorre Torna modificato
in Idoletto: Corriſpondente à l'eccitato affetto: Dal Tipo Midollar la forina
prende, Depravato cosi delira infano E de l'antica Idea (imil ſi rende. Per
morboſa cagion Diſcorſo Umano. A turbar giunge un Senno, anche prudente, Per
fimile cagion, ſe non la ſteſſa, De l'afforbito Vin le copia enorme: Mania
provien, d'onde Ebrietà provenne Che l'eſaltato Spirito la Mente, Perchè la
delirante Ebrezza eſpreſſa Or forza à delirar con vane forme, Di breve tempo è
una Mania ſolenne, Or gli Spirti gli ottenebra talmente, E la Mania, nel Senno
Umano impreffa, Che n'è ſopito ogni fuo Senſo, e dorme. Di lungo tempo è
un'Ebrietà perenne, In diverſi Soggetti hà varj eventi, Furiola Mania, cui fon
ſoggetti Ch'or furiofi rende, or fonnolenti. Gli acuti più talor favj
Intelletti. 38. Il come ad indagar, contrari, vate, Il Sangue de Maniàci è con
ecceffo Effetti à partorir ne gli Ebri il Vino, Tal di Sulfurei ſpiriti
impregnato Rifletci, che nel latice vitale Che col reſpir per i Polmoni in eſſo
Del Sangue è un doppio fpirito falino: Il Nitro aereo ſpirto infinuato, L'un,che
diſciolto entro il fuo Siero è un Sale Spira nel vicendevole congreſſo Urinoſo
volatile Alcalino: Indomitaura, ed alito sfrenato, L'altro dentro del Sangue
infinuato, Ch'eſalta in movimenti univerfali Con l'Aria, e i Cibi, è un fpirito
Nitrato, Pria gli Spirti vitai, poi gli animali, 334 39. In quei,che la
purpurea,in copie,han piena, Che concorrendo ai Cerebro, accreſciuta Mafia
Sanguigna, di Alcali urinofo, Di moto, e quantità, rapiſcon tutti Lo ſpirito
delVin ſi meſce appena, Gl’Idoletti Ideal, che contenuti Che genera un coagolo
vifcolo. Trovan nel Setto lucido, e ridutti, La Linfa ingroffa, e i vitai
Spirti affrena, O fien da la Memoria, ivi venuti, E concilia un ſonnifero
ripoſo. O ne la ſteſſa Fantaſia coftrutti, Tal Miſto, fi condenfa in gelatina,
E invianli al Comun Senſo, e de la Mente Lo ſpirito di Vino à quel di Urina,
Ingannano colà l'occhio preſente. 34. 40. Mà in quell'Uomo,in cui trovafi
eccedente Qui dice Adam: D'un operar al ſcempio Il Sal Nitroſo entro il
Sanguigno Umore, De PUman miſerabile Intelletto Mifta appena del Vino è
l'Acquardente, Tal che può farlo e furiofo, ed empio, Che à gli Spirti vitai
creſce il fervore, Di prudente, che ſia, ſano Soggetto, Spirando un'aura
Elaſtica potente, Deh dona à me, mio Precettor, l'eſempio Che gli Spirti animai
move à furore. Per farne più diſtinto alcun concetto, Tai lpiran, mitti,
un'alito focolo Cosi lo prega, e il Serafin verace Del Viu la Ipirto., e
l'Acido Nitroſo, Il di lui bel deſio cosi compiace. Quindi de gii Ebri à i
Midollar cannelli Il Sangue del Maniaco un tal fervore Lo Spirito con impeto
s'invia: Nel ſuo Corpo talor riſveglia, e crea, Seco il caratter trae, che ne
ſuggelli, Che il capo punge, o il petto, e di un dolore Trova de la Memoria, e
il porta via, Intenſo à lui fà lovvenir l'Idea, L'aſporta feco al Comun Senſo,
e quelli, Quando di un ſuo Nemico oftil furore Che trova, anco tener la
Fantafia, Ferillo, e tutto il fatto allor s'idea: Ne i Corpi introducendoli
Striati, Poi da la Fantaſia per falla porta Per retrograda frada ivi traşlati.
Al fuo Senſo Comun l'Idea fi afporta. 42. Quella Idea crede allor l'Umana Mente
E da la vaua Idea l’Alma ingannata, Introdotta per via di eſterni Senfi Che
rappreſenta il ſuo fucceſſo antico, Da Obbietto, che fia à l'Organo preſente,
Stima ver ciò, che vede, e che aſsaltata Che quei moti Sengbili difpenfi. Sia,
già preſente à lui., dal ſuo Nemico. Onde ingannata, avvien, che follemente Si
accinge a la difeſa, ed opra irata De la ſtesſa maniera operi, e penſi,
Cotr'Uoin, che gli ſi incotra,ancor che amico, Comc fe quell'Obbietto aveffe
avante, Che, preoccupata da l'Idea mentita, Di qui la vana Idea forta il
ſembiante, Nemico il crede, e contro lyi s'irrita. Mà mirabil vieppiù, più
portentoſo Che da quei Solfi indomiti inveſtiti Loſtravoito penſiero è del
Diſcorſo Di periferia al centro in mille forme, Di chi dal dente mai del Can
rabbioſo Syolgon de Simulacri, ivi ſcolpiti, Prova in un di fue meinbra il fero
morſo, L'Idee de la Memoria, à varie torme; Che infetto già dal ſuo velen
bavoſo, E ne la Fantaſia poi male uniti E dopo ancor, che lungo tempo è ſcorſo,
Soa gi'iacaagruiFantaſmi in ſtuol deforme: Fra mille altri ſintomi alfin
riinane, Alfio nel Comua Senſo entran ſovente, Col creder sè già trasformato in
Cane. Adingannare, à ſpaventar la Mente. 44. 50. Nè ſolo al par del Canc
addenta, e morde, Febricitando il Sangue, uopè, che fpici E ſimile anche al
Cane ei latrar s'ode Del Cerebro più Spirti à le latebre: Ma con fame Canina, e
voglie ingorde Delicando gli Spirti, uop'è, che giri Prono diyora į cibi, e
l'olla rode; Il Sangue in pollazion celeri, e crebre: E con oprar col ſuo
penſier concorde Or come Febre è mai lenza Deliri? Le qualità Caninç affettar
gode; Come delirj fon mai fenza Febre? Lungi chi vien sà preſentir, dotato
Adamo al Serafin cosi propoſe: Di acuto, e ſottiliffimo Odorato. E si ad Adamo
il Serafin riſpoſę. 45. Premetto, per ſpiegar, d'onde contratto Per dichiarar
Fenoineno si bello, Concetto Uom poſſa aver cotanto ſtrano, Che interamente jo
ſviluprar prometto, Che allor, che vien de l'unione à l'atto Dopo gli uſi, che
detti hò del Cervello, Il corpo fral con l'Animo ſovrano, Deggio gli uſi anche
dir del Cervelletto: Gl'imprime de'luoi Spiriti il contatto Cheagli uficj
Animali eletto è quello, L'ldea di eſſer congiunto à Corpo Umano, A gli uli
Naturali è queſto eletto: La qual conſiſte in ’ n Caratter tale, Må pria di
eſaminar la ſua Natura. Ch'ngli Spirit, Umani è fpeciale, Sentine l'anatomica
Struttura. Del rabbioſo Velen taptu inaligna Nel Cranio è, dietro il Cerebro,
ripoſto Hà corrottiya attività la Forma, Il picciolo Cervello, e ſegregato, Che
gli Spiro animali, ov'egli alligna, In forina quaſi sferica diſpoſto, Ajo: o à
poco in sè inuta, e trusforına, E da le due Meningi andò ammantato: In rio
Venen l'Aura animal traligna, Di Cannellini hà il ſuo Midol compoko i E di
Canin Carattere s'inforina: E il cortice di Glandole am maffato, Cool ne le
Materie, oy'i gli ha loco, In cui con Meccaniſmi, al grande eguali, Muta, e
trasforma il tutto in foco il Foco. Si prepurun gliSpiriti aniinali. 47. S3
Sentendo aggir quell'Anima infelice Dal Cervelletto fol naſcon produtti
Impreſſion di Spiriti Cunini, Quei Nervei tronchi, e quei lor rami varj; La di
cui f.colta immaginatrice Che daii gli Spirti à i Muſcoli, coſtrutti Hà
depravuti affatto i retti fini, Al miniſter de’moti involontarj. Tradita ancor
da quei Fantalmi, elice Da lui movong i Vaſi, e gli Umor tutti, Da ſe Brutali
affetti, atti Ferini, Ch'a l'uficio vital ſon neceffari, Adam, nel tuo fullir
quanto hai perduto ! Cor, Vene, Arterie, Glandole, Fermenti, Sei ſoggetto ad un
Mal,che di Vom fà Bruto. Polmon, Linfa; Inteſtin, Chilo, Alimenti. 48. 54. Dal
già detto finor molto evidente Giuridizion ſul Cerebel la Mente Argomentar fi
può, come fi dia Punto non tien, nè i ſuoi eſercizi hà noti, Il Diſcorſo de
l'Uomo incoerente Non sà, chiuſa entro il Cerebro, nè fente, Nel Delirio Febril,
ch'è Freneſia: Come il Chil ſi amminiſtri, e il Sangue ruoti. Che allor, che
bolle il Sangue in Febre ardête, Di quel, che dal Cervello è indipendente, S
fulfurea falina hà diſcraſia, Fermar non puote, è regolarne i moti. Gi Spiriti
nel Cerebro avanzati, Aſſoluti, e diftinti i lor Governi In copia, c mobiltà
fon gencrati. Commercio hap fol per ſei Proceſſi alternt. Manda Manda al
Cervello il Cervelletto pria E per la via retrograda, ch'è dietro, Doppia
Protuberanza orbicolare, Paffa nel Setto lucido il torrente: Più baſſo due
proceſſi indi gl'invia Quelle Idee, che vi trova ei ſpinge addietro Per la
Protuberanza altra anulare, Verſo i Corpi Striati obliquamente; Due altri
alfine imprendono la via E al corſo natural turbando il metro, Da ſuoi due
Gambi al Calcc midollare L'offre per falfa porta ivi à Ja Mente E di Spiriti
alterni han participi. Che venute credendole da i Senli, De’Nervi il pajo
ottavov'hà principja. Vopè, che follemente operi, e penſi. 56. 62. Per l'uno, e
l'altro orbicolar Ricetto Se però nel ſol Cerebro è riſtretto Son gli Spirci animai
partecipati De'Spirti il moto, e de'fantafmi erranti, Da gli Striati Corpi al
Cervelletto, E à trapaſſar non và nel Cervelletto, E daqueſto anco à i Corpi
fuoi Striatia Senza febricitar fà deliranti: Per le altre quattro vie con corſo
retto Perchè fol ne ſuoi Spiriti è il ſoggetto, Vengono, e ven gli Spiriti
mandati, Che fà le Arterie, e il Cor febricitanti; Pe'l calce midollare, ove
inſeriſce E quello Spirto, onde il ſuo moto prende Le ſue due braccia il
Fornice, e li uniſcea L'Arteria, e il Cor, dal Cerebel diſcende a 57. 63. Sol
queſte ſon le occulte vie, per cui Maggior ſoggiunſe Adam ) inêtre a dormea Ciò,
che ſuccede in lor di ben, di male, Stupore, è il Delirar di fan penſiero,
Mandanſi internamente infra lor dui Che di vani fantaſmi, e incongrue forme Il
vital Miniſtero, e l'animale, Ad un ſtuol dona fe si menzogniero, La Potenza
animal gli affetti ſui I qual, non ſolo al Ver non è conforme I moti fuoi la
Facoltà vitale, Mà par, ch'è falſo, e credefi per vero: Secondo, in Pro comune,
à lor conviene, In modo tal, che un Senno, anche prudente, Opporſi al Mele, o
farfi incontro al Bene. Di creder gl'impoſſibili conſente. 58. 64; E quinci
avvien, che al ſol penſier ſovente Come inganni la Mente à dichiararti Nel
Cerebro, o di Gioja, d di Timore, De i Sogni l'incredibile Bugia, Moffo è il
Polmone, e il Cor placidamente (Replica Raffael) d'uopo è ſpiegarti, Soſpira il
Petto, e batte fpeſſo il Core. Come il Sonno produceſi, e che ſia: Quete, è
ſvolte le Viſcere, hà la Mente Mà pienamente, Adam, rammemorarti L'idea de la
Salute, ò del Malore: La teſtura del Cerebro dei pria: Intelligenza, e
auſiliario impegno Che la foſtanza ſua, teſfuta á velli Paſſa così tra le
Provincie, e'l Regno. Di cavi coſta, e sferici Cannelli. 59. 65. Or mentre la
febrilc agitazione Che à i lati de'ſuoi concavi Canali Nel Sangue, e ne
le.Viſcere ſi avanza, Triangolar fon gl'interſtizj inteſti: Gli efAlvj.al
Cervelletto, e la mozione Che in quei ſcorron gli Spiriti animali, Mandar per
via de Nervi hà ben poſſariza: E che diſcorre ilSugo nerveo in queſti, Quefto
annuncia al Cervel la impreſſione Fatti gli uni di Spiriti vitali, Per doppia
orbicolar Protuberanza, L'altro di Umor linfatici digefti: Entro i Corpi
Striati, onde la Mente Che ſtan fra lor, quei di elater dotati, Di quel calor
febril l'affanno ſente. Queſto di fode fibre, equilibrati. 60. 66. Mà ſe gli
effuvi, ei moti ſuoi ſon tali, Mentre gli Spirti à tal ſon rarefatti Che al
Cerebel traſceudono le ſponde, Che tengan quei cannelli intumiditi, Nel Cerebro
i ſuoi Spiriti animali O'quefti cosi reſtino diſtratti Per l'anular
Protuberanza infonde: Da ariditi, ò durezza irrigiditi, Poi da i poſterior
recti canali O'il nervco Umor pien di fali acri, ed atti Del calce Midollare
alfin trasfonde, Le fibre à ſtimolar, gli Spirti irriti, Del Fornice gli Spirti
à le due braccia Sta tempre aperto il Cerebro, e produce E in quel gli eſtranj
effuvj infinua, e caccia. Spirti continui, e la Vigilia induce. L'Adamo del
Campailla. Nina Per poco influſſo, ò per diſpendj immenfi, Nel tempo del
Dormire al Cervelletto Se al minorar fi vien lo Spirto in effi, Copia inaggior
di Spirti il Sangue infonde O’i ſuoi interſtiz; il nervco Umor più eféli Che
oſtrutto allora il Cerebro, e riſtretco, i; Tien, con più copia, e i cannellin
compreffi, Quei,che nõ manda à queſto, à quel trasfondo Queſti già reli vuoti,
e non più tenſi Maggior moto pertanto, e più perfetto Chiudonfi, molli, e
calcano in sè ſteſſi. Del Torace han le viſcere profonde, Continuar nel Cerebro
non porno E quelle de l'Addome, allor, che appieno Gli ſpiriti l'influſſo: e
faffi il Sonno. Immerfo è il Corpo Uman del Sonno in feno. 68. 74. Il Sonno è
un feriar di Senſi, e Moti, Mà perchè (dice Adam ) ſpelo, à miſura Mà Senli
eſterni, e Moti volontarj. Di noſtra Paſſion ſi formi il Sogno? Gli Spirti del
Cervel ſtan quafi immoti, Perchè m'idea, dormendo, e mi figura Chiuſe le vie de
Senſitivi Affari: Quell'Obbietto,che temo,ò quel,che agogno? Solo i ſuoi membri
proſſimi, e i remoti Qualor per breve, in queſta notte oſcura Tutti mantiene in
eſercizi varj, Michiuſe al Sonno i rai natio biſogno, (Perchè infuſſo di
Spiriti interdetto Vidi nel Sonno il Cherubino armato, Non hà ) la Region del
Cervelletto. Che mi avventava in fen brando infocato, 69. 75. Or così ſtando il
Cerebro.in quiete, L'Angiol riſpoſe: Il già commeſſo errore In una, in tutto
oſcurità diffuſa, Nel ſonno anche ti affigge, e ti tormentas Si occultan le fue
Immagini inquiete, Ti ſtringe il Cor, l'anguſtiato Core Ogni altra Idea de i
Senti eſterni eſcluſa, L'imprellione al Cercbel preſenta, In folche folitudini
fecrete Che pe'i Procelli orbicolar và fuore, La Mente è tutta in sè raccolta,
e chiuſa; E al tuo Senſo comun i rappreſenta: E del Cervello il diſcoriivo
Mondo Poi ne la Fantaſia forma i'alpetto Dorme in ſilenzio altitlimo, e
profondo. Del Cherubin, qual ſe ti apriſſe il petto, 76. Ed ecco, che per cieca
obliqua via, Altro ruſcel di Spirti al modo fteffo Di Larvette ideali erranti
ſquadre Dal Cervelletto al Cerebro diſcorre; Nel Coinun Senio, o ne la Fantaila
E per la via de l'anular Proceſſo Vagan leggicie or fpaventole, ed'adre, Lc
radici del Fornice traſcorre. Or veſtite di ainabije bugia, De Cherubin l'idea,
che trova in eſſo, Pingon bei Spettri, e Fantafie leggiadre; Seco rapiíce, e
ullin valia: deporre E van col Fallo, in naſchera di Vero, Nel Senſorio Comuo:
l’Alma, che'l vede De l'Anima à ingannar l'occhio, e’i penſiero. E lente il
duolo al Cor, ferito il crede. Tal ſe in Teatro cinbroſo il Popol liede,
Anch'io diſs’Eva) in quel notturo orrore, Niirando chiare aprir comiche Scene,
Mentre più gli occhi mici pianger nő ponno, E da Mimi larvati aſculta, e vede
Viep; iù per lo ſpavento, e pul timore, Tragiche finzion, menzogne amene: Che
per quieto oblio, mentre che a !Tonno, Quali del Ver fcordato, ii Falſo crede
Strangolate le fauci, oppreſſo il Core E da’luoi Seun italicdotto viene, Sento
da un Moftro, infra vigilia, e ſonno: Chefveglia ii Finto in lui, verace
intanto Volea gridar, volea fuggir, volea Odio, ) Amer,Picea, d Sdegno,c Rilo,o
Piáto. Scuoţer dal ſen la Belva, e non potea. 28. Chile fopite Immagini
alCervello Queſto č l'Incubo, Adamo (à dir riprende Svegli, i luoi Spisti in
renderne eccitati, A lui rivolto, ii Filico Divino ) Facile è di aſſignar, dal
Cerebello, Paroliſino terribile, che apprende Che fieno effiuvi, • Spiriti
ſcappati, L'Uoin, mentre che talor dorineſupino. Per quei fentier, che ſon, tra
queſto,e quello, Il Petto, e il Core ilmoto ſuo ſoſpende, Ne i Proceſi
ſcambievoii, incavati E fofpende ancu i Sangue il ſuo camino; De le
Protuberüize orbicolari, Che riſtagnando entro i polmoni in petto E de i terzi
Proceſli, ed anulari, Fà un breve si, mà aſſai moleſto effetto. Cio, che il
Sonno al Cervel coſtituiſce, Del Morbo Malinconico cagioni Vien l’Incubo à
produr nel Cerebello Son, ipaventoſi, e ſubiti tercori Qual, groſſo il
nerveoLiquido, impediſce Affetti violenti, e pailioni, Degli Spirti animali il
corſo in quello, Ipocondriaci, e Iſterici Malori: Tal di queſto il medemo anche
oltruiſce In queſte inordinate ripreſſioni Ogni talor ſuo midollar Canuello, Si
guaſtano le Viſcere, e gli Umori: Qualvolta amplia foverchio, in modi vari,
Onde mandati al Cerebro, ed eſtratti Di queſto pur le Strie triangolari. Spirti
ne fono, à gli uſi lor malatti. 80. 86. Come, al Cervel gli Spiriti impediti,
Mal fan l’uſo adempir più principale, Fermanſi gli uſi à gli Organi animali,
Ch'è: coʻlor moti armonici, adequata Così, gli Spirti al Cercbel fopiti, Tener
de l'Uomo à l'Anima immortale Ceffan quei de le Viſcere vitali, Quella, che al
ſommo Ben tendēza hà innata, Il Sengue, e gli altri Liquidi irretiti Mentre in
queſto ſuo carcere mortale Ne i polmoni, e lor vafi arteriali. Vive ad un Corpo
organico ligata: Ciò nel dornir ſupin ſuccede ſpeſſo: Che priva di lor Tolita
Armonia, Che il Cercbel dal Cerebro è compreffo, Sente una interior Malinconia,
81. 87. Prefa daʼNervi impreffion si rea Scemi di loro elaftica potenza, Al
Cerebro s'invia dal Cervelletto Debil tai Spirti à ſpanderſi han vigore, La
Mente un Moſtro in fantaſia s'idea, E di contrari Agenti à la prelenza Qual ſe
l'affoghi, e le comprima il petto: Producon, contraendoſi, il Tiinore. Poi
tratta al Comun Senſo è quell’ldea, Grolli, oltre del dover, ne l'aderenza Con
un corſo retrogrado indiretto Portan le loro Idee forina maggiore: La Idea ne
vede, e la impreſſion ne ſente; Onde di quel,ch'è in sè, ſempre più immenfo Or
che ſtupor, fe'l crede ver la Mente? Rapprefentan l'Obbietto al Comun Senfo.
82. 88. Miquel dal Setto lucido repiſce Anzi, però clie indebite miſture Spirto
le klee ne'Corpi ſuoi Striati? Di eſtrani effluvj in lor glaſtan le forme Del
Cerebel non già, che non fluiſce Appajono d'infolite figure Spirito in lui,
chii Cannellin turati. I lor Fantaſmi, e di feinbianza informe: Si parla Adaino:
E Raffacl fupplilce Tenebroſe le lınmagini, ed oſcure Del Cerebel gli Spiriti
privati, Non terbano à gli Obbietti Idea conforme: Per doppia orbicolar
Protuberaliza, Quindi de i Malinconici eſſer dee u Cerebro, che n’hà minor
inancanza. Piena la Fantalia d'incongrue Idee. 83. 89. De le vitali ſu Vilcere
à l'uſo Inino il M.lincolico à tal ſegno, Tutti gli Spirti il Cercbel riparte;
Solo in penſier fantaſtici ſi aggira: Il Cercbro non già, che benchè chiuſo,
Pregna hila Fantatia, colmo l'ingegno, Ne reſts pieno, e altrui non ne fi
partc. D'incoerenti Idee; ma non deli. a: Reſtande elauſto quel, da queſto
infuſo Chc, benchè erranti, in sè ſenza ritegno, Hà lo Spirto animal per quella
parte, Le involontarie Immagini riinira, Che dal Corpo Callofo, ove diſcende,
Pur ben fi avvede, e noto há ben, che ſia A gli Striati, ivi le Idee diſtende.
Sol tutto l'Effer loro in Fantaſia. 84. 90. 11 Sogno paſſaggiera è una Pazizia,
Mà ſe da le ſuc viſcere eſalato, Ma la Pazzia poi Sogro è permanente, Per i
Nervi, Par vago, e intercoſtale, La Ipocur driaca in cui Malinconia Morbofo
effuvio, al Cervelletto alzato, Riduce PUomo à delirar fovente. Per il di
dietro al Fornice poi fale, Contraria de Maniaci à la Follia, Ogni incongruo
Fantafina, ivi formato, Ch'è cir:Je !, furioia, audace, ardente, Che ne la
Fantuſia difpiega l'ale, Quefiriè timida, e imbelle, e'l penſier volto Nel
Senforio Comun con feco tira: Hà follecito al Plen, itupido al Molto. L'Alma
allor Ver lo giudica, e delira. Del IL DISCORSO UMANO, Del nobile cosi Diſcorſo
Umano, De'tanti ancor traccò Logici errori E de'ſuoi varj organici difetti Che
al diſcorſo depravauo i Giudici, Filoſofo l'Arcangelo ſovrano, E qual di Verità
gli alti ſplendori Con ſottili penfieri, e chiari detti. Oſcurano à la Mente i
Pregiudicj: Indi ſpiego i Rimedj, ond'egl’inſano Come la Dialettica riſtori,
Reſo, à cagion de gli Organi imperfetti, Con norme, i falli in lei,
regolatrici; Poffi à i retti tornar ſuoi Sentimenti, E al fine il giuſto Metodo
glieſpone, Con medicarne i gu'aſti ſuoi Stromenti. L'ulo à bene adoptas di fua
Ragionc. Estasi di santa Teresa d'Avila scultura di Gianlorenzo Bernini
Lingua Segui Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando
altri significati, vedi Estasi di santa Teresa d'Avila (disambigua). Estasi di
santa Teresa d'Avila Ecstasy of St. Teresa HDR.jpg Autore Bernini Materiale marmo
e bronzo dorato per i raggi divini Altezza350cmUbicazione Chiesa di Santa Maria
della Vittoria, Roma Coordinate L'Estasi
di santa Teresa d'Avila è una scultura in marmo e bronzo dorato di Bernini,
rcollocata nella cappella Cornaro, presso la chiesa di Santa Maria della
Vittoria, a Roma. La scena raffigurata nell'opera è, per la precisione, una
transverberazione e non un'estasi, quindi la scultura è talvolta chiamata anche
"Transverberazione di santa Teresa d'Avila". Storia Modifica
Nel 1645 - in un periodo in cui, con il pontificato di Innocenzo X, la
straordinaria carriera artistica di Bernini stava conoscendo qualche
appannamento - il cardinale Federico Cornaro affidò alle sue qualità di
architetto e di scultore la realizzazione della cappella della propria
famiglia, nel transetto sinistro della chiesa di Santa Maria della Vittoria, a
Roma. Bernini, nell'eseguire la commissione, cercò una sua rivincita
professionale verso l'atteggiamento tiepido che il nuovo pontefice mostrava nei
suoi confronti e chiamò, per così dire, a raccolta tutta la sua inventiva di
architetto e di scultore sino a giungere a realizzare uno degli esempi più
elevati di arte barocca. L'Estasi di santa Teresa d'Avila, eseguita, una volta
portata a compimento piacque immensamente al Bernini, che con una certa
modestia la definì come la sua «men cattiva opera» (dunque la migliore delle
sue realizzazioni). Lo stesso Filippo Baldinucci, nella biografia dell'artista,
riporta che: «il Bernino medesimo era solito dire essere stata la più
bell'opera che uscisse dalla sua mano» Descrizione Modifica Visuale
della cappella Cornaro: al centro troviamo santa Teresa e il cherubino e, ai
lati, si scorgono i vari membri della famiglia Cornaro che si affacciano dai
finti balconcini Una delle cifre per intendere l'arte barocca è, come noto, il
gusto per la "teatralità": la rappresentazione spettacolare e
talvolta anche enfatica degli eventi. In quest'opera Bernini, mettendo a frutto
la sua esperienza diretta di organizzatore di spettacoli teatrali, trasforma,
in senso non metaforico ma letterale, lo spazio della cappella in teatro.
Per far ciò egli amplia innanzitutto la profondità del transetto; poi, aprendo
sulla parete di fondo una finestra con i vetri gialli, pensata per rimanere nascosta
dal timpano dell'altare, si procura una fonte di luce che agisce dall'alto,
come un riflettore e che conferisce un senso realistico alla irruzione sulla
scena di un fascio di raggi in bronzo dorato, così la luce che scende sul
gruppo, attraverso i raggi, sembra momentanea, transitoria e instabile in modo
da rafforzare la sensazione di provvisorietà dell'evento.Si può facilmente
immaginare quanto tale effetto, nella penombra della chiesa, dovesse apparire a
quel tempo suggestivo. Anche la freccia originaria retta dall'angelo, ora
sostituita da un semplice dardo, venne realizzata con dei raggi che scaturivano
dalla sua punta, a rappresentarne il fuoco del «grande amore di Dio», come
santa Teresa stessa ebbe a dire nella sua autobiografia. L'elegante
edicola barocca, realizzata con marmi policromi, nella quale Bernini colloca la
scena dell'Estasi di santa Teresa, funge da boccascena del teatro: essa mostra
la figura della santa semidistesa su una vaporosa nuvola che la trasporta –
come se fosse operante una macchina da teatro nascosta – verso il cielo. La
trasformazione della cappella in teatro diventa letterale con la realizzazione,
ai due lati del palcoscenico-altare, di «palchetti» sui quali sono raffigurati
– ritratti a mezzobusto – i vari personaggi della famiglia Cornaro. L'evento
privatissimo dell'estasi della santa diviene in questo modo evento pubblico, al
quale i nobili spettatori paiono assistere non già con trepido stupore e con
vivo trasporto devozionale, ma con staccato disincanto; li vediamo anzi - come avviene
spesso a teatro - intenti a scambiarsi i loro commenti. Il palchetto
sinistro, con i membri della famiglia Cornaro in veste di testimoni attivi
dell'evento mistico Ma non è per la famiglia committente, bensì per l'ideale
platea dei fedeli che si accostano all'altare – palcoscenico della cappella che
Bernini mette in scena l'estasi della santa. Egli dimostra qui tutta la sua
maestria di scultore, capace di lavorare il marmo come fosse cera, con estrema
attenzione ai particolari. La veste ampia e vaporosa della santa, lasciata
cadere in modo disordinato sul corpo, è un capolavoro di virtuosismo tecnico,
per effetto del quale il marmo perde ogni rigidezza e la scultura sembra voler
contendere alla pittura il primato nella rappresentazione del movimento. Commenta
a questo riguardo Ernst Gombrich: «Perfino il trattamento del drappeggio
è, in Bernini, interamente nuovo. Invece di farlo ricadere con le pieghe
dignitose della maniera classica, egli le fa contorte e vorticose per
accentuare l'effetto drammatico e dinamico dell'insieme. Ben presto tutta
l'Europa lo imitò.» La raffigurazione delle estasi mistiche dei santi e
delle loro visioni del divino, rappresenta uno dei temi più cari all'arte
barocca: i santi «con gli occhi al cielo aiutano» – seguendo le raccomandazioni
dei gesuitisulle funzioni pedagogiche dell'arte sacra – a sentire
emozionalmente, con il sangue e con la carne, cosa significhi l'afflato mistico
che porta alla comunicazione con Cristo e che è prerogativa della devozione più
profonda. Anche sotto questo aspetto, della raffigurazione dell'estasi, l'opera
realizzata da Bernini nella cappella Cornaro, sarà destinata a far scuola e ad
essere presa a modello innumerevoli volte nella storia dell'arte sacra.
Sul piano iconografico l'Estasi di santa Teresa, che trova il suo prototipo
nell'Apparizione di Cristo a Santa Margherita da Cortona di Giovanni Lanfranco
(1622),[6] è direttamente ispirata a un celebre passo degli scritti della
santa, in cui ella descrive una delle sue numerose esperienze di rapimento
celeste: «Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi
nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta
di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro
di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era
tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia
terrena può dare un simile appagamento. Quando l'angelo estrasse la sua lancia,
rimasi con un grande amore per Dio.» (Santa Teresa d'Avila,
Autobiografia, XXIX, 13) Il resoconto che la santa ci offre è raffigurato quasi
alla lettera da Bernini nella sua composizione marmorea, con il corpo
completamente esanime e abbandonato della santa, il suo volto dolcissimo con
gli occhi socchiusi rivolti al cielo e le labbra che si aprono per emettere un
gemito, mentre un cherubino dall'aspetto di fanciullo giocoso, con in mano un
dardo, simbolo dell'Amore di Dio, ne scosta le vesti per colpirla nel cuore.
Notevole è il contrasto tra l'incarnato liscio e delicato dell'angelo (che fa
pensare più a un Eros della mitologia greca che a un'entità spirituale
cristiana) e le vesti scomposte della Santa. Il volto della Santa e dell'angelo
Interpretazione psicoanalitica Modifica L'interpretazione che studiosi della
psicoanalisi come Marie Bonaparte hanno dato (proprio a partire dai resoconti
di transverberazione lasciatici da santa Teresa) all'esperienza dell'estasi
mistica in termini di pulsione erotica che si esprime sublimandosi nel deliquio
dell'afflato spirituale, ha condotto la critica a sottolineare in quest'opera
di Bernini la bellezza sensuale e ambigua dei protagonisti, avvalorando così la
possibilità di una sua lettura in termini psicoanalitici. Lo psicologo italiano
Enzo Bonaventura fa riferimento a Cupido, evidenziando, a livello simbolico, un
nesso tra la figurazione greca e la trasfigurazione religiosa nell'arte
cristiana[7]. Per provarne la legittimità, occorre solo richiamare la parola di
Renan in viaggio a Roma, davanti a questo stesso gruppo statuario: «Si c'est
cela l'extase mystique, je connais bien des femmes qui l'ont éprouvée. Si
potrebbe comunque ulteriormente citare il conte de Brosses[9], il Marchese de
Sade[10] o lo scrittore Veuillot. Collateralmente a quest'interpretazione che
considera l'esperienza di Teresa, e la scultura che la ritrae, nei termini di
quello che (per usare un'espressione di Georges Bataille) potremmo chiamare
«erotismo sacro», si deve tuttavia osservare che l'approfondimento della
biografia dell'artista napoletano ha recentemente messo nella giusta luce la
sua religiosità; una religiosità che in quel periodo della sua vita (quando
aveva circa cinquant'anni) si era rafforzata attraverso la pratica degli
esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, eseguiti sotto la guida dei padri
gesuiti che egli frequentava. Verosimilmente la lettura della vita di santa
Teresa non dovette essere un fatto occasionale, limitato a singoli passi,
segnalati magari dal committente. Al contrario, alcuni studiosi hanno letto
nell'Estasi di santa Teresa anche l'eco del racconto di altre esperienze
mistiche, come quella della santa genovese Caterina Fieschi Adorno. La
straordinaria qualità estetica e l'intensa drammaticità del gruppo marmoreo è
dunque da collegare alla personale ricerca spirituale di Bernini, al suo
impegno a scoprire per sé stesso, per poi mostrare a tutta la comunità dei
fedeli il senso di quell'amore espresso oltre ogni misura verso il Redentore,
che trova esempio nella vita dei santi. L'influenza dell'opera di Bernini
fu enorme non solo sui contemporanei, ma anche su molti artisti dei secoli
successivi. Il famoso compositore Pietro Mascagni, ad esempio, nel 1923 compose
una visione lirica per orchestra dal titolo Contemplando la santa Teresa del
Bernini, un brano della breve durata di appena quattro minuti. Marder, Bernini
and the art of architecture, New York; Marder riferisce a Irving Lavin, Bernini
and the Unity of the Visual Arts, New York; e a Barcham, Some New Documents on Cornaro's
Chapels in Rome, in: Burlinton Magazine, Cricco, Francesco Di Teodoro, Il
Cricco Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Dal Barocco al Postimpressionismo,
Versione gialla, Bologna, Zanichelli; Cocchi, Cappella Cornaro ed estasi di
Santa Teresa, su geometriefluide.com. URL consultato il 30 novembre 2016. ^
Oreste Ferrari, Bernini, in Art dossier, Giunti; Gombrich, La storia dell'arte,
Milano, Leonardo Arte; Lollobrigida, A. Mosca, Biografia, in Lanfranco a Roma,
Milano, Electa; Bonaventura, La psicoanalisi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano
Traduzione libera: «Se questa è un'estasi mistica, conosco molte donne
che l'hanno vissuta» ^ Cfr. de Brosses: «Se questo è amore divino,
io lo conosco bene!» ^ Cfr. Marchese de Sade: «Si stenta a credere
che si tratti di una santa» ^ Cfr. Veuillot: «[Bisogna] espellere
l'opera dal tempio... venderla... o farne calcina!» ^ Jean-Louis Bruguès,
Dizionario di morale cattolica, Edizioni Studio Domenicano; Bataille: «E
la sensibilità religiosa che unisce strettamente desiderio e paura, piacere
intenso e angoscia» ^ Bernini - Estasi di Santa Teresa, su
scultura-italiana.com, La Scultura Italiana; Don Michael Randel, The Harvard
Biographical Dictionary of Music, Harvard; Bernini Santa Teresa d'Avila Estasi
di santa Teresa d'Avila L'Estasi di Santa Teresa d'Avila di Gian Lorenzo
Bernini raccontata da Caterina Napoleone, su raiplayradio.it. Portale
Architettura Portale Cattolicesimo Portale Scultura
Ultima modifica 6 mesi fa di eBot Chiesa di Santa Maria della Vittoria (Roma)
edificio religioso di Roma. Transverberazione Estasi. Opera. Bernini. Le
e&Usi dell’amore di patria. La niftscliera di Mazzini. Patria, e
religione^ eroi della patria e santi. Meglio il i'Jtammiisme che
rignonui^a dell'amor di iwitria, Diverse funoe dell'escisi dell"
amor di patria, — 11 ritorno in Italia dell' autore reduce dair TnfUa. Estasi
BoUtarie dei ^andi amatori della patria. Gli eroi della storia e gli eroi
aiiouijiii, Estasi epidemiche. Incendii delle foreste e iiiceudii
del euore namonale d'uu populu, Eafliroiiti e ecmsiderazìoiii. Nel
mio Mu^eo d'a^ntropologiu di Firenze, in uuo degli armadii consacrati
alle grandi ìndiviilnalitì\ della apecie umana, vi ha la teista di un
uomo^ che ferraa V attenzione del piii frettoloso e .superficiale^
osservatore. Quando devo far da cicerone di mala voja^lia a qualche
importuno, lo aspetto a quell'ar- madìo, per consolarmi della lunga noia
di ripe- tere davanti alle stosjie vetrine le sten^^e parole. K VX
il visitatore sì ferma e dice; quella te«ta t) fonte qudìa di un
mniof Siete un buon osservatore, quella testa è di un santo e
fu formata sul cadavere. E che santo è quello? Si
chiama Giuseppe MazsEiui. Si potrebbe scrivere un volume su
quelFincon- scia rivelazione dei più voI*(ari osservatori, che
dinanzi alla raaafìhora di Mas^^^ini, domandano so quello sìa un santo. La
fìsonomia a#icetìca è nna delle jiiù CJiratte- riaticlie, ma anche ana
delle piìi iiidefiuiV>ìli, E il Miizriui Taveva, o morto pareva
ad<Urìttiira "n santo j?iù jflorifìcato ool piiradiso
cristiano. In quella domanda, che prorompe spontanea dal
labbro dei visitatori del mio Museo, vi è tutta la biografia di un uomo,
che amò la patria con fer- vore mistico e fece della sna polìtica una
reli- gione. E^fli stesso del resto si era asse|?Dato il suo po.sto
nella storia del pensiero italiano, scri- vendo sulla sua bandiera, Dio e
popolo^ due par role una pih miiitica deiraltra e che messe vicino
non sono che nn f^rido ilei onore lantùato neirin- finita» poetico
deindealita politica. L'amor di patria è uno degli aftotti più alti,
ma più indistinti e la cui analisi psicologica esi^e- rel>be
nn volume. È sentimento di lasso, perchè molti nomini d' alta e di
bas.^ gerarchia non lo sentono e perchè si dirige, più che ad un
lembo di terra, ad un mito corai)osto di materia e di idealiti\ e
che muta forma e muta confini a s^ condadeì tempi e di conto altre
influenze esteriori* l sentimenti ili lusso, non hanno che raramente la
intensa energia degli affetti ut^oessariij ma per la loro
indeterminateaza o h\ sconfinata po.-^Mibi- lltà dei loro movimenti
possono imi facilmente portarci all'estasi. Por V uomo
selvaggio, sia poi tale perchè non veste il proprio corpo, o perchè uou
vet^ite il pro- prio pensiero; la patria è poco più che il nido per
r uccello o la tana per le fiero. È la casa iu cui è nato, è V albero
sotto cui ha dormito, è il fiume iu cui sì è tuffato, il bosco dove ha
cac- ciato, è la terra dove tutti gh uouiini ras.'^omi- ^liano a
Ini j parlano come lui, come lui odiano l'altra geuto che sta al di là
dal monte o «lai mare, L^t patria, circondata o no dal luare^ è
sempre un'isola; e chi si isola divien parcnttì di tutti co- loro
che stanno nella stessa carcere. La patria non h che una famiglia più
grande di quella che sì chiude sotto il tetto domestico, non è che
una casa più vasta di quella che alberga una stoasHi
famiglia. 2Jon amare la patria ò una vilti\ del cuore ^ è un
cretinismo del sentimento j quando non sia la previsione di tempi lontani
e migliori, nei quali la patria dell- uomo sarà tutto il nostro
pianeta, e stranieri soltanto si chiameranno gli aiutanti tlegli
altri mondi coi quali di certo un giorno parleremo, e forse per farci la
guerra. JJ amor di patria- è figliale e mistico in nna Tolta sola;
è tenero e ascetico, l^^igliale perchè la patria è la madre universale di
tutti quelli che parlano la stessa lingua, pensano lo stesso Dio e
Bparf^ono insieme lo stesso sangue. Mistico, perchè la patria non si può
baoiarej né abbracciarej e i suoi confini son segnati sopra una carta,
che non è negli atlanti geografici, ma nel cuore amano. La
patria è uno «lei circoli del paradiso dan- tesoOj dove da un piccolo
cerchio irradiano aonc piti larghe, come cerchio d'acqua smossa dal
ca- dere di nna pietra. Dal villagjrio adorato dove ci hanno
battezzato e dove speriamo di esser sepolti^ alla provincia, al regno,
all'impero, alle colonitv nostre lontane, la patria si allarga, si
allarga sem- pre, portando seco le tenere oscillaaioni del no- stro
cuore, dei nostri afifetti, della gloria nazionale* Quel palmo di
stoffa che si chiama la nostra bandiera j che un colpo di sole, uno
scroscio di pioggia pnò impallidire, quella stoffa che costa poche
lire e che una vampa di fiamma può ri- durre in un pizzico di cenere^ è
il simbolo di tutti iJamqr di patria 93 quelli affetti che .si
condensano sotto nno stesso nome, e là dove sì pianta quella bandiera ivi
è la patria^ ivi i ricordi comuni e le tiomuni svimture e le glorie
eomuDi oliiamati a raccolta da im voce sola^ che le incarua e le
personi&ca. Chi analizza un sentimento t^oUa segreta spe- ranza
o colla malignità palese di distruggo rio, compie opera vana. Se lo fa
per Bè non diatnijE^ge che ciò che non è mai esistito ; se lo fa per
altri, predica nel dea erto ; dacché nessaun ragionamento ha mai
fatto diminuire d' un palpito un grande amore. La doìina che
tu ami è una die creatura, fa amata rfrt ceiito uomini ptlmn che tu In
aìì^rnssi,,., U ohe importa f lo Vmno, Il Dio che tu adori non
è mai cswUto. Moto mo- siruoso in cui V antropofagia deW uomo
quaternario ti trova insieme alla industria delle simonie^ alle
pag- gio Uologiche,., Mmpio^ tu non sai qneìh che dwL 11 mio Dio
esista ed io VaàoTù. Lo 8tes30 sarebbe tcntR^r di strappar
con vani ragiimumenti a un uomo l'amor di patria^ quando ej^Iì lo
senti.^ palpitare nel più caldo e nel pia profondo delle vi scerò, quando
e^li ne ha fatto una religione, a cui è pronto a darò tutto quanta
ha, tutto il sanane delle sue vene* L'amor di figlio, r ani or dì madre,
l'amore per la donna amata fiirono In o^cni tempo «jloriosi olocausti di
anime elette futti 8ul l'alta re della patria. E poi andate a dire
a quei martiri che la patria è il mondo eh' easa non ha altri contini che
lo spazio interijlanetarel Finche lo nazioni esiatono, fìnc^hè le
lingue umano wi contano a luigUaiaj fìnehè metà del ge- nere umano
non può intender Taltra mete, finché ffBt nonio e uomo vi sono maggiori
differenze psichiche che fì*a un oane e nn lupo; l'amor di pntria
non hi discute^ ma sì 8entt% e nn iiopolo è tanto pili grande, quanto è
pia vivo e calilo e universale in lui questo sentimento.
Benedetto conto volte il più folle ehmwmismej maledetto il cinismo
dì chi domanda ridendo: 1} che cosa è hi patHa? La patria è
la terra ^ in cui in ogni 8olco vi è l'amor di patria 05 Il uà
gocdola dì f^tangne o ili sudore dei padri do- stri in ogni pugno d'arena
vi è della ceneri^ dei nostri avi; la patria è la terra in cai
dorim» in nostra madre e dormiranno i nostri figlinoli; è la storia
di tutto il passato, la storia di tanti secoli ili glorie e di sventare
vissuti da coloro che ci hanno data la vita; la patria è la madre di
tutti quelli clie parlano e sentono come noi ; è quo 11 a t-erra^
il cui nome solo udit(j pronunziare in terra lontana ci fa battere il
cuore, ci fa baciare un giornale. È quella parola, che solleva onde di
po- poli a un gritlo rli guerra, cUc fa escire da ogni capanna nn
uomo armato e ad ogni finestra fa affaciìiarc una testa di donna
ijiangente- La pit- tria è una parola magica che può convertire
ogni uomo in un soldato e ogni donna in nna martire, che fa*
piangere i fanciulli disperati di non esser ancor uomini e fa pian^^ere i
vecchi perchè non posftom» più imbraudire nn fucile. La patria è
tiuella santa parola, che lUstacca Toperaio dall'of- iìcintìi, il
contatlino dal cami>f>, V uomo di lettere dal libro, il banchiere
dallo scrigno; che strappa daltc braccia della fanciulla il giovane innamo-
rato; e tutti riunisce in nn^mìca schiera e sotto uno stesso vessillo, in
cui tutti guardano Assi con occliio d'eroe e amore <\i martire.
Quar altro altare ha tanti adoratori? QuNUaltra religiane ha
tante idolatrie? QuaVè Tara su cui si portino altrettante vittime ^ che
corrono chia- mate o non ohi amate, ma sorridii^nti e calde d^eu-
tnsia^mo? QuaValtra parola ha tanta onnipotenza, q 11 al' al tra estasi
può superare co deista di sentirsi in uD^ora sola (livennti trenta
milioni di fratelli, che amano lo stesso amore, che sentono lo
stesso otlio, che so cenano lo stesso sogno di vendetta o di
sdegno? Le estasi più oomuni dell'amor di patria sono
qaelle che si provano nel rivedere la terra nativa dopo mesi e anni di
lontananza e le altre che si godono nelle grandi feste, che salutano un
grande trionfo nazionale: solitarie lo prime j associate le seconde
; grandi entrambe e capaci di voluttà senza nome. La.
nostalgia è nei trattati di patologia una mar latti a che si classifica
fra le alien azioni mentali. Beati coloro che possono esser pazai in
questo modo; infelici coloro che per grettezza di cuore o per esser
nati venti o trenta secoli prima del loro tempo non sono capaci dei
rapimenti del rivederti ]fh patrìft dopo lunghe assenze. Io che ho
vissnto molti anni neir altro emisfero e che ho attraver- sato
l'Oceano per otto volte ho provato quest* e- stasi in tutti ì suoi gradi
e in tutte le sue forme. Mai l'ho goduta eosì intensa e così
profonda come dopo il mio ultimo viagfi^o nelP India. L'amor
della patria, ai rovescio degli altri amori, cresce cogli aonì^ e quando
io 'ttopo alcuni mesi di assenza al mio ritorno dall' Tiidia soppi che
al- l^indomani avrei riveduto l'Italia, sentii eho il cuore batteva
forte forte, come dinanzi al sorriso della donna amata. Io
non vedeva ancora la mia terra, ma la sen- tivo. Sentivo che essa mi
aspettava come ci aspetta la nostra donna in un ritrovo d' amore
limi^iimente desiderato» La mia patria, Tltalia mia non poteva esser
lontana.. L'onda più azzurra, il cielo più sereno me lo dicevano ad alta
voce ; me lo diceva il profumo dei fiori d'arancio che mi invia-
Tano gli orti benedetti della Calabria e della Si- cilia, Ed io guardava
fisso davanti a me neir o- rizzonte lontano j che la mia nave andava
conqui- Esta^i umam, stando ad ogni moto deir elice. La nebbia
sfumava, Topaie diventttvii oltremare, e fra le nebliie lon- tane
vedeva un mondo, nuovo e antico per me, la patria dei miei avi. La nebbia
diveniva terrai e cielo; terra e cielo T Italia. — Fra poche ore
avrei baciato quella terra e sul mio capo si sarebbe disteso
l'azzurro ohe mi aveva veduto nascere. Non sarei più morto in terra
straniera e i miei cari avrebbero potuto piangere inginocchiati so-
pra la mia terra, sopra la terra che aveva gene- rato me e i miei
cari. E la terra nebbiosa e oscura si disegnava in coste e in
golfi, in monti e in piani ; e in qaei monti e fra quei seni apparivano
poco a pooo oasuccie bianche incorniciate di pampini ver<li e
riposavano fra boschi di agrumi neri come il bronzo. In quelle case
dormivano uomini che par- lavano la mia lingua e quella terra mi
mandava come un saluto del cuore i profumi del mio orto, i profumi
della mia giovinezza e tlella mia poeaia. Là io era amato, là il mio nome
non era parob ignota: qualcuno mi aspettava. Vi erano braccia
aperte impazienti di stringermi al onoro, vi erano labbra di donna e di
fanciulla pronte, impazienti di baciar le mie labbra. Profumi di fiori e
baci ohe mi chiamavano ad alta voce, con sospiri d' amore, Come
aveva potuto io per così lunghi mesi star lontano (la quegli alberi
benedetti, da qneWe brae- cift innanioTìtte, da quella terra che
ora. la mia, la terra della mia culla e della mia iom^ f Nod avevo
io commosso una colpa j che avrei rerlenta fra poche ore ? Come avevo io
potuto sopportare tanto dolore ? B la nave camminnva ; e la
nave correva e a destra il continente d'ItalÌM, a sinistra la pììi; ^ande
delle isole d' Italia si avvicinavano a me^ lontaise e vicine, come due
braccia aperte all'am- plesso I — To mi smentivo abbracciato da
quelle braccia gigantesche, mi sentivo inebbriato da quei profumi ;
udiva il mormorio delle voci del- l'uomo, che dalla riva giungevano fino
a me; voci d'uomo e voci d- Italiani. Perfino Je vele delle piccole
barche che sfì lavano lungo la costa mi pa- revano pili bianche, più gaie,
più snelle d' ogni altra vela di mare. S^on eran forse vele italiane
ì E r Etna gigante fumava dair alto e il -calca- gno d'
Italia poggiava anir onda azzurra quasi volesse spiccare il salto alla
conquista del mondo. Avrei voluto gettarmi in quel] ^ onda per
sen- tirmi bagnato dal mare d* Italia, avrei volato lan- ci armi
per giungere più presto a toccare- quella terra santa, quella terra
tlivina, madre di tre civiltà e aon ancora stanca ; quella terra d' eroi
e di fljartiri, in cui tante genti avevano bevuto le prime fonti
tìol pensiero, avevano imi>aruto i primi canti (Iella poesia. Quanto
or^oglio^ quanto amore e quanta irapazienza di ridare a qnella
terra il bacio di madre ehc mi «fetta va lontano; dai suoi orti
fioriti, dalle 6U© città illuminate dalla gloria, dalle vette dei suoi
monti pittoreschi, dai campi così fecondi dì vita. Se qnella
non era un' estasi e che cosa è dunque l'estasi 1 Se quello non era un
rapimento dei seasi, del cuore, dell' amore, del passato che si
strìn- geva col presente; se quella non era una santa ebbrezza; e
che cos'è dunque il rapimento; che cos'è r ebbrezza! [ miei occhi eran
gonfi di laf^rimCj ma sorride vauo ; il mio labbro era muto, ma
sorrideva tremando, come davanti a un bacio ohe dovesse uecìdermi come
uomo per trasfor- marmi in un Dio. Estasi solitarie d' amor di
patria devono pro- vare quei pochij eletti che nascono per dar
libertà o grandezza alla patria e sognano prima e me>li- tauo
poi l'opera grande che si prefiggono a scopo della loro vita. Gran parte
ili questi amori solitarii e profondi si eouauma nell^ opera del
pensiero, nelle lun^^^he lotte di prepAvazìon^ ; ma tra le ansie di
olii aspetta e sperando teme ad of^i istante di per- dere il frutto
di tanti sacrifici, di tanti sudori, e forse di tanti martirii ; vi
devono esr^ere istanti in cui alla mente riscaldata da tanto
entusiasmo appare V alba della vittoria in nn orizzonte lon- t-ano
e la speranza del premio fa batter forte il cuore. Quanti^ visioni
sublimi devono esser ap* parse a MAZZINI (si veda), al Cavour, al
Garibaldi, quando neir esilio o nelgabinetto di ministro o sul
campo di battaglia sognavano di far libera, grande ed una la nostra
patria e sentiviìuo «li poter essere artefici primi in quest' opera
grande ; sogno di tanti secolij miraggio di tante generazioni.
Le imprese degli eroi riuiangono scritte in tavole di bronzo o in monumenti
di marmo, scritte co[ ferro e col fuoco, colle torture dell*
ergastolo o le lunghe angoseie notturne del pensiero che non dorme
j ma ciò che non rimane scritto è Pestasi che prepara quelle imprese e che le
prevede in anticipazione. Ogni frutto si feiionda neir
amplesso dei petali profumati e fulgenti di bellezza e ogni figlio
di creatura viva nasce dall' anelito di un grande amore. Cosi le
opere magnanime che salvano un popolo o che Io glorificano, clie rompono
le catene dell' oppressione o allargano le frontiere della patria non
80D0 mai uragani di violenti e o subitanee divinazioni del geuio ; ma si
preparano lentamente e lentamente maturano nei sautiiiirì del cuore e del
pensiero, là dove i ^ermi celati preparano r albero fntnro ohe darà ombra a un'
intiera nazione. La poetala sprezzata solo dal volgo dei faccendieri,
perchè non sono capaci d' intenderla, è la madre d*ogni opera grande e non e-
è grande soldato o grande uomo di Htato ehe non fosse anche e soprattutto
poeta. Poeta nel sognare imprese che ai più apparivano come pazae utopie
; poeta uel fan taa ti e are e neir osare ; poeta uel deliziarsi nelle
sante visioni dell'avvenire; poeta nelle estasi <imorose che mostra^io
al eredente premio lontano di grandi vittorie. Xon invano i Greci
hanno detto che il poeta è un creatore. Né le sante estasi dell' amor di
patria anno concesse soltanto agli eroi, ai semidei della storia. Tutti
coloro che hanno fortemente amato la patria, tutti quelli che hanno dato ad
essa il pensiero o il sangne, che hanno cospirato jirìiua e studiato poi
per darle grandezza e pot**iiaa, pouno nella loro vita aver provato
rapioientì delizioM. OgDuno pia che sé stesso non può dare all'
altare d' na grande affetto e nelle rivoluzioni e nelle gfaerrej
come nelle grandi lotte poli ti <; he gli amanti della patria possono
contarsi a legioni e la storia li dimenticfi, appunto perchè son troppi.
T^a storia ha fretta e personifica iu nn tipo i martiri minori.
Pellico è il martire delle cospirazioni, Mazzini è V apostolo della
religione della x^atria » Garibaldi 1' eroe, la Cairoli è la martire
delle niadri Cavour fe il pensiero in azione, e così via> Per ogni
forma del sagrifìzio y per ogni opera della mente, per Ogni
travaglio dei cuori, la storia segna un individuo che divien statua, ìdolo e
tipo, e dimentica le molte figure anonime, che si raggruppano intorno a
quei tipi e fanno loro lieta ghii'landa. Né questi negletti della storia
lamentano l'in^ustìzia : al monumento, alle corone, all' arco di trionfo
essi non hanno pensato mai. Essi hanno amato la patria e per essa hanno
pianto o sono morti : la loro missione è compiuta e sono felici
come lo furono PeUioo, Garibaldi e CAVOUR (si veda), Anch' essi hanno provato
le sante estasi della speranza e della vittoria^ e la patria li ha l)enedetti
e glorificati nel silenzio delle loro case, nel nido delle loro
famiglia o dei loro a rio ri. La patria è grande percliè ebbe dì tali
figli e attraverso le vene e i nervi clic congiunto uo le
generazioni scorre V omla deir entusiasmo fe palpita la voluttà del
sacrifizio. Che cosa sarebbe il Cristo aonzii gli ApostoU; che cosa
avrebbe fatto GarlbaLtU »euza la coorte dei Mille, e Cavoar senza i
precursori del 31 ? No (lo voglio ripetere per la centesima
volta), la iiatnra non è così irtginsta come appare alle esigenze
dei più. Le gioie maggiori della vita non si misurano col metro del ^enio
o snlla bilancia della ricchezza. Tutti, innanzi morire, possono essere
baciati dalle labbra innamorate d'una donna; tutti posisono render quel
Via ciò alle labbra d'una Agli a. Nessuno è così povero da non poter
fare aagrifìzto dì se alla patria, nessuno così infelice da non
provare le estasi dell- affetto e della poesia. Pel sole che dair alto illumina
tutte le creature della terra, nessuno è grande, nessuno piccolissimo e i suoi
rag^ì entrano beatificando e consolando nelle ftbre d' ogni cuore, nella
porta iV ogni tugurio. I piccoli numeri di ventano grossi se som
muti iDsieme. Così i piccoU affetti ponno divenire nra* gani se i
cuori battono insieme. CIic! co.sa è una gocciola? Eppure i* oceano è
fatto tii gocciole, Kessim affetto forse quanto Tamor di jiatria
può per la isna natura moltiplicarsi con grossi numeri e allora V
entusiasmo degli individui diviene onda che alla^^a le contrade e rapisce
nella sua corrente case e villaggi, città e popoli intieri. È questo un punto
ancora oscuro della psicologia umana e che pare dovrebbe formare una
delle baai tetragone di ciò che suol chiamarsi la fllosofla della atoria.
Come 3i sommano due affetti analoghi o eguali ? Di certo non colla
regola aritmetica che 1 + 1^2, E oome si moltiplica un entusiasmo, quando
si ripete cento, mille, centomila volte nello stesso tempo in
cento, in mille, in centoraila cuori? Anche qui la regola matematica non serve
a spiegare r allargarsi e il diffondersi del fenomeno ripercosso in tante
coscienze umane. Vi sono epidemie per il sentimento come pei morbi
popolari» e il difibiifieriii degli entusiasmi presenta gli sttsa
misteri^ gli stessi salti bizzarri^ gli stesai prodigi nome V allargarsi
^elle grandi epidemie. L' incendio dei cuori per influsso d' nna
gloria nazioDale è uno degli spettacoli più grandiosi e commoventi
del mondo utnauo, ed io compiangd tnttì coloro, cbe nel corso della loro
vita non hanno 'potuto assistere ad una tli queste grandi feste,
nelle quali tutto un popolo canta Tinno della gioia e lo accompaguauo gli
squilli elettri^zauti della vittoria e la fanfara del tumulto popolare e
l'ebbrezza di tanti cuorij che sentono tiel tempo s^tesso la stessa gioia,
clie ardono deHii stessa febbre, dello stesso delirio. Kon invano io
ho rassomigliato ad un inceufiio questi rapimenti nazionali: nessuna
immagine potrebbe rii|»presentare più fedelmente lo svolgerai di questo
fenomeno umano. Ma non ha ad esser? incendio di pagliaio ^ che le società
di assiearazioni registrano con dolore, o fi ara me di cucina, che
pompieri benemeriti spengono in un* ora colle loro pompe. Ci vuole
nno di quelli incendi delle vergini foreste e della pampa ci eli* America
meridionale^ che ho le tante volte veduto e ammirato nei nùei
viaggi. La fìatniua è venutu claU* alto o dal Im^^o, da na ftilinlue
o dal focolaio d' un viaggiatore : non importa. É fiamma che non riguarda
le socktà d^ mmìirazlomf né chiama a i?*è i pompieri. È fuoco Glie
s'allarga a destra e a sinistra^ che sale ìii alto lim^o le scale delle
liane sugli alberi alti come torri e che rade le erbe del basso come
rasoio ardente. Erbe e cespuglìj alberi e arbusti, piante di mille
anni e florclUai sboceiati ieri, tutto è invaso dalla stessa fiamma, che tutto
divora e eonsama/ Nessuno resiste a quel fuoco, non U cacto gonfio di
succhi, non le foglie verdi, non i tronchi secolari; nessuna pianta, nessuna
erba, nessun insetto che viva su quelle erbe, nessun rettile che
strisci, nesdun piccolo rosicante o armadillo che s'accovacoi nelle tane,
ne^ssuna belva del bosco, nessun mammifero della pianarti. Dinanzi a
riuel faoco tutti sono eguali e tutte lo creature hanno ad ardere
fiammeggiando, scoppiettando e detonando* Vola la fiamma in colonne, striscia
come onda, divampa come nembo, e non appena il fumo porta nel
fresco del verde il segno preoarsore della distruzìane^ il famo divien
calore e il calore diviea ìucendio, E riiicendio cammina;
prima incerto, poi siouro; prima trotta, poi galoppa, vola; esaltandosi
nel delirio d' uo' opera gigante di distrazione e di livellazione* I
piccioli innalzano il loro fuoco nelle regioni degli alti; e gli alti
precipitano turbinando e rovesciando i tiazoni incandesoenti nel
piano delle creature minori. E volano le sointiUe e serpeggiano le
fiamme, uè alcuno al mondo saprebbe dire chi dia maggior alimento a
quelle vampe. mag;2fior calore in quella voragine j in quella faCina
gigantesca. Screpolano, adoppiano, gemono i rami succoienti e rovinano i
colossi della foresta^ portando lontano lontano T inno di una
grande rivoluzione^ fluchè fra cielo e terra non si distin* guono
più né erbe ne arbusti^ né alberi, né animali; ma una cosa sola si vede,
una cosa sola si sente, il fuoco trionfatore d'una fiamma invadente e
tiranna. È la festa del fuoco, è V orgia della distruzione; è la
morte di un mondo vecchio che prepara il terreno a un mondo
nuovo. Cosi sono le feste nazionali, non imposte da decreti di
prìncipi o da grida di ministri, ma sorte spontanee per Tirrompere di un
sentimento caldo, elle infiamma tutti 1 cuori, che riscalda tutte
le coscienze. E le anime fredde sono ravvolte dall' incendio comune, e
gli egoisti, volenti o nolenti, si riscaldano allo stesso fuoco e i
timidi non trovan Bcami>o alla fuga. On^ni creatura che abbia in petto
un e nere di uomo deve ardere p consumarsi nella stessa fiamma. Padri e figli e
ignoti si abbracciano insieme e in una volta sola, e il riso e il
pianto che si confondono in un turbine solo fanno ridda e alzano al cielo
un grido solo ; che è r entusiasmo ; s' inebbri ano dello stesso licore
che è r affetto di patria. Anche il marmo si riscalda, se ravvolto dalle
fiamme, e anche il ghiaccio si discioglie e si consuma fra le vampe d'un
incendio. Saltano le più robuste serrature chiuse tlalla mano gelosa
tleir avarizia, sì spezzano le catene più robuste saldate dair egoismo e
dalla paura. Ogni "cuore umano ha ad ardere. dello stesso
fuoco; e il ferro robusto e il piombo vileJianno a fondere per una volta almeno
in uuo ft tesso croglaolo, formando una lega che bMì le le^^i
della cliìmica e le analisi della scienza. E 1111 popolo ebbro dì gioia',
che non conta pia nelle sue flohiere né poveri né ricchi, né gio
vani ne vecchi; raa canta con una voce sola, somma dì tutti i vafiitì, di
tntte le poesie, dì tutti gli urli umani : canta V inno della redenzione
o della vittoria. Chi ha avuto la fortuna di essere già uomo
nel 48 e nel 5^ rammenta questi incendi fìei onori italiani e per le
membra forse già intirizzite tW freddo dolla vec<3liiaia risente
ancora il caldo di quel fuoco. E rammenta ancora alcuni momenti di
estasi sante, di ineffabili rapimenti^ nei quali ogni altro sentimento
taceva o si eclissava davanti al divampare subitaneo e irresistibile di
un unico sentimento, V amor di patria. l'amoe di
patria 111ir Coa\ come <lair incendio delle foreste
ver«:iiii nello strato dì cenere clie rimane si prepara una terra
feconda per nuove creature a venire ; così
tietlp grandi estasi e nelle sante eìylirezze di mi popolo trionfante, si prepara un nuovo
terreno in cui sarà scrìtta una nuova
f^toria, È per questa via che lo guerre
diventano ri generatrici di nn popolo
stanco; e quando per due o tre i^enerazioni
non di rampa uno di questi incendi rigeneratori, i fanghi, le mutfe e i
bacterii invadono ogni tronco d' albero
e ogni seme di pianta, e dalla lenta putrefazione dei cadaveri, s' innalza un miasma omicida, elle
soffoca i bambini nella culla, .sommerge
i giovani nella palude deirozìo e della noia, e uccide i non nati nel
ventre delle madri. In tutte le lìngue dei popoli civili voi trovate scritto
che vi è un amore platonico, e se si è sentito da tutti il bisogno del
vocabolo, vorrebbe dire che la cosa esiste, o nella natura o nel pensiero degli
uomini. Noi non ci fermiamo abbastanza sopra i rapporti delle parole colle
cose, e ammettiamo si esso e volentieri che tra i molti suoi capricci l'uomo
abbia anche codesto, di fabbricare parole per cose che non esistono. Eppure ciò
non è vero o almeno non è vero che in parte. Se fabbrichiamo una parola per un
essere immaginario, è però vero che questo essere fu immaginato da noi e quindi
esìste o è esistito nel nostro cervello. Il guaio vero che si trova nello
studio delle parole come vestito delle cose è questo, che non tutti gli uomini
applicano lo stesso vocabolo alla cosa stessa, soprattutto quando si tratta dì
fenomeni psicologici. Di qui confasione, anarchia; torrenti d'inchiostro e
spreco infinito di fiato per spiegarci, per intenderci e pur troppo, ahimè, per
creare nuove contese e nuove logomachie. Sappiamo tutti che cosa sia un
coltello, una mano, un occhio e a queste cose tutti applicano la stessa parola.
Andiamo pure quasi sempre d'accordo nel battezzare il piacere, il dolore,
l'odio, la collera e molti altri fatti del mondo psichico, che hanno per tutte
le coscienze lo stesso significato e che trovano nel dizionario la loro
rispettiva veste. Ma ben altro avviene, quando si tratta di fenomeni fugaci e
confasi o di momenti impercettibili di un'emozione o di un intreccio di
molteplici elementi. Allora la parola non è che un'approssimazione grossolana o
uno sbaglio completo, e noi significhiamo con uno stesso vocabolo le cose più
diverse, facendo come colui che volesse per forza far entrare il proprio corpo
in un vestito che non fu fatto per lui. Questo accade, per esempio, per l'
aiwìre piatomeo. Tutti adoperano questa parola per ischerzo o sul serio, per
ludibrio o per difesa, per ipocrisia o per convinzione, ma le idee che si
rivestono con questa stessa parola son così diverse, come il sì e il no, come
il vizio e la virtù, come l'ipocrisia e l'idealità. Proviamoci a interrogare,
facciamo un'inchiesta, muoviamo un processo alla parola, chiamando al tribunale
come giurati gli uomini del volgo e i filosofi; gli uomini di buon senso e le
donne oneste; chiamiamo pure anche gli scettici e i credenti; i materialisti e
gli idealisti. Che cosa è l'amore platonico? L'amore platonico è un paradosso,
è un'utopia; non è mai esistita e non esisterà mai. L'amore platonico è una
ipocrisia che copre ben altra merce. L'amore platonico è un lasciapassare per
salvare il contrabbando. L'amore platonico è una falsa chiave o un grimaldello
per poter penetrare in casa d'altri senz'esser veduti. L'amore platonico è un
travestimento dell' impotenza. L' amore platonico è una maschera ad uso dei
ladri e dei malfattori. L'amore platonico è la quadratura del circolo. L'amore
platonico è la centesima versione della favola della volpe, che trovava acerba
l' ava che non poteva arrivare. L' amore platonico è l' amicizia fra un nomo e
nna donna. L'amore platonico è amore vero e proprio, ma senza la colpa. L'
amore platonico è l’ amore con tutte le reticenze imposte dalla religione,
dalla morale o dalla necessità. L'amore platonico è il voglio e non posso.
L'amore platonico è l'amore senza il desiderio. L'amore platonico è una
fraternità delle anime, senza il possesso dei corpi. L'amore platonico è l'
ammirazione senza il desiderio. L'amore platonico è tutto l'amore, meno il
possesso. L'amore platonico è tutto l'amore spogliato dell'animalità. L'amore
platonico è una doppia menzogna a cui non crede nessuno dei due mentitori.
L'amore platonico è il primo stadio dei grandi amori e l'ultima fase dei
piccoli amori. L'amore platonico è un patto giurato da due che spergiureranno
domani. L'amore platonico ò un giuramento di marinaro fatto durante la
procella. L'amore platonico è una concessione fatta oggi da ano dei due
contendenti colla speranza o la sicnrezza di aver Taltra parte domani o
posdomani. L'amore platonico può essere una finta battaglia fra due che non
sanno battersi o hanno paura del sangue. L'amore platonico è un vescovato in
partibus infidelium concesso a chi non si può dare una curia. L'amore platonico
è la metafisica dell'amore. L'amore platonico è la più sciocca parodia della
più bella, della più grande, della più ardente delle umane passioni. L'amore
platonico è un leone di gesso, è una tigre di carta pesta, spauracchi da
bambini o ninnoli di fanciulli. L'amore platonico è la più alta espressione
dell'amore ideale. L'amore platonico è il trionfo dell'uomo sulla bestia, è
l'amore reso eterno dall'idealità delle aspirazioni. L'amore platonico è la
speranza; l'amore vero è la fede. Estasi umane, Vili Sono trenta definizioni
molto diverse tra di loro, alcune anzi opposte alle altre, ma rappresentano a
un dipresso tutte le possibili. Lasciando da parte quelle che, definendo la
cosa, la negano, mettendo in disparte le altre che sono ironie o malignità,
possiam dire, che tutte hanno una parte di vero, per cui forse, mettendole
insieme in un buon mortaio di agata, che la nobiltà della materia esige tanta
nobiltà di strumento, e porfirizzando il tutto con pazienza di chimico e
sensualità di farmacista, potremmo forse sperare di avere la quintessenza della
definizione, la vera e unica e infallibile definizione dell'amor platonico. Io
mi son provato in buona fede a questa operazione chimico-farmaceutica e
confesso dì averne ottenuto un polifarmaco arabico-bizantino che mi richiamava
alla mente i preparati più bizzarri del medio evo. Ho buttato via dunque il mio
pasticcio, e facendo appello al senso comune, che anche nei più astrusi
problemi della psicologia spesso li risolve meglio d'ogni altro senso, ebbi
questa risposta. L'amore platonico è il aentimmto che unisce un uomo e una
donna, che pur desiderandosi, rinunziano volontariamente all'intreccio del
corpi, maritando le anime. Fin dove arrivi quest'amore, fino a quando possa
vivere, io non so. Ho scritto un libro (Le Tre Oraaie) per dimostrare la
possibilità di quest'amore, ma una gentile e dotta scrittrice inglese scrisse
argutamente neWAcademy che io avevo tagliato il nodo gordiano, ma non l'aveva
sciolto. Consultai molti inglesi, intenditori profondi delle ipocrisie
dell'amore, chiedendo loro che cosa fosse la flirtaUon, quali i confini entro i
quali si muovesse questa intraducibilissima fra le intraducibili parole e ne
ebbi così svariate risposte, le une metafisiche, le altre ciniche, da
scoraggiarmi e da fJEurmi desistere da ogni ulteriore ricerca in proposito.
Dunque? Dunque io, aspettando da altri più profondi conoscitori del cuore
umano, definizione più precìsa, più scientifica, conservo la mia, bastandomi
per ora di affermarvi che io credo fermamente nell'esistenza dell'amore
platonico, che credo nella sua rarità, nella sua altissima idealità, e che lo
riconosco per uno dei fiori più belli e più fragranti che fioriscono nel cuore
umano. É capace di rapimenti ineffabili, di estasi degne di vivere all'altezza dell'estasi
religiosa e dell'affetto materno. Non ammetto amore platonico fra dae vecchi,
fra due brutti, fra due creature che non possono desiderarsi. Si dice da tutti,
ma falsamente, che le anime non invecchiano, ma invece le anime invecchiano
come i corpi, e le anime che si uniscono nel santo vincolo dell'amore
platonico, hanno ad essere giovani e bèlle. Questo sentimento sublime non è
possibile che a rare creature elette, che sanno compiere il miracolo di
spogliare le anime da ogni veste corporea, che sanno spogliare la passione da
ogni desiderio della carne, e contemplandosi si ammirano e si amano. Anche le
anime come i corpi hanno un sesso, e nell'amor platonico stanno faccia a faccia
e guardandosi eternamente si rimandano senza toccarsi, torrenti di luce e di
calore. Due astri che girano nella stessa orbita, che non si toccanmai; che
sorgono insieme con una stessa alba, che collo stesso tramonto svaniscono e
sfumano nella grande voragine dell'infinito. Sempre in moto, ma sempre distanti
Vnn dal* l'altro, attratti allo stesso centro e respinti dagli stessi poli; in
relazione tra di loro soltanto per fasci di luce e oitde di calore. L'anima
dell'aomo fatta di forza e di azione, l'anima della donna è fatta di grazia e
di bontà; e queste dne natnre umane che sommate insieme formano l'uomo completo
si attraggono eternamente, ma non si fondono insieme, arrestate dal dovere, che
permette loro di amarsi, ma proibisce loro di toccarsi e di fondersi. La
massima delle attrazioni diventita immobilità, la massima delle forze divenuta
ammirazione, contemplazione, estasi divina. Nessun attrito, nessuna resistenza,
nessuna trasformazione di energia; nessuna cenere perchè non vi è fiamma; ma
luce; nessuna stanchezza, perchè non vi è lavoro; nessuna morte perchè la vita
è arrestata dal miracolo sublime che faceva arrestare il sole nel cielo nei
tempi della Bibbia. Nessun bisogno di mutamento, perchè solo la stanchezza o la
noia (che non è altro che una forma di stanchezza) può dar desiderio d'
incostanza. L'amore platonico deve essere puro da ogni voluttà terrena; è
questa la sua grandezza, è questa l'acqua lustrale che lo battezza e lo
santifica. Quelle due immense forze che si attraggono senza toccarsi e senza
confondersi, rimangono immobili e fìsse; ma se una delle due vacilla,
diminuisce d'un battito solo la propria energia, la più debole è subito
attratta dall'altra e l'urto è irresistibile. Schizza una scintilla o divampa
una fiamma ; ma l'amore platonico è distrutto. Più volte i due astri vengono
così vicini l'uno all'altro che ne oorrusoan lampi. Son due . creature che
nello spazio si son toccate appena con un fremito di ali spasimanti, ma l'ala
deve fuggire con santo e rapido pudore dal contatto dell'ala. Guai a chi crede
o sogna che due grandi amori possano vivere della vita celeste delle cose
eterne, dopo una carézza o dopo un bacio. Molti, anzi i più degli amori
platonici, muoiono in questa maniera, perchè le due anime innamorate sognano
questo sogno, che si possa fermarsi a metà strada sulla china di certi pendii; ohe
li' credono o sperano che Torlo di certi precipizi possa essere pietoso. Non un
bacio, non una carezza, non fosse che qaella delle ali. Anche le ali sono
materia e materia viva e calda. Quando due labbra si son toccate, ahimè, l'amor
platonico è ferito e per lo più a morte. Le anime sole possono amarsi
platonicamente e la materia è sempre dotata di gravità; fosse pnre piuma d'ala,
vello di cotone o massa di piombo. Il precipitare di essa sarà lento o veloce
secondo la diversa densità della materia: i venti pietosi delle reticenze,
delle difese, delle foghe faranno volare per l'aria Iqngamente il filo di seta
e il fiocco di cotone, ma fatalmente, ma inesorabilmente avranno a cadere. O
tutto o nulla è in amore un assioma di quasi matematica precisione, e le donne,
sempre più sapienti di noi in questa materia, lo sanno e lo ripetono sempre
all'orecchio degli impazienti. Esse sono le vestali dell'amore platonico, le
custodi del pudore, e quando esse vengon meno per le prime ai giuramenti
dell'amore platonico, non v'ha quasi uomo su questa terra, che le aiuti a
salire. La caduta è fatale, è irresistibile! Al contrario di quanto si crede
volgarmente, non sono i piccoli aniQri, ma i f^frandi che soli sono capaci di
salire alle altezze dell’estasi platonica, di subire quella sublime
transustanziazione, che arresta il desiderio alla soglia del tempio, che
trasforma la più ardente delle passioni in una luce di luna, che illumina, ma
non riscalda. I piccoli amori son pruriti animaleschi, che si soddisfano
grattandoci o applicandovi dei pannolini bagnati nell’acqua fredda. Essi non
possono salire le alte cime, perchè son deboli, molto meno poi possono
attraversare lo spazio, perchè sono senz'ali. Molte false virtù non sono che
piccoli amori domati coi fomenti freddi e quando li vedo innalzati ai supremi
onori del sagrificio e dell'eroismo mi vien voglia di ridere. I grandi amori
invece non si domano che colla morte o con un miracolo. Questo miracolo è Vamoi
e platonico. II credente, pieno di fede, di speranza e soprattutto d'amore è
venuto al tempio, per pregare ed amare. È venuto da lontano: almeno per venti,
forse per trent'anni ha viaggiato e sudato per monti e per valli, attratto alla
Mecca dall'amore. Nel lungo pellegrinaggio ha sudato e ha pianto, ha patito la
fame e la sete, ma è giunto vivo alle porte del tempio. I minareti dorati
scintillano al sole e dalle porte aperte escono profumi di mirra e di rose. I
grandi amori sono religione o idolatria, e il pellegrino s' inginocchia e prega
prima di essere ammesso all'adorazione del Dio. Ed egli lo vede, ed egli lo
sente vicino. Nella luce rosea del tempio egli ha veduto il gran Dio, che
dispensa la vita e la morte: ai suoi occhi lampeggianti d'impazienza e di,
ardore hanno risposto altri due occhi, lampeggianti e ardenti come i suoi. Egli
ama e sarà amato; ancora una preghiera e san consacrato li in fondo al
santuario del Sancta sanctorum, dove il fumo degli incensi gli nasconde la
voluttuosa visione, dove un coro di angeli gli cela i sospiri, di chi come lui
aspetta e desidera. Un istante ancora, ancora una preghiera, e tu avrai il
premio del lungo pellegrinaggio, dei lunghi dolori patiti. Sei nato e hai
vissuto venti, trent'anni per cogliere quel fiore, che anch'esso non sbocciò
che dopo altri venti o trent' anni vissuti da un' altra creatura che nacque e
visse per te. Oh perchè quelli istanti non diventan secoli e quei secoli Vili
non ardono in un istante sulUara del desiderio e dell' amore? Una voce vi ha
chiamato, vi chiama. Voi siete esauditi; voi siete ammessi nel tempio. La
creatura sognata per tanti anni, intraveduta fra le nuvole della fantasia e le
iridi del desiderio, è là, vivente, calda, giovane, davanti a voi e vi sorride.
Anch' essa aveva sognato, desiderato, aspettato: se 1' asceta ha bisogno di un
Dio, anche Dio ha bisogno dell'adoratore, e voi siete la creatura sognata e
aspettata da lei. Ogni vostro sguardo diventa una carezza, ogni vostra carezza
un desiderio di carezze nuove, e i baci aleggiano per l'aria facendo intorno a
voi un nembo di petali di rose. I desiderii son divenuti benedizioni: due
primavere, due vite, due amori aspettano di fondersi fra un istante in un solo
paradiso di fiori, di profumi e di voluttà. Venga pure la morte; avrete vissuto
abbastanza, il mare vi sommerga pure, il fuoco vi incenerisca, la terra vi
ingoi; al di là dell'infinito non v' ha altro pensabile; al di là del tutto,
che cosa desiderare ancora? Amate e morite! Ma ecco che fra voi e lei un angelo
o un demonio, il fato o il dovere ha messo una spada di fuoco. Voi vi amate e
vi amerete fino all' ultimo respiro, ma voi non vi toccherete. Non una carezza,
non un bacio; neppure i flati confonderanno i tepori delle anime. Io afiretto
colla penna impaziente ciò che in natura avviene lentamente, più spesso per una
serie non interrotta di uragani. Senza lotta, senza agonia, senza l'orto di
Getsemani non avviene quella trasformazione che muta due desiderii in una
rassegnazione, due passioni in un'estasi, due soli nell'astro della notte.
Nulla si perde di quanto vive o si muove, non la materia, non la forza che non
è altro che l'atteggiamento della materia, e anche ì cataclismi della terra e
del cielo, anche i cicloni che sconvolgon la terra e rovesciano le città sono
trasformazioni di forze, sono equazioni matematiche nelle quali il prima e il
poi si dimostrano come quantità eguali. Così avviene anche negli uragani del
cuore. Due amori dovevano confondersi insieme per riaccendere la fiaccola della
vita, due baci dovevano salire al cielo confusi in una sola benedizione della
vita trionfatrìce. E invece, passata la procella, vin rasserenato il cielo, noi
vediamo il pellegrino venuto da lontano al tempio d'amore ancora sulla soglia,
ancora prosternato e in atto di rassegnata e serena adorazione. E^ nel tempio,
là in fondo, fra le nuvole degli incensi e il coro degli angeli, immoto il
Dio,che guarda il pellegrino con tenerezza serena; e là rimarranno entrambi Dio
e creatura, idolo e sacerdote fino all' ultimo respiro. L'amore che feconda è
divenuto l'amore che ammira; l'amore che ama è divenuto l'amore che adora; il
sole che tutto colorisce e riscalda si è trasformato nella luna, che fa
fantasticare e sospirare. Se avete letto la mia Filologia del dolore, dovete
ricordare le pagine, nelle quali ho tentato di studiare la psicologia della
malinconia. Fra questo caro fiore del giardino del cuore e l'amore platonico vi
sono grandissimi rapporti di somiglianza. L'amore platonico è una grande e
soave malinconia e chi l'ha potuto e saputo godere, non rimpiange la gioia,
perchè quel sentimento ha bellezze più alte, ha misteri più delicati, segreti
più riposti e sublimi. Dei vulcani, dei terremoti, degli uragani che sono vita
quotidiana dell'amore nulla è rimasto : delle battaglie combattute nessun
cadavere, nessun membro divelto; il terreno l'amob platonico lacerato dalle
bombe, solcato dalle artiglierie, madido di sangue umano, è ritornato
all'aratro; e le spighe fioriscono, dove corsero i gemiti dei moribondi e gli
urli dei feroci. Una croce di legno piantata sull'orlo del campo vi ricorda
però la storia del dolore e spande all'intorno un'aria malinconica. Non invano
io ho invocato il tempio ad esprimere e contenere i misteri dell'amore
platonico, perchè questo ha forme mistiche e le sue estasi presentano molti
caratteri del rapimento religioso. Soffocato e spento il desiderio, inutile la
lotta, che cosa rimane fuorché l'adorazione? E questa adorazione che prima è
consagrata all' idolo, si affina sempre più, man mano andiamo perdendo la
memoria delle battaglie combattute e la figura che adoriamo perde ogni giorno
più la propria personalit\ per prendere forma di mito o di simbolo. La donna
che adoriamo d'amore platonico non è più per noi Laura o Beatrice, ma è la
donna, la donna unica e sola che per noi personifica tutte le bellezze, tutte
le grazie, tutti gli incanti di Venere e di Eva. La donna amata ha occhi che ci
incantano, membra che le mani accarezzano, chiome entro le quali si smarriscono
i desiderii come in un labirinto incantato. La donna amata d' amore platonico
non ha occhi, non membra, non chiome, e perchè le avrebbe se noi non possiamo
baciarli e possederli ? Dio ha forse occhi, membra e chiome f Noi amiamo
platonicamente, ma amando adoriamo; e l'adorazione è l'estetica divenuta
affetto o l'affetto divenuto estetica, o direi meglio è un sentimento che
aleggia eternamente fra l'ammirazione di una bellezza assoluta e un amore
infinito per questa bellezza, a cui non osiamo dar forma, perchè anche questa
ci sembra una profanazione. L' amore abbraccia sempre qualche cosa, colle mani
o colle braccia, colle labbra o col cuore; l'amore platonico non abbraccia,
perchè l'infinito non si stringe; l'amore platonico, contempla, ammira, adora.
Siamo in piena estasi e in estasi permanente: nessun carattere del rapimento
gli manca, non la fissazione, non lo sprofondarsi di tutte le sensazioni in una
sensazione sola, non la immobilità per tensione di tutti i muscoli antagonisti,
non la catalessi, non la insensibilità per eccesso di sensazione. E le estasi
son due: due come le creature che mutuamente si contemplano e si adorano; due
come le forze, che campate nello spazio e sempre lontane si invocano e si
attraggono e eternamente rimangono fìsse, senza avvicinarsi di nna lìnea né
toccarsi mai. In cielo fra gli astri avvengono questi fenomeni che gli
astronomi studiano; nel cuore umano avvengono gli stessi fenomeni con leggi
eguali, con eguale miracolo di potenza e di bellezza. Se l'amore platonico per
la sua alta idealità si avvicina ai rapimenti mistici dell'asceta, ha per altri
suoi caratteri le profonde sensualità del-l'avarizia. L'avaro e l'amor
platonico hanno questo di comune: possedere un tesoro che contemplano, che
adorano, ma che non spendono. Quella donna che voi adorate, è d' altri o di
nessuno in apparenza, ma nessuno l'ama come voi, per nessuno è bella quanto lo
è per vói. I vostri sguardi, le vostre aspirazioni, i vostri pensieri sempre
rivolti a lei la circondano d' un’aureola, che la isola dal mondo. Essa è
chiusa in uno scrigno invisibile, ma non meno inviolabile; in uno scrigno d'oro
e di gemme di cui voi solo avete la chiave. E anch'essa, voi lo sapete, non ama
che voi. È il possesso potenziale, è la proprietà ideale. Gosì appunto è
dell'avaro: egli contempla quei fasci di biglietti miracolosi che possono a un
cenno trasformarsi in gioie, in lusso, in ogni ben di Dio. E per volontà nostra
quella donna è intangibile, quel denaro non si muove, ma quella donna è nostra,
quel tesoro è nostro. L'amore platonico, ricco com' è di rapimenti, ci presenta
allucinazioni di trascendente bellezza. Nessuno più abile sarto per vestire i
corpi nudi, nessuno più ardito per spogliare i corpi vestiti. Nelle visioni
dell' asceta Dio appare (come vedremo più innanzi) in aspetti svariati, ma
sempre bellissimo; e l'adorazione che crea l'immagine si raddoppia neir estasi
d'ammirazione di quelle bellezze. E così è noli' amore platonico, in cui tutte
le forze del pensiero, tutte le energie del sentimento, concentrandosi in un
punto solo, danno tali ali alla fantasia e tale energia al suo pennello da
trasformare l'uomo in un poeta e in un pittore in una volta sola. Poeta che
abbellisce e idealizza tutto ciò che tocca; pittore che della sua tavolozza fa
una verga magica che tntto riveste di un'iride afiascinante. La donna adorata e
non posseduta è sempre Venere per noi; Venere Afrodite quando la fantasia la
spoglia, Venere Urania quando la fantasia la ravvolge nei densi veli della
nostra gelosia e del nostro rispetto. Nuda o vestita è sempre una Dea per noi,
e noi ne siamo i sacerdoti. Anche le sante vedono Dio nudo nelle loro visioni,
né quella nudità è meno casta o meno pudica. L'amore platonico è tutto un
pudore, perchè il pudore è la riverenza dell'amore, è la santificazione del
desiderio. Oh quante volte nei sileuzii della notte le tenebre si illuminano
per noi alla luce mistica della fantasia e dall'onda azzurra d'un mare
tranquillo sorge per incanto al fremito impercettibile d'una brezza che vien
dal profondo una visione di donna. E noi assistiamo al mistico nascere della
Dea d'amore, assistiamo al nascer della vita. Estasi umane, vili E sorge
dall'onda Spumeggiante pregna degli inebbrianti e salsi aromi del mare la
visione della creatura amata, della sola donna che per noi è donna, e che nuda
e casta come una statua di Fidia, lucente dell' onda che cade in mille perle su
quella perla sola che è il corpo di lei, s'innalza fremente e flessuosa, come
una palma umana; e sorge e s'innalza sulle sue colonne di marmo pario,
inghirlandata dalle chiome fluenti, che fanno piovere una pioggia di perle sui
morbidissimi flanchi intomo a lei bolle e freme l'onda, quasi ebbra dei
contatti voluttuosi della Dea, e guizzano nereidi e naiadi a farle corona di
bellezze minori, mentre angioletti rosei svolazzano all'intorno di lei,
impazienti di accarezzarla colle ali convulse. E nessuna lascivia scuote le
nostre membra e nessun desiderio osa turbare Testasi di quella contemplazione.
Voi siete sempre in ginocchio, col corpo o col pensiero, davanti alla divina
immagine che adorate. E altre volte Venere non esce dal mare, umida e calda
delle sue feconde aspergini, ma in un bosco di allori sotto il cielo ellenico,
scende dal tempio e passeggia sorvolando sull'erba, quasi statua che ubbidisce
all'evocazione del suo creatore e ritoma alla vita. E gli inni dei poeti e le
corde d'oro delle arpe eolie cantano e suonano le loro armonie, facendo coro di
ammirazione e osanna di adorazione alla dea della bellezza, alla madre di tutti
ì viventi. E noi prostesi al suolo baciamo l'orma profumata, che il piede
divino lascia sui muschi vellutati e fra l'erbe odorose. Ma terra e mare non
bastano più a fare cornice alla nostra visione trascendente e noi vediamo la
nostra Dea farsi creatura alata e spiccare il volo nelle alte regioni del
cielo. Non più carni rosee o colonne di marmo parlo, ma la carne dive-vni nuto
opale e le membra trasformate in ali. E vìa per Paria e gli spazi infiniti del
vuoto, un aleggiar robusto e un ondeggiar di chiome, or dorate dai raggi del
sole, or argentine al chiaror della luna, or buie come le tenebre degli abissi.
E un fiammeggiar degli astri, che anch'essi nell'eterna pace dei secoli,
fremono alla vista di quella divina bellezza e scintillano più caldi e più
splendidi, salutando colle ebbrezze della luce una creatura deUa terra. E noi
dietro a quella visione, convertiti da creature mortali in un sospiro di
desiderio che vola e insegue la donna alata. La via lattea ci è guida al nostro
volo audace e tra la polvere degli astri che non abbiam tempo di ammirare e fra
gli abissi dell'infinito e le meteore deUo spazio cogli occhi fissi a quella
creatura che è cosa nostra e di cui sentiamo nel vuoto infinito il batter
dell'ali, Siam rapiti in estasi e speriamo di confonderci e sparire in quella
donna, che non è più donna, ma angelo; che non è più angelo, ma Dio; un Dio
creato dalla nostra fantasia e dal nostro amore. Sparire per sempre e con lei,
come dicesi che le comete attratte dal sole si consumino in un bacio ardente
come loro, ciclopico come lo spazio. Sparire e confondersi, non ritrovar più il
nostro Io, non distinguere più qua! differenza passi tra noi e lei, fra l'amare
e Tessere, fra l'uno e il due; non ricordarsi della terra, del nascere e del
morire, della gioia e del dolore; non pensare altro pensiero che il pensiero di
lei, perdere tutta la coscienza e tutta la memoria, per sommergerle nel grande
oceano di una sensazione sola, l'estasi; spogliarsi di tutte le passioni,
dimenticarle tutte, per non ardere che d'una sola passione, l'amore. L'uomo e
la donna disgiunti sulla terra, ricongiunti nel cielo e per sempre con un bacio
che non ha domani, con un amplesso che trasforma le anime nella carezza di
quattro ali. L’estasi dell'amore platonico non sono tutte di adorazione, ma
possono presentarci le forme della devozione, del sagrifizio spinto fino al
martirio. Allora noi abbiamo i rapimenti già descritti nell'amore materno,
nell'amor figliale e negli altri affetti minori. Inutile ripetizione sarebbe
quella di ritrarre i lineamenti di questi quadri sublimi, che tanto si
rassomigliano. L'ionico carattere che distingue tutte queste forme svariate è quello
di essere accompagnato dall'ardore della più calda delle passioni, di esser
tutto imbevuto di quell'amore che fu chiamato con questo nome senza aggiunta di
alcun aggettivo, quasi prototipo di tutti gli altri amori. L'amore platonico
può essere potente e fecondo di estasi, anche quando non è diviso da un'altra
creatura. Anche quando vibra in un solo cuore, anche quando contraddice,
rarissima eccezione, il verso famoso del poeta. Amor ch'a nullo amato amar
perdona, può durare tutta la vita, può essere il palpito di ogni ora, il sogno
d'ogni notte, la religione mistica di un solo cuore. In questi casi soltanto vi
ha di diverso e di caratteristico una soave malinconia, forse confortata da una
speranza lontana che il nostro amore, pur rimanendo sempre pia* tonico, 8iia
diviso da un' altr' anima. Xie estasi dell' amicizia. Rapimenti dell'amor
fraterno. Anche senza il fascino del sesso, anche senza i vincoli del sangue
l'nomo può amar l'uomo di quel sentimento che si chiama amicizia. Ho gii\
parlato troppe volte e a lungo nella mia fisiologia del piacere e in altri miei
libri più recenti dell'amicizia, né starò a ripetermi. Qui non dobbiamo
occuparci che di quelle rarissime forme di questo sentimento che possono
portarci fino all'estasi. L'amicizia è possibile fra uomini e uomini, fra
uomini e donne, fra donne e donne; ma il sesso è tale un elemento perturbatore
d'ogni altro affetto, che non sia amore, da rendere 1' amicizia assai rara fra
ue persone di sesso diverso, e anche quando i sensi non parlano e nessun desiderio
accompagna l'amicizia, questa è però modificata profondamente da quella
tenerezza irresistibile che l'uomo ha per la donna, di quel bisogno di
protezione che la donna sente dinanzi all'uomo. Ecco perchè preferirei separare
dal gruppo delle Estasi umane. L’ amicizie vere quella che Tuomo e la donna
possono intrecciare tra di loro, ravvicinando queste alla famiglia degli amori
platonici. V amicizia è un sentimento di lusso e noi lo vediamo mancare affatto
o presentarci forme atrofiche negli uomini di bassa gerarchia psichica. Le sue
energie sono deboli, talché cedono subito il campo ad altri sentimenti più
imperiosi e che hanno una grande missione nel ciclo della vita. È anche per
questo che le donne ci presentano più raramente esempio di calde e tenere
amicizie. In esse l' amore e la maternità occupano tanta parte del cuore da non
lasciare il posto per altri sentimenti minori, e d'altronde la galanteria
virile fa delle donne altrettanti rivali e semina la gelosia e inviperisce le
vanità e solletica la malizia e la maldicenza; per cui V amicizia fra donne è
pianta rara, che vive per lo più vita breve e fra le pareti di una stufa ben
calda e custodita. Che l'amicizia sia una pianta di lusso lo prova il vederla
fiorire nell' età delle massime energie affettive, cioè nella giovinezza. Col
primo aocenno di capelli bianchi, col primo chinar della curva vitale, le
amicizie nuove sono molto rare e le antiche si conservano spesso per abitudine,
per riconoscenza, ma son fiacche e messe quasi sempre nel secondo giro degli
affetti. Se r amicizia è sentimento raro, è tanto più delicato e si muove in
una sfera di altissima idealità. Intendo sempre parlare della vera, della
sublime amicizia, di quel sentimento che fa di due nomini un nomo solo, che li
unisce mano con mano, cuore con cuore, anima con anima. Per lo più fra la massa
del volgo si chiamano con quésto nome simpatie fugaci, associazioni
d'interessi, consuetudini d'occasione ed altre cose ancor più volgari e più
basse. Per questa via di certo nessun rapimento è possibile. Ciò che dà il
marchio di nobiltà all'amicizia è V eleziùne che ne è il midollo e lo
scheletro, chene è il motivo informatore. Non è soltanto negli ordini politici
che relezione sostituita all'eredità o alla forza segna un gigantesco
progresso: anche nel campò degli affetti l'elezione è il battesimo che li
consacra ad una vita gloriosa, che li tra-sporta dai bassi fondi delle
necessità organiche nel cielo dell' idealità. Neil' amore, nell' affetto di
patria, nella maternità, in tutti i potenti affbtti che stringono l'uomo coi
vincoli della famiglia, vi è un vigore irresistibile, vi è una forza
trascendente, ma nello stesso tempo noi ci sentiamo rapiti dal fato, dalla
necessità:. Siamo ben felici di questa cara necessità, Ina V Io, sempre
superbo, sente qualcosa più forte di lui e riverente s' inchina e ubbidisce
alle leggi della natura. Nell'amicizia invece nulla di tutto questo: nessun
fato, nessuna necessità, nessuna tirannia d'uomini, di cose o di tempi. Due
anime umane si incontrano nel viavai della folla, si contemplano e s'intendono.
Un riso sorriso in due, una lagrima pianta in due, un grido d' entusiasmo
escito prorompente, irresistibile in uno stesso momento da due petti umani,
avvicina i cuori e stringe le destre. Son due note musicali, che partito da due
strumenti lontani si sono incontrate pell’aria, formando un accordo d'armonia.
E quello stringersi delle mani rivela nella sua espressione semplicissima tutta
la psicologia più fine e più profonda dell'amicizia. In amore son le labbra che
tendon l’arco e si cercano. In amore son le viscere che s’intrecciano e si
fecondano. Nell’amicizia son le mani, che si cercano e si stringono;
gl’istrumenti del pensiero e dell'azione. Sentire insieme e sentire egualmente,
ammirare le stesse cose e disprezzare gli stessi uomini, parlare commossi cogli
stessi i)oeti e benedire con una voce sola lo stesso sole, ci fa parenti nelle
anime, come in amore le simpatie fanno di due sangui un sangae solo, DI DUE
DESIDERII UN DESIDERIO SOLO – Grice, CO-OPERATIVE PRINCIPLE -- , e colla
fiisione intima di due esistenze, creano una terza vita. L'amicizia è una
parentela d'elezione, è un amore delle anime, è un sentire il proprio pensiero
sommato a un altro; i proprii sentimenti, le proprie simpatie, le proprie
aspirazioni ripercossi sempre dall'eco affettuosa di un'altra simpatia, di
un'altra natura umana, che risponde alla nostra. Dolcezze ineffabili, voluttìi
di altissima sfera, che fanno l'uomo superbo d'esser uomo. Questo consenso non
cercato ma trovato, questo combaciarsi intero e completo di due anime, questo
libero matrimonio di due nature umane può bastare a rapirci in estasi; quando
soprattutto ci rifugiamo in seno all' amicizia per sfug;^ire dagli urli del
profanum vulgus; quando siamo inseguiti dal latrato dei cani; quando ci
sentiamo asfissiati dal lezzo del fango in cui pur troppo dobbiamo le tante
volte camminare e sommergerci. È allora che l'oasi dell'amicizia ci stende la
sue braccia e ci involge colle sue ombre profumate, colle sue brezze
inebbrianti, e proviamo la santa gioia di chi escito da una cloaca immonda e
oscura, si trova nell'aperto cielo in mezzo alla luce, all'aria pura;
fors'anche fra il profiimo dei fiori e il sorriso dei bambini. L'estasi di due
amici che si comprendono, che ^i stringon le mani. che si guardan negli occhi,
leggendovi riflessa Pimmagine di so stessi, è muta come quasi tutti i rapimenti
della vita. É muta ed è profonda: è serena eie azzurra. Non si sa eome
incominci e dove finisca; appunto come noi non sappiamo, guardando in alto, dove
il cielo incominci e dove esso finisca. Tiriamo profondo profondo il respiro,
perchè vorremmo quasi ingrandirci di dentro, come ci sentiamo raddoppiati di
fuori; e il nostro Io si confonde, si sprofonda con un'altra coscienza, quasi
due parti di un'anima sola, che separate dalla violenza, incontratesi nello
spazio, ritornano ad essere una cosa sola. In quei momenti beati ogni confine
ben definito della coscienza si ofiftisca e si sperde : ci pare di essere due,
perchè godiamo sentimenti, bellezze, splendori el vero o del buono in due; ci
par di essere uno, perchè sentiamo vibrare due coscienze in unacocienza sola;
perchè le due anime si son abbraociate e strette e confuse in un'anima sola.
Sante e care e dolci ebbrezze dell'amicizia, che si elevano per la loro purezza
nelle sfere più alte dei sentimenti umani. Se sono men calde di quelle
dell'amore, sono però più durevoli e serene; se vi è meno volutto, vi è più
pensiero; se vi è meno fuoco, vi è più luce. Ma perchè questi sterili e vani
confronti? Perchè sagrificare anche noi a quel maledetto gallo d' Esculapio,
che costringe sempre l’uomo a confrontare le cose che studia e descrive? Forse
che si pota risolvere il problema la rosa sia più bella del giglio, lo zafiBro
più splendido del diamante, il cavallo più bello del leone? Lasciamo ogni
bellezza al suo posto e non tormentiamo le creature del nostro pianeta,
facendole passare sotto le forche caudine delle nostre gerarchie. La natura
feconda e generosa non ha mai scrìtto dei numeri sulle proprie creature:
nessuna prima, nessuna ultima, e il muschio microscopico che nasce e fiorisce
fra le fessure del tronco d'una palma superba, è bello quanto l'albero maestoso
che le offre l'ospitalità; e la stretta di mano dell'amicizia è cara quanto lo
stringersi insieme delle labbra innamorate. Le estasi dell'amicizia sono di
varie forme, ma quasi tutte possono ridursi a queste due: estasi di simpatm e
estasi di conforto. Delle prime ho parlato fin qui, riducendole ad
un'espressione sola. Le altre sono più facili e più. comuni. Esse non sono che
estasi di carità rese più intense, più cald, più poetiche, perchè il sentimento
che le ispira è di più alta natura. Nella carità facciamo il bene agli altri,
solo perchè uomini; all'amico diamo tutto noi stessi, per lui facciamo i
maggiori sagrifizii, perchè uomo e perchè amico. Dall'elemosina che ci umilia e
può anche avvilirci, incomincia una scala ascendente e che ha mille gradini e
pei quali si sale alle forme più squisite della beneficenza. Sulla più alta
cima sta sempre 1' amicizia, che conforta e aiuta e soccorre senza umiliare e
porge il dono con tale delicatezza, che mal sapresti dire, se sia più prezioso
il dono o più caro il modo con cui ti vien presentato. ESTASI dell'amicizia
Impiccolire il sagrifizio fino a nasconderlo affatto, mostrare che chi dà è
invece colui che riceve, ohe il donatore rimane debitore; nascondere nella
gioia di dare l'orgoglio di dare e soffocare fin dal suo nascere l'
involontario rossore di chi riceve, sono altrettanti miracoli che l’amicizia
compie colla massima agilità, colla maggiore naturalezza di questo mondo.
Indovinare il dolore anche senza il pianto, presentire l'imbarazzo quando
nessuno lo sospetta, prevedere la sventura prima che arrivi, il pericolo prima
che l'allarme sia dato, non attender mai che la mano si stenda a voi, ma
stendere la vostra e nella stretta di mano nascondere il benefizio, sono le
prime lettere dell' alfabeto dell' amicizia; son problemi elementari che il
cuore risolve di primo acchito e senza bisogno di studiare la matematica.
Davvero che in questi ca^i è diflBcile dire chi più goda dei due, chi primo
arrivi al rapimento del benefizio fatto o della riconoscenza caldissima. L'uno
ha preveduto, ha presentito, ha indovi-nato. L' amico soffre ed io posso far
tacere quel dolore. L'amico ha bisogno di soccorso, di conforto, ed io sarò
quei fortunato che potrò soccorrere e confortare. Il cuore batte forte forte in
petto, le mani tremano per 1' emozione e un sorriso involontario e angelico
corre sul nostro volto. Tutti gli artificii più astati sono da noi adoperati
per far sembrar facile ciò che è difficile, naturale ciò che forse è per noi un
doloroso sagrìflzio. Nessuna astuzia è più raffinata, nessuna ipocrisia più
opaca, nessuna fantasia più immaginosa di quella che adopera l'amico per
occultare il benefizio, per giungere in tempo; per abbellire la carità collo
splendore della sorpresa. Il dono dell'amico è un fiore bello e profumato che
ci presenta la mano di un bambino, innocente e giulivo come la bontà sempre
aperta dell'uomo generoso, rìdente come tutte le primavere della vita e della
natura. E chi riceve ed è costretto a non vergognarsi di ricevere e chi
indovina tutte le sante astruserie e i fini accorgimenti che accompagnano V
opera del conforto e chi misura tutta 1' altezza dell' anima che corre
soccorrevole a noi, rimane confuso e commosso e dallo strazio della
disperazione è portato di volo alla beatitudine più sicura e più alta. L'amico
ci ha indovinato e l'amico risponde con un'onda di riconoscenza; il sorriso di
chi fa il bene è nobile come il sorriso di chi lo riceve, e due estasi si
confondono in un'estasi sola. Chi più felice dei due? Nessuno. Chi più grande?
Nessuno. Quale il debitore, quale il creditore? Nessuno dei due; o entrambi
creditori, entrambi debitori. Chi più bello del sole che illumina o della terra
che è baciata dal sole! Chi più bello del cielo che si specchia nel mare o del
mare che si fa azzurro al sorriso del cielo? Chi più dà e più riceve della
gloria dei grandi o del riflesso d' amicizia che le turbe innalzate dal genio
rimandano al sole del pensiero? Beata ignoranza codesta, di non poter
distinguere due bellezze che si fondono in una bellezza sola; due gioie che si
unificano ìa una voluttà sola; due grandezze che si sperdono e si consumano in
una sola immensità. Non malediciamo la vita, se questa ci lascia lo spazio e il
tempo per essere uno di questi amici o per assistere ad una di queste scene del
mondo morale. Quante bassezze, quante viltà, quanto fango si devono trovare nei
sentieri pedestri della vita por dimenticare uno di quei quadri, quante tenebre
ci vorranno per cancellare tanta luce, quanto male per far dimenticare tanto
bene! Nessun fiume, per fangoso che sia, ha potuto togliere all'oceano le sue
trasparenze; nessun sofiQo di uomo ha potuto spegnere il sole, nessun gelo Tha
mai potuto raffreddare! L'affetto che ravvicina i nati tVuno stesso padre e
d'una stessa madre, esiste abbozzato anche negli animali. Gli uccellini
allevati in uno stesso nido, spesso anche quando Thanno abbandonato, vivono
assieme e si amano: spesso anche le scimmie ed altri mammiferi sentono di
essere fréitelli, ma queste fratellanze son pallide e di piccola durata. I
colpi di fucile del cacciatore crudele, i lunghi viaggi, i nuovi amori,
spezzano ben presto i vincoli di fratellanza, e dopo pochi giorni, o poche
settimane, o pochi mesi, secondo i casi; ogni riconoscimento di uno stesso
sangue si dilegua e scompare. I fratelli possono intrecciare un nuovo nido, un
incestuoso amore, o possono farsi la più spietata guerra. Anche fra gli uomini
l'amore fraterno è spesso pallido e non presenta che deboli energie; i molti
cuculi deposti nel nido d'una famiglia, le antipatie e le dissonanze dei
caratteri troppo frequenti ad onta della comune genealogia, le lotte d'interesse
opposto, le lunghe e necessarie assenze imposte dalle vicende della vita, sono
altrettante cause l'amoe fraterno che possono rallentare o rompere le catene
fraterne. Fra fratello e fratello, fra sorella e sorella si aggiunge poi la
ruggine delle gare di vanità e d’emulazione, e questa ruggine corrode più ohe
la lima di forti passioni. Per tutte queste ragioni i forti amori fraterni son
rari, rarissime le estasi affettive. Oserei però dire che, meno rare eccezioni,
Tamore fraterno non ci mostra scene commoventi e sublimi, che quando è
rafforzato dalla simpatia dei sessi opposti. Earo V affetto intenso fra due
fratelli, forse più raro ancora quello fra due sorelle; più comune invece il
sentimento che lega il fratello alla sorella. Quando fratello e sorella si
amano davvero, si amano molto, il sentimento che li unisce è un'amicizia resa
ancor più calda dalla comunanza del sangue e può giungere a tanta forza e a
tanta idealità da avvicinarsi assai all' amore platonico. Son due creature che
non possono amarsi d'amore, perchè troppo rassomiglianti, perchè esciti dalle
stesse viscere, perchè hanno ricevuto il primo bacio dalle stesse labbra,
perchè hanno succhiato dallo stesso seno quel secondo sangue che è un secondo
vincolo di parentela. E poi son cresciuti insieme, hanno respirato i)er tanti
anni l'aria dello stesso nido, hanno dormito tra le pareti della Stessa casa,
hanno pregato sotto la vòlta della stessa chiesa, hanno pianto le tante volte
insieme; hanno diviso i terrori infantili, si sono inebbriati insieme nelle
feste dell' infanzia e insieme hanno subito le procelle dell'adolescenza e
della prima giovinezza. Come e perchè non si amerebbero quelle due creature,
che vedono a vicenda rispecchiata tanta parte di sé stesso nel cuore e nel
pensiero dell'altra? La comunanza delle memorie è parentela del cuori e ad essa
basta un cenno, un sorriso, una parola per rifare quei viaggi poetici e
affascinanti nel tempo che fu. Quei due forse hanno già passata più che mezza
la vita insieme, fors'anche hanno insieme composto nella fossa il loro babbo e
la loro mamma, e in un certo giorno dell'anno, anche lontani e senz'essersi
chiamati, si trovano insieme sopra una stessa tomba. E come e perchè quelle due
creature non si amerebbero; non si amerebbero molto; non si amerebbero sempre?
La nostra sorella slam noi stessi incarnati in un sesso diverso e quando in
essa noi vediamo riprodotti i nostri lineamenti, rifatti gli stessi gesti,
riprodotti gli stessi gusti, le stesse antipatie; sor-ridiamo di compiacenza,
esclamando: s'io fossi una donna, sarei lei! E la nostra sorella non solo ci
rassomiglia nel volto, nei gesti, ma desidera le stesse cose, sorride degli
stessi scherzi, ha come noi qnelle stesse debolezze, delle quali dobbiamo
spesso arrossire. E si ride insieme, e si arrossisce insieme, dicendoci
nell'orecchio : Anche tuf 8Ì anch^io! E la nostra sorellina (che sorellina è
sempre ogni sorella, quando è molto amata), e la nostra sorellina rassomiglia
tanto alla nostra mamma, che la si direbbe la mamma ringiovanita. Essa ha per
noi tenerezze materne, indulgenze materne; essa ci può abbracciare e baciare,
benché essa sia una donna. Quanto è indulgente e buona! Con lei possiamo
sfogare le nostre bizze, confessare i nostri rancori; con lei possiamo dividere
tutte le amarezze dell' orgoglio offeso, dell' ambizione delusa, delle speranze
svanite. Essa non e' invidia ma ci ama. Essa non riderà di noi, né ci vorr.Y
consolare coll’accusarci fattori della nostra sventura. Essa è donna e con noi
quasi madre; nessuna osservazione, nessun rimprovero prima di averci medicati e
guariti. Nessuna domanda importuna o impertinente prima di averci fasciata la
ferita. Possiamo essere più vecchi di lei; essa ci tratterà sempre come
bambini, sarà capace perfino di prenderci fra le sue braccia e di farci la
ninna nanna. E la sorella si getta fra le braccia del fratello. come non può
fare colle braccia di nessun altro uomo. Del marito ha suggezione, del padre ha
rispetto; davanti al figlio vuol essere infallibile. Il fratello invece non è
né marito, né padre, né figlio, ma un po' di tutto questo. Egli è un uomo e la
sorella può appoggiarsi a lui come alla forza che protegge e difende. Egli é un
uomo, ma non sarà mai un giudice severo, perchè anch' egli prima di gridare al
peccatore, vorrà guarire il peccato e risanare la ferita. La sorella è sicura
che il fratello di lei avrebbe peccato come lei, s'egli si fosse trovato nelle
stesse circostanze ed essa è sicura di trovare una grande indulgenza, una
misericordia grande come quella del Cristo. Ma non occorre peccare per
rifugiarsi fra le braccia fraterne del figlio della nostra mamma. Il fratello
ha piti ingegno di noi, più di noi ha studiato e vissuto. Egli ci darà la luce
per camminare nelle tenebre della vita, egli ci darà un braccio poderoso per
appoggiarsi, egli sarà la nostra bussola nel gran mare delle umane dubbiezze. E
che faresti tu In questo caso f Come esciresii tu da questo labirinto f Dimmi
se io ho fatto benet Dimmi vi è ancora un rimedio a tanto male f „ E le domande
si succedono le une alle altre, senza attender risposta e le risposte diventan
altrettante domande; ed è un affollarsi confuso e prorompente di parole, di
sorrisi, di lagrime: e sono abbracci che interrompono domande e risposte e sono
baci che valgono più d'un volume di ragionamenti e son singhiozzi che taciono
alla soavità d'una carezza e son carezze che vogliono esser rimproveri e
rimangono invece carezze dolcissime e sono due anime di uomo e di donna, che
possono vedersi nudi l'un l'altro senza arrossire, perchè non hanno sesso e
sono come Adamo ed Eva prima che avessero bisogno di coprirsi delle foglie
dell'albero mistico dell'Eden. n questi casi e in altri consimili la commozione
può giungere fino al rapimento, e l'estasi si afferma con tutti i suoi
caratteri di isolamento dal mondo esterno e di concentrazione di tutte le forze
del sentimento e del pensiero in un punto solo del mondo psicologico. Beati
coloro che l’hanno Estasi liman, provata, fosse poi gioia che prendeva il posto
d'un grande dolore o gioia che si faceva cento volte maggiore, perchè si
moltiplicava colla igioia d' nn' anima sorella. L'amore fraterno è un
sentimento di lusso, tanto è vero che è appena abbozzato e fuggevole negli
animali e così pure è debole nelle razze e nelle nature inferiori. I sentimenti
di lusso sono i più indistinti, quelli che hanno frontiere meno sicure, per
modo che si confondono facilmente con altri affetti di analoga natura. L'amore
fraterno confina coir iimore platonico e coli' amicizia, e tanto è vero che
spesso udiamo escire dalle labbra commosse di due amici, che non pensan punto a
far della psicologia, questi gridi dell'anima: Io il amo più che un Fratello.
Tu mi sei più fraUllo che amico. La nostra amicizia è una vera fratellanza
delle anime. Noi non siamo amici ma frnt4ilU! E d' altra parte non di raro due
fratelli esclamano alla lor volta. Ma il nostro affetto è una santa amicizia.
Ma anche senza i lincoli del sangue noi saremmo due amici. Se mi fosse permesso
tentare di distinguere il caratt-ere proprio delle estasi dell'amicizia e
quello dei rapimenti dell'affetto fraterno, direi che nel primo caso vi è una
grande fratellanza nell'urnanità che ci eleva al disopra del volgo e che nel
secondo la voce del sangue ci tiene più vicini al nido e quindi piti caldi, più
commossi, più inteneriti. Nei rapimenti dell'amicizia vi è più pensiero, in
quelli dell'affetto fraterno vi è più viscere.Nei primi la differenza di sesso
turba l'estasi o la porta in altre regioni, nei secondi invece questa
differenza è quasi sempre necessaria e contribuisce assai ad accendere i cuori,
ad affinare, a intenerire, a commuovere gli animi che salgono insieme in
quest'Olimpo del sentimento. Descrivere tutte le possibili estasi umane
s.irebbe dar fondo all'universo psicologico e nessuna forza d'uomo vi basterebbe.
Io mi accontenterli accennare ad alcuni rapimenti dell'affetto fratemo:
altrettanti quadri presi dal vero e che potrebbero ispirare il poeta, il
pittore, lo scultore.Due fratelli vivono in paesi lontani Uun dall'altro e
vengono a conoscere per via indiretta, che il babbo si trova in grave imbarazzo
di afifari commerciali. Accorrono non chiamati, si incontrano sulla soglia
della casa paterna. Si sorprendono, si interrogano. Son venuti per la stessa
ragione chiamati dalla stessa voce interiore. Hanno pensato la stessa cosa, lo
stesso piano, gli stessi progetti per salvare l'onore del padre. Lo possono
fare e lo faranno. Esaltati, commossi, si gettan nelle braccia l'un dell'altro
e godono un soavissimo rapimento dell'anima. Due fratelli che lavorano insieme,
hanno pensato uno stesso libro, senza scambiarsi una sola parola. Venuti a
comunicarsi a vicenda i loro progetti, si trova che essi si incontrano e si
combaciano.Lo stupore diventa ammirazione, l’ammirazione contentezza,
beatitudine. Essi si abbraccino, si inebbriano della gioia di aver fusi due
pensieri in un solo pensiero. I fratelli De Goncourt devono aver provato più
volte quest'estasi deliziosa. Due sorelle hanno perduto runico fratello,
vedovoe padre di numerosa famiglia. Sul cadavere del caro perduto suggellano un
bacio in due, che è conclusione d'un giuramento fatto in silenzio, nello stesso
momento. Esse non prenderanno marito,esse daranno tutto il loro tempo, il loro
dinaroai nipotini che fanno loro figlinoli, che si stringono al seno in uno
slancio di carità generosa. Quelle due anime beate di aver pensato in uno
stesso istante la stessa cosa si abbracciano, si stringon forte forte cuore
contro cuore; confondono lagrime, singhiozzi, sorrisi e godono una delle
estasii fraterne più complesse e più alte che possa godere anima umana. Una
donna è tradita, tradita nel santuario della famiglia, precipitando nella
disperazione dall'alto d'ana felicità senza nubi.Tutto si oscura, l’aria
diviengelo, la terra spine, il cielo un'uragano. Essa ha un fratello, le scrive
una parola sola: Vieni e mi salva! Ma il fratello ha saputo la sventura
piombata sul capo della sorella, prima ancora che la lettera fosse scritta.
Suona un campanello, si apre un uscio, vi si precipita un uomo. La sorella lo
guarda, non sa piangere e non può ridere. Gli porge la lettera ancora umida
dall'inchiostro ed egli legge quelle quattro parole e neppur lui può ridere o
piangere o parlare. Perchè quei due fortunati non cadrebbero in estasi in quel
momento? Due naufraghi iV una fiera procella della vita son rimasti soli nel
mondo. La donna in un mese ha perduto tuttii figliuoli uccisi dalla difterite,
ruomo era solo ed è divenuto cieco. Quei due non hanno più né padre, né madre,
né zii, né cugini, ma essi son fratello e sorella. Questi hanno attraversato
continenti e mari e si sono abbracciatiper non separarsi più mai. Perché non
cadrebberoessi in estasi? L'estasi è sempre uno stato eccezionale, passeggero,e
la più partedegli uomini non l'hanno mai provato.Taluni piìl rozzi e incolti
durano fatica anche a immaginarselo. La sua bella etimologia greca f x-a
radice, lo star fuori, esprime mirabilmente questo concetto. La parola di
estasi è dunque greca, e i greci pia poeti dei latini, dovettero conoscere
meglio di questi uno stato di trascendente idealità. I romani, gente positiva,
patica, popolo d'azione, non conobbero Vestasi, ma l'indicarono con perifrasi
diverse : mentis excessu, animi abalienatio. Nome compiuto: Tommaso Campailla.
Keywords: oposcolo, ecstasi, estasi, animis abalienation, mentis excessus.
discorso disordinato, discorso ordinato, discorso umano, uomo, vita. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Campailla,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Campanella: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del katùndi dialit -- utopia
italiana – scuola di Stilo – scuola di Rggio Calabria – filoofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Stilo). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Stilo, Reggio
Calabria, Calabria. Grice: “One has to take Campanella seriously; admittedly,
an Oxonian will focus on More, but Campanella is closer to Plato! I especially
like that the walls of the city of “Sol” – it’s a proper name for the prince,
not the sun! – have all the semiotic elements of the semiotic systems by which
the ‘solari’ communicate – Campanella designs a very Griceian model based on
‘efficiency’ and LOVE! There’s ibenevolence everywhere – indeed, it is
Campanella’s Sol’s City that I was thinking when inventing the principle of
conversational benevolence to be spoken in the City of Eternal Truth!” -- one
of the most important of the Italian philosophers. H. P. Grice enjoyed his philosophical poems. Sulla
necessità di una lingua artificiale capace di una maggiore esattezza espressiva
rispetto alle lingue naturali scrisse brevemente anche Tommaso Campanella quasi
un secolo più tardi, nel 1638:38 Tommaso Campanella nacque il 5 settembre 1568
a Stilo e morì il 22 maggio 1639 a Parigi. Frate dell'ordine domenicano, si
dedicò allo studio della filosofia e delle scienze. Durante gli anni giovanili
compose la Philosophia sensibus demonstrata e il Del senso delle cose e della
magia, opere di stampo sensistico, animistico e mistico, in linea con gli
scritti e i pensieri di altri studiosi di quegli anni. Accusato più volte di
eresia, fu prigioniero del governo spagnolo nei Castelli di Napoli per 27 anni.
In questi anni l'attività scrittoria fu prolifica e portò a compimento alcune tra
le sue opere principali, tra cui la Philosophia rationalis. Egli è maggiormente
conosciuto per aver scritto La città del sole (1602).nell' «Appendix de
philosophicae linguae institutione», parte finale della terza sezione dedicata
alla grammatica filosofica del volume intitolato Philosophiae Rationalis partes
quinque.Videlicet: Grammatica, dialectica, retorica, poetica, historiographia,
iuxta propria principia egli recita le sue considerazioni in forma di decalogo:
1 Siquis novam linguam philosophice constituere vellet formare literas debet
consimiles instrumentis: et sufficientes absque variatione in copula vocalium
cum consonantibus ut in I. lib et in Poëtica docuimus. / 2 Imponere nomina ex
rerum natura et proprietatibus. / 3 Verba omnia ex nominibus derivare et unius
coniugationis omnia excepto substantivo: et omnia tempora omnibus tribuere, et
ordinare ea ex actibus essendi, existendi, operandi, agendi, et patiendi. / 4
Participia praeteriti, et praesentis, et futuri tam activa quam passiva, tam
actualia quam potentialia. / 5 Pronomina omnia iuxta omnes species suas: et non
dissidentia. / 6 Adverbia ex modis, locis, temporibus et circunstantiis actuum
addere. / 7 Adnomia vero ex circunstantiis et respectibus. / 8 Coniunctiones
temporales, locales, sociales, dissociales, continuativas, conditionales, et
alias, ut suo in loco dictum est. / 9 Casus omnes distinctos in fine, et
articulos ponet. / 10 AEquivoca, synonima, et metaphoras abolebit: cunctis
rebus proprium dabit vocabulum, ut tollat confusionem.39TOMMASO CAMPANELLA,
Philosophiae Rationalis partes quinque. Videlicet: Grammatica, dialectica,
rhetorica, poetica, historiographia, iuxta propria principia, III, Parigi,
presso luvannem Dubray. Si noti che, rispetto al testo originale, nel brano
sopra riportato è stata sciolta l'abbreviazione & in et e sono state
distinte le u dalle v. La traduzione in italiano è: «1 Se qualcuno vuole
costruire filosoficamente una lingua nuova, deve concepire le parole del tutto
simili a degli strumenti: e valide al di là della differenza nella composizione
delle vocali con le consonanti come abbiamo insegnato nel libro I e nella
Poetica. / 2 Deve imporre i nomi conformemente alla natura e alle
caratteristiche. / 3 Derivare tutti i verbi dai nomi e tutti di una
coniugazione eccetto il verbo essere. Assegnare tutti i tempi a tutti (i verbi)
e ordinarli secondo le azioni di essere, esistere, fare, agire, subire. / 4 I
participi al passato, presente e al futuro tanto alla forma attiva quanto
passiva, tanto attuali quanto potenziali. / 5 Tutti i pronomi in accordo con le
loro specie: e non vi siano opposizioni. / 6 Aggiungere gli avverbi secondo
modi, luoghi, tempi e circostanze delle azioni. / 7 Aggiungere gli aggettivi
senza dubbio secondo le circostanze e le considerazioni. / 8 Le congiunzioni
temporali, locali, sociali, dissociali, continuative, condizionali, e altre,
come si dice opportunamente. / 9 Porrà tutti i casi e gli articoli distinti
alla fine. / 10 Cancellerà le parole equivoche, i sinonimi, e le metafore: darà
un nome proprio a tutte le cose per eliminare il disordine». Il lavoro di
Campanella appare una grammatica universale in germe che, pur non fornendo
esempi pratici, esemplifica chiaramente la forma che la potenziale lingua
internazionale (si suppone di base latina o di sua derivazione) dovrebbe avere.
Thomas Frank sintetizza così la proposta: «sopprimere le parole equivoche, i
sinonimi, le metafore; a tutte le cose darà un nome proprio per eliminare la
confusione, che sembra bella, mentre è una magagna che è andata crescendo;
l...] assegnare i nomi seconda la natura e la proprietà delle cose».*° 40
THOMAS FRANK, Segno e significato. John Wilkins e la lingua filosofica, Napoli,
Guida, 1979, p. 44.La grammatica cosìcomposta diviene allora strumento della
buona convivenza civile e della corretta condivisione dei saperi.Tommaso
Campanella, al secolo chiamato Giovan Domenico C., noto anche con lo pseudonimo
di Settimontano Squilla (Stilo), filosofo, teologo, poeta e frate domenicano
italiano. Giovan Domenico Campanella nacque a Stilo, un piccolo borgo della
Calabria Ulteriore, al tempo parte del Regno di Napoli (attualmente in
provincia di Reggio Calabria) come egli stesso più volte afferma nei suoi
scritti e come dichiarò il 23 novembre del 1599 nel carcere di Castel Nuovo a
Napoli, al giudice Antonio Peri: «son di una terra chiamata Stilo in Calabria
Ultra, mio padre si domanda Geronimo C. e mia madre Caterina Basile». Fino al
1806 si conservava anche l'atto di battesimo nella parrocchia di San Biagio,
borgo di Stilo, così redatto: «Battezzato Giovan Domenico C. figlio di Geronimo
e Catarinella Martello, nato il giorno da me D. Terentio Romano, parroco di S.
Biaggio nel Borgo». Il padre era un ciabattino povero e analfabeta che non
poteva permettersi di mandare i figli a scuola e Giovan Domenico ascoltava
dalla finestra le lezioni del maestro del paese, segno precoce di quella voglia
di conoscenza che non l'abbandonò per tutta la vita. La famiglia si trasferì
nella vicina Stignano e il padre pensò di mandare il figlio presso un fratello,
a Napoli, perché vi studiasse diritto, ma il giovane Campanella, per il
desiderio di seguire corsi regolari di studi e abbandonare un destino di
miseria, più che per una reale vocazione religiosa, decise di entrare
nell'Ordine domenicano. Novizio nel convento della vicina Placanica, vi fece i
primi studi e pronunciò i voti a quindici anni nel convento di San Giorgio
Morgeto, assumendo il nome di Tommaso (in onore di san Tommaso d'Aquino),
continuando gli studi superiori a Nicastro e poi, a vent'anni, a Cosenza, dove
affrontò lo studio della teologia. L'istruzione ricevuta dai domenicani non lo
soddisfaceva e non gli era sufficiente: «essendo inquieto, perché mi sembrava
una verità non sincera, o piuttosto falsità in luogo della verità rimanere nel
Peripato, esaminai tutti i commentatori d'Aristotele, i greci, i latini e gli
arabi; e cominciai a dubitare ancor più dei loro dogmi, e perciò volli indagare
se le cose ch'essi dicevano fossero nella natura, che io avevo imparato dalle
dottrine dei sapienti essere il vero codice di Dio. E poiché i miei maestri non
potevano rispondere alle miei obiezioni contro i loro insegnamenti, decisi di
leggere da me tutti i libri di Platone, di Plinio, di Galeno, degli stoici, dei
seguaci di Democrito e principalmente i Telesiani, e metterli a confronto con
il primo codice del mondo per sapere, attraverso l'originale e autografo,
quanto le copie contenessero di vero o di falso». Fu in particolare il De rerum
natura iuxta propria principia di Bernardino Telesio una rivelazione e una
liberazione insieme: scoprì che non esisteva soltanto la filosofia scolastica e
che la natura poteva essere osservata per quello che è, e poteva e doveva
essere indagata con i mezzi concreti posseduti dall'uomo, con i sensi e con la
ragione, prima osservando e poi ragionando, senza schemi precostituiti e senza
mandare a memoria quanto altri credevano di aver già scoperto e di conoscere su
di essa. Era il 1588 e Telesio, che da anni era tornato a vivere nella nativa
Cosenza, vi moriva ottantenne proprio in quei giorni. Il neofita frate
entusiasta non poté sottrarsi a deporre sulla bara, nel duomo, versi latini di
ringraziamento devoto. Quelle che dai suoi superiori furono considerate
intemperanze gli costarono il trasferimento nel piccolo convento di Altomonte,
dove tuttavia il C. non rimase inattivo: la segnalazione di alcuni amici, che
gli mostrarono il libro di un certo Jacopo Antonio Marta, napoletano, scritto
contro l'amato Telesio, lo spinse a replicare e concluse quella che è la sua
prima opera, la Philosophia sensibus demonstrata, pubblicata a Napoli due anni
dopo. In essa C. ribadì la sua adesione al naturalismo di Telesio, inquadrato
però in una cornice neoplatonica, di derivazione ficiniana, per la quale le
leggi della natura non mantengono più la loro autonomia, come in Telesio, ma
sono spiegate dall'azione creatrice di Dio, dal quale deriva anche l'ordine
provvidenziale che governa l'universo: «chi regola la natura è quel glorioso
Iddio, sapientissimo artefice, che ha provveduto in modo da non reprimere le
forze della natura, nella quale tuttavia agisce con misura». C. non poteva
rimanere a lungo ad Altomonte: abbandona il convento calabrese e se ne andò a
Napoli, ospite dei marchesi del Tufo. Nella capitale del viceregno, pur non abbandonando
l'abito di frate, fu tutto inteso ad approfondire i suoi interessi neoplatonici
e scientifici, che allora erano connessi strettamente con gli studi alchemici e
magici: «scrissi due opere, l'una del senso, l'altra della investigazione delle
cose. A scrivere il libro De sensu rerum mi spinse una disputa avuta prima in
pubblico, poi in privato con Porta, lo stesso che scrisse la Fisiognomica, il
quale sosteneva che della simpatia e dell'antipatia non si può rendere ragione;
disputa con lui avuta appunto quando esaminavamo insieme il suo libro già
stampato. Scrissi poi il De investigatione rerum, perché mi pareva che i
peripatetici ed i platonici portassero i giovani per una via larga ma non
diritta alla ricerca della verità». Il De sensu rerum et magia, iniziato a
scrivere in latino, fu completato e dedicato al granduca di Toscana Ferdinando
I de' Medici; sequestratogli il manoscritto a Bologna dal Sant'Uffizio, fu
riscritto in italiano, tradotto in latino e pubblicato finalmente a
Francoforte. C. vi persegue una sintesi di naturalismo telesiano e di
platonismo: a Democrito e ai materialisti rimprovera di voler far derivare
l'ordine del mondo all'azione degli atomi, che non hanno sensibilità, e agli
aristotelici la mancata iniziativa di Dio nella costituzione della natura.
D'altra parte egli non intende nemmeno sacrificare l'autonomia delle forze che
agiscono nella natura, pur se la spiegazione ultima delle cose va ricercata
nella primitiva azione divina. Secondo C., i tre principi, materia, caldo e freddo,
di cui è composta la natura, sono frutto della creazione divina: «Dio prima
fece lo spazio, composto pure di Potenza, Sapienza e Amore e dentro a quello
pose la materia, che è la mole corporea. Nella materia poi Dio seminò due
principi maschi, cioè attivi, il caldo e il freddo, perché la materia e lo
spazio sono femmine, principi passivi. E questi maschi, da codesta materia
divisa, combattendo, formano due elementi, cielo e terra, che combattendo tra
loro, dalla loro virtù fatta languida nascono i secondi enti, avendo per guida
della generazione le tre influenze, la Necessità, il Fato e l'Armonia, che
portano l'Idea». Le tre primalità (primalitates)che corrispondono alle tre
nature divinecostituiscono il triplice carattere di ogni essere: Dio «ha dato a
tutte le cose potenza di vivere, sapienza e amore quanto basti alla loro
conservazione. Dunque il calore può, sente e ama essere, e così ogni cosa, e
desidera eternarsi come Dio e attraverso Dio nessuna cosa muore ma si muta
soltanto, anche se ogni cosa pare morta all'altra e in verità è morta, così
come il fuoco pare cattivo al freddo ed è veramente cattivo per lui, ma per Dio
ogni cosa è viva e buona». Se si considera ogni cosa nel tutto ci si rende
conto che nulla muore veramente: «muore il pane e si fa chilo, questo muore e
si fa sangue, poi il sangue muore e si fa carne, nervi, ossa, spirito, seme e
patisce varie morti e vite, dolori e piaceri». Dalla Potenza le cose sono solo
perché possono essere e hanno una determinata natura; Dio attraverso questa
potenza dona la Necessità alle cose, la Sapienza permette alle cose di
conoscere il Fato, ossia il saper vedere la successione di causa-effetto nei
processi naturali e infine l'Amore permette l'Armonia fra gli esseri, perché
questi amano essere così e non diversamente: «tutti gli enti si compongono di
Potenza, Sapienza e Amore e ognuno è perché può essere, sa essere e ama essere,
combatte contro il non essere e, quando gli manca il potere o il sapere o
l'amore dell'essere, muore e si trasmuta in chi ne ha di più». Tutte le cose
hanno sensibilità: «Tanta sciocchezza è negare il senso alle cose perché non
hanno occhi, né bocca, né orecchie, quanto è negare il moto al vento perché non
ha gambe, e il mangiare al fuoco perché non ha denti, e il vedere a chi sta in
campagna perché non ha finestre da cui affacciarsi e all'aquila perché non ha
occhiali. La medesima sciocchezza indusse altri a credere che Dio abbia certo
corpo e occhi e mani». Inoltre C. ci parla anche delle primalità del
non-essere, presenti inevitabilmente nel mondo finito, che sono l’Impotenza,
l’Insipienza e l’Odio: solo in Dio, che è infinito, le primalità dell'essere
non sono contrastate dalle primalità del non-essere. A queste tre primalità si
contrappongono le potenze negative, che possono variamente combinarsi alle
primalità nell'ambito delle varie forme della magia, che è l'insieme delle
regole che vanno osservate per intervenire nella natura. Il mago è il sapiente
che scopre le relazioni esistenti tra le cose: «beato chi legge nel libro della
natura, e impara quello che le cose sono, da esso e non dal proprio capriccio,
e impara così l'arte e il governo divino, facendosi di conseguenza, con la
magia naturale, simile e unanime a Dio». La magia si manifesta attraverso le
sensazioni, che possono essere negative o positive: sensazioni che l'uomo
coglie, e che gli fanno capire di essere parte integrante di un ordine
universale; tuttavia, nonostante sia parte di questo ordine, può opporsi a tale
ordine, e se si oppone all'ordine universale la magia è negativa, se invece si
armonizza, ovvero cerca di seguire l'ordine universale, allora la magia è
positiva. La pubblicazione della Philosophia sensibus demonstrata provocò
scandalo nel convento di San Domenico: un domenicano che non frequenta il
convento e che rifiuta Aristotele e San Tommaso per Telesio non può essere un
buon cattolico. Anche se nessuna affermazione eretica è contenuta nel libro, C.
fu arrestato dalle guardie del nunzio apostolico con l'accusa di pratiche
demoniache. Non si conoscono gli atti del processo ma è conservato il testo
della sentenza, emessa in San Domenico, contro «frater C. de Stilo provinciae
Calabriae» dal padre provinciale di Napoli, fra Erasmo Tizzano e da altri
giudici domenicani. L'accusa di praticare con il demonio e di aver pronunciato
una frase irriverente contro l'uso delle scomuniche vengono a cadere, ma resta
quella di essere un telesiano, di non tener conto dell'ortodossia filosofica
d’AQUINO (si veda) e di essere stato per mesi «in domibus saecolarium extra
religionem»: dopo quasi un anno di carcere già scontato, è allora sufficiente
che reciti dei salmi e torni, entro otto giorni, nel suo convento di Altomonte.
C. si guardò bene dall'ubbidire all'ordine del tribunale, che lo avrebbe
costretto a rinunciare, a soli 24 anni, a un mondo di cultura nel quale egli
era convinto di poter offrire un contributo fondamentale. Così, munito di una
lusinghiera lettera di presentazione al granduca di Toscana, rilasciatagli
dall'amico ed estimatore, il padre provinciale di Calabria fra Polistena, C.
partì da Napoli alla volta di Firenze, con il suo carico di libri e
manoscritti, contando su di un posto di insegnante a Pisa o a Siena. La
prudente diffidenza di Ferdinando I, che non mancò di chiedere informazioni sul
suo conto al cardinale Del Monte, ottenendo una risposta negativa, spinse il 16
ottobre Campanella a lasciare Firenze per Bologna, dove l'Inquisizione, che lo
sorvegliava, per mezzo di due falsi frati gli rubò gli scritti che si portava
appresso, per poterli esaminare in cerca di prove a suo danno. Ai primi del
1593 Campanella fu a Padova, ospite del convento di Sant'Agostino. Qui, tre
giorni dopo il suo arrivo, il Padre generale del convento venne nottetempo
sodomizzato da alcuni frati, senza che egli potesse identificarli, e perciò,
fra i tanti sospettati del grave abuso, anche il C. fu messo sotto inchiesta.
Non si sa se dall'inchiesta si passò a un processo che abbia visto imputato,
tra gli altri frati, anche C.: in ogni caso egli ne uscì innocente. Rimase a
Padova, probabilmente con la speranza di trovarvi lavoro; vi incontrò Galileo e
conobbe il medico e filosofo veneziano Andrea Chiocco. Ma il Sant'Uffizio lo
teneva ormai sotto osservazione: fu nuovamente arrestato. Fu accusato di: aver
scritto l'opuscolo De tribus impostoribusMosè, Gesù e Maomettodiretto contro le
tre religioni monoteiste, un libro della cui esistenza allora si favoleggiava,
ma che nessuno aveva mai letto; sostenere le opinioni atee di Democrito,
evidentemente un'accusa tratta dall'esame del suo scritto De sensu rerum et
magia, rubatogli a Bologna; essere oppositore della dottrina e dell'istituzione
della Chiesa; essere eretico; aver disputato su questioni di fede con un
giudaizzante, forse condividendone le tesi, e di non averlo comunque denunciato;
aver scritto un sonetto contro Cristo, il cui autore sarebbe stato però,
secondo Campanella, Pietro Aretino; possedere un libro di geomanzia, che in
effetti gli fu sequestrato al momento dell'arresto. A Padova, in un primo tempo
gli furono contestate solo le ultime tre accuse: per estorcere le confessioni,
Campanella e due imputati presunti «giudaizzanti», Ottavio Longo, originario di
Barletta, e Giovanni Battista Clario, di Udine, medico dell'arciduca Carlo
d'Asburgo, furono sottoposti a tortura. Nel frattempo, dall'esame del suo De
sensu rerum, fatto a Roma, dovettero trarsi nuove imputazioni, che richiesero
lo spostamento del processo da Padova a Roma, dove infatti Campanella fu
condotto e rinchiuso nel carcere dell'Inquisizione, Per difendersi dalle nuove
accuse di essere oppositore della Chiesa, Campanella scrisse già nel carcere
padovano un De monarchia Christianorum, perduto, e il De regimine ecclesiae, ai
quali fece seguito, nel 1595, per contestare l'accusa di intelligenza con i
protestanti, il Dialogum contra haereticos nostri temporis et cuisque saeculi
e, a difesa dell'ortodossia di Telesio e dei suoi seguaci, la Defensio
Telesianorum ad Sanctum Officium. La tortura cui fu sottoposto nell'aprile del
1595 segnò la pratica conclusione del processo: il 16 maggio C. abiurava nella
chiesa di Santa Maria sopra Minerva e veniva confinato nel convento domenicano
di Santa Sabina, sul colle Aventino. Le disavventure giudiziarie di Campanella
non finirono però qui. Il 31 dicembre 1596 era stato liberato dal confino di
Santa Sabina e assegnato al convento di Santa Maria sopra Minerva; intanto, a
Napoli, un concittadino di C., condannato a morte per reati comuni, Scipione
Prestinace, prima di essere giustiziato, forse per ritardare l'esecuzione,
denunciava diversi suoi conterranei e il Campanella in particolare, accusandolo
di essere eretico: così, il 5 marzo, Campanella fu nuovamente arrestato.[25]
Non si conoscono i precisi contenuti della deposizione del Prestinace né i
dettagli del nuovo processo, che si concluse: nella sentenza, Campanella fu
assolto dalle imputazioni e, diffidato dallo scrivere, liberato «sub cautione
iuratoria de se representando toties quoties», finché, consegnato ai suoi
superiori, questi lo confinino in qualche convento «senza pericolo e scandalo».
In tutto questo periodo di tempo, il Campanella non era certamente rimasto
inoperoso nemmeno sotto l'aspetto della produzione speculativa e letteraria:
oltre agli scritti difensivi del De monarchia, del Dialogo contro i Luterani e
del De regimine, e ai Discorsi ai prìncipi d'Italia, che è un tentativo di
captatio benevolentiae all'indirizzo della Spagna, giustificato dalla difficile
situazione giudiziaria, scrisse l'Epilogo magno, destinato a essere integrato
nella successiva Philosophia realis, con il Prodromus philosophiae
instaurandae, l'Arte metrica, dedicata al compagno di sventura Clario, la
Poetica, dedicata al cardinale Cinzio Aldobrandini, e i perduti Consultazione
della repubblica Veneta, Syntagma de rei equestris praestantia, De modo sciendi
e Physiologia. Ai primi del 1598 Campanella prese la via di Napoli, dove si
fermò diversi mesi, dando lezioni di geografia, scrivendo le perdute
Cosmographia e Encyclopaedia facilis e terminando l'Epilogo Magno. In luglio
s'imbarcò per la Calabria: sbarcato a Piana di Sant'Eufemia, raggiunse Nicastro
e di qui, il 15 agosto, Stilo, ospite del convento domenicano di Santa Maria di
Gesù. Per poco tempo il Campanella rimase tranquillo in convento, dove scrisse
il piccolo trattato De predestinatione et reprobatione et auxiliis divinae
gratiae, nel quale affermò la dottrina cattolica del libero arbitrio. In un
abbozzo dei suoi Articuli prophetales, appare già l'attesa del nuovo secolo che
gli sembra annunciato da fenomeni straordinari: inondazioni del Po e del
Tevere, allagamenti e terremoti in Calabria, il passaggio di una cometa,
profezie e coincidenze astrologiche. Un nuovo mondo sembra alle porte, a
sostituire il vecchio che in Calabria, ma non solo, vedeva «i soprusi dei
nobili, la depravazione del clero, le violenze d'ogni specie la Santa Sede
sanciva i soprusi e proteggeva i prepotenti. Il clero minore, corrottissimo nei
costumi, abusava ogni giorno più delle immunità ecclesiastiche, e profanava in
ogni modo il suo ufficio. Fazioni avverse contendevano talvolta aspramente tra
loro, e non poche lotte erano coronate da omicidi e delitti d'ogni specie.
Gruppi di frati si davano alla campagna, e, forniti di comitive armate, agivano
come banditi, senza che il governo riuscisse a colpirli. I nobili e le famiglie
private, dilaniate da inimicizie ereditarie, tenevano agitato il paese con
combattimenti incessanti tra fazioni l'estrema severità delle leggi, che
comminavano la pena di morte per moltissimi delitti anche minimi la frequenza
delle liti e delle contese, aumentavano in maniera preoccupante il numero dei
banditi». In tale situazione di degrado e nell'illusione di un rivolgimento già
scritto nelle stelle, Campanella progettò, senza preoccuparsi di valutare
realisticamente le possibilità di realizzazione, la costituzione in Calabria di
una repubblica ideale, comunistica e insieme teocratica. Era necessario per
questo cacciare gli Spagnoli, ricorrendo anche all'aiuto dei Turchi: cominciò a
predicare dai primi mesi del 1599 l'imminente ed epocale rivolgimento, intessendo
nell'estate una fitta trama di contatti con le poche decine di congiurati che
aderirono a quella fantastica impresa. Le autorità ebbero ben presto sentore
del tentativo di insurrezione e in agosto truppe spagnole intervennero a
rafforzare i presidi. Il 17 agosto Campanella fuggì dal convento di Stilo,
nascondendosi prima a Stignano, poi nel convento di Santa Maria di Titi;
infine, nascosto in casa di un amico, progettò di imbarcarsi da Roccella, ma
venne tradito e consegnato il 6 settembre agli spagnoli. Incarcerato a
Castelvetere, il 10 settembre firmò una confessione nella quale faceva i nomi
dei principali congiurati, negando ogni sua partecipazione all'impresa. Ma le
testimonianze dei suoi complici erano concordi nell'indicarlo come capo della cospirazione.
Trasferito a Napoli insieme ai suoi compagni di avventura, Campanella fu
rinchiuso in Castel Nuovo. Avvenne il riconoscimento formale dell'accusato,
descritto come «giovane con barba nera, vestito di abiti civili, con cappello
nero, casacca nera, calzoni di cuoio e mantello di lana». Il Santo Uffizio non
ottenne dall'autorità spagnola che i religiosi imputatiCampanella e altri sette
frati domenicanifossero trasferiti a Roma e papa Clemente VIII, l'11 gennaio
1600, nominò il nunzio a Napoli, Jacopo Aldobrandini e don Pedro de Vera, che
fu fatto ecclesiastico per l'occasione, giudici nel processo che si sarebbe
tenuto a Napoli. Ad essi venne aggiunto il 19 aprile il domenicano Alberto
Tragagliolo, vescovo di Termoli, già consultore nel primo processo, scelto dal
papa per trattare in modo favorevole Campanella, poiché Clemente VIII era,
anche se prudentemente, antispagnolo. C. era passato sotto la giurisdizione del
Sant'Uffizio, che nessun tribunale statale poteva violare, nemmeno nei casi di
lesa maestà. Ciò permise di ritardare la prevedibile condanna a morte del
frate. Durante il processo presieduto dal vescovo Benedetto Mandina,
Campanella, sotto tortura, riconobbe le proprie eresie e, in quanto relapso,
diventò passibile della pena capitale. La sua strategia di difesa, disperata e
rischiosissima, fu quella di fingersi pazzo, poiché un eretico insano di mente
non poteva essere messo a morte dal Sant'Uffizio. I giudici, dubbiosi, lo
sottoposero il 18 luglio, per un'ora, al supplizio della corda per fargli
confessare la simulazione, ma egli resistette, rispondendo alle domande
cantando o dicendo cose senza senso. L'accettazione da parte dei giudici della
pazzia avvenne il 4 e 5 giugno 1601, durante una terribile seduta di tortura
denominata "la veglia", che consistette in 40 ore di corda alternata
al cavalletto, con tre brevi interruzioni. La resistenza morale e fisica di
Campanella gli permise di superare la prova, anche se rimase poi tra la vita e
la morte per sei mesi. Frontespizio della Metaphysica Trascorse 27 anni in
prigione a Napoli. Durante la prigionia scrisse le sue opere più importanti: La
Monarchia di Spagna, Aforismi Politici (1601), Atheismus triumphatus, Quod
reminiscetur, Metaphysica, Theologia, e la sua opera più famosa, La città del
Sole, in cui vagheggiava l'instaurazione di una felice e pacifica repubblica
universale retta su principi di giustizia naturale. Egli addirittura intervenne
sul cosiddetto “primo processo a Galileo Galilei” con la sua coraggiosa
Apologia di Galileo. Fu infine scarcerato nel 1626, grazie a Maffeo Barberini,
arcivescovo di Nazareth a Barletta, poi papa col nome di Urbano VIII, che
personalmente intercedette presso Filippo IV di Spagna. Campanella fu portato a
Roma e tenuto per qualche tempo presso il Sant'Uffizio; fu liberato
definitivamente. Visse per V anni a Roma, dove e il consigliere di Urbano VIII
per le questioni astrologiche, avendo con successo, secondo il Papa, impedito
il verificarsi di profezie che preannunciavano la sua morte imminente in occasione
di due eclissi. Però, una nuova cospirazione in Calabria, portata avanti da uno
dei suoi seguaci, gli procurò nuovi problemi. Con l'aiuto del cardinale
Barberini e dell'ambasciatore francese de Noailles, fuggì in Francia, dove e
benevolmente ricevuto alla corte di Luigi XIII. Protetto da Richelieu e
finanziato dal re, vive al convento parigino di Saint-Honoré. Il suo saggio e
un poema che celebrava la nascita del futuro Luigi XIV (Ecloga in portentosam
Delphini nativitatem). Gli è stato dedicato un asteroide, 4653 Tommaso. Il
pensiero di C. prende le mosse, in età giovanile, dalle conclusioni cui era
giunto Bernardino Telesio; egli si riallaccia quindi al naturalismo telesiano,
sostenendo che la natura vada conosciuta nei suoi propri principi, che sono tre:
caldo, freddo e materia. Essendo tutti gli esseri formati da questi tre
elementi, allora gli esseri della natura sono tutti dotati di sensibilità, in
quanto la struttura della natura è comune a tutti gli enti; quindi mentre
Telesio aveva affermato che anche i sassi possono conoscere, Campanella porta
all'esasperazione questo naturalismo, e sostiene che anche i sassi conoscono,
perché nei sassi noi ritroviamo questi tre principi, ovvero caldo, freddo e
massa corporea (materia). Il problema della conoscenza (e la rivalutazione
dell'uomo) Il naturalismo di Campanella, in conseguenza di ciò, comporta una
teoria della conoscenza essenzialmente sensistica: egli sosteneva infatti che
tutta la conoscenza è possibile solo grazie all'azione diretta o indiretta dei
sensi, e che Colombo aveva potuto scoprire l'America perché si era rifatto alla
sensazione, non di certo alla razionalità. La razionalità deriva dalla
sensazione: non esiste una conoscenza razionale intellettiva che non derivi da
quella sensitiva. Tuttavia C., a differenza di Telesio, cerca di rivalutare
l'uomo e pertanto afferma l'esistenza di due tipi di conoscenze: una innata,
una sorta di coscienza interiore, e una conoscenza esteriore, che si avvale dei
sensi. La prima è definita ‘sensus inditus', che è la conoscenza di sé, la
seconda ‘sensus additus' che è la conoscenza del mondo esterno. La conoscenza
del mondo esterno appartiene a tutti, anche agli animali; la conoscenza di sé,
invece, appartiene solo all'uomo, ed è la coscienza di essere un essere pensante.
Campanella si rifà ad Agostino d'Ippona, poiché afferma che noi possiamo
dubitare della conoscenza del mondo esterno, mentre non possiamo dubitare della
conoscenza di sé. Questo ‘sensus inditus' sarà poi il punto essenziale della
filosofia cartesiana, che si basa sul ‘cogito': io penso quindi esisto (cogito
ergo sum). La religione e la politica In base a queste premesse, Campanella si
sofferma sulla religione che egli distingue in due tipologie: una religione
naturale e religioni positive. La religione naturale è una religione che
rispetta l'ordine universale dell'universo stesso; le religioni positive sono
invece religioni che vengono imposte dallo stato. Campanella afferma però che
il cristianesimo è l'unica religione positiva, poiché è imposto dallo stato, ma
al contempo coincide con l'ordine naturale (cui però aggiunge il valore della
rivelazione). Tuttavia anche questa teoria della religione razionale
contrastava con i dogmi della Chiesa della Controriforma. Egli sostenne, del
resto, la superiorità del potere temporale su quello spirituale, individuando
poi il potere supremo, di volta in volta, nella Spagna e poi nella Francia, a
seconda di convenienze politiche e personali. La città del Sole Magnifying
glass icon mgx2.svg La città del Sole. Civitas Solis Campanella fu autore anche
di un'importante opera di carattere utopico, ovvero La città del Sole. Nella
Città del Sole egli descrive una città ideale, utopica, governata dal
Metafisico, un re-sacerdote volto al culto del Dio Sole, un dio laico proprio
di una religione naturale, di cui C. stesso è sostenitore, pur presupponendo
razionalmente che coincida con la religione cristiana. Questo re-sacerdote si
avvale di tre assistenti, rappresentanti le tre primalità su cui si incentra la
metafisica campanelliana: Potenza, Sapienza e Amore. In questa città vige la
comunione dei beni e la comunione delle donne. Nel delineare la sua concezione
collettivista della società, Campanella si rifà a Platone (V secolo a.C.) e
all'Utopia di Moro. Fra gli antecedenti dell'utopismo campanelliano è da
annoverare anche La nuova Atlantide di Francesco Bacone. L'utopismo partiva dal
presupposto che, poiché non si poteva realizzare un modello di Stato che
rispecchiasse la giustizia e l'uguaglianza, allora questo Stato si ipotizzava,
come aveva fatto a suo tempo Platone. È però importante sottolineare che,
mentre Campanella tratta una realtà utopistica, Niccolò Machiavelli rappresenta
la realtà concretamente, e la sua concezione dello Stato non è affatto
utopistica, ma assume una valenza di metodo di governo, finalizzato ad ottenere
e mantenere stabilmente il potere. Interpretazioni storiografiche del pensiero
politico L'incertezza è già evidente nell'interpretazione della critica
idealistica, che, nei limiti di una conoscenza ancora incompleta dell'opera,
coglie nel pensiero campanelliano un deciso orientamento in direzione del
moderno immanentismo, contaminato tuttavia da residui del passato e della
tradizione cristiana e medioevale. Per Silvio Spaventa, Campanella è il "filosofo
della restaurazione cattolica", in quanto la stessa proposizione che la
ragione domina il mondo, è inficiata dalla convinzione che essa risieda
unicamente nel papato. Non molto dissimile la lettura di Francesco de Sanctis:
"Il quadro è vecchio, ma lo spirito è nuovo. Perché Campanella è un
riformatore, vuole il papa sovrano, ma vuole che il sovrano sia ragione non
solo di nome ma di fatto, perché la ragione governa il mondo". È la
ragione che determina e giustifica i mutamenti politici, e questi ultimi
"sono vani se non hanno per base l'istruzione e la felicità delle classi
più numerose". Tutto ciò conduce Campanella, secondo il pensiero
idealista, alla concezione di un moderno immanentismo. Opere Aforismi politici,
A. Cesaro, Guida, Napoli An monarchia Hispanorum sit in augmento, vel in statu,
vel in decremento, L. Amabile, Morano, Napoli Antiveneti, L. Firpo, Olschki,
Firenze; Apologeticum ad Bellarminum, G. Ernst, in «Rivista di storia della
filosofia», Apologeticus ad libellum ‘De siderali fato vitando’, L. Amabile,
Morano, Napoli Apologeticus in controversia de concepitone beatae Virginis, A.
Langella, L'Epos, Palermo 2004 Apologia pro Galileo, Michel-Pierre Lerner.
Pisa, Scuola Normale Superiore, Apologia pro Scholis Piis, L. Volpicelli,
Giuntine-Sansoni, Firenze 1960 Articoli prophetales, G. Ernst, La Nuova Italia,
Firenze; Astrologicorum libri VII, Francofurti L'ateismo trionfato, ovvero
riconoscimento filosofico della religione universale contra
l'antichristianesimo macchiavellesco, G. Ernst, Edizioni della Normale, Pisa;
De aulichorum technis, G. Ernst, in «Bruniana e Campanelliana» Avvertimento al
re di Francia, al re di Spagna e al sommo pontefice, L. Amabile, Morano, Napoli
Calculus nativitatis domini Philiberti Vernati, L. Firpo, in Atti della R.
Accademia delle Scienze di Torino, 74, 1938-1939 Censure sopra il libro del
Padre Mostro [Niccolò Riccardi]. Proemio e Tavola delle censure, L. Amabile,
Morano, Napoli; Censure sopra il libro del Padre Mostro: «Ragionamenti sopra le
litanie di nostra Signora», A. Terminelli, Edizioni Monfortane, Roma
Chiroscopia, G. Ernst, in «Bruniana e Campanelliana», I, La città del Sole, L.
Firpo, Laterza, Roma-Bari Commentaria super poematibus Urbani VIII, codd. Barb.
Lat.; Biblioteca Vaticana Compendiolum physiologiae tyronibus recitandum, cod.
Barb. Lat. 217, Biblioteca Vaticana Compendium de rerum natura o Prodromus
philosophiae instaurandae, FrancofurtiCompendium veritatis catholicae de
praedestinatione, L. Firpo, Olschki, Firenze 1951 Consultationes aphoristicae
gerendae rei praesentis temporis cum Austriacis ac Italis, L. Firpo, Olschki,
Firenze 1951 Defensio libri sui 'De sensu rerum', apud L. Boullanget, Parisiis
1636 Dialogo politico contro Luterani, Calvinisti e altri eretici, D. Ciampoli,
Carabba, Lanciano 1911 Dialogo politico tra un Veneziano, Spagnolo e Francese,
L. Amabile, Morano, Napoli Discorsi ai principi d'Italia, L. Firpo, Chiantore,
Torino 1945 Discorsi della libertà e della felice soggezione allo Stato
ecclesiastico, L. Firpo, s.e., Torino Discorsi universali del governo
ecclesiastico, L. Firpo, POMBA, Torino Disputatio contra murmurantes in bullas
ss. Pontificum adversus iudiciarios, apud T. Dubray, Parisiis Disputatio in
prologum instauratarum scientiarum, R. Amerio, SEI, Torino 1953 Documenta ad
Gallorum nationem, L. Firpo, Olschki, Firenze Epilogo Magno, C. Ottaviano, R.
Accademia d'Italia, Roma Expositio super cap. IX epistulae sancti Pauli ad
Romanos, apud T. Dubray, Parisiis 1636 Index commentariorum Fr. T. Campanellae,
L. Firpo, in «Rivista di storia della filosofia», II, Lettere , G. Ernst,
Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma; Lista dell'opere
di C. distinte in tomi nove, L. Firpo, in «Rivista di storia della filosofia»,
II, 1947 Medicinalium libri VII, ex officina I. Phillehotte, sumptibus I.
Caffinet F. Plaignard, Lugduni 1635 Metafisica, Giovanni Di Napoli, (brani
scelti del testo latino e traduzione italiana, 3 volumi), Bologna, Zanichelli
1967 Metafisica. Universalis philosophiae seu metaphysicarum rerum iuxta propria
dogmata. Liber 1ºPonzio, Levante, Bari Metafisica. Universalis philosophiae seu
metaphysicarum rerum iuxta propria dogmata. Liber 14º, T. Rinaldi, Levante,
Bari 2000 Monarchia Messiae, L. Firpo, Bottega d'Erasmo, Torino 1960
Philosophia rationalis, apud I. Dubray, Parisiis (comprende Logicorum libri
tres) Philosophia realis, ex typographia D. Houssaye, Parisiis 1637 Philosophia
sensibus demonstrata, L. De Franco, Vivarium, Napoli 1992 Le poesie, F.
Giancotti, Einaudi, Torino; Poetica, L. Firpo, Mondatori, Milano 1954 De
praecedentia, presertim religiosorum, M. Miele, in «Archivum Fratrum
Praedicatorum», LII, 1982 De praedestinatione et reprobatione et auxiliis
divinae gratiae cento Thomisticus, apud I. Dubray, Parisiis 1636 Quod
reminiscentur et convertentur ad Dominum universi fines terrae, R. Amerio,
MILANI, Padova (L. I-II), Olschki, Firenze; Del senso delle cose e della magia,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2003 De libris propriis et recta ratione. Studendi
syntagma, A. Brissoni, Rubbettino, Soveria Mannelli Theologia, L. , Libro
Primo, Edizione Romano Amerio, Vita e Pensiero, Milano, 1936. Scelta di alcune
poesie filosoficheChoix de quelques poésies philosophiques, Edizione Marco
Albertazzi, Traduzione francese di Franc Ducros, La Finestra editrice, Lavis
Campanella nel cinema La città del sole, regia di Gianni Ameliol A. Casadei, M.
Santagati, Manuale di letteratura italiana medievale e moderna, Laterza,
Roma-Bari; Firpo, C. «Dizionario biografico degli Italiani», Roma 1974: «Non
hanno fondamento le asserzioni ricorrenti, attizzate da un patetico
campanilismo, che lo vorrebbero nato nel vicino comune di Stignano». Nel
Novecento nacque una disputa campanilistica tra il comune di Stilo e quello di
Stignano, che rivendica di aver dato i natali al filosofo calabrese e indica
nel proprio territorio la presunta casa natale di Campanella In Luigi Firpo, I
processi di C., Roma; In Opere di Tommaso Campanella, Alessandro d'Ancona,
Torino 185412. Un decreto del 16 maggio 1968 ad opera del Ministero della
Pubblica Istruzione Caleffi fissa la casa natale di Tommaso Campanella
nell'attuale Comune di Stignano, al tempo casale del vastissimo territorio di
Stilo, adducendo a prova del fatto l'archivio provinciale di Napoli. La
differente indicazione del cognome della madre, Basile e Martello, fa ritenere
che quest'ultimo sia un soprannome Massimo Baldini,Nota biobibliografica, in T.
Campanella, La Città del Sole, Newton Compton, Roma; C. Syntagma de libris
propriis et recta ratione studendi, I Germana Ernst, Tommaso C.: The Book and
the Body of Nature; Springer Netherlands,. Gli amici Giovanni Francesco Branca,
medico di Castrovillari, e Rogliano da Rogiano, entrambi telesiani, gli
segnalarono il libro dell'aristotelico Marta, il Propugnaculum Arìstotelis
adversus principia B. Telesii, Roma; Philosophia sensibus demonstrata,
impressum Neapoli per Horativm Salvianum 1591 Il libro è andato perduto T.
Campanella, Syntagma de libris propris14 John M. Headley, Tommaso Campanella
and the Transformation of the World, Princeton University Press. T. C., De
sensu rerum et magia, II, 26 Pubblicata da Spampanato in Vita di Giordano
Bruno, Messina; Il cardinale rispose che l'inquisitore fra Vincenzo da
Montesanto gli aveva riferito che del Campanella «si rivedono molti libri pieni
di leggerezza e vanitade, e ancora non sono chiari se vi sia cosa che
appartenghi alla religione»; cfr: lettera del Del Monte a Ferdinando I del 25
settembre 1592 in Archivio di Stato di Firenze, Mediceo, f. 3759 La vicenda di
questo sequestro, simulato con il furto, è esaminata da Luigi Firpo, Appunti
campanelliani, in «Giornale critico della filosofia italiana Non vi sono
documenti relativi a quell'episodio, essendone unica fonte lo stesso Campanella
in due sue tarde lettere, a papa Paolo V e a Schoppe il 1º giugno dello stesso
anno, nelle quali Campanella sottolinea la sua innocenza senza entrare in
dettagli. Campanella, lettera a Kaspar Schoppe del 1º giugno 1607: «accusarunt
me quod composuerim librum de tribus impostoribus, qui tamen invenitur typis
excusis annos triginta ante ortum meum ex utero matri». Due libri di simile
contenuto furono scritti soltanto alla fine del Seicento e ai primi del
Settecento. Campanella, ivi: «quod sentirem cum Democrito, quando ego iam
contra Democritum libros edideram». Ibidem: «quod de ecclesiae republica et
doctrina male sentirem». Ibidem: «quod sim haereticus». C., lettera al papa:
«Primo ex dicto unius judaizantis molestatus». Il giudaizzante dovrebbe essere
un certo Ottavio Longo da Barletta, anch'egli arrestato a Padova e processato a
Roma. Ibidem: «secundo ob rythmum impium Aretini non meum». «Lecta depositione
Scipionis Prestinacis de Stylo, Squillacensis Diocesis, facta in Curia
archiepiscopali Neapolitana, Illustrissimi et Reverendissimi Domini Cardinales
generales Inquisitionis praefatae mandaverunt dictum fratrem Thomam reduci ad
carceres dictae Sanctae Inquisitionis», in L. Firpo, I processi di Tommaso
Campanella88 C. Dentice di Accadia, Tommaso Campanella, Opere Tommaso
Campanella, Apologia pro Galileo, Frankfurt am Main, Gottfried Tampach, 1622.
Tommaso Campanella, Metaphysica, 1, Paris, 1638. Tommaso Campanella,
Metaphysica, Paris. Tommaso Campanella, Metaphysica, 3, Paris, . C., Poesie,
Bari, Laterza; C., Medicinalium libri, Lugduni, ex officina Ioannis Pillehotte:
sumptibus Ioannis Caffin, et Francisci Plaignard, 1635. Delle virtù e dei vizi
in particolare, testo critico e traduzione Romano Amerio, Ed. Centro
internazionale di studi umanistici, Roma Studi Luigi Amabile, Fra Tommaso
Campanella, la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia, 3 voll., Morano,
Napoli (ristampa anastatica, Franco Pancallo Editore, Locri 2009). ID.,
L'andata di Fra Tommaso Campanella a Roma dopo la lunga prigionia di Napoli,
Memoria letta all'Accademia Reale di Scienze Morali e Politiche, Tipografia
della Regia Università, Napoli (ristampa anastatica, Franco Pancallo Editore,
Locri). ID., Fra Tommaso Campanella ne' castelli di Napoli, in Roma ed in
Parigi, 2 voll., Morano, Napoli Giuliano F. Commito, IUXTA PROPRIA PRINCIPIA
Libertà e giustizia nell'assolutismo moderno. Tra realismo e utopia, Aracne,
Roma; Cunsolo, Tommaso Campanella nella storia e nel pensiero moderno: la sua
congiura giudicata dagli storici Pietro Giannone e Carlo Botta, Officina F.lli
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iliesi.cnr. Le opere di Campanella, su bivio.filosofia.sns. Historiographiae
liber unus iuxta propria principia, su imagohistoriae.filosofia.sns. testo
tratto da Tutte le opere di C., Milano; Germana Ernst, C., in Edward N. Zalta,
Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and
Information (CSLI), Stanford. Filosofia Letteratura Letteratura Filosofo
Teologi italiani Poeti italiani Professore Stilo Parigi Domenicani italiani
Letteratura utopica Accademia cosentina Vallata dello Stilaro Ermetisti
italianiAforisti italianiItaliani emigrati in Francia. C. STYtL. ORD. PRED.
PHILOSOPHI RATIONALIS PARTES V Videlicct: GRAMMATICA DIALECTICA RHETORICA
POETICA HISTORIOGRAPHIA iuxta propria principia. S V ORVM OPERVM PARISIIS apud
BRAY, via lacobHi, sub Spicis Maturis. iZMtn Pmilfgh Rfgis. ILLVSTRISSIMO y
/tAIOyB' EXCELLENTISSIMO D FRANCISCO COMITI DE NOAILLES; vt nuf uc Ordinis
Rcgij £quici Torquato Rhutcnorum ac Supcrioris Anierhias trx^ fcdto, Regi/c]uc
Chriftianifliuii, apud Summum Ponuticcm Oiatori. £ TI LLVSTRJSSJM0 C Ji
EFERE2SSIMO V. CAR. DENOAILLES. EPISCOPO SANFLORENSI; intcrioris Consilii Regii
McflbrisFia^us. optinui, mci fcxuatorjbus» S. P. £ natitudinif ita me liht
dcmncit, Excellcnci|fimcComc, vr ntm ftaihmeus, effi Jeieam 4tft€ velim, Et cum
tumm era 'JidQtm manitumm tiK ucQM€nfar€ necmejun uekm; hocmihireJldt (ptod
pofpmt Muft yVtnuUis temporibus teflimonium Vmutumac meritorum tuorum
tdceatur-i fmllaque obliuione dcleantur, Libertatem, honorem, vi- Mm tibideheo
Cum enim jynagd Potentium [non Deum neejuejusy nequefaSyVerentes yfed venantes
gratiam faljts ha- inisfatffijuevenabuHs a Catholico "Rege ypofquam in
pri^ maperfecutione mc innocentem perDf^cem Alb^t declaraue- T/ttytanquam
iterum :(elantes pro Regno ipfns, ijuo poffcnt Regno ipfus longo tempore ad
diuitias cjT* honores laruatos comparandum ahuti ] perque Vim perque dolos, in
partem frada inuidis falfs etiam fratribus illeflis, dum moror in
Ciuitatefan{}a y conarentttrinnocentiftmumadnecem traherr Th (G cncf o(c Heros)
mcy cjuem tota fere Romayfum- mufq; Pontifex fcicnttjs et xirtuiibus cunitis
nedum iujhtid omatiffmusy innocentidCHftoSyfapieim amator diljif ejfent a
violentia infdijs pojfetueriy incolumem feruajli: ecum explorarenthoftes me
intuis edibus refugientemy tu illoruehi debas interea technaSjdum tuo curru
noflu fub altma veftc per 4tli} portam veilum y tuifji literls ad Principes et
Confules, obuios futuros commendatUy ad Chriftutnifiimii \fqy Regem ifjnocentum
Refugium, FILOSOFI ac piorum hominum Tutelam,Mep:e Regis Regum brachium y nauis
Pctri facra aochoram, me tranfmitrerei. Mon fufticit Calamus animi. m
robur,fagacitatem, induftriam, c!T infignia in hoc euen eufaflay diaue
describere. Jd illustrissimum ac reverendissimum Eptfcopum Sanflorenfem ParifioSy
te iubenteytan- (femapplicui.Vtztctefttuus ideftfctizkct tUfuxta Gellij
£thimologiam natura legem, ideoprorfus \t tu mihi af- juit, J^m c ad te
Jemomeus^magnamme Carolejqui humani simere€fpifiimeperegririantm,refodH lajfum
et ft nedefunilwn ad vitam rtuocafh^ O* tandem inuiciifsim» Re^j
regijsfaumbuscwmldM&f meexhihmfiu Imem fAi ^iddefterate G allorum hijlorici
narrant ^ et Poetacanunt spes QhriJlianAreipuhlica prafumitexfc[}atq\, Vmo
ftutus a miftriss eSr fecurus a calumnijs, ratias Deo ty lemenrifsimo Re^ ac
Mmijlris heroicif, nempe fratribid nobuf imis Noalhjs. Haud efude audco
Antiptis fufsim DoBtfsmicmfofitosmof€sac Prafiamiamenarrare, uam [drJkoma(Sr
GdUiaadmrantur, et quos euulgauitlibros de I mpmo iufli et de Triumpho
Virtutts, eruditione ac fapicntia j?!enos, ')4?ijue iffum lofige maps,
^i^mmtifarum pofftt Chtnms praJkcant. Cenerefi Comiiis iam Mcerelaudes
yereor^cumnecflylns Jicpar, ac perfein hijhrtis commenden- tur; a
fuperiortbusemmfecuiss prafulfere. Ncfie enimre' censffigloria \/efiraJed
ah,exarJio RegniFrancorif fflendebat. Jftabanno mmfimo pofi Chriftum natum
certa fcrie fofi guitrandum, qm primus cognommatus efi de Noailles fijue ad
nefira tenfora immmeri de Veftra frofapia cwh 4mnerantm htnes, fiorum alij cum
Dom m j^uitania fr^dpue.tum forisin ifiavna cum Ludouico Kege fan^o fugnando
contra Saracenos fortiter ohierunt i <Jr in Ita^ Md,in Anglia,
Poloma^Thracia, totum queadeo ftri Or. ftmtefTarnm^hononfieentifsimis
legationtbus perui ati eaiu JocistUis pro patria perfecere fuaicam ueRefflus
(jollis 9Uh tmerunt opera fidelem fed sdamjut, vr femfn' meruerint Ismdmahonii
&akipfit^i^mmultisd Jnterauoseminet magnus ille tuus jintonins fatuor Pegi^
ins acumAMli^M^ Cuitjs cor liurdcgfiLut 1 henefafla, tenet honorijicc: corpus
Noaillia, Omino que in bello TerraMartqy iidem pr^clara j^elJirut OmictoQatba
logum hcroum atque geflorum et dtgnitatum perpetua fcrie Jpendentium fwniamtna
modeflia alionim forjan inui. diamihimirificamnarr itionemahradere
iufsityc^uoniam for^ taJfenecUtidihtis augeri, nec ohtrcfldtlombns veflra minui
foteflgloria, renio ad te nohihfsime Comesxujus virtus helli' caapud
RHpcllamaduerfusJnglosenituit et in MonteaU bano dum oppugnatur Virtute Regis,
corufcauit; et qu4 apud Taurinos comtra Hispanos hofles egerisy hifloria non
tacet; trtres inclytifltj tui nuncimitantur. Moxautem in legatione Romana tanta
prudentia te gefsifli, Vf summo pontijici et Romanis Principibus carus,
ratufquc femper effes, ac ftmul Regi tuo fidelifimus \?tihfsimufiji4e ; ^u^ duo
Vix coife in Orator.bus cxteris pojfe \ndtmt(f. Ex hoc jper prouidentiam
Deifalusmeaaffulftt: et cum feruator definls non defiturusy ConferuatorCarolus
frater tuMme Partfisrecepit. Ex hoc debitum perenniterlaudandi Voj,
Praclarissimi fratres, animi et corporis fuhHmitate antijuorum Oallorum
prdfluntiam redolentes, inmere fuhat: cumque non possim perenniter cum
fim/nortaitSy vos immortalitati erbi aterni committere flu- deo, Sciefitiarii
omnium reformatarum per meinergafluhsnu- tu Dei, qui est FILOSOFIA
RAZIONALE,J}>len- dor Rationis diuin^, tcfle Jugufl. \eflro nomini confecro.
Ef^ ' tn hoc volumine GRAMMATICA NON VULGARIS SED PHILOSOPHICA, continens
semina scientiarum et nationum sermocinia et modum grammaticandi secundum
naturam et artem. Hanc Jemanibus sophiflarum nugacium liberatamytibi Liberatori
t ue Orarm^r^flantifsimo^dedtco. jidiacetilh Lo^ic non imehuntuYy dd dircSHonem
cognoscima fictihans human£ inftdurata. Hmc dddidi Rhetoricam j et
Poeticamyjuas in froftilfulofueatascm/fiecittiSyi Mufas duxi, Tandem apponitur
JF/tftorioffraphia, atf Adulatonhus Qfmhus Lofjuacihs denigratdj nunc infmm
reJHtutd pmtaictniytfuEgode vefbm nmim diccn nonMli ui
fejuenturimelligantl^oalUos meos hacmethodo effe dicen" das. Sufcif
ttecrgoeo quo exhihentMrammQ ( Pr^ftantifsimi JDofmnf ) non ingratumfortc namm
nmit^atiferuiveflri, edijue, qua foletit me hcnendentia htmmsre s inquo C. mea
per totum Orhem veftram teftiftcetur henefiden^ tiam, inque \eftram refonet mam
yaktc. Pari/iis : Jic i;. Mairttj X Commiflicne RcuerendiiEini Pacris Fracfis
Nicolii Roduifij S. A- Magiftri» et tocuu Ocdinisnoflffi dicacoium Vicaril
Gcncralis Apodoiici » vidi Tomum primum opcium R. P. M. N E iti€, noftn
Ordinis, Complcdcntem Grammaticam, Logicam, Rhetoricam, rocfmi. t?c
Hirtoriographiam, nihil . iii co concra Cacholicam Fidem miicni > imo omnia
luo Aucore digna, ic quamplurinia ad Theofogiam capcrtcndam cllc iudicaui.
Qpapto- - ptcfojanupropria merubrcripri iuc dic 7. Nouciob. iV. Am^ninui
CtUiuJ^ S, The^Ugtd MCPhiUfcphid Ze^«r,» mm«t CtU^ij 5. ntmuti S, M, fimdentium
Alfli ifler* imfrimMiurJi videhiitur Reucrendt^tw /» M.S^ F^lMiijj, Iybcnttf
Rcuer. P. Nicolao Riccardo» fac, Pal. Apoll. Magiftro 'pcimum volumcnopcium R.
P. Mag. C. Ord. . Prard. Granimatica, Logica, Rcthotici,Pbl:i!>&
Hiftoriographia co«. cextam,non minorc diligencia quam volaprateperlcgt :
nintlc]ue quod 1 Catholicam Iqdac Fidcm, aot Chri(Hanosoncndac mores occui nc;
qjiare pubiicis dignum typis conftanter aflcacro, qub duicifonaB^ htlius
Campanulæ minficus tinnitus r.homnium auribus lladioforum. i cxaudiacur. In
fidcm &'c. Datum Komx m Collcgioiandb Bon^:. ucncuixdic 10, Augufti.
frdTiciicHi Jlfitortiui n fanflc Seu. OrJ, A^in. Ccft, Celie^if S^.Bonaneniurd
in vrhe Regcm e^ l^elior. EG O Fr. Vinccntius Bartolus et c» Thcolog. Magifter
Ord.Pr2d. Vifis fupradidlis atccftationibus, conccdofacultatcmcvordine&
commiflionc R^uercndiflimi P. F. Nicolai RodiilHj nollri Ord. Gen. Magiftri,
R.P. M- F. C., eiufdem Ordinis: Vt librum atticulacuiii RAZIONALE FILOSOFIA
partcscjuinque, typis mandare poflit. In quorum fidem ins meo figillo munitls
manum propciam apporm. Datum Romxin Conucntu S. M. fupcr Mi^ n^am. Dic 14-
Augufti i(»5o.' Locus iigilli, fr. l^mimiBmtht^ ^mptfAmmn prepris^. 1 Ji^ R 1 M
A T V Fr. Ni^Uuu RitCArdins., facri. C. FILOSOFIA RAZIONALE GRAMMATICALIVM III
PARIS Apud BRAY, via lacobii; fub Spicis Maturis. M. DC. XXXVIII. Qm Primlegio
Regis. P^G.verp vltimo.tx iijtge.&c, Pdg.^o. verf. y difbioncs diftin-
giiitur, /<r^f> didbioiies noadiftmgauar. P4i. 91. vfr/l6.pcrci,/f^r, .
pcc t», Pag. 6i.verf. 14.. ficu:. /f^^ lanc. Va^. 5. ver/: 10. vccebimjc. P4.
51. w//: aires, /f; .ai rci. Z»-*. 89- ^'^f- vifi'»»"», amitiim
/<x<r. amatu. P4g 60. pjlt t^^r/: u. pm*tur. Noundum : quod potclUs
impcrarijæftquudoloa iicurnuior, qua maioccm, vc fdc atltros /.1- fidejs. Sei
eadem vox clt ieprccatiuaicum minoc ad maio;cm, vc fal- fium me fac Dem. Cumad
xqaalcm, est confulciua auc hortatiua, vf fugecrMest:r -4t. Et maior cnim
induic voccmx qualis, et miuoiisA- c conuccfo pcr accidcns. Correftio erratorum
in Logica. F.ig.i. verf. 31. faOum, legf fradum. Pag.. verf, 14. voccJi^^*
TOCCt. f>4g. 8. verf 4. quid/^^*quod. p4g. 11. verf 2. vt lege aut. f-i^-
14. vfr/: 8. intcricdliouc, mtcrcaronits.-A-ff-"»' - cxprcfTa, /f^r
cxpretr.Ti. /« e»Jem verf. i3. fy nchailiegoricus, /',^f ryncacheeor«mati(;us.
P^p-. i^, wr/: 17. dcno^iijiaius^^^ djm^A4 4. VfT/. II. vfr/i#, ouAas, lege
gutcas. CorreHio Erratorttm in Toetica. 4 F4r.h. t/^r/:io.rerum./f^* vcrum.
pag.^o.verf. ij fimplici vc nutije^e fimpUci iccuiu.i. vuum. In e^dem verf.
ic^. fic^u coucca, lejre ficuci e concra. tmiUem verf. ^6. profundit,/
pcrfundic. pag.ou »t/:}o.dcuncioncm,/tfr <Jcuocioncm. f^j;. 4?. wr/. 5.
fomctco, /rg:*- folo mctro, fdg, ^s.verf: 10. quanciimquc, legt (^uam^um^quc.
C/r<rr4 difcrettom LcP.orm commmmuf.Se Grammatica iii commttni. Definicio
Grammadcx. GrammatiC4 efi ars inSirHmentaUs T^oluU hu^ mana congtHiy
rationahilitet fir/jplickcr ^ •* dic£ndi,atqtic confcqucnter fcnhcndi^ .
legendi ^mdcfuid animo "^ua^ CHnquc noHtia pcrc€f>imus.IciTVR Ars
infnmentalh t\ Tuo gencre^ica &Hino'riogr3phu, quaroninesluntarics \ki}^
yjf^nicchanicæ,rcd fpcculatiusttai inftrumcn. IX^-^. 4^^/ \{ taiej qiioniam non
pcr fc, fcd proptcr princi- palcs, et proprcraWud funt. Plato ir.
Cratilo.dixit, l^mtmeft infirmwtm mdi^ {uifioKti^ Xoucigo QranMika 1
^rdmmitknUtiih in (lrumcntunicft, vt fuæ partcs. l>ici\.\xx^politit
huHiani^zi, differentiani proedi£lariimartium: nam Logicac (ltn(lrumcn« tum
Mctaphyfici : Rhctorica et Poctica sunt instrumcn- ca Leginjtoris. Grammatica
vero totius communitatis him injr. Siqa idem naturale cClcunclis animantibus in
societate viuentibus ci, qui concipiuncanimo, SIGNIFICARE conui. ifennbus, per
mutua officia copulatis sive propter bonum proprium, fiucahcnum, sive commune
proptcrei fadazfunc voces et orationes, htcrarque vocum particula?, ad
exprimendum orc vel scripto qujc proferri opuscrunt. Grammatica ergo naturalis est
hominis, quatenus poeticus est, anificiahs insuper quatenus voces et orationes
ad tcdum vium confidcrar. Dicitur
grammatica esse ars dicendi. Dicimu« cnrm {'^ ./ quidquid animo concipimus.
Etquia illud idctu fertbimTT5,-a<rcttrunf^ie5 qula legimus scriptum,
ponendum est *ct Atquoniam potest cfl"c grammaticus, qui ncfLit fcnbcrcncc
legere, ut excus, videtur Grammatic; i est c instrumentum dicendi per
cflfentiam A fcibcndi&le gcndiconfcq Mcntcr&ad vfimi. Dicitur congruf
propter concordiam partium orationis t 6c ratiinahiliter ad differentia
sermonrs ac brutorum rautu A f colloquentium naturaliter, iicmadd:
£fcrcntiampcritui. Gramaticorum i vulgari forma. Additur simplicitert iterum ad
differentiam rhetorica et poetica, qaa: ad humanam etiam politiam pertincni sed
addunt figurationcs sii per simplicem sermonem, S\}bdit\ir yqrridcjuid animo
quacumque NOTITIA VEL SIGNUM percepimf, ad difterentiam Hulorio graphite, qiiac
iupponit GrammaticS loquentem dcomnibus et habet proobiedo solum a^ia et di^a
notabiliVx^c natura fjiucpohtia Grammatica vctp omnem fcrraoncm, sive
famih'arem, fiuc epistolarum, sive historicum jfiuc scientificum, rc(f\ificatad
congruitaicm naturalem et artificialem, vt insii patebit. Pritr jc ergo
notiones vocabulis et oratione grammaticali notificant ut : fcicn* tiasvcr6
Loeicafi deindc fcrmonctra«^lamus.la grammaatica ergo cominentur semina
scientiarum. \ o ; cnim aliqi;id taciunt lcirc vulgari modo dc Cim£lis rc- % et
cx his^qua: voce significanius ad scicntias altiorcs cri- Dur. Qu^ippc qua
omnes ex p jecxiftenri fjunt cogniiic vocalnilorum in do oratiorinis; Icd in
inventionc ex inspconibus, et kniauombiis cognoscentis per senso iia ani* s :
et notamis et exptimcDtis per lucras vocales, insonantcs, tanquaoi per
clcincntafira, res prxnbtatas coqtie dtcitutikamnuiica Gi «ecl^MM litcr^m
cdLati^ idc6 in-oaiinalibus cx iiiiip toruih vocabiilofuni : clarationecxof
diaiur; in inucmiufa vcr^ tt imponendo mfcrutationc. xv,: pupicx Grammatica
alia civilis, alia philosophica J ^Iuilis, pctiiiacft, non scientia Constat
enim cx fli^totira* C^tc «fuque clarorum scriptoruni. Hjhc sequitur Sciop« ius
Tutocbtis Lyf fiusjqui tunclcdt sputant^cin: CICERONE am VIRGILIO calknt § et
vocv bu^a U. ph rafcs, ple« anqgc naturaii f arlotaducrla.cji ptincipum.&
vutgi vfu pc» i cptir i tete pjfcia vctii rati^e CfiaftAtjA iamolet. Eft cni
M%icfiigan^ntc Hcausdcnotamisim icftigata, copulanrifque et dri^htntis
rcs»prout in natura cpcriunrur» mcthodu 5. Notatcniroc(rcntias,
aftufqlic,&:hjt» )itiidincs, vt if.fj^ viJcbimiif. Hanc Grammatici vulgares
damnarf ut, fi dixcris, vir# «ofus, ridcanr, qi.oniam CICERONE dicit, ftudiofi)
s:5c cnm vo* :abulacx rcbi]s,non cx autoribus dcccrpimus, exribil.inr. Sco«
iim^findtm Thomam, aliosque, qui mngiscx rci natura oquuntur damnant ifli,
profc£t6 damnati jgnorantix, et Wodicitatiscrgaflulo.Vndi 5 Grcg.
maicftattmvcibi Oci fc rcgults DONATO inclodctcnti^n dcbcrcdcclarauir. Quid
noii obloqiiutiircttmiiouascesifiucnimus vocabulis CICERONE in* 4
(jr.min.itic^lium dicibllcst proptcrcaq ic nou is voccs cxcoc;iramu$ \ NobismJ
uearavocabdla IijBC,prifiialKas, eH\:ntu,cLlcntiarc,matcriarc, 2cc. huturtnodi
CICERONE ncti^uc d Upliccrcnc,liccc ignoca olim. Itcmquc et ip(c ait :
Beatituio et beattta^, vtrunqut ^nm ifeivfu m jlUctuU funt vitUtbmU : cik vbi
'nuUcr^fi* -xpfS «iixic, effcntU. At^Caoli opbis lcgcs pr«(icrtbaac: cr- go^5c
(cieatum coardAnc, ciuam Cmraipfeampliairct, (i occaCio et ftieatia oon
dcfutHeac : U Houcius licecc dixie iempjer. HmttJmiMi Sipajpsm tmideor cum
Ungua Catonls OEnti Sermnem ftstriitm ditdmritjCP* nond rernm Momina proiuUrir,
Lkuii fempenfue Itcchit Signatum frafente nota odticere noniciL. rUto
p(iinu»-dittr,idca: 5c Aristoteles. Eatiielechia: att noiicg O£rimaIitas,
&qiiiddiiasivi4e primam partem Mec* libr. I. D/jfercmia inter CimUm
Philosophicam. Dlffort Gratiimaricaduilis a Philosophica, in vocibusi phraH. In
vocibus iila fe atur auioritatem vfiim} k quo adc6 dircedere tjmet vt nec
novarum rerum vocabula oott^i admicjcac. Vndi polunt dicere, bombardam, fed
tdr* meotumljetticumj quod nomen commune est omoibus machinis: errant ergo
primo trahcntcs proprium ad commune J Sccunvio vniuocamad j Eqiiiuocum: wum cnim
brodium non habcn vocabilum in Latino, rcJ dicitur ius, quod 6c lcgC significat
rconfanduc ergo rcnliim. philosophus vcio vocabulum iniicnict proprium in sua
Graautica. Quoniam il!i vocabu^aaifcdiuanon trahunt a fubllantiuo, (icut
oporter: Vtrcascotmcffuudit virtiiofum, hoc nonTtuntur|fed{\udJo- fii:0 iicunt
i qtifi, vo« longe abcft 4 signiticatione vera, dc )3 im cileoti^ notacc
voluot, dicuot Quod cft quo iud crat cffc, Iiidicro quidem modo: cum vocabulum
quidditas, et e^Tcntia, fint significantiora brcuiora. Bcnibus^ ic dicat Rcx
Turcarum, dicit RcxTiaci^e, tam ridtculosc, juim superstitiose. philolophica
ergo fcdatur commoditatcm, 3c rationcmj vocabula significant ex natura rei et
non confuudanc cn fum metaphora x qui uocatione analogia. Ncctcmpusn; ni6cationis
fruAra cxpcndant(qu6d niaximum cft dctrincntum:) ficuti faciunt Grammatici,
descriptione pro vorabulo utentes. Differunt etiam in phrasi: ciutlis cnim
vtiturphraH accepta in foro et curia apud magnates et plcrumqucdicit aliud i
proprio sensu sed vfusfacir, ut sensum alienum vediat oratio. Sic dicunt idem e
dio tollcrc, prooccidcrc et pcrdcre. Id autem in philosophia significat de
mediocentro m pcri» hcriam trudcrc. Similitcr aiunt, rcdigcrc iiiordincm, pro
>riuarc Magislratu. Atin Philosophia significat ex confuso nordinato, in
ordinem tranfirc j ficuti cum Chaos tolUtui naliquoncgotio, vclinmatcria rerum.
Quaproptcr aos grammaticos nil vcrebimus. Eoum enim est confcruarc vocabula ac
declararc (Imilitcr et DratiorKs:Phik) philosophorum vcr6& Anificu cft inucnirc
et ordinarc. Proptcrca temcritas Pacdagogorum miranda est, cum T hcologos
cm€ndant, proptcrca quod Ciceronis vocabuli 5c phrafi non vtuntuitcum potius
laudarc dcbcrcnr jqiioniAi omnis Artifcx (ux Artis vocabula inucnirc dcbci jfic
clara, kpropria imponerc. Hoc autem palam est, qupniam ex auiusdcfcdu
acciditjvr idem vocabuluiri aliud significat in v- naartc, et aliud iu altera. Unde, apud rusticos, “liber”
significat ‘arboris corticem’. Apud litcraios, “liber” SIGNIFICANT PER
METAPHORAM ‘codicem.’ Apud Politl- :os, libcriatc ffucntcmr; apud oratores,
“liber” significant, per metaonymiam, ‘filium.’ Similiter, “verbum,” apud
grammaticos, est orationis pars significans solum. Apud theologos, “verbum”
significat u test ‘conceptus animi, delaratus aut voce apud
physicosacrisvctbcraiioncm notat, apud vulgus locutionem, 6c aliquando omne
vocabulum. Proptcrca notaui tx Yarronc» et Nonio, &Fcftononcxtarcvoc:»
bulum apud latinos quod plurcs significationcs non habcar, quoniani 6
grammaticalium. /ucccnio Principuni, et rei publicæ mutationcs, 5c f cmpora
jpfairohunt voccsadnouas signirtcaiioacs. Philosophia au-. fcm non (k*.
ria?:crca, Grammntlca ciuilishabct ortatcm, in qua vigcr: et illam amplcduntiir
Grammaiici: dicunt enim sub Cicerone 6v CcrUrcavlulram lingu^m: proprcrca non
Plauti, ncc Ccci!ij»ca? tcrciumqiic fcnprorum priscorum iermoncmac-
ccprantjicurnccrcccntiorum quaiis PliniuSj Ambrosius, Augunini; s, e AQUINO (si
veda) At Philosophica non agnorcit.rtarcm lingua:, sed raiionalitntcm:
amplc^iturqiu: vocabula bona omnium temporum. Proptcrca 3cnoiia fi£ta- quc
vcrba probcconucnicntia rebus diccndis compk^itur iuucnirquc: VI cnim Horat.
ait. Licuit /(mperqjuJic^I^ Signatnm prafente nota producere nomenl Et f hrafim
addcrc: pra:rcrtim cum impcrium rch^gfa,' et artcs nou2 fucccdunt, et loqucndi
modub.-voccs camt proptcrrcs,non rcs proptcrvocc?. Vndc fon.m Eic;c(:.i« fticum
vtitur vocabulishifcc, canontzarc: {piriruali. ctlutura,6J: aliishuiiifmodi in
sensu proprio non L.itin( r»im pri- fcorum.idqucfi accufcs impcritus&rudis
cfiS.NwfwiCLSvnic authoriiaccm vocdbula fiiniunt. OVpCfftitiose colcns
grammaticam civilem, languct id j3pugna fcrbpxumj crbacaptatjrcscfFugiunt quas
præfcrtim ipfc fuis non infignit notis, et notas alienoruin r con fatis notas
colit &: vt Clemens Alexandrinus i. Strom. 3. inquit . funt SophiOa:
infcliccs, nugiscanoris gariicntes,cum in nominum dcbita, et ccrta didionnm
compositione et connexionc tota vita laborent; cicadis apparcnt loquacioics: U
allcgai coiuxa cos rUtoncm, et alios Phi-£amj4ruIlA\ Lfherprmnf. r oibphos
prleium oloacm LcgiUtorcm, ita diccn« xm. Adlingtia afpicitis, dulcia verba
loquentes Quiltbet at vejirum vulpis veSligia Jigit. Cun^is efl vobis petulans
mens. 'ulpesquidem tnfimulatfone iapientja?»quamnonhabent» Sr in latcocinio
alienaf, (unt fyci^i vulpcs :cum enim de fno loo habcanc^ nid vcftes,
quicquiddixete philosophi mutata r^ene verboruni pro fuo vcndunr. Mcns cnim
pctulans vul- pium fui amorccmmfc ipfamdccipit,putatquc fc plus fci- :c,quia
fcit verba, quim qui ics inucQigauit^nec nifi fua
Grammaticavcftiantur,rc^la,&vcra, qu» dicit philosophus, reputaf:
hincaliena vcndit impudentcr profuis, \*r-' xsqiiia ornar fois. Horum fcimo cfl
calix Babylor.is (in-quit Oiigcncsj in qao errores ctiam pro dodrina, nedum
furra, tradunt bibcihia 5ophi(lar* Vakie caucodum eft crgo Phtk>rophfs«oe
tis Aia icriptacrcdanr, qui, (lcut pcrdiX|io« jcne, qt^a^noapepeierunt. Honim
iniidtasmillies expertui :oquor. Cauendwineilctiam Philosopho, ncrpernat citti
edl jQttinmat icam >dum tameo rdHisconueniat rcitis.Con« remnitur enim
d.tbtba petulaoti quafi indoiElus: et pucfi fic^co equaceseorum quorumeft folum
grammattca ri»"ihc tjOtjcat», notanr fimplicitatcmfermonis: rcs cnim
noncurant, quilh|HS£ordctcnusmitcntur et optent pro gnorantibuscoshabcnt,qui
eorutii Grammaticam non (c* [^anrur. «Sdpicnrespauci (unr, (\uItorum
infinitusednumc* rus :hinc eucnit »vt iiUablustaii^a, diMitiis ^dc do^ioa:ho«
Qorc vacueniur* .De partibHs Qrsmmatiea fSf ^^9^ m QVoniamGrammatica
congruitatem 6t(ktonh (cri- prionis habct pio obj c^o di^io autcm iit cx vocabu
s ^ ram matic Aliurn lis : vocabula cx fyllabis-.fyiUbacx liicrisiidcopartcs
Gram- inaticx putantr.r 6c dc litiiis i. dicunt Crammatici om« JiCS. Ittera ^rima parte Grammatica. Litera est elementum
primum, idcoque minimum orationis. Dicitur litcra alituro, quafi cxaro, quohiam
cxararur m orcp^imiItuw««tatuLdlij fcflptura per manuamia, Grammatica Græc;
Jicitur quafi literatura, quoniatn dfuis elementis habet etymologiam.
Poniturclcmcntum loco gcncris. JEfcmcntum cnim cll id, cx quo aliqiiid primitus
componitur. Ponitur primum, ad differentiam syllaba, cx qna secondo componitur
oratio. Ponitur sermonis ad differentiam corpusculonmi atomorum,
qu.rcxiftimanturclc. xncnta rcrum. Additurminimiim, ad ciuficmrci dcdarajioncm:li
cracnim iiidiuiiibilis clh T^e numero Utcrarum. SVnt autcm litcra: viginii trcs
apud latinos A B C D E ^Sj^,i,K,l>m, n, o, p, q, r, f, r, u, x, y, 2, quarum
Latinæ non luntnifi dcccn)& noucm,ctenim K,y,z,x,d Gratcisacccpcrunt :
vtcbnniurcnim pro K, chjpro y,vtcbamur,vjpro duplici s s i pro x,vubaniur,s c.
* 'A;'Tandcm h, nonvidctur cfTc iircra, fcd afpirarfonisnota, addensaliquid
fupra vocalcs. Catulhis cnim narrat Arrium foUrcpronuntiarc Hinlidiaccum h,pro
lulidiæ. ANDO: LibeffrimHsl. POflunt inucniri et alix licer t, vt •, parauna «
et nia. gnumMtcm duplex g:in vulgan cnim sermone aJiter pronunciamus, gli, in
vocabulo agli U in vocabulo mgli gentia. Item non datur g, qua: faciat (bnumx
qualcm cmn omnibus vocalibus. Non cnim ita conronat g,^, (icurg,;, vndc Arabcs
triplcx g, habcnt, iuxta tripliccm pronuM^. tioncmhuius literæ. Pia^tcrca
litcra r, alitcr fonat cum a^ 5cciim ^, coniun£ta; proptcrtabcne fuitaddcrc k,
&ad- dcndacHec altcra litera, qi:a^aicdium fonum habct imer r> et
K>vcin vulgari fcrmonecxpcrimur. Pxxierci litctame- dia imcr dc;^,
rcpcricndæi Tctia litercnim pronuntiamus r, cumdicimiis^rtf/y, et cum dicimus
gr^/i^ > prxfertini in vulgari sermone. Nec fupplet ii;, pro /«nec 0
duplkem^^ji^, appoitas, vtia] ?pgti(ggi4eclarauimus: qua propter dclinea.
uimuschara^tcrem m€diumhac figura, Hi^ani vero fece. runt cum cauda f
Prarccrcsk indigemus dup'ici /, confi suntividcliccr» et voca1i: quem ad modum
Hirpani^&Heb.2c Arabcs vtuntur jproptcr cadiximus ;\longx figura?
consonantem : qui Hcbra?is cft j/ vcrobrcuis vocalcrr. '^I an- dcm
duplici,vocali et consonanti indigemus, quemaJmo- dum Hcbrj:is, et Arabibus
rationabilitcr vfurpatur, alio- C]uin mu!ra vocabula faiso pronunti.bnntL:r»vt
vt^a. vbi nifi secundum altcra figura sciibatui pionuniiaiio fallirni.
Similircr et iuuenis^6i /V/;v//5cc. consonans v, vocari dcbci vau^ et
confonantcs ; Jcd^vcl /«^vt pra:fata lingua admoncnt; Quaproptcr A Iphabctum
nostrum erit quod sequitu|^n. -^,^,f,k,rf^/,^,G,^^;V,/,w,»>^,f,r/,/ r,»,
v,sf, Lkerarum alU ^vocaUs^aliA confonantes. Vocales quiiiqiic a, e^i, o fU^Sc
dicuntur vocales, quoniam aiteda vocali sola, moUica vaticutc tnoduiationis,
expiiiwuntur. Cotsronaotcs ^uat yigititi i^d^fti^G^btj^mj^^f^rJ^ Dicumur
consonantes quofiiam cum vocalibus simul Ib* nant. Instrumenta enim vocis, que
sunt lingua, palatu noi» labia,^ gurguiio, vocem (quateit expirart æris per
arteriam vocalem ibnus) configurant: 6c cum illo dicuntttCCon£6narc non autem
perlbnare vt vocales. ConfonaniiLim alia: dupliccsvt j^jtf,/-, alix simplices»
vt oniacs i^iiqtt^^ 51H3C cnim vilCD» pco duabus; noa autcni Sunt apud Hebræos
dc Arabes duplices dmnesconrotian teSydum pun^o intermedio notantur. Apud nos
vcrb fol«ie x.^yt, ftfnt dupliccs abrque pun&osquas autem vq« lumus
duplicaie» duplici codemcharaærc noeannus. « m Solem contmgi vocales non
eiufdeni generls] con^itmrs, unam syllabam longam qHamms per se ejfent brenes.
Harum comun flio voci' SHr Difhthongus. Sunt autem apui Latinos veteres
Dipliihongl q inqne ^,<r, tu^eUiCiy(cd in v ulgai i Tcl- uionc add Ci t u t
to [ D li ilio gf^qiiot sunt combinationes vocalium inter se, prætcr quam in
fine carminis po<^tici, vbi /ui, tolui, voi, mie &c. pronuntiaiitui
dissyllaba, qu alibi pronuntiantur aiOnofylUba IQirguuntur litec coafonances
iamutaS)&;fcmi-vo* D Mut^ funtnouem. C D F G K P .ii. 7*. Etdicuntur mut( I
qupniam mutum habcnt fonum, quafiGom nuUa vo» cali^vel vocalitatisaffiatu
proBuncjat. Semi-vocales sunt VII. ^.ilf.iV. R,s, j,ViSc dicuntuc semi-vocalcs
quoniam habent partem soni vocalinm .£t quidcni S. apud-^ucretium caJit Inftar
vocalis:ait cnim. Sceftra ^tfku^tadem aliis fopitus quieu efim . I^ta
diftin£lio fuit vcraapud GrnscoSj Hcbrazos.Sc Arabcs: qui lircras pronuntianr
quali diclioncs: dicunt cnim pro J4.B.^lpba,Bita,S) CAkfh.Bct:h.i^Eliph,Bat.
Scd ia idiomatc Latioo pronuntiatui limplici sonodc truncatosi nevocjlibus,
idco omnes sunt routæ: licet non pofllnc pronuntiati fine vocali recunduninos:
tamen secundum nar tvfam. omnes intelliguntur fine vocali nobis qui et vocalest
etiapi truncat): proferimua. D'cLiiKUr liquidx L. H. M. N. quoriini liqucfcunt
m mctrc-.ira, vt fvliabai-n brcucni etiam producanr, accommodantur que
brevitati et produ^iomi dur Tunt qua: fcruant sonum et tempus. Syllaba est Uterarum vfurpatio ]
^nins fo^ ni, "vniufque modulatioms partialis index. Quonia ex literis
syllabx qii possunt esse pars vocabuli propin c^iior:i moiiiatv^y 111 bi t n n
nc iikcnd um; di £t is iryliabano vcrbo Grx. Hoc est comprchcndo iqiionia Qi
plcrumqucplurcs literas comprchcndir. Profe^lb quo nos vti- niur literis, id
valcnt jqua propter usus fecit de litera syllabam, sed non absque raiione;
alioquin de quacumquc litera facerec syllabam. Facit autemdc sola vocali,
quoniam sonum habet, non de consonante, qua: non habcr. Aliquando fic ex duabus
vocalibus j vt diphihongum monosyllabam jali- qia Jo cx vna vocali, &vna
confonanrcjvr,^f,aliqi aJo cx vna vocali e duabus consonantibus vt J?er.
Aliquando cx vna vocali et tribijs conionantilnis, vt, //r./,3c rizjjaliquanJo
cx vna vocili 3 quaruor consonantibus, vt firum jaliquando cx vna vocali q;
iinquc consonantibus, vt j9/rp, Pluribus noa viurur LATINII at Tcutonicis et
Polonis vsurpatur. Vbi vidcs n6/oirc cx pluribus vocalib. fi. rifyllaba, nifi
abinuiccmabrorbcantur, Qcut in diphthongO i sed ex una tanrum quoniam ipsa
sonum pctfc<S^ um habcr. At ex pluribus consonantibus .ficri unam syllabam
vidimus, quoniam per se sonum noa liabent, nifi vocalibus copulatx. Plurcs
autcni ponuntur ai modifiationem illius vocalis, tt quod purus lonus non
SIGNIFICAT, (bni modulatfo SIGNIFICET vt in Mctaph. doccmus, dc nominum
impositione loquentes m Non reftfc Grammatici dcfiniu DtSyUaba cft comprehensio
literarom sub vna vpce& vno spiritu indiftin* dbo prolaca. Nam syllaba
qvando que constac ex una litter;: vc prima Wmamo. Nec dicas, habct ordiocm ad
comprehensionem subrcquentium. Etcnim prscpofitio noti hjbct ordincm,
ncc,vocatiuum, imo est aliquando litera, 5c syllaba et DICTIO ET ORATIO. Igitur
noa re£le dicirur syllaba comprehensio literarum, sed potius diccnda crat
particula vocabuli roni partcm pctfcctam facicns. Et cnimiiulla cpnfonans
potcft faccrc fyllabam, quoniam pcrfc sonum (lonedic, niacum vocali. Vocalis
autcm cdit. idc6 potcft; c(re syllaba. DevocsMo] {.farte.^rammatks. Vecabulurne
A fonm ort ani^alis frolatus naturalfpus inflrumemis formam, d SIGNIFICANDVM
aliquid fim^U^ mmie conaftum. Ponitur /ijwif tanquam genus j Omnis cnira vox
sonus est &noniconucrfo. Dicitjar^/rv&rt/ w minutlr ad differentiam
sonorttm, quQS ventus et tuba, et rcmi, aliæ. queres, cdunt 5 qujc pro pric
vocabula non facicnt. Pici- nii* natuntlihus inHrumentis fomtafut » ad
diffcrcntiam fonorum, quos anmul cdit AD SIGNIFICANDUM, scd per instrumcnta
artificialia j qualiafunt tympanum et tuba 6C campaia i quibus ab cxuinfcco
im^onitur SIGNIFICATIO iattamcii Uit, conim foni vocab-.ilanon funtiquoniam nec
pcr natural/a inftrumcnra.ncc naiuralitcr formantur j (cd pcr artificialia et
anificialitcr. Additur,^^/ SIGNIFICANDUM dctcrmirutte conceptum vjc?:tis, nd
cxcludeJum voccs.qua; nihil dcicrminaii ll5nificanr,aut cx naiura.ficuc
intcricdioncsincq e ex im- pofi:ione, ficui ncmina et vcrba. Scd irdcterminate
v t^»/^ f.rf. Et prxtcrca ddhin ial/.ptid fimjjlex mcnte conccpitm-^ quia
i:-itcric£lioncs,pafl*ionc5, &affc^ioncs, dcdarant coniplcxcpcr modum oraiionis,
nonpcrmodum vocabuli. Vc- .liim cnim vcro quidquid mcntc apprchendimus,
pcrfonuin imiranteTJ iHud in configurationc litcrarum cxprimendo, vocabulum
facimu Vocabuiumautcm vocatur TERMINVS apud Logicos, quia lonos confufos 6c
indctcrminatc SIGNIFICANTES ad aliquam ngnificationcm,qua ita hanc rcm, et noa
aliijscoiifusc fimul intcllic^amus, contrahit. Diciturdidio apwd Grammarieornu
TrrctttrTiiuClXiim di£lio. ctiamvoca* curoiatio,ne dum parscius, Tfot fnnt
genera vocahHlorumyquot funtpaytes orationis immediate. Oratiocnimcx vocabuHs
componitur immcdiate, cx litcris vcro et fy llabis rcmoie, et rcmotifiiræ. Quem
admodum mundusimmcdiatcconftat cxprimis corponbus, vocjtisclcmcntisjtanqiiamcx
vocabulis: prima autcm cor- poracx caufis matcrialibusadiuis, &idcaljbus,
et formalibus tanquam cx fyllabis. Caufa: autem mifta: cx propriis particulib
tanquam ex litcris. Vnde LUCREZIO corpuscula indiuidua literis comparar.
Quapruprcr in (cqucnti ariiculo tra- anntcs dc orationc,fimui omfiCS partcs
cius,acproindc voca- bula coDfidcrabinius, Liher primu^s, J5 Gcncra eigo
vocabulomtn feptctn sunt iquoniam partcs orationis per feasc fum iioaiiiter
reptem. etenim T)e ^HArta parfe Grammatiu, hoc i[l dc oratione Caf. j. Axt. u
Oratio vocabulorum compUxio, ordinata ad mamfefiandum quidifuid animo comfUxe
concifttur. QVomm vna di&io fiu vocabiirum non (kch oratio^ lem^nifi
rubauditis pluribusdiSiombi Vt cum qnis •inttrrogantijV// fanmy retpondct .
volo, pcr vnicam diaio- Hcmiquxviriutc contipctpronon)cn,& nomcn,^^;;m.
Picptcrca diximus clTe orauonem complexionem vocatulo» rum. Addimus
fri//>7fi/<?raw : quoniam niii ordincntur vocabuIa, noii
fjciiintorationem. Vifidican :volo Pctrusfcrum,iguur,cun j&c.nihil
SIGNIFICATVR SIGNIFICATIO corationis. Dixi, ad manifefian dum quidquid concipitur
rnenti CQmplexc 5 quoniam^ prmsc Qncipimiis animp fimplices,4 dcinde vocabuiis
manifeftanMisjQK^qnci tta vt,^tiQK nenn conceptusexprimant. DemH^Nm^^imus res
coiC ceptas,vti funt in natura,& facimusorationcm.VbcabuIær* ' go
(ignificant restoratio complexiones rerum conceptarun9.i., pendix, diutfioqne
orationls in confufam\ ^ diHm Ham. VpIcxquidcmc(loratiCi aIia confura,
aliadi(\in£la. Confi^ia fitabfquQ vocabulis, lcd folum ligQisclIca tantibus
animi pjflioncs, notioncs et afFedioncs. Vnde i Grammaticis vocaturparsorationis
6c intcric^lic: quoniam aliis partibus orationxs intcriicitur. Scdnonrcftc.
iccnimctiam fola profertur intcricdio vocata: et fignificac totum quod oratio,
fcd confiise;vt ciira ridcns cxprimir, ^h, ah.ah, Et admirans, P^tpe : 6c
imprccans veh\^ plorans ehu, Quaproptcr non rcde pars orationis ponitur, cum
fic oratio, ficut cumdico idcm valcf,ac, cgo pioro &c. Oratio
autcmpcrfcdacft, quardillindc (ignificat et pcr partes qiiiJqiiid mcnsapcrirc
vult. De partibm oratioms dtllin£ia.Sunt partes.JlTMioms Jl^e99^nomerf
/verburril fartictfmm, fro nomen, ad nomen, adverbium, conimctio. Probatlo et
fufficientia. OMnis cnim pars orationis aut SIGNIFICAT ciTcntiam rerum
ficcHnomcn, didumquali notamcnencnti^, vt homo. Aiit fignificat aclum clTcntia?,
5c hoc facit verbum, vt: “amo” : didlum a vcrbcrjtoære, quoniama£lus prc- ccdir
abcficntia foras, icwx vox in ærcm. Aut fignificac a(flum fimiil cum cflcntia j
et fic cft participium, vt amans, quoni.mi partimaiflum dcnoiar. Aut fignificat
pcrfonam cllcnticr,& ficcft pronomcn, pofiium loco nominis.vt cgo, et vos
&c. Aut fignificat rcfpcdus intcr c(fcntias, et circun- ftantiam,&
modum^& fic cft adnomcn, fcu pia? nomcn, vt contra, propicr, cbm et
c.qiioniam nomini prarponitur SIGNIFICANTI ESSENTIAM. Aut SIGNIFICAT
moditicationcm et circumstaniiam adus. Sc ficponituraducrbium;fic
diftum,qi)oniam ftat iijxta verbum sigmificativum adus cuiulquc :vr bcrc,
foniicj^: intcridic: :dno Qicdc.: et SIGNIFICAT :xpriniit|ii itur^cimilit >
plofo &c. cntiam rf- cftcitvW' afius prc f bcrci. Liierprimus. mj forticer»
heri.bis dec. Auc coniuagit effentias inter/e aut adus incer fe auc efiencias
cum aftibus, auc ipforum complexiones: et fic vocatur ^oni un£tio, pars fept
ima s vr, &tenini, igicor. De quibus figillatim dicere opor. tebic.
PArriumorationisapud Latinos,alia:funt declinab les, vt, nonnen, verbum,
participium, &: pronomen AJia: indeclinabiles,vt pra:pofitio, aduerbi.um,8c
con uindio. Apudquafdamnaciones alicer. Declinari
dicnntur, qua: in fine variant fyllabam att irariaciottenr MODI SIGNIFICANDI.
Qua; non varianr modum, nec fiineiio vocis,dicuncur {nondedinari} apco'
VQcabulp, ex corporalibus fumpco. NOMEN est vocabulum, pars Orationis
declinabiiis vel particulal>ilis, significans ej OR*hciam. cuiufcun«
quereieximpofitiqiiie,. Quoniam de nomine, vi Oracionem in^redimr, cia^ ^Aac
Grammaticus: propterei definttor per hoc, quod eft- vocahuhtm,! tanquam per
genos : fed ad ^xpli- candum vfum dicitur, quodeft pars orationis. Qupd ponitur
loco declarati generis. Deinde dicitur decli- mbjUs^^d
diiFerentiamprasnoniiniSi6c Aduerbij,6cCo£^ i $ Grammatlcalium Qtmpanellx]
ittndrlonis, qu^ non declinancur : qttoniam dicunt vnam modo
circun(bantiamvautre(pedum, aut modificatio. nem e0renciarttm, et adttumeoram.
Nttlium vero dicit essentiam quac plures refpe&us 8c circttnftantias habet}
vndeoportcat ipfum declinart IN LINGUA LATINA, et CASUS admiteere in fine. In
ahis aatem lingttisrhabet pro decH- natione articulosjhorum cafuum notas, quod
nuUibi Kabent Aduerbia, Adnomina» 5c Coniundiones^vt mox aperinius. Propterea
non eft de efientta vocabulorum efledeclinabilevfed vel declinari,vt apud
Latinos j vel arciciilari, vc apud vt tlgarcb, et Hebrxosj vel vcrumque, vtarud
Grxcos. Dixi ^gni^canr. difFv^renciam confignificantium. Aduerbium cnim et prononien
et prienomen, &: Coniuncliio confignificant aliqua circa e{Ientiam.&
adus: nonautem fignihVanrnliquidrarum. Dixi (ffemUm. f\ A diflPerctTtiam
verl3i,5c participij quæ SIGNIFICANDUM, 2c efTcntiam cum a<flu Itemque
pronominis, quod mdiuiduaiitates& particuiaritateseircn- tiæ (ignificat j
et non efsendam immediace »nifi vc perfo. nacanu Dixi tandem, '/iif^«
>/fei>9 Quoniani Nomina CC ^erbaab intellec1:u imponnntttr AD
SIGNIFICANDUM, et non ab animi affecflione; quemadmodiim interiediones, qu£
nulia incellefttts confiderattqne expe^kata» foras promontttr« Vrimum (orolUnum
correSfmtim dejini QYiipropcer fallttntar Giainmatici, dicentes nun ej/e fJrtem
9Mtom$ dedlnaiitm ft^nijUdtuem fubfianiidm, autifnsUMBm pofrism vel eewimnMtm
emtt cafu. Non enim folam fabfbmtiam,aut qualitatem, SIGNIFICAT Nomen, fed
omnemefsennam jkilicct et quan- ucaceiu^ fotm.am;)&aAunij^ adionem,6c
paiTiQuem, .,j,.i^'.d rimilitudinem A difnmilitudiuem, Sc Relationem, et
>^on-ens. Et enim ScNon.entis datur crscntia ^faltcm •^iQt^llccflUj
quamhocnomen, «//'i/KW^ fignificac. SIGNIFICARE SUBSTANTIAM et quantitatem et
qualitatem 6cinruperomnia alia pixdicamenra, est essentiale nominis: sed QUOD
SIGNIFICAT propriam. vel communem, eft accidcntalc-, nec ponendum erat
Grammaticis in fua definitione j cum nuUi fit vfm, ncque ad noicendum nec ad
diftincruendum. Simihteretiam SIGNIFICARE cum cafu, accidic Nomim in aliqua
lingua qualis est latina ScGrxca. In Hebrcxa enim, ITALICA VULGARIS, 6t
Hispanica 6c Gallica non dantur casus nommumi fcdarticuliipforum cafuumloco
ponuntur. Sicucetiam '&: Noinina Latina indecIinabilia, et finccnfibus,
vtceUe U coTnu\ \r\ fingubri. Ergo falluntur Grammaticnn definitione et
efscntia Nominis. uotrnodisl> JomenfignifimeJfentiam. Orrb Nomina fignifican
tomnia prjcdicamenta^qua- tenusfunt cfsentia:,nonautcm vc a(^lus. Siquidem
albefaaio cfsentiam a^ionis dicirj& albatio paflionis; non autcm aftum,qui
eft albcfncere, albefcere Hoc cnim verborum eft Præterea Nominum aVuid
efsentiam puramdicit, vt Amor, 6c Homo aliud vr ad iunaamal- teriefsenti<j;
vchumanum:aliud vt conccrnit aclum in omni genere. Quod vel e fsentiam
aa:ionis, fcu a^lus, vc li^io ^amatio, au3itio, wc\ efsenciam patienci5-,f »r^,
treatura, amatura:vc\ essentiam instrumenti aausjvc amAtorium, anditoTinm Jenforium,
potef^atorium, qonu-o- tant. Aliud efscntiam, cum poffibilirace aauiarvc y//-
lefa Biuum: aliud cum pofiibilitace poffibilicace paf- iiua:vt caJefafHhile :
Mud fignificat efientiam ordu natam ad a^am, exiftcntiamquc vel PRÆSENS, vc C
ii p “amans”, vcl prxteriram, \iamattis, vel futuram : \Z'amX iur:4S,6c
amandus. Aliud totum negotium circa adus, ut nego aamenttintyteri Umentum
arfvamentumyVvAgo Paf* lamento: aliud totaai ncirotiationis 'aut entitatis com-
prelienfionem,vtfl«//<«/^*^», notamen examin ^ Yulg^> effame^ canamey
gentame » et canaglia, rifri/agliaisMvid .xem cuni efficientia istnetificum
dolorifiatniyfrelificum.fic quxcunqueexfacio, &re,qux fir,coponuntur; aliud
cu plenirudine, roecanditate viamofofiKm vinofum vm» iro/ttmtilmd Nomen
eflentix comparationem infoper confignlficat}Vt vinofins^^ fottior\ aiiud
fuperlatfonem vtviniflsfimus ^fortifiimnu Concernunt etlam Nomina
<](uanritatem cxprefsain )fedajMid Latinoi foliim dimi- nutiontmwt
i)»munculuty mMsufcuks, Atin vulgari lin- gua etiara amplificant: dicimos entm
“signore” “signorella,” “signora”; {X,o,Stgnorotte “signorino” USggnorotu,
Primum Itfnpl^v^.H^^jpTi^imimiii i 11 irllfiiTimpllfi C4tj. quartum fiiblimati
quintum mihuit ex parte abC queaoie^lione. Patet autem > quod differcntia
flexionis, et finitionii vocabulorum indicant refpedlus addicos cfscnciis j vti
mox. deriuando confid Qrabinius. . Diuifionem fortiuntur Nomina ab cficotia
aquan- titate, anuniero, ab ordin e, a fexu, i formatione. Diuifio /. ab
efentia, feu eJI^MiaU^:Ominum Aibft^ff Pumin > aliud^j^il^* dinum. Lihr
^ritaus NOMEN SUBSTANTIVUM est, quod per modum subsiftcntislper se, significa c
j ut, “homo”. Nomen adiectivum est, quod per modum adiacentis jilceri significa
c* vcalbus,d: ut “humanus”, et rifibilis. ERgo duplexeft Adied^iuuiHyalcerumrubflantiale
folaquevoce adiediuum, vc i^ir/i^iM/f, et hBhta num animse idiacens j cum dico
» Amma raihnalis, vel humana. Aliud accidencale9 Voce2c re Adie£liuum.vc
maUgnum^ 8c d^flmn adiacent anima: vt cum dico» Ani- msi cfl maltgna vel dofla
i homo albm. DTuifioprimafumiturredcab efrenriaNomjnis^quas ; est SIGNIFICATIO.
Et quoniam res omnis aurefl: substantia, (cueffentia,ricucAtf«ip2c
rr/^w^if/a/jaucaccidens ;, fubAantix- feu efsencix. vc albuSyhCli^eu$\ cum
dico,' / homp eA albus : crianguluscft Ligncus*'- propterea omne. Nomen
auteftfubftanciuum, aucadiediuum £c !y Aib- ; ; ftantiuum, idem qiipd
eflentiale in hoc loco. Vnde al-*?h. ^ htdo eft fubftantiinim, duoniam gnificac
pcr modum fubfiftentis, licccalbedil^^ift^c.res fubfiftcns in fc, fed ^ in
fubiedo corpore. GrammaBt!ti^innen refpicic modum
fignificaiiai,nonrenifignificacam:ficut Metaphy/!^ Aibusvero dicitnradie
Aiuumsauiaper jfenon figniii. cat fiibfiftens,fcd inhacrensacciænfbue^Iten.
£c;pro« ptereætiamly sationalc hpinini eftfftdicAiuum :n$m licet
fitfubftantklcicciindumrem : tamcn (ecundum 8e fignificandi modum videcur
adicdiuum, vt accidensr. GRammatici dixcrnnt, Nomen rubflantiuum efTe
illud^quoddeclinaturpervnam vocem, &; vnum articulum, vc/^/i:/>orV^«:
vcl per duos articulos, 6: vnam vocem,vc ^/r^c^/j^r^i^mo. Adiedliuum ver6,
auodper tres articulos, 6c vnam vocem : vc hic, hac^ hoc fsliK' vel per tres
arc.& tres voces : vr hacacerjjæacris, et hoc <rfrtf •velpertresarc. et
duas voces : vc/&i^, tatU^ n^Us^Schoc rationalei vcl pcr tre$ voces
:vc^pfl0;, jtf»^, bonum. Sed quoniam lingua latina non recipit articulos ficuc
Qfxca, deciaracio ipforum eftnulla. Vnde multiGrammatici non vtuntur articulis
indeclinandoi Vuigaris etiam Lingaa nonhabec-nifiduas voces^ vt plu« nmum in
adie(fbiuis : vc kidiUB ^tiL kUntai^in pluralii hianchi hianc^iej^^saj^xxtx
&: I lifpa ri i^ i^rab^s^fe Hebraci. -PfxtereaHeclaraiio ipforum non d^i
nacttca No«- imnam^feda (Igno adiacence)& vftt; Vimjio 11. Nominum ex
qtiantiMt. Arck IXL. Nbminnnalittd commune) aliud propriom. NOMEN COMMUNE est,
quoJ plura Itmilin fimul significat, ut “homo”. NOMEN PROPRIUM est quod
significat unum, ut, “Roma”,5c /'<r/r«ij& giQptereaciiam vocatur
particttlare, &pcrloiiaic.- Hi£c<Uoifibdici Cttriqoanthate, qaoniam
commo. 4idcttr de. multis. N^m “Petrus ed “homo” “Paulus” c^hnmd Vrancifcns efi
homo, Propriu vnifoliconuenit vc “Roma”. Non cniin dicicur Roma nifi ciuitas
illa, in qua Papa regnat.F.t qua- uis alia; ciuiraces polTint vocari Roma
ificut&ali, ho- mines eciam vocancur Pecrus; camcn incellcdus luiius
Nominis, X<>w^,& “Petrus”, refpicitvnum »cuiusefl: proprium. Sed
profe(fl6 grammaticalicer omnia propna pofTunc ficri communia secundLim. vocem,
feupera: qui vocationcm fcciis tucem fecundum rem ; vc in Logica docebimus.
Reclc camen hanc diuifionem quancitaci adfcripfimus } quoniam magnirudo et
mulcitudo in (1- significacionc ad quancicacem spedare videcur Nomina eciam a
pronominibu fiunc communia, &: parcicularia, et singularia i vcjw^w
/;<»OT« altquii homo\^ hk homo'S\' cutfuo inlocodocebimus. Tslominum,
am?ncro. Ominum aliud fingularc, vt homo : aliud plurale, vt bomines* . T
T^cdiuifionon refpiciccolleAionem,&vnitatem^ XjLficutiam di^la ifedfolum
prolationem. Nam A#- m9, cft
Nomen commune,& gens, et populus ; pluræ- nim significac, sed pcrmodum
vnius colleftiu. Et propter ealicctfit nomen communejnon tamcn est plurale, icd
singulare: hominei autemnumeri est pluralis, quiaplu» raiicer profertur. £ t
hoc in omni lingua similiter. Nominum, ix ordine. Nominum aliud primitivum,
aliud derivativum. i4 ^ramm Atlcalium PRimiciuumell, quodanulIoefi:
gramaticaIicer,vt;55-- moy et mdns. Derivativum, quoclab altero deriuajturivt
“humanus” ^h^^oxrnnt : sic “montanus” a “monte”. Semper autem deriuativum est
adie(3:iuum,auc verbale: primitivum xionitenv. REclediflindlionem hanc ab
ordine fumpfimus. Oi'- do enim est, vbi datur primum et secundum, 6c tertium
feriatim a primo^ercro quia aliqua nomina sunt primitus impofitaadaliquid
significandum substantive: dicunturrc£kc pr iiiii ordinis : qu x vero ab eis,
dicuntur deriuaTT, ficutriuus a fonce. Ecquidem datura deriuatione etiam
deriuatio. Nam a Marco deriuatur Marcel- lu5 ra MARCELLO MARCELLINUS Ec a lufto
luftinas .drufli-. no luflmianus. EtquidemJy luflus/umirurfubfiiantiu,
quarcnusab eodenuaturluftinus &Iuflimanu. Non tamen inuenies derivatiuum,
quod non fic adiecliuum, vel. verbale "i patreenimdehuacur paternus
Scpatrizarc. DAnturNominapofitiuajVt iu^us-H. conaparatmai vc iufii6r-H
fuperlatiua, vtjuffifiimtts SIGNIFICANTIA magis iustum et maximtiufi: um, et
hoc apud Latinos, non incundis linguis. Et quidem compararivum derivatur a
primo cafu. definenTeini.fi.n.itf/ fiaddmius ar, fit iufiioribifort} Jortior.
Ar superlativum regularirer deriuatur a pnmo cafudefinente ini/, autinr,^.
vtkiufiif; et fdftis 'iufiiJHmuf, ftrtifsimus - et a miftr., miferrimus.
EXCEPTIONES LATINORVM. Excipiuncur hnitt,malus paraas ;;.v;^nflj: ex quibus
noii deruiarur bomor bom^\mus^ 5c walic) ^f.^ruior^ ma(^nior ^rnaUfr-nus
^faf^ifitmui ^waf^nipimu, lcd a bona meitjr^ optimui ' a malo pcjor^fcfamui \ i
paruo nntior^ mir,i- mus : aaiagno, major^ maKimu!.F.xcipiuntur noniina
desinentia in ificus y ytmaj^ Tiifiius ^fiiakfcns hcncfccntue beneficus^ fimJia
: 5c quibusderiuanturw<i^«//ffr77//(;r, w^- gnt^cenn^imus :*nalif(€ntUr^
malcfcentifiimus : benefcen- tijlimes, et similiter in similibus. Prsctereo
excipiuntur qu^edamnominain desinentia vtfadliSyhL humilts quselicec producant
faciUof^ humlior it^n^en non ad- iungunt^icem fafiltfiims kamiiifitmusikd
fadUimus U humslUmus .^radiUmns. Dicimas camen ab vtili vtiltfii'-
iffffi.^pudPliiiium. In vulga naucem lingaaperadiier bia gtadaadcur, vt fi^
Bonp i l piu h no : ntb pnrfidiu ^o9i;/^m^i>9r^/jfim^ Gailic^ vetbYm 609*
qaoDiamtercio gradu dift^tfuperlat. apofic, ' Grammatici b an c difti n^lionem
vocant /peciei,vndc dicunc prnniciuam speciem, et deriuaciuamrfed c^nn fpecies
fitid quodfub fignato genere ponicurraut rei apparentia : cum hanc diuifionem
non ponant fub gene- reafHgnato vllo,non rede fpecificam vocant. PofTenc cnim
limilicerdiccrcipeciem fingularem &cpluralem: 5C et deplinaCLoncs eciam
fpecies nunciipare. Philofofhifma Grammatkdtiqnis ad diriuationes. F
DEriuare'6ft rluum de foncc ducere. Fonscficntii rcrumeft,
vndidacicarexiftentia et adasexiftcn di, adtuaodii agetidi., fic natioulL
Idcirc6 ex nomine, quod efrcnciam fignificat^cleriuatur verbum. Nec
potefl:inueniri verbum, quotInon fit a nominervt cnima nominederiuatur«
(?w/«<«r^,itaacaIore caltre^ caUface^ y^rafrigore rw/r/V/^^ i ab amore amo
:Avita viuo^ abho- mine homifico erenim vbi non extat verbum,oportec illud
fingere in GRAMMATICA FILOSOFICA; vt a remo-igare : a capite capitalare - a
manu manej^pare dicimus in vulgari idiomate, vt a patre fatri\\ars icc.fpaU
leiiare campegparey fefleggiate. Veruntamen vbi prius reruma <flus,
quameflentiain- notuit deriuauimus nomenA verbo non secundum naturam sed
secundum neceffic a^ex c/^; Theos i, vidco dici- tur5^£;5 Dr«;:&a lego
dicitur lcFfor-i &:adiligegere dileUio. Essentia enim diligcntis qua
diligens est, nomen non haber, ficuti multa, quorumeire eft adic- ctiuumnon
fubfiftens. Quandp veux^ilVnm ctTmftro~a e- xiflendijVel operandi,vel
agendi,vel parrendi fimulfignu ficatur,tunc ad vtrumque fignificandum fex nomina
par- ticipaliaderiuanrur. Duodicunt pocentiam adjndlum, \l\amafjilc Sc
ajnatiuum : fuFiihile et faBiunm, idefi: quod poteflifieri 6c quod potefb
facere : 5c duo significare frentiam cum adlu prxfenti, vt amam et amatum,
portans et porcatum : duo vero cum aclu futuro, vt amatnrum et amjmltirK
ifiiFlurum Sc faændnm, ideft quod facier 6c quodfiec. Duovero præteritum
concemere aclu cuni cllcntia debcrcnr,qux tamen IN LATINA LINGUA non reperi u n
tu r -fed lY^wrf///'w ampliaturad prxfens &prxterr- tum sicut et ly amans.
PofTet autcm dlci Amatutam. et Amarans, lcclntum et ledatans :porcatutum et
porcatans. Qui ergo linguam perficere vult confideret. Diciturtamen
inaliquibuscacnatum,ideftquod cx- n:\uit,8c quod cxnacum efl : fed confufa
aclione cum paf. lioTie per inertiam vfus,cyranni fermonum : non auteni
rationis,qux Rex efl sermonum. Quando essentia non cum aAu, sed cum virtute ad
aclum dicirur, dexiuamus nomcnaliud in torvt Ai^ator, tr «dificatoivideftqui
arcem5c yim ardificaudi babct vci profefnoiicm. Rurrusqtiandoinftrcimen^m vel
a!iquid 4nftrtimen taleadillum adum, enunciacur deriuamus nomen aliud inoriam
tfinemy Viam dipnvm JotttMium exetutc^ fium^fcnforiumy potiftatorium
appetiterittm. Deriuamns in Mum &a^iuum, quando qiiod de gVr nere maceriali
alicuius eft prohunciamus, vcfa^itium, nouititium, commendaticium,
{litlaticium&Tulg6 niOr uitizzo, compariccio, acquariccio, 7 Q^ndo mocium
efTentia: cum adu: in«r<<deriuamus, V t /^.r, genitura, creatura. Quando
congeriem elTenriaram et aAuum eiufdem generisin entum dcriuamus vocabulum, ut
“firmamentum”, documentum, et monumenium vulgo par» lamento facimenro,
magiamento,fentimento. Item cum pcrtineraliquid adefTedicimus, in ile &ale,
deriuamus : vt/6m/^ ab hero, feruileaferuoiliumilcab humo, ouikab ouibus :
b(aciiiaIeabraciiio : exiciale ab exicio. Quando ipsu adu, vt cfTentia &q
m'ddita5.eft,Tel in ufl vel in ia vel aliter deriuamus vt Amorjlanguorjdoldr,
fa- pi£cia» do<?l rina, led io,amacio,iu fti tia, focutip, difFcritas. .
Quando efrentiam plenam adu, in entia, vt mdQlen^ tia patientia, conniæncia)
fomnolencia, pracfentia, clifw ferenti A^abrentia. Qua:dam dicnnt eflenttam 6e
curam uBlva^ in aHmm deiinatasTC Armencarius, Cbriarius,Commiflarius,de«
pdfitariasjlonuius^ 6c vulgo ftafiiero Caaaliero, fi)mie« ro&c«^ Qusedam
dicunt cflenti et a<ftusfimulmunus, £c iii ifl»«deriuantur,vt “lanihcium”,
“opificium”, “di/ridiuni”, puer.n. perium, “pontificium”, “sacrificium”,
“presbyterium”. Quxdam comparationem dicuncadie< fliuorum, quiedaniiu
perlationem m /«r, 6cinij7itai dehuaca, vcio ftior, iufl:ifTimus, aiufl:o,
&c, ii][u^dam dimiautionfim. ia mkm et vxiUm lum, vtwi^z/i^^a/ai^
peclurculumj corculumj &mollicel- lum, marceilum rcribillo,
refocillo&c. Qu^c aucem iiKlinationem,cum adus deleflarione in cfurn deri
uauc ^st,amor9fu>Si fragoftis J carnorus, vinofuj,, faftidiofus. Ac in lingua Latina non reperitur verbum & nomeft
has omnes derijuationesiiabens. Picimusenim, Amol\ aman s, amatum^ amaturum
amandum amati^um, “amabile”, amacanumtamatop, amaciflimuus, amantior, sed deen:
amacio, amamencufn^ amaficium, Amatura, Amanitia, Amorofus. amaticium jamæile
:qdxtamen aliisnon de funtvbcabuiis» ^ In vuigari linguadefimt
dqriuationesiiiiiltx^fed alix Mifupcr adduntur. Nam alfignpre dicinius
signorone-,: signorazzo«figQoreito, signorino, signonizzb, fignorclrr lo,
“Pietro” “Petrone”, “Petrazzo”, “Pecrocco”, “Petrino”, “Petrillo”, “Pietrazzo”.
^r^iriTfff iHdirmd^nii iiilinpni al ti tudi- WMrfiprifaz^^o'^\^t\t\xA\n^modtcam
dimi^. nutionem (finorinj^fXus minuic 5c fegregat. Stqrjore/' h,zd
ceoericudiiieiii imbecillam traliic. St^oruz^yO ad minimura, Suinta nominum
dimfio a S^xUr^ Art. Nominum aiiud mafculinum /aliud farmininum, a* iiud
n^ucrum, alittd cc>mmunr,aliud omne y aiiad promifcudm ^aiiudincertumi;
'Otwenniafbulinumcft qwod mafculum in fexdi^- rum fignificat: t4>jagta,&
dbu*.. Et dcdiDatiir per arti culumbic. Latifiis, vuigopeiri/.
e"'Fxmininum.d[lquod ramiioam fignificar, vtfi: et alba &mtt Uecd£.
defignaaturper articalmiH i&^A Vulga per/tf. Ncucrum,<iuod'^ecau^
f«minam fignifioar, iFtcleclinaturper ai^iculuno vc ftudiuiti^^calbam»
][acionale. 4^eftiVi vulgarifennone arcicttlusneurri. Commane quodfimutma
fcuIumdC&rminani figoifi-cat:¬atur perarticttlumJ^i^ et hai homo^ti
adue* ni;&'ratidnalis» » Omne eft quod fignificat mafCttlum, f^niinam,
neucrum: 6c declinatur pertres artijculos, vc i^ic &: /;/r<: Promircuum,
quod fub vna fcxus (ij^niflcacione Hgnificacvtriufquefcxusanimal, vc
hicPaffer,ha:caquila secundum vfum loquendi. Incercum quod nunc mafculinc, nunc
fxmininc pro- nunciacur Wi&4r^£uiis^.tamlacinc, quam vulgariter,
Qunnmisresomnc'in omni rpecie.iubeant-aliqua' indiuidua fortia, vta<3fiaa in
generatione aliqua imbedlla dcpaffiua in generatipne^pr^fertimanimalitim
Larinitamen vfumrermotitsprsd scientes jionragnofcunt fexumn Lfiioanimalibur.
Etex his cradiaxerAmcad plaiv ; icas. Pydiagorici aucem (exum-ip x^undlis a g n
ofcttnc r^r bu$ : ira vt agens fit mas, patiens £emina, materiaque.: ammatici
raiiien in omnfveliocoonagnofcences, dti-/; fftpbj^run^ fettti1i>gc i^omen
maribusr &mininutnffim alias tranftute; nittt. Qiiaproprer Z)^»/
^?te4ttt4iiafcul^, terri^ fx^ mininc: Sci^vis mafculinc, fa:mininc, quoniain
bis adioin ifli^.pa/Iiorelucrbat. At in rnultis (^enus non ponunt,ncque.'enim
ftudium eft mafculu.s aut fxmina, &rcdc. Sed rebus fxmintisaliquando danc
vtrumque nomen:Aqua enim dicitur />wy^ flrminine, lateK mafculinc : et
quidem aclus voluncatis vocatur-appetitus mafculinc, auiditas fxminin^ : et
defiderium neutrali ter., Scamnura etiaponjcurneutraliter.cum potius Avminine
idebeac ponii qttoniam ittbfiac^vc fæmina fedencibuSft Di^itizecJ by Go
Quapropcerdiftinguendficftde feJtoPhyfico &c Grammaticali. Pliyficcenim non
daturfexus nifi mafculinus et fxmininuSjVt in viro 6c muliere:^ promifcuus, in
hermaphrodito, 6c in lymacibus, communis :nam motus vehemenriscft mafculeus,
debilis fxmineus. Neu- trum autc nil videmur dicere : non enim proptcrca quod
noncftmas nec fxmma eH: aliquod genus. Sed porius eftnullum g;enusphyficum. Sed
grammaticalirer dantur fexusplurimiiam di<fti;mafculeus, fa!mineus,neutcr,
communis,oranis, promifcuus, &inccrtus, fecundulo- queadi vfum, qttinon
semper nacurac correrpondenr/ed plerumque,in Grammatica humana Grammacica aute
Angelorum melias exprimic&per cercasvoces cetcos fexus &veracicen Sexum
Grammacici vocanc genus, nbnredevi^on enim funcduogeneramasft &minat V^in
logicapate bic. Nomtniim ajbrmatione
Nominum apud est formxfimplids: aIiudcompo(i« cx : aliud de compolics. Nomen
simplex est unius vocis, compositi pnis ex- pers, ut “animus”. Compositum nomen
est quod ex pluribus nominibus, componitur j Vt “magnanimus” ex magnus 6C animus.
Decompofitum vcro eft quod ex compofito deriuatur, non additainterdum
compontioneaUa^vc Magnammi- exmagnaninio. Onab re hanc distinctionem ex
formatione voca- accipimus. Cumenimres alix conllent ex NOni simplici forma,
llcut aqua. cuius oinnis pars est aqua ob ^lDriginalem homogeneam formationem. Aljx conflcnc "{^tyi comj)ofitaforma,ficuti
pirum ex circulo Scangulo. Alix ex pluribus compositis, Ilcut facies hominis ex
forma oculi et nasi et genarum et mandibulx, 6>: auris, et ceterarum
partiumjita euenir coportet vocabulis in fui formationious. Forma enim totius
ex formis partiuni; formx partium ex vnitatibus resultant simplicium
formationum ificuciin logicis declarabimus. Vocatur ctiam figura a Grammaticis simplex composira
iquos non fu- nius imirari '/quoniam formatio propnus quam figura remhanc
elucidac. ' Considerandum quod compositio alia fit cx nomme &nominevr
“magnanimus” ex “magno” ^canimo ta- ' •r^-La ex nomine et verbo, vc
“magnificas” ex “magno” et “facio”, j aliæx nomine& propositione, vt
conferuus ex cum fic seruo, 6ctranrpofirioextrans& pofitione: Aliæx
aduerbio et verbo, vcraaleficu5& male&:ficio :alia ex aduerbio 6:
nomine vt beneficium. Accidentia communia omnWus Nominihm. ACcidunc nominibus
declinatio6( cafuSjinllatina- Grammacica.; C G Casus est mutatio noixiinis in
fine Teu cadentia di." dionis in eodemnumer 6,vc Pecxus Peai Pefro.
DISTINCTIO CASVVM. CAfaum aliuseft reftus, qui nomina dnu$'vbcatun quoniamonmis
rei nominatio primainipfo est. Alius obliquu^quianon adres fblam nominationem,
sed enn m ad aliquid circa rcm fpcdat, &: cfl quincuplex, videl
Gcniriuusdaciuus accuIaciuus, vocaciuus. 6v ablativus Quibus debet addi
aduatiuui, vocatuja GrammacLcis feptimus ca(ufi. Nominativus dicirurcaftis non
quiacaclit ab alicjuo, sed quia in finc aliam cadentiam habet quamahj et rcclus
dicicur, quoniam reda nominacio cfTencix per ipsum est. Alij dicuncur casus,
quoniam a nommacivo U, ledicudine sijgnificatiomscaduntj &nraulinfine
mutant cadentiam. Dicitur gcnitiuus a gignendo, vel quia primus gignitura redo
vt quidam volunt, et hoc minime. Nam poctac non magis ingcnitiuo quam in datiuo
dicimus, dc- Patri <i4i/i««i, vicmior eft pzter ^cminjtiuo, qu.im patris.
Gettitiim Si quiadditvnamlitteram fupervtrumque. Sed dicicur genitiuus A
gignendo.quoniam pactcmjip geni- stiuum poiumus cum nominamus fihum morenij
fibrum, 'Vt Pl^tfUsIoannis filius. Sed non solum patrem,)[fdpofr u. '
fe(rorem,& fubieaum^^^ 5c aha?^luto|poDfe/ fxpe in^enitiifo^v <}uon1am
luri^ijf|if^jpfBkm i|« }$tn cum patfe faJtem Grammw^em^" » nefcierunc
vocabulum explicans omnia. - ad adhunc cafum pcrtinentia et declararunt eum
amaicri Dici cur dativus a dpiiando, quoniam ille', ciH quid datur, poniturintali.carttplerttmque»ticel
i^itcrdum&tui aufertur &, cuLtimetur56cc. Accufariuus dicitur
abaccufando, cjuoniam patiens. caufa quafi femper in ipfo ponitur ;
accuiatiautem cft pa. ti. Accufareaucemciletiam adnotare&fugillarc.
Vocatiuus dicitur h vocando; quoniani ciim quem. piam vocamus, in iioc ca(u
oblnjuamusjnomen, vt 6 Petre*' Ablatiuusabaufcrcndo,quoniamcum abaliquo quid
auferimus,ponnnusillumin tali cafu.led etiam caulaa- genspaiTiuaibi ponitur,6c
inihumenta omnia, quibus, operamur, vtquibusimplcmus &:vacuamus,vt.loquentes
deverbisJ declarabimus. A(fbuatiuus ab acluando^quan- do forma.inftrumentum et
pars indTnmcncalis adum concexnuncimmanencem,vtini. lib. docebuuus. Non
fuiRciuncpracfacrcafus, qubniam Poc Hiæftno. minatiui, vocatiui/& ablatiui.
Poeriveif6 geniciiii, datiui in fmorulariter et iterura nomin.i& VocaCiio
plural. ergo alij aidendi crant in cun^s declinationibus, vel ftandiitTt
in.articulis, vel addendi. Nam cum vulgb dicimus j//>^i/fi/o^/-non habetur
in latino mCifMfi^ fhtts, qui n on exprimic quod3ir^idnuit,pr«fertim inan-
tlionomafia. Declinatio est - variacio cafuum nomin.um gene^ jracimt Quando
nominain finccadunc, feu definunt aliter, cum dicunt efientiRs, 8c alitercum
circa elTentias aliquid de illis dicitur in lina;ua Latina et Grxca : in no-
flrænim vulgari noneft differenriacafuum,fi?dnumeri tantum:loco aurem
differentiarum pooimus articulos, quibuscarent Latmi et abundant Graccij et in
hifce cafi- basnonomnia eandem normamferuanc^leddeclinaoc abeavariando pluribus
modis apud Latinos jin vulgari enimnomiifi duo funtmodi,6canomiQadaisagnofcun.
tur non i genitiais, vc in latina » Giammacici cradide runc declinationes
nominum. DE NVMERO DECLINATIONVM. Sunt^titem Vfeclinaciones nominum fex: prima
caiaa i. genitiuus (ingularisdefinitin, diphth6gum, vt Mufa^ Mufa^.
Secundacuiusgcnifiuus fingularisdefinirinijon- gum vt “dominus”, “domini”.
Terria cuiusgenitiuus fingu-, Jaris definit in is, correptum, vt pater patris .
Quartn, cuius gcnitiuus finguiaris definitm i^; producluni, vt vi(u5, - vifus. Qmnra,cuius genitiuus fingularis
definit V/, vtfi- des fidei et fpcciesfpeciei. Sexra^
cuiu.sgenititt^ifingulaxis de fiuit m ^, vt cornu cornu,: J,cfuS) lefu.
Nominacioos non indicac declinationes cafuum»] quoniamconcingic ipfittti
tpl«i^bus moJis accipi i N omina imponencib us, cum prxfercimd lingpa
peTe" mBain kuinam accesfianciur, fed in geniciuo ccncor4^ danc, Bc
io^cieceristpropterea a genitiuo babenC; diftinonem -fingular em, vc Poeta
poecas » Anchifes Anchi/se» Eneas Eneæ, Adam Adæ, Aminchas Amintb«. H^ep cfmnia
n6mjaa fpe&ant ad primam decIiaaciQneni, U tiberprimHs. coniieniunt in
genitiuo 6i opponuntur nominativo, Seci profedo Calliqpe est prima:
dec]inationis, &: concordat cum aliisin genitivo,(}uifacit
CaI!iope5,propterea. dicendum quodnomina purtlatina conueninnt,externa vero
variant in eadcm^declinatione: idcm videbi&in^»^ 5.&^uai' cai
declinatione«&x|uinta&rcxta. In prima Latinorum declinatione n omi hati
uus definit in a, breoe, ablatiQus (imiliter in, a, longumVocatiuus in a;breue
: genitious 8c datiuus in ar.diphthongum inxe videturvuIgQS latinofumeriraire
iomnis (snim ^e^bet ab omni et /ineulo difbingui, quKndo præfef^fhi non
adeftarticulu5diuingues,nequeprontxciatio.Tgitur non tt6th dati0us,6c
Genitiuusin ^ddtniSt. Loco Quorii vulgares ponuntartlcuIos^W&«i/, vt,del
poeta&jal poe. tas, icrrbirur.tiecre^ amnormft renuerutponentes poeta in
nominativo, vocatiuo, et ablativo. Nam
necvariatur quantitas in pronunciando nominatiuum et vocatiuurhi necfi
variaturin ablatiuoagnofcitur j cum folum penultimarum in latino agnoscatur
quantitas. Prasterea in plurali latinorum numero prmiac declinationis
nominativus vocativus qacdermunt in a:, dipbth6gum, genirivus in4r«wdatiuus, 6c
ablatiuusin, longum, aut inabus^ cumA masculino separamus fa^mineum fexDm : sed
profedo nonrecflt, quoniam confunduntorarione similitudinis cafus : idcirco
diftinguendi erant faltem per arti- ' culps. Feliciores in hoc ^nt Grxci
vulgares vtuntur . articulis:vt nominatiuo /i peeti - Genitiuo delli poeti:
accufatiuo&/«^/i ^vocatiuo k ppni^ ablatiuo daUipoe- ii. Sed non
refticonfiindantartiailum nominadui 8c acca&tiui. Secunda declinatio
telatitiisrationdlite Rdicuntenim Nominatkio Dominas^ genititio Domini,djiduo
Domi. . no»acca&tiao Dominiim, vocattuo ADomiiie» ablati«. finiiDmMQo:
Yariantnominatiuum iDus^Dciminas: in ' VE ij i€^rdmmAticalium C^mpanelU,
cfjVcmagiller : fcamnum in hoc genere neutro con- fundunt nominatiuum cum
accufariuo, vocatiuo in «m:- et in plurali fcribitur in ^,hi tres earusdermunt.
Incertiadeclinatione nominatiuus multiplicircrvaria- turin r/>f ponitur,in
iz.vtfiElix.mo7j,vt Artneon,in f«,vc nomen,inrff,vtlaciin es, vt Aucrroes -
in,^,vc omntf : ia ^ y vt epigrammii : in, is, vt nauis : quas in gcni tiuis-
coniieniunrin,,ff»datiui^ ivis\m accufatiuis in, >fed neutraomnia, vt
innominatiuo r vel in, /w, vt nauim :m ablatiuo
in^/,v«liii«^cumcon£uiu>nedaiiuiy&aliqUan'- donominatiui. /
Quartacieclittattbin^ irihaber nomtoatiuiinr, &genr. tiu^m
&vocatjiiuftinngulares, quoseonfandit cunnno* ininatiulsvocattuis
ficaccuiatiiiis p tttraKbus.dact.ttU5lia^ ' bet in, ui, accuCifr
iifff,.aBlar.hiv«r. Quint»concordatinr»ominatijuis in,«^deGnentibus fcmpcr Sc
geniriuis in cuncbs.io.t ^ fiid t.<i«i £tfhdit genr- tiuoscimrdatiuisin
fingulari. Aceuf. in,>w,
ablat. in, #, fedvocatiuu5ftnguIaris6c nominatiuus&accur. 5c vo- cat.
pluralrs confunditurcum nominat fingulari. Genitivi rcdc fc haben* in corum
pluralicer ^fcd datiui cum ablativis in- confunduntur>- Sexta declinatio non
ponirura Grammariciriponcnc fa- quidem: NihH .n. commune haber Nominanu{^Ar«y,.
cum cxteris prxfertim cum quinrn,in quaab eisponitur. Nominat. genir^^iccuf.
vocat. ablat. faciunt, a, fcmpor- in fine. At inpJurali nominatiuo vocariuo et
accuf in ^ vt cornua»^nua, vcrua» Prxeereii. feli datiui con- fufi cuip
ablatiuirpluialis» nu^eri ii^ iini copucniua«c i2ttin.<]uæ/untcjuinteti ^'.
A ' ' ^ N. Hogua^ Qrxca St cafus {^iif^ScuIi c^^ tiaruo»
nominatarfiadualitiaiiei^*ln tatina' foii tSLfkp vuljgari^ IlaIa,Franci^
«Hirpana, H^breaAi Af abica, hl ai;tiajii Droptcrfast <ji*mil5 acciientia
> i^Juna exa^ Liberprimus] v declinadcmemeileVfiomi Qibus* Igtcur
nec^cnr^c.cJ'!- iMttiocUndis quoque^Laiinis. PRononi^ ncdvocabuIiim declinabile
confignjficiia^ perfonas, velperfonalia eifentiarum. »r . . r; ^ E E T id circ
a d i citur prononcien ^yjoniaiia ponicurloc proprijnomuii. Rgo femper
repwrfJntat efl&ti^run? exilfeiai^s:, Yelexidentiamprimq, dt
Inredorefieiitiimiii^ b]iquo> (ecnndarick Dlcitur pranotnen vficalttlam
jfars orationis drdU nahilis, ficut& nomen ex fuo genere, qui conuenit
'Cumkliisdiaionibus,&ex difFer^tiaabindeclinabilibus. Non additur vel
art)culahilis, quoniam / articuiorum 'iiobeftarriculus, pronomina autem
varticulifunt. Dicitur cofippiifjcat ferfmas vtl pcrfonalU effentiam ad
differentiamNomfnis& verbi: quor^im. iliud %nificante£.
fentias,iftuda6i:us. Eft aute pcribna quod perreaIiquodparticuIari2itu&'
diftincl uab aliis>& indiuifuminfe,fonatWPf/f«/ UfiU»S' frimui Martini,
Omnis eQimres in-iiiis caiifis habercC» ientiampuram^iicuc i&«j^oite
meaynoneiirmiftaniai.^ tcrisc nequ e qua n t i tati,neque qiialitacibus ^erum
coext^ ficndum^ NMcftin cera^M^iie inUgho, iiequemmias E ig. 3&
CjrammMicdmn CampandUl longa, eqa.e curta, nequealba, nequenigra,ncque graiT
cilis, nec craiTa. Sed cum Tentc d^ mence meaxdein&n. tia^ ided ad eiTendum
extra cunc noneft am]>litts pura/ed liabet fiiarri p.erfoiialtcaijem mixm
asm,aUisidDus,non . ei^Hmdicttur .A.Sed hxc.A.curta,nigra, gracilis, &c.
Sic homo in mente Dei, vel in natura,Tion eft hic Jiomo, nifi cum perfeeftextra
cauias,^propriamhabet perfo- mm 3c,dicicurhic homo, 6c
petrus,&ille^j5c;ille, et ego,<£c meiis nofl:er& aliqnis. Pronomen
ergo n<jrj fignificatefTcntiam fed perfonam, vc ^•(^o ^/«vef perfo- naliavc
mcustuvs. Et quoniam porsona eft c^frentict subsistentia, anr singulariras,
propcerea rcnipcr pronomen signjficat cirenciara, fed personatam, vei perfonam
elTeh- tic-c Aliquando 5c perdonalia, Cume^itp dicoyf/««j jdf- fentiam
significo, fed cum dico, fjliusmeus, significoeC. fenciam iiltj
perronacafmidell hanc&dam £t propcerea» vc dicicur in jiij ii nn rtii wlUi
i i i ^ [ in mm i Tn i ftu loco no- minis;iq|j^pniam perfona^nonjeft perfona
nificflentix ad extflrentiiip ^eciufl^. £t in fecundoc Qrollariodiximus, qttO(f
sigmfica*c exiftencias efrentiarum; quidauidenim In rerum mtterfitate eft,
existentiam haber, feanon fiib* itftentiam, aut, perr<Miacn^nin fic
substantia: vcAibum habec exiftencidfii \ ttd non fubfiftenciam, qooisianmon
exiftit per fe, Ted in perfpnaal^cuiusiyvel in indittjdæ a^- qiiocorpore.
Perfena c|ttidem proprii diciturdeiatip nabilibus creatiiris ^ indtttidiium, et
nypoftafis de cttisms creaturisad exifteritiam dedu(^is. In rcdo igitur ponicur
existentia, in obliquo faltem implicito,e{r^ntia:'cum dicojille “homo” id est illa
perfona hominis etc. Ego Petrus: homoenim fic Petrus fccun Jano ponuntur j
&aliquando exprefse in obliquo cafu vt aliquis hominum, v.elquippiam falis.
Dicitur quoniam prohdmcn non significat de se, nisi una cum nominee ex prefib
vel implicito : vc cgQ. Petrus qrahicperronaii Ucem ^ fc; QVatnui* ncMnina
fingill^'^,^V^(fift"rus et Fafckisdi^ cant efFentiam perfonitjim, h jid
tiinienrantpno- nomma : quoniam in re£lo cfTcntiam dicAnt vt finguraris
&non ponuntur locoalicuius nominis fignificantis essentiam, fed de fe ipram
significar. Licet connoratiuc
pronominent, cum nominant. Petrus enim est hic homo filius lonx et existentiam
crc^o clicar in obliquo : 6c SIGNIFICAT essentiamin rcdo. Vei existentiam, vt
quacdam non efrentia est, ac fub raiionc exiftcntix. Quoniam proprium eflentiale
est prpnominisfignificare personasyprima di/lin(%io prbnbminum erit. a
personis., Pronominutnafiud fignificic. personam primam, vc egQ& nos,
:41iucl secunda.m, vt ru, &: vos:aliud tertiaqi, vthjp, et ille ; i^liud
vmnei personas vc qui, qua;, Recbcpomturel Tentialis divisio pronominum a
significatione perfonali, quoniamliic eft vfqs &eilctotia
prononiinij^.Tresiiimcpn{onzcancuin apud Gianu mancos« quontamperionarepradr
(rntat exiftentiam cum |irofeitur:qfii ergo proferCy Vel repra^fentar fe,
ficdi;'' cit. E^i iiKl.atiurhvquo^.cwnbquiturjdclkididC'?'»: it iAtb oiiine
vocatiuum sdiiien efl; ethim^fl^cm- dæ qaoniam fubaudicu^i», et
Velatitfmici^imi dc quo eR&imokficdico,ltfr. Nos «ddimw personam quar cam,
ideft omnem, quoniam pronomen referconinespcrfonas, 5ciiiiif5eiVperrona: quam
rcfcrt, vtegoquijCu qui. illequi : vbi^«ieftprinui»&fecttnda, et ccrna.
'Myftfrinfii/Tlieolpgicum eH;, cur non vkt^ ten^am perfonafn (ertno
prodiicicur. Neque enim ix^ eternicace func plur es p r i malitaces, "
Secunda dliiifiQ^abeJfenna. Pronbminum aliud fubftanriuum, vt egoj, tu, nos,
vos^fut liic ifte,ille,ipfe. Aliud adie<5liuum, vt meus, tuus, fuus, nofter,
vefter, quis, aliquis^quis^quidem quif- piam^omnis. Dicitur pronomen substantiuum, qaod fjgnificatexi
stentiani seu personam, quasi per feexiftentem. Ec itieo n on fo lum f 2;o, tu,
nos, vos, et fui, ponuntur fub- ftanciu«,quscper vocc^ pluresnon
declinantunfedetiam hic,tfl:e',illejpre,qu.x per vocestre5i& articulos
pronunciantur, quoniam dire£bc fH!;nificant perfonamjVt pcrfeexiftentem: et hic
non valecregula grammatico- rum,ex vocibus, &arciculis fubftantiam
accidenta» liratem vocabulornni decbrans, Sed in fpiciendum eft ad inodumv
lignincandi. Poluimus adiecliua pronomina, mcus, tuus,Yuus, nofter, et vefter,
quomam non fignifiqantperf^iiamdire^cnpcr feexiftentem, sed adiacen. terii,
dicitur enini equusmeus jquafir^Wf/:^w,feu«frA utt adiaccat equo. Scd curn
dico,'ego, &ille » demon- ftfandoadiacenciam 6c accidensperfonalenon
dico.Sefl^ perfooam ojPteplit^^ dicit perfonamiper, . /^i^iij:^ ali^U f^idam
dicec perlbnam la : U mnis dicet perfonas. Sed ircitH adiacet* Eceoinifdi
Mexpomcur^^iil* M.fis, expooitur #wiKi iiW» ^nsnlaris 9C perfonjitns. Qnod fi ira
non est, Ii^e diftinccio non Aabeaclocum ifi protxoitii Deiicuthabqc in
noauioc. DiSmcJio tertia cx quantitate. ' PronbminufD aliud 7niuerfale, vc
quilibec^ 8( omni U qui€umque ^aliud paiticulare^TC aliauis &qut« ilain,
quifpiani;aiiudfingulare»vcego,ta,iue,iple,l ic; iftc., Pronomen universale est
quod significat on^.ncsperfonas fiinul : vc omnis homo. Particuiare quod fi-
f^nificat aliquas perronas rancum: vt quidam homo,& aliqui
&homines,&: ahus homo: fingulare cfl quod significac vnicam fingulareniperronam
vc bic Jiomo,iiVe, 3le,aicer,ac vnus., G;R4[mmacicl nonlrede poAierunt
intevnomina, dm nis et aiiquis, 6c quidam :hacc enim nullanf effen* ttam
6gntficaac npbis : nec illis fubftantiam aticqua- liratpm: vndeiogicinon vocant
eot terminos fignifto catinos, edconfignificatittos fyncache goregipacicos;
quoniam per fe non fignificani^fed habent tnoratione offieium defignandi
perfonas omncsaucquardam,qux in illiafiibinteUiguntur. Cum enimdjco, omnishomo,
non incelligicurcflenciabominis,fed omnis perfona hnmana: veluticum dico,quidam
lapis non inceliigicur efiencia Iapidis,ied aliquod corpus indiuiduum lapideii,
feu lapis dedudus ad exjfietiam aliqnam.Etcum dico, hic homo, r.on fignifico
fubiKTntiam hominis,nifiiecundari6, icd perronam quam demonftrabomim$« i. ETideo
pronomtn non ftat loconominis coinmumri . fed proprij:cum eninvdico^omnis bomo
: ly §mni$' significac Pecrum Joannem^Fnincircttm et alias personas humanas,
CcWiott^hU km9 ngnificat Betrum (^uemi oilcndo.. ^ifiin£2io (jiuartæxordme^ •
Art. Vi. PRonominualiaprimitiua, vtEgo.tu^ nej^vcs ^fui^ille^. hii^
ijleyipfe^^ts^ ^uis, alius. Aliaderiuatiua, YtiWf«i><««MVlca pronomina
primitiaa habenr fiium deriotf»- .dunma genitiuo didum, vt ego, mei, facic
meus» mea,meum^tu,tui,taus,tua^uum. Sai,/uus,rua,/uum, . nos
producic>nofter^no{tras: vos >vefter et veAias. /I producitY/^i^iii
«liifi faocfit compofitum ear dmftfp, jitipfe^illeM<,^hSmtiffmk\^ produounc|
de- riuatiuunn tf/HH t^tni^LcixjilunBifLeiUfr^^lufdHiS* Ip&L: <juQ€)ue
facic i///;iwf X iipud Blautam. Dti^fio uinta ex numeroi. ' PRonomcn aliud
fihgulaic,[vtcgp :aliud|difc5ale,j Vtc- E|Rima,reciitida& cereiaperibniKAmt
nua^rij^luralis 'rraiaciii i . Hoc camefi norafiifum qood in Jin«::iiaLatina et
vulgari leahcanoncorrerpondenr C\h'i pluraiis nin-ne- ru«caa<i fiQ|fbtari^iQ
prinil5 6c (ecunclisper^ooif- 'Ntim fcumdicb ^^^innngulan,
deber£dicere7^09^>ibpluraii: et ex /fr nngulari, /«ff/i in plifrali nos
AffiKEtprweSk^ iingaaTurcica'^lt<*f!^ habet -condicionem, qnoruam proego,
6Cfi%l%\oihetlsM^t^'-- niy pro cu et vos,fundr fani^pato eciam aliay lipguas
yfoii- Iher fe habere. In rcrtiis perfonis rcdcfe haue^c^ iin-
gularceniincl\///f,i/rf,//i»<i:plurale//i/,A//<f,i^^^%)i^n£iio
fextæxJexH. Pronoininum aIiud mafcuhnum vc i7ii: aliud fa:mi'
uinum,vc///i^}aliudneucrum, vc//i«i/:aliud omnc, EA<Iem rationedeciaracur
fexus pronominum acquc nominum Sedpi onomina carentcommnui 8cpro-
mifcuo,&:incerco. Quoniam cum fignificanc perfonaj appoficas
cflenciis^clarcfignificanc rexumabfcjue com- municace «promififuii^ce 6c
incerticudine. V 1Diflm3ioJeptmAaFormatione. An. yilU 1 PRonominumaliud
simpIex,'vc//- et /y^^ralius com- pofitum vc idem U ifihic | conipomcur is U
dc^' Grammalicalium Qim^aneSie, NOn diflfert dedaratio figurar fimplicts U
cdmjK>- Cnx nominuin et pronon-Hnuni. VerumapudLad- nosnon
uiueniniuspronomcn dccompofitum. T^rofoftio de declmmonihm fronommum.
Declinationes pronominum fiinc quinque. Primac4i- iusiingulans
gcnitiuusdefimciai vcd^gtfginfi, tUytmii /v/,carccenim/arinoiiiif)aciuo.
Sccunda cuius gcriiciuus deflnit \nius,vt iUfiUius^fCej iffi^s j i/icy ifim$^.
aUus^alms : aUeralitrius, Tertia cuiQS geni tiuus deHnit in i, vtmeas^me^f^ml^^
hcitmei^me^ymeijl^cJiSgwi, tui,tmf0iHi4 i^fintfyftti/a^^ ftiix, k vrfrv^ ve^n\
veftm^ vefirs : ipofier, 4w^em, nefiri^ ntffir^e nefff* Quarta eft cuius
geniciuus fingulans definicin//, vt ^nifiras nofiraiisivefiras vefrasis. Ad^
nancreducunrur.pa- ' cronihiica mafcnlina, et ficminina, qux rcperiuntur in
prima 6c tercia declinat. nominunl : fed ron riim nciid/ra vtputant Grammatici,
fci] pronomini gciuilirui. Qaintacuius genitiuus lingiilaris dciinitin h^ivzfre
b^e^tOQC, Facit ^«/«f/ : //, ect, iiljactt cius, Q^ i\ vcl,ju\ oi^ ifuod ifacii
cuius, et codcm modo fe habcnr compofirjv,. f w ^ '/*^^» eiufdtm - ^ ab
aliflftis a lii^ius, m Quoniam pronoiina flc<^ u n tur in finc cum cadi t dU
dio «haberc dicuntiSr pafas : 6c ex ipforum variar^ CiOQe^vairialaittif
declinaciones» et plerumqucagenidlio: uaihqaam in pluriboi cafibus reperiacur
vanccas cam in plurali) quim ip fiegulari. Id quod:fiatcemiaa&'das
XaXi^^s;c plures dedihatrones. Nihil cnim commune hahct W,hxc.hoc,&iflhic,
iftha: cjftoc, cuinis, ea,jd,&.quis vei qiii,qUcT,q"od. Prxteroa
dantur componta pronomina quorumalia . fcruant pristinam declinationem in
cafilnis, prxfertini genitiuo, vt/f^d7Wf/,</>/^/?Jr/,/7/^Wif/
/«;7i^'/fcribirur, //1 demi^hicce^h/ccc(^hocce,huiufce hc\t. A Iia non
fcruanr,.Oam cx ecce et eccon^^\\c\nmseccum^ eccam^ eccum, non ra- men
eccihMtus : 5c ellum,eiia m, ellum, non cameii eJlius, prbecceilliiis
iquoniamlylfrrcfolum acctiratiitum ref-, picic. Sicuti fnoimi& tafipt^ fol
um abjbMii|Ql^ueniiiMli» O^inta pronomina naiiieraK^ bitbent incercas. de-
ciinaiFiones-* nain vffar/, tny^^,, f^it «^«1»/« Sed reliqui nameri fqnt
indeclinahiles. Scribiiur e cericra pronbmina gentil icia, vtAquinas
feruancanalogiarh^d!'- cimus enim^f»i>^///,«9|fi'rf//i,cumponuntur non vt
no- mina, fed loco nominis. • •. ^nim^dtierfio de fatrQnimicis. ^ PAtronimica
funt in prima declinatione nominum : vt Eacidas Eacidx;& in v vtPriamides
Priamidis-.fic Priamis Priam idis fxminin^ d!cicur,quæquoniam ponu- tur loco
nominum funt pjronomina, 8c non nornira,vt Grasci puranr. Nam nefaoquis
fitPriamides nifi fubaa- diatur Paris: iicutnefcio qaisiitillenilifubaudiafur
Pa- ris,ve4 Pernis,verfaomo:pra*cerea palam fpedant ad personalitatem : vt nuUi
diibipi fit qi^in fint £rt>niDr. iniiVi. I)iHin£lio pronominum ex ftgnatura\
Aliui demonjiratiuum. Aliud pojfcfsimm: aliudgentilium, altud relativum.
Pronominum alia demonstrativa vt ego;tu.liic, ille ipfe, iflejis et Iy, quoniam
quaridigico perfonamde- monftranr. Alia (unc l^odcCCwiay Vtmcttstuus /uus^
noffef^ve^^raiifnai, quomam poHidentcm circumfcribunt perfonam. Alia gencilia vtnofiras ^
veflras yEneades cuias ^c [UO' niam pacriam, Scjgentem, connotant.
Prxtcreæxprædiftiyferrqtixdam retatiua, quiarcm antelatam fiue ante didam
refcrunt, vt ille^ ife ^hic^^jr is^ iiltwY' ^ quisqufCy quod. Dennr
Dnflraciuaprononriina reruiuntrenfacisdemon- ftrationibus perfonarum, vel
cfTenciarum pcrfona- tarum. Naminfenfu oflendi non pocefl: eHencia, ni-- fi
deducla ad exifl:enciam,feu perronaca. Sed relaciua non oflendunt ad fenfum,
fcd quafiad memoriam.Nam dici- musiPetrus eft dodus, ille qui j vel ifte/qui
legitin fcholis. Scd ly ille, ipfe, ifte » is, refert antecedens de-
monftrando, quamuisnon adfenfumfempcr exteriorem Sed ly quselrefert memorando
et particularizando. Addimus nocam demonftratiuam ly ex Arabibu» quoniam logici
acceptarunt eam ad dcmonflrandum du- plicitcr.-valet enim vtecce 8c hoc fimul.
Notandum cactera pronominaabfoluca vc pofiefiiua <3c gentilitia per fe
..patenc!,quid oonfigniHcant in vfii:ac relatiua declara- 'tione adhucindigenr.
Definitiorelatiuorumptpnommuin^ V plcx eft rciaciuum ^ aliud eilen tiac i aliu^
j ccideo- Definiiio reUtim iJfcntiA.- £latiauine(rennaseft,>quoclnatu|am
reirefcrt,de monftratque, fiue>y tencem ^ {Tue^^r&exiftefit;^ 1 vt.
homo^quieft. GB.ammarici ^iuidont relatiuum» infubftantiar £daccidentis ^ 5c
dicrnitrel^duum Aibftanrix,quod re. fert nomen fubftantiunm:vt labor,
quemfofcipis, eft . durusjvbi ly queni rcferthocfubftantjuumi abpr.Scd rc-
iatiuumaccidentisreferradie^biuum. Nam etfialiquan- doadiediuum
eftfubftantialevtanimatus, et rationalis;. nihilominas {;rammaticaliter fe
habervraccidcns. Scd prote(flbnon femperitarebabct. Nam si dico Petrus et
nomoqualisestu, idem vaiec acquc Petrus cftrationalis qualisestU:& ly homo
est: substantivum et rationalis. adiecliuum, Qn.ipropter m comparationibus
rclatiuis non vtuncur logici relariuo accidcntis, fed potius ad-
uerbiofimilitudinis,ficut, &velut :vttu e^liomo^/icuc- ego tquamuis ly Hcut
omnes nocas compararionis fup. j>leat in referendo. Propterea nos diximus
relatiuum efTcntia! n^,nominibas ^gfammaticabbu5 potiU2»quaBi i xebius
confuleremus libtanttd: ile Utiwjamfubftaati» eftduplcxXidcnutis, 6wdiuer/I*^
Cti^mmaticalnm Cam^and Ut Relativum identitatis refertidemomnino quodan-
qtiien: aniniai fcntic, 6c.hdmo eft animal dc idemfentiti vbi ly qui ^ ly
idcM'^ referunt bominem omnino etin* dem, ELitiuum diuerfuatis fubflantix
rcferr diuei fr.m X V anteccdenti : vtalius ^ vce^o vidco ''otrum 6c alios ^ o
m i nes : vbi ly aiios refcaiiomiues, vcdiucr lilicaiuur a -rrET^rx; Quid
Ocdiuerfic^tis^identitatisin Jogicis&metlia- pliyiicis declamitrdiicautem
Gimiturpro quacum quc fimilitudine, &x>ppofitipne« DE RELATIVO
ACCIDENTIS. Relatiuum accidentiscfl^qiiodrefertaliquid pcrci- neiis
adeiTentiam, vcperfonatam accidencibus. NVMERATIO Relauua accidentis funt
(eptem, quallsiquantu^^ quot^quotuStquoceQiyCuius» cuia(, cuium 5 cuias«
GR.ammatici<!ieunt retatiuum accidentis referre anteced^ns a diediuum,vc cu
esnjger, qualis coruus: ' vbi Tbily qualis refert ly niger, et non ly
tu,diximusquod non omneadiecliuum cft accidens in: iiilofoplna, (cd in
grammacica, quxrcfpicit modum lignificanditantuni. Sufficiencia rclatiuorum
accidentis fumitur ex hoc, quodomniseflentia vcniensad exiftentiaii\,
re|^i6iicec- ad^entia,ideoqueveAitur&perronatur qnalii^tie^guaii titate,numero,orjine
numerati, coUe^ione ordl^a^- . tum s in loco et t,empore et in numero
"i^ogterea dd tur <qpaHs t.qtUU3Ciis.qQOt,quocu5, quotenus'}^quibq$
de&ec aiidi nuhc, tunc, qaando,iliic»vbi,0 ex his po^Ten c apud ^ '
l^ifenosderiUaritiomina&pronoiniria.! v V j-- ' .V
£fta»cemquah'tasmodusreifiueaccid« fldLiitiaIiS)pTopcerea refer^ ly qualis
omnes exiftendi ^ndi moaos. jDicimus enim Petms ^ft atbus^ fprcisX manus,
cationalis, dioes, Rex, velox ; red:tis,'$c. Qu] ' Iisestu:vbi lyqualis, et
efTehtia:, et perfona!, 8£ fori na:, et operatiui, &: pafliui,
&voIiriui,<^- animi,6c corpo- ris, qualitates refcrrepoteft: quoniam in
'^mm pra:diQa- niento datur qualitas, vtin logica probauimus. Quantitaseft
menfura fubftanna: perfonata::&pro- pterea dicimusPetrus eft alcus, magnus,
crafllis, longus, quancus cstu:vbi ly quantusrefert omnes dimenfiones
iundas,&fcorfum, fed non qualitates quantitatis:noa cnim dico, 5^ rectus
figura quancus ego, fed qualis ego. vc milices Quot refertomnem numerum
fimpliciter funtduo, tres» quacaorsdecem^cettcnmimilie^&c. quoc funtciues.
Quociisomnls'ordinis nuAienisjVt tu es primus,{fe« cunaiis, certius, decimus,
centefim'ttS96cc.iD ichola,quo*- tusfumegoinfenacu; .
QuocenicoIle^bionemnDmefatonim fcriattild svtmo fmcbi nmbuiant biol, terni, quini|
deni, mi)leni, cencciii, quoceniambulantmilites; Aliquando
iungicurquotoscttmquifque,quandoC« gntficat ttttm de ordinatis, vc deeimut
quijqut ^fecimiBS £x his dedacuncttf aditterbia> vc qneties,Jecief^m$lliis.
jo Item transferuntaradtetnpora ætates, vt qiiotennis» bienms,tnenms quoniahi
tewpuisadVxiftenriamrpe- ^t:item,adnocum,vt primasfecundas &c. 5c fedct
pri- inoveireennd6 : et prius, ac pofteriu':, vltimus,6cc. lol
cusenimadexiftentiam fpeclac, vt in locrica. Prxccreaquoniamindiuidua. idefl
perfonnta: e/Tentix, non folum referuntur pcr prorfara^; cxiftenti.ilirares»
fcd etiam expatria et gence, 6c profeOione 6cfiidione: pro- prerea dantar^Ai^i
rcIaciuahorum,vid. Cuiuscuia,cuiij» tccm^s:vt ego fum Romanuscuias cs tu, vbi
ly cuiasrcfctt' ]y Romanus expacria. Icem Ciceronianus: Dominicanus; cuiustu :
Piatonicus cujas tu &c. At\^ cutas refertpoC. fe/Tioncm/vt ttiiim^pntrum
hU^ff^fuifi idebetetinin -Jycujasreferrcpatronimicuihpronomen: vt Parjs eft
Priamjdes,cajas eft Hc^aoti quod Grammatici non cori- fideraruiu:, NGt^ndum
quod omnia prædkaaiet\ta, vt perfo- nancuradinnicem, fiuntpronom^na>
vtvero(unt^ Velexidunt.Ainnomina. i)erho. VErbum efl vocalnilum declinabilr,
fignificaps cx impoficione, rerum aclum^Hue eilendi,fiue exi- ftendi/iue
operandi,iiue agendi^ Hue patiendi EA rationequaindefinitionenominis ponitur
vHiU bulum orationis pars tanquamgenui gramatlcafe. A dditar ieclinabiU, ad
differentiani prxp o fitionis,ad:- iierbij, coniuoaipnis 9 dicitur)%ii^^ Dber
pritntii • jr gorematicorum. L)icicur cum imfo^ttone y difFerentiam intcriedio-
nis/' ' " ' Diciturrf5? aw,tanquamvItimadifFereniiacon(litucns verbum in
elTe verbali.fcperanrque a cscteris orationis partibus. Dicitur eff^rtci, vel
quoniam omne vcrbum /ignificateflentiar ac1umnone(rentiam:&: guia
a<flusvel 'cftlubflantialis vclaccidenraliSjvel medius .idcirco di-
ciiwraFiu if^^dlyvzbomoefiammdl^vhi lyr/J^fignificat ipfam elFentiam vt
erte{rcntia&: c6iungitnotiones,n6 res-.pro- perea.-^tfmvocatur vcrbum
fubflantiuii rede d Grammatici-i. Sed perperam,dixerunt, verbum fignificare
adio- nem vel palFioncm. Hfi enim non significatac\ionem neque paflionem
litemnequedifco fignificatadionem, sed adumadionis rtf/^/jjaucem
fignificataclionem, vteflen- tiamaliquam : docere vero vt ndum. Quid auttmfitA-
clusin Jogica declaramus& mctaph Additur vel cxilhn- di : Nam cum jico :
Peirus e/?^vd eflin platea : vel exifiit^ non fignii-ico Petriaclum
cflentialem, fcd cxiflentialem, quod ./.eflextracaufaifuas: vel quiacA in alio
6c ad a- JiudiT > -'< v- Additur/?.^<?^^r^W/, quoniamopcratio non
tranfit in ixMwd ^homo amluUt :ZcS.iovQX<i tranfir,vt fjomo '^eriferat
filium. Dicitur etiam ao^cn^i vtPetrusdocec:&paticndivtP e tru s docetur.
Seddchisadlibusin Metaphyf. dicemuSjneqvi^' QuimQtami^atUiefinegoti/, ' Hlnc
vides quantopere falluntur Grammatici,dicences", verbumcfje farterjt
ofationn declinabilem Ec deinde.non loquuntur amphusde decJinationc, fedde
coniugatione. Item dicunt, verbum efle /?^«//fr<r/iafiiw aUioms et pafiionis
: cum verba fubftantialia &neutrai ctiam ipforum ceftimonio, non dicanc
aclionem neque paflionem. fyncathe ^rdfMmMkAlmmCafnpanelU] Quod auteni addunc
Qrm\\\u\c\^verlumefipaTSord thnii decltnahiliiy quo Unm modi^foryyns
terfiporibusagen^ divelpatiendi fi^nificaUuumff} . non perriner ad
definitionem, ficucin logica decIararur.Non enim ex hoceft
ve,r-bum,quodhabeti'nodos& tempora. Sed exJioc quod adum fiuentem
abeffcntia et qui4ein verbamrubftan- tialcnon habetneque fignificattempus:&
multa verba. heterocUta :& tempow <?cicliteise»hoc, quodaauiriott-
fubieo fitvtalibi docemus. Pmerca in linguar Chhienfittm &CocoocKinenfitiin
verba non declinantur perfonis-, nec temporibus «a* riantttr» fed^otuhs,
vtAioihiocoapeiiemusiergoaccti. dunthxcverboinoa^ei&ntiantvefbttm.
Di^in^tio "verhomm ejfemialis. Verborumaliud AibftantialejVt /Iwjraliud
cxinren- thls,vt rfuneo^exijlfi ahud opcratiuum /lueaclin- cum, vt Vfflffy
ambttltf.^audec. Ahud aihuum,\t ca^igo^ac- cufoyfacio : aliud
paiTiuum,vtca/?igor,verSerc} : Ahud ad. it Grammatici cbmmune, vc cnmmr-^iid^
dcponcns,vtv/<;f,/wn - QVoniamfignificarea(flum rerum eft v^erbo e/Fen-
cialcexhuiufmodiacluum dyiin(flionc Ai mcdafuic vcrhiorucfrentialis
diftiyii!aiO.:-6c quoniaibcfientiaprocedit exifl^Qaab exi{];^i;|aoperatib4
aboperatipneaak>» abadioæ pa (Tio: proptcrea verbum reftc diftin g u itt)r
in, euentiale exiftenttale ^ operatiuum, a^iuum, &c jpafi» fiutun. '
£tMcdiftin^ioeft]l4^undttn)]»mVnask)fecmiduinVo:* cem fequif vtdetur paffittum,
quod tamcn eft fecundttm oremAdittttni.: &propterea vocator deponens, 6c vafulo
Liber priHim. ridetur adiuum, quod tamen eft pa/TiUum. Aliudfbcun*. dum
vocemeftpafIiuum,fedfecundum remeft a^liuum &pariuum jVt avipIcUor : et
propterea a Grammaticis dicitur commune. Hoc apud latinos, noiilinguisaliis: et
recundum|r? aturamnondantiir veiborum genera,Jijfi cx quinquc|a4ii>us.
ACtiua&pafliua funt verba inoijmiilingua, Atki Latina ex fmitionein o in
or, diflinguuntur, quodvemmeftin pinmbiis temporibus verbonim,præ^ terquam^ in
prxtentis. perfeAis et plufquam perfedisi o u^Tefoluunturin partxcipium €c
verbum fubftantiuuro: aicimus ekiim amdtns fumyel fui\ iccScsmanuir^miyel
fnerdm &c«inIi^naveroItalica, nondatur ylliilks tem-^ poris
pa/Iiuum,,£drdfqlttituriniiibftantiut]m vt fro ego 'amar^dicimmU/hnM^tPy tu
feiamat^^queU^iamatQ. Ki -in tertiis^perfbnis fupplec ly ftama^&fieamato
&c. In adiuis verofunt temporaomnia,exccpris prarreritisperfeciis, et
plufquam perf cclis : etenim pro amaui d^ama* utram^ dicimxLs h^amato ha vevo
amaio, Do c vment^v.m; ISta.duo veiba fam et h^leo funtbafes verbomm om- niummam
copulanrfubftantiuc, &: ndiccliuc. fiueac- cidencalixci, flue
iQtrinfecciiiæ extiniecc res omnes. r Verbaqi WBGramati«i«
vocanturneutra^jflonfunt a< dina nec paffiua propter &dc>quod
fignificanta^lu. e^ifteadi vt>?^: aut a<Ed^i,ve- ^wrMifiue operandiyt
^orr»^ aut pot^di ^ic non potendi vt almhdu et iofi^* Gommuniftautem
8ft<leponeniia pminent dd a^iua^ pafliua; deponenia eiiaib neuti^ fuiit
fec«n«l|iBi. Tem,vtut3r^^radi9ri Ccuti auxRior ^ nudicor^wi^t^^ duuafecundum
rem. NOvttig6xtQLi neqtie fecttn^fi* mn,neqæ leciiin& '
vocem^Grammaticidiftinguttntverbainadiuumj,: pafliugm, ncucrum, commune 6c
dcponcns : etenimin adiuis funt qiurdam neutra, vt amifyrtdeojnteldgo: qux
aduMnceriores ScafFcdus notiones iminancntes fignificanc In neutris vero
ponuntpalliua inulca.vty^^ff ^exulo^ nia verba pertinentia ad agriculruram
faLso pofita in quarto ordine neutrorum. Similitcr qux fpedant ad diuinas
ac^iones natur^ aucons vc nmy,t^tonj\^uce(ctt' Jndeponcntibus vero ponuntneutra
fccundum rem, li- cet voce pa (fi ua, v 1 1 ^cton ^r<f ^^|jf f r, jja f^^'^
fi»ma(hor,\ Miiior. Secun^um vocem
autem omnia verba ex hoc . quoddefinuncino, velinor : 5«wenim& fua
compofita. ' folummodo neutra poni poiTent bc tunc faHa eflct ver^ ab eis
cradica » quod X, fiq^ipcat aUmm vef Dijlmilio verborum ex ferfonts. Art. lU.
Verborum aliud peribnale^atiud imperfonale, aliud fcniilc.' descriptio: Verbum
personaletrcs habct personas, primam, secunda, lertiam pronominibus
ck'leruicntes, vtr^p amoyfuam^s^jlleamat, Impcrfonale nullas habctpcrfo-'
nas^ucnumerpsfedfub tcrtip^quafi ojxint^iytdmg amaiur Liher ^rimtii, te amatar,
ai illoamatur. Vulg^, fidnia^ Jau et ama-ddnoiiama.
DeferJo^almmmmeroptimdumLatms, Granmaticos . Perfonaliaverbaalia funt adiua,qu«
definuftt inb, &^ormant pa/fiuumin or: vtjamo, vnde fic anior per
additionemr, alia pa/Euaquac deiinuminor Klia bentadiuumio «,vtnmorexamo.
iAlianciitra, qiMedefinuntin'o, et non formant paC. v^iuuiinin or, vt gaudco,
careo : al ia communia, quie defi-» nunt in or, et non fprmantur ab adiuo in 6,
et aftiue ac pa(fiuc in orracione conftruuotur^vt ego chmifiorfe,^ egochminor
abste. iAlia deponentia, quxdefinunt in or,& non formanrurper aftimlm
o,necpofibnt pafiiuc .conftrni > fed folom a^ui, ncgc feqnorvirintem V . e
impersonalium numero. Impersonalia alia acfliua secundum soQ^vc\,yx.tcdct,ie^
cet^ intertf j alia pafiiuic vocis^ vt atnatur curruur, kSi^ neutra.
vUeæftMahff. DcfiruUtbus. SErnilia verba funr : qu» iiilycjiSonalihUvad.Uta,
funt ! m perfonalia, vt ti de^et p^tere i petfonalilaus verd Vf^tcioaaii
Aiy%tMMeSjf0nite»t i4magere., Rofc& oimperfonaliralia exadiuis funt, vt
deleflat, . ^qua cum in finitiuo vcrbo funt imperfonaiia i fine ero,adiua. Alia
runt neurra ^ vr inttrcfi, f^? conænit\ pateiautquomamablatoiufimtiuo funt
perfonaiia, vt (jraiimiticalium CdmpMelU) medicorum interfiint curationes. EtPecro
conueniuttt TircureS' Sed qux ncucro paffiua vocari pollcnc secundum
Gramaticos^nuquamtiunt perfonaliajVC/^i^i-/, wi. fcrit^plzet^ penitet^
racioaucem eft quoniam ad afFeclio- » ncs refcruncur, quxopus adextranon
rCifpiciunt^nec perindeacboneoi. DifiinSio numero ferjonis. Numeri verborum
funtduo,fingularis vc drw<y, &pla ralis vcrf/7frfw»5.fimiliter perlonas
func tresm omni numero, in ilngulah ego amo, cu am4s\^ ilUamai; inplu«
^i^samam9S^ wsamati$<tilkamanii V M g T iy N n V . 1N omnibos rcbus re^eriun
tur ift^ rre s per/biiac,& diio Qumeri ex nacurarei>licec
aiiquaadoincertisTerbis . non fincin fu^) 6c in imperatiuis exnacorarei
defiinc, 4c In intiniciiiis qux ad imperfonalium cranfeuiic rationera.
OecaJibusi0decUnmonibusverb<rrui^ ACcidit verbis cafus.&i
declinacioitlmni&j persona variac fitiem didionis,'ycam0^ai^|)^amat : ficut
^ nomiciibos accidere nommos. JPr^cy^ deciinaciones verborum
vafiancarficfic&nominunv.S^ cognofcuncur. cx &cun(|a pei£>na| ficut
nom^mifecundo cafivite.nu' jijueinfirtitioo. Prima erg^o dccKnalii S^habec
Tecunda inperfonamin^ 4]icatiuimocii in ^;, 6c infi Ditumin^rr,
vt<iWiii,&^ff2^« Secunda, in ^i, 6c in,Iongum| V t ^o^^r^. Tertia
in/i,&in breuem, vt Itgis. et /r^w- Quarta in /j, 6c irr, longum, vtaudts
Uaudhe. SEd hxc fecundum antiquorum dida funcrationeni, ctenim poteftprima
declmatio conflituicx fecunda perfonain es, &: infinito
cdc^vt/um^inicrfurK^ acffum^pr/c- fum nefumyfubfum^profum^abfum^polJum^ et
cxteracompo- fitæxverborubftantiali6cpr.xpofitionibus. Secunda habetpcrfonam
fecundamin frj,& infini- lunim erre, stferojers^ferrc : ^
compofica.vt7e/tff<^,<«i- /er», offiro^petferOydefcrQ^ infero nffero^^
catera. Tcrtia autem fit prima antiquorum, \x,dmas^rMfe% CVjarta illorum
(ecunda, vt ^(^rQuin ta il iorunt tcrtia^ vt le^ii, le^ete^ Sexta illorum
quarca, vt 4i«ri/i,^ir^i>t.. Deanomalii. Dantur irregularia a prima ^
vi\veto ^ huo et iuu^re, qncxmpr^etcriti.. funtanomala. Dantur irregularia d
ter tia, V c gattdeo gaudere, qu« in pncceritis non fcr- uant'normam tertix-
Etaqiiartavt vii,&9/A!r>qua: in prasteiitisdc infiniti$ exerrant. Eta
quinta vt eo^isjre : quxin tuturis extra vagantQV) " vtii^fjU compofita
yufsnJc^^Ndijo^fcri^^iiLc.AQertio dt tm^n&itsverhMm, Art. Proprium est
verborum in temporibus signifcare )g Crammaticalium QimfaneB^] Quoniam
a<flus funt extenrionesfacultatum,necfi- mul eflfe toti pofTnnr ^necefTc eft
tempuseifdemin efle quod efl fucccfTio rcrum, cx ente et noQ ente part&-
cipancium > vc m Mecaphy Ldocuimus. Detemforisdifferentiis^ TR.es funt temporum
diflFerentix, videlicetpracfens,. prxteritunV, et fututum. Etenim aut res eft
nunc tn a^flu, et facit prscfensjaut fuitin adu,& fic praeteritum^uc eric
et ilc eilfucura. TKiplextamen pra:teritum «aliud imperfe£lum, vt ^nutSdm^^ivLd
per&dum,' vtdmam, aiiud pl u fq uam perfediini,ve MyrifiM^resenimaatedin
ccanfictt,[attr nan(iui^.aix nMiIto ante tianfiuit. NOn potefl: reperiri
verbum, quod non habeat prac- fens et pr.Trerirum et futurum» diftinda fecun-
dum rem,]icet fecundiMn vocem qusedam (intdcfe<ftiuai rtmemJni, odi^inquam,
6c cxtera, ex vfu fic pronunciaia apud LacinosnonaMCeminahisoacionum linguis.
^etmfortm v^athne exfacuUatHHsl ET qnoniam omni^ a&ns aot ind i ca tur per
cognofci* thmm^auc tmperatur per poteflatxoom^aiitoptft- tur per Yolitioam :
propterea tempora verboromad tres facoltates reducontor.f. ad|indicatio am
imperatioam, pc optatioafi^ PRacterea quoniamactus fubiungieiiradiui,vcl
deterniinatcveljndcierminatc, propterea addmnur temporum dtt^ ^lia: radones .f.
fubiun6ltaa et infinitiua, qux rcgantur ab aliis verbi nononibtts. Est quidem
practcritum, pr«rens,dcfuti!rum tenipus, triplex,atquevt pars, autvtdifferentia
fucceflionis rernm, &quidcm contingit cxprimi secundum tres primilitates
Metaphysicas, pcrimpeniriuum,indicatiuum, 6cappetitiauni 5 qui vocaniurmodi
fecundumGramma- ticos, (ed nirois comraunrter : modus enim eft cuiufque
rciqualitas propterea nos rcduximus cosad primalita- tes. Sed
fubiunAiuum.&infinitiuam^qaoiiiam ad conipofitionem potius modorum fpcaant
dctcrminati vel indercrminatc fecandumpcrfoBas&flheperfonis, oro-pterea
hofce modostanquai hap^ndiccsvcrbisa ddcnh. dos putauimus: 6c non ficut
principalcs, queiI MUlinodum Grammaticis vfurpatur. temforum nwnero i»
vnaquaque rafiine. DE INDICATIVO. Indicativa ratio habet omnia tcmpora vz. præsens,
ut ^atf)prqteritura,vt4m4 «r,futurumvt^w^^o:&itcrum Criplez practeritum vz.
imperfedum, perfeaum, 6c plulquam perfeAttm. Indicare.n. eftadus cognofcit
miprin. cipij. Cognioiaauteinrcfci: turadoxn|ija tcmpora. Imperativum vero non
haber nisi præsens nec futuruiTi, caretque preterito, quoniam non poteft:
imperariqiiotl tranfiuic, neque Deus pocefl; fa^ere vr non fu^rnt, qtiia fl. bi
contradicerec Itnperai^nus id [olum quod nuAc-,auc poftea exir in a<f^um.
Caretetiamlmpcrariuum perfonis primis in fingul.ivi numcro ;
quoniamfibiipfinemoimperare potefl:,fedai- ten,nifi feipfum
vtalcerumaccipiac,& tunc erit quali fecunda perfona qui e(l prlma:(ic
Peerus aic« quid agis Pecre>& /'<frr^« Noncaretinplurali,quoniammu)n
imperio rautuoafliciuntur. DE OPTATIVO. 0?c.uiuum habet prxfcns,prxtertum, et
futurum : Jefidcrium .n- ad omnia fertur tcmpora ; dprainus cccnim
aliquidfaifTe, 6c elE%&: fore, habccque notas IIjo^ Subiunctivum habet
fimiliteromnia tempora, quoniiC poced/ ubtungiadquodcunquc verbuin aliornm mo-
d.orum,vt/?r ames^vel ver9mi/i^qu6 d amanerim^ itcm eim' 4irHdremfufpifabMm
.bccumamauero (ufpira Notandum quod SubiunAiuu habcc pro noraly cnm-
qu^orationem fufpendicdonecaliud verbum fibi adiun- garpoftfe^velabfque ly
nMirubittdgicuralceri Terbo»yt %mwmefvtfatias^^ ti^\i<\vi^mnoX^xsk dor^m ia
Logica. Lihcrpmmis. 6i Deinjimuuo Iniinidi sumeidamcria cem|idrahabec,
fed^ineperfb- nis, ciepcndent enim fcmpcrexfioico vcrbo : quod po^ teft
multiplex efle et ad omnia teaipora r&Ferri', et quo Qiain bxcrelacioeftindecerminatarum
pcrronarumjOm- nibus enim peifonis copulacur, propcerea infinidainio* di carenc
diftindione perfooarum :-di|riti)us enim tui^ te gtmofi \n$sama»ifit*ic
iommmamttfifum ejjcibc quxli- betpeifoDa cuiliberaddi poceft,veiAu%mulaniia
f^mperiniiniciaaniexporcunc poftfe^vtftiom (oco pacebic. De Gernndiis,
parfia^iis, ^ fupims. GErundia,participia et rupina non funt verborum modij/ed
nominuin [imul vcrborum 'participa- riones propcerea decis alia pars
orationiseft coniicien- da ^ necvexbis addcnda^ vcfececepriores- r
PRa:cerirapracfeAa,imperfe<fla,& plofqnam perf^^a' nonfuntin
6peracims«f(ed'idem dmtria temporare- prxfcntac, quoniam fubratione voliti nbn
inul tiplicacur prxtericioviicutfub toionie in(ttpat4« V .Subiundiuum
veir^^fatbetomnki pra^ilta; quoniam cuhi cfmni verbo alrerius
modrftibiundiondm^c&re po- teft. . V Grftfttmatici4)on tntellbfiere
quodde/iderariuo,porius autem fubiun<Jliuodeeftpars pracfenris cemporis,
dici-' musenim vulgo/o amadiat aynaretfctucaminafii^ \ovcr^ r^i r^fo: quxnon
re(flcconfundunrur apud Latinos, Sc vulgares etiam peccant quoniam ly
<i/w;rf^/, nonad defi, deratiuum,1fed ad fubiuncl:iuum verc fpedar^on enim^
pronunciatur,abfqucfubiun(n:oantc vrl poft:,(]qiiisergo>
iceromgrammacicarecur iioccoaiideraredeberec. H iij. QVa:rituf aucem, cur
pr^teritum multiplicatur, et non Fucuram &pra:rens ? refponcieo, quia
practc- ricum poreft non totaliterprartenfTe, et icerum tot.ili- tcr6:
tandemmultoante,potefl:diuidi Sed prxlcns ell nunc indiuifibiIe, quapropter non
potefi: diuuii. Sed quod imperte^fVinn cH: prxfens pertinec ad ancecedens,
veladfubfequenstempusugiturvnius tft tempons.Sed de futuro non fic : aliud cnim
eftmoxfttCuroni,aliud poft, aliud longeporc.-SedGramadcinon acceperunc hanc^t-
(tindionem : qoooiam vfas loquendi apud vetereseioC- modiexpreifioncsnon
habuir, (icocde prxtericis^verun^ camenfociirum fubiundiui videcorefTe de
fecuro præc^ titorficgfo enim idem eftlaciniqob^vulgariter hav^ fatH^
ApudHæbreostemporai^ cmag LSCQQfafa» ; Jiii^ifif^irjforum ex ordine. Erborum
aliud primiciuum, vcDo:aliud deriua^ tiuum^vcdono. D M Iftin^io a]b ordiiie.
eft fimilisei » qose licnomi. num. DeriHatiuorum mulfiplidtas verhrum ex
verbis. Apud latinos verboru deriuatiuoru aliudeft inchoa-
tiuum,vticaleofitr-<if/S:tf jquafiincipio calefcere. Aiiud medicacHium^vc
acoei^o tmamU ænu^cur^qttai* (I meditorcoenare. Aliud£reqoen€aci
Qom)'VtalegoJi0i/^,ideft6eqttencec lcgo :1 rogo rogito. . 6% paukrim
diminutifcribo&c. Deeft Launisinigiii. ficatitium^ dicimas enim vuigo da
beuo ibeoacciliare: da fiiro ftiraccfalare ftancbeggiare* Dermafia
njerborumtxnommbus. D£riuatio verborum ex nominibus iterimi mulri- piexjalia a
fimilitudine: vt a patre oritur/5*^r/y/i fiuc/^iimXtfj^^liaabadurei
fiueexiftenris^fiue mutacionc fubeuntis.vca (londcftcndfftff > a lapide
iapiderG<>, a calorecakfco^ Quoniam verbum fignifrcat a^um : coiarcumqæ
autem rei eA adus : igicur a quocamque nomine
semiignificanrepoce/lderiuariverbum. HMc regttla valet apud Grxcos et italos
QlgareSj fedLatininon vfqueadeoipravfirunc. Lulliusta- meneUciceamexquocumque
nomine :namqueaitJio- mo, homificare homificc^tio^ homificahiie. Sed hdc ex
com- pofitione fit non ex deriuationc pertinct ad aclum agendj. Sed
detioatiopura e^ft ex formnli, vt lapiJef^ COy?fjetalIcficJiq^nefco/enefc»
^ifr'tre/(Oyfioreo^t< f!ofefro a flo. re..Sedabhominenon dicitur^iwfo.ncca
lupo lupefco,. 6<:tamenrecundum naturam fieri dcbet:vnde vul^niiter a campo
dicicur compeci^ijre^ a fen ^O^rz.fefje^r^f^Jarjr-Jei- ladonnain donnar/i
^Cicut L^tin t diciCOx mafiMlifie/e ir^irf»m<f ri,4 mafcuio, et £emena. Qi^
autem nooas.artes^cudir, ppt^faceredj^riaario«> nes verbales ex quocumque
nomipe, ejr oiTini enim re . «l^reditur a^us exiftendi, veloperandi, vel imi^di
Accu. Quid juid Grammaticiio boc minusiapiant; DsdcrmatlQnc tanpomm extempoabus
erhorum Derivanturetiam cempora verborum fuc^edentia ex pra: cedentibuseiu(dem
fpecif i, vt omria præterita ex primo practetito profcftp » ex amaui enim
cafcitur VF.rc dcriuanrur ex prseterita ex pnrteriro pcrfc- non auceni cx
imperfedo, quoj ennn iiiiper- fecluni cll, gencraie non porefl: fibi fmiile,
irem fucuruni luhmnctiui deriuaturex prxtcrico, quoniani dicit futuru.n fub
rarione prxteriti, idem enim iti^a%er§ DermanoexfraJenU: DEriuanturomnia
ptacftntia tcmpora exprjerenrifn. dicaciuo^vcab amp, amaiamare^tf.amem^UamarfJSc
-ab amot^amareiOmafirf^ffiir^amarijVtilego, ''%^J<fg^ rem^ Derluatioex
futuro., EX fiituro auccm invlicatiui . non videnturoriri alia fucura. Non enim
ex amabo dcnuatur amato, &c amem, 6camauero, &:. amacurum elTe, fecundum
voccm licccderiuantur fecundum rem,quapropter in Iiiscon- fulendus eft; vfus:
ac forfan 6c quancicas /^llabarum primjirum. Va formsttone verhriim\ VErboruni
aliudfimplex vt Ugo: aiiud compoficiiinV vc iramtego : aUud decompofinim >
yt nmtth" EAderarationedec Iaraturcompofitiorimphcitafqæ verb
Grumacnominum. Decompofitumautem non ex compofitis, fed cx «ompofito et
dcriuatiuo, ^Utanfr «ri^i/i^ ex trans et fchbo : ex quo erat (chbiUo.,
COmpoficio verborum aliacft exduobusfeuplaribus verbis vtaii^tf^#»ex caleo et
facio,alia eft ex verbo et aduerbio vtmabfMio,fatisfati9^ alia ex yerbo U
prarpofiwoiie^vt f/j^r/^ f*«jfiRf^,qua6extta iacio^vtcum alio facio: alia ex
verbo et mminefrtfmSififo^maffttfgf, idejifaaofru^umt&f^idomagna.
OMniscompofitio ex nominc&: verbofignificat a- dionem alicuius rci, vcl
padionem, vt fractifico& confru^cor^arefaciOy^careno^Sclxcifico. Omnis
composition ex verbo et aduerbio fignificac qualtficacione m
aaioDis,reuaduS|fiUe aftiai|fiac ^ fti^mtVtfatiifdd Ot^Jdiu^^Omms compofieio et
verbo 6r verbo fignificit adiis; edmonem,vt/r/^<f/r<7,(^uomam&adl;tts
frigQris,fita*. i mefldacah F ADditam^ftinhacregalaj?/^^ datur ^ quoniam non
videcur ex duobus vcrbis fieri compofirio^ quoniam duo adus coirenon
poflunt,fedfialcerabaU terofir,habebirurvnus vteflTentiaai^us, alcervcailujfcu.
ackio ficpaHjo eius Jicucpatec mftiic^fi ^ cd^P.^ Omniic ompofitio ex verbo
&pr^pofirione,lfgoifrcat adum cum relaciooe et refpe^ ad aliquaro efien-
tiam,adi}uam,veldeqna, vel cum qua » velinqua» vel' proptet quanr,j vel
per.aoam., vcl fuper qoam, vdi &bqj;ii^3ieleirca<|ittm,m eiuQs
giatia»)edittir|!^An9W QuorfiintpracpoYiriones rocrunt verbonim expraii-
pofitionibus conipofiriones fecundum naturani,. 'Scd (ocundum
vocemadcertastantum reftfinguntur. £xemplade verbifubftantiuicompofitjonibu$'.
Verbum fubftantiuum babet compofiriones odo;^. Diciturenim dyifw,adfum^ ideftad
aliud fum^quafi prac- fens. Et;^^/iw»ideftabaiioiom, quafidiftanSs&dirgi^
ibs abeo..Ixmdefum quafideorrom&m^&reparatum; Infum, Quafi in alip fumi
ve) jficas fum ^pricpofifiæiiifni fep^umynria jfine qoando yenit in co
mirrjftHirquali incra aliquod iutn, vt procfeDs, vel can «qttamtuuans
aifcnecefnirium. lcem 9ifim^ quafi ob aliud rum,6caduerrumJScconixai fignificac
euim ly eh oppofitionem quamcShque, et qoamuis ngnificec cflecaufalc
finaleincerdum,tamenia compofictoneponitur vc cau&opponicar effeAui falcem
relanui. Pr^fam, quafi pro alio fum, vel pf opceraliudjidcft illud
iuvan£:/>f4r/»/»,ideft fuprafum jvnde prseefledicicur,qui imperac, 8cqui
anteic. Suhfuyn qiiafi lub alio fum. Poffum quafi poHieirc fum. Qujenim poteft,
poft eft, potcntia .n. ex cilentia manac, vcdeclaratum efl: in Metaphyf. Sclioc
dico exvicompo- fitionis.Datur &y»;'^r/«iii. comjfofimnihus verborum non
/ubflanr tialmmcumfrdpoftiombus. In verbisaliislongeplures
funcconipontioneszdicimus enime^eje^r/ff, abticio,& adiiciosqubnim piimum
Heni^ iScac f^aracionem per iadUm, lecundiim ver6 addi tipnem Sicex
ml/i«amicco,£cadmitco, quamuis^i/in ad- .4!^cco referacur ad perfonam miccencem
: in adiiclo v|r& fti^eamyadquamficia^us^ficuc&appono. . Coniicio
Sceoinniicco : Hmul iacio.& firaul mi tco. Sed perdifcurfionemly
coniicioctiam idem eft atque con- lidero jquia qui multa fimul iacit intelledu,
fyllogizac: et committo quafi aken crado, quo cum mitto quid faciendum,&
fimilitercommicco fignificatfaciojfimulcum, inftrumentisvel aliisrebusaliquid.
Dacureciam circum- iicio,& circumpono, qu^i^do (^rcjat^mljij^uiii xei quid
ponimus,veI operamur, Demitco&c dmiirfo,deiicio»& dffiiciohabcmus^ demiccereepim
est quafi deorfum miccefevVeLdealiomic- *cerc,fimiliter&
deiicere&deponere. Dimitccrcveroeft quafidiuifim miccerej et pocios ad
^verbalem facic cdpo^ poIitionem,vnde dicimu? dimitcere quafi libcrare &:
par- cere,quoniam a vinculo &:obli2;a;ione dillbciamus miccendo.
Dicmiusdifponere quafidiuifimponere, sed cuni ordine, difiicere quafi diuilim
iadare, et fincordine j6c . hoceftdeftruerejquafi deflruclurafeparare. Emicto,
eiicio,expono,CAiello, dicuntur quafi extra. micto, extra iacio, 6cexcra pono.
Vn Je diciniusexponc- re &quafideclarare quid cxcrarci niiplicatiooem
&contexcaai, vbi res eft confuHLf poaimus eius renrum. Prtereainiici
Oyiminicto, impono; dicimusqaafiintus iacio, intromitto, incus pono
velinponitur qunfi Contraimmicco Xinaliummicco^iniicio in aliud iacio.
Dicimusetiamintermicco, incerponO) incerficio» incerii. cio$quoniam incra
aliquid miccimil$ aliquid,, quodfiil' Ittd aliquideftcempus vel adio, cunc
incermicco, eft paufo»fimilicerincerpono, quafinitranegocium pono diT' feparans
iHttd.Sediat £rfin'n rft i nmpumre i Hiquod in ter aliad;vnde 'qiian3o eft homo
vel anjmal fignificat id» quod occido&macto, quienim ponic ferrium aut nlmd
diuidens,intraanimal,reparat ipfumac proindeoccidic dicimusetiam intcrmitto
&: mtrofpicio, quando non vi- dentur quippiam incroducimus ; nuc faltem
intclleclun^^ licdidum,qaiaintus legic, incrofpicit. Diciturimpofens quafi
valde potens quoniam impccuofe potefb, dicitur iillicgatiui,,qnoniam ly tion
fiKflum eft o;7, tSc de inde in ficut oUi tranfi in /. Sedraro aut nunqunm fiicit
cum verboficcompofitionem, fed cum participio verbi,dicitttreniminnocensid
cftnonnocens. non tamcninnoceo: iuauditus, 8c cranficaCttSynon tamenin audio
necinucoc: infedus/ed non inficio,nifi fubalcero fignificacu. Icem didmns
obiicio,oppoao,ofFero : quafi^concra ia^ cio, concrapobo,coocrafero » ecenim ly
conna dicic op- poficionem contrariam; &: dioeriam et priuaciuam) et To^.
calem, ^ed oim dicimas Qmitto, idem eft qua£re* linquo^quoniani^qttt concra nii
dionem eft non mttcic,fed definit mitteife : ^'dqai coiitiiiji |)6mcaliqa&l
&ciCCOD»^ trsmcflf dnmp riaatia)&. Trem proiicio procul iacio
(ignificar. SeJ propono pro aIiopono:5c non procul dicinnis fccundum vfum.Pro-
micco autc dicitur quafi pro alio mitco,»S: pro re facienda mitco vcrbum
pollicitans,vel procul mitto, vndedicimus promifTam barbam ideft prolixam,
dicitur etiam permitcoideftperaliudmitto vt fiarjyenim pcr caula-
licatemdenunciar, percipioperaliudcapio, vcl valdc ca- pio,quoniam
caufalitasnotitiam inluflrat.Dicimus pra:- micco,ideft ance mitto, 6c pr^pono
ideftantepono pofl:pono,8c poftlial^oinon tamcn poftmitco^quoniam non eft
iii.vlu,& non quia non poceft fieri fecundunx nacuram. Icemreiicio,repono
remitto jquafi iacio,rctropono ideftpoft pnmam vicem, et rcmitto, 6c refcnbo,
et hoc verum, quandoly,re, breuis efl: fyllaba ^fed quando eft
longa,dicitur,arcs, vc referc, ideft res fert : &: vtilitAs fert. Amplius
dicimu.s fnbiicio ^fubmitto j quafi fubjacio, pono rub,mitto fub. B. enim
fit.p.ecf, exfono (equen- tiSjVCfuppono,& fufFero. 5"ed bonus Grammaricuso-J
riginem retmebir. 1 icimus etiam fepono, femoueoj' quafifeorfumpono,8cfcorfum
moueo,fimiliccr feparo,. jk. fegrego, feorfum paro et feo-^um a grege. Itcm
fuf-- vpicio, q ua fi fuffum afpicio. Jcem fuperpono,& fuper-^ >Jedeo,
5c fupcr, quorum erhymologiapatct. «Amplius
traduco,traiicio,tranrpono,tranfmitto,tranC' lego, cxtrans &:ducoi&
iacio&c.H^catculimusexempla,vcinaliisidem ^cx:^^ fncere" et dtclamare,
dicimusenim exdo das, abdo, addo,, condo, dedo,edo, indo, obdo, prodo,fubdo,
reddo, tra.do. Similiterexeo,is,habes,adeo, comeo,ineo, obea, pro eo,prareo,
tranfeo. Quprum fii^nificata ccfiabori- pnaliclongcncur,
camenalToriginalihabent VIM SIGNIFICATIVAM ftrto cnim fignificacperaIiudeo,
ficucfumus5 Imperativum vero non habet nin præssens et futdriim, caretque
pr^tcriio,quoninm non poteft imperari qiiod tran(M]it, Deqæ Deuspoteft fa^ere
vt non Fucrit, quia fi- bi contradiceret Imperafnus id folum quod nuhc^auc '
poftei exitinadum; Caretetiaralmperatiuum perfonis primis in fingutari numero
;quoniam fibi ipfi nemo imperare potest, sed alteri,nifi ieipfiim
vtalterumaccipiat, et tuiic erit quafi fectinda perfonaqui eft prima?fic Petrus
air, quKl agi^ Petre>& fjc Peire, Non caretin plarali, quoniam muici
imperio mutuoaiiiciuntur. Optativum habet prxfcns^prxrer tcm, .S: furiiruni :
Jefi Jerium .n-ad omnia fcrtur rcmjiora i npt.Tinus ecenim ali quidfuiire, 6c
eir.', 6c fore, habctque nocas fua^ Subiunctivum liabct fimiiiteromnia
tempora^qaoniiC' poceft fubiungi ad quodcunqæ verbum alibram moi- d|or um, V
t// c ames^vil xffnm #if,qu6d amatferim, i tem nini'4imaremfit?piraidm^tCei^
mamdU€ro fuffirah* NotandumquodS^ubiani^niu habetpro noraly e&m^
qu^orationem farpcndicdonecairud veiTDum fibi adian« gacpoftfe,vei^fque ly
«Mfiibiudgituralteri verbo^vt iMtmefivtfæias^ petaliqoam notam co£ujatioonim
di^ ^r^m taliogicai. Liherpri/fUis. 6i Dcinjkmtiuo* INiinitiQum etiiani tria
tempdra habec, fed fine perfo- nis, dependentenim fcmpcrexfinito verbo: quod
poced mulciplex efTe et ad omnia tempor;! r&Ferri, quo» piam bxcrclatioeftindeterminararum
pcrfonarumjom- nibus enim pedbnis copulatur, progcsrea infinitiui modi Garent
diuindione perfonarum rHijc^us enim tred^ te Mmdtt iwsamatiiJU • et
h^nnmaii^Mum^ effcibL quxli- betperfbna cuilibetaddt pote(t,veff«fFamulantia
fem' pcrinfioiciuum expofcunc poftfe^tiuiftn locopatebit. t)e Cermdiis,
parna^iis, ^fupims. Gerundia, participia et supina non sunt verborum modij sed
nominuin simul 5c verborum 'participa- tiones ^ proprerea de cis alia nars
oracionis eft conlicien- da ; nec verbi$ addcnda, vc tecece priore^.
PIlxccritaprsefie£b,imperfe<f):a,& pluTqpam perf^Aa' non funtin
dperatittis^ fed idem omtfifl tempora re« præientac quoniam fubxatione V6]iti
nonmultiplicacur' prxteritio; ucut fub Aftibiv indicati, Subiuni^iuuni veirdhftbetpmnia
pr^i^td^^ qubniimi cuhi dmtii verboalceriusmodifiibittndioh^ fikcere po-
Granmiacicioon inteltexei!^ qiioddeftderattuo^potius «utetn
(ubiuo^liuodeeftpars prsefentis rempori, did mus enim vulgo/o amafli .h amaret
fftti caminafii, iovcr^ r^ir^fo : quxnon re^lecuiUundunnir apud latinos et
vulgares etiam peccant quoniam \) amafei non ad uc<u deraciuum, fred ad
(ubiundiuum verc /pedar.non enim pronunciatur, abrqærubiun<5toanre vel
pofl^nquiscrgO' iterumgramn^acicare^ur boc coQilderare debere{:. QVxrituf
autem, cur pweritum multiplicamr, et non fucurum 5cprrerens ? refpondeo, quia
praccc- ricum porefb non cotalicerprxteriflre, et iterum totaliter et tandem
mulcoance,poteftcliuidi Sed prarfens ell nunc indiuifibiIe,quapropter non
potefl diuidi. Sed quod
imperfedum eft prxfens pertinet ad antecedens, vel ad fubfequens tempusi igitur
vnius tft temporis . Sed de futuro non ficraliud enim eflmoxfuturum,aliud poft,
aliud longc poft SedGramaticinon acceperunt hanc di- ftinclionem : quoniam vfus
loquendi apud vetereseiuf^ modi expreffioncs non habuit, ficut de
prxteritis,verun- tamenfuturumfubiundiui videturefTe defuturo prxte-
Tito-fecero enim idcm eftlatincquod vulgariter haver\ fatt9. Apud Hxbreos
tempora ficut magis confufa l^ikttfiovefborum ex ordine. Efborum aliud
primitiuum, vtDo. -aliud deriua- tiuum, vcdono. Dlftinclio ab ordine eft
fimilisci, qujc fit nominum. Deri Hamorum muUipUcitas verborum ex verbis. APUD
LATINOS verboru deriuatiuoru aliud est inchoativum, vt a caleo ^xtcalefco,
quafi inci ijio calefcere. Aliud meditatiuum,vt acocno canaturio dcriuatur,
qua- fimeditorcocnare. Aliud £requentatiuum, vt alego lemp, ideft frequenter
lcgo :i rogo rogito. AUuddiminutiuum^Yt ajiri/^,/tfrW/*,a fcriip/criiilU 6$
pauktim, &diminutcfcribo&:c. Deefl: Latinis ma?!;ni.
ficatiuujn,dicimusenim vulgoda beuofbeuacciiiare: da Aico (bracchiare
francheggiare. Derivatio verborum ex nomiaibus irerum mulci- plex jalia a
similitudine: vc i pacre onwpmiftff^ fiue pMtfix^YMizkhtjQi^ rei fioe
exi(lenns,fiue mui^cioD^ fubeopcis » vt ifronde fhnltfco,a lapide lapidefco, i
ca^ lonecalefco.. regvlA. QVoniam'verbum fignificat a<?lum ; cuiufcumque
autem rei efl adus : igitur a quocumque nominc rem iignifican tepocejd dcnuari
rerb um. HJ£c rcgula valecapiid Grxcos, et Italos vuIgaTCSi TedLaiininon
vf^oeadebipraviirunc. Lulliusta men eliciceam exquocumque nomine :
namqueaic,ho- TCio ^hQmificauhdmlficaHo^homificabile. Sedlidcex compositione fir non ex deriuatione,di:
pertinetad adum agendj. Sed detioatioptoi ^flr ex.forman, stUpUef:
t^^metallefio^U^nefco^fenefco^pt. treJc4tj^W9jbcfloreUo a flo. re.f Sed ab
homine non dicicur hoimeo^ntc d I-upo lupefco,. et caroen ft cundum nacnf ficri
deBcc : vnde vu I gaiiter \ icampo ^^Cit^t9mpe(i<jiare^'2ihvit^xi^f U
dmnaii^ lioiuutff ^ ficoc Latini dicitur mafculeftire &: «jlf^WfMri.
dfnafculo, &: fa;mena. Qoiatitem nouasartescudir potcftf.iccre deriuatio-
Hes verbales ex quocumquc nomine, ex omni enimre egreditur aclus exiftendi, vcl
operandi, vel imicandi Ucu. X^uid^uid Ciraminaciciinhoc minusfapianc. T)i
dcritiatione temporum ex temporibus ^erharum, Derivantur etiam tempora verborum
fucceclentia ex praecedentibus eiufdcm fpcciei^vt omniapfscterita ex primo
prxtetito profeAo, ex amaui enim oafcitur affMuc/jw^ amauiJ^e^i^mduerim^'^
Mmatierc^ amautje': VErc dcriuanrur ex prxtcrita cx prxtcrito perfc- non autem
cx imperf-edo, quod enim iniper- feLlium eil, gencrarc non potcll: fibi fimile,
irem fufurum lubiundiui deriuaturcx prxtc.rKo, quoniam Micit futurum fub
r.uione pr.vrerici, idem emm^^,/*^/* dc iii m ^ m m h a h x^^' DerMatio ex
pujintii DEriuantaromnia ptasfentia tempora exprxfenti Iti. dicaciuo,vt ab amo
^amaytmanm^mim^hLamaniSc ab amoryamare^ amafeffiimeriamarifVt Silc^o,
Deriuatioexfuturo. Ex futuro aurem indicatiui, non videnturoriri alia futura.
Non enim ex amabo deriuatur amato,6C amem,&amauero,& amaturum cfTe,
fecundum vocem licetderiuantur fecundum rem,quaproprer in Iiiscon- fulendus
efl: vfus • ac for(an et quanpus iyllabaibm primjarum. ! formatione virloriym$
Arc VU. . Verboruinaliudfiniplex YcAs#:aiittd compofiniinV t iramligf : ^nd
decompofitimi > yc ttmttU^ 'EAdem ratione dcclaratur compoficio
simplicitasque verborum ac nominum. Decompofitumautem non ex comporitisjed
cxcompofitoacdcnuatiuo, vClfrfK/- erMU ex crans et rcribo : ex quo erac
fcribilio. Compositio vcrborum alia est ex duobusfeuplun- bos erbxs vtmUfaw^cx
caleo acfaciQ,alia eftez verbo et aduerbio vtmakfatth/aOsfiiekj alia ex verbo U
prxpofitione, vt</^i^^ «»jB<^,qi> afiexira fado »ncum alio facio :
alia ex wbo et nomine, iftfa»iitj!(o^magnif €0, OMniscompofitio ex nominee et
verbofignificat a- (^ionem alicuius rei, vel paflionem,vt fruajiico &- con^dificor
> arefacio^Sc areno, £c Ixcifico. Omnis compoficio ex verbo et aduerbio
fignificat qualificationem adioni$,reuadus»fiUe aditti|fiue "fzS
baxiftfaiiifst UjtcJail^p fiLWk Afi^. OMoMCompoficio eif yerbo 6t verbo
figotficdtft Afi» editionem, vt/r/^<f><7,(juoniam ficadus fhgoriSift
ta^ menda tHh ADditum-edin hac reg^ala f tamen datuf j quonianv non videtur
e"x duobus verbis fiefi compoficio^ quoniam duo adus coirenon poflunt,
fed, fi alcer ab al- tero fitjiabebitur vnus vteficntiaaiaus, alcer vcadujfeu-
ftibo& paffio eiusjicutpatec mfiigefipt^ntltfit.^ Omnis compofitio ex verbo
&pr^poficionc;( fgDifrcatradum cam relatione et refpeduad aliquamefieo^
tiam,^qiiaib, vel deqna, vel cnm qua, velin qna, ver Sptft qnamr.,j'vel
per.qttam, vel fpper quam ^^veU q)!lt>meircaqi]am» v«l enins gcatui^
jeditiirs^&it^^ QVotruntprxpoilnone.srotrunt vcrbornm exprjc;-
pofitionibiis conipofitiones fecundnm naturam.. Sed focundum vocemad
cern^jjipi^iiR-reftringun^ur.''': Exemplade verbirubftannur compofitionibusi
Verbum rubftanriuum babet compoCriones o£tb^ Dicitnr enim i/«w,adrum,
id^^daliud fum^quafi prx- fens. £r^4/to,ideflabaii^^.quafidi fiis abicHH^
v;,^,. ^i^-',r:v: ixcmdtfim, quafideorfiim fum- et feparatntiH^ ; Infim^
qttafiitt altp fum; Wl incns fttni .pcazpQfittæfiltfii. %|4|^u§u^^ quaodo venit
in com£ofitionf m« iinir/im > quafi intra aliquod fum, vt præfens j vtl tan
. tjuamiuu.ins .nirnccefrnrium. Item oSfim^ quafi ob aliud
rum,&ftdtterruo).8cconcm iignificac enim ly eh oppofitionem quamictfnque,
Sc qaamuis ngnificec eflc caufale finaleinccrdum^ tamenia compoficioneponitur
vccaufaopponitureffeftai iaitem relatiue. /^r^?/»»!, quafi pro alio fum, vel
propteraKudjideft illud iuvans:/?r^/«^,!defl: fuprafum jvnde præefledicicur,qui
imperat, &qui aLiceic. Sul^frvn ciuSiCifwb a\\o Cmvi. /'f^wz quafi
pofteflefum. Qaj enim poteft, port: cft, potentia .n. exeflencia manat, vt
declaratum efl in Metaphyf. ^hocdico ex vicpmpo- iitionis. Datur Sc/^/^^r/ni».
De compofinontln^s verborum non jubSlofh ttaliHmcHm^rdfofitiomhm. IN
verbisaliis longe pluresfunc compofitiones:dicimas enimexjr^«:i0,
abucioy&adiicio^quorum primum fignir ficac feparationem peria^um,-fecundam
ver6 addi* tionem Sic ex ffiil#/^amitto,6c admiccp, quamuis ^dva ad-
miccoreferacur ad peribnam miccencem ; in adiido v^& ftd ean^/^JmiamfiK
iaftus ^ ficut 8c appono. ConitoolwefKKiM^^ iacio,& fiiu perdifcurfionemly
c^mcioetiam idem est arque con- fidero ;quia quimulta /imui lacic intelledu,
ryliogizat: ^ commicto quafi alteri trado, quo cum mitco quid fa- ciendum,6c
fimiliter committo fignificatfa/ ciojfimulcum.
inftrumentisvelaliisrebusaiiquid. Daturcciam circqnv iicio, et circumpono,
quando <j4rca;amljii|um rd qqid poiiimusyvcloperamur, ' Vf,. Demicco6c
dimitto,deiicio,& df6jdQhaBcm.us*,<ie- mictereepifn qft quafi deorfum
micce^revVeLdealiomit- *cere,fimilitcr6c deiicere et deponere.Dimitterevero eft
quafidiuifiin mittere. et potins ad .Terbalein.fikcit c6po. Ttemproiicio
prociiliacio {igniticir. ^cJ proponopio aIiopono:5c non proculdicinnis
rccuiuiuin vruni.Pro- mitcoauccdicirurquafiproalio mitco,iS: pro re facicnd.i
mitto verbuai pollicitans.vel procul mitco,vndedici- mas prpmiflam barham id^
prohxam, dicitur etiam jpermitt6ideftperaiiudmiitb'^Vc fiat,lyenrmf pcr caufa-
fitatemdenunciatjpercipioperaliuclcapio, vclvaldc ca^ piOyquoniam cauraiicasnociciaminludrat.Dicipnis
prx mitto,ideft ante micco pr^pdno ideftantepono poftpono,6c Doft lial^oinon
tamcn poftmitto^cjuoniam non eft in.viu,^ npn quia non potcft^eii fecundan^
naturam. Icemreiicio,repono remitto ^quaff latio.rctropono ideftpoft primam
vicem, 5c remicto, 6c refcnbo, iScboc verum, quandoly,rc, brcuis cfl lyllaba :
fcLl quando cd longa, dicitur,arcs, vc rcferc, ideft res krt v ^ vciiicAs fert.
Amplius dicmui5 fubiicio, /ubmirro j quafi fubjacia, pono fub, mitto fub. B.
enim fic.p.etf, exfono fequen- tis,vt fuppono fufFero. ^Vcd bonus Grammacicus
originem recmebic. . r icimus etiam fepono, femoueo^ quari
feorfumponb^&reorrum moæo,fimiiitcr /eparo^,4^f«(gfflgo, feorrum paro-^
&feo-njm.a grcge. Iiem fiiH picio, q uafi ru#fiEin| afpicio. Item fu per
pono et fuper- iedeo, rupcr,quorumcthymo!ogiapatet^\>5^^-:^ lego, ex
traris-I^Bfii^ti&i^^^^,5&S^' H/£cattuIimusexempIa, vtin aliisidem k\:\s
facere et dtclamare, di c mms en im ex do das, a b d o, add d,, condo, dedo, f
do, indo, obdo, prodo, fubdo, reddo, trado. Smiditercxeo,i5,liabes,adeo,
comco,ineo, obeo,, pro eo,prxeo, tranfeo. Quorum fii^nificata etfiabori-
ginaliciongcntur,caiiienaboriginaiihabent vim figni- ficatiaam ^fn^
Cfutn.fijgpificatpcr aUudeo,(icucfttmu8i \ I «i per adrem', 6c aqua perbinum,
compenecrando j quod nim per ic, didbciatur ab eo, p er quod it, vnde e tiam
cUar incerlre :quomam difToIurio atomarum euncium in .
atiasreSyCompoficamdeftruic. Vnde perire& interireeft •proprium
compoficorum diffipabiiium £c friabilium, sdem concipe deperdo, 8cc,
"DeTarMif to. PARTICIPIUM est vocabulum, pars orationis declinabilisj
fignificans effenriam fimul cum fuo adu, veladum cum eflentia^ cuius eilactus^
D E-Gi-A A T ra IN hac definitidne ponitur ^fcaMam fdfs oratiotjis detUnaiilis
eadccum declaratione, quain nominis,fic yerbiy&pronominis tradatione vfi
fumus. Dicit urfizni^ fe4m4ffeiu^tmmfi^a9u\ VfdtBmmmeffmiafimuttZd differencia
pro Qominis» qaod perfonam^ non efleiM^m dicict&nominisquod
fignificaceflentiam/en remabr> queadafuo i6cverbi,qaod
fignificata^lum.fednoncam eflentiafen re. Quapropter cum dico
;2df/l:m,figrtifico rem, qux nafcicur,yet aclum nafcendi cum re, aduara ta- li
aclu. Et ideo quot funcaclus,totidem funt participia .f. substantialia,
cxiftenrialia » operatiua, adiua, pafliua, Deutraiu,communia,&: deponencia.
Dlcicuf propcerea oarticipium, qoia capi t parcem fi- gnificationis verDi, et
partemnominis, vel pronominis, id eftadas 6crei. Vndedicicur eciamnomen verbaie
vel verbum nominale propter idem. JUberfrimitsl 7/ Grammatici dicunt, quia
pdriem eapit a nomine^ p.tr- tremkverbo partem ab vtroque: a nominc .f. genera
&; carus -,averbo tempora&figmficA4ione!i«ab vcro» ^ue namecam £c
figurani- Pere^Mr^iiitelligiint kxnmrfet'ea/um vahecatem^ indidionts fine. Sed
bsecvarietas eriam eflin verbo» fednonitaatqueinnomine. Ibi enimtTe.
scafusfingula- riter funt, in nomine fex et pluralirer etiam fex, ncc mu- '
tant prefonam ficuc in veroo. Vet tempora intelligunt pra?fens,prieceritum
&futurumjqua: aclumconcernunr. Sed nomen figmficat tempus, vt ens eft, fcd
non cum temporevt verbum, Per fignififationem incelligic adio* nem vcl
pafiionem,&:inhocfaIIuntur Grammatici:non enim afoloveibo habet partictpium
fignificationem, alioquin (igniHcaret folummodo adum Sed quia figni« > ficat
efientiam cum adu.nonhenedixerujDr, quod aver* bo (0lohabet6gnificQtionem:tquod
autemaddunt n$> .m^rnm ^l%«r4fiil*idefl: formationem fhnplicem com* poncamab
vtroquehabere non mal^ addant. Sed non* efthsBcnarticipkmifn rario
propria^fedinmodo fignifc . candiftbi vtrumque parcicipar, fbrfan etiam
pronomenr ^veirbiiniparricipat, omnisenim eflTentia indota fuun». didum eft
perfbnara,^ adu^ eftperfohahs, proprere^ dicendam efl^quod pirticipatpronomen
&verbam,ver forfan quia nomcn efilnrinm fignificans habetaclnm ^flrcndifiibflanculiter.poceft
concedi quod parrcm capit a nomine,'cum reueraplusd pronomme capiac-' adu?; e*
nim exiften Ji,agendi,operandi,pr^tiendi fnnr potius per. fonarumqu.im
effenuaium, ijifi, vc pcrfouaurum. Sicdi liocinMetafii,. 72 gratnmaticAltutn
CampaælU, Participt» oriuntur ex verbis, 6c terminantur inmo^ ' mina, vc
^Xitmabmm&tamam, mucata verbaliin rfii/ noiiunalem. Confimilitcrm vulgari
lingua. DeriHaihfarticiftorum. DEfmuntparticipia in am et ia rus,
vc^hians&ama^ curus : et in tas 5c in ^«/,vt^inatusdc amandus Addemus, in
^i/ii,&iirffi^vtainabiUs et ainatittiiS) Vtt iat*Ukrovidebimus. Participium
ui a4iii/oiiiuj:u4^aprimaperronapra:ceri ti iiupcrfedi .murata <fwin, v;,
vcamabam, amanb facir, in w, in /1»^,formacur a fupino pafliuo.vtamatu fa- cic
amatns, prout addic, r#/, auc in,formacur a ge- ninuo parcicipij in am^
mucatO|fi/^a ^/t/yVt amantu facic anundus. INiingua^atina
itarehabentderluationes paucisex^ cepcionibus additis. Sednon in
otniaiidiomatedan-- tur participia nifi vbi breuitas Srfiicus attcodiior. Poccx
tamen noftratesvti ceperuntjdicuiltlHiim/Siitoi^ faH9, faBihili fucJiaoyfaBufo
et facignd^.quod poftremum cft mumsvfitatum. Atquidcm deriuationesomnespoC
funrfiericx imperatiuo per adiedionem,& ex fecunda perfonaindicatiui, fi
enim<*«i^,accipiat,»j facitamans, f\ tus^ amacus, fi, ndas araandus, fi
tums, amaturus. Tut vertitur intns
eftin xa/,vcvifus amplexus, proutfupin^i jEjjrunr. Etideo redc (^ranuuirici
funina refpuunc. <'Duo func parcicipuex parce edcntisai^umkhabentia» .Camaoa
Ly Gc Ltberfrimtis, 7i amans et amaturus, alterum prxrentis, alcerum fucuri temporis.'
Duo funcerinmex pj:rterecipientis aclum .f. amatus et amandu5,pertincntiaad
prxtentum 6c fucurum. Duofuncex partepocenria:,vt amatinns <5c amabite,
cfpa^poiruiH: muLtiplicari adkiue 5^pa(riuc per omnia cem. pbra, vc dixitnufi
de oomine loquences. Tfofofihodetemfortyus^ TRia enind
runttemporaparcicipiorum, pricfens,pr3p- tencum &futurum, quar
multiplicancurinadliua^ pafliua .f faciencia et recipicntia: excepto prxterito»
quod non poteft elTe adiuum.nifiin verbis communibus, ic deponcntibus, vt (equens
/equutus, fecuturus, lar- giens,Iarc;itus,5c largicurus,atque infuper quibufdam
vocariN neutns paHlnis, vc gaudens, gauifu.s, et gauifurus, tido ctiam,
ca:no,prandco, iuro,placeo, foleo, audeo* af- 'fuefGO, quieko,titubo,lnuboi
fierienim pa/fiua triplicf- teifdeberencyciiens fadtts&fiendus,iedndn eft
auistfi Vlb. ' Etquiaqubd eft in potenria eft fucumm.fittnrilma- tittum et
amdbile^adiuttm tcpaffiuttmin potencia&pof?* ieat triplicari. ' : .
QViECumque carent fupino verba,carcnt etiam par- ticipio,in cus&in rus,
vc<iircO| ftudeo yCompefco apudLacl cafus exigentia. PArticipia exigurlt
cafus {ttbrum verbonmi, ficot fiio in lotodocebtmlis, quando non fiimuntur
penitus nominditer. J)oH»i enim p^t^ft.efle nomen, ver^i De fextu. Prasterea
participia habent sexum masculinum,vc foemeninum,vt^» 7<i^/,8camanda,
neucram vt amatum j commune, tamantcm,omne^VC<iwww>tiici- tur eaim Jiic»
6c hazc^ £^ hoc amans^ > OMniaparticipia iai«ffi& vsihtk
futittertixrieclinatioms nominam, in ntSt ia /«r in ifti et inijiffj
funcftcundas&primaSf ficutboaus.bona, bonttm,icaa- maturusjomacura,
amaturum dcc.- lyejorma. c DAntur'fimpIicia,&comporita&'decompofira,
vc- iegenSy perlegens, &per leduriens, flcuc m ver- bis. £t babent
compoficionemilmihcer cu m nomine,cum; terbo^cum aduer bio,cum propoficione^iicuc
declarauL-mus loquendo de yerbis. De frttpojltione feu adn omine. PKxpontio eft
V ocabulum indicb nabile, confignifi'. cans rerum feu elTeniiarum cum
iuisadibusrcfpe- aus&circunftantias. Ideoque nominf adhasrec figoificanci
efl!enciara. Uberfrmuil 7/ Dictc Qr 1^4«&tff^f»!/) ficoc decæteris.
DimviViniitlHiatlbi ad differentkun decliii&biliam ooniinuiTi,verborurn,
participiocunr8cp Fon6niiattm. Dicitur conf$gntficans nfpecfui ^ circnnfiantias
epentKt" ruminfatsafitbrts : quoniamperfe non fignificat, nifi ad^ datur
nominibus: et non nifiper adum eflendi 6icxi- ftendi 6: ag;endi 6c patiendi U.
operandi pofliint res ad inuicem rcferri. jDicicur cfseniiaram^ ad differentiam
aduerbiorum qu« adtum refpcAus et circunftantias dicunt, non rerum, 6c idcirco
aduerbium coniungitur verbo j pra^pofitio vcro tiomini,vnde re^ns vocaretur
Adnomium» quam prs- ponno:pnepomenimeftornnium rerum, qux antcce*. dilnr iiue
in nacttra /lue ia ^vocabuiis : fed^omini . præpioni eft proprium huius partis
orationis } quam ex %oz pra^fitionem vocamus Meliorem ergo adær* biuni
nomenclaturam«Præponicttreciam pronominiiSc ^rticipio, quatenus aiiquo pado
fuht nomina etia»' ipfi. jijfirno comfaratiM. Slcutiaduerbium fehabetad
verbom^itaprxpofitio ad nomen:hoc vno demptO|qubd non fimiliter
qualificac,necquantificat. Dlcitaduerbiumcircniiftantias &refpe<
fbu$a<fluum; &infttperqualitates, et guantitates, teroporalitates,
iocaiitates«&aUamttiia pracdicai Æntaha* Adno- miumautemreu prxpofitio
^olum rc^pecbus dicit eiTcn- tiarum et circunftantias. Qvi:\lirate$ enim
qunntiratef. que, ciEteraque pric^V-mentalia indicanturabadiedi- uis nominibuj
circa frJ »flantiua, rii;nificantia efTentias, verba autem adiccHiuia non
vniuntur fubftantiuis nifi, participiaiiterfumpra. Dicimus enim igo fnmiuryem^vsk
esanuQSyVoseftis icribentes^&c. Omnis entmadusre- foluirarin eiTeatiftni,
et idei^ ner effeotiale yerbum expri- muntorinnomine
participiaU,6cciini<licimus cufnrie^ tftoMefiy fttmitucl/carrere^motteri
nominaliter iqu^ tencis, ad\useflqoaRkmres,&aoii vt egreffiortjfe, De
numero prApo/itionHm certos cafu$ exigentium. Prepositionum an«
trahunjLDxmifitt Ai^afomaccu- fatmtmi,vt aiJ, “apud”, “ante”, “aduefros”,
“cis”, “citra” jCir- ca^ circitcr, “contra”,erga,extra, “inte”^, “intra”,
“infra”,iuxra, “ob”,'pone, penes, “pcr”, prope,propter, “pofl”:,pra:ter;,
fecun- dum,fupra, verfus, vltra. AIix vcro adablariuum, vra^ ab,
abs,abl'que,cum, coram, clam, dec,ex,pro pra;^ palam.-fine. Alia: adnccufatiuum
&ablatiuum, vrjn,. fiib, fuper^fubter. Alixa^ geniriuam,vt inftar gratia.
Aiia: genitiuo, &abIatiuo, vttenus, quodpoftpof]tum. "
nomim(ingulahferiHcabIatiuovt capuiotenus^ pluralii veri,g;eniciua, vccrunim
cenus« Ratia honun exiogica) et ex ^idisin capJde nomine confbit DiJlinSfio
frApopionum exJ^nijicatiQne. hiu in. PHarppfitionumalias flguificant
refpe^um,alije cumltaaciaiiio ALke sigmficanc r^rpedttm principijac! termlfium»
qua prioci[>i; xyt i^ex : principij jid termimim S Aliæ fignificar refpedun^
caufæ a.d effe(^um,&c ' contra,<)uarum ALix (ignificantrerpedum cauialem
caufx agentis vcab>a,ab5> fecttficlum ; vti peo fadum eftfe*
eulum.&ib. Anxcatt& materialis^vt i&^^,-nde Juto ^dus eft .
homot&exelementtselementacum* 'Alise.caii&idealh^vtinftaf.. U >; A
liz caufæfindis 6c perfedionalis^ vc propcery Ugra- Alix omnium
caufarum,vcp€r,pra:jcipue aucem ui> ftrumeiiulis. Slgnificantium
circunftanrias,alix rignificantcircniiu. itantias
\oc^\^s\stsfnd^c\s^citra^vlsra,cnmm^tlnf^ fropK imxta^hiira^)^tfa^veffus,
fnpra^infra, in. Alix ctrcunflantias ordini s fetf difpofitionis, &ficil3f
yrtante^f^fypra M^fupr^ fifher^ tenmr yfn^iitter» lias ojppofitronem vt «
Aliapcmunftantkm fccimtis '«IBnmta&'v«tsegac&
^tit^^pUiabfgue^fratcrrCoratn^{dUnt^afiU^ Dijiin&io ex fomatione. . Arc.
IV- PRxporinonum aliæ fiinplicesvt^^jaliieconipofiia:, vtaduirfit$.
Diiiin&io ex Qtdine. ITem alias primitiua: siprofe, et i-//r.z'-, alix
deriuatiux vc propui&cUiriut, formancur enim comparatiua, 6c faperlaciua
nominæx prxpo{icionibus »dc umuladuer v; Proprium est pr^pofitionum compbfitionem
fiicere cum verbis: non camcn omnium vc^ipitraft^tli dc verbiJi compercumtuiL
IDe ad$ieriiio. Adverbium eft vocabulnm ii^dec Unabile configni' ficanscircc
inftantias pr^dicamenbjes, &affedEi<^ nes,,modificad Qne/quea6lus.
Ideui^ue lernjiqjr verbo adbicret, significanciadunL,D^dume(lpiili9^q,U9d
aduerbium dicitur quia flac tttU3fc.mb»int|:cemnam9difiGationesadt]s,fignifi- ^
ti^verb j(»,dfcl4ratK7. » DiciCMr^oyv &par5ordinis icKieclinabilis, ex rop
gene* . yg re,i&: clifferentiadcclinabiliiim. T)\c\z\xr confiniificdns circun(hiLttat
(sr Tnotlificittkne^ fi^ IhS'^ qaoniamomne prxdicamentiim denominansa^ flmn
percinecadadus circunftantiam.qualificans veroad modunir . DecircurjjlantthHs actum.
Circumstantatium: tempus, locus, eventus, magnitudo, numerus, ordo, similitudo,
ficanimi excen-. fiones. Dlcitur circunAare quidauid non pertinct ad tC fentiam
re, fed pertinetad eius exiftentiam ; omnes enim res diuerfbrum prxdicamencorum
circunftanr, quac Ain t eiufdem prxdicamenri, non circunftan t/ed ef. fentiant,
vt in Metaph. probatum eft. Et quoniam alia funt eflfentiaiia,alia
exiftentialia rquar pertinent ad exi- ftentiammagisdicuntur
circunftare,vtfunrrempus,lo« cus, correlatiua,5c cocxiftencia. De
adHerbtorHmyfpecfantiumad circmflan' • tias^varietate. PRopterea aliafunt
aduerbiatempprjs vt quande:, ho~ die heri^ cras^pidUyfoQridie^
quandiu,mod9,\olim^quen-:^ darn^ nupefynunquam^ mox^fdttUfper^pereniie^c* Aiia
funtaduerbia localiafignificantjaa^flum in loco vt ybi 5 hic^iHic^ iftif^
intusJorit Mfqttd,nttlMii vtro^ique^ fUutr^biqtte. A lia ad localem
ly^oxione^^vtqno^httC^ilkCyi^ttCi intro^ fora ^ttoieis^quocttnque
vtro^ue^nentrpqttu_, ^ /o Aiia moto de loco, vc vndeJjinc^ilUiu^i^inc:
vndijue^/i^ ferni^infcrne indtdcm.vtrinque, A\i3Lipetlocum ^\t^ttaJ?ac,
ttIac^ifiac^ qttaoisqUa!iie^e4'' demvtraque. Dancur vcrfus locum, viquoffiim,
iUorfum^ dextrsr- fim inextrorfuni, Daacur 6c vr<|ue ^d locttin,
Jtt^^nc^ffm, iUft^^ vfpi^ qu^ufqu9^hdcienii$. Alia fuDt euennis, vc/i^r/^
tf^nuna J^nmtu, cmingen*, terSniceffario, Aiia sunt ad.ttCFbia niagniradini$»
vt/^ir/ki»,^ir«riiA»»»t faruum^ minianm % fherimum, fumwmm^ atis^nimii^ntul-
eumyaii ^uanfuium:m:tgiSyampli MSymintts. Aliarunt aduerbianumeralia
fignificantiavicesaduum, vt quoties, totuiy ((mei^bts^ ter, quater^ dectes^
eenfes ^mtilies^ &c. ex pronominibus numeralibus deduda. Alia func
aduerbiaordinis, v^^rrw» yfecand^^^ytertio ^c» deinceps^dehi
h\pofiremo^dentqtte tandemydemum, Alia ordmis,&dirpofitionisfimul,
quoniama<ftusauc 'congregancaucreparanc. Congregandifunr, (imul^ fotrim^
ceniunHe, generatimyturmæim^ vnluersh Separan. di faqt ^fiurfum^ ei^em Uimt
friuatim, ffeciatim^ figulatim^ ' hfariamytr^ar Um>,fitatri/h^ ymultifariamidtt^ltiteF^
triflieiter. SpeOanciaadlimilitttdinem funt, tanquam ^feu ^pcuti^ puktignitvt
qitomedu^ iimaim ^Jkmm De fpcHanfibHS ad anim^ etctenfioms^ Ækierbiapercinentia
ad animsc circunftantiamrunc multiplicia. Nam vei anmia alfirmat vei negac
eilefeu adum, vel dubitat, vel incerrogac,ve! vocat,vel rdpondec: vel
optat,vellK>reacur, vei eligit vel proliibec, ^exoftintbuslitrceanima:
extcnfibnifcusad obie(fla,naf. canrur adnerbia» (icirca verbumftaat: v^l fide
re-|faQt inlceric^ionis, qu^ eqtrin^entoraf ibni. Affimandiadilerbia 9m^fo,mi,
etiami{rofc0i qtappc^ umfu Negandi aduerbia func,
nov>haudimimm^ne^Hac[iianif j^a^d^uaijuam neutiquan), Dubitandi funt,
fGrs.forfan>forfitan ^fortafsii I fortajfr ', Interrogandi (un r, r,
quayt^quam^h im,^muU npnm^ vtfnm^nunquifit^ quidnam, qutdne^ ^i/idita, .
lurandifanc, p^l, edeftil» eea^erthercU^ meierclf»nuintt^ .Vocandi fanc
«i^fir/t^cea einquefiinc rerponde jidiin. tecduinadtterbia. Demonstrandi ((int,
eccc^ tn^ eccnmjMleet^viddieet. Interrogandi vcf Wandiendi,vt/tfJ^ji Optandi
func, 0,Z'//»*Jw/V/,%*<^*w. "Hortandifunc,w^,rfgf,</ 'E\\2,Gndi
p/*tttts/utit4s,p0Hfiimumiimd^^ttin. Pfolnben4i,«^,f<iar. K Duerbia aiianjim
f^rcunftant verbo tanmiam tt> gni6Ccaotia, qaodaifi Miiiniicejepr^d ^ledqoaF
lifi^antaiEciancqueadaiil*<^alifici Mio,veleÆxparrea^m ^deQtis, vel f^fd^
pieort5jyel'«xparceinfiui?ni ecdus. Aduerbia .qualitans ex parte agentis, funt
puUre, doRe^ fortitif, ^.'ne.male, Gr^c^^Latjue^CUeraniane- dcp\cTum* que ex
omni nomine adifcliuo qualificante cHentiam dcriuatur aduerbium
quali4cansadujii;igitur (juotad^ iecliuatot aduerbia. r- RE^e didum ePcex
omniadieBiu^ firiadtieriim>iio* mina enim fubilantiua) tunc &mt aduerbia
cum, adiediuantuTj vccxCicerooefirCioeropianus a&exhoc n fammaticaJium
CampanelU] Ciceronianc liciit enim adiecliuuui qualificacrem, ita aduerbium
aclus rcj. Dantur aducrbia qiianticatis, qualiracifque poficivia, vtdofl^^^ U
comparatiuai vc doiiius, vc fuperlaciuaj vc De aducrbits affeiiionis ipfius
a^us\ ADuerbu qualicads ex parte a&ttvpertioentad a£. fe<2ionein
eiufdem,feualteracionem» Alikfiint inten/iud, vtnutp$,m»Mimh^lt Mm^4imdum^
ferqu4m,ma^nopefeyVehementer ^frorfuh fenUMf>mmuttb^ nmium/tnngCylate.
imfens^. AIia fu II t re mi fliua, q ux min u u n t a^lram, v : /2- nfinf.Pa
Litim ^vix, agrh pene Jeri yferm^i : fedentm \ a foco afoco fianfiatto.
SiLcvnlgaiitcr. ;7a D Nax A T L a. Sciendufn» quodadie(f); iuanomina
pertinentad e/Ien ciam,quanticacem,formam, fpeciemjvc humaniis,
rongus^quacrangttlaris albu ideo aduerbiort|maIiud quanttficat adttm^aiittdqualificac,
aiiud format;fl/jud fpecificat » ic hasc omma fttb racione affe^^ionis; di^a
funt!6c qualifcationis. Qualitasenim eft non foluns fub* ftantiæ, (cd etrani
quantrcatis,'& formse, et adus,&^onnte^ .aiuro prædicamencorum,vtin
iogicadeclaratumeft. Icem intenfio, reaiifiiQ percinent. ad qualicacis3&.
magoitudinis adus. De Qrdineaduerhiofum.
liaaduerbiafttD€pfimiciuA>ytti^i-aiia denvati- aa|Vtfi!^i^& Liberfrimusl
^ Sj iJtf formanone Adu4%biorum Itcmaliafiinplic UjVt Ja^^^alia cornpona-,
vtfM«* y^^^ lalia de compofica, vc^tf^m d^Hifiimh Confi Jerandum, quodalia
adiuerbia com^onont cum aduerbio ; vcfxjfr>(^v/i,'fic ficaci:ali*cam npmine^
vc maUftcuiy^W^cmk pronomine vrMf ^fr^/r^ltacttm verbo, sifMiifuciOf maUfaciOt
malo- ideft niagis volo. •GRammaticulicunt fex cfreprxpofitiones.qux 1.0«
nifiiacompoficionercperiuucur, videlicet ''ditdn^ re> fet itf«^r«»,
Veruncamen videncur ex parceerrare, nam ^ ai^eon^ fit prarpontio veniens eum
tnmen\'^dis ori- carexdifiundim t Scdi, exdiuifisaduerbiisi/^eic feorfum^
r^exf#^« saduerbio ordinis.,veipra:gofidone ;aa forfiui CXantefrapofiUue^ OMne
aduerbiumaffedionem aclusintrinfecam, aut circun (lanccm,figDihcat,tam m
compoficionCjCum verbo quam cum nomLne«Noa enim nominiiungicur ni« ii per
fubaudicum ver^un. DtcwimShnefcjftimM ar^aionisfsrte^ Comundio eft vocabulum
indeclinabile con/igni- iicans copoiam ellenciarani^inter ierciatarum ad Sdf Cj
rammaticaUum Ca mp.i ne lU, num aduni) aut rerum et ficnul .acluam earumi»*
terfe,6c propcereainorationecboii|ngic c^teras partes orationis&
fententias, vcPecru^&Ioannes fuiit noroi'neSy item Petru»currit> et
loannes» POoiturvocabuIum fariapithnhittJeilin^i^&fex ge^
nere6e<)iflerentiacomii)ums, ficut in^efioi^nonc ad. Uerbij
&pra:pofitionis. Dichiir con,^^nI(7cjn s coPf$ldm cfftntirram inffr fe
reltt.f fumadvnum achim, a J ditlcrcnciam prarporition 11111,- ».^ua- rum
aliqua flgnilicant coniunclioncm, vt cfl refpc(Jius nonvcadadum aliquem
coniun^:^iintur j vt Petrui ctnn Jodnnetji^ vbi ly cum^ folam relanonem Ibci^cacis
indi- cac. Scd 9etrui& loannet funt hornineSy]^ et coniungit Petrjimicum
loaiiiictll a2tUL enenJi,8c quidem lyorm gua. Cenusfiini adu coniungit fpedac
ad cohiundionemj^ua* tenuscafiimregit,adpra:()oficionem, Dicitur vel tevMm
fimi/l^ et afhm earttm\ quonfatp pbC fnnt coniungi invndaAfi, Vel in duabus: vt
Petm eurrit, ^ /pamtes Uge» vbi ly, t^Petrqm currentem 6clpad- nem legentem
coputat, 6c propterea Grammatici lii* cunt, qupd coniUngit parte^orationis et
fententia*s,vti&a* mo ti* ajtnuf funt animal ^ et bomo eft racjonaljs vjcar^ito
ijrationalis. Et ideo non poteftreperlri coniun^ioin oratione fimplici vnius
pr^dicati*5c vfiius fiibiei3:i fimpbciter ft* vt homo est animal,tnqua nulla
coniuoAio eft/Oifibo- nms. cimaisim$di» fed verb^Us». S\ econimclionis
f^ccJantibtis COniun^tionumaliacopuIatinD^aliadifluncliua nlia aducrfatiua,
alia conditionalis, alia comparatiua, aIiarationalis,aliaillatiua,
aliaoppx)ntiua, aliæxcepti- oa, aIiatemporaliS5 alialocalis. .
DefinitiocopHlanti^, COpulatlua coniuncliojeft quar prorfirs conlunDT res in
vno aclu vel res adufque.Sunt autem copula- tiuic, ^yat^ffe^ac,
(juem^etiam^^uoque ^nccnon^ vt^cumi fubiun^fliuifque feruientes omncs.
GOniungere et copulare funt idem, et quoniam c&-
pulatiuaprorfusconiungitjhaberpomen fui gene- 'Tis, per antanomafiam. i. Sed
alix particulic non corriungunt nifi cum aliqua di- wiiiifione interpofita.
Cttmy&ut ^qu&nia?» fubtunchuo de- £cruiunt, funtcopulatiua:,y7w///7rf
C^^oci/Definitio difiun^lim^ Dlfiundiua efl qux copulat vocahula et non rcs,vel
copulatfecundum vocem, et di/Tbciat fccunduni rem. Suntqueiftx.^a^VirAv/jfisrr
/^tf,vt tuaur^chomo, autbeftiarvelfcribis^vellegis. Et, velego rummaius;
vcltues malus. Grmm^ticalmm QimfamlU] Defimtiuo aducrfatiud^ numerus.
Adversatiua eftj quijconiungic-rcsvelaaus/cd cil di- M^rCKn^^^^itueihonus
Sednonintmmhus Pctrtis effc cio AusfitIoanesiniiodus. Sucaclueriatiuac,
fcd,at^«aiwc, tamen,verum,autem, vero aQ:, cxterum, atquejverunca- men,
nihilominus,Iicet,5cIicet, ecri,quamquani .qudm. fiis^tameifi. Quaccunque
coniunguncado criando. la vuI^Ari lin^ua ly^nij roium "aduerfatur, Kunc
addunc ^crcJ, (lenliter. ' ' De conditionali. COnditionalisexqua: eft
fuppofitione Facitcomun Aionem,ex fi fol efl: lUoer terrani dies eft, ^uac
con-diaioaaleiS/^Atf jwij^j » \x\i,mxi\,\A^, if/iUbK c De comparativa. I
Oniun^io comparacittæfl:cua:per aflimilacloiieim res fimpliciter,velcum a^libus
fim.ul interfecon-. iunaic .rquando,vel excedcndp, vt ficuc Petruseftdi^- dus
jta Francifcus eft ignarus,vel Pecrus cfi: doc1:us ficut eftbonu?, cam dodus
quim bonu5 : vei magis dodus quam bonusjvcl quam Pccrus. Sunt comparaciu^
fi^ut, uj, veht, veht:,vtr, vt^tan»^ Omparatib ^quans eft quarqualiracem fapic
incet V^rescomparatas > vc (icuc Pecrus eftalbus, ica loannes <eft niger:
vel vm tii es Piialorophtts quam Poifca, alia ponit io^qualicate«,vttU
esma^lM>nttsqttamef tPe* Ltbevfrimus. Nominaomniacomparatiua &:
fuperkuitia ^qitoniam .inclirdancly magjs» £cly mdiiimk fttnc coqiuo^iua
oractb- Biim^ didionum. rationalL * • RAtionalis coniunflio efl: qucX disflum
cum ratione didifeu caufa dicUconiuugip^vc/ff e$ dfUMS ^quia^
JluduifiiCiceroni, SuQcradonales coniun(^ione$,f »^r^f «Af,
tmim^fu^w^mtUsUi^iJideo^Ttftefia^uotUami^iU^ dem^fyMidem.
DeiUafmaconiUn&kW. Illativa est, auq^contungic anfecedens cum conre- qnfncididoaircrumexalteromferendo,vt
Petrusefl- fendus, ergo carusDco, runtillariu^ ^g^tur yergoy.ita"
^eexpofitimsi EXpofiitiua quac rei non clarx coniungft clarifi* cationem, vt
homo .fKibilis^.idel^ pacens ridexe^ ^andtii Uber. Di exceftiuis^,. EXceptiua
eft,quæ excipiendoaliquicTex didaconi. iungirexpcetumei, vncfe
excipitur^vt^?^?// homoed mtndax, prater lejum Chi^Hm. Ec quadraguica accepi^,
ynaminns, -Sunc excepciu^niji^i juræc ef, xcepcoi^niii^ De tem^oralk
npEmporaliscouiundio cfl:,qi]arcomiingi'c resatqne A aAds per cempons
fimultateni, vc quando magi- ftec
legic/ffiiif^difcipuliaudiiinCs&poflquamveneriSjda-. . botibi libnim. Sunc
temporales, aMond^yfoftquam^tunci QVamuis temporales coniunctiones (inc
nduerbia, quatenusafficiunc.adum temporalitate: nihilomi- nus quatenus
coniungunt parres ora[ionis 6c oratiua- £uias,perciæatadcomudionem. Idcm dic
delpcaii. Dt buUb^l ' LOcalis eft, quie aut res fignificat, vt lUnftas loco,
vel iungiclocalitcT, vc v:n tt inuent<f^ihite ludico» Suntautem
locaIesf<^^ vnde,ijuo ^qua^^uor/utn^qu^* j<y^«^i6c aiix dum comuugere
poflunc, Vnt alix coniuncUones primiciuas vc<2/ialixdenua. 0 s DipmHio ex
diffofitiine^ ' Itemaliacdir ponuncunn primolocooratioiiiSiVtifr,^Aliæ so AWx
pon:ponuntur, voci»cuia cliunguntar,vt^tt;ti^;/4, Alix vtnijue loco dL^unitir,
igilur^equidcw ffahiw^ Ex formatione^ ITem quandam funt (implices*, n
tamen^fttadani.ccm* fofitiC^atfamn, C^u^flio dc nnmcYO ^aniHm orationis.
QVxricuran fiiicplures oracionis pnrces? no viucntur enim omnesfignifiaitinnrs
per parces prarfacas e- uacuari : fiqiudem articulusadliuc defidcratur, qui ap-
pofitus demonflrat non (oluni fexum, fcd criam quod
perantonomafiam,autpercflrentiam,autper proprieta- xm ed tale* 3ed hoc
verumeAinlinguaGrxca&vuU Sariltalica,cum enim dico P ietra ttno ^Qfnzh&co
(iib. antiam Petri: cum dico P///r0//^0jr9,proprietatem Pc- triper excelienriam
declaro *. dc cum dicimus Chrifio ed^ gnelh^b ^giia di Dh : nihil excdiens
dcimtis,tiec propriiL Sed dicendo Cirifi^ k tAfftetto^ o ilfiglio di Dto^ prpf
e- rimusquidfpeciale decantatum,aut quod vere autper effentiam eik,6cnon per
fimilitudinem (oiam v.tChryf. adnotapic/edlatinicarent liac particula.
Videnid?tamiaicerii eflc in hoc, quod Gerundium et fi.ipinumitadiftinguuncura
nomine^Sc verbo, vc par- ticipium fpccialem habcncmodum figniiicandi ; idcirc4
inccr parces ordinis numerari debercnt. Scd
forlan ad participia reducuntur» veiex verbo &participio com- ponuntur.
Amandoenim amandi,^amandum, parti- cipiafunt in Dus. Sedtamcn verbalircr
nia^^is fignificac quam participia. Sed cafus luabent et formationema '
participiis. Similicer amatum» 6l amatu participio paf^ uuo refpondent
'a&uique prxterieiy vt cocnatami $c pranfum adliue fonanc j
&:auxtliatuin zamattts w6 paf- vndefitper decnincasioneni amaittm M . De
Oratme confufaM^^ de Imerieclionc. Oratio confusa est indicatio quæ in didiones
diftfn- guitur, rediniperfedisvocibus,& minusbenearn cttlaci> I
iignificacaniiiii paffiones, ootiones, et affiediones « JN hac definitione
ponitur sndicatio, quoniam aliquid pftendic vcprxfens omnisconfufa oratio. Quar
(ubiunguntur, ponunturaddifFerentiam oratio iiisdiiU0L£ti£* — Dicicur
figmfitatpaf$Unc$^ n^$bms, et affeBionei \ quo- hia ift« funt extenfioncs animx
crga obie<Sla extcndcncis (e pcr poteftatiuum,autper cognorcitiuum,aucpcrvo*
iitiuum: et ciuidem omncf cxtcnfionespcr hanc orationem, vocatam i Qrammaticis
IntmeaionmyAthmnt cxprimi,&defaclbcxprimuniur. Sed non inomirf^ Iingua
habemusvoculas itgnificantes carum^ncquceardcm;. fedinains ali.ismchufcul'e,
autdeteriufcule. LIcetpa<riones,noriones8c afFeclioncs fint exdemin- omni
hnci;ua,& exprcflioipfarqm in corporis commotioneeadem'^?non^amen
expreffiopervocujas^ledalibi Aliar, SVntqurdjEfm^animas extenit0ne9eardcm,
quoniamtb einfdem^ci^iaiiimabtts i>maia.hoinisiiua corpora tiher primusl pt
informantur, & eirdemobiedis paricer mouentur.Sed .expreflio notionis animæ
reprsefenracurincorpore 6c in exprefloærejinillo fimiliter,in hoc diflimilirer,
vnde afre(5tusdeliderantislacinc exprimicur p:r voculum, vtinam; Italiccper
vde^ediQ, Hilpaniccpcr tfx^/J, Gra:cc perci. OMnis vox de fe folam anirai
cxccnfionem exprimen s dicicar compofica oracio : qux aucem cuid alii partibus
oracionis» nequaqMam* De exfrefsionibHspafsifinum - In lingua latina
pa/noncspotefl-atiuifuntpauc^Etalir quidem hortantis, vc ^j./, age, agitc, A
Ji^e prohibentis/ necautfroh, Aiixirafcentis^vcto/ffit^iv. Ahaztimentis, VC ha^
bei : Alfa: animaduertentis » vc apagefis. Defunc fperantis vocula:, bc
irruentis, et imperancis, 6c
impocentis,(clonganimicaiiS|&audencis>6c;Cimenci$&Qi \
TDeexprepiombHsnotionunt. Notiones cognofcitiui iiTlingua Ladfia^aliac fiincaf-
ferencis,vc :alia:negancis jvc»#a,/&<fip</. Ali« dttbicancis
vtfifrfitnfcrfaan^ fprtafiU^oftaffe. A lix incer-
roeancis>vCAvr,f«i//8^ffli. AJisevocancis^vc^Mi, Aliac relpondencis,vc «•
Alias admirancis, vc pafe^ hem. hWx demonftrancis, vc en^tece- Defunt
auteminteriedioncs memorantis,difcurrenti$> imaginantis, cogitantis,
incclligentis, &: declarancis. M ij rammMicalium CampamlU^. De
exfrimentibus a^eHionum l .. AFfeftionis fignificatur per tiotas confimiles,
alix* enim func defiderantis » vt vthuim^i, /T. Alia: gau- dentis, vtr//.'t%
h\\^\M^tm\svihau/heUy€h\. Alix dolentis, wzheujjti.ah. k\\xv'\dentis\tah
.,ah^eh. Alix
blandientisj.vt.^*;. Alix iniprccantis, irimalMm, ^ veh, c\\.\x etiam
enrexclamantis. Dcfunchisinteriediones aduerfantif ^qua: poceft effe '^pagffif,
&miferercentis-, quxapud Virgilium exprmii- turperwi/I?/tfw, <S:
xmukn:is5c muidentis,quas non in- uenimus apud Latinos.Icem approbantis
£cxeprobantis,haoc volgjaricer expnmimuspenfii^) qux Latina non eft«
t_,0..QVcimquam pofuerimus viiaam.ojjeus^^forfan.nwil- tafque aliasextenfionum
notioftrs inter aduerbiai hoc camen verum eft, vbi verbo adharrcntad modificandum
afluni. Sed vc folummodo animi exprimuncafFe- ^iones,percinenc ad forationem
confufam.Nihil iuceni prohibet,vc idemficin dluerfis fii;noriim ordinibus, vbi
i jbueiiasiuibeciationes, vt pacecin Logica» QVJT> CONT INETVB^- in lihro
fecundo. Oftquam parres Grammatica! dixi-J rnus,6c orationis enumcrauimus par—
liculas,. tam perfe(fla:, quam confu- fa: :reliquumeft defcribere conftru-
(f^ionem orationis ex fuis partibus, 6c quomodo cohafrent declarare. Ec qooniam
partes orationis habentca. /bsjfexus, numeros, perfonafque,illa: quac
declinantur, qua rarionedifponendx funt fecundum diCtas ipfaruniJK
afFe<5liones,operæpretiumeft dicere fpeciarim :nam in- declinabiles
particula: folam difpo/itionem requirunt CiJ. Meiurmodieoncordantiis. De
concordantia innationHmlwguis]\^qu^ denuo inflitm pojfunt, Qucmadmodum in
lingua Hebraica Itala, Arabua, Hilpana, 6c Gallicana non dantur cafus nommum,
fed loco ipfarum ponuncur articuli^ficeciam mlingua Concmcinorum,
Scaliarumoriencalium non danturde- clinationes verborum aptanda: perfonis,
neque te/npo- rumvarietates,nequevarietatcsverborum aptandxcem. poribus :
&: ideo omne verbum eft inflar imperfonalis vei infiniciui. Diftinclioaucc
ficperaduerbia cemporalia, vc a dicercm, nHc ^mo^tmpoftefum^^ tmo^ante amo
Sicin perfo. w\%^'\nnt\ez^oam9tuamo^Pietroamo^ '\l^c\v\od non dantur
concordantio: temporum nec perfonarum,nequc cafuum fed parciculx aducrbiales,
&agnominales totam orarip- nem conftruunc, 8c didinguunt mirifica breuitate
ac dicendi facilitate. Quapropterqui nouam linguaminue- nireftudec.hxc notabit
^&quxdida funt, dumdepar- cibusoracionisloquereipur. T>e cancorda ntia
partium in Latind orationis firuiiura. Arc. I. XNoracione diftinda semper
declaratur aliquis acSlus de aliqua elTentia, fi ueadus ille fic elTendi^fiue
exiften- di, fiue operandij/iue quiuis alius. §luar€omnis res^ cuius efi
affus^ponitur in nominatiuo. F.sfme cflencia^dequa dicitur ac1:us jetiamfi paf-
fiuus,poniturin noininatmocafu,qucm vocamus re£lum,quoniam cx
ipfoflexionescafuum incipiunt,6c a<n:usexipfoegreditur,veitanquam egredieas
cxprimi-tur. Quareverbumcum nominatiuo concordah SEmper concordat adus cnm co,
cuius eft adlus secundum naturam altoquin non|efiet c i ii s adus:pr6« pterea
nominatittus cum verbo dicente adum, concordari? debent ih numero 6c perfona,'
vtijr# am% i tu ama$, Petnis amat^nos amamus^vosamatiSyiui amant:&c facie».
in reli^is tempotibus verBortim in omni lingua^ EXcipiuntur verba
imperfonalia,& infinitiua,in qui- bus non ponirurres, feu eius notamen in
nominati- \\o, nec concordat ergo verhum cum nomine fcm per. Dicimus cniai me
f(Kniif^emrum;iAardf$i : et fao,tc cffedodum,. EX textu reclc patet, quare
verbum concorddtcunj: nomincin pcrlona 5cnumero:quoniamafhiS'eftrer, Sed in
vcrbi.s imperfonahbns^vbi poftponitur infinitiuii •vcTbr.mnon verbi loco, fed
nominis,adiicitur,& tcrti^ femper perfonx fingularis quoniam fi^^nificat
aclum mo- renommi.s quali rem, propterca vidctur quod verbum Bonconcordarcum
nomine, 5c ramcn orationeconcor- dat. Cum enim dico, mihi difplicct viuere, bc
me deie- datfcribcre,&Petri intereft legere ly viufte fcrihre^z. le^retmt
loco nominis pofiri innommatiuo et ideni fitntac vitayfififth, lecho, et
concordant cum verbo. Patetenim <)uomam fidico, petriinterefdeFiio.benedico,
jaonaucem, CiptrimtirifikSims^ murfmjfic^ "iiS GrdmmdticalMm QnmpamlU]
falluntur Grammatici purantes efle imperfonalepro^ pterinfinitum \y irjtereftSc
deUFfat. In ralærgoimperronaIiumquintaaIiter/ebabet,cuiv; 6\co^petrumtedctviLt,
!y enim t^edee cum nullo concordat nomine. eftrque verc imperfonaie. Sed ramen
scien- <ium,quoddeberet concordare cum iy vita, ficuci in
vtt!ganrerinone«&in dliis linguis accidit. Sed Latini appofuerunt geDiciaum
prononiinaciuo^velquiainteiU ligitur aliquid,
vtcumclico,aliquidbooi,6cnonboniiiny vel aclus, idefV^adus vitse. Sedinfecundo
imperfbnalium palBuorum ordineTes obfcurior eft,dicimus cnim a mf/atisft titi.
Sed fiquis confideret quod z&us fatisfaciendi sl me egreditur, Sc
qu6dcanfaadiuainablatiuoponitur quando non vta- gens confideratur, redvcid,
vadeegreduuracbio,ftatim ceflabic dubitatio, In infiniriuisquoaiainC^iwpera
v^rbotiniriuo concor- dante cum fuo nomine regunrur, facile intellj{^imus,
quando non ponuntur, vt edens actum, fcd vt obicdum: proptereaque in
accufatiuo, vxCcio ego,teefse dofiBm^vbi lyte efse doiittm^tdobiediuin
fcientiarmea:, et propterea omniainfiniriuaaccufatiuæxigunc,&cum
dicimus,'ego fii9 fcri^ere^ly fcribere b^bet vc^ Domenindicans obie*
dnmadttsiændi. Quapropterin concuflæftreguk,qu6did,cniu$eft aduspropric, veicui
attribuiturvt proprium /|in nomi- natiuo ponendum eft, concordandumque cam
propdo a&u : ergo nomen cum verboconcordat in numero et perfona^alioquin
non eilet adus illius, fed alterius,& cumdico,//^r^/<far0»f,
refpicioplurale inclufum in illo fingulari /«r^rf fecundum rcm, licet
nonfecundum vocc. De <^on€ordaMM sdieHm cnm Ju^fiantiuo* NOn modo
ac^iisconcordatcumeojCuiuscfladus, redeciam quaiicas, 6c
quancius.&^i^uidquid dbi .adluerec»yei inefty vel eftipfum. Qu^rein omni
lingua adkBiuum coneordat fuhfiantim. Quapi^opter nomen adiediuuni cum
fublUnriuo concordacin oninilingua^qaoniamaccidens ScprO' /priecasei,cmuseft
accidens proprietafqiie.» conuenit» cordacque,(i ems eft. Jn quibus concordat
adiediuum cum Mfiantiuo^ Concordacaiitem in fexu « numero, 6c csfuJUferh' na»
dlcimtts, ez,o vir&mtSytu malier bona, manci-:^ Aium bonnm, nobis boms^
vosmulieres bon^e, mancipia 4>ona. X fe ratio pacec h n i u s concordantiaB.
Sed aduerceiK dum,quod. apttdG5ammaticos ttonponicurconcor«
dannainperrona,quoniamparantadie<fliuæ/re perfbr naramterciantm. Nosattcempu
camttsnttiliusefTe perfbnac,fedeius, cttiadhxrentfubftattnuo <»vel loco /ub-
ftancitti.pronominis^perfbnam' fufcipere. Q^apropcerin wi//»vf, ly bonus eft
perlonjc primse, voi mali maU • i-' eft,fecundaj, - PRa^erea etiam nomuuvidentur
non habereperfo, nam, fcd a pronominibus eam fortiri, trahique in ipforum
ordinem. Quoniam fecundum Mctaphyficam effentia non agit nifi quatcnus
habetexiftentiam Sc eil: pcrfonara:cr^o adum habet ex perfonalitarc .
propterque a pronomme, perfonam fignificantc,contrahuntur ad personam. Igitur
Petrur eft prima» /n i^^/rr eftfecunda, Pctmi autem abrolucceftcerda>
qiioniamno fiiiiclui£ perfonam. Y) econcordiardai'mi ctm antccedcnte,quocl
ufert^ Qubniameandemrem contingit pluresliabereadin qu6>,dum referc
intelledus, non poceft eandem rem replicare,ne fatietasfiat fedrefertipiam
pernotamj, quamvocant Grammatici relatiuum^nec æeftvVtre'- latitfum concordet
cum relato antecedenci^ quoniarar idemfunc. Concordant autem in fexu, numcro
perfona, non autem incafUjquoniamrelatum non (^r-iiales habct a- dus/ed alium
eUcndi^alium agendi, aliuni patiendi ^DH fexu numero eadem eft dedaratio. Sed
de^per^- Ibna filuerunc Grammatici»ficutin adiediuoiub- ftantiQb-^verumtamen
eadem rationeconfnrantur cum enimdico. tfo qui fnmbMs^ Hmf Demn : ly qoi
SclybHmi fiint perfona: primaf,quoniam aAus funt perfonarum, vt dicluni.cft,
Non concordancautera in cafu, quoniaui. Hf, 99 111 vna pfBpofitipinp pnt-ffl-
pflV j»/>us enef?cli,&inaliapa«- tiendi: adus autem paneo^conpord.it cum
agcntc, qttan^o adiU£pronunciatiit^^l|H^ noD palliu^ve in quo-Quapropter
ciicimusci&«j^,^i^^^ ydo* fhs efiyvhi ly ^tiim cfk pacien>^um
eviiicationis» 6c hcma faabens eft a6tum exiftendi dck^q^, vnde iloo poflunt in
eodemcafuponiremper^nifi qiiiDdi^Bltfta^sftuj^ -conditionis, vt cum dico,
Petrus qui eft Gramm«iicus, erit diucs, vel quando fignificanturdealiquoadus,
eo- ilem fii>nihLandimodoiVt: cum dico.Pctrus aui eftGrammaticus,dicabitur,
vcl doccbirdifcipulos, vbi ^l/^ir/di- citaclum, vtinhqrenrcm Petro, ^^«ftfr^
acium^vc m Pc- tro operante : idcirco quam.quar « alcer pafTiuus, iilter-
adiuus,tamen concordantcum actu exili?njii • 6cjGraji>»,niaticein modo
fignificAndi. OMnerelatiuamiacicontcioiiemdupIicem,'8ceftfi« ciic cbniandjo
nominalis oncionum, nec poceft reperiri oracio fimpleXi in quamxelaciuum
ingredicur De construdlione orationis. Ba; reruM comuniiione difiunQhnefier
aHumoftameJfeconSiruSi^m oratifinis. Quoniameirentia Breriimperie
(ttntimpermi%: pe»-' mifcentur aacem per proprios a^fttts, jlttmalieniin ^teram
extendicur» £citenim ipfarttm finiplicitas^lM; mulripIicirAs,ab intellcdu
concipitur,per aclus inteU leclus permiicetur £C vnitur,ill3 per mtclledium
facia jnultiplicitas; propteica ad declarandum res cumluis- adibus et per Adus
coniundas 6c difiundas eft oratio^, cuius miiidplicitas exaduum niuicipiicitate
couftabic. mt funt gmera aSuum tot $jfe regulas fit^ ordines CQn[lrmndan*m
oranonHm. Cumque fitalius aclus eiTendi,alias cxiflcndi^aliuS' opcrandi,
aliusagendi,aliuspatiendi,alius mixtusj proptereafuntfepcem ve^rborum ordines :
dequibus re-. gulæ fepcem laciend^ fanc iecundum redam philofO'^
phiam^qajimquam Girammacici alicer reotianc. Deregula
verbarii^eJfentxalium^imHmor^^dincmcomirHcliomsQrationum duceme. Art. Prmium
ordinem con ru d 1 o n i s orarionum effici u n r - verba (ubllanciua : qua:
exigunt ante fe et pofl fc nominatiuum proptcrea » quod prx-dicatum
fubflantiale nonlequituradadura eflcndi sed continctnrin illojvc
b&m9efi4mmaUvh'iK\\xoT\myi ly ammjl eftic^cm qnoJ ho- ma,aAus eiFendi nqn facit
differentiam mccr id quod:.' jnr«Lcedic& qaodfequicar ad verbumr^/
eandemconBruffiortem verbumej fentialir,. quandofrddicataUnm acadcnukm '
permod$meJfendL PR3rtejrea.quidquid pr^dicacur, vtfubftantiale vel per- m^ttsR
iuib{bDciali$» licec noa fii, nifi feconduia roccm^pomtiiretianii innominatiuo,
vt homoeftalbus, lycnjiTi ^fi^af /hacret homioi accidentaliter.ec non cft idem
quod homo. Sedtamcn pracdicatnrquafi cnsidem: qaoniam eft idem in
perfona,licetnonin fubftantia, vc inMccaphy. declaracLii. Sandem conilruBimem facere "verba accidentalia
qHando aBus non e(fentiales per modum efsenhaiu connotant. O-Mnia verba ctiam
non fiibflantialiaquarenus irn- plicanc adVum eiTcndi, quanmis pcrtineant per
fe.prim6 ad exiftenciam, velaclrionem vel pafTionem, etiamexii^unc
ante&.poft nominatiuum,vtPetrusma- æt martusjlcoincedit grauis,
Mulicrextatp/ompia:; anti^uiladabattcur nudi. Vnumefseverb Hmfub^MnHum] On
vidcrur verba fubflantiua feu efTentialia, i\c di- _<n:aquoniam adumefTcndi
rubHantialitcr aut ac- cidentaliterexprimunc^cflepiura vno,vz./' «^^^'SoV
declinationeshabecod Grattfknacjfcis^etcnim ly viuo^\^o mamviuereeftefle,non
{bmper fubftantial? eft.vtliic, tu viuisbom^^ Sedincerdum accidentale, vt in
viaisfccUxy tuvithvitamUn^af^amy hoc cft habcs^veledis vitam lon- gxuamutem
quoniamdenominanturTesab his quac ha- bcnt extra fc, et non mbdo ab his, qux
funt, vt dicimusy Tetrus eff NeaptUtamtt ^t^ pilcatus, eft fortanatus :
propterea ly habeg^ dieic/flw, et ly fiim hahu per
commuta-tionemfignificationisi ricucenjmooihabetarmadicitur armatus,ita qui eft
homo dicitur haberehumanicarcm habcreefrerationale,
cum'vcrcfitranonalis6cnonba- bcns ratiojaale i hinc Gxammaticj ponunc# loco
haz,. here.vtmihi funr pccani^: 6c tu cs mihifaflidio^cum vno^' et cumduobus
daciuis, &iioc cum pronunciacur eflec«- xtftemialicer. Qupd enim exiftic in
alcero efl,$c alcerHni. h^recreu incn:: namcum proounciatureilenciaciuepo-
ntcurinrede ^viejfi fum ftamio/u^^^ic cuesmeumiaiti* diam« Cur fHbBmtkium dicit
^opcfsionem^ ITemlyefldicicexhac radice poflc/noncm, notatquej quoniam
connotachabcre, vzlibethic ejl Peiri^xqua. ualecenim l.uic,Petrus hahcc hunc
hbruni feu cpcur* jnuni|6cPecrusc(tcocurnacu$« . Decompo/ttiuaftsm.
CQ>m»o(itSLirfitm, vcadAim^abfum » defiim itiifam pra^ni, profum.fubfum,
regunt cafus prxpofitionis componentis com/«w,prxter adfum, quq datiuum .rei^it
quomam xquiualec accufauup cum ad,6cmutaac ^llecum exiflere. Omnia "uerb^
redm ad ffihjlantimt^; OM n ia^erba refoftuntar in fabftantiuam, fam,es,f/?^
quoniam qaidquid facic aut habet mz patitur, ed: idipfum S,
faciens,habens,autpatiens, idem crgo valer, cgocurro, quodegofum
currens,proptcr caufas dictsts; inMetapk.p.i. GH.ammaci
ciincipiuntfegalas.con{lru(H:ionis a pri« ma a^iupram, et falluncur, Prias enim
eft effe fe- condttmnacaram,6c deinde exiftere, 8c deindeager^» iQoamobrem
verbum eiTeaciale pr«cedit« . Yo ItemTecundum dodrfnam. Prius enim eft nomina-
tiuus cafus quam dccnfatiuus} et (impIiGior eft ontio, in qua nominatmus
pr^cedit &rubfequirur;quam in qua fequitQra6bus:a finiplicioribus autem et
prioribu sinci. piendumeft. Z)< regula verhorum exi^entialium \fecmh
Aimordinem conft^ru^ ignis ducente. Secundum ordinera conflrudkionis
efEcmnt*yerba(f^ g.uficantia ajftum exiftendi : quij ante fe exigunt
nominatiuum rei exiftentis.poft fe vero ablatiuum cum prxpofitianein ^pmneenim
«juod exiftit^jextrafe exilUt inalio.. Qut>t modiexiftendi. D
Tcunturresexiflereinalioproprie,ficutinioccxex- cepnuo efTentia: deduc^las ad
exiftentiam extrn cau- "IjEtttfuam,vt munhse^ tnfpafio\ ex hocextenla
eftcxi- "'^nti ia { in temporc, vt Perrvi e9 m hocauno^ ad in.. . iubieao,
vKalbedo %n parictc,ad in caufa,yf fBntiW' lyeo^ et leui in lun^his Abr^.hac :
ad/« cfeUu\ vtneuseft in' mindo Ad m roro,vt inTn^hnro jr/r/'';
^#//aiawr^,auesinære. - /Mhes hi modi eflendi indicant principaliterairt
'connotatiui exift^ndamyextepto^ effe in^caufa, 8c in effiedu, vbifaltem
fecundum loqændi modom coiii- notant. o o4 (jrammancaUum Camyanelu^
Dewrbigexi^entialibus fnncifaliter. VErba exiftentialia funt exifto, exto,
irifiim, priBl cipalitcr. Ac cunda verba conccrneiuia aduivi -exiftendi
dcducunturad ifthxc. Qiiapropterinanco, fedeo, moror, dormio, iaceo,ca- ftra
mecor,6c cxtera huiu/modi,exigunc poftre,abIa-<: jCiuum cum pnepofiaoue Ux.
Deconnotantihm exifienti^ m^ I^H^ceFeaomneverbunfi figoificans dSendi aAiim
agendi.Scpatiendi, quacenusdmul exiftenciam con- cernunc,exigunceofclem
cafuSjdicitur enim homo pati in anipna,agercin foro,gAuderein ccckii i ; 2c
intelligere in Deo, loqu: in rapienda^^ira.q.uodiiuiluiii eft verbum, xjuod non
poflTt poft fe babcrc abUitiuum et in: quonum .omnis aclaseciamcxiftit et
poceftrignificari, vcens^dc Vjc .exiftefls. GrammatkaUter dumtaxat exiSicn-
SVnt verba qux foluin GrAmanricaliter connotanc exiftentiam . vthomo eft
rationaiis in anima, Seo eftiufticia&inanimaii renfitiuam. Secundum rem
jenim non eftiufticia io Deo, fed Dea^eftiufticiatneque rationa|e in anima. 6^d
^niaia eftrationalis^prouc ixk Mecaphy^ docuimus. %^egula vcr borum
a^uatiuorum, tcrtium ordinem n Hru^ionis fercns. Ertiumordinem efficiunr verba
fignificaociaadunci operandi immanencem, qttt proprijbvecacnra^us» l ' roi
& verbæiusa(fluatiun, ^ exi^untantefenominatiuum, et poft fc ablatum abique
pri pofifione fignificantc aftuationem eflenra: nominata;, vc ego aiuo
aaiore^tu moueris niotione arbor virec virore. Qyamqtiam operatio ex prima
impofitione indicee adumtranfeuntem in opus& operatum extcriusj tamcn et
aTbcologis et Metaphyficis folet lumiproa- Auimmanente: qui non
cMuiæxteriorisreiacquirL-n- vcl penicnda:, vcl quociiibec operam-ia:: Iioc cnim
pertinetadadionem. Sed proprin: enticacisconferuatio- ne ac manifcflatione: 2c
propcerca proprie vocarura- ^lus-.&eius verbum efl acltiarc: iJcirco
verbaha:c ccr- tii ordmis acluatiua dici poilunt, etiaxnfi firammatici hoc
voc^ibulocarcanr. uomodo omms diSio figntficms auf conno^ tans a^lum^ aut.per
modum adns fe ba^. tens.ponitHrinahlarmo GAu(a!formaIis,quonianf eft
a^tts.materlx, &a£tus (brma:, eius imnuMiens opus eft, et inftru-
mentum,quonilm modtficat iaidlionem ficuti a(5lus, &: omneopus et res
fis^nificans modum et aduationem6c i)arcem,ponitur inatilatiuo i maxime autcm
fi exvcrbo cftjautverbum defe formar, vc i^/r^//cr^. Ahlatiuum autem hoc
vercnonefl fedvocaridebec a<?\:uatiuus cafiis quem feptimum dicunt
Grammatici lioc olfa.cie.aces^ non enim aufcrc, fed dat forinalicer. Tcimus in
ablatiuo quidquidadum figDificac:quor iiiam a^snonrecipitiir 19
iU{9>iedeitis«ft yquod aduatur \ 6c ideo' nullam exigit pr.-Epoficionem
refcreii- tem ad aliud coexidens. Ncque vuit nominaciuum,
qttoniamnonefl:icl,quodaci:iiatur,red efl vel formavet "perniodum
formxeiusiidcuco ricutcaufa formalis po« niturin ablatiuo feu porius acluatiuo
dum fuam caiu fationem exprimimus,ita& aclus. Similiter inftrumen tumin
ablatiuopontCttr «quon^am modifTcac a^ionem 5caftuacadcertum modum operandi
ivtloquorlingtta, fodio ligone,' Ecquoniam verbum fignificat a^um cum .
ponicttira^^us nominaIiter»ablatiuumcxigit»vt€um dicimus viret
virore,agicaclione,gattdct gaudio ^idcircc^ (X\\\m\is^^\c(l cxverbo. Diximus, auc verhum de fe
fQtmat, vt nonien formac nomino i et amor amo. • Prxccrea omiiispars qux aclum
cdic,cum tribuitur ' adus coti,ponicLirin ahlariuo: vc homo intellip^ic animo^
Chriftus pacicur carnc, cjaandofe habent ad fimilicudi- nem formx.vei organi,cam
coniuncli quam feparati. OMne noihen fecundum natutam per MetaplivfT- cumformat
de feverbum^quoniam omnis effei>- tialiabetj)roprittm a&tim^licct
Grammaticaliter tion fit!nvf«,vtabhomine oritur hojnifico, &^ calorec:».
leo,ec calefacio,&aausacforraa> vndeformatur.po.. rjicurin abLuiuo
;&principium,quo ngicur/ . RArio cu V ic hocaflTertum^etemm homo-op^ran»
fecundum qupd homp didcurA^ww in fe, rn^carc, alcerum calor calctacere,
&rcalerei 8ciudex iuw ' dicare^&Rexregcre^ ScUgonligonizare,
&.ocuIusoeu- hzare : verunl fi nomcn pure ciTentiam dicic, non vc ope- .
rance, formatur exadu fme efFcclu ad excenora,vt Petrus C^&pWp^^^
corpptf^Qum.autem ad esLterioia pof- * icj^ rigicur adus, vel per moauni
tranfeuntis elicitur in obieduni, a idi tur verbum facio, quoniam princeps adio
num significant bre(l^vthomifacio^caIefacio,!a:r!^cc\pe- . trifico;
AAioefgoquateRuseftadusagcntisvt ngenns, ctiamponiturln acluaniio
vtcalefa^n^ioncignis caicfacic formactiaraqna ap^it, vtigniscalore calehicit,
vcl cali- dirate, item piincipium agcndi vt effentialitasi dicjtur cnin^annna
iuielligeremtelicc1:u, et mtellcdione 2cm ' " ' telIecbip.o,(S:
intelligibili fpecie,qua: fe habet per rno- u*arn informantis 6c inflrumenti,
6c comprincipijadiQ- telligendum Hint LogicidiAinguuncagcntem, v/f»^i '
Verbafrimo aSuannia efsetriflicis ordinis^
V£rborumaftttaQtium,quiedamrpe<£!btitad potefta- tiuu, vrpoffiim,valeo,viuo,
vigeo polleo, queo,ne- queo, caleofrigeo, morior,pereo,intereo, areo,vjreo,la,
pidefco,horrefco,tremeo,ruOiCrefco,decrerco, cumeo, audeo, abundo,egeo. Quardam
ad cognofcitiuum, vtintelIigo,fcio,ncfcio, icrnoro»
reminifcor,ratiocinor,imaginor, nofco,intucor, Yidco,audio,odorory gudo^
fapio,deiipio, obiiui[cor, jt^cordor Qu^edam advolitiuum»vtvolo, nolo, amo odi,
cupio, opto>lxtor»graculor 9m^reo>trifl:or, doleo, gaudeo,fruor,
vcor4iocor, iucundor» afBcior, cruci Qr, ri<Ieo,lacrymo/ur« piro» inhio, et
qjox ex his detiiu|ntttr,& componun* cnr, Qvoniama
ftuseliciunrurexprineipiis^principiaau- . tcm ex primalitatibus trious >
idcirco func triplicis ordinis, &cum pronunciantur per modumaclus, j
..adluaciuum poftulant,non foium dengnantemacluum, sed^ obieilorura ^ vndc
occafipæni trabic aftus. ics GrammaticaUum (ampanelld, citnus enimego gaudeo
gaudiomagno ;5^egogaildeo dodriuis, Scarbor virefcitvirorey&virercic
aqua:6cin« telHgo iflCeiieauSc intdleAione,6c fpecie intelligibilij
videovifuvifione& visibili. Sedcum.ifl:iaausreferuntur ad obieda non per
modum adlus, fedper modum a- Aionistuncfiuntacliuaverba,de quibusdicemusquod
exiguntaccufatiunm, vfec^o video vifit-^ilcmrcm. Sunt aucem vcrh.i
neurropaiiuia dida Grammaticisquxpaf^ lioiics^ afFcclionci iii;ivficant/edqua:
notionesponun- tur interacliiia non rcctc, oiiinis cnim ndus pcr moduUT
aclusdebccdici ncutro paUuium in iproriim dogmate: in noflro aurcmacluatiuum
\non enim fola pafTioinccr- nenir fcinpcr, fed cum notione, 6c afFedione
fxpiiiim^, Prrrrerca Grammatici refpiciunt liceraturam^vndenno- rior «6c Lxtor,
et lacrymor,fiint iliis deponcntia ; nobis autemacbuantia non fecus ac vocara
neucropadiua, fic adiua apud ilios ex a&u ;,gc non ex a/lionj;,, Principa-*
lia autem £wea{f9ffmn,Zftl9i ^ 'vqJo^cxict^ concerne Dtiov ftntliorum.
PR.xirrca omne vcrbum ouatcnus conflruitur cum forma aut inflramento^aur acflu,
cxijzir al^Uuuum, quaniuis Gcm principaliri2;nifiGatu rubllannuum,autexi- fle
ntiale,aut acliuum, aut pafliuum: diciiv. v. s cn i m fcr^bo pennadc fcriptione
: doceo libris, doclrina : tacio manu, fac1ionc,cruce, Paciorpallione,
cordej,crucc^iteni. aiHciorgaudio&aiiicio Uc. Regfda de a£tims qtiartum
ordinem coniir$t-,£tipmse J^cienUtim. ACtiuaverba funt,quac figmficantacflum
caufx tran' feuiuemmexc^riora obiecl3,propcerca^ue VQca^ ^og^ min at^lionffm,
5c idco exieic norninntiiium Cdura^ nc;en- tis, &acculktiuum reifacl^Icupatieutis,
vc fol calciacit lerram» Slcut a&useileadi edefreQCialitacumieii pHmalirafu
adiatra^exifteQdiveroe^rttmdem adextra: aduandi- aucem priQcipiorum
egrediencium ex primalicacibus per refpeftum ad propriam conferuacionem i ica
a£lus agen« di eft prindpioltmi > ve excenforum ad obiefta, ac proiiw dein
caufacionem. JFundamennm caufarHm. QVnproptcr fiunt fexcaurarum gcnern,
vidclicet cu- clnjLim^ pa/fiiuim, qnx egrediunrurcx poceflati- uo : ideale
&:Formale, quxex cognofciciuo principio jfi^ Hale £c perfedionale,quflBexvonciQOr,
tioexigmdicafusexcmfarumr^, ET quoniamcaufa agens effi, qui aljquid facic, a
quaaliquidfit ipa{huæfl, quasaliqW* paticur, yeidc quaaliquidfic:ideali^s eft
inrkarcuius aliquidfic:forma« lis eft,.qtta aIiq]Liid fic : iinalis eft propter
quam aliquid ficr perfedionalis eft fecundum quam aiiquld perficicur, vet
benefic:inftrumencalis,*per quam aliquid fibocca» fionalis,
vndeincspicmoriuumcau &ad cau&odum.. TtAterea raiio de ca p4 caufi,
agentu. PRoptereadicimus, qupd caufaagens femper efi: po' nenda in
nominatiuo& in re(!iO)Cum a(flus cius in ip- ia expriniitur: vc (oi
calefacit cerram s ci^m veio inpao i\o . ' ^ramr^^^iticai Hm CaffiparielUj
tienceexprimitur,vcabageiue,poniturinablatiuo,cum prxpoGcione vel rf^, vc a
Sole calefic cellus. Secunda dc caufa ^aticnte.
^r^Mniscaufamaterialis&paniua, quando ex primiponicurm abhuiuo cum
pr.vpoHcione de, vc de ligno licianua 5c de argcnco phia- la ' quando vero
exprimicur caufatio agentis in materiali &pa(rma, ponitur hxc caufa patiens
in noniinatiuo, v£ licTnumficianuaafabro^ &PetrusverberaruriFrancifco,
rargentum vertiturm aurum A nacura. Tertia de causa idcali, Mniscaufaidcalis.
quandoexprimicureiuscaufatio vc ipfa caufat jponicuxin &eniu.uo cum
pnvpoficio- ne inft?ir,vt LupHtn terraft injiaf dentis tn animal/^vel cr.maclub
eiiisiri/iccufaciuo cuin prcxpoficione ad,vc/;<?- mo faUus eft
adimaq^inmX'^'*' Aliquando eciam in accu- faciuo cum praipofitione
fecundum^vc/^^f omnia fecundum exemplar, quodtibi monfir atum\e fi ^quxwt enim
vt bina- rius ab vnicate, exemplatum ab cxcmplari primo : &: hic
ortusperly/?^«»<i«wexprimitur. Quartadecaufaformali. Mnis caufaformalis',
quandocxprimitur in caufa-, ^ionc fuaponiturin aduatiuoabfque prsepoficione, vt
paries albedim fit /.Similitcr etiam id,quod eft cau- faformxdum formalitcr
exprimitur,ponituriin ablati- xio i vc pariei calce (it aUus : 5c Francifcus
cibo repletur &aluus fcecu tumcfcicicuius fenfuseft, repleturjrepie-
tioneacibo,velcibi:8ccumefcic tumore a foctu;vt ho- mo intelligit intelleaione
intelleclus, et Chriftus pa-% titur carne,ideft palTione carnisrquod in logica
confide- r^iredebebamus. Libcr primtis. iii ^Hinfa de canfa Jinali. Omnis causa
finalis in sua causatione poniturinnc- curatiuo
cumprcTpofuionepropterrxgcrambulat propterfanicatem,5cmedicus propter pecuniam
medi- . catur: vel in genitino ^ cum \s grcit^awz vidcndi tuigra- tiægohuc
acccfii : 6c hxc verafuntdc caufa finalicon- fummatiua A.tcaufi,cuius viui
perfediuo autcorrup-i tiuo a(flos deftinatur ;ponitur in datiuo: dicimus enim
e- C^oferuio Regi :hxc res placcrmihi :tu noces Fabio:au- xiharisPetro.
Etquidem qnoniam omnisadus ad al- teriusvfum potcftedi,idcirc6 omne vcrbum
poteflha- beredatiuum: vt tibi emo gladiiim :tibi amo vxorem; tibi doceo
filium. Pctro occidi filiam. Semper ergo da- tiuum aliquamfinahratem
vfusindicat. Alicjuando finis connotnrus ponitur cum prxpofitionc pro in
ablatiuoi. vt eo iVIc/Ianam pro li bris, et occidj pro rc tauruin, ^c. Ssxtade
cauja perftxliorjali' Causa pcrfe<Shionaliscbncurritcum finali:5c propter--
ea poni foletin gcnitiuo cum ly gr^itu : aliquando ?^cuformali,
quoniamintroducla forma in materiaacce- • tlit perfcclio • ?c proprcrca ponirur
in abhitiuo, vc 'lorro perficiturdifcipiina, 6c caufadifciplina;, ^ augetur
a:ta- rc : fons fcatctaquis^ligo pohtui*v/u, aut rratia vfus, aut .'^Jvfum.
Septimadeinjirumentaii' OMneinftrumentum naturale &:arrificiale ponirur
inablatiuo fine prxpofitione, quando fumitur vc modificans acflum a^entis
caufx, cuius efl inflrumcntum vt cgo fcri bo manu vcl penna. Sed quando fumitur
etiam vt coagens : tunc ponitur in accufatiuo cum prxpofirio- ne per ; vt Rex
per mihus prxliatur. Nam 6i cauia agens :GfdmmaticdiumCsmpAnelU; €tiam in
accufj.ciL!o cum ly perMct poni! maximeau- temfi non eft principalis.
ApudHcbi\tosautem poni- turin ablatiuo cum pra;po(jcione/;7,vc/«^<^fa/fl
mo$ian* fui Urdanm, quacenus m eo agcns agic. Ociaua de Qccafwnali cauja^ CAuHi
occafionalis; qaoniameft moriuum aliarum caufarum ad caufandiim, poniturin
ablaciuocum prxpolkionc f V, vtf.v raptu Helenx conflacuin eft bei-
lumTroianum: ponitaraliquando^a^vc *ib ou<j ifcd vt in- xluic racionem
a^^encis. Principium quoque iuftaroc- cnfionis,aqua nicipic caulatio ioler
nmihter poni, vc cx nHhdici, cx inuinis rixa, cx Lipidc via, 6c hot m^.
talimhomm,^ 6cexfonteaqua« ppi^MJiMdi fHHiijjionSteUmento. PRincipiærgo
5celementætiamin ablauuo ponuni. tur cum ly ex^ vr ex dominico die feptimana :
et ex li> terisoratio. ex terra^c fole lapis lignum>&acs&c. Eie
men tum enim eft id, ex quo aliquid fir : 6c mateda aliquandoponiturvt
elementum. Principium yerd ell
id^exquoaliquidefl:.QVoniampnmaiitateseminentcrcontincntin fc ipfis
cauias^l^incipia. &elementa^omnes didlos caius recipiuntiti
rutsadibusmirificeQtiflinAis^ficuc in Metap« 4cclaratum eft, De primoordtnea
BiuorufH. POrrb fia(5liuum 'verbum cxigit nominatiiuiru rfia- {(eocis,^
accuraciuum pacicntis » omaiafigniticantia ft^ionem f Liberfrimus. fu aftiooem
tranreantem in patiens^ pertineb^uxvt ad ph-" mamregulamaaiaorum, ^
iSedqaædam dircÆ funt in hac recTuIa quoniam eram adionem dicunt,
vc</^j,/</a<^,6c compofica exeis,Ccc- (^uiuaicntia.De wrhs aSimis
primiordinis. aclionem pote^atiHiimportamibus. Sunt autem quidam adns dircdc
poteftatiui et exe- cuti ui : vt pra:rerd icla vi ii ; fico^occido/oluo,
Iigo,incipio, finio r,t:nero,pano,iuftcro, tcrreo, timeo,quero^ amitto
capio,ceneo|iib£ro» reliQquO (moueQ,|: ero,for.. mo, defVruo, iiipero, cogo
iacio, pono, depono, collo^ planco,ptit(;^ro,remiao, inrero»pinro,&
quidquid peni- netad rem >u(licam, et arcificum: ecenim alif a^Uones- func
naruralef,«liæartificiales .'iisaddefequori medicQr^ &criminor« DVoniam
aclio proprib efl: efFufio fimilicudinis a- gentisin'patiens:fimilicudinum ver^
alianaturalis, vthomo generatliominem, et calor calefacit ^aiia artifi- cialis
vrhomo fcribit, anc fodic,autd omi^'cat,facit n- do aliquid fimile fibifccundum
ideam: idcirco vtraque adtio fpedat ad primam regulam diredc, Vndeerranc
Grammatci ponentes in tfuarta peutror^m verba fignt-
ficantiaadiionesrafticanastcum verius fi!)ta<fiiua,qaam amo, et lego » (c
emo, &c. Simsliter indeponen tibus. Deadiuis primi ordinis aCiionem.
cognffcintU XX tv tmi r ia verba pertinent ad adionem cognofc i ti ui,qux tunc
vere.eft adiocumad excenfiora progredicur Vc de c i r. r o . vi o c e o /cnl) o
j moneo ^ c «elo^re uelo^maoife Ao-, ligncreFero. QaaQdoauremnon progreditur ad
exteriora sed irn. manet, artamea)vcreiata exterius profertur tunc fpe-
Aancadadiuorum ordinem fecnndario I vtfcio .ignora» memini}Video,audio,
olfacio,gufto,intelligo,lego,caileo iapiOiCogito, opinor,imaginor,credo,
affirmo, nego, exi- fiimo, pendo,nofco, confiæro» Addemeditor|recordor»
€ontempIor,tmitor^&:€. ', Dlfferenria eHinter aciionem tranreiinrem»&
immn- ncntem Qii3cenimtranfit vercadioeft, vcc{oceo,&: declaro:quænon
trannc componitur ex a^flu Sc paXsione BC a(flione. Si
qnidemhomoparicurivifibilidum vider, acfimula^lumedit, exfpecie
viriibliremobiedunofccs, &c quia ex. Anriii i>i i fprcfe bPictgS ad
obiedium exteriDs ferturiproptereavp caturaaio»^ verbum adiuum,fefl nonDure,igiturfciQ^videOxexi(timo
>&c. (untaftiua fe-.- cun^ari3. 2>^ a^iuis ordims, aSlioncm voliiiui
imfortantibus^ ALia verbaadiurrpnmi orJmis rpe^anr^advoiitittlS quardam
prjiiuno a(flionem tranfeuntem fignificantia,vcmanduco,nucrio,caco,futuo,
mingo, appcco, ad requor,declino, verfor^inrideo, quxdam (ecundario
fignificanca Aionem.nam perprius affec1ionem >vcamo, diiigo, fperno,voIo,
cupioj(K{i.erurio, aueo,ambio>opco^, <lieiUero>: Adde fiaoiilascorj
triftoc, &c Liberprlmut. EX praccecienti declararione rumiturhorum vcrboru
nocio : nquidem adus volitiui 5c cognofcitiui fpe- clantpotiusadaduationcm quam
ad adionem. 6ed quia referuticiH adobie4!2a,iaduunc vlm a-diuoriun.ficquac pri-
mo.rcferontuj, vt manduco, bibo^fatuo,funtprimoa- ^Uiaprimi atfeclualis
ordinii?: qiub flutseni fecundo, fe- cundo^vtamo. Noænim amor ttktmr
adexcranifi ^uia ^rimo obie Aum mouecpoceftatiuum motio. neficmdiciumin
coenofdciuo^-Scl^^p^^e^userga ie^fcum in voliciuo j de quibus iri Mccapffi^ DE
SECVNDA S F,eci 0 a^HuorHmjictmdum Grdfnmktkos reguU correHio. V£rba adi ua
fecudi ordinis apttd Grjunmacicos func qucx rpec1;ancadiudicium ancad
commerciumope- iraciui principij, et propcerea eziguncagencemperfonam
mQominacitto» rem paciencem in accuiacitto :addicur ^tte terdtts iafus
ablathius, quando nominanir prectum^ aur ciimen de quo
ficittdicittmpauccominercium ; vc ego accufote crimitie furri,&emo librum
carolinp. Kun- quamatttem pDnicurgenitiii9isnifi præ intelle&o abla^
ttaom|fe babencis quafiinftrumencalicer. GRammatici faciuncTecundamadiiuorum
fpeciem: qua: exigarnominatiuum agentis rei, 6cacciirariuu
patientis,&genitiuumpro certio cafu^fignificante rem quaficadio^pafljo
ipforum. Sed reuerafaUuncur. Noa. enimaccufo,reprchcndo'^tfifimulo,
moneo,voluncee-- nitiunm. Nam cttmdicO»accttfo€eiiirci;moneo tedo* Qrammaticalitim
CampanelU] loris intelligitur crimine fcu culpa furti, 6c paflionc
doloris:omnisenim adio edicain alteram habecinftru- mentum aut modum quo fit.
Dicebamus autem quod caufainflrumencalis femperponicurinablnciuojfimilicer
quidquid ad inflrumentationem aciionis fpedac, et ideo
dicimus.cmolibrijcaroleno, vendoprecio magnoprqciu- enim nominacuSc
inftrumentu,quoficempcio5c vendi- tio vulc abl. 6c cum Grammatici ponunt non
nomina- tum prctium m genitiuo^vt cmoma<iriiy tarui,quanti^pIuTi\ . mmorii
^iuaritilibet^ &c. fubintelligitur ly pretio^ inablati- uo,id efl: emo
prctio tanti. vbi ly tanti ponitur neutraliter 6c non adiec^liuc, alioquin
diceremus tanto, vndc Virgi- lius. Moc Jthjcttsvelit,^magno mercentur AtridiC,
Ac quidcm Grammatici dicunt magno hoceffc ptetio magrtl fonderiSjied
w4<^«ocum pro ly ^r///«:dicimusenim'mmori- pretio,maiori,paruo.magno^quanto,
quantocumque-vc peritis in lingua obviameflrSimilfW dicimus,magni ^fVi.
ino,magni facio, floccifacio, floccipendo, pilipendo, hoceftpretiomagni,
pretioflocci&pili. Sed nondici-
musx>/7/^a^^^,fed Ti/ipendo; quoniam in neutrum non tranfit ly t/////j vt
aliqua prctium counotantia. P^crl^a iHdicialia, ^ commertium connotantia: Verba
SIGNIFICANTIA iudicium^funt accufo . pofiul^ accerfo,
defendo,rcprehendo.incrcpo, admoneo, punio, damno, broluo^ca{iigo,inflmulo,
arguo,conuinGo, incufo, muldo. Commercium vero, cmo, vendc^, venundo, veneo
jmejcor, et deriuata, compofitaquc exhi.v,. r BE T EI^T SPECIE cafiopem,rigula^
€orre£ijo.. Verba rertix fpecici 'adiuorum pofl: nominatiuum
agen(is5caccuratiuumpaticntis, exiguntda- tiuumreiillius, cuiusvfui applicatura
cflusifcmpcrcnim fehabct vtifinis vfualisadionisfiuein bonum,flue in ma-
lumquidqLiidponiturindatiuOjVtcmo tibi librunvido Petro diploidenn fcribo tibi
epiftolam; • -CAufa ob qua dathium exigititrinhacregula prima- - rio» efl: qukt
finis^cui applicatur^ vfiis acflion is 6c adVaPi lei, da.niiain «xigit: vt
dicebamu» loqu^ndo de caufi^, ^propterea verba iftapofriincvockri applicantia.
Dcverhorumterti^ JpMeimtdnplmtatL.. Verborum fini adionem applicantium, quacdam
funt poteflatiui operantis,vt do,promitro, prxfi- cio, impero, fubiicio .
mitto, impartio, admoueo 3 &: fua compofita deriuatiua, vt arquipollentia.
Quxdam fpedantad cognofciciuum.vr decIaro, oCkcnrdo, monn:ro, fcribo, dico,
fero, arfirmo, nego, fuadeo, & fua xquipoUentia^c compofuaScderiuatiua.
Qtuedafn fpecfcanc ad volitiunm, vr commodo,
foluo,arrpgo,concilio,&ccnfimilia,apud auorcsnotanda.
Exiguntverbapixfatætiam ablatiuum cumpr^po*^ fitione pro, qoando mofatooni fi n
al i caufa; vfualis connoi»'" tatar^vtfi/i^» tdipiMUtmfrpUif^t et pane^
pro cibo, s Exigunt etiam accufatiaum cum præpofirione*^ ouando applicario
vfusadioniun longum trahituryvi y oeftino>
fcribo&mittcoUtcras<«/iP^,nedumi<iM . irs- . QVamquaniiflafint verba
apud Grammaticos da- duiim exigenda \ nihilominus omnia verba pofTunc
datiuumliabcre quandoactionem et aclum, &, paffio- nemcum applicatione
confignificamus, vt cibi eftpe- cunia,emo'tibi folium, doceo tibi filium
Grammati- cam. fpoliotibi aucm pennis: perfequor tibi inimicum. 'CVatulof tibi
pro magiflratu^&fimiliterly pro potefliii omni vcrboapponi cum motiuum
applicationis, vcl fi- militudinem circum loquimur ^vtmitto ad u p^o lihis,6c
habeodoJoremprQ voluptatef - DE Q^VJT^TA SPeciE a^iuorHm JignifiuinhHmdufUcfter
aSlioncm re^ula ^ correiiio, - • Verbaquartac fpccieiadiuorum SIGNIFICATIONEM
UNAM cumduplicipafllonepropterca exigunt poft fe duos SLCCuiatinos-.wtego doceo
fcGrammaticam. A<flio enimcaditin te, &in Grammaticam :in te WmiiKUiuh
in Grammaticam/flfAv» H^cregula declaratione non indiget .fed animad- uerfione
: quod proptcrea accuiatiui duo fubfe- quuntur,quoniamad:ioin duo cxprimiturnn
receptiuum videUcet paflionis, et in id quod flui t in adione ab agente
inrccipientem. Hoc autem jn Metaph. meliusinlligi-- mus. Adio cnim docentis
fert Grammaticam,vt padens; et qui docetur accipit eam, vt terminus huiufmoai
lationis. V Ltherfrmkfl, VErba ngnificanciahanc doplicemadiomsdifferca- ciara
Ajncdoceo,mon?o,poftriIo,orQ,confiilo c«'- lo,^c omnia compofita et
«qui|?ollemia,& diriuaciira iftormn, ^ vt4> lurimumad cognofcirioum
videntur^fpe- æ j fuDC etiam aliqutf/ qua5adl|ai>ir6m exrcriorcm
fpeaanr>vrye.ftia,: indo<S«uo f qu» volun t duos accura tiuds. : Sedcum
reii, qua v«ftfmus, fumicur inflrnmentalu ter^ponirarinablariuo, 6c fpcaantad
quin^amfpeciem- . ytvefthfiiexuo tefannU, Etcum non ponituranimatus
accaratnius, vtpatiert. - tisrei/ ed vt cui applicatio fic ponitur in
datiuo»Yt'w«- D JS ^JN T A:S P E'€ Tb aSiuomm /ignificanttutn a£iionem, ^ •
falf^nem,^idquo fit a0m. /-\Viinx fpeciei vcrba aftiiia fignificantaaionem
itx,<WaIiquod..paxiens, et fimul id, quo excrcerur aftio ic- pi^terea
poniturablatiuum poftaccufatiuum fine nre-. po itionc, vt ego Ippl^p tepannis
5.&,flnero JibriSi&jHvl jy ETiara infiacrcgula (Jrahimaricorum pnTcorum
aperitur r^tio, cur in ablariuo-ponitup iti, q u oci n on, eft agens. peque
patiens : quiaividelicec; inrfucit itti/^-,»ejnioftrumci?ti,&modi,
&foxm«. .l . Omnia verba, in quibuspoft'patieiHcmrem,adJunt i^o
(^rammaiicalium CampdnelU) velpa{nonis,pertinent ad quintam fpecicm. QuapraT
prer quxcumque pofita£uncinrecuiida fpecie^ ipedant etiam ad qiiintam.
Suntaucemyerba,!qviint«x principalicer^veftio et fpo- \\Q,6tomnia acguipol^nria
eorumiiccttiimpleo ^ceiia- caocumruis arquipollencibus, ic-cm iuro,&i«do,6c
ipsrorumiCqttipoIlencia. S^miiiter augeo 6c minuo, cum fuis aireclis,
purgo&inqaino «cttmruisconfimiiibtts. Secundario aucem /pe^anc ftd banc
reeutam pmnia verba cuiufcunquc fpecieiScordinis^quando exprimunc modam vot
fornfiam auttnllrunoencMm actionts, vel paf- fionis, vt rcribolibrum penna
iafficio te e;audio,planro vincam palo : Munio et cxpugno vrbcm armis;.muigo ^
ir.riCQ te verbis/ef^ionbigladioL,6cc» DE SEXTA SPECIE 4^iuorUfn ^rpgnijicannum
aSionem f- fionifque illanonem.mm p> ^napio^. ^ caHfa/unde habetur^tanqHam j
. inde habiiam.Erba fextæfpeciei ^gnifi<;ant a^onem, et id^t|ao cau(a vel
occafio» vel principium aftionis eft : et propcereapoftaccu(ariuum
€xigitabla*im?m cum pr«- pofitionei, vcl t/^,vei «"^vt ego audio ledionem
'^ma^ Vbniam caufa ^rgens^excepro Dco, occafioncm, ^^velviTn fux cadfationis
ib*unde accipirtpropterea illud quod eft occafio(»'yel principium» Vel caufa
csu^a- tionis in a^i^ p^nietii' iin. abUtiuo cum«ff^. Nota fan^ -
pnnci'f»acioniSt vt dic^um eftinregQlisi^ommunibp^cx MetajiliY ratibtt^ yt
flifca QramfnacicSmi rTiac'ftro;eft magiildF cauia il2dpii^<tblnan& f
fi&tedainenT«»/e(l: eiiimi Q - laberprimus. $zr 'enimliindam^iuni
principium :5c hatiiio dquamapii. tto :^u«tenas eft cau& cootentiua aqiue»
Sed vt etiam 4natem{t9,4iicimti«i^ ^iiPiUdfm^tri^ Sedvtetiam ele-
mentariS)dtcimtis etiain^ (Sc expuico, Sdneftoccafio- nalisdicimus Agnmemndn
bellom conHauir ex tiiftu • ; V^rba fextiH fpcckL AD hanc fpeciemprincipftliter
pertinenc omnia ver* bafigmficantiapi^tcraAioiiem Ccpaffionem, id, a..qaQ
habemttsoccafionem,veI caufanonem,veI princi- piacionem ac^iioni^ \ vt audio,
intelligo, 6CGonumilias ^vtoblacio, guftp, lego, icem liaurio, wd, moiieo,
diui* 4o,pdlojrapii>vabdicO|faahpp,Hcapio,endo« Prxt^rea fecundarib fnnt
fauins regtflac omliiaverba,' in qtiibusadiiciturpoftaAionis
Sepamonisremætiatiirea eau^tionem conferens » vndedicimus, nfft99 tthi mahni
A^Tjr^nno, H emo Iibrum|dccato^Jibrario, cupio^^/ h emoiumencu. ELemo.ueo
libruma^ienramanibus» Defiftima fpccie wrhrum exigentwm tnji'-
mifmumfr4>accufanuo^ SE ptimam regulam addUnt eornm verborum >qua: lo-
copaiientisliabetinfinitum verbum, vt fpero, cupio, fcio, volojdebeo iieRomam »
legereledionem : 6v hxc omnia fignificantacVum animximmanentemaquo tran- fiensorituraliusacl:us;
?C idcirco ponicurilleioco adus, iftelacoefie^us^^propterea omojeverbum poteft
ad hancregulam pertmere«qnoniara aAu5adumin%r|^«c Omnia verbaadprimalitates
Mctaphyf*cas {^e^bn- cia qux runtpocentia/apientia^ amor,iuntprima-
riorpeccanciaaci hanc rcgulamjquoniatn ex eisoriuntur a<flasincranei,
&exhisextcnfiones ad obie<fla-qui func cciam adus,vcvoloambuJare, vbi ly
voU adum intcr- num amoris dicic, dCdtmhfilare ^Aum cxternumcxillo. Prxterea
omnia verba ad obieda primalitatum spedantia, fimilicerinfinitiuumhabcntproaccufatiuotfunt
aurem ohxQckOiypafsihile verun et l>pn»m^6L Aia ^quipollcn- tiaj vt polnbile
eft, vcrum eft,bonumeft ambulare, et fu oppoCitSiyVt tmpostfalfumifrulum.
Cxtcraautem vcrba po(funthabere infrnitum, vt fa- cio te currere. Sed quatenus fimul et agencem
rem ha- bent loco patientis, vt doceo te fcriberc. De papiuorumverhrumreguU.
Art. OMnia verba hiibentia lireraturam et sensum a^^iuu; fiunt pa/fiux
literaturac per additioncm r, cuin» fuisdeclinationibus^&exigunt rem p.itientem
innomi- natiuo ^quoniam refcrturvthabens ac^umi et agentem m ablatiuo cum
pr.xpofitione, canram aftiuam, nQtante, qu^,eft A,ab,abs,quoniamagens non vt
agcns,(ed vc aquoemana! paflTo repra:fentatur. Dlc^um eft prius, quod caufa
pofi^ca in actuagendiV nominatiuumexigit&reclum: quoniim hic figni-
:^ficateditionemadionis,adautem quod patitur, accufa- tiuumrquoniam inipfum
fercura<f^us Nunc autem dicimus,quod cum patiens ponitur vt recipiens adum,
exigitredum,agensver6quoniam tunc poniturvta quo eft adus, ponicjr in ablatiuo
cum A.vA^h, dcfipianti- buscaufalitacem. Etquidem dicin-rtis omnia verbaaAi.
7»! ff cundu et vocem fieri pafiiua, vtamo, accufo, do, do- iceo, audio, fpolio
; cxii s enim fit amor, tiUrprimitT doilor,siUili^/fpolior,fperor. At qua:
folum fcnfu funt ^aanon fiuntpaffiua, vtfcquor.auxilior. et deponcn. tia TOcata
latinis : tamcn in j^ng«M^ vernacula fiunt vti- . i)uepaffioa^
Similiterquxvofie ijyMU adiua^fod vt gaudeo, vapulo,abundo, feruio,&alia
neutra vocata Giammatlcis, ooii fiant pi|^Ef|a: ^i^mtts enim qood lit- '
texatofam, U jr^tatem ^ed^VKi^^m vectuntur in paffiuam. donfiderano de aliis
c^hs-pajsitioru??^, VErba a^fliua verfa in pafTiua prxter nominatiuum patiencis
rei, 6c ablatiuum agcncis^quofcumque casus recipiunt^jaoQ mutanc, fedretinent,
vti quando exant aAiua, ALiquando v«fba pafsiua ponont agentem rem in datiuo:
vt PUmi jboc do|nia poHtumeft, ideft d pUutit* AliqUandoinaccufaBUoapporita
prarpofitio- ne p<T,vt res, agituc per eofdem creditores. Sed in his da-
tlOttsponitorfokis.cnmagenscaoræft fimolilla) coint appHcatio.
Accufaciunmvcricom agensponitor iaii- qiiam mftrumenrum vtin prarfatis
patetexempli?. Ali« quandoponicurablaciuum fiiie ^fieporitionej verbama-
Ximcautempra:pu{Itio, verbo|adici(citur* De verbis vocatis nemro pafssuss.
SVQtqu.Tclim verba apud latinos vocata neutro-paf- ua, quoniam habent
literarurnm non paffiuam, vt va- {>ulojexulo,Uceo,veneo, c]u« exigunt calus
confiini- iom pafsiuorom « ?t di/afitL v^tf$iani kmdg^^it.^it^ Secundum rert
non fuftti paffiaordm tHimeræxplo- dendayerbahacc,c|Bam vis pAf,iuam litmtoffam
noir habeant:nonenimvox facit pafsionem, fed fignificatio
Coniimiliaveneo&Iiceo, fuftcvendoF:rapulo v^r^ beror: exttloyceleger.. FIo
eciam dkitur neutropafsiuumapud Grammatn" cos, qaoniam verc pafsiuum fccundum
rem cfl,fi minusjTecundum vocem. Adduncenam fido, confido, U nubo, au.lco .
foleo •qux potiusadionem vtaanmdefi» gnant : U exigunt cafus,applicationi, eo
refpcau reoui-. fKos. .-i Devtrbis^ voc4t$s mutrhi Arc. VI 11. Verba d
jcu^turneutra^qu^ ^ec adionem ncc pafiicjw- nem fignincantapudGrammatkos.
Sednonprcb-' pcereaneucra dicendi erant,cum &aaumcircndidcei- xillendi
dicant, &finonagcndinec-patiendi5Vt/*»i,^ (jorreSio Grammaticorum. Verborum
proprie neurra dici debent,qu.T aduni acluatiuum modo figmficant» 6c funt
pcrrinen- tiaadpoccfwriuum, ad confcitiuum.&ad voIitiuum,de t^uibus diximus
fupra. Quapropter pofTum,6cfcio, & gaudeo cum fuisafledis jfiintvere
«auaciua feuneutEtL dequibusfupra. Pxinu reguia Crammaticorumcleoemhsfpeaatafl
. verL)a,e{rendine^iim Hgnificanria^ exiftcndi. Secunda, (\\)x cil,
egeo.abundo.carco, perrinet ad a. ^uatiua prophc. Tertiaqu(j eH:,
reruio.profum. noceo.defum, &: alia,
qujeapplicacionem/lgnificJanraclusadalirjuid f^e<^anc adad ionem fine
paffione explicaram, fedcuni applica- tioneadilludin cuius gratiam fit j
vtferuio recrj^confido" tibi,noceofiliis,^c. qua^verbaaAionem fi^^nTficanr
Sc<.V nonfonnanr pafTinum^quoniam nondicunt Kcxfcrui- turameifcd
R:egiferuirur,quonfam tæeturpaiicns^ec-propterea,imperfonalirer folum
firpafsiuum. Quarcare^ulade. rebus peninentibus ad Agricuitu-
ramaclusexplicantia,func verc acfliua, quoniam eriam patiexisexponunCj&
propcerca fiuntpafsiua omnino vf aro,5caror. Quintaquai
tertiasperfonasIiaF>e'nt/ingularis, tantu propcerpa,quod foJus Dcuv poteA illos
edcre n(flus, po. tius ad Theologoj quam ad Grammaticos fpedlansi non
'rite.deciaratur. Cum enim dico, Tonat, ningir, pluit
Iucefcic,grandinar,adverperafcir, non folum Deusin-' telhgicuri fed etiam
rempus, diluculac enim fole tem- pus : ad vcfperafcir rencbris rcmpus: irem
fubaudirur natura apud phiIofophos,irem necrec;ulæft ccrra pro- pterhanc
rationcm. Nam efl creare/blius Dei : nihilcy- rnmus creohabet omnesperfonas:
itcm rorareefl flcut pluere:m fcnpturisautem dicitm, Rorare cceU Ærupn,^ mbespluantiulium^.^v^o
reguUipforum cflfallax. Sed^ vfus, et id,quod /ubauditur confulendi funt.
SextaregnlavbiafFc<fbionesanimi& corpornmcele- brancur habens verba,
gaudeo, doleo, virco, albeo, caleo, frigeo, tumeo, areo, conualeo, a:groto', et
c.Ttera huiufmodi.pertinciiradaauantium,fpeciem:de quibus fupra. Dc
vtrhisfigntjicantihm motum. Verba fignificantia motam cxig«fit nominatiuu^ rci
edencismotum.&poftrenuTlumcarum^ quan- do non paflionem fedrefpecius
locales adducunc,fcii pra^pofitioncs exigencescatum. Qjiot fknt figmficdntia
motum et eiufmodi. OMnis motus cft ex cermino aquo ad terminum ad quem per
medium, idcwco triplicis fpeciei Cunc ver- mociua, vt difcedo deforg, tranieo
fer viam^venio in tempUmitixc enim^gnificant motumdcloco,&motum per
locum,& n\otum ad locum. Quxcumquc verba iis adiunguntur, iunt ciuldem
fignificationis, item idem verbum poccfl: tres iftosadus connotare, vt, de
vinca per viridarium eo inciuitatem. Verbadeponentia func:
eiufdemgenerismotiuiphiri- ma,quxadhanc regulam pminent, vt gradiar,trans-
•gredior, proficifcor, &c. Quomodo omnia verha reducHntur ad^ra^ fcntem
regulam. PKxtcrcl omnia vcrta quatcnus fignincant motum, polTunt cfle luiius
regula?, dicimus enim fcnbo ad rontificem,6cde Pontifice,& pcrdifcipulum
^quatenus enim fi<2;nificant terminum ad qucm, autmedium,aut id,
Jequoficadus, fiue illud ficvcterminus, fiuc vt materia, <iequaqiioniam
cerminia quo eft connotatiua fimilitct ^xic;unt cafus cum prarpofirionibus
confimilibus, vc de albopf ries verricur in nigrum pcr atramentum Qua- propcer
6c acliua^pafnua,&:omniaverbaad hanc re--Liherprimusi ur gukmtrahantur per
refpeiflus confeqneotes aAiinisTe plunroiini aatem quæ oe fefignificaat
muutioiiefn U - . motuni* ^cv€rbis,mcatiscommtmittis^ Art. IX. VOcatit
Grammadci verba commaiiiisfc, quas iitenr' toram habent paffiuam,&
poflunrfieri a Aiui et pa£- Sxti conftrofcum «afibt»» vt
laij^rsampledor^Teneforl cxperkWypmuotor,ofcttIoi^icriminor,,n^ Hxc ficapud
btihos: n vfti uiath m idiomacibusalii Honitem. Dedt^onenttl>us/verl)ii, .'
' Aft. 3C,'" Dlcontur apuJ iWtinorum deponenria qnaK baBenr
liceraturampaniuam Scfignificationem adiuani^c proinde acliuc coDftruuntux^nec
ta.men omnialigmfi. cantadioneni, . I Sedc|uncdamaduationem, 5c propterea
volunt poft feahlaciuum, vcvcorjraor, pptior, vercor, 6cconrimjlia. z
Cina:^-%niiicant aftum cum re non de qua/cd . cuiusel'ta<flus, egrediens ab
inrelle<?lu,vtrecordor,ob]i- uifcor. rer.iini^^co. qiia: propterea
exiguncgenitiuum< \,3 Qoædain figniiicanc adum cumapplicanone, $cpro*
/pterea poft fedatiuum voiunt, viauxiljpryf».i^agQr:» me. 'diCOfjminorJrafcor.
Quxdam fignificanr^i^ipipm, tc id q\iod patixur: «c jwopterea
exiguijt^)i?jndcacca6tiuw^ rw,c6ntiinifcor» loquor^ ptacftolor\ feteor,
&cacteTam^ItP,qiK)rupiqij(E ' proptereaibUtiuttin exigQDr9'Vtlan:or«chltor,
ftoma- chor» vcreciindor, cxpergifcor^iiidignor^niorior: et silui, qu^e alios
carttsexigtinc. prottcadus r^fercttr > mxea regiu ia^ J it^s de
caiitesxMilMnr^6ttao(&^^ Qjrdaai quoniamfignlfiaantmotum ve! pcrroodum IV.
nus, exijunccafus cum.prcX^pddcionibiis connoranti- ba^vl'.^ ioco ad locum per
locum vel cum alio, vcl Con- .tra aliud, vcl
circaaliud^vtgriiiiv-YsP^^i^^^Jo^^i^Juc^or, apicor.nafcor, philofophor,
verfbr.ncgotior,hallucinor <auillor ^auguror, 2^ nmilia, qua: apud
Grammaticos, umcrantur :qux ex prxpoficigims.ftatMra.qups^earus
.exigunccoaii;noiiftran,c. ' 'iim^erJoriaUum^ * J^Mporfonah'um acliuxvoci.*;
primusbrdo confVrurc 'jLtntffe^^dr^^f^^fi^^^o^ infinitiuo,vc /V/r eCtvel
.Jncereft,vel referticribere ad vos. Infininuum vei^o re- 'gic cafumexpra^fcriptisre^ulisflbi
debitum, Ratio reg'ila; eft, c|uoniam verbafuncperfbnaliatfe fui ' >acara;;
Sed cum addicut Ibco perfon p',.patiehiis vel !ftg0n tis al i qu i s adaspefv
erbu m infinicittte facalcaci s, ideii, \t\it cermihatse c^niiiQfticAns.eKpxeflus
nec,effiiri& iUcidaseftperG*n^ccerciac,&: propcereaotjnpia imperfo* '
nalt^ habere dicuiiair rc^orh tercias perfonas Idco omnium pcrfonarumv..M 1 n
ifeflun 1 e<t: ert!rri'i|uod q uando pohTtor tfomifn 6c nonadiu p?r
verburtfitifiA}tum, fIunt personalia, dicimus eni^ Pctft tnfe^^f^tnflihrs vcl
nosPecn incerfumus: non ii*?^"^^ dicam, ^ef^rvnu^ ob aliam cau.fam.
«jC^uarea;jtentpo(luIeflc gemiiuttm, nonintelligic ni fi ' . quaii Digitized by
GoogU Ltherprimus. i fip xyii alium cafum rubintelligtc ex parte vei bi vcl
nominis. fiquidcm Refert idem ell ac Reifen: 6c proptereadicimus Pctri rcfert
fcribere, ideft, res Petri fert fchbere . iritere(f veroidemfignificatac in
rcen::& proptereadicimusPc- tri interefl:, ideft» in re Peiri c(i fcnbere.
Quj autern.lv ivter confiderant non in fua originc, et accufatiuum ci
adclunt,(ubinteiiigunc Petri inccrciyioc cft iwerreiVe- Probatur aucem racio
daraiquoniam cgo tu, fui, nos» tc vos,6ccuiiis, non ponuntur in genitiuo.fed
inablaciuo fiBOiioinolingulari} vtmea,taa,(oa, noftra,veftra,& cuia refert
> feu iotereft, hoc eft i» fe meA cfi^ in tta eft^o^c, vel forfaA in
nominatitto cum Jff/ert\ vt me^ refert, ideft fef mafert xefmLJkn ^in
accu&tiuQ nentropluraii vt ' meaintereft, hoc^iff/^mf<f#)^w Etproptereæft
vultnominatittom neutrale vtmeoai eft»tuuræftfcribere»cum
pronomtnaprimitiuaponuii- turderiuadoi*, .T>efecundo ordinc imferfqnalium.
INfecundo ordinc ponuntur pertinet, attinetJcfpc-. £l:at,cum accufatiuo et
pr<Tpontione.c^i/& infinitiuOf iqco nominatitti, vt ad meipedat fcribere
: at fl nomina» tittUmadeftfunt perfonalia,vtad mepertinentlibri-.vtin-
tellig?ttexiirfBnitiU(i>; quoniamindeterminatum fubiuit £kittumeft,deponderc
indetermlpationem petfbn«t& proptereafieti imperfonalia Hase triaverbaadpoteftau
tiuum tedncuntnr. Nam attinetex</M componitor : pertinet exper acM^: quoniam
pofleffiorei eft ad benim 8e perherum : ifpeAatvero a fpicio, quando q uod
alicuius eft ad ipfVim conoerfiooem babet.nuc /ir per poteftatiuum, vc
poiTefrio, fiui per cognofGitiiium,vcad ipeftus» iiue per Toiifiuum^
vtajndcum,^ QUiieficumc Ji 0 De tertioordinemfcrfonaliHm. TErtuis ordo
fimilicer fir imperfonalis ex infinitiuo fubiequence.-quoniam continetverba
quxfignifi- cacapplicationemaftusjn determinatir&proprereavulc datiiium cum
infinito ) vt mihi plicctleq^tre 5 et concingit mjhigauderc ^fed vbiadfunc
nomina fiuncperfonalia, vc mthiplacenthhrt, d(3lentdences et omne verbum
significans appiicacionem vlus^cfthuius ordims; vd rcducicur adhunc. quarto
ordine imperfonali$m. QVartUJordoimperfonaliumeft de primaadiuorum,, r^xigit
cnimaccufatiuum ciiminfiHicoioconomina- iiui^ vc deleffat //«^ii-r^
dececfcribere, iuuatcurrere;- acfiapponas nominaciuum func perfonalia, vtmedec.
virtutts^iti cundis ergocumceademratio. D^quintaorMneimperfonalium QVintps ordb
con ftruicur cum accuaciuo et infinico fimiliccr,vcpoenicet,puder,
cxdec,miferec,oporcer: ecenimfignificacpafiionem illaram ab obiec^lo^ quod /1
efta<^lus,nabet fe loco noininarim, \tmettdct ftHderc-At ireft res, ponicur
cum genitiuo,vcw<f tadit fti^diiiSi qiudc - iiocgcniciuum regiturab aclu,
velabaliofub intelIc<n:o nomine,quando egodico,me pærtitctpeccciroru.rubau-.
dicurajfluspecatlT&me rcdet ftudiijubauditur exercitiu iludij,6cfnemiferer
mfirmorum, fubaudicur officioinfir. rnormii rJiVahqnam ennn ponitur genitiuus,
p.i& qiij^prjp intelligataripfius,vel vtfepfe probacum dl in rcgulis-
prioribas : vt videasomnia verba imperfonalia ciTepersonalia,&pertrneread
efTendum^vel aduandom,vela- g^juliinuf el gacicndum^touliil vltra:Scquid^ad
aftua Liherprtmus. n\ tionem affedionuin rpcchanc verba quinti oYdiris .- ca
tranfeuQCin nacuram adiuorum|,dnm obieda coniide- raacar, quaceniisaificiunt
faculcaces mouencque. De imferfinalihus Pafsiuh^ Arc. II. \ IM
perfocfMiai^flioac Vdcis exiguhlf^atibum agcntis caofac ficoc ^asterar paffiua
:£c poft fenoiiadduntnb- m{natiaan[i,alioqfiiii nerenc perronaliiifcd quemcum-
qu^aliumcafum,ddmmodo paflionts non recepriuum, fed vfus, aut applicationis,auc
circunftantix, vc a me fer- ttitur i?^^i',icurin filuam :6c propterea Hunt ex
verbis a £tiuis,&: neutris appficatiuis et motiuis, 6c exiflcnriali . bus,
vt n 0 cet ttfyamb uUt nr Jta tuf ^xxon^wtQm dicimus^</Rf- detvr^
^ux.mctalle[cittif qiioniam iftorum palTionon transit: neceftplenc paflio:
fedmimanec,&eft quafi adus aduansverba deponentialicf t fecundumrem
po/Hncef^ ieiimperfonaliapa(I]ua,vcpacec intuenci omneslinguas, tamen apad
Lacinos non nanc ob vocis 6c iiceracor^ impcdiiiiencom. Deimferfonal^ineutrisL
' BEnefit malefic,racisfic.diciittn3riniperronaUa ne«- cra^quoniam nec cum
adiuis nec com pafliois viden tnrnomerari apod Ladnos^fed com neucrit:&
tamen iecundam rem veri paflioa fonc, licet non fecundum vocem,&quoniam
applicacionem connotant,exigunc datiuu|ii,vc a me benefit egenis, racio ex
didis pacec: in alii$ omnia imperrouaVa fiunc paifiua non aucem ne ucra. ij2
^rammatUahHm QampanelUl De wrBisfirmhbHs^ SEruiliaautcmverba non funt
perfonalia nec impef- fonalia, quoniara induunt naruramcorum ^quious-
addunturadinftniriuum : funt autem I acc, incipio,dcfi- uojfoleojpoflum,
debeo,dicimus eninv, tg^di^i^ psi^f^ tentiamdgeriili mt debetpanitert, Ratioeft
quoniam TCr- bxtfb non fignificaucadus pteaos, fed aUonim aftttmn aliquid »
videlicer principium, aut finem, auc mo^ rem ^ 6c propcerea illorum aAwim
nattvam fcquuiif. fur idicinKM enim : eeo incipia legere, qnoniam adiu^ qui
eft/p{m ati<|ttidefteios inceptio :6c propfertaad oa». totametoatiahit ur.
Seddeind e di^iT^y^^ jjP^/^f^* ttwug» ^dcjtaJittnim a^om-fnotadus. Sedfi
adosferuilis eft plenos non>cran/ir in nnturam iaiini ti ; non en im
dicimus, vuh t^^ere, fed ez4 v^U me tadtrs^ diamus
meporeftra^dere,'obimperfe6lioncma- ftuspotendirfed non dicimus, me valett«
dere,ob pleni^ tttdincmadtu^k VakQCis^qaj nopaliejaacurdfci Dalium.i^-
Deinfinitiuis. PR.opeereat QfinitioftTo!unt anteft'areiiif3ttfiium,quoi niam
regunturabalio verbo: cuiusadum excipiunt tanquam cadentemin fe,vtin perfonam
patientem,ct- iam fi non fit p^ticns-yVt certumellmeanuire >vbiadusccr-
Cirudinis^cadit fupcrmeamancem; Quando verbum aliquod carcr pra^terito vel
futuro in^ fimco» refoluiturper lyt;/,aut^flc?^i,in fubiudiuum.quo-
fiiaQi^vccrqu^ alL modtts comua&iis ciibos£umis in porttiHMtionibushic
detcrminate,iniinitus vero inde- tciminatc,vidiaumeftpriu$. . 'GErundia
reguntur anomine fubftantiuo, et fic funt gemtitii caftistauia prarpofirione
^c/, ^ihicaccu- fatiui :aoti«,vel^r# v«iil#,^ficabiatiui, per (eautcm nu htl
fttfitiiifiparticipium verbi nomimrque,& aliquando
famttotBra(beaaQ^iii|iiando robftantiuc exiguntr^ue dtfasfiipfum
vcfbonwit&com.fe» pr a e ytf ti^ mus], Mib4/Mif#ir/i#&i; pomn«r
IfsnwiterinalibtiniaL SVpina edam funt participiorum rcs, fed indetermi--
natoruni,niore infinitiui, et propterea reguutf t ab a«- lio nomine et verbo
ram adiuai Vt ##^jiu/w» }jqiiam • Departtctpns.. SEit funt partfcipiaiecondtmi
rem, tria paAiia.vra^ mabiiej amatQm^Sc a.maDduni, et tria adiua vtanu^
tioQmamans 6c amatlirus. 'jtriuiSiU enim eft q uod poteftt Jim^ri refertur a d
ai|iariQonl e qubd pdteft amare. ^*. ffU/«» eft quod ado amator, 8c refcrtur ad
amans l^a. *4iM<raA^eft qQod^mabiror^aot debct ama £c refert'
:tQradaimaforQmgd eA;^de)imqM (i^cumqttealiterTeffrrtvfiifflrQi*.' Grammatici
non a^nofcunt amabile &amatiuum, xdificabile& aodificariuum
inter|^rticipia:& fal»- lunrurrh^c eoimparrem^apiunt a nomme^ partem^l* verbo
: et res;u^nt cafus fuorunl verBorum : dicimos eofte^ knif^misiUe ^ te
Sedam^nttnm non dicitor con^accofi- lus fapi t qiikile verbo.namtt* ly dmam cum
fumitur nominalicer exigi c genitivum, non accusativum i vt Petruseft^j?;??^!!!
tui^ fed etiam aliis par- 'tictpiisaccidit. Participium autem fucuri pafMui
tranfir, ingerundiumex pncporicionibus 6i fubftantiuo Aibfc- quenre nomine.
Hmcvidemusquod quaniam a reegreditur adusid- circo A nominc e^^redicur verbum
jOrtab^^JiM^-rjfcui^rJ^d pacre pacrizo, deindeakvcrifquc participiwm, quaii. do
res cum fuo adu concipitusfimul, et a partkipiis ee^ runjia
^rupiiw^.infiaiiapiMBiiti et fucuri'; quidquia;
G/aj^wwWiJswaniimaduerteni)esiiliterdocedf Ji: QTArM E-N. CVnt
verbaneutropaffiuatriplifli aAkoparticipio in- ^\ip^it^ytetmmis^ci^t0Hii^C9nat^rw$i
et duobiis pafsiuis, vtftrwl«jSc«e»if»i«/,v Ddeapparetqu6d aaiuum prarte-!
ntnmdeeftplnnmisverbis/icutpafsiuum pr^^fens aliis multis. „ Qja^auchornm
paffiua Aoufiunt, pnm is cribus jRint QQtiten^^pladens,pncims, dr^UcUurMf,
folens, folU trtf,& fclitarus.qiiomodo autem agnofcuntur ex nacurj* adus
paf ionis,& adionis, &^dqatfonis,& exifteniic no-
iUerimus,vtfupra.Utiuorum. Comparadua propijereæKiguntabI^tj9iinj,^Hodk4 ad
quod comparatqr^i^^Jb^xi^fl^^ forma, &iBenfani: vt tf^l^iilfgSift^^mySi
aoiemp^o. natur ly quam cttm no^i^tiuoiijftcs ^minam Pe^ truf, fubintelligitur
verbuihfubfliandale.viij^/rr^Ai^ SVpcrlaciua vero exigunc genidunm pluralis
numo-' ri^velreipluralicarem includentis, vc tæscUa^ims ' jjj rcfertur nifiad
numenim. Sed ii dical, forti/simut fuptr i2^«u;;«7j,tunc fuperlacionis adus
bene ex^rcetur bfer prxpoficionem CKcunilaneialera, vt diiaUin*'eft.Vcum
depraspQlicionibusageremus. ; DerationeparH^ tpiorumin/nmerfah
QuidquidGrammatici dicunt de nominibus parti-- ciuis et vniuerfalibus, pertinet
ad dddrinarh de pronommibus: omnia enim hxc fiint*pronomina ioco propriorum
nominum pofira. Smiilicer &parronimicaj vcdi^bum cll: ihi/unc pronomina
gentilitia, vc prLtmieies^ cefartanns, dommicanus, quncaliquaDdo abfque substantiuo
incclledol nominum racionem habenc adiecliuo- rum.ficucfuoin locodiamneft.
Ratio denominationis iftorum ex Granimadcoroni vfu agnofcenda eft. Ratio, qiia
gemciuum aucablatiuum cum pf jef ofitio ne exiguht, patet cfr rfegults
coratmunibus : dicimus cnim * fmsye/fmm» tc^idsill T^ii/, quoniam de numero
vnuili vnDsfubaudimns. Flgurarum alia ConftfUifkionis,alia verboram^alia
fen-centiarum. ' De Figuris verbo funi Jc!rencenf1arum diximusinpoa-
tica.Rhecoricajad hasenim artespcrtinenc. Fi^ura conftrucflionis propria
GrammaciCorum eft cum A commudicdnfui^tudine ioqp^ndi iratiohabfliter'
difcedunc; - ^iiv^Sdj-i^ ^^r^P^ vods^fifrvt/ifrli^ww/^ic ^ffmMhiitQ MUrmt %ens
aWa : vt nefiU ^suimfenke tnhisniHatmnimlldmt In Iii)guavuf{;ari
pforiinacftli^c ' fiigiva,nam pro poiiitui v^fsc v^Proicpfi;
cttmtotuminpartibttspracfainicar,n^i7?i^ pulifiudinr. aliasphiiofephU^aliui
Grammaiifm.C ftudet. 5 Aotipcofis ponic ca.iuni pro cafu clegancer vc chtm
^quemdeiifiinokit qitauurbai dcdit. Elegancius aut prxponirur relatiuu vc, quem
dedtfii eunucham^ quas tnrbas dedtt, Ecquidem
dumaduspafllonisrejpicicurplufquam adlionis ponitur in acctifatiuo cocum nomen
cum pro- n o m 1 n e . S\m\ zcr^uorum eqei Ith ro rum^ ^i^t^ndkUi eoim
egeadiplusad fe craliic quam dandi. 4 SUabifauis eft,quidam Gr/^coFu loquendi
modas:(e4 cameaapud nos fpaifieati^ dici poiTec et fic cum adie- itiuum
prxdicaciVopalaturftbiedo fubftantialiter^Cc / pr^dicati fubilaatiuum ponitnr
in abkdoo vel acCofiu Uuo.JtiBfsaligsdeniiti ViliiniiiMs «lioc eft bahes dinies
^tf«ia<Ujiiivel, ifff^«ijtffiytanquamin(bomentaIi, .ant forraali
prsedicato,fpecificat enim id qoo tu es tahs fi. liejormaliterfiuein
ftrurnencalicer.iiiue parcialicer : dici« mus enim acdrtffks enfem\decorattts
Uteris^ drc. Evocatio ert cum pronomen cacetur, et eiuslocum /upplec nomen, vc
trots reytmuSyifxo nos iroes. Zeugma est cum vnumverbumveladie<fbiuumrcruit
i)Iuribus,vc P*em d^Hamni^alcrudelisefl' vbi ly^-z^eciam y funt vicem gerit.
Similicer et patet fltj /stntdi^wk vbi ly digni tii^m ly ^igfliri,Iocum habei^
7 Syllepfis eft» qoaiido fin^larisnumerus comprekesft- ditor iipiurali tanquam
k dignioh» vt Vux et miutetfr^ bdsitnr. veirexusmafculinus
comprehenditfacmininomy vt Ren et Regbsdinfiifinn. AltqaandQ etiam nettcram,ve
ienss et memeipiumfimetenli. Sed in Inanimatis neutmm concipit maibalinttm, et
fcminimim, vt ficus ficulnea, ic fyrumjuni iena «^cimos et Uhr, ^ velnftds funt
cerf^ riviilia/ide(ivtiles. Appositio fic quando fubftantiuo vni aliud
apponicur, vceius dcclaratiuum in eodemcafu, \i yEffodiuntur opes^
irriumentamalorum, Quandoaucem noneddeclaratiaui Xokcppmio g.eui€iuo,vc fuo in
loco dcdarauvnus. «SSgH^SS?» -sg^^^it _^!8g^j^2» iag0 Oftquam
dclocutioneTocutifumuSideScri. pcione,CC Leflione fermo debecur. Siquu dem
Grammacica eft Ars red^ Ioquendi,5c fcribendi, et legendi. Triplex ergo illius
a£kus,videhcet,dicere»rcribere,&: legere: iic^t primum f\t folum per fc
adus : fcribere enim 5c lc- o-cre eiufdem accidcntia propria. Vefimtio
fcnptionis^ Vldeturquidem /5:r/W,e(Ielprum ///r^rr permanens: Jicere
^uiehi/in^ee tranfiens',Hoc autcm ex rece-
ptiuoinftrumentaH^nanautcmprincipali.accidit. Ani- ma recipit principalicer
orationcm,tenetque : fed per a<5- rcm,6c cartam, vtpcrinftrumentaldicenris^
AcJt autcm^ cumfic tenuis, figirrarque nonbabeac proprias, recipiaC'^ qæ
facilealienas, non retinec ob fui inftabiliraceni, pro -
prerearertnoineoeftfcriptio cranfiens. Nec nifi feniel audiensanimapercipere
poteft. Vtautem pluries,cercuf- que,& obliuioni non obnoxiusfermo
fieretjperlapidem, autlignum, autaliam quancunquefolidam,conflantcrn« que
molemjdeoquepotencem feruarefermoncm^qui in acrecuanefcit',loqm
^gyptiusTheutli, fi Platonis Philebo credimus,adinuenit : licct ruccenfeant
lilijquod negligentixcaufam ftudiofis dederit. Lucanus autem
Phocnicibusidadfcribit. Philo £cIofeph ancediluuittn» Enoch excogicafle
induabus cohimniS| memocant. Llcerxergo infolsdo auc inTimc^ vc charaÆresRo^
imnnrnrn inrrfa r mir iininr TrTypn^jnphnmm notula^ferreir^saacranLnhacin
pagina excolonscetri» velrubrileneatx fucco. ' . Jiiimitatione rernm in
di^ionibHs (f fcriftiombus^ Art, IL ^^Esinnatutapofitac imitando idcas Diuini
inteir, Jfe<fbusrunt venu: ctenim,ait e§ fuiffkl^^ j^j fimtlitttdo,
Inteliedushumanus iniicandares,qoa9^ (ferciDit, ac proinde intcUigendo eas,
ficuti func, ve- ^xuseft. Concej^cus enim obie<aavvndcrconcipicur, eft
£millimtts«S^mo yocaiisimitacur canceptiones,feu no> l4onesmeiici$ii|9a£^
inJPc^cicalacijlsd«^ jhonftramiis.. ^j^i^ caodem fism voQjencK^ propcere
aqvie^ramn4o,eas figuras imii^ri conuenitf quasocg^Mndo menci^ oociones
perinftnimenca vo^ ~ t;gucgtf «l^ngaam^ palac um^ab Libertmius. in ittt fpirAto
figuramus. Hinc Alphabetum elcmentA vocis explanans inuentum eft. A t varium,
atoue multi- plex apud nationes mulcas ^ qupniam imiuri iæm variis jnoduusinuenere.
Jmitstio per cbaroBeres. ALij quidem vno charadere fcribant vocabulum v- num i
6chocduphcitercontingit,vel delmcatione imitando, ica'vc ver. gr. O, fignificet
panem . et t^, vmum. Sicut Chinenfibus vlurpatur jexquibus iliedodior.qui
plures charaderes fcic : quoniam plura vocabula 5c res* Afcenduntftutem
charaderesquailadodies mille. AUj verivtunturfigura confimili,vti€gypcij,vel
rym* bolicaiqueinadmodum Chaldaci Planecas, &iZodiact
/ignaiisnorancanimalium guris, qua in eircuii parti» builocantur^aatillorumaliquid
pingunt,TtproTauro corjiuaTauri» caudam l^eonispro Leone»j6f<b. Sicut
Aftronomi spfbrum hæredes adhuc Ytuncur; queroad*^ modum i£gy pci j
myflicelaibunt pro Deo^diaraÆiem •^lis.qui Dei ftatua eft i pro vbertace
comucopiam, Sce. parti^um vocis indiuiduastvc^ebrxi, C£idti^||amv
Gneci^vemntamen charci^eresfcn. pferutitf enim,qux fola arteria
profeninta^Thltpii^Hiififcfa^^ quod camen inO,& /jfoliim oUrct^Stliif^,
redi^s pro vociilibuspundis, vtunturj corifonantes autem figuris, quacfimiles
funt inftrumentis,quibusformantur; vtAf^ quoniamlabiis compreflisfbrmatur,
pingendum efTetfi- gurareferentelabiaduo,C, ver6, quoniam sumiratelin- gua:
tangenre dcntes fiiperiores formatur,charadereid fingente delineandum : ficut
in Poetica docuimus:. vbi quomodo cxreri charaderes formaBdieiTent a lin
gttaruminftitttt9iibu»9<C^ui fignificaiiopt deferuirear, cpi]ifidei^uimi»^
ij^ Ut cum fic cenuis, figurafque non babeac proprias.recipiat- que
facilcalienas, non retinet ob fui inftabilitaiem, pro- ptereafermoineoeftfcriptio
tranfiens. Nec nifi feniel audiensanimapercipcre poteft.Vtautem pluriei,certaf.
qæ|6c obliuioni non obnoxiusfermo ficretjper lapidem, aut lignum, autaliam
quancttnquefoiidam,conftantemI qttemolem,idcoque potentem fcniarcfcrmonem, qui
in æreeuancfcit», loatti^gyptiusTheuth, fi Platonis Philebo credimus.
adinucnit: lic^t fuccenfeant illi,qu(>d uegli^enriacattfaro ftudiofis
dederit. Lucanus autem Phderiicibusidadfirribit. Philo &Iofeph
anrediluuiuiiv Enoch excogicafle in duabus columnis, memorant LJcerxergo
infolido aut infunt, vt charadcresRoI - /manorum in cera^ a wt a wKmg
^-nrTypographorum liotulx ferreas jaut funt, vtfaacin pagina cxcoloristctri»
ycl rubri leneatacfucco. Peimitatme rerum in di^tionihs fcriftionibus Resionana
apofitæimirando ideas Diuini intelle- Ausfuttt vene: v/ri/^i etenim,ait Aug
fuifffin- iipij fimtlitnd0: Intclle<fiushumanus imitandores,qua» percioit,
acproinde intcUigendo eas, ficuri funt, veruseft. Conccptus enim obicao,vnde
concipitur, eft fimillimus. Sermo vocalis imitator conceptioncs, feuno-.
lionesmentisivtinprimo libro, et in Poetica Jatiiisde monstramus. Scripturi
tandem sermoncin vocalem, proptercaquc scribendo, eas figuras imii«iri
conucnici quascxprjrændo rænttf notioncs per instrumenta voim Lihertmius.
inicre fpirAto figuramus. Hinc alphabetum elementt vocis explanans inventum
est. Acvarium, atciue multiplex apud nationes multas j quoniam imitajri iæm
vanis modufisinuenere. Imitatio per characteres. ALij quidem
vnocharacflerefcribunt vocabulumr- num i et hoc dupliciter concingic, vel
delineatione imitando,*ita'^cver. gr. 0,fignificetpanem. et f^,vinum.
SicutChinenfibusvuirpatur jexquious illedodior, qui plures charaÆres fcic :
quoniam plura vocabula 2c res. AfcenduntAUtem charaderesquafiadodies mille. AUj
verovcunturfigura confimiIi,vt ./£gypcij,vel fyin bolicaj quemadmodum Chaldxi
Planecas, &iZodiaci flgnaiis norantanimalium figuris, qua in circuli parti»
buslocancur,autiIlorumaIiquidpingunt,vtproTauro cornuaTaurii caudam Leonis pro
Leone, &c. Sicur Aftronomi ipforum ha:redes adhuc vtuntur; quemadmodum
y£gyptij myfticc fcribuncpro Dco,charaftcrem Solis,qui Dei ftatua eft j pro
vbertate cornucopiam, &c. Alij ijTiitantur particulas vocis indiuiduas: vc
Hebrasi, Chaldi, Latini, Grxci, veruncamcn charecflercs fcripferunc parum
imicances. Vocales enim,quar fola arceria proferuncur,fimplici
lincafcribendæfiTent: quodcamen inO,& /^foliim obfcruatur. Hebrarivero
rediiis pro. vociilibuspunclis, vtuntur jconfonantes autem figuris, quxfimiles
func inrt:rumencis,quibusformancur:vcAf, quoniamlabiis compreflis fbrmatur,
pingendum elTet fi- gura refercnce labia duo> C, ver6, quoniam sumicate lin-
gua: tangencc denccs fuperiores formacur, charadereid lingence delincandum:
ficuc in Poecica' docuimus: vbi quomodo cscreri cbaraderes formandieficnt a
lin- guanimin{licucoribus,5c^ui fignificationi deferuirent, confidcrauimus.
Dcnfimerofii Hramm, I^expreffionem Jdeoque lid vi^ti oclo in primo Libro
illosreduximas:quorum viginri duocon fbnantes, ficdiAxJqaon.iam inftrumenrom
verberancium ærcin concurrurormmcur. Iiein quoniam coniunc^! non pod (unr,ni(i
perv )cales- vc Pbco m Sophifla^uiur. Anibesetiam vifTinci oda h.ibcnt omnes
conlonanccs pro corundcmronorum diffLTentiis exprmendis; inquoa- .
bund.inr/Trcs auccni vocales . quibu5 ramen vtuntur vcqninque, ficu, orJincqLie
vanantibus. Hvbrrt vigioci duas conronantes,fiquidem pro vocalibas, punckis.
vrn n ni r j Vjixh i Xj q i i i i Vf mmm 111h ' i 1 1 f i r m fimplicibus, '
vtipfi purant^-tt^Spic-fl^d cOftmA^^rfi^ in^lar. Nobtsaureminlcaiica fingtiahac
ratione torefl fcntdiphchonc^i,ouot vocalittmcopulstjVtplanum eft, Galii
prunbiifdipnrhongisvtuntur. Grxci vieintiqua ea6r habenfftedras qnarum fepcem
funr vocales, quoi. niam {),& Jf, ftrifti &lc;apud eo$, ncar& in
aortra Vulgarilingua, prbferancur/ Natfones excedenres hunc numerum viginci
o£bo, ftorfvidi, nifi Iaponenfes,qui quadraginta ocko Htteras habent i quod
cquidem inde eucnircpiito .'quoniam cotifonaTitesduas conflanc in vn.im, qiicm
adinoJum nos X, pro 5, 6c.C, vtimur. Sic . poirjmLU hccerasifias duplicf*s
(-acere: vr pro, Z, .fic character vniisraiiiis pro i?, r^^\m:\s proP, ff,
^cSicwii . vci'niir^?^. (Sc rr/Ti. 9. pro cnbiis fircensiacque i pro
da.ibusi^c. obuia iunc /vlla^:vrnm varietatcni peroeiidenci •• fiquidem,
vtdiclum eltin primo libro.aliæ lyllabxcondituunrur ex vocah vna . vr ahæaddunr
irocaliconronafitm^TC^^^ali^ dmr^v^ Ba\9i\\x trcs^ vt(^'SaIisquaruor;vc
^/«^aliacquinque>vc /f4n/,aha:fex, yc//r/^/.NaIfibiatttepltts
vcucvocaUiQtfiindiphtbongis, Lther tenias, /^t G ^riii-inoram verS Sc
Polonorui-ii lingn.i feptcni 5c oclo coiiloiiaQCevvnivoci^ .lih^Uiu Caius
ranon^^in in Phy- fioio^ia ^iximus. iNfonreitU camen AriftoteJes fyllabas poHe
exfoliscon^bnancibusfieri docet}nulIumenim fo- nani habene, aiCiexvocali
«caiadiUncconfonanclo. Poflontenam literqper pun<fH miilciplican.-vr Ara^
bes 6c Hebræi faciunt, vt P^c^m pundko icruiat pro du- pltct P ^CivaAxttt et
vocales : ynicuiqee ergo regula eflr vfus: Philorophisautem ratio. vt
B.egiila{igurandarnmlU?rarumi DRhentin fe lirc^T appiri^ntamhabcrc elegantcm,
claram,diftin(flioncinab inuiccm pcrfpicuam. lcem occLiparc mo hciini Ipanum,
nec fe inuiccm impedire. Proptercn vocaIc^punLlis,& ficu vtiliorcs,quam
iiguris. Formodcharaderes-A^abici, mirhieUpr.ptenn fpa- tium niiilrum oc4?upant.
Occurruncpun(fla htiic defe^ dui. Hebraici graucs fd non adcodiftincl i,nec
figu- racu faciles; Lirini diflincki,clan : arnonfatis elegantes : Gr«ci,clari
^ forjiiofi> exigui, niodicuni pccupantes .fedexpa.rte^coihplicati-. .
Aliarumnationum Alphabefa conrulancnr. T IcercTLacinrc pro liceri^ tancum
valcnt^Grarc.T pro ^liceris et numeris i y^lpha enimdicic A, et vnum : Hc-
braica:proliceris,& numeris,6c vocabulis: Aleph enim figmiicat /t ^^vnmHyU
princiffem, Bech n ^(^uo.dcd^mm &c.Propterea ex JitehsSLabbini philofophantu*aoi^ivi^AQagrammata
eliciunt, : '(jrdmmdticalium Cdmpdmlld]D^ra Mnefcribendiper vfiratasHteras.
Quoniam careinus Alphabeto mionali imitanw prorfusinftrumenca 5 nec rperamtts
illud nifi a nou^ lingua ccondicore^qui vocibus res^& voces chara^leri-
bttsadamuflimmncecur. Ynde facilferebusinrpedis ip^ fisdifcerenrfiomines
ducefimilicudine^ l^gere, fcribe. reque!donecergo^liiigttam,& charafteres
proprios Plulofopbisedereiipndacur, vteodum conTuecis in scribendo.
Proquofcqucnccsdanturcanones. I Literas clarasa propnafigura non defcifcenres
deli- ' neabis, vna continuaca dimcnfione •, ou{eiiU^pier> vndc fjcilius
duci.poce(VprrroTaTft calamus. X Literasmaiufcufas Scminufculas obferuabis in
omni ' lingua, qu.imuisHcbrxis id non vfurpetur. Maiufcuiis vteris in pnncipiis
orationis, 5c in omnis perio Ji principio, & nominum propriorum cxorjiis.
Dicimub propria Jndiuiduorum, prxfcrcimhumanorum, rcrum nomen .curam
fortiencinm indiuidualem vt Perrus honio ytc Bi^ttneUns ^aais. Icera earum
rerum, de quibus fcrmo teexitur, quaccunque fint> eric maiufcula exordiens
Bgura. Cum enim trado de SoIe,autdc Aqua,attt d« tnde in'Phyfioiogia > dico
Sol, Aqua, Iris, in toto rra^ : &atu. Nomen aucem D ]g I tjRtiii|^^
pie^f^bendumdbcec. Omnesliceræ vnam diAionem (romponentes, nmnl ponantur ; nec
incer eas pond:umtnec fpatium interttcni»- relicebic, ad retinendam signo rei
vnitacem. Onwæe nim cns necefTaric) vnum eft. Dantur in vulgan linj^ua apudnos,
et Arabeslicerarum copulaceiufdem vocabu- liiatextrcmxfigurccprxc edentisextenfioadprincipiuni
ponfef^uencis,non inepu» (iperfpicuicacem iedionis uon i /4! intercurbat:
alioquin fuc;ienfln. RedeTypographiim- ittfmodicomplcxus omncs fuflulere.
Si]uandoin fine verfus non poceft rerminaridic^io Arabcspriccedencem excendunt.
Si poceft finalis rcci- pere excenfiones : (in mioLts>amplian(medias.
Alixve- r 6 nacionesapponuDcnoeulas, quibus abfoiucain non eC- ie di^onem,
fignanc, vc in noftra fbriptione apparec. Vbipraccerea nocabis, qaod vna
licera^qu^ eftin finj? ver- rusfpacittm non habec>in quo fc ribatur, noti
eft pohen do vck principio fequencis: fed vel coarftanda cxcecis» vel incegra
fyllaba, ficamen non eft vnias cliafa^eris, afportandaad fcaitends verficali
exordium, Francisca jnen concrariaseftvfus. Omnesdicliones^&fingulscreorfum
abaiiis,non per punfta incerpofica, fed perfpaciola diftinguantur.necon-
Fufiofenfuumfiac. SpaCioIa vcro incer liceras ciuidem didionis finc n:q ualia :
ne videancur didioncs dua:. Caufa breuiracis folent,vbi duplicanda efi: eadem
licera,apponerepundum Hebn-ci medium in omnicon- fonanti nos titulum
fuperponimus : fed foliimin N-^tC Ji/,dapIicacionem exigente,6c folu fuper
vocalem, aut Ciæfiiram confonanti caufa breuitatis. ScdaUceralijipia Vtuocar.
Confulenduseftvfus. Nam,f>fr, fcribimusfic 9^fr^%^pf9 Similicer etiam vfus
eft in dickioni. bus feruandus. Nampro didione liceram ^liqaando faibimus.
Siquidempro enim, fcribimus.«. pToautem, 4. vcrique pundacam ; pro verA jv.
confimiliter ali- qoando paacis liceris^pro mulctSy vt pro vniærfidicer
J&lr> pro,^0tf8lM,qm. £ft|eciamTfus
Arabam,vtalifereamdemritera[fi>rm^t in principio aliterinmedio,
aliterinfine.Noftrate 5fblum JW,infinedefledunr:nam pro w. vtunturi. sxlnquaz,-
% Obrcru<\ndum eftjneeadem abbreuiatio alicer alibi fignificec: fienim
confufionem paritr vnde rudicer qui. dam, locopfr,&/>r4',vcuncur/: et
fiquis nouamabbre «iaturam intrudit, perpctuo ea^Ttarur^femel ramen ita fcribat
clar^ ; vtin allis di&ionibusi Uaptimaicrijua fitlumen» aneUnf. Ponende
eciam fuoc noculx tonorum, qui dicun tor ftccencas, vrpronunciadononaberrec.
Suncaucemcres, actttus y qui acuit, eleuacque ryllabam.:grrf«/i, qui depri-
iTiit: f/w;/?fxrt/,quicomponiturexacuto, et graui. Pki- ribusabudanc
Cocincinenlcs, quoniam hiis iuonofylla- ba, funtomniavocabula.&plura
iiguihcaiic,pro pluraii vanetaceaccencuum. Teflc P. Borro. fo
PonicuracccncusTuper vocalibus: quoniam vocales func lyllabarum lubflantia,
&: anima j conlonanrcs ma- teriaiicer fe habent^^ acadeatalicer quodammodo
yei tanquam corpus. T I Cum aliqua vocalis in fine didionis -caditper (yna<'>
]a:pham«vtimurin lingualtalicaaccencu furfum retorro« Græcisquoque
v(iirpatur,l.at Lnisrar6»nifivbicadit femiuocalisapud Lucretium) qui
dixitp/^//7ii'; ^uhte:frj9 A^2^ndix ach. Art. da^' X. CHalda:i> Arabcs,
Hebrc-ei a dexcra parte fcriptionem exarantad fi niflram Grxci, Lacini, 6cali)
ccontra. Contenditur vtrum redius. Antiquicas, auchoricafque facra: Iingu«
fauet illis : iftis vero Phyfis. Magis cnim fecundiim natttcam eftab
iniperfc<5lo Scfiniftro adperfe- ftum dexcrumque ire. Metaphyiis e contra.
Pxæcedic enim femper op timum perfeftiffimum | trahens materia^ lia
deimperfedoadpecfeftum. Slmundi poficionem fpeÆsPytha^oricoricu,qnem nos ^diim
fcribimus,noftra pofirione imitari debemus: Scriptio enim qiiidam mocus,
coclimotum imitans: dextrum efl: polus Borcus: finiflrum Auftrinu?;. Etficnos,
ad Occiæntem vultu (pe^Slantefcriberc oporter. Ergo
inciperemusahniflroaddcxtrumjimitancesmocum latitudinis, tanquam fiex
Auftraliplaga cocpiiTet huiufiiiodimocus-ficuii iuPiiyficisf ucabamus.
iQ^auccnipu- cac tat^ncepifle folumyerfusauftrum moueri ab ini^o^vci . nunc
viciffim mouetur 5 vtique a dexcro incipere fcriptionem putat. Ac fi, quod
Mofes in caftrarætatione observa c, obfeniemus idextrum eric Occidens:
Ariftoceli vero Oriens. Ecexhisimitacioaptamagls. Scriptor enim
loiv^itudinismotumvelocera potiufquclatiaidinis obferuac^niam Lunaris.
Propterea ficfcribeodo, et qoi vultumhabetad Auarumjcribicadextro nd finiftrum,
ideftaborcuino ccarum, inricu Græco et Latino. Ete contra in ntu Chaldaico. Qui ad Boream fpedac, ab
oc- cartt in Latino, abortumChald<jo. Aliiconfideranc commoditacem lcribendi
&facilita- tcm. Qu«meliorconftac a fmiftroad dcxcrum : quoniam matlusa
centro circunforentiam fcrtur,vbi muenit fi- nem, Actamen poteftaddi tertius et
quartus modus: vc fifcribasabalto-acimumpagin^, vtin rolo 5. lohan. La- ter.
Romæfaftamvidinuis. Ecin verfibus fybillinisfic C contw. Hinc noua qu^ftio, et
confimilisrefolotip. Defarmione ^ 'ferfficuitateperfun^4,lk neajkue ojienpi,
Art. IL IN ftrudttraorationisinteræniuntpunda:6c pun<fium cum iineola adunca
; et lineola illa fol t taria, Hoc autc ia<tefic,qiloniaojracio criplex :
alia fimplex,vt ego fcribo: aliacompofita,vtcgofcrLbo : dum cu diaas : aha
decom-^ pofita vt Epigrammt»& liias Homeri, oratio Ciceronis pro lege
ManUia. Quammali» trlbus,ali«m!ilti$>a pluribus «cplorlmis conftant
periodis. Oiatibfiropllci nullum patitur punaiJm, necdiftinaidncm, nifiyocabu-
lorumperintercapedincspania $:hacvtuntnrLogici,vt, €mnh homo eflanimai
tationdle, Omtio Compofita diuidir turin duas coniundas per copulatiuam
riotam*.vt £j# i^riwtfjd^^^w&^velperdi^^ vt^h^di^vel/gr^'* iMUVflmngit\vt\
per cowdk\ov\:i\Qm:vtJtvenerisadm(
daboiibiltbrumxwx^QT\ocAcvc\^vt,vbithef^turus, ibi cof : aac per tcmporalem,
vc,f maqtf.er le^tt.ciifcipv^ Uatidinnt aut pcr comparnniium . vt, y^a//fl/
wrfr/, /rff/ 2^^;7// //2 - ; aiic pcr caufaleii-i : vc, qMniamn^n fkit^,
JhrtUfcttntcampi ;auc per rclatiuam i vc, mercaiores lucrati sunt
muhtimquitamenUborauerum., Erhofumficdifttn- dio perlineascommaravocatas. Omio
decompoifcA conftat cxperiodis plurimisipe- nodusemm fir, cum ex finali Dunao.
velexordioinfinem; oracionis perfedxabfqiie ruipenfioneaudientis peruenimus.
Ibi pttndum &cimus: omnesergo periodi pund^is adftringuntur,vtinprima
CICERONE Epiftola. Egoemni •ffici9^ep4iih piefdte ergdte^Cdtefis fatisfacio
emmbus i mihiipftnunqnam fatisfacio ^ &c. Ac pcriodus diftinguitur
percola&commataapud Ciceroncm.Cola funcparteg. periodi maiorcs : quarum
quxlibetquafi perficitoracio- nem,&in dido exemplo terminatur in ly
omnibttt, Et horum diftmcflionobisfic per punda duo,auc perlineo- lam cum
puncflo. Commaca vero func parces mmores, cx quibils cola conficiuntur Ucetnon
omnia femper, vt i iodiAo exemplo. Vbi poftquam dixttammofffcioySiddityacpoiiufpietdtey
quod diAinguicur a prioriparte periinea. Confideranda eftetiamiquod vbi
diffidium maius eflincer commaca,ap-- Sonendum efl pundum cnm lineoia:
vbiminus, lineoia': iie putido. Similiter in diui fionek compofitorum^ ali^. quandopun&ocum
linea^vt«^ ntdgWerlegit ^dtfcipvU^»Jiffis/:aliqnando duobus punAis
:yt^Rexcafiigauitml^ Iite$'qttifugeriimdepr4i0, Hinc eft, guod
antea^uer&ri- uamponuntur pun6i:adtto,(i nonett completa periodus> in
vno: Quando maximcaduer/acur, vt.Pctrus rfido^ui: fedfilius eius ignoranS'
Aliquando lincola, vc, Petrus c$ doHus quidemjednonvalde, Similicerancc
relaciuamcft lineola in modicOjVCj/^f/rflJ, qtticurrit^moætur. In mulco,.
iuncpunda.vcfupra. Similiccrponicurlineola anteno- tas cogalaciuaA^quaado
copuUs i^.u^gitivVtt^^/Wfiffrir Mmi«^quado non mulcumy poofta,vt,/rr/r0ir eMrru
: fii propeM 9(eafum, AliquatiHo nihil, ii Yalidifsimc copulac, vc, Petrus
evnditus darui nohilis^ fed et Scc. idqiie magis,vSi deeft copula,abefto 5c
lincola. Ponitur eti.irn puntflum^vbi didioeftnota; et ngnifi- cacpcrvnam
literam ^vcM-T. CicerotiSc D. Francefco: &vbi per plurcs vc Cic. pro
CICERONE (vedasi): 6c Franc. pro Fran - cifco.
£ciahisv^lecconrenfusrcj:ibenciuxu,§crauo bre« uiecacis. Ait. I.
LEgereauccm,eftocuIis,qu fc npra.-crunt-^colligcreiit mentc,ac mox per linguam
colleda icerum pronunciare. kaque eft circulus, ex dicere, pcr (crthere^^le^en
ad tpfum dtcere, Ocuins fen(us lcdionis ziauduus didio- flis. 1 Qui ergo
iegic,prius difcaccharaderum iignificationes et pronunciacionem. Quasdacninicum
gutturc,vcvoca- lia quxdam lingua, et paiaco, vt confonantes,fic femi- oocalcs
;& quacdam labiis, vc mutx, pronunciancur. Si- militerquid valeanc
punda,&afDiraciones;doceadifunr, qui legeredifcuntfiuxta phmi iiori
pr^cepca. 2 Moxquemfonum, quacvocaIis,cumquaconfonan« ce, faciat* Vinculum
enini confonantiuin vocalis efl. Faciliatttemaddifcttnt, ficonlbnanseundem
fonum fer. uet cum omni vbcalf. Hincfic,vc, quoniam carcmus altero, C «non
poffint facili noftram nationis aiien^ linguam,addifcere. Alicerenimpronuncio,
C,cumA, et alicer C, cum E, fimiliccr,G, vt norum efl:. Vnde deri- uationcs
verborum,&cafusnommum fallunr.Cum au- differRegis itcluopi; filius,//g4^,
pronunciabac,/r^Aw, i (^rammaticalium £ampanelU] dcriuationem falfam exofus. Ec
pro C(£Co, ctUo diccbar^ vc C, fecundum eflet primo fimilc. Nos aucem ha:c non
cogitamus, vfu dudi: 6c quia; pueri noftri nefciunt dubitare/ed authoricate
trahuncur. Prius quidem fimpHcibus ryllabis,vc^<^,deinde com- pofiiis.vc
j^r./, airuefcanr. 4 Tandem vc didiones cocas pronuncient didindas, iK)n
n>ixcascumalii$,proucin copuiando dicere, aiTue- faciendi func. Mox enim
vfus, vc celeriterlegant, pre- ftabit : veluti Cithara:di, vbi primiim
elemenca, et difcri- niinafonorum, & confonantias calluerinc, in eifqueaf-
fueucrinr. Item quomodo pronuncianda interrogatio j quomo». (io admiracio,
&quomodo lcuisoratio. 6' Item inpcriodi finc paufindum. 7 Item diftmguant
legendo cola commata, illa ma- gis,ifl:a minus.vcfen fum aonco Qfundant,
necdifTocicnt:- Verumque enim ti 6'fu m . Quiautem carminalegunt, carmincis
pedibusqua/f incedant,nec fenfum obfcurent mctriamore : qui pro
fa5,,numeris,qui Philofophica grauiter. Item quar abbreuiationesfinrin vfu, et
quomodo ci notandar. Alia: enim aliisnationjhus. Item quibus acccntibus lint
pronunciandicr yllabap. vltimc,& penultiniii: : 6c monofvllaba in vocalem
deii- nentia : et hoc ad quautitacem fy llabarum fpedac, ex Ar.:, temecrica, -
Quxvoces quibus verbis defcribendis func apcx^ ior; Saecicaiuuenies.
CVmirouamlinguam difcere legendo cupis :pone feriacim vocabula noca cu^
linguj^, cor,quoc funt Ju terxeiin^quamaddifcisiicavtprimxlicer^vocabuiorana
Lihertertius. laceant fecuhdum fcriem Alphabeti difcendi. Diclio- nesautemtux
lingux iiceris propriis priLis,dcindeaIie- nisalternadm exurabis.
Tuncenimmirafacilitacein vno dic.quibufquclegereaddifcet. Gognitaemmfttntiumi-
aaignoratorum. De eHfjtic^ iane ferfnonum Granmaticali TOn modo
GrammtticiTidetnr offidum,tradere' 1 A| rcLtionem rcAi loqucndi et fcribcHdi et
Icgepdii fed infnper declarandi fcrmoQCTO.fiUC di^kumfiucfcriptum a quocunque
autorc. 2 Hoc quidem verum, quoniam omnis- Autor Gram- niaticus primo eft,&
mox Philofophus Ivhetor,L ogicus, Poeta, Mathemacicus, Hirt:oricu5,Mcraphyficu\
Thcologus, 5<c. nemoenim fcribicin quacumquercientia^nifi Grvimmatico 5c
congruo fermone. At plujr^ pr^Iumit Grammatica, Philpfophica^quam ciuihsi 3 A t
cum omnis fcientia-popriis quibufdam vtaiur vo« cabulis,quxapud
vuigusaliumfaciuntfcnfuni, res quoquede quibus.traclaniigDOtacfUDrvu)go^inTheolo^;
et Aftron. patet. PfopjCf rca non puto Graciunatici efte .ciuilis.omnes
fenitoncs enucleare,fcd tahnnn vulgires familiarcs .quiin
cpilloliti^l^Q^c^jbntineDtur. Adde eciamin Po^tis et
Oratoribus^^To|i(1Ck.i.deot^^ Ij em propius ad vulgi inftrudionem adcedtmr.
Nihil oniinus dicendum, quod exponere poetas 6d
oratorcsnonfitisvalent^nifiquiarcem poeticam &: 01 a- toriam etiam didieere
; ergo noii pun Granamacici eil oratio ipfbrum. PlaroetiJin cracilodocet
impofitiones vocabulorum jTon efle Grammatici, fedfapientjflimi Dialedici,
idjjft Mecaphyficireriiinuentoris&fcicntiarum ordinaroris-, 6.
Pxiuseniaioportecicj^ Ctfeta&deiadc notpinarebut^ i$o U, f ci t i s i ni p
oncte : Gramma tic us ^tgo co n ferua c enu cl ea t hon|inuenic ncc imponic. Inueutor
bombardse dcdic hombardx nomen, 6c noui hemirphenj Amcncus Anie- ncam
dixic.&jlouispedifrequosplanetasvocac Galileus " Mediceos : non quidem
ex reinacura ifedpkcUo hum^ ino/xpeque cafu. Nominaquidemdcbentabipfisrebus
nooninatts ex« primii vt bombarda a bombo ardente huius inftruroend»
&lapisd ia:dendo pedem,&fol quia roloslucecSed quo- niam rerum
eflenciae latent, et proprietacesfcfnt inn Qmi- natae»8cconfu&: &c
philorophifenim inueftigtitoresco gunturvuIgariTCt fermone. &Principesad
libitumfine arteimponuntnomina>& iie, dcab euentu,ra:p&:noa
potcflcercafcientiafieride iproruimpofitione nccfa<fta leruari quamuisinhoc
Hcbrari fint cxtens ccnaciores*Icem quoniam quotidie voces
corquencur,mucilancur, breuiantur^producuncurj^cransferuncur.vt iy, loannes in Hcbraro,
aicicur Ican Gallicc;, Ans Germanice, Gro. uanni in Ecruria : lanniin Calabriai
CianniParcenopeis: crefcitdifficulcas. Grammaticus ergo non
declarabicquiddicaces rcrum pervocabttlafignacarum^haccenim pertinenc ad fcien*
'tiasillarum renim:fedtantummodo vocom fignificationes, et ftrudttram
orationis. Vnde Plato, profanosvo catjGrammattcos, qmTOcabulaTheologorum
declai»- repraefumunt, magisaatem fificirridere.Idem S. Greg. f Propriaautem
Gtammaticomm declaratio eft ety* inologia, qua nonrefpicit quidditates « ad
quas nomina imponuncur^fed vnde imponuncur.Cicer.i. Acad •& qua decaufa,
«Sca quibus&quando, fipocis eft. 10 Ecquoniam vocabula apud alios Aucores
aliarum fcienciarum et apud vulgus aliis tempoiibus aliter SIGNIFICANDUM apud
PLAUTUM aU erat jrcuU Sc quafi ollay APUD VIRGILIO eih naxima xdm regiarum.
Item lusapudlu- rifpcritose(l/ifjtf,apud Oeconomos eWhoJiH ^wndc vulgo feruis
distributio quocidianadicitur/ii rim.Qujt Phy ficis eft
r7ifw>i.f,Lo£;icis/tr^f/mW;^//^, Soloni/rjc, itcm hypo^.t/jsMedico c fl:
fedimenf^m v rinq: G rcXci s e fl h(Iantia indiuidua Thcologis perfona perronn
auten:i Comicis e^laruabLC, Propterca Grammaticus iflharc onmia scire et
declarare deber, 5cquarealijalitervtunturi^confu- ffonem/ermonis tollere
qaantum poteft. n ItemfigttrasGrammadcales, etfi poteftedan^ Rhe^
thohcas&pocricas dicec«&cbnfl:ni^onem orationis. 6cvaTiof diceodi modos
rem eandemi et eiiocleandi de linguain Ungixam :id quod dicitorinr^rpr^cacio;
la Vcitor enim grammaticos etymologia: interpretatione, dercriptione,
6cdefinitioneali (^ando, fioecircom' Locutione, quando vocabulum ceriumnon
habet vel res vocara, eftignota. Etymologia docet;vnde vox imponiturV&
quaratione. Addetquc! quas pafTa eft mutationesapudmul- tos. Interpreratio de
lingua in linguamfert notitias, bL de proprietate ad metaphoras et ceconiierfo.
Defcripno REM SIGNIFICATAM PER VOCABULUM MONSTRAT ex effedibus et similitudine
aliarum et quiburcumque potefl adminicolis. Definitio per similitudinem, ic
dissimilitudinem proprias, est entialeiqnevr per genos et differentiam et
circomlocutio pertni|Ica vocabula unum deciarat. 1% 'Jteni notabit Grammatieos
synonima, vnioo<sa, jtk qoioocai;^ 6c denomination^s. Ad qoas redocitor
dertnatto vocabi^bt»i»i$[ Vul^ et cafoom ex noroinaCt; cioo.6c temporom.ex
priHnf^teritis et fotorit,vtnotar jGcIliosnon femei» Icem'compofttione$,&
parcico]as; emimqtievfQSyVtin i.lib. notacom est. Item qua pars orationis eft
quje libetdidio, qUem Iocum habet inuruura: 8cqucm cafum exigit, &c.
Dccarminis et accentus notitia dicemus in poetica, quienccefTaria eft
Grammatico ad docendum pronunciationes. Item de figurisorationis in Rhetorica
esl: fermor quac necessaria rTunt ad fermones eorundem enucleandos. De figuris
vocabuloxam &, ftrudura et liocin; Ibco cJttac syntagOtta,; j4ffendix dc
phi UJophka lingua infiitutione. Slquis novam linguam philosophica constituere vellet
formare literas debec consimiles instrumentis et sufficiences abfque variatione
in copula vocalijum cum consonancibus, vcm r. lib et in Poccica docuimus.
Imponere nomma ex reram nacura et propriecacibu Verba omnia ex nominibus
deriuare et vnius cbniugationis omnia excepco substantivo et omnia cempora
onmibus cribuere et ordinare ea ex adibus essendi, existendi, operandi, agendi,
et patiendi. Parcicipia pra:cerici, et pnefencis, se fucuri cam adiua quam paf
Hua. caniaiSlu aliaqiuun pocencialia. Pronomina omnia iuxca omnes species suas
et non a dissidentia. Adverbia exmodi$, locis, temporibus et circumstantiis a
(3: cum addere. Adnomia vero ex circunstantiis et re spedibus. Coniunctiones
temporales, locales, sociales, difrocxale$, continuativas, conditionales et
alias ut suo in loco dictum est. Casus omnes distindos in fine, et articulos
ponec æquivoca, synonima, et metaphoras ab olebic: cunitis rebus proprium dabic
vocabulum, ut tollat confussionem, quas videtur pulcracum sic vitium in oIitum:
hac omnia in libris hiscecribus liquido constanc, et ex Mc- altius constant. Ars mensurandi versus in poetica posita est
syllabarum quantitate sufficic quod Grammatici feribu QC rationes autem a
poetica pecancur. Tommaso Campanella, al secolo chiamato Giovan Domenico
Campanella, noto anche con lo pseudonimo di Settimontano Squilla. Tommaso
Campanella. Settimoontano Squilla. Giovan Domenico Campanella. Campanella.
Keywords: utopia italiana, lingua artificiale, lingua perfetta, la lingua
d’utopia, lingua utopica, l’utopia di Campanella, il problema del linguaggio
nella utopia di Campanella, grammatica la prima parte della sua filosofia
rationale, citato da Vivan Salmon (Keble, Oxford) per il linguaggio inventato
per megliorar il linguaggio volgare. Grammaticalium libri tres, Parigi,
vietnamita, armeno. Deuteron-esperanto—Highway Code -- Italia. Campanelliana
civitas solis CIVITAS SOLIS – Taprobane – Sri Lanka -- -- Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, "Grice e Campanella,"
per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Villa
Speranza, Liguria, Italia.


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