Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zolla: la ragione conversazionale e la discesa d’Enea all’Ade – la scuola di Venezia – filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Keywords: Enea. Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Essential Italian philosopher. Saggi: Etica e estetica, Spaziani, Torino, L’eclissi dell'intellettuale, Bompiani, Milano, Volgarità e dolore, Bompiani, Milano, Le origini del trascendentalismo, Storia e letteratura, Roma, Storia del fantasticare, Bompiani, Milano, Le potenze dell'anima: morfologia dello spirito nella storia della cultura, anatomia dell'uomo spirituale-- cf. Grice, “the power structure of the soul” -- Bompiani, Milano; Il letterato e lo sciamano, Bompiani, Milano, Che cos'è la tradizione romana? Bompiani, Milano, Le meraviglie della natura: introduzione all'alchimia, Bompiani, Milano, Archetipi, Marsilio, Venezia; L'androg-gino: l'umana nostalgia dell'interezza, Red, Como – GIOVE ANDROGINO; Incontro con l'andro-gino: l'esperienza della completezza sessuale, GIOVE ANDROGINO, Como Aure: i luoghi e i riti, Marsilio, Venezia, L'amante invisibile: l'erotica sciamanica nelle religioni, nella letteratura e nella legittimazione politica, Marsilio, Venezia, Sincretismo, Guida, Napoli; Verità segrete esposte in evidenza: sincretismo e fantasia, contemplazione e l’esoterico, Marsilio, Venezia; Discorsi metafisici, Guida, Napoli; Uscite dal mondo, Adelphi, Milano; La luce; La ricerca del sacro, Tallone, Alpignano Ioan Petru Culianu, Tallone, Alpignano, Lo stupore infantile, Adelphi, Milano; Le tre vie, Adelphi, Milan; Un destino itinerante: conversazioni tra oriente ed occidente, Marsilio, Venezia; La nube del telaio: RAZIONALITA e irrazionalità tra oriente ed occidente, Mondadori, Milano; La filosofia perenne: incontro fra oriente ed occidente, Mondadori, Milano; Catabasi e anastasi, Tallone, Alpignano; La discesa d’ENEA all'Ade – VIRGILIO (si veda) Adelphi, Milano; La ri-surrezione di BACCO; Minuetto all'inferno, Einaudi, Torino; Cecilia o la disattenzione, Garzanti, Milano; Il moralista, Garzanti, Milano; Saggi Bompiani, Milano; La psicanalisi, Garzanti, Milano; Dickinson: selected poems and letters, Mursia, Milano; Il marchese de Sade, Longanesi, Milano; Il mistico Vitters, Garzanti, Milano; Melville, Clarel, Einaudi, Torino; Adelphi, Milano; Hawthorne, Felton o l'elisir della vita, Neri Pozza, Vicenza; Garzanti, Milano; Il super-uomo e i suoi simboli, Nuova Italia, Firenze; Florenskij, Le porte regali; Saggio sull'icona, Adelphi, Milano; “Novecento” Lucarini, Roma; L'esotismo nella letteratura, Nuova Italia, Liguori, Napoli; Il dio dell'ebbrezza: antologia dei dionisiaci, Einaudi, Torino; Conoscenza religiosa, Storia e Letteratura, Roma; Gl’arcani del potere: elzeviri, Rizzoli, Milano; Gli usi dell'immaginazione e il declino dell’occidente, A. I. R. E. Z., Montepulciano; Filosofia perenne e mente naturale, Venezia; Il serpente di bronzo: scritti ante-signani di critica sociale, Venezia, Civiltà indigene dell’Italia, Storia e Letteratura, Roma; Archetipi. Aure. Verità segrete. Dioniso errante. Tutto ciò che conosciamo ignorandolo, Marsilio, Venezia. Contiene Archetipi, aure e verità segrete esposte in evidenza e l'introduzione all'antologia Il dio dell'ebbrezza, Le tre vie. Soluzioni sovrumane, Marchianò, Marsilio, Venezia, La catabasis d’ENEA – VIRGILIO (si veda). Arrivo a Cuma. Enea cerca la Sibilla. Racconto sulla fondazione del tempio da parte di Dedalo e descrizione di esso. Acate conduce la Sibilla Deifobe d’Enea. La Sibilla prescrive sacrifici. L’antro della Sibilla. La sibilla invoca Apollo. Apollo esorta Enea a non indugiare. Responsi della Sibilla sui futuri contingenti. Enea chiede alla Sibilla di fargli da guida per l’oltre-tomba. Deifobe allora gli dice di trovare un ramo d’oro nel bosco come offerta a Proserpina e di trovare e seppellire un compagno. Acate ed Enea ritornano dall’antro e trovano Miseno morto. Enea e i suoi compagni vanno nel bosco per preparare la pira. Appaiono alcune colombe ad Enea e lo guidano al ramo d’oro. Esequie per Miseno. Sacrifici di fronte all’antro dell'Ade. Al sorgere del sole Enea e la sibilla s’introducono nella grotta. Invocazione di VIRGILIO agli dei inferi. Inizia il viaggio agl’inferi. Descrizione del vestibolo, dove sono raggruppate le personificazioni dei mali e tanti mostri bivaccano: la chimera, l'idra, i centauri, le scille, le arpie, il centimano Briareo, le gorgoni e Gerione. Arrivo fino a Caronte. La sibilla dà spiegazioni sulla sorte degli’insepolti. Enea tra questi scorge Leucaspi e Oronte, i lici periti nella tempesta marina. Enea scorge Palinuro e chiede della sua fine. Palinuro chiede di essere sepolto. La Sibilla gli dice che ci penseranno gl’abitanti di quei luoghi sollecitati da prodigi celesti. I due proseguono. Caronte li rampogna e attacca Enea perché ANIMA VIVA. La Sibilla lo fa tacere e gli mostra il ramo d’oro. Appare Cerbero, ma la Sibilla la addormenta con una focaccia. Appaiono i primi morti nell'Ade vero e proprio, ovvero i bambini e i condannati a morte ingiustamente. Poi i suicidi, i morti per amore, tra cui Didone. Enea le parla, ma questa se ne va senza rispondere. Incontro coi morti in guerra, tra cui i compagni d’Enea. Dialogo con Deifobo, il quale racconta la sua fine, causata dall’inganno di Elena. La Sibilla tronca la conversazione esortando Enea a raggiungere in fretta i campi elisi. I due proseguono e vedono il Tartaro, dove sono i giganti, i titani, l’idra, e gli spiriti di coloro che furono malvagi in vita, tra cui Issione, Piritoo, Teseo, Flegias, tutti puniti per le loro nefandezze. Ingresso nei campi elisi dove sono i beati. Museo accompagna Enea da Anchise. Anchise spiega al figlio la sorte delle anime. Anchise illustra la progenie ROMANA. SILVIO, successore di ASCANIO, figlio di Enea e Lavinia, Proca, Capys, Numitore, Silvio Enea, ROMOLO, OTTAVIANO, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio il Superbo, Bruto, i Deci, i Drusi, Manlio Torquato, Furio Camillo, GIULIO CESARE, Pompeo, Lucio Mummio, Lucio Emilio Paolo, Catone -- Censore o Uticense -- Aulo Cornelio Cosso, i Gracchi, gli Scipioni, Caio Fabrizio Luscino, Serrano, i Fabi, Quinto Fabio Massimo Verrucoso. Cenni di Anchise su Marco Claudio Marcello, figlio adottivo e genero d’OTTAVIANO. Anchise profetizza ad Enea le guerre che duove sostenere e lo accompagna all'uscita dell'Ade. Enea torna dai compagni, coi quali si imbarca verso Gaeta La guerra latina. Enea alla corte del re Latino, olio su tela di Bol, Amsterdam, Rijksmuseum. ENEA e i suoi compagni salpano da Cuma e giungono in un porto della Campania situato a Nord. Qui muore Caieta, la nutrice di Enea, nell'Esperia. Stanchissimi e affamati -- tanto da mangiare le mense, piatti di focaccia dura, proprio come avevano previsto le arpie -- sbarcano alla foce del Tevere. Enea decide quindi di inviare Ilioneo come ambasciatore al re del luogo, Latino. Questi accoglie con favore l'emissario di Enea, e gli dice di essere a conoscenza che Dardano, il capostipite del gruppo d’Enea, e nato nella città etrusca di Corito, ab sede Tyrrena Corythi. Ilioneo risponde: Da qui ebbe origine Dardano. Qui Apollo ci spinge con ordini continui. In ogni caso Latino si mostra favorevole ad accogliere Enea e i suoi compagni perché suo padre, il dio italico Fauno, gli ha pre-annunciato che l'unione di uno straniero con sua figlia Lavinia genera una stirpe eroica e gloriosa. Per questo motivo, il re ha in precedenza rifiutato di concedere Lavinia in moglie al re dei Rutuli, Turno, anche lui semidio in quanto figlio della ninfa Venilia. La volontà degli dei si manifesta anche attraverso prodigi. La piega che gl’eventi stanno prendendo non piace a Giunone che con l'aiuto di Aletto, una delle furie, rende geloso Turno e spinge la moglie del re, Amata, a fuggire nei boschi con la figlia e a fomentare l'odio verso gli stranieri nella popolazione locale. L'uccisione d’Almone, colpito alla gola da una freccia durante una rissa fra gl’italici e Enea e i suoi compagni, provocata dalla furia, scatena la guerra. Turno, nonostante il parere contrario di Latino, raduna un esercito da inviare contro Enea i suoi compagni. Il suo alleato principale è Mezenzio, il re etrusco di Cere, cacciato dai sudditi per la sua crudeltà. Vi sono poi, tra gl’altri, Clauso, principe dei Sabini, alla testa di un corpo militare particolarmente imponente. I due semi-dei italici Ceculo e Messapo, figli rispettivamente di Vulcano e Nettuno, Ufente, capo deg’equi, Umbrone, condottiero dei marsi e noto serparo, Virbio, re di Aricia e nipote di Teseo, la vergine guerriera Camilla, regina dei volsci. Sepoltura di Caieta. Enea riparte. Enea e i suoi compagni passano vicino all’isola di Circe. Enea e i suoi compagni avvistano la foce del Tevere all’alba, e si fermano. Invocazione di Virgilio a Erato. Racconto sulle origini del re Latino. Turno vuole in sposa Lavinia, ma i presagi divini fanno esitare Latino. Qquest’ultimo chiede auspici all’oracolo di Fauno, il quale gli dice di dare in sposa la figlia a un genero straniero che sta per arrivare. Magro banchetto di Enea e i suoi compagni, e quindi avverarsi della profezia di Celeno. Preghiere di Enea cui rispondono tre lampi di Giove. Ambasciata per la pace inviata a Latino mentre Enea costruisce una cittadella fortificata. Latino accoglie Enea e i suoi compagni e chiede cosa lo spinga a lui. Ilioneo risponde che il volere degli dei li ha condotti in quei luoghi. Latino pensa agl’oracoli di Fauno, li accoglie benevolmente e chiede di far venire Enea esponendo a loro il vaticinio. Il re ricambia i doni. Giunone scorge le sorgenti case di Enea e i suoi compagni, se ne duole e promette come dote a Lavinia una guerra; poi si dirige d’Aletto e la esorta a portare discordia. La Furia si dirige nel LAZIO e corrompe Amata, moglie di Latino, la quale si lamenta col marito per aver privato Turno della mano di Lavinia, ma il re non si fa convincere. Amata impazzisce per la città e porta sua figlia nella foresta. Le altre donne sono colpite dalla medesima furia e la raggiungono in una specie di baccanale. Aletto va da Turno prendendo le sembianze della sacerdotessa di Giunone, esortandolo a guerreggiare con Enea e i suoi compagni, ma Turno la deride. Aletto s’infuria e lo corrompe, facendo sì che dichiari guerra. Aletto si dirige su Enea e i suoi compagni. Ascanio sta cacciando, e la furia fa in modo che egli ferisca a morte UN CERVO SACRO. I contadini allora si armano ed Enea e i suoi compagni accorrono d’Ascanio. Combattimento tra le due parti. Aletto va trionfante da Giunone e torna agl’inferi su suo ordine. Giunone fa scoppiare definitivamente la guerra, mentre Latino si dispera e scaglia una maledizione su Turno. Apertura delle porte del tempio di Giano da parte di Giunone, poiché Latino non vuole farlo. Preparativi della guerra. Invocazione alle Muse. Presentazione dei condottieri italici: Mezenzio col figlio Lauso, Aventino, Catillo, Cora, Ceculo, Messapo, Clauso, Aleso, Ebalo, Ufente, Umbrone, Virbio, Turno, Camilla. Elémire Zolla. Zolla. Keywords: fantasticare, Bacco, la discesa d’Enea all’Ade, escatologia, la tradizione italica, la tradizione romana. Refs.: H. P. Grice, The Grice Papers, BANC MSS 90/135c, The Bancroft Library, The University of California, Berkeley, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zopiro: la ragione conversazionale a
Roma -- arma virvmque cano – l’arma del filosofo a Cumae – la scuola di Taranto
– filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library
(Taranto). Keywords: arma
virvmqve cano -- Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Taranto, Calabria. Pythagorean.
Giamblico. Z. appears to specialise in mechanical
matters, and in particular the design and construction of weapons. His skills are
evidently in demand and there are reports of him working in places as far apart
as Miletus and Cumae. Grice: “That he is of ‘Hellenic’ – so-called, and thus
not properly Roman -- origin is evident by the fact that his name starts with a
‘Z,’ a letter which Catone managed to expel from the Latin alphabet. Catone
would say: ‘z’ is the sound a corpse makes just before it becomes one’ –
rudely. He probably knew. Giamblico, of Calcide, seems to have been very
familiar with Italian geography, since he lists all these ‘Pythagoreans,’ who
managed to settle (while the sect was banned in Crotone) all over the place.
Taranto is close enough, but it seems indeed that Z.’s skills led him as far as
Cumae. Recall taxis or ubers were unknown then!’. The concept of a weapon was
well known to Aeneas and Hemingway. In Anglo-Saxon, a weaponed man meant a man,
i. e. a man, gender-neutral, with a penis. Keywords: weapon, arma virvmqve cano
-- Luigi Speranza. For Grice’s Play-Group. The
Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Zoppi – filosofia della grammatica –
citata da VAILATI – By Luigi Speranza. Studiata nella storia della grammatica italiana, da
un croceano. Tra i divulgatori della grammatica storica dell’italiano sono
degni tra noi di menzione Fornaciari e Mattio, che sono preceduti fuori da
Blanc, la cui “Gratnmatik der italienischen Sprachen” ha ancora un certo valore
pella dottrina delle forme. Se la grammatica generale, non mai del tutto
rassegnata a morire, giacque sotto i colpi e i sarcasmi della scienza della
lingua, non mancarono tra noi tentativi d’una FILOSOFIA della GRAMMATICA –
ragionata e razionale, ovviamente --, e notevole è quellodi ZOPPI (citato da
VAILATI), un rosminiano -- ROSMINI (si veda) -- acuto quanto dotto e diligente
e anche garbato espositore. Il quale crede appunto di costruire una scienza
della grammatica col connubio della grammatica generale e della scienza
positiva del linguaggio, inconsapevolmente ese- [T. ricorda il saggio di
Starck, Grammar and Language, Boston, fondato sulla credenza che almeno i tre
gruppi attuali e più importanti delle lingue indo-europee sono retti da comuni
principi generali; e i numerosi saggi di Grasserie e particolarmente “L’Essai
de syntaxe generale,” Louvain, che parimenti a T. sembrano ispirarsi alla medesima
fede nelle leggi generali. Per curiosità T. ricorda anche una ristampa della
grammatica ragionata di COMPAGNONI (si veda), “Grammatica scientifica, ossia la
teoria della lingua italiana secondo i principi naturali del linguaggio,”
Milano, e Bert, “Grammaire rationelle et pratique de la langue italienne,”
Paris. Inoltre: DONATELLI (si veda), Appunti di logica e grammatica, Venezia;
Fink, Logisches und Grammatisches, Progr., Ploen; Peine, Notes sur l’analyse
grammaticale et logique, Montemorency, Societé amicale des proff. elèni, de
Paris et de départ., Breve contributo agli studi logico-sintattici, e nel
testo, modesto contributo a una SINTASSI filosofica della meravigliosa lingua
di quel popolo,il greco, a cui nessuna intuizione manca, è il sottotitolo della
citata memoria sulla teoria kantiana del giudizio già intuita e fissata nella
sintassi de’greci di PIAZZA (si veda), il quale T. non sa quanto si è
confortato a proseguire nell’ardua impresa dalla recensione parimente citata
che gliene fa CROCE (si veda). II vero fondatore della scienza del linguaggio
intesa in senso IDEALISTICO è Humboldt, e sotto i colpi de’principi di questa
cade effettivamente la grammatica generale. Ma si sa che il punto di vista
humboldtiano è spesso smarrito dagl’indagatori della parola col metodo
positivo: e questi non sappiamo quanto possano aver da ridire sulla grammatica
generale, che in fondo è un tentativo di filosofia del linguaggio. T. dice qui
per chiarezza positiva in ordine a quanto osservo nella nota precedente. Perchè
la pubblicazione del frammento di MANZONI (si veda) è posteriore al suo
tentativo che risale agli anni quando ne’quali lo pubblica nella Rivista La
Sapienza.] guendo un disegno abbozzato già dal Manzoni stesso. Il miglior mezzo
di farle cessare [le controversie sulla distribuzione delle parole
nell’arbitrarie classi grammaticali] è una GRAMMATICA veramente FILOSOFICA,
dice MANZONI (si veda), la quale, in vece di supporre nel fatto della lingua
una simmetria arbitraria, cerca nella natura dell'oggetto della mente o anima –
PSICOLOGIA RAZIONALE --, e nella condizione imperfetta e necessariamente
limitata della lingua, la spiegazione del fatto qual’è, vale a dire di quella
molteplice attitudine di diversi vocaboli. Il campo della quale ricerca deve
naturalmente essersi allargato colla cognizione più diffusa e più intima di
lingue altre volte o ignorate in Europa, o studiate da pochissimi, e con
intenti più pratici che FILOSOFICI. Si veda, per un esempio, ciò che dice d’una
di queste il celebre sinologo Rémusat. Molti vocaboli chinesi possono essere
adoperati successivamente come sostantivi, come aggettivi, come verbi, e
qualche volta anche come particelle. La FILOSOFIA della grammatica, dice ZOPPI
(si veda), diversamente dalla grammatica generale, che pretende che certe forme
o espedienti grammaticali sono cosi necessari ed inerenti a certe specie di
vocaboli da costituire una teorica grammaticale assoluta, a cui devono
conformarsi ogni lingua, confrontando i risultati della FILOSOFIA colle leggi
psicologiche del pensiero, cerca l’origini, studia, ed espone il PERCHE di
quelle forme grammaticali che si trovano DI FATTO diversamente svolte ed
attuate nelle diverse lingue. Essa per una parte è l'applicazione della
filosofia e la logica alla lingua, ed è quindi per questo rispetto scienza
cocettuale analitica A PRIORI. Ma dall'altra è fondata sulla più diligente e
minuta osservazione -- “linguistic botany” – Grice -- dei fatti che nelle sue
molteplici varietà presenta il linguaggio, ed è perciò anche scienza induttiva
ed A POSTERIORI (“I don’t give a hoot what the dictionary said” – Grice to
Austin). Laonde, la filosofia della grammatica dev’essere il frutto
dell’accordo di questi due metodi. La sola logica o l’analisi filosofico
concettuale a priori in effetto ci da delle generalità forse per alcuni troppo
astratte e spesso apparentemente contradette dai fatti, come è avvenuto delle
grammatiche generali. La sola linguistica, poi, ossia, la critica delle lingue
si sta paga a raccogliere e ad ordinare dei vocaboli o ad accertare alcune
leggi di questo o di quell'idioma, ed a formarne delle [Opere inedite o varie;
Manzoni grammatico] famiglie e dei gruppi, senza però levarsi mai alla sommità
di principi universali, in cui deve trovarsi la ragione ultima di tutte le varie
forme, onde il pensiero s’attua e si plasma nella parola. Ma noi dubitiamo
assai che ZOPPI (si veda) con tutto il suo buon volere sia riuscito a far di
meglio che un lavoro di natura egualmente arbitraria, vorremmo dire doppiamente
arbitraria, com'è quello in cui si uniscono, anzi si confondono due sistemi,
l’uno de’quali il logico, è falso e arbitrario, l’altro, il positivo, è
semplicemente metodologico e non gnoseologico e che si giova di schemi e di
categorie per pura comodità pratica, senza dare ad essi alcun valore. Due punti
di vista sono troppi per comprendere un unico fatto. Congiunti in un terzo non
possono dare che un nuovo punto di vista falso, tanto più falso in quanto tra
gl’altri due non vi è intimità di rapporti e l'uno è più insufficiente dell'altro
a spiegar da solo quell'unico fatto. E il vero linguaggio, il linguaggio come
creazione resta fuori d'ogni considerazione sia storica (storia letteraria) che
teorica (estetica). Il superamento della concezione grammaticale della lingua e
il concetto della vera natura spirituale e intuitiva d’essa si sono ottenuti in
modo pieno e definitivo solamente ai nostri giorni coli 'opera capitale di
CROCE (si veda), l’estetica come scienza dell’ESPRESSIONE e linguistica
generale, che, riannodandosi a VICO (si veda), a Hegel, a Humboldt nella
correzione integrativa di Steinthal, scioglie il problema identificando parola
e intuizione e riferendo arte e lingua alla medesima attività teoretica dello
spirito, l’intuitiva o fantastica. Qui la grammatica ha finalmente la sua
critica completa. Se la lingua è ESPRESSIONE e non esistono classi
d’espressioni, la linguistica in quanto ha di riducibile a scienza è tutt'uno
coll’estetica, e non può davvero costruirsi sulle particolari teoriche che sono
escogitate dell'interiezione, dell'associazione [A questo punto ZOPPI (si veda)
cita MANZONI (si veda), e tutto il brano è riportato nel saggio su MANZONI (si
veda) grammatico i La filosofia della grammatica, Verona. ZOPPI (si veda) alla
fine del suo saggio dà due tavole dimostrative, l’una della genesi psicologica
delle parti del discorso, l'altra di quella glottologica.] o convenzione e
dell'onomatopea, mescolate insieme: e poi che, se la lingua è creazione
spirituale, dev’esser sempre creazione (onde resta senza significato la
distinzione del problema in origine e svolgimento), l’altra considerazione che
può farsi sul linguaggio non può esser che storico-artistica, ogni ESPRESSIONE
essendo un individuo artistico da studiare in sé stesso e da rivedere e
ricreare in noi col ricollocarci nelle condizioni storiche in cui si produce.
Una terza considerazione della lingua, la logica, che consiste nell’elaborare
logicamente il fatto estetico, che è di natura sua indivisibile, dividendolo in
concetti e ricavando le categorie grammaticali del moto o dell'azione (verbo),
dell’ente o materia (nome) eccr, se è lecita, è infeconda pella comprensione
del fatto estetico, perchè in quella elaborazione esso è stato distrutto: e
quelle categorie non possono valere come modi imitabili d’espressione, come
formule e precetti pella creazione artificiale della lingua. Una tecnica dell'
'espressione è un termine erroneo, contradittorio: e appunto tale è la
grammatica normativa, il cui valore è semplicemente didattico. Una forte
risonanza dell’estetica di CROCE (si veda), per quanto riguarda la lingua, s’è
avuta nel saggio di Vossler, Positivismo e Idealismo nella scienza della
lingua, dove si conducono argute polemiche contro recenti teorici della lingua
e in bellissime particolari analisi è mostrata tutta la fecondità e la verità
del principio idealistico propugnato da CROCE (si veda) e si traggono deduzioni
importantissime pel metodo e il fine dell'indagine linguistica. Vossler trova
nella lingua due aspetti distinti sotto cui dev'essere conformemente
considerato: 1’uno del progresso assoluto, cioè dalla libera creazione
individuale e teorica, 1’altro del progresso relativo, cioè dello sviluppo
regolare e della creazione teorico-pratica collettiva condizionantisi a
vicenda. Nel primo caso la considerazione è estetica o stilistica (cioè di
storia artistica, o critica letteraria, o storia, semplicemente), nel secondo è
storica o evoluzionistica (cioè di storia della coltura, [Con questo titolo è
uscita per i tipi del Laterza di Bari, e per merito di GNOLI (si veda), la
traduzione] grammatica storica). Un terzo modo di considerar la lingua,
puramente positivistico o descrittivo senza valutazione estetica o spiegazione
evoluzionistica, non esiste. È teoricamente impossibile. Ossia quel terzo modo
è la grammatica empirica e normativa, sussidio didattico. Ma il sistema
idealistico vige pienamente in entrambe le prime considerazioni. Anche nel
momento del progresso relativo della lingua opera un’attività spirituale. La
grammatica, quando è conoscitiva, è così sciolta o nella storia letteraria o
nella storia della cultura, sempre cioè nella storia. Quando vuol esser
normativa, e non più empirica ma FILOSOFICA e rigorosa, s’annulla
nell'estetica. Col suo saggio T. spera d'esser riusciti a confermare la verità
di tale sistema idealistico, applicandone i PRINCIPII alla considerazione d'un
prodotto caratteristico dello spirito teorico ITALIANO studiato nelle
condizioni storiche del suo svolgimento, nei suoi rapporti cioè coll'arte e
colla scienza. Un importante filosofo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Zoppi.’
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zoppio:
la ragioneconversazionale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Filosofo bolognese; laureatosi in
filosofia, venne subito chiamato allo studio di Macerata per leggere retorica e
poesia. Ivi si trattenne per molti anni e fonda l'Accademia dei Catenati.
Ritornato poi a Bologna, ha un incarico d'insegnamento presso il locale studio
di umanità. Portato alla polemica, non si tenne dall'intervenire nella contesa
letteraria fra Bulgarini (vedasi) e Mazzoni (vedasi), negatore l'uno e
sostenitore l'altro dell'eccellenza del genio d’ALIGHIERI (vedasi). Uscite
infatti le Considerazioni del Bulgarini, Z. prende subito posizione e da alle
stampe i Ragionamenti in difesa di ALIGHERI (vedasi) et di PETRARCA (vedasi), Bologna. Nei Ragionamenti ALIGHIERI (vedasi) è LODATO per avere scritto "una azione
fuor delle regole dello scriver poeticamente bene e con lode" e per essere
stato ‘un ignorante della lingua latina ", ed è inoltre giudicato "grande
imitatore" per i "costumi d'huomini et di donne, vecchi, giovani,
fanciulli, nobili, liberi, servi, dotti e indotti, d'ogni sesso in somma,
d'ogni conditione, d'ogni fortuna co' loro affetti convenevoli espressi con
parole, et concetti proprij et alti ". Seguì la Risposta di Z. alle
Opposizioni Sanesi fatte ai suoi Ragionamenti in difesa d’ALIGHIERI, Fermo, contro
Borghesi, supposto portavoce di Bulgarini. Quindi direttamente contro Bulgarini
pubblica le Particelle poetiche sopra ALIGHIERI (vedasi), Bologna, suffragate
poi dalla Poetica sopra ALIGHIERI. Anche in Z., come negli altri filosofi del
tempo, opera il puntiglio personale, che si risolve in schermaglia di parole,
in sofisticheria di tesi; ma pure non è difficile riconoscere un fondo più
serio costituito dall'approfondimento e dall'applicazione della poetica
aristotelica nel testo d’ALIGHIERI.
Bibl. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, VIII, Bologna, Barbi,
La fortuna d’ALIGHIERI (vedasi), Pisa; Vallone, Aspetti dell'esegesi d’ALIGHIERI
attraverso testi inediti, Lecce. RAGIONAMENTI DEL SIGNOR HIERONIMO /
ZOPPIO IN DIFESA DI DANTE, ET DEL PETRARCA. IN BOLOGNA, PER GIO. ROSSI» MDL
XXXIII. Con licenza de Superiori . ' * L « k», ' *■ v/ * O r J a Ci * & J»
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ALL'ILLVSTRISSIMO • . . , , f. . . SIGNOR S V O COLENDISSIMO, IL SIGNOR CAMILLO
COLONNA. VA%\ NgtyTi G l i non marcirà del core giamaì quel fi fauorito honore
, di che piacq; degnarmi rilluftrifsimo, & Reuerendifs. Sig. Car- dinaie
Tuo Zio , Legato della Marca in Macerata, allhora, che (opra ogni meri- T^—r. .
to mi '° alzandomi* per compagno di ftu- dio di V . ò.'lllurtriL nominare mi
vollè.Ne mi dimentiche* rò anchora per alcun tempo della nobile & virtuola
cóuer- fanone Tua , ne di quei dolci & honorati ragionamenti , che
v’hauemmo talhora in cafa Tua j oue alle Tufculane di M. Tullio
s’attendea,& talhora appreflb di noi nell’Academia, oue 1 Ethica s inter
pretaua dal S. Zoppio in quelli fi fatti flu dij noftro commune Lettore. Da cui
tra molti & varij ragio namenti che s‘accoglieuano , già no mi parue
apprcflo di lei ne d’vltimo pregio > ne di pieciola ftiina quello che
s’hebbe alle volte fopra le accule , che da vari; Icrittori al Petrarca fi
fanno, & al gran Poeta* Dante , parendomi che gràdilsima diletratione
ellafe ne prendellè,&malsimamente delle feti le,& delle direfe loro .
Di che riuolgcndo nell'animo la ca- gione, mi parue di penetrare , che ciò
aueniua ( oltra la uà- ghezza eh ella prende grandilsima de gli ftudi ) per Io
trattarli invn certo modo la caufa, Se la difefa d’ vno , che / A 2 per c , I ✓ che per /ingoiare beniuoglienza loro ver/o di lui,
tanto Co Jonnefe può elferc chiamato, quanto Te di quel l'angue nato, &
crelciuto fofiè . Donde è auenuto, che defidcrando io di mantenermi quanto più
pollò fermo quel grado della fua buona gratta, oue prima dal S. Cardinale,
&pofciadalei collocato mi truouojcofi come & io ilei corcj&
nellimente mia ferbo pur Tempre viua l’imagine di lei, & del valor fuo; mi
voli? à pregar eflò Sig. Zoppio, cheli di/poneflè à ridur re in ifentto per
ordine il tutto : & lì compiace/Ièà la/ciar- mene fai dono à V. S.
Illuftrif. A che trouatolo per fua di lpofitionc non hauere più di fproni che
di freno bifogno; poiché pur alla fine da graue infermità folIeuando/i,è fatto
aliai gagliardo per l’etate, rendo gratie al Signore, che m’è (lato lecito di
dar fine ai defiderio mio del fare /lampa- re à commune giouamento de gli
ftudiofi delle belle lette- re quelle difefe dell'vno & dell’altro lume
della lingua no- (Ira fotto’l nome di V. S. Illuftrif. la quale sò certo che le
accetterà col folito fplédore della gratia , & della virtù fua> ne
fdegnerà che in debbole valore, come è il mio , sfàuilli quefta prontezza
d’animo affettuofo & deuoto,colquale di tutto cuore me le dedico & dono
» Da Bologna gli. 23. di Luglio. 1583. Di V.S. Uluftriis. Af&ttionatif.
Ser. Koratio Canobio. RAGIO- RAGIONAMENTO DEL SIG. HIERONIMO Z O P P I o I N D
I F E S A D I DANTE. n r e qua fi nuouo T r'tfmegiflo,gran Poeta gran
Philofopho, & gran T bcotogo e non foto riprefi da molti nelle fue tre
diurne Cantiche come ch'egli h albi a ferino vna anione fuor delle regole dello
firtuer poeticamente bene & con lode ; ma ch'egli fta anchora vn ignorante
della lingua latina. Et perche malage uolmcnte da’ fu ot libri fi può traggere
ch’ei non fia vn Oceano di fide nfa^v anno alcun altri rteupredo quejlo dettato
col dire> che ficco do ch'egli andana impar ado da' Dottori ,& notando
di punto in punto U que fiumi più àltecfr piu diffìcili , cofi le tra -
Jcriueffe,infirtandole ne' poemi fiuoi.llche quantunque poco prò b abile fi
renda(non fi potendo negare che'l proprio delfiapere fia ilfapere
infignare:& vedendofiin lui que fio infiegnamento be grande) nondimeno ,
perche molte cofi in ifpecieltà fi poffiono dire non ingrate a' chi perauentura
fi ridurrà a leggere queU lo, che intorno à cto da alcuni s'e detto , & da
noi, & forfè an «• che da altri fi dirà ; vegniamo fecur amente, per quanto
potrai t ijo\le nofìre debbo li forze à tentare di mantener chiara fr viua quella
gran tempo riceuuta Verità ; prefupponendo che non tan to & di tante cofi
che li s oppongono egli fia ne colpe u ole, ne reo: ma che piu toHo ei ne
debbia ejfcr tenuto tale , che pofia ragio- neuolmcnte porfi tra i primi
Poetiche in qual fi voglia lingua h abbiano fritto, llche accioche più
commodamente pofsiamo effe qu ir e, ordineremo le ragioni in qlla forma che
diede loro il cafo ne mefi paffuti in Macerata fra gli Academici Ca temati. r
FAG. IN DIFESA alle cui mani peruenendo certi libri v fi iti nou amiate delle
fi dm pe , moTtrandofi pur molti di loro uaghi d'intendere qual fi (fe intorno
à ci'o l'opentone miai il Signor H or alto C anobio, vno de gli Academictdi
vtuace fptrito,facendofi auante , poiché vide gli altri tutti intenti ad
afcoltare , mi dimando , & io li rtjpofi come di Jotto fi leggerà. llche
difidero che dà lettori fia prefi in quella parte , che non dall' Academia
venga ; ma da vno che non per dt/ìo d'ingaggiar contefa,maper vaghezza del uero
fia con - dutto a fi fatta dijputa. In colai gutfa adunque prefe il Signor
Canobto a dire . Nor. tìauetevoi anchora renduto al Signor Cel/ò Sorgagli quel
li- bro pr e fìat otti del Sig. Belifario Bolgarini ? Nier. Perche no,fe me ri
ha fati a filiceli udtnc ben grande I Nor. Non l'hauete dunque letto con
diligenza ? Nier. Può ejfere,chel piacere che ri ho gufato fiauifsimo mhabbia
in gannato nella diligenza . Ben vi pofio far fecuro d’hauerlo due volte finza
fatollarmene letto. Nor. Et no firfia ragione. pche à me pare che v'habbia vno
Bile mol- to gratiofi: & che vi moftri wfitme dottrina reconditafr alta ,
Nier . Voi non errate , Signore H or at io, poiché fi vede quanto acuta» mente
et contenda di foslentare il fuo Paradofo . Nor. Come raradojjò ? Apritemi vi
prego , quefo mtferio , che non l'intendo . Nier. Non vi pare egli vn Paradoffo
, che Dante à partito ni uno fi debbia chiamar Poeta ì Nor . Non già per mia fe
, poiché non filo il Signor Belifario, ma degli altri anchora fono di quello
parere. & il Mutio nelle fue battaglie chiarifiimamenteofadi chiamarlo ogn
altra coft,che Poeta. Nier. Se la refolutione ha da pendere dall autor itadi,
l’vno,e l'altro la perderà al fermo. Et quanto al Mutio non fi dourebbe crede -
re ycke fjauejfc detto poco à fauore d'ejfo poiché pur fareb- be & M atematico
,& phtlofipho, & T biologo: & con tutto ciò Vfrfifìcatore . -• . .
, ** Sta beni * -1 ' * tot DANTE. ~ 7 lì or. Sta bene ; pur che noi faccia
Poeta . Hier. Anzi bene fi a. per che cofi pur lo fa Poeta . lì or. Secondo il
vulgo, o fecondo i dotti ? Hier. Non u ha dubbio, che l vulgo chiamerebbe ,
& chiama Poeta Empedocle, Lucretio, Nicandro^ Lue ano ^dr fimi li fr col
vulgo fi mi Im ente H or alio, dr Art Potile . Ma bene e il verone he non fono
legitirni Poeti, oue mancano dell' imit adone . Hor. Forfè voglion dire quelli
valentuomini, che Dante non è Poe talegitimo . Hier. Vi mane a forfè Fimi tat
ione? Hor . Vi manca p bene quella buona imitatione , fecondo la quale il Poeta
e legitimo Poeta : dr allaquale s accomodano i precetti y che ne n fognano i
buoni maeftri , di cui fa mentione il Bulgari- no in quello fuo libro . Hier.
Hauroperfauoreimmenfò,chcnefìa commodo dife onere, per- che non fapr e i ben
bene appormi qual Poeta fofie miglior e, o piti vario, o piu grande imitatore
di Dante.Che fe chiedete attiontfo co fumi d’huomini, dr di
donne^vecchi^giauoni, fanciulli, no-* bili, ignoriti, Irbrrifn-ui, dotti, e
indotti fi ogni feffo in fornma, d ogni coditionefi ogni fortuna co’ loro
affetti coueneuoli efprefii con par ole , & concetti proprij, & alti, gran
fatto farà che no gli ■trouiate in Dante con tata merauigltacffrefsi,ch‘empta
di flu- pare , dr di contento ognuno . Io per me non mi volgo à fegqerlo
giamai, & in particolare la fua diuina Cantica del Paradifòy piena di tanti
concetti, e di tanta dottrtna , oltra l’tmitatione, ch’io non mi faccia à
credere talhora,che chi l’odia, & lo jfrefg \ appoco dell’ humano tenga,
& del ragioneuole. Jìor. Alle volt e pur e, dr bene (feffo egli ha certi
concetti, dr parole ta to alte,& difficili a; he non fi laf eia facilmente
intendere. Hier . Leggete 1 irgiho anc hor a, H omero ^e tutti gli altri buoni
autorì y benfapete, v auerrà il mede fimo-. Ne re fiera perciò che non fie no
buoni dr valiti: perche fcriuono à dottt , dr da dotti voglion effere studiati.
Del Petrarca,dr dell' Arlotto non dicOypche à do »e, e a Caualieri amanti
fucilarono per lo piu di piacere. Dante vuole ( / ) tA0> INDIFESA vuole efer
letto da dotti con attendono, & concurd,& con ijl * dio, chi vuol
cauarne cofirutto , conofcerlo,& intenderlo . fior. Quanto all' tmit adone,
pare che l Bulganno tocchi altro punto* ricercandofi, fecondo lui, per cofitd
importanza, che l imitano ne fia vn racconto di cofa ad altri, che al Poeta
attenuta ^ . Hier. Po Cubile ad auenir fi: ma auenuta no; perche farebbe
ht/lorta. fior. Hor non è eoli ragionerie, che l Poeta fa r appuntante altri,
& non già fe me defimo, ripugnando alla ragione l'cfere in vn tempo tsìeffo
imitante, & imitato ? Hìer. lo dico efier gabbo in queflo detto. Hor. Come?
Et quale imit adone può efier buona par lado fempre limo tato? Il Bulgarino a
ferma che non fa, che alcun buo Poeta / hab hia fatto, efiendo ciò contra le
regole dateci da Aristotile. Ne do pendo il Poeta interporre fuogiudicio nelle
cofe eh ei tr atta, per ^ che il Poeta e Poeta per l' imitadone ,6^ tato
maggiormente qua to piu imita . Ilche fa fen\a dubbio quando ei non parla in
per fona propria , & uà introducendo altri à parlare. Ma quando ei dà il
giudiciofuo, conuienedinecefsità che parli in per jo* Hier n io f non credo che
con ArWodle fi conuinca,che‘l Poeta no pota veflir fe ftefio
d'vnaltraperfonarapprefentando pur fe, come ha fatto Dante, poiché# Liricità
gli Elegiaci none Puntato. Et fittene che tìomero in Demodoco fe ftefo
rapprefentafe , & Euripide in Thefeo . Et Orpheo nell Argon aulica
eftrefamenU fia tMtnij fi ripone, & s induce à cantare II Petrarca ne Trio
phi,et Giouani Boccaccio nell’ amor fa t principali attori. Et sei Dialogo e ,
come fi tiene ^ dotti, un a poetica imit adone , tue le anioni, & le
difiute Phdofophice fi rapprefentano. che diremo di Boedo nella Co f lat '°? e
f U *>™r con tanta poefia,& imitatane rapprefenta fe SS I ' DI DANTE. 1
9 no che tilìe/o e lo fcrìttore, & poeta del Dialogo , & nel mede -
fimo Dialogo il dijpu tante , & rapprefentato ? H ora quefii vo+ qltam noi
credere che non habbtano veduto, ointefi Annotile* 0 pure non intendendo la
ragione , dr ingannando/; h abbi ano errato? Ne l'vno, ne l'altro chef dicejfe
5 probabile fi rende* rebbe. li or. Voi non rifondete alla ragione delimitante
, & dell imitato» che pare [Inngere afiai . liter. Io mi crede a ch'ella
fojfe atterrata con quefte induttioni : tut - tauia dico , che in Dan te fi
pofiono confiderare due perfine, C na del Poeta, et l’altra del
Philofi)pho,così come ancora in M or, co Tullio: perche il rapprefentato far a
la perjona del Phtlofi* pho,e'l rapprefentàte farà quella del Poeta, lì che vi
far a chia «* ro quando bene confidereste le tre Cantiche di tante effer rap
prefentationi d'attioni d’vnhuomo Philofopho : a cui non e dtfi die cu ole, che
interponga fuo giudtcto\pertenédo il giudicare prò priamente all' huomo
philofopho , dr al f apiente : Ó 1 tanto piu , quanto dal Bulgari no fi concede
H omero, (fio v'aggtungo t ir gtlio hauer giudttr*** «He volte » & hauere
interpofiata fin* tenfx fu a . ff or. Come dite voi , che l'attioni delle
Cantiche fieno Philofophicef Et dico anioni nel numero del più : perche a me
paiono tre , vna da altra didima \ fi che neceffariamente non fi pofiano dire
collegate , o dipendenti infieme : come che Ì Infèrno fi a vna da per [e fi
Purgatorio vn altra, & fimtlmente il Par adì fio: non ci vedendo ragione da
poterne coftitutre ai tutte tre argomen to, che pofia dir fi vn filo, come
vuole Art fi olile , che babbi a & principio, & rne^o , & fine . ff
ter. Voi non errate , Signor Horatio ; & quella farebbe la maggio* re
difficoltà , che vhaut/fi, quando volt fimo af, ermarc che ta le anione fojfe
vna ; fi bene il M inturno nella fu a Poetica con * tende di mostrarla tale',
io tengo eh” elle fieno treccone dite voi: delle quali eia fiuti a habbtajuo
principio, fuomezA (f/uofine . Et l' (fiere tra fi continue non m da mole sita
alcuna , poiché S colm 9ù RAG , IN DIFESA colf efiempio di buoni Poeti Greci
pofsiamo dimoììrare , che do far fi poffa . Hora che Cimitationefia d’attione
Philofophica,et tl Pigna [òpra la Poetica d‘ H or a tio al te (lo qu arante
fimo fet ti- mo tl dice j & neffiuno è, che noi veggia . Hor, Et pur
fecondo il Bulgarino (iva tuttauia fec ur amente negan do, che Dante meriti
lode alcuna dell’ bauer trattato in quell’o- pera così profondamele delle
fciè^e, et dell arti, come che douen . do tl Poeta parlare al popolo o per giou
are, o per dilettare , o per l’vno c t altro infume fi dee ingigliare di
parlare in modo, che almeno nella fiorila delle parole ,o vogliam dir nel (
enfio Ut ter a le fi a intefo : & non trapalare di tanta lunga la capacita
del- l’intelletto popolare , ne forfè anche douea trattarne tn verfi come
Poeta-.ma come Phtlofopho in prò fa, B ter. Quello che non fu riprefo da gli
antichi in Empedocle, in Ni- c andrò, in Arato ,& in altri Greci
Philofophtfhe le fienten^e lo ro alle volte fecero vdire in verfi accofìatifi
alla granita d’Ho- mero,& d’Hefiodo fonte dice Plutarchoffc ben
mifouiene)par landò de gli Oracoli Pithij,& in Lu ere tio fra Lati ni, non
m'ag- grada che Ifignor Bulgarino ripréda in Dantc.pcrche ne il ver fo, per che
ammetta le fciocche\z>c di Mar gite, et la battaglia de’ T opi et delle
Ranocchie è di fi picciol pregio, che no po(fa abbrac dare l’ al tisfima philofiphia.
Et co tutto ciò chi nella fcorz,a del le parole non intede Dante? Di quelli,
dico, a cut effo parla-. per che non vuo che prefupponiate, eh' ci parli al
popolo minuto , ó“ alla pUbe-, ma àgli (ludiofi-,co(ì come H omero à gli H
eroi, per in formar gU all' H eroica vita. Et de' Poeti non fi due egli, che
qua. [fi con vn altra lingua ci parlino ? Non per altro certo , fe non perche
non ad ognuno fi facciano intender e. Et fe Dante hauefi fe potutolo voluto
parlare anche più alto, non farebbe perciò da dirfi che hauejje trauiato dal
diritto fuo , foft e nenao la perfino, ch'eijoftene * y..w JJ or. Et qual
perfino fosliene egli? Bier. Del Phtlofopho contemplatiuo,Et come ifv.,. - 1
forre- Dì DAWft» * E onere foprd qu dioiche dice il Margoni» neltefiempio del
Piu J tore in conformità del Poeta:& quatofia vero , che in vna foU pittura
non fipoffa rapprefentare altro che vna fola attione:an chora che ciò fia (
come dice egli) di lunga confidar atione poco importante al predente
intendimento. ^ Hìer. Quello, che fi dica il Magoni intorno a ao,nopofio
indiamo* miperche mai non me venuto fatto di uedere gli fritti di que fio
valent'huomo tanto negli sìudt fcienttato & dotto , quanti nelle
ciuiliconuerfationi cortefe & gentilesche gentilifsimo ì & cor te fi
fimo da tutti che n hanopr attica fè conofciut orbene or* dtfio d'affermare
chefiaimportantifstmacofa,per la gran con faceuole\z,a che hanno la Pittura,
& la Poefia tnfieme, per ri- cetto del fine , anchora 'che peno differenti
nella m ater io, & nel modo dell' imitare-, come dice nella Gloria degli
Athentep P lu- tare ho. Et dico di più, che tf or atto nel fuo M ofìro della
Poetica 10 diede à vedere chiaramente : poiché vn fi fatto mofiro di va» rie
membra di fiordi, non può hauere vn anima folaghe e come la fauola nella
Poefiaine meno può hauerne varie , fecondo che bifoonerebbc-phe-U hanefic à
voler bene reggere e capo bum ano, ? , collo di de fìriero,c corpo Sveccilo, e
coda di ferpltefen\a che 011 antichi pur hebbero tal confideratione di vno
argomento fi- lo nella pittura >per quàto fi legge in Paufama nelle co fi
Athc- niefis nelle quali fa memoria di certa pittura ; onde fi mostra 7 he fio
hauere ordinata à gli Atheniefi vna certa ammmiflrd t ione di Republica
piaceuole y emanfueta', dicedo poco più oltre , che l'argomento Se fia
dipintura e vn Sbattimento a cauallo . Ma voi mi traportate di materia in
materia fen^a vn ordine al mondo:& mi troncate le cofe nel mefp. Bor. lo
feguo l'ordine della frittura del Bulganno\& fecondo che v~eqo ntdubbq dt'fuoi
detti, così ve ne cbieggio voi anchora:&^ an\t mi vagito delle proprie
parole fue. ht perche mi veggo gii* to a luoco,doue mi pare che fiate Saccordo
fico, mi contento di trapelarlo, quantunque io vhauefi qualche dubbio Bier .
Beh mi tr al afate, vi prego , in ognt modofiamo ottofi , & del v . , Z
torr » EATr^ìN- DTP ESA giorno afidi ci aua^a.-dr degli A [e oliatori ci veggo
le orecchie > egli animi molto fauoreuolt, & accommodati. H or. .Dante
nella fine dell'Inferno efee d riuedere le felle . E’I Bolga- tino dice? ch'ei
fornìfee vna anione . Ilier. Dice per mi» parere il vero . Hor. il che fu da
lui bentfsimo conofciuto , dado fi \ principio nel Pur gatono ad vna nuoua
Cantica, con nuoua inno catto ne . * Mier.Così dico anch'io: & v’aggiungo,
che in tutte tre quefie Canti che fi pii» in vn certo modo confide rare 3 come
i Grammatici in H omero del primo ver fio, dr dell’ultimo dell’ vna , &
dell’altra s fu a opera la fine fr la conclufione di ci afe un a delle tre
rapprc- Jentationi : poiché nell'ultimo ver fio dell'infèrno torna egli d ri
uedere le Velie . Nel Purgatorio fi troua puro , & difpofio falim re alle
(ielle. Et nel Paradifo volge il fuo defio l’ amor che muo - ue il fole, e l’
altre felle . oue le ite Ile pongono fempre fneaU Hot . Or quelle tre anioni ,
& viaggi no pofono in fua natura Piare, Ilier. In lor Natura vuol, fecondo
le fue regole, il Mutio che fi dica. Il or. Inmanicrache fipojfa dire , che
fieno tutti infume vna fola anione : ma fi bene tre attioni congiunte, e
collegate dalla vo- lontà del Poeta : non dipendendo neceffariamente , come da
ca- gione [uno dalf altro : dr non riguardando le cofe che in e fisi ac cajcano
ad vno iftefio fine . Ilier. Non fi negafeome ho detto )che fiano tre anioni,
continuate in gufa pero j he vna può (lare fen^a altra: ilche none vietato d
Poeti, per quanto me lecito di giudicare d me, da quello, che ne' buoni Poeti
antichi mi pare d'hauere ofieruato.perche lafcio fare i duo Edipi di Sophocle ,
& le Iphigenie d Euripide , che fi P°Jf im dire continuate nelle attioni
loro ( poiché chi voleffe ■ recitarle conueneuolmente, bifognerebbe pur
condurre in / cena prima quella d Aulide, & poi la T aurica )& dico
delle T rage - die dÈfchtlo , copofle fiotto nome di Prometheo ; che furono tre
; V na feparata da altrayna pero nelle fattole loro ordinate in gui Deb Dì
DANTE. if Hor . Deh vton ut tàglia A efplicare quefla cofa più chiaramente,
per* che non fe ne troua fe non vna di quefte anioni, , che è del Pro « metheo
legato al Caucafo . Hier. Douc te Japere,fe non per altro, per la lettione
almeno de' Dialo- gì di Luciano , che Prometheo da Poeti fi fìnge hauere
furatoti fòco celeste, & con effo dato la vita ad vn'huomo da lui forma* to
di terra: & per pena di tal furto cjfere flato legato al Cauca * fi, con vn
Aquila al coreiche l deuoraua. Di cui mofio a pietà * de H ercole fgliuol di
Gioue , vccifi colle freccie l’augello fi dice che lo fciolfe, è 'l fece libero
. H or. Mi fintene che già fino dieci anni, vidi recitarne in Bologna ito cafa
dell' lllufinfsimo Sig. Camillo Paleotto vna composta da voi, eh' era il
Prometheofciolto. Hier. Hor a delle tre compofie da Efchilo, la prima, & C
ultima ci fi- no perite : fola quella di me\o e viua . Et quando fi perdefifero
le due, non fi inquinarmi ; ben mi pare certa cofa, , che viuejfe- ro infino al
tempo di Piu tare ho . H or . Et donde potete voi trarre quell* c*r ***£(* * : Hier. Da P lutar eh o mède fimosi che della prima, ch'io
giudico fi chi a majfe il Prometheo rubai or e ( perche s' induce u a rubare il
foco celefìe)fa meni ione nel libro dell utilità, che de' nemici fi pren- de
recitando vn ver fi, che pofsiamo giudicare ejfer fatto dire da Prometheo advn
Satiro, che moffià diletto della beitela delfico non piu veduto da lui,fel
voleua abbracciare , & ba- ciare: & egli cofì dicendo
l'amoniJce.T(otyfosy\\it\M fyx'ni Siedi ffu 71 Kxiei tcóv dull^ivoucio viene à
dire, Satiro noi toccar guar- da ch’egli arde . Dell vltimo, che perauentura lo
Sciolto Cinti tolaua,giudico che faccia pur Cifieffo Plutarcho mellone al prin
apio della vita di Pompeo:douefi legge quello verfi . Ex9§s ir*- tpo's fx.01
tsto txtov Tt’xmche fi fingea pronùciarfi da Pr orni theo ad H ere ole fuo
liberatore, dicendo. 0 (Codiato padre ama- to figlio , per che nella feconda
chiaramente fi vede Gioue padre dH ercole befìemmiato, & ingiuriato da efo
Prometheo , H or. Si potrebbe forfè ben dire ciò ejfer lecito à Poeta Tragico ;
per « . che iS RAG . IN DIFESA che fecondo Ari fìotile, poche offendo le T
ragicc famiglie, a Poeti per far f largo il campo non Jì di fidi c a C
ampliarle dt tal manie raul che delle Comedie non auiene,oue e lecito al r oeta
dt finge te le fattole a fuo fenno. Benché ne quelle di Dante fono Come- die ,
come dice il Bulgarino , ma piu tofto Guazzabuglioni, & Ciabattoni di
lingue >di parole ,& di concetti. Voi fiate che* tocche ne dite? \ Hier.
Sto pi > fi. n do piu cofe:ne m‘ appongo à veruna, chi'l chiami con
quenon.t, xf che importino non io. Ben mi pare y che pof 'ano im portare cofa
di diffri\\o, & di viltà: che (è tale oper a coiai no^ pie f mentajì'e , mi
merauiglieret molto ch'ella fife vintila le ce tinaia de gli anni , Ó continuamene
in mano de' piu dotti , Ó* de' pi u letterati . Ma perche non fono elle Comi ed
te ? Hor. Perche (du e egli ) non fono Drammatico nella maniera, che ri -
chieggono le Comtedie : poiché in ef e (fefsifsime volte parla il Poeta : &
molte per fonc introdotte ut non fono necejfarie alla principale intenttone
d'effe. Uìer. y ri altra volta dite Dr amatice per vna fola m, direte bene
& propriamète alla ragion Greca. H ora ch’elle non pojfano cfe re Come die
, non efèndo Dr am atte e ; fi nega la confcguen^a. Ue ilrapprefentarfi y o non
rapprefèntarjì vna cofa ^fa ch'ella ftafo nanfa T ragedia , o Comedia
polarmente , o propriamente; perche Arili olile nella Poetica pur concede la
Tragedia in leg- gendo ef equine il carico fuo: ne perciò meno ragioneuolmcnte
Tragedia appellar fi: finalmente in Euftathio fi legge alcune particelle de'
poemi d" H omero ef ere fiate già recitate informa Dramatica:&
nondimeno H omero non ha perduto il fuo nome per guadagnarf ne C altro. Ma che
direfe voi , fe Monandro che fu pur Poeta Comico autore della Comedta nuoua ,
che per gtudicto de' dotti la riduffe à quella perfezione chef! vede lo- dataci
commendata in T er entio, ri baueffe fatto vna tale, par lata da Lui con
l'tnuocatione, chiamata la T batte ? JJor . Mt parrebbe, che hauefle ragione
Dante fi M azione , & Eoi, il ter. Leggete Fintar che nel libre (he fa
della ragione dell àj colta- , * retPoc* V £>7 DA N T .. W yet Vottt:&
vi trotterete fatta mentionecbiara di Mefiandro, del Prologo della fua T
baidcf? dell 'Inuocat ione della Mt*fa i» verfì. H or . indarno quefto efier
veromon fi negherà già da voijìè da nefi fan Ojche prop riamente parlando per
Comedia, farà, fempre ri f tefa atttone cittadine Jcà Dramattca . s oue fi
tratti cofa fra le ,vA\ perfine finza tnteruenìmento di Poeta, flier. Delle
voci lafcio ejfer Jolleciti à lor ferino gli Stoici : parche nel
miofauellaremijàppiafarc intendere .Fuo dir e, che non meno .và\\ chiamerò con
Dante al venteftmo deli inferno Tragedia Ì Enei de di V ir g, che^oema H
eroico, od' Ep opei co che vi vogliate di regnando ella t- tale , che ih
atrifipuo ridurre Da che non fio .tA\ Totano H or atip nella Poeticene Ari
fiorile altre sì, la doue dice, che H omero ne diede l'efiempio della Tragedia
nell' Iliada,& ne li Vlfiea, così come della Comedia nel Mar gite. • . V .
\ Uor. Prima che più oltre pafsiamo,faprci volontieri quale efiempìp di T
ragedia fa nell' V tifica: perche iiliada battendo il fine tut- to turbulento ,
& dogltofi per la morte dHettore , concedo che. Jta efiempìo dt Tragedia)
doue i vTtJfea colla fne tranquilla, &, confilata in Vlfie,che vinti,&
vccifi i Proci della moglierafi gode la cafa , & la vita in pace, mi fa
dubitare , che tal volt A. Ariflotile fògnafie aneti effo. fJier. Artfiorile
non fogno, Signore H orario ,ari%ì acutamente vide ^ & lofcrtffe parlando
d'Eurtpide^ ch'era ih quei tempi riprefi,.. che la maggior partefelle Tragedie
fuefojfiro di fne dolor ofi:^ & egli commendo quel Poeta , etici perciò
fojfe maggiormente T ragico : qua fi accenaffe ilPhilofipho di due maniere,
ejfer e le - T ragedie, Vna che la fine infelice s & dolor ofa haueffe:.
& que - fa la più lodata . Et Altra dalla fine lieta, e felice > la men
ledè ? ta. e luti auta C vna 3 e C altra cjfireda dirfi.Tragedia, \ iV .~» Hor.
Potrebbefi egli quejla inparagone di tjdella chiamare Criniti .- G mere tt t
agì jffB'/zisA ntiro , fecondo che l intende l'Autore-' de gli 'Adagi
-tettili**, Malora/» { dicendo l'Vlijfra batter prefiato gli argomenti deli 4
Comedu,et Illuda della Tragedia,per openione de dotti. Gran de nondimeno è /'
autoritàd'Artftvtde, acuì in dubbiose ome à .v* u . tìmonedinaue debbiamo
appigliarci. , *AvV.\v . v \\v ; * A Hor. Ufi nofrfeffe tl fuo detto per V
operadelMargitefarfe che pia al la fi cura fi potrebbe dire: tanto più » guanto
d'Homera fi tic* telette non fi a qiteH' opera . * Uier. Suida y Lv otaria
,& fan Rapita dicono che la compofe vn certo Pttraeo: mamh perao-kiaggiorf
ede pteflo lora\ che ad Arifi % della Poptca-fifù Piatite velli altro
Alcibiade, che cefi dicono» Hor. Wornon farebbe egli fiato meglio, fi.
Óantehauefle voluto-rap^ prefintare fi fìefa infine fie fut Comedie, , fihgerp
tl nome al\ /netto 1 JHier. Secondo il Cafleluetro coll ‘ ejfempiùide Greci ,dr
di buona par-. tede Latini Poeti sì : tua fecondo Dante non già . I veri nomi *
v»\ fallirti mrt,nont fremano fede, ne togltono lode poetica : an%i /iella
Tragedia. per. fritte nà{a d’ Ari fio nle, cosi come paiono ne-
Ctjfàripiprinetpaltycosì nella Comedu poterono parer c ottime di, enandto 1
proprq ,non fola à nostri Poeti, rna a molti de La firn anchoraifir quando dico
nomi propri/, intendo degli ufita ti ne' paefi noflr i 5 quali fi leggono in
Nonio del Paulo di Ne- fid', 7 L M arc tparc fii Vairone 1-che vuol dire il fer
nitore di « ,\W M agirti dopptuMarcOpurfie Ili fieffo , di cui fi cita quello.
Lbntu.es Marce s ha qualeeja. non i già da Hor alio biaf irti ala. itt queiwer
fi e. wvw^v-/^ * * ACi'JJt'mì'&SA r> ejfempì'ffì^eitirècon forteti.?- d'
animo fifn'àk fuèntuYÌ ,Ji Inai veniffiohe cadoffero irtnot. ffued Deus auertat
»> Si per dirla in una par da- * io tecg&cherat pèjie de dannati resini»
Irgli altri, ceni e à me, più còntentez,za 3 che pittade:an^i conte)»
)e{pitfin^a- pleiade j, pei effe rè perdatirofitierate^fafiiitiÀ to
ketè>ptMit1ieffè*'ifkèfip-ìèo'me ho' dentiti hefunmodq per fon» da T
ragedia,che come dice Cicerone della quarta Yufcolana ,\ 'Ùemoparric'tdr,dùe
proditori* fnpgikio rntfericordia comoue . • \ tur. Anft fai cdfi fimih à
quelli jfono, che nella Comedia ci ralle grano fomm amente in vedendo patire a
vecchi auari, à mere - vr ici, a ruffiani 3 à fidati del T ini a, et a
fimtlt;comeà tot per fini di rei co fiumi ragiòncuolmente àdiuenga ógni male .
>• . ti or. La fioria del Conte Vgo lino già non pajfa fuor dell! affetto
della come perii) più, & yuafi in tutti quei di Plauto fi vede .pure
non è fiat acotale vfinfi da .n\\ tutti r ice unta, come dianzi fi dicea de
Latini, & tanto meno da’ nostri Italiani. H or. Non confejjèrete almeno f
he he' ver fi egli babbi a grandemettì e fconucneuolmente errato ? conctojiache
fi alla Comcdta appo i' Grecite i Latini fu giudicato conuenitfi i G tambtcì,
coinè quel ìt, che nel comma naie ragionare più frequenti cadeano nella.’ bocca
de' parlanti ; della terza rima fra le migliaia non ne tro nere te vnocbe vi
cada \ il perche più fi le conuenia tlverfi fcioLto^cbe il cesi legato da rima.
\ -«.va ..uv.. .A -Y fi ter. Io non vu'o cotanto ejfire pertinace , ne opinato
in difender Dante, eh' io non conceda alcuna cofa perlo ragtoneuole. contro,
lui . Voi in quello dite bene , & dtte il vero, & fi nella lingua
volgare hautfifivn qualche verfo,cherifpondt[feptr proporr t ione al Giambico,
che voi dite sfaremmo d'accordo . Ma non battendone , giudico , che vi
contenterete , che Dante fi ne fila in ter\a rima, fin che venga alla luce il
ver fi della Co- media proprio . I fendo che non creda già io , che lo fi tolto
più che altro vi couuenga . il Giambico ( figliuol mio) non cu W era fra Latini
, & fra Greci commune all'bpopeia , come lo fiiplto nofiro : nel quale il
Infimo l’Italia fi a , e l Liniero li Alemanna compofi : ma la Comedia del
Giambico l’Epo- peia dell’ Efametrofi gode a . Hor. Non e già co fiume de'
buoni Poeti Comici di fare Inuocationi d 'Apolli ne, o delle Mufie: ne firfia
ragione , pofitache trattan- do efsi di cofi me\anc, & non di alte, non di
lungo tèmpo pa fi- fate , ne in lungo tipo ouenute, ma in brcue t come in vn di
na - v.A male i Digitized tìy ( V. D7 DANTE. . 1 / tur ale > o vogliavi dire
in vn atro di Sole fopra la tcrra^non ba- rn i Covuct hi fogno di Data proposta
à ciò per rammemorarle , o narrarle : poiché efsi fìngono che le cofe
adiuengano all bora, quando elle firapprefientano:& per questo meno hanno b
fogna di proporle :il che da Dante puf fifa in tutti tre i poemi. ■ • ’ \ li
ter. Deli Inuocatione s'e detto dianzi : & qui fi replica per rifpofÌA la T
haide di M cnandro . Della Mufa,fc noi crediamo a Vir+ gtlio ne' ver fi,che fa
de* trouati deile Mufc , pur ve riha vna particolare per le Comedte chiamata la
T balia , come per le Tragedie la Melpomene. Che ferfia deità poi fi re cita
(fiero alme nofiaurebbe di gran proua bi fogno : poiché nella feena Comi- ca
ttempìj fi fngeano, &fiponeano gli altari. Rtcor dateui in Ter enfio quel y
fumé Verbena s ex ara . Hor. Et v ha cofè anchora,ou' egli alle volte s abbuffa
tanto con lo fi ile ^ le dice fi vili 3 e plebee , che firn riputate indegne
ancho- ra della Comcdia. » v Nier . N on vuo, ne debbo negarlo: e credo che
Dante me defimo fe’l co. noficeJfie:& con fiommo giudtc io così vjàffie
nell Inferno: poiché trattando effio di per fio ne vili,& di rea fama quai
fono t dan- nati , disdice itole non fu 3 c he di filmili voci fi valefie non
filo per firuire alla /benanche da Grammatici è detta qua fi ob fee- na : ma
ettandio per la natura dell alt ione t (teff a Comica , che fecondo Ansio ttle
riceuetìe fuo accrefamento da P ballici . ; H or . Non auerrà già per quefto,
che Dante nel fuo parlare non rap pre fonti vrìbuomo,Cf vnaperfona di reo
cojlume : il che e dò troppo cattino ejfiempio . « v > . wj\ Nier. B
fognerebbe prouarlo: tuttauofta quando nell Inferno fi prò * uafe, non credo
che fof e male '.poi che in pr onerilo fi diccìCd fanti in chtefiy à fattola
co' ghiotti, &G louannì V illuni nelle. Croniche non to accula d altro ,
che di prefittitene per fiua fc lentia, & che mal fapeua conuerfire con
Làici : ma non ì già che l proceder fio in queflt poemi non fia d'ottimo Philo-
Jòpho) La cuì per fina s' hauea tolto a rapprefehtare. : > . vM Hor.
Aggiungeteci Sugar fa, à porre in Inferno altr ui, prima che ' * fia Digitized
t 24 EAG. IN DIFESA fi a morto, bìafimatorey& detrattore della patria
acerhifstmo, fenza punto batter rifletto a quei Cittadini, che pure e verifi-
Tìiileycbeve ne fojjiro de' buoni almanco vnpicciol numero , trouandofene d
ogni fattione anchora tra molti rei de' buoni . FJier, Fugge il Bugiardo
rendendo ragione , che i traditori commej ?o il tradimento yefc ano fubito di
quello mondo: e i lor corpi fieno mantenuti •viui da vn dimonio infimo
all'ultimo termine del- la •vita-, forfè argomentando ciò dal detto deli
Euangelio in Giu da, in cut entro il dimonio . A fuggire la detrai none , balìa
che per lo piu quei Cittadini fofjero rei , b etiandio ifoli Rettori creduti
maluagipcrche tali sintedono efiere i Cittadini, e i lor co/lumi, quale il
gouer nocche hanno. Leggete 1 ufiino a quefio pròpofito al trentefimo libro,
nel principio ; oue parla di T olo - meo Phtlopadre . ti or. Fafsi à credere
ageuolmente il Bulgarìno, che i dtfcorfì philofe phici conceduti alla Comedia
debbiano efere anzi morali , che altrimentc : tenendo per fermo, che fe la Come
dia apprefo Ari* jìophane, Eupohde 5 eCratino philofophaua 3 douejfe ciò fare
mode ftamentc, intelligibilmente, & per lo più d vna tal forte di morale
philofòphiax il perche foggiungcyegliyche fi dee credere , che dicendo
Neottolemo apprefo d' Ennio, che d lui era lecito phtlofopharejna poco :lo
dtcefie, come per fon a poetica, & no et me foldato eh' et fife : &
anchora fi può certo Ritmare, che Arifi olile riprendere Euripide dhauer feminato
per tuttala fua Menaltppa la Philofophia d: Anajfagor a , per efiere ciò
Jconueneuole in opera tale, & non per efierfi egltferuito in far - lo à'vna
donna : laquale fefofie fiata ripiena di fetenza , come da credere eh ella f
offe , poiché da efio fu intitolata fapiente, trouandofi in tutti i tempi delle
donne in ogni profefsione eccel lentiycb’ ella l’haueffe potuto fare, no deueua
apportarli btafimoy feruandofi da efio tn lei il decoro della perfionafe non in
quan- to fimile opera poetica non lo conceda . lì 'ter. Concorro nel parer di
quel gentiluomo nelle Comedie popolari*, ma nelle philofophice fio per la
materiato per la perfonafi dee procedere V&l&JKTE'i \ *JL froge derè
altrimente , come ne Dialoga di fiatone, che per det .^.W td et A tiene o nell'
unduefimo libro, & d Arisi olile nella Poetici fiotto nome d anione fi
contengono : & furono alle volte Dra - , matte amett recitati, fecondo P
lutar cho nclfettimo libro de' Ra gtonamentifimpofiaci . Ma alla
fuaconfidcrationc intorno al N e ottolemo d’ Ennio , mentre die ex he fi ' de
u.e credere , che non come faldato, ma come perfètta poetica egli cosi parlale
3 defi- .rAW dorerei Volentieri di patene approdare il. detto fino, come di
gen- tili] uomo dotto , & da bene : ma veggio di non potere ; poiché ; M. Tullio
nella feconda Tu fcolana al principio , doue d'efifo Ne ottolemo (duella , dice
quelle parole ; Sed in vita tamen oc ^ capata: atque vi N copto le mi tum .erat
Militari panca ipfa multum fepe profani . Qui par. à Ne ottolemo , come à
fidato concede il paco philofophare . Ma che diro della. M enalippa di
Euripide? ferto che Arifiottle riprende Eampide^non pefch^ iaucffeper tutta la
Tragedia f minato, la fhilofophia d'Anaf fidgera: ma perche hauejfe indulto
quclld’gpo.umetta. , chepen fialuare t fMOl pictioltmati (Jp.ofii nelle fiaUej
de ' buoi * dalla mote, te, che loro minaectuàa di dare.il padre di lei,
credenltfi quei, prodigtofament 4 eficre flati dalle vacche partoriti 3
dfputujfi^ fiottiimente fecohdo i dogmi d' Anafifagor a, che 1 fimi delle co fi
fojfero nell' aere: & che perciò non potè a queliti pficr prodigio . 4 ne
porte» taf moftro piu che naturai co fa, come fio aua da Dio-, nigi
H.alacarnajJeo fra Greci,etda farro ne fra Latini in qui Idriche fa delle cofe
della Pi illa ... Et tanto più , che appare ma nifesìamente Arifiottle. in
quel. loco riprendere il decoro nella per fon a rapprefentata dall'
Hfiìrionepe. i costumi non conuene ^ utilmente firuatt , battendo poco inan\i
detto . dwtt 0’1/x tov yuvouxì , tò eìvou, che quantunque colei fi fife dotta,
é per così dt?e ppififipfaa , nondimenoperche nonfifir ,-y. .\ udita il decorp
delle Donl\elle sn vniuer fiale., che, non fono l'lulp. fipkth.
ragmieuolmenttfi riprende : perche I4 Toejiat» qu«d&Ì fio figuirc
Vniuerfale conuiene colla philofiphia ; cerne dice Aristotile,» .^ . v..,#,
a.,-.'*... «. wu; „ D Dante I* RAGV1S DIFESA S or. piante s* afferma effere vn
mare dt fcienfa, & far er ranetta Phtlofophia, noti fi potendo dure(
fecondo l'autorità dArifìoti* le) che l' Anima te ma, ami, odq, fieri, od babbi
a alcuno affetto Jìmile i ma fi bene che tutte quefle fieno operazioni del
compo- fio , cioè dell'huomo : fi che ne anche in queflo verrà egli ( per mio
credere jfeufato à baitanfa . Voi nulla rifondete ? Hier. H omero nell' un die
e fimo dell'Vlifiea , & Virgilio nel J esiodei Eneide vi ri fponder annaffi
nelle loro anime Jieno firnili affetti • Per bora noi vu'o dir io . H or .
Nelle Comparationi egli è non poco di viltà riprefo , & di bafi. ffeffa m
alcuna et efie. Et ma fi imamente in quella. i Di pan , come Buoi che vanno a
giogo • > Andana io con quell'anima care a '• a 5 • * Fin che'l fofierfe il
dolce Pedagogo. Che per coni* ìo della bafiefpa fu a, delle parole, del modo
vile ; per le quali? 6 nel quale ella viene efprefa, e giufi amente riprefa in
Dan-* te: il quale non può feufarfi coll' e fi empio dH omero , di Virgin Ito ,
del Petrarca , & d altri: fi perche quando nell' iflefio modo l'haueficro
vffàte, non fanan fèn^a biafino; fi anche perche ai tempo loro > e
particolarmente d H omero , & forfè di Vtrg.po- teano quegli animali non
efier tenuti così vili ; come hoggi fi tengonopòiche ci e fatto fede da fedeli
ferii loriche dagli Egli tij i buoi furono adorati per Dei : & che da
alcuni popoli fi ve - taua l' ve rider gli, come vtilifsimi al genere
humano,per ca- gione deli Agricoltura. Ma quello, che piu importa , i predetti
Poeti l' aggrandiu ano con parole alte, e magnifiche, & toglie a no in
buona parte loro la viltà ,& la bafiezfia , che portano naturalmentofeco :
così come fece il Petrarca quando difie . . ' Veggio la fera i Buoi tornare
ficiotti. H ter. Tutta la for\a di que fio argomentare contrala comparatione
giudico che fi a-, perche e pr e fa da vile animale, per quanto fuo- naho le
parolr. il che s‘ io prouero non effer vero mamfefìamen - te. non mi darete voi
l‘herba,& vi chiamarete vinto ì Sor. So che V or ronc ne' fu oi libri
dellefacende della V ilU commen- ' 5tV.\vÌ“ Ck " \ ~ da l Digitiz *» 2)7
TrAN-rtì \ *7. da molto in vn capitolo particolare il Bue •' ma t importuni
.\..W ftàneipronarfo ,che a tempi Aofiri egli fia fatiche cofiìa W% tende tl
Bulgarini • s . . Hier. Vico thè vuo provare a nofiri\tepi i buoi eferein
prez*$ viag . giore,che al tempo di Varron$, . 'j .a.v v. . J. * '4 D a Promi » Hier h or .
hier hor. Hier hor. Hier, Sì R AG-? nT-W V X SA . Tr orni filo : & tjuafi mcravfcito dt mente . Ma
ditemi i puf /tiene egli d‘ batter mai letto tu Nomo Marcelle , quanto fi v4\
leffie la pecora appo i Romani ? . \ uve . , \\ ^ ws\ fi 'ho piìt dvnavotta •:
ma vi prendete voi giti oc» .*•. V\W di me per Dio? che hanno da fiore pecore
con buoi? . .m. ; v» .fióri giuoco certo : , 'Ea pecora vn deca fi e, cioè
dieci afri s' apprefffaua , e' l bue vn Xfritvjfe-, contea dire cento afsf \wa
. \ > v . •. «>u . Adunque per ragione di propor tione vn bue valeua
tónto, qua tó dieci pecore s Et nella qtushtia fommutatiua Jì pattano fcam , bi
are dieci pecore in vn bue * fiera chi è tanto pa\go ne tempi rio Artiche
d'unfuo bue fiaceffe tal. cambio ? , )Vl Et col Bue scappo andrem
cacciando l'aura . Et ^.yuvù 'ricuòcio coitvn Bue ‘fopp.ojn fermo-, &
lento. AAeracemen* teè mi parere he nonpóirebbe mirar fine in atto , ne in
pittura lapin vH'e,rrehc.ola,& (o%a co/adf. qdefia io, fin Poe taceri nato
dollaro cidvaro al ì»lto ,adobbato diporporea toga infing d tallone, à cavallo
d’ut? hue fi or piato,, dare delfifironi al fiad co, per metterlo ir? taccia
gii per vp prato . Ma non piìt oltre vtprego h omero dunque vi parrebbe d'kauer
fatto peggio nel v ^ la comparano uè d afino ad Aiace, effendo piu affai vfle
anima le quello, che quello . Et pur cQtak. campar ottone da, fiutar* s, CS f«f
X. M Dkjitized \ DI DA'NTE. * Mf cho nel fko tì omero come bellifsima, e
ingenio fifsima co menda \a fi vede) che che (e ne dica nella fu a Poetica il
Mutio.et a me quantunque vòlte m’auien di leggerla , fommametc diletta . ffor.
Ne ptcciol diletto pare anche a rne d'hauer pre fi di tal difcor - fi: figutamo
dunque l’ altre comparattoni , dr.ventqmoà quelrx la d'huomini ad huomìrit
intorno alle attioni per fimigliari\a. di attieni d’huomini ad attioni
d'huomini: come quella di Lia *. dr M et alda al veutottejìmo del Purgatorio ,
che fi rende poco ingegno fa ,f'e non difetto fa, ff ter. Maielda fi volge a
Dante con quella leggiadrìa, che in atto vfa donna , che danfi: la quale Compar
atione à me non fembra in grata ; non piu perche tutti i buoni Poeti fono
frequcntifsimi • tn fi fatte Compar ationi , come V trg. nell Eneide la fa dal
fa - uio, che queta i rornori del Popolo a Nettuno, che tranquilla il mare:
& di Diana tra i C bori, delle Nimphe a Dtdune , & aU 1 trouè del P a
fiore a P adante ^ che perche t maestri di Ritorte* parlando delle compar
ationi non fogliano, biafimare già: frulli campar ationi per fonali , an^inon
confiderano piu Jfeffi altre, che qnefte, .Vedete T heòne , & potrete chiariruene:
& ci'o non fin va gran ragione. Perche fendo la cip arai ione vna cufiche
ce ne coslttuifce vri altra . da noi cono fi iuta , ad aqua le ri fpon- da per.
pr, operitene quello di che parliamo, fa bi fogno che vhah bia vn certo
paffagio , che da Greci i$,che lucerna per quella fi fatta ragione; no min duco
facilmente à crederlo', polche appo i Greci tanto vale quel la par ola , quanto
que ff altra appo noi ; con quella pu\za del fumo > & dell’olio: fiche
con qui Ila voce tardo r appr e fen ta- na ; irg.-à fuot tutte que fi e coqtf
offe, quanto bautfie -detto Lti, cerna . & quando. Scruto in quelfoco nota,
laudando il giudi- ciò Digitizec VA .•vA\ Va. P( JD4NTE. 3 t ■fio di Vìrg.ché
non habbiavfato la voce Latina pìùtoRo,che 4* Greca , credo che rif guardi
ansila bajfe\z,a della voce, che le circostante , & conditioni accidentali
della cofa,in quel modo c he altroue pur fi vede ch'ejjb Poeta non fi guardò di
rap prefentare nel Lychno il fumo, e l untume , & lafo^a figura del fingo
nel primo della Geòrgie a : laquale con maggiore cu- ra fu da e (fio à
perfezione condutla; onde Ha merito d ejjer poi per la fua eccellenza fia Greci
nella loro lingua rtuolta , come narra S uida, Dicendo adunque V ir g % Putres
c onere fiere fungos ; mi pare, che della pu tre dine de finghi del Lucignolo
non pojja venire ne al nafo, ne a gliocchi viltà, ne odore che fia buono, ne
grato . Che la Lucer-, nafta (tormento principalmente di cucina, altrettanto
dirò del Lychuo, quando ciò fia pur vero, ne so come il mio Maritale vel concedejje
. I Uufirem cum tota meis conuiuia flammis T otfygeram Myxos vna lucerna vocor
. H or. S e voi ben faluasìe mille volte, e più la cofa della Lucerna non far a
già che pò filate difenderlo ch‘ Ei non fia Rato licentiofo troppo intorno
allafauella, vfando voci forche , dure,& vec- chie, formandone delle none ,
accorciandone , mutandone , (fi* lungandone, vfando delle pedantefche,&
delle barbare di qual fi voglia linguaggio ,& tramettendo fuor dognef empio
tra ver fi volgari de verfi latini ,cr d'altri idiomi : ile he do uria cjfere
baReuolc à condennarlo come di confefsione di bocca propria . ffier. Il
Petrarca quando in vn fonetto diffe . Ennio di quel canto ruuido carme Di
quefi' altro io ; potea più tofio dirlo in vn certo mo- do di' Dantesche dijè :
perche io foglio dire 3 che Dantee Rato l Ennio de tempi, et della lingua noRra
; offendo egli fiorito nel pargoleggiare , an\i nel primo na fiere d' e (fa :
intorno à cui tro- ttò i pruni, & le ftluatichefe tutte{; delle quali ne
gli fterpi era impofibile che nonne rimanejfero etiandio infinite ; perche in v
' '* ' alta f* XAG . IN t)IFFSA alto erano pullulate per ficcarla, come dal T
he foretto di fìt Brunetto per certi fragmentìj he fe ne trouano , cor.ofcer fi
piti te , ouejon quafi tutte voci dure , barbare , Straniere 5 e ranci- de. H
ora fi la feuer a antichità Romana perdono ad Ennio la fua ruuidefpa^&ji
and'o facendo la fctelta del buonojion da » nandolo pero per lo cattino-, non
deuremo noi fu [are almeno , fe non t oberar e tl no [Irò Dante, che non intefe
ad altro mai, fe non à gl ou arci sì nella lingua,& nelle voci, come nelle
cofe,et nelle fetente, hauèdolo tnjcn, e i dotti , e valit huomint padrt no fri
et tollerato , e / cu fato ? Et fei Romani ( come dice Plutar- choinNuma
pompilto ) da principio me fcolauano le voci Gre ce con le Latine , molto piu
che non faceanu dopò licentiofa - mente-, perche no deurà ejjere J, iato lecito
a gli Scrittori antichi vostri di fare altrettanto colle voci della lingua
Latina , che è pur madre di quefla ? ' Il or. Adunque doneremo abbracciare così
fatte voci per quefto rtf petto ? io per me non leggo mai Dante sì
volentteri,che non in- toppi bene J[eJfo con mal gusto, oue le trouo. ' ' \
Hier. Se m'hauete bene tntefo nel detto di Plutarchó, volli feufar Da te,&
non già farlo duce da ejfer feguito ; H ora v aggiungo fe v condo iUonfglio di
Feflo Pompeo tn fimtlt voci latine antiche , che douremmo più tofto non quafi
uitiofè riprenderle-, ma come testimoni della reuerenda antichi tate
rejigtofamente (per cofi dire) ammirarle-, cioè non toccarle , & quell
altre in nostro •vjo volgerle. Et che fapete voi che.talhora tempi non vengano,
che ò parte , ò tutte rtceuendo le approuino ? il tempo , & l'ufo (fgltuol
mio) ripr otta le approuate talhora , & talhora.le riprouate approua -,
dicono i dotti, 1 anto vuo hauer detto delle [ir antere anchora d' altre
lingue, & d'altri paefi. Confi- derate quello che nel Cratylo dice Platone
della voce niìf. appo i Greci : che fè come [ir antera ributtata fi fojfe,
quante voci con cfacompofìe, belle, vaghe , c nobili fi Jartbbono perdute ? con
tuttoché come ferme A thè neo gli Attici abhorrijfero grande- mente d'vjare
altre voci , che le loro natie . come fi poteano trarre giamai ? A primi
troppo grand obligo del bene- ficio fi deue , & altresì troppo grande fi
ufa della fionnolen • z,a, & de' tra fc or fi . Hor, Come ? Adunque
/buferete Plauto in molti luochi perle voci fio Afe, horride } efeabrofi :
& nel Fenolo mafsimamente , che habbia fatto parlare quel Carthaginefi in
fua lingua non intc fa, ne conofiiuta dagli fpet taton ? Hier, Seti ferollo : e
prejfo che non difsi , ammir crollo per buonifsimo Poeta Comico,& nel fuo
genere mirabile . Hor, Che direte? Noci fono di molti che noli' accettano per
degno del nome di Poeta? hauedo egli fallato in molti luoghi, che farebbe lungo
il narrargli adefo : onde à ragione fu detto da H oratio . At nostri Proaui
Plautino s & numeros , et Laudauere fales } nimium patienter vtrunque Ne
die am Hulte mirati , Hier.Non mi fouiene che fi a gli antichi Critici dal nome
del Poeta sefiluda Plauto: fo bene che ISedigito vel ripone , & Varrò* nc
fece delle fue Comedie bella, & diletteuole cenfura . Et M. T ulliogran
maeflro, & artefice de' fall 3 & degli fcher^t , & motti, nel primo
libro de gli Vfficij fuoi tiene con tra H oratio ■mcrauigliof amente , dicendo
, Duplex omnino eli aocandt ge~ u E nus s* RAG. IN DIFESA nus. V num
illiberale, petulans , flagitiofum , oh fi e num : alte ■- rum degan s,
vrbanum, mgcmofum, facctunr, quo genere non invdo Plautus nofier , & Al tic
orti antiqua Cornee dia ; fid ella philofophorum Socraticorurn libri refe)- ti
funi . Hor t ìlluacomepalefe ,& la di uerfità fra questi due v alenò huo-
mini ; ma vi defidererei /intenda piana fopra . Hier^Ft io con molti altri la
Ufi io nel me\o per bora , rimettendomi a quanto nhoficrittofrà le mie c lande
fopra H or atto : tuttauta dico, che non credo valere quefta configurila .
Plauto fi dan- na ne' fiali, adunque non e Poeta : perche quantunque la fin-
tenzat, & le parole fi rich leggano alla Poefia : nondimeno l' imi tatione
fa il Poeta. H aurei ben vaghezza grande, che mi fi fi fièro palefiati quei
molti luochi, che è lungo à raccontargli adefio j od egli habbia fialUto :
chefie fofiero molti , cioè due,b tre > fecondo la fiofitione de' leggi fi i
iNon ego paueis offe nd or maculù,mafi infiniti,come pare che s' decenni jni
merauiglie ret, che in tanti annido fi nefioffi fatto da' Cenfiort memoria . U
or. Se fio (le fiatto fpettatore di Come di a, che voi non intenderle, vi fìier
c. . „ , . . . . , _ . , H or. Ne piu, ne meno far elle a Plauto nel Penalo,
metre induce colui sparlar Carthaginefefi quella lingua no era al fuo tepo in
mo •do nota al popolo dt Roma ? dò ella doueffe facilmente da i piu e fi fiere
tntefiapehe altrimcte farebbe fiata vnafciocchez,&a il far parlare colui
ferina introdurre vri altro, come in parte fi fa, che J> interprete la die
hiar affi .poiché haurebbe offufeato il cocetto della fauola, col no effere
tute fa dagli afioltàti,et da lettori de fiuoi tepi.Et in mdte parole che da
lui fi parlano Carthagìncfi, vi s‘ introduce Iinterprete,che fico parla a
dichiararlo. Diche fi vegga il Piccolomwi fopra la partteella fettima della
Poetica. Nìer.- Non ho letto, per cominciare dall ultimo, fien^a mia gran me-
rauigltapfu volte fopra quella particella il Piccolomint: et non mi è parato
macche dica cofia quitti > che contenga con Plau- to ? DJ DANTE: ' ~ ì* lo
per cónto di quel Carthaginefe , mentre Ì appella pi uveite prigioniero :
perche à me non pare che fi pofifa pervadere in lo co alcuno di quella
Comedta,che colui fi a prigioniero ; anTfi i id per tutto libero , &
fecondo i coliumt ltberali,fi nel rinfaccia - re la federatela à quelferuofii
nel dare la tejftra ho [pitale, fi nelcondur fico famiglia coll' anella all'
orecchie , come nel refii- tutre la h eredità al nipote, & finalmente nell'
ejfere per padre, %io, e Signore ricono fi tuto dalle figlie , dal nipote ,
& dalla balia,finz,a fare mentione di fu a prigioni a, o ne pure vn tanti-
no deplorare la mi firia della cattiuttà fitta : onde conchiudo fi che'l
Piccolomini, mentre firiuea quella particella non hauefife ben bene riueduto
Plauto t dr ansi hauefife equiuocato dal Peno lo à i Capi iui, o chi hebbe cura
di Rampare i fuoi fcritti, mala- mente gli coptafifie . Ne io porto openione ,
che quelle parole non hauefiferodafare altro effètto , cheindicio di colui, che
fofife Africano ; perche a ti' halite egli era à fufficiensa manififlo,co me il
conobbe quel fimo. 1 1 perche fi è Lttoco alle coietture, ere do io che
necefifario fife difiauellare così à quei fier ut, onero co- pagni fuoi, eh' è
i fico me nau acquali verifimilmente non inten defifiro altra lingua, che la
loro . Il che fi pub conofiere in quel giouanetto , che nel riconofier della
ballale he era fina madre, le fece il faluto , che fu rendutoli da lei in
lingua Africana . Uor, Che volete voi 3 che in quelfioliloquio poiefife
l’Africano dire , che non fofife bifigno a gli Jpcttatori di fapere ? Hter. Per
contettur adiro, che r molto a fimi fuoi douea narrar il lo co, il tempo, &
la ragione dell' hofpitahtà fu a in A t bene così co- me fi vede , poiché
mutata lingua , faluto gli Dei , & le Dee di quella Città jon quelle altre
cofe che figuono . //or. il dialogo dell' ìnterpretatione del fimo non fu egli
necefifario per intelligenza della fauola à glifipettatori ? H ier. Per lo ri
fi , & per lo gioco jv , ma per altro no : perche fin fi- Curo , che quel
fimo non ne intendere vna marcia [ir asfa: & che quando difife. Nullus meli
hodie Peenus Punior , Se bene è firitto Pu* E 2 nior. $£ R AG.. \TÌT DIPESA ni
or , veracemente fi die effe Penior ; fchèr'fando all' ufanzai Plautina foco
bone (t amente , col beffare in tal gufa il patron fuo^com'cra ( olito . Hor.
Per quale (Ir oda mi farete credibile, ch'ei non ne fapeffe vna marcia (Ir
alfa, fé pur fi vede che l'interpreta ? Hier. Non vi gabbate quando leggete
quel Dialogo : an^i attendete bene tre cofe : & vifgannerete . La primate
he quel fcruo in~ ter pr et a le voci Africane per fimiglianzui , come quel Palum
erga deciba ; PaLs, & mergas datas , che a partito niuno può fiarc -, come
vdtrete. La feconda e, che quel Carthaginefe non e rapprefentato fe non huomo
grane, & di riputattone : & per quello non s'ha da credere, che
veramente recaffe mercantia fico di quelle fe toc c beffe 3 che il feruo dice
,c he recaua ; ne che meno egli voleffe farfi riporre fiotto vna Graticcia
carca di mol te pietre 3 per efferui vccifo. baiata manifefia . La ter\a ì che.
alla fine quel feruo non li fouenendo piu oltre wterpretatione temerariamente^
come l' altre ^er burlare ilpatrone^chiaro con fefia di non ne faper piu. Il
che farebbe (lato falfo 3 & contro, quello , che prima hauea detto ,che
neffuno era piu Peno di lui . Giungeteci la quarta, che fuor del deuere il
Carthaginefe adi * ». rato fi mofirerebbe col feruo, fe diritta, & buona
interpreta - ttone battuto haueffero le par ole. Chi haurà meglio da parteci-
parne gli (ìudtofì } ioli ne hauro ferina inutdia > gratta allegra , dr
immortale . II or. infimo adhora io ne rimango fatisfattifsimo : ma negherete
voi almeno, che quefii poemi di Dante fieno Epifodici , ne con~> tengano
concetto, che fi poffa tenere à mente in v rigiro di me mona ? fìier. Che tutta
(opera di Dante fìa piena più che altro Poema et Epi fodij , dr che in vn giro
di memoria comprendere non fi poffa, tengo da itoi : ma che femplicernente
Eptfodica chiamar fi deb - bia, non vi concedo facile . Perche Epifodica tengo
io quella fa uola, i cui Ept fodij fono malamente comefsi, & conncfsi.-qua*
l( e per attentar et il (luto d’Arifiophane la doue a Cremilo fat • T>T
DANTE.’'. to ricco quella turba (Camici fiambieualmente fanno feda: parendomi
quella vna riempitura per aggrandire la fauola i Così anche il Prornetheo
legato et Efchilo per gli Epifodj del* Co ce ano , della figliuola et' I n ac
ho, (fi di Mercurio . Ne meno il pianto delle Donne T rotane nell' l li ada ;
cioè dico 3 confideran- do quella parte di per fi, che oue il rimanente così
fojfe in te fu * to spermio credere farebbe la fauola Eptfidica> & vi t
io fa. Ma' in Dante fono ordini nell'Inferno di Cerchi , (fi di Bolge per le-
pene de' dannati : le quali chi terrà à memoria 3 terra inferno à memoria tutto
l'Inferno , & le pene ,& il contenuto (Cefo • Altrettanto dico del
Purgatorio , (fi del P ar a di fo . Hor. Nel Paradifo per la collocar ione de'
c teli fi cui variamente da gli ' finitori fi tiene openione, Dante non fi
lauda. Hier. Affai bafta à Dantesche fi non i più tengono feco, almeno qual che
vno dedotti , & degli feienttati vi s'accordi . Ma à me pa re , che tale
ordine communalmente sì tenga e fere il verace. Hor. Impofsibilemipare in vn
giro di memoria poter fi tnchtudere tante, & fi varie cofe con tutti gli
ordmi,che mi ci fingete : (fi cotanto mi ci confondo 3 che nefin^a il libro in
manofaprei dire che vada prtma,& che poi. Hier . In vn giro di memoria
inchiuderfi vna co fa , non vuol dire col le cir confi anzefue 3 ma il
principale argomento fuo in poche parole accolto , che per cagione d' ef empio
, fi volete l'anione dell’ Inferno, potete così dire. Vn valor ofi
Philofophodatofi alla contemplatione della vitiofa vita humana , fiende al
compi- mento delle feci d'effa 3 (fi di cerchio in cerchio ,& di Bolgia in
Bolgia riguardando^ vede l'infelicitadi , oue cadono i vitto- fi : dalle quali
partendole ne ritorna à migliore contemplano ne. T utto quello , che tra quefii
due termini s' inchiude fon » Eptfodij necejfari alla fauola 3 non bifognofi dt
riporre nella me- moria in vniuerfale,fi non quanto l'huomo tiene vaghezza di
fapere qual pena à neghttofi fi venga, & quale d ruffiani^ v furari,
&fimili. Hor. Il principio fr la fine riconofioi ma il me^o non già. Il „ .
H RAG. IN DIFESA H ifiv* t il me %o deli' 1 nferno ( quanto aliamone ) à punto
e nel canto dì ctfetteJimO) doue Geno ne tragitta Dante à Male bolge, che sì co
tue ne Ile Come die Dramatice maggiori nel mez,o fi veggiono le turbulentie ,
così quiui à Dante le paure [accedono si da Ge rione , c ome da' demonij : e
ftudiofamente credo io, che la facete cotale egli , poiché della Cantica quello
è pur il n^e^o : e tutta la prima parte infimo à Gerione è partita in cerchi
,& da Ge - none a Lucifero in Bolge . Si che qualunque 'vorrà ri ducer lo
fi alla memoria per conto de gli Epifodq, potrà bene auer tire gli ordini de
cerchi , dr quai dannati contenga ciafcheduno d efsi infino à Gerione, dr da
Gerione à Lucifero quante Bolgie 3 dr quai peccatori h abbia ciaf una Bolgia :
dr di tal maniera con ageuoleffa farà compiaciuto . Hor. Ammet tanfi tali
ordini à fuofenno cofìituiti nell'Inferno , & nel Purgatorio : ma nel Par
adì fo Cordine de Cieli da pochi co nofciuto , & fi à quei pochi di qualche
controuerfia,non giudi - cocche debbia generare altro che confufione . H ier .
Dianzi di fisi , che bailo à Dante che v'haueffe openione d altri per fesche la
cofagiacejfe di quella maniera', dr così vi replico ; perche fecondo Ari fi. ne
II a Poetica affai vien difefo il Poeta,oue può dir e, che tale era la fama, e
così fi dice a. Hor. Grande 'federatela 3 dr di reo ejfempio fi giudica quella
imi- tai ione , che al vwticinquefimo canto dell'Inferno s induce: Vanni Fucci
la droghe fquatra vergognofamente le dita in al- to alla Di uina maefta, come
in di [pr elfo. Hier. E'ifa bene anche punire del delitto . Hor. Non bafla :
perche in prouerbiofi fuol dire . Non fi vuol prima fenrc,cpoi porre le chiare:
& la penitenza , che fegli dà , non è equiualente alla federatela commejfa.
Hier. Mi fouiene delle leggi di Dracone, che per qual fi voglia delit- to,
ògraue, ò leggiero che fifojfe , fiaccano pena la morte ,• come che a heui non
fife co fa piu heue di quella , & altrettanto à graui piu grauc . Così dirò
di quella della dannatione , & del cruccio eterno, doue beffino e piu graue
. Quanto al prouer- ' - DI DANTE. j, ho del ferire, e porre le chiare , poco mi
pare à tcmpo( perdoni, mi quelgentilhuomo si virtuofo , & sì da bene , che
1‘ induce ) poiché iui non fi tratta d' ammendaremo di fan are piaga; così come
ne anche di penitenza, non ejfendo loco la giù a peniten- za veruna . H° r * Si
giudica per lo meno, che Dante li faccia far cofa 3 cbe non pa. re c he da i
dannati , fe ben Ji dicono beflemmiare Iddio 3 ne an chedadimomj iftefsi
pojfaageuolmente far fi ; parendo tnvn certo modo, che fìa (olleuamento di
dolore t Idi fregiar colui in qualche parte, da cui tu fi a punito per tuo
qualche demerto ; mostrando in ciò d' apprezzar poco la punitione : il che
nell' In- ferno none verifimile che auenga. Mer,Se fi riprende nel Poeta l'
ìmitatione della beilemmia nella per- fòna d'vn be/ìemmtatore, quale e il
danaio ; oue quel tale o per habitofoper affètto pa tale , malamente fi
riprende : perche Ho mero etiandio non è riprefa, che nel terfo dell’ ili ad a
Aiace, & altresì nel terfo dell'Vliffèa T elemacho h abbia indulti poco
pietofi verfo gli Dei, facendo quefio adirato, & quel furiofo . •Ne
parimente Dante farà da riprendere facendo colui danna- •io , Conciofi 'ache i
dannati fon dettibeftemmtare continuarne te la di u in a M aefià , in quel più
borrendo modo } che da loro fi poffa . N è qui importa 3 che pi ùfia beftemmta
di parole , che di geftv. che tutte fono ad vn modo horribilmente »raui . Ne ut
s ha da /limare alleggerimento ( come dice il Stg. Bulgarino ) di dohre ;
perche il dolore à tutti in quel luoco è fommo, & in- finito . Souengaui di
quello , che dicono i Poeti 3 cioè che perpe- tuo vi corre il fumé Acheronte ,
che vuol dire (enfi lentia, » cotenteffa;che fc vi prefupponefsimo
alleggerimento nè far eh be eterno , & infinito, nè fènfa parte di lentia .
Nè quelle ce- fi prendono la mtfura , chele noftre fi à noi .• onde fe altro vi
rimane , figuite . Hor. Molte altre co fi u' ho vedute, che non mene fouiene
:& per di re ilveroqton le ho accolte nella memori adorne quelle: le quali
per miofinno, lafofianft fono delle importanti . Sol mi rima - r A o RAG. IN
DIFESA ne, che’l Signor Bulgarini vi dejìdera , che L M ditone dea la rifiofia
all’autorità di Platone, che fcaccia la Poefia,epoe ti dalla Re pub. fu a .
Bier. La Repub lic a di Platone , per tefiimonio di Plutarco pianto fu
giudicata in quei tempi auflera , che da Rettori delle Citta- Ai non volle mai
e fere nceuuta . Ma quando auenijfi mai ch’ella pur fife nceuuta , &
ofèruata , direi allhora, che da^ lui fi danna la Poefia in quello i (le (fio
tempo , ch'egli fiommame tc la commenda : poich’egli infegna pur quelle fue
leggi per me della Pocfia,& coll imi lattone poetica, che e il Dialogo.
Bor. Debbiamo noi credere, che (e quefte cofe , che detto hauete , o dal Signor
Celfo Bargagli, che in parte da voi le ha vdite , oue ro da qualche vn altro di
noi, in qual Ji voglia modo per uenifi fero alle orecchie del S. Bulgartnofe
leprendejfe in bene . Bter. Perche no? Bor. che fio io ? E fono alle volte
certi huominì cotanto amanti di fe fiefsi , & delle opinioni (ite, che an\i
che darne vna vinta all’auerfiario, fi conducono à dire, e fare cofe da pazzo :
come quelli fc bermi dori , che fendo fouerchiati , la (ciano (lare il gi- uoco
dell’ arte, & fi conducono alla cieca dijperatamente, ar an- dellando la
fpada , à colpire . Bier. Et io fono vn di quelli, che al primo colpo mi
ritirerei, lafciado che ogni uno nel f inno , & nel (enfio (ito abondaffie
perche attuiti mo il tempo approua il meglio } figliuol mio . Bene he tra c ole
fi i tali non ripongo già io il Signor Bulgarino’.il quale, come inten do ,e
gentiluomo di belle creante, di costumi nobili , C“ di let- tere non vulgari,ne
plebee : onde vuo credere, che le mitre ri- fpofìe egli fi a per fempre in
buona parte ammettere , corregge n do finceramete ogni tr afe or fi fuo per
amore della Verità ; cosi .come io col Stg.Maffpnt cadutamente prometto di far
e, oue co nofiero d’hauer prefo errore, che pur rnifia dimoftro da altri ,
‘lodandone , & ringraziandone l' autore , & l’ apri t or e del ve ro :
& amare, & nuerire con voce viua,-& con pernia qual fi voglia hu
omo , *hc in ciò beneficio mi faccia'. perche di bramq * » d'imparare DI
LAXrt'é 4* et imparare nò» invidio neffuno : così come dì lettirt,& di fa -
fere fimo, e credo che molti, e molti mi vadano inan^i • I L Signor Celfo
Bargagli gentilhuomo Sanefe,& lettore alla prima Catedra di legge nello
Hudio di Macerata , mi diede ncmefi pajfati vn libro del S. Belifario Bulgarmi
stampato in Siena, tn rijpojìa di quelle cofe } che'l molto Ecc. Sig. I ac omo
Mazzoni hauea diuolgatt in ccmendationedelgrà Poeta Dan te: & afiringendomifhe
vedutolo tofto douefst renderlo , per- che poteffe farne partecipe altri,
fecondo l'ordine dell' Autorei tnt prego cara, & caldamente à voler dirli
il parer mio , per gratificare d quel gentilhuomo , che fe 1‘ afte ttau a ,
come gra- fia fauoritifstma , & difìderatifsima . Onde parte per impa- rare
, comi e vaghezza mia antica ; & anche parte per moftra re, che
infinitamente mi giou affé il fruire ad effo Signor Cel- fo ^ che pub in me
tutto quello che vuole , mi diedi fubito a leg- gere il libro : ne prima vi
leuai l’occhio di fopra, che tutto due •volte mel lefsii facendoui nella
margine la feconda volta certe f eliofile alla dirittura di que luochi , odio
non mifatisfa- ceua : ne dopo dimorai molto à rimandarlo . Il perche facen- domi
degno di fe dopo tre , o quattro giorni tn caja mia il Si- gnor Celfo 3 mi
torno d pregare con fùa natia gentilezza , che vele fi aprirli la fentenfa mia
intorno d que' luoghi fognati. Io che mi per fu a fi fempre, rnifur andò gli
altri da me , che chiun que richiede in fintili affari l'amico , piu lofio
fincera opinio- ne , che aiulatione torbida ne richiegga , mi lafciai intendere
di certi luochi , rendendo così in voce le ragioni dell’ open ione mia ,
nominandogli anfi col nome et auertimenti dome siici > che et oppofitioni :
Le quali nc io fcrifsi , ne dettai , fi che for- ma ctoppofitioni potejfero
hauere, come vuole nelle repliche il Signor Bulgarino appellarli . Ne più altra
cdra intorno d que Ilo mi prefiyfè non tanto quanto dal Sig. Iacomo Mattoni fra
que fio mezo ani fato dame dell'opera fiampata , mifopragiun- fro lettere , che
dt buon talento haurebbe rtmeJJ'o nel parer rn F mio V* RAGclft DIFESA mio
tutta la differenza per la parte fu a di co tal dijputa , Per laqual co fa
parendo à me di troppo effere ho norato , mi Ha ua in penfier gr ande di quello
, che mi douefii rifondere ; quan do il Signor Aleffandro Cencio Academico
nofiro , & per no- biltà j & per lettere riguardeuole , per cagione
d’officio veneti domi à vtfitare 3 mi pofe in mano certi fogli di carta feriti
i à penna: & protestandomi inan^t tratto, che non volefii farli for^a ,
perche megli l afet afe ^ ò ne trahefst copta , mi fece dar loro vna trafeorfa
. fitte [le erano rifpoHe del Sig. Bulgarino à quegli auertimentt mietati Ei
chiama oppofìtionijtnandati À lui non da me , ma dal Sig. Celfò , che dalla mia
bocca vditi gli hauca. I o con tutto ciò non mi tenni di pregarlo , che fi pie
gaffe à farmene gratia della copia , ne vi feci profitto ; afierman domi che
colla licenza di moslrarglimt , tene a diuieto ejpreffo di lafciarmegli nelle
mani : per la qual co fa facilmente venni in penfiero , che quefìofoffe vn modo
d’ aprirmi ftrada a qual che malauoglienz,a fo inuidta apprefio di chi non
fapeffe ben bene , come foffe ita la bt fogna : & perciò volli ire a
trouare ejfo Signor Celfo: & poiché molto fico mi do fi del fu o buono
officio male interpretato dal Sig. Bulgarino ; per lo quale anz,i opponente
mappellaua, che ingenuo [copritore del parer mio:et non meno di quefio
procedere del confidare più la frittura in tnano altrui ,che mia\& non meno
del lafciarlami capitare fi- lo à villa con quel diuieto , che non mi / offe
lafiata ; mi con - dufsi à ripregarlo , c he vole fife farmene copia, il da
bcne,& no bile gentiluomo non ac confimi ageuolmente a miei pr leghi, ma
fece folfòrZa di perfuadermi , che preffo di lui era certa let ter a, doue il
Sig. Bulgarino li commetteua,chc douefic ritra- ttarmi grandemente , &
farmi certo che mi fi tene a obligatif- fìmo, & ajfittionatifsimo : &
fi nonché nella lettera hauea menti one di certi altri negotij domestici, che
non potè ano fidar fi ad ognuno , mhaurebbe anche fatto vedere la lettera:
& che- que fie rifpofìe ari^t erano per effercitatione , che per contefa.
Jl che fi bene fipoteano rifondere molte co fi , che altrtmen Ó* perche s
era mancato di certa diligenza conueneuole fra noi , ■volli nondimeno renderli
in cambio della fua cortefa altret- tanto della mia » in contentarmi di tener
per vero tutto quel- lo , che dtcexy & accettare per legitima la fcufa :
con chie- derli infeme il fauore della fcrittura. Ed egli tuttauia replicai *
do, che no hauea da quel gentiluomo comefsione di participar mene alt rimente ,
che come io nera participato , mi Slrinfi nel- le /palle yCtdifsi, che folo Ei
mi pone a in briga difcriuerne ad ef fò Sig. Bulgarino, tentandolo fc hauefe
voluto cjfcrmi fcortefi in negarmi quello, che più a me che ad altri f veniua ;
& non dimeno ad altri più che a me fi conce de a : & con quello m'vfcì
da lui alla volta di cafa mia -, oue giunto à pena in fu la foglia, (che
chefenefojfe la caufa)da vn fuo gentilhuomoper lui mi fu recata quella carta,
con molte fu/è gentili, & cortefi, Del quale offe io rendendoli grafie
opportuni:, me le tenni, & confi- derai. ,& mauan^ai alltrìfpofte, che
qui fitto la fua fcrittura, par tic ella per particella fedelmente regiflrAta ,
Vederfipotrano: thè tutto fimilmente per effercitat ione da me farà fatto,
nonrf candomi à disfauore,chcpoJfanoperucntre pll^jnani degli Jty diof ideile
buone lettere, Cr talhoraefferiette , tanto alti a fari poffa piegar fi
à. degnare qucfii inchiofiri.d'v /14 guardata fola. V-.v-wW ' j . »« j v VAtv
VAV \ \ SIGNOR BVLGA^^o. Rifpofta alle OppohuCv,,,. IV.ITì ' ^ ettcra *l N or
atto Capponi , die iiamo , che quel 4 ^ modo di parlare- [ Nulla cono fio *
& confiffo di faperc\ non implica contradittione, effendi, ut la Copulattua
ETjaqua le falche non fi può ben diffiderei anz,’ tirai fe la for/a della ; par
nuda fu p errore nega tuta Hit il a, che riftea for\xdiM\ ó"' n 2, Fa re
'44 ÈAdfì IN DITE SA re vìa tutto quello , che le va intuir, sì come e prof rio
della ne « gallone . Ne l'effempio d' Artfì olile nel ter\o della Retorica al
nonocap. ver ] . Caterum ambii us e firn ile ; poiché quel verfo » cheiui
s'allega di Sophocle , o fi a d Euripide generaua l'ambi - gai là per conto de'
punti, non s'intendi do doue efst haue fiero a ire : per ile he fe ne prende a
diuerfa co fìr unione , diuidèndolo in più modi : & in quello non fi troua
la congiuntiua . K egafi dunque , che quel noflro modo di dire ritenga tn fe
etubictà.No vegliamo già negare 3 che nella no fra opera non fi ano perauen-
turade modtvtttoft del parlare : laqualcofajì vede aduenir'e non [olo à me ,
che del perfetto feri aere nonfo profefsione ; , ma dqìi-huomini grandi così
Poeti , come Oratori della prima Clàfe . M 'afe rigo dagli effe mpt per fuggire
lungheffa, bqfia ' domi di non hauere hauuto tntentione in quell'opera di dare
Anilina di lingua . Le questioni deuranno ejf'ere de concetti^ non delle parole
, HIERONIMO. Yt «V Poiché quello, che di/si all'amico commune informa di pa-
rere d bocca , vuole il Signor Behfario Bulganni , ebefta oppo- stone fico che
molami farebbe di piacere, che fi fo fiero pofie in caria le parole mie :
perche apparirebbe certo » me non fppofìt'tonifna amicheuoli auertimenti hauer
dati . Etfra gli '*ltn nella lettera al Capponi hauea detto , che per pi U
rtfpetti quella forma di parlare [io che nulla conofco , cf confeffo dt fa
pcre~\doue«4 o tacerfifo riformarfi co vn altra negatiua dauan ti k quelfapere
, utpetyo modo[Et confeffo di nonfapere]L't* na delle ragioni , chejgaìo
mipnoueano, era che fi come Arisìo iile nel terfdella Retorica riprende a vn
verfo di Sophocle for tnato di marnerà >che congiunto fe ne traheua vn
fenfo> & fitf fi unto vn altro fra fe contrari & de' quali v no era
contrario alvero,& k quello che voleadire Sophocle, perfirnile maniera
quefto modo di parlare dtfgiungendofi la fenteri\a ,fi potea far credere che £
Autore fi coutradicejfe '.ripugnando alla. ra - • SV ~ u gione. DI DANTE V/
fotte, che vno } à cui manca il conofcimento confefsi difapere . Tanto pii* ,
che dilatando sì fòttilrnente con tra Dante , & pi t bltcando fuoi feruti
contea il Sig . M affione fi valente lettera •• io j veniua à (ìruggere la poca
, o nulla ionofr cnz>a fu a } Ó* con- fermare la eonfefstone del fapere :
& per tal tn antera il luoco d'Artdoùle fa più che àpropofito. Ne buona
'èrtfpoda , che in quel verfo no foffe la Copulai tua E T : perche affai ve la
tnten deano per appofttione coloro , che intendeuano per ciò la Cali - ^ doma
nel Peloponnefo. Ne meno quell' altra , oue il Stg. Rijfnfif dente due > che
la caufa della diuerfa coftruttiont cra,dtutde - . do quelverfo inpiù modi :
& ìofimilm ente dico > che la caufa del contrario fenfo era , V e nelle
fue parole notate il dtutder- le in due parti : adunque Arido file pur fa dalla
mia i L'altra ragione si era , che colai forma di parlare douendofì intendere
in quel fenfo , che parca conforme alla mente dell'autore: & ■ch'egli in
qutdcfuerifpode Vuote che dmtenda ? feopre vna -manifeft a Ironia, che è pofia
da Artftottle per vno degli edre mi vitto fi della veracità nel quarto deli
Etilica, [landò le ragio- ni di [opra allegate della letteratura, &■ dell'
animofilà fua\Ei perche dal Signor Rifpondcntefitralafcta quefìa come neglet-
ta , & ficuole,& fi rifguarda fola quell’ altra -, io parimente la -
-filando que d a jiella foriera fu a ferma j &foda , coniella e % Attenderò
affieni are i altra: per laquale nellepàr ole del Sigi \Rtfpon dente fi
raccolgono alcune co neh in fieni: [equa li ributta -W s non potrà parere
maUgeuole Screder fi, che non pafpxmcn Meri forno indulti à no approuare quella
maniera di fertuere\ La prima conchtuf ione e tale, che la Et, e vnoCopulattua,
che jtraofi Inforza della parttcellafuperiore nega tuta Nulla, che ■ rilienf
orfiòdi torre via tutto quèlio^che le ì)a utan^t\ Se quo \ do detto foffe'
ver», nafe crebbe nel Petrarca vna /intenda ce- traria tutta à quedo 3 ch’i
nell' animo fue dà -dir e- f perche «( Se Amore, o morte non dà qualche dr
àppio , 0 * \V • A ro , ci \ Ada tela noueda , che ber* srdsfiu ; . v /. ^ XAG.
INDIFESA Ef s'io mi fuoluo dal tenace vi fio '■ ■ \ M entre che l'un con C
altro male accoppio . • lo faro forfè vn mio lauor fi doppio ; La Et,cheposfa e
nel principio del ter^o verfo ripetendola negatiua NON del pi imo, farebbe dire
al P % che fitto defidertofofe di non difitolgerfi dal vifco i tlche quanto fin
da dire , neffkno e che noi conofca. Adunque non è cofi affolut amente vera
quella prima conchiu filone . La Seconda è che Auiene anchora ad huomtni grandi
così Poeti, come Oratori della prima C luffe vfiare de' modi vitti fifit
parlare . Le Poeti, concederei che certe licenze poeti- che fi pote/firo
appellare modi vit tifi -, fi che per ciò non erraf? Jc'gran fatto U Signor
Bulganno -, ma de gl‘ Oratori buoni noi trentini, ne ti credo sì facilmente:
(fi duro mi fi fa che fi po/Jd- no cumulare que' tanti effempi , ondi egli per
fuggire lunghe \a s astiene „ C he per trouarne dieci foli in Demofihene,e in Ci
cerone , tfinquantaanw , che mi granano, baftati non mi fio? no . Laser
z.acoelufione e, che in. quefi opera il S. Bulgarino in? Un t ione non ha
hauuto di dar norma di lingua ; tiene quanto appaia tjfer vero,potrà fen^apena.
coni fi ere chiunque legger» tutte quelle cofi ,che fi dicono de gli errori di
Dante , & deb. £ Alta fantafia, (fi. della Lucerna del mondo , & dell
altre paro - fi viti, plebee f ore sfier e, obf cene, pedante fiche, fi non
conofc iu- te/ tiquali chtriprende in vnofirittore a me pur /ómbra y che voglia
Aùrne la norma: del non vf arti tati, r La quarta y che.il notare. fer vitti fi
il fipr adetto anodo, di parlare , non e.svn no- tare cohcgttr y maparale:,yEt
to crede a , che fife tutto tlcontra tti irperchequhnoitfi richiama, in dubbio
fevna par ola fia fio 'tbnfia. da nceue/fi’fi benefimale fritta, anuouoj'o
vecchia* ùpzepnaf « 'traslata* cfipiA^altra co fa, che tocchtde vocifin- fioiar
tornasi htnefidxfiuiÀfi, con fiuti diruti tetfnini quella fsv tentai
'oApnxbttò/i f(/f adixed che fiàs/f tirato « fi. . quanto perche ver (andò il
Poeta intorno all’V niuerfale x f dice ver fa- re in quello, che e propria
fpecol adone del Philojòpho. Sig. Bulgarino. Fol. r 3. Balt batter trattato in
quefi opera. ] Ballaci che Dante non fa legitimo Poeta à dtmofìrare che non fa
flato ben dtfefo , per le regole dateci d Anfl otile nella Poeticadequa li fi
vanno infognando da lui , per formare il Poeta legitimo : e con quelle
prometteua il Magone douer difender Dante\nepo teua fare altnmente, volendolo
mantenere fuperiore ad Home ro,à Virg. & ad ogn altro buon Poeta ,
cotipreferuargli il no- me non fòla di diurno, ma di diuintfsimo anchora :
quello che è piaciuto anchora da alcuno donarli . Siamoci oltradi ciò sfor-
mati mo firare , che Dante non fa ne Poeta legitimo , ne Poeta : alle nof re
ragioni doueaf rifonder prima , chef facefcfup- pofto contro . Hieronimo .
Nelle noflre difefe di Dante crediamo ferina dubito d' hauer provato quella
Verità , ch'eifta legittimo Poeta, perla legni - ma imitattonc , & parte
atterrati 1 fondamenti di gli auer fa- ri) in ejfe\ & al tutto gli atterr
aremo poco dopo . Ben et meraui gli amo in quefa particella del Signor Rifpon
dente ; che non co tento di nominare Dante illegitimo Poeta, lo fpoglta infeme
al tutto del nome del Poeta , che per rifpetto del verf'o non può già eferh
tolto da nefunopoiche ne anco ad Empedocle non legni - mo Poeta fi toglie
cotale nome } ne da Arifì otile , ne da H ora- no. Che io douefsi poi prima
nfpondere alle fue ragioni,chcfar fuppofito contraddico che io non mi trouauada
quel tempo tn atto di dt fiuta ; ma di parere , & d'opcnione : per la quale
ra gto ne u olmen te io potè a argomentare ben prima, & poi rifpon - DI
DANTE! & diri. Ne hatteuaprefo io la parte del Signor Magoni: concio -
fiacofa , che io fo benifimo lui ejfer da fé bafteuole,fen\a aiu- to mio 3 per
difenderfì : fe ben dell’ eccellenza di Dante nella Poe fia non fi dubita nulla
da me . Sig. Bulgarino . F0I.T4.A quello che s'oppone, per mo Arare che la
Poetica fed parte della mordi Philofophia,adducendo la Rhetoriea , che ha
Jìmiglian\a con la Poetica , é nondimeno chiamata da AriHo file nel primo della
Rhet. c. 2 . ver. Ex quo effeitur , parte del- ia ciuile : la qual cofa vien
confermata da Cicer. nel primo de Jnuen.c. de ture ciuiti> & partibus
etus . Crediamo fodtsfare a bastanza nelle Repliche , & per ejfer e la
quell ione lunga, & difficile: ce ne rimetteremo a quanto quiutfi dice ;
contentan- doci per bora d'accennare folamente quello, che Arifi. dr Cic.
parlano ad openione popolare ^ confederando la Rhetoriea appli- cata per lo pt
'u alle cofe ciuili . M afe quefìo balli in verità a farnela diuenir partefe
non poco da dubitare, Hiei onimo . Dicendofe dal S. Bulgarino, che la Poetica
s' infogna, effe ri cene per arte non altr intente che là Rhetoriea , &
volendo eh' ella fi a altresì rat tonale, b fermoctnale ; & dubitando con -
tra il Sig. Maffone sella fta parte della morale 3 vallegai quel luoco d'
Aristotile per vincerlo coll armi fue proprie . H or a il rifpodere che Arido
file parlo ad openione popolare in quel luo- co, qu afe che altro ue ne parli
fo Cene poffa, ofene debbia par- lare altr intente, mi pare vna fot tiglio zP{a
ben troppo grande ; perche Aristotile iui non dice qucflo,col porre tali di
ferente-, ne i Mac fìr idi Rhetoriea la' nfegnano in diuerfi modi, bora con
precetti popolari, bora con precetti patricij.Et credo che tale au tonta bafli
affai à farnela credere tale : poiché Arife . è pur in ciò il patrie io de'
patricij . Sig. Bulgarino. Fol. isJo non mi determino ini , ne altroue ad
alcuna opi . nione intorno al fine principale del Poeta : & quando fi
volefic G mantenere Jù R AG. IN B I FESA mantenere , che il fine fuo( come
tiene il Ma%z>one ) foffe il gio- vamento , non mancano à que fi a tale open
ione lefue ragioni , (fi l' autorità et Ari fi, et et altri anchora. Ma perche
adhuc fub indice lis e fi : fi piu tempo bi fogna à tanta Lite , non conviene i
tanto ajfolutamente affermare , che la contraria fia a mente d' Aristotile . '
, Hieronimo. Quando in leggendo t opera del S. Bulgari no giunfià quel- la
parte fegnat a à fogli i s. non mi potei ri fila ere , cljf co fa egli fi
voleffe dire , parendomi quim vna di quelle forme di parla - re j che da
Rhetori Dilogia fi chiamano : fi per tale La notai, fi non già per determinare
fe fine di Poetica (ìa> o nonfìa diletta- re , ogiouare . Di che poi il Sig.
Bulgarino tragge ch’io habbia voluto determinare la que filone : dellaquale
parlo nelle difefè , rimettendomi à quanto lui ho fritto. Qui folo fi renderà
con- ta del Dilogio ; le cui parole fono • [ Et que fio ancho perl'ope- nione
di quelli , che vogliono^ che'l fine principale d’effa Poeti- ca fa non il
dilettare , come da molti non fcn\a ragione fi tie- ne, ma il giovare ] le
quali fi poffono per mio parere intendere in due modi . L'unofhe molti non
ferina ragione tengano la fi- ne principale ejfere il giouamento , fi non il
diletto . L altro , che il fine fa da molti crcdutojion fenz,a ragione , il
dilettare , tuttoché veramente fa il giouare :f che quelle parole [ come da
molti noufen\a ragione fi tiene ] riguardino la parola Di- lettare feomp ugnata
dalla negatiua. T ale fu l' allertimelo mio . Nelle difefe poi (come ho detto )
à mente d’Anfìotde ( s io non rn inganno ) tengo la dilettai ione. Sig. Bulgarino
. Fol. 17. Qcf empio del Sannazaro ne' libri de partuVirgi- ms: il quale ha
meffo nell'Inferno 1 Giganti , e 1 mostri , come fi vede fatto da Dante , con
tutto che anch'eglifia Chriftianogfi . parli con Chrifitani; non tfeufa Don te
, per non eficr mancati di quelli, che hanno nconofciuto nell’ opere del
Sannazaro mol li altri errori ; fi in particolare lo Scaligero nella fua
poetica ! 7 DANTE. a Sr al fi tùmo libro chiamato H ipercritico, lo riprende
vìu amen- te dell'tslejfo errore ; non tanto che per vn tale- ejfimpìo fi
difenda Dante . Hieronimo. Si di (fi al commune amico , che bifognaua
confederar ben bene , che nell' Inferno, Ino co di forme fpauentofi , &
borrendo ripofi Dante tutte queft' altre, che da gli antichi furono riputa te
fire deformi, & tnhumane : perche altresì V ir g. ve le r ipo- fi con
ragioni phf ce, come vi nota Sera io: & fu ben ragione - noie 3 che
fmolacri fantastichi non naturali , & inhumani in luoco fuor della Natura
humana fi riponejfiro : ilche fu forfè cagione, che l Sannazaro così
fingefie,non meno che Dante . Et . perche s'allega contra questo lo Scaligero ,
qu affermo propu- gnacolo della parte contraria . Rifpondo , che ciò nulla mi
muo ue, ne mi nuoce : perche fi bene quefti no Fin fcriuono a noi 5 che h
abbiamo tai co fi perfalfifsimc ; non credo , che H omero , ne V ir g. anchora
fcriueffiro à genti,c he le tenefjtro per ver ac fisi me : ma perche fi
dtccuafr fi fcriueua ch'elle erano tali , come anche hoggi noi leggiamo dir fi
, efcriuerji da' Poeti che babbid mo per le mani tutto l giorno} fecondo
Ariflotile ) affai viene fcu fato il Poeta con dire, che quantunque i Giganti ,
egli altri Mo Jlrifi tengano falfi , & non fi fero mai , tuttauia la fama
feri va dattorno , che fieno Flati, & fieno anche (lati tali . ile he fi
haueffe confi derato lo Scaligero, con molli altri luocht d e fa Poe ttea, i
quali egli non confiderò ; no haurebbe riprefo il Sanna\a ro, & haurebbe
molto più giouato à glt fi u dio fi, e he non ha fat- to'. & polena per la
fuagran letteratura ben farlo. Due altri Capitoli fitto feguono del Stg .
Rifpondente di non fi che probabile , verifmtle , & impofsibtle , e dvn ver
fio d fiorano . ■FiSl a voluptatis canfa fint proxima veris. De' quali non
tengo memoria, ne so d'hauer prefi afa oc cafone di dtfputa, o fi l'Ho prefi at
a-, non e di quella forma . Cosigli frapajio con JHenito , & non ne dico
altro per bora « ■V- G 2 Sig. Di /4 RAG. IN DIFESA S.BuJgarino. '•>, Fol.
22. Non fi afferma , che L Poet a non pofia parlare an- chor di fe fieffo in
per fona propria : ma fi bene che quanto me- no ei parla in fu a per fona, più
imita: et per confeguen\a e mag gl or Poeta,& più degno di loda . La me de
fina opinione e d'Ari Jlotile , & pero fi celebra da lui fopra tutti gli
altri H omero-, d quale fi guardo di parlare in per fona propria quanto
pofiibile era . Lo effempio adunque d‘ Orpheo nell' Argonautic a non nuo
cefiauendo Orpheo fatto anchor ciò per necefiità, poicloe fu par te del!
attione, laquale e fio hauea prefo à cantare. Par lafi oltra quello da noi in
quel luoco del giudicare fhe fa il Poeta Epico nella fua Poefia tntorno alle co
fi imitate da lui nell’ ifie fio Poe- ma : Laqual cofa quando foffe fiata fatta
da Orpheo , o da altri y non per quefio conchiuderebbe colla loro autorità ,
che fi effe be- nefenfhauer prima almeno rifposlo alle ragioni addutte in co
trario: & che addurre fi pojfono tolte da Aristotile . Hieronimo. E et auer
tir e , che Anflotile togliendo al Poeta il pronuncia re in per fona propria
molte cofe : perche allhora e Lontano daU l’Jmitat ione, non tragge in
coufeguenzat quefio, che non falce t to al Poeta vniuer fileggiar e intorno
alla rappresetatione delle attioni ,& de co fiumi proprij : conctofìa cofa
che in quefio fa- rebbe imitatore , & in quell' altro no . Onde appare ,
che à tem pofi e allegato Orpheo nell’ Argonauttca , il quale fe siejjo ha
rapprefentato,oltra à tutti i Poeti Lirici , & Elegiaci, co Mar - co T
ullio ne' Dialogi delle T u fico Lane fir Boetio nella Confila! io ne, il
Petrarca ne' T riomphifi? il Boccaccio nell' Amor ofa Vi - fune dedutti à eque
fio propofito anch'efsi: la qual cofa aprendo glt occhi al Sig. B/tlgarmo , lo
fa ricorrere a due manti che no bene ileoprono . L'vno, che Orpheo il fece per
necefiità, poiché fu parte dell’ att io tu che s hauea tolto à cantare : laqual
rtfpo- Jia accettando io per he IU, & per buona à fau or e di Dante, di-
co.Dantehauer ciò fatto per la (le (fa necefiità , poi che fu la Principal
parte dell' attione prefa da lui a cantar fi . La jfecon - • DI DA NT E é da,
eh' ’ei parla in quel luoco del giudicare , che fa il Poeta Epi- co nella fua
Poefia intorno alle co/è imitate da lui nello fi e fio Poema ; quafi che poco
lontano da quel loco , & in vno isìeffo conte fio non fi dica ripugnarli
nell'ìfiefio tempo efiere imitante , & imitato: ilche s'oppone per vitio à
Dame. Alla qual ragio- ne, poi che vuole il Sig. R ifpondcnte, che fi rifonda
prima ; di- co/ he. facendoli buono al Poeta rapprefèntante altrui alt io • ne,
non conuenir fi molto interporre fuo g/u ditto-, ne parlare in per fon a fua:
& noi non uerfando in quefio cafo , ragione uole mi pare , che debbiano
confiderarfi in Dante due perfine. Luna del Poeta in quanto ferine , & fa
la rapprefintatione. L'altra del Philofopho rapprefentato,effendo quefie amo ni
Philofiphi- ce ,& deli intelletto-, onde gratiofamenteè flato aricchito da
Dio Jì che in quefio corpo terreno ha potuto con alta fantafia penetrare tutti
tre i regni da lui definiti, mediante Virgilio, cioè la Poe fi a per cantargli
coll'aiuto di Beatrice , che è la diurna gratta per intendergli . Adunque Dante
imitatore farà, il Poeta, cheJcrtue,Ó‘ Dante rappre fintato l'huomo Pbilofo -
pho in vniuerfale-, così come M. T ullio fcrittore delle Tufi ola. ne è vna per
fina, cherapprefenta-, & quando s'introduce di- ttatore, fi dice efier vn
altra rapprefentata. Che pur anche i ’ Dialogi fino tra le imitai ioni poettche
annouerati . Sig. Bulgarino. Eoi. 2 S. Sluando fi die e, che la contradittione
de Verfi. Prima ch'io torni à voi lucenti (Ielle , 0 tomi giu nell' amoro fa
felua ; Si può faluare poetica mente, & anchora Chrifiianamente , per le
ragioni che dal- l'opponente s' allegano quiui , tenendo fi da noi , che in
quei ver fi non fia contradittione : non occorre rifondere altrimenti perche
non ejfendoui la piaga/ fiouerchio porui l' empia firofo - lo diro come a me
par che fi proceda da lui in voler faluare il' Petrarca ( quando la
contradittione vi /offe , che non vi e) molto futilmente ; ne mi rifoluo le
folutioni fue non poter fi impugnare . Hiero* S4 RAG. IN DIFESA^ Hieronimo. Di
qucfta contradittionc , et opentone del Petrarca habbiam fatto parola à lungo
nelle difi fi del Petrarca iftefio : adunque rio ne diremo altrofimettedoci à
quanto quiui da noi se detto. Sig.Bulgarino. Fol. 2 *. L'autorità del Petrarca
ne T riomphi d prouare che'l Poeta poffa di co fa auenutah in fogno, & in
propria per - fona parlare 3 non s’accetta da noi ; come tolta da oper a non ap
pr ouata da valcnt'buomini , per nonefferf riueduta dalfuo Autore-. La quale
anco dal Calìeluetro nella fua fpofitione cteL la Poetica d' Aristotile , &
nel commento ,o anno t attonite ti el- le fi fieno fopra le rime d’efio Petr.
viene in particolare riprefa per conto dell’ introdottone di quel fogno .
Mafefipojfa far buona imitatane d’ anione Poetica principale prefa dal fogno ,
cantando anco dt fi ile ffofemprc in perfona propria, & finza finger fi
nuouo nome, fiotto la coperta di cui altri fi celi } viene deputato da noi
nelle repliche : & troppo lungo farebbe il voler qui porre ogni cofa .
Conuentua anco rifpondere à qualche ra- gione accennata nelle no si re
confiderà noni , prima , chef op- pone (fero e fiempi, & autorità in
contrario . Hieronimo. V autorità del Petr. ne' T riomphi à prouare che’l Poeta
po fi. fa in propria perfona parlare fi accetta fi? e approuata da va leni hu
omini , & fra gli .litri efpreffamente dal G iraldofir dal Min tur no nella
Poetica,& da quegli altri tacitamente anc bo- ra, che hanno laf ciato
fritto in certe confideratiom , chei T riomphi fi bene per non e (fere itati
dal Petrar.riuifli,à gtu- dicio d'ale uni , non deuono accettarfi per ottimo
ejjempio di re optata lingua : fon nondimeno taltphe ci fanno conojcer forfè
fin quanto s’eftenda la licenza delle terf rime intorno all a f or ma della fan
ella. Et in vn altro luoco ; doue s antepone infime cbl Boccaccio à Dante, fi
ben /incorda il mio Sig . Pulsar ino. Adunque ti non cjferfiriueduti dal fuo
autorei T riomphi non argomenta imperfationefo pecca nella fauola, mafibtnc
nella fi fauella, DI DANTE.\ **r fauella, & nelle parole. Et certo egli e
da credere , che nel r ce- dergli baierebbe accomodato sì bene i concetti ,
& le par ole, ma la fattola rio h aur ebbe egli mutata mai perche fe non
Ufo (fé pia ciuta lafauola , poca pena era fijuarctarla, & abbruciarla ,ef
fendo mafsimamente difètto nella fèntenz,a i & nelle parole, feto Z^ajhe in
tanto tempo che vi peno à teferlà,pare vna J ciocche ^ z>a a voler credere ,
che non hauefe potuto cono fiere l'imper- fettione d'efa, mafsimamente in
quella età vltima, che il giu - dicto ha affinato. Et fe il Cafteluetro
riprende gli accidenti del fogno , non è per qucfto , che riprenda l' anione in
quella perfo '• na j che s'introduce fi che dica non efer per fon a à ciò conue
- ntuole . Et quanto anche à tali accidenti del fogno riprefi j cre- diamo
d’hauerc à ba fianca rtfposìo nelle dtfefè del Petrarca. Cita fi à queflo dal
Sig. Rifpondente medefmamente il C a fid- ucie o nella Poetica: il qual V
olitene con tutto che fa honestame te breue,à me non è otto di cercare à qual p
arti cella, ò a quan- ti fogli fi - 1 dica, ò come dica. Et con tutto ciò vuò
credere , che quantunque vhaueffe ragione incontrario potentifsirna ( che non
vi è) per diuictare che' l Poeta non potejp rapprefentare fè Jìefo nel fuo
roema , concorrendo à far ciò tutti tre i nofiri mi gli or i Poeti, Dante,
Petrarca, & Boccaccio , la loro autorità farebbe pojfcnte à far tra noi
ragione uole cotal maniera di poe tare. Et quello vaglia per rifpolta alle
ragioni del Rifpondente: il quale fi do ur ebbe quei are, ó“ non prouocarrni piu
, col chie- dete in tutti i capi nfpofia à fue ragioni ; che con tutto l dia-
mante, onde fi crede hauerle armate, pur s'intaccano . Sig. Bulgarino. Eoi. 30.
con tra quelle parole [All'alta Fan taf a] Rijfondef, che con tutto che la fu a
materia fa alta, & importante, none lecito per auentura al Poeta Epopctco
nello sìeffo Poema : e /fe- ci almen te nella propofitione il lodarla , do uè
rido egli Ufc tare il giu die io di quefio ad altri: tutto ciò dice u amo noi
per parere di M. Lodoutco Casleluetro. Farebbe fenfa dubbio à propofto per
prouar ciò quello , che dice dorano. dee 3rf RAG • IN DIFESA Necfictncipies vt
fcriptor Ctclicus olir». Gli effempì poi,& l’autontadt co tra le ragioni no
vagliono ; tanto piu, che l'autorità che s allegano d H or atto, &
dOuidio,fì pofiono in vn certo modo dire (epurate dall' oper a , che fi lodai
& maggior me- te l'Exegt monumcntum d H or atto, che non e Poeta Epic o: M
4 fe Jìa le etto al Poeta il lodar fi, & come : & in particolare fe fi
debbia concedere à Dante l'hauerlo più volte fatto nella fua opera , andiamo
noi esaminando nelle Repliche > ne accade parlarne qui . Hieronimo . Notai
che' l Sig. Bulgarino riprende Dante: ilqu al dicendo , che manco pojfa alla
fua alta Fantafia , nonfugge colpa di mol to lodar fe ftejfo > & l’
opera fua : & che pare > che non poco efea de' termini della mode Hia :
& difsi ancora in quel luoco nulla pertanto riprenfione venir fògli,
potendo Noi efporre\All' alta fantafia-, ] cioè alla Fantafia eh' era
folleuata, ita, efoftenuta gran pc\z,a in alto-, perche hauendo penetrato i
cieli, nonfe le conuemua Epiteto altro che quello. Et quantunque io tenga al
fermo quefìa fpofitione per verace , & propria , foggi unfi non- dimeno
colicfjempto d’Horatio, & d Outdio, che non era difdi ceuole nella chiù fa
dell opere vfare filmili modi di comedationi . V utdio nelle Metamorphofi Hoc
opus exegi quod nec Iouis ira nec ignes Nec potertt ferrum nec edax abolere
vetusìas. Et H or at io. Exegi monumentum are perennità . Le quali autor itadi
facendo for'\a il Sig. Rifpondente di leuar di me^o , quello di- ce, che in
ogni modo farebbe per Dante , quando perjtnacemen te pur fi contendcfe lui
ejferfì lodato', perche fe quelle autorità, che s allevano, fono in quegli
autori così nella fine, che fi pofiono tnvn certo modo dire f epurate dall'
oper a, che fi loda ; no veggo che'l mede fimo non fi pojfa confederare in
Dante , che pone quel verfo il quarto pfefio la fine di tutta l’opera . Ma il
Stg. Rifpon dente tnfenfee in quefìo luoco vna fentenza del CaJieluetro in
torno allepropofitiom Poeticheria quale parendoci fuor di tepo , ' T>I
DAKTX: ' \ f? farà ben fatto >dCcìocbe,'o altri non s’inganni > o ci
fgdnniamo noi ; che come altra volta , d’ alcuni fuot detti traggtamo alcu- ne
conchiuftoni , & veggtamo quanto per tengano alla verità . Aduque la
primiera farà eh’ Et cochiude col Cafteluetro no efo fer lecito al Poeta
Epopetco nello fteffo poema, ,e f pecialme te nella propoftione il lodare
l’opera fua, do uè do ne anzi lafctare il giu dicto ad altri, fitte (la conchiuft
’one, quantunque vera fujjc in fe, dico per piu ricetti non fare àpropofto
nojìro , sì perche vogliamo Comiche e (fer e l' anioni di Dante ; sì perche
questa no minata loda , o vanto nel Poeta no Uro non e in su la proposto- ne-,
ma in sii la fine, & propria concbiufìone dell’opera. T alche fuor dt
propofito s’induce quel volgati fimo verfo d’Horatio . Nec fic tncipies
vtferiptor Ctchcus ohm Fortunam Priami cantabo & nobile bellum : Perche
olirà che H or atto parla , come anche il Cafteluetro delle propofle , &
non delle chiufe\ oue per l'autorità de’ Poeti fopr allegati , f co - nofee ciò
poterfi fare ; diciamo anchora da Horatio riprenderji la t umidità per dir così
, & la gonfierà del verfo , & non già il vanto dello fcrittore > ò cantore
chejftfoffe colui ; perche da fe tnedcftmofi lodajfe , i verf, ò l'opera fua.
Adunque per quciìa indù tt ione nulla per lo contrario fi proua. La feconda
conchiu • fione è t alenile gli effempi, & Ì autor itadi cantra le ragioni
non vagitone. Ne quefta e molto piana: perche nella Dialettica l'in dutttoni,
Cr nella Ritorte a gli e f empi hanno co' fillobi fmi,& co gli Enthtmemi il
vigor loro fortiftmo. Che più ? Nella Poeti- ca Annotile con nejfun altra cofa
è più- frequente argomenta - toro, & prouatore de'fuoi detti , che con
effempi, & con auto - ritadi-.perche non (ì crede quell laonde fono le
natigli effempi fen za ragione hauer parlato : & alle volte l'autorità e
vincitrice della ragione , oue commune. fa l'errore . Auerroe nella para-
phrafe della Poe tic a, qui dal M affo ne allegato fa lecito à Dru di del fuo
paefe paragonare alle Vitelle le Amante loro contra ogni ragione, & quifh
coll'autorità fola deU’vfan^à, Et P lu- tar cho nella vita di 1 hefèo dice ,
che pep conto della bontà di H Minos ss RAG. TX DIFESA Minos Redi Candì a t
Poeti Tragici hanno ottenuto contragli Epopeicialchc non era già ragionatole
che ottenebro , c odo f of- fe co fa che M inos fulegislatore fauifiimo , &
Re prudent fil- mo , tanto che era creduto fighuol di Gioue . N egafi olirà ciò
che gli tjfimp t, & le autor it adì fieno contra la ragione in que- Jlo
cafó: poiché e pur fecondo viriate che Thuomoji Ti imi mer i - te u ole di
quello honorc y & pari à quella lode eh' egli fi e guada - , gnataa&
per ciò ragioneuolmcnte nella fine, o etiandio altroue fuori della propofit one
fi ne vagheggia , oue h abbia il P oeta lo de u ol mente cantato 3 dr
mafiimamente il Comico che chiede il plaufo . La terza, che H or alio non fi a
Poeta Epico ; & pero no giouare à Dante sì fatto feudo 3 fi questo detto fi
a vero , lafcio che gli (ìudiofi d H or alio fie'L veggano ; appellando in l
oro aiuto i Gr amatici Greci e Snida] ch'io troppo in lungo manderei que (lo
capitolo. Vltimamentenon so trouare nelle Repliche del b ig. Rifondente sì
copio fo difamine fi fia lecito a Poetili lodar fi, e in particolare fi debbia
conceder fi à Dante y che qui non faccia mediterò di parlarne\tuttauta laficio
che altri anche il veggia. Il capitolo che fitto figue del ri fi beffardo , e
fcurrile , non pertenendo à me, che non ne fu mai vago 3 & fimpre ho fuggi-
to le Zannate, trapaleremo^ & altresì quello ferberemo a luo- co piu
opportuno, nel quale egli dubita fè l attione di Dante bah ha del poco
Chrifliano : oue fi pur moflra di credere di sì, quan do rijpondendo à me,
chedicea; queflofuo detto ejfire vn ofiefit. dà quella fapienti fisima, dr
fieuert fiima M aiefia, che diede al- la meritata perdutone tutt i i nefandi ,
& fcommumcati libri > che quefio come Chrifliano, & Catholtconfirb'o
; Egli pr orom pe nella fua ri ff odia à me ; Che non farebbe gr an merauiglia
, che Dante fuffe dìato (limato da qui indietro , quello che non fi j fi
filmato hoggi. Di che mi rimetto. Sig. Bulgarino . La parola [ porse] anchora
che fiecodo la regola impor t i dubd lattone fi prede da noi fecondo eccettione
per quelle ragionile he ini fi diconoialle quali fidouea prima rtfpodere, &
poi opporre. Hiero~ » • VI DANTE. Sfi Hieronimo . Dìfi , che Dante nella mi
fura della terra per non polerf d fumino inueSligare sì , che tra gli fcrtttori
non fi d fcordt, co- me nella Sphera appare sparto ne fecondo ecce mone , ne
afer - mattone 3 nè dubitatane efprejfa ; ma per vna certa forte dicati te\z,a
(dpi ente , della quale fono dotati per natura i vecchi 3 per non effer preft
in fermone 3 come dice Aristotile nel fecondo del- la Rhetorica , oue della
condttione della vecchiaia ragiona : end' io conchiude a non meno douerfi
riputar dotto in quell afa- xoltà Dante ; poiché demoflratiuamente diffìcile
conojcendo ■quell tnueftigatione , b refolutione in parte pur s' de ceffo al
fè- gno , quantunque noi fer ijfe diritto. Ma eccoci al bifognar ri .. fpondere
alle ragioni . So che quefìa non è la tonica di Marte . La ragione fritta dal
Sig. Rifondente per quefìo detto enei fuo libro irne (futa di quefte parole à
fogli 21. cioè [Dante non douea mettere , b hauer dubbio quello , che d lui
come dotto in vna tal prof efstone 3 deueua dt ragione effer nottfsimo :
effendo le cofe delle M atematiche nel primo 3 cir maggior grado della renerà]
io dico nè V vn a } nè l'altra fentenft effer vera ; cioè, che vno fcicnttato
fa tenuto d non mettere , b hauer dubbio in qualche cofa d quella fc lentia
pertinente di cui fa prof efstone . Et che le Matematiche 3 fe ben fono nel
primo , & maggior gra- do dt certeffa , facciano ogni cofa piana fi, che
non s'erri da fuoi profeffori talhora ; 0 per ignorare , b per non trouare fi
agc uolmente vn fuo principio: ilche diurnamente conobbe Dante ; cl diffe nel
Par adì fi. Quale il Geometra , che tutto s'affìge Per mifurar lo cerchio , e
noi ntroua , . Tonfando d quel principio ond'egltindige . Effe tu dirai quefìa
non farà fetenza : c r io dindi si; quantunque ella non fia dt finta: che l
effer te Matematiche net primo grado di cer- ' t ìì0n viene d dire che fubito
ne facciano pale fi & di concetti dotti , dv alti ? T ali er ano le
Poefie d Ennio , oue più abondaua l'oro, che il letame jer quel poco, che fie
n’ha da Marco Tullio in più luo- chi, da V arrone, da Nonio, da Ecfto, & da
altri . Et chi ama di vedere come, & quale oro fé n a c coglieffe alle
volte Virgilio, potrà conictturarlo da Macrobio ne Saturnali . Delle parole è
da creda* , che molte fi riprendano in Dante da quelli tempi fi\S£> & i
fconcie, che ne' fiuoi tempi fofiero hauute per nobili, & acconcie : così
portando l'vfio fecondo H or atio,& così anche ù Romani auu è 'ne, come fi
legge in vna Epiflola à Giulio Floro . Profiret inlucemfpeciofia vocabula rerum
ffux prifcis memorata Catontbus atque Cethegis N uncfìtus tnfiormis premit, et
deferta vetuftas. Adun que, & per le parole anchora era tale veramente ,
quale fu (li. maio a fiuoi tempi il noftro Dante: ne delle parole sì fatte
ripren fione.ouero ac cu fa piu che honore , et loda li debbiamo noi, per
hauere quàtoin ejfiofu pofistbile, tntefio Ì animo à far il fermane volgare,
ricco, et lUuftr e di quelle forme di parlare infime, che poffono fruire à
tutte le condi ttoni degli huomini^iouani,vec chi, fanciulli , mafebi, fintine
, liberi, firui , dotti, e indotti, in ducendo tutte L imitationi. Ilche non
vedremo con tanta varie tà nel Par arcagiamai: nel quale da gtouani amami in
fuor a - * M itizec XAG. IN DIPESA per eccellenza incomparabile rappr e fint
ati , & qualche altrÀ Jinitle ; chi potrà conofiere tante altre imitattoni
quante in Dante ?& pertanto pareggiarlo 5 non che antiporto adefio ? H
attendo efio dunque fatta ricca l’ imitai iene fu a con tante va vietati, (fi
la Lingua no tir a con tanti concetti 3 e parole , chi noti deura hauerli
obhgo, come i Romani ad Ennio, fecondo Hora- tio ? Dt cut no so conofier qual
beffa Egli fi ne faccia in quel ver fi , oue il chiama vn fecondo H omero
fauio, & da bene , * va- gì, am dire valentuomo : poiché à Mecenate
fenuendo vn al- *fra volta, il pareggia pur feco . \ Benché quando mille volte
H or atto loJpre\vaffe , Cicerone, {fi altri il commendano ben tanto , che
nulla di ripu fattone per ciò fe gli toglie , il perche e mani fi [io , che ben
quefii coll e fi fimpio di quello fi può feufare . Et con/igho allegramente gli
fu dtofi , che non figgano la let tiene di Dante : perche fi ne tro- veranno
alla fine contento ,& gufo incredibile : ne fi sbigot- tifiano per qualche
fiabroftà, oue s intoppi ; perche di pr capi- no non v'ha pericolo . flora per
tal maniera rifiofo à quefe rifposle, (fi'mgotnen- tato per Dante eh' tifa
legttimo Poeta , per lavaria, & molta imitatione, che in lui fi vede ;
& difciolte quelle dubitationt, che n erano (late oppofle , mi compi ac io
Signor Bulganno mio di riuolgere il mio parlare à voi dolce ,& amico, per
mofrarut Dante Poeta Comico . Ma prima che à quefto fi venga, conten- tateut,
che fi tocchi altro paffo di più importanza :il quale fi fife vero , come il
ponete voi, non filo Dante non verrebbe ad effer Poeta , ma ne anchora
meriterebbe d 'effer Dante . Ilvo - tiro punto adunque è tale . Che voi hauete
dubbio , che l attit i- ne di Dante non habbia del poco Chriftano . ,$uefa
appreffo di me e vna ac cu fa, che fe da me\ana prouafoffe aiutatalo fa rei
tanto ntrofo , che mi guarderei d'hauer prattic a fico dome- jìua. per poco
Chrifiani intendo quelli io , che di nome filo fin tali, & nel redo male
efieruanti della legge , & tramanti dalla vera fede ; tra i quali non
riporrei Dante gtamaif anno DJ DANTE. €s. la bella, & ferma eonfefsione fu
a a fan Pietro nella Cantica del Par adì fio : ne mi mouerebbe punto la voiira
ragione , per ha iter fi tolto per t fi or t a alt Inferno V ir g . & ver
fi il Purgatoria Catone , h uomini Pagani, le cui anime fono all Infèrno crucia
te ; perche fe ben la pr attica degli Apolì ati,& degli Infedeli r a
gioneuolmente ci è velata, none pero, che in viaggio, oue fi va - da per
incognite lirade, fa velato all'huomo fedele di prende * re per ifcorta altri
di dannata fetta, ffenzat nota d'errore, o ca- rico di coffe lenza, come tutto'
l dì fi vede fare ne' viaggi di ter - ra fama . Il Statore del fantifs.
Euangelio ferito dagli affafst ni già non ifchifo l' aiuto che li porfe il
Samar itano, che dal Giu dea fi tene a per ifcommumcato. Che Catone fufie
panmente,co me V ir g. per l'Inferno , /corta à Dante verfo il Purgatorio, non
so vedere : tuttauia poco importa quefio, che l'habbtate , è non l’habbiate
bene lìudiato. Balla à me , che tal fondamento è deb Iole à tanta accufa . P
afferemo adunque alla Comedia , poi che , per mio auifo, appare afai, che Dante
per la varia , & grande imitai ione di tutte le forti dati toni, &
cojlumt ,fipub chiamare Poeta, & Poeta ben rapprefèntantegli . Ci rimane da
prouare che fieno tali alt ioni Comiche, & rifondere à volìri fondamenti .
Dico adunque che la fine , & la refilutione di una fauola in giocondità ,
& contentezza è di tanta importatila nella anione, che con tutto che in
fino all 'ultimo dello fuoglimen to ellafoffe piena dt turbationi , & d’ire
; & con tutto , che le perfine fo fiero Heroi , non perciò fi le potrebbe
leu are il nome di coffa Comica-, come dice Ariftottle colte fiempio et Orelìe
, & d’ Egitto in caffo di riconciliata amiftà . Oh, direte voi, non pon no
effire H eroici, o T ragici quefti auent menti per le per fine, et per gli
Eptfodij de' dannati? Dico di no-perche quanto alt Heroi co Epopeico ; qui non
fono negotij turbolenti con morti meraut- gliofi fra foli Heroi, quale è
tlltada et H omero, nefìmilmente fra Heroi con altri di baffo affare: &
pero fitgge coiai nome po- co à lui per tanto dtceuole . Non fon T ragici, come
mo tirere- mo rifondendo à vofiri fondamenti: perche mancano di perfo- X AG. IN
D IFESA nc^ & et affetti al Tragico conitene noli . Ma & te per (ohe
> & le att tonile i firn per tendono alla Comedia: adunque fono C orni
ti. O perche non Satirici pia folio; per la maladuenssa, che da per tutto vi fi
vede ì Quella riprenfione di vitif , che fi viene toccando talhoraper pafiaggio
, che voi chiamate M abdicete» T^afe per accidente , ne è perpetualo con
fallico congedi à ciò ac commodati 3 o con fi)fiannatione(fiami lecito d’ufare
la voce La una , poiché altra non ci e in pronto più propria ) nè pronuuc ta-
ta da perfine tali ; adunque non è timi lattone > nè può effere Satirica ;
ondefegue , che tale opera fia Comica.Et.Comica an chora fi può dtreper vn altra
ragione, per effer fntel' attieni, et compo(ìe,& cantate da vnopofto in
difire^fig, & is bandito dal la Città fua,viatore , & peregrino fuor di
quella; Comico vera ^ mente fecondo il coflutne antico de' Grecite ome nella
Poetica ci moftra Arifiotilc. Ma perche qui vi torcete , nè volete che à par
tifo del mondo ella fia Comica , perche non è Dramatica alito- itone ,ma narrai
io ne; fapptate, che sì come di due maniere T ra gedie (/ trouanoy Vna Dramatic
alette il Poeta non parla mai; Altra Epica , oue il Poeta ragiona, donde H
omero è detto da termogene padre di T ragedia ; perche tal P cefi a può rtdurfi
in ‘atti,& tal volta delle particelle fc ne fon recitate in Scena co- me
altroue se prouato] in tal maniera pofstam dire delle Co- medie vna Dramatica) quai
fono quelle di T eremi o, & di Pian tifi & altra Epicanti 1 n a rrat
inacquale fu fen\a dubbio il Mar. gite d’ Nomerò, che alt rimente non farebbe
(iato da Ansi. con- tr apodo alla lliada,nè alla Vliffea: & non meno che il
Marz- ie la T haide di Menandro,dt cut fa meni ione P lutare ho nel li- bro
dell' afe olt are i Poeti . Si che à ragione Dante appello T ragc fila l'
Eneide di Virg.al ventefimo dell'Inferno , & altrotte Co- medi a quefto fuo
viaggio . Le quai coffe di tal maniera fer- mate , e concbiufe , le vosi re
ragioni cadono inferme: perche quanto alle perfine , che dite non effer Comic
Ite , per effer trop- po Ululi ri , (fi gratiofi, quali fino Beatrice beata 3
Dante Me- rce >& Virgilio fidanza ber QUA ffacendoui buono tutto que -
fio X- 1 2* t DANTE i % A 7 Ho, thè non paffa fin&a difficoltà, vi fi
rifonde coli autori- tà d Ari fi et ile della, fine gioconda , & fortunata
. Tali appoi Greci furono i Drami delle nozlfe d H ère ole , & della Dea H
e- be , di cui fa mentione Atheneo in più luochi . T ali etian- dio furono le
prctefle,& le perfine preteflate Capitani, Impera tori,& Regi Romani^
come dicono t Grammatici , & pur non le toglie ano il nome della Comedia .
Si che le perfone non ci nuocono.Così non ci nuoce la cohfiderationc del
/oggetto, b della materia. che vogliate dirute prima quanto àgli Epifodij , che
voi appellate Tragici, ferina dubbio, et per le perfone, et perle co fi oc cor
reti in e fu offendo i tormenti dati all' anime opra molto più tragica^ he le
morti cor por alti dico ciò no poter fi pfuadcre,. ne effere da dir fi in via d
Arisi. ne de' buoni maefìri che infogni no quai fieno le morti , le pa filoni ,
et le perfine T ragie e perche^ le perfone tragice deono effir melane tra buone
, & ree y & no già del tutto fielerate, come i dannati , &
firnilmente le penei* Cr Le morti conuengono anche eccitare compafitone. Ma de
da nati chi hà, b chi pub hauerne compafiione , come di fommame te fielerati ?
Adunque tali Epifidtj non fono , fecondo che dite voi, finz,a dubbio T ragià.
L'Epifidio del Conte V golino, che. in vero e molto paf tonato, non per tanto
fi può dir T ragicopoà che non ha mutai ione di fortuna o buona, o rea, quali
deono. tffere i Tragici: & il fuo (lato s ha da confiderar in due modi .
L'vno come d'anima dannata alt Inferno per la dijperata fuo, morte nella T otre
, & per t ira con tra t Archine feouo , & per altri fuoi misfatti:&
quefto y ch' e proprio del pr e t (ente ne godo,, nulla ci muoue, come di
copafiione indegno . L' attroncarne d huo mo del mondo fatto crudelmente co'
figliuoli à (lento morir e:& . quello e fuori della pr e fini e attione ,
onde la pietà che fe ne ha y . fi. dimanda per accidente, & fuori delt
attione : & così pub ca - . dere tale affetto nella Comedia. Diche potrete
hauerne l' è (fini . pfo nell' Anùria di T èrcntio , quando Pamphilo racconta
la co pafiioneuole raccommandatione , che di G licerlo nella morte li fa quella
Meretrice, Ne perche Dante, inducendo fi ficjfo à far I 2 quello *t RAG. IN
DIFESA queflo viaggio oltr amondano , come che non vfo da far fi, coniò dite ,
fé non da H eroi , ne finger fi per Epifodio , (inonda Poeti H eroi ci, hauremo
da dire,che non fia Comico: perche nelTvnOy (fi nell' altro fimo io voi
prendere errore. Virgilio conchiude contra di voi, ponendo tre maniere di perfine
à chi e concejfo di far lo. T ra le quali pur vi cade la perfona di Dante, la
prima dt quei pochi , che piace à Dio . la feconda de folle uati per vir « tute
ardente alle Bielle. la terz,a de’ figliuoli de gli Dei, che fono gli H eroi:
ile he intendendo benifiimo Dante, non ripofe fi ftejjb tra gli vltimi ; perche
veramente Heroe non potè a appellar fi. :* Ne tra fecondi , con tutto che
ragioneuolmente riporre vi fipo- tejfir, ma tra quei pochi primi , che per
gratta di Dio v hanno, potuto penetrare. Hora che altri ancora fuor che perfine
, (fi JB.pi fio dij T ragia , & H eroici fi dicano hauer veduto delle co fi
dell'altro mondo , olirà quello che in Luciano, in Plutarcho, in i Snida, in
Platone, che lungo farebbe a raccontare, potrete ve- dere-, pur nella noUra
veraci firn a Religione s'ammettono nel* la vita di alcuni fanti huomini per
veraci le hifiorie di sì fatte vifioni oltr amondane ; che già non fono ne 7
ragiche ne H eroi- che perfine. Per tale configuenfa ad unque Dante non fi
perde rà nome dt Comico, ne fi dirà che la fu a anione non fia Citta - dine fi
a: di che dottamente il Pigna dijputa nella Poetica et Ho ratio , come altroue
ho detto. Et per tutto quello che voi dtchia tate douerfi tenere la C omedia da
noi , potremo dire etiandio quefle attiont lontane non andare dal Comico .
Perche faranno anch’ effe (pecchi della vita ciuile Chrisliana,ct delle
Chrifiiane. operationi ,per li quali ne viene infegnato quello che ne fia vil-
le, o danno fi in quefia radunanza di Cittadini Chrisìiani . La pr e finita
vfanza che allegate del fingere t nomi fi nega ( come* altroue fi e detto )
coll'autorità de' nomi Romani veri citati da Fello, da Nonio, da Varrone,&
da altri . Che lafauola fi fin- ga, e chiaro, & non fi nega ; ma è chiaro
infime, & non fi ne ga da neffuno quelle attiont effire finte da Dante.
Viene adu» que tolto vta il fecondo vofiro fondamento anchora, che nulla nuoce,
' 'A ì A 1 DAKft i/l i . y * ^ nuoce, li terty che fu del verfo , mi muoue
affai : ne vuo ejfer cotanto amante del contradire, eh' io non confeft la
terz,a rima foco à ciò conuenirfiuma nego bene lo fctolto e fere ilfuo proprio
nella lingua noftra :poich‘ e glt e commune all H eroico infume , come fi può
vedere per L' Italia liberata delTnfino. : il che ne appo r Greci , nè appo i
Latini fu mai: onde perdonando quelle poco d' errato à Dante, fin che fi troni
il verfo alla Comedia di- ceuoleycontentiamoci di lafc tarlo godere ,&
vagheggiaci nelle fue ter^e rime trouate da lui , & imitate da altri, la
quale fa rà molto human a, &gratiofa cofa: tanto piu che quefìe anioni non
fono DramaticCyOne fe mai auerrà che diuenganofi darà opera, che fieno
daconueneuole verfo accompagnate. Se tal voi ta egli fia al\atofì contra la
conueneuolelfa del Comico , & della C omedta , ben fatto farebbe mofìrare i
Ih oc hi: perche ha - ur a per auentura al 7 heatro, alla Scena , o al Poeta
fèruito.Co me che alle volte Chrcmete anch'efo gonfia le nari, & s adira*
Inuocationi, & Propofittoni in si fatte Comedie calate dal Poe ta no difeonue
ngono : & credo che l Mar gite dH omero ve l'ha * e f> cosi come ve l ha
la Thaide di Monandro citata da P lu- tar cho nell'operetta che fa dell af
colture i Poeti. Et i Poeti Co- mic t hanno anch'efsi la lor Mufa, come i
Tragici. Vedete Vir gi/to netrouati , eh' ei fa delle Mufe .Effe, Poeti Comici
non hauefero bi fogno di Deità per rammemorarle cofe, ne Virgi- lio, nè altri
che à ciò deputate le po fero, nè quelli, che i tempii , e glt altari diurni in
Ju le feene coflttuirono, ve li baurebbono deputati , ne conFUtuiti . A
fermeremo dunque, che non ostan te voftra ragione in contrario, le Cantiche di
Dante fieno Comi che. Laviltàpropofìa da voi delle parole bafie, & plebee
tan- to t che fono indegne della Comedia ancora , come quella cofa , che
trombettaua, non vuògtà difendere con l'vfo d'altri Comi ci moderni , autori
delle piu riputate Comedte , che fieno v fette elelle Cittadi prmcipalifsime
della T ofeana: perche non vuo ai» tonfare H antichità coll' vfo moderno ,• nè
vuo dire che fia vi I fruire alla fetta t che da Gr ammalici è detta quafi
obfiena . A "" Muditi Ci ìd RAG. IN'Dl'F. DI' 1> ANTE. Ma Atro fi
bene, che non e dedicatole vfarf tai par ole' da quel la forte di Comedie vili
, che Mimi, & P lampe die dagli unti-, chi erano dette, che shauea tolto
Dante nell Inferno a rappre- fentare: & altrettanto diro delle Compar a t
ioni delle fcaglie di . Scardo» a , & della Stregghia: perch'io le tengo
bafsi fisime, dr viltfsime , & per quefìo à tai perfone , & attioni
conueneuoli Jopra modo . Ma non per tanto acconfento alla viltà > o bajfe ^
da voi in alcune altre voci dannai a, come nella Lucerna che quantunque Seruio
ne faccia confiderationeinVirg. che arifi habbta voluto vfare la voce Lychni
piu che Lucerna ; di- co che ciìo auenne piu per ogn altro rijpetto, che per
quello, che Jcriuete voiycome ho detto altroue . Et dourefte pur confiderà-,
re, che Virgilio e Poeta H eroico , & Dante Comico: ilquale no. è tenuto
afiarfì tanto guanto quell' altro. Et più anchora vuo. che fappiate , che Vìrg.
in quel luoco e (lato da alcun Gramma fico nprefoy & appellato audace in
volere ari\i vfare la parola. Greca, che la Latina ,feguendo Ennio , che prtma
di lui hauea detto. - Lychnorum lumina bis fiex. Di che e da vedere Macrobio
pel fefio de Saturnali. Ne anche nella compar atione de' buoi fot to'l giogo :
de' quali à lungo altroue habbtamo difcorfo : & per quejlo, altro qui non
ne dico. . ^ Il fine del Ragionamento in i.-k% difefa di Dante* ■ * ù» \Y- ? :
-X '3 J V“; swv dyt t. si- t v v'i .■> Vv... ùv.tr-vw fWi Wfoìfekt v.VV'..v
; 5 .\W ':av. i A • , xlflr v . vi*- WìSi «U V.VX RAGIO- •v Cf 7L\ .t5V.il *7*
RAGIONAMENTO DELL’ ECCELLENTE SIGNOR DOTTOR. & V i Z-O'P- p i o * \\ O *« •
'I ■ IN DIFESA DEL PETRARCA. v\ \ \ R A tutti quelli , a cute? obligo tmmenfo ?
tta K Q~ fra , egli fiudiof delle buone lettere ft^onQ chiamarf debitori ,
'Uno, e' l primo mi fare , (fi m'c parato fempre , che finii Petrarca . Per dìe
egli dato fi d glt (ludi in quella età , che la mali- gna incurfìone de barbari
per molte centinaia di anni banca te nuta vpprefifa , & quafi adulterata la
no (ir a lingua Latin al fattala forefiera al tutto : & che glt intelletti
poto haueano vi gore^o conofien^a per fomentare quelle poche reliquie, che vi *
re stanano ; Egli , dtco^acutifsimamente coll'occhio penetrando il centro del
bi fogno , datofi allo fcrtucre , tali & sì validi fon- damenti gitto , che
i fucceffori prefiro animo : & quella che sì difficile co fa da principio
parca fecero talmente ageuole , che cacciata d terra, & fepeltta ognt
barbarie, bora la lingua La- tina f e au ancata a tanta altezza, d quanta poco
più nel glo- riofo tempo de' Romani fi vide . Della Volgare non parlo, come che
man fieli o fi veggi a ^ fenica lui poca , o nulla delicatezza ri- conofcerf .
Dante fu certo vn grand' h uomo : ma nella Latina non da pareggiare al Petrarca
; fe bene in dottrinale in dar for & neruo d concetti per gli feientiati è
maggiore di lui nel- la V olgare . il Boccaccio fimtlmente non e dubbio che
nell una, et nel? altra cede pur al Petrarca: perche nella Volgare poche fo no
quelle opere fue, che fi pof ano leggere, oue egli no mofiri ajfct fattone di
parole 3 (fi di concetti • Non per tanto vuo negare > che XAG. IN DIFESA che
òr luì etiandio la fu a parte delta gloria non venga. Mail f tirare a per
confentin. trito Scommurtc la palma ne tiene: Onde feffo gran meraviglia mi
prende , come /i tr non ino di quelli tal bora etiandio fot rati di dottrina ,
cbeji pongano a lacerar lo ,ei riprenderlo ,Jen%a ben prima vedere coment eh
qual nprenjì» ne egli fi a degno : poiché de gràd 'h uomini conueneuole non e
di far giudicio,che temerariamente habbtano pronunciato cofa da penttrfene
dipoi . Aon vuo già dire , che non prendano degli errori aneti tfsi : ma ben
vado io fimilmente argomentando , che i Itprenjori loro pofjdno ageuolmente
errare , anchora in . quellticofe ouc gli riprendono . il che cosi come in
Dante mo- J tratekbabbiamo 3 così mostreremo ( s’ io non iti inganno ) nel Pe
trarca . Di cui venendoci alle mani alcune cofè da certi feri- tori riprefi ,
non ci è paruto ragione uole contenerci di ributtar le , Donde prendendo L'oc
cafone il Signor H or a t io C anobio 3 c he dell'altra caufa era Siato l'
autore 3 poiché a tempo nel folito luo* co del? Ac ademia no tira accolti
fummo, in tal modo truffe il ra gionamento, & comincio à dimandarmi , A or.
C he giu die io fate voi delle Battaglie del M ut io, Ó" delle fu e ope
moni intorno a quei fcritton 3 ctiei riprende? A ter. etici fa vngran
Battaglione . & ben ragioneuole era, che nel- la vecchiezza fua di Padrino
di Duello fé nufctffe a capo aper- to coll’arme in battaglia: f e ben non le
vibra tutte con molta de flreffa ,ne coglie afai dritto . A or. Fatemi piana la
metaphora , o allegoria che fi a quefta , H ter. Il buonfchermidorc non vuole
effer moffo da irafo da pafsione alcun altra sfrenata : perche i colpi non v
fendo con drittura di ragione , bora folli , bora vanijenfeono t venti , e i
pareti , Prendete l'effempto del detto mio in Sophocle dall’ Aiace fla-
gellatore, che credendofi di menare t Greci a fi di fpada, in lor vece vcctdeua
pecore, & buoi , A or. Voi parlate à pafsione per la Vare bina. Pi ter. Se
volefst dire di non hauere in vita amato il Varchi altrettale to quanto egli
amo me, che fu incredibilmente , direi vna fol- ta .Dig DEL PETMtCA, fi tabupia
: &fimilmcnte, che non l'honorafsi in morte quanto il vagirono le fue virtù
ti , che'l vagirono appreso dt me infinita mente . Ma non per tenendo à me
quejla arena 3 crediate cer~ to che nulla pereto mr muoue. Hor. Le coje del
Rufcelli^& del Cajìeluetro forfè ì \ Hier. Ne quefie, ne quelle ». - , ■ •
* - Hor. Del Petrarca, di Dante ? . . Hier . V.ifiete appo /lo: & molto mi
fon merauigliato, che in si fatta lotta contenda vn par fuo dt rendere la pugna
men glorio] a,con >VA. quelle Madonne Rtme&r altre fintili locuttoni ,
eh' et va f par- . ■ -i gendo per lo fuo libro piene difchernt , & dt beffe
, ad onta de', vitiferi vinti : le quat cofèmt per fu adono in lui verace
effere la fu a gran modelli a , ch'egli dtfe sleffo contra il Varchi predi
capir de ferine . a »• v, Hor. Da qiteftc derifìonì infuori, e' mi pare, che
non fi a malhuomo: ne Cbrifliano da effere /fregato . H or. Dio me ne J
campirti io l' ac cu fi di quefio, non fapendo io ne per vedutale p pr attica,
chi egli fi fia,ne quali i collumi fuoi. Eglìc ben vero* che e (fio, o lo
Stampator fuo in quel libro r vno ingiù- .a .Y.V- riofo huomo, dicendo à fogli
i t+.che i Phtlofo_phi fono i Patriar chi degli her etici: la qual parola e
nella fua bocca da quelli te- fi vna cfpreffi menzogna apprefio dt noi j che
non pofsiamo effe ù, re li cent tati , ne lice» tiare altrui ne gli /ludi della
Philofophia, fen\a prima approuarci da' Ve fatui no siri religiofifsimamete.
Hor. Aucrtite che queftafu fienten\a di fan Hter animo in vna Epi- fiola à
Ctefiphonte / crina contra Pelagiani: laquale ei tolfe da . . Vi Tertulliano
nel Libro contra H ermo gene . \\ Hier . Se quefio huomo haueffe parlato nella
maniera , & né ' tempi, che parlo quell' huomo jàntifsimo, non haurebbe
detto fe non he ne, & con veracità. Ma il cafo è, che oue fan Hieronimo par
- . Va U de Pbilofopbi antichi dogmatici , che colla peruerfità della . Vi
dottrina loro infettauano la purità della finta Chic fa , il Mu- tio parla
indistintamente di tutti quelli , che fiotto nome di Phi- . V\ lofopht fi
comprendono: &. oue quel fimi huomo uon fomma mo- “O * K defiia ?? *ag. m
ni fesa écfìiarifèrifce la feti lenita non come fa a, ma deliri ; il lina ito ,
come di fuo capo la pronuncia , dicendo ; che lo fa manife * ft amente . Et men
male farebbe fiato , che nhuuejfe citato l'ate torej o parlato di quella for
macche parla efio. Hor. Certo che la par olà. ì vfcttxfuor de ’ termini gratto
fi ~ . ; v . ■ H ier. Hor che dir e (le fe n~o cotento di queflo, uà pure co
fòmma eloque %a nella fecoda fua declamatione in dtfefa dell' Italica' lingua^
pervàdendoci la lettione delle J comunicate nouelle dei fioccaci ■ Hor. Io non
fono ancho arr inaio t ani oltre, Hier. Porgetemi il libro , che il luoco
efegnato . & vdite quello , che del Boccaccio fi dice. Vdite le parole
formali. ' 0 i 1 rotto Egli vn nuouo modo di fcrittcre : neiquale parte Bile ìt
eroico tenendo ì & parte afiutie , dr inganni Comici , parte fieri
accidentiTragici fcriuendo: & in quelli molte belle more lata » & con
grani, & fentenùofi proemij in belli fs ime dottrine introducendo, con la
dolcezza delle fauole allettagli animi de lettori , dr con gli e fiempi , dr
con le belle /enterite la via del ; bène ^ e beatamente viuerc ci dirnoBra. .
v? Hor. In quel libro fi dimofìra la via del bene y & beatamente vitto*, re
? Perche dunque e dannato ? Hier. Ne contento di queflo il chiama opera di u
ina. ' v* Hor. Deh non piu» vi prego. Ma pafstamo alle cofie di Dantc> dv
del Petrarca dette da lui. • vnv .. V v\ .v.w»v\yt Hier. O perche più lofio
douendo parlare delle cofi del Petrarca » non cominciamo noi prima da i primi ?
Hor . N on m'appongo ben bene. Hier. V ito dire» che hauendo ilCaBeluetro in
alcune cofè riprouata il Petrarca , dotteremo tncommtnciar da lui , come da vn
mag giore del Mutio sì d‘ autorità» come di Cenere. \ • Hor. E acciamo come vi
ptace» & veggiamo i luochi . \ Hier. Aprite il Casìeluetro al principio
de'Triomphi »& leggeteti primo argomento nella fine . . * ' . * v> v 4 H
or. Egli non può lodare queflo fogno : perche il Petrarca finge di fi-, gnarfi
dopo la morte di Laura t non che dopo l' marnar amento : 5 . ■ , . ' \ {fa* c *
ÙEL PETRARCdr fìngi di fignarfiquello chegli era attenuto. Et che ? Bifigntt
ricorrere à fogni per. narrar e hiftoria attenuta, fe non fìngiamo , che ci fra
predetta prima, che auenga ? Pi ter. Chi non fi merauiglicrebbc d un
tant'buomo, & di sì acuto ttu • | iellato , che non ha bina cono fciuto in
questo primo triompho % che'l Poeta fingefiognarfi manzi /' inamor amento fuo :
poiché fi finge, parlando coll'ombra amica, di non hauere anco veduto ia fua M.
L. dicendofi in vn luoco . O figliaci mio qual per te fiamma e ac cefi ? Et tn
altro -v- T al par te nodo fafsi, e tu noi fai. ' Etpofiia che all' tmpro . YV-
uifo fi conobbe vinto, & prefo da lei , H ormai ti lece . ■: Per te sleffo
parlar con chi ti piace , Che tutti fìan macchiali d'vna pece . Si che affai mi
fare che pofia dire il fogno effer finto prima. Hor. Seal dottati Solgià l'uno
, e l'altro corno t>el T auro . Moftra il Petrarca d'hauer poca conofcen\a de'
fe . uV& gnt eclèttiche volendo figntficare il fèfio giorno d 1 Aprile ,
dijsei che già tl Sole era entrato tn T auro, ìi ter. Ne quefta paffa fuor
della merauiglia mia : poi che dalle parole di quefìo yerjò, & da quelle
del fonato ; • Quando il Pianeta che diftingue l’hore : congiuntelo per dir
meglio par agonate infime, apertamente fi moìlra quale fial'o* piratione del
Sole nelle corna del T auro à ventidue, o vmtttrè- gradi dell' Ariete , ó"
quale quando egli e nel Tauro: perche* qualunque volta il Sole c nella fine d‘
un. Segno, & f> dir così, co' ' raggi fiuoi giostrando fen va ad
incontrar L'altro ,& ferirlo, ben ragtoneuolmcnte fcaldarlo fi dice ; ma
dotte egli e m effo en- trato con tutta lafifian\a fua,deurà dirfi non tanto
caldo^qud. io infiammato (come qui il Petrarca) efiendo il Sole nella fine d
Ariete^ và to' raggi fitot incontro alla prima parte del Tau- ro , intefa per
le corna , & così da lontano ferendole le f laida ; ma quando Egli e pofeia
entrato in ejfo , & che alberga con fi- co ne primi gradi , allhora si che
l' infiamma . Effimpio vi fio. . . W *•.. PC j phc- Digitist yt x'ag.in nr
rZsAi fhetcnté', che prima non poteva acccfìarfi al padrei ntfinfa •• ?
Uier. Se questa opinioni: della, felua amorofa y come fdlfa » dalla Sditi Ì4,
Cfìefa, dannata f offe, & che' / Petrarca, ne fife in dubbio (come dice tl
Bulgar in o^ ) lafolutionc fua none buona , ned dodarfi;'pef.che in ogni modo
tanto farebbe errore del Petrarca ù fendere nelle carte fu e così- fatta
opentone » fi andane indub- bio eh’ ellafojje rea, quanto fe nefufe fiato certo
; & per tanti dico poterf efìorrc il verfo. v O tomi giù nell’ amorofafe
ludi cioè io pieno; d’affetti am orofi cada nella felua ; cioè nella materia,
che da Greci «A* fichia-t ma. , così anchora foglio cjporre quell’ altro. Ma io
faro [otterrà infecca felua ; cioè tn fece a materia . lì or. Jduefia
fìofitione è fìttile: ma ( per dire il vero )à me non qua - dra molto : perche
quell' e (fere dopo morte felua amorofa ; cioè materia anchora piena degli
afietti anmùfife troppo fi trac» c biuta, & male credibile. fJìer.
Sticacchiatafr mal credibile non deurà parerui, fì bene con- futerete che tutto
è concetto del Petrarca :la doucdfjem que‘ tcrnarij. ; Ponimi incielo, od in
terra, odìnabifio) . -t ù , V , In alto poggio , in valle ima palustre . . \ o
Libero fìnto, od dfùoi membri affffìi * -•r danté. Hor. fedele forfè dir quella
della Poetica fua , otte s in ferifc e ijUel . Come afino cacciato dal battone?
perche facendo ilomero la comparatone da vrì afino ad Aiace , fi giudica che /
Poeta r ap- pare f enti in cjuel valorofiijitmo H eroe condii ione troppo
vile,CP molto poco dtceuole. _ v • ' fififi jjicr. Ifihaucte tndiuinata. Ma il
M utio la ttorpio , come ho detto y &. non la tntefe: ne 'vide quanto Ella
è bella , & propria tantoché come degna dei principe de' Poeti , reca ficco
lode sì fatta , & ammiratone tale , che merito da Pi ut are ho fra le piu
belle d affò e rtpofta. Hor. Fateui vn poco più alto à dichiararne la cofa :
perche non vt mane a chi frgua animofamente il M utio. Hier. limi crede a che
doueffe b afar ut la grande autorità di Fiutar choirna poficiache del contrario
maneggio , non mi recherò a noia d'aprir ut il tutto più alto che potrò ,
affine che neffunp*. in gannì. H omero adunque nell' vndtceftmo dell' Iliada
volendo r/tpprefrntare il valore d’ Aiace contr a il grande sformo de I> o
iani, che li eranofopra in gran numerose con tutto ciòpotcd- no volgerlo in
fuga , ò fermarlo dalla ttr age } che d ejsi fiaccai prende la filmigli an\a
dell' af no , che in vn campo di biada en- trata paficere foffire, &
tfirezfia lepercofife de fanciulli , che . co' b afoni fanno fior z, a di
cacciamelo. Ned Eglife ne parte prp via ,c he molto ben f atollo ,& empiuto
fe ne fi a. 1 V erjìfiòn queflf -■fi fa A qT* 6V0S ir#§ Ifin&ÀroTnuMs fi fi
ttutif t» Ni tto?*x Trtfi frad d{i$ìs *«>* » , • V * 1V ; "fi reìciÀSdv
Bctfh» tifa, oìdi TirtùJtf TlTTTW/V fOTfOt^OlOl , j5i* Ti VKTTl# AVTUV ^ fi. '
vinsS r'HtMtoeM, irei r ly.ofieca.76 . cioè - • Come quando afino in campo di
biada entrato , malgrado di * ^ZjÒ . ì- . * . I *' V* ’ Fioro, 'che intorno ad
ejfo già molti battonifono fpez%ati Fafcé nell'alta biada , ma t fanciulli il
battono con le maz » ' zfiaie: Ma la for\a debbole loro. ,à pena il cacciano
fuor della pasturaci che f atollo . Out la eoparatione tfo» da a fino ad V. : v
v huomo DEL PETRARCA. Sm intorno, M dà hu omo ad afino e fatta: ma dalla
pertinacia (per dir così )di quell' animale à quella d‘ Aiace, congiunta alla
tote ratina delle per coffe, & delle fatiche : con folenne rapprefenta «
tione non di figura corporea^comc ingannandofi crede il Mutio ; ma di anione
oftinata,& tolerantc: ile he e per tenente al Poeta , così come l'altra al
Pittore. Or guardate dunque fe così bella comparatone con vn fol ver fio fi
potea , o douea ifprimere. Ma no (Ir a cura non e di fc aprir e gli errori fuoi
più , che di difende - re dalle accufe fue il Petrarca . Vediamo per tanto
quello , oue Egli il riprende , quanto fia ragioneuole. Hor. Voi che afe oliate
in rime fparfe ilfuono. Non pare à lui, ne a molti altri , che quel v oc attuo
Voi h abbia doueappoggiarfii & che così non ili e a bene il dire. O Voi }
che afcoltatefpero trouar merce: perche non fanno legatura : & ci •vorrebbe
vn verbo, che rtfpondefieà voi,comc Sappiate^ dite» o fimile. Hìer. Prima ch'io
entri nel di fiutar e di cofa ale un a, vuo aucrtirui, dr replicarui quello,
che in Dante vi difii ; cioè che da' Poeti no fi debbono chiedere cofe molto
leggieri, ne attendere sì efquifita diligenza ; conciofiacofa che tutto quello
che da' Poetici viene» dalle Mufè, come dice Luciano , et fi dice venire. Hora
quanto al Voi che mi proponete , so che ajfai ballerebbe à dire quefta ef fere
di quelle leggieri. Perche fcn^altra fiotto' n tendenza di pa- role non e huomo
sì ftupido, & infenfato, cui non fi faccia pa- lefie il concetto. Et
ripugna à Grammatici tutti il volere che ' /. cafio chiama tiuo regga Verbo. Ma
per dirui interamente quel- lo, che bengiouanetto ne'ntefi dalSig.Innocentio
Ringhieri,che il primiero fu , che in quefii sì udì m’introducefie: & à
cui/è v ho mai fatto profitto alcun buono, molto ne fon debitore, no meno che
al mio buon V archi, ilqu ale mi ci fieronaua . Diceua Egli adunque, che' l
Verbo principale del Sonetto era il primo del pri mo ternario. Ugge dolo no
coll auer fiatiti a Ma, come fi or rottame te fi legge, & fifiampa ; ma col
Vicenome Mi dauante al Ver - ho Aucggto : di modo che fia il fenfo . 0 Voi che
afe oliate ; io fi RAG, 1 Ut DIFESA vi atteggio bene , Et non farà lontano dal
ragtoneuole , che vi fi pitto’ ntcnda vn verbo Sappiatelo Crediate, b fintili
altro, Per- che in altre fintili forme di parlare i Latini vfano anch’efii co*
fi: Dico in fintili , come H or atto nella Poetica , \ O ego lauus , £>uì
purgo bilem fub verni temporis horam ; mancando -, vi il Verbo Sum, b Vtdeor ,
o altro tale. Et quando v’accade ve’ buoni Poeti trouare di fintili [contri ,
per Dio non vi turbino le parole, pur che intendiate chiaramente le /duole
,& le co/è r- perche (come dice Plutarcho nella Gloria degli Athenie/i , )
le. cofe,etlefauole,piu che le par ole fi [limano al Poeta necejfaric : li or.
Già non fi giudicano difuttli queste confiderationi, per rifpetto di chi vuole
imparare . alili or a mafitmamente quando s' in ten- de qualche curiofità:
quale è quella , che dice cChauer o/Jeruat A in tutto' L Petrarca , non
trouarfi eh’ Egli habbta rt/posìo mai colla feconda rima del primo ternario
d'un fonetto all'vltima del ternario fecondo : fe ben Cha trouato in vn di
M.Cino . ffier. Maggiore fatte a/u di colui , apprejfo Sui da , che trouo nella
Greca lingua tutte le fillabe che formar e fi potè ano. /lue fi a fua
o/feruatione fenz,a lui, me la fapeua anch'io. Ne vub che Li ne habbiate obligo
veruno: poiché non vi mofira fe'l debbiate 3 o no debbiate figutre ; ne fe v ha
ragione per lo sì, oueroper lo con- trario, Venite à gli errori. Hor. Erro il
Petrarca fecondo lui grauifsimamente, fi che olifee an - chora di befiemmia in
vn loco , oue parlando di nostra Donna , con degno rifpetto di/fe. Ma tu Donna
gentil, tu no (ir a Dea: ‘ Se dir lice, & conuienfi. Et poi della fua Laura
ferina ri , /petto dice quello , che e pur vna befiemmia, il mio fignor
federfi, & la mia Dea. ti'ur, S/uefìo guinzaglio di befiemmia è pur troppo
grande: ne fi de* rebbe fi facilmente appendere à buoni autori: &
mafitmamente co bugia 3 & calunnia. Et à questa voce di befiemmia v hauete
v potuto accorgere come io mera raccapricciato,& quafi refolu- . j iodi DEL
PETRARCA. • ito Ai p affarla: e [fendo io fempr e fiato di tale animo , r/fe
chiù» que difende vna beftemmia altrui , non meno fi a b c (lemmi ato - re
aneli effo . T ut t aula vuo ricordarmi ch'egli allega male il verfo, & in
verità l' allega male; perche il Petrarca non dici Donna gentile , ma Donna del
cielo: in quefto modo Ma tu Donna del del , tu nofira Dea. Doue appellando la
Vergine fantifiima col furano titolo proprio , & verace fuo di Signora del
cielo, come nomedi degnità ; non volle ancho tace- re L'altro pregio del nome
di Natura col chiamarla nofira Dea come che Ih umanità, della quale participi
amo fico, in lei deifi- cata non doueffe tacerfi, come eccellenza, che per fuoi
meriti fi a dtfiufa, & renduta alla creatura humana: & qui ftà 1‘
ampli- ficatane, & la merautglia di quefio concetto : per lo quale con certa
rifondendo. fcambieuole nel primo fi pone condii ione hu - mona, & diurna;
& nel fecondo diuina,& humana ; come Do ita del cielo, & Dea degli
huomini: & volfi il Petr. dir quefto per confermare quella opinione, che
s'hà che in carne, e in offa come Donna la Vergine fantifiima fa glorificata in
cielo . Nè quefia è beftemmia , ma fi bene fonia , e pia meditai ione. Slux io
poi à M.L. che Coppellarla col titolo di De afta vna beftem- mia ; non debbo
non merauigliarmi di lui , che feenda à quefto particolari, non fapendo egli ciò
che fi dica: perche quefta vo- ce Oi'os, che vuol dire Deus , viene dal verbo ,
chefignifi. ca guardare con merauiglia : onde tutte le co fi che s'ammira- no
da noi , fogliono appellar fi diurne. Donde Ar'tfi. nel quarto deli Ethica dice
, che i Laconici chiamano gli eccellenti artefici per tal ricetto huomini
diuini. Et per quefto M.L. del P et po- trà ben chiamar fi la fu a Dea , non
per ragione eC adorazione , ma d ammiratione : fi che fi quefla fi a beftemmia
più che colo- nia, l afe ter o che altri più di me intendente la conofea, &
giu- dichi. lo la tengo di quefta maniera . Hor. La difficoltà dell oppofìtione
à me pare chefia in quelle parole, che feguono di quel me za) verfo . Se dir
lice ,& conuienfi : perche il Mutio vorrebbe che'l * •> La par . f *
*AG. IN DIFESA Tetr.haueffe Appellato la Vergine per no sir a dea, ffenza pomi
la dubitationeffè cotal nome le conuenìffe, o foffe lecito attribuir le, come
fe die effe ciò con timidità alla nostra Donna , & fètida paura alcuna l' affermale
di M. L. che in tal modo vetiiua A far quefta maggior di quella . /Pier . jl
Mudo prende la ragione à rouefcio',& pero s’inganna. Tut io quello luoco
pare imitato da Marco T ulìio nella quinta 7 u- fcolana la oue parlando
dell’animo humano à paragone di Dio j dice. Wumanus autem animus decerptus ex
mente diurna , cum alio nullo, ni fi cum ipfo De o( fi hoc fas e fi die tu )
comparare potè lì . Confiderando che’ l Petrarca parla con r inerenza di ta ta
Dea, dubitando di non dir poco , & di non offendere tanta M aie sìa coll'
appellarla Dea di noi huomini vili 3 &fo^i per t gli abifisi de' peccati,
oue fi amo immerfi: concio fi a coffa 3 che ella ne fi a così pura 3 &
candida, che non ffa 3 & non feppe mai c he còffa fofie peccato,^ cosi
porre propor tione tra noi ,& efiain quella guiffa 3 che fi temeua M. T
alito di porre propor tione tra l’animo noftro , & la gran M aie sìa di Dio
. Ouero che il Petrar ca difffe ciò con timidità , paredoli così di preuertire
l’ordine del l’amplificationi,& dir poco di tanta Vergine, hauendola prima
posta nell’ Imperiale Maelìà di Donna del cielo ; fi che non rifi. guarda tanto
la fignificatione della par ola, quanto l'or dine 3 df la coUocatione del
concetto . ; lì or. Cacciata da duo veltri vn nero,vn bianco. Starebbe meglio
co la copula e vn bianco :& non fi lauda ffenz efiffa 3 così come mol>
t’ altre fimilt lo cut ioni ffenza copula fi biafimano . B 'ter. fflue fi a e
vna ffottiglie\z>a,che sandajffe in giudicio il farebbe condannare nelle
ffcffe: perche appo i legifli 3 quelle coffe affai co «. palate efiffere fi
dicono , che già c tono fiotto vn'isìejffo conte fio di parale: & la
vergola bafia in vece della copula . lì or. Sola la lingua mia del cor non
tace. Modo di parlare al con tra . rio di quei che dour ebbe . Jiier. Grtn luoco
haucua quesì’huomo da riprendere il Petrarca . t>EL PETRARCA* g f C he
memoria del? opra anchor non langue : cioè ,pur viue anchora : & altroue .
Et già jnaipoi la mia lingua no tacque) volendo dire parto , onero diffe. H ora
io non so fe egli intenda la ragione delle de- firuttioni de contrari: per la
quale fono lecite fimili forme di par lare, e mafs imamente à Poeti . H or .
D'vn Jpirito conuerfo:& più fi fiima , Che di nouanta noue altri perfetti .
Più finima è vna empitu- ra: la quale non ben fi lega con le precedenti, ne
etiandio con le feguenti parole . Hier. Et più s ha fi ima, folea leggere il
Ringh ieri . H °r. V omifur andò à pafii tardi, e lenti .T ardi , e lenti è
l'ifteffb. iV ota , che di tale empiture molte ne fono in quefto Poeta non da
imitar fi . Hier. S e gli e l iftejfo BqaJlùs, che x JS RAG . IN DIFESA va,
cioè della caccia : & per c a fitta ferhare fu lacerato > coni* nelle
Narrationi amatone di P lutar cho fi vede . Non fi confa colla fattola d'Ouidio
punto, A grò fi ci vuole del Macco . Dio- doro Ciciliano al quinto libro delle
fue Amie hit adì à qu attor di et Capitoli, dice; che Atteone fu inamor ato di
Diana . Crac uno e fi non potè fi legi . fi auc te vn gran fiacco di ragione S.
Mutio. N or. Qui fio genti Ih uomo è molto animo fio nello ficriuere,& nel
giu- dicare ; tuttauia mi rallegro , che l’opera non fi getta « V dite quefia .
Ma più quando diro fen\a mentire . Donna mi prega , pere h'to voglia dire .
Quel ferina metà tire è vn puntello troppo manifejìo > che v' ha pofìo il
Petrarca » Cr farebbe flato men male. Ma più quando di dir prenderà ardire:
ouero Ma più s un giorno a dir prenderà ardire . ftier. getìfle mai i più duri,
et ofiinati verfi da Jpingerfuora de * detti E poi dire che farebbe flato men
male I A quefii sì che h fogna- no et puntelli, e tenaglie. A chi volejfie
fargli pronunciare da vn blejòjo da vn balbo: buona notte . Che quel ferina
mentire fin •vn puntello, non so s' io mi merauiglt, ànodi chi l dice . Vuole
il Petrarca poter dire fenza mentire , cioè con verità che ha ri ceuuto questo
fattore da Madonna , che lo prega à cantare , re- candofi à gran fiat isfatt
ione d animo, che veracemente ella gliel comm andt : perche neffuno vieta il
dirlo così fcmplicementty & con menzogna; come forfè l’autore di quella Canzone,
il cui primo verfo egli riferifee quiui. Adunque egli è pur f ondarne n to
ncceffiario , & non puntello . Mor. Amore , & la volubile fortuna .
Diedero à chi più fur nel modo amici. Qui è da notaresche chi in cafo obliquo
contra Cvniuer fiale vfo : & più d'vna volta fi trotta nel Petrarca. ' *
ffier. Se è contra tvfo v ni uer fiale, è male , Et fieè male, per che tv fa
egli poco più f òpra à foglt 123. Jcrtuendo ? Quefio modo dire non mi dijfiacc
, che c cerne vn famigliar e ragionamento à chi LEI PETRARCA* I 7 dì quelle
cofiè erano fiati te (limoni . 11 or ' Vinca il vero . Non giudicate anchora
voi l'oppofitione e (fere diritta , & ragione noie . Hter» fton danno io L‘
oppofitione : ma condanno l'opponente , che vo- glia ejfere il Legislatore: et
in vn tempo tsìeffo tener fi lecito dan dare ficiolto ,dr libero , (pattando
per lo campo, come Imperato- re . Et quejìa c ofa non e di/simile da quell’
altra , oue grana il bon Varchi et vna mentita à fogli. . dicendo, che nel (uo
pro- prio parlare^ egli non vfa quetta voce Solamente: oue in quello fuo libro
piu di dieci volte l'ho notata fritta con alcuna altra Jìmilmente . H° r '
Benedetta la chiatte, che s'auolfe Al cor e, &fciolfe l'alma , efcojfalhaue
Li catena fi graue* Officio dt chiane e aprire , & ferrare, & non già
difeiorre . Adunque il Petrarca dice male , à vola re ch'ella feioglia L’anima.
Hter. La chtaue buona quanto ferra, & flànge, tanto apre, & al- larga:
pero non vi paia frano, fè aprir emo,& largheremo que Jìo nodo altrettanto
quanto par e petto dal Mutio. Arifiot. nel quinto dell Ethicafafede , che appo
i Greci quell' ofiatura, che congiunge legando le falle al collo degli animali
e chiamata £ , cioè chiane : tl perche come dice Plutarcho negli Apoph- thegmi
de' Regi,& degli Imperatori spendo Philippo Re di Ma cedonia ferito in
quella parte della gola, & colui che l medicati 4 chiedendogli certi denari
, li rijpofe il Re ; Tu hai la chtaue in mano, prendine à tua pofta, alludendo
al luoco della ferita. Il- chefeppe beni fs imo Lante( il quale vogliono poi
dire che igno- rale le lingue ) quando nel capìtolo 24. dell' Inferno dififie.
La doue il collo alle fpalle s'annoda , H orafe per così fat- ta chiaue
s'annoda , perche non anchora fi 'ficioglie ? ffor* fittesi a rifpofia come
fiottile, (fi buona m appaga affai', amerei nondimeno , che ve rihauejfe vn'
altra piu profi ima, Hter . Sappiate figliuol mio, che I ignoranza delle figure
fa molto finte te prendere di sì fatti granchi . che qui pone in vfiò il fetr.
tf IUG. IN Dì FESA Petr.fi chiama Metonimia de a fefta maniera quando fi dict
l'effetto per l'efficiente ; come l'aprire per colui che apre: onde fi deurà
efporre , Benedetta la chtaue, cioè quella mano , o quell 4 per fona, che
sauolfe colla chtaue al core , ó“ fciolfe l'alma . { Hor. V ri altra fintile
difficoltà fi propone da lui in que l ver fio In quante parti il fior dell'
altre belle Stddo in fe fiefià ha la fu a luce fparta.Oue errore fembra md nife
sio perche il proprio de' fiori e di ffargere odoref&rio luce. Hier . Se la
bellezza, fecondo i Platonici è vn raggio della diuina lu- ce: perche non può
M. L. ( che in rifpetto dell altre Donne belle dal Petrarca e detta Fiore di
belletta) fpxrgere lafua luce tn quella gui fa, che dal raggio fi fparge ? Et
forfè anchora Fiore in quello loco fi prende tn quella fignificattone , che
dalla voce Greca per vicinanza viene ; cioè Fiamma, conciofiaco fa che , in
Greco ci'o fignifichi ; onde altroue l’ifiejfo Pet.dtjfe . Laima mia fiamma
oltra le belle bella. Et della fiamma chi nega vfeire fplendore, & luce ?
Ho detto quefio tutto per a- fandania: attendati alla prima,fc ben quella
nonfifprezfia . L or. 0 bel vifo, oue Amore infume pofe Gli [proni, e l freno.
Nel vifo di M. L. nonpare che nefpro ni, ne freno r apprestino all’intelletto
cofa , che habbta da di- lettar punto, che ne fembra vedere vna Donna con vn
morfo in bocca, & con vn paio di [peroni pendenti non io donde , fe non
dico dal nafo, o aU'orechie: & Je bene e par lare figurato, fa pur brutta
figura* Jiìer. Se intenderete gli fproni,el freno d’ Amore non e fiere m ater
ta- li, & terreni, ma fpir itali, & diuini, conueneuoli al Signor lo
to, non vi parra fi foffia figura: perche far anno tutti leggia- dri, & or
atto fi in quel modo, che ne anc hor a fi r apprefentarx nulla d’hor ribile,
che leghi vno amate negli occhi tn quel ver fio Che i be' vofir occhi Donna, mi
legar o. Hor. Que fi a oppofitionc veramente fi potè a ferina feommodopaffart
fìtto fileni io- ma que fi altra non già, per la quale il Pet.moftrX di non
intendere quale fra l'effetto delle corde bagnate : le qua- li I
bttwrt.Aitcà*'' H vtrdmehte'fi tirano , & non già fi allentano ; vditt '
Pioggia di lagrimar , nebbia di [degni . Bagna, (fi rallentale già stanche far
te. Et così dice il cn trario del vero effetto: & la nebbia bagna me de
firn amento. Hier. Il Cafieluetro dice, che l Pet. intefe della mollerà*
"> » - • fior. Dichiaratela vi frego. > - H ier. lo mi crcdea, chel'
intende fie così ben come io % ..7 fior, per mia fe y che non ne intendo niente
. Hier. Et io dunque fa' nt e ndo sì ben come voi. Hor. V veggiamo di far
forzati intendere il Cafieluetro : è dia w mola vinta al Mutio. Hier. La
Ritorica e buona . Credo che’l Cafieluetro voglia dire , , che il rallentare
del Pet.Jìa ammollire, come che dal bagnarfi le corde ,/egua il loro rallentare
, cioè l'ammollire: ferche al toccare fi rendono molli, & per confegucnZa
in quanto mol* Itfepojfanodir'lente . . - ' ' \ Hor. Come vifodtsfà à voiquefia
fio fittone } . Hier. Bentfitmo, quanto à voi. \ Hor. lo per me la do vinta al
Mutio. Hier, 0 cote fio no '.perche pur troppo è chiaro il Petrarca difender
feftejfo. Non vuò dire che f errore fi a feufabile, per e fière in artificio
mechanico fuor della Poe tic a ; ma dico, che dtjfe quel lo che intefe , &
intefe bene. Le corde fi dicono effere fìr ac- che allhora, che più non fono da
porre in opera : perche pone n dolc in opera , col bagnarle s'infracidano,
& tirandole fi rom fono i & così fi dicono allentarli. Tali erano le
far te della na * ue del Pet. già fìanche y & fi acide, che colla pioggia
delle la- grime per lo troppo continuo tirare fi allontanano, cioè fi fra-
geuano homai , ne potè ano più reggere : talché quella parola [Già fi anche]
pone la differenza trà effe, & le buone, che no \. j allentano per pioggia.
Et vi dico certo, che mi merauiglto ,* che vi fi facciane tante parole fopra.
Hor. Non vi mer amplierete già di queff altra, che s'oppone à quel verfo. . \
M o cor V L t in modo , che ne fio diùenuto Hanco: y all incontro io da
eff» volentieri faprei ,fe l'occhio operando nell ’ oggetto y o diciamo
riccttendo in ft le forme oppofic, fi die a far e alla lotta » o corre refi che
l Pet.frabbia potuto dire* .. Stancogia di mirar x nonfatio anchora. Et altroue
. * Gii occhi miei fianchi di mtrar non fati} ; per qual r agio ne lo St&er
aldo, belhpma gemma fcintillante, & mandante gli file udori fuoi viuact
come L’occhio humano ben fano, e t in- tegro fi che Date al tretefimoprimo del
Purg.c litanie gli occhi di Beatrice fmer aldi , non fi pofifa dire (lane o d
paragone dico, fa piu viuace , & più leggiadra ? T anto più , che la parola
e ip ammanale vfo de gioteheriy che vna gemma che non giu- ra à fineXza d'vn
altra ,fogliono appellare con quella apptL iationc di /ir acca. ' * Hot* F dee
a dunque di me t (litro , che l Multo f per inttnderc.il Te- trarca
ìftTfnrZARCAl f$ trarrà rìcorrefie àgioielteri? Hìtr . Non è dubbio: &
quelle fono di quoti* parole ch'io fommdme- U ammiro peregrine , &
tranjlate nella Poefia : delle quali e ricco Dante in quel fourano modo, che
piu firmare , & loda- re Jì pub : & bene il conobbe il Petrarca t che
fi Jì udii quanto pofsibile li fu mai d imitarlo, Hot, Imitar lo, ma forfè non
arr marie ; come fi vede nella parola fittile in quel ver fi. - Degna et afi ai
più alto, e più fittile ; Due fecondo il Ma Zio quella voce fittile, ejfendo
quello ifieffo che i Latini dico- no T enuis , che figniftea burnite, male fi
confà con alto , che li và inarifi ; onde il Petrarca malamente taggiunfie allo
fi- le, H avrebbe detto Gentile > fi non gli fojfe venuto pofto nel primo
Quadernario. tlier. Quef’huomo frapazfa ne' fuoi libri tutti gli Autori Greci ,
come fi ci fojfero per nulla i Vittori, e f Sigonij, egli Amafei , dr vuo
credere che ne fappia tanto , quato fi ne comprajfe con vn ciarabaldano . Che
fi ne fapeffe pure vn poco, gli farebbe ( cred’io ) venuto voglia vna volta
almeno m dieci anni d'a- prire vn certo Autore , che fi chiama H omero , &
darli vna occhiata così alla sfuggita:dtco alla sfuggita ; perche non ha-
mrebbe penato molto à trovare in ogni figliatura quefa voce ■»Ti|J«rTfiU : La
quale feioglie cotale dubitattone benif- fimo contra la fuafpofitione, &
oppofitionc . Perche l'Eloque- %a ( fecondo Luciano nell' H ercole Gallico
efionente quefia voce H omerica ) ha le fieccie fue acute , volanti , &
veloci , efe ferendo trapafsano fottilmente l'anima . Dallaquale fiofi itone
altre fi non diparte Plutarco nel libro della Garrulità . Il fiso fi ile
adunque defiderail Petrarca, ac ciò che fa degno di M. L. che fi faccia fin
tire acuto , & penetrante , quali fono le parole dell'. Eloquenza. Hb detto
3 che quell' huomo non sà di Greco: ho detto male ; perche dove a dire , che
non sà, ne an- ihor di Latino : poiché vuole quel fuo T enuis a' volgari e
{fiere feti I4/4 ■ MAM «ia/hMi/a fi i I* «MA ét MCM fi « fi— -Ami- \ • M È AG*
IN. DIFESA pure Anche dal Latino , Et che quando i martiri di ' Ritorte*
vogliano, che t Oratore fappia dire fottilmcnte la fua caufa t non'trrtendono
tenue, o baiamente-, ma fattile acutoi comi die e il Petrarca alla dottrina di
fi omero conforme . u 7/ or, A quel che veggio , pur face* di me fiero che' l
Petrarca difef fe piu tofto fittile , che gentile. Et è Rato bene à non fermar-
ci fipr A tante altre eofi 5 che ho tralafiiate ,• poiché quefit che mi par e
ano importanti, poco e ti ari dio in confidar ottone hauerjì doueano. Ma
veggtamone anche vn altra , & f ac- clamo fine in quei ver fi. fiche
inventate • Se non ch'io ho di me fiejfi pie tate, ». : \ lo farei già di
quefto vtuerfiuora . Quella Veri tot e noto vorrebbe il Mutio in quefto
fionetto, che vifimbra ilare mol- to otto fa, { > . li ter. Et che vi
vorrebbe egli ? la bugia ? Non vedete 3 che'l Poeta in quefto luoco allude al
concetto di quel fmeno S'io credefiiper morte ejfiere fi arco? Oue, perche
incredi bile> non che difficile fifa , che altri fenda in sì fatta delibè-
ratione , Quegli Poeticamente il dice in ver fi ( ne' ' quali figlio no i Poeti
mentire ) accioche non (cerni per quefto fede à det- ti fuot , fi conduce à
dirlo col tefiimonio della Ventate : la quale non e otiofia mai in luoco veruno
-, & tanto meno in que fio. Perche tanto viene à dire In verità , quanto
Crediate k me, che bene fpejfovfanodi dire gli Oratori anchora ; come egli
deurebbe pur fiapere , facendo prof fi ione d' Oratore per Volgare , come fi
può conoficerc nella fine di quello fuo libro *. per quelle tre declamationi fu
e in difiefia della lingua Italica . Oue non mofira già egli di fiapere , nè
quando , nè doue , nè come (sfacciano le amplificationi oratorie : poiché nella
fecon- da anione nel bel principio fuor di tempo ve ne pone vna» cu fi dicendo,
Douendo il Padre de' Philofìphì , ( Editori Eccellenti fi. ) dmndo ( dice) il
dittino Platone . Qual Ritorte* , o qual T'MyifieA ** maeffro li ha cesi
ingegnati ? Ariftottle , & Hermoginf fon Greci: Cicerone, & Quintiliano
Latini . Se ben C tee* **nt tradutto in. Volgare , npn è per tanfo che da ne
(fono dà OjHefti.t hobbta potuto apprendere, : perche nfinve*. Da Cice* tene
l'haurebbe imparato ben bene > & fecondala diritta nor* ma, felhaueffi
voluto Auditore. Dico fi l' hauejfi voluto Bum dure: perche fi V hauejfi
ftudiato , non citerebbe Aulo G eliti * tutore di quello, che fu detto da
Cicerone pr ima nell Oratore òr Bruto. Le cui parole fono leuate di pe fi , e
tra firitte in Gel Uo de. jty.de l fecondo libro delle Piatti Aihemenfi: le
quei ferole di Cicerone non tute fi forfè anche Gelilo i onde non &
nherauiglut se L Mutuane# ejfo . non intendendo quel che fi di fa nella terza
Difefo foa dtp Italica lingua à figli / 1 rotila facciata ficoda lafiiatrafiorrer
Cirichiofiro in queBc parole * y Inofiri intelletti non fino cape noli del modo
del prò nun tórve br cui quelle prime ftllabe , che in per te parole lunghe
fijto. J&tioehenon fono de foot intelletti > dico, chefino pre/le amo
.tirare (fecùft vi piace fihepur capatoli he fi amo: & eh* a gli rio ha
iute fi Cj cerone ; perche non ! ha letto : ne letto ben G e llto, per che
noni’ ha wtefi i he odorato ben quello che vorreh he dure contea la pronuncia
della lingua Latina. Ne fa che fi driaòn fontina M \ \ , , u .'.. • X S fior. A
meÀkhuon t alent sfarebbe %.& attive neprego.poiche non può pafarefinja
grande viòle mftro lo fgombrarne ria gli oc chi tenebre . così fétte . . * , ■
. > . . ; *\ . ■ • ■ v v« Hier. Gelho al dicifittejimo capìtolo del fecondo
libro i tome vi di fin coll Autorità dt Marco Tullio > dice che quelle due
prepofitio~ ni 1 N,& CO N)ft pronunciano lunghe quando santipott
gpntJucoMpofitiOue a voci cornine tanti dalle lettere F> & S jìa
rimastone t cievéeffe/ Pttn. ohe Ciceróne ' non hebbe l’ occhio fillhor a aHa
quantità detta fiUaba; iti quanto perla po ft none è detta lunga, C he sfarebbe
fidtatvnà fcibech&ìfa'vólef dare à credere , -chclnìegervÒi' Jnclytùs
hautjfero la prima di qualità breue, Offendo da tutti i Rotti fèmpre po/le per
lunghe :• Ma volle mofirare'- M. Tullio la dimora htngafo breue ^
chè'reetfàdndkleUc- dstleioeftepìh. fi tieni cosi compolì tprónuriCiXdo fifèr
orai neon» -, alla teWe*\ •ti:, concio f^fe- co fa-che appo- i Romani la'detìa
' lettera / a *. eiitjfe doppio fuono. L'vmo legfitimo-scfi (altro-aduiierinói
cosi come h abbi Amo anche noi La lettera N. leguima', intera fi pronunci àua
con quel fu on anchora voi dwàflro i intelletto a/quellcfp »#$4r/ j fyiovfetio
non comanda* che fidebbi^v/'atc la parala J^uincentum, ne ch'ella fi pronunci}
calla prima lungarni* di Ore cbeglian tic bela pronunci au ano di taf/uanieragr
che pep ^ntnD afprefpa dipot.fi comincio- a dire ^ut»gentumAC tu&, &■
la lunga ■ dimora \iq. tvcn. lunga fi fupen\' &rtimslÓgM'i no«r \ dimeno
perche nàn aggradi u a alle or ee chip,, e. sf orfana in *vn certo modo con
violenta la natura della che dauantp •elafi odia la compofitione della N s
legni ma, > nelle prepofi* "Ctoni In; * & i\ . . . r i- r .. # ►
rtt vipssit Jk piche ptrtk hi mofiro (per mie credere ) qkente peldjU la
dottrina , & grande la calùnnia con che alti /erti tori mi- ’gi tori dèlia
rtofira linguai attacca il AI uno, per lacerargli^ *£/ qual frutto dalle /ut
cane pofiano trarre gli fiudtofi, ér tronche gufto fi faccia leggere la V or eh
ina Jua : & quale fpct datole pr omettano delle battaglie rifatte : &.
quanto forbite 'fieno quell'arme ^ ondi et fcct/de nell arena, li direi arte
bora Hm» che arti , & con guai retifi perfùada di traggereà figli animi
^efdijiornagli dal palefare s difetti >& errori furi* -per /immergere
Uglorta altrui , non che off ufi aria -,Je noto fife ben chiaro per gli firmi
furi il glori (fi •vanto delibano - 'te , etici fi per Juadt d‘ bau et fi
acqui) letto col rendere a mi fi- ■fa colma al Varchi il cambio dell'
immodestia fata* ri pestile. n ftofo venero , eh' ci ver fa centra i Philofopbi
, da cui voglia fé non voglia , ha pur apprefi quel poco di tintura dt
lettere,^ de-d ingegna d'argon entare, & dt firiuere. h £t vltimame/h- U
s'egfs ronfi potejfe fior gere con quale afito. \& di. rab- bia contro quel
tale (.etite uri credo (fecondo ch'egli ài W tircofiriueudo , perche uri nomina
egli palefemente i le mautfiche quella fio vna fattola finta da fi \ perche ati
ari vedendo etnofiendo la natura fio per glt firitti 9 fi riabbia da rifiutare
di iafi torti dare > quafi etiti perù il fie- ni DEL PETRARCA. pj no alle
corn a : il che chiaramente fi mofira nel? in [ìnu atto- rie fu a , & per
l’alterezza , per non dire altro , colla quale fimulando d’hauere altri per
Jauio da poter giudicare gli ferii il fuoi-, & fitto Jpecic d'honorarlo per
confidenza di buon giudicio sfinge di credere quello che non crede ine poi
arrofisi J'ce anche in fcritto di publicare t et attefìare la doppiezza fina*
Aggiungiamo a queste cofe il diletto > eh' ei fi prende di publi care >
che'l Cefano\ e'I T olomei fi [dottorarono 3 & che'l To - lomeifi dtjfcnno
: co fa che fi potè u a tacere ^fenZg interrom- pere il filo del ragionamento
fuo . In fomma queH’huomo > tale , ch'io non vuo pentirmi di non hauerlo mai
conofciuto ne per veduta 3 ne per pr attica , colle tante occ afoni che n'ho
hauute in Venetia , in Roma , & alla corte dVrbinoi doue alcuna volta
ritrouandomi io , m'e fiato riferito » che v era aneli cjfo . il perche non fi
deurà già dire , ch’io h ab- bia mojfo la penna mia à fcriuere contra di lui
primi * palmento per altro , che per amore della Verità; la quale io defidero,
& con ognifiudio m’af- fatico per fare che viua nelle boc- che , & ne
gli animi de" buoni eterna fr im mortale . li fine del Ragionamento in
difef^ del Petrarca « / . AL BENIGNO LETTORE. Ettore amico, (e quelle co Ce
volgari non ti fpiaciono , meno ti {piaceranno le latine di quello autore: cioè
il Picciol mondo che hora fi fabrica,e i Commentari) (òpra alcune Tragedie di
Seneca: doue con buon giudicio fidàà vedere qual differenza fia tra eflò ,
& Euripide , & fi ino- ltra qual Ila più prudente fcrittore di tragedia
. Sta (ano. .►’V-.V V. ( ' » ‘ i V.*.V\ V» 1 u x»'n-' 5 v Vll *4 •.w-- i . ...
v . *i. yv A. É&SS atbfc&n: :,no*s:<2 LA / .iùsiì 1 »: •'* » *
«<v » 4 » ma
mi ma va® LA POETICA^ SOPRA DANTE D I fòt® assi R8S5 M. H 1 ERO N I MO ZOPPJO.
In Bologna, Per Aleflàndro Bcnaccì. C w lic ernia de Superiori , i j 8 o .
I?Sìì AL SERENISSIMO GRAN D V C A DI TOSCANA SVO SIGNORE. %$WtWr rt e ? era
inuero d * acct * ra " Ìl A Hi & pervicace quanto X&3fSS?SSS P* H
euidenti ragioni s appor- Ìtò^5l®SÌSBSI * a no con tra autori più gra- tti*
tanto maggiore fi moftra facutez>z>4 di chi li oppugna . ma il prendere
anco la diffe~ fa di chiunque affaticato fifiapergiouarne , el proteggere
l'autorità degli antichi , è pen- fiero non fologiudic io/o & difereto s ma
(per teflimonio disiatone ) etiandio pietojb. ini- percioche oue l ,f uno
Jpauenta i valenti inge- gni col timore della riprenfione sformandogli fiotto ne ciò che da altri e fcritto ci viene come
pr e fritto comma n~ dato j ma quefto ( s'io non m'inganno ) haluo go in due
particolari . L'uno è.neRe cofe che nuouamente fono mandate in luce , perche è
meglio che t e f amine preceda l'approuat io- ne , prima che all' approuat ione
fucceda il fut o . L'altro è , né*gli autori iflefsi r'muw t i , in % quelle
parti oue più tofto habbiafiò a pa r ere sformatamente ricufath che mendica ?m
mente cauiUati. Et io per me fe hauefsi dai peccare in a di fiudiofamente oppormiui, eleggere >mi
pri- ma *vna ftolidita nell'acconfentirui , che vrì Acutezza nel! 'oppormele
>perfuafo a ciò non tanto dal domeftico e f empio del Tadre, il qua. le non
fen&a manie ra , ne so ancor fe mi di- V ™> ' ca , con qualche felicità
fi e moftrato fimprt fé ojferuatore , fé dtfenditore d autori pM . eminenti)
quanto da vn certo generale inter^ ejfe delle fetente . che fe fi ([ero
preualute le oppofit ioni fatte àgli E 'omeri , a gli Arso- teli-, a cjual
termine farebbefi mai ridotta o Ftlofofia , o Poefia , o qual fi voglia altra
prò f epone ? Et fe abbattuto dalla vebemenz>a degli opponi tori à nofiri
giorni Dante 3 in cui trouafi ( per quanto io ne giudichi ) com- pendiato di Dante in fomma , che fi come inTofcana il
Gran Duca e Ferdinando» cofiT>ante fra i Tofeani è il Gran Poeta . et come
Prencipe nejfuno auanz^a Ferd'man do Medici di magnanimità fé di prudenza,
cofinejfun Poeta pareggia Dante oAldìgieri d'muentione fé di dottrina . è
diceuole infic- ine à chiunque entra in cimento di lettere per Dante *Dantc il
prometter fi della protettane deU l'J. V. Sereni/. La quale .come inanimo mt
detta , non haurà a [degnare quefte fati- che di mio Tadre , le quali he pure
impetrato da lui di dare in lue e, coli offrirle & dedicar- le algloriofe
nome di lei , con effe * Pop* Altera Sereni]?. Humìlij?,Jcr. Melchiorre Zoppi**
Q/ghok nato a gli fl ettri ale corone^ yj Che nuouo Apollo in Oriente appar/b:
Tanto battete dhonor di gloria Jparfo , Che più non forgerà tato ita Pitone .
In qtefa ejlrcma mia fr edda ftagionè E dt brine > e di ne'ui ti crin
cojparfi Sonpurdel -voftro foco entro al cuor arfo .- Ne giel m'ha di Saturno ,
o di Giunone . £ pero vengo riuerente al voftro- Meal co/petto ad offerirui in
dono Le difefe di Dante > ci baffi inchioftro . V oi con quel cuor, oste,
tant' altri fino Per ejpmpio riuolti ; ali ardir nolìro £>4te e al
vojlralto; merto egual perdono* HlenZoppio I «£55 £8 S3ì JS3à £234 si
XENOPHONTIS BIN D ASI I ARCHIPRAE SBYTE RI CANDILIANENSIS A D Hi ERONT MV M
ZOPPIVM Ngenio frenasi domas% Hieronyme celfo J£uxin Dantem magnani protultt
ingeni um „• Diui'numj ; prebas merita qucm toUere ad aHr* ^yj -Aufonu Mufit
concupiere diu . tur jtÉSÌ 51 S " Vat * Vates vitam famamg. verendam
Reddis/qua poslac tutus adafira volet , Ergo exi Dantes relegent qui /cripta
frequentai V atum . Diuinumte canit altus olor. Diuinus Diurna canit, canit urd
vicifiint Diurno Eloquio . quis fine tabe negetl Tu tamen optanti doclos
concede labores J}oclorum feclo> Phcebus , & alter eris . FRANCISCI
PECCII PÉRGVLENSIS. CArmina.qu* vartjs olìm fuffufa tenebris Danti: erant nulli
vel bene nota viro ; V t quas diurno condnnt ea muncre pafiim Mentis opes parer
ent mi nifi mentis opus ; Explicat Eloquio felix Hieronymus: inde V t totus
tnagnas hauriat orbis opes V Atis opus tanti , tanto duce ,perlege lettor Vtri
plus tribuas ncc bene certùs eris. Signor DEL ZOPPIO. »' ttffi&X£8S&
ìnte, Umide fu nel tempo degU jLnolì l nodrì vn motto Trifmegiflo , Grandijfimo
Toc M^SJ^SKCM ta , Tbilofopbo , & Thcologo ; cofi come fra TA ^1*3 n °fl ri
Toeti ottiene 1" el Y rencì P Mo > che fa 1 J £^&>J Grecl
ottiene Homero, co fi ne lafcia m dubbia eZ'^A^JìS™™ f e fuffe , come Homero
più felice per alte?? _ SMi %a d'ingegno, od' infelice per Fortuna poco fe-
^ìg>\tf conda . Terche certo ejfule & mendico, fiction r cieco , in
pericolo almeno della veduta , coni Egli di fe fleffo nel Conuiuio afferma ,fe
n'andò tapinando per lo Mon do : & compofe quelle tre merauigliofe Cantiche
d' anione Tbilofopbi ca , & Diuina piene di tanta Imitazione , & di fi
varia & profonda. Dottrina; ebe bene è del tutto cieco chi non vela
riconofee. Et con ciò fuffe cofa cb'egli bauejfe commune tanta fortuna con quel
fame- fo Tocta, che pur farebbe anche affai , T^pn è già per queflo, che li fta
inferiore di moltitudine d'^riflarcht, & di Critici, dalliquali Egli ac-
catta ogni giorno riprenfioni & accitfe maggiori ,fi nella lingua come ne'
concetti , & nelle materie , per infino à taffarlo di poco rcligiofo in
quella guifa che fu quell'altro riprefo cTEmpioverfo gli Dei . Et perciò auu
ifando le genti, che debbiano leggerlo con molto riguardo, fi condit vano
alcivii à dire ch'Egli habbia deferitto nelle fue Cantiche alcune cofe fimili à
quelle dell'alcorano del perfido Maumctto . Lcquali of- fendo à me del tutto
ofeure , come à Colui che non volle mai prattica dì fimili libri , ne di
macflri che le mi infegnaffero ; lafcierò da banda, ri- mettendo la eonofcen%a
& la Cenfura loro a' valenti Tbeologi , come tofa loro propria &
attenente . Bene ardifeo dì direbbe qualhora m' ali- mene, il che molto fpeffo
m'auuicne , di leggere quel firn Conuiuio tanto dotto, & tanto alto, non so
comecofi animofamente fenetraggavnco tale ^Argomento : perche di pietade, &
d'ardente Carità Cbrìfliana,mi pare ch'Egli non ceda à qual fi voglia Scrittore
fedele & religiofo . Et tanto ballandomi dhauere detto intorno à queflo
capo , Vengo molto ben volentieri àgli alm,che pcrtcnendoall'arteToctica ,
fbero in mici miglior modo,che dalla bontà dìuinami farà fomminislrato,di
moftra- re cb'Ei fta molto à gran torto accttfato . jlqualevffcio, co fi come
per amore della verità volentieri fi fa, co fi prego chi legge , che voglia
prenderlo in buona parte ;pofcia che ogn altra cofa fuor che odio ò ma-
lanoglien-za ne inulta allo fcriuere . Ma per venirne, come e in prouer- bio
noflro , aUcSir ette, Quale h quel Fondamento colquale fi muoueil Minio à dire
che Dante fuffe poco verfato nelle lingue : & che que' fori di dottrina,
ondi Egli fbarge le fue poefici tutti fono CcntQ7ii,the fecondo •A, che 2
POETICA chcdafuoi Dottori li veniuànoinfegnati,fi trafcriueuano in verfldà lui,
ntHcendogli,comemegltofapeu.AJ citatore delle prime ìntroduttioni alle faenze
potrà mli prometter/] di farne altrettanto fen^a gettarne l'opera ci ttmp
,neTut "«ffwWcbwnondialljcrbaaÌM mi, che per venire a pm vicina contefa ,
Quale Argomento, qual Cerno - quale mitcìo ne pruoua inducono mai coHoro à
ptrfuademelo ? Forte qucUocbcdi pefo e Iettato da. Angelo Decembrio nella
fuaVolitia Lette raru%,ouefi riprende Dante che male habbia Rapportato in volgare
quel verfo di Virgilio . £ Quidnon mortalia pcótora cogis £k Auri . rat . ra
^es? La'ue nclTurgatorio t'induce Statio par- lante con P- trgiho dire . "
Perche non reggi tu , ò facraFame : Dell'oro , l'appetito de mortali ? V arendo
che inetta fi* la nterpretatione del Cogere pc£lom,ncl Reggere l'appetito :
douendofi dire conpm efficacia , & con maggiore [piato ?oetico,& con
più vici nan%a di ùarole m queììo modo . A che non sforzi i mortai petti , o
Fame Sacra dell'oro e ouero in ftmile altra maniera men fredda &
puiconueneuoleallaVoefia. Certocheà chi non penetra più oltre che I* Jcor^
delle parole, cofi parrebbe chequalcbecofa fi fuk detta con- Z JT Pe> ' rip
'J^'' l ° 1 YJgÌme ; & moltÌ ****** »* fono, f^'^reconfiderato,nondk^ ìt^T'T
Ì Hl] i tnte T etare ^ rÌ0 1+« ^e non flebbe ,ù K Z' t. e faf laC T Ca > lc
fliloancbora Corni- li mSÌ Z parlaHam ' & Cofl 1 ,ldU FÌ Vno di quella
cofa, ch'egli maggiormente appruoua per iììormemo atti all'infegnare ifuoi
dogmi .- quàfi che di questa maniera fi li potefe rin- facciare la fua legge ;
-Piatone fe dalla tua I\ep.fono da [cacciare l' I- mitationi , perche vai tu
defcrittendola coli' imitatione de' Dialogi tuoi* Coteslo cheta fai non è egli
onero vn introdurre l' Imitatione nella l\ep. onero la I^ep. neW Imitatione ?
T^effuno fi donerebbe far beffe di questa- dimanda ,fe infeme non volcjfe far
fi beffe del mio gran I\oborteUo,ò piit (otto d'Atheneo nel Fentunéfimo
capitolo dell' vndecimo libro de Saui cenantì,da cui ho leuato fi fatto
argomento . Che più? Tengafi perti- nacemente da chi chefia, &facciamli
buono cotale efferc slata lamen- to di Tlatonc da buon fenno , che i Toeti,
& le Poefie non deuejfero ha- iter luogo nella fua I\cp. perche non rechino
àgli buomini forti vfileò commodo veruno, non donerà Egli imitar fi dì fentenva
quando appa- rirà del contrario t Certo che Strisi otile nella Diffinitionc
della Tra te- dia, dotte parla della pnrgatiDnc per rne-^o dell' borrorc &
della cam- patone } moilra ben chiaro coU'vtilìtà , che cofi ce ne viene , di volere
chiudere DEL ZOPPI : f chhdcrclaboccaàvlatone intorno alla. proporla inutilità,
de Torti at fuo commune . adunque contraponendo fi la ragione d'^iritto.à
quella di Vlatone , an%i ttrttggendola affatto, non è da dire altro fenon che
non e da fdrfetu molta ttitna, Ter che fe alcuno ni allegherà Vlatone per
Popenionenegatiua,&io peri' affermati ua li opporrò frittotile coK vfo
commune non Iettato mai via : & fortificherò qttefta mduttionc col-
Fanthorità della natura humana che tanto fi vagheggia dell'Imitatici ne , come
è manifetto ad ognuno, & l'afferma Jlritt. nella Voetica,che ad apprenderei
primi Elementi dell' arti, & delle fcien%e fi-pale del- l' Imitariotie . Il
perche frittotele , che fu appellato il CanccUiero del- la T\(atura , & che
fi valfe della AI ente in vece d'inchiofiro, & di cala- mo in deferitici e
le cofe naturali , non volle pretermettere ne anche il trattato della
"Poetica , Forfè per mottrare à Vlatone, che à buatta equi- tà non potata,
ne deueua togliere alla Kgpublica gli Imitatori fe pure intendeua di non
formarla ad altri che ad buomini . Con quetta fi fatta occafìone dell' battere
trattato delle cofe poetiche frittotile & Vlatone fammi pbilofopbi non farà
forfè fuor di propof» to vedere fedifconuengaalTbilofopbo trattare delle cofe
Voetichc per giudicarle fe fieno buone ò ree . Laqtiale Quettione effendo
variamen- te prefa , non farà male che fi distìngua fecondo i tempi . Ver che
prU inamente Socrate , come fi diffe di fopra , nel Vrotagora pare che non
giudichile cofe poetiche degne de' ragionamenti philofophici . perche
battendoli propotto Vrotagora quella contraditrìonede verfi di Simoni- dc in
vno ittejfo Vocma , dopo la rcfolutione d'ejj'a, conclude , chetai }{a
gionamenti non fono da Vhilofophi . Ma come potrà Socrate difjinire pertalcvia
quetta contefa fencìi' Ione & altroite non fugge t ffo di trat- tarne? Dira
forfè eh' egli non fta Vhilofopho i Si; fecondo la fua Iro- nia . Ma noi diremo
noi ; che difputìamo qtt ctta c afa fuor di ì, ni , & ci copriamo collo f
:udo fuo. Et tanto piti che diccndofì da effo che i poeti ci fono minittri
dell'arti , & delle faenze tutte per certa bifufione diui- tia ; certo
appare , che i principali interpreti d'effe non fono già fenon i
"Pbilofopbi . Ma troppo chiaramente contradice à quetto l'autorità del
Vrotagora : e bifogna Iettarla via. Sarà ben fatto . E dunque ncccjfario di
fapcre,chc Vrotagora s' balletta ghwiofamente dato il vanto di potere infegnare
il modo , per loqualc poteffero i Cittadini diuenrarc buoniion- de
ha>te>idofi acquiflati gli animi & l'orecchie dcgli.Afcoltatori
atten-> te : c'ntcndendo Socrate che nclDifcorfol ' Jluttcrfario
atidattafaltcllav- do fuor dell' Imprefa dijpttta , ci?" valicando di
materia in materia col fauoleggiare , ne ojfcrttaita la promeffa : cr che alla
fìnevolendolo effó ricondurre al fegno proposto , quegli non vi s'baueua voluto
lafciart tirare, 6 POE TI C A tirare, trapaffandoinvnafeuoleìnterpretatione
fonVcrfat* Al a monile i Funeceffario che Socrate dicelfe mette parot Zc Su
toTroca S oraditre cofe. La prima dellcmali , ci/e Aiti riainmateria. L'altra
/ciSc'lt r2Z Tburt?J '*** tentecofertil^neceffarie atte Cittad^&Z^l^eTf T0m
chele l^r cationi fawlof e, 6- poetiche fono del tutto, S nonieno applicate
compaia effo Vm* % J*pp!ua^t"$ a^e , «. de cofe philofopbice . ^rro^la
S^teit^ dijjc nule, intendendo che cofì fatta interpretale di verZTÌ oetkì non
era principalmente da Thilofopbo, ma da Grammatico : SSS tare cofe propriamente
di Thilofopbia . K on veto imfnJSSmm J eme dopo Socrate ^ntimacho gra/toeta,
SLSffSff^ mone che l fermone Oratorio douefe accommodar i al f£fl del y X &
? "fi Pliche li lhone l OratoreàBruto,chelfuo Toema fujfe da vnfoo/li'oZ
fo-afeo tato :vnonricordandoft che altri Tatti veci
f';j^tifolareEfchilondcontra^ ^rritamoltitudine^co 7/ u :?7?'J* lr 7F°- H
^nonfacheTerentio&^ deuanoleloro Comedic , perche Circcitikpy n «1 * r «„ì
, le blu cara fi r L~ * j- 1 ' cata J! et al popolo : te* 1 Vftorfi Toetici à tutti cofloro , &
volle chejufero proprie Critici . One mi perdonerà la fua recolenda me- moria,
feconfeffo liberamente di non penetrare colla debbolerra del
'fo.VerchefiefiavoceCnncocbevno^ dandofiadognt maniera di giudeo è pur
voceEquiuoca & venerale ches accomoderà , & al pbilvfopbo & al
grammatico , &d irmi 6 rogliaaltro^rtcfìce , che giudichi ,ò gafiigh)
anchora o ToctaMot tore y chelifipanauanti. Ma noi cerchiamo vno fistiato
particola- re , a cuì debbiamo ricorrere per vedere fc fieno bene formate le
noiìre dS&i fr Cr i T° ^ talcfi ? Col '"f°lo che va vefìho deWhabito
dellaTklofophiadicendoM. Tullio negligi, che Indicare peni- ne a philofopbo
propriamente . Ilquale come merpL de e lcieté decima^ d giudicioo per
contradiuionc degli ^Lcr/ar, , "perche purealuinon fofie di commodo, ò di
p^cere tal volta de O^rkb Z ^ài,cbe tutto qucfio fi fatto male -penino, dall'
efferc il gouerno Democra tico;v che novi fi patena rimediare fenon col ridurre
cofi fatta ammi- nifi racione, onero all' ' .Arijlocratia, onero alla
Monarchia,®- difidsrado Poeticamente dimofirare la Felicitai etla'nfclicità,chereca
fecociafe» nadiquefie amrninifirationì , cok" efihnpio forfè d'Homero
nello feudo d '^Achille,') di quell'altro che fotto nome d'Hcfiodo s'appella la
Tar^a d'H ercole , fi mife il buon Dante per la Città di Dice nell'Inferno d
moflrareil Gouerno à popolo efiere trauagliofo, & pieno diturbulen- %c,cr
vno Inferno in fomma di tutte federante . Ter lo "Purgatorio ci deferijf
et. Arijlocratia , cioè il Gouerno degli Ottimati : preponendo non al
Purgatorio veracemente , ma aWammìnijlratione ^£rifiocrati ca quel Catone, che
tanto mìmico d'effa , quanto acerbo ^Aunerfario della Monarchia , cui Egli
fapcua efferc facile à dichinare alla Tiran- nide, per quello ch'era nel
Prencipato regio auuenitto à Rimani; prima potè {offrirà di dar fi la morte colle
proprie mani che vedere la Patria fotto lompcrio d'vn folo C efare . V olendo
lignificarci Dante, che fot- to vn tale gouerno, tutti fi purgano iviiu &
diuentanogli huomìnimi gliori tendendo alla vera felicità . Ma doue la
Monarchia fi potejfe trottare , quale pur n'ha conceduto la fomma bontà di
godere à tempi noflri in più luoghi dell'Italia , Quella alla Città del
Paradifo , di cui è Cittadino il Signor noflro 7esv Christo, come dice Dante,pa
ragonarc fi deuerà : &• quello è vno fiato beatiiìimo & felicijjìmo, vo-
to d'ogni vino , & ricco di tutte le virtuti . l'olendo per fi fatto modo
ilnodrogranPoeta moflrareilvero flato della quiete alla fua patria , &
perftaderle vna buona ii . Imper cloche la Fantafia riceuendo Vlmagini delle
cofe, che le fi prefentano , & tra/portandole allo' ntel- letto , fa che
l'animo come prefenti le ritenga , fi che tutte imitando facilmente pofjtamo
rapprefentare : onde Cicerone parlando d'Ennio nelle Quefiioni ^Academiche
diffe . Ennius experre&us potuit iila Vua pacare vt erant ; interpretando
poco prima , & poco dopo che quelle bidoni fu/fero Phantafte , con quefie
parole ; Vifum idem eft quod Phan tafia externo fcrmone . Dante adunque per
quefia via non vanamente dice d'bauere penetrato vefiito di corpo humano ,
& ■ veduto „.j principale t „ per l'ordinario fuole efere di prillata
pafona :fc ben talbora Ji Jono trottati, & fi tronfio anchora V, encipi,
& ti eroi, che hanno phdofc- photo . Et ha il -poeta noflro fatto qncftafua
Imitatone conijide prò prio érdiceitole alle perfine introdutte, inalbandolo ,
& abbacando- lo al bifogno, ferzo, partir fi dal conueneuolc , fecondo i
fuoi precetti nella Fólgore Eloquenza , come fi potrà vedere . Efendo adunque
l'anione d'vn Thtlofopho contemplammo , con tante quejlionì profyn-. dif imamente
trattate intorno alle fetente , & all'arti con termini ripo- fii,& come
dicono alcuni, Scholaflici & barbari in via difutatìua, & ex profeflb ,
7{pn pare che Dante fiamolto da lodar e, per che l'ar- te del 'Poeta fecondo
Jluerroenon fu ritrouata perdìfputarc,neìlcom- muneVopolo , àcui pare che fieno
indirizzatele Toefie,non è capa- ce di fotti\rlic2ge tali . *A che rifondendo
dico primieramente che non pofo ammettere per verace quello che in ciò fi
presuppone, cioèchei termini Schohfiici co' quali fi trattano le cofe della
fantìffima Fede nc- fira, & de quali fi e feruivo Dante, fieno à partito
veruno Barbari, perche fecofaalcnnaè lontana dalla Barbarie , la Dottrina
Scholaftica per conto della Religione noftrah quella che nulla bada farefeco.
Voi dico che in Toefia Epica Comica d'attioneVhilcfopbica, come qttefia; non fu
difdicetiole che alle volte fi quifiionafe dell'arti & delle faen- ze per
rendere fuo decoro alla perfona delle prime parti: ilche non è giavetato
nell'altre Imitationi poetiche , quai fonoiDialogi di Tinto- ne , & di
Cicerone , & d' altri Tbilofopbi Socratici, la Confolatione di Boetio ,
& fintili ; ne quali fingendofi irnitatione d'anioni, ò di cojlit mi , v di
pcrturbationi anchora , pojfiamo dire che fieno poefie . Il- quale modo di
trattare le cofe non può ne date efere vetato da glì'n- tendenti di queft'arte
, poiché Vlatone , & altri l'hanno giudicato op- portuno . Chefe
Dramaticamentc e lecito, non sò perche non fìa leci- to Epicamente . Et
l'autorità d'^Auerroe quando ci fufe contraria , ch'io noi so, nulla mi
mouerebbe : non dico, perche nelle cofe della Toe tica£ jtrifiotile molto
nonpenetrafe ihnidollo; ma perche dicecofa. dirittamente contraria all'
Irnitatione . perche quantunque la Toctica non fufetrouata pcrfvfo del difutarc;
IcToefìc pure fonotuttc imi- tationi per vìa di Dialogi, contrafii &
dijpiite intorno à gli af ari hu- mani . Che fe Licophrone nell' Me f andrà ,
& altre cofe amatorie , ò fimili altri rapprefentano vn folo che dtuift fuo
ragionamento; non per siò è che non fi prefupponga vn* altro che fhabbia
dimandato di quello B % tale mi POETFCA tale afa, di che fi fatteli* , &
nel richieda delle cirr n n»«~ m j , le raghni,percbefi dica ò faccia la
talef& lata' "ori rT & , uifare per quale cofa altra farà che per
modo Dialettico ò»l„- > Si che faremo buono anebora che la -Poetica
nonfi?p^£™* pereto ntroitata ; nondimeno co/i t pur vero che Cene vl^ fio modo
del trattare le cofe boncjle , v„ ££t* contemp attuo , & imitatiua dell'
bouesìo,come fi vede LI , P • KMe ftpruouine dalvigna, nedame'Ze^l^tfZ
ts&kSSSL ri ci 7 i i Ti ^ ™ s affi Manno f Et fel LpicheVocfie fono
indirizzate à migliori cbc'l * 0flfl lo, non fio vedere, come effi non fieno i
dottici quali fSSSSSSl paranoie materie Thilofophice con difettati*» e - e'I na
ùra rl ^ colqualeci mouiamo all'imparare , tutto i mkti^fliS^l la DEL ZOPPI 0:
13 la Menalippa d'Euripide nel coftume, con dire cbe'l Tbilofopbare non è cofa
di Donna, ò di Donzella pur fi pare che s'ammetta negli huotnt ni . Laquale
ragione fe confidcrata hauejfe il Cajleluetro non baite-' rebbe riprcfo i
Dialogi ài Vlatone , che fanno la loro Imìtatìone con materie pbilofophicc . Et
tanto meno gli baucrebbe riprefi,fe bauef- fe confederato l'autorità di Vintone
c/fere ben grande in feguirc le pe- date à'^Alcffanene , & in effcre
feguito da Xenophontc, ér da altri co lungo cor/o di tempi infino a' prefcnti
giorni . Laqual cofa bafla per cofìituirci regola fopra , ò trouarci almeno
fcufa legitima , quando ci fttffe vitio . Et quel teflo ^iriftotelico , dond'Ei
vuole trarre cotale fentcnyt , pruoua an-zj il contrario : perche fe'l parlare
inprofa impe dina l' imitatitene ; &fe la materia philofopbica facetta cbe
non potcf fe eficre Voetica ; tanto più impedimento ci doueua apportare l'vna
cofa & l'altra infieme , onde indarno ^/trifìotile componeua , &con-
traponcua que' Dialogi Tlatonici à Mimi di Sopbrone , & di Xenar- cbo . Cbe
pure i Mimi di cofloro fono Tocfic per teftimonio d' >Ariftc- tile . Onde
certo il paragone cbe ne fa ^Arifi. non e perche gli vni in profa deferita fufj
'ero, & gli altri in ver/i ; ma perche quefti materie n>ili,&
ridatoli conteneuano, & qttelli(comc fi vede) materie alte& gratti .
Isella profa non opera già apprcjfo .Arìflotilc cbe Crate non fia appellato
Comico , & Vocta apprejfo di Diogene Laertio . Et per cotale fimiglian'za
il Dialogo fu chiamato il Mimo di Vlatone appref fo di Luciano nciPefcatore .
Da tutte quefle cofe, fi può conofetre qua to fia fermo il fondamento del
Giraldo ne nomanti cantra Dante: perche non temerario , ma con ahijjìmo
giudicio va trattando il noflro "Poetale cofe Vhilofopbice , & con
mcrauigliofo jplcndore aicrefcendo lume al grane col piaccnole ,fi cbe i
concetti non fono priui di\ratie ne di vaghete poetiche : fi come anche i
Dialogi di Vlatonenon ina- iano di fimilc gioconditate . Et lo vide e'I dìjfe
^Carlo Sigonio nel fuo libretto del Dialogo , riponendolo etiandio tra
l'imitationi poetiche di perfone letterate per via di J^arratione quaft fccuica
: & prima del Sigonio paruc che lo fentijfe Cicerone nel primo degli
Ffjici. Et è pur vero che fi rapprefentano in ejfo perfonc trattanti &
negotianti cofe di lettere : ilchc bafla per farlo poefia : & fia poi
quello negocio , che fi tratta ò philofopbico , ò Ciuile non importa . 7{e
peraltro efclude Jt rifì. dal numero de Tocti leghimi Empedocle, fenon perche
non rap- prefentaua anione bumana nefittna , ne pur indttecua dijputanti ; ma
come Lucrctio faceua l^arratione delle cofe phifice. Di nuouo qui s'oppone la
ragione d'^Auenoe col dire chela Toefia non è per l'vfo dell'argomentare, &
del àifputare , Difopra l'ho tocco, & qui iirc^ i 4 POETICA plico che pur
Ella fé ne vak , &fc ne valfefin da principio quando ì primi trottatori
della Comcdia fopra i carri pur argomentauano , & dijputauano I'vno contra
V altro delle ribalderie Cittadinefche Ma CT nellaTragedia , & nella
Comcdia , che altro fono le S'cene,che Ra- gionamenti & Dialogi tra perfine
argomentanti & digitanti di cofe, &negocii con propoflc,&rifpoflcin
forma Dialettica ? Et la Dialetti cah fìì/i finì* ApUì Iriruri/iti ? VÌannrnn
Tt-nn' 1 n bortello dubi- ta fe i Dialogi fieno Toefic, pofeia che dice .
Cicero , Plato , Lnciatius in Dialogis mirifici quidam font Poetae : quia
imitati tur . Et Dialogus quatenus imkatur fermone tantum, continetur fub poefi
Epopeica . Ma dubi- ta bene di non battere chi ti contradica nella Dichiaratone
di quel luo vo della Toetica, oue vuole che per Sermoni Socratici più lofio fi
deb- biano intendere i Dialogi di Tlatone , che le fauole d'Efopo ; Giudican-
do eh e forfè filtri bauendo letto che Socrate componefie giaToefiadel le
fauole d'Efopo ,piutoflovolefie intendere che .Arift. hauefie hauu- to l'occhio
à quelle Toefìe che à qtiefle matafioni di Tlatone in Dialo- go . . Ma non
farebbe già di merauiglia, che fendo il Dialogo ò Come- dia^ parte d'efi a; le
lettere che fi fcriuono gii huominil'vh l'altro ef- fendo parte del Dialogo, fi
dicefiero di materia Comica : poiché l'Epi- gramma t DEL 1 O P P I O. ts gramma
, come ne 'nfegna efio I{obortello è vna particella di ciafcun* -tnaniera di
Voefìa , Dicendo . Nam lìcut Comcedia, aut Tragoedia vna particula eft Epo- pea
grandioris poematis , ita quoq. Epigrammata multa ducunrur ex vna particula
comcedia: , aut Tragoedia: . Tlu- tarcbo mede/imamente, da cui efio Hobortello
quefla [enterica forfè tra fcyifie, contra gli Stoici pare che V affermi. Ma
non efiendo la Come- dia cofa Homogenea , non può miga tirarfì quefla
confegucn%a , cioè, Che ogni cofa cb'è parte di Comedia ,fìa da dir fi in vn
tratto Comedia . Tuttauia ritorno a dire quello che fempreho detto per fimìle
ragione, che cotaiDialogi fono dariporfì (otto imitatione poetica dì Tbilofopbo
contemplatiuo, & non già che fieno Comedie ,fe non quanto cadono fot tol'
Epico Comico . Ma qui non bifogna gabbar fi t ò dotto fin credere che la
materia parlata da gli Interlocutori ji al' imitatione: perche tu t'in- ganni.
V Imitatione è quel modo con che fi parla , & fi tratta accom- pagnato da
paffioni, e da caflumi : nclqualc poffiamo dijputare , & trat tare ogni
materia quantunque alta & magnifica . Il Sileno di Virgilio nella fefla
Egloga, quale imitatione ha Egli ? Isella Materia del can- to , doue fi
raccontano i prìncipe delle cofe naturali l Trulla meno. Dotte è Ella dunque?
K[ell\4tiioni di Cinomi , di Mnafilo nel legare di Sii eno , nel minacciare ad
Egle qualche buona mercede , nell'atto del raccontare le cofe con gefii ,
mommenti del corpo , nell'afoltare at- tento de S atiri , & in fimili altre
cofe, che vi concorfero . Che fe la Ma- teria Tbilqfbphica vetafìe la cofaVoetica;ncil
Sileno farebbe Toefia. C effino adunque boggimai gli Intelletti acuti di
Iettare à Dante il nome delVoeta , per haitere trattato materie delle f eie
n-^e,& dell' arti fi pro- fondamente :nev 'aggiungano anchora Con Termini
Barbari. perche non fono termini barbari quelli , ches'vfano da Theologi nofìri
: tua nofìralì, cir dimeflici fra noi , noflri proprii & non altrui. jfMj
Vi frego Lettori cortefi & dotti che non vogliate credere che ne io
d'iceffi mai, ne anche penfaffi di dire ,nc laf darmi vfeire della penna, che
ne Dante, ne Virgilio ne Iloinero,ne altro fcrittor e, o poeta noflrale hab-
bia vfato mai termini fcholaflic'h& barbari, quando ho ben detto, &b y
erisimo , Che Dante alle volte ha certi concetti, & parole tant'alte &
dif- ficili, che à pena fi laici* intendere : & che'I medeiìmo adi- uiene i
Virgilio, ad Homero , & ad altri ùrittori ; Volendo intendere di
"Plauto , & d'^frijiopbane . Che Homero, Virgilio„Ari- fìopbaie, &
Tlautohabbiano concetti & parole alte & diffìcili da in- tendere, aflai
chiaro ft fa per gli Commentary,annotationì, Encbiridij varie ■js poetica Varie
Lcttiam ,Mifccllance, fcholy , & altre fìntili Cafiì^ationi , che da ogni
tempo fi ne fono fatte , &fe ne fanno da' dotti , che fouucrchìa cofa è
rammemorarle . D'H omero mi forniate d' battere letto in 'Nonio questi quattro
ver/i di Lucillio , che vanno vn poco piti oltre, che la Difficoltà . Multa
homines portenti in Homeri verfificata Monltra putant : quorum in primis
PolyphL'mu' ducentos Ciclopcs coclites & po rro lune mambacillum Quam
malusnauis in Corbita maximus vlla. Ho voluto por- re qui queBi verfì ;
accioebe chi non fa più oltre la ragione delia fcan- fìone antica , non fi
lafci ingannare da Giouanni Hopper, che credendo- fi la voce Corbita battere
laftUabtt dimeno breue corrompe la Unione di eji'i in molti luoghi : concio fta
cofa che cofì debbianolc%gerfì à punto come gli ferino : & nel compartire i
piedi l'I $ delia voce Nauis dette gittarftvia, come l' s del fecondo,
&delter^p verfo, portando cofì l'vfo del verificare di Lucillio , &
d'Ennio , & d'altri poeti del tempo toro . Corbita poi ,come Caffìta &
G alèùta , pure ha la penultima lun- ga . Cofi leggendo i verfì non hanno vino
ò peccato veruno . Ma di qttcslo affai . Contra Virgilio ft leggono in Macrobio
parole , che fio- prono in ejfo molte foT^ttre ò vuoi perle voci greche, ò per
le Bar a \- re ; ina io non ho tanta ac utenza d'intelletto chele fappia
conoferre. D' ^triftopbanevn ralente Maeslro di Retorica ferine attesi e
parole. In Ariitophane inueniuntur multa , qua: ncquidem à doctis .
intelligantur . Di -Pianto chi ne dubita f 1 Quante ritrattationi fe- ce il Tio
delle fuc Dicbiarationi fopra ejfo ? Qual merauìglia adunque che Dante n'habbia
di tali ? Ob, dirà alcuno , Bene è probabile cofa che in que Tocti antichi
fieno di molte cofenon intefe da noi perla Untx- natica de fecali, & perla
diuerfità delle natiov.i & delle lingue ; Ma. in Dante ,ein qttefla lingua,
che fi può appellare nostrale ,\on pare che poffa efferc tale; abile tanta
ofettrità di [enfi , & di parole . Etto dico ch'I tolerabiU fi per la
materia imprefa à trattare àaeffo,comc anche per le parole, & per le forme
del dire ch'erano in vfo al fuo tempo, come da certi Frammenti del The foretto
diSer Brunetto fi pub vedere. Cofì anche auuenne al Teucro di Litiio ^Andronico
, che dopo dodici anni alla morte dell' autore, non eraintefo da [noi auditori
. Ma nondimeno fu à Dante conueneuole,fe non neceffariofin materia cofì al- ta
& peregrina d'vfare concetti & parole alte & peregrine talhora .
Ter vedere adunque fe Dante babbia fallato in tale cofa deur anno gli
fiudiofìfuoi principalmente attuertir e in bocca di cui fìmih concetti &
parole fieno pofte & collocate: otte s'egli non batterà ferttato il deco-
ro, direni® DEL ZOPPI O: 17 ro,dircmo certo ch'eli babbia fallata . Ma non ha
già Egli fallato nel decoratomene in quell'altro anebora che
filiopponedaalcun'hcwenel l'baucrc trattato Materie in Per fi tanto alte:
poscia cbe'l verfo è puw atto ad ijprimerecofe pbilofopbicc, &
diTheohgia,come fisà per que di L ìno,di Mufeo, & d'Orpheo, d'Empedocle, di
Lucretio &■ d'altri; dal cui numero fi cagionaua cbemeglio s imprimeffero
nella memoria . Ma conceduto a Dante che in ver fi babbia potuto poetare , come
ha ben po- tuto di cofe tanto alte; non pare già conueneuole che fi li poffa
conce* dcre , che poetando à Chri/tiani , & di materia pertenente alla
noftra vcraclffima Religione, doueffe potere à lungo nella prima Cantica infe-
rire le bugiarde figure di Centauri, di C arane-, di Thlegias nuouo Barche
ruolo, di Gerione, & d'altri monjiri che non fi rendono àmia verunpat to
credibili . Quefla fi fatta oppofitione dallo Scaligero fu fatta al Sa- navano,
dr per confeguenr^a al Fida ne loro "Poemi Cbrifìiani . A fomnijs quoque
Eriarci , & Centaurorum , & Gorgonum. Scylte, &Sphyngis , &
Chimera?, & Hydra; , & Harpyiarum abftineiidum fuit. Laquale cof a
dicendo fi da queli'huomo fernet dedurne la ragione, giudico che non debbia
efiere accettata . T^e buo- na ragione e quella del dire che nulla
confaceuolc^a habbiano collare rita,ne colla materia che fi tratta .
"Poiché non fi deducono perproua- re, ò riprouare fi fattamatcria ; Ma
allegoricamente fi fìngono effere la giti con quelle ragioni Thifichc,per
lequali pruoua Scru to , che le vi riponejfe y irgilionel fello dell' Eneida:
& non è fuori del ragioneuole, che nell'Inferno, luogo di forme horrende e
fpauentofe vi fi riponga»» anche di queflctali : fingendoti! fi maffimamcntevn
aere cupo&denfo atto à formare dì fimili apparente , come talhor a ne vediamo
nelle no- ftre nugole , di che fa mentione Cicerone, nel fecondo della
Diuinatione, & Diodoro net quarto : talché come apparente & come ombre,
cioè,co me dice Tullio , qua fi H ippocentauri nelle "Nugole fi crederanno
. Ma non Ih facciamo come Animanti effere credibili per fe,nolle hanno fat- te
credibili i Toeti antichi, da quali le ha apprefe Dante? Et non ba- ila che
fieno fiate riceuute pertalìvna volta fecondo lAriHotile i Et che perciò non
peffono riprender fi , cerne interpreta F ranci fcoI{cbor- tclloà fogli. 270.
dcllaTocticad',la confiderà il Mintumo nel primo deità fua Toe L iter -Poeta,
bora Giouane Iibidinofo,& Ouidio bora ToetaMrabuomoad tjffpbo, come attore
introdotto, frecolarcvecle , fare, J JudiZ re. SedHn q
»eDante,mentrecbeban>abitodel poeta , fcrìuendo T ^nfipuodirecl^ te fijegga
d bauerlojatto . perche dallo fcrilere la cofa fintain Zri plnofopbo ih
pHofare,& an^i lo dot* fare . perebi -ciò perTn/JJ
pnarnenteaWbuomopbilofopbX come dice Jl J£S T^ffi ' ITI °i; M r a t**> À f e
^alcuno cbe'ldire che Dante bora (¥a poeta bora pbdofopk & che fi Alitante
volte, & fitfoià* habito bora di queflo , bora di quello fi a come vn
é^k^m^^ot m e ^u\ f0rt ' f€C0 • iLnpocom Mnri arare , &U paffatoe di Dante
philofopbo attore : &p er ò fempre Ili «Mcmmenti fono col tempo paffato.
^^Sffi PJ^ ll J^dipropr^ fognandomcafadiMafanijfa li erano amm^q^^Z qtic D E L
Z O P P I O. ar que, che Scipione ì{arratore è fuora di quella catione , otte
era fognan- do per diftintione di tempo ;cofì Dante Toeta perl'iflefja diftintione
di tempo è fuora di quella attione Thilofopbica,nellaquale con alta E anta fi a
prima peregrinando andana . Et per cotale fìrada ceffo, in tutto la ragione
oppoftali del? Imitante in vn tempo ifieffo coli' Imitato; &col- l'Ejfempio
non foto di Scipione , ma d'altri poeti anchora fi greci come latini Epici,
quale Orpbeo nell'^rgonautica , Vropertio Gnidio Catullo cr Horatio; potrà
Dante fen%a cambiarfi il nome poetare dife medef- mo,lafciandol'e/fempiod , H
omero che fe lo fcambiò in Demodoco , & d'Euripide in Tbcfco . H ora vengo
à moflrare quello che difopra in al- tro occupato ,riferbai à queflo luogo
opportuno ; cioè. Che que' Mon- fir 'h che colT autorità dello Scaligero fi
riprendeuano in Dante, non fuf- fero più per veraci creduti nella Religione bugiarda
degli antichi, che ■nella noftra fantijfima, & veraciffima . Che que'
Moììfiri adunque de gli I nferi non fujfero creduti dagli Antichi più per
veraci che da noi , oltra Tlatone nel primo della l\èpublìca , & nel
Vhedone , & Callima- cho in certo fuo Epigramma greco >& Cicerone
nel fecondo della natura dell'i Dei, nella quarta Oratione contra
Catilina,& in quella per Cluen- tio, & Horatio nell'Oda quarta del
primo , per in fino a Seneca nella F e tiquattrefimaEpiHolaJ' ifieffo M. Tullio
nella prima Tufcolana affai lo pruoua in quelle parole . Num te iJJarcrrcnt ?
Triceps apud Inferos Cerberus, Cocyti fremitus, Tranfueftio Acherontis, mento
fummam aquam ' attingens fitienetfus Tantalus? Con tutto ciò che fiegue infino
a quelle parole . Quis efi enim tam exeors quem irta moueant ? Aia più chia-
ramente Tlutarcho anchora nel libro dell' Ufcoltare i Toeti fecondo la T
radottionedi Guglielmo Xilandro , co fi dicendo . - Jam ilio: apud inferos
portenrorum fitìiones,& chTpofitio- nes , qua: terribilibus nominibus
fpetìxa fabricantur arden- tiurn fìmninum locorum horribìlitim , ac terribilium
fuppli- ciorum fere ab omnibus deprehcndunmr effe fabulofe ad- modum: ne mo que
nefeit ncque Homerum, ncque Pynda- rum , ncque Sophodem prò certo habuifle quod
fcribebat. Seqncflc e'I Gorgia,dì cui dice a t Imito veWondkefimo efere le cofe
fuora del vero siate finte, & aferitted co- loro , ben diremo che fia
fauola& finione poetica d'vn racconto fat- to fopravn fondamento creduto
vero , ma non però diremo quel rac- conto efferevero. tali fono glieffempi del
pa]fa%gio d'Enea in Italia, come fi vede nell'Epopcia , & nella Tragedia
e{fere imitate tUttiont mVltf/e,mEnca, inUchille,in Horeilelin UlceHe, in He-
cuba&tnfimili ; Cofi nella Vecchia Comedia in Socrate ; in Euripide^ m E/
chilo & m altri, che erano motteggiati, & protterbiati in fulla Sce n a
. Mcdefimamente nella mtotta de Immani ; cioè per mio credere nel
la'Pretcsla,ilVaolo& l'U finto di T^euh, il Tiberio , clTctulo di Tittnnio
, il Tlotio di Cecilia , il Vopifco d'Ufranìo , e'I fcruo di Mar- ca apprejfo
di Garrone , & m Verghilo poeta Bimano L moilra chia- ramente - 24 P O E T
I C A ramente Tlinio fcriuendoà Canino . InComcrdia ficìis nominibus decenter ,
veri.? vfuseftapte Virgmias Romanus . Ma fintamente trattando cofloro argomenti
non palliati, come baucua fatto T lauto & Tereutio, ma togati & Ro-
mani, come notando Horatio nellaToetica fommamentc gli loda. Nec minimum
meruerc decus, veitigta grarca Aufi deferere, & celebrate domeftica facìa .
Untale parlatili do delle Comcdie,& non delle Tragedie , non fi può dagl'i
Spofitori di- chiarare coli' effempio della Tragedia di
Senecaintitolatal'Ottauia; fi perch'EllaèTragedia,fi perche il cafo auuennc ,
& fu anche poftoin poefia da Seneca moltijfimo tempo dopo Horatio : non
potè dunque erti batteri' occhio à fimile cofa : ma fi bene à Comedia
Cittadinefca I\oma- na, che potuto Egli baueffe -vedere di T^enio, ò d'altri
defaitta con prò- prij nomi Rimani . Et Dipbilo Comico haueua tra Greci feruta
la Sap- pho co'fuoi inamorati ^irchilocbo & Hìpponatte . Cofi i nofiri
Comi- ci moderni celebrano fatti, coftumi , &paJfioni all'vfan^a Italica .
Io non-veggio dunque come fufifcbifugnoà Dante celarfi fotta altro nome finto .
Et certamente Dedalo nel /etto dell'Eneide rapprefentando fe medefimoin pittura
deferitele fuc proprie paflìoni conviuacc pennel- lo, esprimendo
maeflreuolmente vn padre in Vniuerfale pieno di quelle pa/Sioni , che ne fuole
apportare la perdita di figliuolo virtuofo , vnico t & caro . Et fe crediamo
adEliano intorno al cottume de Vittori anti- chifiimi nella fua -varia Storia ,
potcua effo Dedalo anchor a fiotto cota- le fuo ritratto hauere defentto il
nome proprio : e/fendo effo onero il pri mo,ouerode primiTittori che
cinafcejfero . Ilche fece & potè farcii noftro Dante, & ogn' altro
Toeta chedife mede/imo poeta}] e; per hauerela pittura, &la poefia quella
confacemle^a infeme, che fi dicono hauerela Dialettica, &la Rbetorica, che
fi come la Retorica è vtndìflropho alla Dialettica , cofi vueleT lutar cho ,
chela Voetica fio- Jlndiflropbo alla Vittura . Et però non è merauiglia fe
ridicolo effen- do quel Moflro Horatiano perche non è Vno & femplice , cofi
per fimi- glìan^a fua diciamo laFauolaVoeticachenonèvna anch' efia , cirie- fca
vna cofa da ridere . Che fieno tra epe pur differen^ efientialifiime non fi
nega : perche fimìlmente ne riconofeiamotra la Dialettica , & la Ubetorìca
: ma ciò non toglie, che non babbiano tra fe conformità grande nell'unità .
Contra laquale Fnità richieUa nella Tittura , non sò quanto fi fiaà propofito
l'efiempio del Cauallo diTafione, che-vol- tando latauolella per vn verfo,fi
mofiraua Corrente ; & per l'altro fi giaceua . perche 1* accidente del
voltare, mutaua la forma della cofa : il che era vn riformarla in vrì altra .
Onde quella per tale rifletto non fi potcua DEL Z O P P I O, 2S fi poteri dire
vita tauolena,ma due : perche voltandoli tutta >fi yen}' ua anche tutto à
voltare lo flato, & cangiarfi la prima forma, talché vna volta fi diceua
CauaUo giace/ite , & l'altra Corrente : ina non fi diauagiaad vn tempo,
& giacente,& corrente . Et nella 'Pittura al" trettanto quanto
nella Tocfia confideriamo vna fola ^Anione principa le, allaquale dirizziamo
come fotrof ritenti quell'altre tutte delle per- fine efjigi. ite nella taaota
, in quella guifache al facrificio tTlphigenia dipinto da rimante feruiuano
tutti que "Principi & Capitani greci addolorati, che nondimeno
facrificio d'Iphigenia fi chiamami Cofi nel nofiro Dante vna farà la
fua^Attione di ciaf cuna Cantica : ne li nocerà chcvhabbia altre perfone più di
lui degne, quali per cagione d'eff em- pio fono nell'Infermi Vgo Ciappctta ,
prima radice de' f{e di Francia, et T.ipa Adriano, i quali perle perfone
debbiano fare gli Epifodu Tragi ci,& Z r e Z. alerone : Et fimilmente credo
clJnonZSa[Ji- ter a t comica , & tale la ncomfee Tropcrtio,& Iconio
Marceli*; ma tal materia fu anchora deferiva in verfi Giambici^ in forma S£
"[Libro MI ^fiottare i Voeti, à quella [migliane che fu compoflo
fV'rgitcd* Homero. Ondefegue che perÈfempio di MenanL fi * potuto dalnofiro
Dame fare lefueComedìe in forma Epica. Cofi ci- che appello il Boccaccio
Comedia ìlfuo olmeto defcrkto in form ar ^rTnZTF'^r^i Sbadire che ari/ì.
iiconofc^le fole Drama rcbe, & che non hauejfe mai conofeen^a di Epiche .
per- eh ce, rtoegMa conobbe nel Margite, ch'era in quella V ùfa compio, che
dirimente non l'bauerebbe contrapoflo atl'lliada ouero alhuf- Z ZZTl T È COn ?
bbe , in MEnani " • & nella Comedia nuova , che fermo tifino flato
dopo la morte cf^riflorile : anchora che'l mìo fg-Corre* affermi pm volte
ch'ella il fermaffe al tempo d\Alefian- nkt 7 rmC " 0, J f r mn c °» tradi
™ «iranico mio : ilqnale Ce fi ferma nel automa del Camerario,;' ha toltoper
Duce »n Cieco ,che non facto che fi dica in qucHo cafo , perche Menandro diede
la fu*, prima Comedia Vanno primo dell'Olimpiade 115. effendo morto Mef-
irtZ'Tr^TiV^f & Tl » ta " h ° decite Menandro fu il C£±K lt C ? mcdia
mt0m • *** f c ^Ott* conobbe que- l^^àiaEpicanel Margine , Vammeffe tacitamente
non la ripruo TÀJZfi ""J* Tf b£ ' ^argomento per rifiutarla deuere-
mo noi prendere da ejfo t Dicefi 4 quefio propofito che le Cantiche del mfiro
Voeta non fi deb bono m vcrm modo adornare deliUppeUathue di Comedia 3 m er
itan- do DEL 1 O P P I O. 29 io anzi per la Maladicen^a , ond'Elle featurifeono
il nome di Sati- re ; ò più lofio di Guazzabuglioni , & Cibaldoni perla
-varietà delle lingue, delle parole , & de concetti ; ò etiandio di
Tragedie per le per fone H eroiche, & per li tormenti deli' anime dannate ,
& per altre fi- nidi cofe che più dijfufamente à loro propri) luoghi fi
tratteranno. Ter eioche prima vederemo fediriteamente appellare fi poffano
Satire. Et mi pare che fieno tanto lontane dalla Saura quanto il bianco dal
nero. Concio/i a che le Satire onero fono Dramatiche ,'oucro Epiche. LcDra
maciebe di nuono , ò erano principalmente , & per fc,ouero accejforìe della
Tragedia . Le Satire Dramatiche proprie, & per fe erano quel- le, otte
nella Scena Satirica da Vitrunio deferitta , fi trattauano nego- «f ruftici fra
Sileni, Satiri, nimphe, & pallori . Dellequali era poeta Licofrone
Cbalcidico di cui fa mentione Athenco nel decimo libro, & anchora jlcheo,
delmiale & nel quarto,& nel decimo l'iSìeJfo Athe- neo
recitamoltiverfi&- parole de gli Atti loro . Lequai Satire per mio parere
conteneuano cofiumi ridicoli giuochi , & ifcher%i con fili- ti & dan^e
rufiiebe, & amori procaci , & libidinofi, con modi , &
motteggiamenti del tutto rufiìci . L 'Accejforìe della Tragedia erano quale fe
ne vede veììigio nel Ciclope d'Euripide. Laquale Anione è pure prin cìpalmente
Tragica, che che fi ne dica il Minturno e l I\obor- tello, excitando
propriamente borrore, & compajfione, non come vo- gliono alcuni per la
cecità del Ciclope; ma fi bene fopra la perfona fVliffeper l'imminente pericolo
della minacciata morte, da cui a pena nefcampa.TerlaqualcofaEìlaeTrajedìa,ma
Tragedia dijinelieto: cofi è Tragica , & non già Satirica la Fauola dell'
Jrninta del Taffo : oue il Satiro ferite per raddolcire l'acerbità del cafo
Tragico in quella guifa che al tempo d'Ariflotile fare foleuano i poeti Tragici
, ilquale cofiume poi fu leuato via, &■ rcnduta alla fuagrauitate la
Tragedia : per quale cagione poifujfe appo i Bimani r'inouato quejl'vfo , come
non ofeuramente accenna Horatio nella Toctìca; & fe fuffe migliore
configlio non è di prefente jpecolatione . A fin luogo & tempo ne di- remo
nojl'ù parere ; cofi come della Satira Dramattca , ne anche que- fio è luogo di
trattare più oltre . Zafferemo dunque alla SatiraEpica, laquale ha propriamente
due capì . L'vno de quali è per modo di 3>{ar ratione femplice del Toeta,
cheacenfi ò riprenda , in quella gitìfa che è la prima di Giouenale . L'altro è
per?nodo mìfto , oueilToeta facen- do fempre il racconto , vefte tal fiata la
perfona altrui , quali fono per lo più quelle d' Horatio, & quali farebbono
le Cantiche del nofiro Toe- ta fe fuffero Satire, perche la T^arratione è tutta
del Toeta prendente bora l'altrui , bora il fuo proprio negocio , non come
Toeta , ma come Thilofopho. ja POETICA Tbìlofopho . E dunque da vedere fequesle
Cantiche babbiano la For- ma Satirica, ono . Et dico,& dianzi, & fempre
hò detto di nò . "Per- che quanto ho potuto confiderai per le Satire de
gli altri; La' Satiri Epica h vna pocfia libera, dif ordinata ,fen%a figure &
ornamenti pot eia ,che pur che dica, non guarda di dirlo più invn m odo che in
altro - prefta in ogni luogo alla maladiccn^a, & all'ingiurie alla
feopcita, no fen^a. amarena di J ali, & morfirabbiofi, con giuochi
fcherneuoli & acerbi, con infulti perpetui, piena d'accufe& éinuettiue,fen-za
proc- mu' ne propone , & alla gmfa de Luperci colla fiurriata in mano fere
fempre chiunque le fi para dauantifen%a rifguardo ò dijlintkne diFor tana di
feffo , ò di dignità veruna . La onde non mancarono huomini dotti funi che gli.
Autori della Satira vollero appellare Satiri, cioè Sa- tolli, che tanto viene à
dire quanto Vbbriachi , quafi che qitcfti tali no fi pongano àfcriuere
taipoefie prima che fieno molto ben /atolli divi no, per potere più
furiofamentc vfare la Libertà loro nel maldire,nella quale vfeendo di ceruello
fanno cofa da Ignorante ; onde Quintiliano nel primo fcriue . Maledicit
ineruditus apertìus . Ma in Dantele cofe tutte mira- no ad altro fine; cioè al
Bcnepublico . Et quella che ad alcuni pare Maladiceiixa , & con più proprio
Vocabolo Fjprenfione chiamare fi deuc , non è perpetua , ne con infulti, ò
fchemi amari ne rabbiofì, an- 31 con grandifima loda de buoni, & confommo
honore di quelli, che perVirtude, ofantitade il vagliano ; ne rifueglia mai nel
leggitore al- tro ebemerauiglia & difiderio di bene operare . Et chi non sà
chela Satira e odio fisima à tutti per in fino anchora à que' cheviuono male?
Certo che le Toefie di Dante non retano J eco quella fi fatta Malauo- glien'^a
, ne da coloro anchora cbc'l combattono . "Proemi & Tropo/i ùoni
dimoflrantila'ntentione vi fonodouen'ha di mefiiero . Ordini,& ornamenti
poetici non vi mancano , Encomi; particolari di venerande perfine con dottrina
ejfemplariffima & altiffima,della quale in neffun modo eia Satira capeuole
, in copia v'abbondano . Chi potrà dunque conragione faticare, non che
affermare che in Dante Satire fieno? Eeci apprejfo i Grammatici vn 'altra
maniera di Satira, per laqualein tendono vn Mifcuglio di varie cofe, come vn
Catino pieno di varij frut ti , o comel'Oiaputrida delli Spaglinoli . Mia cui
fimiglian^a vna. legge di varie & molte leggi intenta Satira viene
appellata , fecondo che nella guerra Ztugurtin.1,0- fiu manifeHo nella prima
CoHitutic- ne de Dtgefii fi vede . Cofi detta fecondo lo Scalìgero da que Cancan
di pomi d'ogni forte co' quali vfeiuano in Scena i Satiri procaci per adefeare
le tympbe à piaceri loro . Ilchc emendo ditto fen%a pr aitar- lo per DEL
ZOPPIO; 31 lo per fanola ò per memoria d'autore che lo finita, non pojfo appro-
uarcio , ilquale credo cheque 1 miscugli di frutti,& d'altre cofe né"
ca- neflri,& quelle varie leggi ad vn tempo pofle , & propone fieno più
rojlo co fi chiamale dalla Satira Dramatica : nellaquale ogni ordine di perfonc
s 'ammettcna ; cioè Dei , come del Folcano Satirico d'^icheo poeta fi legge in
jltheneo al quatordicefimo Libro : Hcroi,come l'Hcr cole d '^Aftidamantc ,
& l\4lcbmeonea'^icbeo : Cittadini, come l'E- thone Satirico dell' ijlejfo
plebeo ; nel decimo libro d'*Atbeneo mento- nato . Ilquale Etbone fu Cittadino
di Cornuto padre d'Hipcrmefira,la quale venduta da lui per oUjfemojìrare che'l
parlare di coloro ,fe ben pare articolato perha- uere vocali & confondati
nondimeno è p; W™do l'anioni d'vn Incorno tojopbo, il ctuftudio , come dtffi
dianzi , è tutto di priuata perfana & non già dilogìa, comedeono efere
leTragiche quantunque alle volte Re:L, e Imperatori habbiano philofophato . Et
la ragione è manife- sta, percbel himno philofopho , comephilofopho non può
farete de* ne patire cofe grani, ne Tragiche . conciofia cbehauendo ripofla la
(uà. felicita nella fapien%a , non può cadere in mifirìa femjprìuarfi di quell
havito delquale fpogliandofi non è piuVhilofopho . Medefima- unente
fciTrencìpiallevoltevanno pbHofophando , non lo fanno co- me Vrencipt , ne come
co/a necefaria al prencipato . Il perche bene indufle Ennio il fuo 7{eottolemo
dìcente, che in poche parole phìlo- fophareliconuemua. Et ^rìftotile hiafma la
Menalippa d'Euripi- de figliuola Regia, che troppo pbìlofophaf e . Et quella
fintene (di Cicerone, & di Tlatone,che beata appellano quella Republica,
oue i Rettori fuoi phtlofophaflero , conchiude per T^oi, intendendo effi non di
Monarchia , ne di principato, donefono gli Heroì :ma di Republi- ca, che
figouema da Cittadini .-fen^t che il Toeta nel coflituire ifuoi principali
attori, deue feguìre il co/lume per lo più, & non il pofjìbile accidentale,
adunque appare che la perfonadeUe prime partizione da chiamarli Heroica. •%
anche diuenta H eroica per larara natia ottenuta del fare que viaggi
Oltramondani con alta Fantafìa veflita di terrene membra . perche agli humilì i
larghi fimo il Sonore delle gra- fie fue , & la Gratta gratis datapuo ben
efere partkipata ad vn pecca tore . Et quelli viaggi finti da Dante fono
allegorici , & Metaphorici, come anche la vi/ione di Boetio nella
Confolatione: & chiaro il dimoflm efo dicendo che coWalta Fantafìa fe nera
ito penetrando que' tre Re- gni Intendendo adunque l'attodellaFantafia d'hmmo
vìuentemuo- Hcr/t afuoi oggetti, non è anche fconueneuole. che pofa intender fi
l'huo mo veSUto di carne bimana eferui flato , a differenza di Colui che fo-
gna ;ilquaie nondimeno dice d'e fere (iato in quclluovo ch'efo fonò: come
Scipione apprefo di Cicerone . T^e Virgilio ne Beatrice fotta,™ Jeparate fi
dcuono dire H eroiche : perche fecondo Tlatonc & altri , vii Herot fono tra
Dei & huomini nella natura hnmana per loro Vìrtvteto co meno che Dei,
&pht che huomini, che non efendo tali quelle fottan tfi ragioneuolmente
diciamola quelle non poterfi spellatene Tra- gica, ne Heroica nejfuna dì quefle
Cantiche . Onde ifiuttercblo qui di- futarc, DEL % O P P I O; 33 fiutare , fe
da perfine H eroiche posano venire ^tttìafti Comiche . Ecn mi credo, che a
luogo opportuno ne parleremo . ?>{e fimilmente ci nw- ce quclCaltro ^Argomento
fattoci delle cofe deli' Inferno, & de tormenti dell'anime Dannate ,Douc fi
dice che' tormenti dell' Inferno ncW ani- me fono opera molto più Tragica che
le morti corporali . poi che à Te- iere costituire opera o materia Tragica non
bajla indurre tormenti , ro- cifioni , ò morti :ma bifogna che qtte' tormenti,
& morti , ò fimili altri ■viali fieno atti à muouere compaffionc e fpauento
inferme negli animi immani , ejr non in alcuni pochi ; ma in tutto 7 Theatro .
llche atutenà fecondo la Dottrina d'^Arifl.fe faranno perfone melane tra buone
& ree : laqttalecofa non cade ne* dannati per giufio giudicio di Dio.poicbe
fono fceleratiljimi , indegni di perdono , non che di compaffione 'Ne per
quello chedifopra dicemmo, del Piaggio della fua alta Fantafia fìn- to,&
defcrittodaDante,fi può menar buono il te>\o argomento; cioè; Che viaggio
ftmile à quello non fi concede dì farlo fenon per vratiafbe ttalc di Dio,&
di potenza affollila , & àperfone molto grate & accette a quello .
poiché non fu viaggio fe non d'alta Fantafia, a cui poffono ef- fere ammeffi
tutti gli iìudiofi deli' alterna Tbilofophia, 'operandolo la Cratia Gratis data
, come dianzi fi diffe . Et li fimili al Vocia nofìro fono per ardente Virtute
albati alle fietle , non corporalmente come in Jul carro di foco fu rapito
Helia ; ma allegoricamente , come Dante con ^uell ali che d'amore hebbe il
Tctì-arca, ò co' deflrieridiTlatone , ò ctiandio colla Catena ìlomerica . Che
tutti fono modi per liquali èie cito aToett di fcriuere che fono iti più sii
che ifegnidcl Zodiaco . Mtripiu acerbamente fi leuano cantra Dante credendoft
con di spa plori ebetn que Fei- fi. Vidi& conobbi l'ombra di colui W,■, Ch
/ efCCCpC 'T iltateilgranrifillt0^ HMntendeffedclSanto padt e, che rinuncio la
gran Monarchia , riponendolo nell'Inferno can- tra quello che tiene
lafantiffima Chiefa Romana che l'ha per Santo in C ielo : e/fendo per mio
parere che intenda d'Edipo Tiranno di Thebe • "rimate per Fillade:
impercioebe battendoli dre, non li bafio animo di poterfi guardare accettando
ilJgnoTi amicinandoft alla Regina vedoua moglie del morto l\e Tolibo di fchi-
££r c « nt * fi f rateerà . Conciofiacofa che veramente vile è l'ani mo di
colui ilquctle fortemente non rcfifle à gli appetiti fregiati Co- nobbelo Dante
à fegni de ptedì,& degli oc chi defitti dateti greci, lo ripone Dante
nello'nfemo , cioè nel pimenta Democratico per? E eoe lì POETICA che fu cagione
inquanto à fe, che Corimbo fi reg^cffevTopolo . Ceffo dunque U confideratione
degli Spo fimi per conti del Santo Tap.t Ce- lettino: laquale vogliono
difendere alcuni col dire che quando Dante compofe quette Cantiche non era
anche il detto Santo Canonicato . Ma ■che pei macia gouerna fi forte gli
httomini , che non aprendo Dante il nome di Coflui , vogliono pure che fi
debbia intendere di lui più che d'aLri ? Et forfè che non ne danno la Jcntcn^i
pianai aperta? Ter tale modo arrestate le contrarie opinioni , volendo noi
perfitade- re cheque/le Cantiche fono Comiche ; dicoquello che altravoltadiffì
; Che la fine , & la refolutione d'vna Fattola in giocondità , &
concerner Ttji è di tanta importanza ncll'^Attioue che tutto che infino allo
fcio%li{o'Z£e,B l ap- pacifìcationi, Vittorie, Triomphi , tir fimìli altre co/è
che molto fpe/fe auuenire fogliano tir auuengono à Trencipi . Che troppo iniquo
confì- gl'io farebbe fe Effi doueffero effere perpetuo berfaglio delle fuenture
. Iberni fi moftra anchora , che rinfiorile neluieti,haucndo l'autorità tir
tvfo di tantiToeti contra. iAn%i™ f^iiuerfale de & . de Vrendpi antiJnvt
fio ,/ la grandino torto egli fi riprenda da èffi . Tale è pure la v>J da
fn>t infognata per ridurre il particolare alt' miucr fole . Adunane la
codinone loia delle perfine non cosìituifce la Fauola Tragica 335 ?'";7 1
"^^ / "^ róeW A^^- » Comedìe furono le l cniteoue s induceuano
Capitani, ìmperadorì, & Principi Romani; Cofii fendono turn i Grammatici
Spoficori d'Horatio, il ^bottello, Jaonne ilGnfolo, il tombino, il Venato, il
Turnebo , Diomede & aU tri. T^pHoratio inquelverfo . Ve] ! qui Pnetextas,
vel qui docueretogatas deue intenderti che parli d altro che di Comedie ,fe
bene volgiamo l'occhio à verfi antece- denti che parlano della Comedio . Onde
non fi pub veracemente ar?o- ffi ^^^*^^»/^^4Sfc>«fe che fenedica ^ contrai
efprcìfa di chiaratione di tutù i fopr attorninoti, si dico bc- mio eoe forfè
Morano intefe perlèfomedie Tretefie certe anioni pie* Zrhi h SS*^ V telU fone
di ve ft™enti,chc nc^li oppa recebi di guerra foleuam del Tempio Capitolino
prenderei Confoli ci l^ r i,come dice Lampridioin Mejf andrò : Et per le Togate
LeW al tondo Ciceronenell orarne contraTifone . Et the quelle s'accosìaL p i
ilcma fcenita , quali dice Fcfin 'Pompeo che fermoni prefetti od pjJareft
folcano : quantunque Macrobio nel fecondo de' Somm ili paia tenere le parole
preteste ejfere fimili all'impudiche . s duo fé non DEL ZOPPI O; 37 non
intendemmo le Coftui T, -elettale per parole Metaphorkbe afcon- denti qualche
ingiuria, mero impudicitia . Che fealcunomi dimande- rà , che cofa dunque fi
fuffe la Treteflata , quando Ella non fiala Tre- tetta ; /{inondo facilmente
che la Tretetta come ho detto erafpcciedt Comedia : ma la Treteflata era
veramente Tragedia di che fa mentionc
Garrone & Fctto, da Lucio zittio composta , che fi cbìamaua gli Encadi,oiie
s'introduccua quel Decio che coìl' E(f empio paterno fidedicaua à gli inimici
perla fallite della patria . llcbe forfè anche feppc Giulio Ccfare Scalìgero,
quando al Capitolo fcvtimo del primo libro della To erica ferine quette parole
. Latinarum Comccdiarum fpecies funthx . Nobiliores qua; à perfonis prirrurijs
Prxtexts appcllabantur . Ma fele perfine fole non fono atte, coinè s'èmottro,à
conjlititire il poe- ma'Tragico,non è fimihnente atto lo fpauento folo,nc anche
colle pcr- fonc H eroiche : imper cloche giuntamente ri è nccejfaria la
Compafiio- ne . Et però indarno dicono alami , Che . Se bene l'anime dannate
non fieno per muouere compafsio- nevera , nondimeno per quelle non picciolo
fpauento ci ù . apporta . Che fc per cotale fpauento alcuno voleffe inferire
che Da~. te fujj e Tragico , crederei ch'egli andxffe à gran pafi in errore .
poi che •pivuole in compagnia la Compafjìone ; ne bafia chela Campatone fio,
{ingoiare, come à dire che Dante haneffe compaffione d' alcuni, & San
Gregorio di Traiano : perche quetta non è quella Compaffione, che chie- de Sìrift.
nelle Tragedie , fu c cedendo effadi fuori, &da *pna picciolo- parte
accidentale , non pertenente alla coftitutione delToeta , come fa- rebbe à dire
per la memoria delle cofe fatte in vita loro ,&n m %ia per le pene che
quiui pati/fero congiunte alle loro caufe immediatamente antecedenti &
confeguenti . Il cafo Tragico, Signor mio, per Dottrina d'^rijì. deue
commiiouere compaffione ecÌ6, ma più tojlo alla feconda . Talché fc ? lecito
vfare le congietturc dirci più tolto cbc'l Te! co, & leTbtbk* deli fuff'ero
la medefimaTragedia . ImperciocheTelto fuTadre d'^f- chiile,^' leTktbiotidì
furono Donne della "Patria fiia , lequalì 1 vcri- fimU che face/fero il
Cboro di quella Tragedia che compofe Efchilo coi Tìtolo dì Tfychofìafia, cioè,
minime polle in bilancia, oue Efchilo fin- gaia ebe apparecchiandofi à Duello
Mennone figliuolo dell'aurora con Achille figlinolo di 'Pcleo & di Tbetide
, & /applicando Vvna & l 'altra madre a Gioite perla fallite de figli
loro; perche non combatte^ fero , mentre che Giove bUanciaua i Fati deli'vno ,
& dell'altro , come dice Quinte Calabro , la Briga prefontuofa difpa--eggVo
le Fata; onde Mennone rtmafe perdente . I pieghi di quelle Diue, & del
Cboro col- te propofie & rijpojlchvcrifnnile che f uff ero caldi bonefli ,
eniodejli con pcrtitrbatìouimijìedi jperan , ze,cr dilufinghe : & cofi il
Cboro quantunque dalla parte dSicbiìle; nondimeno come di gentildonne te- perat
e [applicale e jj>argejfe v oti anche per M ennone . Et fe bcncTln Tarcho
dice che' iTitolo era la TfychoHafia, potè \Ariftotilc pin pro- priamente
chiamarla le Tbthiotidi & il Tcleo, come Titolo più vicino* In qnejìa
dunque fi poteuano feorgere buoni &ciuili cofiumi in tutte lefue parti
colla compaffione,& coll'horrore prina però di quelle paf- fioni che &
per la fioltitia, & per le ferite,&per la morte fi veggono
neW^AiacediSopboclc . li ora fe confideriamol'*Aiace da fitta polla, & co
fi leTbtbiotìdi da fua poti a, ò in quello modo , o in altro confor- me alla
mente degli Spofitori , come deuremo noi confidcrare quefle Tragedie che non
fieno fcmplici , hauendo rifletto che la femplicc è quella , che non ha Viluppo
intricato colla I\iconofccn%a ? Mollrinà al cimo che per quefìavia l'^diace,
come c/Jempiodi pafìionata, & le Tbthiotidi di cofiumata non debbiano
appellarfi fcmplici . Vorrei ve- dere anebora come l'ijftonenon cadefie fiotto
la quarta f^ecic innomi- nata : poiché le fanale vogliono,ch'Ei fi a pure
tormentato in l\ota al- lo'nferno . Certo che queflo Tejìo non manca di gran
Difficoltadi . E'I Mìnturno fe n'auuidc , il Vettorio il confefiò , il Alaggio
vi fece gran-r de sformo, il Cajìcluctro vi pofe ingegno, e'I l\obortello ,
s'io non m'in- ganno > molto non andò lungc dal fegno, &non piacque allo
Scalige- ro di toccarlo . Et io poco dopo n'aprirò il parer mio diuerfo da
tutti gli altri yfie prima baurò aperto quale fiufìe laTragedia delle Tiorci-
di,& comepotefic cfìerc la Cofthutioned'cfia . Terchcdalla conefeen-
•Zad'ejsanon poco lume rifrlcndc alle tenebredi queflo tefio. Jldurque
teTborcidi , o fecondo altri le Thorci?n furono tre fiorelle figliuole di'
Timeo ; dellcquali vna fi fu Medufa che hauendo vn folo occhio ctm- t mane DEL
ZOPPIO. 41 Z Talco di nafcoflo coleo j^^ffiSL Trage- dia, con ire, & cmdct
t ^ e ff n ^l' ndo mclTaltre , che per to nella (pelone* recidere Mcd»fa
jgjjff^ da ^ lo fa mentirne Mbeneonel T^ono L ibro . V* ^ > % la Tragedianel
^Z tn luodjnfono fuo [ondo che nferifcono ^jW^ggJ quc fto luogo,&traf?i*n.
ri di credenza , ^'^^'^cmilamentc ripoflo m com tata altrove: CT vf^^fjro bene
la Tragedia, che ne fece pagmad Mace . £ Aa TlMarc bo , Ella conmene pin a
Euripide, per quanto Ft era-rioncuole , che ^frift. in queflo auefo luogo, che
a quelU n > EtMgm ^ ^ quT Ugo bauejjel occl»oattI^d^K ^ hlfino à qtà non mi
doaltroToeta anebora ^M'jompWo . Se he J anche non poj]o fouuienc d'baua veduto
fa ^ trouare MgornentoneU^ re altra Mtionc chelnfi «JJ^^w iemali , non pare eie
fta A quel e ^'fS^ eoncio f! a cofa cb' Euripide che fiadadubi tariffi ««fj fr
anche in fullal^ota , • fi„fe , che nel t^*%£f*^ , di Ji coflumi , & di
configli T/ "111^q«iftiopcmon d'huom giufto : OndeilVopolof*
lerato&ribaldoConftg^ prima "'f™^ fi™» *** Hot* . ^Ti^TZnZhc^cdi tale
maniera , pervadendolo a tronche aW Inferno ? Stando /ccq/c« 4rì a r ne i
Tromctheo legato S^^HES partecipando del pianato, & dello nominata d
jtrtjt.jta qntu. j> r ^frijì.per quefto puntato, fia U S-W»^^ non la nomini,
»/^ 4 ^f££™ tìer i a TaGione ebev'e dentro, Uhapur formati
^%f^^l^^^,H>&^ U Sbafano mentane. Et tht bene conjtaa ^ 4i , POETICA ^ f
ne con tormento perpetui t ^Z^Ze^À deh c/c Infernali, nel tempo de' Greci
battevano TuTrf di compagne . perche non era manifefio fr*Zr\ ^ctÌT^T^i ferace
Poma della Ghftma diurna coUa quale cònfZ^A ^ 4 ^^onede tormentati la X iùdeb^^
femen^t intorno all' ofeuri/s imo Inoro tjtrìhoiiZl* 7*1 ^ correre fanp^
tfoduonccdcrfìfcnonà pochi K rati à Dio,pcr quello pL ' Chenon ^ D rat?
t*>W™ \ 1 ^ aiJ ' «W al Comico non V à . Jj c farà di , > \ r i File da
Dante, perche bobinano da mdare Morirò- fuvriddlaCoSh l Wg** che > m%a non
di ci rtrr y"l U!i P'' n ^ ^entro , & i n efsahabbia foriJne fui }
Chcpcrleperfonedel Varadifo la Cantica fiaHcràcaEfri h* DEL ZOPPI O, 43 detto ,
6" Esplico chela Divininone deWHeroenon comùeneà Edifi- cati in Cielo :
& che le perfine fole non fanno la Toefta H eroica , ma le facende , &
le cofe colle morti nterauiglicfe . 7\(e Heroi fono quelli che auan^ano gli
Heroi . Et Beatificati in Cielo fono più fu che Heroi. Et gli Heroi operano
fecondo laVirtute H eroica potendo akrìmente operare , ma quelli del Cielo fono
priui di queila poterera : & fecon- do quella fi fatta pegola fi prendono
da Voetigli Heroi ;per liqttali fono detti Heroici i Toemi . Et certo che pur
altro fono gli Heroi de' quali H eroicamente fi va poetando & fingendo le
^Anioni, che gli Eletti di Dio. "Perche diremo bene Heroe efsere Vlìfsc ,
.Achille, Het- tore, Enea, loqual egli ccntrapofe alla forma della Tragedia
Epi- camente deferitta, che per quanto fene leggonoverfi in Bafìlio CT in
Euflratio , ©*" in altri , perche Egli maggiormente comico apparile, in
verfi lambiti era fiato teffuto . Era vffo M argute ridicolo, perche fcioC co ,
& ignorante alle mille , fecondo che da Luciano ,crda Snida fi ca- tta,
portaua nondimeno opinione di f:pcre affai, & veramente haue- ua apprefo
molte cofe , ma tutte malamente , per teftimonio di Vlatone nell'altro
^Alcibiade . La Materia dunque effendo cofi ridicola,era prò pria é r
veracemente da Comedia . Et ben pare che LuigiTulci deferi- ua il fno per vn
Trifiereìlo quafi Egli hauejfe opinione dinerfa da Vla- tone S ZZZeT-ÌL r SS C
° l 1 Halc f°™° P«rok tutto f* ,,;,Zfù ìs ' Mma f*'ìfiem*i tv/ima itila y te
tinnio *e A ,Ji i . ni "°-J lche non fa offemato da TVeuio , da Ti- nomi
ancora . £ f / e/ ,„ f arf?a r ^ w ^ , ^ ^ DEL 1 O V P I O. 47 di D4#fó
manchino delferifìmilc fi potrà conofcere da quello che d'vrì jlttìonc a'^lta
Fantafia d'vnVhilofopbo contemplatiuo s'intende . Benvorrei fapcrc , cane paia
ad alcuno che manchino del y erifimìle le Tene dell Infcmo,& del
Vurgatorio,& la Gloria de beati deferirle da Dante : che auuenga che fieno
in filtrano modo quelle pene atroci, qitcfia contenterà glorio/a : tuttauia
Dante le deferiue in quel grado più Eccellente, nelquale fi poflano capere da
gl'intelletti bima- ni . Co/i S. Sgottino parlando della gloria de Beati, dice,
che borane .parla come può : colà fu ne dirà poi quello chedeue. Et tutto
qucltoba ili quanto al verifimilc ; Fcniamo boggìmai al verfo , otte giudicano
alcuni , che non laTcr%arima fuffediceuoleà fi fatte Tocfic , ma la fciolta .
Laqual cofa io non m'induco à credere à partito ninno : ne ere do che fi
potejfe credere da chi baue/fc veduto , come ho veduto letto A quell'autorità
di Varronc fi bene . -Perche de mando la Scena dal greco , non pare ch'ella
pofTa ricetta -e fi fat- ta Etnmloya . Et è ben vero che Scena appreso de greci
lignifica Ino go wvrof, in quella guìfa che moflrò Virg. nel primo dell'Eneide
. Tarn fyluis Scena corufeis &c. Tuttauia Garrone le da f Fvmo, logia DEL
ZOPPIO; tir , ■ r ,;„, r U e dmcnole fi accommoda in qncfla parte, che glia-
VbenduJole à Grammatico , come lui , d'aprire la lignificatone di L vii
(ludiofi della litica confi» agevolerà s imprendere, mquet SS fece anche nelle
vociar, ffer ,Fm & fre affai , Tapinamente ci fono trapiantate dalla Greca,
& Egli argomen- ta cTe ci vengano dalla Latina lingua . Similmente
Ciceronevotle ch'c-Kettuno fifa ietto damando chi ^f^^'l^TtZre da Wibo,cbe
vuoledirc Copro, quafi cbeìmare coprala terra, et pive i viene da Verbo greco,
che nedimojlra il bagnare f Et J^igidio volle che FraterfuJTe Fere Mter,che
ftmilmete e voce che pure ha dmttatio ne zreca Cofi Donato diccua che Bacco era
detto L eneo dal verbo L au- re quafi che Ivino ammolliscagli animi;chc pur fi
fà che viene davo- ce zreca, che fiznifica loSlrettoio da ffrimere il vino
deli'vua. Cre- diamo noi , che cojloro ignoralo la lingua greca? Signor
na.Madif- fero coli per aveuolarcla jlrada allo mfararela lingua del Latio.^d»
die allhora che vna vece Latina può haucre conucneuole Etimologia^ Latina non
fi dette negargliela quantunque feendeffe dal greco : accio che la proprietà
fuafe ne apprenda più facilmente. Totrebbcfi anebora nondifdkeuole credere che
quelle parole bafjc &■ plebee tanto che paiono indegne della Comedia, Quale
e quella cofa cbeTrambcttaua , non fujfero da riprenderfi per nfpctto dell' vfo
de' Comici moderni, autori delle più riputate Comedie , che fieno vfeite di
qualche vna delle principaliffimc Cittadi della Tofcan a : ma non vo- lilo
autorizzare l'antichità coli' abufo moderno . E bene da dire , che no fi
difdicavfarji tai parole da quella forte di Comcdie vili; che Mimi & T
iampedie da gU Antichi fi chiamauano : che s'hauena tolto Dan te n eli Inferno
à rapprefentare . Et fece egli gran fenno a ritradurre fi miti atti
&parole,& pentimenti in quella Comedia . Cunciofii'ccfacÌTe mofiraffe
in elfi quanto fozza & perviciofa nelle Cittadi fa l\Ammi- niflratione
popolare,!? quante bruttezze di parole,& di fatti vi sam mettano . Tslon
perche fen' imparacele'] empio per feguirlo, mafe ne vede!} e la bruttezza per
ifchi farla . Cnfì faceuano vedere i Lacedemo niefi à loro Figliuoli i feriti
vbbrìachitalbora . pcrchcvcggcndo in effi la faccia diqucllaTurpitudine fenc
ajìeneffero . Che i Mimi fuffero anioni ziocofe piene di quella fatrrilità ,
ch'e dannata da ^Ariflotile nella Comedia vecchia preffo la fine del Quarto
dellEthica , in tanto che non meritaffero anche tThauerne jpettatori que'
ragazzetti .che fpaZS&wlefcarpe a' padroni modeiìi, affai ne fa fede
Tlutarcbo ak m ' P O É T I C A lottata del Settimi Sinipòfio Et AM* t>; ì„;~
r i Wampedis &Subu!onis Impvdio w,,. re; stonane fa- M ofc&S'TvUZlTr?'
"f"* ^'t- mi.inv )i j aeu.x tourata maluantàdecitt \ , e- j ; ,*i
Predicatore, érdaTnpbeta cWrJi Jn 'r • 1 - ma da hmno ******** Js^SX^fi^ w *
fjr /»» ^«u i-fmjtiana , & Cathmca tnAUcarvlì alU ri,;^r, e* „ ne. DEL 1 O
P P I O. 53 focone coloro, che facilmente noeffendo cacciati con effo perno»
far- ft f (petti Carnicina fuco, mendicauano argomento di mandare alla
fcrittttra cai cofe ? Et in Giouan Villano chi non conofcc la Villania grande
in f quelleTarole Della Gran Superbia della Tarte Bianca? Egli era cerco della
Contraria . Io ho fempre tenuto Dante per grandiffimo feientiato in Thcologia ,
per quanto può la debbole^jra del mio occhio penetrare : ma quando ho letto poi
il fio Conuinio , mene fono edifica- to, & confermato molto maggiormente .
perche chi havn'babito dita ta Virtttte, & tanta conofccn%a di cofe, àme
pare imponibile che poffa piegar ft à vitto brutto neffuno : ne che'l tempo,
che dallo Hudio li aua- 7~ pugnando ciòalcofiume ó" al Decoro Seguiterà
conncncuohnvntc che m vnhuomopbilofopho fi potrà ciò tolerarc conforme al
collume & ai decoro fuo . Et e bene anche d'auuertire , che benché fia tale
il cofìume, e'I decoro dell' huomo,non è però d'ogn'huomo,ma di foli coloro che
viuono Vita Cittadinefca . Onde bene dijfe il T^eottolemo d'Ennio cheli faceua
mefliero di phihfophare poco! EtM. Tullio nerende la ragione; conciofia che
nella Vita occupata al foldo , ogni poco pbilofo- pharc bajìa : quafi che voglia
conchiudere Tullio che'l philofopharc fia cofa pertenenteà difoccupati,&
per confeguenza non l\egia,ma priiid- ta . E'nuerità che Tullio non
la'nterpretaà fuo vantaggio : ma cofì fe la credeua bene Egli . poiché à pena
ammette negli l'ffici che'l Philofo pbofi ritragga dalle fpccolationi fue all'
amminiììratione della I\cpubli ca , perfuadendofi che l'anioni dello' ntelletto
non debbiano fenon à gru forerà effere impedite , per occupar fi in altri
maneggi fuor a di quelle . l'autorità del Vigna ci nuoce, quando Ei dice ..
Spc&atores mediocris intelligentia: cfle ftatuendos,nó pro- pterca
quxftioncs naturales ab ipfis percipi . Terch'cfio non parla dell'Epico
Comico,ma del Dramatico Tragico. Fra i quali .Arisi, coftìtitifee dmerfità per
conto degli ^feokatori pofeia chel Tragico Dramaùco DEL Z O P P I O; SS
Aromatico indirizza la fitta Anione al popolo per la veduta fola nel Rgpprefi
ntare delle co/c : & per queHo chiama ilTopolo Spettatore . Ma l'Epico ( o
fa Comico, o Tragico) appella molto migliori Ceditori: i quali dichiara
"Pietro / cttorio ejferegli buomini molto maggiormen- teinflrutti delle
bttonearti . 7{evoglio lafciaredi dire quello ch'iode- uetta dire al principio
della Que filone, che gr offa inganno farebbe il mio qtiandovolcfft per ciò
inferire non efferein Dante altro che QueSlioni crdijpute pbilofophice,
naturali :poicho è -pero ebeve n'è qualche vna , ma in via d 'attieni , &
di ragionamenti coWlmitatione : i quai fono Difcorfi di ccfeTbilofvpbice per
feruare il Decoro de Faucllatori . De quali prenderàvtile V Intorno dedito alle
buone arti proprio Spetta- tore di tale "Poema . Contale occafionc forfè
di Quefiioni troppo alte, che fono in Dante fi cade in vna Difficoltà formata à
mente d'A rifi. da alcuni di qucHo tenore . Che Dante babbia fatto male à
fingere afe onde fipoffa argo- mentare che V minima feparata dal corpo
utmi>Odv, Tema, Sperinoci babbia alcun altro affetto fìntile .-effendo che
tutte quefìe fieno opcrc- tioni del ccmpofio,cioè dell'intorno . Io altre volle
che mivenne per le mani fi fatta materia di parole, non volli entrare in
difpitta di ciò ; maffìmamente invia d\Arifi. ColT autorità delqitalenon mi
pare che fi debbia diffui are dell'Anima, ne che fe ne poffa parlare fecur
amente da Intorno Chrìlìiano . Onde rifpofi che io per allbora non volata ciò
determinare . Et perciò diffi che fi doueffe ire à chiederne H omero £r
Virgilio,f e nell'anime loro fieno fintili affetti ; non perche io noi fa-
pcfji : ma perche corali diffute fino da curiofi troppo : & noi habbia- mo
chiara tanto la Ferità Euangelica e i fondamenti della nottra fan- tiffima
Fede, ch'indarno tentiamo la porta d\AriU. per entrare à fifat ta cogitinone .
Ben credo cher.effuno mi negherà in Vn* ammhiifìra- tìone popolare ,L:quale ci
dipinfe Dame nel fuo Inferno, Efiere molto
pÌHcbeneWArij%cratia,&ancbencllaMonarchiaquefca Trita ripu- gnanza 6-
contratto d 'affetti, gouernandouifi tutte le cofeà paffione, & pugnando il
minore colmaggiore , & l'vno eguale coli' altro '. One ndV.AriHocvaùa,
& nella Monarchia meglio fi conofeedi tutti quafi vn voler foh , fèn%a
ripugnanza veruna . Mtmtefi Difficoltà fopra la Comparatone che fa Dante neW
Infer- no ir, f te' Fer fi . Di pari, come Buoi che vanno à giogo M'an daua io
con quell'Anima cacai Fin che'l fofferic il dolce Pedagogo ; "Proponendo
fi che Ella pofiaapparere bafSa jle qtietgtfvhnde, ne per questo rilèttola
Comparatiatteri-' : k . "Neper ff^ntionedf Dante è -pile
avcbnra.poicb'egli fa cotale Cc- pjfrarìonc nel più v.tile,pr più pregiato
fiato del Bue , cioè , fotto'l gio- go . per loquale l'appelliamo Fr voi.
L'agri coltura non può già vedere atto nel Bue più nobile di quello : onde
iBuoi Aratori hanno ap prejfo di noi qualche priuilcgio dalle leggi 4 prò de
loro condottieri . Ma non è già burlatole ne Gauillofo Udire che H Italia fia
detta quafi gitalia perche produca più che altro paefe belli/fimi Buoi , pofeia
che Fefio,Farronc,ecìe i^pn eragione che faccia à prò polito perche la Diuerfa
profejfwne come farebbe d'vn'buomo della legge Manmettana, &vn' altro dclTH
ebraica, oMofaica , non fa che non fieno amendue della medefima flecie ddChuomo
. Ma facciami* anchor buona , & vediamo fe quella riflettaci
ro»liaviai(Fondamcn to . Nettuno , zr Diana m Virgilio fono riputati Dei .
Mennenio par cificatore DEL ZOPPIO; 59 -Ideatore del Topato & Didone
huomini diuerfi di jpecie da queliti Là Donna danzatrice è Donna.
flabene.Matclda, che co/a è Ella altroché fosìanzjt & Un 'ima sparata pofta
in luogo di Beatitudine ? T^pn ter- rà Ella il luogo di Dea f 1 7\(on farà Ella
di jpecie altrettanto diuerfa da Donna mortale ? Dinuouo, Vallante e guerriero
& nobile : ilTajlo- re lejfercitio mefehino & vile : & tra ejjì in
certo modo dìuerfttà di fbecieper la diuerfa profejfione . La Donna Danzatrice
fi volge con nti mero gratìofo à riguardanti : & Matelda non dannando , mar
acco- gliendo fiori à cafo fi raggira, conejfo quel numero,che lodiamo in Do-
na danzatrice: non potremo dir noi , ò Falene' buomo fecondo la tua ra- gione,
che diuerfa Jta quella profejfione deW vna & dell' 'altra,t alche co
jtituifca,fepur etale differenza poffenteà cofiituire, jpecie diuerfa? Che non
vi s'impari cofa di n u otto , non diranno mai coloro che fapr annoti 'fumerò
artificiofo del danzare non cjfere noto ad ognuno : Et che Dan te prendetela
Campar atione fua del gratioforiuolgìmento di colei, no dalla Donna, ma dal
mmerofo muoucre della Danzatrice; volendo ma flrare, che in quel luogo di
Beatitudine ogni cofa fi trotta lieta & gio- conda : & che quantunque
non vi fujfero Danzatori ne danze , ogni mouhnento nondimeno e come £ '^Armonia
& di danza . Et da Donna mortale à fojlanza immortale, & davnoatto
naturale ai vno artifi- cìofo non è Egli differenza grandijfima ? Doue hauenio
trouato Dan- te vn pajfa^gio cofi accommodato, deueremo noi dire che
manchidifot tiglìeZSé d'ingegno i J^on farà dunque ne poco ingegno/a, ne
difetto- fa cotale Comparatone, ejfendo fi artìficiofa & fi bella . Di
quell'al- tre due dell" Inferno calla jlregghia del I{«gazzp ,& colle
fraglie della Scardotta notate principalmente dal Cafa,&poi fattone tanto
romo- re da altri, non ho che dire contra à tanta autorità di fi valente lette-
rato ,fe non che la Comparatone inquanto comparatone non è da ri- prendere
nell'vn cafo & nell'altro, poi che ijprimono bene la conditone del fatto
per cui fi fa la comparatone . Ma ne anche forfè crndari-
prenderelavile,&la ìlomacbofa rapprefentatione , come indegna di comparare
al colpetto di brigata gentile &■ coftumata , per quello che ne'nfegna
nellaToetica ^rììiotUecoWejfempio delVittore che diletta nel rapprefentarci
quelle forme,cbeper natura ci fono bombili & fpa uentofe . Si che ne per
rijpeto del luogo , ne del tempo,ne delle perfh- nc,a per fejìejfe,ò per altri
mi pojfo indurre à lodare cacai riprenfioni t quando, come ho detto,anchora le
cofe fozjze , oue fieno bene imitate, dilettano * Quella della te&a del
Giga?iteT{embrotte alla Tina di SanTietro à Roma non èritiofa .perche la
conofeenzad'effa non è lontana ad atto ; v ' H i & ffd POETICA qvmìfbttwa.
è bafieu ole ogni volt* che ne n- . . . matenac he fi confi* perfe
dacbin>hava?beiT f * ""tfW*® m public, efposìa . pecche efenda in
Ko»n)d^oTZTl*, Th * do, & patria commune di tatti, la veduta Sddmon "
^ fi nega, .er.no . Tali fino ledali U^^f^ «e Cerni de Tigri , & difimili
altri animali cb'emtì ^.f?** -Poeti, & pureda malfarne .enti non7aTc^ntct2°
l *S da Toeti , che gli ci difermono: liquali lZS»TnJ 7 * ^ molte di^oltadi
ali, -forefic loro * taTSTjfrW nonpiu CmparationeebeEfem'pio^ero Imi ni Sfe FS
femp-, & le Imagrni, di cui fono copiaft & Toetì & Oratori il % mi
& altri : quale è quello di "Paiifania nelle >clf> 4A H ^°"
l efempio onerai Imaginc di quella Taccola dacafa artkcZu D i ludcLfempionon fi
guardò gialli, 'perche potéfTe, comico* SS credere mai che non fi debbiano
confinare le cofe ZeltÙll dea o forma che ci vagliamo dire . % i,J la j?£5 Sft
«yfdladellaLncernaalSolecekfiedaqualc (Idke per efere prefa da FI armento
vile,folita «JQ ln ES?5S5 P^Terneprefentatadauanti,ò ricordato,^ non feSSSjSS
fo òfe , o tornirne non ne SSSSZ re VO ctf greca,che là Lucerna voce latina :
& che meffh fa» dof, dalla Lucerna, e'n quellavocc prendendo ^SkSSSiSPSS' a
quella grande^ Ueroica di V irato, , Ridetti órli I* SSj tee, DEL ZOPPIO. 6\ me
, ma è vn Torchio di cera detto co/i dalla Luce : &però no» ha quella puT^ra
, T^elTurg. à c. ritj . Se la Lucerna, cheti mena in alto, . Tremi nel tuo
arbitrio tanta cera. Co/i adunque ceffo, la ragio- ne dello slormento di cucina
: laquale ne anche ci faceua dijfcoltade fer l'autorità di V'tfff. poiché il
Lichno de greci ha pur FiHe/fa ragio- ne di pi'-XJ^a d'olio , & d'ontume .
Et quello che nota Scruto & altri fopra di ciò, più tofto ha ri/petto alla
ba/fe^a della voce Lucerna , che alle cofe accidentali d'ejfa, per quanto Egli
ne da à conofeere nel primo dell'Eneide fopraquelle parole, Cerealiaque arma,
Dicendo. Lucer nam ne diceret alibi dixit. Tefta cum ardente videret fcintilla-
re oleum. Remvilem augens honeftate fermonis . Che fujfe meglio poi à dire
Lampade, come dijfe Virgilio, non fi deue credere, Ef- fendo la mede/ima
ragione dì pu^xa d'olio e olifeono del La, tino: ma quafi tutte n' olifeono .
adunque nuda ballerebbe ferino Di- ra forfè il Giraldo, che non qnelle,cbe
olifeono del Latino : ma le latine proprie di coipo, & d'accenti non fi
deucuano vfare , & ch'erti perciò grandmate errò in queflo. E non fi
detterebbe tanto accufareUu'ato feu fare, & perdonar girne volentieri .
poiché il fintile atmenne delta thh gua Latina nelfno principio quando Ella fi
parlò ( per quello che rie rtferifie Vlutarcho nella Vita di •^itma)vfando le
voci greche, &me- f colandole ne' } noi parlari troppo più, che non s'vsò
ne' tempi , che venne, o dopo : & non fe ne potena fare altro , portando
eofi lane, ccjna . U quefio fi rifonde da Menni, che non vedono però che Tlntarcbo
in quel luogo ne lodi punto immani. Et quale ribo- lla è questa !qiie f f rDmte
' come dicono alcuni, le Pégole del benefcrmere da gli tutori dell'altre lingue
più antichi, & particolarmenre da quelli , onde la fua traffe V orione Come
farebbe chei Lami da Greci, & da Latini i Tofcani Scrittori . Hor via ten-
tianneilmodo,prfacciannelapmoua. Madre lingua latina, dirà Dante,io vorrei
comporre il Fenxettefimo Canto della mia Cantica del Taradfo ; el vorrei fare
belli fsimo fopra gli altri ; ne mi truouo RA della tnamokemoltonobili^illnflri,
deb fammene fattati preto re,cbe oue farà di mefltcro, fuppliremo al Diffetto .
Éctè Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo Cominciò gloria tutto il Paradifo
, ■ Si die m mebbriauail dolce canto . Che cofal quel Mono ftl dre > cbecafoe?Tc
l ycbcroi chiamate V arino . Lacofa non va bene JecondolemieRe S ole:e Ufogna
Iettare vìa quel fegno di cafo, & poi DEL ZOPPIO, 6j dire Tatù , &
nongiaTadre. Similmente leuare l'altro fegno , & poi dire Filio, & non
Figlio .e-rcofì alt'vltimo ancbora , dicendo Spiri sui Sanilo . Cofi vanno le
Fregole mie , & chi ama di parlare con effe, 4eue procedere di cotale
maniera, altrimente non fa nulla . Cornei Ma 4re, Et ci fono pur buomini molto
dotti, che vogliono ch'io pojfa nella tniavolgarcvfare le regole voilre latine
:& dicono ancbei primi Serie tori vofèribauere potuto accommodarft di
quelle della Greca, Et quel- li della greca forfè anche della Vben'tcia .
Lafcìagli dire, Fìgliuol mio, ZPcrcbe fe cofi fojfe ; i mìei porrebbono à tutti
ecafi [ '^Articolo , v il Pe .cenarne pofeìa che io rionbo gl'articoli : non
hauerebbono fenon quat- Sro caft , ò cinque al più : & maneberebbono
dell'ultimo : & de nuu meri ne conterebbono anch' efii tre : lafcio fi are
i Ferbiin Mi , alcune ierminationidivoci , luoghi d'accenti, Dialetti, &
altre tante cofe che fanno la lingua greca differente da me , tanto chele fue
Bugole non pof fono maiilimarfì confaccuoli meco . Sela cofa pajfa di tale
maniera, Àchi ricorrerà Dante per aiuto , ò buomini Dotti ? Dal wigliorevfodi
chi le fauclla , approuato da gìndiciofì , e>~ cofi dall'Idea eh* e nella,
mente d'ogni Falcnfhuomo . Qucila fi ch'i- vna pernione di principe .
Da'itebifogii ràche vada a nucfligarc l'iddea d'ogni valcnt bicorno if Et Otte
? Isella mente . \Anchora nella mente ì Et nella mente d'ogni yalenthuomo ? In
infinito va la cofa . Io credeua che nella mente non fi potejfc penetrarci
ZTchcìn vece deliamente impenetrabile ba Jlajfe ire alle fcrìtture quando vi
fono , & quando fono degne d'effere approuate ; perche à volere ejferc
appratiate , ci bifogna lunghetta di tempo . Et però dìffe Efchilo
,fecondo^Atheneo nell'ottano libro, ch'E- gli fcrìucua al Tempo le fue Tragedie
,& non ad altri. Et che cofa è queBa Iddea tb'è nellamente d'ogni
Valcnfbuomo ? Cornee pofibilc ■battenti L'adito ? Forfè coll\Artc* Mi pare che
s'accennilo Hormen- to . ma queflo è nulla , bifogna hifcgnare il modo
d'adoperarlo. Colla, cognitìone delle profe/iioni attenenti al parlare ?
L'ordine fi peruer- te : perche prima è la Grammatica , & poi la cognitìone
delle prof e fio ni . Colla Grammatica, la quale non pare obligata a' Linguali
, & è commune à tutti ? Molte difficoltadi ha qucHa ' fentem^a :maperbora
diremo con Dante quello,che dicemmo dianzi . Pochi all'habito d'efla pcruengono
. conciofìa che fe non pcnTpatiodi tempo , &afsiduità di ftudiofi ponno
prcnde- • . relè regole, & la Dottrina Tua . / primi Scrittori non e fuor a
dì "ragione dir fi, che habbiano ferino fcn%a regole formali : &
ebeìpo- Jìcri à loro Ejfempìo s babbi ano voluto conformare: & che
confiderà- io il loro fermane l 'habbiano ri pulito in. quella maniera, che l
primo li Fabro- -*8 POETICA F.ibro fi fece il martello . Et mi pare che à tale
proboGm A' male^rnobtopreffolafnedel primolibro centra cZi' * quamquam fi verum
fpctìes, nulius fermo natura eft ,W ger : vmofus fimiliter nullus . Et Marco
Tullio neltmoST ■SST* ChCtCghAmtì ^'nconuenknti, & gli impoJm ie %
SuntenimiJliVctcres , qui ornare nondum poteranteaqus dieebant , omnes propè
preclare locati . immette per lah ■Pia Anobio certi principi, del
p-zrlare,comenaturali,cbenon fonoi»-- tega, nefimtlmente vitiofi , 7^' quali i
primi c hanno firmo cica». «WWJ te, che babbianobcmjjimo parlato quantunque non
habbiam po.uto col diceuole ornamento ragionare . Et nel Bruto dice cofì
Carciluim & Pacuuium malelocutos vidcmus.quamuis arqu* JesL ? lij &
Scipioms : quorum locutio non fuit rationis , aut letama , fed quafi bona;
confuctudinis . Ouefipub conofeere. the nonvnalmgua dall'altra prende fregole
fucì ma dalla buona cor*. Juetudme (rogge certe ojferuationi Jequali poi fi
riducono a ragione vrajaen^a Co fi fecero nella lingua latina Ennio, &
nella fwjlm Dante alaude fevsò voci nuouc, énfolhedi que' tempi ( ilche mi Ct
rendemolto di pruoua difficile) fi deue feufareper hanerèintefo adar- ruchire
la Imgua . Da cui deucremo fcìediere il buono , & lafciare il men buono ,
mn hauendo alibora luogo il Trecetto d'H orario , ilquatt ri guarda folamcnte
le lingue alibora che fino nel colmo loro, quale era *l i ito tempo la Romana lingua
. Co fi creda delie troppo antiche, fé ve n ha, che onero faranno in bocca di
perfine tali, chenon difeonuerran- no : oucro che faranno nel fuo tempo nouate
. Delle Jìorpiate, accor- ciate, &> mutate, quando eUe fi moflremnno ,
forfè cb'erli non farà da riprendere ; dicendo Quintiliano . S J Adi/cere,
adima e literam rei fylhbam » aut aliam prò alfa, aut eandcmalio quam reétumeft
loco ponereapud Poetas aut digna venia funt vd etiam lande . Et non è ria vero
eh A ? e r C f? l f : fl^tonìcome qu efla , loro intentione jij vaie , 4 cut
fdofideitehaueredrifsuardo. Et [egli Spartani retato* DEL ZOPPIO: 69 «a a' loro
Cittadini il mercantare , furono fingolari in quella opratone* Jr jLrul.nel
primo della Retorica pure baia Mercatura per vnodc Zmcipali capi, di cui fi confuto
nella B^publica . credo io che L o- ' P do uico Djlce in q«e> verfi voleffe
mai intendere di Dante coli appellar lo Folle, cheanv Follia grandi ffima
farebbe nata lafua degnadi ga- flivoaccrbUfimo^onvcdendofiinquefieCantiche
Comtiuio, cotale femen^a fi pouera fi ofeura ,ncfifofca . Et quando EUa vi
folfeCtl che fi ne&nonègia ebenon fi debbia bonor are ti fin buon nolere
,&ifcufareìa tardanza , come fece quel grande ^ugui^o ■perfj di colui , che
volendo ringraziarlo di certo beneficio riceuuto , li 'vsò parole contrarie,
fecondo Luciano nel trafeorfo del Salutante, fen^a appenderli il
nomevilcdiCibaldonc, & Guazzabuglione tratto dalle vmme cucine ; Dotte
altro non fi fente che veramente puj^a d ar- lotto , &cTontumc peggiore'
che di Lucerna Che non detterebbe ne an- che darfi ad Mheneo",& tanto
meno à Tlinio, degni con Dante delC /- preffo & del Cedro . non fapendo
ioritrouare Argomento particolar- mente in Tlinio,ne di Capijlci , ne di gierle
di Cibaldontpcrrarictà di loro Dottrina fparpa^liata, come dicono Marni.
L'occafioncdc' Verfi , & delle parole forestiere , che fi riprendono 4n
Dante , por co »* yo , &fi^rieo m fiimiuktì^^^^ P" Padre
fenyfarcmentionedt fnaimghn&^^^^balia, V^nreubio quanto^ ^can&^T^^^^ :
^^^^^ Plau^ altro contegno poteL baflare , fe tali cofit u7 ' V"" °*
veramente non doueua & baHare terchell ltJ? ff i V ° l,tt ? : ma
^ofoJpettare,cbeCol,finon%^ chevuo, per gabbare «M&aSSaS ? * f T emre da (
i uaU ne,cùm^lvreudol nfa iÌTf^, ^f ano >& Orlila Giona. r>w,-r l YÀ
l J ' J m P crcl ^e quelle iogo del feruo collòrefTÀ !an ^ eUe Pf^^fìi^u:
inqueDÌa^ ^SpetLori ^ Me di Un^€ar^S^/S^° rfa mn mcno cbc & ComediapVr^ *l
enfi detta tè la bài clCafù7ZA Ì T f '-T *P*&i chc f^~ ^SS^W^fSK^^* £t
Provenendo ^^eximie^Ml^rJl cm f a $»** tinoltirnukotaà.. gmtura per amentnra SS
i *£ ffi* mm vUl)na con DEL ZOPPIO. 7 r fattone de'fedici Cartbaginefi : poi
che i nomi propri de Latini non fi confanno d'ordine, &meno di numero con
quelli de ver/i Carthagiuc- fi .• perche ne' Latini il primo che fi noma è nel
quarto ver/o ^Antida- mante , & nel fefto il fecondo ne interpreti qualche poche
neli'abbracciamcr- todeUaT^itricccolPyaga'zjo forestiero, ch'era figliuolo dì
Lei, dotte bitcruennero alcune parole Tuniche , oncriitolgendo l'occhio ^Agora-
flocle , er- dimandando à Milpbio, che cofa s'hatie fiero detto coloro in-
fieme; Milpbio rifponde , che quel figliuolo ha /aiutato la madre, &
lamadreil figliuolo . Conchfia cofa che ne quefio luogo pruoua chc'l ferito la'
mende fie : efiendo che da quello abbracciamento argomentaf- fe il faluto
fcambiciiolc , & non già interpretafie le parole : & coft non foddis
facefìe alla precifa dimanda del padrone :alla quale per ri- fondere bifognaua
che dicefie che qitelGiouanetto haucua detto cofi , & cofi alla Madre,
& che la Madre li bauetta fimilmente rifpoflo cofi, & cofi . jLllhora
bene fi concluderebbe chiaramente chel'bauefie in- tefa; ma in quefio modo non
già . H orafe Tlaitto fiamerìieuole del nome del 'Poeta, benché altrauolta lo
facejfibuono Ter allhora. ad _ ^ vi - . Et prima che à me pare eh e ciò non Jo
fifa ejfere vero per autorità d'Horatio dicente
cheTlauto^aadejfempiod'Epicharmo, & non ya cbctorlialefatZ kd Epicbarmo
furandole. E'nueroil furare le fauole antiche per *Anst.none bufmcuole , otte
il Vociale tratti con altro marinerò dal primo : fatuo fe non face fe come
Traduttore. Bene è lecito ire ad «A Jetnpto , come può prouarfi per ^rifiatile
, che 7 concede à Toeti, ir a Vittori . Oltraiiò^ftheneo cita in tanti luoghi
F.picharmo , & altri Comici greci, ne mai contuttala mia diligenza che
v'hopojla, non ho potuto argomentarci per cogettura ne anche vnluo^o rubato,
non che argomento ò titolo di Cornelia . De fìntili qualche vno fi bene; mapo-
cìn, cornea Dio piacendo fouraVlauto faremo vedere vn giorno . Il finale dice
cjfo Caftelttetro delle Tragedie di S eneca , & d'Euripide,^ aitale
paragone ho fatto io neirHÌppolito,negiaho ritrattato che quel- lo eh et
dicefia vero , perche, & nelviluppo , nella riconofeen^a , &• nelle
feritene io glitrouornolto fra fediuerfi : quantunque la Fattola fial'iHejfa,
& le perfine . V ofeia dato che Vlauto haueìfe tra/portato cofidal Greco
dipefn le Fauolc;non ci ejfendo vittc le ^reche,& hauen- dota dato ejjolo
fpirito latino , dr non lafciatole perire, Urne pare che Vlauto le habbia dirittamente
fatte fue,& chel'honore & la proprie- tà ragioneuolmcnte fta la fua .
Ben è vero che Fanone fece delle Co- medie Vlautine bella & dotta Cenfura ,
ma è tramortire che perciò no fi traggein confeguen^a Errore nell'arte Voctica.
Verche quella Ce?;~ fura non fufe non perdifiingnere le Comedie
veramenteVlautine , da quell'altre che non ejjendo legìtime fue, andavano
dattorno , & fi ven deuano perfine. Et cotale Ccnjura fu pervia dell'arte
Grammatica, di etti era gran Maefiro Fanone, che ne fententiò con quelle
parole. In fermo nibus Plautuspofcit palma . Di che ne 'fitoi libri della
lingua latina fi veggono vefùgi. ^Adunque non fi può credere che per giudicio,
ò per Cenfura di Fanone il buon Vlauto fta meno che Voeta ; ne per giudicio di
Critico neffuno antico ; ne meno per quella ra- gione dedutta da Menni con tai
parole . Molti non accettano Vlauto per degno del nome di Voeta, bauendo
fallato in molti luoghi, che farebbe lungo à narrargli . Et V e r o à ragione
fu detto da Horatio . At PEL DOPPIO; 73 Afno ftriProauiPlautinos& numerosi
, . „ , i -iud 'iuc re Salcs nimium paticnter, &c. Terchela Confcgucn; i,r
Tene travve pervia di qucllavoce Pero non tiene per mio }Vren aucZomodo .
-Plauto fi dami ne fall, & ne giuochi; Mu- G noni -Poeta. . Ti» dico ,
-legando anche l antecedente ; cioè che tl^omerìtibiafimovnìuerfalmcnte
Taeflrodcsali, come appare nelter%o libro del fuo Oratore appruo- Z Jlt
Ccberzi, & H giuochi Vlautini in quel luogo citato difopra , de Ji Offici*.
ilqualcCiceronenon pur nonebiafimato ne beffato ,mac
Lchefommamenteda'dottiapprouato. ^Ùce gta elfo cofa rtdicol* quando convungei
SaliTlautini collaComedia Vecchia, fndove- Mmo per testimonio iHoratio
medefimo, cbeTlautova ad ef] empio Apicbarmo, ilqualefu pure vno de -poeti
Comici della Comedia Vec chia, come fi proua per pilotile meJfo, & per
^tieneo m pm Ino ehi ■ -Ne meno quando gli congìunge co' libri deTbihfopbt
Socratici. Tercbemalebuomoben praticone' Dialogidi Platone ,& di Xeno-
thonte negherà che effi fieno pieni di giuochi Eleganti , vrbam , inge-
2nofi,&%ceti? Et fimilmente inVlauto ì E'I Rapprefentare cofet poco
bonetta, cometalbora non foto è bifogno nella Comedia ^manc* do?ncflici&
familiari ragionamenti , con Enigmi & parole honeRe, non ha E?li dell
'Elegante, dell'Orbano, dell' Ingegnofa,& del Faceto? E vero cbelfenfo è
poco honeflo , a che hebbe rifguardo Horatio : ma le parole, che? esimono fono
bene ingegnofe & facete ; douebaueri- do l'occhio Cicerone , prudentiffimo
ne fece il fuo gtudicio . De gli II- liberali, efeoftumati propriamente faperei
ben darne l Ej) empio m Comedie moderne per lo cui paragone fi cotiofccrcbbc fe
i ■Plautini fo- no tali : ma non voglio . Chefc alcuno ve n'ba fuora dell'
Jtfinaria t ch'io non sò , meno che liberate : perche fono pochi , non s hanno
da tirare in concluftonecontra tanti altri ingcgnofiffimi . Che per diretL
vero, che cofa ha in Plauto non giocofo ? & nondimeno tutto non è già
illiberale ne fcoflimato . Se della materia de ridicoli ihabbia da pre- dare
fede maggiore adH oratio comeVocta,chc àTullto Oratore lafcio che fi giudichida
quello , che per autorità d'^riflotile nel ter%o della Retorica fi conofee
cotale materia effere commune à Oratori, & àPoe ti Comici. Et non è %ia
probabile , che quel giudicio di MarcoTultia cantra Horatio nel primo degli
Officij pojfa dirfipa$onato,per l affet tkne che portaffe i fimi Scrittori
Romani , come forfè fi potrebbe ar- gomentare in alcuni luoghi delle Tuf colane
: perche negli Offici EgUno fa pararne di cotale cofa co Greci di quella
maniera che ne fa nelle Ttt [colane . Ho accennato yn poco della mia opemone
intorno a queìto 74 POETrCA tom-afl od'H orano con Cicerone : il rimanente 1 r
t pocon P iu lungo difeorfo conueniente aUaZttna & *" d ferente da
tuttofo cbe'l Calcagnino MM^tj"?™' gio , & altri n'hanno ferino .
tignano , il Maiorag- Tutta Coperà di Dante , cioè le Tre Cantiche infame àm P
«* l fieno p !l{ che altro Toema , piene d^Epifodu ■ * che ìntnZ T2 ' Y C0
" ne ll' ' V ialc c P cr atwcntura il Tinto dUriflot,!,™, ! T JJ ' Cremilo
fatto ricco Quella turba tamia fannljflÌZcte la Fa* flanella mistione della
Fortuna già ottenuto hall fui fin Si %Jf n ^T nge T "^ tUra per LrifceretH
te!^^Ì:™ tl * n ? etbn H at0 fifa conLre TMercut \ Tu s " lducono l «
k^ola d'Inalbi, Vociano, Ze deTZ^ f { ?" dtret Eplf ° dlC ° ÌlpUrito dclie
T '" cioè > dic ° confederando quella Sri f °r° trafe ' mancano di
***** ingoio concc Zono ÌZ Cam 7° danei H* UdÌ0 » el ^eta )& infiammi non
Vo2iilZt^! b , a PI T IC ^ ' ^drLachapian JZitlZ t 7T°, mndtme ™ ncW anione :
el Toeta è imitatore P^c palmentedeU^moni. Siami (lato lecito di fare ouefla cS
mZ&^^t 1**° l ' fibìle, & al credibile in queHo modo . Muti fi la
Fiordifpina in vna Donna feruìdamente inamor ata , à cui Cimante per adempire
lefue voglie , fìnga delle Fattole , non fi rapprefenta Egli qui la credulità
del le Dinne , & la leggerezza delle femplici amanti ? T^on fi vede dna r
amente che l\ A noìlo fel conobbe, e'idiffcnel primo Canto , deferi- uendo
qitefla fi fatta operatione d'Amore che fa credibile Vimpojftbi* ie , in quella
HanTg . Forfè fu ver ; ma non però credìbile . Ter migliore dichiaratione
adunque della cofa, diciamo cofi per viad '.Argomento . VnaGiouinetta inamorata
ritrouandolì fùora di fperanza di godere degl i Amor fuoi , per efleril
iuuaghita d'vn'altra Giouanctta, dando fede a certe fauoleimpofsibili dVn Gio
uine molto firn ile d i- fattezze à colei , ch'Ella amaua , fa di fe alGiouisie
copia. Mora non concorrono qui due cofe verifimili ad vn mede fimo tempo ?
L'vna cioè d'vn Gioitine amante che finga fogni , & fattole per fran- gere
alte fue voglie l'amata? Fiiiguntfìbi ibmnia Amantes, dice Ottidio . L'altra,
Della facile credulità d'vna Giottinetra ardente ? Et s'Ella vedc& tocca il
fttccelfo , che le'mporta il difaminare fe fia ve- ro ò non vero , credibile ò
non credibile ? Affli lo perfttade lattttcni- mento . BaHa che la Fattola
fecondo fuo fnìuerfale , fia verìfimile t che degl'i Accidenti non importa . Ho
detto , che de gli, Accidenti non importa . perche il gabbo di coloro , che fanno
cofi fatta Oppofitìone, confitte in qttcjìo : perche intendono per Fattola gli
dormenti acceffo- rij , che conducono la Fattola à fine , & vanno
eqitiuocando da Fattola à Fauola . Et pure deuerebbono fapcre , che Arifi.
fitto nome di Fa- ttola , che e come minima della Toefiaintendc quelh , che da
M. Tullio fin propriamente è detto Argomento . Et quefio è vero , che richiede
U DEL ZOPPIO. 77 il venfmik* & fi chiama, non fimplicemente Fauola , ma
Fauola One laFauola propriamente non filamele bada f«'W*£n temono, e tremano al fantifiim) nome del
Signore : poi cbe nefttno qviuiallbora ricordò quel Generando nome, donde batte
f e Colui da cef- farcvnafi borrenda befiemmia . Dell'Epifndio del Conte
F^olino,per quello ch'io ne givdicbi molto pajiionato , dirò pure come altra
volta, eh ejjo non ha mvtatione di fortuna ò buona ò rea: ne può dir fi che bah
bla corfo d'attione, cbe fia bastevole a formarne Tragedia .-poich'Elia è
femplice T^arratione d'vrì ombra cbe fi roda il tefebio : & tutto quel l ì
d '^P' m S di * di coflt Mfa* * quella vita . Di maniera cbe chi vote, /e
formarne Tragedia , bi fognerebbe torre l'Attìone della ?norte fvamqveflo mondo
, ri farebbe affai compafiionevolc &horribile : il cbe non adulerebbe in
formare quelfuo stato nello nfcrno . -Perche dal rodere quel tefibioin fuori ,
&raccontame la cagione s altro non ha- uerebbe DEL ZOPPIO; 79 crebbe
ilToetadarapprefentare . Ver quello ho detto che non v'ha ml( catione di
Fortuna, volendo intendere che nonv'interuiene turba ncvociofit . Se adunque fi
vorrà formare Tragedia fopfala fua For- tuna di questo mondo , nejfuna cofa
ìlvìeta : ma farà lontana dalla ma te, ia di Dante, che è fola del rodere il
tefchio dell' ^ircbiuefcouo ; ilqua le fatto non può cadere nell 'Anione della
vitafua Tragica . Senza che quando pure da ingegnofo & valente Voeta fi
trouaffe turba nego- tiofa, & fi formajfe vna cotale anione del fuo flato
prefente nello' n- fcrno, oltreché feniadiceuolc grande^ fi formerebbe , ci
manche- rebbe anchela principale cofa richieda , ch'i la Compafiione : efienda
effo Dannato , di cui nulla fe ne deità hauerc . Et fi manca della per-
fonaHeroica : percheMors omnia xquat, nevi fono auuenìmenti Fortunofi :
cejfando mi infeme la Fortuna . Mal £ ammiri che qua- lunque iobabbiadetto che
tale Epifodio fiapafiionato ; non tengo non- dimeno che fia Tragico : ne
apprefio di me vale quetta Conseguenza che dica ; La tale cofa è Vafiionata
dunque è Tragica, conciofiacofa che molti auuenimenti, come gli jlmarofipofiono
efìerepafiionati,&non dimeno non faranno Tragici , ma Comici , molte
K^arranoni,come quel la di Vampbilo nell'^ndria , che li fece quella Meretrice
in raccoman darli Glicerio > malte pene come quelle dell' Inferno,& del
Targato- lo , che non fono già Tragiche . Ma concediamo fm%a pregiudicio del
vero che queflo Epifodio fufie Tragico, farà Egli efiere l'attione dell'Inferno
Tragica, fi cbeTragedia fi pofia appellare ? fignor nò , ò Generofo . Vcrcbc
l'Epifodio e parte accidentale della Fauola : & dalle parti accidentali
nefinna foi~ìan%a fitole prendere il fuo nome Vniuoco, & efienùalc . Et
quantunque l'atrocità del fatto di Colui, cberodeil tefchio à quell'altro ci
potefsemuouere ad horrore, tuttauia .mancandoci lacompafiione , chevnhamcntevi
fi ricerca,non può ap- fcllarft Tragica quesìa Mtione in verun modo . Mi
rimane, come ho promefio , per conto della Mifura^ della Terra t dì trattarne
particolarmente in Capitolo feparato come di materia,che non pertenga alla ?
octica fenon tanto quanto le Comparationivi per- ten^ono per vfo da Voeti riceuuto
. Adunque nel principio del Tren- tèlimo Canto del Varadifo, poi che il Toeta
ha deferitto la Triompba- le Gloria de gli Angeli, che continuo fi raggirano
intorno alla Diurna Maeflà , dice commendando così . Forfc fe millia miglia di
lontano Cifcruel'horaiefta ; & quello Mondo China giù L'ombra quali al
letto piano . Quando 8o POETICA QiiandoiI mezo del Ciclo à Noi profondo
Commmcia i farfi tal , che alcuna ilella Perde il parere iufìno à quello Fondo
. Et come vien la chiarifsima Ancella Del Sol più oltre : cofiil Ciel fi chiude
Di vifta in villa infino alla più bella . Non altrimeme il Triompho che inde
Sempre d'intorno al punto che mi vinte Parendo inchiufo da quel ch'Egli
inchiude - A poco à poco al mio ve Jer fi ftinfe. Doue E % li porge mate- ria
cCefJere accufato , cornagli non habhia patio il terace iro deUa Terra ,
fecondo che da dotti m Geometria fi pone : maf imatente fa. caido eflo
profcfiion: di fcientiato nelle Matematiche : & -polendo -Hot eh Egl, fia
Toeta d'imitatione pbilofopbiea , otte non è lecito d'eri rare,tantopiu quamo
da Valentuomini ne fono aperti i pafii ; come mquefto che Mfraganio pruoua che
ella fia di ^iro tutta 20400 mi glia , & altri fecondo le fupputationi dì
Meff andrò Ticcolomini di mal to maggiore numero, ouc pare ad Menni che facendo
Dante che vna Quarta della Terra fìa di fonila miglia verrebbe tutto'l viro ad
efTcre di /Jitiquattro mila : colgale numero ne quetìi, ne quegli saccorda,
pere he farebbe troppo con Mfraganio, & poco al conto di quedi altri, che
fanno/corta al Ticcolomini. Guénon poffo tanto meravigliarmi d .mommi
valentifiimi in lettere, quanto ftupire & vervo»nanni di me ,
chetantofonnacchiofomelapaffafii vn pe-^rp fen^a tnuedermi dellaventa; cioè che
Dante non mifuraffe qui la Terra ne ri facellela StlWad ejfa , & che perciò
in ifcufafua fiora di fropofitoaltrav ol- ravfafit vna ragione leuata del fio
Conuiuio, dotte fi dice,cbel Difide- rio dell imparare e mif irato fecondo la
pofìibiltà del difiderante impa- rare : & inferno prouafii coli' autorità
di Cicerone nel fecondo Orató- re, Che non e ^rte alcuna , oue tutte quelle
cofe , che fi poffano con quél arte fare fi moflnno dalMaeflro , quafi
acconfentendo che Dan* te hauejje errato, per mancanza dì principu, ò per
fallane a di fior menti, onero per altro Difetto che pofia f enfiare quale fi
voglia Dot- tore che prenda errore nella facoltà fua . Ma fonimi d'hauere
errate con altri che pur fono Dottori Eccellenti fimi : & in tanto mio
errore indiando haueretrouato il vero , ilquale è queilo, Che Dante in otte-
tto luogo non mtfura la Terra , & non ne fa Quarta veruna ; ma atte-
nendoft al mifurato fecondo Mfraganio , fa vna merauMiofa Compi . ratione dallo
frame delle fteUe in fui mattino allo ftarireda gli occhi fuot DBJ-. ZOPPI O-
Si : ■ j: cucila Trionfale Gloria degli Angeli. Et per ^oftrare f' i0t dl
cotale fbarimento àJta delLcbio fi dice efiere f f LlZtooZeàUbU quarta parte
del Cerchio , che fono cinque lluo lhta di Più , che fendo di mille miglia , à
poco più cumulata Ztifc Onde la fentcn%a del Toeta è quesia ; Mlhorache l Sole
efe- Ztmidia lontano da quel punto pari al «off ro Zcnicte, oue Egli S«*o ci fa
l'bora fejìa ( che è il M^norno ) in quella ff^Ja foflA occhi fparifeono à poco
à poco le Stelle , per tornirà della Hottc, che per rimbiancare del Cielo nel
fuo aprire del giorno viene calando à balio , cioè mancalo , talché quajì non s
[accorgendo > perdiamo la ri fia deGe; cofi quel Triompho de gli Angeli
intorno al a diurna Mae- ftà , Ipoco à poto li tolfe e fpari da gli occhi miei
. il che fi farà pm chiaro à chiunque ne dubitafìe per tinfrafcnttadcmoHratione
. T^on W ° n * d ^ hìo ch f P» Mora fetta intende qui Dante il Sole in M / aU
fr"™M»°ftro ZenL: ilqutfTetZL ' h f™l en ? acol °™?teh™no ilzenitteloro
nel punti C Finvaft adtm wmeaZdwt ÌV enà ° la ^^portionedd Circolo Sfi^lTr^ i
fima r P mt0 ^> d ™ e foniamo ilnofii ZenZ tiene le rem»!; f J * 1 CUr °
Dante confiderà, uonele cento miglia ài p m ,fc non colla, parola Forfè cerche
m&rZ* fcwS #{ famo in r° ~ottm e V*n attempo, paffadtf cm tanta prefìtta. X
il Solc/oumquc PEL ZOPPIO; 2 3 - i; fì n a , e dunque l'hora fella fervente :
perche fentiamo in fu quel tempo difetta che fluidamente Egli ne rifcalda, non
dijfegia il Toeta pieno che propriamente , che rborafe/ia ci bolliua femila
miglia lon- tano. Quando adunque il Sole nel punto C. gittarà l'ombra della
Ter- fi punto M. Icqualiquanto più il Sole s'alerà trai C. elD. tantopi,
fioriranno .-perche Cambra della Terra cadendo al piano dell'Hori^on te verfu
il Tanto M. difaiuta Cocchio noHro alvederle . Chi porràdun ijuc mente in quel
tempo à tale Jparimento di ftclle , potrà con ageuo- le^jra congietturare lo
Jparire del Triompho angelico dagli occhi di Dante , fecondo le parole fue .
Cofi mi pare che ragioneuolmente fi debbia intendere quefto luogo altrettanto
dotto leggiadro, & alto qua» to difficile nell'intelletto d'buomini
letterati fimi dell'età no/Ira . Il che tutto far» detto fecondo la mifura
& dottrina d'^Alfraganio feguita dal "Poeta no£iro,&da altri
Dottori della Spbera . LAVS D E O.Nome compiuto: Girolamo Zoppio.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Zoppio: la ragione conversationale –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). I volti di Z. e di sua moglie Olimpia Luna dipinti nel
Ritratto di dama come Giuditta. Z., o anche Zoppi, m. Bologna, è stato un
filosofo e drammaturgo italiano. Figlio di Girolamo Z., si addottora in
filosofia a Bologna. Dopo aver insegnato per un breve periodo logica a
Macerata, tenne lezioni di filosofia morale a Bologna. Fonda la felsinea
Accademia dei Gelati, rimasta attiva per i due secoli successivi. Nell'ambito
delle adunanze di tale accademia fa rappresentare varie opere drammatiche da
lui stesso composte (L'Admeto, Medea esule, Creusa, Meandro). Fu in
amichevoli rapporti epistolari con Lipsio e fu tenuto in onore da Papa Urbano
VIII. Opere Consolatione di Z. filosofo morale nella morte della moglie
Olimpia Luna, Bologna, Bellagamba, Psafone trattato d'amore del Caliginoso
Gelato il s. Z., nel quale secondo i poeti, e filosofi, ethnici, e profani
scrittori, platonici, et altri, si discorre sopra le principali considerationi
occorrenti nella materia dell'amore umano, ragionevole, e civile, Bologna,
Sebastiano Bonomi. Bibliografia Giovanni Fantuzzi, Notizie degli scrittori
bolognesi, Bologna, Stamperia d’Aquino. Vallieri, Z., in Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Z., su MLOL,
Horizons Unlimited. Opere di Melchiorre Zoppio, su Open Library, Internet
Archive. Portale Biografie Portale Filosofia Portale
Letteratura Portale Teatro Categorie: Filosofi italiani del XVI
secoloFilosofi italiani del XVII secoloDrammaturghi italiani del XVI
secoloDrammaturghi italiani del XVII secoloNati nel 1554Morti nel 1634Nati a
BolognaMorti a Bologna[altre] M Treasure %oom *.'* • *• - X. A ■ 2£/ I O^ «l^
^^^ify^^ 44 Digitized by the Internet Archive in 2012 with funding from Duke
University Libraries http://archive.org/details/psafonetrattatod01zopp Ali). & PSAFONE # «TRATTATO «5 H D'AMORE fg m
*> & rft »€r lungi da quella credenza, che noi illuflrati dalla ferità
confefi- fiamo ; imper cioche altrove il fauellar con loro , altro è il credei
con loro . La feconda è, cheperciòfìamo coftret- ti dyyfare i nomi frequentati
da fimil forte fcrittori , in quella ìfiejfa fignifi- catione , che da efsi
tal'hor non cefi he ne intefa 3 & abufata fi leg^e ;ì quali per
fodisfattione dell'orecchie più feue re sfaranno anco talvolta non con ogni approuatione
addotti . Tu come odi mentou are Fortuna , Defililo 3 Infiuf- A 2 fo, 4 fo ,e
fintili , di licenza ahnòme,& f enfia qualmente noi fiamo gouernati dalla
prouida mano di Dio y & dalla libertà dell'arbitrio noflro . Simil- mente
quando fentirai nominar Dia Tfafone , dimore ; ò chi chefia ; con- fiderà effer
yoce d'eccelli 3 i quali coli cantano ,& non fanno bene quel che importi il
lignificato della loquela . Viui lieto y &leggi bmeuolo > fé troni cofa
a tuo guflo,approuala ; fé al conr trarlo , b abbila per non detta y & in
qualunque modo fcuféLy- fàno di fàcrificare i cuori humani . Io cer- tamente,
come che fàppia il ferro lodarli in mano del mietitore3bianmarfi in mano del
feditiofos lanaue dirfi buona invfo del mercante, dannofa in vfo del corfaroj
fimilmente Amore, fecondo la varietà de ifoggetti , ne i quali fi riceue
poterfi ap- { sellare da altri crudele , da altri piaceuo- e, da altri
fraudolente, da altri femplicet to, e folle, eingegnofo, e fedele e perfi- do ,
micidiale , viuificatore 5 col verifi- carne cento fimiglianti contrarietadi,
feri 7.Z incorrere in contradittion veruna 3 no- umeno rifguardando , no tanto
quel che dir ne potrebbe sppafTioriato accufàtore$ quanto ciò che fi conuenga à
fincero inuc fiigatore , mi propongo àdifeorrerne fi , che s'egli è nel vero
colà, diuina, in nefìu- na parte li C\ pregiudichi, ond'ei fi corruc ci co
noi,che troppo lo temiamo5& fé an- cora no è tale, quale vien celebrato,
& noi fiano aperti in qual fi voglia modo gli oc- chi alla cognitione di
lai, accioche non ri «saniamo in vna trafeurata cecità perpe- tuamente fedotti
da falfè opinioni , com- mendàdo vna cola per vn'altra. Così piac eia airiHefTo
Amore, che quanto io pren««- A 4 do t ?KOÉMIO. do à trattare con la mediocrità
corrifpon* dente all'intelletto mio, & ancora a qual» che poco
d'oilèruatione pratticata per l'e- fperiéza , che forfè in me farebbono in
maggioranza 5 fé meno fcarfi fodero flati ifauori attirai da lui , habbia
àtrouarc cortefia nel colpetto di quella Donna, che m'ha fatto co la bellezza
incompara- bile conofcer'in parte l'amorofe perturba tioni, & hami indotto
alcuna volta à (pie- gare in verfi il nome d'Amareni fuo,quà
tunquefoauementenoncantafs'io mai. - Te moderatrice al mio fauellare > te
fom- miniftratrice a i miei concetti inuoco ò gè nerofa Donna, confi dando che
fé minima gocciola della gratia tua inftiliare sde- gnerai nell'aridità mia,
fia quato fi voglia imperfetta ogn'opra,che da me germogli porrà apparire in
alcuna delle lue parti r> guardeuole. Norma del mio difcorfo, di- iti nto in
quattro parti, farà il propolto Psafon e, in perfona del quale prima fi
cercherà : Chi fia queflo Amore . Indi nell'Hefperidi coltiuatrici de gli horti
: Qual fia il fuo obietto. Poi ne 1 Pomi au- rei prodotti ne gli horti dell'
Hefperidi 3 I modi d'acquietarlo, e nutricarlo. Vltima mente ne gli Vcceili
celebrati ilìnaeftro 5 I foggetti facili ad eflere irretiti ne gli a- morofi
lacci 5 & infieme ne i canti loro, gli effetti deli'iièefTo Amore . H or
perineo* cainciar dal pano cap 0, Pah- # PARTE .PRIMA. L r antichi fauoleggia*
tori, tanto facili , e prò- fufi nel deificar le cofèj che bé di loro era in
prò uerbio . Adorano ogni pietra polita^ancora che follerò di molta derilio- ne
meriteuoli appreflò gli intédenti , nel» l'annouerarefra gli Iddi) 5 nonfolo
lepar ti della Natura principali , come Cielo > Sole, Foco , fotto nome di
Celio , di Fé* feo ,. di Vulcano 5 mafeco molti acciden-l ti) che 'nulla hanno
ragione d'eflèré per fc mèdefimi , come Quiete , Vittoria, Ter- mine :
eftèndendo etiandio quella diui«» fikà à certi , che non poflono eflère da al-
cuno riputati, più Numi dariuerirh* , che «difètti da fchifarfì 5 come
Febre,Timore5 Pouertà , e limili . Nondimeno fé , ò per vaghezza di mantener
gli huomini nella loro fuperftitiofarelligione, ò per coper- ta di làpienza ,
ammantata di fauole, me- ritarono d'effer'in parte alcuna afcoltati giamai j in
neiluna (per quanto io me ne giudichi ) ne fono più meriteuoli , che in quella
oue di quelli dne fauoleggiarono* di Fortuna, e d'Amore } rifguardanti Tv na la
diftributione de gli eftrinfeci beni, e P altro il godiméto della.be llezza : i
qua- li come 4wo jtiui da Yn'ifteiTo fonte fgor- gamij y lo PARTB ganti,
fecondo che fono variamente rice- uuti, (corrono irrigandola natura huraa- na ,
e quafi ad hora ad hora rinfrefcando-. la, con varietà mirabile, e con
giocondi^ (imo riffcoro la rendono feconda , e dilet- teuole.Ma io m'appiglio
ad Amore, eco* sì della Tua fauoleggiata dilaniti difcorro Quelle cofe> che
nò fi apprendono co'ì Jenfo (come dice Plutarcno) altre per fa* uole, altre per
leggi, altre per ragioni tro uano fede da principio, la opinione de gli Iddij
hebbe autori i Poeti, per le fauole 3 i Legislatori , per le leggi 5 i Filofofì
,,per, PRIMA. il (ero d'animi tra fé molto alieni, e difeor- danti j,
confentirono nodimeno nella elet tione di Solone , che li mettefle d'accor- do
: così quelle tre fette , in tanta diflèn- fìone de gli Iddij , confentirono
tutte nel folo Amore, e quello vnanimipofero nel numero de gli Dei -, e così
dall' Elicona l'introduflcro neirAcademia, e Io coro-* narono di
commune'cocordia Efìodo co-» me Poeta, Solone come Legislatore, e Platone come
Filofofo 3 cantandolo, ho- fiorandolo , ecèlebrandoloper gran Nu- me : alle
voci de i quali, applaudedo ì po- poli andauano accoppiando le loro , foli- ti
d'hauere in opinione di Numi quei, crTeflendo flati cari,& ammirabili ì i
mag gi ori, follerò nella memoria della pofte- rirà conferitati, ò per meriti
di valore, com' Hercole , che debellò tanti moftri j ò di doni, come Cerere,
per l'inuentione del grano 5 ò d'arti com'Efculapioperla medicina; ò di
^iouamento , come l'Oca c'haueifè faluatcli Campidoglio, deflado le guardie} ò
di comodità, e di piaceri có- celli, come dille il latino Poeta. " -Q¥eft*
0Cìj ° Melihéo riha [all'un TS^ume^ Verche quegli farà femore à me 2s[ume, Che
fé ciafeuna di quelle cofe per fé era balla « te à fare , chVn fufie riputato
da o\i anti- chi tale 3 che debbe dirli , oue fi veggano tutte, come fi veggono
pitiche chi arame- le in Amore accolte l II cui valore fé nf- A j guajr- «i
PARTE guardiamo , non fole fi eftende fopra glj. nuomini, e fopra le fiere 5 ma
toglie il rul mine ( come dille quell'antico fcrittore ) di mano i Gioue,la
fpada à Marte, le frec eie ad Apollo, la mazza ad Hcrcole, 1] ca duceo i
Mercurioj e fi ch'egli voglia, fpo glia i fuperni della poflànza loro , gli im-
piagagli incatena, ne B quelli firatij,che pare à lui> eftendendo l'autorità
fua infin nell'infimo Acherontejtalehevienrifpet-. tato da Plutone, apprefib
tutti gli altri in-» esorabile : il quale non ftima, ne equità, ne gratia,à gli
amanti folo non è implaca- bile, non indomito 5 ma.fi arréde alle Al- ceftì i
alle Euridici . I cui doni fono tan-j ti, e fi preciofi) che vn minimo dono
ch'i «oi venga dalla liberalità d'Amore , non bene fi commuterebbe con le
ricchezze de i Crefi : le care fp ole 5 e i dolci figliuo- li fon pur doni
fuoi, fé d'altro mai non ne {offe largo . le cui arti fono così ingegno-* fé,
che battano- in yn fubbito à far'eloqué- tifiìmi i
balbutientx>cantoriirauci, inge- gnofili ftupidi , infirgna mufica., ìnfegtu
accortezza ,infegna leggiadria^ che non iblo dil'arti , ma etiandio
l'intelletto fe- co . I cui giouame iti fon così profitteuo- li, che non pur ci
rende accorti, e vigilan ti , ma ci foJleua fpefìo fopra noi medefi- mi, onde
per teftimonio d'Homeroèda i celelh detto Aiatiene, rimouendoci da i
j>enfien vili ; e codardi ♦ I-cu i piaceri fon «0J4 PRIMA. j3 così
diletteUoli , che fono ballanti à farci odiare > e difpregiare quante
fodisfattio- ni ci poffanoefferfomminiftrate al mon- do . con quanta ragion
dunque dùTe Vir- gilio } Mi/èra quanto Dio le feda in grembi . : 2^p» sa Dido .
& Horatio Dio Dio mi vieta di fornire i giambi, * - In confermatione del
che, io mi facci© da vn'altro capo , e così meco medefimo ragiono . Dalla
doppia operatione riputa ta da* Filolbfi diuina,cioè aifoluta, con la quale
produce «li effetti ftraordinarij 3 & ordinaria , conia quale dìfponei
fempre conformi , pendonojdue principali effetti trahenti in confequenzà
qualche Danni- ti,.che immediatamente quelli produca . l'vno è la perpetuità,
l'altro la varietà^ co l'ignoranza della cagione . a i quali n'ag- giungeremo
vn'altro 5 che ilriferifce nel modo, col quale molte cofe, che à noi hu
manamenteconuengono,srattribuifGono eminentemente'àiNumi : equeftoèvna certa
più che fegnalata magrioranzafo? pfa l-'vfo humano. così dal fempre confor
memouimento del Cielo, dallacontinua corrifpondenza deirvniuerfo, dalla inde-
fenafcambieuolezza della generatione, e corruttione nelle creature 3 non eflendo
fuffìciente alcuna cofain fé finita ad infì- nitaoperatione , oue da infinita
cagione uoa fu eternata) fi perfuade al contempla 14 PARTE tiuo qualche Deità ,
che porla con la im- mobilità fua , quella vniuerfità delle cofe
nell'incuflblubile concordia correggere, e mantenere. Così gli auuenimenti ,
oue ò non ha cagione , ò fé pur v'ha, non v'ap pare , che ordinario corfo di
natura con- uinca , vfìamo di riferire in Dio 3 come in caufa , che fciolta le
mani d'ogni legame di neceflìtà operi, fecondo il beneplacito fuo. quinci ne i
moftri,e ne i prodigij s'ha ueua à gli oracoli anticamere ricorfo.Co- sì
apparangonanfì quegli alli Iddij,che in qualche notabile eccellenza , ò di
bel'ez* za, ò di forza foprauanzanb altrui > effen do gli huomini per
participatione ciò che Dio è perle , & eflèndo femore maggior- mente tale,
chi è per fé tale 5 che non è chiunque l'altrui qualità partecipa, nel «mal
lignificato fu detto. E la faccia, e U /palle a Dio f.mile , Hor, per
cogiungere Fortuna,& Amo re , com e babbiamo accennato da princi - pio .
chi fiiofofica , ò poeticamente paria** do, mi narrerà l'origine di quella acci
òca faria commutabilità d'auuenimenti ? chi m'aflegnerà la nafeita di quefta
variatrice de i beni humani,e quando mai s'interrc- pa ? e quando fia per
celiar giamai? nif- funo cred'io , che non me la faccia coeta- nea al tempo, e
ciò é pur farla perpetua 5 ma chi porrà co Democrito il modo pro- dotto à cafo
, non me l'anteporrà egli ar- ' cora PRIMA, iy Cora al tépo ? eccola
fempiterna. chi m'in uelìigheri la cagione , e l'ordine di tanta permutatione,
e perche quelli in vn pun- to dall'infima grado delle miferie fia fol- Ieuato
alfommo de gli honori, donde ne viene precipitato quegli , pur dianzi teli*
cif&imo riputato ? lanfbluerà al fin qui, cred'io,ogni intendente: ch'è
cagione fèn za ragione , ordine con difbrdine . ecco- la occulta, e della
poifóza di lei chi me ne darà contezza , zecio ch'io vaglia à prò- uedere a i
mali * quando mi louraflanno > e flabilirmi ne i. beni, quando ne fono pof
feflore, contrale minacele, l'impeto, eia violenza di lei ? non so per me cho,
altro fé ne polla dire ,_fe non conchiuderla con molti JPilofofi ) che ouuque é
minima por tione d'intelletto , ini èaflàiffima di For- tuna 5 e conuertendola
.; molto ingegno , poca fortuna, eccola vigorofa . Forfe,che Amore è manco di
Fortuna durabile,me- rauigìiofoj efficace . ò efficacia d* Amore, vn' amante
ogni cofa (pera, ogni cofa ten- ta, ogni cofa ageuola, ogni cofa efpugna.
Quelli le ricchezze non pregia, non teme la tirannia, non pauenta Thorrore, non
la morteiilefla . a quello le fiere fon manfue te, Tarmi ottufe, le procelle
nauigabili,il precipitio pianura, il foco di Dite, i laghi d' Acheronte ageuole
«rada . quelli è nel- la pouerti ricco , nella fèruitù prencipe > nelle colè
bombili confidente, nelle fati.» cofe i(o' 7 so ; mx ferito ciòforfi , e mi
crucio , • Quanto fia antico di generatone Amo re, comprender puodi , non folo
da que- llo 5 che non fu gente al mondo mai così barbara, e feroce 5 non
animale cosi atro- ce, efeluaggio, che d'Amor non fenriflej ma fufficiécifsimo
argomento ancora del- l'antichità di lui ne viene fignificato dalla tanta
difeordia delle opinioni intorno à i progenitori Tuoi . Ariftofane dirle , eh*
Amore fu figliuolo di Zefiro, e della 1SJ ot te . Alceo «Li Zefiro, e della
Lite . Saffo del Cielo, e di-Venere . Simònidi di Ma- te, e di Venere . Altri
di Mercurio , e pur di Venere . fa chi dille di Mercurio , e di Diana. Acufilao
della Notte, e del Fuoco. Theocrito non parue, che fé ne fapelìe ri- fòluerej
folo, che i padri d'Amore fo fie- ro Iddij . delle quali opinioni , ne alcuna
perfe, ne tutte infieme àme fi rendono òltra modo prouate ( faluo nell'allego-
rie iparfeui per entro ) péroche vera méte ou'è cocorfo di mafehio ; e di
feminaper figli generare , iui anco eflendo Amore'^ che gii accoppia infieme j
ouero fenza a- morefarebbefi generato Amore, che far non fi può : òpurc Amore
farebbe ftat 9 auanti limose, che nonpar conuéneuole. Àppt® 18 PARTE Approuo
io|per tanto più Hefiodo riduce te l'origine d'Amore nella prima confu- sone,
auantiche dilli nta foftp, ne forma- ta la natura , ouero Empedocle -, il quale
ponédol'amicicia, e la lite principij nella aratura , generò prima d'ogn' altra
cofa Amore, à cui alcuna volta fottoferiuendo Flacone, aliai più mi viene i
fodis are,per la ragione antedetti che quado con Dio- tima l'afferma figliuolo
di Penia oppre{Ta da Poro,con Tocca /Ione del celebrare fra gli Dei la nafeita
di Venere 5 quafi che Ve nere, nonfolofoiie concetta lenza Amo- re, ma ancora
foife nata auanti, che e^li fi §enei\.iTe,non efléndo mai fiata Bellezza,
chenonvifia {fato infierne Amore, so io che la Platonica -fliblimità riduce
quelìa iZ'dòh ;ì fènfì miiteriofi . come che Vene- re fia la Bellezzai gli Dei,
le Idee 5 II có- Uito, il Beneficio della vita , per la diftin- tione delle
IdeesPoro, la facoltà intellet- tuale , con la quale fi apprende la cofa in-
telligibile 5 Penia il Mancaméto della bel* lezza , che in nói cagiona il
desiderarla : Gli horti di Gioue , il Ricettacolo della bellezza5la Vbriachezza
del Nettare^fia, non folo la cognitione , ma anco l'appro- uatione della
bellezza iitefia, principio d'ogni piacere: & altri concetti fimili tut- ti
e(quifiti,& inwe^nofi v'aggiungono i Platonici 5 à 1 quali accontentiamo trala-
sciandoli, come quelli > die non fanno di pre- PK I MA. 19 preferite al
proposto noftro , che attedia*, ino all'antichità d'Amore 5 il quale , non
perche non fìa ne canuto , ne barbuto , e però fanciullo 5 ma è più antico di
Satur-. no, e dell'Antichità iitena. Perle quai co fé tutte atte i fare eh* vno
fìa con ragione riputato Nume confermati ; poliamo be noi in lode di qiiefta
noftro amorofo Pfa fone,concordado le proprie voci co quel- le del belMìm.0 ,
& amorofifUmo Fedro, che intuona appreiTo Platone allegrame- le catare . vn
Gran Nume Amore, vn Gra Nume Amore, grande nella podeftà, gra de nelle
operationi, grande per IVniuer- falità, grande pe'l vigore 5 Amor'vn Nu- me y
vn Nume grande . Il che non folo così poeti camere come difeorrcndo, ci fi rende
verifìmile 5 ma fe- condo il vero più realméte confi derando, e fecondo
Platone, e fecondo la ragione lfteifoaltrefì credibile 5 intendédo per co- sì
fatto nome, no già quella inefabilc ma- iefti , à cui conl'ineila antonomafìa ,
che ftrole applicare vn nome commune alfog | getto e mi néte,s' attribuisce il
Tempre tre- médo, e reuerédo nome di Dio ; ma efté- dédolo, fecondo li
fcrittori profani i quei minori Iddij, che dalla prima caufa depé- déti, con
vna natura incorrottibile,&: im- materiale., hauédo l'intendere per efìen-
za,e'l mouimentoper operatione, difpó- gono ad vtilità neutrale cofe, chenoiveg
ae> PARTE giano 5 ouer© abbacandoci ancora più, fé ad altrui piace,à certi
materiali Iddij ; Chefecretario antico e fra noi due. Tale p2*> re ime , che
nel Fedro lo fignificafle Pia-» tone*^ dicendo, ch'eghè ouer'Iddio,oue-» ro vna
cotal cofa diuina ; ma più manife- jftaméte lo chiarì nel Cóuito, che Amore
folle vno di quelli . dalla cui autorità non mi
faràtolto,chepiùmifodisfacciailpé* fare, ch'Amore fia vn Intelligenza gene-
ralmente ifUtuiu a c^uefto efietto; perche alta* PRIMA. *? altramete de
gliamori affegnar ne conuer nebbe vno a ciafcunaperfena^ i quali però tutti
doueflèro hauer corrifpondenza , e Telatiooea4vn principale , chea tutti, ad
ogni cofa , in ogni. parte fódisfàr potefle, per la fua agilità, non impedito
da qual fi voglia corpo, quantunque leggiero ( che pur ricercarebbe tépo al
mouimento fuo) ma di fbftanza fempliciffimo, agilirIimo5 intelligentiflimo
d'ogni cofa . à tutti fen- Sta fatica fufficicntiffimo . . E certamente fé lo
fpeculatiuo Dante •nella fua fìlofofica poefia fi fece lecito d'af •fermare,che
fi come ài cieli dal principio dell'efler loro ni dato da quello , ch'è il
.vero Dio, Preneipe Creatore, e Modera- tore dell' vniuerfo, chi li conduce
fplendc ti in giro 5 fiaftata fimilméte ordinata al- Jifplédorihumanivna
general miniftra, ejduce, nominata dalli fcrittori Fortuna, e fouente fino alle
ftelle à torto deteinata 5 la quale (fecondo la verità) ò Dea, ò Me-. te, ò
Intelligenza, che chiamar la voglia- ; pio, eflendo in (è cofa reale, fecondp
Da- te, e fufsilìente . . Fra l'altre prime creature UetéL Voluefua sfera, e
beataci gode: N on {ara tolto à noi,con la feorta di lui d'imaginar .ci qualche
eflenza fopr'humana , il cui of .£cio fia con ordini, e leggi immanifefte à •
gli hu orni ni, di limolare, arrenare, gra- tificare, difturbare,proucdere à
tutta que ^ta ti PARTE ftaVmuerfità de gli amanti, e fi come nel- l'ottima
difpofitione d'vn regno, ancor che fìriferifea ogni cofa nel Prencipe: tu*
tauia ne gli ordini delle cittadi , e nelle prouifìoni dello flato occorre, che
à varij fbpraintehdentifi diftribuifeono gli ofKr cij 5 e chi fi fa fopraftate
all'ornato, chi al- le pope, chi alle gabelles fimilmente nella vniuerfàl
monarchia della Natura auuie- ne , ©he quantunque vna fia la prima cau- fa ,
che d'ogni auuenimentodifpone , ha nondimeno distribuiti nelle caufe fecon-
dane certi off! cij, e dato ad alcune di muo uere il cielo,ad altre di difporre
delle ric- chezze , e de gli honori , ne ha macato di aflfegnarne al gouerno di
fìmil forte auue- niméti.e v'ha di mefiiero à qualiique paf. faggicro, che
perla giurifdittione della Natura habbiada far viaggio, che paghi il tributo di
fé ì quefto generale,e troppo efìecutiuo gabclliero d'Amore . Che ni- mate voi
Dóne altere, voi dico, che della bellezza voftra inuaghite , folo di voi me
defmefodisfattc:, orgogli ofèfdegnate gli amanti , e prefumete di frodare
l'entrate d'Amore , hauer da fare coh vn cieco , fé bene ha bendato gh occhi ?
con vno, che nonfeneauueggia ? ahi, chela benda è di fotti li Aimo , e
trafparentifsimo velo • credete fchermirui da lui , j>ch'e^li è nu- do? chi
era più fìcur© di quel giouane co- sì fraco, c'hauria giurato. D/- PRIMA. t3
Vifenderfi da huom coperto d'arme? e pure. • -Con parole, e con cenni et fu
legato . vi date ad intendere di.fuggire, perch'egli èpic- ciolo ? Fuggir vai
niente Dinanzi all' ali^ cheilfignornojhrovfa. d*a- fconderui ? . Dinan^J a
liti non vale T^afconder , néfiè^ir, ne far dijfefa, che iti guifa d'aftuto , e
diffìmulante esecutore, fpia tutti i noftri palli , guata occulto-, Com'huom}
ch'a nuocer luogo, e lèpo affetta, e con maggior godimento di fami più ila- re
chiunque è più bello, come chi più ric- che merci arrechi (eco ; oiFerua
accorto il pafleggiero, lafciaui alquanto trapalare, ma vi tien dietro , che
no'l vedete 3 e per- ch'egli ha l'ale, per giungerui 3 hi 1 lega- mi , per
coftnngerui 3 ha le treccie , per caftigarui 3 veloce, gagliardo, inesorabi-
le, quando già vi penfate d'eifère fcampa- pate : Eccolo improuifo , che
v'aliale , e nonfolo vifpoglia di quanti beni porta- uate con voi , e vi
fcaualca di tutta la iu- perbia voitra 3 iì che non vi rimanga altro ialuo che
vn'inrruttuofo pentimento 5 ma fotto mille catene, e mille chiaui v'impri giona
, e vi coftringe ( credetelo à chi ve'l dice) ad amare in tempo , e peritone ,
che non rhaurefte pénfato giamai. all'hora Ci chiama poi, è no s'è vdito 3 iì
lagna? e nò v'èchi compatifea 3 lì brama foccorfo , é non M PARTE non fi tron a
5 fi chiede pi età, e pietà s'alio tana ; fi arde, e non v'è refrigerato^ s^a-
ma, e non vi è riconofcitcwe . filmate duri que Amore , {limatelo ò Donne
belle, e tenetelo, e temetelo per vno offeruatore, c'hà di voi, e di tutti gli
inamorati feena- latamente cura . Quella è quella cagone \ che tanti , e cosi
cfiuerfi amorofi fuccefsi regola, e va ria nella noflra Immanità; che le
occafio- ni non mai fperate fomminiflra tal'hora in vn punto, e tal'hora il
colmo de i piace ri interrompe con intolerabile cordoglio» tale apunto ne gli
amorofi effetti , quale è quell'altra ne gli effetti fuoi . e chi si, che non
fia l'i-flefla Mente, che difponga del- l'vno^e dell'altro , de gli amori,
delle For rane, riceuuta fpeiTe volte Torto diuerfità • di nomi,e
d'imagini:detta,rifpetto à que ite, Sorte 5 rifpetto a quelli , Cupido, na
altramente, che vn'iileffa perfona , che tenga doppio carico di reggere e
cittadi- ni in pace , e foldati in guerra , detta ri- fpetto a cittadini
gouernatore , e rifpetto à foldati capitano j la quale , quando fot» l'è la
medefima produrrebbe fimili virtu- di, & infuniti nelle occafioni ancor
difìi- mili 5 come Ci vede troppo più che mani- fello, in quelli effetti, e in
quelli, di For- tuna, e d'Amore . feruirà vn nobile, e ma nierofb cortigiano al
fuo précipe anni, & anni , con efqu;fita diligenza, coninelli- ma- P R I M
A. is inabile fedeltà 5 efporri la vita, le facoltà* di 3 ogni cola ftimerà
maco del fuo figno- re j e nondimeno fé con le proprie mani Ji fabricaflè gli
imperij, gli imperij li par- rebbono difcari per le mani di coftui. Ad vn'altro
fauorito, profperi per alcun tem pò fuccederàno i delìderij tutti, che poi ?
eccoti vno3 con repentina mUtatione for- iere da gli aratri 5 quello diuenire
il buo- no}quelto il fedele, & in vn punto à quel- l'altro le concepute
iperanze dileguarli, e fuanire ogni fua feliciti . Ad vn pigro té- pefterano
dal cielo le perlein grembo, fra le procelle 5 elapolue, e l'immonditie li
ficonuertirannoin oro 5 Ad vn'indufttio io le perle, e gli ori dilegueranno!!
in neb bia . Son forfè qaefte cofe manco frequé- ti in Amore ? vn'amante leale,
con fede!» tàincoparabile dedicatoli alla beltà d'v- na donna crudele ,
mifcredente : più fer- uirà, più demeriterà^ conofcendo fé ftef fo gratiofo,
& amabile, vedraffi pofporre ad vh Nano, ad vncapraro. vn'aìtro, do- po
mille, e mille ripulfe , con incredibile feruitù s'acquilìerà la gratia , e
quella ili vn'atimo, per vna leggierezza fi perderà* • ma chevad'io
difcorrendoin tanta atiw piezza , quali che non fia piena ogni me- moria della
varietà de i fucceflì amorofi ? e perche tanta varietà ? perche piace cosi al
noftro Pfafone pafcere gli augelli fuoij e quindi ncìk trauerlìe de i
tormentati su B manti i6 ?ARTE manti, s'acquifta il nome di Tiranno 5 no tanto
per la cupidigia, e per l'intempera- za $ fino al termi nar'in tanta furia , e
ce- cità, che vada fuori di fé. quanto per l'af. foluta poffanza dell'operare i
fuo bene- placito lenza ragione, fenza pietà,e bene fpeflocon iniquità
incorriggibile, volé- do, commandando, sforzando . 1 Ilche lo dà ad intendere
vn certo agé- te, vna cagione à n^i occulta, che no fen- za deliberatione trami
j e tratti i fuccefsi, che alla giornata occorrono infiniti 5 no- minata ancora
da gli amati mede fimi mol te volte Fortuna ( la mia buona Fortuna porfe
occafìone , la mia difgratia s'attra- uersò)il che non é alerò, che ò fauoreuo-
le , ò ripugnante hauere quella Intelligé- za, hor nell'vno, hor nell'altro
modo no minata, quando Fortuna , quando Amo- re . così leggonfi accoppiati
infieme . *A.mor, Fortuna, e la mia mente fchiua7^c al troue. Mix ventura*
& amor m'hxuean fi adorno^ Così aneotrouafi tolto Pvn > per l'altro .
Tofcia, che mix Fortuna inforza al'.rui M% hebbe foffmto . oue, fenza dubio,
fot* to nome di Fortuna s'intende l'ifteflb A- more. e quantunque rifguardando
la For luna , rifpetto ì noi è detta dal Filofofo cauta per accidente j
indeterminata , i cui effètti fiano fenza ragione in noi prodot- ti nodimeno
parmi da folleuarfi più alto ad PRIMA. %f ad vna cagione eftrinfeca , e reale ,
cono* fcente , e determinante in noi j fenza no- frra participatione , e
proponimento tali accidenti $ de' quali l'origine , e l'ordine e immanifefto ,
in quella maniera , che vegliamo adiuenire ne i viluppi delle Co *necTie j oue
ciafcuna delle perione rap- prefentate è fpeffb , per opera d'vn feruo, merla
foflopra di modo , che no troua ver fo da potere fchermirfi 5 fentefi il
diftur- bo, e chi diiturbò diffimulaj incolpaflcne, -la difgratia , e qual'è
quella difgratia? il feruo; che tu hai in cala .-pouerhuomo . e quanto più
ftraordinarij fono talirauol gimenti, tanto riefce più bella , e meraui~ gliofa
l'attione. ipecchio della vita huma naè la comedia, noi riamo come invn theatro
, chi padrone, chi feruo, chi gio- uane, chi vecchio 5 di mille cofepropo-
iteci, vna non ne fortifce 5 mille nafcono dy fotto terra, non imaginate
giamai. vno è che n'auuiluppa tutti , fcaltro, intende- te 5 il quale, fenza
vna minima fua pertur batione, noi trauolue, e difturba 5 e men> tre ci
ramarichiamo , ftaffi egli in difpar- te, e ride non conofciuto, onde fu già
dee to volgarmente , e come per prouerbio $ Thuomo il giocolare dei Numi, e
quel galante Comico di Plauto . ?%qi hnorrimi bungli Dij fi comepatle^ per»
Cotendo , e ripercotendo per reftar vinci-; tore, chi più pertinacemente , nel
giuoco B z (co- *8 -PARTE (come ditte Horatio ) infoiente netratw» uaglia.
Quelli nelle dramatiche amorofe è A- more, à cui con gioco fafti di ofo , piace
congiunger lotto duri gioghi difpari ani- mi, e bellezze j e fare che la gratiofa
Li- cori fi confumi per Ciro , e che Ciro in- clini alla rigida Foloe . Hor'io
dimando a te Ciro, fé Licori è gratiofa , perche non la Itimi tu? s'è bella,
perche non l'ami? s'ella ama te , perche non riami tu lei , ò Ciro ? ma ti vai
confumando dietro à Fo- Ioe> con qualpéfiero ? poiché non fei per impetrar
prima da lei mercede,che fi veg- gano congiunte inamicitia le capre, co'i lupi
della Puglia, perche quello, ò Ciro? forfè hai deliberato così ? ò tu
farefhpaz. 70, potendo hauere il bene, à correr die* tro al male . forfè il tuo
afcendente ( co- me direbbe chiuque riferire ciò nelle ilei le ) rifguarda con
vn'afpetto quel di Fo- loe , onde t'inclina ad amarla 5 e quel di Licori co
vn'altro , che t'induce a (prez- zarla ? ma non è il medefimo rifpetto dai tuo
afcendéte à quel di Foloe , che Ma dal fuo al tuo ? che fé il fuo rifguarda per
op pofitionealtuo, onde ti le rende odiofo, come può lituo no hauere il fi mile
affet- to verfo il fuo*? Forfè per la diflìmiglian- Z.a de gli afcendenti , che
il fuo per auué- tura è callo 5 il tuo lafciuo ? ma quello di Licori, non è
anch'egli inclinato all'ama re* prima; %9 re, tome fi fia il tuo, ò Ciro? che
fé Tafcé dente di lei rifguarda per fertile il tuo,ori de te le rende amante}
come può il tuo nd rifguardare altrefi amicheuolméte il fuo? ò pure ciò auuiene
, più naturalmente par lado, da rna cofaceuolezza de' fangui, fé condola quale
refe la ragione Hippocra- te di quei due , che infieme s'amalauano* $c infìeme
fi rifanauano entrabi 5 riferen- do queft' effetto nelle ftellejvn'Aflrolo-; co
. ma io non so capire , che vna cofa fia limile advn'altra,chenon habbiafeam-
bieuole raflomiglianza con quella, il bià- co è fimile al bianco, e non al
negro, e do uè non è ricambiata fimiglianza , iui non e fimiglianza) che fé il
mio fangue e fimi- Je i quel di colei , e perciò l'amo 5 no può effere,che il
fuo no ha fimile al mio 5 per- che altramente il mio non farebbe fimile al fuo
5 per la qual cofa non può ella fare di non riamar me tanto, quanto amo io lei,
cofa che diradofortifee: l'ifteffo di- co fé vuole alcuno , che ciò auuengaper
la fimilitudine contratta daipadrr,come che da quelli , da quali riabbiamo la
nafei ta , habbiamo ancora molt'altre affettio- ni , che ne confèguono .
Maconquefta occafione non è da difli mulare vn dubbio di qualche rilieuo, on-
de auiene,che fé la bellezza è di fua ragio ne amabile , e noi, affolutamente
parlan- do, fiamQ indifferentemente difpofti ver- £ 3 '*• 3o PARTI Fo qual fi
voglia bellezza , ci aflèttìonia- mo più ì quefta, che à quella: e cofà,ch'è
più mirabile, quello, che da noi farà giudi cato ancor più bello , manco
pregiamo 5 e da quello, che noi fteilì habbiam per meri bello, fiamo come
afiàfcinati? No è la bel Jezza v n'agente naturale, che opera fècó- do
l'eftremo di Tua polla , come il fuoco fcalda, quato più può, e più vigorofo
fuo co più fcalda 5 & ogni cofa, ch'operi natu- jralméte ? certo si . però
fi ama , ancorché in vn certo modo non fi voglia molte vol- te, pr e fé nte
l'imagine della bellezza , no altramente , che quelli , che fi Scottano fi
dogliono : perche la forza , che fa la bel- lezza à la imaginatione no ci
lafcia in tue to obedire alla volontà, e perciò imaginà do noi, ò
prefèntandocifi cofa bella, non ci par concefià libertà di non amare, del che
fi lamentaua quel gentile fpirto. Lajjh Amor mi r>afporta oitio nonvogltoy E
i cuori noftri non fono come invltima difpohtione all'imprimerfi dell'imagine
della bellezza, e cosi all'amarla > sì vera- mente : quindi è , che molti
così alla trab boccheuole feorrono , che prima amano , che ben confìderino
quello, che fono per fare, del cheil mede/imo fi lagnaua. I JLaJJo, che muCacc
trtofiti da prima . 7S{el giorno, eh? à ferir mi vene Amore, e pu re maggior
bellezza, maggi orméte nò in- cende approihmataà qualuque Soggetto ' ben P
RIMA, 31 bendifpoftos anzi bene fpcffopronriffi- mi fiamo, fenza cagione di
pari all'odio , & all'amore,come fi vede nelli fpettacoli, e ne i fuochi ,
oue li fpettaton fi aftettio nano lenza vn minimo interefle ad vno, e bramano
> che quello vinca, e umilmente di mera cortefia s'ama vno , s'odia vn al-
tro, diceua à quello prop olito Marnale àSabido. . Io non turno , eH perche
nonfùjjo^ dirti , Ouejlofolopofs'to dirti . Io non tamo. _
KaccoglionoiPlatonicidalTimeo. ta- ti eflere di ordini de gli ammali ragione-
uoh , quanti delle ftelie b di forte che , fé bene per natura fra fé confentono
in gene rale , fia nondimeno maggior consentirne. tofra quelle, che più faranno
ornili, e co- femientemente più fra fé confentienti la- ranno quelle , che fono
d'vn'ifteflo ordi- dine , e perciò quell'anime ragionevoli, rifpondendo
(fecondo ch'efsi dicono) al- le ftelie loro, giudicano contuttoché al- tra fia
maegior beltà 5 quella iftefla non. dimeno più atta, e meglio corriiponde- te
per produrui détro,e partorirui ìnquei modo, che viene definito da efsi Amore*
alla quale conformità di ftelie, nfguarda- do vna volta Horatio,aflìcuraua
Mece* nate,che ne Io fpinto della iniuocata cni- mera,ne fé Me riforto
C7Ìa,quel Già dal- le ceto-mani, l'haurebbono diuifo da lui j così confermano
le ftelie d'ambi due ce* £4 TI* vn nodo incredibile:'al quale influfTo mol tò
chiaramente fauorifee il noftro Poeta, lenza il quale poco mouiam parto .
Suavemmahàciàfcundaldichenafce. & feltrane. Come à ciafeun le fue stelle
ordinar» Lafèiai cadere in vii1 amor d'une ìli e , C di feftefTo. Che ben
eWiofia mortai corpo di terra. L» mio fermo defir vien dalle Belle , onde
alcuni vanno così fattamente efp beando la fauola dello feopriméto di Venere
adul terata . che quelle natiukadi, c*hauranno Jaftella di Venere congiunta con
quella di Marte, inclineranno alla riufeita de gli illeciti amori : e fé il
Sole farà in eleuatio- ne, fi (copriranno. Tutte belle con fi de- rationi,
& ingegnofe 5 ma non m'appaga- no 5 e tanto più m'afììcuro di allontanar-
mi da quefta opinione , quanto che il Pe tf arca ifteflb, il quale così parue
d'aperta- mente fauorirle , moftrò alcuna volta di (cntir ciò, più fecondo vna
cotale opinio- ne gii diuulgata , che veramente egli fa- cefle profeflione
d'acconfentirui, quando dille. Fiera/Iella (feti cielo hafor%a in noi , Con?
alcun crede ) fu fatto ch'innacqui . A me pare , che s'habbia da rifoluer^quì
vn firn il dubbio j che ciò dipéda , ouero dalw lavariaafFettione del
particolar Genio di ciafeuno > ouero da vna natura fopraftan te prima; j-f.
te à gli amanti, oltra gli influfsi celefU, ol tra la conformità de 1 fangui,
oJtra gli in- tendimenti humani, che non folo trauoL uà tutti i fuccefsi , per
xnezi, non da mori dana prudenza imaginati , riducendoli à fine 5 ma PifteiTa
ancora ne propóga à ciaf cheduno qual debba amare, qual fuggire> & in
fomma i foggetti, i modi, le riufcite, apparecchi, ordini, e cóchiuda volgendo
fta sfera, la quale è tutta quefta vniuerfi- tà d'amanti . però fu detto
dalnoftro Pe- tr arca . ^imor m'hàfoJÌQ) cmefigno àJìraU, & ajU troue. . ,
•Amor con fìte fromejje lufingando Mi ricondujjè alla prigione amica s E die le
chiavi à quella mia nemica, e mol- ti altri detti in confermatione di ciò fi
leg gono : come che, fecondo la verità fi tro- ni quefta natura fopraftante à
noi, quefto Amore, cheò con lufin°he, ò per ingan* ni, ò per forza fi taccia
cionno fopra i no- ilri Ipkti , preualendofi del fuo volere , e «lei potereyfi
prenda diletto bene Ipeflò di fare, che cjuefti non pregia vna donna bel la, e
grati ofa, per vna mediocre 5 quella! tro di fchiatta illuftre fi perde dietro
all'a* more d'vna laida ferua,antiponcndola al- la leggiadria d'vna nobile
amante , come fiano gli huomini ò da inganni (edotti 3 6 da forza indotti,e da
più altacagione(per così dire} agretti , che da femplice? e li. 43 PARTE
beraloro elettione, all'Amare. Ne già inferifco io, che l'amare non di
elettione , ma da quella forza, che Defti- no'èdetta, proceda, nò} perche
quello fa rebbe vn'efcludere dal regno d'amore o- gni merito 5 conciona che
quanto fi troua in noi, oue da noi nò procedala ben de- fìderabile, oue iìa
buono 5 & al contrario* oueua; cattiuo , ma d'honore y òdi lode meriteuoie
non già 5 quando non venga per opra noftra esercitato 5 vn'huomo, per naturai difp
oliti one di membra , for- te non merita corona militare, fé non co- batte5che
fé ogni cola riducemmo in ama. do à neceflità di Deilino> fenza participa-
tione d'induftria noltra,nó v'haurianluo to', ne lodi, ne querele, ne farebbe
chi fé eie, ò chiinconftante doueilè appellarli, perciò che tanto amareflìmo, e
difama- reifimo, quanto la neceffità ci coftringeG {e. farebbe infbmmavn
dilVuggere, eó la ragione del Fato, ogni diligenza per la parte noftra> e
contra la natura d- Amore^ che chiede gli huomini folleciri3e fueglia ti , vn
far gli amanti ftupidi , e ^neghitto- iì^conchiudéti con mano à cintola ,:ò che
Amore mi vuol dare à pofledère coirei > che m'ha dato ad amare, ò'no-5
felarmi vuol dare, ò mi v'itvdurtrij, ò non mi v'in duilrij io , perche può quanto
vuole , me la darà5 ma fé non vuole, ò mi v'induftrij» ^aonmi v-induftrij io ,
ad ogni modo no 0 \ >' me PKIMA. jf me la darà . è vana dùnque ogni mia
folle- : caudine .Sì ? Amore, à forfè difpoiìo ì dartela, ma vuole , che tu per
la parse tua t'affatichi^ fé no ti affatichi no la poiiede rai . la pioggia del
cielo ti vuol dar la rac colta, quanto a fé 5 mav'è dimeiìierp.che tu dai cauto
tuo, ari, femini, coltimi] ter reno, iìenti, fucji, ali'ardor del Sole,ai rir .
gor della neùeL , ftattene agiato i guardar - di fopra, nò che non ti
fioccheranndle fa^ coltadi dal cielo , recati à mente il prouer b.io. Della
propria Fortuna ciafeuno è (ab bro a fé Iteli o . l'amare è atto , non di na* j
tura : perche tutti àmareiTimo le ìiteiie co fé ad vn'ifteffo modo , e più, e
manco, fe- condo la varia difpohuone de. i principij, che operaiìero in noi 5
fé npnfe ancora a- maremmo i non fapéndo di amare » come il fuoco fcalda
nonconfapeUole di fcalda- re5 ma eifendo atto di volótà (onde auuie ne , che
altri amaqueità , altri quell'altra dònna , ne vno ama tutte le belle., ne vna.
per bella che ha, è da tutti amata) può Jbe ne per eilrinfeca difpo.fitione
inclinarli > ma non già violentare per sforzo* . ^ Tuttauia fi vede il
Petrarca hauer ac- cófentito alla opinione del Deftinoinpii* d'vn luogo, come
in quello* ; Lingua mortala alfa fiato diurna Giungernon fwte, Am'or.la ffinge
, e Ut*y 7S(onper elettion, mafer defiino . che iè mi fi dirà, ch'ei parla
decantare, non del&a, fi 6 m*b 1$ PARTE mare 5 leggerafsipiù chiaramente.
Tal fU mia/iella , e tal mia ernia forte • & altroue. Ver darmi à diveder.,
eh* al ftto de/tino Ài al chi contrafta> e mal chift nafeonde . & di
più. 0 mia Stella , b Fortuna > ò Fato 3 0 Morte * Ma io in quefta maniera
interrogo il Pe- trarca fautore del Deftino . Dimmi in cor tcfìajònobiliffimo
inamorato, ecàtore. fé il tuo crudel Deftino ti rapisce à forza, oue non vuoi,
per qual cagione incolpi la tua Mente , quando dici . il cieco Amor > e la
mia /òrda Mente Mitrauiauan sì , ch*a-Aarfer viua For%a mi conuenia, dotte mur
t'era i com'è ella forda, fé obedifee al Tuo deftino ? co- me merita biafmo,(e
lo fegue ? non è egli ièntétiofo quel detto del Poeta latino . Dotte tranno , e
ritran feguiamo i Fati ? Horsù concedati»*, ò app afflo nato, l'effa- cerbarti
contra te fteflò con parole 5 ma la tua leggiadri/lima donna,qual colpa v5hà
ella , che ancor di lei ti lagni • Ben* ho di mia ventura , D't Madonna^ e 4?
Amore , ond? io mi doglia, che brami da lei , contra il tuo deftino ì che ti
può ella dare, contra il Tuo ? e d' À* more, che ti quereli, che per fare vna
leg gìadra vendetta , habbia allettato il tem- po di nuocerti, trouandoti del
tutto difar latto; quaji cj^jf twfo&&uo armato ^ liofli PRIMA. n non»
hauefTe potuto offendere 3 ma fé il Fato ti conduceua , fé la ruota. Dal ter^o
ciel t'al-^aua à tanto dimore, Ommque fitfii ftabile , & immota , cheti
giouaua j ò noceua elfer' armato , ò difar - mato ? doueui armarti , ftar su i
ripari, fé tipoteui fchermire dal Fato 5 ma fé non poteui, indarno accufì
Amore, chet'hab bia colto difarmato. fai com'è, òdelciA moinamorato? per poco
io trafportarei in te quel detto di Martiale . Scritte Epigrammi neW aner fa
carte* Eduolfi farli ripugnante Dio: perche in Vero tu fteflb non negarai
Terrore da priiV; cipio effere flato il tuo . ~4.Whor errai) quanti» l'amica
firada Di libertà mifùfrecifa, e tolta : Che malfifegue ciò ch'agli occhi
aggrada» lAtt'hor cor/è al JUo mal libera , e frinita? Hor*àfofìa d'altrui
tonuien che vada V anima > chef ecco folo vna volta. Che diremo? altramente
fi parla per pafsione , in perfona propria > altramen- te, per verità in
perfona d'altrui, quefta è cola vfitatiffima in noi , che nelle noftre
trauerfìel'vltima colpa vogliamo , chefìa la noftra, e la prima facciamo quella
della forte 5 onde fi raccota queir apologo d\n «iouane, al quale addormentato
su l'orlo d'vnp ozio» apparue la Fortuna dettando lo, e riprendendolo, con
dirli. leuati,che fi? tu per follia cadevi ? io m verrei incol- pata* f PARTE
pata .Quando parlaua di fé ftefTo, e delle file auuerfitadi il Petrarca ,. non
haueua cola in cu; prima nierirle , che nel Detti- no, e pure non fi puote
alcuna volta,fpin- to dalla verità, contenere , che non accu- faflè J'error dio
. ma quando parlò in per- fona d'Amore , che dalle falle calunnie fi .
difendeua , fìgnificò la cofa, convella fti> fecondo il vero . dicendo .
Come à ciafcun le /ne /ielle or dinaro • Lafciai cadere in vii,' 'amor a anali
e ; Et a cojttti di mille Donne elette eccellenti n'elefsivna , nelle quali
parole tre cofe ofleruoio, che qual- che cofa di lopra ordina > che Amore
la* feia cadere, e che TifteOo elegge . Io non vuo per tanto negare /oltre la
gran parte* che v'ha la natura, in quanto hi inferito nella bellezza la ragion
d'amabile , e nel petto humano l'affetto amatorio, vna cer- ta
maggior'inclinatione in noi , ò véga da i fangui,ò dalle Itelie, che ci ré de
affètti o nati più ad vna forte di bellezza , che ad vn'altra5 e però à quefto
piacerà piùjl'a* mor nobile, a quello il plebeo : ad vnola bellezza co granita
, ad vn'altro la vezzo fa,& ornata, ma però fin qui indetermina- tamente,
fottofegue l'occafìone d'vna di quell'ordine , che fèi per occulta cagione
inclinato all'amare, ofterédoti la tale: nel qual cafo Amore]fòpraftateà-quefte
attio iu , ò ti lafcia trabboccare à tuo fenno ia cjuet PRIMA. &
quell'amoretti cui ti copiaci, come lafciò Achille, Anniballe, & altri
cadere invile amor d'ancelle.O egli ttefloper fua beni- gnità ti riuoca da
molte di quell'ordine, che più fono, fecondo la tua inclinati one, nel quale fi
cóprendono varij (oggetti , e n'elegge vnoper te conueniéte, & efquifì to,
quanto più pareà lui di volerti grati- ficare . e qùefto no folo ti propone ,
ma|ti adefca ancora, ti lufinga,fe tu incauto cor ri all'efca , tira la rete , &
eccotici colto 5 ma la rete è pur'anco pertugiata , puoi tu fcappare fin che
ripugni al cópiacimentoj che fènti occulto, cola certo difficile, che i nemici
fon dentroi non impoflìbile 5 ma fé gli impeti primi , che in tua podetti no
erano ftabiliici con la delettatione,& co'I confenfo foprauegnente, vieni
come ad allacciar la volontà, e da indi in poi à non poterti preualere del
cofiglio 5 ecco la for 2.a attribuita al Dettino irreuocabile . che non è
Dettino > ma e necelCticonfeguen- teIaCofà,chepoteua eflére prima, che al-
l'atro fi riducefle 5 fi come auanti 5 che fia dato il fuoco alle bóbar da , è
libero il dar- glielo, ò non darglielo 5 ma dato, è forza chefcoppij,e non
épiùinpodeftà dei bo- bardiero' Quindi fi conciliano due detti» che paiono
ripugnanti . l'vno èj Che non fi vince -Amor, fé non fuggendo, l'ai troéV
&>é fuggir V4Ì mente 40 PARTE Dittanti ali1 ali, che iljìgnormflro
vfa,Vit^ cefi amor fuggendo 5 dà principio^ auan ti ch'egli t'habbia in balia 5
Non vai fug- gire, dapoi che fei fatto fìio,& hai co l'ac confentimento
captiuato la libertà . colpa tua;, non violenza d' Amore. Così hafsi dà
intendere la elettione in Amore, di cui difle Ouidio . Eleggi à chi dei dir
.fola miniaci , Queftaà te non verrà pur Paure ptre fanciulla e da cercar fi
atta à tuoi occhi, nel qualfentimentofi legge nel Petrarca. jilma non ti Ugnar
, mafoffri, e taci\ E tempra il dolce amaro , che nhà òjfejò , Col dolce
honoryche d'amar quella haifrefoy •Acni io di/si . Tu fola mi piaci, che fé be-
neAmore te l'addita,puoi tu non amarla* di molte ; che te n'apprefenti , puoi
eleg- ger quella , puoi quella , e puoi quell'al- tra, nelprogreflb amorofopoi,
auuenga* che fenza il beneplacito d'Amore fiano per riufeir vani li sforzi
tuoi, Amore Ten- ia la induftria tua poco è per giouarti,co sì amicheuolmente
hanno da efler colle- gate infìeme quelle due anella, chetuti affatichi, e
ch'Amor t'aiti , fecondo chea Juigiouera di felicitare i tuoi proponi- menti .
e perche tu non fai ciò che a lui fia per piacere,non celiar di adoperarti per
la parte tua 5 e fé la cofa poi va in fìnifìro, tu vedi così efler piacciuto ad
Amore, patié- Z*> Ndle cofeauuerfe, & irreparabili gra eoo prima: 4i
coforto è l'hauerci d'ogn'altro più tofto> che di noi medefimi à lagnare.ma
fé Ja e© la, mercè d' Amore,rie£:e: egli è poi taato cortefe, che
quell'oggetto, ch'ei t'ha prò pofto,concede à te il dire d'hauertelo elet to j
e di quello, e' hi per fua benignità co- ti otto ì fine , lafcia la gloria alla
mduftria tua . e comeche nell'acquifto la maggior parte fia quella d'Amore,
nodimeno nel- la conferuatione di quello^ che la cortefia d'Amore hi fatto
acquiflare la maggior' è la nom-a>perciò diceua ilprecettor dell'ar te . che
l'acquiftare è opera del Cafo 5 ma il matenere l'acquifto é opera dell'Arte^
cioè dell'indù ftria dell'huomo.ilchefi- gnificaua quella imagine della Fortuna
ia Egira i che dall'vn de lati haueua il corn« d' Amaltea, dall'altro Cupido,
accennan- do (come efpone Paufania) che non gio- ua ad inamorato bellezza,
gentilezza, ne valore, oue non habbia Fortuna, perche in Amore principalméte fi
ricerca buona forte 5 e bifògna , che in oltre la Fortuna porti feco il corno
della douitia,cioè la maniera di fomentarlo . Ma due forti d'operationi vigono
pro- dotte in noi dalle cagioni fuperne . Tvna ( diremeosì ) perfUppofitione ,
l'altra al tutto libera: quella eh' è per fuppofitione fi varia , fecondo che
noi variamo le ope- rationi.piace alla Fortuna, ch'io m'acqui iti de i beni;
pur ch'io me li procacci, e fo io 42 PAKTE io non me li procaccierò, non li
acquile* rò, perche il compiacimento della Fortu • na era con lafuppofìtione
dell'opera mia: quella ch'è al tutto libera, & affeluta vuol che auuenga
cosi j fatichici, ò nò dal can- to noltro . fé èrifoluto di fopra, ch'io hab
bia ad impouerire , ne le ricchezze here- ditarie, ne Ja parfìmonia, ne la
cura, ò te- nacità potranno mai fopra quello , ch'è deliberato di fopra , nel
qual fenfo diffe il latin Poeta. 'Cefj'a (perar foter piegar fti fati . Gli
effèt- ti parimete, che da Amor procedono, fo- no 111 doppia maniera, la
maggior parte perfùppofitione dell'induftria noftracoche li produce, & in
quanto fi riceuono nei foggetti per cui fi mefchiano, fi comepuom fauellaredel
raggio del Sole , intendendolo nel Sole i- fieno illuminate, che lo diffonde
all'aria* all'acqua, alle fteHecflcielojeriftefforag gio fi può rifguardare in
quella varietà de I foggetti illuminati , che viene à ridurre nell'atto
loro^col diffonderuifi per entro. ì'elfenza d'Amore già nel fuo eflere con~
fiderata tutta bella,tutta felice,tutta iplé- dente tato fopra il Sole ilteflb
, quato che il Sole illumina i corpi , ma Amore i cor- pi^ l'anime illuitra5Ìl
Sole molte cofe no fi belle , ma folo in queJ modo ch'elle fo- no, à gli occhi
ne le rapprefenta5 fe belle, bellejfeanco deformale moflra deformi, A more nò
folo è fufn ciéte à farne apparir beili,fe belli fiamo5 ma quàdo no fuffimo
ancora . quella diffonde i raggi per entro i cuori noftri , atti di fua natura
à farli ri- vendenti di lume tale , fènza il quale fa- rcbbonotenebrofi,&
horridi, non meno* che l'aria priua della tanto daleidefidera ta
luce,chetofto,che le fi apprefeata l'ab- braccia, & al partir di lei in
guifa di vedo- uella addolorata , priua del caro marito , tutta di brnno
s'ammanta . Così illuftra- dofi il diafano dell'anima noftra, perla prefènza
d'vn fi bel raggio, fecódo il più, «U meno, più, e meno ci fi del fuo fplen-
dorc P R I m a; 4f dot epartecipi , ondeaion è al tutto priu» di Diuinità,
chiunque è ina inoratole per ciò Platone alcuna volta lo nominò furo» re, &
il noftro Poeta . : Quella i ch'ai mondo fi f amo fa s e chiara Fé lafuagran
rvirtt*teì ,'l Furor mìo. il che injqual maniera intendere fi debba è bene a
dichiarare , accioche hauendo ottenuto il nome di Furore il fìnifìro
fìgnificato > il quale, fecondo fé, fu impofto per figni- care
indiferentemente : come il nome di Fortuna la profpera, e l'auuerfa:di Fama la
buona, e lacattiua,i quali furono poi;i poco^àpoco riceuuti dall' vfò in vn
fignifi cato . Noi non penfiamo , che Amore fia folamente frenefia, confermati dall'
auto* riti dell'Ari ofto , Che infomma non è Jtmor, fé non infanta » jfgiudicio
de' favi vniuer/àle. il che non so s'egliper auuentura togliefle da H ora- rio,
di Cui opinione, come di fentéza vni- uerfale de' fauij giudicar volerle 5
poiché Jeggeua fcritto apprefTo di lui, effer molti mali in Amore, clie fé
delle cofe,che v'oc corono , mobili , e quafi in fembianza dì tempefta
fluttuati , fia alcuno, che fi pre- tenda voler rendere certezza. Trulla
ejplicheràpiù , che fé infanire Con ragion certa , e modo s'apparecchi • Il
furore è di due forti .vno che dal cor pò irrompe nell'anima , nato da qualche
itemperatezza j ouero da impulfo di fpi- nt© *6 PARTE rito nociuo,malatia
afpra, e difficiIe~fco- me dice Plutarco ) J*altro no Ci genera nel la mente
per intemperanza, ma come au- uentitio da yna migliore facoltà manda- to ,
comoue l'anima , eia rifcalda , folle- uandola alle Tue operationi , e quafi
con « uertendola à fé fteflà dalle cofe terrene, e di maniera l'agita ,
rifluendola come in vapore ,e ftfoco puriflìmo , e l'adduce a tanta chiarezza ,
che bene in lei fi {cor- ee come p offa effère albergo de ^.ìi Dei ìteffi . di
quefto furore perturbata la Vir- giliana Sibilla, diceua ad Enea. Dio ecco il
Dio , tempo e tu chiedi, i Fati . all'hora non d'vn volto, non d'vn colore,
fcapigliata, anhelate, e come piena di rab bia , infp irata dal Nume
auuicinato. Vitrea mn^gioreì ne mortai fìtort andò, gene raua merauiglia, e
terrore nel petto de i circoftanti . pregata al cantare , & al pre- dire .
e qual furore era quefto ? il forfen- nato, e melanconico , che prouocaflè à
ri- fo , & à difpregio ? per certo nò 5 ch'egli facea ftare attoniti, e
timorofi i circoftan- ti: ma era quello , che da gli antichi fu detto
Enthufiafmo furore delle Sibille , e dei Poeti : di molte fpecie da i più fa^gi
conofeiuto, che attribuirono la iipiratlo- nedel predire ad Apollo, de ifegreci
£ Dionifio;della poefia alle Mufe, l'amato- rio à Venere , & ad Amore, e
quefto Pla- tone affermò alcuna volta efler l'ottimo furo- PKIMA. 47 furore,
non tanto forfè, perciò che con più efficacia ne folleua fopra di noi, e fuo ri
dell'vfo popolare conuertendoci alla beltà, eh' è principaliffimo raggio della
Diuinitijquato che ogn'altra fpecie d'En ihufiafmo (come co fiderà Plutarcho')
ceC fa, e fi depone . il Bacchico, e'1 Coriban- tico, ripofandofi dal faltare ,
e dal cantare Il Pithio , partendofi dal Trepiè s'.il Mar- fiale, deponédo
l'armi, mail furore Ama torio , com'hà vna volta occupato , & in- fiammato
vn'huomo 5 non è Mufa, non è cantare, non è mutar di luogo, chelori- muouai ma
gli ina morati s'amano prefen ti , fi bramano quando fono allenti, fife-
guitano di giorno , vegliano di notte alle porte, nella fobrietà fi chiamano,
beuuto c'hanno fi cantano . e quello che dille vno de i Poeti , che le apparenze
loro perla efficacia fono fogni de i vigilanti, meglio fi verifica de gli
amanti , perche adenti fi veggono, come prefenti , fi parlano, Ci fl- uitano ,
fi accufano . così diceua il Poeta di Didone, poi ch'era Enea da lei partito.
Quello effx affante e vede , & ode xffeme . fuol bene la vifta dipingere
nell'humido certi fimulachri, i quali tolto fuanifcono, come" nelle nuuole
l'arco celefte, male ima?ini,e rapparéze,chè s'apprefentano a glfocchi, &
all'intelletto de gli amanti, come effigie per forza di fuoco vna vol- ta
incefo , iu vn legno impreflà, imprimo no 4* PARTE no nella memoria loro gli
amati fembian ti> per rimanerui Tempre permanenti, co- me fono in fé
medefimi, co'i mouimen- ti, con la vita, co'l parlar proprio loro. io l'ho
negli occhi , e veder fé co forme "Donne , e donzelle , e fono abeti ye
faggi» 6c altroue . Tarmi avdirla vdendo i rami , e l'ore 3 E le fiondi, e gli
augei lagnarfi , e l'acque. Quindi quell' eftafi , la quale fi pone di due
maniere y ò fecondo la facoltà appren fìua , quàdo vno va come fuori di ic in
a- itratto, e non fi muoue da glioggettie- itrinfeci proponili, fublimato ad
akra có- prenfione fenza applicare l'intelletto al (enfo . ò fecondo
l'appetitiua, quadol'ap perito ad vn certo modo trapafta i altrui, auido della
bellezza eftrinfeca , fi fcorda di defiderare le cofe più foftantiali.la pri-
ma eftafi fa l'amore difpofitiuamente, in quanto Innamorato con efficacia di
fpiri- 10 cófiderafopra l'amata, fueko dalla co- lìderatione d'ogn'altra cófa.
la feconda fa l'amore direttamente , in quanto l'aman- te bramofo dell'amato
oggetto, non con- tento godere il bene ch'egli hi in fé fteflo cerca goderne
vn'altro fuori di fé, per ac- coppiacelo , & vnirlo à fé medefimo . la
quale eftafi il noftro Poeta lignificò , di- cendo . Quejli ni ha fatto men
curar tocflejjh9 "Per vno. dormo, ho m-ffo Eguai FRI M Ai 49 Egualmente
invìi cale egnèpènfìére, O : iri èi'riitl citare fi 'vo'omieri , che fanno gli
amanti , onde fu detto da Saflb , e poi ri* ceuuto in prouerbio . Amore iricgna
ia jDUfìca.fcnhe Theophiaiìo vn libro d^Iìa Mufìca, della quale pofe tre
principi] . lì dolore , il piacere , Tiitmco dmino, eia- felino de' quali ci
difponga ai canto . noi vegliamo il gemito de gli addoloratila to hauuicini al
canto? e però gli oratori nelle conclusioni, e gli hiftriom nelle de-
-plorationi à poco à poco difpogono la vo- ce al cantare . (Similmente
l'alegrezza in- duce quei che fon© più leggieri di ceruel- lo al faltare , al
gridare- ai batter le mani, ì più graui, e modelli al cantare, ma fopra tutto
l'iftinto Dittino, e perciò ne gli Or- gij di Bar ;o feruauafi il numero, e gli
ora coli fi rédeuano in verfi.cosi pregaua Enea la Sibilla ♦ Solo, x le foglie
nen mandare i tarmi) Tufieffa canta, di tua bocca prego. Hor per- che non vi hi
cofà , che più graui dolori , ò perturbationi apporti di Amore, che più
vehemerti alegrezze, òche ecciti i maggiori alienationi di mente , perciò fa
diuulgato in prouerbio. Amore infegna la Mufica^pnde il noftro inam orato Poe-
tatine. C he voleudo parlar contatta fempre. e tan- to la mufica fi confa ad
Amore, che Filo£- feao fcriflè; vn certo Ciclope hauerfana- C to So PARTE to
l'amore dolcemente cantando : Quin- di per vltimo quella predizione delle co-
fé auuenire. e donde forfè nel vifo di Lau ra al dipartire del fuo fuifcerato
amante , quel pallore prenuntio della morte * e quello andarli qua fi
chimerizando il Pe- trarca paure {pontanee , con fogni , e ri- doni
predicendoli tanta perdita, come in ombra , epofcia efpreilamenteindouini-
dola' j )3 quelle par ole . ìii'r> H fwm*n dì quella, vltima fera, > Die
elU, ch'io tafaaigli occhi tuoi molli} E sferica dal tempo me ri andai f In mn
teyl potei ah e alThcr 3 ne volli ; Hor tei dtcofer cofa efperta , e vera >
Tfyftfperar Hi vedermi in terra mai. fé non che quegli amorofi fpiriti erano
prefi dal Furor d'Amore, ch'occupaua lor la men- te ? nel qual fìgnificato pure
no faria pro- hibito l'appellare quello Furore amoro- fo, Dio 5 ia quel
fentimeiito , che in altra .occasione ) dirle il Poeta Latino Deifony che vn
taVardor danno alle Mentii Q il fuo defire à ciafcbedttno e Din . ; Etmaùo t
Così confiderato Amore come vn'aflet to dell'animo noftro, prendiamolo hora-
maiin vn'alrra fignificatione j^códo che nelnome della N atura auu iene
,ilquale comeche fìa inftituito per lignificare quel principio , chel'vniuerfo
nella perpetua 41/pofitione del muouerfi , e delripofarfi rego - FK I M A', ft
regola , e mantiene 5 fi rifèrua nondime* no ancora nella proprietà delle cofe
parti Colati , cosi diciamo la natura dell'huo- raoj la natura del causilo.
Ma^confidena- mo , che vie n poi à variar fignificatione > appellando noi
l'atto co'l nome della io- itanza , cioè l'atto dell'amare co'l nome ifieflo
d'Amore, e quando diciamo d'ha- Berconceputo Amore , intendiamo d'ef- fer fatti
foggerti à quelle pacioni, che A1 more produce ne gli inainorati . Intende? do
adunque Amore per quell'atto è bene prima che fi voglia difinire>hauerlo
dittiti to , però diciamo, che e/Tendo Amore vn certo appetito , quante forti
d'appeti- ti faranno , tante ne porremo d'Amore, euui vn'appetko naturale , il
qualfegui* ta} non l'apprenfionc, ma la propensione dell'appetente 5 fi come
della pietra il de-» fiderare il centro , e quefto impropria , e
metaforicamente è detto Amore , euui vn'altro appetito animale > il qual
feguita la apprenfion dell'appetente , ma con ne- cèftiti 5 e quefto è ne i
bruti , i quali con tutto che ilo fimuouanoy fé nonper og- getti conofciuti ,
nódimeno ciò fanno no {>er propria deliberatone, mapernatura- e-iftintO) #>s'ì
negli huomini la pietà* pa- terna, e quefto fi chiama alquàto-più pro-
priamente Amòre, Vi è per vltimo l'ap- petito ragioneuole , il quàl feguita
l'ap- prenfione fecondo il libero giù elici o fpet- C 2 iati - ft PARTE tante
alla volontà deliberante fopra le fue operationi. efottoquefto cade l'Amore
propmméce detto . il quale infino adeflb jo prendo come vn nome generico conv-
intine à quattro nomi , in vn certo modo lignificanti l'ifteffo , Amicitia ,
Amore , (piùnfìrettaméte;Dilettione,Carità,che vengo io dà valcnt' huomini così
fra loro diftinti . che l'amicitia fia com'habito 5 ma l'amore fia lignificato
per modo di at- ro, ò di paffione \ e così la diìettione , e la'caritàj ma con
diuerfità , perche la di- ìettione aggiìige fopra l'amore vna cer- ta libera eìettione
precedente, come Tuo - na ancora il nome Diìettione quafi eìet- tione, però non
è nella cócupifcibile, ma nella volontà aflbluta . la carità aggiunge fopra
l'Amore vna certa perfettione in quanto la cofa amata ftimafi di gran prez- zo,
come lignifica parimente il nome ca- rità, quafi careftiaj e*LPetrarca nominò
Amore alcuna volta Cantate accefa : alla qual confiderattone non ripugnando io,
giudico in oltre efìere vn'altra differenza fra Diìettione, Carità, & Amore
: poiché dicendo dilettione> e carità, nonvis'inté de intereffe di bellezza
, come dicédo A- more. e perciò il noftro Petra^a dille caa jtamente. \_ Corna
difignore , Amor di donna , Hora io mi propongo à cercare qual co fa> e di
quace maniere ila Amore . poiché PRIMA. sì dunque Amore è atto , & è atto
di poten» za conofeitiua . diciamo , che nell'anima noftra fon tre modi di
conofeere, col fen- -fo, con la ragion e , con l'intelletto 5 dal fènfo nafee
l'incitamento , dalla ragione laelettione, dall'intelletto la volonta,per cagione
del fenfo comunichiamo co' bru- ti, per l'intelletto con gli Angeli, rimane in
mez ola ragione propria cell'hucmo, la quale in guifa di centauro, può riferirò
nella parte fuperìore, cosi tutta è bella, e virile$ ò nella inferiore , così
tutta diffor- me,e beftiale appare} può parlar com'huo mo , può caminar come
beftia . e quello auuiene in lei, fecódo la diftintione de gli obietti,
ognivoka cheò (ìlafeia trafpor- tare da quello^ che più aletta il fenfo, ò e-
legge quello , di cui s'appaga l'intelletto, vegga» dunque la diuerfiti de gli
obietti, da cui prende quell'atto diftintione. Due fono in fomma (pare à mej
gli obiettÌ5 de i quali vno maggiormente titilla il fenfo 5 l'altro inuaghifee
l'intelletto, cioè il Pia* cere*, e la Bellezza 5 rifguardando la Bel-» iezza
(la quale al pref ente prendiamo co* me in vnofchizzo)li vnione de gli animi
permezo principalmente della villa*. e5l .Piacere, lacógiuntion de i corpi,
media* 4ti gli abbracciamenti . quindi hanno origi ne due Amori» vno tutto
carnale , lenfua-» Je, beftiale, cheinuolto nella feccia della luffuria, &
all'infame Jgiogo della fenfua- C 3 liti J4 PARTE liti fottopofto, niente più
defidera fopra quello, che naturalméce desiderino le be- ftiepriue di ragione .
vn'altro tutto ragio neuole, e fpirituale , che alla contempla- ti one della
bellezza conuertito, pago del femplice contento dell'animo^ fpregia, ò pure
anco odia quanti piaceri dalla fetida fenfualità pollano efière fommi mitrati ,
intanto arrendeuole alla gioconditàrdella ... fi i * viltà, in quanto per li
Colone lineamenti d'vn corpo ben comporto, penetra al ri- girare quella
intrinfcca bellezza-,che qua fi leggiadro cefpuglio di fiori da limpidi C-
■fimtTrufcello placidamente irrigntodià vedere fopra l'acque infie me il faro
colo- re, e la purità deli'o nda, che lo rkuopre. -Il primo non so fé ben be e
fi a degno del .nome d'Amore: ma conueneMoìrncnteal /certo nomrurcrnlo
Libidine, ò fepur dir lo vorremo Amore, Ae^run^eremui be- iliale $ ama do cofi
le beirie,che fenza ha- iier tanto riguardo al pià^ò manco bello, -trabb oceano
la dòuepia l'indifcrero ien- fb le precipita, fra le quali e l'huomo be- ftiale
poca differenza faccio io , non mol- to cadendomi s'vn di nome , ò di cornami
fiabeftia , giudicando Pamor di colui be- -ftiale, che no prefo da vaghezza di
fem- biateme da maniera di coitumi di gratiofo donna, inguhad'vn gallo in vn
pollaio, té d'vn mot arce in vna gregeia s'hìbbia in- Jiflerentemaitc rerfo
qua^iì voglia fem£- PRIMA. ff m della fuafpe-cie , ouero fèòfler.tìa porfc
qualche 16 ?ARTH to, magnanimo!, veritiero , deftro, corse cauallo non
trauaiicante,grato.neli'afpet- ,to, leggiadro nelle maniere , gratiofo nel
conuerfare , moderato nel desiderare , e nell'ire ifteflè amabile . Qu:llo
pieno di furie, bagnato di lagrime, gridado oioie, ©ime , concita con
miferabile horrore h tragiche feene . di quefto fon per ogni fo- glio i
Socratici ragionamenti con incom- parabile dilettarione colperfi , quello fin
tanto che brama, ama 5 ma non fi rollo è fatto fa t olio, che fi contri ita , e
di fama* quello procaccia danno alla cofa amata, éc ì fé medefiino 5 quello hi
fempre inten tione di far beneficio ;da quello nafee il vi tio , da quefto la
virtù , quello termina io furore , quello in amicitia . Soccorremi à propofito
quell'Apolo- go Platonico d'vnpaftore , e d'vn cuoco, che andando in viaggio di
compagnia , e Vedendo vn'agnello 3 vi fi accodano ciak chedun di loro per
portarfenelo.Ma quel- lo certificato della profeffione di ciafeun dri loro ,
dafsi di buona voglia in balia del Paftore , parlando così contra il Cuoco, tu
certamente fei carnefice d'Agnelli tu* e m'ami per recidermi, e per Satollarne
l'ingordigia tua, ma quelli m'ama per nu driimi . O ioi^u o > ò
dannoiiiTiino Ama- le P R I M A. 57 ra di coloro , che in guifa di famelici , &
arrabbiati amano per danneggiar l'amate loro, e l'Amore , cbe quanto fpera ,
quali to fpiraytutto è amore,e gioconditi,con- uertono in danno loro , come
fecero quei crudeliifimi amanti d'Ariftoclea, riferen- dolo Pi utar eh o. A
coftei amata da Strato- ne, e da Calliftene, il padre Theophane copiacquefì di
darei libera elettionevno de i due per fpofo . la giouanetta nominò Caliiftene
5 ciò non potendo comportare Stratone dilfimulò , pregando il padre , € lo
fpofo d'Ariftoclea, che poiché non na- tica potuto efferfì congiunto in
parentela conloro, ficontentaffero almeno di con- feruarlo inamicitia } il che
efsi moftraro- no d'hauerei grado , coll'inuitarlo al fe- steggiare di eópagnia
le nozze. epereC» fer.coftame delle vérgini d'andari! i laua- re ad vna certa fontana
, prima che al ma-» rito fi congiungeffèro , Stratone fece afeo dere géte per
via i luogo à luogo co inté-» tione di rapirli la giouane, quando pallai» fé
> e gii nell'arriuar di lei fattole impeto ad ofTo, trahendola per vna mano,
e tutta- uia tenendola per l'altra lo /pofo eletto, e ciafeuno ftcédo Tettremo
di fuapoflà per trarla a fé, in quel contrailo la fanciulla miferamente amata,
non fé n'accorgendo effi, nelle mani loro morì di crudeli flìma morte . qual
tragico atto è più ìiorrido di quello > qual pin beitiale amore ? così hu C
5 tfu- fi V ARTE' inanimente dunque s'ama ? così s'acca** rezza no le amate ?
non amaua così Age- silao, non Socrate . O Socrate > ò otti ma Socrate , tu
che fai proferì one di nulla fa- lere, che fai covi bene, onde tu lìa dall'oc
racolo nominato folo fra tutti gli huomi-. ni fapiente ?- ló.nonsò (
rifponderdegli). tfkro'che l'arte? &ell*araare: di quefta ne so fiiaeiiro,
di quella profeflore. e come ami tu ò Socrate ? affatturi le perfone, che vai
eosì inanti a ituoi competitori in amado? ^ià non fei giouane> non ficco
> non bello dì Còrpo . cumandiamolo ad Alcibiade,.- e l'intenderemo , *fe i
1 fu o ma ritto ama per Torro^ere i coitami ,fe p&tfenCup.ìitì, ò m iqùal
maniera . vdiamo ilnofìro Petrarca.» -- L'Mrféteoffidafùoidòteyar - . 't '
S'ti*jìxwh*d*honeffa&fételdiuenì*r "'Che il dirrioftro yelfenfier
vince d'ajjài. " 'Bxffo-défirnon l} eh' tuffi ferità* Matt'honorydivirtme,
Hor quando taxi \- Fìifsey fommx beltà vttvQglfa fféhtaf ' Matroppò inirero
tali oggetti tanto fel- patamente con(ìderati, l'humana condì tio ie eecedonoSe
fi come quelio^che ama col fempiice^ amore irfteMeetóale potrei**.
Heifd^gn^iPfecolido . Cosi ciii:£ma eoa l'amore ordinario, potrebbe dire
burlane dofìdell'amore'intellettuale, quel che dif fé il Cinico Diogene delle
Idee > che non le vedeua. perche in fatti Noi n'amo huo- mini : non debbiamo
già aguagharci alle PRIMA, S9 f>eftie, ma non fiamo ne anche Angeli . fc
l'huomo no hauefie altro che fenfo 5 altro Amore non farebbe in lui, che Libidine
$ fé ancor l'huomo fbfle Intelligenza fé mi ]plice,non li conuerrebbe altro
amore-.ché cjùètdiuino, co'lquale le intelligenze iè- par'ate da compofitione,
ch'ammetta fen- ftial dilettò , amano la beltadiiiina, nella ètti contéplatione
eternamente beate s'ap pagano, ma fiamo ragiorieuoli : e la Ra- gione è di mezo
fra l'intelletto, e'l fènfo, partecipando dell'vno-, e JèìTàltroi fé be- ne è
più adherenre alPintellettcr, cnde ha 'ottenuto' di folerfi diftinguere
contrail sé fo . Però làfcioip piatone fu Véli j e mi obbaìTo £ conftdérar
lramorey fecócfefleny {faÉfintìitft fiamò'ràgioneuiDli 5- cortfenfo
intellkeifali , e e orri ntellctto fenfuali 3 e per lVnaparte^e per l'altra
coftituifeo IV- no, e l'altro 5 Bellezza 5 e Piacere ogget- to dell'humano
amore^ (eco do che il Pia- cere fi rifèrifee alla parte ferifuale, e la bel
lezza alFintellettuale «, e qualuque di qua fti dueftilchi alnoftroamore , nane
per mio parere (ch-eehe altri féne'féttafém or perfetto». -tie$pn#-ff
dar£fecirmenre>ad in- tendere, bhe^ £ non fi v^dejjè altro , che Le fi elle
, Sofrvna notte , e mai nanfuffè l'alba, . . . £, non fi trasformaci in verde
felivt • Ter vfeirmi di braccio . In fomma il piacere in amando ricerca la
parte Aia . perciò le tre Gratie Aglaia , Talia, Eufroh-ne , fignificantii'vnafplen-
dore, l'altra viridita , la terza lentia , ac- com- PRIMA. 6i Commodate fono
àgli amanti da vn Pia* tonico in maniera, che la prima rifguardi l'animo, la
feconda la viftaj, la terza il di» letto della mufica 5 a cui non ripugnando io
nell'applicatione delle due prime ,he ancora nella terza , in quanto fi
riferifce liei diletto .> ftimo , che fi habbia da accó- rri od are meglio
al diletto del toccaméto, & all' hora giudicherò , che il mio amore habbia
il Tuo compimento; quando d'ani- mo congiunto à bella Dona, dilettato nel- la
giocódita della vifta,potrò in oltre leg- gitimaméte appagarmi ne ì diletti
deltac to, coftituendo alcuni , come gradi in A- more. Il primo la affètti one
dell'animo, fondamento principaliffimo certo, ma ri- motifsimo. poi il veder la
amata, alqua- to più vicino, indi ( per dare anco la parte all' vdito ) la
dilettati one della voce . Ma tutti gradi infìn qui lontani 5 e badanti za
incendere , non ad appagare . iottofègue il toccare 5 il che fé bene fi faccia
con la so miti delle deta, trafeorre nódimenoil di- lètto per tutto il corpo ,
commouendo il iangue infin nelle più intime parti delie Tene . fuccede il
baciare, prima leggiera* timor ofamèntej al fine più aflFettttofo, ac-
compagnato da gli abbracciamenti . per tralafciar di dir più oltre . Che fé
Amore è (come piacque ad alcuno ) vinone , gii non crederò io, che fia maggiore
l'vnione fola fpintuale, che la fpirituale accoppa- 6% PARTE girata, conia
fpirituale. eperchequefta amorofa vnione folo ha da farfi co'l mezd della
vifta,. e non del tatto-, fé nel tatto è il colmo de! diletta fenfuale l forfè
perché effondo Amore tutto candore non arnmet té attione -laida ? che fia
dilettevole* «[UEftaègratiiLd'amore, che fia fetida, col pac della natura
corrotta ■> che vergogno- sa , decreto noftro . Crederò io h bene 5 che
amore fi termini ne gli abbracciamen ti : perei oche chiunque ama fenza tal pe-
nero 5 non amare , ma efiere aftettionato, e benuolere più. propriamente fi
dice ^e'1 fuo non è veramente amore , ma affetti o* ne^ maarmeitia,
mabeneucglienza^, on- •de no fiuferiiia in quello tale il nsraie dyI-
namoratovche folo fiaecon^m oda i quel- li [(.vniuerfalmente parlando , perche
di particolare per ventura da gli altri di fiere ;te]non intendo trarne
conlèquenza) che invaghiti della bellezza , bramano il có- giungimento s anzi
potrebbe adalcun pa reré , che la natura ifiefla habbia pollo la Beiti nella
donna , non. perche fi rairrfo- femente,come vnabe.Ua ftatuaies'inamo aji
VhxsomadihhyX.ome ^id'coiiii delia \fe -nere fcolpittt da
Pfraffiiblej.nelqiialeamT) re egli pafsò pur'anco i termini 5 ma per*- «he ne
fia efea à quel diletto , al qual fece inclinatici me tutte le fpecie de i
viuenti, aedochetanto più auidamétedoueflìmo idfer'incitatinoiiiuominbpreclaro
germe della- fri m'a; c$ della natura alla generati one de i figliuo- li.e
comeche nell'atto ideilo inferito hab bia (ufficiente dilettoper' adefcarui
qual fi voglia animale 5 nondimeno habbia noi fopra gli altri 'fegnalatarrìente
fauorito di quello condimento di più incitatiuo.ch'q h. Bellezza, il cui'
Vocabolo ancora appref fòì Greci fignific^inuito,efca, incitarne- to.
&hàbbiaci aggiunto" quel titillamen- to, che per le membra fcorre ,
mentre da- mo intéti a. bellezza,che ci vada à fangue.- fi come in molti frutti,
ancor ohe fufficié- telòaù'ita ripofta haueflèp dilettare T ap- petito noftro ,
volle di più aggungerui il colore*, per inaitarci meglio al guidarli, e non a
guidarne folo la fuauità'loro-, ma a fat oliarcene, & a hudrircéné .-: ^
N^afpettoydlèmfifi di£à\ nonconne- nirfi a prudente* irfifUraré gli affetti co
lo ftaio degli intemerati , che fi làfciano dal- la cupi dì già tiranneggi are,
che fenZaraT gione ai piacer* né tira afe: l'altra maco buona, eh' è
acceflorio> e termine5 purché vinca il migliore,que- ito baftar ci
deue,fenza che fi efcluda a£* fatto il men principale, così pr onuaciaua il
noftro Poeta . La voglix j e U ragion combattuto hanno Sette r^ feti* anni >
* vincerà il migliore . |3 Come vince jj migliore? nonché necefla-t riamente
vecida il peggiore , nò j ma che lo leghi , come prigione 5 (è lo códuca do pò,
come fèruo 5 li comandi , come i fog* getto .così vince il migliore . e però la
no iira maniera d'Amore puoflì in due modi considerare . e com'habbia per
fuoprincì pale la voglia, che fi nferifee nel piacere del fenfo, e la beiti
confederi come mezo» inftromento , e condimento del piacere jfteflb, ò
informila, comeacceiloria>òfo Jamentc preparatoria . & all'incontro cor
me regolato dalla Ragione, fi proponga i bellezza per ìfcopo principale, i cui
ap perita il piacere del fentiméco , co.ne co* ieguente, & acceilorio, nel
quale con vna cera PRIMA, Ss eertaacci dentai perfettione , fi termini 3
noifaro amore . Nel primo modo ama co- lui , che arde per belJa donna , fin
tanto, the Ipera di poter godere ,. e quando non polla, non s'appaga del buon
uolere, ma jion fi tofto vede chiufo il varco al Tuo ca- priccio, che ne ancor
picciola fcitilla d' a» mor fométa.e quella chiamaremo, fé co«. sì ad altri
piace, concupifcenza : rcftrin-. gendo il nome sì, che non comprenda gli
animali irragioneuoli .Nel fecondo modo ama chiunque foggiogando la mente all'
imperio della bellezza , defidera princi- palmente dall'amata la ricompenfà
dell'a- nimo,e'l voler grati fi care, i cui come s'ag giunga il potere , e fi
deduca all'atto, vie- ne appagato l'amore \ e quantunque fìa meglio il non
poter gratificar volédo,che ;il non voler potédo,e perciò il volere pre- taglia
al potere5 non fi inierifee però,uie nò fia ottimo il volere,e*l potere infieme
5 rfi come le bene è più defiaerabile la faniti .con la pouertij, che non è la
ricchezza cp Ja infermità , e perciò è più defiderabile la ianiti,che la
ricchezza 5 fari nondimeno meglio l'hauere e faniti , e ricchezza in*. fieme .
non vorrei io , che ne potere , ne volere mancafTe$ ma fé vno de i &ie hi
ih [mancare, manchi il potere,refti il volere jie'per me fi rimanga-d'amare, :
vero è,cjie tale amore hi in fé mancamento, e tutto, fche no vi fia per la
parte eflentiaje, v'è.pe- re 66 PA R'T E rò in qualche parte accidétale, come
nel- l'huomo pouero, e nell' oro di baffo lega. Quelle due maniere d'amare
vengono per auuétura fignificate"nel 'doppio nfpet è© di Cupidine à
Venere, inrperciociw moiri lo ranno figliuolo di Venere* \m'X Hefiodo, e Sano
lo fecero feruo, e iegua- ce di lei . Venere lignifica la bellezza, Cu pido il
piacere j quelli fanno Cupidine fr» gliuolo di Venere, che amando cornerai ina
corrtmunemente, confi deranoi) piace re, come della -fofranza ideila dell'amare
la bellezza , la quale come -fi moftri-irrfe- conda di ta:i piacere , non fia
contffeiuca ; non che amara, quelli fanno Cupidi ne fé guace di Venere , che la
bellezza amano per- prcp la ragione -;rna perche o pn cofa defiderabile fi
brama nelle lue maggiori perfetti oni confeguenremente amano ^A piacere . I
primi sì , chenell' amare fonò intemp erati, trabb decado effi nella parte, che
fbggiace al fenfo, la quale oue c'ondo mina, contamina, a. cui-fan-ibggetta la
ra- si oneu ole, la parte celefte alla terrena , la rocca alla Italia , il capo
alle reni, e non accettiamo oer regola del ben'amare lo fquarflrodi tali , poi
ch'egli è obliquo, ne definirò gii io Amore per Prurito d'atto Venereo,
conciofia che (come ben dice il Filofofo) non maggiormente ama chiun- que più
ciò derìderà 5 ma ftabilirò quello per fondamento , che richiedono coloro, il
PRIMA. 67 il cui Amore ragioneuole, & humano è il vero, e compito Amóre^ di
cui fi fauella . .e quella è l'vnióne dell'animo : onde fu detto , che il cuor
dell'amante è più doue -ama, che doue animale fu Tentenna di Ca tone,che
l'anima dell'amante viue nell'a- mata. Però il Petrarca insultando al Pò, che
bé poteil e portarfene la fcorza di lui, ma che lo fpirito non curaua ne di
fua, ne ■d'altrui forza , conchiudea . Tt* te ne vai coH mio mortai ftfl corno
. L* altro ?-c«prrto dtamorofe fiume - Torna volando alJUo dolce foggiamo , che
4lpenfier dell'amante non fi fuelle dall'a- gata , e perche l'anima non può
eflèr Io- tana dal Tuo penfiero , però lo fèguita , e di (batta dalla
profondità di quello viene •ad abandonare il (oggetto , ch'ella viuirì- ;caua,
lanciandolo eom'vncadauero, tdv- •na fbtua-.-onde il Petrarca . 1 Itti è il mio
cuore } e quella , che /' imtoU, rf'- Qui pioi veder l'imaginemia fila . però
Quelle donne crudèli , & inhumane , che aftiate* no riamano 3 ma fi
pigliano tal voi ta traftullo di tormentare ipoueri inamo- ;rati;, confideri no
quanto delitto commet- tano , fogliando il corpo di vita , & ol- traggiando
di fopra l'anima . chi vecide il nimico, è micidiale j chi vno, che no fia
•fumico, è aflaffìnos ma chi l'amico, è tra- ditore . la donna , che non
riamando cru- cia rinamoratojcommette yn fi eraue de- A Ut- €% PARTE
litto,perche priua di vita l'amate 5ma quel la fi come bella così benigna, che
fi degna d'aggradire, e riamare, reftituifce l'anima all'amante, ò pure li di
la fu a m contrae!- bio j e non abbandona perciò la fua vita, non abbandonando
l'anima dell'amante ifteffo in lei riceuuta-, e da lei gradita . e così auuie
-e, che l'amante nell'amato fi trasforme, e vi cendeuolméte l'amato nel- f
amante, con vna certa giuftitiacommu- tatiua del render1 ani ma per anima, vita
per vita. Amore per amore, di coi non co nobbe mai la più compita Aftrea
ifteffà . E tato propria l'vnione, d'Amore : che l'antecede, che l'accópagna^he
lo fegue. ma quefta è di due maniere, ouero fecódo l'afTetto, onero fecódo
l'effetto . la prima antecede Amore! quato cagione,poiche ne muoue al
de&derare , & al ccnquiftare l'amata per accoppi arci .ilei 5 la
fecódaè formalméte nell'ifteffo Amore, 1 quato di forte vnifee gli amaticene
l'vn di effi è co- me parte d'vntutto,che in virtù d'Amore Jìa colligato
infieme,onde dùTeil Poeta, jimw tu che i defir nofhri d*fyenfe9 ^il quale
vrialm* in due cor fi s* appoggi* % il che H orario haueua dell'amicitia detto
E feriti la meta dell' alma mia . Queftav- nìonc hi tre gradi, vnoc'hi ragione
di principio proflìmo , vno d'a:to, & vn'af* tro d'effetto . il primo è
foftantiale in qua io vno ama fé iìeifov che fé bene è vna co- * ù -"?!.
PRIMA* e9 fi medefimà, nondimenoin quanto ama- te , & amato ha ragione ài
due ridotti irt yno5 è ancora di fimilitudine in quanto ama altrui . Il fecondo
è per l'applicati o- ne dell'amate all'amato difpofto verfo lui» ò come verfo
fé fteflb, ò come verfo parte di fé . Il terzo è reale, fecondo che fama- te
cerca dall'amata l'vnione in effetto, fe- condo la conuenienza dell'amore ,
onde conuerfano iniìeme, fi parlano, chiedono fauori , e fodisfattioni U I due
primi gradi confiftono nell'wùone della mente, corno principio, e foftanza d'
Amore : queft'vl- timo , come effetto , & accidente fi emen- de etiandio al
fenfuale congiungimento, e quiui fi termina 5 tanto più compitame- le } quanto
ch'ei non fia mefcolato da rì- morfo alcuno, ò difofpetto, ò di cofeien- fca,
che poffa drfturbarlo . E vagliano pur coloro co'i fuoi contenti, ì i quali i
follaz 5ti amorofi tanto più fon. giocondi, quan- to men leggitimi , e più
guftano d'vn pia- cere rapito con fofpetto . che d'vn goduto con ficurezza 5
nulla io inuidio lorodilet to. anzi merauigliomi grandemente qua! caufa fia,
che à tata cecità gli hu omini ad- duca, che potado godere del bene con tra
quilliti, fi procaccino dell'anguftie, e de t pencoli con difficolti 5 fé non
è,che ftraor dinariopiacereprouiamo noi 1 quelle co- fe cne:ac e canti, e
balli, e congratu- lationi , &epithalamij, e quanto inforna ma Ili la
giouentù di fèflofo, e di ^ìoconi. do. Vedi l'ima^ine preilb Homero deii'v- no,
e dell'altro amore, che ne gli abbrac- :iauienti iì compifce 5 e del leggiti mo
, e del petulante. delPilleggitinio m Paride, k Hclena,mira com'egli ritornato
dal ci- ì>o> entra nella fianca , fimile apunto ad ^no adultero^ma dei
giudo in Hettore }$z /Viidromacha , di icambieuoli fiamme ac- :efi; fi che ella
nomina ìlfuo Hettore epa ire, e fratello, e madre, e marito, & ama- le, e
con tutti 1 nomi dimore , e di tene- rezza . egli confeflà , che non minor cura
lo preme della moglie , che della madre ifìeila. Refta, che per hauer cogniti
one eflatta d'Amore, fecondo l'^eiTenza Tua , inuefti- *hiamo il genere , Cotto
il quale viene co Itituto r e per trouado/in tal modo meco medefimo vò
difeorrendo . la volontà non 5 muoue i defiderar cofa non conofeiuta, aerciò il
defiderio prefupone la cognitio- ne , quella propriamente rifguardail ve- ro ,
che condite nella corriipondéza del- lajeofaài fuoiprincipij , H che fpetta[più
rollo all'intendere, che all'amare . perciò non definiremo Amore per
cognitione, ò Sudicio j fé bène ò è giudicio , ò fuccede al ji PARTE al
giudici^ . concfciuta cbà l'ittelletto la verità atta al produrr* alcuna quieterò
pia- cere, larapprefenta alla volótà fot;o ima- gine di buona,e profìt teuole,
la quale in- continétel'appetifce , compiacendocene, equi ha principio l'amore
. però (quanto àqueftojnon difconuiene il nome di Co- ; piacimento j ma non G
ferma qui l'Amo- re > poiché al cópiacimento fuccedeilde- ildeno,ch'è il
mouiméto della facoltà ap- petente nell'appetibile per conquidalo, & vnirlo
i fé ^onde più profilino genere Tuoi parere il Defiderioj vltimamente per
compiméto d'Amore vien la quiete, eh' è ilGodimeto, ìlqualemettédoneinpof feiìb
della cofa desiderata, fa fuanire il de- (Jderio . e però lenza dubbio , fé
reftringe re vogliamo il nome dei defìderic a quello lolo di cui mancheuoli
fiamo, non è già il Desiderio (ufficiente genere per definire Amore 5 fi perche
ne ieguirebbe , che dal principio del godimento fi dileguale l'a- mare, contra
la natura del (incero amore, che nel godimento acquifla perfettione,e vigore
5Ì1 perche nafcendo da vn iftefTa ri dice', quelli due contranj Amore , &
O- dio , fecondo che la cofa difpiace , ò pia- ce,e con egual proportione
rifguardando il defiderio l'amore , che il timore l'odio rifguardi 5
ficomepofsiamo noi odiare* fenz.a temere 3 pare ancora , che noipo£ iìamo
amare, lènza deiìderare . li Stoici ha- PRIM A, ?3 hauriano fecilméte
riceuutoilDéfideria per genere, che difineuano Amore .Cac- cia del bello,
imperfetto veraméte ne]l*eC- fer fuo> ma atto à farli perfetto: decretado
ch'ogni vitiofo , e pazzo foflè deforme > ma bello chi è faggio, e
virtuofo$e perciò 1'vnedi quelli non degno d'efìèr*amato> l'altro non amato;
ma fi ben quel di me- ro , non in habito virtuofo , ma in buona diipofitione à
farfi: aggi ungédo, che chiù que haura amato y.n {oggetto brutto per farlo
bello , tolto ch'ei fari diuentato tale imporrà fine all'amore': del; che
burlan- doli Plutarcho dice . Chi giamai hi cono - feiuto vn'asior firaile, il
quale come veg- lia la prauiti dell'animo, co Jà deformiti del corpo duri j e
quado poi appare la bel- lezza^ la virtù fi eftingua ? Tali eglirafTo miglia
alle mofche , che fi godono della fchiuma del vino > alvino poi buono, &
atto al bere fé ne volano via.che no Ci deb-, be dinruggere l'amore per l'acqui
fto del», la cofa bramata , come dille l' Ariofto, T$j cura fot che in man
prefitta uede Ma fòt dietro à ehi fugge affrettati fi tede» anzi conf èguita,
che uà, debbe maggior» mente fìabilirfi: perequando ilÈéfide» tio- non
fignifichi altro , che tal forte cac* eia , al ficuronó fa per la definitione
pro- porla . Qual genere vi accomodammo ? H co* piacimento ? par troppo remoto#
Il Godi D meu- *r PAR'TE: mento > è troppo riftretto , quafi die chi1 non
goderle nonamafle. Io mi rendo af- fai difficile di -accomodami nome, iJ qua!
non habbia. del troppo commune , ò ftra- niero , come farebbe Atto, paffione ,
ò fi- mile , che debba feruire per capo alla de- filinone ch'io tratto . Che Ce
non lo tro- uaremo, e fari chi voglia, che fé ne nomi nivn genere più
fufficientemente , che fi può } non è gran cofa , che venga in com- petenza il
Compiacimento co\l Defide-, rio, poiché dal principio dell'amore l'a- nimo
impreflb dell'amata beltà 5 iui fi co- pisce, che fé bene io fento poco più
leg- giera Tobbiettione del Compiaciméto ri- fletto all'efìér noi priui
dell'amata 5 di quello , che fia del D°fidcrio , rifpetto a quando fiamo
in'poflelTo>tuttauiaparmif che il Compiacimento fia primo per na- tura >
& habbia ragione di caufa , percio- chedorquefto alice ilDefiderio: e'1
com- piacermi della bellezza di colei fdeh'io defideri di poflederla 5
madalDefiderio non nafee il Compiacimento; ne mai, an- co ne i difpiaceri
ifteifi , quefto Compia- cimento abbandona Innamorato , quanto allahellezza ;
fé ben fi fente difpiacere, quanto à fuccelfi , e perciò fent'10 difpia- cere ,
che mi venga impeditoli confeguir' bellezza di cui l'anima mia fi compiace, e
s'è vero ch'ogni amore germogli dall'a- more di aoi ftenì, pereilère 1"
amore di noi PUtfDMA. 7T noi fofrantiale , tutti ,gli altri ( non parlo*
dell'amor di Dio,della patria,* deJ3>adre> che debbe eflèr prepofio a quello
di noi mede-fimi) accidentali, che al proprio no-^ ftro amore, come al fuo
fondaméto adhe- rifcono 5 chi non vede ìKDefiderio come vn rampollo di
Compiacimento ? dirai, ad alcun non piace l'amare, anz.i dopo ha uer confumato
anni ,& anni; auuiene,che fé ne penta, e pur'ami 5 non mi,leujrei pe rò il
Compiacimento , fé infieme non mi leui l'amare 5 ma tale fari operati one del-
l'animo fecondarla, che refléttendo fé fò- pra le operationi proprie , come
giudice di fé medefimojconofca di compiacerà* di cofa amandola, che non
dourebbe , onde li dispiaccia limile compiacimento. Quin diiUìpentirfi , che
giudicando l'intelletto fopra le cofe fatte (òtto ragion di bene,no efler ben
fette , fente rammarico nel rico- nolcere di quello, di cui nell'operarefen- tì
diletto. Il Compiacimento adunque potrebbe non difconuenire affatto per ae«*
finire Amere, faluo fé non fignificafle at- to leggiero , e come vna certa
quiete, eC- fendo quello dell'amare^per modo di mo uimento fopra qual li voglia
concitato . Alcuni vollero pure , che il nome del Defiderio baftafle , gii che
non efclude il poflèdere, attefoche chiunque desidera, £ofliede in qualche
modó5 sì fperche ir defiderio fi fonda nella cognitione ante- D a ce* 7* V ART
B cedente, e la coenitionc èvnaceropoC. feffione y sipcrche tra il desiderante
, & il desiderato occorre qualche fimilitudine, onde nafce vni certa
partecipati one . Ma ciò non s'approua, peroche fé bene la co- gnazione precede
il Defideiio 5 nondime- no il desiderante, come tale, fi pnua di co gnitione
> e però la cupidità è detta cieca, & infieme della poflèuionejcrfè per
ragio ne della cogniti one . oltra: che l'intelligi- bile, d'appetibile fono
dittimi; poiché la cofa s'i ntende come vera, fi deriderà come buona; dalla
cognitione del vero ne viene la certezza, dalla poflèffi one del bene il
piacere; il quale fi perfetta non la facoltà cònofcente, ma l'appetente,perciò
il De- fiderio non hi ragione di porTefEone$ Ma pofto ancora ch'io mi muoùa a*
defiderar per la fimilitudine, non vi è però la poflef fione, non effendo il
defiderante, e la co- fa desiderata fimili in ciò , che partecipi- no d'vn
terzo 5 ma il defiderato muoue non mollo, il defiderante è moflb . però quella
fimilitudine,ò più tolto proportio ne è di quella forte , cn è tra*l fine, e le
co fé dirette al fine . ma quello non dice po£- felli one, dice ben
mouimeutoperlapof* feflione.di più.chi dirà già mai, che il de- fiderante goda
il bene > eflendo il Defide- rio vn mouimento al bene, ch'é termine , C fine
? e fària mirabile per mia fé , che ciò Ch'io più defidero, più pofledcfiì.
Però fii d«> FUMA; a do noi in quella fignificatrone del Defìde rio, nò ci
potremo à partito yeruno fcher mire delle obiettioni $ Ma fé comprende* remo
Cotto t\ Delìderioj non tanto il mah camento , come di ricchezze $ di fàuori ,
amicitie, chenons*hanno>quanto il Co- piacimento nel pofledere quello,che
s'hi> nel qual modo fi dice, che k materia defi- lerà la forma, che fé non
l'ha, ì porte ma ni la brama 5 ma fé l'ha , fela ftringe tena- cernente al
ieno, nella qual fignihcatione ancorali Filofofo intefè il defiderarejqua do
nel nono dell' Ethica ,- parlando della feèneuoglienza dille . defiderarfi ,
equei^ che fono allenti, e quei, che premènti, ap- pellando il defiderar quefti
co'l verbo epi thimeo , e quegli altri co*l verbo potheo. io non ho dubbio, che
intefo cosi il defi» derare è fufficientiflìmo genere per difis nireA more,
perciò oltrailnome d5 Erote, col quale communemente fi nominò da Greci, li
furono affé g nati due altri nomi Himero*ePotho,che fignificaflero^vno il
Defiderio di cofà aliente , l'altro il Co*' piacimento di cofa prefente. il che
ancorai Platone efpofe coi verbo>che fìgnifìca de- siderare y quando diflè,
che il medefìmo incitamento dell'animo , eflendo prefen* te quello , che fi
defidera s'addimi da Hi-* mero 5 & aflenteilicefi Potho , e i Latini in
oltre Jo nominarono Cupido, come Cupidigia,, e Defìderio. Stabilito il gè ne- D
3 re 7* P A R T E re, è neeeffario foggiunfgertii madiSeréh $u,per cui fi
reftringa, adattandolo ad A* more. Il Bene adunque, che muoue.il De
i54^rio,trasfóde come vn caggio:a]l*eftrin feco , che direttamente vài ferire
la vifta, atto ad imprimer fi nel cuore, ch'i la Bel* lezza ; per quella
diflèrenza G reftringe il Desiderio amorpfo , e contradiftingue da gli altri .
Ma fin qui non fi conuince di ne cerTifà Amore : chepoiTo'iodefiderfcr di
yedere vna bellaBonna, fenza pretensoti «i?.Àmore. ad onta-di «fucile dorme .„
che più del cdnuenìente ri p u ca 'id olì belle ,• Ci rendono ■ litro fé à gli
amanti ; eiofterrei ;ch* vaia grata beki,per mediocre che Ila, preu agli a a
qualunque eccel- .(PiR^I M A\i rf eccellente* che diJJ>etto& 4ì moftri y
im* percioche iettato, à&i beltà l'amabile,noa creiti; e come farà mai cóla
amabileyehc ripugni all'amore?. Piatone in fatti toccò la midolla có'l definire
Amor'e^Defideriò di partorire àel bello , e volfe , che ì que- ftoparto
Qfìetrice* e Lucina foI*ela Bel-» lezza , nel cui grembo gli animi h umani i
certa età peruenuti V come .ii giórni del partjGrirej dopo lunga «ra'uidania,
pròdtt cetoo la p rotei j cola che Bon-poflòno fac pcj brutto^ alla cui
vicinanza-fi rirtringj©*? nox e non valenti 0*4 partorire Ci cruciano* p,nde
Tempre delìderarie, che fìa loro pre-^ fente il Tuo bene , ch'è l'ifìeffo co'l
bello» e perciò inferì , che AmorefiVDeiiderio 4f immoLtaIivà\cui femore è
prefente il be ne. il chq Viene àdire>che il desiderio del*
larbellezaaj.all'àòratèjambre, quando ap- j> etifce non.folo di vedere, ma
di godere, - e.far tutele. operati oni più dilétteuoJi/jé doue ? non.certbin
aitrQoggetto? che in ^uellQ>che n*ftfapftC£)CJoè nella cofa ìftef favella»
attaàriceueretal'eipreffioue. main oltr&ref&* cacia ... Ilqbe
v^ienéadire*. Io veggio vna bellezza? U,deiìder,«J;h*raaoieEas «hebrai mo di
fare quelle operationi nel foggettò di lei capace, che per natura fìamo incita-
ti a fare, quando la beltà ci eccita. Che le D 4 4 lo * A m TEI. adsakttno
pare, che ciò bafli a fignìficarfi in due parole nel Desiderio di bellezza ,
intendendo piti efficacemente che fi può, di partorir nel bello , di vnirfi al
bello, di dilettar/i nei bello , fecondo la mente, fé- condo il fenfò , fecondo
ogni parte , prò* ducendo attioni amorofè ne i migliori, e più compiti modi.io
non ripugno, che fia per la definitone d'Amore fufhciéte il di- re , Defiderio
di bello: fi come è fumcié«> te per definire il lume, il dirlo, atto di cor
pò chiaro : ancorché 1 effo produca il lem fcianre di tutte lecofe vi/ìbili , e
vi faccia delle operati oni, che no può far nell'opa- co, e'nonmi par
neceflario à dire. Il lume è atto di generar fembiante di cofè vifibili nel
trafparente. Non ripugno ne anche le piaceffe meglio vna di quelle definitioni,
che dicono caufà . come & Natura è prin- cipio di mouimento , e di quiete
in queir lo in cui fi troua.r Anima è principio del- l'operati oni della vita
nell'animato « così diremmo . Amore è principio , e cagione dell' op erati oni
nelTinamorato , come ta- le . ma bifognarebbe poi ad ogni modo ri foluerla, chi
foflè quefto Inamoraco, fé colui, che appetì fee libello, cosi giudi- co
fufficientemente definito l'Amore, co a Je dichiarationi addotte • Defiderio dì
Ullo. ?» 1 A PARTE SECONDA. A Bmnu he inuira al- J'amorofè delitic ,
fignificatcci per gli horti dell' Hefperidi jj ch'è la feconda delle parti da?
principio propofte. nelcuiingreflbcon* uie nei' alquanto foggi ornare con
l'ifieflè Hefperidi, taHior non mén rigide cufto- di,cne Singolari coltiuatrici
degli amorofi biporti : già che intrighiti fiamp da quella Bellézza, che in
effe daffi ì vedere nel fuo eolmo illuftrc ", egratiofa. ammonendo
auantiin generale ciafeuna delle Donnei; fcelle , che fi come il leflb loro è
fatto fé* fnalatamente fpj>ra il noftrp , splendente i queftor^^ò^onjde
inuaghifeono di fé irifguàrdant^Voglianó ancora fare atrio* nidi tanta lord
Bellezza degne,e d'Amo- re 5 e no n vfare in male i fàuori coi moftrarfi
àCpte , è difamorèUoli : perche in Vero rifuka moftr o comporto {di parti
ttoppo ripugnanti dalla Bellezza* e «alla fcórtefiaconjgiunte inficine, l'vna
defide-» rabiliffima^ raitra òdiofiffima. Deh dite- mi, fé Amor vi profperi ò
Donne . oue la fondate voi^ad cflcr dilpettofe? oue la fon date ? fé belle
fete, non volete voi eflèr'a- mate ? che vi gioua per dio la beltà ? va- ne fon
le ricchezze , che non fi godono, Vhabkationcjchc «onVhabita, ilveftimc 8*1 PARTE
io, che non s'inuefteinonf^petevoi, che bellezza fenza amore , è come Luna fèn-
Zk Spie,, 4i Tua natura tenebroni ; ogni vpi ta5 che U Sole non la illumini
?;la heìtà yo; ftra dunque prenderà eftkacia da Amore,; & haueri ardine di
prqder' .ribellante l'ar-* mi cptraidi Jui, ? Ma Te gradite pur d'eflèfe
amateyhpr non fapete , che /correda eitìn gue Amóre ? dunque la bellezza
afTegna-* t£ui per nutricarlo cóuertirete , anzi per- i$ertiréte_,voi belfejvoi
felle in v-elenopei; ^,iftrug^ei-lo? p quanto è. di belta\donna ij^mexkeupk
j,che ferie fer*je in q'inp J Q quei- SECONDA. tg quella^ c'haueflèj>o4e#à
fopra gli inart^ *atiy é rigórofamec^ptvniiTe d&unqueran,- datìè troppo*
cfbfua .bellezza altero, come appare neÌlà:feuok5U;Narci|fo-;. :& ;i k?jt£
di qiièfta fotte yinanzi-tein^.q. negletta, iìa interdetto' il cojiU«rfa-r nei
rcjgno df Aftlp;-* re>xl^e Colo. nVgòutfrnatp^q «ella-, c^s regge con -
benignità $ *QP the^ djr^iiff $gp già con info lenza v Ma per dar principe lì
pròponiniento , è bevi fatico rifarli da ;vtì| capo . e dare vna ricercataci la
J^ellezza^ fì: afcfegiipM^bppofìei tanto -pi ù>'c4ié maJ** teò*s&
in^cjaefeiinàteria pjr iecjfilaji; j p^latwfltó- nelfecondp delPJEthicai nomi
rt&timrdi .virtù d'occhio, virtiVdieanaK tojevorremoToilréaererche Amore à
qi&e ftòmodo'risdefideri^i.beHo^cófèg!^. remente , quanto lia;p m propria h
b: nté di tal cofa i ingordi Ch* algufto e dolce,* alla fallite e rea . . i
Dalla intrinfeca Bontà, come da radice viene à ridondare nella perfezione
eftrin- ìcca , vn fiore piacente al fenfo . e quefla è h Beltà, però il bello
fi diftigue dal buo so , come il fiore dalla radice , l'efternc* dall'interno
.e quindi è , che il bello, ag- giunge fopra il buono , che acqueti l'ap-
petito con l'afpetto . onde fuolfì , e rare volte in fallo, conietturar e dalla
bellezza efrrinfeeca la interna bontà, perciò la Bel Jezza ift eflà fu fempre
honorata con parti colari priuilegi ., fino all'effer detta cofa regale , degna
d'Impero , alla quale h eb- bero princjpaliffimorifguardo nel racco- mandare i
domini], non folo gli Ethiopi» egli Indi, mai Lacedemoni ancora, fino al
multare Archidamo Rè loro, perche s'era ammogliato con certa donna , che diede
occasione di lamentarli , che à loro farebbono «generati > non Regi, ma
rego- li, e queila? cred'io, non tanto perche la %6 PARTE bellezza del prencipe
apporti fplendorf a ipopoli 5 e faccia più grata la fogger- tione, quanto
perche dalla bel lezzi h ar- gomenti t>ontà d'animo , la quale ne i prc
cipidebbeeflère principaliflirno decora; Mafe il bello di flint o èfolò dal
buono, co irte l'efternodallfinterno , come può effe* re, che tante donne
d'afpetto belhflime, fon d'animo crudeliflime,piene di quelle tjualitadi,che fé
à loro nel volto fi fcorcef fero, come fi prouano nel trattar fèc'Ojfca-
fteriano à farle bruttiflìme, e à fpauerlta- rfcogni animo capace d'amore? A me
ce»* to, quante volte riuolgoper la mere quéi fta difficoltà , foccorre-di
qucìTherba Mó li appreffo Homero, c'hà&eneilfiorei^. mile al candore dei
latte:, malaradite ha negriflìma , non conofeiuta da gli huomi ni 5 cale mi
pare Jadonnabella di apparen- za, e di mente fozza 3 che per non efiere al di
dentro conofeiuta * di feinuajsrhifce quefto , e quello . maio non driiruggo:
la •obiettione,anzi Ja fortifico, perche fé cosi e : dunque lari falfo quello
c'habbiamé inabilito, che la beltà germ ©«divalla boni- ti 5 ò pure ci fari
necefeio foflétate, che perfona brutta di animo , non polla effer bella d'
afpetto.il cótradirei quello c*hib biamo pofto di fopra, oltracheè ripu- gnare
afe fteflo , è vri concitar!» auuerfa- rij i più valenti Fi Iofofi. il
pronunciare 06 tra molte donne , che lì it i mano belle , e?- feo- SECONDA. 87
fendo nelHntrinfeco laide , è vno esacer- barle 5 ma'adogni modo ioltimopiù
l'au toriti d'huomini {àpientiflhnij cMiebbem
fempreintentionedi-^finGeràmentegioiia re con le fatiche loro 5 ch'io non
pauento della jindignationedidone crudeljflime," che fì godono di affi
iggere- quelli iflefèi»* che;le amano, àdducédoli con mille eftor (ioni
atermine tale, che non fi ridurrebbe da vn'aflaflìno il più capital
nemicojcH't- gli hauefle . Nò, che la donna di coftumi tali, fé folle vria
Venere, non è bella, per> clie oue non è intrinfèca bontà » iui noaè
eftrimeca beltà. Ma dirai, 'quello. è vniri- pugnareal fenfo, & all'elperienza,
checé ìè 'ajjprefentapur belle . quali che ilfènfb irrofiici apprefenci niolte
i magmi fal-féw k vancv come i colori dell' Iride* e del collo - VI * , della
coloba .Replicherai, che quefte ap- parènze] fuauifcono , per variar d'afpetti,
e di mouimenti . mi la beiti dVna donna permakiagia chtr fra, è pur tuttauia
taàfr* ib tir hJ>emdo colPeifèmpio dell'oro," cifcfc vi è il vero^ evi
è 1? apparente:, ékhtfìfcm tone, equièlloidell'Archimifta Bragadimà
cnell'argentcs vi ma quello no rifpòrtde à quello nell'interna foitaza P
trouafì parimente-la vera Bellezza, trou a- • » « -fi H PARTE gl'apparente
.qual'èla vera ? quella, che rifp onde alla bontà- interna 5 ma quella >
cheiolaméte inuaghifeepei colori eftrinv feci, chi più a! didentro non confidera,na
è bellezza, ma apparente , ma fraudoléte bellezza, meriteuolc d'enerricufata,e
b* dita.dall'amorofo commercio, come fi ba difeono da i traffichi le falfe
monete,ch'ai tro non hanno di pretiofo, che il connio • Io la determino così.fe
le dóne vogliono> che fi dica meglio , effe operino meglio, ^ mutando vezzi,
leuino la obiettione , the non haureraò à mendicar folutione. 1 - La vera
Bellezza è Quella, chefèguita la perfettione eflèntiale , perone lincerà 5 che
ridondandpal di fuori fi moftra fple- dida, e vaga , però è gioconda j che
aletta do per li occhigli animi dei riguardanti ìfeh rapifee, però e amabile ,
Quefta al- cuni , che non diftin/èro tra materia^ bg- getto, & oggetto ,
penfarono effere mate- ria d'Amore , impercioche la bellezza no f (Tendo efficiente
(clie delle attioni dell'a uima, efficiente è l'anima iffeffa) deurà ef ière
oggetto, ma gli oggetti fono come materia, intorno alla quale produce l'ani ma
gli effetti , e però Venere fò detta ma- dre d'Amore, hauendo la materia ragion
di madre, e l'efficiente di padre > ma que* ili nomi nel vero materia ,
foggetto , og- getto richiedono dittandone , la materia s'intende il*icettacolo
incolto d'alcuna x co fa, S1CONDA. B$ eofa, in quanto è aggiunto alla priuatio-
ne di quella ; il {oggetto quando* congni to con la forma , e ridòtto in atto,
l'ogget to è lo fcòpó , ò berfaglio > in cui fi mira* come l'àr ciero nel
legnò. Veramente la bellezza, le nonconfondiàmq i termini* efTer nò può ne
materia , ne foggetto d'A- more 3 poiché non fi confiderà ne in qua- to priuata
d'amore , ne in quanto ridotta In atto1 da quello per éflere anneffa al fog
§etto bello , come forma, non all'amate, i più: la bellezza muouc non moliate
co^ me fine ,=da cui i come dà obietto prende ragione quell'atto diamare . però
ad aku ni piacque Amore eiTer'anzifeguàce, che figliuolo dì Venere : come
quello, c'hab- bia per berfaglio, non per materia Ja Jìei- lezza. Ma lafeiamo
quefte fottighezze * più conuenienti alle ftrepitofe feu oleiche a i domeftici
ridutti , oue è diceu ole par- lare più alla libera . e non curiamo manco di
fol leu arci troppo altamente dalle for- me terrene allecelefti Idee ,
acciocheper auuentura tentando noi di figurare vn'jr- mor troppo fublime, no'l
for malli mo va- no , e parliamo della Bellezza , fecondo, che cagiona
quell?amore,chc fra noi tot*. tidianamentefi tratta , alquato meno al- la
Platonica , e più alla Peripatetica , che fiprincipal fondamento nel fenfo . i
Due forti di Bellezza fitrouano, altra cauata dal compiacimento d^Uc per fone»
i? altra alerà dalla, natura delia cofa ìMTa-, fraj« /qualj è quella differenza
, she quella de,] piacimento^ none dellajne&iimalcondi- ti.oneappreflò
tutte le genti, casi-come ne ,tu tte parlalo a vn modo, ne tutte veftoao a
vn:modo j ma»Ktrian>ente , fecondo ài- uerfiiftit,uti,di varie rjatjonì, da
cuipren- dono dker,fiti,ma quella della natura ai- J^oppQfto
delJ'altra^.e/lVnailteflà fòrte , appretto quali! voglia nasone , fccome ù
ciel.fì rauoue a4 va mòdo^tutti i popoli de} infondo, facendo £iò:
naruralmente3 no à piacjmento de^l* hu^mini » I Permani amavano per belli Almi
.coloro , c.'hauei* fero il na/o aquilino', perciochf Ciro ap- preso di loro
tale era flato : da"I che ne ca uà Plutarcho, che di tutti;gJi amori quel-
lo è gagliardiAimo,itquale Wencqncepii todai popoli verfp alcuno per la virtù :
quello vien dal piacimenrojron^e altri p« poh haurannoper più.hello il naCo
proJj- lato .i Hor ari o.odoiLico per beilo . j . Dxgli Oi-cht ntri}é dà i
spelli n&p ^ altro- «e fauorì alla chioma bionda in quel gio- uanetto
accarezzato da Pira. H omero at- tribuì àMinerua quell*viìtatifsimo epitt to
dL43Jaucopis iodando m tei gli occhi ceittleijl'iftèilo approuò in Giunone i
ha- mai nominandola Boopis . & puore farlo fenza pfttfa dell' vnajò
dell'altra}, :perche ital bellezza è più fecondo il piacimento, chs.lsc.3nd0 la
natura, uqjq vuo dire, che eviti tal SECONDA. 9t falpiacirnehTonohfia fondato
nella ha- :ura, ma come anco ne i veftimenti auuiè rie ) l'vfo è dal
beneplacito ., la ragione è lalla natura , onde i popoli fèttentriona* i Jianno
il Tuo modo di veftire diuerfo lai noftro , conforme però alla natura de luoghi
freddi , perciò noi di feta veftia- no,quelli di pelle, Altro è il dire , la
tal co^ i è fondata nella Natura >altro è da Natii a. la bellezza àz, natura
non prende 'di-** ier(kidairiftituto altrui , & però vn mo- trp deforme
fari bene ammirato da mol- t , ma non (ari gjamai bello a perfonà ••'■ 'auto
baiti cPhauer trafcorfo fopra la bel ?zza fecondo ilpiaciméto . Hor di quel
t.ch'è da -natura ifauellando confideria- 10 ne altra deij'eti , altra del
foggetto. uanto alla bellezza dell'età ( dice il Filo }fo ) quel giouane e
bello, c'hà corpo al iftrir le fatiche, aitlurar nel corfo còrno* è, e difpQfto
, infieme con la giocondità eJl'aipetto t queJl'huonio è belio , c'hi orpof
aturà atta al fofknere i difagi della i)erra,& è d'afpettptale, che tolto
ch'ei a veduto polla l'inimico fpauentarefPv- a, e l'altra bellezza-, e
giouànile , e viri- ;* fi ricerca ncll'inaniorato, e che s'afFa- ghi j-e che
duri | £qn,a(petto giocondo, on gii fpaUenteùoJe,iiia fi bene infuoca» Hi e*!'
agone amorofo ) Ma lafciamo tale gnificatione ;di' £elle,zza , eparliamo di
uella ,; che n'adelca pei' Jnamoramento. Dì 9% V AUT E v Di quella decorrendo i
Platonici dif fèrojch'ella è vna certa grafia nafeente d; vn'harmonia di più
cofe, c'habbiano coi rifpondenza infieme 5 ò nell'animo per 1 corrifpondenza di
virtudi 5 ò nel corpo per la corrifpondéza di colori, e linearne ti 5 ò nella
voce, per la corrifpondenza d fuoni, con «elodia concordi . per la qua cofà
vollero, che la bellezza fi conòfea © tre potenza . quella del corpo con gli oc
chi , quella dell'animo con la méte, quel la della voce con gli orecchi .il che
efprt fé il Petrarca, oue ditte . 2^e gii occhi miei, eh* luce altra non hamu
7if Falmàycbefen/kr d'altro non vuole > 7%e l'orecchietcb'udir d* altro non
fanno . I perciò nonni che fare , fecondo loro , i amando ne odorato , ne gufto
, ne tocca mento .poiché ne ancor quelle cofe, eh rifguardano tali lentiméti
s'appellano ce uenientemente belle, non bella beuanda iion bell'odore, non
bell'atto venereo ma delicato si , ma diletteuole . che fé : congreflo amorofo
folle bello , com'è d: diletteuoliffimo, gran torto, per certo,! rebbe à fé
medefimo chi non l' esercitai fé in palefe, piàntado co'i Cinici gli huc mini
per le piazze, e pure l'inuoliam dall'altrui colpetto . e più tolto compoi
tiamo di vedere atroci ipettacoli di du efferati nemici , contra le leggi
guerreg giarfì contj-a mifèiabilinète} che due am SECONDA. ,» permettendo
Ioroie leggi, e naturali ,e iuili, dolceméte follazzarfi infieme,:cow
ìetal'atto fia per fèbruttiffimoj fenza tie doue non è concordia di cofe diuer-
i , iui non e harmonia , doue non è bar- ionia non v'è bellezza 5 ma l'odorato,
gufto, e'1 tatto han per ogeerto gli odo-; , i fapori , il caldo, il freddo, il
molle,il uro , che fono»forme {empiici , e perciò 1 quelli non può eflere
harmonia, e per nfeguenza ne anche bellezza . Io fot- ►ferino fino ad vn certo
cerminei gli alle iti nella Platonica dottrina* perche i» ero celebrando eflì
quel fuo Amore in ìratto,iontano affatto da ognipollutio- p materiale , non vi
doueano ammette- ^qual fi voglia iènfo. ma fceglier quelli, haueflèromaco
deLcoj:pqreo,cheno ria i altri , e foUèfo, più proilìmi alla ragio- : , quelli
erano fenza dubbio la vifta, e rdito, che paiono principalmente iftitut per
miniftrare a lei . onde fu detto del- rdito, ch'egli era lo Uromento della di*
iplina , e perciò ^li animali , ch'odono lere difciplinabih.e col fegno
dell'amar veduta, come quella , che ci faccia co- lere mokiflìme differenze di
colera* ìe non fanno gli altri fenfi, confermato t , ch'ogn'huomo naturalmente
defide- di fapcre . Ma io , che più alla materiale , e più in increto tratto
coj mio Amore, volontie ri 49 . P-AUTB: ri da loro intenderei, fé il
nomedell'har tnonia (la prefo per definire la bellezza, ch fé quello è forma
femphee , e perciò noi inchiudein fé bellezza, vie meno s'inchii deri
inquello>-"ch'èpur formafemplic anch' egli : che fé in quello è
bellezza pe l' vnione , & harmonia , io chiederò , eh mi fi conceda
bellezza parimente in que fio per l'vnione > & harmonia 5 ò che noi fi
prenda il nome dell' harmonia traviati tà SECONDA. 9f o per definir la
Bellezza, e cosi non co- ?rra ne a lineamenti, rie ad animo, con, ?deramifi
forfè l'harmonia ne sii abbrac amenti, ma l'atto implica con là bellez, tj onde
fi può ben chiamare dolce,' e di, tteuole, ma bello non giàjconciofiache jrii
bellezza fia bene harmonìa , ma no ini harmoriia fia bellezza 5 Accennai di
prà,che fé in quello atto è bruttezza :una, ciò auuieme,perche veMiabbiam
•fta.noi 5 nafcendo molte volte la lode, * Ibiafmo, la bellezza^ la bruttezza
no Ila natura femplicemete della cefi, ma Ila confuetudirie ddk genti, e
dall'ap, ouatione dei guftì AÌefiàndro non fò refo di Filippo per hauer'egli
cantato? e all'incontro iThemiftoclè per non Ha r mufica fu riputato manco
dotto 5 così itone chiamò per difpregio Cecilio Se- ror non ignobile Fefcehnio,
e vanee nella d ftintionede i nomi, co i quali Ci appellane, propriaméte i beni
ò delTanimo,ò del co po> ò della Fortuna viene oiléruato da gl| in SECONDA.
99 fedenti > che il vocabolo chrifimonprin palméteiì dice de i beni della
Fortuna f [di} del corpo $ e'1 Gaio (ch'è il proprio medella: Bellezza) del
bene dell'ani- ù . di quefta bellezza tanto celebraua la a fingolar Laura il
giudici ofo Petrarca, landò diceua. Grane ch*à pochi il ciel largo defìina :
Rara virtù; non già d* human a gente • 9 Sotto biondi capei canuta mente : E in
humil donna alta beltà diurna . aeCTiu- ndoui poi l'altre bellezze, comeàque-
anneflè, che fulTe la bafe loro . & altro- del medefimo lodandola, hauea
detto. 0 d'ardente tiirtute ornata, e calda , Mma gentil . e quel che fegue in
quelli, in tanti altri luoghi;oue la raffigura col 1 di tutte le bellezze -, e
principalmente quella dell'animo . Ma per dire il vero, eira beltà non è quella
fommamétepro ta ragion d'Amore, che per noi fi cerca , me cofa in fé fteffa
troppo eminente, de a più d'honore , e d'ammirati one, che imore , il qual
richiede vna certa agua- anza 5 ma fé trouafi in donna eftrinfe- tnente bella,
ò riceue condiménto di gra per la beltà di fuori, come difìe il Poe- Latino .
Virtù più grata riede in corpo bello: è dona npimento alla bellezza ifteflà ,
la qua* fotto ragion d'amabile ci fi oiFerifce à occhi' corporali , dico àgli
occhi ccr~ £ i pò»- ioo ?AK TE porali , poiché all'intelletto s'attribuifc
ancora l'occhio . ilFilofofo -alcuna volt dilfe, che fi come la pupilla é
nell'.occhio cosi l'intelletto, è nell'anima . che Tinte! to nollro è difpofto
verfo le cofe per nar ra manifeftifsime , come Tòcchio dell Nottola verfo il
lume del Sole . e Platon beffeggiò Diogene , c'bauefle ben gii oc chi da veder
le cofe fenfibili,non le intel ligibiliideé . ma quando io parlo di hsi lezza
propriamente , io intendo di quel la , che apprendendoti con gli occhi cor
porali , genera in noi l'affetto amorofo onde fur detti gli occhi duci in
amore. e: Filofofo ponendo diiiintione fra la bene uoléza e TAmore:che la
beneuolenza n fceua ancora in noi verfo €oloro3che no conofeiamo di viiui;ma
l'amore fi gener uà cosi alla giocódità della prefenza, eh tiiffiiiio fia prefo
d'amore, che no fi fia pri ma dilettato dell'affetto 5 volfe , che pe ciò il
vederfi gliinamorati folle cofaam biliflìma, eflendoche da quefto fenfo pri
cipalmente fi generi l'amore . EfprefTe il nofho Poeta , il quale par a me la
Idea , e l'eiìemplare del compir amore, la fua cattanti fatta da quefta b del
muouere, eper confeguenza il prin pato frai mébri \ Quefti fpiriti dal cuo- :
nafcénti , come con vncotinuo proflu-» io efcono dal corpo nolìro, ofTeruati
an- dalle fatucchiare rielle loro malie , ma •incipale , e maggiormente efcono
per occhi , come per hneftre più aperte, dal ìe rédonfi moltiflìme ragioni
della prò* ettiua , dalle quali Ariftotele ifteflb no fchermì ne i
problemi.perche seza dub .0 efce da gli occhi qualche cofa > come vede, che
le. donne à i fuoi tempi mac>- fi % ' chia- io» PARTE chiano li /pecchi, e
fi legge notabilme: te di Mario, il quale eflendo incamer. anzi ofcura , che
nò, co'l fiammeggiare gli occhi fpauentò colui , ch'era venui per amazzarlo
.Gli ftem* {piriti faetts perii occhi ( e quelli fono, che diciamo dardi
d'Amore, perche efcono cornei due archi, e vengono per linea retta vch
ciffimamente à ferire nei berfaglio ) c li ìpirki che fcoc e co» le
adornrentato , lènza feritinclle, nulla emendo aguati, qua do aliali to all'i
mpro» ilo. ■'- ■■' ' '. ày, T(on hebbe famose vigogne fpatio > Che poteffi
al bifogno prender? arme, cosi tteftojche pàrea còntradire ì quel di fó* ra3 lo
viene a dichiarare . Conchiudo , che delle tre Bellezze ce* rbrate^vna per
éffer troppo impropria» h'èquella della Mufica,> non fa molto al ropofitò
noftro.» l'akra^h'é quella dei- fi 4 1'** f 04 HRT8 l'animo , ytt efTer troppo
eminente , et» cede la cohderation propofta. rettala bel- lezza corporale,come
vifìblle, atta al gè* aerare in noi effetto d'Amore . e veraraé- te chi lari
colui, che s'inamori d'vna don- na brutta d'afpetto , con tutto che fìa buo na
contatrice , od eloquente faueliatrice > potrà ben'eflère , ch'vno fé
n'inuaghifca tanto poco, che querce virtudi in lei hab- "biano, per
fondamento dell'amore, alcu- na particella di bellezza , che trasfonda, &
accompagni fuori per lo corpo quella beiti dell'animo, che mediante la voce, ò
altra op erati one virtù olà, cerchi di ma ni- fe ftar fi . Trouaiì chi per
vdir fempHcemé? te commendare le virtuofe quahtadi di qualche perfonaj dal folo
vdito le habbia prefo affettione, e fé ne fiainamorato , al che fauorì il
nofìro Petrarca . Dilli. vn che non ti uide Ancor dapreffi; . Semn come per
fama hmm s'inamora . co> Rie fi racconta ancora d'vna Dama , che
iUifceratamenteiiiamprata d'vn Cauallic ro , he anche ftraordinariamerite
qualifi^ ficato, non hauendomodo dipaieiarfèli, fi fcoperfead vna confidente ,
ij^eràdo per coftei mezo fouuenimento» ma quella ca nofcendola perfona di
giudicio , fenza ha uer notiria del giouane, giudicandolo me nteuole d'vn così
fatto amore, s'accefe di fui» onde cominciò A trattare1 per fé mede Éma .
occorfe , che vna lettera affectuola M « seconda; i*g [a lei fcritta al
Caualìier o ^ pefuenne in nano d'vn'àltrà, la quale comprendendo^ on quanto
ardore era il gìouane amato [alla Dona, che fcriueua, le n'accefe pria» he lo
conofcefle.Ma ciò auuiene, perche te gli allenti la ìmaginatione ferue in ca-
io di villa , e quindi è , che s'io leggerò na fpiritofa compofìtione di dona
da me on conofciuta di villa , argométando al- un fondamento di bellezza in
quella ta- ?> potrò non foloarTcttionarmele3 ma in» aghirmene perauuentura$
che quando* & non faccia concetto di bellezza eftrinfe a in lei, le reflarò
affèttionato S15 ma ina- fiorato non già . e fé alla bellezza fallarne
simaginatami in afTenza 5 che m'habbia lofio all'astiare» derogare la deformiti
de afpetto inprefenza , conferuerò ben'io 1 beneuolenza, e Taffettione 5 ma
celTerò *amarla, della maniera d'amore di ch'io arlo, poi che non la vedrò
bella della for> ? di beltà , ch'io cerco : le non in quella" uifa ,
che detta e Saffo da Platone bella* dà H orati 0 nominata mafchia , per la vi-
aciti, e leggiadri a delle fue poetiche co- olìtioni , elfendoellain le fofca ,
picelo* 1 , e brutta , anzi che nò . É fé dopo, che 5 l'haurò ancor conofciuta
brutta,feg«K *rò l'amore appreflb, in quella maniera, he la pertinace Hiparchia
volle pur fegui are, in amado, il Cinico Crate,dopò eh* gh à lei hebbe anwra
molata la gobbaa ro* PARTE 1 non hauendo egli aJrro di bello, e d'ama- bile,che
l'effe* Filofofo,rarollo, ò perche chi regge i noftri amori mi v'inclinerà
ftraordìnariamente , ò perche la ima^ina- tioneconceputa,che fpeflo fi veder
torto ©echio ben diritto, me la rapprefenterà all'intelletto bella . Ma che
diremo del cieco ? come potri egli amare non comprendendo la bellez- za ? e
come la comprenderà fenza veder- la ? e come fé la potrà imaginare , norme
hauendo fcintilla di cognitione nel fenfo? Pare à me , che l'amor del cieco
habbia quella proportione con la bellezza , e' hi l'amor dell'impotente co'l
piacere.Ieua la bellezza all'oggetto dell'impotente, non li reftera, che amare:
il piacere del tatto al cieco, ^ion so ciò ch'egli fi amerà . perche l'amore
dell'vno , e dell'altro non può e- fienderfi oitra la capacità del fenfo loro .
èben vero^che per forza dell'intelletto at to à rapprefèntare ogni cola,
etiandio do- tte non arriua ilfènfo, e l'impotente da molte dipédenze , ò
fimilicudini c'habbia nelle fue parti il piacere , ò considerato in fé fteflb,
ò riferito ad altri,fe lo potrà, no fò come, prefTo à pocoimaginare . e'1 tic-
co altrefi in quel modo, che conofee que- fta conneffione , che il bianco
difgregala vifta, e'1 nero la congrega, onde va tento* ni j figurandoli il
figniheato de i colori , potrà ben comprendere, che l'amore, il *ua- SECONDA.
tof. [uale egli per lo fol.o toccamento cono» ce foauifsimo, hi per principale
oggetto ofa , che s'egli vedèfle ,. conoscerebbe , om'è al tatto fopr* eminente
5 e fé l'andri himerizando con l'ima ginatione , onde uado vdirà, che vna donna
n*a bella, egli erri ad amarla > ma che cofa fi a amor di ellezzapoco ne
comprenderà , fuor che piefìa connefsione feguente i nomi . co- ì5 con tutto ,
che non fappia quefta don» a eflèr bella > fé non li vien detto , tuttav- ia
imagineraffi in generale la bellezza er cofa fommamente amabile, fi come il
ole, e l'Arco celefte per giocondiflìmi Ha vifta, di quella giocondità , crTei
nonv omprende , pèrche non vede : e per ciò fi tm mancherà di no vederui per
poter co- rendere, che cofa fìa Cielo, Sole, Iride, :^gn'altra cofa vifibile, e
bella. Tali fono 1 ì querele del cieco d* Adria . Duol^i che gli occhi fmì, dal
ciel dannati Ìnfera eterna, contemplar non formo jQuefto cièly qt*e fio fole, e
quèfta luna; Di nonpoter mirar l* opra più bella Del cielydoiée di tutto il
mondo vn1 orma : Che siete voi pregiate^ e belle Donne . In so ala
bellezzàjcome vifìbile,è la fomma- entepropr'a ragion d'Amore, compre- Ulte non
folo la vaga mefcolanza de i co ri, ma è l'atta difpofìtione delle mébr3,
" b proportione de i Iìneaméti,detta aria. Macomehabbiamogià ftabilito di
foi £ 6 $x*) k>! T A HOT É pra, il noiìro amore procede p'm.oltrejrtmi fino
al terminare nel piacere , il che è ne- cellario ancora à Lpiù fcrupulofì,fe
voglio no mantenere ladetìnitione d'Amore da- ta dal fu o Plato ne, che fia
deliderio.nó fo- ìo del bello y ma di partorir nel bello , il che non fi può
fare Te nz a il fé me, ch'èil naturale ìftrométo all' efp rimere tal'amo- re3
eflendo in quello la forza del genera- re5 perciò confeflò ancor Platone effer
co- giunto con l'amor volgare il defiderio del congiungimento, diamo dunque vna
bre- ùe trafeorfa anco al Piacere della fenfua- lità. di cui comeche la fomma
confitta nel toccamento, e tanto maggiormente^quà- to più le parti vnite fi
corrilpondono, e fi. internano: tutta via no voglio negare>che gli altri
fenfi vi contribuifcano la fua por- tione . l'odorato, perche con manco dilet
to mi goderò io donna, di cui coningrato odore il fiato,e'lfudore mi percuota
il na fo . onde Horatio non hebbe più brutte villanie da morder fu'lviuo quella
vec- chia , che lo itimolaua all'amarla , che il dirli puzzolente,e fozza . così
nell'impie cationi contra Meuio. . Lanate sciolta efee con mali zaffici > ,
"Portando seco ilpirzgolente Meuio, lì gufto v'ha parteyper hauere ì
fuggere co la fom jnità de i labbri , e della lingua quei licori Socratici; ne
i quah fi riduceua l'anima al- l'è iberniti delia bocca per vicirne. Ma ri-
SECONDA. ff: ttririgo l'vno 5 & l'altro lignificato , della Bellezza, e del
Piacere, quello alla fola vifta , permezo dèlia quale fi vnifcono i cuori,
queito ài foli abbracciamenti, pe i quali s'vnifcono i corpi, eflercitato,
feco- do la fu a fomma efficacia in quella parte, che de' mébri eftrinfeci più
cffere fimiglia te al cuore3 è oiferuatione non mia, ma. di Lattando cafHfìimo
fcrittore . così dichia rati i nomi, io raccogli o . che quella forte di perfone,
che pili da vedere farà vaga, € più da toccare delicata.; quella fia mag-
giormente amabile . hpr'io fono per mo- firare , che in amado l'nuomo riceue
mol to più dalla donna, di quello, che la don- na fi nceua daH'huomo , e per
confequé • 2» quefti giardini d'Amore fono , ò deu- rianoeflere molto più
deliti ofament e col tiuati dalle noiìre belle Hefperidi horto- lane, che da
qual fi voglia huomo giardi- niere : affine che elle conofeano quanto à fé
fìelfej & ad Amore pregiudicano* qual* hora vn terreno atto a cosi bella
coltura, per colpa loro fia ridotto a fìerilità , onde invece di giocondiflimi
fiori , d'herbefa- lutifere, e di frutti foauifiìmi,non genno glino fuor che
felci mfruttuofe, ortiche, e fpine intrattabili . Dico adunque così. Della
vifta , e del tatto altri fono obièt- ti communi, altri proprij . communi fono
come il mouimento , e la grandezza, per- che pofs'io fentire vria cofa3cbe ù
»uc»ue> toc- !!• PARTI toccandola fenza ch'io la veggia, e vede» dola fenza
ch'io la tocchi,c poflb iniìeme vedédola , e toccandola fèntir, che fi muo
ua.il fimile è manifefto nella grandezza d'vnacofa,che fenza vedere fentefico'l
toccarla,e vedendola, e toccandola infic- ine, à cui s'aggiugono altri, come la
quie te, e la figura 5 ma quelli ballino . Proprij fono:altri del tatto,come il
caldo, e'1 fred do, il duro, e'1 molle,e'fimili, che no per altro fenfo , fuor
che pe'l tatto s'appren- dono:altri della vifta,comei colori . Hor, pollo
quelle^ efùpponendo, che Amore: Zìa, (com'è) tutto delicatezza , io mi ap-
piglio à gli obietti communi per la parte del Piacere, e considerando la
grandezza giudico , che maggior piacere h riceua da la parte di colui, cn'è men
foggetto al co- pagno, pofeia che la foggettione nulla hi ragione in fé di
diletteuole, ma fi bene ap porta diletto à colui , che tiene fuperiori-
ta,perciò veggiamo i prencipi farfi porta- re da i palafrenieri, e ne i giuochi
fonciul Jefchi molte volte coftituir/ì per premio al vincitore . edere portato
dal vinto . ma egli è pur vero , che non tanto è fiata fatta dalla Natura la
donna fuperiore all'huo- jno nella bellezza , quanto è flato fatto Phuómo alla
dona fuperiore ne i congref. fì. Confederando poi il mouimento,epiu' che
chiaro, come il mouimento mafehile t afpro, violento , impetuofo 5 mail femi
nile SECONDA. ni nile, piaceuole , vezzofb , lafciuo , tutto amorofo . Che
diremo de gli obietti prò- prijfilcalor dell'huomo no ha egli (gene ralméce par
ladoj dello ftcperato, anzi che nòj ma quel della dona per la compiendo- ne più
temperato ? quanto è più virile 1» pelle dell'Intorno , non ella tanto più hi-
[pi da , ruuida, dura, pilofà ? quella della donna non é ella fenza comparatone
più. delicata ? onde gli huomini, che dann'o- pra per parer tali, diciamo
efeminati.che Ce cagione intrinseca non difpone la don- na i pari dilettatone ,
in quelle eftrinfe- che rimane (ìcuramente inferiore all'huo mo. perciò
miauuifoio, chea ragione rirefìa fofle da Giunone priuato d'occhi per hauer
egli (eatentiato il faifo , coitì- :uito giudice in fimile contefa, che verfa-
ua tra Gioue , e lei , come ch'egli pronun- ciando contra le donne, ò cieco, ò
paffi or- nato giudice fi foflè moftrato . Duque per ragion del piacere, e del
tatto è molto più imabilela donna d all' hu omo , di quello, che fia l'huomo
dalla donna5 donàdo el- la molto più diletto , che non riceue nel commune
congrego, Trapaffo hora alla Bellezza , & alla vi« fta capace di quella, in
cui fi rifguardano medefimaméte ouero gli obietti commu- ni, il mouimento, e la
grandezza 5 ouero iproprij, il colore , e i lineamenti $ com- prendendoui poi
(ottone maniere, la leg- ala- ili f> A £ T e- ziadria, I'aria,e tutte limili
cofe delle qua he condimento la Gratia . In quanto al mouimento , fé noi
reggiamo vn leggia- dro danzare di bel!a dona , vncortefepie car di capo ,
vnpietofo girar d'occhi , vn foghigno, vna lagnmetta, qual cofa (per la vita
mia)è, che più al viuo nelle intime midolle de gli huomini vaglia a penetra-
re, ad imprigionare gli animi? che non puote o^ni leggiadro atto feminile nel
volto di bella donna ? che tenta, che non ottéga ? che afìàlta>che non
abbatta ? che impugna , che non efpugni ? lungo ,enó neceflario farebbe hora il
far catalogo d'animi feroci, & inuitti, che ad vn mini- mo aflalto feminile
, quafi obliatin* di fé ftefsi, e della loro ferocità abbattuti reca- rono, e
prigionieri, dica ilnoftro Petrar ca l'efficacia del mouimento della donna iua.
. Toflo che delmio fi Atfifuffl accorta* Ì +A me si vol/èj in si nono cokore 9
C* haurebbe à ^toite,nel maggior furore* Tolte /' arme dt mano 9 l'ira marta, E
per dire il vero, quate volte Gioueifteflb ve- itiffi hor d'vna forma > hor
d'vn'altra pia- ceuolé, e manfueta ? tanto hónore portò egli tempre alla
bellezza feminile j e tan- to conto ne fece, che fra gli altri figliuoli
hauendo quelli due Hercole , & Helenai l'vn mafchio , l'altra feraina ,
quel forte, qfta bella 5 1 quali furo rjccuuti nel nume" ré SECONDA. f?3 o
de gli Dei . Hercole per caufa della for ezza confeguì quello honore per la
fola erfona Tua , non perfona a perfona ) erche pare , che quella fìa migliore
cotti; atti ohe,- e più bella, che più s'auuicina ak H eroica , onde il picciol
corpo farà ben; etto grati ofo^e ben formato, ma propria iente bello nò . come
diceua il Filofofc, arlando della magnanimità , che debbe fiere in quella
marnerà collocata nel-»' i. grandezza dell'animojcome labellez- a nella
grandézza, 4el corpo . & altroue atfer. 114 PARTI aflfermaua, che per effèr
bello , ò huomo, ò animale, ò fauola poetica,debbe nonfc Jo hauere ordine in fé
di parti , ma infic- ine contieni ente grandezza , nafeendo i] bello da queft'
ordine con grandezza . Ma il volgo non fuole egli anco appellare vti
belmafchionevna dona di ftaturaben fot mata , e grande ? e fouuiemmi ( s'io non
rò tentoni)Platone approuar maggiorine te quella bellezza, che più s'accofta al
vi- rile . Ma nondimeno trouafi in oppofto chi foftenga la mediocrità nell.i
grandez- za , declinante etiandio ah3 picciolezza eiTere maggiormente bella,
onde gli huo- mini gradi fuor dell -ordinario s'ammira* no, come coloflrmoftruofiVnon
fi lodano come belli 5 e perciò hauendorhuomoi peccare in vno delli due ) vogli
ono alcuni fenfàti, che fia men male l'eilère vnpoccr diminuto-.perche i vani
di corpo fono per lo più d'ingegno ottundi (piriti diflìpati, Mianco agili,
& ancora (come viene ofler» uato d'Aiace) sfortunati . ma che quella alla
bellezza ? qualche colà, all'amare* ma della beltà ancora nell'huomo più to-
lto piccolo , il giocondiflìmo Martiale fa fede, il quale burlando Cotta ,
dice. Tt» mtoi parer beW hmmo inficne, e grande Ma chi e
beWhmmyCottaih49tnepiccoUttó% la bellezza eflere coftituita nella grandez za, G
deue intendere , fecondo lapropor- tione in ciafeuna cofa, e fecondo quel fé-
gno SECONDA. ny gno di conueniente accrefcimeto a/fogna- cole dalla naturacene
già non è di necefsi- ti più bello vn mattino, che vn fatino 5 ne più bello era
Polifemo, d* VlifTe : che ina- morò di fé (con tutto , che foflè di ftatura
anzi piccolo ) le Dee del mare : cofa che non puote quell'altro contutta la (uà
mac china ottenere dall'amata Galatea. ne ma co tragedia, che foffepiù grande
del furio, fo,farebbe più bella dell'Edipo.Per ch'ere ma cofa bella de hàuere
nel fuo genere co uéniente gridezza, conuenicnte grandez, za haurà quella donna
, che e non h* per- derà nella vifta perlapicciolezza , e non farà manco tanto
grande, che non fi poffo tutta apprendere in vna occhiata 5 fia poi la femina
quanto fi voglia al mafchio infe riore di ftatura > non fari per quefto
infe- riore di bellezza : ;fè poi nel Ceffo femini- le , quelle che
fouràuanzano l'ordinario, è quelle , che non vi giungono, fianopiù belle ,
quefta è contefa troppo difficile . Eriojper me-, haurei da appigliarmi alle
maggiori, ne mendicarci areométo di co« mendare la bellezza di quella donna,
che tutte le perfettioni rinchiude invnafta- tura anzi virile , che nò 5
etrouarei fcufà appreflb la beltà delle men grandi, che bé conofcono di cui, e
per cui 10 mi ragioni 5 e tanto più l'impetrarei ageuolméte,qua- to nò è dona,
che Ci affatichi per parer pie cola > mabeae invoiuerfale £ aiutano co U né
. ? ARTE le pianelle per parer grandi . Haorei lar- ghiamo campo ancora da
difeorrere del- l'aria, e de i lineamenti , di cui fon certo, che potrei così
copiofamente arricchirei e nobilitare il ragionamento mio , come illuftre, &
abbondante occafione mene verrebbe fomminiftrata dal foggetto ; ma per efler
proprietà non del feffo , ma del- J'indiuiduo ftudiofamente letralafcio. **•
Aggiungerò purquefto perle donne, e1 hanno di pianella bifogno . che Amore non
fi dice, che vada in compagnia del padre , fia chi fi fia ? ma bene fi
accópagna con la madre Venere, fignificante, la Bel- lezza, la quale, che fofle
di ftatura più to- iìò mediocre , fi comprende dalla pittura d'Aneìle ,
ciìauehdola dipinta con le pia? lielie, tu riprefo da quel calzolaio, come- che
l'haueiìè malamente imitate > e perciò correggendoli Apelle , feguendopureil
calz oìaio i volerlo cenfurare nel rimanen te della pittura , l'acchetò , con
dirli . che non li fi conueniua giudicare fopra le pia- nelle, onde hebbe origine
il prouerbio. e Momo ruuido cenfore , non Teppe , che d riprendere in Venere
> fuorché le pianefc ]e. e fé bene Homero nell'Hinno* ch'egli fa a lei, dice
:che A nchiiè vedendola am« miraua la ftupenda beltade, e la grandez- za fua ,
nondimeno poich'efprime la gra- mezza con la parola megethos , niente ci
prohibifee } ch'efponiamola grauita del- SECONDA. ny l*afpcttO) e la maefli ;
nel qua! lignificato raccontando Plutarcho (fé ben mi fouuic ite) di Acu&V
che ammirò fa grandezza d'Aleilàndro , via- l'ifteffo vocabolo., & e ur
manifefto , che Aleflàndro era picco'-' tt di itamra. ò fé vogliafno pure, che
Ho- aiero intendere, Anchife hauer'ammifa- :o la grandezza del 'corpo della Dea
5 non è già ripugnanza il dire , che Venere fia fra le Dee piccola , fi che per
aguagliarfi ì Pallade , & i Giunone vfi le pianelle , ma 1 gli hu omini
auuezzi à quella ordinaria grandezza , che nelle donne fi vede , ap- paia
mirabile di fiatura,poiche anco le co fé i gli Dei piccoliilìme , fono a gli
rino- mini grandiffime . Già che la grandezza per propria ragione non fi la
donna bellai (e non ha' feco vna compita cofìitutione delle parti , fi come ne
anco il candore da per fé, ouenon habbia proportionecon altro colore , che lo
rauuiui-. diceua Ca- tullo. Quintine bella, à molti , e^* à me bianca'. Dritta
) Unga . tai co fé miei C9ttfeffo ; Quel tutto inferme che sia bella , lui
niego, e perche ò Catullo? perche no era vn tan- tino di grada, ne di viuacità
in quel cor- po feoncertato . e quando ancora vi fi tro-. ui commoda, e ben compartita
difpofitio ne di parti, nò farà però men bella, e colie métemente grande vna
donna alquanto minore d'vn'huomo di mezana ftatura, di + li* PARTE di quella
> che fufle grande, come vna gì- gantefià . In fomma quanto alla grandez-
xa> non mi da noia, che la donna non pa- reggi l'huomo. ella hi il compiméto
del- la bellezza così bene nella fua mediocri- ti,come s'habbia l'huomo nella
fua mag- gioranza . Vkimamente quanto à i colori quale è colui tanto feiancato
di giudicio, che vo- glia riuocarc in contefail fommo pregio alle donne ? il
proprio color dell'huomo è più tolto il fbfco . eflortaua Marnale Diocletiano .
Va , bei con felle ingorda ifoli tutti, M entre stjfelegrin compirai belio ?
Verrai) non conof cimo, a i bianchi amici* ma il proprio color della donna è il
candi- do, col vermiglio, tale il Petrarca lodaua neiia Tua donna . 0 fiamma, è
rofe fparfe in dolce falda Di uiua neve ond* lo mi specchio, e tergo. &
quella donna hi più del virile, che nel co- lore hi più dell'oliuaftro.quello
dell'Imo mo , quale fìa , è dall'eferementofa barba ombreggiatola quale effen
do per fé flef- fa di nifiun pregio , è nondimeno ne gli huomini principale
ornamento, e perciò leggiamo apprefìo Homero molte pre- ghiere , e feongiuri
per la barba di colui, chevien pregato. & il principale defide- rio de i
padri, e delle madri verfb i pargo- la figliuoli,che po/fano vedere l'età bar
bu- SECO A. tf jta -3 ma il bello del le donne è tutto pu« , (coperto,
euidente, nel che fi è dimo- rata in vn certo modo la natura partiale ?rfo le
femine della fpecie kumana (per on tralasciare vn penfiero d'vn principi- ami o
intelletto della noftra età) concio-, a che ne gli altri animali habbia voluto,
le più adorni fiano i corpi de i mafchi, ie delle femine 5 come quella, c'ha i
ccr i adornati di belle, e ramofe corna, i leo i di fiu>erbe chiome, le
quali alle loro fé line ha denegate, & hi adornata la coda 1 pauone di
molto più vaga varietà di co- ri,che quella ddìe fue femine. mi veg- iamo , che
nella fpecie dell'huomo eli* ì hauuto maggjor rifguardo alla bellez- 1 della
femina,che à. quella del mafchio. ercioche le carni della donna, fi come fo 0
più molli, così per l'ordinario fono aa ara più vaghe da rifguardare , ne hanno
volto ingombrato dalla barba, la quale, r.bene non difdice nell'huomo , effondo
ropriadilui : tal volta non fi può nega- ;, che i volti de i giouanetti nò
fiano più elli di quei degli huomini barbuti: & minore non barbuto, ma
fenza barba dal- : giudiciofa antichità è flato figurato ;fi- ulmente Bacco ,
& Apollo > che tra gli ei furono riputati bellifsimi, fenza bar- a
vfaronh à dipingere.ma con lunghifìì- le chiome , onde 1 Poeti chiamano Febo
311 l'auggiunto quafi perpetuo , nontoj faro. ixd HKT -fi?' fato,ò cornato: ma
le chiome, Je quali no di grandifsimo ornamento nella nati *a, non crefcono mai
ne aliche par mi c'habbiamo do| jli occhi il primo honore. L' aura, éi topati
ai soly/hpra la nette , yincon le bionde chiome^ [opragli occhi, altroue .
•Amor , che dentro afi'anima bottina , Ter rimembranza delle treccie bionde, e
vaghezza alcuna aggiunge l'ornameli! eftrinfeco alla Beltà, chi non vede l'vfo
ceuerc, che molto meglio, e più vagarci te s'adornino le dóne dì quello , che
fi £ ciano gli huomini , come che più vago, pregiato veftimento i più bel corpo
nn glio fi accommodi , quafi legando in pr nortmi eftendi dofopra la voce
lemimlejchepur'alpa lar fi lente quanto fia foaue.j ma penetri do dalia
fuperficie che di ma- hil valore non fon priue le Donnesche condo la
verità,lenationiintere(noo di » vna Semiramif,vna Camilla) fur done
fIlicofilIime,come le Sauromatidi, ch'in rno al Ponto per lungo tempo guerreg*
arono,e le femine di Tracia eflercitaro- l'agricoltura 5 perle quai cofè
piacque Platone,che nella Tua republica gli huo ini, e le donne attendeflero i
gli eflèrci-r I indiflèréti -.tanto più non eflendo nell'- io, e nelle forfici
della donna minore in jftria>diquella,che(ìa nella zappa,e nel feure
dell'huomo:parlado,n5 della for 1, perche vn buffalo è ancor più forzuto F del-
pt% P A H f E -dell* huomoi ma dell'ingegno, eh* è pre prio deirhuomo:il quale
quelle Dóne, e hanno impiegato ne' iludij liberali, fon SECONDA. nj sofèfsione
di nulla fapere, fu orche l'arte el l'amare j-ricofiofcédone la iftruttione
a-Diotima:& osella infuperabi le efficacia el ributtar l'opinioni altrui5da
chi appre regli maijfè non da Afpafia maeftra dell' loquenza? Per quelle,-
& altre cofe chi fa sbehe nieghi la Donna hauer più ragione
•$fnabile,&l'-h-uomo d'arriattre? poiché Èchi perùerte la ragion d'amare,
intanto ma la giouentù mafehile , in quanto ella fimigiiante alla feminiie . e
tofto ch'ella ominciaipigliar del virile, cefla docci- are à fiiìiil forte
affetti . dunque la don- ta, fertza contrarlo, fin ciò preuale . Che-fe anche
certa vtiliti,rifultante da bnepiù oltre 4el profsimo, rende più ama •ile 5 chi
lìorrvedecome il partorir figli- titoli i IWriehire-il mondo di bella ftirpe,
^proprio della «donna > Auanzifi pur 'huomoin generali : che nel fomentarla
lei partorirli vnel ; nutrirli , dou'è la fom- ha, no del di letto, ma del
difturbo; Miuo no non v'ha che fare . Et che colà riceue ti contracambio la
danna dalMiuomo ; fé i*n per momentanea diIettatione,torméf i , & dolori
intoferabili , (ìmili all'ango» «e della motte*? Haurià defiderato vn» t^fat
Euripide) il beneficio con la ricompen- rie fegue , che maggior debba
efier l'a- rare della donrra amata vèrfo l'huomo, ie non è quello déH'huomo
amante ver- r la donna .eperche queftòconuince del pùere jùnare ,:-non però del
così efiere l F s ap- l& .'PARtÉ appreiTo , per dimoftrartf > enfiatosi
ej fettualmente non mi apporta** in confa mattone fimilitudine di Filbfofo i
Aqiii le volendo fignificare il defiderìo, che & la fórma porta
naturalmente fèco la ma* ria efficaciffimo, non hebbe comparatìo ne più i
propofito,che del mafchioietfel la femina , dicendo , la materia defidera la
forma, non già come -il mafcnio la fe mina, ma fi beneal contrario, come Lrfe
». mina defidera il jtiafchiò, foggiurigendò e come il brutto brama il bello ,
dondel cauano due illationf contra le còte deteV. minate, l'vna, chela donna-
dc&teri riiafc. gi.ormente l'huotrio. l'altra, chela dòrp*, habbia ragione
di fen^b^o almeno di mi • bello, in fembiante della materia Yche'rtc fi
abbellifee fé iìón'p^I}?auaentméto-dA èJafbrma, ;; ' ^ ^-' :- °j^!/' — 7 ra v
Piacer pure ad Amo^èfìetfcorm ^l'addotte ragioni fonò àppàTtììtt^osi & !
fero vere,* fi effettuàflero df maniera.'die di donna crudele, oTconbfcére, non
s'h* «iene alcuno amate a la£nar gfaniai . Ò co. ine volentieri cederei Ve mi
difdireihcfa ; più defiderofo dì foluere> che diprouare,
'ma-douel'efpeiie-nziérnanrreftaJeg^é. • rezza d^intellettofarébée creder e il
cori. t-rano. è ben vero, che il legame ddla §ra titudineé tenace legame si-,
fenza il qua- le iJ beneficio termina in difetto ,' la q- ftilti in villania^
la beteuojézi* in fàe°hÒ, ma SECONDA. ì%f piaegtf èpm vero ancora ,
chequcliirà- W àyJLmosx fi godevi priuilcgio fi mo- ^,a porpiirgagliaEda^
durabile, così l'a- jjiaaìla preienza4e| fijócofcaldafi inconti pente, ouatpì
calorie }e fomminiilra il.fuo Co, e tolto ancora ^jrimouer di quello Ce n^
ritorna alla priéiBa'fua ciualita 5 ma il ferro imprèfio , che fia, ideila
qualità del ifuócoj molto più^al&ojra fi dà à fentir cai i*$ P ART £ r do,
di quello ifterTo fuoco , che Jo fcalda uà, e molto più conférua il riceuuto
càio re, che l'aria non facéa , contutto, cheii effe egualmente operaffè il
medesimo fuo co . Hor'èjmanifeito la donna diparti pii fottifi, e più gentili
eflèr copofh di quel che fi fu l'huomo , e per confeguenz; manco atta
all'eflèr'imprefla delle partì o ni amorofè, e non e ch'eliaca fti mata d manco
amare, perche ami più c.opertame tè 3 ma per quefto può 'ella facilmente ce-
Jar l'amor fuol, pèrche ama più leggierrmj te,che il veheméte amore nò può
dìfsimu larfi .fu fentéza antica d!vn Poeta Greco. Se Amor comprimiy più, ^pm s
'vicende , E fé 7 caiiighiy maggiormente infefì* . non cllendo pari h bellezza
, ne riceuédp ella eguale il piacere, ma Tempre lìain al difocto. V .... j Uè
SECONDA. iij Ne due legami fragili ,.e fottili ,fbn0 tti a córtririgere più
d'vn folo, beri forte} tenace : tìiatroppò adamatino è quel via
olo,colq:uale'AmorIegal'huomoinfer- itù della donna, e tale, che non fi può,fe
;óhda chi lo fperimétaj, conofcere, né an Ò in minima parte, non che fi potefìe
mai so dir'io) pareggiare, ò per gratitudine, » per cOrtefta , ò per mille
altri nodi , che urti fariano come Jfila d'accia fottile , in dragone di catena
di ferro durifsimo,per a qual cofa non difconuerri forfè efplica è la
fimiìitudine apportata dal Filofofo opra la materia desiderante la forma, coi-
nè la fejhina il mafchio , intendendo di suefta facilità dellajsiatéria, che
quantu- :è traimut^àd o^hi-aiiueniméto di nu.o J& forma [> per óbljaT la
antecedente , co- me defidèro^ dittiate generalmente, di tuffo na per Te
t'enacèmente,oue per Io co- Erari ola forma con tanto amore fi determi Àa alla
materia, che qnaPhora fia à lei ne- ceffarió di fepararfene , ricufa di
trapalia- te in altra, ma nella priuatione tofio fi di- fperde. e per quella
fìmilitudine diremo che poche donne fi trouino, che non hab- biano più d'vno
amante . e fcarfi quegli huomini, ò fono , ò efler douriano ( faluo fé nò
leggieri drfenno^che fono purtrop- po in numero) che amino più d'vna dona: - (
F S Per" **• J» A & T £ perche quelle fono alla materia fimifi, d.
fìderoia di varie forme, e quefti yafembra Ho la forma determinata ad vna
material l'huomohàdadire. t Tu sola miniaci .e chi nonio crede i n* Veggalo nel
celebratiffimo amore del Po trarca , fpetialméte nella canzone . .- , .Amor se
uu.i ch'io torni \al giogo anti;c,Er, |>ur morta la donna fu a^ e chiudetta
II mio caro thefi ro in terra trotta > . I Che mi è naftojio , ond'io fon
fimèndic; m j cerche non poteua più riuedere laiua he la amata, difpregiaua
Amore^e'fi godeu; in libertà, e forfè, che vn fi gentil cantore e compito
inamor3to non hauria hauutc donne , c'hauefferoafpirato , fenonall'a. morfuo,
allelodi(perchepiaceud ognV, fio l'effer commendato ) e forfè ancorai n'erano
di quelle , che inuidiando à gii honòri di Laura , hauriano bn*nato tfi
j>oter'eiTerpiù cortefi verfo vn tale inarao rato, che non fu ella. Ma
perche quelTvn modo , à cui fu legato , rottoera , eodeafi in libertà,
oltraggiando Amore . Diceva il Filofofo, non poterli Greche alcuno ad Tn tempo
iitefìò fofleprefo.dall'amor di molte , conciofia che l'Amore riabbiala fua
perfettione in quello eccello detto da Greci hiperbole , & in vjn'altro
luogaaf- fermaua l'amore èiTere il foueithio deil'a micitia , però hauer luogo
folamente con ?no,fi comv l'amicki^iaibmmo vfra po- -^.> . " chifsiml
ftElCDNDA. H* hiTsimi ha luogo; anzi le celebratifsime i narrano folamente fra
duejcome fra Pi- ade, e Orefte,fra Lelio,e Scipione . Co- oro che fi
dilettanojdella moltitudine d'a nici , fon ben piaceuoli,trattabili,galan- Ì5'ma
amicijionfono ad alcuno:hor quan :o meno gli inamorati di molte , effe ndo
Sororc l'hiperbole dell'amicitia ? E perciò biafmo io, e biafmo grandeme e
vn'huomo, il quale faccia dello fuifee- •ato verfo più d'vna 5 fé non à quello
mo- ta, che di cuore amando vna donna , non ^tenendola, habbiavn ridutto da
sfogar- li tal volta, che quefto non ripugua all'v* nicfi.amoré, però naufeo
certe querele di donnoimpertinenti, che fi lagnano : le eh. amanti loro fi
farano,per cafo, con vn aWprefcqueifolazaà, che da efle no por goho -ottenere
^dammitù quel c'ho da lei, e querelati poi a ra&ione , fé ne chiederò à lei
: Io biafimo chi p ragió leggiera arra vòlubile,e difami hor.quefta,hor quella,
come mefler Lisdonto nell'Amor coltate, perche non 1 foifenra il grado della
forma} ma non gii biafimo donna,che molti ama ti aggradifcx, e quelli, quanto
fi conuie- ne, e comportai' horror fuo , conpiaceuo Jezza fi conferui> più,e
men grata, fecon- do), che più, ré meno feorge meriti in qu£* fto, e mofuellò ,
tale in fomma , qual'e la che Ci deb- ba portare verfo gli, amati in
manieratici non fia per proprio di fectò cagione, che alcuno fi diitolga
dajl'apprefo amore.pe* che altretanto biaf mero io colui , che Iib$ ro vna
roita, per caufa ragioneuole, dalla feruitù di donna cerùellina, vi ritorni di
„ «uouo,quàto chi inciampa la feconda vo] ta ilei medefimo calicò, e quanto
ripugna alla natura della forma, efclufà vna volta? -dalla materia. Io non
loglio pero alle -dó- ne l'amare^er attribuir loro il kfeiarfi a- mare _efle
ancora , fecondo i'hiperiole' dell'affetto proprio, fi cónuertano all'am* te vn
folo -. così v*ri£cafi* fi, vero amore. ilcompiméto del quale c0ofifte.neHa.d9?
termi nata vnione di due icambieuolmert te inam orati, fi come nelkjnatura il
com- pimento del compofto, confifteintalma» tena determinata à tal forma >
fecondai» loro più perfetta anione , che fé bene & materia à tutte le forme
è per natura-di. fpofta, nondjmerto appagati defiderioi»
parte,perlaprefefi2adeffaromia^chenel fuo «embonceuei; quindi* forfè anco- ra*
che la donna a ma il primo , che à leHi Jia congiunto , come.quejlo,ilprimo hab
*>ia fodislatto al de^deiioibo^come trat to SECONDA. 133 » afe ,
&imbeuuto quel fommo amore? glia donna, non làfckndo à lei, fuor che \ difp
ofiti one pallina del: lafciàrlr amare. I la perche l'huomo al contrario della
do iordinariamente,par chenaufei la pri- lli con cui fi fìa follazzato > Io
veramerr-*> ; ho il prefuppofto del quelito per molto ubbiofo, & ho
Tempre vdito commenda- % e poco men, che paflare inprouerbio, Éprimo amore .
mapofto, che fìa vero,la àgione non difcorda dalle cofe determi- are .
i'àtìfetto della donna (almeno interi tì-amenteparlando ) è piccolo, e però è
tioì terminarli nel vir.ile oggetto, tant© ^rimanendo alla donna la
difpofitione .lisina, àll^eiìère amata phi éftenfìname- etyzrò la donna ftà
come agiata -y e fpatio a j ma l'affetto dell'huomo molto più in- emo,
terminando nella donna, coirieco* ratto in luogoangufto, viene iftarui di-f
Commodore tanto più, che non li refta la* fcfpoiitk*nepafTHia dell'amabilità ,
quanr :o nejla donna , ogni violenza porta feco adio^ & ogni nferingimento
fdegrio.onde ti Petràrca,'c6 tutto che facelle la fuà do- nacosì dm ntìrabile ,
talvolta nondimeno come gerdify regi o -parlò di lei . li Penuria donna homiflo
1 Egualmente in #Wcalè ognìfmjtero . & al- troùe.-; r*»'«'(róì " '-' ■
■ Che fi papa rbwtalien* caduca f£ ^mar^Ms^^wrabUfHefj^U'i .Pertanto p; •; 1
huo- -*ft — - 134 P A K, T E l?huomo niufeala primario na,che l'hai bia
cominciatOjComei riftringere,oue al- l'incontro la donna rimane maggiormen- te
affettionata al primo h uomo, che l'hai fciapoflèduta , come à quello , che la
co •minciafle ad appagare, la quale impre£ Jione fi conferua in cjuel modo ne
gli anii mi , nel quale il vafo nuouo mantiene ii yrimo odore, ch'egli
habbiaimbeuuto.; • - Io raccogli© dalle core dette, che in va modol'huomo
defìdera pm la donna > in Yn' altro , la donna defìdera piùl'huonw» per
ragion dell'obietto , fotto forma d'a- mabile eccitante, eper ragion deli'
wfotM amatorio vehémente yr-huomoè pi» efB. fcacemente difpofta :verf© la^donna
.Mi Ipeffo auuiene, come nel yoier riempir* infuria, e con gran copia dJacqu a
i vali dalla bocca piccola» che più neridóda ma ridi quello , ch'entro vi fi
rfceiìa 5 che il tròpp o affetto mafchile 3 co troppo impe- to verfo l'amata
bellezza verfato, faccia «niello , che diffeil noftro Poeta . Così itdefio, che
feco non s'accorda* "■-. Tifilo sfrenato obietto 'vien perdendo , :>
Eper troppo /prona?, la fuga etarda. A què É© modo la donna, lagnale con men
via- lenza, e copia , riempie il vafo del fuo li- core preuaglia all'huomo.-In
vn' altro mo ^opuoflì aftermare,chel* dona maggior* ferente defidéri l'huomo .
per dichìaratio- ij» ideila qual cofuj pongali quinci vn ma> -'■: •'= "
febio SECONDA. 13? Ichio nell'età perfetto >nella corporatura zompito, e di
mimna delle Tue perfetti o- aimancteuole.quindr parimente vna do aa,-alla cui
bellezza non fia nociua mini- ma imperfettione.e poi fi cerchi qual del- li
due* riguardanti!? per oppofto , conte-, co.ciafcunadell'eflesein cui fi
troua,mag dormente fia .concitato ad amar l'altro * qui nonhaùrà^UogQj
jftimoio, la fimilituv dine deHamatiew^,ma.l'huomo con defi- derio maggióre fi
riferirà alla donna, di tjuello > -che fi* per far e la donna all'huo?- 010.
Ma queftfciiteffi- confiderinfi poi, co* me ( fecand«^intentionc della natura ,
che feiiipre ^propone il più perfetto)vno fott'ordiiwaill'altro. h dona, certo,
piti efHcacfimefiteriferkafltairhuomojCome ^ella^c1 babbitt» feakun mancamento»
deìk perfet**ahi} che nel mafchio fi ritn>- uano, eifcndochft nella
generatione di ql^ la,la naturaiCome di vigor macheuole s ar reftaflé quaiì
imezo . nel qual modo, anco fi potrà eip©Ère la particella , in coi fi có-
pifce IsEUofofica fiinilitudine , e s'inten- derà , duella defideri $ come il
brutto il buono, cioè» come il manco perfetto il pia perfetto, cosi confiderata
la donna, vierfe in fembiante di maceria, rifpetto alla for- ma, à desiderar
l'huoraò, cioè d'informar ■fiy anzi di trasformarli ( oue far lopotef. fé) in
huomo. e «on eredofà dire il vero) «he fi troui doanaaimondo per bella , &
r . ,■ ama- 13* P A R T E amata, che fia, à cui fé fiifle propofto qùal delle
due cofe eleggerle meglio,.ò'l reftar fi perpetuamente donna , oaeroda alcu- no
difpenfatore nelle leggi naturali, eflèr. ridutca alla perfetti on mafchile
(nel retto- pan) non credo , dico, che non eleggerle; più tolto d'elfer fatta
huonio, che di rima? nerfi donna : oue all'oppofto non mi cade! in credenza,
che fintrquarrehuomOjche; bramarle giamai diùétar don'na,fe non fdj le vn
qualche piii,.ch'efeminato Helìoga* balo,o beftial Nerone, immeriteuole d*ef
/èr'huomo : ne merauielia v che da tali fi brami eflèr donne, poiché fi fanno
attioni per parec beftie. _ ' .';' . £ non mi fouuiéne d'hàuer ne anco lèf to
nelle fàuole de' Poèti*, cné fi &n lecito na , "come ini (occorre dì
Ceneo , per be4 neficio di Nettunno, di fertiìna conuertfi to in mafekio,
d'Incèdi Tfrefia. mahuo2 mo trasformato in' donna t a me non vieirp in
fantafia.huomo copulato a donna, èfa£ tone di due felli vnfoggetto folo, Herma
frodito,sÌ5 ma quello per gratificar Salma ce inamorata. e fé Scitene Ci facea
naò huo mo, mò donn3 , ciò ìi auueniua, fecondò rna inconfiftente mutabilità ,
e fé Ceneo appo gli inferi , fi narra tornato femina , quello cm luogo di
caligo. Ma quello, che SECONDA. 137 che feuolofamente fi dice d'In* , non è già
fau ola/ come teftifica Plinio, che le femi- tie fiano alcuna volta trafmutate
1 mafchi, fecondo eh' ei racconta dVna, che dopo ef £re fiata lungo tempo
maritata, per no- ine Arefcufa , fatta huomo , -e nominata Arefconte> prefe
poi móglie, e d'vh'altra> che il giorno ifteflo delle nozze diuentò Fiuómo,
détto Lucio Coflitio . e non è co fa imponibile, che la natura eccitata da
quegli inuitie titillamenti interni, che ne fanno rinuigorir le mèmbra,
maflìmamé- te le atte alla generatione,trafmettefle ql- ìo, che da principio ,
per mancamento di caloreY teneà' dentro rinchiufo . e fé vi è chi non riceua il
teftimonio di Plinio, veg |a in Plùtarchò quàtb è ciò naturale , che anco nelle
beffie,. non che ne gli huomini occórre 5 fi come ^ii nella vita di Thefeo fa
memoria d'yrm capra , che apparecchio ta per éiTér facrìficata ^ trafmuroffi in
vn beccòy'onde la Dea,a.cUi era ittituito il fa crificiofnominòfli Epitragia ,
dal becco detto dà i Greci Tfagós . Ma più appreùo a iiQi non fi legge, che
dell'anno 1456. *- doana, per bpmeEmili^flopo dodici an- nidi matrimoni
O^Càhgiata in huomo, & reitituitaì'e dàniiàritó la dote, per coman fomento
di Ferdinando Re di Sicilia, con làmie moglie > e perciò facile era, eproua*
feile, che Ricciardètto,apprefio l'Ari ofto> perfuadefi^ a Màlàìpinaiche per
beneficio il ' " ■' l ^-•;'-'" . • '• 'di *?* parti di quella Fata,
hauefle ottenuto, che Bradamate feminà,ch'egli fbffe in pnm A. ì&
tìcò'nofcìmèhip d'aìcuaa imperfettione, che in voi fi troni , non naueftè à
prende- re ogni figurtà di jtràpazzarne Tempre j fi perché fi cònpfcaj ch'io
parlo (incerarne- te ciò cfrip fento ^ e cq'1 mefchiarui alcu- no de i voftri
lineamenti per entro, mag èioriede Js'acqùjftì alle lodi , che merita^ mente vi
C\ ^annp.V Voi belle, voi amabili (opra gli hubm^ìj e vero, ma che? la na-
tura, che-v|lsia kwM&Qn &M&W& &fM$%*f> i fi fcffe
fòtto1ooXareb^e,né dó|i3ape|itu> fi va certo rnòfiro' . I^gu^to la i^atura^a
li^li'intentione disperare perfetto, e cp fegifeWmenféii màfchiÒ Ylàllònna cerr
to è va mancamento; ma in quanto il ma* q tìairiàj eperche fon p;ù le cofe
imperfetta Fh tewa, che le perfette, come più tacili al brodurfii per
auuéhttiràchi ben chiarir fé %-* «e \i4* ■ p a k t:e € ne poteffe, trouarebbe
più donneai moi do, che huomini'j onde.volgar mente fi , ce. TrouarnYette dò ne
percuotilo, feti tefimetteflèroimano. - Ma qui mi fi attrauerfano due dubbi
Jvno e:.fta.ndo la moltudine delle donnoteuano, per con* u ngerfi ad yna dorma
fola, ne anco le ce iaia de gli huomini > hauer mai fino in pb a noue, ò
dieci mefi più d'vno, due, \o in tre figliuoli : o diciamo ancor fet- ,fe tanti
ne può.inyn fol parto produrre ladonnaj antiquato più.huomini fi fof t-o con
yna donna, mefcolati, tanto me- atto fi-rédeuaàlfenie alla genitura, co §
ÌÌ,ve4e 'nejlidonne publiche, le quali #ado partonfeonoj ma ben poteua vii*
jomo.fcte? coU'accpppiarfi à molte do* ^.genera^ mokicujdiae di figliuoli,
& ar • ?chirela giur ifdjttyione della Natura, co. ■ erbeggiamo ancor-a
(;per, trasferir la finii : •udine ^Vtupmo ,ii bruti ) negliar-i [enti, vnibl
pontone >vn folo.ftaiìone, . ijorp folo hatìarealla fecondità di mol* :
gemine de|ìa fu^fpècie, Vi s'aggiunge, ìe quando a eri itiCa"méte!^n'Ìt?Sin
v'na perfona fola,del- m>i e d^lì'd&rfrfeflb càjpace 5 rotóda di *uw.
^òVfqUa&rò 'braccia > e gambe al- mam&fiQtìtè dueiV'óltf 'fimìlia
quelli di Ito wfgtòd^ali^B^hle:c^polle,_ Co- giti C- 14+ PAKTE giunti nella
ceruice . e perche gli huom: niall'hora di cosi robufto corpo, in ci
nfpondeuano le forze alle duplicate m sì fa moke) à proposto £ mofìrare que-
vicendeuole deiìderio de gli abbraccia mti, e manifeila infieme la imperfeteio
nella diuifioiie de i felli; e però s'ofler- Orfeo hauer nominato Gioue ma- ìio
> e femina , cofa che ancora efpreflé ierio Sorano in quei verfi . v Rede
gli hnomim è Dio potente Gioite , De gli Dei genitore^ genitrice: il che , non
lo di Giouerma della Luna, e di Venere detto:onde leggofi que'verfì divergili©
landò fa, che Venere appare ad Enea. Moftrando àliti la via la. madre dioicoì
no e mafculino. forfè per lignificare, che la fTanza de gli Dei è così copita
in vn fog tco, chequello folo può per fé ciò , che i o difetto del pàrtiméTò no
poffiamo j Eccole noftre belle Hefp eri di, coltiua ci de i diletteuoli
giardini del delitiofiiP* no Pfafòne. guardati da vn Drago inde- nne quello èia
cuftòdia della bellezza, minile.peróhe ficome giardino ameno, P G p« 14* P A RT
E per ben fìtuato, fecondo , e cokiuato d fia, tolto conuien che perda della
natii bontà, e dell'artificiofa coltura , calpeft to che venga da gli
indifcreti paflaggiei depredato dalla ferocità delle beftie . ce li beltà in
donna, oue nonhabbiacuft 4ia di pudicitia, ò almeno riparo di cau la s ratto
viene indifpregio, non folo chiunque l'amaua, maetiàdio di chifel fatolla , e
d'Amore ifteflo , il quale , tu meno ama honeftà in bella dona, che s' mi
cortelìain donna amabile . lapraui temperata di fapere , e di bontà, lì che r
riefea in aiprezza,è vna fìepe Gngolarifl ma cótra la infolenza altrui, onde ci
èp caro vn minimo ^atto di creanza d'vnad' na honelìa , e più apprezzato vn
fegnó- beneuolenza , quantunque fcarfo jche mofìrationi , e carezze per
notabili , e) (ìano, e molti delle poco riferuate . la di na tenga opera di non
eifer macchiata, 1 eh colpa, ne di fofpittione di colpa. Ma in vn de i due ha
^a traboccare ? s'io pa locomeFilofofo , ammetterò più tolte ch'ella pecchi
nella fofpittione, conferì do intatto l'intrinfeco : perche s'hà da r minare
nella confidenza, che la virtù nne viaa:efe qual pria appare in vtftaietal
vifta ajpra}e ria > Via più che mortele dip upene amare. Tanto commendò
nella fua donna que io principaliflìmo decoro, che per bellis- sima che la
celebrarle , lafciò in dubbio juaPelIa foiiè più tra bella, e honefta.chia
riandò alcuna volta la bellezza, e Phone- G z H 14* PARTE II,- ftàdue gran
nemiche .non gii perche da no fra loro cosi grademcte nemkhe,ch'\ na non
compatifca l'altra : ma perche el fendo grandi ciafcuna per fé, marmarne tem
Laura, tantoché nemiche fiano, fo gran nemiche 5 cosi compagne fon era compagne
. & à lui erano gran nemiche poiché dalla gran beltà haueaquei rapi menti,
e dalla grande honefta hauea oik le npulfe tinto vehementi , che (peiìò h
combatreuano,come naue da venticoft erari] agitata, e quado anc riabbiano fra
fj nemifti,e lite ^corne dille Ouidio, fon be atte à conciliar/i in maniera,
che oue co» cordi Ci trouino, Ci moftrino l'vna per l'ai tra maggiormente
mirabili ; cheharmo ma in vero più foaue.non Q può: co ne or 4; re di quella,
che rimira dalla berti,e dal . la honeftà, tramezare dalla madri; edili;
correda corrifpondenti intèrne in queflj guifa , che il graue coll'acuto
trameza, to dalle voci frapofte^'hor più spaccona no al graue,hor più
all'acuto,in dilettemi Mima melodia ridonano. A quelli ec. dimenti delle
foauiffime delitie amoroiè non vengano ammcfsi fuor, chei le^Q. mi,emeriteuoli
poflèffori, tali faremo ga H ercoli valorofl , e fingolaru Trap- • '49 PARTE
TERZA. Rapas siamo alle maniere d'acquiftare,e matenerela gra- tia dell'amata 5
che diceuamo w efière ìPomi aurei, de i quali Amore no è così largo à ciafcuno,
quado «e fùfcarfo à quel gentiliflimoinamora- to, che ci è flato fcorta p
l'adietro.il qua- le di cosi gra merito com'era s tanto fecej e tato fbfrerfe
in vano . Sol pervenire al lauro > onde fi coglie acerbo frutto : che le
piaghe altrui Guftandoy affligge più, che non conforta. Il Pomo certamente è
così cóueniente ad Amore, come fia Poliuo ì Pallade, il mir lo a Venere , il
Lauro ad Apollinea The dera a Bacco . anzi il Pomo e pure ì Vene re iftefla
cofacrato (c'habbiam detto (igni Bearla Beltà , propria ragion d'Amore) ónde né
r giuochi antichi , oue della Bel- lezza fi eóntédeua, foìeafi dare in premio ì
chi vinto haueffe,vn Pomo d'oro.e creb be inantkòproirerbio'. Percuotere co'Por
mi, cioè inùirare all'amare . onde il latin Poeta dille.
LafciuafanciuUétta, è fugge a i falci, E brama ejfer la prima adeflh vifta. e
iti perfona d'vn'altro racconta , d'hauér ma- dato al fuo vago diece Pomi
fenza dubbio meglio perue mito farebbe à Giunone iie, alla più fag-» già, a
Pallade j ma dicendo, Alla più beU la, non fi poceua, fenza ingiuria, leuare a
Venere . tanto più , che l'altre nelle prò- mufloni loro, nò offeriuano in
premio CO: fa , c'haueffe che fare col Pomo 5 fecondo^ che oftèriua Venere, che
beila dona al giu- dice prometteua. (lenificandoci in oltre il leggeruifi .
Diali alia più bella, quato noi, debbiamo edere ricercatori dell», belle/*fv
nelle donne amabili , nonché lì difconué ga 1 Dro là nobiltà i Tingerlo, la
virt.i, 3fr qualunque altro ornamelo» e decorose», nteuole di lode, e di iìima5
e poteuafì nel Pomo eccitator della nifa, fcriuere. Diali alla più potente ,.
Diali alla più faggiaj ma perauueiitura ì'vna, di buon taléto l'hau- rebbe ceduto
all'altra? che oue lì fenti me i touare quefto nome> di più bella, m'Uin*
puote fopportare d'elTere, ne anche in>giu._ dieio, vinta, perche la donna,
per faggio^ per nobile >che fia , ancor che tutte que-' ite cofe reputi in
fé di ftima grande>come j fono, fecondo il vero 5 nondimeno in co-- fà
veruna non preme maggiormente, ehe: nell'effer bella , e fi vede quanta
ioduilria vi pongono^anto tempo \aJpendpno le> r Q don- TÈRZA. ITI donne ,■
ò per parer belle , ò per occultare ti più che ponno, i difetti , che le
pofTono far «giudicar brutte . fia pur modefta , fia pur mortificata vna fé
mina, che fé non le diaccia d'efTer nominata bella, & alPinco- rrojnó
lefpiaccia eflér detta brutta, no ha orecchio, nefentimento. e più le giouerà
(empre d'eflere ironicamente beffeggia* ta.co'l nome di bella,ched'eflère
fincera- mente biafimata co'l nome di brutta 5 fé bene può eileré;che ditìì
muli. Troppo fuo na bene [entro le orécchie feminiliil no- me della Bellezza
..& a ragione : concio- na- che, fi come in vn leuriero , non tanto
fiàttendela Vaghezza, quanto la-veloci*. ti-, oue vna di quefte due parti
riabbia dà prevalere'; & vnafpada non tanto fi atten de lucida, quanto
tagliente (ma oue bene ^accoppino; inficine vaghezza , e veloci- tà ;
fplendóre, e taglio ha poimeglio) do. ufend© fitnilméte preualere in alcuna
quau liti la donna, che non ie^habbb iri'perfet^ laone «5 cerchiamo che
nonappaia tiiaenca» dibellezza, hauendo ella'pifcragion d'a* mabile, che
d'altro , erappreféntandocift amabile fotto fembiante di-bello» il qua- le,
qtiado poi fi renderà d'altri fregi adoi* no. quanto più n'haurà, e più
notabilità- to maggiormente apparirà lodeuole , & compito . e Però tu
chiunque fai ftima della grati* delia dama , nontiaffaticharsin celebrati"
do 1J* PARTE do qualità in eflà lei , prima che Ja Bellei fca:honora la
nobiltà, commenda le virtù- di' y predica i coitumi ,-Ja gentilezza , sì ina
habiti l'occhio* che ciafcuna diquefh approuationi appaia radicata nella Bekà e
fé taMior fra i'ire, e frairamanchi^'oc. corre di biafimare la donna , lagnati
delk crudeltà , della ingratitudine , dell'orgo- glio di lei, colmala d'ogni
decrattione , ti h concederà per fino ad vn certotermine, e rideranene
Amore,pur che no la tocchi nella beltà : perch'egli ha pofto ogni for- te di detrazione
in bocca de gli inamorati ha loro folo interdetto il bialimar la don- na per
brutta . Qjiate volte ella fente, che hauendopureall3 bellezzarjfpetto, ti
& jni di lei, ti quereli, l'accufi, giudica, che tu lo faccia per fouerchio
amarla, riputai dola pur'ancobellai ma fé tu ledetraggi alla bellezza , conofee
chiaramente , che non l'ami più, che la difprezzì : perciò fé punto
d'mcUnatione tiportaua , tela cóì nertecoutra in altretanto odio 5 edouca
ben'eifere nel fuo maggior delirio per do tfero quel gran cantore c'hebhe à
dire . , uimo vox danna, brutti e men'auitedo . & ch'ei fi voleua leuareda
quell'amor del certo .ò pure pensò di portare vn concet- to inufitato , il qua!
fi vede, come egli acr compagna/Te co'l chiamare ad vdire vn'ia cedibile miracolo
: quali che ripugni à ^utti i principi) della.yentà^ cb'Akuno ccj • * ■ * >i
no- T fi R Z A. vgf tóftédò vnidoria per brutta , l'ami pure. 1 perche
"Hdratio non prefeà ricantar di Jcc, ne di quella vecchia, che pretende*
la, ch'egli l'haueflèhauuta inchiedere, :he non le hauea però trattate ne
dà-vbri* :he^ne-da fatucchiare, come prefe a rica- ddi Lidia , ediCanidia, vna
mórdura l'vtrriachezza^'altra di ftregherie ? £cne quelle hauea dette brutte, e
vecchie (ch'è a fecó da villania dopo la bruttezza) che Wfatti l'haiiea tocche
fu'lviuo . dicendo ttell'vna; 4: Cupido fugge te , e* hai lordi i denti. Te j
ciéi imitano 3 e ùrefye, * netti ti capo, t phYfotto. &*loue la leggiadria,
doue il colori & Ahimè e fuggito , doue il miuimentó ì e del l'altra , così
acerbamente biafimando infili legarti da non mentouarfi . di quefté non fféatoj
né pensò di ricantare; e le Fhauek fé tentato , non li farebbe riufeito 5
-prete bène i ritrattar fi H^ràtio delle cofe dette còritra -Gamdià , tlfcui
così bruttamene flràparlatohauea'jfcoprendo le fue poltre Pèrìè^ hìa
rtonl'haUea chiamata Bruttai & cautamente inqUèHa ironia nel difdif fi ' Tu
pudica , tu buona 5 Vajfegierai pe'l cielo &■ Uà d*tro, lafciò di dire , Tu
bella , perchè haifendo dettò di cantare il falfo,YOlfe trattarla da malua-
Igia^e dà itàpudtea;5«nà ho da brutta.Qua do hauea detto mal di Lidia, moftra,
che G f ih* l!h auefle fatto pei rabbia, e gejofa ,' vtfit doh anteporre Telefo
, lodato da lei . n« lippe trouare principio alla palinodia ma pili li proposto
per placarla^ farfela bem uola, che dicendo . Dinttdre belilo figlia afta* più
bella . Pei la qualeofaammomfco, che ne da fcher- Zo , no 6 la/ci vfcir di
bocca qual fi voglia armante defiderofo della graua della don- nafua, parola
ch'ella poflà. giudicare, q Spettare detta per. fe:, che -la rocchiin «metto
particolare , poiché in quefto Po* mo d'Amore è fcritto . .Diali alla più bel-
»>*ró fola bjfogna darle ad incendere convella ha da te riputata bella (
,che r*>a dice, Dia&aila belli) ma ancora Cornelia fiaftimatapiù bella
d'ogu'akra:, fé più d' Qgn\iltra,amarladei. i E ben lecito alcuna volta >
accioche la donna tf habbia i nconofeer-e dej troppo filo faftp , p-er cagion
deiquale fuole abu fere la/oiierchiafoggett-ionedichi l'ama, predire,
minacciane ;à hi il maocameo.? *° diqueila orgoglio/a beJIezza,e!di quei Ja
.fiorita età, per cui tanto ù perfuade. cq tìpmfe adire il Petrarca . .-■-';,#
Se la mix vita, dalpaffro tormento ih Si può tàffehermir* , e da gli affami, ih
£tiÌ9. Vfgg£Qe* viride gli v Itimi anni \ .-. Doppi, de isbery>jjìt? occhi
ti Ifttuzftcmoj» tonquel cM&gue . ma foggiuagei che 'Purmi'dard tanta
baldan^ .Amore, ■ Ch'io vidifioprirò de i miei martiri. SgUai fatto ftati gli
armi, i giorni, ' t'hìfre. K$ pai- Hntefcèflè pur'amòròfo,e là viene icitàmente
a riprendere della fùa renkf- à, e a porle àùanci gli occhi ^atiuenire ?
Ififo-'bifògha eflere circofpetto nelmot- •ooiàrein pregiudicio della Bellezza
, irte porta fcritto a lettere d'oro intorno al «tflo. - U: * \ liòn mi voler
toccar 5 ch'io fon d* Amor* i'\ deca pur la-donna ih o gr? altra cofa (cori
tiferettione però ) ch'èper per foppòrta-' n patiehza^ualunqu'e biafm opprima
che fùeìlò della bruttézza, e dbpo qùefto Pef ferie detrattò in quella cofa^hè-
ne fà]p-» eflioné, che quefto è naturalmente ma- ageuole da efler fopportato ad
ogni forte li perfora, s'ella ti profeffiotìe, di cantai :rice3 né
labiafimarnsllamufiea., fed*ho- Mà, non le infamar latria dici!tia:ne1re{to
&ia(ì nValaà-bòccaWperta1 a tua foderarti**- ^.particolarmente di quella
forte di biaf mo, chefir può anf ikuireà lode, che fé là iettami brgogliofa,
ella ftimerafli magna ìiimà 5 fé fiera, modefìa; fé pertinace j in^- uiolabile
5 quietali fono accufe , e de- trattieni, che fuònano ancor bene, molte
volternegli orecchidelle donne Dianoia- te -e quello, ch'iodico deiracd&far
; la dGJùàd:0 l4uomo è|già in ryóf felTo' ò Jn-o&rfioàlmeao. a^poMe della ,
e della gratia. i oi adefeato , che tu fei , ti s'incrudelifce :>ntra con le
faette dell'orgoglio , e della ! roteruia feoftumato co fiume, degno di
aftigo,più che di biafmo, fé vi fi troua in mando la Nemefi caftigatrice,
racconta* e permanenti gli amori, fi di méllieròh \ non kfciarli ciafeheduno
per fé vacilla- tifolitario j perche Amore è fanciullo , unafcherzarecongli
eguali , tanto poco li trattenirnéto,che troui» fi rallegra,n'ar reca diletto»,
nia feompagnato , e troppo, li fua natura fotcopoflo alla £f enefia. bifo tha
adunque accoppiar gli Amori à due {due. quello venne à lignificare l'antica
lauola d'Erotey e d' Anterote . quado Ero se , cioè Amore feompagnato fi
trouaua* ftauafi tatto ritratto, afTidrato, e non cre- fceua : ma in compagnia
del fuo Aritero- te, cioèdel reciproco Amore , s'aumenta Fiia , e tutto
baldanzofogioiua . Quello ifteifo^olfevna volta accennare anco Ufi Jofòfo , il
quale negò effer perciò ne gH Innamorati l'amare , non vi eflendo il ria- mare
i E fi trouera fra le donne tale , che jfi prefumerà «frhauerèad enere amata,
di* sprezzando, ftràtiando, oltraggiando |H iamanti ? pretiàgliafi quanto può
della wa i beileiia «oóieè^ 4he opgogliofa pttfiime , lo,» ' che i \ 1SV MRTE'
che tutti i cuori khabbiano ad etfere feù- datarij, e vafalli , macerifi nella
fuperbia fua, no trouando chi l'amijs'arrabi j,m*o dij., mi maledica, feruita
da nell'uno, bia- simata da molti ., -fuggita da tutti, tal che,
ò-rimagaperpétuaméte fchernita da chiù, que hi fpirito d'amore, ò impari à
mutai vezzi» rendendoci piegheuolé con la gra- tra fua all'afFettione altrui 5
ma la bellezza «t'vna donna gratiofa , e ricrjnofcente, in^ uaghifca gli animi
giouanilì.dgliotchi di lei&mo.propoftì fpettacoli^&imprefe da
glramanti, cheigara fi sforzino! diTupe*. rare i turali, rifuonino canzonile
poefie^ compofte inhonor del nome fuo. & (i come fopra l'altre farà bella ,
e gratiofa jt Così ancora fuperi ogn'altra di gìoriofi fa fti uè le fia lecito
con vna diceuole aiterei «a infiiperbita, non già contra gli amanti^ ma -ben
fra l'altre donne , d'infultare-all* fcortefia loro , con dire talìhora . e chi
hi dato à quel caualliero il valore , fé non li beltà mia ? i quel cantore la
voce, fé non la beltà mia ? i quell'ingegno i concetti* (è non la beltà , e h
gentilezza mia ? Ma alla tale chi hi tolto la feruitù di quell'a- nimo
valorofo, di quello fpirito eleuatOy fé no la ingratitudine,'e l'orgoglio di
lei? Perche Amore, ò dóne, Amore no èvn fb: lo / ma fono due gemelli , che
amano il tfafiuìlarfririfiémè". Maquefta éptfr gran cofa in vero, che
mente pare(per fentert-' za' | TE ^2 Ai. iS9': Hi Marco fullio) manco propria
del- tuomo , cheil non rifondere ih amore quelli, da squali feiprouocato^ e non
i • meno non pare , che pérfona vogha.ef- r vinta nell'odio3ma nell'amore,: che
pò-? *i fi curino di pareggiare chi li ama. do- squefto a fé non che al mòdo
forì'hog- dì tanto (corretti , e peruerfi i cofturai, giudici) , che quello no
fi ftiraapreua- re a gli altri , che non l'auanza inmali- WÌ.e pure la
fapientifTima antich«à,nó jrì geminò gli odi] ,: come geminò gli a-» ion . i
quali non Solamente debbono eU ìtte-così dde ,xk'vn di loro troni nell'ai f&nre
, Pakro nell'amata,} ma due nelto- vanteimedeGmo s'hàno dantrouarenmo e 1 quali
partédofi da lui vada à ritròuar, amata 5 l'altro rimanendo pure in lui, i b
l'amata inui'ti.. ,-.--.■■ - \, E^ueftì fon quelli, che vna volta ap* *eilo vn
giocondiffimo raccontatore dei iadicio delle Dee , prometteva Venere, a aride,
quado haaeJTe pronunciato»* fuo auoue, :Himerb^& Herotc, ciofe Aws»m i^tà)
eCupido vdallly*o ^ceu4,Qnidio, ,faj perche ìmavu'y, chiamabile degl'afe ;:ro
Marciale. -, • ; f t .Aedo che enfia amati i è ah Marco , amt* ?vno che douefle
rendere amabile lo ftef- ^Paride y l'akro *d»e andane à ritròuar* Hielena, e
facefl'ela codefcenddreall'amor & colui., ch'arin'dali'amabilir^ accompa*
M. u sna- **o> PARTE pàto , equinci non fi tolto dall'amor^ ramante la donna
commoffa , eperfuafa, dà ricetto appreffo di fé à Cupidine, ch'in vece
dell'aggradito meffaggiero , eHa m rimandala foo, come fcabieu ole nnncic
all'inamorato, e così faffi perfetto il «a* mero de i fopradetti quattro
amoretti, co vna Amabilità propria,|&yn Cupido fora itiero,che appretta
ciafcheduno de gli a- mati vierfà fog giornate. li primi due ii ma dano pomi
l'vni'altro, gli viti mi due poj biadano faette cótta. Ne prima i-due an-
tecedenti , che dall'amate precedono deb bono fchenr.are con le fa ette, che
fianoed traci in giuoco, & habbiamo contratta do raeftichezza co quegli
altri due dell'ama ta^Sai quali fono i Pomi» e le quadrelli éoncui vannofi
traftullando gii amori, e mandando } e rimandando ? diciamo prti ma de i pomi .
quelli fono (per quanto io Ktfauuifo ) i'vno l'Affettione dell'amane
te,l'altro,ropere,con lequali.fi affaticai perche la propria affetti one rifeca
grati nel cofj> etto della donna fu a. Affettione^ quello è il primo Pomo
preciofiffimo^c ftporkifltmo jcheprefenta Cupido auan ti gli occhi dell'amata .
perche poche &»' ranno quelle dóne,cheprédano ad amar-* ti (ad vagellarti
molte) prima chefappiai, iio d'effer date amate . e vi bifognera, à vno
ftraordinariò sforzo d'Amore, ò vna più che (ingoiare Amabilità dal tuo cato,,
pre-i T E R Z A. i6j pretendere , che la donna fia lacrimai andarti il fuo
Cupidine . e queita pon- io la differenza fra gli Amoretti: che : i mafchili
-incomincia a giuocar Cupi- %l e ribatte l' A mabiliti -, ma de i femini
,1'Amabilità fuol cominciare il giuoco. Cupido feguirlo. ne prima Helena fu fìi
olata da Eroté , mandatole da Venere, prò di Paride , ch'egri ifteiFo
d'affettio- »amorofa commono, già già per defide o di quella nauigaflfe in
Lacedemonia . principio fti nell'aftettione dell'aman- za fomma nelle
opèrationi amabili>ché tu fai opere per renderti amabile, e che éramenteirdn
amiyquelVè fimulatione, ie fi comprai contanti , che quando poi uerai da douero
(& amerai al certo) ere ilo pure, che Amore non vuole effer bef ito) non fi
troui ih té Amabilità veruna. : oltra , che rìon ècofaal mondo più de- na
d'animo Amo^ofo, chela (inceriti -> dal fi voglia nobile attioné ancora ,
non he ramoroèirrtóko più fiéfcè compita in «no diperfonà verarhéte
irtamoràta,ché 6 fi in altra qual fi voglia . Amore Amcv e dà nerbò alle
braccia , velociti alle ga- e, tuono alla voce, viuacità alHngegno, aanierà
alla convterfatione^fplendoreà' utto l'huomo ." Q^efto intendo , che fia
uuertimento àgli fcuomini , che debba- io finceramenteamaré; non che fiaferu*
ruìo allfrdòiWcJ.c'hàbbiamo a dubitar^ del- tól /ARTE della veridica affettione
de i loro amanti perche feleattioni faranno veramente^ morofe, giudichino
fecondo quelle; e f?ì ficunno d'edere amate 5 e fé mai versoi* ingannate da
certi ,che non amano fe°noi per capriccio, fappiano chenonriman giamai il più
ingannato dell' ingannator iiteho,e che non vengono eflè ingannate pia Amore ,
chea tutti i (Inceri, e credul ìnamorati, e feudo, e protettione j il qua
;P,e?° chl ha Prefo aeA- ^Ioue flaue#e pofto inditi j ma- nifjftì nell'oro, per
cui fi conofeeffe il r* ro dall'adulterino* e njflùna cofa.taie h& ueife ne
gli huomini collocato, onde così fpeflo auuiéne , che fotto fpecie di bene
fiamo ingannati . Dehperche, ò no fi le*»* gè in ftòjjte i ciafcui? di noi quello
, che portiamo nel cuor celato., ò non ci fece la natura nel petto quella
fcùura^^ueajio TERZA. 153 tiri Egitti] , da fcorgere alcuna volta cheDdentVo a
noi Chiude >> che ve- fmo affamimi belli di fuori , bruttim mi
il'interno, e molti, che noi fpresiamo, rchefembrano in apparenza deformi 5 »
guifa di Socrate ) al di dentro precio- ìmi . fu chi fcriffe della ragione del
co- feere l'amico dall' adulatore 5 ma più ■Scile éil difcernereilvero dal
tinto a- mte. l'amico conuerfa Hberamente,par francamente, tratta rifolutamente
5 1 a- mte fempre è fofpettofo, rifpettofo,tre mee, di maniera timido, che non
ardii- manco di fauellare inprefenzadel a do r onde alcuni la nfolfero qui.
Chiama 'aitarla paco:al che fauorifcéil poetai l'bi puh dir corragli ardi* mpwd
foc ;.& framence «gli effetti d'Amore , non e à il piti leggiero
-ilp^UrrottoWlf^itofilenm.Duqu^O fètco,che tanto fpeflo al Petrarca occor ^come
appare in o^uel fonetto . ■Pien d'vn vagopenfier, cbemi dtjwa, K in. aeir
altro. ■ , r jpiUvdtegixderbelfimhtante bwnmo> li térauigliauà , echiedea ad
Amore. • \':€ùme fai Wjcónd'tfu fata foggi** , rMeno , per fin voler , le
voglie mtenje} li' ual concetto più modeftamente fi adat- tai voler
fauellare}cheaU'attovenereoj ^béne in quello parimente accade, che il volta fiamaimpediti
dal troppo amo- * re. J*4 PART E re.imperciò che Ja sfrenata volontà ti *e Ji
fpinti a fé , e li nuoca alle parti fu non, occupando Ja facoltà delrfmaoù re,
onde ne lW l'impote'zaall'altrep ti : perche no «Bene polliamo noi dar'op con
fomma efficacia à due cofe infieme. la che fi vede ancora nel parlare, ch'elle
do noi fommameme intenti ad vn penfi ro, o rompiamo i concetti à mezo, ò prPiù
chffe co m di eloquentifiimi 5 tutto fonafle faconda tanto più, chele cofe
c'habbiaàdirepc ingannare la credula donna, puoflele ha »er premeditate d
cafals ma nifluno prem altera, cred'io, come hauere a parer eoi io, e
infenfatoi quella d6na,alla quale* inamente defidera di piacere, e di manife
ftare gli affetti Tuoi, co'l pervaderla a ri conolcenza-. Horatio aggiunfe à
queft lUieakri fegnali di nonpocaitima . quan co dille. - Ufilentio^lUngtter
connine* amante •> E daP'mtimo fianco rifiato efbatto. quei!
lonoitrepricipali indieij di veritiero ias TERZA. \6f [orato . il languore ,
forco di cui fi com- rende il pianto, il pallore, lofuenimen- . il filentio ,
àctii fi riducono le parole iterrotte , le prefe vnaper l'altra, i con- Jtti
principiati, e non forniti . e'ifofpiro con lui la palpitatione del cuore , il
tre- or della voce, e fimili. i quali tutti eccel ?ntemente ilnoftro cantore,
che non la- rio , perturbatone amorofà , che no prò ;afle, comprefe nel Tonetto
. T erettivi? babbi* guardato di me%ognaio\lt •rincipalmente fi querelò della
fua ingra« a lingua, dicendo , Che quando più! tu aiuto mi bifigna, ' Ter dimandar,
mercede} all' hor ti fiat Sempre più fredda, e fé parole fai, Sono imperfette,;
quffià' huom3che fognaàh- Ìjl eìpreflè. il languore ? foggiu ngendo i » .
Lagrime trijftete voi tutte le notti '•■••*' Maccompagnatetfu'iovorrei fiat
foloi " Voi fuggite cUnaniy alia miapace: vltiitìa- mente i fofpiri nel
finire . . . " . > ' * E voi fi pronti à darmi ango fiate duolo 1
Sofpiri, all'hnr trahefè lenti, e rotti ; fé ben poi il Petrarca corrifpondendo
adHora- tio nel numero, e nella qualità delle cofe, che vii' am ante
conuincono, par che in ai- cuna parte a quello contradica> attefo che H
orati o vuole >,che il languore inferifea inamorato 5 oue il Petrarca fi
lagna , che li fìano mancate le lagrime, non meno, che le parole. ' Prè- %Ù
PARTE Pn fentifi il t o Cupido alla donna, e le mani piene di Pomi >
imperoche fé t intrinfecamente amando , così chiuder; l'ardore nella fornace
interna, che no n'ch ioàesiotìti sfa> otti di a2ffii*nger«;4 i beni del
corpo, le otfdelhfgeg^, Vliile gj* che non era elio, ma era facondo , e pure
molle ca- ipfo,e Circe, la beltà del corpo e propria ella donna 5 Thuomo
bifogna e habbia ualche Cofa, oltraacorpo , che gu non pprouoio,, che
.llhuomofacca dell efe. Snato, per moftrarfi .amabile, diceua 1 fteflb poeta
_..: ^ gli httomini cownform* negletta.? l ne reo inuaghì di fé Ariana, &
Hippolito Fé dra, nifiundilorolafciuamente increlpa do i caPelli.;Dico 10 per
quefto che 1 ma- morato debba darfi alla fprez7.atura > Q certojanzifinoivn
termine 10 lodo la no allettata puiirezza • A mmoniua Marnale colui, che non fi
fteffe ad acconciare trop pò i capelli ,5 ma: che non fi fcapighaflc an- cora i
..nonoortafle la cotica fpiendida, ne «ìancofordida -, . . £ £ „_ -Pamkoyiù
mnmo trofpoy io no uuopoco.zp ,hrouovn decoro virile, congiunto a puli- tezza 5
fouuenendomifpecialmente, ca- nne Virilio defctiiia Enea, ali h ora , che idi
luitfìnamoròOidone . ch'egli era chi* *p, e fplenàido neirafpetto, hauea la boc
^,elefpaUefin^iàvnPio,la chioma au rèi* e bea cop otta ^colorito in volto, ale?
^o ne gitocene eia carnagione ali ano- bio fimìie* , , « . : ì
J^eÙPtarmOiOargemoùrcondato dmxm Ceadakuao patèiTe > che il Poeta lo to- ri
i *atte *f* P A RTf } fratte con qua/che or naméto dipiu ' eh'* cedette il
decoro virile , confi/eri ch'e* lo fa tornare per mano,4*vna donna , |
Venereiftefla Tua madre. Ouunquepc non ha dannato la Belti.ogni boti prò pria a
aafcuna- cofa e amabile inquelJa voglio perdo, che J'huoma fàccia attron
tirili, e.qneftoé.pireXentareul Pomo, eh per efler grato bifbgna, che, fia aureola
me quell'altro WAra^^Aftettionrf Ch e a dire precioftfimo, pehe nulla deh*: be
vn amate filmare di prfz*o,eguale al- la gratia dell'amata, ,*e l'amata
giudicare offerta pm pretiofa # creila dell'amate, che da m tributo l'anima
ifteffa ; dà d'ori i Pomi, perche Amore è dell'oro amato^ re. cosileggefi. L W
coHqiMle fi concili* Amor*, echi tratto copiofamete queft'arte riebbe a diro di
no venir maftro li ricchi ,i i quali pP^he aurea, pr* ciofa,fingolare deu'cfler
l' A ftèttione,e n5 ordinaria, ma tacche e Cupido no fi te-' filtP IT"**'
* hdoì>™ non ifchw 51 5g?yadlrÌa „ Cosi Scodelle attioaì* che dal lato
dell'amante tratta,!' Amabili- tà fora aureo, operationiaur^e, auree ma.; n er.
, efquifite quanto fi conuiene alla co • ditione di colui, che. ama., che gii
non ini tend io di fare ne così auaro l'amore ùeL* U dona> Aè
c™PtQài&*é%uorflo 5 ne . me- fÈRZA. 17» suòla beiti della E nuli*
grechi H fuor che carte inehioftrate , coftui n prenda ad inamòrarfi. Dicefi
ogni cofa in amore douer'effei àurea , fecondò Jafighificatione gii efpli %\
duutte l'opere in Tuo géne?e ben fi te. chi e ricco fi pfeuaglfà dellefue facol
tadi in amando . chi è robufto della fua « guardia , chi è mgegnofo delle Tue
inueì non i,chi e parlatore delBrtua elòq othitf etii e garbato fi ferua aiicòr
di fé medeft ?*o in quella parte, per farfi amabile , & in qualunque
attione s'adopri quanto* puote il meglio.quefto far* dare oro. feti fendo ricco
ti dai allofp e ridere con certe tenacità, mifurandóvìe fpefe fatte per 1>£
mata;conynadifdiceuoleparfimonià,eJÌ vuoi con alcuni vàntaggi^ìfminuizare. non
da i pomi d'óf o^jmiuef biò-aneifco? leborfedc gli amanti eflèrfcéftetòn vn*
foglia di poro . ne da ipomi aurei b fe**U meggiando nò ti porti di manierai,-
che n£ riporti pretto à poco il vanto gW meno*" prendi a celebrar l'amata
con modi triufcf li. In iomma in quella cofa y oùe riontó^ naturai
difpofitione, non ti aflStìcaré,còJ me intorno a principali mpreft 5 perche?
teateiom amorofe non hanno rirezo, off comprano gratia , ò oVrifiòné^ quefto
fo* Se gli antichi lignificarono ne' dardi d'A- more aurei, epióbati, ò fono
aurei, cioè pretiofi, e quelli fdncrattìaJFina'aoraFe^ I-E R % A- 17?. u~~ Ai
niombo, cioè ottufi,e vili, i qua P-i^rio effetto . fi dunque ope.
SuSg^/ftakquaUftudi,. X vnaxifia &meno, che fhmar fi pof 'aurelyl'atóé poi
Te o d'argento faran. '^idnàlclieSeiipretiofometallo.no, SiefcwM«o goffe
Vcoshftrut SSf nejcofpettffdella do.n r'JS' endoneqiiel ameVféd?. , che fi
debbea k! f£i e ficosmeiié ai cuoimeriti .al- fe ?£ W^olitono alcuni, che
fanno; 'Stilami impertinenze , chefia, -ìSrStanrore. ihuttoè, fé né; Kfc'èroV
fin""1" > '^.^"A- SrS^a talmente perfettroiuto, *f ò'^ol
ppì^hjedere , che nu ria, % Eperao wnbjarrflo ne ance fino ad SLtt» term&e
^retmenxa della dora, ^Sncant^ch/è fe» prona e dell» «**.»' -r^A .r£';..Wmi 6lk
grataPro- fS^Ùel^dhempo.etroppa org^Hofa fup^vchehfteflbappelk, Sitala a
Venere^mrotfnenao Lice a de- ^|SE f Wj Golena a *7* PAUTI «oftro Petrarca. •
Quando vnjòuerchto orgoglio ■ Molte vjrtmdi in beli* donna afconie i ^nondimeno
altrouefauoriitaJrea f^omaamorofaancor ^aggrada y - Mmytf* vada altera, e
dìsSLu / m su'*!"" '"&&' fi» imparo, f 'n^fffbdt, o-
pida t,^n"tanti,6c,1,tianc0^ S fcuitif 1w" e '" 2 and(«I«lJa
feci? leuma Horatiana s che nega, e fi torce perchefiap1ad,]etteuo]ejUo,ar°chà
ij Amandare, fi ttoua vile donne vnan! Kruia pmamara, che la coIoqui„t?d£
«iueftad»fg„fta, «firiproUa. fene™row che quando foflero troppo dolci fatiarei^
k° , j 3,^° deJi^W>"}ecde com'a^ 1 *** fer- $ È R Z A. «TV rche l'amore
non fuffe fatieuole, maro ,foggiungeua,ò Galla. _ ■ vncerto termine s'aumenta
il deGdc- 3 del fere acquifto d'vna beltànpugna». pe l'amo», eheftle
portaandrsMn- inincia à ciò volere , come ^v™"]* Zìi eo*r;nM.hauer ■
contornato lema K&A«iW»*f "«^«a fi* fpetto . vltimamente fi naufea,
«»che la onna di fouerchioWtfrofa, quando fi ad- ucealvólergratificarl'amante,
egli non, «ilo riceueì grado, mafenefdegra, e U Sene ^quello , ch£»g»g te
l'huómoamampexxo, equandoegi» omincSi damare» aU;hor la donna co- nrp3^i«o»arel'alberop^«
tni rami polla n vaioi 010 u ^Fi' i neriali^heinamandce più difficili tal £ e
pm numerofi occorrono , che in «anpkandal- Acheronte : euurdibifo-
:gn0Pdfduecolóbe &*Icané, «le nel retto buone, e meriteuoli farebbe no
moJcevoltefu^dite'p^crenzaem, dt&o eflercicate , in vece di render Pope-
r^ue amabile , lo fanno d'odio , non die apprezzo meriteuole» ot'altra colomba
è la profumici, la qui I*fi nfguarda in tre cofe > nella Proemi- tade la
prefenza, che confitte nel fi-eque- tafeilluogo, doue ramata,veder ii poiTa*
n^JIa Profumici della codinone , che rl3 parda vna certa vguaglianza fra eli
amaJ tty eh e fondjfwnto ancora dell'amickia„ e nella .Profumiti
delkincliiwione , che- tmfcri&e m vnaconformiti d'auimf ver- ioyna terza
colà , onde veugouo ad efle-" re in qualche parte tefe conformi. ^Qua*;
toali-incliiiatione ; non egioco acTor-^ gimento l'auuederfi di q^i
£>rt4 celebra donna , che fé n* intenda . fu. ifpofto^l'armeggiare ?
fallo ingrana di ohna,chel'aggradifca. che febenequaJ [voglia lodeuok , &
honorata attionee: aiona *n & & a^; uva
éhaifetci^morb^piu-fecre«.«iualeiH-^ clini ai nobi^Mquàle. libello , &«ak
afro ■■ butto v àmivmmèma > #«*** aÈ?*te#; ti fi mofrra raga . Ma dimadéraT
quali pe l'ordinario fono i più fouorki delle etfér ben denarofo. poi- che la
regina Pecunia èatca adonarex>gni decoro, e chiunque ha prefèntiin quanti-
tà, coftui ha bellezza, hi fortezxa,,hi ek quenza, ha nobiltà, ha arte, hi
proflim& tà d^inehnatiòbè, ha moke cofe più de gli altri . fai come
s'elpong* la knola di Da* nae . e fi legge, che tìòn^rèV amore folo fé ce di fé
copia la Lun£àd Endimione 5 mi per hauer dà lui Vtf^réggè^i pecore biz4 che.
Quefto è il corano ouitia, che in Ègira, la Fortuna hatféuìi^ùvn lato, a
«fall'altro À morette* ejiefti aman do .fi ria cerca non folo buò8£ fortuna,
ma-ancora* di buone facoltà, chfc fonoéencfpeflo ql* le, cheti fanno hàutrk
buona fortuna.? ' Io non ihtehdatbpbìtrGorftpetézafci nobili, riccia eben
fòr*T«ati',,ftiaficiafche* duno nèMuò grado;. Ma4à bsneneflTendfo le lettere, e
l'acmi prò^lì«fli?«uaieahic atee àlfoi, per ^ì'imottìi^t^sÌÀk^^én breue
frafrorfà Spoetò § tenie tornei» y&*il fbldaso-; e^!^»attf?/«* eftercicano
-per amore innumerabili , fi té oare , chi ilcaualliero così tragga .«
fePauetóa la dama, e la dama J caualli* come il padre il figliuolo,.,
figliuolo^ a'dre , il padrone il feruo , **g"&& »one, equaliinoue
cofa fi riferite allaj, » , la viuaeità ctell'eloquenza non ntf m S-armi
afiarfi all'amare; chiaramente fi, omorende dalle piàingegnofe compofi-,
Staniti eleuaci ingegni foflero mai» eTq«li^uantepaefono,chenoa: tuonine Albore
? come che .1 ^o{°n' famentts e decoro, fia collocato in amo- «Cefi,che i
Komani pofero ne . ndu^ S'oM&rcitavémo i gmuam la .ftatua J doidioe inrae^o
di Mercurio , e d* Snuenirf. di pa«,fWell,cofo , &ggm tri aWun*noo,che
Venerea^ Mar e £rf , composte **f5gS8s8« m>« Iffi PARTE aite. Quinci
raccoglieremo noi>amm«:a ton.l'amore del Caualliero èfferepiù fcc petto, e
per auuentura alquanto più peri- colofo tquello del letterato più iruttuofoj e
più circofpetto , e celato* ©u* à gli ab- bracciamenti fi eonduca 5
maad-reftante molto più celebre y.e famofo: ne fi troua «fili , per attione
quanto fi voglia in arme valorofà , habbia auuantaggiaco la iua da na alla
pofìcriti a ma quante fi eommenJ «jano , mercé de glieloquéti, & ingegno* h
amantwefe nella perpetuità-del&f ama, come immortali > Ma,di
queftecofeaflài tìall'vn canto, e dall'altro dubitare j e dif# correre fé
nepuote$ affermar pbco^etod re a fomentare fenza parer proteruò jtan-, tò
meno,poiche molte volte amore è tale, «jualefelo fanno , fecondo il maggior co*
piacimento de 1 lor gu£i, Je donne amate» JNon e perfona tanto fuogliata, à cui
no* «dettino il palato , i Pomipropria , noi» Bietaforicamente d'oro ì quefii
giudico i pai ficuriycom^anco ipiu faporiti di tuttii fecondo, che fi è detto.
*i Delia Proflimiti della «rondinone pani tondo, mi vieneatagliodi cercare .
quaì conditione d'amore fia più deg«ibiJe:poi che 10 mi fento rifuonare ne gli
orecchi queleccellenti6imoinamQrato,chetan* *0 commenda l'altezza dell'amor
fuo, la #^*#fe4e& fua donna , e biafina per nk.Umoi d'Adua fiotti) ce* ama*
no ancelle- fino all'hauer per tragica npr ecatione quefla. % E di vii fermi*
l'anima ancella . a cui r ^ioftoadherifce. Tur ch'altamente habhia locato il
cuore Tiamermn dtifebenlanguifce, & muore* Ma in oppofto Temo Horatio
approua^ econ Peficmpio. de gli ifteffi vihpcfi dal etrarea, l'amore humile :
ammonendo iantia FocèD i nd fé lorecare à vergogna. cui fottofcriue il Taflò,
lo non d-fdcg.no ftgnoria Cancella . & non aftò ad Horatio di fauorire à
quefta forte l'Amore* cheancoral'antepofe alnobi-* e-, quando diflèv é «
Cejfafigtm matrow $ onde per trarne a Sei ?m fatica +&m*l, che frutto
cornette ^ mimile ,xhe nonlè il nobile , co'ncniu- fendo la forte di-amore
ch'egli approu a ; laDofjtfatrattabik'chepofla facilmente hauereaìfuocohimando,
che nonli coiti molto ; che fia candida ,& diritta , che ha milita &
nettai purché non voglia parere ipiù .biuta»; àqàà toaga di quello che i\
habtùadfftQla3iiatU3ra>& fi pofla godere late» tanti} foépecà^quatói i
fi trouano h* quelli ihe^aaaiiodeMobiiìrinammamèKU te lefmwitaré^è paranco
^uefìo "va d* quelii^uefoircdieipfaidóno più dal-va^o* gufto de eli
hu^n*eh&*lalk «a»***»** *T ,, * lacofa, xtó IURTE lauo;i© là,4onna j'n^
feriore per quefto srajtemmeitc^&godi.* mento > come di più fecilità.e
&>&thttic+) ne. ma perl'inamcrtanaento iqua^ :opretipitdfa >
LèDee da gliDei, kfw, midee daifttódèi , teDonne fiano dagl* bttoiuim di pari
cottditioTie amate . _ue-, dicarfi ancoÌDóà« notabilmente infc-r dorema •
matenej* mripotatione : Ama. % che-ricerca vfttertonfpeno & hono- : ratóav
téfechéTérfo-gh inferiori no teft SS&M ,v okraìhe P«.»'^»fj ptrfone humili
hanno^arimete cottami», kpenfiérivili,chefoghono apportar^ ^-T ■.» »-j --■
iu^naaoiori fono altere^ cariamo . il vero amore fari fra eli erti h, oue ne fi
moftrerd orgogli ofaiSentfr Jroflimita di conditane fi vede cofinr «tfefta i in
amando, che molte donne deì Plebe faranno più ftima dVn cotale baio «laccio,
che fé n 'inamori, che non farann d vn galant'huómo che impieghi la Aia a
fettionein efle chefenó fipuò cofiag* ghare a fiaterà la conditone de g Ji amln
ti>machepures>habbia Straboccare da v^ amino le donne fuperior, (conforme
an- Ìr£l ^reSoJa dd markarfi , prendi nobile, & di commode) ma perche ou a,
do fi richiedere parimente nelle Donne I amor Superiore , non fi condurebbe mai
a line inamoramentò>alcano: pofeiache le tu ami J« fuperiore.* re".
& ella vtfaS tro fupenore a fé ,non condefeenderi mai . tl aTr tuo
j.?>fi^me neòuel fuperio^ fifn,? • rodl lei «^«Vegl amare vna fupenore,
& qudJ, dinuouo vn'altro,& cofiin mfioito . è a«*flàrio che la donna
decim ali» amor dell'huomo inferiore e mXrÌaCn m0k° ?*«** gentilezza inoltra la
Donna nel conde£cendere all' amore di pérfona piùr humiJe di fé, pur che fia
per altro meriteuole: &ma«rior : fren1eZ2a,d,an,m° Coltra l'huomS^el
«kaone, gmdicandbfi-propria virtù così TERZA. *«£ Ila Donna , la gentilezza
> come deli* omo la magnanimità. LVltima , & forfè la principale Proni*
* ti è dellaPrefenza. quefta è quella che l neepifee. quella che partonfee
rqueftat e nutrifceÀnxorer.jdel mancamento di : eftafidoleakaura.- ; . ^ Dmlmi
ancor veramente ?h'h non nacqui » Mmen fià frfjfr A **» fiorit cH'attifsima
fiaàqua : nque amor oia.opwe>.atione, tanto>all'ae- t iiftare,y( quanto
alconuerfàre . onde fi - i^ibuifceìaacoraà gli- occhi il parlare, pi, dille
Ouidio * o 2^o» taequer f »&f ,■ i s & altr oue • Mirar con gli occhi
confejfimt U fuoco > Spejfìhàvoce , £ fari*?: tacendo il volto •_ r dito
tiene iìfecondo luogo nelPacqui- o.» & alcuni lenza la donna vedere fi fo-
ben di lei^ per la femplicè relatione ? :ome fece Per Ottino) inamorati j ma
chi :nza ve4ere>ò vdire^chi fia quellijch'ei trénda-ad amare,per.Ìo folo toccamente^
uantunqué deUcatikimoj s'inamori , io on so chi eflcr fippfla giamai , fé non
vn ualche, Ùbidinojo.. ma il tatto è poi alla onferuatione dell'amore , più
fufiìcien- s , che non è Tvdito . rifguardando egli ropriamente i\4ileK>
co'l quale fi. fo- menta, ijé PARTÌ menta, e però ben dille Dante. li foco
dell* Amor te (io fefìingtèe: Se*lvedere, o*l toccar non to vaccene ejafciouui
l'vdire j non perche non fiaà to al cònferuare alquanto l'affètto co ne puto
nel petto dell'amata, quando ella & diaccarezza- iriiStf: birra 11 trarfi
sa?ue . fenza afpet ceirimedLJ;diCrate della fame , del te- ! vkimamerite
delIaccio,chefilafcia làh cui ri nerefee -di viuere per amar e. ?3&
annouera&imedij dico ( & fé altri •«ntfonVì Jà l«armnza tiene^il luogo
A more col quale Ki niaggiorconformi- t ppcaaltSeione dimettere conuertito -A :
iS &£ ^«^ ficrmficare influito M fffi P A & T E «amento (Ira ordinario
col quale è rapi ranima,con efcjuilìta foauitàiper cofa e •prefehte diletti,
e'ifilofofo affermò $& re cofa à gli amanti amabiiiiTima^il god «lell'afpetto
dell'amata^ quefto fenfo . loro antep orti a -tutti gli altri , quafi e
dalmedefimo riafea, & confitta Amoi Per direi! vero l'amore inGno che ne j
. iflenti duraviuace,è più cócitato,& Crm rùofojil tutto è poi che duri .
Onde li il fo Ouìdioammonifce che breue fia la 1 tanaza per efière fìucra . Voi
altri che v Ute renderui grati alle donne ch'ama crocacciateuele cofi profumane
che n intorno a ìquaHiion mi ditto: derò , fi perche £ peggiorano le co fé w
volta ben dette da alcuno, oue non lì pò fono migliorare, trattandole,
ftperctie sparlo in vna certa generalità , fecondo , proportione d'vH'amore che
non ridnj mai allaprattica veruna di quelle partii lari ofleruationi dell'arte
. Tali fono le e lombe di Venere che ci conducono al ©pacobofcofacroiProferpina,
la qua, yiene efpofta per la fecondità , fecodoch inuocaua/ìancora dalle
X)pnnepartorie tifotto nome di Giunone lucjna r il eh quanto hafebia
pr^pjtKme.con Amor non è chi noi veggia^riel qualbofco gei moglia il preciofo
iieJojiekami , & nei I frenai ^aireé di maniera, | ChgfueUqne vno
ytmm^nunente forge ^ > Valtro^ftondegii***1 ftm^e ntetaUo.QU£) rami, benché
fiano fteifibili > nondime fono materia à gli aurei ftrali, con cui, cefi „
che Amore fiede i petti di colorò, mali concita acì amare . perche in vere,, 6n
è faetta la più tenera , ne la pm tacile, rintuzzarli dell?amorofa , tanto poco
di paro, ch'ella troui dà principio ; e tutto danò Clelia fa, procede dal
^Iettarci oi fìefsi d'egei- trafitta , e bene fpeiio dal-» 3 fucileria a viua
forza di mano d'Amo - t quando poi ella è penetrata, , perche^ orce lapivnta
flefìibrle.quì è difficoltà, uì è l'opera per traimela fuori. . '
^DalksomiBdioueliiramijdebbem- name cogliere due 'frutti , aurei anch'ef- i dà
pr'èfehtàre-dr.nia propria,oltra quel- uche da CùprcTihe, e dall' Amabilità
fata- lo offèrti . V vnò è il Beneficio , l'altro U Lode 5 Tetto nemesi
Beneficio , intendo) oeni artidne, che rìful.ta ad vtihtà j ri%U£s dio la vita,
ò le facòltidi ,ò qual.fi yqgh* altra cornili edira .rione il più tenace vin-
tolo da còftringere gli animi nobili, gel Beneficio ": e non èiaetta, che
più al viuo trafila vn cuor ge'ntiìcdella memoria di- Benerfcionceuuto :fottola
lode cigni £o- fa compteudoyche riguarda l'honore^ e la celebrationedi colei,
che s'ama, di rais ta poira'artc-h'étla.xftei canti ddX'è'Sirene» f I eoa if 4
PARTE' con li quali prendeuanoi pafTa&ieri,n erano altro, che iodi loro,
così dico prefloHomero. Vieni*, o molto lodato rlffi , fermi . La nzuej grand*
hottor'dd Pam*? Greca Beneficio vuol'efe pronto . mòftra,Òi morato di no
hauer/cofù alcuna maggie mente a cuore, che di gratificarti con & nefacr,
la donna : e non folo , fé mille ve tem giorno tu la vedefsi-bifoonofa deìì\
pra tua, tu mille volte il giorno la dei fi derein giouamento dilei .
apparecchi; tó dei continuo,e per neui, e per pio™, cper fiamme ardenti,
fenzamQftrarÉim: ne renitente, ne pigco . ma afteortfeinio te volte a i dar
medicando «ccafloni di k cofe aieidi giouameatoy erdrfo disfamo ne >
indonnandotene bene fpedo molte che poflano eflèrc da i«i più de/ìderatè che
domandate fchemoiripef no-hauét altruigratiadelbendicioridiieftoi-òpé non
s»humiiiare idimàndarnelo, òpur lai fi voglia ama te. e nò che ti vanti d'ha -
;r toccata colei co'l corpo , la quale per mentura non hai toccata ancora >
fé non • ' 1 no me j ' m in lo da n dola-molti ancora ■> quei fauori^
ch'ellacVt'habbiafàrti , ò * ì per farti>en Meritato, ti -/offe faura #
chtéè Ttoercede- e dopo ancora t'hwrti bé bi fupphcato , fotti per ottenere .
du si ci -Cofafia eflere ma morato , i ntendedòc io dico . feruendo . La tua
Donna è ore f liofa ? eterribi le* -è fuggitiua > odi il p Setter dell'arte
che fammoiufce.foppor rn?afcro , ^fiiàVanknm csn tanta ©bedienza -, che
àòfìJeìq' coni i*fòftaWcofa cofì ^nde chelo>&auent* fie eehiiumile chele
ofefcegiij j^oai bu£ **fafc ■**&&& taiitàu totò,ay3,i^hn»che iw
«ifcmaicarrioiandi a ^SSai^ffione/^Uae^ eSa'rà>óa«w^toltwrapremi_o-U^i ****
PARTB-- ' W.oafofo fiaceoinmodi alinea/Toni aesagsBsgss vsZt^T**"»**»
«mugnai * ■ me ? T E R Z A* %**^ *{omw& có Didone' vt ag^u»gc. ìm fttrgonfù
le incorniate torri , fon l'arme f&U gioitene maneggia ,
)l(ms*app*reccbianfict*rr,ip«rt celi adoftii modd«WÌla d«bte*mf |°L. *^mea «ne
tralafciafe apportino infem«,ifcraii te f okTc 4ererminarei .Et quando fi ripi
gna ad amata Pier cagione d'imp^fehoa ^oliAannofida»uu«rcir dueiofe. M 4W -fa
fflofia a lei di.pigljarlemal vpiótS ^ma^iaon.potercontraaeni^alJa ni 3KSJ:
la^a che quanto di valore* ma mko. Ma i^igfcadeil » peOònb^di -^ * f amc*e ^ma
che noi er coS ffftf^"^* vernane ^me adafeherci 4a-^om ,akri n^gociL
ft^"*! 9^* «* ■ * tiWreWtetofi Amore «t^fl^t nià peltro ci vuole iolleati
& ddigeti. Quantunque vagliano aliai m amando ifcedietòa,*
Ìa'follcreittt£rié, Vale non* ■menofópra qutffte -la fermeiza,la quale ^ntóte
defidero tale, chétenapofFi fc^ncm'Vé^giaitfluil'amàtà giamar *?. ànimo cenno,
da cui ella polla argome- fè-l'animó cli-qjtféU 6 impiegato nella ier
itfrd'alti^pe* quefta fola vma5per que- a*Mì4:$clfrn^gitidico io pnuo di follia
tsmnk drakum5iqualiPenfano difor im^mmm le amate loro,; fesfl* *feftt^òutln6
d'aeéare^zarne altre, & EfllOCO lemure -nnj/nv» , . feriti* di'
Enipe^ènònon J'h^bepofle éutaf ma^iù mmfim quelle cofe che ai . .._.-» * i-_«^
u^ià^Wp. ancora che tal «e al ttottJ»«»g; le fi mo(tó No trentino da F*J*W ò «e
1 «r«gr*ffotóieétf* del? amo** traut*- r .' * ■ Viri VÌX* (Pimznti e vn
reintegrar (Catntrt . in quella guifa (dice Pluta^cho) che il So le,p,er le
nuuole,&.per la nebbia fiiol man 5%* l f^gg1 P1* MUL, cofi l'amor dopo 1*
**£$& pi" foauer& vigorofo . Erio qua,q tc\l^»,f?^(firrchielto
ddgwàicio,&, fe$!B9f °: dell'elettione. intorno all'amo, re, da principio
facile, & ri dente da vn cà* to ; &alj:u,rbuÌente3;&;
d^cile,dall'akroj megliqfenti^ri di queflq che ^li quello: non tan^o perche
fogliamo, noi naufeaa| IffrqCe taritp. facili divengano à fatietii m#per io
contrariale difficilici riefeoao, a^u.ifìate c^e ilanq^i^:ca^5& iiletteuo
li^!|gr^ooej-cheq^apfte^e^fo,^ ma». iede#o vilume ito quando Paraq^^ijjcQmiiicia
coi* quajGhfi^cplta,,a^9mfjr«)o.^ncejrkà^ perjla,pajrtft4ellf I^ri^y^^nanimirco
5 pouanvjc^n le par. pie 4iPtarcÌK*.Noiv i di con|qfic^u?ndqa» aj^gra ferk#tf
■arti diuifo, la tua don ti firapprefentà adeflo renitente , man •ne il Wtì
decoro . ti è crudele , che lai^ ideila non fòccìà^r prou3rti?eorgo.
^(a^tù/httoiie^m è feroce,^ forn- aio VtlU ^fi#nofeente e tu ofticiofo>.
mbor^V^tìti^todonarf«al COm€' Eìlin^Sreci Mre/& ^erràma ; £J èm*m >
d*St*gin, ch'e fopporta « ^eèlro^^afe^tommoueri inter i^fcà* deUa'fiétà nel
pecco ditóla Do là4a toietóa-jehelà^ottura^ Et fi) pur U j tfro che non è
créatura al modo>*e la pur . 3JH 161 PAfc^I • Le mojìroi miei fiend*huniUta
sì ver, " JCb\a fortigni [mplegno indie tra tira, & pure noi; ti p
otefti o e òftantiffi mo marno- r#o, contenere fra ; 1 .termini delia
fóiFer& agt:J ch'io t'odo dire. ZJL tamii e ù dhkrfi ^ormemiimfofèrf; Che
alfine vinta fè quell'infinita ' pila patien\a3ejnhiùoyfthhlla vita.Uqujfi #©ne
ha'bifqgno , q & rifehtìmento } o di rimedio : perche nalas'habbiaa
conuerci- re in odio: che troppo è, gran d'odio quel- Io-i nel quale fi
Conuerte l'eccetfiuo àngoli re ^ecpndo chearrcò dir lì fuolerla corr*ot tione
deUjottimo effer pefljoja . così dVil padre, tanto amabile quanto e l'amore^ né
•viene à nafeere vn fièliuplò'tanf 6 òdiofo. co^ri^P0^^^2^ 'che vn,oi
bramiàmojper ^ffoi^ioliarela c6raa'hoij perciò incon* t£andtf inperfonà, chea i
primi incon^ definii.: m^uandola fcpfgiarad 'affatto; jibeHàte, econ;e
iotó%ii"tàWéi| con naa Ìe3Ìa>ibbua^p>oV^ ?K:$MW?ft£ $ eS f^o Bell'odio
contri &p£rf^;f d? !>& an;a la, di quellq,che ci fiamó portati b e
«*p V"6f . ib -di quejla* nell'ani oxe.^cV^iperch e fo-' |fc£apiù forte
dell'amore ,*omé alcuno pò. fcrèbbe giudicare indotto dal vedere , rio clcia^e
che ?m ef^ace^ìì. appariamo dì affaticarci in ributtar -f o- ato, che insultar
limato, cosi gjflS tànimali' ff aftengono ancora dalle cote; Stabili , per non
hauerbattiture'f rr» »rche l'odio è affetto più fendbile, che on è Pampre ,
conciona chdarnum^ ft che ih noi prodùccper eflfere cjuafi td -a natura, &
in atto,'pm fenfàtameUte^at, fere itUoi diquella dell'Amorccfre ^
^!«a4ùrale,-6c'in habito . ^^gl enfibile ancora è la fatica^ dell'atteri- lere
per effer grani, che non e la commo- ìita del decadere , eflèndo^uefto natu-
.-tie, quello contra natura . umilmente •il ^a-ldo della finnica , febenenon
*n*l catopèr^f^ióìiuefato, comfe;inl%i^. perite rielfdfienta: bMg Lignina
dell'odiato ^aogtorment^ l^rbaycherion^ laconùenien^-, PamatoVintendendo in
gradina le l£- loaffetto, el'aìtro; Ma l'amore nel re fta ^erafnétéépiù
dvte'natura vigor of^co^ m PARTB ! ne,che al male.ne feeue,ch„e fia ma»ai«
facondo ft 1-amofè, lell-odlo ;.coX i*i e»»- :.v SRmtt a coiluertfteih q&o
; perAe no Ianon approuo però l^more c'habbL fejermitare in odio ,
ncfiuQrifco'iqS «moxiiBiante: Accame por dou&JZ Aare, d quale tan^/piacque
iScipioqS ch*egIiAegò trouarffvArp &r£v£ JT.\ j : i • wuu ari «li :quiftaV]
- ~p«»-ai a «unione , a non apmgjWraà coJoroi qua], pelame per alcun ce mAo pai
dbuei-'odiare ouero fecondo il Filo- JWg ilquaie folten^o, ^^N^W" fM»fefe^
^ucor^ttamen. «^lafenccz, attribuivate, fchei; 2.aMaraale3 dicendo. :*{**? C/i
f I R Z A. n» tell'akro . Habbicpsi vnpet*mico,cbf penfu ch'ei porla cruentarti
mmieQ:n# ffe,chetuhabbi^ainimicartialufr>,r^ bene , ch'egli polla
f^*Ì*W&&tjm , ì te , voglio ch'ami con fermerà» ^j turione dì non odiar
gìamaj 5 tyfMtfft yl'auuertimérko;4i^artiale,npnti laici ■ maniera tópratò&
che nóur#«^- r* ppdeftiò^rlfentirti alle occaiioni dienti i o ili r&ièdSare
a 1 tuoi danni- li imedio^rincipale magnatoci M Petra? ttnonp acuitone in
uifteflo >n« nconefcdhfee'ilGiafigliacci, equel k ^e^irnòfliàPTando d'
Afluercu. \fVo^&^M0miàifi rimedio , ì'tyJtoètfajie'fi lr%e chiodo cmjjand*
- .1*1. kiaFrimeéòfi e^etféaù uertire, dà oon a* fefetò^tìlfSi^^vnpittix.f*^^
fiutare , cérchi meglio, il chehafli da oli eruare sì p fé fteflo , come ancora
per ma iìfare aMa donna per prima amata., com* 'huomo no fi era poito à
difdiceuole un* yrefc* eflendofi impiegato nellaferuku di fefì e queftàjótfè
érala cau&> perche il Poetai cheftimatìatafua donna di m*nta .
incopar'abile', p tutte le auuerfita, ch'ego. fòfteife, non s^dnjlé'giarnai a
dire, di va . ierla lafciarè 5 àiMperche n'era irato ca- iunniato V^compble'
Quella imprecatici*. Cosi notatile* oue cpnchiufè, che no ha» .:.' reo- *n * A
# Hbbe farrnto vìuere con alrra . Mi nonàl- menoafsicuradola d'haùerla tempre
amij tó,e d'dler* per amarla ferftpré , quaiii «lice* . Tonon fUi d'amar boi
lajpcto vnquanco , Madonna, ne farò mentre ci? fa viua . nell fcje idei fónctta
ff rifènt?,.il difereto modo del ri/è;*irfi y*&\ fòitehtar la parte
fitòfeò^digtiifdE, toccai « |ò Ja donna Tifi tóudj cón\e quella, che^ dia 3d
intendere d'hauerló a tiranneggia; re 3 in maniera però, ch'ella -non fé ne pd
ia.cKiaiTiarepffefa, mapnitoflo flaconi* -Ouifa-ieruitiì nafeeil Merito,
ÌVterRàn- «Ìo :nèriti;fono altri generali^ altri pàt? Ìic(il4nv g'èneraliTon qn
el li, che Vàttemid sbjfi?iridu]tlr«Ì3 tófrà fono atti adacqui- Aarcrcredìto, e
iauore appreiTo tutti corti munemente . e quel valore , quella virtu^ $he ne ìà
degni di lode appreffo de i buo3 ni , d'honore nella nefira citta , di fattore
dai prencipi, quello iùefro è atto a farne rnerkeuolrdella gratin di bdh dona,
trop pò efficace , e penetrante /setta è quella, della» virtà $ pertraffì-ggere,
econquiftarS gli- animi, che ferbino velUgiodi tiobiW ta., quanto maggiormente
poi impennala» ie\Vaìì d'Amore ? Vi folio òltradicSd* me * 1 & % z % '
**& tói parcicote di^uardand^rett;a^ , Tamata, perche non baftaa fare opere
m'elle fian fatte per cagion dilej.il pnt o Merito nell'amante fefó«BWjSSSH! 3
bene vno.p.er altro non meritane* affai » pretende^ demeritare, ^daard$
Ste.rteondòtoitoek^rtuf^ *valorofo , e in qualche virtù Molare
miellemffim^te.chràllé^nne p&noefle?grate,e;ipendih|ueran1e-; .tare , e ad
ottenere in pro-retfo la *rau* eli' amata per ritrófa the fia, impiegato Vegli
haura tuttai'induftria, e valoriuo llÌ\ronta , & affida {eruituj^^!%
i.mi,& ffità0mh la P^nìétte in m 1 tutta volta che nbyafappiarrK) prenda U%
ehzai^al confidenza òche Arno. § non potrebbe M&&Ì ma follo cafeb. 3éfi
nelventre della infeconda mmSj\ perebbe merletto, & no* dubbile Spr;o5Òpure
Oibbito nato in guiva di mo leraza è KoSkice, è la nutrie £ Ama *Vov £
efJzWlytt&Sfère LuCltta,& Olte- 8 dire la bellezza quadre di; Amore, }a
Speranza oftetrice e nutrice ,dalla miai*. m% non ha (JP^HS *I4 PART E son ha
fpcranza ò ama lepidamente v tutto non ama . con* la Bellezza cagiona éefideno
amorofo , Ja fperania Jo forti! fica , & mantiene . diceua il noftro
am«ftidat ppreterirlo . a e.àncqra giunto il tempo , tu non Cei pet r*vUi$
aA^mine • camjnapiù oltre, fot *f f1 ^i'più É$e non credi vicino: il Petrat
^•vn, tempo mi^e^. quella Jpietata cheda.cJbje,s'accorfe che J amam , $
èmaggiórmenteiian*ata fem ore io orgoglio, all'hora che muti fima 'tra
ripugnante, forfè che più ti diuenv oiaceu ole , che fai tu^ fiaU^etemp, o ì; ■
P^H^le ^^Ppl^'è maggi orme^. « al Sole, oppofla di.mpdo che pare;chrogreflo di
tèmpo. Vangelkajtg^eldoLenfo, ti Paria del bel vijo, E degli occhi leggiadri
meno ojltsra. Mavì to anco di quelle che in "progrèflb fan *gio . che dirò
io? Te non che al tutto americano d'efìèr amate. Maperche altro è l'acquiftarfi
la grana damata, altro è l'ottener fiUOri per i' . ^uiftata, al Merito fi
aggiunge la Pre- i"era,che venga à traré à luce óuélla °;ra j i che per
auuentUra nel petto di bella ? . tana ftaffi come tette* , ne Affijgg che fi
tromS'qtìahdò^òtìne apjpilt ftgnale ♦ , gilè gratta è queilache il Tòto mèrito
Wa lapreghieratfiiteiente 9dScqlgJa y ma te Ifagfi^fti'ò ctfè tal gràtia
}rt?ga- ,& ìnf ralTata dalla rugiada d'Amore ger ó-li fella reconditi
fo&tffifhi: frutti fo°gna SùppHcare^ m?%%$MP& ' lo nohrè^éPt^nceu8?é
moltetofe fuor , \ÌtemiilflRàt& piviere I $^f&% fe zx a ili ili
ausici**. ifUK«fi n^m tttite for— . ••- *ig P AKTI ! £a ,,fe n'adira,& non
ci dona, Te non e inuoliamp 5 ma ad ogni modo & di qu le che di , & di
quelle che nega, piace la Donna , & fé n'alegra d'eflerne preg è necefiàrio
dunque lanciare con Hip] . mene il terzo pomo , Supplicando . m fuppliche
amorofe confiderò tre cofe. j mifri, Importunità, Pianto ; le preghi come fono
fuperbe non fono preghie. ma minaccie, cerne fono troppo nfpeti fé han poca
efficacia ne i tribunali d'Ai re 5 come non fono Jamenteuoli non fo eloquenti,
nella .hurmltà includo la p. ceuolezza,ead ogr^modp la difcretioi nella
importunitela foJlkitftdine , $ flar fermo in pròpoììtor nel pianto o^ atto
fatto in prefenza dell'amata per ce mouerla i pietà, quanto era humile,
difcreto U noilro P^ta-'che dice. . rt £i mi ccnàujje xergognefù e.tardo
^riveder gli cechi leggiadri yù/ìj io Ter non ejjer Uy grette. eJJÌÙ m\ gtardf
elianto era importuno , e tenace di proi tea r : lo atnat femore , & eme
fme «necra , £ jonper aìmrfi^pcrm ingUtno . a . ciò chefegue . quanto iagrimofo
ì Tiot4Cìxmi atnarelagrime.dal info , Con invento ango/Sofo differì . Hum*
dcbbee/Tere chiunque ama, non pere: puiilianime >impoituno , non mdifcrei
querulo, con faiiidiqfo.. confile tai'hoi "TE VÌA. V17 pérfettìone
delPhumiltà , invn'oppor- no rifentimento : della importuniti, in ritirare 5 fé
bene Amore preflò i latini ifpoftain vltimo la prima lettera vierte :ar Mora ,
che lignifica dueccfc Indiì- o, & Importunità 5 nondimeno mol^e Jte
l'accelerare vai più che l'indù giare, l tralafciare > più che l'importunare
: fi me taluolta è di maggiore efficacia vna ocóda domeitichez2.a,vn
foghigno,cKe n farà i! pianto proprio. Ne fi penfi che imorofefupplicationi
nella fola voce co [bno, fon preghiere nella voce> fon nel* fcritture , fon
nei moui menti, fon nell* petto , fon ne gli fguardi , fon nel filen-» òifìeflo
: ogni parte del corpo,ogni mu- ti one,Ogni cènno prega* & fìipplica per
ttparte dvzif orgeudo (Ufficiente portiò- e ad impetrar mercede 5 fecondo
laqua- tà della perfòna con £ui fi tratta^ feeoft- o la vàrretà delléoccàfioni
cheli prefen- ino, & principaimente fecondo l'opera- ione c'haura fattoi!
maghile Cupida ella perfora di quella dona > ch'è amati. Quandoi primi due
Amóri próceden- i dall'amante cominciano ad hauer con- ratta domel^ictvézxà
tale con quegli altri lue dell'amata* chepofTano à vicédafcher ;are, &
folafciarfif all'hora vengono à lu- x quei fcttiori*& quelle ricambiate
fodif* àttioni7 chericompenfano i pàflàti danni k £itiehèàa|ttetsaìidè&
appagandoci d.e- K fiderio *l* PARTE fiderio de gli amatici, di cui diceua il
Pet • Fn poco dolce molta . amaro appaga : a Ijhora fi fa quella vinone almen
d'ai me , oue non.fia lecito dicorpr, nel quale confi/le la inefpUcabile quiete
e t «juilliti, ripiena di quei contenti, che n temente fi pollòno comprendere
da chìi que non li habbia fp eri mentati 5 ma efpr mere affatto non li vagliono
ne anco qu li ìièeffi, a quali Amore fauo?euoliflìra hi conceduti . Ma fé vuoi
pure ch'io eip chi alcune delle grati e da cui non fi hai bla a ritirare
donna.per inferuata che fii & zelante delrhonore. Io l'eftendoi qu( fte:al
dar la mano, penla vnione del cor» (-ejfendo collocata la perfezione -d'Aitu T£
nelkrvnione,) al gpardo , per radon di quelli fpiriti trasfufi per li occhi^Eca
co debb'io porlo ? .porrollo pure,a' crii 13 piace.non l'approui : per
ra^iondel fiate eidèlle parole interpreti dell'animo^ foi feaneora de]l:ariima-
itìéfia ,. tratta7per tt ftimonio di Socrateyalla fommiu dei la bri, aiBacio ,
al quale tantapnì ficura*r te trii elìendo, quanto che 10 lo Veggio a p.rouar
da [Piatone , e dalla eonfuetudin j*ncor verde nella Fràcia^oue li baciar de
gè, fi hi per creanzahonoaratt&rna.E oc to quella mia maifima nelle co fé
d'Arno te yche quello non fiadishonorato att,o d frrfi\il cui nome nò
e>ergpgaa£Qda d\?i però l'amare, il guardar^ jlttiecsr^.e ii - • " . ;
• , . -« mil TÉ1CZÀ. taf ImentéSi baciare, non portano fecoak nroffore, non
effendi *nomi d'atti ver-' ^nofiscome farebbo.no altroché più ol» /procedono, i
quali i bócca aperta, fe- ndo*! Tuo proprio nome pronunciati^ tì G
pofloriotoferaie dalle orecchie pu- elle, rapp'réferftando étti cofe^ergogho^ :
lì come àncora 'liberamente honiinia* o occhi, orecchio , lingua, labbra, ma* :
y ma andiamo il lignificato d'altri me- ri ammantando1 con paroIe,.che :Itro
"fi-, rsificano da quel che Tuonano : comeche membra tali , '&a^
-intendere (pilo èffère e ch'io m'inganni) che quantunque non' atto ciò eh' è
lecito fra gli amanti fia leci ò fra gli amici 5 nondimeno a denegar no
'riabbia a gli amanti cofa iralcròi ch'àv 'li amici' fi conceda, eflèndo
l'amorel'hi-; forbole delì'amicitk. la onde non dicati unnica, ma fòprà modo
cortefe, &argu- ià fu «quella rifpofta d'vn Tiranno, il qu'a- fe {limolato
perche taftigaflè vnf giouahe, che ir».amrvràtxVdelia figliuola Tua , in^u-
blica ftradaàffròiitahdola , baciata ' Mi.àr- uea j diffe . Te
nèi'\to£lìàmofar'maleà chi n' amache forffmbìàèfti ne odia? Ma quàf bacio
concediamo tfòi all'amante ? ilpu- dico^uantò à mè'^ma quandi vifei con- K 1
dot- èottot fel tu ben godo 5 fé non te'l pigli tao modo, £ì tu, ch'io «oa ti
metto brj glia à bocca. Ma fi come non fu mai cosi grauetrau £|tip inumandocene
non fofle alleggi erit col l'aggiuto di Filomide, & H orario la chia- ma
ridente^ approwandop^r cqsi grato ji Amore il rifo dWB^^ki^ig^.2^^ K> 5
nondimeno Araope £ officio^ d«£ ,I".L;^.H'iA#efaK)rvittortofo.Qaeli« fe
della ifle/E. folhn?.a d- Amore, £ com W anche] ombra é corpo ; ma è cpme fi
effetto, fenza ilqualeVardente ,e ve« ?moreflonpar,.ch'eairpolla. impererò Che
quando vna y„ti pnfemcacememel rifen/ce ,n,qual,chevcprap o:tenèfla, fcac uà
allora .più Vjg«*Smgt«e V°nuiW2 gmnte Sedendo rjmorc vn m^n^ efhcaqffimp
ve,-fo,la eptà amata, cerca na *Wfe o al godimento , ó a?la cu 'e- », we/a
dmenire; tanfo, masaiormeoa ^ ftmqueJlr,;dr£llJ,fftrpetttaqd-a,(fi tei* za- **r
nt€Oua^quelbene r che amiamone^ i fetale V thè per altnn pamciparfi* flim« tfoi
-ocMfiòtic di Geìofia, fuorché r ce' coféi *hé «Hiatfdo bene ad altri le«)
^>ellW oocreredèlla fin|cfc«ta,n» Sffl£S»«fe»«f i effil cortame*. *Kw»«P^
ccfcttìncandpS •» m»|^ a**** à*2SÉ M W drf$i»M>i* tentennare àfeuM 4*
feoreèil^Merareai-goatrc. ».».".--- **4 HUE | trui, non ha per principale
l'amore , hi 1 inuidia per principimi chitolera ozi tofa, pur ch'effo goda , hi
J'amore iftS per principale , per cagion di cui fofferi ftequello, che J>a
tro per «J0fo non fol ferma Mi dimanderai fé fi lecito per G Jòfia ( formale al
rimile, detraherli, diinee Ciarlo» Io tengo di nò. conciona , che to
ito,chefeicofaperremedefima illecita, diueti cattmo,e vieni à detraherc alla
bo- la ricercata negli inam orati, okra di ciò, che fai tu di non t'irritare
contra la dona; facendo atcione,chel'habbiaàrPiacereÌ s ella poi-tana punto
d'affettione all'offe! £>? In amore ficonuien procedere coi deprezza,
e-galanceria . Vuoi ch'io t'i nf* gm di danneggiare iiriuale, e farli male*
jforrati di far meglio di lui . Molto più di fconueniente epoi lafciarfidi
manieVa tri /portare dalla Gelofia , che fi venga acf ok
^nderel'amata,comefeceHoralio, che intendo Lidia lodar TeJero, entrò in ca* ta
efcandefcentia,che le die infino dell V- briaca per Jatefta. À Vna forte di
Gelofia no» fi debbe ripm liarein We, la quale chiamaremo ( fé cosi ad akri
piace) oculata,* circofpetta, «iene , & a Te ;fteuo : perchTaitri non ne
auuantaggi nelle atcioni amorofe ; & aUa iZ^^ ìh Per note ^uragd! «■no»
fiatai € y*,^ ««*«],„£* e fecoav Tilt za: tt* condoquefta,* diremo piùtofto
2eJ^ , che Gelofi-vn-altra non deapprouarfi, m vn cedÌQàrr2#oneuole , nfulta in
ofj fa dell'amata., qu^ »rk>t; Vwcomt Domi mvnvtmrefchtmo^ Celi vn'bmmvim
>> fitto vn pmd^ veld. Seloiia nociutilo. foto perTe ftefla a quel , di
cui s'iropadroiiifce,ma ancora eraue Ilcperfone, di euHtfofpettaVe maPage-
^Imente tolerabile1?ercheil fofpettar ttor dirasi©»^** far* entrar ^pefièri
nel- IZSmH^^^ al fofpetto.e co JSStftóVo^ alle cofefuev tn* fe di femedefmó ^be
non tema tal . hor*> che lado»na.mtómaméte fegmta £ t do- merò , .nonpieghi
l'animo verfo altru . 6 Sben^r Wde i fuoì * lem c^u* w,enon fi mu^ adanuidiarh
ad altri , d IheegUefncairdménte non e inamotato,* Lrefeputa il fuo amore
giunto aterm* feche non fi p^a* altri pareggiar e,no Se a^Kianta^tale era quefk
^elPe* twcaSilaSISsTatóUua dtnoft effer log .'-(.-«-««or',»; 5WP«ff^|ft,?9^
au4àa/&ft toffiwr.o,, noq ^o quando poeti «a fmk > m*^tfzriQ3aL cor mi
nacquej mi «prouo jnfin.nelle midolle 3 e Io cófefe. -C/j
ocehheUfrometfonfembJante. humtm Bacìolie •■ sì , che raUegtò ciajbtnai ■ ro
che Quanta Amore, h-r*™^ j™' ~tlT ^ ad ombreggile ^i'^ppofto^nneh^ ^ non
parte^pi,^ luce. a/nplo&, eh* ȣ nlcaJd>^^i^we.reggfan>o iWaimtt
je^uenire-ìnei, corpi., j ouah vogliano* ben effere Sparenti, che riceuefein S
la *«^y w-parte ^all'altra come icuh" da9(idel r^eikluce^ nq^ffondano
I:oii |ra,,^p^qiiaJmeii^.f4cTó:dQ^p(ui2 ^menahaurano dell'opaco, e delt'erreT
cosi oiie^q'hanrino M*^}*^! £>s g^TOnq dopo qudt'om^^^^ fc, della fieloiia.
,Ma,aae^Jia^Wno^ itano , pm chiara neJla parte oppoftl la*, fcie^iina trafpam.
quella luce amorefa? fcic vi foOe Temprato d aaimo-c^i can^i da^;Jimp,d0 come
l'aer,, quando^ n>ai A ' to' T E R Z A. **f Xira^i d'amore trasfonderli mafr
££33U ne ******* fecrdo ,fommalua capaciti , « «-rUmu 5na fuìfeìimata, e per
amor ^™^ • ancora ?ìi amati da lei , be n deuna 1 a- ^XluUotale, fra i più
efquifiti , e ÌSSo gii alberi del giard^delna Hi, con cui vanno# amoretti
Tenerla E 3 talìie quadrella > che ^opranadopo «omii taU infomma i bofehet ,
per cui Sendo le panie, e i ^cmoh fmorg per imiefca^glf incauti vgcelh,, nella
nuartaonftdeiAUOnepropoiti. «. e A. -, -■ .--..••- ; in j y**a « hp ■ ; i o
orni; »"' ': .'- ;** » ( I " / y o I PARTB QVARTA. - V e 1 1 1 che di
leggiero vengo- no aauiluppati ne i lacci amo roiì fono vecelli : vccelii,
aerei per volare > femplkj , per effer prefi j piaeeuoJi, per efler nuditi :
loqua- ci , per apprendere à cantare . Prima fono vecelli. Amore e/perco
Vce^acore quai col kccio prende . qualcun J* panu, del vi- fco parla il
Petrarca/., ono,? - ^t mor ctoefoU t cmr leggiadri inuefia. deÙ farete,
Tifteflb. **mor fra l ber bevn* leggiadra *e$* D*oro9^diferle^fef^Vftr4mt3CQu4
fu 1 elea, o eentihffimo? ,fl 3 VefcafU tìfeme ch*egU fparge, & tniet* .
Dolce & acerbo ch'h paterno & bramo # « *ouefufti,ndI? £«o3;n.i j In co
si tenebro fz e jhett* gibbi4 \rc ^mhinftfrmipoyQ^Ufemenjfa^ «Tciamo à Diana h
Bere , cioè gli anima* feroci &fèluaegi, neaùtj d'amore 3 in- capaci
r-T - ,Sorf* the jnco canape faUotci* rrtanim* gentil davncapo,&va- *$• va
n T E . fioni il foggetto che fì per amore, è egli i Colerico, perche amore
voglia i'huomc loegliato&actiuo? parmi di nò: perche lo vuole itifieme
.paticnte , & perfeueran, tegola che ripugna alla codrione del co- lerico,
troppo fubbito, & impaniente, fari ferie il .flemmatico, perch'egire tardo
& ^afpettareconpatienza> ne ancor qu e, ito : perche amore richiede
i'huomo cai-' 40 .& diligente >:maiapatienza delFlem* M*co.e fredda
& negligente, opure (ara- li Melanconico: per ttouarfi in queilo ta^"
ie.piu efficaci le impregni, che in tutti Zh altri >i ne- meno queiio è
àtropo/Ita ( femphcpm^nte par Wo ) perche am ora y«o e>l:ruo£eguace- ttU;^
m^ k irrmreffiqne nel ^elancowcol è Au! pietà & infenfata, itiredda >
com'è il foco nella callidità- ommamente caldo 5 il fimile aumene del E due
paffute , delle quali l'humido e pnv tòtuere atto di quello che fiali fecco,
tperciò le cofe trafmutabili , s'inhumidi- cono anfci che fi lecchino : &
ne 1 fossetti aldi & numidi, quale e lacompleiiione. kn^uiana^proportionata
all'aria, più agtf iolmente s'introducono le forme che noi «Wiiamt». equalcofa
è che richiami nelP tólerilhuratore Rannodai pigro fott w lauaturaiquafi
addormétata, pene ger (tioelies^ammàrttì delle vagkeifpoghe,fe tóifhumixloche
fidate auuianarelamr dò caldo ? .onde è detta ftagione che ìnul- U mrnmèicmì
itPetrarca. *lZ*firoh'ma^Lh*l tempo rimetta, rÌfio*i&£b*tke;Jha dolce
fatr.igh*.* e pò WitMU-fetto, ■■ ;■• -£l*riarfCo. me farà egli difpoito al ben
giudicare vnà «pofata harmonia?ma e lingua^ occhiò & orecchio e ciafcuno
altro fentimeto co itituito nel fuo mezó , meglio femprefa. ra difpofto
verfoqualfzquJW gli o«r* tu momentaneo^irar d'occhi T^> j -•■ -
-.,.:-.mc;iifli:-: ^i/!è QVARTA. *3I UTe il noftro Poeta. '", . , £
dtbegl* occhi moffeil freddo faccio Che mi pafsò nel cuore , Co» k w fenza
temer de' roftri , polliate k* fciarlor le piume» che di tali n'hauretc «klcominuo
maggior godimento ? e tut- )?4 « -TARTE ? ta via ne difporrete à voftro
beneplacito lwbbiàtse.1' occhio al forui benevolo tal amante che voi habbute
hauerpiù toit à voi fle gk.ocijlor.,iìu^iìi^dt,conG3 ritta* mente
pacere.;,per.c^ efqfcae ditfèj] i>*fc trarca^Aoi^re. . 3-j£n;nn?;^ iJK&i
vanarelli e fcioperatj s'è abbia i far Ja.bellaidondii foggetta
nòi^he^ne|fti(ro p*a i tardi i ngegm erintua^aii de i quali Afflor'iii nulla'
preualere lìpuote, bàègll inodioj-come quelli che fono infidèit.adu latori*, npj?
vendici Soggetti d i .eiib.lui,dè ì quali non fi può ne avelie bella Dorma
& darei& dire . Colmi rri!ama,)ma accioche fap piano le .perionexroppo
Tenere > & n« inegqcijgrauiiinmerre , che amore ,noa aon è p er loro, è
vdruulgatoqud dentro. •. . Vere lUrzo>A- 'Ajwrvfil qaa4 leAcprueè leggiadria
4 eliaci ouéaiocid* Wei) fa, QUARTA. I3r jxosl è follia dell^occùpata vecchiaia
. ' [idimaderai,fino a die tipo é lecito dar alle cofe amorOfe?Io ti rifpódo
che ìlg guir L'amore in gìouétuapprefo,è lecito :eme nò v'oixftjecofa I
cótrario)fino ali* Itima vécchiaìa>& vi fono di quei decre- itkhe qnato
a$ affetta dell'ani mo s^mi tftflta frife huorrìO e dóna.quato s'amai ;roda
gioitànettfij &Jlodeuolmente in ve 5,per che amorfe non hi terminojMa dar-
àiiumioanióre non è già cónueniente imito che fia^l'huomo a certa età* . finoà
piale eti^ è d&nma delìtef *enf?o nÒ5 & p er elfer nu b fente oflèfa
d3$e-brine5 però come noi 1 veggiamo l'argènto al mento , e le bri-
Jc&tfjjCjpo , cominciatici à ritirare che }&&.$& iìamo per
Amore . & per dirla piùr thiar% Amore e Morte anticamente fra le .
jartiyóno gli anni della vita hnmana,pat» " :tggia'ndo: ehetofto ch'vno
entrafìè nei' 3oi>fini dell'altro^ potere quell'altrésìri-' fn'r la -ad;
compagno,' però douelfe ciafeuno' ftarfi nella fua giurifdittione, coftituendo
illavita.deli'huomo, così à difcretioner un certotermine, fino all'anno
climaterio pò, fdeJLnoiteriiQltiplieato'p^rnoue, feco» do chea punto viffe
Platone, che mor l'anno ottantuno dell'età fna , econfentt rono che fopra i
primi, fi ho alla meti,ha. uefTe libera giurifditrione Amore 5 da in; di in
poi, non fé n'hauefle ad impacciare, che fonerò in podefti della Morte. Auuet
ne poi in vn viaggio che fecero di compii ghia , cheleuandofì la mattina
pertempc e in fretta, perche amfeidue ancfcmano prò ttifti di freccie , non fé
n'accorgendo It barattarono, così Amore faertaìia i gio- uani \ penfando di
farli inamorare, e in- cauto gli vccideua , & morte fcoccaua le faerte
d'Amore contra i vecchi , & gli iriamoraua. del che\muedutìfì , corref-
fero, ben l'errore , ripigliando Ciafche- duno di loro l'armi prOprie-5
mtrpatri, «he per erróre erano ftaH rotti j no^ fon* no pòi lafciati intieri ,
& inuiolàtrTcòrrie prima : & cosi la Mòttéè ìffil dà ìndi ili poi ,
recidendo qualche gionàne;-.&aIf incontro Amore impàdrortendofi di qua! che
vectfriò$ma fi comevna morte acerba, è lagrimeuole, &inMà; così èridicoloe
difconueméte,vn'ambr maturo, & fenile. Maperche fuol'efléreychfe quel
fogge* foche focalmente apprende^ è&fpoitopa rimente al lafciar di logorerò
l'àpf>refa quanti cornei ctòaf'òtfelraèréydie ò nul la" j'ò poco la
impreffionrcanfertia allon- tanano chelìa quell'agente-che la viprodu ceua
dentro . Amofcancbrdie^chieda fa? cinta QVARTA, *37 Ita neU'occupare vn animo
gentile tur- ila ricerca anco di tenacemente rimane impreflo , oue vna volta
s'apprefè, io tnbiante di foco nella pece accefoche tuampa incontinente, &
con difficolta eftingue. foggetto invero facile per ap éderuifi l'amore è
Ufanguigno, alla do£} zza. del quale ne anche ripugna , come racerbiti dèi
colerico , ilntenerlo , ma per auuenturafdegnofetto, e facile atra mtarfiper
rauuenimento di nuouo og- ;tto,che lo commoua . Onde fé non tati nigua^diamo la
facilità, quanto la te- icitain ara^rgo, giudico io più, taro i*. 1 rlanconrcp^tiLciuilefoura
tutti e nelle Soni' S^e Mo. Pare tato aP rppriia)^ .airarnat e:i%empera|(ura
mela» , mci[9i che^tf fofog1! ^ amanti , cagio- . a radamente wi Melanconia ;
ma ancora, uelli che fono di tal compierli one fono tu inclinati all'amare de
gli altri . Quan o io dico > ò donne,, che none foggetto iù a proposito per
Amore del meJancoiu o -, non vi penfate ch'io quello lignifichi* [quale Viene
communementecofi nonu- [ato,e intefo , ne i coftumi noiof o , nelle prole
taciturno , nelle attiom ipfenfato, 7 ìei vplto confufoipellfintelletto
balordo, lello fguardo {p£u$iteu©le , attonito nfembiante di {tatua,, ftupefato
,' e tra- èco|ato, che queft? tale non merita ne .nche diconuerfe'iti gerite
akgra,_ & 7/i^w.»^"' w amo- *3* P'AWP amorofa 5 ma trouafi vn'akco jmr
di teli peratura melanconico , febennon è non nato ne conofciuto per tale,
tatto all'oa pofto formato del fopradetto , viuac* fpintofo, ardete nelle
attioni, chiaro d'i gegno , e foggetto à .quella coftante vs neta, che ne gli
acanti fi fcorge, hor rid te, horlagrimofo, audace, iracondo^pia ceuole,
mifencordiofo> inclmatiflimo a la beneuoléza, & all'amore, e quello,ch
nei propoftivccelli.fi richiede ,-Joquace e cantore, che fé bene la melanconia
è*quàndo vien beuuto da huomo fem- gemeste afletato /di fr'eiMàj e tacjtur-
^ch'e^lt-eià/lò rifcalda, & incita alle pa 4eijra*c*6 gli a litichi
fihferò, che Bacco ifle daiSatiri adcémffagnata, $cih parti- lar dà Pahè»j
aiìgiiiflcarè la iik»eldqùentef'car)tante/aJe-
rojecófifidehte/q^éftófòi'àggiurigerui i Baccàtii tia féiquallfi»diee Àgdue
hauè'r aerato Pfcareìo ? perche fouramfufo il vi to accende allii villania y
aliaritTa , infino Ha pazzia. vkiWfci'ntente'beuuto di foper hio, fa l'huomo
affatto impazzire, eli fi blue le forze, e però .non vi mancò alla lompagniadi^Bacvsd
vn caluo , per lo dah K>,.chenatifeeilceruello , à cui confegui a la
nfoiutione orò/e *ònuerrationi*fcii 1 cfQ-t?ollore,.ren4cilfoggettq •>
incul^ troua , .d'animo trattabile, compafsicne- ijole, che rodo s'adiri, torio
fi plachi: nel- le corAieifauoni alegro, anzi che ritirato, lièll e action^ iù
cotto concitato , che già ne 5 la quale» come incominci a ribaldar- li di
fouerchio, partorire deljrio,però co qualche lucidointe^uallo 5 pò/ come s'in,-
cendain ìommoVréj-ide l'hucmo in guifa Vbriaco affatto fuorfennato ., & à
molte mortifere infirmit'adi fottopolto, ma al- quanto più' rOTtfeorae il vino
nel fecon- do beuitore, fp/ffiicuro , audace giocon 'do, l'eccita alcantare, e
moiira in lui altri "effetti cTaleHr.iavC.he tutti fonopur di me-
lanconia, più; e meno, facondo che più,o meno fi troua nfcaldata .quando è poi
tei perata, e come tepida, fa l'hu cario più ac- J, corto» me^flconia non fono,
pve W ò nel v* Mche,.P nelle lettere, eqmndi è, chefi] -fi WBttft WS ual
cheprof e/fi onerataci fono rum.a'h^iip.iB'elanconico, e tafà ^emocnto ##ffiTW
lini p n pe* vi* a dmecar tali. dice/I ancoraché ma^ior! fflfitfflF&^ì che
^ ™^acuti * ^f.^afcgna fa ragione: pofciachc ^quelh, ^e vi Icorgono in Corrile,
e dilir genremente confiderana,, ^pajoitórari jueivol^ncuinonfe^in^n;^^ $WM
be,VconofcaitQda"chj^ia vi- ^eboole^quefhr^^(p^4 %^ì?rt%. m poftb -£è
:amaFd3 lohtanp* che da pteffoj |fa chèe Fàlfaijè ffimo-fa ragione di qufc
Itv&t.éi eiièt5viiàr dèlie dtit. ò jjche chiet- ine màn«o Vi ;fc«jf gè V ^
rnàrtfò difìratt© Llìa vàrìMj ^éj^a^refe^à^e'Jvetc^ fó> r^idé fotto la rete,
che fono "ffèggetti à propósto per amare 7 e per àp ferèddere
leVocfinTegnate loro, difp one- ^o fé fteffwri'éuete^guife, cHéfòtto là di «
ebrar la beltà* voftra, e'1 nome d'Amor^ & i loro imitàtione in/truire
altri, non fé load illustrar Je proprie amate j nia ad ap* premiere irtfiemeil
nomeglonofodi vqj •étetfè, cw.non viddero mai > dopo che an- fiora.ij tempo
hauerauuj confutate * non fanfcà-iflMi/d^,, ejft^rno 4i mp^ei>elkj >#
ooirhoiioceìnó £ 4^é4epià ojcr*jche ^ia- to la prefènza della ior 9 beiti ; «
gióuen> tu loi*ppt« fcnti 4-gft OÉ,c.m^ i#»fg«ér»Ó ti. E che péTate voi,
Q$^«ifefj&Aìtt àì-mé dodi moire, Cinthie,di moke Lesbie , di molte Laure,
olerà quelle de i Caccili, de i Propertij, dei Petrarchi > enoadimeutf
Sii.qUefte viue, e%viueri'tìeU^meaio«à, e nelle, bocche de gli huouii ni
-Laguri 3 p^r tempo: ineftinguibile -, che dV ml>|t£a]a>é giacefi infieme
con la. bejti {oro fpenta, p iepoka. perche * (brfeehe non f^on» balle altari
delle celebrare, òche la nacu> riforniate che l'hebbe> .ruppe Jafompa»
per più non ne dare ammòdo di fonili; clil (a, che nò fé ne fìano tronate delle
più bel Jeancora, dellepiù gfatioje, e per aauciv turapi.rmeriteuoli ? forfè,
che non furo* -no amate , come quelle • troppo lhm'io» che fuilero amate, fé mi
lì di , che fufler^ belle \& amabili, e nódinier.o p ruascamÉ to di
celebratcri , ò colpa di Amore, che no habbia dato loro in cuAodia vccelhca
nori> ò pur d'effe , che non fé li habbiano fapuconudrire, n* giacciono»
come del nu • À ^ mero rt£. **• minatore adeguar* in Wfwo N •>«* . iuot -u«
fé bene mi conofco deobou £»*& »rmi, Vangili. «Mft rinHo afi^ftid.t*»cho
fen» guUtcì* IL Bfe diletti il ^Iato,e 6t»lU il ventre» Vflendo fiato né net
volate , ne «* £»«* «savi Mela d\ftoto«ie]o, che & {etti* riafferri e*
tu& inulti ad afcoltare li fu o canto #oW -chie de.g]* nia.me73- «a
b^(ych^app3ghi , £birtcon»a«nia roponead\rcw m^t gopr^nderej^uf fio òfcàtf^tha
jaileiieho^rnai zoppicando verfeairipcM tgW&fgfl» ^^n^e JafttftimBaidi^ea©
am ^•ecK>CcJa«iéiKeco.^dtraad»9oanto a £j P^^^^a^n^^jecfiniii ^«effetti chi
AlSiOfp? ^o4^c%-y 4apoj^hftn'hà:iaibQÌia;ci lecondo feiMo, iao^a*y»;gsnekai*noi
effetti fmvJiaJla iUa d€&m«j0,* ; eifecori ^PW^ incanto /ìamo fo* to.la
difapjjna di queJ^ainmaeiirati. Di £euimo:g*4; nel pnmo^ imitane dt c]*e
Pfatoaev&tòrjdw^derNia* Mone dei «pme, figmficauaiqiiailjda, te
^wWttflofi** ò quandó/impàlli- diìfcec Ma perdl«»il>qu efito h£due
figriifi» catjy;o:fecondo4ihabito, 6 fetoridol'^re;. CLIC gì* uiuiu
w**u'>'f»1" " ~* - " ,.-» -_ - èèfoetsMisMptàeì' conftguirèJa
:dbnn da^o^^^Wt^cdotèiniierrib allh .Jnje fi dice, rubiconda : al contrario il
tri- (r$$Mo fq&alli'da .- ma qaelto nò ì!ch?&t '.chiamo noi, 5
tantomeno, che l'amie e, co .jutc.o^ che no fTa fuor difperauza*, può bé efler
pallido ,?e fra le contlenrezzeirìeìlè, ferbare iì pallore, noi cerchiamo di
due amanti, de i quali vno alla donna fi apprc fentifquallido, e l'altro
giornale, e col rìrrt . Ai /-in'-il»-. r\r\fFi *.M poiché chiama il:rjallore
infc nuo- QVA^RTA. m '.«nono colore, S i alo ere do,. di tinto ge- lile Tè
dolce natura fi moftrao tutto i.ma f efficace amor: > telo fece ben
mutafisdl colore, che dice. ~ ^i Volgendoci occhiai mio mimo colere , ■&
Che fa. di none •rimembrar fa gtnu. tifi pCf giudrriofiffima, come dice
c*tiatìer fàttb, ^ ccpari'rl.é auanti.riuerenté j è ^hiorto.cò- ipc appare, e
nel foretto pur moàìlpgatò» & inanello, che comincia, ,.- 1.4 OnnnAycheil
mio e or nel i)ìfo porta. fen> ra che j macilenti molto più fono lodane
ipenfìerl ,e veheméti ne gli affetti di quel loVclu fianoquefàrubicondi,
ohdefilc'g gè (fr Celare',; clVeflèndoJi riferito comi? ^jinto'niQ i" e
Dofèbella mar-hinaflero no- tÙta^coWa di lui r dille , io non nò paura di cm
éfe éf aiti ^ e coloriti ,ma fibene dì quei pallici» e macilenti, fignificado
Bru* %o J. e Caffi o . E tanto fia detto intorno al pallore per habitó . . * .
/ Occorre molte volte che,! pallidi in- contrando la domia amata arromTcono,é
parimente i coloriti impailìdifcono . & pei ciò fi cerca quale di
quell'aire atti ita più gagliardo arsomelo d'efficacia d'Amo re . rarroflìre
nàfce da due pripcrpij,e dal Ja riueren^a ò yogliam dir vergogna 3 -Se
dairalegrefcza '-..rrvha ma da fuori corrie à ricopricirci datf afpetto disolei
che nói liabbiamoin riiierenzai irràrrgiié daìriftr ■?V; L s me X :.me vene
'ycòsì ■ faceva "il Petrarca^ « 1* - Ei mi c>-ridt$l]è. vergogni* fa
v^tardo. l'altra *ft fluide il fangue.ifteffo,.che'.*ifiede intor no al cuore
all'è fìfinfecortfcfne ad incolf* -traM^oggettòjdiecon la- ftra pre(ètì7:a.ne-
-l^egt'a^rto ^griificiua^iiteflodkendo. *>tt v CturtUtite- tifa if&xdè
atjm&ps'tfjkrfe 'Chele fi fece incontro a tne^* il vifo,. lì paj Jore
procede dal (angue-che fèncendo il :"seuore graueniente òfrefo^^oorre a
luì ce» mei fortificarlo 5 e cosà kfèia'l'eftrinftéfr abbadonatoorideil noilro
Poeta, diceua. 5 ■ Ma U ferite Mpejje . Volg -. tip€vcfor%a il cuor 'piagato
ahrotft Ónd'io diu&nofmorttK^ « ó «juei che>fègl*s; Ijuindi raccolgo io.
ckèi&oi\r%bépiiPgen *il natura crrfiirrofrifre^ ma chiìmpallidi- •ice, mani
feflb eh' è toeco^iù alcvii*c^ pei* xh'egli ftfente ilcuoréoftefopertkycrerb
■& perciò-afriotììfcono anco queMicheffi©^ €onó inani orati s n^
Hofc'lmjteliidjfbonos fopra tutti poi quegli èàrdèàtiflìrna#tìenr «e ma-morato
,~ che in breue oempopfcouà ogni perturbatrone ancoro fa; (jmbmrtc* « Che in
vn-funtoardt, àggiàccià, atrrefj'a s e *tia perche-i deferito il notìro poeta
nell'ac «$j>iar di;qtfèfti due effètti J4i* C [ È^ip-^gtferUr^éàk il pnàutr.
mi viene occasione di dubitare ouarwilMjiè fti?i(J 4 JL •> . ante»
«fnteceda, & jgtf^ fibguiti aH'altmv Iono ,$iò.4tib.bpo che iJ
jyalloreffia.lVltirno i&tffL ^ercioche1 il &n gue d i ffufo alla fup
erftcic tJel ; torpòy tofto dhabbia fatto l'o&cio iU-Qjquàltfp'ltàih -, 6
ritira alc*i©re , dotti $rii ^acùr^biietìtfiTifiéd^Bntit^ij^nt tlo lo fe^f
af^leeaéà^ ^ii^i pà^JbaBgaitì en- te fóegiójcna. ? >*fc« che ritorni^ èl Aio
fito .tti prima?) &Tquin^i è che molto tempo jjjkmìXn^^floi^ii^^Hidi.jfecoodp'la-ppc
fe«te afte^atloné ài -colpetto 4ie]k 4onna amafcar 5 re. ^cj^ft©;fono
&*esM> gioni i percja^U^oftl-ó amor^ofo JPfafon« M^'^iift^U l3manci>
J*vg&fo&s , cioè io t tf Cltra *f^ ,F A~R TE *^ltra~di ciò effondo
Amore faneiuHcv audoy cieeor produceinnoi parimene ÙLtìdiuììcizz y nudità y
cecità . fanciullo e ^nmante^ancor che d'anni maturo, e qua* fopin et elee ne
gli anni e* j'mam ora, tanta JPlinrtài&i u uVifee 5 fanciullo >che non
ben ^•fermare il fkuro piede , ne rncaminarfi /uWche doùe Tamara beltà lo
feorge. Fan' ciuJloc'bi vaghezza di ttaftuHara* eo'i pa. fi fuoi , che non è
perfonaà cu* maggior* m©nte gh huomini della fua profeiàìóW deletiinoydi^queilo
che ad vn'amante gli inamoratijfanch'JIo che di leggiero s'adi* sa, e di
leggiero fi placa * pianger gi'oipiei iòfpira>riae»,ctin^iand©jh^^uritttifeoij.
voglia, colore ; fa qcìuIJ© in fommabi n con- fante, vago.tamido, andito; poco
conoide rato , mancoragioneuole , che ogni cofa amati rapeBoriliuaria>
*«& penirapcdfibil« che fia, crede t^iiicofaLcfi0ldracétq«nu doPairaraceV^nudo
pe*cì*e4laai|pre onde li lìaciurijioleuajtoeli Dei fli Regi di j»ogere>e
rai&gUÈar«raidi iti ho nore, e h>dc]oro5 corno quelli o'iatb biana la p
odéità.rnìii7iie«ta, e d?animo £n*exi4ij£ fcjro figùiftcafij per
Janudirà3(ieijfc«rp0jn6t amn.uatiiii vk;o alcuno'., è; audo-l'amani tèiiò
pojrero inàajouaSQ» d.come paueiae-* cào4*ei tu >*)udo , fca^ciowlpèr-Ie
piaggi e» per le nem^.pef l'ardo^ déi:SbieielU»Qi ., •; a r non '/ #oh trooi
tetto , eoo meriggia doue ti ri- coueri, & q ual'hora ti fi moftra jauara dei
fuoi fauori Ja donna tua,mifero te*ptà me dico tei d'Iroxe più. fciaurato di
Telemco* jieru foiri più ricco di Crefo* e diCraffo^ jè poflèdeièi^uate biade
prtìd&ce il" feccia do Egitto^fò ti fcorreflè.pj5ntìiteaoideÌ5bècii là
il Portolo , & 1- Hermo ; adjo^ni mod^d poueriflimo fei tu ò i namoraf
p> ip o g Hata della^etioÉa liberta, che noticene lì puq Cdh cotto l'oro del
mondoeontrat^are, lei (èruojfchiauo alla eatena.e pur vero quel* detto. > •
• ». "Hiffì*** liberta che voglia amare, & qua! rnewsgiore povertà
imagi nar puoffì giamai c'haueri'aninwad-yfura . la donna tua , è l'vfùraio
dell'anima tua poueroj.& m efebi no debitore.; . .E finalmente, cieco
l'amarne che Tene:- vi iittgiriJia-d'crbo fenz.alucc . . - •. h -y-h :
Lbertsnfaottefivsitia&fitr fi fatte . noa vede^nonconofceifroh diitingue^
efe>pu- re ombreggia al quanto _, fono, prà le appa. renze var3e>&
ìilu^onirché 1'eiÌiifcéz.a deh, ìecofeche vi fiapipaefentanoumacome dir fi può
cieco Amore ? non ìpétta egli alla Virtù cogóofctrua? ia volontà j & la e
Jet-, Ubne rrortiìrnKent!be,gii,re non nelle coft^' a^tfraifCgHòicmtei; lo ho
per cieco quella MftóU&ia;ixh?èt che ftor>J»»ò face'ierFueoperationi
-diiirnguejst Jt&l fciO- HA fc A *,,T .Come (T può merauiglii
«Tofihaueuajer vn gran portento "cfietàj cptal cieco folle ar detergente,
inamoraVo* Sapete voi ò donne come £pnx> glMuréti> dir ouel^io.lb no
c,ome ifeéSi che nouveg. gpno.fuor che da vn'o^cpio , & da quella ajicor,
poco:, voi ne bendaterl'occbio3elI*' intelletto, §t.xhe ne gioua pòi a ved«jxpni
Quelli delfenfo fé folgnào ".taci Lincei* tan ti occhiuti" Arghi ?
che fé beh bène u ve^. deflequaritp fi potrebbe^ cuante di tqiie ne vano
altere, che forfè più h>umiliiImo-. ftrarebbono.? qùlte lìtìaónó de gli
aman- ti loro che ToiJfe fi sforzai ebbono di pia-* ciarli? & quanti
lìratij rTjFanao deri^miferel Jì da voi dò'ijne pertìdè^jifyù&àv 6 proué
de. • perche; non lWede^co.n Ì*pcc)uo, dell'; intelletto ? ma quello ilei
ìenfoe abbaglia -' tv frl i^">7' * L'A-life ; vìVpLifiU. Co anch'erTo,
dWQfe ^|M|^ 50 apporu ,, 1, occK afe p er^re.xljfry^^i feerna in lottile^ come
chfyfa,PpJ«tta|» 5H&É&&18 fguardx^ ina non già altra che mordala
dMt*: l'amante che iipv «rt f-rriii .iva -r ri'* ia rola,^iétìuane è Òttimo
Amore : cdn ttittb che- tìa quella d oppia vrna , ond'elmeicoìaà i inòrtali ì
benrè f njàli,verfì^> : Verter n" feti" •h% maggior jiortìBUe dì
feléfthe di mele, * ^fanciulli CHi/cr^à dare ancora fenno é foio d e i beni di
fortuna. , fi chjè noninui- ; diamo l'ero eie* Itoìcbtiè £i Kegi 5 ma de i :
?eni rftó deismo ^eccipdóci 4 1 ^iiiclp^ydeì^V^M morali per" ìBeiòpri^
cì&fim^htè ARTÈ- ■ ■ • Mi'- ' ■ -. - i. Donna arista ;
&dell'emularionc.qua1eiJ Ja'maggipre alle lodinoli imprefè.di quel ja;''che
ne ì,rJuaIi fi fcorge j> Te l'amore. ci jpuò affliggere , cipuo coniorcare
ancora^ & in yn'ajum^ricómj>e.nfarci quanti afljtt Jii hab^umo gi^roai,
[offerti con fodisfor-. ^i.Qp«XilÌiruraca.Xeci toglkil cèruello)& ci.fi
diuenrar come quelIov .,: % Cktferamor venne in fì*fore.x 5^*i$» '.'>'■ ,ci
dona accorgimentOjpe.r farci fàuij e c6 •pici,come.qùeiraÌtro che dice. ."
'Per eh* io veggio & mi (pi a. e €he naturai mia dofeà mt non vale 2ìf mi
fa degno di fi caro /guardo % . Sfor^ntid'etftrtjU . J ; * jQ*#.t t'ali* alta
(perarrza .fi conface. E, q a e* Jito meritcuyple dafodiifarui . in quali et
•fetti qlirnortri maggiormete Amore Jafua efficacia, o ne i buoni/o nei
cat^iuuò doì Jiandoci ien.no, ò togliendocelo^ Rijpoè do con breuità,che Amore
fi fa piacènti?, renelle, cp^ auuerfè , G come tutte Jè co,, lecattiue pèrla
violenza che {annuali* matura f ma fecondo fé ftefto épin efficace
«uando'procfuce in noi buone c*péfp.chèj deliri j e le .pazzie hi egli communi
con jWvCpn li difpiaceri, cohPybriacKéjEzaj ^a, ilfermp , & l'accortezza
con lavi rtk, con la fapienza, della curale non eco/a che p^ti gagliardamente
operLae glìanrrru rar gioneuolufè bene con maggiore, dirrj^col- fàii'crc h
??i*perferri onare vna colaVfn che confonde itr>en fori dolci # efquiliti
ceuaHuftèrJo. ' ; f: ■■ «éf xtvi>i 9- ??$$ partir fi ddcemsnte **> Cu»?
-mtor proprio ifitoi ftgu*è\ infìitU . di taciturni ci fi dicitorijdi
negligenti indù * ftriou , di trafeurau accorti , di pufillanu mi animo fi , di
tenaci efordidi liberali & mamèrofi,eintutteleatcioni efquifiti, à*
eleggeremo àue principali pei- l'intenti o~ xxq nom;ai.quali produce in noi ,
fecondò che lì^amd vccelli inuiluppatine*larci anfra ro fi, quelli due Apunto
che il noftroaraó; |ofo jjo^ta ciprefle jnlìeme ,quadò e.i diife; In coli iene
foe fi e ììren a è ab bit " ■ ' ' È&fc V ■ v -tftiui per tempo
&Umìe.frìm*l4bbì*. ci cramttfcV Taltro^e che ne*, difoòne !©• ali **??£
^Effiffi?? ìtì yerQ 'fàpóHh*m&ir& qtfal'efFef irebbe ^0 a
wtg&wì&i gérier ofb ^rton sa tacere y.Scghu€ appelli Horatio
qUeil'àniore;ch^ nonJi; >fci*u* glduareiicàntàrecome^nma; uè sà^od* rrfef
rienefói terra viié.^jiièw> t £&€$[ ^e^ene^inf^qau^^ ynaj^lu l ^U€i
g^^Jimofpjrba^o.ac.uijunga Aa* gjonéto^ef fatò haueWip^lepjÀ^iki
q^àmeseeticciitato, ha&endplq eg^^rai^ té dall'arte di veh&r #6&fe
e.^enzpgrtejn haùendofó s'Jzato ì que;Wa.famar^»e per, & ften^nttó farebbe
irta) 4tùa, J^uèndo-*-, lo ritrattò -li mille 3ttftn>Qne;ft,fcauedfenipt£
humifi'dicòndiciòpé-, fempre ofturi diro: toinariiW&^traiiri dalla
inco^-fauella ^Uol^rrtórmohicòre , forìd'M#, & fo- go Srtèéirà'^atia
d^Àmore) fj^più foa- ói^fpiritofi cantori annouérat) ? Nò èió vSÉt--ò ^1ón--é
hàrmóhla la più dlletrèupk a Atàd&ìto'fò iiit?èTe humàn^opèritioni . per5
tftitf meriti /tjuàli gratie reiiaereiiia g noi 8&ffii eheiTójrt]
douerell^o-nofdar-* re ^''rimeritarti in qual fi vagUi.modo dp tanti beiieficij
>^'r quali fapefsjino i^j ^fig, i^cx^6ft^reV&y&e) come fono mot-i*;.
eif^^lan7:bn%o%ypiaci?iiole"t^ , déiì-i «n^H??* tW j^SluoIèTza Volpando,
ti nominiaDio^rudeJe, deteflandotiin've- cfcdi» jWèfrréfcia-rtf ^co Jpa
benetgenVnor^ -, già tii&3èldélitf^flinió^rafòneV mach " ^rt^ qpellc
rf«? ; a fM?j *; ^^ ' 2 ••.; v .0 cKielft-Hefperidi alla cui cuftodia e
difci-" piina q?e contegni- te quali foueftté&cen ilt?&
ar$^e&a^ i&lla rt^hida delle dòk^izetu^laeUérJi dici germoglianti in
rami, & in pòrti i d'o* ro$ fi cheJeoperationi de eli amainn ap- paiano non
men 'preciofe che -fecojfiley & fi ciie noèvccelii tuoi infondati iè"
?8c? felle tue Iodi, & impef^athvariffF delle, tue piume ci
ponriam!JÌòI1eu^e:'tkfl] hùr mìì terra, catando fino alle ftelk in Kóno^ tuo .
Graduine A^i *W, (S1^ N** ; - QVE- • • •. - > j v a % a aVESI'TI CpNTENVTt
NULA PREDENTI OPEKti-TA. tipi .•* Pi .qual-firte T^whi ' s \'w* 'da >quaìè\.
^^==^=dj di fi dice Dio fèmore, !- .fdegnXi.:, . fj ;, : ^( zg) ^ercjo^
fbqonfqtfm'a $e venite fin àsjnna ,cbe Se: pfjtytxre fi^fer Disino , ò ^ ò la
Uelleiga, cH Piacére. j £ Come l1 Amore}qiiando termina ne gli abWac- dme :o.
~--~— ^r ^Perche pu fogliano dilettare gli amori diffì- cili, 0$ Se il
Defìderio Jla genere fi 'efficiente } -per di- finire Amere . 7 & Qual fià
la compita difinitione dt Amore. 7 9 ;*0 laonde $mt* germogli la Beiteli «-» f
4 Se labeh^mfke^aUm i^ntm0pritftèM.Yt^Sk ^ Donna d'animo fo^ ^ffer'fm dì volto
Smùnte foni di belleT^aft trottino. 89 S^Jr»^£g^iiwgtiitc& m j•-*•amx il
Cnd'èthetyuontojàfenàmatta donna r*ffm ^ f biafir,H»cdeirt donna ,ò Peffer m
j.© ff p*rem& impudica , e in effijìen^ cafia 5 ■ paiamtrario . ita
ytwtjkì^vt *.:> •., jjjfc ^ 9 igeila . . ^iktott(K\ 33 y o £s^f&k$to^}t!^marÌ£&iù&
\ q :qóieiQr»ime.i\. sii jj^m^; j«ti^fcis *i jj, ^ $ fcff*&*pW}£te
a)na*e$mnvi*maXo \^ìf £oméJij>pj]à, difettitene il wo dxb&it* «>fc
-r»- te. ^'f«fó^f*&ricm& ***** étmtèiinìoi \ék f+fùaito impotenti i v
■■■ - i '-'"'\\-x6f Qua" amor fia di più merito* il celato y¥ìfa-r
Jefe.. . -->:-■ :"^:;-,' ~-°:--' ':'^&& Qtialfia
m$mti^initomlftùce termine .. -^ 'f^V^y Quali per l'ordinario fiano ipiu
fattimi "éelU nsrflSliié* .. m$«wrtVj * 1 : -■" • : *'* ?& s fi
itì $l?\preuagUa in amando , // Catta Utero, o'I illetterato m*-,> '*■
'■''■' i8$ Qi\al*&mre epiif. eleggibile 3 ii*l fùperìore > « 1
£ìnfmo**.\* ■"". sti-^-T -•;■«■" ; ; ; - 184 y« l'amore per
lomanan%ajctmiì b'f.accrefca-, mfftfuxte» gV,4E»>* * :-»« ■■*•'■ 18^
Qi^aifiano irimed'ij d'amore principali i iÒ via* 04-.len^,& carnei. ^1^ '
' v '''fv'^ rt9jT ^^m4e^^o.hÀ^}0arfHH^^'^fin^'Jà -: chtfitrminei, 1 w -;^ '*-•
■ : - ^*^'ioi ^me.yiatore faccia^ alle volte negligente M- 5\ natrih'rai.o ypoi
ctixgii ricerca fsUtcitHdtne, ^yJ&Si ■■ •- 1 $** >■■■^miìkìt^%immò- nu 1
- ' Due per douer9 odiare • ( ir» Secontiengafcioif dà vn nodo,&
legarjràvrt altro;& come . ni Se dimore fa fen%a Jperan%* . 1 1 j Quai
fiano i fattori the pcfj'a far maggior* ad in* amate ìdona •gelante
dell*horxrfìto.x 1 8 Seanurepoffaeffrefer.Tagelofa. ili Come la gelofà fa
effetto d'antere poiché mi* f e dì fee the il ber-e fctmmumchi . ili Chi ami
fiù-ò chi Ji contenta di godere godend* ' '■ firmale, è chi fi rch'ei nongiaaji
totttent* di non grder'tffo. '" ' 12$ Se fa lecito jer (j e lo fa far male-ai
ritiale y ò* » come. z 14 Fino à ejual'età fa lecito imfrìegarf nzfr'a- . mvrei
*3? Perche i melanconicì}lifìudiof,i debbolidì vi- • fa amino più ejficai
emente degli alivi. l# J jQual fa maggior fegne a amere il rojjire ? ò*l ' fall
or e. 14j Dcndenafca l'arrcffre, & l'impallidire neh l'amante. 2JO
■^jrU'alreratfone dell* ir. emorato ? che preceda^ il rrj]ìre,c'l pallore, ifl
fn quali effetti moflri maggiormente amore In fxta fffcacia> ò ne i buoni }
bne i cattiui.i $6 IN BOLOGNA, - . PER GIOVANNI ROSSI.. M D X C. I Con licenza
de Sup erbori* 1 }- fc»%Nome compiuto: Melchiorre Zoppio. Melchiorre Zoppi,


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